Raffaele Macina
La Puglia
dall’Unità d’Italia al fascismo
Edizioni Nuovi Orientamenti
A Emilia e Sofia
Proprietà letteraria riservata
©NUOVIORIENTAMENTI
Associazione culturale
Vico Savoia, 12 - Modugno
Pubblicazione a diffusione periodica, maggio 2010
RegistrazioneTribunale di Bari N. 610 del 7-3-1980
ISBN 978 88 95393 10 0
Direttore responsabile
Raffaele Macina
Redazione
Serafino Corriero, Raffaele Macina
In copertina
Copertina di un opuscolo dell’Acquedotto Pugliese degli anni Venti
Stampa Litopress Industria Grafica s.r.l. - Modugno
Raffaele Macina
La Puglia
dall’Unità d’Italia al fascismo
Edizioni Nuovi Orientamenti 2010
PREMESSA
Ripercorrere la storia della Puglia dall’Unità d’Italia al fascismo è un’esperienza di grande coinvolgimento intellettuale ed emotivo: non solo di volta
in volta si colgono le ragioni complesse che spiegano il passaggio dalle “Puglie”, così come veniva denominata ancora la regione agli inizi del Novecento, alla “Puglia”, ma si partecipa anche con passione ad un tratto importante
del difficile cammino di emancipazione del popolo pugliese.
Il periodo storico è fondamentale per la formazione di una identità della
Puglia, i cui caratteri si delineano concretamente nei diversi momenti analizzati: dai processi economici e sociali che si registrano subito dopo l’Unità
d’Italia alla crisi di fine secolo, che causa particolari tumulti ed agitazioni;
dalla realizzazione della gigantesca opera dell’acquedotto pugliese all’affermazione di nuove gerarchie territoriali, anche per la nascita delle province di Taranto e di Brindisi; dalle grandi lotte bracciantili alla dura reazione dei proprietari terrieri e all’affermazione del fascismo; dall’emigrazione di inizio Novecento alla tragedia di emigrati condannati a dure prove per motivi politici.
All’interno di questi momenti storici, infatti, è possibile rintracciare una
specificità pugliese, come nel caso, ad esempio, del dinamismo mostrato
nell’inserirsi nel nuovo quadro economico seguito all’Unità d’Italia; o nel
modo in cui viene affrontato e risolto l’antico problema dell’acqua; o ancora
nell’affermazione della “Puglia rossa” da un lato e della “diversità del fascismo pugliese” dall’altro.
Un periodo storico, dunque, assai interessante e allo stesso tempo assai
ricco di documenti di vario genere e di stimolanti interpretazioni.
Ed è proprio per rappresentare questa ricchezza delle fonti documentarie
che si è voluto intrecciare il racconto storico con la riproposizione appunto
di documenti, tabelle, fotografie, testimonianze e pagine di approfondimento di alcuni temi.
Si spera, così, anche per la possibilità di seguire un avvenimento con una
visione sinottica dei diversi materiali storici, di offrire un utile strumento
divulgativo perché il lettore possa ripercorrere un tratto importante della
storia della Puglia.
(R. M.)
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CAP. I
NASCE LA PUGLIA CONTEMPORANEA
La seconda metà dell’Ottocento è, per la storia della Puglia, un periodo fondamentale. Molti sono gli eventi e i problemi storici destinati a
modificare profondamente la società, l’economia e le gerarchie territoriali della regione: dal sofferto inserimento nella nuova compagine nazionale alla scoperta della via adriatica allo sviluppo; dalla crisi agricola
degli anni Ottanta alla progettazione di una economia più diversificata; dal tradizionale ruolo di potere esercitato dai galantuomini alle
prime forme di organizzazione e di protesta popolare; dall’affrancamento dalle tragiche “scene della sete” allo sviluppo e al ruolo centrale delle città.
Si tratta di processi e dinamiche che, rendendo più omogenei e unitari il tessuto socio-economico e il territorio della regione, determinano il passaggio da “le Puglie” a “la Puglia”.
All’interno di questo nuovo quadro si afferma non solo il ruolo
guida di Bari, ma anche la profonda trasformazione di Foggia, Lecce,
Brindisi, Taranto e della realtà complessiva delle tre antiche province
della regione.
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1. LA PUGLIA NELL’ETÀ DELLA DESTRA STORICA
I pugliesi di fronte al processo di unificazione
Fra le regioni del Regno delle Due Sicilie, la Puglia fu certamente
quella che accolse con più prudenza e con minore entusiasmo la notizia
dello sbarco dei Mille a Marsala. Qui non si registrarono le mobilitazioni popolari che si ebbero dapprima in Sicilia e poi in Calabria e in
Basilicata, grazie alle quali fu resa più agevole l’avanzata garibaldina;
qui, all’interno dell’intera popolazione, e particolarmente nelle classi
dirigenti, prevaleva un generale atteggiamento di prudenza, oltre che
di meraviglia per un evento imprevisto e inatteso. Non che mancassero
nella regione esponenti liberali o democratici impegnati nel movimento nazionale, ma essi erano per lo più isolati e incapaci di raccordarsi
alle istanze popolari.
Le ragioni di un tale atteggiamento sono da ricercarsi nella politica del governo napoletano, che negli anni Cinquanta non aveva
fatto mancare importanti sostegni per favorire lo sviluppo complessivo della regione. Essa in effetti registrò un generale processo di
crescita economica, e particolarmente significativo fu lo sviluppo
della città di Bari che, grazie anche alla costruzione di alcune infrastrutture amministrative, consolidò in via definitiva il suo primato
nella provincia. Fu naturale, quindi, per la monarchia borbonica,
recuperare credibilità e consensi dopo la repressione del 1848, tanto che molti pugliesi liberali ritenevano che anche con la monarchia borbonica sarebbe stato possibile promuovere un nuovo corso
costituzionale. Del resto, la fedeltà alla dinastia borbonica delle popolazioni aveva dato luogo a imponenti manifestazioni di giubilo durante il viaggio che nel 1959 Ferdinando II fece in Puglia: dappertutto, nei grandi e nei piccoli centri, due ali di folla festante attendevano già fuori dell’abitato la carrozza regia, e non di rado i “postiglioni dovettero far rallentare il passo ai cavalli, tanta era la folla che premeva da ogni parte”.
A far abbandonare l’atteggiamento di attesa delle classi dirigenti
pugliesi fu il precipitare degli eventi, soprattutto dopo il decreto del 1°
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luglio 1860, col quale Francesco II ripristinò la Costituzione napoletana del 1848. Quel poco che restava ancora dell’autorità dello stato
venne meno e un generale clima di anarchia si instaurò sia nella capitale sia, ancora di più, nelle province: molti settori dell’esercito, se
non ebbero difficoltà a confermare la loro lealtà al re, si rifiutarono di
giurare fedeltà alla Costituzione; le forze reazionarie ebbero un ultimo sussulto e tentarono di bloccare ogni innovazione; in molte diocesi i vescovi, “che si scoprono, generalmente parlando, avversi al nuovo
ordine di cose”, erano sospettati di tramare contro la Costituzione e si
chiedeva il loro allontanamento; in diverse parti del Regno si ebbero
L’interpretazione dello storico
L’anarchia in Puglia fra luglio e agosto del 1860
In questo brano Raffaele De Cesare (Spinazzola 1845 - Roma 1918)
mostra come fra maggio e settembre del 1860, mentre si svolgeva la spedizione garibaldina, le autorità borboniche non fossero più in grado di
assicurare l’ordine pubblico e di controllare le manifestazioni popolari.
Nelle provincie regnava forse maggior disordine, che nella capitale. I devoti all’antico regime, anche i più pacifici, erano sospettati,
spesso fantasticamente, di favorire la reazione e vilipesi. Il 15 agosto,
a Bari, si disse insultata la guardia nazionale. Ci furono molti arresti,
e con la solita fantasia della razza, si affermò che i disturbatori avessero danaro dall’arcivescovo, dai gesuiti e da alcuni cittadini in fama di
borbonici, a sei carlini per uno. Fu barbaramente trucidato l’arciprete
Tanzella di Capurso, mentre era tradotto nel castello. Era stato rettore del seminario di Bari, e aveva suscitato molti odi. A Taranto un
gruppo di popolaccio, prendendo pretesto da un caricamento di grano, cominciò a tumultuare, e per due giorni non solo impedì il caricamento, ma ruppe in violenze contro i legni e contro i marinai di
questi. Vi furono inoltre minacce di saccheggio alle case dei princi10
moti di contadini che rivendicavano diritti e terre comuni e chiedevano giustizia delle usurpazioni perpetuate dalla borghesia agraria;
azioni di brigantaggio e violazioni dell’ordine pubblico si registravano dappertutto.
In Puglia furono numerosi i vescovi accusati di promuovere “cospirazioni reazionarie” e di comportarsi “come perturbatori della pubblica quiete”: fra luglio ed agosto le autorità comunali, e talvolta anche
quelle militari, chiesero al governo napoletano l’allontanamento dei
vescovi di Castellaneta, di Bitonto, di Bari, mentre quello di Foggia,
“assai malviso”, abbandonò di sua iniziativa la sua diocesi. Si registraro-
pali cittadini. L’autorità politica, rappresentata dal sottointendente
Giovanni De Monaco, non spiegò l’energia necessaria. Il De Monaco, rimasto in ufficio, si mostrava apertamente contrario alla concessa Costituzione; né più della sua fu energica l’azione dei gendarmi,
comandati dal tenente Attanasio, e che si affermò provocassero quei
moti [...].
Le guardie nazionali, sorte in fretta e in furia, mancavano generalmente di disciplina e di armi, ed erano impotenti a mantenere l’ordine [...].
L’intendente di Foggia implorava a mani giunte che si aumentasse la
guardia cittadina nei Comuni, dov’era maggiore il bisogno, soprattutto dopo i primi tentativi di reazione a Bovino, a Sansevero e a Montefalcone; e facendo un quadro desolante della provincia in balìa dei partiti estremi, il rivoluzionario e il reazionario, dichiarava apertamente,
che, ove la forza pubblica si allontanasse, egli se ne lavava le mani. Non
altrimenti scrivevano quasi tutti gli altri intendenti. Il sindaco e il comandante della guardia nazionale di Lucera telegrafavano al ministro
dell’interno, che in quel carcere erano seicento detenuti, fra i quali centosessanta reazionari di Bovino; e che, partita la gendarmeria, e mancando la guardia nazionale di armi e di attitudini, il carcere rimaneva
senza custodia.
(Raffaele De Cesare, La fine di un regno, Longanesi, Milano 1969, pp. 839-41)
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no anche moti contadini dapprima a Santeramo, Presicce e Foggia, e
poi un po’ dappertutto nella regione.
In questo quadro, le classi dirigenti pugliesi, temendo che si potesse
riproporre la saldatura del 1799 fra classi popolari e clero reazionario,
ruppero ogni indugio, potenziarono i “comitati d’ordine” per controllare la situazione in ogni centro urbano e abbracciarono la causa nazionale
e sabauda che contemplava già uno stato più forte di quello napoletano
e, perciò, capace di salvaguardare l’ordine sociale. Fra maggio e giugno,
e persino a fine agosto e all’inizio di settembre, in concomitanza con
Protagonisti
“La signora che ha portato Garibaldi”
Notevole fu il contributo assicurato al processo risorgimentale e alla stessa
spedizione garibaldina da diversi patrioti pugliesi, fra i quali si segnala Antonietta De Pace, una donna che, sfidando le opinioni del tempo, fu impegnata in politica e, da crocerossina ante litteram, si distinse nell’assistenza ai
garibaldini feriti sui campi di battaglia.
Alla spedizione dei Mille parteciparono diversi pugliesi: Nicola Mignogna di Taranto, che ricoprì il ruolo di tesoriere del corpo dei garibaldini per tutto il periodo dell’impresa e fu portavoce di Garibaldi in alcune occasioni; Giuseppe Fanelli di Martina, che fu l’eroe della battaglia di
Calatafimi; Cesare Braico di Brindisi, il cui coraggio, secondo Nino Bixio,
“era mirabile per la calma cui era accompagnato”; Raffaele Curzio di Turi
e Filippo Minutillo di Grumo, in provincia di Bari: il primo fu ferito
durante l’assedio di Palermo, il secondo fu capo di artiglieria e del genio
del corpo garibaldino; Guglielmo Gallo di Molfetta, che fece parte del
gruppo che sbarcò a Talamone per occultare la vera meta dei Mille; e poi
ancora Liborio Romano, anche lui di Molfetta, Vincenzo Carbonelli di
Taranto, Mois Maldacea di Foggia.
Oltre a questi patrioti pugliesi, in maggioranza formatisi al pensiero
mazziniano e poi confluiti nella Società Nazionale, un contributo importan-
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l’ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860, i galantuomini pugliesi, borbonici sino al maggio precedente, si inserirono
nel movimento nazionale, guadagnando ben presto al suo interno posizioni di primo piano. Una scelta, questa, che da un lato nel presente
salvaguardava e consolidava le posizioni sociali ed economiche acquisite, dall’altro implicava un progetto di più lunga durata, per il quale
l’inserimento del Regno delle due Sicilie nella nuova compagine nazionale non doveva prevedere concessioni alle richieste delle masse popolari, ma limitarsi ad una semplice operazione militare e istituzionale.
te alla causa garibaldina fu assicurato
da Antonietta De Pace, originaria di
Gallipoli, che, sospettata già nel 1844
di essere implicata in qualche modo
nella sfortunata spedizione dei fratelli
Bandiera, poi arrestata nel 1854 e processata perché membro di un circolo
filomazziniano, fu posta sotto la tutela di suo cugino, il barone di Capranica, Gennaro Rossi, del quale era nota
la fedeltà alla monarchia borbonica.
La De Pace, attiva durante la spedizione e assai ammirata perché “curava i feriti sul campo con incredibile
sangue freddo”, svolse, peraltro, un
Antonietta De Pace
importante ruolo di cerniera fra il
movimento garibaldino ed alcuni
esponenti governativi napoletani, ormai convinti della ineluttabilità della caduta dei Borboni. Garibaldi, del resto, quando con una modesta
carrozza fece il suo ingresso trionfale in Napoli, volle avere accanto a sé
proprio Antonietta De Pace che, da quel momento, fu chiamata dal popolo napoletano semplicemente “la signora che ha portato Garibaldi”.
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Le prime rivolte contadine
Ben presto fu evidente ai contadini meridionali che il processo di
unificazione nazionale non avrebbe assicurato alcuna forma di giustizia
sociale e non avrebbe alleviato la loro pesante condizione di sottomissione al ceto padronale. Ed in effetti, non appena in una città cadevano
le autorità borboniche, sistematicamente ad assumere il potere erano i
proprietari terrieri e i galantuomini che, incapaci di rappresentare istanze generali, ispiravano la loro azione politica esclusivamente alla salvaguardia dei loro interessi particolari. Davanti al contadino meridionale
non restava che una condotta obbligata: continuare la propria lotta
contro i proprietari e opporsi al nuovo stato che, lungi dal presentarsi
Documenti
L’adesione al movimento unitario dei giovani
Nelle principali città pugliesi ci fu, soprattutto fra i giovani, e gli studenti in particolare, grande entusiasmo per il processo di unificazione nazionale. Illuminante, al proposito, questo manifesto che i giovani leccesi, non
ancora elettori perché di età inferiore ai 21 anni, distribuirono nella tarda
serata del 20 ottobre. Dalla lettura si evince immediatamente la profonda
differenza fra le concrete richieste dei contadini e le frasi altisonanti del
manifesto.
Italiani,
Oggi che una Grande Infelice, chiamata alla riscossa dalla legge provvidenziale, alza la voce d’innanzi all’Europa intera, e reclama quella nazionalità che 19 secoli di abbrutimento, di tirannide e di oppressione le han
rapito; oggi infine che un popolo schiacciato dal dispotismo si rialza e
corre alla manifestazione della Sua sovranità; ignavia, anzi viltà sarebbe lo
indietreggiare a sì entusiasmante spettacolo.
Oh! quante fiate sepolti nel fango della ignominia, che un barbarico
Governo ci aveva imposto, tenemmo dietro al desiderio, le aspirazioni di
questo supremo momento! Or eccovi un popolo, che raccolto nei comi-
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col volto della imparzialità, non mostrava alcuna sensibilità per le sue
disumane condizioni di vita.
In Puglia, già fra luglio ed agosto, si ebbero numerose rivolte popolari di matrice contadina che, pur ispirandosi a valori reazionari ed arcaici, rivendicavano alcune istanze moderne di giustizia sociale. Si trattò di rivolte che anche in seguito, nella fase più acuta del brigantaggio,
furono segnate dal tradizionale spirito anarchico dei moti contadini e
non potettero riferirsi ad un programma politico generale per trovare
consensi nelle altre classi sociali.
A Taranto si registrarono azioni di tipo luddistico ad opera di una
folla imponente, che dapprima tentò di saccheggiare alcuni palazzi si-
zi sovraneggia i suoi destini, un popolo che interpone il suo voto. E noi
perché esclusi dal plebiscito, a cagion della poca età, la quale appena tocca
il quarto lustro, non formiam parte di questo popolo eroico, saremo
forse muti ed impassibili spettatori? Noi forse non siam chiamati al compimento di questa sovrana missione? Anco in noi arde un cuore Italiano,
ancor noi sotto gli artigli del dispotismo siamo stati segno alle atrocità, ai
tradimenti; noi pur fummo vittime di una forsennata tirannìa; epperò,
reclamando un posto nel popolo, non primi né ultimi volemmo manifestare la nostra volontà, e comporre un serto per l’apoteosi della nostra
sovranità.
Un modo di espressione era a rinvenirsi che all’età rispondesse, modo
che oltre all’oggetto della nostra manifestazione valesse ad eccitare la pubblica esultanza. E perciò pensammo nella giornata di sabato 20 ottobre
alle ore 22 correr per le strade di Lecce cantando un Inno, accompagnato
dalla Banda musicale, col quale venga tratteggiata la sublimità della nostra situazione.
Incoraggiati dalla benevolenza di questo pubblico pienamente italiano, mettiamo in prospettiva le nostre aspirazioni sante perché santa la
causa cui si riferiscono!
I giovanetti leccesi
(E. De Carlo, Albori e fiamme di libertà nel leccese, Roma, 1935, pp. 272-73)
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gnorili e poi distrusse in alcuni opifici le macchine tessili ritenute responsabili della crisi della lavorazione a domicilio dei tessuti con telai a
mano. Rivendicazioni di matrice politica e sociale si ebbero a Ginosa e
a Palagiano: nel primo centro, l’11 agosto fu affisso un manifesto che
invitava il popolo a rivendicare i propri diritti “perduti per opera di
tradimento”, a cacciare “l’infame Marchese dal paese”, a distruggere il
suo castello e ad impadronirsi del suo feudo, “perché quello è tuo.
Iddio lo vuole!”; nel secondo centro, invece, vi fu un prolungato moto
popolare, durante il quale dapprima furono destituiti sindaci e assessori liberali appena insediatisi, al cui posto furono eletti contadini ed
operai, poi si procedette alla occupazione delle terre delle grandi proprietà. Anche a Bovino le classi popolari furono protagoniste di rivendicazioni politiche e sociali, tanto che un osservatore, commentando gli eventi, giudicava con molta preoccupazione che lì fosse cominciata “la guerra del proletariato contro il galantuomo creduto
oppressore”. Tumulti popolari si ebbero anche in diversi centri della
Terra di Bari.
Il delinearsi del brigantaggio
A partire dal mese di settembre del 1860, quando Francesco II abbandonò Napoli, e poi subito dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie, si verificò la saldatura fra i contadini ed un insieme di forze e soggetti diversi che all’improvviso e d’un sol colpo avevano perduto i poteri, i
ruoli e gli stessi impieghi esercitati all’interno della struttura statale borbonica. Dalle rivolte contadine di tipo anarchico più o meno spontanee dei mesi precedenti si giunse al brigantaggio, questa sorta di guerra
civile che tormenterà i primi passi dello stato nazionale.
In Puglia il movimento antiunitario, che ora poteva disporre del sostegno di ex ufficiali e soldati del disciolto esercito borbonico, di ex
funzionari e di buona parte del clero, in una prima fase tentò di organizzarsi nelle città e di conquistarne le amministrazioni, boicottando in
diversi centri (Bitritto, Bitetto, Binetto, Noci, Cassano Murge, Canosa,
Presicce, Poggio Imperiale, Lesina, S. Marco in Lamis, ed altri ancora)
il plebiscito del 21 ottobre 1860, e poi, fra novembre e dicembre, pro16
Napoli, 21 ottobre 1860: il plebiscito in un quadro anonimo
Il plebiscito in Puglia
Anche in Italia meridionale il plebiscito del 21 ottobre 1860 registrò
una larghissima maggioranza dei “SI” alla domanda “Volete l’Italia una e
indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale e i suoi legittimi
discendenti?”. In sintonia con i plebisciti ottocenteschi, il voto per l’annessione al Regno di Sardegna non fu segreto, ma guidato dall’alto e, in
qualche modo, forzato, poiché l’elettore doveva deporre davanti a tutti
la sua scheda nell’urna dei “NO” o in quella dei “SI”. L’ambiente, poi,
addobbato con bandiere italiane e con scritte inneggianti a Vittorio Emanuele e Garibaldi, rendeva il plebiscito una sorta di celebrazione solenne,
come si vede nell’immagine sopra proposta.
Naturalmente, ci fu anche in Puglia una grande maggioranza di “SI”,
ma non mancarono le defezioni: nel Salento non parteciparono al voto
16.452 elettori su un totale di 101.951, mentre i “SI” furono 84.570; in
Terra di Bari si ebbero solo 63 “NO” e 127.912 “SI”; in Capitanata,
dove i “SI” furono 54.256, si registrò il più alto numero di “NO”, soprattutto in quei centri del Gargano che, peraltro, furono poi interessati
intensamente dal brigantaggio.
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movendo sollevazioni popolari durante le quali venivano destituite le
nuove autorità liberali e veniva proclamata l’adesione al Governo Provvisorio Borbonico. Sollevazioni di questo genere si ebbero in Capitanata (Foggia, S. Marco in Lamis, S. Giovanni Rotondo e in tutti i centri
del Gargano), in Terra d’Otranto (Grottaglie, Sava, Carosino, Muro
Leccese, Poggiardo, Ruffano, Tricase, Pulsano), in Terra di Bari (Bitritto, Bitetto, Grumo, Acquaviva, Gioia del Colle, Triggiano, Molfetta,
Bisceglie, Barletta, Spinazzola).
Il progetto di riconquistare le città alla causa borbonica, però, fallì
sia per l’adesione ormai consolidata al movimento nazionale dei possidenti pugliesi, sia soprattutto per la capillare repressione che fu eserL’interpretazione dello storico
La capillare presenza del brigantaggio
Lo storico Antonio Lucarelli (1874-1952) esaminò non solo l’imponente
documentazione esistente sul brigantaggio in Puglia sia nell’Archivio di Stato,
sia in molti archivi comunali, come quello di Gioia del Colle, dove operò la
famosa banda di Pasquale Romano, ex sottufficiale borbonico, ma anche gli atti
dei processi penali nei confronti dei briganti catturati. In questo brano, che ha
quasi il valore di una cronaca, vengono messi in evidenza la capillare diffusione
del brigantaggio e il clima di violenza e di ferocia in cui esso si svolse.
Tutto il nostro territorio, dal confine molisano all’estrema Sallenzia,
fu cosparso di sangue, di stragi , di rapine.
Nel bosco di Montemilone [...], dopo un aspro combattimento, diciannove briganti pugliesi periscono di orrenda morte, bruciati vivi tra le
fiamme di un pagliaio; e della medesima sorte sono colpiti venti soldati
di fanteria, inseguiti da una comitiva ed asserragliatisi entro un casolare
nei pressi di Ascoli Satriano. Nel gennaio 1862, venticinque lancieri sono
barbaramente trucidati nelle vicinanze di Stornarella; di lì a non molto, il
24 aprile, a ridosso di una casa colonica di San Severo, diciotto tosatori
di pecore, mentre sull’ora di desinare si ristoravan dalla fatica mattiniera,
scambiati per briganti, sono massacrati, a colpi di mitraglia, da un drap18
citata energicamente dai garibaldini, dalla Guardia Nazionale e poi
dall’esercito piemontese.
A questo punto, a tutti coloro che erano stati coinvolti nelle sollevazioni filoborboniche si profilò una sola alternativa: consapevoli che, non
appena fossero stati catturati, dopo un processo sommario da parte dell’esercito piemontese sarebbero finiti davanti al plotone di esecuzione,
per difendere la propria vita essi si diedero alla macchia, impugnarono le
armi, formarono numerosi gruppi armati che davano al brigantaggio una
capillare diffusione nel territorio regionale. Ad alimentare il brigantaggio, che ottenne un sostegno convinto da parte della popolazione, contribuivano un insieme di fattori: alla atavica aspirazione dei contadini al
pello di fanteria, che per avventura transitava di lontano in perlustrazione
[...]. Il 31 dicembre 1862, in provincia di Foggia, il colonnello Frazero,
con alcuni reparti dell’8°, 36° e 49° reggimento fanteria, è costretto a
battere la ritirata con gravi perdite dinanzi ad un’orda immensa di ribelli; il 5 gennaio 1863, nel bosco di Vallata, a poche miglia da Acquaviva, il capitano di cavalleria Bolasco infligge una decisiva disfatta al
formidabile Romano, che resta sul terreno con oltre venti dei suoi gregari; il 16 giugno dello stesso anno, alla Murgia Belmonte, non lungi
da Martina Franca, il capitano dei carabinieri Allisio sorprende le associate compagnie di Maniglia, Trinchera e Pizzichicchio (capi di gruppi
di briganti, ndr), uccide nel conflitto diciassette masnadieri, ne manda
alla fucilazione altri undici presi con le armi alla mano, e s’impadronisce di un copioso bottino.
Chi potrebbe enumerare tutti gli scontri di quell’infausto periodo,
che corse dalla primavera del 1861 all’estate del 1863? Alla masseria dei
Monaci, nei dintorni di Noci, presso la quale fu dispersa, con numerosi
morti, feriti e prigionieri, una grossa masnada di duecento borbonici,
[...], nelle adiacenze di Conversano, fra Grumo ed Acquaviva, nel territorio di Altamura [...], a Castel del Monte, sulle Murge di Minervino,
Spinazzola, Gravina, Andria, Corato, nei dintorni di Giovinazzo, Bisceglie, Barletta, Cerignola e Foggia.
(Antonio Lucarelli, La Puglia nel secolo XIX, Adda, Bari, 1968, pp. 190-92)
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possesso della terra e alla disponibilità di ex soldati ed ex ufficiali borbonici, si deve aggiungere sia il pesante fiscalismo del nuovo stato, peraltro
necessario per finanziare tutte quelle infrastrutture (ferrovie, strade, porti) indispensabili per unificare il territorio del nuovo stato nazionale, sia la
coscrizione obbligatoria, che sottraeva alle povere famiglie di contadini per
cinque lunghi anni un giovane nel pieno delle sue capacità lavorative.
I governi della Destra storica si limitarono alla sola risposta militare e
non furono neppure scalfiti dal dubbio che il brigantaggio potesse essere alimentato dalle penose condizioni di vita del contadino, al quale,
talvolta, il brigantaggio si presentava come unica e concreta possibilità
di sfuggire all’arbitrio dei grandi proprietari terrieri ed anche di ritagliarsi una migliore condizione di vita.
Il brigantaggio fu la prova drammatica del tipo di rapporto che il
nuovo stato unitario avrebbe continuato ad avere con le moltitudini
del Mezzogiorno: lungi dal ricercare consensi e un suo radicamento nella
coscienza popolare, esso si presentava come semplice ed efficace strumento
Documenti
È la miseria che predispone al brigantaggio
Giuseppe Massari (1821-1884), già esule politico pugliese e poi deputato, su incarico del parlamento italiano fu protagonista nel 1863 di una
inchiesta sul brigantaggio e autore di una relazione su di esso. Il Massari,
che era stato dapprima vicino al Gioberti e poi aveva avuto ottimi rapporti con Cavour, individua nelle misere condizioni di vita del contadino
meridionale, e soprattutto nella figura del bracciante nullatenente, le
“cause predisponenti” del brigantaggio.
Le prime cause adunque del brigantaggio sono le cause predisponenti. E prima fra tutte, la condizione sociale, lo stato economico del
campagnolo, che in quelle provincie appunto, dove il brigantaggio ha
raggiunto proporzioni maggiori, è assai infelice. Quella piaga della moderna società, che è il proletariato, ivi appare più ampia che altrove. Il
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per l’instaurazione e il controllo dell’ordine pubblico. Negli anni successivi, gli interlocutori dei governi della Destra storica sul piano locale non
saranno i rappresentanti di una classe media, del resto impotente ed omologata a quella del ceto padronale, ma unicamente i proprietari terrieri
che, tranne rare eccezioni, anche qui in Puglia avevano mostrato una
straordinaria capacità di resistenza e di neutralizzazione nel tempo di ogni
istanza innovativa sia sul piano politico sia su quello della conduzione
della terra e dei rapporti di lavoro da instaurare con i contadini.
Insomma, il processo risorgimentale e la costruzione della nuova compagine nazionale si caratterizzavano come semplice “rivoluzione politica” né preceduta né accompagnata da una “rivoluzione sociale”. Non è
un caso che nel 1911, a distanza di cinquant’anni dall’Unità, Leopoldo
Franchetti, autore con Sidney Sonnino della famosa inchiesta sulla Sicilia, denunziava il fatto che dal 1861 in poi tutti i governi di ogni partito
hanno visto nel Mezzogiorno non un paese da governare, ma “un gruppo di deputati da conciliarsi”.
contadino non ha alcun vincolo che lo stringa alla terra. La sua condizione è quella del vero nullatenente, e quand’anche la mercede del suo lavoro non fosse tenue, il suo stato economico non ne sperimenterebbe miglioramento [...]. Tolgasi ad esempio la Capitanata. Ivi la proprietà è
raccolta in pochissime mani [...] ed ivi il numero de’ proletari è grandissimo. A Foggia, a Cerignola, a San Marco in Lamis havvi un ceto di
popolazione, addimandato col nome di terrazzani, che non possiede assolutamente nulla e che vive di rapina [...]. “I terrazzani ed i cafoni, ci
diceva il direttore del demanio e tasse della provincia di Foggia, hanno
pane di tal qualità che non ne mangerebbero i cani”. Tanta miseria e tanto
squallore sono naturale apparecchio al brigantaggio. La vita del brigante
abbonda di attrattive per il povero contadino, il quale, ponendola a confronto con la vita stentata e misera che egli è condannato a menare, non
inferisce di certo dal paragone conseguenze propizie all’ordine sociale. Il
contrasto è terribile, e non è a meravigliare se nel maggior numero di casi
il fascino della tentazione a male oprare sia irresistibile.
(Giuseppe Massari, Relazione, Napoli, 1863, p. 4)
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L’espansione dell’agricoltura
All’indomani dell’unità d’Italia, l’articolazione sociale della Puglia,
piuttosto semplice, è riferibile ad una economia agricola in cui non si
sono ancora affermati i nuovi processi di produzione e, tranne la Terra
di Bari, stentano a decollare tecniche più razionali di trasformazione
dei prodotti agricoli.
Nel 1861 (v. tabella) l’agricoltura pugliese assorbiva il 35,87% dell’intera popolazione (58,31% della sola popolazione attiva), l’industria
manifatturiera il 15,34% (24,93% della popolazione attiva). Il dato
sugli addetti alla lavorazione manifatturiera, però, non deve trarre in
inganno: la percentuale, infatti, rifletteva la capillare diffusione della
lavorazione a domicilio del cotone e della lana, poiché quasi in ogni
casa era presente un telaio a mano, al quale si avvicendavano a turno
bambine e donne che producevano tessuti e panni per l’autoconsumo
famigliare o per un modesto mercato locale. In realtà, gli occupati negli opifici in Puglia nel 1876 erano soltanto 2.226 (1,48 per mille), su
una popolazione regionale di 1.506.289 unità.
All’interno di questo quadro socio-economico, la politica liberistica
della Destra storica ebbe esiti contrastanti: in agricoltura favorì l’espansione della coltivazione di cereali e di alcune colture arboree (uliveti,
mandorleti, vigneti), già in atto prima dell’unità d’Italia; nell’industria,
invece, produsse una disarticolazione del modesto apparato produttivo
esistente.
La cerealicoltura, anche per la non disponibilità sul mercato europeo del grano americano a causa della guerra di secessione degli U.S.A.,
conobbe un notevole aumento sino alla prima metà degli anni Settanta. Ma la congiuntura più favorevole per l’espansione dell’agricoltura
pugliese e delle attività industriali ad essa collegate si ebbe fra gli anni
Settanta e gli anni Ottanta, quando i vigneti francesi furono distrutti
dalla fillossera.
Una vera e propria “febbre della vite”, la cui coltivazione assicurava
grandi profitti, si impadronì del grande e del piccolo proprietario, che
dappertutto, e particolarmente in Terra di Bari, a ritmo impressionante
impiantava vigneti in terre incolte e addirittura in uliveti e mandorleti,
22
COMPOSIZIONE PROFESSIONALE DELLA POPOLAZIONE
PUGLIESE DISTINTA PER PROVINCE DAL 1861 AL 1871
Terra di Bari
1861 1871
Industria agricola e mineraria 32,29 28,56
Industriamanifattrice
19,92 28,56
Commercioetrasporti
3,20 2,00
Professioni e arti liberali
1,79 0,54
Culto
1,09 0,73
Amministrazionepubblica
0,30 0,36
Sicurezza interna ed esterna
0,26 0,33
Possidenti, capitalisti e pensionati 3,19 3,14
Impiegati privati e personale di servizio 1,31 1,75
Poveri, detenuti, prostitute, ecc.
0,59 0,59
Senzaprofessione
35,06 49,77
Capitanata Terra d’Otranto
1861 1871 1861 1871
31,91 31,57 41,84 35,66
9,51 9,86 13,75 16,21
2,57 1,70 2,57 1,14
1,59 0,69 2,02 0,59
0,81 0,62 0,87 0,75
0,38 0,49 0,36 0,24
0,77 0,28 0,23 0,29
3,56 3,66 3,39 4,14
1,24 1,51 2,17 1,86
1,01 4.92 0,63 0,63
46,65 44,70 32,17 38,49
Puglia
1861 1871
35,87 31,71
15,34 13,07
2,84 1,63
1,82 0,60
0,94 0,71
0,34 0,35
0,37 0,31
3,35 3,60
1,59 1,73
0,71 1,59
36,83 44.70
Si tenga presente che nei due censimenti del 1861 e del 1871 le percentuali delle diverse professioni si riferiscono a tutta la popolazione, quindi
anche ai bambini da 0 anni in su.
La tabella risulta dalla utilizzazione e riorganizzazione di dati presenti in Franca Assante,
Città e campagne nella Puglia del secolo XIX, Genève, 1974, pp. 134-35.
che venivano così abbattuti. Una ulteriore spinta alla diffusione dei vitigni si ebbe a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, quando
dagli U.S.A., avviati ad un grande sviluppo dopo il superamento della
guerra civile, cominciarono ad arrivare sul mercato europeo quantità
sempre più crescenti di grano americano ad un prezzo altamente competitivo, col quale il grano pugliese non ebbe possibilità di competere.
La “febbre della vite”, però, fu a senso unico e, salvo rare eccezioni
di alcuni grandi ed illuminati proprietari, mirò alla sola produzione
di vino da taglio, assai richiesto dal mercato dell’Italia settentrionale
e, soprattutto, da quello francese. Del resto, l’impianto e la coltivazione dei vitigni funzionali alla produzione di vino da taglio avevano
costi modesti, e quindi compatibili con le piccole e medie aziende che
costituivano il nerbo della viticoltura pugliese, alle quali peraltro man23
cava la possibilità di compiere il salto di qualità richiesto per produrre
vini leggeri da pasto.
Il panorama agricolo della Puglia, comunque, ne risultò completamente trasformato, e a nulla valsero gli inviti alla prudenza e gli ammonimenti sui pericolosi rischi di un’agricoltura monoculturale: i proprietari pugliesi, che così legavano i loro destini e quelli dell’intera economia regionale ad una situazione contingente, furono tutti convinti dai
notevoli guadagni assicurati dalla facile collocazione del vino pugliese
sul mercato francese.
Gli interventi della Destra storica
A stimolare il processo di espansione e di trasformazione dell’agricoltura pugliese contribuirono due importanti provvedimenti della
Destra storica: la quotizzazione e la vendita delle terre ecclesiastiche e
demaniali da un lato, l’abolizione del regime feudale della “Dogana
della mena delle pecore” dall’altro.
Approfondimenti
La quotizzazione delle terre del Tavoliere
Alfonso d’Aragona a metà del Quattrocento riunì tutte le terre demaniali della pianura del Tavoliere delle Puglie, di cui si erano indebitamente appropriati baroni, enti ecclesiastici e comunità locali, e le destinò a
pascolo, dando vita alla “Dogana della mena delle pecore”. Un regime,
questo, che, con le sue norme rigide e le severe pene previste, da un lato
rendeva impossibile ogni trasformazione e innovazione, dall’altro obbligava i pastori a condurre le loro greggi a pascolare in quelle terre da settembre a maggio. Solo un quinto della superficie del Tavoliere poteva
essere coltivata a cereali: modeste quote di terra venivano assegnate, dietro pagamento di un canone annuale, a braccianti e contadini poveri che
si impegnavano a lasciare a pascolo il campo dopo la raccolta e a non
realizzare alcun tipo di recinzione.
Nella sterminata pianura del Tavoliere, seconda in Italia solo alla pia-
24
In tutta l’Italia meridionale, fra il 1861 e il 1877 ci fu da parte di
grandi e piccoli proprietari, e persino di un numero esiguo di contadini poveri, una corsa all’acquisto delle terre; in Puglia, poi, il movimento
fu ancora più intenso, tanto che qui furono investiti più di 70 milioni
di lire, una somma che risultò pari a quella impegnata in Toscana e
Veneto messe insieme. Più lento, invece, risultò il processo di affrancamento delle terre del Tavoliere, che si intensificò a partire dal 1870.
Il quadro della proprietà della regione risultò di molto modificato,
poiché fra il 1860 e il 1880 non solo il numero dei proprietari si raddoppiò, passando da 178.772 a 347.498 unità, ma venne formandosi
anche una classe di agricoltori interessati a migliorare la tradizionale
coltivazione dei cereali e a diversificare la produzione, avviando, soprattutto in prossimità dei centri urbani, nuove coltivazioni arboree
(viti, uliveti, frutteti, agrumeti, orti e giardini). Si tenga presente che
nella sola Capitanata nel quinquennio 1870-1874 furono dissodati e
messi a coltivazione ben 36.700 nuovi ettari di terra.
nura padana, portavano a svernare le loro greggi non solo i pastori pugliesi, ma anche quelli dell’Abruzzo, della Basilicata e della Campania,
assicurando alle casse dello stato consistenti entrate.
Nel Regno di Napoli non erano mancati gli appelli alla monarchia
borbonica perché fosse eliminato il regime della “Dogana della mena
delle pecore”, che mortificava le potenzialità di sviluppo dell’agricoltura
di Capitanata e dell’intera regione. Il Galanti, nella sua famosa Relazione
sulla Puglia, aveva affermato a fine Settecento che il Tavoliere era ormai
“divenuto un deserto come la Tartaria” e che bisognava quanto prima
“ristabilirvi la popolazione e conservare l’industria libera, così di pascolo
come di coltivazione”.
Il regime del Tavoliere fu abolito con la legge del 26 febbraio 1865,
che affrancava le terre e le assegnava ai censuari contro il pagamento,
rateizzabile in 15 anni, di una somma pari a 22 volte il canone annuale. Le richieste dei censuari furono, però, assai limitate nei primi anni
e divennero più numerose solo a partire dal 1870.
