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I
LaVita
dal 1897
G I O R N A L E
l dialogo nella chiesa: un sogno, un’utopia, un desiderio
impossibile? Anche Paolo VI lo
collocava fra le attese del futuro, fra i compiti da realizzare con la pazienza, la tenacia dei forti e soprattutto con la grazia di Dio, che rende possibile anche
ciò che gli uomini non riescono a realizzare con le proprie forze. Un’utopia
vera e propria, verso cui dobbiamo
sempre camminare, pur nella convinzione di non poterla mai raggiungere
pienamente. Il poeta latino-americano
Eduardo Galeano ha espresso la sorte
dell’uomo in cammino verso la perfezione in termini suggestivi: “L’utopia
sta all’orizzonte. Mi avvicino due
passi, essa si allontana due passi ancora. Cammino dieci passi e l’orizzonte
corre dieci passi più in là. Per più che
io cammini, mai la raggiungerò. A cosa
serve allora l’utopia? Serve per questo:
per camminare”. Il dono presuppone
l’impegno, la grazia richiama la natura, lo Spirito Santo esige il contributo
dell’uomo. Niente ci è dato senza la
nostra attiva e sofferta collaborazione. Quello che è detto sul piano personale, va detto, forse con ancora maggior forza, a livello comunitario. Come
l’uomo, anche la chiesa, la comunità
dei salvati, è in cammino, convinta che
la pienezza della verità e della vita
arriverà un giorno, ma soltanto nel
momento dell’incontro finale col suo
fondatore e Signore.
“Quanto lo vorremmo godere -afferma Paolo VI- in pienezza di fede,
di carità, di opere questo domestico
dialogo! Quanto lo vorremmo intenso
e familiare! Quanto sensibile a tutte
le verità, a tutte le virtù, a tutte le
realtà del nostro patrimonio dottrinale e spirituale! Quanto sincero e
commosso nella sua genuina spiritualità! Quanto pronto a raccogliere le
voci molteplici del mondo contemporaneo! Quanto capace di rendere i
cattolici uomini veramente buoni, uomini saggi, uomini liberi, uomini sereni e forti!”. Decisamente il Papa non
domanda poco, eppure nella sua responsabile autorità non può chiedere
di meno. E’ la legge della perfezione,
nel ricordo e nella convinzione che la
santità è esattamente la perfezione
della carità. La pratica del dialogo
sincero, fraterno, umile, paziente,
disponibile, disposto alla comprensione e al perdono; è la riprova visibile
della carità, che rimane l’anima del
cristianesimo e la divisa della chiesa.
Carità e dialogo si richiamano e si
completano a vicenda, il secondo è
la piena manifestazione della prima.
La richiesta del Papa rientra dunque
nella logica più normale di un magistero fedele e autentico.
Dialogo non significa uguaglianza
di vedute, unità nel linguaggio della tradizione cristiana non significa
identità. C’è una diversità che rientra
nella fisiologia normale del Corpo
di Cristo, dove complessità, varietà,
molteplicità sono all’ordine del giorno. La ricerca della totale identifica-
5
Anno 116
C A T T O L I C O
DOMENICA
3 FEBBRAIO 2013
T O S C A N O
e1,10
1,10
e
Dov’è finito
il dialogo
nella chiesa?
mento essenziale sarà il dialogo al suo
interno.
A nessuno sfugge oggi che nella
chiesa esistono numerose fratture,
molti dialoghi interrotti. Lo scandalo
nasce soprattutto dal fatto che nessuno faccia un passo per ricucire gli
strappi e rimediare una situazione
non più procrastinabile. Potremmo
esemplificare, ma è meglio lasciare
la conclusione ai lettori che portano
nel cuore la sofferenza di una chiesa
che non riesce (e non sente il bisogno
di) essere quello che dovrebbe essere. Non è certamente questo il modo
migliore di celebrare il cinquantennio
del concilio Vaticano II.
Giordano Frosini
zione di tutto e di tutti non sarebbe
allora la risposta giusta alla domanda
di dialogo. Già il medesimo concetto,
nella sua stessa formulazione verbale,
implica una differenza, una dualità,
una molteplicità. C’è dunque un campo in cui la differenza è di casa e tale
deve rimanere per il bene dell’intero.
C’è però un settore in cui la pluralità diventa pluralismo, la distinzione
diventa divisione, la fisiologia cede il
passo alla patologia, al disordine alla
malattia. Ciò accade quando il dialogo viene meno, quando non si sente
più il bisogno di comunicare, di parlarsi, di ricercare un punto di incontro
e di comunione. Tutto ciò porta il
nome di rottura, di strappo, di scissio-
ne, di discordia (tutte parole massimamente efficaci nel loro significato
etimologico). Per chi ricorda il posto
della carità nel Vangelo e, di riflesso,
nella vita cristiana, si tratta di un vero
e proprio tradimento.
E’ allora il tempo della riconciliazione, che implica da parte di tutti gli
interessati una vera e propria conversione, come tale superiore alle forze
dell’uomo e quindi bisognosa della
grazia di Dio e della presenza dello
Spirito Santo. La chiesa ha continuo
bisogno di questa purificazione: per
definizione, essa ama presentarsi
come mondo riconciliato e riconciliante, riconciliante perché riconciliato. Inizio e segno di questo rinnova-
LA PIRA: UN ESEMPIO
CHE NON PASSA
La testimonianza della
presenza evangelica nel
campo della politica dei
nostri grandi predecessori
rimane la lezione sempre
aperta dinanzi a noi
LA SENTENZA
SULLA STRAGE
DI USTICA
PAGINA 13
I due clochard
morti a Roma
pongono un problema
grave e urgente
Nella
capitale
circa 6000
LA CHIESA NON INTENDE persone
FARE POLITICA
dormono
Il suo impegno è
in rifugi
semplicemente quello di
di fortuna.
ricordare i valori morali
Un
che, unici, possono dare
fenomeno
consistenza e ordine alla
presente
vita sociale
anche nella nostra città
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PAGINA 14
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SUPERARE
LA CULTURA
DELLA MORTE
È ora che gli uomini,
cominciando
dai cristiani,
facciano propria
la cultura della vita
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2
primo piano
n. 5 3 Febbraio 2013
Vita
La
Un ricordo in occasione dei 35 anni della morte
Giorgio La Pira
tra vangelo e cultura
Per gli uomini non vale
che una sola legge
ed un solo fine:
la legge dell’amore
ed il premio
dell’amore.
Tutto il resto
è menzogna e vanità.
Giorgio La Pira
Vangelo e cultura
È difficile definire in modo univoco la
personalità di Giorgio La Pira. Egli fu certamente uno studioso e un docente di chiara
fama, nonché un politico di primo piano, ma
non v’è dubbio che sarebbe riduttivo, al fine
di identificarlo pienamente, fare riferimento a
questi pur importanti ruoli da lui rivestiti. Resta allora una possibilità, ed è quella di pensare alla dimensione religiosa della sua figura,
al suo cristianesimo schietto e profondo, alla
sua indubbia caratura mistica: in effetti, la
fede in Cristo, la fedeltà al Vangelo e la solida
appartenenza alla Chiesa si presentano come
i tratti che caratterizzano e unificano la sua
intera esistenza che ebbe inizio il 9 gennaio
1904 a Pozzallo, una cittadina della Sicilia meridionale, in provincia di Ragusa.
Conseguito il diploma di ragioniere, il
giovane Giorgio ottenne pure la maturità
classica e si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina, ove si fece
particolarmente apprezzare dal professor
Emilio Betti che lo volle con sé al momento
di trasferirsi nell’ateneo fiorentino, presso il
quale La Pira si laureò nel 1926. Da allora in
poi, Firenze diventerà la sua seconda patria
e molte delle sue attività e iniziative saranno
inscindibilmente legate alla storia, alla cultura
e alle tradizioni religiose del capoluogo toscano.
Tuttavia, già prima di lasciare la Sicilia, La
Pira, inizialmente lontano dalla sensibilità e
dalla pratica del cattolicesimo, cominciò ad
avvicinarsi alla Chiesa, e si può affermare che
intorno al 1924 la sua conversione si fosse
pienamente realizzata. A soli ventisette anni,
dopo aver trascorso un periodo di studio
in Germania, La Pira ottiene la cattedra di
diritto romano presso l’Università di Firenze.
Sono gli anni in cui si lega al Convento domenicano di S. Marco, che sarà a lungo la sua
casa e che gli offrirà le migliori condizioni
per una straordinaria crescita spirituale e
culturale, vissuta nel segno della bellezza, intesa quale luminoso riflesso di Dio, e del sapere che, alla scuola dell’amato san Tommaso,
si rivela ai suoi occhi come uno strumento
prezioso per avvicinarsi alla Verità.
Fede e politica
Accanto a queste forti sollecitazioni
spirituali, La Pira, da cristiano autentico qual
è, avverte l’urgenza di obbedire al comandamento evangelico dell’amore: in lui, l’attenzione per i poveri e i bisognosi non verrà
mai meno e lo accompagnerà per tutta la
vita, andando a costituire il collante che tiene
armonicamente insieme Vangelo e cultura,
cielo e terra, azione e contemplazione, fede
Il “sindaco santo” di Firenze è stato un uomo
in cui vangelo e cultura si sono fusi armonicamente
facendo di lui un testimone significativo
e coraggioso dei valori cristiani
nella società del suo tempo
di Maurizio Schoepflin
e politica.
Memorabili sono rimaste le iniziative che,
a partire dal 1934, egli volle realizzare a favore delle persone più disagiate e memorabile
resta anche la sua battaglia culturale in difesa
della dignità dell’uomo messa in pericolo
dall’ideologia politica che stava prendendo
sempre più campo in Italia in quegli anni.
Non casualmente, la rivista «Principi», sulle pagine della quale egli testimoniava con
coraggio i valori cristiani, venne chiusa dal
regime fascista. Dopo aver dovuto abbandonare per qualche tempo la città a causa della
persecuzione di cui era stato fatto oggetto,
La Pira torna a Firenze nell’agosto del 1944.
All’indomani della liberazione, eletto deputato all’Assemblea Costituente, reca un importante contributo ai lavori, facendo recepire
nel dettato costituzionale i principi tipici del
personalismo cristiano.
Legato da sincera amicizia a uomini quali
Amintore Fanfani, Giuseppe Dossetti e Giuseppe Lazzati, nel 1948 verrà eletto deputato
e sarà pure sottosegretario al Ministero del
Lavoro e della Previdenza sociale in un governo presieduto da Alcide De Gasperi. Ma
l’esperienza più significativa in campo politico-amministrativo egli la svolgerà proprio
nella “sua” Firenze, occupando per vari anni
la poltrona di sindaco e rimanendo a lungo
membro del consiglio comunale. Riguardo a
questo periodo della vita di La Pira, ha scritto
Giuseppe Lazzati suo amico e figura tra le
più note del cattolicesimo italiano del Novecento: «Gli anni in cui fu sindaco di Firenze
sono quelli che più di tutti danno la misura
del fondersi in lui, in pienezza di espressione vitale, la coerenza radicale dell’uomo di
fede per il quale il Vangelo è regola di vita;
la genialità dell’ideatore ed esecutore della
costruzione di una città a misura d’uomo,
capace di dare a ciascuno lavoro, casa, pane;
la vastità degli orizzonti culturali tesi a un
disegno di pace universale cui tutti i popoli,
ciascuno con la specificità dei suoi profili religiosi, culturali, politici, dessero il loro apporto
costruttivo».
Azione e contemplazione
L’azione del sindaco La Pira fu caratterizzata da una grande attenzione al problema del lavoro e a quello della casa: di qui il
suo costante fattivo interessamento per i
disoccupati e i senza tetto, che si tradusse
in azioni concrete a favore del rilancio di
varie aziende fiorentine e della costruzione
di nuove abitazioni. Con lui, inoltre, Firenze
divenne un punto di riferimento a livello internazionale per tutti gli amanti della pace e
del dialogo fra i popoli.
A questo riguardo, non si possono dimenticare i tanti convegni che videro giungere sulle rive dell’Arno autorità politiche e
religiose da ogni parte del mondo: mentre lui
stesso si recò a incontrare alcuni dei maggiori leader mondiali per perorare la causa del
disarmo: particolare risonanza ebbero i suoi
ripetuti viaggi in Unione Sovietica, la terra
dell’ateismo di Stato, che egli era convinto si
sarebbe convertita come aveva assicurato la
Madonna di Fatima.
E qui torno a quanto ho accennato all’inizio, riaffermando che non è possibile comprendere la personalità e l’opera di Giorgio
La Pira se non mettendo in primissimo
piano la sua fede cattolica e la sua ardente
pietà mariana. Per tutta la vita egli rimase in
contatto epistolare con numerosi conventi
di clausura, la cui preghiera considerò il sostegno insostituibile della sua azione di uomo
pubblico. Dopo la sua morte, avvenuta il 5
novembre 1977 la pubblicazione di tale epistolario ha fatto meglio conoscere lo spessore spirituale di un uomo che affidò tutto
se stesso al Signore e che guardò sempre la
realtà con gli occhi della fede, come testimoniano le seguenti parole tratte da una lettera
spedita nel 1961 ai monasteri di clausura.
«Dove va la storia della Chiesa e quella
dei popoli? Dove va? Madre Reverenda, ormai possiamo rispondere con chiarezza e
con precisione di termini: va (malgrado tutto
e nonostante tutto) verso la nuova pienezza
dei tempi, verso la “pienezza delle nazioni
e la pienezza degli ebrei” come san Paolo
dice) va, cioè, verso tempi storici analoghi ai
tempi storici di Augusto e di Virgilio; verso
tempi, cioè, in cui il corpo delle nazioni sarà
organicamente composto in unità e in pace
e costituirà, così, la premessa e la condizione
storica adeguata per la lievitazione cristiana
di tutti i popoli, di tutte le nazioni e di tutte
le civiltà della terra. Che tempo farà domani?
Bel tempo, Madre Reverenda, bel tempo,
malgrado tutto e nonostante tutto; malgrado
tempeste locali e ondate superficiali qua e
là furiose, il fondo dell’oceano è ormai pacificato: Cristo lo domina, la nostra nave può
riprendere coraggiosamente il suo cammino,
la speranza teologale che è insieme divina
e umana, celeste e terrestre, temporale ed
eterna; è la bandiera che si alza sulla poppa
della nostra nave e che viene elevata al cospetto dei popoli, come segno di grazia, di
pace e di vittoria: Haec est victoria qua e vicit
mundum, fides vestra (1 Gv 5,4)».
Vita
La
n. 5
Nelle edizioni del Corriere della sera
“Lasciateci sognare”
“U
omo di
confine,
l’ha definito Massimo Cacciari. Come ogni vero
uomo di confine, Martini sa
capire quando i confini vanno
oltrepassati e quando vanno
difesi, quando bisogna essere
un ‘passeur’ e quando bisogna
essere una sentinella. Come i
suoi predecessori Ambrogio
o Carlo Borromeo, Martini è
‘defensor civitatis’ e in questa
difesa dell’umano rivendica
il grande ruolo della cultura e specialmente di quella
classica, che non è raffinatezza antiquaria, bensì, insieme
alla Bibbia, fondamento della
nostra civiltà e intelligenza
dell’umano, nient’affatto contrapposta ai saperi scientifici
che mutano il mondo e la
visione del mondo ma capace
di guardarli senza paura e
senza idolatrie e di dar loro
senso. Questa cultura, basata
sulla terribile sapienza greca e
sull’insuperata arte di governo
dell’antica Roma oltre che
sulla Bibbia, non si oppone
ad alcun più modesto ma
autentico sapere di chi non ha
avuto possibilità di dedicarsi a
profondi studi, bensì a quella
che i tedeschi chiamano ‘Halbkultur’, presuntuosa e pacchiana, che spesso trionfa nel
teatrino pseudointellettuale.
I ‘non pensanti’, per citare
ancora il passo di Bobbio
così caro a Martini, si trovano
molto spesso tra chi “blatera
È il titolo del volume pubblicato
per mantenere vivo il pensiero del
cardinale Carlo M. Martini
di Angelo Rescaglio
di cultura”.
Un passo derivato appunto da “Lasciateci sognare”
precisamente dall’apprezzata
introduzione dell’intellettuale
e scrittore Claudio Magris,
che approda a questa conclusione:“Evangelizzare la nostra
società, nel senso proprio e in
quello lato, è un compito così
arduo da sembrare perfino a
Martini un sogno, anche se,
come egli precisa, non certo
inteso quale fuga nella fantasia.
‘Lasciateci sognare’, dice
il titolo di questo libro, titolo
inadeguato al libro stesso,
che non è l’invocazione di
un’anima bella a essere lasciata
in pace nelle sue nobili aspirazioni lontane dalla realtà, ma
è un buon combattimento a
occhi ben aperti sulla realtà,
per cambiarla e non solo per
sognare di cambiarla, per impedire che ci si appisoli davanti
al male”.
In queste 230 pagine, sono
contenuti discorsi fondamentali di Martini alla città di
Milano, per la festa di Sant’Ambrogio: tanti messaggi, che
hanno lasciato un segno in
tutti; il testo di Giangiacomo
Schiavi, che anticipa le “Esortazioni” del Pastore della dio-
cesi milanese, si propone così:
“’Occorre seminare speranza.
E poi vivere l’amicizia per la
città e coloro che la abitanò’.
Il cardinale parla subito al
cuore, e alla metropoli che lo
tiene in mano. Passa davanti
al carcere, a quell’inferno
sulla terra che si chiama San
Vittore, e ricorda di aver avvertito lì ‘lo stimolo più forte
per amare la città e superare
il muro di indifferenza che
continuamente ci tenta”’. E lo
fa in una realtà di Milano, che
“all’inizio degli anni Ottanta è
una babele inquieta attraversata dalle ombre del declino”,
mentre “Terrorismo affarismo e banditismo finanziario
si sommano ... alle tensioni
sociali, alla spirale d’odio che
avvelena la civile convivenza”.
E chiude il suo testo Schiavi
con le parole più consolanti
del Gesuita cardinale:“Agli uomini alle prese con il mondo
che cambia chiede di regalare
‘un frammento di umanità e di
speranza per chi si è posto o
è stato posto, ai margini della
società’. È un messaggio di
fiducia che interroga noi e il
cuore di una città (se ancora
c’è)”. Erano le “ultime parole,
quasi un testamento... il car-
dinale malato e sofferente
riesce ancora a inquietare”.
Questi “discorsi” prendono l’avvio dal 6 dicembre 1991
(“Verso un’Europa unita?”) e
si concludono con il “Discorso al Comune di Milano” del
28 giugno 2002; qui, emerge
tutto l’Uomo di Dio, che
non aveva mai dimenticato le
vicende del quotidiano, per
una Comunità forte e ricca
di problemi.
Ogni allocuzione si caratterizza per un titolo specifico,
come “Guardando al futuro”,
“C’è un tempo per tacere e
un tempo per parlare”, “Alla
fine del millennio... lasciateci
sognare!”,“Alla fine del millennio... servi inutili... liberi... umili
e grati”,“Famiglia e politica”...;
e il cardinal Martini, alla fine,
affida questa certezza alla Città: “...assicuro che continuerò
a pregare e interessarmi con
affetto e trepidazione anche
da luoghi più lontani, magari da
quella città di Gerusalemme
che riassume in sé le speranze,
le sofferenze e gli ideali dell’intera umanità”
Le valli della Bure
Un nuovo studio di Marco Bruschi
di Anna Agostini
A
cultura
3 Febbraio 2013
nche in ricordo della recente scomparsa di Don Ferrero
Battani, vorrei segnalare un interessante lavoro uscito nel
mese di ottobre 2012 dedicato a questo sacerdote che dal
lontano settembre 1957 è stato pievano della parrocchia di
san Giovanni a Valdibure.
Il volume in questione si intitola Beni ecclesiastici e toponimi delle Valli
della Bure (secc. XIV-XVIII). Gli arredi sacri nel Sei-Settecento. Chiappore
e Mozzano ed è opera di Mario Bruschi, studioso instancabile e appassionato che da quasi quarant’anni si occupa della ricerca storica,
artistica e toponomastica del territorio delle valli della Bure, dalla
millenaria pieve di S. Giovanni ai paesi di Baggio, S. Moro, Candeglia
fino ad arrivare alla campagna di Sant’ Alessio e di San Quirico.
L’ultima fatica di Bruschi, frutto di nuove ricerche nelle antiche carte
manoscritte dell’Archivio Vescovile, dell’Archivio Diocesano e dell’Archivio di Stato di Pistoia contribuisce ad ampliare le conoscenze di
quell’importante territorio delimitato dalle valli della Bure, un territorio antropizzato fin dall’epoca latina.
L’analisi di Bruschi si concentra in particolare sulla chiesa di Valdibure
e sulle proprietà ad essa collegate partendo da documenti della prima
metà del Duecento ed arriva agli inizi del secolo XVIII presentando
Ricordi di Chiappore (Chiapore) e Ciliegiano (Cirgiaimportanti inventari sei e settecenteschi che danno conto di notevoli no) nella valle della Bure, degli anni 1259 e 1282.
commissioni artistiche- pittoriche in modo specifico- della pieve.
Il volume presenta inoltre inedite annotazioni riguardo la chiesa di San Michele di Baggio, memorie antichissime del
territorio di Sant’ Alessio, di S. Moro e di località come Chiappore e Mozzano, antichi comuni rurali della valle della
Bure di Baggio.
Impreziosiscono il testo alcune riproduzioni di documenti e soprattutto alcune xilografie di Sigfrido Bartolini, compianto artista pistoiese che sulla scia dei maestri Agostini, Bugiani e Caligiani ha lasciato della valle della Bure e della
campagna di Sant’Alessio una memoria indelebile.
Per chiudere, un’ultima annotazione: il volume si presta a diversi tipi di lettura. È un utile strumento per lo storico e
per lo storico dell’arte, che trova ad esempio una miriade di informazioni negli inventari trascritti, ma è anche un libro
dove un appassionato o un lettore meno attento può scoprire gli antichi toponimi e ancora scovare, tra le carte, memorie di personaggi e di famiglie di cui ancora oggi si trovano nella zona i discendenti.
