LISA JANE SMITH I DIARI DELLE STREGHE: Il Potere CAPITOLO I «Diana, ho una sorpresa per te», disse Faye. Gli occhi di smeraldo di Diana, sotto le ciglia corvine, erano pieni di lacrime. Non si era ancora ripresa dallo shock di quella notte, e fissava Faye con un’espressione tesa. Be’, il peggio doveva ancora venire. Ora che il momento decisivo stava per arrivare, Cassie provava una strana sensazione di libertà. Basta nascondersi, basta menzogne e sotterfugi. Alla fine l’incubo era arrivato. «Forse avrei dovuto dirtelo prima, ma non volevo turbarti», disse Faye. I suoi occhi scintillanti bruciavano come se dentro avesse un fuoco indomabile. Adam, che non era stupido, guardò prima Cassie e poi Faye, e giunse velocemente a una chiara, anche se sconvolgente, conclusione. Con uno scatto, strinse il gomito di Diana. «Qualunque cosa sia, non è il momento», disse. «Cassie deve andare da sua madre, e…». «No, invece è proprio adesso il momento, Adam Conant», lo interruppe Faye. «È ora che Diana scopra che razza di persone la circondano». Faye si girò rapidamente in direzione di Diana, e il pallore del suo viso si accese di una strana felicità, in netto contrasto con i folti capelli neri come la mezzanotte. «Le persone che hai scelto tu», disse alla cugina. «I tuoi più cari amici – e lui. L’incorruttibile sir Adam. Vuoi sapere perché non sei riuscita a diventare leader? Vuoi davvero sapere quanto sei ingenua?». Il cerchio si era stretto intorno a lei e tutti la fissavano. Cassie riconosceva sui loro visi diverse sfumature di sconcerto e diffidenza. La luna piena che splendeva a ovest era così luminosa che proiettava lunghe ombre e illuminava ogni dettaglio della scena. Cassie li guardò attentamente tutti: Deborah la dura, la bella Suzan col viso perfetto adombrato da un’espressione perplessa, la fredda Melanie, e l’aggraziata, elfica Laurel. Guardò Chris e Doug Henderson, gli scapestrati gemelli, in piedi di fianco allo sfuggente Sean e a Nick, bello e glaciale, dietro di loro. Infine, guardò Adam. Lui stringeva ancora il braccio di Diana, ma il suo viso fiero e attraente era teso, attento. I suoi occhi incontrarono quelli di Cassie e un rapido sguardo di intesa balenò fra loro; poi Cassie si voltò dall’altra parte, imbarazzata. Non aveva alcun diritto di cercare il sostegno di Adam. Presto l’intero circolo avrebbe scoperto tutto su di lei, l’avrebbe conosciuta per ciò che realmente era. «Ho sperato che potessero comportarsi in modo dignitoso e controllarsi», disse Faye. «Per il loro bene, se non per il tuo. Ma a quanto pare…». «Faye, di che stai parlando?», la interruppe Diana, che stava ormai perdendo la pazienza. «Be’, di Cassie e Adam, ovviamente», disse Faye, spalancando lentamente gli occhi dorati. «Di come se la siano spassata alle tue spalle». Le parole caddero come pietre in uno specchio d’acqua. Ci fu un lungo momento di completo silenzio, poi Doug Henderson scoppiò a ridere. «Sì, certo, e mia madre è una spogliarellista», scherzò. «E Madre Teresa è Catwoman», disse Chris. «E dai, Faye», disse Laurel bruscamente. «Non essere ridicola». Faye sorrise. «È normale che non mi crediate», disse. «È stato uno shock anche per me. Ma vedete, tutto è cominciato prima che Cassie venisse a New Salem. Quando incontrò Adam a Cape Cod». Il silenzio questa volta era di un altro tipo. Cassie vide Laurel lanciare un’occhiata veloce a Melanie. Tutti sapevano che quell’estate Cassie aveva passato diverse settimane a Cape Cod. E tutti sapevano che anche Adam era stato lì, alla ricerca degli Strumenti Supremi. Cassie vide il sospetto affacciarsi sui volti che la circondavano. «Tutto nacque sulla spiaggia», continuò Faye. Era chiaramente felice, come sempre, di essere al centro dell’attenzione. Era sexy e autoritaria mentre si inumidiva le labbra e parlava con voce roca, rivolgendosi all’intero gruppo, anche se le sue parole erano dirette a Diana. «Fu amore a prima vista… o comunque, non riuscivano a tenere le mani a posto. Appena arrivò qui, Cassie ci scrisse su perfino una poesia. Come faceva?». Faye inclinò la testa e recitò: Ogni notte mi addormento e ho un’unica speranza rivedere colui che mi baciò risvegliando la mia fantasia ho trascorso un’ora sola in sua compagnia e da allora nei miei giorni il fuoco avvampa e danza. «È vero, questa l’ha scritta lei», disse Suzan. «Mi ricordo. Eravamo nel vecchio laboratorio di scienze e non voleva che la leggessimo». Deborah annuiva, col visino corrucciato. «Anch’io mi ricordo». «Magari vi ricorderete anche del loro strano comportamento all’iniziazione di Cassie», disse Faye. «E di come Raj si affezionò a Cassie così velocemente, sempre a saltarle in braccio e a leccarla. Niente di strano… semplicemente si conoscevano già. Non volevano che noi ce ne accorgessimo, ovviamente. Hanno cercato di nascondercelo. Ma alla fine sono stati scoperti. La notte in cui usammo il teschio di cristallo per la prima volta, nel garage di Diana… Adam stava riportando Cassie a casa, credo. Mi chiedo come abbiano fatto a organizzare la cosa». Adesso erano Laurel e Melanie ad apparire turbate. Era evidente che stavano cercando di riportare alla memoria la notte della prima cerimonia con il teschio, quando Diana aveva chiesto a Adam di riaccompagnare Cassie a casa e lui, dopo una breve esitazione, aveva accettato. «Credevano che nessuno si sarebbe accorto del loro giochetto… ma qualcuno li stava osservando. Due piccole creature, due amici miei…». Faye mosse lentamente le dita, mostrando le sue lunghissime unghie rosse, come se stesse accarezzando un cucciolo. Un’intuizione attraversò la mente di Cassie come un fulmine. I gattini. Quelle odiose piccole sanguisughe che gironzolavano in camera di Faye. Possibile che i gattini fossero le sue spie? Poteva davvero comunicare con loro? Cassie fu percorsa da un brivido mentre guardava quella ragazza, alta, bella e oscura, e avvertì qualcosa di alieno e mortale dietro quegli occhi dorati socchiusi. Si era sempre chiesta cosa volesse dire Faye quando parlava dei suoi “amici” che osservavano e le riferivano tutto, ma non avrebbe mai immaginato una cosa del genere. Faye fece un sorriso da gatta, di pura soddisfazione, e annuì. «Io ho molti segreti», annunciò a Cassie. «Questo è solo uno dei tanti. Ma in ogni caso», disse al resto del gruppo, «quella notte vennero scoperti. Si stavano… ehm, baciando. È il modo più educato di dirlo. Il tipo di bacio che genera una combustione spontanea. Probabilmente la loro passione travolgente non poteva più aspettare». Sospirò. Diana ora guardava Adam, sperando che negasse. Ma Adam, con aria di sfida, guardava dritto davanti a sé, verso Faye. Le labbra di Diana si dischiusero in un corto e rapido respiro. «E ho paura che non sia stata l’unica volta», continuò Faye, esaminandosi le unghie con un’espressione di misurato rammarico. «Hanno continuato a farlo ogni tanto, approfittando in segreto dei momenti in cui tu non guardavi, Diana. Come al ballo di inizio anno… peccato che tu non ci fossi. Si baciarono proprio al centro della pista. Credo che dopo siano andati in un posto più appartato…». «Questo non è vero», urlò Cassie, rendendosi conto nel momento stesso in cui apriva la bocca che in quel modo stava ammettendo che le altre accuse erano vere. Ora tutti la stavano fissando, e perfino gli Henderson si erano fatti seri. I loro turchesi occhi felini erano fissi, attenti. «Io volevo dirtelo», disse Faye a Diana, «ma Cassie mi pregò di non farlo. Era isterica, piangeva e mi supplicava… diceva che sarebbe morta se tu lo avessi scoperto. Diceva che era pronta a fare qualsiasi cosa. E fu allora che», Faye fece un sospiro, con lo sguardo perso nel vuoto, «si offrì di prendere il teschio per me». «Cosa?», disse Nick, e il suo volto, di solito imperturbabile, adesso rifletteva tutta la sua incredulità. «Sì», Faye teneva ancora gli occhi bassi, fissi sulle sue unghie, ma non riuscì a impedire che un sorriso le sollevasse gli angoli della bocca. «Lei sapeva che avrei voluto esaminare il teschio, e mi disse che l’avrebbe preso per me se non avessi detto niente. Cosa avrei dovuto fare? Sembrava una pazza. Non ho avuto il cuore di dirle di no». Cassie si morse con forza il labbro inferiore. Voleva urlare, protestare che le cose non erano andate così… ma a cosa sarebbe servito? Melanie prese la parola. «E ovviamente non hai neanche avuto il cuore di rifiutare il teschio», disse a Faye, con sguardo sprezzante. «Be’…». Faye sorrise con sufficienza. «Mettiamola così, era un’occasione troppo ghiotta». «Non c’è niente da ridere», urlò Laurel. Sembrava sconvolta. «Continuo a non crederci…». «E indovinate un po’ come faceva a sapere dove scavare?», disse Faye con voce melliflua. «Dormì a casa tua, Diana, la notte in cui seguimmo le tracce dell’energia oscura fino al cimitero. E poi, furtivamente, è riuscita a capire dov’era nascosto il teschio leggendo il tuo Libro delle ombre… ma solo dopo aver rubato la chiave del tuo mobiletto ». Una luce di gioioso trionfo brillò negli occhi dorati di Faye; non riusciva proprio a trattenersi. E nessuno, nel gruppo, poté più mettere in dubbio le sue parole. Cassie aveva dissotterrato il teschio a colpo sicuro. Non c’era modo di aggirare la questione. Cassie vide il cambiamento sulle facce degli altri: l’incredulità veniva lentamente sostituita da duri sguardi d’accusa. È come ne La lettera scarlatta, pensò Cassie, in preda al panico. Si sentiva tutti gli occhi puntati addosso. Tanto valeva che la mettessero su un patibolo con una A cucita sul petto. Disperata, cercò di tenere alto il mento e di raddrizzare la schiena, e si costrinse a guardare gli altri negli occhi. Non mi metterò a piangere, pensò. Non abbasserò lo sguardo. Poi guardò Diana. L’espressione di Diana non era semplicemente afflitta. Sembrava quasi paralizzata, i suoi occhi verdi erano spalancati, vuoti e sconvolti. «Aveva giurato che sarebbe stata leale e fedele al circolo, e che non avrebbe fatto mai del male a nessuno che ne facesse parte», disse Faye con voce roca. «Ma mentiva. E non è neanche una sorpresa, dato che è una mezza esterna. La cosa è andata avanti per troppo tempo; lei e Adam si sono divertiti abbastanza. Ora conoscete tutti la verità. E a questo punto», Faye passò in rassegna con lo sguardo i membri del circolo, tutti sconvolti – soprattutto suo cugino che era rigido come un morto – e poi concluse con un’aria pensierosa e soddisfatta, «sarà meglio tornare a casa. È stata una lunga nottata». Lentamente, accennando un sorriso, fece per andarsene. «No». Non fu che una sola parola, ma bastò a fermare Faye e a far girare tutti gli altri verso Adam. Mai prima di allora Cassie aveva visto un’espressione simile nei suoi occhi grigio azzurri… erano come fulmini d’argento. Adam si fece avanti con la sua solita andatura disinvolta. Non c’era violenza nel gesto con cui afferrò il braccio di Faye, ma la stretta doveva essere di ferro… Cassie non aveva dubbi, dato che lei non riusciva a liberarsi. Faye guardò le dita di Adam, stupita e offesa. «Finora hai parlato tu», le disse Adam. La sua voce era calma e rilassata, ma le parole gli uscirono dalle labbra come schegge di ferro incandescente. «Ora tocca a me. E voi tutti», si rivolse all’intero gruppo, gelandolo con lo sguardo, «mi ascolterete». CAPITOLO 2 «Hai raccontato la storia a modo tuo», disse Adam. «Alcune cose si avvicinavano alla verità, altre erano semplicemente delle menzogne. Ma niente è successo esattamente come l’hai raccontato tu». Fissò il circolo. «Non m’interessa quello che pensate di me», disse, «ma c’è anche un’altra persona coinvolta. E lei», diede un’occhiata a Cassie, abbastanza a lungo perché la ragazza potesse vedere bene i suoi occhi grigio azzurri, brillanti come argento, «non merita di essere trattata così, soprattutto non stanotte». Alcuni membri della congrega, in particolare Laurel e Melanie, distolsero lo sguardo, leggermente imbarazzati. Ma gli altri rimasero semplicemente a fissarlo, arrabbiati e diffidenti. «Allora dacci la tua versione», disse seccamente Deborah. La sua espressione faceva capire che si sentiva ingannata e la cosa non le piaceva. «Innanzitutto, il primo incontro tra me e Cassie non andò in quel modo, non fu amore a prima vista…». Adam esitò per un momento, guardando l’orizzonte. Scosse la testa. «Non fu amore. Lei mi aiutò, mi salvò da quattro esterni armati. Il tipo di esterni che dà la caccia alle streghe». Guardò con durezza Chris e Doug Henderson. «Ma lei non sapeva…», cominciò Deborah. «Allora non sapeva cosa fossi all’epoca. E non sapeva neanche cosa fosse lei. Pensava che le streghe esistessero solo nelle fiabe. Cassie mi aiutò solo perché avevo bisogno di aiuto. Quei tipi mi stavano seguendo, e lei mi nascose in una barca e li indirizzò nella direzione opposta, verso la spiaggia. Loro provarono a farle confessare dove mi trovavo, le fecero del male, ma lei non disse una parola». Sul gruppo calò un profondo silenzio. Deborah, che ammirava il coraggio sopra ogni altra cosa, sembrava confusa, e il suo volto accigliato cominciava a distendersi. Faye, dal canto suo, si contorceva come un pesce che cerca di liberarsi dall’amo, e pareva quasi disgustata. «Che tenerezza. L’eroina coraggiosa. Quindi vuoi dire che a quel punto il minimo che potessi fare era mostrarle un po’ di riconoscenza?» «Non fare la stupida, Faye», disse Adam, strattonandole lievemente il braccio. «Non abbiamo fatto niente. Abbiamo solo…». Scosse nuovamente la testa. «L’ho solo ringraziata. Volevo farle sapere che non avrei dimenticato quello che aveva fatto… allora pensavo ancora che fosse un’esterna, e non immaginavo certo che un’esterna potesse fare una cosa del genere per uno di noi. Per me era semplicemente una ragazza simpatica piuttosto silenziosa e carina, e io volevo ringraziarla, tutto qui. Ma mentre la guardavo, ho sentito… come se fossimo legati in qualche modo. Adesso sembra stupido dirlo, forse, ma riuscivo quasi a vederlo, questo legame…». «Il filo d’argento», sussurrò Cassie. I suoi occhi erano gonfi, e non si era accorta di aver parlato ad alta voce fino a quando non vide che tutti si erano girati verso di lei. Melanie alzò le sopracciglia e anche Diana sembrò sconcertata; forse anche solo perché Cassie aveva rotto il silenzio nel quale si era rifugiata. Le labbra a bocciolo di rosa di Suzan erano spalancate per la sorpresa. «Sì, credo che apparisse più o meno così», disse Adam, ricominciando a guardare lontano, verso l’orizzonte. «Non so… era una sensazione un po’ confusa. Ma di certo le ero grato, e mi sarebbe piaciuto averla come amica… perché non farsi un’amica tra gli esterni?». Si alzarono mormorii divertiti e increduli. «E», disse Adam, guardando fisso Diana, «è per questo che le ho dato la rosa di calcedonio che mi avevi dato tu». I mormorii si spensero subito. Sul gruppo calò un cupo silenzio. «Era un pegno d’amicizia, un modo per ripagare il mio debito», disse Adam. «Ho pensato che se mai si fosse messa nei guai, sarei venuto a saperlo grazie al cristallo e magari avrei potuto aiutarla. Perciò gliel’ho dato… ed è stata l’unica cosa che ho fatto». Guardò Faye con aria di sfida, e così pure il resto del gruppo. «Eccetto… sì, è vero… l’ho baciata. Le ho baciato la mano». Laurel strabuzzò gli occhi. I fratelli Henderson gli rifilarono un’occhiata perplessa, come per dire che di certo era un pazzo, ma in ogni caso erano affari suoi, e aveva tutto il diritto di baciare la parte del corpo che più gli piaceva. Faye cercò di sfoggiare un’espressione sdegnata, ma non le venne molto bene. «In seguito lasciai Cape Cod», disse Adam. «Non ho più visto Cassie finché non sono tornato qui per l’iniziazione di Kori… che finì per diventare l’iniziazione di Cassie. Ma c’è un’altra cosa importante. Io non le ho mai detto chi ero né da dove venivo. Non le ho mai detto il mio nome. Perciò qualsiasi cosa abbia fatto qui – e qualsiasi poesia abbia scritto, Faye – lei non sapeva chi fossi. Non sapeva niente di me e Diana. Non fino alla sera in cui ci siamo visti sulla spiaggia». «E questa sarebbe una buona ragione per fare finta di non conoscervi e spassarvela in segreto alle spalle degli altri?», disse Faye, lanciandosi di nuovo all’attacco. «Stai dicendo delle cose assurde», disse Adam prontamente, con l’aria di voler dare un altro strattone a Faye. «Noi non abbiamo fatto niente alle spalle degli altri. La prima volta che abbiamo parlato da soli è stata la notte in cui fallì la cerimonia del teschio nel garage di Diana. Sì, quella notte sulla scogliera, quando le tue piccole spie ci hanno visto, Faye. E sai cosa mi ha detto Cassie la prima volta che abbiamo parlato dopo il nostro incontro? Mi ha detto che era innamorata di me, e che si rendeva conto che era una cosa sbagliata. Che da quando l’aveva capito, da quando si era resa conto che stavo con Diana e non ero semplicemente un ragazzo qualsiasi incontrato sulla spiaggia, lei aveva cercato di ribellarsi ai suoi sentimenti. Aveva anche fatto un giuramento di sangue: aveva promesso di non far capire mai a nessuno, con parole, sguardi o azioni, cosa provava per me. Non voleva che Diana lo scoprisse e ne soffrisse, o al contrario la compatisse. Ti sembra forse l’atteggiamento di una che cerca di spassarsela alle spalle degli altri?». Tutto il circolo lo fissò. Sobriamente, Melanie disse: «Fammi capire bene. Stai dicendo che non c’è niente di vero nelle accuse di Faye?». Adam deglutì. «No», disse con calma. «Non voglio dire questo. Quella notte sulla scogliera…». Si fermò, deglutì ancora, e la sua voce riacquistò un po’ di fermezza. «Non so spiegare cosa successe, so solo che la colpa fu mia, non di Cassie. Lei fece tutto quello che poteva per evitarmi, per tenermi lontano. Ma appena fummo soli, ci avvicinammo ». Guardò Diana senza scomporsi, benché il dolore fosse evidente sul suo viso. «Non sono fiero di quello che ho fatto, ma non volevo ferirti. E Cassie è del tutto innocente. Quella notte si avvicinò per parlare con me solo perché voleva ridarmi la rosa di calcedonio, in modo che potessi restituirtela. In tutta questa storia, lei è stata sempre onesta e rispettosa. Anche se le costava tanto». Si fermò e la sua espressione tornò severa. «Se avessi saputo che questa vipera la stava ricattando…». «Stai attento a quello che dici», lo interruppe Faye, e i suoi occhi dorati emanarono un lampo minaccioso. Adam le restituì uno sguardo altrettanto duro. «È quello che hai fatto, no? L’hai ricattata. Le tue piccole spie ci hanno visto quella notte… mentre ci dicevamo addio e giuravamo di non rivederci più da soli, tu hai deciso di approfittare il più possibile della situazione. Mi ero accorto che c’era qualcosa che non andava tra te e Cassie, ma non riuscivo a capire cosa fosse. Tutto a un tratto Cassie era terrorizzata. Ma perché non è semplicemente venuta da me a dirmi cosa le stavi facendo…?». La sua voce si affievolì e si girò verso Cassie. Lei scosse la testa, senza parole. Come poteva spiegarlo? «Non volevo mettere in mezzo anche te», disse. La sua voce era poco più di un sussurro. «Avevo paura che ne avresti parlato con Diana, e Faye aveva detto che se Diana l’avesse scoperto…». «Cosa?», disse Adam. Mentre Cassie faceva no con la testa, lui diede un’altra scossa al braccio di Faye. «Cosa, Faye? Se Diana lo avesse scoperto, sarebbe morta di dolore? La congrega si sarebbe sciolta? È questo che hai detto a Cassie?». Faye fece un sorrisetto compiaciuto. «Se pure l’avessi detto, sarebbe stata solo la pura e semplice verità, no? Visto come sono andate le cose». Si liberò dalla stretta di Adam. «Quindi hai usato il suo affetto per Diana contro di lei. L’hai ricattata per costringerla ad aiutarti a trovare il teschio, è così? Non deve essere stato facile convincerla». Adam stava solo tirando a indovinare, ma il suo intuito andava nella direzione giusta. Cassie si trovò ad annuire. «Ho capito dove si trovava…». «Ma come?», la interruppe Diana, non riuscendo a trattenersi. Per la prima volta si rivolse direttamente a Cassie. Cassie fissò quei grandi occhi verdi, quelle nere ciglia che trattenevano a fatica le lacrime, e le rispose. «Ho fatto ciò che mi aveva detto Faye», disse tremante. «Ho guardato prima nel mobiletto di noce… ricordi quando sono rimasta a dormire da te? Ti sei svegliata e mi hai trovato nella tua stanza. Quando ho visto che lì dentro non c’era il teschio, ho pensato che avrei dovuto rinunciare, ma poi ho fatto un sogno che mi ha fatto ricordare una cosa che avevo letto nel tuo Libro delle ombre, qualcosa a proposito della possibilità di purificare gli oggetti diabolici sotterrandoli nella sabbia. Così sono andata a perlustrare la spiaggia e alla fine ho trovato il teschio sotto quel cerchio di pietre». Cassie fece una pausa, guardò Faye, e riprese a parlare con voce più sicura. «Una volta messe le mani sul teschio, però, mi sono resa conto che non potevo darlo a Faye. Semplicemente non potevo. Ma lei mi aveva seguito e così se lo prese». Cassie fece un lungo sospiro e si sforzò di guardare nuovamente Diana negli occhi, implorando un po’ di comprensione. «Lo so che non avrei dovuto lasciare che se lo prendesse. Avrei dovuto resistere, allora e dopo, ma ero debole e stupida. Ora sono terribilmente dispiaciuta… Vorrei tanto avertelo detto fin dall’inizio, ma avevo così paura di farti soffrire…». Adesso le lacrime le soffocavano la voce e le appannavano la vista. «E a proposito di quello che ha detto Adam – sul fatto che è stata tutta colpa sua – devi sapere che non è vero. È stata colpa mia, e al ballo di Halloween sono stata io a cercare di convincerlo a baciarmi… in quel momento ero così sconvolta che non m’importava più di niente, perché ormai ero perduta». Le guance di Diana erano rigate dalle lacrime, ma ora sembrava colta alla sprovvista. «Perché ormai cosa?» «Perché ero perduta», disse Cassie, e sentiva che in quelle semplici parole c’era la pura e orribile verità, «perché ero responsabile dell’omicidio di Jeffrey Lovejoy». L’intera congrega la fissava sbigottita. «Aspetta un attimo», disse Melanie. «Spiegati meglio». «Ogni volta che il teschio è stato usato, ha rilasciato dell’energia oscura che ha ucciso qualcuno», disse Cassie con calma, sicura. «Solo io e Faye abbiamo usato il teschio prima che Jeffrey fosse ucciso. Lei non avrebbe potuto usarlo senza il mio aiuto, e se non lo avesse fatto Jeffrey sarebbe ancora vivo. Come vedete, sono responsabile anch’io». Gli occhi di Diana si stavano rianimando. «Ma tu non lo sapevi», disse. Cassie scosse la testa con fierezza. «Non è una scusa. Non ci sono scuse per quello che ho fatto… e neanche per gli altri sbagli che ho commesso credendo di essere già perduta, dopo essermi convinta che niente potesse più avere importanza. Be’, mi sbagliavo. Ho dato retta a Faye e mi sono fatta intimidire da lei». E mi sono anche tenuta l’ematite, pensò, ma non era il caso di confessare anche quello. Scrollò le spalle, sbattendo le palpebre per scacciare le lacrime. «Mi sono lasciata costringere a votare per lei. Mi dispiace, Diana – mi dispiace davvero tanto. Non so perché l’ho fatto». «Io lo so», disse Diana con voce incerta. «L’ha già detto Adam… avevi paura». Cassie annuì. Le parole che si era tenuta dentro così a lungo stavano uscendo tutte insieme. «Una volta che ho cominciato a fare delle cose per lei, non riuscivo più a fermarmi. Aveva sempre più strumenti per ricattarmi. Le cose andavano sempre peggio e io non sapevo come uscirne…». La sua voce si ruppe. Vide Faye, con le labbra contratte, fare un passo in avanti e cercare di dire qualcosa, ma Adam la zittì con una semplice occhiata. Poi Cassie si girò e vide gli occhi di Diana. Erano luminosi come cristalli di peridotite in controluce, pieni di lacrime, ma anche di… qualcos’altro. Cassie credeva che non avrebbe mai più rivisto quello sguardo, di certo non diretto a lei. Era uno sguardo di dolore, sì, ma anche di perdono e nostalgia. Uno sguardo pieno di amore. Qualcosa dentro di lei si spezzò, qualcosa di duro e solido che non aveva fatto altro che crescere da quando aveva cominciato a ingannare Diana. Avanzò di un passo, esitante. E poi lei e Diana si ritrovarono l’una nelle braccia dell’altra, entrambe in lacrime, stringendosi con tutta la forza che avevano. «Mi dispiace, mi dispiace per tutto», singhiozzò Cassie. Rimasero abbracciate a lungo, poi Diana si tirò indietro, si allontanò dal gruppo e si girò per fissare l’oscurità. Cassie si asciugò le guance con il palmo della mano. La luna, bassa all’orizzonte, splendeva come oro antico tra i capelli di Diana. C’era un silenzio assoluto tranne che per il fragore distante delle onde sulla spiaggia. L’intero gruppo era immobile, come se tutti stessero aspettando qualcosa che nessuno sapeva definire. Alla fine Diana si voltò di nuovo verso di loro. «Penso che abbiamo sentito abbastanza», disse. «Credo di poter capire, se non tutto, almeno una buona parte di questa storia. Ascoltatemi attentamente, perché non voglio ripetermi». Erano tutti in silenzio, i visi trepidanti rivolti verso Diana. Cassie aveva la chiara impressione che a breve sarebbe stato formulato un giudizio definitivo. Diana sembrava una sacerdotessa o una principessa, alta e pallida, decisa. Era come avvolta da una misteriosa aura di grandezza e di dignità, aveva una sicurezza che velava la sofferenza nei suoi occhi. Sto per ricevere il mio castigo, pensò Cassie. Qualunque fosse, se lo meritava. Guardò Adam per un istante e vide che anche lui attendeva nervosamente di conoscere il suo destino. Non stava implorando nessun favore, ma Cassie sapeva cosa provava in realtà. Erano entrambi in piedi di fronte a Diana, legati dalla loro colpa, contenti che alla fine fosse emersa alla luce del sole. «Voglio che nessuno parli più di quello che è successo stanotte», disse Diana, la sua voce morbida e chiara. «Mai più. Quando avrò finito di parlare io, la questione sarà chiusa per tutti». Guardò Adam, quasi senza incrociare il suo sguardo. «Credo», disse lei lentamente, «di sapere cosa dovete aver provato. Queste cose succedono a volte. Vi perdono. E per quanto riguarda te, Cassie, tu hai meno colpe di tutti. Non avevi modo di sapere. Non ce l’ho con nessuno di voi due. L’unica cosa che vi chiedo…». Cassie fece una specie di singhiozzo e la interruppe. Non ce la faceva più a tenerselo dentro. «Diana», disse, «voglio che tu lo sappia. Per tutto questo tempo, dentro di me, ho provato rabbia e gelosia perché Adam apparteneva a te e non a me. Fino a stasera. Ma ora è cambiato tutto… davvero. Ora voglio solo che tu e Adam siate felici. Insieme alla promessa che ho fatto, è la cosa più importante per me». Per un attimo Cassie pensò che forse Adam era più importante, ma allontanò quel pensiero e parlò onestamente, con assoluta convinzione. «Adam e io abbiamo fatto quella promessa. Se vorrai darci un’altra possibilità di mantenerla, solo un’altra possibilità…». Diana stava per aprire bocca, ma Cassie continuò prima che lei riuscisse a parlare. «Ti prego, Diana. Devi sapere che puoi fidarti di me… che puoi fidarti di noi. Devi lasciarci la possibilità di provartelo». Ci fu una piccola pausa, poi Diana disse: «Sì. Sì, hai ragione». Respirò a fondo, guardando Adam, quasi esitante. «Che ne direste se, be’, se ci dimenticassimo di tutto questo? Cancelliamo tutto?». Adam serrò le mascelle. Prese in silenzio la mano che Diana gli stava tendendo. Diana porse l’altra a Cassie. Lei la prese e strinse forte quelle dita magre e fredde. Voleva ridere e piangere allo stesso tempo. E invece lanciò a Diana un sorriso incerto. Guardando Adam, si accorse che anche lui stava provando a sorridere, anche se i suoi occhi erano scuri come nuvole tempestose sopra l’oceano. «E finisce così?», esplose Faye. «È tutto a posto adesso, tutto rose e fiori? Tutti si amano e ve ne andate a casa mano nella mano?» «Sì», scattò Adam, lanciandole un’occhiataccia. «Almeno riguardo all’ultima cosa che hai detto. Ora andiamo a casa, è già tardissimo». «Cassie ha bisogno di riposo», confermò Diana. Lo sguardo assente e vulnerabile aveva del tutto abbandonato i suoi occhi, e nonostante Cassie non l’avesse mai vista così fragile, aveva un’aria determinata. «Ne abbiamo bisogno tutti». «E dobbiamo anche chiamare un dottore… qualcuno», disse Deborah inaspettatamente. Indicò con la testa il civico dodici. «La nonna di Cassie…». «Tu da che parte stai?», ringhiò Faye. Deborah le rispose con uno sguardo freddo. Le dita di Diana si strinsero intorno a quelle di Cassie. «Sì, hai ragione, dobbiamo chiamare il dottor Stern… e Cassie può venire a casa con me». Faye scoppiò in una breve risata, ma nessuno rise con lei. Perfino i fratelli Henderson erano seri, assorti. Suzan con un dito si arricciava i capelli biondo paglia, guardando le mani intrecciate di Diana e Cassie. Cassie fissò i membri del gruppo: Laurel annuì con aria incoraggiante, e gli occhi di Melanie, freddi e grigi, brillarono di silenziosa approvazione. Sean si mordicchiò le labbra, volgendo lo sguardo incerto da una parte all’altra. Ma fu l’espressione di Nick a sorprendere Cassie sopra ogni altra cosa. Il suo viso, di solito privo di emozioni, era evidentemente teso, come se nel suo animo fosse in corso una qualche cruenta battaglia. Comunque non c’era tempo di pensare a lui adesso. Non c’era neanche tempo di pensare a Faye, che ribolliva di rabbia e frustrazione, dopo che il suo piano di mandare all’aria la congrega era fallito. Melanie prese la parola. «Vuoi passare prima da me, Cassie? La prozia Constance sta badando a tua madre, se vuoi vederla…». Cassie annuì ansiosa. Le sembrava fossero passati cento anni dall’ultima volta che l’aveva vista, da quando si era ritrovata in quella stanza soffusa di luce rossa, a guardare gli occhi vitrei e vuoti di sua madre. Sicuramente starà bene adesso. Sicuramente potrà dirmi cosa è successo, pensò. Ma quando Melanie, Cassie e Diana – che non aveva voluto lasciare la mano di Cassie neppure per un attimo nel breve tragitto verso il civico quattro – entrarono in casa, Cassie si sentì mancare. La prozia di Melanie, una donna dagli occhi severi e le labbra sottili, le fece accomodare silenziosamente in una stanza per gli ospiti nel seminterrato. Un solo sguardo alla figura spettrale distesa sul letto fece gelare il sangue a Cassie per lo sgomento. «Mamma?», sussurrò, sapendo già che non avrebbe avuto risposta. Accidenti, sua madre sembrava così giovane. Anche più giovane del solito, spaventosamente giovane, in maniera a dir poco innaturale. Era come se su quel letto non ci fosse la madre di Cassie, ma una ragazzina dai capelli scuri e gli occhi neri e tormentati che assomigliava vagamente alla signora Blake. Una sconosciuta. Di certo non un’adulta in grado di aiutare Cassie. «Va tutto bene, mamma», sussurrò, allontanandosi da Diana per sfiorare la spalla di sua madre. «Andrà tutto bene. Vedrai. Ti riprenderai presto». La gola le faceva male, e poi si accorse che Diana stava delicatamente cercando di portarla via. «Ne avete già passate troppe», disse Melanie una volta fuori. «Lasciamo fare al dottore… e alla polizia, se sarà necessario chiamarla. Tu e Cassie dovete dormire un po’». Il resto della congrega stava aspettando in strada, e furono tutti d’accordo con Melanie. Cassie guardò Diana, e anche lei annuì. «Ok», disse Cassie. La sua voce era debole e leggermente roca, e si rese conto di quanto fosse stanca… stanca morta. Allo stesso tempo era un po’ stordita e la scena che aveva di fronte cominciava a sembrarle un sogno. Era così strano stare lì, alle prime ore del mattino, sapendo che sua nonna era morta e che sua madre era sotto shock e che non aveva una casa nella quale tornare. Eppure non c’erano adulti per strada, nessuna agitazione, solo i membri del circolo e una lugubre calma. A ripensarci, perché mai non c’erano genitori lì fuori? Eppure qualcuno di loro doveva sicuramente essere al corrente di ciò che stava succedendo. Ma le case di Crowhaven Road erano chiuse e silenziose. Mentre andavano da Melanie, Cassie ebbe l’impressione di scorgere una luce che si spegneva in casa di Suzan e una tenda che si richiudeva dagli Henderson. Se c’erano adulti svegli, non volevano essere coinvolti. Siamo soli, pensò Cassie. Ma Diana era con lei, e riusciva a vedere la sagoma slanciata di Adam che si stagliava contro i fari delle auto della congrega. Quando si avvicinò, una strana forza cominciò a scorrere dentro Cassie. «Domani dobbiamo parlare», disse. «Ci sono un sacco di cose che devo dirvi, a tutti quanti. Cose che mia nonna mi ha rivelato prima… prima di morire». «Possiamo incontrarci all’ora di pranzo sulla spiaggia…», cominciò Diana, ma la voce profonda di Faye la interruppe. «No, non possiamo. Sono io ora a decidere dove si devono tenere gli incontri, o l’hai dimenticato?». Faye piegò la testa all’indietro con orgoglio, il diadema d’argento con la mezzaluna brillò tra i suoi capelli, neri come la mezzanotte. Diana fece per parlare, poi cambiò idea. «Ok», disse Adam con una calma illusoria, uscendo dal bagliore dei fari per avvicinarsi a Faye. «Tu sei la nostra leader. Allora decidi tu. Dove ci vediamo?». Faye socchiuse gli occhi. «Ci vediamo al vecchio laboratorio di scienze. Ma…». «Va bene». Adam non aspettò la fine della frase; si girò dall’altra parte. «Vi porto io a casa», disse rivolgendosi a Diana e Cassie. Faye sembrava furiosa, ma i tre si stavano già allontanando. «Ah, dimenticavo, Diana: buon compleanno», urlò con malizia. Diana non rispose. CAPITOLO 3 «Jacinth! Sei in casa? Jacinth!». Cassie strizzò gli occhi, la luce del sole era troppo forte. Non era certo la prima volta che vedeva quella stanza. Era la cucina di sua nonna… eppure non lo era. Le pareti erano sempre state irregolari e luride; quelle erano pulite, perfette. Il camino di sua nonna era sporco di fumi secolari; quello invece sembrava quasi nuovo e aveva una forma un po’ diversa. Il gancio per appendere le pentole luccicava. Era la stanza del suo sogno, quella che aveva visto l’ultima volta che aveva passato la notte a casa di Diana. Era seduta sulla stessa, identica sedia bassa. Ma questo sogno sembrava ricominciare da dove era finito l’altro. «Jacinth, che fai, dormi in piedi? C’è Kate!». Una sensazione di attesa e di eccitazione pervase Cassie… Kate; chi era Kate? Senza neanche sapere perché, si ritrovò in piedi e si rese conto che indossava un vestito che le sfiorava la punta delle eleganti scarpe di broccato. Il volume di pelle rossa che aveva in grembo, il Libro delle ombre, cadde a terra. Si girò in direzione della voce, verso quella che a casa di sua nonna sarebbe stata la porta di servizio. Lì sembrava l’ingresso principale. C’era una gran luce e la porta incorniciava due figure in piedi. Una era alta, sembrava la tipica donna puritana che aveva visto nelle stampe dei libri di storia. L’altra era più piccola, con splendidi capelli luminosissimi. Cassie non riusciva a vedere in faccia nessuna delle due, ma la più bassa le stava tendendo ansiosamente le mani. Cassie si avvicinò, fece un passo in avanti… …e il sogno cambiò. Era buio e Cassie poteva sentire il gemito del legno che si squarciava. Spruzzi salati le pungevano la faccia e i suoi occhi tentavano invano di penetrare l’oscurità. La barca stava affondando. Perduto, tutto era perduto. E anche gli Strumenti Supremi erano perduti… per il momento. Ma solo per il momento. Cassie sentì una violenta determinazione crescere in lei e avvertì un retrogusto di bile in gola. L’acqua ghiacciata le bagnava le gambe, e tuttavia il sogno pareva perdere nitidezza. Cercò di non smarrire il contatto con quell’immagine, ma tutto intorno a lei si fece liquido e cambiò improvvisamente; il buio della notte turbolenta e tempestosa divenne la calma oscurità della stanza di Diana. Era sveglia. E, senza alcun motivo, si sentiva felice per il semplice fatto di essere ancora viva. Non era poi così buio. L’alba illuminava le tende, gettando una luce grigia su tutta la stanza. Diana dormiva tranquillamente accanto a lei. Come poteva essere così tranquilla dopo tutto quello che era successo? Dopo quello che aveva scoperto sulla sua migliore amica e sul suo ragazzo, dopo aver perso il ruolo di leader della congrega? Eppure le sue ciglia nere erano ferme e serene e il suo viso non appariva per nulla turbato. È così buona. Io non potrei mai essere come lei, pensò Cassie. Neanche se ci provassi per tutta la vita. Eppure, anche solo stare vicino a Diana la faceva sentire meglio. Cassie sapeva che non si sarebbe mai riaddormentata. Si mise a sedere contro la testiera del letto, assorta nei suoi pensieri. Era così contenta che le cose fossero di nuovo a posto con Diana. E con Adam… Cassie aveva quasi paura di pensare a lui, era spaventata dal dolore che ne sarebbe potuto derivare. Ma anche se dentro di sé, nelle profondità del suo animo, Adam era sempre associato a una sofferenza cronica, non era un dolore insostenibile, e il veleno della gelosia e della rabbia era veramente sparito. Voleva in tutta onestà che lui e Diana fossero felici. Ormai era una persona completamente diversa da quella che nelle ultime sei settimane aveva continuato a bruciare per la frustrazione di non poterlo avere. Aveva fatto un sacco di cose strane in quelle ultime sei settimane, così tante che le sembrava di non riconoscersi più. Non posso crederci, pensò, sono andata a rubare zucche con Chris e Doug a Salem. Ho salvato Chris da quel cane… quella non era proprio una cosa da me. Ho giocato al Ragazzo delle Pizze con Faye, ho fatto una spericolata corsa in motocicletta con Deborah… be’, non è stato così male. Anzi, molte delle cose che aveva fatto nell’ultimo mese non erano niente male. Le bugie, gli inganni e gli errori erano stati terribili, ma alcuni dei cambiamenti erano positivi. Si era avvicinata a Deborah e Suzan, e aveva cominciato a capire meglio i meccanismi che spingevano i fratelli Henderson a comportarsi così. Perfino Nick… credeva di capirlo meglio ora. E aveva trovato dentro di sé una forza che non avrebbe mai creduto di avere. La forza di inseguire quell’ombra nel cimitero – Black John? – dopo la morte di Jeffrey, la forza di invitare un ragazzo a ballare, la forza, infine, di affrontare Faye. Sperava solo che quella forza le sarebbe bastata per affrontare le prove che la attendevano nei giorni successivi. Cassie non era più stata nel laboratorio di scienze da quando Faye l’aveva attirata lì e tenuta in ostaggio, la prima settimana di scuola. Era buio e fatiscente proprio come lo ricordava. Non capiva perché Faye avesse fissato lì l’incontro: probabilmente solo perché quello era il suo territorio, mentre la spiaggia era sempre stata zona di Diana. Era strano vedere Faye al posto di Diana, in piedi di fronte al gruppo, con gli occhi di tutti puntati addosso. Faye indossava dei vestiti normali, leggings neri e una felpa a strisce rosse e nere, ma era circondata da una misteriosa aura di leadership. Mentre camminava avanti e indietro, il suo rubino stellato lampeggiava, baciato da un raggio di luce che filtrava tra le assi che sbarravano la finestra. «È stata Cassie a volere questo incontro, no? Ha detto di avere molte cose da dirci… vero, Cassie?» «Riguardano ciò che mia nonna ha detto prima di morire», rispose Cassie con fermezza, guardando Faye negli occhi. «Prima che Black John la uccidesse». Se l’idea era quella di mettere in imbarazzo Faye, rimase delusa; quegli occhi dorati rimanevano penetranti e orgogliosi. A quanto pareva, Faye non si considerava responsabile per le azioni di Black John, anche se era stata lei a fare in modo che venisse liberato. «È stato davvero Black John?», chiese Suzan dubbiosa, avvicinandosi un’unghia mirabilmente curata alla bocca perfetta. Parlava piano, come se pensare per lei fosse un nuovo e difficile esercizio. «Era davvero lì?» «C’era davvero. Lui è qui», disse Cassie. Suzan non era così stupida come voleva far credere, e a volte aveva delle intuizioni sorprendenti. Cassie voleva che stesse dalla sua parte. «È venuto fuori da quel tumulo nel cimitero. Era la sua tomba, credo. Quando abbiamo portato il teschio al cimitero, l’energia oscura che abbiamo liberato gli ha dato la forza di ritornare». «Ritornare dalla morte?», chiese nervosamente Sean. Prima che Cassie riuscisse a rispondere, Melanie disse: «Mi dispiace, Cassie, ma quel tumulo non poteva essere la tomba di Black John. Impossibile. È decisamente troppo recente». «Lo so. Non è la prima tomba di Black John; non so neanche se ce l’avesse una tomba, nel 1600. Credo di no, se davvero morì in mare…». Ci furono sguardi di sorpresa da parte di alcuni, ma Cassie non se ne curò. «In ogni caso, non è la sua tomba di allora. È la sua tomba del 1976». Laurel, che si stava versando una tisana alle erbe dal termos, rovesciò un po’ di liquido caldo sul pavimento. Faye si raggelò. «Cosa?», disse ringhiando. Perfino Diana e Adam sembravano sconcertati e si scambiavano occhiate interrogative. Ma Cassie ricevette un aiuto inaspettato. «Fatele finire la storia», disse Deborah. Con i pollici infilati nelle tasche dei jeans, si avvicinò a Cassie, seduta su una cassetta rovesciata, e rimase in piedi vicino a lei. Cassie fece un lungo sospiro. «Lo sapevo che c’era qualcosa di strano quando ho visto tutte quelle tombe al cimitero… le tombe dei vostri genitori, tutti uccisi nel 1976. Diana ha detto che era stato un uragano, ma la cosa continuava a sembrarmi strana. Cioè, perché solo i genitori erano morti? E ancora di più quando ho scoperto che voi eravate nati appena qualche mese prima. Tutti quei bambini, eppure nessuno che muore durante un terribile uragano… strano, no? Per non parlare del fatto che siete nati tutti nello spazio di un mese». Si stava rilassando un po’ adesso, nonostante fosse difficile parlare con tutti gli occhi puntati addosso. Almeno adesso non erano sguardi di inimicizia e sospetto. Solo Faye sembrava ostile, in piedi con le braccia incrociate e gli occhi da gatta socchiusi. «Ma vedi, la spiegazione è davvero semplice», continuò Cassie. «Black John tornò durante la generazione precedente, quella dei nostri genitori. Nessuno sapeva che era lui, e mia nonna mi ha detto che non si sa come sia riuscito a tornare, ma era comunque Black John. Provò a costituire una congrega con i nostri genitori quando loro erano solo un po’ più grandi di noi». «I nostri genitori?», chiese Doug, con una risatina. «Dai, Cassie, falla finita». Anche gli altri ridacchiavano, e le loro espressioni andavano dallo scetticismo alla perplessità, fino alla chiara presa in giro. «No, aspettate», disse Adam, che iniziava a mostrare