ENZO PAN AREO I PRIMI TEMPI DELLA RESISTENZA II ruolo della stampa nella clandestinità Fu con il discorso del 3 gennaio 1925 alla Camera, in risposta alla mozione di sfiducia presentata da ventotto oppositori, tra i quali Giolitti, Orlando e Soleri, che il « duce » del fascismo chiarì in maniera inequivocabile le sue intenzioni: « Dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se il fascismo è stato una associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere ». Partiva così, nel senso più coerente rispetto alla « marcia su Roma », la svolta politica che avrebbe dato del fascismo il vero volto e partiva così, anche, in termini che non lasciavano dubbi, la repressione più accesa alle varie libertà, tra le quali, fondamentale in un paese, la libertà di stampa. Già alcuni giornali erano scomparsi o sotto i colpi della violenza brutale portata direttamente nelle redazioni o sotto i colpi dei provvedimenti prefettizi e di polizia ispirati alle direttive politiche del fascismo. Scomparvero La Rivoluzione Liberale di Piero Gobetti — soppressa dalle autorità —, Pietre di Genova, Studi politici di Roma, Il Caffè di Milano, Tempi Nuovi di Torino. Naturalmente, via via che la stampa legale cadeva sotto i colpi della repressione, si diffondeva la stampa clandestina. Uomini di cultura e semplici lavoratori che, pur avversando il fascismo si erano tenuti lontani dalla politica attiva, avevano cioé evitato l'azione diretta, capirono che per combattere il fascismo bisognava organizzarsi, dar vita ad una organizzazione capillare che portasse la lotta a fondo, attraverso la stampa clandestina particolarmente, con la quale diffondere le nefandezze del regime ed incitare alla resistenza. Fu allora che sorse a Firenze il « Circolo di Cultura », per ispirazione di Gaetano Salvemini, del quale facevano parte Carlo e Nello Rosselli, Piero Calamandrei, Ernesto Rossi, Nello Tarquandi, Dino Vannucci, Gaetano Pilati e tanti altri dai quali, poi, sarebbe nato il movi62 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce mento, che tanta azione di resistenza avrebbe realizzato negli anni seguenti, di « Giustizia e Libertà ». Una delle prime iniziative del circolo fiorentino fu un giornale, il Non Mollare — titolo proposto da Nello Rosselli ed unanimamente accettato — il cui programma fu « Non ci è concessa la libertà di parola, e noi ce la prendiamo ». Raccontò poi Ernesto Rossi: « La stampa clandestina faceva nascere spontaneamente l'organizzazione rivoluzionaria, che meglio corrispondeva alle difficili condizioni nelle quali potevamo agire: senza una sede, senza gradi gerarchici, senza tessere, senza scartoffie... ». Il Non Mollare prese ad uscire regolarmente nel gennaio del 1925 e continuò anche quando, avendo la repressione fascista raggiunto alti livelli di esasperazione, si tentava di far tacere gli oppositori con la « ragion del manganello ». Il giornale ebbe come sottotitolo « Bollettino d'informazioni durante il regime fascista » istituzionalizzando in tal modo la sua funzione demistificatrice e di controinformazione all'interno dello stesso fascismo; come invito poi il giornale si rivolgeva direttamente a coloro che animati di buona volontà si Facevano veicoli di diffusione: « Chi riceve il bollettino è moralmente impegnato a farlo circolare ». Durante i dieci mesi in cui il giornale apparve il suo programma fu sostenuto e garantito in modo vivace, battagliero, attraverso una intelligente scelta di argomenti i quali erano sempre suscettibili di diventare azione, delle più incisive e dirompenti ai danni del fascismo ormai irrefrenabile sulla strada della dittatura. Veramente felici furono nel Non Mollare i « memoriali »: si trattava di combattere il fascismo con le sue stesse armi nel senso che erano gli stessi fascisti a portare le loro pesanti testimonianze d'accusa intorno agli atti criminosi di cui erano vittime gli antifascisti. Dopo il delitto Matteotti, molti fascisti che vi si erano trovati coinvolti e che non riuscivano a superare lo stato di sbandamento in cui erano caduti, stesero dei « memoriali » nei quali tentavano di prendere le distanze dalle reali responsabilità del regime, mostrando le proprie responsabilità come inevitabili conseguenze di « ordini suepriori » ai quali non si erano potuti sottrarre Il primo, ed uno dei più