A mia sorella Paola
Francesca Faramondi
La ragnatela
GME
© 2006 GME – Medimond s.r.l.
Via Maserati 5 – 40128 Bologna
Allestimento editoriale a cura di Gamma Graphic – Bologna
Stampato nel giugno 2006 da Editografica – Rastignano (Bo)
Prologo
L’edificio sorge nei pressi di uno splendido bosco di querce su una collina
che sovrasta, anche se di poco, tutta la zona. Un ruscello scorre vicino, attraversa la pianura e passa a pochi metri dallo stabile: un ponte di mattoni rossi,
come quelli che s’immaginano nelle fiabe, collega la collina al querceto. I prati sono coperti di fiori stupendi, in primavera e da una coltre di neve bianca
d’inverno. D’estate un vecchio melo regala ancora i suoi frutti maturi agli insetti, agli uccelli e agli scoiattoli. L’autunno è la mia stagione preferita: dalla
finestra posso scorgere i toni di giallo, rosso e marrone delle foglie, che creano
un tappeto soffice e colorato… qualche volta osservo le ultime foglie, appese
ai rami, scosse dal vento... spero sempre che qualche piccola fogliolina, anche se stremata, resista al vento, alla pioggia e alla neve dell’imminente inverno, ma questo non avviene mai… anche lei prima o poi si lascerà andare, morirà
e si adagerà insieme alle sue compagne, che sembrano soldati caduti in battaglia. Ma nulla è perduto, perché al posto della foglia appena caduta c’è già
un germoglio verde, pronto a primavera a ridar vita alla vecchia quercia.
Non c’è una vera e propria strada che porta all’edificio sulla collina; la statale corre lontano e qui in questo paradiso arriva solo un sentiero di ghiaia e
sassi. Com’è possibile che inferno e paradiso convivano nello stesso luogo?
Me lo sono chiesto a lungo negli anni, ma non ho mai trovato una risposta.
L’edificio sulla collina non è altro che un manicomio!
Un cancello enorme di ferro battuto chiude l’ingresso, tutto l’edificio è murato... è impossibile fuggire... ma tanto qui non c’è nessuno ormai che sogna
più di farlo!
A un lato del cancello c’è un salice piangente… nelle serate ventose vedo i
suoi deboli rami che vengono spinti verso l’inferriata, le sue foglie che riescono a sfiorare il ferro; sembra quasi che, da un momento all’altro, riuscirà a scappare…
ma non ci riesce, neanche lui, e la mattina dopo è di nuovo immobile a piangere insieme con noi, mentre ci fa da muta sentinella.
Certe volte parlo con quel salice, mi sento sicura, come se mi capisse, provasse compassione e volesse aiutarmi e così quando il vento lo spinge verso il
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cancello, penso sempre che stavolta i suoi rami apriranno la serratura e fuggiremo insieme.
Sono passati vent’anni da quando mi rinchiusero, allora ero una giovane
fotografa di ventiquattro anni… credevo di avere un futuro davanti a me… e
invece tutto è svanito quell’estate italiana del 1980! Sono stata richiusa per più
di sei mesi in un manicomio vicino Bolzano, ma non sono mai stata sola; i miei
genitori mi credevano e hanno combattuto per tirarmi fuori da lì… non si fidavano dei medici italiani, non potevano credere che la loro primogenita potesse essere pazza. Così mi hanno fatta visitare da un famoso specialista di Boston…
il risultato… ora sono rinchiusa da quasi venti anni in un manicomio degli USA.
La mia camera è la 56, bisogna salire due piani, andare verso il reparto femminile,
percorrere un lungo corridoio e l’ultima stanza a destra è la mia.
Non so se si può definire stanza il posto nel quale ormai vivo.
Da un lato c’è un materasso, sporco e puzzolente, niente rete né brande,
ma pian piano ci si fa l’abitudine…e poi c’è uno specchio, non di vetro perché pensano che qualcuno potrebbe suicidarsi, ma di plastica e così la mia immagine
viene riflessa ancora più pallida, ancora più smunta e ancora più pazza. Le pareti
della stanza sono imbottite, per la paura che qualcuno si uccida fracassandosi
il capo contro il muro. Qui ci sono persone davvero fuori di testa, che si credono chi sa chi o che non riescono nemmeno ad allacciarsi una scarpa senza farsi
venire una crisi isterica.
La mia vita qua dentro, fin dall’inizio, è stato un vero inferno. Non mi sono
mai abituata alla degradazione e alla disperazione che c’è in questo posto…
persino i sani di mente, qui dentro, a lungo andare impazziscono… e credo
che anch’io ormai sia sull’orlo di impazzire veramente.
Mi hanno messa in questo posto perché vaneggiavo e dicevo cose incredibili, nessuno mi ha creduta e sono finita qui… L’asma e l’epilessia, di cui ho
sempre sofferto hanno peggiorato il tutto… per i medici erano i segni della mia
pazzia.
All’inizio i miei genitori mi venivano costantemente a trovare, ma dopo la
loro morte non ho più ricevuto nemmeno una visita. I miei fratelli, che prima
venivano insieme a loro, si sono rifatti una vita, hanno un lavoro, una famiglia e dei figli e si vergognano di me. Hanno paura, ma non li biasimo… erano adolescenti quando mi hanno rinchiuso qua dentro, non potevano capire… ed ora non ne hanno più voglia, mi hanno dimenticata… A Natale e per
il mio compleanno, è vero, arrivano dei regali, ma questo è tutto… per loro
non sono altro che una pazza!
L’unica persona che regolarmente viene a trovarmi è Rhys, l’unico amico
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che mi sia rimasto, il mio maestro, colui che mi ha fatto capire che avevo un
gran dono: il talento di saper fotografare. Rhys riesce ancora a consolarmi, mi
ricorda chi ero e che non devo mai mollare… lui è l’unico, oltre a Mat, che sa
la verità… non ho voluto nascondergliela e lui mi ha creduto… gli voglio davvero bene!
La mia vita qui è più facile rispetto ad altri manicomi. Mi hanno detto che
non sono un pericolo né per me stessa né per gli altri, perciò godo di alcuni
favori: ad esempio, posso uscire nel giardino interno e parlare con il mio amico salice, posso mangiare alla mensa, partecipo alle sporadiche uscite di gruppo
e guardo la TV insieme ad alcuni infermieri.
Ho fatto amicizia con un inserviente, Paul, che mi ha preso in simpatia e
che, a volte, sfidando i regolamenti, mi porta al di là del cancello, al di là del
ponte di mattoni, dopo il querceto. Lì c’è un bellissimo prato fiorito, il più bello che abbia mai visto. È meraviglioso stare là.
Paul non ha paura che scappi, perché sa che ormai la mia vita è là dentro,
non ho più un posto dove andare, non ho più una famiglia e nemmeno un
amico fuori del manicomio. È triste sapere che ormai nessuno ti aspetta… che
quando sarai guarito, se guarirai, nel mondo sarai sol!
Credo che ci sia una sola persona che forse, in un futuro, uscirà: si tratta di
Dick, un omone calvo e sempre sorridente. Ci siamo conosciuti nel giardino,
anche lui come me e come altre dieci persone non costituisce pericolo, e ci siamo
raccontati le nostre storie.
La sua è davvero triste: Dick non è pazzo, ma finge di esserlo… i medici lo
sanno, come sanno che non vuole lasciare l’ospedale; più volte hanno tentato di farlo uscire, ma il giorno prima Dick faceva il “pazzo”… ho visto le sue
scenate e mette paura… comincia a farfugliare, a imitare personaggi della televisione e a sbavare… e pensare che è un uomo intelligente!
Dick ha perso la famiglia in un incidente stradale… la moglie e la figlia sono
morte dissanguate davanti ai suoi occhi… lui non ha potuto fare niente ed è
impazzito dal dolore e dalla rabbia.
“Kim, tu non puoi capire cosa ho provato… Incastrato tra le lamiere dell’auto… ho visto mia moglie morta sull’asfalto, era stata scagliata fuori dal finestrino… mia figlia invece era vicino a me, allungando la mano potevo sfiorale il volto, aveva una lamiera conficcata nello stomaco… piangeva e urlava
e io non potevo fare nulla, nemmeno chiamare un’ambulanza!”
Ricordo ancora la sua espressione quando me lo raccontò, aveva gli occhi
lucidi e l’aria affranta… gli voglio bene… lui e Paul sono gli unici amici che
ho, ma neanche a loro ho mai detto la verità.
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Lo so che sono ricoverata in un manicomio, ma io non voglio dire loro la
verità, perché ho paura che mi credano pazza! Sembra assurdo, ma è così…
chiunque mi vede per la prima volta, crede che io sia un’infermiera, è impossibile pensare che sia ricoverata… pochissime volte mi hanno dovuto iniettare dei sedativi e solo una volta mi hanno messa la camicia di forza.
È stato due mesi dopo il mio arrivo… un mio amico, anzi io lo consideravo più di un amico, è venuto a trovarmi e mi ha praticamente detto che ero
pazza… lui era l’unico di cui ancora mi fidavo, eravamo insieme quell’estate,
lui ha visto tutto eppure ha smesso di credermi a causa di un vecchio ciondolo scomparso. Non ho retto al duro colpo… ho cominciato a urlare, a strapparmi i capelli e a mordermi… a ripensarci mi vengono i brividi… ho provato
a suicidarmi ingerendo un intero falcone di antidepressivi… mi hanno salvato per miracolo! Io mi fidavo di lui e ne ero stata innamorata… ho vissuto momenti memorabili al suo fianco. So che quegli attimi magici sono volati via,
che ormai non sono più miei, ma appartengono al passato eppure mi è sembrato strano vederlo come nemico. Quanto vorrei aver potuto fermare il tempo, aggrappandomi al suo mantello, incatenandolo, imprigionandolo! Forse
non mi sarebbe più sfuggito e io sarei ancora libera con lui, in eterno. So che
questo è impossibile, ma una cosa la posso ancora fare; aprire le porte del passato,
dei ricordi e rubare quei secondi per tenerli stretti nella mente e vederli come
in un film ogni volta che voglio e rivivere quegli istanti che per un attimo diventano eterni e reali. Per molto tempo sono andata avanti aggrappandomi
al passato per poter sopravvivere in questo luogo.
Ora mi sono abituata a questa vita: di giorno mi comporto normalmente…
il mio problema è la notte!
Da quando sono qui mi capita una cosa strana… resto sveglia fino alle undici
e cinquantanove, non vedo mai scattare la mezzanotte perché crollo, ho provato a restare sveglia tutta la notte o ad addormentarmi prima, ma è stato inutile.
Non appena mi addormento rivivo tutto quello che mi successe quell’estate,
dal mio arrivo in quel dannato paesino, fino a quando non mi caricarono
sull’autoambulanza che doveva condurmi al manicomio vicino Bolzano; non
so se strillo o se divento sonnambula… fatto sta che la mattina dopo mi ritrovo nella stanza d’isolamento, quella con i muri spessi il doppio, in modo che
non si sentano le urla, con le mani e i piedi legati e un inserviente volontario
di guardia… è così che ho conosciuto Paul!
Tutte le mattine mi sveglio piangendo e c’è lui che mi consola, che mi aiuta ad andare avanti… è davvero un caro ragazzo, non so cosa farei senza di
lui!
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Ecco, sono le undici e cinquantasette, tra poco crollerò, come in un coma…
e rivivrò il mio incubo… qui nessuno mi crede, nessuno crede a quello che successe
quell’estate maledetta del 1980, ma io sono costretta a viverlo nuovamente
ogni notte… ho paura… non ce la faccio più, non so per quanto ancora reggerò… dovete credermi, io non sono pazza… non sono pazza… non sono pazza…
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Capitolo uno
La prima impressione che Kim ebbe guardando quel paese era che quel
posto era davvero carino. Non le sembrava possibile trovarsi in un luogo che
ispirasse così tanta quiete e pace.
In Val di Rabbi ci s’immergeva in una dimensione quasi dimenticata di ambiente
alpino incontaminato: i masi aggrappati alle pendici delle montagne, gli insediamenti
abitativi distribuiti sul territorio, il fragore della cascata del Vallorz che andava
a ingrossare le acque del Rabbies, la vecchia segheria veneziana mossa unicamente dalla forza dell’acqua, l’imponenza delle cascate del Saènt che, al tempo
stesso impaurivano e affascinavano il visitatore perso tra il rombo incessante
dell’acqua che modellava le rocce e la gentilezza delle minutissime gocce che
gli accarezzavano il volto sudato.
Sembrava tutto magico, un paese da fiaba, così lontano dal trambusto della
sua città natale.
Era partita da New York il giorno prima con un volo diretto a Roma, Italia:
voleva fuggire il più lontano possibile dalla sua famiglia, dal suo futuro marito
e dalla vita che avrebbe avuto se fosse rimasta con lui.
Qualche giorno prima aveva capito che doveva assolutamente concedersi una vacanza, doveva lasciarsi alle spalle tutto quanto e respirare per poter
ricominciare da capo.
Era stata la violenta lite, prima con Carson e poi con suo padre, a farle decidere di partire.
Carson Walp, il più grande egoista della terra, l’uomo che verso ottobre
avrebbe dovuto sposare. Kim non era più tanto sicura di voler passare tutta
la vita con lui; certo era un bel ragazzo, attraente e muscoloso, ma questo
non bastava. Carson era un ricco banchiere che mandava avanti una società fondata anni addietro da suo nonno; i suoi clienti erano facoltosi uomini
d’affari che andavano in giro con le Ferrari o giovani mogli di petrolieri
ricoperte di preziosi diamanti.
Si erano conosciuti per caso, a una di quelle noiose cene per soli ricconi.
Anche se detestava tutto ciò, Kim aveva fatto contento suo padre e lo aveva
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accompagnato. Carson si era mostrato disinteressato a quel mondo d’oro e
denaro e aveva attirato l’attenzione di Kim.
Era più alto di lei di quasi due palmi, i capelli corti e castani, dai riflessi rame,
gli davano un’aria da ribelle e i suoi occhi neri sapevano come catturare l’attenzione. Kim si era subito innamorata di lui; suo padre non aveva perso tempo e, dopo appena due mesi, aveva preparato una festa per il loro fidanzamento e aveva annunciato che il loro matrimonio si sarebbe tenuto agli inizi
d’ottobre.
Kim era rimasta indignata, ma aveva fatto finta di nulla, dopotutto lei amava
Carson ed era felice di stare con lui. Purtroppo tutto durò poco. Il vero aspetto
di Carson, quello dell’uomo d’affari legato al proprio lavoro e attaccato ai soldi, venne fuori… Pian piano cominciò a impartirle degli ordini, dicendole come
comportarsi e cosa indossare… aveva cominciato a trattarla come una bella
bambola da mostrare in pubblico… e lei si era sentita in trappola.
“Tu non puoi trattarmi così… io non sono la tua schiava!” aveva urlato,
dopo che Carson le aveva vietato di uscire con alcune amiche del college.
“Ma Kim, perché non vuoi capire, non puoi uscire con loro!” anche se era
furioso Carson non lo dava mai a vedere, non era nel suo stile.
“Carson, sono mie amiche!”
“Ma non sono al tuo livello… tu abiti in uno dei quartieri più ricchi di New
York, indossi abiti di Versace, mangi caviale a colazione e tra poco diventerai
la moglie di Louis Carson Walp III. Non puoi continuare a girovagare per i bassifondi
di New York!”
“Io non girovago per i bassifondi di New York, la mia casa non è questa
falsa villa che tu e mio padre avete comprato, ma l’appartamento a Brooklyn
di cui pago l’affitto con i soldi del mio stipendio… adoro andare in giro in jeans
e top e mi piace divorami un hot dog con le mie amiche a Central Park…”
Kim si era diretta verso la porta, poi si era girata per dare un’ultima occhiata a
Carson: era immobile e livido in volto, sicuramente non avrebbe più voluto
vederla, ma forse era meglio così… “E un’ultima cosa: io non sono e non sarò
mai tua moglie” aveva urlato sbattendo la porta.
Furiosa era corsa via ed era tornata a casa… avrebbe avuto una gran voglia
di farsi un bagno caldo, ma suo padre aveva interrotto il suo sogno. Già suo
padre, il caro vecchio Norman… era un uomo meraviglioso, ma con un pessimo
carattere… adorava Kim, ma detestava quel suo modo di comportarsi così da
ribelle… non le aveva perdonato il fatto di aver abbandonato i corsi di legge
all’Università di Boston, per seguire dei corsi di fotografia e poi di aver osato
lasciare la sua casa per trasferirsi a Brooklyn a vivere per conto suo.
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“Ciao, Norman” aveva detto lasciandosi cadere sul divano. Era avvolta
nell’asciugamano di spugna e nel bagno si sentiva il rumore dell’acqua che
scorreva.
“È così che si accoglie un padre?” il tono era calmo, ma Kim sapeva che
dentro ribolliva di rabbia.
“Senti papà non ho voglia di fare la solita scenetta del ti prego accomodati
e prendiamoci un caffé… so perché sei qua… quindi se vuoi farmi la predica,
muoviti!” Aveva usato di proposito un tono strafottente, sperando che suo padre,
furioso, se ne andasse. Ma non fu così.
“Kimberly” quando cominciava chiamandola in quel modo, voleva dire
che era davvero arrabbiato “Mi ha telefonato Carson… ma cosa ti è preso, cosa
vuoi fare… io e tua madre eravamo così contenti del tuo matrimonio e pensavamo che fossi felice anche tu.”
“Lo ero, prima di scoprire il lato egoistico e menefreghista di Carson… è
un vero str…” si era fermata prima di pronunciare qualche parolaccia, sapeva che suo padre odiava il turpiloquio e non voleva peggiorare le cose. “Mi
tratta male, mi vieta di vedere le mie amiche e di fare il mio lavoro… dovrei
vivere solo per lui, fare quello che vuole lui, vestirmi come vuole lui e io non ci
riesco… ho sempre detestato sottostare a certe regole!”
“E invece è proprio quello che ti servirebbe, sono d’accordo con Carson,
perciò tu diventerai sua moglie, farai felice tua madre e lascerai quell’insulso
lavoro!”
“Ma quello è il mio lavoro!… io adoro fotografare e non potete impedirmi
di farlo, non potete!”
Norman si irrigidì e lanciò a sua figlia uno sguardo carico di odio e di superbia… Norman Aldrich era un uomo che non si faceva mettere i piedi in
testa da nessuno; era venuto dal nulla, si era fatto avanti nel mondo degli affari con grande maestria e il suo matrimonio con Elizabeth, la primogenita di
una delle famiglie più potenti di New York, aveva consolidato la sua posizione. Aveva lottato duramente per ottenere tutto quello che aveva e non voleva che la sua figlia maggiore rovinasse tutto, solo per inseguire uno stupido
sogno.
“Quest’estate partirai con tua madre e Carson, andrete a Parigi… dimenticherai il tuo lavoro e imparerai a comportanti come una persona del tuo rango…
e questo è un ordine!” Norman fissò sua figlia, quello sguardo non ammetteva una ribellione, ma Kim decise che c’era troppo in gioco per poter semplicemente annuire.
“Mi dispiace, ma ho già programmato una vacanza in Italia, sulle Alpi… e
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non posso proprio disdire!” disse cercando di mantenere la calma: in realtà
non aveva programmato un bel niente, ma questa era la prima cosa che le era
venuta in mente.
“Scordatelo… tu andrai a Parigi!” aveva obiettato il padre uscendo di casa.
Si era fermato un attimo sulla soglia e Kim ne aveva approfittato.
“Provate a fermarmi!” aveva urlato sbattendogli la porta in faccia.
In realtà ci avevano provato davvero a fermarla, ma Kim era partita lo stesso,
aveva preso il volo diretto per Roma e poi da lì un treno per Trento... non aveva
la più pallida idea di dove andare, aveva solo visto un servizio fotografico sul
Trentino ed era decisa a recarsi lì; a Trento aveva noleggiato una vecchia Alfa
Romeo e aveva cominciato a girovagare tra i paesi. Per caso era arrivata in
Val di Rabbi, ma scorgendo il paese di San Bernardo davanti ai suoi occhi,
capì che quello era davvero il posto giusto per lei.
Kim parcheggiò la macchina nello spiazzo di fronte all’ingresso principale
del Liberty Hotel, la cui scritta marrone su sfondo bianco risaltava tra le porte
e i balconcini del primo piano.
– Che strano – pensò, mentre prendeva le sue valige – Liberty – …e lei aveva
proprio bisogno di libertà.
La facciata dell’albergo era bianca e gialla. Sulle porte di vetro vi erano delle
cupole di rame con sopra incisi dei vasi di fiori. Sulla destra si trovava un gazebo
di legno chiaro, circondato da numerosi vasi di gerani. Sulla sinistra si estendeva una terrazza a forma di “L” rovesciata; vi erano cinque tavolini coperti
da una tovaglia di un rosso sbiadito con fiori bianchi e blu. Kim si affacciò per
un momento e vide un uomo seduto, all’ombra di un giallo ombrellone, intento a leggere un giornale.
Kim sorrise e decise di entrare.
Davanti a lei si trovava un bancone di marmo sovrastato da tre gattini di
terracotta, che sembravano inseguirsi. Appesa alla parete, la foto in bianco in
nero di una vecchia signora sorridente sembrava vegliare sull’albergo. Alla sua
destra c’era un’enorme sala dove, probabilmente, nelle serate di festa, si ballava e si cantava. Alla sua sinistra c’era invece il bar… il bancone di ciliegio
era sovrastato da una mensola su cui erano posate numerose bottiglie d’amari
e liquori. L’hotel sembrava deserto. Kim fece qualche passo per potersi affacciare
alla sala da pranzo, ma da una porta laterale, che probabilmente portava alla
cucina, uscì un uomo corpulento.
Kim rimase di stucco, quasi impietrita davanti all’omone che le sorrise. Indossava dei jeans sporchi di farina e una maglietta a canottiera bianca.
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“Mi dispiace di averla spaventata” disse raggiungendo il bancone. Prima
di sedersi spostò lievemente i gattini.
“È una tradizione, chiunque si sieda qui deve spostarli, porta fortuna” l’omone
si accorse che Kim restava ancora stupita davanti all’entrata della cucina “Chiedo
ancora scusa… non pensavo ci fosse qualcuno!”
“Oh non si preoccupi” disse quasi si fosse finalmente accorta che qualcuno stava parlando con lei “È solo che… non l’avevo vista e sono rimasta impressionata… credevo che mi avrebbe travolto e invece, nonostante il pochissimo
spazio che c’era tra noi, è riuscito a non sfiorarmi!”
“È che sono un falso grasso” sorrise, poi si sistemò davanti ai registri “ha
prenotato signorina…”
“Aldrich, Kim Aldrich” rispose allungando la mano “No, non ho prenotato, ma spero che abbiate ancora una camera libera… è davvero un bel posto
qui… mi piace”
“È la prima volta che viene qua Kim, posso chiamarla Kim non è vero?”
vedendo che Kim annuiva l’omone continuò “Sa si dice che nessuno venga
per caso in Val di Rabbi… la gente viene attratta da queste montagne solo se,
più o meno consapevolmente, cerca un luogo oltre l’ordinario del proprio vivere, oltre il rumore, gli affari e le inquietudini. Si viene soprattutto per divenire un cercatore di sensi e un esploratore del proprio io! Lei è venuta qua per
questo, signorina Kim?”
“Diciamo di sì… sto fuggendo dalla mia famiglia, dalla persona che in teoria dovrei sposare e dal caos della grande metropoli!” Kim non riuscì a smettere di sorridere. Quell’uomo le piaceva, era la classica figura paterna che da
piccola sognava, un omone, un gigante di bontà e saggezza… quell’uomo aveva
ragione, lei voleva cercare se stessa, voleva capire perché si sentiva tanto diversa dalla sua famiglia e dal resto del mondo… avrebbe voluto vivere in quella
valle per sempre.
“Lei è fortunata… abbiamo una camera libera, al secondo piano.Tenga”
disse allungandole un portachiavi di legno scuro con inciso il numero della sua
stanza.
“Spero che si trovi bene da noi” disse l’omone.
“Non si preoccupi… se tutte le persone sono come lei, credo che starò
benissimo…”disse afferrando le due valigie e salendo al suo piano.
La stanza numero ventiquattro si trovava all’inizio di un lungo corridoio che
portava fino a una sala TV.
Kim aprì la porta di legno, ricca di sfumature che parevano rappresenta-
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re, in modo cubistico, una serie d’animali selvaggi.
La stanza era piccola e confortevole. Kim si lasciò cadere sul grande letto,
arricciando la coperta rosa decorata con motivi floreali tra l’azzurro e il grigio
perla e cominciò a fissare un’immagine in legno della Madonna appesa alla
parete. Davanti al letto c’era un armadio a due ante, molto alto ma stretto. Ai
lati del letto c’erano due comodini con sopra delle abat-jour di finto papiro e
un telefono. Sulla destra c’era uno specchio allungato, come le vetrate delle
chiese.
Kim decise di darsi una rinfrescata e così entrò nel bagno… era angusto,
ma c’era di tutto… dal lavabo a una comoda doccia con tanto di tendina bianca
decorata con rondini colorate d’arcobaleno.
L’acqua era gelida e Kim rabbrividì… si sentiva davvero bene… nulla avrebbe
potuto turbare la sua vacanza… la sua vecchia vita era lontana migliaia di chilometri,
eppure non riusciva a sentirne la mancanza. Certo aveva un po’ di nostalgia,
ma solo di tre persone: del suo maestro, Rhys Keble, che le aveva insegnato
tutti i trucchi di un buon fotografo e dei suoi due fratelli gemelli, Dylan e Dwight.
Dylan e Dwight erano nati quando lei aveva sedici anni e già si era già abituata
ad essere figlia unica… eppure si era subito affezionata a loro.
Dylan e Dwight erano praticamente identici e perfino i loro genitori, a volte, facevano fatica a riconoscerli e, come se non bastasse, erano davvero vivaci e non rendevano facile la vita a nessuno. Si scambiavano le ragazze, uno
si presentava a un’interrogazione al posto dell’altro o semplicemente si scambiavano i nomi. Kim era l’unica che sapeva il trucco per riconoscerli. Dylan
aveva il lobo destro leggermente ripiegato su se stesso, ma solo chi lo conosceva bene poteva accorgersene.
I due gemelli erano molto affezionati a Kim, che praticamente aveva fatto
loro da mamma… Elizabeth, la loro madre, era stata sempre indaffarata nel
preparare ricevimenti e feste, andava sempre alle serate di gala o alle prime
teatrali e cinematografiche… era impegnata e Kim lo sapeva, così come sapeva cosa voleva dire crescere con una baby-sitter… perciò aveva deciso di
prendersi lei cura dei gemelli. Purtroppo da quando si era trasferita li vedeva
sempre di meno e aveva paura che, crescendo, divenissero come Norman o
Elizabeth.
Kim aveva sempre sofferto nel vedere che i soldi erano più importanti dei
figli per i suoi genitori… odiava il fatto di non potersi rivolgere, in presenza di
ospiti, a suo padre chiamandolo papà… ma Dylan e Dwight non sarebbero
cresciuti così… li avrebbe educati lei, avrebbe fatto capire loro quanto i sogni
siano più importanti del denaro.
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Kim decise di non pensarci, detestava l’idea di essere lontana dai suoi fratellini, ma aveva bisogno di questa fuga, di questa vacanza.
Si affacciò alla finestra… dava sulla strada, ma tendendo le orecchie si poteva sentire il rumore dello scorrere del torrente; davanti a lei c’era un bellissimo prato con un albero di mele… c’erano numerose case, poi lo sguardo si
perdeva tra le montagne… era davvero stupendo… se guardava bene tra i fili
d’erba poteva scorgere i grilli saltare! Peccato che un palo della luce tagliasse
a metà la sua visuale, rovinando il paesaggio sublime che stava osservando.
A Kim venne voglia di prendere in mano la macchina fotografica e immortalare
quello splendido panorama, anche se ormai da un anno non fotografava più
i paesaggi; adesso era abituata a fotografare i particolari: i piccoli insetti, le pietre…
insomma quel micro-mondo di cui, ad occhi nudi, a mala pena ci accorgiamo.
Era stato merito di Rhys se Kim aveva deciso di lasciare perdere la carriera
d’avvocato e diventare fotografa. Kim lo aveva conosciuto a Boston. Era rimasta subito affascinata dalle sue foto e aveva cominciato a seguirlo in tutte le
sue mostre.
“Sbaglio o lei mi sta pedinando?” le aveva detto, dopo averla notata per
l’ennesima volta.
Kim era una giovane ragazza e stonava in quell’ambiente di persone mature, ma Rhys non l’aveva notata solo per quello. Certo Kim aveva un bel corpo,
era alta e slanciata, aveva un seno sodo e un modo provocante di accavallare
le gambe, ma Rhys era stato colpito dal suo volto: una cascata di ricci capelli
biondi incorniciava un viso ovale, forse un po’ anonimo, se non fosse stato per
i suoi occhi, tra il verde e l’azzurro, così maturi, seducenti, vivaci e intelligenti.
“In realtà sì! Sono rimasta affascinata dalle sue foto… crede che potrei imparare?” aveva risposto Kim abbozzando un lieve sorriso. Visto da lontano Rhys
le aveva dato l’impressione di un uomo sciatto e trasandato, ma non era così!
Aveva un viso simpatico e sembrava un gran burlone, aveva pochi capelli e
una rada barba… non era grasso, ma robusto e i vestiti si adagiavano su di lui
con eleganza e semplicità, come fosse un modello. I suoi occhi erano scurissimi quasi neri e sembravano l’obiettivo di una grandissima macchina fotografica!
“Ora vedremo!” Rhys le aveva posato tra le mani una macchina fotografica “Guardi nell’obiettivo e poi mi dica cosa vorrebbe fotografare”
Kim aveva preso la macchina e aveva eseguito gli ordini: era rimasta affascinata dal gioco di luce che si andava creando su un piccolo specchio nascosto nella penombra.
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“Ecco fotograferei quello” aveva detto indicandolo; Rhys si era voltato a
guardare l’oggetto indicato, poi aveva sorriso.
“Lei ha talento, pochi si accorgono di quello specchio e vorrebbero quasi
sempre fotografare il panorama… lei è diversa… ha occhio, signorina…”
“Kim, mi chiamo Kim!”
“Bene, Kim, se vuole ancora fotografare, io sarò ben lieto di farle da maestro, sempre che sia decisa a seguirmi a New York!”
Kim aveva sorriso, lei abitava a New York… al diavolo la facoltà di legge,
al diavolo Boston… lei aveva capito cosa voleva realmente fare e avrebbe seguito Rhys anche se l’avesse condotta in Australia!
Non appena aveva appoggiato l‘occhio sulla macchina aveva capito che
tra lei e quell’affascinante oggetto c’era un legame, così come doveva esserci
tra un poliziotto e la sua pistola! Kim aveva capito che doveva fare quel mestiere: non le importava se sarebbe rimasta per sempre una sconosciuta e se
la sua famiglia aveva programmato diversamente, lei si sentiva una fotografa.
Aveva così cominciato a lavorare con Rhys. All’inizio era stata dura, le sue
critiche erano innumerevoli e i suoi elogi davvero pochi, ma Kim non aveva
mai mollato, poi un giorno Rhys l’aveva chiamata nel suo studio.
“Kim, ormai lavori con me da quasi due anni e so che sai come fotografare, ma…” Rhys si era fermato e l’aveva guardata.
“Ma cosa… su non tenermi così sulle spine!”
“Ho capito che non sei portata per fotografare i panorami e gli sfondi…
non riesci ad esprimere il meglio di te… perciò voglio che tu ti dedichi alla
macrofotografia!”
Kim aveva fissato Rhys, sentiva un nodo allo stomaco… lei aveva sempre
adorato fotografare i grandi paesaggi, i tramonti in riva al mare o il gioco dei
raggi del sole tra gli specchi di New York ed ora Rhys le stava dicendo che non
era brava! Kim si era guardata intorno come spaesata; cambiare tipo di fotografia voleva dire aver sciupato i suoi due anni… si sentiva a pezzi, aveva voglia di piangere… non voleva cambiare.
Rhys intanto la guardava, il silenzio era cresciuto come un muro tra i due.
“Guarda… ho trovato questa foto nel gruppo che mi ha consegnato ieri…
è tua, vero?” disse allungandole la foto.
Kim la osservò… rappresentava una splendida farfalla. Le si era posata accanto,
mentre stava per fotografare uno scorcio di Long Island. Era rimasta affascinata, e colpita dalla sua leggerezza e dalla sua eleganza, dal gioco di colori sulle
ali e dal ritmico muoversi delle antenne. Aveva avuto l’impulso di fotografarla… e ora, rivedendo la foto, si sentì orgogliosa di come era venuta. Si vede-
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Francesca Faramondi
vano chiaramente le macchie a forma di occhio di civetta che aveva alla sommità di ogni ala; i colori pastosi, varianti tra il giallo chiaro e l’avana con venature
calde, risaltavano maggiormente grazie al lieve raggio di sole che attraversava la foglia su cui era posata. Era davvero bella!
“L’ho fatto così… per gioco” disse arrossendo e non riuscendo a capire come
lei stessa non avesse notato quella foto tra le altre.
“Bene… io voglio che tu continui questo gioco!”
Kim l’aveva guardato… non riuscendo a comprendere cosa realmente volesse
Rhys da lei.
“Vedi Kim, l’occhio fotografico ci permette di conoscere noi stessi e gli altri, ci abitua a leggere i paesaggi e gli oggetti, ci insegna a raccontare come noi
vediamo le persone e le cose, a rappresentare qualcosa di più del loro aspetto
formale. Capisci?!” Kim aveva annuito e Rhys aveva continuato “Grazie alla
tecnica della macrofotografia ci si inoltra in un mondo di cui spesso si ignorano aspetti singolari, misteriosi e a volte sorprendenti. Piccoli animali, fiori, licheni, funghi colti nel loro ambiente rilevano una personalità che la nostra indifferenza spesso non ci permette di osservare. Tu hai un dono Kim… riesci a
cogliere questo aspetto magico del mondo in miniatura e lo fai divenire grande… in modo che tutti possano godere di queste meraviglie… ora hai capito?!”
Kim si era sentita salire le lacrime agli occhi… non si era mai sentita così
felice in vita sua… ed ora ripensando alle parole di Rhys ebbe l’impulso di chiamarlo
e di risentire la sua voce.
“Pronto centralino, dovrei fare una chiamata internazionale… d’accordo
aspetto” Kim cominciò a giocherellare con il filo del telefono “Sì grazie… faccio da me” disse, poi digitò il numero… era libero e Kim sperò che Rhys fosse
in casa; sapeva che odiava i cicalini, diceva che lo disturbavano durante il lavoro, e quindi questo era l’unico modo di parlare con lui.
Kim lasciò che il telefono squillasse, stava quasi per riagganciare, quando
sentì la voce del suo amico sussurrare un debole pronto.
“Rhys? Rhys sono io, Kim. Va tutto bene?!”
“Oh ciao piccola… sì sto bene… ho appena fatto di corsa le scale che portano al mio appartamento…”
“Ma tu abiti al decimo piano!”
“Per questo ho il fiatone piccola… a proposito dove sei, ho provato per tutto
il giorno a rintracciarti.”
“Sono in Italia!”
“Dove sei… ma dico Kim sei impazzita? Ed ora mi vuoi spiegare perché
La ragnatela
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sei in Italia!” Rhys aveva urlato, ma non era realmente arrabbiato con lei…
solo deluso, di solito lei lo avvertiva sempre, mentre stavolta aveva fatto tutto
nell’ombra.
“Vedi Rhys è colpa di Carson e della mia famiglia… abbiamo litigato!”
“Ancora?” Rhys ormai era abituato ai litigi che sconvolgevano la vita di Kim,
molte volte se l’era ritrovata in lacrime nel suo appartamento, senza più speranza per il suo domani. “E stavolta chi era il motivo del litigio…non dirmi ancora
io!”
Kim restò silenziosa, ma Rhys immaginò che stava annuendo e gli venne
da ridere.
“Non è solo per te o per il mio lavoro è che…” Kim restò pensierosa, aveva voglia di dire tutto a un amico, ma aveva paura che Rhys non capisse “Ho
mandato al diavolo Carson, non voglio più sposarlo e così sono fuggita!”
Kim si aspettò una sfuriata di Rhys, lui odiava le persone che fuggivano davanti
ai problemi, come lei.
“Hai fatto proprio bene!”
Kim restò sorpresa. “Ma come bene?! Non hai sempre detto che odi le persone
che fuggono?”
“Sì, è vero… ma tu non stai fuggendo, diciamo che ti sei momentaneamente
allontanata per poi tornare alla carica… e poi, scusami Kim, ma mi hai telefonato perché ti consolassi o perché ti sbraitassi contro?”
“Volevo solo sentire un vero amico, Rhys… tutto qui, e tu sei l’unico che
ho” ammise tristemente Kim.
“Allora figliola sei davvero messa male, se un vecchio brontolone è il tuo
unico amico ti consiglio di darti da fare laggiù in Italia e mi raccomando portami delle belle foto!”
Kim si mise a ridere, con tutto quel trambusto si era dimenticata di portarsi
dietro la macchina fotografica… era davvero una bella fotografa!
“Vedo che ti ho ridato il buonumore… perché ridi?”
“Ora sono sicura che ti arrabbierai davvero… ho dimenticato la macchina fotografica a casa!”
“Che cosa… Kim come… spero davvero che tu stia scherzando, tu non puoi…”
Rhys cominciò a fingersi arrabbiato per far dimenticare a Kim i suoi problemi
almeno per pochi istanti, ma lei smise d’ascoltarlo… aveva fatto bene a chiamarlo, ora si sentiva davvero meglio, la sua nostalgia era passata e anche il
rimorso per aver lasciato in America i suoi fratellini… sarebbe tornata… questa non era una fuga, ma solo una pausa.
“Ehi, Rhys grazie” bisbigliò, ma Rhys la sentì.
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Francesca Faramondi
“E di che… ciao Kim e chiamami quando hai bisogno… ma mi raccomando
occhio al fuso!”
“Sì e ciao!” disse rimettendo la cornetta a posto.
Si alzò dal letto e si diresse nuovamente alla finestra… il sole era ormai calato e l’oscurità aveva avvolto le montagne. Il paese s’inerpicava su per la valle cinta da un imponente cerchia di montagne, le severe case solandre, arancione
sbiadite e grigio scure, erano affiancate da nuove villette di legno o dai colori
pastello, rosa e azzurro. Di notte tutta la valle era illuminata da minuscole sfere bianche, tranne la chiesa di Piazzola, la più alta, che era illuminata di giallo
e arancio e sembrava avvolta da spettacolari fiamme.
Kim respirò a fondo, l’aria era divenuta ancora più fresca e frizzante, e decise di chiudere le finestre. Solo allora si accorse dei vasi di gerani; ne aveva
due, proprio sotto la finestra, i fiori erano tutti rosa, tranne un paio rossi che
sembravano gocce di sangue sul volto di una giovane fanciulla.
“Questo posto è fantastico!” sussurrò Kim… qui avrebbe davvero ritrovato se stessa, avrebbe capito come comportarsi… questa vacanza le avrebbe
cambiato la vita. Una volta tornata a casa sarebbe stato tutto diverso… avrebbe
detto definitivamente addio a Carson e avrebbe imposto il suo modo di vivere alla sua famiglia. Kim sorrise... si sentiva bene!
Rhys aveva ragione: doveva darsi da fare… l’indomani avrebbe comprato una macchina fotografica e si sarebbe immersa nel suo meraviglioso mondo in miniatura… non voleva pensare solo al lavoro ma, piano piano, imparava a capire che fotografare era tutta la sua vita!
Il suo stomaco brontolò e Kim sorrise, afferrò la sua giacca, ma prima di
uscire diede un ultimo sguardo alle montagne, immaginò gli estesi boschi di
conifere e le praterie alpine che dormivano tra le tenebre: da lì scendeva il silenzio, la severità, il tuono, il bagliore della neve; da lì scendeva il torrente rapido e l’aquila con attenta ampia parabola.
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La ragnatela
Capitolo due
Tre splendidi cavalli neri pascolavano vicino all’argine del fiume. Erano due adulti e un puledro che, tenendo le zampe leggermente divaricate, riusciva
a malapena a reggersi in piedi. Uno dei cavalli adulti alzò la testa e cominciò a
fissare i giovani operai che lavoravano alla segheria: uno di loro lo fissò negli
occhi e poi sorrise. Il cavallo mosse la testa, come per scacciare un fastidioso
insetto, e tornò a brucare l’erba.
Matteo Zanon si asciugò il sudore con l’avambraccio e tornò al lavoro. Adorava
i cavalli e forse, in futuro, ne avrebbe avuto uno, ma per ora si accontentava
di osservare quelli di Giovanni, l’agricoltore che possedeva una fattoria lì vicino.
“Mat… Mat siamo in pausa… dai, andiamo a mangiare” la voce di Paolo, il suo più caro amico, lo riportò alla realtà.
Paolo era più alto di lui di quasi mezzo metro, era robusto e muscoloso, di
carnagione piuttosto chiara e con i capelli tendenti al biondo cenere: sembrava più uno svedese che un italiano.
“Arrivo!” Matteo salutò con lo sguardo quegli splendidi cavalli e raggiunse
il suo amico.
“Sai Mat, non pensavo che fosse così dura… ma come fai, io non appena
finiamo qui, devo andare subito a casa… sono talmente stanco!”
“Pian piano ci farai l’abitudine e poi io non posso permettermi il lusso di
riposare… sai mia madre…” Matteo si incupì, ormai le condizioni di sua madre erano peggiorate, sapeva che doveva assolutamente trovare i soldi per farla
ricoverare, era pericoloso lasciarla da sola, ma non aveva nessuno che potesse darle un’occhiata. Matteo sapeva che l’Alzheimer di sua madre era a uno
stato molto avanzato e le cose non potevano che peggiorare; molte volte spiccava un salto nel passato, si convinceva di essere ancora a Castellina in Chianti,
si convinceva d’avere Tiziano ancora accanto…le faceva davvero pena, ma
l’amava moltissimo!
“Scusa amico, non volevo rattristarti! Ricorda che puoi sempre contare su
di me… per qualunque cosa!”
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Francesca Faramondi
Matteo sapeva che poteva fidarsi di Paolo, ma non voleva approfittare di
lui… la sua condizione non era poi tanto migliore e con il lavoro alla segheria
guadagnava quel tanto che bastava per tirare avanti.
“Ti ringrazio, ma credo che tu stia peggio di me. Scommetto che hai già
sperperato tutti i soldi dell’ultimo stipendio ed ora… vai, corri da papino!”
I due amici cominciarono a ridere. Paolo era davvero uno spendaccione
e anche se avrebbe potuto chiedere al padre tutti i soldi di cui aveva bisogno,
odiava sentirsi in debito con lui.
“Non è colpa mia, qui lo stipendio è misero… prima almeno potevo arrivare fino alla fine del mese…” Paolo si morse la parte interna della guancia
destra.
“E allora perché hai lasciato il posto di guardia forestale!” bisbigliò Matteo
alzandosi in piedi.
“Mat, mi dispiace… io… lo sai perché ho lasciato quel lavoro!”
Sì, Matteo lo sapeva, tutti lo sapevano… Paolo era stato testimone della
morte di Tiziano, il padre di Matteo. Non era passato nemmeno un anno dal
giorno dell’incidente e la ferita era ancora aperta. Matteo si sentì stringere il cuore…
non era giusto! I ricordi lo facevano star male, bastava un niente per farlo piangere,
per fargli ricordare quanto gli mancasse suo padre.
Paolo, poi, non aveva mai superato il senso di colpa… si sentiva responsabile per quello che era successo. Loro due non avrebbero dovuto trovarsi
là, Tiziano non avrebbe dovuto avvicinarsi così tanto allo strapiombo e lui avrebbe
dovuto salvarlo. Paolo non si perdonava il fatto di non essere riuscito a far nulla,
nessuno lo aveva incolpato, ma lui si era sentito responsabile. Per un paio di
mesi dopo la morte di Tiziano, Paolo e Matteo non si erano rivolti la parola…
troppo arrabbiati con il destino, troppo occupati a combattere con i sensi di
colpa e con i rimorsi per accorgersi della loro amicizia. Poi per fortuna tutto
era cambiato!
Paolo aveva avuto il coraggio di presentarsi alla segheria per rimpiazzare
un uomo che si era trasferito e aveva avuto il lavoro. Stare a stretto contatto li
aveva aiutati a ritrovare la loro vecchia amicizia e il loro legame si era rafforzato, anche se la morte di Tiziano era rimasta un argomento tabù.
Paolo si morse il labbro inferiore, era venuto meno al loro patto, portando
inevitabilmente il discorso sulla scomparsa di Tiziano.
“Mat… mi dispiace… veramente non volevo, lo sai che sto male anch’io e..!”
“Ah… tu stai male! Ma che cazzo dici! È morto mio padre, mica il tuo…
come puoi star male!” il volto di Matteo era rosso di rabbia e i suoi occhi colmi
di lacrime.
La ragnatela
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Paolo non voleva mettersi a litigare, ma mantenere la calma non era il suo
forte.
“Lo sai io c’ero… credi sia stato bello vedere tuo padre precipitare in quel
burrone? Non avremmo dovuto essere là… mi sentivo colpevole, non avrei
dovuto portarlo in quel maledetto posto!”
“Paolo, ma ti rendi conto di quello che stai dicendo?! Tu vuoi mettere i tuoi
sensi di colpa a confronto con il mio dolore?!” Matteo continuò a sfogarsi, sentiva
il cuore martellargli forte e un dolore acuto provenirgli dal petto.
“Prendertela con me non riporterà in vita tuo padre!”
“Ma mi fa sentire un po’ meglio” disse abbassando il tono della voce e chinando
la testa.
“Mat, ascolta… non voglio litigare con te e mi dispiace di averti fatto tornare in mente questa brutta storia”
“No, Paolo, tu non me l’hai fatta tornare in mente. Vedi questa storia è sempre
qui” disse indicandosi la testa “Ci penso sempre, per me è diventata un chiodo fisso, non riesco a trovare una spiegazione plausibile. Perché siete andati
là? Perché vi siete divisi? Come ha fatto mio padre, così abile ed esperto, ad
inciampare? Dimmelo tu, perché io non trovo risposte!”
“Non lo so, amico… non lo so. Forse non trovi risposte perché non ce ne
sono… forse è stato solo un brutto scherzo del destino”
“Sarà, ma credo che non troverò pace finché non avrò delle risposte”
“D’accordo, ma ora cerchiamo di non pensarci.” Paolo si voltò e frugò nel
suo cestino da picnic “Panino al formaggio?”
Matteo fece segno di no con la testa. “Panino al prosciutto” rispose sorridendo.
La casa di Matteo non era altro che una delle tante baite che sorgevano
sulle chine prative del monte, adattata come residenza. La parte bassa era
in muratura, mentre quella superiore era in legno ed era la zona che prima
fungeva da stalla o da magazzino per il fieno; il tetto era ricoperto di assicelle
rettangolari tenute ferme da sassi. I vasi di gerani davano un aspetto più allegro alla facciata della casa che, però, non si poteva certo paragonare alle
splendide villette che le sorgevano intorno. Nel retro della casa c’era un piccolo orto che la madre di Matteo aveva sempre tenuto con cura, almeno finché
le sue condizione non erano peggiorate; ora l’orto era quasi abbandonato,
l’erba selvatica cresceva accanto alla lattuga e le margherite accanto ai girasoli.
Matteo scese al volo dal camioncino che ogni pomeriggio, alle cinque e mezza,
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Francesca Faramondi
li riportava a casa; fece un segno con la mano all’autista che ripartì verso la
sua ultima tappa: Terzolas.
“Vieni Mat ti offro qualcosa… un caffé, un grappino?!” Paolo era sempre
molto premuroso, sapeva che Matteo odiava tornare a casa e trovarsi in mezzo alla miseria, ad osservare sua madre spegnersi pian piano.
“No, grazie, oggi vado un po’ prima… sai per domani l’albergatore ha organizzato una gita al Corvo e credo che andrò con loro, ma devo arrivare prima se voglio trovare un posto libero!”
“Allora domani mi annoierò tremendamente!” sbuffò Paolo incrociando
le braccia come un bambino capriccioso.
“Dai non fare così… se proprio insisti vengo, ma una cosa veloce, non voglio
che mia madre rimanga troppo sola!”
“È capitato ancora?” domandò Paolo, mentre si dirigevano verso la sua
villetta che sorgeva poco lontana dalla casa di Matteo.
“Sì, purtroppo. L’altro ieri la signora Noemi l’ha riportata a casa… l’aveva
trovata che mungeva le vacche di suo marito. Naturalmente l’ha assecondata,
le ha offerto un caffé e poi l’ha riaccompagnata a casa. Ero molto preoccupato!”
“Immagino. Vieni siediti… grappa o caffé?” disse andando verso la cucina.
“Grappa al mirtillo, se ce l’hai!” rispose Matteo sedendosi sul divano.
“E grappa al mirtillo sia!”
La casa di Paolo era molto più grande della sua e Matteo si chiese come
riuscisse a pagare tutto con il solo stipendio di lavoratore alla segheria… evidentemente non si sentiva poi così a disagio a chiedere i soldi al padre!
Il padre di Paolo, Alessandro, era uno dei proprietari delle terme di Rabbi:
suo padre, il nonno di Paolo, aveva aperto quelle terme per fare un piacere
all’imperatrice d’Austria, amante di quella valle e dell’acqua salmastra che sgorgava
dalle rocce. L’elisir di Rabbi, così venivano pubblicizzate le acque delle terme
e così il nonno di Paolo era diventato ricco. Il figlio Alessandro aveva preso il
suo posto, le aveva ristrutturate e fatte rinascere dopo le due guerre mondiali
ed era diventato ancora più ricco. Paolo, però, non aveva voluto seguire le orme
del padre e aveva lasciato il tutto a sua sorella Sara.
“Mat, perché non la fai ricoverare subito… ti presterei io i soldi!” Paolo era
serissimo, ma Matteo scosse la testa.
“Mia madre non vuole sentirsi in debito con nessuno e, anche se a malincuore, devo accettare questa sua volontà! Troverò presto i soldi e andrò via
da questa valle, via da questa regione… via dall’Italia!”
La ragnatela
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“Dove vorresti andare?! E poi perché?”
“Andrò a Londra… qui non ho troppe possibilità di diventare qualcuno e
poi ci sono troppe cose che mi ricordano mio padre!” Matteo scolò il bicchiere e lo poggiò sul tavolino di vetro smerigliato che aveva davanti.
“Ma perché lasciare l’Italia?”
“Non lo so… voglio andarmene… ho sempre amato l’Inghilterra e parlo
un ottimo inglese… avrei più occasioni laggiù!”
“Allora spero che troverai tardi i soldi… mi mancheresti!”