qualche segno di agitazione. «Questo spiegherebbe molte cose. Certo, mia nonna straparla ogni tanto, ma mi ha detto delle cose sui miei genitori – sulla nostra congrega – che potrebbero essere interessanti». I suoi occhi grigio azzurri brillavano intensamente. «E c’è dell’altro», disse Deborah, guardando Nick di sottecchi. «La nonna di Cassie disse che mia madre stava per sposare il padre di Nick, ma Black John le fece sposare mio padre. Questo potrebbe spiegare perché mia madre si fa prendere dal panico ogni volta che si nomina la magia, e perché ha un’aria quasi colpevole quando dice che Nick sta diventando sempre più simile a suo padre. Molte cose si spiegherebbero». Cassie guardò Nick, in piedi lontano dal gruppo come al solito, in un angolo buio. A testa bassa, fissava il suolo con una tale concentrazione che sembrava quasi volesse trapanarlo con lo sguardo. «Sì, forse », disse, così piano che Cassie sentì a malapena le sue parole. Si chiese a cosa si riferisse. «Spiegherebbe anche perché non fanno altro che litigare e urlare tutto il giorno. I miei genitori, intendo», aggiunse Deborah. «Tutti i genitori non fanno altro che urlare», disse Chris scrollando le spalle. «Tutti i genitori ancora vivi sono quelli che Black John non ha eliminato», disse Cassie. «Sono sopravvissuti perché non lo hanno contrastato. Mia nonna dice che dopo che erano nati undici bambini in un mese, i nostri genitori capirono cosa stava progettando Black John. Lui voleva una congrega da controllare completamente, una congrega di ragazzini da manipolare e forgiare durante la crescita. Voi, ragazzi», Cassie indicò il gruppo intorno a lei, «eravate destinati a essere la sua congrega». I membri del club si guardarono. «E tu, Cassie?», chiese Laurel. «Io non ero ancora nata, sono venuta alla luce poco dopo. E anche Kori, come sapete. Non rientravamo nel piano di Black John; noi eravamo semplici ragazzine. Ma voi, ragazzi, dovevate essere i suoi ragazzini. Ha organizzato tutto per voi». «E i genitori a cui la cosa non andava giù combatterono contro Black John», aggiunse Deborah. «Lo uccisero, diedero fuoco a lui e alla casa del civico tredici, ma morirono nella battaglia. Quelli che sono ancora vivi sono i vigliacchi che rimasero a casa». «Come mio padre», disse improvvisamente Suzan, alzando lo sguardo dalle unghie. «Diventa nervosissimo se solo nomini il Vietnam Memorial o il Titanic o qualsiasi altra cosa che riguardi persone che sono morte per salvarne altre. E si rifiuta di parlare di mia madre». Cassie vide gli sguardi sconvolti dei membri del circolo. Negli occhi di molti di loro c’era una sorta di consapevolezza. «Come mio padre», disse Diana, sorpresa. «Dice sempre che mia madre era tanto coraggiosa, ma non mi ha mai detto esattamente perché. Non mi meraviglia che lui non sia andato con lei e l’abbia lasciata sola». Si morse le labbra, afflitta. «È terribile scoprire una cosa del genere sul proprio padre». «Certo, ma per me è peggio», disse Deborah, con sguardo severo. «Tutti e due i miei genitori sono rimasti con le mani in mano. E anche i vostri», aggiunse indicando gli Henderson, che si guardarono accigliati. «Mentre quelli come me che non hanno i genitori sono fortunati?», chiese Melanie, alzando un sopracciglio. «Almeno sapete che hanno avuto fegato», disse bruscamente Deborah. «Tu e Adam e Laurel e Nick avete qualcosa di cui andare fieri. Preferirei essere cresciuta con mia nonna o una prozia piuttosto che avere due genitori che si urlano contro tutto il giorno solo perché si vergognano di se stessi». Cassie stava di nuovo guardando Nick, e vide un terribile peso abbandonare il suo viso: la tensione che era stata lì da quando l’aveva conosciuto l’aveva finalmente abbandonato. Adesso sembrava diverso, più dolce in qualche modo, più vulnerabile. In quel momento lui alzò gli occhi e incontrò i suoi, e scoprì che lo stava fissando. Cassie avrebbe voluto guardare altrove, ma non ci riusciva, e con sua sorpresa si accorse che nello sguardo di Nick non c’era ostilità. La sua bocca si piegò leggermente in un sorriso tirato ma pieno di sollievo. Lei si decise a restituire il sorriso. Poi si rese conto che Faye li stava osservando. A quel punto si girò e parlò prontamente all’intero gruppo. «Quelli che sono morti sono stati sopraffatti perché i nostri genitori non sono rimasti uniti. O almeno, questo è quello che mi ha detto la nonna. Ha detto che noi siamo in pericolo ora, perché Black John è venuto per riprenderci con sé. È ancora deciso ad avere la sua congrega, e ora è di nuovo vivo, è un uomo che cammina e respira come noi. Mia nonna ha detto che non avrà più un aspetto orribile e il corpo ustionato quando lo vedremo, e che potremmo non riconoscerlo, ma dobbiamo essere pronti ad affrontarlo». «Perché?», chiese Adam, e la sua voce risuonò fortissima nel silenzio assoluto. «Cioè, cosa crede che voglia fare?». Cassie alzò le mani. Non c’era più nessun segreto tra lei e Adam, nessun senso di colpa, eppure ogni volta che lo guardava, sentiva… un legame. Un nuovo legame, fra due persone che avevano superato la prova del fuoco e ne erano uscite più forti. Ci sarebbe stata sempre un’intesa particolare tra loro. «Non so cosa farà esattamente», rispose. «Ci ingannerà, secondo mia nonna. Ci costringerà a fare quello che vuole, come fecero i nostri genitori. Ma in che modo, non lo so». «Il motivo per cui lo chiedo è che forse non ci vorrà tutti quanti», disse Adam, sempre calmo. «Ha fatto in modo che noi undici nascessimo, no? E se lui si unirà alla congrega come leader, saremo dodici. Ma tu non eri una degli undici, Cassie. E neanche Kori. E sembra che Kori l’abbia già eliminata». Diana fece un respiro profondo. «Oh mio Dio, Cassie! Devi andartene. Devi lasciare New Salem, devi tornare in California…». Si fermò, perché Cassie stava scuotendo la testa. «Non posso», disse semplicemente Cassie. «Mia nonna ha detto che devo rimanere qui e combattere. Ha detto che è questo il motivo per il quale mia madre mi ha riportato qui, perché potessi combattere contro di lui. Posso anche essere una mezza esterna, ma credo che la mia nascita non facesse parte del suo piano, e questo mi potrebbe avvantaggiare in qualche modo». «Non fare la modesta», irruppe caustica Deborah. «Tua nonna ci ha spiegato che la tua famiglia è sempre stata la più forte. Tu hai la vista più chiara e i poteri più forti, o almeno così ci ha detto». «E ora ho il nostro Libro delle ombre», disse Cassie, un po’ imbarazzata, chinandosi per prendere il volume rilegato in pelle rossa dallo zaino. «Mia nonna lo aveva nascosto dietro a un mattone del caminetto in cucina. Black John lo voleva, quindi dentro dev’esserci qualcosa che lo spaventa. Lo leggerò e cercherò di capire di cosa si tratta». «E noi che possiamo fare?», chiese Laurel. Cassie si rese conto che la domanda era rivolta a lei; a parte Faye, che la guardava minacciosa, tutti gli altri erano in attesa di una risposta. Alzò nuovamente le mani, confusa, e scosse la testa. «Possiamo parlare con le anziane ancora vive in città», suggerì Deborah. «O almeno credo. La nonna di Cassie ha detto che i nostri genitori hanno voluto dimenticare tutto ciò che riguardava la magia, che lo hanno fatto per sopravvivere. Ma credo che ci sia una possibilità che le anziane non abbiano dimenticato. Forse possiamo fare loro delle domande. Ad esempio alla signora Quincey, la nonna di Laurel, e alla nonna di Adam, la vecchia signora Franklin. Anche alla tua prozia, Mel». Melanie sembrava dubbiosa. «La prozia Constance non approva per niente le vecchie usanze. È piuttosto… inflessibile a riguardo». «E nonna Quincey è così fragile», disse Laurel. «E la signora Franklin, poi, be’, non è sempre del tutto presente». «Per usare un eufemismo», disse Adam. «Diciamo le cose come stanno, mia nonna ogni tanto va fuori di testa. Ma credo che Deborah abbia ragione; loro sono l’unica risorsa che abbiamo, perciò dobbiamo sfruttarla al massimo. Possiamo anche provare a strappare qualche informazione ai nostri genitori mettendoli sotto torchio… cosa abbiamo da perdere?» «Un braccio e un occhio, se è mio padre che vuoi mettere sotto torchio », bofonchiò Suzan, esaminandosi le unghie sotto un raggio di luce. Ma Chris e Doug Henderson scoppiarono a ridere e dissero che sarebbero stati contenti di interrogare tutti i genitori. «Diremo: “Ehi, ti ricordi quel tipo che avete abbrustolito come Freddy Krueger sedici anni fa? Be’, è tornato, perciò che ne direste di darci una mano?”», disse Doug soddisfatto. «Tua nonna non ha detto proprio niente che possa aiutarci?», chiese Laurel a Cassie. «No… aspetta», Cassie si irrigidì, in preda all’eccitazione. «Ha detto che loro identificarono il corpo di Black John nella casa incenerita grazie al suo anello, un anello di magnetite». Guardò Melanie. «Sei tu l’esperta di cristalli: cos’è la magnetite?» «È ossido di ferro grezzo», disse Melanie, stringendo i freddi occhi grigi. «È simile all’ematite, che è sempre ossido di ferro, ma l’ematite è rosso sangue quando la tagli a strisce sottili. La magnetite è nera e magnetica». Cassie cercò di nascondere i suoi sentimenti. Ok, già sapeva che l’ematite veniva dalla casa di Black John: forse era stata proprio la sua pietra. Non c’era da stupirsi che lui indossasse un anello di un materiale simile. Eppure, sentì una punta di apprensione. Forse faceva davvero meglio a liberarsi di quel pezzo di ematite. Adesso era in un portagioie nella sua camera da letto, dove l’aveva messo quella mattina, quando Diana l’aveva portata a casa per prendere i vestiti prima di scuola. «Ok, terremo gli occhi aperti», disse Adam, togliendo d’impaccio Cassie. «Possiamo parlare con le anziane domani… o forse dovremmo aspettare il funerale della nonna di Cassie». «Non la smetti più di fare proposte, Adam», disse Faye, che alla fine si era decisa a intervenire. Aveva ancora le braccia conserte, e la sua carnagione color miele era diventata rossa per la rabbia. Adam la guardò senza tradire emozioni. «Ora che lo dici, mi viene in mente un’altra proposta», disse. «Credo che dovremmo votare di nuovo il nostro leader». Faye gli si lanciò contro, i suoi occhi dorati in fiamme. «Non puoi farlo!». «Perché no? Se siamo tutti d’accordo», disse Adam, calmo. «Perché è contro la tradizione», sibilò Faye. «Dai un’occhiata a qualsiasi Libro delle ombre e vedrai! Il voto è il voto; io ho vinto e niente può cambiare il risultato. Io sono la leader della congrega». Adam si girò verso gli altri in cerca di supporto, ma Melanie sembrava turbata e Diana scuoteva lentamente la testa. «Ha ragione lei, Adam», disse sommessamente Diana. «Il voto era legittimo in quel momento. Non ci sono le condizioni per cambiarlo». Melanie approvò a malincuore con un cenno della testa. «E non mi piace che tu faccia tutti questi piani senza consultarmi», continuò Faye, camminando avanti e indietro come una pantera in gabbia. Quando le gemme rosse che le adornavano il collo e le dita incrociavano dei raggi di luce sembrava che i suoi occhi lanciassero vere e proprie scintille. «Ok, allora tu cosa ci consigli di fare?», disse con tono di sfida Laurel, passandosi una mano tra i lunghi capelli castani. «Sei tu quella che ha voluto far uscire Black John, Faye. Tu hai detto che ci avrebbe aiutato, che ci avrebbe dato il suo potere. E allora? Cosa dici ora che è tornato?». Faye respirava affannosamente. «Forse ci sta mettendo alla prova…». «Uccidendo la nonna di Cassie?», la interruppe Deborah, con un tono aspro. «Non essere stupida, Faye. Io c’ero, l’ho visto. Nulla può giustificare l’omicidio di una persona anziana». Faye guardò con rabbia la sua luogotenente ribelle. «Non so perché l’ha fatto! Forse ha un piano che noi non conosciamo». «Questa è la cosa più giusta che tu abbia mai detto», la interruppe Melanie. «Certo che ha un piano, Faye: ridurci tutti in suo potere. Ha già ucciso quattro persone, e se gli diamo fastidio sono sicura che sarà felice di uccidere anche noi». Faye smise di fare avanti e indietro e sorrise trionfante. «Non può», scattò. «Se Cassie ha ragione, e non sto dicendo che sia così, ma se è così, allora lui avrà bisogno di noi come congrega. Quindi non può ucciderci!». «O almeno, non può ucciderci tutti», disse seccamente Adam. «Può risparmiare anche uno solo di noi». Cadde il silenzio. I membri del circolo si scambiarono occhiate inquiete. «Allora ognuno di noi farà meglio a pregare di non essere il prescelto », disse Faye, sorridendo. Non era il suo solito sorriso indolente, anzi: praticamente stava mostrando i denti. Prima che qualcuno potesse parlare, se ne andò infuriata dalla stanza. Gli altri sentirono i suoi passi rapidi giù per le scale, poi la porta principale del laboratorio di scienze che sbatteva. Cassie, Adam e Diana si guardarono. Adam scosse la testa. «Siamo nei guai», disse. «Questo è sicuro. Se non altro questo incontro è servito a toglierci ogni dubbio a riguardo», disse Deborah. Diana si sfiorò la fronte, esausta. «Abbiamo bisogno di lei», disse. «È la leader della congrega, e abbiamo bisogno che stia dalla nostra parte, non da quella di Black John. È meglio se andiamo a parlarle». Lentamente i membri del club si alzarono. Fuori c’era una luce così intensa che Cassie dovette socchiudere gli occhi. La scuola era appena finita e i ragazzi sciamavano dalle uscite. Cassie osservò attentamente la folla, ma non riuscì a vedere Faye. «Probabilmente è tornata a casa», disse Diana. «Dobbiamo andare a cercarla». Cassie non sentì il resto del discorso. In mezzo agli studenti che affollavano il parcheggio, aveva intravisto per un attimo una faccia familiare. Una faccia stranamente familiare, un volto che non c’entrava niente. Doveva torturarsi il cervello per capire chi fosse. Accidenti, dov’è che aveva visto quel naso all’insù, quei capelli color paglia, quei freddi occhi nocciola? Era qualcuno che conosceva piuttosto bene, che era abituata a vedere ogni giorno, ma che era stata fin troppo felice di dimenticare trasferendosi a New Salem. Una sensazione di umido calore la annichilì. Il ricordo di un terreno sabbioso, di sudore che le gocciolava sui fianchi, di crema abbronzante spalmata sul naso. Il suono delle onde che sciabordavano, l’odore di corpi surriscaldati e un terribile senso di oppressione. Cape Cod. Ecco chi era quella ragazza dall’aria familiare. Portia. CAPITOLO 4 «Ehi Cassie, sta’ attenta», disse Chris, rischiando quasi di travolgerla quando lei si fermò di botto. «Che c’è?» «Ho solo visto una persona». Cassie sapeva di avere gli occhi completamente spalancati per la sorpresa. Portia era sparita in un mare di teste ondeggianti. «Una ragazza che ho conosciuto quest’estate…». La sua voce perse forza mentre inorridiva al solo pensiero di dover parlare di Portia ai membri del circolo. Ma anche Adam l’aveva vista. «Una cacciatrice di streghe», disse accigliato. «La sorella del tipo che girava con la pistola. Quelli non scherzano… non lo fanno per hobby, è un’ossessione». «E sono venuti qui ?», Deborah deglutì. Cassie guardò prima la ragazza dai capelli scuri e poi Adam; ovviamente la caccia alle streghe non era una novità per loro. «Avrebbero fatto meglio a lasciar perdere». «Magari è un errore… o u incidente. Forse i suoi genitori si sono trasferiti qui e lei ha dovuto seguirli o qualcosa del genere», disse Laurel, sempre ottimista. Cassie scosse la testa. «Portia non commette errori», mormorò. «E se c’è un incidente, non è lei che ci va di mezzo. Adam, cosa facciamo adesso?». Vedere Portia l’aveva sconvolta quanto la terribile consapevolezza Che Black John era a piede libero in giro per New Salem. Anzi, di più. Quella paura la accecava, era troppo grande per essere affrontata razionalmente. La paura di Portia invece era una sensazione più conosciuta, e Cassie provò di nuovo la stessa vecchia impotenza. Non era mai stata in grado di affrontare Portia; ogni volta che si incontravano, si ritrovava umiliata e ammutolita, sconfitta. Cassie chiuse gli occhi. Non sono più quella di una volta. Non voglio esserlo, pensò. Ma il terrore le chiudeva lo stomaco. «Ci occuperemo di lei in qualche modo», stava dicendo Adam, sconfortato, quando Doug si intromise, con i suoi scintillanti occhi turchesi. «Ehi, è un nemico, no? Black John lo Stregone ha detto che ci avrebbe aiutato a distruggere i nostri nemici, no? Perciò…». «Non pensarci neanche», lo interruppe prontamente Melanie. «Non pensarci neanche, Doug». Doug fece spallucce, ma lanciò uno sguardo al gemello con la coda dell’occhio. «Magia nera», bofonchiò Chris, guardando l’orizzonte. Cassie guardò Adam. «Mai», Adam disse rassicurante. «Non preoccuparti, Cassie. Mai». Cassie si trasferì da Diana. «Non puoi mica stare a casa da sola», le aveva detto Diana, e quindi quel pomeriggio lei, Laurel e Melanie aiutarono Cassie a portare le sue cose. Adam e Deborah erano con loro per proteggerle e non la smettevano di girare intorno alla casa, e praticamente tutti gli altri membri del club passarono a trovarle per una ragione o per un’altra. Solo Faye era vistosamente assente. Nessuno l’aveva vista dopo la sua fuga da scuola. La casa non era troppo danneggiata, a parte le macchie lasciate dal fuoco sul pavimento e su alcune porte. La versione ufficiale, stabilita dagli adulti che erano venuti la notte prima a portare via il corpo della nonna di Cassie, era molto semplice: c’era stato un incendio e la signora Howard era stata colta da infarto. Il club non aveva parlato di un intruso e la polizia non aveva neanche messo i sigilli alla casa. Cassie non capiva come la polizia potesse pensare che un pavimento di un legno duro come quello prendesse fuoco in circostanze cosi strane. Nessuno glielo aveva chiesto, e lei non aveva certo intenzione di correre alla centrale per offrire il suo aiuto. La casa sembrava vuota e deserta nonostante l’andirivieni del membri del circolo. Anche nel cuore di Cassie c’era un terribile vuoto. Non avrebbe mai pensato che sua nonna le potesse mancare cosi tanto, quella vecchia un po’ ingobbita con i folti capelli grigi e il neo sulla guancia. Ma quegli occhi avevano visto molte cose, e quelle mani nodose erano abili e gentili. Sua nonna aveva conosciuto la vita, e riusciva sempre a far sentire meglio Cassie. «Vorrei avere una sua foto», disse a bassa voce Cassie. «Di mia nonna». Ma alle streghe non piaceva essere fotografate, perciò non c’è l’aveva. «Era davvero una bella persona», disse Deborah, mettendosi un borsone in spalla e sollevando uno scatolone di libri e CD. «Ti serve altro?». Cassie esaminò la stanza. Sì tutto, pensò. Voleva il suo letto a baldacchino con le polverose tende rosa, le sue sedie tappezzate di damasco, e la sua cassettiera di mogano massiccio, dello stesso colore degli occhi di Nick. «Quella cassettiera è bombata», disse Deborah. «È stata fata in Massachusetts: a quei tempi, nelle colonie, mobili come questo si producevano solo lì». «Sì lo so», disse Deborah, per niente sorpresa. «Casa mia ne è piena. Pesa una tonnellata, non puoi portarla. Vuoi lo stereo?» «No posso usare quello di Diana», disse Cassie in tono triste. Si sentiva come se stesse per lasciarsi la sua vita alle spalle. Vado solo a vivere in fondo alla strada, si ripeté mentre Deborah se ne andava. «Cassie, se vuoi andare a trovare tua madre oggi pomeriggio, per zia Constance va bene», disse Melanie, facendo capolino sulla soglia. «A qualsiasi ora, basta che sia prima di cena». Cassie annuì, sentendo una fitta al cuore. Sua madre. Certo, non le sarebbe successo niente; la prozia di Melanie badava a lei volentieri, e stare lì era sicuramente meglio che essere trasferita… altrove. Abbi almeno il coraggio di dirlo: “in una casa di riposo”, pensò con rabbia. Se i dottori l’avessero visitata, avrebbero insistito per ricoverarla in un istituto o in un ospedale. Ma non erano posti per lei, e presto si sarebbe sentita meglio. Ha solo bisogno di un po’ di riposo, tutto quo, pensò. «Grazie Melanie», disse. «Vengo appena finiamo il trasloco. È gentile da parte di tua zia prendersi cura di lei». «Per zia Constance non è tanto questione di gentilezza, è un dovere», disse Melanie, che stava quasi per andarsene. «Zia Constance ripete sempre che ognuno dovrebbe fare il proprio dovere. È fissata su questa cosa». Anch’io, pensò Cassie, bloccandosi un attimo mentre prendeva un mucchio di vestiti dal letto. Anch’io. «Mi è venuta in mente una cosa: un attimo è scendo», disse. La cosa che le era venuta in mente era l’ematite. Con una mano, aprì il portagioie sul cassettone… e poi si irrigidì. Rovistò nella scatola, ma non trovò nulla. Il pezzo di ematite era sparito. Il panico le fece venire un groppo in gola. Si era sempre ripetuta che prima o poi avrebbe fatto qualcosa per la pietra, ma ora che no era più in mano sua, si rendeva conto di quanto potesse essere pericolosa. Questa volta, si disse non terrai segreta questa cosa e non rimarrai da sola a farti divorare dall’ansia e dalla preoccupazione. Questa volta farai ciò che avresti dovuto fare dall’inizio: dirai tutto a Diana. Cassie scese le scale. Diana e Laurel erano in giardino, a recuperare delle cose che secondo Laurel potevano tornare utili. Cassie raddrizzò le spalle. «Diana», disse. «Devo parlarti». Gli occhi verdi di Diana erano spalancati mentre Cassie le raccontava dell’ematite, di come l’aveva trovata e di come aveva mantenuto il segreto. Nessuno lo sapeva tranne Deborah… e Faye. «E ora era scomparsa», disse Cassie. «Non può voler dire niente di buono». «No», disse lentamente Diana. «Decisamente no. Cassie, non l’hai ancora capito? Quando portavi l’ematite ne eri influenzata, ti faceva fare delle cose… l’avevi addosso al ballo di Halloween quando hai provato a farti baciare da Adam?» «Io… Sì», Cassie poteva sentire il rossore che le imporporava le guance. «Ma, Diana… vorrei tanto poter dire che è stata l’ematite a farmi comportare in quel modo, ma non è così. Sono stata io. Lo volevo». «Forse, ma scommetto che lo volevi anche prima e non l’hai mai fatto davvero. L’ematite forse non può farti fare delle cose contro la tua volontà, ma ti rende più debole di fronte a tentazioni che normalmente combatteresti». «Come l’onice. Ti fa arrendere al tuo lato oscuro», sussurrò Cassie. «Sì», disse Diana. «Dev’essere nelle di uno di noi. Uno del circolo», disse Cassie. «Perché stamattina l’ho messa nel portagioie e nessun altro è stato a casa oggi. Ma chi di noi?». Diana scosse la testa. Laurel fece una smorfia. «A me bastano le piante», disse. «Sono più sicure, se le rispetti e sia quello che fai. Loro non ti influenzano». Su suggerimento di Diana, tutte e tre perlustrarono di nuovo la camera. Ma l’ematite non si trovava da nessuna parte. Giovedì Cassie andò a scuola. Era strano starsene seduta durante la lezione di scrittura creativa e vedere la vita scorrere intorno a lei normalmente. Tutta quella gente – gli studenti che contavano i giorni che li separavano dalle vacanze del Ringraziamento, i professori che facevano lezione, il vicepreside che camminava per i corridoi con aria minacciosa… Nessuno sapeva che una terribile creatura girava a piede libero nella sua comunità, in attesa di colpire ancora. Certo, neanche Cassie conosceva con certezza la sua identità. Che aspetto avrebbe assunto ora Black John? Quale sarebbe stato il suo aspetto quando lo avrebbe visto di nuovo? Ma almeno lei sapeva che erano in pericolo. Faye non andò alla lezione di inglese. Cassie dovette rimanere in classe alla fine dell’ora per spiegare per spiegare al professore Humphries come mai era stata assente due giorni. Lui fu molto comprensivo e le disse di prendersi un po’ di tempo in più per i compiti. Cassie era già in ritardo per l’algebra quando corse ai bagni del terzo piano. Ma appena chiuse la porta, sentì delle voci fuori che la raggelarono e la fecero dimenticare tutte le altre preoccupazioni. A quanto pareva la conversazione andava avanti già da un po’. «E quindi lei sarebbe dovuta tornare in California», stava dicendo la prima voce. Cassie l’aveva sentita troppe volte per non riconoscerla. Portia. «Ma ovviamente anche questa era una bugia, se è la stessa Cassie che ho conosciuto io». «Descrivimela di nuovo», disse l’altra voce. Una voce stridula e odiosa. Cassie riconobbe Sally Waltman. «Guarda, è del tutto insignificante. Mediocre in tutto e per tutto, di altezza media, un po’ più alta di te…». Cassie sentì Sally che si schiariva la voce. «Non che tu sia bassa, certo. Tu sei… minuta. In ogni caso, lei è piuttosto magra di costituzione, ed è proprio scialba: capelli castani scialbi, visino scialbo, vestiti scialbi – davvero niente che sia degno di nota. Nel complesso, è indicibilmente insipida…». «Non è la stessa Cassie», la interruppe Sally seccamente. «Questa qui al ballo di inizio anno era circondata da tutti i ragazzi con la lingua di fuori… compreso il mio ragazzo… e hai visto cosa è successo. Può sembrare scialba di primo acchito, ma i suoi capelli hanno mille riflessi; cambiano a seconda della luce. Non scherzo. E sono sicura che sia tutta una finta, è la classica ragazza che sembra fragile e dolce, il tipo di cui i ragazzi vogliono prendersi cura… e poi le comincia a comandarli a bacchetta. E nessuno le dice niente, perché fa gli occhioni da gattina e finge di essere cosi debole e inadeguata. Sai, tipo: “Oh, sono una ragazza semplice, ma faccio del mio meglio”… e loro se la bevono. Cassie spalancò la bocca per l’indignazione, e poi la richiuse. «E ha degli occhi per cui un ragazzo sarebbe pronto a uccidere», Sally continuò acida. «Non tanto il colore – sono tipo grigio bluastri – ma sono cosi grandi e sinceri da far schifo. Sembra sempre sul punto di scoppiare in lacrime. I ragazzi impazziscono». «È proprio lei», Portia disse con sicurezza. «Solo che quando la conoscevo aveva il buon gusto di non mostrarsi troppo. Sapeva stare al suo posto allora». «Be’, ora il suo posto è con il gruppetto dei ragazzi più popolari della scuola. Credono di essere così fichi; sono convinti di poter fare qualsiasi cosa. Anche uccidere». «Be’, non più», disse Portia con soddisfazione. «Le cose qui stanno per cambiare drasticamente… in meglio. Sai, sono contenta che mia madre abbia deciso di trasferirsi qui dopo il divorzio. Pensavo che sarebbe stato orribile, ma sta andando proprio tutto per il verso giusto». Cassie stava ben attenta a non muovere un muscolo. Così Sally e Portia si stavano alleando. Ora se solo avessero descritto un po’ i loro piani… Qualche dettaglio, magari… Ma il suono dell’acqua corrente affogò le poche frasi che seguirono, e poi si sentì Sally dire: «È meglio che vada a matematica. Ci vediamo a pranzo?» «Sì, e credo che tu debba venire a casa mia per il giorno del Ringraziamento», disse Portia. «Penso che i miei fratelli potrebbero piacerti». Cassie era premurosamente circondata dagli altri membri del circolo. Era sabato e il funerale era quasi finito. Non si trovavano nel vecchio cimitero, quello che era stato “vandalizzato” (secondo la versione ufficiale) la notte della morte di sua nonna. Era il nuovo cimitero, quello in cui era stata sepolta Kori. Nuovo per gli standard di Salem, ovviamente le tombe più vecchie risalivano al 1800. Cassie si chiedeva perché i genitori uccisi da Black John nel 1976 non fossero stati seppelliti lì. Forse il vecchio camposanto era parso più appropriato. Fiumi di persone andavano da lei e le dicevano quanto fossero dispiaciute, e le chiedevano di sua madre. Lei forniva sempre la versione ufficiale: la morte della nonna aveva terribilmente scioccato la madre di Cassie, e al momento stava troppo male per assistere alla cerimonia. Cassie disse a tutti che si sarebbe rimessa presto. Faye era lì, con grande sorpresa di Cassie. Il suo vestito di pizzo nero era stupendo, forse appena un po’ troppo attillato per un funerale. Le labbra e le unghie rosse erano l’unico tocco di colore. «È terribile», disse freddamente una voce familiare. Cassie si girò e vide Portia. Sally era dietro di lei: quelle due ultimamente sembravano gemelle siamesi. «Che sorpresa vederti qui», aggiunse Portia, i suoi occhi color nocciola fissi su quelli di Cassie. Cassie se li ricordava bene. Maligni come gli occhi di un serpente, pensò. Sembrava che avessero un effetto ipnotico, e Cassie si sentì invasa da una schiacciante sensazione di impotenza. Si sforzò di combatterla e provò a parlare, ma Portia non aveva finito. «Non sapevo che avessi dei parenti qui, ma ora che non ne hai più, magari tornerai in California…?» «No, resto qui». Vinta dalla frustrazione, non riuscì a elaborare una risposta migliore. Di sicuro al calar della sera le sarebbe venuta in mente una risposta terribilmente arguta, e sarebbe morta di rabbia per non averla detta al momento giusto. Ma a New Salem non era sola. «Cassie ha ancora una famiglia qui», disse Adam, e si mise al suo fianco. «Sì, siamo tutti fratelli. Le nostre vite sono, come dire, legate», disse Chris, piazzandosi dall’altro lato. Fissò Portia con i suoi strani occhi turchesi. Doug si unì a lui, col suo sorriso folle. Portia trasalì. Cassie aveva dimenticato l’effetto che i fratelli Henderson avevano su chi non li conosceva. Ma Portia si riprese subito. «Giusto… si dice in giro che siete molto legati. Magari un giorno di questi incontrerete la mia famiglia». Guardò Adam. «Sono sicuro che i miei ne sarebbero felici». Girò i tacchi e se ne andò. Cassie e Adam si scambiarono uno sguardo, ma prima che potessero dire qualsiasi cosa, il professor Humphries li raggiunse. «È stata una bellissima cerimonia», disse a Cassie. «Tua nonna mancherà a tutti». «Grazie», disse Cassie. Riuscì a sorridergli; le piaceva il professor Humphries, con la sua barba sale e pepe ben curata e lo sguardo comprensivo dietro gli occhiali dalla montatura dorata. «È stato gentile a venire». «Spero che tua madre si rimetta presto», disse il professore, e si allontanò. Poi venne a parlare la professoressa Lanning, l’insegnante di storia americana, ma Cassie pensava ancora al professor Humphries. Un uomo alto con i capelli neri si era avvicinato a lui, e Cassie sentì il rimbombo di una voce profonda, seguito dal tono più leggero e affrettato del professor Humphries. «…di presentarmela?», stava dicendo lo sconosciuto. «Ma certo che sì», disse il professor Humphries. Si girò verso Cassie, seguito dal suo interlocutore. «Cassie ti presento il nostro nuovo preside, il professor Jack Brunswick. È ansioso di conoscere i suoi studenti il prima possibile». «Proprio così», disse l’uomo alto, con una voce profonda e gradevole. Tese la mano e strinse con forza quella di Cassie. Aveva una mano grande e forte. Lei gli diede un’occhiata veloce e aprì la bocca per dire una frase di cortesia, ma si raggelò, paralizzata, con il cuore che le batteva come un martello pneumatico mentre il sangue le abbandonava il viso. «Non credo si senta bene… dev’essere stata una giornata molto lunga…», stava dicendo la professoressa Lanning, ma la sua voce sembrava venire da molto lontano. Prese il braccio di Cassie. Ma Cassie non riusciva a lasciare la mano dell’uomo, non poteva liberarsi dalla stretta di quelle dita forti e affusolate. Vedeva solo l’anello sul suo indice, su cui era inciso un simbolo identico a quello sul braccialetto d’argento di Diana, che ora era il braccialetto di Faye. La pietra dell’anello era nera e brillante, di una lucentezza metallica. Sembrava ematite, ma Cassie sapeva che non lo era. Era magnetite. Alla fine Cassie alzò lo sguardo, osservò il nuovo preside e fissò il volto che aveva intravisto durante la cerimonia del teschio nel garage di Diana. Era la faccia che si era scagliata contro di lei, sempre più veloce, sempre più grande, quella che cercava di uscire dal teschio di cristallo. Una faccia crudele e fredda. Per un istante le sembrò di vedere lo stesso teschio di cristallo sovrapposto alla faccia del preside, con la struttura ossea chiaramente visibile. Le orbite vuote, i denti minacciosi… Cassie vacillava. La professoressa Lanning cercava di sostenerla; sentiva la voce allarmata do Adam, e quella di Diana. Ma non riusciva a vedere nulla, tranne le tenebre negli occhi del nuovo preside. Erano come vitree rocce vulcaniche, come l’oceano a mezzanotte, come la magnetite. La stavano ingoiando… Cassie. La voce era nella sua testa. D’un tratto le tenebre l’avvolsero e cadde. Buio. Era su una nave… no, non era vero. Stava combattendo, dimenandosi nell’acqua ghiacciata. Cassie cercava un appiglio per arrivare in superficie. Non riusciva a vedere… «Rilassati! Sei salva, Cassie, va tutto bene». Un panno bagnato scivolò via dagli occhi di Cassie. Era nel salotto di Diana, stesa sul divano. Era buio perché le tende erano tirate e le luci spente. Diana era china su di lei, e la lunga cascata argentea dei suoi capelli si frapponeva come uno scudo tra Cassie e il mondo. «Diana!». Si aggrappò alla mano dell’amica. «Va tutto bene. Stai bene. Stai bene». Cassie fece un sospiro, sdraiandosi sul divano, guardando Diana negli occhi. «Jack Brunswick è Black John». Una dichiarazione secca, che non ammetteva repliche. «Lo so», disse Diana cupamente. «Dopo che sei svenuta, abbiamo visto tutti l’anello. Non credo si aspettasse che lo riconoscessimo così presto». «Che è successo? Cosa ha fatto?». Cassie poteva solo immaginare il caos che doveva essere scoppiato al cimitero. «Poco o niente. Se n’è andato mentre ti portavamo in macchina. Adam e Deborah gli sono andati dietro, ma senza dare nell’occhio. Proveranno a seguirlo. Nessun altronessuno degli adulti – ha capito che c’era qualcosa di strano. Pensavano semplicemente che fossi esausta. Il professor Humphries ha detto che forse è meglio se ti prendi un po’ di vacanza». «Dovremmo prendercela tutti, mi sa», sussurrò Cassie. Le girava la testa. Black John a capo della scuola. Cosa diavolo stava progettando? «Hai detto che Adam gli è andato dietro?», chiese, e Diana annuì. Cassie sentì una fitta d’ansia… e di frustrazione. Avrebbe voluto che Adam fosse lì, avrebbe voluto parlargli. Aveva bisogno di lui… «Ehi, va tutto bene là dentro?». Chris e Doug restavano sulla soglia, come se si trovassero davanti alla porta della stanza da letto di una grande dama e non osassero entrare. «Sta bene», disse Diana. «Davvero Cassie?», chiese Chris, azzardando qualche passo dentro il salotto. Cassie fece un debole cenno col capo, e pensò immediatamente alle parole di Sally al bagno. Il tipo di cui i ragazzi vogliono prendersi cura. Non poteva essere vero… o sì? Di certo Sally aveva travisato tutto, non aveva capito niente. «Venite, voi due, c’è una torta al cioccolato in cucina. Doppio strato», disse Diana ai fratelli. «I vicini non stanno facendo altro che portarci cibo e abbiamo bisogno di una mano per finire tutto». Cassie pensò che era strano che Diana la lasciasse lì, ma poi vide che Chris e Doug non erano soli. Nick era in salotto. Quando Diana fece uscire i fratelli Henderson, lui entrò, camminando lentamente. «Ah… ciao, Nick», disse Diana. Lui le fece uno strano e sfuggente sorriso e si sedette sul bracciolo del divano. A quanto pareva, si era tolto la sua abituale maschera di pietra. Sotto quella fioca luce, Cassie pensò che aveva l’aria un po’ stanca, vagamente triste, ma forse era la sua immaginazione. «Come va?», disse lui. «Ci hai fatto prendere uno spavento lì fuori». Nick spaventato? Cassie non ci credeva. «Ora sto bene», disse, e poi provò a pensare a qualcos’altro dire. Era la stessa cosa che le succedeva quando affrontava Portia: quando più ne aveva bisogno la sua mente smetteva di funzionare. Il silenzio si prolungò all’infinito. Nick guardava i disegni e i fiori della tappezzeria del divano. «Cassie», disse infine, «è da un po’ che voglio parlarti». «Ah, davvero», disse Cassie con un alito di voce. Si sentiva molto strana; aveva caldo ed era imbarazzata e allo stesso tempo si sentiva debole. Non voleva che Nick continuasse… ma una parte di lei sì. «Mi rendo conto che non è proprio il momento migliore», disse lui ironicamente, spostando gli occhi sulla carta da parati. «Ma per come stanno andando le cose, potremmo essere tutti morti prima che arrivi il momento migliore». Cassie spalancò la bocca, ma non ne uscì alcun suono, e Nick continuava senza freni, inesorabilmente, con voce bassa ma perfettamente udibile. «Lo so che tu e Conan eravate piuttosto legato», disse. «E so che lui ti piaceva molto. Mi rendo conto di non essere proprio il sostituto ideale… ma come dicevo, per come stanno andando le cose, forse è stupido aspettare la perfezione». Tutto a un tratto si era messo a guardarla dritto negli occhi e Cassie vide qualcosa nelle sue iridi color mogano che non aveva mai visto prima. «Allora, Cassie, che ne pensi?», disse Nick. «Che ne pensi di te e me?». CAPITOLO 5 Cassie provò a parlare, ma Nick non aveva finito. «Sai, la prima volta che ti ho visto, credevo fossi una ragazza come tante altre», disse. «Poi ho cominciato a notare alcune cose… i tuoi capelli, la tua bocca. Il modo in cui continuavi a lottare anche quando avevi paura. Quella notte in cui Lovejoy è stato ucciso eri terrorizzata, ma sei stata tu a suggerire che andassimo in cerca dell’energia oscura, e quando eravamo al cimitero hai tenuto il passo di Deborah». Nick fece una smorfia contrita. «E di noi ragazzi», disse. Cassie sentì un sorriso che si faceva strada sulle sue labbra, e lo soppresse rapidamente. «Nick, io…». «Non dire niente per ora. Voglio che tu sappia che io… mi sento in colpa per come ti ho trattato quando sei venuta a chiedermi di ballare». Parlava a denti stretti, e guardava fisso i fiori della tappezzeria del divano. «Non so perché l’ho fatto… forse è solo che ho uno schifo di carattere. Ce l’ho da cosi tanto tempo che neanche ci penso più». Nick fece un lungo respiro prima di continuare. «Vedi, ho sempre odiato vivere con i genitori di Deb; mi sono sempre sentito come se dovessi loro qualcosa. Sarà per questo che sono sempre di cattivo umore. Mi sento come se mia madre e mio padre avessero in qualche modo mandato tutto all’aria morendo in un urgano e facendo sì che il loro bambino dovesse essere aiutato da altre persone. Questa cosa me li ha fatti odiare… e mi ha fatto odiare anche mia zia e mio zio». Nick si fermò e scosse la testa pensieroso. «Si, soprattutto zia Grace. Lei mi parla continuamente di mio padre, e non la smette di dire che era un incosciente e non pensava a chi gli voleva bene e idiozie del genere. Mi dà il vomito. Non ho mai pensato che si comportasse così perché lui le mancava.». Cassie era affascinata. «E’ per questo che non ti piace la magia?». Aveva tirato ad indovinare, ma lui la guardò sconvolto. «Non so… forse potrebbe esserci un collegamento. Non sopportavo gli altri della congrega perché credevo che loro vivessero una vita migliore della mia. Tutti avevano almeno un nonno, e io non avevo altro che dei genitori morti. E loro erano tutti così allegri… come Conant. Lui…». Nick fece una pausa e scoccò un’occhiata ironica a Cassie. «Vabbè, meno parliamo di lui meglio è. In ogni caso, adesso conosco la verità. I miei genitori non hanno fatto nessun casino, e se i casini li faccio io, non posso dare la colpa a loro. C’è solo una persona con la quale posso prendermela… me stesso. Per questo mi dispiace per come mi sono comportato». «Nick, non c’è problema. In fondo mi hai portata al ballo». «Certo, dopo che sei tornata a chiedermelo la seconda volta. Hai avuto fegato. E dopo che ti sono passato a prendere siamo passati al civico tredici e ti sei fatta male». La bocca di Nick si contorse in una smorfia. «Non ho potuto farci niente. E’ stato Conant a salvarti». Il ricordo di un’apparizione fumosa alla cerimonia di Halloween, una forma oscura che era uscita dal fuoco di Samhain, baluginò nella mente di Cassie. La cacciò via, sentendo il panico montarle in petto. Non voleva pensare a Black John adesso… per quanto potesse essere spaventoso quanto una figura di fumo, era ben più terribile sotto sembianze umane. I suoi occhi… «Cassie». Le forti dita di Nick le avevano preso il polso. «Sta’ tranquilla. E’ tutto a posto». Cassie fece un profondo respiro e annuì tornando in sé sotto la luce fioca della sala. «Grazie», sussurrò. Le piaceva sentire la mano di Nick sul braccio: dita calde, presa ferma. La rilassava. E, accidenti, aveva proprio bisogno di qualcuno a cui aggrapparsi, da tanto tempo ormai… Si ricordava di quella volta nella macchina di Adam: aveva avuto così tanta voglia di stringerlo, di farsi abbracciare. Pur sapendo che non poteva, e che non avrebbe mai potuto. Cassie sentiva lo stesso dolore ora, e Adam ormai era andato per lei. Per quanto tempo ancora avrebbe dovuto convivere con quel senso di vuoto? «Lo so», stava dicendo Nick a bassa voce, «che non sei innamorata di me. Lo so che non sonop lui. Ma Casssie, tu mi piaci. Mi piaci più di qualunque altra ragazza io abbia mai visto. Sei così buona con la gente, non sei scontrosa, ma dentro sei un adura come Deb. Quanto me, forse». Fece una breve risata. «Non ce l’hai con nessuno del club, indipendentemente da come ti abbiano trattato all’inizio. Deb è rimasta davvero sorpresa del tuo atteggiamento. E alla fine ti sei guadagnata il rispetto di tutti. I fratelli Henderson non si sono mai presi una cotta per una ragazza, ma ora non sanno più che pesci prendere con te. Credo ti vogliano regalare una specie di bomba per Natale». Cassie non riuscì a trattenersi e scoppiò a ridere. «Be’, hanno dei modi molto diretti per affrontare i loro problemi». «Perfino Faye ti rispetta», disse Nick. «Altrimenti non si sarebbe impegnata così tanto per toglierti di mezzo. Sentì Cassie, io proprio non riesco a spiegartelo… tu sei buona, ma sei anche una dura. Sei forte. E hai gli occhi più belli che abbia mai visto». Cassie si sentì avvampare. Avvertì l’intensità dello sguardo di Nick, e ora toccava a lei fissare la carta da parati. Quella sensazione calda e starna nel suo animo diventava ogni minuto più forte. Pensava alla prima settimana di scuola, quando Deborah e i fratelli Henderson l’avevano presa in giro e si erano messi a giocare a pallone con il suo zaino… e improvvisamente un braccio scuro era entrato nel suo campo visivo afferrando lo zaino e salvandola. Nick. E pensava a quanto era stato dolcenella sala delle caldaie quando lei aveva trovato il corpo di Jeffrey, come l’aveva stretta e le aveva detto: «Calmati, calmati». Le sue braccia forti e rassicuranti. Nick non si faceva spaventare da niente. Nick le piaceva. Ma non era abbastanza. Cassie si ritrovò a scuotere la testa. «Nick… mi dispiace, davvero. Non posso farti continuare…». «Te l’ho già detto, lo so che