clamorosi, di questi « memoriali » fu quello di Filippo Filippelli che aveva fornito la macchina agli assassini di Matteotti. Pubblicato nel numero 5 del febbraio 1925, esso suscitò un grande interesse, tanto che il giornale dovette tirare 12 mila copie al posto delle consuete tremila. Nel numero 7 apparve la lettera del capo manipolo Vico Perrone al maggiore Paolo Vagliasindi con la quale erano raccontate le fasi dell'aggressione, preparata da De Bon e voluta dal duce, a Giovanni Amendola. Nel numero 9 l'ex vice-se g retario del fascio di Torino raccontò un suo incontro con il duce. Ricevuto il 22 febbraio del 1924 a Palazzo 63 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce Chigi, Guido Narbona, così si chiamava il gerarca, si sentì dire, a proposito di Piero Gobetti: « ... E' molto seccante. Ha bisogno di una severa lezione fascista. Ve ne incaricherete voi! »: l'aggressione a Gobetti, come si sa, puntualmente avvenne, e se ne conoscono anche le conseguenze. Con il numero 10 il Non Mollare cominciò a prendere di petto « Vittorio il piccolo », cioé il re pavido e succube che non aveva saputo far rispettare lo Statuto del quale pur doveva essere il garante. Il giornale, a parte i diversi interventi a proposito del monarca, pro- mosse il boicottaggio alla visita del re a Firenze il 4 maggio. Infatti, questa visita preparata con gran cura si svolse lungo strade nelle quali erano presenti soltanto le camicie nere: al di qua di queste non c'era anima viva! Il popolo fiorentino aveva compreso il valore della protesta! Il giornale, d'altra parte, si stampava a Firenze e proprio in questa città aveva realizzato la sua azione più efficace. In seguito, per sfu ggire alla repressione sempre in agguato, fu stampato a Milano, poi a Padova, poi a Treviso. Non sempre, comunque, le sorti del giornale furono felici. Qualche delazione di tipografi creò naturalmente sbandamenti ed arresti. Fu arrestato Salvemini, Rapezzi, l'avvocato Viggiani ed altri. Ernesto Rossi appena riuscì a sfuggire all'arresto. Nel processo, celebrato il 13 luglio, solo testimone a carico il delatore Pinzi il quale, però, doveva rispondere degli stessi reati ascritti agli arrestati, che la magistratura ancora non del tutto asservita mandò assolti. Ma all'uscita dal tribunale, i fascisti indignati, sotto gli occhi della polizia inerte, aggredirono Salvemini, i suoi amici e gli avvocati. Il numero 22 del 20 settembre 1925 ospitò la lettera scritta da Cesare Rossi a Mussolini: l'ex capo ufficio stampa del governo non intendeva far da capro espiatorio per l'assassinio di Matteotti. La reazione dei fascisti fiorentini non si fece attendere, ma fu una reazione che sbagliò bersaglio. Ci furono, comunque, scene ed episodi che rivelano la misura esatta della violenza fascista. Dice il Salvatorelli « Fu una notte di ferocia, scatenata nella città che ha vanto di umanità e gentilezza in Italia e nel mondo ». Del. Non Mollare uscirono dal gennaio all'ottobre 1925 ventitrè numeri. Pochi, in realtà, ma sufficienti per far pesare sul regime il senso di una opposizione indomabile perché intelligente. Una opposizione che si rifaceva a principi di cultura alla base dei quali c'era, condizione necessaria, il sentimento vivo della libertà. Scriveva Aldo Garosci in La vita di Carlo Rosselli: è Dopo le leggi eccezionali, il solo movimento comunista si trovò pronto, con un apparato clandestino, a raccogliere l'eredità della battaglia antifascista. Fino al 1929 esso resta incontestabilmente il solo movimento che si sviluppi su piano nazionale, che abbia giornali poligrafati (e talvolta 64 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce stampati), in varietà notevole (compreso anche un giornale per bambini) ». Il primo movimento non comunista che si attribuì il compito di organizzare con efficace, penetrante opera di propaganda una resistenza, con centri all'interno del paese e con giornali clandestini, fu « Giustizia e Libertà ». Questo movimento, che scaturiva anche dalla somma notevole di esperienze fatte con il Non Mollare ebbe due importanti cd agguerriti centri interni, a Torino ed a Milano, i cui protagonisti maggiori furono rispettivamente Mario Andreis ed Ernesto Rossi. Le prime esperienze di stampa clandestina a Torino — secondo una testimonianza dello stesso Mario Andreis — risalivano