Matteo cinse le spalle dell’amico con un abbraccio e gli sorrise.
“Ora vado! Grazie per la grappa!”
“Di niente, ci vediamo domani!” Paolo lo salutò dalla soglia della sua abitazione.
“Ci vediamo dopodomani!” lo corresse Matteo accelerando il passo.
Quando entrò in casa, l’odore di chiuso e di stantio lo colpì come uno schiaffo
in pieno volto; le stanze erano avvolte nella penombra e sembravano disabitate.
“Mamma!” il suo tono di voce era tra lo spaventato e il disperato.
Una sedia della cucina era rovesciata e il lavello era pieno di piatti sporchi.
“Mamma dove sei?” Matteo accese la luce, fece un giro della casa, ma niente…
sua madre sembrava sparita… decise di andare a vedere all’orto e… sua madre era là, stava strappando le erbacce.
Delia si voltò per un attimo, guardò Matteo, poi tornò al suo lavoro.
“Mio marito non c’è, giovanotto, dovrebbe tornare tra poco… se è per il
fatto della casa non si preoccupi… ce ne andremo martedì”
Delia guardò un’altra volta quel giovane: era sicura di non conoscerlo eppure… forse avrebbe dovuto? Aveva un vuoto di memoria, forse lo aveva semplicemente già visto da qualche altra parte: una volta tornato suo marito avrebbe
chiarito lui tutto. Delia guardò l’orologio: suo marito e suo figlio avrebbero dovuto
essere qui già da una decina di minuti; alzò lo sguardo verso i monti… era l’ultima
volta che li vedeva. L’indomani sarebbero partiti per cercare fortuna in Toscana.
“Mi scusi” il medico aveva detto a Matteo che era meglio assecondarla quando
viveva nei suoi flash back, sarebbe stato inutile e pericoloso insistere sul fatto
che si trovava in un’altra epoca “Posso aspettare suo marito e suo figlio in casa?”
Delia sorrise, quel giovane le ispirava fiducia: aveva un sorriso accattivante
e uno sguardo furtivo e sbarazzino; gli occhi erano marrone chiaro con i riflessi che andavano dal verde all’ambra, aveva i capelli corti e biondi, e il pizzetto
lo rendeva davvero affascinante. Aveva un tatuaggio a forma di croce sul col-
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Francesca Faramondi
lo. Delia lo fissò a lungo… quel tatuaggio lo aveva già visto, ma dove… la croce
era semplice, leggermente rotondeggiante… quella croce… quel tatuaggio…
“Mat… entriamo in casa devo parlarti!”
Matteo non si stupì più di tanto, era abituato a questi improvvisi cambiamenti… finalmente era tornata al presente!
“Matteo… voglio proprio sapere quando ti sei fatto quel tatuaggio, non credo
che tuo padre sarà molto contento… è così che buttiamo via i soldi e poi togliti quell’orecchino!”
Matteo chinò il capo… sua madre non era ancora perfettamente lucida,
quel tatuaggio lo aveva fatto dopo la morte di suo padre… per ricordarlo…
Era triste sapere che molte volte sua madre si sarebbe illusa sul ritorno di Tiziano…
le faceva pena, ma non voleva rovinare i suoi sogni.
“Ascoltami mamma… volevo parlarti…” Matteo non sapeva come introdurre il discorso, avrebbe voluto dirle del ricovero e del trasferimento, ma come
poteva parlarle del futuro se lei era nel passato?!
“Vuoi parlarmi del ricovero, vero?” sua madre lo stupì, ora era al presente
e sembrava non rendersi conto dei viaggi precedenti nel tempo andato.
“Sì, mamma ascoltami bene… alla fine del mese partiremo; voglio andare in Inghilterra, a Londra… un mio caro amico mi ha assicurato che suo zio
lavora là come medico in una clinica privata… vorrei che tu andassi là”
“E io vorrei rimanere” supplicò Delia “Vedi ormai sono vecchia, tuo padre è morto e tu tra poco te ne andrai per formarti una famiglia tutta tua”
“Ma, mamma…”
“Zitto, fammi finire! So che sono malata, so che l’Alzheimer può solo peggiorare e so anche che purtroppo io non sono capace di provvedere da sola a
me stessa, ma questo non è un problema. Tra poco morirò… è questione di
poco e io non voglio lasciare i miei monti.” Delia prese fiato, ma Matteo non
ebbe il coraggio di interromperla: sua madre era lucida, stava facendo un discorso serissimo e lui aveva voglia di ascoltare la sua voce. “Io sono cresciuta
tra queste montagne, sono parte di me… mia madre era una contadina e mio
padre allevava bovini da latte. Ho passato la mia fanciullezza a correre per questi
boschi, a mangiare i frutti che mi offriva questa terra… non voglio andare via!
Ci ho provato una volta seguendo tuo padre… ma siamo tornati; sono una
montanara… nessuno può tenermi lontano dalle montagne. E poi non voglio
nemmeno lasciare questa casa… ce la regalò tuo nonno… era una semplice
stalla, ma guarda… tuo padre l’ha trasformata.”
Matteo annuì, neanche lui avrebbe voluto abbandonare la sua casa, era
cresciuto tra quei mobili, aveva segnato sul muro la sua altezza man mano che
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si alzava… aveva visto milioni di tramonti dal suo balconcino e aveva contato
tante volte le stelle da sopra il tetto.
“Mat, tu devi andare… non devi preoccuparti… io voglio morire qui, nel
mio paese, voglio continuare a sedermi su quella vecchia poltrona che tanto
piaceva a tuo padre, voglio continuare a mangiare su quel tavolino, al cui spigolo, da piccolo, sbattesti la testa… voglio lasciarmi accarezzare dal vento su
quella mansarda dove Paolo ci annunciò la morte di Tiziano… cerca di capirmi, figliolo.”
Matteo guardò a lungo sua madre: i capelli che un tempo erano stati color
oro, ora erano di un bianco opaco; i suoi occhi sempre così vivi erano sempre
più spesso persi e vacui… il portamento fiero era quello di un tempo, ma la
sua anima si stava pian piano spegnendo.
“Ascolta mamma io ti capisco ma… non potrei mai partire sapendoti sola
ad affrontare inverni rigidi e a badare alla casa. Voglio che tu venga con me a
Londra… ti prego, pensaci bene”
“No, io rimarrò qua!” La decisione era stata presa, Delia non avrebbe mai
cambiato idea; Matteo cercò di controbattere aggiungendo qualcosa, ma lei
lo fermò con un gesto della mano.
“Non pensarci più” gli sorrise “E poi vatti a togliere l’orecchino, che tra poco
tuo padre sarà di ritorno e sai che lui odia quelle cose” concluse, andando a
preparare la cena per una persona di troppo.
Quando Matteo era uscito per andare a lavorare, aveva detto a sua madre di non preparargli la cena: lui avrebbe mangiato dopo, in albergo, insieme agli altri camerieri… era inutile preparare tanta roba per una persona sola.
Sua madre, però, era stata irremovibile: Tiziano aveva sempre fame quando
tornava tardi dal lavoro! E così Matteo se n’era andato in silenzio, sapendo che
la sera quando sarebbe rincasato, avrebbe trovato sul tavolo lo spezzatino freddo
che suo padre non aveva mangiato…
Matteo si passò una mano sulla fronte… voleva cercare di dimenticare i
problemi di sua madre e le angosce che avrebbe dovuto provare, aspettando
invano il ritorno di un fantasma. Suo padre era stato la persona che aveva tenuto in mano tutto, lavorava, pagava gli studi del figlio e si occupava dei conti
di casa, finché c’era stato lui tutto era stato facile. Ma, dopo la sua morte, Matteo
si era trovato ad affrontare una situazione per lui inaccettabile: aveva dovuto
trovare non uno, ma due lavori, per poter aiutare sua madre malata.
Per Matteo, Tiziano, era tutto… un padre affettuoso, un compagno di giochi e un amico sincero… era una persona davvero speciale. Quante volte po-
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Francesca Faramondi
chi giorni dopo la sua morte, Matteo si era aspettato di vederlo sbucare all’improvviso, con quel suo grande sorriso, da dietro un cespuglio. “È stato solo uno
scherzo” gridava nei suoi sogni… e le lacrime di disperazione si trasformavano in lacrime di gioia.
Era incredibile come gli mancassero le piccole cose di ogni giorno: le manate affettuose sulle spalle, le escursioni in montagna, le domeniche passate a
pescare, i suoi grandi occhi castani, le rughe che gli si formavano vicino ad essi
quando rideva, le chiacchierate di sera quando tutti dormivano, ma soprattutto gli mancava il grande amore che Tiziano sapeva dargli.
Matteo guardò il campo di calcio al di là del fiume. Quante volte era stato
lì con suo padre, d’estate davano quattro calci al pallone, mentre d’inverno si
divertivano a pattinare; dopo, stanchi si sedevano su una panchina e parlavano… di tutto: dell’amore, della vita, della mamma e del lavoro… parlavano della loro avventura a Siena e del rimpianto per aver fallito; osservavano
le montagne che tanto amavano e quando la grande arancia arrossava il cielo e i pochi lampioni si accendevano uno ad uno, si incamminavano verso casa.
Matteo sapeva che avrebbe sempre ricordato suo padre, avrebbe ricordato i suoi difetti, il suo modo buffo di mangiare le pesche o il vizio che aveva di
tamburellare con le dita sui denti quando era nervoso, ma era preoccupato
per sua madre.
Prima o poi avrebbe dimenticato tutto, avrebbe scordato i bei momenti vissuti
con Tiziano e Matteo non voleva… purtroppo sapeva che non poteva fermare il degenerare della malattia e non poteva evitare le sue amnesie.
Matteo smise di pensarci, non voleva essere triste al lavoro, era convinto
che per fare il cameriere la cosa fondamentale fosse saper sorridere.
Entrò quasi correndo nell’albergo e si diresse ai piani inferiori dove i camerieri potevano cambiare divisa. All’entrata non aveva incontrato nessuno,
evidentemente erano già tutti pronti.
“Ciao Mat” le sorrise una giovane donna, che stava salendo le scale; era
Lorena una cameriera che, proprio come lui, lavorava solo la sera: aveva i
capelli castani, di media lunghezza, tenuti fermi da un elastico bianco, i suoi
occhi erano verdi e la sua bocca rosa ora era aperta in un cordiale sorriso.
Indossava già la divisa dell’albergo. Le donne portavano una gonna nera e
stretta che arrivava al ginocchio, una camicia bianca con i polsini azzurri con
fiorellini fuxia, che riprendevano il motivo del gilet; le scarpe erano nere, con
il tacco basso e Lorena indossava delle calze in microfibra color carne. Gli
uomini vestivano con pantaloni neri di fustagno, mocassini scuri e una camicia azzurra chiara con minuscoli quadratini che sfumavano dal blu al bianco.
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“Ciao Lorena… sei in anticipo” disse Matteo guardando l’orologio.
“No, veramente sei tu che sei in ritardo… non ricordi che stasera c’è la festa danzante e perciò alle sette serviamo l’aperitivo?”
“È vero, me ne ero proprio dimenticato… vabbè comunque vedo che ve
la siete cavata bene anche senza di me. Ora vado a cambiarmi, ci vediamo
dopo” rispose Matteo scendendo le scale, poi si fermò all’improvviso “Senti
Lorena… secondo te verrà stasera?”
Lorena si girò e lo fissò, poi sorridendo disse “Sì credo che verrà, comunque muoviti e raggiungimi, devo dirti una cosa importante!”
Matteo annuì. Si cambiò il più velocemente possibile e dopo cinque minuti era seduto in cucina con Lorena a parlare: avevano ancora una decina
di minuti prima che Gabriella annunciasse che la cena era pronta.
“Di che volevi parlarmi?”
“Ho due notizie… una bella e una brutta, quale vuoi per prima?”
“Dammi prima la bella” disse Matteo accomodandosi per bene sulla sedia.
“È arrivata in albergo una persona che fa proprio per te” vedendo che Matteo
era interessato, Lorena continuò “Si chiama Kimberly Aldrich ed è americana; è una fotografa e resterà qui per due settimane!”
“E fisicamente com’è?”
“Come vuoi che sia… è carina, ha i capelli biondi e ricci, gli occhi azzurri e
un fisico d’atleta. A quanto ne so, ha fatto la nuotatrice per diversi anni ed era
anche brava!”
Matteo incrociò le braccia e assunse un’aria pensante… poi scrollò la testa.
“Che c’è?” domandò Lorena.
“Mi aspettavo di più da una pettegola come te… le informazioni sono davvero
poche!”
Matteo conosceva Lorena praticamente da sempre… erano stati sempre
molto amici e lui aveva sempre invidiato il suo modo di ottenere informazioni
senza farsene accorgere.
“Avresti una carriera nei servizi segreti” le aveva detto una volta scherzando, ma lei lo aveva preso molto sul serio. Aveva provato a lavorare come agente
investigativo, ma alla fine si era resa conto che non era il lavoro adatto per lei.
Lorena voleva solo spettegolare ed essere una cameriera le offriva una buona opportunità.
“Ingrato!” finse di infuriarsi, poi sorrise maliziosa “Comunque so altre
cose… suo padre è ricco e anche sua madre. È in rotta con il suo ragazzo,
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Francesca Faramondi
ha due fratelli… adora gli animali e tifa per i New York Yenkees. Poi vediamo cos’altro posso dirti… veste elegante, e, come ti ho detto, ama lo sport,
le piace camminare e si diverte a stare in mezzo alla natura. È arrivata oggi
verso le cinque, aveva due grosse valige e la sua camera è la ventiquattro.
Neanche uno della CIA ti avrebbe detto così tante cose, dopo solo due ore
di lavoro! Comunque, se devo essere sincera con te devo dirti che lei sarebbe la tua ragazza ideale!”
“Sì, forse un po’ troppo… non è che dopo quando la conosco scopro che
è racchia e antipatica?”
Lorena sorrise, ma all’improvviso si rabbuiò.
“Devo darti la brutta”
“È successo ancora?” anche Matteo tornò serio.
“Sì, purtroppo… altri dieci esemplari di cervi adulti sono stati trovati morti… la causa come per gli altri casi, non è chiara.”
“E la zona?”
“Sempre verso il Dorigoni.”
Matteo chiuse gli occhi: quel posto lo perseguitava, era proprio lì che suo
padre era morto e ora… come tutte le estati in questo periodo venivano trovati ogni settimana dieci cervi morti. Sembrava non esserci nessuna spiegazione plausibile. Non c’erano segni di pallottole o tagli di coltello… quelle bestie erano semplicemente morte. come… di vecchiaia: peccato che fossero gli
esemplari più belli, sani e giovani.
“Chi te l’ha detto?”
“Stefano, il guardiacaccia… quelli del parco naturale si trovano in un bel
guaio; se la cosa continua così tra tre estati non avremo più cervi in grado di
riprodursi!”
“Ma… hanno dato l’allarme?”
“Sì… hanno aumentato le pattuglie in quella zona, specialmente di sabato, che è il giorno in cui avvengono le morti, ma non hanno mai scoperto niente…
non sanno chi o cosa cercare!”
“Forse è solo un’epidemia” ipotizzò Matteo.
“È escluso, altrimenti sarebbero morti in grandi quantità i cuccioli e gli esemplari
vecchi!”
Matteo annuì, Lorena aveva ragione. Nel tempo libero avrebbe dato una
mano alle guardie forestali, avrebbe chiesto aiuto anche a Paolo e forse sarebbe riuscito a capirci qualcosa.
“Signori, è pronto in tavola” la voce di Gabriella lo riportò alla realtà. Nella cucina aleggiava un odore di gnocchetti al burro fuso e di vitello tonnato, e
La ragnatela
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sul tavolo si stava raffreddando lo strudel.
Il calore dei forni era diventato insopportabile e Matteo si accorse di avere
un gran caldo.
“Io mi prendo la parte destra, vicino alla finestra!” disse, voltandosi verso
gli altri: erano otto in tutto e dovevano gestirsi tra loro una sala da pranzo davvero enorme.
I tavoli erano di legno chiaro ed erano disposti per accontentare il maggior
numero di clienti; alcuni erano fissi e da un lato, al posto delle sedie, avevano
un comodo divanetto; altri erano spostabili e si trovavano sparsi in modo ordinato per il resto del locale. Alcuni tavoli erano divisi da un separè, che fungeva anche da comoda mensola per dei bei vasi di fiori. Le finestre erano grandi
e coperte da tende bianche decorate con motivi prettamente tirolesi.
“Matteo, prendi!” Irma la cuoca porse al giovane cameriere il vassoio del
primo. Matteo se lo accomodò sul braccio e uscì dalla cucina; stava ancora pensando
ai cervi, quando la vide.
Era seduta proprio a uno dei tavoli che doveva servire, indossava jeans neri
e un top azzurro, il giacchettino del medesimo colore era posato sulla sedia vuota
accanto a lei; stava leggendo un opuscolo informativo sul Trentino, mentre sorseggiava
un bicchiere di vino bianco.
Matteo si avvicinò sorridendo, aveva una gran voglia di conoscerla, era davvero
carina, ma non voleva sembrare uno stupido.
“Gnocchetti, signorina.”
Kim guardò la portata, sorrise al giovane cameriere e annuì.
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Francesca Faramondi
Capitolo tre
Kim decise allegramente di concedersi un piatto di gnocchi. Il profumo del
burro fuso era davvero invitante e Kim non esitò nel saggiare quella delizia.
Dopo aver svuotato il piatto riprese la sua lettura: “Trentino, rigenerarsi secondo
natura”, così s’intitolava l’opuscolo informativo che aveva trovato all’ingresso dell’albergo. Kim aveva proprio bisogno di rigenerarsi, di ritrovare se stessa e non vedeva l’ora di cominciare: era stata subito affascinata dai laghi e dalle
loro leggende. A chi non sarebbe piaciuto andare a vedere il Lago di Tovel, o
Lago Rosso, le cui acque si tingevano color sangue, in ricordo della sfortunata
battaglia combattuta dai soldati della regina Tresénga per difendere il suo regno dai nemici? O il Lago di Toblino, nelle cui acque andrebbero ancora vagando i fantasmi di due giovani innamorati fatti uccidere per gelosia?
Kim era veramente indecisa… aveva voglia di vedere quei posti magici, di fotografarli
e di carpire il loro mistero, ma non sapeva proprio da dove cominciare!
“Mi scusi?!” disse il cameriere levandole il piatto.
“Oh, non si preoccupi” sorrise Kim, facendo spazio con le braccia “A proposito, forse lei può aiutarmi… sono rimasta affascinata dai laghi e dalle leggende legate ad essi… può consigliarmi su quale vedere per primo?”
“Lei è fortunata! L’albergo ha organizzato per domani una gita al Lago Corvo…
forse potrebbe cominciare da questo!”
“E lei verrebbe…” disse sforzandosi di ricordare un nome che neanche sapeva.
“Matteo… Mat per gli amici e di solito mi danno del tu”
“Okay, Mat” sorrise Kim “Tu verresti e mi racconteresti la sua leggenda?”
“Certo ne sarò onorato… allora lei vuole venire signorina…”
“Kimberly, ma gli amici mi chiamano Kim e mi danno del tu!”
Kim e Mat cominciarono a ridere.
“Okay Kim, allora vieni con il primo o con il secondo turno?”
Kim lo guardò come per dire “Fai tu” e Matteo non si lasciò sfuggire quest’occasione.
“Facciamo il secondo turno, così verrò con te… e, a proposito, posso invitarti a ballare stasera!”
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Kim lo guardò di sbieco, poi facendo finta di essere offesa disse: “Sono stanca
per il lungo viaggio, ci conosciamo appena e tu m’inviti a ballare?”
Matteo rimase deluso, chinò lo sguardo e sospirò… Kim sorrise, c’era cascato in pieno!
“Ma certo che ballo!” lo sorprese.
“Mi hai fatto prendere un colpo, prima tutta gentile e poi l’offesa per nulla!”
“Conoscendomi capirai che io non mi offendo mai”
“Allora che ne dici di parlare invece che di ballare?”
“E tu che ne dici di continuare a servire i tavoli?” intervenne Lorena, dandogli un pizzicotto.
“Sì, arrivo… allora?”
“D’accordo ci sto… ma vai, altrimenti ti licenziano!”
Matteo sorrise e tornò in cucina, mentre Kim deliziata lo osservava. Era un
ragazzo davvero carino e simpatico e forse sarebbe potuto diventare quell’amico
che Rhys le aveva detto di cercare. Gli era piaciuto subito, con quel suo modo
di fare così dolce eppure anche un po’ grossolano; sicuramente non sarebbe
mai andato a genio ai suoi genitori… era troppo semplice, senza interessi, ma
con una gran voglia di vivere la vita così… giorno per giorno. Kim si guardò
intorno con la speranza di intravederlo intento a servire un altro tavolo e fu allora che scorse… la persona più ambigua della sala, era davvero strano che
lo avesse notato solo adesso. Poteva sembrare un vecchio normalissimo eppure aveva qualcosa che lo rendeva diverso, strano e leggermente inquietante. Sedeva in un angolo della sala, isolato, ma sembrava a proprio agio così
come se fosse abituato a vivere in disparte, al di fuori della comunità. Indossava una camicia di flanella blu a righe, un maglione beige con il collo a “V”,
pantaloni di cotone neri e una mantellina blu notte. Kim si accomodò meglio
sulla sedia per poterlo osservare senza farsi notare. I capelli erano corti, grigio
topo, con tenui striature bianche; la barba e i baffi radi erano nivei. La bocca
sottile e rosata si confondeva tra la pelle marmorea; il naso era adunco rendeva il profilo leggermente allungato, gli occhi erano incavati, circondati dal nero
dell’occhiaie, color ghiaccio, vitrei, senza espressione, come se non potessero
dimostrare alcuna emozione; era esile e leggermente gobbo, ed ora con mano
tremante si stava avvicinando il bicchiere alla bocca. A un tratto si fermò e si
guardò intorno sospettoso, come se capisse che qualcuno lo stava osservando, si girò nella sua direzione e Kim non poté fare a meno di voltare la testa e
fissare il piatto, ma lui le sorrise e Kim se n’accorse. Un brivido le percorse tutta la schiena… quel suo ghigno l’aveva terrorizzata.
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Francesca Faramondi
“Kim, vitello tonnato?”
La voce di Matteo la fece letteralmente sobbalzare dalla paura.
“Ehi, Kim, tutto a posto?” chiese Matteo preoccupato e, quando vide che
Kim gli faceva segno di avvicinarsi, lui si chinò.
“Stavo fissando quel tizio in fondo… no, non ti girare” disse afferrandolo
per un braccio “E lui mi ha sorriso e ti giuro ho avuto paura… quell’uomo mi
terrorizza e non so nemmeno perché.”
“Senti, Kim se non vuoi che mi giri, dimmi almeno com’è!”
“Siede in disparte. È un vecchio, pallido…”
“Con una mantellina scura” concluse Matteo “Quello è Claus!”
“Claus?!”
“Ma sì… come Claus Kinski il famoso attore… qui lo chiamiamo così perché sembra un vampiro.”
“Mat non dire così… ti ho già detto che mi fa paura.”
“Non devi preoccuparti… è innocuo, non ha mai fatto male a una mosca.
Viene qua mangia e se ne va… ogni sera.”
“Sai m’incuriosisce, voglio sapere più cose su di lui!”
“D’accordo… facciamo così… finita la cena mi raggiungi al gazebo qua fuori…
parliamo di lui, di me e di te… ci conosciamo e…”
“E poi si vedrà” disse Kim ammiccando.
Matteo la servì e poi la lasciò di nuovo sola; Kim si voltò di nuovo verso il
vecchio: Claus, come lo chiamava Matteo, era intento a mangiare, sembrava
davvero un uomo tranquillo eppure…
“Smettila Kim a cosa vai a pensare… i vampiri non esistono!” si disse addentando la carne.
L’aria era frizzante e Kim decise di appoggiarsi sulle spalle il suo giacchettino
azzuro. Mentre cenava, il sole aveva cominciato a scendere lungo le cime dove
il ghiaccio è perenne e in pochi minuti l’oscurità aveva avvolto le montagne. La
notte era chiara, limpida, la luna sembrava uno splendido specchio argentato
e le stelle tanti piccoli occhi che, silenziosi, rassicuravano il cammino sugli impervi
sentieri. Piccole figure contorte si distinguevano nella parte bassa delle montagne, tutto poi diveniva scuro, un tutt’uno con il cielo… solo le cime innevate risplendevano come torce di diamanti. Kim sospirò e guardò il suo fiato farsi fumo.
“Scusa se ti ho fatto aspettare!” Matteo si avvicinò e si sedette accanto a
Kim sorridendole.
“Oh non ti preoccupare… è una notte stupenda vero?” disse alzando lo
sguardo al cielo.
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“Sì è vero… milioni di stelle… milioni di lacrime.”
“Come?”
“Ti piacciono le leggende e non sai questa?” Matteo la prese in giro, poi
tornò serio, era stato suo padre a raccontargli la leggenda di Isabella. Ricordava ancora tutto… aveva solo sei anni eppure tutto era vivo nella sua mente;
era la sera prima della partenza per Siena e lui stava piangendo in giardino,
con lo sguardo verso le stelle.
“Mat, perché piangi?” Tiziano gli si era seduto accanto e lo aveva guardato dritto negli occhi.
“Domani lasceremo la casa, le montagne e io non voglio” aveva pianto a
lungo quella sera, ma una volta davanti a suo padre aveva cercato di essere
forte.
“Matteo guarda il cielo… le vedi le stelle? Quelle sono lacrime” gli aveva
detto e lui, con la bocca aperta, aveva ascoltato avidamente la bellissima storia di Isabella… ed ora per la prima volta l’avrebbe raccontata.
Kim lo guardò in silenzio, in attesa.
“All’inizio dei tempi viveva in un paesino tra queste montagne una bambina di nome Isabella” cominciò Matteo, assumendo l’aria da sognatore “I suoi
genitori erano in perenne contrasto con una famiglia vicina, con la quale si contendevano l’unica fonte di luce disponibile: la luna. All’inizio la rivalità era minima, ma con la nascita di Isabella le cose erano peggiorate… infatti la dea
della luna puntava tutto il suo bagliore verso il grazioso fagottino. La famiglia
rivale cominciò a escogitare degli stratagemmi per potersi liberare della bambina e tentarono perfino di ucciderla. Le cose erano diventate insopportabili!
Una sera il padre di Isabella si avvicinò alla piccola e le disse “Figliola non possiamo
più stare qui, è pericoloso… domani partiremo”. Isabella non voleva lasciare
le sue montagne e così cominciò a piangere e a piangere… la dea luna si commosse
a tal punto che trasformò le sue lacrime in stelle, così che tutti potessero godere della luce durante la notte. Isabella non partì più, le due famiglie fecero pace
e per sancirla fecero sposare i loro figli”
“È una storia davvero stupenda” ammise Kim.
Già era davvero bella, lo aveva pensato anche lui, dopo che suo padre aveva
finito di raccontarla.
“È bella papà, ma non capisco… piangendo Isabella è rimasta, perché allora io non devo fare come lei?”
Tiziano gli aveva sorriso e poi aveva indicato la volta celeste.
“Guarda Matteo… la luna non ha più bisogno di lacrime, ci sono troppe
stelle! Quindi asciuga gli occhi e di’ arrivederci alle tue montagne”
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Francesca Faramondi
“Io non voglio partire!”
“Mat, questo non è un addio. Torneremo, ma ricorda, anche se non dovessi più rivedere le tue montagne, potrai sempre vedere le stelle e pensando
a Isabella tu ti ricorderai di questi luoghi!”
Tiziano gli aveva carezzato la testa e poi, prendendolo in braccio, lo aveva
riportato dentro casa.
Aveva avuto ragione, non era stato un addio… loro erano tornati e le stelle lo stavano nuovamente illuminando.
Kim osservò il volto di Matteo farsi pensieroso… quel ragazzo era un enigma, sembrava così dolce, allegro e gentile, eppure aveva qualcosa nello sguardo
che lo rendeva sempre triste o in ansia. Come avrebbe voluto che Matteo si
confidasse con lei, voleva tanto conoscere la sua storia, sapere tutto su di lui e
sulla sua famiglia e cercare di capire perché i suoi occhi sembravano sempre
colmi di lacrime.
La mano di Matteo era adagiata sul tavolo a pochi centimetri dalla sua: Kim
la mosse lievemente, la sfiorò e poi prese ad accarezzargliela.
Matteo si voltò, fissò le loro mani intrecciate e fissò Kim. Sentiva qualcosa
nel cuore, una voglia irrefrenabile di afferrare la donna che aveva accanto e
di baciarla, ma rimase fermo ad osservarla.
A un tratto Kim strinse più forte la presa.
“Ehi… ma che…” Matteo provò a protestare, ma Kim gli fece segno di stare
zitto e di voltarsi.
Sotto la luce di un lampione si era fermato il misterioso tizio dell’albergo.
Ricurvo, sembrava osservare attentamente i due ragazzi; sorrise… anzi ghignò
e poi s’incamminò verso le terme, scomparendo tra le viuzze del paesino. Kim
e Matteo cercarono di osservarlo per un po’ lungo la sua camminata, ma non
avevano voglia di seguirlo e quindi lo guardarono semplicemente allontanarsi. Ma c’era qualcosa che non quadrava. Quel vecchio tremante e curvo, che
pareva incapace di fare tre passi di seguito, aveva un’andatura veloce come
quella di un ragazzino. I suoi passi erano brevi, ma il ritmo sostenuto, e in pochi secondi scomparve dalla loro visuale.
“Io credo che dovremmo parlare di lui” bisbigliò Kim… aveva paura, non
sapeva perché ma quell’uomo le incuteva timore.
“D’accordo come vuoi, ma credo che resterai delusa. Nessuno sa come
si chiama, paga sempre in contanti, non prenota, nessuno lo ha mai visto in
compagnia. Si dice che alloggi in un albergo poco distante da questo: l’Halpinrose.
È un vecchio professore di lettere ormai in pensione; insegnava all’Università. L’unica cosa curiosa che posso dirti di lui è che dorme di giorno e va in
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giro di notte, con un taccuino in mano, per tutta la valle”
“Ma che cosa…” Kim era incredula.
“Hai capito bene… è per questo che lo abbiamo soprannominato Claus…
si comporta come un vampiro!” disse mostrandole un sorriso diabolico per spaventarla.
“Mat!!!” urlò dandogli uno schiaffo sulla spalla.
“E dai stai calma… è solo un nome, quel tizio non ha mai fatto male a nessuno
è innocuo… anche se… adesso che mi ci fai pensare…”
“Cosa?! Dai non tenermi sulle spine!”
“Poche settimane fa una donna è stata trovata morta dissanguata!”
“Mat! Piantala… è uno scherzo cretino il tuo” disse Kim cominciando a sentirsi
offesa dalle burlate di quel cameriere.
“Scusami, ma tu me ne hai dato l’occasione, non ho mai conosciuto una
persona più fifona di te.”
Kim dovette dargli ragione, lei era una grandissima fifona, aveva paura di
tutto persino della sua ombra; anche adesso che era adulta, tutte le sere prima di andare a dormire guardava dentro l’armadio e sotto il letto, con il terrore che vi si nascondessero creature o persone malvagie pronte ad assalirla. Non
poteva guardare nemmeno un semplice giallo… la paura che un serial killer
psicopatico stesse aspettando proprio lei era sempre presente; il fatto poi di appartenere
a una famiglia ricca, non era certo rassicurante. Aveva sempre avuto, anche
da piccola, il terrore di essere rapita, di essere rinchiusa in un nascondiglio puzzolente,
senza cibo né acqua… era cresciuta con l’istinto di guardarsi sempre le spalle
e solo Rhys l’aveva in parte aiutata facendole scoprire il mondo della fotografia.
“Senti non possiamo cambiare argomento? Ma prima lascia che ti faccia
una domanda. Per caso, la Val di Rabbi si chiama così perché era una vecchia colonia ebraica?”
Matteo sorrise scuotendo la testa, mentre osservava la delusione crescere
sul volto di Kim.
“Non preoccuparti, tutti commettono quest’errore! No, Rabbi non si chiama così per gli ebrei… il suo nome deriva dalla natura del torrente che attraversa la valle; rapidus, rapido impetuoso, che rumoreggia tra i sassi.”
Kim tese l’orecchio: il gorgoglio dell’acqua era per lei una specie di ninna
nanna... la rilassava. Matteo sembrò accorgersi di tutto e continuò.
“Senti che suono pacato il torrente; ma dovresti vedere quando piove molto
forte, allora la sua voce raggela gli abitanti del fondo valle. Il silenzio della notte aumenta il loro batticuore, finché la pioggia non smette e finché tra le nuvole non si apre una speranza.”
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Kim annuì, poi sorridendo indicò un gruppo di rondini.
“Carine… non se ne vedono molte a New York”
“Stupende!” ammise Matteo “Qui le rondini intrecciano guizzi, passano radenti
alla strada, si allineano sui fili a conversare. Se ne vanno in autunno, quando
i turisti sono già spariti e quando le vette si colorano di malinconia.”
Kim rimase in silenzio ad osservare le montagne che le stavano restituendo la voglia di lottare!
“Okay, Mat, bando alle ciance… ora parlami di te!”
“Sai non sono un tipo molto interessante… comincia tu!”
Kim annuì e cominciò a raccontare al suo nuovo amico tutta la sua vita: i
litigi con i suoi genitori e con Carson, la paura che i suoi fratelli crescessero con
la smania di potere, la sua passione per la fotografia, le sue classiche giornate
da single lavoratrice e tanto altro ancora.
“…e così quando torno a casa la sera tardi, il mio gatto è l’unico essere vivente che mi accoglie, che mi fa sentire un poco amata!”
“Però… e io che pensavo che essere ricchi fosse una cosa stupenda!”
“No, per me non lo è… è solo una gabbia, una falsa campana di vetro che
dovrebbe proteggerti e invece ti fa sentire solo in trappola. La cosa più bella
per me è aver trovato la forza di andarmene, di staccarmi dalla mia famiglia
ed ora sono libera!” gioì Kim.
“Credo che sia il mio turno… ma c’è poco da dire. Faccio due lavori perché
devo aiutare mia madre che ha l’Alzheimer, sono figlio unico e adoro i cavalli.
Quando avevo sei anni ci siamo trasferiti a Castellina in Chianti, vicino Siena,
perché qualcuno aveva detto a mio padre che lì avremmo fatto tanti soldi… invece,
dopo pochi anni, abbiamo perso tutto e così siamo tornati qui… fine della storia!”
“Posso farti una domanda?”
Matteo rimase silenzioso; sapeva che Kim voleva chiedergli di suo padre,
ma non aveva voglia di parlarne. Non voleva sembrare scortese, lei in fondo
si era aperta, ma la ferita sanguinava ancora troppo per parlarne con leggerezza a una ragazza che era in fondo una sconosciuta.
Le note di un lento, provenienti dalla sala da ballo, tolsero Matteo d’impiccio.
“Vieni, andiamo a ballare!”
“Ma, Mat…” Kim provò a protestare, ma Matteo la portò di forza dentro
l’albergo.
La sala era in penombra, l’unica luce era quella che proveniva dal vicino
bar, delle coppiette erano già in pista, mentre il musicista, ciondolando la testa, andava a tempo della canzone.
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Matteo avvicinò Kim a sé e la tenne stretta, i loro volti erano praticamente
uniti, le loro labbra si sfioravano. Kim chinò la testa appoggiandola sulla spalla di Matteo, che prese ad accarezzargli i capelli. Si lasciarono cullare dalla melodia
e quando tutto tacque si separarono e, proprio come tutti, applaudirono il giovane
musicista.
Kim guardò l’orologio… era tardi, il tempo era volato.
“Ascolta Mat, io sono stanca per il viaggio, forse è meglio che vada a dormire, se vuoi che domani sia in forma per l’escursione”
Matteo le sorrise e l’aiutò a prendere la chiave.
“Allora, buonanotte!” disse Matteo.
“Senti… perché non mi hai detto niente su tuo padre?” aggiunse Kim prima di salire in camera. Matteo la guardò per un attimo, poi le diede le spalle.
“Buonanotte!”
Kim decise di tagliare per il bosco: la strada non sembrava poi tanto ripida
e lei non aveva nessuna voglia di stare con Matteo. Si era comportato davvero male la sera prima, se non aveva voglia di parlare con lei avrebbe potuto
dirglielo subito.
“Vieni, Kim, per di qua” gli aveva detto quando erano giunti a un bivio: a destra
c’era un comodo sentiero, mentre a sinistra una stradina che s’inerpicava.
“No grazie… io vado di qua. Ci vediamo su… dopotutto, anche se non te
lo ho mai detto, io sono un’esperta di montagne!”
Bugiarda… era stata davvero una grande bugiarda, lei non sapeva davvero nulla e la strada scelta si stava rivelando più difficile del previsto. L’erba
aveva fatto posto a scivolose pietre ricoperte di muschio e il pendio era diventato davvero erto.
Gli arbusti le stavano graffiando le braccia, mentre gli aghi dei rami più bassi
dei larici si impigliavano tra i suoi capelli.
A un tratto mise un piede in fallo e scivolò. Un dolore lancinante le partì
dal ginocchio e le percorse tutta la gamba. Ma bene, aveva sbattuto proprio il
ginocchio sinistro, quello che si era operata circa sei mesi prima: mancava solo
che il menisco le cedesse…
“Sai che bello restare qui senza muoversi” disse sarcasticamente Kim ad
alta voce.
Appoggiandosi all’altro ginocchio si rimise in piedi… se camminava le faceva male la gamba, ma era un dolore sopportabile. Il sudore le aveva ormai
impregnato tutta la maglietta, e grandi aloni si erano formati intorno al collo,
sulla schiena e sotto le ascelle.
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Francesca Faramondi
Kim aveva il fiato corto, avrebbe voluto gettare via il pesante zaino che aveva
sulle spalle e fermarsi a riposare, ma aveva paura… forse c’erano serpenti velenosi tra le fessure delle pietre e lei non voleva morire tra quelle montagne.
Infondendosi coraggio decise di proseguire, bevve un goccio d’acqua, si sistemò lo zaino e continuò.
Una nuvola di moscerini le ronzava intorno, mentre sempre più spesso nella
sua gola arsa sentiva il sapore salato delle gocce di sudore. Si fermò, la strada
era a pochi metri da lei, ma l’ultimo pezzo era davvero duro… tutto pietre e
rovi.
“Giuro che non lascerò mai più il sentiero” disse, mentre reggendosi a un
ramo cominciava a salire.
Oramai c’era quasi, mise un piede sulla strada, si asciugò il sudore con il
braccio e chiuse gli occhi per non rimanere abbagliata… puntò il bastone e si
fece forza…
“Oh mio Dio!” urlò ricadendo all’indietro.
Matteo l’afferrò al volo.
“Tutto bene?”
“Sì… tutto… bene… mi eri… sembrato… Claus” sussurrò chinata in due
per la stanchezza.
“Ce la fai?!”
“Sì, tanto non mancherà molto, spero”
“A dir la verità siamo a metà strada!”
Kim si lasciò cadere sopra un masso: era davvero esausta.
Il paesaggio intorno a lei era cambiato. I boschi ormai erano sotto di loro…
davanti ai loro occhi si estendevano grandi prati pieni di fiori, di cardi e di farfalle variopinte.
Le montagne, grazie al gioco di luce, ombra e foschia, sembravano vegliardi
che, con il loro sguardo severo, si assicuravano che nessuno turbasse la pace
di queste valli.
Il grido stridulo di una marmotta riecheggiò tra i monti.
“Ora rimettiamoci in marcia!”
La stradina costeggiava il costone della montagna. Sulla destra avevano
erba e massi, sulla loro sinistra un dirupo che li avrebbe ricondotti a valle. Parallela alla strada era stata montata una funivia per montacarichi.
Dopo tre quarti d’ora di cammino arrivarono al rifugio.
“Io non mi muovo da qui” affermò Kim lasciandosi cadere su una panca.
Il tiepido sole le riscaldava il volto e la fresca aria di montagna rendeva il caldo sopportabile.
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Gli altri del suo albergo erano arrivati già da un pezzo. Una giovane donna, con un bambino sempre sorridente, stava prendendo il sole. Un gruppo
di tedeschi era accanto a loro; a torso nudo ridevano, parlavano, mettendo a
posto le loro mountain bike.
“Sono venuti fin qui con le bici?”
Matteo scosse la testa. “In realtà vengono da molto più lontano… stanno
scendendo, vengono esattamente dall’altro lato di questa montagna!”
Kim non riusciva a credere alle proprie orecchie: ma come facevano, e come
avrebbero fatto a superare il tratto a strapiombo!
“Mi scusi, gli altri sono al lago?” domandò Matteo alla signora con il figlio,
che annuì.
“Grazie… Kim, andiamo!”
“Mat, sono esausta, mi fanno male i piedi e ho un dolore lancinante al ginocchio!” protestò Kim.
Matteo però l’aveva già afferrata per un braccio.
La strada non era certo facile… non c’era sentiero, ma solo sassi scivolosi
e insidiosi. Il panorama però era stupendo, c’era una pace indescrivibile e uno
stretto contatto con la natura.
“Ecco ci siamo!”
Kim guardò il lago… si era aspettata di vedere un piccolo occhio azzurroverde in un’oscura foresta, ma il lago Corvo era vasto e incuneato fra i monti
come un fiordo. Quella era una zona solitaria e selvaggia, con un gruppo di
piccoli laghi glaciali, ma aveva un fascino speciale… qualcosa che valeva la
fatica fatta per arrivarci.
“È stupendo… l’acqua è talmente chiara che posso vedere il fondo… guarda
Mat dei pesci!”
“Sì, ce né sono… ma pensa, questo lago si chiama il Corvo, perché di notte diventa nero, come il piumaggio dell’omonimo uccello e, quando scende
la nebbia, si trasforma in una prigione”
“Sarà… ma ora è stupendo!”
Kim si lasciò cullare da quel senso di libidine che sentiva… una sensazione nuova e stupenda che non aveva mai provato. Poggiò una mano su una
roccia, sfiorando un bellissimo geranio selvatico color viola porpora chiaro.
“Dimmi della leggenda”
“D’accordo. Vedi al centro del lago c’è un gorgo potentissimo causato da
una corrente che passa sotto queste rocce. La leggenda vuole che nell’antichità
questo fosse un lago tranquillo, di uno splendido color verde. Un giorno un
cacciatore spietato venne in queste montagne. Cominciando a sterminare tutta
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Francesca Faramondi
la fauna, giunse poi al lago, non c’erano più animali da uccidere e così l’uomo decise di fare un giro in barca. Arrivato al centro del lago, un enorme corvo gli volò sopra la testa. Il cacciatore non aveva mai visto un uccello così grande,
prese la mira e sparò. Il corvo fu colpito ma, non appena cadde nel lago, l’acqua si tinse di nero e un misterioso vortice risucchiò il cacciatore!”
“Sono contenta, se lo meritava!”
“Ma Kim, è una leggenda, non è successo nulla di simile!”
“Lo so… e, senti, se ieri sera ho detto qualcosa che non andava…”
Matteo la fissò negli occhi: era triste, tutta la notte aveva ripensato al modo
in cui si erano lasciati, era stato stupido ed ora voleva farsi perdonare.
“Tu non c’entri proprio niente, non potevi sapere nulla… sono stato scortese e oggi quando hai deciso di tagliare per i boschi, ho pensato che volessi
farmela pagare!”
“Infatti!” ammise Kim “Ma non sono arrabbiata, solo confusa… non riesco a capire!”
“Voglio provare a spiegarti… non volevo parlarti di mio padre, perché dopodomani
è un anno esatto che è morto!”
“Oh Mat, mi dispiace”
“Te l’ho detto… tu non potevi saperlo!”
Lo sguardo di Matteo diventò di nuovo malinconico… le risate delle altre
persone stonavano con l’alone di tristezza che sembrava circondarlo.
“Non mi devi dire niente se non vuoi!”
“No, forse è ora che mi sfoghi con qualcuno. Ho tenuto tutto dentro per
troppo tempo… devo parlarne con qualcuno e forse tu puoi aiutarmi”
“I miei amici mi hanno sempre assicurato che sono una capace di ascoltare”
“Sai, mio padre era un uomo meraviglioso, certo un po’ severo, ma fantastico. Era una guardia forestale e adorava il suo lavoro. È morto precipitando
in un dirupo. Sai, l’ultima mattina che l’ho visto, non credo di avergli detto nemmeno…
ciao papà…”
43
La ragnatela
Capitolo quattro
Tiziano finì di abbottonarsi la giacca, si girò il colletto e sistemò meglio il
cappello. Si guardò ancora per un momento nello specchio… aveva l’aria affaticata e assonnata. Erano notti che non riusciva a dormire bene e i cerchi che
aveva sotto gli occhi ne erano la prova. Nonostante tutto, lo specchio gli rimandava
ancora l’immagine di un uomo giovane, robusto e temprato dalle intemperie.
Gli occhi erano piccoli e castani e sembravano sempre socchiusi in una smorfia; la fronte alta e spaziosa, i capelli, dello stesso colore degli occhi, erano corti e si attorcigliavano in buffi riccioli vicino alle orecchie; il volto era quello di
un simpaticone, di un uomo che nessuno poteva immaginare arrabbiato. Tiziano
cominciò a fare delle facce strane, boccacce, come in un film muto… poi, improvvisamente tornò serio. Sapeva che sarebbe stato pericoloso, ma doveva
farlo… in quest’ultima settimana non aveva fatto altro che prepararsi ed ora
era giunto il momento: doveva andare fino in fondo.
Lo specchio stavolta gli rimandò l’immagine di un uomo stanco, ansioso e
preoccupato. Anche la moglie se n’accorse: la sua immagine si affiancò a quella
di Tiziano, una mano si posò sulla spalla.
“Che cos’hai… sembri in pena per qualcosa!”
Tiziano guardò la moglie… sapevano entrambi che lei era malata, ma per fortuna
le cose non erano ancora cambiate di molto; certe volte lei si dimenticava piccole
cose, ma nel contesto era ancora tutto perfetto: tutti e due, però, sapevano che
con il passare del tempo le cose sarebbero peggiorate e inevitabilmente!
Tiziano era contento d’avere ancora del tempo per stare con Delia… solo
lei sapeva capirlo, solo lei sapeva ascoltarlo. La loro era stata una storia d’amore
semplice, come ce ne sono tante… niente colpi di scena, niente ex gelosi e niente
genitori contrari. C’erano sempre stati solo loro due. Si conoscevano da quando
erano bambini e all’inizio si erano detestati; per lui, lei era troppo civetta e per
lei, lui era troppo scontroso. Poi erano cresciuti e si erano accorti di amarsi. Era
stato Tiziano a fare il primo passo, poi tutto era venuto da sé… avevano avuto una vita perfetta, un figlio meraviglioso e si erano amati tantissimo. Eppure
tra poco sarebbero stati divisi dalla memoria.
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te”
Francesca Faramondi
“Delia, amore, è vero sono preoccupato, ma per ora non voglio dirti nien-
“Perché?! Posso ancora capire, non sono ancora una vecchia rincoglionita!”
“Ascolta… tu non sei vecchia e né tanto meno stupida, sei la donna più
bella, più dolce e più intelligente del mondo, ma voglio proteggerti…” Tiziano
guardò sua moglie negli occhi… non sembrava convinta, ma lui non voleva
metterla in pericolo.
“Facciamo così, ne parliamo stasera!” Delia socchiuse gli occhi e chinò la
testa.
“Perché ho il presentimento che non ci sarà questa sera per noi?” in realtà
erano giorni che Delia viveva con la sensazione che stava accadendo qualcosa al marito, ma non aveva voluto dirgli niente. Tiziano era un uomo orgoglioso e lei non voleva certo distruggere questo suo onore; lui non avrebbe mai
accettato il suo aiuto, questo lo sapeva, ma voleva tentare… aveva solo paura, non voleva perderlo. Un senso d’inquietudine le opprimeva il petto, le tremavano le gambe e non riusciva a parlare, sentiva che se Tiziano fosse uscito
da quella porta non lo avrebbe più rivisto.
“Non c’è niente che possa fare per fermarti, vero?”
Tiziano annuì, voleva andare fino in fondo, voleva conoscere la verità, anche
se questo significava mettere a rischio la sua vita.
Delia gli sorrise, aveva sempre amato quel suo lato avventuriero e temerario; quante volte era stata in piedi la notte sapendo che lui era su qualche
sperduta cima innevata, e quante volte era stata con lui in ospedale, quando
scivolando dalle pareti si rompeva una gamba… Nonostante tutto erano stati
sempre insieme: tranne questa volta.
Delia non era arrabbiata con lui, non lo considerava un uomo senza cuore, sapeva che non lo faceva per farla soffrire, ma solo perché era avido di verità; sapeva quanto lui le voleva bene e quanto bene voleva a Matteo. L’unica volta che aveva visto Tiziano piangere dalla rabbia e dall’impotenza, era
stato quando Matteo aveva rischiato di morire a causa di una brutta influenza… suo figlio era tutto per lui!
“Allora… io vado” bisbigliò Tiziano, afferrando il fucile e il distintivo di guardia
forestale.
“Non passi a salutare Mat?” Delia sapeva che ne aveva una gran voglia,
ma sapeva anche che mai si sarebbe mostrato debole di fronte a suo figlio.
Tiziano scosse la testa. La chiacchierata che avevano fatto la sera prima,
sull’amore e sul calcio, sarebbe stato il suo saluto, ora doveva proprio andare.
La ragnatela
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La bottega artigianale ancora profumava di trucioli di legno d’abete, di ferro
pronto per essere fuso e di rame che aspettava di essere battuto e cesellato.
Appesi alle pareti c’erano graziosi piatti dipinti a mano, una serie d’utensili da
cucina e diversi quadretti che riportavano vecchi detti di saggi indiani. Vicino
alla porta, sulla parte destra, una marmotta di legno sembrava fare la guardia.
Tiziano, fumando, attendeva l’arrivo del suo amico Sandro; Paolo, invece, era piuttosto annoiato e faceva finta di ammirare uno stampo per il burro
con sopra l’incisione di una mucca sorridente.
Paolo non riusciva a capire perché Tiziano lo avesse chiamato nel loro giorno
libero. Loro erano colleghi di lavoro da ormai due anni, e questa era la prima
volta che Tiziano lo chiamava fuori orario. Paolo aveva la stessa età di Matteo
e molto spesso si sentiva in imbarazzo di fronte alla bravura del suo esperto collega…
e forse, anche per questa sua ammirazione non aveva avuto il coraggio di dirgli di no. Il loro lavoro consisteva nel girare per i boschi, in una zona precedentemente stabilita, per controllare che tutto si svolgesse nel migliore dei modi. Toglievano
le trappole e arrestavano i cacciatori di frodo sempre più numerosi, facevano
multe ai turisti non rispettosi della natura e delle regole fissate, aiutavano il soccorso
alpino nei casi più difficili e censivano la popolazione dei boschi. Era una lavoro che a Paolo piaceva, ma che non gli dava quell’eccesso d’adrenalina di
cui pareva aver bisogno… era un ragazzo irrequieto, sempre in movimento e
con una vera propensione per cacciarsi nei guai. Se doveva guadare un torrente sceglieva sempre il posto più difficile per farlo, se doveva scalare una roccia,
lo faceva a mani nude e nei punti più ripidi… sembrava avesse bisogno di sentire
la paura, di sentire il suo cuore battergli forte… di fare qualcosa al di là delle
buone regole, del buon senso e della legge. Paolo si divertiva a fare tutto ciò,
anche se adesso che era entrato a far parte delle guardie forestali sembrava più
cauto, più calmo. Possibile che la sua voglia di avventura si fosse spenta del tutto
in pochissimo tempo? Neanche lui ci credeva, ma continuava a fare il suo lavoro con impegno e diligenza ed evitava di mettersi nei guai.
“Tiziano, ecco qua! Ci ho messo più tempo del previsto, perché sono molto impegnato... sai ho già cominciato a costruire il presepe.” Sandro era un
vero e proprio artista nel fabbricare presepi: cominciava ad agosto per finire
la sua grande opera giusto in tempo per il ventiquattro dicembre, era un vero
genio e tutti in paese possedevano in casa un suo presepe.
“A proposito… vorrei proprio sapere cosa ci farai con un coltello di legno!”
Sandro uscì dal suo laboratorio con in mano l’oggetto richiesto dall’amico; indossava dei pantaloni neri e un camice bianco macchiato di tintura. Nonostante
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Francesca Faramondi
i capelli bianchi e gli occhi languidi, Sandro non dimostrava per niente i suoi
settant’anni; aveva le mani bruciate e indurite dai calli, ma delle dita perfette,
esili e veloci per i lavori di precisione.
“Senti, cosa vuoi che ci faccia con un coltello… taglierà” rispose ingenuamente Paolo per cercare d’impedire quello che poteva essere il preludio di
un’interminabile narrazione di fatti di guerra.
“Tagliare! E che cosa?!” ridacchiò Sandro “Con quello non ci taglierà nemmeno
la ricotta.”
Tiziano, però, sembrava non sentire i suoi amici, pareva quasi incantato
dalla lama di legno, lunga venti centimetri, del suo coltello… a renderla tagliente
ci avrebbe pensato lui.
“Grazie, Sandro” disse, lasciando sul bancone della cassa due banconote
da diecimila lire.
Tiziano e Paolo uscirono dalla bottega e risalirono sulla Jeep; Tiziano stava quasi per mettere in moto quando l’amico gli tolse le chiavi dal cruscotto.
Lo sguardo interrogativo di Tiziano mostrava stupore e preoccupazione.
“Ascolta, mi hai chiamato nel giorno libero, mi hai portato in una vecchia
bottega per ritirare un coltello che neanche taglia, e poi vorresti portarmi chissà dove! Mi devi una spiegazione.”
“Senti Paolo, ti ho chiamato perché ho bisogno di qualcuno che mi copra
le spalle”
“E non potevi dirlo a Mat!”
“Lui non sa sparare bene come te” ammise Tiziano.
Paolo si stupì. Perché mai avrebbe dovuto sparare, che cosa dovevano fare?
Certo lui amava il rischio, ma doveva esserci in ogni caso un margine di sicurezza. Paolo odiava andare alla cieca!
“Senti Tiziano, tu sei un bravo collega, sei il padre del mio migliore amico
e sai che io farei qualunque cosa per aiutarti, ma non ho voglia di farmi ammazzare. Quindi o mi dici dove stiamo andando e perché, o io scendo e ti lascio solo!”
“D’accordo… stiamo andando al Dorigoni, c’è un vecchio forte austriaco,
andiamo là.”
Paolo era perplesso, perché quel posto? E perché quel castello? Istintivamente portò le mani alla cassetta delle munizioni.
“Vedo che mi aiuterai!” disse Tiziano, notando il gesto di Paolo.
La macchina partì, la strada asfaltata lasciò il posto a una stretta e polverosa strada sterrata, il paese lasciò il posto al bosco.
“Un momento non mi hai ancora detto perché!” gli ricordò Paolo.
La ragnatela
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Tiziano fermò la macchina in una piazzola di sosta, poi guardò il collega.
“Ci conviene fermare qui la macchina…continueremo a piedi!”
Il piccolo sentiero tortuoso costeggiava la grande vallata a “V” verde e intervallata da cespugli di cardi, su i quali danzavano farfalle e api. In lontananza il torrente Rabbies, in parte ghiacciato, scorreva con grande velocità, e i piccoli
spruzzi, che si formavano quando l’acqua chiara dialogava con i sassi, scintillavano al tiepido sole. I grandi larici, che ombreggiavano il sentiero che portava al rifugio, sembravano guardiani secolari di quel luogo di pace e armonia.
I cespugli e gli arbusti carichi di frutti di bosco parevano gettarsi verso il torrente per potersi abbeverare; i fili d’erba che riuscivano a sfiorare l’acqua tentavano invano di proseguire la corsa tra i mulinelli, restando saldamente attaccati alla terra. Il silenzio regnava, interrotto ogni tanto dal rumore del vento fra
le fronde, dagli squittii degli scoiattoli e dal cinguettio degli uccelli.
Tiziano adorava quella quiete, lo aiutava a rilassarsi e a pensare. Con un
braccio sfiorò distrattamente una bellissima ragnatela coperta di rugiada: probabilmente aveva distrutto il lavoro di settimane, così come quella gelata di
tanti anni fa aveva distrutto il sogno di una vita.
Era l’autunno del 1961, si erano trasferiti da ormai un anno nella zona senese
di Castellina in Chianti. Avevano riposto tutti i loro sogni nei primi tralci verdi
che la rugiada aveva ricoperto. Tiziano e Delia avevano capito che non ci sarebbe stato futuro per il loro Matteo sulle montagne: loro adoravano quei luoghi, ma per il bene del loro bambino erano partiti e avevano tentato fortuna
nell’Italia centrale. Era stato duro lasciare i luoghi in cui erano cresciuti, dire
addio ai monti che erano stati loro compagni sin da piccoli, dimenticare le proprie
origini, la famiglia e buttarsi a capofitto in un’avventura; ma alla fine quei tralci, che oscillavano alla brezza estiva, avevano premiato i loro sacrifici. Non dovevano
far altro che aspettare che i colori dell’autunno si posassero sui grappoli maturi e tutto sarebbe stato perfetto.
Eppure… tutto era finito in una notte; una gelata improvvisa e il sogno era
svanito. Il mattino dopo i grappoli, che cominciavano a colorarsi di viola, erano freddi, distrutti, molte viti erano state strappate via dal vento, i tralci erano
ghiacciati… non c’erano più speranze.
Tiziano non avrebbe mai più scordato lo spettacolo di quella mattina e il
senso d’impotenza e di frustrazione che provò.
“Potremmo ritentare… ritentare” si diceva, ma sapeva che era inutile: non
c’erano più soldi da investire, non c’era più tempo… avevano vissuto di rinunce
per un anno, non sarebbero riusciti ad andare avanti ancora. Mentre osserva-
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Francesca Faramondi
va la coltivazione rovinata, sentì sua moglie toccargli la spalla e dargli un bacio sul collo.
“Non è colpa tua… sono cose che succedono” gli aveva detto.
“Tutti i nostri sogni sono andati in fumo o dovremmo dire in ghiaccio” aveva
risposto, cercando d’essere sarcastico, ma dentro di sé sentiva la disperazione
e la rabbia crescere insieme; si morse il labbro, mentre il bruciore agli occhi lo
avvertiva che stava piangendo.
Delia, allora, lo aveva stretto più forte a sé.
“Ci sono cose nella vita che non si possono prevedere, che non si possono evitare. Forse ci potranno sembrare ingiuste, ma capitano e dobbiamo affrontarle. Questa mattina hai visto svanire i tuoi sogni e ti senti frustrato, ma
guarda!” Delia si era avvicinata a una vite: nascosto tra i tralci secchi, c’era un
piccolo grappolo d’uva “La vita va avanti, non si arrende… e se c’è riuscito
questo grappolo così indifeso, possiamo riuscirci anche noi. Ora torniamo a
casa!” aveva concluso facendo assaggiare a suo marito l’uva.
I chicchi di quel grappolo erano i più buoni che Tiziano avesse mai mangiato e all’improvviso tornò a sorridere.
“Torniamo in Val di Rabbi, troverò là un lavoro. Saremo di nuovo a casa
e ricostruiremo tutto!”
Ricostruire tutto… anche il ragnetto, a cui Tiziano aveva distrutto la casa,
avrebbe dovuto ricostruire tutto.
Tiziano sfiorò il suo braccio e prese tra le dita la ragnatela; il ragno era sul
ramo dell’albero e dondolava attaccato all’unico filo che era rimasto della sua
casa.
“Ti toccherà ricominciare” sorrise posando la tela sul ramo.
“Ma che fai parli con gli alberi?” chiese Paolo guardandolo con aria interrogativa, non riuscendo a capire il collega.
Tiziano però non rispose, riprese a camminare, gettando ogni tanto un’occhiata
all’albero del ragno… quello che aveva detto Delia si era realizzato, erano riusciti a ricominciare a vivere, avevano restaurato il loro piccolo mondo… sperava solo che questa sera non ci sarebbe stata un’altra grandinata a distruggere tutto di nuovo.
Paolo seguiva Tiziano con diffidenza, si teneva a distanza, quasi volesse essere
pronto a scappare non appena possibile. Ci voleva ancora una mezz’ora prima di arrivare al vecchio forte austriaco.
Durante la prima guerra mondiale, quando il Trentino era ancora proprietà
d’Austria, quel vecchio forte aveva fatto da spartiacque tra i soldati austriaci e
La ragnatela
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gli alpini italiani. Paolo ricordava che suo nonno gli aveva raccontato di essere stato tra gli alpini che tentarono l’assalto del forte. L’esercito italiano aveva
il compito di portare la propria avanzata al di là del confine austriaco, segnato
fin dal 1866 su una linea a forma di “S”, lunga oltre 600 chilometri, e di evitare che gli austriaci passando per il Trentino e poi per la Lombardia, prendessero alle spalle le armate italiane presenti nel Cadore. L’avanzata, benché contrastata,
proseguì lenta ma metodica e rese possibile, sia pure a costo di gravi perdite,
una modificazione del fronte a parziale vantaggio dell’esercito italiano, che però
dovette arrestarsi dinanzi alla resistenza austriaca. Con il sopraggiungere dell’inverno cominciò una snervante guerra di posizione e di resistenza. Nel maggio
del 1916, dopo mesi di relativa calma, si riprese a combattere. Gli austriaci sferrarono
in Trentino una violenta offensiva: gli alpini italiani, male equipaggiati e scarsamente armati, furono costretti ad arretrare sotto il fuoco della schiacciante
artiglieria nemica.
Suo nonno gli aveva tante volte raccontato dell’assalto della sua squadra
al forte austriaco. Paolo ricordava ancora come gli occhi del nonno si accendevano e brillavano di amor patrio nel racconto delle vecchie avventure di guerra;
parlava delle armi che s’inceppavano, delle granate che sembravano piovere
dal cielo, del loro coraggio nell’affrontare a viso scoperto il forte nemico; ricordava le litigate con i comandanti, perché loro volevano muoversi, volevano
prendere a calci in culo quelli del forte, che se ne stavano al caldo, mentre loro
erano nel fango delle trincee, al freddo. Suo nonno aveva rischiato la vita tra
questi monti e loro si stavano recando proprio là, a quel forte che, anche se
non aveva resistito ai tenaci attacchi italiani, stava resistendo ai continui attacchi del tempo.
Paolo allungò il passo e raggiunse il collega e lo guardò in volto: Tiziano
era teso, preoccupato, ma concentrato… come se stesse cercando di capire
come poter affrontare al meglio ciò che l’aspettava.
“Tiziano… perché non mi dici cos’hai?”
“Paolo… senti che pace, non credi che sia meraviglioso stare qua?!”
Paolo annuì, anche se non lo pensava davvero. Era stufo del paese e delle
montagne, voleva andarsene, cercare ricchezza e successo nella grande città,
ma non ebbe il coraggio di dirlo a Tiziano che ora sembrava così sereno, all’improvviso tutta la tensione gli era scivolata via dal volto, illuminato da un
sorriso; pareva che solo le montagne potessero donargli la pace che tanto cercava.
“Tiziano, ora basta… per favore dimmi la verità!” Paolo puntò i piedi, posò
il fucile su un masso e fissò il suo compagno.
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Francesca Faramondi
Anche Tiziano fissò Paolo: i suoi occhi azzurri di solito sempre allegri ora
erano preoccupati e arrabbiati, le guance erano rosse per la fatica e la bocca
era distorta in una smorfia di disappunto.
Tiziano si avvicinò, Paolo era molto più alto di lui e guardandolo dall’alto
in basso sembrava fargli capire come fosse importante la sua presenza… o la
verità o l’abbandono… ecco cosa percepiva Tiziano nell’aria. Sorrise, ammiccò
e invitò Paolo a continuare la loro passeggiata.
Paolo lo seguì, sapeva che tra poco Tiziano gli avrebbe detto qualcosa, lo
sentiva, eppure il silenzio continuava a crescere.
Il bosco lasciò ben presto il posto alla radura, gli alberi ad alto fusto erano
stati sostituiti da arbusti, i cespugli carichi di frutti di bosco da massi adornati
da ciuffi d’erba secca e l’ombra venne squarciata da un caldo sole pomeridiano.
Mancava poco al castello e in lontananza già si distinguevano le rovine. Un
grido di marmotta riecheggiò per la valle, poi l’unico rumore tornò quello del
torrente che scorreva sotto di loro. Le cascate del Saent erano alla loro destra…
imponenti, maestose, il rombo incessante dettava i tempi in quella valle.
Tiziano si avvicinò al dirupo e alzò il viso per farsi bagnare le guance dalle
minuscole gocce d’acqua. La loro era una delicata carezza.
Paolo si avvicinò all’amico, ma rimase un po’ in disparte per osservarlo meglio…
sembrava così sicuro di sé e allo stesso tempo così fragile, solo e spaventato!
“Tiziano, io…”
“Tu vuoi sapere la verità… è giusto” senza voltarsi Tiziano cominciò a parlare
“Ascolta qui tutto sembra magico e bello: la potenza della cascata a fianco alla
delicatezza di una farfalla, il silenzio e i rumori del bosco, la brezza fresca dell’estate… tutto in montagna è poesia. Che cosa succederebbe se ti dicessi che
in questo paradiso c’è un angolo d’inferno? E che quelle rovine ne fanno parte?”
Paolo sobbalzò…. Tiziano tacque e alzò gli occhi al cielo… forse qualcuno lassù avrebbe potuto spiegargli, avrebbe potuto rispondere alle sue domande…
silenzio; il sole stanco cominciava a scendere verso ovest.
“Torna a casa Paolo e scusami… ho sbagliato sarei dovuto venire qui da
solo… mi dispiace, tieni prendi la mia auto” disse lanciandogli le chiavi della
macchina.
“Ma che cosa vuol dire?! Come puoi pretendere che io torni indietro… voglio
sapere la verità!”
“E perché... perché dovrei rovinarti l’immagine stupenda che tu hai di questi
posti… prova a chiudere gli occhi e immagina il Trentino, cosa vedi?! Te lo
La ragnatela
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dico io: vedi montagne alte coperte di bianca neve, prati verdi pieni di fiori e
farfalle, vedi gli alberi e il sole tra le fronde, vedi un cerbiatto che ti guarda con
gli occhi dolci e un gruppo di porcini che sembrano una famiglia di folletti; senti
gli uccelli cinguettare, le marmotte gridare… riesci a sentire la pace e il silenzio
di queste valli... ed è stupendo. Se ora io ti dicessi quello che so non riusciresti
più a vedere la nostra terra in questo modo... tutto ti sembrerebbe diverso, losco e nero.” Tiziano si passò una mano tra i capelli, poi proseguì senza mai
tornare a fissare il suo esterrefatto collega.
“Vai… torna a casa, forse ci rivedremo domani…”
“No… senti, io non ho mai avuto una visione della vita tutta rose, fiori e
arcobaleni; gli uccellini non hanno mai cinguettato per me e non ho mai creduto ai folletti. So che questa nostra valle non è perfetta e forse so anche perché, forse ho capito cosa c’è di tanto riprovevole in quel castello… spaccio di
droga, vero?” concluse mordendosi il labbro. Paolo sperava che non si trattasse di droga, non poteva aver scoperto una zona di scambio così ben nascosta, forse si stava preoccupando troppo, forse erano solo i soliti bracconieri…
Tiziano alzò le spalle, chissà perché Paolo credeva che si trattasse di droga, ma forse era meglio farglielo credere, fargli pensare di aver ragione; lui non
era andato alle rovine per la droga e sicuramente non n’avrebbero trovata, ma
forse poteva dirgli quella bugia per poi mandarlo a casa tranquillo con una scusa…
sarebbe tornato lui, da solo!
Senza mai voltarsi, Tiziano cominciò ad annuire con la testa.
Paolo lo vide, ma allora era così… aveva scoperto un traffico di droga…
aveva forse anche capito chi c’era dietro a tutto questo? Aveva portato un fucile e lo aveva chiamato perché sapeva sparare bene, forse aveva già qualcuno in mente e sapeva che non si sarebbe arreso tanto facilmente? Paolo aveva le idee confuse… perché lo aveva chiamato?… forse non conosceva tutta
la verità, ma l’avrebbe scoperta e presto e allora… che fare…
“Tiziano posso sapere una cosa: tu sai chi è il capo dei trafficanti, chi muove i fili del gioco?”
Tiziano annuì, orami aveva mentito, ed era meglio fare le cose per bene.
“Sì, lo so altrimenti perché ti avrei portato?!” disse, anche se la sua domanda
non aveva senso… avrebbe potuto benissimo portare qualcun altro…
Paolo sobbalzò, immaginò Tiziano ghignare e ammiccare leggermente: era
nervoso, le mani gli tremavano, ma perché? Dopotutto cos’era successo? Forse
Tiziano sapeva, sapeva davvero tutto… aveva detto che lo aveva portato apposta.
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Francesca Faramondi
“Paolo un’ultima domanda, poi andiamo. Come facevi tu a sapere del traffico?”
Tiziano attese una risposta, anche se non c’era nulla a cui rispondere visto che
si era inventato trafficanti e droga, ma Paolo taceva.
“Paolo… Paolo, ma che…” Tiziano stava per girarsi quando sentì il peso
di due mani sulla sua schiena.
Il terreno all’improvviso scivolò via da sotto i suoi piedi, il cuore cominciò
a battergli forte e un senso di vuoto s’impadronì di lui. Ecco era finita e forse
aveva preso anche Paolo… non aveva senso, era troppo presto.
Istintivamente si aggrappò a un ramo per frenare la caduta. Aveva la divisa rotta, il sangue gli colava sul volto e un dolore lancinante gli percorreva la
schiena. Doveva tornare in cima, tutta la sua speranza era in quel ramo incastrato tra due rocce. Cercò un appiglio con i piedi, ma non appena lo trovò, le
rocce franarono. La sua mano si strinse più forte al ramo, un rivolo di sangue
gli scendeva lungo il braccio destro; quello sinistro era lasciato cadere lungo il
fianco, molto probabilmente era rotto.
“Paolo!” Tiziano urlò con tutto il fiato che aveva in corpo. Era un urlo disperato, sapeva che quel ramo non avrebbe retto in eterno.
“Paolo!” ripeté, mentre si convinceva d’essere solo; forse Paolo aveva fatto la sua stessa fine, forse era successo quello che aveva sempre temuto… no,
non voleva morire così.
Le rocce sembravano più appuntite e la gola sempre più profonda; l’acqua del torrente, che prima gli era parsa così bella così limpida, ora sembrava
spietata, uno specchio crudele pronto ad inghiottirlo.
“Paolo!” la gola era secca, respirava a fatica, ma non voleva darsi per vinto... voleva tornare dalla sua famiglia, da suo figlio... Delia, così malata, aveva bisogno di lui... doveva farcela!
Raccogliendo le ultime forze tentò di nuovo un appiglio con i piedi, ma era
inutile… più tentava di puntare un piede, più il terreno franava e la roccia diventava scivolosa… se solo avesse potuto utilizzare l’altro braccio. Tentò di alzarlo,
ma l’arto rimase immobile, spietatamente fermo e dolorante; attraverso la camicia strappata poteva vedere un grosso cerchio viola che gli abbracciava la
spalla. Oramai la mano gli faceva male, anche il ramo cominciava a diventare scivoloso e il peso del suo corpo lo stava trascinando nel vuoto.
“Paolo!” provò a gridare un’ultima volta… ed ecco delle scarpe avvicinarsi al dirupo, scarpe da ginnastica.
“Paolo sei tu? Stai bene… ti prego se sei tu dammi una mano!”
Le scarpe si avvicinarono di più al bordo: sicuramente qualcuno stava guardando
giù, ma Tiziano non poteva vederne il volto; passarono secondi che parvero un’eternità,
La ragnatela
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poi le scarpe tornarono indietro e scomparirono dalla visuale di Tiziano.
“Ehi, ma che fai… ti prego torna indietro! Bastardo, chi sei? Dov’è Paolo?!” la voce era al colmo della disperazione… ormai era solo.
A poco a poco le dita cominciarono a farsi pesanti e abbandonarono la presa…
a Tiziano parve di fissare per un tempo infinito la sua mano, la sua ancora di
salvezza, poi precipitò nel vuoto.
Tutta la sua vita gli passò davanti in pochi attimi. I suoi momenti più belli,
il giorno del suo matrimonio, il giorno della nascita di Matteo... Ricordò il volto di sua moglie quando gli dissero della malattia, il viso bagnato di Matteo il
giorno prima di partire per la Toscana. Aveva avuto una vita felice, ma perché doveva proprio finire, perché ora? Perché si era messo in testa di fare l’eroe,
di cercare a tutti i costi la verità?
Ricordò le parole di sua moglie quando era uscito di casa, aveva detto che
sentiva che non ci sarebbe stata nessuna sera per loro. Purtroppo aveva ragione… addio, questa era davvero la fine.
Il volo sembrò durare ore, poi di colpo, l’impatto con l’acqua fredda. Una
fitta gli trapassò un fianco. Possibile… dopo quella caduta era ancora vivo, stordito
ma vivo? Cercando di evitare di chiudere gli occhi, Tiziano si guardò intorno.
La corrente lo stava trascinando via, il freddo gli aveva paralizzato del tutto il
braccio rotto e riusciva a fatica a muovere quello sano. La mano destra era gonfia
e livida, ma era ancora vivo.
Un mulinello lo fece andare sotto... l’acqua gelata gli andò in gola, provocandogli una scossa al cervello. Risalì in superficie e respirò aria a pieni polmoni, sentiva le forze scivolargli via, seguiva il corso del fiume.
Allungò il braccio, sfiorò l’erba, ma di nuovo era in acqua, ci provò ancora
e stavolta sentì tutto il braccio andare a sbattere contro una roccia. Il dolore gli
fece storcere la bocca, ma era felice, aveva trovato un appiglio, ora doveva
solo tirarsi fuori… tutto era buio, ma quanto tempo era passato? Tentò di issarsi sulla roccia, ma era difficile, anche le gambe ormai erano due blocchi di
ghiaccio, le palpebre cominciarono a diventargli pesanti… sentì qualcuno afferrarlo per i brandelli di camicia… era salvo, pensò mentre sveniva.
Sono incatenato… non so dove, ma sono incatenato. Attorno a me c’è solo
pietra e muffa. Mi sono svegliato poco fa e davanti ai miei occhi c’era un ciondolo… l’ho riconosciuto, è quello che mi ha regalato Delia per il nostro anniversario… io ne ho uno uguale! Mi sento tutto indolenzito, la testa mi gira e so
di stare davvero male. Non so cosa è successo, non so chi mi ha spinto né chi
mi ha ripescato… è un miracolo essere vivi!
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La mano destra è gonfia, riesco ad intravederla; il braccio sinistro non lo
sento più, ma capisco che ormai sta andando in setticemia. Chino la testa, tra
le mie gambe c’è una pozza d’acqua… non riesco a credere che quello riflesso sono io. Il mio viso è gonfio e pieno di tagli, sembro dimagrito, chissà da
quant’è che sono qui! La testa mi gira, non riesco più a tenere gli occhi aperti,
vedo di nuovo quel ciondolo, una figura davanti a me… è sfocata, non riesco
a vedere bene… le forze mi abbandonano, forse è così che si muore… forse è
così…
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La ragnatela
Capitolo cinque
Matteo smise all’improvviso di parlare e il silenzio scese sulla coppia in riva
al lago. Era ancora troppo difficile credere alla morte di Tiziano, nonostante
fosse passato ormai un anno, Matteo non riusciva a capacitarsene. Il rimpianto di non averlo salutato, quella mattina, lo perseguitava… se solo non avesse fatto tardi la sera prima a quella festa, se solo avesse passato più tempo con
suo padre forse avrebbe capito cosa lo assillava e, forse, lui sarebbe ancora vivo.
Il ricordo del rumore dei pugni sulla porta, del pianto senza speranza di sua
madre nel vedere che Paolo era solo, del disperato silenzio che aveva avvolto
la casa, ancora lo assillava.
Si trovava nella vecchia camera dei suoi genitori, quella che era diventata
lo studio di suo padre, seduto sul davanzale, con in mano un libro d’avventure e, come quand’era ragazzino, sognava viaggi e spedizioni magiche in posti
sperduti del mondo. L’aria era fresca e il sole stava tramontando. Si vedevano chiaramente le Dolomiti che, come ogni sera alla luce crepuscolare, si stavano tingendo di rosa, trasformandosi in un meraviglioso giardino di bouganvillee.
A un tratto aveva sentito qualcuno bussare alla porta, aveva posato il libro aperto
sulla scrivania ed era sceso subito. Mancavano solo dieci pagine per finire il
libro, eppure aveva interrotto la lettura e si era precipitato al piano di sotto.
Ricordava di aver visto Delia immobile davanti alla porta chiusa… sembrava quasi che non avesse il coraggio di aprire.
“Mamma… chi è? Perché non apri?”
Delia si era voltata, i suoi occhi erano colmi di lacrime e in un sussurro aveva
detto:
“L’ho visto dalla finestra… è Paolo… è solo!”
In quel momento aveva fatto finta di non capire e con molta naturalezza
aveva aperto la porta all’amico. Delia, sempre immobile, sembrava essersi trasformata
in una statua di marmo.
Una pugnalata al cuore… ecco cosa provò, quando vide la faccia di Paolo… livida, tesa, si stava mordendo il labbro inferiore e dal rossore degli occhi
si capiva che aveva appena smesso di piangere.
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Francesca Faramondi
Con il cuore in gola, lo aveva fatto entrare: tutti i sogni che prima aveva
fatto in camera sua, erano svaniti in un attimo e della gioia provata non era
rimasto neanche un ricordo.
“Paolo, dov’è mio padre?”
Paolo aveva scosso la testa e aveva cominciato a piangere.
Del lungo racconto Matteo aveva capito solo una cosa… suo padre era morto…
ma perché? Perché si era trovato in mezzo a un bosco, proprio nel suo giorno
libero? Perché non aveva avvertito nessuno? E come aveva fatto a cadere in
un dirupo, lui uno scalatore così esperto?
Il racconto di Paolo era piuttosto vago su quel punto.
“Come ha fatto a cadere?”
“Non lo so… ricordo solo che c’eravamo fermati e che mi stava parlando
di quello che eravamo andati a fare in quel luogo; a un tratto ho sentito un dolore
lancinante alla testa e poi più nulla. Quando mi sono ripreso, ho sentito Tiziano
gridare il mio nome, mi sono affacciato al dirupo e l’ho visto attaccato a un
ramo… sono tornato indietro per prendere la corda nel mio zaino, ma quando sono tornato era troppo tardi”
Come poter scordare le grida di sua madre, lo sguardo di Paolo, il rumore
del suo cuore che andava in mille pezzi?
Quella notte non aveva chiuso occhio, era rimasto alzato ad aspettare Tiziano.
Consapevole dell’inutilità del suo gesto, aveva fissato il cielo e le stelle per tutta la notte. La mattina dopo si era svegliato frastornato, vuoto nel cuore e nell’anima, senza più lacrime da versare, aveva fissato il libro aperto della sera
prima; aveva osservato la brezza muoverne le pagine, poi era sceso da sua madre.
Non aveva toccato più niente da quella sera, tutto è rimasto immobile: il letto
leggermente sgualcito, le tazze sporche di caffé che sua madre aveva dimenticato di pulire, gli occhiali di Tiziano sul comodino vicino alla versione economica di un libro di Stephen King e il suo libro d’avventure aperto, mai finito…
il tempo in quella stanza si era fermato al ventuno agosto 1979!
Kim sorrise lievemente, mostrando un evidente disagio. “Mi dispiace, non
volevo farti soffrire io…”
“Tu sei solo un’impicciona, che vuole sapere sempre tutto, ma che agisce
in buona fede. Non è colpa tua, tu non potevi saperlo” Matteo sorrise ma in
fondo ai suoi occhi si poteva leggere la sofferenza per una ferita ancora aperta.
“Sai, è la prima volta che mi sfogo con qualcuno. Mia madre, fortunatamente per lei, molto spesso dimentica la morte di mio padre e rammentarglielo
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la farebbe solo soffrire inutilmente; con Paolo evito sempre il discorso, ci troviamo sempre in imbarazzo, entrambi carichi di rimorsi. Tu sei la prima persona con cui mi confido”
“Grazie” sospirò Kim voltandosi verso Matteo “Sei una persona magnifica… ieri sera ti avevo giudicato male e mi dispiace. Vorrei tanto farmi perdonare”
“Lo hai già fatto, ascoltandomi” disse avvicinando il volto a quello di Kim.
Le loro labbra erano vicinissime quasi si sfioravano.
“Deve essere stato difficile anche per Paolo… mi piacerebbe conoscerlo”
aggiunse appoggiando la testa a quella di Matteo.
“Lo farai domani… lo incontrerai lungo la strada che porta alla malga” concluse
Matteo assaporando già l’inevitabile bacio.
“Che cosa!” urlò Kim allontanandosi da Matteo e guardandolo incredula
“Dove dovremmo andare domani?”
“Alla malga Sole…perché?” domandò deluso.
“Come perché! Sono sfinita, le gambe mi fanno male, avrei solo voglia di
un bel bagno caldo e tu mi parli di un’altra scampagnata! Ti rendi conto che
io domani mattina sarò a pezzi!”
“Calma Kim, c’è un pulmino che ti potrà portare in cima”
Kim sospirò e sembrò calmarsi.
“Potevi dirmelo subito, mi hai fatto prendere un colpo… allora dove eravamo rimasti” bisbigliò riavvicinandosi a Matteo.
Le loro labbra si cercarono, si sfiorarono, ma mentre si stavano per unire…
“Ehi, quel signore sta chiamando te… dice che devi aiutarlo con il cibo”
un vispo ragazzino si era intromesso tra i due giovani.
Matteo, anche se controvoglia si alzò, aiutando Kim a fare altrettanto.
“Che fai non vieni?” le chiese impaziente.
“Sì, arrivo… voglio solo dare un’ultima occhiata a questo luogo”
Matteo si avvicinò correndo, la baciò all’angolo delle labbra, poi corse via.
Kim sorrise… era tutto meraviglioso e perfetto. Matteo era così diverso da Carson,
così umano, così legato ai valori affettivi e senza vincoli di denaro. Era un ragazzo semplice, dolce e molto carino.
Il suo cuore cominciò a battere forte, le gambe le tremarono e il respiro le
diventò affannoso. Sentì dentro di sé crescere una sensazione strana, mai provata…
una voglia irresistibile di stare con Matteo, di non lasciarlo mai. Era andato via
da pochi minuti eppure già le mancava.
Non aveva mai provato così tanti sentimenti ed emozioni tutti insieme…
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Francesca Faramondi
non si poteva spiegare con le parole, ma tutto ciò la faceva stare bene.
Carson non aveva mai avuto quest’effetto su di lei… certo n’era stata attratta, ma non in questo modo. Il suo rapporto con Carson era stato prettamente
sessuale, non c’era mai stato tempo per le parole o per i gesti romantici. Kim
sapeva che con Matteo sarebbe stato diverso… non voleva solo il suo corpo,
lei voleva lui, per com’era… un ragazzo fantastico.
Kim si sentì felice, era innamorata. Forse era questo il vero amore, quello
decantato da poeti e scrittori, che lei aveva sempre cercato.
“No, mi dispiace la signorina in questo momento non è in albergo, se vuole
lasciare un messaggio” la giovane donna al bancone si guardò in giro spazientita…
erano dieci minuti che stava cercando di convincere la donna al telefono che
la persona da lei cercata non era in albergo.
“Ma no, non sto mentendo, la signorina questa mattina è andata… aspetti, guardi è arrivata proprio adesso” la donna al bancone si voltò di scatto e,
coprendo la cornetta con una mano, si rivolse a Kim.
“Signorina Aldrich, c’è una telefonata per lei, la prende qui o gliela passo
in camera?”
“Chi è?”
“Credo che sia sua madre!”
“Me la passi in camera… credo che sarà una telefonata movimentata!”
Kim entrò nell’ascensore: non aveva voglia di parlare con sua madre, non
aveva voglia di sentirla lagnare per qualsiasi cosa, non voleva parlare di Carson
e della vita che si era lasciata alle spalle partendo.
Kim entrò in camera, si lasciò cadere sul letto e prese in mano la cornetta.
“Pronto?”
“Kim! Sono Liz… sono felice di sentirti” la voce di sua madre arrivava lontana e ovattata “La signorina dell’albergo continuava ad assicurarmi che non
c’eri, ma non le ho creduto… dove potresti andare tu, così delicata…”
“La ragazza della reception non ti ha mentito, sono andata a fare un’escursione
in alta montagna!”
“Ma sei pazza! Tu sei delicata, non sei mai stata in montagna, saresti potuta cadere in qualche dirupo e poi…”
“Liz piantala, ho ventiquattro anni e so quello che faccio. Cosa vuoi?!” il
tono di Kim era sempre più distaccato: certo le voleva bene, ma non riusciva
a sopportarla, stare lontane l’una dall’altra era un bene.
“Sei crudele, io ero solo preoccupata per te!”
“Certo. Scusa… che c’è?”
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“Volevo dirti che sei stata davvero una sciocca a non venire con noi a Parigi: qui è tutto fantastico…” Elizabeth cominciò a elencare i molteplici monumenti
della città storpiandoli con il suo accento americano. Kim era felice che si stessero divertendo, ma sapeva che sua madre non aveva chiamato solo per parlare di Parigi. Ormai la conosceva bene. Da quando aveva cominciato a fare la
fotografa, Elizabeth aveva sempre cercato di ostacolarla, aveva cercato di fargli capire che sbagliava, che quello che contava era il denaro e che i sogni erano solo un’illusione fanciullesca. Kim sapeva che questo suo modo di comportarsi
era la conseguenza di un incidente avuto da ragazza; sua madre sognava di diventare
una famosa ballerina, ma durante un saggio cadde dal palco e si ruppe i legamenti del ginocchio… non avrebbe mai più potuto ballare. Per questo ora sua
madre non credeva più nei sogni, perché il suo si era rovinosamente infranto,
ma per Kim era diverso, il suo sogno era quello di essere libera e lo era.
Finché aveva ubbidito agli ordini paterni, aveva avuto un ottimo rapporto
con Elizabeth, ma da quando se n’era andata di casa tutto era peggiorato: erano
anni che non la chiamava più mamma.
“Kim… non ti ho chiamato solo per dirti di Parigi, ma anche per parlarti di
Carson…”
“Lo sapevo… sapevo che non mi avresti dato tregua; ascolta, già l’ho detto a lui e a papà… è finita, io non voglio più sposarlo!”
“Ma è un caro ragazzo, è di buona famiglia, potrebbe darti tutto”
“Liz ho detto di no… Liz, Liz ci sei ancora?” il telefono dall’altra parte sembrava muto, poi all’improvviso irruppero un duetto di voci giovanili.
“Kim, ciao… ci manchi. Quando ci rivediamo?”
“Piccole pesti come state!” Kim si morse il labbro… colpo basso, era stato
un colpo meschino da parte di sua madre farla parlare con i suoi fratelli. Lei
sapeva che loro erano il suo punto debole, sapeva che per Dylan e Dwight avrebbe
fatto di tutto; ma stavolta no… non avrebbe mollato.
“Anche voi mi mancate, ma mi sto divertendo qui e non posso venire a
Parigi” disse cercando di sembrare serena.
“Uffa! Ci speravamo… ehi lascia la cornetta… e dai fammi parlare” il litigio dei suoi fratellini fece sorridere Kim.
“Pronto Kim ci sei ancora… lo sai Carson ci ha comprato un sacco di regali e lo abbiamo aiutato a scegliere un regalo per te”
“Mi ha fatto un regalo” era incredibile, non avrebbe mai mollato, si sentiva profondamente indignata e umiliata.
“Sì, degli orecchini… ma no non dovevi dirglielo deficiente… deficiente a
chi guarda che io…”
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“Ragazzi, passatemi Liz” Kim attese pazientemente, sentiva che i suoi fratelli stavano ancora litigando, ma era troppo furiosa per ridere dello strano modo
che avevano di volerle bene.
“Dimmi Kim”
“Che ti sei messa in testa, di usare i gemelli per convincermi a tornare con
Carson! Sei meschina, ti ho detto che non voglio sposarlo, non voglio tornare
a vivere con voi, perché non voglio diventare come voi! Mi fate schifo!”
“Kim, non ti riconosco più… io volevo solo” Elizabeth cominciò a piagnucolare, Kim sapeva che era la solita scenata, ma s’intenerì, forse l’aveva trattata troppo duramente.
“Senti mi dispiace, ma io sono fatta così, voglio diventare una fotografa,
non voglio sposare Carson e non voglio essere attaccata al denaro come voi”
“Ma Kim io lo faccio per te… ti voglio bene”
“Anch’io ti voglio bene, Liz”
“Non ce la fai proprio a chiamarmi mamma, vero?!”
“No, non ci riesco… ciao!”
Kim appese la cornetta. Si sentiva svuotata, priva di energie. Ma perché
tutti i discorsi con sua madre si dovevano trasformare in lotte? Perché non potevano
semplicemente parlare come tutti? E perché non riusciva più a considerare Liz
come una vera madre?
Kim si mise a piangere, le mancava il rapporto che aveva avuto da piccola
con lei, ma sapeva che era troppo tardi… erano diverse e nessuna delle due
voleva cambiare, ormai erano diventate due conoscenti; era inutile, tutto sarebbe rimasto così, lei non voleva diventare come Liz, odiava quel mondo e
quel modo di vivere… lo odiava. Si asciugò gli occhi, ora basta piangere, doveva farsi una bella doccia e cambiarsi, tra due ore avrebbe preso l’aperitivo
con Matteo.
La rassegnazione era dipinta sul volto di Kim: non c’era più niente da fare,
avrebbe dovuto camminare.
“Ma come, non c’è posto sul pulmino?” aveva chiesto, rimproverando con
lo sguardo Matteo per la promessa non mantenuta.
“Non è colpa mia, Kim. Dobbiamo prima far salire i bambini piccoli e le
persone anziane! Tranquilla ti passerò a prendere alla prima malga… promesso”
aveva risposto Matteo, mettendo in moto il pulmino.
Kim cominciò a camminare, in confronto alla strada per il lago Corvo questa
era davvero una passeggiata. C’era uno strano senso di pace in quell’atmosfera di serenità montana. Il muggire delle mucche al pascolo era l’unico ru-
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more. Un vitello più coraggioso si avvicinò a lei: aveva le orecchie aperte, addirittura spalancate, rese ancora più grandi dal pelo biondo e arruffato; il manto
era di un marrone chiaro sfumato di bianco vicino alla coda; gli occhi erano
grandi, tondi e neri. Una coppia di mosche gli ronzava intorno, ma sembravano non dargli fastidio. Il ritmico movimento del ruminare faceva suonare leggermente
il campanaccio al collo, mentre la coda, mossa a destra e a sinistra sembrava
la bacchetta di un invisibile direttore d’orchestra.
Era strano per Kim trovarsi da sola, lungo un sentiero in silenzio; la macchina fotografica che aveva comprato a Malè era l’unica compagnia che aveva… tutto era così diverso dalle strade di New York! Quanta pace c’era tra queste
montagne, una pace che aiutava a riflettere.
In quei pochi giorni erano cambiate molte cose!
Aveva scoperto cosa voleva dire innamorarsi, aveva avuto il coraggio di
gridare in faccia a sua madre cosa pensava in realtà di loro e si era sentita in
pace con se stessa.
Era cambiata, si sentiva così diversa dalla Kim di New York, non si riconosceva. Non credeva possibile che quella ragazza, in jeans, scarponi e maglione di lana, con i capelli malamente legati, che andava in giro con lo zaino in
spalle e una macchina fotografica a tracolla per gli impervi sentieri di montagna, fosse la stessa che partecipava in tailleur, anche se di malavoglia,, alle ricche
cene di famiglia.
Una lepre bianca uscì dalla boscaglia, le passò davanti e si rituffò nell’erba
alta del sottobosco.
Kim era affascinata da quel contatto con la natura, un rapporto che a New
York lei non aveva mai potuto apprezzare. Era inutile pensare di avvicinarsi
alla natura andando a Central Park o a fare il bagno a Cape Cod! Questa era
la vera natura, quella che faceva tornare l’uomo a uno stato primitivo, di simbiosi,
a uno stato di benessere totale.
Dopo un tornante, il tetto della malga fece capolino. Kim era felice, era quasi
arrivata; accanto a lei c’era una distesa di piante di fragoline di bosco. Cominciò a raccoglierle e a mangiarle. Erano buone e dolci, si scioglievano in bocca… erano talmente morbide che molte volte si riducevano in poltiglia prima
di arrivare alle labbra; in poco tempo le sue mani divennero rosse.
Kim si guardò intorno, doveva assolutamente lavarsi le mani, per fortuna
c’era una fontana davanti alla malga. Kim si avvicinò, l’acqua era fredda, gelata, ma era piacevole; mise le mani a coppa, aspettò che si riempissero e poi
si gettò l’acqua sul volto arrossato. Davanti a lei c’era una stalla e l’odore di
letame era pungente. Kim guardò dentro: la scuderia era lunga, affondata nel
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Francesca Faramondi
buio, segnata da piccole finestrelle rettangolari; nell’oscurità si distinguevano
le sagome di quattro cavalli che mangiavano tranquillamente.
Kim si sciacquò ancora il viso, poi corse via… non riusciva quasi a respirare, l’olezzo era tale da toglierle il fiato.
“Da che fugge, bellezza?”
Kim si guardò in giro, chi l’aveva chiamata?
“Sono qui… in alto!”
Kim alzò lo sguardo, il sole le accecò gli occhi, ma riuscì comunque a distinguere la silhouette del suo interlocutore.
“Non potrebbe venir giù, è molto scomodo parlare in questo modo!”
Il boscaiolo, con due salti, raggiunse Kim.
“Così va meglio, almeno posso vederla!”
Era un ragazzo molto alto, con i capelli biondi e gli occhi azzurri; indossava una salopette e era a torso nudo; dei rivoli di sudore gli partivano dal collo
per scomparire tra le fessure dei possenti pettorali.
“Comunque… scappavo dalla puzza che emanava quella stalla” ammise Kim.
“Quindi immagino che lei non è di qui… straniera? Inglese?”
“Americana”
“E che ci fa una bell’americana in un posto come questo?”
“Sono venuta a cercare un po’ di pace!”
“Stai andando alla Malga Sole, quindi deduco che alloggi al Liberty”
“Esatto!”
“Ascolta” disse avvicinandosi e cingendole le spalle con un abbraccio “Se
vuoi posso farti conoscere le meraviglie di questi posti!”
“Grazie, ma ho già la mia guida personale” rispose allontanandosi dal boscaiolo.
“È proprio sicura… sono una guida esperta!”
“Scusi” disse Kim, cominciando a sentirsi provocata “Vorrebbe essere tanto
gentile da lasciarmi in pace… oppure devo dedurre che ci sta provando!”
“Ottima intuizione. Ho qualche chance?”
“Non lo so… non la conosco” sorrise Kim, dopotutto fare la civetta con quel
ragazzo non le avrebbe certo fatto male… voleva solo divertirsi un po’. Quel
ragazzo era davvero bello e affascinante, aveva uno sguardo misterioso e provocante
e allo stesso tempo aveva un’aria da bambinone da coccolare.
“Io sono il figlio di un ricco imprenditore della zona…”
“Meno uno, io odio le persone che si vantano della propria ricchezza. Sono
andata via dall’America proprio per questo”
“Ma come vedi faccio il boscaiolo perché non voglio vivere con il denaro
di mio padre, quindi più uno!”
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“La situazione è invariata, siamo sempre a zero!” Kim sorrise e gli girò intorno per studiarlo meglio: però neanche il fondoschiena era male!
“Vediamo se guadagno qualche punto. Sono un tipo gentile” cominciò contando
con le dita “Sono educato, simpatico, bello e molto, molto romantico” concluse chinandosi a raccogliere un mazzolino di piccoli fiori viola.
Kim guardò i fiorellini, erano stupendi, ma non voleva dargliela vinta, era
lei che voleva condurre il gioco!
“Avresti guadagnato un bel po’ di punti se non avessi strappato questi fiori. Io sono un’amante della natura, perdi quattro punti”
Il misterioso boscaiolo cominciò a ridere, lasciando Kim leggermente a disagio… quando rideva era ancora più carino: buttava la testa all’indietro, reggendosi
i fianchi con le mani, i capelli sudati si alzavano e ricadevano sulla fronte, mentre
vicino agli occhi socchiusi si formava una bizzarra ruga.
“Ti porterò fuori a ballare stasera!”
“E perché dovrei accettare?”
“Perché sono sopra di un punto!”
Kim si morse il labbro, la sua scarsa conoscenza della matematica l’aveva
cacciata in un bel guaio. Il rumore di una macchina la trasse d’impiccio. Il pulmino bianco dell’albergo si fermò vicino a loro accompagnato da un gran polverone.
Matteo si affacciò al finestrino.
“Andiamo Kim salta su!”
“E così ti chiami Kim dolcezza!”
“Ehi, Paolo non fare il villano!”
Kim non credeva alle proprie orecchie… e così quello era il famoso Paolo,
l’aveva immaginato molto diverso.
“Scusa Mat, quello è Paolo… quel Paolo, quello della storia di Tiziano?”
Paolo si voltò verso Matteo e lo guardò sconcertato: perché aveva raccontato tutto a quella ragazza? Perché aveva deciso di confidarsi con una sconosciuta?
“Lo so che mi credi pazzo, ma mi è servito parlare con lei!”
Paolo sembrò non capire l’amico.
“A proposito, a quanto ho capito il fatto che io sia quel Paolo mi fa salire
ancora di più nella tua classifica!”
“Veramente io…”
“Che classifica, Kim?” domandò Matteo scendendo dal pulmino e raggiungendo
i due amici.
“Una classifica per stabilire se posso uscire con lei” rispose Paolo “E a quanto
pare sono sopra di due punti!”
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Francesca Faramondi
“Beh, mi dispiace deluderti, ma hai perso tre punti!”
“E perché?”
“Perché lei è la mia ragazza!” annunciò Matteo afferrando per mano Kim
e portandola sul furgone “Mi dispiace Paolo sarà per un’altra volta” concluse
mettendo in moto.
“Sei fortunato!” gridò Paolo al furgone ormai in lontananza.
Kim stava impietrita seduta accanto a Matteo. Non riusciva a credere alle
parole che Matteo aveva detto, non riusciva a capire se era arrabbiata o contenta, indignata o al settimo cielo.
Matteo fu costretto ad accostare quando incrociò l’altro pulmino dell’albergo
che andava a prendere le ultime persone rimaste a piedi.
“Kim, senti, ti sei offesa per le parole che ho detto?”
Kim scosse la testa e sorrise.
“No, non sono offesa… no aspetta resta fermo, non ripartire, debbo parlarti!” Kim chinò la testa come se si vergognasse.
“Dai parla Kim… se è per quello che ho detto…”
“Beh, in parte sì… ma non come pensi tu è che… avrei voluto dirlo io che
ero la tua ragazza!”
“Che cosa?!”
“Ecco lo sapevo, dovevo starmi zitta. È che sono troppo impulsiva, lo sapevo che era presto, ma io… uffa ho rovinato tutto perché…”
“Kim, tu non hai rovinato nulla. Sono felice che tu mi abbia detto ciò che
provi. Neanche io stavo scherzando con Paolo. Kim ti voglio molto bene”
Matteo si avvicinò a Kim, le accarezzò i capelli e le sfiorò la guancia arrossata;
passò il dito sulle labbra, poi la baciò. Fu un bacio timido, fuggitivo, ma Kim
lo ricambiò con foga, con passione, come se si fossero sempre amati, come se
fossero stati sempre insieme.
Questo era il sapore di un bacio dato per amore, pensò Kim, mentre cercava avidamente le labbra di Matteo. Era molto diverso dal bacio formale che
si erano dati lei e Carson… non c’era mai stato tempo per le smancerie, come
le chiamava lui, il suo scopo era solo quello di portarla a letto; con lui Kim non
aveva mai provato la dolcissima sensazione di un vero bacio appassionato.
Il tempo parve fermarsi e solo il cielo, gli alberi, le nuvole e le imponenti
montagne del Brenta furono testimoni del loro gesto d’amore.
“Ehi Paolo, il nostro amico Mat ha deciso di non venire più?!”
“Ho visto la sua ragazza, niente male!”
“Secondo me è straniera!”
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“Che dici sarà una ragazza facile?”
“Secondo me è una tosta!”
“Ehi, Paolo tu che ne pensi?”
“Sì, avete ragione è carina!” Paolo rispondeva con malavoglia alle domande
dei suoi compagni impiccioni, il suo unico chiodo fisso era Kim.
Perché Matteo aveva parlato? E che cosa le aveva detto?
Prese l’accetta e cominciò a colpire violentemente un vecchio tronco da tempo
ammuffito.
“Nervoso?!”
“Geloso!”
Le risatine dei suoi compagni lo stavano facendo arrabbiare, non aveva
più voglia di starsene là, in mezzo a quel bosco, non riusciva a concentrarsi.
Doveva assolutamente sapere cosa Matteo aveva detto a Kim. Doveva parlare con l’americana, non poteva continuare a tormentarsi. E poi lei gli piaceva
tremendamente. Era sicuro che Matteo non fosse il suo ragazzo, l’aveva detto
solo per toglierla d’impiccio. Avrebbe scoperto la verità e avrebbe conquistato il cuore di Kim.
Paolo lasciò cadere l’accetta, prese il suo pranzo al sacco e cominciò a scendere
per il sentiero.
“Non mi sento bene, vado a casa!” gridò.
Non ci avrebbe messo molto ad avere Kim; rabbrividiva al solo immaginare il suo corpo perfetto, le sue labbra perlate e le sue gambe. Tra poco sarebbe stata sua, gli dispiaceva per Matteo, ma stavolta sarebbero stati acerrimi nemici.
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Capitolo sei
Era un sabato mattina d’agosto, con un tempo perfetto e l’aria tiepida
che accarezzava la pelle lieve come una seta faceva venire voglia di rimanere all’aperto per sempre. La giornata sarebbe stata lunga, piena di sole, ma
ora alle dieci, l’ombra degli alberi dava ancora un po’ di frescura. Kim prese
la mano di Matteo: era contenta di averlo accompagnato a trovare suo padre. Il cimitero sorgeva su un promontorio proprio poco fuori la frazione di
Pracorno, delimitato da abeti e cipressi. All’entrata vi era la statua di un soldato agonizzante adagiato su due rocce, circondato da filo spinato e da finti
brandelli di divisa: era così che gli abitanti del comprensorio di San Bernardo
ricordavano i caduti e i dispersi della prima e seconda guerra mondiale. La
stradina era lievemente in pendenza e in sommità, affacciandosi al parapetto, si vedeva il cimitero vecchio: un bellissimo prato all’inglese, lapidi e croci
d’onice o di marmo bianco, con incise tenere frasi d’addio e con sopra foto
in bianco e nero di facce sorridenti. La foto di una bambina di circa tre anni
stonava tra le foto di adulti e anziani, ma ormai il tempo e la morte avevano
reso tutto uguale… quella bambina era morta più di cinquant’anni prima.
Sulla destra, una porticina dava su un sentiero che faceva il giro della chiesa, fino ad arrivare alla parte nuova del cimitero, dove un enorme soldato
di pietra faceva da guardia al luogo sacro. La chiesa di pietre e mattoni grigi
era piccola, ma il campanile era imponente, e sembrava la guardia del corpo di un’indifesa damigella. Alla sommità del campanile vi era una cupola
di metallo con sopra un galletto segna vento che fissava immobile le montagne innevate.
Nella parte nuova del cimitero, le lapidi erano più numerose e le date di
scomparsa più recenti, anche qui il colore andava dal nero al bianco rosato
del marmo. Il rumore dell’acqua uscente da due piccole fontanelle rompeva il
silenzio, ma creava un’atmosfera di rispettoso timore. Davanti a una delle fontanelle,
quella di destra, c’era una grande stele con incisa una lunghissima, ma stupenda
preghiera a guisa di poesia:
La ragnatela
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“La gente seguiva, gente in lutto che piangeva; gente in lutto che sapeva
che era finita.
Ed io pensavo che tutto cominciava. Sì, era terminata la prova generale,
ma la rappresentazione eterna iniziava. Era appena nato, Nato alla Vita; quella buona, quella vera, la Vita eterna. Come se i morti esistessero! Non vi sono
morti, Signore, non vi sono che viventi, sulla nostra terra e nell’aldilà. La morte
esiste, Signore, ma non è che un momento, un istante, un secondo, un passo,
il passo dal provvisorio al definitivo, il passo dal temporale all’eterno. Morte,
tu non esisti che per la Vita, e non sei capace di rapirci quelli che amiamo. Ma
dove sono, Signore, quelli che da vivi ho amato? Signore, sono vicini a me i
miei morti; non li vedo più con gli occhi, ma in Voi, Signore, sento che mi chiamano,
vedo che mi invitano, sento che mi consigliano perché ora le nostre anime si
toccano in Te. Signore, Vi amo e voglio amarVi maggiormente, Voi eternate
gli amori ed io voglio eternamente amare”
Michel Quoist
Kim rilesse più volte la poesia: era davvero stupenda… ti faceva sentire in
pace con te stessa e più vicina alle persone defunte. Kim strinse la mano di Matteo.
“Hai mai letto questa poesia?”
Matteo annuì.
“Sì, ed è stata proprio grazie a questa che mi sono convinto che non sono
solo; che mio padre mi sarà sempre vicino e molte volte lo sento, so che ti sembrerà
stupido, ma quando entro nel suo studio, sento la sua presenza e qualche volta parlo con lui, mi sfogo!”
“Ti credo e non ti considero stupido… era pur sempre tuo padre ed è normale che tu ti senta tanto legato a lui. Forza andiamo!”
Matteo annuì, le bisbigliò grazie e s’incamminò verso la tomba di suo padre: lo sentiva, era lì con lui e ci sarebbe stato sempre.
Gli occhi castani spiccavano sulla carnagione pallida, resa ancora più chiara
dal flash improvviso della macchina fotografica. I capelli ricci e brizzolati erano scompigliati e maggiormente arruffati vicino alle orecchie. Sorrideva, un sorriso
malizioso e infantile, il sorriso di un bambino che ha appena combinato una
marachella. Il fotografo lo aveva colto nel momento in cui arricciava lievemente
il naso, con il collo un poco piegato verso destra e gli occhi spalancati in un
moto di stupore.
Vicino alla tomba c’era un vaso celeste pieno di splendide margherite: grandi,
bianche e aperte come se i loro petali fossero dita di una mano protese verso
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Francesca Faramondi
l’alto per lodare il Signore. Matteo sorrise, era stata sua madre a portare quei
fiori, n’era sicuro… erano i suoi preferiti, i fiori che aveva nel bouquet del loro
matrimonio. Era incredibile che si fosse ricordata, eppure Matteo scoprì che si
sarebbe meravigliato del contrario: il legame dei suoi genitori era troppo forte.
“È una foto molto originale” ammise Kim, notando come la foto allegra di
Tiziano stonasse tra quelle facce austere ritratte in bianco e nero.
“Gliel’ho fatta io!” spiegò Matteo “Era voltato e stava mangiando avidamente, di nascosto, un barattolo di Nutella che mia madre aveva appena comprato.
Era davvero un golosone! L’ho fotografo con le mani nel sacco… cioè nel barattolo… aveva le dita completamente marroni e le labbra coperte da un rossetto di cioccolata!”
Kim sorrise. Nella sua famiglia non avrebbe mai potuto assistere a scene
come questa: tutti troppo impegnati a fare bella figura nella società, a curare il
loro aspetto e a trattenere con avidità i beneamati soldi. Non c’era mai stato il
tempo per il divertimento! La sua famiglia aveva una visione della vita tutta
rose e fiori, tutta vestiti di Chanel e pranzi nei ristoranti di lusso, persino le cose
brutte venivano tramutate in avventure piacevoli, ma il divertimento era qualcosa
di vietato! Kim provò a immaginare suo padre nei panni di Tiziano, ma la cosa
gli sembrò così inverosimile che la rese triste.
“Devi aver avuto un’infanzia felice!”
“Sì, perché tu no?!”
“Non proprio. Certo avevo tutto quello che una figlia potesse desiderare:
bei vestiti, tanti giocattoli, una casa enorme e persino due cani; ma ero quasi
sempre sola, i miei genitori partivano spesso per viaggi d’affari e mi lasciavano con babysitter egoiste e cattive, non ho mai avuto una vera amica ed ero
la ragazzina più triste del mondo. Quando avevo dodici anni mia madre rimase
incinta… non credo che desiderassero altri figli, ma un aborto sarebbe stato
uno scandalo troppo grosso. Sai Mat, sono felice per i miei fratellini, perché
sono due, possono contare l’uno sull’altro, non saranno mai soli… come me.”
“Deve essere stato difficile per te crescere i tuoi fratelli!”
“Oh no… è stata la cosa più bella. Fare da mamma ai gemelli era la cosa
che mi piaceva di più. I miei genitori smisero subito di chiamare la babysitter
la sera, anche se avevamo una tata fissa per tutto il giorno e affidarono i gemelli a me. Ero molto felice, non ero sola, avevo delle responsabilità e cominciai a divertirmi. Tutto questo però non durò molto. Un giorno, io avevo quindici
anni, i miei genitori tornarono prima del previsto da una cena e ci trovarono
tutti e tre sporchi di gelato che avevamo comprato in un negozio a pochi iso-
La ragnatela
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lati da casa nostra. Mia madre impallidì non appena ci vide, mio padre mi prese
a schiaffi, mi rinchiuse in camera mia e la mattina dopo fui mandata in un collegio!”
“Ma perché, non avevate fatto niente di male!” ormai avevano lasciato il
cimitero e si stavano incamminando verso l’albergo.
“Noi avevamo osato scendere tra i comuni mortali, c’eravamo comportati
come tali… noi degli Aldrich… che vergogna!” Kim sorrise, ma Matteo capì
che questo la faceva ancora soffrire.
“Rimasi in collegio per cinque anni, tornai a casa il giorno del mio ventesimo compleanno. I miei fratelli erano ormai dei piccoli lord, ma andammo subito d’accordo. Era come se in una piccolissima parte del loro cuore ricordassero ancora con nostalgia quella sera. Cominciai così a spiegare loro che mamma
e papà non si comportavano sempre bene, che bisognava pure divertirsi e così
li portai alle giostre. Disubbidendo a mio padre li vestii con jeans e maglietta
comprati in una bancarella e li feci divertire. Mio padre mi scoprì e mi cacciò
di nuovo costringendomi ad andare all’Università. Non ho retto a lungo, ho
conosciuto Rhys e con lui la fotografia; sono tornata a New York ho affittato
un piccolo appartamento e mi sono trasformata in una di quelle persone da
cui i miei volevano tenerci lontani! Pensa per fargli un dispetto ho persino partecipato
alla maratona di New York. La sua bellissima figlia che correva sudata tra la
folla! I loro sogni non erano stati di certo realizzati!”
“E com’è andata?”
“Come vuoi che sia andata, hai visto come mi sono comportata qui in montagna;
non puoi certo dire che ho una grande resistenza. Dopo i primi cento metri mi
sono fermata ai tavolini di un caffé all’aperto, mi sono seduta e ho ordinato
un cappuccino”
Matteo cominciò a ridere e Kim l’imitò… era bello sentirsi così felice, così
libera di fare tutto ciò che desiderava, avrebbe voluto che questa vacanza non
finisse mai.
Matteo la guardò negli occhi e capì che, nonostante la sua allegria, doveva aver sofferto molto. Lui aveva avuto un’infanzia normale, divertente: era
andato a pesca con suo padre, aveva fatto pic-nic con i genitori, era andato in
discoteca con gli amici… si considerava davvero fortunato ed era dispiaciuto
che Kim non avesse potuto avere altrettanto. Con molta naturalezza gli mise
un braccio intorno alla vita e con stupore si accorse che lei faceva altrettanto.
In quei giorni si erano avvicinati molto e quel bacio alla Malga aveva migliorato il loro rapporto di fiducia rendendolo quasi perfetto.
“Kim, posso farti una domanda?” vedendo che l’amica annuiva Matteo continuò
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Francesca Faramondi
“Perché ti sei fidanzata con quel Carson tornando così nel mondo da cui eri
fuggita?”
“Bella domanda. All’inizio Carson mi era sembrato identico a me. Un ragazzo ribelle che deve sottostare al gioco di una famiglia oppressiva. Purtroppo dopo è venuto fuori la sua vera natura, così simile a quello di mio padre,
ma allora era troppo tardi. Nonostante i litigi e le incomprensioni non riuscivo
a staccarmi da lui, sapevo che mi faceva male, ma non potevo stargli lontana… era come una droga per me!”
“E ora?”
“E ora ci sei tu” rispose Kim baciandolo sul naso e scoppiando a ridere come
una ragazzina.
Kim salì di corsa i gradini delle scale: doveva prendere il suo maglioncino
di cashmere nero con le perline… faceva troppo freddo per uscire senza. Voleva fare una bella passeggiata con Matteo. Le sembrava incredibile il rapporto che si era istaurato tra loro: un rapporto basato sulla fiducia e sul dialogo.
Era la prima volta che Kim si confidava apertamente con qualcuno conosciuto da pochi giorni… le era sembrato tutto facile, come se conoscesse da sempre Matteo! Non aveva mai detto a nessuno cosa pensava realmente della sua
famiglia, certo Rhys sapeva che non correva buon sangue, ma neanche lui poteva
immaginare l’odio profondo che provava per quella gente. Non riusciva a sopportare
il fatto che volessero ad ogni costo controllare la sua vita in ogni sua mossa,
volevano mantenerla sotto una campana di vetro, se fosse stato per loro sarebbe diventata solo una bambola bellissima, da truccare e vestire elegantemente da far poi vedere alla gente. Ormai non le bastava il semplice fatto che
fossero i suoi genitori, per voler loro bene. In teoria avrebbe dovuto amarli più
di se stessa, eppure non ci riusciva… si erano spinti oltre, le avevano fatto troppi
torti e cosa peggiore non sembravano pentiti e non sembravano capaci di capire le sue vere esigenze: era troppo da perdonare. Kim non si era mai fidata
di nessuno, era una cosa nuova lasciarsi andare così con qualcuno, e questo
le piaceva. Con Carson aveva sempre dovuto fingere; quando aveva capito
com’era in realtà, non aveva avuto il coraggio di mostrarsi com’era, non aveva avuto la forza per dirgli tutto quello che pensava sulla sua famiglia e sulle
persone come lui: era diventato troppo importante per perderlo! Ma ora tutto
era diverso… non voleva più fingere di essere la persona che non era, con Matteo
poteva essere se stessa e tutto ciò la rendeva felice.
Kim si affacciò alla finestra. Matteo era in strada, sotto la luce di un lampione e stava fumando una sigaretta.
La ragnatela
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“Scendo!” urlò felice.
Matteo alzò gli occhi alla finestra della stanza di Kim, la vide rientrare, poi
le luci si spensero. Era contento di aver trovato una persona tanto speciale, tanto
semplice e in grado di capirlo. Era riuscito a parlarle di tutto con lei perché era
una ragazza schietta e sincera, sempre allegra e disponibile. Si considerava davvero
fortunato e avrebbe fatto di tutto per avere l’occasione di averla accanto per
sempre, di svegliarsi ogni mattino accanto al suo corpo caldo e di addormentarsi ogni sera facendo l’amore con lei!
Era ancora soprappensiero quando Kim arrivò. Lo colse di sorpresa e da
dietro gli chiuse gli occhi con le mani.
“Indovina chi sono?”
Matteo sorrise, non avrebbe mai potuto confonderla con nessuno… quel
suo modo tanto americano di storpiare le parole gli piaceva da matti!
“Non so, chi potrebbe essere? Forse Kim!” dichiarò prendendole le mani,
voltandosi e baciandola in fronte.
“Vogliamo andare?!”
Kim annuì appoggiandosi al braccio che Matteo le aveva messo affettuosamente intorno al collo. Erano felici, entrambi, come non lo erano da tanto
tempo. Questa vacanza era stata per loro un piccolo miracolo, si erano trovati
e sembravano perfetti insieme. Kim sorrise, cercò di prendere per mano Matteo,
ma all’improvviso si fermò: ne era sicura, c’era qualcuno dietro di lei.
Impaurita si voltò di scatto e restò pietrificata nell’osservare il ghigno minaccioso di Claus.
“Kim, ma che…” vedendo il volto pallido della ragazza, Matteo si girò e
sobbalzò trovandosi davanti lo strano individuo “Buonasera” disse impacciato facendo un segno col capo. Il vecchio dell’albergo però non rispose: osservò i due giovani e poi riprese a camminare, con un passo veloce, quasi troppo per una persona tanto fragile quale pareva.
“Mat, mi fa paura. Non so perché, ma mi fa paura!”
“Ancora, ma la tua è una fissazione! Se sapevo che eri così paurosa non ti
avrei raccontato la storiella del vampiro!”
“Ma lo hai fatto!” Kim cominciò a camminare velocemente.
“Ed ora dove vai?” domandò Matteo raggiungendola.
“Lo voglio seguire”
“Scusa ma non ti capisco… sei terrorizzata da quell’uomo eppure vuoi seguirlo? Sei davvero strana!”
“No, è che sono troppo curiosa. Me lo hanno sempre detto tutti ed ora andiamo…
altrimenti ci scappa!”
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Francesca Faramondi
Kim e Matteo cominciarono a camminare il più velocemente possibile, non
volevano perderlo di vista neanche per un attimo!
Il cuore di Kim batteva all’impazzata, non era mai stata tanto spaventata
in vita sua, eppure sentiva che doveva andare avanti, non sapeva il perché,
ma sentiva che doveva sapere tutto su quell’uomo. Ne era attratta, quel suo
fare misterioso e quasi macabro la sconvolgevano, ma allo stesso tempo la entusiasmavano.
Matteo osservò Kim, il suo volto rosso, i capelli che le battevano contro la
schiena, sospinti dal vento… avrebbe tanto voluto sapere che cosa stava pensando, perché si stava comportando in quel modo, ma sapeva che era inutile… come diceva suo padre le donne sarebbero rimaste per sempre il più grande
enigma dell’universo!
All’improvviso Claus si fermò, si voltò… rimase immobile per alcuni secondi
poi continuò e si infilò in un vicolo.
“Oh mio Dio… ci avrà visti!” Kim sentiva il sangue ghiacciarsi nelle vene.
“Non lo so Kim… ma credo che stiamo esagerando. Forza torniamo all’albergo!”
“No, Mat… non ora; voglio andare fino in fondo. E poi non far finta di niente,
ti conosco bene ormai e so che sei curioso quanto me!”
Matteo non poté fare a mano di annuire: in effetti anche lui era stato affascinato dalle leggende su Claus; sin da piccolo avrebbe voluto scoprire tutto
su di lui ed ora che ne aveva la possibilità che faceva? Si tirava indietro?… e
davanti ad una donna per giunta! No, sarebbe andato fino in fondo.
“E va bene andiamo!”
I due ragazzi entrarono nel vicolo, ma ad accoglierli ci fu solo buio e silenzio: un gatto randagio uscì da uno scatolone per scomparire nel campo di fronte…
erano soli.
Davanti a loro c’era un bivio… ed ora dove si era cacciato, che strada aveva
preso? C’era una sola cosa da fare!
“Dobbiamo dividerci lo sai?”
“Ascolta Kim… perché non proviamo a seguirlo domani. Ci è scappato,
questo è il punto. È inutile addentrarci per vicoli bui!”
“Non è che hai paura!” lo sfidò Kim.
Matteo la guardò a lungo prima di parlare.
“Tu vai a destra, io andrò a sinistra!”
Kim si guardò intorno, solo buio, erba e scatoloni vuoti, ma perché le era
venuto in mente di separarsi da Matteo. Complimenti aveva fatto proprio una
bella scelta! ed ora con il cuore in mano stava attenta a ogni suo passo… si
La ragnatela
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sentiva sola e vulnerabile. Grazie alla luce della luna riusciva a malapena a distinguere
lo stretto sentiero, ma ormai si stava rendendo conto che le case diventavano
sempre più rare… tra poco sarebbe finita nel bosco.
“E va bene… io ci ho provato” disse a se stessa mentre tornava indietro.
Ripercorse tutto il sentiero al contrario, ma sentiva che qualcosa non andava… non aveva mai visto prima quella casa con quell’enorme gnomo all’entrata! Oh cavolo, dove diavolo era finita! Ci mancava solo che si fosse persa.
Presa dal panico, ma incapace di muoversi, Kim guardava la grande villa. Forse
avrebbe potuto chiedere a qualcuno di riaccompagnarla all’albergo. Le luci
erano accese, quindi c’erano delle persone in casa.
Stava quasi per fare un passo, quando sentì dietro di lei uno strano fruscio.
Il terrore la paralizzò. Il rumore dei passi che si avvicinavano era sempre
più forte… stava arrivando! Deglutì a fatica, chiuse gli occhi e trattenne il fiato, ma all’improvviso sentì una mano sulla sua spalla.
Kim urlò con quanto fiato aveva in gola, mentre l’uomo dietro di lei le diceva di stare zitta.
“Lasciami, lasciami…” continuò a urlare Kim dibattendosi.
“Kim, Kim sono io Paolo!”
Kim si bloccò e si fermò a guardare l’amico di Matteo: che spavento che le
aveva fatto prendere.
“Ma che ci fai qui?” domandò non appena si fu calmata.
“Veramente è quello che ti volevo chiedere io!”
“Ehi, che succede?” un uomo alto, con una folta barba, uscì dalla villa ancora in vestaglia; non appena aveva sentito le urla si era precipitato fuori.
“Niente papà torna in casa, entro subito!”
“Sei tu Paolo… lo sai che hai spaventato a morte tua madre!”
“Papà…” Kim era confusa “Vuoi dirmi che sono davanti alla casa dei tuoi
genitori… oh Dio che vergogna!”
Paolo annuì sorridendo, mentre suo padre si avvicinava a loro.
“E questa chi è? Deduco sia l’urlatrice!”
“Mi scusi, sono mortificata… è solo che suo figlio mi ha spaventata” ammise Kim arrossendo.
“Oh non si preoccupi, fa a tutti questo effetto. Vuole entrare in casa e bere
qualcosa? Sta ancora tremando.”
“Grazie se per voi non è un disturbo!”
“Nessun disturbo”
Alessandro si diresse verso casa, seguito dal figlio e da Kim.
“Non che non sia contento della tua visita, ma che ci facevi qui?”
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Francesca Faramondi
“È una storia lunga… comunque mi sono persa!”
“E Mat!”
“Ci eravamo divisi!”
“E perché?!”
“Te l’ho detto è una storia lunga e non ho voglia di raccontartela!”
“D’accordo vedo che sei scossa… bevi qualcosa con noi e poi ti riaccompagno
all’albergo!”
Kim ringraziò Paolo, sentendo che il suo cuore tornava pian piano ad un
ritmo normale.
Non appena Matteo sentì l’urlò si bloccò, provò un tuffo al petto, mentre nelle orecchie sentiva e risentiva la voce terrorizzata di Kim.
E ora, che cos’era successo? Matteo si maledì, mentre cominciava a correre verso l’amica… se le era successo qualcosa non se lo sarebbe mai perdonato! Ma perché si erano divisi?! Matteo sapeva che poteva essere pericoloso
camminare di notte per le viuzze di un paesino di montagna: i dirupi erano
frequenti, le vipere si mimetizzavano perfettamente nel buio ed era facile perdersi… eppure Matteo sapeva di essere terrorizzato per un altro motivo, aveva paura che Kim avesse incontrato Claus! Ma no, che cosa andava a pensare, la storia del vampiro era solo una leggenda…. eppure l’urlo di Kim era così
carico di terrore e d’angoscia che…
Con le lacrime agli occhi e col cuore pieno di rabbia, preoccupazione e un
senso d’impotenza, Matteo correva per le strade del paese, con il vento pungente che gli mordeva le carni. Allungò la falcata, tra poco sarebbe arrivato al
bivio… però ne aveva fatta di strada! A un tratto vide una figura davanti a lui,
nascosta nel buio, immobile. Con il cuore in gola rallentò… passò vicino alla
misteriosa figura, lanciò un’occhiata sottecchi, poi più calmo riprese il cammino. Matteo non avrebbe più scordato la forza con cui quella mano si strinse al
suo braccio… Sgomentato si girò… la figura era uscita dal buio ed ora poteva
chiaramente vedere il volto di Claus.
Il suo volto scarno e pallido era vicinissimo a quello di Matteo.
“Che volete da me!” la voce era piatta e tagliente come una lama di ghiaccio…
Matteo capì che cosa spaventava Kim. Il suo aspetto da uomo debole, gracile
e normale rendevano ancora più terribile il contatto con quella misteriosa forza che sembrava emanare.
“Allora?” Matteo sentì sulla fronte il gelo del suo alito.
“Noi non vogliamo niente” disse cercando di farsi coraggio “E lei… vuole
qualcosa da noi?”
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Impassibile, nulla lo scalfiva, nessun segno d’emozione, o paura. Bene o
male Matteo avrebbe potuto facilmente sopraffarlo… eppure era calmo, immobile, come se fosse una statua di marmo, solo le labbra si mossero per assumere la forma del suo caratteristico ghigno.
“Meglio così, meglio così”
Matteo sentì che la presa di Claus si faceva più debole e, non appena gli fu
possibile, sfilò via il braccio. Si sentiva l’arto indolenzito e molto freddo, come
se l’avesse tenuto al contatto con il ghiaccio, istintivamente alzò la maglietta
per vedere se tutto andava bene e, proprio mentre notava che tutto era normale, si ricordò di Kim e del suo urlo.
“Che cosa ha fatto alla mia amica!” urlò, ma Claus era sparito, scomparso
nell’ombra proprio com’era arrivato.
Matteo tornò a cercare Kim, si guardò a lungo intorno finché non la vide.
“Kim! Kim!”
La ragazza si girò, lo guardò con aria interrogativa, poi scrollando le spalle
continuò la sua passeggiata. Matteo si morse il labbro per la vergogna… che
figura che aveva fatto, quella ragazza non era Kim, non le assomigliava neanche un po’, ma allora lei dov’era?! Stava quasi per rimettersi a cercarla, quando sentì la sua voce.
“Mat…Mat!”
“Kim, ma che diavolo è successo!” disse abbracciandola e tenendola stretta
a sé, poi si voltò verso l’amico e lo ringraziò.
“Quando ti ho sentito urlare ho avuto paura e invece stavi con Paolo!”
“Ti meraviglieresti se ti dicessi che è stato proprio Paolo ha spaventarmi?!”
Matteo guardò l’amico che arrossì.
“L’ho vista girovagare davanti casa dei miei, così mi sono avvicinato, ma
non appena le ho messo una mano sulla spalla a cominciato ad urlare. Ha fatto
persino uscire mio padre in vestaglia!”
Matteo sorrise nell’immaginare la scena.
“Non prendermi in giro” disse Kim imbronciata “Pensavo che fosse qualcun’altro… a proposito hai avuto più fortuna di me?”
Matteo stava per dirle la verità, ma si fermò: non voleva spaventarla e angosciarla
ancora di più.
“Nulla, è sparito” mentì sperando che le credesse.
A Kim non passò mai per la testa che Matteo stesse mentendo, si strinse
forte a lui, lo baciò e insieme s’incamminarono verso l’albergo.
Lo straniero sedeva su uno dei divanetti di velluto verde. Altezzoso e su-
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Francesca Faramondi
perbo si specchiava nel riflesso del bicchiere di vino bianco che aveva in mano.
I capelli castani e ricci erano ben pettinati e tirati indietro con manate di brillantina. Gli occhi piccoli e guardinghi si muovevano veloci dalla porta al bicchiere ormai semivuoto. Sudava copiosamente e il suo corpo possente sembrava gemere dentro la stretta giacca a doppiopetto blu. Gli occhi si posarono
di nuovo sulla porta e all’improvviso furono attraversati da un lampo d’odio e
cupidigia.
Kim entrò nella hall ridendo e scherzando con i suoi due amici; stringeva
forte il braccio di Matteo e sorrideva a Paolo.
Lo straniero si alzò lento dal divanetto e si avvicinò al trio. Il volto di Kim si
paralizzò dallo stupore e sia Paolo sia Matteo se ne accorsero: fissarono prima
lo straniero poi l’amica.
“Kim tutto a posto?!”
Kim annuì.
“Ciao, Carson?!”
Matteo si mise a fissare lo straniero... e così quello era il famoso Carson,
che diavolo ci faceva qui e cosa voleva da Kim?
Carson, mantenendo la calma, si avvicinò a Kim, l’afferrò per un braccio
e le bisbigliò: “Andiamo!”
“No, non ci penso nemmeno!” disse Kim cercando di divincolarsi, ma la
stretta di Carson si faceva sempre più forte. “Carson lasciami così mi fai male!
Lasciami!”
Con un gesto repentino, Matteo si intromise tra i due e riuscì a liberare il
braccio di Kim.
“Credo che non voglia venire, quindi la prego di andarsene!”
“E lei chi è?” domandò Carson, squadrandolo dall’alto in basso come se
fosse il più indegno delle persone viventi sulla terra.
Matteo sentì crescere dentro di lui l’indignazione: Carson era l’uomo più
egoista e superbo che avesse mai conosciuto; ora capiva perché Kim aveva
tanto desiderato la fuga!
“Sono il suo ragazzo!”
Il pugno lo colpì in pieno volto con una forza straordinaria. Matteo barcollò poi cadde all’indietro; perdeva sangue dal naso, l’occhio era gonfio e rosso, e sulla guancia era rimasto il segno dell’anello di Carson.
“Oh mio Dio Carson, ma che hai fatto” Kim si chinò accanto a Matteo “Stai
fermo non toccarti l’occhio, vado a prenderti un po’ di ghiaccio”
“No, andiamo!” disse Carson riafferrandola per il braccio.
“Piantala Carson, io non sono più la tua ragazza; sto bene qui con Mat, mi
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piace l’Italia… devi fartene una ragione, lasciami e vattene! È finita!” disse, cercando
di colpire Carson, ma lui fu più veloce… la teneva praticamente immobilizzata.
“Ho detto andiamo!”
In quel momento Paolo, che era rimasto un po’ in disparte, si avvicinò.
“Nessuno ti ha mai detto che sei un grandissimo figlio di puttana!”
Carson alzò lievemente il sopracciglio destro, ma non si scompose più di
tanto; lasciò Kim che corse da Matteo, e si preparò ad affrontare Paolo.
“Hai steso il mio migliore amico e vuoi portare via Kim contro la sua volontà… bastardo, prima dovrai vedertela con me!”
Paolo colpì Carson con un pugno allo stomaco e mentre l’avversario si piegava
in due per il dolore lo afferrò per il collo.
“Ora tu te ne vai!”
Carson fissò Paolo, il suo volto era rosso di rabbia e vergogna.
“Non finisce qui!” sussurrò Carson.
“Oh sì che finisce qui… non voglio più vederti da queste parti!” Paolo lo
afferrò per la giacca, lo trascinò fuori gli diede un altro pugno e poi lo spinse in
mezzo alla strada.
“Forse sono stato troppo duro” disse tra sé e sé rientrando, poi guardando
i suoi due amici “E voi state bene?!”
Kim annuì lanciando un’occhiata d’intesa a Matteo e in quel momento Paolo
capì che non aveva nessuna speranza di conquistarla, ma che era in ogni caso
felice per il suo amico.
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Francesca Faramondi
Capitolo sette
L’oscurità avvolgeva la piscina. L’acqua era una lastra di cristallo che giocava con i bagliori di una pallida luna piena. I vetri erano appannati e il silenzio era l’unico padrone del luogo. Kim aprì la porta, sapeva che era vietato,
ma aveva bisogno di un bell’idromassaggio. Aveva le spalle indolenzite ed era
molto tesa… quello che era successo l’aveva stressata! Il suo cuore batteva calmo
nel petto, concedendosi un meritato riposo… troppe volte aveva galoppato
in un’unica nottata. Appoggiò l’asciugamano su una sedia ed entrò nella vasca. L’acqua era calda e lei si sciolse. Premette il pulsante d’accensione e si lasciò andare, coccolata dalle bolle. Un senso di benessere le invase tutto il corpo, non si era mai sentita così bene! Chiuse gli occhi e liberò la mente, non
voleva pensare a niente, non voleva preoccupazioni, in quel momento c’era
solo lei, l’acqua e il movimento continuo delle bolle.
La porta si aprì di nuovo… Kim si alzò per vedere chi fosse… sorrise.
Il costume nero gli aderiva al corpo come una seconda pelle, i pettorali e
gli addominali sembravano scolpiti… anche lui sorrideva.
“Posso” bisbigliò avvicinandosi alla vasca. Kim annuì e lasciò che Matteo
entrasse.
Lui la prese tra le braccia e cominciò a baciarla… sulla bocca e sul collo;
Kim gli accarezzò la schiena e i capelli lasciandosi baciare dall’acqua e da Matteo.
I loro occhi s’incontrarono per un breve istante, ma capirono… si volevano, ora, in quella vasca, avvolti dal buio…
Matteo la baciò sul collo, mentre le slacciava il costume. Kim chiuse gli occhi, provando un brivido di piacere nel sentire la bocca di Matteo sui suoi seni…
lui l’accarezzò dolcemente e lei lo ricambiò. Si strinsero forte, ansimando e sentendosi
felici… così felici che non si accorsero della porta che si apriva nuovamente.
“Che cosa ci fate voi qui!” urlò la cameriera, fingendosi arrabbiata, ma divertita dal gesto romantico dei due ragazzi.
“Ci scusi… noi” Matteo uscì dall’acqua, Kim riprese il suo costume che galleggiava
in un angolo e ridendo scapparono via.
Uscirono sul solario e il freddo li colpì come uno schiaffo.
La ragnatela
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Continuarono a ridere, rossi d’emozione e vergogna, come due bambini
colti sul fatto.
Si abbracciarono di nuovo e corsero sul prato. La brina aveva ghiacciato
l’erba, ma sembravano non farci caso. Entrarono in un vecchio maso abbandonato, infreddoliti e sudati, ma ancora avvinghiati e ancora vogliosi l’uno dell’altra.
Si adagiarono su un vecchio materasso, Kim lanciò via il costume e Matteo la
baciò dolcemente. Fecero l’amore più volte prima di addormentarsi l’uno nelle
braccia dell’altra, rannicchiati in posizione fetale.
“Buongiorno” bisbigliò Matteo, baciando Kim sulla fronte. Un raggio di sole
le illuminava il volto, tingendo la sua pelle di un color rosa pesca. Kim si strinse più forte alla coperta, rannicchiò le gambe e sorrise.
“Buongiorno!”
Matteo le accarezzò i capelli, mentre lei giocava con i riccioli sul suo petto.
Era bello restarsene lì, abbracciati, sotto le coperte, solo loro due e lasciare il
mondo fuori da quel piccolo rifugio, come se non esistessero altro che loro e
l’amore che provavano l’uno per l’altra.
Kim si strinse forte a Matteo e cominciò a fissarlo.
“Qualcosa non va?” domandò Matteo, vedendo che era sparito dagli occhi di Kim quel lampo di felicità che tanto lo aveva colpito ieri sera.
“Mat… io… non lo so è che…” Kim abbassò lo sguardo e divenne triste.
“Non ti devi preoccupare… forse ho capito che cosa ti preoccupa. Riguarda Carson e il momento magico vissuto da noi due stanotte” Matteo si mise a
sedere e la prese tra le braccia; sentiva il suo corpo minuto e fragile scivolargli
sotto le sue mani… avrebbe voluto restare così per sempre.
“Ascolta Mat, non voglio dire di aver sbagliato con te… anzi è stata una
cosa fantastica, ma… Non so come spiegarmi, vedi… mi sono lasciata abbagliare troppo facilmente da Carson, ho cominciato ad amarlo con tutta me stessa
troppo presto…e ho sofferto! Non voglio che succeda la stessa cosa, voglio che
sia perfetto tra noi, andiamo piano, riscopriamoci ogni giorno, facciamo che
ogni sera ci sia una piccola e stupenda sorpresa” Kim si fermò, i suoi occhi azzurri guardarono supplichevoli Matteo “Ti prego non farmi soffrire, non credo
che lo reggerei!”
Matteo le sorrise.
“Non ti preoccupare… non potrei mai fare nulla che ti facesse del male, se
tu dovessi soffrire credo che morirei di dolore. Sei una creatura troppo bella e
importante per perderti. Proseguiremo piano, per tappe e ti prometto che ti
amerò sempre!”
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Francesca Faramondi
Il bacio fu lungo e appassionato, tutte le paure si disciolsero, mentre le loro
labbra si sfioravano, si cercavano e si possedevano.
Matteo si alzò, si rimise il costume, poi tirò via la coperta dal materasso.
“Alzati ora, dormigliona!”
Kim si raggomitolò su se stessa, sorridendo maliziosa e Matteo dovette fare
uno sforzo enorme per non tornare accanto a lei e stringerla fra le sue braccia.
Anche Kim si alzò, rimase in piedi davanti a Matteo: il corpo perfetto, le gambe
lunghe e affusolate, i capelli che ricadevano sulle spalle chiare, gli occhi ridenti e fuggitivi che lo guardavano provocanti… Matteo sembrò assaporare con
gli occhi ogni più piccola parte del suo corpo.
“Allora quale sarà la prima tappa?” disse Kim dopo essersi rimessa il bikini.
“Credo che faremo colazione… che ne dici di scendere a Malè? Ma forse
prima è meglio che tu vada in camera a metterti qualcosa”
“Perché tu no?” sorrise Kim posando lo sguardo sul costume di Matteo.
“Hai ragione vestiamoci e poi facciamo colazione, va bene?”
“D’accordo, ma dopo dobbiamo fare una cosa… visto che ieri ci siamo lasciati
scappare Claus…”
“Kim ancora con questa storia! Stavolta mi rifiuto, non voglio seguire Claus
stasera!” Matteo incrociò le braccia, ma guardando Kim negli occhi, capì che
lei non si sarebbe arresa.
“E chi ti ha detto che lo seguiremo. Io voglio solo vedere se davvero alloggia all’Halpinrose!”
Il tetto era l’unica cosa che si vedeva dalla strada principale; il tetto e la scritta
marrone che lo sovrastava e che indicava l’albergo.
L’edificio era più piccolo di quello del Liberty e dipinto di un tenue azzurrino.
Sopra la porta, sempre scritto in marrone, il nome Halpinrose era circondato
da fiori blu e gialli e sullo sfondo un discreto pittore aveva disegnato uno scorcio delle Alpi. Kim prese la mano di Matteo e lo invitò ad entrare… c’era voluto un bel po’ per convincerlo a venire.
“Senti Kim, è una stupidaggine, perché dovremmo andare là” Matteo aveva
scosso il capo… non voleva continuare a dare la caccia a Claus, non dopo quello
che gli aveva detto l’altra notte.
“E su, cosa vuoi che succeda? Voglio solo sapere se davvero dorme in quell’albergo!” aveva replicato Kim imbronciata.
“Ma perché? Perché sei così fissata?!”
“Sono solo curiosa!” Kim lo aveva fissato a lungo arrabbiata, finché Matteo
scrollando le spalle non si era deciso ad accompagnarla.
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Ma ora, davanti all’ingresso dell’albergo, Matteo non era più tanto sicuro
di fare la cosa giusta… ricordava ancora l’alito gelato di Claus sul suo collo e il
brivido che gli aveva percorso la schiena per il terrore: c’era qualcosa di strano in quell’uomo e Matteo non aveva intenzione di scoprirlo.
“Kim sei sicura?”
“Certo, ma cosa vuoi che succeda!” sorrise Kim spingendolo dentro.
Alla reception c’era una giovane donna dai capelli corti e neri: era Claudia, la figlia della guardia medica del paese e Matteo la conosceva praticamente
da sempre.
“Ciao Claudia!”
“Mat! Ciao, è un po’ che non ci si vede… come va?”
Claudia non era cambiata, era l’unica delle persone che conosceva a essere rimasta così com’era da bambina. Aveva il viso tondo e paffutello sul quale
spiccavano due grandi occhi verdi e una bocca carnosa: i suoi seni voluminosi e i fianchi larghi avevano fatto sognare decine di suoi compaesani. Aveva
giorno e notte il sorriso stampato sulle labbra e si comportava sempre come la
reginetta della situazione, quella che vuole stare sempre al centro dell’attenzione. Non era simpatica alle donne, ma sapeva come piacere agli uomini. Indossava
una maglietta bianca, praticamente trasparente, troppo stretta per contenere i
suoi provocanti seni, una minigonna aderente e delle calze leggere color carne.
Kim la prese subito in antipatia, come tutte le donne che l’avevano conosciuta. Claudia non aveva amiche, perché era quel genere di ragazza che pensa
solo agli uomini… poco importa se quelli da lei prescelti sono già fidanzati e
sposati. Aveva provato a conquistare anche Matteo, ma lui non c’era cascato,
sin da piccolo aveva conosciuto la vera Claudia, una ragazza sola e sempre
bisognosa d’affetto, e così era stato per lei solo un grande amico su cui contare.
“Senti Claudia, ho bisogno di sapere una cosa!” disse fissando le sue labbra: erano coperte da uno strato di rossetto nero, vistoso e volgare, ma Matteo
preferì tacere… non era il momento di pensare all’estetica di Claudia, specialmente
davanti a Kim.
“Dimmi tutto” disse accavallando le gambe e lasciando intravedere il perizoma
di pizzo rosso.
“Voglio sapere se alloggia qui quello strano individuo che chiamiamo Claus…
è importante!”
Claudia si mise a pensare, rosicchiandosi l’unghia dell’indice destro.
“Non credo che ci voglia così tanto tempo per sapere se una persona al-
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Francesca Faramondi
loggia qui!” sbottò Kim innervosita dal modo di comportarsi di Claudia.
“E lei chi è, scusi?”
“Mi chiamo Kim e sono la ragazza di Mat!”
Claudia guardò l’amico negli occhi, sperando che la ragazza stesse mentendo, ma Matteo annuì.
Claudia sospirò scrollando le spalle: Matteo non aveva fatto per niente una
buona scelta, si sarebbe sicuramente pentito, quella Kim era indubbiamente
la ragazza meno adatta per lui!
“Allora!”
“Senta… so benissimo chi alloggia qui nel mio albergo!”
Kim rimase stupita, non avrebbe mai creduto che fosse Claudia la padrona dell’albergo, non avrebbe mai pensato che una ragazza all’apparenza tanto facile e volgare potesse essere responsabile di un hotel.
“E posso dirvi subito che Claus non alloggia qui” continuò “Stavo solo pensando
che non siete i primi che mi chiedete di Claus… almeno non così seriamente.”
“Davvero?! E chi altro ha cercato qui Claus?”
“Ma come Mat… com’è possibile che tu non lo sappia… è stato tuo padre, qualche giorno prima che morisse!”
Le parole di Claudia gli risuonavano ancora nella mente. Non aveva senso, niente aveva più senso. Perché suo padre aveva cercato Claus? E perché
ora lo stava cercando lui? Era stato davvero convinto dalla curiosità di Kim, o
c’era in lui qualcosa di più profondo? Matteo camminava velocemente e Kim
faticava a tenergli il passo. Ora come ora il suo unico pensiero era trovare Claus
e capire… forse era quella la tessera mancante, forse ora avrebbe capito il perché
di tante cose che avevano reso la morte di suo padre così incredibile.
“Davvero, Mat, non lo sapevi” le aveva detto Claudia, guardandolo stupirsi sempre di più. Al sentir pronunciare il nome di suo padre, aveva avuto
un piccolo tremito, quasi un tic… poi in lui era scattata una molla: doveva sapere… a qualunque costo!
“Che cosa gli hai detto!” aveva chiesto a Claudia quasi afferrandola per la
maglietta.
“Gli ho detto quello che ho detto a voi… che Claus non alloggia qui e poi…”
“E poi…”
“E poi gli ho consigliato di rivolgersi a Lele… è l’unico che abbia mai parlato con Claus!”
Matteo allora l’aveva lasciata ed era corso via. Camminava velocemente
e Kim, con il fiatone, lo pregava di rallentare; Matteo sembrava però non sen-
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tirla, doveva parlare con Lele, doveva capire… doveva svelare un mistero che
stava diventando pian piano più chiaro.
Il vecchio si girò di scatto: era raro che qualcuno lo chiamasse così insistentemente
e così ad alta voce. Posò a terra la pesante balla di fieno e rimase fermò a mezz’aria:
un piede su un gradino del maso e l’altro che non sapeva ancora se imitarlo o
restare per terra. Con un piccolo saltello decise di scendere. Due giovani correvano dalla sua parte, tagliando per i campi; anche lui un tempo era stato così
agile, scattante… ma il suo momento ora era finito e si considerava fortunato
a poter ancora caricarsi sulle spalle le balle di fieno. Con il braccio si asciugò il
sudore sulla fronte, poi si rivolse ai due giovani.
“Salve” sorrise; aveva la bocca sdentata ad eccezione di un molare ingiallito che aspettava da solo il tempo per lasciare la sua dimora.
Kim ricambiò il saluto, poi si lasciò cadere sull’erba, esausta; Matteo invece rimase in piedi a fissare il vecchio. Doveva avere ottant’anni, il corpo mingherlino e fragile, le gambe e le braccia secche e la pelle chiazzata di scuro lo
facevano sembrare ancora più vecchio; il viso, però, era tondo, i capelli bianchi e folti erano ben pettinati, gli occhi neri lo fissavano severi, ma quel sorriso
spontaneo sapeva mettere chiunque a proprio agio.
“Possiamo parlare”
“Vedi figliolo, devo ancora…”
Non ebbe neanche il tempo di finire la frase, che Matteo si era già caricato
la balla sulle spalle e la stava mettendo nel maso.
“Grazie… ce n’è un’altra” disse, indicando il campo falciato, dove un covone già imballato attendeva di essere messo al suo posto. Kim corse verso il
covone, ma quando provò ad alzarlo, restò meravigliata. Matteo le si avvicinò sorridendo.
“Ma è pesantissimo” esclamò Kim “Capisco che tu possa farcela, ma quel
vecchietto, come fa?!”
“Kim, qui la gente è abituata a portare covoni sulle spalle sin da piccoli…
impari a diventare un tutt’uno con questo fieno… lui non la sente la fatica, è
l’unico modo che gli è rimasto per tornare bambino!”
Matteo si avviò verso il maso e, deposta la balla, si sedette sugli scalini di
fronte al vecchio.
“Non ti dispiace se fumo, vero?” disse Lele accendendosi la pipa. “Allora
figliolo di cosa volevi parlarmi!”
“Voglio sapere chi è e dove vive l’uomo che noi chiamiamo Claus!”
Lele fissò il giovane, aspirò fumo dalla pipa e tossì.
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Francesca Faramondi
“Chi ti ha detto che io posso aiutarti!”
“Claudia… lo ha detto anche a mio padre!”
Il vecchio guardò meglio Matteo. Certo, ora ricordava… era il figlio della
guardia forestale… aveva i suoi stessi occhi e il suo stesso modo di fissarlo impaziente… ma certo… ricordava… era pomeriggio e stava curando l’orto, l’aveva
visto arrivare da lontano e si era subito chiesto che cosa potesse volere da lui
un uomo con quella divisa…
“Cosa vorrà?” disse Lele alzandosi. Gli doleva la schiena già dalla mattina
e quello stare piegato per tanto tempo non aveva fatto altro che aumentargli il
dolore. Massaggiandosi il collo con una mano osservava il suo piccolo orto.
Aveva fatto finta di nulla, non aveva voglia di parlare con nessuno tanto meno
con una guardia forestale. Lele era sempre stato allergico alle regole e a tutto
ciò che le rappresentavano, specialmente alle divise e agli uomini che la indossavano; per questo storse il naso quando Tiziano si fermò davanti a lui.
“Mi scusi, se ha cinque minuti, devo parlarle”
“Sono molto occupato!”
“La prego, è importante!”
“Chi le ha detto che parlare con me sarebbe stato utile?”
“È stata Claudia!”
Nel sentire quel nome Lele si meravigliò… Claudia, era tanto che non la
vedeva… le voleva bene e non solo perché le aveva fatto da padre per molti
anni, ma anche perché era l’unica del paese a non trattarlo come un vecchio
inutile.
“Strano che non le abbia accennato al fatto che io odio le persone che rappresentano la legge?”
Tiziano si guardò la divisa e arrossì.
“Mi dispiace, ma io ora non rappresento la legge… perché non fa finta che
abbia semplicemente un vestito marrone?”
Lele sorrise e lo fece accomodare.
“Mi dica, cosa vuole da me?”
“Vorrei sapere che cosa sa sul tipo che in paese tutti chiamano Claus!”
“E perché vorrebbe saperlo!”
Lo sguardo di Tiziano era quello di un uomo che non vuole parlare e Lele
capì al volo… non doveva fare domande, lui doveva solo aiutare, dopotutto
anche lui aveva dei segreti!
“D’accordo, le dirò quello che so!”
“La ringrazio…io…”
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“No, non mi ringrazi… non mi dovrebbe ringraziare, meno sa su Claus meglio
è, ma se lei davvero vuole sapere, almeno non mi dica grazie… non voglio
avere dei sensi di colpa!”
Tiziano annuì: capiva Lele così come prima Lele aveva capito lui. Di comune accordo, silenziosi, si alzarono e si diressero in casa; non c’era bisogno
di parole, ormai aveva fatto un tacito accordo… niente più domande né ringraziamenti… solo storia.
“Ho rincontrato Giulio la prima volta nel 1950 a Bolzano. La sua famiglia
era stata deportata in un campo nazista e lui non aveva più avuto loro notizie.
C’eravamo conosciuti durante la prima guerra mondiale, eravamo nello stesso plotone, eravamo alpini, fieri di combattere per l’Italia. Giulio era un gran
combattente, non aveva paura di nulla, stava sempre in prima linea, quasi sapesse che niente avrebbe mai potuto ferirlo. Non fu però così e un giorno un
austriaco gli scaricò la sua mitraglietta nello stomaco… si salvò per miracolo,
ma dovette lasciare l’esercito. Quando lo rividi nel 1950 era professore all’Università.
Era invecchiato molto… non aveva più niente del ragazzino intrepido: era un
vecchio stanco e annoiato. Io invece mi sentivo ancora nel fiore degli anni. Avevo
cinquant’anni, è vero, ma il fatto di aver combattuto due guerre, di aver imbracciato
il fucile per la prima volta a sedici anni mi aveva mantenuto forte, vigoroso e
pieno di energie. Ricordo che quel pomeriggio parlammo a lungo e lui mi disse della sua famiglia, lui si era salvato perché la mattina presto era uscito di casa
per andare a procurarsi qualcosa al mercato nero. Ero desolato per i suoi familiari, ma lui sembrava tranquillo… mi disse che non era triste né arrabbiato, non riusciva a sentire la morte di quelle persone come qualcosa che lo riguardasse. In quel momento ho capito che qualcosa in lui non andava, come
si può rimanere impassibili dopo che dei bastardi hanno sterminato la tua famiglia?”
Lele prese fiato, ma Tiziano non lo interruppe… rimase zitto, sprofondando nel cuscino, ansioso di sapere di più.
“Sa cosa mi disse? Mi disse che sentiva in lui qualcosa di diverso… lo aveva sentito per la prima volta quando si era ripreso dalla sua ferita. Diceva di
sentirsi un estraneo, si sentiva straniero nella sua famiglia, nel suo paese e anche a Bolzano. E quando gli chiesi che cosa intendesse per straniero, mi rispose
che c’era qualcosa in lui di strano, di diverso… di non umano! L’ho rivisto due
settimane fa, qui in questa valle. Stavo bevendo dell’acquavite al bar, rivangando
i bei tempi… mi sento vecchio e solo, ho finito le mie energie e molte volte ubriacarmi
e ricordare è l’unica cosa che mi rimane” disse quasi volesse giustificarsi per il
suo piccolo peccato, poi continuò “Lo vidi per strada e lo riconobbi subito…
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Francesca Faramondi
non era cambiato per niente, nonostante fossero passati trent’anni era come
me lo ricordavo. Strano, pensai, nel 1950 sembrava invecchiato di colpo mentre
ora sembrava quasi che per lui il tempo si sia fermato. Nonostante fosse buio
se ne andava in giro scrivendo non so cosa su una vecchia agenda nera. Lui
non mi riconobbe subito, ma quando capì chi ero mi sorrise. Claudia deve averci
notato in quel momento perché da allora non l’ho più rivisto. Volevo sapere
tutto di lui, se aveva messo su famiglia, se insegnava ancora, se era qui in vacanza o se aveva trovato casa. Lui mi disse che aveva viaggiato molto, ma che
finalmente aveva trovato la sua vera terra, la sua vera casa… finalmente aveva trovato quel legame particolare che cercava da quando si era svegliato quel
giorno in ospedale, pieno di tubicini che entravano e uscivano dalla sua pancia. Mi disse che dormiva in un vecchio forte al Dorigoni e che ogni notte veniva a cenare al Liberty, poi girovagava per le strade… all’alba tornava al castello, non usciva più di giorno… gli dava fastidio la luce solare, strano no? Non
seppi di più, dopo aver detto questo mi voltò le spalle, si mise a guardare la
luna e divenne silenzioso. Lo imitai e fissai la luna, grande e bianca, la più grande
luna che io abbia mai visto… quando abbassai lo sguardo lui era sparito. Questo
è tutto quello che so!”
“Mi ha detto molto… ora so dove cercarlo!”
“Per favore non lo faccia… è cambiato, è una persona strana, quasi terrificante, non è più il ragazzino intrepido, né il serio professore… è diverso”
Tiziano guardò Lele negli occhi… sapeva quello che doveva fare, ma non
voleva che quel vecchio vivesse con i sensi di colpa.
“D’accordo, non lo cercherò!” disse uscendo dalla casa.
Lele lo seguì con lo sguardo finché non scomparve, poi tornò a sedersi. L’avrebbe
cercato, ne era sicuro… l’avrebbe cercato e allora sarebbe stato troppo tardi…
“Perché non ha cercato di fermarlo, perché non lo ha convinto a desistere!” Matteo se la prese con il vecchio, anche se sapeva che lui non aveva nessuna colpa.
“Tuo padre era un gran testardo e tu gli somigli molto. Aspetta devo darti
una cosa!” disse scomparendo nel retro del maso.
Kim e Matteo si fissarono entrambi consapevoli che quello che era cominciato come un gioco, stava diventando troppo reale e pericoloso.
Matteo non aveva, però, nessuna intenzione di fermarsi, voleva sapere perché
suo padre aveva cercato Claus e se era stato proprio lui ad ucciderlo… non
era stato un incidente, non ci aveva mai creduto, ma ora ne era sicuro!
“È diventato tutto serio per te, non è vero?” Kim si attorcigliò i capelli die-
La ragnatela
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tro la schiena, come faceva sempre quando era nervosa.
“Come potrebbe non esserlo… hai sentito Lele, forse mio padre è morto
proprio perché voleva conoscere il vero Claus”
“E tu cosa vuoi fare?”
“Non lo so!”
“Bugiardo… tu vuoi finire quello che tuo padre aveva cominciato. Andrai
al Dorigoni, ne sono sicura, ma sappi che io non voglio lasciarti!”
Matteo si avvicinò a Kim e le accarezzò il volto. Lei gli prese le mani e cominciò a baciarle e a bagnarle di pianto.
“Non aver paura, non succederà niente!” la rassicurò asciugandole le lacrime.
“Sono terrorizzata, ma non voglio lasciarti!” disse stringendosi forte a lui,
cercando di trovare rifugio e sicurezza sulle sue possenti spalle. Era venuta in
Val di Rabbi per riposarsi e trovare se stessa e si era cacciata in un guaio più
grosso di lei… ma non si sarebbe tirata indietro, non avrebbe mai lasciato da
sola la persona che amava e che, grazie alla sua curiosità, stava per svelare il
più grande mistero del suo passato.
Lele arrivò senza far rumore, quasi avesse volato tra quelle assi di legno di
solito scricchiolanti; teneva in mano un’agenda marrone che sembrava praticamente nuova. Si avvicinò a Matteo e gli allungò l’agenda… da vicino si vedeva che era usata e che non veniva toccata da tanto tempo… uno strato di
polvere aveva offuscato l’originale colore e una macchia di caffé secca aveva
ingiallito i fogli all’angolo destro.
“Che cos’è?” chiese Matteo.
“È l’agenda di tuo padre… me l’ha data il giorno che è morto. Sapeva che
prima o poi anche tu saresti giunto qui e voleva che leggessi questo prima di
fare il suo stesso errore”
“Che c’è scritto?”
“Non lo so, non l’ho letto… sicuramente però tuo padre ha scritto tutto quello
che successe a quel tempo e che lo convinse che doveva fermare Claus a tutti
i costi!”
Matteo fissò l’oggetto che gli aveva dato Lele… lì c’era scritto tutto quello
che aveva cercato più volte di leggere negli sguardi preoccupati di suo padre
e che, negli ultimi momenti della sua vita, Tiziano gli aveva negato.
Matteo si sentì invadere da un senso di tristezza e rabbia. Ma perché suo
padre non gli aveva parlato apertamente, invece di scrivere quel diario? Perché aveva preferito tenerlo all’oscuro di tutto? Forse avrebbe potuto aiutarlo,
forse se avesse saputo avrebbe potuto evitare una morte ingiusta!
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Francesca Faramondi
“Aveva paura” disse Lele, quasi avesse letto nel pensiero di Matteo “Aveva paura di coinvolgerti, non voleva che tu rischiassi la tua vita… perciò ha
scritto questo diario e l’ha dato a me. Sei un ragazzo intelligente e tuo padre lo
sapeva… prima o poi avresti voluto sapere anche tu più cose su Claus e lui
sperava che leggendo questo diario ti saresti tirato indietro!”
Matteo aprì l’agenda: una decina di fogli erano ricoperti dalla minuscola e
ordinata scrittura di suo padre e si domandò quale essere crudele aveva potuto uccidere un uomo con la scrittura da bambino. Gli si stringeva il cuore al
pensiero delle ore passate da suo padre, chino sulla scrivania, a scrivere un
diario che non avrebbe mai finito; era un avvertimento per il figlio, perché lui
sapeva a cosa andava incontro… eppure non si era fermato! Anche sua madre lo sapeva… l’unico a non accorgersi di nulla era stato lui, troppo impegnato a divertirsi per capire che suo padre aveva bisogno di aiuto.
“Sono stato uno stupido… come ho fatto a non capire nulla!”
“Non potevi farlo” lo rincuorò Lele “Tuo padre non ti avrebbe mai mostrato le sue preoccupazioni… voleva proteggerti, così come voleva proteggere tua madre”
“Ma lei ha capito… ancora prima che Paolo parlasse, lei già sapeva!”
“Solo lei avrebbe potuto capire, perché conosceva tutto di tuo padre… le
bastava uno sguardo per sapere se qualcosa non andava…” Lele guardò Matteo,
poi gli rispose prima ancora che formulasse la sua domanda “Figliolo, non lo
ha fermato solo perché sapeva quanto era importante per tuo padre andare
fino in fondo, aveva capito che non poteva distruggere il suo orgoglio se voleva che tuo padre restasse sempre lo stesso!”
“Ma lui è morto!” esclamò con le lacrime agli occhi; Kim, che era rimasta
in disparte, si avvicinò e gli cinse le spalle con un abbraccio.
“Sono cose che non si possono evitare… ma ora basta Mat, non farmi parlare
come un vecchio saggio, non fa per me. Devo tornare a lavoro… ti prego leggi questo diario e prendi la decisione giusta… e non essere così testardo come
tuo padre!”
“Lo hai detto tu che gli assomiglio!” sorrise Matteo, poi lo salutò e tenendo
Kim per mano si incamminò verso il paese.
Lele li guardò finché non scomparvero all’orizzonte; era passato un anno,
ma la scena era sempre la stessa… Matteo non si sarebbe fermato, lo avrebbe
cercato e allora sarebbe stato troppo tardi, ma cosa poteva farci, dopotutto lo
aveva detto lui stesso: assomigliava tanto a suo padre…
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Capitolo otto
Matteo chiuse la porta della sua camera e fissò l’agenda che gli aveva dato
il vecchio Lele. Forse ora avrebbe capito tutto, forse leggendo avrebbe capito
per chi o per che cosa era morto suo padre. Con un rapido gesto fece volare il
berretto da basket, che gli aveva regalato Kim, su una sedia poi si sedette sul
letto. Accese l’abat-jour e sorseggiò il bicchiere di vino bianco che si era preparato. Tra poco avrebbe saputo la verità. Matteo aprì l’agenda, spostò alcune fotografie che suo padre aveva tenuto lì per ricordo, si mise gli occhiali e
fatto un gran respiro cominciò a leggere.
Sabato 14 Agosto
È strano ma non ho mai tenuto un diario. Da piccolo sono stato troppo impegnato
ad aiutare mio padre nei campi, per avere il tempo di poter mettere nero su
bianco i miei sentimenti e i miei pensieri. Ora che ho quasi quarant’anni sto
scrivendo questo diario e non so nemmeno perché. Questa notte ho fatto uno
strano sogno e sento il bisogno di scriverlo, forse perché ho troppa paura di
raccontarlo. Mi trovavo in un bosco da solo… c’era tanta pace e io mi sentivo
bene. I raggi del sole venivano filtrati dagli aghi degli abeti e dei larici creando
degli spettacolari giochi di luce sui piccoli arbusti coperti di rugiada. Sentivo
gli uccelli cantare e sui rami più alti s’inseguivano una coppia di scoiattoli. Era
il classico paesaggio di un film di Walt Disney e io mi sentivo felice in quel mondo
da fiaba; non mi sarei stupito se da un’amanita fosse uscito un buffo gnomo
con un grande cappello rosso. Poi all’improvviso tutto è cambiato, una grande e minacciosa nuvola nera ha oscurato il sole e il bosco si è trasformato in
un insieme di scheletrici alberi abitati da fantasmi. Avevo voglia di scappare,
ma i miei piedi erano bloccati, inchiodati a un terreno di sassi e sterpaglie. Mi
guardavo intorno aspettandomi di vedere un mostro, ma quello che vidi mi
terrorizzò ancora di più. Al centro di un piccolo sentiero che prima non avevo
notato c’era un vecchio minuto e fragile, che mi dava le spalle. Provai a chiamarlo e questi si voltò. Aveva gli occhi incavati e di un innaturale color ghiac-
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cio; era immobile, sorrideva e mi fissava. In quel momento ho capito cosa vuol
dire avere paura. In tutta la mia vita non ho mai provato una simile sensazione. Certo mi sono spaventato quando credevo di essermi perso nel bosco all’età di cinque anni; ho avuto una fifa blu quando mi sono sposato ed ero terrorizzato quando Matteo ha rischiato di morire per una stupida influenza, ma
sono sicuro che fino ad ora non avevo mai provato la vera paura. Rimanevo
immobile con il sudore gelato che m’imperlava la fronte; sentivo chiaramente
il battere ritmico del mio cuore, come se intorno a me ci fossero stati mille tamburi
a scandire il tempo di quell’insolita scena. La gola era arsa e sentivo la lingua
grossa e pesante. Non riuscivo a fare un passo, le mie gambe tremavano e sapevo di avere un colorito marmoreo. Il vecchio si avvicinò lentamente, non
camminava, ma lievitava, i suoi piedi sfioravano il terreno fumante. Emanava uno strano calore e una misteriosa energia; non la potevo vedere, ma ne
avvertivo la presenza. Un soffio di vento alzò un nuvolone di polvere, mi coprii gli occhi e quando li riaprii il vecchio era a pochi centimetri da me. Nel silenzio, mi ha parlato. Non muoveva le labbra, ma io sentivo le sue parole; mi
ha detto: “Stai lontano… non cercare… ricorda” ed è sparito. La terra, allora,
si è aperta sotto i miei piedi e sono precipitato. Mi sono svegliato per terra, avvolto nelle coperte che mi ero trascinato giù nella caduta. Delia rideva rannicchiata
sul letto e Matteo mi guardava dall’uscio, aveva una gran voglia di ridere, ma
cercava di trattenersi. Ma quando mi sono messo a ridere io, anche mio figlio
mi ha imitato; non sono mai caduto dal letto e il buffo evento ha sorpreso un
po’ tutti. Ricordo che, appena ho visto mio figlio e mia moglie sorridere, ho
pensato: “Meno male è stato solo un sogno” eppure non riesco a dimenticare
quel vecchio e la paura che ho provato. Non so perché ho scritto tutto ciò su
questo diario, sento solo che forse in futuro tutto questo a qualcuno servirà.
Domenica 15 Agosto
Ci ho preso gusto, mi piace scrivere e anche se oggi non è successo nulla,
ho voluto continuare il mio diario. Alla mia famiglia deve sembrare strano: un
uomo di quarant’anni chino su una scrivania a scrivere un diario segreto come
le sognanti quattordicenni. Ho sempre pensato che il diario fosse solo un piccolo quaderno su cui i ragazzi si sforzano di scrivere pensieri da adulti. Mi devo
ricredere, quando mi trovo con la penna in mano, davanti alle pagine bianche, mi viene naturale e semplice cominciare a scrivere e a parlare dei miei
problemi. Ho paura per mia moglie. Sappiamo da tempo che è malata, ma
non voglio accettarlo, non è giusto. Delia è una donna meravigliosa e amata
La ragnatela
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da tutti, non meritava questo male che piano piano la sta uccidendo. Per ora
poco è cambiato, le amnesie sono brevi e di poco conto, ma sappiamo entrambi che questo non durerà per sempre, sappiamo entrambi che la sua malattia è incurabile e che potrà solo peggiorare. Quando le hanno diagnosticato l’Alzheimer, mi sono sentito morire; anche se sono solo un montanaro, so
benissimo che questa è una malattia degenerativa del cervello che provoca una
forma grave e irreversibile di demenza. Perché proprio a lei? Perché proprio
alla mia meravigliosa Delia? Ricordo che quando Delia ha scoperto di essere
malata mi ha guardato con quei suoi grandi occhi dolci e saggi e mi ha pregato di non lasciarmi andare, di essere forte perché lei avrebbe avuto bisogno di
me. Ci provo, davvero. Quando sto con Delia e con Matteo cerco di essere
forte, non voglio che mio figlio senta sulle sue spalle il peso di questa malattia,
è giovane e merita di divertirsi, ma quando sono solo sento che le forze mi abbandonano e mi viene voglia di piangere; mi chiudo allora dentro il bagno,
apro la doccia e poi piango e inveisco contro tutti, anche contro Dio.
È la prima volta che dico queste cose a qualcuno e mi sembra strano che il
mio confessore debba essere un pezzo di carta. Ho deciso di nascondere il diario,
per adesso non voglio che nessuno lo legga, mi sentirei a disagio, come se qualcuno
leggesse la mia mente, i miei pensieri e le emozioni che voglio tenere nascoste. Lo tengo con me tutto il giorno e la notte lo nascondo in un buco che ho
scovato tra due assi della cantina. È impossibile che qualcuno lo trovi, è nascosto talmente bene che anch’io, qualche volta, mi scordo dove l’ho messo.
Mi sento un ragazzino mentre scrivo, mi viene voglia di chiudermi nel mio studio, non voglio che mio figlio mi arrivi alle spalle urlando: “Che fai di bello papà?!”
Non ho dimenticato quel vecchio che mi è apparso in sogno, è quasi un
chiodo fisso, più cerco di scordare e più la sua immagine mi appare nitida. Quel
vecchio mi perseguita, ma cerco di non dare peso a quello che ho classificato
come un semplice incubo.
Lunedì 16 Agosto
L’ho rivisto!! Sembra incredibile, ma è così! Ho visto nella realtà il vecchio
che mi è apparso in sogno. Come ogni giorno, anche stasera, io e Paolo ci siamo
fermati al Liberty per berci un bicchiere di grappa. Serve a scaricare la tensione! Certo la Val di Rabbi è un posto tranquillo e i pochi bracconieri che cacciano sono quasi sempre poveracci che cercano qualcosa da mangiare e che
non sparerebbero mai contro una guardia forestale, ma il fatto di portare alla
cintura una pistola carica o in spalla un fucile, crea inevitabilmente tensione.
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Francesca Faramondi
Io e Paolo siamo proprio una bella squadra, anche se abbiamo il carattere opposto.
Io sono un tipo riflessivo, mentre Paolo è molto impulsivo. Questa mia caratteristica è il mio peggior difetto; il problema è che ogni situazione, io non la vedo
solo dal mio punto di vista, ma anche dal punto di vista delle altre persone coinvolte.
Così, se devo fermare un bracconiere sparandogli, io non penso “Quell’uomo ha violato la legge, mi ha sparato contro, l’unico modo che ho per fermarlo è ferirlo”, ma penso “Quell’uomo magari ha moglie e figli, vuole solo sfamare la sua famiglia, scappa perché ha paura e ha sparato perché era sotto
tensione, non posso mica ferirlo” e così il bracconiere fugge. O almeno tenta,
perché al contrario di me, Paolo prima spara poi chiede “Chi è?”. Per questo
stiamo bene insieme, io l’aiuto a riflettere di più e lui m’incita nell’essere più
tempestivo! Il fatto che Paolo sia il migliore amico di Matteo non mi turba, anzi;
chissà perché, quando sono con Paolo, tento sempre di dare il meglio: forse
perché spero che poi lui mi lodi davanti a mio figlio. Dopo una dura giornata,
andiamo sempre al Liberty, beviamo un grappino e ridiamo di una stupida
barzelletta. Stasera stavamo parlando della morte di dieci esemplari di giovani cervi avvenuta lo scorso sabato. La cosa è grave e alquanto strana; muoiono, infatti, solo i cervi più giovani e sani, un fatto contro natura che potrebbe
spezzare il delicato equilibrio del nostro ecosistema. Mi sono voltato all’improvviso
e l’ho visto mentre si recava al ristorante. Il suo pallore era ancora più marcato a causa del vestito nero come la pece. Non mi sono mosso, non ho detto
nulla e non l’ho fermato. Per ora non ho voglia di parlare con un fantasma
della mia immaginazione!
Martedì 17 Agosto
Se qualcuno leggerà questa pagina in un futuro, si domanderà di certo perché
la mia scrittura non è piccola e precisa come al solito. È che sto tremando. Voglio
scrivere lo stesso, perciò la mia penna lascia segni che non sembrano neanche miei. Il mio cuore batte talmente forte nel petto, che ho quasi paura che
mia moglie lo senti e si svegli. È mezzanotte, sono tornato a casa da circa un’ora,
ma solo adesso sono riuscito a prendere in mano la penna, prima il tremore
era talmente forte che non riuscivo a muovere le dita! Proprio come ieri sera
sono andato con Paolo a bere qualcosa al Liberty. Stavolta però era diverso:
non ero andato là per dissetarmi e scaricare la tensione, ma perché volevo vedere
se quel vecchio si sarebbe presentato. Ero molto nervoso quando siamo entrati e anche Paolo lo ha notato, ma non mi ha chiesto niente. Sapeva, infatti,
che io non avrei risposto. Ho uno strano modo di comportarmi io, quando sono
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nervoso tamburello con le dita sui denti: è il mio segnale, è un modo di dire
agli altri che voglio essere lasciato in pace, che non voglio domande! Anche
stasera ero nervoso, credo di essermi rotto le nocche a furia di tamburellare!
Ero nervoso e confuso; non sapevo, infatti, se preferivo che il vecchio ci fosse
o no! Qualcosa dentro di me voleva che quel vecchio non esistesse, che fosse
frutto solo di un sogno e di un’allucinazione, ma un’altra parte di me, e non
so nemmeno il perché, voleva a tutti i costi rivedere quello strano tipo! La seconda parte è stata accontentata, perché ho rivisto il vecchio. Stavolta però l’ho
riconosciuto: è un vecchio professore universitario ormai in pensione, che al
paese tutti chiamano Claus, come il famoso attore, perché lo credono un vampiro.
Io non credo alle leggende, ai mostri e ai vampiri, però stasera vedendo Claus
ho pensato che forse la storia di Dracula non è poi una semplice favola! Guardando
quel vecchio ho avuto l’impressione che fosse in grado di imporre una certa
inquietudine, grazie al suo fascino demoniaco, un po’ come nel film tedesco
“Nosferatu”. Stanotte, però, al contrario di ieri, ho avuto il coraggio, o forse
ho fatto la pazzia, di avvicinarmi a lui e gli ho parlato. Non ricordo esattamente cosa gli ho detto, le solite frasi banali, per iniziare la conversazione, ma lui
non mi ha ascoltato. Ha aspettato che finissi di parlare, poi si è avvicinato a
me e ha bisbigliato: “Stai lontano, non cercare… ricorda”
Sono rimasto di sasso, come diavolo… le parole che mi ha detto, sono le
stesse che quel vecchio mi ha detto in sogno. Che vuol dire? E perché Claus
me le ha ripetute? Com’è possibile? Non credo molto alle coincidenze, né agli
strani scherzi del destino, ma questo sembra proprio esserlo. Ho paura, sento
che sto per scoprire, se ci riuscirò, qualcosa più grande di me. Una cosa è certa: Claus è strano e voglio assolutamente sapere quale mistero nasconde: so
che mi ha detto di non cercare, ma domani credo proprio che indagherò.
Mercoledì 18 Agosto
In paese si dice che Claus alloggi all’Halpinrose: non so chi ha messo in
giro questa voce, ma era l’unico punto di partenza di cui disponevo. Dopo il
lavoro sono andato, perciò, in quell’albergo. Conosco bene la proprietaria, è
Claudia un’amica di Matteo; qualche volta è venuta a cena da noi ed è una
cara ragazza, so che ha avuto dei problemi con la famiglia e mi dispiace. Tutti
in paese dicono che è una poco di buono e che gestisce un bordello invece di
un albergo, ma oggi pomeriggio quando sono andato a trovarla ho capito quanto
queste dicerie siano calunniose. Il locale è ben tenuto e Claudia mi è sembrata quella di sempre: una ragazza allegra, simpatica e molto gentile: era ben vestita
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Francesca Faramondi
e non ha cercato di saltarmi addosso non appena ho messo piede nell’hall,
come tutti credono. Mi ha salutato prima con un cenno della mano, poi quando
mi ha riconosciuto mi ha stretto in un caloroso abbraccio e mi ha baciato sulla
guancia. Mi ha letteralmente sommerso di domande su Matteo, è un po’ che
non si vedono e credo che le manchi. Matteo è molto impegnato, sta facendo
piccoli lavori per poter racimolare un bel mucchietto e scappare via lontano.
Che tristezza, tra poco Matteo si allontanerà da noi, vuole andare a vivere a
Londra e io non voglio impedirgli di realizzare il suo sogno; però quanto fa male
vederlo andare sempre più lontano, senza avere il coraggio di fermarlo e ricordarlo bambino, quando lo portavo sulle spalle in riva al fiume a pescare!
Quanti ricordi sono riaffiorati nella mia mente lì, davanti a Claudia, davanti a
quella giovane donna che prima di mio figlio ha lasciato la sua famiglia. Credo che il suo sia però un caso diverso, ho saputo che ha litigato con suo padre
e sono mesi che non si rivolgono la parola, spero proprio di non arrivare mai
a quel punto con Matteo.
Ero andato da Claudia per Claus, ma devo ammettere che stretto nel suo
abbraccio l’avevo dimenticato… Poi Claudia sorridendomi mi domandato cosa
mi serviva e allora Claus è tornato a occupare la mia mente. Ero sicuro che
avrei trovato il mio misterioso vecchio in quell’albergo, seduto in poltrona a
vedere un vecchio film in bianco e nero, o davanti al bar in attesa dell’ennesimo grappino, e invece Claudia mi ha detto che Claus non alloggia da lei. Deluso e amareggiato stavo quasi per andarmene, quando Claudia mi ha consigliato di rivolgermi a Lele. Non lo conosco di persona, ma so dove abita, come
so quello che dicono di lui: è un vecchio solitario, senza amici, che dopo la morte
della moglie si è rintanato nella sua baita confinante con il bosco; ciò nonostante è una brava persona, un veterano di guerra dallo sguardo duro, ma dal
cuore tenero. Credo che andrò da lui domani pomeriggio, spero davvero che
mi possa aiutare. Non voglio fermarmi, voglio scoprire la verità.
Claus e il vecchio del mio sogno mi hanno detto di stare lontano da loro,
eppure io sento che, piano piano, mi sto avvicinando.
Giovedì 19 Agosto
Oggi è la festa del nostro patrono: San Bernardo. Le strade sono silenziose e in giro non si respira aria di festa, perché la vera festa ci sarà domenica.
Come ogni anno, dopo la funzione religiosa, ci sarà la processione, il pomeriggio giochi e gare per bambini, la pesca di beneficenza e la sera si ballerà accompagnati dalle note della banda alpina. Mi ricordo una volta in particolare,
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la festa mi sembrò stupenda: Matteo aveva nove anni e partecipava a un torneo di calcetto: era bello vederlo correre ed esultare dopo ogni gol cercando
di imitare i grandi calciatori, ed in particolare Mazzola. Scapigliato e sudato si
avvicinava e mi diceva che, un giorno, avrebbe fatto parte anche lui di quell’Inter
che stava vincendo tutto! Sono passati tanti anni ed ora è difficile immaginare
Matteo tra quei vispi ragazzini che non gli arrivano nemmeno al bacino. L’anno scorso ci siamo ubriacati e, a quanto mi ha detto Delia, siamo andati in giro
fin a notte fonda bevendo vin brulé e cantando a squarciagola “La Montanara!”. Quest’anno, però, sarà diverso, non credo che sarò dell’umore adatto per
festeggiare o ballare, questa storia mi sta facendo letteralmente impazzire. Oggi
sono andato a trovare Lele come mi aveva suggerito Claudia, solo che si era
dimenticata di dirmi che odia gli uomini in divisa. C’è voluto un bel po’ di tempo
prima che si fidasse di me. Mi ha raccontato una lunga storia, di guerra, di amore
e di amicizia. Claus, o per meglio dire, Giulio mi è sembrata una persona normale, strana, ma normale. L’unica cosa che mi ha colpito, proprio come ha
colpito Lele, è il fatto che Giulio non si è mai sentito legato alla sua famiglia e
che non abbia sentito nulla dopo la loro scomparsa. Come aveva detto, si sentiva
straniero: ma che voleva dire? Anche se non ha risposto a tutti gli interrogativi
che mi ero posto, Lele mi è stato di grande aiuto; mi ha assicurato che Claus
(mi riesce difficile chiamarlo Giulio) dorme nel vecchio forte che si trova al Dorigoni.
Ho deciso di andare là, ma vorrei che Paolo venisse con me, mi sento più sicuro con lui accanto, è una persona di cui ci si può fidare e inoltre è un ottimo
tiratore. Domani ho troppo da fare e andarci di notte non mi sembra una bella idea; sono un alpinista esperto, ma di notte tutto può accadere, la montagna a volte può diventare un’acerrima nemica. Non credo che Claus sia davvero un vampiro, ma potrebbe essere un pazzo criminale e anche se per ora
non ha mai fatto niente a nessuno, io continuo a non fidarmi. Domani chiederò a Sandro di farmi un coltello di legno, non voglio crederci alla storia del
vampiro, ma se fosse vera saprei come affrontarlo!
Venerdì 20 Agosto
Oggi è stata una giornata piena di tensione, ero nervoso per quello che potrebbe
accadere domani e se ne sono accorti tutti, tranne Matteo. Ho parlato a lungo
con lui stasera, un discorso banale, di quelli che fanno spesso padre e figlio, i
cui argomenti sono sempre donne, calcio e motorini. Mi è sembrato molto calmo
e sereno: sarebbe andato a una festa più tardi e l’ho trovato seduto a leggere
nel mio studio. Ho fatto finta di arrabbiarmi e l’ho cacciato, ma prima che po-
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Francesca Faramondi
tesse uscire dalla porta l’ho afferrato per un braccio e l’ho abbracciato goffamente, avevo un groppo in gola, come se sapessi che quello era l’unico modo
per salutare mio figlio. Mi sento sciocco, forse domani scoprirò che Claus non
è altro che un semplice professore in pensione e che, a guardarlo bene, non
assomiglia per niente all’uomo del mio sogno. Matteo mi ha dato una piccola
spinta e si è gettato sul letto cominciando a ridere, mi ha detto che stavo invecchiando, se diventavo così sentimentale: un abbraccio così affettuoso come
saluto?! Non era forse un po’ troppo?! Io l’ho messa sul ridere e così abbiamo
cominciato a parlare. Ho ascoltato avidamente tutto quello che Matteo mi ha
detto e non so nemmeno perché, ma è come se avessi paura di non poterlo
più ascoltare, vedere…
Sto diventando davvero paranoico, non riesco a reggere la tensione, questa pazzia mi sta uccidendo, non vedo davvero l’ora che sia finita. Quando ho
detto a Paolo che l’indomani sarei passato a prenderlo, lui mi ha guardato accigliato; in effetti domani è il nostro giorno libero e Paolo avrebbe avuto voglia di divertirsi e uscire. Eppure ha taciuto e ha annuito, sono sicuro che più
tardi vorrà delle spiegazioni, ma per ora è stato zitto e io gliene sono grato: non
credo che saprei spiegargli il perché di tutto ciò, visto che anch’io ho ancora le
idee confuse. Sono passato anche da Sandro che mi ha assicurato che mi farà
trovare il coltello pronto per domani. È tutto pronto. Domani scoprirò la verità!
Sabato 21 Agosto
Sto scrivendo a casa di Lele, sono passato da lui prima di andare a prendere Paolo. Voglio lasciare questo diario a lui e non so nemmeno il perché. È
come se sapessi che un giorno qualcuno verrà a prenderlo. Forse sono solo
un vecchio pazzo, molto probabilmente domani mattina verrò qua con Matteo
e gli farò vedere il diario, così capirà che sono davvero uscito fuori di senno.
Già Matteo, stamattina non l’ho nemmeno salutato come si deve. Nonostante sia uscito di casa dopo mezzogiorno, Matteo non era ancora in piedi, la sera
prima dovevano aver dato davvero una grande festa! Mentre stavo per salire
in macchina, mi sono girato e l’ho visto affacciato alla finestra. Era assonnato
e si stava stropicciando l’occhio destro, indossava una vecchia maglietta grigia malmessa e aveva una spalla di fuori, i capelli erano scompigliati e stava
facendo degli enormi sbadigli; mi ha visto anche lui e ha alzato la mano pesante in cenno di saluto. Mi sono voltato in fretta verso l’auto prima che mi vedesse
piangere, probabilmente da quella distanza e stanco com’era non ci avrebbe
La ragnatela
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fatto caso, ma non volevo correre il rischio. Avevo gli occhi colmi di lacrime e
il cuore straziato. Ho abbracciato forte Delia, lei ha capito qualcosa, ma non
ha cercato di fermarmi, ha capito che ho bisogno di conoscere la verità: questa incertezza mi sta uccidendo. Dentro di me ho pensato che non l’avrei più
rivista, che era l’ultima volta che vedevo i suoi splendidi occhi azzurri o che le
sfioravo i capelli, eppure non le ho detto addio. Mi è sembrato troppo tragico… forse sto solo esagerando e stasera a cena, ridendo e scherzando, racconterò tutto alla mia famiglia. Io, però, non ci credo e nemmeno Delia. Mi
ha detto di avere un presentimento e mi ha fatto capire che potrebbe essere
pericoloso andare fino in fondo, non vuole perdermi come io non voglio perdere la mia famiglia, ma non posso andare avanti così. L’ho baciata, le sue
labbra sapevano di fragola, lei mi ha aggiustato il colletto della giacca, silenziose lacrime le scendevano lungo la guancia, ma sorrideva. Sono salito in macchina,
prima di cominciare a baciarle le lacrime una ad una, e sono venuto qua. Lele
mi stava aspettando, mi ha offerto una tazza di caffé e mi ha permesso di scrivere il diario. Tra poco andrò a prendere Paolo, poi andrò da Sandro e infine
conoscerò la verità. Non so ancora cosa dirò a Paolo se farà domande, per
ora spero che tenga la bocca chiusa. Lele è dietro di me e mi guarda preoccupato, mi ha promesso che terrà con lui il diario e lo darà solo a Matteo se andrà a cercarlo per lo stesso motivo per cui l’ho fatto io. Non so perché, ma sento
che prima o poi anche lui seguirà la stessa strada che ho fatto io.
Figliolo, se davvero dovessi incontrare Claus, se dovessi davvero fare il mio
stesso errore, spero solo che leggendo questo diario ti venga il desiderio di desistere.
Ti voglio un mondo di bene. Tiziano
Il bicchiere di vino, ormai vuoto, se ne stava solitario sul tavolino, l’oscurità aveva invaso il luogo e la luce dell’abat-jour creava solo un piccolo alone
giallognolo. Matteo chiuse il diario e fissò il vuoto. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Ma come aveva fatto a non accorgersi di nulla? Come aveva fatto a non
rendersi conto della situazione di suo padre? Lo aveva deriso per quell’abbraccio,
ma come aveva potuto? Era il suo modo di dirgli addio e non se ne era nemmeno reso conto. Era stato uno stupido. E mentre lo pensava, una nuova convinzione
cresceva dentro di lui. Si asciugò gli occhi con la manica, si alzò e si affacciò
alla finestra. Sarebbe andato al Dorigoni, avrebbe scoperto lui quella verità che
voleva conoscere suo padre e se era stato Claus ad ucciderlo ci avrebbe pensato lui a vendicarlo. Sì, lo avrebbe vendicato, quest’idea gli piaceva… sorrise, poi alzò la mano pesante in cenno di saluto.
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Capitolo nove
L’aria della notte era fresca e frizzante, e Kim si massaggiò ripetutamente
le braccia cercando di riscaldarsi: aveva la pelle d’oca e nemmeno il maglione di lana sembrava proteggerla dal freddo. Kim guardava il cielo e pensava
alla giornata appena trascorsa. La mattinata l’aveva passata a fare shopping
ai negozi di Malé, nel pomeriggio aveva osservato la processione di San Bernardo
e poi era andata in piazza per ascoltare musica, ballare e partecipare alla pesca di beneficenza: aveva vinto due centrotavola, una tovaglia rossa e verde,
cinque penne e un simpatico portachiavi del Parco dello Stelvio. Si era divertita molto, ma si era sentita anche molto sola… Matteo non si era fatto vivo
per tutto il giorno, e la sera quando l’aveva servita, si era limitato a guardarla
sottecchi e a bisbigliarle un duro “Devo parlarti”. Kim non sapeva cosa potesse essere successo, era confusa, ma credeva che tutto riguardasse il diario che
Lele gli aveva dato. Le stelle nel cielo erano numerose, una scia infinita di schegge
di diamanti appuntate a un manto di velluto nero e Kim non poté fare a meno
di ammirarle.
“Ciao” Matteo si avvicinò e si sedette vicino a lei: il gazebo creava un’atmosfera di falsa intimità, ma Kim sentiva che la tensione tra loro stava crescendo…
aveva paura, il problema era che non aveva idea del perché questo stesse accadendo.
“Ciao Mat, come mai non ti sei fatto sentire oggi? Potevi anche accompagnarmi alla sagra!” Kim cercò d’essere allegra, ma qualcosa nello sguardo di
Matteo le suggerì di tacere.
“Ho letto il diario e devo andare” esordì Matteo con voce cupa “Vorrei che
tu mi lasciassi stare!”
“Perché?” Kim gli strinse la mano, ma Matteo con un gesto brusco si scostò e si alzò.
Kim lo guardò stupita, non si era mai comportato così, almeno non dopo
che tutta la storia di Tiziano era stata chiarita.
“Ascolta Kim, resta qui, continua la tua vacanza e dimenticami per un po’,
fai finta di non avermi conosciuto. Un giorno forse ti racconterò tutto, ma non
La ragnatela
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ora. Non discutere, non voglio litigare” Matteo si voltò e la fissò negli occhi;
mai come quella sera gli era parsa più bella, più delicata e più bisognosa di
protezione. “Ciao” concluse, dandole le spalle.
“Ma ciao cosa, io voglio una spiegazione! Che vuol dire tutto questo? È forse
uno scherzo? Hai preso una botta in testa? Non ti ho visto per tutto il giorno
ed ora vieni da me e mi dici di starmene lontana per un po’ di giorni? Spiegami perché, io non ti capisco!”
“Non devi capire niente… devi solo lasciarmi solo. Devo andare in un posto e non voglio che tu venga con me!”
“Perché non posso venire con te? Perché non vuoi che ti aiuti?” chiese Kim,
ma la sua domanda sembrava essere rivolta al vento…”Allora, almeno rispondimi!”
“Cristo!” esplose Matteo, e la sua voce sembrò rimbombare per tutta la valle
“Accidenti a te, non puoi lasciar perdere e basta!”
Il suo sfogo la colse di sorpresa.
“No, non posso” insistette lei con il cuore in tumulto “Se è qualcosa che
riguarda anche noi”
“Non riguarda noi. Riguarda me e mio padre, devo vedermela da solo! Stammi
lontano!”
“Io non voglio starti lontana, Mat, parliamone” balbettò.
“Cosa vuoi da me?” la interruppe, con il viso in fiamme.
“Voglio sapere che succede, voglio che tu mi dica che c’era scritto in quel
diario, in modo da poterlo superare insieme!”
“Superare che cosa? Noi non siamo sposati Kim, siamo solo stati a letto
insieme una volta” disse con distacco “Perché diavolo t’impicci dei fatti miei?”
Quelle parole la ferirono.
“Non mi sto impicciando” rispose sulla difensiva.
“Invece lo fai. Vuoi cercare di risolvere una cosa che riguarda solo me e
non riesci a capirlo, se così non ti sta bene, dovresti piantarla!” La guardò di
sbieco, facendo uno sforzo enorme per ricordare a se stesso che lo stava facendo per il suo bene; scrollò il capo e fece un passo indietro.
Kim era esterrefatta, aveva gli occhi lucidi. Ma perché l’aveva trattata così,
perché le aveva fatto così male? Le aveva promesso che non l’avrebbe mai
fatta soffrire, perché non aveva mantenuto la sua promessa? Perché l’aveva
fatta sentire insignificante e debole?
Kim si avvicinò a lui, cercò di tornare se stessa e fatto un gran respiro, lo
guardò furiosa.
“Sei un bastardo! Credevo di conoscerti, ma ho capito che sei solo un piccolo stronzo. Sai che ti dico... fottiti Mat!” disse colpendolo in pieno volto.
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Poi si girò e cercò di correre via, il più lontano possibile da quella persona
che l’aveva ferita profondamente.
Delusa, arrabbiata e confusa, Kim avrebbe voluto rimanere da sola con i
suoi pensieri, le sue domande e la sua crescente disperazione, invece si ritrovò a camminare in direzione del vociare allegro che proveniva dal campo di
calcio. La festa non era ancora finita: il centrocampo era stato trasformato in
un palco per l’orchestra, nelle due porte c’erano due grandi tavoli, con dietro
due giovani che offrivano ogni ben di Dio; ogni singolo filo d’erba era calpestato da centinaia di persone che stavano ballando, che si stavano divertendo. Kim non era dell’umore adatto per lasciarsi andare, ma stare in mezzo a
tutta quella gente piena di vita la faceva sentire meglio. Con un po’ di difficoltà raggiunse la prima porta e si fece dare una birra, poi si appoggiò a uno dei
due pali e si mise ad osservare il viavai di persone, di coppie che danzavano
felici. Una fitta di gelosia le strinse il cuore. Come avrebbe voluto che Matteo
fosse con lei, in mezzo a quel campo di calcio, a ballare un lento, stretti l’uno
nelle braccia dell’altra. Il ragazzo che l’aveva servita la incitò a ballare, ma lei
preferì rimanere in disparte.
Tutto ciò le faceva ricordare il ballo del suo debutto in società. Suo padre
aveva organizzato una grande festa, aveva invitato i migliori partiti della città
e dintorni, aveva scelto con cura la musica, le decorazioni e il buffet, aveva fatto
di tutto insomma perché ogni cosa fosse perfetta per l’entrata in società della
sua primogenita. Ricordava di essersi sentita fuori posto con tutti quei giovani
sconosciuti, che le rivolgevano sorrisi maliziosi e con le ragazze invidiose, che
le lanciavano sguardi carichi di gelosia. Lei, stretta nel vestito di tulle bianco
che sua madre aveva fatto confezionare da un famoso stilista, si era appoggiata al muro e aveva cominciato ad osservare quel mondo di cui sapeva di
non far parte. Già quando si stava preparando, si era resa conto che lo specchio rifletteva l’immagine di una donna molto diversa da come lei si vedeva:
il volto ovale, pallido, con le guance rosse dal troppo fard, gli occhi grandi, azzurri, truccati con un mascara dello stesso colore e i capelli biondi intervallati
da strass che le ricadevano tra i boccoli. Suo padre, quando l’aveva vista, aveva
emesso un sospiro d’ammirazione, ma lei si era trovata falsa. Si preferiva con
un abito da sera senza troppe pretese, oppure semplicemente con un paio di
jeans, con una sottile passata di matita nera per far risaltare gli occhi e niente
di più: niente diamanti tra i capelli, niente collier che pesavano più di lei, niente
pizzi e merletti: lei voleva essere una donna, non una bambola. Accanto al recipiente del punch aveva osservato gli altri ballare fingendo stupore e ammi-
La ragnatela
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razione, ma in cuor suo voleva trovarsi lontano, magari in riva al mare, davanti a un falò a cantare allegri stornelli con i vecchi amici, accompagnati da
una chitarra stonata. Tutta la festa era stata un fiasco, i ragazzi dopo un po’ si
erano stufati della sua reticenza e le ragazze avevano cominciato a deriderla
per quel suo comportamento, che ai loro occhi, appariva superbo. Se solo avessero
saputo a cosa in realtà stava pensando, allora sì, che si sarebbero fatte due risate! Quella sera aveva fatto di tutto per scomparire, per diventare un tutt’uno
con le tende del salone, mentre ora aveva una gran voglia di stare in mezzo a
quella gente semplice e allegra, solo che Matteo aveva rovinato tutto. Si chiese ancora una volta il perché del suo comportamento, ma non riusciva a trovare nessuna risposta. Perché aveva riversato su di lei tanta rabbia? Cosa aveva
fatto?
Kim scolò la birra e posò il bicchiere vuoto sul tavolo.
“Qui nessuno ti invita a ballare, sei tu che devi buttarti”
Kim si girò e sorrise. “Allora, come mai qui tutta sola. Dov’è il tuo cavaliere?” domandò Paolo offrendogli un’altra birra.
“È una storia lunga, credo che se ti raccontassi tutto ti rovinerei la festa!”
“Oh, non preoccuparti è già rovinata. La ragazza dei miei sogni sta con il
mio migliore amico!”
Kim sorrise e gli diede una gomitata affettuosa.
“Scherzi a parte… cosa c’è? Hai voglia di parlare?!”
Kim annuì e si guardò intorno spaesata. Per la prima volta, tutte quelle persone
la mettevano a disagio, avrebbe voluto farle sparire tutte con uno schiocco di
dita, avrebbe voluto far cessare la musica, ma non poteva; Paolo si rese conto
del suo imbarazzo e le afferrò il braccio sinistro.
“Dove stiamo andando?”
“Vuoi un posto tranquillo per parlare?”
Kim annuì distrattamente.
“Allora vieni con me!”
Il sentiero si fece sempre più stretto e la vegetazione sempre più alta; i larici
erano fitti e ravvicinati, una schiera di lance puntate verso un altissimo nemico
invisibile. L’aria era più fredda e umida, nonostante si fossero addentrati per pochi
metri; la notte, nel bosco, era ancora più scura e la poca luce che filtrava tra le piante
tingeva tutto di uno strano colore grigio-verde. Paolo si sedette su una grande
pietra piatta segnata da una striscia rossa e fece segno a Kim di imitarlo.
Kim scosse la testa, incrociò le braccia e cominciò a guardarsi intorno delusa e infreddolita.
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“Pensavo che mi avresti portato a casa tua” disse tristemente.
“Ti ho detto che ti portavo in un posto tranquillo… e casa mia di certo non
lo è” concluse facendogli l’occhiolino. Kim capì e cominciò a ridere. Paolo la
lasciò fare, come se volesse lasciarla sfogare.
“Cosa è successo” riprese, poi, serio “Dov’è Mat?”
Kim si incupì e abbasso gli occhi.
“Sono bravo ad ascoltare” continuò Paolo.
“È che… io non lo so cosa gli è successo. Mi ha trattata malissimo e mi ha
profondamente ferita; io volevo solo aiutarlo e lui mi ha cacciata e mi ha offesa” Kim aveva gli occhi lucidi, ma cercava in tutti i modi di trattenere le lacrime: non voleva dimostrarsi debole davanti a nessuno, figurarsi davanti al migliore amico della persona che l’aveva ridotta così.
Paolo si alzò e si avvicinò a lei, ma non la sfiorò… sembrava così fragile e
delicata, che aveva paura di toccarla.
“Ieri pomeriggio siamo andati da Lele e lui ci ha dato un diario. Apparteneva a Tiziano. Credo che parlasse dei suoi ultimi momenti di vita. Non so di
più. Mat mi ha detto di farmi da parte, quando gli ho chiesto spiegazioni. Vuole
vendicare la morte di suo padre e credo che in quel diario abbia trovato la persona
da punire. Io volevo solo aiutarlo, volevo proteggerlo nel caso combinasse qualche
pazzia, ma lui mi ha trattata come un’estranea! Mi aveva promesso che non
mi avrebbe mai fatto del male, ma stasera mi ha fatto soffrire terribilmente, sento
qualcosa qui” disse mettendosi una mano sul cuore “E fa male Paolo, fa tanto male!”
Kim ora stava piangendo, ma non singhiozzava. La faccia era immobile
come pietra, ma le lacrime le traboccavano dagli occhi e scorrevano giù per le
guance irrigidite.
Paolo l’abbracciò e la tenne stretta a sé; lasciò che le sue lacrime gli bagnassero
la maglietta e poi la pelle; non fece nulla per molto tempo, si limitò a tenerla
stretta e ad accarezzarle i capelli. Quando sentì che il suo corpo non tremava
più, l’afferrò per le spalle e la fissò negli occhi.
“Ti ha fatto male, e si vede, e se potessi lo prenderei a pugni per questo,
ma credo di capirlo. Lui è fatto così: vuole proteggere le persone che ama. Non
c’è riuscito con suo padre che è morto, non ha protetto sua madre dalla malattia, ma stavolta può fare qualcosa, può proteggere te tenendoti lontana. Si
è comportato come un verme, lo so, ma se fosse stato gentile si sarebbe fatto
convincere da te. Non sto dicendo che ha fatto bene, solo che lo capisco. Tu
non sai quello che c’è scritto in quel diario e forse è meglio così… ti ha ferito,
ma non prendertela, lui l’ha fatto per il tuo bene!”
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Kim annuì e aprì la bocca, avrebbe voluto dire tanto, ma la sua voce era
ridotta a un sospiro, come se tutte le sue energie fossero scivolate via insieme
alle sue lacrime.
“Io non voglio essere protetta… voglio essere solamente amata” riuscì infine a bisbigliare.
“Così lui ti ama! È il suo modo per farti capire che ti ama profondamente.
Preferisce vederti scappare via, che vederti morire!”
“Gli ho dato uno schiaffo!”
“Magari hai fatto bene… se lo meritava! Ma non prendertela troppo, okay?!”
Kim annuì con il capo. I suoi occhi, bagnati dalle lacrime, erano ancora più
grandi e belli del solito, e Paolo dovette fare uno sforzo enorme per non riempirla di baci. Avrebbe potuto approfittare della situazione, invece anche lui aveva
voluto proteggerla. Lontano da loro due, sarebbe stata al sicuro.
“Comincia a far freddo, ora vai!” disse, sfiorandole la nuca con un bacio.
Kim fece qualche passo, poi si voltò e ringraziò Paolo con un cenno della
mano. Da quella distanza e con quel buio, Kim non vide il lampo che passò
negli occhi di Paolo e quando si trovò davanti all’albergo aveva già dimenticato la foga con cui l’aveva stretta.
Matteo era appoggiato al parapetto e sembrava avere l’aria distrutta. Kim
si fermò ad osservarlo, fino a che Matteo non si voltò. Forse Paolo aveva ragione, forse Matteo l’aveva trattata così solo per il suo bene, forse Kim riusciva
anche a capirlo, ma per ora non poteva ancora perdonarlo.
La sentì arrivare, sentì il rumore dei suoi tacchi risuonare per la valle, un
rumore tonfo, sordo… camminava velocemente, ma poi all’improvviso si fermò. Matteo ebbe la strana sensazione di essere osservato, si girò lentamente e
la vide lì, a pochi metri da lui, immobile nell’oscurità. Come avrebbe voluto
che si facesse avanti, come avrebbe voluto sentire il tocco lieve della sua mano
sulla pelle, ma lei dopo pochi istanti riprese il cammino e rientrò nell’albergo.
Matteo sapeva che avrebbe benissimo potuto correrle dietro e chiederle perdono, voleva farlo, ma sapeva di non doverlo fare. Voleva proteggerla e l’unico
modo era tenerla fuori dalla sua vita almeno per un po’; sapeva che forse, molto
probabilmente, Kim non l’avrebbe più rivoluto con sé, ma era un rischio che
doveva correre, se voleva difenderla da Claus. Matteo tornò ad appoggiarsi
al parapetto, fissava il vuoto che piano piano, si era creato con la mente, un
vuoto che serviva per difenderlo da pensieri e immagini che lo avrebbero fatto star male. Eppure quel vuoto non durava molto… all’improvviso veniva squarciato
dall’immagine del volto di Kim; un volto tirato dalla rabbia e dal dolore, un
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volto pallido e delicato, un volto sul quale spiccavano due enormi occhi scintillanti di lacrime e furore e nei quali lui leggeva tutto il disgusto che Kim aveva
provato per lui. L’aveva ferita, lo sapeva, ma non avrebbe potuto fare altro…
quante volte l’aveva convinto a fare cose pericolose? Troppe… e questa volta
voleva tenerla lontana! Ad un tratto, durante il tempo in cui avevano parlato,
aveva sentito chiaramente il suo cuore spezzarsi, il rumore di un’opera di cristallo schiacciata da un piede, aveva visto i suoi occhi farsi inespressivi, vuoti,
mentre la sua voce monotona e cantilenante continuava a pregarlo. Era stato
il momento più brutto della sua vita: più di una volta aveva avuto voglia di stringerla
tra le braccia, di baciarla e di consolarla… ma era restato al suo posto, celando
i suoi veri sentimenti dietro una maschera da duro e menefreghista. È vero l’aveva
fatta soffrire e anche lui stava morendo di dolore, ma l’aveva fatto per il suo
bene. Matteo si staccò dal parapetto, si aggiustò i capelli con un colpo di mano
e sorrise: l’aveva salvata!
Kim soffocò il grido che sentiva nascerle dentro e raccolse tutte le sue forze
per restare calma: la vipera era a meno di due metri da lei, si nascondeva bene
tra il sottobosco e sembrava decisa a non spostarsi da lì. Kim l’aggirò, poi cercò con lo sguardo Matteo… camminava molto velocemente e ormai riusciva
solo a vedere in lontananza una sfocata sagoma scura. Era dalle otto di mattina che Kim lo stava seguendo e ormai erano due ore che camminava senza
sosta. Aveva il fiatone e il fatto di doverlo seguire camminando nel bosco, rendeva
tutto più difficile. Nonostante fosse ancora adirata con lui, non aveva avuto il
coraggio di lasciarlo andare da solo: lo amava e non avrebbe permesso che
gli accadesse nulla di male; e poi era curiosa, voleva sapere cosa c’era scritto
nel diario e seguirlo era l’unico modo che aveva per saperlo. Riprese fiato e
ricominciò a camminare, si arrampicò su un tratto di terreno friabile e riuscì,
con grande sforzo, a reggersi a un ramo, prima di scivolare verso il basso. Aveva
il volto bagnato e rosso, una fitta lancinante gli trapassava il fianco, il ginocchio era gonfio e dolorante e aveva una gran sete. Non si era portata nulla appresso
per essere più leggera e veloce, ma ora rimpiangeva di aver lasciato in camera la borraccia nuova che si era comprata… aveva una gran voglia di sentire
il singolare sapore, freddo e quasi metallico, dell’acqua trentina nella sua gola.
Kim superò la cunetta, fece qualche passo e si nascose dietro un rovo di lamponi… finalmente anche Matteo si era fermato. Dal suo nascondiglio riusciva
a vederlo bene: al contrario di lei sembrava fresco come una rosa, indossava
un paio di bermuda verdi militare e una felpa nera, in spalla aveva uno zaino
e in mano reggeva il diario di suo padre; Kim notò che aveva anche una bor-
La ragnatela
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raccia e il solo pensiero gli fece venire ancora più sete. Matteo stava osservando un vecchio forte. Chissà se era quello di cui aveva parlato Lele?! Dalle poche indicazioni che era riuscita a scorgere si rendeva conto che quella era probabilmente la strada per il rifugio Dorigoni. Ma, allora perché Matteo era là?
Non voleva trovare l’assassino di suo padre? Forse Claus sapeva qualcosa? O
forse… Kim rabbrividì, non riusciva a immaginare Claus che uccideva normalmente,
se chiudeva gli occhi rivedeva le scene di vecchi film in bianco e nero, dove
un vampiro pallido e magro mordeva il collo di una giovane fanciulla, solo che
ora al posto della ragazza, vedeva il volto di Tiziano. Kim scrollò la testa, era
una fissazione assurda la sua; Claus era una persona normalissima, forse era
un pazzo o un assassino, ma era una persona come le altre. Un topolino le sfrecciò
vicino alle ginocchia e Kim non riuscì a evitare che dalla sua bocca uscisse un
gridolino soffocato. Come un bambino, Kim si coprì le labbra con le mani e
alzò gli occhi in attesa di una punizione. Matteo la stava osservando divertito
e adirato allo stesso tempo.
“Che ci fai qui?” domandò brusco “Cosa ti avevo detto!”
“So benissimo cosa mi avevi detto, ma ho parlato con Paolo che mi ha spiegato
perché lo avevi detto. Senti…” Kim si alzò, si avvicinò e gli prese il volto tra le
mani “So che vuoi proteggermi e te ne sono grata, ma io voglio starti vicino e
tu non puoi fare o dire niente per vietarmelo, come vedi. Quindi perché non
andiamo a fondo di questa storia insieme?! Vuoi?”
Matteo annuì, la strinse forte e la baciò.
“Scusami”
Kim scosse la testa.
“Non ti scusare… Che ne dici, entriamo nel forte?” Matteo fece segno di sì
con la testa e si guardò intorno. Tutto era avvolto da un innaturale color seppia: il cielo, le rovine a perdita d’occhio, la strada… tutto era cosparso da uno
strato di polvere grigiastra e di fango essiccato… tutto creava tensione e disagio. Entrambi se ne accorsero, si presero per mano, si guardarono negli occhi
e, fatto un bel respiro, entrarono.
Paolo li guardò entrare, se ne stette in disparte, incapace di muoversi, di
raggiungere i suoi amici o di tornare a casa. Stava pensando a quello che era
successo da quelle parti, un anno prima… a Tiziano e ai suoi discorsi sulla droga…
a Tiziano e alla sua morte… a lui e alla sua morte! Sì, perché qualcosa, da quel
giorno, era cambiato e tutti lo avevano notato. Si era spenta in lui quella voglia d’adrenalina, di pericolo, si era spenta come la vita del padre del suo migliore amico. Immobile, nascosto all’ombra di un larice, Paolo cercava di ca-
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Francesca Faramondi
pire com’era potuto succedere, come si era potuti arrivare a tutto ciò… ed ora
anche Matteo, la storia si stava ripetendo! Paolo pensò poi a Kim e al modo in
cui l’aveva consolata la sera prima: ogni volta che chiudeva gli occhi vedeva il
suo volto, levigato come quello di una statua, solcato da copiose lacrime, vedeva i suoi occhi azzurri che, velati dal pianto, sembravano un mare azzurro
increspato dalle onde, vedeva i suoi capelli d’oro morbidi che gli solleticavano il collo e tutto ciò lo faceva star male. La bellezza di quella ragazza era qualcosa di divino e magico, Kim era una donna che attirava a sé gli uomini, li prendeva,
li catturava e prosciugava loro ogni energia… sprizzava amore, un amore che
sarebbe bastato per tutti, ma che lei aveva rivolto solo a Matteo. L’aveva capito la sera in cui aveva colpito Carson, aveva visto negli occhi di Kim l’amore
infinito che provava per Matteo, un amore strano, particolare e unico, di quelli
che durano in eterno e che non conoscono barriere. Nulla avrebbe potuto allontanarli e il vederli insieme, dopo tutto quello che era successo la sera prima, diede a Paolo la certezza che non si sbagliava. Avrebbe tanto voluto essere lui il fortunato, avrebbe tanto voluto stringerla tra le sue braccia sempre come
aveva fatto quella sera, avrebbe voluto baciarla, accarezzarla, possederla, senza
avere il timore di farle del male o di rubarla a qualcuno… ma sapeva che questo
non sarebbe mai successo.
Alzò lo sguardo e li vide sulla torre, vicini, abbracciati, chinò il capo e decise finalmente di muoversi. Li aveva seguiti solo perché non voleva che Kim si
perdesse nel bosco, ed ora che lei era con Matteo non c’era più niente da temere. Paolo sapeva che Matteo sarebbe ritornato al forte, se lo sentiva, ci sarebbe tornato una sera, proprio come aveva fatto Tiziano, magari da solo, e
allora ci sarebbe stato soltanto lui ad aspettarlo.
Kim si strinse più forte alle calde braccia di Matteo, mentre dentro di sé cresceva
la convinzione che questa era l’ultima notte che stavano insieme. Era un presentimento sottile come un filo di ragnatela, che si stava lentamente avvolgendo
gelido intorno al suo cuore. Matteo dormiva beato, la bocca leggermente aperta,
un ciuffo spettinato che gli ricadeva sulla fronte... sembrava un bambino ignaro
e tranquillo. Lei, invece, non dormiva… troppo nervosa, troppo inquieta per
chiudere gli occhi e la mente anche solo per un minuto. Spostava lo sguardo
da Matteo alla finestra, evitando di muoversi per non arrecare disturbo al suo
amato.
Quella mattina quando erano entrati nel forte erano restati delusi. La vecchia costruzione abbandonata non nascondeva segreti, solo mura, erbacce e
una lattina di Coca-Cola buttata da un lato. L’atrio era grande e spazioso e
La ragnatela
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ben illuminato dai raggi solari che filtravano dalle numerose crepe; il piano di
sopra era sventrato, si poteva arrivare solo fino ad un certo punto; la porta che
portava alle prigioni era sprangata e chiusa con un enorme lucchetto: un vecchio cartello sbiadito diceva “Vietato entrare”; le altre sale non avevano nulla
di ciò che probabilmente erano state in passato… solo ruderi, polveri e qualche nido di rondine; l’unica cosa rimasta intatta era una delle torrette, raggiungerla
era un’impresa difficile, ma una volta in cima si poteva ammirare uno spettacolo straordinario. Il Parco dello Stelvio si mostrava in tutta la sua verde grandezza, incorniciato da alte montagne ancora innevate e da ghiacciai perenni,
sulla sinistra si scorgevano le cascate del Saent, mentre sulla destra lo sguardo
si perdeva tra chilometri e chilometri di larici e abeti. “Che meraviglia!” aveva
detto Kim, mentre il vento le scompigliava i capelli.
“Già… stupendo” Matteo era amareggiato, avrebbe preferito trovare qualcosa
di strano, una traccia che suo padre era stato là, ma nulla… solo una normalità che lo infastidiva.
“Che cosa c’è Mat, sei ancora arrabbiato?”
Matteo aveva scosso la testa.
“Sono solo deluso. Ero sicuro che qui avrei trovato delle risposte e invece… guardati intorno, solo mura e rovine!”
“Mat, cosa c’era scritto nel diario?”
“Mio padre ha sognato un vecchio e due giorni dopo lo ha visto, mentre
andava al ristorante: era Claus. Così ha cominciato ad indagare ed ha fatto lo
stesso percorso che abbiamo fatto noi. Prima Claudia, poi Lele e infine sarebbe dovuto venire qui… ma non c’è mai arrivato!”
“Perché non volevi dirmelo, perché volevi tenerti tutto per te?!”
“Io… non lo so… è che…” i suoi occhi si erano fatti lucidi “Quando ho saputo
che era coinvolto Claus, ho avuto paura, avevo il terrore che ti facesse del male…
non voglio che quello che è successo a mio padre accada anche a te. Quando
ho letto quel diario mi sono sentito stupido… perché non ho capito subito che
mio padre era in difficoltà? Perché non ho saputo aiutarlo!” aveva sospirato
scoppiando in lacrime. Kim, allora lo aveva stretto forte a sé, cullandolo dolcemente e accarezzandogli i capelli.
“Tu non potevi saperlo, non è colpa tua… tu sei solo una vittima, come
tuo padre. Hai già sofferto troppo, non ti colpevolizzare, non scagliare la tua
rabbia e la tua disperazione su te stesso. Reagisci e trova l’assassino… se tu
sei convinto di Claus, vai fino in fondo a questa storia e non darti per vinto. E
ricordati che io ti starò sempre accanto!”
“Grazie Kim, ma forse dovrei lasciar perdere… non ho risolto nulla venendo
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Francesca Faramondi
qua… sono riuscito solo a sentirmi più inutile. Che devo fare?!”
“Mat, credi che Claus sia un vampiro?” aveva scherzato, ma Matteo l’aveva guardata seria, incapace di risponderle.
“Perché se è un vampiro come dicono, abbiamo sbagliato” continuò cercando di tirarlo su di morale “Dovremo venire qui di notte… allora sì che troveremo qualcosa!”
Aveva cominciato a ridere, ma all’improvviso osservando Matteo si era bloccata.
Lui la guardava ammirato, come se gli avesse svelato una delle più grandi verità, come se avesse fatto qualcosa di grande.
“Hai ragione, devo venire di notte! Anche mio padre è venuto di pomeriggio inoltrato… che scemo, perché non ci ho pensato prima!”
Kim lo aveva guardato sconcertata dalla sua naturalezza e dalla sua ingenuità, la sua battuta si era trasformata in verità, una verità che Kim avrebbe
volentieri fatto a meno di conoscere. Da quel momento il ragno aveva cominciato a tessere la sua fredda tela intorno al suo cuore, e, ad ogni passo, ad ogni
sospiro, il filo si stringeva sempre di più. Ormai, stesa affianco a Matteo, il suo
cuore era quasi prigioniero, il fiato le mancava e sentiva in bocca uno strano
sapore metallico.
Lei aveva voluto solo tirarlo su di morale, ma aveva peggiorato la situazione. Sentiva che aveva messo, in qualche modo, in pericolo tutti e due. Non
si sentiva al sicuro quando c’era Claus e il solo pensiero di incontrarlo con il
buio la faceva tremare. Spostò di nuovo gli occhi su Matteo, ma come faceva
a restare così calmo? Come faceva a dormire tranquillamente, mentre lei non
trovava pace?
Kim immaginò che Matteo stesse sognando suo padre, i giorni passati con
lui e stesse meditando la sua vendetta…si sarebbe scagliato contro quel vecchio senza pietà se solo n’avesse avuto l’occasione…e lei gliela aveva servita
su un piatto d’argento.
Era stata una sciocca a suggerire a Matteo, anche se per scherzo, di recarsi
al forte di notte…era una pazzia, non sarebbe cambiato nulla.
Eppure più si ripeteva questa frase nella testa, più le sembrava falsa…non
sarebbe cambiato nulla, non sarebbe cambiato nulla, nulla…e il ragno finì di
tessere la sua glaciale tela.
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La ragnatela
Capitolo dieci
La notte aveva intinto i suoi pennelli nella tavolozza della natura, dipingendo
tutto con colori scuri e tetri. La luna regalava tonalità perla, laddove riusciva a
trafiggere lo strato di nuvoloni neri, che perennemente la copriva. Una pioggia fina, ma continua, aveva bagnato le rovine per tutto il pomeriggio e un odore
acre era rimasto come ricordo.
Kim e Matteo si presero per mano e decisero di entrare nel forte, per la seconda volta. Erano stati tutto il giorno nell’albergo a pensare, a fare piani, ed
ora si rendevano conto che non era servito a nulla. Il forte faceva piombare su
di loro un senso d’impotenza e nullità, si sentivano sconfitti ancora prima di
combattere, anime ancor prima di morire.
“Ascolta Mat… la mia forse è stata una pessima idea. Perché non torniamo
in paese, ci scoliamo qualche bicchiere di grappa, noleggiamo una di quelle storie
d’amore strappalacrime che adoro e stiamo insieme?!” Kim aveva tentato di nuovo
di convincere Matteo, era dalla mattina che ci stava provando, ma invano.
“Mi vuoi dire cos’hai… tu mi hai fatto arrivare fino a qui, tu hai insistito per
accompagnarmi, tu mi hai suggerito di venire qui di notte… perché ti comporti
così, Kim?!”
“Non lo so…io…”
Matteo la guardò benevolo, come un padre guarda il proprio figlio, consapevole del suo amore e dei suoi limiti. La stava trascinando con lui, sapeva che
era pericoloso, eppure la voleva con sé. Egoisticamente pensava solo alla felicità che aveva portato nella sua vita, senza pensare al dolore che forse lui le avrebbe
recato. Matteo sentì il forte desiderio di baciarla e di abbracciarla, ma rimase fermo
per paura che fraintendesse, che pensasse che le stesse dicendo addio.
“Non è che hai paura!” la prese in giro, per negare che era spaventato, più
di quanto volesse credere.
“Forse sì, forse ho solo un po’ paura!” mentì Kim. Come poteva, infatti, spiegare
a Matteo il terrore puro che stava nascendo dentro di lei, quel senso di frustrazione, quel gelo pungente che le avvolgeva il cuore? Era consapevole che c’era
qualcosa di strano, di sbagliato, la sua mente e il suo cuore sapevano che do-
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Francesca Faramondi
vevano fermare Matteo, eppure non ci riusciva… taceva e tremava silenziosamente. Se chinava lo sguardo riusciva a intravedere un’ombra ai suoi piedi, annunciatrice della tragedia, avvertimento che l’ora delle tenebre stava per
arrivare…il presentimento. Kim distolse lo sguardo… sarebbe dovuta scappare,
ma entrò nel forte… avrebbe dovuto salvare se stessa e Matteo, ma gli strinse
la mano e lo seguì… avrebbe dovuto dare ascolto alle sue sensazioni, ma a
testa alta decise di sfidare il destino.
Tutto era uguale, avvolto nell’ombra, ma uguale: le stesse rovine crepate
dall’umidità e dal muschio, la stessa torre che s’innalzava verso il cielo, la stessa lattina abbandonata tra i fili d’erba.
“Non credo che troveremo qualcosa?!”
“Che sciocchi! Come abbiamo potuto credere a una simile idiozia! Come
può un uomo vivere qui!”
“Ma noi non credevamo che fosse un uomo!” scherzò Matteo.
La sua risata argentina si spanse per tutto il forte creando un eco sordo e
rimbombante.
“Deficiente! Dai torniamo a casa!”
Kim stava per varcare la soglia, quando Matteo le afferrò il braccio.
“Che c’è?!”
“Guarda c’è qualcosa di diverso!” disse indicando la porta che prima avevano trovato chiusa; era appoggiata a una parete, scardinata e il cartello ‘vietato entrarè pendeva dal legno, come un brandello di carne da un ferito.
“Non vorrai entrare lì dentro… è buio e…” Kim era terrorizzata eppure sentiva
che i suoi piedi si muovevano appresso a Matteo.
“È per questo che abbiamo portato la torcia!”
Non appena entrarono, furono investiti da un odore di rose marce e sudore... l’aria era pesante e sembrava quasi di poterla toccare e tagliare. Scesero alcuni gradini e l’oscurità si fece più fitta, neanche la luce delle torce riusciva a penetrare quella coltre di nero. Faceva più freddo là sotto… nel silenzio,
a intervalli, una goccia lasciava il soffitto e raggiungeva le altre, che già formavano una piccola pozzanghera.
Matteo si guardò intorno, ma riuscì a distinguere solo mura, sbarre e vecchie catene. Si trovavano nelle prigioni, nei sotterranei e si poteva ancora percepire
l’angoscia degli uomini che là sotto erano diventati fantasmi.
Un topo illuminato all’improvviso corse via, scomparendo in una fessura.
“Non si vede niente, qui sotto… è inutile torniamo su” il tono di Kim era
supplichevole.
La ragnatela
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“Aspetta… ho trovato qualcosa, credo sia un interruttore” Matteo spinse
un bottone e una lampadina appesa a un filo illuminò discretamente la zona;
a poco a poco decine di luci si accesero in un corridoio molto più lungo di quello
che si erano aspettati di vedere.
“Ma è enorme!”
“Su, andiamo a vedere!”
Ora la prigione si mostrava loro per quella che era stata: un corridoio stretto e piuttosto lungo con ai lati due file di celle. L’interruttore della luce si trovava in una specie di anticamera, dove probabilmente se ne stavano gli austriaci di guardia a bere birra e a cantare canzoni patriottiche. All’inizio del corridoio c’era una cella più grande, con un enorme tavolo di legno con le catene
per fermare polsi e caviglie; da un lato vecchi strumenti di tortura, uno sgabello e una stropicciata e ingiallita carta dell’Italia post-unitaria.
Le altre celle erano tutte uguali, piccole, con una brandina di legno e un
incrostato pitale.
“Io guardo quelle di destra, tu quelle di sinistra” suggerì Matteo.
“Ma come diavolo si può vivere in un posto come questo. Mi chiedo come
facevano a non impazzire i vostri soldati”
“Oh, molti sono impazziti, altri sono morti, ma qualcuno ce l’ha fatta, è tornato
a casa, ha raccontato… credo che sia stato in qualche modo incoraggiante,
però, stare qua dentro e sapere che i tuoi compagni stavano combattendo per
te. Credo che questo abbia salvato molti… non credi che…” Matteo non riuscì a finire la frase; l’urlo di Kim lo paralizzò.
“Kim, che c’è?” esclamò raggiungendola.
Kim era impietrita, tremava. La sua bocca spalancata si poteva intravedere tra le dita che aveva sul volto, i suoi occhi sprigionavano terrore e la sua carnagione
era divenuta all’improvviso color latte. Matteo guardò in basso, dove Kim volgeva
lo sguardo: il sangue gli si gelò nelle vene e il cuore cominciò a battergli forte… davanti a loro c’era uno scheletro.
Le ossa, che avevano appiccicate ancora qualche brandello di carne ammuffita, indossavano una camicia ingrigita e strappata, un paio di pantaloni
marroni troppo larghi e una scarpa irriconoscibilmente mangiata dai topi.
“Ma come è possibile… come può esserci uno scheletro!”
“Non lo so… credevo che questo forte fosse abbandonato da tempo!”
“Forse qualcuno ha abbandonato qui un cadavere scomodo!” esclamò Kim,
mentre con la torcia illuminava una macchia secca e rossastra che molto probabilmente era sangue.
“Mi sembra strano… non abbiamo mai avuto problemi di questo tipo!” ri-
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Francesca Faramondi
spose Matteo, illuminando qua e là con la torcia la vecchia cella.
“Ehi corri, ho trovato qualcosa!”
Matteo si avvicinò a Kim: aveva in mano una catenina d’oro.
“Forse apparteneva a lui” disse indicando il mucchio d’ossa.
Matteo la prese e se la rigirò tra le mani: era una classica catenina, con appeso un ciondolo, ma più Matteo l’osservava e più il suo cuore batteva forte e
l’ansia gli cresceva dentro.
“Mat, tutto bene?!” domandò Kim, vedendo che girava e rigirava quel vecchio
gioiello tra le mani quasi fosse un invasato.
A un tratto lo sguardo si posò su quello che stava cercando e che non avrebbe
mai voluto trovare. Dietro il ciondolo c’erano incise due lettere e una data: D.
T. 26.04.54.
Le gambe gli cedettero e Matteo si trovò inginocchiato davanti a quel cadavere… vomitò l’anima e continuò anche quando dalla bocca non usciva altro
che saliva, poi si raggomitolò e pianse.
“Mat… ma cosa…” Kim gli stava dietro, incapace di aiutarlo, incapace di
capire cosa fosse successo, incapace di fare qualcosa di concreto, se non guardarlo
ed abbracciarlo.
Quando Matteo sollevò lo sguardo le sembrò di vedere negli occhi un fantasma… le pupille erano grandi e liquide e parevano nascondere tutto l’iride;
il suo volto era pallido come un cencio e Kim ebbe davvero paura. Lo aiutò
ad alzarsi e lo condusse nell’anticamera; lo fece sedere sulla sedia e prese ad
accarezzargli i capelli.
“Mat, parlami… cosa è successo, cosa hai visto!”
Per tutta risposta, Matteo allungò la mano e gli diede il ciondolo.
“Non capisco Mat, per favore aiutami… mi fai paura” disse temendo di essere
colta da una crisi isterica.
Matteo smise di osservare il vuoto e la fissò negli occhi, all’improvviso sembrò
essere tornato normale.
“Guarda il ciondolo… dietro c’è un’incisione” la voce era ancora rotta dal
pianto e il suo corpo era scosso dai singhiozzi.
Kim girò il ciondolo e vide le iniziali… un’espressione interrogativa si dipinse sul suo volto.
“Non capisco, Mat!”
“Delia e Tiziano… poi c’è la data del loro matrimonio. È di mio padre…
mia madre ne ha un altro identico” il volto si chinò pian piano fino a toccare
le ginocchia.
“È solo una coincidenza non vuol dire che…” ma Matteo già scuoteva la
La ragnatela
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testa, senza più la forza di piangere o semplicemente di alzare il volto per poterla guardare negli occhi.
“Mio padre non se ne separava mai. Ricordo una volta, avrò avuto sei, sette
anni, mi portò a pescare. Ero un ragazzino vivace e irrequieto e lui si divertiva
a vedermi correre e saltare… con il dito mi faceva segno di stare zitto, perché
altrimenti nessun pesce avrebbe abboccato e invece io ridevo e ridevo. A un
tratto mi ritrovai su un tronco caduto, che faceva da ponte tra una riva e l’altra
del torrente; mi sedetti lì sopra e dopo un po’ mio padre mi raggiunse. Restammo
in silenzio per non so quanto tempo… poi cominciai a ridere… non so perché, ma avevo una grande voglia di divertirmi, di muovermi; mi alzai di scatto e scivolai; mio padre mi afferrò al volo, io terrorizzato mi aggrappai con forza al suo collo e gli strappai la catenina che cadde nel torrente. Mi riportò a
riva, ma non era arrabbiato con me… aveva lo sguardo triste come se avesse
perso qualcosa di molto importante. E per lui quella catenina lo era. Mi misi a
piangere, sapevo che era colpa mia, ma mio padre mi abbracciò forte e mi disse
di non preoccuparmi, perché la cosa più importante era che avesse ancora me.
L’ho guardato negli occhi e ho annuito, poi gli ho dato la mia collana: era solo
un laccio di cuoio con appeso una pietra verde di nessun valore, ma mio padre lo prese come se gli avessi consegnato il tesoro più prezioso del mondo”
Matteo si fermò e alzò il volto: i suoi occhi erano rossi e colmi di lacrime, ma
sorridevano al ricordo di quell’avventura “Stavamo per tornare a casa, quando vidi un luccichio nell’erba… mi avvicinai al torrente e vidi che la catenina
era rimasta impigliata a un rametto che la corrente tentava invano di portar
via. Nonostante avessi paura dell’acqua, entrai nel torrente… ero deciso a recuperare quella catenina, non ricordo quante volte caddi e quante volte la corrente
tentò di portarmi via, ma alla fine riuscii ad afferrarla. Stavo per tornare indietro quando sentii mio padre che mi prendeva in braccio. Ero fradicio e lui mi
guardava severo, ma non importava… fiero gli mostrai la catenina e insieme
ridemmo. Presi l’influenza, per quel bagno gelato, ma persi la paura dell’acqua: sapevo che era importante per mio padre, non se ne separava mai, mai…”
cantilenante Matteo continuava a ripetere quella parola, in tono sempre più
basso, finché non si ridusse tutto ad un bisbiglio.
Kim si avvicinò e lo strinse forte a sé.
“Forse qualcuno ha trovato la catenina per terra, poi è venuto qui con la
ragazza e se ne è dimenticato?”
“E tu verresti a fare l’amore vicino a uno scheletro?” sbottò, poi più calmo
aggiunse: “Scusami”
“No, scusami tu… ho detto una cavolata, è solo che mi sembra strano…”
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Francesca Faramondi
“Strano cosa? Che Claus sia un bastardo assassino che ha conservato il cadavere
di mio padre?!”
“No, mi sembra strano che abbia stordito Paolo, spinto tuo padre nel dirupo e poi si sia dato la briga di andare a ripescare il cadavere!”
Matteo la guardò meravigliata, poi annuì… forse non aveva tutti i torti.
“E se…” continuò “Claus non fosse l’assassino, ma avesse semplicemente trovato tuo padre, magari ancora vivo e lo avesse portato qui per curarlo!”
“Non lo so Kim… ma allora chi lo ha ucciso?”
Kim alzò le spalle… questo davvero non lo sapeva, la sua era soltanto un’ipotesi.
Forse Claus era davvero un assassino e loro avevano trovato le prove per incastrarlo.
A un tratto le luci cominciarono ad affievolirsi, ad accendersi e a spengersi,
finche l’oscurità non avvolse del tutto le prigioni. Istintivamente accesero le torce
e le puntarono verso l’interruttore. L’urlo e la fuga avvennero subito dopo.
Paolo, appoggiato a un albero, sbuffava, mentre osservava il fumo della
sua sigaretta salire verso l’alto, per poi diventare un tutt’uno con l’oscurità. Ogni
tanto dava un’occhiata al forte, preoccupato di poterli perdere di vista. Come
aveva previsto Matteo era ritornato al forte, solo che Kim lo aveva seguito…
avrebbe preferito che l’amico fosse da solo, ma ormai non poteva più rimandare, dovevano parlare e subito.
Aspirò l’ultimo tiro, poi gettò lontano il mozzicone, incrociando le mani dietro
la testa e fissando il cielo. Le nuvole nere e dense incorniciavano la luna che
le colorava di uno spettacolare effetto sangue. C’era qualcosa di macabro e
meraviglioso in quella luna che era improvvisamente diventata rossa: peccato che le nubi rovinassero tutto, coprendola ora tutta, ora in parte.
“Chi va la?”
Paolo sobbalzò, si girò lentamente e alzò, istintivamente, le mani in segno
di resa. La luce della torcia lo colpì in pieno volto, e fu costretto a chiudere gli
occhi e a ripararsi con una mano per non rimanere accecato.
“Paolo, ma che ci fai qui?” domandò la sagoma scura.
Paolo socchiuse gli occhi cercando di capire chi potesse essere, ma la luce
gli dava troppo fastidio; finalmente la torcia si abbassò e riconobbe Marco e
poco più indietro Francesco suo fratello gemello. Erano due guardie forestali
e molte volte avevano fatto il turno insieme. Nonostante fossero gemelli Marco e Francesco non si assomigliavano molto: il primo era alto, fisico proporzionato e scolpito dallo sport, aveva gli occhi grandi e verdi, il volto ovale, leggermente allungato, con il mento squadrato e i capelli tendente al biondo, mentre
La ragnatela
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il secondo era più basso e più mingherlino, aveva lo stesso volto del fratello,
ma il mento a punta e nonostante avesse gli stessi occhi grandi e verdi, sulla
sua faccia, senza pretese, perdevano il fascino e il mistero. Marco era il tipo di
uomo che piace alle donne, mentre Francesco non era che un volto tra la folla. Oltre ad essere diversi fisicamente lo erano anche caratterialmente: Marco
vivace ed estroverso, Francesco timido ed impacciato. “E poi io sono interista
e lui è juventino” precisava Marco, quando la gente faceva l’elenco di quei due
gemelli che non si assomigliavano. I geni sembravano aver dato tutto a Marco, ma avevano ricompensato Francesco donandogli una grande intelligenza. Sarebbe potuto diventare chiunque, ma la mancanza di aspirazione, lo aveva
portato a svolgere il turno di guardia forestale insieme al fratello.
“Marco, ciao”
“Allora? Ti ha chiesto che ci fa qui?!” domandò sospettoso Francesco avvicinandosi.
Lo guardarono di traverso, poi si misero a chiacchierare tra loro, come se
lui non esistesse.
Francesco era abituato a tutto ciò, era consapevole di essere invisibile agli
occhi della gente, ma non era geloso di Marco, perché era felice del suo piccolo mondo, dove nessuno si curava di lui, ma dove lui era qualcuno. Ogni
tanto si osservava le braccia e le trovava pallide, prima o poi sarebbe davvero
scomparso, andando a far parte di quel vuoto e di quel silenzio di cui tutti lo
credevano il re. Stavolta però Francesco non se ne stette in disparte e mettendosi trai due amici ripeté.
“Cosa ci fai qui?!”
Marco gli lanciò uno sguardo di rimprovero e Paolo sussultò; fu solo un attimo,
ma Francesco vide qualcosa nel volto di Paolo, un qualcosa che lo spaventò,
tanto che ebbe voglia di scappare, ma tutto durò un attimo e Francesco pensò di averlo sognato. Paolo gli sorrise bonariamente.
“Sto facendo una passeggiata!”
“A quest’ora?!”
“Cesco, ma che ti prende” bisbigliò il fratello dandogli una gomitata
“Scusalo…stavamo dicendo” concluse rivolgendosi a Paolo.
“No, non ti devi scusare. Vado in giro a quest’ora perché avevo voglia di
stare solo, di godermi l’aria buona e questa splendida luna!”
“E da casa tua non si vede!”
“Ehi, ma che ti prende! Perché mi fai il terzo grado!” sbottò Paolo.
“Niente, niente…io…” e Francesco tornò quello di sempre, si tirò indietro, rifugiandosi nel suo vuoto.
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Francesca Faramondi
Paolo lo fissò per un attimo, cercando di capire il perché di quelle domande, cercando di capire perché Francesco sempre così introverso, si era scagliato
contro di lui…poi non trovando risposta alzò le spalle.
Afferrò Marco per un braccio e lo condusse in disparte.
“Ma cosa gli è preso a tuo fratello?! Perché ce l’ha con me?!”
“Non ne ho idea…forse è ancora arrabbiato per…” Marco ammiccò e Paolo
capì al volo.
“Non può ancora essere incavolato per quella cretinata! È stato solo uno
scherzo ed è successo più di due mesi fa”
“Sì, solo uno scherzo, zuccherino” disse Marco, sculettando e parlando come
una femminuccia.
Entrambi cominciarono a ridere nel ricordare la faccia sconvolta di Francesco il giorno del loro compleanno. Lo scherzo era stato superbo. Avevano
portato due enormi torte e avevano posto i gemelli ognuno davanti alla propria. Da quella di Marco era uscita una splendida ballerina brasiliana, mentre
da quella di Francesco era saltato fuori un travestito.
“Ciao amore, sono Jessica e oggi sono tua” aveva esclamato prima di gettarsi
tra le braccia dello sconvolto gemello e di baciarlo in bocca. Tutti avevano cominciato a ridere e Francesco rosso in viso era corso via, con Matteo che gli
correva dietro, con ancora la parrucca e i vestiti di Jessica gridando: “Eh dai,
è solo uno scherzo… zuccherino!”
Era stata una bella festa, ma Francesco non aveva rivolto la parola a nessuno per un bel po’. L’ideatore dello scherzo era stato Paolo, ma per colpa della
sua corporatura aveva lasciato la parte del travestito a Matteo. Francesco lo
aveva scoperto e forse ora si stava vendicando.
“Cosa vuole fare? Arrestarmi per vagabondaggio? Sarebbe contento!”
“Ma… non lo so, a volte Francesco è davvero strano. Sembra sempre imbambolato
e stupido, ma ti posso assicurare che la sua intelligenza e la sua perspicacia,
certe volte mi fanno paura!”
Paolo annuì, cercando di valutare quanto importante potesse essere quell’informazione, poi scrollò le spalle. Poteva essere intelligente quanto voleva,
ma non avrebbe mai potuto scoprire niente. Marco e Paolo continuarono a
parlare per qualche minuto, poi Marco si allontanò e Francesco lo seguì.
“Si può sapere cosa ti è preso? Perché tutte quelle domande!”
“Non lo so…vedi…”
“Non dirmi che sei ancora arrabbiato per lo scherzo del travestito!”
“No, non è per quello… credo di…”
“Basta credere, torniamo a casa!” lo incoraggiò Marco, ma Francesco ri-
La ragnatela
117
mase fermo, immobile. Quando si voltò nei suoi occhi brillava una strana luce,
che li rendeva belli, profondi, meravigliosi e incredibilmente vivi.
“La pistola è carica?” domandò al fratello.
“Sì” rispose senza esitazione “Ma perché…”
“Resteremo qui, credo che stanotte succederà qualcosa!”
“Ma che cosa… Francesco, dimmi che ti prende!”
Ma il gemello che non gli assomigliava rimase silenzioso.
La pioggia cominciò a cadere fina poi sempre più fitta, finché non si trasformò
in un vero e proprio acquazzone. Kim e Matteo si fermarono senza fiato a poche centinaia di metri dal forte. Si guardarono negli occhi, ancora sconvolti e
terrorizzati per parlare. Quando avevano acceso le torce, aveva intravisto una
figura piccola, magra e nera che si trovava vicino all’interruttore della luce. Con
mano tremante, Matteo aveva alzato la torcia fino a proiettare il fascio di luce,
sul volto scarno di Claus. Per un attimo erano rimasti immobili, pietrificati a
guardare quel volto e quel ghigno, ormai familiare, poi Kim aveva urlato. Matteo
aveva scosso la testa, l’aveva afferrata per un braccio ed erano corsi fuori. Ora
fermi, con il fiatone, si osservavano terrorizzati.
“Era… era…” Kim, pallida in volto non riusciva a pronunciare altro.
“Era quell’assassino di Claus” Matteo finì per lei la frase. Dopo poco la sua
paura era stata sostituita da una rabbia cieca e feroce: voleva vendicarsi di suo
padre, voleva farla pagare a quel bastardo.
Il tocco lieve della mano di Kim, gli fece aprire la sua… sentiva dolore: aveva
stretto tanto forte il ciondolo contro il suo palmo da farsi uscire il sangue. Si
portò la mano alle labbra e si succhiò via il sangue dalla ferita.
“Io torno dentro Kim, tu vai via!”
Kim scosse la testa. La pioggia aveva già inzuppato i suoi capelli, rendendoli lisci e scuri appiccicati al suo volto, quel poco di matita stava colando via
insieme alla pioggia e alle lacrime invisibili.
Matteo la guardò teneramente. L’amava ne era sicuro e avrebbe tanto voluto
passare tutta la sua vita con lei, ma prima doveva fare una cosa, aveva un conto
in sospeso con Claus e non poteva andarsene ora; lo doveva a suo padre, lo
doveva a se stesso.
Matteo fece per andarsene, ma Kim lo trattenne per un braccio.
“Devo andare Kim. Lasciami andare. Tu sai quanto è importante per me
questa faccenda. Devo vendicare mio padre… devo punire Claus”
“Ancora non sai se è lui il colpevole. Ricordi, forse c’è un’altra spiegazione. Prima di avventarti contro di lui, prova a parlargli!”
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Francesca Faramondi
“D’accordo gli parlerò, ma devo comunque tornare là dentro!”
“No, no, quel forte è il suo regno, la sua casa. Se fosse poi colpevole non
riusciresti mai a uscire da lì. Aspettiamolo qui fuori, prima o poi lui verrà!”
“D’accordo, lo aspetterò… ora vai!”
Kim lo guardò stupita, poi scosse con forza la testa.
“Io resto con te… non voglio lasciarti da solo” ora Matteo poteva chiaramente distinguere le lacrime di Kim dalla pioggia torrenziale… scendevano copiose
e le morivano tra le labbra “E se ti dovesse succedere qualcosa, cosa faccio?”
Kim si aggrappò disperatamente alla sua camicia “Non mandarmi via, ti prego” disse a fior di labbra.
Matteo la scostò delicatamente, le prese il viso tra le mani e le asciugò le
lacrime con i pollici.
“Non voglio perderti. Non credo a una sola parola di quello che ti ho detto. Claus è pericoloso, è un assassino… non voglio lasciarti!”
Matteo la avvicinò di nuovo a sé e le accarezzò i capelli: quante volte in questi
giorni lei lo aveva fatto per lui, ora le parti si erano invertite. Stretta contro di
lui, poteva sentirla tremare e singhiozzare… era stata forte in molte occasioni,
ma ora la sua fragilità era venuta fuori.
“Devi stare tranquilla” le bisbigliò cullandola “Ti prometto che non mi accadrà niente… dobbiamo dividerci, perché non voglio che ti faccia del male!”
“E se sbagliasse strada… e se venisse da me!”
Matteo sorrise e la strinse ancora più forte.
“È me che vuole… ti lascerà in pace. Non ti preoccupare, ora vai!”
“Non lo so, ho paura Mat… ero venuta qui per farmi una vacanza! Questo non era previsto… non dovevo innamorami, non dovevo incontrare un
assassino, non dovevo…”
“Non dirmi che ti sei pentita di avermi conosciuto!”
Kim scosse la testa con veemenza.
“Promettimi che tornerai, promettimi che dopo stanotte tutto sarà finito…
promettimi che staremo insieme per sempre… ti prego!” aggiunse baciandolo appassionatamente.
“Te lo prometto, ma ora vai via. Non voglio che ti succeda qualcosa di brutto
per colpa mia!”
Stavolta fu Kim a scoppiare a ridere; una risata gaia e fresca. Matteo la osservò: com’era bella quando rideva, i suoi occhi brillavano, una piccola fossetta le si formava a un lato della bocca e tutto sembrava partecipe della sua
felicità; e com’era buono quel suo eterno odore di cannella, adorava il suo corpo,
i suoi capelli morbidi come seta, il suo modo di parlare, di camminare, i suoi
La ragnatela
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vestiti sempre così semplici, ma allo stesso tempo eleganti… amava tutto di lei,
dal piccolo neo che aveva vicino all’ombellico, ai suoi grandi occhi sinceri.
“Perché stai ridendo?!”
“Perché hai detto che è colpa tua! Come puoi incolparti… sono stata io a
essere curiosa, io ti ho convinto a indagare, io ti ho seguito anche quando me
lo avevi proibito e infine io ti ho convinto a venire qui di notte. Credo che dovrebbe essere tutta colpa mia!”
“Forse hai ragione, ma vattene di qui. Ogni minuto che passi con me potrebbe essere pericoloso… scappa, vai da quella parte nel bosco, sempre
dritta…incontrerai un piccolo sentiero, seguilo, ti condurrà in paese!”
“Chiamo la polizia!”
Matteo scosse la testa.
“No, non fare niente… aspettami e se entro domani a mezzogiorno non
sono tornato allora avverti la polizia e poi torna in America!”
“Ma…” Kim provò a protestare, ma Matteo la zittì, posandole un dito sulle
labbra e sorridendole.
“Stavolta niente ma. Fai quello che ti ho detto e buona fortuna!”
“E tu ricorda di mantenere la tua promessa” disse cercando invano di non
piangere “Non riesco a fermarle” si scusò indicando le lacrime.
“Senti Kim, fammi un favore”
Kim si voltò e attese la richiesta.
“Sorridimi!”
Kim l’accontentò: lentamente la sua bocca si atteggiò ad un sorriso tremante
dal pianto, ma pur sempre un sorriso. Avrebbe voluto baciarlo ancora, stringerlo forte per un’altra volta, ma Matteo aveva ragione doveva andare e non
doveva rendere tutto ancora più difficile. Chiuse gli occhi, pregò che tutto andasse per il meglio, restò immobile per alcuni secondi, poi corse via, lontano
dalla persona che più amava al mondo.
Matteo la guardò correre e scomparire nel bosco. L’amava e aveva paura
di perderla, ma non poteva tirarsi indietro. Immobile, con lo sguardo fisso sul
forte, lasciò che l’acqua gli scrosciasse addosso, fredda, veloce, mentre attendeva solo che si compisse il suo destino.
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Francesca Faramondi
Capitolo undici
La pioggia torrenziale, spinta da un vento forte e freddo, le schiaffeggiava
il volto gelido. La sua corsa si era fatta affannosa; ogni tanto si voltava indietro, per qualche minuto, poi riprendeva… prima uno scatto, poi tornava il ritmo da maratoneta. Il sentiero che le aveva promesso Matteo non si era ancora fatto vedere e ormai temeva di essersi persa. Non riusciva a vedere dove
stava andando, non sentiva nulla, si lasciava trasportare dalla corsa frenetica
delle sue gambe, sperando di arrivare da qualche parte. Il terreno sotto di lei
si faceva sempre più viscido, fangoso, coperto da uno strato scivoloso di muschio e aghi di pino. Il ginocchio le doleva, così come la milza, ma non aveva
il coraggio di fermarsi, di appoggiarsi a un albero e dire “Basta!”. Le bruciavano gli occhi, sempre più spesso colpiti da secchi rami bassi e dalle gocce di
pioggia dure come lance di cristallo. Aveva smesso di piangere e di singhiozzare, ma solo perché il suo corpo sembrava non voler sprecare energie inutilmente. Le mani le tremavano, per il freddo e la paura. Il cuore le martellava
nel petto, un rumore sordo, terribilmente forte e reale, come se provenisse dall’esterno,
come se facesse anche lui parte del ritmico rombare lontano dei tuoni. Un lampo
rischiarò il bosco e Kim si fermò esausta ai piedi di un enorme masso. Si prese
le ginocchia tra le mani e cominciò a dondolare su se stessa. Lo faceva sempre quando aveva paura e lei era una che si spaventava spesso. Da piccola la
prendevano tutti in giro per questo suo modo di isolarsi dal mondo, quando
accadeva qualcosa che lei non capiva o non sapeva affrontare. L’aveva visto
fare una volta, da un attore in un vecchio film in bianco e nero. Erano la sua
passione. Quando i suoi genitori uscivano la sera e la lasciavano sola in una
casa troppo grande per una bambina che cercava solo affetto, lei si chiudeva
nella sua camera, lasciava fuori i suoi dispiaceri, i suoi sogni, gli strilli di una
tata che voleva a tutti i costi vedere cosa stesse facendo, e accendeva la televisione. Gli eroi dei film anni venti erano i suoi unici amici. Una sera, un attore,
dopo aver appreso che il figlio era morto in un incidente stradale, si era buttato a terra, si era rannicchiato e aveva cominciato a dondolare; lei lo aveva imitato
e si era sentita bene… quell’auto-abbraccio la rassicurava, mentre il ritmico dondolare
La ragnatela
121
aveva l’effetto di tranquillizzarla. Così mentre tutti ridevano di lei e della sua
stupida paura delle api e dei mosconi, imitava quell’attore ed entrava a far parte
di un mondo tutto suo; come ora, mentre la pioggia le scrosciava tra i capelli e
il pensiero era rivolto a Matteo.
Un tocco lieve sulla spalla, poi una scossa le attraversò la mente e si ritrovò
in piedi, lucida, e i sensi tesi a captare ogni minimo rumore, ogni minimo movimento. Si guardò intorno, cosciente del fatto che stavolta non doveva chiudersi in sé, non doveva pensare solo alla sua paura, doveva trovare il sentiero, raggiungere il paese e chiedere aiuto. Sapeva che Matteo le aveva detto di
aspettare, ma lei non voleva correre rischi: non avrebbe mantenuto la promessa
fatta, avrebbe chiesto aiuto e subito! Si girò di scatto per vedere cosa l’aveva
toccata, cosa l’aveva fatta destare dal suo conciliante stato di torpore. Per un
attimo pensò a Claus, poi scrollò la testa: vicino al masso, dove era appoggiata, una radice sporgente sembrava una mano tesa verso un irraggiungibile aiuto.
Kim decise di andare avanti, non aveva senso correre, avrebbe solo rischiato
di perdere di vista i segnali che si trovavano sulle rocce e sui tronchi degli alberi più grandi: sperava solo di essere nella direzione giusta. Un vecchio segno arancione sbiadito gliene diede conferma. Si girò ancora una volta nella
direzione del forte, pregò, sperando che Qualcuno la sentisse, sperando che
quel Dio in cui credevano tanto i suoi genitori esistesse davvero e che aiutasse
Matteo. Chiuse gli occhi un momento, poi sorrise… una canzone di speranza
cominciò a suonare nel suo cuore.
La pioggia cessò all’improvviso e il vento calò. L’aria era fredda e stranamente elettrica. Kim si fermò per un momento: aveva i capelli zuppi e ricoperti da un sottile strato di aghi di pino, sentiva le sue ossa pesanti e i muscoli le
dolevano. Era una sensazione strana, di stanchezza e di torpore, quella che si
prova in una giornata particolarmente calda, dopo che ti sei asciugata al sole;
una voglia di chiudere gli occhi, di lasciare tutto fuori, di pensare solo al proprio corpo spossato e affaticato. La luna, ormai libera dalla sua coperta di nubi,
regalava una scia luminosa, che rischiarava la notte nera. Ogni tanto, quando gli alberi si facevano più fitti, tutto tornava scuro e opprimente, ma bastava
poco perché la luce lunare trovasse un varco. Kim guardò un larice, su un tronco
c’era un rettangolo rosso e bianco, come la bandiera austriaca; ormai doveva
quasi trovarsi sul sentiero, ormai doveva quasi essere arrivata al paese. Il rumore di un ramo che si spezzava la fece girare di scatto. Nell’ombra, immobile, se ne stava una sagoma scura… da lontano poteva sembrare parte di un
albero scheletrico… ma Kim intravide in quella figura nascosta una parvenza
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Francesca Faramondi
d’umano. Fece un passo in avanti, calpestando una grigia luna riflessa in una
pozzanghera fangosa. Si avvicinò cautamente, il rumore dei suoi passi nel terreno acquitrinoso risuonava cupo nella foresta, il suo respiro si fece più ansimante, mentre lentamente si allontanava dal sentiero.
Sapeva di dover tornare indietro, la sua testa gli urlava di girarsi, di continuare, di non correre dietro a immagini create dalla luna, eppure i suoi piedi
si muovevano, si addentravano, lasciando indietro le indicazioni per il paese
e avvicinandosi sempre di più a un’ombra che pareva muoversi per non farsi
prendere. A un tratto Kim si fermò e l’ombra si fece avanti.
Il corpo era magro, eccessivamente magro, uno strato di pelle adagiato su
uno scheletro visibile; gli zigomi e le ossa delle tempie avevano una sporgenza spaventosa, l’esiguità del suo collo formava un contrasto vivissimo con la
grossezza della sua testa coperta da una peluria argentata; i suoi occhi color
ghiaccio erano enormi, spalancati e la sua bocca era tesa nel solito ghigno. Era
spaventoso, eppure aveva un fascino inspiegabile, una sorta di magnetismo,
che l’attirava, che la faceva restare immobile, mentre si avvicinava. La sua mano
lunga e sottile si poggiò sulla sua spalla e le sue labbra gelide le baciarono la
fronte. Kim non si mosse, chiuse gli occhi, mentre un brivido le percorreva la
schiena, non era ribrezzo, era un mantello d’elettricità che cadeva su di lei, lasciandola fremente, come quando una persona innamorata viene sfiorata dalla
persona amata.
Quando riaprì gli occhi, Claus era davanti a lei: poteva riflettersi nei suoi
occhi, poteva vedere la sua immagine riflessa in uno specchio vitreo e senza
espressione. Il cuore le balzò in petto, ma rimase immobile. Sentiva dentro di
sé nascere la voglia di urlare, di chiedergli di Matteo, eppure rimaneva ferma,
aspettando che fosse lui a dire qualcosa.
Quando parlò, la sua voce la colpì: una voce profonda, soave e sensuale,
una voce di cui ci si potrebbe innamorare, una voce cui potresti dire sempre
sì, una voce che potrebbe portarti dappertutto e farti fare qualunque cosa, una
voce ammaliatrice.
“Tu non puoi starmi lontana… possiedi qualcosa che t’impedisce di starmi lontana. Avevo detto al tuo amico di lasciarmi stare, di tenerti alla larga da
me… ma tu non puoi, è più forte di te. Come una nuvola non può stare senza
le altre se vuole diventare tempesta o una piuma se vuole diventare un’ala. Io
sono le altre nuvole, io sono le altre piume. Seguimi!”
“No, non verrò mai con te! Ora dimmi dov’è Mat! Cosa gli hai fatto!? Chi
sei!? Lasciami in pace… stai lontano da me! Vattene, sparisci!” avrebbe voluto gridare, mentre tentava una fuga… e invece lo seguì docilmente, come se
La ragnatela
123
fosse venuta solo per stare con quel vecchio, come se si conoscessero da tempo. Lui stava davanti e lei lo seguiva, distanziata di pochi passi; lui non si girava mai, non ne aveva bisogno, sapeva che non sarebbe scappata, perché lei
era venuta per questo.
Il tetto di legno, con il camino di pietra, spuntò all’improvviso in mezzo al
bosco. Una piccola baita, di pietra e cemento bianco, con la porta scura di legno massiccio e una finestra rotta. Era deserta, silenziosa, abbandonata alla
natura che la stava inghiottendo. Dalla porta partiva una striscia bianca, che
poi scompariva tra l’erba, quella che doveva essere una strada. Il giardino era
pieno d’ortiche e cardi, mentre il muschio aveva già dipinto di verde la metà
delle pareti. Claus aprì la porta, non usò chiavi, la spinse semplicemente da
un lato. Era buio, ma gli occhi di Kim ormai erano abituati. La stanza principale era vuota ad eccezione di due sedie, posta l’una di fronte all’altra. Alzò
gli occhi, seguendo il percorso di una scala a chiocciola, si mosse in quella direzione; il vecchio parquet scricchiolava ad ogni suo più piccolo movimento.
Con la mano sfiorò la ringhiera togliendo uno strato di polvere e di ragnatele.
Fece per salire, ma si fermò: Claus si era fermato e si era seduto. Kim si sedette sulla sedia, di fronte a lui. Rimasero in silenzio, l’uno di fronte all’altra; Kim
fremeva, non riusciva a stare seduta, come se la sedia fosse percorsa dalla corrente.
“Calma” bisbigliò Claus e lei all’improvviso si calmò; si rilassò e sprofondò
nella sedia, come se fosse una poltrona. Chiuse gli occhi e si ritrovò su un tetto, il vento le portava l’odore del mare, che sapeva di sale, ma era dolce come
le banane e acre come il tabacco messo ad essiccare; dei campi ondeggiavano davanti ai suoi occhi, mentre le ombre delle nuvole, che correvano nel cielo sembravano volessero portare con loro una parte d’erba, di fiori e di terra.
Riaprì gli occhi lentamente e notò che la distanza era diminuita, la sedia si era
avvicinata, ma com’era possibile se non aveva sentito il minimo rumore?
“Riprova, chiudi gli occhi!” e Kim obbedì.
La sua mente, la sua parte razionale, sapeva che stava sbagliando, sapeva che doveva andarsene, che, se avesse tentato una fuga, sarebbe stata salva, perché quel vecchio non avrebbe mai potuto starle dietro, eppure la morbosa curiosità e l’attrazione che provava per quell’uomo la costrinsero a stare
seduta, a fare quello che gli ordinava.
Chiuse gli occhi. L’ombra l’avvolse e l’odore di muffa e di stantio arrivò alle
sue narici. Riconosceva quel posto, quelle mura e quelle sbarre arrugginite: si
trovava nella prigione del forte. A un tratto sentì un gemito sommesso, come
un guaito di un cucciolo ammalato. Si voltò. In un angolo, un uomo seduto,
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Francesca Faramondi
con la testa tra le mani, osservava tristemente la sua immagine riflessa in una
pozzanghera di fango. Un ciondolo dondolava davanti a lui… Kim non riusciva a vedere chi tenesse il gioiello, vedeva solo una mano e una catenina
d’oro che oscillava. L’uomo alzò la testa e Kim riconobbe Tiziano. Il volto scavato, ferito, gli occhi incavati nei quali guizzavano disperazione e rassegnazione, il corpo magro, tumido; i vestiti rotti, ingrigiti e sporchi di sangue; Kim rabbrividì davanti a quella visione. Sapeva di avere davanti Tiziano eppure non
riusciva a rendersi conto che quel corpo gettato in un angolo apparteneva alla
stessa persona di cui gli aveva parlato tanto Matteo.
Il movimento del ciondolo si fermò e l’uomo sembrò immobilizzarsi, nascose ancor più il capo tra le gambe e smise persino di respirare; poi il movimento ricominciò e l’uomo rialzò la testa.
Kim riuscì a stento a trattenere un grido. Davanti a lei ora c’era Matteo. Legato
come una bestia, ferito e umiliato, non riusciva più a muoversi, a ribellarsi, aveva
l’aria di una persona stanca, che dopo aver lottato tanto, decide di arrendersi.
Kim scosse la testa e riaprì gli occhi.
Claus era davanti a lei, neanche stavolta aveva sentito il rumore della sedia sul pavimento. Lo guardò negli occhi. Il suo sguardo era compassionevole, ma il suo ghigno sembrava dirle: “Non vuoi che questo accada, vero?”
Kim cominciò a piangere, avrebbe voluto mantenersi forte, ma le sue lacrime le rigavano il volto, senza che potesse fare niente per fermarle.
“Tu puoi salvarlo” bisbigliò
“Come?!”
“Non salvando te stessa”
Claus le accarezzo i capelli. Un freddo gelido l’avvolse.
Cadde in ginocchio, con la testa tra le mani. Piangeva, avrebbe voluto morire,
avrebbe voluto scappare, ma non ci riusciva. Si malediva per quella vacanza,
si malediva perché il suo egoismo l’aveva portata fino a questo punto, sarebbe stato meglio restare con Carson, piuttosto che trovarsi vicino a Claus, in una
baita sperduta nei boschi, lontano dal mondo della ragione, lontano dalla realtà.
Chissà dov’era Matteo, chissà se quello che Claus le aveva fatto vedere si
era già realizzato.
Kim avvertì la mano di Claus sulla sua spalla e capì.
Si abbandonò a lui, il cuore tornò a battere lentamente, lasciò che le forze
scivolassero tra le travi del pavimento, lasciò che la sua anima uscisse dal suo
corpo. Claus s’inginocchiò accanto a lei.
Il pavimento cominciò a scricchiolare.
La ragnatela
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Kim aprì gli occhi. Si alzò e si sedette sopra un masso. Si guardò intorno. Era
nel bosco, circondata dagli alberi. Era seduta sul masso con la bandiera austriaca
e, vicino a lei, c’era un ramo che pareva una mano d’uomo. Aveva la schiena
indolenzita e la maglietta sporca di fango, muschio e aghi di pino. Una formica si arrampicò per la sua gamba e scomparve tra le pieghe dei suoi pantaloni.
Non c’era nessuna casa nelle vicinanze, nessun tetto e nessun camino di pietra.
Intorno a lei non c’erano orme di altre persone e il tempo non sembrava essere passato. Si sentiva stanca, frastornata e aveva un forte mal di testa, oltre a un
dolore continuo alle ossa. Si strinse forte le braccia e si accorse di avere un grosso
graffio sul gomito, la stoffa si era strappata ed era macchiata di rosso. Si era addormentata,
stanca per la lunga corsa, si era seduta vicino al masso, si era raggomitolata, i
suoi occhi si erano chiusi ed era caduta tra le braccia di Morfeo. E tutto il resto
era stato un incubo: Claus, la baita, le visioni e le sue emozioni. Doveva essere
andato per forza così, non c’era altra spiegazione logica. Claus non sarebbe mai
riuscito a riportarla laggiù, in braccio, in così poco tempo… era troppo pesante per lui e poi non c’erano orme nel fango e non poteva essere stata la pioggia
a cancellarle, visto che le sue erano nitide.
Kim si alzò, scrollò la terra dai vestiti, annuì: doveva essere andata così, era
stato tutto un sogno.
Eppure le lacrime scesero da sole, la sua bocca rideva e i suoi occhi galleggiavano in un mare di lacrime. Non riusciva a convincersi, non era stato un
sogno… lei aveva visto… cose che non avrebbe mai potuto descrivere, raccontare. Lei era stata con Claus e come lui l’avesse riportata nel bosco, non
aveva importanza. Aveva visto Tiziano morire, aveva visto Matteo, aveva visto quel dannato ciondolo dondolarle davanti agli occhi. Aveva capito che Claus
non era normale, aveva in sé qualcosa di magico, di sovrannaturale, era avvolto da un aurea misteriosa, pericolosa, che però catturava, ammaliava per
poi divorare le sue prede. Così aveva fatto con lei. Era riuscito a farla prigioniera del suo inquietante fascino, era riuscito a farle cadere tutte le sue difese,
le aveva fatto vedere cose, che mai avrebbe potuto vedere, le aveva fatto sentire odori, che mai avrebbe potuto sentire. L’aveva costretta a rinunciare a se
stessa, l’aveva posta di fronte ad una scelta: o il baratro o una strada sicura che
le avrebbe fatto sacrificare la vita di altre persone. E lei aveva scelto il baratro,
aveva mollato la presa, aveva lasciato ogni appiglio con la realtà e aveva permesso che le divorasse l’anima, che entrasse in ogni sua più piccola fessura,
in ogni suo più intimo pensiero. Lei non aveva provato a ribellarsi e aveva visto e aveva sentito tutto quello che lui aveva visto e sentito. Aveva ascoltato i
rumori dei cannoni della guerra, le urla della gente, i pianti di sofferenza dei
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Francesca Faramondi
bambini; aveva visto gli aerei sganciare bombe, palazzi andare in fiamme, donne
e uomini morire e diventare fumo; aveva sentito l’odore dolciastro dei corpi
in putrefazione e l’odore penetrante della polvere da sparo e delle case distrutte.
Poi il vuoto, il nulla. Come se la vita di quell’uomo si fosse fermata durante la
guerra. Non aveva visto nessun ricordo della sua vita da professore, delle sue
giornate in montagna o della sua casa. Le uniche immagini che aveva visto,
erano scene finte, icone di un mondo perfetto e mai esistito. Eppure sembravano vere, era come se Claus riuscisse davvero a vedere quei luoghi stupendi, pacifici, dove l’uomo sembrava non aver mai messo piede.
Kim si mise una mano tra i capelli… non riusciva a dimenticare, non riusciva a classificare tutto ciò come sogno. Era come se l’uomo che Claus era
stato un tempo fosse morto in quella guerra, tra quelle immagini, tra quei suoni e tra quegli odori ripugnanti di un mondo che andava in rovina e avesse
vissuto in un mondo perfetto. Ma allora chi era l’uomo che tutti i giorni cenava al Liberty? Chi era l’uomo che aveva incontrato Lele? Chi era l’uomo che
lei e Matteo avevano inseguito? Kim non riusciva a fermare le domande, che
si accavallavano una dietro l’altra nella sua mente, senza che lei riuscisse a dare
una risposta.
Come poteva spiegare a se stessa e agli altri di essere sicura che una persona che cenava tutti i giorni in un hotel, in realtà era morta durante la guerra? Come poteva parlare di fantasma se lui l’aveva toccata? Come poteva affermare che fosse un angelo, se in quel ghigno incarnava un demone? Come
poteva spiegare che viveva in un mondo perfetto o forse lo voleva costruire?
Di una cosa, però, era certa, non era stato Claus ad uccidere Tiziano. Non sapeva perché, ma sentiva che Claus aveva cercato in tutti i modi di salvarlo, attraverso quel ciondolo, attraverso le stesse immagini che aveva fatto vedere a
lei. Ma allora perché le aveva fatto vedere Matteo morente? Cosa aveva voluto dirgli… forse la persona che realmente aveva ucciso Tiziano tra poco avrebbe
fatto del male anche a Matteo?! E la storia del vampiro? Come poteva scartare quest’ipotesi, come poteva spiegare il suo modo di comportarsi? Come poteva far finta di non aver visto una scia di animali morti e un uomo chino su di
loro? Chi era Claus?
“Non lo so. Voglio tornare a casa. Voglio lasciare questa valle maledetta.
Vi prego qualcuno mi aiuti… mi porti via da qui!” urlò tra le lacrime, senza notare
le luci di una casa al di là degli alberi.
Maria si aggiustò i capelli con un colpo della mano e sorrise.
“Ci siamo divertiti. Dovremmo vederci più spesso!”
La ragnatela
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“Sì, è vero, ma non credo che la prossima volta voi donnicciole ci batterete così facilmente! Stasera è stata solo fortuna” esclamò Giorgio.
“Sono d’accordo!” disse Franco, stringendo affettuosamente la moglie.
La serata era passata allegramente: una cena tra amici e una partita a carte. Maria era serena, mentre guardava i suoi amici andare via. Adorava la vita
di montagna ed era felice di avere come marito una persona buona e dolce
come Franco. Sentiva in lui una forza nascosta, una rabbia celata dietro gli occhi
azzurri, che però riusciva a dargli sicurezza e stabilità.
Elena trattenne uno sbadiglio, prese sottobraccio il marito e, facendo un
segno con la mano, si diresse verso la macchina. Giorgio, all’improvviso, sembrava
però immobilizzato, fissava la foresta con vivo interesse.
“Ehi Giorgio, qualcosa non va?” disse Franco avvicinandosi.
“Amore, torna dentro con Maria… ho visto muoversi qualcosa nel bosco!”
Elena soffocò un grido e corse dall’amica.
“Cosa pensi che sia?! Un orso?!”
“Non lo so… io… ecco, hai visto!” disse indicando un cespuglio che si era
mosso. Franco fece segno di sì con la testa. Kim uscì dal bosco stremata: i vestiti rotti, la faccia sporca di fango e sangue e l’aria stanca e rassegnata.
“Oh mio Dio!” esclamò Maria, correndo verso la ragazza.
Franco e Giorgio la tenevano per le braccia e la guardavano con tristezza… forse era stata violentata!
Kim si lasciò trasportare in casa, non aveva la forza per protestare, chiunque fossero quelle persone, si sarebbe abbandonata nelle loro mani. La fecero adagiare su una poltrona e Maria corse a prepararle qualcosa di caldo. Kim
tremava dal freddo e si guardava intorno con occhi pieni di paura. Quando
Giorgio la sfiorò, si ritrasse istintivamente.
“Devi stare tranquilla. Non vogliamo farti del male” disse Elena, accarezzandole i capelli. I due uomini la guardavano benevoli, ma preferivano stare
a una certa distanza, per non spaventarla.
“Perché non ci dici cos’è successo!” domandò Maria porgendole un piatto di minestra.
Kim li guardò dubbiosa: poteva davvero fidarsi? Poteva davvero raccontare a questa gente, cose in cui nemmeno lei sapeva se credere? Aveva giurato a se stessa che avrebbe cercato qualcuno che potesse aiutare Matteo, lo aveva
fatto e allora perché le risultava difficile parlare? L’immagine di Claus le si affacciò alla mente e la fece tremare. Contro chi stava combattendo Matteo? Era
in pericolo, ma queste persone avrebbero davvero potuto fare qualcosa?
Kim le guardò una ad una.
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Francesca Faramondi
Maria era una ragazza magra e fragile; il rossore delle gote risaltava sul pallore
del volto; aveva i capelli lunghi e dorati e pareva l’incarnazione di qualche figura angelica, eterea.
Elena, al contrario dell’amica, era una donna all’apparenza forte; aveva
gli occhi neri e i capelli scuri come la pece, lo sguardo ambiguo e intrigante,
ma non sembrava capace di affrontare una situazione come quella.
Poi c’era Giorgio, l’uomo che l’aveva trovata; aveva un viso bonario e un
corpo possente, ma guardandolo negli occhi, si capiva che viveva e voleva continuare
a vivere una vita tranquilla, fatta di lavoro, di passeggiate con la moglie e di
serate con gli amici.
Kim non poteva sconvolgere le loro vite, non avrebbero potuto fare niente eppure parlò, perché vide negli occhi di Franco tanta rabbia e determinazione, una voglia di fare giustizia qualunque cosa fosse successa.
“Mi aiuterete?” bisbigliò, cercando di non scoppiare in lacrime.
Franco si avvicinò e le strinse le mani; le trasmise un senso tale di sicurezza, che per un attimo dimenticò Claus.
“Parla! Ti aiuterò” E Kim gli credette.
“Si tratta del mio ragazzo, è da solo nel bosco! Sta dando la caccia all’uomo
che ha ucciso suo padre, ma sta aspettando la persona sbagliata! L’assassino lo
coglierà alle spalle e ucciderà anche lui. Io lo so. L’ho visto nella mente di Claus.
Voi sapete chi è, tutti sanno chi è… e io gli ho visto nella mente. È morto sapete, nella guerra mondiale… vive in un mondo perfetto, ma non so chi è. Credete
che possa essere un vampiro… no, perché io non lo so” Delirava, sapeva che
stava parlando a vanvera, ma non riusciva a fare diversamente. Nella sua mente
il discorso seguiva una direzione logica, ma quando apriva bocca, le parole uscivano
fuori alla rinfusa, facendola sembrare pazza. Lo sguardo di Franco aveva perso quella scintilla di rabbia ed ora la guardava spaventato e commosso. Kim ebbe
voglia di piangere e di urlare, sapeva che nessuno la capiva, ma non riusciva a
fare meglio, non riusciva a spiegarsi come avrebbe voluto e perciò continuava:
una serie di parole, di frasi, senza senso… da pazza.
“Sapete mi ha portata in una casa nel bosco. È piccola, piccola e ha un vetro
rotto… e poi è buia; ci sono due sedie e io ho visto… gli animali morti e il grano, tanto grano. Ma Matteo non lo sa, aspetta che Claus esca dal forte, ma lui
è già fuori e lui non andrà da lui. Ma io non so chi andrà da lui… l’assassino
io non so chi sia e nemmeno lui. Dovete aiutarlo, io so che l’aiuterete, chiamerete la polizia e correrete nel bosco. E lo sapete perché lo so?! L’ho visto
nei suoi occhi… Franco ti chiami vero? Sì nei tuoi occhi… tu hai sete di giustizia, e c’è rabbia in te… non hai paura e salverai Matteo…vero? Vero? VERO?!!!”
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Kim si alzò di scatto, urlando. Maria ed Elena fecero un passo indietro terrorizzate, mentre Franco rimase immobile.
“Certo, ti aiuterò” cercò di rassicurarla, stringendola forte.
Kim si liberò della presa e lo guardò negli occhi.
“Dov’è quell’altro!” urlò, poi corse nell’altra stanza.
“Sì, c’è una ragazza. L’abbiamo trovata nel bosco. È in stato confusionale,
in stato di shock. Sta delirando, credo quasi che sia pazza” Stava bisbigliando
Giorgio al telefono.
“Non mi credete! Non mi credete!”
Kim cominciò a piangere, si lasciò cadere in ginocchio, poi si rannicchiò
su se stessa e cominciò a dondolare.
“Dov’è la ragazza?” il medico entrò e fece segno agli altri due di aspettare fuori con la barella.
“È in soggiorno. Sta in quella posizione da quando l’abbiamo chiamata!”
Il medico si avvicinò a Kim. Stava fissando il vuoto e dondolava su se stessa, con le ginocchia rannicchiate contro il petto.
“Venga signorina… venga” disse afferrandole il braccio.
“No, non mi credete!” urlò, spingendo via il medico.
Franco la guardò negli occhi e dolcemente le sussurrò: “Vogliamo solo aiutarti!”
“Non è vero! Non mi credete… non mi…” e scoppiò di nuovo in lacrime.
Il medico aprì la sua borsa e ne trasse una siringa.
“Questo ti terrà calma!”
Kim cercò di divincolarsi, ma sia Giorgio che Franco la tenevano immobilizzata. L’ago entrò indolore nella pelle e in poco tempo si tranquillizzò.
I due infermieri la caricarono sulla barella e la misero nell’autoambulanza.
“Cosa succederà, ora?” chiese apprensivo Franco.
“Sinceramente ancora non lo so. Le faremo tutte le analisi e poi si vedrà.
Credo sia stata tanto tempo nel bosco ed è chiaro che si trova in stato di shock.
Non credo che abbia subito violenza, ha dei pantaloni ben stretti in vita e se
davvero qualcuno l’avesse violentata non credo che si sarebbe preoccupata
di rimettersi a posto i jeans. Secondo me è solo una povera pazza, scappata
chissà da dove!”
“Ma parlava di un certo Claus, e di un certo Matteo… e poi c’era un presunto assassino che girava nel bosco”
“Certo e magari c’era anche una strega cattiva!”
“Una strega no, ma un vampiro sì” sorrise Giorgio.
“Visto, forse è davvero pazza. Comunque la visiteremo e controlleremo che
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Francesca Faramondi
sia tutto a posto. Poi cercheremo di sapere chi è!”
Il medico salì sull’autoambulanza e prese posto accanto alla barella. La luce
blu rischiarò per un attimo la montagna, poi tutto tornò tranquillo.
Kim girò lo sguardo verso il medico. Era un uomo grasso, ma proporzionato, con un grande naso e sporadici capelli rossi.
“Mi chiamo Kim Aldrich. Alloggio al Liberty Hotel. Sono americana e voglio tornare a casa!” disse cominciando a piangere.
Si sentiva distrutta, svuotata e triste. Si trovava in un’autoambulanza, mentre
Matteo era solo chissà dove. Non era riuscita ad aiutarlo. Perché, perché era
successo tutto questo?! Lei avrebbe voluto solo fare una vacanza… perché…
perché! Kim chiuse gli occhi, e le ritornò alla mente la prima volta che aveva
visto Matteo: le aveva servito degli gnocchetti e l’aveva invitata a ballare. Perché non poteva tornare indietro nel tempo? Perché non poteva tornare a quella
volta che, seduti in riva al lago Corvo, si erano confidati? O in quella macchina quando si erano baciati? Perché Dio non permetteva agli uomini di poter
tornare indietro, perché non permetteva loro di rivivere certi momenti. Rhys,
un giorno, le aveva detto che secondo lui, un uomo era colui che sapeva dire
“NO”. Bene ora lei stava gridando no! No, a come erano andate le cose. No,
a quello che forse sarebbe successo a Matteo. No, a Claus! Si sentiva colpevole… non sarebbe successo nulla se lei avesse dato ascolto a Matteo; se invece
di andare da Claudia fossero andati a fare una passeggiata romantica; se invece di correre da Lele, fossero andati a sciare a Madonna di Campiglio. Era
stata tutta colpa sua… voleva tornare indietro, voleva tornare in quella vasca
per l’idromassaggio, voleva sentire nuovamente le mani di Matteo solleticarle
la schiena, voleva sentire la sua bocca premerle sul collo, voleva sentire il suo
respiro tra i suoi capelli.
Perché non poteva cambiare… perché si era accorta troppo tardi, di quanto
fosse stupido e pericoloso il gioco che stava portando avanti? Ed ora, ci sarebbe
andato di mezzo Matteo; la persona più dolce che avesse mai conosciuto; la
persona che amava, più di quanto credeva possibile. Kim cominciò a pregare… pregò per Matteo, perché non gli succedesse niente e pregò per se stessa,
perché potesse tornare tutto normale.
“Non volevo che accadesse tutto ciò. Volevo solo farmi una vacanza! Solo
farmi una vacanza!”
“Lo so, lo so” sussurrò il medico controllandole il polso.
I tranquillanti fecero effetto, Kim chiuse gli occhi e si addormentò… ma prima
di lasciarsi andare completamente, vide l’immagine di Claus sostituirsi a quella del dottore.
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La ragnatela
Capitolo dodici
Con un gesto della mano si tolse da davanti agli occhi una ciocca di capelli; poi sospirò. Immobile, con le mani lungo i fianchi osservava la torre del forte e il sentiero che vi conduceva. Tutto era fango e silenzio. Un brivido di freddo gli percorse la schiena e un tic gli fece muovere la gamba destra. Che senso aveva stare là? Che senso aveva aspettare qualcuno, se non si è sicuri che
esista? Forse dentro al forte avevano avuto solo un’allucinazione. Matteo si mise
una mano in tasca e strinse forte il ciondolo di suo padre. Gli faceva male, ma
continuava a stringere, sentiva la catenina penetrargli nella pelle, ma non gliene
importava. Con noncuranza tirò fuori la mano; un rivolo di sangue partiva dal
palmo e finiva sul polso. Gli bruciavano gli occhi e la voglia di piangere e allo
stesso tempo di trattenere le lacrime gli stavano rendendo la vista appannata.
Davvero aveva visto il corpo di suo padre in quelle prigioni? Poteva essere tutto
reale? E aveva davvero visto Claus dietro di loro, nascosto in un antro, che li
guardava e ghignava? Dopotutto era buio là sotto e forse le luci e le ombre avevano
creato figure strane e personaggi mostruosi, camuffando vecchie mura e angoli scuri. Matteo si morse il labbro. Perché se Claus era davvero nel forte ci
metteva così tanto a raggiungerlo? Cosa stava aspettando? Si stava innervosendo, la tensione cresceva troppo e stava diventando difficile contenerla. Incrociò le braccia e alzò gli occhi al cielo. Nonostante avesse smesso di piovere, grandi nubi nere avanzavano minacciosi nel cielo color del caffé, coprendo una luna che, a malapena, riusciva a far comparire uno sfocato alone perlato.
Chissà se Kim era già arrivata al paese. Aveva già chiamato aiuto? O ancora
vagava nel bosco impaurita e tremante? Più ci pensava e più capiva di aver
commesso un grande errore. Non avrebbe mai dovuto permettere a Kim di
seguirlo, non avrebbe dovuto portarla nel forte e poi nelle prigioni, farla cacciare nei guai… avrebbe dovuto proteggerla e, invece, l’aveva lasciata nel bosco,
da sola, perché voleva fare l’eroe, perché voleva dimostrare a se stesso e a suo
padre di essere un vero uomo.
Ma che uomo era se non riusciva a proteggere la donna che amava? Quante
cosa erano cambiate dall’arrivo di Kim. Mai avrebbe immaginato di ritrovarsi
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Francesca Faramondi
una notte nel bosco ad aspettare un presunto vampiro e assassino. Mai avrebbe
pensato che una donna potesse avere tanto fascino, tanta grazia e allo stesso
tempo essere così pericolosamente fatale. Non aveva mai creduto nei colpi di
fulmine e alle grandi storie d’amore, eppure tutto questo era accaduto: si era
innamorato perdutamente di una donna magnifica appena conosciuta; dal primo
momento in cui aveva posato gli occhi su di lei aveva capito di amarla, di essere in qualche modo legato alla sua vita. Aveva trovato tutto ed ora lo stava
perdendo per colpa di un vecchio pazzo. Avrebbe voluto andarsene, correre
a cercare Kim, ma l’immagine di suo padre lo convinse a restare fermo, con
gli occhi puntati sul quel forte.
Un rumore improvviso lo face sobbalzare.
Era venuto armato solo del suo coraggio, ma ora lo sentiva scivolare via,
come per colpa di un maleficio, insieme alle ultime gocce di pioggia che cadevano suicide dalle sue dita. Prima, mentre sotto il temporale attendeva immobile, si era sentito forte e deciso, ma ora qualcuno aveva spezzato la sua
sicurezza come quel maledettissimo ramo secco. L’adrenalina gli correva per
le vene, fino ad arrivare al cervello sottoforma di piccole scariche elettriche. Chiuse
gli occhi per prepararsi al peggio, ma quando li riaprì quello che vide gli fece
gelare l’anima.
Gocce di sudore freddo cominciarono a imperlargli la fronte, mentre il suo
cuore prendeva a galoppare. Teneva lo sguardo fisso davanti a sé, gli occhi
puntati sulla canna della semiautomatica; poteva quasi vedere il bronzeo proiettile
fermo, in attesa, pronto ad uscire, a ferire, ad uccidere. La pistola era piccola,
grigio fumo, con l’impugnatura di legno chiaro, fatta su commissione: l’aveva
già vista, ma non aveva il coraggio di alzare lo sguardo, di vedere il volto, nascosto dalla penombra, che teneva tanto pericolosamente il dito vicino al grilletto. Era un vecchio modello di Beretta, simile a quello che aveva suo padre,
otto colpi nel caricatore e uno in canna. La pistola si mosse, si avvicinò, ormai
si trovava a tre, quattro metri da lui, e poteva coglierne tutti i particolari; sull’impugnatura vi erano incise una “P” e un cervo adulto, ormai rovinato dal
tempo, vicino al grilletto c’era una piccola scheggiatura…lo sapeva bene, perché
l’aveva fatta lui, tempo fa, gli era caduta l’arma di mano mentre ci stava giocando, mentre di nascosto cercava di colpire vecchi barattoli di conserve. Cominciò a piangere, ormai non aveva più dubbi, sapeva di chi era quella mano,
sapeva quale volto l’ombra celava. Alzò lo sguardo pian piano e bisbigliò il nome
del suo migliore amico.
I suoi occhi color ghiaccio erano cortesi, ma maligni, come se facesse uno
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sforzo per essere civile nei confronti del compagno che cercava di uccidere.
Aveva una piccola protuberanza carnosa al centro del labbro superiore, che
ricadeva su quello inferiore in una specie di broncio effeminato, di quelli che
vengono ai bambini che si succhiano il dito. Sul mento gli si allungava una fossetta,
indizio di una latente violenza omicida. Una sorta di crudeltà contenuta. Ed
era stato davvero bravo a tenersi tutto dentro, a non far capire nulla a nessuno. Aveva vissuto per un anno con la consapevolezza che tutto ciò, prima o
poi, sarebbe accaduto, eppure aveva fatto finta di niente, aveva nascosto tutto dietro una maschera allegra e comprensiva, una maschera da amico.
E all’improvviso Matteo capì. Non ebbe bisogno di spiegazioni, gli bastò
vedere lo scintillio nello sguardo dell’amico, la soddisfazione sul suo volto e si
sentì svuotato, tradito, distrutto.
Mai avrebbe potuto immaginare, mai avrebbe pensato che l’assassino di
suo padre fosse Paolo.
Non riusciva, però, a trovare una spiegazione plausibile. Conosceva Paolo da sempre, erano ottimi amici, avevano passato giornate intere a parlare
insieme a Tiziano, di futuro, di speranze, di sogni. Quante volte avevano riso,
bevuto, cantato, quante volte si erano confidati i più intimi segreti, nella consapevolezza che sarebbero stati in mani sicure. Come aveva potuto ucciderlo
senza provare rimorso, per un anno lo aveva ascoltato scusarsi, lo aveva creduto roso dai sensi di colpa e invece stava solo fingendo. Con la stessa facilità
avrebbe ucciso lui e poi magari sarebbe corso a consolare Delia o Kim. Il solo
pensiero lo fece ribollire di rabbia. Strinse i pugni e fece qualche passo avanti.
Per un attimo, Paolo sembrò preso in contropiede, spiazzato, indietreggiò stupito,
poi si riprese, si ricompose e tornò nel suo sguardo la follia omicida.
Tutto ciò non aveva senso, Matteo sentiva crescere dentro di sé un’ondata d’incredulità… non poteva essere vero. Paolo non poteva aver ucciso Tiziano,
lo considerava come un secondo padre, non avrebbe mai potuto spingerlo nel
burrone e guardarlo soffrire aggrappato alla roccia. Sicuramente c’era un errore, Paolo era armato per un altro motivo, non avrebbe sparato, il suo cuore
ne era certo, ma il suo cervello gli diceva di stare allerta, perché davanti a lui
aveva l’assassino di suo padre, che non si sarebbe fatto nessuno scrupolo ad
uccidere anche lui.
Paolo scosse la testa divertito.
“Tale padre, tale figlio. Tutti e due con una fame insaziabile di verità. Non
potevate continuare la vostra vita, fare finta di nulla?!”
“No!” rispose secco Matteo. Il dolore si stava trasformando in rabbia, le lacrime
avevano smesso di solcargli il volto, ma l’ira gli aveva tinto di rosso le gote.
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Francesca Faramondi
“Mat, Mat… io non volevo sai. Come non voglio farti del male, ma non
posso farci niente. Anche tu hai scoperto il mio segreto, perciò non puoi rimanere in vita!”
Matteo si sentì come colpito da un pugno alla bocca dello stomaco. Tutto
questo era frutto di un malinteso, di una sfortunata coincidenza. Lui e suo padre non avevano scoperto un bel niente su Paolo, loro stavano cercando Claus…
cosa era successo?
“Quale segreto?!”
Paolo sembrò essere percorso da una scossa elettrica, ma subito riprese il
controllo della situazione.
“Mat, non fare lo stronzo con me. Sai bene di cosa sto parlando. Avete scoperto
il mio traffico di droga e io voglio sapere come!”
“Traffico di droga?! Io non avevo la più pallida idea che tu trafficassi droga!”
“Basta! Non mentire… anche tuo padre lo ha ammesso!”
“Non sto mentendo e mio padre ti ha detto una bugia, perché alla fine ha
capito che era troppo pericoloso ciò che stava facendo per coinvolgerti!”
“Non è vero!” disse innervosito, poi sparò.
La bocca di Matteo si contrasse in una smorfia di dolore, mentre cadeva a
terra. Sentiva il sangue caldo colargli lungo la gamba e inzuppargli i pantaloni. Dolorante, si portò la mano sulla coscia e cominciò a comprimere la ferita.
Con gli occhi colmi di terrore vide Paolo avvicinarsi, arrabbiato, nervoso e pericoloso.
“Ora, cazzo, dimmi la verità o ti riempirò di buchi! Neanche tua madre potrà
più riconoscerti!”
“Bastardo figlio di puttana, questa è la verità! Io e mio padre stavamo dando
la caccia a Claus… lo credevamo un vampiro. Non sapevamo niente di te e
della tua fottuta droga!”
“No, non è vero! Non so come, ma avete scoperto che traffico droga. Nascondo l’eroina, che arriva dal Sud Italia, dentro le cartucce dei fucili e ogni
mese mi incontro, davanti al forte, con alcuni contrabbandieri austriaci… nascondo il denaro nelle prigioni e lo recupero poco per volta. Dimmi come avete
fatto a scoprirmi… mi avete seguito?! Da quanto sospettavate di me?! Parla!”
“Ti sei fregato da solo. È la prima volta che sento questa storia… solo adesso
so che fai il trafficante e se non mi credi leggi questo!” disse tirandogli il diario
di suo padre “Vedrai se davvero avevamo scoperto qualcosa su di te. Non sapevamo un cazzo… hai ucciso mio padre per niente! Dimmi solo una cosa,
perché hai nascosto il suo cadavere nelle prigioni! Volevi averlo sempre davanti agli occhi quando facevi le tue stronzate? Era il tuo trofeo da mostrare
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agli austriaci? Ti vantavi con loro per com’eri riuscito a ucciderlo, senza che
nessuno sospettasse di te? Bastardo!”
“Ma che cazzo dici! Io non ho nascosto il corpo di tuo padre. È caduto nel
torrente, non so dove sia finito” ammise con evidente stupore.
Matteo rimase a bocca aperta. Allora Claus c’entrava veramente, era stato
lui a portare suo padre nelle prigioni. Ma perché? Aveva voluto salvarlo o l’aveva
ucciso? Chi era Claus e come aveva fatto Paolo a non notare il corpo di suo
padre? Non riusciva a capire, non sapeva se Claus poteva considerarsi un amico,
se aveva fatto tutto di proposito per permettergli di scoprire il piano di Paolo o
se era veramente un vampiro che aveva avuto come vittima la stessa del suo
amico.
“Non ti sto mentendo, Paolo!” sospirò Matteo. Per la prima volta s’insinuò
in Paolo il dubbio; forse aveva ucciso una persona innocente ed ora avrebbe
dovuto uccidere il suo amico per lo stesso motivo.
“No! No! Voi avevate scoperto tutto! Quella di Claus è solo una scusa! ed
ora tu andrai a fare compagnia a tuo padre!”
Matteo chiuse gli occhi.
Il dito di Paolo si chiuse sul grilletto e lo sparo venne subito dopo.
Il rumore secco tagliò il silenzio; uno stormo lasciò il nido e si perse nell’oscurità;
Francesco e Marco si girarono nella direzione dello sparo.
“Che diavolo?!” lo sguardo interrogativo di Marco si posò sul fratello.
“È un colpo di semiautomatica!” disse sicuro Francesco.
Marco si portò le mani alla fondina… che cosa dovevano fare? Chi aveva
sparato e perché?
“Si tratta di Paolo. Non so a chi abbia sparato, ma sono sicuro che si tratta
di Paolo!”
“Non dire cavolate Cesco. Sarà il solito bracconiere” cercò di sdrammatizzare
Marco, anche se qualcosa gli diceva che il fratello aveva ragione.
“E da quando i bracconieri vanno in giro con le pistole?! Sbaglio o di solito si caccia con un fucile, fratellino!” il tono sarcastico di Francesco fece sbottare Marco.
“Piantala, idiota! So benissimo che si caccia con i fucili… è solo che non
capisco perché Paolo dovrebbe aver sparato a qualcuno!”
“Glielo chiederemo… andiamo!”
Francesco fece qualche passo, ma Marco lo fermò afferrandolo per un braccio.
“Mi vuoi dire, perché te la stai prendendo tanto con Paolo?! È uno dei nostri più vecchi amici, lo conosciamo da quando siamo nati… perché stai cam-
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biando atteggiamento?! Che cosa ha fatto di tanto orribile da farti credere che
sia pericoloso!”
Francesco avrebbe voluto ribattere, ma preferì tacere. Come avrebbe potuto spiegare al fratello, quell’attimo di malvagità che era passato negli occhi
di Paolo, quando lo avevano incontrato? Come avrebbe potuto fargli capire
che aveva avuto paura, che aveva avuto la consapevolezza che fosse capace
di gesti estremi e che anzi era nel bosco per questo? No, Francesco non poteva spiegare al fratello che Paolo era capace di commettere un omicidio, che
l’amico con il quale erano cresciuti aveva negli occhi il bagliore del male. Sin
da quando erano piccoli, Francesco aveva sempre notato in Paolo una sorta
di crudeltà nascosta, che si manifestava nella sua gioia incontrollabile di uccidere insetti o spaventare piccoli mammiferi. Tutti avevano trovato questi comportamenti
comprensibili. Paolo, dopotutto, era un bambino irrequieto, sempre pronto a
cacciarsi nei guai e con un modo tutto suo di sfogarsi. Con il tempo Paolo era
apparso normale agli occhi di tutti, eppure Francesco aveva sempre avuto l’impressione
d’essere come uno dei tanti grilli che Paolo aveva torturato. Si rendeva conto
che c’era qualcosa di sbagliato nell’amico, ma non poteva fare nulla per cambiarlo. Così aveva sempre taciuto, non aveva detto niente a nessuno, anche
perché Paolo, fino ad ora, non era mai arrivato a compiere gesti estremi. Ma
stavolta era diverso, Francesco era convinto che Paolo avesse sparato a qualcuno, non ad un albero, non a un animale, ma a una persona.
“Allora, vuoi rispondere?! Perché stai zitto?! Te lo dico io perché… perché
hai capito che Paolo non farebbe del male a una mosca…”
Oh, come ti sbagli… come ti sbagli…
“…sai di non avere nulla in mano per incolparlo di qualcosa…”
È vero niente in mano… eppure come ne sono certo…
“Paolo, oltre ad essere un nostro amico, è il figlio della persona più ricca
della valle… perché dovrebbe fare tutto ciò, di cosa avrebbe bisogno…”
Di adrenalina, di sangue, di riversare all’esterno la sua cattiveria…
“…di niente, non ha bisogno di niente! Quindi piantala di avercela con Paolo,
per quello stupido scherzo e andiamo a vedere chi è che sta facendo questo casino!”
Sì, andiamo, troveremo Paolo ad aspettarci… perché è lui che sta facendo questo casino!
Francesco guardò il fratello… non era riuscito a parlare, a dirgli in faccia
quello che aveva solo pensato… tentò un’ultima volta di aprire bocca, ma le
uniche parole che uscirono furono: “Okay, vado avanti io!”
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Non erano molto lontani dal luogo dove si trovava Paolo, perché per una
volta Francesco si era imposto, aveva convinto il fratello a rimanere. Ci misero pochi minuti per trovarsi davanti a Matteo che, sanguinante, incolpava Paolo dell’omicidio di suo padre.
Lo stupore paralizzò Marco. Francesco si avvicinò il più possibile.
Il discorso arrivava chiaro, comprensibile, e alcune parole echeggiavano
molte volte, prima di spegnersi nella quiete del bosco.
“Non ci posso credere!” bisbigliò Marco.
“Neanch’io” mentì il fratello, tirando anche lui fuori la pistola “Dobbiamo
intervenire, prima che lo ammazzi!”
“Non lo farebbe mai!” esclamò Marco, poco prima che Paolo prendesse
la mira… poi un altro stormo volò via.
La mano di Francesco tremò fortemente, tanto che la pistola gli cadde; con
il cuore in subbuglio si sedette per terra e guardò il fratello.
Lentamente Marco abbassò la canna fumante della sua pistola, mentre Matteo
lo guardava riconoscente, continuando a tenere sotto tiro uno strabiliato Paolo.
Tutto era accaduto velocemente. Non appena aveva finito di parlare, Marco
aveva capito che Paolo non avrebbe avuto nessuno scrupolo ad uccidere l’amico.
Senza pensarci aveva tolto la sicura, aveva steso il braccio, aveva mirato alla
mano e aveva sparato.
La pistola era schizzata via dalla mano ferita di Paolo ed era finita a pochi
centimetri da Matteo, che rapidamente l’aveva afferrata e l’aveva puntata verso
l’ex amico. Il tempo sembrò fermarsi, tutti rimasero immobili, poi Francesco si
lasciò cadere e tutti si svegliarono.
Saltellando, Marco raggiunse Matteo e poco dopo Francesco lo imitò.
“Tutto bene, Mat!?” domandò. Poi fissando irato Paolo esplose “Ma che
cazzo ti è preso! Come hai potuto uccidere Tiziano… ed avresti ucciso anche
lui e per cosa poi… per della droga! Cristo Paolo… non ti riconosco più… mi
chiedo di chi sono stato amico in questi anni!”
Marco lo ammanettò bruscamente, facendo finta di non sentire i lamenti
di Paolo circa la sua mano ferita.
“Dobbiamo portare Matteo in ospedale. La ferita non sembra grave, ma
ha perso molto sangue!”
Marco annuì, lasciò che il fratello prendesse Paolo, poi si caricò sulle spalle l’amico ferito.
“Non farci brutti scherzi… vedi di resistere!”
Matteo annuì sorridendo.
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“A proposito” domandò Marco, rivolgendosi a Francesco “Come hai fatto?! Come hai fatto a capire che Paolo c’entrava qualcosa?! Come hai fatto a
sospettare di lui… e da quanto tempo eri convinto che il nostro amico fosse
pericoloso?!”
Francesco non si voltò, alzò le spalle e continuò a camminare, ma Marco
intuì che il gemello che non gli somigliava aveva sorriso di soddisfazione.
Maria, con il cuore ancora in subbuglio, aprì la porta, non riuscendo a trattenere
un grido. Era ancora sconvolta per quello che era accaduto pochi minuti prima e non era pronta per vedere quella scena. Matteo era pallidissimo e il sangue che perdeva abbondante dalla ferita aveva tinto di rosso la divisa di Marco.
Francesco, poco più indietro, teneva sotto controllo Paolo.
Le facce erano tese e livide; l’aria era carica di tensione e Maria la percepiva… aveva un sapore metallico e sembrava pesare sulla compagnia.
“Maria, che c’è?!” domandò Franco avvicinandosi, poi vedendo il gruppo aggiunse: “Oh, mio Dio. Entrate forza!”
Francesco spinse Paolo, fino a farlo cadere su una poltrona.
“Non muoverti o ti ammazzo”
Paolo sospirò, chiuse gli occhi e buttò la testa all’indietro: era finita! Eppure qualcosa lo tormentava… Matteo era parso sincero quando aveva parlato
del cadavere di suo padre, sincero e sconvolto. Chi diavolo aveva portato il
cadavere nel forte? E quando? Più ci pensava e più si convinceva che Claus
c’entrasse qualcosa… ma in che modo? Chi era in realtà? Neanche Matteo aveva
saputo trovare una risposta convincente… perché diavolo si era messo in mezzo?
Aveva in qualche modo voluto mettere in guardia l’amico, fargli capire chi gli
aveva ucciso il padre? E per quanto riguardava Tiziano? Forse voleva che scoprisse
il suo traffico? Ma chi era? E perché aveva fatto di tutto per rovinargli la vita?
Lui non gli aveva fatto mai del male, non lo aveva neanche mai degnato di
uno sguardo, perché Claus lo aveva rovinato?
Tutte le domande rimanevano nella sua testa, senza risposte. Ormai era
in trappola… si sentiva come una mosca: ignaro si era avvicinato sempre di
più al suo obiettivo, senza notare le trame della ragnatela e il ragno che lentamente lavorava. La tela era finita e lui c’era rimasto intrappolato!
Si guardò intorno, tutti erano indaffarati intorno a Matteo, avrebbe potuto
scappare, ma non si mosse, era troppo stanco, rassegnato, sconfitto da qualcosa di più grande di lui. Non sapeva come, ma Claus aveva mosso tutti come
pedine, come fili, per costruire la sua ragnatela… aveva usato Kim, Matteo,
La ragnatela
139
ma anche Marco e Francesco… aveva usato le persone di cui più si fidava…
e alla fine era riuscito nel suo intento… la sua vita era finita! Maria gli passò
davanti con una bacinella d’acqua e una benda.
All’improvviso si sentiva stupido, capiva di aver sbagliato, di aver buttato
la sua vita, capiva di aver ucciso Tiziano per niente. A cosa era servito spacciare droga? Non lo aveva di certo arricchito, visto che suo padre era già miliardario, non lo aveva ripagato in nessun modo, visto che non aveva amici
nel giro… l’unica persona che gli aveva sempre voluto bene, come se fosse
stato un figlio, era stata Tiziano e lui lo aveva ucciso.
Come un bambino cominciò a piangere.
“Mi dispiace… mi dispiace… io non volevo; Mat, scusa non so cosa mi è
successo… io…”
Matteo a fatica girò la testa verso Paolo.
“Capisco di aver sbagliato… non so come ho fatto a ridurmi così, io volevo bene a tuo padre…”
“Taci, stronzo!” gli ordinò Marco, ma Matteo scosse la testa.
“Fallo parlare!” la sua voce era ridotta a un sussurro e anche lui stava piangendo.
“Io… non ricordo nemmeno come ho cominciato… mi è sembrato divertente, eccitante, ogni volta che violavo la legge sentivo l’adrenalina scorrermi
nel sangue e stavo bene. Non avrei voluto fare del male a nessuno, tanto meno
a Tiziano, non so come sia potuto accadere… io… oddio, non so nemmeno
come spiegarmi… è stato un impulso, qualcosa più forte di me. Stavo bene
con la tua famiglia, Mat… mi facevate sentire a casa… non avrei mai voluto
farti soffrire, ma non sono riuscito a fermarmi… io…” Paolo si morse il labbro, si asciugò gli occhi con la spalla, poi riprese.
“Quando tuo padre ha parlato di droga ho pensato… ecco la mia vita è
finita… ora mi arresta… non mi sono nemmeno reso conto di quello che facevo, quando ho sentito le sue grida disperate di aiuto e ho visto che era aggrappato
alla roccia, ho cercato di salvarlo, sono davvero tornato indietro per prendere
la corda nel mio zaino… te lo giuro… ma non ho fatto in tempo! Mi dispiace,
non volevo…”
“Senti, ma ti rendi conto di quello che dici. Gli hai ammazzato il padre e se
io non ti avessi sparato, avresti ammazzato anche lui! Non sembravi molto pentito!”
sbottò Marco, il fratello lo trattenne per la camicia, pensando che avrebbe potuto picchiarlo.
“Hai ragione, forse se tu non fossi intervenuto lo avrei ucciso… e io… non
so come spiegarmi… non ci sono parole, né scusanti per quello che ho fatto,
ma io… Matteo, scusami!”
140
Francesca Faramondi
“Senti Paolo… non chiedermi di capirti, di perdonarti… visto che sto rischiando di morire per causa tua. Mi sembra egoistico, quindi non farlo… ti
ho lasciato parlare, sfogare, ma ora per favore non rivolgermi più la parola e
non ti azzardare mai più a nominare il nome di mio padre!”
Paolo chinò lo sguardo e annuì. Non si sarebbe aspettato niente di diverso, dopotutto gli aveva distrutto la vita e la famiglia.
Maria cominciò a bendare la ferita di Matteo.
“Cerca di riposarti finché non arriva l’ambulanza. Devi risparmiare le forze” disse, scostandogli i capelli dalla fronte.
“Che dite se la caverà?!” domandò Franco.
Francesco guardò l’amico, poi annuì.
“È uno che non molla! Ce la farà… è più duro di quanto sembri!”
“Perché diavolo l’ambulanza ci mette tanto!” Marco era irrequieto. Al contrario
del fratello, sapeva che le condizioni di Matteo erano piuttosto gravi e che, se
non fosse stato portato in ospedale al più presto, avrebbe potuto rischiare di
perdere una gamba, o nella peggiore delle ipotesi, di morire.
“È andata via pochi minuti prima che arrivaste” annunciò Maria “Abbiamo trovato una ragazza nel bosco, in stato di shock… diceva che il suo ragazzo era in pericolo… che stava aspettando la persona sbagliata… ma… oh mio
Dio” Maria corse da Matteo. “Ehi, eri solo… nel bosco, eri solo o c’era una
ragazza con te!”
“Kim” annuì Matteo.
“Allora era lei… sembrava sconvolta, come se avesse incontrato un fantasma… era molto scossa, e preoccupata per te!”
“Oh Dio, Kim… Claus è andato da lei…. Kim” mormorò prima di svenire.
Maria guardò fuori la finestra. L’ambulanza e le macchine della polizia stavano
andando via. Era stata una serata movimentata… si sentiva stanca e frastornata.
Attese che le luci smettessero di illuminare il bosco, poi chiuse le tende. In lontananza, le sembrò di scorgere una figura, che la osservava, nel bosco… si allontanò dalla finestra e si sedette sul divano: era davvero stanca. Franco le si
avvicinò portandole un bicchiere di vino, si sedette vicino a lei e la strinse forte. Quel contatto la rassicurò… il marito sapeva sempre infonderle coraggio e
sicurezza; il suo abbraccio era protettivo e Maria si sentì più serena.
“Stai bene?” Franco la baciò sulla fronte e cominciò a giocare con i suoi
biondi capelli ricci.
Maria annuì, anche se non riusciva a togliersi di mente la faccia di quella
La ragnatela
141
ragazza… chi o cosa aveva incontrato nel bosco? Ripensò alla figura vista dalla
finestra, ma subito scosse la testa. Lentamente si portò il bicchiere alle labbra
e bevve un lungo sorso.
“Ti sei comportata molto bene. Sangue freddo e controllo della situazione! Brava! Non so quante avrebbero retto la situazione come te. Di certo non
Elena… immagina la sua faccia se avesse visto anche quel giovane ferito! Credo
che sarebbe morta! Sei stata magnifica!”
“Perché c’eri tu” ammise Maria.
“Sai, avevo visto spesso in paese quei due giovani, quello ferito e quello
ammanettato, sembravano grandi amici. Credo che lavorassero tutti e due alla
segheria. Stavano sempre insieme, a ridere e a scherzare… come fratelli, ma
a volte l’apparenza inganna!”
Maria annuì e si strinse più forte alle braccia di Franco.
“È meglio andare a letto… abbiamo avuto troppe emozioni in una giornata!”
“Sì, andiamo… domani poi telefono in ospedale voglio sapere come stanno
i due giovani e in particolare la ragazza, mi è sembrata molto spaventata!”
“Lascia perdere, credo che sia solo una pazza. Non c’è niente in quel bosco di orribile e mostruoso… fidati cara… ora andiamo a dormire!”
Maria annuì, anche se non era molto d’accordo con suo marito. Credeva
che quella ragazza avesse visto davvero qualcosa di spaventoso nel bosco. Non
la credeva pazza… era terrorizzata, ma non pazza.
Ripensò alla strana figura che aveva intravisto e, per la prima volta, sbarrò
le finestre e chiuse a chiave la porta d’ingresso.
142
Francesca Faramondi
Capitolo tredici
Guardò la gamba fasciata; le gocce della flebo che cadevano lentamente, una
ad una, nel tubicino che arrivava alla sua mano, il letto bianco nel quale era sdraiato
da più di tre settimane… poi sbuffò. Era stanco, sarebbe voluto andare da Kim,
ma c’erano state delle complicazioni e non sapeva ancora se avrebbe camminato come un tempo. L’operazione era andata piuttosto bene, ma aveva perso troppo sangue e molti muscoli della sua gamba erano morti. Quasi tutti i giorni
un medico veniva a stimolarli e oggi sarebbe stato il giorno della verità. Gli sembrava
ancora strano sapere di essere in un ospedale per colpa di Paolo; molte volte, se
chiudeva gli occhi, rivedeva nella sua mente la scena della confessione dell’amico
e il sangue gli ribolliva dentro. Non aveva avuto più notizie di Kim da quella sera
ed era preoccupato. Perché non si era fatta viva? Pochi giorni fa aveva chiesto
a Marco di cercarla e aspettava trepidamente una risposta. La porta si aprì di scatto
e la dottoressa Francesca Di Santo entrò sorridendo. Dall’alto del suo metro e
ottantatre lo guardò con amorevole pazienza. Aveva gli occhi grandi e marroni con leggere striature dorate verso il centro; gli zigomi alti, il viso lievemente allungato
e il naso leggermente all’insù erano il segno della sua bellezza mediterranea. Con
la carnagione scura e i capelli neri corvino, Francesca aveva ereditato il fascino
misterioso dei suoi nonni tunisini. Si era trasferita in Trentino quando aveva tre
anni e aveva sempre vissuto con il sogno di diventare una famosa dottoressa.
Un sorriso dolcissimo le illuminò il viso.
“Allora, come va oggi?” disse cambiandogli la fasciature.
“Meglio… vorrei uscire da qui al più presto!”
“Credo che oggi ci sbarazzeremo di te!”
“Davvero?!”
“Le ultime analisi ci hanno mostrato che la tua gamba ha reagito bene all’ultimo ciclo di farmaci. Dovrai portare le stampelle per un po’ di tempo, ma
poi potrai fare anche le maratone!” disse completando il medicamento “Ecco
fatto, ci vediamo dopo, quando firmerai il foglio d’uscita!”
Matteo la salutò con la mano e sorrise. Finalmente sarebbe uscito, finalmente avrebbe potuto correre da Kim. Più ci pensava e più era contento… avrebbe
La ragnatela
143
voluto saltare, ma si limitò a prendersela scherzosamente con un cuscino.
“Ehi quanta forza!” scherzò Marco, entrando con un paio di stampelle “Cerca
di calmarti o invece di queste dovrai usare la sedia a rotelle!”
“Per carità sono stato seduto per troppo tempo!”
Marco si accomodò vicino all’amico e la sua aria si fece cupa.
“Allora, hai scoperto dove si trova la mia amica!”
“Sì. È ricoverata in un manicomio vicino Bolzano!”
“Manicomio, ma che…”
“È impazzita per lo shock, da quando l’hanno trovata non fa che parlare
di vampiri, d’assassini, di case sperdute nel bosco e di cadaveri.”
“E allora…”
Marco guardò l’amico con aria interrogativa.
“…non sta mentendo”
Matteo scese dalla macchina, inciampando con le stampelle e, dopo avere ritrovato il precario equilibrio, chiuse la portiera con forza. Trovarsi di nuovo davanti al forte lo metteva un po’ a disagio. Quella mattina, quando aveva
parlato con Marco, aveva avuto l’impressione che nessuno gli credesse.
“Ti assicuro che non sta mentendo. C’è davvero un cadavere nel forte ed
è quello di mio padre” aveva detto quasi urlando.
“Ma, Mat…”
“Niente ma. Mi hai sentito anche tu parlarne con Paolo. Ero sicuro che fosse
stato lui a trasportare il corpo nelle prigioni”
“E Paolo ti ha detto di no perché non c’è niente là sotto!” aveva replicato
Marco, guardando l’amico, come una maestra paziente guarda uno scolaro
che non riesce a capire.
“C’era invece e ne ho la prova! Guarda nella tasca dei miei pantaloni…
c’è un ciondolo. È di mio padre!”
“Mat, Mat! I pantaloni che avevi quella sera sono stati buttati! Li hanno tagliati per medicarti più velocemente e poi sono finiti in qualche cestino!”
“E il ciondolo?!”
“Le tasche erano vuote!”
E Matteo aveva capito che Marco non mentiva, perciò aveva giocato l’ultima carta che gli restava.
“Andiamo al forte!”
“Mat, in queste condizioni!”
“Mi dimettono tra poco… andiamo!”
Ed ora eccoli lì: lui, Marco e sua madre Delia, che aveva insistito per ac-
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Francesca Faramondi
compagnarli. Matteo sapeva che vedere il cadavere di Tiziano sarebbe stato
uno shock enorme per lei, ma era tranquillo, sapeva che nel giro di poco tempo avrebbe dimenticato tutto.
Delia gli si avvicinò sorridendo e gli mise una mano sulla spalla. Sembrava forte, decisa, era tanto che non la vedeva così determinata e fu contento.
Matteo fece un gran respiro.
“Si entra!”
Tutto era uguale, immobile, eppure tutto diverso. Il nastro giallo della polizia rendeva il luogo, agli occhi di Matteo, estraneo e pericoloso. La porta che
portava alle prigioni era chiusa con un lucchetto grande quanto le mele della
valle. Era arrugginito e sembrava essere lì da sempre. Dopo un deciso colpo
di martello, il lucchetto cedette.
Una volta nelle prigioni Matteo si diresse con sicurezza verso l’interruttore.
“Come facevi a sapere che…”
“Te lo ho detto sono già stato qui!” replicò Matteo.
“Non è vero. Lo sai semplicemente perché hai visto quelli!” disse Delia, indicando
dei piccoli tubi che andavano dritti al contatore e che erano visibili anche al
buio, grazie ai riflessi del sole che filtrava dalla porta dietro di loro.
Marco sorrise e Matteo preferì non replicare. Delia era vigile, attenta ad ogni
più piccolo particolare, era consapevole di quello che stavano facendo, era consapevole
di quello che forse avrebbero trovato. A un tratto Matteo si fermò.
“È nella prossima cella. Non ho il coraggio di rivederlo!”
Marco si affacciò, poi scosse la testa.
“Non c’è niente”
“Ma che cavolo…” Matteo corse alla cella chiusa “Avranno spostato il cadavere, non ci vuole tanto!”
“Mat, guarda” disse Delia indicando una piantina d’ortiche che avvolgeva alcune sbarre. “Questa cella non viene aperta da anni!”
“Ma io e Kim siamo entrati, c’era il corpo e il ciondolo, io…” Matteo si lasciò cadere lungo il muro. Possibile che si fosse immaginato tutto. Possibile che
quella sera avesse avuto un’allucinazione e possibile che anche Kim avesse vissuto
il suo stesso incubo.
“Su Mat, alzati! Qui non c’è nulla. Forse, non so perché, hai avuto un’allucinazione, forse le nubi basse e la luce della luna hanno creato un’immagine falsa”
“Ma il ciondolo… l’ho tenuto in mano, l’ho stretto forte!” disse quasi piangendo, guardando la ferita che aveva sul palmo della mano.
“Quel taglio può essere dovuto a tante cose. Ora calmati, se non vuoi che
prendano per pazzo anche te!”
La ragnatela
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“E Kim… anche lei ha visto! Vi giuro che non è pazza! Non posso lasciarla
in un manicomio!”
“Questa la sorte delle umane genti” bisbigliò Delia.
Matteo la guardò incredulo.
“Leopardi, ultimo verso della poesia A Silvia. Come vedi non sono così rimbecillita!”
Delia abbracciò il figlio e lo tenne stretto a sé “Vai da lei, parlale, falle capire
che non deve continuare così. Qui non è successo niente…” le ultime parole
le morirono in bocca.
“Vieni amico!” Marco lo aiutò a rialzarsi, lo prese sottobraccio e uscirono.
Delia si guardò intorno. Una lacrima le rigò il viso, senza un motivo aveva
deciso di trattenersi un po’ in quel luogo; baciò quelle fredde sbarre sussurrando
addio; poi s’inginocchiò e pregò.
Non appena varcò la soglia dell’ospedale si sentì un verme. Era venuto per
convincere Kim a smettere di credere a tutto quello per il quale avevano lottato. Non riusciva ancora a capire dove fosse finito il corpo di suo padre e il suo
ciondolo. Aveva fatto finta di credere a Marco e a sua madre; aveva fatto finta
di dimenticare tutto, ma non ci riusciva… ed ora avrebbe dovuto chiederlo a Kim.
L’ospedale si trovava poco fuori Bolzano, in un paesino con un nome talmente strano che già lo aveva dimenticato. Tutto era bianco e lindo e l’odore
di disinfettanti era pungente. Regnava un surreale silenzio e sembrava che tutto
fosse avvolto da uno strato d’ovatta. La calma montana traspariva dalle piccole finestre lungo il corridoio, ma da lì dentro l’esterno sembrava un mondo
immaginario, irraggiungibile. Un senso di disagio lo invase nel profondo. Mentre
camminava solo per il lungo corridoio, ogni tanto si diceva che stava sbagliando,
che non poteva chiedere a Kim di dimenticare, perché tutto era stramaledettamente
reale per poter semplicemente dire “Non è successo nulla”.
All’ingresso una giovane infermiera gli aveva detto che Kim si trovava nell’aula magna, per quella che doveva essere la loro ricreazione.
Accanto alla bianca porta che conduceva nella grande sala, scorse una figura
nera, che parlava con un medico. Sgranò gli occhi non appena capì di chi si trattava.
“Salve, Matteo. Sarà contento ora!” Carson lo guardò con aria di sfida. A
denti stretti, con i muscoli della mandibola contratti, Matteo cercò di controllare le sue emozioni.
“E perché dovrei esserlo?! E poi non si preoccupi, tra poco starà bene!”
“Non so… ho chiesto a questo famoso specialista americano di darle un’occhiata
e non mi è sembrato molto ottimista” disse, indicando l’anziano medico con
cui stava parlando.
146
Francesca Faramondi
“Che cosa?!”
“Non sono cose che ti riguardano. Kim non ha nessun legame con te e il
dottore non è tenuto a dirti niente. Ora, se ci vuoi scusare, dobbiamo avvertire la famiglia!”
“È qui?!”
Ma la domanda non ebbe risposta; Carson gli voltò le spalle e trascinò lontano
il medico. Matteo era arrivato tardi, e non si era accorto della pesante bustarella che Carson aveva infilato in quel vecchio camice bianco.
“Carson, allora?! Come sta?” Elizabeth si avvicinò alla persona che ormai
considerava come un figlio e lo guardò speranzosa.
“È meglio che parli lui!”
Il medico allungò la mano verso Elizabeth e la strinse con affetto.
“Mi chiamo Rafe Blackman e sono il primario di una casa di cura per malati di mente!”
“Un manicomio!” esclamò Elizabeth trattenendo a stento un grido.
“Non ci piace chiamarlo in questo modo! È molto dispregiativo e deprime
i nostri pazienti! Ascolti, sua figlia ha subito un forte trauma emotivo che l’ha
resa instabile e vulnerabile” esordì il medico. Da parte di Elizabeth giunse una
specie di singulto, come se le fosse mancato il fiato.
“Credo fermamente che sua figlia dovrebbe essere ricoverata. Se non viene tenuta sotto controllo potrebbero sopraggiungere danni irreparabili. La mia
clinica è molto buona e rinomata. Sua figlia potrà ricevere tutte le cure necessarie!”
“Mia figlia è… pazza!” Elizabeth si portò le mani al volto per coprire la bocca,
quasi avesse pronunciato una bestemmia; poi cominciò a piangere. Carson
le mise un braccio intorno alle spalle per rassicurarla.
“Andrà tutto bene!” sussurrò, lanciando uno sguardo d’intesa a Rafe.
In realtà Kim non era affatto malata, certo era sotto shock, ma aveva una
mente lucidissima. Era stato Carson a insistere con il medico perché la considerasse pazza.
“La ragazza è sana fisicamente e mentalmente!”
“Ma dice cose senza senso” aveva ribattuto.
“È dovuto allo shock, ma non si preoccupi tornerà quella di un tempo nel
giro di qualche mese”
“No” aveva detto in tono fermo.
Rafe aveva inarcato il sopracciglio, stupito.
“Cosa vuol dire?!”
La ragnatela
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“Voglio dire che non guarirà, che sarà ricoverata nel suo ospedale”
“Ma sta bene, non possiamo…”
“Suvvia dottore, male non può farle e poi…” aveva detto porgendogli una
busta rigonfia di banconote “…sarà pagato per questo!”
Rafe aveva sorriso e senza fare ulteriori domande aveva messo i soldi al
sicuro nella tasca del camice. Il tutto era avvenuto pochi secondi prima che arrivasse
Matteo. E così la sua vendetta era compiuta. Kim avrebbe pagato per l’oltraggio che lui aveva subito e nemmeno il suo latin lover avrebbe potuto aiutarla.
Carson sorrise riuscendo a stento a trattenere l’ilarità che sentiva crescersi dentro.
Strinse più forte a sé Elizabeth, chiudendo gli occhi e assaporando l’insperata vittoria.
Teneva gli occhi chiusi e si massaggiava la fronte con le dita. I capelli erano scompigliati e il viso tirato. Non ebbe il coraggio di dire una parola, mentre
si sedeva davanti a lei. La guardò, rimanendo in silenzio, finché non alzò la
testa e lo fissò. I suoi occhi, sempre così gioiosi, ora erano vuoti, spenti e gonfi,
segno che aveva pianto molto. Sentì un fremito nella sua voce, come un lieve
batter d’ala di una farfalla, quando pronunciò debolmente il suo nome. Kim
sorrise e lui cercò di imitarla.
“Come stai?!” bisbigliò, quasi avesse paura di colpirla, di farle male solo
con il tono della voce.
Lei aspettò un attimo prima di rispondere e quando lo fece la sua voce sembrò
fragile e carica di dolore.
“Non male”
“Chi era quel tizio. Quello uscito con Carson?!”
“Il dottor Blackman… uno psichiatra”
Matteo sorrise: Blackman, uomo nero, che strano il destino! Sembrava fatto
apposta… l’ironia del fato riusciva a giocare persino con i cognomi. Da piccolo aveva sempre avuto il terrore dell’uomo nero, di quel mostro d’ombra cantato nelle ninna nanne per indurre i bambini a dormire; aveva avuto paura
che un giorno o l’altro l’avrebbe portato via, lontano dalla sua famiglia e dalla
sua casa e ora… l’uomo nero stava per portargli via la persona che più amava nella sua vita.
“Vuole riportarti in America?!”
Kim annuì.
“Ma perché?”
“Dice che lo shock mi ha reso instabile e che mi farebbe bene un periodo
di cura nella sua clinica. Starei vicino a casa, vicino alla mia famiglia… ma io
non voglio lasciarti!” disse cominciando a piangere.
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Francesca Faramondi
“E allora non mi lasciare!”
Kim gli rispose con uno sguardo interrogativo.
“So che può sembrarti strano quello che sto per dirti dopo tutto quello che
abbiamo passato, ma è l’unico modo che hai per restare qui. Dimentica quello che abbiamo visto, dimentica Claus, il ciondolo, il corpo di mio padre, dimentica
e sorridi alla vita. Facciamo finta che nulla sia accaduto. Noi sapremo la verità
e questo ci potrà bastare!” concluse accarezzandole i capelli dorati.
“Come vorrei che fosse tutto così semplice!”
“Oh, ma lo è!”
Kim scosse la testa divertita.
“Vedi, tu non sai tutto. Quando sono fuggita nel bosco, ho incontrato Claus!”
“Merda!” l’imprecazione di Matteo era carica di terrore. Cosa le aveva fatto? Lui l’aveva lasciata da sola, non l’aveva protetta… troppo impegnato a fare
l’eroe per rendersi conto che la donna che amava era in pericolo.
“Mi dispiace” disse tenendo la testa bassa.
“Non devi dispiacerti. Non è stata colpa tua, non avresti potuto fare nulla.
Hai passato un momento davvero difficile. Ho saputo da quel tuo amico guardia
forestale che è stato Paolo ad uccidere tuo padre. Non posso crederci!”
“Già, risulta difficile anche a me. Ma dimmi cosa ti ha fatto?!”
“È difficile spiegare. Mi ha portato in una casetta nel bosco. Piccola, la classica
casa che si vede da queste parti. Aveva una finestra rotta e sembrava essere
viva. Mi ha portato là dentro e mi ha fatto sedere su una sedia. Mi ha fatto vedere tuo padre, te e tante cose che mai avrei potuto immaginare. È come se
Claus fosse morto durante la guerra ed ora vivesse in un mondo perfetto…
me lo ha fatto capire!”
“Kim, io vorrei crederti ma…”
Quel ma, pronunciato con tanta diffidenza, le fece più male di un pugno
nello stomaco.
“Cosa vuoi dire!?”
“Conosco quelle montagne come fossero le mie tasche e non c’è nessuna
casa laggiù. È impossibile!”
“E invece ti dico che c’è” disse Kim alzando la voce.
“Non urlare! Non so cosa ti sia successo, ma lui non può averti portata in
una casa nel bosco, perché lì non c’è nessuna abitazione!”
Kim chinò la testa, appoggiandola sulle braccia già distese sul tavolino. Sentì
una forte rabbia crescerle dentro che non riusciva a domare. Era delusa, frustrata e ferita, ma non aveva più lacrime da versare. Come poteva pensare di
sopravvivere a tutto ciò, se nemmeno la persona che aveva vissuto con lei questa
La ragnatela
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esperienza le credeva? Sentiva che le forze le scivolavano via, non aveva più
voglia di combattere, di ribellarsi; forse avrebbe dovuto dar retta a Matteo, fingere
che nulla fosse accaduto, ma non ci riusciva. Non poteva dimenticare ciò che
aveva visto, non poteva, se nemmeno Matteo le credeva. Si morse il labbro
fino a farlo sanguinare, come se ferirsi avesse potuto esorcizzare il dolore più
grande che sentiva dentro il cuore.
Lentamente alzò la testa. Matteo era ancora davanti a lei, preoccupato e
spaventato.
“Vattene” disse lentamente.
“Ma Kim io… voglio solo aiutarti…”
“Non puoi se non mi credi” concluse riabbassando la testa.
Non appena toccò le braccia si ricordò di quello che gli aveva detto Claus.
Avrebbe potuto salvare Matteo non salvando se stessa. Lo aveva fatto. Matteo
era salvo e lei si era sacrificata. Nessuno le avrebbe creduto e lei non avrebbe
in alcun modo potuto tacere. Sarebbe stata costretta a vivere in un manicomio lontano da tutti. Non era colpa di nessuno, solo sua… era stata una sua
scelta; eppure non riusciva a non detestare Matteo. Lei aveva gettato via la sua
vita per salvarlo e lui non le credeva.
Rimase immobile aspettando che Matteo si decidesse ad andarsene. Non
aveva più niente da dirgli, non voleva più vederlo. A un tratto sentì il rumore
della sedia che si scostava. Matteo si era alzato. Ebbe l’impulso di allungare il
braccio, di fermarlo e di fare come lui gli suggeriva, ma rimase ferma. Sentì il
rumore dei suoi passi, poi la porta che si apriva e si chiudeva. Aspettò alcuni
secondi, poi alzò la testa e urlò.
Chiuse gli occhi e strinse i pugni, come se potesse contenere tutta la rabbia
e la frustrazione che sentiva crescere. Non era riuscito ad aiutarla e questo lo
faceva star male. Il suo urlo gli straziò il cuore ed ebbe il forte impulso di correre via senza mai voltarsi indietro, invece rimase fermo. Vide medici e infermieri
correre verso di lui per poi proseguire nella stanza dove si trovava Kim. Afferrò il braccio di una giovane donna.
“Non fatele del male” supplicò, prima che la donna si divincolasse.
Vide Carson che si affrettava, portando sottobraccio una bella signora di mezza
età. Aveva i capelli colore del miele che si adagiavano su delle piccole spalle, rese
ancora più piccole dal pallido color avorio del vestito. Gli occhi erano grandi e
azzurri, ma segnati dal dolore; guardavano dritti davanti a sé, come volessero sfidare
il mondo, eppure i suoi passi erano incerti e timorosi. Aveva il portamento fiero di una donna di gran classe e la bellezza eterea di una vecchia diva del cine-
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Francesca Faramondi
ma. Doveva essere sicuramente la madre di Kim. Si sentì stranamente a disagio,
come se in qualche modo fosse tutta colpa sua, come se quella donna stesse soffrendo
perché inconsciamente aveva giocato con il destino di sua figlia.
Elizabeth gli passò accanto sfiorandolo con i volant della gonna, Carson
gli lanciò un’occhiata di sdegno e odio. Lasciò che entrassero nella sala, poi li
seguì. Si appoggiò allo stipite ad osservare, timoroso di entrare, di vedere, di
capire che dopotutto la colpa di tutto ciò era davvero la sua.
Kim era circondata dai medici che cercavano di tenerla ferma, mentre il
dottor Blackman le iniettava un calmante. Dopo poco tempo, Kim si accasciò
a terra e alcuni infermieri la misero su una lettiga e la portarono via. Elizabeth
seguì la figlia tenendole la mano. La barella si fermò per un momento davanti
a Matteo, che fissò Kim. Sapeva che questa sarebbe stata l’ultima volta che la
vedeva e sentì il suo cuore svuotarsi. Avrebbe voluto prendere quel volto immobile tra le braccia e coprirlo di baci, sollevare quel corpo leggero e fuggire
con lei, lontano, ma rimase fermo, la osservò sparire dalla sua vita, mentre gli
occhi gli si riempivano di lacrime.
“Allora dottore, cosa le avevo detto…” la voce di Carson, lo indusse a nascondersi. Senza sapere il perché, decise di spiare la conversazione.
“Aveva ragione, non ci sarà neanche bisogno di fingere ora…”
E si allontanarono, sorridendo e continuando a chiacchierare.
Matteo uscì dal suo nascondiglio non credendo alle proprie orecchie: era stato
Carson a convincere quel dottore che Kim era pazza. Avrebbe dovuto avvertirla,
salvarla, eppure le parole che gli aveva detto gli risuonarono nella mente.
Non puoi aiutarmi se non mi credi.
E lui non le credeva, non riteneva possibile che Claus l’avesse portata in una
casa nel bosco, perché sapeva che in quella zona non ce n’erano. Aveva sbagliato,
avrebbe dovuto tenerla con sé quella notte, avrebbe dovuto tenerla lontana dai
guai, ma non l’aveva fatto ed ora Kim era impazzita… per colpa sua. Se in qualche
modo avesse potuto tornare indietro non avrebbe mai più commesso un simile errore… ora lo aveva capito, ma non poteva più fare niente per lei. Dopotutto
la vita poteva essere capita solo all’indietro, ma vissuta solo in avanti.
La notte avvolse la Val di Rabbi come un mantello scuro e impenetrabile.
Regnava il silenzio. Non si vedevano stelle in cielo e la luna non era altro che
un grande disco grigio, spento e opaco. Non c’era nessuno per le vie del paese e nessuna casa aveva accesa la propria luce. Pareva una valle deserta e disabitata da secoli. Si respirava un’aria di tensione e smarrimento che nessuno
aveva mai provato, come se, da un momento all’altro, si dovesse abbattere
una calamità inevitabile. Anche la natura sembrava morta, quella sera, men-
La ragnatela
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tre Kim veniva trasferita in America e Matteo rintanato nella sua cameretta si
rodeva l’anima. Poco lontano in una fredda cella, in un vecchio forte, qualcosa brillava nel buio. Un vecchio ciondolo lasciato in un angolo, abbandonato
tra ragnatele e scarafaggi, un ciondolo che apparteneva all’uomo che giaceva
accanto ad esso.
Un gracchiare di corvo, colonna sonora di quel lugubre posto che sarebbe
stato presto dimenticato, ruppe per un attimo il silenzio.
Una lucina si accese in una casa lontana, ma fu subito spenta, quasi gli inquilini si rendessero conto che la loro luce stonava con il tetro ambiente che li
circondava.
Un gatto miagolò, passando per la strettoia che portava alla sua casa.
La valle sembrava imprigionata, tenuta in ostaggio dalla cinta di montagne sovrane, che impedivano la fuga, fungendo da carcere e da carcerieri.
In quel clima di tragedia, in quell’atmosfera di silenzio e di precarietà, un
solitario automobilista passò per la valle.
Accese gli abbaglianti, meravigliandosi della coltre di buio così impenetrabile. Guardò velocemente la cartina, chiedendosi se non avesse sbagliato strada.
Il suo amico gli aveva assicurato che la Valle di Rabbi era una valle allegra,
soleggiata, in cui anche la notte sembrava magica e invece si ritrovava in una
specie d’enorme cimitero.
Questo non era di certo il posto che si aspettava, voleva passare una vacanza allegra e qui tutto sembrava negare questo sentimento.
Il suo amico si era sbagliato o aveva semplicemente confuso i nomi delle
località così simili.
Lanciò un’occhiata a sua moglie che dormiva nel sedile accanto e decise
di tornare indietro. Cles non era troppo lontana e gli era sembrata una ridente
cittadina montana. Avrebbero trascorso là le loro vacanze. Forse vista di giorno questa valle si sarebbe mostrata diversa, si sarebbe lasciata vedere nella sua
dolce severità, fuori dallo spazio e dal tempo, come gli aveva assicurato il suo
amico, ma per il momento era tetra e abbandonata e incuteva timore e tristezza.
Senza pensarci due volte fece una rapida inversione ad “U” e fu allora che lo
vide, illuminandolo con i fari. Sul ciglio della strada c’era un’anima vagante
dai capelli grigi. L’automobilista rallentò, ma ebbe lo strano presentimento che
non avrebbe dovuto chiedergli se volesse un passaggio; lo avrebbe disturbato. Nonostante l’ora tarda, l’insidia dei luoghi e l’evidente fragilità dell’uomo,
sembrava che niente potesse turbare quella che era l’unica forma di vita della
valle che avesse visto. Lo fissò e lo seguì incuriosito per un po’ di tempo. Pareva non aver fretta di andare da nessuna parte. Pur essendo, magari, un per-
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Francesca Faramondi
fetto conoscitore d’ogni piega del terreno, sembrava camminare per cogliere
lo spirito che emanava quella terra. Ormai si stavano allontanando dal centro
abitato e l’automobilista si chiese dove potesse essere diretto. Abbassò i fari
per paura di accecarlo e continuò a seguirlo. Era così attento a quello che faceva che non si accorse che sua moglie era sveglia e lo stava guardando. Provò un senso d’imbarazzo, quando incontrò gli occhi verdi e assonnati di sua
moglie. Non riusciva a capire perché stesse seguendo quel vecchio dall’aria
stanca e tormentata. Era come rimasto ipnotizzato dall’andare sicuro, eppure
leggermente traballante, di quello strambo montanaro. Chissà da quanto tempo
lo stava pedinando e chissà da quanto tempo sua moglie lo stava osservando
sbigottita.
“Cara, ti sei svegliata… mi dispiace io…”
“Ma che fai, ti metti a seguire la gente? Sei impazzito! Sono circa sei ore
che stiamo viaggiando, sono stremata, stanca, vorrei solo farmi un bel bagno
caldo e sdraiarmi su un letto e tu perdi tempo a seguire un vecchio! Credo che
la stanchezza ti abbia rimbecillito. Lascia stare questo poveraccio e troviamo
un posto dove dormire!” disse guardandosi intorno.
“Com’è buio qui, non c’è nemmeno una luce, sei sicuro che questo posto
sia abitato!” aggiunse la moglie, provando un senso di disagio.
“L’ho notato anch’io ed è per questo che ho fatto inversione e…”
“E ti sei messo a seguire quel povero diavolo. Basta, sorpassalo e andiamocene da questo macabro posto!”
L’automobilista annuì, affiancò il vecchio, lo guardò per un attimo, poi accelerò
e proseguì per la sua strada. Quell’uomo ricurvo sembrò non accorgersi dell’auto, né dei volti incuriositi che lo avevano osservato, si strinse più forte al
suo mantello nero e scomparve nell’oscurità.
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La ragnatela
Epilogo
Apro gli occhi lentamente, sbattendo le palpebre più volte, prima di abituarmi
alla luce al neon della stanza. Fisso il soffitto, così diverso, eppure così maledettamente
uguale ogni mattina, il soffitto della stanza d’isolamento. Provo a muovere gli arti,
ma sono legata; volto la testa da una parte, mentre sento che gli occhi mi si riempiono
di lacrime. Non ne posso più… non riesco più ad andare avanti… vorrei che tutto
finisse per sempre e che questa mia trappola fosse finalmente aperta. Rigiro la
testa e mi accoglie il sorriso caloroso di Paul.
“Buongiorno Kim”
“Buongiorno” gli rispondo distrattamente, mentre mi domando come faccia ad essere sempre così allegro e come faccia a contagiarmi immediatamente con la sua felicità.
“Un’altra nottata d’inferno, vedo” dico, mentre mi massaggio i polsi.
“E già” ammette sospirando.
So che è triste per lui vedermi così, anche perché siamo diventati amici, ma
non posso farci proprio nulla e questo lui lo sa.
Mi siedo sul letto e sbadiglio. Rincomincia un’altra giornata, uguale alle altre, che si trascinerà faticosamente fino a sera, fino al mio nuovo incubo.
La porta si apre e Kelly Watson fa la sua comparsa.
Kelly è la vice direttrice della clinica e dietro la sua maschera da burbera
e antipatica, nasconde un cuore d’oro. Siamo ottime amiche e abbiamo un
nemico in comune, il caro vecchio Blackman. È alta uno e novanta e pesa
cento chili, un gigante d’amore e bontà. È sposata e ha tre figli e mi considera come la quarta. Mi vuole bene, eppure non lo da mai a vedere. Come
ora, che mi osserva minacciosa, dallo stipite della porta.
Mi stupisco nel vederla lì, di prima mattina, di solito ci vediamo solo dopo l’ora
di pranzo per la tradizionale partita a poker con Paul e Dick.
“Buongiorno” le dico e lei mi risponde con un cenno del capo.
Rimane immobile e si sposta solo quando arriva un’inserviente con il vassoio
della colazione: una brodaglia scura che dovrebbe essere caffé, un toast con sopra
una sottile striscia di formaggio fuso e della frutta. Dopo la colazione tornerò in
camera e ci resterò fino a quando non sarà ora di pranzo; dopo, mentre gli altri dormono, farò la famosa partita di poker, dopodichè ognuno si dedicherà ad
154
Francesca Faramondi
un’attività ricreativa (questa settimana pittura) fino a che non si cenerà; dopo mangiato
vedrò un film e poi andrò di nuovo nella mia stanza per risvegliarmi in isolamento.
Questa è la mia giornata, ma sono fortunata perché ogni tanto ci sono delle varianti:
posso andare fuori a fotografare, fare gite con Paul al di là del ponte e una volta a settimana Rhys viene a trovarmi.
Mangio in fretta, perché sono curiosa di sapere cosa deve dirmi Kelly. So che
non mi parlerà mai qui, è contro le regole, dovrò andare nella mia stanza e lei
mi raggiungerà.
Sto morendo dalla curiosità, quindi decido di lasciare perdere la colazione e mi
dirigo subito in camera mia. Non passano neanche due minuti che sento bussare.
“Avanti” dico, mentre la stazza di Kelly riempie la stanza.
“Allora?!” la esorto, facendole segno di sedersi.
Kelly, però, rimane in piedi, inflessibile.
“Hai una visita!”
Sono presa alla sprovvista. Rhys è venuto ieri e non ho proprio la più pallida idea di chi possa essere.
“Sicura?” domando, ma Kelly mi volta le spalle e se ne va.
La seguo silenziosamente, mentre una morbosa curiosità e un’insolita preoccupazione,
m’invadono l’anima. Si ferma davanti alla porta della sala visite; entro lanciandole
uno sguardo interrogativo che riceve come risposta un’alzata di spalle.
La stanza è piccola e ha due ingressi: la porta dalla quale sono entrata io e un’altra
dalla quale entrerà il misterioso visitatore. Mentre aspetto mi accorgo di essere
nervosa, non faccio altro che fissare quella maledetta porta: ma perché non si apre?
Per cercare di calmarmi fisso il tavolino davanti a me, mentre giocherello con le
dita. Ad un tratto sento un rumore, alzo la testa e rimango di sasso… non so se
essere stupita, felice, o furibonda!
Adesso somiglia molto al padre. I capelli hanno preso il suo stesso buffo modo
di arricciarsi dietro alle orecchie; il viso è marcato, appena rasato e leggermente
abbronzato. Solo gli occhi sono sempre gli stessi: grandi, ambrati che sembrano sempre colmi di lacrime; velati da quell’alone di tristezza che li rende ancora misteriosi ed intriganti.
Sento il mio corpo venir scosso da una scarica elettrica. Non so come comportarmi,
sento miscelarsi dentro di me una varietà di emozioni: gioia, rabbia, stupore, amarezza
e nessuna riesce a prevalere sulle altre, così rimango ferma, fissandolo mentre si siede.
Tiene la testa bassa, si vergogna di guardarmi, sa di aver sbagliato, ma non ha il coraggio
di vedere cosa mi ha fatto, come mi ha ridotto il suo errore.
“Ciao” lo saluto di malavoglia.
“Ciao Kim” dice alzando lo sguardo e fissandomi negli occhi “Come stai?”
La ragnatela
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“Non mi lamento, potrei stare peggio” affermo sarcasticamente, ma lui sembra
non cogliere il mio lato ironico.
“Allora…” continuo “Come hai passato questi venti anni, Mat?”
“Sono rimasto con mia madre finché è morta, poi mi sono trasferito a Londra,
sono un assicuratore, ma un grande fifone, non sono riuscito ad affrontare le mie
paure e… sono scappato da tutto!”
Noto che sta giocando con la sua fede e mi sento male: si è sposato! In realtà
mi sarei stupita del contrario, Matteo è sempre stato un uomo di fascino, eppure
mi sento tradita e ferita e comincio a volere che se ne vada al più presto.
“Sei sposato!”
“Separato. Alicia sta preparando le carte per il divorzio, ma non ci saranno
problemi. Non voglio niente da lei!” lo dice come se volesse qualcosa da me, e
questo mi spaventa.
“Figli?”
“Lei non li ha mai voluti” dice, scuotendo la testa.
“Come mai tieni ancora l’anello!”
“Così” mi risponde alzando le spalle “Per abitudine credo o per non gettare subito via tutti gli appigli con il passato!”
“E perché no, con me lo hai fatto!”
La mia affermazione lo colpisce, si guarda in giro confuso, un po’ spaesato,
poi fissa il suo anulare. Con gesto repentino si toglie l’anello e lo getta lontano.
La fede d’oro rotola e si ferma in un angolo tra un gomitolo di polvere. Il suo gesto
mi colpisce profondamente, ma cerco di non darlo a vedere; vorrei alzarmi, buttargli
le braccia al collo e stringerlo forte, ma mi costringo a rimanere ferma. Matteo mi
fissa e stavolta sono costretta io ad abbassare lo sguardo.
“Hai avuto più notizie di Paolo?” dico, tanto per cambiare discorso.
Matteo mi fa cenno di sì con la testa.
“È uscito due anni fa per buona condotta, ed ora sta seguendo un piano di
riabilitazione per ex detenuti. Lavora in un’officina, credo”
“Ma bene” esplodo “Lui ha ucciso una persona e ha tentato di ucciderne un’altra
ed è libero! Io non ho fatto nulla e sono rinchiusa qua dentro. Forse se ti avessi
ucciso la mia vita sarebbe diversa!”
Sobbalza e mi guarda stralunato.
“Scherzo!” aggiungo e lui si rilassa.
“Perché sei venuto qua, Mat?!” gli domando.
Lui mi fissa per un momento, si appoggia sul tavolo e si avvicina lentamente
al mio orecchio.
“Tu non sei pazza” bisbiglia, poi si risiede, mentre sul mio viso si dipinge una
maschera d’incredulità.
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Francesca Faramondi
Il silenzio cresce, si fa tangibile, insostenibile.
“Cosa?!” dico guardando con occhi diversi l’uomo che ho davanti.
È passata un’eternità dall’ultima volta che ci siamo visti, parlati; eravamo nella
stessa situazione, ma lui mi ha negato la sua fiducia. Eravamo ingenui, dei ragazzi che la paura aveva fatto maturare troppo in fretta e lui non ha avuto il coraggio
di compiere il passo decisivo. Potevo biasimarlo? Beh in parte sì, visto che io mi
ero presa le mie responsabilità, avevo creduto in ciò che avevo visto, sacrificando
la mia stessa vita. Ma ora siamo diversi, siamo adulti, consapevoli e abbiamo avuto
tanto tempo per capire un passato che non è passato del tutto. Forse ora ha capito
che non può più fingere, che non può cercare di cancellare qualcosa che ci ha
cambiato profondamente la vita.
“Non sei pazza” ripete con più convinzione “E lo dico perché venti anni fa
sentii Carson che chiedeva al dottor Blackman di ricoverarti anche se tu eri... sana”
Rimango di stucco, non avrei mai pensato che Carson mi odiasse fino a questo
punto, e non avrei mai pensato che Matteo fosse così bastardo. Come può presentarsi
qui, dopo tutti questi anni, rivelandomi una cosa che mi cambia la vita. Avrei potuto
godermi la mia gioventù e invece ha taciuto, condannandomi a sfiorire in questo
posto. Quante volte ho creduto di impazzire davvero, quante volte ho pensato
di farla finita… Ogni giorno quando mi guardavo nello specchio di plastica vedevo
i miei occhi sempre più cupi, spenti, vedevo il mio viso sempre più pallido e reso
ancora più smunto dallo spettinato caschetto di capelli opachi che mi hanno tagliato,
eppure mi facevo forza, speravo…. e poi piangevo e inveivo contro un destino
di cui non ero più padrona. E Matteo sapeva… avrebbe potuto salvarmi, tirarmi
fuori, ma non lo ha fatto, ha preferito voltarmi le spalle e fuggire lontano ed è tornato
solo ora, con la coda tra le gambe, distrutto dai sensi di colpa, quando mi sento ormai già morta.
“Perché ora! Dopo venti anni! Perché!!” urlo fuori di me dalla rabbia, cercando
di rimanere ferma, di non mettergli le mani al collo per strozzarlo.
Matteo ha abbassato lo sguardo, quasi avesse pura di leggere nei miei occhi
tutto l’odio che provo per lui. Resta immobile, silenzioso, poi all’improvviso alza
lo sguardo e balbetta.
“Vedi… io…”
“Fai in modo che il tuo discorso sia migliore del tuo silenzio, o taci!”
“Svetonio?!” mi chiede perplesso.
“Dionigi il vecchio” rispondo facendo segno di no con il capo.
“Comunque non sono venuto prima perché… perché prima non ti credevo” ammette tristemente.
La sua risposta così sincera mi lascia perplessa, incredula. La rabbia e la curiosità
La ragnatela
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si uniscono in una morbosa voglia di sapere cosa è successo, cosa è cambiato.
Matteo deve aver intuito da solo, perché mi parla prima che possa porgergli la
domanda.
“Appena sono arrivato a New York ho cercato subito di rintracciarti, ma ho dovuto
aspettare. Così, solo, nella mia camera d’albergo ti ho scritto una poesia”
Matteo mi allunga un foglietto spiegazzato sul tavolo. Ho quasi paura di prenderlo.
“E questo cosa c’entra, sai cosa voglio sapere!” gli urlo in faccia.
Matteo incava il collo nelle spalle come per incassare il duro colpo; è molto
remissivo e sulla difensiva, ma c’è qualcosa di diverso in lui: non è più il ragazzo di cui mi sono innamorata, è cambiato, è maturato, mentre io sono rimasta
la solita testarda ed esigente Kim. Solo il mio corpo è cambiato, ricoprendosi di
una sottile ragnatela di rughe e stanchezza.
“Lì c’è anche la risposta”
Afferro il foglietto. La minuta scrittura di Matteo lo riempie per metà. Mi salgono
le lacrime agli occhi, mentre leggo.
“Triste sul letto pensavo
Che cosa mai in tasca portavo
E mentre lacrime scendevan una ad una
Mi soffermai ad ammirare la luna,
Quel piccolo ciondolo nella mia mano
In lontananza un’ala di gabbiano.
E pensando a te, mia adorata
Strinsi con forza la mano arrabbiata
E quando la catenina si spezzò
Anche il mio pianto all’improvviso cessò,
Perché capì che il destino,
Con noi ingiusto e meschino,
Che ti aveva portata via da me
Un giorno mi avrebbe ricongiunto a te”
“Il ciondolo?!” Sto trattenendo le lacrime e la domanda esce accompagnata
da un singhiozzo.
“Ti ricordi quello che trovammo nella cella, accanto a mio padre” annuisco
e lui continua “Quando sono uscito dall’ospedale era sparito, così come il corpo di Tiziano. La cella non era stata aperta da secoli e la porta era sigillata con
un lucchetto enorme. Come potevo credere ad una cosa di cui sapevo per certo
l’inesistenza, se non riuscivo a credere a quello che avevo visto io stesso?!”
“Potevi fidarti” dico rivolgendogli il mio primo vero sorriso.
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Francesca Faramondi
“Hai ragione, ma non ne ho avuto il coraggio”
“Ed ora cosa è cambiato?!”
“In quest’ultimo periodo ero molto abbattuto. Mi dispiaceva separarmi da
Alicia. Certo non l’ho amata quanto te, ma le ho voluto molto bene” dice guardandomi,
ma stavolta non mi arrabbio, so che è sincero “In quel periodo ho fatto uno strano
sogno. Mi ritrovavo al forte quella fatidica sera, tu eri nel bosco e Claus era con
te. Tu coraggiosamente gli hai dato uno schiaffo e lo hai cacciato e in quello stesso
istante Paolo mi uccideva. Ho osservato tutto come uno spettatore e in qualche
modo ho capito che sei stata tu, non so come, ma sei stata tu a salvarmi. Così sono
tornato a casa, in Trentino. La tua immagine mi tormentava. Sono tornato al forte,
nelle prigioni. La cella dove abbiamo trovato mio padre era aperta. Ci sono rimasto alcuni minuti e quando stavo per andarmene via ho visto qualcosa brillare. E in un angolo ho trovato questo” dice tirando fuori il ciondolo e mettendomelo davanti “Non so come possa essere finito lì, ma appena l’ho visto ti ho
creduto, ho capito che quel sogno era più reale che onirico e… sono corso da
te.” Conclude allungandomi la sua mano.
La fisso per un momento, non so se stringerla o scansarla bruscamente, rimango immobile e lui la ritira togliendomi d’impaccio.
Qui non c’è un limite d’orario per le visite; sono talmente rare che i dottori non
vogliono interromperle e poi sono salutari perché estraniano, anche se per poco
tempo, il paziente dalla sua dura realtà. Eppure sembra ci sia una tacita regola
che fissa tale limite a mezz’ora. Tutti infatti, dopo trenta minuti, si alzano e se ne
vanno. È impossibile resistere di più, anche nella sala visite ci si rende conto che
qualcosa non va: è qualcosa d’astratto, d’immateriale, ma profondamente tangibile.
Ci si sente in trappola, rinchiusi e si ha paura di restare lì per sempre. È una sensazione
strana e neanche Rhys ha potuto spiegarmela. Matteo ora è calmo, ma so che
tra pochi minuti non riuscirà più a stare seduto su quella sedia e se ne andrà. È
normale eppure mi sento arrabbiata, mi sento come se Matteo fosse l’unico a comportarsi così e lo stesse facendo per farmi un dispetto.
“Ti ricordi cosa mi dicesti quel giorno dopo aver fatto l’amore” comincio a
piangere senza cercare di trattenermi “Mi hai promesso che non mi avresti mai
fatto soffrire, e invece lo hai fatto!”
“È vero, ma ti dissi anche che se tu avessi sofferto io sarei morto dal dolore,
e così è stato”
“Non venirmi a raccontare stronzate Mat! E tu saresti morto di dolore! Ma che
cazzo dici?! Ti sei sposato, hai un ottimo lavoro, sei libero e vieni a parlare a me
di sofferenza. Guarda dove ti trovi, guardati intorno; sii più onesto con me e con
te stesso e vai a raccontare a qualcun altro la storia del dolore inconsolabile!”
La ragnatela
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“Non volevo offenderti” si scusa.
“Ma lo hai fatto” continuo sfogandomi “E non hai mantenuto neanche la tua
seconda promessa. Quando eravamo al forte mi hai giurato che dopo quella sera
quell’incubo sarebbe finito e che noi saremmo stati per sempre insieme. Ma sai
che ti dico, io in quell’incubo ci vivo ancora e da sola!”
“Ma ora sono qui!”
“Non credi che sia tardi ormai?” dico scuotendo la testa.
“Io voglio solo aiutarti!”
“Ma io non voglio il tuo aiuto, né tanto meno il tuo amore!” non riesco a fermare
queste parole che sgorgano dalla mia gola e nella quale vorrei, invece, tenerle
prigioniere. Non penso davvero quello che ho detto, ma Matteo si alza deluso.
“Se cambi idea io ci sarò…sempre” dice lasciandomi il ciondolo di Tiziano.
“Mat…” pronuncio il suo nome dolcemente e con amore.
Si gira, sa che è giunto il momento di salutarmi; saremmo stati ancora un minuto
insieme, un minuto di gioia e poi saremmo stati separati da un destino ingiusto,
un destino che non approvavamo, al quale stavolta non ci saremmo arresi. Non
mi sarei accontentata di vedere i suoi meravigliosi occhi ambrati per un minuto soltanto per poi doverli solo sognare per un secolo; ora so, guardando il suo
volto triste l’ho capito, lo amo, ho finto di odiarlo per venti lunghi anni, ma non
posso continuare ad ingannare me stessa. Lo amo e la distanza non può e non
deve separare il nostro amore. Anche lui lo sa, sa che il nostro sentimento è più
forte di tutti gli ostacoli creati dal tempo. Mi sorride e mi lancia un bacio. Anch’io
gli sorrido, ormai sono sicura, l’ho perdonato e lui ancora mi vuole bene, il nostro
amore, come una rosa, prima o poi sarebbe realmente sbocciato.
Triste lo guardo andar via, so che tornerà per tirarmi fuori da questo posto
eppure ho il timore di non rivederlo più. Non vedo l’ora di uscire, di respirare la
pura aria della libertà e di vivere il resto dei miei giorni con lui. All’improvviso Matteo
si ferma e torna da me. Sembra felice, ha uno strano sguardo, quell’alone di tristezza
è sparito, ma è rimasto il senso di mistero nei suoi occhi. Si avvicina e mi bacia
con passione, mi afferra le spalle e appoggia la sua testa alla mia.
“Ti è piaciuta la messinscena?!”
“Cosa?” dico scansandolo bruscamente.
“Queste sono le cose che ti avrebbe detto, così si sarebbe comportato…”
“Matteo non capisco, cosa…”
“Quando ti ho detto che avevo capito che tu ti eri sacrificata per salvarmi, pensavi
che stessi parlando di Matteo?!”
Lo guardo in modo interrogativo, che senso ha quello che mi sta confessando
così seriamente da farmi paura?
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Francesca Faramondi
“Perché parli di te stesso come se ti riferissi ad un’altra persona?”
“E chi ti ha detto che io non sia un’altra persona?”
Sento il mio cuore che comincia a battere forte. Quel ragno, che per venti anni
era stato immobile, ricomincia a tessere la sua glaciale tela. Oh mio Dio cosa ho
fatto? Cosa ho fatto!!
Ora capisco perché non mi ha creduto?! Ora capisco perché tutte le notti rivivo
il mio incubo, perché non è mai finito. Merito di stare qua, ho fatto una pazzia,
sono una folle, come ho potuto fidarmi? Come ho potuto credere alle sue parole?
“Perché? Perché sei venuto ora… non potevi rimanere dove stavi… non voglio,
non è vero!! Vattene!”
“È il momento giusto. Devi sapere… te lo devo!”
“Non mi devi proprio niente, essere schifoso” esplodo senza cercare di calmarmi
“Quando è…” non riesco a finire la frase. È troppo, il mio cervello non riesce ad
accettarlo.
“Quando ti sei sacrificata… lo sparo… in quel momento è successo grazie a
te, mi hai salvato!”
“Non dirlo, non dirlo” urlo coprendomi le orecchie “Non voglio sentirti, sparisci…
ti odio, ti odio”
“Non vuoi sapere altro” la sua voce è ridotta ad un bisbiglio.
“E lui dov’è?” chiedo, mentre le lacrime cominciano a scendere copiosamente.
“Ma come dov’è? Che domande mi fai Kim? Lui è davanti a te! Io sono lui!”
Urlo con quanto fiato ho in gola e lancio lontano il ciondolo di Tiziano.
Paul è subito da me, cerca di tranquillizzarmi, ma non ci riesce; non capisce
cosa è successo, ma guarda furioso Matteo, sa che sto così per lui, ma non può
immaginare l’orribile motivo. Come è possibile? Questo è sicuramente un incubo,
tra poco mi sveglierò e mi ritroverò legata nella stanza d’isolamento, insieme a
Paul, come ogni mattina… Ma chi prendo in giro, questa è la realtà, spaventosa,
orribile, incredibile, ma è pur sempre la realtà. Perché, perché… era solo una vacanza…
e Matteo era un ragazzo così dolce… non voglio, non voglio…
“Vai via!” urlo cercando di colpirlo, ma Paul mi tiene ben salda.
In poco tempo arrivano altri due inservienti e un medico.
Avverto la leggera puntura dell’ago della siringa carica di tranquillante. Sento
imieiocchifarsipianopianopiùpesanti.Leforzescivolanodalmiocorpochesiabbandona
a peso morto tra le braccia di Paul. Vedo la sagoma sfocata di Matteo avvicinarsi.
Vorrei urlargli di starmi lontana, ma ho la bocca impastata e da essa non esce che
un basso suono che pare un lamento. Matteo si ferma accanto a me, vedo la sua mano
muoversi ed accarezzarmi i capelli, poi vedo chiaramente il suo volto.
Apro la bocca per provare di nuovo ad urlare, ma non ci riesco… chiudo gli occhi
e l’ultima immagine che vedo è la sua bocca, il suo sorriso… il suo terribile ghigno!
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A mia sorella Paola