Poste italiane s.p.a. Sped. in a.p. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Filiale di Pistoia Direzione, Redazione e Amministrazione: PISTOIA Via Puccini, 38 Tel. 0573/308372 Fax 0573/28616 e_mail: [email protected] www.settimanalelavita.it Abb. annuo e 45,00 (Sostenitore e 65,00) c/cp n. 11044518 Pistoia La Vita è on line clicca su www.settimanalelavita.it I LaVita dal 1897 G I O R N A L E l dialogo nella chiesa: un sogno, un’utopia, un desiderio impossibile? Anche Paolo VI lo collocava fra le attese del futuro, fra i compiti da realizzare con la pazienza, la tenacia dei forti e soprattutto con la grazia di Dio, che rende possibile anche ciò che gli uomini non riescono a realizzare con le proprie forze. Un’utopia vera e propria, verso cui dobbiamo sempre camminare, pur nella convinzione di non poterla mai raggiungere pienamente. Il poeta latino-americano Eduardo Galeano ha espresso la sorte dell’uomo in cammino verso la perfezione in termini suggestivi: “L’utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino due passi, essa si allontana due passi ancora. Cammino dieci passi e l’orizzonte corre dieci passi più in là. Per più che io cammini, mai la raggiungerò. A cosa serve allora l’utopia? Serve per questo: per camminare”. Il dono presuppone l’impegno, la grazia richiama la natura, lo Spirito Santo esige il contributo dell’uomo. Niente ci è dato senza la nostra attiva e sofferta collaborazione. Quello che è detto sul piano personale, va detto, forse con ancora maggior forza, a livello comunitario. Come l’uomo, anche la chiesa, la comunità dei salvati, è in cammino, convinta che la pienezza della verità e della vita arriverà un giorno, ma soltanto nel momento dell’incontro finale col suo fondatore e Signore. “Quanto lo vorremmo godere -afferma Paolo VI- in pienezza di fede, di carità, di opere questo domestico dialogo! Quanto lo vorremmo intenso e familiare! Quanto sensibile a tutte le verità, a tutte le virtù, a tutte le realtà del nostro patrimonio dottrinale e spirituale! Quanto sincero e commosso nella sua genuina spiritualità! Quanto pronto a raccogliere le voci molteplici del mondo contemporaneo! Quanto capace di rendere i cattolici uomini veramente buoni, uomini saggi, uomini liberi, uomini sereni e forti!”. Decisamente il Papa non domanda poco, eppure nella sua responsabile autorità non può chiedere di meno. E’ la legge della perfezione, nel ricordo e nella convinzione che la santità è esattamente la perfezione della carità. La pratica del dialogo sincero, fraterno, umile, paziente, disponibile, disposto alla comprensione e al perdono; è la riprova visibile della carità, che rimane l’anima del cristianesimo e la divisa della chiesa. Carità e dialogo si richiamano e si completano a vicenda, il secondo è la piena manifestazione della prima. La richiesta del Papa rientra dunque nella logica più normale di un magistero fedele e autentico. Dialogo non significa uguaglianza di vedute, unità nel linguaggio della tradizione cristiana non significa identità. C’è una diversità che rientra nella fisiologia normale del Corpo di Cristo, dove complessità, varietà, molteplicità sono all’ordine del giorno. La ricerca della totale identifica- 5 Anno 116 C A T T O L I C O DOMENICA 3 FEBBRAIO 2013 T O S C A N O e1,10 1,10 e Dov’è finito il dialogo nella chiesa? mento essenziale sarà il dialogo al suo interno. A nessuno sfugge oggi che nella chiesa esistono numerose fratture, molti dialoghi interrotti. Lo scandalo nasce soprattutto dal fatto che nessuno faccia un passo per ricucire gli strappi e rimediare una situazione non più procrastinabile. Potremmo esemplificare, ma è meglio lasciare la conclusione ai lettori che portano nel cuore la sofferenza di una chiesa che non riesce (e non sente il bisogno di) essere quello che dovrebbe essere. Non è certamente questo il modo migliore di celebrare il cinquantennio del concilio Vaticano II. Giordano Frosini zione di tutto e di tutti non sarebbe allora la risposta giusta alla domanda di dialogo. Già il medesimo concetto, nella sua stessa formulazione verbale, implica una differenza, una dualità, una molteplicità. C’è dunque un campo in cui la differenza è di casa e tale deve rimanere per il bene dell’intero. C’è però un settore in cui la pluralità diventa pluralismo, la distinzione diventa divisione, la fisiologia cede il passo alla patologia, al disordine alla malattia. Ciò accade quando il dialogo viene meno, quando non si sente più il bisogno di comunicare, di parlarsi, di ricercare un punto di incontro e di comunione. Tutto ciò porta il nome di rottura, di strappo, di scissio- ne, di discordia (tutte parole massimamente efficaci nel loro significato etimologico). Per chi ricorda il posto della carità nel Vangelo e, di riflesso, nella vita cristiana, si tratta di un vero e proprio tradimento. E’ allora il tempo della riconciliazione, che implica da parte di tutti gli interessati una vera e propria conversione, come tale superiore alle forze dell’uomo e quindi bisognosa della grazia di Dio e della presenza dello Spirito Santo. La chiesa ha continuo bisogno di questa purificazione: per definizione, essa ama presentarsi come mondo riconciliato e riconciliante, riconciliante perché riconciliato. Inizio e segno di questo rinnova- LA PIRA: UN ESEMPIO CHE NON PASSA La testimonianza della presenza evangelica nel campo della politica dei nostri grandi predecessori rimane la lezione sempre aperta dinanzi a noi LA SENTENZA SULLA STRAGE DI USTICA PAGINA 13 I due clochard morti a Roma pongono un problema grave e urgente Nella capitale circa 6000 LA CHIESA NON INTENDE persone FARE POLITICA dormono Il suo impegno è in rifugi semplicemente quello di di fortuna. ricordare i valori morali Un che, unici, possono dare fenomeno consistenza e ordine alla presente vita sociale anche nella nostra città PAGINA 5 PAGINA 14 PAGINA 2 SUPERARE LA CULTURA DELLA MORTE È ora che gli uomini, cominciando dai cristiani, facciano propria la cultura della vita PAGINA 4 2 primo piano n. 5 3 Febbraio 2013 Vita La Un ricordo in occasione dei 35 anni della morte Giorgio La Pira tra vangelo e cultura Per gli uomini non vale che una sola legge ed un solo fine: la legge dell’amore ed il premio dell’amore. Tutto il resto è menzogna e vanità. Giorgio La Pira Vangelo e cultura È difficile definire in modo univoco la personalità di Giorgio La Pira. Egli fu certamente uno studioso e un docente di chiara fama, nonché un politico di primo piano, ma non v’è dubbio che sarebbe riduttivo, al fine di identificarlo pienamente, fare riferimento a questi pur importanti ruoli da lui rivestiti. Resta allora una possibilità, ed è quella di pensare alla dimensione religiosa della sua figura, al suo cristianesimo schietto e profondo, alla sua indubbia caratura mistica: in effetti, la fede in Cristo, la fedeltà al Vangelo e la solida appartenenza alla Chiesa si presentano come i tratti che caratterizzano e unificano la sua intera esistenza che ebbe inizio il 9 gennaio 1904 a Pozzallo, una cittadina della Sicilia meridionale, in provincia di Ragusa. Conseguito il diploma di ragioniere, il giovane Giorgio ottenne pure la maturità classica e si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina, ove si fece particolarmente apprezzare dal professor Emilio Betti che lo volle con sé al momento di trasferirsi nell’ateneo fiorentino, presso il quale La Pira si laureò nel 1926. Da allora in poi, Firenze diventerà la sua seconda patria e molte delle sue attività e iniziative saranno inscindibilmente legate alla storia, alla cultura e alle tradizioni religiose del capoluogo toscano. Tuttavia, già prima di lasciare la Sicilia, La Pira, inizialmente lontano dalla sensibilità e dalla pratica del cattolicesimo, cominciò ad avvicinarsi alla Chiesa, e si può affermare che intorno al 1924 la sua conversione si fosse pienamente realizzata. A soli ventisette anni, dopo aver trascorso un periodo di studio in Germania, La Pira ottiene la cattedra di diritto romano presso l’Università di Firenze. Sono gli anni in cui si lega al Convento domenicano di S. Marco, che sarà a lungo la sua casa e che gli offrirà le migliori condizioni per una straordinaria crescita spirituale e culturale, vissuta nel segno della bellezza, intesa quale luminoso riflesso di Dio, e del sapere che, alla scuola dell’amato san Tommaso, si rivela ai suoi occhi come uno strumento prezioso per avvicinarsi alla Verità. Fede e politica Accanto a queste forti sollecitazioni spirituali, La Pira, da cristiano autentico qual è, avverte l’urgenza di obbedire al comandamento evangelico dell’amore: in lui, l’attenzione per i poveri e i bisognosi non verrà mai meno e lo accompagnerà per tutta la vita, andando a costituire il collante che tiene armonicamente insieme Vangelo e cultura, cielo e terra, azione e contemplazione, fede Il “sindaco santo” di Firenze è stato un uomo in cui vangelo e cultura si sono fusi armonicamente facendo di lui un testimone significativo e coraggioso dei valori cristiani nella società del suo tempo di Maurizio Schoepflin e politica. Memorabili sono rimaste le iniziative che, a partire dal 1934, egli volle realizzare a favore delle persone più disagiate e memorabile resta anche la sua battaglia culturale in difesa della dignità dell’uomo messa in pericolo dall’ideologia politica che stava prendendo sempre più campo in Italia in quegli anni. Non casualmente, la rivista «Principi», sulle pagine della quale egli testimoniava con coraggio i valori cristiani, venne chiusa dal regime fascista. Dopo aver dovuto abbandonare per qualche tempo la città a causa della persecuzione di cui era stato fatto oggetto, La Pira torna a Firenze nell’agosto del 1944. All’indomani della liberazione, eletto deputato all’Assemblea Costituente, reca un importante contributo ai lavori, facendo recepire nel dettato costituzionale i principi tipici del personalismo cristiano. Legato da sincera amicizia a uomini quali Amintore Fanfani, Giuseppe Dossetti e Giuseppe Lazzati, nel 1948 verrà eletto deputato e sarà pure sottosegretario al Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale in un governo presieduto da Alcide De Gasperi. Ma l’esperienza più significativa in campo politico-amministrativo egli la svolgerà proprio nella “sua” Firenze, occupando per vari anni la poltrona di sindaco e rimanendo a lungo membro del consiglio comunale. Riguardo a questo periodo della vita di La Pira, ha scritto Giuseppe Lazzati suo amico e figura tra le più note del cattolicesimo italiano del Novecento: «Gli anni in cui fu sindaco di Firenze sono quelli che più di tutti danno la misura del fondersi in lui, in pienezza di espressione vitale, la coerenza radicale dell’uomo di fede per il quale il Vangelo è regola di vita; la genialità dell’ideatore ed esecutore della costruzione di una città a misura d’uomo, capace di dare a ciascuno lavoro, casa, pane; la vastità degli orizzonti culturali tesi a un disegno di pace universale cui tutti i popoli, ciascuno con la specificità dei suoi profili religiosi, culturali, politici, dessero il loro apporto costruttivo». Azione e contemplazione L’azione del sindaco La Pira fu caratterizzata da una grande attenzione al problema del lavoro e a quello della casa: di qui il suo costante fattivo interessamento per i disoccupati e i senza tetto, che si tradusse in azioni concrete a favore del rilancio di varie aziende fiorentine e della costruzione di nuove abitazioni. Con lui, inoltre, Firenze divenne un punto di riferimento a livello internazionale per tutti gli amanti della pace e del dialogo fra i popoli. A questo riguardo, non si possono dimenticare i tanti convegni che videro giungere sulle rive dell’Arno autorità politiche e religiose da ogni parte del mondo: mentre lui stesso si recò a incontrare alcuni dei maggiori leader mondiali per perorare la causa del disarmo: particolare risonanza ebbero i suoi ripetuti viaggi in Unione Sovietica, la terra dell’ateismo di Stato, che egli era convinto si sarebbe convertita come aveva assicurato la Madonna di Fatima. E qui torno a quanto ho accennato all’inizio, riaffermando che non è possibile comprendere la personalità e l’opera di Giorgio La Pira se non mettendo in primissimo piano la sua fede cattolica e la sua ardente pietà mariana. Per tutta la vita egli rimase in contatto epistolare con numerosi conventi di clausura, la cui preghiera considerò il sostegno insostituibile della sua azione di uomo pubblico. Dopo la sua morte, avvenuta il 5 novembre 1977 la pubblicazione di tale epistolario ha fatto meglio conoscere lo spessore spirituale di un uomo che affidò tutto se stesso al Signore e che guardò sempre la realtà con gli occhi della fede, come testimoniano le seguenti parole tratte da una lettera spedita nel 1961 ai monasteri di clausura. «Dove va la storia della Chiesa e quella dei popoli? Dove va? Madre Reverenda, ormai possiamo rispondere con chiarezza e con precisione di termini: va (malgrado tutto e nonostante tutto) verso la nuova pienezza dei tempi, verso la “pienezza delle nazioni e la pienezza degli ebrei” come san Paolo dice) va, cioè, verso tempi storici analoghi ai tempi storici di Augusto e di Virgilio; verso tempi, cioè, in cui il corpo delle nazioni sarà organicamente composto in unità e in pace e costituirà, così, la premessa e la condizione storica adeguata per la lievitazione cristiana di tutti i popoli, di tutte le nazioni e di tutte le civiltà della terra. Che tempo farà domani? Bel tempo, Madre Reverenda, bel tempo, malgrado tutto e nonostante tutto; malgrado tempeste locali e ondate superficiali qua e là furiose, il fondo dell’oceano è ormai pacificato: Cristo lo domina, la nostra nave può riprendere coraggiosamente il suo cammino, la speranza teologale che è insieme divina e umana, celeste e terrestre, temporale ed eterna; è la bandiera che si alza sulla poppa della nostra nave e che viene elevata al cospetto dei popoli, come segno di grazia, di pace e di vittoria: Haec est victoria qua e vicit mundum, fides vestra (1 Gv 5,4)». Vita La n. 5 Nelle edizioni del Corriere della sera “Lasciateci sognare” “U omo di confine, l’ha definito Massimo Cacciari. Come ogni vero uomo di confine, Martini sa capire quando i confini vanno oltrepassati e quando vanno difesi, quando bisogna essere un ‘passeur’ e quando bisogna essere una sentinella. Come i suoi predecessori Ambrogio o Carlo Borromeo, Martini è ‘defensor civitatis’ e in questa difesa dell’umano rivendica il grande ruolo della cultura e specialmente di quella classica, che non è raffinatezza antiquaria, bensì, insieme alla Bibbia, fondamento della nostra civiltà e intelligenza dell’umano, nient’affatto contrapposta ai saperi scientifici che mutano il mondo e la visione del mondo ma capace di guardarli senza paura e senza idolatrie e di dar loro senso. Questa cultura, basata sulla terribile sapienza greca e sull’insuperata arte di governo dell’antica Roma oltre che sulla Bibbia, non si oppone ad alcun più modesto ma autentico sapere di chi non ha avuto possibilità di dedicarsi a profondi studi, bensì a quella che i tedeschi chiamano ‘Halbkultur’, presuntuosa e pacchiana, che spesso trionfa nel teatrino pseudointellettuale. I ‘non pensanti’, per citare ancora il passo di Bobbio così caro a Martini, si trovano molto spesso tra chi “blatera È il titolo del volume pubblicato per mantenere vivo il pensiero del cardinale Carlo M. Martini di Angelo Rescaglio di cultura”. Un passo derivato appunto da “Lasciateci sognare” precisamente dall’apprezzata introduzione dell’intellettuale e scrittore Claudio Magris, che approda a questa conclusione:“Evangelizzare la nostra società, nel senso proprio e in quello lato, è un compito così arduo da sembrare perfino a Martini un sogno, anche se, come egli precisa, non certo inteso quale fuga nella fantasia. ‘Lasciateci sognare’, dice il titolo di questo libro, titolo inadeguato al libro stesso, che non è l’invocazione di un’anima bella a essere lasciata in pace nelle sue nobili aspirazioni lontane dalla realtà, ma è un buon combattimento a occhi ben aperti sulla realtà, per cambiarla e non solo per sognare di cambiarla, per impedire che ci si appisoli davanti al male”. In queste 230 pagine, sono contenuti discorsi fondamentali di Martini alla città di Milano, per la festa di Sant’Ambrogio: tanti messaggi, che hanno lasciato un segno in tutti; il testo di Giangiacomo Schiavi, che anticipa le “Esortazioni” del Pastore della dio- cesi milanese, si propone così: “’Occorre seminare speranza. E poi vivere l’amicizia per la città e coloro che la abitanò’. Il cardinale parla subito al cuore, e alla metropoli che lo tiene in mano. Passa davanti al carcere, a quell’inferno sulla terra che si chiama San Vittore, e ricorda di aver avvertito lì ‘lo stimolo più forte per amare la città e superare il muro di indifferenza che continuamente ci tenta”’. E lo fa in una realtà di Milano, che “all’inizio degli anni Ottanta è una babele inquieta attraversata dalle ombre del declino”, mentre “Terrorismo affarismo e banditismo finanziario si sommano ... alle tensioni sociali, alla spirale d’odio che avvelena la civile convivenza”. E chiude il suo testo Schiavi con le parole più consolanti del Gesuita cardinale:“Agli uomini alle prese con il mondo che cambia chiede di regalare ‘un frammento di umanità e di speranza per chi si è posto o è stato posto, ai margini della società’. È un messaggio di fiducia che interroga noi e il cuore di una città (se ancora c’è)”. Erano le “ultime parole, quasi un testamento... il car- dinale malato e sofferente riesce ancora a inquietare”. Questi “discorsi” prendono l’avvio dal 6 dicembre 1991 (“Verso un’Europa unita?”) e si concludono con il “Discorso al Comune di Milano” del 28 giugno 2002; qui, emerge tutto l’Uomo di Dio, che non aveva mai dimenticato le vicende del quotidiano, per una Comunità forte e ricca di problemi. Ogni allocuzione si caratterizza per un titolo specifico, come “Guardando al futuro”, “C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare”, “Alla fine del millennio... lasciateci sognare!”,“Alla fine del millennio... servi inutili... liberi... umili e grati”,“Famiglia e politica”...; e il cardinal Martini, alla fine, affida questa certezza alla Città: “...assicuro che continuerò a pregare e interessarmi con affetto e trepidazione anche da luoghi più lontani, magari da quella città di Gerusalemme che riassume in sé le speranze, le sofferenze e gli ideali dell’intera umanità” Le valli della Bure Un nuovo studio di Marco Bruschi di Anna Agostini A cultura 3 Febbraio 2013 nche in ricordo della recente scomparsa di Don Ferrero Battani, vorrei segnalare un interessante lavoro uscito nel mese di ottobre 2012 dedicato a questo sacerdote che dal lontano settembre 1957 è stato pievano della parrocchia di san Giovanni a Valdibure. Il volume in questione si intitola Beni ecclesiastici e toponimi delle Valli della Bure (secc. XIV-XVIII). Gli arredi sacri nel Sei-Settecento. Chiappore e Mozzano ed è opera di Mario Bruschi, studioso instancabile e appassionato che da quasi quarant’anni si occupa della ricerca storica, artistica e toponomastica del territorio delle valli della Bure, dalla millenaria pieve di S. Giovanni ai paesi di Baggio, S. Moro, Candeglia fino ad arrivare alla campagna di Sant’ Alessio e di San Quirico. L’ultima fatica di Bruschi, frutto di nuove ricerche nelle antiche carte manoscritte dell’Archivio Vescovile, dell’Archivio Diocesano e dell’Archivio di Stato di Pistoia contribuisce ad ampliare le conoscenze di quell’importante territorio delimitato dalle valli della Bure, un territorio antropizzato fin dall’epoca latina. L’analisi di Bruschi si concentra in particolare sulla chiesa di Valdibure e sulle proprietà ad essa collegate partendo da documenti della prima metà del Duecento ed arriva agli inizi del secolo XVIII presentando Ricordi di Chiappore (Chiapore) e Ciliegiano (Cirgiaimportanti inventari sei e settecenteschi che danno conto di notevoli no) nella valle della Bure, degli anni 1259 e 1282. commissioni artistiche- pittoriche in modo specifico- della pieve. Il volume presenta inoltre inedite annotazioni riguardo la chiesa di San Michele di Baggio, memorie antichissime del territorio di Sant’ Alessio, di S. Moro e di località come Chiappore e Mozzano, antichi comuni rurali della valle della Bure di Baggio. Impreziosiscono il testo alcune riproduzioni di documenti e soprattutto alcune xilografie di Sigfrido Bartolini, compianto artista pistoiese che sulla scia dei maestri Agostini, Bugiani e Caligiani ha lasciato della valle della Bure e della campagna di Sant’Alessio una memoria indelebile. Per chiudere, un’ultima annotazione: il volume si presta a diversi tipi di lettura. È un utile strumento per lo storico e per lo storico dell’arte, che trova ad esempio una miriade di informazioni negli inventari trascritti, ma è anche un libro dove un appassionato o un lettore meno attento può scoprire gli antichi toponimi e ancora scovare, tra le carte, memorie di personaggi e di famiglie di cui ancora oggi si trovano nella zona i discendenti. 