al 1926-27 e scaturivano da un gruppo di antifascisti raccolti intorno al socialista Ferdinando De Rosa, il quale tirava al ciclostile qualche centinaio di copie di un giornaletto dal titolo Umanità Nova — da non confondersi con l'omonimo giornale anarchico —, che si accompagnava ad un altro giornale, anch'esso di modeste proporzioni e tiratura, Difesa liberale: si trattava della stampa che, insieme con quella comunista, circolava tra gli studenti dell'Università di Torino. D'intonazione socialista, Umanità Nova rappresentò il primo punto di coagulo delle forze antifasciste di Torino. Tl giornale circolava, come s'è detto, clandestinamente, fra pericoli di ogni sorta, data la vigilanza già molto attenta della polizia politica, ma proprio in questo clima di clandestinità si cominciarono a. formare i primi quadri, le leve della militanza resistenziale. Il movimento di « Giustizia e Libertà » si caratterizzò a Torino in maniera particolare, dato, naturalmente, l'insegnamento lasciato in Piemonte, ed a Torino in modo particolare, da Gramsci e da Gobetti sul pensiero dei quali si muoveva la resistenza antifascista nelle fabbriche. Infatti, quello che, a Torino, fu definito radicalismo operaista era una maniera particolare, giustificata da obiettive condizioni locali e storiche, di intendere l'opposizione sistematica ed ideologica al fascismo. Si trattava, superando gli inevitabili settarismi, di amalgamare tutta una serie di forze — che d'altronde rispondevano ad istanze politiche a volte ben delineate, a volte, invece, confuse — allo scopo preciso di far fronte in maniera omogenea al fascismo che sempre più stringeva i freni dando corso ad una reazione poliziesca che non concedeva tregua. Scambi di giornaletti o di altra stampa, riunioni clandestine, stampigliature dei francobolli del « Soccorso rosso » con l'immagine di Gramsci e di altri perseguitati politici, tutto contribuiva a creare ed alimentare un'atmosfera di collaborazione nella quale si realizzavano, tra pericoli e sacrifici d'ogni sorta, le migliori condizioni e le più tenaci leve per una fattiva opposizione alla dittatura. Il presupposto fondamentale di questa opposizione non poteva non essere, a Torino, la classe operaia. Questo lavorìo clandestino, questa prassi resistenziale in atto, co65 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce munque, non escludeva, un meditato approfondimento sul piano ideologico delle motivazioni della resistenza dalla quale il movimento doveva trarre una sua delineazione precisa in senso politico, e dalla quale, poi, dovevano discendere gli elementi di una strategia rispondente alle obiettive condizioni storiche. Il 15 settembre usciva il primo numero di Voci di officina, con il quale si otteneva la mobilitazione nei vari reparti della FIAT ed in altre fabbriche torinesi. Voci di officina era ciclostilato sotto la guida di Riccardo Poli in casa di Barbara Allason e di Anita Ro che avevano fatto parte di « Giustizia e Libertà » fin dal sorgere del movimento. Alla redazione del giornale operaista partecipavano, tra gli altri, Garosci, Cavallera, Perelli, Migliardi e Cosmo. Le tirature erano elevate, ma scarsi i mezzi finanziari. Il giornale era diffuso a Torino ed in provincia e tutto era affidato all'iniziativa di un gruppetto di coraggiosi che percorrevano di notte la città e la provincia per distribuire il giornale. Ma con questo si distribuivano anche manifestini ed altra stampa che proveniva dall'estero dove già operavano delle centrali di opposizione. Con il quarto numero di Voci di officina, poco prima di Natale, cominciarono gli arresti, ma non per questo l'attività del giornale si fermò, specialmente nell'Università, dove molti studenti antifascisti recepivano l'istanza operaista della quale il giornale era il banditore. Fu in quel periodo che molti studenti furono arrestati. Garosci fece appena in tempo a riparare all'estero con altri, tra i quali Carlo Levi. Del gruppo degli arrestati, tra i quali lo stesso Mario Andreis, facevano parte anche degli operai, ma il processo agli operai fu stralciato, ed a ragion veduta, da quello degli intellettuali perché il fascismo voleva evitare che si sapesse che la resistenza alla dittatura era portata avanti unitariamente da intellettuali ed operai. Gli operai, comunque, si giovarono della