25
P. Crampel, Il Tavoliere delle Puglie (1897)
Così appariva il Tavoliere delle Puglie ancora alla fine dell’Ottocento. Infatti,
la sua trasformazione da immenso pascolo ad area coltivata richiese tempi molto lunghi se, ancora nel 1897, P. Crampel ne dava questa rappresentazione ed
Emile Bertaux, francese e storico dell’arte, nel corso di un viaggio in Puglia,
attraversando la grande pianura, la definiva una immensa pampa e concludeva
che “essa è come annegata nel bagliore di un sole pallido e in un silenzio
appena ritmato da un sordo brusìo. Le città sembrano sì lontane, gli animali
sono sì liberi, gli uomini sì selvaggi, che una sorta di vertigine ci prende, perduti nel mare tranquillo di esseri viventi e senza pensieri” (E. Bertaux, L’Italia
sconosciuta, viaggi nell’ex Regno di Napoli, in G. Dotoli e F. Fiorino, Viaggiatori
francesi in Puglia nell’Ottocento, vol. III, Schena, Fasano 1987, dove è presente
a p. 239 l’immagine qui riproposta di Crampel).
In concomitanza con queste misure, ed anzi nella convinzione di
sollecitare ulteriormente lo sviluppo dell’agricoltura, i governi postunitari si impegnarono per assicurare una efficiente rete di vie di comunicazione che unificasse l’intero territorio nazionale. Gli sforzi si concentrarono nella costruzione di una organica rete ferroviaria, per la
quale la Puglia fu certamente favorita. Se si fa eccezione per il Gargano
26
e per il circondario di Gallipoli, già dal 1865 la ferrovia attraversava i
centri pugliesi più rilevanti, assicurando due importanti condizioni di
sviluppo: da un lato veniva sollecitata la formazione di un mercato che
si estendesse dal Gargano al Salento; dall’altro, con la linea adriatica, la
regione, allentando i suoi rapporti con Napoli, veniva congiunta con
l’Italia del Nord e con i grandi mercati dell’Europa centrale. Si aprirono così nuovi sbocchi commerciali alla produzione granaria e si ebbero
nuove sollecitazioni allo sviluppo dell’agricoltura e, in alcune zone, alla
specializzazione delle colture.
I limiti dello sviluppo pugliese
Si trattò, però, di processi che a lungo termine non innescarono il
circolo virtuoso dello sviluppo complessivo della Puglia: innanzitutto, la
maggiore capacità di attrazione dell’agricoltura finì col limitare e condizionare pesantemente gli investimenti nell’industria e negli altri settori economici; e, d’altra parte, la stessa corsa all’acquisto delle terre
demaniali non lasciò molti spazi ad investimenti che promuovessero su
larga scala tecniche e modi di conduzione moderni.
Da questo punto di vista, i mutamenti che si registrarono in agricoltura furono essenzialmente di ordine quantitativo, per cui l’immissione
di nuovi soggetti e di nuovi gruppi famigliari nel ceto dei possidenti
non scalfì gli atavici metodi e i rapporti di produzione nelle campagne.
Al proposito, si tenga presente che l’aumento delle terre coltivate fu
determinato non da investimenti di capitali, ma dal lavoro di milioni di
braccianti e coloni, che costituirono il vero motore delle trasformazioni
dell’agricoltura pugliese.
Dappertutto, infatti, le terre boschive o incolte divennero vigneti,
uliveti e mandorleti grazie al perpetuarsi del vecchio “contratto di concessione a godimento”, più noto nel periodo post unitario come “contratto a migliorìa”, per il quale da un lato il proprietario concedeva in
fitto per un lungo periodo (dai 10 ai 15, ma anche sino ai 30 anni in
alcune zone) della terra nuda, dall’altro il colono si impegnava a impiantare su di essa delle colture arboree e a restituirla alla fine della
locazione senza nulla pretendere per le colture impiantate.
27
In un quadro economico siffatto, in cui, peraltro, era assai limitata la
presenza di istituti di credito e imperversava l’usura con tassi del 12, 18
e persino del 30%, che scandalosamente a Lecce giungevano anche al
120%, era naturale che la crisi agraria degli anni Ottanta dovesse mettere in evidenza i limiti e le contraddizioni dello sviluppo registratosi
nei primi venti anni di vita unitaria.
2. LA CRISI AGRARIA E LA POLITICA
DELLA SINISTRA PARLAMENTARE
Il decennio felice
Fu nel decennio che va dal 1878 al 1887, con l’avvento della sinistra parlamentare al potere (1876), che lo sviluppo economico della
Puglia ebbe il suo ciclo più fecondo, grazie anche alle misure assunte
dai governi Depretis in materia di lavori pubblici e di politica finanzia-
Documenti
Il denaro è il loro Dio
In questo brano Raffaele Mariano, che fra il 1874 e il 1875 fu compagno di Gregorovius nel suo viaggio in Puglia, mette in evidenza la particolare avarizia e la mentalità assai limitata dei proprietari terrieri pugliesi.
Le osservazioni qui proposte sono un vero e proprio documento di réportage,
se si tiene conto che esse – come ci informa lo stesso Mariano – “sono noterelle
prese quasi cammin facendo, tocchi rapidi, qua e là segnati, come vaghezza
mi pigliava, nel mio taccuino. Di qui le riproduco, senza avere la pretesa di
darle per più di quel che sono”.
Chi visita le città marittime, non sa, non vede nulla della Puglia. Le
condizioni di Bari, Barletta, Molfetta sono al tutto eccezionali e locali.
Bisogna penetrare ne’ paesi e nelle campagne dell’interno. Anche qui,
senza dubbio, la coltura de’ campi ha fatto progressi. Grazie alla locazio28
ria. Sono questi gli anni che registrano le punte massime di aumento
della coltivazione della vite per la produzione di vino da taglio, e, nelle
aree a ridosso dei grandi centri urbani, della diversificazione e del miglioramento delle colture.
I prezzi dei terreni agricoli, che furono oggetto di una intensa e febbrile contrattazione in tutta la Puglia, aumentarono di anno in anno sino
al 1888, e anche un campo nudo, che ora aveva il vantaggio di rendere
meno costoso l’impianto del vigneto, giunse a prezzi consistenti.
A beneficiare della favorevole congiuntura non fu solo il mondo
agricolo, ché anche quello urbano ebbe una notevole fase di espansione. Dal 1878 al 1887 molte città della Puglia, ed in particolare Bari,
Molfetta, Trani, Barletta, Cerignola e Brindisi, “furono predominate
dalla passione edilizia, richiesero a caro prezzo muratori, scalpellini ed
ogni sorta di operai”.
Del resto, “la passione edilizia” delle città pugliesi in questo decennio si inseriva in un processo più generale e di maggiore durata che
ne così detta a migliorìe, molti terreni incolti sono stati messi a coltura
ed arricchiti anche di piantagioni. Ma è qui pure dove si tocca con mano
quanto la ricchezza e l’agiatezza, il benessere di tutti siano cose diverse.
Da un lato alquanti signori, borghesi arricchiti, possessori di latifondi,
spesso milionarii; dall’altro moltitudini di giornalieri e braccianti pezzenti, abbandonati, senza conforti e senza speranze.
La vita di codesti signori si condensa nell’avidità dell’avere, del possedere. Il denaro è il loro Dio; l’avarizia il loro culto. L’amore pel denaro
non è già l’aspirazione tutta naturale e legittima negl’individui come ne’
popoli, a disporre di molti mezzi pe’ fini di civiltà. È l’amore del danaro
pel danaro. Massimo, unico godimento loro è d’aver a sguazzare nell’oro. La maggior parte, divenuti milionarii, rimangono gretti, tapini
nelle loro idee e nelle loro aspirazioni, quali erano secoli addietro gli
antenati loro, che forse non avevano il becco di un quattrino. Che enorme divario tra un Gentleman-Farmer o un Cotton-Lord inglese e un
quattrinaio delle Puglie!
(R. Mariano, Puglia e pugliesi, in F. Gregorovius, Nelle Puglie, Firenze, 1882, pp. 30-31)
29
interessò la Puglia nell’ultimo trentennio dell’Ottocento, differenziandola dalle altre aree dell’Italia meridonale: da un lato, vi fu un
modesto ma significativo incremento demografico, grazie al quale
la popolazione regionale aumentò di 500.000 unità, attestandosi
nel 1901 a 1.959.668 abitanti; dall’altro, il processo di urbanizzazione, che registrò i livelli più alti in Terra di Bari, portava nuova
popolazione nelle città.
Lo stesso potere reale d’acquisto dei salari aumentò, favorendo
maggiori consumi domestici e un più elevato tenore di vita, il cui miglioramento, secondo Sabino Fiorese, “non ebbe uguali raffronti in altre parti del Regno”.
Approfondimenti
Le società operaie di mutuo soccorso
Notevole è stato il ruolo che le società operaie di mutuo soccorso
hanno svolto anche in Puglia per l’emancipazione morale e materiale
delle classi popolari, soprattutto prima della costituzione e dello sviluppo del partito socialista e della Camera del Lavoro, che peraltro proprio
all’interno di esse spesso trovarono all’inizio dirigenti e militanti. Fondate già all’indomani dell’Unità d’Italia in alcuni centri (le prime in assoluto si hanno ad Ostuni, a Lecce, a Taranto, a Massafra), le società operaie di mutuo soccorso si diffondono su tutto il territorio regionale a partire dagli anni Ottanta: nel 1904 in Puglia ve ne sono 109.
Con la diffusione della mutualità operaia in tutta Italia, si impose una
ridefinizione legislativa dell’intera materia, che si ebbe con la legge del 15
aprile del 1886. Venivano fissati, così, gli scopi e le norme che disciplinavano la costituzione e la vita di queste associazioni perché potessero ottenere la personalità giuridica e, dunque, le agevolazioni creditizie previste
a livello nazionale. Oltre a garantire prestiti a tassi agevolati e sostegni a
soci e famigliari colpiti da avversità, le società di mutuo soccorso, alle
quali per legge era vietato qualsiasi intento politico e la partecipazione “a
30
La vitalità di quegli anni del mondo
agricolo e di quello
urbano potè consentire un più facile ricorso al credito anche alle classi più
umili. Venne così limitata la pratica dell’usura, piaga antica
della Puglia. Ci fu,
LE BANCHE COOPERATIVE DI
CREDITO IN PUGLIA DAL 1882 AL 1887
BARI
FOGGIA
LECCE
Totale
1882 1883 1884 1885 1886 1887
17 18 23 32 41
47
6
9 11 14 19
21
- 2
8
9
11
23 27
36
54
69
79
La tabella è presente in S. Fiorese, Storia della
crisi economica in Puglia dal 1887 al 1897, Vecchi editore, Trani 1900, p. 57.
qualunque lotta di partiti locali”, erano impegnate in un’opera complessiva di promozione professionale, morale e culturale.
La lettura di uno statuto di una società di mutuo soccorso, sempre
molto articolato e puntuale in modo da non dare adito a interpretazioni
che svilissero la natura del sodalizio, può risultare una esperienza utile per
capire questa pagina della storia nazionale e regionale.
Ad esempio, lo statuto della Società Operaia di Mutuo Soccorso “Umberto I” di Modugno, già presente nel 1880 e poi ridefinitasi nel 1890
alla luce della legge del 1886, dopo aver precisato che essa “ha per solo ed
esclusivo fine il Mutuo Soccorso, materiale, morale, ed intellettuale dei
propri Soci”, all’articolo 33 afferma: “In caso di malattia involontaria,
che dal medico sia dichiarata assolutamente impotente al lavoro e non sia
stata cagionata da cause disonoranti, o da mal costume, come sifilide,
dall’abuso del vino e liquori, o da ferite riportate in risse provocate, si
avrà dritto all’assistenza personale di uno o due altri soci, alle visite mediche ed alle medicine che saranno a carico della Società, ed al sussidio
giornaliero di centesimi sessanta”. Altri articoli fissano sussidi per i soci
inabili, per vecchiaia o per incidenti sul lavoro; contributi per la famiglia
di un socio deceduto; acquisto di suoli pubblici per la costruzione di case
per operai; promozione di “Scuole Operaie tecniche e pratiche”.
31
infatti, un aumento delle banche, e in particolare delle cooperative di
credito, che anticipavano il capitale che era necessario ad un fittavolo
per mettere a coltura un campo incolto o per promuovere in esso delle
trasformazioni.
In molti centri sorsero ad iniziativa di contadini ed operai anche le
società di mutuo soccorso, i cui statuti prevedevano l’elargizione ai soci
di prestiti ad un tasso molto basso. Negli anni Ottanta si contano più
di 20 società di mutuo soccorso rispettivamente nel Salento e in Terra
di Bari, 6 in Capitanata.
A completamento del quadro, si consideri l’ulteriore espansione delle
ferrovie e della rete stradale che, progettate soprattutto per congiungere la linea adriatica con le aree interne, raggiunsero proprio nel 1886
le punte più elevate di sviluppo.
L’esplosione della crisi e “le città morte abitate da vivi”
Commentando l’esiguo numero di operatori pugliesi presenti nel
1897 all’Esposizione di Torino, Raffaele De Cesare, deputato liberale e storico, così scriveva sul Corriere delle Puglie: “È solo da due
anni che la Puglia esce da una delle più tremende crisi che ricordi la
storia economica di un paese [...]. Quanti [...] sono stati travolti dalle rovine economiche e finanziarie, che la imprevidenza e le illusioni nostre, e gli errori e le colpe del Governo resero possibili! Quante di quelle industrie son morte e quanti di quei latifondi, trasformati in ubertosi vigneti, son passati in altre mani, o formano, ciò
ch’è peggio, quella triste manomorta bancaria, con tanta iattura della
pubblica ricchezza!”.
Il quadro incisivo del De Cesare mette bene in evidenza le terribili
conseguenze della crisi agraria che sconvolse per un lungo periodo l’intera economia della Puglia in un momento importante della storia nazionale, quando l’Italia fu impegnata dapprima col Depretis in una
svolta radicale in politica estera e poi nel 1888 con Crispi nella guerra
doganale con la Francia, che segue alla denuncia del trattato commerciale del 1883.
Già a partire dalla fine degli anni Settanta v’erano state battute d’ar32
I PREZZI DEL GRANO, DELL'OLIO E DEL VINO
IN PUGLIA DAL 1870 AL 1888
Anno
Prezzi del grano
sulle piazze pugliesi
1870
1875
1878
1879
1880
1882
1884
1885
1886
1887
1888
30,89
31,37
33,39
34,12
32,98
27,08
23,75
23,39
23,79
24,24
24,40
Prezzi dell’olio
a Bari a Gallipoli
117,05
135,72
123,95
129,14
131,70
136,22
154,27
148,90
136,57
128,30
126,12
101,35
86,91
90,41
89,71
88,42
77,77
79,48
78,73
73,74
69,48
69,77
Prezzi del vino
a Bari
26,80
32,43
34,49
32,79
31,83
32,00
33,50
39,19
39,94
33,40
27,79
Per il grano e l’olio i prezzi, calcolati in lire, si riferiscono ad un quintale; per il vino ad un ettolitro. La tabella è il risultato di una riorganizzazione di dati presenti in L. Palumbo, L’economia rurale pugliese nell’età della
sinistra, in AA. VV., Atti del VI convegno di studi sul Risorgimento in Puglia,
Levante editori, Bari 1989, pp. 271-76. Il divario sempre più crescente
dei prezzi dell’olio praticati a Gallipoli e a Bari è determinato dalla diversa
qualità del prodotto.
resto per la produzione di grano e di olio, il cui prezzo aveva registrato
una sensibile caduta sulle piazze regionali; ora, nel 1888, con la totale
chiusura del mercato francese, l’intero vino da taglio pugliese restò invenduto.
Le conseguenze furono terribili: il crollo dell’intera produzione agricola, e con essa del commercio e delle industrie, fu totale; si innescò
una catena impressionante di fallimenti di aziende agricole, commerciali e di opifici industriali; le esportazioni, e conseguenzialmente tutte
le attività portuali, non ebbero più ragion d’essere; la povertà raggiun33
se punte non conosciute in precedenza. In particolare, i proprietari, soprattutto piccoli e medi, peraltro già indebitati per le innovazioni colturali, si videro pignorate e sequestrate le terre che spesso dovettero cedere
ad un prezzo di vera e propria rapina: mediamente i terreni si deprezzarono almeno di un quarto del valore da essi raggiunto agli inizi degli anni
Ottanta, e un ettaro di vigneto, ad esempio, il cui valore prima della crisi
superava le 4.000 lire in Terra di Bari, veniva barattato a meno di 1.000.
A tutti i centri pugliesi, e soprattutto a quelli portuali, ridotti a
“città morte abitate da vivi”, si può estendere quello che Franca Assante afferma per Gallipoli: “Non appena il porto, che era il polmone
della città e dell’esteso entroterra agricolo, restò inattivo, tutte quelle
piccole industrie che attorno ad esse erano andate sviluppandosi, si
arrestarono, travolgendo nei fallimenti i piccoli cantieri, i trappeti, le
industrie di botti e di cordami, e i saponifici, che in passato avevano
L’interpretazione dello storico
Le domande fondamentali della crisi
Sabino Fiorese (1851-1935), sin dal 1849 docente di Economia Politica presso la Scuola Commerciale di Bari, poi divenuta Regio Istituto Superiore di Scienze Economiche e Commerciali, fu un intellettuale impegnato
nell’analisi del mondo agricolo pugliese, per il quale propose una serie di
riforme.
In questo brano, egli pone l’accento sulle “cause preparatorie” della crisi,
che, a suo avviso, sono anche di natura morale.
La buona economia non dipende soltanto dall’ardimento e dalle
buone leggi, ma sopra tutto dalla buona volontà; e, dicasi quello che si
vuole in contrario, è certo che noi difettiamo dell’uno e dell’altra, delle
buone leggi, giacché fu insufficiente la loro preparazione dopo il periodo burrascoso che traversò l’Italia ricostituita ad unità politica, e della
buona volontà difettammo noi, dacché si può dire buona la volontà
quando buoni sono i motivi che la fecondano, e niuno dirà certo che
34
avuto una vita prospera. Dai portuali la disoccupazione si estese al
mondo artigiano, che si reggeva sull’attività commerciale. Il dramma
si era compiuto. Gallipoli si apprestava a diventare una città morta
abitata da vivi”.
Il governo nazionale di fronte alla crisi
La crisi, che si complicò ulteriormente in seguito al fallimento del
sistema bancario nazionale negli anni 1893-1896 e si protrasse sino
alla fine del secolo, manifestò drammaticamente i limiti profondi della
politica della classe dirigente post-unitaria, che aveva visto nell’agricoltura il fulcro e il motore dello sviluppo dell’economia nazionale. Non è
un caso che il suo superamento maturerà in concomitanza di una nuova fase di sviluppo nazionale e internazionale.
Non mancarono in Puglia i casi di grandi proprietari, come i Pavon-
siano buoni motivi dell’azione nostra quelli che ci spingono a bisogni
fittizii o prematuri.
E chi negherà mai che i bisogni che ci creammo furono poco corrispondenti alle giuste esigenze della vita? Come negarlo, se dimenticammo la previdenza, e se facemmo perfino strade ferrate e porti richiesti più dalle necessità locali ed amministrative che dalle necessità
economiche? Si può negare che affrettammo con la vendita dei beni
delle corporazioni religiose la ricostituzione del latifondo? Si può negare che il giacobinismo portò, forse senza prevederlo, estesi vantaggi
agli uomini di affari, dai quali furono germinati poi istituti divoratori
delle pubbliche e private fortune? Negheremo che sbagliammo persino
i metodi del lavoro, se dopo tanti anni i demani non furono destinati
al proletariato, il latifondo non si seppe distruggere e le banche non
poteronsi disciplinare?
È ben vero che sono roventi coteste interrogazioni; ma senza dubbio
la risposta ad ognuna di esse include la designazione delle cause preparatorie della crisi che rovinò nell’ultimo decennio del secolo le Puglie e
tante altre parti d’Italia.
(S. Fiorese, op. cit., p.17)
35
celli a Cerignola, i Rogadeo nella zona di Castel del Monte e altri ancora nel Salento, che reagirono subito alla crisi e si adeguarono alle nuove
esigenze, potenziando la produzione, peraltro già avviata nel passato, di
vini leggeri da pasto che non ebbero difficoltà a conquistare subito quote
di mercato nell’impero austro-ungarico, in Germania e in Europa settentrionale, oltre che in America ed Australia. Si trattò pur sempre,
però, di una minoranza che poteva disporre dei due requisiti necessari
per passare dalla produzione di vino da taglio a quella dei vini da pasto:
grandi estensioni di terre e disponibilità di capitali.
Nessuna possibilità di intervento, invece, si delineò nell’immediato
per piccoli e medi proprietari o per grandi proprietari meno illuminati, che non potettero disporre né di un piano regionale o nazionale di
intervento né di misure di sostegno da parte del governo.
Documenti
Il governo ignora la miseria della Puglia
Il 10 maggio 1889 l’on. Matteo Renato Imbriani tenne alla Camera dei
Deputati un discorso vibrante sulla drammatica crisi che opprimeva la Puglia, accusando il governo di aver provocato la chiusura del mercato francese
“per servire la Germania”. Durante l’intervento, per più volte ci furono in
aula mormorii ed espressioni di disapprovazione nei confronti di Imbriani.
Vengo ora dalle Puglie, e credo di poter parlare con alcuna competenza delle cose che ho visto. Ho fatto un pellegrinaggio di dolore e di
affetto. Ho visto un intero popolo laborioso, onesto, dignitoso, che non
chiede altro che lavoro, il quale vi dice: dateci del lavoro fino alla morte;
meglio morire sotto il peso del lavoro che morire di miseria.
Ho visto ricche industrie le quali non rendono più nulla, io ho
visto una miseria spaventevole, o signori. [...]. Lavoratori che lasciavano la marra venivano sulla strada, e dicevano: con otto, con dieci,
con quattordici soldi che è la mercede giornaliera più alta, non si può
vivere, non si può far campare la famiglia. Sei centesimi di dazio
consumo sul pane, undici sul vino, che cosa ci resta? La fame, la di36
Il controllo e la spedizione del vino, dopo l’imbottigliamento,
nello stabilimento vinicolo “Pavoncelli” di Cerignola
sperazione. E la fame era su quei volti squallidi, la disperazione in quegli animi. [...].
Eppure questa gente così danneggiata, così malmenata, è venuta due
volte a Roma ad esporre le sue miserrime condizioni. La prima volta è
stata accolta con superba ironia, e loro è stato detto dal Presidente del
Consiglio: Voi nuotate nell’oro. Ed essi hanno risposto: insultate anche
la nostra miseria? Lo vedrete se nuotiamo nell’oro! La seconda volta loro
è stata fatta una lezione di enologia ed è stato detto: dovete fabbricare dei
vini commerciabili; la colpa è vostra se non sapete fare vini che si possano
bere, se non riducete i vostri vini da taglio. Ebbene, anche quest’accusa
era ingiusta: ci sono nelle Puglie stabilimenti enologici di prim’ordine.
Eppoi, se il suolo dà quel frutto, quel frutto soltanto i produttori possono mettere sul mercato. E voi glielo avete chiuso questo mercato per
servire la Germania! [...].
Ora, signori, sapete qual è la condizione delle Puglie? Dopo aver profuso milioni in quelle terre si passa l’aratro nelle vigne, le si lasciano incolte, non c’è produzione, e quello che ancor si produce, non si sa su
quale mercato gettarlo! [...]. Io vi prego di andare in mezzo a quei popoli, e vedrete non cento, non mille, ma migliaia di facce squallide di donne pallide, scarmigliate, affamate, di fanciulli, di uomini affranti.
(M. R. Imbriani, Discorso parlamentare del 10 maggio 1889, in S. Fiorese, op. cit., p. 119)
37
Crispi, infatti, non solo non si preoccupò di affrontare la drammatica situazione, ma ne addossò la responsabilità esclusivamente agli agricoltori pugliesi, incapaci – a suo dire – di produrre del buon vino e
imprudenti nell’aver aumentato l’impianto e la coltivazione della vite.
La sua ricetta non ammetteva repliche: “Se non siete buoni a fabbricare il vostro vino, spiantate la vigna!”. Non diversamente vennero spiegati i numerosi fallimenti bancari che, lungi dall’essere collegati alla
paralisi del commercio in seguito alla guerra doganale con la Francia, si
ritennero causati esclusivamente dalla malafede dei Pugliesi, dediti ormai ad una nuova attività lucrativa: quella, appunto, dei fallimenti.
Le autorità di governo, così facendo, assolvevano completamente se
stesse, ispiravano la loro politica ad un atteggiamento di indifferenza
per i tragici problemi della crisi limitandola ad una questione privata,
tanto che non perdevano mai l’occasione di sottolineare solennemente:
“Non è dato al governo di coadiuvare e neppure di stimolare l’attività
privata”.
Opportunamente, una parte della pubblicistica dell’epoca mise in
risalto l’infondatezza di tale condotta, sottolineando che lo stato italiano realizzava in Puglia entrate ben più consistenti delle spese: ad esempio, limitandoci alla sola Terra di Bari, nel biennio 1886-1887 il totale
delle spese dello stato ammontò solo ad un terzo delle entrate (£
11.539.431 contro 38.476.834).
In realtà, ancora una volta veniva confermato quell’atteggiamento
della classe dirigente nazionale, seguita in ciò da buona parte di quella
regionale, che da un lato spiegava il malessere della Puglia, e del Sud in
generale, con l’incuria e i limiti della popolazione, dall’altro faceva appello all’ideale dell’unità nazionale e dell’ordine pubblico, da cui tutti
non potevano ricevere che del bene materiale e morale e per la cui
difesa veniva invocata conseguentemente la repressione.
Verso una nuova dialettica politica
La crisi agraria, però, non arrestò, come peraltro si è già detto, l’aumento della popolazione e lo stesso processo di urbanizzazione che, invece, proprio fra il 1891 e il 1901 ebbe la sua fase di maggior incre38
I tumulti di Bari nell’aprile del 1898 per l’aumento del prezzo
del pane: dopo le violente agitazioni popolari, l’esercito
distribuisce pane e farina alla popolazione
mento, rendendo ancora più centrale il ruolo delle città all’interno della vita economica e sociale.
Sarà proprio il ruolo più incisivo che le città e le amministrazioni
locali eserciteranno negli ultimi due decenni del secolo a favorire la
nascita di nuove forze sociali e politiche e l’affermazione di una più
moderna dialettica democratica. Sono questi gli anni in cui l’operaio
e il contadino, consci dei propri limiti culturali e politici, si impegnarono perché il Comune fosse uno strumento di difesa contro la politica dei bassi salari e l’eccessivo fiscalismo nazionale. Non è un caso
che nel 1898 proprio in Puglia si ebbero grandi agitazioni che, sebbene conservassero alcuni aspetti dei tradizionali tumulti popolari,
preludevano a nuove forme di organizzazione politica.
39
Del resto, il nuovo quadro sociale e politico era ben evidente alle
autorità civili e militari se il prefetto di Bari, scrivendo al Ministero
degli Interni, esprimeva tutta la sua preoccupazione affermando già
nel 1882 che “le classi popolari pugliesi vanno sottoposte ad accurata sorveglianza, poiché esse numerosissime vivono non già sparse
ma addensate nelle frequenti e popolose Città; quindi facilissima
fra loro la frequentazione delle nuove idee; pronta la comunanza
dei propositi, istantanea la commozione in animi per natura eccitabilissimi [...]. Sicché, se le plebi [...] non fossero con moltissima cura
tenute d’occhio, potrebbero facilmente divenir materia incendiaria
al lampo della questione sociale”.
Approfondimenti
I tumulti per il caro pane in Puglia
Ad avviare le agitazioni contro l’aumento del prezzo della farina e del
pane che sconvolse molte città italiane (Milano, Firenze, Bologna) agli
inizi di maggio del 1898, fu proprio la Puglia che già il 27 aprile registrava i primi tumulti a Bari, il 28 a Foggia (dove venne incendiato il palazzo
del Comune), e nei giorni successivi a Corato, Gravina, Minervino,
Molfetta, Modugno e in altri centri ancora.
Il governo Di Rudinì, che pure aveva permesso la ripresa dell’attività
del partito socialista e delle organizzazioni sindacali, reagì con misure
repressive, affidando ai militari il compito di ripristinare l’ordine (si ricorderà che a Milano fu inviato il generale Bava Beccaris che a più riprese, il 5 e il 6 maggio, fece sparare sui manifestanti, provocando un centinaio di morti e diverse centinaia di feriti).
Per la particolare e prolungata violenza dei tumulti, a Bari, dove furono presi d’assalto e devastati diversi uffici pubblici (quelli del dazio, del
bollo e del registro e della polizia urbana, due scuole e lo stesso palazzo
comunale), a reggere la prefettura fu inviato il 4 maggio il generale Luigi
Pelloux, uomo di fiducia del re e futuro presidente del consiglio dopo le
dimissioni del Di Rudinì, che concentrò nelle sue mani i poteri civili e
40
3. BARI CAPITALE
Il nuovo ruolo della città
A partire dalla fine degli anni Novanta, quando la crisi scoppiata
nel 1888 volge al temine, incomincia sempre più a circolare l’espressione “Bari capitale”, a cui spesso vengono accostate altre dello stesso
tenore: “Bari, regina delle Puglie”, “Bari, massimo centro di tutto il
Mezzogiorno adriatico”, “Bari, porto del Levante”, ed infine “Bari,
capitale intellettuale”.
Si trattava di espressioni particolarmente care agli imprenditori e ai
commercianti baresi, consapevoli che l’intero ciclo economico apertosi
militari. Le misure repressive, che peraltro erano state adottate sin dai
primi giorni delle agitazioni, furono diverse: l’uso di reparti militari
per imporre l’ordine pubblico; il divieto di qualsiasi manifestazione
pubblica; le improvvise retate di notte, con un alto numero di arrestati
(140 a Bari e 50 a Modugno nelle sole giornate del 28 e 29 aprile);
l’avvio di una lunga stagione di processi; l’imposizione del domicilio
coatto.
Si approfittò del clima turbolento per infliggere un duro colpo al
movimento socialista, che incominciava ad affermarsi a Bari e in provincia, sebbene i suoi esponenti avessero preso subito pubblicamente le
distanze da quei tumulti, giudicandoli impolitici: fu sciolto il Circolo
socialista di Bari e i suoi iscritti furono sottoposti alla sorveglianza speciale di polizia; furono imprigionati Canio Musacchio di Gravina e
diversi socialisti di Minervino e Molfetta, con l’imputazione di “eccitamento all’odio di classe”.
Anche la stampa fu posta sotto controllo e a Bari fu soppresso Spartaco, un giornale che era il punto di riferimento delle forze di opposizione
al ceto degli amministratori comunali che, grazie al generale clima di
repressione, pensavano di poter superare il difficile momento. La loro
sconfessione, però, arriverà addirittura da Roma, quando il governo scioglierà la giunta, inviando il 2 giugno un regio commissario per gestire il
Comune.
41
con la costruzione dello stato unitario fosse ormai del tutto esaurito. Le
fortune della Terra di Bari, maturate all’interno della politica liberistica
e dovute all’apertura di nuovi e più estesi mercati, non potevano più
essere legate alla massiccia esportazione dei soli prodotti agricoli. Oltretutto, l’intera economia della Puglia in generale, e quella della Terra di
Bari in particolare, si erano modellate di volta in volta sulla base delle
richieste del mercato esterno, esponendosi, così, ai repentini mutamenti delle congiunture internazionali e ai tanti fattori di rischio che nella
seconda metà dell’Ottocento caratterizzavano i rapporti politici ed economici fra gli stati europei.
Già agli inizi degli anni Novanta era chiaro per settori consistenti dell’imprenditoria barese che non si potesse più riproporre quel boom delle
esportazioni degli anni Settanta e degli anni Ottanta, grazie al quale la
bilancia commerciale provinciale era stata costantemente in attivo. Nel
L’interpretazione dello storico
Le misure protezionistiche bloccano i nuovi processi produttivi
Enrica Di Ciommo, che nel suo saggio Bari 1806-1940 si sofferma con
particolare attenzione sui processi di trasformazione della città fra Ottocento e Novecento, dimostra chiaramente in questo brano come la crisi dell’agricoltura di Terra di Bari da un lato non potesse ricevere alcun beneficio
dalla politica protezionistica avviata dai governi della sinistra parlamentare, dall’altro sollecitò nel capoluogo nuovi processi economici.
Con il mutare delle condizioni congiunturali emersero chiaramente
tutti i limiti di una crescita basata sulle esportazioni, e già agli inizi degli
anni ’90 la Camera di Commercio denunciava le prime consistenti difficoltà dell’agricoltura barese [...].
In tale situazione, anche l’intervento governativo (con le nuove misure protezionistiche della cerealicoltura nazionale nei confronti della concorrenza americana e con quelle a favore delle industrie olearie e vinicole)
non poteva conseguire nel Barese i risultati ottenuti in altre aree della
nazione, ed anzi contribuì all’aggravamento generale degli squilibri. Lo
42
1890, la Camera di Commercio di Bari, dopo aver registrato l’impoverimento complessivo dell’agricoltura pugliese ed aver espresso scetticismo sulle possibilità che le sue sorti potessero migliorare con le misure
protezionistiche, invocate soprattutto dai cerealicoltori di Capitanata e
assunte dal governo nazionale, concludeva in modo sconsolato: “Non
possiamo più lottare con l’estero, che produce molto e a buon mercato”.
Maturò, così, la consapevolezza di un nuovo ruolo della città che, in
sintonia con la grande fase espansiva del capitalismo industriale e commerciale internazionale, diversificasse la sua struttura produttiva e, soprattutto, si ponesse come motore di un’area economica regionale, alla
quale si sarebbero potuti dischiudere nuovi e fecondi rapporti economici con realtà ancora più vaste. E, al proposito, le aspirazioni non riguardavano solo l’Adriatico, e in particolare le zone dirimpettaie della
Puglia, ma anche spazi ben più ampi che una più decisa politica colo-
Stato, infatti, si faceva indirettamente garante e tutore dei redditi agricoli
già tradizionalmente costituiti. E quindi sostanzialmente rafforzava il
potere politico dei grandi proprietari, in definitiva rendeva del tutto improbabile un cambiamento degli indirizzi produttivi e della propensione
alla tesaurizzazione ed all’investimento usuraio, verso il quale per la situazione già descritta andavano le maggiori attese di reddito. Mentre, per
altro verso, gli sporadici nuclei dell’olivicoltura e della viticoltura moderna esistenti nella provincia non avevano ancora la consistenza necessaria perché quelle misure governative di favore potessero determinare un’effettiva incidenza sul più generale complesso del sistema produttivo. [...].
Quale effetto degli sviluppi dell’agricoltura provinciale e della più intensa compenetrazione con il mercato internazionale, venne in questi
anni progressivamente a maturarsi nel capoluogo una base economica
dall’articolazione assai più complessa, nella quale gli investimenti ed i
profitti dell’attività mercantile si intrecciavano con gli interessi immediati della rendita usuraia, mentre nel contempo si registrava la nascita di
alcuni deboli nuclei industriali.
(E. Di Ciommo, Bari 1806-1840. Evoluzione del territorio e sviluppo urbanistico,
Franco Angeli editore, Milano 1984, pp. 107-108)
43
niale italiana avrebbe certamente aperto, permettendo a Bari di ritornare a ricoprire il ruolo di porta e ponte verso l’Oriente.
Non è un caso, quindi, che, a partire dalla fine degli anni Ottanta e
sino alla vigilia della prima guerra mondiale, ci fu a Bari un nuovo
processo di espansione economica e di grandi investimenti di capitali
locali, soprattutto in attività industriali e nell’edilizia, grazie al quale la
città conquistò effettivamente una immagine ed un ruolo che la differenziavano nettamente dagli altri capoluoghi della regione.
Bari, centro delle vie di comunicazioni
L’affermazione, però, della centralità di Bari all’interno della Puglia,
se riceve un forte impulso fra Ottocento e Novecento, è il risultato di
un processo complesso e di lunga durata che, a partire dal decennio
francese, si sviluppa per tutto il secolo.
Una condizione importante per il delinearsi del primato di Bari fu
certamente da un lato lo sviluppo continuo del suo porto, dall’altro
quello delle vie di comunicazione in tutta la provincia, che già all’indomani dell’Unità erano più diffusamente e razionalmente distribuite nel
territorio rispetto all’intero panorama regionale. Alla fine degli anni
Ottanta, sui 7.000 km della rete stradale della Puglia, quasi la metà
(2.961) era dislocata in Terra di Bari. Anche per quanto riguarda la
rete ferroviaria la situazione non cambiava, ed anzi il primato che la
provincia aveva già nel 1865 fu destinato ad aumentare non solo con lo
sviluppo delle ferrovie ordinarie (la linea adriatica e la Bari-Taranto),
ma soprattutto con le cosiddette ferrovie economiche (Spinazzola-Gioia del Colle, Altamura-Matera, Bari-Locorotondo, Bari-Barletta), concepite secondo un’ottica moderna già sperimentata in Europa ed in
Italia settentrionale che, congiungendosi ai rami delle ferrovie ordinarie, metteva in comunicazione un grande centro urbano con un ampio
entroterra e coll’intero territorio nazionale.
Grazie alla capillare rete stradale e alla complessa rete ferroviaria,
forte era la capacità di attrazione di Bari, dove potevano giungere facilmente e velocemente i prodotti agricoli non solo del suo immediato
entroterra, ma anche delle altre province della Puglia e persino della Ba44
Bari
Censimento del 1873 della rete viaria e ferroviaria: verso Bari
convergono già tutte le linee non solo provinciali ma anche nazionali
(da G. Carlone, Un architetto per il borgo, Schena editore, Fasano 1984, p. 19)
silicata e della Calabria. Quando, ad esempio, nel 1875 sarà completata
la linea ferroviaria Bari-Taranto-Reggio Calabria, verso il porto di Bari
cominceranno ad affluire quantità sempre crescenti di olio dell’area ionica, tradizionalmente indirizzato verso i porti di Gioia Tauro e di Taranto.
A completamento del quadro delle infrastrutture, bisogna sottolineare la conquista del primato del porto di Bari, che si afferma prima
su quelli della provincia, numerosi e per lo più di pari traffico sino
alla prima metà dell’Ottocento, e poi su quelli della regione. Un primato, questo, che si era già delineato prima dell’Unità, quando, sia per le
innovazioni nella conduzione degli uliveti, sia soprattutto per l’introduzione del “torchio alla Ravanas” in molti centri della conca barese si
45
ottenevano oli fini di altissima qualità, che, assai richiesti sui mercati
dell’Italia settentrionale e d’Europa, naturalmente affluivano a Bari.
Oltretutto, le tecniche di miscelazione, che i grandi mercanti baresi
praticavano nei loro magazzini, consentiva di migliorare con gli oli fini
quelli di qualità più scadente del Salento e dell’area di Monopoli.
Il porto di Bari, all’interno del quale si praticavano i prezzi più alti della
regione, ebbe così una crescente capacità di attrazione e diventò ben presto la piazza principale del commercio nazionale ed internazionale dell’olio, la cui produzione, anche per le numerose attività industriali ad essa
collegate, costituiva la voce più importante dell’economia pugliese.
A favorire la conquista del primato del porto di Bari contribuì certamente lo spirito di iniziativa di alcuni giovani imprenditori locali
che, fermamente convinti degli effetti benefici nei trasporti della “rivoluzione del vapore” e forti di una assidua frequentazione dei mercati esteri, costituirono nel 1876 la “Società anonima di navigazione
a vapore della Puglia”, che già nel 1888 disponeva di una flotta di 11
navi e, al pari di società straniere presenti a Bari, animava un importexport con i principali porti dell’Adriatico, dell’Inghilterra, del Mar
Nero e dell’America del Sud.
Gli altri porti della regione, che non furono tempestivi nell’adeguarsi
alla rivoluzione intervenuta in tutta Europa nei mezzi di trasporto marittimo, restarono, per lo più, fermi alla navigazione a vela e di piccolo cabotaggio o, come nel caso di Brindisi, furono destinati ad essere prevalentemente scalo di transito per grandi compagnie straniere. Quando Monopoli, Brindisi e Taranto, rispettivamente nel 1898, nel 1900 e nel 1905,
cercheranno anch’esse di dotarsi di nuove compagnie di navigazione con
capitale locale, non riusciranno ad intaccare il primato che la “Società
Puglia” aveva nel traffico nazionale ed internazionale.