non sei innamorata di me. Ma se vuoi darmi solo una possibilità quando avrai bisogno di qualcuno io ci sarò. Potremmo un po’ di tempo insieme un giorno di questi, divertirci un po’», aggiunse. Non lo aveva mai sentito parlare con una voce così dolce. »Per conoscerci meglio». Cassie ripensò a poco prima, a quanto l’avesse infastidita il fatto che Adam non fosse a casa di Diana. Non aveva il diritto di pretendere la presenza di Adam così… ed era pericoloso. Quando avrai bisogno di qualcuno io ci sarò.» Era una cosa importante per lei. Come faceva Nick a saperlo? Alzò gli occhi e lo fissò. Con una voce così flebile che lei stessa faceva fatica a sentire le sue parole, gli disse: «Ok». Le pupille di Nick si dilatarono leggermente per la sorpresa... il che, rispetto alla sua solita imperturbabilità, equivaleva a un'espressione di assoluta meraviglia. Un sorriso incredulo gli incurvò un poco le labbra. Sembrava così felice che Cassie si lasciò trascinare dal suo entusiasmo. Era impossibile non rispondere al suo sorriso. «Non credevo che avresti risposto di sì», disse lui, ancora incredulo. Cassie rise, ma arrossì ancora di più. «Allora perché me l'hai chiesto?» «Ho pensato che ne sarebbe valsa la pena anche se mi avessi detto di sparire». «Nick», Cassie si sentiva un po' strana. «Non ti direi mai di sparire. Tu sei... insomma, davvero speciale». Non sapeva come spiegare quello che provava, e le parole le si bloccavano in gola. Vedeva tutto confuso, liquido. Sbatté le palpebre per vedere meglio, ma sentì sgorgare le lacrime. E allora Nick si avvicinò e in qualche modo lei si trovò fra le sue braccia, a piangere sulla sua spalla. Niente l'aveva mai tranquillizzata tanto come quella spalla coperta da un maglione di lana grigia. Tirò su col naso e sentì Nick che le sfiorava i capelli con la guancia. «Proviamoci almeno per un po'», disse dolcemente. Cassie fece sì col capo, lentamente, e si abbandonò tra le sue braccia. Era buio quando accompagnò Nick alla porta. Diana era di sopra; Chris e Doug se n'erano andati da parecchio. Cassie bussò alla porta di Diana, sentendosi insicura e timida. «Entra», disse Diana, e Cassie fece un passo avanti, ripensando alla prima volta che aveva bussato a quella porta ed era entrata, il giorno in cui Diana l'aveva salvata da Faye nel laboratorio di scienze. Quella volta Diana era seduta vicino alla finestra, circondata da arcobaleni danzanti. Ora invece sedeva alla scrivania con una pila di carta davanti a lei. «Allora, che è successo?», disse voltandosi. Cassie sentì un fortissimo calore. «Io... noi... abbiamo deciso di provarci. Di stare, insomma, diciamo di stare insieme». Diana spalancò la bocca. Guardò Cassie negli occhi, come se cercasse qualcosa. «Voi cosai», disse, e poi si trattenne. Guardò Cassie ancora per un bel po'. «Ah, capisco», disse lentamente. «Sei arrabbiata?». Cassie stava provando a capire cosa ci fosse dietro quegli occhi verde smeraldo. «Arrabbiata? E come potrei avercela con te? Sono solo... sorpresa, lutto qua. Ma non preoccuparti. Nick è un ragazzo dolce, e so che non lo farai soffrire. E un ragazzo speciale, lo sai». Cassie fece di sì con la testa, ma era sorpresa di sentire quelle parole. Non immaginava che Diana lo sapesse. «No, credo che sia una bella cosa», disse Diana con convinzione, spingendo i fogli di lato. Cassie fece un sospiro di sollievo. Poi guardò le carte che Diana stava esaminando. Erano vecchie e ingiallite, coperte da scritte nere, in colonna, a caratteri grandi. Era una scrittura strana, con parecchi ghirigori e pochi punti, ma era leggibile. «Che roba è?» «Le carte personali di Black John. Lettere e altre cose... le abbiamo raccolte tutte quando abbiamo cominciato a cercare gli Strumenti Supremi. Le stavo sfogliando per vedere se magari si può trovare qualche punto debole da usare contro di lui, per combatterlo. E così, per esempio, che abbiamo scoperto dove si trovava il teschio di cristallo; era tutto scritto in una lettera che lui spedì a un antenato di Sean e che noi abbiamo trovato nella sua soffitta. Non dava l'esatta posizione dell’'isola, certo, ma forniva alcuni indizi». «Non credevo che potesse fidarsi di qualcuno al punto di fornirgli degli indizi». «Non si fidava, infatti. A quanto pare, il suo piano era di tornare a prendere il teschio, o per usarlo o per metterlo in qualche posto più sicuro, ma morì prima di riuscirci». «Affogò», disse Cassie, rigirandosi un foglietto rettangolare tra le dita, su cui si leggeva: Massachusetts-Bay Colony, 8 dollari. Oddio, erano soldi, soldi del Seicento. «Lo sapevi già», disse Diana, squadrando pensierosa Cassie. «Chi te l'ha detto?» «Non può essere stata Melanie. Nessuno di noi può avertelo detto, Cassie, perché nessuno di noi l'ha mai saputo. Nessuno prima di te aveva mai immaginato che fosse morto in mare». «Ma...». Sconcertata, Cassie scavò nella propria memoria, chiedendosi da dove le fosse venuta quell'idea. «Ma allora come...». Improvvisamente capì. «I miei sogni», sussurrò, indietreggiando fino al letto. «Oh, Diana, lui è stato nei miei sogni. Io ho sognato di affogare, di essere su una barca che stava colando a picco. Ma non ero io, era lui. Era Black John». «Cassie», Diana si avvicinò e si sedette vicino a lei. «Sei sicura che fosse lui?» «Sì. Perché è successo di nuovo oggi, quando l'ho visto al cimitero. L'ho guardato negli occhi... e poi mi sono sentita cadere. Affogare. Faceva freddo e c'era acqua salata tutto intorno a me. Potevo sentirne il sapore». Con un sospiro pieno d'angoscia Cassie incurvò le spalle e Diana l'abbracciò: «Non pensarci più». «Sto bene», sussurrò Cassie. «Ma perché mi sottopone a una prova del genere? Perché vuole mettermi queste cose in testa? Sta cercando di uccidermi?» «Non lo so», disse Diana, esitante. «Cassie, te l'ho già detto, non sei obbligata a stare qui...». «E invece sì». Cassie pensò a sua nonna, le sue parole riecheggiarono nella sua mente. Non c'è nulla di spaventoso nel buio se hai il coraggio di affrontarlo. L'oceano era buio, buio come il mare profondo a mezzanotte, e freddo come l'ematite. Ma io posso affrontarlo, pensò Cassie. Mi rifiuto di farmi prendere dal terrore. Mi rifiuto. Ricacciò lontano la paura e lentamente sentì che il tremore che la scuoteva si stava calmando. La mia stirpe possiede la vista e il potere, pensò. Voglio usare questo potere per contrastarlo. Per affrontarlo. Si allontanò da Diana. «Credo tu abbia avuto l'idea giusta stasera», disse, accennando alle carte sulla scrivania. «Studiati queste e il tuo Libro delle ombre, e io continuerò a esaminare il mio». Guardò la sedia vicino alla finestra, dove il libro di pelle rossa giaceva accanto a un blocco di post-it multicolore e a una manciata di pennarelli ed evidenziatori. «Hai trovato niente di interessante finora?», chiese Diana mentre Cassie si sedeva vicino alla finestra con il libro sulle ginocchia. «Niente su Black John. All'inizio gli incantesimi sembrano essere più o meno gli stessi di quelli riportati sul tuo. Ma è tutto interessante, e magari alla fine troveremo qualcosa di veramente utile», disse Cassie. Era determinata a studiare tutti gli incantesimi e gli amuleti del libro, a impararne la maggior parte e a sapere almeno dove trovare gli altri. Ma ci sarebbero voluti anni, e loro non avevano così tanto tempo a disposizione. «Diana, io credo che dovremmo parlare con le anziane del paese… presto. Prima... insomma, prima che accada qualsiasi cosa che ci impedisca di farlo». Le scoccò un'occhiaia cupa. Diana sbatté le palpebre, capiva perfettamente quello che intendeva Cassie. Annuì. «Hai ragione. Black John ha già ucciso almeno quattro persone. Se si sente minacciato…». Deglutì. «Domani parleremo con le anziane. Lo dirò a Adam quando chiamerà… dovrebbe telefonarmi quando lui e Deborah avranno finito di pedinarlo». «Spero che Black John non si accorga di nulla», disse Cassie. «Lo spero anch'io», rispose Diana a bassa voce, e si rituffò nelle carte. La riunione si tenne il giorno dopo in spiaggia. Faye non aveva avuto alcuna possibilità di mettere un veto sul luogo dell'incontro perché non era presente. «È con lui», disse Deborah seccamente. «L'ho seguita stamattina - Adam e io avevamo tirato a sorte ieri sera, ed è toccato a me. Si sono incontrati nello stesso locale in cui si erano visti ieri...». «Aspetta, aspetta», disse Laurei. «Stai andando troppo veloce. Quale locale?» «Te lo dico io», disse Adam, cogliendo lo sguardo di Diana. «Ieri siamo usciti dal cimitero e abbiamo seguito il signor Brunswick. Il nome è una presa in giro, tra l’altro. Diana annuì. «Prima dipingevo a olio, e il Brunswick è un tipo di colore», disse a Cassie e al gruppo. «Una sfumatura di nero». «Molto divertente», disse Cassie. Era seduta di fianco a Nick, una posizione nuova, che la imbarazzava un po'. Sentiva la sua presenza, il suo braccio accanto a lei. Se si sporgeva un po' a destra poteva toccarlo e la cosa la confortava. «Mi chiedo cosa sia successo al professore che sarebbe dovuto diventare il nostro vero preside», disse. «Non lo so». Adam non aveva potuto fare a meno di notare chi le era seduto vicino, e non gli era sfuggita la nuova espressione sul volto di Nick. Cassie vedeva gli occhi grigio azzurri di Adam che si fermavano su Nick, squadrandolo. Non era uno sguardo amichevole. «Non so come abbia fatto a ottenere il posto. E neanche perché l’abbia voluto». Lanciò un'altra occhiata a Nick e fece per continuare, ma Diana prese la parola. «Continua con la storia. Vai avanti, Adam. Dicci cos'è successo quando l'hai seguito». «Eh? Ah, sì. Be', se n'è andato da solo, con una Cadillac grigia, e l'abbiamo seguito; Deborah in moto e io con la jeep. E andato in paese verso il Perko's Koffee Kup... e indovinate chi è arrivato dopo qualche minuto?» «Con un abitino di pizzo nero e un'aria molto esuberante», aggiunse Deborah. «Faye», mormorò Diana, disgustata. «Come ha potuto?» «Non lo so, ma l'ha fatto», disse Deborah. «L'abbiamo vista dalla finestra, si è seduta al suo tavolo. E un uomo in carne e ossa, che cammina e respira... e beve caffè. Hanno parlato per circa un'ora. Faye era tutta impettita e continuava ad agitare la testa come una puledrina a un'esibizione. E lui sembrava tutto contento... in ogni caso, le sorrideva». «Abbiamo aspettato finché non se ne sono andati, poi Deb ha seguito lei e io lui», disse Adam. «E entrato in un cottage sul continente... Immagino l'abbia affittato. E stato lì tutta la notte, credo. Me ne sono andato all'una, più o meno». «E dov'è andata Faye?», chiese Melanie a Deborah. Deborah fece una smorfia. «Non lo so». «E perché?» «Perché mi ha seminato, va bene? Una Harley non è che passi proprio inosservata. Ha cominciato a bruciare i semafori e a fare inversioni improvvise, e alla fine mi ha seminato. C'è qualche problema, forse?» Deb», disse Cassie. Deborah la guardò accigliata, poi alzò gli occhi al cielo e scrollo le spalle. «Comunque, stamattina mi sono appostata fuori casa sua, e lei l'ha incontrato di nuovo. Hanno preso un tavolo nella sala interna, lontano dalle finestre. Così sono entrata, ma non sono proprio riuscita a capire cosa stesse succedendo. Credo che lei gli abbia dato qualcosa, ma non so cosa». «Fantastico», disse Suzan, e Deborah la fulminò con lo sguardo. «Voglio dire, è fantastico che lei sia... come si dice? Sua alleata. (Qualcuno per caso vuole quella ciambella?». Suzan spazzolò delicatamente lo zucchero a velo e la morse. Laurei mugugnò qualcosa a proposito dello zucchero bianco - disse che era peggio del veleno per topi - ma non ebbe la forza di aggiungere altro. «È buono», bofonchiò Suzan. «Manca solo la crema». «Sarà meglio andare a parlare con le anziane», disse Cassie. «Cioè con la nonna di Adam e quella di Laurei e con la prozia di Melanie». «Oggi è il giorno giusto», disse Melanie. «Ogni sabato pomeriggio si incontrano per pranzare a casa nostra: una specie di tè, con tramezzini, dolci e cose così». «E vero», disse Cassie. «Mia nonna ci andava sempre». «Dolci?», disse Suzan, improvvisamente molto interessata. «Perché non l'hai detto prima? Andiamo». «Va bene... No, aspetta», disse Diana. Diede un'occhiata al gruppo. «Sentite, probabilmente è inutile chiederlo, ma è stato per caso qualcuno di voi a prendere il pezzo di ematite dalla camera di Cassie?». Gli altri la guardarono stupiti, poi si lanciarono delle lunghe occhiate fra loro. Tutti tranne Cassie e Laurei. Tutti scossero la testa, e sui volti di ogni membro della congrega si dipinse la stessa espressione sconcertata. «Qualcuno ha rubato l'ematite?», chiese Deborah. «Il pezzo che hai trovato al civico tredici?». Cassie annuì, studiando gli altri membri del circolo senza farsi notare. Adam era accigliato, i fratelli Henderson del lutto inespressivi. Sean sembrava agitato, ma in fondo lo era sempre. Melanie era turbata, Nick dondolava lentamente la testa, e Suzan faceva spallucce. «Non pensavo certo di sentire una confessione», disse Diana. «Ma sospetto che il motivo sia che il colpevole non è qui. E al Perko's Koffe Kup». Diana sospirò. «Ok, andiamo al civico quattro». Cassie conosceva abbastanza bene la casa di Melanie da quando ci avevano portato sua madre. Era molto simile alla casa di sua nonna, ma era tenuta decisamente meglio. Le mura di legno bianco erano state ridipinte da poco e tutto aveva un aspetto pulito e ordinato. La prozia Con- stance era seduta in salotto con la vecchia signora Franklin, la nonna di Adam, e quella di Laurei, nonna Quincey. Constance non sembrava per nulla felice di vedere undici persone sulla soglia del suo salotto. «Prozia Constance? Possiamo parlarvi?». L'anziana donna rivolse un gelido sguardo di disapprovazione a Melanie. Era magra e regale, e nei suoi zigomi alti Cassie poteva rintracciare una qualche somiglianza con la bellezza classica di Melanie. I suoi capelli erano ancora molto scuri, ma forse li tingeva. «Sei qui per vedere tua madre?», disse Constance, riconoscendo Cassie in mezzo al gruppo. «Dorme profondamente in questo momento; non credo che sia il caso di disturbarla». «In realtà, zia Constance, siamo venuti a parlare con voi», disse Melanie. Guardò le altre donne nel salotto. «Con tutte voi». La prozia Constance corrugò la fronte, ma la donna bassa e paffuta seduta sul sofà disse: «Ok, falli entrare, Connie. Perché no? Eccoti qua, Adam. Com'è che hai fatto così tardi ieri notte?» «Non credevo te ne fossi accorta, nonna», disse Adam. «Certo che sì, io noto molte più cose di quanto creda la gente», disse la signora Franklin ridacchiando, poi prese un biscotto e se lo mise in bocca. I suoi capelli grigi erano raccolti in trecce disordinate, e lei stessa aveva un'aria disordinata che contrastava con l'austero salottino bianco. A Cassie piaceva. «Che succede, Laurei?», chiese una voce tremante, e Cassie guardò nonna Quincey, una minuscola donnina con la faccia piena di rughe, come una mela avvizzita. In realtà era la bisnonna di Laurei, ed era così piccola e leggera che sembrava che un soffio di vento potesse portarla via. «Ecco…», Laurel guardò Adam, e lui cominciò a parlare. «In effetti, riguarda proprio quello che mia nonna mi ha appena chiesto. Quello che ho fatto ieri notte. E ha a che vedere anche con qualcosa che accadde molto tempo fa, più o meno nel periodo in cui siamo nati noi ragazzi». La prozia Constance era tutta accigliata ora, e le labbra di nonna Quincey erano contratte in una smorfia. La vecchia signora Franklin stava ridacchiando, ma Cassie si accorse che si guardava intorno come se non sapesse dove si trovava, e si chiese se avesse davvero sentito quello che aveva detto suo nipote. «Insomma», disse seccata la prozia Constance. «Spiegatevi meglio». Adam lanciò un’occhiata al resto del circolo: tutti gli comunicarono silenziosamente il loro sostegno, eleggendolo a portavoce. Lui fece un profondo respiro e si rigirò verso le anziane. «Ieri notte ho pedinato il nostro nuovo preside, il professor Jack Brunswick», disse. Il nome non provocò nessuna reazione. «Credo che voi lo abbiate conosciuto sotto un altro nome». Silenzio totale. «E quel nome è Black John», disse Adam. Il silenzio venne infranto dalla prozia Constance, che si alzò così di scatto che una delle fragili tazze da tè coi salici disegnati cadde a terra. «Fuori da questa casa! Fuori!», Disse a Adam. CAPITOLO 6 «Zia Constance!», ansimò Melanie. «Mi hai sentito», disse la donna dai capelli scuri a Adam. Guardò il resto del gruppo. «Andatevene via tutti! Non tollero queste sciocchezze, soprattutto ora. Non avete già fatto troppi guai con la vostra mania di ficcare il naso dappertutto? La povera Alexandra nella camera degli ospiti, e Maeve appena sepolta... Melanie, li voglio tutti fuori di casa!». Lurel e nonna Quincey erano in preda all'agitazione. «Oddio, oddio», diceva nonna Quincey, alzando le mani che sembravano piccoli artigli di uccello; «Per favore, signora Burke», la implorava Laurei, quasi in lacrime. «Non avete nessun rispetto», disse zia Constance, respirando affannosamente. I suoi occhi erano lucidi come se avesse la febbre. «I giovani non ne hanno mai, Constance», disse la nonna di Adam, ridacchiando. «Mi ricordo quando avevamo la loro età, le marachelle che combinavamo... oh mamma mia». Continuando a ridere e a scuotere la testa, la nonna di Adam si ficcò in bocca un altro biscotto. «Nonna, per favore, ascolta. Non è uno scherzo», cominciò Adam stremato, ma non c’era verso. C'era troppa confusione; parlavano tutti insieme. La prozia Constance continuava a ordinargli di uscire, dicendo a Melanie di non pensare ai cocci sul pavimento e di andarsene e basta. Nonna Quincey sussurrava a tutti di calmarsi, ma veniva ignorata. La vecchia signora Franklin sorrideva benevolmente. Diana implorava la zia di Melanie di ascoltarli, ma senza successo. « È l'ultima volta che ve lo dico!», gridò zia Constance, agitando una mano come per scacciare Diana e il club. «Signora Burke!», gridò Cassie. Era sull'orlo delle lacrime, nonosta n t e Nick avesse provato discretamente ad accompagnarla fuori quando erano cominciate le urla. Cassie non voleva andarsene; pensava di aver capito cosa voleva dire la prozia Constance quando li accusava di ficcare il naso dappertutto. «Signora Burke», ripeté, facendosi largo. Alla fine si trovò proprio di fronte alla prozia Constance. «Mi dispiace», disse Cassie, e subito calò un silenzio abbastanza profondo perché lei potesse sentire l'inflessione incerta della sua voce. «È mia madre quella che riposa nella sua camera degli ospiti, e lei sa quanto le sono grata per tutto quello che ha fatto. Ed è mia nonna quella che è stata appena sepolta. Ma chi crede che sia il responsabile? Non è stato il club. Prima di morire, mia nonna mi ha detto che Black John stava progettando il suo ritorno da molto tempo, e lei sapeva che in qualche modo ci sarebbe riuscito. E vero che in parte è colpa del circolo se è tornato... in parte è colpa mìa. E ci dispiace, più di quanto lei possa immaginare. Ma lui è davvero qui». Fece una breve pausa, poi aggiunse, quasi sussurrando: «Davvero». Zia Constance respirava affannosamente. Assunse una postura ancora più regale del solito, le sue labbra erano un sottile taglio rosso sul volto. «Ho paura di non poter credere a nulla di ciò che dite. È semplicemente imimpossibile...». La sua espressione cambiò, sfigurata dal dolore. Emise un rantolo e si portò una mano al petto. «Zia Constance», gridò Melanie, lanciandosi verso di lei. Ebbe bisogno dell'aiuto di Adam per portare la donna su una sedia. «Chiamo il dottore?», chiese Diana. «No!», rispose zia Constance, alzando la testa. «Non è niente, sto bene ora». «Non è niente, Constance», disse una voce tremolante, e Cassie vide nonna Quincey alzarsi dal sofà e piazzarsi vicino alla sedia. «E il cuore che ti dice la verità. Faremmo meglio a dare ascolto a questi giovani». Calò il silenzio, la zia di Melanie guardò sua nipote, poi Adam, poi Cassie. Cassie si sforzò di rispondere a quello sguardo penetrante. Gli occhi di zia Constance si chiusero, e si accasciò lentamente sulla sedia. «Hai ragione», disse, senza guardare nessuno in particolare. «Entrate, tutti, e cercatevi una sedia. E raccontatemi la vostra storia». «Allora abbiamo deciso che la cosa migliore fosse parlare con voi i re: solo voi potevate ricordarvi di lui», disse Diana. «Pensavamo di chiedere anche ai nostri genitori...». «Non andate dai vostri genitori», rispose Constance con fermezza. l'Ira rimasta ad ascoltare l'intera storia senza alzarsi dalla sedia, e la sua espressione si era fatta via via più cupa. Un'aura di oscuro terrore gravava sulla stanza. «Non capirebbero», disse, e il suo sguardo vuoto si lermò su Cassie, che subito ripensò agli occhi senza vita di sua madre. «Non ricorderanno nulla. Oh mio Dio, quanto vorrei poter dimenticare anch'io...». «Il passato è passato», disse nonna Quincey. «Sì», disse la prozia Constance. Si irrigidì. «Ma io non capisco perché crediate che tre donne anziane possano aiutarvi... contro di lui». «Credevamo che poteste ricordarvi qualcosa su di lui, dei punti deboli; qualcosa che potremmo usare per combatterlo», disse Adam. Zia Constance scuoteva lentamente la testa. Nonna Quincey era accigliata, il suo viso era raggrinzito in una miriade di rughe. La vecch¡a signora Franklin aveva un'espressione molto benevola; Cassie non era sicura che stesse seguendo la storia. «Se è in grado di tornare dal mondo dei morti, non può avere molti punti deboli», mormorò con durezza zia Constance. «Ed è sempre stato molto furbo nel manipolare la gente. Hai detto che Faye Chamberlain è dalla sua parte?» «Temiamo di sì», disse Adam. «E un guaio. La userà per arrivare a voi, ai vostri punti deboli. Allontanatela da lui se potete. Ma come?». Constance aggrottò la fronte per la concentrazione. «L'ematite... portategliela via. È molto pericolosa; lui può usarla per influenzare i suoi pensieri». Diana lanciò un'occhiaia a Cassie, come a dire te l'avevo detto. Zia Constance continuò: «E avete detto che il teschio è perduto ormai? Ne siete sicuri?» «Perduto», disse Adam. «È esploso mentre Faye lo teneva in mano, un attimo prima che tutperdessimo i sensi. O almeno così ci è sembrato», disse Cassie. «A ogni modo, il teschio esplodendo ha sputato fuori qualcosa che aveva denrò. Ma dopo non abbiamo trovato nulla, nessuna traccia». «Capisco... Non c'è modo di usarlo contro di lui, allora. E tu, Cassie, hai trovato qualcosa che possa essere d'aiuto nel libro di tua nonna?» «Non ancora. Non sono riuscita a leggerlo tutto, però», ammise Cassie. Zia Constance scosse la testa. «Poteri, hai bisogno di poteri da usare contro di lui. Siete tutti troppo giovani per combatterlo... e noi siamo troppo vecchie. E quelli della generazione di mezzo sono solo degli sciocchi. Non c'è un potere abbastanza forte da queste parti...». «Un tempo c'era», disse nonna Quincey con la sua voce stridula. Zia Constance la guardò, e la sua espressione cambiò. «Un tempo... sì, certo». Si rivolse al circolo. «Se le vecchie storie sono vere, un tempo c'era un potere abbastanza forte da distruggere Black John». «Quale potere?», chiese Laurel. Zia Constance le rispose con un'altra domanda. «Come ha fatto Adam a trovare il teschio, esattamente?» «E stato un caso», disse Diana. «Era alla ricerca degli Strumenti Supremi...». Si fermò. «Gli Strumenti Supremi», sussurrò. «Sì. Quelli che appartenevano alla congrega delle origini, quella delle vere streghe di Salem. I nostri antenati che hanno fondato New Salem dopo che i cacciatori di streghe li avevano mandati via dal villaggio di Salem». «Ma cos'erano poi esattamente questi Strumenti Supremi?», chiese Cassie. Aveva parlato ad alta voce quasi senza accorgersene. Fu nonna Quincey a rispondere. «I simboli del leader delle streghe, ovviamente. Il diadema, il braccialetto, e la giarrettiera». «Quelli che usiamo noi sono solo imitazioni», disse Melanie. «Sono solo simbolici. Quelli della congrega delle origini erano molto potenti; strumenti da usare davvero. Ma, zia Constance», si girò verso sua zia, «è stato Black John a nascondere gli Strumenti Supremi. Adam li ha cercati per anni, da qui fino a Cape Cod. Come possiamo trovarli ora?» «Non lo so», disse la donna. «Ma su una cosa ti sbagli. Non è stato Black John a nasconderli, lo ha fatto la congrega delle origini. Li nascosero proprio affinché lui non potesse usarli. Loro sapevano che con il potere del teschio e degli strumenti sarebbe stato invincibile. O almeno così mi disse mia nonna». «Non credo che li abbiano nascosti lontano», aggiunse nonna Quincey. «Basta pensarci un po'. Black John era un viaggiatore, ma i nostri antenati no. Erano persone pacifiche e sedentarie». «Siete venuti qui per avere un consiglio da parte nostra... be', questo è il mio», disse zia Constance. «Trovate gli Strumenti Supremi. Se li userete tutti insieme, allora avrete una possibilità contro di lui». Le Mie labbra tornarono a formare la solita linea sottile. «Va bene», disse lentamente Adam. «Abbiamo capito». Cassie si lasciò sfuggire un sospiro, cercando di scacciare la delusione. Certo, era un buon consiglio, ma lei aveva sperato... che cosa? Di ritrovare sua nonna forse. Rivoleva sua nonna, che era così saggia, e in qualche modo riusciva sempre a far sentire Cassie più forte di quanto non fosse. «E continua a leggere il libro che ti ha dato tua nonna!», disse d'un tratto nonna Quincey, fissando Cassie negli occhi. Cassie annuì e la vecchia donna le rivolse un sorriso grinzoso ma stranamente intenso. Anche la signora Franklin stava sorridendo, dandosi colpetti sulle ginocchia e guardandosi intorno come se avesse dimenticato qualcosa. «Che giorno è domani?», disse. Ci fu una pausa. Cassie non sapeva bene se la nonna di Adam stesse parlando a loro o a se stessa. Ma poi l'anziana donna ripetè: «Che giorno è domani?», incoraggiandoli a rispondere con lo sguardo. «Ehm... il nostro compleanno», suggerì Chris. Ma Diana sembrava sconvolta. «Credo... credo che sia la notte di Ecate», disse. «E questo che intende?» «Esatto», disse tranquillamente la vecchia signora Franklin. «Ai miei tempi avremmo fatto una cerimonia. Mi ricordo quelle celebrazioni sotto la luna, quando c'erano gli indiani nell'ombra...». Tutti si scambiarono sguardi perplessi. La signora Franklin non poteva ricordarsene davvero; erano secoli che non c'erano più gli indiani da quelle parti. Ma Diana si stava esaltando. «Crede che dovremmo fare una cerimonia?» «Io la farei, cara», disse la signora Franklin. «Una cerimonia per ragazze. Noi ragazze abbiamo sempre avuto i nostri segreti, o no, Connie? E ci hanno tenuto unite». Diana aveva l'aria un po' perplessa, poi annuì lentamente, con determinazione. «Sì. Sì. Sarebbe bello che le ragazze stessero un po' insieme... tutte le ragazze. E credo di sapere che tipo di cerimonia ci voglia. Non è il periodo dell'anno ideale, ma non importa». «Vi divertirete, care», disse la signora Franklin. «Ora, vediamo... Cassie!». Cassie la guardò sorpresa. «Cassie», disse di nuovo la nonna di Adam. Aveva la testa piegata di lato e stava sospirando, come se stesse guardando una bella foto di un bambino sorridente. «Ma guarda un po', sei proprio una ragazzina graziosa. Non assomigli a tua madre, eppure...», si interruppe improvvisamente e si guardò intorno. «Mmh?». La prozia Constance aveva un'aria più severa che mai, i suoi occhi vivaci erano puntati sulla signora Franklin. «Edith», disse, con una voce priva di inflessioni. La signora Franklin guardò nonna Quincey, che pure la stava fissando con un'intensa concentrazione. «Che c'è? Stavo solo per dire che qualcosa nella sua espressione mi ricordava sua madre», disse, e annuì a Cassie con dolcezza. «Cerca di non preoccuparti troppo, cara. Alla fine si aggiusterà tutto». Zia Constance si rilassò leggermente. «Sì. E tutto, Melanie; ora è meglio che porti via i tuoi amici». E così fu. Tutti e undici si alzarono, ringraziarono e salutarono educatamente, poi uscirono dalla grande casa bianca, nella tenue luce di novembre. «Fiuuu!», disse Cassie. «Adam, ma tu hai capito cosa è successo là dentro?» «Scusa», disse Adam con una smorfia. «Ogni tanto nonna fa così». «Non mi riferivo tanto a lei, quanto alle altre due», Cassie iniziò, ma Deborah la interruppe, impaziente. «E allora cos'è questa cosa della notte di Ecate?» «E la notte della vecchia», disse Diana. «È questa l'origine di Ecate». «La vecchia?», le fece eco Suzan con un tono preoccupato, e Cassie poteva capirla benissimo. Quella parola faceva venire in mente un'immagine spiacevole... un'anziana grinzosa e ingobbita, un rudere con in mano una mela avvelenata. «Sì», Diana la fissò. «Non è una cosa brutta, Cassie. Anzi, è un'evoluzione perfettamente naturale. Tradizionalmente, è l'ultimo stadio nella vita di una donna: vergine, madre, e poi vecchia. Le vecchie sono sagge e, insomma, forti. Non fisicamente, forse, ma di testa. Hanno visto tante cose; sono piene di esperienze e di sapienza. Ci trasmettono la conoscenza». «Come mia nonna», disse Cassie, incominciando a capire. Certo... quella figura grinzosa e ingobbita era proprio il ritratto perfetto di sua nonna. Senza la mela avvelenata, però, pensò. Sua nonna era sempre pronta ad aiutare il prossimo, per quanto poteva. «Le favole ci mettono idee sbagliate in testa», disse. «E vero», Diana annuì con decisione. «Fra tanti anni spero di diventare una bella vecchina come tua nonna». «Se lo dici tu», disse Doug, alzando gli occhi al cielo. «Stanno cercando di aiutarci», disse Melanie. «Perfino zia Constante. Ma cosa vogliamo fare per la notte di Ecate, Diana?» «E una notte di chiaroveggenza e profezie», disse Diana, «e dobbiamo trovare un bivio dove celebrare. Ecate era la dea greca delle strade che si incontravano... Si crede che i bivi rappresentino la trasformazione. L'inizio di una nuova vita. Può essere la vecchiaia, la morte, un altro tipo di cambiamento». «Credo che siamo tutti a un bivio», disse solennemente Melanie. «Anch'io», Diana guardò Adam. «Penso che tua nonna avesse ragione; noi ragazze dovremmo davvero fare questa cosa. Ma se la faremo, voi ragazzi rimarrete soli...». Adam rise. «Dai, credo che possiamo farcela per una notte a divertirci senza di voi. Magari Chris e Doug hanno qualche idea», disse con disinvoltura. Cassie aveva notato che i ragazzi del gruppo non avevano problemi ad accettare diritti e privilegi delle ragazze. Non si sentivano minacciati; sapevano che erano importanti esattamente quanto loro, solo in modo diverso. «Ma credo che dobbiate stare molto attente», disse Nick, senza la minima ironia nella voce. Chris e Doug stavano litigando sul modo migliore per festeggiare il loro compleanno. Ma appena Nick prese la parola si zittirono. «Credo che dovreste trovare un incrocio qui vicino», continuò Nick, rivolgendosi a Diana e Cassie. «E sarà meglio che noi non andiamo troppo lontano». Cassie lo guardò e vide la preoccupazione nei suoi occhi, nascosta dietro la maschera di saldo autocontrollo. Gli prese la mano, sentì le forti dita di Nick che si intrecciavano alle sue. «Staremo attente», promise a bassa voce. Vide che Deborah fissava le loro mani giunte, vide un rapido sorriso d'intesa sul viso della motociclista. Chris con un colpetto del gomito richiamò l'attenzione di Doug, che iniziò subito a lanciare sguardi torvi. Gli occhi di Melarne, solitamente freddi e grigi, erano spalancati, e Laurel e Suzan sorridevano. Cassie non poté fare a meno di notare che Adam non stava sorridendo. Non sorrise per tutto il resto della giornata. Quella notte, Cassie fece dei sogni. Sogni vorticosi e informi che sembravano avere qualcosa a che fare con il Libro delle ombre. Lei e Diana erano rimaste sveglie fino a tardi, a leggere e studiare. Non avevano trovato niente di utile. Ma mentre sognava, Cassie si sentì sul punto di fare una scoperta importantissima. Intravide uno squarcio di luce nella stanza. Solo un rapido flash, che quasi istantaneamente si perse nell'oscurità. Si trovò sveglia a fissare il letto di Diana come se potesse ritrovare lì quello strano fulmine. «Cassie», bisbigliò Diana. «Tutto bene?» «Sì», sussurrò lei. Fu sollevata quando Diana richiuse gli occhi. Diana l'aveva quasi costretta a dormire con lei, per paura che avesse degli incubi. Ma se Cassie si fosse resa conto che la sua presenza la disturbava, se ne sarebbe andata subito. Già dava abbastanza fastidio a Diana così, non voleva certo tenerla sveglia tutta la notte. In realtà Cassie aveva dormito davvero bene nella casa dei Meade. Non come al civico dodici: quella casa era piena di scricchiolii e cigolii, come se dovesse ancora assestarsi, e Cassie si svegliava continuamente. Devono aver usato tecniche di costruzione diverse, pensò. Recentemente c'erano stai dei lavori a casa di Diana, e forse avevano impiegato materiali migliori. Cassie rimase per un po' nella calda oscurità, ascoltando il respiro sommesso di Diana. Dov'era Black John quella notte? Lì fuori, sul continente, nella sua casetta in affitto? O proprio lì, sull'isola di New Salem? Per qualche ragione, pensare a New Salem come a un'isola la turbò. Si sentì... tagliata fuori, in un certo senso: assediata. Come se Black John potesse separarli dal resto del mondo e farli naufragare nell'oceano. Non fare la scema, si disse. Ma il panico continuava ad aggrovigliarle lo stomaco. Si sorprese a pensare che forse sarebbe stato meglio trasferire sua madre in una casa di riposo. Qualsiasi posto era meglio di quell'isola. Lui non avrebbe alcuna ragione di farle del male. Odia noi, non lei, pensò disperata. Eppure aveva fatto del male a sua nonna. Perché? Per il Libro delle ombre? Sono la sola ad avere il Libro delle ombre ora, si rese conto, e il cuore le balzò in petto. E se decidesse di venirselo a prendere? Quel pensiero iniziò a tormentarla. Il suo cuore batteva così forte che pareva quasi scuotere il letto. E se Black John fosse venuto da lei proprio quella notte? Adesso era di nuovo vivo, un uomo che camminava e respirava... ma anche uno stregone. Era soggetto alle leggi umane? Oppure sarebbe stato capace di scivolare nella stanza come un'ombra, strisciare sul pavimento fino al suo letto? Devo stare calma. Devo. Se cedo è finita. Per mamma, per la congrega, per tutti. C'è bisogno di tutti per combatterlo. Non posso essere l'anello debole. «Non c'è nulla di spaventoso nel buio se hai il coraggio di affrontarlo», sussurrò tra sé a denti stretti. «Non c'è nulla di spaventoso nel buio se hai il coraggio di affrontarlo». Le lacrime le bruciavano gli occhi, ma continuò a sussurrare la frase d i sua nonna. Ancora e ancora, finché alla fine non si riaddormentò. Il giorno dopo la scuola cominciò con un'ora di assemblea. Il posto di Faye era rimasto vuoto anche durante l'ora di scrittura creativa, ma In con grande sorpresa che, mentre faceva la fila per entrare nell'auditorium, Cassie vide la ragazza dai capelli neri sul palco. Faye era composta, sobria... per i suoi standard. Aveva un vestito di sartoria e sembrava una segretaria, molto elegante e sexy. La sua chioma di capelli nerissimi era delicatamente raccolta sulla testa, e aveva in mano una pila di fogli e una cartellina. Le mancavano solo un paio di occhiali con la montatura di corno e sarebbe potuta sembrare la tuttofare di un miliardario. Cassie non riusciva a crederci. Perlustrò l'auditorium con lo sguardo e intravide Suzan e Sean, che avevano il corso di recupero d'inglese alla prima ora. Fece un cenno nella loro direzione e i due sgattaiolarono fuori dalla classe per raggiungerla. Gli occhi azzurri di Suzan erano spalancati. «Hai visto Faye? Cosa sta facendo lì?» «Non lo so», disse Cassie. «Ma non può essere niente di buono». «E uno schianto», disse Sean, passandosi velocemente la lingua sulle labbra. «Sta proprio bene». Cassie lanciò un'occhiata a Sean, e lo squadrò attentamente per la prima volta dopo molto tempo. Forse da quando avevano ballato insieme alla festa di Halloween. Era facile dimenticarsi di Sean; a volte si perdeva letteralmente in mezzo alla folla. Ma ora c'erano solo lui e Suzan, e Cassie lo mise bene a fuoco. Dovrei dargli un po' più di considerazione, pensò. Un'immagine le passò velocemente davanti agli occhi: la prima volta che aveva visto Sean. Sguardo scintillante, e una cintura altrettanto scintillante con il suo nome inciso sopra. In piedi vicino al suo armadietto pieno di pubblicità di attrezzi da palestra, che le sorrideva. Qualcosa in quell'immagine la disturbava, ma non riusciva a capire cosa. Gli ultimi ritardatari stavano entrando nell'auditorium. Cassie vide i fratelli Henderson e Deborah, con la loro classe di storia. C'erano Diana e Melanie e Laurei che venivano dall'ora di letteratura inglese, e anche Sally Waltman, vicina a quella testa biondo paglia fin troppo familiare. Portia Bainbridge. Vide Adam e la sua classe di chimica, ma non individuò Nick. «Sembra che Faye stia facendo qualche attività extracurriculare», mormorò una voce dietro di lei, e Cassie si voltò, sollevata. Nick fece un cenno al ragazzo che occupava quel posto, e il tipo scattò in piedi e se ne andò. Cassie non ci fece neppure caso, era una cosa così comune. Ai ragazzi di Crowhaven Road bastava fare un cenno e gli esterni davano sempre loro tutto quello che volevano. Sempre. Così andavano le cose. Nick si sedette sulla sedia libera e tirò fuori un pacchetto di sigarette. Lo aprì, ne prese una. Poi notò Cassie. Cassie lo stava fissando con le sopracciglia alzate, sfoggiando la sua migliore espressione alla Diana. Irradiava disapprovazione come un tcrmosifone emana onde di calore. «Ah», disse Nick. Guardò le sigarette, poi di nuovo lei. Spinse la sigaretta di nuovo nel pacchetto e se lo rificcò in tasca. «Brutta abitudine», disse. «Prova, prova uno, due, tre...». Era la voce di Faye quella che usciva dal microfono. Cassie si girò rapidamente. «È acceso», disse Faye, con un sorriso da gatta morta. Faye si allontano dal leggio e l'uomo alto che era sul palco prese il suo posto. Lo aggiusto, con gli occhi fissi sulla folla di studenti. «Buongiorno», disse. La sua voce lanciava onde di oscurità che colpivano Cassie con violenza. Ogni muscolo del suo corpo si contrasse, sulla difensiva, pronto a obbedire a qualche profondo e seppellito istinto - combattere o fuggire. Solo la sua voce, pensò sconvolta. Come può la semplice voce di qualcuno provocare una reazione così forte? «Come alcuni di voi già sanno, sono il professor Brunswick, il vostro nuovo preside». CAPITOLO 7 Ci fu qualche applauso esitante, che si esaurì presto. Nell'auditorium si respirava un'atmosfera di incertezza, di attesa. Il mormorio e l 'agitazione abituali si spensero come candele, finché la sala non si fece completamente silenziosa. Gli occhi di tutti erano fissi sul palco. È un bell'uomo, pensò Cassie, lottando contro la voce nella sua testa che le diceva di correre via. Perché reagiva cosi violentemente alla sua presenza? Era la stessa reazione che aveva avuto la notte dell'iniziazione, quando Adam le aveva mostrato il teschio di cristallo. Cassie l'aveva guardato per un istante e aveva sentito il terrore strisciarle lungo la pina dorsale... come se fosse circondato da un alone di oscurità. Solo in seguito si era resa conto che non tutti i membri della congrega potevano vedere ciò che vedeva lei. Cassie esaminò la stanza e dall'espressione degli altri studenti capì che non avvertivano alcuna oscurità, nessuna vibrazione emanata dal nuovo preside. Per lei, quell'uomo proiettava un'ombra sull'intero inditorium. Per tutti gli altri, aveva semplicemente un'aria potente e autorevole. «Ho saputo che ci sono stati dei disordini alla New Salem High School in questi ultimi tempi», stava dicendo, con gli occhi che percorrevano lentamente le file degli studenti. Cassie ebbe la strana impressione che stesse memorizzando ogni singolo volto, uno per uno. «Ma sarete contenti di sapere che è tutto finito. Le... sfortunate circostanze... che hanno tormentato questa scuola sono acqua passata adesso. E tempo per un nuovo inizio». I "disordini" sarebbero il preside e due studenti morti, pensò Cassie. Dato che è stato lui a ucciderli tutti e tre, immagino che non avrà problemi a decidere anche quando farla finita, si disse. Allo stesso tempo, si chiese in che modo esattamente fosse riuscito a ucciderli dalla tomba. È stata l'energia oscura? Avrebbe voluto chiederlo a Nick o Suzan... o a Sean, aggiunse subito una vocina nella sua mente, procurandole un lieve senso di colpa. Ma era troppo difficile distogliere lo sguardo dall'uomo sul palco. «Mi è stato riferito che l'atteggiamento del vecchio preside rispetto alla disciplina era un po'... indulgente. Una politica di, potremmo dire, permissività che senza dubbio nasceva da buone intenzioni». Il preside guardò gli insegnami in piedi vicino alle pareti dell'auditorium, come a sottintendere che sapeva che loro avrebbero scelto ben altri termini per descrivere quella politica, ma che non c'era ragione di parlar male di un morto. «Era consentito svolgere alcune attività che non solo erano dannose per gli studenti, ma anche per lo spirito stesso dell'educazione formale. Ad alcuni gruppi erano concessi privilegi speciali». Cassie si chiese di cosa stesse parlando. Sembra un politico; un mucchio di belle parole che non significano niente, si disse. Ma qualcosa dentro di lei stava precipitando nello sconforto. «Bene, la politica è cambiata, e credo che la maggior parte di voi sarà contenta dei cambiamenti. C'è una nuova mano al timone di questa nave». Il preside alzò una mano accennando un sorrisetto modesto. Poi ricominciò a parlare. In seguito Cassie non sarebbe stata capace di ricordare esattamente cosa avesse detto, ma non dimenticò mai la sua voce profonda, autorevole. Imperiosa. C'erano delle parole chiave sparse qua e là nel suo discorso: "maniere forti", "sana vecchia disciplina", "pene adeguate alle colpe". E sentiva la reazione del pubblico: una pulsione buia, molto buia. Come se qualcosa crescesse e si gonfiasse nella folla. La spaventò quasi più dello stesso Black John. Era come se stesse alimentando e coltivando un qualche orribile potere negli studenti. Avrebbero dovuto odiarlo, e invece erano ammaliati. Le regole. Le regole dovevano essere rispettate. Gli studenti che non le rispettavano sarebbero stati mandati nel suo ufficio... «Credo sia tempo di distribuire gli opuscoli adesso», aggiunse Jack Brunswick con tono sommesso, e Faye e diverse altre ragazze scesero dal palco, distribuendo dei fogli. Cassie fissava il preside mentre lui, con disinvoltura, guardava gli studenti, catalizzando la loro attenzioni' senza sforzo, anche quando taceva. Sì, è proprio un bell'uomo, pensò. Sembrava una specie di giovane Sherlock Holmes: occhi incavati, naso aquilino, bocca ferma. Aveva perfino un lieve accento inglese. Colto, pcnsò Cassie. Colto e molto sicuro di sé. Molto più simile a un cacciatore di streghe che a uno stregone. Faye arrivò alla fila di Cassie, e le mise bruscamente in mano un fascio di fogli. Cassie bisbigliò: «Faye!», e fu ricompensata da un veloce lampo dei suoi occhi dorati prima che Faye si allontanasse tutta impettita. Perplessa, Cassie prese un opuscolo e passò gli altri a Suzan. Erano tre pagine scritte a caratteri minuscoli. Azioni proibite - Tipo A. Azioni proibite - Tipo B. Azioni proibite - Tipò c. Era una lista di regole. Ma erano così tante, righe su righe di regole. I suoi occhi colsero una parola qui e una là. Indossare un abbigliamento non conforme ai seri e dignitosi scopi dell'educazione scolastica... utilizzare l'armadietto o aggirarsi per i corridoi, tranne che durante il cambio dell'ora... possedere o utilizzare pistole ad acqua... insozzare la scuola... correre per i corridoi... masticare . hewing-gum... non rispettare gli ordini dei professori o dei sorveglianti dei corridoi. Sorveglianti dei corridoi? Ma noi non abbiamo sorveglianti, pensò Cassie. Poi proseguì nella lettura. Esibirsi in manifestazioni pubbliche di affetto... non pulire i vassoi della mensa... mettere i piedi sulle sedie o sugli schienali... «Stanno scherzando», mormorò Suzan. Nick si lanciò in un debole fschio. «In classe avrete tempo di esaminare queste linee di condotta e impararle a menadito», disse il nuovo preside. Con la coda dell'occhio, Cassie vide file di studenti che si alzavano. Il fruscio di carte si arrestò. «Ora mi piacerebbe avere dei volontari che si offrano di sorvegliare i corridoi. Si tratta di un incarico di grande responsabilità, perciò vi prego di pensarci bene prima di alzare la mano». Le mani schizzarono in alto in tutto l'auditorium. Gli studenti di New Salem High non si erano mai proposti così velocemente per nessun ruolo, prima. Cassie vide Portia con la mano in alto, impettita e vibrante come un cane da caccia. Sally, seduta di fianco a lei, si sbracciava freneticamente, come una bambina ansiosa di dare la risposta giusta al maestro. L'intera sala sembrava un unico, gigantesco saluto nazista. Poi Cassie si rese conto che la mano di Sean si stava alzando. «Sean!», sibilò. L'auditorium era così silenzioso che non osava parlare ad alta voce. Suzan guardò Sean, poi si allontanò da lui. E anche Nick era troppo lontano. «Sean!», disse Cassie. Sembrava che lui non riuscisse a sentirla. I suoi occhi scintillavano, fissi sul palco. Il suo viso era ansioso, teso. A Cassie tremavano le mani per la disperazione. Scavalcò Suzan per afferrargli il braccio e con tutto il potere che riuscì a radunare dentro di sé, pensò: Sean! Cassie sentì che la forza che esplodeva dal suo animo, come un'esplosione di calore, proprio come quella che aveva sentito di fronte al cane la notte in cui avevano rubato le zucche. Un'esplosione di potere puro. La testa di Sean si girò di scatto verso di lei, con un'espressione di grande stupore. «Abbassa la mano», bisbigliò, e subito dopo si sentì debole ed esausta. Sean si guardò la mano come se non l'avesse mai vista prima e la tirò subito giù. Si aggrappò con forza alla sedia, con la coda dell'occhio non perdeva mai di vista Cassie. Cassie si rese conto che ora Suzan si teneva lontana da lei. La ragazza dai capelli biondo paglia e Sean sembravano spaventati. Cassie guardò verso il palco e vide il nuovo preside che la fissava negli occhi, le labbra incurvate in un sorriso appena accennato. Fantastico. I miei amici hanno paura di me, e lui si diverte. Black John la fissò ancora per un momento, poi rivolse lo stesso sorriso al resto dell'auditorium. «Molto bene. Quelli di voi che sono stati scelti si fermino dopo l'assemblea per conoscere i loro nuovi compiti. Gli altri possono andare. Buona giornata». A Cassie si rizzarono i capelli sul collo. «Scelti?», bisbigliò guardandosi intorno. Non c'era stata nessuna selezione. Ma alcuni degli studenti che avevano alzato la mano stavano andando verso il palco, in maniera silenziosa e ordinata. Portia e Sally erano tra loro. Possibile che nessuno se ne sia accorto? Ma perché nessuno nota che c'è qualcosa di strano? Cassie si girò per guardare il professor Humphries in piedi tra le sedie. Ma sembrava proprio che per il professore non stesse accadendo nulla di insolito. Aveva un'aria calma e piuttosto soddisfatta mentre accompagnava fuori la sua classe. Come se lo avessero imbottito di tranquillanti, pensò Cassie rabbrividendo. Ipnotizzato. Black John era ancora in piedi dietro al leggio. Cassie riusciva a sentire il suo sguardo penetrante sulla schiena mentre attraversava il corridoio, rallentando per restare vicino a Nick, Suzan e Sean. Gli ultimi due la guardavano in modo strano, ma Nick la prese sotto braccio. «Non è stato così male», disse in modo sommesso. Cassie si sentì meglio, finché non notò che lui non aveva l'opuscolo. «L'ho lasciato sulla sedia», disse, e Cassie sentì un altro colpo al cuore. «Ma è vietato», gli ricordò. «E insozzare la scuola è una trasgressione di tipo A. Nick, dobbiamo stare attenti... lui è venuto qui apposta per prenderci». «Qui non si scherza», disse Adam, avvicinandosi. I suoi occhi grigio azzurri esitarono un momento sul braccio di Nick, adagiato sulle spalle di Cassie, ma la sua espressione non cambiò. «Avete letto le Azioni proibite di tipo C?». Cassie non le aveva ancora studiate. Sfogliò l'opuscolo fino all'ultima pagina e lesse: «Usare skateboard, pattini e biciclette... usare o portare radio a scuola... fumare o usare prodotti legati al tabacco... e queste dovrebbero essere trasgressioni peggiori di quelle di tipo B, tra le quali sono inclusi l'uso di droghe e le risse?» «Sembrano dirette a qualcuno in maniera abbastanza specifica», disse Adam in tono grave. E allora Cassie capì. Si ricordò del suo primo giorno di scuola alla New Salem High, quando fu quasi travolta dai fratelli Henderson... anche se allora non sapeva che fossero i fratelli Henderson. Aveva visio solo due tipi completamente pazzi con addosso magliette di gruppi heavy-metal e capelli biondi scarmigliati, che sfrecciavano per il corridoio sui rollerblade con le cuffie nelle orecchie. Deglutì preoccupata. «Sono per noi», sussurrò. Adam la guardò negli occhi, e annuì. «Fumare», disse Cassie. Strinse la mano di Nick, girandosi per guardarlo dritto in faccia. «Nick, per piacere, devi stare attento. Vuole incastrarci e noi non siamo ancora pronti per contrastarlo... Nick!». Aveva una bruttissima sensazione. Nick odiava l'autorità, per lui le regole erano delle sfide. E non sembrava per niente intenzionato a cambiare. «Nick!». «Per le trasgressioni di tipo C si viene mandati nell'ufficio del preside», disse Adam. «Sta davvero provando a incastrarci, Nick. E una trappola». «Nick, voglio che mi prometti che cercherai di non metterti nei guai», disse Cassie. «Ti prego, Nick. Devi promettermelo». Nick abbassò lentamente lo sguardo su di lei. Cassie gli strinse la mano ancora più forte, rispondendo all'intensità del suo sguardo. Ti prego, stava pensando. Fallo per me, ti prego. Nick aggrottò le sopracciglia e si girò dall'altra parte. «Va bene», disse, con un leggero cenno, alzando gli occhi al cielo. «Va bene, cercherò di non farmi beccare». I muscoli di Cassie si rilassarono. «Grazie», sussurrò, proprio nel momento in cui Diana, Melanie e Laurel li raggiungevano, con delle espressioni cupe stampate in volto. «Avete sentito cosa ha detto all'inizio, sui vecchi dirigenti che consentivano certe attività?», chiese Melanie. «Ce l'aveva proprio con noi. Il club ha i suoi privilegi speciali. Ha detto che tutto cambierà ora». Cassie parlò con voce dolce. «Stava dicendo agli altri che non adesso non abbiamo più alcun potere. Tanto valeva dare a tutti il permesso di...». La sua voce si spense. Lei e gli altri membri del club si guardarono l'un l'altro in silenzio. «Prendete i fucili. A quanto pare è aperta la stagione di caccia alle streghe», disse infine Nick. Mise nuovamente il braccio sulle spalle di Cassie. «Andiamo fuori», disse Suzan. «Non possiamo», rispose Laurel. «Abbandonare la scuola senza permesso è proibito». «Tutto è proibito», disse Suzan. «Dove sono Chris e Doug?», chiese Cassie improvvisamente, «E Deborah?». Si guardarono intorno. A parte Nick, i fratelli Henderson e la motociclista erano quelli che più facilmente potevano mettersi nei guai. «Hanno storia, ma penso che i loro compagni di classe siano tornati su senza di loro», disse Sean. «Credo siano ancora nell'auditorium». «Andiamo», disse Adam bruscamente. Chris e Doug erano appena fuori dall'auditorium. Erano al centro di un gruppo di studenti esterni: sembrava che stesse per scoppiare una rissa. «. ..non la passerete più liscia», uno degli esterni li prendeva in giro, trionfante. «Ah, sì?», gli urlò contro Chris. «Sì! Avete i giorni contati, bello! Verrete finalmente mandati dal preside». «Non ci hanno messo molto a imparare la lezione», mormorò Nick ; all'orecchio di Cassie. «Verrete mandati tutti dal preside», disse Adam, facendosi strada tra gli esterni per raggiungere Chris e Doug. Si parò davanti a loro, tenendo l'opuscolo come se fosse un talismano magico. «Le risse sono una regressione di tipo B. Verrete tutti puniti per questo». Ci fu un momento di incertezza, poi gli esterni si ritirarono, scambiandosi occhiate. «Ci vediamo dopo», decisero infine, e s'incamminarono nel corridoio. Doug cercò di seguirli. «Quando volete», urlò mentre Nick lo prendeva e lo teneva fermo. «Lasciami andare!», ringhiò poi. «Non possiamo permetterci una rissa adesso», gli disse Diana. «Ben fatto», disse poi a Adam. «Ha funzionato... questa volta», disse Adam. «Se ho capito bene quello che sta cercando di fare, prima o poi gli altri capiranno che le regole sono principalmente contro di noi. Magari gli esterni non finiranno nei guai per una rissa, ma noi sì». Con grande sollievo di Cassie, Deborah girò l'angolo proprio in quel momento. «Deb, dove sei stata?» «A guardare i sorveglianti dei corridoi che ricevevano gli ordini. Gli stanno dando dei distintivi tipo SS». «Sono esattamente come i nazisti», disse Cassie. «Sta mettendo in piedi una caccia alle streghe», disse Adam. «Mi chiedo se non l'abbia già fatto in passato», fece Suzan. Cassie cominciò a dire: «In che senso?», ma si fermò a metà frase e la fissò. Suzan, che sembrava così... frivola, senza cervello, che perfino in quel momento stava cercando il portacipria nella borsetta, l'aveva sorpresa di nuovo. «E Faye lavora per lui...», stava dicendo Diana. Cassie la interruppe. «No, aspetta, ascolta. Hai sentito quello che ha appena detto Suzan? Non capisci? Mi chiedo se non l'abbia già fatto in passato. Sai, scommetto che è proprio così». «Nel 1692», disse lentamente Adam. «A Salem. Come abbiamo potuto essere così stupidi?» «Eh?», fece Chris. «Credo stiano dicendo che Black John potrebbe aver organizzato la caccia alle streghe di Salem», disse Diana. «Ma...». «Non organizzato, magari, ma contribuito sì», disse Cassie. «Avrà almeno fatto in modo che l'isteria non si spegnesse, che venisse sempre alimentata. Come stava facendo oggi». «Ma perché?», chiese Laurel. Ci fu un momento di silenzio, poi Adam alzò la testa e la sua fronte si distese. Aveva una voce cupa. «Per convincere la congrega ad andarsene. A seguire lui. Non potevano più girare per la città con quell'atmosfera e così lo seguirono a New Salem, con tutti i loro strumenti... inclusi gli Strumenti Supremi». «Tu mi hai detto che era il leader della congrega delle origini», disse Cassie. «Ma mi chiedo se fosse il leader anche prima che la congrega venisse a New Salem... oppure se abbia assunto il potere soltanto dopo». I membri del circolo avevano tutti delle espressioni molto cupe. «Credo che stia tentando di fare di nuovo la stessa cosa», disse Adam. «Mettere tutti contro di noi. Così non potremo andare più da nessuna parte... se non da lui. E l'unico in grado di difenderci». «Per me può andare al diavolo», disse Deborah, senza il minimo dubbio. «Ok, ragazzi, di sicuro non spera che andiamo strisciando da lui subito», mormorò Nick. «Ma le cose magari cambieranno fra un paio di settimane». «Secondo me sarà meglio fare due chiacchiere con Faye», disse Diana. Si misero ad aspettare Faye vicino all'entrata sul retro dell'auditorium: secondo Deborah era più probabile che Faye uscisse da lì. E in effetti ben presto sbucò fuori con una cartellina sotto il braccio. «Finalmente soli», disse Nick, e tutti e undici la circondarono, obbligandola a fermarsi. Guardando le facce dei membri del circolo, Cassie si ricordò del modo in cui Faye, Deborah e Suzan avevano fissato lei quando l'avevano beccata a spiarle davanti alla scuola. Belle, determinate e mortali. Pericolose. Faye li guardò e fece un gesto brusco con la testa. Non ebbe un grande effetto, con i capelli raccolti nello chignon. «Fatemi passare. Ho delle cose da fare», disse. «Per lui?», chiese Adam con voce dura. Diana gli mise una mano sul braccio e prese la parola. «Faye, lo sappiamo che non puoi parlare in questo momento. Ma stanotte terremo una cerimonia; è la notte di Ecate...». «E il nostro compleanno», aggiunse Chris, risentito. «.. .e vogliamo che tu venga». «Voi farete una cerimonia?», chiese Faye. Ora non sembrava più la segretaria di un riccone: era un po' più simile a quella di una volta, la pantera nera. «Non potete. Sono io la leader della congrega». «Come puoi essere la leader se non stai mai con la congrega? Stanotte ci sarà questa cerimonia, Faye, all'incrocio tra Crowhaven e Marsh Street. Con o senza di te. Se ci sarai, la guiderai tu». Faye guardò Deborah e Suzan, le sue vecchie sostenitrici, per cercare sostegno. Ma il visino della motociclista era indurito da uno sguardo severo e gli occhi azzurri di Suzan erano vitrei. Non sarebbe arrivato nessun aiuto da parte loro. «Traditrici», disse Faye con disprezzo. La sua bella bocca era imbronciata, ma disse: «Ci sarò... per condurre la cerimonia. Ora è meglio che ve ne andiate prima che vi veda un sorvegliante». Si girò e se ne andò furiosa. Tutti loro cercarono di superare la giornata senza ficcarsi in guai troppo grossi, anche se Suzan fu obbligata a restare in classe dopo la scuola perché non aveva gettato la carta di un muffin. Non per averla lasciata sul tavolo o cose così, solo perché non l'aveva gettata subito dopo aver finito di mangiare. Era un'infrazione di tipo A. Quella notte festeggiarono il compleanno dei fratelli Henderson in tranquillità, a casa di Adam. Chris e Doug erano estremamente delusi. Avrebbero voluto una festa sulla spiaggia con tanto di bagno nudi. «E un po' di allegria», disse Chris. Adam disse che si festeggiava così o niente. Faye si fece viva verso le dieci, con indosso lo stesso abito di seta nera che sfoggiava la sera della votazione. «Quando ero giovane io, si usava il bianco», ridacchiò sotto i baffi la vecchia signora Franklin, facendole strada verso il disordinato salotto, arredato con mobili pratici e miseri. «Ma i tempi cambiano». Faye non le rispose nemmeno. «Sono qui», disse con sguardo altezzoso. «Andiamo». Cassie studiò il diadema d'argento adagiato tra i capelli di Faye, neri come la mezzanotte, il braccialetto d'argento sul suo braccio tornito, e la giarrettiera di pelle verde con una striscia di seta azzurro cielo sulla coscia. Si chiese quale fosse l'aspetto degli originali, quelli usati dalla congrega antica. Mentre si dirigevano lentamente verso Crowhaven Road le ragazze non parlarono molto. Diana e Faye erano in testa, e Cassie sentì Diana che parlava a bassa voce. La ragazza bionda portava una borsa bianca in cui c'erano tutte le cose necessarie per tracciare il cerchio e cominciare l'incontro. Arrivarono all'incrocio. «Dev'essere un crocevia nel quale si incrociano tre strade», aveva detto Diana, «per simboleggiare i tre stadi della donna: fanciulla, madre e vecchia». In quel punto Marsh Street attraversava Crowhaven Road che andava da nord a sud. «Dobbiamo proprio stare in mezzo alla strada?», disse Suzan. «E se passa una macchina?» «Ci spostiamo immediatamente», disse Laurel. «Non ci saranno intoppi», disse Diana. «Non ci sono molte auto a quest'ora. Su, ragazze, fa freddo». «E la mia cerimonia», le ricordò Faye, tirando fuori il coltello rituale con il manico nero. «Non ho mai detto ¡1 contrario», disse tranquilla Diana. Fece un passo indietro per vedere Faye che tracciava il cerchio. Cassie sentì il sangue che le ribolliva mentre, accanto a Diana, guardava Faye svolgere tutte quelle operazioni che aveva sempre fatto Diana, e che avrebbe fatto anche in quel momento... se non fosse stato per lei. Cassie avrebbe voluto dirle qualcosa, ma preferì fare una solenne promessa a se stessa. In qualche modo aggiusterò le cose, si disse. Faye non sarà sempre la leader. Costi quel che costi, non mi tirerò indietro. E, quasi distrattamente, aggiunse: lo giuro sulla Terra, l'Acqua, il Fuoco e l'Aria. CAPITOLO 8 Faye disegnò un cerchio per terra con il coltello dal manico nero. Fece un primo giro intorno al cerchio spargendo acqua da una tazza, poi un secondo giro con un lungo bastoncino d'incenso, e infine un terzo con una candela accesa. Quel rituale voleva simboleggiare gli elementi: Terra, Acqua, Aria e Fuoco. L'odore dolce e pungente dell'incenso raggiunse le narici di Cassie nella fredda aria notturna. «Bene, entrate», disse Faye. Entrarono una alla volta nel cerchio il traverso un'apertura posta a nord-est, e si misero a sedere lungo il perimetro interno. Era strano vedere solo le facce delle ragazze nel eerchio, pensò Cassie. «Vuoi spiegare tu o lo faccio io?», chiese Diana a Faye, con la mano nella borsa bianca. C'era ancora qualcosa lì dentro. «Puoi spiegarlo tu», disse Faye noncurante. «Ok. Ognuna di noi prende una candela, e l'accende. E la mette al centro del cerchio. Poi diciamo tutte una parola relativa a uno degli aspetti della femminilità. Non uno stadio, tipo fanciulla, madre, e vecchia, ma una qualità. Una...». «Virtù», l'aiutò Melanie. «Esatto. Una virtù. Qualcosa che hanno le donne. Poi, quando le abbiamo messe tutte insieme, mostriamo le candele agli elementi e otteniamo la benedizione. E un'affermazione della nostra essenza di ragazze, diciamo, una celebrazione». «È molto bello, secondo me», disse dolcemente Cassie. «Bene, cominciamo. Chi vuole la rossa? Anche se non ci sarebbe neanche bisogno di chiederlo». Diana prese la candela rossa dalla borsa Cassie avvertì una sensazione di calore, avvertì uno speziato odore di cannella. «Io, io sono rossa», disse Faye. Si rigirò la candela fra le mani, esaminando la cera levigata. La rimise dritta e portò velocemente una mano davanti allo stoppino per proteggere la fiamma. Cassie vide il fuoco sprigionarsi, balenando attraverso le dita di Faye e facendole sembrare conchiglie rosa. Le sue lunghe unghie rosse si trasformarono in gioielli. Diana, che stava passando a Faye un pacchetto di fiammiferi, si bloccò subito. «Passione», disse Faye a bassa voce, con il solito sorriso indolente rivolto al gruppo, mentre faceva gocciolare un po' di cera sulla strada e ci conficcava la candela. «E una virtù?», chiese Melanie, scettica. Faye alzò un sopracciglio. «E un aspetto della femminilità. E quello che voglio celebrare». «Lascia stare», disse Laurel. «Passione va bene». La candela rossa bruciava come una stella. «La prossima è quella arancione», disse Diana. «Chi la vuole?» «La prendo io», disse Suzan. L'arancione della candela si avvicinava al rosso tiziano dei capelli di Suzan. La odorò a lungo. «Pesche», disse, e Cassie potè sentire la dolce, voluttuosa fragranza che si sprigionava dal posto in cui sedeva Suzan. «Ok, bellezza», disse Suzan. Accese la candela nella maniera tradizionale, con un fiammifero. «La bellezza decisamente non è...». «Ok, non sarà una virtù, ma è sicuramente qualcosa che le donne possiedono», ribatté Cassie. Melanie alzò gli occhi al cielo. Suzan fissò la candela, bloccandola nella che aveva lasciato cadere a terra, di fianco a quella rossa. «Ora, lasciate fare a me, io so come fare», disse Deborah. Afferrò la sacca bianca e tirò fuori una candela gialla. «Fiammiferi», disse con tono autoritario a Suzan, che glieli appoggiò sul palmo disteso. Deborah accese la candela gialla. «Coraggio», disse, con tono squillante e chiaro, inclinando la candcla in modo da far colare un rivolo trasparente di cera gialla sulla strada. Cassie sentì la chiara asprezza del limone e pensò che aveva lo stesso odore di Deborah, l'odore del coraggio. La fiamma della candela gialla fece balenare riflessi intensi sui capelli neri di Deborah e oscillò senza posa sulla sua giacca di pelle mentre bruciava vicino alle altre due candele. «Ok, verde», disse Diana, riprendendosi la borsa. «Io», disse Melanie, e prese la candela verde scuro. Era seduta vicino a Cassie e quando la prese Cassie si chinò per sentire l'odore della cera. Era stata aromatizzata con qualcosa di legnoso: pino, secondo Cassie. Come un albero di Natale. «Saggezza», disse Melanie, con i freddi occhi grigi fissi sullo stoppino. Lo annusò per un istante, poi sistemò la candela verde sulla strada. Le quattro candele accese formavano un semicerchio. «Ora azzurro», disse Diana. Cassie sentì un sussulto di ansia ed eccitazione. L'azzurro era il suo colore preferito, e lo voleva, ma non era del tutto sicura che fosse il caso di dirlo ad alta voce. Ma Diana e Laurel non si erano mosse, e lei sapeva che a Laurel piacevano le ametiste c spesso si vestiva di viola. Cassie si schiarì la gola. «La prendo io», disse, e si mosse per afferrare la candela azzurro pallido che Diana le stava offrendo. Era molto contenta di averla ottenuta, e di rappresentare l'azzurro nell'arcobaleno della congrega... ma non aveva pensato a cosa dire. Si chiese quale potesse essere la caratteristica dell'azzurro, annusando la candela per guadagnare tempo. Quale virtù delle ragazze voglio celebrare? Non riuscì a identificare bene l'odore, che era dolce ma aspro. «E bayberry», le disse Melanie, mentre Cassie continuava ad annusare. «Un odore che ha una lunga storia. I coloni la usavano per fare le candele». «Oh». Forse era per questo che aveva un odore familiare. Forse sua nonna aveva acceso delle candele di bayberry... sua nonna faceva un bel po' di cose antiquate. Ora Cassie sapeva quale virtù doveva celebrare. «Ispirazione», disse. «Immaginazione... come un'idea improvvisa, insomma. Quando mia madre mi stava aiutando a preparare il costume da musa per Halloween, disse che il compito delle muse era proprio questo. Fornivano ispirazione alla gente, l'abilità di pensare nuove cose, di avere idee brillanti. Ed erano donne, le muse». Cassie non era partita con l'intenzione di fare un discorso e abbassò subito gli occhi, imbarazzata. Si rese conto che nessuno le aveva passato i fiammiferi... e poi ebbe un'ispirazione. Mise le mani a coppa intorno allo stoppino della candela come aveva fatto Faye, e si concentrò a fondo, pensando al fuoco, luminoso e saltellante... poi fece forza con la mente, come aveva fatto con il dobermann e con Sean. Sentì il potere che emanava da lei come un'esplosione di calore, si concentrò sullo stoppino e improvvisamente la fiamma sfavillò, così alta che dovette tirare via la mano per evitare di bruciarsi. «È un'idea - così», disse, un po' scossa, e fece colare la cera sulla strada per conficcarci la candela azzurra. Le altre ragazze la stavano guardando con gli occhi spalancati, tranne Faye, che li teneva stretti e socchiusi. Deborah sorrise. «Mi sa che abbiamo più di una mangiafuoco qui», disse. Faye sembrava sempre meno contenta. «Ah... viola», disse Diana, scuotendosi un po' e prendendo una candela alla lavanda dalla borsa. «Sono io. Ma come hai fatto, Cassie? Va bene, vado avanti con la cerimonia. Volevo solo sapere», disse Laurel. Guardò la sua candela. «Non so come descrivere la mia qualità con una parola sola», disse. «Volevo fare riferimento alla capacità di essere consapevoli dell'am biente che ci circonda... una specie di connessione con tutte le cose. Noi siamo parte della Terra e dovrebbero interessarci tutti gli esseri che vivono qui con noi». «Che ne dici di "compassione"?», disse pacatamente Melanie, «Comprenderebbe un po' tutto, credo». «Mi piace. Compassione», Laurei accese la candela viola. «Di che cosa odora?», chiese Susan a bassa voce mentre Laurel conficcava la sua candela sulla strada, tra quella azzurra di Cassie e quella rossa di Faye, completando il cerchio dell'arcobaleno. «E dolce e floreale; credo sia giacinto», le sussurrò Laurel. «Un momento», disse Cassie. «Se la tua va qui, dove va quella di Diana? Tu non hai una candela, Diana?». Era in ansia per Diana, voleva che anche lei avesse il suo momento. «Sì: la bianca va in mezzo, e io sono l'unica rimasta». Perfetto, pensò Cassie, guardando Diana che tirava fuori la candela bianca profumata alla vaniglia e la teneva bene in alto. Diana rappresentava senz'altro il bianco, almeno quanto Faye il rosso. E questo emerse anche dalla virtù che Diana nominò. «Purezza», disse con semplicità, accendendo la candela bianca con un fiammifero e allungandosi per metterla al centro. Tutte le altre ragazze sarebbero sembrate ridicole, ma Diana era l'incarnazione stessa della purezza, seduta lì, con il bel viso illuminato dalle candele, i lisci capelli di seta di quel colore impossibile che le scendevano sulla schiena. La sua espressione era seria e per nulla imbarazzata. Quando Diana diceva purezza si riferiva proprio alla purezza, e neppure Faye si azzardò a ridere. Il cerchio delle candele era bello; sette lingue di fuoco saltellanti che piroettavano nell'aria notturna; sette profumi che si fondevano in una deliziosa e composita fragranza. Mulinelli nella brezza portavano a Cassie l'odore della cannella, poi una sfumatura di pino, poi l'asprezza del limone. «Passione, bellezza, coraggio, saggezza, ispirazione, compassione, e purezza», ricapitolò Laurel, indicando di volta in volta le candele che le rappresentavano. «E che ora tutte...», suggerì Diana, dando un colpetto a Faye. «E che ora tutte diventino parte di noi», disse Faye. «Terra, Acqua, fuoco, Aria, vi chiamo a testimoni. Anche se le abbiamo già tutte», aggiunse, osservando il cerchio luminoso con un sorriso soddisfatto, Gli occhi di Laurel scintillavano, illuminati dalle fiamme. Fissò Cassie e lei restituì il suo sguardo. «Be', le abbiamo solo se ci mettiamo tutte noi assieme», disse Deborah, e sorrise apertamente. Diana rispose col suo sorriso dolce. In quel momento, tutte le ragazze si sorridevano da una parte all'altra delle fiamme, e Cassie si sentì parte di qualcosa di più grande. Ognuna di loro dava un contributo importante, e insieme erano più della semplice somma delle parti. «Ora la regola sarebbe di farle bruciare per tutta la notte», disse Melanie indicando le candele. «Be', credo che non importi, se non ce ne accorgiamo», disse Diana, «Però aspettate, c'è un'altra cosa che volevo fare. Non c'entra con la notte di Ecate, ma è sempre greca. L'Arretophoria, la festa della fiducia». Si mise di nuovo a frugare nella borsa bianca. «Lo facevano le sacerdotesse greche di Atene. Una delle veterane del gruppo - cioè io - dà una scatola al membro più giovane - cioè tu, Cassie. E tu devi andare a seppellire la scatola senza guardare cosa c'è dentro. In teoria dovrebbe essere un viaggio incerto e pericoloso, ma credo che Nick abbia ragione, è meglio se resti in zona. Portala in qualche posto fuori dalla strada e seppelliscila». «E tutto qui?». Cassie guardò la scatola che Diana le aveva dato. Era di un legno chiaro, tutta intarsiata di piccole figure intrecciate: api e orsi e pesci. Dentro c'era qualcosa che tintinnava. «Devo solo seppellirla?» «Sì, seppelliscila e basta», disse Diana, porgendo a Cassie l'ultimo oggetto che si trovava all'interno della borsa bianca: una paletta. «La cosa importante è che non guardi cosa c'è dentro. È per questo che si chiama festa della fiducia; è una celebrazione della fiducia, della responsabilità e dell'amicizia. Un giorno torneremo qui e la disseppelliremo». «Ok». Cassie uscì dal cerchio, con scatola e paletta, e si allontanò dal gruppo, lasciandosi alle spalle le piccole fiamme danzanti. Non voleva seppellire la scatola vicino alla strada, per un motivo molto semplice: il terreno era duro e cosparso di pietrisco, e non sarebbe stato facile scavare. Non avrebbe potuto far altro che grattare la superficie. E poi, in un punto così vicino qualcuno avrebbe potuto notare che il terreno era stato smosso e disseppellire la scatola prima del tempo. Cassie continuò a camminare verso est. Riusciva a sentire il sussurro del mare che proveniva da quella direzione, avvertì una brezza leggera e salata. Si arrampicò su delle grosse rocce, e la spiaggia si distese davanti a lei, deserta e a suo modo inquietante. Onde bianche come merletti si frangevano placidamente sulla riva. La luna era piena per metà, o poco più, e si alzava sopra l'oceano. La luna del lutto, ricordò Cassie. Era proprio del colore degli occhi di Fayc. In effetti, sembrava proprio un occhio antico e giallo pieno di rabbia, e Cassie aveva la spiacevole sensazione di essere spiata mentre conficcava la paletta nella sabbia fredda e asciutta e cominciava a scavare. Era abbastanza profondo. La sabbia scavata dalla paletta era fangosa adesso, e Cassie temeva che l'umidità potesse rovinare la scatola di Diana. Mentre metteva il cofanetto di legno nel buco, la luce della luna si riflesse sull'occhiello. Non era chiuso. Per un solo istante ebbe la tentazione di aprirlo. Non fare la stupida, si disse. Dopo tutto quello che avete passato tu e Diana, se non riesci neanche a fare una cosetta come seppellire una scatola senza guardarci dentro... Nessuno lo verrebbe mai a sapere, controbatté una voce dentro di lei. Ma lo saprei io, rispose Cassie alla voce. Ne aveva abbastanza. Buttò con decisione della sabbia sulla scatola, scavando sia con la pala che con la mano per fare prima. Fu a un certo punto, mentre copriva la scatola, che notò l'oscurità. E solo un'ombra, pensò. La luna era abbastanza alta da proiettare una lunga ombra dietro un affioramento roccioso vicino all'acqua. Cassie lo notò con la coda dell'occhio mentre pareggiava la sabbia sulla scatola sotterrata. Ecco qua, pensò, ora nessuno può accorgersi che c'è nascosto qualcosa qui sotto. L'ombra si stava allungando, si faceva sempre più vicina, ma era solo perché la luna si stava alzando... E invece no, pensò Cassie. Mentre si puliva le mani dalla sabbia, si Icrmò e la guardò. Le ombre si rimpiccioliscono quando la luna si alza. Come con il sole, pensò. Ma quell'ombra si stava decisamente avvicinando. Improvvisamente il mormorio dell'oceano si fece più forte. Avrei dovuto dare retta a Diana. Sarei dovuta rimanere vicino al gruppo, pensò. Lentamente, con aria indifferente, alzò lo sguardo. Le rocce sulle quali si era arrampicata sembravano lontanissime, e non c'era traccia del cerchio di candele dietro di loro. Neanche un suono, tranne le onde. Cassie si sentì indifesa e molto sola. Non farti prendere dalla paura. Alzati e vai, si disse. Il cuore le martellava in petto. Quando si alzò, l'ombra si mosse. Oh Dio. Era impossibile far finta che la cosa fosse normale. L'ombra non era neanche più attaccata alla roccia. Era semplicemente una macch¡a nera sulla sabbia, che scorreva come acqua, muovendosi verso di lei. Era viva. Scappa, scappa!, le urlò la sua mente. Ma le gambe non volevano obbedire. Erano bloccate, paralizzate. Non poteva andare da nessuna parte. Cassie. Alzò la testa di scatto; cercò la persona che aveva parlato. Ma non era una persona. Erano le onde. Cassssssie. Voglio andare via di qui, pensò Cassie. Le sue gambe si rifiutavano ancora di muoversi. La macchia nera fluiva come catrame, avvicinandosi sempre più. Si divise in due flussi, scorrendo su entrambi i lati, accerchiandola. Cassssssie. L'ombra le sussurrava con la voce di Black John. La circondò in un vortice, una cosa scura e senza forma come il fumo. Mentre la guardava, Cassie ebbe l'impressione che fosse fatta di serpenti, e neri scarafaggi, e altre cose ripugnanti che brulicavano. Era intorno a lei, ma non voleva ucciderla. Voleva entrare nella sua mente. Poteva sentirla mentre ci provava. La pressione che esercitava mentre creava un vortice intorno ai suoi piedi. L'unica cosa che riusciva a pensare era: grazie a Dio, non ho più l'ematite. Non avrei dovuto fare di testa mia, perché non do mai retta a nessuno? Le ragazze non si sarebbero accorte della sua assenza per un bel po'. E a quel punto sarebbe stato troppo tardi. Voleva gridare, ma la sua gola era paralizzata come le sue gambe. Poteva solo stare lì in piedi e guardare la macchia nera che ondulava e turbinava intorno ai suoi piedi. Respingila con la mente, pensò, ma era terrorizzata. Non sarebbe riuscita a scacciare quella macchia nera come aveva fatto con il dobermann, non era abbastanza forte. Qualcuno mi aiuti, pensò. E poi, nel giro di un istante, quello divenne il suo unico pensiero. Oh, qualcuno mi aiuti, qualcuno venga, non posso cavarmela da sola, per favore, qualcuno... Cassssssie, di nuovo quel sussurro. Le onde e l'oscurità e la luna, tutto sembrava parlarle. Aiuto... «Cassie!». Era un urlo, non un sussurro, e subito dopo Cassie sentì abbaiare un cane. Non appena sentì quei rumori, immagini di salvezza e di sollievo le inondarono la mente. Si guardò intorno con affanno. Le sue gambe continuavano a non volersi muovere. «Sono qui!», urlò di rimando. Bastò quell'urlo per farle provare un infinito sollievo. L'ombra si stava allontanando lentamente, ritirandosi verso la roccia. Fondendosi con l'oscurità vera. «Cassie!», era una voce che conosceva bene, che amava. «Sono qui», urlò ancora una volta Cassie, barcollando nella sua direione. Le visioni di sollievo e salvezza montavano ancora impetuosamente dentro di lei, spingendola a muoversi. Si lasciò trascinare. Appena raggiunse le rocce, due forti braccia la afferrarono, e la strinsero forte. Sentì il calore di un altro corpo umano. Tra le braccia di Nick, vide gli occhi di Adam. La luna piena splendeva sul suo viso, dando uno strano colore ai suoi occhi, un blu violaceo come la base di una fiamma. Come il cielo subito prima di un temporale improvviso. Le parve di poter vedere I’argento riflettersi nelle sue pupille. Raj balzò al suo fianco continuando ad abbaiare. La coda del pastore tedesco sbatteva freneticamente mentre correva verso Cassie. Adam lo prese per la collottola e lo tenne buono. «Stai bene? Sei ferita?», le disse Nick all'orecchio. «No, va tutto bene», sussurrò. Era completamente fuori di sé. «Non saresti dovuta andare così lontano da sola», disse Nick arrabiato. «E le altre non avrebbero dovuto lasciartelo fare». «Non c'è problema, Nick», si tenne stretta a lui con tutta la forza che aveva e seppellì la faccia sul suo petto. In quell'esatto momento Adam si girò, portando via il riluttante Raj. Cassie rimase immobile, sapeva che Nick poteva sentire il suo corpo che tremava. «Cassie», le accarezzava la schiena per rassicurarla. Cassie si ritrasse leggermente. Adam se n'era andato. Guardò Nick illuminato dalla luna, la bellezza pulita e scultorea dei suoi tratti, la loro vaga freddezza. Anche se i suoi occhi ora non erano freddi. Passione, pensò, e le venne in mente la candela rossa di Faye. E lo baciò. Non aveva mai baciato veramente qualcuno a parte Adam, ma pensava di saperlo fare abbastanza bene. La bocca di Nick era calda, e le piaceva. Si accorse che era rimasto sbalordito dal suo gesto, e nello slesso istante sentì che la sorpresa veniva spazzata via da qualcosa di più profondo, più dolce. Le restituì il suo bacio. Cassie baciava per non pensare. I baci erano perfetti per non pensare. Suzan era completamente fuori strada riguardo a Nick. Non era un'iguana. Piccole lingue di fuoco le scorrevano sotto la pelle, trasmettendole un formicolio alle mani. Sentì il calore espandersi per tutto il corpo. Alla fine, si staccarono. Cassie alzò gli occhi verso di lui, le dita ancora intrecciate alle sue. «Scusa», disse tremante. «Ero solo spaventata». «Ricordami di spaventarti più spesso», disse Nick. Sembrava un po' stordito. «Meglio se torniamo. Black John era qui». Doveva riconoscere che Nick sapeva mantenere un certo autocontrollo: non si mise a gridare, non fece gesti eclatanti. Si limitò a lanciare uno rapido sguardo indagatore tutto intorno, cambiando la presa in modo da tenerle il braccio con la mano sinistra e avere la destra libera. «Se n'è andato ora», disse lei. «Da quella roccia era uscita un'ombra, ma adesso non c'è più». «Dopo stasera, nessuno dovrà più uscire da solo», disse Nick, portandola verso le rocce che dovevano superare per tornare all'incrocio. «Credo che stesse provando a entrarmi nella mente», disse Cassie agli altri una volta tornati a casa di Adam. Era seduta vicino a Nick, e gli teneva stretta la mano. «Per influenzarmi, o controllarmi, o che ne so. Non sapevo come fermarlo. Se non foste arrivati voi ragazzi, ce l'avrebbe fatta». «Nessuno deve più uscire da solo», disse Nick, lanciando un'occhiataccia a Diana. Non era da Nick prendere la parola durante un incontro, ma ora la sua voce era decisa, non ammetteva repliche. «Sono d'accordo», disse Melanie. «E inoltre, credo che dovremmo fare qualcosa per difenderci, per mettere una specie di scudo tra noi e lui». «Cos'hai in mente?», le chiese Adam. Era seduto sul bracciolo della poltrona di Diana, il volto imperturbabile, la voce ferma. «Un cristallo potrebbe essere d'aiuto. Ametista forse. Ci dovrebbe aiutare a concentrarci e a combattere contro di lui, contro ogni attacco psichico. Certo, se nello stesso momento qualcun altro avesse su di se un cristallo diverso per controbilanciare l'ametista... tipo ematite... non servirebbe a niente». Melanie stava guardando Faye, che ebbe un moto d'impazienza. «Come ti ho già detto, cara impertinente cugina, non ce l'ho io quella stupida ematite. Non ho bisogno di rubare i cristalli degli altri». «Va bene, non litighiamo», disse Diana. «Melanie, hai abbastanza ametiste a casa? Oppure ce ne puoi prestare qualcuna tu, Laurel? Credo che dovremmo prepararle immediatamente, così possiamo indossarle tutti per tornare a casa stanotte». «Sì, e poi dobbiamo tenerle sempre addosso», disse Melanie. «Quando facciamo il bagno, quando andiamo a dormire, a scuola, sempre. Ma indossatele sotto i vestiti; non lasciate che lui veda i cristalli, se potete. Avranno più effetto così». «Che bel modo di finire una festa», brontolò Doug, mentre prendeva la giacca. «Consideralo un piccolo regalino», replicò Nick con durezza. «Un ricordo». Strinse leggermente le dita di Cassie e la guardò con la coda dell'occhio, come a dire che lui avrebbe serbato ben altri ricordi della serata. Cassie sentì un'onda di calore. Ma mentre stavano lasciando la casa di Melanie chiese distrattamente: «Ma poi come mai mi siete venuti a cercare?». «Cos'è, vi annoiavate alla vostra festa? Vi siete resi conto che non riuscivate a stare da soli e così siete venuti a cercarci?», li provocò Deborah, fissando Chris con gli occhi neri che scintillavano. Chris la guardò in modo strano. «No, stava andando tutto bene. E stato Adam a dirci di andare. Ha detto che Cassie era in pericolo». CAPITOLO 9 L'ametista di Cassie era molto grande. Il ciondolo pendeva dagli artigli di un gufo d'argento con le ali aperte, ed era freddo contro il suo petto, sotto la felpa bianca e azzurra. Controllò nello specchio di Diana che non si vedesse nessun rigonfiamento e poi toccò nervosamente la pietra. Cassie ne aveva possedute tre fino a quel momento: la rosa di calcedonio che le aveva dato Adam, la collana di quarzo che Melarne le aveva messo al collo al ballo di inizio anno e il pezzo di ematite che aveva trovato al civico tredici. Ma non ne aveva conservata nessuna, almeno non per molto tempo. Il calcedonio aveva dovuto ridarlo a Adam, il quarzo l'aveva perso la notte stessa al cimitero, e l'ematite era stata rubata. Sperava solo che non succedesse nulla a quell'ametista. Durante la notte le nuvole si erano infittite, e quella mattina, mentre Diana la portava a scuola, il cielo era plumbeo. E la scuola, in quei giorni, era tetra quanto il cielo. I sorveglianti, con tanto di distintivi e sguardi gelidi, occupavano ogni corridoio in attesa che qualcuno infrangesse le regole. Cosa che solitamente non tardava ad avvenire; c'erano così tante regole che il semplice fatto di essere vivi era più che sufficiente per violarne una o due. «Per poco non siamo stati mandati dal preside perché utilizzavamo un "apparecchio musicale rumoroso"», disse Chris mentre camminavano per i corridoi all'ora di pranzo. Cassie si irrigidì. «E cosa avete fatto?» «Abbiamo corrotto il sorvegliante», disse Doug con un sorrisetto malizioso. «Gli abbiamo dato il walkman». « I l mio walkman», puntualizzò Chris, risentito. «Mi chiedo quale sia la pena prevista per la corruzione di un sorvegliante», disse Laurel mentre raggiungevano la caffetteria. Cassie stava per parlare, ma le parole le si congelarono sulle labbra. Vide qualcosa dall'altra parte delle vetrate della sala mensa che spazzò via tutti gli altri pensieri dalla sua mente. «Oh Dio», disse Laurel. «Non ci credo», mormorò Diana. «Io sì», disse Adam. Nel bel mezzo della sala mensa c'era una struttura di legno che Cassie aveva visto più volte nei libri di storia. Era composta da due parti che, quando erano chiuse, tenevano ben fermi i polsi e il collo di una persona, lasciandoli fuoriuscire dall'altro lato rispetto al corpo attraverso dei fori. Una gogna. Ed era occupata. Un ragazzo era stato imprigionato, un tizio robusto che Cassie conosceva di vista, perché frequentava insieme a lui il corso di algebra. Avevano ballato insieme al ballo di inizio anno, e si era preso decisamente troppe confidenze con le mani. Gli piaceva molto anche rispondere ai professori. Ma Cassie non gli aveva mai visto fare niente che meritasse una punizione come quella. «Non la farà franca», disse Diana, con gli occhi verdi che le ardevano intensamente. «Chi, il preside?», chiese Deborah. Lei, Suzan e Nick erano in piedi vicino alla porta, in attesa degli altri. «L'ha già fatta franca. Pochi minuti fa stava facendo fare ad alcuni genitori un tour della scuola e sono passati di qui... glielo ha mostrato, dannazione. Ha detto che faceva parte del programma "maniere forti". Ha detto che altre scuole costringono chi crea problemi a stare in piedi sui tavoli in modo che tutti possano guardarlo, e poi ha spiegato che lui crede che la gogna sia più umana, perché dà la possibilità di sedersi. Ha fatto perfino in modo che sembrasse ragionevole. E loro erano lì che approvavano e sorridevano... se la sono bevuta». Cassie aveva la nausea. Pensava al Sotterraneo delle Streghe a Salem, dove lei, Chris e Doug avevano attraversato di corsa gli stretti corridoi su cui si affacciavano minuscole celle buie. La gogna le diede lo stesso senso di malessere allo stomaco. Come può un uomo fare questo a un'altra persona? «L'ha fatta passare per una pratica che fa parte del nostro patrimonio culturale», stava dicendo Nick, le labbra incurvate per il disgusto, e Cassie capì che anche lui provava le sue stesse sensazioni. «Vogliamo parlarne seduti a tavola?», chiese Suzan, spostando nervosamente il peso del corpo da un piede all'altro. «Sto morendo di fame». Ma mentre si dirigevano verso la saletta sul retro - dominio privato del club negli ultimi quattro anni - una figura bassa con i capelli color ruggine gli si parò di fronte. «Mi spiace», disse Sally Waltman con un sorrisetto compiaciuto. «Quella sala è riservata ai sorveglianti, adesso». «Ah, sì?», chiese Deborah. Due ragazzi con il distintivo comparvero dal nulla e si piazzarono ai lati di Sally. «Sì», disse uno di loro. Cassie guardò dall'altra parte della vetrata... non c'era la solita folla di nullafacenti là fuori... e vide la testa fulva di Portia. Era circondata da ragazze e ragazzi che la guardavano ammirati. Avevano tutti un distintivo. «Dovete semplicemente andarvi a sedere da un'altra parte», Sally stava dicendo al club. «E dato che non ci sono abbastanza sedie agli altri tavoli, dovrete dividervi. Che peccato». «Andremo fuori», disse seccamente Nick, prendendo Cassie per un braccio. Sally rise. «Non credo proprio. Non si può più mangiare fuori. Se non trovi un posto a sedere in sala, resti in piedi». Cassie riusciva a sentire i muscoli di Nick che si tendevano. Gli strinse con forza il braccio. Diana fece lo stesso con Adam, i cui occhi grigio azzurri erano simili a schegge di acciaio, fisse sui ragazzi che spalleggiavano Sally. «Non ne vale la pena», disse Diana con tono tranquillo, sforzandosi di mantenere la calma. «E quello che vuole lui. Mettiamoci in piedi laggiù». Sally sembrò delusa quando si incamminarono verso il muro. Poi i suoi occhi brillarono di trionfo. «Lui sta già commettendo un'infrazione», disse, indicando Doug. «Ha una radio». «Non è accesa», disse Doug. «Non c'è bisogno che lo sia. Portarla con sé è già una trasgressione di tipo A. Vieni con me, per favore». I due ragazzi si fecero avanti per accerchiare Doug. «Nick, no. Aspetta...», ansimò Cassie, mettendosi in mezzo ai due gruppi. Una rissa in sala mensa era l'ultima cosa di cui avevano bisogno. Gli occhi di Doug stavano già bruciando per la rabbia. Era così furioso che avrebbe potuto persino colpire Sally, per non parlare degli altri due. «Prendetelo», disse Sally, esultante. I due ragazzi si avvicinarono a Doug. Lui tirò indietro il pugno, pronto a scattare. Proprio in quel momento una voce roca mise fine alla confusione. «Che sta succedendo qui?», disse Faye, e i suoi occhi d'ambra erano come fiamme sotto la cenere. Indossava uno dei suoi mini tailleur, nero e giallo. Sally la fissò con rabbia. «Si stanno rifiutando di rispettare gli ordini di un sorvegliante», disse. «E lui ha una radio». Faye allungò una mano e strappò il walkman dalla cintura di Doug. «Ora non più», disse. «E adesso li mando a mangiare altrove... fuori magari. Sotto la mia responsabilità». Sally balbettava. Faye ridacchiò e guidò il club fuori dalla sala mensa. «Grazie», disse Diana, e per un istante lei e Faye si guardarono negli occhi. Cassie pensò alle candele che bruciavano in cerchio sulla strada. Una nuova fase della vita... era questo che stava succedendo a Faye? Stava tornando alla congrega? Ma le successive parole di Faye la fecero ricredere. «Sapete, non ha senso che vi sia impedito di mangiare nella saletta riservata», disse. «Potete diventare tutti sorveglianti. Lui vuole proprio questo...». «Lui vuole solo controllarci», la interruppe Diana sprezzante. «Lui vuole unirsi a noi. E uno di noi». «No che non lo è, Faye», disse Cassie, pensando all'ombra sotto la roccia. «Non è per niente come noi». Faye le diede una strana occhiata, ma tutto ciò che disse fu: «C'è una riunione di sorveglianti all'ultima ora nell'aula C-207. Pensateci. Prima vi unite a lui, più facili saranno le cose». Lanciò il walkman a Doug con un gesto distratto e se ne andò. Il pranzo fu poco piacevole; faceva freddo nel cortile di fronte alla scuola, e nessuno a parte Suzan aveva molto appetito. Sean arrivò tardi, quando l'agitazione era ormai passata. Parlarono dei piani per combattere Black John, ma come sempre finirono a parlare del potere. Era ciò di cui avevano bisogno per combatterlo con efficacia. Avevano bisogno degli Strumenti Supremi. Ognuno aveva un'idea diversa di dove cercarli. Adam propose la spiaggia... pensava soprattutto ai dintorni di Devil's Cove, dove il signor Fogle, il vecchio preside, era stato ucciso da una frana. Deborah puntava sul vecchio cimitero. «Esiste dal Seicento», disse. «La congrega delle origini potrebbe tranquillamente aver nascosto qualcosa lì». Melanie e Diana discutevano della possibilità di realizzare un pendolo di cristallo, pensato appositamente per rintracciare l'energia bianca che con ogni probabilità veniva rilasciata dagli strumenti. Cassie si mise a sedere tranquilla, vicino a Nick, senza parlare molto. Aveva una voglia stupida e disperata di dimenticare tutto e abbandonarsi sul suo petto. Non conosceva New Salem bene come gli altri, come avrebbe potuto pensare a un buon posto in cui cercare? E poi era ossessionata dalla sensazione che qualcosa di terribile, di malvagio, stesse per accadere. Perderemo, pensò, sentendo le voci spaventate degli altri. Siamo solo dei ragazzini, e lui ha secoli di esperienza. Perderemo. Là sensazione di terrore peggiorò durante la giornata. Si imbatté in Nick prima dell'ultima ora di lezione e si fermò con lui in corridoio. «Hai un aspetto terribile», disse lui. «Grazie», Cassie accennò un sorriso sarcastico. «No, cioè, voglio dire che sei così pallida... ti senti bene? Vuoi andare a casa?» «Lasciare la scuola senza permesso», ripetè Cassie in automatico, stancamente, e poi si abbandonò tra le sue braccia. «I loro permessi possono prenderli e metterseli...», disse Nick. Cassie lo strinse forte. Nick era così buono con lei; voleva amarlo. Decise che si sarebbe costretta ad amarlo. Forse dovevano tornare a Crowhaven Road, andare da qualche parte, stare un po' da soli. A Nick non piaceva fare certe cose davanti agli altri. «Stringimi», disse lei. Lui la strinse. E la baciò. Sì. Lasciarsi andare. Diventare parte di Nick... che cosa rassicurante. Nick si sarebbe preso cura di lei. Poteva finalmente smettere di pensare. «Ma bene bene... questa mi sembra un'infrazione di tipo A», disse una voce invadente. «Manifestazioni pubbliche di affetto, non conformi ai seri e dignitosi scopi dell'educazione formale. Che ne dici, Portia?». Nick e Cassie si separarono, Cassie arrossì. «Secondo me è proprio una cosa disgustosa», disse Portia Bainbridge. Dietro di lei c'era un branco di sorveglianti, a quanto pare diretti alla riunione. Ce n'erano forse una trentina. D'improvviso, il cuore di Cassie si era messo a battere fortissimo. «E la colpa è sua», continuò Portia, guardando Cassie dall'alto in basso, con quel suo naso aristocratico. «L'ho sentita, ha cominciato lei. Portiamola dentro». «E vero, la piccola gatta morta», disse Sally. Cassie ricordò la voce di Sally nei bagni; la rabbia che aveva, la cattiveria che bruciava nel suo animo. Questa qui al ballo di inizio anno era circondata da tutti i ragazzi con la lingua di fuori... compreso il mio ragazzo. Cassie aveva cominciato a vedere se stessa sotto una luce completamente diversa da quando aveva sentito Sally parlare di lei. Nick stava fissando il gruppo di sorveglianti, l'espressione fredda. Sembrava il vecchio Nick, quello che Cassie aveva conosciuto all'inizio. Freddo come il ghiaccio. «Portarla dove? La punizione per un'infrazione di tipo A è rimanere dopo la scuola. O non avete letto le vostre regole?», disse. «Le punizioni le decidiamo noi...», cominciò Portia, ma Sally la interruppe. «Ha rifiutato di cooperare con i sorveglianti durante il pranzo», disse. «Questo è il motivo per il quale la portiamo dentro. Il signor Brunswick ci ha dato istruzioni speciali. La dobbiamo portare nel suo ufficio... parlerà con lui». «E allora dovrai prenderci tutti e due», disse Nick. Strinse Cassie fra le braccia. Ce n'erano troppi. Gli occhi di Cassie scrutarono la folla di sorveglianti, non vedeva una sola faccia amica tra loro. Tutti ragazzi dell'ultimo anno, e tutti odiavano le streghe. E Faye adesso non c'era. «Nick», disse con voce dolce e prudente, con il cuore che le martellava in petto, «credo che farei meglio ad andare con loro». Tornò a guardare Sally. «Posso almeno salutarlo?». Sally annuì con aria beffarda. Cassie mise le braccia intorno al collo di Nick. «Va' a chiamare gli altri», gli sussurrò all'orecchio. «I sorveglianti saranno alla riunione... e voi dovete trovare un modo per tirarmi fuori di lì». Mentre arretrava, gli occhi color mogano di Nick, pieni di gratitudine, incrociarono i suoi per un attimo. Poi, dopo aver guardato Sally senza tradire alcuna emozione, si fece da parte. Il gruppo di sorveglianti circondò Cassie e la scortò lungo il corridoio, come se fosse una serial killer. Lei provò l'impulso irrefrenabile di ridere, ma man mano che si avvicinavano all'ufficio la voglia sparì in un lampo, annegando in un mare di terrore e ansia. Hanno pianificato tutto, pensò. Magari non proprio per oggi. Ma lui sapeva che ci avrebbe incastrato in qualche modo, uno alla volta. Cercò di ignorare la vocina che bisbigliava: lui sapeva che avrebbe preso te. È te che cerca. Perché era un'esterna... o perché non rientrava nei suoi piani. Un'immagine di Kori le passò velocemente davanti agli occhi: Kori d¡stesa, rigida e immobile con il collo rotto ai piedi della collina. Aveva visto quello che succedeva alle persone che non rientravano nei piani di Black John. «Forse se gli fai gli occhi dolci ti lascerà libera», bisbigliò Sally con disprezzo e la spinse nell'ufficio. Cassie non rispose. Non riusciva a parlare. Non era più tornata in quell'ufficio da quando era andata dal signor Fogle per lamentarsi delle persecuzioni di Faye. Sembrava identico, tranne per il particolare del fuoco che scoppiettava nel camino. E soprattutto, l'uomo dietro la scrivania era diverso. Non guardarlo, pensò Cassie, mentre la porta si richiudeva dietro di lei. Ma non potè farne a meno. Quegli occhi neri l'avevano catturala fin dall'attimo in cui aveva guardato verso la scrivania. Quel viso aquilino non tradiva alcun segno di sorpresa per il fatto che lei fosse lì. Il preside poggiò una penna sottile e dorata sulla scrivania con un tic appena udibile. «Cassandra», disse. Cassie si sentì tremare le ginocchia. Era la voce dell'ombra. Una voce oscura e liquida. Così sottile e insidiosa... così malvagia. Sotto quegli occhi neri come l'ematite si sentiva nuda, indifesa. Come se le stesse leggendo nella mente. Come se cercasse un varco per entrarvi. «Signor Brunswick», disse. La sua voce aveva uno strano suono alle sue stesse orecchie. Educata, ma distante. Lui sorrise. Aveva un maglione nero a collo alto e una giacca nera. Era in piedi, tamburellava le dita sulla scrivania. «Davvero coraggiosa», disse. «Sono orgoglioso di te». Era l'ultima cosa che Cassie si sarebbe aspettata. Rimase a fissarlo. Le sue dita volarono automaticamente al rigonfiamento del ciondolo di ametista sotto la felpa. Gli occhi dell'uomo seguirono il movimento delle sue mani. «Io non ci proverei neanche», disse con un leggero sorriso. «Quel cristallo è troppo piccolo per essere efficace». La mano di Cassie scese lentamente. Come poteva saperlo? Si sentì confusa, disorientata. Fissò l'uomo di fronte a lei cercando di ricollegarlo alla creatura carbonizzata che si era accovacciata su sua nonna in cucina, allo stregone del diciassettesimo secolo che aveva condotto una terrorizzata congrega fino a New Salem. Ma la domanda principale era come faceva a essere lì, in quella stanza, in quel momento. Qual era la fonte del suo potere? «E poi l'ametista è una pietra debole, una pietra del cuore», continuò lui sommessamente. «Chiarezza degli scopi, Cassie; ecco il segrcto. Purezza e chiarezza. Non dimenticare mai il tuo scopo». Ebbe la strana sensazione che l'uomo avesse risposto alla sua domanda. Oh Dio, perché Nick non arrivava? Il suo cuore batteva così forte... era terrorizzata. «Lascia che te lo dimostri», disse lui. «Mi daresti quel ciondolo? Solo per un momento», aggiunse, dato che Cassie era immobile. Lentamente, Cassie si portò le mani alla nuca. Con le dita gelide apri la catena d'argento e se la tolse. Non sapeva cos'altro fare. Lui afferrò il ciondolo con un gesto lento e preciso. Subito Cassie pensò a un mago pronto a esibirsi nel suo miglior trucco. Non c'è niente in quelle maniche, pensò. Solo carne che non dovrebbe neanche essere lì. Sempre tenendo la collana in aria, il preside si voltò dando le spalle a Cassie. Il fuoco scoppiettava e crepitava e Cassie sentì che il cuore le balzava in gola, il sangue che le pulsava nella punta delle dita. Non posso resistere ancora per molto, pensò. Nick, dove sei? «Vedi», disse il preside, con una voce che sembrava stranamente distorta, «l'ametista è una pietra ricca di impurità. Per il potere, la mia scelta è sempre il quarzo...». Cominciò a voltarsi. No, pensò Cassie. Stava succedendo tutto al rallentatore, come se stesse guardando un film fotogramma dopo fotogramma. Un film di ottima qualità, ogni fotogramma era acceso e luminoso e dai contorni precisi, senza nessuna opacità. Cassie non sapeva neanche da dove le fosse venuto quel No, sapeva solo che qualcosa, nel profondo del suo cervello, urlava, protestava, cercando di avvertirla. Non guardare, no, non guardare. Cassie avrebbe voluto mettere in pausa il film, stoppare il fotogramma. Ma non poteva. Era lentissimo, ma l'uomo si stava ancora voltando. Era di fronte a lei. Vide la sua elegante giacca nera, il maglione nero a collo alto. Ma sopra c'era una mostruosità che la fece scoppiare in lacrime e le strozzò un urlo in gola. L'uomo non aveva faccia. Niente capelli, niente sopracciglia, niente occhi, niente naso. Neanche la bocca, solo l'abbozzo di un ghigno a denti stretti. Perfino quello, perfino le ossa nude che aveva di fronte, erano chiare come l'acqua. Cassie non riusciva a urlare, non riusciva a respirare. La sua mente era fuori controllo. Oh Dio, oh Dio, il teschio non è andato perso. Per questo non riuscivamo a trovarlo, non è per niente esploso perché è nella sua testa, oh Diana, oh Adam, è nella sua testa... «Vedi, Cassandra», dai denti stretti uscì una voce umana, «purezza più chiarezza uguale potere. E io ho più potere di quanto voi bambini possiate sognare». Oh Dio, non ci posso credere, non voglio credere che stia succedendo davvero, non voglio più guardare... «Il mio spirito non si limita a questo corpo», continuò calma la voce, con una terribile lucidità. «Può scorrere come acqua dovunque lo dirigo. Posso concentrare il mio potere in qualunque luogo». Le vuote cavità oculari si inclinarono verso il basso, verso il ciondolo di ametista che penzolava da una mano all'apparenza perfettamente normale. Il fuoco baluginò nel profondo del cristallo. Poi Cassie lo sentì... un'ondata di potere come quella che aveva spaventato il cane, che aveva risvegliato Sean o aveva acceso il fiammifero. Ma questa era molto più forte, molto più concentrata di quelle deboli vampate. Poteva quasi vederla, come una fiammata di luce. Il ciondolo di ametista si frantumò. Il gufo di cristallo penzolava, ma non c'era più nulla attaccato ai suoi artigli. Il cristallo era sparito. Le orecchie di Cassie sentirono il tintinnio dei pezzi che cadevano. Ma lei non avvertì coscientemente quel suono. Era cieca e sorda per il panico. «Ora, Cassandra», la voce stava ricominciando, e poi fu interrotta da un rumore così forte che nemmeno Cassie potè ignorarlo. Un frastuono che veniva dal cortile della scuola: sembrava una specie di coro prima di una partita, però pieno di rabbia. Grida stridule echeggiavano sullo sfondo di urla cavernose. Il preside lasciò cadere la catena d'argento e raggiunse la finestra che dava sul cortile. E la mente di Cassie si svegliò. Voleva solo una cosa: uscire fuori da quella stanza. Appena l'uomo scuro si distrasse, si fiondò fuori dalla porta. Filò di corsa attraverso l'ufficio senza guardare le segretarie. C'era casino nei corridoi del secondo piano. Si stavano riversando tutti fuori dalle classi. «C'è una rissa!», stava urlando un tizio sulle scale. «Andiamo!». E come una sommossa; non possono controllare tutti in ogni momento, realizzò Cassie nella confusione. Stava ancora correndo. Si precipitò giù per le scale e poi attraversò un corridoio, dirigendosi istintivamente verso il centro della mischia. «Cassie, aspetta!». Non era la voce di un uomo, ma era comunque minacciosa. Faye. Cassie esitò per un istante, cercando disperatamente Nick o Diana o Adam. «Cassie, fermati, per carità. Nessuno vuole farti del male. Ti sto rincorrendo fin dall'ufficio». Cassie indietreggiò, con cautela. Il corridoio era deserto ora. Erano tutti fuori. «Cassie, ascoltami un secondo. Lui non sta tentando di ucciderti, te lo giuro. Lui vuole aiutarti. Gli piaci». «Faye, tu sei pazza!». Cassie perse il controllo, e si mise a urlare: «Tu non sai che cos'è! Tutto ciò che vedi intorno a lui è un'illusione. E un mostro!». «Non essere ridicola. Lui è uno di noi...». «Oh mio Dio, oh, mio Dio», disse Cassie. L'emozione la sopraffece e le sue ginocchia cominciarono a tremare così forte che dovette appoggiarsi al muro. Scivolò piano a terra, tirandosi dietro il manifesto della partita di football del giorno del Ringraziamento. «Tu non l'hai visto. Tu non sai». «Io so solo che ti stai comportando come una bambina. Tu non sei neanche rimasta per sentire cosa aveva da dirti. Ti avrebbe spiegato lutto...». «Faye, svegliati!», gridò Cassie. «Per l'amor di Dio, ti vuoi svegliare e guardarlo in faccia? Lui non è per niente quello che credi. Sei completamente cieca». «Tu credi di sapere tutto», Faye arretrò, le braccia incrociate sul petto. Alzò il mento e fissò Cassie dall'alto in basso, con le palpebre socchiuse e un'espressione curiosamente trionfante. Le sue labbra rosso sangue si incurvarono in un sorriso. «Tu credi di sapere tutto... ma non sai neanche quale fosse il suo nome l'ultima volta che è stato qui. Oliando venne dai nostri genitori e andò ad abitare al civico tredici». La forza che il terrore le aveva trasmesso qualche momento prima era passata, e Cassie ebbe l'impressione che il pavimento fosse diventato improvvisamente molto instabile. Si appoggiò con forza a terra con u n a mano. Faye la stava ancora guardando con quegli strani occhi trionfanti. «No», sussurrò Cassie. «No nel senso che non lo sai? Oppure no nel senso di "non dirmelo"? Perché io voglio dirtelo, Cassie, ed è ora che tu lo sappia. Il nome che ha usato l'ultima volta era John Blake». CAPITOLO 10 Cassie la fissò, incapace di parlare, incapace di pensare. Non ci credeva. .. ma una parte di lei sapeva che era vero. «E proprio così. Lui è tuo padre». Cassie restò seduta. «E vuole che tu sia felice, Cassie. Vuole che tu sia la sua erede. Ha molti progetti per te». «E tu chi sei?», urlò Cassie, offesa, ormai oltre i limiti della sopportazione. «La mia nuova matrigna?». Faye ridacchiò... quel suo sorriso esasperante, indolente, compiaciuto. «Magari. Perché no? Mi sono sempre piaciuti gli uomini più grandi... e lui ha appena trecento anni più di me». «Sei rivoltante!». Cassie non trovava le parole. Non ce n'era una abbastanza offensiva, e non voleva credere che stesse accadendo davvero. Sperava che fossero solo bugie, dalla prima all'ultima. «Tu sei... tu...». «Io non ho ancora fatto niente, Cassie. Io e John abbiamo una... relazione professionale». Cassie trattenne a stento i conati di vomito. Per se stessa, per Faye... «Tu lo chiami John?», bisbigliò. Cassie sentì che intorno girava tutto. Le pareti di calcestruzzo verde chiaro turbinavano. Voleva svenire. Se solo fosse svenuta, non avrebbe dovuto pensare. Ma non ci riusciva. Lentamente, il turbinio si calmò, e il terreno torno a essere stabile sotto i suoi piedi. Non c'era modo di sfuggire a quella situazione. Non aveva altra scelta che affrontarla. «Oh, Dio», bisbigliò Cassie. «E vero. E tutto vero». «Sì», disse prontamente Faye, soddisfatta. «Tua madre era la sua ragazza. Lui mi ha raccontato tutta la storia: lei si innamorò quando lui andò al civico dodici per chiedere dei fiammiferi. Non si sono mai sposati, a quanto pare... ma sono sicura che lui le abbia rivelato il suo nome». Era vero... e questo era ciò che la nonna di Cassie aveva tentato di dirle prima di morire. «C’è dell'altro», aveva detto, e poi era entrata Laurel. Le ultime parole erano state poco più di un bisbiglio: «John», e poi qualcos'altro che Cassie non era riuscita a capire. Ma poteva ricordare le labbra di sua nonna mentre tentavano di formulare quella parola. Era "Blake". «Perché non ha cercato di dirmelo prima?», bisbigliò Cassie con la voce rotta, senza quasi accorgersi che stava parlando ad alta voce. «Perché aspettare fino alla morte? Perché?» «Chi, tua nonna? Non voleva turbarti, credo», disse Faye. «Probabilmente ha pensato che la verità ti avrebbe sconvolto... se fossi venuta a saperla. E forse», Faye si avvicinò a lei, «sapeva che si sarebbe creato un legame tra te e lui. Tu sei sangue del suo sangue, Cassie. Sua figlia». Cassie scuoteva la testa, con gli occhi chiusi, nauseata. «Le altre anziane... anche loro dovevano esserne al corrente! Dio, tutti quelli che lo conoscevano devono averlo saputo. E nessuno me lo ha detto. Perché non me l'hanno detto?» «E smettila di piagnucolare, Cassie. Sono sicura che non te l'hanno detto perché avevano paura della tua reazione. E devo dire che sembra proprio che avessero ragione. Sei a pezzi». La prozia Constance, pensò Cassie. Lei doveva saperlo. E incredibile che riesca ancora a guardarmi negli occhi. Come può sopportare di ospitare mia madre a casa sua? E la signora Franklin stava per dirglielo, si rese conto improvvisamente. Sì. Alla fine, nel salotto di zia Constance, stava per parlare. La nonna di Adam stava per rivelare a Cassie qualcosa su suo padre, ma nonna Quincey e zia Constance l'avevano fermata. Erano tutti complici in una congiura del silenzio, per nascondere a Cassie la verità. Forse i genitori no, pensò Cassie. Si sentiva molto stanca. Loro probabilmente non ricordavano nulla. Si erano costretti a dimenticare tutto. Ma zia Constance aveva detto al circolo che riportare alla luce vecchi ricordi era pericoloso, e quando aveva pronunciato il suo monito aveva posato gli occhi proprio su Cassie. «Pensaci un momento, Cassie», stava dicendo Faye, e quella voce profonda e roca adesso aveva un tono ragionevole, né esultante, né trionfante. «Lui vuole solo il meglio per te; lo ha sempre voluto. Già dalla nascita fai parte del suo piano. Lo so che io e te abbiamo avuto dei problemi in passato, ma John vuole che andiamo d'accordo. Vogliamo almeno provarci? Ti va, Cassie?». Lentamente, a fatica, Cassie riuscì a mettere a fuoco. Faye la stava pregando. Il suo bel viso sensuale sembrava illuminarsi delicatamente dall'interno. Fa sul serio, pensò Cassie. E sincera. Forse è innamorata di lui. E forse - Cassie ebbe le vertigini al solo pensiero - dovrei rifletterci. Da quando sono arrivata a New Salem sono cambiate così tante cose... non sono più la stessa persona. La vecchia, timida Cassie che non aveva mai avuto un ragazzo e non aveva mai niente da dire era scomparsa. Magari questo è solo un altro cambiamento, un'altra fase della vita. Magari sono a un bivio. Guardò Faye per un lungo istante, scrutando le profondità di quegli occhi d'ambra. Poi, lentamente, scosse la testa. No. Nello stesso momento in cui lo pensava, una fredda e chiara determinazione la pervase. Non avrebbe mai preso quella strada, qualsiasi cosa fosse successa. Non sarebbe mai diventata quello che Black John quello che suo padre - voleva. Senza una parola, senza voltarsi indietro, Cassie si alzò e si allontanò da Faye. Fuori, la rissa era ancora in corso. Cassie osservò l'entrata della scuola e vide il debole sole di novembre illuminare una cascata di capelli biondi. Si diresse in quella direzione. «Diana...». «Cassie, grazie a Dio! Quando Nick ci ha detto che eri da sola nel suo ufficio...», Diana spalancò gli occhi. «Cassie, che succede?» «Devo parlarti. A casa. Possiamo andare a casa adesso?». Cassie stava stringendo forte la sua mano. Diana la fissò per un altro lungo istante, poi si scosse. «Sì, certo. Ma Nick ti verrà a cercare. È stato lui ad avere l'idea di scatenare una rissa al primo piano come diversivo; è bastato prendere una manciata di ragazzi e cominciare a tirare pugni. Hanno partecipato tutti i ragazzi, e Deborah e Laurel. Ti stanno cercando tutti adesso». Cassie non se la sentiva di affrontare nessuno, e di certo non Nick. Appena avrebbe saputo chi era veramente... chi era la ragazza che aveva stretto tra le sue braccia, che aveva baciato... «Ti prego, non puoi dire a tutti che sto bene, ma che ho bisogno di tornare a casa?». Suzan era lì vicino; Cassie la indicò con un cenno. «Non può pensarci Suzan?» «Sì, va bene. Suzan, di' a tutti che ho portato Cassie a casa. Possono smettere di prendersi a pugni ora». Diana accompagnò Cassie giù per la collina, fino al parcheggio. Prima che potessero raggiungere la macchina di Diana, però, apparve Adam correndo. «La rissa sta finendo... e io vengo con voi», disse. Cassie avrebbe voluto opporsi, ma non ne ebbe la forza. E poi, Diana avrebbe potuto aver bisogno di Adam quando le avrebbe raccontato tutta la storia. Cassie annuì e Adam entrò in macchina senza ulteriori discussioni. Andarono a casa di Diana e salirono in camera sua. «Ora, prima che mi venga un infarto, dicci cosa è successo», disse Diana. Ma non era così facile. Cassie si avvicinò alla finestra, dove la luce del sole, riflessa da dei prismi appesi, formava spicchi di arcobaleno che ondeggiavano e scivolavano sulle pareti. Si girò a guardare le stampe in bianco e nero ai lati della finestra; la collezione di dee greche di Diana. C'era l'orgogliosa Era, regale con la sua chioma di capelli corvini e i suoi occhi socchiusi e indomabili; c'era Afrodite, la dea della bellezza, con il suo morbido seno nudo; c'era l'impetuosa Artemide, la vergine cacciatrice che non temeva nulla. E poi, dall'altro lato, c'era Atena, la dea della saggezza con gli occhi grigi, e Persefone, dal viso candido ed elfico, circondata da piante fiorite. L'ultima, a colori, era la stampa di una dea più antica della stessa civiltà greca, la grande dea Diana, che di notte regnava sulla luna e le stelle. Diana, la Regina delle Streghe. «Cassie!». «Scusatemi», bisbigliò Cassie, e lentamente si girò verso la sua Diana, che non sopportava più l'attesa. Scusatemi», ripete, a voce più alta. «E solo che non so come dirvi questa cosa. Ma ora ho capito come mai sono nata così tardi rispetto a voi... cioè, in effetti, non lo so». Si fermò per un momento a riflettere. «Non so il perché. A meno che lui non sapesse fin da allora che la congrega l'avrebbe cacciato: quindi forse ha pensato che sarebbe stato meglio avere un sostituto...». Cassie ci ripensò e scosse la testa. Adam e Diana la fissavano come se fosse impazzita. «Mi sa che non mi è tutto chiaro. Ma io non sono mezza esterna, come pensavamo. Non è quello il motivo per cui mi dà la caccia; la ragione è completamente diversa. Noi pensavamo che fossimo io e Kori ad aver rovinato i suoi piani in qualche modo... oh, Dio». Cassie si fermò, si sentiva come trafitta da pezzi di vetro. I suoi occhi si riempirono di lacrime. «Credo... Dio, dev'essere così. Io lo so perché Kori è morta. E morta per colpa mia. Se lei non fosse morta, sarebbe entrata nella congrega al mio posto, e lui non voleva che ciò accadesse. Lei era quella che lui non aveva previsto. E quindi doveva liberarsene». Un'altra fitta di dolore la fece quasi piegare in due. Temeva di avere la febbre. «Siediti», stava dicendo Adam, preoccupato. Lui e Diana la aiutarono a raggiungere il letto. «No... voi ancora non sapete. Dopo forse non mi vorrete neanche più toccare con un dito!». «Cassie, per l'amor di Dio, spiegaci di cosa stai parlando. Smettila di dire cose senza senso». «Sì, sono io. Io sono la figlia di Black John». In quell'istante, se uno dei due avesse lasciato la presa o avesse fatto un passo indietro, Cassie avrebbe avuto la tentazione di buttarsi giù dalla finestra. Invece gli occhi chiari di Diana si spalancarono, le sue pupille enormi parevano senza fondo. Gli occhi di Adam erano diventati d'argento. «Me l'ha detto Faye, ed è vero». «Non è vero», disse con sicurezza Adam. «Non è vero, e io la ucciderò», disse Diana. Una cosa del genere da parte della dolce Diana... era sorprendente. Entrambi continuavano a sostenere Cassie. Diana la teneva da un lato e Adam, dall'altra parte, le avvolgeva entrambe in un caldo abbraccio. I brividi di Cassie scuotevano tutti e tre. «È vero», bisbigliò Cassie, cercando di reggersi in piedi. Doveva conservare la calma adesso; non poteva più perdere il controllo. «Questo spiega tutto. Spiega perché l'ho sognato... lui e la sua barca che affondava. Siamo... legati, in qualche modo. Questo spiega perché continua a seguirmi, come quando lo abbiamo invocato a Halloween, e l'altra notte sulla spiaggia. Vuole che io lo raggiunga. E Faye è innamorata di lui. Proprio come lo era mia madre». Cassie rabbrividì. Adam e Diana non smettevano di stringerla. E non batterono ciglio quando lei li guardò in faccia. «Questo spiega anche cosa è successo a mia madre», disse Cassie con voce rauca. «Perché lui è venuto a casa nostra la notte in cui ritornò, quando lo abbiamo fatto uscire dalla tomba. E tornato per vederla... è per questo che lei è in quello stato ora. Oh, Diana, devo andare da lei». «Fra un minuto», disse Diana, la voce soffocata dalle lacrime. «Fra un momento». Cassie stava pensando. Era ovvio che sua madre fosse scappata da New Salem, e anche che nel profondo dei suoi occhi ci fosse sempre stato un terrore impotente in agguato. Come puoi non essere terrorizzata quando scopri che l'uomo che amavi è una creatura da incubo? Quando devi scappare per partorire il suo bambino in un posto in cui nessuno possa mai scoprire la verità? Ma lei era stata abbastanza coraggiosa da tornare, e portare Cassie con sé. E ora toccava a lei essere coraggiosa. Non c'è nulla di spaventoso nel buio se hai il coraggio di affrontarlo. Cassie non sapeva come avrebbe affrontato quella cosa, ma doveva riuscirci in qualche modo. «Sto bene ora», bisbigliò. «E voglio vedere mia madre». Diana e Adam si scambiavano lunghe occhiate senza farsi vedere. «Veniamo con te», disse Diana. «Non entreremo nella stanza se non vorrai, ma ti porteremo lì». Cassie li fissò: gli occhi di Diana, scuri come smeraldi adesso, ma pieni di amore e comprensione; e Adam, il suo viso delicato, la sua espressione calma e tranquilla. Strinse le loro mani. «Grazie», disse. «Grazie a tutti e due». La prozia Constance aprì la porta. Sembrava sorpresa di vederli e un po' confusa, e la sua reazione colse Cassie alla sprovvista. Non avrebbe mai pensato che la zia di Melanie potesse sorprendersi per qualcosa. Ma mentre Cassie stava per entrare nella stanza degli ospiti, incrociò nonna Quincey e la vecchia signora Franklin che uscivano. Cassie guardò la fragile nonna di Laurel, poi la paffuta, disordinata nonna di Adam, e infine zia Constance. «Stavamo... provando un paio di cose per vedere se potevamo aiutare tua madre», disse zia Constance, con l'aria un po' imbarazzata. Tossì. «Vecchi rimedi», ammise. «Possono essere efficaci a volte. Saremo nel salottino se avrai bisogno di qualcosa». Chiuse la porta. Cassie si girò verso la donna che giaceva tra le lenzuola inamidate di zia Constance. Si avvicinò e si inginocchiò a un lato del letto. Il viso di sua madre era pallido come le lenzuola. Ogni cosa in lei era bianca e nera: viso bianco, capelli neri, ciglia nere che formavano delle mezze lune sulle guance. Cassie strinse la sua mano fredda e solo a quel punto si rese conto che non aveva la più pallida idea di cosa doveva dire. «Mamma?» disse, e poi: «Mamma? Riesci a sentirmi?». Nessuna risposta. Neanche il minimo movimento. «Mamma», disse Cassie, facendo appello a tutta la sua forza di volontà. «Lo so che sei malata, e so che hai paura, ma c'è una cosa che non devi più temere. Conosco la verità. So tutto su mio padre». Cassie aspettò un attimo, e le parve che le lenzuola sul petto di sua madre si sollevassero e si abbassassero un po' più velocemente. «So tutto», disse. «E... se hai paura che io possa avercela con te per qualsiasi motivo, stai pure tranquilla. Ti capisco. Ho visto cosa è in grado di fare alle persone. Ho visto quello che ha fatto a Faye, e lei è più forte di te». Cassie stringeva quella mano fredda così forte che aveva quasi paura di farle male. Si fermò e deglutì. «In ogni caso, volevo dirti che so tutto. Questa storia finirà presto, farò in modo che non ti faccia più del male. In qualche modo lo fermerò. Non so come, ma ci riuscirò. Te lo prometto, mamma». Si rialzò, sempre stringendo quella mano morbida e debole e sussurro: «Se la tua è solo paura, mamma, torna adesso. È più semplice che fuggire, davvero. Le cose, quando le affronti, non sono così difficili». Cassie aspettò ancora. Ora si rendeva conto che nel suo animo aveva davvero covato qualche flebile speranza, perché adesso più passavano i secondi, più il suo cuore sprofondava nella delusione. Solo un piccolo segno, non era chiedere molto, no? Ma non ci fu nessun segnale. Per la centesima volta quel giorno, gli occhi di Cassie si riempirono di lacrime. «Ok, mamma», sussurrò, e si chinò per baciarle la guancia. Mentre lo faceva, notò un filo sottile di un qualche strano materiale intorno al collo della madre. Lo tirò, e dallo scollo della camicia da notte emersero tre piccole pietre brune e dorate, legate allo spago. Cassie rimise la collanina a posto, attese un altro secondo, e poi se ne andò. Mentre chiudeva la porta si chiese se sarebbe stata in grado di sopportare la morte di sua madre dopo quella della nonna. Non pensava di potercela fare. Ma stava cominciando a capire che forse avrebbe dovuto. Nel salotto, Adam e Diana stavano bevendo tè con le altre donne. «Chi ha messo quei cristalli intorno al collo di mia madre? E cosa sono?». Le anziane si guardarono l'un l'altra. Fu Constance a rispondere. «Sono stata io», disse. Si schiarì la voce. «Sono occhi di tigre. Tengono lontani i brutti sogni... o almeno è quello che mi ha sempre detto mia nonna». Cassie provò a sorridere. «Oh, grazie». Forse l'affinità di Melanie con i minerali era una cosa di famiglia. Non provò neanche a dire a zia Constance cosa avrebbe potuto fare Black John a quelle pietre se solo avesse voluto. «I brutti sogni sono un tormento», disse la vecchia signora Franklin mentre Adam e Diana si alzavano per andarsene. «Certo, i bei sogni sono tutta un'altra cosa». Cassie guardò la nonna di Adam, i cui capelli grigi, già spettinati, ricadevano in ciocche disordinate mentre sgranocchiava un biscotto dopo l'altro. Cassie non aveva mai conosciuto una persona che mangiasse così tanto, a parte Suzan. Ma la signora Franklin aveva dei segreti che non si potevano immaginare a prima vista. «Sogni?», disse Cassie. «Bei sogni», approvò la nonna di Adam. «Per i bei sogni bisogna dormire con una pietra di luna». Cassie ci pensò per tutto il tragitto fino a casa. Lei e Diana cenarono in fretta, da sole, perché il padre di Diana era ancora allo studio legale. Adam era andato a parlare con il resto del circolo. «Non posso dirlo a loro», aveva detto Cassie. «Non stasera... domani, forse». «Non c'è motivo per cui tu debba farlo», le aveva risposto Adam, con voce quasi severa. «Hai già sofferto abbastanza. Glielo dirò io... e farò in modo che capiscano. Non preoccuparti, Cassie. Ti staranno tutti vicino». Cassie non riusciva a non preoccuparsi. Ma cercò di accantonare quel timore, perché aveva altre cose a cui pensare. Aveva fatto una promessa a sua madre. Era sdraiata sul letto a leggere il Libro delle ombre della nonna. Il suo libro delle ombre. Stava cercando informazioni su cristalli e sogni. Ed ecco cosa aveva trovato: Per provocare sogni. Metti una pietra di luna sotto il cuscino e per tutta la notte avrai sogni belli e piacevoli che potranno giovarti. Ma trovò anche un passaggio sui cristalli in generale. I cristalli grandi erano meglio dei piccoli; ok, questo lo sapeva già. Melanie l'aveva detto, e Black John oggi l'aveva dimostrato senza ombra di dubbio. Mise giù il libro e andò alla scrivania di Diana. C'era un astuccio di velluto bianco, con una striscia di seta azzurro cielo. Diana aveva dato già da tempo a Cassie il permesso di aprirlo. Cassie portò l'astuccio sul letto e ne rovesciò il contenuto su un risvolto del lenzuolo. Sullo sfondo bianco, le pietre formavano una specie di caleidoscopio. Agata blue lace... Cassie prese il pezzo triangolare e liscio e se lo strofinò sulla guancia. Vide un citrino giallo chiaro... la pietra di Deborah, ottima per accumulare energia. E poi c'era una corniola arancione torbido che una volta Suzan aveva usato per dare forza all'intera squadra di football. C'erano una giada verde traslucida che Melanie usava per riflettere con calma, e un'ametista viola... la pietra di Laurel, la sua pietra del cuore, aveva detto Black John. Ce n'erano anche altre, a dozzine: un'ambra, leggera come la plastica; un diaspro sanguigno verde scuro con chiazze rosse; un granato color vino; un peridoto verde pallido che Diana aveva usato per trovare le tracce dell'energia oscura. Le dita di Cassie passarono in rassegna il tintinnante tesoro finché non trovò una pietra di luna. Era traslucida, con un luccichio azzurro - argentato. La mise sul comodino di fianco al letto. Diana entrò nella stanza - si era appena fatta un bagno caldo - e vide Cassie che rimetteva le pietre nell'astuccio. «Trovato niente nel tuo Libro delle ombre?», chiese. «Niente di particolare», disse Cassie. Non voleva spiegare a nessuno quello che stava facendo, neanche a Diana. Lo avrebbe fatto dopo, se avesse funzionato. «Sto cominciando a pensare che mia nonna non volesse dirmi che nel libro avrei trovato qualcosa su Black John», aggiunse. «Forse voleva solo che diventassi una brava strega, una strega preparata. Magari pensava che in questo modo sarei stata abbastanza abile da batterlo». Diana si mise a letto e spense la luce. La luna non c'era; la finestra era buia. C'era un'atmosfera di quiete, in qualche modo, con loro due a letto... sembrava una serata tra amiche. Cassie si ricordò dei vecchi tempi, quando lei e Diana avevano deciso di diventare sorelle adottive. «Dobbiamo trovare un modo per ucciderlo», disse. Una serata tra amiche con propositi sinistri e sanguinari. Diana rimase in silenzio per un momento e poi disse con voce calma: «Ok, per ora conosciamo due cose che non lo uccidono: Acqua e Fuoco. E affogato la prima volta che la barca affondò, ed è stato bruciato vivo la seconda volta, quando i nostri genitori diedero fuoco alla casa. Ma non è rimasto tra i morti nessuna delle due volte». Cassie le fu grata per aver detto "i nostri genitori". Sua madre non aveva provato a dare fuoco a nessuno, ne era certa. «Ha detto che il suo spirito non ha bisogno di restare nel corpo», disse. «Credo riesca a dirigerlo in posti diversi. Forse, quando è morto, ha semplicemente mandato il suo spirito altrove». «Per esempio nel teschio di cristallo», disse Diana. «Ed è stato lì f i n ché non l'abbiamo riunito al suo corpo. Sì, ma cosa possiamo usare contro di lui?» «Terra... o Aria», rifletté Cassie. «Anche se non capisco come l'Aria possa uccidere una persona». «Neanche io. Terra può significare cristalli... ma non abbiamo cristalli abbastanza grandi». «No», disse Cassie. «A quanto pare, o Strumenti Supremi o niente. Dobbiamo trovarli». Si accorse che Diana annuiva nel buio. «Ma come?». Cassie si allungò per prendere la pietra di luna. Se la mise sotto il cuscino. Magari non è importante la grandezza delle pietre, ma il modo in cui le usi, pensò. «Buona notte, Diana», disse, e chiuse gli occhi. CAPITOLO 11 Fin dall'inizio, quel sogno era stato più chiaro degli altri. Oppure era Cassie che era più lucida; più calma, più cosciente di ciò che stava succedendo. Dell'acqua salata la schiaffeggiò in volto, e ne bevve un po'. Faceva così freddo che non sentiva più le mani e i piedi. Stava andando giù. Stava per affogare... ma senza morire. Con la volontà che le restava mandò il suo spirito in un posto pronto ad accoglierlo... nel teschio sull'isola. Una parte del suo potere era già stata lasciata nel teschio; ora lei stessa l'avrebbe raggiunta. E un giorno, quando sarebbe arrivato il momento opportuno, quando il suo corpo si sarebbe diluito nell'acqua del mare e avrebbe lambito le rive dell'isola, sarebbe rinata. Bei sogni, io volevo dei bei sogni, pensò freneticamente Cassie mentre l'acqua si richiudeva sopra la sua testa. Poi il sogno cambiò... Fu accecata dalla luce del sole. «Tu e Kate potete andare a giocare in giardino», disse una voce gentile. Sì. Ce l'aveva fatta. Era arrivata. Il giardino era sul retro. Cassie si girò verso la porta di servizio. «Jacinth! Non dimentichi nulla?». Cassie si fermò, confusa. Non ne aveva idea. La donna alta con l'abito da puritana stava guardando il pavimento. Lì, sulle assi di pino lucidate, c'era il Libro delle ombre con la copertina di pelle rossa. Ora r¡cordava; le era caduto dalle ginocchia mentre si alzava. «Mi dispiace, madre». Quella parola le uscì dalle labbra in un modo così naturale... E i suoi occhi ora vedevano perfettamente la scena, ma non sapeva proprio dove avrebbe dovuto riporre il libro. In qualche posto speciale... ma dove? Poi vide il mattone allentato de! camino. «Molto meglio così», disse la donna alta, mentre Cassie faceva scivolare il libro nel buco e lo tappava con il mattone. «Ricordati sempre, Jacinth: non dobbiamo mai abbassare la guardia. Neanche a New Salem, dove tutti i nostri vicini sono come noi. Ora corri in giardino». Kate stava già uscendo dalla porta. Alla luce del sole, Cassie notò che i suoi capelli erano dello stesso colore di quelli di Diana: non proprio dorati, ma di un colore più pallido che sembrava luce pura. Anche gli occhi di Kate erano dorati, come la luce del sole. Era in tutto e per tutto una ragazza d'oro. «Cielo e mare, allontanate il male», rise e fece una piroetta, guardando oltre i cespugli delle erbe, verso il blu infinito dell'oceano oltre la scogliera. Non c'erano mura a quel tempo... non erano state ancora costruite. Poi si sporse in avanti per raccogliere una cosa. «Odora un po' questa lavanda», disse, porgendone un mazzetto a Cassie. «Non è fantastica?». Ma Cassie era ancora ferma sulla porta. Altre due persone erano entrate in cucina; la madre e il padre di Kate, immaginò. Stavano parlando a voce bassa, in tono concitato. «...la notizia è appena arrivata. La barca è affondata», stava dicendo l'uomo. La madre di Jacinth proruppe in un'esclamazione di gioia e sorpresa. «Quindi è morto!». L'uomo scosse la testa, ma Cassie non sentì le parole che seguirono, Aveva paura che la scoprissero a origliare e la mandassero via. «...il teschio...», sentì, e «...non si sa mai... tornare...». «E questo gelsomino», canticchiava Kate. «Non è meraviglioso?», Cassie avrebbe voluto ordinarle di tacere. Poi sentì delle parole che le fecero venire la pelle d'oca, nonostante la bella giornata e il caldo. «.. .nasconderli», stava dicendo la madre di Kate. «Ma dove?». Quello era il punto. Dove, dove? Se i sogni avevano un qualche significato, era proprio quello. Doveva sapere dove. Kate stava cercando di stringerla alla vita, voleva farle odorare il gelsomino, ma Cassie le afferrò il braccio per farla stare ferma e cercò di non perdersi neppure una parola. Gli adulti stavano discutendo sommessamente: alle orecchie di Cassie giungevano esclamazioni di paura e disaccordo. «Non potremmo. ..?», «No, non lì...», «E allora dove?», «Oh, cielo, il pane sta bruciando!». E poi, risate sommesse. «Certo! Avremmo dovuto pensarci prima». Dove? Evitando Kate, Cassie si allungò per sbirciare in cucina. «Jacinth, che ti succede?», urlò Kate. «Non mi stai ascoltando. Jacinth, guardami!». Cassie fissò disperatamente la cucina scura. Era troppo buio. Il sogno stava svanendo. No. Doveva resistere. Aggrapparsi al sogno, vederne la fine. Nonna, aiutami, pensò. Aiutami a capire... «Jacinth!». Sempre più buio... Lunghe gonne che frusciavano, allontanandosi. Poteva intravedere qualcosa... «Il vecchio nascondiglio», disse la madre di Jacinth con voce soddisfatta. «Finché non torneranno a essere utili». L'oscurità si impadronì di Cassie. Si svegliò confusa. All'inizio, non riusciva a ricordare neanche cosa stesse cercando nel sogno. Però ricordava di aver sognato. Chi era Jacinth? Un'antenata? Una delle sue bis-bis-bisbis-bisnonne, forse. E Kate? Poi ricordo il suo scopo. Gli Strumenti Supremi. I membri della prima congrega li avevano nascosti, perché sapevano che Black John sarebbe potuto tornare. Cassie era entrata in quel sogno per scoprire il nascondiglio, e c'era riuscita. Si chiese come mai Black John avesse inseguito lei e la nonna, la notte in cui era stato liberato. Non solo per il Libro delle ombre; non solo perché in passato aveva conosciuto sua madre e sua nonna. Voleva qualcos'altro da sua nonna. Voleva gli Strumenti Supremi. Ma sua nonna non sapeva dove fossero. Cassie era certa che se lo avesse saputo l'avrebbe detto a lei. Tutto ciò che sua nonna sapeva era che la trisavola di Cassie le aveva detto che un camino era un buon posto per nascondere le cose. E ora, grazie al sogno, Cassie sapeva che il mattone allentato era stato usato come nascondiglio già all'epoca di Jacinth. Ma lì c'era solo un mattone allentato, e dietro non c'era altro che il Libro delle ombre. Cassie lo sapeva, e sapeva che la congrega delle origini aveva cercato una soluzione a lungo termine, un posto per conservare gli Strumenti Supremi "finché non fossero tornati a essere utili" per una generazione futura. Non un semplice mattone allentato, perciò. Cassie pensò allo sguardo furtivo che aveva gettato tra le lunghe gonne nell'ultimo secondo del suo sogno. Il camino aveva una forma diversa da quella attuale. Cassie rimase sdraiata per qualche momento nel buio vellutato. Poi si rigirò e diede un colpetto a Diana, sulla spalla. «Diana, svegliati. So dove sono gli Strumenti Supremi». Svegliarono Adam lanciandogli dei sassolini sulla finestra. Tutti e tre andarono al civico dodici armati di piccone, mazza ferrata, martelli e cacciaviti, un palanchino, e Raj. Il pastore tedesco trottava felice di fianco a Cassie, come se una spedizione nel cuore della notte fosse tutto quello che voleva dalla vita. La luna calante era alta nel cielo sopra di loro quando arrivarono alla casa della nonna di Cassie. Dentro faceva perfino più freddo di fuori, e c'era una quiete che soffocò l'entusiasmo di Cassie. «Lì», bisbigliò, indicando il lato sinistro del focolare, dove erano stati aggiunti dei mattoni rispetto all'epoca del suo sogno. «Lì devono aver aggiunto dei mattoni». «E un vero peccato che non abbiamo un martello pneumatico», disse allegro Adam, prendendo in mano il palanchino. Il freddo e il silenzio non lo preoccupavano, e nella luce pallida e artificiale della cucina i suoi capelli avevano lo stesso colore dei granati nell'astuccio di Diana. Raj si accucciò vicino a Cassie, con la coda nera e marrone che sbatteva sul pavimento. Quando li guardò Cassie si sentì un po' meglio. Ci volle un bel po'. Cassie si sbucciò le nocche per scalfire la vecchia malta usando il cacciavite a mo' di scalpello. Ma alla fine, man mano che venivano smossi, i mattoni cominciarono a cadere sulla cenere fredda del focolare. Erano tutti di colori diversi; alcuni rossi, alcuni arancione, alcuni tendevano al viola scuro. «C'è decisamente qualcosa qui dentro», disse Adam, allungando la mano nel buco. «Ma dovremmo togliere qualche altro mattone per tirarla fuori... Ecco!». Ricominciò a frugare, poi guardò Cassie. «Vuoi fare tu gli onori di casa? Tranquilla, non c'è niente di vivo lì dentro». Cassie, che non voleva certo sfiorare uno scarafaggio di trecento anni, gli fece un cenno di gratitudine. Mise la mano nel buco e sentì qualcosa di liscio e fresco. Era così pesante che per tirarlo fuori fu costretta a usare anche l'altra mano. «Una scatola porta documenti», bisbigliò Diana mentre Cassie l'appoggiava sul pavimento davanti al camino. A Cassie sembrava uno scrigno, un piccolo forziere di pelle e ottone. «Nel Seicento la gente li usava per conservare documenti importanti», continuò Diana. «Le carte di Black John le abbiamo trovate dentro un contenitore come questo. Su, Cassie, aprilo». Cassie la guardò, poi osservò Adam, appoggiato al piccone, con la faccia piena di fuliggine. Aprì la scatola, con le mani che tremavano. E se si fosse sbagliata? E se lì dentro non ci fossero stati gli Strumenti i Supremi, ma solo vecchi documenti? E se... Nella scatola, apparentemente nuovi e intatti come se fossero stati sepolti il giorno prima, c'erano un diadema, un braccialetto e una giarrettiera. «Oh», sospirò Diana. Cassie sapeva che il diadema che il circolo aveva sempre usato era d'argento. Anche quello nella scatola era d'argento, ma sembrava più morbido; più elaborato e ricco, e più lucente. Il diadema e il braccialetto sembravano artigianali; non era possibile che fossero stati creati da delle macchine. Ogni iscrizione del braccialetto, ogni singola curva del cerchietto del diadema: tutto era frutto della mano di un artista. La pelle della giarrettiera era morbida, e invece di una sola fibbia d'argento ne aveva sette. Cassie ne avvertì il peso, la concretezza. Senza dire niente, Diana allungò una mano per seguire con il dito la mezzaluna del diadema. «Gli Strumenti Supremi», disse piano Adam. «Dopo tutte queste ricerche, li avevamo proprio sotto il naso». «Quanto potere», sussurrò Diana. «E io che me ne resto qui seduta, così tranquilla. Pensavo che mi avrebbero provocato un bello shock...». Si bloccò e guardò Cassie. «Ma tu non avevi detto che era difficile dormire qui?» «Cigolii e scricchiolii per tutta la notte», disse Cassie, e poi incontrò gli occhi di Diana. «Ah, vuoi dire che... pensi...». «Non credo che fosse la casa che si stava assestando», disse Diana laconica. «Strumenti potenti come questi possono provocare un sacco di eventi strani». Cassie chiuse gli occhi, delusa da se stessa. «Come ho potuto essere così stupida? Era così semplice. Avrei dovuto intuirlo...». «Tutto è semplice col senno di poi», disse Adam seccamente. «Nessuno immaginava dove potessero essere gli Strumenti, neanche Black John. E adesso che ci penso, credo che faremmo meglio a non dire niente a Faye». Le due ragazze lo guardarono, poi Diana annuì lentamente. «E stata lei a dire a Black John dell'ametista. Ho paura che tu abbia ragione; non possiamo fidarci». «Credo che non dovremmo dirlo a nessuno», disse Cassie. «Non ancora, almeno. Fino a quando non avremo deciso cosa fare. Meno persone sapranno di questa cosa, più saremo sicuri». «Hai ragione», concordò Adam. Cominciò a rimettere i mattoni nel camino. «Se lasciamo tutto più o meno come prima, e troviamo un buon posto in cui nascondere la scatola fino a domattina, nessuno saprà mai che li abbiamo trovati». «Qui». Cassie lasciò cadere la giarrettiera nello scrigno e lo mise in mano a Diana. «Faye ha gli altri; questi sono tuoi». «Appartengono alla leader della congrega...». «La leader della congrega è una stupida», disse Cassie. «Questi sono tuoi, Diana. Io li ho trovati e io decido». Adam lasciò stare per un attimo i mattoni, e tutti e tre si guardarono nella luce della cucina, fredda e silenziosa. Erano tutti sporchi; perfino sugli stupendi zigomi di Diana c'erano degli sbaffi grigi. Cassie era ancora distrutta e sofferente per tutto quello che aveva dovuto sopportare quel giorno, uno dei più lunghi e terribili della sua vita. Ma in quel momento sentì un calore e una vicinanza emotiva che spazzarono via il dolore e la fatica. Erano... legati, tutti e tre. Erano ognuno parte dell'altro. E quella notte avevano vinto. Avevano trionfato. Se Diana non ci avesse perdonato, dove saremmo ora?, si chiese Cassie, tornando a fissare il focolare. Sono contenta che sia tu la persona al fianco di Adam; lo sono davvero, pensò. Rialzando rapidamente lo sguardo, vide che Diana aveva le lacrime agli occhi, come se sapesse quello che Cassie stava pensando. «Ok. Li accetto per ora... finché non sarà il momento di usarli», disse Diana. «Io ho fatto», disse Adam. Raccolsero gli attrezzi e uscirono. Mentre tornavano verso casa di Adam videro una sagoma sul ciglio della strada. «Black John», sibilò Cassie, irrigidendosi. «Non credo», disse Adam, accostando. «Troppo piccolo. Infatti, mi sa che è Sean». Era Sean. Indossava i jeans e la maglia del pigiama e sembrava molto assonnato. «Che sta succedendo?», disse, con i piccoli occhi neri che fiammeggiavano sotto le palpebre pesanti. «Ho visto una luce a casa di Cassie, e poi ho visto un'auto uscire dal vialetto... pensavo che fosse Black John». «Sei stato coraggioso a venire da solo», disse Cassie, ricordando il suo proposito di essere più carina con Sean, e scacciando una fugace sensazione di disagio. Diana e Adam si stavano consultando con gli occhi, senza parlare, e Sean spostò lo sguardo dalle loro facce sporche agli attrezzi nella jeep, finendo poi per posarlo sul rigonfiamento sotto la giacca di Adam. «Credo che dovremmo dirglielo», bisbigliò Diana. Cassie esitava - avevano deciso di non dirlo a nessuno - ma sembrava che non avessero scelta. Annuì lentamente, riluttante. Cosi Sean salì sul sedile di dietro e giurò di mantenere il segreto. Era eccitatissimo per gli Strumenti Supremi, ma Adam non volle farglieli toccare. «Stiamo andando a cercare un posto in cui nasconderli», disse Adam. «Farai meglio a tornare a letto; ci vediamo domani». «Va bene», Sean scese dall'auto. Cominciò a chiudere la portiera, poi si fermò, guardando Cassie. «Ehm, senti... a proposito di tutte quelle cose su Black John, sul fatto che è tuo padre. Insomma, ti volevo dire che per me non c'è problema. Cioè, dovresti vedere mio padre. Tutto qua». Sbatté la porta e sgusciò via. Cassie si sentì un groppo in gola, le lacrime le pungevano gli occhi. Aveva dimenticato che Adam l'aveva già detto a tutti; il giorno dopo avrebbe dovuto affrontare il resto del circolo. Ma per ora Sean l'aveva fatta sentire al sicuro, ben accetta. Devo davvero cercare di essere più carina con lui in futuro, pensò. Nascosero gli strumenti nella cantina di Adam. «Fino a quando non li useremo, nessuno deve essere in grado di ritrovarli», disse Diana. «L'abbiamo deciso io e Melanie. Sono pericolosi, Adam. E troppo rischioso tenerli». Lo fissò, terribilmente seria. «E allora lasciate che qualcun altro si assuma qualche piccolo rischio», disse lui dolcemente. «Per una volta». Cassie si mise a letto per la seconda volta quella notte, stanca ma trionfante. Rimise la pietra di luna sul cassettone; ne aveva abbastanza di sogni. Si chiedeva se avrebbe mai rivisto Kate. «Non mi interessa neanche se suo padre è Adolf Hitler». La voce di Deborah, penetrante come al solito, risuonò distintamente dal piano terra. Cassie era in piedi sulla porta della camera di Diana, appoggiata allo stipite. «Che c'entra questo con Cassie?» «Lo sappiamo, Deborah, ce la fai a stare un po' zitta?». Questa era Melanie, con un tono molto più dolce, ma ancora perfettamente udibile. «Ma perché non saliamo a prenderla e basta?», disse Doug, pragmatico, e Chris aggiunse: «Io non credo che scenderà mai». «Probabilmente è spaventata a morte da tutti voi», li rimproveri! Laurel, che sembrava un capo scout alle prese con un manipolo di lupetti ribelli. «Suzan, quei muffin sono per lei». «Sei sicura che siano di crusca d'avena? Sanno di polvere», disse Suzan senza scomporsi. «Prima o poi dovrai scendere», disse Diana, alle spalle di Cassie. Cassie annuì, accostando brevemente la fronte contro il muro fresco vicino alla porta. L'unica voce che non aveva sentito apparteneva al ragazzo che la preoccupava di più... Nick. Si fece forza, prese lo zaino, e si diede una mossa. Ora so che significa camminare di fronte a un plotone di esecuzione, pensò. Tutto il circolo - tranne Faye - era riunito ai piedi delle scale, tutti guardavano in alto, in attesa. Improvvisamente, Cassie si sentì una sposa che scende la scalinata il giorno del suo matrimonio, più che una prigioniera. Era contenta di indossare jeans puliti e il maglione di cachemire che Diana le aveva prestato, decorato da morbide fasce azzurre e violetto. «Ciao, Cassie», disse Chris. «Ho saputo che... ahiaaaaa». Barcollò di lato per il calcio di Laurel. «Tieni, Cassie», disse dolcemente Laurel. «Prendi un muffin». «Non farlo», le sussurrò Suzan all'orecchio. «Io ho raccolto questi per te», disse Doug mettendole bruscamente in mano una manciata di fogliame umidiccio. Fissò il mazzo con aria dubbiosa. «Credo siano margherite. Avevano un aspetto migliore prima di morire». «Ti va se ti porto a scuola in moto?», le chiese Deborah. «No, non le va di andare a scuola sulla tua moto. Viene con me». Nick, che era rimasto seduto sulla panca di legno nell'ingresso, si alzò in piedi. Poco prima Cassie aveva avuto paura di guardarlo in faccia, ma ora non poteva farne a meno. Sembrava freddo, imperturbabile come sempre, ma nel profondo dei suoi occhi color mogano c'era un calore che era solo per lei. Le prese lo zaino, e per un attimo le sue dita forti e abili si strinsero sulla sua mano. In quel momento Cassie capì che sarebbe andato tutto bene. Guardò i membri del club. «Ragazzi... io non so che dire. Grazie». fissò Adam, che aveva fatto in modo che tutti capissero come stavano le cose. «Grazie». Lui alzò le spalle, e solo qualcuno che lo conosceva molto bene avrebbe potuto notare la smorfia di dolore che appesantiva il suo sorriso. I suoi occhi erano neri come nuvole tempestose, traboccanti di emozioni represse. «Nessun problema», disse, mentre Nick la accompagnava verso la porta. Poi Cassie guardò Doug. «Che hai fatto in faccia?» «Tranquilla, è sempre stato così brutto», la rassicurò Chris. «E stata la rissa», disse Doug, toccandosi l'occhio nero con una punta di orgoglio. «Ma dovresti vedere gli altri cinquanta ragazzi», le urlò dietro. «Siamo nei guai per la rissa?», chiese Cassie a Nick una volta fuori. «No... non sanno chi ha cominciato. Dovrebbero punire tutta la scuola». Cosa che, in effetti, il preside fece. La partita di football del giorno del Ringraziamento fu cancellata, e tra gli studenti ci fu un bel po' di malumore. Cassie pregò che nessuno capisse a chi sarebbe dovuto essere rivolto quel malumore. «Ce la facciamo a mantenere calma la situazione fino alle vacanze della settimana prossima?», chiese Diana a pranzo. Cassie e Adam erano gli unici a sapere il vero motivo di quella richiesta - avevano bisogno di un po' di tempo per decidere qual era il modo migliore per usare gli Strumenti Supremi - ma gli altri decisero di provarci. Nessuno, tranne Doug e Deborah, cercava altre risse, al momento. «Anche così, comunque, temo che ci starà alle costole in ogni caso. Potrebbe farci arrestare dai sorveglianti in qualunque momento», disse poi Cassie a Diana. Non andò così. Una strana tregua, una specie di insolita tranquillità avvolse la scuola di New Salem. Come se tutti fossero in attesa di qualcosa, ma nessuno sapesse davvero cosa. «Non andare da sola», disse Diana. «Aspetta un minuto, vengo con te». «Ma so benissimo dov'è il libro», disse Cassie. «E non voglio restare in casa un minuto di più». Da tempo voleva prestare a Diana La morte di Artù. Era uno dei suoi libri preferiti, e sua nonna aveva una bellissima edizione del 1906. «E già che ci sono, posso prendere della salvia essiccata per il ripieno», disse. «No, non farlo. Non fare niente che non sia indispensabile. Cerca «di sbrigarti», disse Diana, spostandosi un ciuffo di capelli bagnati dalla fronte con il dorso della mano unta. Erano reduci da un tremendo ma interessante tentativo di farcire un tacchino per il giorno del Ringraziamento. «Ok». Cassie andò al civico dodici. Erano in ritardo con il tacchino; il sole era basso nel cielo. Entro ed esco, si disse Cassie mentre si fiondava verso la porta. Trovò il libro su un ripiano della libreria e se lo mise sotto il braccio. Si sentiva abbastanza tranquilla... in quella settimana non era successo nulla di particolare. Due giorni prima, il 24, il circolo aveva celebrato il compleanno di Suzan senza problemi. «Vedi, te l'avevo detto», borbottò mentre usciva dalla casa, come se stesse discutendo con Diana. «Niente di cui preoccupar...». Vide la macchina, una BMW grigia, ferma vicino alla Rabbit bianca della nonna. Nel giro di un secondo, era già pronta a reagire, a rientrare di scatto in casa, ma non ne ebbe la possibilità. Una mano ruvida le tappò la bocca e la trascinò via. CAPITOLO 12 «Via da qui prima che qualcuno ci veda», disse secca la voce. Cassie sentiva l'odore acre del sudore. Jordan, pensò. Quello con la pistola. Quello del Club delle armi. L'altro era Logan, il campione di arte retorica del MIT, più piccolo di Jordan... o era più grande? Cassie non era mai stata in grado di distinguere i fratelli di Portia, anche quando Portia le parlava sempre di loro, giù a Cape Cod. I suoi pensieri scorrevano calmi e sereni. La portarono in macchina fuori da New Salem, tenendola schiacciata sul sedile di dietro per tutto il tempo. Jordan le teneva i piedi sul corpo e le puntava qualcosa di freddo e duro dietro la testa. Come se fosse un pericoloso criminale o qualcosa del genere, pensò Cassie. Oh cielo. Ma di cosa hanno paura? Pensano che sia capace di trasformarli in rospi? Gli altri due piedi sulla sua schiena erano femminili. Portia, immaginò Cassie. No, Sally. Portia era troppo aristocratica per calpestare la gente. Cassie sentì il rumore sordo delle gomme che attraversavano il ponle verso la terraferma. Subito dopo ci furono un sacco di curve, e poi un lungo tratto su una strada dissestata. Quando infine si fermarono, si sentiva solo un profondo silenzio. Erano nel bel mezzo di una foresta. Betulle, faggi e querce, gli alberi originari del Massachusetts, tutt'intorno a loro. Fecero scendere Cassie dall'auto, e poi i ragazzi la scortarono in mezzo agli alberi. Cassie poteva sentire i passi leggeri della ragazza dietro di loro. Camminarono a lungo, sempre più lontani dalla strada e da ogni accenno di civiltà. Quando raggiunsero una radura stava già calando il buio. Qualcuno era già stato lì. La torcia di Logan illuminò i resti di un fuoco da campo, e delle corde che pendevano da un albero. Portia e Sally - Cassie aveva ragione, era davvero Sally - accesero un fuoco, mente i ragazzi legavano Cassie all'albero. Usarono più corda del necessario, o almeno così parve a Cassie. E quel fuoco non le piaceva per niente. «Perché state facendo questo?», chiese a Logan che si stava allontanando. Quando riuscì a vederne le facce, riuscì a capire quale dei due era Jordan. Quello con gli occhi da squalo. «Perché sei una strega», disse Logan sbrigativo. «E questo vi sembra un motivo?». Portia si fece avanti. «Tu hai mentito», disse con tono accusatorio. «Sul ragazzo in spiaggia, su tutto. Per tutto il tempo anche tu sei stata una strega». «Non lo ero allora», disse Cassie, cercando di mantenere un tono calmo e saldo. «Lo sono adesso». «Allora lo ammetti. Bene, adesso ti faremo quello che avremmo dovuto farti allora». La paura colpì lo stomaco di Cassie come un pugno, e lei guardò di nuovo il fuoco. Jordan ci stava mettendo qualcosa, un oggetto lungo e di metallo. Sono nei guai, si rese conto Cassie. Sono davvero in guai molto seri. Aveva bisogno di aiuto. Lo sapeva, e sapeva anche qual era l'unico modo per ottenerlo. Poteva solo usare il suo potere. Forza, si disse, fai quello che hai già fatto quando dovevi chiamare Sean. Pronta, calma... ora. Adam, provò a chiamare con la mente. Adam, sono Cassie. Sono nei guai. Avrebbe voluto avere la rosa di calcedonio; Adam le aveva detto che l'avrebbe aiutata a restare in contatto con lui. Ma la rosa di calcedonio era di Diana. Non pensarci adesso. Pensa a Adam. Devi fare in modo che Adam ti senta. Adam, chiamò di nuovo, mettendoci tutta la sua forza. Stranamente, la sua abilità di fare forza con la mente, di trasferire in qualche modo il suo potere all'esterno, non sembrava diminuire con l'uso. Al contrario, era come un muscolo: con l'esercizio diventava più forte. Adam, chiamò ancora, sforzandosi di elaborare un messaggio semplice e chiaro: Sono Cassie. Ho bisogno di aiuto. Lui verrà, si disse. In qualche modo troverà questo posto; se riesco a stare calma e ad aspettare, verrà. Era il pensiero di cosa poteva succedere prima dell'arrivo di Adam che le gelava il sangue nelle vene. Bloccata in un posto dimenticato da Dio, con quattro cacciatori di streghe. E il silenzio la stava facendo innervosire. «Dovete spiegarmi perché lo fate», disse lentamente, rivolgendosi a Logan e Sally, perché non credeva che Jordan o Portia le avrebbero risposto, «è il minimo. Mi avete portata fin qui, e ho almeno il diritto di sapere perché odiate le streghe così tanto. Perché io proprio non lo capisco». «Ma sei pazza?», disse Logan, come se la cosa fosse del tutto evidente. Poi, dato che lei continuava a fissarlo, aggiunse semplicemente: «Perché sono malvagie». «Logan...», Cassie cercava di guardarlo negli occhi, alla luce del fuoco. «Noi siamo esattamente come voi. Siamo più... vicine... alla natura, ecco tutto. La studiamo e la veneriamo, e riusciamo a ottenerne delle cose. Ma non siamo malvagie. Senti», disse, mentre Logan si girava dall'altra parte, «abbiamo i nostri difetti come tutti, ma fondamentalmente, ci sforziamo di essere buone». «E che mi dici di Faye Chamberlain?», sbottò Sally, irrompendo nella conversazione. «Lei è buona?» «C'è del buono in Faye», disse Cassie, ancora più lentamente. «Me lo disse Diana una volta, ed è vero. Faye non deve fare altro che trovarlo. Ma in ogni caso, non puoi giudicarci tutte a partire da una persona». «E che ne dici di quello che hanno fatto all'intera scuola per anni? Quello è buono? Trattavano tutti come schiavi!». «Quello era sbagliato, lo ammetto», disse Cassie. «Ma Diana non l'ha mai fatto... se la gente la trattava come una principessa, non era colpa sua. Era Faye quella che trattava gli altri come schiavi. Qualcun altro faceva come lei semplicemente senza pensarci. E qualsiasi cosa abbiano fatto, le cose non miglioreranno di certo in questo modo!». « I l signor Brunswick le migliorerà», disse Portia seccamente. « I l signor Brunswick è un assassino! Lui non è vostro amico, Portia. È lui che ha ucciso Kori Henderson, la sorella di Chris e Doug. L'ha uccisa perché non rientrava nei suoi piani. E ha ucciso il signor Fogle, il vecchio preside, perché voleva prendere il suo posto. E», disse Cassie, «ha ucciso Jeffrey, Sally! Sì. E stato lui, per pura perfidia, a quanto ho capito... oppure per dividerci ancora di più dagli esterni. Lui vuole che ci odiamo». «Che cosa ridicola», disse Logan. «E perché mai dovrebbe volerlo?» «Perché», disse Cassie chiudendo gli occhi, cosciente che probabilmente sarebbe stato tutto inutile, «lui è uno stregone. Di quelli cattivi. L'unico completamente cattivo che io abbia mai incontrato. E credo che voglia semplicemente costringerci a farvi fuori. O forse vuole portare noi altrove e far fuori la gente di lì. Io non so cosa voglia», disse, aprendo gli occhi, «ma qualunque cosa sia, non è una cosa buona. Di certo non vi renderà felici». «Basta con queste idiozie. Cominciamo», disse Jordan. «No, aspetta, voglio che una cosa sia chiara». Sally era in piedi di fronte a Cassie, la fissava, occhi negli occhi. «Hai detto che Brunswick ha ucciso Jeffrey... ma lui non avrebbe potuto. Non era neanche a New Salem quella notte, e neanche quando sono stati commessi gli altri omicidi». «Certo che c'era, solo non in carne e ossa», mormorò Cassie. Guardò Sally. «Non aveva bisogno di esserci. E uno stregone. Ha inviato il suo potere - l'energia oscura. Oppure si è impossessato della mente di qualcuno e glielo ha fatto fare». Faye, ad esempio, si disse cupamente Cassie. Ora che ci penso, Faye potrebbe aver spinto Kori giù per le scale e averle rotto il collo, e potrebbe aver rimosso un macigno per dare origine alla frana che ha travolto il signor Fogle. Potrebbe anche aver convinto Jeffrey a scendere nella sala delle caldaie con qualche scusa per poi strangolarlo. Non avrebbe dovuto fare altro che avvicinarlo furtiva da dietro e poi in qualche modo passargli una corda intorno al collo. I medici legali hanno detto che ci sarebbe riuscita anche una persona sola. «Ma che importanza può avere come l'ha fatto?», aggiunse Cassie stancamente. «E stato lui, è questa l'unica cosa che conta. È stato proprio lui, Sally. Te lo giuro. Ha ucciso Jeffrey». Sally la fissava con durezza, la sua faccia stravolta dalla rabbia era a pochi centimetri da quella di Cassie. Scosse la testa e si girò dall'altra parte. «Mi spiace», disse Cassie rivolgendosi ai capelli color ruggine di Sally. «Anch'io volevo bene a Jeffrey. So quello che pensi, sei convinta che io stessi cercando in qualche modo di rubartelo. Ma non è vero. Quella notte del ballo di inizio anno... ero semplicemente emozionata. Era la prima volta che dei ragazzi volevano ballare con me». «Oh, certo!», sbottò Sally senza neanche girarsi. «Te lo giuro. E la verità, Sally», disse Cassie con passione. «Quand'ero in California, non conoscevo nessun ragazzo. Ero troppo timida. Non capivo neanche perché volessero ballare con me alla festa di inizio anno, Sally...». Guardava senza speranza le spalle della ragazza dai capelli rossi. Sally si girò lentamente. «Mi sa che non ti sei mai guardata allo specchio», disse, ma c'era meno ostilità nella sua voce. Cassie strizzò gli occhi per cacciare via le lacrime che minacciavano di sgorgare senza controllo. «Certo che sì, ma non ci vedevo niente di speciale», disse. «E non volevo rubarti Jeffrey, ero semplicemente contentissima che me lo avesse chiesto. Era una serata meravigliosa e tutto sembrava magico, e poi...», spostò lo sguardo da Sally a Logan, strizzando ancora gli occhi, «tu non sai come mi sono sentita quando ho capito che era morto. Avrei fatto di tutto per mettere le mani sulla persona che l'aveva ucciso». Logan fece un passo verso di lei, ma la voce di Portia, acuta come il pungiglione di una vespa, lo fermò. «Lo sta facendo proprio adesso! Sta usando i suoi poteri da strega su di voi, in questo esatto momento. Non essere stupido, Logan». Cassie si girò verso di lei. «Portia, per l'amor del cielo...». «Portia ha ragione», disse Jordan brutalmente. «Se la stiamo a sentire ci raggirerà. È una bugiarda, ci ha sempre mentito fin dall'inizio». Tolse l'oggetto di metallo dal fuoco. «Che cos'è?», chiese Cassie. «Serve a marchiare il bestiame». Cassie si impose di riflettere, e provò a mantenere quel poco di calma che le restava. Jordan avanzò verso di lei, tenendo in mano la lunga spranga con la punta rosso fuoco. La cosa non sorprese Cassie. Fu molto più sorpresa dalle parole che lui pronunciò subito dopo. «Dove sono gli Strumenti Supremi?», chiese. Cassie era sbalordita. «Cosa!» «Il signor Brunswick ce l'ha detto», disse Portia, con voce acuta e severa. «Ci ha detto che quella è la fonte del vostro potere, e che se vengono distrutti lo perderete. Vuole distruggerli lui in persona, in modo da fermarvi per sempre». Cassie per poco non scoppiò a ridere, ma sapeva che si sarebbe solo messa ancora di più nei guai. Era stato lui a spingerli a fare tutto, allora. E sapeva che lei aveva trovato gli Strumenti Supremi. Probabilmente si aspettava che lei confessasse tutto a Jordan per salvarsi la vita. O forse era lì intorno, e sperava che Cassie lo chiamasse in suo soccorso. Non lo farò, pensò Cassie. Non mi importa delle conseguenze, non lo farò. Non voglio essere salvata da lui. Si guardò intorno nella radura, osservando soprattutto le ombre che sfarfallavano attorno al fuoco. «Lui vuole gli Strumenti Supremi, certo», disse lei con voce salda. «Ma non per distruggerli. Li userebbe per distruggere voi, e anche noi, se non riuscirà a soggiogarci». Jordan non sembrava sorpreso. «Ce lo dirai fra poco», disse. «Me l'aspettavo, sapevo che all'inizio avresti mentito». Il corpo di Cassie si irrigidì appena lui le avvicinò il ferro ardente. Sono coraggiosa, pensò, provando a rallentare il battito del suo cuore. E sono abbastanza forte. Ma quando sentì l'odore del metallo rovente, un terrore nero e sottile la invase. «Aspettate! Fermi dove siete, Jurgen e Loscan, o come cavolo vi chiamate». Era la voce di Deborah, furiosa e animata da una ferocia primitiva. La ragazza si trovava tra due alberi e si era materializzata dal nulla in quell'istante. I capelli neri flessuosi e sciolti si confondevano con l'oscurità, era terribilmente elegante e pronta all'attacco: sembrava una divinità delle foreste bramosa di prendersi la sua vendetta. Jordan lasciò cadere il ferro e afferrò la pistola, puntandola verso Deborah. Un'altra voce, calma, risuonò dall'altro lato del boschetto. «Se ti allontanerai da Cassie e metterai giù la pistola», disse Adam con un tono basso, scandendo bene le parole, «non saremo costretti a farti del male». Era apparso senza fare alcun rumore proprio come Deborah, e sembrava pericoloso quanto lei. Cassie ripensò al costume che aveva messo a Halloween, le corna da cervo e le foglie d'autunno del dio cornuto. Non sarebbe stata per niente sorpresa se al suo fianco fosse comparso un cervo. Ci fu un altro minimo movimento e Cassie vide Diana. Era come se la luce della luna fosse penetrata nel boschetto. Un'aura soprannaturale avvolgeva la ragazza, in piedi, con i capelli biondi che le scendevano sulla schiena come un mantello splendente. Alta e snella, emanava un'autorità tale che avrebbe potuto essere la dea Diana in persona, con la luna e le stelle sulla punta delle dita. Guardava gli esterni in silenzio, con occhi verdi come gioielli, e poi parlò. «State lontani dai miei amici», disse. Per un istante, Cassie pensò che ce l'avrebbero fatta con la sola forza dell'autorità. La pistola di Jordan vacillò, poi con uno scatto la puntò verso Adam, e Logan afferrò un bastone rovente dal fuoco. Lo avvicinò al viso di Cassie, come aveva fatto Jordan con il marchio per il bestiame. «State indietro, o faremo del male a lei», disse. Adam sospirò. «Vi avevamo avvertito», disse sommessamente. Cassie guardava Diana, fissava quegli occhi di smeraldo. Osservò per un attimo il bastone rovente di Logan, e poi tornò a Diana. Sapeva che anche lei stava pensando alla cerimonia delle candele. Fuoco... così vicino che poteva sentirne il calore sulle guance. Le fiamme che cambiavano forma ogni secondo, il loro splendore che fluttuava verso altezze infinite. C'era potere nel Fuoco, Cassie l'aveva scoperto quando Faye le aveva sventolato davanti agli occhi un foglio di carta in fiamme nel vecchio laboratorio di scienze. Un potere che attendeva solo di essere usato... Questa volta lo usò. Il bastone divampò come se qualcuno ci avesse versato sopra della benzina, e Cassie si voltò dall'altra parte, gli occhi chiusi per proteggersi da quel bagliore sfavillante. Logan urlò e lanciò via il bastone, Jordan spostò la testa di lato per la sorpresa, e per un istante si distrasse. .. ...e quell'istante fu più che sufficiente. Gli Henderson sbucarono fuori dal nulla, saltando in mezzo al gruppo come due fiamme dorate, e Jordan finì a terra. La pistola sparò un colpo in cielo, e poi si ritrovò immobilizzato, con i fratelli che gli bloccavano le braccia. Cassie vide Nick emergere dall'ombra e afferrare Logan da dietro. Logan si dibatté, ma Adam si unì a Nick e in pochi secondi la lotta finì. Cassie non ebbe neanche il tempo di guardare dall'altra parte che anche le ragazze furono conciate per le feste. Sally era a faccia a terra, con Deborah che le teneva le ginocchia sulla schiena e Melanie in piedi. Portia era schiacciata contro un albero, immobile. A mezzo metro da lei, Raj ringhiava, con i denti bene in mostra e il pelo ritto. Laurel era dietro di lui, alta e terrificante. «Questi alberi», disse a Portia, «hanno messo al loro posto molti altri della tua specie. Se proverai a fuggire finirai per perderti nel bosco. Per non parlare di quello che potrebbe farti il cane. Se fossi in te, non muoverei un muscolo». Portia obbedì. Diana si avvicinò e tagliò le corde di Cassie con un coltello dal manico bianco. Ci mise un bel po'. «Brava», disse Suzan, che era in piedi di fianco a lei. «Tutto a posto?», chiese Diana, ancora circondata da quella spaventosa aura soprannaturale. Cassie annuì. «Stavamo già venendo quando hai chiamato Adam», disse Diana. «Laurel aveva visto la macchina che sfrecciava lungo Crowhaven Road e Adam ha intuito che c'era qualcosa che non andava. Ci ha guidati alla macchina, ma è stato Raj a trovare le tue tracce nel bosco». Cassie fece un gesto pieno di gratitudine. Non riusciva a parlare. «Dato che Cassie è sana e salva, non vi faremo del male», disse Diana ad alta voce. «Ma prenderemo questa», raccolse la pistola di Jordan, tenendola in mano come se fosse un serpente velenoso, «e vi lasceremo qui. La vostra auto ha un paio di gomme a terra. Tornate a casa a piedi». I quattro esterni non dissero niente. Sally, ancora a terra, ansimava; Logan, con il braccio di Nick intorno alla gola, era paralizzato dalla paura; Portia era impietrita contro l'albero. Ma era Jordan a catturare l'attenzione di Cassie. Stava fissando Diana con un'espressione di puro odio negli occhi, come un cane rabbioso. Le cose non cambieranno mai, pensò Cassie. Ci odieranno anche di più dopo stasera. Loro ci attaccheranno, noi ci vendicheremo, e la storia non finirà mai. D'impulso, andò da Jordan, che era accasciato sulla schiena nel sottobosco, e gli tese la mano. «Non dobbiamo essere per forza nemici», disse. «Non possiamo farla finita?». Jordan le sputò addosso. Cassie restò di sasso, troppo sorpresa per reagire. Nessuno le aveva mai sputato addosso, prima. Guardò sconvolta la sua mano tesa, e se la pulì sui jeans. Quello che successe dopo lo seppe da Laurel, perché lei non fece che guardare a terra per tutto il tempo. Nick scattò verso Jordan d'istinto, ma il fatto di doversi liberare di Logan lo rallentò, e comunque Adam fu semplicemente più veloce. Fu più veloce della sua stessa ombra, afferrò Jordan per la giacca, lo alzò in aria e con un colpo fulmineo in faccia lo atterrò di nuovo. Alle spalle di Cassie, il fuoco sparò in aria fiamme arancione alte cinque metri. Jordan cadde di schiena, con le mani sul naso. «Alzati», disse Adam. Le fiamme ruggivano e crepitavano, sprigionando una cascata di scintille fluttuanti nell'oscurità della foresta. Nick era vicino a Adam ora. Il suo viso non tradiva emozioni, era totalmente freddo, il vecchio Nick. «Dai, bello, credo che ne abbia avuto abbastanza», biascicò, bloccando il braccio di Adam. Jordan alzò una mano, e Cassie vide il sangue che gli usciva dal naso. «E una bugiarda da quattro soldi. Lo scoprirai», piagnucolò con la sua voce roca, guardando prima Cassie e poi Adam. Per un momento, Cassie pensò che Adam l'avrebbe colpito di nuovo. Poi Adam si girò dall'altra parte, come se si fosse già scordato di lui. E non riservò la minima attenzione neppure a Nick. Prese la mano di Cassie, quella sulla quale Jordan aveva sputato, la girò e la baciò. Cassie sperò ardentemente che qualcuno facesse qualcosa, e subito. «Dovremmo legarli», disse Melanie, e la sua voce calma e pensierosa riecheggiava in tutta la radura. «O almeno tre di loro... il quarto può slegare gli altri mentre noi ce ne andiamo». «Non troppo stretti», disse Diana, compassionevole. Mentre Jordan, Logan e Sally venivano legati, conficcò il coltello dal manico bianco nel terreno, vicino a Portia. «Li potrai liberare con questo quando ce ne saremo andati. Non provate a seguirci», disse. Portia non aveva certo l'aria di una cacciatrice pronta a tutto pur di mettersi sulle tracce della sua preda; i suoi occhi erano bianchi e vuoti. Diana seguì il suo sguardo fino al fuoco, che stava ancora ruggendo, più come una tanica di petrolio in fiamme che come un falò, e si rivolse dolcemente a Cassie. «Non è che puoi regolarlo un po'? Penso siano già abbastanza impauriti». Cassie, che non aveva niente a che fare con quelle fiamme, borbottò qualcosa di incomprensibile, e andò frettolosamente a controllare i lacci di Sally. Sally la guardò con la coda dell'occhio e parlò senza muovere le labbra. «Mi sbagliavo su di te». Cassie la guardò sorpresa, ma non disse niente, chinandosi a esaminare i suoi polsi legati. «Forse hai ragione su Brunswick», disse Sally, sempre con una voce flebile, appena udibile. «Se è così, mi dispiace per te. Sta organizzando qualcosa per il nove. C'è la luna piena, a quanto ho capito... e sarà allora che farà la sua mossa. Voleva trovare gli strumenti prima». «Grazie», bisbigliò Cassie e strinse la mano che Sally aveva dietro la schiena. Poi si raddrizzò, mentre Diana diceva: «Andiamo». Cassie diede una piccola gomitata a Adam senza farsi notare. «Il fuoco è opera tua?», sussurrò. «Cosa? Ah». La fiamma si abbassò, riducendosi d'un tratto fino a un normale falò. «Mi sa di sì», disse. Camminarono nel bosco, Laurel e Deborah li guidavano con sicurezza tra gli alberi scuri, Raj trottava accanto a loro. Cassie passò la maggior parte del tempo a pensare a Nick. Quando arrivarono sulla strada, salì sulla macchina degli Armstrong insieme a lui. Nick guidò in silenzio, con un braccio sullo schienale del suo sedile. Le altre macchine erano davanti a loro, i fari illuminavano la strada solitaria mentre tornavano verso New Salem. Cassie stava cercando le parole giuste. Non aveva mai dovuto fare una cosa del genere prima e aveva paura di sbagliare. Aveva paura di far soffrire Nick. Ma non aveva scelta. Dal momento in cui Adam le aveva baciato la mano, lei aveva capito. Che le piacesse o meno, non c'era nient'altro da fare. «Nick...», disse, soffocata dall'emozione. «Non devi dire nulla», disse lui, con la sua vecchia voce da "niente può farmi soffrire". Cassie riuscì a sentire il dolore che accompagnava ogni sua parola. Poi la guardò, e il suo tono si fece più dolce. «Sapevo cosa stavo facendo quando mi sono messo in questa storia», disse. «E tu non hai mai fatto finta che le cose stessero diversamente. Non è colpa tua». Nick le aveva già spiegato che non doveva dire nulla se non voleva, ma lei parlò. Doveva almeno provare a fargli capire le sue ragioni. «Non c'entra Adam», disse dolcemente. «Cioè, non è per lui, perché lo so che non c'è speranza. Io... questo lo accetto adesso, e sono felice per lui e per Diana. Però io proprio...». Si fermò e scosse la testa, disperata. «Lo so che ti sembrerà del tutto stupido, ma io non posso stare con qualcun altro. Non potrò mai. Dovrò soltanto...», provò a pensare al modo migliore per dirlo, ma non riuscì a tirar fuori niente di meglio di una frase che aveva letto in un pomeriggio piovoso su uno dei libri vittoriani della nonna. «Non mi resta che vivere una vita di nubile beatitudine», farfugliò. Nick buttò indietro la testa e rise. Una risata piena, allegra. Cassie lo guardò, imbarazzata, ma contenta che stesse ridendo. Anche la sua voce tornò normale, mentre le dava un'occhiata di sottecchi, togliendo il braccio dallo schienale. «Ah, davvero lo credi?», disse. «Be', che altro dovrei fare?». Nick non rispose, non fece altro che scuotere piano la testa, accompagnando il gesto con un'altra piccola risata. «Cassie, sono contento di averti conosciuta», disse. «Tu sei... unica. A volte mi sembri uscita dal Medioevo, non dai giorni nostri. Tu e Diana e lui, tutti e tre. Ma in ogni caso, sono contento». Cassie si sentì ancora più imbarazzata, e non riusciva a capire. «Io sono contenta di aver incontrato te», disse. «Tu sei stato così carino... sei davvero un bravo ragazzo». Lui sbuffò di nuovo. «Molte persone non sarebbero d'accordo», disse. «Ma non sono così male. E dovrò comportarmi bene, se non voglio farmi fulminare di nuovo dai tuoi occhioni». Fece per pescare una sigaretta dal pacchetto che aveva in tasca, poi le diede un'occhiata e la rimise a posto. Cassie sorrise. Avrebbe tanto voluto prendergli la mano, ma non sarebbe stato giusto. D'ora in poi avrebbe dovuto farcela da sola. Si appoggiò al sedile e guardò le case illuminate che scorrevano via. CAPITOLO 13 «È la Luna delle Lunghe Notti», disse Diana. «E non ci sarà semplicemente la luna piena, il nove. Ci sarà un'eclissi». «Un'eclissi totale di luna», disse Melanie. «E così negativo per noi?», chiese Cassie. Diana ci rifletté su. «Be', il potere delle streghe è più forte sotto la luce lunare. E alcuni incantesimi riescono molto meglio nei giorni precedenti la luna nuova o con la luna piena, o durante qualche altra fase specifica. Sono sicura che se Black John ha deciso di fare la sua mossa quella notte, vuol dire che l'eclissi dev'essere il momento migliore per qualsiasi cosa abbia in mente di fare. E quello peggiore per noi». «Ma noi», disse Adam, «sappiamo che sta per fare qualcosa... e lui non sa che noi sappiamo. Non sa che siamo preparati». Gli altri membri del circolo annuirono pensierosi. Era il giorno dopo la festa del Ringraziamento e quelli di loro che avevano salvato Cassie il giorno prima si trovavano a casa di Adam. Cassie gli aveva raccontato cosa era successo nella radura prima del loro arrivo... tutto tranne il fatto che Jordan le aveva chiesto degli Strumenti Supremi. Questo l'aveva rivelato solo a Adam e Diana la notte prima. Ora fissava tutti con occhi esitanti. Adam e Diana osservavano il gruppo preoccupati. «Bene», disse Adam. «Credo che faremmo meglio a dirglielo ora. Dato che lui sa, non è più così importante, no?» «Faye deve averlo scoperto in qualche modo», disse Diana, con un'espressione molto preoccupata. «Sarà andata da Black John...». «No», disse Cassie. Diana la guardò, sorpresa. «Ma...». «Non Faye», disse Cassie, in tono grave e con assoluta certezza. «Sean». Adam imprecò. Diana lo fissò, poi fissò Cassie. Alla fine sussurrò: «Oh, mio Dio». «Che state dicendo di Sean? Cosa ha fatto?», chiese insistente Deborah. Nick era sul chi vive, i suoi occhi sottili fissi su Cassie. Dopo aver dato un'occhiata a Diana - che annuì e appoggiò la testa sulla mano Cassie disse semplicemente a Deborah: «E stato lui a dire a Black John che Adam, Diana e io avevamo trovato gli Strumenti Supremi». «Voi avete... vuoi dire che... avete davvero...?», farfugliò Deborah. Gli altri erano rimasti senza parole per la sorpresa. «Cassie ci ha guidato da loro», disse Adam. «Erano nel camino del civico dodici. Tornando a casa ci siamo imbattuti in Sean, che ci ha detto di aver visto una luce. Ma secondo te...?», guardò Cassie. Cassie fece un profondo respiro. «Credo che Sean sia sotto l'influenza di Black John da un bel po'. Penso che sia stato lui a rubare l'ematite dalla mia stanza. L'ho capito la notte scorsa, quando non riuscivo a addormentarmi. Ho cominciato a pensare a chi potesse averlo detto a Black John... e non riuscivo a togliermi dalla testa l'immagine di Sean la prima volta che lo vidi. Aveva questa cintura con il suo nome inciso su una pietra brillante. Prima avevo notato che ce l'aveva sempre addosso, ma ora che fa freddo e bisogna mettersi il maglione, non ci ho fatto più caso. Ma sono sicura che sotto continua a portarla, e di certo ce l'aveva anche quella notte che uscì con la maglia del pigiama. E sono pronta a scommettere che quella pietra brillante sia...». «Ematite», intonarono una mezza dozzina di voci sconfortate, e tutti guardarono Melanie. «Ematite o magnetite», confermò Melanie. «Sì, è così; anch'io ho visto la cinta. Quanto siamo stati stupidi. Non mi è mai venuto in mente». Nick fece un passo in avanti. «Quindi credi che non sia stata Faye a dire a Black John che usavamo l'ametista come protezione? Credi che sia stato Sean?». Cassie guardò le sue labbra, strette in un'espressione severa. «Non e stata colpa sua, Nick. Se Black John è entrato nella sua mente... insomma, io so come mi sono sentita quando ha cercato di entrare nel la mia mente. Sean non sarebbe stato in grado di resistere. Infatti, ne abbiamo avuto la prova più evidente all'assemblea, quando si è offerto di fare il sorvegliante. Fui costretta a urlare per rompere il suo stato di trance». «Sean... Dio!», disse Laurel, aggiustandosi sulla sedia. «È una cosa troppo atroce». «Ho paura che sia anche peggio», disse Cassie. Abbassò lo sguardo sul tavolino da caffè della signora Franklin, appoggiandoci con forza il palmo della mano. Non sapeva come proseguire. «Ragazzi, io credo... credo che Black John abbia usato Sean per commettere gli omicidi». Ci fu un silenzio assordante. Perfino Diana sembrava inorridita. Ma Adam la guardò negli occhi e poi, lentamente, abbassò lo sguardo e annuì. «Sì», disse. «Oh, no», disse Suzan. «Io credo», Cassie deglutì, «che abbia scritto un messaggio a Kori la notte precedente per chiederle di vedersi davanti alla scuola. Lei non avrebbe mai sospettato di lui; avrebbe pensato semplicemente che volesse parlarle a proposito del circolo. Lui avrebbe potuto prenderla di sorpresa, e...». «Io lo ammazzo!», urlò Doug, scattando in piedi. Nick e Deborah lo afferrarono, ma a quel punto anche Chris stava urlando, lanciandosi verso la porta. Adam e Melanie lo placcarono al suolo. «Non è stato lui non è stato Sean», urlò Cassie. «Statemi a sentire, ragazzi! E stato Black John: è lui quello che ha ucciso Kori. Se ho ragione, Sean non se lo ricorda neanche! Lui era solo un... un contenitore di energia oscura». «Oh Dio», disse Laurel. «Dio mio... vi ricordate la cerimonia del teschio nel garage di Diana? Il momento in cui la seconda parte dell’energia oscura fu liberata? Sean e Faye cominciarono a lottare, la candela si spense, e l'energia oscura fuggì. Sean disse che aveva cominciato Faye, e tutti gli abbiamo creduto. Ma Faye disse che Sean aveva provato a rompere il cerchio. E se avesse avuto ragione?» «Sono sicura di sì, infatti», disse Cassie. «Black John è stato sempre con noi. Qualunque cosa abbia visto Sean, lui l'ha vista. E quando il teschio ha liberato abbastanza energia oscura - e Black John ha fatto in modo che accadesse nel momento opportuno - allora l'energia ha costretto Sean a commettere gli omicidi». «Anche portare il signor Fogle a Devil's Cove non dev'essere stato difficile. Magari Sean ha fatto finta di avere qualcosa di grave da dirgli su un altro membro del club. Io lo facevo sempre; spifferare al preside cose su...», lanciò un'occhiata a Diana. «Be'... è acqua passata ormai. Comunque Sean potrebbe aver chiesto a Fogle di incontrarlo dietro le rocce e poi... bum». Mimò un pugno. «Ciao ciao, signor Fogle». «Che dici, adesso possiamo lasciarvi?», chiese Adam a Chris. «Farete i bravi, adesso?», chiese Deborah a Doug. Ci furono ringhi incoerenti da parte dei fratelli Henderson, e quando vennero liberati si misero a sedere con le facce rosse e gli occhi turchesi accesi come fiamme. «Lo prenderemo quel bastardo», mormorò tra sé Doug. «Fosse l'ultima cosa che facciamo», disse Chris, anche lui a bassa voce. Cassie sperò che si riferissero a Black John. «E Jeffrey?», chiese Diana a Cassie. Cassie scrollò le spalle. «Non ho idea di come Sean possa averlo attirato nella sala delle caldaie...». «Dicendogli che tu eri laggiù, magari», disse Laurel. «.. .ma se l'avesse fatto, non avrebbe avuto problemi ad andargli dietro e strangolarlo con una corda... No, Sean è troppo basso. Davvero non so come possa esserci riuscito». «Facendo in modo che Lovejoy si sedesse o si chinasse», disse Nick, con voce bassa e decisa. «O almeno, io farei così se stessi provando a strangolare qualcuno tanto più alto di me. E poi, se Sean aveva quel l'energia oscura dentro di sé, magari aveva una forza strepitosa. Deve averla avuta se è riuscito a mettere il cappio al collo di Lovejoy e poi a trascinarlo su per il condotto». Cassie si sentiva male. «E vero... al ballo, prima dell'omicidio, non ho visto né Sean né Jeffrey per un po'. Poi, improvvisamente, Sean e apparso in pista, e mi è venuto incontro. Così sono corsa nella sala del le caldaie... e ho trovato Jeffrey». «Secondo me dobbiamo parlare con Sean», disse Diana. «No», rispose Adam, con sorprendente veemenza. «E proprio quello che non dobbiamo fare. Se parliamo con lui adesso, Black John capirà che sappiamo. Ma se non diciamo niente, se stiamo al gioco di Sean e fingiamo di non sapere, possiamo depistarlo. Dargli informazioni sbagliate, in modo che le passi a Black John». «Possiamo dirgli che non sappiamo quando Black John farà la sua mossa», disse Deborah, e i suoi occhi neri cominciavano ad animarsi. «Dirgli che siamo terrorizzati da Black John... che non sappiamo come usare gli Strumenti Supremi... che non siamo pronti...». «Oppure che stiamo litigando tra noi», suggerì Laurel. «Non possiamo mica essere d'accordo su tutto. Che siamo a un punto morto». «Esatto! E quella notte saremo davvero pronti per affrontarlo. Quand'è l'eclissi, Melanie?», chiese Adam. «Intorno alle sei e quaranta di sera. Secondo me dobbiamo prepararci per quell'ora. La luna in ombra». «La luna in ombra», ripeté Cassie in tono sommesso. «Mi sa che ho capito perché ha scelto proprio quel momento». Lui stesso è un'ombra, pensò. «E fino a quella notte non dobbiamo far altro che fingere di essere del tutto disorganizzati, terrorizzati, e in polemica tra noi», disse Melanie. «Non dovrebbe essere troppo difficile», rispose Suzan, alzando un sopracciglio. «Ma in ogni caso dovremmo proprio fare due chiacchiere con qualcuno», disse Cassie, «senza rivelare i nostri segreti. Credo che uno di noi dovrebbe parlare con Faye». «E io credo che sia tu la prescelta», disse Nick. «Non mi viene in mente nessuno più adatto di te». Strizzò l'occhio a Cassie, ma non c'era allegria nel suo gesto. «Abbiamo bisogno di te». «E ovvio», disse Faye svogliata, studiandosi allo specchio. Stava provando delle pettinature diverse: capelli tirati indietro, raccolti sulla testa, legati bassi sulla nuca. Cassie non era più tornata nella camera di Faye dalla notte in cui lei aveva posizionato un cerchio di pietre rosse intorno al teschio di cristallo, liberando così l'energia oscura che aveva finito per ammazzare Jeffrey. La stanza era sempre principesca e sfarzosa: la carta da parati era decorata con lussureggianti orchidee, il letto era pieno di cuscini, e c'era un impianto stereo che sembrava molto costoso. Anche questa volta i gattini vampiro di Faye si avvilupparono sinuosamente intorno alle caviglie di Cassie. Ma quel giorno c'era un'atmosfera diversa. Da sopra al cassettone erano scomparse le candele rosse; al loro posto c'era una risma di fogli. Sul copriletto, vicino al cordless, c'era un cercapersone. Davanti allo specchio c'era un'agenda, e sparsi sciattamente qua e là c'erano gli abiti da segretaria sexy che Faye aveva cominciato a indossare da un po'. La stanza sembrava... ricca. Uno stile di vita di prima classe. Più da Portia che da Faye. «Credo che tu sappia che Portia Bainbridge e Sally mi hanno rapito due giorni fa», disse Cassie. Faye le lanciò uno sguardo divertito, fissando la sua immagine riflessa nello specchio. «E di sicuro saprai che ti sarebbe bastato aprire la tua bella boccuccia e urlare, e il papi sarebbe venuto subito ad aiutarti». Cassie cercò di non rivelare tutto il disgusto che Faye le provocava. «Io non voglio il suo aiuto», disse, e deglutì. Faye alzò le spalle. «Magari più in là». «No, Faye. Non più in là. Io non voglio vederlo mai più. Ma se sai del mio rapimento, saprai anche cosa stavano cercando. Abbiamo trovato gli Strumenti Supremi». Cassie guardò la strana Faye-al-contrario nello specchio, e poi si girò per guardare la vera Faye negli occhi. «Appartengono a te», disse con decisione. «Tu sei la leader della congrega. Ma la congrega combatterà contro... Black John». «Non riesci neanche a dirlo, vero? Non è così difficile. Papà. Padre. Babbo. Lo puoi chiamare come vuoi, sono sicura che gli andrà bene...». «Mi vuoi stare a sentire, Faye!», Cassie stava quasi gridando. «Tu te ne stai qui, persa nella tua vacua inutilità...». «Uh, la piccola conosce anche dei bei paroloni!». «...mentre là fuori succede qualcosa di molto serio! Qualcosa di tremendamente serio. Lui vuole uccidere delle persone. Lui non è altro che questo, Faye: odio e desiderio di uccidere. Io lo so, riesco a sentirlo. E tu ti stai facendo prendere in giro». Gli occhi dorati di Faye si socchiusero. Adesso sembrava meno divertita. «Io ti conosco da un po', Faye, e spesso ti ho odiata. Ma non ho mai pensato che saresti diventata la stenografa di qualcuno. Prima ragionavi con la tua testa e non eri la leccapiedi di nessuno. Ti ricordi di quella volta che mi hai chiesto se volevo che il mio epitaffio fosse: "Qui giace Cassie. Una ragazza... carina"? Be', non vorrai mica che il tuo sia: "Qui giace Faye. Era una brava segretaria"?». Faye allungò una mano - portava lo smalto malva in quei giorni, non rosso come al solito - e si aggrappò con forza al cassettone. Aveva i denti stretti, e fissava i suoi stessi occhi dorati riflessi nello specchio. Cassie riprese a parlare, con foga sempre maggiore. «Prima, quando ti guardavo, vedevo un leone... una specie di leone nero e dorato. Ora vedo», abbassò lo sguardo a terra, «un gattino. Il cucciolo di un bambino viziato». Attese con ansia. Forse... solo forse... forse il legame stabilito durante la cerimonia delle candele si sarebbe rivelato abbastanza forte, forse Faye avrebbe avuto il giusto orgoglio, la giusta indipendenza. Gli occhi di Faye incontrarono i suoi nello specchio. Poi Faye scosse la testa. Il suo viso era freddo, la bocca serrata. «Sai dov'è l'uscita», disse. I gattini si strusciarono contro i piedi di Cassie quando lei si girò, e sentì il graffio di quegli artigli affilati come rasoi. No, disse loro con la mente, e i gattini si irrigidirono, le orecchie ben dritte all'indietro. Li sollevò, prendendoli uno per mano, e li buttò sul letto di Faye. Poi se ne andò. «Aspettiamo fino al nove», disse Diana. «Magari cambierà idea». «Magari più in là», disse Cassie, citando le stesse parole di Faye, ma non c'era molta speranza nella sua voce. Aspetteremo il nove anche per Sean», disse Adam. I sette giorni di scuola che seguirono passarono senza troppi problemi, o meglio, senza troppi problemi esterni. Alla New Salem High, i membri del club si rivolgevano la parola in pubblico solo per litigare. Il compleanno di Laurei, il primo dicembre, e quello di Sean, il tre, non furono festeggiati: stando a quanto sosteneva una Diana piuttosto scossa, litigavano così tanto che non erano neppure capaci di organizzare una festa. Cassie fece attenzione a tutti gli sguardi e ascoltò le paroline dette a mezza voce, e capì che il piano stava funzionando. Si impegnò ad assomigliare il più possibile alla vecchia Cassie: timida, sempre zitta, sempre spaventata o imbarazzata. Non era facile calarsi in quel ruolo, era come rivestire una vecchia pelle di cui si era spogliata, e non vedeva l'ora di liberarsene. Ma nel frattempo stavano riuscendo a ingannare Sean. E perfino Faye. «Ho saputo che tu e Nick vi siete lasciati», le disse un giorno Faye nel corridoio. I suoi occhi dorati e sottili erano accesi, soddisfatti. Cassie arrossì, guardando altrove. «E il club non è più tanto un club senza di me, da quello che vedo in questi giorni», continuò Faye. Era quasi sul punto di mettersi a fare le fusa come un gattino viziato. Cassie si sentiva a disagio. «Potrei unirmi a voi un giorno di questi... magari per la prossima cerimonia della luna piena. Se ne farete una, certo». Cassie alzò la spalle. Faye aveva l'aria compiaciuta. «Potremmo divertirci come pazzi», disse. «Pensaci». Mentre Faye se ne andava, Cassie vide Sally Waltman nella sua uniforme di sorvegliante dei corridoi. Le si avvicinò cercando di farsi notare il meno possibile. «Siamo pronti per il nove, come ci hai detto tu», disse Cassie a bassa voce. «Ma non è che potresti fare un'altra cosa per noi?». Sally sembrava a disagio. «Ci sta facendo sorvegliare tutti. Nessuno è al sicuro...». «Lo so, ma quando verrà il nove, ci dirai se farà qualcosa di insolito? Se avrai l'impressione che stia per entrare in azione? Ti prego, Sally. Tutto ciò che ti ho detto di lui è vero». «Va bene», rispose Sally, lanciandosi occhiate impaurite tutt'intorno. «Ora vai, per favore? Cercherò di farti avere il messaggio se sento qualcosa». Cassie annuì e corse via. Il nove si preannunciava un giorno grigio e ventoso. La tipica giornata che faceva venire voglia a Cassie di raggomitolarsi davanti a un fuoco. E invece indossò dei vestiti molto caldi: un maglione bello pesante, i guanti e il parka. Non aveva idea di ciò che avrebbero dovuto affrontare, ma voleva essere pronta ad agire. Nello zaino, insieme ai quaderni, mise il suo Libro delle ombre. Stava uscendo dalla lezione di francese quando Sally la bloccò. «Vieni con me, per piacere», disse la ragazza dai capelli color ruggine, con un tono deciso da sorvegliante. Cassie la seguì fino all'infermeria deserta. Sally abbandonò subito il tono ufficiale. «Se mi beccano con voi, è finita», mormorò aspramente, gli occhi fissi sul vetro opaco della porta. «Ascolta: ho appena sentito Brunswick che parlava con la tua amica Faye. Forse tu capirai di cosa si tratta, perché io non ci riesco di certo. Discutevano di un incidente da provocare sul ponte... mi sembrava che parlassero di portarci uno scuolabus vuoto e una o due macchine. Lui ha detto: "Devono bruciare solo per un'ora o giù di lì; per allora l'acqua sarà salita abbastanza". Ci capisci qualcosa?» «Un incidente che blocchi la strada verso il continente», disse Cassie lentamente. «Certo, ma perché?», chiese Sally impaziente. «Non lo so. Devo scoprirlo. Sally, nel caso avessi bisogno di parlarti di nuovo, puoi venire in sala mensa a pranzo?» «Sì, ma non potremo parlare lì. Dopo quella notte nella radura, Portia mi guarda in modo strano... credo abbia dei sospetti. I suoi fratelli se ne sono andati via come pazzi e lei non ha creduto a una sola parola di quello che hai detto su Brunswick. Se mi trova con te, sono morta». «Potresti morire se non parlo con te», disse Cassie. «Dai, esci, io aspetterò un po'». Cassie raggiunse di corsa il vecchio laboratorio di scienze. Al secondo piano la stava aspettando il resto del club, tranne Faye e Sean, che non erano stati informati della riunione. Il piano era di parlare con Sean subito dopo pranzo, anche se non avessero scoperto nulla sui piani di Black John. «Ma ora sappiamo qualcosa», disse Cassie senza fiato, sedendosi su una cassetta capovolta. «Ascoltate». E riferì ciò che le aveva detto Sally. «Ecco, adesso capisco», dichiarò Deborah quando Cassie ebbe finito. «Ho appena visto lui e Faye uscire dall'edificio, e la segretaria ha detto che sarebbero stati via per tutto il pomeriggio. Così stanno andando a distruggere uno scuolabus. Fico». «Sì, ma perché?», disse Cassie. «Cioè, sembra che vogliano bloccare il ponte, ma a che scopo?». Fu Adam a rispondere. Era seduto vicino a Doug, con uno degli auricolari del walkman di Doug nell'orecchio. «Lo scopo», disse, «è trattenere tutti sull'isola. C'è appena stato un aggiornamento del notiziario... avete presente l'uragano di cui stanno parlando da un paio di giorni? Quello che avevano paura che colpisse la Florida, ma che poi si è diretto verso nord mentre era ancora nell'Atlantico?». Quasi tutti fecero di no con la testa - non avevano molto tempo per seguire i notiziari negli ultimi giorni. Solo Melanie disse: «Credevo l'avessero declassato a tempesta tropicale». «Sì, erano convinti che si sarebbe disperso a largo. Senti, io un po' ne capisco di uragani. Questo non dovrebbe essere una minaccia perché credono che stia andando verso nord-est, in direzione di Cape Hatteras. Di solito gli uragani fanno così quando incontrano una zona di bassa pressione. Ma sappiamo tutti cosa succede se non la incontrano». Guardò il gruppo in modo sinistro, e questa volta tutti annuirono, tranne Cassie. «Quando non girano per Cape Hatteras, vengono dritti sparati qui», le disse Adam. «Come quello del 1938, e quello di qualche anno fa... e anche quello del 1976». Il silenzio era assoluto. Cassie guardò le facce degli altri, una per una, nella stanza scura. «Dio», sussurrò, un po' stordita. «Sì», disse Adam. «Venti a duecentocinquanta chilometri orari, c mura d'acqua, alte più di dieci metri. Ora, loro continuano a dire che la tempesta cambierà direzione. La radio ha appena detto che dovrebbe restare ben al largo dell'Atlantico. Ma», si guardò nuovamente intorno con aria circospetta, «volete scommettere che...». Laurel saltò in piedi. «Dobbiamo fermare Black John. Se il ponte è bloccato, tutti quelli che si trovano sull'isola saranno in pericolo». «Troppo tardi», disse Deborah seccamente. «È già andato. Ricordate? L'ho visto dieci minuti fa». «E non siamo solo in pericolo. Rischiamo di morire », disse Melanie. «La tempesta di un paio d'anni fa ha appena sfiorato New Salem, ma questa potrebbe spazzarci via». Cassie guardò Adam. «A che velocità si sta avvicinando?» «Non lo so. Potrebbe essere cento chilometri all'ora, o centoventi. Se non cambia direzione a Cape Hatteras, invieranno un allarme uragano... ma ormai sarà troppo tardi, specialmente se il ponte è bloccato. Potrebbe raggiungerci in circa sette, otto ore. Più o meno». «Intorno all'ora dell'eclissi?», chiese Cassie. «Forse sì. Forse un po' dopo». «Ma prima che ci colpisca, si abbatterà su Cape Cod e Boston», bisbigliò Diana. «Ucciderà della gente lì». Quell'idea la sconvolgeva, la stordiva. «C'è solo una cosa da fare», disse Cassie. «Dobbiamo fermarlo prima che arrivi a terra. Dobbiamo fare in modo che si disperda, o che torni verso l'oceano. Oppure dobbiamo fare in modo che ci pensi lui. E prima di allora dobbiamo avvertire la gente... dire a tutti di fare, be', quello che si deve fare durante un uragano». «Evacuare», disse freddamente Adam. «Cosa che potrebbe essere impossibile, perfino con le barche. Sentite che vento». Cassie ascoltò con attenzione. Oltre al vento sferzante delle grosse gocce picchiettavano sulle finestre sbarrate dalle assi di legno. Pioggia. «Se non potremo scappare, tanto vale divertirci», disse Chris. «Che ne dite di un uragano party?» «Non c'è niente da ridere», disse severo Nick, e Cassie aggiunse: «Bene, allora... diciamo alla gente di fare il possibile. E noi dovremmo tornare subito a Crowhaven Road...». «Con Sean», aggiunse prontamente Adam. «Lo vado a prendere e ci vediamo tutti a casa mia. Forza, ragazzi». Lasciarono i loro pranzi nei piatti - tranne Suzan, che ripulì il suo e poi passò a quelli degli altri - dopodiché si diressero verso la scuola. CAPITOLO 14 «Perciò ora dovete andarvene», disse Cassie, cercando di riprendere fiato, rivolgendosi non solo a Sally ma a tutti quelli che si trovavano nella sala mensa. «Lasciate perdere la scuola, lasciate perdere tutto. Andate via. Lasciate l'isola se potete, e se non potete, be', fate tutto il possibile per proteggervi». Fece una pausa. «Guardate che è vero. Sally, diglielo tu». La ragazza dai capelli color ruggine era stata tutto il tempo a fissare Cassie, con uno sguardo assorto, composta sulla sedia come se volesse tenersi lontana da quel rifiuto della società. Fissò Cassie per un altro momento, poi annuì una volta sola, come se fosse immersa in una discussione con se stessa. Fece un respiro profondo e si alzò. «Bene, avete sentito», disse con una voce chiara e vibrante che riecheggiò in tutta la stanza. «Sta per arrivare un uragano. Ditelo a chi potete, fate diffondere la voce. Su, muovetevi». Un ragazzo si alzò. «Ieri ho visto in TV che la tempesta non ci toccherà per niente. Lei che ne sa...». «E una strega, no?», gli urlò Sally con la sua voce roca. «E secondo te le streghe non sanno queste cose? Loro conoscono la natura come tu non la conoscerai mai! E ora via!». «Sally, sei fuori di testai». Dalla porta sul retro arrivò una voce acuta e rabbiosa. Portia era in piedi davanti a un gruppo di studenti con i distintivi, il volto bianco per la collera. «Tu sei una sorvegliante...». «Non più! Vi ho detto di muovervi, ragazzi!». «Questo è assolutamente contro le regole! Lo dirò al signor Brunswick...». «Fallo pure, bella», le urlò contro Sally. «Se riesci a trovarlo! Ora per l'ultima volta, gente, datevi una mossa! Chi volete ascoltare, lei o me?». I sorveglianti alle spalle di Portia esitarono per un istante, poi, in gruppo, si fecero avanti per obbedire a Sally. Portia barcollò quando la spinsero via, lasciandola sola nella stanza. L'ultima fugace immagine che Cassie ebbe di lei la mostrava in piedi lì, ferma, furiosa e completamente sola. Sally cominciò a urlare altre istruzioni allo staff della sala mensa, e Cassie si incamminò verso l'uscita. Ma appena raggiunse la porta, tutte le ragazze si fermarono per un momento, e la guardarono dall'altro lato della stanza. «Andrà tutto bene?», chiese Sally. Cassie sapeva che non si stava rivolgendo solo a lei. Si riferiva all'intero circolo. «Sì». «Ok. Buona fortuna». «Anche a te. Ciao, Sally». Non era stato proprio un granché come discorso di commiato, pensò Cassie, correndo verso il parcheggio per incontrare Diana. Ma era una tregua, tra una strega e un'esterna. Anzi, più di una tregua. E ora, pensò, devo togliermeli dalla testa... tutti gli esterni. Sally si occuperà dei suoi sorveglianti; noi dobbiamo occuparci del nostro gruppo. Stava piovendo molto adesso, e il tempo continuava a peggiorare mentre lei e Diana si recavano a Crowhaven Road. Terribili raffiche di vento facevano sbandare la macchina di Diana e non fu facile raggiungere il vialetto di Adam. Proprio dietro di loro, Adam stava parcheggiando la sua jeep. «Sean è con loro», disse Cassie, girandosi verso l'altra macchina. Lei e Diana la raggiunsero di corsa. Nick e Doug tenevano il ragazzo, più piccolo di loro, sul sedile di dietro. Lo scortarono alla porta come i fratelli di Portia avevano scortato Cassie. Sembrava una cosa un po' eccessiva; Sean era così piccolo... ma poi Cassie guardò quegli occhi neri, luminosi e penetranti. «Toglietegli subito l'ematite di dosso», disse. Nick alzò il maglione di Sean... ed era lì, la cinta che Cassie aveva visto la prima settimana di scuola. Adam la slacciò e la buttò sul pavimento, dove rimase come un serpente morto. «Dov'è l'altro pezzo?», chiese con tono rude a Sean. Sean si dibatteva per liberarsi, in affanno, gli occhi in fiamme. Ci vollero tutti e tre i ragazzi per tenerlo, e se Chris, Deborah, e Laurel non fossero arrivati in quel momento, forse sarebbe riuscito a fuggire. Tutti insieme, i ragazzi e Deborah riuscirono a togliergli il maglione e la camicia. Sotto, dove gli altri membri del circolo avevano le ametiste, Sean portava un piccolo sacchetto di pelle. Adam lo agitò con attenzione e il pezzo di ematite di Cassie cadde. «Ladro!», disse Deborah, scaricandogli un pugno in faccia. Sean la fissò sconcertato, ancora in affanno, in preda al terrore. «Probabilmente lui neanche sapeva di averla», intervenne Melanie. «E stato sotto l'influenza di Black John fin dall'inizio. Qualcuno porti l'ematite fuori e la seppellisca. Laurel, è pronto il bagno a base di erbe?» «Pronto!», l'urlo di Laurel risuonò dal bagno giù fino alle scale, accompagnato dal rumore dell'acqua corrente. «Portatelo qui». Il circolo aveva progettato questo rituale di purificazione fin dal momento in cui aveva scoperto la verità su Sean, e tutti conoscevano bene la propria parte. I ragazzi trascinarono Sean nel bagno, Laurel rimase appena fuori dalla porta. «Non mi interessa se è vestito o no», la sentì urlare Cassie. «Basta che lo facciate entrare nella vasca». Deborah raccolse l'ematite con una paletta e andò a seppellirla, e Diana prontamente mise a punto un incantesimo con le erbe che aveva nello zaino. Caricò il sacchetto di tela delle erbe con Terra, Acqua, Aria e Fuoco: ci spolverò su del sale, versò poche gocce d'acqua da un bicchiere, ci soffiò sopra, e infine passò il sacchetto su una candela accesa che era stata appositamente preparata sul tavolino da caffè. «Ok, è pronto», disse. «Melanie, tu hai fatto?». Melanie, che stava preparando un cerchio di pietre bianche sul pavimento, alzò lo sguardo: «Sì, ho fatto. Quando avremo finito con Sean, sarà così puro che non lo riconosceremo più». Cassie voleva cercare qualcosa nel suo Libro delle ombre, ma prima doveva occuparsi di una faccenda più importante. Dovremo avvertire gli adulti, i genitori», disse. «Quelli che sono a casa, che non lavorano. Se ne sta occupando qualcuno?» «Io vado a casa mia», disse Chris. «I miei genitori sono a casa». «Mia mamma lavora», disse Deborah. «Rimane solo la mamma di Faye», disse Diana. «Vado ad avvertirla io», si offrì Suzan, con grande sorpresa di Cassie. «Mi conosce, la prenderà meglio se glielo dico io». «E le vecchie», disse Cassie. «Cioè», si corresse subito, «la nonna di Adam e nonna Quincey e zia Constance». «Sono a casa mia; sono venute stamattina», disse Melanie. «Per qualcosa che riguarda tua madre, credo, Cassie. Ma io non posso abbandonare questo cerchio». «Vado io», disse Cassie. Diana le sorrise. «Credo che "vecchie" sia un termine appropriato», disse. «E quello che sono, in fin dei conti, e credo che nonna Quincey sarebbe orgogliosa del suo ruolo di vecchia della nostra congrega». E anche mia nonna, ne sono certa, pensò Cassie, e si fiondò nuovamente fuori. C'era uno strano odore in strada, come di bassa marea, la puzza di qualcosa che striscia e marcisce. Cassie corse verso la scogliera, prese la strada secondaria che la costeggiava per dirigersi verso casa di Melanie, e vide che l'oceano era scuro e burrascoso. L'acqua non era né azzurra, né verde, né grigia, ma di una sfumatura oleosa, quasi fangosa, che racchiudeva e mischiava un po' tutti e tre i colori. Sbuffi di schiuma volavano nel vento, e la spuma bianca era dappertutto. In alto, le nuvole avevano forme fantastiche, mutavano e si spostavano come se fossero modellate da mani invisibili. La pioggia flagellava il volto di Cassie. Era una scena selvaggia e suggestiva. Quando bussò alla porta del civico quattro nessuno rispose. Cassie non era sicura che da dentro qualcuno potesse sentirla, con tutto quel vento e quella pioggia. «Zia Constance?», urlò, aprendo la porta e facendo capolino. «Permesso?». Stava per andare verso la stanza dove era stata alloggiata sua madre, poi si fermò, e tornò indietro, spinta dal senso di colpa. Si pulì sul tappetino le Reebok piene di sabbia e fango. Mentre correva verso la camera da letto, tuttavia, lasciò delle chiazze umide sul pavimento di legno immacolato e lucidato a specchio. La porta era appena socchiusa, e una strana luce tremolava all'interno. «Permesso? Oh, mio Dio!», Cassie si affacciò e rimase paralizzata dall'orrore. La stanza era completamente illuminata da dozzine di candele bianche. Intorno al letto c'erano tre figure, tre donne dall'aspetto così strano e fantastico che per un momento Cassie non le riconobbe. Una era alta e magra, un'altra bassa e paffuta, e la terza era minuta come una bambola. Avevano tutte i capelli lunghi. Quelli della donna alta erano neri e folti, più lunghi di quelli di Diana; quelli della vecchia paffuta erano disordinati, di un colore grigio argento, e le arrivavano fino alla schiena, mentre quelli della terza anziana, la più minuta, erano setosi e bianchi come schiuma marina. Le donne erano nude. Cassie aveva gli occhi fuori dalle orbite. «Zia Constance?», disse a quella con i capelli neri, ansimando per lo spavento. «E chi se no?», rispose prontamente la zia di Melanie, aggrottando le sopracciglia meticolosamente curate. «Lady Godiva? Ora va' via, bambina, abbiamo da fare». «Non essere scortese», disse la donna paffuta, che ora Cassie era in grado di identificare come la nonna di Adam. Franklin sorrise a Cassie, per niente imbarazzata. «Stiamo provando una cosa per aiutare tua madre, tesoro», aggiunse la figura minuta, Quincey, la nonna di Laurel. «Per questo dobbiamo rispettare la nudità rituale. Constance era scettica, ma noi l'abbiamo convinta». «E non possiamo interrompere», disse Constance, armeggiando con la tazza di legno che aveva in mano. Nonna Quincey aveva un mazzetto di erbe, e la nonna di Adam una campanella d'argento. Cassie guardò il letto, dove sua madre giaceva immobile come sempre. C'era qualcosa nella luce della stanza che donava un aspetto inconsueto al suo volto dormiente, e anche le tre donne sembravano diverse dal solito. «Ma c'è un uragano in arrivo», disse Cassie. «E per questo che sono qui; sono venuta ad avvertirvi». Le donne si scambiarono lunghi sguardi. «Be', se sta arrivando, non lo si può evitare», sospirò la nonna di Adam. «Ma...». «Non possiamo spostare tua madre, tesoro», disse con fermezza nonna Quincey. «Quindi, tu fai quello che devi fare, e noi proveremo a proteggerla». «Combatteremo contro Black John», disse Cassie. Quella semplice dichiarazione rimase a fluttuare a mezz'aria a lungo dopo che l'aveva pronunciata, e le tre anziane si guardarono di nuovo negli occhi. La prozia Constance aprì la bocca per parlare, aggrottando le sopraciglia, ma nonna Quincey la interruppe. «Non c'è nessun altro che possa farlo, Constance. Devono combattere». «E allora fate attenzione. Dillo a Melanie... e a tutti gli altri... state attenti», disse zia Constance. «E restate insieme. Finché resterete uniti avrete una possibilità», aggiunse la nonna di Adam. La discussione finì lì. Le donne si rigirarono verso il letto. Cassie rimase per un momento a guardare le candele così bianche, e le fiamme erano perfino più lucenti, un bianco dorato come quello dei capelli di Diana, e la miriade di ombre spettrali sul soffitto e sulle pareti. Poi se ne andò. Mentre si richiudeva la porta alle spalle, con grande cautela, le fiamme delle candele danzavano energicamente, e lei ebbe un'ultima immagine delle tre donne nella stanza: con le braccia alzate, erano in procinto di iniziare una specie di danza. La campana d'argento rintoccò sommessamente. Quand'era dentro la stanza non si era accorta del vento che soffiava con tremenda furia all'esterno, ma fuori tutto era freddo e rumoroso, e la luce soffusa dalle finestre era grigia e invernale. Cassie provò l'impulso di tornare nella stanza dorata e nascondersi lì dentro, ma sapeva che non poteva farlo. Tornò a casa di Adam, al civico nove, sospinta dal vento. Tutti gli altri erano già lì. Il circolo era riunito nel salotto di Adam, intorno a Sean che era seduto al centro del cerchio di cristalli di quarzo. La faccia di Sean era di un rosa acceso, un po' malconcia, i suoi capelli erano bagnati e dritti, e indossava dei vestiti troppo grandi per lui. Dovevano essere di Adam. Intorno al collo aveva il sacchetto di tela pieno di erbe che Diana aveva preparato. Era sconvolto e terrorizzato, ma non sembrava intenzionato a fuggire. «Erano lì? Le hai trovate?», chiese Diana a Cassie. Cassie annuì. Non moriva certo dalla voglia di dire a Diana come le aveva trovate. Non era sicura di come avrebbero reagito Melanie, Adam e Laurel all'idea delle loro vecchie parenti che danzavano nude nella stanza di una malata. Avrebbero potuto fraintendere, non capire la luce dorata. «Hanno detto che dovevano rimanere lì», spiegò. «Nonna Quincey sostiene che non bisogna spostare mia madre. Stanno provando ad aiutarla. Hanno detto che dobbiamo stare attenti, e la nonna di Adam ci ha consigliato di rimanere uniti a ogni costo». «Ottima idea», disse Adam, guardando Sean. «E questo è proprio il punto che dobbiamo esaminare adesso. Resteremo uniti oppure no?» «Abbiamo provato a chiedergli degli omicidi», Laurel informò Cassie a bassa voce, «ma lui non ricorda niente... non sa neanche di cosa stiamo parlando. Ci abbiamo messo un secolo per convincerlo che non si trattava di uno scherzo. Finalmente ha capito, ma è spaventato a morte». «Quindi, queste sono le opzioni, Sean», stava dicendo Adam. «Puoi stare con noi, oppure puoi passare il resto della giornata chiuso in cantina, dove non avrai modo di fare danni». «Oppure», aggiunse Diana con tono affabile, «puoi andare da lui, da Black John. E un suo diritto», aggiunse prontamente, dato che alcuni cominciavano a protestare. «La decisione spetta a lui». Gli occhi terrorizzati di Sean vagavano per la stanza. Cassie lo compativa, seduto lì, circondato, con tutti gli occhi puntati addosso. Quando parlò, la sua voce era stridula ma decisa. «Sto con voi, ragazzi». «E bravo Sean», disse Laurel con approvazione, e Deborah gli diede una pacca sulla spalla così forte che per poco non lo fece cadere a terra. Gli Henderson non dissero niente, semplicemente lo fissarono con i loro occhi turchesi, e Cassie ebbe la sensazione che non l'avrebbero mai perdonato per quello che era successo a Kori, anche se non era stata colpa sua. Ma almeno per il momento, il circolo era unito. Tranne… Cassie guardò Adam, e insieme fissarono Diana. Diana annuì. «E arrivato il momento», disse. «Questa è l'ultima possibilità per Faye... speriamo che la colga». Cassie non aveva molte speranze, ma prese il cordless che giaceva sopra un catasta di panni da stirare sul divano. «Qual è il numero del suo cercapersone?». Diana spiegò un pezzetto di carta e lesse il numero. «Appena squilla, premi cancelletto e poi fai il numero di Adam», le spiegò. Cassie eseguì le istruzioni e riattaccò. Aspettò. Non successe niente. «Dobbiamo darle un po' di tempo per trovare un telefono», disse Diana. Aspettarono. La pioggia batteva con forza sulla finestra e il vento ululava nel camino. «Non dovremmo fare qualcosa? Tipo... che ne so, inchiodare assi alle finestre o cose del genere?», chiese Cassie. «Normalmente sì. Dovremmo montare le persiane antitempesta, spostare tutte le cose che possono cadere, le solite precauzioni», disse Adam. «Ma se questo uragano ci colpisce, possiamo considerarci storia passata, e perciò è tutto inutile». Aspettarono. «Riprovaci», disse Diana, e Cassie obbedì. «Sua madre non la vede da stamattina», disse Suzan. «Chissà dove saranno lei e Black John». Anche Cassie se lo stava chiedendo. Dovunque fossero, Faye non rispondeva al cercapersone. «Credo», disse infine Cassie, «che ci manchi un leader della congrega. E... be', volevo controllare prima nel mio Libro delle ombre, ma... Melanie, non c'è scritto da qualche parte che in caso di emergenza si può eleggere un nuovo leader?». Melanie fece un sorriso lieve, poi annuì, come se sapesse quello che Cassie aveva in mente. «Durante una crisi», disse. «Se il resto della congrega è d'accordo, si può eleggere un nuovo leader». Ci fu un po' di agitazione nel circolo, si raddrizzarono tutti sulle sedie con aria interessata. «Ah», disse Laurel, «questa sì che è una buona idea». «Soprattutto se pensiamo al fatto che abbiamo gli Strumenti Supremi», disse Adam. «Facciamolo», disse Deborah. Cassie era emozionata. Aveva fatto un voto mentre Faye disegnava il cerchio all'incrocio, e ben presto la sua promessa si sarebbe avverata. Aveva giurato che Faye non sarebbe stata leader per sempre, e da lì a pochi minuti la sua carica sarebbe stata revocata. Cassie, tutta allegra, stava per dire: «Io voto per Diana», ma prima che potesse parlare, la voce di Diana le impose il silenzio. «Io voto per Cassie», disse senza esitazioni. Cassie la fissò stupita. Quando riuscì a riprendere fiato, disse: «Stai scherzando». «No», disse Diana. Poi si voltò, rivolgendosi al resto del circolo in tono ufficiale. «Cassie ha più potere di ognuno di noi, inclusa Faye. Può chiamare a sé gli elementi... l'abbiamo vista invocare il Fuoco. Può comunicare a lunghe distanze. Vede la realtà nei sogni, ed è stata quella che ci ha condotto agli Strumenti Supremi. Sua nonna ha detto che la sua famiglia ha sempre avuto la vista più chiara e il potere più grande. E lei è forte, più forte di me per questo tipo di combattimenti. Io voto per Cassie». Cassie era sconcertata, ma gli altri sembravano d'accordo. «E bella tosta», disse Deborah, «anche se non lo sembra». «Mi ha salvato da quel cane», disse Chris, mostrando a tutti il piede. «È anche molto intelligente», disse Laurel con orgoglio. A parte Diana, Laurel era stata la prima amica di Cassie nel circolo. «Nota delle cose che sfuggirebbero alla maggior parte delle persone». «Ha delle buone idee», approvò Suzan, facendo ondeggiare i capelli biondo rame in un gesto di assenso pieno di saggezza. «Mi piace», azzardò Sean, un po' esitante, dalla sua postazione in mezzo al cerchio di pietre. «E sempre stata gentile con me». «E una leader nata», disse Doug, con il suo tipico ghigno gentile. Nick si limitò a dire: «Sì». Cassie si rese conto che facevano sul serio. «Ma sono anche la...», fece una pausa e poi continuò: «Il fatto che Black John sia mio...». Non riusciva ancora a pronunciare quella parola. «Io credo che possa essere una cosa positiva per noi», disse Melanie, fissando Cassie con aria pensierosa. «Se davvero non vuole farti del male, questo potrebbe essere un handicap per lui... almeno un po'». Tutti continuavano ad annuire. Cassie deglutì e fissò gli altri membri del circolo. A nessuno era venuto in mente che magari lei aveva paura di guidare la battaglia contro Black John? In cuor suo, sapeva di non volerlo fronteggiare di nuovo. Sapeva di non essere pronta. E forse non lo sarebbe mai stata. Ma tutti la stavano guardando: Diana con sincera fiducia, Deborah e gli Henderson con una sicurezza innocente. Perfino Nick e Melanie le rivolgevano cenni di incoraggiamento. Poi Cassie guardò Adam. I suoi occhi grigio azzurri avevano qualcosa dell'oceano là fuori... uno sguardo tenebroso e inquieto. Disse solo: «Ce la puoi fare», rispondendo a una domanda che lei non aveva formulato. «E credo che sia la cosa migliore per la congrega. Non so se lo sarà anche per te». Cassie sospirò. Credevano in lei. Non poteva deluderli. «Se siete tutti d'accordo», disse, riconoscendo a stento la sua stessa voce. «Cerchiamo di sbrigarci», disse Melanie. «Tutti quelli che vogliono Cassie come leader alzino la mano». Tutte le mani si alzarono. Diana balzò in piedi. «Ti porto tutto», disse. Lei e Adam si fiondarono in cantina e tornarono qualche minuto dopo con il portadocumenti di pelle e ottone. Tutti si chinarono in avanti per guardare mentre lei lo apriva, e delle flebili esclamazioni di sorpresa si alzarono contemporaneamente all'interno del circolo. «Sono bellissimi», disse Suzan, sfiorando il diadema d'argento con le sue dita perfettamente curate. «Sì», disse Diana, aprendo lo zaino. «Ecco, Cassie, metti questo». Era la sottoveste bianca che Diana indossava alle riunioni. Cassie sentì improvvisamente caldo, come se avesse il viso in fiamme. Non poteva indossarlo. Così conciata, avrebbe somigliato a... «Non preoccuparti, non avrai freddo», disse Diana, e sorrise. «Ma... tu sei più alta di me. E troppo lunga...». «Ho fatto l'orlo», disse Diana. E poi, nel silenzio che seguì, aggiunse dolcemente: «Prendila, Cassie». Lentamente, Cassie la prese. Andò nel bagno in cui i ragazzi avevano lavato Sean c'era ancora un po' di vapore - e indossò la sottoveste di seta grezza. Le calzava a pennello. Si sentiva un po' in imbarazzo all'idea di tornare di là vestita in quel modo, ma si disse che non era il momento di pensare ai centimetri di pelle nuda che stava mettendo in mostra. Quando ritornò in mezzo al gruppo, Chris e Doug la accolsero con un fischio. «Smettetela, è una cosa seria», disse Laurel. «Potrebbe anche mettersi qui, nel cerchio di pietre bianche», disse Melanie. «Esci, Sean». Sean si alzò con aria sollevata. Cassie prese il suo posto. Calò un profondo silenzio. «Giura di lavorare per il bene del circolo, di non fare del male a nessuno, di essere fedele a tutti. Per l'Acqua, per il Fuoco, per la Terra, e per l'Aria, guidaci in pace e con grande impegno», disse Diana. Cassie si rese conto che stavano celebrando la parte del cerimoniale che Faye si era persa quando era diventata leader. «Sentite... è solo una cosa temporanea, no?», provò a dire. «Shh», disse Laurel, inginocchiandosi. Cassie sentì che le stavano legando qualcosa di morbido sulla gamba, appena sopra al ginocchio destro. Guardò in basso e vide che Laurel le stava allacciando la giarrettiera di pelle verde. Sentì qualcosa di fresco e metallico sulla parte superiore del braccio, e voltandosi vide che Melanie le stava sistemando il braccialetto d'argento. Era sorprendentemente pesante; Cassie sapeva che ne avrebbe sentito il peso a ogni singolo movimento del braccio. «Guardami», disse Diana. Cassie la guardò. Tra le mani aveva il diadema di argento finemente intrecciato, con la mezzaluna in cima. Cassie sentì che glielo adagiava tra i capelli, leggero ma saldo. E poi, per tutto il corpo, dall'argento delle fibbie della giarrettiera, all'argento del braccialetto, al cerchietto che le solleticava la fronte, Cassie sentì un'ondata di calore formicolante. Una... energia vitale. Questi sono i veri Strumenti; non sono soltanto simboli, pensò. Hanno un loro potere. In quel momento, capì che poteva gestire quel potere. Faceva parte di lei, la riempiva di forza. Era una strega, discendeva da una stirpe di streghe potenti, ed era la leader del circolo. «Bene», disse, facendo un passo fuori dal cerchio di pietre e andando a prendere il suo Libro delle ombre. Non era più preoccupata del suo look; sapeva di essere bella. E comunque non era importante. Il tempo a loro disposizione stava finendo, e voleva usarlo al meglio. «Bene, sentite: mentre aspettiamo, credo che dovremmo studiare i nostri Libri delle ombre. Mia nonna mi ha detto di studiare il mio, ed è sempre meglio che stare senza fare niente», disse. «Possiamo fare i turni per leggere ad alta voce finché non si fa buio... lui non entrerà in azione prima di allora». «Ne sei sicura?», disse Melanie. «Sì». Cassie non aveva idea di come facesse a saperlo, ma ne era certa. Sua nonna l'aveva chiamato "la vista", ma a Cassie sembrava più simile a una voce... una voce interiore, che proveniva da dentro. E ormai ne sapeva abbastanza per darle ascolto. Nessuno mise in discussione i suoi ordini. Quelli che lo avevano, presero il loro Libro delle ombre. Fuori, un vento tetro gemeva e urlava. CAPITOLO 15 Intorno alle quattro saltò la corrente. La casa si fece fredda. Accesero le candele e continuarono a leggere. «Per la protezione dal Fuoco e dall'Acqua», lesse Cassie. Ma Melanie disse che l'incantesimo non era così potente da proteggerli da un uragano, e Cassie sapeva che aveva ragione. «Ecco, questo è per scacciare la paura e le emozioni negative», lesse Diana. «"Sole di giorno / e luna di notte / fate che i brutti pensieri / se ne vadano a frotte". Ottima idea». Continuarono a leggere. Un sortilegio per curare un bimbo malaticcio. Un amuleto per il potere. Tre incantesimi per legare a sé un amante. Per provocare una tempesta... di questo proprio non ne avevano bisogno, pensò amaramente Cassie. Imparò anche qualcosa sui cristalli: scoprì, ad esempio, che più grande era un cristallo più energia poteva immagazzinare e concentrare. L'incantesimo Per scacciare il male lo lesse ad alta voce, anche se non lo capì. «"Invoca il potere che è solo tuo, facendo appello agli elementi o a quelle componenti del mondo naturale che sono più vicine al tuo cuore. Questi poteri ti eleveranno sopra tutto ciò che è malvagio: sono i poteri del sole e della luna e delle stelle, e di ogni cosa che appartenga alla terra"». Lo rilesse, scervellandosi al massimo. «Continuo a non capire». «Secondo me significa che noi streghe possiamo servirci della natura e delle cose buone, per combattere il male», disse Melanie. «Sì, ma in che modo?», disse Cassie. «E poi cosa succede a quel punto?». Melanie non lo sapeva. Si fece buio. La luce grigia dalle finestre diventò sempre più debole e infine svanì del tutto. Il vento faceva sbattere le persiane e vibrare i vetri delle finestre. La pioggia continuò incessantemente a cadere nell'oscurità. «Cosa credete che farà?», chiese Suzan. «Qualcosa di poco amichevole», rispose Laurel. Cassie era fiera di loro. Erano spaventati; li conosceva abbastanza bene da sapere che era paura quella che si nascondeva dietro la camminata nervosa di Deborah e dietro l'immobilità di Melanie, ma nessuno di loro stava scappando, nessuno si dava per vinto. Doug faceva battute sceme, e Chris aeroplanini di carta. Nick sedeva teso e silenzioso, e Adam continuava ad ascoltare le notizie alla radio con le cuffie di Doug. Alle sei la tempesta cessò. Cassie, ormai abituata al tamburellare della pioggia, e al fragore e agli ululati del vento, avvertì come una sensazione di vuoto. Guardò gli altri e vide che tutti erano nervosi, all'erta. «Non può essere finita», disse Suzan. «O magari ci ha mancato?» «E ancora a largo dell'Atlantico», disse Adam. «Dicono che colpirà la terraferma più o meno entro un'ora. Questa è solo la quiete prima della tempesta». «Cassie?», disse Diana. «Credo che stia per fare la sua mossa», disse Cassie, cercando di sembrare calma. Ogni muscolo del suo corpo s'irrigidì. Cassandra. Era lui, le parlava nella mente. Guardò gli altri e capì che anche loro l'avevano sentito. Porta la tua congrega alla fine di Crowhaven Road. Al civico tredici, Cassandra. Ti sto aspettando. Le dita di Cassie si strinsero su uno dei panni da stirare vicini a lei. Cercò di concentrarsi sul potere degli Strumenti Supremi, sul calore della pelle nei punti in cui la toccavano. Poi si mise a fare forza con la mente, cercando di formulare parole precise. Stiamo arrivando. Salutaci Faye. Sbuffò. Doug le fece un largo sorriso. «Non male», disse. Non era altro che una bravata, e gli altri lo sapevano, ma la fece sentire un po' meglio. Senza farsi notare, si asciugò i palmi sudati sul bucato e si alzò. «Andiamo», disse. Diana aveva ragione; con i simboli della congrega e la sottoveste bianca, non sentiva freddo. Fuori, il cielo era sereno e tutto era immerso nel più profondo silenzio, a parte il rumore delle onde. Sì, la quiete prima della tempesta, pensò Cassie. Era una quiete davvero minacciosa, pronta a esplodere con violenza da un momento all'altro. Melanie disse: «Guardate la luna». Lo stomaco di Cassie sobbalzò. Sembrava una mezzaluna, un disco d'argento morso da un gigante. Ma Cassie sentì che c'era qualcosa che non andava. Non era una mezzaluna; era una luna piena invasa dall'ombra. Stava assistendo alla discesa dell'oscurità su un mondo luminoso. Pensò che poteva effettivamente vedere l'ombra che si spostava e copriva sempre di più la superficie chiara. «Forza», disse. Si incamminarono per la strada bagnata, verso il promontorio. Passarono davanti alla casa di Suzan, con le sue colonne greche: pareva un unico blocco grigio contro la luce lunare. Superarono quella di Sean, anch'essa ridotta a un indistinto ammasso scuro. L'acqua gorgogliava ai lati della strada in piccoli rivoli. Arrivarono davanti a casa di Cassie. E alla fine raggiunsero il terreno abbandonato del civico tredici. Aveva esattamente lo stesso aspetto di quando ci avevano celebrato Halloween accendendo un falò e invocando lo spirito di Black John. Vuoto, deserto. Nudo. Non c'era nessuno lì. «E una trappola?», chiese subito Nick. Cassie scosse la testa incerta. La vocina dentro di lei non le stava dicendo niente. Guardò la luna a est, e sentì un'altra scossa. Era visibilmente più piccola, e la mezzaluna sempre più sottile. L'ombra non era nera o grigia, ma di un marrone rame spento. Fra dieci minuti sarà totale», disse Melanie. «Fra più o meno mezz'ora l'uragano raggiungerà la terra», disse Adam. Un vento fresco soffiava intorno a loro. I piedi di Cassie, nelle scarpette bianche che Diana aveva portato per lei, erano ormai zuppi. Rimasero lì, incerti. Cassie sentiva le onde frangersi ai piedi della scogliera. I suoi sensi erano in allarme, in cerca, ma sembrava che non succedesse niente. I minuti passavano e i suoi nervi erano sempre più tesi. «Guarda», bisbigliò Diana. Cassie guardò di nuovo la luna. L'ombra marrone stava inghiottendo l'ultima unghia di luce. Cassie la vide scomparire, come una candela che si spegne. Poi emise un rantolo. Il rumore era stato involontario e se ne vergognò, ma anche gli altri avevano il fiato spezzato. Perché la luna non era semplicemente nera, come una luna nuova, e non era neanche marrone rame. Quando fu totalmente coperta dall'ombra, infatti, si fece rossa, di un rosso profondo e minaccioso, come sangue rappreso. Alta nel cielo, perfettamente visibile, ardeva come carbone, ma di una luce innaturale. Molti del gruppo restarono senza fiato e Sean si lasciò sfuggire un suono stridulo. Cassie si girò velocemente, appena in tempo, e poté vedere cosa stava succedendo. Sul terreno abbandonato davanti a loro stava apparendo qualcosa. Un blocco rettangolare prendeva lentamente forma e diventava sempre più solido, proprio sotto gli occhi di Cassie. Riuscì a vedere il tetto scosceso a punta, le mura rivestite di legno, finestrelle piazzate in maniera irregolare. Una porta fatta di assi massicce. Sembrava il vecchio padiglione della casa di sua nonna, l'abitazione originale del 1693. Brillava di una luce cupa, come la luna rosso sangue. «E vera?», sussurrò Deborah. Cassie dovette aspettare un momento per riprendere fiato. «E vera adesso», disse. «Ora, per qualche minuto, è vera». «E terribile», sussurrò Laurel. Cassie sapeva cosa stava provando, e cosa stava provando l'intera congrega. La casa era il male, proprio come lo era stato il teschio. Sembrava ricurva, sghemba, come un mostro uscito da un incubo. E li avvolse tutti precipitandoli in un terrore istintivo. Cassie poteva senti re il respiro affannoso di Chris e Doug. «Non vi avvicinate», disse con fermezza Nick. «Restate tutti indietro finché non esce allo scoperto». «Non preoccuparti», lo rassicurò Deborah. «Nessuno ha intenzioni di avvicinarsi a quella cosa». Cassie la pensava diversamente. La voce che aveva dentro, che era rimasta in silenzio fino a pochi minuti prima, adesso le stava dicendo chiaramente cosa doveva fare. Peccato che non le spiegasse anche come trovare il coraggio per farlo. Si guardò alle spalle, poi fissò gli altri in piedi dietro di lei. Il club. Il circolo. I suoi amici. Fin dalla sua iniziazione, Cassie era stata felicissima di far parte di quel gruppo. Aveva contato su tutti loro in momenti diversi, piangendo sulla spalla di Diana e aggrappandosi a Nick e a Adam quando ne aveva avuto bisogno. Ma ora doveva fare una cosa nella quale nessuno poteva aiutarla, neanche Nick o Adam. Neppure Diana poteva seguirla. «Devo andare da sola», disse. Si rese conto di aver parlato ad alta voce solo quando vide che tutti la fissavano. Un attimo dopo cominciarono a protestare. «Ma sei pazza, Cassie? Quello è il suo territorio, non puoi entrarci», disse Deborah. «Può succedere qualsiasi cosa. Aspetta che esca lui», le disse Nick. «E troppo pericoloso. Non ti possiamo lasciar andare da sola», disse Adam con decisione. Cassie lo rimproverò con lo sguardo, perché era stato lui ad avvertirla dei pericoli insiti nell'essere la leader della congrega; aveva ragione, e quindi avrebbe dovuto capirla adesso. Che fosse pericoloso era chiaro, ma doveva farlo. Black John... John Blake... Jack Brunswick, qualunque fosse il suo nome, l'aveva chiamata e ora la stava aspettando lì dentro. E Cassie doveva andarci. «Se non volevate starmi a sentire, non avreste dovuto nominarmi leader», disse. «Ma ascoltatemi bene: è questo che vuole. Non verrà fuori. Vuole che vada io dentro». «Ma non sei obbligata a farlo», disse Chris, quasi pregandola. Di tutti loro, solo Diana rimaneva in silenzio. In piedi, con la bocca tremante, cercava di trattenere le lacrime. Cassie capì che poteva rivolgersi solo a lei. «Sì, invece», disse. E Diana, che sapeva cosa voleva dire essere la leader, annuì. Cassie si voltò prima di vedere Diana scoppiare in lacrime. «Voi restate lì», disse a tutti, «finché non sarò uscita. Andrà tutto bene. Ho gli Strumenti Supremi, non dimenticatelo». Poi si avvicinò alla casa. I chiodi della pesante porta di legno erano piantati in un complesso disegno di vortici e diamanti. Sembravano brillare più rossi del legno intorno a loro. Cassie, esitante, toccò la maniglia di ferro della porta, ma scoprì che era fresca e solida sotto le sue dita. La porta si spalancò e lei entrò. Tutto era leggermente sfocato, come un ologramma rosso, eppure sembrava abbastanza vero. La cucina era molto simile a quella di sua nonna ed era completamente deserta. Il salottino della porta accanto pure. Nell'angolo opposto del salottino c'era una stretta rampa a chiocciola. Cassie salì le scale, notando divertita l'incongruità della lanterna di latta appesa alla parete. Emetteva una luce rossa e inquietante, appena più luminosa della casa stessa. La scala era ripida e quando raggiunse la cima si accorse che il cuore le batteva all'impazzata. La prima stanza da letto era vuota. E anche la seconda. Rimaneva solo quella grande, sopra la cucina. Cassie si diresse verso la porta senza esitazioni. Sulla soglia vide che il bagliore rosso lì era più intenso, come la superficie della luna invasa dall'ombra. Entrò. Lui era lì, così alto che la testa quasi toccava il soffitto. Emanava una luce di pura malvagità. Il viso era trionfante e crudele, e al suo interno Cassie pensò d'intravedere la sagoma del teschio. Si fermò e lo guardò. «Padre», disse, «sono qui». «Con la tua congrega», disse Black John. «Sono fiero di te». Le tese una mano, che lei ignorò. «Sei stata brava a portarli qui», continuò. «Sono contento che siano stati così saggi da proclamarti leader». «E solo una carica temporanea». Black John sorrise. I suoi occhi si posarono sugli Strumenti Supremi. «Ti stanno davvero bene», disse. Cassie sentì il panico serpeggiarle lentamente nello stomaco. Tutto stava andando secondo i piani di Black John, e lei se ne rendeva perfettamente conto. Cassie era lì, con gli strumenti che lui aveva desiderato per tanto tempo, nel suo territorio, nella sua casa. E aveva paura di lui. «Non devi aver paura, Cassandra», disse. «Io non voglio farti del male. Non c'è bisogno di litigare. Abbiamo lo stesso scopo: riunire la congrega». «Noi non abbiamo lo stesso scopo». «Tu sei mia figlia». «Ma non sono parte di te!», urlò Cassie. Lui stava giocando con le sue emozioni, cercando le sue debolezze. E a ogni minuto che passava l'uragano si avvicinava sempre di più alla terra. Cassie cercava disperatamente un diversivo, poi vide qualcuno dietro Black John. «Faye», disse. «Non avevo notato che eri lì, nella sua ombra». Faye si fece avanti, indignata. Indossava l'abito nero, praticamente il negativo di Cassie, e il diadema, il braccialetto e la giarrettiera. Alzò la testa orgogliosamente e fissò Cassie con i suoi ardenti occhi d'oro. «Le mie due regine», disse affettuosamente Black John. «Il buio e la luce. Insieme, guiderete la congrega...». «E tu guiderai noi?», chiese Cassie bruscamente. Black John sorrise di nuovo. «Una donna saggia sa quando è il caso di essere guidata da un uomo». Faye non stava sorridendo. Cassie la gelò con un'occhiata Black John non aveva notato nulla. «Volete che fermi l'uragano?», chiese a Cassie. «Sì, ovviamente». Era questo il motivo per cui si trovava lì, per ascoltare le sue condizioni. E per cercare il suo punto debole. Cassie aspettò la sua risposta. «Allora devi fare solo una cosa: prestare giuramento. Nient'altro. Un giuramento di sangue, Cassandra. Sei abituata a queste cose, no?». Tese la mano a Faye senza guardarla. Faye la fissò per un istante, poi si abbassò per prendere un pugnale dalla giarrettiera. Il pugnale dal manico nero che usava per disegnare i cerchi per terra. Black John lo sollevò bene in alto, poi si tagliò il palmo. Il sangue ne fuoriuscì lentamente, rosso scuro. Come Adam, pensò Cassie freneticamente, mentre il cuore accelerava furiosamente i battiti. Come il giuramento che abbiamo fatto io e Adam. L'uomo porse il pugnale a Cassie. Quando vide che non accennava a muoversi, lo passò a Faye. «Daglielo», disse. Faye prese il pugnale e lo porse a Cassie, tenendolo dalla parte del manico. Lentamente, le dita di Cassie si strinsero sull'impugnatura. Faye ritornò al suo posto, di fianco a Black John. «E solo un po' di sangue, Cassandra. Giurami obbedienza e io respingerò l'uragano, lo farò tornare verso il mare senza danni. E dopo tu e io potremo dare inizio al nostro regno insieme». Il pugnale tremava in mano a Cassie. Non c'era verso di calmare il suo cuore impazzito. Sapeva cosa avrebbe fatto, ma aveva bisogno di tempo per trovare il coraggio. «Come hai ucciso Jeffrey?», chiese. «E perché?». Per un attimo Black John esitò, preso alla sprovvista, poi si riprese. «Ho fatto in modo che si sedesse per un momento. Volevo far nascere l'odio tra quelli come noi e gli esterni», disse. E sorrise. «E poi, non mi piacevano le attenzioni che riservava a mia figlia. Lui non era uno di noi, Cassandra». Cassie avrebbe voluto che Portia fosse lì adesso, e vedesse con i suoi occhi il "signor Brunswick" che tanto amava. «E perché hai usato Sean?», chiese. «Perché era debole, e aveva già una pietra sulla quale potevo avere influenza», disse lui. «Ma perché tutte queste domande? Non ti rendi conto...». Si interruppe e si spostò veloce come un fulmine. Mentre parlava, Cassie gli aveva lanciato il pugnale. Non aveva mai lanciato un coltello prima, ma qualche antenato che aveva indossato gli Strumenti Supremi doveva averlo fatto, perché il braccialetto sembrò guidare il suo braccio destro e il pugnale puntò dritto al cuore di Black John. L'uomo però fu troppo veloce. Afferrò il pugnale a mezz'aria, per la lama, e lo tenne così, in mano, fissando Cassie. «Non è stato un gesto degno di te, Cassandra», disse. «E senza dubbio non ci si comporta così con il proprio padre. Ora sono arrabbiato con te». Il suo tono non era furioso; era velenoso e freddo come la morte. Cassie pensava di essere già terrorizzata, ma capì che quella paura non era niente. Ora era davvero pazza di terrore. Aveva le ginocchia deboli e il battito del cuore le scuoteva tutto il corpo. Black John rilanciò il pugnale che si conficcò per terra davanti a Cassie, vibrando. «L'uragano sta per raggiungere la terraferma», disse. «Non hai scelta; non hai mai avuto scelta. Presta giuramento, Cassandra. Fallo!». Ho paura, pensò Cassie. Per favore, sono così terrorizzata... Aveva indosso gli Strumenti Supremi, ma non aveva idea di come usarli. «Io sono tuo padre. Fa' come ti dico». Se solo sapessi come usarli... «Non hai abbastanza potere per sfidarmi!». «Sì, invece», sussurrò Cassie. Nella sua mente, una porta si aprì, e spuntò un'alba d'argento. Come la luna che usciva dall'ombra, illuminò tutto. Finalmente capì l'incantesimo per scacciare il male. Invoca il potere che è solo tuo... questi poteri ti eleveranno sopra tutto ciò che è malvagio... Improvvisamente ebbe la sensazione che la lunga stirpe di streghe da cui discendeva si fosse riunita alle sue spalle. Lei era solo l'ultima, era una di loro, e tutta la loro conoscenza era sua. La loro conoscenza e il loro potere. Le parole le affiorarono alle labbra. «Il potere della luna. Lo uso contro di te», disse tremando. Black John la fissò e si ritrasse. «Il potere della luna, lo uso contro di te», ripeté, più forte. «Il potere del sole, lo uso contro di te». Black John fece un passo indietro. Cassie invece avanzò, cercando altre parole nella mente. Ma non fu lei a dirle. Una voce le pronunciò al suo posto, una voce dietro di lei. «Il potere delle stelle, lo uso contro di te. Il potere dei pianeti, lo uso contro di te». Era Diana, i suoi capelli biondi parevano mossi da un vento leggero. Si mise dietro Cassie, alta, fiera e slanciata, elegante e mortale come una spada d'argento. Il cuore di Cassie si gonfiò di gioia; nella sua vita non era mai stata così contenta che qualcuno non avesse seguito le sue istruzioni. «Il potere delle maree, lo uso contro di te. Il potere della pioggia, lo uso contro di te», disse Adam. Era proprio di fianco a Diana, nel bagliore rosso i suoi capelli brillavano come fiamme, come rubini. Deborah era dietro di lui, la sua cascata di capelli neri incorniciava il viso minuto e ardente di concentrazione. «Il potere del vento, lo uso contro di te», disse. Nick si unì a lei, gli occhi freddi e rabbiosi. «Il potere del ghiaccio, uso contro di te». E Laurel: «Il potere della foglia, lo uso contro di te. Il potere della radice, lo uso contro di te». E Melanie: «Il potere della roccia, lo uso contro di te». C'erano tutti, tutti con Cassie, le loro voci si univano alla sua. E Black John si ritirava. «Il potere del tuono, lo uso contro di te», gli disse Doug. «Il potere del fulmine, lo uso contro di te», urlò Chris. «Il potere della rugiada, lo uso contro di te», disse Suzan, e mandò avanti un ragazzo minuto. Era Sean, e stava tremando, chiaramente terrorizzato dall'uomo che aveva controllato la sua mente. Ma la sua voce divenne un grido. «Il potere del sangue, lo uso contro di te!». Il bagliore rosso era scomparso. Aveva di nuovo assunto il suo colore naturale, il nero. Ma c'erano solo undici membri nella congrega di Cassie; il circolo non era completo. E solo un circolo completo poteva contrastare quell'uomo. Appena l'urlo di Sean si spense, Black John riprese forza. Fece un passo contro di loro, e Cassie rimase senza fiato. «Il potere del fuoco, lo uso contro di te», gridò una voce roca, e lui ricadde a terra. Cassie guardò Faye, sconcertata. La ragazza, già alta, sembrava essere cresciuta ancora di più man mano che Black John si ritirava. Fissava furiosa l'uomo scuro e sembrava in tutto e per tutto una regina barbarica. Poi si mise di fianco a Cassie. «Il potere dell'oscurità, lo uso contro di te», disse, e ogni parola era come una coltellata. «Il potere della notte, lo uso contro di te!». Ora, pensò Cassie. Lui era debole, ferito, e loro erano uniti. Ora o mai più, era il momento di sconfiggerlo. Ma né il Fuoco, né l'Acqua ce l'avevano fatta prima. Black John era stato sconfitto due volte, e due volte era morto, ma era sempre tornato. Se volevano liberarsi di lui una volta per tutte, distruggere il suo corpo non era sufficiente. Dovevano fare di più. Dovevano distruggere la fonte stessa del suo potere... il teschio di cristallo. Se solo avessimo un cristallo più grande, pensò Cassie. Ma non c'era un cristallo più grande. Pensò con angoscia agli affioramenti di granito a New Salem... ma quelli non erano cristalli, non potevano trattenere né concentrare energia. E poi, non aveva bisogno di un cristallo grande, ma di un cristallo enorme. Gigantesco, così gigantesco... Mi piace pensare ai cristalli come a una spiaggia, sentì la voce ridente di Melanie nella sua mente. Un cristallo non è altro che acqua e sabbia fossilizzate. Assieme alle parole le arrivò un'immagine. Un rapida visione della sua stessa mano il primo giorno sulla spiaggia di Cape Cod. «Abbassa lo sguardo», aveva sussurrato Portia quando aveva visto Adam che arrivava, e così Cassie aveva abbassato gli occhi, vergognandosi terribilmente, e fissando le proprie dita che sfioravano la sabbia. La sabbia che brillava di minuscole schegge di granato, di cristalli verdi e dorati e marroni e neri. Una spiaggia. Una spiaggia. «Insieme a me», urlò Cassie. «Unite il vostro pensiero al mio... datemi il vostro potere! Adesso!». Immaginò chiaramente la lunga spiaggia che correva parallela a Crowhaven Road. Più di un chilometro e mezzo di cristalli e cristalli. Rivolse a quell'immagine il suo pensiero, accumulando il potere della sua congrega. Si concentrò su di essa, si fuse con essa, e guardò Black John... il teschio di cristallo con i denti ghignanti e gli occhi vuoti. E poi fece forza con la mente. Sentì il potere emanare dal suo corpo, come un flusso di calore, come un'esplosione solare guidata dall'energia dell'intero circolo. Scorreva attraverso di lei nella spiaggia, e dalla spiaggia verso Black John, forte e intenso, con tutta la potenza della Terra e dell'Acqua combinati. E questa volta, quando il teschio esplose, ci fu una pioggia di frammenti di cristalli, come era successo con il pendente di ametista. Poi ci fu un grido che Cassie non avrebbe mai dimenticato. E il pavimento della casa del civico tredici sparì da sotto i loro piedi. CAPITOLO 16 «Tutto ok?», Cassie chiese a Suzan, che era caduta rovinosamente. «State tutti bene?». I membri del circolo erano sparpagliati qua e là sul terreno abbandonato come se fossero stati gettati a casaccio da una mano gigante. Ma erano tutti in grado di muoversi. «Credo di avere un braccio rotto», disse Deborah, con una voce abbastanza calma, nonostante tutto. Laurel si trascinò verso di lei per dare un'occhiata. Cassie fissava gli altri. La casa era sparita. Il civico tredici era di nuovo un arido pezzo di terra. E la luce stava cambiando. «Guardate», disse Melanie, gli occhi rivolti in alto. La sua voce vibrava per la gioia e la meraviglia. La luna era di nuovo argentata, appena uno spicchio sottile, ma sempre più visibile. Il color sangue era sparito. «Ce l'abbiamo fatta», disse Doug, i suoi capelli biondi più scompigliati che mai. Fece un sorrisone. «Ehi! Ce l'abbiamo fatta!». «Cassie ce l'ha fatta», disse Nick. «È davvero sparito?», chiese prontamente Suzan. «Se n'è andato sul serio stavolta?». Cassie si guardò di nuovo intorno, sentiva solo un'arietta frizzante e l'incessante moto del mare. Tutto il resto era silenzioso. Non c'era altra luce se non quella della luna e delle stelle. «Credo di sì», bisbigliò. «Credo che abbiamo vinto». Poi si girò rapidamente verso Adam che stava armeggiando con la radio appesa alla cintura. «E l'uragano?», chiese Cassie. «Spero che non si sia rotta», rispose lui, e si mise le cuffie. Zoppicando e trascinandosi, si raccolsero tutti intorno a lui, in attesa. Adam continuava ad ascoltare, scuotendo la testa e cambiando le frequenze. Aveva un'espressione tesa, preoccupata. Cassie vide Diana dietro di lei, e la prese per mano. Si sedettero assieme. Poi Adam si raddrizzò improvvisamente. Venti molto forti su Cape Cod... tempesta verso nord-est... nordest! Ha girato! Sta ritornando verso il mare!». I fratelli Henderson urlarono di gioia, ma Melanie li zittì. Adam stava ancora parlando. «Alta marea... inondazioni... ma è tutto a posto, nessun ferito. Solo danni alle proprietà. Ce l'abbiamo fatta! Ce l'abbiamo fatta davvero!». «Cassie ce l'ha fatta», stava per ricominciare Nick, con una cantilena irritante, ma Adam era saltato in piedi e aveva afferrato Cassie e la stava facendo volteggiare in aria. Cassie urlava e continuava a urlare mentre lui la sballottava a destra e sinistra. Adam non era così felice da... be', Cassie non riusciva a ricordare l'ultima volta in cui l'aveva visto così felice. Forse quel giorno sulla spiaggia di Cape Cod, quando le aveva rivolto quel sorriso temerario. In quel mese pieno di dubbi e problemi si era scordata che Adam non era sempre così cupo. Come Herne, pensò, quando la rimise a terra, senza fiato e rossa in viso. Il dio cornuto della foresta era il dio delle celebrazioni gioiose. Chris e Doug volevano ballare con lei adesso, tutti e due insieme. Adam ballava con Diana. Cassie cadde al suolo, ridendo, proprio quando qualcosa di grosso e peloso la colpì travolgendola. «Raj», disse Adam, «ti avevo detto di rimanere a casa!». «Segue gli ordini più o meno quanto tutti voi», ansimò Cassie, abbracciando il pastore tedesco che con la sua lingua umida le leccava tutta la faccia. «Ma sono felice che siate venuti. Voi tutti, ragazzi, non solo il cane», disse, guardandoli. «Non potevamo certo lasciarti sola lì dentro», disse Sean. Doug ridacchiò e gli diede una pacca sulla schiena. «Certo che no, campione», disse, poi alzò gli occhi al cielo e guardò Cassie. Cassie stava osservando Faye, che era rimasta lì seduta, un po' in disparte, più o meno come di solito faceva Nick. «Sono contenta che tu ti sia unita a noi», disse. Faye non sembrava per nulla una segretaria ora. I suoi lunghi capelli corvini ricadevano liberi sulle spalle, e l'abito nero, più che coprirla, metteva in risalto la sua pelle color miele. Non sembrava più una pantera: adesso era una selvaggia regina della giungla. I suoi occhi dorati, sotto le palpebre abbassate, incontrarono quelli di Cassie, e un mezzo sorriso le sollevò gli angoli delle labbra. Poi abbassò lo sguardo. «Almeno posso di nuovo mettermi lo smalto rosso», disse pigramente. Cassie si girò, nascondendo un sorriso. Probabilmente era la miglior risposta che potesse sperare di ottenere da Faye. «Ragazzi, se avete finito di urlare e ballare», disse Laurel, con tono paziente, «possiamo anche andare a casa ora. Dato che Deborah ha davvero un braccio rotto». Cassie scattò in piedi. «E perché non l'hai detto prima?» «Ah, non è niente», disse Deborah. Ma lasciò che Nick e Laurel l'aiutassero ad alzarsi. Mentre camminavano, Cassie fu colta da un altro pensiero. Sua madre. Black John era morto, l'uragano era stato deviato, ma cosa era successo a sua madre? «Possiamo portare Deborah dalle vecchie?», chiese a Diana. «E il posto migliore, in ogni caso», disse Diana. «Sanno curare un'inferma meglio di chiunque altro». Guardò gli occhi verdi di Cassie con un cenno d'intesa, poi prese la sua mano e la strinse. Devo prepararmi, pensò Cassie mentre si avvicinavano al civico quattro. Devo essere pronta. Potrebbe essere morta. Potrebbe stare esattamente come quando l'ho lasciata, sdraiata su quel letto. Potrebbe rimanerci per sempre. Qualunque cosa succeda, ho mantenuto la mia promessa. Ho fermato Black John. Non potrà più farle del male. Cassie lanciò un'occhiata alla luna prima di entrare in casa di Melanie. Lo spicchio era più grande ora, una paffuta e gioiosa luna. Lo prese come un buon segno. Dentro, le candele tremolavano. In un istante di follia, Cassie si chiese se le tre anziane stessero ancora danzando intorno al letto, completamente nude, e poi vide il salotto. La prozia Constance era seduta dritta come un fuso su un cuscino rotondo, con un abito immacolato e un'aria davvero distinta. Serviva il tè alle sue tre ospiti, a lume di candela. Alle sue tre ospiti... «Mamma1.», gridò Cassie, e corse da lei, travolgendo una delle delicate sedie della prozia Constance. Subito dopo strinse sua madre in un folle abbraccio sul divano. E sua madre abbracciò lei. «Oh cielo, Cassie», disse sua madre qualche minuto dopo, tirandosi leggermente indietro per guardarla bene. «I tuoi vestiti...». Cassie toccò il diadema, che era sceso di lato. Se lo rimise a posto sulla testa e guardò la madre negli occhi. Era così felice di vedere quegli occhi ben aperti che ricambiavano i suoi sguardi pieno di affetto che si dimenticò di rispondere. Dal corridoio giunse la voce di Deborah, stanca ma orgogliosa. «È la nostra leader», disse. Poi: «Qualcuno ha un'aspirina?». «Be', è ovvio che non sia solo una cosa temporanea», disse Laurel irritata. «Cioè, ti abbiamo eletta». «E tu te la sei cavata alla grande», disse Deborah, dando un gran morso a una mela con la mano non ingessata. Era passato un giorno. Non c'era scuola, a causa della scomparsa del preside e dei danni provocati dalla tempesta. Il circolo si stava godendo il bel tempo fuori stagione facendo un picnic nel giardino di Diana. «Ma ora abbiamo due leader», disse Chris. «Oppure Faye è decaduta dalla carica?» «Per niente», disse Faye, con un'occhiata fulminante. Melanie si mise a sedere più comodamente, con un'espressione assorta negli occhi grigi. «In fondo, già altre congreghe hanno avuto più di un leader. Potete dividervi il ruolo, Cassie». Cassie scosse la testa. «Non senza Diana». «Eh?», disse Doug. Nick le lanciò uno sguardo divertito. «Diana potrebbe voler rifiutare l'onore», disse. «Non m'interessa», rispose Cassie, prima che Diana potesse dire qualsiasi cosa. «Io non voglio essere leader senza Diana. Vado via e torno in California». «Senti, mica potete essere tutte leader», attaccò Deborah. «Perché no?», proruppe Melanie. «Anzi, è una buona idea. Potreste essere un triumvirato. Sai, come all'epoca dei romani; loro avevano tre governanti». «Diana potrebbe non essere d'accordo», ripeté Nick, sottolineando ancora di più la sua obiezione. Ma Cassie si alzò e andò da lei, trepidante. «Ci stai, no?», disse. «Lo faresti per me?». Diana la guardò, e poi fissò il resto del club. «E su, dai», disse espansivo Doug. «Tre è un buon numero», aggiunse Laurel, con un sorrisetto malizioso. Faye tirò un profondo sospiro. «Be', perché no?», brontolò, guardando dall'altra parte. Diana guardò Cassie. «Va bene», disse. Cassie l'abbracciò. Diana si sistemò una ciocca di capelli biondi. «Ora devi fare una cosa», disse. «Come leader, tu non sei più una novizia, Cassie, ma nessun altro può farlo. Vuoi andare a dissotterrare quella scatola che ti diedi la notte di Ecate?» «Ah, la scatola della festa della fiducia? E questo il momento per riprenderla?» «Sì», disse Diana. «È questo». Stava guardando Melanie e anche lei annuiva. Ovviamente avevano qualche segreto. Cassie le guardò entrambe, perplessa, ma poi scese in strada a prendere la scatola, accompagnata dal solo Raj, che trotterellava al suo fianco. Era fantastico camminare da sola, sapendo che non c'era nessuno lì pronto ad afferrarla. Scavò nella sabbia vicino alla grande roccia dove aveva seppellito la scatola quella notte, e la ritirò fuori, tutta umida. Il mare brillava e luccicava solo per lei. La riportò a casa di Diana, senza fiato per la camminata, e gliela porse. «Cosa c'è dentro? Altri Strumenti Supremi?», chiese Doug. «Sarà una cosa da ragazze», disse Chris. Diana si chinò sulla scatola con una strana espressione sul viso. «Non l'hai aperta», disse a Cassie. Cassie scosse la testa. «Be', sapevo che non l'avevi aperta», disse Diana. «Non l'avresti mai fatto, lo so bene. Ma volevo che tu lo sapessi. In ogni caso, è tua; e anche quello che c'è dentro. È un regalo». Soffiò via dalla scatola la sabbia e la porse di nuovo a Cassie. Cassie la guardò incerta, poi la scosse. Tintinnava leggermente, come se dentro ci fosse qualcosa di molto piccolo. Lanciò un'altra occhiata a Diana. Poi, esitante, quasi con una punta di paura, l'aprì. Dentro c'era un solo oggetto. Una piccola roccia ovale, azzurro chiaro con venature grigie, con minuscoli cristalli incastonati che scintillavano alla luce del sole. La rosa di calcedonio. Tutti i muscoli le si bloccarono, poteva muovere solo gli occhi. Guardò Diana. Non sapeva cosa dire. Non capiva. Ma il suo cuore batteva violentemente. «E tua», ripeté Diana, e poi, dato che Cassie rimaneva lì immobile, guardò Melanie. «Forse dovresti darle delle spiegazioni». Melanie si schiarì la gola. «Be'», disse, e si voltò verso Adam, che era immobile come Cassie. Non aveva parlato molto per tutta la mattina, e ora fissava Diana senza dire una parola, paralizzato. «Be'», disse di nuovo Melanie. Adam continuava a non guardarla, e lei andò avanti lo stesso. «E stato quando Adam ci ha raccontato di come vi siete incontrati», disse a Cassie. «Lui ha parlato di un legame... che voi chiamavate filo d'argento. Ricordi?» «Sì», disse Cassie, sempre senza muoversi. Continuava a fissare Diana, cercando i suoi occhi. Diana ricambiò lo sguardo con serenità. «Insomma, il filo d'argento è una cosa vera, si trova già nelle vecchie leggende. Le persone che tiene in contatto sono anime gemelle... insomma, fatte per stare assieme. Quindi, quando Diana e io abbiamo sentito questa cosa, abbiamo capito cos'eravate tu e Adam», concluse Melanie, e dal suo tono era evidente che fosse felice di aver finito di dare spiegazioni a gente che neanche la guardava mentre parlava. «Ecco perché ero sorpresa riguardo a te e Nick, capisci», disse con dolcezza Diana a Cassie. «Perché sapevo che tu potevi amare solo Adam. E stavo per dirtelo fin dall'inizio, ma poi tu mi hai chiesto di darti un'altra possibilità, volevi dimostrarmi che potevi essere leale... e ho pensato che fosse una buona idea. Non per me, ma per te. In modo che tu ti rendessi conto di quanto sei forte, Cassie. Capisci?». Cassie annuì in silenzio. «Ma... Diana...», sussurrò. Diana sbatté le palpebre, i suoi occhi di smeraldo erano velati di lacrime. «Così mi fai piangere», disse. «Cassie, con tutti questi grandi gesti d'altruismo, pensi davvero che io non voglia fare la mia parte? Voi due state aspettando da mesi a causa mia. Ora non dovete aspettare più». «Nessuno può farci niente», aggiunse Melanie, con una voce piena di compassione e pragmatismo. «Tu e Adam siete legati, è così e basta. Non può esserci nessun altro per voi due, e perciò per questa vita siete legati. Forse per molte vite». Cassie, sempre immobile, spostò gli occhi su Adam. Lui stava guardando Diana. «Io non posso d'un tratto... cioè, io non smetterò di...». «Anch'io ti vorrò sempre bene. Un bene enorme», disse Diana con fermezza. «Tu sarai sempre speciale per me, Adam. Ma è di Cassie che sei innamorato». «Sì», sussurrò Adam. Cassie guardò la piccola pietra grezza nel suo palmo. Scintillava tantissimo e lei si sentiva quasi svenire. «Vai, va' da lui», disse Diana, spingendola con dolcezza. Ma Cassie non ci riusciva, così fu Adam ad andare da lei. Sembrava un po' sconvolto, ma i suoi occhi erano azzurri come l'oceano a mezzogiorno, e il modo in cui le sorrise la fece arrossire. «Su, baciala», disse Chris. Laurel gli diede una gomitata. Tutto il circolo osservava la scena con il fiato sospeso. Adam lanciò al gruppo uno sguardo truce e baciò freddamente Cassie sulla guancia. Poi, coperto dalle proteste, le sussurrò: «Dopo», in una maniera che la rese piacevolmente nervosa. Ce la farò con Herne?, si chiese lei, guardando quei capelli di così tanti colori: scuri come il granato e lucenti come le bacche di agrifoglio, con venature dorate alla luce del sole. Devo farcela, pensò. «Per una vita», aveva detto Melanie; «forse per molte vite». Per qualche ragione, rivolse lo sguardo a Faye e Diana. Non sapeva perché, poi un'immagine le balenò nella mente. La luce del sole. La luce dorata del sole, l'odore di gelsomino e lavanda, una voce ridente che cantava. Kate. I capelli di Kate erano incredibilmente biondi come quelli di Diana. Ma Cassie realizzò che gli occhi ridenti, sfrontati di Kate erano quelli di Faye. Un'antenata di entrambe, pensò Cassie. Dopo tutto, erano cugine; avevano la maggior parte degli antenati in comune. Ma qualcosa di profondo dentro di lei sembrava sorridere, e si chiese se quello che aveva detto Melanie fosse vero. Era possibile vivere più di una vita? Poteva un'anima tornare ciclicamente sulla terra? E se sì, poteva scindersi? «Io credo», disse prontamente a Diana, «che tu e Faye dovreste imparare ad andare d'accordo. Credo che voi due... abbiate bisogno l'una dell'altra». «Certo», disse Diana, come se fosse una cosa che sapevano tutti. «Ma perché?». Probabilmente era una teoria folle. Cassie forse non gliene avrebbe mai parlato, o comunque non adesso. Magari il giorno successivo. «Dipingerò un quadro, credo», disse Diana sovrappensiero, «da aggiungere alla mia collezione. Che ne dici della musa, con la luna e le stelle intorno a lei, e l'aria ispirata?» «Io credo che sia una buona idea», disse Cassie, incerta. «Ciò di cui davvero dobbiamo parlare», disse Melanie, «è cosa faremo con gli Strumenti Supremi ora. Abbiamo il potere; la congrega ha il potere, e deve decidere cosa farsene». «Macché. Adesso abbiamo bisogno di una sola cosa, ed è una festa!», disse Doug. «Per recuperare tutti i compleanni che abbiamo saltato. Chris e io non abbiamo festeggiato, e neanche Sean e Laurel...». «L'ambiente», stava dicendo Laurel a Melanie con decisione. «Dovrebbe essere la nostra priorità». «Neanche io ho avuto una festa», sottolineò Suzan, scartando delicatamente uno snack. Faye si esaminò le unghie rosse che brillavano alla luce. «Mi vengono in mente diverse persone alle quali voglio fare il malocchio», disse. Cassie li guardò tutti, la sua congrega, i suoi amici che ridevano e discutevano. Guardò Nick, che era sdraiato, con un'aria divertita, e lui la sorprese facendole l'occhiolino. Poi guardò Diana, i cui chiari occhi verdi per un momento scintillarono nella sua direzione. «Sì, l'ambiente è una cosa importante», disse Diana, girandosi verso Laurei. «Ma dobbiamo anche pensare a come migliorare i nostri rapporti con gli esterni...». Cassie guardò Adam e lo sorprese a fissarla. Le prese la mano, la strinse, in modo che entrambi sfiorassero la rosa di calcedonio. Cassie guardò le loro dita intrecciate, e le sembrò di vedere ancora il filo d'argento intorno alle mani. Ma non legava solo loro. Filamenti d'argento sembravano toccare e connettere come una ragnatela tutti i membri del gruppo, tenendoli uniti in una luce argentea. Erano tutti legati, ognuno era parte degli altri, e la luce brillava intorno a loro sfiorando la terra e il cielo e il mare. Cielo e mare, allontanate il male. Fuoco e terra, ne ho bisogno, portatemi il mio sogno. Fino a quel giorno gli elementi avevano sempre compiuto il loro dovere. E avrebbero continuato a farlo in futuro. Con la sua vista speciale, Cassie scoprì che il circolo era parte di qualcosa di più grande, come una spirale che cresceva continuamente, che comprendeva tutto, e sfiorava le stelle. «Ti amo», sussurrò Adam. Dal centro del circolo, Cassie sorrise.