3
“De principatibus”
a distanza di 500 anni
N
icolò Machiavelli annuncia a Francesco Vettori,
magnifico ambasciatore fiorentino, con lettera in
data 10 dicembre 1513, che “ho composto uno
opuscolo De principatibus, dove io mi profondo
quanto io posso nelle cognizioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di quale specie sono, come è si
acquistono, come è si mantengono, perché è si perdono …”
La critica sul “Principe” ritiene, fra le altre cose, interessante
l’approfondimento sulle considerazioni dello stesso autore,
a seguire, sulla lettera sopra citata al Vettori: “Io ho ragionato con Filippo di questo mio opuscolo, se gli era bene darlo
o non lo dare; e sendo ben darlo, se gli era bene che io lo
portassi, o che io ve lo mandassi. Il non lo dare mi faceva
dubitare che da Giuliano è non fussi, non che altro, letto, e
che questo Ardinghelli si facesse honore di questa mia ultima fatica… Appresso al desiderio harei che questi signori
Medici mi cominciassimo adoperare, se dovessimo cominciare a farmi voltorare… E della fede mia non si dovrebbe
dubitare, perché avendo sempre osservato la fede, io non
debbo imparare hora romperla…”.
Dalla saggistica sulle opere del Machiavelli, invero notevole,
si riprende quella del De Sanctis, di cui alle “Conferenze”
sul Machiavelli, del maggio e giugno 1869. In particolare
testualmente, come nella Universale Laterza, Saggi critici,
Francesco De Sanctis, a cura di Luigi Russo - Vol. II “Bacone
da Verulamio disse che Machiavelli, fingendo di insegnare
ai principi le arti del dispotismo, volle insegnare indirettamente ai popoli la maniera di disfarsene. Rousseau chiamò
il Principe il codice dei repubblicani. Fu detto pure che con
quei consigli il Machiavelli volesse perdere i Medici, spingendo la loro tirannia all’estremo e provocando così contro
di essi la reazione. Ecco quanto si è detto in difesa. Ma che
valore hanno l’accusa e la difesa? L’accusa è retorica, perché
allora essa avrebbe forza, quando dimostrasse che coi mezzi
morali o immorali del Machiavelli non si mantengono, ma si
perdono gli Stati.” E, ancora “Machiavelli vede lo Stato dei
suoi tempi, sente la «corruttela» che lo circonda, e vi getta
l’immagine di tempi migliori, e vi getta dentro l’immagine di
tempi migliori, facendo rivivere le memorie del classicismo
romano.”.
Infine, ritornando al “Principe” XXV –“Da questo ancora
dipende la variazione del bene, perché, se uno che governa
rispetti e pazienza, e tempi e le cose girino in modo che il
governo suo sia buono, è viene felicitando; ma se li tempi e
le cose si mutano, è rovina perché non muta modo di procedere.”
Un altro anniversario, come altri riferiti in precedenza, e,
ancora, un altro ricorso storico, per meditare proprio in
questo nostro tempo di crisi e di arretramento dei valori
etici e morali.
Mario Agnoli
Poeti Contemporanei
Il vicolo dei gatti
Passo per il vicolo dei gatti
Piove e la pioggia fredda cammina insieme a me
e il vicolo sogna
sotto le sue finestre bagnate di gerani,
e i gerani e i vicoli e i gatti sognano il sole.
Gli hanno costruito una casetta di compensato,
e sopra il tettino, in una sosta di pioggia
due piccole sfingi di pelo grigio mi fissano immobili
coi loro occhi dorati, pronti a scattare
fiutano l’aria e l’eco del mio odore
Ed ecco balza da dietro un gatto cucciolo
e più fiducioso mi degna -l’indipendente!di un fuggevole tenero strusciarsi
Ma una terza piccola fiera a strisce
sdegnata più che spaventata
del mio timido tentativo di avvicinarla
di botto sprezzante sparisce nella casetta.
Incomparabile eleganza, gioiello di grazia fisica della natura,
i gatti aggiungono un ritmo magico alla vita del vicolo,
ci guardano da mondi lontani e ci dicono misteri
che non possiamo decifrare.
E mentre sto lì ferma
ammaliata della loro prodigiosa immobilità
essi continuano a fissarmi
con aristocratico distacco
dai loro impenetrabili pianeti.
Anna Tassitano
4
L
attualità ecclesiale
o avevamo lasciato a Cana,
nella casa delle nozze là
dove ha trasformato l’acqua in vino, l’invito, la richiesta della madre, Maria: il primo
miracolo di Gesù. Da questa piccola
località della Galilea, Gesù torna a
Nazareth, il luogo delle sue origini,
della sua famiglia terrena. Se vogliamo questo viaggio verso la città a
lui familiare, è l’inizio del cammino
verso Gerusalemme, verso il tempo
di Pasqua. Cammino che gli evangelisti racconteranno e che Luca, nel
Vangelo di questa terza domenica del
tempo ordinario, fa sapere, rivolgendosi a Teofilo – un nome, ricorda il
Papa all’Angelus, che in greco significa amico di Dio:“possiamo vedere in
lui ogni credente che si apre a Dio e
vuole conoscere il Vangelo” – che la
narrazione è vera, che lui ha cercato
di mettere in ordine gli avvenimenti
che “si sono compiuti in mezzo a
noi” e che ci sono testimoni oculari
che li hanno trasmessi.
Altro aspetto interessante di
questo brano – meglio, dei due brani
di Luca uniti assieme in questa domenica – è il racconto di fatti normali,
di azioni che si possono racchiudere
nell’espressione “come al solito”.
Così insegnava nelle sinagoghe, Gesù;
e il sabato “secondo il suo solito, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere”.
Se nel primo brano troviamo esposte
le ragioni che hanno indotto Luca a
scrivere, nel secondo l’evangelista “ci
presenta Gesù che con la potenza
dello Spirito si reca di sabato nella
sinagoga di Nazareth”.
Gesti abituali, normali; quasi ripetitivi. Ma è proprio in questa normalità che si può evidenziare la novità.
Così la lettura di un testo della Torah
o dei Profeti è ascolto delle scritture
e commento. Ma la novità è proprio
nel passo di Isaia che Gesù legge: “lo
spirito del Signore Dio è su di me;
per questo mi ha consacrato con
l’unzione e mi ha mandato a portare
il lieto annuncio ai poveri, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai
ciechi la vista; a rimettere in libertà
gli oppressi, a proclamare l’anno di
grazia del Signore”. Un programma
niente male, quasi manifesto, diremmo noi oggi, di un possibile impegno
di governo. Ma, come sappiamo, il
regno che Gesù proclama non è di
questa terra, né come gli uomini lo
vorrebbero.
Torniamo al brano del Vangelo;
Luca scrive: “Riavvolse il rotolo, lo
riconsegnò all’inserviente e sedette.
Nella sinagoga gli occhi di tutti erano
fissi su di lui”. Possiamo immaginare
il silenzio dopo la lettura; l’attesa
per il commento che questo giovane avrebbe svolto, rivolgendosi agli
anziani e ai fedeli. Un giovane conosciuto nel paese e la cui profondità
nel commentare le scritture era già
nota. Un “silenzio carico di attenzione” dice il Papa all’Angelus. Forse
lui stesso, in quel momento, stava
riflettendo su come far giungere, alle
persone che lo stavano ascoltando
e che lo avevano visto correre e
giocare per le strade della cittadina,
il messaggio che doveva comunicare.
Un silenzio che viene rotto da queste
parole: “oggi si è compiuta questa
scrittura che voi avete ascoltato”.
Oggi. Papa Benedetto ricorda il
commento di san Cirillo di Alessandria – quindicesimo papa della chiesa
Copta, siamo nel 444 dopo Cristo;
alla fine del 1.800 Leone XIII lo proclama dottore della chiesa – e dice:
Vita
La
n. 5 3 Febbraio 2013
BENEDETTO XVI
Il carpe diem cristiano
Il senso dell’oggi,
ripetuto: i fedeli
guardino fisso a Lui
di Fabio Zavattaro
“l’oggi posto tra la prima e l’ultima
venuta di Cristo è legato alla capacità
del credente di ascoltare e ravvedersi.
Ma, in un senso ancora più radicale, è
Gesù stesso l’oggi della salvezza nella
storia, perché porta a compimento la
pienezza della redenzione”.
È un “oggi” che interpella tutti
noi e che non possiamo leggere
senza ricordare “il programma”
che Gesù espone leggendo Isaia:
S
ono ormai tanti anni che
la Chiesa italiana dedica
una giornata al tema della
vita umana fragile e indifesa. Lo fa senza facili moralismi
e con ragion veduta: invita a promuovere e difendere la vita umana, tenendo conto via via delle reali difficoltà, ma anche indicando
le possibili soluzioni.
In questo senso la Chiesa non
si è mai rassegnata all’idea che
l’aborto sia una soluzione comprensibile e accettabile, una
possibilità senza conseguenze
negative per la vita sociale. Già
su questo piano c’è da registrare
una continua novità e originalità
di pensiero, rispetto a coloro che
da decenni propongono le stesse
tesi a favore della soppressione
della vita nel grembo della madre.
Sotto questo aspetto la cultura di
morte – come la definiva il beato
Giovanni Paolo II – è chiusa e
avviluppata in sé stessa, mentre la
riflessione a favore della vita offre
insieme ragioni di sempre e speranze possibili.
Il motivo di questo successo sta
nel fatto che la cultura della vita
dà voce a quanto di più naturale è
inscritto nel cuore di ciascuno: ad
esempio, il valore e il rispetto per
ogni vita umana, il desiderio di
generare. Lo ricorda bene il Messaggio dei vescovi italiani per la
prossima Giornata nazionale per
la Vita; essi scrivono: “La disponibilità a generare, ancora ben presente nella nostra cultura e nei
giovani, è tutt’uno con la possibilità di crescita e di sviluppo; non si
esce da questa fase critica generando meno figli o peggio ancora
soffocando la vita con l’aborto,
lui è venuto per operare il cambiamento, per ridare la vista a coloro
che non vedono, la libertà a coloro
che sono prigionieri, il perdono a
chi è nel peccato. Un “oggi” che
ha bisogno di un’altra attenzione
che sempre Luca mette in evidenza
quando dice che nella sinagoga “gli
occhi di tutti erano fissi su di lui”.
Un “oggi” commenta il Papa nell’Angelus, che ci fa pensare al nostro
modo di vivere la domenica, giorno
del riposo e della famiglia e giorno
da dedicare al Signore. “Nel nostro
tempo dispersivo e distratto, questo
Vangelo ci invita ad interrogarci sulla
nostra capacità di ascolto. Prima
di poter parlare di Dio e con Dio,
occorre ascoltarlo, e la liturgia della
Chiesa è la scuola di questo ascolto
del Signore che ci parla”. Un “oggi”
per ricordarci che “ogni momento
può divenire un ‘oggi’ propizio per la
nostra conversione”. Un tempo per
incontrare e ascoltare la parola del
Signore nelle scritture; ogni giorno
può essere l’”oggi salvifico”, perché
dice il Papa “la salvezza è storia
che continua per la Chiesa e per
ciascun discepolo di Cristo. Questo
è il senso cristiano del carpe diem:
cogli l’oggi in cui Dio ti chiama per
donarti la salvezza”.
GIORNATA PER LA VITA
Nella
giusta
logica
La cultura della morte è in affanno.
Occorre che chi governa faccia la sua parte
di Marco Doldi
bensì facendo forza sulla verità
della persona umana, sulla logica
della gratuità e sul dono grande
e unico del trasmettere la vita,
proprio in una situazione di crisi”.
C’è una disponibilità a generare
che nasce direttamente dal cuore
dei giovani, perché inscritto nella
verità della persona. Chiudersi alla
vita in tutte le forme possibili è
contro la natura umana ed è una
forma di egoismo.
Giova ricordare che da tempo la
teologia cristiana invita a superare
il concetto filosofico di individuo
con quello trinitario di persona.
L’uomo non è un essere, seppure
razionale, ma chiuso in se stesso,
bensì esiste in quanto è in relazione costitutiva con Dio e con gli
altri. Poco importa se questa relazione non sempre è evidente, a
motivo della fase precoce in cui si
trova o della malattia che ne limita l’esercizio. Nelle condizioni ordinarie ciascuno realizza se stesso
nell’apertura all’altro, secondo
un dinamismo di dare e ricevere;
in questo senso nessuno è tanto
povero da non poter dare nulla
e nessuno è tanto ricco da non
dover ricevere nulla! Ora, “la logica del dono – scrivono i vescovi
italiani - è la strada sulla quale si
innesta il desiderio di generare
la vita, l’anelito a fare famiglia in
una prospettiva feconda, capace di
andare all’origine – in contrasto
con tendenze fuorvianti e demagogiche – della verità dell’esistere,
dell’amare e del generare”.
La logica del dono riflette la verità sull’uomo, “il quale in terra è
la sola creatura che Iddio abbia
voluto per se stesso” (Gaudium
et spes, 44) e non può “ritrovarsi
pienamente se non attraverso
un dono sincero di sé”. Dio, che
comunione di Persone, ha creato
l’uomo a sua immagine e somiglianza ponendo in lui la verità
della relazione che si completa
nel dono, cosicché non è trattenendosi che l’uomo si realizza, ma
donandosi con fiducia. Questo
significato perenne, riconosciuto
dalla ragione e rafforzato dalla
fede cristiana, non potrà mai essere disconosciuto o messo da
parte, pena la distruzione della
stessa verità sulla persona umana.
Le parole della Chiesa trovano,
pertanto, una naturale accoglienza
nella profondità del cuore della
persona.
E proprio la verità sulla persona,
che coincide con la logica del
dono, è l’ambito dove porre i
fondamenti per un rinnovato impegno a favore della vita. Questi
anni sono caratterizzati da una
forte crisi economica, che genera
la grave difficoltà nel fare famiglia.
“Sono diffuse – si legge nel Messaggio - condizioni di precarietà
che influenzano la visione della
vita e i rapporti interpersonali
suscitano inquietudine e portano
a rimandare le scelte definitive e,
quindi, la trasmissione della vita
all’interno della coppia coniugale
e della famiglia”.
Come uscirne? Intanto, occorre
che chi governa faccia la sua parte: “Non è né giusto né sufficiente
– notano i vescovi - richiedere
ulteriori sacrifici alle famiglie
che, al contrario, necessitano di
politiche di sostegno, anche nella
direzione di un deciso alleggerimento fiscale”. Poi, anche i mezzi
di comunicazione devono sentire
la responsabilità di diffondere
modelli di consumo responsabili e
non far apparire il miraggio di un
benessere irraggiungibile per i più
e, quindi, ingiusto.
Soprattutto, occorre accrescere
le relazioni, fare rete sino al punto
che – ha detto il Papa al Convegno internazionale svoltosi a Milano nella primavera scorsa – una
famiglia si prenda cura di un’altra
famiglia. Utopia? No, se si pensa
che questo corrisponde alla logica
della persona, una logica capace di
suggerisce sempre forme nuove
di cura e di sostegno.
Vita
La
3 Febbraio 2013
Prolusione al Consiglio
permanente: “A noi non
interessa fare politica”.
Una lettura della realtà
italiana nell’ottica della
coscienza credente
“A
nche stasera o domani,
nell’opinione pubblica
echeggeranno solo alcune
delle nostre parole, e non
precisamente queste... si sappia però che è questo, è Gesù Cristo che noi vogliamo porgere, il
Suo nome far risuonare. Non è vero che a noi
interessa far politica, noi vogliamo dire Gesù”.
Così il presidente della Cei, cardinal Angelo
Bagnasco, aprendo il 28 gennaio a Roma il
Consiglio episcopale permanente, ha voluto
mettere l’accento sul ruolo e sul compito
principale della Chiesa: l’annuncio del Vangelo.
Per primo ha richiamato il “pellegrinaggio ad limina apostolorum” dei vescovi italiani “proprio
nell’Anno della fede”, ringraziando il Papa “per
l’accoglienza che ci accorda”. La fede, ha detto,
pur “dentro a un travaglio storico delicatissimo
e intricato”, costituisce la garanzia che “dona
ineffabile gioia”. Il cardinale ha sottolineato “le
situazioni di persecuzione in cui si trovano i
cristiani”, che “in buona parte coincidono con
i conflitti aperti”, ricordando il dato impressionante di “oltre centomila cristiani delle varie
Confessioni uccisi nel 2012. Una cifra spaventosa che non può lasciar indifferente nessuno”.
Rischio di un “Paese
perennemente incompiuto”
Parlando dei temi “sociali”, ha sottolineato
“la condizione di indigenza che si va obiettivamente allargando, e sta intaccando segmenti
di società in cui prima era sostanzialmente
marginale”. Dopo aver richiamato la disoccupazione giovanile, l’espulsione di lavoratori
dalle fabbriche, le famiglie che impoveriscono,
ha affermato che “a nessuno deve far comodo
esagerare in termini catastrofici, ma occorre
che il Paese non esorcizzi la realtà. Gli schemi
sociali classici sono saltati e non si ripristineranno automaticamente”.Tra i punti dolenti ha
richiamato anche la sanità, “da una parte per
L
a vita pubblica di Gesù come Messia
registra sia successi che sconfitte,
fino alla sconfitta finale dell’abbandono da parte degli apostoli e della
morte in Croce. Sconfitte preventivate ed annunciate secoli prima dai profeti e avvenute per
motivi che, a posteriori, tutti conosciamo
Fra queste sconfitte, è particolarmente significativa quella avvenuta proprio nella città dove
Gesù era cresciuto ed aveva abitato fino all’età
di trenta anni circa, cioè a Nazareth (lettura
evangelica, Lc 4, 21-30). Davvero, come dice
Giovanni nel prologo del sui Vangelo, «venne
fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto (Gv 1,
11)». Nella parabola dei vignaioli, Gesù descrive
efficacemente questo meccanismo: «Quando
arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i
suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma
i contadini presero i servi e uno lo bastonarono,
un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono […].
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo:
“Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini […] lo presero, lo cacciarono fuori dalla
vigna e lo uccisero (Mt 21, 34-39)».
Queste sconfitte, però, non saranno solo di
Gesù, ma anche di quelli che ne continueranno
nei secoli l’opera, come egli stesso aveva avvertito: «Mentre lo conducevano via […], lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti
su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse:
“Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me,
ma piangete su voi stesse e sui vostri figli, […]
perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?” (Lc 23, 26-31)». Basterebbero, come esempi ammonitori, le situazioni
attualità ecclesiale
n. 5
5
PRESIDENTE BAGNASCO
Noi vogliamo dire
Gesù
condannare gli imbrogli, i maneggi, le astuzie
che si consumano in un settore ad altissima
vocazione altruistica, dall’altra per prendere
le distanze da logiche irrazionalmente pretenziose e talora esclusivamente campanilistiche”.
Così pure, circa il Mezzogiorno, “vessato dalla
malavita, i cui tentacoli si allargano all’intero
Paese”, ha esortato a “vigilare, resistere, incoraggiare, denunciare, bonificare e recuperare”.
Sul momento politico attuale, il presidente della
Cei ha poi notato che “il popolo italiano si è
mostrato ancora una volta solido”, poggiando
nelle scelte di “autoriduzioni”, “revisioni di
stili di vita”, “risparmi” anzitutto “sul naturale
e insostituibile moltiplicatore di ogni più piccola risorsa: la famiglia”. Ora però “si respira
uno sbilanciamento tra il desiderio popolare
di uscire dal tunnel e ciò che viene messo in
campo”, per cui è diffusa “la percezione di un
Paese perennemente incompiuto, che costa
molto a se stesso ma non riesce a ottenere i
risultati che merita”.
Valori in gioco e impegno
dei credenti
Dopo aver esortato tutti alla partecipazio-
ne al voto quale “dovere irrevocabile”, il presidente della Cei ha dedicato uno spazio ampio
al tema della “biopolitica” che rappresenta
– ha detto – “problemi semplicemente nodali
nelle società post-moderne”. Il riferimento è
stato, tra l’altro, a vita, salute, malattia, stati
vegetativi, aborto, eutanasia, sottolineando
che “non ha senso nascondere gli argomenti,
riconoscendo invece cittadinanza elettorale
solo all’economia”. Si è poi chiesto “perché
non concepire anche l’economia come bioeconomia? Linee di compromesso, o peggio
di baratto tra economia ed etica della vita, a
scapito della seconda, sarebbero gravi”. Circa
i “valori fondamentali”, ha affermato che su
di essi “i cattolici sanno che non esiste compromesso o mediazione comunque si voglia
chiamare”. Ha citato la difesa della vita “dal
suo concepimento alla morte naturale”, “la
rinuncia all’eutanasia comunque si presenti”,
la “libertà di coscienza e di educazione”, la
“famiglia basata sul vincolo del matrimonio tra
l’uomo e la donna”, la “giustizia uguale per tutti, la pace”. Come segno positivo dell’impegno
per la vita ha richiamato “la campagna ‘Uno di
noi’” che “vuole portare nelle sedi comunita-
La Parola e le parole
IV domenica del tempo ordinario anno c
Ger 1,4-5.17-19; Sal 70; 1 Cor 12,31-13,3; Lc 4,21-30
del cristianesimo in Terra Santa, dove i cristiani
sono divenuti una sparuta minoranza, con una
tendenza a diminuire che sembra irreversibile,
ed in Asia minore, dove il visitatore cristiano
prova sgomento nel vedere che in luoghi dove
esistevano fiorenti comunità, con nomi resici familiari dagli Atti degli Apostoli e dall’Apocalisse,
adesso impera invece l’Islam: in Antiochia, dove
Pietro ebbe la sua prima cattedra, non vi è più
neppure un cristiano ed in Tarso, patria di Paolo,
vi sono adesso, come rappresentanza cristiana,
solo tre suore italiane, mentre le chiese sono
state trasformate il moschee, eccetto la basilica di S. Paolo, non diventata moschea perché
usata prima come deposito militare e poi come
museo, adoperabile da pochi anni anche come
chiesa, ma solo quando c’è un gruppo di pellegrini (ovverosia, per le autorità locali, turisti che
portano benefici economici).