Una città più dinamica, interessata ai nuovi processi industriali
Un altro elemento fondamentale che permise a Bari di conquistare il
ruolo di città guida della Puglia è dato dalla diversificazione delle sue
attività produttive e, dunque, della sua articolazione sociale, che presenta
un indubbio carattere di modernità all’interno del panorama regionale.
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PERCENTUALI DI OLIO D'OLIVA ESPORTATO
DAI PRINCIPALI PORTI DI TERRA DI BARI
Fine Settecento
Bari
Monopoli
Molfetta
Bisceglie
Altri
1835-39 1861-65 1877-78 1887-88
27%
27%
27%
9%
10%
38%
28%
20%
5%
9%
63%
13%
14%
2%
8%
86%
4%
8%
1%
1%
76%
7%
8%
4%
5%
(Da A. Massafra, Produzione, commercio e infrastrutture nel decollo di Bari, in F. Tateo (a
cura di), Storia di Bari. L'Ottocento, Laterza, Bari 1984, p. 120)
TONNELLAGGIO DELLE NAVI ARRIVATE E PARTITE E
RISCOSSIONI IN LIRE DI CONTO DOGANA E DIRITTI
MARITTIMI NEI PORTI DI BARI, BRINDISI E TARANTO
1852-53
Tonnellaggio
Bari
46.096
Brindisi 132.385
Taranto
59.354
1865-71
Tonnellaggio/diritti
150.255/1.310.154
335.898/ 291.732
91.119/ 211.607
1973-79
1881-87
Tonnellaggio/diritti Tonnellaggio/diritti
368.184/1.876.751
946.254/2.875.551
843.437/ 535.653 1.330.919/ 791.892
155.462/ 334.922
275.166/ 850.565
I dati della tabella mettono in evidenza sia il superiore tasso di crescita
del tonnellaggio movimentato nel porto di Bari, sia soprattutto l'affluenza
di merci molto pregiate che danno luogo alla riscossione di somme assai più
alte di quelle degli altri due porti messi insieme.
(Da B. Salvemini, Prima della Puglia. Terra di Bari e il sistema regionale in età moderna,
in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. La Puglia, a cura di L. Masella e B. Salvemini, Einaudi, Torino 1989, p. 199)
47
Nella tabella della pagina qui a fianco spiccano due dati, rivelatori del
maggiore dinamismo dell’articolazione sociale di Bari: il 12,3% degli addetti all’agricoltura e alla pastorizia e il 64% di quelli dell’industria, commercio, trasporti. Si tratta di percentuali uniche nel panorama regionale,
molto più vicine alle città italiane più sviluppate di quanto lo fossero quelle
di Barletta, che a metà Ottocento aveva tentato di insidiare il primato
commerciale di Bari, ma anche di quelle di Lecce, Taranto e Foggia.
A caratterizzare la maggiore dinamicità di Bari contribuì in modo
determinante l’avvio di nuove attività industriali, che, pur continuando ad essere inferiori a quelle commerciali gravitanti intorno al porto,
ebbero dopo la crisi agraria una significativa fase di espansione. Anzi,
fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento si diffuse all’interno
della classe imprenditoriale la convinzione che le prospettive dello sviluppo complessivo della città dovessero essere legate ad una produzione industriale capace non solo di soddisfare i bisogni locali, ma anche
di alimentare una intensa attività di esportazione. Furono quelli gli anni
L’interpretazione dello storico
Il primato industriale di Bari
Il delinearsi del primato industriale di Bari non solo sulle città pugliesi, ma
anche su quelle di tutta l’Italia meridionale, è qui presentato in modo incisivo dalla
Di Ciommo.
Sullo scorcio del nuovo secolo la città andò invece progressivamente
assumendo un’impronta più decisamente industriale, da rimarcare soprattutto per il contrasto con l’iniziale alto grado di arretratezza. Dal
raffronto tra la prima specifica statistica industriale elaborata nel 1903 a
cura della locale camera di commercio ed il primo censimento degli opifici del 1911 emerge - pur con le riserve d’obbligo in tale genere di
raffronti - che nel corso di meno di un decennio il numero delle imprese
si era quadruplicato e quello degli addetti triplicato. La popolazione industriale passò da 3.870 a 13.923 unità, e cioè dal 4,9% al 13,07%
dell’intera popolazione cittadina; percentuale di rilievo, anche se netta48
PERCENTUALI DELLA POPOLAZIONE ATTIVA
IN PUGLIA E IN ALCUNE SUE CITTÀ NEL 1901
Puglia
Agricoltura
e pastorizia
Bari
Barletta Bitonto Foggia Taranto Lecce
64,7
12,3
53,8
67,7
Pesca e caccia
0,8
0,6
0,2
0,1
-
6,0
-
Navigazione
0,8
3,0
2,7
1,2
-
1,1
0,1
27,1
64,0
34,3
24,5
45,1
46,7
52,6
6,3
19,4
8,7
6,5
15,7
22,2
22,8
Servizio a domicilio 0,2
0,7
0.2
0,05
0,4
0,5
2,4
Industria, commerci, trasporti
Professioni, pubblico impiego
38,7
23,4
22,1
(Rielaborazione di dati presenti in B. Salvemini, Prima della Puglia. Terra di Bari e il sistema regionale in
età moderna, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. La Puglia, a cura di L. Masella e B. Salvemini,
Einaudi, Torino, p. 199)
mente inferiore a quella dei grandi centri del nord quali Milano, Torino
e Genova, ove gli addetti alle industrie manifatturiere costituivano rispettivamente il 25,47%, il 22,51% ed il 14,25% della popolazione.
Alla data del primo censimento degli opifici, fra le città capoluogo di
provincia del Mezzogiorno Bari era quindi quella dotata della maggior
percentuale di addetti all’industria sul complesso della popolazione; seguita a distanza da Napoli (8,2%) da Trapani (7,98%) da Salerno (6,69%)
da Cagliari (5,88%) da Reggio Calabria (5,40%) da Palermo (4,74%)
da Catania (4,14%) ed infine da Messina (2,52%). Certo, una parte
consistente delle attività manifatturiere veniva svolta nelle forme tipiche
del piccolo artigianato, del lavoro a domicilio, di piccole officine che
così costituivano numericamente la fascia più numerosa di imprese e
fornivano lavoro ad un totale di 5.156 addetti. Ma andava delineandosi
una tendenza all’aumento delle dimensioni aziendali ed alla concentrazione produttiva, come attesta la circostanza che il 61,15% della popolazione industriale trovava ormai impiego nelle centosettantuno imprese
che impiegavano più di dieci addetti.
(E. Di Ciommo, op. cit., pp. 281-82)
49
Cartolina di inizio ’900 di un cementificio barese. Fra Ottocento e Novecento,
in concomitanza con l’espansione edilizia, si insediarono nell’area industriale
di Bari, che andava dalla zona del porto all’estramurale Capruzzi, diversi opifici per la produzione di materiali per l’edilizia, all’interno dei quali si affermò
quello della ditta De Filippis, che, con più di 200 dipendenti, si era imposta
anche sul mercato estero con prodotti di lusso (marmette in mosaico alla veneziana per pavimenti di lusso, vasi, statue e strutture architettoniche varie).
in cui sempre più si parlò di un “risorgimento economico” che, avviato
da Bari, si sarebbe poi irradiato in tutta la regione.
In effetti, la percentuale della popolazione attiva impegnata nell’industria, pur mantenendosi lontana da quelle di Torino e di Milano,
ebbe un notevole aumento, e si registrò una sensibile affermazione sul
mercato nazionale e internazionale di specifici prodotti di alcuni nuovi
opifici baresi, avviati o riorganizzati grazie soprattutto agli investimenti
di capitali locali e, in misura inferiore, a quelli stranieri che, del resto,
avevano nell’apparato industriale cittadino una presenza più antica.
Settori come quelli della lavorazione del legno, della produzione
50
dell’olio al solfuro, di
sapone, di carte da
gioco, di sigari e sigarette erano assai competitivi sul mercato,
ma buono era anche
il livello di produzione delle officine meccaniche, fra le quali
primeggiava lo stabilimento “Lindeman”,
dei cotonifici e degli
impianti per la produzione del materiale
di edilizia.
In sintonia con i
nuovi processi industriali e commerciali
avviati, non fu un caso
che gli esponenti della classe dirigente barese, a differenza di
quella del leccese e
della Capitanata, cominciassero a distacLocandina pubblicitaria di fine Ottocento
carsi dalla difesa
dello “Stabilimento di cera lavorata” dei
“Fratelli De Leonardis”, impegnato anche
aprioristica di un libenella produzione di carte da gioco
rismo che sempre più
appariva astratto e
poco adatto alla nuova realtà e a ritenere indispensabile l’intervento e il
concorso dello stato in quelle infrastrutture e servizi che potessero assicurare lo sviluppo dell’intero territorio regionale.
Pur restando all’interno del liberismo, e sempre attenti a distinguersi da “coloro che per provvedere alla propria neghittosità attendono
51
tutto dallo stato”, una parte rilevante dell’imprenditoria barese finì col
convincersi che “poco o nulla si può fare senza il concorso, senza l’integrazione dello stato”, il cui compito, anzi, è proprio quello di colmare “i
limiti delle forze regionali”.
Il problema dell’acqua visto già con gli occhi della capitale
Emblematico della nuova mentalità della classe dirigente ed imprenditoriale barese fu l’atteggiamento da essa assunto durante il faticoso e
contrastato iter per la costruzione dell’acquedotto pugliese, per la cui
soluzione Bari seppe muoversi con un’ottica ed un respiro regionale, confermando così di pensare e muoversi con la mentalità di una capitale.
Sino agli anni Ottanta il problema dell’acqua, tragica emergenza
per tutta la Puglia, era stato affrontato con un’ottica locale, per cui ogni
provincia aveva ipotizzato interventi circoscritti al proprio territorio.
Del resto, il Salento, ricco di pozzi
e falde acquifere superficiali, si riteneva che avesse risorse idriche
autosufficienti, mentre in Capitanata era forte l’opposizione dei
grandi cerealicoltori alla realizzazione di acquedotti che avrebbero potuto assicurare l’irrigazione
dei campi e l’avvio di profonde
trasformazioni tecniche e colturali. Un contributo determinante
al superamento di questa impostazione si ebbe nel 1887, con la presentazione nel consiglio provinciale di Bari del progetto Zampari,
che, riprendendo una precedente proposta di Camillo Rosalba di
utilizzare le acque del Sele, prevedeva una rete idrica che servisse
L’ing. Francesco Zampari
in un primo tempo i 53 comuni
52
della Terra di Bari e
17 comuni della
Capitanata, e poi il
Salento.
Nel 1888 si tenne a Bari un incontro fra gli amministratori delle tre province della Puglia
per un’analisi del
progetto, e soprattutto per la costituzione di un consorzio regionale che
avrebbe dovuto asMatteo Imbriani (a sinistra) e Giovanni Bovio
sicurare i fondi per
la realizzazione dell’acquedotto. L’incontro, però, si risolse in un nulla di fatto, poiché, a
dispetto degli unanimi giudizi positivi sul progetto Zampari, fallì il tentativo degli amministratori baresi di impostare il problema su basi regionali: il consorzio, premessa necessaria per l’avvio dei primi passi concreti, non si costituì per l’indisponibilità delle Deputazioni di Lecce e
di Foggia che, anzi, dissociandosi da quella di Bari, avviarono proprie
trattative con l’ingegner Zampari.
Maturò, così, all’interno della classe dirigente barese una svolta:
quello dell’acqua in Puglia è un problema nazionale che, dunque,
deve essere risolto col protagonismo e il fondamentale concorso dello
stato. Il 4 giugno 1889 gli onorevoli Imbriani e Bovio, protagonisti
della svolta, presentarono una proposta di legge che chiedeva l’assunzione di responsabilità dello stato perché finalmente l’acquedotto
in Puglia divenisse realtà.
Certo, la risposta del governo Crispi, contrario ad investimenti statali in opere che erano ritenute di sola competenza privata, raggelò
ogni speranza, ma da quel momento in poi la carenza dell’acqua in
53
Puglia sarà sempre considerata una questione nazionale. Quando con
Zannardelli prima e soprattutto con Giolitti poi cambieranno gli orientamenti programmatici della politica economica governativa e lo stato
varerà importanti provvedimenti a favore del Mezzogiorno, impegnandosi direttamente in grandi opere pubbliche, spetterà proprio al bareProtagonisti
Matteo Renato Imbriani, paladino dell’acquedotto pugliese
A impostare il problema dell’acqua per le popolazioni pugliesi come
problema nazionale fu soprattutto Matteo Renato Imbriani (Napoli
1843-Roma 1901), che nel 1899 fu eletto alla Camera dei deputati nel
secondo collegio di Bari. Già giovane luogotenente di Garibaldi ai tempi
della spedizione dei Mille, mazziniano di sinistra, Imbriani venne candidato su proposta di Giovanni Bovio sia per il suo ruolo di primo
piano nell’irredentismo italiano, che in quegli anni era particolarmente
vivo a Bari per via degli intensi rapporti commerciali alimentati dalla
Società di Navigazione “Puglia” con Trieste e l’Istria, sia per essere l’esponente più noto a livello nazionale del fronte di opposizione a Crispi,
che non godeva presso la classe politica locale di molti consensi, soprattutto dopo che questi aveva destituito il prefetto Pavolini, resosi
colpevole ai suoi occhi per non aver represso la manifestazione antigovernativa svoltasi a Bari nel febbraio del 1889.
Erano, quelli, anni molto delicati della vita politica ed economica
della Puglia e della Terra di Bari, dove gli effetti della crisi e il malcontento popolare spesso davano luogo a spontanee manifestazioni di protesta antigovernativa, che appunto da Imbriani furono per la prima
volta inquadrate in una prospettiva politico-istituzionale. Del resto,
già il suo primo intervento alla Camera il 10 maggio 1889 sugli effetti
della crisi agraria in Puglia (di cui abbiamo riproposto alcuni stralci alle
pagine 36 e 37) pose la questione del superamento della neutralità dello
Stato di fronte alla miseria delle popolazioni pugliesi.
Il nome di Imbriani, però, è legato alla battaglia che egli ben presto
intraprese per la costruzione di una moderna rete idrica in Puglia. Il 4
54
se Nicola Balenzano, ministro dei Lavori Pubblici dal 1902 al 1903, di
proporre la legge per l’acquedotto pugliese.
A nulla valsero le accuse di statalismo e la violenta campagna di stampa
antibarese lanciate durante la prima fase dei lavori per la costruzione
dell’acquedotto dalla classe dirigente leccese, che in questo modo ten-
giugno 1889, intervenendo per presentare alla Camera una proposta di
legge per la costruzione dell’Acquedotto Pugliese, di cui egli era secondo firmatario dopo l’onorevole Bovio, Imbriani esordì affermando:
“Vengo dalla Puglia assetata d’acqua e di giustizia”, parole che per oltre
un ventennio costituirono l’emblema del movimento popolare pugliese; proseguì, poi, richiedendo per un quinto del costo totale dell’opera
l’intervento dello stato, come, peraltro, era già avvenuto a Napoli con
la realizzazione dell’acquedotto del Serino.
Davanti alla irremovibilità di Crispi, fermo a difficoltà di natura
burocratica e tecnica, e soprattutto al tabù liberista della impossibilità
di investimenti diretti dello stato in materia, Imbriani denunciò i veri
motivi che, a suo parere, sino a quel momento avevano diviso le province pugliesi e paralizzato ogni soluzione: i “concessionari che hanno
brigato e brigano presso il governo”, le opposte sollecitazioni “perché la
concessione non fosse data”, i “guadagni del 6 e dell’8 per cento e di
individui pronti a mettersi in mezzo per prendersi la mezzadria”.
In quella seduta della Camera la proposta di legge non fu neppure
presa in considerazione, ma Imbriani e Bovio continuarono negli anni
successivi a porre il problema dell’acqua come grande questione nazionale e a ricercare il consenso di deputati non pugliesi. Infatti, il 2 luglio del
1890 fu finalmente discusso alla Camera un nuovo disegno di legge sull’acquedotto pugliese, che vedeva come primi firmatari due deputati calabresi, uno dei quali era stato anche ministro, e un deputato di Vercelli,
e solo come ultimi Imbriani e Bovio. Era, questa, la prova migliore che
“la sete della Puglia” riguardava l’intera nazione. Giovanni Giolitti, allora
ministro del Tesoro, in rappresentanza di Crispi così concluse il dibattito: “Il solo impegno che il governo può prendere è quello di studiare la
questione”. Non era molto, ma finalmente lo stato italiano poneva le
premesse per un ripensamento della sua politica economica.
55
tava di reagire alla posizione di marginalità a cui sembrava essere condannato il capoluogo, anche per lo sviluppo di Brindisi e Taranto all’interno della Terra d’Otranto. Bari, ormai, si presentava oggettivamente
come paladina dell’intero sviluppo regionale e delle istanze più profonde dei Pugliesi, ai quali l’arrivo dell’acqua avrebbe consentito una qualità di vita decisamente più umana.
L’interpretazione dello storico
L’acqua sta per arrivare!
Michele Viterbo (1890-1973), testimone oculare dell’arrivo dei primi
getti di acqua nel 1915 a Bari e in provincia, mette qui in evidenza il
valore epocale che avrebbe avuto per le popolazioni pugliesi l’acquedotto.
Le generazioni future non potranno neppure lontanamente farsi un’idea di ciò che volevan dire in quegli anni, nelle nostre città, nei nostri
paesi, queste frasi semplicissime: “l’acqua sta per arrivare”, “l’acqua arriva!”. Ma già chi non ha visto “le scene della sete”, chi non ricorda ciò che
accadeva intorno ai pozzi e alle cisterne in periodi di siccità, chi non ha
conosciuto il martirio di intere popolazioni quando il cielo negava la
pioggia, non può attribuire alle comunissime fontanine di oggi il valore,
il significato che invece hanno. Quando nelle città e nei paesi si giungeva
alla vigilia dell’inaugurazione dell’acquedotto, la vita si arrestava. E per
vedere il magico zampillo della prima fontanina, la gente veniva dai rioni
lontani e dalle campagne, si assiepava fin sui tetti, brulicava nelle strade;
e quando l’acqua finalmente sgorgava, era una esplosione di giubilo che
nessuno può riuscire a descrivere. Era la fine di un sinistro incubo, era
l’inizio di una vita nuova. Forse mai Iddio è parso vicino, presente al
cuore del nostro popolo come quando l’acqua del Sele è zampillata dalla
prima fontanina, paese per paese. L’acqua che non veniva dal cielo, donde per secoli e secoli era stata attesa, invocata, implorata, sgorgava dalla
terra, giungeva attraverso numerosi canali […]. In fondo, la ciclopica
opera dell’Acquedotto Pugliese merita, è vero, di essere descritta con tavole illustrative e calcoli statistici da tecnici sapienti; ma soprattutto merita di essere cantata da un poeta.
(M. Viterbo, La Puglia e il suo acquedotto, Laterza, Bari 1991, pp. 259-60)
56
La Domenica del Corriere dell’8 agosto 1904 dedica la copertina al problema
dell’acqua in Puglia, raffigurando la scena della vendita dell’acqua a Bari in Piazza
Mercantile; sopra a destra: l’acquaiolo disseta alcuni contadini (foto inizio ’900);
sotto: donne pugliesi attingono l’acqua ad una cisterna pubblica (foto inizio ’900).
Bari, 25 aprile 1915: dalla fontana di piazza Umberto zampilla
per la prima volta l’acqua del Sele. Finalmente l’Acquedotto Pugliese è una realtà
Si costruisce una nuova città
La centralità conquistata da Bari prima all’interno del territorio
provinciale e poi di quello regionale non poteva non essere accompagnata da un forte incremento demografico e da una nuova espansione urbanistica.
Fra il 1901 e il 1911 il capoluogo barese passò da 78.341 a 103.168
abitanti, con un incremento demografico del 32,7% che, fatta eccezione
per Foggia, da cui peraltro non era mai venuta una minaccia al suo primato, fu superiore a quello di tutte le città pugliesi e di tante altre sia del
Mezzogiorno (22% a Napoli) sia dell’Italia settentrionale (26% a Torino,
22% a Milano). Anche il nuovo aumento di popolazione, a fronte del
minore tasso di crescita e persino del decremento di molte città di Terra
di Bari e della Puglia, ridotti ormai al ruolo di centri minori o di provincia, contribuì a consolidare sempre più il ruolo guida di Bari.
A determinare nel decennio l’alto tasso di incremento demografico, infatti, contribuì in modo determinante il continuo flusso immigratorio proveniente dalla provincia e dalla regione. Furono soprattutto i professionisti, i commercianti e numerosi artigiani, ma anche
intellettuali ed esponenti delle élites aristocratiche a stabilirsi a Bari,
attratti i primi dalla forte ripresa del commercio e dalle nuove attività
industriali, i secondi dalla più vivace e ricca vita socio-culturale. Non
mancò neppure una consistente immigrazione di operai e braccianti
La pianta di Bari e dell’area portuale nel 1860 (a sinistra) e nel 1874
58
che, sfuggendo al dramma dell’emigrazione transoceanica che colpiva pesantemente i paesi interni, riuscivano a trovare lavoro nel capoluogo barese.
Fra Ottocento e Novecento il panorama della città risultò mutato in
modo significativo: la “febbre di costruire” non solo determinò una ulteriore espansione del tessuto urbano, ma si andò delineando una più marcata differenziazione fra le aree dell’estramurale, occupate dagli opifici
industriali, i periferici quartieri popolari, la tradizionale zona murattiana,
a cui ora si contrapponeva il nuovo centro di piazza Cavour.
In particolare, la nuova borghesia industriale e commerciale, giudicando Bari una città “monotona e sprovvista di edifizi di veduta” al
contrario di tante altre città che, invece, “si spingono ad opere di abbellimento”, da un lato promosse una tipologia edilizia più varia e
dignitosa anche sotto il profilo dell’estetica, come è testimoniato, ad
esempio, dal palazzo Fizzarotti, divenuto attrazione turistica già prima che fosse completato; dall’altro mirò all’affermazione di un nuovo
centro economico e socio-culturale gravitante intorno alla Camera
di Commercio e al Teatro Petruzzelli che, essendo per dimensione il
quarto d’Italia (dopo il “S. Carlo” di Napoli, il “Massimo” di Palermo
e la “Scala” di Milano), faceva di Bari una delle capitali della musica e
del teatro.
Insomma, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, Bari
La pianta di Bari e dell’area portuale nel 1880 (a sinistra) e nel 1939
59
si era notevolmente differenziata da tutte le altre città pugliesi e, soprattutto, si era dotata di strutture e servizi che la impegnavano a
pensare e a muoversi in termini generali, come si conveniva, appunto, alla capitale di un territorio regionale.
Documenti
L’inaugurazione del Teatro Petruzzelli
Sulla inaugurazione del Teatro Petruzzelli, la sera del 14 febbraio 1903,
abbiamo una cronaca dettagliata nel numero unico di L’arte e la scena, che
si sofferma sulla importanza e sulla imponenza della nuova struttura, mettendo in risalto come essa fosse stata possibile grazie all’iniziativa del capitale privato di due Baresi (Onofrio e Antonio Petruzzelli).
Alla luce dei tempi biblici (ben 18 anni!) che sono stati necessari per
riaprire il Teatro Petruzzelli dopo il tragico incendio del 27 ottobre 1991,
non può non destare stupore la constatazione che furono sufficienti solo 4
anni e 5 mesi per costruire l’imponente struttura del politeama barese.
Il colossale edificio, la sirena incantatrice, sorge a Piazza Cavour.
Esso prende il nome dai due ardimentosi fratelli, che in un momento
di genio vollero arricchire la regina delle Puglie di un monumento destinato a primeggiare fra tutti i teatri d’Italia.
Da più tempo Bari vagheggiava l’erezione di un Politeama, ma mai
fuvvi alcuno che, interpretando i desideri della cittadinanza, si fosse messo all’opera. Restava quindi un pio desiderio nell’animo dei nostri concittadini, i quali fortemente volevano che il loro sogno si realizzasse, i
loro desideri venissero appagati.
Trattavasi di erigere un’opera colossale, la quale importava spese ingenti e quindi ognuno indietreggiava nella grande impresa.
La prima pietra destinata a dar principio all’edificio che doveva immortalare i fratelli Petruzzelli ed il cognato loro, cav. Messeni ing. Angelo (progettista e direttore dei lavori del teatro, ndr), fu posta il 20 giugno 1898 e
principio alla costruzione è stato dato il 20 luglio dello stesso anno.
La felice disposizione dei palchi e di tutti gli altri posti comuni non
potrà mai cagionare lagnanze da parte degli spettatori ed in modo speciale per quanto riguarda la visuale del palcoscenico […].
60
Bari: il complesso del Teatro Petruzzelli in una foto
commemorativa dell’inaugurazione del 14 febbraio 1903
La divisione del teatro è finemente ideata, poiché mentre all’esterno è composta di 3 soli piani,
all’interno è diviso in 6 ordini. La
platea è coperta da una gran cupola
metallica rivestita di piombo, la
quale, sormontata nel centro da un
cupolino formato di cristalli, serve
a dar luce ed estetica. Nell’interno
della cupola vi è una controcupola
in legno rivestita di rete metallica a
stucco su cui il genio del pittore Armenise ha dipinto quattro quadri.
Il palcoscenico occupa la superficie
di 650 metri quadrati.
Nella parte posteriore dell’edificio vi è una rampa in muratura
per l’accesso delle carrozze e dei cavalli che possono entrare a far parte degli spettacoli.
(P. Anaclerio, L’arte e la scena, Bari
1903, Numero unico, pp. 1-2)
Locandina del 17 gennaio 1903 che annuncia
l’inaugurazione del Teatro Petruzzelli e il
programma della prima stagione lirica.
61
Lo sviluppo di Brindisi e Taranto e il declino di Lecce
Le dinamiche sin qui analizzate a proposito sia dell’espansione dell’agricoltura e del commercio dopo l’unità d’Italia sia della crisi agraria
incisero profondamente e contribuirono in modo notevole a diversificare il quadro complessivo della Puglia. Alla fine dell’Ottocento, infatti, la regione presentava al suo interno tre distinte realtà economiche,
caratterizzate da interessi e progetti politici divergenti: nella macro area
centrale, costituita dal triangolo Bari-Brindisi-Taranto, si registravano
processi rilevanti di industrializzazione; a sud l’agricoltura del Salento
diveniva sempre più marginale e finalizzata al consumo della popolazione locale; a nord, in Capitanata, era ormai assai diffuso il processo di
trasformazione capitalistica dell’agricoltura.
All’interno di questo nuovo quadro della Puglia divenne sempre più
improponibile la compresenza di Brindisi e di Taranto nell’unica e tradizionale provincia della Terra d’Otranto e, per di più, sotto l’egemonia di
Lecce, che sempre più appariva come capoluogo antico ed anacronistico.
In particolare, Taranto non solo già dal 1861 superava il capoluogo
di oltre 10.000 abitanti, ma essa, in concomitanza con l’avvio nel 1882
dei lavori per la costruzione dell’Arsenale militare, ebbe un lungo pro-
Brindisi, inizi ’900: Porta Lecce
62
cesso di espansione edilizia e di incremento, tanto che nel 1921 la sua
popolazione era più che doppia rispetto a quella di Lecce (104.379
rispetto a 39.556).
Già una tale sproporzione demografica rendeva oggettivamente
impossibile la conservazione delle tradizionali gerarchie territoriali all’interno della Terra d’Otranto, ma a mettere in crisi gli antichi equilibri di potere economico e politico nella provincia contribuì in modo
notevole il delinearsi di Taranto come grande polo industriale in Italia
meridionale. Infatti, l’Arsenale Militare, voluto dallo stato italiano all’interno della sua politica diplomatica e coloniale mirante ad un ruolo
di protagonismo all’interno del Mediterraneo e dell’area medio-orientale, determinò una intensa e vivace fase di industrializzazione, che fu
ulteriormente alimentata alla vigilia della prima guerra mondiale dall’arrivo di consistenti investimenti privati di un gruppo di imprenditori lombardi per la costruzione dei cantieri navali “Franco Tosi”.
Nonostante i numerosi tentativi della classe dirigente napoletana,
preoccupata del declino dell’antica capitale del Mezzogiorno, di contrastare la scelta di Taranto come sede dell’Arsenale Militare, il capoluogo ionico divenne ben presto il centro dell’intera industria cantieri-
Taranto: il ponte girevole, inaugurato il 27 maggio 1887
63
stica e navale di tutta l’Italia meridionale. Naturalmente, il tessuto industriale della città non era determinato soltanto dagli imponenti impianti meccanici dell’Arsenale e, in seguito, dei cantieri “Franco Tosi”,
ma anche da un indotto capillare di medie e grandi aziende che erano
legate e subordinate alla produzione cantieristica e navale.
La fase di accelerata industrializzazione di Taranto, con il conseguente
e vertiginoso inurbamento e la tumultuosa espansione edilizia, richiamano in qualche modo il caso di Bari, prevalentemente per i tempi e per
l’intensità dei processi, mentre notevoli sono le differenze: nella città ionica, infatti, l’industrializzazione fu indotta dall’intervento statale, non ebbe
alcun rapporto con la produzione dell’entroterra agricolo, e non fu alimentata e sostenuta da un omogeneo ceto mercantile, ma da “figure spuL’interpretazione dello storico
Lecce e lo sviluppo bloccato
Anna Lucia Denitto mette in luce come agli operatori economici più
attenti di Lecce, che però appaiono segnati da un senso di impotenza, non
sfuggano i tre grandi nodi – “costo del denaro, organizzazione commerciale,
trasporti”– della decadenza della loro città, che sino agli inizi dell’Ottocento era stata uno dei più importanti centri del Regno di Napoli.
Come dipanare “la gran matassa arruffata” dell’economia cittadina che
langue in tutti i settori? Come progettare lo sviluppo di Lecce, un tempo
fiorente centro commerciale e ora caratterizzata da un’agricoltura scarsamente produttiva, dall’assenza quasi totale di attività industriali e da limitate iniziative commerciali?
Da questi interrogativi partono all’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento gli operatori economici più attenti della città, sempre più consapevoli che il capoluogo si sta allontanando non solo dalle aree forti dello
sviluppo capitalistico dell’Europa e dell’Italia settentrionale, ma anche
dai centri urbani limitrofi. Essi guardano in particolare a Bari, dove attorno al commercio marittimo si sono formate e irrobustite forze locali
64
rie, di promoters oscillanti tra la vecchia aristocrazia e borghesia fondiaria e l’industria edilizia dei grands travaux industriali e infrastrutturali”.
Non solo Taranto, ma anche Brindisi si andò differenziando dall’antico capoluogo della Terra d’Otranto. Significativi progressi furono realizzati per tutto l’Ottocento non solo nell’agricoltura, ma anche nel
commercio: in particolare, le campagne del brindisino, grazie anche
all’investimento di capitali lombardi e all’introduzione di macchine
agricole, si erano trasformate progressivamente da “steppe deserte e
paludose”, come venivano ancora qualificate nel primo Ottocento, in
uliveti, vigneti e seminativi di ottima qualità, alimentando così un fiorente commercio di esportazione che, ovviamente, ebbe nel porto di
Brindisi il suo centro di promozione.
che autonomamente si muovono nell’Adriatico. A Lecce e nella sua provincia, invece, la risorsa “mare” è quella meno sfruttata, come dimostra la
mancanza di un ceto locale di commercianti armatori.
Ancora più desolante è il livello delle attività agrarie, che presentano i
tratti dominanti dell’abbandono e della scarsa produttività. Nemmeno
il ricorso alla vignetazione riesce a invertire le tendenze di fondo del sistema economico salentino, basato su un’agricoltura sostanzialmente arretrata, su una presenza subalterna e congiunturale nel mercato internazionale, su una rete commerciale controllata da un numero crescente di “sensali e mediatori” forestieri, sull’assenza di attività industriali, ad eccezione
di alcune modeste iniziative a carattere artigianale.
Gli ostacoli principali allo sviluppo sono individuati dai contemporanei
nell’esistenza in città di notevoli ricchezze concentrate in poche mani, nella
scarsa propensione all’investimento da parte dei ceti proprietari, nella mancanza assoluta di denaro a buon mercato, oltre che nella carenza delle infrastrutture viarie. La provincia di Lecce non avrebbe “bisogno di capitali esteri
o di altre provincie” se una parte soltanto della “ricchezza di rendita inscritta sul gran libro del debito pubblico” o dei “milioni che circolano in cartelle al portatore” fosse utilizzata a favore dell’agricoltura e dell’industria.
(A. L. Denitto, Proprietari, mercanti, imprenditori tra rendita e profitto, in Storia di
Lecce, Laterza, Bari 1922, pp. 129-130)
65
Ma a vivacizzare la realtà economica e sociale
della città contribuì in
modo determinante un
evento internazionale:
l’apertura nel 1869 del
Canale di Suez, destinato
ben presto a modificare le
vie del commercio internazionale e a incrementare i trasporti mare-terra
soprattutto fra l’Europa e
l’estremo Oriente (India,
Cina, ecc.). Brindisi si trovò cosi al centro di una
imponente quota del commercio e del turismo internazionale e il suo porto diLecce, inizi ’900: Piazza S. Oronzo
venne ben presto un insostituibile scalo di passaggio
e di smistamento delle più importanti compagnie di navigazione, fra le
quali si segnalavano la Peninsular and Oriental Steam Navigation Company, che era la più grande dell’Europa, e la Valigia delle Indie, che
trasportava persone, merci e posta da Londra a Bombay.
Quando alla vigilia della prima guerra mondiale, per le mutate condizioni internazionali, entrerà in crisi il commercio mare-terra, e il porto di
Brindisi, non potendo più svolgere il suo ruolo di cerniera fra l’Europa
del Nord e l’Oriente, subirà un inevitabile declino, verranno a mancare
alla città alcune importanti sollecitazioni esterne al suo sviluppo.
Davanti allo sviluppo di Taranto e Brindisi, la classe dirigente di Lecce reagirà tentando di mantenere ancora nelle proprie mani il controllo dell’intera provincia e opponendosi all’interno del consiglio provinciale ad ogni opera pubblica che in qualche modo potesse attestare i
processi di espansione delle due città.
66
LA POPOLAZIONE DEI CAPOLUOGHI PUGLIESI,
DELLA PUGLIA E DELL’ITALIA DAL 1861 AL 1921
Bari
Brindisi
Foggia
Lecce
Taranto
1861
1871
1881
44.572
9.137
31.562
15.594
26.163
61.541
13.552
36.837
23.301
25.012
72.624
16.618
40.648
25.441
31.630
1901
1911
1921
94.236 121.633 136.247
23.106 25.692 35.440
53.134 75.648 66.772
32.029 34.958 39.556
56.190 65.238 104.379
Puglia
1.334.619 1.440.079 1.608.766 1.986.806 2.195.335 2.365.169
ITALIA 22.176.586 27.300.086 28.951.545 32.963.316 35.841.613 39.396.757
(Da Dino Borri, Lo spazio polarizzato, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. La
Puglia, Einaudi, Torino 1989, pp. 492-93)
In realtà, l’antica capitale della Terra d’Otranto era stata caratterizzata per tutto l’Ottocento da dinamiche demografiche ed economiche
diverse da quelle di Brindisi e Taranto, oltre che da quelle di Bari.
La città, infatti, non aveva tenuto il passo con le profonde trasformazioni produttive e sociali avvenute nell’alto Salento e in Terra di Bari,
aveva visto decadere il suo tradizionale ruolo mercantile e, conseguentemente, aveva ormai assunto una posizione del tutto marginale rispetto ai tempi e alle direttrici dello sviluppo nazionale e alle nuove correnti
del traffico internazionale.
4. L’EDITORIA E IL NUOVO SISTEMA DI INFORMAZIONE
Verso una svolta radicale
Perché in Puglia si realizzasse una svolta radicale nel sistema dell’editoria e dell’informazione era necessario che si verificassero soprattutto tre
condizioni: il distacco da Napoli, che aveva rappresentato per secoli l’unico punto di riferimento in campo culturale per ognuna delle tre provin67
ce pugliesi; il passaggio nella opinione pubblica e nella coscienza collettiva dal concetto delle tre Puglie (Terra d’Otranto, Terra di Bari e Capitanata, intese come aree culturalmente ed economicamente diverse e divergenti) a quello unitario di Puglia; l’accettazione di un nuovo centro
che, per la sua capacità di essere motore di processi economici e culturali
di respiro generale, potesse provocare sviluppo in tutto il territorio regionale, ridimensionando, così, gli esasperati localismi e gli interessi particolari, di cui spesso nel passato erano stati portatrici le tre storiche province.
Sia il passaggio “dalle Puglie alla Puglia”, sia l’affermazione di Bari capitale richiedevano un nuovo progetto culturale che, in sintonia col dibattito nazionale, avrebbe dovuto individuare da un lato le specificità e le
vocazioni dell’intero territorio regionale, dall’altro il potenziale contributo che questo avrebbe potuto assicurare ai nuovi processi di sviluppo,
sempre più caratterizzati da dinamiche internazionali.
Documenti
Nulla vien fatto per il riscatto della plebe
Spartaco, settimanale pubblicato a Bari a partire dal 29 luglio del 1882,
col suo motto cum Spartaco pugnabimus, riprendeva il mito del gladiatore
tracio che nel 73 a.C. organizzò la rivolta degli schiavi contro Roma e che
proprio in Puglia trovò molti seguaci. In questo brano, che fa parte dell’articolo
di fondo del primo numero, viene presentata la profonda scissione della
società, che vede da un lato “i gaudenti e i tranquilli mangiatori dello
Stato”, dall’altro “una plebe livida ed affamata”.
Posate le armi, e spento, almeno in apparenza, ogni moto rivoluzionario, l’Italia, dopo lunghi e infiniti travagli, si assise finalmente fra le
nazioni d’Europa, e chiese ai suoi figli un assetto stabile e sicuro. Eppure
a chi giovò il nuovo stato di cose? Chi invase gli ordinamenti civili? chi
predominò su tutti e su tutto? La borghesia, la quale, costituitasi sulle
rovine della caduta aristocrazia, e circondatasi d’istituzioni che sono un
insulto alla nazione e alla coscienza umana, s’impose con l’astuzia e con la
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In questo senso, non è un caso che il nuovo sistema di editoria e di
informazione cominciò a delinearsi sempre più fra gli anni Ottanta e
Novanta, in concomitanza con la fine di quel ciclo economico postunitario di espansione della cerealicoltura e viticoltura, e finì col trovare il
suo humus favorevole proprio in Bari che, del resto, poté rafforzare il
suo ruolo di capitale.
Molti e profondi mutamenti si ebbero nel mondo della produzione
culturale e dell’informazione, che si provincializzò e si arricchì sia dal
punto di vista quantitativo che qualitativo. Non solo i libri, che tradizionalmente venivano stampati a Napoli, Roma e Venezia, incominciarono
sempre più ad essere realizzati in Puglia prima da Valdemaro Vecchi e poi
da Laterza, ma fu avviata una fase di ripensamento dei giornali, a cui non
fu estranea la stessa fase di progettazione del Corriere delle Puglie.
Subito dopo l’Unità si era registrata nella regione una discreta diffu-
forza al popolo sofferente, che da secoli combatte con la parola e con la
spada contro tutti i tiranni.
Chi l’avrebbe mai detto che il giorno dopo la proclamazione dell’indipendenza della patria nostra, essa doveva divenire monopolio di tali,
che forse mai avevano durato gli strazi delle prigioni dai despoti aperte
agli amici della libertà, che mai avevano guardato in faccia al nemico sui
campi di battaglia! Nè il sangue versato da tanti martiri bastò; nè i tanti
sacrifici di vita, d’ingegno, di sostanze fatti nei momenti più difficili.
Ne furono chiesti dei nuovi, fu tassato tutto, per poco non diciamo
anche l’aria che respiriamo... Fu istituita una polizia che a tutt’altro serve
che a correggere e ingentilire i costumi; furono fatte leggi immorali…, e
in mezzo a tanta operosità nel male, nulla fu fatto che mirasse al riscatto
della plebe, che venne anzi derisa, calpestata, umiliata... Da una parte
adunque i gaudenti, gli oppressori, i tranquilli mangiatori dello Stato;
dall’altra una plebe livida ed affamata, che soffre, che suda, che spera.
Nel nome di Spartaco, di questo antico e forte ribelle, noi ci schieriamo con la plebe. Noi la vogliamo redenta, elevata a popolo che lavora.
(Spartaco, N. 1, Bari 1882, in S. La Sorsa, Storia di Puglia, vol. VI, Levante, Bari
1962, pp. 226-27)
69
sione di fogli di informazione, tanto che nel 1883 si contavano in Puglia 36 giornali (22 in Terra d’Otranto, 9 in Terra di Bari, 5 in Capitanata). Si trattava, però, di pubblicazioni per lo più settimanali che, prive di vere redazioni, facevano capo solitamente ad un unico proprietario-direttore e nascevano con l’intento di non superare i limiti del territorio comunale o tutt’al più provinciale; numerose, poi, erano le testate
che nascevano come dirette emanazioni del ceto degli amministratori
di una città o di un deputato o, ancora, di una associazione privata e,
pertanto, funzionali com’erano alla lotta elettorale, a precisi momenti
della vita politica locale o a interessi particolari e contingenti, non garantivano una continuità di pubblicazione.
Un ruolo di maggiore presenza e rilievo era certamente ricoperto
da diversi giornali di opposizione di ispirazione democratica e repubblicana, caratterizzati da una forte tensione ideale, che, però, non
Approfondimenti
La “Rassegna Pugliese”, luogo di incontro fra Nord e Sud,
Nazione e Regione
Incisiva questa riflessione del filosofo Eugenio Garin che mette in risalto
gli effetti positivi del fecondo incontro fra un colto e intelligente operaio del
Nord e le potenziali ed inespresse energie del Sud.
Così […] non accidentalmente nelle pagine composte dal Vecchi
s’incontrano la ricerca erudita e documentaria sul Sud e la questione
meridionale quale la viene profilando Giustino Fortunato. Si segue
insieme, più ancora che la crisi, la trasfigurazione delle istanze positivistiche - del positivismo come metodo scientifico applicato alle discipline storiche - in una esigenza di rigore, di serietà, di aderenza alle
cose e alla loro logica, di rispetto del documento, del fatto, della
realtà[…].
Chi ripercorra la quindicinale “Rassegna Pugliese” ed i circa 60 articoli che il Croce vi pubblicò può trovare la conferma di una trasforma70
ebbero vita facile. Per il suo impegno a favore del suffragio universale, per la denuncia delle misere condizioni di vita dei contadini e operai, emerse ben presto Spartaco, un giornale fondato a Bari nel 1882,
che proprio nel momento in cui stava diventando un importante punto
di riferimento anche per le fasce urbane e del ceto medio, fu soppresso d’autorità dal generale Pelloux in seguito ai moti popolari che si
ebbero a Bari e in Puglia per il caro pane.
L’esperienza della Rassegna Pugliese
Il primo tentativo di promuovere nel campo dell’editoria e in quello
dell’informazione un nuovo strumento di riflessione e di comunicazione che potesse porsi come punto di riferimento per tutta la Puglia
fu realizzato con la Rassegna Pugliese da Valdemaro Vecchi, originario
dell’Emilia, che non a caso giunse nel 1868 in Puglia proprio con
zione che fu anche una continuazione. Può forse scoprire in quella eccezionale collaborazione dell’operaio del Nord col dotto meridionale
il segreto di molti incontri avviati tra un secolo e l’altro.
Chiosando quell’elenco e leggendo in trasparenza la filigrana di
tanta messe di dati, sarebbe possibile scrivere tutto un capitolo di
storia della cultura, non solo meridionale, tra l’Unità e la “svolta”
dell’inizio del secolo, aggiungendo nel contempo un paragrafo importante alla biografia intellettuale di Benedetto Croce, e correggendo insieme alcuni diffusi luoghi comuni circa il rapporto fra “hegelismo” e positivismo. Di più: uno storico accorto potrebbe scavare più
a fondo in questo incontro fra un colto operaio del Nord e le possibilità di un Sud ricco non solo di tradizioni, ma anche di energie in
cerca di mezzi atti ad esprimerle. Nella esemplare vicenda di Valdemaro Vecchi sembra infatti riflettersi quella dialettica “fra la Nazione
e la Regione, fra il generale e il particolare, fra la fertilità della terra e
la luce del cielo”.
(Dalla introduzione di Eugenio Garin al volume di B. Ronchi, V. Vecchi, Centro
librario S. Spirito, Bari 1979, in M. Dell’Aquila, Humilemque Italiam, Bulzoni editore,
Roma 1985, pp. 202-03)
71
quella linea ferroviaria adriatica, grazie alla quale la regione stava avviando i suoi intensi legami con i mercati settentrionali dell’Italia e
dell’Europa.
Vecchi, animatore instancabile di molteplici iniziative editoriali, che
concentrò nella sua persona i ruoli di proprietario, tipografo, editore,
direttore e, persino, di scrupoloso correttore di bozze, ebbe sin dall’inizio ben chiari gli obiettivi da perseguire con la Rassegna Pugliese di Scienze, Lettere ed Arti, pubblicata a Trani dal 1884 al 1913 con una tiratura di 3.000 copie, che ancora oggi risulta superiore a quella di molte
prestigiose riviste: “enunciare e studiare ciò che concerne l’arte, le scienze, e insieme il movimento agricolo e commerciale”; rappresentare “la
vita intellettuale e civile” e “il progresso di questa bella regione”; ricercare la collaborazione degli “ingegni locali” che, però, fossero aperti e
sensibili “al movimento generale del sapere”; produrre una rivista varia
per contenuti disciplinari, che risultasse familiare a un gran numero di
lettori, ai quali avrebbe dovuto “procurare la santa voluttà di una buona lettura”.
A questi principi, riconducibili peraltro al generale clima positivistico di quegli anni, si ispirò continuamente la Rassegna, riuscendo a mettere insieme l’intellighenzia della regione e ottenendo la collaborazione
di intellettuali di rilievo nazionale, come Benedetto Croce.
Grazie a questa linea di politica editoriale, la nuova rivista diede un
significativo contributo all’affermazione di una coscienza regionale, che
si alimentava sia della rivisitazione storico-culturale delle comuni radici
dei pugliesi, sia dell’analisi dei problemi economici e delle misure che
avrebbero potuto assicurare un nuovo processo di sviluppo alla regione.
Vecchi non si limitò al solo impegno della Rassegna Pugliese, ma avviò
una vivacissima attività editoriale, grazie alla quale la sua casa editrice
giunse ad un catalogo di ben 1076 titoli, stampò diverse riviste, fra le
quali meritano una particolare menzione La Critica di Benedetto Croce e Napoli nobilissima.
L’intensa attività di Valdemaro Vecchi, che per oltre un ventennio fu
il punto di confluenza non solo degli intellettuali più qualificati della
cultura regionale, ma anche di una parte consistente di quella naziona72
le, innescò in Puglia un positivo processo di promozione culturale e
costituì per la casa editrice Laterza una premessa necessaria per un nuovo
salto di qualità nella produzione editoriale.
Verso la casa editrice Laterza
L’impegno complesso e diversificato di Vecchi non poteva non scontrarsi con difficoltà e limiti ad esso connaturati.
La mancanza di una vera redazione sia per la Rassegna che per tutte
le altre attività editoriali, a cui il Vecchi cercava di supplire col suo super lavoro, esponeva tutte le iniziative ai rischi derivanti dall’eccessiva
dipendenza da una sola persona. Se ne ebbe già un’avvisaglia nel settembre del 1896, quando la rivista fu sospesa per quattro mesi a causa
della malattia “dell’editore-condirettore”, come si autodefinisce lo stesso Vecchi, che, riprendendo la pubblicazione, così si rivolge ai suoi lettori: “Coloro che ci scrivevano credevano che la Rassegna fosse morta e
sepolta. Ma fortunatamente quella credenza non aveva fondamento.
Per morire la Rassegna avrebbe dovuto morire il suo editore, quando
nessuno ne avesse raccolto la magra eredità. Ma e l’editore e la Rassegna
per questa volta, grazie al Cielo, l’hanno scampata”.
La stessa volontà della Rassegna di puntare prevalentemente sugli
“ingegni locali”, finendo col mettere insieme persone di diverso orientamento culturale e politico, rendeva la rivista uno strumento neutrale,
oltre che elitario, mentre i nuovi processi economici richiedevano l’assunzione di scelte e di precise posizioni sulla politica del governo e delle
amministrazioni locali.
Infine, anche per quanto si è detto, risultava assai difficile che sia
l’attività propriamente editoriale sia quella della informazione, affidata
alla Rassegna, restassero concentrate ed unificate nella stessa persona.
Non è un caso che dopo la feconda esperienza di Vecchi i due settori si
scinderanno, per cui da un lato l’attività editoriale sarà ricoperta dalla
casa editrice Laterza, mentre quella dell’informazione registrerà sempre più il protagonismo del Corriere delle Puglie.
È pur vero che la “Laterza” si caratterizzerà ben presto per il suo
progetto editoriale di respiro nazionale: la redazione e pubblicazione
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della Critica, le collane dei classici della letteratura e della filosofia, l’avvio della “Biblioteca di cultura moderna”, impostate secondo le indicazioni di Benedetto Croce e, nei primi momenti, anche di Giovanni
Gentile, faranno della casa editrice barese un importantissimo centro
di attrazione dell’intera cultura nazionale; è vero anche che non saranno gli “ingegni pugliesi” ad essere protagonisti della nuova produzione
editoriale, che, peraltro, non considererà la Puglia come centro della
sua attenzione. Il fatto, però, che a Bari giungessero periodicamente
Benedetto Croce ed altri prestigiosi intellettuali e circolassero libri ed
idee che alimentavano il generale dibattito culturale fu certamente un
importante fattore di crescita per i Pugliesi, che, così, ebbero modo di
sprovincializzarsi ulteriormente e di essere sollecitati ad un’analisi più
critica e dialettica della stessa realtà sociale ed economica della Puglia.
L’interpretazione dello storico
Croce, garante del passaggio dall’esperienza di Vecchi alla nuova
impresa di Giovanni Laterza
Michele Dell’Aquila, ordinario di Lingua e Letteratura italiana presso
l’Università di Bari, sottolinea in questo brano il ruolo importante che Croce ebbe per l’editoria pugliese e la grande azione di “pedagogia civile e culturale” svolta dalla casa editrice Laterza.
Sembra un caso emblematico: quell’intellettuale, Benedetto Croce, che già negli ultimi anni del secolo con i suoi scritti e la prepotente personalità veniva indicando nuove prospettive e nuovi traguardi
all’onesto stampatore, orientandone la linea culturale, di lì a pochi
anni avrebbe incontrato un altro editore coraggioso e onesto in cerca
di lumi e di programma: questa volta un pugliese, un pugliese di
razza, Giovanni Laterza. Da quell’incontro, in qualche modo necessario e atteso da entrambi e ricco di fruttuosi svolgimenti per entrambi, sarebbe uscito segnato il destino della nuova cultura pugliese:
non solo e non tanto per la ricchezza dell’opera crociana tutta stam74
La prima sede della “Gius. Laterza & figli” in via Sparano, 79
pata dal Laterza, né per le straordinarie e prestigiose collane di classici,
di filosofi, di storici, di cultura moderna, che resero celebre la casa e che
corsero per l’Italia e l’Europa anche in anni di oscuramento della libertà: ché quelle cose furono scritte e pensate dai maggiori ingegni d’Italia
e del mondo e a tutti s’indirizzavano. Quanto per l’azione di pedagogia
civile e culturale ch’esse esercitavano, per l’aspettazione dei lettori pugliesi, per il modello ch’esse offrivano di una cultura soda, liberata finalmente da provincialismi e da complessi d’inferiorità d’ogni sorta.
Al Vecchi, di cui Croce ricordava “la rettitudine, la buona fede, la
rigida osservanza degli impegni, l’ingenuità dell’animo, la vivezza della
mente” oltre l’alta professionalità dello stampatore, il filosofo volle fosse
per molti anni affidata la stampa della Critica.
Ma ormai la Puglia, grata al Vecchi per l’impulso che con il suo ingegno e passione aveva dato al suo avviamento editoriale, poteva fare da sé.
E seppe far bene, sapendo essere aperta ed attiva nelle sollecitazioni
della più viva cultura del tempo, senza rinunciare ad esser saldamente
pugliese e meridionale, in uno slancio di comunicazione, ma in una volontà di non subordinazione, come le cronache della cultura del nuovo
secolo e le vicende della vita civile dimostrano senza dubbio.
(M. Dell’Aquila, op. cit., pp. 204-05)
75
Un nuovo organo di informazione: il Corriere delle Puglie
Chi il 1° novembre del 1887 ebbe fra le mani il primo numero de Il
Corriere delle Puglie, giornale quotidiano di Bari, certamente notò la
specificità del nuovo organo di informazione sin dalla prima pagina:
non solo l’editoriale, ma anche la rubrica delle “Notizie politiche” e
quella di “Bari industriale”, che rinviavano alle pagine interne, davano
l’immagine di un giornale che, dichiarando solennemente la sua indisponibilità “ad arruolarsi sotto alcuna bandiera di condottiero”, intendeva intrecciare un dialogo reale con il pubblico, si caratterizzava per
l’ampiezza del suo orizzonte di osservazione con una serie di riferimenti
alla stampa estera e ad eventi internazionali, puntava decisamente sulla
vocazione industriale di Bari, di cui si sottolineava, però, il ruolo propulsore “per tutte le Puglie ed anche per la Basilicata e le Calabrie”.
Veniva delineato, così, il progetto di un organo di informazione che,
in sintonia con quanto era già avvenuto e avveniva in altre parti d’Italia,
intendeva rispecchiare la realtà in cui si operava, esprimere i nuovi bisogni e le nuove istanze di una parte consistente della popolazione barese e
L’interpretazione dello storico
Il Corriere delle Puglie sarà l’amico di tutti
In questo stralcio dell’editoriale del primo numero del Corriere delle
Puglie, Martino Cassano, fondatore e direttore del nuovo quotidiano, prende chiaramente le distanze dalla pratica diffusa di fare di un giornale la
diretta emanazione di un notabile.
Il Corriere si propone di vivere dal pubblico e per il pubblico; quindi
non è disposto ad arruolarsi sotto alcuna bandiera di condottiero […]. E
ciò pare che debba bastare per soddisfare i gusti di tutti, o di quasi tutti,
il che, in un paese dove le maggioranze regnano ed i più scaltri governano, dovrebbe poter dire perfettamente lo stesso.
Il Corriere sarà l’amico di tutti e il confidente di nessuno; propugnerà tutto ciò che è vero, che è buono, che è bello, indipendentemente
dalle passioni di parte, e dagli interessi dell’illustrissimo sig. Tizio o
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Manifesto pubblicitario del
Corriere delle Puglie
pugliese, riflettere sui nuovi processi
economici e sulle potenzialità di sviluppo del territorio regionale.
Abbandonata l’illusione, tanto
cara a precedenti e coeve esperienze
giornalistiche pugliesi, di poter riformare il mondo e la società con la stampa, il primo editoriale del Corriere,
dopo aver affermato che “un giornale nuovo non crea la vita nuova”, delimitò molto realisticamente le sue
aspirazioni di impegno civile precisando che “non è a dirsi per questo che
un nuovo giornale quotidiano di Bari
non possa né debba riuscire del tutto
inutile agli interessi, alle aspirazioni ed
ai bisogni del pubblico”.
dell’onorevole sig. Sempronio. Grazie a Dio, Il Corriere non è né miope né presbite, e non ha bisogno che nessuno gli presti un paio d’occhiali per guardarsi d’attorno e dire, come va detto, il fatto suo. Sembra al Corriere che dopo quasi trent’anni di vita libera, l’educazione del
pubblico – volere o no – abbia dovuto fare un passo innanzi; ed, in
questa credenza, Il Corriere confida che il pubblico oramai, più che
farsi tirare, sia disposto a farsi persuadere.
Il pubblico, così disposto, non è però meno un ente collettivo che
sente molto, si appassiona molto, ma riflette poco; e ciò, perché la riflessione non può aversi senza serenità e calma, mentre il pubblico, che è poi
moltitudine, di sua natura non è, né può essere, sempre calmo e sereno.
Ora Il Corriere si propone appunto, appunto con calma e serenità, di
riflettere su tutto quello che il pubblico sente e intorno a tutto quello di
che il pubblico si appassiona, con l’intento di ricavarne una conseguenza
concreta ed un’applicazione pratica.
(M. Cassano, Ho l’onore, in Il Corriere delle Puglie, N. 1/1-11-1887)
77
Al di là delle contraddizioni e dei limiti inevitabili nella progettazione e nella produzione frenetica di un quotidiano, queste furono le linee
redazionali che, applicate costantemente, consentirono al Corriere delle
Puglie di farsi interprete di esigenze diffuse nella regione e, conseguentemente, di assumere talvolta nei confronti delle classi dirigenti nazionali e locali posizioni critiche, mai destinate, però, a mettere in discussione la sua natura di organo di stampa moderato e filogovernativo. In
questo senso, il giornale barese criticò l’indifferenza mostrata da Crispi
verso i tragici effetti della crisi agraria, denunciò i limiti dei governi e
delle amministrazioni delle città e delle province pugliesi nell’affrontare i grandi problemi dell’acquedotto, della promozione di nuove istituzioni scolastiche e culturali e dell’industrializzazione che avrebbe assicurato il nuovo “risorgimento economico” a Bari e a tutta la regione.
Protagonisti
Martino Cassano e la sua missione
Certamente la fortuna del Corriere delle Puglie fu determinata dalla
versatile personalità del suo fondatore, Martino Cassano, che, forte dell’esperienza maturata a Roma in redazioni di respiro nazionale, potè concepire il progetto ambizioso di un quotidiano pugliese che si differenziasse da
tutte le altre testate allora circolanti nella regione.
Martino Cassano non era giunto impreparato – sul piano intellettuale
e professionale – ad un appuntamento di tanto rilievo, né poteva definirsi un avventuroso improvvisatore. Nato a Bari nel gennaio del 1861 e
rifiutata la carriera forense – cui avrebbe voluto destinarlo il padre avvocato e cultore di diritto civile – egli fece le sue prime esperienze di pubblicista sul periodico d’impianto letterario Il Manfredi. Poco più che
ventenne – scrive di lui Armando Perotti – “fè vela per la capitale, sempre
col baco del giornalismo nel cerebro e sempre più col proposito di non
venire a patti coi codici”.
A Roma, sotto la magistrale guida di Carlo Pancrazi, il Cassano di-
78
L’articolata politica editoriale contribuì a delineare l’immagine di un
giornale radicato nella comunità regionale col quale si identificavano settori crescenti della società. Certo, il Corriere delle Puglie, che, ad esempio,
condividerà le misure illiberali adottate da Pelloux per reprimere i moti
del caro pane del 1898, non sarà mai interlocutore degli ambienti democratici e socialisticheggiati, ma il suo contributo complessivo all’affermazione di una nuova e più efficace informazione e, soprattutto, al radicamento nell’opinione pubblica della stessa idea di regione fu notevole.
Quando, forte di un pool finanziario e imprenditoriale, Raffaele Gorjux
fonderà nel 1922 La Gazzetta di Puglia, divenuta poi nel 1928 La Gazzetta del Mezzogiorno, l’eredità de Il Corriere delle Puglie risulterà assai preziosa e permetterà al nuovo quotidiano di assicurare una sostanziale continuità
di quella linea redazionale di rispecchiamento della società civile pugliese.
venne redattore della Gazzetta d’Italia […]. E quando venne fondata la
Rivista Europea – con l’ambizioso, ma effimero progetto di contendere
spazio alla prestigiosissima Nuova Antologia – il Pancrazi non ebbe esitazioni nel chiamarne alla direzione il giovane giornalista barese […].
“Non fu nostalgia (aggiunge il Perotti, ndr) che lo ricondusse a Bari,
sì bene il meditato disegno di una missione da compiere. Aveva ormai
appreso, in quell’età e in quell’ambiente aurei della stampa italiana, la
pratica del mestiere. […] Ebbe la forza che mancò a molti; di rinunziare
agli allettamenti di una città come Roma, eterna ammaliatrice, e di ritirarsi in provincia, col suo sogno che gli riempiva il cuore”.
[…] Per circa dieci anni erano pullulati solo giornaletti di partito destinati ad una brevissima e stentata esistenza; ma nessuno – scrive ancora
il Perotti – si era risolto di “risolvere il problema del quotidiano di grande stile, che non fosse legato a questa o a quella fazione; che non aspettasse, con l’imbeccata della politica, il soccorso della prefettura; che raccogliesse le voci della città, della provincia, della regione, e le traducesse in
programmi di benessere e di civiltà; che valesse, soprattutto, a far conoscere Bari e la Puglia, a porle in assiduo contatto con la nazione”.
(M. Spagnoletti, Nasce il “Corriere” senza occhiali in prestito, in La Gazzetta del Mezzogiorno 1887-1987, Edisud, Bari 1987, pp. 11-12)
79
BIBLIOGRAFIA
Oltre alle opere citate nel testo si possono consultare:
Per un inquadramento storico di carattere generale:
P. Bevilacqua, Breve storia dell’Italia meridionale, Roma 1993; A. Lucarelli, La
Puglia nel secolo XIX, Bari 1927; S. La Sorsa, Storia di Puglia, vol. VI. Dalla Costituzione del Regno d’Italia a Vittorio Veneto, Bari 1962; Storia della Puglia, a cura di
G. Musca, vol. II, Bari 1987; Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, La
Puglia nel Mezzogiorno dall’Unità alla caduta della destra storica, Bari 1986; Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Il Mezzogiorno e la Puglia nell’età
della sinistra da Depretis alla crisi di fine secolo, Bari 1989; Storia di Bari, diretta da
F. Tateo, vol. IV. L’Ottocento, a cura di M. Dell’Aquila e B. Salvemini, Roma-Bari
1994; Storia di Lecce, diretta da M.M. Rizzo, B. Vetere, B. Pellegrino, vol. III.
Dall’Unità al secondo dopoguerra, a cura di M.M. Rizzo, Roma-Bari 1992.
Sul brigantaggio:
A. De Jaco, Il brigantaggio meridionale, Editori Riuniti, Roma 1979; T.
Pedio, Brigantaggio meridionale, Bari 1987; A. Lucarelli, La Puglia nel secolo
XIX, Adda editore, Bari 1927.
Sullo sviluppo economico:
M. Ottolino, I caratteri dell’economia pugliese nell’età della Destra Storica, in
La Puglia nel Mezzogiorno dall’Unità alla caduta della destra storica, op. cit., pp.
119-154; V. Petruzzella, Problemi dell’industrializzazione in Terra di Bari nel
primo quindicennio postunitario, ivi, pp. 161-184; S. Russo, Paesaggio agrario e
assetti culturali in Capitanata dall’Unità agli anni Ottanta, ivi, pp. 413-30; G.
De Gennaro, L’economia pugliese e la ferrovia nel periodo della sinistra, in Il
Mezzogiorno e la Puglia nell’età della sinistra da Depretis alla crisi di fine secolo,
op. cit., pp. 229-66; L. Palombo, L’economia rurale pugliese nell’età della sinistra
(da Depretis alla crisi di fine secolo), ivi, pp. 267-84; F. De Felice, Agricoltura e
capitalismo. Terra di Bari dal 1880 al 1914, Bari 1969; A. Checco, L. D’Antone, F. Mercurio, V. Pizzini, Il Tavoliere di Puglia. Bonifica e trasformazione tra
XIX e XX secolo, Roma-Bari 1988; A. Denitto, F. Grassi, C.Pasimenti, Mezzogiorno e crisi di fine secolo. Capitalismo e movimento contadino, Lecce 1978; M.
Viterbo, La Puglia e il suo acquedotto, Bari 1954.
Su Bari capitale:
M. Scionti, Sviluppo urbanistico tra Ottocento e Novecento, in Bari Moderna
1790-1990, Milano 1990, pp. 49-84; F. Picca, Bari ‘capitale’ a teatro, Bari
1987; Il teatro Petruzzelli di Bari, a cura di A. Melchiorre, Bari 1981; L. Masel80
la, La difficile costruzione di una identità, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità
ad oggi, vol. VII. La Puglia, op. cit., pp. 281-438; L. Zingarelli, La costruzione
di un centro. Arte e istituzioni a Bari fra Ottocento e Novecento, in Storia di Bari,
diretta da F. Tateo, vol. V. Il Novecento, pp.67-94.
Fonti archivistiche:
Sono numerosi i fondi degli Archivi di Stato che contengono una copiosa
documentazione su tutte le tematiche trattate nel capitolo. La fonte classica per
chi voglia studiare la storia politica e lo sviluppo socio-economico di uno specifico territorio è rappresentata dal fondo Prefettura. Presso l’Archivio di Stato di
Bari, ad esempio, all’interno del fondo Prefettura si trovano le carte della serie
Gabinetto che racchiude la documentazione riservata del prefetto, distinta per
materia: “disposizioni generali e personale, amministrazioni provinciale e comunali, sindaci, elezioni (amministrative e politiche), affari esteri, affari ecclesiastici, carceri, danneggiati politici, giudiziario, istruzione pubblica, sanità, ferrovie,
porti, banche, affari di pubblica sicurezza (spirito pubblico, dimostrazioni sovversive e operaie, arresti, processi), scioperi ed agitazioni”.
Si aggiunga, inoltre, che in molti Comuni vi sono interessanti Archivi Comunali, il cui materiale storico in diversi casi aspetta ancora di essere consultato.
A cura dell’Archivio di Stato di Bari vi sono poi diverse pubblicazioni sulle
fonti documentarie, delle quali segnaliamo: Istituzioni e territorio in Terra di
Bari. Fonti documentarie e cartografiche del XIX secolo, in Storia dell’Urbanistica
N. 1, Roma 1981; L’immagine e il progetto. Il territorio comunale in Terra di Bari
nel XVIII e XIX secolo, Monopoli, 1981; La cartografia storica nelle fonti documentarie, Terra di Bari nel XVIII e XIX secolo, Molfetta 1981; Rassegna di fonti
documentarie della storica civica barese, Bari 1981; Cartografia napoletana dal
1778 al 1889. Il Regno di Napoli, la Terra di Bari, Napoli 1983.
Fonti giornalistiche e letterarie:
Assai interessante può rivelarsi la consultazione di giornali, riviste e periodici di diversa natura che, numerosi, si pubblicavano in tutta la Puglia. Presso
la Biblioteca Nazionale “Sagarriga Visconti Volpi” di Bari è possibile consultare molta della produzione giornalistica dell’Ottocento.
Di indubbia ed efficace utilizzazione didattica risultano le relazioni dei
viaggiatori stranieri che descrivono le città visitate, soffermandosi sulle condizioni sociali, economiche e culturali. Segnaliamo in particolare: Viaggiatori
francesi in Puglia nell’Ottocento, a cura di G. Dotoli e F. Fiorino, voll. II, III, IV,
Fasano 1985; J. Ross, La Puglia nell’Ottocento, a cura di M.T. Ciccarese-Lecce
1997; G. Meyer-Graz, a cura di G. Custodero, Puglia/Sud 1890, Lecce 1980.
81
CAP. II
DAL PRIMO NOVECENTO
ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE
Assai profondi sono i processi che investono la Puglia nella prima
metà del Novecento. Si va dalla caduta delle potenzialità di uno sviluppo industriale alla mancata trasformazione in senso capitalistico e moderno dell’agricoltura; dalla espansione delle città all’emergere delle
élites urbane; dalla riduzione delle città ad empori commerciali e centri
di consumo alla tragedia della guerra, che coinvolge in modo drammatico i territori e le popolazioni.
All’interno di questo quadro complessivo, emergono con forza due
dati: la particolare asprezza del conflitto nelle campagne, per l’assoluta
indisponibilità dei proprietari terrieri all’accettazione di una moderna
dialettica sindacale col movimento dei braccianti, i quali sono costretti
a condizioni di vita assai penose; la perdita per le grandi città, che si
riempiono sempre più di una “borghesia burocratico-impiegatizia”, di
quel ruolo di promozione di nuove dinamiche di sviluppo generale che
alcune di esse avevano saputo esercitare alla fine dell’Ottocento.
83
1. UNA SOCIETÀ ED UNA ECONOMIA BLOCCATE
Lo sviluppo mancato
Il quadro complessivo della Puglia nel primo quindicennio del Novecento è segnato da un processo di trasformazione che da un lato mette definitivamente in crisi la tradizionale struttura economica e sociale,
dall’altro non riesce ad affermare né un generale sviluppo industriale,
capace di espandersi e di esercitare forza di attrazione, né la modernizzazione complessiva dell’agricoltura e dei rapporti di lavoro. Dopo la
sua integrazione nel mercato nazionale ed internazionale e il superamento della difficile crisi degli anni Ottanta, sembra quasi che l’economia pugliese non riesca a trovare al suo interno forze, risorse e possibilità per avviare uno sviluppo capitalistico compiuto.
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Più che aziende sono accampamenti
Il momento particolare della Puglia agli inizi del Novecento non sfugge ad Enrico Presutti, autore di una relazione del 1909 sulle condizioni dei contadini e delle
campagne in Puglia. Particolarmente severo è il suo giudizio sulla incapacità degli
agrari pugliesi di ammodernare le loro aziende che, come viene affermato in questo
brano, sono condotte senza alcuna programmazione.
L’azienda agricola nelle Puglie ha un aspetto di precarietà, di mutabilità,
di disorganizzazione. Sembrano accampamenti, non aziende agrarie. Si potrebbero spostare i confini di ciascuna azienda senza che ne cambiasse il
carattere. Oggi un fondo è fittato a piccole quote, domani viene gestito in
economia dal proprietario o da un grosso fittavolo borghese. Tutto ciò
non ha nulla di comune col modo in cui si svolge l’agricoltura in paesi
vecchi, dove l’azienda, i sistemi di coltura, i contratti hanno forme e tipi
tradizionali. Ed in ciò appunto sta la caratteristica della trasformazione, che
ha luogo nelle Puglie. Non vi sono tipi tradizionali da migliorare, ma vi
sono tipi da creare, tipi adatti alle condizioni delle singole zone.
(Inchiesta parlamentare sulla condizione dei contadini nelle provincie meridionali e nella
Sicilia, Relazione del delegato tecnico Enrico Presutti, Puglie, vol. III, tomo II, Roma 1909, p. 739)
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Il processo di industrializzazione, pur toccando le aree di Bari,
Taranto e Brindisi, non
assicurava, infatti, alti
tassi di profitto, per cui
i grandi proprietari terrieri non erano invogliati a distogliere una parUn dormitorio per braccianti in
te dei loro capitali dal
un’azienda agricola del Tarantino
tradizionale investimento nelle banche, nel commercio e, in molte zone, soprattutto nell’usura.
D’altra parte, l’agricoltura pugliese, caratterizzandosi per la sua accentuata disarticolazione, non poteva certamente proporsi come motore dell’intera economia regionale. Infatti, l’inserimento nel mercato
L’interpretazione dello storico
I limiti del processo di industrializzazione in Puglia
Assai efficace questo brano di Adolfo Pepe, che mette in risalto la debolezza strutturale del processo industriale pugliese, cogliendone le specifiche
motivazioni in riferimento alle tre aree maggiormente sviluppate agli inizi
del Novecento.
In Puglia il pur notevole processo di urbanizzazione […] e di industrializzazione non acquistano una dimensione e una qualità tali da costituire settori di drenaggio delle risorse finanziarie ed economiche, ovvero
poli di attrazione alternativi della forza-lavoro agricola.
I tre fenomeni più significativi, infatti, che si realizzano nel primo
decennio del secolo, sono il definitivo affermarsi della grande industria
cantieristica a Taranto, la costruzione di uno strato industriale diffuso
nell’area brindisina in Terra d’Otranto e soprattutto nel circondario barese, e la crescita urbana del tessuto delle medie città pugliesi collocate nei
punti di saldatura tra i diversi circuiti agricoli e i nuovi sistemi di comu86
L’arrivo della prima trebbiatrice in una azienda agricola di Modugno agli
inizi del Novecento. La meccanizzazione dell’agricoltura ed una efficiente
organizzazione del lavoro si affermano solo in alcune aree della regione
(Tavoliere, fossa premurgiana, zona nord-orientale del Tarantino)
nicazione in costruzione, con una notevole dilatazione delle funzioni delle
attività commerciali, amministrative e terziarie in genere.
Tuttavia, se l’ingente investimento capitalistico di Taranto avviene
come pura proiezione del sostegno dello Stato e dell’intervento del capitalismo nazionale, senza attivare una capillare mobilitazione dei capitali,
dei ceti borghesi e abbienti locali e, quindi, senza spostare risorse dal
settore primario dell’area tarantina, l’industrializzazione della Terra
d’Otranto e del Barese non assume certo le caratteristiche di un dominante sistema di interdipendenze settoriali, come nel caso della trasformazione di un preesistente tessuto manifatturiero legato all’industria tessile e meccanica, né quello di un sistema monosettoriale dipendente dall’insediamento nuovo di un moderno settore produttivo.
Si assiste invece a un consolidamento dello strato di industrie leggere
preesistenti e di quelle legate ad alcuni precisi canali di investimento straniero, ma la cui dimensione unitaria, il livello di investimenti, i settori
merceologici, la meccanizzazione e l’innovazione tecnologica non sono
in grado di garantire tassi di accumulazione e di profitto appetibili.
(A. Pepe, Il sindacalismo pugliese nel primo Novecento, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. La Puglia, a cura di L. Masella e B. Salvemini, Einaudi, Torino 1989, pp. 797-98)
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nazionale ed internazionale aveva determinato profondi squilibri, favorendo uno sviluppo verso l’alto delle grandi e medie aziende di Capitanata e comprimendo verso il basso le aree produttive del Salento, che
peraltro erano isolate dalle grandi vie di comunicazione. Fra questi due
estremi si collocava la consistente e assai diffusa area dei piccoli viticoltori che, per le modeste dimensioni dei terreni di loro proprietà, non
erano in grado né di promuovere un’opera di ammodernamento e di
razionalizzazione della produzione, né di superare le ricorrenti crisi
determinate dalle oscillazioni del mercato internazionale.
Un quadro di questo genere rendeva impossibile una osmosi continua
e feconda fra economia industriale ed economia agricola, e, conseguentemente, fra mondo urbano e mondo rurale. Venne così a mancare in
Puglia quella dinamica che altrove aveva permesso alla città di sottrarre
alla campagna l’egemonia, di assumere il ruolo guida del nuovo sviluppo
economico e di mettere in moto un generale processo di espansione.
Solo il settore dell’edilizia si presentava come anello di congiunzione
fra mondo urbano e mondo agricolo, poiché la notevole crescita delle
L’interpretazione dello storico
Nord e Sud separati dalla guerra
Secondo Valerio Castronovo, la prima guerra mondiale, determinando il
“fortissimo indebitamento dello Stato, la dispersione di tanta parte del patrimonio nazionale, il rincaro del costo della vita” e le “profonde trasformazioni dell’apparato produttivo”, produsse “un radicale mutamento dell’assetto economico e sociale del paese” che, come viene affermato nel brano
seguente, accentuò in modo irreparabile il divario fra Nord e Sud.
Ad accrescere il divario fra Nord e Sud, in maniera da allora irreparabile, concorsero inoltre la polverizzazione dei capitali monetari e dei risparmi della piccola e media borghesia meridionale, l’enorme drenaggio
di mezzi finanziari operati dallo Stato durante il conflitto attraverso la
tassazione dei redditi agricoli e l’aumento del debito pubblico, il blocco
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città, soprattutto in Terra di Bari, richiamava una consistente quota di
forza-lavoro e di capitali. Ma si trattava di un settore che, da solo, certamente non poteva promuovere lo sviluppo dell’intera regione e, per di
più, esposto com’era alle oscillazioni congiunturali, non poteva garantire
una attività continua nel lungo periodo.
La guerra ridimensiona l’economia pugliese
I limiti e le contraddizioni dell’economia e della società pugliese si
acuirono nel periodo di guerra e, in maniera ancora più accentuata, in
quello del dopoguerra, durante i quali aumentò in maniera irrimediabile il divario fra Nord e Sud. Non solo le regioni settentrionali, il cui
territorio fu coinvolto direttamente nelle operazioni militari, furono
comprensibilmente privilegiate dagli interventi dell’economia di guerra, richiamando così i capitali disponibili a livello nazionale, ma si registrò un enorme sviluppo di grandi complessi siderurgici e metalmeccanici del triangolo industriale che beneficiarono delle continue commesse statali determinate dalle esigenze belliche.
dell’emigrazione transoceanica e i danni arrecati dall’inflazione al commercio meridionale d’importazione. L’economia di guerra comportò, in ogni
caso, una notevole espansione delle attività industriali nella formazione
del prodotto nazionale, ma soprattutto un notevole trasferimento di risorse dall’agricoltura e dalla piccola e media industria, produttrice di beni
di consumo, verso i grossi «canonicati» dell’industria siderurgica e metalmeccanica, finanziati dalle grandi banche, in grado di incrementare i
meccanismi di accumulazione, grazie all’abbondante offerta di lavoro e
al blocco dei salari, e di far valere prezzi sempre più elevati nei contratti di
fornitura. Il risultato fu - in mancanza di un accrescimento netto della
ricchezza nazionale - un massiccio spostamento di redditi in favore degli
interessi industriali e bancari legati allo sviluppo delle commesse governative, al commercio di importazione delle materie prime, alle ordinazioni militari e ai movimenti di integrazione finanziaria.
(V. Castronovo, La storia economica, in Storia d’Italia, vol. 4, tomo 1, Einaudi, Torino
1975, p. 209)
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Bari, Piazza Umberto, 24 maggio 1915: manifestazione studentesca
contro il consolato dell’Impero austro-ungarico nel giorno
della dichiarazione di guerra da parte dell’Italia
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Al Sud solo tre miliardi
Non sfuggirono alla stampa dell’epoca le conseguenze assai negative della
guerra sulla economia meridionale. Del resto, il tema fu ampiamente dibattuto nel dopoguerra anche a Bari, in particolare dalla rivista Humanitas, che
in un articolo di Michele Viterbo dell’ottobre del 1919 affermava: “Noi usciamo
dissanguati dalla guerra: ricordiamoci che su 30 miliardi di spese belliche,
27 sono andati al Nord e all’Italia centrale, 3 miliardi appena al Sud”.
Mentre nell’Italia settentrionale, ricca d’industrie e di commerci, la
guerra ha dato luogo ad una intensa e febbrile attività industriale, con un
conseguente aumento di profitti e di salari molto remunerativi, tutto ciò
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In questo quadro di riferimento, lo stesso apparato industriale barese, che era il più consistente della regione, uscì complessivamente ridimensionato dalle vicende belliche: a fronte della tenuta e, in qualche
caso, dell’incremento produttivo di un numero limitato di aziende meccaniche, chimiche ed alimentari, si registrò la totale scomparsa dell’industria tessile, di quella vinicola ed alcolica, e un sensibile ridimensionamento di quella del cemento e dei prodotti dell’edilizia, tanto che la
popolazione attiva impegnata a Bari in attività industriali passò dal 49,9%
del 1911 al 40,9% del 1921.
D’altra parte, l’intervento dell’Italia in guerra a fianco delle potenze
dell’Intesa aveva penalizzato fortemente i prodotti dell’agricoltura meridionale, in particolare della Puglia, determinando la chiusura dei
mercati degli imperi centrali, la cui conquista aveva permesso alla regione di superare la grande crisi degli anni Ottanta, causata, come si
ricorderà, dalla guerra doganale con la Francia.
