LADOMENICA
DOMENICA 18 DICEMBRE 2011
NUMERO 357
DIREPUBBLICA
CULT
All’interno
La copertina
Nuove tecnologie
e libri per bambini
ecco le e-storie
del futuro
BACCALARIO e KINNEY
Le recensioni
Quei racconti
sulla bellezza
degli adolescenti
eccentrici
SIMONETTA FIORI
Temi sui grandi maestri,
nudi e falce e martello
Nel centenario della nascita
i quaderni di scuola
di un ragazzo
che è già artista
Giovane
Il
Guttuso
L’attualità
GIANCARLO BOCCHI
Tutti i segreti
del ladro
di biciclette
statocome trovare un tesoro. Inaspettato e sorprendente. Più di cinquecento pagine di quaderni di scuola di Renato Guttuso, fitti di appunti sull’arte, sull’architettura,
sulla filosofia, densi delle passioni di un ragazzo che non
poteva immaginare che sarebbe diventato un artista famoso, ricco, potente. Cercavamo immagini per un film
documentario in occasione dell’imminente centenario della nascita, quando l’anziana ma ancora vivace amica dell’artista, che ci
aveva permesso di consultare le foto di famiglia nel suo piccolo e
caotico appartamento alla marina di Bagheria, si è ricordata: «Ma ci
sono anche dei quaderni di Renato!». Dopo un’affannosa ricerca tra
i ricordi di una vita, Flora, la figlia del poeta Ignazio Butitta, l’amico
da sempre di Guttuso, apre una vecchia scatola da cioccolatini e
mostra a uno stupito Antonino Russo, docente universitario di linguistica e germanistica a Palermo, e a chi scrive, le pagine del giovane Renato, rimaste sconosciute per più di ottant’anni.
(segue nelle pagine successive)
LUCA RASTELLO
I sapori
Verde Natal,
il menu
è vegetariano
LICIA GRANELLO
e UMBERTO VERONESI
È
RENATO GUTTUSO
n S. Maria Novella si conserva il quadro della Trinità. [...]
Nel centro Cristo mentre dall’alto tende l’eterno padre con
le braccia aperte per raccogliere il figlio. Dinanzi alla croce Maria e Giovanni e presso le colonne scannellate il committente in ginocchio insieme alla moglie.
Questa è l’opera che ci rimane di Masaccio, il quale fu un
innovatore del nuovo stile pittorico, perché rompendo la tradizione della scuola di Giotto, imita l’arte di Donatello per l’espressione, e introduce per la prima volta la prospettiva che ha appreso da Brunelleschi.
I
Piero della Francesca
[...] L’ultima opera che volle lasciare a Borgo S. Sepolcro è il quadro
della Resurrezione: Cristo dai grandi occhi sorge dal sepolcro, su cui
poggia il piede sinistro, piantando sull’urna lo stendardo crociato.
(segue nelle pagine successive)
FOTO ARCHIVIO PASQUALINO - PALERMO
L’intervista
Lo scienziato
Hubert Reeves
“Spiego le stelle
ai miei nipoti”
LUCA FRAIOLI
L’opera
Luca Guadagnino
debutto lirico
Un grande Falstaff
senza birignao
ANGELO FOLETTO
Il romanzo
Una certa idea
di mondo:
“Medici di corte
e lezioni di libertà”
ALESSANDRO BARICCO
Repubblica Nazionale
DOMENICA 18 DICEMBRE 2011
LA DOMENICA
■ 32
La copertina
Autoritratti
Riflessioni sulla filosofia e sull’architettura, lunghi componimenti sui padri
fondatori da Masaccio a Michelangelo. Ma soprattutto decine e decine di schizzi,
bozzetti, studi di figure che segnalano l’urgenza di disegnare e di dipingere
Nel centenario della nascita, i primi passi di un ragazzo
diviso tra la Sicilia, la lotta
degli umili e la pittura
GLI APPUNTI
Sotto, alcune
pagine dei quaderni
di scuola di Guttuso
fitte di appunti
sull’arte,
sull’architettura
e sulla filosofia
GIANCARLO BOCCHI
(segue dalla copertina)
acconta Flora Butitta: «Quando nel 1945
morì la madre, Renato non poté partecipare ai suoi funerali.
La casa fu liberata dal
proprietario e alcuni effetti personali
vennero affidati al podestà. Dopo
qualche tempo Renato tornò a Bagheria per ritirarli. Insieme al pittore Garajo, io lo aiutai. Fu per questo che mi regalò i suoi quaderni di scuola, per sdebitarsi». Per lei «sono solo un ricordo», ma
quegli otto quaderni ora ritrovati raccontano molto dell’artista siciliano, una parte importante della sua esistenza, un periodo tra i meno conosciuti, di certo il più
determinante per la formazione delle sue
idee sull’arte e sulla vita. Anni di povertà e di
speranza. Di forti ideali e di scelte obbligate.
Di passioni e d’incertezze.
Tutto ha inizio a Bagheria, un paese di mille casette e una decina di sontuose ville nobiliari, il giorno di Santo Stefano del 1911. Ma
Gioacchino e Gina, i genitori, vogliono regalare al piccolo Aldo Renato Guttuso una settimana di vita e lo registrano all’anagrafe di
Palermo solo il 2 gennaio 1912.
Il primo ricordo di Guttuso bambino è
drammatico. Un colpo di lupara rimbomba
nel vicolo sotto casa, dietro corso Butera. Dal
balconcino, ornato di vasi di gerani, Renato
vede un uomo cadere a terra, morto. La violenza della sua terra gli entra dentro per la prima volta, lasciando un’impronta indelebile
sulla sua sensibilità. La seconda scoperta di
Renato è quella di avere due genitori molto
diversi tra loro. La madre è una donna semplice, che vorrebbe imporgli un’educazione
cattolica. Ogni giorno cerca di trascinarlo a
messa, in Cattedrale. Il padre è invece un anticlericale, figlio di un garibaldino mazziniano, un uomo dai modi eleganti e raffinati che
ama l’arte, scrive di teatro e di cinema. È un
agrimensore e porta spesso con sé il figlio in
giro per i campi insegnandogli ad amare «l’umanità dolente e disperata» della Sicilia.
Appena adolescente, Renato è di casa al
circolo anarco-socialista “Filippo Turati”,
fondato da Ignazio Butitta a Bagheria, dove
si pubblica il foglio La povera gente e si organizzano le manifestazioni dei braccianti. È la
sua prima scuola di antifascismo, proprio
negli anni in cui il regime di Mussolini si va
consolidando. A dodici anni scopre davanti
alla nuova casa di corso Diaz, sempre a Bagheria, «una miniera di colori, segni e figure»:
è la bottega di Emilio Murdolo, pittore di carretti siciliani, suo primo maestro. Da quel
momento Renato inizia a sfogliare con passione i libri d’arte del padre, futura fonte d’ispirazione per i quaderni del liceo.
Intanto in casa Guttuso si tira la cinghia. La
madre sogna «il figlio avvocato» e vede l’innamoramento del ragazzo per l’arte come
un ostacolo alle proprie ambizioni. Gioacchino, fine acquerellista, incoraggia invece
la passione del figlio e gli suggerisce di frequentare gli altri artisti locali. Renato dà
ascolto alla madre, continua a studiare e nonostante le difficoltà economiche viene
iscritto al liceo classico Umberto Primo di
Palermo. Ma già a quindici anni inizia anche
a scrivere di arte sul primo dei suoi quaderni
ora ritrovati, e apre il suo primo studio nel
piccolo abbaino che si affaccia sul terrazzino
di casa con vista sul golfo. Presto questo spazio angusto, ma panoramico e soleggiato, diventa una “factory” frequentata dai giovani
artisti come Nino Franchina, Giuseppe Bar-
R
Renato
Guttuso
I miei quaderni di scuola
LE MATITE
Nudi,
caricature,
una piccola
falce
e martello:
schizzi,
disegni
e studi
di figure
ritrovati
sui quaderni
di Guttuso
(Archivio Asb
Si ringrazia
Flora Butitta)
Nella foto
di copertina
Guttuso
nel 1930
nel suo studio
romano
bera, Nino Garajo, e anche da Topazia Alliata di Salaparuta, giovane ed esuberante duchessa, che studia all’accademia d’arte e dipinge con talento. I due diventano inseparabili, e si innamorano. Renato si presenta al
padre di Topazia a Villa Valguarnera, e chiede ufficialmente al duca il permesso di frequentare la figlia. Iniziano le incursioni dei
due giovani a Palermo sulla veloce limousine guidata dallo chauffeur sudanese del duca di Salaparuta. Non pensano ci siano grandi differenze tra loro, ma quando il gruppo di
artisti si riunisce sulla terrazza di corso Diaz
a parlare di arte e di futuro, la madre di Renato non può offrire loro che una piccola fetta
di melone per ciascuno.
Il giovane, di idee antifasciste, a Palermo si
trova a fare i conti con un’altra realtà. Incontra un grande maestro di pittura nel futurista
Pippo Rizzo, uno degli artisti di punta del
movimento di Marinetti, che predica la rivolta contro Giotto, Raffaello e Tiziano. Ma il
giovane Guttuso non la pensa allo stesso modo. Decine di pagine dei suoi quaderni sono
dedicate non solo ai grandi della pittura antica, ma anche ai cosiddetti “minori”, che per
lui “minori” non sono. I quaderni del liceo si
riempiono di più di cento tra schizzi, disegni,
studi di figure, che ora attendono di essere
esaminati in modo approfondito. Tutte le altre materie lo interessano assai meno e i voti
in pagella sono appena accettabili. Renato
vorrebbe disegnare e dipingere, dipingere e
disegnare. Sono proprio i suoi quaderni a riportare quest’urgenza, questa pulsione. Illuminano un mondo fatto di grandi passioni, ma anche di scelte difficili e non più rinviabili. «Non è più il tempo — scrive — dei
giardini di limoni, delle notti di luna e dei discorsi antichi dei contadini di Bagheria».