Non si vede perché qualcosa del genere non
debba accadere anche in Europa in genere ed
in Italia in particolare, visto il trend di crescente
laicizzazione, né perché tante chiese europee
non debbano subire la stessa sorte della cattedrale di Costantinopoli, S. Sofia, diventata museo, e di tante altre chiese più o meno illustri in
Turchia, sottratte al culto cristiano e trasformate in qualcos’altro.
Sconfitte che sembrano inspiegabili, ma che,
come nella sconfitta subita da Gesù a Nazareth, sono evidentemente necessarie, nella
misteriosa economia generale del piano di Dio.
Esse però ci obbligano a riflettere sulle parole
rivolte da Gesù a Gerusalemme: «Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e
lapidi quelli che sono stati mandati a te, quante
volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una
chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e
voi non avete voluto! (Mt 23,37)» e sul suo
pianto: «Quando fu vicino, alla vista della città
pianse su di essa dicendo: “Se avessi compreso
anche tu, in questo giorno, quello che porta
alla pace![…] Per te verranno giorni in cui i
tuoi nemici […] non lasceranno in te pietra su
pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in
cui sei stata visitata” (Lc 19, 41-44)». È proprio
l’ostinarsi a non voler prendere sul serio la
visita del Signore che lo obbliga a lasciarci soli,
a modo di lezione, perché possiamo constatare,
sia come singoli e come comunità, ciò di cui, in
concreto, siamo capaci, ossia niente. «Senza di
me non potete fare nulla (Giov 15, 5)», o, usando le parole del profeta Geremia (seconda lettura, Ger 1, 18), «Oggi io faccio di te come una
città fortificata, una colonna di ferro e un muro
di bronzo». Sant’Agostino diceva, a proposito del
tempo della visita di Gesù: «Timeo Iesum transeuntem et non revertentem (ho paura di Gesù
rie l’istanza della vita, senza più selezioni”. Sui
matrimoni omosessuali, ha sottolineato che “il
diritto del bambino - non al bambino - viene
prima di ogni desiderio individuale” e “se la
natura dell’uomo non esiste, allora si può fare
tutto, non solo ipotizzare il matrimonio tra
persone dello stesso sesso”.
Il cuore del messaggio
cristiano
La vastità dei problemi sociali, politici e
culturali non deve far dimenticare – secondo
il card. Bagnasco – il cuore del “messaggio
cristiano” che si trova nell’annuncio del “fare
del Signore”, davanti al quale abbiamo il dovere di “non ostacolarlo e anzi favorirne la sua
attrattività. Lui fa nascere figli di Abramo dalle
pietre. Lui dobbiamo collocare sempre più al
cuore della nostra attività”. Non importa, ha
proseguito, se “c’è in giro una notevole confusione, perché si pensa che la realtà sia superata,
che nessuna verità esista”. “La Chiesa, ‘esperta
in umanità’” sa che “la verità è più importante
della derisione del mondo” e ciò va annunciato
“per lo stesso amore che ha spinto il Samaritano del Vangelo a farsi umilmente prossimo”.
che passa e che non ritorna)».
Comportamenti individuali e di gruppo, leggi di
Stato e sentenze giuridiche di tribunali in contrasto con la legge di Dio, specialmente quando
diventano metodici e autogiustificati, rendono
insensibili individui e popoli a questo passaggio
di Gesù e li riducono a città fortificate che, così
svuotate dal didentro, diventano potenziali facili
vittime per qualsiasi avversario. Questa è, forse,
la spiegazione più plausibile della scomparsa
del cristianesimo da interi territori: esso non
interessava più, non era percepito più come un
valore e quindi non c’era più alcuna spinta per
difenderlo.
Un episodio piccolo, ma forse sintomatico.
Nella parrocchia del centro città di Pistoia, la
maggior parte dei bambini che hanno iniziato
lo scorso ottobre il catechismo di preparazione
alla prima comunione non sapeva farsi il segno
di croce, non conosceva il Padre nostro e, alla
domanda: «Sai chi è Gesù?», rispondeva con un
molto significativo: «Boh!». Evidentemente nelle
loro famiglie la trasmissione di nozioni religiose,
una volta ovvia tra genitori e figli o fra nonni e
nipoti, non aveva funzionato.
Più in generale, ecco il rischio concreto che
corriamo oggi in una Europa per la quale —
purtroppo è dimostrato! — l’affermazione e
la salvaguardia delle proprie radici cristiane
non sono una priorità: che Gesù venga sempre
più ritenuto una presenza inutile o, addirittura,
come successe nella sinagoga di Nazareth
duemila anni fa, una presenza scomoda della
quale, tutto sommato, è meglio sbarazzarsi.
don Umberto Pineschi
6
n. 5 3 Febbraio 2013
A
lcuni articoli preparati da
Massimo Gori e pubblicati
su periodici locali, hanno
contribuito a diffondere
la conoscenza di tale figura sul nostro territorio, a lui abbiamo rivolto
queste domande.
Chi era Giuseppe Toniolo?
È stato prima di tutto un uomo di
fede, un testimone di santità laicale
vissuta nel quotidiano familiare, nella
Chiesa e nei diversi contesti della
società.
Nasce a Treviso il 7 marzo 1845
in una famiglia animata da autentici
sentimenti religiosi; frequenta il liceo e
si iscrive alla facoltà di giurisprudenza,
continuerà gli studi con il proposito di
dedicarsi all’insegnamento.
Conosce Maria Schiratti ed insieme
desiderano vivere il loro amore alla luce
del Vangelo, si uniscono in matrimonio
ed avranno sette figli di cui tre scompaiono in tenera età e prematuramente
morì anche la giovane figlia Emilia suora
della Visitazione.
Acquisita la cattedra di economia
politica presso l’Università di Pisa si
trasferì in quella Città con la famiglia,
sarà nominato presidente dell’unione
popolare nel 1904 ed in età avanzata
L’Economista
Toniolo
Insieme agli amici di Pistoia per uno sviluppo solidale
a cura di Daniela Raspollini
si dedicherà alla stesura del trattato di
economia sociale, muore il 7 Ottobre
1918.
Quando è stato proclamato beato?
È avvenuto Domenica 29 aprile
2012 durante una solenne liturgia
celebrata nella Basilica San Paolo fuori
le Mura in Roma.
Il suo profilo è magistralmente delineato nel decreto di Papa Benedetto
XVI con il quale viene concesso che
“il Venerabile Servo di Dio Giuseppe
Toniolo, padre di famiglia, laico di Azione
cattolica, sapiente educatore dei giovani
nella ricerca della verità, testimone del
Regno di Dio nel campo della cultura,
dell’economia e della politica, d’ora in
poi sia chiamato beato e che si possa
celebrare la sua festa ogni anno il 7
ottobre, giorno in cui è nato al cielo”.
Nel pomeriggio si è svolto un convegno pubblico a lui dedicato presso
la Domus pacis, dove è stata allestita
la specifica mostra itinerante “Per una
città di santi”.
Da tempo si attendeva l’evento
prodigioso che avrebbe consentito tale
proclamazione, ed è quanto accaduto
per sua intercessione nel 2006 con la
guarigione di un giovane.
Quali motivi ti hanno portato a compiere un approfondimento su di lui?
Toniolo è stato una figura di rilievo
nel movimento cattolico tra ‘800 e ‘900,
conosceva molte persone della nostra
diocesi fra le quali il vescovo Marcello
Mazzanti, il canonico Roberto Puccini
insegnante in Seminario e fondatore del
“Circolo di studi sociali”, il dottor Alberto
Chiappelli presidente del Comitato
Associazioni cattoliche, don Dario Flori
detto “Sbarra” Cappellano a Vignole che
chiamò come suo collaboratore presso
l’ufficio propaganda dell’Unione popolare e don Orazio Ceccarelli parroco
a Ferruccia per le tante opere da lui
Lettere in redazione
I cattolici
in politica
Ho molto apprezzato la lettera al Corriere della Sera di Romano Prodi nella
quale, molto signorilmente, ha bacchettato chi, da un po’, sembra riproporre
nuovi assetti elettorali foraggiati dal
voto cattolico. Lo dico subito a scanso
di equivoci sono sicuramente attento a
tale argomento poiché come ben dice
Prodi credo che più che rappresentare
un marchio, un appartenenza, o peggio
una setta, credo che i cattolici debbano
rappresentare un servizio nella politica
e alla politica. Assistiamo infatti ad un
forte “richiamo alle armi” da parte degli
schieramenti politici (escluso fermiamo
il declino, per altro coerentemente) e
percepisco questa in termini strumentali
credo che oggi si possa capire che i
cattolici sono liberi di scegliersi serenamente la casa dove svolgere il proprio
sevizio al bene comune. Infatti non
vedo altro modo per i cattolici di dare
un contributo in politica, diversamente
vi sarebbe uno sfruttamento improprio
di un modo di essere. Precisato questo,
individuo subito quali scommesse sul
futuro i cattolici devono accettare: la
prima quella di vivere il tempo che
hanno sotto gli occhi senza ripudiare il
mondo che hanno davanti, avvicinarsi,
comprendere e portare spirito critico;
i cattolici sono in politica non come
espressione suggerita dalle cerchie
ecclesiastiche ma come ispirazione del
Vangelo stesso, come nella vita. Siamo
entrati nel nuovo millennio e come quelli
passati qualcosa muore e qualcosa di
nuovo nasce; questo è inevitabile; il cristianesimo in questi duemila anni pur riuscendo a dare sia cose buone che cose
non buone, ha comunque continuato il
suo cammino nel suo misterioso destino, misterioso quanto luminoso. Come
l’uomo nella sua fragilità è presente
nei giorni odierni, errore fatale sarebbe
rifiutare il processo storico nel suo divenire come ugualmente non contribuire
positivamente attraverso una attenta
riflessione. Trascurare quindi che i cattolici oggi non sono gli unici a popolare
Vita
La
le città moderne, sarebbe un cieco errore
di superbia; esistono più religioni ma
esistono anche (qui bisogna lavorare)
moltissimi atei, un vero cattolico non può
non dialogare anche con questa parte di
società civile. Quindi dialogare significa
non imporre ma condividere percorsi comuni dove la sensibilità della collettività
è comunemente rispettata. Partecipare
alla costruzione di una giustizia sociale
che sia più larga possibile.Condividere
percorsi costruiti sull’incontro e la condivisione.Abbiamo del resto grandi maestri
uno su tutti il grande sindaco di Firenze
La Pira che certamente ha fatto da apripista dandoci un chiaro esempio di come
portare avanti politiche inclusive. Esiste
un crescendo di non credenti esiste un
neo paganesimo (non mi si interpreti
come dispregiativo) esiste quindi tutta
una serie di pensieri nuovi annessi al non
credere. Un esempio lo possiamo notare
nella visione di nascita e morte ma
anche nelle visioni più sociologiche della
famiglia stessa come le unioni civili. Cosa
fare? Io credo di non sbagliare quando
rivedo il primo cristianesimo e la società
sua contemporanea; infatti non leggo di
battaglie proibizioniste ma di contributo
e di proposta di vita alternativa. Non
nascondersi oggi è la vera scommessa,
ed essere i primi paladini della laicità
dello stato, i cittadini formano lo stato
che deve essere equo con tutti. Quindi
rappresentare l’incontro dei valori di
tutte le sensibilità lecite che aiutino la
società civile a rendere l’uomo e il suo
bene al centro della società. Non è con
la chiusura in lobby che si alimenta il
dialogo che invece è percorso faticoso. In
prima persona sento di avvicinarmi alla
politica e a questi temi con i diversamente credenti con lo spirito dettatomi dal
vangelo e con il libero arbitrio che sempre dal Vangelo cerca di trarre risposte.
Massimo Alby
Libertà di
espressione
e new media
Il campo di studio che si chiama sociologia della conoscenza non appare
ridotto leggendo un recente libro destinato a lasciare il segno, che ridefinisce il
concetto classico di conoscenza e il suo
ruolo all’interno di un mondo sempre
“on-line”. Sul tema di internet dove “le
fonti non sono certe e nessuno è mai
d’accordo su nulla” evitiamo clic e link
sfogliando un cartaceo quotidiano che
riferisce di un “allarme pensiero” lanciato
da un gruppo di 40 professori italiani
appartenenti al network Athena della
fondazione Pubblicità progresso” (CdS-n.
15/2013). Il docente di Comunicazione
sociale allo Iulm di Milano, Alberto
Contri, dice che “il vulcanico sviluppo
delle tecnologie di comunicazione degli
ultimi venti anni continua ad aumentare
le nostre conoscenze e informazioni.
Non vogliamo rifiutare il progresso, ma
sarebbe imprudente ignorare come l’uso
non appropriato o compulsivo di questi
mezzi possa generare effetti collaterali”.
Siamo a interrogarci sulla nuova “rete
digitale della conoscenza” , magari anche
rilevando variazioni nella dinamica dello
sviluppo cognitivo. Internet è medium
connettivo: per gestire molte più idee e
informazioni collegando persone a idee,
idee a idee, persone a persone. Il “ragno elettronico” tesse ancora ragnatela
digitale aperta per tutti, con il “diritto
di manifestare liberamente il proprio
pensiero”. Un diritto che evoca l’art
21-Costituzione del 1948 e le successive disposizioni di legge sulla stampa,
all’epoca strumento più utilizzato da
quanti intendevano diffondere il proprio
pensiero. Sessantacinque anni dopo si
può rilevare che l’art. 21 solo con il primo
comma non ignora la radio e il cinema.
Dopo è arrivata la televisione e ora il tessuto digitale e connessione telematica…
Se già nei secoli lontani e meno lontani
non mancarono limitazioni e repressioni
dell’espressione del pensiero due anni
dopo il 1948 fu firmata a Roma la
Convenzione dei diritti dell’uomo e delle
libertà fondamentali (Cedu). La libertà
di espressione è tra i diritti sanciti dalla
Cedu. Per la corte di Strasburgo la libertà
di espressione è “al cuore del concetto
di libertà democratica”.
b.p. barni
promosse.
I buoni rapporti di amicizia e le
numerose iniziative tese a promuovere
uno sviluppo solidale influiranno in
maniera significativa sulla decisione di
organizzare a Pistoia nel 1907 la prima
Settimana sociale dei cattolici italiani.
Significativa è stata la relazione tra
l’accademico Toniolo e l’instancabile don
Orazio che svolse un ruolo determinante
nel promuovere e costituire Cooperative di lavoro e dei consumi, mutue
assicurazioni e soprattutto numerose
Casse rurali ed artigiane nella diocesi
Pistoia Prato.
È opportuno allora far conoscere la sua storia anche ai
giovani che sono in ricerca e si
impegnano per il loro futuro?
Indubbiamente! Toniolo è uno straordinario esempio vicino a noi nel tempo
e nei luoghi in quanto ha percorso le
strade della nostra città lasciando tracce
indelebili.
Egli ha vissuto l’amore coniugale e
familiare attraversando gioie e dolori,
la dedizione al lavoro con ammirevole
competenza e l’impegno nella società
promovendo sviluppo economico e civile.
Profondi sono i pensieri scritti nel
suo diario spirituale, un cammino accompagnato dalla grazia dei sacramenti
e della liturgia.
Come è avvenuto in passato per
i giovani che lo hanno incontrato, oggi
tutti possiamo rivolgerci a lui chiedendo
sostengo per i nostri progetti di vita
disegnati dal Padre.
FONDAZIONE BANCHE DI PISTOIA E VIGNOLE
Etica,
responsabilità,
saperi e
significato sociale
del lavoro
Venerdì 8 febbraio alle 16.30, nell’Aula magna
del seminario a Pistoia, intervengono il professor
Stefano Zamagni e don Giordano Frosini
P
roseguono gli appuntamenti di “Homo Faber”, la serie di incontri organizzati dalla Fondazione Banche di Pistoia e Vignole su etica, responsabilità,
saperi e significato sociale del lavoro.
Nel secondo appuntamento dell’iniziativa - che si terrà venerdì 8 febbraio
alle 16.30, presso l’Aula Magna del seminario vescovile, a Pistoia - dopo i saluti del
presidente della Fondazione Banche di Pistoia e Vignole Franco Benesperi, sono
previsti i seguenti interventi: Stefano Zamagni, Università di Bologna, dipartimento
di scienze economiche, “Dall’homo faber all’homo agens: quali le conseguenze
pratiche”; monsignor Giordano Frosini, teologo, “Riflessioni teologiche sui temi attuali
del lavoro”. Coordinano Luciana Santini e Ezio Menchi, consiglieri della Fondazione
Banche di Pistoia e Vignole.
Gran parte del cammino delle società e della vita delle persone, donne e uomini, è
stata costruita nella storia attorno al ruolo del lavoro e all’insieme dei significati e delle
relazioni, non solo economiche, connesse con la dimensione soggettiva e transitiva del
lavoro. Ma profondi mutamenti sono in atto. La crescente precarietà, la polverizzazione della dialettica fra chi lavora e le organizzazioni produttive di beni e servizi, il
radicale cambiamento dei rapporti fra lavoro e agire sociale, la caduta delle tensioni
ideali e della forza delle organizzazioni collettive, lo sfumarsi dell’economia reale nelle
infinite tonalità di grigio di “mercati” apparentemente senza volto né legge, nonché
il crescere delle innovazioni tecnologiche digitali, che hanno prodotto una mutazione
genetica irreversibile dei contenuti, dei luoghi, degli strumenti e del contesto relazionale:
tutto questo sta modificando profondamente il senso del lavoro, la sua connessione
con la vita individuale e sociale, la sua utilità e la sua dignità. Lo smarrimento delle
nuove generazioni, nella ricerca di percorsi riconoscibili per accedere al mondo del
lavoro, è uno dei segni più drammatici di questo processo, che coinvolge però, in modi
diversi, tutti i settori produttivi e tutte le articolazioni del lavoro, da quello manuale e
artigianale a quello tecnico, da quello intellettuale a quello imprenditoriale.
Il lavoro è un grande tema del nostro presente e del nostro futuro. Sul senso e sulla
civiltà del lavoro si fonda la possibilità di costruire una società globale a misura di donne
e uomini. Oggi come non mai diventa, perciò, di fondamentale importanza fornire
a tutti i cittadini occasioni per conoscere e capire i fenomeni in atto e per riflettere
criticamente sul presente e sul futuro del lavoro come categoria fondante delle civiltà.
Questi gli scopi perseguiti dalla Fondazione Banche di Pistoia e Vignole, che con il
progetto “Homo Faber” -incontri aperti alla partecipazione e al contributo di tutti i
cittadini- darà voce, lungo tutto il 2013, ai protagonisti della ricerca e a quanti operano
e studiano ad alto livello sulla dimensione sociale, filosofica, antropologica ed economica
del lavoro. L’intento non è precostituire giudizi, ma fornire gli strumenti per conoscere
e capire la nostra storia di oggi e il nostro futuro, attraverso i cambiamenti della più
complessa, ma anche della più ricca e articolata delle attività umane.
Pistoia
Sette
N.
5
3 Febbraio 2013
L’
iniziazione cr istiana è tra le più
importanti azioni
ecclesiali, perché
tramite essa si viene introdotti
alla vita cristiana vissuta con
maturità e consapevolezza, nella
comunità cristiana. Questa affermazione, di per sé, semplice e
scontata è nella realtà dei fatti
messa duramente alla prova dal
fenomeno facilmente constatabile
che i ragazzi continuano dopo la
cresima a partecipare alla vita
della comunità cristiana solo in
piccola percentuale. La stessa constatazione si potrebbe fare, e forse
sarebbe anche più grave, se ci
domandassimo la consapevolezza
della propria vita spirituale e della
propria adesione al vangelo di
quanti hanno concluso l’itinerario
di iniziazione cristiana dei fanciulli
e dei ragazzi. Non importa fare
analisi sociologiche o ricerche
complicate per constatare questo
fenomeno che denota un profondo
disagio della catechesi in Italia,
e nel mondo, che sembra non
riuscire più a introdurre i ragazzi
alla vita di fede. Si potrebbe dire
che la catechesi oggi accompagna
i giovani per molti anni, in modo
spesso anche piacevole e ben
accolto, ma non li introduce nel
Mistero della fede e della testimonianza cristiana ed ecclesiale.
Il fenomeno è noto, e da anni
la chiesa in Italia e nel mondo
si interroga sul perché questo
avviene e sul come rispondere a
questa situazione. I vescovi italiani
hanno invitato in questi ultimi due
decenni a una profonda conversione pastorale delle parrocchie e in
special modo hanno autorizzato
sperimentazioni catechistiche che
hanno portato diocesi in Italia a
mutare il loro impianto catechistico anche radicalmente. Ultimamente anche il Sinodo dei vescovi
sulla nuova evangelizzazione ha
ribadito nei documenti preparatori
e poi nelle proposizioni che da
come la Chiesa saprà rivedere le
sue pratiche di introduzione alla
fede dipenderà il futuro delle chiese nel mondo e in particolare in
occidente. Infine nell’anno passato
l’Ufficio catechistico nazionale
(Ucn) ha indetto in tutte le regioni
italiane una serie di convegni volti
a monitorare l’andamento della
catechesi in Italia, le sperimentazioni in atto, e i suggerimenti
per un ripensamento globale dei
percorsi di iniziazione cristiana dei
fanciulli e dei ragazzi. A livello nazionale inoltre la commissione episcopale per la dottrina della fede,
l’annuncio e la catechesi, insieme
all’Ucn sta portando avanti una
serie di seminari di studio nazionali per giungere con il consenso
e il contributo di vescovi ed esperti
UFFICI CATECHISTICI TOSCANI
Documento per
l’iniziazione cristiana
del settore alla individuazione di
alcuni Orientamenti condivisi, che
aggiornino e rinnovino il documento di base per la catechesi, in quegli
aspetti che le mutate condizioni
culturali e antropologiche rispetto
a quelle di 40 anni fa, hanno reso
necessarie. Questo documento
degli uffici catechistici toscani,
nato dalla collaborazione di tutti i
direttori della toscana coordinati e
guidati da monsignor Simone Giusti, vescovo di Livorno e delegato
Cet per la catechesi, si inserisce
in questo ampio movimento di
riflessione e ripensamento della
catechesi in Italia. Il documento
parte dalla convinzione forte
che il vangelo è ancora un dono
capace di rendere bella e buona
la vita degli uomini di oggi, ma
allo stesso tempo prende atto di
una crisi profonda che nasce dal
mutamento culturale che i nostri
S
ono molti anni che la
commissione per la
cultura del consiglio
pastorale del Montalbano occidentale organizza
“Vincincontri”, un ciclo di appuntamenti su varie tematiche
di interesse sociale, culturale ed
ecclesiale, voluti da monsignor
Renato Bellini. Ne parliamo con
Silvano Guerrini, incaricato nella
commissione cultura del consiglio pastorale di zona.