Le conseguenze sulle colture pugliesi destinate all’esportazione furono assai pesanti: la cerealicoltura, l’olivicoltura e la viticoltura, che
avevano registrato i più consistenti investimenti ed ammodernamenti,
vennero ridimensionate per la chiusura degli sbocchi commerciali.
non si è verificato nell’Italia meridionale. Poche le industrie metallurgiche, rari gli stabilimenti militarizzati. Ma si è verificato qualcosa di più
grave. Quell’esodo di capitali che fu, nel passato, una delle cause che
impedirono la rinascenza economica del mezzogiorno e che ebbe origine
dall’aumento delle imposte, dalla vendita dei beni ecclesiastici, dalla
mancanza di viabilità e dalla deficienza di trasporti e di servizi pubblici,
ha trovato una maggiore accentuazione nel periodo della guerra. Infatti,
è noto che, essendo stato tutto il lavoro per lo stato accentrato nella Italia
settentrionale, anche per la vicinanza della zona di guerra, parte del capitale si è trasferito nel settentrione in impieghi che hanno fatto principalmente capo ai bisogni della guerra.
(Il Mezzogiorno e la guerra, in Il Risveglio commerciale, 19 dicembre 1917, in E. Di
Ciommo, op. cit., p. 356)
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Per gli agrari i contadini non sono uomini come loro
Il ridimensionamento dell’apparato industriale e la nuova situazione di crisi dell’agricoltura determinarono nel dopoguerra un clima sociale di accentuata tensione, che peraltro fu aggravato dal blocco delle
rimesse degli emigranti durante il periodo bellico. In particolare, vi fu
dal 1918 in poi un aumento continuo della disoccupazione, tanto che
il giornale Humanitas, riferendosi alla situazione di Bari, affermava in
un servizio del 1921 che i “disoccupati erano diventati una legione”.
D’altra parte, già nel 1917 Antonio De Tullio, che aveva ricoperto
ruoli pubblici importanti in provincia di Bari, si chiedeva: “I contadini, questi soldati eroi delle trincee, che torneranno ai loro, ai nostri
paesi, dopo aver dato il loro sangue per la patria, saranno davvero
contenti di essere i contadini di dieci anni fa? Ancora verranno anch’essi con l’idea di un miglioramento dei salari? E come si farà nel
Mezzogiorno, in cui da una parte vedremo il proprietario dissestato e
dall’altra il lavoratore dei campi che porrà questo nuovo problema?”.
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Faremo anche l’arrusso con la macchina
Questo brano della relazione di Presutti (1909) è particolarmente significativo poiché, fra l’altro, spiega la genesi dei lavori abusivi da parte dei contadini, che si recavano nei latifondi ed eseguivano i necessari lavori stagionali
senza essere stati ingaggiati per poi richiederne a sera la retribuzione, come
diretta conseguenza dell’atteggiamento degli agrari, sempre alla ricerca di
tutto ciò che potesse distruggere le leghe. I lavori abusivi diventeranno nel
dopoguerra una pratica assai più diffusa e sostenuta dal leghismo pugliese.
Un grosso affittuario foggiano che è anche un valente professionista, mi
diceva che i proprietari, con la macchina covri-seme, con le mietitrici e con
le trebbiatrici, hanno in parte debellato i contadini, ma che finiranno di
debellarli completamente se si inventerà l’aratro automotore. “Se potremo
fare a macchina anche l’arrusso (aratura), allora ce la vedremo”, mi diceva
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Gli interrogativi di De Tullio, lungi dall’avviare fra gli agrari un dibattito ed una disponibilità al dialogo col movimento bracciantile,
ebbe quasi il valore di una premonizione dell’ineluttabile conflitto
che di lì a poco si sarebbe riaperto in Puglia.
Infatti, sin dai primi anni di costituzione delle leghe dei contadini,
la classe dirigente pugliese e il ceto dei grandi proprietari maturarono la convinzione che bisognasse distruggere manu militari ogni forma di organizzazione sindacale nelle campagne. L’impossibilità di instaurare una moderna dialettica fra capitale e forza-lavoro era stata
del resto evidenziata dalla già citata relazione del 1909 di Presutti,
che si soffermava con tre importanti annotazioni sulle posizioni e sulla mentalità degli agrari pugliesi: la ferma convinzione che “i contadini non sono uomini come loro”; l’esperienza di un ispettore generale
del Ministero dell’Interno inviato a Cerignola per una mediazione, il
quale dovette registrare il grave disappunto e la meraviglia degli agrari per “l’uguaglianza del trattamento formale”, da lui riservato “ai
costui. E rammentando che il Re a Catania si era interessato di un tentativo
di aratro automotore, interpretava questo interessamento del Re non come
interessamento per una cosa che costituirebbe un grande progresso della
tecnica agricola, ma sibbene come un interessamento del Re per le sorti dei
proprietari nella lotta che costoro sostengono contro i lavoratori!
I proprietari nel Foggiano lottano allargando, quanto è più possibile, l’uso
delle macchine agrarie, restringendo i lavori, sostituendo sulla più larga scala
le donne agli uomini nelle lavorazioni, ritardandoli fino al periodo, in cui,
essendo minore la richiesta di manodopera, le mercedi sono più basse...
Ed i lavoratori rispondono in due modi: aumentando ancora i salari
nei periodi in cui i lavori non possono assolutamente trascurarsi e diminuendo d’altro canto le ore giornaliere di lavoro; invadendo le terre dei
proprietari, che trascurano determinati lavori, per eseguirvi i lavori stessi,
salvo a chiederne poscia il pagamento. Questo fenomeno, caratteristico
della provincia di Lecce, ove cominciò nella zona dell’olivo, si va diffondendo a poco a poco in tutte le Puglie.
(E. Presutti, Relazione, op. cit., p. 604-05)
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proprietari e ai contadini, facendo sedere gli uni e gli altri accanto a
sé”; la pressante richiesta al governo perché provveda a “sciogliere le
leghe, arrestare i capi dell’agitazione, proteggere con centinaia di soldati la libertà di lavoro degli immigrati”, cioè di lavoratori provenienti da altri paesi e da altre province, spesso assunti dagli stessi agrari a
bassi salari per piegare la lotta della lega locale.
Posizioni di questo genere erano largamente presenti anche fra i
deputati pugliesi che, sebbene si dichiarassero giolittiani, avevano
opinioni assai conservatrici in materia di rapporti di lavoro e di riconoscimento della positività di una moderna dialettica sindacale,
peraltro largamente praticata al Nord. Tipico rappresentante di questa schiera di politici fu Vito De Bellis, deputato per più volte nel
collegio di Gioia del Colle che, pur richiamandosi continuamente
alla “socialità” di Giolitti, in un comizio del 1913, riferendosi agli
scioperi allora in atto in Terra di Bari, dapprima affermò che “bisogna agli attacchi della folla esaltata rispondere compatti con la nostra legittima difesa” e poi concluse il suo discorso con una doman-
L’interpretazione dello storico
L’intransigenza degli agrari rafforzata dagli industriali del Nord
A partire dal biennio 1907-08 sino al dopoguerra, gli agrari e la classe
dirigente della Puglia si caratterizzarono per una continuità di atteggiamento nei confronti del movimento contadino. Nel dopoguerra, però, in un
clima conflittuale che vedeva fra i lavoratori l’esaltazione della rivoluzione
sovietica e fra i capitalisti l’accentuazione esasperata del pericolo rosso, vi fu
anche fra gli industriali del Nord la ferma volontà di non riconoscere al
sindacato alcun ruolo su tempi, modi e forme di produzione nelle fabbriche.
Dalla crisi del 1907-08 alle tumultuose vicende del primo dopoguerra, sulla questione dell’imponibile di mano d’opera l’identificazione tra
la struttura di massa dei lavoratori agricoli e il controllo esercitato sul
mercato del lavoro non sarà mai accettata dal padronato agrario e dalla
classe dirigente pugliese. Questi ceti, con una determinazione e un’intransi94
PRODUZIONE MEDIA ANNUA DELLE PRINCIPALI
COLTURE IN PROVINCIA DI BARI
Frumento
Olio
Vino
Mandorle
(q.li)
(q.li)
(hl)
(q.li)
1901–1910
1914-1923
954.337
236.642
1.922.110
246.677*
697.300
231.000
433.800
238.400
* Limitatamente al periodo 1905-1910.
(E. Di Ciommo, Bari 1806-1940, Franco Angeli, Milano) 1984, p. 357)
da retorica: “Perché non dovrebbe anche la borghesia prendere il
revolver e difendersi contro i rivoltosi?”.
Certamente, non fu un caso che proprio a Gioia del Colle ci fu uno
dei primi e più cruenti eccidi del dopoguerra, quando il 30 giugno del
genza paragonabile solo a quella con la quale i grandi industriali del nord
si oppongono a ogni ipotesi di dualismo di potere nelle aziende, comprendono che debbono regolare i loro rapporti con la forza-lavoro e le Leghe
direttamente, senza la possibilità di ricorrere a circuiti compensativi, quali
l’azione sociale dello Stato, l’emigrazione o lo spostamento della pressione delle masse in altri settori economici.
Anche nello scontro che in questi anni si svolge tra il movimento di
massa, organizzato nelle Leghe, e i grandi proprietari e fittavoli, che vogliono realizzare la trasformazione capitalistica dell’agricoltura regionale,
e in quello tra gli operai delle grandi fabbriche meccanizzate del Nord e
gli imprenditori più avanzati, si introduce un determinante elemento
politico non avulso dalla lotta economica ma assolutamente compenetrato con questa, l’elemento di principio connesso con il potere, con la
facoltà di comandare e di disporre dei fattori di produzione in condizione di assoluta libertà, senza regole e impedimenti contrattuali.
(A. Pepe, op. cit., p. 803)
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1920 quaranta proprietari della locale Associazione agraria aprirono
deliberatamente il fuoco sui contadini inermi, provocando sei morti e
cinquanta feriti.
L’eccidio di Gioia del Colle, accanto ai fatti di Ceglie Messapica,
Statte, Castellaneta, Terlizzi, avviò una offensiva forte ed organizzata
degli agrari pugliesi, che furono certamente rafforzati nelle loro tradizionali posizioni conservatrici dalla condotta della borghesia del Nord
che, davanti alle nuove richieste del movimento sindacale nel dopoguerra, era fermamente determinata a ridimensionare la forza delle
organizzazioni operaie.
Caratterizzate da queste posizioni di chiusura, le classi dirigenti e
la borghesia agraria non sapranno fare altro che riproporre nel primo dopoguerra il modello degli anni Ottanta, grazie al quale la Puglia aveva superato la crisi provocata dalla guerra doganale con la
Francia. Senonché, la riproposizione del modello sembrò illusorio,
poiché da un lato non vi era la disponibilità a sottoporsi ai contratti a
godimento da parte dei contadini, dall’altro era del tutto mutato il
quadro del mercato nazionale ed internazionale.
Approfondimenti
L’anacronistica “febbre di piantare vigne”
Lo storico Luigi Masella mostra assai bene come la riproposizione da parte degli agrari pugliesi del modello degli anni Ottanta fosse destinato al
fallimento sia per l’arretratezza dei sistemi produttivi sia per le profonde
trasformazioni del mercato internazionale.
“La febbre di piantare vigne” invadeva di nuovo grandi e piccoli proprietari tra il ’19 e il ’20 e insieme ad essa la non troppo nascosta speranza
che il fare come in quei tempi ormai lontani (gli anni Ottanta del secolo
XIX) l’avrebbe avuta vinta sull’altra e turbolenta parola d’ordine di “fare
come in Russia”. Ma l’illusione di riproporre il modello economico
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L’affermazione in Puglia del movimento sindacale
La specifica realtà economica della Puglia, caratterizzata dall’affermazione della grande azienda capitalistica nel Tavoliere e da una discreta struttura industriale in Terra di Bari, a Taranto e a Brindisi, non
poteva non favorire l’affermazione del movimento sindacale che, peraltro, potè ereditare l’esperienza e la tradizione delle società di mutuo
soccorso. Nel primo quindicennio del Novecento, su un totale di 195
scioperi agricoli registratisi in Italia meridionale, ben 178 si erano avuti
in Puglia, con la partecipazione complessiva di 300.000 scioperanti;
meno consistente, ma pur sempre notevole se rapportata alla situazione
generale del Sud, era nello stesso periodo la forza del movimento operaio nelle aree urbano-industriali pugliesi, dove si erano avuti 567 scioperi con circa 80.000 partecipanti.
In particolare, il movimento contadino si sviluppò ben presto in Capitanata e in Terra di Bari. Già nel 1901, infatti, la Puglia partecipava al
congresso costitutivo della Federterra nazionale, svoltosi a Bologna, con
8 leghe e 6.000 aderenti (5.100 facevano capo alle 4 leghe della provincia di Foggia, 900 alle altre 4 leghe della provincia di Bari); nel 1908,
prebellico si scontra ben presto con la diversa situazione del mercato internazionale. Germania e Austria non erano più i consumatori privilegiati del
vino pugliese, mentre l’industria della birra cominciava ormai a prevalere
nei mercati interni dell’Europa Centrale e dell’Inghilterra. Per giunta una
politica fiscale ritenuta particolarmente severa coi viticultori, la difficoltà
di trasporti ferroviari più rapidi e un’indubbia arretratezza dei sistemi produttivi di piccoli e piccolissimi proprietari rendevano decisamente meno
competitivo il prodotto pugliese. Gran parte del vino resta quindi invenduto sin dalla fine del ’22; la corsa al vigneto si trasforma pericolosamente
in crisi di sovrapproduzione e in elemento di sfaldamento di una vasta rete
di interessi e di figure sociali, che ruotano attorno all’economia della vite.
(L. Masella, I problemi economici, in La crisi dello Stato liberale dalla 1a Guerra Mondiale
all’avvento del fascismo, in AA. VV., Atti dell’VIII convegno di studi sul Risorgimento in
Puglia, Bari 1993, pp. 171-72)
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poi, il numero delle adeLE LEGHE DELLA PROVINCIA DI BARI
sioni aveva superato le
NEL 1908, CON L’INDICAZIONE
70.000 unità, per cui nei
DEL NUMERO DEI SOCI
grandi comuni braccian8.500
Bitonto
500
tili non mancava ormai la Andria
8.000
Noicattaro
500
lega che coordinava tutte Corato
Canosa
3.500
Giovinazzo 450
le azioni di rivendicazio- Ruvo
3.500
Mola
450
ne dei contadini.
Bisceglie
2.500
Gioia del Colle 400
Dopo il loro primo svi- Minervino
1.600
Palo del Colle 400
Sammichele
400
luppo impetuoso, che in Spinazzola 1.500
Gravina
1.100
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350
molte zone era stato del
Barletta
950
Cassano
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Terlizzi
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Santeramo
300
delle penose condizioni di Putignano 800
Triggiano
200
vita delle popolazioni ru- Trani
800
Turi
150
rali, dal 1907 in poi le le- Castellana
800
Casamassima
100
Fasano
700
Alberobello
100
ghe pugliesi si impegna600
rono sempre più nella co- Monopoli
struzione di organismi di (I dati sono presenti nell’articolo 80.000 vassalli a concoordinamento della loro gresso, in La conquista del 5 aprile 1908, che si riferisce
al congresso delle leghe delle province di Bari, Lecce,
azione, allo scopo di dare Foggia e Potenza, svoltosi a Spinazzola il 29 e 30 marpiù incisività alle loro lot- zo. A differenza del 1901, le leghe della Terra di Bari
te, che così perdevano la hanno nel 1908 un numero di soci (39.500) superiore a quello (24.590) delle leghe di Capitanata.
dimensione localistica e
acquisivano un respiro
più generale. Fu grazie a questa maggiore capacità di coordinamento e
di direzione che furono ottenute alcune significative conquiste sia nel
1913, sia soprattutto nel 1920: aumenti salariali, riduzione della giornata lavorativa, norme più liberali sulle assunzioni.
Il sistema delle leghe, però, non fu mai riconosciuto dagli agrari
pugliesi che, nutrendo sempre l’obiettivo di distruggerle, consideravano un accordo col movimento dei contadini come una loro personale
sconfitta, finendo così coll’apporre la loro firma ad esso solo quando
ogni altra soluzione era preclusa e pensando già alla rivincita. Nell’immediato dopoguerra, quando nelle campagne pugliesi si avrà una grande
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Una riunione della lega di San Severo
Luigi Allegato, dirigente del movimento sindacale pugliese, ricostruisce
in questo brano una assemblea della lega di San Severo, svoltasi il 14 giugno del 1907, alla quale egli, sebbene avesse solo 11 anni, partecipò. Erano
quelli i tempi in cui anche nel movimento operaio e contadino della Puglia
era forte la rivendicazione dei “ tre otto di Turati”: “Otto ore di lavoro, otto
ore di riposo, otto ore di studio e svago”. Non meravigli la presenza nei locali
della lega dell’effigie di Cristo, ché anzi in tutto il movimento vi era agli
inizi del Novecento una fiorente letteratura popolare intorno a “Gesù socialista”, tanto che venivano celebrati numerosi matrimoni davanti ad un
suo quadro nella sede della lega o del partito.
Entrammo nella Lega contadini sistemata in un casone, che era stato
per lungo tempo adibito a taverna. […] La sala era larga e lunga. Assiepate
poteva contenere un migliaio di persone; in fondo alla sala c’era un tavolo,
quello della presidenza. Alla parete, sopra il tavolo, i ritratti di Carlo Marx
e di Federico Engels e fra questi, in mezzo, il ritratto di Cristo-Uomo,
vestito di rosso, con sotto la scritta: “La natura ha stabilito la comunanza
dei beni, l’usurpazione ha prodotto la proprietà privata”. Più sopra: “Lavoratori di tutto il mondo unitevi” e “L’emancipazione dei lavoratori è opera
dei lavoratori stessi”. Io, alla Lega, c’ero stato altre volte, ma mai quei
quadri, quelle scritte mi avevano fatto tanta impressione.
L’illuminazione della sala era fioca; la luce elettrica si ebbe a San Severo nel 1906, ma la Lega aveva ancora i lumi a petrolio. Il salone si riempì
presto di gente, tutti uomini, nessuna donna e un solo ragazzo: io.
Arrivò il presidente che salì sul tavolo per parlare agli intervenuti. […]
Il presidente spiegò ai presenti l’andamento delle trattative coi padroni,
le quali si svolgevano tramite il sottoprefetto.
Quando disse che gli agrari si rifiutavano di incontrarsi con i rappresentanti dei lavoratori, un urlo partì dall’assemblea: “Vogliamo lo sciopero, vogliamo lo sciopero fino alla vittoria”.
Nelle conclusioni il presidente fece una proposta: “Chi è per lo sciopero, alzi la mano”. L’alzarono tutti. Alla controprova non l’alzò nessuno. Indi diede le istruzioni su come comportarsi durante la lotta.
(L. Allegato, Socialismo e comunismo in Puglia, Editori Riuniti, Roma 1971, pp. 40-41)
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conflittualità, sarà naturale per gli agrari sostenere ed alimentare l’azione violenta dello squadrismo fascista che mirerà, appunto, alla distruzione del sistema delle leghe.
I limiti del movimento sindacale in Puglia
Certamente la particolare situazione della forza-lavoro in Puglia favoriva l’affermazione e l’espansione del leghismo. Infatti, per tutto il
primo quindicennio del Novecento, e ancor più negli anni dell’immediato dopoguerra, le periodiche crisi in agricoltura e la crisi dell’apparato industriale determinarono una riduzione continua di salariati fissi
e una dilatazione oltre misura di lavoratori giornalieri.
Si trattò, quindi, di un processo che non investì soltanto le campagne, dove peraltro anche i piccoli e medi contadini furono costretti ad
andare a giornata, ma anche il mondo urbano, all’interno del quale
v’erano molte figure professionali deboli (barbieri, sarti, calzolai, opeL’interpretazione dello storico
Forti d’estate ma deboli nelle altre stagioni
La centralità del problema del lavoro e della necessità di una sua prima
regolamentazione in Puglia è ben evidenziata da questa significativa pagina di Simona Colarizi, che peraltro coglie un limite di fondo del movimento sindacale bracciantile, forte d’estate e debole nelle altre stagioni.
Immesso in un mercato del lavoro basato sul salario, il proletariato
bracciantile individua rapidamente i termini dello sfruttamento subìto:
la mancanza di continuità del lavoro e la presenza di un numero di braccianti superiore alla necessità di coltivazioni per la maggior parte estensive e il più delle volte condotte in economia rendevano il padronato di
Puglia arbitro indiscusso delle condizioni di lavoro. Ingaggiati sulle piazze dei paesi, per una certa mercede concordata singolarmente e sulla quale era ben difficile discutere perché sempre si trovava qualcuno, magari
ancor più miserabile, pronto ad accettarla, i lavoratori pugliesi a giornata
100
rai di piccole aziende, lavoratori dell’edilizia), che per integrare le loro
magre entrate periodicamente durante l’anno divenivano braccianti.
L’enorme divario fra un numero esiguo di salariati fissi e la massa di
lavoratori precari, che abbandonavano per lunghi periodi le proprie
abitazioni per trasferirsi in terre anche lontane, faceva sì che in Puglia il
problema cardine fosse quello del lavoro e del lavoro agricolo in particolare, sul quale l’intero movimento sindacale regionale finiva con l’impegnare le sue maggiori energie.
Le leghe, ampliatesi e consolidatesi grazie sia alla sovrappopolazione
agricola permanente sia a quella temporanea di derivazione urbana,
non poterono non essere segnate da due fondamentali caratteristiche
che, alla lunga, finirono col rendere debole la loro azione: da un lato, la
selezione dei dirigenti e l’individuazione degli obiettivi di lotta e dell’eventuale terreno di trattativa con la controparte si svolgevano secondo i canoni rigidi della democrazia diretta, della partecipazione e del
si ritrovavano totalmente dipendenti dalla «buona volontà» degli agricoltori, i quali, specie nei mesi più duri della disoccupazione, si limitavano a volte a offrire un lavoro senza previa determinazione del salario,
che veniva fissato solo la domenica, alla fine cioè di tutta la settimana
lavorativa.
Le prime forme di organizzazione nascono quindi principalmente dall’esigenza di una elementare difesa nel sistema delle contrattazioni per le
paghe giornaliere. Ma le leghe contadine riuscivano a prosperare solo nei
mesi dei grandi lavori agricoli, che richiedevano un impiego di manodopera tale da rovesciare di fatto i rapporti di forza tra padronato e braccianti, i quali, inoltre, vedendo allontanarsi lo spettro della disoccupazione, riuscivano a dispiegare un fronte abbastanza compatto nelle lotte e
negli scioperi per ottenere migliori condizioni di lavoro. I successi delle
lotte estive erano però inesorabilmente destinati a disperdersi nei mesi
invernali quando, ricreandosi le condizioni di eccedenza di offerta, si riproponeva il tradizionale ricatto e il movimento contadino finiva per
sgretolarsi.
(S. Colarizi, Dopoguerra e fascismo in Puglia , Laterza, Bari 1977, pp.32-33)
101
Manifesto del
12 settembre
1907 della “Lega di Resistenza fra Contadini di Canosa”,
che denunzia
la violazione
degli accordi
salariali concordati il 13
maggio dello
stesso anno dai
proprietari terrieri con i rappresentanti della Lega.
Da sottolineare
che la Lega di
Canosa, forte di
3.500 braccianti e contadini
poveri iscritti,
era impegnata
da oltre due
mesi nella lotta
per ottenere il rispetto degli accordi, regolarmente sottoscritti fra le parti.
coinvolgimento di tutti i soci; dall’altro, assai forte era la rivendicazione
classista del movimento, per cui vigeva un forte spirito di chiusura nei
confronti delle altre fasce sociali.
Conseguentemente, le singole leghe apparivano forti e invincibili
nel loro territorio e nel pieno della lotta, mentre mostravano tutta la
loro debolezza nelle lotte di lunga durata. Inesistenti erano i rapporti
fra leghe, caratterizzate da una forte tendenza al localismo, e Camere
del Lavoro, che, invece, avrebbero potuto promuovere una saldatura
102
DISTRIBUZIONE DEGLI ADDETTI ALL’AGRICOLTURA
NELLE PROVINCE PUGLIESI E IN ITALIA
(ANNI 1882-1902)
Tipi di
lavoratori
Terra di Bari Capitanata Terra d’Otranto
Italia
1881 1902 1881 1902 1881 1902 1881 1902
Agricoltori
in proprio
13,3 15,5
Mezzadri, coloni,
enfiteuti, fittavoli
2,7
8,2
12,2 15,8
3,3
8,2
15
16,6
16,2
28
3
11,4
18
29,9
Salariati
fissi
39,7 10,3
36,9 11,7
38,4 10,8
34,4
11,4
Salariati
avventizi
44,3 66,0
47,6 64,3
43,5 61,3
31,3
30,7
Si noti l’alta percentuale dei braccianti (salariati) – ed in particolare di quelli
giornalieri (avventizi) – della Puglia, che è di molto superiore a quella della media
nazionale; si noti come nel 1902 si registri una sensibile diminuzione dei salariati fissi
e un conseguente aumento di quelli avventizi, destinati ad alimentare il fenomeno
delle migrazioni stagionali; assai bassa è in Puglia la percentuale di mezzadri, coloni,
enfiteuti, fittavoli, la cui diffusione in un territorio è legata a processi di modernizzazione dell’agricoltura.
(Da B. Salvemini, Prima della Puglia, op. cit., p. 166)
del movimento agricolo con quello urbano; deboli erano anche i rapporti con le sezioni socialiste, che peraltro, registrando nelle città l’adesione di avvocati, insegnanti ed altri esponenti delle classi medie, spesso
erano distanti dai problemi del mondo contadino.
Per questa sua natura, il leghismo pugliese finì coll’essere segnato da
un profondo isolamento politico e sociale. Quando lo squadrismo fascista avvierà la sua capillare campagna di distruzione delle leghe, esso
potrà disporre delle simpatie di una opinione pubblica piuttosto vasta.
103
Approfondimenti
Le raccoglitrici di olive
C’era un lavoro nelle campagne che era demandato quasi esclusivamente alle donne e alle bambine: quello di raccogliere le olive cadute dall’albero. Si trattava di una fatica che andava ripetuta ogni settimana; diversamente, le olive cadute sarebbero marcite, compromettendo la qualità dell’olio. Se l’olio extravergine di Puglia conquistò un primato fra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento sui mercati nazionali ed internazionali,
ciò fu dovuto anche alla dura fatica delle raccoglitrici di olive.
Si fa presto a leggere e poi a ripetere, magari con una punta di orgoglio, che la Puglia ha il primato della coltura dell’ulivo e produce l’olio
extravergine, dal fruttato delicato, con il più basso grado di acidità. Ciò,
invece, su cui non ci si sofferma mai abbastanza è che un tale primato è il
risultato di una “fatica” millenaria dell’uomo; una fatica paziente, assai
ardua e talvolta quasi impossibile, che, fondata sull’energia delle sole braccia, ha reso coltivabili terreni aridi e pietrosi. Ed ecco, allora, l’ulivo,
questa pianta sacra agli dei, dominare in Puglia sia nelle piane del Salento, sia sui declivi carsici della Murgia, sia ancora lungo i fianchi scoscesi
ed irti del Gargano.
Un primato, quello della Puglia, reso possibile anche dal duro lavoro
delle raccoglitrici di olive, le famose “olivare”, che fra novembre e dicembre moltiplicavano il loro impegno nelle campagne.
Si incominciava dappertutto nei primi giorni di ottobre, molto prima
della raccolta del frutto direttamente dall’albero: a scadenza settimanale,
infatti, le olivare ritornavano sotto lo stesso ulivo e con la schiena piegata e
gli occhi fissi sulla terra raccoglievano una per una le olive cadute.
Le modalità di assunzione nella regione variavano di zona in zona: in
Terra di Bari il massaro o l’uomo di fiducia di un grande proprietario
girava casa per casa e assumeva di volta in volta a seconda delle necessità
del momento; nel Salento, invece, sin da settembre erano all’opera i caporali (i capuanta) che si presentavano a sera davanti alle povere abitazioni dei braccianti e ingaggiavano le loro donne, provvedendo al trasporto
giornaliero anche in contrade lontane dal paese di origine. Ma qui dire
donne è un eufemismo, perché preferite su tutte erano le ragazze dai dieci
ai quindici anni sia per la loro maggiore agilità sia anche per la minore
104
pretesa salariale rispetto alla
già misera paga corrente.
Tutte, chi a piedi, chi su
un traino, partivano molto
presto dalle case per essere già
con la schiena piegata sotto
l’albero, non appena il sole
avesse illuminato il terreno,
per 10 e persino 12 ore al
giorno. Ma la fatica delle raccoglitrici di olive non finiva
qui, poiché in molte zone
della Puglia e dell’intera Italia meridionale esse erano tenute a presentarsi al lavoro
con una sorta di grembiule a
sacco, quello che nel Salento
viene ancora chiamato lu posciu. Bisognava non solo stare con la schiena piegata per
Una giovanissima raccoglitrice
10-12 ore, ma riporre le olidi olive col tipico grembiule a sacco
ve raccolte ad una ad una in
questo grembiule a sacco che ne conteneva sino a 15 chili e poteva essere
svuotato solo quando fosse stato completamente riempito. Alle povere
raccoglitrici di olive, che spesso non riuscivano a mantenersi piegate sulle
ginocchia anche per il peso de lu posciu, non restava che camminare carponi sotto l’albero per continuare senza sosta e sotto l’occhio vigile del
sorvegliante la loro fatica.
Poco nota è quella pagina di storia scritta dalle olivare pugliesi che
soltanto negli anni Cinquanta si organizzarono e furono protagoniste di
diverse azioni di lotta per abolire lu posciu, da esse considerato un vero e
terribile strumento di tortura. Nel 1959, in particolare, in molti centri
della provincia di Lecce ci furono numerose manifestazioni che immancabilmente si concludevano nella piazza principale con un falò alimentato dai tanti posci gettati con rabbia nel fuoco dalle raccoglitrici di olive.
Quell’anno, forse per la prima volta in Puglia, la vittoria arrise alle
donne!
105
2. AGITAZIONI SOCIALI E LOTTE AGRARIE NEL PRIMO
DOPOGUERRA
L’affermazione delle associazioni degli ex combattenti
Nell’immediato dopoguerra ci fu anche in Puglia una forte ripresa
delle agitazioni nelle campagne e nelle città. A differenza del passato,
però, il partito socialista e il sistema delle leghe non furono più gli unici
punti di riferimento dei contadini e del movimento sindacale, poiché
nuove forze, come le associazioni degli ex combattenti e, nel Salento, le
prime organizzazioni cattoliche, si inserirono nella dialettica politica,
rendendo lo scontro molto più articolato del passato e suscitando la
partecipazione di figure sociali urbane (professionisti, esponenti della
piccola e media borghesia, intellettuali democratici).
Le associazioni combattentistiche, particolarmente forti e numerose
già nel 1919, registravano l’adesione soprattutto di contadini che, dopo
la loro partecipazione alla guerra, speravano che trovassero attuazione
le promesse solenni fatte dal governo.
Infatti, nel 1917, dopo lo sfondamento degli Austriaci a Caporetto
e il sopraggiungere delle prime notizie della rivoluzione bolscevica in
Russia, che non mancarono di provocare fenomeni di disgregazione e
di disfattismo nell’esercito italiano, Salandra, capo del governo, dichiarò solennemente che “dopo la fine vittoriosa della guerra, l’Italia compirà un grande atto di giustizia sociale. L’Italia darà la terra ai contadini, con tutto il necessario, poiché ogni eroe del fronte, dopo aver valorosamente combattuto in trincea, possa costituirsi una situazione di indipendenza. Sarà questa la ricompensa offerta dalla patria ai suoi valorosi figli”.
Per ordine dello Stato Maggiore, la dichiarazione di Salandra fu letta e commentata presso tutti i reparti dell’esercito, suscitando l’unanime convincimento che finalmente ci sarebbe stata la divisione dei latifondi e accreditando la tradizionale rivendicazione della “terra ai contadini” come un obiettivo pienamente concretizzabile.
Caratterizzate dall’assenza di un preciso programma politico-rivendicativo e dalla presenza di dirigenti assai diversi (da un lato, sinceri
106
democratici come Gaetano Salvemini e Tommaso Fiore; dall’altro, un
animatore dello squadrismo fascista, come Giuseppe Caradonna), le
associazioni degli ex-combattenti furono segnate da grandi tensioni interne e da condotte politiche inconciliabili.
Unico terreno di incontro fra le diverse anime del movimento combattentistico fu quello della critica allo stato liberale, ai pescecani di
guerra, alla vecchia classe politica parassitaria, e soprattutto agli amministratori comunali. Al proposito, è illuminante un rapporto al Ministero dell’Interno del prefetto di Bari, secondo il quale “i mutilati, gli
invalidi, i numerosi combattenti rientrati nelle loro case vi hanno portato
il convincimento che le amministrazioni locali abbiano fatto tutto il male
[ai loro familiari durante gli anni di guerra], e che i componenti di quelle
amministrazioni si siano imboscati, e che debbano cedere il posto a chi
soltanto ha il diritto di governare essendosi sacrificato per la patria”.
E fu proprio contro le amministrazioni comunali di diversi comuni
pugliesi che il movimento combattentistico rivolse tutto il suo impegno: al grido “Savoia!”, gli ex combattenti, in uniforme e perfetto assetto di guerra, sotto la guida degli ex ufficiali, assalirono e devastarono
nell’estate del 1919 i municipi di Altamura, Palo del Colle, Turi e di
altri comuni ancora, riuscendo ad ottenere fra l’entusiasmo della folla
le dimissioni delle amministrazioni in carica.
Queste rivolte, opportunamente utilizzate da ex-ufficiali e da esponenti dei ceti medi per sostituire i vecchi sindaci ed assessori, costituirono un precedente importante per il movimento fascista, che si diede
anch’esso una organizzazione di tipo militare, ricorrendo alla forza e
alla violenza per affermarsi.
La riorganizzazione del movimento socialista
La ricostruzione del tessuto delle leghe e del partito socialista fu all’indomani della guerra abbastanza rapido. Anzi, proprio in Puglia,
contrariamente a quanto avvenne in altre regioni d’Italia, il movimento
contadino di ispirazione socialista conseguì notevoli successi anche nei
confronti delle organizzazioni combattentistiche: già ad ottobre del 1919
in molti comuni della provincia di Bari (Bitonto, Noci, Santeramo,
107
Spinazzola, Gravina, Andria e Bari), secondo una relazione del prefetto, erano presenti leghe proletarie di ex-combattenti che addirittura
avevano un numero superiore di iscritti; anche nelle altre province, e
particolarmente in Capitanata, la situazione era simile.
D’altra parte, il successo alle elezioni politiche del 1919 del partito
socialista, che ottenne in Puglia ben 5 deputati (2 nella provincia di
Bari e 3 in quella di Foggia), mostrò ben presto quanto fosse ancora
forte il patrimonio organizzativo di ispirazione socialista. La significativa affermazione elettorale diede nuovo impulso a quel fervore organizzativo che non solo mirò a ricostruire ed ampliare il già consistente
movimento socialista dell’anteguerra, ma si pose l’obiettivo di stabilire
un coordinamento più efficace all’interno delle leghe e fra queste e le
sezioni del partito, in modo da poter sostenere un più generale movimento di lotta che superasse i tradizionali ambiti localistici del passato.
La ripresa delle agitazioni sia nelle città sia soprattutto nelle campagne non si fece attendere. A delineare una situazione esplosiva dal punto di vista sociale concorrevano molti fattori: la grave crisi economica
del dopoguerra, la crescente inflazione che abbatteva il potere d’acquisto dei ceti meno abbienti, la generale disoccupazione che sembrava
caratterizzarsi quasi come condizione cronica non solo per i braccianti,
ma anche per artigiani e piccoli contadini.
Del resto, anche i fortunati che riuscivano ad essere ingaggiati nel
settore agricolo lavoravano mediamente soltanto per 135 giorni all’anno, guadagnando complessivamente 1.620 lire che, come veniva dichiarato il 25 settembre del 1920 dalla Commissione governativa per
la disoccupazione della provincia di Bari, era “di molto inferiore alle
3.000 lire annue ritenute quale somma minima indispensabile nella
provincia per il sostentamento di un contadino e persone a carico”.
In una situazione di questo genere, gli obiettivi della piattaforma
rivendicativa del movimento delle leghe era quasi obbligata: l’aumento
salariale, la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore, il miglioramento
delle condizioni di lavoro, il riconoscimento degli uffici di collocamento, delle organizzazioni sindacali e, soprattutto, dei contratti collettivi
che vincolassero tutti i proprietari al rispetto degli accordi raggiunti.
108
La lotta dei contadini fra il 1919 e il 1920
Una prima ondata di agitazioni, iniziata ad Andria e poi sviluppatasi
in molti centri della Terra di Bari e di Capitanata, si ebbe già a gennaio
del 1919 e si concluse con la vittoria del movimento contadino, che
ottenne la riduzione della giornata lavorativa di 8 ore e l’aumento salariale del 30%. Si trattò, però, di un successo temporaneo, poiché gli
agrari, superato il momento critico della generale mobilitazione delle
masse rurali nei loro territori, fecero poi ampio ricorso alla manodopera proveniente dai paesi limitrofi e persino dal Salento, alla quale essi
non applicavano le norme pattuite con la lega locale, determinando
così la disoccupazione dei braccianti del posto.
Certamente, il massiccio ricorso a questa pratica e la riproposizione
dei tradizionali rapporti di lavoro da parte degli agrari provocarono fra
i contadini delusione e rabbia nei confronti delle autorità governative,
che tanto si erano prodigate in promesse di giustizia sociale durante gli
anni di guerra, e contribuirono in modo determinante ad acuire lo scontro soprattutto nelle zone in cui più forte era il controllo delle leghe.
A settembre del 1919, in prossimità della vendemmia, la lega di
Cerignola, forte di 12.000 iscritti, avviò una serie di scioperi e, prevenendo gli agrari, organizzò squadre di vigilanza nelle campagne per
impedire a crumiri e braccianti provenienti da paesi limitrofi e da fuori
provincia di accedere ai fondi per lavorare. L’esempio di Cerignola fu
seguito da diverse leghe dei comuni della fascia del grano.
La tensione aumentò ancora di più quando, per tutto l’autunno, i
contadini generalizzarono nella campagne pugliesi la pratica dei “lavori abusivi”: senza aspettare l’ingaggio, come si è già avuto modo di dire,
essi andavano nei fondi e svolgevano i lavori stagionali necessari, richiedendo poi ai proprietari la paga per l’opera prestata. Una tale prassi,
connaturata alla sovrappopolazione agricola e diffusa in Puglia già prima della guerra, fu duramente osteggiata dai proprietari nella grave
situazione di conflittualità instauratasi fra il 1919 e il 1920. Oltretutto,
non sempre il ricorso ai lavori abusivi si distingueva dall’azione confusa
e disarticolata dell’occupazione delle terre, a cui i contadini furono indotti anche dal decreto Visocchi.
109
All’inizio di settembre, infatti, forte fu in numerosi centri pugliesi il
movimento dell’occupazione delle terre: a San Giovanni Rotondo ben
1.500 contadini occuparono 2.000 ettari di terreno boschivo, lo delimitarono con pietre di confine e incominciarono a dissodarlo; a San
Marco in Lamis l’occupazione delle terre vide addirittura in prima fila
l’intera amministrazione comunale socialista.
L’autunno del 1919, tuttavia, fu solo il preludio della grande stagione di lotta che si sarebbe avuta nell’anno successivo. Due fattori
contribuirono ad alimentare ulteriormente la tensione sociale che,
del resto, era già tanto alta: da un lato, la persistente siccità dell’inverno 1919-20, che causò raccolti assai magri per tutta l’annata agricola; dall’altro, la politica del governo Nitti, che escludeva categoricamente provvedimenti speciali per il Mezzogiorno, considerava prioritario l’intervento a sostegno delle “distrutte province invase” durante
la guerra, invitava i contadini del Sud ad aspettare e a comportarsi
“con una disciplina ordinata” e con “ordinato lavoro”.