Non è più il tempo di far convivere pacificamente il “libero pensiero” del padre e il
conformismo della madre. C’è una vita da
«vivere accanitamente». Ma quale, e dove?
Il giovane Renato legge i discorsi di Lenin
sugli opuscoli dell’Avanti! diffusi clandestinamente. Sui quaderni di scuola compare
una piccola falce e martello, vicino a figure
indistinte e al disegno di un ometto trasfigurato alla George Grosz. Disegno autografo o
forse frutto collettivo della “factory” bagherese. Compare anche un’annotazione, probabilmente dello stesso Renato, ma con calligrafia stravolta: «Renato Guttuso Bagheria,
disegna meglio con la mano sinistra...».
Frequenta il coetaneo Franco Grasso, attentamente osservato dalla polizia politica
fascista, animatore di un gruppo che si svilupperà nel Fuai, il Fronte unitario antifascista d’ispirazione comunista. Ma poi, quando si iscriverà alla facoltà di legge per volontà
della madre, per usufruire dei servizi assistenziali e per poter partecipare alle esposizioni pubbliche deve accettare la tessera dei
Guf, i Giovani universitari fascisti.
Sono gli eventi che decidono per il ventenne. Solo dopo alcune mostre nel continente e il successo ottenuto da due opere
esposte alla Prima Quadriennale di Roma,
nel 1931, Renato decide che non diventerà
mai un avvocato. Abbandonerà gli studi universitari e partirà per la capitale. Ormai ha in
testa una sola cosa: fare l’artista. E artista diventerà, sarà l’artista di punta della sinistra
italiana, il pittore acclamato ma anche criticato, l’amico di Picasso ma anche il difensore del realismo, l’uomo che amava i trasgressori ma che trasgressore non era. Perennemente al bivio nei suoi primi vent’anni, scelse infine il Pci.
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Repubblica Nazionale
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Tema: “I tre grandi maestri
che hanno cambiato l’arte”
RENATO GUTTUSO
(segue dalla copertina)
n terra dormono le guardie, di cui una è profondamente immerso nel sonno e sembra di
vederlo russare. Anche qui il paesaggio è formato di montagne sparse di alberi e cespugli. Con questa opera si chiude la sua faticosa vita.
I
Raffaello
[...] Egli pensò alla Sicilia perché anch’essa avesse qualche sua pittura. Fece per il Convento
dello Spasimo dei frati di Monte Oliveto, a Palermo, un quadro ove dipinse lo spasimo di Cristo. La storia di questa tavola ha del miracoloso. Raffaello la spedì per nave ben chiusa; ma
la nave fu travolta da una tempesta e sbattuta dalle onde andò a frantumarsi sulla spiaggia
ligure. I genovesi videro una cassa, l’aprirono e vi trovarono il quadro intatto. [...]
Leonardo da Vinci
[...] È l’unico che possa stare alla pari con Raffaello. Mentre la produzione di Raffaello è abbondante quella di Leonardo consta solo di otto opere, almeno quelle che noi abbiamo. Ma
certo molte altre opere egli dovette produrre, le quali se fossero a noi giunte ci avrebbero stupito. Egli ebbe un ingegno straordinario, perché non fu solo un insigne artista, ma anche ingegnere, architetto, idraulico, matematico, fisico, naturalista, poeta, letterato. Egli quindi si
distrasse troppo dall’arte. Fu dotato di una strana caratteristica, cioè di non essere mai contento delle sue opere. [...] Mentre di ogni pittore possiamo trovare una derivazione, Leonardo non ha veramente alcuna educazione, tranne un po’ di Verrocchio. Infatti Leonardo
quando era fanciullo molto prese dal maestro Verrocchio, il quale impose nell’arte un’orma profonda per essere stato anche il maestro del Perugino.[...]
Michelangelo
Egli fu uno dei più grandi artisti del mondo, specialmente per il fatto che non essendo nato per
l’arte, con lo studio divenne sommo nell’architettura, pittura, e specialmente scultura. A tredici anni lasciava la scuola di lettere si recava nella bottega del Ghirlandaio per impararsi il disegno e la tecnica dell’affresco, e lì rimase per un anno. In seguito frequentò la scuola di scultura, che si impartiva nei giardini dei Medici, ricchi di statue. Egli è il solo pittore che può stare accanto a Raffaello e Leonardo. Ebbe infinite schiere di allievi, tra i quali il Vasari. A ottant’anni moriva pianto da tutta Roma che vedeva in lui spegnersi uno dei più grandi artisti
del mondo. Ed ora dopo la luminosa triade formata da Raffaello, Leonardo, e Michelangelo,
l’arte comincia a decadere e non dà alcun artista che possa stare accanto ad essi.
(Brani tratti dal quaderno n.1, 1927)
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IL DOCUMENTARIO
I quaderni giovanili di Guttuso
e molti filmati inediti saranno
presentati nel film documentario
di Giancarlo Bocchi La vita è arte,
che andrà in onda in occasione
del centenario della nascita dell’artista
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LA DOMENICA
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L’attualità
Remake
Tronchesina e furgone. Sono i ferri essenziali
di un “mestiere” che si credeva fissato
per sempre nel bianco e nero di De Sica
E che invece, grazie al boom di un ciclismo
metropolitano anti-crisi e anti-smog, sta conoscendo
una nuova primavera. Parola di un esperto del settore
LUCA RASTELLO
tia tranquillo, non ci vorrà mica
molto». Da buon piemontese, il
signor Giovanni si rivolge a me
con un rigido “lei” di cortesia. Al
tavolo di un caffè di piazza, fronte
mercato, in una piccola città del
nord. Si discute di furti di biciclette, fra intenditori.
«Mi creda, c’è meno attenzione, la gente ci bada meno. Non è più il tempo che se ti rubano la bicicletta
perdi il lavoro». Discretissimo sfoggio di cultura: non
c’è neanche bisogno di citare esplicitamente De Sica,
fra gente di mondo. Del resto Giovanni ha l’età per ricordare il film e forse, frugando nell’infanzia, anche il
trio Lescano che cantava «Ma dove vai bellezza in bicicletta». «Certo, è anche che c’è più traffico, più bici
in giro: un po’ la crisi, un po’ il fatto che oggi anche i
Comuni promuovono... Sa quell’iniziativa...». Bike
sharing? «Quello. Ma perché in inglese?». Boh? Un
«S
2 mln
le biciclette rubate
ogni anno in Italia
Ladri
biciclette
di
momento di silenzio, poi riprende: «Diciamo che c’è
tendenza? E quindi aumenta la domanda».
Domanda di biciclette rubate: secondo i dati delle
associazioni di appassionati (Federazione italiana
amici della bicicletta in testa) il 18 per cento dell’intero parco bici circolante è composto da veicoli rubati,
uno su cinque. Le grandi città registrano una media
di venticinque furti al giorno, e molti di più se ne contano in provincia dove il mezzo è più usato e la viabilità più amichevole. Si può dire che la bicicletta ha sostituito l’autoradio degli anni Settanta e Ottanta nelle brame dei ladri di strada. E non c’è Comune che non
provi a correre ai ripari promuovendo iniziative come la punzonatura del telaio, la richiesta di un pubblico registro nazionale simile al Pra, l’istituzione di
bacheche online e siti internet su cui rintracciare le bici rubate dopo averle fotografate.
Intanto qui al bar si chiacchiera, stiamo certamente per parlare della civiltà dell’auto e della civica resistenza a pedali, ma il signor Giovanni mi tocca il braccio: «Guardi quello lì». Un uomo con un giaccone pesante lega la sua bici accanto alle altre alla transenna
che proteggono il marciapiede. Giovanni fa un gesto
degno di Holmes quando stupisce Watson: «Matematico. Basta sapere i posti, come per andare a funghi». Pochi secondi e l’uomo con il giaccone si allontana pedalando. Il signor Giovanni però mi fa notare
che la sua bici è ancora lì, alla catena. Mi ha distratto
con un trucco da prestigiatore, la mia retina non ha
fermato un solo movimento sospetto, e ora Giovanni
fa sfoggio di pazienza spiegandomi la tecnica: «Viene
in bici, la tronchesina sotto il giubbone. Lega la sua accanto a quella che ha scelto, poi zac! Un colpo solo e
se ne va sull’altra. La sua la lascia anche per giorni,
quindi, fra parentesi, si rilassi che non c’è proprio da
far denuncia. E poi è roba da piccolo cabotaggio: una
o due bici al giorno». Basta un colpo? «Chiaramente
ha individuato la catena debole: ce ne sono di ogni tipo, ma mi creda: quella sicura al cento per cento non
esiste. Ci sono quei tubi a U che vanno di moda adesso...». Archi rigidi. «Quelli» (come dire: «La smette di
interrompermi?»). «Sono duri per la tronchesina. Ma
lì il punto debole è la serratura, si apre con il cacciavite. Pensi che all’inizio bastava una penna bic, che ha
lo stesso esagono delle vecchie serrature».
Giovanni annusa l’aria e offre un bicchiere di vino:
«Farà nebbia», dice. La nebbia gli piace, ma non per
ragioni professionali. È che gli ricorda la giovinezza
FONTI: EASY TRUST; EDICICLO; CENSIS; MINISTERO DEL COMMERCIO ESTERO; ANCMA
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RUBATE & RITROVATE
Ai lati di queste pagine,
alcune bici recuperate a Milano:
in assenza di una “anagrafe”,
il Comune pubblica le foto
sul proprio sito per facilitarne
il riconoscimento
32 mln
di italiani possiede
una bicicletta
+11,9%
l’aumento degli italiani che
vanno in bici rispetto al 2002
+10%
l’aumento dei furti di bici
negli ultimi dieci anni
1 su 5
delle bici in circolazione
in Italia è rubata
300 mln
di euro il valore delle bici
rubate ogni anno in Italia
50 %
delle bici sono acquistate
in Toscana e nel Nord
1,7 mln
le bici vendute
in Italia nel 2010
qua nelle basse, storie di ragazze e biciclette: «Prendevamo dei bei freddi, va’. Per andare a ballare».
Adesso lo prende a lavorare, il gelo. «Eh sì, ma ho il
furgone, non è così dura. Sa, ho scelto questo lavoro perché non è faticoso. Alla mia età capirà.
Non ti fa ricco ma permette di sopravvivere. E poi
dà meno problemi: niente numeri di telaio, niente libretto di circolazione». Lui, quando fa notte, va
in giro con un furgone. Punta una città non troppo
lontana da quella dove vive. Stanotte ha scelto Pavia. «Ma solo come direzione: mentre vado giro i
paesi sulla strada, se trovo lavoro prima chiudo lì e
torno indietro». Ha una certa età. Come i suoi colleghi più famosi e sfortunati: «Nonnofurto», per esempio, alias Francesco Cameriere, 74 anni, arrestato a
Roma, o il pensionato settantunenne preso a Grosseto. Ha le sue passioni: «Mi piace battere la Liguria, ma
anche Vercelli, la Lombardia. Poi vado matto per Saluzzo, Cuneo, Fossano. Ah, Arona! Bellissima!».
Non lavora nelle grandi città: «Lì il tasso di delinquenza è alto e la gente si protegge di più. Nelle piccole trovi porte più deboli. E girano più soldi, la merce è
pregiata». Non usa attrezzature particolari: «Il valore
della merce è relativo. Conta la quantità. Se raccogli
dieci, quindici bici in una notte allora è bonanza. Ma
in media nei fai da tre a cinque». Tutto sta a individuare il sobborgo giusto: «Palazzine nuove, giardini
condominiali, non troppo in centro». Poi scendere a
dare un’occhiata alle serrature: «Senza attrezzi. Non
è che girare con i ferri da scasso sia il massimo della
prudenza...». Poi, recuperati gli arnesi, apre a colpo sicuro: «Se gira bene basta l’androne con quelle belle rastrelliere. Ma poi ci sono le cantine, e lì non prendo solo le bici. Ci sono le precedenze: per esempio la carne
vale di più. Il meglio è quando trovi un freezer: ti porti via anche quello. C’è chi lascia lo champagne e ci sono bar e ristoranti che usano le cantine condominiali
come magazzino».
Prende solo bici nuove: «Le più richieste sono quelle eleganti da uomo con i freni a bacchetta». Non quelle da corsa? «No, quelle vere si fanno fare dagli artigiani, mica si comprano rubate. Una volta mi è capitato:
più una disgrazia che altro. Provo a portarla a un pensionato che chiamavamo “Bartali”, un patito. Quello
la esamina e mi fa: “Se sai a chi darla prendi quel che ti
offrono perché questa non la vendi mai più”. Pensavo volesse fregarmi, ma aveva ragione. L’ho data via
otto mesi dopo per 60 euro. Un disastro». Non vende
più su piazza? «No. Ci sono i ricettatori. Non è obbligatorio dare a loro, ma se servono “pochi, maledetti e
subito” solo loro te li garantiscono. Poi loro fanno la
vagonata e portano la roba lontano. Corrono un rischio grande: sanno chi fornisce la merce ma non sanno da dove viene, devono cambiare piazza». Ho sentito anche all’estero. «Può darsi, ma a me non risulta,
i colleghi che conosco sono tutti italiani e lavorare per
uno straniero significa guadagnare poco. Ma non
pensi a organizzazioni, eh? Voi giornalisti cercate
sempre qualche mafia, anche dietro alle patatine.
L’organizzazione costa, ci sono settori che rendono di
più. Sa qual è il massimo dell’organizzazione?». Dica.
«Che a volte tiro sul furgone qualche collega, magari
se trovo un palazzo che non posso fare da solo. E alla
fine si litiga sui prezzi di vendita. Sempre. Ecco, questo è il massimo dell’organizzazione».
Almeno si dividono le spese: benzina, manutenzione, ferri... «E le decalcomanie: sa quelle che mette
chi ti vende la bici. La rendono rintracciabile. Io le faccio fare e le sovrappongo. Se al ritorno mi fermano i
carabinieri dico che sono stato a un mercatino dell’usato (dove non fanno ricevuta!)». Il rischio maggiore è
per strada. «Sa, si ruba fuori provincia perché le vittime poi cercano nel capoluogo e a volte ti pinzano: uno
di Alba mi ha preso. Io pensavo che avrebbero cercato a Cuneo, invece quello era furbo e mi ferma a Porta
Palazzo, Torino: “Quella bici è di mio figlio”. Provo a
portarlo a spasso: “L’ho appena comprata, ho dato 50
euro, vuol mica che ci rimetta?” Ma era uno sveglio:
“Io posso farti rimettere molto di più”. Mai più ad Alba, mi creda».
Giovanni, come ha iniziato? «Ho imparato da un
amico che lavorava nelle cantine come me, ma spediva la merce in treno, allora costava poco. Io dovevo
aspettare alla stazione con i tagliandi, ritirare, vendere. Lui guadagnava tanto e io poco. Il salto è con l’idea
del furgone: mi sono messo in proprio. Adesso me la
cavo». Si incupisce un poco, «Sa, per noi non c’è pensione, nessun ministro si commuove». Ma a lei la crisi conviene, no, signor Giovanni? «Ah beh, con quel
che costano i carburanti. Sa che quando ho sentito di
nuovo la parola “Austerity” son tornato giovane?». Si
congeda — «Stia bene!» — va via a passi lenti, per una
sera ha dato spettacolo e torna nella nebbia. Non mi
viene da augurargli buon lavoro, ma forse buona fortuna sì.
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LA DOMENICA
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La storia
Fuga di cervelli
È stato un grande esploratore, un grande scienziato, un grande soldato
Considerato eroe in mezza Europa, in Italia è quasi uno sconosciuto
PAOLO RUMIZ
C’
BOLOGNA
è un fantasma che si aggira per
Bologna, sale nottetempo le
scale dell’Osservatorio astronomico sul tetto di palazzo Poggi, fa scricchiolare il parquet della Biblioteca universitaria dove Ermanno Olmi girò la scena madre di Centochiodi, apre e sfoglia senza essere visto rari manoscritti ben custoditi, si sofferma su
favolose mappe turchesche del Mar Mediterraneo. Nei giorni di temporale si aggira inquieto attorno a una lapide col suo nome nella basilica di
San Domenico, un sepolcro che a dir dei frati contiene un cranio con una misteriosa sciabolata sopra la tempia sinistra. Su quella pietra c’è il suo
nome: Luigi Ferdinando Marsili, soldato e scienziato, nato a Bologna il 10 luglio 1658 e morto
sempre a Bologna l’1 novembre 1730 dopo una
vita da romanzo.
Che lui fosse tornato lo si è capito qualche mese fa, quando un vulcano spento s’è rimesso a
borbottare in fondo al Tirreno. Un mostro sommerso, grande il doppio dell’Etna, forse il più
esteso del Mediterraneo, che gli studiosi hanno
chiamato “Marsili” in memoria dei suoi studi sugli abissi del mare. Un risveglio a orologeria, che
pare orchestrato apposta per celebrare, quest’anno, i tre secoli dalla fondazione della sua
creatura più bella, più celebre e più invisa: l’Accademia delle Scienze — la prima in Italia — che
tentò di rinnovare, sull’esempio dell’Académie
Française e della Royal Society, l’asfittico sistema universitario bolognese. Una celebrazione
dovuta, dopo secoli di oblio, e destinata a essere
sempre inadeguata rispetto all’enormità del
personaggio.
E c’è da chiedersi come l’Italia abbia fatto a dimenticare un uomo che è allo stesso tempo Indiana Jones e James Bond, Erwin Rommel e Guglielmo Marconi; esploratore e agente segreto,
stratega e scienziato. Uno che ha viaggiato in
mezza Europa, al servizio di tante bandiere, raccogliendo materiali che oggi riempiono archivi di
Londra, Parigi, Roma e Berlino. Un fenomeno,
che ha combattuto battaglie storiche, pranzato
col Re Sole e Isaac Newton, affrontato mille temi
e sempre in modo geniale: piante, animali, funghi, rocce, fiumi, fortificazioni, frontiere, diplomazia, correnti marine, coralli, astronomia. Una
quantità tale di cose, che è impossibile collocarlo in una casella del sapere, non solo nella storia
d’Italia, ma anche d’Europa.
Chiedete a un francese chi è Marsili e risponderà che è suo connazionale. Dirà «Mais parbleu, Louis Ferdinand! Il fondatore dell’oceanografia, il primo a misurare il mare!». Fate la stessa domanda anche a un austriaco, e sentirete
che Herr General Marsili, come il Prinz Eugen, fu
artefice della riscossa occidentale sugli Ottomani, il soldato che dopo la pace di Carlowitz seppe disegnare i confini più solidi che l’impero
asburgico avesse mai avuto. Provate con un ungherese, e vi dirà: «Marsili? Certo, è un eroe nazionale magiaro, colui che salvò da un incendio
i libri di Mattia Corvino, il primo esploratore del
Danubio e il primo a cartografare gli spazi fra
Pannonia e Transilvania». Persino un turco saprà darvi una risposta. «Ah Marsili, lo scopritore delle correnti del Bosforo! Marsili, uno dei primi a descrivere in un trattato le qualità del caffè,
la bevanda più turca che ci sia».
Bene. Ora provate a chiedere a un italiano chi
era costui. Vi specchierete in un imbarazzato silenzio. Il buio sul Marsili è uno dei santissimi misteri di questo nostro Paese di santi, scienziati e
navigatori. Persino a Bologna sono in pochissimi a conoscerlo e in tanti a snobbarlo. Il Nostro
rompeva gli equilibri nel Settecento e li rompe
anche oggi, post mortem. Dimostra che in tre secoli poco è cambiato in Italia e persino all’ombra
degli Asinelli. «Del governo di Bologna io non intendo nulla e anche per questo è opportuno esserne lontano», scrive deluso dalla freddezza
della classe dirigente verso i suoi progetti di apertura al sapere d’Oltralpe. È il suo modo di ammonire: questa Italia che espelle i cervelli mi è incomprensibile, non sta in Europa. Nella sua sfiducia è ricambiato: i cronisti di corte lo definiscono pazzo, nottambulo, visionario. La famiglia lo disconosce per aver dilapidato in libri le
sue fortune. Osserva il geografo Franco Farinelli: «Ci sono due tabù a Bologna. Uno è il 1977,
quando Cossiga mandò gli “M 113” contro gli
studenti, ci scappò il morto e il sindaco Zangheri fu obbligato a dimettersi con un atto che
spianò la strada all’eutanasia del Pci. L’altro tabù
è Luigi Ferdinando Marsili».
Oggi in Italia la memoria del Grande è un affare controcorrente, gestito da una confraternita
straordinarie
avventure
Le
Repubblica Nazionale
DOMENICA 18 DICEMBRE 2011
■ 37
Trecento anni fa fondò a Bologna l’Accademia delle Scienze
È l’occasione per ricordare la sua vita e quanto tutti noi gli dobbiamo
L’ACCADEMIA
La visita
del principe
ereditario
di Polonia,
Federico
Cristiano,
nel 1742
all’Accademia
delle Scienze
di Bologna,
fondata
da Marsili
Dentro
il medaglione
centrale
il ritratto
di Luigi
Ferdinando
Marsili
MARSILI
di
LUIGI FERDINANDO
interdisciplinare di “sedotti”, simile a quella raccoltasi attorno alla figura del geografo Alexander
von Humboldt. Geologi come Giambattista Vai,
storici della filosofia come Annarita Angelini,
geografi come Farinelli, maghi della storia antica
come Gianni Brizzi, e ancora medici, studiosi di
strategia, oceanografi. È con loro che puoi navigare a Bologna nell’arcipelago marsiliano disseminato fra la biblioteca e il museo scientifico di
palazzo Poggi (ex residenza di lui) e altri luoghi
ancora. Nella sala dei suoi manoscritti pregherete di essere dimenticati dal custode per restare
soli con favolose raffigurazioni di pesci del Danubio, uccelli migratori d’Anatolia, turbanti turchi di ogni foggia, monete romane, eserciti in movimento, e ancora carte di città sotto assedio, planimetrie del Nilo, disegni di fondali marini e rocce nel profondo delle miniere. E poi, nel museo, i
modellini delle fortezze ideali, un concentrato di
scienze, ingegneria, balistica, idraulica. Modelli
perfetti, da powerpoint, che hanno rivoluzionato la strategia del Settecento.
Vi muoverete in un labirinto dove tutto è lasciato in ordine perfetto ai posteri. Stefano Magnani, studioso di storia antica: «A lavorare su
quelle carte sembra che abbia voluto facilitare il
lavoro non tanto ai contemporanei, ma a quelli
che sarebbero venuti». La Angelini azzarda una
spiegazione: «Il suo eccesso di lungimiranza lo
rendeva ostico, e lui ne era consapevole. Per questo era rassegnato a pensare solo al dopo». Ed è
stupefacente pensare che tutto questo sia finito
in un grande buco nero per tre secoli, come accaduto in parte a tantissimi grandi dell’epoca. Malpighi, Spallanzani, Volta, Guglielmini, Beccari,
Cassini. Geni assoluti, tuttora più noti all’estero
che nell’Italietta. C’è da chiedersi come non gli
abbiano ancora dedicato un film. Stanley Kubrick non avrebbe esitato un attimo.
Sentite che biografia. Adolescente, viene disarcionato in un torneo davanti alla spasimante,
in piazza Maggiore. Umiliato, scappa a Roma,
dove Cristina Di Svezia, regina mangia-uomini,
lo indirizza verso la scienza e le corti. Con l’ambasciatore di Venezia va a Istanbul, dove diventa
spia d’alto bordo, si infila nelle stanze segrete del
Sultano e sonda i fondali del Bosforo, scoprendone le due correnti eguali e contrarie. Fornisce
al Papa carte dell’impero ottomano corrette dal
Turco, poi entra nell’esercito asburgico ma è fatto prigioniero dai tartari e venduto come schiavo.
Passa due anni incatenato a una palla di ferro in
un paesino d’Erzegovina, dove si vocifera subisca sodomia, poi riesce a farsi assegnare al servizio del caffè presso gli ufficiali ottomani, impara
la loro lingua e strappa informazioni nell’avanzata su Vienna del 1683. Da allora, pare, non ci saranno più donne nella sua vita.
Quando, liberato dagli austriaci, torna al servizio del Kaiser, è diventato uomo prezioso. Sa tutto dei turchi, ne conosce la lingua, scrive sullo stato militare del loro impero. Partecipa all’assedio
di Buda e strappa al saccheggio collezioni coraniche uniche al mondo. Definisce i confini orientali d’Austria, setaccia il Danubio con un’équipe
di esploratori, ne disegna flora e fauna, e scopre i
segni del limesromano, così tanti che osserva: «Là
dove costruivo un campo, un ponte o una strada,
là i Romani l’avevano già fatto, e meglio di me».
Torna dai viaggi con cassoni di reperti, e ha in testa un solo pensiero: mettere il sapere al servizio
del potere. Ma gli va male: quando lo spostano sul
Reno, la sua fortezza cade in mano francese. Per
questo lo degradano ingiustamente, gli spezzano
la spada in pubblico, lo privano dei possedimenti. Ma per l’impero è un autogol, Marsili è il massimo esperto del tempo in fortificazioni.
Ritorna a casa e con caparbietà militare si imbarca in nuove sfide. Vuole svecchiare l’ateneo,
parificarlo a quelli “di là dai monti”, chiamare
gente dall’estero, spezzare il monopolio ereditario delle cattedre. È convinto che solo la ricerca
può rilanciare l’industria bolognese. Mobilita gli
amici dell’Accademia degli Inquieti, costruisce
uno staff, spende tutto ciò che ha per impiantare
un laboratorio che per tutto il Settecento sarà la
cosa più innovativa di Bologna e ancora oggi è un
museo di sconvolgente modernità. Fonda l’Accademia, ha dalla sua persino il Papa Lambertini,
ma la città gli è contro, così torna all’estero, sulla
Costa Azzurra a studiare il mare. E lì, come Galileo rovescia i cieli, lui ribalta l’abisso: intuisce che
l’oceano non è un’immensità senza fondo e le catene montuose di superficie continuano sott’acqua. Ad Amsterdam pubblica Histoire physique
de la mer, un capolavoro.
Tornerà a Bologna solo per morire, col nome di
“Cavalier d’Aquino”, all’insegna del motto “Nihil
mihi”. Nulla è per me, tutto per la collettività; nel
senso che la cultura è cosa pubblica, non un affare di pochi. Mai insegnamento fu più attuale.
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DOMENICA 18 DICEMBRE 2011
LA DOMENICA
■ 38
Spettacoli
Novanta città solo negli ultimi quattro
anni: da Parigi a San Pietroburgo,
da New York a Berlino. Ogni città,
Dietro le quinte
un teatro, ogni teatro un palco
diverso, diversi i camerini
e gli applausi. E prima e dopo
lo spettacolo, i riti, una lingua straniera
ascoltata alla radio, la troupe che diventa
famiglia. E un “divo” che prende
i suoi appunti di viaggio
ANNA BANDETTINI
D
PARIGI E ISTANBUL
Gli appunti
che Servillo prende
in tournée
con gli schizzi
delle città
attraversate:
qui a destra,
annotati anche
i nomi di tutti
i membri
della troupe
Toni
Servillo
La
NEW YORK
A destra,
pensieri in libertà
sul modo
differente di vivere
l’esperienza
teatrale nei paesi
dell’Est,
da Budapest
a Varsavia,
e a New York:
“Una città
che macina teatro
continuamente”
a Sarajevo si è spostato a Parigi, da Budapest a
Marsiglia. Si è perso nei trentacinquemila metri quadri del gigantesco Teatros del Canal di
Madrid, ha varcato il celebre portone del Lincoln Center di New York, si è immerso nella
folla festante dei teatri russi, si è commosso
sul proscenio del leggendario Berliner Ensemble di Bertolt Brecht. «Con i miei compagni abbiamo girato il mondo, da Montreal a Istanbul, e un conto è vederlo da turista, o in televisione, un conto è vedere il
mondo dal palcoscenico». Toni Servillo,
l’icona degli adorati Il Divo e Gomorra,
cinquantadue anni senza tempo e senza
vezzi, attore e regista sempre con pensiero, rigore, bravura, intelligenza, racconta il teatro come «la sola vecchia arte che
ti costringe ancora a girare per paesi e
città, lasciandoti per di più sempre in
pegno qualcosa».
È una delle eccellenze italiane che
più hanno girato il mondo. Gli ultimi
quattro anni, un tempo lunghissimo
per un attore, li ha trascorsi in
tournée, e ha cambiato più di novanta città, diciannove all’estero, settantaquattro in Italia, con un Goldoni
anticonvenzionale e divertente, la
Trilogia della villeggiatura. Racconta che «viaggiare con il teatro è un’esperienza speciale. Significa andare per villaggi, entrare nelle case,
conoscere persone, aprire porte su
altre culture e scoprire che non corrispondono all’idea globale che ogni giorno ci danno i media, quel mondo dove tutto è uguale e indistinto. Se all’estero
ci vogliono, è per vedere l’unicità italiana, scenografie e costumi che attribuiscono al nostro modo di essere, comportamenti che sono nostri, per ascoltare la bellezza della nostra lingua.
valigia
attore
dell’
IN VOLO
A sinistra, ancora
appunti sul teatro
di Toni Servillo:
“Ho capito bene
i russi per la prima
volta vedendoli
recitare L’albergo
dei poveri di Gorkij”
Il piacere del teatro è che porta in giro la specificità di un paese, di una cultura, ti fa incontrare altre culture e altre identità e
rifugge quella gran polpetta anonima che è il mondo visto dalla tv. Il teatro non appiattisce, non rende tutto uguale, marca le
differenze ed è quello che rende ogni tournée un’avventura
straordinaria».
Non per punitiva austerità, ma perché sostiene che «basta e
avanza», Toni Servillo l’affronta solo con una valigia e uno zaino. «La valigia con il minimo indispensabile per i cambi e lo zaino per i libri, i copioni e la radio. Sono un ascoltatore compulsivo. La tv è orrenda e uguale dappertutto, la radio ti fa capire
in che paese sei: a Istanbul senti la musica turca, a New York
Central Park in the Dark, a Sarajevo ascolti quella lingua che è
un concentrato di cultura islamica, balcanica, greca e macedone. Quello che nello zaino non manca mai è un diario per
appuntare pensieri e niente più, cose che mi vengono in mente dagli incontri con le persone, coi luoghi». Se ci si attiene alla
cronaca, la prima cosa, spiega Servillo, che un attore fa appena arrivato in una città, è visitare il teatro. «Perché recitare non
è una cosa irreale, ma qualcosa di tremendamente fisico. La
mia abitudine è guardare innanzitutto la relazione che c’è tra
sala e palcoscenico. Ci sono teatri costruiti in modo che il palcoscenico sia il luogo da cui gli attori suggeriscono un’idea del
mondo agli spettatori. Parlo di quel modo dolcissimo del pavimento di legno di scorrere verso la platea, un’inclinazione proporzionata che anche fisicamente crea l’abbraccio, favorisce
la condivisione, non la distanza che induce l’attore solo all’esibizione. Nel nostro lungo girovagare sicuramente il Berliner
Ensemble di Berlino è un teatro fatto così. Ma uno dei vertici di
bellezza, in questo senso, per me resta il Théâtre des Célestins
Repubblica Nazionale
DOMENICA 18 DICEMBRE 2011
■ 39
BILBAO, CRACOVIA
E BERLINO
MOSCA
E SAN PIETROBURGO
Sopra, le locandine
della Trilogia
della villeggiatura
nei teatri di Bilbao
(in alto), Cracovia
e Berlino (a destra)
Nelle foto in questa
pagina, Servillo
in viaggio in diverse
città: dall’alto in senso
orario, a Mosca, Berlino
e San Pietroburgo
IN SCENA
Qui sopra e in alto, alcuni momenti della Trilogia della villeggiatura di Goldoni
portata in scena dai Teatri Uniti in più di novanta città del mondo. Nella foto
grande al centro, sempre Servillo durante lo spettacolo. Sulla valigia
che tiene in mano i loghi di alcuni dei teatri che hanno ospitato lo spettacolo
di Lione che anche per i grandi artisti
parigini è stato ed è il luogo dove verificare
i loro lavori. E parlo di artisti come Louis Jouvet,
Gerarde Philippe, Sarah Bernhardt: un teatro all’italiana dove tutto è di grande semplicità eleganza, ricchezza, un piccolo tempio teatrale che invoglia a intense vicinanze».
Dietro ogni viaggio, dice Servillo, c’è la storia di molte persone: tecnici, accompagnatori, artisti... Per la Trilogia della villeggiatura si è mosso un cast formidabile di diciassette attori. «Siamo stati in tournée quattro anni. Un tempo lunghissimo durante il quale ti muore un padre, ti nasce un figlio, ti separi da
una donna. Anche il personaggio che porti in giro si informa di
queste cose e crea una qualità speciale». Si diventa una famiglia
di girovaghi, come è raccontato nel film-documentario di Massimiliano Pacifico 394 (proiettato domani a Roma al Teatro Valle Occupato): una famiglia che condivide serate, spostamenti,
alberghi e i riti della tournée, anche i più triti, dall’urlare ogni se-
“Quanto a bellezza
il mio preferito resta
il Théâtre des Célestins
di Lione, mentre detesto
gli hangar moderni
e nel nord della Spagna
ne abbiamo trovati
parecchi: pare di perdersi
come in corridoi dell’Inps”
ra in coro «merda!» prima di entrare in scena dovunque tu sia al
leggere le recensioni due giorni dopo il debutto. «Angelo Curti
della nostra compagnia, i Teatri Uniti, che con il Piccolo ha prodotto la Trilogia, a ogni debutto sparge anche sale sul palcoscenico in funzione apotropaica. Io? Io no, ma lo lascio fare. Mai
mettersi tra un rito e le sue possibili conseguenze».
Non per snobismo, ma per ragioni di comodità, a Toni Servillo viene dato sempre il camerino più vicino al palcoscenico.
«I miei preferiti sono i vecchi teatri all’italiana che hanno i camerini direttamente sul palcoscenico, così se lasci la porta leggermente aperta quando non sei di scena sei comunque nello
spettacolo perché senti arrivare le voci degli altri attori. Detesto gli hangar, e nel nord della Spagna ne abbiamo trovati molti, dove i camerini sono o sottoterra o all’ottavo piano e per raggiungere il palcoscenico devi percorrere quei lunghi corridoi
che sembra di perdersi nei meandri dell’Inps».
Quello che gli attori aspettano con più trepidazione in
tournée sono gli applausi, specie all’estero dove sono il connotato per decifrare umori e reazioni. «I russi sono passionali come li conosciamo e in più hanno l’abitudine di lanciare fiori, di
studiare parole italiane e di gridarle ad alta voce mentre applaudono. I francesi alla seconda uscita cominciano a ritmare
l’applauso tutti assieme ed è emozionante. I tedeschi aggiungono all’applauso lo sbattere dei piedi sull’impiantito della
platea per cui si ha la sensazione che tremi tutto il teatro. Gli
americani si alzano in piedi e fanno un applauso, massimo due,
come gli inglesi, e poi basta, due ringraziamenti e via. L’applauso più strano è l’ungherese perché è circolare, muore e riprende. Sono tutti segno di un’identità nazionale che è bello
conoscere. Così come è straordinario avvertire nei paesi dell’Est la necessità del teatro. Lì gli artisti sono ancora chiamati
“artisti del popolo” e senti che sono vissuti come testimoni di
un poeta che ti aiuta a capire come stare nel mondo».
Sono cose così che rendono il viaggio inevitabilmente qualcosa di più della recita serale o dell’agenda fitta di incontri mattutini, lezioni, masterclass, interviste che ogni tournée si porta
dietro. È un labirinto di tracce, luoghi, personaggi, parole che
si legano imprevedibilmente: «Per me a Montreal sono stati i
luoghi di Barney, a Mosca la casa di Majakovkij e di Cechov. È
stata l’emozione forte della prima volta al Berliner Ensemble, il
teatro di Brecht, dove ho recitato commosso e spaventato. È
stato a San Pietroburgo il Teatro Studio di un grande artista come Lev Dodin, o Parigi, perché Parigi è una città gemella per noi
italiani: è Goldoni, Strehler, les italiens, gli attori italiani». Sta al
viaggiatore, all’attore, alla sua passione, trovare un percorso tra
queste tracce, ricucire la necessità di questa erranza che regala il teatro. «Ed è quasi sempre qualcosa di immateriale, come
per esempio, la gioia che ho provato a New York dove il nostro
Goldoni, dalla profondità del Settecento, è stato visto come un
poeta che raccontava ai newyorchesi il momento che stavano
vivendo, una società al tramonto arroccata nel bon ton e nei
privilegi e spazzata via dalla crisi. Ma il bello del teatro è proprio
questo: dovunque tu sia, amplia lo sguardo, sempre avendo al
centro l’uomo. Se non mi avesse portato il teatro in giro per il
mondo, io non mi sarei mosso. E dunque sono grato a questo
obbligo di viaggiare, di avere la possibilità di incontrare altri da
sé. Perché capendo che non siamo tutti uguali, capisco un po’
più me stesso».
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Repubblica Nazionale
DOMENICA 18 DICEMBRE 2011
LA DOMENICA
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Next
Ci sono quelli che eseguono ordini nelle fabbriche. Ci sono quelli che tagliano prati, guidano
sonde spaziali e operano negli ospedali. Ma quelli che stanno nascendo nei laboratori
più avanzati del mondo, Italia compresa, sono molto di più: si muovono, pensano e sbagliano
Troppo umano
Ecco come a separare noi da loro è rimasto solo un algoritmo
Robowarden
Robot guardia carceraria
progettato in Corea del Sud
dall’Università di Kyonggi
Kr15
Robot dell’italiana Kuka
per le fabbriche e le catene
di montaggio
JAIME D’ALESSANDRO
l nipote di Mazinga Z gattona
contento. Si chiama iCub, è nato in Italia e possiede una pelle
bianca di plastica semitrasparente. L’unica sensibile al tocco, costruita con la stessa tecnologia degli schermi per smartphone. La sua voce è la sintesi di decine di
voci umane, mentre il suo cervello imita i processi dei nostri neuroni. La passione di iCub sono le palline colorate.
Le guarda a lungo con la mano aperta,
immobile, poi le colpisce lentamente
per spingerle via. Gesti vagamente
maldestri, imprecisi, insicuri. Eppure
non c’è dubbio: è proprio il nipote di
Mazinga Z. Fa parte dell’unica categoria di robot, la più inutile ai fini commerciali, capace di prendere decisioni
autonome. Ed è il frutto più maturo di
un sogno cominciato a Tokyo sessant’anni fa e che ora ha contagiato
buona parte dell’Occidente.
«Nel dopoguerra, dopo la resa, gli ingeneri giapponesi furono costretti ad
abbandonare l’industria bellica», racconta Shigeoki Hirai dell’Istituto di robotica di Chiba, «riversandosi in quella automobilistica e in parte nella ricerca a lungo termine. La robotica moderna, da noi, nasce così». E nascono
così i manga e le serie animate legate ai
I
Nexi
Parla e comunica attraverso
le espressioni del volto
È opera del Mit Media Lab
Da Vinci
Robot chirurgo della Surgical
Robotics. Permette di operare
a distanza
Spykee
Robot giocattolo della Meccano
Dotato di webcam, può muoversi
anche a distanza via Rete
Io, Robot
Automower
Il rasa erba robotizzato
e intelligente
della Husqvarna
Roomba
Il dispositivo automatico
per le pulizie
della americana iRobot
Halluc II
Opera dell’istituto di Chiba
Può camminare e muoversi
in tutte le direzioni
robot, dal bambino di ferro Astro Boy
apparso nel 1952 fino al mastodontico
Gundam arrivato nel 1979. Che non a
caso erano invincibili e armati fino ai
denti, personificazione di una rivincita possibile partendo dall’unico campo dove i giapponesi avevano mano libera. Un settore sul quale sono stati investiti a fondo perduto miliardi e miliardi nel corso degli anni. Anche se l’unico vero risultato tangibile fu il dominio dell’immaginario collettivo.
Guardando iCub, costato duecentomila euro all’Istituto italiano di tecnologia, viene da chiedersi quale sia il
vero futuro degli automi pensanti. Al di
là delle presentazioni alla stampa, delle esibizioni nelle fiere, degli show tenuti con regolarità da Asimo della
Honda o dai robot dal volto umano come Hrp-4c, Repliee, Actroid-Der, Geminoid HI-1. Oscillano tutti fra due
opposti: fanno sognare le magie di
Astro Boy, quando in realtà sono costretti in una quotidianità difficile, piena di limiti, dove una semplice corsa o
il riconoscere una pallina blu rappresentano un successo.
«Sono ancora fragili e in ambienti
complessi, Fukushima ad esempio,
del tutto incapaci di operare», spiega
Giorgio Metta, a capo delle ricerche all’Iit. «Le scienze cognitive ci dicono
però che una vera intelligenza artifi-
ciale deve avere un corpo umano per
assomigliarci. Perché la nostra intelligenza è legata al corpo che abbiamo».
Ma c’è anche un altro motivo che rende iCub e i suoi fratelli importanti.
Quella dei robot umanoidi capaci di
compiere scelte è la promessa di un’interazione fra noi e le macchine del tutto diversa. Se Wii e iPhone hanno avuto successo usando come linguaggio
gesti e tocco, facile immaginarsi cosa
potrebbe succedere se il dispositivo
che abbiamo in casa si mettesse anche
a camminare e a parlare. Peccato che
per far diventare realtà commerciale
una macchina umana servano almeno altri quarant’anni.
«La difficoltà maggiore sta nel costruire delle unità di calcolo che funzionino come dei neuroni», racconta
Giorgio Metta. «Si chiama ingegneria
neuromorfa. Ma siamo ancora alle fasi iniziale della ricerca. Per ora iCub è
in grado di riconoscere e di interagire
con una serie di oggetti su un tavolo,
può parlarne e indicarli, capisce delle
frasi semplici. Dietro ci sono algoritmi
di riconoscimento automatico delle
cose e delle parole. Anche sulla voce
stiamo facendo ricerca: abbiamo ad
esempio registrato diverse persone legando il parlato ai movimenti della lingua e delle corde vocali. E su questo abbiamo costruito un algoritmo che aiu-
ta iCub a esprimersi meglio».
Intanto, altrove, si sta preparando
un invasione di robot ma di genere
completamente diverso. Sono le altre
due categorie di automi, quelle che
non pensano, non prendono decisioni, eseguono solo sequenze complesse di ordini. Eppure sono le uniche a
rappresentare un mercato di una
qualche rilevanza. I primi sono i robot
industriali, impiegati nelle catene di
montaggio o nelle fabbriche, che secondo la International Federation of
Robotics ammontano a circa un milione di unità per un giro d’affari di
5,7 miliardi di dollari. Dopo il 2009,
anno nero con
un calo delle vendite di quasi il cinquanta per cento,
ora il settore ha ripreso a respirare.
Grazie a Cina e Corea
del Sud, dove gli acquisti sono triplicati. Solo a
Seul e dintorni ne hanno
ordinati 23.500, superando per la prima volta il
Giappone. Primato significativo ma effimero. Il prossimo anno sarà infatti la volta
della Cina. La Foxconn, multinazionale da 60 miliardi di dolla-
Manoi Pf01
Uno degli ultimi robot
programmabili sul mercato
della giapponese Kyosho
G-Dog
Robot venduto in kit di montaggio
dalla giapponese Hpi
È programmabile via computer
Aibo
Il cane robot della Sony lanciato
nel 1999. È stato in produzione
fino al 2006
‘‘
Una vera intelligenza
artificiale deve avere
un corpo umano
Perché la nostra
intelligenza è legata
al nostro corpo
Bimby
Il robot per cucinare più famoso
in circolazione. Lo costruisce
la tedesca Vorwerk
GIORGIO METTA
Capo delle ricerche
dell’Istituto italiano di tecnologia
Repubblica Nazionale
DOMENICA 18 DICEMBRE 2011
GLOSSARIO
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Robot
Androide
Cyborg
Intelligenza artificiale
Ingegneria neuromorfa
Il termine nasce
in Cecoslovacchia nel 1920
Deriva dalla parola robota,
lavoro forzato. Fu usato
da Karel Capek nel dramma
teatrale I robot universali
di Rossum
Essere artificiale con sembianze
umane. Deriva dal greco andros,
uomo, per definire una macchina
che ha il nostro aspetto
Quello dell’androide è un mito antico
La parola è usata per la prima volta
nel 1270 dal teologo Alberto Magno
Organismo in parte biologico
e in parte meccanico-sintetico
Il termine risale al 1960 ed è nato
in ambito medico per descrivere
i potenziamenti del corpo umano
derivanti dall’uso delle nuove
tecnologie
L’abilità di una macchina
di compiere ragionamenti simili
a quelli della mente umana
L’espressione è del 1956, opera
del matematico John McCarthy
e diede vita a un nuovo campo
di ricerca scientifica
Nata alla fine degli anni Ottanta
grazie allo scienziato americano
Carver Mead, è una disciplina
che si ispira alla biologia
per progettare sistemi digitali
evoluti come costruire computer
partendo dai neuroni umani
Quince
Sonda robotica costruita
dalla giapponese FuRo e usata
nella centrale di Fukushima
BigDog
Progettato dalla Boston
Dynamics per il trasporto
di oggetti su terreni scoscesi
iCub
Robot bambino capace
di apprendere costruito
dall’Istituto italiano di tecnologia
Eccerobot
Sviluppato dall’Università
del Sussex,
ha la struttura interna
di ossa e muscoli
di un essere umano
ri che produce fra gli altri iPad, iPhone,
PlayStation 3 e Kindle, questa estate ha
annunciato di voler aumentare il numero di automi. L’idea è di farli passare dalle attuali diecimila unità a circa
trecentomila per il 2012, con l’obiettivo di raggiungere il milione entro il
2014. Raddoppiando quindi in tre stagioni la quantità di robot industriali
presenti sulla faccia della Terra. Con
un impatto sull’occupazione tutto da
verificare.
I robot di servizio invece, altra categoria delle macchine non pensanti,
valgono 3,2 miliardi di dollari l’anno e
nel 2010 ne sono stati venduti oltre due
milioni. Si va dai tagliaerba automatici agli aspirapolvere intelligenti, fino ai
robot giocattolo, agli aerei senza pilota dell’esercito, alle sonde e ai rover
spaziali, ai dispositivi impiegati negli
ospedali che vengono tutti guidati
a distanza. Estensioni dei nostri
occhi e dei nostri arti, come il robot chirurgo Da Vinci. Permette di eseguire un’operazione
anche se medico e paziente
non si trovano nello stesso
luogo. «Quella della medicina e dell’assistenza personale ai pazienti è un settore promettente», sottolinea Shigeoki Hirai. «I robot umanoidi, invece, sono ancora molto
distanti dalla produzione di
massa». Però continuano a far
sognare, che in fondo è sempre
stata lo loro funzione principale.
La stessa di Mazinga Z, Goldrake e
Gundam.
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Kobian
Comunica imitando le espressioni
del volto. Lo ha costruito
la Waseda University di Tokyo
Asimo
Il robot più sofisticato
Costruito dalla Honda nel 2000,
è alla terza versione
Repubblica Nazionale
DOMENICA 18 DICEMBRE 2011
LA DOMENICA
■ 42
I sapori
Il menù delle feste può diventare un inno
al piacere anche senza zamponi e macinati,
faraone e frattaglie. Basta trasformare
Alternative
le verdure (e se non si è puristi anche i formaggi e il pesce)
in regine dei nostri piatti. Cosa che tante ricette
della cultura mediterranea già fanno. Da sempre
Verde Natal
Vegetariano ma goloso, è l’altro cenone
LICIA GRANELLO
ianco Natale. Ma nel senso di maccheroni ai formaggi, purè,
cavolfiori al gratin, fonduta, panna cotta. Oppure rosso celebrazione: ma nel senso di pizzette, chips di barbabietola, risotto al radicchio, peperonata, bavarese ai frutti rossi. Nei
giorni in cui macellerie e pescherie vivono la loro massima
gloria, tra super arrosti e macinati per farciture, faraone e frattaglie, zamponi e baccalà, una parte ormai consistente di italiani — uno su
dieci, secondo le ultime statistiche — si allena ai fornelli per trasformare
verdure e formaggi nei protagonisti assoluti di cenone e dintorni.
Sacrificare la rassicurante opulenza di cotechini e brasati in favore
di piatti che non prevedono la morte di animali potrebbe
apparire una diminutio gastronomica. Errore:
evitando pregiudizi e pigrizie, ci si affaccia su una miriade di ricette
strepitose. Si potrebbe dire
che il Natale vegetariano è una questione di colori: il
menù delle feste
può diventare candido o multicolor,
perché le verdure tutto consentono, a patto di trattarle bene. Del
resto, sfogliando l’infinito catalogo delle ricette tradizionali italiane,
trovare piatti che esaltino la base della dieta mediterranea è facile come
fare surf alle Hawaii.
Si dribblano i carrelli dei
bolliti per sposare la causa
dei ravioli di magro, il capitone in favore della parmigiana
di melanzane, il cotechino per
la mozzarella in carrozza, senza abdicare a patate al forno e
caponata. Certo, la definizione
di menù vegetariano va trattata
con attenzione, visto che al suo
interno l’unica ripudiata, senza se
e senza ma, è la carne, mentre sul
pesce si apre il primo discrimine
che si traduce in possibilità per i napoletani di godere per intero del
menù di magro della vigilia. Poi esistono i vincoli dei vegetariani propriamente detti — né carne né pesce
— con uova e formaggi a farla da padroni. Ma il vero cimento, senza arrivare agli estremi dei “crudisti” (nessun cibo scaldato sopra i 45° di calore, pratica
che riduce allo zero quasi assoluto la mediazione culinaria), riguarda il
menù di Natale dei vegani, refrattari alle proteine di qualsivoglia animale,
vivo o morto che sia. Quindi, niente latte e latticini, niente uova e nemmeno miele. Una sfida che l’alta gastronomia planetaria ha saputo raccogliere e vincere molto più di quanto succeda in Italia, malgrado il nostro vantaggio in termini di materie prime. Così, da Parigi a Hong Kong, da Tokyo a
Barcellona, i ristoranti di “pure food”, lontanissimi dalle ricette punitive di
un tempo, sanno attrarre i clienti a prescindere dai vincoli dietetici grazie a
piatti ad alto tasso di golosità, tanto che nella New York del multilinguismo
alimentare solo un frequentatore su quattro di veg-restaurant si dichiara
vegetariano. Da noi, al contrario, i menù vegetariani sono ancora sinonimo
di cibo tristanzuolo e di scarsa soddisfazione. Se volete sconfiggere la diffidenza, provate la ricetta che lo chef vegetariano Pietro Leemann ha ideato
per voi. In caso la prepariate per il cenone di Capodanno, le lenticchie augurali sono le benvenute. Basta non soffriggerle con la pancetta.
B
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I ristoranti
SATPREM CUCINA NATURALE
Via Piave 8
Torino
Tel. 011-4366680
Sempre aperto
Menù da 30 euro
JOIA
Via P. Castaldi 18
Milano
Tel. 02-29522124
Chiuso domenica
Menù da 50 euro
LA ZUCCA
Santa Croce 1762
Venezia
Tel. 041-5241570
Chiuso domenica
Menù da 35 euro
TRATTORIA SALE E PEPE
Via Capoluogo 19
Stregna (Udine)
Tel. 0432-724118
Chiuso martedì e mercoledì
Menù da 30 euro
CENTRO NATURA
Via degli Albari 6
Bologna
Tel. 051-235643
Chiuso domenica sera
Menù da 25 euro
Repubblica Nazionale
DOMENICA 18 DICEMBRE 2011
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LA RICETTA
“Maggese”
Per la sfoglie
200 gr di acqua
25 gr di farina di grano saraceno
25 gr di farina bramata
Pietro Leemann
è lo chef del ristorante
vegetariano “Joia”
di Milano, stella Michelin
Nei suoi piatti, ingredienti
naturali e biologici,
preparati in maniera
originale e squisita,
come nella ricetta creata
per i lettori di Repubblica
Per le verdure
100 gr di radicchio trevigiano
2 carciofi
100 gr di zucca di Hokkaido
1 mela
100 gr di scorzonera dolce
100 gr di cavolo rosso
Per il pesto di porri
200 gr di porri
40 gr di olio extravergine d’oliva
Per la salsa
1 rapa grattugiata
il succo di un’arancia
e la sua scorza
il succo di mezzo limone
5 gr di timo
1 bustina di zafferano
4 gr di maizena
Per la guarnizione
10 gr di liquirizia in polvere
20 gr d’acqua
20 gr di foglie
di sedano verde
e di foglie
di porro fritte
Per le sfoglie
Preparare una polenta di saraceno e una di mais. Cuocerle 15’, distenderle sottili
sopra a un foglio di carta da forno. Seccare in forno a 100°C per due ore
Per la salsa
Grattugiare la rapa e marinarla 12 ore con gli
agrumi, lo zafferano e il sale. Strizzarla bene e far
addensare il liquido aromatico portandolo a ebollizione con la maizena sciolta in poca acqua
Per le verdure
Sbollentare il radicchio 30’’ e raffreddarlo, pulire
i carciofi,tagliarli a spicchi e arrostirli. Grigliare la
zucca a fette, cuocere la mela 15’ in forno a 210° e
tagliarla a tocchi, pelare la scorzonera dolce e
cuocerla 15’ in acqua salata e acidulata
Per il pesto
Cuocere i porri 30’’ in acqua bollente, raffreddarli, frullarli con olio e sale. Velare i
piatti col pesto e scaldare 2’ a 200°. Appoggiare le verdure con la salsa, guarnire
con le cialde e le erbe fritte. Rifinire il piatto con la liquirizia sciolta nell’acqua
✃
Ingredienti per 4 persone
A tavola
Nessuna
rinuncia
UMBERTO VERONESI
Natale menù rigorosamente vegetariano per me, Susy e per tutta
l’ampia tribù: sette figli e quindici
nipoti. La scelta vegetariana è
prima di tutto etica: chi
ama davvero gli
animali non
li mangia.
Poi di responsabilità sociale:
il consumo
di carne è il
primo responsabile
dell’ingiustizia alimentare
del pianeta. Infine, di salute: i
vegetariani vivono meglio e
più a lungo.
Ma non rinuncio al piacere e al
gusto, ed ecco infatti il nostro menù. Per
antipasto bruschettine di verdura, insalata
russa e humus di ceci e
curcuma. Come primo
ravioli di magro, amatissimi e quasi immancabili. Come secondo innanzitutto verdure cotte e crude: carciofi in tegame,
crocchette di patate (soprattutto per i bambini),
scelta di torte salate (porri e
zucchine, spinaci ed erbette,
carciofi). Poi insalata di finocchi e arance, e trevigiana con
melograno. Per chi non vuole rinunciare al piatto principale:
rombo alla mediterranea o spigola al forno (ma io eviterò anche il
pesce, come vuole l’etica vegetariana autentica).
Infine, nel rispetto della tradizione natalizia: mandarini e frutta secca e panettone
e pandoro con crema pasticcera e, ovviamente, crema al cioccolato. Quest’ultima
omaggio speciale per me, che sono un
grande sostenitore della bontà assoluta del
cioccolato.