Il seminario che si è
concluso il 25 gennaio
guardava con particolare
riferimento ai giovani. Di
cosa si trattava?
Questo seminario ha rappresentato, in effetti, un salto di
qualità, non avendo mai organizzato una serie di incontri legati
fra loro sia nel tempo che nella
tematica. Tra l’altro con la conferenza del professor Ugo De
Siervo (Il principio democratico
e la dottrina sociale della Chiesa)
siamo arrivati a ben 49 incontri.
Il seminario era aperto a tutti i
cittadini, ma mirava soprattutto
a chi, nella politica, nel catechismo, nella società, necessita di
avere punti di orientamento e di
entusiasmo e quindi certamente
in particolare ai giovani: la loro
presenza è stata veramente
piacevole.
Perché la scelta di
questa tematica?
La mancanza di etica, la
itinerari di iniziazione cristiana
non hanno saputo adeguatamente
seguire. In particolare il documento
individua come problema di fondo
della catechesi l’inadeguatezza
dei modelli pedagogici che vi
sottostanno. Questo significa che
non si tratta tanto di cambiare i
contenuti della catechesi, quanto
di cambiare il modo con cui si
comunicano e soprattutto con cui
si aiutano i ragazzi ad assimilare,
a vivere, a capire e a fare propri
quei contenuti. “Nelle proposte
attuali i tempi della catechesi sono
ancora ritmati dal comprendere.
Essi si basano sulla domanda:
quanto tempo occorre per sapere
l’alfabeto della fede cristiana? Non
sono modulati secondo la domanda: quanto tempo occorre per far
interessare, desiderare e abilitare
alla vita cristiana”. Così si esprime
il documento che invita a costruire
itinerari di iniziazione cristiana dei
ragazzi che tengano conto delle
condizioni dei ragazzi di oggi che,
ad es. imparano più nel gruppo
dei pari piuttosto che da adulti o
autorità tradizionali, che riconoscono come vero solo quello che
sentono e sperimentano. La preoccupazione dunque della catechesi
oggi deve essere quella di pensare
modelli pedagogici di trasmissione
della fede che rispettino la libertà
dei ragazzi, che li porti ad una
scelta personale e consapevole,
attraverso un cammino dove essi
possano non solo apprendere chi
è il Cristo ma anche sperimentarlo.
Sarà perciò decisivo nella catechesi
porsi il problema non dell’età della
cresima, ma di abilitare i ragazzi a
vivere la cresima. Questo significa
che la catechesi dovrà essere
ripensata per obiettivi educativi,
in un percorso che aiuti i ragazzi
a maturare la capacità e le abilità
necessarie per vivere la fede nella
comunità cristiana.
Il documento degli uffici catechistici toscani dopo aver ricordato
nella prima parte le idee cardine
che inducono ad una conversione
pastorale, si pone il problema di
quale direzione prendere per il
rinnovamento della Ic dei ragazzi,
infine propone alcuni punti fermi
per costruire itinerari di Ic nella
linea della receptio. In quest’ultima
parte si troveranno suggerimenti
concreti delle tappe da rispettare
perché la catechesi sia non solo
tràdita (la traditio), cioè comunicata, ma anche recepita (la receptio),
cioè accolta. Tra i molti elementi
suggeriti ne segnalo solo alcuni,
tra cui la necessità di organizzare
itinerari catechistici senza tempi
predefiniti, l’invito a prendersi in
carico la formazione dei catechisti
ZONA PASTORALE DEL MONTALBANO OCCIDENTALE
Quattro incontri
di formazione
politico-sociale
corruzione, la disaffezione dalla
politica interrogano tutti ed
in particolare i credenti. La
dottrina sociale della Chiesa
è una risorsa poco conosciuta
anche dentro la stessa Chiesa.
Il nome, come è stato detto nel
seminario, non è accattivante,
non rende bene l’efficacia di
quei valori che sono contenuti
nel Vangelo ma che sono stati
formulati nel corso della storia
e in particolare a partire dalla
Rerum Novarum del 1891: persona, famiglia, lavoro, stato, bene
comune, funzione sociale della
proprietà privata, solidarietà,
sussidiarietà.
La crisi della politica
è sulla bocca di tutti,
è una crisi che investe
in particolare i giovani:
come devono rispondere
i credenti?
Occorrono certamente
i fatti. I giovani, pur essendo
spesso distratti da richiami insignificanti, intuiscono subito le
persone coerenti, sanno subito
entusiasmarsi di progetti che
Ugo De Siervo
per la loro forza fanno sognare.
Oltre a Ugo De Siervo,
presidente emerito della
Corte costituzionale, al
seminario hanno partecipato Giovanni Tarli Barbieri e Leonardo Bianchi,
docenti all’Università di
Firenze. Che cosa hanno
rimarcato nei loro interventi?
Giovanni Tarli Barbieri (La
Costituzione: punto di arrivo e
punto di partenza) ha individuato
nella Costituzione il principio
personalistico, quello dei diritti
sociali, quello della pace; Leonar-
do Bianchi (I principi di solidarietà
e di sussidiarietà) ha evidenziato
che la solidarietà non è beneficienza ma che, attraverso la
sussidiarietà, è la garanzia di un
dinamico tessuto sociale; il prof.
De Siervo ha sottolineato che la
democrazia ha una storia giovane e che, a differenza dei regimi
violenti e dittatoriali, necessita
costantemente per essere tale
di una presenza attiva e partecipe dei cittadini, nella società,
dentro i partiti, nelle istituzioni.
La Centesimus Annus
ha ribadito con convinzione che il mondo mo-
in maniera più forte e decisa di
quanto si sia fatto fino ad oggi,
la necessità di un’adeguata pedagogia della fede, esperienziale
e catecumenale, e infine il necessario coinvolgimento di tutta la
comunità cristiana nel processo
educativo.
Questo documento dunque
non propone ricette preconfezionate per la catechesi, ma
traccia un cammino, e indica degli
orizzonti. Il suo contributo vuole
anzitutto essere quello di invitare
a capire la crisi che stiamo vivendo, perché non di rado la forza di
compiere scelte nuove nasce da
una nuova comprensione delle
cose. La sfida sarà quella di riuscire ad organizzarsi nelle diocesi
e nelle parrocchie perché le competenze da acquisire e i necessari
cambiamenti da operare, possano
concretamente essere messi in
atto. La sfida non solo è impossibile, ma anzi è entusiasmante,
solo che si prenda coscienza di
essere attori di un cambiamento
epocale che se da una parte vede
il morire di forme di cristianesimo,
dall’altro vede l’alba di una nuova
epoca cristiana, dove il vangelo ha
ancora molto da dire.
Cristiano D’angelo
derno deve prestare attenzione alla Dottrina
sociale della chiesa. Lo
scopo di questi incontri
era anche quello di farla
conoscere, di evangelizzare confrontandosi con
la dottrina sociale?
Si pensa spesso che l’azione
da fare sia verso l’esterno. Ma
in questo caso c’è anzitutto
bisogno che questi valori che
scaturiscono dal Vangelo siano
conosciuti e vissuti tra i credenti. Allo stesso tempo il confronto con gli altri può permettere
di attivare la creazione di un
patrimonio comune e condiviso di punti di riferimento, che
stimoli l’azione politica, sociale,
educativa.
Quale sarà la prossima iniziativa di Vincincontri?
Giovedì 7 febbraio sarà
presente Luigino Bruni, docente
universitario a Milano Bicocca,
e parlerà su una tematica molto attuale e concreta: La crisi
economica: un nuovo modello di
sviluppo. Di fronte ad una crisi
economica che ha fatto traballare le sicurezze acquisite
nel dopoguerra, che ha messo
in evidenza i percorsi perversi
della finanza e che soprattutto
ha determinato la perdita di tantissimi posti di lavoro, dobbiamo
ripensare ad un nuovo modello
economico.
8
comunità ecclesiale
DOMENICA 3 FEBBRAIO ALLE CASERMETTE
XXXV Giornata della vita
Indetta dalla Conferenza episcopale italiana col messaggio “Generare la vita vince la crisi”
D
omenica 3 febbraio alle
Casermette sarà celebrata la 35ma Giornata della
vita. Ne parliamo con
Tommaso Braccasi, presidente del
Movimento e centro di aiuto alla vita.
Come sarà celebrata in
diocesi la 35ma Giornata della
vita?
La tradizionale Giornata per la
vita, indetta dalla Conferenza episcopale Italiana per domenica 3 febbraio
2013 col messaggio “Generare la vita
vince la crisi”, si svolgerà nella parrocchia delle Casermette. Sabato pomeriggio si terrà un incontro/dialogo
con i bambini del catechismo mentre
domenica, alle ore 11:15, la Messa
celebrata da monsignor Cesare Tognelli. A seguire il saluto del vescovo
Mansueto Bianchi che poi parteciperà
anche al pranzo comunitario (per
prenotare è necessario telefonare
al numero 0573.22355). Al termine
presenteremo brevemente l’iniziativa europea “Uno di Noi”. Inoltre in
una decina di parrocchie, grazie alla
generosità di molti volontari, si svolgerà una raccolta di fondi attraverso
l’offerta di vasetti di primule.
“Uno di Noi”, appunto, ma
di che cosa si tratta?
Il trattato di Lisbona prevede che i
cittadini europei (nella misura minima
di un milione) possono richiedere e
ottenere una discussione - con la loro
partecipazione – presso le istituzioni
europee. È in corso una raccolta di
firme per il diritto alla vita e la famiglia
affinché ogni essere umano sia rico-
nosciuto come “uno di noi” fin dal
concepimento in ogni azione svolta
direttamente dall’unione europea.
Anche a Pistoia siamo impegnati in
questa campagna “europea”.
E il prossimo appuntamento in agenda?
Per il terzo anno consecutivo abbiamo indetto un concorso riservato
alle scuole materne ed elementari
che stavolta si intitola “Aggiungi un
posto a tavola” con un chiaro riferimento alla necessità di accogliere
“gli altri”: conoscenti e stranieri, vicini
e lontani, ma anche… il concepito.
Entro la data del 28 febbraio 2012 gli
alunni delle materne ma pure quelli
delle prime e seconde elementari,
statali e non, sull’intero territorio
provinciale potranno inviare disegni
di gruppo (oppure individuali) mentre
gli alunni delle terze, quarte e quinte
elementari – anche in questo caso
statali e non – potranno partecipare
inviando elaborati scritti individuali. La
premiazione avverrà, a Pistoia, entro
la metà di maggio.
E il Centro di aiuto alla
vita?
La nostra sede è aperta tre giorni la settimana (lunedì e mercoledì
pomeriggio; venerdì mattina): una
operatrice fissa si dedica all’ascolto e
dodici volontarie seguono a turno la
distribuzione di alimenti (latte, omogeneizzati in particolare), vestiario,
pannolini e altro ancora. Nel 2012
sono state assistite circa 180 famiglie
e aiutati a nascere 39 bambini.
D.R.
SCUOLA DI FORMAZIONE TEOLOGICA
Gesù ha mai detto
di voler fondare la Chiesa?
A colloquio con
Daniele Aucone,
docente del Corso
di approfondimento
della scuola
diocesana
e si manifesta infine pubblicamente
nella sua vocazione universale nel giorno di Pentecoste. Nelle parole e nelle
azioni del Gesù storico è possibile quindi
rintracciare un’ “ecclesiologia implicita”
(legata al tema dell’Israele escatologico)
che si realizza e si compie poi definitivamente dopo la Pasqua.
a cura di
Daniela Raspollini
R
iguardo alla domanda “Gesù ha
mai detto di voler
fondare la Chiesa?”, un modernista, Loisy, affermava che
“Gesù annunciò il Regno ed
è venuta la Chiesa”. Ma non
è così, in realtà?
L’idea che la nascita della Chiesa si
debba alla comunità cristiana primitiva
piuttosto che alla volontà e al messaggio
di Gesù è strettamente legata alla problematica sul “Gesù storico”, che nasce
nel clima razionalista e deista del XVIII°
sec. Intorno al 1760 Samuel Hermann
Reimarus (1694-1768), professore di
lingue orientali al Liceo di Amburgo,
compone un’opera dal titolo Apologia (o
difesa) degli adoratori razionali di Dio,
in cui l’autore si sforza di ricondurre il
messaggio della fede biblica e rivelata a
un contenuto di carattere etico e antropologico, accessibile come tale alla sola
ragione. L’opera (circa 3000 pp.) era
rimasta tuttavia non pubblicata a causa
del delle reazioni che l’autore temeva
avrebbero potuto far seguito alla sua
pubblicazione. Intorno al 1770, dopo la
morte di Reimarus, Gotthold Ephraim
Lessing, altro personaggio-chiave del
clima illuminista e deista del XVIII° sec.,
e bibliotecario a Wolfenbüttel, pubblica
sette frammenti tratti dall’opera di
Reimarus sotto il titolo di Frammenti
dell’anonimo di Wolfenbüttel. Di questi
quello destinato a inaugurare la questione del “Gesù storico” e delle ricerche
ad essa relative, era il 7° frammento,
dal titolo Sullo scopo di Gesù e dei
suoi discepoli. Secondo tale frammento
occorre distinguere tra ciò che i Vangeli
affermano su Gesù e ciò che Gesù ha
realmente detto e annunziato. Il messaggio di Gesù era incentrato sulla venuta
del Regno di Dio. Tale Regno, che nei
Vangeli non è mai definito, né si dice in
che cosa consiste, deve essere inteso, secondo la tradizione giudaica, come una
liberazione dal dominio straniero. Gesù
sarebbe stato uno dei tanti agitatori
messianici (come quelli di cui racconta lo
storico Giuseppe Flavio) messo a morte
come sedizioso e sovversivo. Di fronte al
fallimento storico del progetto del loro
Maestro, i discepoli di Gesù ne avrebbero
poi trafugato il cadavere (cfr. Mt 28,13
) mettendo in giro la notizia che egli era
ancora vivo e divenuto ormai signore del
tempo e della storia. La nascita di una
religione cristiana e di una Chiesa derivava quindi da un totale fraintendimento
dell’esistenza e del messaggio di Gesù.
Con la pubblicazione dei frammenti di
Reimarus la questione dell’esistenza di
uno “scarto” (se non di un’autentica
frattura) tra il Gesù della storia (ricostruibile sulla base della ricerca storica)
e il Cristo della confessione di fede, era
ormai inaugurata. L’idea che la Chiesa
fosse una “costruzione” non riscontrabile
nella volontà e nelle intenzioni del Gesù
storico era destinata a trovare largo
seguito nel corso dei secoli successivi, da
Harnack, secondo cui il messaggio del
Regno aveva un carattere esclusivamente intimistico ed etico (“Dio e l’anima,
Vita
La
n. 5 3 Febbraio 2013
l’anima e il suo Dio”), ad Alfred Loisy,
cui risale la celebre espressione citata
nella domanda (L’évangile et l’Église,
1902), fino ad arrivare ai contributi più
recenti come Inchiesta sul cristianesimo.
Come si costruisce una religione (2008)
di Augias-Cacitti, in cui si afferma fin
dalle prime pagine che “Gesù non ha
mai detto di voler fondare una Chiesa”.
Che cosa può rispondere
a questa provocazione una
riflessione teologica sistematica che tenga anche in conto
i risultati delle ricerche sul
problema del “Gesù storico”?
Dai racconti evangelici sappiamo
che Gesù non volle fondare una nuova
comunità accanto a Israele, ma piuttosto chiamare quest’ultimo alla raccolta
definitiva ed escatologica. La scelta del
“Dodici” (Mc 3,14), il cui valore simbolico in relazione alle dodici tribù di
Israele è evidente, indica che è iniziata la
chiamata a raccolta definitiva di Israele.
Essi costituiscono l’ Israele escatologico, il
popolo di Dio definitivamente cconvocato e ristabilito nell’Alleanza. Nella cena
di addio che consuma con i Dodici, in
cui appaiono delle parole e dei gesti che
risalgono senz’altro al Gesù della storia,
Gesù compie definitivamente l’Alleanza
del Sinai mediante l’offerta e il dono di
sé. La comunità dei Dodici, spezzatasi
dopo la morte di Gesù e il tradimento di
Giuda, viene ricostituita dopo la Pasqua,
In quale momento si può
dire, quindi che la Chiesa
nasce?
Da una ricognizione complessiva
del ministero e dell’annuncio di Gesù
risulta che non è possibile determinare
un singolo momento o una singola
tappa in cui individuare l’inizio della
Chiesa, essendo questa piuttosto legata
a un processo che passa attraverso sviluppi e tappe successive, dalla scelta dei
Dodici fino ad arrivare poi a compiersi
dopo la Pasqua. In questi termini si
esprime ad esempio il documento della
Commissione Teologica Internazionale
La fondazione della Chiesa a opera di
Gesù Cristo del 1984 o alcuni contributi
storico-sistematici, come quello (ottimo)
di W. Kasper Chiesa cattolica. EssenzaRealtà-missione.
La genesi della Chiesa va vista inoltre in una prospettiva trinitaria, in base
alla quale essa si esprime come frutto
dell’azione congiunta del Padre, del Figlio e dello Spirito, e non esclusivamente
del Figlio. In quest’ottica una prospettiva
che volesse ancorare la nascita della
Chiesa esclusivamente all’elemento
cristologico dimenticando l’azione dello
Spirito (come ad esempio il far ricorso
esclusivo per la fondazione della Chiesa
alla promessa di Gesù a Pietro, in Mt
16,18) cadrebbe in quel “cristomonismo” (per dirla con Congar) verticale
e deduttivo, che ha caratterizzato per
molto tempo l’ecclesiologia latina. Il
Concilio ha adottato questa prospettiva
trinitaria nel I° Capitolo della Lumen
gentium, parlando della Chiesa come
“mistero”. Essa è opera non solo del
Figlio ma della Trinità tutta, in cui il Figlio
e lo Spirito operano davvero come le
due “mani” del Padre, secondo la bella
immagine di Ireneo di Lione
FISM
Convegno
regionale
Sabato 19 gennaio si è tenuto a Pistoia, l’annuale convegno regionale
predisposto dalla Fism provinciale
come incontro di aggiornamento
per le insegnanti delle scuole
dell’infanzia paritarie. Il titolo del
convegno “Mi sento creativoLa creatività nella scuola della
dell’infanzia”. Ne è stata relatrice
Patrizia Granata, dirigente scolastico, pedagogista clinico, docente
presso la Facoltà di scienze della
formazione dell’Università di Padova e collaboratrice dell’Agenzia di
formazione La Scuola. La relatrice
ha sviluppato la tematica coinvolgendo le insegnanti con specifiche
domande, con proposte di ruoli in
simulazioni di vita scolastica e con
successive riflessioni, anche attraverso la lettura ragionata dei punti
in cui le nuove indicazioni nazionali
fanno riferimento alla valorizzazione della creatività dei bambini. Ha
sottolineato cosa si intende per “
creatività”, con quali modalità ed
in quali tempi può manifestarsi: per
sviluppare la creatività nei bambini
è necessario che questi siano messi
in condizioni favorevoli per compiere esperienze sensoriali e che
l’ insegnante sia attenta a cogliere
i bisogni di ogni bambino, unico
ed irripetibile, per fornirgli stimoli
adeguati nei vari contesti. Ha proseguito evidenziando che i bambini
possono esprimersi con creatività
in ogni campo di esperienza: inventare storie, eseguire drammatizzazioni, disegnare, dipingere, fare
attività manipolative..., in un clima
di serenità emotiva e di costruttiva
relazionalità. Ha ribadito inoltre il
ruolo dell’ insegnante nel percorso
educativo richiamando appropriate definizioni: l’insegnante deve
qualificarsi come mediatore tra il
sapere e l’apprendere, come facilitatore che fornisce, in tempi utili,
strumenti per risolvere problemi,
come incoraggiatore che capisce
quando è necessario provvedere
con un rinforzo risolutore per
superare difficoltà incontrate. Le
insegnanti presenti si sono dimostrate disponibili e motivate ed
hanno manifestato, in maggioranza,
un ottimo livello di gradimento in
relazione ai contenuti proposti, alla
metodologia usata e all’organizzazione del convegno.
Giuliana Orlandini
SAN BIAGIO IN CASCHERI
Messa col
vescovo
Bianchi
Domenica 3 febbraio alle 11, presso la parrocchia di San Biagio in
Cascheri, in occasione della festa
annuale del santo patrono, la celebrazione della messa sarà presieduta dal vescovo Mons. Mansueto
Bianchi. Saranno presenti anche
cinque seminaristi -Gianni Gasperini, Ugo Feraci, Alessio Tagliafierro,
Gildas Sangu,Alessio Leporatti- che
daranno testimonianza sulla loro
scelta di vita.
Vita
La
L
a Chiesa celebra la 17a
giornata della vita consacrata il 2 febbraio. Il motto
scelto è «Testimoni e annunciatori della fede».
Ne parliamo con suor Ana,
superiora del Monastero delle Benedettine di Pistoia.
Qual è oggi la testimonianza della vita consacrata
contemplativa?