L’interpretazione dello storico
Le cifre della “Puglia rossa”
Colpisce in questo brano della Colarizi la rapida e capillare ricostituzione
del movimento socialista che, nonostante avesse subito sin dal 1914 l’offensiva dei nazionalisti per la sua posizione di neutralità in merito al problema
dell’intervento dell’Italia in guerra, già alla fine del 1919 aveva recuperato
la sua forza tradizionale.
La ricostruzione del movimento proletario, delle leghe contadine, delle
sezioni socialiste, delle Camere del Lavoro dà fin dai primi mesi del 1919
dei risultati senza precedenti: la CdL di Bari ha distribuito nel maggio
5.300 tessere, nel medesimo periodo a Taranto si contano più di 10.000
tesserati tra gli operai delle diverse leghe di mestiere e dei sindacati. Nel
giugno la Federterra apre un suo ufficio a Bari, diretto da Eugenio Laricchiuta, che registra nella sola provincia 15.000 iscritti, destinati nel feb110
Ad avviare la nuova fase di lotta furono i contadini di Andria che,
per solidarietà con 1.000 dei loro compagni disoccupati, proclamarono, il 1° dicembre del 1919, lo sciopero ad oltranza e, fra l’entusiasmo e la partecipazione di una folla enorme, si impadronirono della
città e degli uffici pubblici; ci furono anche scontri con i carabinieri
della locale stazione che, per il loro numero esiguo, non ebbero alcuna possibilità di fermare l’ondata convulsa delle agitazioni. Nei giorni
successivi giunsero nella città consistenti rinforzi delle forze dell’ordine che si impegnarono in una dura repressione, ricorrendo ad arresti
di massa e perquisizioni casa per casa.
L’insurrezione di Andria, che suscitò una vasta eco sulla stampa
nazionale e un acceso dibattito nel parlamento, costituì nei mesi successivi il modello a cui ispirarsi per i contadini pugliesi, che si impegnarono in una generale mobilitazione, alimentando fra le masse popolari l’illusione da un lato che lo stato borghese fosse ormai prossimo
al suo sfaldamento, dall’altro che la rivoluzione fosse imminente.
braio del ’20 ad aumentare a 25.000 suddivisi in 22 leghe. Analogo lo
sviluppo delle sezioni socialiste: nella sola Bari se ne contano 14 per un
totale di 1.200 iscritti, in provincia 24 con 1.800 iscritti. E si tratta di
dati destinati ad aumentare: nel 1921, il PSI a Bari è arrivato a 21 sezioni
con 3.500 aderenti, in provincia è salito a 21 sezioni con 21.000 iscritti
(naturalmente, dall’elenco sono escluse le leghe contadine). Accanto ai
socialisti, anche i sindacalisti rivoluzionari risultano in crescita, forti a
Bari nel 1920 di oltre 10.000 iscritti alla Camera sindacale del lavoro e in
provincia di alcune tra le leghe contadine dei centri più importanti, Minervino Murge e Andria (in quest’ultimo comune però le forze proletarie sono divise tra confederalisti e sindacalisti). Estrema rilevanza acquista
il movimento sindacalista rivoluzionario anche in Capitanata, dove nel
solo comune di Cerignola, paese di origine di Di Vittorio, si contano
oltre 12.000 iscritti alla Camera sindacale del lavoro. Un cospicuo nucleo di sindacalisti rivoluzionari è attivo anche nel Salento e soprattutto a
Taranto, dove conta più di 8.000 iscritti.
(S. Colarizi, op. cit., pp. 36-37)
111
I rapporti dei prefetti delle tre province della regione descrivono
dappertutto una situazione incontrollabile davanti all’azione di massa
del movimento contadino, che si impadronì di molte città e avviò la
pratica sistematica dei lavori abusivi e dell’occupazione delle terre. Spesso
neppure l’arrivo di rinforzi militari riusciva ad arrestare la lotta e, in
particolare, l’occupazione delle terre, che registrava la partecipazione
di tutta la popolazione di un paese, con donne e bambini, per cui una
eventuale azione di repressione da parte delle forze dell’ordine rischiava di trasformarsi in eccidi di massa.
E tuttavia il movimento contadino, che fu impegnato per tutto il
1920 in lotte di questo genere, non solo non riuscì a strappare risultati duraturi, ma venne indebolito dalla repressione delle forze dell’ordine e finì poi coll’essere isolato proprio nel momento in cui avrebbe
dovuto fronteggiare la reazione degli agrari, che assunse nuove e più
aggressive forme organizzative.
Approfondimenti
Il decreto Visocchi alimenta nelle campagne il clima di tensione
Il 2 settembre del 1919 il ministro dell’Agricoltura, Achille Visocchi,
in una seduta del consiglio dei ministri, allora presieduto da Francesco
Saverio Nitti, presentò un importante decreto che prevedeva la possibilità per i contadini poveri organizzati in cooperative di occupare terre incolte o malcoltivate appartenenti agli agrari o ad enti pubblici e religiosi.
Il provvedimento, presentato come l’attuazione delle promesse fatte nel
1917 dal governo Salandra, fu propagandato moltissimo dalla classe dirigente, che sottolineava la possibilità di giungere ad una riforma agraria
anche all’interno di una economia capitalistica.
In realtà, il decreto Visocchi, lungi dal dare la terra ai contadini, fu
una risposta necessaria non solo alle promesse fatte al fronte in piena
guerra, ma anche al movimento di rivendicazione delle terre già avviato
dalle associazioni combattentistiche e dalle leghe contadine; inoltre, con
lo stesso decreto si voleva arginare il movimento contadino con una serie
112
D’altra parte, lo stesso partito socialista, che era il punto di riferimento naturale delle masse popolari, alle quali avrebbe potuto offrire
un programma generale ed una possibile via d’uscita, giudicò il movimento contadino pugliese immaturo e, conseguentemente, non assunse la paternità della lotta, limitandosi a difendere i braccianti arrestati e
opponendosi alle violente repressioni tramite i mezzi e le procedure
previste dallo stato di diritto.
La grande offensiva dei proprietari pugliesi
Davanti alla determinazione alla lotta delle leghe, la risposta degli
agrari non si fece attendere, anzi proprio la Puglia fu la regione d’Italia
che registrò la prima forma di reazione organizzata e violenta. La conferma di tale atteggiamento ci viene dal prefetto di Bari, fonte certamente non sospetta di simpatie socialiste, che nel 1920 scriveva che i
proprietari “ritengono che solo con la violenza possano essere tutelati i
di procedure burocratiche, grazie alle quali si finiva coll’ottenere in locazione un pezzo di terra. Infatti, il decreto prevedeva la costituzione in
ogni provincia di una commissione paritetica di rappresentanti di contadini e agrari, che, presieduta dal prefetto, dietro domanda degli interessati, aveva il compito di assegnare un fondo, determinare la durata dell’occupazione e il prezzo della locazione da versare al legittimo proprietario.
Del resto, l’emanazione del decreto Visocchi non fu seguita da una
adeguata legislazione e preparazione, per cui la sua attuazione fu piuttosto limitata e circoscritta a terre incolte lontane dai centri abitati, spesso
impervie e malariche. Tutto ciò finirà col creare ulteriori elementi di tensione nelle campagne. Non è un caso che in Puglia la lotta per l’occupazione delle terre e la pratica dei lavori abusivi si intensificarono proprio
a partire da settembre, dopo l’emanazione del decreto. Non sfuggì questa
correlazione alla rivista repubblicana Humanitas, che accusò il governo
di essere responsabile della grave situazione creatasi nelle campagne pugliesi non solo per l’assenza di ogni provvedimento sulla disoccupazione e sul carovita, ma anche per l’improvvisazione, appunto, del decreto
Visocchi.
113
loro diritti”. Ancora più esplicito il prefetto di Foggia, che nello stesso
anno denunziava: “I proprietari non sanno far altro che invocare truppa e carabinieri in permanenza per garantire i loro poderi dalle invasioni dei disoccupati, senza rendersi ragione delle condizioni di costoro
[…], mentre poi si oppongono a risolvere pacificamente l’inconveniente lamentato che con non grande sacrificio e nel loro precipuo interesse
potrebbero eliminare o quantomeno attenuare”.
Del resto, la ben nota volontà degli agrari di non avviare la normale
dialettica con le organizzazioni dei lavoratori e di mirare solo alla distruzione di esse determinava nella regione tutti i presupposti perché la
loro azione avesse un tasso di radicalità e di violenza almeno pari, se non
superiore, a quello del movimento dei contadini.
Con la ferma convinzione, come affermavano nei documenti delle
loro associazioni, che il sistema delle leghe altro non sia che un insie-
Documenti
Un generale clima di tensione
Il clima di generale tensione nel 1920 risulta evidente in questo brano
di Allegato che, da dirigente della Lega di San Severo, organizzava i turni
dei lavori abusivi per non meno di 5.000 lavoratori al giorno. Come si
intuisce, in una situazione in cui mancava ogni altra prospettiva, la pratica
dei lavori abusivi era l’unica possibilità per i contadini pugliesi di garantirsi
una sia pur minima entrata. Evidente nel brano anche la mancanza di
direzione politica del movimento da parte del partito socialista.
Ai primi del 1920 la situazione dei lavoratori di San Severo, come del
resto della provincia e dell’Italia intera, era veramente disastrosa; di lavoro
non ce n’era affatto e le migliaia di braccianti che formavano la maggioranza della popolazione attiva del luogo erano letteralmente disoccupati.
San Severo aveva perduto in quest’epoca la gran parte del suo patrimonio viticolo a causa dell’infezione fillosserica. Questo terribile insetto proveniente dalla Francia, dove verso 1’Ottanta aveva distrutto le vigne tanto
114
me di “pessimi soggetti, gente di malavita, avanzi di galera, organizzati e capitanati da sedicenti socialisti avvocati, onorevoli, ecc., che li
incitano coi loro comizi all’odio, alla strage, al saccheggio”, i proprietari pugliesi si organizzarono in gruppi armati e affrontarono i braccianti, provocando a partire da maggio del 1920 numerosi scontri
conclusisi con morti e feriti.
L’esito di questa prima offensiva organizzata, grazie anche alla sostanziale benevolenza delle forze militari e di polizia, sospinse gli agrari
a intensificare la loro azione, dando ad essa un respiro più vasto: nell’estate del 1920 dapprima moltiplicarono in ogni paese le loro associazioni, poi si impegnarono nella creazione dei fasci d’ordine, a cui
aderirono anche altre figure sociali, ed infine sostennero la nascita
dei fasci di combattimento in vista del colpo finale da infliggere al
movimento delle leghe.
rinomate di questo paese, era comparso da noi per la prima volta nel 191213. In pochi anni le vigne migliori del nostro agro furono distrutte.
Con la perdita di buona parte dei vigneti era venuta a mancare la
possibilità di occupare molta della manodopera agricola. Inoltre, i padroni, con la guerra, e quindi con la mancanza di manodopera maschile,
si erano abituati ad eseguire dei lavori insufficienti per una buona coltura
delle loro terre; questo fatto aggravava la situazione. […].
La confusione in questo tempo era enorme. Tutti credevano che in
Italia si sarebbe fatta la rivoluzione come in Russia, mentre le autorità
costituite erano assolutamente incapaci di intervenire in qualunque modo.
A San Severo allora c’era il sottoprefetto, il quale diceva di non sapere
come fare per dare lavoro ai disoccupati e quando da costui andavano gli
agrari a reclamare l’intervento dei carabinieri per impedire i «lavori arbitrari», come essi li chiamavano, il funzionario rispondeva di non avere
forza sufficiente a disposizione.
La nostra città era in ebollizione: scioperi, cortei, manifestazioni e
comizi erano all’ordine del giorno. Ma in tutto questo movimento, la
sezione del PSI era quasi assente.
(L. Allegato, op. cit., pp. 105-06.)
115
3. DALLA REAZIONE AGRARIA AL FASCISMO
Il delinearsi del movimento fascista
Già nel 1919 si ebbe in Puglia la costituzione delle prime organizzazioni fasciste, che inizialmente ebbero un ruolo politico assai marginale, per cui molte di esse, non riuscendo a darsi una struttura stabile
e a radicarsi nei grandi centri urbani, ebbero vita instabile e discontinua. In quell’anno l’azione dei primi fasci di combattimento si confuse con quella delle associazioni nazionalistiche e si espresse per lo più nella
partecipazione alle grandi manifestazioni per rivendicare l’italianità della
Dalmazia e di Trieste o per celebrare le ricorrenze patriottiche o ancora
per chiedere la caduta del governo Nitti. Del resto, inesistenti erano i
rapporti col movimento fondato a Milano da Mussolini, tanto che in
Puglia diversi fasci di combattimento in un primo momento dipendevano direttamente dall’Associazione Nazionale Combattenti.
La prima affermazione del fascismo nella regione fu legata direttamente alla grande offensiva dei grandi proprietari terrieri nell’autunno
L’interpretazione dello storico
L’isolamento del movimento bracciantile pugliese
Molto incisivo questo brano dello storico Franco De Felice, che presenta
una efficace sintesi sulla natura delle lotte contadine e sulle loro conseguenze nella società pugliese, all’interno della quale finiscono col provocare un
ampio blocco d’ordine antibracciantile.
L’agitazione agraria è intensissima in Puglia nel dopoguerra, accompagnata sempre più di frequente da violenze e da veri e propri
episodi di guerra sociale. Il tema fondamentale è quello del lavoro e
lo strumento originale di lotta sperimentato dalle leghe è quello del
“lavoro arbitrario”: esso consisteva nell’invadere le terre, compiere dei
lavori ed esigerne poi il pagamento da parte dei proprietari. Era una
forma di lotta che richiedeva un alto livello di organizzazione e di
116
del 1920, quando nei centri agricoli di Terra di Bari e di Capitanata
vennero costituiti numerosi fasci di combattimento come filiazione delle associazioni agrarie.
L’intreccio organico fra gli agrari e il nuovo movimento eversivo si
sostanziò anche nel ricorso ai vecchi metodi utilizzati nelle campagne
per battere le leghe. Non sfuggì, infatti, a molti contemporanei l’accostamento fra i “mazzieri” di salveminiana memoria, largamente utilizzati dai proprietari contro le organizzazioni dei contadini prima della
guerra, e le squadre fasciste che però, in un diverso contesto sociale e
politico, si presentavano sul territorio con un’azione capillare e coordinata e, per di più, avevano ormai un forte legame col più generale
movimento nazionale. Al proposito, nel febbraio del 1921 l’Ordine
Nuovo affermava: “La guerra ha portato la moda del fascismo; ha cioè
esteso all’Italia un fenomeno di malcostume locale. I mazzieri, da pugliesi e meridionali, sono diventati, dopo la guerra, pan-italiani”.
Proprio al febbraio del 1921 risale la prima ondata di violenza
fascista in Terra di Bari e in Capitanata, dove furono presi di mira i
controllo, indubbiamente esistenti in Puglia. La profondità dello scontro sociale crea una situazione apparentemente senza sbocco: la tendenza a trasformare gli scioperi in movimenti insurrezionali in cui
sono coinvolti interi paesi è un fenomeno registrabile nel 1919 ed
ancora più nettamente nel 1920 ed interessa tutta la Puglia, da Andria a Nardò. Questa situazione da guerra sociale, se esprime la forza
del bracciante pugliese, ha però l’effetto di spingere tutti gli altri strati sociali delle campagne pugliesi in un fronte antibracciantile e, politicamente, in un blocco d’ordine. I due anni compresi tra il 1920 ed
il 1922 vedono le campagne pugliesi teatro di una guerra civile crudele e spietata, di tipo padano: lo schieramento anticontadino può
combinare la tradizionale intransigenza dell’agrario, il terrorismo dello
squadrismo fascista e, come strumento risolutore, l’uso dell’apparato
repressivo legale dello Stato.
(F. De Felice, Il movimento contadino nel Novecento, in Storia della Puglia, Adda, Bari
1987, p. 261)
117
grandi comuni agricoli (Cerignola, Canosa, Andria, Minervino,
Noci, Spinazzola, ecc.) e in particolare quelli ad amministrazione
socialista.
La strategia si delineò ben presto: in un primo momento venivano devastate e/o incendiate le sedi del partito socialista, delle leghe,
dei circoli, associazioni e cooperative di ispirazione socialista; poi,
davanti ai tentativi per lo più spontanei dei contadini di organizzare
una controffensiva che finiva col colpire le proprietà degli agrari, si
passava ad un’azione concertata di squadre intercomunali e provinciali che, concentrandosi su un comune, provocavano una situazio-
Approfondimenti
L’eccidio di Gioia del Colle
Il 30 giugno 1920 quaranta proprietari di Gioia del Colle si resero protagonisti di un eccidio che impressionò l’intera stampa nazionale. Un giornale socialista opportunamente scrisse: “Non occorre essere socialisti, per scoprirsi innanzi a quei poveri morti, colpevoli soltanto di aver asserito il diritto
dell’uomo a vivere”.
Fra la fine di maggio e l’inizio di giugno del 1920 si hanno le prime
azioni organizzate degli agrari che, armi alla mano, cercano di porre
fine alla pratica dei “lavori abusivi”.
È assai lungo l’elenco delle imprese degli agrari in tutta la Puglia: il
22 maggio il capo della lega di Ceglie Messapico, che aveva organizzato
turni di “lavori abusivi”, rischia di essere linciato da parte di un gruppo
di proprietari; il 9 giugno nelle campagne di Statte un gruppo di braccianti, che si accingeva a lavorare senza ingaggio in una proprietà privata, viene preso a fucilate da un massaro; a Bitonto un proprietario disperde a colpi di pistola i braccianti che manifestano e chiedono di
essere ingaggiati; a Castellaneta i proprietari prendono a fucilate i braccianti che dopo la giornata di lavoro si erano presentati per chiedere la
retribuzione.
118
ne di ingovernabilità; infine, si giungeva a iniziative di tipo militare,
tese a conquistare il municipio e ad ottenere le dimissioni degli amministratori in carica.
La complicità delle forze dell’ordine verso le squadre fasciste è ampiamente provata anche da documenti ufficiali, anzi, talvolta, soprattutto in
Capitanata, si stabiliva una vera e propria interazione fra le prime e le
seconde. A Cerignola, ad esempio, conquistata nel marzo del 1921 dalle
squadre fasciste di Giuseppe Caradonna, fu palese l’appoggio delle forze
dell’ordine, tanto che il locale commissario di Pubblica Sicurezza fu considerato addirittura l’esecutore degli ordini del fascio di combattimento.
Ma il momento di più alta tensione di questa offensiva verso il movimento contadino si registra il 30 giugno a Gioia deI Colle, dove 40
proprietari della locale Associazione agraria, ispirandosi alla dinamica
dei fatti di Castellaneta, si organizzano e concepiscono un piano criminoso con l’intento deliberato di compiere un vero e proprio eccidio. A
sera, alla fine della giornata lavorativa, essi si concentrano in una masseria, dove aspettano i braccianti che, dopo essere stati impegnati nei lavori abusivi, reclamano la paga per l’opera prestata. Non appena, però,
i braccianti, tutti disarmati, sono a tiro, i 40 proprietari non solo fanno
fuoco, ma poi, montati a cavallo, inseguono quanti riescono a fuggire,
continuando a sparare all’impazzata. Il bilancio è assai tragico: 6 morti
e 50 feriti. Alcuni braccianti sfuggiti all’eccidio riescono a raggiungere
la città e a dare l’allarme. Subito si riunisce una folla imponente che
rastrella le campagne alla ricerca degli agrari che, però, sono introvabili,
poiché il loro piano contemplava anche la fuga dopo la consumazione
dell’eccidio.
La vendetta della folla colpisce 5 proprietari, che poi risulteranno
del tutto estranei ai fatti: due di essi vengono uccisi e tre feriti.
Naturalmente, giunge anche il momento della forza pubblica che
interviene arrestando unicamente i braccianti con l’accusa di omicidio
di due proprietari e del ferimento di altri tre. Nessun provvedimento,
invece, viene assunto nei confronti dei proprietari che col loro piano
criminoso avevano provocato 6 morti e 50 feriti fra i braccianti.
119
Documenti
I mazzieri pugliesi, antesignani degli squadristi fascisti
La continuità fra mazzieri pugliesi e squadre fasciste, denunziata dall’Ordine Nuovo, è uno degli elementi peculiari del fascismo in Puglia. In questo
eccezionale documento di Giuseppe Caiati, testimone oculare degli eventi
narrati, viene presentato uno spaccato della campagna elettorale svoltasi a
Bitonto nell’ottobre del 1913, quando, in occasione delle elezioni politiche in
quella città, i socialisti opposero Gaetano Salvemini al candidato governativo.
Già prima della guerra, come si nota nel brano, vi era una organica connivenza fra le forze dell’ordine e i mazzieri, largamente utilizzati da conservatori e
giolittiani per reprimere il movimento socialista in Puglia. Allo squadrismo
fascista, come si vedrà nelle pagine successive, sarà sufficiente perfezionare
l’azione dei mazzieri per avere ragione del sistema delle leghe e delle organizzazioni socialiste, diffuse capillarmente sul territorio regionale.
Era venuto (l’8 ottobre del 1913, ndr) Salvemini a tenere un comizio.
La Piazza XX Settembre era gremita di gente. Salvemini aveva finito di
parlare, quando la folla, che si poteva valutare tra le cinque e le seimila
persone, fu accerchiata da questurini, soldati e cavalleria, che avevano
l’ordine di perquisirla. Una cosa inaudita! È da figurarsi la paura del pubblico. Alcuni che avevano con sé coltellini di uso comune, per non essere
arrestati, se ne liberarono buttandoli via. […] I “mazzieri”, nel frattempo, divisi in più gruppi, facevano l’opera loro secondo il piano delittuoso del Commissario [di Pubblica Sicurezza, ndr]. Persone di ogni età
vengono assalite, gettate a terra, picchiate a sangue. E ciò sotto gli occhi
della polizia. Un tale Giovanni Pezzella, mastro muratore, riceve un colpo violento alla testa e cade grondando sangue […], qualche settimana
dopo muore per le gravi fratture riportate...
Si era nell’ultima settimana elettorale. Già era arrivato un primo gruppo
di professori che la Federazione degli Insegnanti medi aveva mandato per
dare aiuto a Salvemini e perché fossero sul luogo testimoni estranei alle
competizioni locali, temendosi quanto poi in realtà accadde.
Il mercoledì 22, io mi trovavo con Giovanni e alcuni dei predetti
professori in Piazza Plebiscito quando, verso mezzogiorno, arriva il professore Benedetto Rainaldi, direttore della R. Scuola Normale femmini-
120
le di Ancona. Egli desidera essere messo a giorno della situazione e non
tarda molto, infatti, a farsene un’idea assai chiara.
La piazza era affollata di gente e noi stavamo attorno al nuovo venuto, quando io mi sentii colpito nella schiena da un forte colpo di mazza.
Mi volto e veggo un ragazzo d’una quindicina d’anni darsela a gambe e il
professor Cambini, ch’era con noi, corrergli dietro per afferrarlo o, per lo
meno, vedere dove si rifugiasse. Lo vede, infatti, rifugiarsi tranquillamente
nel Circolo Cioffrese [dei notabili locali, ndr], insieme ad un giovane decentemente vestito che lo aveva accompagnato e guidato nell’impresa.
I “mazzieri”, che pochi minuti prima, dopo aver circondato e squadrato
il nostro gruppo, si erano allontanati, vedendo ora un po’ di tramestìo,
accorsero da ogni parte brandendo minacciosamente le mazze. Alcuni signori [notabili non socialisti, ndr], nostri amici personali, ci si strinsero
attorno e, per salvarci, ci accompagnarono a casa. Da quel mercoledì fino al
lunedì successivo io, come altri capi, fui bloccato in casa dai “mazzieri”.
Il giorno seguente, 23 ottobre, i professori della Federazione, assaliti
dalla malavita, furono costretti a lasciare il paese. E in quale modo! Dopo
un lungo giro per le strade strette e tortuose di Bitonto vecchia, seguiti a
due passi di distanza dal Commissario e dal Delegato e poi da una masnada urlante, essi giunsero presso il locale della Lega, dove i “mazzieri” e
un gruppo di contadini vennero ad una vera battaglia durante la quale
parecchi professori furono seriamente colpiti. Nel pomeriggio di quello
stesso giorno, Tito Spinelli, che giungeva da Bari, fu circondato alla stazione da quei malviventi, bastonato in presenza del Commissario e costretto, fra gli sberleffi e gli insulti dei “mazzieri”, a rimettersi in viaggio
sullo stesso treno e procedere per Barletta, donde, poi, tornò a Bari.
Essendo stati così immobilizzati tutti i capi del partito salveminiano, perché bloccati in casa o costretti ad uscire dal paese, intimiditi i contadini dalle
feroci bastonature avvenute nella settimana ad opera dei “mazzieri”, il candidato del governo giolittiano riportava, il 26 ottobre, una piena vittoria.
Io, ch’ero sequestrato in casa da più giorni, il mattino del lunedì 27,
assai di buon’ora, colto il momento in cui il “mazziere” di guardia sotto
casa non c’era, me ne andai a Molfetta a piedi, percorrendo la via vecchia
che si apriva non lungi dalla stazione.
(G. Caiati, Annali d’un pugliese d’altri tempi, in R. Colapietra (a cura di), Omaggio a
Salvemini, in La Rassegna Pugliese, N.12/1973. pp. 419-21)
121
L’affermazione del fascismo
L’offensiva fascista si intensificò ancora di più in occasione delle elezioni politiche del maggio del 1921, quando l’intera borghesia pugliese diede vita alle liste dei blocchi nazionali, formate da candidati non solo fascisti, ma anche e soprattutto salandrini, nittiani e persino giolittiani. In
questa occasione la violenza fascista si dispiegò in modo programmato e
capillare sino al momento delle votazioni, presidiando in molti comuni i
seggi elettorali, impedendo con la forza agli elettori socialisti di poter esprimere il loro diritto di voto, consegnando addirittura agli elettori schede
già votate per il blocco nazionale. Singolare, al proposito, il comporta-
Approfondimenti
Un commissario di Pubblica Sicurezza agli ordini
di Giuseppe Caradonna
Dopo aver spadroneggiato a Barletta, Canosa, Minervino, Spinazzola
ed Andria, le squadre fasciste di diversi comuni, sotto la guida di Giuseppe
Caradonna, fra febbraio e marzo del 1921 danno l’assalto al municipio di
Cerignola e impongono il loro controllo su tutti i quartieri della città.
Le azioni fasciste suscitano subito vibrate proteste da parte dei socialisti,
che denunciano ben presto l’intero piano reazionario, all’interno del quale
un importante ruolo viene svolto dalle forze dell’ordine: i fascisti, di solito,
prendono l’iniziativa e si impegnano in una serie continua di provocazioni
contro le sedi del movimento operaio e/o contro i suoi leader; alla prima
reazione dei braccianti e dei socialisti, si registra il massiccio intervento
repressivo delle forze dell’ordine, alle quali, per l’occasione, si affiancano le
squadre fasciste, che hanno, così, la possibilità di completare l’opera di
distruzione delle organizzazioni socialiste e di conquistare i municipi.
Riferendosi ai fatti di Cerignola, l’onorevole socialista Domenico
Majolo denuncia esplicitamente che vi sono “rapporti di amicizia e di
interessi tra il cav. De Martino, dirigente il locale ufficio di P.S., e gli
agrari locali che, sconfitti nelle agitazioni agrarie, scacciati per sempre dal
comune e con votazioni plebiscitarie per i socialisti, hanno tutto l’inte-
122
mento dei contadini di Ascoli Satriano, che ingoiarono la scheda già compilata e a loro consegnata dai fascisti davanti ai seggi e riposero nell’urna
la sola busta vuota. Le elezioni videro in tutta la Puglia la scontata vittoria
delle liste del blocco nazionale e una affermazione dei candidati fascisti
soprattutto in Terra di Bari e nel Salento.
Il partito socialista, nonostante la dura repressione subìta e il generale
clima di sopraffazione dominante nell’intero periodo elettorale, aumentò i suoi consensi, ottenendo 6 deputati, di cui uno per la prima volta
venne eletto nel Salento. A fronte del lusinghiero risultato ottenuto, però,
le organizzazioni socialiste erano ormai in tutta la regione in una fase di
resse a turbare le acque per conquistare il potere perduto” e che, pertanto,
il De Martino è “il diretto esecutore degli ordini impartiti dal Fascio di
combattimento di Cerignola”.
La tesi del Majolo trova conferma nella relazione compilata da Riccardo Secchi, ispettore generale di Pubblica Sicurezza, inviato dal Ministero dell’Interno a Cerignola e negli altri comuni per svolgere una indagine sulle violenze delle squadre fasciste, il quale nella sua relazione parla
esplicitamente della connivenza delle forze dell’ordine. In particolare,
Secchi afferma: “Il 26 (febbraio) mattina, sabato, il Caradonna e gli altri
fascisti sono diventati i padroni della piazza imponendo il fermo ai contadini, molti dei quali furono bastonati a sangue…; i fascisti decretarono
che nessun deputato socialista sarebbe entrato in Cerignola. Prova più
palmare di questa connivenza tra autorità di P.S. e agrari-fascisti non vi
poteva essere. Dove il Caradonna vedeva degli aggruppamenti, gridando
a squarciagola, imponeva al commissario di P.S. lo scioglimento, dicendo che sciopero non ve ne doveva essere”.
Assai significativa, poi, l’ammissione dell’ispettore generale: “Mi è giuoco forza ammettere che l’azione della P.S. non poteva meglio giovare al
fascismo in quanto combatteva strenuamente il socialismo nei suoi capi
migliori. […] Sento il dovere della colleganza, ma sento più forte quello
della difesa della nobiltà della funzione. Debbo quindi condannare e biasimare il sistema di procedere ad arresti senza prove, senza il rispetto per
la flagranza e di argomentare come argomenta il cav. De Martino”.
123
disgregazione, che si accentuò fra la fine del 1921 e il 1922. Il terrore
seminato dai fascisti e l’opera di repressione delle forze di polizia, che si
intensificarono ancora di più dopo la vittoria delle liste del blocco nazionale, provocarono continue defezioni nel movimento contadino e persino, in diversi centri, il passaggio della lega locale nel sindacato fascista.
Non fu certamente un caso che proprio fra il 1921 e il 1922, pur
Approfondimenti
Il delitto Di Vagno, precorritore del delitto Matteotti
Il 25 settembre del 1921 alcuni squadristi uccidono a Mola di Bari
l’onorevole Giuseppe Di Vagno, esponente socialista prestigioso, assai stimato
nella società pugliese, e soprattutto molto amato dal popolo, che lo considerava il suo “gigante buono” e continuò ad andare in pellegrinaggio presso la
sua tomba anche nel periodo fascista. Il delitto Di Vagno precorre in piccolo
quello che poi sarà in grande il delitto Matteotti, compiuto a Roma il 30
maggio del 1924. Vi fu in tutta la Puglia una grande indignazione: la
borghesia e una parte dei politici liberali sembrarono determinati a recuperare la loro autonomia politica; il movimento fascista ebbe giorni di difficoltà.
Il delitto Di Vagno maturò nella fase più violenta dell’offensiva dello
squadrismo pugliese, che mirò anche a decapitare il movimento socialista dei suoi leader. Infatti, agguati ed attentati sin dal gennaio del 1921
erano stati promossi nei confronti di altri deputati socialisti. Lo stesso Di
Vagno era riuscito a maggio di quell’anno a sfuggire ad un primo agguato tesogli a Conversano dai fascisti locali, rafforzati per l’occasione da un
discreto numero di squadristi di Cerignola.
L’ispettore Secchi, che - come si è già detto - fu poi inviato dal Ministero dell’Interno per una indagine sulle violenze perpetrate dai fascisti in
Puglia, non lascia margini di dubbio: l’agguato di maggio fu preparato e
ricercato, poiché i fascisti, aspettando il momento propizio, seguirono per
le strade di Conversano il deputato che, accompagnato e protetto da alcuni
suoi amici socialisti, cercava di rincasare. Proprio nelle vicinanze della sua
abitazione gli squadristi sferrarono l’attacco, provocando morti e feriti. Di
Vagno, in quella occasione, fu fortunato, poiché riuscì a guadagnare il por124
registrandosi nelle campagne i problemi di sempre (eccedenza di manodopera, disoccupazione, bassi salari), peraltro ulteriormente acuiti
dalla grave inflazione e dall’aumento dei prezzi di prima necessità, vi
furono in Puglia il sostanziale immobilismo del movimento contadino
e, al contrario di quanto era accaduto l’anno precedente, l’assenza pressoché generale di ogni azione rivendicativa.
tone di casa sua, ma evidentemente il fascismo pugliese lo considerava un
obiettivo irrinunciabile. In effetti, non più nella sua città, ma a Mola, con
una dinamica pressoché simile a quella messa in atto a Conversano, il leader socialista venne colpito a morte.
I dirigenti del fascismo pugliese, contro ogni evidenza, in un primo
momento tentarono di accreditare l’ipotesi che si fosse trattato di un
delitto comune, ma poi, davanti alla grande ondata di indignazione proveniente da tutti i settori della società, furono costretti a subire l’imputazione di 24 squadristi che peraltro, dopo il benevolo trattamento della
magistratura di Trani e di Bari, godranno dell’amnistia generale concessa
nel dicembre del 1922 come uno dei primi atti del governo Mussolini.
In occasione del delitto Di Vagno fu singolare l’atteggiamento di alcuni giornali degli agrari pugliesi, forse spiegabile col generale moto di
indignazione dell’intera comunità regionale, che giunsero persino a giudicare il fascismo come “il più morboso e il più spregevole dei fenomeni
sociali politici contemporanei” e a definirlo “servo prezzolato, sicario feroce del capitalismo agricolo”.
In realtà, affievolitesi le emozioni e le reazioni del primo momento, la
borghesia pugliese accettò la tesi che il delitto Di Vagno fosse stato soltanto
un incidente promosso e ispirato non da Giuseppe Caradonna, leader di
primo piano del fascismo e ispiratore e organizzatore dello squadrismo pugliese, ma da alcuni esaltati che spesso si aggregano ad un movimento sano.
Del resto, questa tesi, che le organizzazioni fasciste promossero e sostennero con forza, sembrava rispecchiarsi nella realtà, poiché si assistette
ad una generale limitazione della violenza squadrista, risultato non di
una repentina conversione alla moderazione, ma della capillare distruzione già conseguita del movimento delle leghe e delle organizzazioni socialiste e della decapitazione di tutti i loro più prestigiosi leader.
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Significativo, al proposito, fu il fallimento dello sciopero agrario
proclamato in provincia di Foggia il 30 maggio del 1921 che, pur
registrando una discreta adesione, si concluse con la capitolazione
delle leghe per il ricorso da parte dei prorpietari terrieri al massiccio
reclutamento di braccianti forestieri, protetti dai fascisti e dall’imponente dispiegamento delle forze dell’ordine e, in particolare, di
numerosi reparti di carabinieri a cavallo.
Documenti
Salvemini è un “traditore”
Gaetano Salvemini (Molfetta 1873-Capo di Sorrento 1957), figura originale della cultura e del socialismo pugliese, fu impegnato nella denuncia
di tutte quelle pratiche di governo che comprimevano le energie e le potenzialità di sviluppo del Sud; peraltro, si allontanò nel 1911 dal partito socialista, perché era da lui considerato troppo acquiescente verso l’aristocrazia
operaia del Nord. Per la coerenza delle sue posizioni, finì col divenire uno
dei principali bersagli del potere in generale: fu assai osteggiato da Giolitti,
e, naturalmente, fu oggetto di numerose azioni da parte degli squadristi.
Il brano che qui di seguito si riporta è particolarmente significativo ed
emblematico della mentalità diffusa fra i giovani, poiché presenta un dialogo svoltosi nel 1927 fra tre studenti universitari di Firenze: il primo, che è
lo stesso autore, è di formazione liberale, gli altri due sono completamente
presi dal fascismo e, fra l’altro, si augurano che l’intellettuale pugliese prima
o poi possa essere raggiunto da una revolverata, nonostante egli fosse dal
1925 in esilio. Il riferimento agli studenti di Salvemini è spiegabile con il
ruolo di docente universitario di storia moderna che egli ricoprì dal 1901 e
sino al 1924, quando abbandonò l’insegnamento per non piegarsi al regime.
Firenze, 28 luglio 1927: conversazione (dell’autore, ndr) con due compagni fascisti di medicina.
“Cosa volete fare contro Salvemini?”.
“Vogliamo dargli noia. Disgraziatamente ora non si bastonano più, ma
qualcuno che gli tira una rivoltellata se continua così lo troverà di sicuro”.
“Ma che ha fatto? “.
126
In provincia di Bari, il movimento contadino mostrò di possedere
ancora una sua forza organizzativa solo ad Andria, tanto che la conquista della città nel luglio del 1922 divenne l’obiettivo principale delle
squadre fasciste di tutta la Puglia.
Infine, la caduta di Bari, e segnatamente di “Bari vecchia”, espugnata nella notte dell’8 agosto del 1922 non dai fascisti, i cui assalti erano
stati respinti nei giorni precedenti dalla sola popolazione del borgo, ma
“Ha tradito l’Italia”.
“Perché?”.
“Va a Londra a trattare un periodo inglorioso della nostra storia” (dal
’70 al ’14, ndr).
“Perché inglorioso?” .
“Perché sì “.
“E se anche lo fosse?”.
“Non avrebbe diritto di farlo”.
“Cosicché uno storico prima di scrivere dovrebbe andare al fascio a
chiedere se il periodo scelto è, secondo il fascio, glorioso o inglorioso? E se
il fascio lo reputa inglorioso non è lecito studiarlo. Ora badate che ogni
partito vede a suo moda la gloria. Dove vanno a finire gli studi storici?”.
“Già voi con la vostra storia pura, imparziale, scientifica siete quelli
che ci avete portato al bolscevismo”.
“E come mai?”.
“Lavorando sempre contro l’Italia”.
“Ma scusate, Salvemini non voleva la Dalmazia solamente perché pensava che fosse una catastrofe per l’Italia”.
“Salvemini è un porco. Damandalo a tutti gli studenti”.
“Non gli studenti suoi”.
“Gli studenti di Salvemini sono dei maiali e noi lo bastoneremo”.
“Badate che all’estero non farà una bella impressione”.
“Ora non siamo più ai tempi in cui l’Italia era una serva. Ora comandiamo noi! Siamo stati a un pelo dalla guerra con l’Inghilterra e l’Inghilterra ha avuto paura! Stentiamo tanto a riprendere l’antico prestigio e
degli uomini come Salvemini vengono a intralciare il glorioso cammino”.
(L. Ferrero, Diario di un privilegiato sotto il fascismo, Chiantore, Torino 1946, pp. 133-35)
127
da reparti delle forze armate, pose termine in Puglia ad ogni tentativo
di opporre una resistenza organizzata e di massa al fascismo.
Quando, dopo la marcia su Roma, i fascisti occuparono tutte le città
della regione, non vi fu praticamente nessuna resistenza e l’intera operazione, che peraltro registrò ulteriori quanto inutili assalti e devastazioni
delle sedi socialiste, si configurò come atto dimostrativo e celebrativo.
Il ruolo subalterno del sindacato fascista e la nostalgia per Di Vittorio
L’affermazione del fascismo comportò anche in Puglia quella politica di normalizzazione che, delineata da Mussolini a livello nazionale
Protagonisti
Di Vittorio, il leader che rivendica la dignità umana per i contadini
di Puglia
Giuseppe Di Vittorio (Cerignola 1892 – Lecco 1957) mise più volte
in evidenza come il fascismo, lungi dal difendere i contadini, li abbia
persino espropriati di quelle conquiste strappate fra il 1919 e il 1921. Le
affermazioni di Di Vittorio hanno un particolare valore di testimonianza
per il ruolo politico-sindacale da lui ricoperto nella prima metà del Novecento.
Egli, infatti, partendo dalla sua Cerignola, fu un infaticabile organizzatore sindacale sin dal 1911, deputato dapprima socialista nel 1921 ed
in seguito comunista dal 1924. Condannato dal tribunale speciale del fascismo a 12 anni di carcere, riuscì a fuggire in Francia, dove si impegnò fra
gli esuli politici e gli emigranti a mettere in piedi alcune strutture minime
del movimento politico-sindacale italiano. Dopo la caduta di Mussolini
(25 luglio 1943) fu particolarmente impegnato nella ricostruzione del sindacato, tanto da divenire segretario generale della CGIL (1945-1957).
Nato e cresciuto in un tugurio e costretto sin da bambino alla dura
vita del bracciante nelle masserie, dove l’alimentazione giornaliera prevedeva per il contadino un tozzo di pane con acqua, sale e cipolla, e il
letto era un giaciglio improvvisato di paglia, Di Vittorio si impegnò
128
dopo la marcia su Roma, avrebbe dovuto portare alla “costituzionalizzazione” del movimento.
Nei centri agricoli, in particolare, venne avviata una capillare campagna propagandistica tesa alla esaltazione degli aspetti positivi del sindacato fascista che – veniva detto – non solo era in grado di rimuovere
la tradizionale conflittualità, ma, promovendo la collaborazione e l’armonia fra capitalisti e lavoratori, sarebbe riuscito a difendere gli interessi dei contadini meglio di quanto avessero fatto nel passato le leghe.
Questa propaganda, peraltro, sembrava in un primo momento trovare
quasi una conferma nell’atteggiamento di disponibilità alla trattativa
sin da giovane nelle leghe, divenendo poi la guida sindacale e morale
dei lavoratori pugliesi.
Il suo impegnò non si limitò alla espansione e alla direzione delle leghe,
ma mirò soprattutto a fondare il movimento contadino su nuovi contenuti e su un reale spirito di solidarietà, capaci di conferire alle lotte nelle
campagne una dimensione più umana e più civile. Al proposito, Luigi
Allegato, che fu amico e collaboratore di Di Vittorio, afferma: “Prima di
lui la lotta era estremamente aspra, e non soltanto fra padroni e lavoratori,
ma anche e soprattutto tra lavoratori stessi; tra quelli dell’uno e dell’altro
paese concorrenti in occupazione di manodopera; fra organizzati e non
organizzati, tra scioperanti e crumiri. Di Vittorio inculcò nella mente di
tutti che i lavoratori di ogni categoria e di ogni paese, qualunque sia la loro
posizione e l’ideale che perseguono, sono essi fratelli e che il solo nemico
da combattere, con mezzi civili, è il padrone”. Pressante era anche il suo
invito ai braccianti ad accostarsi all’istruzione e ad impadronirsi delle “armi
della cultura”, tanto che, anche per suo impulso, si intensificarono nelle
leghe pugliesi corsi serali di alfabetizzazione aperti a tutti.
Del resto, ancora negli anni Settanta, a chi assisteva ad una assemblea
di una locale Camera del Lavoro capitava spesso di ascoltare dalla viva
voce di un vecchio bracciante: “Di Vittorio ci ha spinti a studiare, a capire il lavoratore che sbaglia e soprattutto a non toglierci la coppola, a non
inchinarci, a non farci da parte e a non cedere di diritto il passo quando
per strada ci incrociamo col padrone”.
129
da parte degli agrari col nascente sindacato fascista, che, così, riceveva
una forte spinta alla sua diffusione nelle campagne.
In realtà, dopo la fase di scardinamento violento del sistema delle
leghe e delle organizzazioni socialiste, gli agrari ritornarono alle posizioni di sempre e non mostrarono neppure disponibilità ad assecondare le
moderate richieste del sindacato fascista, provocando così in alcune zone
agitazioni e persino tentativi di sciopero.
Premonitore della condotta degli agrari fu il prefetto di Bari che,
relazionando a maggio del 1921 sull’attività di Salvatore Addis, impegnato nella costituzione delle prime organizzazioni sindacali fasciste nelle
campagne di Spinazzola e dei paesi limitrofi, dapprima valuta positivamente l’azione da lui svolta a favore dei contadini e poi significativamente afferma: “Potrà forse in seguito riuscire inviso agli stessi agricoltori proprietari che oggi ne apprezzano la instancabile attività, data la
diversità degli interessi che sostiene”.
Ben presto, infatti, diversi sindacalisti fascisti si resero conto delle
reali intenzioni degli agrari, sempre riottosi e indisponibili ad applicare persino tariffe e contratti di lavoro concordati, tanto da interrogarsi sulla natura e sul ruolo di reale difesa dei lavoratori da parte del
sindacato fascista. “Il nostro sarà sindacalismo di collaborazione o sindacalismo rivoluzionario?”, si chiedeva un importante dirigente nel
congresso dei sindacati fascisti di Capitanata, svoltosi a Foggia nel
marzo del 1923.
In realtà, al di là di alcuni scontri che certamente si registrarono
con le associazioni degli agrari, si andò delineando un ruolo subalterno del sindacato fascista che, conseguentemente, non riuscì a rappresentare e a difendere le rivendicazioni del mondo del lavoro. D’altra
parte, l’intera dinamica non sfuggì al prefetto di Bari che, illustrando
la situazione delle campagne nel gennaio del 1924, parla espressamente di “disagio economico in cui le masse qui versano per la disoccupazione e il non soverchio interessamento al riguardo dei dirigenti
del fascismo locale”, aggiungendo poi significativamente che si va “affermando nelle masse stesse, con un senso di nostalgia, l’affetto per
l’on. Di Vittorio”.
130
Documenti
L’annullamento delle conquiste ottenute dai contadini
In queste pagine Giuseppe Di
Vittorio contesta dall’esilio francese la propaganda fascista sulle
misure adottate a favore dei contadini e mostra come sin dall’inizio del regime furono varati provvedimenti legislativi che azzeravano tutte le conquiste dell’immediato dopoguerra.
Il decreto dell’11 gennaio
1923, n. 252, annullò il decreto
Visocchi e dichiarò illegali le occupazioni già effettuate e legalizzate dalle Commissioni provinciali. In
virtù di questo decreto tutti i contadini poveri ed ex-combattenti insediati sulle terre lasciate incolte dai grandi proprietari, compresi quelli
che, nella speranza di salvarsi, erano passati al sindacato fascista, furono
cacciati da quelle terre.
Le perdite materiali dei contadini spossessati furono enormi: in compenso, un notevole profitto trassero dal decreto i grandi proprietari, i
quali vivevano nelle grandi città e mai avevano visto i «loro » terreni.
Infatti, i contadini avevano occupato delle terre incolte e invase dalle
erbacce. Certi di conservarle per il numero d’anni legalmente fissato dalle
Commissioni provinciali, essi le avevano lavorate per parecchi anni in
pura perdita, allo scopo di bonificarle per raccogliere poi il frutto della
loro fatica nel corso degli anni seguenti. Il decreto del governo fascista
apparve proprio nel momento in cui quelle terre, bagnate del sudore e
del sangue dei contadini, cominciavano a produrre. I grandi proprietari,
invece di terre incolte o divenute sterili per loro colpa, ricevettero in
cambio campi grassi e fertili, facendo così un grosso guadagno sul lavoro
non pagato dei contadini poveri e affamati del Mezzogiorno d’Italia.
Sempre sotto la pressione del movimento contadino, in pieno sviluppo
Di Vittorio in un comizio
dell’immediato dopoguerra
131
e assai combattivo, il governo era stato costretto, dopo la guerra, a vietare
con una legge l’aumento dei canoni sulla terra concessa ai piccoli affittuari.
Un’altra disposizione vietava ai grandi proprietari di esigere l’allontanamento
dei mezzadri e dei piccoli affittuari, anche alla scadenza legale del contratto.
Queste misure avevano lo scopo di prevenire minacciosi disordini agricoli
[...]. Il governo fascista, con la legge del 3 dicembre 1922, n. 1583 (appena
trentaquattro giorni dopo la presa del potere), e col decreto del 10 settembre
1923, n. 2023, annullò interamente queste disposizioni.
Ancora un ultimo esempio che caratterizza la politica fascista nei confronti dei contadini. Si può affermare che in quasi tutti i Comuni agricoli e in ogni villaggio d’Italia la questione delle terre comunali e dello
Stato usurpate dai grandi proprietari è molto acuta. Lo scopo della istituzione del podestà fu precisamente di aiutare i grandi proprietari a paralizzare ogni velleità dei contadini lavoratori di rioccupare quelle terre.
Un esempio concreto ne darà al lettore una idea approssimativa. Il
Comune di Apricena (Foggia) disponeva di grandi estensioni di bosco
che servivano ai bisogni della sua popolazione: pascolo, legna da ardere, legna da carbone, calce e materiale da costruzione, ecc. Essendo padroni dell’amministrazione municipale, i proprietari locali avevano dato
questo territorio in concessione a se stessi, con una decisione del Consiglio comunale presa fra il 1878 e il 1880. Tutte le rivolte dei contadini che lottavano per la restituzione dei loro diritti furono soffocate nel
sangue. Infine, nel 1921, i contadini, cacciati i grandi proprietari dal
Consiglio comunale, ottennero un regio decreto che annullava le decisioni precedenti e restituiva al Comune tutte le terre acquisite dai «concessionari».
Ma già in quel momento i grandi proprietari, che avevano organizzato e armato le squadre fasciste, davano inizio alla loro offensiva: rovesciarono così con la violenza il Consiglio comunale contadino, cacciarono dal paese tutti i consiglieri e i dirigenti della lega contadina,
dispersero la lega stessa grazie ai metodi che già conosciamo, e ridivennero i padroni del Comune e dei contadini. In questo piccolo episodio
si riflette quasi tutto il fascismo agrario italiano, e soprattutto dell’Italia meridionale.
(G. Di Vittorio, Le fascisme contre le paysan. L’expérience italienne, Paris 1929, in R. Villari, Il
Sud nella storia d’Italia, Laterza, Bari 1972, pp. 597-90)
132
La pacificazione nelle campagne
Lo scontro in Puglia fra alcuni settori del sindacato fascista e gli agrari venne definitivamente risolto nel novembre del 1923 con un intervento d’autorità dei vertici nazionali del partito, impegnati ormai nell’opera di normalizzazione e di istituzionalizzazione dell’intero movimento del fascismo. Vennero allontanati o emarginati tutti quei sindacalisti fascisti che, movendosi in autonomia rispetto al partito, si sentivano espressione dei soli lavoratori organizzati e, conseguentemente,
consideravano inevitabile un conflitto davanti alla chiusura dei proprietari. Significativo, al proposito, un telegramma al prefetto di Bari
di De Bono che afferma: “Sto provvedendo per i sindacati fascisti [di]
codesta provincia cominciando con l’assoluto allontanamento di Granata”, che nel 1923 aveva sostenuto ed organizzato diversi scioperi,
particolarmente ad Andria e Molfetta.
Grazie all’intervento delle autorità nazionali del partito, si instaurò
nelle campagne la pacificazione fra il sindacalismo fascista e agrari che,
rafforzando le loro posizioni nei confronti dei contadini, decisero di far
parte organicamente del nuovo regime. Del resto, la politica economica del fascismo, che diede vita alla gigantesca campagna della battaglia
del grano e si fondava sulla convinzione del ruolo centrale dell’agricoltura nella generazione della ricchezza del Mezzogiorno, rafforzò i grandi
proprietari terrieri e in particolare i cerealicoltori, mentre il sindacato
fascista pugliese venne del tutto privato di ogni spazio di iniziativa autonoma, ridotto ad un semplice organismo di collaborazione col capitale e,
pertanto, incapace di tutelare realmente i lavoratori.
4. IL FASCISMO NELLE CITTÀ
L’affermazione delle élites urbane nella direzione politica
La pacificazione nelle campagne comportò per gli agrari pugliesi la
perdita della loro antica leadership politica, che invece venne esercitata
durante il fascismo dal nuovo ceto urbano di professionisti, imprenditori, e grandi commercianti.
L’affermazione della direzione politica del nuovo ceto urbano inte133
ressò persino la Capitanata, dove gli agrari erano stati sino alla prima
guerra mondiale i protagonisti assoluti della politica e della economia.
Anzi, proprio in questa provincia si registrò il più ambizioso tentativo
di promuovere un generale rinnovamento economico che, puntando
sui proprietari terrieri più avanzati, comportasse da un lato la modernizzazione dell’agricoltura e la bonifica delle terre malariche, dall’altro
lo sviluppo e l’espansione del capoluogo.
In questo senso, non fu certamente casuale la progressiva riduzione
ad un ruolo di secondo piano di Giuseppe Caradonna, protagonista
sin dalla prima ora dello squadrismo regionale e unico pugliese a far
parte del comitato centrale del partito fascista all’atto della sua costituzione, che avversò con forza il progetto di ammodernamento del
nuovo ceto politico urbano. Già alle elezioni politiche del 1924, il
listone, di cui era capolista proprio Caradonna, ottenne consensi di
gran lunga inferiori a quelli della lista bis di fiancheggiamento, che
era diretta espressione delle élites urbane; in seguito, la figura domi-
L’interpretazione dello storico
Il progetto della “grande Foggia” nacque già vecchio
Nel brano che segue, Leandra D’Antone mette in evidenza come il progetto della grande Foggia fosse nato già datato, fondandosi esclusivamente
su una industria di trasformazione dei prodotti agricoli e non anche su
nuove produzioni industriali, come quella chimica e cantieristica che, invece, erano state avviate a Bari e Taranto.
Dopo quegli anni Foggia e la sua pianura divennero una realtà tra le
tante del tessuto economico-produttivo del paese e perdettero gran parte
della loro rilevanza nazionale. Poteva tanto essere attribuito solo alla caduta di prestigio dovuta alla scomparsa dei suoi più validi uomini politici? In realtà la pianura del Sud e la «grande Foggia» decaddero insieme
alla bonifica integrale e all’illusione agriculturista che l’aveva sorretta.
Se la guerra di Etiopia e l’espansione imperiale potevano ancora apparire ad occhi disattenti come una distrazione momentanea dal progetto
134
nante divenne Gaestano Postiglione, che peraltro poteva vantare di
avere partecipato con Mussolini alla fondazione del Fascio di Milano.
Il progetto della grande Foggia
Grazie alla concentrazione nella sua persona di ruoli politico-amministrativi diversi e determinanti per lo sviluppo del territorio, Gaetano
Postiglione fu impegnato per oltre un decennio in un’opera di direzione
assai complessa, che prevedeva bonifiche di terreni malarici, iniziative
sperimentali in agricoltura, costruzione di nuovi centri rurali, e, soprattutto, la nuova Foggia, capace di divenire centro di promozione di una
nuova realtà economica. In effetti, la Capitanata sembrò assumere un
ruolo di primo piano all’interno del panorama agricolo nazionale, tanto
da essere considerata laboratorio sperimentale d’Italia per le innovazioni
colturali e tecniche, e lo stesso capoluogo ebbe ritmi di crescita economica superiori per circa un decennio a quelli di tutte le altre città pugliesi.
Al riguardo, fondamentale fu il ruolo esercitato dall’Acquedotto
fascista ruralista, proprio accanto a Foggia, non solo Bari, ma anche le
nuove città di Taranto e Brindisi costituivano, sotto il profilo dello sviluppo economico, un richiamo alla realtà. Esse avevano da tempo avviato importanti attività industriali, legando le dinamiche sociali, economiche e politiche della regione non solo alla forza negli scambi e nella trasformazione dei prodotti agricoli, ma anche alle esigenze espansionistiche dei nuovi settori della chimica e della cantieristica civile e militare.
Quanto queste dinamiche dovessero finire necessariamente con l’imporre una riqualificazione degli equilibri tra le diverse sezioni del territorio
pugliese è stato ampiamente sottolineato. Qui occorre ricordarlo per
comprendere perché la «grande Foggia», nonostante la ricchezza delle spinte
innovatrici che ne avevano reso possibile la genesi progettuale, nacque
sostanzialmente già vecchia. In compenso, insieme alla bonifica ebbe,
nelle assai meno gloriose appendici degli anni successivi, la capacità di
partorire un nuovo settore di attività, i lavori pubblici, unica alternativa
all’impotenza industriale.
(L. D’Antone, Un problema nazionale: il Tavoliere, in Storia d’Italia, Le regioni dall’Unità ad oggi, La Puglia, op. cit., pp. 477-78)
135
Pugliese, diretto ininterrottamente da Postiglione dal 1923 al 1932,
che coordinò l’intera opera di bonifica agraria e avviò un centro di
osservazione sistematica e di studio del clima, del suolo e delle risorse
idriche territoriali per poi poter promuovere un più efficace ammodernamento colturale e tecnologico.
Convinto della necessità di offrire all’agricoltura sbocchi industriali,
Postiglione intuì il grande potenziale che la Capitanata avrebbe potuto
esprimere a livello nazionale nella produzione della carta, potendo disporre ogni anno di oltre 6 milioni di quintali di paglia di grano, da cui si
poteva ricavare cellulosa a prezzi vantaggiosi. Foggia divenne, così, sede
di una grande e moderna cartiera che fu competitiva rispetto agli altri
insediamenti industriali del settore che, invece, ottenevano la cellulosa
dalla lavorazione del legname di importazione. Il ruolo di primo piano
ricoperto dall’impianto foggiano è attestato dalla nomina nel 1932 dello
stesso Postiglione alla presidenza dell’Ente Nazionale per la Cellulosa.
I processi di trasformazione e di ammodernamento dell’economia
della Capitanata non ebbero, però, lunga durata, non solo e non tanto
per la morte nel 1935 di Postiglione e per la conquista del potere da
Approfondimenti
Il magro bilancio della politica agraria del fascismo in Capitanata
Modesti furono i risultati della politica agraria del fascismo in Capitanata, tesa a creare nelle campagne piccole e medie aziende tramite l’assegnazione di terre bonificate e l’appoderamento, cioè il frazionamento di un
latifondo in poderi da assegnare poi a braccianti e contadini dietro versamento di un canone annuo di affitto. Accanto a tali interventi, era prevista
la costruzione di nuovi villaggi rurali, grazie ai quali si sarebbe giunti ad un
insediamento diffuso della popolazione agricola direttamente sui fondi da
coltivare, eliminando così quella che era una caratteristica della Puglia e in
particolare della Capitanata e della Terra di Bari: la lontananza delle terre
dai grandi centri rurali in cui era concentrata la massa dei braccianti.
136
parte dei suoi avversari, che avviarono ben presto politiche opposte,
quanto per le nuove tendenze della politica economica del fascismo e
ancor più dei nuovi processi di sviluppo economico a livello internazionale, la cui promozione complessiva non era ormai fondata sull’industria di trasformazione dei prodotti agricoli.
Uno spirito di delusione, accompagnato da senso di impotenza e di
rassegnazione, incominciò sempre più a serpeggiare fra gli operatori economici di Capitanata, e naturalmente anche fra quelli delle altre province pugliesi, che si rendevano conto di come la politica economica del
fascismo piegasse sempre più l’agricoltura del Mezzogiorno agli interessi
industriali del Nord, approfondendo il divario fra le due parti del Paese e
riducendo il ruolo e il peso della classe dirigente del fascismo meridionale.
A partire dalla seconda metà degli anni Trenta il quadro politico
della Capitanata registrava sempre più da un lato la sconfitta di quel
ceto politico urbano che, alleandosi con i proprietari più avanzati,
avevano coltivato il progetto di una riforma e di un ammodernamento delle campagne, dall’altro il ritorno e la riaffermazione del potere
dei ceti agrari più conservatori.
Lo stesso Araldo Di Crollalanza, figura di primo piano del ventennio fascista, nel 1939 in un libro celebrativo delle opere realizzate
in Puglia dal regime, prossimo ormai alla fine, riconosceva che il bilancio della politica di appoderamento e di costruzione dei villaggi
rurali era fallita persino in Capitanata, dove essa aveva ricevuto più
impulso.
Bisogna riconoscere, affermava infatti Di Crollalanza nel 1939, che
“fino ad oggi, in base al vecchio piano, nessuna iniziativa concreta di
appoderamento si è avuta da parte dei proprietari, per cui non si può
segnare all’attivo della trasformazione che la modesta opera di colonizzazione svolta dal consorzio attorno al villaggio La Serpe, inaugurato dal
Duce nel 1934. Ben poca cosa di fronte all’immensità del comprensorio
del Tavoliere, vasto più di 450.000 ettari ed all’imponenza del problema
sociale della Capitanata”.
137
Frate Menotti, 1922: “Tempi nuovi e storia vecchia”. Con
la creatività che lo contraddistinse, Frate Menotti denunciò in questa vignetta il trasformismo delle classi dirigenti urbane. A Bari, persino le
statue diventano fasciste.
Nella vignetta della pagina
successiva del 1923, dal titolo
“Di Crollalanza la fa e Raffaele l’annusa”, Frate Menotti
denuncia il servilismo delle stesse classi dirigenti: infatti, il direttore del principale quotidiano pugliese (Raffaele Gorjoux)
prende nota beatamente della
più intima produzione di Aroldo Di Crollalanza.
Il fascismo a Bari tra intransigenza e trasformismo
La Terra di Bari fu certamente la provincia pugliese in cui si registrò una forte presenza dei cosiddetti “fascisti puri”, particolarmente impegnati da un lato nella critica allo stato liberale, alla diffusa
corruzione della vecchia classe dirigente e all’intera impalcatura giolittiana della gestione del potere, dall’altro nell’interpretare il fascismo come rivoluzione morale che avrebbe richiesto mutamenti radicali nelle singole coscienze e nella vita delle organizzazioni partitiche e sindacali.
Erano stati questi i temi cari al movimento democratico pugliese e ai
suoi protagonisti (Bovio, Imbriani, Salvemini, ecc.), che dal fascismo
venivano piegati ora agli interessi di un’area politica e culturale, quella
del fascismo, completamente diversa, e soprattutto non interessata in
alcun modo a potenziare all’interno dello stato strutture e dinamiche
che avrebbero potuto garantire una più completa partecipazione delle
138
classi meno abbienti ad
una dialettica politica più
democratica.
A Bari l’ala dei cosiddetti “fascisti puri” si raccolse intorno ad Araldo
Di Crollalanza che, già
importante collaboratore della rivista Humanitas di ispirazione mazziniana e repubblicanonazionalista, si affermò
fra la fine degli anni
Venti e l’inizio degli
anni Trenta come una
delle figure determinanti del fascismo barese e
pugliese, tanto da partecipare ininterrottamente al governo nazionale fra il 1928 e il 1935, dapprima come sottosegretario e poi come ministro dei Lavori Pubblici.
In realtà, le posizioni intransigenti dei fascisti puri, che risultarono
ben presto velleitarie e non si tradussero mai nella elaborazione di un
concreto programma politico, capace di unificare le organizzazioni
territoriali del partito nella provincia, servirono a canalizzare verso il
fascismo il consenso dei nazionalisti, degli ex-combattenti, di settori
della borghesia urbana e persino di esponenti del leghismo pugliese.
D’altra parte, proprio il fascio di Bari, dilaniato da lotte personali
per la conquista del potere e persino da scissioni, mostrò sin dai primi
passi quanto forti fossero “i germi del trasformismo” del fascismo cittadino che, ormai egemone dopo la marcia su Roma, ambiva alla direzione della Puglia. Infatti, già nelle elezioni politiche del 1921 si
era registrata in funzione antisocialista una forte unità d’intenti e
d’azione tra fascisti ed esponenti della tradizionale classe dirigente,
139
tanto che proprio in Puglia le liste del blocco nazionale ebbero la
massiccia adesione di candidati giolittiani, nittiani, salandrini e persino di qualche ex-ministro; ma ancora nel 1924, riferendosi alle difficoltà del fascismo locale di ottenere nuovi consensi soprattutto fra gli
intellettuali, il prefetto di Bari significativamente affermava: “Qui è
tutta una corsa serrata di ambizioni, di arrivismo, di tornaconti personali; da cui una contesa incessante, per vecchie passioni, fra vecchie
camarille più o meno camuffate in veste nuova. […] La parte eletta,
quella che puramente militerebbe perché puramente e superiormente votata all’idea, […] si tiene in disparte perché non vuole essere
coinvolta in simili brutture”.
Del resto, non mancarono all’interno del fascismo barese esponenti
che guardarono con realismo alle difficoltà di imprimere una svolta
alle organizzazioni del movimento dopo la fase dello squadrismo, grazie al quale i diversi fasci di combattimento erano stati cementati dall’azione violenta di distruzione delle leghe e del partito socialista. Fu
L’interpretazione dello storico
Tutti sul carro del vincitore, ma borbottando in privato
Sollecitato da Piero Godetti, Tommaso Fiore si impegnò fra il 1925 e il 1926
in veri e propri réportage sulla Puglia. Nacquero così le sei “lettere pugliesi”, che
offrono degli affreschi vivi e immediati su diverse città della regione proprio
nei primi anni del fascismo. Qui di seguito, Fiore mette in risalto il tradizionale trasformismo della borghesia urbana che, aderendo senza anima al fascismo, approfitta del momento per “soddisfare una sua ambizione antica”.
La borghesia demomassonica di qui ha tutte le caratteristiche tare di
quella dell’Italia settentrionale […]. Proprio di mezzo ad essa, ritiratisi
presto dalla scena gli ingenui iniziatori, combattenti per lo più, cui il
fascismo fu uno sfogatoio all’esasperazione bellica, sono usciti quasi tutti
i deputati e gli esponenti attuali del fascismo locale, passati di punto in
bianco, fra il ’23 e il ’24, daI radicalismo al fascismo, così come in altri
tempi avevano tentato di passare al socialismo, come uno a Carnevale si
140
il caso, ad esempio, di
Leonardo D’Addabbo, segretario federale di Bari, che nel
1926, quando il fascismo aveva liquidato da almeno un biennio ogni forma di
opposizione, avvertiva la necessità di una
La prima pagina de La Gazzetta del Mezzonuova direzione poligiorno dell’11 maggio 1936 esalta la politica
tica, capace di affronestera di Mussolini, dopo la campagna di Etiopia
tare e risolvere gli “infiniti problemi generali e di interesse collettivo” e significativamente si chiedeva: “Gli stessi quadri potranno essere adoperati per questo obiettivo? I quadri
veste da cinese, per null’altro che per assicurare più larghi proventi alla
loro attività professionale, o per soddisfare ad una ambizione antica,
sfrenata, ridevole nella sua sproporzione col valore degli uomini. Fenomeno di trasformismo comune in Italia, dove l’unica cosa che esiste è
la propria persona, e a servizio di questa la famiglia, la città e possibilmente lo Stato. Negli oppositori sporadiche ribellioni, gesti audaci e
poi smarrimento e poi non c’è più nulla da fare, e accosciamento e
abbicamento, e insomma nulla di organizzato; una vigliaccheria più
spregevole negli altri, nei fortunati riusciti a darla a bere al fascismo, e
non già per furbizia più fina, ma solo perché il fascismo ha bisogno di
bere grosso; sostenitori ora di esso tanto più arrabbiati in pubblico
quanto più malcontenti nel loro intimo e pronti, a quattr’occhi, a borbottare, a svalutare un esponente o l’altro, un provvedimento o l’altro,
per crearsi, non si sa mai, un alibi pel domani, ma incapaci di parlare,
per paura; per non fare, dicono, la fine di Matteotti.
(T. Fiore, Un popolo di formiche, in V. Fiore, Tommaso Fiore e la Puglia, Palomar, Bari
1996, pp. 106-07)
141
che meravigliosamente servirono nel periodo eroico della difesa e
controffesa, sono pronti oggi per eseguire altri ordini e raggiungere
altre mete?”.
Infine, nella seconda metà degli anni Trenta, in sintonia col generale
processo di burocratizzazione e di logoramento del regime a livello nazionale, il fascismo pugliese, abbandonando ogni posizione di intransigenza, si limitò sostanzialmente ad assicurare fra il governo nazionale e
la realtà regionale un’opera di cerniera, che, se faceva affluire sul territorio risorse statali, non scalfiva minimamente i tradizionali equilibri di
potere e gli stessi rapporti sociali.
D’altro canto, proprio a quegli anni risale la cancellazione di ogni
presunta diversità del fascismo barese e pugliese, attestata dalla emarginazione politica e dall’indebolimento di Araldo Di Crollalanza, che
nell’agosto del 1935 fu costretto a lasciare il Ministero dei Lavori Pubblici, e di Giuseppe Pavoncelli, che con Postiglione era stato il più
tenace sostenitore di un grande processo di riforma e di ammodernamento dell’agricoltura pugliese.
L’interpretazione dello storico
La burocratizzazione del fascismo
Secondo Renzo De Felice, storico autorevole di formazione liberale, dal
1935, anno in cui fu dichiarata guerra all’Etiopia, il fascismo perse ogni
capacità di reale direzione politica e si limitò ad alimentare una grande
macchina burocratica ed un rituale di massa che aveva un mero valore
propagandistico. Uno dei principali protagonisti di questa fase politica fu il
pugliese Achille Starace, coincidenza, questa, che accentuò nella nostra regione la burocratizzazione e il rituale del regime.
Gli anni che vanno dalla conclusione della guerra d’Etiopia all’intervento italiano nella seconda guerra mondiale furono per il fascismo anni
di travaglio e di logoramento. A livello interno esso si andò sempre più
burocratizzando e sclerotizzando. Il partito in particolare (retto sin quasi
142
Mussolini in visita a Bari nel 1934 alla Fiera del Levante
alla fine del periodo in questione da A. Starace) accentuò la sua dinamica a trasformarsi in una superorganizzazione di massa che inquadrava direttamente o indirettamente quasi venti milioni di italiani di tutte
le età, ma che come strumento politico era svuotato di effettivo valore.
Il P.N.F. si caratterizzava infatti ogni anno di più come una mastodontica macchina assistenziale e di organizzazione di masse eterogenee in
funzione di un consenso sempre più esteriore e superficiale, caratterizzato a sua volta da una partecipazione di esse alla vita del regime solo su
basi emotive e coreografiche (e in parte coattive) e da uno «stile di vita»
che - mancando di contenuti veramente sentiti ed espressi da una intima consapevolezza di operare per qualche cosa di valido - era quasi
sempre il frutto solo di un generico adattamento, esteriore e superficiale e spesso opportunistico, ad un rituale, ad una retorica, e pertanto,
sentito come qualcosa di estraneo e di imposto che suscitava, a seconda
dei casi, noia, insofferenza, scetticismo, irrisione.
(R. De Felice, Autobiografia del fascismo; Minerva Italica, Bergamo 1978, p. 435)
143
Documenti
L’accentuazione
del rituale fascista
L’altra faccia della burocratizzazione del fascismo fu rappresentata da uno specifico rituale e dalla fissazione di precise regole formali
che dovevano essere scrupolosamente applicate. Qui di seguito vengono riportate alcune disposizioni fissate da Achille Starace (Gallipoli
1889 – Milano 1945), segretario
nazionale del partito fascista dal
1931 al 1939, che promosse una
intensa campagna di “fascistizzazione” del paese e introdusse nel
rituale del regime una lunga serie
di minuziose prescrizioni.
Copertina di un quaderno
scolastico degli anni Trenta
28 agosto 1938
L’inno «Giovinezza» deve essere ascoltato nella posizione di attenti.
Alle prime battute si saluta romanamente.
8 novembre 1938
Chissà perché ci si attarda ancora a considerare la fine dell’anno al
metro del 31 dicembre piuttosto che a quello del 28 ottobre. Il 31 dicembre esercita tuttora una particolare attrazione sugli specialisti nei convenevoli augurali che non sanno ancora rendersi conto della necessità di
disturbare il vecchio calendario e di ammettere l’esistenza dell’anno fascista: la stessa attrazione che esercitano la stretta di mano, l’uso del “lei”, la
scappellata con relativa riverenza, e le altre raffinatezze del genere. L’attaccamento a queste consuetudini, scrupolosamente osservate anche quando l’abbandonarle non presenterebbe inconvenienti, è l’indice di una
mentalità conservatrice, tipicamente borghese e quindi non fascista.
144
Anni Trenta: una esercitazione in perfetta divisa di
balilla moschettieri in un edificio scolastico di Modugno
19 agosto 1939
È assurdo e riprovevole che, dopo quanto è stato detto e scritto, anche
dai giornali, si stenti qua e là ad adottare il «voi» ed a respingere nettamente il «lei», che oltre tutto è una espressione di quello spirito servile
ripudiato dal Fascismo nella maniera più recisa.
A parte ogni altra considerazione, tutto ciò rivela assenza di quel temperamento fascista che deve riuscire a realizzare in ogni occasione lo stile
del tempo di Mussolini.
I Segretari federali chiamino i gerarchi a rapporto e parlino loro in modo
chiaro, non omettendo di far rilevare come il non uniformarsi alle disposizioni da me ripetutamente impartite a questo proposito possa anche essere
manifestazione o di scarso senso di disciplina o addirittura di poca fede
fascista. Questo è proprio uno dei casi nei quali la forma, incidendo decisamente sul costume, ne esprime con esattezza il profondo contenuto.
Avverto come d’ora innanzi non sia da escludere che, individuati i soggetti
ostinatamente recidivi, si proceda a loro carico sul terreno disciplinare.
(R. De Felice, op. cit., p. 441)
145
Il delinearsi di Bari come grande emporio commerciale
Durante il fascismo Bari vide certamente confermato il suo ruolo di
capitale e di centro di mediazione fra governo e realtà periferiche dell’intera Puglia. Grazie anche alle risorse convogliate da Di Crollalanza,
la città assunse un volto più metropolitano con la costruzione di nuovi
quartieri, con la realizzazione del lungomare e dei monumentali palazzi
che si dispiegavano lungo tutto il suo percorso, con la concentrazione
di servizi, di strutture amministrative e culturali di rilievo regionale.
Naturalmente le autorità fasciste, impegnate in questo programma
di espansione e di opere pubbliche, ebbero come interlocutori privilegiati gli esponenti della grande imprenditoria edile che, così, apparvero come i promotori e i protagonisti di un nuovo sviluppo che si sarebbe poi irradiato nei centri minori e nelle campagne.
L’interpretazione dello storico
L’indebolimento delle attività industriali a Bari
Secondo Enrica Di Ciompo, la politica del fascismo, soprattutto a partire
dagli anni Trenta, determinò l’indebolimento dell’apparato industriale di
Bari, che vide mortificate le sue possibilità di sviluppo persino nelle attività
di produzione di materiali per l’edilizia.
A rendere più grave la situazione contribuì la nuova concorrenza dei
prodotti settentrionali, poiché in questi anni l’industria del Nord mostrò un interesse più vivo ai mercati del Mezzogiorno, non potendo più
volgere come un tempo la propria produzione all’estero e ricercando
quindi maggiori spazi all’interno del paese. Uno degli effetti di tale complessa situazione fu la progressiva scomparsa del più importante settore
di industrie derivate del capoluogo, quello meccanico specializzato nella
produzione dei macchinari oleari, vinicoli, per pastifici e di impianti per
l’estrazione dell’olio e delle sanse. I suoi prodotti, un tempo «diffusi e
apprezzati in tutta Italia ed anche all’estero», dovettero ormai cedere alla
concorrenza della più attrezzata e perfezionata industria meccanica del
settentrione. Così, nel 1932, due delle più importanti aziende del ramo
146
LE ATTIVITÀ COMMERCIALI A BARI NEL 1927 E NEL 1937
1927
Esercizi
Commercio al minuto
2.122
Commercio all’ingrosso
182
Servizi pubblici
387
Attività per conto terzi
Farmacie
Servizi commerciali
242
Credito, assicurazione, previdenza 33
Totali
2.966
Addetti
3.731
741
1.300
590
791
7.153
1937
Esercizi Addetti
3.733 6.966
282 1.691
133
491
332
606
38
115
683 1.284
44 1.001
5.245 12.154
(La tabella è in E. Di Ciommo, op. cit., p. 436)
– la ditta Giovanni Biallo e quella di Francesco De Blasio eredi – furono
costrette a sospendere la lavorazione ed a chiudere gli stabilimenti, fenomeni in realtà esemplificativi delle difficoltà dell’intero settore, che mostrava segni evidenti di decadenza. Gli stessi motivi fecero sì che la ripresa
del settore edilizio, avviata dall’iniziativa privata e poi dal massiccio programma di opere pubbliche promosso dal Di Crollalanza, conseguì effetti
solo parziali nell’azione di stimolo dei settori produttivi ad esso collegati.
Ed infatti nell’aggiudicazione degli appalti le imprese locali venivano agevolmente estromesse da quelle settentrionali, che, per la maggiore perfezione tecnica e la più avanzata meccanizzazione, erano in grado di praticare
prezzi più bassi. Analogamente, l’industria del cemento, e soprattutto quella
del legno e dei mobili, non registrarono aumenti della domanda pari alle
proprie capacità produttive; e viceversa dovettero affrontare in condizioni
di inferiorità l’acuita concorrenza delle aziende di altre regioni.
In questa situazione notevoli difficoltà si manifestarono anche nei settori
di maggiore vitalità, quali il conserviero e quello degli oli al solfuro che
dopo il 1930 continuavano a fornire gli unici esempi di esportazione all’estero […]. La produzione degli oli al solfuro, “la maggiore industria della
provincia” e nella quale erano investiti “importantissimi capitali” fu colpita
sui mercati americani dalla concorrenza delle altre nazioni mediterranee.
(E. Di Ciommo, op. cit., pp. 418-19)
147
Bari, quindi, esercitò una grande capacità di attrazione per impiegati,
professionisti, intellettuali, tecnici e operai dell’edilizia provenienti non solo
dalla provincia, ma anche da altre parti della regione, e registrò dal 1921 al
1936 un incremento del 71% della sua popolazione: percentuale, questa,
che a livello nazionale fu inferiore solo a quella di Roma (74%) e di gran
lunga superiore a quella di Milano (36%), Torino (25%), Genova (17%),
costituendo un dato unico rispetto ad altri centri del Mezzogiorno e della Puglia, la cui dinamica demografica fu nel complesso stazionaria.
A fronte, però, dell’imponente sviluppo del tessuto urbano e dell’edilizia, si registrò il soffocamento di quegli insediamenti industriali
che nei primi 15 anni del Novecento avevano addirittura delineato per
Bari un promettente futuro di città industriale.
La stessa istituzione della Fiera del Levante, al di là della retorica del
regime sul ruolo di Bari come centro di tutti i traffici e gli scambi commerciali con l’Oriente, non riuscì ad offrire sollecitazioni alla ripresa
della produzione agro-industriale e non costituì un “fattore di risveglio
economico”. In realtà, la campionaria barese, esercitando una forte capacità di attrazione sui forestieri, contribuì ulteriormente a caratteriz-
L’interpretazione dello storico
Una fiera che ignora il levante
La marginalità della Fiera del Levante e la sua incapacità di rivolgersi,
appunto, ai paesi arabi risultarono evidenti ad un ispettore del Ministero
degli scambi, che nel 1933 compilò una relazione sulla campionaria barese,
giudicandola severamente come “manifestazione puramente verbale”. Ne
proponiamo qui un significativo brano.
Volesse il Signore che fossero dei milioni a conoscere la Fiera di Bari
in Levante. In realtà si possono solo contare, se non a decine, certamente
a non più di centinaia. Non diremo di averli contati (ed avremmo potuto far pur questo, così agevole presentavasi il compito, ma ne trattenne il
pensiero di doverci perciò infliggere, come italiani, la tortura di misurare
col centimetro l’angoscioso deserto che circonda questa manifestazione
148
Locandina dell’edizione della Fiera del Levante del 1930
nazionale nel raggio istesso in cui più pienamente dovrebbe affermarsi);
non li abbiamo contati, ma non sono molti gli orientali che sanno dell’esistenza di una Fiera del Levante a Bari ed inoltre dove si trovi Bari.
La base fieristica è eminentemente agricola e pastorale. Uve, fichi secchi
ed altra frutta, olive, olio, conserva di pomodoro, vini e prodotti dell’allevamento ovino: è quel che soprattutto la Fiera offre al Levante, mostrando
così di voler ignorare che il Levante è precisamente il paese dell’uva, dei
fichi, delle mandorle, dell’ulivo, dell’olio e degli allevamenti ovini e che
quanto alla conserva di pomodoro non ne fa proprio uso, e di vino, trattandosi di paesi quasi tutti musulmani, non ne beve per precetto religioso.