ILLUSTARZIONE DI CARLO STANGA
A
LIBRERIA BRAC
Via dei Vagellai 18 r
Firenze
Tel. 055-0944877
Chiuso mercoledì
Menù da 30 euro
IL MARGUTTA
Via Margutta 118
Roma
Tel. 06-32650577
Sempre aperto
Menù da 38 euro
UN SORRISO INTEGRALE
Vicoletto San Pietro a Maiella 6
Napoli
Tel. 081-455026
Chiuso domenica sera
Menù da 25 euro
IL GIARDINO SEGRETO
Via Antonietta De Pace 116
Gallipoli (Lecce)
Tel. 0833-264430
Chiuso mercoledì sera
Menù da 15 euro
© RIPRODUZIONE RISERVATA
IL MIRTO E LA ROSA
Via Principe di Granatelli 30
Palermo
Tel. 091-324353
Chiuso domenica
Menù da 25 euro
Repubblica Nazionale
DOMENICA 18 DICEMBRE 2011
LA DOMENICA
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L’incontro
Latini
Anche nelle sale italiane è la voce
del “Gatto con gli stivali” che ha
sbancato i botteghini in America
Eppure lui, adolescente timido
nella Spagna franchista,
non avrebbe mai
scommesso di farcela
“Ok, i miei film
non sono stati tutti
capolavori”, ammette,
“ma non posso
obbligare
chi lavora tutto il giorno
a vedersi sempre Fellini”
Antonio
Banderas
ro un adolescente timido. Pieno
di sogni e con la
certezza che non
si sarebbero mai realizzati. Questo mi
dava un senso di ansia terribile. Mi
sembrava di essere in un tempo e in
un luogo che non avevano nulla a che
fare con me e non sapevo come uscirne». Erano gli anni Settanta, nella
Spagna franchista. Nulla, allora, lasciava presagire che José Antonio Dominguez, figlio della periferia di Malaga, una carriera da calciatore precocemente stroncata da un incidente al
piede, sarebbe diventato il divo Antonio Banderas. Il triste prologo si è trasformato in una favola hollywoodiana a lieto fine.
Oggi, scavallati i cinquant’anni,
l’attore spagnolo è in forma smagliante e colonizza il Natale cinematografico di mezzo mondo. Da noi è
trino. In versione Gatto con gli stivali
per il pubblico ragazzino e gli orfani
della saga di Shrek. Emiro assetato di
petrolio, con Jean-Jacques Annaud
‘‘
suo nome, tutto girava per il verso giusto». Va anche detto che a dispetto del
successo la filmografia d’oltreoceano
di Banderas si è arricchita di un numero di pellicole che si possono considerare pacificamente pattume cinematografico. «Okay, non sono stati
tutti capolavori, ma Hollywood mi ha
dato la possibilità di fare film come
Philadelphia. I film hanno scopi diversi, tutti legittimi. Non posso obbligare un operaio che lavora tutto il
giorno in cantiere a portare la sua ragazza a vedere 8 e 1/2 sgranocchiando
popcorn, gli viene un attacco di cuore. Vuole qualcosa che lo diverta e lo
faccia uscire con il sorriso. Ma ci sono
anche persone che a un film chiedono
di riflettere sul significato della vita. E
ci sono vie di mezzo. Come attore mi
piace giocare su tutti i tavoli».
Da regista e produttore, però, preferisce andare in profondità. E dopo
aver consegnato un’opera non trop-
Adoro stare
con la mia famiglia
Non ho mai capito
questa fama
da dongiovanni:
avete presente
quanti gay
ho interpretato?
FOTO CORBIS
«E
ROMA
porta nelle sale una favola sull’Islam
in stile Lawrence d’Arabia, Il principe
del deserto. Mentre il pubblico d’essai
lo può ancora scovare in La pelle che
abito, il thriller morboso che ha segnato il ritorno sul set con il mentore
Pedro Almodovar. «Ho passato l’ultimo anno in giro per il mondo a fare
promozioni. Non ricordo altro che
aeroporti. Il mio regalo di Natale quest’anno sarà evitare piste di decollo
per qualche settimana e stare con la
mia famiglia». A dispetto di un’etichetta da latin lover — «inspiegabile
per uno, come me, che ha fatto un numero record di personaggi gay» —
Banderas è un marito dalla fedeltà disarmante. Nel 1995, presentando il
film Two Much/Uno di troppo,
spiazzò gli squali del gossip lanciati
sulla storia d’amore con la collega
Melanie Griffith ammettendo serio e
candido: «Sono innamorato, mi sto
separando da mia moglie Ana Leza.
Cerco di gestire la situazione con correttezza. Non voglio ferire nessuno,
ma so quel che sento: un sentimento
vero e profondo». Sedici anni dopo,
l’attrice di Qualcosa di travolgente è
rimasta la sua consorte, madre di Stella del Carmen. «Siamo ancora innamorati. Malgrado gli alti e bassi, le liti,
io e Melanie siamo fatti per stare insieme e insieme siamo felici». Il motivo per cui le donne amano così tanto
questo spagnolo dagli occhi neri forse è anche la percezione della reciprocità del sentimento: «Delle donne
amo la sensibilità, il cuore, la consapevolezza che esistono gli altri. Odio
la politica hollywoodiana che non
comprende quanto una donna possa
essere sensuale a cinquant’anni. Amo
le nonne, le madri, le sorelle. Le vorrei
al potere, in tutto il mondo».
La fedeltà è una regola di vita che
Banderas applica anche all’amicizia.
Nel ’98, all’epoca di Zorro, raccontava
di «attendere una chiamata da Almodovar per un film tratto da un noir
francese». La chiamata per girare La
pelle che abito è arrivata tredici anni
dopo. E lui ha detto subito sì. Il risultato è un ruolo con il quale il regista,
che vent’anni fa lo scovò cameriere in
un bar madrileno e gli diede la sua prima particina in Labirinto di passioni,
dopo averlo prestato a Hollywood lo
consegna oggi alla maturità cinematografica. «Devo tutto a Pedro. Ogni
volta che in un’audizione mi chiedevano con chi avevo lavorato e facevo il
po riuscita (El camino de los ingleses,
su un gruppo di adolescenti a Malaga), ora si prepara a girare Solo, sul
trauma di un militare spagnolo di ritorno dall’Afghanistan, «una storia di
fantascienza lontana dai canoni hollywoodiani, una riflessione sulla solitudine e sulla guerra, quasi un monologo teatrale».
Il teatro è una delle grandi passioni
di Banderas. Figlio di un poliziotto e di
una maestra, a quattordici anni resta
folgorato dal palcoscenico. Fonda
con un gruppo di amici una compagnia itinerante e gira l’Andalusia con
spettacoli di strada e improvvisazioni. «Il teatro mi ha fatto scoprire un
mondo diverso da quello che conoscevo». Ma il teatro è anche il ricordo
di uno dei momenti più difficili della
sua carriera. «Era il 1988, e io mi ritrovavo a Madrid senza un lavoro e senza soldi. Macinavo provini e non succedeva mai niente. Mi sentivo perso.
Ora per i giovani ci sono più possibilità di accesso, ma allora in Spagna
c’erano soltanto due canali televisivi
e il teatro era dominato dalle famiglie
e dai piccoli clan». Immaginate dunque che soddisfazione aver portato
vent’anni dopo sul palcoscenico di
Broadway, e con straordinario successo, il musical tratto da 8 e 1/2. «Fellini è uno dei miei grandi maestri. E se
oggi mi guardo allo specchio, mi rivedo a braccetto con tutti i miei personaggi in un girotondo che s’allarga
sempre di più, come nell’ultima scena del suo film».
Artista a tutto tondo, capace di coniugare alto e basso, commerciale e
avanguardia, in politica ha un cuore
liberal. Del gatto con gli stivali, personaggio a cartoni nato in Shrek 2 e oggi
protagonista nel film in cui quattrocento animatori trasformano Banderas in un felino dal marcato accento
spagnolo, dice: «E pensare che arrivato a Hollywood mi dissero che avrei
potuto avere solo ruoli da malavitoso». In realtà il gatto di Banderas è un
cartoon fuorilegge che ricorda tanto
Zorro, eroe d’infanzia dell’attore che
ha portato al cinema due volte. «Una
delle prime immagini cinematografiche che ricordo è uno Zorro versione
Tyrone Power. Nel piccolo cinema di
Malaga con il pavimento in legno un
manipolo di ragazzini attende che
Zorro appaia sullo schermo, e poi tutti a battere i piedi per terra fino a far
tremare la sala».
Di strada, da allora, ne ha fatta parecchia. Anche geograficamente. «Ho
l’animo da esploratore, mi innamoro
dei luoghi e della gente. Mi sono ritrovato in Tunisia a girare Il principe del
desertonei giorni della rivoluzione dei
gelsomini. Appena arrivato ho trovato un paese sedato, mi ricordava la
Spagna di Franco, la mia adolescenza
triste. D’improvviso è successo tutto.
Ho pianto vedendo sfilare le donne e i
giovani. Penso che siano pronti per il
futuro, un futuro di cui vorrei far parte anch’io». Ambientato negli anni
Trenta, il film di Annaud racconta lo
scontro tra due sultani, uno progressista e uno tradizionalista, sullo sfruttamento dei giacimenti petroliferi,
metafora di un mondo arabo diviso
tra le pressioni del capitalismo occidentale e quelle del fondamentalismo religioso. «Nelle mie origini andaluse c’è molta cultura araba. Quando arrivo in un paese arabo sento un
forte senso d’appartenenza. Perciò
sono stato doppiamente felice di poter prendere parte a una favola-kolossal in cui, finalmente, gli arabi non sono terroristi e il mondo è visto con i loro occhi».
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ARIANNA FINOS
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18 Dicembre 2011 - La Repubblica.it