3 “De principatibus” a distanza di 500 anni N icolò Machiavelli annuncia a Francesco Vettori, magnifico ambasciatore fiorentino, con lettera in data 10 dicembre 1513, che “ho composto uno opuscolo De principatibus, dove io mi profondo quanto io posso nelle cognizioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di quale specie sono, come è si acquistono, come è si mantengono, perché è si perdono …” La critica sul “Principe” ritiene, fra le altre cose, interessante l’approfondimento sulle considerazioni dello stesso autore, a seguire, sulla lettera sopra citata al Vettori: “Io ho ragionato con Filippo di questo mio opuscolo, se gli era bene darlo o non lo dare; e sendo ben darlo, se gli era bene che io lo portassi, o che io ve lo mandassi. Il non lo dare mi faceva dubitare che da Giuliano è non fussi, non che altro, letto, e che questo Ardinghelli si facesse honore di questa mia ultima fatica… Appresso al desiderio harei che questi signori Medici mi cominciassimo adoperare, se dovessimo cominciare a farmi voltorare… E della fede mia non si dovrebbe dubitare, perché avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare hora romperla…”. Dalla saggistica sulle opere del Machiavelli, invero notevole, si riprende quella del De Sanctis, di cui alle “Conferenze” sul Machiavelli, del maggio e giugno 1869. In particolare testualmente, come nella Universale Laterza, Saggi critici, Francesco De Sanctis, a cura di Luigi Russo - Vol. II “Bacone da Verulamio disse che Machiavelli, fingendo di insegnare ai principi le arti del dispotismo, volle insegnare indirettamente ai popoli la maniera di disfarsene. Rousseau chiamò il Principe il codice dei repubblicani. Fu detto pure che con quei consigli il Machiavelli volesse perdere i Medici, spingendo la loro tirannia all’estremo e provocando così contro di essi la reazione. Ecco quanto si è detto in difesa. Ma che valore hanno l’accusa e la difesa? L’accusa è retorica, perché allora essa avrebbe forza, quando dimostrasse che coi mezzi morali o immorali del Machiavelli non si mantengono, ma si perdono gli Stati.” E, ancora “Machiavelli vede lo Stato dei suoi tempi, sente la «corruttela» che lo circonda, e vi getta l’immagine di tempi migliori, e vi getta dentro l’immagine di tempi migliori, facendo rivivere le memorie del classicismo romano.”. Infine, ritornando al “Principe” XXV –“Da questo ancora dipende la variazione del bene, perché, se uno che governa rispetti e pazienza, e tempi e le cose girino in modo che il governo suo sia buono, è viene felicitando; ma se li tempi e le cose si mutano, è rovina perché non muta modo di procedere.” Un altro anniversario, come altri riferiti in precedenza, e, ancora, un altro ricorso storico, per meditare proprio in questo nostro tempo di crisi e di arretramento dei valori etici e morali. Mario Agnoli Poeti Contemporanei Il vicolo dei gatti Passo per il vicolo dei gatti Piove e la pioggia fredda cammina insieme a me e il vicolo sogna sotto le sue finestre bagnate di gerani, e i gerani e i vicoli e i gatti sognano il sole. Gli hanno costruito una casetta di compensato, e sopra il tettino, in una sosta di pioggia due piccole sfingi di pelo grigio mi fissano immobili coi loro occhi dorati, pronti a scattare fiutano l’aria e l’eco del mio odore Ed ecco balza da dietro un gatto cucciolo e più fiducioso mi degna -l’indipendente!di un fuggevole tenero strusciarsi Ma una terza piccola fiera a strisce sdegnata più che spaventata del mio timido tentativo di avvicinarla di botto sprezzante sparisce nella casetta. Incomparabile eleganza, gioiello di grazia fisica della natura, i gatti aggiungono un ritmo magico alla vita del vicolo, ci guardano da mondi lontani e ci dicono misteri che non possiamo decifrare. E mentre sto lì ferma ammaliata della loro prodigiosa immobilità essi continuano a fissarmi con aristocratico distacco dai loro impenetrabili pianeti. Anna Tassitano 4 L attualità ecclesiale o avevamo lasciato a Cana, nella casa delle nozze là dove ha trasformato l’acqua in vino, l’invito, la richiesta della madre, Maria: il primo miracolo di Gesù. Da questa piccola località della Galilea, Gesù torna a Nazareth, il luogo delle sue origini, della sua famiglia terrena. Se vogliamo questo viaggio verso la città a lui familiare, è l’inizio del cammino verso Gerusalemme, verso il tempo di Pasqua. Cammino che gli evangelisti racconteranno e che Luca, nel Vangelo di questa terza domenica del tempo ordinario, fa sapere, rivolgendosi a Teofilo – un nome, ricorda il Papa all’Angelus, che in greco significa amico di Dio:“possiamo vedere in lui ogni credente che si apre a Dio e vuole conoscere il Vangelo” – che la narrazione è vera, che lui ha cercato di mettere in ordine gli avvenimenti che “si sono compiuti in mezzo a noi” e che ci sono testimoni oculari che li hanno trasmessi. Altro aspetto interessante di questo brano – meglio, dei due brani di Luca uniti assieme in questa domenica – è il racconto di fatti normali, di azioni che si possono racchiudere nell’espressione “come al solito”. Così insegnava nelle sinagoghe, Gesù; e il sabato “secondo il suo solito, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere”. Se nel primo brano troviamo esposte le ragioni che hanno indotto Luca a scrivere, nel secondo l’evangelista “ci presenta Gesù che con la potenza dello Spirito si reca di sabato nella sinagoga di Nazareth”. Gesti abituali, normali; quasi ripetitivi. Ma è proprio in questa normalità che si può evidenziare la novità. Così la lettura di un testo della Torah o dei Profeti è ascolto delle scritture e commento. Ma la novità è proprio nel passo di Isaia che Gesù legge: “lo spirito del Signore Dio è su di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”. Un programma niente male, quasi manifesto, diremmo noi oggi, di un possibile impegno di governo. Ma, come sappiamo, il regno che Gesù proclama non è di questa terra, né come gli uomini lo vorrebbero. Torniamo al brano del Vangelo; Luca scrive: “Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga gli occhi di tutti erano fissi su di lui”. Possiamo immaginare il silenzio dopo la lettura; l’attesa per il commento che questo giovane avrebbe svolto, rivolgendosi agli anziani e ai fedeli. Un giovane conosciuto nel paese e la cui profondità nel commentare le scritture era già nota. Un “silenzio carico di attenzione” dice il Papa all’Angelus. Forse lui stesso, in quel momento, stava riflettendo su come far giungere, alle persone che lo stavano ascoltando e che lo avevano visto correre e giocare per le strade della cittadina, il messaggio che doveva comunicare. Un silenzio che viene rotto da queste parole: “oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato”. Oggi. Papa Benedetto ricorda il commento di san Cirillo di Alessandria – quindicesimo papa della chiesa Copta, siamo nel 444 dopo Cristo; alla fine del 1.800 Leone XIII lo proclama dottore della chiesa – e dice: Vita La n. 5 3 Febbraio 2013 BENEDETTO XVI Il carpe diem cristiano Il senso dell’oggi, ripetuto: i fedeli guardino fisso a Lui di Fabio Zavattaro “l’oggi posto tra la prima e l’ultima venuta di Cristo è legato alla capacità del credente di ascoltare e ravvedersi. Ma, in un senso ancora più radicale, è Gesù stesso l’oggi della salvezza nella storia, perché porta a compimento la pienezza della redenzione”. È un “oggi” che interpella tutti noi e che non possiamo leggere senza ricordare “il programma” che Gesù espone leggendo Isaia: S ono ormai tanti anni che la Chiesa italiana dedica una giornata al tema della vita umana fragile e indifesa. Lo fa senza facili moralismi e con ragion veduta: invita a promuovere e difendere la vita umana, tenendo conto via via delle reali difficoltà, ma anche indicando le possibili soluzioni. In questo senso la Chiesa non si è mai rassegnata all’idea che l’aborto sia una soluzione comprensibile e accettabile, una possibilità senza conseguenze negative per la vita sociale. Già su questo piano c’è da registrare una continua novità e originalità di pensiero, rispetto a coloro che da decenni propongono le stesse tesi a favore della soppressione della vita nel grembo della madre. Sotto questo aspetto la cultura di morte – come la definiva il beato Giovanni Paolo II – è chiusa e avviluppata in sé stessa, mentre la riflessione a favore della vita offre insieme ragioni di sempre e speranze possibili. Il motivo di questo successo sta nel fatto che la cultura della vita dà voce a quanto di più naturale è inscritto nel cuore di ciascuno: ad esempio, il valore e il rispetto per ogni vita umana, il desiderio di generare. Lo ricorda bene il Messaggio dei vescovi italiani per la prossima Giornata nazionale per la Vita; essi scrivono: “La disponibilità a generare, ancora ben presente nella nostra cultura e nei giovani, è tutt’uno con la possibilità di crescita e di sviluppo; non si esce da questa fase critica generando meno figli o peggio ancora soffocando la vita con l’aborto, lui è venuto per operare il cambiamento, per ridare la vista a coloro che non vedono, la libertà a coloro che sono prigionieri, il perdono a chi è nel peccato. Un “oggi” che ha bisogno di un’altra attenzione che sempre Luca mette in evidenza quando dice che nella sinagoga “gli occhi di tutti erano fissi su di lui”. Un “oggi” commenta il Papa nell’Angelus, che ci fa pensare al nostro modo di vivere la domenica, giorno del riposo e della famiglia e giorno da dedicare al Signore. “Nel nostro tempo dispersivo e distratto, questo Vangelo ci invita ad interrogarci sulla nostra capacità di ascolto. Prima di poter parlare di Dio e con Dio, occorre ascoltarlo, e la liturgia della Chiesa è la scuola di questo ascolto del Signore che ci parla”. Un “oggi” per ricordarci che “ogni momento può divenire un ‘oggi’ propizio per la nostra conversione”. Un tempo per incontrare e ascoltare la parola del Signore nelle scritture; ogni giorno può essere l’”oggi salvifico”, perché dice il Papa “la salvezza è storia che continua per la Chiesa e per ciascun discepolo di Cristo. Questo è il senso cristiano del carpe diem: cogli l’oggi in cui Dio ti chiama per donarti la salvezza”. GIORNATA PER LA VITA Nella giusta logica La cultura della morte è in affanno. Occorre che chi governa faccia la sua parte di Marco Doldi bensì facendo forza sulla verità della persona umana, sulla logica della gratuità e sul dono grande e unico del trasmettere la vita, proprio in una situazione di crisi”. C’è una disponibilità a generare che nasce direttamente dal cuore dei giovani, perché inscritto nella verità della persona. Chiudersi alla vita in tutte le forme possibili è contro la natura umana ed è una forma di egoismo. Giova ricordare che da tempo la teologia cristiana invita a superare il concetto filosofico di individuo con quello trinitario di persona. L’uomo non è un essere, seppure razionale, ma chiuso in se stesso, bensì esiste in quanto è in relazione costitutiva con Dio e con gli altri. Poco importa se questa relazione non sempre è evidente, a motivo della fase precoce in cui si trova o della malattia che ne limita l’esercizio. Nelle condizioni ordinarie ciascuno realizza se stesso nell’apertura all’altro, secondo un dinamismo di dare e ricevere; in questo senso nessuno è tanto povero da non poter dare nulla e nessuno è tanto ricco da non dover ricevere nulla! Ora, “la logica del dono – scrivono i vescovi italiani - è la strada sulla quale si innesta il desiderio di generare la vita, l’anelito a fare famiglia in una prospettiva feconda, capace di andare all’origine – in contrasto con tendenze fuorvianti e demagogiche – della verità dell’esistere, dell’amare e del generare”. La logica del dono riflette la verità sull’uomo, “il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso” (Gaudium et spes, 44) e non può “ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”. Dio, che comunione di Persone, ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza ponendo in lui la verità della relazione che si completa nel dono, cosicché non è trattenendosi che l’uomo si realizza, ma donandosi con fiducia. Questo significato perenne, riconosciuto dalla ragione e rafforzato dalla fede cristiana, non potrà mai essere disconosciuto o messo da parte, pena la distruzione della stessa verità sulla persona umana. Le parole della Chiesa trovano, pertanto, una naturale accoglienza nella profondità del cuore della persona. E proprio la verità sulla persona, che coincide con la logica del dono, è l’ambito dove porre i fondamenti per un rinnovato impegno a favore della vita. Questi anni sono caratterizzati da una forte crisi economica, che genera la grave difficoltà nel fare famiglia. “Sono diffuse – si legge nel Messaggio - condizioni di precarietà che influenzano la visione della vita e i rapporti interpersonali suscitano inquietudine e portano a rimandare le scelte definitive e, quindi, la trasmissione della vita all’interno della coppia coniugale e della famiglia”. Come uscirne? Intanto, occorre che chi governa faccia la sua parte: “Non è né giusto né sufficiente – notano i vescovi - richiedere ulteriori sacrifici alle famiglie che, al contrario, necessitano di politiche di sostegno, anche nella direzione di un deciso alleggerimento fiscale”. Poi, anche i mezzi di comunicazione devono sentire la responsabilità di diffondere modelli di consumo responsabili e non far apparire il miraggio di un benessere irraggiungibile per i più e, quindi, ingiusto. Soprattutto, occorre accrescere le relazioni, fare rete sino al punto che – ha detto il Papa al Convegno internazionale svoltosi a Milano nella primavera scorsa – una famiglia si prenda cura di un’altra famiglia. Utopia? No, se si pensa che questo corrisponde alla logica della persona, una logica capace di suggerisce sempre forme nuove di cura e di sostegno. Vita La 3 Febbraio 2013 Prolusione al Consiglio permanente: “A noi non interessa fare politica”. Una lettura della realtà italiana nell’ottica della coscienza credente “A nche stasera o domani, nell’opinione pubblica echeggeranno solo alcune delle nostre parole, e non precisamente queste... si sappia però che è questo, è Gesù Cristo che noi vogliamo porgere, il Suo nome far risuonare. Non è vero che a noi interessa far politica, noi vogliamo dire Gesù”. Così il presidente della Cei, cardinal Angelo Bagnasco, aprendo il 28 gennaio a Roma il Consiglio episcopale permanente, ha voluto mettere l’accento sul ruolo e sul compito principale della Chiesa: l’annuncio del Vangelo. Per primo ha richiamato il “pellegrinaggio ad limina apostolorum” dei vescovi italiani “proprio nell’Anno della fede”, ringraziando il Papa “per l’accoglienza che ci accorda”. La fede, ha detto, pur “dentro a un travaglio storico delicatissimo e intricato”, costituisce la garanzia che “dona ineffabile gioia”. Il cardinale ha sottolineato “le situazioni di persecuzione in cui si trovano i cristiani”, che “in buona parte coincidono con i conflitti aperti”, ricordando il dato impressionante di “oltre centomila cristiani delle varie Confessioni uccisi nel 2012. Una cifra spaventosa che non può lasciar indifferente nessuno”. Rischio di un “Paese perennemente incompiuto” Parlando dei temi “sociali”, ha sottolineato “la condizione di indigenza che si va obiettivamente allargando, e sta intaccando segmenti di società in cui prima era sostanzialmente marginale”. Dopo aver richiamato la disoccupazione giovanile, l’espulsione di lavoratori dalle fabbriche, le famiglie che impoveriscono, ha affermato che “a nessuno deve far comodo esagerare in termini catastrofici, ma occorre che il Paese non esorcizzi la realtà. Gli schemi sociali classici sono saltati e non si ripristineranno automaticamente”.Tra i punti dolenti ha richiamato anche la sanità, “da una parte per L a vita pubblica di Gesù come Messia registra sia successi che sconfitte, fino alla sconfitta finale dell’abbandono da parte degli apostoli e della morte in Croce. Sconfitte preventivate ed annunciate secoli prima dai profeti e avvenute per motivi che, a posteriori, tutti conosciamo Fra queste sconfitte, è particolarmente significativa quella avvenuta proprio nella città dove Gesù era cresciuto ed aveva abitato fino all’età di trenta anni circa, cioè a Nazareth (lettura evangelica, Lc 4, 21-30). Davvero, come dice Giovanni nel prologo del sui Vangelo, «venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto (Gv 1, 11)». Nella parabola dei vignaioli, Gesù descrive efficacemente questo meccanismo: «Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono […]. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini […] lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero (Mt 21, 34-39)». Queste sconfitte, però, non saranno solo di Gesù, ma anche di quelli che ne continueranno nei secoli l’opera, come egli stesso aveva avvertito: «Mentre lo conducevano via […], lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli, […] perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?” (Lc 23, 26-31)». Basterebbero, come esempi ammonitori, le situazioni attualità ecclesiale n. 5 5 PRESIDENTE BAGNASCO Noi vogliamo dire Gesù condannare gli imbrogli, i maneggi, le astuzie che si consumano in un settore ad altissima vocazione altruistica, dall’altra per prendere le distanze da logiche irrazionalmente pretenziose e talora esclusivamente campanilistiche”. Così pure, circa il Mezzogiorno, “vessato dalla malavita, i cui tentacoli si allargano all’intero Paese”, ha esortato a “vigilare, resistere, incoraggiare, denunciare, bonificare e recuperare”. Sul momento politico attuale, il presidente della Cei ha poi notato che “il popolo italiano si è mostrato ancora una volta solido”, poggiando nelle scelte di “autoriduzioni”, “revisioni di stili di vita”, “risparmi” anzitutto “sul naturale e insostituibile moltiplicatore di ogni più piccola risorsa: la famiglia”. Ora però “si respira uno sbilanciamento tra il desiderio popolare di uscire dal tunnel e ciò che viene messo in campo”, per cui è diffusa “la percezione di un Paese perennemente incompiuto, che costa molto a se stesso ma non riesce a ottenere i risultati che merita”. Valori in gioco e impegno dei credenti Dopo aver esortato tutti alla partecipazio- ne al voto quale “dovere irrevocabile”, il presidente della Cei ha dedicato uno spazio ampio al tema della “biopolitica” che rappresenta – ha detto – “problemi semplicemente nodali nelle società post-moderne”. Il riferimento è stato, tra l’altro, a vita, salute, malattia, stati vegetativi, aborto, eutanasia, sottolineando che “non ha senso nascondere gli argomenti, riconoscendo invece cittadinanza elettorale solo all’economia”. Si è poi chiesto “perché non concepire anche l’economia come bioeconomia? Linee di compromesso, o peggio di baratto tra economia ed etica della vita, a scapito della seconda, sarebbero gravi”. Circa i “valori fondamentali”, ha affermato che su di essi “i cattolici sanno che non esiste compromesso o mediazione comunque si voglia chiamare”. Ha citato la difesa della vita “dal suo concepimento alla morte naturale”, “la rinuncia all’eutanasia comunque si presenti”, la “libertà di coscienza e di educazione”, la “famiglia basata sul vincolo del matrimonio tra l’uomo e la donna”, la “giustizia uguale per tutti, la pace”. Come segno positivo dell’impegno per la vita ha richiamato “la campagna ‘Uno di noi’” che “vuole portare nelle sedi comunita- La Parola e le parole IV domenica del tempo ordinario anno c Ger 1,4-5.17-19; Sal 70; 1 Cor 12,31-13,3; Lc 4,21-30 del cristianesimo in Terra Santa, dove i cristiani sono divenuti una sparuta minoranza, con una tendenza a diminuire che sembra irreversibile, ed in Asia minore, dove il visitatore cristiano prova sgomento nel vedere che in luoghi dove esistevano fiorenti comunità, con nomi resici familiari dagli Atti degli Apostoli e dall’Apocalisse, adesso impera invece l’Islam: in Antiochia, dove Pietro ebbe la sua prima cattedra, non vi è più neppure un cristiano ed in Tarso, patria di Paolo, vi sono adesso, come rappresentanza cristiana, solo tre suore