amnistia del « decennale » evitando in tal modo il processo e la reclusione. I condannati furono solo due, Luigi Scala, che morì nel 1945, al ritorno da Mathausen, e Mario Anderis. Gli studenti, invece, in ,considerazione della loro giovanissima età e per calcolo politico furono tutti assolti. Ernesto Rossi, dal canto suo, fu anch'egli gran parte del movimento « Giustizia e Libertà ». Anch'egli proveniva dall'esperienza del Non Mollare per il quale era stato implicato in un processo che lo aveva costretto a fuggire dall'Italia. Dopo un'amnistia, che rimise in libertà molti criminali fascisti, ma che comprese anche i reati di stampa, nel novembre del 1925 Ernesto Rossi rientrò in Italia, da Parigi, dove sostenne un concorso essendosi rifatta una verginità politica che lo portò a Bergamo da dove poteva mantenere stretti contatti con gli antifascisti di Milano. Del gruppetto milanese di « Giustizia e Libertà » facevano parte Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Riccardo Bauer, Umberto Ceva, i fratelli Mario e Alberto Damiani, Vittorio Albasini Scrosati, Vincenzo Calace, 66 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce Dino Roberto, Antonio Zanotti, Dino Gentili, Pietro Zari. Il centro di collegamento più fecondo era in casa di Bauer. Dal luglio 1924 al maggio 1925 Parri, Bauer ed alcuni altri amici avevano fatto uscire un giornale ll caffè, al quale, soppresso, seguirono alcuni opuscoli: Casi d'Italia, di Bauer e Parri, La politica estera di Mussolini, di Sforza, L'anticroato — intorno al delitto Matteotti — di Bauer. Bauer fu arrestato nel dicembre del 1926 perché sorpreso ad aiutare due giornalisti ad espatriare clandestinamente. Dopo cinque mesi di prigione, fu confinato ad Ustica per due anni. Furono intanto arrestati Parri e Rosselli. Venuti meno Parri e Bauer però la stampa clandestina subì un fiero colpo. Ma nel 1928, Bauer, appena rientrato a Milano dal confino, s'impegnò di nuovo nella lotta antifascista. Cori la fuga da Lipari di Carlo Rosselli e di Emilio Lussu e con la costituzione a Parigi del movimento « Giustizia e Libertà » aumentarono le possibilità della stampa antifascista che, prodotta in Francia, entrava clandestinamente in Italia ed amalgamava sempre più i centri della resistenza al fascismo. Fu allora che il paese fu inondato da una gran messe di opuscoli di propaganda che affrontavano tutta una somma dí problemi interni ed internazionali relativamente alla dittatura. Particolarmente interessante e molto diffuso fu Consigli sulla tattica. Era stato scritto in realtà da Salvemini, ma recava la firma di Riccardo Bauer e di Ernesto Rossi, quando questi erano già in carcere. Dal carcere, appunto, fu data l'autorizzazione alla firma in modo che i consigli risultassero più autorevoli in quanto dettati da una esperienza in atto. Il centro estero di « Giustizia e Libertà » sorse nel 1929, alcuni giorni dopo che a Parigi giunsero, fuggiti dal confino di Lipari, Carlo Rosselli, Fausto Nitti ed Emilio Lussu. Oltre ai tre, del gruppo promotore facevano parte Tarchiani, Cianca, Salvemini, Vincenzino Nitti, Facchinetti e Rossetti. Nuovi giornali clandestini, naturalmente, sorsero da questa concentrazione di intellettuali. Il primo di questi giornali porta il titolo di Giustizia e Libertà, con l'indicazione, fittizia, « Roma novembre 1929 ». Si apriva, in tal modo, la stagione più feconda, per i gruppi di « Giustizia e Libertà », di una propaganda che, dando vita a tutta una serie di iniziative, avrebbe stretto sempre più le maglie dell'antifascismo e della resistenza in Italia. NOTA Vastissima, ed in alcuni casi definitiva, è ormai la bibliografia sull'argomento. Per la presente rievocazione, comunque, sono stati punti di riferimento imprescindibili le seguenti opere: A. LEVI, Ricordi dei fratelli Rosselli. Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1947. 67 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce LEONETTI - M. MASSARA, Giornali fuori legge: la stampa clandeA DAL PONT - A. st.ina antifascista 1922-1943. Roma, Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti, 1964. NON MOLLARE (1925). Riproduzione fotografica dei numeri usciti con tre saggi storici di E. Rossi, P. Calamandrei e G. Salvemini. Firenze, La Nuova Italia Editrice. 68 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce