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In copertina: Grottammare (scorcio panoramico)
Associazione “Pelasgo 968” – Concorso Letterario “Città di Grottammare”
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ASSOCIAZIONE CULTURALE “PELASGO 968”
CONCORSO LETTERARIO
“CITTÀ DI GROTTAMMARE»
1ª EDIZIONE - 2010
Antologia opere premiate
Associazione “Pelasgo 968” – Grottammare (AP)
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PRESENTAZIONE
Già in fase di programmazione del Concorso e nel bando stesso
avevamo previsto di pubblicare un’antologia delle opere selezionate.
Il fatto che ora la stringiate tra le mani rappresenta l’ennesimo
tassello per la realizzazione del concorso, così come l’avevamo
immaginato. Il mosaico originario, quello che avevamo in mente all’inizio, nella nostra fantasia, è completo proprio grazie a quest’opera.
La materia prima di cui è composta la raccolta di componimenti
qui contenuti viene dai suoi partecipanti, numerosi e appassionati.
È stata dura per la giuria, presieduta dal nostro impeccabile
Presidente, scegliere fra i 181 poeti che hanno deciso di onorarci
della loro opera. È stata dura perché, oltre al dato numerico consistente che certo ci fa piacere (sono state rappresentate con le poesie tutte le regioni italiane e perfino la vicina Svizzera) ci è stato
segnalato anche un discreto livello qualitativo delle opere e personalmente abbiamo avvertito una buona sensazione riguardo all’entusiasmo, alla freschezza, al clima positivo che si è creato dalla
pubblicazione del bando fino alla brillante kermesse finale presso
la sala Kursaal di Grottammare, dove abbiamo avuto modo di conoscere dal vivo molti di coloro che avevano affidato fino a quel
momento la rappresentazione della propria persona esclusivamente
ai versi dei loro componimenti in gara.
È quindi col sorriso sulle labbra che abbiamo sostenuto questo
ulteriore impegno per far sì che questa raccolta vedesse la luce,
raggiungendo il manipolo degli autori che potranno trovare in essa
un’attestazione tangibile dei loro sforzi poetici ma anche, nelle nostre speranze, un pubblico che sia il più vasto possibile.
Circa gli aspetti editoriali dell’antologia stessa, sarà il Presidente
di Giuria a illustrarli con la nota che segue; a riguardo cogliamo
l’occasione per ringraziarlo per quanto ha fatto, sia nel varo, sia
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nell’espletamento del concorso, sia nella realizzazione di questa
antologia: le sue qualità critiche e la sua esperienza a livello organizzativo ed editoriale ci sono stati di fondamentale aiuto. Senza di
essa non saremmo mai riusciti forse neppure a bandire il concorso.
Grazie dunque, Presidente!
Da ultimo aggiungiamo che, a pubblicazione avvenuta, l’Associazione “Pelasgo 968” indirà una cerimonia di presentazione
dell’antologia, verosimilmente entro il mese di settembre, a cui saranno invitati tutti gli autori qui presenti. Nell’occasione illustreremo anche il bando della 2’ edizione del concorso, la cui premiazione è già stata fissata per il 7 maggio 2011.
A risentirci presto e un caldo e poetico saluto a tutti.
Il Presidente “Pelasgo 968”
(Dr. Danilo Gabrielli)
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INTRODUZIONE
Come abbiamo più volte evidenziato, sia in sede conferenziale
che nella stessa cerimonia di premiazione del concorso, riteniamo il
livello poetico complessivo del premio di entità medio alta, soprattutto nella sezione dialettale. E qui era ampiamente nelle nostre
previsioni, considerato che il poeta che si cimenta nella poesia dialettale solitamente ha già alle spalle perlomeno una sufficiente preparazione tecnica e linguistica, nel senso che ha già dovuto leggere
altre opere della stessa natura: cosa che qualche poeta in lingua
non fa, convinto di essere sufficientemente preparato per comporre
in poesia, magari seguendo il proprio istinto.
Tuttavia, anche nella sezione in lingua abbiamo riscontrato dei
lavori di ottima fattura, sia riguardo l’aspetto stilistico che quello
contenutistico. Per ovvie ragioni di imparzialità, almeno in questa
sede, ci evitiamo di citare opere ed autori che noi personalmente riteniamo di rilevante spessore letterario; in ogni caso la graduatoria
definitiva del concorso rispecchia a grandi linee il nostro personale
giudizio. Ciò semplicemente per dire che la graduatoria è la risultante dei voti complessivi ricevuti dai cinque membri della giuria,
dove in alcuni casi il nostro giudizio non ha collimato perfettamente
con quello degli altri giurati, anche se riguardo ai primi classificati
l’uniformità del giudizio stesso è stata la costante fondamentale.
Riguardo, invece, alla presente opera, di concerto con la direzione dell’Associazione “Pelasgo 968”, abbiamo ritenuto di riportare esclusivamente tutte le opere selezionate, omettendo le altre,
non perché non meritevoli, bensì semplicemente perché sarebbe venuto un tomo di diverse centinaia di pagine: sia economicamente
che qualitativamente l’abbiamo ritenuto non opportuno.
A tergo di ogni capitolo abbiamo riportato la graduatoria finale
del concorso, dalla quale si evidenzia la copertura diremmo nazionale dei partecipanti e vincitori, che vanno dall’estremo Nord a
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quello Sud, passando per il Centro, che è stato logisticamente il più
numeroso (in appendice riportiamo una tabella dei partecipanti per
ogni singola regione).
Per ogni autore abbiamo anche inserito un breve curriculum:
ciò per consentire ai lettori esterni e, diremmo, soprattutto agli autori stessi di prendere in qualche modo cognizione del percorso letterario di ciascuno: si evidenzia che alcuni autori sono, in effetti,
delle celebrità in campo nazionale, e la giuria stessa per molti di
loro, pur nell’anonimato più assoluto in sede di esame, ne ha tratto
la convizione, con corrispondente positivo giudizio. Ma anche altri
che non vantavano un curriculum nutrito, o che magari erano alla
loro prima esperienza, del risultato conseguito – e che questa antologia ne costituisce una concreta testimonianza – possono ritenersi
soddisfatti; e il curriculum degli altri può costituire anche uno stimolo in più per convincersi delle loro potenzialità e migliorarsi. Il
nostro è un augurio, oltre che una convinzione.
Per concludere, auguriamo buona lettura a quanti la vorranno
fare di questo libro: possiamo assicurare loro che ne vale la pena,
sia come gradimento che come confronto.
Il Presidente di Giuria
(Giovanni Di Girolamo)
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LA GIURIA
GIOVANNI DI GIROLAMO (presidente), di Bellante (TE): scrittore,
poeta, storico, critico letterario; autore di circa quaranta pubblicazioni, tra cui
ricordiamo: i romanzi, Anuška, la ragazza di Kaposvár, A volo di farfalla,
Sotto un cielo di Prussia; i libri di poesia: Per Estella, A ritmo di rondò, Donna, mistero senza fine bello, Via Crucis; i volumi di saggistica: Manuale di
metrica italiana, Pianetà Totò, Amenità poetiche. Numerose le sue vittorie in
concorsi letterari ed è Presidente di Giuria in altre rassegne.
NUNZIO MENNA (componente), di Avellino: scrittore, poeta, commediografo, editore; autore di una ventina di volumi, tra cui ricordiamo, i romanzi: Processo per eutanasia, Assassinio in cattedrale, Otto personaggi alla
ricerca del tesoro di Castelsilvano; i libri di poesia: Sogno di primavera, I colori di Armento; la commedia: I tre mariti più uno della contessa Matilde. Titolare della omonima Casa Editrice, che ha all’attivo oltre 300 titoli. Insignito
del titolo di “Cavaliere del Lavoro” per meriti letterari.
MARIA RIZZI (componente), di Roma: poetessa e scrittrice; autrice delle
raccolte poetiche: Aironi nel vento, Ombre di sogni (opera vincitrice del XXIII
Concorso “Città di Avellino”), Tante piccole vite; dell’antologia Nessun eco
si estingue se rispondono note, che raccoglie molte poesie inedite del padre
Nicola Rizzi, provetto poeta anch’egli. È autrice anche di alcuni romanzi, in
via di pubblicazione. Molte le sue vittorie in concorsi letterari, sia come poetessa che come scrittrice.
FULVIA MARCONI (componente), di Ancona: poetessa. Venuta alla ribalta negli ultimi tre-quattro anni, ha vinto una trentina di primi premi, più altrettanti piazzamenti nei primi tre classificati, in concorsi letterari nazionali ed
esteri. È stata appena edita la sua prima raccolta poetica, dal titolo Un’altra
luna ancora, “Ripostes” Edizioni, Salerno. Membro di giuria in altri concorsi.
LUCILIO SANTONI (componente), di Grottammare (AP); poeta, traduttore, studioso di letterature comparate e autore di film in video. Libri pubblicati: Dopo le orde dei numeri, Ripae Ulterioris Amore, Il guerriero fantasioso, Antologia del perdente. Regie video: Nostalgia, Noxia corpori (16 spunti
da Remo Pagnanelli), Questa musica che ci accompagna, ecc.
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SEZIONE “A”
Poesia inedita in lingua italiana
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GRADUATORIA FINALE
1° class. ROBERTO MESTRONE (Volvera, TO)
2° class. ISABELLA SORDI (Venezia)
3° class. RODOLFO VETTORELLO (Milano)
Finalisti: Maria Ebe Argenti (Varese), Franco Campegiani (Marino-RM),
Alberto Canfora (Roma), Umberto Druschovic (Aosta), Francesco Palermo
(Brindisi), Pierino Pini (Motichiari-BS), Ramis Tenan (Rovigo).
Menzione Speciale di Merito: Bruna Cerro (Savona), Giovanni Lupi (Roma), Marisa Provenzano (Catanzaro), Franco Revello (Torino), Luciana
Vasile (Roma).
Menzione d’Onore: Maria Altomare Sardella (Milano); Anna Francesca
Basso (Bassano d.G.-VI); Vittorio Iarrobino (Avellino); Anna Dudziacha
(Venezia); Virginia Notarpasquale (Termoli-CB); Franca Prosperi (Roseto
d.A.-TE); Patrizia Pallotta (Roma); Romeo Salvato (Bologna); Francesca
Vertolo (Perugia).
Segnalazione: Aloisi Domenica (Grottammare); Fabiano Braccini (Milano);
Antonio Capriotti (S. Benedetto d.T.); Maria De Luca (Napoli); Giselda Desiderio (Chieti); Sara Fasciani (Pescara); Ercole Florà (S.Omero-TE); Cesarina Giustozzi (Macerata); Ida Gorgoretti (Giulianova-TE); Vinia Mantini
(Ortona-CH); Anna Maria Obadon (Ancona); Marinella Paoletti (Colli del
Tronto-AP); Silvia Raccichini (Porto S. Giorgio-FM); Catia Salvi (Giulianova); Patrizia Settepanella (Nereto-TE); Tiziana Totò (S. Benedetto d. T.).
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TENEREZZA (1ª classificata)
di Roberto Mestrone (Volvera-TO)
Dal pesco scendon giù l’ultime foglie;
son lacere, le sfioro con le dita,
e il palmo d'una mano le raccoglie
per custodirne briciole di vita.
Lo zeffiro dai rami il gelo toglie
sbuffando sulla pianta intorpidita,
poi stuzzica le fronde secche e spoglie
... i resti dell’estate ormai finita.
M’avvolge nel tepore quella brezza,
somiglia al vento caldo, chiuso in cuore,
dal nome melodioso: “Tenerezza”
... che scalda i freddi giorni del mio amore.
Se perdo la sua morbida carezza
nel petto si rifugia lo squallore.
ROBERTO MESTRONE, nato a Udine nel 1946, vive a Volvera (TO). Agente di commercio,
addetto agli approvvigionamenti in aziende del settore automobilistico. Cultore della poesia nella forma classica (ha composto circa 200 sonetti, di tutti i formati e schemi), ha infatti pubblicato la sua prima raccolta poetica dal titolo emblematico Sull’ali di un sonetto, Ed. “Menna”, Avellino. Vincitore di alcune decine di concorsi letterari, oltre ad innumerevoli piazzamenti, è inserito in varie antologie. È altresì presidente e membro di giuria di alcuni concorsi.
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DI NOTTE, AL MUSEO (2ª classificata)
di Isabella Sordi (Venezia)
Venere esce dalla sua conchiglia
sospinta da uno Zefiro leggero;
percorre cauta l’ampia galleria
danzando nella luce della luna.
La seguono gli sguardi incuriositi
di uomini nel marmo ben scolpiti.
No, non temete, donne angelicate:
solo un’idea, che vaga nella mente.
Le donne spigolose di Picasso
tentano invano una ricostruzione
nel fragore di inutili battaglie.
Rimbomba l’Urlo nelle stanze vuote,
ma nella confusione non si sente.
Al piano terra tutte le Madonne
allattano i Bambini silenziose
e Monna Lisa, che sa tante cose,
rimane paesaggio evanescente.
La Nike tenta un battito di ali,
ma senza testa non sa dove andare.
E cosa fanno i Bronzi di Rïace?
Ah, loro: hanno nostalgia del mare.
ISABELLA SORDI, nata a Udine nel 1954, vive a Venezia. Insegnante di Inglese al liceo.
Autrice del libro di poesie Un Dio felice, ed. “Vitale”, Sanremo. Vincitrice di prestigiosi concorsi letterari, tra cui “Voga Riviera Brenta” (2008), “Dino Boscarato” (2009), “Città di Acqui
Terme” (2009), Premio del lettore, Concorso IPLAC (2008), e tanti altri piazzamenti.
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FAVOLA BAROCCA (3ª classificata)
di Rodolfo Vettorello (Milano)
A primavera s’aprono a Venezia
ciglia, corolla e labbra di corallo,
e mani che accarezzano nell’aria
le note di una musica barocca.
La vecchia merlettaia di Burano
ricama al davanzale sui canali
e i gridi che si inseguono di rondini
incidono nel cielo pallidissimo
le rotte, per l’Oriente, delle navi.
Schiuma di sale e mare che ribolle
contro i “murazzi” lunghi a Pellestrina.
Barocco lo sciacquio contro gli scogli.
Barocca la fontana della piazza,
da mille bocche versa la sua gioia
sognando che trabocchi di gorgògli.
Tritoni e ninfe nudi, in abbandono,
grondano perle di magia selvaggia.
E tu, sudata dea della fortuna
ti affacci appena al bordo della vasca
e l’accarezzi piano con le mani
e poi le tuffi a fondo, ad una ad una.
E passerà da te, dalla tua bocca
alla mia bocca,
dolce di mimosa
la tua saliva come un rivo d’acqua.
Se immagino la favola barocca,
la scena sarà solo la laguna,
lo sfondo una città come sospesa
sopra una coltre pallida di bruma.
La fata della storia che mi invento
un fiore dalle labbra di corallo
e mani che profumano di vento.
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Un angelo che bacia con passione
e illude con i giochi delle ciglia,
come fa l’onda inquieta nei canali
al passar d’una barca da lavoro
e allo sciacquio del mare sulla chiglia.
RODOLFO VETTORELLO, nato a Castelbaldo (PD) nel 1937, vive a Milano. Di professione
architetto, ha lavorato nel settore pubblico, quindi come libero professionista. Ha pubblicato alcune sillogi poetiche, tra cui ricordiamo L’anima e i giorni, ed ha vinto un centinaio di primi
premi in concorsi nazionali e internazionali di poesia (ben 23 nel solo anno 2009). È membro di
diverse giurie di concorsi letterari.
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NON SCENDERE I GRADINI (finalista)
di Maria Ebe Argenti (Varese)
Non scendere i gradini del giardino,
non varcare il cancello, non andare,
un perfido presagio repentino
mi premonisce, mi fa meditare.
Sarà il tuo aspetto stanco, affaticato
o gli occhi azzurri, molto più di ieri,
che stranamente ti hanno assomigliato
all’audace Aramis dei Moschettieri;
sarà perché è la vita che ci sceglie
e tu ti sei annidato nel mio cuore
ai crocicchi dei sogni con le veglie
dove ha sostato a lungo il nostro amore;
sarà che mi fa male stare sola,
troppa gente sta sola nella vita,
né sorride né dice una parola,
ha piume lacerate fra le dita;
ma le mie piume sono ancora quelle
che vollero innalzare il mio alter ego
facendolo volare tra le stelle;
non scendere i gradini, te ne prego,
sono troppe le cose malsicure.
Chi mi darà il vigore delle mani
mentre racconterò le mie paure
se dal mio itinerario t’allontani,
chi ascolterà le mie contratte doglie
alleviandole con la sua parola,
illuminando le ingiallite foglie
con quella lampada che mi consola?
MARIA EBE ARGENTI, nata a Milano, vive a Varese. Autrice dei volumi di poesie: Ebe d’autunno, I luminosi accenti e Il sogno clandestino (questi ultimi due con “Prefazione” di Paolo
Ruffilli), ha vinto diverse decine di primi premi in concorsi letterari (10 negli ultimi due anni,
tra cui nel 2008 “Il dolce stile eterno”, di Firenze). Sue liriche sono state declamate anche in emittenti radiofoniche.
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AMARTI È PERDERTI (finalista)
di Franco Campegiani (Marino-RM)
Amo il tuo sorriso giovane
e l’aria sbarazzina,
la frivola criniera
su quel tuo sguardo vivo.
Prendo i tuoi fianchi argentei
ed il roseo grappolo dei seni.
Affondo nel pube angelico
rapito da promesse astrali.
Legarsi e sciogliersi,
ecco il gioco dell’amore.
Amarti è perderti,
è scoprirti tua, non mia.
E resto qui, chiuso nel giro
delle mie ossa.
Non so tendermi
verso il tuo essere infinito.
Mi sfibro a guardarti.
Non faccio che sfiorare
con un dito lieve
le tue fattezze morbide,
impotente di fronte all’amore
che trascende i confini.
Buongiorno, glicine in fiore.
Mi manchi,
mia dea serena e limpida,
fonte guizzante di energia.
Sei il volubile teatro delle nuvole,
sei la patria del vento e del sole.
Sto nel cerchio carnale
dei tuoi amplessi eterici
e succhio pianto e gioia
dai tuoi candidi seni.
Mi manchi,
dolente capriccio
e bianco mistero d’armonia.
Eppure son qui,
a brucare sui manti eburnei
delle tue virginee rive.
Son qui, battuto dall’onda molle
dei tuoi alti venti siderali...
Mi manchi,
mia carne scissa da me,
nascosta chissà dove.
FRANCO CAMPEGIANI, nato a Marino (RM) nel 1946, ivi risiede. Giornalista, ha svolto intensa attività presso emittenti radiofoniche e testate di interesse locale. Ha pubblicato diversi libri di poesia, tra cui ricordiamo: L’ala e la gruccia (1975), Punto e a capo (1976), Selvaggio
pallido (1986), Cielo amico (1989), Canti tellurici (2000). Moltissimi i premi letterari da lui
vinti e nel 1976 gli è stato conferito il Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
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ZINGARELLA (finalista)
di Alberto Canfora (Roma)
“Mamma, fa freddo e piove forte.
Perché è venuta tanta polizia?”
“Ci porteranno via.
Sono le nostre scorte”.
“Perché ci sono tanti escavatori?”
“Demoliranno casa a tutti quanti”.
“Dove ci porteranno? Siamo tanti”.
“Saliremo sui carri e sui trattori
per andare in un campo più lontano”.
“Avremo una casetta bella e fine
con le finestre e con le lampadine?
Ci picchieranno? Ci sarà un guardiano?
Abbiamo avuto una maledizione?”
“Non piangere. Farò una casa nuova.
Appena arriveremo cerca e trova
la latta per il tetto e un gran cartone”.
“Che abbiamo fatto? Io non sono buona?
E dove andremo ci sarà una scuola?
Nel compleanno avrò la festicciola”.
“Amore no, perché tu sei stracciona”.
“Ma non hai detto che siamo romani?”
“Siamo diversi. Noi non siamo belli.
Una casa per tanti miserelli
non ci sarà. Però un domani,
quando il mondo avrà pochi quattrini,
qualcosa cambierà. Le tue scarpette,
il vestitino con le tue magliette
mettile dentro a un sacco e fa’ un cuscino”.
“Ho le amichette con la casa bella?”
“Amore mio. Ma tu sei zingarella”.
ALBERTO CANFORA vive a Roma, dove è nato nel 1934. Poeta, pittore e musicista, ha vinto alcune decine di primi premi letterari. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo il volume Quer che
me dice er core, quanno... (poesie in dialetto romanesco), “Vitale” Edizioni, Sanremo.
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BAMBOLA DI STRACCI (finalista)
di Alberto Druschovic (Sarre-AO)
Nella mia campagna di bambina
le sere d’autunno sapevano
di terra, di nebbia e di mosto.
Non ho mai voluto togliermi di dosso
l’odore dei giorni andati, l’acre fumo della stufa
e il sigaro dei vecchi consumato lentamente.
Li porto con me ogni giorno
nelle narici, nel sangue.
Giocavo nel cortile, sotto file di panni appesi
su corde tirate fra due lembi
d’orizzonte, rosso di tramonto,
salutavo con mano di bimba
garruli stormi di rondoni
in partenza verso cieli d’Africa.
Dov’è ora la mia bambola di stracci,
l’amica più cara, la fedele compagna?
Parlate piano, forse dorme ancora
nella vecchia stalla, adagiata nella greppia
tra foglie secche e paglia di grano.
Ora che il vento ha sfogliato nuvole
come pagine di cielo sul libro del tempo
vi chiedo, dove siete voi vecchi di allora
di cui ogni sera cerco ancora la mano?
Vi prego, non dormite anche voi
come la mia bambola perduta,
restate accanto a me
come un panno caldo a lenire questo male
che è l’andare dei giorni
che scorre come l’acqua, non fa rumore
ma consuma e scava dentro.
UMBERTO DRUSCHOVIC, nato a Castellamonte (TO) nel 1952, vive a Sarre (AO). Di professione bancario. Scrive poesie da molti anni ed ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti in concorsi letterari, con diversi primi premi e svariati piazzamenti nei posti alti della graduatoria.
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EROI (finalista)
di Francesco Palermo (Torchiarolo-BR)
Tornano sempre mosaici di stagioni buie,
il pianto delle madri e le inutili bandiere
a colorare cimiteri di speranze.
Troppo breve la vita di certe stelle.
Tra i marmi consunti del tempo
solo ridicole retoriche
per la cenere innocente degli eroi caduti.
Tante pagine, per sempre, resteranno bianche.
E intanto muoiono dentro,
ogni giorno di nuovo,
tragici eroi senza medaglia.
Gridano voci sole tra i muti,
raccolgono lacrime di bimbi senza volto,
urla silenti di oppressi,
nuotano tra fiumi dolenti.
Ci sono spari che non fanno rumore,
ma qualcuno vi muore.
Padri sfiancati nutrono
figli di terre minori
di pianto e di sudore.
Tanto coraggio, nonostante!
Ogni giorno a incartare miserie
di sogni e di futuro.
Bambole truccate faticano
notti bianche di veglia
tra scampoli svenduti d’amore.
Bimbe invecchiate troppo presto.
Ogni notte a scucire
un’illusione di uno strappo nella rete.
Madri piegate sospingono
figli a quattro ruote
e i loro silenzi affaticati.
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Per ogni lacrima un sorriso.
Ogni giorno a inventare
nuovi cieli di aquiloni senza filo.
Anche le parole faticano
sul mio foglio bianco.
Perché non sarà mai
tempo di parole per le stelle
che ancora si ostinano a brillare
in questo immenso bruno.
FRANCESCO PALERMO, nato a Torchiarolo (BR) nel 1967, ivi risiede. Laureato in Scienze
Politiche, è dipendente del Ministero della Giustizia. Scrive poesie sin dall’età della scuola elementare, dapprima in vernacolo, quindi in lingua. Prestigiosi i riconoscimenti ottenuti in rassegne letterarie: a tutto il 2009 sono 30 i primi premi conseguiti, e svariati i piazzamenti tra i primi
tre della graduatoria.
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SE NEVICASSE (finalista)
di Pierino Pini (Montichiari-BS)
Poggiato ch’ebbi il naso contro i vetri
seguivo con lo sguardo tutto fuori
la neve che cadeva a pochi metri
e stava cancellando i bei colori.
Già tutto ricopriva lentamente,
asfalto ed erba parevan tutt’uno
come un lenzuolo steso dolcemente,
bianco per tutti, o forse per nessuno.
Se nevicasse, forse, in qualche posto
e ricoprisse i segni della guerra,
di malaffari fatti di nascosto,
di fame e corruzione sulla terra...
Se nevicasse sempre, anche in estate
sul torrido diffondersi dei mali
o sulle genti troppo martoriate
e fossimo per sempre tutti uguali...
Se nevicasse sulle nostre menti
che tramano vendette e ritorsioni,
che fanno del razzismo gli elementi
di orribili olocausti, esecuzioni...
Profondamente assorto nei pensieri
stringevo il quotidiano nella mano:
“Un’altra guerra è cominciata ieri”,
e fuori nevicava piano piano.
PIERINO PINI, nato a Remedello (BS) nel 1940, vive a Montichiari (BS). Insegnante in pensione, ama dipingere e scrivere. Ha pubblicato un libro di poesie in vernacolo e sono in preparazione altri due volumi, rispettivamente di poesie in lingua e di racconti. Numerosissimi i riconoscimenti da lui conseguiti in concorsi letterari: a tutto il 2009 sono stati 82 i primi premi, 38 i
secondi e 27 i terzi.
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TRA NOI (finalista)
di Ramis Tenan (Lendinara-RO)
Non più, tra noi, dell’anima il respiro,
non più la suggestione di volare,
non più la luna, il sogno, un tuo sospiro
e desideri grandi più del mare.
La primavera è diventata inverno,
il tempo ha seminato indifferenza,
e dell’amore che sembrava eterno
noi custodiamo solo l’apparenza.
Resta ogni giorno il solito saluto,
senza uno sguardo, senza più calore,
rinchiuso in sé, nessuno implora aiuto.
Anche se questa è vita, senza amore
è morte lenta, è tempo non vissuto.
Ma una speranza mitiga il dolore.
RAMIS TENAN è nato a Lusia (RO), nel 1937, vive a Lendinara (RO). Iscritto all’Ordine dei
giornalisti, ha diretto per molti anni il periodo trimestrale “Bancadomani”. Si occupa di arte
(musica e pittura in particolare), è organista e direttore di coro. Ha pubblicato quattro libri: due
sui musicisti “Aureliano Ponzilacqua” e “Don Pietro Socal”, uno su “Bruno Cibotto e lo iutificio e canapificio di Lendinara” e l’altro sull’“Arte del legno a Lendinara dal ’700 ai nostri
giorni”. Numerosissimi i riconoscimenti letterari, con decine di primi premi e piazzamenti vari.
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UN VELO DI CREPUSCOLO (Menzione Speciale di Merito)
di Bruna Cerro (Savona)
Stende l’ora della sera
un velo di crepuscolo
quando il sole ha raccolto
i suoi raggi oltre la collina
e il fiato del vento
è solo un sussurro.
China il fiore
il capo trepido sullo stelo,
una musica lenta
sfuma il suo languore
sulla volta muta del cielo.
Nel silenzio...
dell’onda sale lo sciacquio
a riportare voci
di stagioni ormai remote,
immagini di orme
sulle sponde
che di volti sconosciuti
eran dimora.
Palpitano suoni
nel frangersi dell’onda,
voci e brividi già passati
accendono
la malinconica solitudine
della sera.
BRUNA CERRO vive a Savona. Terminati gli studi ad indirizzo didattico, anziché l’insegnamento scelse l’impiego. Oggi, libera dagli impegni, si dedica alla poesia. Ha pubblicato due libri
di poesie: Granelli di sabbia (2005) e Emozioni nel vento (2008). Numerosi i riconoscimenti
conseguiti in concorsi letterari
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PAZZA (Menzione Speciale di Merito)
di Giovanni Lupi (Roma)
Sono stata derisa perché ero pazza.
Perché sentivo.
Che l’amore impossibile era possibile.
Che le ombre nascondevano altro.
Mi urlavano di non urlare.
Credevo solo in un Dio.
Non sapevo cosa fosse.
Solo che era buono.
E a lui pensavo,
quando le lacrime non avevano ragione,
quando il dolore non aveva motivo,
quando la felicità degli altri era oltraggio.
Il mio manicomio è stato il mondo,
mi seguiva con le sue sbarre,
i suoi camici bianchi,
i muri sporchi.
Sono stata derisa perché sorridevo poco.
Perché sentivo.
Che non c’era nulla di cui sorridere.
Che i miei figli sarebbero morti, come tutti.
Che le lacrime, il dolore, la felicità degli altri,
non li avrebbero risparmiati.
Mi urlavo di non urlare.
Faticavo a pesare le verdure,
a ricordare le marche dei cibi della televisione,
a veder ruotare il cestino della lavatrice.
I miei bambini parlavano.
Io non li sentivo.
Mio marito mi baciava.
Io non lo sentivo.
Non sentivo più niente.
Hanno smesso di deridermi.
E io mi sono suicidata vivendo.
GIOVANNI LUPI vive a Roma, dove è nato nel 1969. Di professione avvocato, in campo artistico è poeta, scrittore e pittore. Molti i riconoscimenti letterari conseguiti.
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ALLA MIA ETÀ (Menzione Speciale di Merito)
di Marisa Provenzano (Catanzaro)
Alla mia età
sembra tutto raggiunto
ma l’anima fida ancora
nelle poche attese
ed indugia amorosa
sui frammenti rimasti
ai margini del cuore
briciole da raccogliere
segreti inconfessati
nell’illusione eterna
della libertà delle rondini
e del soffio vitale
di un’ultima poesia.
Alla mia età
s’intrecciano i ricordi alle parole
si allineano i minuti
sul calendario delle stagioni.
S’alza la nebbia a sera
lungo i pendii della memoria.
Alla mia età
s’intrecciano i sogni ad ogni alba
e si rincorre il tempo
come da bimbi il pallone.
Soffia il vento d’inverno
e spazza via le foglie
portando via la vita
ai rami secchi del ginepro.
Sola nella mia stanza
apro le persiane
e raccolgo addosso
la luce delle stelle.
Alla mia età
la notte scorre lenta
nasconde al mondo
gli occhi colmi di lacrime
tenera accoglie i dubbi
le povere paure
e come vecchia amica
abbraccia il corpo stanco
col silenzio del buio.
MARISA PROVENZANO, è nata e vive a Catanzaro. Laureata in Filosofia, ha insegnato nelle
Scuole Superiori. Poetessa e scrittrice, ha pubblicato un libro di narrativa, Qualunque cosa accada... amala e due di poesie: Luci oblique (1° e 2° volume). Numerosi e prestigiosi i premi letterari da lei conseguiti in diverse rassegne letterarie.
27
UN’ALTRA ESTATE (Menzione Speciale di Merito)
di Franco Revello (Nichelino-TO)
Un’altra estate verrà ancora
a sbirciare dietro la porta socchiusa
dell’eterna mia infanzia delusa
e adagiata in un vaso di Pandora.
Spargerà la sua invadente flora
sfiorando la speranza reclusa
tra i fondali della giara chiusa
dove il tempo la vita scolora.
Cosa sarà dei giochi tralasciati,
dei sogni e dell’acerbo candore
di un bacio, di sonni agitati,
delle incertezze se nessun autore
scriverà mai di fiori sbocciati
da un coccio ricolmo di fervore?
Sarà mesto languore,
incerta e sciocca lacrima vera
sull’ondulata carta della sera.
FRANCO REVELLO, nato a Torino nel 1959, risiede a Nichelino (TO). Diplomato nelle
scuole tecniche, svolge la professione di arredatore. In campo letterario è da ritenersi un autodidatta, ma molti sono stati i riconoscimenti ottenuti in diversi concorsi, tra cui spiccano: “Premio
Tallone”, Alpignano (TO); Circolo “IPLAC”, Mestre (VE); “Italo Carretto”, Savona; “Città di
Piacenza”, XXXII Edizione; ed altri ancora.
28
SE, MAI (Menzione Speciale di Merito)
di Luciana Vasile (Roma)
Se mai riavessi
il mio volto levigato di fanciulla
il bello aspetto, il muscolo scattante
non vorrei indietro
di quella età
timori e colpe
angosce e insicurezze
che hanno ritmato,
lacerato i giorni
degli anni – spensierati? –
dell’età – più bella? –
A volte, sciupati,
torturati, passati ad ubbidire
e a subire
ad ingaggiar doveri
a celare frustrazioni
inadeguata ai compiti assegnati
a vergognarmi di non saper – chi sono –
ora che vado orgogliosa
di quanto sia sapiente
aver coraggio:
accettare con pietà
la mia pochezza.
Se mai riavessi
quella amata
perché sofferta gioventù
direi – No, grazie –
Voto per questa età
quella dai trenta in su
che mi riporta giù
a calpestar sentieri
cercando luce nell’intricata giungla
a camminare in basso a testa alta
LUCIANA VASILE, è nata e vive a Roma. Di professione architetto, allo sbocciare del 2°
millennio ha scoperto la poesia, iniziando nel 2004 a partecipare ad alcuni concorsi: ad oggi sono circa ottanta i premi conseguiti. Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Per il verso del pelo, Editrice “Nuovi Autori”, Milano, e nel 2008 la sua prima raccolta poetica Lo sguardo senza volto,
Fermenti Editrice. Impegnata nel volontariato, per sei mesi è stata in Nicaragua.
29
SANTA MARIA AI MONTI (Menzione d’Onore)
di Anna Francesca Basso (Bassano del Grappa-VI)
Avvolte nel silenzio della collina
bianche mura consacrate si levano
contro un cielo uniforme di cobalto;
dal mare in lontananza la spuma sale
e culla la lunga spiaggia affollata.
Leggiadre falene volteggiano adagio
tra le ginestre avviluppate dai roveti;
un velo leggero d’argentea seta imperla
le roride foglie degli aranci e oleandri,
per l’aria si spandono balsami inebrianti.
Volge il sole i raggi verso ignoti spazi,
assaporo l’odore della terra riarsa
come acqua di sorgente un assetato;
la calma della sera mi culla mentre
il crepuscolo infiamma l’orizzonte.
Spuntano ad uno ad uno gli astri,
piccoli frammenti di vita senza tempo;
ti guardo, schiudi la bocca, ho un brivido,
divido con te il respiro, si leva il vento,
all’orizzonte acuti gridano i gabbiani.
ANNA FRANCESCA BASSO è nata e vive a Bassano del Grappa (VI). Insegnante nella scuola
primaria, scrivere per lei è un piacere (poesia e narrativa), in risposta a un bisogno interiore. Da
circa quattro partecipa a concorsi letterari, conseguendo lusinghieri risultati.
30
OGGI VEDO (Menzione d’Onore)
di Vittorio Iarrobino (Montefusco-AV)
In quel viso pulito,
puro ed innocente,
di bambino obbediente
di studente modello
di giovane speranzoso
di figlio credulone
leggevo la speranza
d’un domani migliore.
Oggi vedo sol in me
una enorme pazienza
in questo enorme bordello
d’uomini e di idee,
d’un governo venduto
al dilagante malaffare
d’una società cruda,
senza una vera anima.
Vedo tanta ipocrisia
di un popolo ingenuo
gravato dalle pene
di disperati problemi
psicologicamente schiavo
di blasfeme parole
d’una classe dirigente
votata al potere.
In quel viso pulito,
puro ed innocente,
di bambino obbediente
di studente modello
di giovane speranzoso
di figlio credulone
leggevo la speranza
d’un domani migliore.
31
Oggi vedo sol in me
una enorme pazienza
in questo enorme bordello
d’uomini e di idee,
d’un governo venduto
al dilagante malaffare
d’una società cruda,
senza una vera anima.
Vedo tanta ipocrisia
di un popolo ingenuo
gravato dalle pene
di disperati problemi
psicologicamente schiavo
di blasfeme parole
d’una classe dirigente
votata al potere.
Vedo giovani delusi
ricolmi di rabbia
avvelenati dalle ingiustizie
pronti a esternare il loro dolore.
Vedo occhi di sangue
rigonfi e rabbiosi
da illusioni svanite
di false promesse
a disprezzo della dignità
d’un futuro deriso,
venduto al denaro.
In tanta soffusa falsità
la giovane speranza svanisce
lasciando spazio al rancore
per una vita sprecata
su banchi di scuola.
NICOLA IARROBINO è nato a Montefusco (AV) nel 1951, ed ivi risiede. Ha partecipato a diversi concorsi letterari, conseguendo quasi sempre lusinghieri risultati
32
TERRA MIA (Menzione d’Onore)
di Anna Dudziacha (Mestre-VE)
Il seme portato dal vento
ha infranto l’arida superficie
che, come sabbie del deserto,
sempre fu tua difesa.
Benché manifesto
aspro e inospital suolo,
in te, teneramente accolto,
esso è germogliato,
cullato e protetto
da altrui mali.
Le sue radici
nel profondo han colto
amore e nutrimento,
e la nuova forza
ha scalfito la corazza
offrendo alla vita
la ricchezza celata.
Pianta sei divenuta
e nel sublime profumo
d’incantate essenze
sei fiorita nel vortice
di mirifico cospetto.
Terra arida eri,
terra fertile ora sei!
ANNA DUDZIACHA è nata a Lublin (Polonia), vive a Mestre (VE). Fin dalla giovane età ha
percorso i sentieri dell’interpretazione artistica dedicandosi alle varie forme dell’arte, quali il
balletto, il canto, la pantomima e, non da ultimo, affrontando l’esperienza cinematografica. Con
un diploma di Geometra, conseguito in patria, ha molto viaggiato e, dopo un lungo periodo di
permanenza in Canada, ha deciso di fermarsi in Italia, paese che l’ha incantata per la sua bellezza e per il calore della sua gente. Ha pubblicato due libri di poesie: Anima e Corpo e, unitamente
al suo compagno Maurio Meggiorini, Sulle ali del vento, tra il mormorio di sorgenti…
33
COME UN DIPINTO (Menzione d’Onore)
di Virginia Notarpasquale (Termoli-CB)
Sfumano i colori di una vita
per riaccendersi poi come brace
di un fuoco ardente,
scoppiettano le emozioni mai spente
immolandosi nell’arco dell’effimero tempo.
Batuffoli di nuvole vagano,
sfiorano il sole che appare
scompare e torna a brillare.
Metafisiche figure appaiono dal ventre
che tutto racchiude e l’anima preserva.
Paesaggi sbiaditi di Itaca lontana
catturano emozioni di un immaginario vissuto
che cerca e pretende di sé l’esistenza.
Gioia, amarezza, stupore, tormento
nel candido sfondo di un quadro apparente.
La vita tua muore, ma il quadro è per sempre.
VIRGINIA NOTARPASQUALE è nata a Petacciato (CB) nel 1949, vive a Termoli (CB). Laureata in Lingue e Letterature Straniere, insegna inglese all’Istituto Tecnico Nautico di Termoli. Ha
cominciato a scrivere nel 1998. Molti i riconoscimenti ricevuti in concorsi letterari, tra cui sei
primi premi e una ventina di piazzamenti tra il 2° e 3° premio.
34
EREDITARE IL VENTO (Menzione d’Onore)
di Patrizia Pallotta (Ciampino-RM)
Ereditare il vento
e seduzione mentale.
Eccomi, ti sfido.
Slega le corde
che stringono
la gioventù.
Allenta le stringhe
della chitarra.
Voglio cantare
ai trampolieri rosa
nello stagno d’argento.
Ridammi il fiato sulla pelle,
per non privarmi
dell’abbraccio
poetico di Saffo.
Ho mille modi
di poetare ancora.
Digressioni che
giacciono, in attesa
di essere aperte.
Vorresti sapere
quale sia il mio
vento preferito?
Chiudo la parentesi
variabile e soggettiva
equazione segreta
di un problema
irrisolto.
PATRIZIA PALLOTTA, vive a Ciampino, frazione del Comune di Roma. Poetessa, scrittrice
e critica, a tutt’oggi ha pubblicato sei volumi, tra racconti e poesie. Laureata all’Università di
Londra, scrive articoli di letteratura inglese. Numerosi i premi da lei vinti. Ha curato diverse
Prefazioni di libri di colleghi.
35
LE MORTI BIANCHE (Menzione d’Onore)
di Romeo Salvato (San Benedetto Val di Sambro-BO)
Vengono chiamate: “Le morti bianche”
quelle pregne di stenti e sudore
nel duro lavoro e notti stanche
per una magra vita nel decoro.
Son le morti per non morire di stenti
lavorando in siti insicuri
che evitano le leggi vigenti
aumentando profitti e denari.
Altri le chiamano: “Percentuali,
perdite nel progettato lavoro,
solo incidenti occasionali
forse frutto d’uno scarso impegno”.
Bianche morti di persone oneste
che lasciano il vuoto in famiglia.
Senza stipendio finite le feste,
desco vuoto, bambini alla veglia.
E mentre il cuore scoppia d’angoscia
per un avvenire torvo e nero
con quattro monete chiudono poscia
il conto... con un sorriso sincero.
Quanto è sincero un coccodrillo
dopo aver sbranato la preda
che l’ha pasciuto grosso ed arzillo
e ingrassato più che non si creda!
ROMEO SALVATO, nato a Pieve di Curtarolo (PD) nel 1932, vive a San Benedetto Val di
Sambro (BO). Vita di emigrante e di operaio metallurgico la sua, come tale ha maturato la pensione; ma la poesia, specie a tematica impegnata (come la presente), è stata anche uno dei suoi
hobby preferiti, conseguendo prestigiosi riconoscimenti in questo campo, tra cui ricordiamo:
“L’Orso d’oro” a Roma (1987), la “Felce d’oro” a Bologna (1994), il premio “Regione Calabria” (1998). È presente in molte antologie e riviste.
36
PICCOLE PAROLE (Menzione d’Onore)
di Maria Altomare Sardella (Desio-MI)
Con l’astuzia del serpente
la destrezza del falco
la sagacia della volpe
imprigionerò l’anima al vento
ascolterò i misteri dell’onda
strapperò l’incanto a un fiore
carpirò il suo segreto al fuoco
ruberò la nostalgia
dell’ultimo raggio di sole.
E solo allora
di simili gemme ricca
come una giovane strega
danzerò alla mezzanotte
di una notte di luna piena
la forsennata danza dell’amore.
Poi ti cercherò
e fermerò sul mio viso
la dolcezza dei tuoi occhi.
Nei tuoi occhi porrò
la domanda del mio cuore.
E così tu guardando
la mia immane fatica d’amore
non potrai non forgiare per me
le due eterne piccole parole.
MARIA ALTOMARE SARDELLA, nata a Canosa di Puglia (BA) nel 1958, vive a Desio (MI).
Laureata in Pedagogia ed abilitata all’insegnamento in Filosofia, Psicologia e Scienze dell’Educazione, attualmente insegna Lettere a Seregno. Ha pubblicato i libri di poesie: Lo spirito dagli occhi verdi e Più importante del pane (da cui trarrà uno spettacolo teatrale dall’identico titolo); i drammi: Sotto un altro cielo, Il filo di Re Anna, Stazione Centrale, Tre minuti alle quattro,
Di qua all’orizzonte, Ristretto. Numerosi e di prestigio i riconoscimenti ricevuti.
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OSPITE DAL CUORE FRAGILE (Menzione d’Onore)
di Francesca Vertolo (Perugia)
Vulnerabile venere senza trucco,
in un angolo stringi le mani dorate
i resti di una vanità che è donna.
Senza applausi la tua dolce opera si è conclusa
e con umore sanguigno siedi su un dondolo,
perduto il tuo sguardo all’orizzonte appare.
Lacrime e carezze infinite
sfiora il tuo ventre bambino.
Mentre ti rivedi in un attimo di follia,
per diritto di natura o scelta divina
un ospite dal cuore fragile nel tuo ventre soggiorna.
Accanto a un falso e folle amante
un instabile riparo costruisci.
“Schiavitù e miseria germoglieranno!
– diceva il folle –
dopo un attimo
così breve e così infinito, sorridere dentro”.
Labbra di bambino al chiarore di luna
chiuse come le porte di un tempio
a contemplare la notte.
Flebile calore un suo respiro,
odore sereno nell’aria notturna.
La tua dolce opera applaude per te,
ora appari innamorata di quel frutto di follia,
frutto tanto immaturo quanto dolce.
FRANCESCA VERTOLO è nata a Mede (PV) nel 1990, vive a Perugia. Diplomata al Liceo
Classico, è iscritta all’Università degli Studi di Perugia, facoltà di Giurisprudenza. Scrive poesie
sin dall’età di sette anni, ma solo recentemente ha cominciato a misurarsi nei concorsi letterari,
ottenendo lusinghieri riconoscimenti.
38
L’ALBERO DEL CUORE (Segnalata)
di Domenica Aloisi (Grottammare-AP)
Il mio cuore trapassa
quel cuore di fronde
ed io vedo agitarsi le onde.
Nell’azzurro terso
di quel mare di Grottammare,
io mi voglio tuffare.
Il mio sguardo spazia
tra voli bianchi di gabbiani
e incontro vicoli e orizzonti lontani.
L’estate sta sfumando
con le sue notti argentate d’incanto
ed io inseguo ancora il tuo canto.
Il vento gelido ha strappato
le foglie imbrunite all’albero del cuore,
ed io sento un acuto dolore.
La piccola Ersilia
ti osserva... del tuo verde stupita,
lei non sa che la primavera ti ha ridato la vita.
DOMENICA ALOISI è nata a San Benedetto del Tronto (AP) nel 1966, vive a Grottammare
(AP). Di professione Insegnante Elementare, scrive poesie sin dall’età giovanile. Ha partecipato
a qualche concorso, conseguendo lusinghieri risultati. Altro suo hobby è la pittura.
39
RITRATTO DI SIGNORA (Segnalata)
di Fabiano Braccini (Milano)
Dipingimi con tratto elegante
– tu che sai –
occhi intensi che mirano lontano
e un sorriso morbido,
soffuso lievemente di malia.
Pittura nell’ovale del mio viso
– senza troppo marcare –
labbra che si atteggiano al bacio
e un filo appena di seduzione:
che sia garbata, non volgare.
Disegnami un corpo armonioso
– come di sirena –
snello ma non troppo magro,
che sinuoso si adagi
a modellare una veste leggera.
Se vuoi – con la tua maestria –
ritrai sullo sfondo
quell’atmosfera suggestiva
di una limpida sera di primavera
coi riflessi rosa del tramonto.
Alla mia mano, poi, dai la posa
di un saluto.
Che non sembri però un addio,
perché io vorrei lasciare
– a chi domani sosterà a guardare –
la migliore immagine di me:
una delicata sensazione
del mio amore di vivere la vita
e l’impressione
di una interiore, pacata serenità.
FABIANO BRACCINI, nato in Toscana, vive a Milano. Accademico di diverse associazioni
letterarie, ha pubblicato i volumi Un sentiero di spine e fiori e Un’emozione, un soffio... un niente. Molte le affermazioni in concorsi letterari, con diversi primi premi e piazzamenti vari.
40
FUOCHI DI CAPODANNO (Segnalata)
di Antonio Capriotti (S. Benedetto d. T. - AP)
Ritorna acceso, irrompe ogni anno deflagrando
sulla Terra il Capodanno, capo di giorni, d’ore incerte
che verranno: incipit di luci e d’ombre
che alternate affluiranno sulle strade e agli usci
del pianeta, dove il tempo gioca indifferente
a sfarsi in refoli fuggenti ai varchi spalancati
al divenire – tu parli e già il presente è attimo
che sfuma, e mai Eraclito si bagna nella stessa acqua
del suo fiume. Tutto scorre, muta, ma sempre
col suo carico di fato il Capodanno: è tornato anche quest’anno
come sempre festeggiato di fragori, scosso
e fiammeggiato, intronato di brindisi e bengala
nell’arco fra l’estrema notte vecchia e il primo germinare
d’alba ai meridiani. Corollari di fuochi strepitanti
sopra i tetti: auspici di splendori. Oh ne restano fiammelle
ovunque per l’annata che comincia: per la giostra
delle notti orbitanti ignorate – ordinarie notti silenziose
in attesa d’un chiarore sia pur scialbo lungo i muri; ansiose
sopra mari senza sponde o sorde, letargiche notti accasciate
su chiusi battenti di case. Dei mille e mille fuochi
sciamanti questa notte a vortici di nulla
rimanga sospesa nel cuore di ogni notte una candela
col suo alone giallo – scontornato e tremebondo
segnacolo di pace o di speranza – su ogni soglia.
ANTONIO CAPRIOTTI, nato a Ripatransone, risiende a San Benedetto del Tronto. Professore di Lettere in pensione, autore di varie sillogi di versi, ha conseguito recentemente innumerevoli vittorie in concorsi letterari (“Rassegna Letteraria Sanbenedettese”, Comune di RivanazzanoPV, “Città di Porto Recanati”, “Città di Ancona”, “Riviera Adriatica”, “Città di Monza”, ecc.
41
A CHIARA (Segnalata)
di Maria De Luca (Napoli)
L’immenso negli occhi
ridenti e lucenti
spuma di onde
nel bianco sorriso,
la osservo... spiando
la sua pelle di luna.
Diafano e acerbo
il corpo si muove
tendendomi le mani
come quando, bambina,
mi spalancava l’alba.
MARIA DE LUCA è nata e risiede a Napoli. Laureata in Scienze Biologiche, insegna Scienze
Matematiche. Scrive poesie in forma estemporanea e senza alcuna finalità letteraria; tuttavia ha
conseguito dei brillanti risultati nei concorsi ove ha partecipato. Nel 2009 è stata insignita del titolo di “Donna dell’anno” ad Agropoli (SA).
42
L’ANIMA (Segnalata)
di Giselda Desiderio (Chieti)
L’anima annaspa avvinghiata alla vita,
cerca fantasmi di sogni che più le appartengono.
Come foto sbiadite, tornano alla mente
emozioni che hanno divorato il cuore.
Le onde fugaci di un mare sfinito
rincorrono lampi di memoria
ed i rami di giorni vissuti,
si intrecciano nel giardino della vita,
per dissetare la speranza.
Imbrunisce la terra, il glicine è spoglio;
ed ora tra foglie di silenzio, i piedi
frugano nel paradiso dei ricordi: i rami
tendono al cielo le braccia
ancora verso l’Infinito.
GISELDA DESIDERIO è nata e vive a Chieti. È insegnante elementare. Scrive poesie sin
dall’età scolare, ma solo recentemente, grazie agli incoraggiamenti di amici poeti che hanno apprezzato le sue composizioni, ha iniziato a partecipare a concorsi letterari, conseguendo dei lusinghieri risultati.
43
AMICA MIA (Segnalata)
di Sara Fasciani (Pescara)
Sei amica vera, non mi lasci sola,
ogni momento sento la tua voce
non affralita dalla lontananza,
nulla nascondi di gioie e dolori,
tutto confidi con accento schietto
e se racconti di esperienze belle
con le parole calde di sorriso
vedo il tuo volto riflesso nel cuore,
e per la tua forza che sprigiona forza
pervade me compresa a rievocare
gli anni felici nella tua città...
a progettare incontri conviviali
per custodire i ricordi più cari
come suggello di amicizia intatta.
SARA FASCIANI, nata a Molina Aterno (AQ), vive a Pescara. Diplomata all’Istuto Magistrale a
L’Aquila, giovanissima vince il concorso e si dedica immediatamente all’insegnamento. Coltiva da
sempre l’amore per il teatro, la musica e la poesia. Fa parte, infatti, del coro “Argento vivo” diretto
dal M° Filippo Piselli. Accademica di alcune note associazioni, ha pubblicato il primo volume di
poesie Immagini e riflessioni (2007), ed ha conseguito brillanti risultati in diversi concorsi a cui ha
partecipato.
44
PER RIFLESSO (Segnalata)
di Ercole Florà (Sant’Omero-TE)
Egli percepisce lo sgomento ogni qualvolta il ritmo dei giorni l’incalza,
e... lei così straordinariamente ferita!
E non c’è un minimo istante di tolleranza,
ma è pur vero che dall’alto della disperazione si alza il muro
delle verità, ma senza odio, ma sì con disappunto.
Oh, mia cara quali sensazioni spiacevoli: ma solo il volteggiare
di un gabbiano o l’odore dell’erba tagliata o il colore di un narciso
a primavera; oh sì che il mio volto è pieno di felicità,
e... lei così straordinariamente ferita!
Il tenero ricordare, le mani vicine, il pensiero dei giorni,
il caldo amore del ricordo: il tempo che s’è fermato e che genera
ostilità nuove; ma è pur vero che ciò che ci accompagna non è solitudine.
C’è una nuova speranza, ed è un’onda di propositi, ed è solo
una vita, una nuova vita che arriva e che ti prende la gioia,
e... lei così straordinariamente ferita!
La dimensione per sopprimere tutto ciò, non esiste.
Ma c’è il risveglio, e gli occhi che ci indicano inaspettate aperture;
l’abilità dei sogni nel toccare gli orizzonti;
la volontà che risalta la sopraffazione dell’inusitato,
e... lei così straordinariamente ferita!
Oggi è ben altro,
come se lentamente si arrivasse a un porto, sotto un cielo cupo
e le stelle brillare; la composizione dell’uomo che non si è piegato
alla viltà dei giorni;
grazie al suo spazio, le distanze assopite;
grazie al mio fervore, lontani gli spazi ciechi.
Non una fuga, ma la ricomposizione di un petto che batte
e... ancora lei così straordinariamente ferita!
ERCOLE FLORÀ è nato e vive a Sant’Omero (TE). Diplomato all’Istituto Magistrale, è dipendente Amministrativo della ASL. Naturalista per passione, pratica alpinismo e sci di fondo.
Poeta estemporaneo, le sue liriche sono quasi sempre dedicate alla moglie, come la presente.
45
ALLA POESIA (Segnalata)
di Cesarina Giustozzi (Macerata)
Nasce la poesia
dalle pietre
di Lascaux
le Veneri sepolte
acque feconde
di Saffo e Nefertiti.
Altare sui fregi
della Grecia
giovinetta.
Polvere
nei sotterranei
del gladiatore
le vie francigene
i roghi delle Chiese.
Train de vie
tra i fili spinati
e rossi e neri,
nel garage
Olimpo
anni di piombo.
Flebo cristallina
nelle fredde
astanterie.
Peste dei vecchi.
Gioia eterna
mai condivisa.
CESARINA GIUSTOZZI vive a Macerata. Scrive da molto tempo per hobby. Ha collaborato
al periodico “Insieme Marchigiani nel mondo”, diretto da E. Baciocchi.
46
IN RIVA AL MARE (Segnalata)
di Ida Gorgoretti (Giulianova-TE)
Seduta in riva al mare, con le ginocchia al petto, i capelli al vento
ascolto la voce dei ricordi...
pellicola in bianco e nero
sbiadita nel tempo dalle lacrime fuggite al dolore.
Sul caldo manto sabbioso
orme, di chi ho tanto pensato di dimenticare,
cancellate dalle maree.
Urla, nella mente, zittite dallo sciabordio delle onde.
Oh... voce infinita, trasporta nella tua eco, per mari lontani,
il mio pianto di bimbo ferito,
memore di chi riposa per sempre nell’immensità del mare...
quel mare tanto amato che a volte ferisce.
IDA GORGORETTI, di anni 35, vive a Giulianova (TE). Scrive poesie sin dall’età giovanile,
e recentemente ha partecipato a concorsi di rilevanza nazionale (Premi “Anfiosso”, “Ibiskos”,
“Falesia”, “Lu mare nostre”, ed altri), conseguendo lusinghieri risultati e apprezzamenti.
47
AMOR TACIUTO (Segnalata)
di Vinia Mantini (Ortona-CH)
Creatura dal nobile rispetto,
a te basta uno sguardo per parlare,
forse sogni nella mia mente metti
o dal cuor devo tutto cancellare?
E sguardi e labbra parlano da soli,
mi tremano le gambe, il cuor s’accende,
vorrei poterla dir quella parola:
meglio tacere e custodirla dentro.
Le nostre strade non s’incontreranno,
sperando io che un giorno non mi pento
– anche se sento nel mio cuor l’affanno –
di aver serrato in me quel sentimento.
Le mie emozioni vibrano nel cielo,
le porterò più su nel firmamento,
per quando arriverà il grande gelo
e conterò le stelle a cento a cento.
Amore disperato.
Amor represso.
Amore non vissuto.
Amor taciuto.
VINIA MANTINI è nata a Pianella (PE) nel 1950, vive ad Ortona (CH). Autodidatta in campo letterario, scrive tuttavia poesie, dialettali e in lingua, sin dall’età scolare. Negli ultimi anni
ha cominciato a misurarsi nei concorsi letterari, ottenendo subito risultati più che lusinghieri.
Scrive anche testi per canzoni, musicate dai maestri Vincenzo Coccione e Francesco Pincelli.
48
MARIANNA (Segnalata)
di Anna Maria Obadon (Ancona)
Al tramonto, quando si accendevano i lumi
delle strade e delle piazze
fra i muri dei vicoli arroccati
scivolava un’ombra solitaria:
leggeri i suoi passi nell’antico
silenzio di pietra.
A volte canticchiava strane filastrocche
con voce sottile di bambina
altre volte serrava le labbra
in una sorta di coro muto
e i suoi occhi troppo lucidi
si perdevano lontano
oltre l’immaginaria linea
dell’orizzonte.
È pazza – la gente mormorava –
e sorpassandola affrettava il passo
ed io non capivo quegli occhi sfuggenti
quel parlottare sommesso
per tracciare un preciso confine.
A me bambina dalle ginocchia sbucciate
sembrava qualcosa
fra una strega e un folletto
che conosceva a memoria
il linguaggio di qualsiasi oggetto.
Nascosta dietro lo spigolo
di un angolo restavo a guardarla affascinata
con quei vecchi maglioni sformati
seduta per ore sui gradini consumati
di un antico postribolo.
49
È pazza – la gente mormorava –
ma io guardavo quei fiori di campo
quelle spighe rinsecchite
che teneva poggiati sul grembo.
Mi diceva: “Puzzano i gigli”.
E accarezzava
con infinita dolcezza
i suoi fiori di campo e le spighe
come fossero stati i suoi figli.
ANNA MARIA OBADON è nata nel 1947 ad Ancona ed ivi risiede. Di recente ha partecipato
ad alcuni concorsi letterari (Savona, Valsorda, Senigallia, Terni, ecc.), ottenendo lusinghieri risultati.
50
SACRILEGA (Segnalata)
di Marinella Paoletti (Colli del Tronto - AP)
SACRILEGA!
Poliedrica sciocca!
Convinci le tue convinzioni
a scavarti la fossa!
Non sai quello che dici,
quello che scrivi.
SACRILEGA!
Inutile avanzo di anima...
Non conosci
che il tuo lato sciancato.
Bastarda!
Pensi che tutto ti sia dovuto,
che la tua sia la parola più giusta,
l’affermazione vincente,
l’inafferrabile lucidità.
Tu credi?
Credi che basti un rantolo
per essere madre?
È questo essere madre?
Gemere, rantolare, contorcersi
quel tanto che basta
ad espellere vita?
Espellere vita su vita...
Cos’è essere madre?...
Un abbraccio, un singulto,
un isterismo taciuto.
Odio quel tuo essere
semplicemente devastante...
Non cambi mai nemmeno quando
dovresti nasconderti al mondo.
51
MADRE...
Gridi, e vorresti che il mondo
si piegasse al tuo dolore
che ti togliesse
quel cancro di dosso,
perché soffrire non fa parte di te...
Non è giusto per te...
Non è questo
il ringraziamento alla vita...
Lui ti sta solo punendo e ti fa male...
È tra le gambe che scivola il sangue.
Esce da te, non per te...
Ti fa ancora del male
e tu vuoi solo espellere.
Quella punizione beffarda...
Raschiata è la gola
da vocali asciutte
da consonanti distorte...
E lì tra i pugni conserti
conosci il suo volto
ascolti il suo pianto.
Ed il dolore non è più tuo
... ORMAI...
MARINELLA PAOLETTI risiede a Colli del Tronto, una “terrazzina”, la cui vista spazia sulla
vallata del Tronto, per abbracciare i Monti Sibillini e il mare. Ha un diploma di ragioniera, e in
campo poetico da poco ha iniziato a partecipare ai concorsi, ottenendo già lusinghieri riconoscimenti: finalista al Concorso “Dell’Arco”, oltre a questo di Grottammare.
52
SI ENTRA NEL TUO CORPO (Segnalata)
di Silvia Raccichini (Porto San Giorgio - FM)
Si entra nel tuo corpo
come un inchino profano
all’altare del giorno in cui le tue mani
recidevano il filo della resurrezione,
nella notte in cui niente restava
e in un attimo tutto cambiava.
Si entra nella tua bocca
come cani affamati e senza perdono
che implorano un pezzo di vita
e abbaiano alle tue nuda ossa
la loro noia e la loro disperazione.
Come cani in disuso
si sta travolti nel seno del tuo silenzio
a calpestare un passato sconsacrato,
a invocare un nuovo avvenire,
a cercare una storia da redimere
dove ingoiare questo presente
e inchiodare ad una croce
le urla scomposte degli inganni perpetrati.
Si entra nella tua dimora
e i cocci rotti sono occhi
trapuntati nello specchio spezzato
della tua disinvolta dignità.
SILVIA RACCICHINI è nata a Fermo nel 1978, ufficialmente risiede a Porto San Giorgio, ma
vive prevalentemente a Grottammare. Laureata in Lingue e Letterature Straniere, lavora a San
Benedetto del Tronto. Nel 2003 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Uno. Organizza e
collabora a manifestazioni culturali. Sue poesie sono inserite in diverse antologie.
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IO, PENELOPE (Segnalata)
di Katia Salvi (Giulianova - TE)
e volteggiavano i tuoi occhi
tra le mie rughe
urtando ciocche bianche.
Fu ieri
O forse solo un sogno
Io
di nuovo il suono del violino,
la fonte assolata,
il pino.
Tu
Per caso, nella stessa stanza,
beffardo, il tuo cuore
piangeva il ricordo.
Imprigionate,
le nostre vite
volano lontano, per inerzia,
cercando guadi.
Immobili,
i nostri sentimenti
aggrappati al soffitto,
uccelli silenziosi
smaniosi di volare.
Tu
Io
la tazzina bollente
la rugiada sui vetri
a ricamare il sole
in un giorno di Dicembre.
Sguardi
pregiudizi
sicumere
ricordi
di campi fioriti
tutto era lì
volteggiava
volteggiava.
KATIA SALVI, di Giulianova (TE), pur essendo la poesia la sua grande passione, solo recentemente si è decisa a cimentarsi anche nei concorsi letterari, conseguendo subito lusinghieri risultati, tra cui anche un primo posto al “Memorial D. Foglia”, oltre ad altri piazzamenti (tra i
quali il 5° posto al prestigioso “Il Convivio”, di Catania) e menzioni d’onore. Sue poesie sono
inserite in diverse antologie.
54
GIOIA (Segnalata)
di Patrizia Settepanella (Nereto - TE)
Ti vedo. Improvvisamente.
Corro tra la folla e ti abbraccio
amore mio.
Assaporo questo istante
sentendomi come un’effimera in volo,
ignara del domani.
PATRIZIA SETTEPANELLA è nata e vive a Nereto. Laureata in Lingue e Letterature Straniere, nonché in Lettere, è impiegata presso la Cassa di Risparmio. La lettura, specie della poesia, è tra i suoi hobby preferiti. Questa è la sua prima partecipazione a un concorso letterario.
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I SOGNI SONO LA SCHIUMA DEL MARE (Segnalata)
di Tiziana Totò (S. Benedetto d. T. - AP)
I sogni sono la schiuma del mare,
fatti di ricordi e di promesse
mi trascinano dolci,
mi riportano a te.
E come la schiuma del mare,
i sogni svaniscono
o si infrangono
contro uno scoglio perduto.
Il sole brilla freddo
e io vorrei essere al largo,
vorrei essere schiuma,
lontana da te.
TIZIANA TOTÒ, dopo aver trascorso infanzia e adolescenza a San Benedetto del Tronto, si è
trovata per lavoro a vivere lontano dalla sua città. Ma ama tornarvi spesso per lunghe nuotate
nell’Adriatico.
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SEZIONE “B”
Poesia inedita in dialetto
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GRADUATORIA FINALE
1° class. GIUSEPPE VULTAGGIO (Trapani)
2° class. GUIDO LEONELLI (Trento)
3° class. GIANCARLO SCARLASSARA (Verona)
Finalisti: Marco Managò (Roma), Franco Ponseggi (Ravenna), Cesare Nicolini (Pescara), Attilio Rossi (Torino), Loredana Simonetti (Roma).
Menzione Speciale di Merito: Francesco Di Bonaventura (Roseto d.A. - TE),
Sandro Angelucci (Rieti), Lucio Cancellieri (Teramo), Mauro Domenella
(Castelfidardo-AN), Candeloro Lupi (Ortona-CH).
Menzione d’Onore: Romolo Abbonizio (Chieti); Elisabetta Di Iaconi (Roma); Franca D’Angelo (Pescara); Maria Pia Di Nicola (Roseto d.A. - TE);
Vittoria Giuliani (S. Benedetto d.T.- AP).
Segnalazione: Franco Corbo (Napoli); Rina Bontempi (Ancona); Nazzareno Bruni (S. Benedetto d. T.- AP); Floredana De Felicibus (Atri-TE); Bernardino Dell’Aguzzo (Giulianova-TE); Concezio Del Principio (Atri-TE);
Sergio Gregorin (Gorizia); Paola Macellari (Perugia); Chiara Severini (Pescara); Alessandro Mordini (Ancona).
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ASCÙTAME VENTU (1ª classificata)
di Giuseppe Vultaggio (Trapani)
O ventu chi canusci tuttu ’u munnu…
Senti ccà a mia, ascutami un mumentu,
picchì mi noci? Nun firriari ’n tunnu...
nun viri chi caminu quasi a stentu?
Nun pèrdiri ’u to’ tempu, ccà, cu mia,
apprezzu ’i to’ carizzi, li to’ curi,
ma si ô me cori voi dari alligria...
sentimi ventu, fammi stu favuri:
mentri chi curri, pigghia ’i mugghi ciuri
e fanni un mazzu riccu di culura,
di lu me suli pigghia lu caluri,
poi ’nfascia tuttu ma... mettici cura;
poi aggiungi spighi e a centru un beddu gigghiu,
e fallu, poi, di zàgari assai chinu
e pi ciauriari mugghi, ti cunsigghiu,
un mistu di limiuni e mannarinu;
poi pigghi un nastru ch’àvi li culura,
di quannu ’u suli sta... tra celu e mari
e poi aspetta, ventu, quannu scura:
servinu ’i stiddi... pi fallu brillari!
E ora chi si prontu, vola ventu,
vola dirittu, versu lu “Signuri”,
porta stu donu e dicci chi nun mentu,
si a canciu ci addumannu “Paci” e “Amuri!”
59
TRADUZIONE: ASCOLTAMI VENTO
O vento che conosci tutto il mondo… / senti qua a me, ascoltami un istante / perché mi
inquieti? Non girare intorno…/ non vedi chi cammino quasi a stento? // Non perdere il tuo
tempo, qua, con me, / apprezzo le tue carezze, le tue cure, / ma se al mio cuore vuoi dare
allegria… / ascoltami vento, fammi questo favore: // mentre che corri, prendi i migliori
fiori / e fanne un fascio, ricco di colori, / del mio sole prendi il calore, / poi lega tutto
ma…mettici cura; // poi aggiungi spighe ed a centro un bel giglio, / e fallo, poi, di zagare
molto pieno / e per profumare meglio, ti consiglio, / un misto di limone e mandarino; // Poi
prendi un nastro che abbia il colore, / di quando il sole sta…tra cielo e mare / e poi aspetta, vento, quando fa buio: / servono le stelle…per farlo brillare! // E ora che sei pronto,
vola vento, / vola dritto, verso il “Signore”, / porta questo dono e digli che non mento, / se
in cambio gli domando “Pace” ed “Amore!”
GIUSEPPE VULTAGGIO è nato ad Erice (TP) nel 1964, vive a Trapani. Diplomato in Ragioneria, svolge l’attività di agente di commercio. È poeta, commediografo, scrittore, nonché speaker,
conduttore e regista radiofonico. Tra le sue opere principali ricordiamo: Scrivi... lu Cori, Nun
chiamatimi... pueta, poesie in dialetto siciliano; E la Musica... non cangia, commedia musicale;
E vinni... Natali, drammatizzazione in lingua siciliana sulla nascita di Gesù; Renzu e Lucia... però secunnu mia, commedia parodistica del romanzo “I promessi sposi” di Manzoni, in dialetto
siciliano; e tante altre. A tutto il 2009 ha conseguito 31 primi posti, 20 secondi posti, 7 premi
speciali e diverse decine di menzioni ed altre attestazioni.
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AQUA (2ª classificata)
di Guido Leonelli (Calceranica-TN)
No gh’è pu aqua gnanca per i sióri
(formént e riso i manca za da ’n pèz)
gh’è massa pòra zent che la stà ’n mez
che la gà sé ne pu ne men de lori.
El mondo ’l s’à fat pìcol dént ai óri
quéi tesi i varda i altri de sbighèz
sbòvi négri sdraméleve fòr de mez
se volé sparmiarve altri dolori.
Se i beve tuti ’n bicér de aqua al dì,
no se pòl sbarar la neve col canón
se pòl serar le tèrme e la pissìna
ma ’ntant i sbòvi négri za i se bina
a reversar sto mondo cossì ’mbroión
anca se de qua no i à ancór capì
che ’l zóch l’è zamai finì:
drìo a l’ancòi no ghe sarà ’n domàn
se quèi pu tési no i ghe darà na man.
GUIDO LEONELLI nasce a Valdaora (BZ) nel 1939, vive a Calceranica (TN). Laureato in Sociologia, ha lavorato per il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Scrive poesie dall’età giovanile, ma
da una quindicina d’anni si è dedicato prevalentemente alla poesia dialettale trentina, per la quale ha ottenuto moltissimi riconoscimenti in concorsi e rassegne. Collaboratore delle riviste: Terra Trentina, edita dalla Provincia Autonoma di Trento, e Tutta Povo, entrambe con una rubrica
dedicata al dialetto. Tra le sue opere più note ricordiamo: Rèfoi de destràni e Uce che spónze
(2000), Sgéve de vita (2002), Amór en zìnzoria (2004), Sól e nùgole ’n riva al lach (2008), Far
buti nòvi (2008), 2008 in bisèst (2009). Più di una cinquantina – tra primo, secondo e terzo classificato – i riconoscimenti conseguiti in concorsi letterari nazionali.
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TRADUZIONE: ACQUA
Non c’è più acqua nemmeno per i ricchi / (frumento e riso mancano già da un pezzo) /
c’è troppa povera gente che sta in mezzo / che ha sete né più né meno di loro. // Il mondo
s’è fatto piccolo dentro ai confini / quelli sazi guardano gli altri di traverso / scarafaggi
neri sciabattatevi fuor di mezzo / se volete risparmiarvi altri dolori. // Se bevono tutti un
bicchiere d’acqua al giorno, / non si può sparare la neve col cannone / si possono chiudere le terme e la piscina // ma intanto gli scarafaggi neri già si radunano / a ribaltare questo mondo così imbroglione / anche se di qua non hanno ancor capito // che il gioco è già finito: / dietro all’oggi non ci sarà un domani / se quelli più sazi non gli daranno una mano.
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AL JORNO COME NE LE FOLE (2ª classificata)
di Giancarlo Scarlassara (Cologna Veneta - VR)
Col primo ciaro la tera se sveja;
bagnà dal sguazo i prà i sluse contenti;
basà dal sole i xe ’na maravedi.
Varda rapìo ’l jorno a la so prima ora
te squerzi che ’l mondo xe in tension.
Soto sforzo l’amore viene fora,
metendo ’n ato ’na sana emozion
che la ghe vole par stare de sora;
e vivar co ’na s-cianta de passion.
Intanto ’l sole basa l’erba verde
E lo spirito fresco no’ se perde.
Più tardi sora i campi e le contrà
el sole sfodra tuti i so colori:
de oro, de tera e de vita impastà.
Questa xe la canzon de la natura,
che la canta co’ i oci driti ’l cielo.
A ’olte ’l tempo tiràn mete paura;
co’ corajo e passion torna anca ’l belo,
parché la vita l’onesto matura.
La sorte pia sta sconta soto ’n velo
De bei colori e fato co’ fervore,
e l’omo g’à da dare tanto amore.
Co’ la sera ’l sole sbiadìo se sconde
e pare che ’l se scorda de la tera;
dopo ’l se buta in mare tra le onde.
63
Pian i pròa la fadiga anca i fiori,
a sto ponto ’na sosta ghe voria,
par tuti i èssari, senza i rumori.
Le prime ombre le dà malinconia,
bisogna métare ’n campo i valori:
quéi che la vita dura porta via.
Ma dopo co’ velo blu de la sera
el cielo mostra la perla pì vera:
Proprio la Luna, col so viso tondo;
o quando la mete ’n mostra i bei quarti.
Da inamorà la varda ’l vecio mondo.
TRADUZIONE: AL GIORNO COME NELLE FAVOLE
Al primo raggio la terra si desta, / umidi di rugiada i prati splendono; / baciati dal sole sono una meraviglia. // Guarda rapito il giorno nella tenue alba / e scopri che il mondo
è in tensione. / Con energia l’amore viene fuori, / dando vita ad una sana emozione / che
ci vuole per tenersi a galla; / e vivere con un pizzico di passione. / Intanto il sole asciuga
l’erba verde / e lo spirito fresco non si perde. // Più tardi sulle contrade e i prati / il sole
ostenta tutti i suoi colori: / d’oro, di terra e di vita impastati. // Questa è la canzone della
natura / che la canta con gli occhi fissi al cielo. / A volte il tempo despota mette paura; /
con coraggio e passione poi torna il bello, / perché la vita matura l’onesto. / La pia sorte
si cela sotto un velo / di bei colori e tessuto con fervore, / e l’uomo deve espandere
l’amore. // Di sera il sole pallido si nasconde / e sembra che si scordi della terra; / quindi
si getta in mare tra le onde. // Piano sentono la fatica anche i fiori, / a questo punto servirebbe una sosta / per tutti gli esseri, senza i rumori. // Le prime ombre portano malinconia, / serve mettere in campo i valori: / quelli che il conformismo manda via. / Ma poi col
manto blu della sera / il cielo mostra la perla più vera: // Proprio la Luna, col suo volto
tondo, / o quando mette in mostra i bei quarti. / Da innamorata veglia il vecchio mondo.
GIANCARLO SCARLASSARA è nato e vive a Cologna Veneta, dove lavora. Docente di
Scuola Media, oggi in pensione, scrive da oltre trent’anni in prosa e in poesia. Dal 1999 è membro di diritto del CDAP-UPCE (Centro Divulgazione Arte Poetica - Unione Pionieri della Cultura Europea), nonché membro dell’Accademia “V. Alfieri”, di Firenze, e aderente al movimento
letterario del “Dolce Stile Eterno”. Ha pubblicato i seguenti libri: Libero volo, El vento de
l’emozion (poesie dialettali), I sonetti dell’inconscio. Tantissimi i premi letterari conseguiti, con
diverse decine di primi premi.
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SOTTO AR CELO (Finalista)
di Marco Managò (Roma)
Mamma piagneva de filicità
e co pacenza asciuttava la faccia
finenta so’ arivato io, poraccia
mongolo, nencio, l’ho fatta crepà.
Mamma! Nun so’normale, nun sforzà!
Me voi fa vedé bella sta robaccia
ma io sto bene così tra le braccia
pebbìio, der core tuo, nun raggirà!
A capì nun so’ poi tanto veloce
ma er mejo intanto lo capisce er core
ché pure pe me Cristo morze in croce.
Nun potrenno cambià sto sbozzo in fiore
ciò solo un core che fa arzà la voce
che a trapiantallo ve dà più valore.
TRADUZIONE: SOTTO AL CIELO
Mamma piangeva di felicità / e con pazienza asciugava la faccia / finché sono arrivato
io, poverina / down, tardo di mente, l’ho fatta morire di crepacuore. // Mamma! Non sono
normale, non sforzarti! / Mi vuoi far vedere bella questa robaccia / ma io sto bene così tra
le braccia / accidenti, del cuore tuo, non cambiare quello che è. // A capire non sono poi
tanto veloce / ma il meglio comunque lo capisce il cuore / perché pure per me Cristo morì
in croce. // Non pretendo cambiare questa persona deforme in fiore / ho solo un cuore che
fa alzare la voce / e che se ve lo trapiantassi vi darebbe più valore.
MARCO MANAGÒ, nato a Roma nel 1969 e cresciuto nella stessa città, da anni è appassionato di terminologia dialettale romanesca, di poesia in lingua italiana e di narrativa. Ufficiale in
congedo della Marina Militare, è giornalista pubblicista dal marzo 2003 e autore di un "Rimario
del dialetto romanesco", edito nello stesso anno. Ha pubblicato, nel 2009, un volume di saggistica dal titolo "Italiani in fila" (Serarcangeli Editore). Svolge attività lavorativa nel settore della
Pubblica Amministrazione, alla quale abbina la collaborazione alla pagina “interni” di un quotidiano a diffusione nazionale. Molti i premi vinti.
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A VREB AVDÉ (Finalista)
di Franco Ponseggi (Bagnacavallo-RA)
A vreb avdè la bleza d’un’ uviôla
stra l’érba e al foj d’un fös, a premavira,
a vreb sintì l’armòr de vent ch’e’ tira,
d’un zöch ch’e’ bruša lent ins un’ irôla.
Stra amigh sintì e’ calor d’una parôla
còma un pô d’ sól d’invern’ a la custira;
farmês, sintì la tëra ch’ la rispira,
farmês e mets’ in sdé, ascultê una fôla.
Mo tot i cor, i va, i pretènd, i ziga,
sta vita senza temp la s’abarbaja,
ch’ u-n s véd cvel ch’ l’ è piò cêr e misterioš,
e’ côr ch’e’ bat, un fiór, una furmiga,
e’ zil la nöt, e’ vól d’una parpaja.
A vreb sintì e’ silenzi, la su vóš.
TRADUZIONE: VORREI VEDERE
Vorrei vedere la bellezza d’una viola / tra l’erbe e le foglie di un fosso, a primavera, /
vorrei sentire il rumore del vento che tira, / di un ceppo che brucia lento su un’arola [piano del focolare nel camino]. // Tra amici sentire il calore di una parola / come un po’ di
sole d’inverno a solatio [luogo esposto al sole]; / fermarsi, sentire la terra che respira, /
fermarsi e mettersi a sedere, ascoltare una favola. // Ma tutti corrono, vanno, pretendono,
urlano, / questa vita senza tempo ci abbaglia, / che non si vede quello che è più chiaro e
misterioso, // il cuore che batte, un fiore, una formica, / il cielo la notte, il volo di una farfalla. / Vorrei sentire il silenzio, la sua voce.
FRANCO PONSEGGI, nato a Bagnacavallo (RA) nel 1951, ivi risiede. Laureato in Ingegneria
Nucleare, fino al 2009 ha insegnato a Lugo (RA). Ora è in pensione. Scrive poesie dagli anni del
liceo. Nel 2003 ha pubblicato: Agli è röb da ridar, un volume di poesie umoristiche. Numerose
le sue affermazioni in campo letterario, contando a tutto il 2009 oltre venti primi posti e diverse
decine di altri piazzamenti e riconoscimenti vari.
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RUSARIE DE ROSE (Finalista)
(canto di preghiera per l’Aquila 6 aprile 2009)
di Cesare Antonio Nicolini (Pescara)
Pe’ quante vote ’n cime haje ’uardate,
vulesse avè’ ddù solde de cumbitte:
ce-armbiesse tutte quante ’sta vallate
ddo’ vole sopra sopre le cillitte.
Dapù l’arcoje aleste a una a une
pe’ farce ’nu Rusarie de berlante,
e spere che m’aiute cacchedune
p’abberrutarle a ’st’Àquele ch’ha piante.
(Ritornello)
O cullane de la nustalgije
J’ te prehe: cunzule ’stu core!
O Rusarie de l’Avemmarije
J’ te cerche la pace e ’nu fiore,
e vulesse pe’ nu’ n’âtra cose:
che ’sta terre s’armbjesse de rose.
L’Àquela stòreche, antiche e nuvelle,
a la ’ndrasatte si’ ’vute ’na scosse:
’n si’ fatte ’n tempe a spelli’ na favelle,
già tonne tonne s’ha fatte lu fosse.
Ma nghe le scenne e lu core arpezzite,
e la saggezze cucciute abruzzese,
a ccuna a ccune d’amore ’nfinite
tu si’ arbijate, gintile e curtese.
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TRADUZIONE: ROSARIO DI ROSE
Per quante volte in cima ho guardato, / vorrei avere due soldi di confetti: / ci riempirei
tutta la vallata / mentre più in alto volano gli uccellini. // Poi li raccolgo in fretta ad uno
ad uno / per farci un Rosario di brillanti, / e spero che mi aiuti qualcuno / per cingere
quest’Aquila che ha pianto. // O collana della nostalgia / io ti prego: consola il mio cuore!
/ O Rosario dell’Ave Maria / io ti cerco la pace e un fiore, / e vorrei per noi un’altra cosa:
/ che questa terra si riempisse di rose. // L’Aquila storica, antica e nuova, / all’improvviso
hai subito una scossa: / non hai potuto proferir parola, / già tutt’intorno s’è fatto lo sfascio. // Ma con le ali ed il cuor ricuciti, / con la saggezza cocciuta abruzzese, / a poco a
poco d’amore infinito / sei ripartita, gentile e cortese.
CESARE NICOLINI, nato a Ortona (CH) nel 1939, risiede a Pescara. In campo letterario può
definirsi un autodidatta, in quanto alla poesia è approdato in modo autonomo sin dall’età giovanile, ma ne ha interpretato subito forme e significato, riscuotendo immediatamente consensi e
riconoscimenti. Scrive in lingua e in dialetto, prediligendo tuttavia questa seconda forma. Ha
composto anche diverse decine di testi per canzoni, alcuni dei quali musicati dai figli musicisti
(anche il testo sopra riportato è una canzone, di cui c’è già lo spartito). Ha pubblicato i volumi:
Scenne di fringuelle e ’Na voce prima jurne. Molte le affermazioni, con decine di primi premi,
sia in concorsi poetici che in quelli musicali, in questi ultimi come autore dei testi.
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ËL CANTÉ DËL GAL (Finalista)
di Attilio Rossi (Carmagnola-TO)
Coma chiel fasìa già tute le matin
ëdcò col dì l’ha comensà a canté:
drinta so gioch, sensa gnun sagrin,
la soa testa drita mach për saluté.
La soa bela crësta rossa bin solià
a dasìa ciair ël sens ëd la coron-a:
përché ’d col polì, chiel, a l’era ’l Re
e lo controlava pròpi ’d... person-a.
Andrinta na cort, ciaira e luminosa,
a-i caminava col nòbil bin soagnà:
con ël so pass leger a spassigiava
blagand con soe piume bin pënnà.
Chiel as fasia bel con soe galin-e
ch’a lo cudio pien-e d’amirassion:
për ël blagheur a l’ero soe regin-e
ma a deuvio capì bin la situassion.
Ma ’n brut di ij làder a son passà
edal polì l’han piait tute le galin-e:
chiel për soa fortun-a a l’è scappà
ma col brut di l’ha faije... pròpi fin-e.
Për un po’ ëd temp l’ha pa pì cantà
con ël so cheur pien ëd soferensa:
peui con cole pole neuve l’ha trovà
na rason neuva për... soa esistensa.
An fond a costa stòria a-i è na mora!
ch’a val s’a-i è ’l sol e con la brin-a:
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për podèj sempre senti canté ’n gal
basta ch’a-i sia davzin... soa galin-a.
TRADUZIONE: IL CANTARE DEL GALLO
Come lui faceva tutte le mattine / anche quel giorno ha iniziato a cantare: / dentro al
suo pollaio, senza nessun cruccio, / il suo capo eretto solo per salutare // La sua bella cresta rossa ben lisciata / dava chiaramente il senso della corona: / perché di quel pollaio lui
era il Re / e lo controllava proprio di..persona // Dentro ad un cortile chiaro e luminoso /
camminava quel nobile ben curato: / col suo passo leggero passeggiava / si vantava con le
sue penne ben pettinate // Lui si faceva bello con le sue galline / che lo accudivano piene
di ammirazione: / per l’elegantone erano le sue..regine / ma dovevano capire bene la situazione // Ma un brutto giorno i ladri sono passati / e dal pollaio hanno preso tutte le galline: / lui per sua fortuna è riuscito a scappare / ma quel brutto giorno ha avuto tanta paura // Per un po’ di tempo non ha più cantato / con il suo cuore pieno di sofferenza: / poi
con quelle pollastre nuove ha trovato / una nuova ragione per... la sua esistenza // In fondo a questa storia c’è una morale / che vale se c’è il sole e con la brina: / per poter sempre sentire cantare un gallo / basta che ci sia vicina…la sua gallina.
ATTILIO ROSSI è nato a Carmagnola (TO) nel 1942 ed ivi risiede. Innumerevoli i concorsi
da lui vinti; analizzando solo quelli dal 1° gennaio 2008 ad oggi, abbiamo: “Emozioni a Roma”,
”Italian Festival Literary” ad Alice Bel Colle (AL), “Alfonso Di Benedetto” a Chiusa Pesio
(CN), “Giunco” a Brugherio (MI), “Cesare Pavese” di S.Stefano Belbo (CN), per una poesia in
vernacolo; “ACSI-CONI” a Roma, per una poesia in lingua; “Premio Pavese-Grinzane”, “Priamar”
di Savona, per un racconto; “Micheloni di Aulla (MS) per una silloge poetica; ed altri ancora.
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SMARIMENTO (Finalista)
di Loredana Simonetti (Roma)
Me piacerebbe fa’ l’indifferente:
è ’n giorno come ’n’antro, stamattina
nun è cambiato gnente, è tutto come prima:
l’amici, la famija, l’artra ggente...
Ma dentro rido, rido e so’ felice,
le gambe tremmeno e ’r core batte forte;
vorei che l’ore diventassero più corte
pe’ sentì lui stasera che mme dice!
Quello che dice nun è ’na garanzia,
nun è programmazione né certezza,
ma se l’inquadro sotto ’na poesia
lo sento, vivo n’attimo d’ebbrezza.
Se chiama amore? Boh, forse sentimento,
però, me trovo bene nelo smarimento!
TRADUZIONE: SMARRIMENTO
Mi piacerebbe fare l’indifferente: / è un giorno come un altro, stamattina / non è cambiato nulla, è tutto come prima: / gli amici, la famiglia, l’altra gente… // Ma dentro rido,
rido e sono felice, / le gambe tremano e il cuore batte forte; / vorrei che le ore diventassero più corte / per sentire lui stasera che cosa mi dice! // Quello che dice non è una garanzia, / non è programmazione né certezza, / ma se l’inquadro sotto una poesia // lo sento,
vivo un attimo d’ebbrezza. / Si chiama amore? Boh, forse sentimento, / però, mi trovo bene
nello smarrimento.
LOREDANA SIMONETTI, nata a Roma nel 1957, ivi risiede. Laureata in Matematica, è impiegata in un istituto di credito. Coniugata, madre di due ragazzi, si diverte a scrivere filastrocche e favole. Ha infatti pubblicato due libri in tema: Filastrocca e... tutti a nanna (2008) e Eleonora e il suo libro di favole. Numerosi i premi letterari da lei vinti, tra cui spiccano “Roma... in
cerca di poesia” e il “Premio Creativa”. È presente in numerose antologie (“Edigiò”, “Ibiskos”,
“Il Convivio”, “Sabinae”, “Creativa”, “Montag”, ecc.)
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ME VUJIE FA’ ’NA CASE… (Menzione Speciale di Merito)
di Francesco Di Bonaventura (Roseto degli Abruzzi - TE)
(I)
Me vùje fa’ ’na case a la muntagne
pe’ risentì la voce de lu vente,
ch’arpòrte li profùme de campagne,
li cante e li suspire de la gente.
’Na case me vuj fa’ mmezz’a ’nu bosche
addò li more cresce e li mirtille,
addò li sole voce che cunosche
a primavere è chelle de li cille.
(II)
Me vùje fa’ ’na case entr’a ’na valle,
sott’a li stelle d’ore e rilucente,
famm’a svijà da cante de li halle
e da cri-cri de grille a cente a cente.
’Na case me vuj fa’ su ’na culline
addò ’nse sente tràffeche o rumore,
stàrmene sole sole ’nghe Rusine,
’nghe la Rusina bbelle a fa’ l’amore.
TRADUZIONE: MI VOGLIO FARE UNA CASA
Mi voglio fare una casa in montagna / per risentire la voce del vento, / che riporta i
profumi della campagna, / i canti e i sospiri della gente. // Una casa mi voglio fare in mezzo a un bosco / dove crescono le more e i mirtilli, / dove le sole voci che conosco / a primavera sono quelle degli uccelli. // Mi voglio fare una casa entro una valle / sotto le stelle
d’oro e rilucenti, / farmi svegliare da canti dei galli / e da cri-cri di grilli a cento a cento.
// Una casa mi voglio fare sopra una collina / dove non si sente traffico o rumore, / starmene solo solo con Rosina, / con la Rosina bella a far l’amore.
FRANCESCO DI BONAVENTURA nasce e vive a Roseto d.A. (TE). Dipendente del Ministero
delle Poste, oggi in pensione con il grado di “Direttore”; autodidatta, scrive poesie dall’età giovanile, nonché testi per canzoni (a tutt’oggi sono oltre cento quelli musicati). Ha pubblicato:
Frunne di rose (poesie) e Su cantème, cantème di core (canzoni). Numerosissimi i premi vinti.
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LU MUTILLU (Menzione Speciale di Merito)
di Sandro Angelucci (Rieti)
Quantu ji dda piace’!
Quantu se la te’ dda cuntu
’lla bbicicretta,
lu Mutillu!
Me lu recordo
dda quann’ero piccirillu.
Ecco sotto passaa:
su e jo, su e jo...
senza straccarse mai;
facea lo fiume
co’ ’lla bbicicretta
lu Mutillu.
Mo l’ajo reistu,
sempre co’ la stessa bbicicretta;
era ’npezzittu che no’ lu ’edeo più
e a ddi’ la verità
mm’ha fattu ’ncertu effettu:
mm’ha smossu entro,
mm’ha resbejatu!
Ecco se que mm’ha fattu.
Oppo ddice che non sa ’iscore...
Bbasta sentillu!
Sapissi quante cose
mm’ha ittu stamattina
lu Mutillu!
TRADUZIONE: L’OMINO MUTO
Quanto deve piacergli! / Quanto tiene da conto / la bicicletta, / quell’omino! / Lo ricordo / che ero ancora un bambino. / Passava sotto casa: / su e giù, su e giù… / non si
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stancava mai; / sembrava il vento / con quella bicicletta / l’omino muto. / Oggi, dopo tanto
tempo, / l’ho rivisto, / sempre sulla stessa bicicletta / e a dir la verità / è stato un po’ diverso: / mi ha scosso dentro, / mi ha fatto risvegliare! / Ecco cos’è successo. / Poi dicono
che non sa parlare… / Basta ascoltarlo! / Sapessi quante cose / m’ha detto stamattina /
l’omino muto!
SANDRO ANGELUCCI è nato e vive a Rieti. Insegnante, collabora a varie riviste nazionali ed
è stato premiato in concorsi a livello internazionale. Un suo profilo critico è inserito nel IV volume della Storia della Letteratura Italiana. Il secondo Novecento, “Miano” Editore. È appena
uscito il suo terzo volume di liriche, Verticalità, “Book” Editore. Del suo lavoro si sono occupati importanti critici e scrittori.
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UNE (Menzione Speciale di Merito)
di Lucio Cancellieri (Teramo)
Vede une... arvè sole,
sole a lu tramonde,
une, une nghe li rughe
signate scure su la fronde.
Lu so viste a partì preste
... era l’albe stamatine,
nnù rcunosche cuscì sporche
sarà cagge... o cimindine?
Se ferme... è stracche,
gne la fa a camminà,
li carezze de li fije
je dà forze a rcumincià.
Porte cagge a la camicie,
è fatije... che je fa?
porte terre llà li scarpe
che nz’arjesce cchiù a staccà.
Nghe la mane da lundane
me vò forse salutà...
nde nu punde a l’urizzonde
mò…lu vede a rcamminà.
Nn’ahè vicchie né arzille
ma stu une... chi sarà?
com’addore de la sere
lu ricorde de... papà.
TRADUZIONE: UNO
Vedo uno tornare solo, / solo al tramonto, / uno, uno con le rughe / segnate scure sulla fronte. / L’ho visto partire presto / ch’era l’alba stamattina, / non lo riconosco così sporco, / sarà
calce oppure cementina? / Si ferma... è stanco, / non ce la fa a camminare, / solo le carezze
dei figli / danno forza a ricominciare. / Porta calce alla camicia, / è lavoro... ma che fa? /
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porta terra lì alle scarpe / che mai più si staccherà. / Con la mano mi fa cenno, / vorrà forse
salutare... / come un punto all’orizzonte / or lo vedo allontanare. / Non è vecchio né arzillo /
ma quest’uno... chi sarà? / come odore della sera / il ricordo di... mio padre.
LUCIO CANCELLIERI, è nato a Teramo nel 1940 e ivi risiede. Insegnante di Educazione Fisica, oggi in pensione, è poeta e musicista di chiara fama: sono infatti tantissimi i premi da lui
vinti, sia in poesia che in musica. In campo editoriale ha esordito nell’anno 2000 con il volume
di liriche in dialetto teramano L’urticialle de Tabbusse. Sono seguiti poi: La scalatte de San
Giuanne, La piazze de la verdure, Acqua chiare, Lu campanone de lu Ddome e Pindiche e mistjire andiche, La voce de sor Paule. Recentemente ha pubblicato un volume di memoria storica: Teramo 13 giugno 1944 - L’eccidio, rivisitazione di una strage nazista perpetrata a Teramo il
13 giugno 1944 in cui furono trucidati sette innocenti civili, tra cui tre minorenni.
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EL PONTE DEL MUSCIÒ (Menzione Speciale di Merito)
di Mauro Domenella (Castelfidardo-AN)
Quanta storia l’è passata presso el ponte del Musciò,
quando spalàvene la rena fino a sera daie giò,
e la fame e la disperaziò che c’era a taula,
a raccuntallo adé nisciu’ ce crede, sembra ’na faula.
Sempre a cùre notte e giorno a fadigà,
e quando turnai stracco la sera c’era la minestra da magnà,
perché era tempi che chi c’avea
un cavallo vecchio e un semplice caretto,
per i pori vicinati era quasi un signoretto.
Quanta stracchezza sentivene ’sti ragazzi la sera,
ma la voglia de cantà e de fà tardi era sincera,
certo talvolta ce scappava lo scherzo e la bravata,
ma quant’era dura campa’ pulenta e insalata.
Poi un po’ de tempo pure troppo svelto è passato,
e un po’ de benessere ’sta gente ha ritrovato.
Me ricordo bé quanno el tamburo, Franco de Baricchia
e Arma’ dé Dumenella,
pescavene l’anguilla cu’ la mazzacchera e l’umbrella,
cuscì mandavene avanti una bella tradizione,
e a Natale c’era sempre a taula un gustoso capitone.
C’era ancora, cume ’na volta, le lavandare che sciacquavene i pagni,
mentre no’ munelli d’estate facemie un sacco de tuffi e de bagni,
era ancora anni boni perché ce se ’iutava,
e prima de tajà il grà mia, quello del vicino se taiava.
Poro Musciò, tra ’nquinamenti e asciutte quante ie’ n’emo combinate,
però oggi, cu la diga, pare che i sbarzi e le lasche siene turnate,
mentre fino a pogo fa era quasi na fogna,
che a facce el bagno se rischiava de pià la rogna.
Adesso stà gente mò ce s’e’ ’nvecchiata,
e la loro vita parecchia giò l’ Musciò l’anne vissuta,
vedo mi’ padre ogni giorno sempre più stanco e affranto,
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e me chiedo se, come lui, saprò fare così tanto?
Certo è che a stò fiume e stò paesello appartiene la vita mia,
fino a che ’l Signore nun deciderà de portamme via.
TRADUZIONE: IL PONTE DEL MUSONE
Quanta storia è passata presso il ponte del Musone, / quando spalavano la rena fino a
sera dargli giù, / e la fame e la disperazione che c’era a tavola, / a raccontarlo adesso
nessuno ci crede, sembra una favola. / Sempre a correre notte e giorno a lavorare, / e quando
tornavi stanco la sera c’era la minestra da mangiare, / perché era tempi che chi c’aveva / un
cavallo vecchio e un semplice carretto, / per i poveri vicinati era quasi un signoretto. /
Quanta stanchezza sentivano questi ragazzi la sera, / ma la voglia di cantare e di fare tardi
era sincera, / certo talvolta ci scappava lo scherzo e la bravata, / ma quant’era dura vivere a
polenta e insalata. / Poi un po’ di tempo pure troppo svelto è passato, / e un po’ di benessere
questa gente ha ritrovato. / Mi ricordo bene quando il Tamburo, Franco dei Baricchia / e
Armando dei Domenella, / pescavano l’anguilla con la mazzacchera e l’ombrella, / così
mandavano avanti una bella tradizione, / e a Natale c’era sempre a tavola un gustoso
capitone. / C’erano ancora, come una volta, le lavandaie che sciacquavano i panni, / mentre
noi monelli d’estate facevamo un sacco di tuffi e di bagni, / erano ancora anni buoni perché
ci si aiutava, / e prima di tagliare il grano mio, quello del vicino si tagliava. / Povero
Musone, tra inquinamenti e asciutte quante gliene abbiamo combinate, / però oggi, con la
diga, pare che i barbi e le lasche siano tornate, / mentre fino a poco fa era quasi una fogna, /
che a farci il bagno si rischiava di prendere la rogna. / Adesso questa gente ci si è
invecchiata, / e la loro vita parecchia giù al Musone l’hanno vissuta, / vedo mio padre ogni
giorno sempre più stanco e affranto, / e mi chiedo se, come lui, saprò fare così tanto? / Certo
è che a questo fiume e questo paesello appartiene la vita mia, / fino a che il Signore non
deciderà di portarmi via.
MAURO DOMENELLA, nato a Recanati (AN) nel 1961, risiede a Castelfidardo. Ha conosciuto la poesia solo da pochi anni, ma se ne è innamorato subito e, soprattutto, ha conseguito
sin dalle prime partecipazioni lusinghieri risultati e apprezzamenti, vincendo numerosi primi
premi e piazzamenti nei primi posti della graduatoria in concorsi a livello nazionale e internazionale. Spirito libero e pragmatico, dentro la scorza conserva comunque un animo romantico,
con un profondo amore verso la natura, dalla quale attinge le tematiche alle sue esternazioni poetiche.
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’NGÀNNEME SONNE (Menzione Speciale di Merito)
di Candeloro Lupi (Ortona-CH)
’Nganneme, sonne. L’uocchie sta già chiuse!
Fa gna la hatte quanda fa li fuse:
strùsceme ’n-golle ccoma na carezze
e lieveme ’sti pene e ’sta tristezze.
Pene e tristezze pe’ ’stu monne ’nfème,
ddo’ chi z’abbotte e chi more di fème.
Pene e tristezze pe’ ’stu monn’avère,
ddo’ pure ’nu surrise coste chère.
’Nganneme, sonne, e chiùdeme ’sti recchie,
ca chiu nen vò sindì tanda fitecchie
di chi ji dice ca và tutte bbone,
mendre z’impuvireme a ccon’a ccone.
E chiu nen vò sindì ’stu crepacore:
huerre, viulenze, muorte a ugne hore.
’N-zonne faje sindì parola bièlle
e duce, gna lu cande di li cièlle.
’Nganneme sonne. ’St’uocchie vò ripose.
E faje cangillà tutte li cose
ca di dilore me l’ha fatte piagne,
pe' chi sta ssuffrì tande e nen ze lagne.
’Nganneme, sonne, e famme fa ’nu sonne
addò ci sta la pèce pe’ ’stu monne.
Addò ci sta la ggende ca la mène
li stregne pure a chi vé da lundène.
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TRADUZIONE: PRENDIMI, SONNO
Prendimi, sonno. Gli occhi stanno già chiusi! / Fai come la gatta quando fa le fusa: /
strusciami addosso come una carezza / e toglimi queste pene e questa tristezza. // Pene e
tristezza per questo mondo infame, / dove chi si gonfia e chi muore di fame. / Pene e tristezza per questo mondo avaro, / dove pure un sorriso costa caro. // Prendimi, sonno, e
chiudimi queste orecchie, / che più non vogliono sentire tante bugie / di chi gli dice che va
tutto bene, / mentre ci impoveriamo a poco a poco. // E più non vogliono sentire questo
crepacuore: / guerre, violenze, morti ad ogni ora. / In sogno fagli sentire parole belle / e
dolci, come il canto degli uccelli. // Prendimi, sonno. Questi occhi vogliono riposo. / E fagli cancellare tutte le cose / che di dolore me li hanno fatti piangere, / per chi sta soffrendo
tanto e non si lagna. // Prendimi, sonno, e fammi fare un sogno / dove ci sta la pace per il
mondo. / Dove ci sta la gente che la mano / la stringe pure a chi viene da lontano.
CANDELORO LUPI, nato a Ortona (CH) nel 1948, ivi risiede. Già dipendente del Comune di
Ortona, alla poesia si è avvicinato sin dall’età giovanile, leggendo soprattutto gli autori ortonesi,
tra i più grandi della letteratura abruzzese: i Dommarco (Luigi e Alessandro, padre e figlio), Tosti e altri. Ha scritto in modo saltuario e altrettanto saltuariamente ha partecipato ai concorsi, ma
quasi sempre ha ottenuto dei lusinghieri risultati, con diversi primi premi. Ha in preparazione
una raccolta sistematica della sua produzione poetica, che annovera circa 300 liriche.
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RENELÈLLA CARE (Menzione d’Onore)
di Romolo Abbonizio (Filetto-CH)
A salutà signora primavere
l’immerne a caccià fore sì ’rminute,
dentr’a n’azzurre da matine e sere
a ffà cchiù doce l’arie t’ha piaciùte.
Ssu vole pe’ lu ciele sconfinate
li suonne ci-areporte e fantasije,
nu respire d’amore, ’na fiammate
e tanta vita nòve e l’allegrije.
La vie de lu nide a terre e pajje
pe’ ssu carucce è gne n’appuntamente,
dell’arie e ssole nen ti scuorde maje
e pe’ lu cièle è tante gudimente.
N’arepartì, o renelélla care,
sì strida tè é senza nu lamente,
aunite a nnù t’aspette terr’e mare
e nu spazie di monne senza vente.
TRADUZIONE: RONDINELLA CARA
A salutare la signora primavera, / l’inverno è tornato a cacciarla fuori, / dentro
l’azzurro dalla mattina alla sera, / per far dolce più l’aria ti è piaciuto. // Questo tuo volo
per il cielo sconfinato, / ci riporta il sonno e la fantasia, / un respiro d’amore, una fiamma,
/ tanta vita nuova e l’allegria. // La via del nido di terra e paglia, / per il tuo cuore è come
un appuntamento, / dell’aria e del sole non ti scordi mai / e per il cielo è tanto godimento.
// Non ripartire, o rondinella cara, / le tue strida sono senza lamento, / insieme a noi ti aspettano terra e mare / e uno spazio di mondo senza vento.
ROMOLO ABBONIZIO, nato a Roma nel 1939, risiede a Filetto (CH). Operaio manovratore in
imprese edili, negli anni ’90, alla vigilia della pensione, si è avvicinato alla poesia, leggendo avidamente i poeti dialettali abruzzesi e cominciando a scrivere le sue prime poesie, per le quali
ha ottenuto lusinghieri riconoscimenti nei concorsi letterari a cui ha iniziato a partecipare dopo
le prime titubanze. Fa parte di una corale e recita anche nel teatro.
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QUANT’È BELLA L’ISTATE! (Menzione d’Onore)
di Elisabetta Di Iaconi (Roma)
So nata quanno c’era er solleone;
perciò mi piace er tempo de l’istate,
che m’arigala notti imbrillantate,
bagni de mare in tutta la staggione.
Qua c’è ’na festa, là ’na pricissione
e cusì passi fora le giornate,
e ciài le veste che so ciancicate
frammezzo ar tatanai de le perzone.
Ogni cantone cià er cocommeraro,
che po’ levà da dosso callo e arzura;
ce sta pe questo puro er gelataro
pe li momenti de la gran calura.
Poi viè l’autunno: er sole se fa raro.
Che voja de tornà in villeggiatura!
TRADUZIONE: QUANTO È BELLA L’ESTATE!
Sono nata quando c’era il solleone; / perciò mi piace il tempo dell’estate, / che mi regala notti splendenti, / bagni di mare tutta la stagione. // Qua c’è una festa, là una processione / e così trascorri le giornate, / e hai le vesti che sono stropicciate / in mezzo al via
vai delle persone. // Ogni angolo ha il venditore di cocomeri, / che può levar di dosso caldo e arsura; / c’è per questo anche il gelataio // per i momenti del gran caldo. / Poi viene
l’autunno: il sole si fa raro. / Che voglia di tornare in villeggiatura.
ELISABETTA DI IACONI, nata e vissuta a Roma, fino al 1995 ha insegnato Materie Letterarie nella scuola media. Collabora a varie riviste letterarie, con articoli, racconti, liriche e saggi.
Ha pubblicato, presso la Casa Editrice “Rendina”, un saggio sul poeta romanesco del ’600, Giovanni Camillo Peresio. Altre pubblicazioni: Quel fremito antico..., La chiave ignota (poesie in
lingua), L’aura di Roma, Er celo s’arischiara (poesie in vernacolo), nonché il romanzo per la
gioventù Un enigma di quartiere. Ovviamente, molti i riconoscimenti ottenuti.
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VAIE ’RÉPENZÈNNE (Menzione d’Onore)
di Franca D’Angelo (Montesilvano-PE)
Dèntre a stu cantucce
abberrùtàte da l’ombre
de nu fàgge ’nzunnùlîte
e ’ccarezzate da lu cânte
de tante cillûcce
’nnammùràte,
vaje ’répénzénne a lu passate!
M’arvède giuvinètte
che strègne fôrte a lu côre
lu prime “Amôre”
piène de vasce,
carezze appassiunâte!
Se pénzeve a la vèste da spôse
’mmaculate,
de sète bbianche recamàte,
a la purèzze dunâte
all’omméne amâte!
D’allôre lu tèmpe s’arrùsciulâte
e maje s’ha fermâte
e tante côse a la vîte
à dàte e à levate!
Ecche... da luntàne se sente
nu sône dôce de campâne.
S’accuijète l’àneme tribbùlâte,
s’assûche lu piànte accurâte!
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TRADUZIONE: VADO RIPENSANDO
Dentro questo cantuccio / avvolta dall’ombra / di un faggio insonnolito / e carezzata dal
canto / di tanti uccellini / innamorati, / vado ripensando al passato. // Mi rivedo giovinetta
/ che stringe forte al cuore / il primo “Amore” / piena di baci, / carezze appassionate! // Si
pensava alla veste da sposa / immacolata / di seta bianca ricamata, / alla purezza donata /
all’uomo amato! // Da allora il tempo è rotolato / e mai si è fermato / e tante cose alla vita
/ ha dato e ha tolto! // Ecco... da lontano si sente / un suono dolce di campane. / si acquieta l’anima tribolata, / si asciuga il pianto accorato.
FRANCA D’ANGELO, nata a Pescara, risiede a Montesilvano (PE). Ha scritto commedie
dialettali, poesie in lingua e in vernacolo abruzzese. Nei concorsi cui ha partecipato spesso ha
ottenuto lusinghieri riconoscimenti. Ha studiato canto (soprano) e musica, ed è diplomata in
pianoforte. Socia della “Settembrata Abruzzese”, nell’antologia annuale della predetta Associazione ha pubblicato un apprezzato saggio su suo padre Fileno, dal titolo Ricordando un personaggio.
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’NU RECORDE (1) (Menzione d’Onore)
di Maria Pia Di Nicola (Roseto degli Abruzzi - TE)
Tempestose stanotte è lu mare
e m’affanne ’nu dulore amare.
’Nu pinzire scure e nire arrendòne
pe’ sta marine fredde e burrascose.
’Nu recorde triste e penose
s’affacce ancore a ’stu pendone.
Ere ’na bardascelle, e mamme,
strette strette, pe’ mane me tenève,
mentre fodde fodde arcitève
a Marie, li dijasille, glorie e letanije.
Senza stelle, né lune; sole paure!
Che nuttate! Te l’arrecurde?
Tùnnete e visdurne, all’ambruvvise,
sopr’a ssotte arvuddecò
nghe l’ùddeme undate, mare e lampare,
e se purtò bbarche e marenare.
È sole recorde de citilanze:
“Curagge”, me dice’ la ggente.
Ma ’stu recorde nen me lassa mai
e troppe m’affanne e me turmente.
È dulore antiche, è lagne de lu core,
e mamme ancore piagne e s’addulore.
________________
(1) – In memoria di “Titone”, noto e amato marinaio di Roseto degli Abruzzi, vittima di un
naufragio.
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TRADUZIONE: UN RICORDO
Tempestoso stanotte è il mare / e mi affanna un dolore amaro. // Un pensiero scuro e
nero [funereo] rimbomba / lungo questa marina fredda e burrascosa. // Un ricordo si affaccia ancora da questo angolo. // Ero una bambina, e mamma / mi teneva stretta stretta per
mano, / mentre velocemente ripeteva / a Maria, “Dies irae”, glorie e litanie. // Senza stelle,
né luna; solo paura! / che notte! Te la ricordi? // Tuoni e sferzate di vento, all’improvviso, /
rovesciò sottosopra, / con l’ultima ondata, mare e lampare, / ed ingoiò barca e marinaio. //
È solo ricordo d’infanzia: / “Coraggio”, mi diceva la gente; / ma questo ricordo non mi
abbandona mai, / e troppo mi affanna e mi tormenta. // È dolore antico, è lamento del cuore, / e mamma ancora piange e si rattrista.
MARIA PIA DI NICOLA, nata a Teramo nel 1943, vive a Roseto degli Abruzzi (TE). Laureata in Pedagogia, ha insegnato materie letterarie nelle scuole medie della provincia di Teramo.
Impegnata nella vita politica e amministrativa, è stata assessore al Comune di Roseto d.A. e
Consigliere Regionale. In campo letterario ha pubblicato cinque volumi: Nuvole, Un raggio di
sole e Vele (poesie), Donne a Roseto (racconti e saggi) e Il gomitolo della vita (racconti). Numerose le vittorie in concorsi letterari (Avellino, Deruta, Cascia, Roseto, ecc.) e tanti altri piazzamenti. Nel 1997 fu finalista al prestigioso “Premio Teramo”, rassegna nazionale di narrativa.
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L’AMMEDIE) (Menzione d’Onore)
di Vittoria Giuliani (Grottammare - AP)
Tinghe na mmedie che ne vve pozze dè,
de crepacore cheste mme fa merè,
se sse trevèsse na mmedecene
la piarì sere e matene.
Je de sta mmedie ce tinghe na paore,
jè ccome na mmalatì ne nge sta na core.
Na vote che tte sa ttaccate,
te fa campà na vete trebbelate,
patrò revente de stì penzire mine,
nghe jucchie mme fa uardà
sempre chjè sta mije,
mme fa na rabbie
sta brotta mmalatì,
pe ppenzzà a jatre
ce remmette sta salota mì.
TRADUZIONE: L’INVIDIA
Ho un’invidia che non vi posso dire, / di crepacuore questa mi fa morire, / se si trovasse una medicina / la prenderei sera e mattina. // Io di questa invidia ho molta paura, /
per questa malattia non c’è una cura. / Una volta che si è impossessata, / mi fa vivere la
vita travagliata, // diventa padrona dei miei pensieri, / guardo con grinta e invidia gli altri, / non penso mai ai fatti miei. // Mi fa una rabbia questa brutta malattia, / per pensare
agli altri / ci rimetto solo la salute mia.
VITTORIA GIULIANI è nata a San Benedetto d. T. (AP) nel 1937 ed ivi risiede. Ex commerciante, oggi pensione, ha sempre curato gli aspetti culturali e, in specie, quelli letterari, attivandosi
alacremente alla organizzazione di eventi e manifestazioni aventi finalità artistiche e ricreative. È
presidente dei circoli anziani ANCESCAO della Provincia di Ascoli Piceno. Oltre a poesie, scrive
bozzetti e pièces teatrali, con attori prevalentemente bambini, che ritraggono la San Benedetto di
un tempo, ma con usi e valori consolidati e radicati per la formazione dell’individuo.
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SCETANNEME MATINA (Segnalata)
di Franco Corbo (Napoli)
Scetanneme matina aggio guardato
’o cielo tutto chin e na fumeta,
saglieva a vascio comme a ’nghiostra nera
s’arravugliava chello poco ’e cielo
già carcerato miez’a sti palazzi.
Pensavo a me guaglione, te creatura,
sotto a nu cielo e stelle c’addore de ciardini,
giuravam ’e nui ’e cose cchiù belle.
Mo invece... nu sciore appassito,
nu cielo curvino cu n’aria m’brunita,
è nata matina che sape ’e mappina.
TRADUZIONE: SVEGLIANDOMI PRESTO LA MATTINA
Svegliandomi presto la mattina ho guardato / il cielo invaso dal fumo, / saliva da terra, nero come l’inchiostro / imbrigliando quel tratto di cielo / già imprigionato tra questi
palazzi. / Ricordavo me ragazzo, te bambina, / sotto un cielo denso di stelle, l’odore
dell’erba, / ci scambiavamo le più belle promesse. / Ora invece... un fiore appassito, / un
cielo grigio con un’aria stantia, / è un altro mattino che somiglia a uno straccio sporco.
FRANCO CORBO è nato e vive a Napoli. Può definirsi un autodidatta in poesia, acquisendo un po’ di regole poetiche solo attraverso le letture dei poeti dialettali napoletani e
campani in genere. Da poco ha iniziato a partecipare ai concorsi, conseguendo alcuni lusinghieri risultati, come la segnalazione al Concorso “Voci” di Mestre, ovviamente con
una poesia dialettale, su un lotto di di circa 150 concorrenti.
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TE ’NCO’ SAI NA MADRE (Segnalata)
di Rina Bontempi (Ancona)
Madona del domu che tuti conosci
e sincò nun parlamu te già ce capisci,
sente... t’ho da dite na roba... da madre a madre,
cume fusi n’amiga mia: guardali... guardali te ste fioli nostri stasera,
sti fioli che l’ scuru l’inghiote e po’ li sturdisce in ogni magnera.
Iu sto chi ntè stu letu che me rosigu,
me brilu e ribrilu tra mile pensieraci,
cuminciu a pregà, po’ l’sonu me vence,
pro... è n’sonu ’gitatu, c’è dentru n’ turmentu,
’n sognu d’un brutu intreciatu che leva l’respiru e me fa tremà.
E l’urloggiu de piaza che bate... ’ustinatu...’ncuscente...
le quatru... le cinque... me sveju cu’n saltu,
po’... speru.
Pudarsu nun l’ho sentitu – me digu –
pudarsu che m’era supita e quantu è rivatu nun c’ho fatu casu...
magari ho sugnatu!!
Ma l’letu ancò è li ch’è rifate, e cuminciu a sudà...
adè cusa fagu? A chi posu chiamà? Già i ochi ene perti a fanale...
ncò i merli, c’urmai ene svej, s’è corti de quantu sto male...
e ’sole da dietru del Guascu se facia cuntentu... è rivatu dumà.
Po... ziti... me pare...
lagiù n’te la strada se ferma e sbadija inzunitu n’ mutore.
Sarà lu?!... O ’ncò n’j sa ora?
E, cul core che sgapa de fora, me metu a spetà.
E po pian pianì, pr’ n’ fame sentì, l’pasu spetatu è su pe’ le scale,
se ferma n’ mumentu... po’ rpia... sci è lu... adè l’ sentu,
n’pasu de gatu felpatu che boca de dentru e riva n’tel core,
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e la chiave che gira... sta bruta rufiana... n’silenziu.
“Dà?!” (Davide). “Mà!” (Mamma)
Me basta sta meza parola, me basta sentìje la voce
pr chiudeli i ochi... adè prò ’n peletu più n’pace.
Ma prima che l’sonu me bracia c’ho da ringraziàte Madona
che l’hai rpurtatu per mà a st’impiastru de madre
che lu chiama “nsiosa”.
Te ’nvece hai capitu cus’è che se prova...
Te ’ncò sai na madre... la madre più bona,
la madre de tuti sti fioli de’ ’Nncona.
TRADUZIONE: TU ANCHE SEI UNA MADRE.
Madonna del duomo che tutti conosci, e se anche non parliamo tu già ci capisci, / senti…ti
devo dire una cosa…da madre a madre, / come fossi una mia amica: guardali…guardali
tu questi figli nostri stasera, / questi nostri ragazzi che il buio inghiottisce e poi stordisce
in ogni maniera. // Io sto qui in questo letto che mi tormento, mi giro e rigiro tra mille
pensieracci, / comincio a pregare, poi il sonno mi vince, però… è un sonno agitato, c’è
dentro un tormento, / un sogno di un brutto intrecciato che toglie il respiro e mi fa tremare. // È l’orologio della piazza che batte... ostinato... insistente... le quattro... le cinque.../
mi sveglio con un salto, poi... spero. / Forse non l’ho sentito – mi dico – / Forse mi ero sopita e quando è arrivato non ci ho fatto caso... magari ho sognato! // Ma il letto è lì ancora rifatto, e comincio a sudare... / Adesso cosa faccio? Chi posso chiamare? Già gli occhi
sono aperti a fanale... / anche i merli, che ormai sono svegli, si sono accorti di quanto sto
male... / e il sole da dietro del colle Guasco si affaccia contento...è arrivato domani. //
Poi... zitti... mi pare... laggiù nella strada si ferma e sbadiglia assonnato un motore. / Sarà
lui?!... O ancora non gli pare l’ora? / E, con il cuore che esce di fuori, mi metto ad aspettare. //E poi piano pianino, per non farmi sentire, il passo aspettato è su per le scale, / si
ferma un momento... poi riprende... sì è lui... adesso lo sento, / un passo di gatto felpato
che entra di dentro e arriva nel cuore, / e la chiave che gira... questa brutta ruffiana... in
silenzio. / “Davide?!” “Mamma!” // Mi basta questa mezza parola, mi basta sentirgli la
voce / per chiuderli gli occhi... adesso però un pochino più in pace. / Ma prima che il sonno mi abbracci ho da ringraziarti Madonna / che l’hai riportato per mano a questa lagna
di madre che lui chiama “ansiosa”. / Tu invece hai capito cos’è che si prova...Tu pure sei
una madre... la Madre più buona, / la Madre di tutti questi figli di Ancona.
RINA BONTEMPI vive ad Ancona. Andata in pensione, ha cominciato a scrivere quasi per
gioco poesie e racconti; vincendo qualche titubanza ha partecipato anche a dei concorsi letterari,
vincendone alcuni abbastanza prestigiosi (Parco Maiella, La Clessidra, ecc). Ha pubblicato il
romanzo La casa dal tetto bianco.
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LE GROTTE (Segnalata)
di Nazzareno Bruni (Cupramarittima-AP)
Sci’ belle, tù t’assumiie a nà perle,
co stù sole che te respecchie,
fa ngandà frichi e vicchie.
Ce stà la frane, ce stà tisci’,
che te guarda notte e di’.
Ogni vote che ce venete,
rimanete n’ammurate,
se guardete lù belle mare,
dentre l’arche de lu teatre,
ncioccorre serenate,
se vulete davve nu vace,
vaste sole respirà l’arie,
che stà quassù lù paese ate,
ma fosse nen sò se lù sapete,
che qua cià nate pure nù Pape.
Se ncora voi salete,
putete vede: la torre,
la chjisce de Santa Lucì,
le funtanelle,
fine arrivà succime a lù cunvente de li frate.
Vabbè, se dope tutte sa chiacchierarate,
pense i che caccuse ve so nsegnate,
mà se pù vù nen me credete,
nà cuse sole m’à remaste dà divve:
“Le Grotte visitete” .
TRADUZIONE: GROTTAMMARE
Sei bella / tu assomigli ad una perla, / con questo sole che ti rispecchia, / fa incantare
bambini e vecchi. / C’è la frana, / c’è il tesino, / che ti guarda notte e giorno. / Ogni volta
che ci venite, / rimanete innamorati, / se guardate il bel mare, / dentro gli occhi del teatro,
/ non occorre serenate, / se volete darvi un bacio, / basta solo respirare l’aria, / che sta
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qui al paese alto, / ma forse non so se lo sapete, / che qui sopra c’è nato un Papa./ Se ancora voi salite, / potreste vedere: / la torre, / la chiesa di Santa Lucia, / le fontanelle, / fino
ad arrivare al convento dei frati. / Va bene, / dopo tutta questa chiacchierata / penso io
che qualcosa vi ho insegnato, / ma poi se voi non ci credete, / solo una cosa mi rimane da
dire: / “Grottammare visitate”.
NAZZARENO BRUNI , 44 anni, sposato e padre di due figli, vive a Cupramarittima (AP). Attratto dalla poesia fin dall’età scolare, a 10 anni partecipa al suo primo concorso letterario, conseguendo ottimi risultati. La vita, purtroppo, scandisce altri percorsi e l’autore quasi abbandona
del tutto la poesia. Ma l’anima poetica non muore mai, e lui è tornato a scrivere e a partecipare
saltuariamente a dei concorsi, i cui risultati sono stati più che lusinghieri. Sue poesie sono comprese in alcune antologie, quali: Poesie del nuovo millennio, Ed. “Aletti”, Concorso Letterario
“Il Golfo”.
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A MAMMÀ (Segnalata)
di Floredana De Felicibus (Atri-TE)
M’arcorde lu glicine
prufumate de viole delicate tra li ripe
accuccirsi sopre li culline,
caleije la stradarelle
de polvere ’ntiche,
’nghè l’ucchie accarezzeije prufume
de la jierve pepe e rusmarine.
Li passe mì a seguì
’nghe li passe tù lu rembombe,
o mà,
fine a ’rrivì
luntane là na funtane.
Je a corre arrete a li farfalle,
tu a ’rpiccì lu chiare,
’ncruce di sguarde e de surrise,
na cantilena dogge
e silenzie de paradise.
Dapù, jienne su la stradarelle pulverose
sole trunche ’ncruceije l’ucchie mì,
de nu carre li orme
e lu camminì de la carne stracche tò.
Ferme a la piane de li Marucce,
spannije lu bianche ’mmaculate
sopre li fiure de jinestre
e cerascitte de rose rusce,
là, ferme a ’rmirì lu mare,
e quande lu cile
se sculureije llà l’ucchie mì
arbijavame a camminà.
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TRADUZIONE: A MIA MADRE
Ricordo il glicine / odoroso di viola tenero fra i dirupi / chinarsi sulle colline, / scendevo la stradina / di polvere antica, / con gli occhi accarezzavo olezzi / di timo e rosmarino. / I miei passi a incedere / con i tuoi passi l’eco, / madre, / fino a raggiungere / lontano
una fontana. / Io a rincorrere farfalle, / tu a riaccendere il candore, / incroci di sguardi e
di sorrisi, / una dolce nenia / e silenzi da paradiso. // Poi, insù alla stradina polverosa /
solo tronchi incrociavano i miei occhi, / di un carro il solco / e l’incedere della tua carne
stanca. / Fermati nella piana dei Marucci / stendevi il tuo bianco immacolato / su fiori essiccati di ginestre / e bacche di rose rosse, / lì, immobili a rimirare il mare / e quando il
cielo / scolorava nei miei occhi, / riprendere il cammino.
FLOREDANA DE FELICIBUS è nata e risiede ad Atri. Insegnante elementare, ama scrivere e
dipingere. Ha partecipato di recente a concorsi nazionali e internazionali di poesia e narrativa,
riscuotendo costanti e lusinghieri riconoscimenti, con diversi primi premi: Bussolengo, Adria,
Val d’Arno, Teramo, Minturno, Chieti, Pistoia, Cosenza, Senigallia, ecc. A settembre uscirà il
suo primo libro di liriche, I confini dell’ombra, in cui raccoglie la produzione degli anni più recenti. Suoi lavori sono presenti in note e prestigiose antologie.
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LU CANTASTORIE (Segnalata)
di Bernardino Dell’Aguzzo (Giulianova-TE)
Cacchë voddë, la serë, d’ëstatë,
nu rëcordë carë s’avvëcënë;
l’arrëvë a lu paesë,
quand’erë uaijonë,
dë na strana coppië
n’ommënë nghë nu carrattë
sëguitë, passë passë, da nu cagnulënë.
A ’lli timbë nn’a erë comë mò,
chë pë li uaijunë cë sta
tandë giucattulë e dëvertëmendë,
cë duvavamë accundëndà nghë pochë
p’armbiì lu corë,
ma, quand’arrëvavë lu cantastorië,
tuttë nu monnë c’ëndravë dendrë.
Cë mëttavamë tuttë attornë,
zittë zittë, sinza fiatà;
l’ucchië e lu corë quasë vulavë,
già erë prundë a sugnà.
Nghë lu solë ggërà ’na manuvellë,
’na musëchë, doggië e vellutatë,
sciavë da ’na cassa chiusë
e l’ommënë cumëngiavë a cantà
dë storië ’ncandatë,
dë paiscë lundanë... dë n’età cchiù bellë.
M’arcordë l’uddëma voddë
chë li vëdivë sparì arretë a la curvë
dë lu vialë dë përiferië;
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lu corë mië së në ijavë nghë iscë,
mendrë lu corpë armanò fissë,
mmezz’a ’la vië.
Më piacë pënzarlë pë li vië dë lu Ciëlë,
atturniatë da li uaijunë
chë n’avutë lu tembë dë fassë grussë,
a cantàijë storië dë mammë
chë fra pochë saijarannë pë staijë vëcënë,
e storië dë tandë, cchiù furtunatë,
c’ha dëvëndatë grandë,
ma chë troppë spassë së scordë
d’essë statë frëchënë.
TRADUZIONE: IL CANTASTORIE
Qualche volta, la sera, d’estate, / un ricordo caro si avvicina; / l’arrivo al paese, /
quand’ero ragazzo, / di una strana coppia, / un uomo con un carretto / seguito, passo passo, da un cagnolino. // A quei tempi non era come adesso, / che per i ragazzi ci sono / tanti
giocattoli e divertimenti, / ci dovevamo accontentare con poco / per riempire il cuore, /
ma, quando arrivava il cantastorie, / tutto un mondo ci entrava dentro. // Ci mettevamo
tutti attorno, / zitti zitti, senza fiatare; / gli occhi e il cuore quasi volavano, / già erano
pronti a sognare. // Con il solo girare una manovella, / una musica, dolce e vellutata, / usciva da una cassa chiusa / e l’uomo cominciava a cantare / di storie incantate, / di paesi
lontani… di un’età più bella. // Mi ricordo l’ultima volta / che li vidi sparire dietro la curva / di quel viale di periferia; / il cuore mio se ne andava con loro, / mentre il corpo rimase fisso, / in mezzo a quella via. // Mi piace pensarli per le vie del Cielo, / attorniati dai
ragazzi / che non hanno avuto il tempo di farsi grandi, / a cantare storie di mamme / che
fra poco saliranno per stare loro vicini, / e storie di tanti, più fortunati, / che sono diventati grandi, / ma che troppo spesso si dimenticano / di essere stati bambini.
BERNARDINO DELL’AGUZZO è nato a L’Aquila nel 1950 e vive a Giulianova (TE). Da circa vent’anni ha iniziato a scrivere poesie, obbedendo a un bisogno interiore di calare sulla carta
le proprie emozioni. Ha raccolto le sue poesie in 13 opuscoli, tutti depositati nella Biblioteca
Comunale “V. Bindi” di Giulianova. Molti e lusinghieri i riconoscimenti conseguiti in partecipazioni a concorsi in diverse località d’Italia.
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’DDÙ MAMME (Segnalata)
di Concezio Del Principio (Atri-TE)
Faccia dogge e sguard’ rassicurant’
prutigge tutte quille che a te fa ricorse
pije pe mane ogne core traballant’
e ce da la retta vije s’ha perse.
Oh, Mamme de ogne ffije,
oh Vergine Marije,
’nzègnece la strate cchiù mije
pe fa la vuluntà de Ddije.
Nen fa’ sentì maj sole
ce te chiame mamme,
a sapelle ce cunzole
e ce done serenità e calme.
Prutigge pure la mamma mè
che quande so’ nate me diciò:
“Va’ tu pe lu monne, te lasce la vita mè”;
chiudò l’ucchje e se murò!
M’avesse piaciute vedelle,
accarezzaje li mane,
putè pe nu mument’ abbraccialle
e dije: “Te vuje bene”, piane piane.
Ma sacce che sta ’nghe tè,
che me prutegge da lassù,
e me sent’ pure furtunate, pecché
quande chiame mamme, me n’asponne ddù!
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Traduzione: DUE MAMME
Viso dolce e sguardo rassicurante / proteggi tutti quelli che fanno a Te ricorso, / prendi per mano ogni cuore traballante / e chi ha perso la retta via. // Oh, Mamma di ogni figlio, / oh Vergine Maria, / insegnaci la strada migliore / per fare la volontà di Dio. // Non
far sentire mai solo / chi si rivolge a Te chiamandoti “Mamma”, / sapere che ci sei vicina,
ci consola / e ci dona serenità e calma. // Proteggi anche la mia mamma / che quando sono
nato mi disse: / “Vai tu per il mondo, ti lascio la mia vita!”; / chiuse gli occhi e spirò! //
Mi sarebbe tanto piaciuto vederla, / accarezzarle le mani, / poterla per un momento abbracciarla / e dirle: “Ti voglio bene”, piano piano. // Ma so che è vicina a Te, / che mi
protegge da lassù, / e mi sento tanto fortunato, perché / quando chiamo “Mamma”, mi rispondono in due!
CONCEZIO DEL PRINCIPIO, nato ad Atri (TE) nel 1963, ivi risiede. Impegnato nell’attività
corale e teatrale, oltre a quella poetica, la sua produzione si snoda essenzialmente attraverso il
profondo radicamento ai valori e ai costumi locali. Ha pubblicato due volumi di poesie: Senza
voce e Nde na gocce da lu cìle. Molti e lusinghieri i premi conseguiti nei concorsi letterari in diverse località d’Italia.
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IMIGRATION (Segnalata)
di Sergio Gregorin (Turriaco-GO)
Restemo zidini
se oci negri tal scur
slonga roba par do schèi
unbrìe che sparisse
co riva ’l giandarmo
como ’l sass
tirà tal gatiun de verdo
fa scampar i useleti.
Restemo zidini
se ’na imigration
zòvina
poreta
zerca ’n logo iust
par vivar
par cressar garzoneti
par murir.
Restemo zidini
co i se ’nbardèa
in afari malsesti
nòvi ultimi
ta la scala
de la disperazion
ma i pol sol crèssar.
Naltri se vemo fermà.
Restemo zidini
anca se
cui oci del temp
vedèmo le umbrìe
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dei nostri veci
tal passar tere foreste
par zercar lavor
par tentar de vivar mei.
TRADUZIONE: IMMIGRAZIONE
Restiamo in silenzio / se occhi neri nel buio / offrono merci per pochi spiccioli / ombre
che scompaiono / all’arrivo della polizia / come il sasso / gettato nel groviglio di verde / fa
scappare gli uccellini. // Restiamo in silenzio / se una immigrazione / giovane / povera /
cerca un posto giusto / per vivere / per crescere i figli / per morire. // Restiamo in silenzio /
se li vediamo coinvolti / in affari balordi / sono i nuovi ultimi / nella scala / della disperazione / ma possono solo crescere. / Noi ci siamo fermati. // Restiamo in silenzio / anche se
/ con gli occhi del tempo / vediamo le ombre / dei nostri vecchi / calpestare terre straniere
/ per cercare lavoro / alla ricerca di una vita migliore.
SERGIO GREGORIN è nato a Turriaco (GO) nel 1945 ed ivi risiede. Scrivere per lui ha sempre rappresentato un modo di essere interprete di emozioni e sensazioni legate soprattutto alla
sua terra. Ha pubblicato nel 2005 un volume di poesie in dialetto “bisiaco” (veneto arcaico). Un
secondo volume è in fase di approntamento. Ha ottenuto lusinghieri riconoscimenti in concorsi
nazionali, e sue liriche sono presenti in diverse antologie.
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PLENILUNIO (Segnalata)
di Paola Macellari (Perugia)
’L buio me coje d’ botto come l’onde
mentre ntorno ’l bosco è silenzioso
Camino pian piano e fra le fronde,
’n chiarore m’apare a l’impruviso.
Me segue sempre a gni movimento,
sta luce è tonda e luminosa,
suscita drento me ’n certo fermento
na sensazione ch’è meravijosa.
Sé’ tlì luna ruffiana e silente
che metti ’n bocca ta ji innamorati,
le promesse d’amore più ardente
da falli doventà rimbecilliti.
Sé magica, m’encante, par che ride,
quanno che te guardo so trasec(q)lata.
I pensiere più niscosti t’affido
e me sento mbompò risollevata.
Ho nostalgia d’ te quan vè a durmì,
te cerco perché me manca qualcosa;
aspetto finché n’sé pronta pe scappì
così ’l chiarore llùmina gni cosa.
TRADUZIONE: PLENILUNIO
Il buio mi coglie all’improvviso come le onde / mentre intorno il bosco è silenzioso. /
Cammino piano piano fra le fronde, / un chiarore mi appare all’improvviso. // Segue sempre ogni mio movimento / questa luce è tonda e luminosa, / suscita dentro me un certo
fermento; / una sensazione che è meravigliosa. // Sei lì luna ruffiana e silente / e metti in
bocca agli innamorati / le promesse d’amore più ardenti / da farli rimbecillire. // Sei ma-
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gica, m’incanti, sembra che ridi, / quando ti guardo sono trasecolata. / I pensieri più nascosti ti affido / e mi sento molto sollevata. // Ho nostalgia di te quando vai a dormire, / ti
cerco perché mi manca qualche cosa; / aspetto che ritorni di nuovo, / così il chiarore illumina ogni cosa.
PAOLA MACELLARI, di Perugia, con un diploma di tecnico commerciale, si definisce
un’autodidatta in campo letterario. Da circa tre anni ha iniziato a scrivere anche in vernacolo,
frequentando l’ “Accademia del Donca”, un corso di poesia patrocinato dal Comune di Perugia,
e che al termine dell’anno accademico pubblica un’antologia degli elaborati migliori. Ha conseguito lusinghieri riconoscimenti nei concorsi letterari a cui ha partecipato.
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LU MARE, QUANDE LU SOLE SPUNTE (Segnalata)
di Chiara Severini (Pescara)
È l’albe!... S’affacce lu prime chiarore.
Lu sole, tra ciele e mare sta’ spuntà;
culore de rose se tegne lu monne,
su l’acque, se spanne, nu sfarfallijà!
Che luce!... Già l’onne s’allume, s’arschiare,
lu vende s’arsbeje e ce vo’ pazzijà!
Appare lu sole, radiose, trionfale,
carezze lu mare e nu basce je dà.
Che ’ngande!... Lu core s’inebrie, s’ammalie...
dulore e suspire m’ha fatte scurdà!
Beate gabbiane che sembre t’armire!
Vulesse nghe isse ogne jurne vulà!
(Ritornello)
Se mette, stu mare
de chiare turchine,
na veste de sete,
de rose e de trine.
De perle lucende
dapù s’ariveste...
Li ragge le ’ndore,
è tutte na feste.
TRADUZIONE: IL MARE, QUANDO IL SOLE SPUNTA
È l’alba!... Si affaccia il primo chiarore. / Il sole, tra cielo e mare, sta per spuntare; /
color di rosa si tinge tutt’intorno, / sull’acqua si spande uno sfarfallio! // Che luce!... Già
le onde s’illuminano, schiariscono, / il vento si sveglia e ci vuole giocare. / Il sole fa il suo
ingresso radioso, trionfale, / carezza il mare ed un bacio gli dà! // Che incanto!... Il cuore
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s’inebria, s’ammalia... / dolori e sospiri mi ha fatto scordare! / Beati gabbiani che sempre
ti rimirano... / Vorrei, ogni giorno, con loro volare! // Si mette, questo mare / di chiaro
turchino, / una veste di seta, / di rosa e di trine. // Di perle lucenti / dopo si riveste... / I
raggi l’indorano, / è tutta una festa!