italiane, mentre le chiese sono state trasformate il moschee, eccetto la basilica di S. Paolo, non diventata moschea perché usata prima come deposito militare e poi come museo, adoperabile da pochi anni anche come chiesa, ma solo quando c’è un gruppo di pellegrini (ovverosia, per le autorità locali, turisti che portano benefici economici). Non si vede perché qualcosa del genere non debba accadere anche in Europa in genere ed in Italia in particolare, visto il trend di crescente laicizzazione, né perché tante chiese europee non debbano subire la stessa sorte della cattedrale di Costantinopoli, S. Sofia, diventata museo, e di tante altre chiese più o meno illustri in Turchia, sottratte al culto cristiano e trasformate in qualcos’altro. Sconfitte che sembrano inspiegabili, ma che, come nella sconfitta subita da Gesù a Nazareth, sono evidentemente necessarie, nella misteriosa economia generale del piano di Dio. Esse però ci obbligano a riflettere sulle parole rivolte da Gesù a Gerusalemme: «Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! (Mt 23,37)» e sul suo pianto: «Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace![…] Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici […] non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata” (Lc 19, 41-44)». È proprio l’ostinarsi a non voler prendere sul serio la visita del Signore che lo obbliga a lasciarci soli, a modo di lezione, perché possiamo constatare, sia come singoli e come comunità, ciò di cui, in concreto, siamo capaci, ossia niente. «Senza di me non potete fare nulla (Giov 15, 5)», o, usando le parole del profeta Geremia (seconda lettura, Ger 1, 18), «Oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo». Sant’Agostino diceva, a proposito del tempo della visita di Gesù: «Timeo Iesum transeuntem et non revertentem (ho paura di Gesù rie l’istanza della vita, senza più selezioni”. Sui matrimoni omosessuali, ha sottolineato che “il diritto del bambino - non al bambino - viene prima di ogni desiderio individuale” e “se la natura dell’uomo non esiste, allora si può fare tutto, non solo ipotizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso”. Il cuore del messaggio cristiano La vastità dei problemi sociali, politici e culturali non deve far dimenticare – secondo il card. Bagnasco – il cuore del “messaggio cristiano” che si trova nell’annuncio del “fare del Signore”, davanti al quale abbiamo il dovere di “non ostacolarlo e anzi favorirne la sua attrattività. Lui fa nascere figli di Abramo dalle pietre. Lui dobbiamo collocare sempre più al cuore della nostra attività”. Non importa, ha proseguito, se “c’è in giro una notevole confusione, perché si pensa che la realtà sia superata, che nessuna verità esista”. “La Chiesa, ‘esperta in umanità’” sa che “la verità è più importante della derisione del mondo” e ciò va annunciato “per lo stesso amore che ha spinto il Samaritano del Vangelo a farsi umilmente prossimo”. che passa e che non ritorna)». Comportamenti individuali e di gruppo, leggi di Stato e sentenze giuridiche di tribunali in contrasto con la legge di Dio, specialmente quando diventano metodici e autogiustificati, rendono insensibili individui e popoli a questo passaggio di Gesù e li riducono a città fortificate che, così svuotate dal didentro, diventano potenziali facili vittime per qualsiasi avversario. Questa è, forse, la spiegazione più plausibile della scomparsa del cristianesimo da interi territori: esso non interessava più, non era percepito più come un valore e quindi non c’era più alcuna spinta per difenderlo. Un episodio piccolo, ma forse sintomatico. Nella parrocchia del centro città di Pistoia, la maggior parte dei bambini che hanno iniziato lo scorso ottobre il catechismo di preparazione alla prima comunione non sapeva farsi il segno di croce, non conosceva il Padre nostro e, alla domanda: «Sai chi è Gesù?», rispondeva con un molto significativo: «Boh!». Evidentemente nelle loro famiglie la trasmissione di nozioni religiose, una volta ovvia tra genitori e figli o fra nonni e nipoti, non aveva funzionato. Più in generale, ecco il rischio concreto che corriamo oggi in una Europa per la quale — purtroppo è dimostrato! — l’affermazione e la salvaguardia delle proprie radici cristiane non sono una priorità: che Gesù venga sempre più ritenuto una presenza inutile o, addirittura, come successe nella sinagoga di Nazareth duemila anni fa, una presenza scomoda della quale, tutto sommato, è meglio sbarazzarsi. don Umberto Pineschi 6 n. 5 3 Febbraio 2013 A lcuni articoli preparati da Massimo Gori e pubblicati su periodici locali, hanno contribuito a diffondere la conoscenza di tale figura sul nostro territorio, a lui abbiamo rivolto queste domande. Chi era Giuseppe Toniolo? È stato prima di tutto un uomo di fede, un testimone di santità laicale vissuta nel quotidiano familiare, nella Chiesa e nei diversi contesti della società. Nasce a Treviso il 7 marzo 1845 in una famiglia animata da autentici sentimenti religiosi; frequenta il liceo e si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, continuerà gli studi con il proposito di dedicarsi all’insegnamento. Conosce Maria Schiratti ed insieme desiderano vivere il loro amore alla luce del Vangelo, si uniscono in matrimonio ed avranno sette figli di cui tre scompaiono in tenera età e prematuramente morì anche la giovane figlia Emilia suora della Visitazione. Acquisita la cattedra di economia politica presso l’Università di Pisa si trasferì in quella Città con la famiglia, sarà nominato presidente dell’unione popolare nel 1904 ed in età avanzata L’Economista Toniolo Insieme agli amici di Pistoia per uno sviluppo solidale a cura di Daniela Raspollini si dedicherà alla stesura del trattato di economia sociale, muore il 7 Ottobre 1918. Quando è stato proclamato beato? È avvenuto Domenica 29 aprile 2012 durante una solenne liturgia celebrata nella Basilica San Paolo fuori le Mura in Roma. Il suo profilo è magistralmente delineato nel decreto di Papa Benedetto XVI con il quale viene concesso che “il Venerabile Servo di Dio Giuseppe Toniolo, padre di famiglia, laico di Azione cattolica, sapiente educatore dei giovani nella ricerca della verità, testimone del Regno di Dio nel campo della cultura, dell’economia e della politica, d’ora in poi sia chiamato beato e che si possa celebrare la sua festa ogni anno il 7 ottobre, giorno in cui è nato al cielo”. Nel pomeriggio si è svolto un convegno pubblico a lui dedicato presso la Domus pacis, dove è stata allestita la specifica mostra itinerante “Per una città di santi”. Da tempo si attendeva l’evento prodigioso che avrebbe consentito tale proclamazione, ed è quanto accaduto per sua intercessione nel 2006 con la guarigione di un giovane. Quali motivi ti hanno portato a compiere un approfondimento su di lui? Toniolo è stato una figura di rilievo nel movimento cattolico tra ‘800 e ‘900, conosceva molte persone della nostra diocesi fra le quali il vescovo Marcello Mazzanti, il canonico Roberto Puccini insegnante in Seminario e fondatore del “Circolo di studi sociali”, il dottor Alberto Chiappelli presidente del Comitato Associazioni cattoliche, don Dario Flori detto “Sbarra” Cappellano a Vignole che chiamò come suo collaboratore presso l’ufficio propaganda dell’Unione popolare e don Orazio Ceccarelli parroco a Ferruccia per le tante opere da lui Lettere in redazione I cattolici in politica Ho molto apprezzato la lettera al Corriere della Sera di Romano Prodi nella quale, molto signorilmente, ha bacchettato chi, da un po’, sembra riproporre nuovi assetti elettorali foraggiati dal voto cattolico. Lo dico subito a scanso di equivoci sono sicuramente attento a tale argomento poiché come ben dice Prodi credo che più che rappresentare un marchio, un appartenenza, o peggio una setta, credo che i cattolici debbano rappresentare un servizio nella politica e alla politica. Assistiamo infatti ad un forte “richiamo alle armi” da parte degli schieramenti politici (escluso fermiamo il declino, per altro coerentemente) e percepisco questa in termini strumentali credo che oggi si possa capire che i cattolici sono liberi di scegliersi serenamente la casa dove svolgere il proprio sevizio al bene comune. Infatti non vedo altro modo per i cattolici di dare un contributo in politica, diversamente vi sarebbe uno sfruttamento improprio di un modo di essere. Precisato questo, individuo subito quali scommesse sul futuro i cattolici devono accettare: la prima quella di vivere il tempo che hanno sotto gli occhi senza ripudiare il mondo che hanno davanti, avvicinarsi, comprendere e portare spirito critico; i cattolici sono in politica non come espressione suggerita dalle cerchie ecclesiastiche ma come ispirazione del Vangelo stesso, come nella vita. Siamo entrati nel nuovo millennio e come quelli passati qualcosa muore e qualcosa di nuovo nasce; questo è inevitabile; il cristianesimo in questi duemila anni pur riuscendo a dare sia cose buone che cose non buone, ha comunque continuato il suo cammino nel suo misterioso destino, misterioso quanto luminoso. Come l’uomo nella sua fragilità è presente nei giorni odierni, errore fatale sarebbe rifiutare il processo storico nel suo divenire come ugualmente non contribuire positivamente attraverso una attenta riflessione. Trascurare quindi che i cattolici oggi non sono gli unici a popolare Vita La le città moderne, sarebbe un cieco errore di superbia; esistono più religioni ma esistono anche (qui bisogna lavorare) moltissimi atei, un vero cattolico non può non dialogare anche con questa parte di società civile. Quindi dialogare significa non imporre ma condividere percorsi comuni dove la sensibilità della collettività è comunemente rispettata. Partecipare alla costruzione di una giustizia sociale che sia più larga possibile.Condividere percorsi costruiti sull’incontro e la condivisione.Abbiamo del resto grandi maestri uno su tutti il grande sindaco di Firenze La Pira che certamente ha fatto da apripista dandoci un chiaro esempio di come portare avanti politiche inclusive. Esiste un crescendo di non credenti esiste un neo paganesimo (non mi si interpreti come dispregiativo) esiste quindi tutta una serie di pensieri nuovi annessi al non credere. Un esempio lo possiamo notare nella visione di nascita e morte ma anche nelle visioni più sociologiche della famiglia stessa come le unioni civili. Cosa fare? Io credo di non sbagliare quando rivedo il primo cristianesimo e la società sua contemporanea; infatti non leggo di battaglie proibizioniste ma di contributo e di proposta di vita alternativa. Non nascondersi oggi è la vera scommessa, ed essere i primi paladini della laicità dello stato, i cittadini formano lo stato che deve essere equo con tutti. Quindi rappresentare l’incontro dei valori di tutte le sensibilità lecite che aiutino la società civile a rendere l’uomo e il suo bene al centro della società. Non è con la chiusura in lobby che si alimenta il dialogo che invece è percorso faticoso. In prima persona sento di avvicinarmi alla politica e a questi temi con i diversamente credenti con lo spirito dettatomi dal vangelo e con il libero arbitrio che sempre dal Vangelo cerca di trarre risposte. Massimo Alby Libertà di espressione e new media Il campo di studio che si chiama sociologia della conoscenza non appare ridotto leggendo un recente libro destinato a lasciare il segno, che ridefinisce il concetto classico di conoscenza e il suo ruolo all’interno di un mondo sempre “on-line”. Sul tema di internet dove “le fonti non sono certe e nessuno è mai d’accordo su nulla” evitiamo clic e link sfogliando un cartaceo quotidiano che riferisce di un “allarme pensiero” lanciato da un gruppo di 40 professori italiani appartenenti al network Athena della fondazione Pubblicità progresso” (CdS-n. 15/2013). Il docente di Comunicazione sociale allo Iulm di Milano, Alberto Contri, dice che “il vulcanico sviluppo delle tecnologie di comunicazione degli ultimi venti anni continua ad aumentare le nostre conoscenze e informazioni. Non vogliamo rifiutare il progresso, ma sarebbe imprudente ignorare come l’uso non appropriato o compulsivo di questi mezzi possa generare effetti collaterali”. Siamo a interrogarci sulla nuova “rete digitale della conoscenza” , magari anche rilevando variazioni nella dinamica dello sviluppo cognitivo. Internet è medium connettivo: per gestire molte più idee e informazioni collegando persone a idee, idee a idee, persone a persone. Il “ragno elettronico” tesse ancora ragnatela digitale aperta per tutti, con il “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero”. Un diritto che evoca l’art 21-Costituzione del 1948 e le successive disposizioni di legge sulla stampa, all’epoca strumento più utilizzato da quanti intendevano diffondere il proprio pensiero. Sessantacinque anni dopo si può rilevare che l’art. 21 solo con il primo comma non ignora la radio e il cinema. Dopo è arrivata la televisione e ora il tessuto digitale e connessione telematica… Se già nei secoli lontani e meno lontani non mancarono limitazioni e repressioni dell’espressione del pensiero due anni dopo il 1948 fu firmata a Roma la Convenzione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Cedu). La libertà di espressione è tra i diritti sanciti dalla Cedu. Per la corte di Strasburgo la libertà di espressione è “al cuore del concetto di libertà democratica”. b.p. barni promosse. I buoni rapporti di amicizia e le numerose iniziative tese a promuovere uno sviluppo solidale influiranno in maniera significativa sulla decisione di organizzare a Pistoia nel 1907 la prima Settimana sociale dei cattolici italiani. Significativa è stata la relazione tra l’accademico Toniolo e l’instancabile don Orazio che svolse un ruolo determinante nel promuovere e costituire Cooperative di lavoro e dei consumi, mutue assicurazioni e soprattutto numerose Casse rurali ed artigiane nella diocesi Pistoia Prato. È opportuno allora far conoscere la sua storia anche ai giovani che sono in ricerca e si impegnano per il loro futuro? Indubbiamente! Toniolo è uno straordinario esempio vicino a noi nel tempo e nei luoghi in quanto ha percorso le strade della nostra città lasciando tracce indelebili. Egli ha vissuto l’amore coniugale e familiare attraversando gioie e dolori, la dedizione al lavoro con ammirevole competenza e l’impegno nella società promovendo sviluppo economico e civile. Profondi sono i pensieri scritti nel suo diario spirituale, un cammino accompagnato dalla grazia dei sacramenti e della liturgia. Come è avvenuto in passato per i giovani che lo hanno incontrato, oggi tutti possiamo rivolgerci a lui chiedendo sostengo per i nostri progetti di vita disegnati dal Padre. FONDAZIONE BANCHE DI PISTOIA E VIGNOLE Etica, responsabilità, saperi e significato sociale del lavoro Venerdì 8 febbraio alle 16.30, nell’Aula magna del seminario a Pistoia, intervengono il professor Stefano Zamagni e don Giordano Frosini P roseguono gli appuntamenti di “Homo Faber”, la serie di incontri organizzati dalla Fondazione Banche di Pistoia e Vignole su etica, responsabilità, saperi e significato sociale del lavoro. Nel secondo appuntamento dell’iniziativa - che si terrà venerdì 8 febbraio alle 16.30, presso l’Aula Magna del seminario vescovile, a Pistoia - dopo i saluti del presidente della Fondazione Banche di Pistoia e Vignole Franco Benesperi, sono previsti i seguenti interventi: Stefano Zamagni, Università di Bologna, dipartimento di scienze economiche, “Dall’homo faber all’homo agens: quali le conseguenze pratiche”; monsignor Giordano Frosini, teologo, “Riflessioni teologiche sui temi attuali del lavoro”. Coordinano Luciana Santini e Ezio Menchi, consiglieri della Fondazione Banche di Pistoia e Vignole. Gran parte del cammino delle società e della vita delle persone, donne e uomini, è stata costruita nella storia attorno al ruolo del lavoro e all’insieme dei significati e delle relazioni, non solo economiche, connesse con la dimensione soggettiva e transitiva del lavoro. Ma profondi mutamenti sono in atto. La crescente precarietà, la polverizzazione della dialettica fra chi lavora e le organizzazioni produttive di beni e servizi, il radicale cambiamento dei rapporti fra lavoro e agire sociale, la caduta delle tensioni ideali e della forza delle organizzazioni collettive, lo sfumarsi dell’economia reale nelle infinite tonalità di grigio di “mercati” apparentemente senza volto né legge, nonché il crescere delle innovazioni tecnologiche digitali, che hanno prodotto una mutazione genetica irreversibile dei contenuti, dei luoghi, degli strumenti e del contesto relazionale: tutto questo sta modificando profondamente il senso del lavoro, la sua connessione con la vita individuale e sociale, la sua utilità e la sua dignità. Lo smarrimento delle nuove generazioni, nella ricerca di percorsi riconoscibili per accedere al mondo del lavoro, è uno dei segni più drammatici di questo processo, che coinvolge però, in modi diversi, tutti i settori produttivi e tutte le articolazioni del lavoro, da quello manuale e artigianale a quello tecnico, da quello intellettuale a quello imprenditoriale. Il lavoro è un grande tema del nostro presente e del nostro futuro. Sul senso e sulla civiltà del lavoro si fonda la possibilità di costruire una società globale a misura di donne e uomini. Oggi come non mai diventa, perciò, di fondamentale importanza fornire a tutti i cittadini occasioni per conoscere e capire i fenomeni in atto e per riflettere criticamente sul presente e sul futuro del lavoro come categoria fondante delle civiltà. Questi gli scopi perseguiti dalla Fondazione Banche di Pistoia e Vignole, che con il progetto “Homo Faber” -incontri aperti alla partecipazione e al contributo di tutti i cittadini- darà voce, lungo tutto il 2013, ai protagonisti della ricerca e a quanti operano e studiano ad alto livello sulla dimensione sociale, filosofica, antropologica ed economica del lavoro. L’intento non è precostituire giudizi, ma fornire gli strumenti per conoscere e capire la nostra storia di oggi e il nostro futuro, attraverso i cambiamenti della più complessa, ma anche della più ricca e articolata delle attività umane. Pistoia Sette N. 5 3 Febbraio 2013 L’ iniziazione cr istiana è tra le più importanti azioni ecclesiali, perché tramite essa si viene introdotti alla vita cristiana vissuta con maturità e consapevolezza, nella comunità cristiana. Questa affermazione, di per sé, semplice e scontata è nella realtà dei fatti messa duramente alla prova dal fenomeno facilmente constatabile che i ragazzi continuano dopo la cresima a partecipare alla vita della comunità cristiana solo in piccola percentuale. La stessa constatazione si potrebbe fare, e forse sarebbe anche più grave, se ci domandassimo la consapevolezza della propria vita spirituale e della propria adesione al vangelo di quanti hanno concluso l’itinerario di iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi. Non importa fare analisi sociologiche o ricerche complicate per constatare questo fenomeno che denota un profondo disagio della catechesi in Italia, e nel mondo, che sembra non riuscire più a introdurre i ragazzi alla vita di fede. Si potrebbe dire che la catechesi oggi accompagna i giovani per molti anni, in modo spesso anche piacevole e ben accolto, ma non li introduce nel Mistero della fede e della testimonianza cristiana ed ecclesiale. Il fenomeno è noto, e da anni la chiesa in Italia e nel mondo si interroga sul perché questo avviene e sul come rispondere a questa situazione. I vescovi italiani hanno invitato in questi ultimi due decenni a una profonda conversione pastorale delle parrocchie e in special modo hanno autorizzato sperimentazioni catechistiche che hanno portato diocesi in Italia a mutare il loro impianto catechistico anche radicalmente. Ultimamente anche il Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione ha ribadito nei documenti preparatori e poi nelle proposizioni che da come la Chiesa saprà rivedere le sue pratiche di introduzione alla fede dipenderà il futuro delle chiese nel mondo e in particolare in occidente. Infine nell’anno passato l’Ufficio catechistico nazionale (Ucn) ha indetto in tutte le regioni italiane una serie di convegni volti a monitorare l’andamento della catechesi in Italia, le sperimentazioni in atto, e i suggerimenti per un ripensamento globale dei percorsi di iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi. A livello nazionale inoltre la commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, insieme all’Ucn sta portando avanti una serie di seminari di studio nazionali per giungere con il consenso e il contributo di vescovi ed esperti UFFICI CATECHISTICI TOSCANI Documento per l’iniziazione cristiana del settore alla individuazione di alcuni Orientamenti condivisi, che aggiornino e rinnovino il documento di base per la catechesi, in quegli aspetti che le mutate condizioni culturali e antropologiche rispetto a quelle di 40 anni fa, hanno reso necessarie. Questo documento degli uffici catechistici toscani, nato dalla collaborazione di tutti i direttori della toscana coordinati e guidati da monsignor Simone Giusti, vescovo di Livorno e delegato Cet per la catechesi, si inserisce in questo ampio movimento di riflessione e ripensamento della catechesi in Italia. Il documento parte dalla convinzione forte che il vangelo è ancora un dono capace di rendere bella e buona la vita degli uomini di oggi, ma allo stesso tempo prende atto di una crisi profonda che nasce dal mutamento culturale che i nostri S ono molti anni che la commissione per la cultura del consiglio pastorale del Montalbano occidentale organizza “Vincincontri”, un ciclo di appuntamenti su varie tematiche di interesse sociale, culturale ed ecclesiale, voluti da monsignor Renato Bellini. Ne parliamo con Silvano Guerrini, incaricato nella commissione cultura del consiglio pastorale di zona. Il seminario che si è concluso il 25 gennaio guardava con particolare riferimento ai giovani. Di cosa si trattava? Questo seminario ha rappresentato, in effetti, un salto di qualità, non avendo mai organizzato una serie di incontri legati fra loro sia nel tempo che nella tematica. Tra l’altro con la conferenza del professor Ugo De Siervo (Il principio democratico e la dottrina sociale della Chiesa) siamo arrivati a ben 49 incontri. Il seminario era aperto a tutti i cittadini, ma mirava soprattutto a chi, nella politica, nel catechismo, nella società, necessita di avere punti di orientamento e di entusiasmo e quindi certamente in particolare ai giovani: la loro presenza è stata veramente piacevole. Perché la scelta di questa tematica? La mancanza di etica, la itinerari di iniziazione cristiana non hanno saputo adeguatamente seguire. In particolare il documento individua come problema di fondo della catechesi l’inadeguatezza dei modelli pedagogici che vi sottostanno. Questo significa che non si tratta tanto di cambiare i contenuti della catechesi, quanto di cambiare il modo con cui si comunicano e soprattutto con cui si aiutano i ragazzi ad assimilare, a vivere, a capire e a fare propri quei contenuti. “Nelle proposte attuali i tempi della catechesi sono ancora ritmati dal comprendere. Essi si basano sulla domanda: quanto tempo occorre per sapere l’alfabeto della fede cristiana? Non sono modulati secondo la domanda: quanto tempo occorre per far interessare, desiderare e abilitare alla vita cristiana”. Così si esprime il documento che invita a costruire itinerari di iniziazione cristiana dei ragazzi che tengano conto delle condizioni dei ragazzi di oggi che, ad es. imparano più nel gruppo dei pari piuttosto che da adulti o autorità tradizionali, che riconoscono come vero solo quello che sentono e sperimentano. La preoccupazione dunque della catechesi oggi deve essere quella di pensare modelli pedagogici di trasmissione della fede che rispettino la libertà dei ragazzi, che li porti ad una scelta personale e consapevole, attraverso un cammino dove essi possano non solo apprendere chi è il Cristo ma anche sperimentarlo. Sarà perciò decisivo nella catechesi porsi il problema non dell’età della cresima, ma di abilitare i ragazzi a vivere la cresima. Questo significa che la catechesi dovrà essere ripensata per obiettivi educativi, in un percorso che aiuti i ragazzi a maturare la capacità e le abilità necessarie per vivere la fede nella comunità cristiana. Il documento degli uffici catechistici toscani dopo aver ricordato nella prima parte le idee cardine che inducono ad una conversione pastorale, si pone il problema di quale direzione prendere per il rinnovamento della Ic dei ragazzi, infine propone alcuni punti fermi per costruire itinerari di Ic nella linea della receptio. In quest’ultima parte si troveranno suggerimenti concreti delle tappe da rispettare perché la catechesi sia non solo tràdita (la traditio), cioè comunicata, ma anche recepita (la receptio), cioè accolta. Tra i molti elementi suggeriti ne segnalo solo alcuni, tra cui la necessità di organizzare itinerari catechistici senza tempi predefiniti, l’invito a prendersi in carico la formazione dei catechisti ZONA PASTORALE DEL MONTALBANO OCCIDENTALE Quattro incontri di formazione politico-sociale corruzione, la disaffezione dalla politica interrogano tutti ed in particolare i credenti. La dottrina sociale della Chiesa è una risorsa poco conosciuta anche dentro la stessa Chiesa. Il nome, come è stato detto nel seminario, non è accattivante, non rende bene l’efficacia di quei valori che sono contenuti nel Vangelo ma che sono stati formulati nel corso della storia e in particolare a partire dalla Rerum Novarum del 1891: persona, famiglia, lavoro, stato, bene comune, funzione sociale della proprietà privata, solidarietà, sussidiarietà. La crisi della politica è sulla bocca di tutti, è una crisi che investe in particolare i giovani: come devono rispondere i credenti? Occorrono certamente i fatti. I giovani, pur essendo spesso distratti da richiami insignificanti, intuiscono subito le persone coerenti, sanno subito entusiasmarsi di progetti che Ugo De Siervo per la loro forza fanno sognare. Oltre a Ugo De Siervo, presidente emerito della Corte costituzionale, al seminario hanno partecipato Giovanni Tarli Barbieri e Leonardo Bianchi, docenti all’Università di Firenze. Che cosa hanno rimarcato nei loro interventi? Giovanni Tarli Barbieri (La Costituzione: punto di arrivo e punto di partenza) ha individuato nella Costituzione il principio personalistico, quello dei diritti sociali, quello della pace; Leonar- do Bianchi (I principi di solidarietà e di sussidiarietà) ha evidenziato che la solidarietà non è beneficienza ma che, attraverso la sussidiarietà, è la garanzia di un dinamico tessuto sociale; il prof. De Siervo ha sottolineato che la democrazia ha una storia giovane e che, a differenza dei regimi violenti e dittatoriali, necessita costantemente per essere tale di una presenza attiva e partecipe dei cittadini, nella società, dentro i partiti, nelle istituzioni. La Centesimus Annus ha ribadito con convinzione che il mondo mo- in maniera più forte e decisa di quanto si sia fatto fino ad oggi, la necessità di un’adeguata pedagogia della fede, esperienziale e catecumenale, e infine il necessario coinvolgimento di tutta la comunità cristiana nel processo educativo. Questo documento dunque non propone ricette preconfezionate per la catechesi, ma traccia un cammino, e indica degli orizzonti. Il suo contributo vuole anzitutto essere quello di invitare a capire la crisi che stiamo vivendo, perché non di rado la forza di compiere scelte nuove nasce da una nuova comprensione delle cose. La sfida sarà quella di riuscire ad organizzarsi nelle diocesi e nelle parrocchie perché le competenze da acquisire e i necessari cambiamenti da operare, possano concretamente essere messi in atto. La sfida non solo è impossibile, ma anzi è entusiasmante, solo che si prenda coscienza di essere attori di un cambiamento epocale che se da una parte vede il morire di forme di cristianesimo, dall’altro vede l’alba di una nuova epoca cristiana, dove il vangelo ha ancora molto da dire. Cristiano D’angelo derno deve prestare attenzione alla Dottrina sociale della chiesa. Lo scopo di questi incontri era anche quello di farla conoscere, di evangelizzare confrontandosi con la dottrina sociale? Si pensa spesso che l’azione da fare sia verso l’esterno. Ma in questo caso c’è anzitutto bisogno che questi valori che scaturiscono dal Vangelo siano conosciuti e vissuti tra i credenti. Allo stesso tempo il confronto con gli altri può permettere di attivare la creazione di un patrimonio comune e condiviso di punti di riferimento, che stimoli l’azione politica, sociale, educativa. Quale sarà la prossima iniziativa di Vincincontri? Giovedì 7 febbraio sarà presente Luigino Bruni, docente universitario a Milano Bicocca, e parlerà su una tematica molto attuale e concreta: La crisi economica: un nuovo modello di sviluppo. Di fronte ad una crisi economica che ha fatto traballare le sicurezze acquisite nel dopoguerra, che ha messo in evidenza i percorsi perversi della finanza e che soprattutto ha determinato la perdita di tantissimi posti di lavoro, dobbiamo ripensare ad un nuovo modello economico. 8 comunità ecclesiale DOMENICA 3 FEBBRAIO ALLE CASERMETTE XXXV Giornata della vita Indetta dalla Conferenza episcopale italiana col messaggio “Generare la vita vince la crisi” D omenica 3 febbraio alle Casermette sarà celebrata la 35ma Giornata della vita. Ne parliamo con Tommaso Braccasi, presidente del Movimento e centro di aiuto alla vita. Come sarà celebrata in diocesi la 35ma Giornata della vita? La tradizionale Giornata per la vita, indetta dalla Conferenza episcopale Italiana per domenica 3 febbraio 2013 col messaggio “Generare la vita vince la crisi”, si svolgerà nella parrocchia delle Casermette. Sabato pomeriggio si terrà un incontro/dialogo con i bambini del catechismo mentre domenica, alle ore 11:15, la Messa celebrata da monsignor Cesare Tognelli. A seguire il saluto del vescovo Mansueto Bianchi che poi parteciperà anche al pranzo comunitario (per prenotare è necessario telefonare al numero 0573.22355). Al termine presenteremo brevemente l’iniziativa europea “Uno di Noi”. Inoltre in una decina di parrocchie, grazie alla generosità di molti volontari, si svolgerà una raccolta di fondi attraverso l’offerta di vasetti di primule. “Uno di Noi”, appunto, ma di che cosa si tratta? Il trattato di Lisbona prevede che i cittadini europei (nella misura minima di un milione) possono richiedere e ottenere una discussione - con la loro partecipazione – presso le istituzioni europee. È in corso una raccolta di firme per il diritto alla vita e la famiglia affinché ogni essere umano sia rico- nosciuto come “uno di noi” fin dal concepimento in ogni azione svolta direttamente dall’unione europea. Anche a Pistoia siamo impegnati in questa campagna “europea”. E il prossimo appuntamento in agenda? Per il terzo anno consecutivo abbiamo indetto un concorso riservato alle scuole materne ed elementari che stavolta si intitola “Aggiungi un posto a tavola” con un chiaro riferimento alla necessità di accogliere “gli altri”: conoscenti e stranieri, vicini e lontani, ma anche… il concepito. Entro la data del 28 febbraio 2012 gli alunni delle materne ma pure quelli delle prime e seconde elementari, statali e non, sull’intero territorio provinciale potranno inviare disegni di gruppo (oppure individuali) mentre gli alunni delle terze, quarte e quinte elementari – anche in questo caso statali e non – potranno partecipare inviando elaborati scritti individuali. La premiazione avverrà, a Pistoia, entro la metà di maggio. E il Centro di aiuto alla vita? La nostra sede è aperta tre giorni la settimana (lunedì e mercoledì pomeriggio; venerdì mattina): una operatrice fissa si dedica all’ascolto e dodici volontarie seguono a turno la distribuzione di alimenti (latte, omogeneizzati in particolare), vestiario, pannolini e altro ancora. Nel 2012 sono state assistite circa 180 famiglie e aiutati a nascere 39 bambini. D.R. SCUOLA DI FORMAZIONE TEOLOGICA Gesù ha mai detto di voler fondare la Chiesa? A colloquio con Daniele Aucone, docente del Corso di approfondimento della scuola diocesana e si manifesta infine pubblicamente nella sua vocazione universale nel giorno di Pentecoste. Nelle parole e nelle azioni del Gesù storico è possibile quindi rintracciare un’ “ecclesiologia implicita” (legata al tema dell’Israele escatologico) che si realizza e si compie poi definitivamente dopo la Pasqua. a cura di Daniela Raspollini R iguardo alla domanda “Gesù ha mai detto di voler fondare la Chiesa?”, un modernista, Loisy, affermava che “Gesù annunciò il Regno ed è venuta la Chiesa”. Ma non è così, in realtà? L’idea che la nascita della Chiesa si debba alla comunità cristiana primitiva piuttosto che alla volontà e al messaggio di Gesù è strettamente legata alla problematica sul “Gesù storico”, che nasce nel clima razionalista e deista del XVIII° sec. Intorno al 1760 Samuel Hermann Reimarus (1694-1768), professore di lingue orientali al Liceo di Amburgo, compone un’opera dal titolo Apologia (o difesa) degli adoratori razionali di Dio, in cui l’autore si sforza di ricondurre il messaggio della fede biblica e rivelata a un contenuto di carattere etico e antropologico, accessibile come tale alla sola ragione. L’opera (circa 3000 pp.) era rimasta tuttavia non pubblicata a causa del delle reazioni che l’autore temeva avrebbero potuto far seguito alla sua pubblicazione. Intorno al 1770, dopo la morte di Reimarus, Gotthold Ephraim Lessing, altro personaggio-chiave del clima illuminista e deista del XVIII° sec., e bibliotecario a Wolfenbüttel, pubblica sette frammenti tratti dall’opera di Reimarus sotto il titolo di Frammenti dell’anonimo di Wolfenbüttel. Di questi quello destinato a inaugurare la questione del “Gesù storico” e delle ricerche ad essa relative, era il 7° frammento, dal titolo Sullo scopo di Gesù e dei suoi discepoli. Secondo tale frammento occorre distinguere tra ciò che i Vangeli affermano su Gesù e ciò che Gesù ha realmente detto e annunziato. Il messaggio di Gesù era incentrato sulla venuta del Regno di Dio. Tale Regno, che nei Vangeli non è mai definito, né si dice in che cosa consiste, deve essere inteso, secondo la tradizione giudaica, come una liberazione dal dominio straniero. Gesù sarebbe stato uno dei tanti agitatori messianici (come quelli di cui racconta lo storico Giuseppe Flavio) messo a morte come sedizioso e sovversivo. Di fronte al fallimento storico del progetto del loro Maestro, i discepoli di Gesù ne avrebbero poi trafugato il cadavere (cfr. Mt 28,13 ) mettendo in giro la notizia che egli era ancora vivo e divenuto ormai signore del tempo e della storia. La nascita di una religione cristiana e di una Chiesa derivava quindi da un totale fraintendimento dell’esistenza e del messaggio di Gesù. Con la pubblicazione dei frammenti di Reimarus la questione dell’esistenza di uno “scarto” (se non di un’autentica frattura) tra il Gesù della storia (ricostruibile sulla base della ricerca storica) e il Cristo della confessione di fede, era ormai inaugurata. L’idea che la Chiesa fosse una “costruzione” non riscontrabile nella volontà e nelle intenzioni del Gesù storico era destinata a trovare largo seguito nel corso dei secoli successivi, da Harnack, secondo cui il messaggio del Regno aveva un carattere esclusivamente intimistico ed etico (“Dio e l’anima, Vita La n. 5 3 Febbraio 2013 l’anima e il suo Dio”), ad Alfred Loisy, cui risale la celebre espressione citata nella domanda (L’évangile et l’Église, 1902), fino ad arrivare ai contributi più recenti come Inchiesta sul cristianesimo. Come si costruisce una religione (2008) di Augias-Cacitti, in cui si afferma fin dalle prime pagine che “Gesù non ha mai detto di voler fondare una Chiesa”. Che cosa può rispondere a questa provocazione una riflessione teologica sistematica che tenga anche in conto i risultati delle ricerche sul problema del “Gesù storico”? Dai racconti evangelici sappiamo che Gesù non volle fondare una nuova comunità accanto a Israele, ma piuttosto chiamare quest’ultimo alla raccolta definitiva ed escatologica. La scelta del “Dodici” (Mc 3,14), il cui valore simbolico in relazione alle dodici tribù di Israele è evidente, indica che è iniziata la chiamata a raccolta definitiva di Israele. Essi costituiscono l’ Israele escatologico, il popolo di Dio definitivamente cconvocato e ristabilito nell’Alleanza. Nella cena di addio che consuma con i Dodici, in cui appaiono delle parole e dei gesti che risalgono senz’altro al Gesù della storia, Gesù compie definitivamente l’Alleanza del Sinai mediante l’offerta e il dono di sé. La comunità dei Dodici, spezzatasi dopo la morte di Gesù e il tradimento di Giuda, viene ricostituita dopo la Pasqua, In quale momento si può dire, quindi che la Chiesa nasce? Da una ricognizione complessiva del ministero e dell’annuncio di Gesù risulta che non è possibile determinare un singolo momento o una singola tappa in cui individuare l’inizio della Chiesa, essendo questa piuttosto legata a un processo che passa attraverso sviluppi e tappe successive, dalla scelta dei Dodici fino ad arrivare poi a compiersi dopo la Pasqua. In questi termini si esprime ad esempio il documento della Commissione Teologica Internazionale La fondazione della Chiesa a opera di Gesù Cristo del 1984 o alcuni contributi storico-sistematici, come quello (ottimo) di W. Kasper Chiesa cattolica. EssenzaRealtà-missione. La genesi della Chiesa va vista inoltre in una prospettiva trinitaria, in base alla quale essa si esprime come frutto dell’azione congiunta del Padre, del Figlio e dello Spirito, e non esclusivamente del Figlio. In quest’ottica una prospettiva che volesse ancorare la nascita della Chiesa esclusivamente all’elemento cristologico dimenticando l’azione dello Spirito (come ad esempio il far ricorso esclusivo per la fondazione della Chiesa alla promessa di Gesù a Pietro, in Mt 16,18) cadrebbe in quel “cristomonismo” (per dirla con Congar) verticale e deduttivo, che ha caratterizzato per molto tempo l’ecclesiologia latina. Il Concilio ha adottato questa prospettiva trinitaria nel I° Capitolo della Lumen gentium, parlando della Chiesa come “mistero”. Essa è opera non solo del Figlio ma della Trinità tutta, in cui il Figlio e lo Spirito operano davvero come le due “mani” del Padre, secondo la bella immagine di Ireneo di Lione FISM Convegno regionale Sabato 19 gennaio si è tenuto a Pistoia, l’annuale convegno regionale predisposto dalla Fism provinciale come incontro di aggiornamento per le insegnanti delle scuole dell’infanzia paritarie. Il titolo del convegno “Mi sento creativoLa creatività nella scuola della dell’infanzia”. Ne è stata relatrice Patrizia Granata, dirigente scolastico, pedagogista clinico, docente presso la Facoltà di scienze della formazione dell’Università di Padova e collaboratrice dell’Agenzia di formazione La Scuola. La relatrice ha sviluppato la tematica coinvolgendo le insegnanti con specifiche domande, con proposte di ruoli in simulazioni di vita scolastica e con successive riflessioni, anche attraverso la lettura ragionata dei punti in cui le nuove indicazioni nazionali fanno riferimento alla valorizzazione della creatività dei bambini. Ha sottolineato cosa si intende per “ creatività”, con quali modalità ed in quali tempi può manifestarsi: per sviluppare la creatività nei bambini è necessario che questi siano messi in condizioni favorevoli per compiere esperienze sensoriali e che l’ insegnante sia attenta a cogliere i bisogni di ogni bambino, unico ed irripetibile, per fornirgli stimoli adeguati nei vari contesti. Ha proseguito evidenziando che i bambini possono esprimersi con creatività in ogni campo di esperienza: inventare storie, eseguire drammatizzazioni, disegnare, dipingere, fare attività manipolative..., in un clima di serenità emotiva e di costruttiva relazionalità. Ha ribadito inoltre il ruolo dell’ insegnante nel percorso educativo richiamando appropriate definizioni: l’insegnante deve qualificarsi come mediatore tra il sapere e l’apprendere, come facilitatore che fornisce, in tempi utili, strumenti per risolvere problemi, come incoraggiatore che capisce quando è necessario provvedere con un rinforzo risolutore per superare difficoltà incontrate. Le insegnanti presenti si sono dimostrate disponibili e motivate ed hanno manifestato, in maggioranza, un ottimo livello di gradimento in relazione ai contenuti proposti, alla metodologia usata e all’organizzazione del convegno. Giuliana Orlandini SAN BIAGIO IN CASCHERI Messa col vescovo Bianchi Domenica 3 febbraio alle 11, presso la parrocchia di San Biagio in Cascheri, in occasione della festa annuale del santo patrono, la celebrazione della messa sarà presieduta dal vescovo Mons. Mansueto Bianchi. Saranno presenti anche cinque seminaristi -Gianni Gasperini, Ugo Feraci, Alessio Tagliafierro, Gildas Sangu,Alessio Leporatti- che daranno testimonianza sulla loro scelta di vita. Vita La L a Chiesa celebra la 17a giornata della vita consacrata il 2 febbraio. Il motto scelto è «Testimoni e annunciatori della fede». Ne parliamo con suor Ana, superiora del Monastero delle Benedettine di Pistoia. Qual è oggi la testimonianza della vita consacrata contemplativa? Le consacrate contemplative hanno ricevuto un dono, una vocazione, una chiamata speciale per vivere consegnati a Dio e al servizio della Chiesa e del mondo.Vivere per servire: ecco un ideale davvero bello per un cristiano! Ogni autentico servizio, infatti, ha la sua radice nel mistero di Cristo che per salvarci «pur essendo di natura divina, spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo» (Fil 2, 6-7). Gesù è venuto sulla terra per insegnarci a servire. Egli è il nostro modello. Conformarsi a Cristo significa, dunque, nelle situazioni in cui viviamo e lavoriamo, saper dire con spontaneità: «Sono venuto per servire, non per essere servito» (cf. Mt 20, 28). Qual è il ruolo della consacrata contemplativa nella società di oggi? Poiché il donarsi implica l’impegno di una continua conversione negando se stessi, vivendo in tale dimensione interiore noi evitiamo di entrare in competizione e in rivalità con i fratelli, non agiamo sotto la spinta dell’ambizione e dell’egoismo, fuggiamo l’ostilità, la violenza, l’aggressività, con tutte le tristi conseguenze che purtroppo si esibiscono sulla scena di questo mondo. Allora, anche se in apparenza non occupiamo un posto di rilevo nella società, noi consacrate contemplative contribuiamo veramente a costruire la «civiltà dell’amore»; la nostra vuole essere una presenza di pace che possa I n gennaio la chiesa ricorda due santi molto importanti che hanno portato un contributo determinante nella vita del popolo di Dio; S. Basilio il grande e S. Antonio abate, il secondo è detto padre dei monaci, il primo maestro. Questi due santi sono all’origine del movimento monastico nella chiesa non solo storicamente ma anche spiritualmente, a loro si deve l’organizzazione e la prima produzione letteraria riguardante l’ordinamento e i principi guida della vita e dello stile monastico. Dagli insegnamenti di S. Basilio per i monaci riuniti nelle regole brevi e diffuse, S. Benedetto trasse tutti quei principi che poi hanno costituito la regola benedettina divenuta la magna carta del monachesimo occidentale. Uno degli elementi fondamentali della vita monastica è la lode e la preghiera comunitaria che poi nella forma da essi elaborata è diventata la preghiera della Chiesa che è la liturgia delle ore. La costituzione conciliare “Sacrosanctum concilium” ai numeri 83, 84, 85, esprime in modo sintetico ma efficace il significato teologico e spirituale della preghiera comunitaria della liturgia delle ore:“Il sommo sacerdote… Gesù Cristo ha introdotto in questo esilio terreno quell’inno che viene eternamente cantato nella sede celeste. Egli unisce a sé tutta l’umanità, e se l’associa nell’elevare questo divino canto di lode. Questo ufficio sacerdotale cristo lo continua per mezzo della sua chiesa, che loda il Signore incessantemente e intercede per la salvezza del 3 Febbraio 2013 comunità ecclesiale n. 5 «Testimoni e annunciatori della fede» dalla clausura Incontro con le Monache Benedettine diffondere attorno a sé carità e spirito di comunione, favorendo la collaborazione e la concordia a tutti i livelli, diventando così fermento di giustizia, di santità. Qual è il ruolo della consacrata contemplativa nella Chiesa? Nell’esortazione Apostolica “Vita consacrata”, del Beato Giovanni Paolo II, leggiamo:“In realtà, la vita consacrata è nel cuore stesso della Chiesa come elemento decisivo per la sua missione, giacché indica la natura intima della vocazione cristiana e l’aspirazione di tutta la Chiesa Sposa verso l’unione con l’unico Sposo”. È importante capire il valore corrente della vita consacrata contemplativa; cioè, la sua posizione nella Chiesa di oggi come risposta chiara e comprensibile delle esigenze del mondo attuale, soprattutto le aspettative dei giovani. Dobbiamo domandarci se i monasteri siano stati ristrutturati secondo le reali esigenze dello spirito, non per rendere la vita più facile, più comoda, ma per renderla più autenticamente contemplativa: più disponibile ad ascoltare la parola di Dio e alla preghiera. La Chiesa sente forte, in questo tempo, l’impegno di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede, impegno che il recente Sinodo dei vescovi ha richiamato con forza. Cosa vuol dire per voi quest’invito? Vuol dire che noi contemplative, fino ad ora dedicate alla preghiera e al lavoro nascosto, dobbiamo aprire le porte dei monasteri per annunciare la buona novella ai poveri, catechizzarli, per mostrare loro la via della salvezza? È una tentazione comune, non solo tra le stesse monache. Leggiamo nel messaggio dei vescovi in preparazione alla nostra giornata:“La vita spirituale è docilità allo Spirito di Cristo e si nutre della Parola di Dio, che deve essere, specialmente per voi consacrati, cibo quotidiano, da accogliere, gustare, assimilare, così da con-formarvi al «pensiero di Cristo» (1 Cor 2,16) e al sentire di Cristo (cfr Fil 2,5). È per questo che vanno curati i tempi dell’incontro personale con Cristo, della preghiera, dell’adorazione eucaristica; ed è per questo che l’Eucaristia dovrà essere al centro della vostra vita personale e della vostra comunità”. C’è un’urgenza certamente, di un più diretto apostolato, ma dobbiamo ricordare che la consacrata contemplativa, se è fedele allo Spirito, suscita costantemente nella società odierna, degli interrogativi sulla vita e la morte, la speranza e l’amore, la sofferenza e la gioia, il tempo e l’eternità. E’ impossibile che, davanti alla inspiegabile realtà di una comunità claustrale “normale” e gioiosa, l’uomo di oggi non si domandi se Dio realmente esista e se non valga la pena cercarlo. Dunque, la vita consacrata contemplativa è in sé stessa un’esistenza profetica. E’ un modo privilegiato per invitare alla conversione. Ma qual è il vostro modo di evangelizzare? Non c’è annuncio efficace del Vangelo che non nasca dalla fecondità del deserto. Così lo hanno fatto Giovanni Battista, Gesù, San Paolo. Loro hanno voluto vivere la feconda solitudine del deserto. L’anima veramente contemplativa ascolta il Signore nel deserto e allo stesso tempo sa capire e assumere il dolore dei fratelli. La conoscenza dell’uomo nutre la contemplazione e la contemplazione accresce la comprensione dell’uomo. Da qui parte poi la condivisione, il dono dei frut-ti sereni e profondi della contemplazione a quanti si avvicinano alla grata del Monastero. Ecco il tipo di evangelizzazione possibile per noi monache. Il primo contributo del contemplativo e contemplativa per la promozione integrale dell’uomo è quello di rimanere veramente dei contemplativi. E un cenno alla persona e al ruolo di Maria nella vostra vita? Basilio e Antonio Due santi che hanno inciso profondamente sul popolo cristiano a cura di Giordano Favillini mondo non solo con la celebrazione eucaristica ma specialmente con l’ufficio divino.”(n. 83). “Il divino ufficio… è veramente la voce della sposa che parla allo sposo, anzi è la preghiera che Cristo unito al suo corpo eleva al Padre. (n. 84) Tutti coloro pertanto che compiono questa preghiera… stanno davanti al trono di Dio in nome della Madre Chiesa (n. 85). Questi passaggi della costituzione conciliare sono la proclamazione di come la preghiera della Liturgia delle ore non è tanto una forma personale di colloquio con Dio ma la preghiera di Gesù che continua nel tempo attraverso la voce e il cuore dei cristiani che costituiscono il corpo vivente di Cristo nella storia. Questa preghiera della chiesa e di Gesù è il riflesso della lode che continuamente nel cielo viene fatta dagli angeli, dai santi e da tutti coloro che sono davanti alla gloria di Dio, dunque essa è anche un legame concreto di comunione fra la chiesa terrestre e quella celeste, ci ricorda la dimensione trascendente della chiesa, essa non è soltanto una istituzione ma un grande mistero di comunione che va al di là del tempo e dello spazio.Tutto questo ci porta dunque a considerare l’importanza vitale della Liturgia delle ore e la preghiera per la nostra vita di fede insieme alle varie attività pastorali, alla cura delle strutture, alle opere caritative. Il mondo si serve non solo con le attività ma anche dando voce alla preghiera di Cristo, facendo risuonare i salmi che sono la preghiera di Gesù che lui usava e conosceva tutti a memoria e che ha pregato nei vari momenti della sua vita, vedi il salmo 21 che pregò sulla croce. La tradizione monastica prima, il concilio oggi ci ricordano di esercitare questo ministero della lode e dell’intercessione che sono indispensabili per la salvezza del mondo, perciò quelle comunità, i monaci, i religiosi, nel tempo impiegato per la preghiera comune della liturgia delle ore essi svolgono un servizio non quantificabile immediatamente ma utile e necessario come quei servizi pastorali, sociali e culturali per cui ci diamo tanto daffare occupando gran parte del nostro tempo. Quando nella chiesa si prega l’ufficio divino si integra tutta l’attività pratica di coloro che operano pastoralmente, che lavorano nelle varie attività umane, che soffrono, che studiano che operano in qualsiasi modo nella società. Siccome ciascuno non può fare tutto, allora in una visione di fede l’attività di ciascun membro della chiesa si integra con ciò che gli altri compiono: chi prega non lo fa solo per se stesso ma rappresenta tutti e quel suo stare davanti a Dio è anche per chi opera socialmente e non può farlo. Il monaco è per la chiesa e il mondo, gli oranti esprimono quella dimensione profondamente cristologica dell’intercessione e del dialogo col Padre che è l’anima della chiesa. Credo sia molto importante che nella chiesa locale la preghiera liturgica dell’ufficio divino sia realizzata pubblicamente ogni giorno e resa visibile quotidianamente in modo da permettere alle persone di ricordasi che la dimensione della vita cristiana è costituita anche da una apertura orante a Dio da realizzarsi con i tempi di preghiera e non solo da una attività di impegno materiale o intellettuale, perché ci sia equilibrio e la chiesa sia veramente quella che è importante sostenere e promuovere anche a livello di chiesa locale quelle realtà che esprimono e vivono la dimensione orante che secondo il magistero di S.Teresa di Lisieux sono il cuore della stessa chiesa. Se nelle nostre chiese venisse meno questa dimensione verrebbe a mancare una componente essenziale e costitutiva della sua identità. In questa prospettiva si situano 9 Semplice e doveroso! La sua presenza tra di noi è quella della Madre alle nozze di Cana: lei si sente responsabile delle nostre nozze, non vuole che manchi la gioia, ci dice con autorità di materna “Fate tutto quello che Lui vi dirà”. «Il mondo ha bisogno della vostra testimonianza fedele e gioiosa», scrivono i vescovi. Un augurio per tutti i consacrati, in questo giorno? La base che fa possibile e credibile l’impegno del consacrato è la fede. La fede è il sostegno senza il quale è impossibile dare un senso alla vita di ogni uomo. Proseguiamo dunque il nostro cammino di conversione iniziato con la consacrazione, sempre saldi nella fede, gioiosi nella speranza, rinnovati nell’amore. Daniela Raspollini le fraternità di Gerusalemme nella varie città dove si trovano a vivere, esse si collocano nel cuore della chiesa locale e della città per esprimere questa dimensione orante della chiesa, il nome stesso Gerusalemme sta a significare il legame attraverso la lode fra la città terrena e la città del cielo, la santa Gerusalemme che Giovanni ci descrive nell’apocalisse e la città terrena in cui ci troviamo a vivere. Nelle nostre città le comunità di vita contemplativa si stanno riducendo di numero,così pure le comunità religiose, molti credenti influenzati da una certa cultura efficientista e secolarista stanno perdendo il senso della vita spirituale e la dimensione della trascendenza vivendo un cristianesimo molto orizzontalista in cui tutto si riduce all’impegno nel sociale. Questo fatto può far cessare quel cuore della chiesa che è la Lode divina e la preghiera incessante e se cessa il cuore di battere chi porterà il sangue in tutti gli organi del corpo? Nella lettera “Novo millennio ineunte” si auspica che tutte le parrocchie diventi no scuole di preghiera e si preghi ogni giorno le lodi e i vespri, venendo meno i monasteri le comunità parrocchiali insieme alle nuove forme di vita monastica dovranno diventare questo cuore che continua nel tempo la preghiera di Gesù essere il cuore della chiesa. Spero che rinasca una nuova stima per la preghiera e per coloro che vi si dedicano in spirito di servizio per il bene dell’umanità. 10 comunità e territorio ANSALDO BREDA Vita La n. 5 3 Febbraio 2013 Lavoro Il dramma Problemi sui treni che collegano Amsterdam dei 19 dipendenti della Lg Plast a Bruxelles Da sei mesi senza stipendio e ammortizzatori sociali, alle prese con sfratti e bollette da pagare F Sospeso il servizio. La compagnia belga Nmbs ha dato tre mesi di tempo all’azienda italiana per risolvere il problema, pena la risoluzione del contratto di Patrizio Ceccarelli S ervizio sospeso per il treno ad alta velocità Fyra, prodotto dalla AnsaldoBreda, che unisce Bruxelles ad Amsterdam, dopo che un convoglio ha riportato consistenti danni, ed altri hanno perso pezzi durante il viaggio. Intanto la compagnia ferroviaria belga Nmbs ha dato all’azienda italiana tre mesi per risolvere i mal- funzionamenti, altrimenti romperà il contratto, che prevede l’acquisto di tre treni. Dopo le scuse dell’azienda, la scorsa settimana una squadra di tecnici ha viaggiato dalla sede di Pistoia ad Amsterdam per cercare di risolvere il problema. Nella capitale olandese al momento sono al lavoro una trentina di persone con l’obiettivo di far tornare in servizio il Fyra al più presto. La compagnia di trasporti olandese, che ha già acquistato nove treni, su una commessa di 16, per un valore di 21 milioni ciascuno, ha fatto sapere che «non acquisterà più alcun treno fino a quando non sarà dimostrato che il malfunzionamento è stato risolto». Intanto il consiglio d’amministrazione della compagnia belga Nmbs, che dovrebbe a sua volta procedere all’acquisto di 3 treni (la commessa è di 16 treni per parte olandese e 3 per parte belga), ha dato tre mesi all’AnsaldoBreda, per trovare una soluzione, pena la risoluzione del contratto. «In realtà - interviene Paolo Mattii, segretario provinciale di Fiom-Cgil - è stato riscontrato un problema di formazione di ghiaccio sotto la scocca che avrebbe causato dei problemi, ma siamo sicuri che verranno risolti al più presto. Sappiamo che una squadra di tecnici di AnsaldoBreda è già sul posto». Sulla vicenda è intervenuto anche il governatore della Toscana, Enrico Rossi. «Mi pare che Breda abbia risposto in modo puntuale e sufficientemente attento, mandando una squadra di 40 tecnici per risolvere la questione - ha detto Rossi -. Ma il problema è tale che forse, trattandosi di un’azienda di cui lo Stato detiene la golden share, un interessamento anche dei livelli politici non sarebbe sbagliato. Più che sollecitarlo, lo suggerisco». E il presidente della Camera di commercio di Pistoia, Stefano Morandi, è fiducioso sul buon esito della vicenda. «I difetti riscontrati sui treni V250 in Olanda sono convinto che siano fatalità, facilmente risolvibili - spiega -. Le nostre maestranze in passato si sono sempre dimostrate all’altezza delle situazioni e devo dire che non si sono mai registrati grandi inconvenienti». Sicurezza Arrivano rinforzi al comando dei carabineiri di Pistoia La decisione a seguito dei recenti episodi che hanno destato allarme nella popolazione I l Comando generale dell’Arma dei Carabinieri ha inviato, a disposizione del Comando Provinciale dei Carabinieri di Pistoia, 20 Carabinieri delle Compagnie di Intervento Operativo. Il rinforzo che sarà a tempo determinato, è scaturito a seguito dei recenti episodi che hanno destato allarme nella popolazione. L’aspettativa di maggiore sicurezza, formulata dai sindaci, in particolare da quelli di Quarrata e Montecatini Terme per la Valdinievole, sostenuta anche Prefetto di Pistoia, è stata condivisa dai vertici dell’Arma che ha consentito di ottenere i rinforzi che saranno utilizzati per il controllo del territorio. «Accolgo positivamente la notizia di questo rinforzo -ha commentato il sindaco di Quarrata Marco Mazzanti-. Nessuno di noi vuole istituire uno stato di polizia, ma è certamente una risposta concreta alle numerose richieste di sicurezza e maggior monitoraggio sempre più sentite dai nostri cittadini». Intanto la scorsa settimana si è svolta a Catena di Quarrata la fiaccolata per ricordare don Mario del Becaro, il parroco di Tizzana, massacrato di botte e ucciso la notte del 28 dicembre scorso, da banditi che miravano alla sua cassaforte, poi fuggiti a bordo della Fiat Punto del sacerdote, senza lasciare traccia. Ad organizzare la fiaccolata sono stati i suoi parrocchiani, che hanno sfilato numerosi, più di trecento, partendo dalla chiesa di Catena di Quarrata, una delle due parrocchie curate dal sacerdote ucciso. Gli abitanti della zona sono comprensibilmente scossi e impauriti, anche per gli altri gravi episodi che si sono susseguiti in questo ultimo mese. umata nera per i 19 lavoratori della «Lg Plast» di Agliana, da oltre sei mesi senza stipendio e senza ammortizzatori sociali. La scorsa settimana, nella sede della Uil di Pistoia, si è svolto l’incontro dei sindacati Cgil, Cisl e Uil, con la proprietà dell’azienda, presenti la Rsu e le maestranze. Erano attese decisioni, almeno per quanto riguarda la richiesta della cassa integrazione, ma la riunione si è conclusa con un nulla di fatto. Tutto è rinviato alla seconda settimana di febbraio. «La situazione è drammatica - ha detto a fine incontro Michele Gargini, di Filctem Cgil - ci sono lavoratori che hanno ricevuto lo sfratto perché non possono pagare l’affitto, altri che non possono utilizzare l’auto, perché non hanno i soldi per pagare l’assicurazione e la benzina». L’azienda si occupa di recupero di materie plastiche e la contraddizione che evidenziano i sindacati è che il lavoro ci sarebbe. «Chiediamo all’azienda - ha spiegato Marcello Familiari di Femca Cisl - un piano industriale credibile e il pagamento delle retribuzioni arretrate, che ad oggi per alcuni dipendenti ammontano ad otto». «Sono sei mesi che l’azienda rimanda il problema - ha aggiunto Adriano Valori, di Uilcem Uil -, oggi ci aspettavamo risposte positive, invece tutto è stato rinviato di una settimana o forse 15 giorni, in attesa di un partner che sarebbe interessato ad entrare nel cda. Nel frattempo non è possibile richiedere la cassa integrazione straordinaria, perché il bilancio del 2011 non è ancora stato approvato, e questo è un requisito necessario per poter richiedere la Cigs». «L’azienda - dice Erika Frosini, della Rsu - non ha mai dato risposte. È da settembre che non riscuotiamo più neppure la cassa integrazione, perché c’è sempre qualche documentazione che manca, sempre per colpa dell’azienda. Siamo stufi, alcuni di noi hanno lo sfratto, perché non riescono più a pagare l’affitto, altri sono costretti a chiedere aiuto alla Caritas per pagare le bollette. Sono due anni che ci vengono promesse soluzioni, che però non arrivano mai. Ci sono dei dipendenti che avanzano otto mensilità, almeno avessimo avuto la cassa integrazione in qualche modo avremmo fatto, ma così, non avendo niente, siamo in condizioni pietose». Emergenza lavoro I primi risultati del rischio occupazionale nel 2012 O ltre 9 mila colloqui. E’ questo, in sostanza, il numero relativo alle persone che nel corso del 2012 hanno sostenuto presso i Centri per l’impiego provinciali, il colloquio necessario per poter determinare il proprio rischio occupazionale.Tale cifra rappresenta circa un quarto del totale degli iscritti allo stato di disoccupazione e per la maggior parte donne con un’età media di 36 anni in possesso di una qualifica professionale, che ha lavorato in media almeno un anno negli ultimi 2 oltre che ad essere in possesso di un’istruzione/formazione attinente e con una buona esperienza lavorativa rispetto all’obiettivo professionale. “La valutazione del rischio occupazionale –dicono dal Servizio Politiche Attive del Lavoro della Provincia – è un nuovo strumento adottato dai nostri Servizi Provinciali che serve a promuovere le azioni maggiormente rispondenti alle effettive esigenze della persona. In sostanza durante i colloqui il nostro personale rileva una serie di indicatori come ètà, titolo di studio, esperienza lavorativa, conoscenza del mercato del lavoro con lo scopo di colmare alcune carenze e proporre degli interventi in grado di migliorare la probabilità della persona di trovare un lavoro.” Circa l’80% degli iscritti presentano un rischio occupazionale piuttosto alto e necessitano di intraprendere un percorso di formazione necessario per poter migliorare le proprie competenze. Di queste circa il 47% hanno deciso di usufruire dei servizi proposti dai Centri per l’Impiego e di essere accompagnate dal consulente personale mentre le restanti hanno deciso di proseguire autonomamente nella ricerca di un lavoro. Questi ultimi sono in prevalenza persone che hanno già maturato nel mondo del lavoro esperienze pluriennali ma proprio a causa di questo rischiano di essere meno motivate di altre nell’aggiornare le proprie competenze con il rischio maggiore di andare incontro nel tempo ad una disoccupazione di tipo strutturale. I più giovani ( in genere quelli sotto i 30 anni) hanno esperienze lavorative più brevi quindi minore formazione e necessitano per questo di farsi seguire nel percorso formativo al fine di migliorare la conoscenza del mercato del lavoro ed acquisire una maggiore capacità di autoaffermazione. “La valutazione del rischio –sottolineano di nuovo dalla Provincia – è molto utile in quanto permette tramite l’analisi dei dati di monitorare il potenziale di occupabilità del singolo lavoratore ma anche di elaborare informazioni utili per la progettazione di interventi di politica attiva del lavoro. Per questi motivi – concludono – stiamo lavorando all’introduzione di alcune misure rivolte ai giovani disoccupati affinché possano entrare nel mondo del lavoro proponendo le proprie idee e progetti direttamente alle imprese.” Edoardo Baroncelli Vita La 3 Febbraio 2013 “I piedi lontani” Lucia Focarelli Bugiani racconta le donne di Silvia Mauro D onne che riflettono su se stesse, sulla vita passata - spesso difficile - sugli amori e gli affetti perduti. Donne ad una svolta: alcune si aprono al futuro, mentre altre si perdono per sempre nel loro dolore. Sono queste le protagoniste di “I piedi lontani”, (Marco Del Bucchia Editore, 13 euro, 138 pagine), la piccola e deliziosa raccolta di racconti al femminile della scrittrice, artista e musicista pistoiese Lucia Focarelli Bugiani. “E’ un libro sull’amicizia”, ci dice l’autrice durante la presentazione del volume - sabato 19 gennaio alla Galleria Vannucci di Pistoia. “Non a caso si apre proprio con una lettera ad una cara amica che non c’è più e prosegue, poi, narrando storie di donne che ho realmente conosciuto o di cui mi hanno parlato. Storie vere, in cui però ho messo anche qualcosa di mio”. E, così, ritroviamo i tratti dell’autrice nell’amore delle protagoniste per la natura ed i suoi profumi – il mirto, il gelsomino, la lavanda - per le case che abitano e in cui si rifugiano - scrigni accoglienti, carichi di ricordi – per la pittura ed i colori, che tanto fanno parte anche della vita di Lucia. “I miei racconti li immagino colorati”, ci dice la scrit- trice, che che nel 1999 ha vinto il premio “Il Ceppo” e nel 2011 quello “Racconti nella rete”. Con pennellate sicure e precise - quelle di uno stile asciutto e conciso, che va dritto al cuore delle cose - Lucia Focarelli Bugiani ritrae, così, donne tutte prese dal proprio personale viaggio, avvolte nella malinconia o nella solitudine, talvolta nel rimpianto, ma aperte anche alla speranza o all’emozione di un nuovo amore. Tutte donne intente, comunque, a percorrere quello straordinario tragitto che è la vita. “Quanto abbiamo camminato in senso reale e metaforico, quanti pesi abbiamo sorretto! Di alcune compagne di viaggio ho cercato di raccontare la storia. Storie vere. Storie tristi, a volte, o addirittura disperate. Storie incredibili anche. Le dedico a tutte le donne che ho incontrato e incontro in questa mia vita. Per lavoro, per hobby, per caso. Sono tante. E sono tutte belle”, scrive l’autrice nella lettera dedicata all’amica scomparsa (suo il ritratto sulla copertina, ad opera della stessa scrittrice), che apre il volume. Racconti di tutti i giorni, senza U tempo, quelli di “I piedi lontani”, in cui chiunque può identificarsi con facilità, sentendosene toccato: ogni storia si chiude, infatti, con uno svelamento finale ed una piccola o grande riflessione per il lettore. “Le storie che scrivo crescono da sole e, a volte, sorprendono anche me”, conclude la scrittrice. interessi dei lettori. Il via lo scorso mercoledì 23 gennaio con “Settant’anni fa, ricordi lontani di un vecchio sanpierano” un tuffo nella storia di Agliana, proprio nell’anno del centenario della sua costituzione. Per ricordare o immaginarci com’era Agliana negli anni trenta. Il professor Arnaldo Nesti, è stata la guida d’eccezione in questo viaggio a ritroso raccontato dall’autore Viviano Becagli, insegnante di matematica e fisica nelle scuole superiori pistoiesi, che ha vissuto i suoi primi tredici anni ad Agliana, anzi, come dice lui stesso a “San Piero”. M. B. BANCHE L’ Lazzareschi entra nel cda di Caript assemblea ordinaria della Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia ha nominato un nuovo componente nel Consiglio di Amministrazione, Luigi Lazzareschi, amministratore delegato del Gruppo Sofidel, fra i principali player mondiali del settore cartario con 28 realtà societarie presenti in 13 Paesi. La nomina di Lazzareschi, il cui Gruppo (marchio Regina e altri) è sempre fortemente radicato sul territorio lucchese dove mantiene la propria sede direzionale, «testimonia la chiara volontà di Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia e del Gruppo Intesa Sanpaolo di coinvolgere il tessuto imprenditoriale locale nelle strategie di intervento sul territorio, Carnevale Pistoia come Venezia Maschere e figuranti animeranno il centro. Previsti L’ Incontri del mercoledì d´ arte, è un´ ulteriore attestazione di quanto, nonostante le ristrettezze economiche, la Biblioteca rimanga un importante presidio culturale per il nostro territorio”. Un mercoledì al mese, nei locali intitolati a “Laura Conti” (area ex coop, sopra la Casa della Salute a San Piero) alle 21, verrà presentato un libro, alla presenza dell’autore e di un esperto che avrà il compito di introdurre e accompagnare il percorso alla scoperta del testo. Caratteristica della programmazione è l´estrema varietà di generi: storia, fantasy, poesia, libri per bambini e musica, che permetterà di accontentare i diversi gusti ed 11 anche laboratori per bambini e un concerto BIBLIOTECA COMUNALE DI AGLIANA n libro, un autore, un esperto che presenta. E´ la formula degli incontri del mercoledì organizzati dalla biblioteca comunale Marcesini di Agliana. L´iniziativa è stata presentata dal sindaco Eleanna Ciampolini e da Paola Cipriani, consigliere comunale e delegata alla promozione delle attività culturali della Biblioteca. Prima dell’illustrazione da parte della consigliera Paola Cipriani dell’intero programma, Ciampolini ha ricordato come la Biblioteca di Agliana abbia un ruolo rilevante nel Comune sottolineando come “questa nuova iniziativa, che si affianca alle visite ai musei e alle collezioni comunità e territorio n. 5 che la banca sta attuando con la nuova organizzazione che si è data dal luglio scorso. Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia ha infatti avviato un percorso di crescita grazie all’ampliamento dell’area di operatività verso i territori di Lucca e Massa Carrara quale banca di riferimento del Gruppo Intesa Sanpaolo per la provincia di Pistoia e l’alta Toscana». idea è di realizzare una manifestazione che possa essere anche un’attrazione per i turisti, per rilanciare l’immagine di Pistoia all’interno di un progetto di sviluppo che valorizzi sempre di più le bellezze e i monumenti cittadini. Per questo gli appuntamenti di quest’anno del carnevale si svolgeranno in centro, e non solo. Il primo si svolgerà domenica 3 febbraio e per l’occasione piazza Duomo e tutto il centro storico si trasformeranno in un vero e proprio teatro all’aperto con spettacoli di danza, musica e sfilate. Figuranti in abiti d’epoca e con maschere-ritratti, che richiamano in parte il carnevale veneziano, saranno i protagonisti di un carnevale non rivolto solo ai bambini, ma in grado di trascinare e affascinare anche gli adulti. E’ dal borgo medioevale di Castiglion Fibocchi che Pistoia, invitando proprio l’ssociazione «I figli di Bocco», prende spunto per far vivere in maniera inusuale le vie attraverso uno spettacolo originale, che si annuncia di altissima qualità. Il secondo appuntamento con la manifestazione giocosa è previsto sabato 9 febbraio allo spazio della musica Mèlos. Nell’occasione i bambini potranno assistere allo spettacolo “Da Casa nasce cosa” a cura dell’associazione teatrale Tea di e con Chiara Falcone. Si tratta di uno spettacolo divertente e originale in cui storie famose come Cappuccetto rosso, I tre porcellini, Cenerentola, La cicala e la formica, verranno narrate e rappresentate attraverso l’uso di oggetti quotidiani che diventeranno i protagonisti. Ogni storia ha come ambientazione una parte specifica della casa. E’ così che in Cenerentola i protagonisti saranno scope e rastrelli e altri oggetti legati alla pulizia dei pavimenti, che rievocano parte del senso stesso della fiaba. Il terzo e quarto appuntamento si terranno domenica 10 febbraio. Dalle ore 10 alle ore 13 nella sala al piano terra dell’ufficio cultura, in via Sant’Andrea 16, l’associazione Orecchio Acerbo proporrà un laboratorio di costruzione di maschere e accessori di carnevale. La partecipazione è gratuita, ma è necessario prenotarsi a PistoiaInforma al numero verde 800-012146. Infine alle 16.30 al teatro Manzoni la Filarmonica Borgognoni eseguirà il Concerto d’inverno. L’ingresso è libero. PRESIDENZA E DIREZIONE GENERALE Largo Treviso, 3 - Pistoia - Tel. 0573.3633 - [email protected] - [email protected] SEDE PISTOIA Corso S. Fedi, 25 - Tel 0573 974011 - [email protected] FILIALI CHIAZZANO Via Pratese, 471 (PT) - Tel 0573 93591 - [email protected] PISTOIA Via F. D. Guerrazzi, 9 - Tel 0573 3633 - [email protected] MONTALE Piazza Giovanni XXIII, 1 - (PT) - Tel 0573 557313 - [email protected] MONTEMURLO Via Montales, 511 (PO) - Tel 0574 680830 - [email protected] SPAZZAVENTO Via Provinciale Lucchese, 404 (PT) - Tel 0573 570053 - [email protected] LA COLONNA Via Amendola, 21 - Pieve a Nievole (PT) - Tel 0572 954610 - [email protected] PRATO Via Mozza sul Gorone 1/3 - Tel 0574 461798 - [email protected] S. AGOSTINO Via G. Galvani 9/C-D- (PT) - Tel. 0573 935295 - [email protected] CAMPI BISENZIO Via Petrarca, 48 - Tel. 055 890196 - [email protected] BOTTEGONE Via Magellano, 9 (PT) - Tel. 0573 947126 - [email protected] 12 Vita La n. 5 3 Febbraio 2013 Arte e Poesia La via alla nonviolenza per la pace universale Nonviolenza e Pace al Museo Marino Marini di Leonardo Soldati N el libro di poesia ed arte “Il Segno e la Parola: Nonviolenza e Pace tra Novecento e Contemporaneità”, presentato al Museo Marino Marini di Pistoia – corso S. Fedi 28-30 (ex Convento del Tau), prende vita una metafisica della memoria individuale e collettiva che sfida la realtà tramite il segno e la parola, viste come strumento di rielaborazione della stessa. Arte e poesia attraversano le tragedie di due epoche, moderna e contemporanea, in cui convivono con risultati contraddittori e discutibili progresso culturale, tecnologico-scientifico, economico e sistemi democratici di là dalla loro piena attuazione. Arte e poesia hanno resistito al richiamo alla violenza, afferma il filosofo R. Walter Mutt, tengono viva la passione e la volontà umana a portare avanti la grande Utopia: una visione del mondo “antica quanto le montagne” come disse Gandhi. L’opera è stata presentata nell’ambito del programma d’iniziative dedicate alla nonviolenza ed alla pace, promosso da Venerabile Arciconfraternita “Con la Tares oneri ancora più pesanti per le imprese” U della Misericordia di Pistoia, Centro Culturale “Il Tempio”, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea, Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia, patrocinate da Comune e Provincia di Pistoia, con un intervento su arte, letteratura e memoria storica da parte del presidente dell’Istituto Storico provinciale della Resistenza, Roberto Barontini, e di Ugo Barlozzetti storico dell’arte. Sono seguite letture di testi poetici del libro da parte di Valeria Catignani, il volume è stato donato agli studenti degli istituti superiori pistoiesi aderenti al Viaggio della Memoria ad Auschwitz. Si è tenuta inoltre la mostra di disegni della serie “Fosse comuni” del pittore e scultore pistoiese Flavio Bartolozzi, che recentemente ha esposto alcune sue opere a Pechino e Shangai. Proiettato infine il video d’arte e poesia di Stefano Biagioli e Madhavi Partini “Flavio Bartolozzi-Lawrence Ferlinghetti: un’immagine del mondo tra engagement nonviolento e lirismo puro”, prendendo spunto da una ricerca del filosofo R.Walter Mutt, co un intervento dello storico dell’arte Roberto Agnoletti. È stata un’occasione per riflettere su poesia e arte quali «forme etiche di Resistenza alla paralisi spirituale e all’ottundimento repressivo –come scrive Mutt- cui è sottoposto l’uomo nella nostra era ipertecnologica, opponendo alla violenza la via alla nonviolenza quale strumento ideale e attivo di liberazione individuale e collettiva in preparazione alla Pace Universale». n’altra tassa a danno delle imprese: la Tares inciderà sui già magri bilanci di aziende e famiglie molto più dell’at- tuale Tia. E’ questa la novità più preoccupante emersa dagli incontri tecnici con diverse amministrazioni comunali avvenuti in questi giorni. “Una prima certezza _ afferma Silvia Marengo, responsabile dell’ufficio ambiente e sicurezza di Confartigianato Pistoia _ è che per ogni metro quadro di superficie già assoggettata alla Tia ci sarà un aumento di 30 centesimi. Come se non bastasse, l’Iva inclusa nella Tia sarà inglobata nella Tares, senza alcuna possibilità di essere recuperata. Tutto questo si traduce in costi importanti a carico soprattutto delle imprese che, diversamente dai privati, potevano scaricare l’Iva versata”. “L’unico segnale che ci conforta _ sottolinea il presidente di Confartigianato Pistoia Simone Balli _ è che il regolamento di applicazione, ad esempio per il Comune di Pistoia, sembra che verrà scritto consultando le categorie economiche e che quindi potremo rappresentare le difficoltà delle nostre aziende, cercando di arginare un problema che però fin da ora appare di difficilissima soluzione”. Da un punto di vista più tecnico mancano ancora molti elementi. Si sa che l’applicazione della Tares è già in vigore dal primo gennaio e che, per quanto riguarda il Comune di Pistoia, la prima rata di acconto si pagherà a luglio 2013 in proporzione rispetto alla tariffa pagata nel 2012. Intanto, intorno a marzo, a famiglie e aziende toccherà tirare fuori il denaro per pagare il saldo della Tia 2012. “Attualmente, peraltro, _ prosegue Silvia Marengo _ la norma prevede che anche le superfici esterne delle imprese siano assoggettate alla Tares per intero. E, come ci è stato riferito dall’amministrazione comunale pistoiese, su questo versante c’è poco spazio di manovra, a meno che la norma non venga rivista nel suo complesso: una revisione auspicata da tutti”. “Visto che i margini di intervento dei nostri amministratori locali sono abbastanza ristretti, _ conclude Simone Balli _ ci auguriamo che chi rappresenterà Pistoia nel nuovo parlamento riesca a mettere tra le priorità la revisione dell’intera norma”. spor t pistoiese IL PERSONAGGIO Falasca, uomo di chiesa e preparatore doc U La denuncia di Confartigianato Pistoia omo di chiesa e uomo di sport. Ci sono cattolici che vivono lo sport con i loro valori, non lasciandosi trascinare dalla massa o dai falsi miti del tempo, uno su tutti vincere costi quel costi: uno di questi è il conosciuto e apprezzato preparatore atletico Marco Falasca (nella foto ai tempi della sua esperienza barese). Dopo qualche anno d’assenza, dedicato alla famiglia e ad altre discipline sportive che ha praticato e ama da sempre (in primis la pallavolo), Marco Falasca è tornato nel calcio che conta. Lui, a più riprese protagonista nella Pistoiese di un altro splendido professionista, il medico sportivo Edoardo Cantilena, sposato con Sabrina e padre di 4 ragazzini, un passato anche all’Aglianese, al Genoa, Olbia, Viterbese, Bari, Ivrea, Rimini, Avellino e Frosinone, è stato chiamato, assieme all’amico/allenatore Guido Carboni, fratello di Amedeo, opinionista sportivo di mediaset premium ed ex calciatore e diesse del Valencia, a risollevare le sorti del Benevento, precipitato nella zona medio-bassa della classifica del girone B del campionato di Prima divisione. Carboni e Falasca hanno esordito alla grande: la loro squadra, infatti, ha piegato 2-0 il Catanzaro davanti al pubblico amico. Originario di Larciano, ma residente a Seano, cattolico convinto, amico e collaboratore prezioso di tanti sacerdoti della nostra diocesi, è uno dei preparatori atletici più popolari e stimati del calcio italiano. “Ho impiegato questo tempo distante dall’universo-pallone -ha raccontato- per stare più vicino alla famiglia, alla parrocchia, a coloro che mi vogliono bene e a tutti quanti mi hanno chiesto una mano. È innegabile che l’attività professionale ad alto livello mi mancasse: ora spero di far bene in una piazza calda e importante come quella campana. Ma è altrettanto vero che la vita, l’esistenza vera ha tante sfaccettature, e non è solo sport professionistico”. Affabile e disponibile, Falasca non si è mai negato: sempre presente a iniziative che tendono a ricercare uno sport dal volto umano, lontane dai disvalori odierni, in primis doping e scommesse, come quelle organizzate dal gruppo sorto nel 2009 sul social network Facebook “Quelli che sono nati con i servizi della domenica sportiva di Beppe Viola”, il nostro ha portato la sua testimonianza di fede, orgoglioso di essere un uomo nato, cresciuto e maturato nei campetti degli oratori. Gianluca Barni Calcio - Basket Tempi Supplementari I di Enzo Cabella l presidente della Pistoiese, Orazio Ferrari, dopo aver lanciato tuoni e fulmini contro tutti e tutto, si è accorto di aver esagerato. Al termine della sfortunata partita col Tuttocuoio, aveva usato parole di fuoco contro la classe arbitrale e il mondo del calcio, che aveva definito ‘marcio’, dicendo di non essere più disposto a farsi prendere in giro. Aveva detto quelle cose sull’onda dell’emotività e in preda alla delusione e alla rabbia più cocenti per la sconfitta e aveva annunciato di aver rassegnato le dimissioni, minacciando addirittura di ritirare la squadra dal campionato. La notte gli ha portato consiglio. Il giorno dopo Ferrari si è (in parte) pentito e scusato con la città per il suo sfogo, assicurando che la squadra avrebbe continuato il campionato, ma non avrebbe ritirato le dimissioni. Nella sua accesa filippica, oltre a rilevare che l’arbitro è stato avverso e prevenuto nei riguardi della Pistoiese, probabilmente si è reso conto che con la sconfitta col Tuttocuoio la promozione era del tutto svanita e che sarebbe stato difficilissimo vincere i playoff. Ferrari, che ha rilevato la Pistoiese tre anni fa, è una persona ambiziosa, che vive anche di protagonismo. C’è riuscito il primo anno a dominare il campionato di Eccellenza, ma nei due campionati di serie D successivi le sue ambizioni si sono scontrate con avversari più forti. Lo scorso anno la squadra è finita al settimo posto dopo aver risalito la classifica dall’ultimo posto al termine del girone d’andata; quest’anno ha trovato rivali più forti, con blasone e storia illustri, come Piacenza, Lucchese, Massese, Spal. Sono state due sconfitte, troppe per Ferrari. Perso l’autobus per la promozione, ora la Pistoiese cercherà di terminare dignitosamente il campionato. Chi non finisce di stupire è il Pistoia Basket. La squadra di coach Moretti, pur avendo avuto una lunga serie di infortuni, è ancora in testa alla classifica, tesdtimonianza non solo di valori tecnici ma anche di doti morali. Nell’ultima partita contro Forlì aveva Hicks infortunato, Galanda e Cortese a mezzo servizio, recuperati da infortuni, e il ‘new entry’ Rullo che non si allenava da due mesi. C’era il rischio di perdere l’imbattibilità casalinga. La squadra, però, ha saputo reagire al meglio ed è venuta a capo di un match complicato, sfoderando un eccellente finale di gara che le ha permesso di vincere e di restare in vetta alla classifica. Tutti si chiedono dove potrà arrivare il Pistoia Basket. Da quanto ha fatto vedere nel girone d’andata possiamo essere ottimisti: quando potrà di nuovo puntare su tutti gli effettivi, pensiamo che sia la squadra più forte. Vita La 3 Febbraio 2013 dall’Italia n. 5 FINANZA CREATIVA I derivati? Un meteorite I l “caso” Montepaschi di Siena - una banca mal gestita da tempo e che ora si scopre con i conti non in regola - rimette sotto i riflettori una montagna gigantesca che, però, rimane incredibilmente nell’ombra dell’economia internazionale: la cosiddetta “finanza creativa”. Anzi no: incredibilmente non è l’avverbio giusto, perché è proprio l’ombra, l’humus ideale in cui prospera la famiglia dei derivati. Dell’oscurità ha assoluta necessità, per varie ragioni. E nell’oscurità è meglio che tutto sommato rimanga. Se fosse chiara a tutti l’entità delle sue dimensioni, l’impatto sul mondo sarebbe paragonabile a quello di un meteorite. Esageriamo? Per nulla. Su questo pianeta circolano oltre 600mila miliardi di dollari di derivati. Cifra incomprensibile da quanto appare astronomica. Quantifichiamola meglio: siamo attorno a dieci volte la ricchezza prodotta nel mondo in un anno. Ma è tutta carta, dentro la quale stanno i nostri destini. L’uomo cominciò con il commerciare le proprie eccedenze agricole in regime di baratto: poi s’inventò i metalli preziosi, quindi le monete, infine la carta moneta ormai sostanzialmente sganciata da qualsiasi valore sottostante (in teoria, c’è l’oro). Con i soldi, ridotti a numeri nei computer, chi li maneggia può fare molte cose, la più attraente C’ è stata una battaglia, nei cieli di Ustica, e fu un missile ad abbattere il Dc9 dell’Itavia, il 27 giugno 1980. Questa la conclusione a cui è giunta la terza sezione civile della Corte di Cassazione, nella sentenza con cui ha confermato la condanna dei ministeri della difesa e dei trasporti a risarcire tre familiari delle vittime della strage. Intanto l’Associazione familiari delle vittime chiede allo Stato di percorrere l’ultimo miglio verso la verità, sollecitando le risposte da Francia e Stati Uniti. C’è stata una battaglia, nei cieli di Ustica, e fu un missile ad abbattere il Dc9 dell’Itavia, il 27 giugno 1980. Questa la conclusione a cui è giunta ieri la terza sezione civile della Corte di Cassazione, nella sentenza con cui ha confermato la condanna dei ministeri della difesa e dei trasporti a risarcire tre familiari delle vittime della strage. La Suprema Corte ha stabilito che “è pacifico l’obbligo delle amministrazioni ricorrenti di assicurare la sicurezza dei voli” ed “è abbondantemente e congruamente motivata la tesi del missile” accolta dalla Corte d’appello di Palermo nel primo verdetto sui risarcimenti ai familiari delle vittime depositato il 14 giugno 2010. Al riguardo, abbiamo intervistato Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica. Una gigantesca bisca. In ballo 600mila miliardi di dollari. Mps, un caso serio di Nicola Salvagnin delle quali è quella di far germinare altri soldi. Già, ma i percorsi classici (investimenti economici, finanziamenti, mutui…) hanno vari “difetti”: la rischiosità, anzitutto, e - negli ultimi anni - la lentezza nel fruttare utili per quella fetta di mondo (banche, finanziarie, fondi d’investimento, anche aziende) che vuole moltissimo e subito. Da qui l’invenzione di strumenti finanziari con vari scopi, da quello di suddividere i rischi d’investimento in maniera esponenziale (vedi i mutui subprime americani) a quello di speculare sopra qualsiasi cosa: il prezzo delle arance, l’andamento di un indice finanziario, il numero di fallimenti pronosticato in un Paese… Su tutto, come in una gigantesca bisca dove c’è chi vince e chi perde puntando chi sul nero, chi sul rosso di infinite roulette. Questi derivati hanno appunto due caratteristiche: sono un’infinità tale che nessuno al mondo ha in realtà un’idea precisa della loro dimensione; per loro natura massimizzano profitti (e perdite). Possono renderti ricchissimo anche in pochi minuti; possono mandare in malora una primaria banca internazionale, una multinazionale solida, un intero Paese. I primi dieci anni del Duemila saranno ricordati nella Storia come gli anni delle follie finanziarie su scala planetaria. Purtroppo anche l’attuale decennio non appare im- USTICA All’ultimo miglio L’Associazione familiari delle vittime chiede di sollecitare risposte da Francia e Usa di Francesco Rossi I familiari delle vittime come hanno accolto la pronuncia della Cassazione? “Innanzitutto facciamo chiarezza: la sentenza riguarda un procedimento aperto da solo tre parenti delle vittime. Solo a costoro (che sono stati i primi a rivolgersi al giudice civile e ai quali hanno poi fatto seguito quasi tutti gli altri familiari, ndr), quindi, si riferisce il risarcimento. L’importante, però, è che un tribunale civile abbia accettato le conclusioni del giudice Priore del 1999, secondo le quali il Dc9 è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea, a causa di un missile che l’ha attraversato. Proprio perché ha riconosciuto come giusta quella ricostruzione, la Cassazione non ha potuto che confermare la condanna dei ministeri competenti, che dovevano vedere gli aerei in volo quella sera, comunicare eventuali cambi di rotta ai piloti del Dc9 e, in fin dei conti, prevenire il dramma”. civile? “Sì, solo lo scorso anno è giunta a sentenza, al Tribunale di Palermo, una causa intentata da più di 80 parenti, e le cui conclusioni sono le medesime. Ma l’Avvocatura dello Stato anche qui ha fatto ricorso in appello, per non pagare”. Una scelta che lei non condivide… “Invece di andare contro ai procedimenti avviati dai parenti, perché il governo non manda la diplomazia per far sì che gli Stati stranieri rispondano ai nostri giudici, secondo quelle rogatorie sollevate già dal 2007, quando Cossiga cominciò a dire la sua verità? Questa sentenza ci dà la forza di tornare a premere sul governo affinché faccia il passo necessario che oggi è ineludibile per la dignità nazionale. Perché continuare a subire questa onta e non pretendere la verità? È squallido che gli altri Paesi ci trattino in questo modo”. questa sentenza a quella penale della Cassazione del 2007 che assolse i generali autori – secondo l’accusa – dei depistaggi. Cosa ne pensa? “I vertici dell’aeronautica vennero incriminati per alto tradimento e non depistaggio, termine che non figura nel nostro codice penale. Questo reato non è stato riconosciuto loro, ma la storia è lunga… L’alto tradimento, prevedendo una pena fino all’ergastolo, era l’unico reato non prescrittibile. Ma il giudice Priore, oltre a questi quattro, rinviò a giudizio una settantina di persone per falsa testimonianza, distruzione delle prove e così via. Per questi ultimi, però, è intervenuta la prescrizione. Mentre, per gli accusati di alto tradimento, in sede penale non si è riusciti a dimostrare che loro avevano partecipato e visto i tracciati dai quali era possibile capire cosa stava succedendo, complici i depistaggi compiuti”. A questa sentenza ne seguiranno altre sul piano C’è chi, come lo stesso giudice Priore, contrappone Sul piano penale a che punto siamo? 13 mune, perché nessuno sa più come si possa contenere questa colossale montagna di fittizia ricchezza. Se alla fine qualcuno vince e incassa, qualcun altro deve perdere e pagare. Già: chi? E quanto? Questo è il turno di Montepaschi, dove i derivati sono stati usati per operazioni ora al vaglio delle autorità preposte. Non ci sono enormi cifre in ballo, ma l’istituto di Siena non è certo in grado di farvi fronte, ad oggi. O salta il Monte, o lo salva lo Stato che vi ha già da tempo immesso qualche miliardo di euro per sostenere (non a fondo perduto) la più antica banca del mondo. Il resto degli istituti italiani ha in corpo qualcosa come 200 miliardi di derivati, scommesse che speriamo nessuno perda altrimenti sarebbero guai. Né può consolarci il fatto che altre banche mondiali di altissimo lignaggio siano zeppe all’inverosimile (altro che noi!) di questi prodotti finanziari: come abbiamo visto con il crack americano del 2008, ormai il mondo è totalmente connesso. E un mal di pancia locale duole poi a livello globale. Figuriamoci un tumore come i derivati fuori controllo. Che fare? Affidarsi alla responsabilità di Paesi, istituzioni internazionali, singoli operatori. Esiste questo senso di responsabilità? Per ora no. Esistono norme internazionali che regolino il tutto? Per ora no. Esiste infine una consapevolezza generale sulla bomba su cui siamo seduti? Per ora no. Per paradosso, forse è meglio così. Ma il sistema finanziario mondiale così come i potenti del mondo, sino a quando potranno continuare a nascondere la polvere sotto il tappeto? “I giudici romani nel 2007, dopo le dichiarazioni di Cossiga, hanno riaperto le indagini chiedendo rogatorie alla Francia e all’America. Ma bisogna sollecitare risposte, finora assenti”. Secondo lei sarà possibile giungere a risposte che possano fare luce sulla verità? “Certo, ma serve un impegno congiunto di parenti delle vittime, opinione pubblica e organi d’informazione, al fine di spingere il governo a occuparsene. Non si può non andare avanti: questa verità dipende dagli uomini, e anche se chi è responsabile di quanto successo quella sera in qualche parte del mondo ha ancora potere, dopo 32 anni ci vuole la forza politica di stanarlo”. Per mettere un punto fermo sulle stragi di quegli anni – da quella alla stazione di Bologna all’Italicus, fino appunto al Dc9 – si parla ancora della necessità di togliere il segreto di Stato… “Non ha alcun senso parlare di segreto di Stato, né per questa, né per le altre tristi vicende. Non si può porre il segreto di Stato sulle stragi, ed è assurdo farvi riferimento, come se la verità fosse dentro a un cassetto. È una banalità che porta la gente a non mobilitarsi e, in fin dei conti, a rassegnarsi e non cercare più la verità”. 14 dall’italia U na “sinergia forte tra mondo del volontariato e amministrazioni pubbliche” per fare in modo che episodi del genere non si ripetano più. All’indomani della morte, in un rogo, di due clochard in un sottopasso a Roma, questa la richiesta alle istituzioni di monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana di Roma, in una nostra intervista. I corpi delle due persone, probabilmente somali, sono stati ritrovati in una piccola nicchia in un tunnel del Muro Torto, a due passi da via Veneto. Si pensa che siano morti a causa del fuoco acceso per riscaldarsi dal freddo della notte. La Comunità di Sant’Egidio ha espresso dolore e suggerito “di aumentare gli sforzi per rispondere ad un’area di disagio che con l’inverno e la crisi economica si è andata allargando”. Anche le Acli di Roma, il Ceis di don Mario Picchi, l’Unitalsi di Roma e il Bancofarmaceutico-Roma hanno chiesto “un censimento di tutti i luoghi di povertà nascosta”, per “individuare con maggiore celerità le emergenze” e “intervenire preventivamente con la distribuzione di coperte e pasti caldi”. Nella capitale secondo la Caritas di Roma - almeno 5-6.000 persone dormono in rifugi di fortuna. Durante l’inverno i posti letto a disposizione sono 2.800, di cui la metà gestiti da parrocchie, enti benefici, volontari. A Roma ancora due clochard morti tragicamente. Come reagisce la Caritas di Roma? “Due persone che muoiono in un sottopassaggio mentre sopra, a via Veneto, ci sono i tavolini per i brindisi e le feste. È un fatto emblematico: chi sta sopra non si rende conto di cosa succede sotto. Questo è il dramma più grande: non aprire gli occhi davanti alle situazioni di difficoltà in cui vivono tantissime persone a Roma. Nemmeno noi riusciamo ad accogliere le tante persone con problemi psichiatrici che vivono sulla strada, perché non ci sono gli strumenti per aiutarle”. C’è indifferenza sulla sorte dei più poveri? “Non c’è indifferenza sulla singola situazione ma in generale. È come se la presenza dei clochard fosse accettata come strutturale. I sottopassi da tanti anni sono diventati i ricoveri per gli ‘uomini randagi’: è una brutta espressione ma purtroppo è questa la percezione della gente. Nella zona della stazione Termini, ad esempio, ci sono tantissime persone che dormono in strada e tanti ci passano vicino. I nostri operatori girano la notte e stanno vicino a quelli che hanno più bisogno, ma non ce la fanno ad aiutare tutti, non sappiamo più dove metterli. Più di dare una coperta e qualcosa di caldo non possiamo fare. Ma è come mettere l’acqua dentro un secchio bucato. E poi ogni anno si parla dell’emergenza freddo. Questo dimostra una carenza di lungimiranza, perché ogni anno è normale che ci sia il freddo e il caldo. Una società dovrebbe essere capace di prevedere queste difficoltà”. Cosa le preoccupa di più tra le tante emergenze? “Sono molto preoccupato perché alla fine di febbraio saranno chiusi tutti i centri che hanno accolto Vita La n. 5 3 Febbraio 2013 CLOCHARD MORTI A ROMA Fatto emblematico le persone venute per l’emergenza Nord Africa. Quando chiuderanno i centri dove andranno? Si riverseranno soprattutto nelle grandi città. Bisogna avere le capacità di vedere, prevedere e attrezzarsi”. Nella capitale, secondo la Caritas di Roma, almeno 5-6.000 persone dormono in rifugi di fortuna di Patrizia Caiffa “D all’obiezione di coscienza alla coscienza dell’obiezione” è il percorso offerto dal convegno organizzato dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, Caritas italiana e Pax Christi, che si è svolto sabato 26 gennaio a Roma. Un incontro che, a quarant’anni dal riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza al servizio militare in Italia (Legge 772 del 1972), intende “ricordare il contributo dei cattolici italiani nell’impegno per il riconoscimento del diritto all’obiezione al militare e nell’organizzazione del servizio civile quale occasione di educazione dei giovani alla pace e alla solidarietà”. Dalla legge al desiderio “L’obiezione di coscienza è un fatto civile che dichiara la connessione con quella capacità di rendere buona la vita promessa da Gesù”. È quanto ribadito da mons. Giovanni Giudici, presidente di Pax Christi Italia, ricordando l’invito del Vangelo a “prendere sempre delle scelte di incontro e di dialogo con l’altro”: per questo “la legge che chiede di dover difendere la propria terra va intesa dal cristiano come desiderio di vita”, ha precisato il vescovo, ed è dunque “questa la prospettiva che ha portato i cattolici a porsi il problema della guerra e dell’uso delle armi in maniera nuova”, cioè “seguendo il desiderio profondo del cuore che ci invita a incontrare l’altro”. Mons. Giuseppe Merisi, Vi sentite impotenti di fronte a tanti bisogni? “Certo. Noi abbiamo a disposizione solo 400/500 posti letto. Non abbiamo aiuti, impieghiamo anni per ottenere i permessi. Non siamo facilitati e spinti, non c’è un atteggiamento di supporto e aiuto. Una delle grandi carenze è che si fanno iniziative solo per sostenere argomentazioni di tipo elettorale. Come a Tor de Cenci, nella zona dove è stato sgomberato il campo nomadi: non si può pensare di costruire una pista di go kart dove prima c’erano i container per accogliere le persone”. Cosa auspica? “Una sinergia forte tra mondo del volontariato e istituzioni. Servono osmosi, dialogo, colloquio. Il volontariato non ce la fa da solo a rispondere a tutti i bisogni. Ora stiamo correndo dietro alle situazioni cercando di mettere delle toppe, ma così non si risolvono i problemi. L’incapacità di ascoltare sta a monte. Le amministrazioni pubbliche devono attivarsi, perché stanno aumentando le persone che vivono in strada. Serve un confronto operativo sulle questioni concrete, non un dialogo fatto di complimenti; una programmazione a lungo termine, non solo nell’immediato. C’è il numero verde del Comune, ma quando si telefona rispondono che è tutto pieno. Ma bisognerà pure fare qualcosa.Abbiamo la vecchia Fiera di Roma: perché non programmare in quell’area un discorso di accoglienza? Invece si sente dire che le intenzioni sono altre”. Eppure esistono tante caserme e altri edifici dismessi… “Certo, mi rendo conto che il posto da solo non basta. Servono soldi per la ristrutturazione, per la gestione. So che per un’amministrazione i costi, soprattutto del personale, sono alti, da sola non ce la farebbe. Per questo bisogna che ci sia una sussidiarietà, un’interfaccia tra pubblico e volontariato. Faccio un esempio: giorni fa alla mensa di Colle Oppio avevamo solo due operatori e una trentina di volontari.Abbiamo distribuito 520 pasti.Abbiamo potuto farlo perché abbiamo tantissimi volontari. Altrimenti dovremmo chiudere. La grande forza della città di Roma è la presenza di migliaia di volontari. È un aiuto enorme. Gli amministratori dovrebbero capire che questa forza non deve essere messa da parte. Va aiutata non a parole, ma con i fatti”. SCELTA DI PACE L’obiezione è viva Un bilancio a quarant’anni dalla Legge 772. L’attualità del servizio civile presidente di Caritas italiana, la prima istituzione ecclesiale a firmare nel 1977 una convenzione col Ministero della Difesa per lo svolgimento del servizio civile alternativo alla leva, ha rimarcato il ruolo di un servizio “oggi in grave difficoltà”: tutelare il servizio civile, ha detto, significa “credere nei giovani, dare loro la possibilità di impegnarsi per il bene comune, formarli a una cittadinanza attiva, responsabile e solidale”, è dunque compiere “il migliore investimento per il nostro Paese”. La speranza nei giovani Nel corso della giornata è stata ripercorsa l’esperienza che ha portato alla Legge 772, anche attraverso le testimonianze di chi ha affrontato il carcere da “sovversivo”: dalla prima marcia di capodanno per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza promossa da Pax Christi nel 1968, ai giovani stranieri che negli anni Sessanta giungevano alla Comunità per disabili di Capodarco, che proprio in quegli anni iniziava i primi corsi di formazione per obiettori. Un servizio, come ha sottolineato don Franco Monterubbianesi, fondatore di Capodarco, che richiama al “senso di una Chiesa viva, strumento per i poveri e i deboli”: “i giovani – ha preci- sato – sono la speranza incarnata, portatori della virtù bambina”, ai quali “la comunità ecclesiale deve dare”, anche grazie al servizio civile, “la capacità di camminare davanti a noi che offriamo la mano forte della fede e della carità”. – ha chiarificato il teologo parafrasando il documento conciliare -: la pace è un edificio che poggia sulla verità, intesa come realtà autentica di ogni essere umano, che sancisce la non superiorità di uno verso un altro”. La “rivoluzione” Una nuova idea di difesa Quale può essere l’attualità degli ideali perseguiti dagli obiettori di coscienza, oggi che la leva obbligatoria è stata abolita? Quali eredità hanno lasciato alla Chiesa italiana i movimenti non-violenti che hanno permesso l’attuazione della Legge 772? A raccontare il passaggio “dall’eredità ricevuta” alle “infinite possibilità” offerte dai tanti movimenti laici ed ecclesiali, i volontari del movimento dei Caschi Bianchi, nato circa venti anni fa in comunione con Caritas Italiana, Focsiv e Comunità Papa Giovanni XXIII, per “far fruttare una scelta di pace in zone di conflitto”; ma anche i ragazzi de “Il collettivo” di Pax Christi, impegnati nel “portare la costruzione della pace nelle scuole e tra i giovani”; e poi “Libera” che insieme a altre associazioni contribuiscono a “riformulare l’obiezione”, a “ripensare a un concetto di difesa del Paese che passi per educazione e legalità”, per una “autentica difesa della Patria”. della pace A offrire un contributo teologico e storico all’incontro, padre Luigi Lorenzetti, già presidente dell’Associazione teologica italiana per lo studio della morale, il quale ha messo in evidenza la novità del Concilio Vaticano II che, con la “Gaudium et Spes”, “si è posta per la prima volta la domanda su cosa sia la pace”, fino a quel momento “sempre assorbita alla guerra, posta in relazione a essa, come un’assenza di essa o come intervallo tra un conflitto e l’altro”: ma, ha chiarito il gesuita, già “il collegamento tra giustizia e guerra era stato interrotto in maniera rivoluzionaria da Giovanni XXIII” con l’enciclica “Pacem in Terris”. Un concetto ribadito dalla “Gaudium et spes” che parla “per la prima volta” della “pace terrena, immagine e causa della pace celeste”: “la pace terrena – ha spiegato padre Lorenzetti – è dunque un dono che viene dall’alto e che richiede responsabilità”. “Per costruire la pace non basta negare la guerra Vita La D opo anni di completa passività politica , si è trasformata in una possente prova di forza la manifestazione organizzata a Gaza da al-Fatah nel 48.mo anniversario della sua fondazione. Una prova di forza, quella di inizio gennaio, che costringera’ Hamas, maggioritaria a Gaza, a riflettere sul proprio ruolo all’interno del mosaico palestinese. “E’ stata una vera ‘milionya’!”, ha esclamato con trasporto un dirigente di al-Fatah alla vista della folla immensa che ha invaso fin dalla prima mattina le vie del centro, riferisce Sami al-Ajrami.‘Milionya’ è un termine coniato dai dimostranti egiziani di piazza alTahrir per quantificare, magari esagerando enfaticamente, la determinazione delle masse. Una grande manifestazione, interrotta bruscamente dagli organizzatori, per la calca eccessiva e gli scontri esplosi all’improvviso sotto al palco: una rissa fra i sostenitori di Abu Mazen e quelli di Mohammed Dahlan, ex uomo forte di al-Fatah a Gaza, che vive in esilio, conclusa con una trentina di feriti. Rissa della quale, nella piazza stracolma, non molti si sono resi conto. Secondo stime meno enfatiche e più prudenti, in piazza c’erano centinaia di migliaia di persone, probabilmente mezzo milione, che fin dalla notte precedente si erano messe in marcia per assicurarsi un posto nella piazza al-Saraya o nelle sue vicinanze. Prevedendo ingorghi, molti sono arrivati a piedi trascinandosi dietro cortei di vecchi, donne e bambini: tutti N emmeno Margaret Thatcher aveva osato tanto: indire - come ha promesso il suo successore David Cameron - un referendum per decidere se restare o meno nella Comunità europea. Negli anni Ottanta la Lady di ferro aveva mostrato a più riprese le sue perplessità sull’integrazione politica, aveva ottenuto un considerevole “sconto” sul bilancio europeo, ma al contempo riconosceva i successi storicamente acquisiti dalla “casa comune”, a partire dalla pace, dalla creazione di una vasta area di democrazia e diritti, contrassegnata dalla crescita economica e da un coerente modello sociale di sviluppo. In epoca di profonda crisi economica, e di oggettive difficoltà per il cammino dell’Unione europea, l’attuale capo del governo di Londra sceglie un’altra strada: dimenticare il significato storico dell’integrazione, mettere da parte i principi che ne sono alla base, trascurare i pur obiettivi risultati ottenuti, per porre in primo piano gli esclusivi interessi nazionali. Nel discorso sullo stato dei rapporti tra Regno Unito e 3 Febbraio 2013 dall’estero n. 5 PALESTINA INVERNO EGIZIANO Abu Mazen conciliante verso altre fazioni Grande prova di forza a Gaza in occasione dell’anniversario della fondazione di Fatah di Angela Carusone agghindati con i grandi fazzoletti gialli di al-Fatah, che ancora di recente non potevano essere esposti pubblicamente nelle strade. Le bancarelle vendevano bandiere di al-Fatah a caro prezzo per il tenore d vita di Gaza, uno dei più bassi al mondo: 20 shekel (quattro euro). Eppure sono andate a ruba. Alla folla sono stati proposti anche palloncini gialli ed eleganti ‘keffyeh’, anche queste a sfondo giallo. L’attesa per l’evento e il timore di essere bloccati dal traffico erano tali che dalla città di Rafah (nel Sud della Striscia) gruppi di manifestanti hanno preferito raggiungere Gaza via mare: in tremila sono saliti su imbarcazioni più o meno affidabili per poi sbarcare a breve distanza dalla piazza della manifestazione. Nell’atmosfera di riconciliazione nazionale seguita al conflitto con Israele e al riconoscimento della Palestina all’Onu del novembre scorso, Hamas ha allentato la presa su Gaza e - per la prima volta dal 2007 - ha consentito ad al-Fatah di scendere in piazza. Gli islamici si sono limitati a regolare l’afflusso della folla. E anche il presidente palestinese Abu Mazen - che ha parlato in diretta alla folla dal suo ufficio di Ramallah - ha fatto ricorso a un tono conciliatorio verso le altre fazioni palestinesi. “Gaza - ha sottolineato - è il primo territorio palestinese che si è scrollato di dosso l’ occupazione e i coloni. Noi proseguiamo gli sforzi per rimuovere il blocco a Gaza. I nostri occhi e il nostro cuore – ha aggiunto il presidente dell’Olp – si rivolgono anche verso Gerusalemme, dove è in atto una corsa alla colonizzazione da parte degli occupanti. Dobbiamo salvare Gerusalemme, la nostra capitale. Ma la vittoria è vicina, presto ci incontreremo”. E’ significativo sottolineare che l’intervento di Abu Mazen CAMERON E L’UE Referendum e populismi L’ipotesi lanciata dal premier britannico pone in primo piano gli interessi nazionali di Gianni Borsa Ue, il leader conservatore ha affermato il 23 gennaio: “La scelta sarà semplice, restare o uscire” dall’Unione europea. “Io voglio un rapporto che ci unisca all’Ue”, ma “la decisione spetta ai cittadini” britannici, mediante referendum da tenersi dopo il 2015. L’inquilino di Downing Street ha peraltro avvertito che “occorre scegliere con molta attenzione, perché non ci sarebbe ritorno, sarebbe un biglietto di sola andata”.Tre i temi “fondamentali” sui quali Cameron punta - e giustamente - l’attenzione: “Il problema dell’Eurozona”, ossia la stabilità della moneta unica e la governance economica; la crisi della competitività europea; “il crescente divario tra Ue e cittadini”, che crea un gap di democrazia.“Se noi non affrontiamo queste sfide”, ha ribadito Cameron,“c’è il rischio che l’Europa fallisca”. Un merito va assegnato al giovane premier: quello di aver portato alla luce alcuni nodi sui quali occorre effettivamente un chiarimento a Bruxelles e Strasburgo. Ma lo stesso Cameron trascura un elemento essenziale: i principali ostacoli che si frappongono al cammino dell’Ue, e a scelte efficaci in materia economica e sociale volte a favorire il benessere dei cittadini europei, non vengono dall’Europarlamento o dalla Commissione (le “istituzioni comuni” per eccellenza), bensì dal Consiglio europeo, cioè l’organismo che raccoglie i 27 rappresentanti dei governi dei Paesi membri. Sono le capitali che frenano l’Unione europea, e in questi anni di crisi è stato quanto mai evidente: basti pensare agli sgambetti speri- mentati su decisioni di massima rilevanza come l’Unione economica e monetaria, la sorveglianza unica sulle banche, il Fiscal compact (inteso a tenere sotto controllo i bilanci statali), il fondo salva-Stati, il Patto di stabilità e crescita, il Quadro finanziario pluriennale… E l’elenco potrebbe continuare. L’ultimo esempio è del 22 gennaio: la cooperazione rafforzata per la tassa sulle transazioni finanziarie è stata accettata da 11 Stati Ue, ha ottenuto il via libera da 23 Paesi, ma, guarda caso, il Regno Unito è fra i quattro che hanno preso le distanze, per tenere la City di Londra al riparo da una tassa volta a ridurre le attività speculative e in grado di accumulare fondi da reinvestire nella crescita e nel lavoro. La presa di posizione de- 15 è stato trasmesso anche dalla televisione di Hamas, mentre quella che viene ormai considerata la ‘voce’ dei musulmani, l’emittente del Qatar al-Jazira, ha preferito minimizzare la portata della prova di forza di al-Fatah. Il discorso del presidente palestinese doveva essere seguito, secondo il programma, da altri interventi politici, fra cui quello dell’ex ministro Nabil Shaath: ma a sorpresa gli organizzatori hanno preferito troncare la manifestazione. Per la rissa scoppiata all’improvviso, ma anche per l’incredibile folla: alcune persone erano infatti rimaste schiacciate. Un ragazzo, salito su un traliccio dell’alta tensione per issare una bandiera, è stato fulminato dalla corrente ed è precipitato a terra, morendo mentre veniva trasferito in ospedale. La manifestazione potrebbe quindi diventare davvero il primo passo di un riavvicinamento tra le fazioni interne al mondo palestinese. Riavvicinamento necessario per ogni trattativa con Israele, ma anche per acquisire maggiore credibilità sulla scena internazionale. Ora che la Palestina, infatti, è entrata nelle Nazioni Unite come Paese osservatore, ha bisogno di maggiore coesione interna per poter rivolgersi all’esterno e chiedere di essere ascoltata. cisamente “euroscettica” di Cameron - comprensibile in una logica di equilibri politici interni - rischia, soprattutto in questa fase, di alimentare i già diffusi sentimenti anti-europei e di dar fuoco alle polveri populiste, denunciate non molto tempo fa da un illuminante documento della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece). Oltre ad alcune incongruenze facilmente rilevabili nel discorso di Cameron, già sottolineate da autorevoli voci europee, emerge con evidenza il concetto di Europa “à la carte”, grazie alla quale alimentare taluni interessi nazionali (neppure i governi più euroscettici rinunciano ai consistenti fondi comunitari), senza peraltro farsi carico delle responsabilità che una costruzione politica di questo genere, unica al mondo, richiede ai partecipanti. Ma dai “padri fondatori” non giunge un’eredità fondata sugli interessi di parte, bensì un impegno comune nel segno della solidarietà, della sussidiarietà e della “unità nella diversità”. Anche su questo occorrerebbe riflettere dopo le “sollecitazioni” giunte da oltre Manica. Morsi si ravveda Quella che doveva essere la primavera dell’Egitto, con la cacciata dell’ex presidente Hosni Mubarak, si è trasformata in un inverno nel quale il successore del rais, l’islamista Mohamed Morsi, rischia d’impantanarsi anche per i suoi evidenti limiti di governo. Colui che doveva essere “il presidente di tutto il popolo” si sta rivelando, invece, il presidente di una sola parte. Le proteste dei suoi oppositori represse nel sangue e che sono proseguite anche nei giorni seguenti a dispetto del coprifuoco imposto, rischiano seriamente d’indebolire lo Stato, fino al suo sfaldamento. Gli inviti al dialogo di Morsi all’opposizione, riunita sotto il Fronte di salvezza nazionale, respinti dal suo leader El Baradei, stridono con l’uso della forza dimostrato in questi giorni da forze armate e polizia, contro i manifestanti. “L’Egitto -spiega il portavoce dei vescovi cattolici egiziani, padre Rafiq Greiche- è un Paese diviso, specie dopo la condanna a morte di 21 imputati nel processo per il massacro dello stadio, la strage di ultras AlAhly” considerati martiri della rivoluzione contro la dittatura di Hosni Mubarak. Le proteste contro il verdetto sono coincise con il secondo anniversario della rivoluzione e si sono subito trasformate in manifestazioni contro il presidente Morsi e contro il suo regime islamista. Si tratta di proteste contro la religione nella sua forma fondamentalista e contro la mancanza di libertà”. Ma adesso, aggiunge, “sta salendo la paura tra i giovani manifestanti” specie dopo la decisione del Consiglio consultivo, la Camera alta del Parlamento, di estendere i poteri dell’esercito, incluso quello di arrestare i civili in caso di problemi di ordine pubblico. Anche l’iniziativa politica non sembra andare nella giusta direzione, quella di trovare uno sbocco alla crisi. L’invito di Morsi all’opposizione è stato rispedito al mittente dal suo leader, El Baradei. Perché? “Perché si tratta di un dialogo privo di agenda, fatto a uso delle telecamere -è la risposta convinta di padre Greiche-, non è stato fatto nulla per riportare la calma, necessaria a impostare un dialogo fruttuoso”. Sullo sfondo resta l’insoddisfazione per l’approvazione di una Costituzione che non garantisce i non musulmani e i liberali. “Il dialogo non può prescindere dal ridiscutere i termini della nuova Carta”, afferma il portavoce, per il quale “i giovani che manifestano sono più avanti nella lotta politica dell’opposizione. Mi sento di dire che a guidare l’opposizione sono i giovani che hanno ripreso la guida della rivoluzione, come due anni fa. Essi rappresentano ancora la grande chance per l’Egitto”. Ma intanto il Paese ha necessità di uscire subito da questa grave crisi politica.” 16 musica e spettacolo D i benestante famiglia ebreo-newyorkese, George Cukor, fattosi le ossa nei teatri di Broadway e come curatore dei dialoghi di alcuni film, ha sempre mostrato fin da subito una particolare attenzione per il mondo femminile, con le sue rivalità e la sua voglia di emancipazione. Strano a dirsi (ma chissà, forse proprio in virtù di ciò), il regista era omosessuale, ma tanto bravo da costringere Hollywood ad accettare una diversità ai tempi piuttosto scomoda. Katharine Hepburn è una sua creatura, la Garbo recitò una delle sue parti migliori in “Margherita Gauthier”, la Bergman e Judy Halliday vinsero l’Oscar con due suoi film -rispettivamente “Angoscia” e “Nata ieri”- e pare che non sia solo leggenda che Vivien Leigh, durante le riprese di “Via col vento”, ripassasse la parte con Cukor la notte prima di andare sul set. Da qui è facile comprendere il perchè gli sia stata appiccicata l’etichetta di “regista delle donne”, che, come tutte le definizioni da casellario, è riduttiva. James Stewart e Ronald Colman, attori maschi ovviamente -sempre per restare in tema di statuette- hanno avuto l’Oscar per lavori di Cukor, “Scandalo a Filadelfia” e “Doppia vita”, Jack Lemmon ha esordito in un gioiello del regista degli anni ‘50, “La ragazza del secolo”, analisi puntuale e pungente dell’aspirazione al successo ad ogni costo, ancora con la Halliday. In “Scandalo a Filadelfia”, nell’ambiente aristocratico da un lato e giornalistico dall’altro, c’è la possibilità di vedere B ersani, Monti, Casini, Berlusconi; grandi partiti, liste civiche e movimenti; politici navigati e candidati di primo pelo popolano la Rete: per tutti ci sono siti, pagine Facebook, profili Twitter. Ma le nuove modalità che i new media introducono stimolano un rinnovamento della partecipazione democratica? Oppure le tante innovazioni comunicative servono a un restyling di facciata che non cambia la struttura di fondo, ma aiuta a gettare fumo negli occhi? Per iniziare a rispondere alla questione si potrebbe porre attenzione all’utilizzo dei tradizionali mezzi di comunicazione, che non scompaiono, ma s’integrano agli altri più moderni: la stampa che svolge il compito di procurare informazioni e di aiutare i cittadini a formarsi un’opinione attraverso la proposta di riflessioni critiche su argomenti di attualità come sulle diverse questioni sociali, economiche, ambientali; la radio e la televisione che hanno assunto il compito di Vita La n. 5 3 Febbraio 2013 CINEMA Cukor, il regista delle donne Moriva il 24 gennaio del 1983 di Francesco Sgarano fianco a fianco Kate Hepburn e Cary Grant, un campionario di espressioni facciali mai eguagliato nel campo della commedia. I due avevano recitato, oltre che nell’inarrivabile “Susanna” (però di Howard Hawks), in due fenomenali episodi cukoriani: “Il diavolo è femmina”, titolo malandrino e ammiccante, dove la Hepburn si traveste da uomo -venticinque anni prima che Lemmon e Tony Curtis lo facciano, ma all’incontario, in “A qualcuno piace caldo”!!- e “Incantesimo”, commedia deliziosa anche se decolla dopo mezz’ora, in cui la Hepburn s’innamora del fidanzato della sorella. Ma gli anni ‘30 riservano gioielli di vario tipo, sia sul versante letterario (vedi le trasposizioni del dickensiano “David Copperfield” o, da Luisa May Alcott, “Piccole donne”, con ancora una superba Hepburn nel ruolo della protofemminista Jo), sia su quello sofisticato: “Donne”, girato alla fine del decennio, dove lo spettatore non riuscirà a scovare un solo uomo, perchè il cast, fino all’ultima comparsa, è costituito da sole donne, e “Pranzo alle otto”, girato invece nel ‘33, satira impietosa, dietro l’aspetto mondano, dei vizi e delle velleità della società bene; una commedia tanto autoriale che -impossibile quasi da immaginarsi ai tempi- uno dei protagonisti, un attore, si suicida (è John Barrymore, “il Grande Profilo”, e la scena è toccante). Infallibile è la ricetta di Cukor, qui presente ai massimi livelli: dialoghi brillanti, ironia amabile, regia meticolosa, scenari ricostruiti con precisione eccezionale. Negli anni ‘40, tra molti titoli anche eterogenei -si trasvola dal noir al dramma con una facilità invidiabile- la vetta è costituita da “La costola di Adamo”, in cui la “strana coppia” è stavolta la Hepburn col compagno di vita Spencer Tracy: sono due avvocati che devono difendere un marito fedifrago e una moglie che, livida per la SOCIETà E DEMOCRAZIA Nuovi media e vecchia politica? I social media cambiano le carte in tavola ma non ancora il gioco di Andrea Casavecchia estendere il dibattito a tutti. Questi mezzi sono stati usati in passato e vengono usati ancora dai leader politici come dai vari movimenti e partiti per informare delle proprie intenzioni, per descrivere la propria visione del mondo e della società per marcare la differenza nei confronti dei propri avversari elettorali: in una parola per propaganda. Per questo motivo, tra l’altro, la garanzia di pluralismo è diventata sempre più essenziale in una società democratica, perché altrimenti i mass media faciliterebbero, come è accaduto in passato, condizionamenti dell’opinione pubblica e legittimazione dei regimi totalitari. L’avvento dei social media cambia, però, le carte in tavola, perché si moltiplicano in maniera indefinita le possibilità di strutturare la comunicazione. I mezzi tradizionali avevano un emittente, un messaggio e un pubblico ricevente: la direzione della comunicazione era da uno a molti. I nuovi media permettono la compresenza di tanti emittenti, tanti messaggi, quanti sono i riceventi: quindi le vie della comunicazione diventano tante come una rete. Molto spesso, però, sembra che i protagonisti della politica utilizzino i nuovi media senza comprenderne la struttura diversa. Così la sfruttano per lanciare proclami, agende politiche, idee per il futuro; per gareggiare sul numero di followers di Twitter o di amici di Facebook; per testare l’adesione alle opinioni da loro espresse: oltretutto con possibilità di forzare con strumenti tecnici i trend dell’audience informatico. I social media, se usati in modo appropriato, invece, potrebbero, e possono, costruire una nuova relazione tra rappresentati e rappresentanti facilitando il confronto personale. Si potrebbero raccogliere indicazioni sulle urgenze concrete e sui bisogni specifici del territorio. Si potrebbero accompagnare provvedimenti necessari e magari scomodi alla cittadinanza con una costante informazione e con la ricerca della condivisione degli obiettivi finali. Così si promuove la partecipazione democratica. E addirittura qualche volta si realizza nella realtà. gelosia, gli ha sparato, ferendolo. Il dibattimento in tribunale si trasforma in una delle battaglie fra sessi più intelligenti che il cinema ricordi (anche per l’apporto ai dialoghi di Garson Kanin); in “Nata ieri” compare per la prima volta il motivo della rudezza che viene sgrossata da un mentore, qui un’oca giuliva da un giornalista di cui poi s’innamora; è un tema che tornerà nel film che darà l’unico Oscar della carriera a Cukor, “My fair lady”, dal “Pigmalione” di Bernard Shaw, e “Facciamo l’amore”, dove un Yves Montand miliardario ma imbranato decide, per conquistare le grazie di Marylin (che ottenne nella realtà), di farsi dare lezioni di canto da Bing Crosby, di comicità da Milton Berle e di ballo da Gene Kelly, che qualche anno prima aveva recitato per Cukor nel musical “Les girls”. Il regista era stato scritturato anche per dirigere l’ultimo film di Marylin, “Something got to give”, rimasto incompiuto per i motivi che tutti sanno. La filmografia è immensa -e fa di Cukor uno dei massimi registi americani di tutti i tempi- ma non si possono tralasciare “E’ nata una stella”, versione musicata e colorata del film di Wellman, dove Judy Garland dà prova della sua naturale prestanza scenica, e un diamante poco conosciuto degli anni del tramonto (girato originariamente per la tv), “Amore tra le rovine”: storia tenerissima di un amore senile in cui, accanto alla onnipresente Kate Hepburn, c’è nientepopodimenoche Laurence Olivier. La classe, pura e cristallina, riempie lo schermo. Sostieni LaVita Abbonamento 2013 Sostenitore 2013 Amico 2013 euro 45,00 euro 65,00 euro 110,00 c/c postale 1 1 0 4 4 5 1 8 I vecchi abbonati possono effettuare il bollettino postale preintestato, e chi non l’avesse ricevuto può richiederlo al numero 0573.308372 (c/c n. 11044518) intestato a Settimanale Cattolico Toscano La Vita Via Puccini, 38 Pistoia. 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