Le consacrate contemplative hanno
ricevuto un dono, una vocazione, una
chiamata speciale per vivere consegnati
a Dio e al servizio della Chiesa e del
mondo.Vivere per servire: ecco un ideale
davvero bello per un cristiano! Ogni autentico servizio, infatti, ha la sua radice
nel mistero di Cristo che per salvarci
«pur essendo di natura divina, spogliò
se stesso, assumendo la condizione di
servo» (Fil 2, 6-7). Gesù è venuto sulla
terra per insegnarci a servire. Egli è il
nostro modello. Conformarsi a Cristo
significa, dunque, nelle situazioni in cui
viviamo e lavoriamo, saper dire con
spontaneità: «Sono venuto per servire,
non per essere servito» (cf. Mt 20, 28).
Qual è il ruolo della consacrata contemplativa nella
società di oggi?
Poiché il donarsi implica l’impegno
di una continua conversione negando
se stessi, vivendo in tale dimensione
interiore noi evitiamo di entrare in
competizione e in rivalità con i fratelli,
non agiamo sotto la spinta dell’ambizione e dell’egoismo, fuggiamo l’ostilità,
la violenza, l’aggressività, con tutte
le tristi conseguenze che purtroppo
si esibiscono sulla scena di questo
mondo. Allora, anche se in apparenza
non occupiamo un posto di rilevo nella
società, noi consacrate contemplative
contribuiamo veramente a costruire
la «civiltà dell’amore»; la nostra vuole
essere una presenza di pace che possa
I
n gennaio la chiesa ricorda due
santi molto importanti che
hanno portato un contributo
determinante nella vita del
popolo di Dio; S. Basilio il grande e
S. Antonio abate, il secondo è detto
padre dei monaci, il primo maestro.
Questi due santi sono all’origine del
movimento monastico nella chiesa
non solo storicamente ma anche
spiritualmente, a loro si deve l’organizzazione e la prima produzione
letteraria riguardante l’ordinamento
e i principi guida della vita e dello
stile monastico. Dagli insegnamenti
di S. Basilio per i monaci riuniti nelle
regole brevi e diffuse, S. Benedetto
trasse tutti quei principi che poi hanno costituito la regola benedettina
divenuta la magna carta del monachesimo occidentale. Uno degli elementi
fondamentali della vita monastica è la
lode e la preghiera comunitaria che
poi nella forma da essi elaborata è diventata la preghiera della Chiesa che
è la liturgia delle ore. La costituzione
conciliare “Sacrosanctum concilium”
ai numeri 83, 84, 85, esprime in modo
sintetico ma efficace il significato
teologico e spirituale della preghiera
comunitaria della liturgia delle ore:“Il
sommo sacerdote… Gesù Cristo ha
introdotto in questo esilio terreno
quell’inno che viene eternamente
cantato nella sede celeste. Egli unisce
a sé tutta l’umanità, e se l’associa
nell’elevare questo divino canto di
lode. Questo ufficio sacerdotale cristo lo continua per mezzo della sua
chiesa, che loda il Signore incessantemente e intercede per la salvezza del
3 Febbraio 2013
comunità ecclesiale
n. 5
«Testimoni e annunciatori
della fede»
dalla
clausura
Incontro con le Monache Benedettine
diffondere attorno a sé carità e spirito di
comunione, favorendo la collaborazione
e la concordia a tutti i livelli, diventando
così fermento di giustizia, di santità.
Qual è il ruolo della consacrata contemplativa nella
Chiesa?
Nell’esortazione Apostolica “Vita
consacrata”, del Beato Giovanni Paolo
II, leggiamo:“In realtà, la vita consacrata
è nel cuore stesso della Chiesa come
elemento decisivo per la sua missione,
giacché indica la natura intima della
vocazione cristiana e l’aspirazione di
tutta la Chiesa Sposa verso l’unione con
l’unico Sposo”.
È importante capire il valore corrente della vita consacrata contemplativa;
cioè, la sua posizione nella Chiesa di
oggi come risposta chiara e comprensibile delle esigenze del mondo attuale,
soprattutto le aspettative dei giovani.
Dobbiamo domandarci se i monasteri
siano stati ristrutturati secondo le reali
esigenze dello spirito, non per rendere la
vita più facile, più comoda, ma per renderla più autenticamente contemplativa:
più disponibile ad ascoltare la parola di
Dio e alla preghiera.
La Chiesa sente forte, in
questo tempo, l’impegno di
una nuova evangelizzazione
per riscoprire la gioia nel
credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede,
impegno che il recente Sinodo
dei vescovi ha richiamato con
forza. Cosa vuol dire per voi
quest’invito?
Vuol dire che noi contemplative, fino
ad ora dedicate alla preghiera e al lavoro
nascosto, dobbiamo aprire le porte dei
monasteri per annunciare la buona
novella ai poveri, catechizzarli, per mostrare loro la via della salvezza? È una
tentazione comune, non solo tra le stesse
monache. Leggiamo nel messaggio dei
vescovi in preparazione alla nostra
giornata:“La vita spirituale è docilità allo
Spirito di Cristo e si nutre della Parola
di Dio, che deve essere, specialmente
per voi consacrati, cibo quotidiano, da
accogliere, gustare, assimilare, così da
con-formarvi al «pensiero di Cristo» (1
Cor 2,16) e al sentire di Cristo (cfr Fil
2,5). È per questo che vanno curati i
tempi dell’incontro personale con Cristo,
della preghiera, dell’adorazione eucaristica; ed è per questo che l’Eucaristia
dovrà essere al centro della vostra vita
personale e della vostra comunità”. C’è
un’urgenza certamente, di un più diretto
apostolato, ma dobbiamo ricordare che
la consacrata contemplativa, se è fedele
allo Spirito, suscita costantemente nella
società odierna, degli interrogativi sulla
vita e la morte, la speranza e l’amore, la
sofferenza e la gioia, il tempo e l’eternità.
E’ impossibile che, davanti alla inspiegabile realtà di una comunità claustrale
“normale” e gioiosa, l’uomo di oggi non
si domandi se Dio realmente esista e se
non valga la pena cercarlo. Dunque, la
vita consacrata contemplativa è in sé
stessa un’esistenza profetica. E’ un modo
privilegiato per invitare alla conversione.
Ma qual è il vostro modo
di evangelizzare?
Non c’è annuncio efficace del Vangelo che non nasca dalla fecondità del
deserto. Così lo hanno fatto Giovanni
Battista, Gesù, San Paolo. Loro hanno
voluto vivere la feconda solitudine del
deserto. L’anima veramente contemplativa ascolta il Signore nel deserto e
allo stesso tempo sa capire e assumere
il dolore dei fratelli. La conoscenza
dell’uomo nutre la contemplazione e la
contemplazione accresce la comprensione dell’uomo. Da qui parte poi la
condivisione, il dono dei frut-ti sereni e
profondi della contemplazione a quanti
si avvicinano alla grata del Monastero.
Ecco il tipo di evangelizzazione possibile
per noi monache. Il primo contributo del
contemplativo e contemplativa per la
promozione integrale dell’uomo è quello
di rimanere veramente dei contemplativi.
E un cenno alla persona e
al ruolo di Maria nella vostra
vita?
Basilio
e
Antonio
Due santi che hanno inciso profondamente sul popolo cristiano
a cura di Giordano Favillini
mondo non solo con la celebrazione
eucaristica ma specialmente con
l’ufficio divino.”(n. 83).
“Il divino ufficio… è veramente la
voce della sposa che parla allo sposo,
anzi è la preghiera che Cristo unito
al suo corpo eleva al Padre. (n. 84)
Tutti coloro pertanto che compiono
questa preghiera… stanno davanti
al trono di Dio in nome della Madre
Chiesa (n. 85).
Questi passaggi della costituzione
conciliare sono la proclamazione di
come la preghiera della Liturgia delle
ore non è tanto una forma personale
di colloquio con Dio ma la preghiera
di Gesù che continua nel tempo
attraverso la voce e il cuore dei
cristiani che costituiscono il corpo
vivente di Cristo nella storia. Questa
preghiera della chiesa e di Gesù è il
riflesso della lode che continuamente nel cielo viene fatta dagli angeli,
dai santi e da tutti coloro che sono
davanti alla gloria di Dio, dunque
essa è anche un legame concreto di
comunione fra la chiesa terrestre e
quella celeste, ci ricorda la dimensione trascendente della chiesa, essa
non è soltanto una istituzione ma un
grande mistero di comunione che va
al di là del tempo e dello spazio.Tutto
questo ci porta dunque a considerare
l’importanza vitale della Liturgia delle
ore e la preghiera per la nostra vita
di fede insieme alle varie attività pastorali, alla cura delle strutture, alle
opere caritative.
Il mondo si serve non solo con
le attività ma anche dando voce alla
preghiera di Cristo, facendo risuonare i salmi che sono la preghiera di
Gesù che lui usava e conosceva tutti
a memoria e che ha pregato nei vari
momenti della sua vita, vedi il salmo
21 che pregò sulla croce.
La tradizione monastica prima,
il concilio oggi ci ricordano di esercitare questo ministero della lode
e dell’intercessione che sono indispensabili per la salvezza del mondo,
perciò quelle comunità, i monaci, i
religiosi, nel tempo impiegato per la
preghiera comune della liturgia delle
ore essi svolgono un servizio non
quantificabile immediatamente ma
utile e necessario come quei servizi
pastorali, sociali e culturali per cui ci
diamo tanto daffare occupando gran
parte del nostro tempo.
Quando nella chiesa si prega l’ufficio divino si integra tutta l’attività
pratica di coloro che operano pastoralmente, che lavorano nelle varie
attività umane, che soffrono, che studiano che operano in qualsiasi modo
nella società. Siccome ciascuno non
può fare tutto, allora in una visione di
fede l’attività di ciascun membro della
chiesa si integra con ciò che gli altri
compiono: chi prega non lo fa solo per
se stesso ma rappresenta tutti e quel
suo stare davanti a Dio è anche per chi
opera socialmente e non può farlo. Il
monaco è per la chiesa e il mondo, gli
oranti esprimono quella dimensione
profondamente cristologica dell’intercessione e del dialogo col Padre che è
l’anima della chiesa. Credo sia molto
importante che nella chiesa locale la
preghiera liturgica dell’ufficio divino
sia realizzata pubblicamente ogni
giorno e resa visibile quotidianamente
in modo da permettere alle persone
di ricordasi che la dimensione della
vita cristiana è costituita anche da una
apertura orante a Dio da realizzarsi
con i tempi di preghiera e non solo
da una attività di impegno materiale
o intellettuale, perché ci sia equilibrio
e la chiesa sia veramente quella che è
importante sostenere e promuovere
anche a livello di chiesa locale quelle
realtà che esprimono e vivono la
dimensione orante che secondo il
magistero di S.Teresa di Lisieux sono
il cuore della stessa chiesa. Se nelle
nostre chiese venisse meno questa
dimensione verrebbe a mancare una
componente essenziale e costitutiva
della sua identità.
In questa prospettiva si situano
9
Semplice e doveroso! La sua presenza tra di noi è quella della Madre alle
nozze di Cana: lei si sente responsabile
delle nostre nozze, non vuole che manchi
la gioia, ci dice con autorità di materna
“Fate tutto quello che Lui vi dirà”.
«Il mondo ha bisogno della
vostra testimonianza fedele
e gioiosa», scrivono i vescovi.
Un augurio per tutti i consacrati, in questo giorno?
La base che fa possibile e credibile
l’impegno del consacrato è la fede. La
fede è il sostegno senza il quale è impossibile dare un senso alla vita di ogni
uomo. Proseguiamo dunque il nostro
cammino di conversione iniziato con
la consacrazione, sempre saldi nella
fede, gioiosi nella speranza, rinnovati
nell’amore.
Daniela Raspollini
le fraternità di Gerusalemme nella
varie città dove si trovano a vivere,
esse si collocano nel cuore della
chiesa locale e della città per esprimere questa dimensione orante della
chiesa, il nome stesso Gerusalemme
sta a significare il legame attraverso
la lode fra la città terrena e la città
del cielo, la santa Gerusalemme che
Giovanni ci descrive nell’apocalisse
e la città terrena in cui ci troviamo
a vivere.
Nelle nostre città le comunità di
vita contemplativa si stanno riducendo di numero,così pure le comunità
religiose, molti credenti influenzati
da una certa cultura efficientista e
secolarista stanno perdendo il senso
della vita spirituale e la dimensione
della trascendenza vivendo un cristianesimo molto orizzontalista in
cui tutto si riduce all’impegno nel
sociale. Questo fatto può far cessare
quel cuore della chiesa che è la Lode
divina e la preghiera incessante e se
cessa il cuore di battere chi porterà
il sangue in tutti gli organi del corpo? Nella lettera “Novo millennio
ineunte” si auspica che tutte le
parrocchie diventi no scuole di preghiera e si preghi ogni giorno le lodi
e i vespri, venendo meno i monasteri
le comunità parrocchiali insieme
alle nuove forme di vita monastica
dovranno diventare questo cuore
che continua nel tempo la preghiera
di Gesù essere il cuore della chiesa.
Spero che rinasca una nuova stima
per la preghiera e per coloro che vi
si dedicano in spirito di servizio per
il bene dell’umanità.
10 comunità e territorio
ANSALDO BREDA
Vita
La
n. 5 3 Febbraio 2013
Lavoro
Il dramma
Problemi sui treni che
collegano Amsterdam dei 19 dipendenti
della Lg Plast
a Bruxelles
Da sei mesi senza stipendio e ammortizzatori sociali,
alle prese con sfratti e bollette da pagare
F
Sospeso il servizio.
La compagnia
belga Nmbs ha
dato tre mesi di
tempo all’azienda
italiana per
risolvere il
problema, pena la
risoluzione del
contratto
di Patrizio Ceccarelli
S
ervizio sospeso per il treno
ad alta velocità Fyra, prodotto dalla AnsaldoBreda,
che unisce Bruxelles ad
Amsterdam, dopo che un convoglio
ha riportato consistenti danni, ed
altri hanno perso pezzi durante il
viaggio. Intanto la compagnia ferroviaria belga Nmbs ha dato all’azienda
italiana tre mesi per risolvere i mal-
funzionamenti, altrimenti romperà
il contratto, che prevede l’acquisto
di tre treni.
Dopo le scuse dell’azienda, la
scorsa settimana una squadra di
tecnici ha viaggiato dalla sede di
Pistoia ad Amsterdam per cercare di
risolvere il problema. Nella capitale
olandese al momento sono al lavoro
una trentina di persone con l’obiettivo di far tornare in servizio il Fyra
al più presto.
La compagnia di trasporti olandese, che ha già acquistato nove
treni, su una commessa di 16, per
un valore di 21 milioni ciascuno, ha
fatto sapere che «non acquisterà più
alcun treno fino a quando non sarà
dimostrato che il malfunzionamento
è stato risolto». Intanto il consiglio
d’amministrazione della compagnia
belga Nmbs, che dovrebbe a sua
volta procedere all’acquisto di 3
treni (la commessa è di 16 treni per
parte olandese e 3 per parte belga),
ha dato tre mesi all’AnsaldoBreda,
per trovare una soluzione, pena la
risoluzione del contratto.
«In realtà - interviene Paolo Mattii, segretario provinciale di Fiom-Cgil
- è stato riscontrato un problema
di formazione di ghiaccio sotto la
scocca che avrebbe causato dei problemi, ma siamo sicuri che verranno
risolti al più presto. Sappiamo che una
squadra di tecnici di AnsaldoBreda è
già sul posto».
Sulla vicenda è intervenuto anche
il governatore della Toscana, Enrico
Rossi. «Mi pare che Breda abbia
risposto in modo puntuale e sufficientemente attento, mandando una
squadra di 40 tecnici per risolvere
la questione - ha detto Rossi -. Ma il
problema è tale che forse, trattandosi
di un’azienda di cui lo Stato detiene
la golden share, un interessamento
anche dei livelli politici non sarebbe
sbagliato. Più che sollecitarlo, lo suggerisco». E il presidente della Camera
di commercio di Pistoia, Stefano
Morandi, è fiducioso sul buon esito
della vicenda. «I difetti riscontrati sui
treni V250 in Olanda sono convinto
che siano fatalità, facilmente risolvibili
- spiega -. Le nostre maestranze in
passato si sono sempre dimostrate
all’altezza delle situazioni e devo dire
che non si sono mai registrati grandi
inconvenienti».
Sicurezza
Arrivano rinforzi al comando
dei
carabineiri
di
Pistoia
La decisione a seguito dei recenti episodi che hanno destato allarme nella popolazione
I
l Comando generale dell’Arma dei Carabinieri ha inviato, a disposizione del Comando Provinciale dei Carabinieri di Pistoia, 20 Carabinieri delle Compagnie di Intervento Operativo. Il rinforzo che sarà a tempo
determinato, è scaturito a seguito dei recenti episodi che hanno destato allarme nella popolazione. L’aspettativa di maggiore sicurezza, formulata dai sindaci, in particolare da quelli di Quarrata e Montecatini Terme
per la Valdinievole, sostenuta anche Prefetto di Pistoia, è stata condivisa dai vertici dell’Arma che ha consentito di
ottenere i rinforzi che saranno utilizzati per il controllo del territorio.
«Accolgo positivamente la notizia di questo rinforzo -ha commentato il sindaco di Quarrata Marco Mazzanti-.
Nessuno di noi vuole istituire uno stato di polizia, ma è certamente una risposta concreta alle numerose richieste
di sicurezza e maggior monitoraggio sempre più sentite dai nostri cittadini».
Intanto la scorsa settimana si è svolta a Catena di Quarrata la fiaccolata per ricordare don Mario del Becaro, il
parroco di Tizzana, massacrato di botte e ucciso la notte del 28 dicembre scorso, da banditi che miravano alla sua
cassaforte, poi fuggiti a bordo della Fiat Punto del sacerdote, senza lasciare traccia.
Ad organizzare la fiaccolata sono stati i suoi parrocchiani, che hanno sfilato numerosi, più di trecento, partendo
dalla chiesa di Catena di Quarrata, una delle due parrocchie curate dal sacerdote ucciso.
Gli abitanti della zona sono comprensibilmente scossi e impauriti, anche per gli altri gravi episodi che si sono
susseguiti in questo ultimo mese.
umata nera per i 19 lavoratori della «Lg Plast» di Agliana, da oltre
sei mesi senza stipendio e senza ammortizzatori sociali.
La scorsa settimana, nella sede della Uil di Pistoia, si è svolto
l’incontro dei sindacati Cgil, Cisl e Uil, con la proprietà dell’azienda, presenti la Rsu e le maestranze. Erano attese decisioni, almeno per
quanto riguarda la richiesta della cassa integrazione, ma la riunione si è
conclusa con un nulla di fatto. Tutto è rinviato alla seconda settimana di
febbraio.
«La situazione è drammatica - ha detto a fine incontro Michele Gargini, di
Filctem Cgil - ci sono lavoratori che hanno ricevuto lo sfratto perché non
possono pagare l’affitto, altri che non possono utilizzare l’auto, perché
non hanno i soldi per pagare l’assicurazione e la benzina».
L’azienda si occupa di recupero di materie plastiche e la contraddizione
che evidenziano i sindacati è che il lavoro ci sarebbe.
«Chiediamo all’azienda - ha spiegato Marcello Familiari di Femca Cisl - un
piano industriale credibile e il pagamento delle retribuzioni arretrate, che
ad oggi per alcuni dipendenti ammontano ad otto».
«Sono sei mesi che l’azienda rimanda il problema - ha aggiunto Adriano
Valori, di Uilcem Uil -, oggi ci aspettavamo risposte positive, invece tutto
è stato rinviato di una settimana o forse 15 giorni, in attesa di un partner
che sarebbe interessato ad entrare nel cda. Nel frattempo non è possibile
richiedere la cassa integrazione straordinaria, perché il bilancio del 2011
non è ancora stato approvato, e questo è un requisito necessario per poter richiedere la Cigs».
«L’azienda - dice Erika Frosini, della Rsu - non ha mai dato risposte. È da
settembre che non riscuotiamo più neppure la cassa integrazione, perché c’è sempre qualche documentazione che manca, sempre per colpa
dell’azienda. Siamo stufi, alcuni di noi hanno lo sfratto, perché non riescono più a pagare l’affitto, altri sono costretti a chiedere aiuto alla Caritas
per pagare le bollette. Sono due anni che ci vengono promesse soluzioni,
che però non arrivano mai. Ci sono dei dipendenti che avanzano otto
mensilità, almeno avessimo avuto la cassa integrazione in qualche modo
avremmo fatto, ma così, non avendo niente, siamo in condizioni pietose».
Emergenza lavoro
I primi risultati del rischio occupazionale nel 2012
O
ltre 9 mila colloqui. E’
questo, in sostanza, il
numero relativo alle
persone che nel corso
del 2012 hanno sostenuto presso
i Centri per l’impiego provinciali,
il colloquio necessario per poter
determinare il proprio rischio occupazionale.Tale cifra rappresenta circa
un quarto del totale degli iscritti allo
stato di disoccupazione e per la maggior parte donne con un’età media di
36 anni in possesso di una qualifica
professionale, che ha lavorato in
media almeno un anno negli ultimi
2 oltre che ad essere in possesso di
un’istruzione/formazione attinente e
con una buona esperienza lavorativa
rispetto all’obiettivo professionale.
“La valutazione del rischio occupazionale –dicono dal Servizio Politiche
Attive del Lavoro della Provincia – è
un nuovo strumento adottato dai
nostri Servizi Provinciali che serve a
promuovere le azioni maggiormente
rispondenti alle effettive esigenze
della persona. In sostanza durante i
colloqui il nostro personale rileva una
serie di indicatori come ètà, titolo di
studio, esperienza lavorativa, conoscenza del mercato del lavoro con
lo scopo di colmare alcune carenze
e proporre degli interventi in grado
di migliorare la probabilità della persona di trovare un lavoro.”
Circa l’80% degli iscritti presentano
un rischio occupazionale piuttosto
alto e necessitano di intraprendere
un percorso di formazione necessario per poter migliorare le proprie
competenze. Di queste circa il 47%
hanno deciso di usufruire dei servizi
proposti dai Centri per l’Impiego e di
essere accompagnate dal consulente
personale mentre le restanti hanno
deciso di proseguire autonomamente nella ricerca di un lavoro. Questi
ultimi sono in prevalenza persone
che hanno già maturato nel mondo
del lavoro esperienze pluriennali ma
proprio a causa di questo rischiano di
essere meno motivate di altre nell’aggiornare le proprie competenze con
il rischio maggiore di andare incontro
nel tempo ad una disoccupazione
di tipo strutturale. I più giovani ( in
genere quelli sotto i 30 anni) hanno
esperienze lavorative più brevi quindi
minore formazione e necessitano per
questo di farsi seguire nel percorso
formativo al fine di migliorare la
conoscenza del mercato del lavoro
ed acquisire una maggiore capacità
di autoaffermazione.
“La valutazione del rischio –sottolineano di nuovo dalla Provincia – è
molto utile in quanto permette tramite l’analisi dei dati di monitorare il
potenziale di occupabilità del singolo
lavoratore ma anche di elaborare informazioni utili per la progettazione
di interventi di politica attiva del lavoro. Per questi motivi – concludono
– stiamo lavorando all’introduzione
di alcune misure rivolte ai giovani
disoccupati affinché possano entrare
nel mondo del lavoro proponendo le
proprie idee e progetti direttamente
alle imprese.”
Edoardo Baroncelli
Vita
La
3 Febbraio 2013
“I piedi lontani”
Lucia Focarelli Bugiani racconta le donne
di Silvia Mauro
D
onne che riflettono su se
stesse, sulla vita passata
- spesso difficile - sugli
amori e gli affetti perduti. Donne ad una svolta: alcune
si aprono al futuro, mentre altre si
perdono per sempre nel loro dolore.
Sono queste le protagoniste di “I
piedi lontani”, (Marco Del Bucchia
Editore, 13 euro, 138 pagine), la piccola e deliziosa raccolta di racconti
al femminile della scrittrice, artista
e musicista pistoiese Lucia Focarelli
Bugiani.
“E’ un libro sull’amicizia”, ci dice
l’autrice durante la presentazione
del volume - sabato 19 gennaio alla
Galleria Vannucci di Pistoia. “Non a
caso si apre proprio con una lettera
ad una cara amica che non c’è più
e prosegue, poi, narrando storie di
donne che ho realmente conosciuto
o di cui mi hanno parlato. Storie
vere, in cui però ho messo anche
qualcosa di mio”. E, così, ritroviamo
i tratti dell’autrice nell’amore delle
protagoniste per la natura ed i suoi
profumi – il mirto, il gelsomino, la
lavanda - per le case che abitano e
in cui si rifugiano - scrigni accoglienti,
carichi di ricordi – per la pittura ed i
colori, che tanto fanno parte anche
della vita di Lucia. “I miei racconti li
immagino colorati”, ci dice la scrit-
trice, che che nel 1999 ha vinto
il premio “Il Ceppo” e nel 2011
quello “Racconti nella rete”.
Con pennellate sicure e precise - quelle di uno stile asciutto
e conciso, che va dritto al cuore delle cose - Lucia Focarelli
Bugiani ritrae, così, donne tutte prese dal proprio personale
viaggio, avvolte nella malinconia o nella solitudine, talvolta
nel rimpianto, ma aperte anche
alla speranza o all’emozione
di un nuovo amore. Tutte
donne intente, comunque, a
percorrere quello straordinario tragitto che è la vita.
“Quanto abbiamo camminato
in senso reale e metaforico,
quanti pesi abbiamo sorretto!
Di alcune compagne di viaggio ho cercato di raccontare
la storia. Storie vere. Storie
tristi, a volte, o addirittura
disperate. Storie incredibili
anche. Le dedico a tutte le donne che
ho incontrato e incontro in questa
mia vita. Per lavoro, per hobby, per
caso. Sono tante. E sono tutte belle”,
scrive l’autrice nella lettera dedicata
all’amica scomparsa (suo il ritratto
sulla copertina, ad opera della stessa
scrittrice), che apre il volume.
Racconti di tutti i giorni, senza
U
tempo, quelli di “I piedi lontani”, in
cui chiunque può identificarsi con
facilità, sentendosene toccato: ogni
storia si chiude, infatti, con uno
svelamento finale ed una piccola o
grande riflessione per il lettore. “Le
storie che scrivo crescono da sole
e, a volte, sorprendono anche me”,
conclude la scrittrice.
interessi dei lettori.
Il via lo scorso mercoledì 23
gennaio con “Settant’anni fa, ricordi
lontani di un vecchio sanpierano”
un tuffo nella storia di Agliana, proprio nell’anno del centenario della
sua costituzione. Per ricordare o
immaginarci com’era Agliana negli
anni trenta. Il professor Arnaldo
Nesti, è stata la guida d’eccezione in
questo viaggio a ritroso raccontato
dall’autore Viviano Becagli, insegnante di matematica e fisica nelle
scuole superiori pistoiesi, che ha
vissuto i suoi primi tredici anni ad
Agliana, anzi, come dice lui stesso a
“San Piero”.
M. B.
BANCHE
L’
Lazzareschi entra
nel cda di Caript
assemblea ordinaria
della Cassa di Risparmio di Pistoia e della
Lucchesia ha nominato
un nuovo componente nel Consiglio
di Amministrazione, Luigi Lazzareschi,
amministratore delegato del Gruppo
Sofidel, fra i principali player mondiali
del settore cartario con 28 realtà
societarie presenti in 13 Paesi.
La nomina di Lazzareschi, il cui
Gruppo (marchio Regina e altri) è
sempre fortemente radicato sul
territorio lucchese dove mantiene la
propria sede direzionale, «testimonia
la chiara volontà di Cassa di Risparmio
di Pistoia e della Lucchesia e del Gruppo Intesa Sanpaolo di coinvolgere il
tessuto imprenditoriale locale nelle
strategie di intervento sul territorio,
Carnevale
Pistoia
come
Venezia
Maschere e figuranti animeranno il centro. Previsti
L’
Incontri del mercoledì
d´ arte, è un´ ulteriore attestazione
di quanto, nonostante le ristrettezze
economiche, la Biblioteca rimanga
un importante presidio culturale
per il nostro territorio”.
Un mercoledì al mese, nei locali
intitolati a “Laura Conti” (area ex
coop, sopra la Casa della Salute a
San Piero) alle 21, verrà presentato
un libro, alla presenza dell’autore e
di un esperto che avrà il compito
di introdurre e accompagnare il
percorso alla scoperta del testo.
Caratteristica della programmazione è l´estrema varietà di generi: storia, fantasy, poesia, libri per
bambini e musica, che permetterà
di accontentare i diversi gusti ed
11
anche laboratori per bambini e un concerto
BIBLIOTECA COMUNALE DI AGLIANA
n libro, un autore, un
esperto che presenta. E´ la
formula degli incontri del
mercoledì organizzati dalla biblioteca comunale Marcesini di
Agliana. L´iniziativa è stata presentata dal sindaco Eleanna Ciampolini
e da Paola Cipriani, consigliere comunale e delegata alla promozione
delle attività culturali della Biblioteca. Prima dell’illustrazione da parte
della consigliera Paola Cipriani
dell’intero programma, Ciampolini
ha ricordato come la Biblioteca di
Agliana abbia un ruolo rilevante nel
Comune sottolineando come “questa nuova iniziativa, che si affianca
alle visite ai musei e alle collezioni
comunità e territorio
n. 5
che la banca sta attuando con la nuova
organizzazione che si è data dal luglio
scorso. Cassa di Risparmio di Pistoia
e della Lucchesia ha infatti avviato un
percorso di crescita grazie all’ampliamento dell’area di operatività verso
i territori di Lucca e Massa Carrara
quale banca di riferimento del Gruppo
Intesa Sanpaolo per la provincia di
Pistoia e l’alta Toscana».
idea è
di realizzare
una
manifestazione che
possa essere anche
un’attrazione per i
turisti, per rilanciare
l’immagine di Pistoia
all’interno di un
progetto di sviluppo
che valorizzi sempre di più le bellezze e i monumenti
cittadini. Per questo
gli appuntamenti
di quest’anno del
carnevale si svolgeranno in centro, e
non solo. Il primo
si svolgerà domenica 3 febbraio e per
l’occasione piazza
Duomo e tutto il centro storico si trasformeranno in un vero e proprio
teatro all’aperto con spettacoli di danza, musica e sfilate. Figuranti in abiti
d’epoca e con maschere-ritratti, che richiamano in parte il carnevale veneziano, saranno i protagonisti di un carnevale non rivolto solo ai bambini,
ma in grado di trascinare e affascinare anche gli adulti. E’ dal borgo medioevale di Castiglion Fibocchi che Pistoia, invitando proprio l’ssociazione
«I figli di Bocco», prende spunto per far vivere in maniera inusuale le vie
attraverso uno spettacolo originale, che si annuncia di altissima qualità. Il
secondo appuntamento con la manifestazione giocosa è previsto sabato 9
febbraio allo spazio della musica Mèlos. Nell’occasione i bambini potranno
assistere allo spettacolo “Da Casa nasce cosa” a cura dell’associazione
teatrale Tea di e con Chiara Falcone. Si tratta di uno spettacolo divertente
e originale in cui storie famose come Cappuccetto rosso, I tre porcellini,
Cenerentola, La cicala e la formica, verranno narrate e rappresentate attraverso l’uso di oggetti quotidiani che diventeranno i protagonisti. Ogni
storia ha come ambientazione una parte specifica della casa. E’ così che
in Cenerentola i protagonisti saranno scope e rastrelli e altri oggetti legati alla pulizia dei pavimenti, che rievocano parte del senso stesso della
fiaba. Il terzo e quarto appuntamento si terranno domenica 10 febbraio.
Dalle ore 10 alle ore 13 nella sala al piano terra dell’ufficio cultura, in via
Sant’Andrea 16, l’associazione Orecchio Acerbo proporrà un laboratorio
di costruzione di maschere e accessori di carnevale. La partecipazione
è gratuita, ma è necessario prenotarsi a PistoiaInforma al numero verde
800-012146. Infine alle 16.30 al teatro Manzoni la Filarmonica Borgognoni
eseguirà il Concerto d’inverno. L’ingresso è libero.
PRESIDENZA E DIREZIONE GENERALE
Largo Treviso, 3 - Pistoia - Tel. 0573.3633
- [email protected] - [email protected]
SEDE PISTOIA
Corso S. Fedi, 25 - Tel 0573 974011 - [email protected]
FILIALI
CHIAZZANO
Via Pratese, 471 (PT) - Tel 0573 93591 - [email protected]
PISTOIA
Via F. D. Guerrazzi, 9 - Tel 0573 3633 - [email protected]
MONTALE
Piazza Giovanni XXIII, 1 - (PT) - Tel 0573 557313 - [email protected]
MONTEMURLO
Via Montales, 511 (PO) - Tel 0574 680830 - [email protected]
SPAZZAVENTO
Via Provinciale Lucchese, 404 (PT) - Tel 0573 570053 - [email protected]
LA COLONNA
Via Amendola, 21 - Pieve a Nievole (PT) - Tel 0572 954610 - [email protected]
PRATO
Via Mozza sul Gorone 1/3 - Tel 0574 461798 - [email protected]
S. AGOSTINO
Via G. Galvani 9/C-D- (PT) - Tel. 0573 935295 - [email protected]
CAMPI BISENZIO
Via Petrarca, 48 - Tel. 055 890196 - [email protected]
BOTTEGONE
Via Magellano, 9 (PT) - Tel. 0573 947126 - [email protected]
12
Vita
La
n. 5 3 Febbraio 2013
Arte e Poesia
La via alla nonviolenza
per la pace universale
Nonviolenza e Pace al Museo Marino Marini
di Leonardo Soldati
N
el libro di poesia ed
arte “Il Segno e la
Parola: Nonviolenza e Pace tra Novecento e Contemporaneità”,
presentato al Museo Marino
Marini di Pistoia – corso S.
Fedi 28-30 (ex Convento del
Tau), prende vita una metafisica della memoria individuale
e collettiva che sfida la realtà
tramite il segno e la parola,
viste come strumento di
rielaborazione della stessa.
Arte e poesia attraversano
le tragedie di due epoche,
moderna e contemporanea,
in cui convivono con risultati
contraddittori e discutibili
progresso culturale, tecnologico-scientifico, economico e
sistemi democratici di là dalla
loro piena attuazione. Arte
e poesia hanno resistito al
richiamo alla violenza,
afferma il filosofo R. Walter Mutt, tengono viva la
passione e la volontà umana
a portare avanti la grande
Utopia: una visione del mondo
“antica quanto le montagne”
come disse Gandhi. L’opera è
stata presentata nell’ambito
del programma d’iniziative
dedicate alla nonviolenza
ed alla pace, promosso da
Venerabile Arciconfraternita
“Con la Tares oneri
ancora più pesanti
per le imprese”
U
della Misericordia di Pistoia,
Centro Culturale “Il Tempio”,
Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea,
Cassa di Risparmio di Pistoia
e della Lucchesia, patrocinate
da Comune e Provincia di
Pistoia, con un intervento su
arte, letteratura e memoria
storica da parte del presidente
dell’Istituto Storico provinciale della Resistenza, Roberto
Barontini, e di Ugo Barlozzetti
storico dell’arte. Sono seguite
letture di testi poetici del libro
da parte di Valeria Catignani,
il volume è stato donato agli
studenti degli istituti superiori
pistoiesi aderenti al Viaggio
della Memoria ad Auschwitz.
Si è tenuta inoltre la mostra
di disegni della serie “Fosse
comuni” del pittore e scultore
pistoiese Flavio Bartolozzi,
che recentemente ha esposto
alcune sue opere a Pechino
e Shangai. Proiettato infine il
video d’arte e poesia di Stefano Biagioli e Madhavi Partini
“Flavio Bartolozzi-Lawrence
Ferlinghetti: un’immagine del
mondo tra engagement nonviolento e lirismo puro”, prendendo spunto da una ricerca
del filosofo R.Walter Mutt, co
un intervento dello storico
dell’arte Roberto Agnoletti.
È stata un’occasione per
riflettere su poesia e arte quali
«forme etiche di Resistenza
alla paralisi spirituale e all’ottundimento repressivo –come
scrive Mutt- cui è sottoposto
l’uomo nella nostra era ipertecnologica, opponendo alla
violenza la via alla nonviolenza
quale strumento ideale e attivo di liberazione individuale e
collettiva in preparazione alla
Pace Universale».
n’altra tassa a danno delle
imprese: la Tares inciderà sui
già magri bilanci di aziende
e famiglie molto più dell’at-
tuale Tia.
E’ questa la novità più preoccupante
emersa dagli incontri tecnici con diverse amministrazioni comunali avvenuti in questi giorni.
“Una prima certezza _ afferma Silvia
Marengo, responsabile dell’ufficio ambiente e sicurezza di Confartigianato
Pistoia _ è che per ogni metro quadro
di superficie già assoggettata alla Tia
ci sarà un aumento di 30 centesimi.
Come se non bastasse, l’Iva inclusa nella Tia
sarà inglobata nella Tares, senza alcuna possibilità di essere recuperata. Tutto questo si
traduce in costi importanti a carico soprattutto delle imprese che, diversamente dai
privati, potevano scaricare l’Iva versata”.
“L’unico segnale che ci conforta _ sottolinea il presidente di Confartigianato Pistoia
Simone Balli _ è che il regolamento di
applicazione, ad esempio per il Comune
di Pistoia, sembra che verrà scritto consultando le categorie economiche e che
quindi potremo rappresentare le difficoltà
delle nostre aziende, cercando di arginare
un problema che però fin da ora appare di
difficilissima soluzione”.
Da un punto di vista più tecnico mancano
ancora molti elementi. Si sa che l’applicazione della Tares è già in vigore dal primo gennaio e che, per quanto riguarda il Comune
di Pistoia, la prima rata di acconto si pagherà a luglio 2013 in proporzione rispetto alla
tariffa pagata nel 2012. Intanto, intorno a
marzo, a famiglie e aziende toccherà tirare
fuori il denaro per pagare il saldo della Tia
2012.
“Attualmente, peraltro, _ prosegue Silvia
Marengo _ la norma prevede che anche le
superfici esterne delle imprese siano assoggettate alla Tares per intero. E, come ci
è stato riferito dall’amministrazione comunale pistoiese, su questo versante c’è poco
spazio di manovra, a meno che la norma
non venga rivista nel suo complesso: una
revisione auspicata da tutti”.
“Visto che i margini di intervento dei nostri
amministratori locali sono abbastanza ristretti, _ conclude Simone Balli _ ci auguriamo che chi rappresenterà Pistoia nel nuovo
parlamento riesca a mettere tra le priorità
la revisione dell’intera norma”.
spor t pistoiese
IL PERSONAGGIO
Falasca, uomo di chiesa
e preparatore doc
U
La denuncia di
Confartigianato Pistoia
omo di chiesa e uomo di sport. Ci sono cattolici che
vivono lo sport con i loro valori, non lasciandosi trascinare dalla massa o dai falsi miti del tempo, uno su tutti
vincere costi quel costi: uno di questi è il conosciuto e
apprezzato preparatore atletico Marco Falasca (nella foto ai tempi
della sua esperienza barese). Dopo qualche anno d’assenza, dedicato
alla famiglia e ad altre discipline sportive che ha praticato e ama da
sempre (in primis la pallavolo), Marco Falasca è tornato nel calcio
che conta. Lui, a più riprese protagonista nella Pistoiese di un altro
splendido professionista, il medico sportivo Edoardo Cantilena, sposato con Sabrina e padre di 4 ragazzini, un passato anche all’Aglianese,
al Genoa, Olbia, Viterbese, Bari, Ivrea, Rimini, Avellino e Frosinone,
è stato chiamato, assieme all’amico/allenatore Guido Carboni, fratello di Amedeo, opinionista sportivo di mediaset premium ed ex
calciatore e diesse del Valencia, a risollevare le sorti del Benevento,
precipitato nella zona medio-bassa della classifica del girone B del
campionato di Prima divisione. Carboni e Falasca hanno esordito alla
grande: la loro squadra, infatti, ha piegato 2-0 il Catanzaro davanti al pubblico amico. Originario
di Larciano, ma residente a Seano, cattolico convinto, amico e collaboratore prezioso di tanti
sacerdoti della nostra diocesi, è uno dei preparatori atletici più popolari e stimati del calcio
italiano. “Ho impiegato questo tempo distante dall’universo-pallone -ha raccontato- per stare
più vicino alla famiglia, alla parrocchia, a coloro che mi vogliono bene e a tutti quanti mi hanno
chiesto una mano. È innegabile che l’attività professionale ad alto livello mi mancasse: ora spero
di far bene in una piazza calda e importante come quella campana. Ma è altrettanto vero che
la vita, l’esistenza vera ha tante sfaccettature, e non è solo sport professionistico”. Affabile e
disponibile, Falasca non si è mai negato: sempre presente a iniziative che tendono a ricercare
uno sport dal volto umano, lontane dai disvalori odierni, in primis doping e scommesse, come
quelle organizzate dal gruppo sorto nel 2009 sul social network Facebook “Quelli che sono nati
con i servizi della domenica sportiva di Beppe Viola”, il nostro ha portato la sua testimonianza
di fede, orgoglioso di essere un uomo nato, cresciuto e maturato nei campetti degli oratori.
Gianluca Barni
Calcio - Basket
Tempi Supplementari
I
di Enzo Cabella
l presidente della Pistoiese, Orazio
Ferrari, dopo aver lanciato tuoni
e fulmini contro tutti e tutto, si
è accorto di aver esagerato. Al
termine della sfortunata partita col Tuttocuoio, aveva usato parole di fuoco contro
la classe arbitrale e il mondo del calcio,
che aveva definito ‘marcio’, dicendo di
non essere più disposto a farsi prendere
in giro. Aveva detto quelle cose sull’onda
dell’emotività e in preda alla delusione e
alla rabbia più cocenti per la sconfitta e
aveva annunciato di aver rassegnato le dimissioni, minacciando addirittura di ritirare la squadra dal campionato. La notte gli
ha portato consiglio. Il giorno dopo Ferrari si è (in parte) pentito e scusato con
la città per il suo sfogo, assicurando che la
squadra avrebbe continuato il campionato,
ma non avrebbe ritirato le dimissioni. Nella sua accesa filippica, oltre a rilevare che
l’arbitro è stato avverso e prevenuto nei
riguardi della Pistoiese, probabilmente si è
reso conto che con la sconfitta col Tuttocuoio la promozione era del tutto svanita
e che sarebbe stato difficilissimo vincere i
playoff. Ferrari, che ha rilevato la Pistoiese
tre anni fa, è una persona ambiziosa, che
vive anche di protagonismo. C’è riuscito
il primo anno a dominare il campionato
di Eccellenza, ma nei due campionati di
serie D successivi le sue ambizioni si sono
scontrate con avversari più forti. Lo scorso anno la squadra è finita al settimo posto dopo aver risalito la classifica dall’ultimo posto al termine del girone d’andata;
quest’anno ha trovato rivali più forti, con
blasone e storia illustri, come Piacenza,
Lucchese, Massese, Spal. Sono state due
sconfitte, troppe per Ferrari. Perso l’autobus per la promozione, ora la Pistoiese
cercherà di terminare dignitosamente il
campionato.
Chi non finisce di stupire è il Pistoia
Basket. La squadra di coach Moretti, pur
avendo avuto una lunga serie di infortuni,
è ancora in testa alla classifica, tesdtimonianza non solo di valori tecnici ma anche
di doti morali. Nell’ultima partita contro
Forlì aveva Hicks infortunato, Galanda e
Cortese a mezzo servizio, recuperati da
infortuni, e il ‘new entry’ Rullo che non
si allenava da due mesi. C’era il rischio di
perdere l’imbattibilità casalinga. La squadra, però, ha saputo reagire al meglio ed
è venuta a capo di un match complicato,
sfoderando un eccellente finale di gara
che le ha permesso di vincere e di restare
in vetta alla classifica. Tutti si chiedono
dove potrà arrivare il Pistoia Basket. Da
quanto ha fatto vedere nel girone d’andata possiamo essere ottimisti: quando potrà di nuovo puntare su tutti gli effettivi,
pensiamo che sia la squadra più forte.
Vita
La
3 Febbraio 2013
dall’Italia
n. 5
FINANZA CREATIVA
I derivati? Un meteorite
I
l “caso” Montepaschi di Siena - una banca mal gestita da
tempo e che ora si scopre
con i conti non in regola - rimette sotto i riflettori una montagna
gigantesca che, però, rimane incredibilmente nell’ombra dell’economia
internazionale: la cosiddetta “finanza
creativa”.
Anzi no: incredibilmente non
è l’avverbio giusto, perché è proprio l’ombra, l’humus ideale in cui
prospera la famiglia dei derivati.
Dell’oscurità ha assoluta necessità,
per varie ragioni. E nell’oscurità è
meglio che tutto sommato rimanga.
Se fosse chiara a tutti l’entità delle
sue dimensioni, l’impatto sul mondo
sarebbe paragonabile a quello di un
meteorite.
Esageriamo? Per nulla. Su questo pianeta circolano oltre 600mila
miliardi di dollari di derivati. Cifra
incomprensibile da quanto appare
astronomica. Quantifichiamola meglio: siamo attorno a dieci volte la
ricchezza prodotta nel mondo in
un anno. Ma è tutta carta, dentro la
quale stanno i nostri destini.
L’uomo cominciò con il commerciare le proprie eccedenze
agricole in regime di baratto: poi
s’inventò i metalli preziosi, quindi
le monete, infine la carta moneta
ormai sostanzialmente sganciata
da qualsiasi valore sottostante (in
teoria, c’è l’oro). Con i soldi, ridotti a
numeri nei computer, chi li maneggia
può fare molte cose, la più attraente
C’
è stata una battaglia, nei cieli di
Ustica, e fu un
missile ad abbattere il Dc9 dell’Itavia, il 27 giugno
1980. Questa la conclusione a
cui è giunta la terza sezione civile
della Corte di Cassazione, nella
sentenza con cui ha confermato
la condanna dei ministeri della difesa e dei trasporti a risarcire tre
familiari delle vittime della strage.
Intanto l’Associazione familiari
delle vittime chiede allo Stato di
percorrere l’ultimo miglio verso
la verità, sollecitando le risposte
da Francia e Stati Uniti.
C’è stata una battaglia, nei cieli di
Ustica, e fu un missile ad abbattere il Dc9 dell’Itavia, il 27 giugno
1980. Questa la conclusione a cui
è giunta ieri la terza sezione civile
della Corte di Cassazione, nella
sentenza con cui ha confermato
la condanna dei ministeri della
difesa e dei trasporti a risarcire
tre familiari delle vittime della
strage. La Suprema Corte ha
stabilito che “è pacifico l’obbligo
delle amministrazioni ricorrenti di
assicurare la sicurezza dei voli” ed
“è abbondantemente e congruamente motivata la tesi del missile” accolta dalla Corte d’appello
di Palermo nel primo verdetto
sui risarcimenti ai familiari delle
vittime depositato il 14 giugno
2010. Al riguardo, abbiamo intervistato Daria Bonfietti, presidente
dell’Associazione dei parenti delle
vittime della strage di Ustica.
Una gigantesca bisca. In ballo 600mila
miliardi di dollari. Mps, un caso serio
di Nicola Salvagnin
delle quali è quella di far germinare
altri soldi.
Già, ma i percorsi classici (investimenti economici, finanziamenti,
mutui…) hanno vari “difetti”: la
rischiosità, anzitutto, e - negli ultimi
anni - la lentezza nel fruttare utili
per quella fetta di mondo (banche,
finanziarie, fondi d’investimento, anche aziende) che vuole moltissimo
e subito.
Da qui l’invenzione di strumenti
finanziari con vari scopi, da quello di
suddividere i rischi d’investimento in
maniera esponenziale (vedi i mutui
subprime americani) a quello di speculare sopra qualsiasi cosa: il prezzo
delle arance, l’andamento di un indice
finanziario, il numero di fallimenti
pronosticato in un Paese… Su tutto,
come in una gigantesca bisca dove c’è
chi vince e chi perde puntando chi sul
nero, chi sul rosso di infinite roulette.
Questi derivati hanno appunto
due caratteristiche: sono un’infinità
tale che nessuno al mondo ha in
realtà un’idea precisa della loro
dimensione; per loro natura massimizzano profitti (e perdite). Possono
renderti ricchissimo anche in pochi
minuti; possono mandare in malora
una primaria banca internazionale,
una multinazionale solida, un intero
Paese.
I primi dieci anni del Duemila
saranno ricordati nella Storia come
gli anni delle follie finanziarie su
scala planetaria. Purtroppo anche
l’attuale decennio non appare im-
USTICA
All’ultimo miglio
L’Associazione familiari delle vittime chiede
di sollecitare risposte da Francia e Usa
di Francesco Rossi
I familiari delle vittime
come hanno accolto la pronuncia della Cassazione?
“Innanzitutto facciamo chiarezza:
la sentenza riguarda un procedimento aperto da solo tre parenti
delle vittime. Solo a costoro (che
sono stati i primi a rivolgersi al
giudice civile e ai quali hanno poi
fatto seguito quasi tutti gli altri
familiari, ndr), quindi, si riferisce il
risarcimento. L’importante, però,
è che un tribunale civile abbia accettato le conclusioni del giudice
Priore del 1999, secondo le quali
il Dc9 è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea,
a causa di un missile che l’ha
attraversato. Proprio perché ha
riconosciuto come giusta quella
ricostruzione, la Cassazione non
ha potuto che confermare la condanna dei ministeri competenti,
che dovevano vedere gli aerei in
volo quella sera, comunicare eventuali cambi di rotta ai piloti del
Dc9 e, in fin dei conti, prevenire il
dramma”.
civile?
“Sì, solo lo scorso anno è giunta a
sentenza, al Tribunale di Palermo,
una causa intentata da più di 80
parenti, e le cui conclusioni sono
le medesime. Ma l’Avvocatura dello Stato anche qui ha fatto ricorso
in appello, per non pagare”.
Una scelta che lei non condivide…
“Invece di andare contro ai
procedimenti avviati dai parenti,
perché il governo non manda la
diplomazia per far sì che gli Stati
stranieri rispondano ai nostri
giudici, secondo quelle rogatorie
sollevate già dal 2007, quando
Cossiga cominciò a dire la sua
verità? Questa sentenza ci dà la
forza di tornare a premere sul
governo affinché faccia il passo
necessario che oggi è ineludibile
per la dignità nazionale. Perché
continuare a subire questa onta e
non pretendere la verità? È squallido che gli altri Paesi ci trattino in
questo modo”.
questa sentenza a quella
penale della Cassazione del
2007 che assolse i generali
autori – secondo l’accusa
– dei depistaggi. Cosa ne
pensa?
“I vertici dell’aeronautica vennero
incriminati per alto tradimento e
non depistaggio, termine che non
figura nel nostro codice penale.
Questo reato non è stato riconosciuto loro, ma la storia è lunga…
L’alto tradimento, prevedendo una
pena fino all’ergastolo, era l’unico
reato non prescrittibile. Ma il giudice Priore, oltre a questi quattro,
rinviò a giudizio una settantina di
persone per falsa testimonianza,
distruzione delle prove e così via.
Per questi ultimi, però, è intervenuta la prescrizione. Mentre, per
gli accusati di alto tradimento,
in sede penale non si è riusciti a
dimostrare che loro avevano partecipato e visto i tracciati dai quali
era possibile capire cosa stava
succedendo, complici i depistaggi
compiuti”.
A questa sentenza ne seguiranno altre sul piano
C’è chi, come lo stesso giudice Priore, contrappone
Sul piano penale a che
punto siamo?
13
mune, perché nessuno sa più come
si possa contenere questa colossale
montagna di fittizia ricchezza. Se
alla fine qualcuno vince e incassa,
qualcun altro deve perdere e pagare.
Già: chi? E quanto?
Questo è il turno di Montepaschi, dove i derivati sono stati
usati per operazioni ora al vaglio
delle autorità preposte. Non ci sono
enormi cifre in ballo, ma l’istituto di
Siena non è certo in grado di farvi
fronte, ad oggi. O salta il Monte, o lo
salva lo Stato che vi ha già da tempo
immesso qualche miliardo di euro
per sostenere (non a fondo perduto)
la più antica banca del mondo.
Il resto degli istituti italiani ha in
corpo qualcosa come 200 miliardi di
derivati, scommesse che speriamo
nessuno perda altrimenti sarebbero
guai. Né può consolarci il fatto che
altre banche mondiali di altissimo
lignaggio siano zeppe all’inverosimile
(altro che noi!) di questi prodotti
finanziari: come abbiamo visto con
il crack americano del 2008, ormai
il mondo è totalmente connesso. E
un mal di pancia locale duole poi a
livello globale. Figuriamoci un tumore come i derivati fuori controllo.
Che fare? Affidarsi alla responsabilità di Paesi, istituzioni internazionali, singoli operatori. Esiste questo
senso di responsabilità? Per ora no.
Esistono norme internazionali che
regolino il tutto? Per ora no. Esiste
infine una consapevolezza generale
sulla bomba su cui siamo seduti?
Per ora no. Per paradosso, forse è
meglio così. Ma il sistema finanziario
mondiale così come i potenti del
mondo, sino a quando potranno
continuare a nascondere la polvere
sotto il tappeto?
“I giudici romani nel 2007, dopo
le dichiarazioni di Cossiga, hanno
riaperto le indagini chiedendo rogatorie alla Francia e all’America.
Ma bisogna sollecitare risposte,
finora assenti”.
Secondo lei sarà possibile giungere a risposte che
possano fare luce sulla verità?
“Certo, ma serve un impegno
congiunto di parenti delle vittime,
opinione pubblica e organi d’informazione, al fine di spingere il governo a occuparsene. Non si può
non andare avanti: questa verità dipende dagli uomini, e anche se chi
è responsabile di quanto successo
quella sera in qualche parte del
mondo ha ancora potere, dopo
32 anni ci vuole la forza politica di
stanarlo”.
Per mettere un punto fermo sulle stragi di quegli
anni – da quella alla stazione di Bologna all’Italicus,
fino appunto al Dc9 – si
parla ancora della necessità di togliere il segreto di
Stato…
“Non ha alcun senso parlare di
segreto di Stato, né per questa,
né per le altre tristi vicende. Non
si può porre il segreto di Stato
sulle stragi, ed è assurdo farvi riferimento, come se la verità fosse
dentro a un cassetto. È una banalità che porta la gente a non mobilitarsi e, in fin dei conti, a rassegnarsi e non cercare più la verità”.
14 dall’italia
U
na “sinergia forte tra mondo del volontariato e amministrazioni pubbliche”
per fare in modo che
episodi del genere non si ripetano più.
All’indomani della morte, in un rogo,
di due clochard in un sottopasso a
Roma, questa la richiesta alle istituzioni di monsignor Enrico Feroci,
direttore della Caritas diocesana di
Roma, in una nostra intervista. I corpi
delle due persone, probabilmente somali, sono stati ritrovati in una piccola
nicchia in un tunnel del Muro Torto,
a due passi da via Veneto. Si pensa
che siano morti a causa del fuoco
acceso per riscaldarsi dal freddo della
notte. La Comunità di Sant’Egidio
ha espresso dolore e suggerito “di
aumentare gli sforzi per rispondere
ad un’area di disagio che con l’inverno e la crisi economica si è andata
allargando”. Anche le Acli di Roma, il
Ceis di don Mario Picchi, l’Unitalsi di
Roma e il Bancofarmaceutico-Roma
hanno chiesto “un censimento di tutti
i luoghi di povertà nascosta”, per
“individuare con maggiore celerità
le emergenze” e “intervenire preventivamente con la distribuzione di
coperte e pasti caldi”. Nella capitale secondo la Caritas di Roma - almeno
5-6.000 persone dormono in rifugi
di fortuna. Durante l’inverno i posti
letto a disposizione sono 2.800, di
cui la metà gestiti da parrocchie, enti
benefici, volontari.
A Roma ancora due clochard morti tragicamente.
Come reagisce la Caritas di
Roma?
“Due persone che muoiono in un
sottopassaggio mentre sopra, a via
Veneto, ci sono i tavolini per i brindisi
e le feste. È un fatto emblematico: chi
sta sopra non si rende conto di cosa
succede sotto. Questo è il dramma
più grande: non aprire gli occhi davanti alle situazioni di difficoltà in cui
vivono tantissime persone a Roma.
Nemmeno noi riusciamo ad accogliere le tante persone con problemi
psichiatrici che vivono sulla strada,
perché non ci sono gli strumenti
per aiutarle”.
C’è indifferenza sulla sorte dei più poveri?
“Non c’è indifferenza sulla singola situazione ma in generale. È come
se la presenza dei clochard fosse accettata come strutturale. I sottopassi
da tanti anni sono diventati i ricoveri
per gli ‘uomini randagi’: è una brutta
espressione ma purtroppo è questa
la percezione della gente. Nella zona
della stazione Termini, ad esempio, ci
sono tantissime persone che dormono in strada e tanti ci passano vicino.
I nostri operatori girano la notte
e stanno vicino a quelli che hanno
più bisogno, ma non ce la fanno ad
aiutare tutti, non sappiamo più dove
metterli. Più di dare una coperta e
qualcosa di caldo non possiamo fare.
Ma è come mettere l’acqua dentro
un secchio bucato. E poi ogni anno si
parla dell’emergenza freddo. Questo
dimostra una carenza di lungimiranza,
perché ogni anno è normale che ci
sia il freddo e il caldo. Una società
dovrebbe essere capace di prevedere
queste difficoltà”.
Cosa le preoccupa di più
tra le tante emergenze?
“Sono molto preoccupato perché alla fine di febbraio saranno
chiusi tutti i centri che hanno accolto
Vita
La
n. 5 3 Febbraio 2013
CLOCHARD MORTI A ROMA
Fatto emblematico
le persone venute per l’emergenza
Nord Africa. Quando chiuderanno
i centri dove andranno? Si riverseranno soprattutto nelle grandi città.
Bisogna avere le capacità di vedere,
prevedere e attrezzarsi”.
Nella capitale,
secondo la Caritas
di Roma, almeno
5-6.000 persone
dormono in rifugi
di fortuna
di Patrizia Caiffa
“D
all’obiezione
di coscienza
alla coscienza
dell’obiezione” è il percorso offerto
dal convegno organizzato dalla
Commissione episcopale per i
problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, Caritas italiana e
Pax Christi, che si è svolto sabato
26 gennaio a Roma. Un incontro
che, a quarant’anni dal riconoscimento giuridico dell’obiezione
di coscienza al servizio militare
in Italia (Legge 772 del 1972),
intende “ricordare il contributo
dei cattolici italiani nell’impegno
per il riconoscimento del diritto
all’obiezione al militare e nell’organizzazione del servizio civile
quale occasione di educazione dei
giovani alla pace e alla solidarietà”.
Dalla legge
al desiderio
“L’obiezione di coscienza è un
fatto civile che dichiara la connessione con quella capacità di
rendere buona la vita promessa
da Gesù”. È quanto ribadito da
mons. Giovanni Giudici, presidente di Pax Christi Italia, ricordando
l’invito del Vangelo a “prendere
sempre delle scelte di incontro e
di dialogo con l’altro”: per questo
“la legge che chiede di dover difendere la propria terra va intesa
dal cristiano come desiderio di
vita”, ha precisato il vescovo, ed
è dunque “questa la prospettiva
che ha portato i cattolici a porsi
il problema della guerra e dell’uso
delle armi in maniera nuova”, cioè
“seguendo il desiderio profondo
del cuore che ci invita a incontrare l’altro”. Mons. Giuseppe Merisi,
Vi sentite impotenti di
fronte a tanti bisogni?
“Certo. Noi abbiamo a disposizione solo 400/500 posti letto.
Non abbiamo aiuti, impieghiamo
anni per ottenere i permessi. Non
siamo facilitati e spinti, non c’è un
atteggiamento di supporto e aiuto.
Una delle grandi carenze è che si
fanno iniziative solo per sostenere
argomentazioni di tipo elettorale.
Come a Tor de Cenci, nella zona
dove è stato sgomberato il campo nomadi: non si può pensare di
costruire una pista di go kart dove
prima c’erano i container per accogliere le persone”.
Cosa auspica?
“Una sinergia forte tra mondo
del volontariato e istituzioni. Servono osmosi, dialogo, colloquio. Il
volontariato non ce la fa da solo a
rispondere a tutti i bisogni. Ora stiamo correndo dietro alle situazioni
cercando di mettere delle toppe,
ma così non si risolvono i problemi.
L’incapacità di ascoltare sta a monte.
Le amministrazioni pubbliche devono
attivarsi, perché stanno aumentando
le persone che vivono in strada.
Serve un confronto operativo sulle
questioni concrete, non un dialogo
fatto di complimenti; una programmazione a lungo termine, non solo
nell’immediato. C’è il numero verde
del Comune, ma quando si telefona
rispondono che è tutto pieno. Ma bisognerà pure fare qualcosa.Abbiamo
la vecchia Fiera di Roma: perché non
programmare in quell’area un discorso di accoglienza? Invece si sente dire
che le intenzioni sono altre”.
Eppure esistono tante
caserme e altri edifici dismessi…
“Certo, mi rendo conto che il posto da solo non basta. Servono soldi
per la ristrutturazione, per la gestione. So che per un’amministrazione i
costi, soprattutto del personale, sono
alti, da sola non ce la farebbe. Per
questo bisogna che ci sia una sussidiarietà, un’interfaccia tra pubblico
e volontariato. Faccio un esempio:
giorni fa alla mensa di Colle Oppio
avevamo solo due operatori e una
trentina di volontari.Abbiamo distribuito 520 pasti.Abbiamo potuto farlo
perché abbiamo tantissimi volontari.
Altrimenti dovremmo chiudere. La
grande forza della città di Roma è
la presenza di migliaia di volontari. È
un aiuto enorme. Gli amministratori
dovrebbero capire che questa forza
non deve essere messa da parte. Va
aiutata non a parole, ma con i fatti”.
SCELTA DI PACE
L’obiezione è viva
Un bilancio a quarant’anni dalla Legge 772.
L’attualità del servizio civile
presidente di Caritas italiana, la
prima istituzione ecclesiale a firmare nel 1977 una convenzione
col Ministero della Difesa per lo
svolgimento del servizio civile
alternativo alla leva, ha rimarcato
il ruolo di un servizio “oggi in grave difficoltà”: tutelare il servizio
civile, ha detto, significa “credere
nei giovani, dare loro la possibilità
di impegnarsi per il bene comune,
formarli a una cittadinanza attiva,
responsabile e solidale”, è dunque
compiere “il migliore investimento
per il nostro Paese”.
La speranza
nei giovani
Nel corso della giornata è stata
ripercorsa l’esperienza che ha
portato alla Legge 772, anche
attraverso le testimonianze di
chi ha affrontato il carcere da
“sovversivo”: dalla prima marcia di
capodanno per il riconoscimento
dell’obiezione di coscienza promossa da Pax Christi nel 1968,
ai giovani stranieri che negli anni
Sessanta giungevano alla Comunità per disabili di Capodarco,
che proprio in quegli anni iniziava
i primi corsi di formazione per
obiettori. Un servizio, come ha
sottolineato don Franco Monterubbianesi, fondatore di Capodarco, che richiama al “senso di una
Chiesa viva, strumento per i poveri e i deboli”: “i giovani – ha preci-
sato – sono la speranza incarnata,
portatori della virtù bambina”, ai
quali “la comunità ecclesiale deve
dare”, anche grazie al servizio
civile, “la capacità di camminare
davanti a noi che offriamo la mano
forte della fede e della carità”.
– ha chiarificato il teologo parafrasando il documento conciliare
-: la pace è un edificio che poggia
sulla verità, intesa come realtà autentica di ogni essere umano, che
sancisce la non superiorità di uno
verso un altro”.
La “rivoluzione”
Una nuova idea
di difesa
Quale può essere l’attualità degli
ideali perseguiti dagli obiettori di
coscienza, oggi che la leva obbligatoria è stata abolita? Quali eredità
hanno lasciato alla Chiesa italiana i
movimenti non-violenti che hanno
permesso l’attuazione della Legge
772? A raccontare il passaggio
“dall’eredità ricevuta” alle “infinite
possibilità” offerte dai tanti movimenti laici ed ecclesiali, i volontari
del movimento dei Caschi Bianchi,
nato circa venti anni fa in comunione con Caritas Italiana, Focsiv
e Comunità Papa Giovanni XXIII,
per “far fruttare una scelta di pace
in zone di conflitto”; ma anche
i ragazzi de “Il collettivo” di Pax
Christi, impegnati nel “portare la
costruzione della pace nelle scuole e tra i giovani”; e poi “Libera”
che insieme a altre associazioni
contribuiscono a “riformulare
l’obiezione”, a “ripensare a un
concetto di difesa del Paese che
passi per educazione e legalità”,
per una “autentica difesa della
Patria”.
della pace
A offrire un contributo teologico
e storico all’incontro, padre Luigi
Lorenzetti, già presidente dell’Associazione teologica italiana per
lo studio della morale, il quale ha
messo in evidenza la novità del
Concilio Vaticano II che, con la
“Gaudium et Spes”, “si è posta per
la prima volta la domanda su cosa
sia la pace”, fino a quel momento
“sempre assorbita alla guerra,
posta in relazione a essa, come
un’assenza di essa o come intervallo tra un conflitto e l’altro”: ma,
ha chiarito il gesuita, già “il collegamento tra giustizia e guerra era
stato interrotto in maniera rivoluzionaria da Giovanni XXIII” con
l’enciclica “Pacem in Terris”. Un
concetto ribadito dalla “Gaudium
et spes” che parla “per la prima
volta” della “pace terrena, immagine e causa della pace celeste”: “la
pace terrena – ha spiegato padre
Lorenzetti – è dunque un dono
che viene dall’alto e che richiede
responsabilità”. “Per costruire la
pace non basta negare la guerra
Vita
La
D
opo anni di completa passività
politica , si è trasformata in una
possente prova di forza la
manifestazione organizzata a
Gaza da al-Fatah nel 48.mo
anniversario della sua fondazione. Una prova di forza,
quella di inizio gennaio, che
costringera’ Hamas, maggioritaria a Gaza, a riflettere sul
proprio ruolo all’interno del
mosaico palestinese.
“E’ stata una vera ‘milionya’!”, ha esclamato con trasporto un dirigente di al-Fatah
alla vista della folla immensa
che ha invaso fin dalla prima
mattina le vie del centro, riferisce Sami al-Ajrami.‘Milionya’
è un termine coniato dai dimostranti egiziani di piazza alTahrir per quantificare, magari
esagerando enfaticamente, la
determinazione delle masse.
Una grande manifestazione,
interrotta bruscamente dagli
organizzatori, per la calca
eccessiva e gli scontri esplosi
all’improvviso sotto al palco:
una rissa fra i sostenitori di
Abu Mazen e quelli di Mohammed Dahlan, ex uomo
forte di al-Fatah a Gaza, che
vive in esilio, conclusa con una
trentina di feriti. Rissa della
quale, nella piazza stracolma,
non molti si sono resi conto.
Secondo stime meno enfatiche e più prudenti, in
piazza c’erano centinaia di
migliaia di persone, probabilmente mezzo milione, che
fin dalla notte precedente si
erano messe in marcia per
assicurarsi un posto nella
piazza al-Saraya o nelle sue
vicinanze. Prevedendo ingorghi, molti sono arrivati a piedi
trascinandosi dietro cortei di
vecchi, donne e bambini: tutti
N
emmeno Margaret Thatcher aveva
osato tanto: indire
- come ha promesso il suo successore David
Cameron - un referendum per
decidere se restare o meno
nella Comunità europea. Negli
anni Ottanta la Lady di ferro
aveva mostrato a più riprese
le sue perplessità sull’integrazione politica, aveva ottenuto
un considerevole “sconto” sul
bilancio europeo, ma al contempo riconosceva i successi
storicamente acquisiti dalla
“casa comune”, a partire dalla
pace, dalla creazione di una vasta area di democrazia e diritti,
contrassegnata dalla crescita
economica e da un coerente
modello sociale di sviluppo.
In epoca di profonda crisi economica, e di oggettive difficoltà
per il cammino dell’Unione
europea, l’attuale capo del governo di Londra sceglie un’altra
strada: dimenticare il significato
storico dell’integrazione, mettere da parte i principi che
ne sono alla base, trascurare
i pur obiettivi risultati ottenuti,
per porre in primo piano gli
esclusivi interessi nazionali.
Nel discorso sullo stato dei
rapporti tra Regno Unito e
3 Febbraio 2013
dall’estero
n. 5
PALESTINA
INVERNO EGIZIANO
Abu Mazen conciliante
verso altre fazioni
Grande prova
di forza a Gaza
in occasione
dell’anniversario
della fondazione
di Fatah
di Angela Carusone
agghindati con i grandi fazzoletti gialli di al-Fatah, che ancora di recente non potevano
essere esposti pubblicamente
nelle strade. Le bancarelle vendevano bandiere di al-Fatah a
caro prezzo per il tenore d
vita di Gaza, uno dei più bassi
al mondo: 20 shekel (quattro
euro). Eppure sono andate a
ruba. Alla folla sono stati proposti anche palloncini gialli ed
eleganti ‘keffyeh’, anche queste
a sfondo giallo.
L’attesa per l’evento e il
timore di essere bloccati dal
traffico erano tali che dalla
città di Rafah (nel Sud della
Striscia) gruppi di manifestanti
hanno preferito raggiungere
Gaza via mare: in tremila
sono saliti su imbarcazioni
più o meno affidabili per poi
sbarcare a breve distanza dalla
piazza della manifestazione.
Nell’atmosfera di riconciliazione nazionale seguita
al conflitto con Israele e al
riconoscimento della Palestina
all’Onu del novembre scorso,
Hamas ha allentato la presa
su Gaza e - per la prima volta
dal 2007 - ha consentito ad
al-Fatah di scendere in piazza.
Gli islamici si sono limitati a
regolare l’afflusso della folla.
E anche il presidente palestinese Abu Mazen - che ha
parlato in diretta alla folla dal
suo ufficio di Ramallah - ha
fatto ricorso a un tono conciliatorio verso le altre fazioni
palestinesi. “Gaza - ha sottolineato - è il primo territorio
palestinese che si è scrollato
di dosso l’ occupazione e i
coloni. Noi proseguiamo gli
sforzi per rimuovere il blocco
a Gaza. I nostri occhi e il nostro cuore – ha aggiunto il presidente dell’Olp – si rivolgono
anche verso Gerusalemme,
dove è in atto una corsa alla
colonizzazione da parte degli
occupanti. Dobbiamo salvare
Gerusalemme, la nostra capitale. Ma la vittoria è vicina,
presto ci incontreremo”.
E’ significativo sottolineare
che l’intervento di Abu Mazen
CAMERON E L’UE
Referendum e populismi
L’ipotesi lanciata dal premier britannico
pone in primo piano gli interessi nazionali
di Gianni Borsa
Ue, il leader conservatore ha
affermato il 23 gennaio: “La
scelta sarà semplice, restare
o uscire” dall’Unione europea.
“Io voglio un rapporto che ci
unisca all’Ue”, ma “la decisione
spetta ai cittadini” britannici,
mediante referendum da tenersi dopo il 2015.
L’inquilino di Downing Street ha
peraltro avvertito che “occorre
scegliere con molta attenzione,
perché non ci sarebbe ritorno,
sarebbe un biglietto di sola andata”.Tre i temi “fondamentali”
sui quali Cameron punta - e
giustamente - l’attenzione: “Il
problema dell’Eurozona”, ossia
la stabilità della moneta unica
e la governance economica; la
crisi della competitività europea; “il crescente divario tra
Ue e cittadini”, che crea un
gap di democrazia.“Se noi non
affrontiamo queste sfide”, ha
ribadito Cameron,“c’è il rischio
che l’Europa fallisca”.
Un merito va assegnato al
giovane premier: quello di aver
portato alla luce alcuni nodi sui
quali occorre effettivamente
un chiarimento a Bruxelles e
Strasburgo.
Ma lo stesso Cameron trascura un elemento essenziale: i
principali ostacoli che si frappongono al cammino dell’Ue,
e a scelte efficaci in materia
economica e sociale volte a
favorire il benessere dei cittadini europei, non vengono
dall’Europarlamento o dalla
Commissione (le “istituzioni
comuni” per eccellenza), bensì
dal Consiglio europeo, cioè
l’organismo che raccoglie i 27
rappresentanti dei governi dei
Paesi membri. Sono le capitali
che frenano l’Unione europea,
e in questi anni di crisi è stato
quanto mai evidente: basti
pensare agli sgambetti speri-
mentati su decisioni di massima rilevanza come l’Unione
economica e monetaria, la
sorveglianza unica sulle banche, il Fiscal compact (inteso a
tenere sotto controllo i bilanci
statali), il fondo salva-Stati, il
Patto di stabilità e crescita, il
Quadro finanziario pluriennale… E l’elenco potrebbe
continuare. L’ultimo esempio
è del 22 gennaio: la cooperazione rafforzata per la tassa
sulle transazioni finanziarie
è stata accettata da 11 Stati
Ue, ha ottenuto il via libera
da 23 Paesi, ma, guarda caso,
il Regno Unito è fra i quattro
che hanno preso le distanze,
per tenere la City di Londra
al riparo da una tassa volta a
ridurre le attività speculative e
in grado di accumulare fondi
da reinvestire nella crescita e
nel lavoro.
La presa di posizione de-
15
è stato trasmesso anche dalla
televisione di Hamas, mentre
quella che viene ormai considerata la ‘voce’ dei musulmani,
l’emittente del Qatar al-Jazira,
ha preferito minimizzare la
portata della prova di forza
di al-Fatah. Il discorso del
presidente palestinese doveva essere seguito, secondo il
programma, da altri interventi
politici, fra cui quello dell’ex
ministro Nabil Shaath: ma
a sorpresa gli organizzatori
hanno preferito troncare la
manifestazione. Per la rissa
scoppiata all’improvviso, ma
anche per l’incredibile folla:
alcune persone erano infatti
rimaste schiacciate. Un ragazzo, salito su un traliccio
dell’alta tensione per issare
una bandiera, è stato fulminato
dalla corrente ed è precipitato a terra, morendo mentre
veniva trasferito in ospedale.
La manifestazione potrebbe quindi diventare davvero il
primo passo di un riavvicinamento tra le fazioni interne
al mondo palestinese. Riavvicinamento necessario per
ogni trattativa con Israele, ma
anche per acquisire maggiore
credibilità sulla scena internazionale. Ora che la Palestina,
infatti, è entrata nelle Nazioni
Unite come Paese osservatore, ha bisogno di maggiore
coesione interna per poter rivolgersi all’esterno e chiedere
di essere ascoltata.
cisamente “euroscettica” di
Cameron - comprensibile in
una logica di equilibri politici
interni - rischia, soprattutto in
questa fase, di alimentare i già
diffusi sentimenti anti-europei
e di dar fuoco alle polveri populiste, denunciate non molto
tempo fa da un illuminante
documento della Commissione degli episcopati della
Comunità europea (Comece).
Oltre ad alcune incongruenze
facilmente rilevabili nel discorso
di Cameron, già sottolineate da
autorevoli voci europee, emerge
con evidenza il concetto di
Europa “à la carte”, grazie alla
quale alimentare taluni interessi nazionali (neppure i governi
più euroscettici rinunciano ai
consistenti fondi comunitari),
senza peraltro farsi carico delle
responsabilità che una costruzione politica di questo genere,
unica al mondo, richiede ai
partecipanti.
Ma dai “padri fondatori” non
giunge un’eredità fondata sugli
interessi di parte, bensì un impegno comune nel segno della
solidarietà, della sussidiarietà
e della “unità nella diversità”.
Anche su questo occorrerebbe
riflettere dopo le “sollecitazioni” giunte da oltre Manica.
Morsi si
ravveda
Quella che doveva essere la
primavera dell’Egitto, con la
cacciata dell’ex presidente Hosni
Mubarak, si è trasformata in un
inverno nel quale il successore
del rais, l’islamista Mohamed
Morsi, rischia d’impantanarsi
anche per i suoi evidenti limiti di
governo. Colui che doveva essere
“il presidente di tutto il popolo” si
sta rivelando, invece, il presidente
di una sola parte.
Le proteste dei suoi oppositori
represse nel sangue e che sono
proseguite anche nei giorni seguenti a dispetto del coprifuoco
imposto, rischiano seriamente
d’indebolire lo Stato, fino al suo
sfaldamento. Gli inviti al dialogo
di Morsi all’opposizione, riunita
sotto il Fronte di salvezza nazionale, respinti dal suo leader El
Baradei, stridono con l’uso della
forza dimostrato in questi giorni
da forze armate e polizia, contro
i manifestanti.
“L’Egitto -spiega il portavoce
dei vescovi cattolici egiziani,
padre Rafiq Greiche- è un Paese
diviso, specie dopo la condanna
a morte di 21 imputati nel
processo per il massacro dello
stadio, la strage di ultras AlAhly” considerati martiri della
rivoluzione contro la dittatura
di Hosni Mubarak. Le proteste
contro il verdetto sono coincise
con il secondo anniversario della
rivoluzione e si sono subito trasformate in manifestazioni contro il presidente Morsi e contro
il suo regime islamista. Si tratta
di proteste contro la religione
nella sua forma fondamentalista
e contro la mancanza di libertà”. Ma adesso, aggiunge, “sta
salendo la paura tra i giovani
manifestanti” specie dopo la
decisione del Consiglio consultivo,
la Camera alta del Parlamento,
di estendere i poteri dell’esercito, incluso quello di arrestare
i civili in caso di problemi di
ordine pubblico. Anche l’iniziativa politica non sembra andare
nella giusta direzione, quella
di trovare uno sbocco alla crisi.
L’invito di Morsi all’opposizione
è stato rispedito al mittente dal
suo leader, El Baradei. Perché?
“Perché si tratta di un dialogo
privo di agenda, fatto a uso
delle telecamere -è la risposta
convinta di padre Greiche-, non
è stato fatto nulla per riportare
la calma, necessaria a impostare
un dialogo fruttuoso”.
Sullo sfondo resta l’insoddisfazione per l’approvazione di una
Costituzione che non garantisce
i non musulmani e i liberali. “Il
dialogo non può prescindere dal
ridiscutere i termini della nuova
Carta”, afferma il portavoce, per
il quale “i giovani che manifestano sono più avanti nella lotta politica dell’opposizione. Mi sento di
dire che a guidare l’opposizione
sono i giovani che hanno ripreso
la guida della rivoluzione, come
due anni fa. Essi rappresentano
ancora la grande chance per
l’Egitto”. Ma intanto il Paese
ha necessità di uscire subito da
questa grave crisi politica.”
16 musica e spettacolo
D
i benestante famiglia ebreo-newyorkese, George
Cukor, fattosi le
ossa nei teatri di Broadway e
come curatore dei dialoghi di
alcuni film, ha sempre mostrato
fin da subito una particolare attenzione per il mondo femminile, con le sue rivalità e la sua
voglia di emancipazione. Strano
a dirsi (ma chissà, forse proprio
in virtù di ciò), il regista era
omosessuale, ma tanto bravo
da costringere Hollywood ad
accettare una diversità ai tempi
piuttosto scomoda. Katharine
Hepburn è una sua creatura,
la Garbo recitò una delle sue
parti migliori in “Margherita
Gauthier”, la Bergman e Judy
Halliday vinsero l’Oscar con
due suoi film -rispettivamente
“Angoscia” e “Nata ieri”- e
pare che non sia solo leggenda che Vivien Leigh, durante
le riprese di “Via col vento”,
ripassasse la parte con Cukor
la notte prima di andare sul set.
Da qui è facile comprendere il
perchè gli sia stata appiccicata
l’etichetta di “regista delle
donne”, che, come tutte le definizioni da casellario, è riduttiva.
James Stewart e Ronald Colman, attori maschi ovviamente
-sempre per restare in tema di
statuette- hanno avuto l’Oscar
per lavori di Cukor, “Scandalo
a Filadelfia” e “Doppia vita”,
Jack Lemmon ha esordito in
un gioiello del regista degli anni
‘50, “La ragazza del secolo”,
analisi puntuale e pungente
dell’aspirazione al successo ad
ogni costo, ancora con la Halliday. In “Scandalo a Filadelfia”,
nell’ambiente aristocratico da
un lato e giornalistico dall’altro, c’è la possibilità di vedere
B
ersani, Monti,
Casini, Berlusconi; grandi partiti,
liste civiche e
movimenti; politici navigati
e candidati di primo pelo
popolano la Rete: per tutti
ci sono siti, pagine Facebook, profili Twitter.
Ma le nuove modalità che
i new media introducono
stimolano un rinnovamento della partecipazione
democratica? Oppure
le tante innovazioni comunicative servono a un
restyling di facciata che
non cambia la struttura di
fondo, ma aiuta a gettare
fumo negli occhi? Per iniziare a rispondere alla questione si potrebbe porre
attenzione all’utilizzo dei
tradizionali mezzi di comunicazione, che non scompaiono, ma s’integrano agli
altri più moderni: la stampa
che svolge il compito di
procurare informazioni e
di aiutare i cittadini a formarsi un’opinione attraverso la proposta di riflessioni
critiche su argomenti di
attualità come sulle diverse
questioni sociali, economiche, ambientali; la radio
e la televisione che hanno
assunto il compito di
Vita
La
n. 5 3 Febbraio 2013
CINEMA
Cukor, il regista
delle donne
Moriva il 24 gennaio del 1983
di Francesco Sgarano
fianco a fianco Kate Hepburn e
Cary Grant, un campionario di
espressioni facciali mai eguagliato nel campo della commedia.
I due avevano recitato, oltre
che nell’inarrivabile “Susanna”
(però di Howard Hawks), in due
fenomenali episodi cukoriani:
“Il diavolo è femmina”, titolo malandrino e ammiccante,
dove la Hepburn si traveste da
uomo -venticinque anni prima
che Lemmon e Tony Curtis lo
facciano, ma all’incontario, in
“A qualcuno piace caldo”!!- e
“Incantesimo”, commedia deliziosa anche se decolla dopo
mezz’ora, in cui la Hepburn
s’innamora del fidanzato della
sorella. Ma gli anni ‘30 riservano gioielli di vario tipo, sia
sul versante letterario (vedi le
trasposizioni del dickensiano
“David Copperfield” o, da
Luisa May Alcott, “Piccole donne”, con ancora una superba
Hepburn nel ruolo della protofemminista Jo), sia su quello
sofisticato: “Donne”, girato
alla fine del decennio, dove
lo spettatore non riuscirà a
scovare un solo uomo, perchè
il cast, fino all’ultima comparsa,
è costituito da sole donne, e
“Pranzo alle otto”, girato invece
nel ‘33, satira impietosa, dietro
l’aspetto mondano, dei vizi
e delle velleità della società
bene; una commedia tanto
autoriale che -impossibile quasi
da immaginarsi ai tempi- uno
dei protagonisti, un attore, si
suicida (è John Barrymore, “il
Grande Profilo”, e la scena è
toccante). Infallibile è la ricetta
di Cukor, qui presente ai massimi livelli: dialoghi brillanti, ironia
amabile, regia meticolosa, scenari ricostruiti con precisione
eccezionale.
Negli anni ‘40, tra molti
titoli anche eterogenei -si trasvola dal noir al dramma con
una facilità invidiabile- la vetta
è costituita da “La costola di
Adamo”, in cui la “strana coppia” è stavolta la Hepburn col
compagno di vita Spencer Tracy:
sono due avvocati che devono
difendere un marito fedifrago
e una moglie che, livida per la
SOCIETà E DEMOCRAZIA
Nuovi media
e vecchia politica?
I social media cambiano le carte in tavola
ma non ancora il gioco
di Andrea Casavecchia
estendere il dibattito a tutti.
Questi mezzi sono stati
usati in passato e vengono
usati ancora dai leader politici come dai vari movimenti e partiti per informare
delle proprie intenzioni, per
descrivere la propria visione del mondo e della società per marcare la differenza
nei confronti dei propri
avversari elettorali: in una
parola per propaganda.
Per questo motivo, tra
l’altro, la garanzia di pluralismo è diventata sempre più
essenziale in una società
democratica, perché altrimenti i mass media faciliterebbero, come è accaduto
in passato, condizionamenti
dell’opinione pubblica e
legittimazione dei regimi
totalitari.
L’avvento dei social media
cambia, però, le carte in
tavola, perché si moltiplicano in maniera indefinita le
possibilità di strutturare la
comunicazione. I mezzi tradizionali avevano un emittente, un messaggio e un
pubblico ricevente: la direzione della comunicazione
era da uno a molti. I nuovi
media permettono la compresenza di tanti emittenti,
tanti messaggi, quanti sono i
riceventi: quindi le vie della
comunicazione diventano
tante come una rete.
Molto spesso, però, sembra
che i protagonisti della
politica utilizzino i nuovi
media senza comprenderne
la struttura diversa. Così la
sfruttano per lanciare proclami, agende politiche, idee
per il futuro; per gareggiare
sul numero di followers di
Twitter o di amici di Facebook; per testare l’adesione
alle opinioni da loro espresse: oltretutto con possibilità di forzare con strumenti
tecnici i trend dell’audience
informatico. I social media,
se usati in modo appropriato, invece, potrebbero,
e possono, costruire una
nuova relazione tra rappresentati e rappresentanti
facilitando il confronto
personale. Si potrebbero
raccogliere indicazioni sulle
urgenze concrete e sui bisogni specifici del territorio.
Si potrebbero accompagnare provvedimenti necessari
e magari scomodi alla cittadinanza con una costante
informazione e con la ricerca della condivisione degli
obiettivi finali.
Così si promuove la partecipazione democratica. E
addirittura qualche volta si
realizza nella realtà.
gelosia, gli ha sparato, ferendolo.
Il dibattimento in tribunale si
trasforma in una delle battaglie fra sessi più intelligenti
che il cinema ricordi (anche
per l’apporto ai dialoghi di
Garson Kanin); in “Nata ieri”
compare per la prima volta il
motivo della rudezza che viene
sgrossata da un mentore, qui
un’oca giuliva da un giornalista
di cui poi s’innamora; è un tema
che tornerà nel film che darà
l’unico Oscar della carriera
a Cukor, “My fair lady”, dal
“Pigmalione” di Bernard Shaw,
e “Facciamo l’amore”, dove un
Yves Montand miliardario ma
imbranato decide, per conquistare le grazie di Marylin (che
ottenne nella realtà), di farsi
dare lezioni di canto da Bing
Crosby, di comicità da Milton
Berle e di ballo da Gene Kelly,
che qualche anno prima aveva
recitato per Cukor nel musical
“Les girls”. Il regista era stato
scritturato anche per dirigere
l’ultimo film di Marylin, “Something got to give”, rimasto
incompiuto per i motivi che
tutti sanno. La filmografia è
immensa -e fa di Cukor uno
dei massimi registi americani
di tutti i tempi- ma non si
possono tralasciare “E’ nata
una stella”, versione musicata
e colorata del film di Wellman,
dove Judy Garland dà prova
della sua naturale prestanza
scenica, e un diamante poco
conosciuto degli anni del tramonto (girato originariamente
per la tv), “Amore tra le rovine”: storia tenerissima di un
amore senile in cui, accanto alla
onnipresente Kate Hepburn,
c’è nientepopodimenoche Laurence Olivier. La classe, pura e
cristallina, riempie lo schermo.
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