CHIARA SEVERINI risiede a Pescara. Scrive poesie e canzoni, sia in lingua che in dialetto,
che assommano, queste ultime, a circa un centinaio. In Abruzzo, infatti, è molto nota in questo
campo. Molti i concorsi vinti, specie in ambito musicale, come autrice di testi (quello sopra riportato è, appunto, un testo per canzone). Nel dicembre 2009 è stato pubblicato un CD di canzoni folkloristiche, i cui versi sono, appunto, tutti della poetessa.
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CUME ’NA PREGHIÈRA (Segnalata)
di Alessandro Mordini (Ancona)
Stanne pusàte a lì
nte na scujèra.
Tutte ccucciàte
nun pìula ngnisciùna.
Nun ha leàtu ’ncò
mancu la luna.
Ècca el celàndru
s’edè fatta sera.
Ha sbunazzatu adè
la baa da fòra.
Derète i mónti
’a a repusasse el zole...
A béccu apèrtu
spalegena un cucile.
El marinàru pesca,
canta e spèra.
Un càntu che se rmàgna
le paròle
e ’rìa dalòngu
cume ’na preghièra...
TRADUZIONE: COME UNA PREGHIERA
Stanno posati / sopra la scogliera. / Accovacciati senza pigolare. / La luna ancora /
non è salita in cielo. / Ecco il tramonto / oramai è già sera. // Non spira più la brezza /
verso terra. / Dietro i monti / va a riposare il sole... / A becco aperto / sbadiglia un gabbiano. / Il pescatore pesca, / canta e spera. // Un canto che strozza in gola / le parole / e
giunge lontano / come una preghiera.
ALESSANDRO MORDINI, nato a Porto Recanati nel 1931, risiede ad Ancona. Ha conseguito
la licenza media. Già dirigente politico locale (PCI), ama da sempre la poesia. Partecipa ai concorsi dal 1996. Ha pubblicato: Il Cantico dei cantici (passi della Bibbia tradotti in dialetto recanatese), Proverbi, Sei bellu e caru, Trasposizione, La ’oce del maru, El core dice canta!
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PREMI SPECIALI
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PREMIO SPECIALE “POESIA IN METRICA”
1° class. assoluto – VITTORIO VERDUCCI (Notaresco-TE)
Segnalati:
Franco Ponseggi (Ravenna)
Giancarlo Scarlassara (Verona)
Elisabetta Di Iaconi (Roma)
PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE
– CESARE DE RUGERIIS (Castel Castagna - TE)
PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA
– TOMMASO STELLA (Arielli-CH)
PREMIO SPECIALE ASSESSORATO ALLA CULTURA
COMUNE DI RECANATI PER UNA POESIA A TEMATICA ECOLOGICA
– CARMELO CONSOLI (Firenze)
PREMIO SPECIALE “GIOVANE MERITEVOLE”
IN MEMORIA DI FELICE PIEMONTESE:
– DOMENICO CASSESE (Palma Campania-NA).
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MEMORIE LONTANE (1° premio assoluto “Poesia in metrica”)
di Vittorio Verducci (Notaresco-TE)
La calda fragranza del pane
ch’usciva, ho sentito, dal forno,
e a care memorie lontane
ha fatto la mente ritorno:
di quella fragranza era adorno
il desco di casa, di buono
croccava, era un lieto contorno
per me, come un dono.
È un dolce, suadente, abbandono
che fa nel rimpianto la mente:
la casa, felice nel suono
di voci passate, ora spente,
di poco, arredata, di niente,
la casa… ma quanto fu bello
quel tempo che vissi innocente
nel vecchio castello!
Mia madre, col suo matterello
stendeva sottile la sfoglia,
d’aromi condito al fornello
quel cibo accendeva la voglia:
mia madre, a me giovane foglia
di fronte alla vita oscillante,
a entrarne indicava la soglia,
accorta insegnante.
La schiva bottega, stagnante
d’odori d’antico: al lavoro
rivedo mio padre zelante,
squillava il martello sonoro.
Giammai ricevevan ristoro
le mani consunte, callose,
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scavava la fronte un decoro
di rughe pensose.
Memorie fanciulle, preziose
di lievi atmosfere rosate:
sull’ali del tempo armoniose
di sogni, chimere incantate.
Volavano l’ore beate
nei dondoli dell’altalena,
trillava di gioie eccitate
la piazza serena!
Oh, come il ricordo mi mena
l’età così bella, leggera:
mia madre chiamava per cena…
chiamava… d’arcano foriera
veniva, maliosa, la sera:
scendeva col suon di campane,
nei giochi del rubabandiera
e di cerbottane.
VITTORIO VERDUCCI, nato a Notaresco (TE) nel 1947, ivi risiede. Insegnante di materie
letterarie nelle scuole medie, ma abilitato anche all’insegnamento di italiano e latino nei licei. È
in pensione dal 1° settembre 2009. Autore di racconti e poesie, in lingua e in vernacolo, ha vinto
numerosi concorsi a livello nazionale (Messina, Venezia, Avellino, Teramo, ecc.), specie negli
ultimi anni. Ha pubblicato: Paose mi, racconto in versi di episodi e personaggi della sua città, in
vernacolo locale; Via Crucis, poesie sulla Passione di Cristo, in vernacolo abruzzese; Oltre
l’esistere, poemetto metafisico in rigoroso formato metrico. È inoltre autore dei versi di una
ventina di canzoni, alcune delle quali incise da artisti di fama nazionale.
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LA SULEDARIETÀ (Premio Speciale del Presidente)
di Cesare De Rugeriis (Castel Castagna - TE)
Quanne che vède sprèche tónne tónne
de gènere de tutte qualetà,
a mènta mé, me l’addumànne e ’rspónne :
“Ma la muràla nostre duhua stà?”
Chelli frechìne de lu terze mónne
che nen te’ prubbje nìnte pe’ magnà
che sta ’bbunnanzje a nû ’nce s’arempónne,
penzènne a quèlle che nen po’ campà?
Lu core me se trince a ’lla vesióne :
de ’lli mammucce sècche ’nta li spine,
quanne li vede lò ’n televisióne!
La suledarjetà pe ’lli frechìne
’nce sta, e nen ce fa cumpassijóne:
appena nate... e va’ verse la fine?
TRADUZIONE: LA SOLIDARIETÀ
Quando penso a tutti quegli sprechi / di generi di ogni qualità, / a mente mia mi chiedo
e rispondo: / “Ma la morale nostra dov’è?” // Quei bambini del terzo mondo, / che non
hanno proprio nulla da mangiare, / questa abbondanza nostra non ci va di traverso, / pensando a quelli che muoiono di fame? // Il cuore mi si comprime a quella visione: / di quei
piccoli, magri come spini, / quando li vedo lì in televbisione! // La solidarietà per quei
bambini / non c’è, e non ci fanno compassione: / appena nati... e vanno [già] verso la fine?
CESARE DE RUGERIIS, nato nel 1932 a Colledara (TE), vive a Santa Maria, fraz. di Castel Castagna (TE), piccolo paese alle pendici del Gran Sasso. Per circa trent’anni è stato impiegato alle
Ferrovie dello Stato. Scrive poesie dall’età giovanile, ma solo recentemente ha dato alle stampe un
corposo volume di poesie dialettali, All’ombre de lu Gran Sasse. Sono in preparazione altri tre
volumi di poesie, tra cui in fase di stampa, una Via Crucis, rivisitazione poetica in dialetto locale
sulla Passione di Nostro Signore. Da un paio d’anni ha iniziato a partecipare ai concorsi letterari, ottenendo subito lusinghieri riconoscimenti, grazie anche alla sua profondità ispirativa, cui
unisce uno stile sobrio e metricamente perfetto.
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ARTRUVARSE (Premio Speciale della Giuria)
di Tommaso Stella (Arielli-CH)
Artruvarse ahhunìte, a gna savème,
assittate, assopre a la luggette
pe’ ffarce na parlate a ccore a ccore
sott’a la stillijate di lu ciele,
’mbracciate a li carezze di la sere
e a riguardà, nu ccone ’nzunnacchjite,
la zurle di la lune ch’arcujeve
li voce nnammurate a la pazzije.
Artruvarse ahunìte, gna savème,
’n silenzie, nghe li pàlpite a lu core:
quanta suspire a scioje di capille
ndramezze a cante nûve, nghe parole
ch’arbivé lu ricame di la vite.
Artruvarse ahhunìte, gna savème,
spuse d’amore a disiderie vive
pe’ ccòjece lu fiore che nasceve
a lu cagnà di lune entr’a lu ciele
e crèscele a chell’arie di famije
p’arnazzicà’ nghe tte lu pizzingrille.
Artruvarse mo, ancore gna savème...
TRADUZIONE: RITROVARSI
Ritrovarsi insieme, come eravamo, / seduti sulla loggia, / per parlarci cuore a cuore /
sotto il cielo stellato, / in braccio alle carezze della sera / e osservare di nuovo, insonnoliti, / il gioco della luna che raccoglieva / le voci innamorate nel celiare. / Ritrovarsi insieme, come eravamo, / in silenzio, con i palpiti di cuore: / quanti sospiri allo sciogliere dei
capelli / durante i nuovi canti, con parole / che ravvivavano il ricamo della vita. / Ritrovarsi insieme, come eravamo, / sposi innamorati nel desiderio vivo / per raccogliere il fiore che nasceva / in cielo alla nuova fase lunare, / e crescerlo in quell’aria familiare / per
cullare insieme a te il piccolino. / Ritrovarsi ora, ancora come eravamo...
TOMMASO STELLA è nato ad Arielli nel 1940 ed ivi risiede. Svolge la professione di agricoltore, conducendo anche un’avviata e nota casa vinicola. Autodidatta in campo letterario, ma i
premi da lui vinti in campo regionale e nazionale ad oggi assommano a un centinaio, con oltre
trenta primi premi. Diverse anche le sue pubblicazioni, tra cui ricordiamo: A passe lente e Vente
d’aprile, che hanno riscosso grandissimo favore da parte della critica, anche nazionale.
112
DAL FINESTRINO DI UN TRENO (Premio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Recanati, per una poesia a tematica ecologica o di rispetto dell’Ambiente e del Territorio)
di Carmelo Consoli (Firenze)
La vedi l’estate come dai pianori d’un tempo
entrare a pari silenzi, pari fragranze
dal finestrino di un treno fermo
nell’oblio solare dei campi d’agosto,
sospeso dalla frenesia del moto, dagli affanni.
E riconosci la traccia dei sentieri
stretta e sinuosa rimasta alla giovinezza,
confusa nel verde, nell’ocra dei campi;
ti stringe l’abbraccio antico delle vigne,
degli ulivi, quel placido rosa mescolato
all’azzurro cielo della casa cantoniera.
Sei viaggiatore e viaggi appeso
al sorriso dei girasoli, cuore e convoglio perso
tra covoni di grano e stoppie arse.
Immagini che la corsa all’errare
per mondi di linee, scambi, indifferenze
finisca lì oltre le retrovie dei tralicci, i filari dei cipressi.
Arrivi come quando eri fanciullo
a sognare l’altro mondo dietro le colline,
il confine celeste e verde tra cielo e terra.
All’improvviso più non riconosci
l’uomo che è in te, il giorno, l’ora
ricondotti alla pena dei grigi urbani
ma rinasci a un rifiorire di essenze, sbocci,
canti di cicale, vedi solo curve dolci, colli e balzi,
fumide sagome di casolari e sei
nel cuore saldo degli alberi, nel colore delle ortensie,
nel profumo misto e arcano di agrumi e gelsomini.
All’improvviso ecco il gesto antico
chino ai solchi, alla semina, quel nascere
113
odoroso del pane, del vino alla controra,
quella vita altra dimenticata
riemersa dal cuore della terra.
Così, prima che il treno riparta
sul filo del dubbio, dell’incantamento,
della memoria smarrita di semafori e metropolitane.
Solo nudità di rami, respiro di foglie, cromie risorte.
CARMELO CANSOLI, nato a Catania, vive e lavora a Firenze. Poeta, saggista, critico letterario e d’arte, operatore umanitario. Autore di cinque raccolte poetiche: Il canto dell’eremita, Ed.
“Ibiskos”; Percorsi quotidiani e Eppure mi sfiorano le stelle, Ed. “Bastogi”; Un amore chiamato Firenze e Strade con vista paradiso, Ed. “Del Leone”. Tantissimi i premi conseguiti, tra cui
recentemente il “Fiorino d’oro” a Firenze e il 1° premio al “Città di Quarrata”. È altresì autore
di saggi sulla pittura contemporanea. Di lui hanno parlato e scritto famosi critici nazionali.
114
GLI OCCHI DI UN ADDIO (Premio Speciale “Pelasgo 968” alla
memoria di Felice Piemontese a un giovane meritevole)
di Domenico Cassese (Palma Campania - NA)
Presagio di tempesta s’ode tra gli umori del cielo
che oggi da ovest abbaglia, da est spaura
e tuona come il tonfo di un’onda su uno scoglio.
Un azzurro e poi quel grigio che sconfina nel nero
persino gli alberi piangono sul lido.
La palma esile perde una, due, tre foglie
si piega come l’arco forgiato del guerriero
abbracciato all’ultima vitale speranza.
Mi vedo in bilico su quella corda tesa
come una goccia di sangue esitante…
La pioggia intensa riposa con forza su questo foglio bianco
in queste righe, tra questo pianto disperato.
L’ultima lettera per te, amore, è sudicia di orrori.
Le urla della guerra arrivano fin alle mie mani
trasportate dal vento e tremano, forte, tremano.
Mi sento l’ultimo arrivato di questa missione
l’ultimo uomo e il primo ad essere chiamato alla morte.
Il cielo tuona ancora ma è sparito l’azzurro
mentre un flash mi ricorda il vestito della nostra bambina
quello a fiori rossi e gialli…
Ancora un tuono
la memoria si infrange al di là delle nubi
è il presente che uccide le emozioni
quello che muore nell’ultimo sospiro della tempesta.
DOMENICO CASSESE, nato ad Avellino nel 1986, risiede a Palma Campania (NA). Studente
universitario a Napoli, Facoltà di Lettere, in campo poetico la sua passione a comporre risale al
periodo liceale. Comincia a partecipare ai concorsi nel 2005, conseguendo immediatamente
consensi e lusinghieri riconoscimenti, tra cui spicca il 1° premio al Concorso “Giovanni Paolo
II”, con la delegazione pontificia del Santuario di Pompei.
115
116
APPENDICE
(Tabelle e notizie varie)
117
118
1° CONCORSO “CITTÀ DI GROTTAMMARE”
Distribuzione per Regione dei 181 concorrenti
Svizzera = 1
Trentino
Valle d’A.
3
Friuli
1
Lombardia
5
Piemonte 18
Veneto
7
16
Liguria Emilia Romagna
3
6
Sa r de g na
1
Toscana
10
Marche
Umbria 23
3
Abruzzo
L a z i o 35
24
Molise
3
Cam pani a
Puglia
10 Basilicata 4
2
Calabria
1
Sicilia
5
119
1° CONCORSO “CITTÀ DI GROTTAMMARE”
Graduatoria per regioni concorrenti partecipanti
Italia
= 180
Svizzera = 1
Abruzzo
Lazio
Marche
Lombardia
Veneto
Toscana
Campania
Piemonte
Emilia Romagna
Friuli
Sicilia
Puglia
Trentino
Liguria
Umbria
Molise
Basilicata
Valle d’Aosta
Calabria
Sardegna
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6
5
5
4
3
3
3
3
2
1
1
1
INDICE
121
122
Presentazione
Pag.
5
Introduzione
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7
La Giuria
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9
SEZIONE “A” – POESIE IN LINGUA
Tenerezza, di Roberto Mestrone
Di notte al museo, di Isabella Sordi
Favola barocca, di Rodolfo Vettorello
Non scendere i gradini, di Maria Ebe Argenti
Amarti è perderti, di Franco Campegiani
Zingarella, di Alberto Canfora
Bambola di stracci, di Alberto Druschovic
Eroi, di Francesco Palermo
Se nevicasse, di Pierino Pini
Tra noi, di Ramis Tenan
Un velo di crepuscolo, di Bruna Cerro
Pazza, di Giovanni Lupi
Alla mia età, di Marisa Provenzano
Un’altra estate, di Franco Revello
Se mai, di Luciana Vasile
Santa Maria ai Monti, di Anna Francesca Basso
Oggi vedo, di Vittorio Iarrobino
Terra mia, di Anna Dudziacha
Come un dipinto, di Virginia Notarpasquale
Ereditare il vento, di Patrizia Pallotta
Le morti bianche, di Romeo Salvato
Piccole parole, di Maria Altomare Sardella
Ospite dal cuore fragile, di Francesca Vertolo
L’albero del cuore, di Domenica Aloisi
Ritratto di signora, di Fabiano Braccini
Fuochi di capodanno, di Antonio Capriotti
A chiara, di Maria De Luca
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L’anima, di Giselda Desiderio
Amica mia, di Sara Fasciani
Per riflesso, di Ercole Florà
Alla poesia, di Cesarina Giustozzi
In riva al mare, di Ida Gorgoretti
Amor taciuto, di Vinia Mantini
Marianna, di Anna Maria Obadon
Sacrilega, di Marinella Paoletti
Si entra nel tuo corpo, di Silvia Raccichini
Io, penelope, di Katia Salvi
Gioia, di Patrizia Settepanella
I sogni sono la schiuma del mare, di Tiziana Totò
SEZIONE “B” - POESIA INEDITA IN DIALETTO
Ascùtame ventu, di Giuseppe Vultaggio
Aqua, di Guido Leonelli
Al jorno come ne le fole, di Giancarlo Scarlassara
Sotto ar celo, di Marco Managò
A vreb avdé, di Franco Ponseggi
Rusarie de rose, di Cesare Antonio Nicolini
Ël canté dël gal, di Attilio Rossi
Smarimento, di Loredana Simonetti
Me vujie fa’ ’na case, di Francesco Di Bonaventura
Lu mutillu, di Sandro Angelucci
Une, di Lucio Cancellieri
El ponte del musciò, di Mauro Domenella
’Ngànneme sonne, di Candeloro Lupi
Renelèlla care, di Romolo Abbonizio
Quant’è bella l’istate!, di Elisabetta Di Iaconi
Vaie ’répenzènne, di Franca D’Angelo
’Nu recorde, di Maria Pia Di Nicola
L’ammedie, di Vittoria Giuliani
124
Pag.
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”
”
”
”
”
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”
57
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77
79
81
82
83
85
87
Scetanneme matina, di Franco Corbo
Te ’nco’ sai na madre, di Rina Bontempi
Le Grotte, di Nazzareno Bruni
A mammà, di Floredana De Felicibus
Lu cantastorie, di Bernardino Dell’Aguzzo
’Ddù mamme, di Concezio Del Principio
Imigration, di Sergio Gregorin
Plenilunio, di Paola Macellari
Lu mare, quande lu sole spunte, di Chiara Severini
Cume ’na preghièra, di Alessandro Mordini
Pag.
”
”
”
”
”
”
”
”
”
88
89
91
93
95
97
99
101
103
105
PREMI SPECIALI
Memorie lontane, di Vittorio Verducci
La suledarietà, di Cesare De Rugeriis
Artruvarse, di Tommaso Stella
Dal finestrino di un treno, di Carmelo Consoli
Gli occhi di un addio, di Domenico Cassese
”
”
”
”
”
”
107
109
111
112
113
115
APPENDICE
Distribuzione partecipanti per regione
Tabella graduatoria regionale
”
”
”
117
119
120
125
126
127
STAMPATO PER CONTO DELL’ASSOCIAZIONE
“PELASGO 968”
presso
ARTI GRAFICHE “CANTAGALLO”
C.da Sant’Antonio, 24
65017 – PENNE (PE)
Sono fatti salvi tutti i diritti
128
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antologia 1° concorso città di grottammare