Interi reparti fieristici poi, come quello dell’arredamento, resteranno poco
meno che interamente privi di espressione per il Levante, sinché non gli si
esporranno oggetti conformi alle sue abitudini, al suo clima, ecc.
(ASB, Camera di Commercio, b. 987, in E. Corvaglia, Dalla crisi del blocco agrario al
corporativismo dipendente, in Storia d’Italia, Le regioni, La Puglia, op. cit., p. 875)
149
zare la città come “grande centro di consumo”, per cui ben presto essa
fu utilizzata dalle grandi industrie del Nord per conquistare ampie quote
del mercato pugliese e lucano.
Bari divenne, così, “l’emporio commerciale della Puglia” e, conseguentemente, dilatò le sue attività commerciali e terziarie che, peraltro, finirono con l’essere attività obbligate, poiché la politica economica del fascismo privilegiava sempre più i grandi insediamenti industriali del Nord.
La ridefinizione politico-amministrativa della Terra d’Otranto
Un discorso del tutto particolare riguarda l’area del Salento, che
subì durante il fascismo una ridefinizione territoriale. La tradizionale
Terra d’Otranto, infatti, fu scorporata in tre parti, contemplando,
accanto alla provincia di Lecce, quelle nuove di Taranto e Brindisi,
istitui-te rispettivamente nel 1923 e nel 1927.
L’interpretazione dello storico
Opere pubbliche ed edilizia a Lecce
Antonio Fino mette qui in risalto come Lecce abbia avuto negli anni
Trenta un consistente sviluppo edilizio e di opere pubbliche che comportò un
forte onere finanziario da parte delle casse comunali, alle quali fu richiesto
di finanziare la costruzione di sedi di enti pubblici sia tramite l’assunzione
di mutui sia tramite altri oneri.
Il flusso di denaro per opere pubbliche negli anni Trenta, soprattutto
dopo l’approvazione del Piano regolatore, fu notevole, alimentando una
serie di attività collegate con l’edilizia e creando occasioni di lavoro che
riuscirono a tenere costantemente bassi i livelli della disoccupazione. Esso
fu favorito certamente anche da una serie di circostanze favorevoli e dalla
concomitante presenza in alcuni posti chiave di uomini legati al Salento:
Starace era segretario nazionale del Partito Fascista, Francesco Potenza era
direttore generale dell’edilizia presso il Ministero dei lavori pubblici, ispettore generale del Consiglio superiore dei lavori pubblici e vicepresidente
del Consorzio nazionale tra gli istituti per le case popolari. Proprio su sug150
Vane risultarono le proteste dei ceti dirigenti leccesi, che giudicarono la risistemazione politico-amministrativa come una vera e propria
mutilazione e come un vero colpo inferto alle prospettive di sviluppo
dell’intera area; così come irrealizzabili si rivelarono le proposte miranti
alla istituzione di una regione salentina autonoma che, raggruppando i territori perduti, avrebbe dovuto avere Lecce come capoluogo.
In realtà, Taranto e Brindisi ricoprivano già da tempo ruoli specifici rispettivamente nell’industria militare e nel commercio internazionale, e, per di più, erano destinate dalla velleitaria politica imperialistica del fascismo a divenire le basi dell’espansionismo nel Mediterraneo e nei Balcani.
Del resto, la presenza a Taranto dell’Arsenale e dei cantieri navali
aveva determinato una ridefinizione della sua struttura sociale e del suo
apparato produttivo, tanto che essa già nel 1927 era la città più indu-
gerimento di Potenza, che indicò la via per garantire a Lecce e alla Provincia
in generale un canale di cospicui finanziamenti per opere pubbliche, il prefetto e il podestà si adoperarono per la costituzione dell’Istituto provinciale per le case popolari, al cui patrimonio Lecce contribuì cedendo alcuni
edifici di case popolari di sua proprietà per un valore di circa 2 milioni.
Va detto però che questo flusso di denaro pubblico non fu aggiuntivo
rispetto alle risorse del Comune, perché esso comportava pesanti costi
finanziari per le casse comunali. L’Amministrazione, infatti, allo scopo
di incoraggiare e di favorire gli insediamenti di enti pubblici, assumeva
una serie di oneri, dagli espropri alle demolizioni, al contenimento dei
prezzi di vendita dei suoli, che incidevano sul bilancio comunale, in quanto
le spese erano fronteggiate con mutui, spesso concessi dagli stessi enti
beneficiari, i quali in definitiva costruivano i loro edifici con gli interessi
pagati dal Comune!
La politica di riarmo intensificata da Mussolini dopo il 1938 e poi lo
scoppio della guerra misero in crisi i programmi di opere pubbliche predisposti. Gran parte dei lavori iniziati rimasero sospesi e altri furono rinviati.
(A. Fino Il governo del Municipio: dalla crisi dello Stato liberale al secondo dopoguerra, in
Storia di Lecce dall’Unità al secondo dopoguerra, Laterza, Bari 1992, pp. 430-31)
151
strializzata della Puglia. La stessa Brindisi andava sempre più modificandosi e organizzandosi intorno al porto, le cui strutture vennero
potenziate e integrate col sistema viario interno e con l’aereoporto
che, relegando quello di Bari-Palese a compiti esclusivamente militari, divenne lo scalo più importante della Puglia. I nuovi ruoli e le
specifiche attività economiche delle due città resero impossibile la loro
permanenza nell’unica provincia di Terra d’Otranto in posizione subalterna a Lecce, peraltro sempre più segnata dall’emarginazione rispetto alle nuove dinamiche dello sviluppo.
L’antico capoluogo del Salento trovò una forma di compensazione
nel sostegno assicurato alla tabacchicoltura dalla mediazione esercitata da Achille Starace col potere centrale. D’altro canto, la tabacchicoltura, impiegando ben 30.000 contadini e 40.000 tabacchine, che
rappresentavano rispettivamente il 50% della forza-lavoro maschile
delle campagne e una quota consistente della popolazione femminile
complessiva, era la fonte principale del reddito agricolo e la base della
stabilità sociale dell’area.
Al di là della istituzione delle due nuove province, il fascismo nel
Salento ebbe gli stessi caratteri delle altre province della Puglia: anche qui si registrarono le azioni violente dello squadrismo che, però,
furono rivolte prevalentemente contro le sedi del Partito Popolare e
delle leghe bianche, già assai diffuse; notevole fu l’affermazione di un
nuovo ceto politico cittadino che, dopo aver imposto la sua egemonia
sui grandi agrari, promosse l’espansione di Lecce che, però, accentuando il suo isolamento dalle aree confinanti brindisine e tarantine,
apparve sempre più ripiegata su se stessa e su una riproposizione nostalgica del suo passato.
Il fallimento della “modernizzazione senza democrazia”
I risultati conseguiti dal fascismo in Puglia furono nel complesso
assai modesti: l’agricoltura regionale, considerata strategica per l’intera economia nazionale, si mantenne di gran lunga inferiore a quella delle aree più avanzate dell’Italia; sensibile fu la diminuzione del
reddito commerciale e industriale, tanto che nel 1934 si era già ri152
dotto del 34% nell’intera provincia di Bari che, fra quelle della regione, era la più sviluppata; significativa fu la perdita del potere d’acquisto dei salari, peraltro segnalata dalle relazioni economiche predisposte ogni anno dalle autorità provinciali che, soprattutto a partire dal
1935, evidenziarono una continua contrazione dei consumi dei generi alimentari di prima necessità, con livelli altissimi per la carne.
Poco incisiva fu anche in Puglia quell’opera di “modernizzazione
senza democrazia” tentata dal fascismo all’interno della società di massa.
La battaglia del grano, ad esempio, voluta da Mussolini per rendere
l’Italia autosufficiente, se da un lato determinò l’estensione delle aree
cerealicole, dall’altro finì coll’esemplificare il quadro complessivo della
produzione agricola, indebolendo le attività ad essa collegate, in primo luogo la zootecnia, e facendo venir meno le possibilità di sviluppo
di una economia moderna ed articolata nelle campagne.
Del resto, anche l’industria pugliese, al di là dell’attività cantieristica tarantina e di quella aeroportuale di Brindisi, peraltro poco funzionali ad interagire con i bisogni e le dinamiche del territorio, continuò ad essere povera di nuove tecnologie e di capitali.
In questo quadro, le stesse città, che ebbero una fase notevole di
espansione, si riempirono sempre più di una “borghesia burocraticoimpiegatizia” e divennero fondamentalmente luoghi di scambio e di
consumo dei prodotti agricoli o di prodotti industriali del Nord, subendo una crescente terziarizzazione che finì per indebolire il ruolo
di promozione di nuove dinamiche di sviluppo che esse avevano cominciato ad assumere fra Ottocento e Novecento.
153
BIBLIOGRAFIA
Oltre alle opere citate nel testo si possono consultare:
Per un inquadramento storico di carattere generale:
P. Laveglia (a cura di), Mezzogiorno e fascismo, Atti del convegno nazionale di
studio promosso dalla Regione Campania, Salerno 11-14 dicembre, 3 voll., Napoli 1978; P. Bevilacqua, Breve storia dell’Italia meridionale, Roma 1993; S. La
Sorsa, La vita di Bari nell’ultimo sessantennio, Bari 1963; S. La Sorsa, Il duce e la
Puglia, Bari 1934; G. Musca (a cura di), Storia della Puglia, vol. 2, 1987;
Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, La crisi dello stato liberale dalla
1a guerra mondiale all’avvento del fascismo, Conversano 1993; Storia di Bari,
diretta da F. Tateo, vol. V, Il Novecento, a cura di L. Masella e F. Tateo, RomaBari 1997; Storia di Lecce, diretta da M.M. Rizzo, B. Vetere, B. Pellegrino, vol.
III, Dall’Unità al secondo dopoguerra, a cura di M.M. Rizzo, Roma-Bari 1992.
Sulle lotte sindacali e l’avvento del fascismo:
P. Di Canosa, Fascismo barese, Bari 1923; M. Magno, Galantuomini e proletari in Puglia dagli albori del socialismo alla caduta del fascismo, Foggia 1984; Il
movimento socialista e popolare in Puglia dalle origini alla Costituzione 1874-1946,
a cura della Regione Puglia e dell’Istituto socialista di studi storici “P. Nenni”, 2
voll., Bari 1985; A. Tatò (a cura), Di Vittorio. L’uomo, il dirigente, Roma 1968.
Sulla politica del fascismo:
V. Ricchioni, L’economia dell’agricoltura pugliese, in Annali della facoltà di Agraria
di Bari, Bari 1939; T. Fiore, Un popolo di formiche, Bari 1951; T. Fiore, Incendio
al municipio, Manduria 1967; G. Tattara, Cerealicoltura e politica agraria durante
il fascismo, in Lo sviluppo economico italiano 1861-1940, a cura di G. Toniolo,
Bari 1973; R. Colapietra, La Capitanata nel periodo fascista, Foggia 1978; P.
Bevilacqua (a cura di), Il Tavoliere di Puglia. Bonifiche e trasformazione fra XIX e
XX secolo, Bari 1988; AA. VV., Taranto da una guerra all’altra, Taranto 1986; L.
Masella, Un impossibile stato assistenziale. PNF e assistenza sociale in Puglia, Bari
1989; L. Masella, Acquedotto Pugliese. Intervento pubblico e modernizzazione nel
Mezzogiorno, Milano 1995; M. Dilio, Fiera del Levante, Bari 1986; S. Corriero
(a cura di), Alla scuola del fascismo. Gioie e sofferenze di una “Piccola Italiana” in
un diario scolastico del 1941-42, in “Nuovi Orientamenti”, N. 4-5/1987; V. A.
Leuzzi-M. Pansini-F. Terzulli, Fascismo e leggi razziali in Puglia, Bari 1999.
Fonti archivistiche
Per quanto riguarda le fonti archivistiche, vale qui quanto si è già detto nel
capitolo precedente. In particolare, presso gli archivi di stato di Bari, Brindisi,
154
Foggia e Lecce vi sono i fondi “Prefettura” che conservano una documentazione
ampia ed articolata. Consultando l’Archivio di Gabinetto del Prefetto è possibile avviare una ricerca documentaria sia per i capoluoghi sia per i diversi Comuni della provincia su ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica.
Particolarmente significative sono le relazioni periodiche inviate dai prefetti al
governo centrale.
Anche molti archivi comunali sono ricchi di documentazione e, in molti
casi, essa non è stata ancora esplorata.
Diversi sono gli enti presenti nel territorio regionale che possiedono documentazione e fondi specifici: l’Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo
e dell’Italia Contemporanea, la fondazione Gramsci che hanno la loro sede a
Bari; la Biblioteca Provinciale “De Gemmis” di Bari, dove è presente il fondo
“E. Laricchiuta”; la Biblioteca Provinciale di Foggia.
Vi è poi una disseminata documentazione privata, presente in numerose
famiglie, che rischia di andare perduta e che, invece, può alimentare nuove
ricerche. Si tratta di fotografie, pagelle scolastiche, tessere di iscrizione al fascio, diplomi e riconoscimenti ufficiali, e poi diari, lettere, cartoline, appunti
vari di volontari, soldati e internati nelle guerre di Spagna, di Etiopia, e della
stessa seconda guerra mondiale.
Articolata è anche la presenza di siti web che offrono documenti e testi. Ne
citiamo solo alcuni, dai quali si può partire per allargare poi la ricerca:
www.anpi.it; www.formichedipuglia.it.; www.lagazzettadelmezzogiorno.it.;
www.fondazionedivittorio.it; www.fondazionedivagno.it; www.didaweb.net;
www.gdmland.it.
Fonti audiovisive e giornalistiche
Numerosi sono i documentari sul fascismo che si riferiscono soprattutto
alle inaugurazioni e visite periodiche di Mussolini nelle diverse province della
Puglia. La stessa R.A.I. regionale negli ultimi anni ha prodotto diversi filmati
che si riferiscono ad eventi storici rilevanti: l’eccidio di Cefalonia; l’eccidio di
Barletta; il bombardamento di Bari del 2 dicembre del 1943; i ripetuti bombardamenti su Foggia.
Una miniera di notizie e di documenti può essere fornita dalla consultazione
dei giornali che sono disponibili presso le biblioteche nazionali e negli archivi di
stato che conservano tutte le testate e le pubblicazioni sulle quali veniva esercitata l’opera di controllo e di censura. Presso l’Archivio di Stato di Bari, ad esempio,
nel fondo “Gabinetto del Prefetto” si trovano circa 2.500 pubblicazioni sottoposte a controllo (giornali, opuscoli vari, periodici, libri) che possono essere illuminanti per ricostruire il quadro socioculturale di uno specifico territorio.
Lo stesso sito web de La Gazzetta del Mezzogiorno, sopra citato, offre numerose prime pagine su diversi eventi storici di rilievo regionale.
155
CAP. III
L’EMIGRAZIONE PUGLIESE
FRA OTTOCENTO E NOVECENTO
Il nuovo stato unitario italiano fu fortemente colpito dal fenomeno
dell’emigrazione, che determinò un vero e proprio esodo in un primo
momento (1876-1900) dalle regioni settentrionali, ed in seguito (inizi
del ’900) da quelle meridionali. Le cifre del fenomeno sono imponenti:
nei suoi primi cinquantacinque anni di storia, il nuovo stato perde più
di 14 milioni di cittadini, un numero, cioè, pari al 64% della sua popolazione al momento del conseguimento dell’Unità.
Fra le grandi regioni meridionali, la Puglia è l’ultima ad essere interessata dall’emigrazione che, però, a partire dagli anni Dieci del Novecento, assume quasi un carattere fisiologico che convive, purtroppo
ancora oggi, con i processi demografici regionali.
Prima dell’emigrazione, intesa come partenza durevole o definitiva,
la Puglia è percorsa, però, da grandi migrazioni stagionali interne che,
per alcuni mesi dell’anno, determinano da un lato lo svuotamento dei
paesi della provincia di Bari e della Terra d’Otranto e dall’altro il raddoppio della popolazione dei grandi centri cerealicoli della Capitanata.
All’interno di questo grande fenomeno migratorio, assai dolorosa è
poi quella pagina di storia che riguarda alcuni emigrati pugliesi, spesso
andati via dalla Puglia e dall’Italia per le loro idee, che finiscono coll’essere processati e condannati nei nuovi Paesi proprio per motivi politici.
Emblematico, al riguardo, è il caso di Giuseppe Sgovio, un modugnese
emigrato agli inizi del Novecento in U.S.A., che sperimenterà sulla sua
pelle il naufragio dei suoi ideali di libertà e di giustizia sociale: sarà,
infatti, prima processato ed espulso dall’America ed in seguito, giunto
in Unione Sovietica, confinato nei gulag.
157
1. DALLE MIGRAZIONI STAGIONALI ALL’EMIGRAZIONE
L’emigrazione pugliese nella seconda metà dell’Ottocento
Il problema dell’emigrazione pugliese fra ’800 e ’900 richiede due
premesse: per tutto l’Ottocento, la Puglia, in misura ancor meno significativa rispetto alle altre regioni dell’Italia meridionale, che pure non
alimentano grandi flussi migratori, partecipa in modo del tutto marginale al fenomeno dell’emigrazione, che, invece, tocca prevalentemente
le regioni dell’Italia settentrionale, in particolare il Veneto, il Friuli, il
Piemonte e la Lombardia; è necessario distinguere, all’interno dei flussi
migratori pugliesi, una prima fase, che va dagli anni Sessanta alla fine
dell’Ottocento, durante la quale il fenomeno è assai modesto, ed una
seconda fase, che interessa il primo ventennio del Novecento, fatta eccezione per gli anni della prima guerra mondiale, durante la quale si ha
una impennata delle partenze.
I motivi per i quali la Puglia giunge relativamente tardi all’emigrazione, e inizialmente viene interessata dal fenomeno con cifre assai modeste, sono da ricercarsi nella vivacità dell’economia pugliese per buona parte dell’Ottocento.
Infatti, come si è già visto nei capitoli precedenti, subito dopo l’Unità d’Italia e sino agli anni Ottanta, si registra nella regione un aumento
della produzione agricola e delle attività industriali di trasformazione e
di lavorazione ad essa collegate, collocate per lo più nei grandi centri
portuali. Questo sviluppo sembrava essere caratterizzzato soprattutto
da un forte rapporto fra città e campagna, che determinava un legame
funzionale fra la produzione agricola e le attività di trasformazione e di
lavorazione dei prodotti della terra e della loro commercializzazione.
All’interno di questa vivacità pugliese, va segnalato l’avvio della messa a coltura del Tavoliere delle Puglie che, nella sua gran parte, sino al
1865 era utilizzato come pascolo ed era governato, come si è già visto
nel primo capitolo, secondo l’antico regime feudale della “Dogana della mena delle pecore”’. Grandi furono le speranze e le aspettative suscitate dalla messa a coltura del Tavoliere, che ben presto fu chiamato
significativamente la “California dei Pugliesi”.
159
Si aggiunga che dopo l’Unità d’Italia vengono realizzati anche in
Puglia importanti e consistenti lavori pubblici, come la costruzione di
ferrovie e di strade, e che si assiste ad una generalizzata espansione edilizia delle città.
Va da sé che, in un quadro socio-economico in movimento, era poco
avvertita sia dalle popolazioni urbane sia da quelle rurali la spinta ad
emigrare dalla Puglia. Ma a frenare l’emigrazione verso terre lontane
concorreva anche il fenomeno delle migrazioni all’interno della regione, di cui si parlerà più avanti.
Dal 1876 al 1900 partono dalla Puglia complessivamente 50.282
emigranti, che rappresentano una cifra esigua rispetto, ad esempio, ai
520.791 emigranti della Campania, che è la prima regione del Sud a
dar vita al fenomeno migratorio verso le terre d’oltreoceano. Peraltro,
L’interpretazione dello storico
Emigrazione e vivacità dell’economia pugliese
In questo brano Ornella Bianchi mette in evidenza come il modesto
flusso emigratorio pugliese fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento
sia da rapportarsi al quadro complessivo dell’economia pugliese, caratterizzato da positivi processi di sviluppo.
La storia dell’emigrazione pugliese tra Otto e Novecento deve essere
letta alla luce dei dinamismi positivi registrati dalla regione nel contesto
meridionale, nei decenni seguenti l’Unità, all’interno di una linea di tendenza che si interromperà, si può dire, solo con gli anni ’30.
Tutti gli indicatori concordano nel segnalare la vivacità dello sviluppo
pugliese, in quel periodo, anche se entro lineamenti specifici, ricollegabili
ad esempio da un lato alla particolare tenuta del comparto agricolo e alle
sue punte di significativa innovazione, e dall’altro alla particolare forza
del rapporto tra città e campagna, non solo nell’area urbana per eccellenza
della regione – la pianura costiera di Terra di Bari – ma anche in ampie
parti della Capitanata e del Salento.
160
la Campania diventa ben presto emblema dell’emigrazione, poiché non
solo i Pugliesi, ma tutti i meridionali, sino agli anni Cinquanta del Novecento, potranno disporre soltanto del porto di Napoli per “prendere
il piroscafo” e partire per i Paesi d’oltreoceano.
In questo periodo si emigra soprattutto dai grandi centri urbani, in
particolare da quelli portuali. Si parte in primo luogo dalla provincia di
Bari, che, superata da quella di Foggia solo negli anni che vanno dal
1886 al 1990, sarà sempre il serbatoio più consistente dell’emigrazione
regionale, mentre la provincia di Lecce non viene quasi toccata dall’emigrazione sino al 1901.
Le destinazioni di questi pionieri dell’emigrazione pugliese sono diverse: sino al 1883 si emigra soprattutto nei Paesi balcanici (Serbia,
Romania, Grecia) e in Turchia, mentre minore è il flusso verso i Paesi
Anche la popolazione cresce con ritmi superiori a quelli di altre realtà
meridionali, evidentemente tanto per il decollo produttivo agricolo e
industriale, nonché del terziario urbano, quanto per la diminuita mortalità, in una regione un tempo da questa falcidiata assai più della media
nazionale.
Gli attivi in agricoltura passarono dal 31 per cento del 1871 al 27 per
cento del 1911, al 20 per cento del 1936 [...].
L’industria [...] si trasformerà e svilupperà pur essa a ritmi intensi,
soprattutto nel periodo a cavallo tra Otto e Novecento.
Si spiega così, alla luce delle profonde trasformazioni economiche e
sociali tra Otto e Novecento, la dimensione a lungo modesta del fenomeno emigratorio in Puglia. Con il primissimo Novecento, tuttavia,
pur nel contesto del ciclo espansivo, l’emigrazione si accingerà ad assumere livelli non più trascurabili, in rapporto a un complesso di fattori
[...[, tra i quali gli effetti della crisi agricola di fine secolo, la maggiore
mobilità del lavoro nelle città investite dai processi di modernizzazione,
e, non ultime, ragioni politiche connesse all’emergere dello scontro di
classe.
(O. Bianchi, Emigrazione e migrazioni interne tra Otto e Novecento. in AA. VV., Storia
d’Italia, La Puglia, Einaudi, Torino 1989, p. 521-22)
161
PERCENTUALI D’ESPATRIO PER COMUNI SULLA
POPOLAZIONE DELLA PUGLIA DAL 1889 AL 1900
(Il grafico è in O. Bianchi, Emigrazione e migrazioni interne tra Otto e Novecento. in AA.
VV., Storia d’Italia, La Puglia, Einaudi, Torino 1989, p. 557)
d’oltreoceano (USA e Argentina in particolare), che proprio a partire
dal 1883 registrano il primato degli arrivi degli emigranti pugliesi; dal
1890 in poi a queste mete si aggiungono Russia, Francia, Austria, Algeria, Brasile e America meridionale.
A partire sono soprattutto da un lato operai, artigiani e commercianti dei centri costieri della provincia di Bari e del Salento, che vanno
soprattutto nei Paesi balcanici e in quelli europei già citati; dall’altro,
piccoli contadini e braccianti della provincia di Foggia, del subapennino dauno in particolare, che emigrano nelle terre d’oltreoceano. A par162
tire dal 1898, l’emigrazione in provincia di Bari interesserà anche la
popolazione dei centri più interni (Bitritto, Triggiano, Ceglie, Capurso,
Casamassima, Rutigliano, Sammichele e Locorotondo), che, però, si rivolgerà quasi esclusivamente verso le terre d’oltreoceano.
Le migrazioni stagionali
Se l’emigrazione pugliese, intesa come partenza definitiva o per un
prolungato numero di anni, è piuttosto modesta sino alla fine delDocumenti
Si emigra in massa per la mietitura
Il fenomeno della migrazione interna della forza-lavoro colpiva anche
Bari e i Comuni limitrofi. Ne è una testimonianza questo stralcio della
relazione dell’8 gennaio del 1904 del sindaco di Modugno, un centro che
da secoli aveva una economia fortemente intrecciata con quella del capoluogo barese. Colpisce il numero di lavoratori che emigrano per la mietitura,
rappresentando essi il 20% del totale della popolazione che Modugno aveva in quell’anno. Il fenomeno dell’emigrazione interna cesserà del tutto solo
nel secondo dopoguerra.
a) Si nota in questo comune una corrente emigratoria che periodicamente e temporaneamente si dirige verso altri paesi del Regno.
b) Tale fenomeno di emigrazione si manifesta in tutti i mesi dell’anno, raggiungendo la massima intensità nei mesi di Maggio, Giugno,
Ottobre. La durata è ordinariamente di un mese, talvolta anche di più.
c) I lavori di campagna che danno vita al movimento emigratorio
sono zappatura, potatura della vite e degli altri alberi, come olivi e mandorli; mietitura su vasta scala.
d) Il movimento si dirige verso i paesi della provincia ed in quelli delle
province limitrofe.
e) Il numero di coloro che emigrano è di varie centinaia per i diversi
lavori e di un paio di migliaio per la mietitura.
f ) Non emigrano famiglie intere, ma solamente lavoratori isolati.
(Archivio di Stato di Bari, Atti Comune di Modugno, Movimento della popolazione, f. 426)
163
l’Ottocento, assai diverso è, invece, il quadro degli spostamenti stagionali della popolazione all’interno del territorio regionale.
La Puglia da molti secoli era attraversata da migrazioni interne che
raggiungevano percentuali molto alte in concomitanza con diversi lavori stagionali, quali vendemmia, semina, raccolta delle olive, e soprattutto mietitura; anche per queste migrazioni interne il circondario di
Bari forniva le percentuali più alte, poiché da essa partiva più del 60%
dei lavoratori stagionali.
Il fenomeno delle migrazioni interne alla regione, che nella nostra
Approfondimenti
Andare “foretèrre”
L’emigrazione interna, meglio nota nella cultura popolare con l’espressione “andare foretèrre”, è fenomeno antico, a cui erano associate specifiche
tradizioni ed usanze che proprio negli ultimi anni sono oggetto di attenzione da parte dei giovani e di numerosi gruppi folclorici della Puglia.
“Andare foretèrre”, andare, cioè, fuori della propria città e recarsi in
altre terre, in concomitanza soprattutto con i lavori della mietitura, era
fenomeno assai diffuso che in alcuni luoghi della Puglia si è protratto
sino alla vigilia della seconda guerra mondiale.
Si partiva in piccoli gruppi, di solito formati da cinque lavoratori, già
in maggio prima della mietitura verso le montagne della Basilicata, le
masserie della Murgia, l’immenso Tavoliere delle Puglie o l’alto Salento.
Si partiva un po’ tutti: non solo braccianti, ma anche operai comuni,
muratori, calzolai, lavoranti sarti e barbieri che, del resto, in paesi svuotati non avrebbero saputo che fare.
Il momento della partenza era sempre preceduto da precisi riti. A Bari,
ad esempio, come racconta l’abate Giacinto Gimma, “alcuni Villani Poeti, privi affatto di lettere” prima di partire girano per le strade, fermandosi soprattutto davanti alle abitazioni delle innamorate, “cantano con suoni valendosi della propria lingua volgare, e con un ramo di olivo tutto
adornato con nastri di seta, con spiche di grano e con sonagli d’argento,
augurano buona fertilità della Raccolta”.
164
cultura popolare ancora viene denominato con diverse espressioni, quali
“andare foretèrre” o “andare a mietere” o “a scì meténne”, non registrava in altre regioni del Sud e dell’Italia la stessa intensità con cui si svolgeva in Puglia e provocava il raddoppio e persino il triplicarsi della popolazione del centro ospitante dopo l’arrivo dei lavoratori stagionali.
Si tenga presente, ad esempio, che nel 1901 nella città di Foggia,
che aveva una popolazione di soli 53.000 abitanti, si recarono ben
68.000 lavoratori stagionali nei tre mesi più cruciali (maggio-luglio)
della mietitura e dei lavori ad essa collegati.
Di gran lunga più festoso era il ritorno che, dopo la mietitura e trebbiatura, incominciava verso la fine di luglio e proseguiva sino alla notte
di San Lorenzo. Di solito, non appena si profilava l’immagine del campanile del proprio paese, i braccianti scendevano dal traino e, impugnando festosamente la falce in una mano e un mazzo di spighe di grano
nell’altra, entravano nell’abitato e giravano per le strade gridando a squarciagola con canti e versi improvvisati la gioia di essere ritornati finalmente nella loro terra.
Quanto era dura la vita di questi emigranti stagionali nei mesi in cui
erano “foretèrre”! Un’eco della fatica, dei tempi brutali di lavoro e delle
condizioni impossibili di vita è rimasta in un antico canto popolare che
dice: «Gente, io ci sono stato nei campi di grano/ a mietere sotto lo
sguardo vigile del sorvegliante,/ curvo dall’alba al tramonto sotto il sole
cocente./ Quando mietemmo il grano alla campagna/ avevamo una sete
che ci faceva morire;/ dicemmo al sovrastante: “Vogliamo bere, manda a
prendere la fiasca”./ Ci rispose: “Voi non dovete bere, non dovete parlare,/ dovete solo lavorare, se no siete licenziati”».
Oggi, della emigrazione stagionale dell’andare “foretèrre” è rimasta
ancora qualche traccia: diverse famiglie del basso Salento si trasferiscono
dall’inizio della primavera alla fine dell’estate nell’alta Murgia barese per
seguire tutte le fasi della coltivazione del tabacco che ha finito col sostituire quella del grano in diverse zone.
E, d’altra parte, i numerosi emigranti pugliesi che ora “scendono” in
agosto nei loro paesi non rivivono quella gioia, qui da noi eternamente
mista ad amarezza, del bracciante che ritornava da “foretèrre”?
165
Sia dalle città sia dai piccoli centri partivano per recarsi nel foggiano
e nella Basilicata un po’ tutti: non solo braccianti e contadini poveri,
ma anche barbieri, sarti ed altri artigiani, che saranno poi agli inizi del
Novecento le categorie lavorative che alimenteranno l’emigrazione soprattutto verso le terre d’oltreoceano.
Erano numerosi i centri della provicnia di Bari, e in particolare quelli
della cosiddetta olivicoltura e cerealicoltura “povera” (Binetto, Cassano, Grumo, Toritto, Casamassima, Turi) che arrivavano a svuotarsi sino
al 50%; più contenuta, ma pur sempre consistente, era la migrazione
dai paesi confinanti con Bari, dove si arrivava comunque al 20%.
È, questa, una pagina molto triste della nostra storia. Non sono immaginabili oggi le condizioni igienico-sanitarie e gi stessi orari di lavoro
a cui venivano sottoposti questi lavoratori stagionali, che spesso ritornavano a casa affetti da malaria o da tifo.
Partivano con un fagotto in cui mettevano poche cose, e per tutti i
mesi di permanenza al di fuori del proprio paese indossavano sempre
gli stessi pantaloni e la stessa camicia. Quando non dormivano fuori
nelle grandi aie delle masserie di Capitanata, dormivano in locali malsani che risutavano assai affollati.
In una relazione del 1910 di un capitano medico che descriveva le
condizioni di vita degli immigrati brindisini in occasione della vendemmia, così si affermava: “Dormono in dieci e più nello stesso ambiente, senza svestirsi mai, sdraiati sulla semplice paglia, confusi insieme, senza distinzione di età e sesso”.
E, d’altra parte, nella stessa cultura popolare ancora oggi sono presenti gli echi di questa triste pagina della storia pugliese.
L’emigrazione pugliese nel primo Novecento
Come si è già avuto modo di dire, l’emigrazione pugliese conobbe
una forte impennata sin dai primi anni del Novecento.
A fronte delle 1.000 unità che mediamente partivano dalla Puglia
negli anni della seconda metà dell’Ottocento, nel primo decennio
del Novecento la media annuale balza alle 10.000 unità, attestandosi
poi nel 1913 a 41.837 unità; dopo il blocco all’emigrazione imposto
166
PERCENTUALI D’ESPATRIO PER COMUNI SULLA
POPOLAZIONE DELLA PUGLIA DAL 1900 AL 1914
(Il grafico è in O. Bianchi, Emigrazione e migrazioni interne tra Otto e Novecento. in AA.
VV., Storia d’Italia, La Puglia, Einaudi, Torino 1989, p. 557)
negli anni della prima guerra mondiale, già nel 1920 gli emigrati
pugliesi sono 40.361.
Si calcola che nel primo ventennio del Novecento sia partito dalla
provincia di Bari il 30,7% della popolazione residente, da quella di
Foggia il 25,4% e dalla Terra d’Otanto il 6,6%.
In molti paesi della provincia di Bari, colpiti intensamente dall’emigrazione, venne a mancare persino la manodopera necessaria per la
realizzazione di alcuni lavori pubblici. In una delibera del consiglio comunale di Bitritto del febbraio del 1910 si afferma che “la continua
emigrazione rende difficile che il servizio (di manutenzione delle strade, ndr) possa darsi in appalto per mancanza assoluta di personale”.
Sono diverse le prese di posizione delle istituzioni pubbliche che
167
L’EMIGRAZIONE ITALIANA PER REGIONE
DAL 1876 AL 1900 E DAL 1901 AL 1915
Regione
Piemonte
Lombardia
Veneto
Friuli V.G
Liguria
Emilia
Toscana
Umbria
Marche
Lazio
Abruzzo
Molise
Campania
Puglia
Basilicata
Calabria
Sicilia
Sardegna
Totale espatri
1876-1900
Emigrati
%
709.076
13,49
519.100
9,87
940.711
17,89
847.072
16,11
117.941
2,24
220.745
4,20
290.111
5,52
8.866
0,17
70.050
1,33
15.830
0,30
109.038
2,07
136.355
2,59
520.791
9,90
50.282
0,96
191.433
3,64
275.926
5,25
226.449
4,31
8.135
0,16
5.527.911
100,00
1901-1915
Emigrati
%
831.088
9,48
823.695
9,39
882.082
10,06
560.721
6,39
105.215
1,20
469.430
5,35
473.045
5,39
155.674
1,77
320.107
3,65
189.225
2,16
486.518
5,55
171.680
1,96
955.188
10,89
332.615
3,79
194.260
2,22
603.105
6,88
1.126.513
12,85
89.588
1,02
8.749.749 100,00
(Rielaborazione dei dati ISTAT presenti in Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione
italiana 1876-1976, Roma, Cser, 1978)
denunziano la pericolosità del fenomeno non solo per lo svuotamento
dei centri urbani e di quelli agricoli di manodopera, talvolta assai qualificata, ma per la genesi di nuovi fenomeni sociali poiché “i figli abbandonati a loro stessi” sono “fatti proclivi all’ozio dalla insperata abbondanza” determinata dalle rimesse dei loro congiunti emigrati; non solo,
ché le “madri non paventano il rallentamento degli affetti, così tenaci e
sacri un tempo, sedotte dal pensiero di godimenti immediati”.
Assai preoccupata è l’analisi che la Camera di Commercio di Bari fa
168
Pannello della mostra itinerante sull’emigrazione (Bari 5-11 marzo 2010) che riporta una
dichiarazione sugli emigrati di F. D. Roosevelt, presidente degli U.S.A. dal 1932 al 1945
del fenomeno emigratorio nella provincia in una sua delibera del 1907:
“L’emigrazione in Terra di Bari [...] ha in questi ultimi anni assunto tali
proporzioni da suscitare serie apprensioni per le conseguenze, certo non
lievi, che ha già cominciato ad apportare ed apporterà ancora nel nostro
paese”; significativa l’annotazione che viene fatta subito dopo, secondo la
quale l’emigrante “non si perita di lasciare tutto e tutti e di assoggettarsi
ad una smodata usura per raccogliere i mezzi necessari per pagarsi il viaggio, pur di raggiungere i propri compatrioti nelle lontane Americhe”.
Le cause dell’impennata dei flussi migratori nei paesi d’oltreoceano
sono da ricercarsi nella grave e prolungata crisi agraria che, già manifestatasi in alcuni settori agli inizi degli anni Ottanta, esplode nel 1887 in
seguito alla guerra doganale con la Francia, determinata dalla politica
del governo Crispi. Non solo la viticoltura pugliese viene messa in crisi
per la totale chiusura del mercato francese, ma l’intera produzione agricola, il commercio e le industrie, che allora erano ad essa strettamente
collegate, subiscono un tracollo.
169
Bambini al lavoro nelle miniere (U.S.A., 1911 ca.)
Tutti i centri pugliesi, e particolarmente quelli portuali, completamente
inattivi per la totale caduta delle esportazioni, appaiono, secondo la siginificativa espressione di Franca Assante, “città morte abitate da vivi”.
Le condizioni di vita, soprattutto in Terra di Bari, non solo dei contadini poveri, ma anche di piccoli e medi proprietari, di commercianti
e di artigiani, precipitano a livelli non conosciuti in precedenza. Non è
un caso che, come si è già analizzato nel primo capitolo, proprio la
Puglia avvii nel 1898 la grande protesta popolare contro l’aumento del
prezzo della farina e del pane.
In un quadro sociale ed economico di questo genere l’emigrazione
diviene per molti Pugliesi l’unica via d’uscita da una situazione disperata.
La specificità dell’emigrazione pugliese del primo Novecento
L’emigrazione del primo Novecento, a differenza di quella della seconda metà dell’Ottocento, si indirizza prevalentemente verso le terre
d’oltreoceano, con gli Stati Uniti che rappresentano la destinazione
170
New York - Little Italy, 1910 ca.
più desiderata, seguiti poi dal Brasile e dall’Argentina, mentre ridimensionati risultano i flussi migratori verso la Francia, l’Austria e i paesi
balcanici.
Se l’emigrazione della seconda metà dell’Ottocento aveva interessato
soprattutto le città, particolarmente quelle costiere, quella del primo
Novecento interessa tutti i centri pugliesi, anche i più piccoli, a causa
sia della riconversione dell’agricoltura, sia della crisi del commercio e
del debole apparato industriale che non riesce a svilupparsi.
A partire sono in percentuali altissime i lavoratori dei campi, seguiti
poi dai manovali generici, dai giornalieri, dai lavoratori dell’edilizia, dagli
operai e dagli artigiani, a cui dagli anni Dieci incominceranno ad unirisi
anche gli addetti al commercio, i professionisti e persino numerosi artisti.
L’impatto e il rapporto degli emigrati pugliesi con la società americana si presenta con alcune specificità non riscontrabili fra gli emigrati
provenienti da altri paesi europei e persino dall’Italia settentrionale.
In primo luogo, i Pugliesi formano negli USA vere e proprie colo171
nie, le ben note Littles Italies: le colonie
più famose sono quelle di Cincinnati (nell’Ohio), formata da
ben 3.000 Baresi, provenienti particolarmente da Bari, Conversano, Cassano, Modugno, Sammichele, e
quella di Dayton con
circa 1.000 Baresi.
Anche in Canada sorgono poi colonie di
Pugliesi intorno a Toronto, Montreal e Parry Saund.
Solitamente agli
inizi del Novecento Milwaukee - Wisconsin, anni Trenta: un gruppo di
queste colonie sono
emigrati modugnesi, organizzati nella “San Rocco
dei veri e propri ghetti
Society”, ripropone la festa patronale di San Rocco
urbani assai degradati e affollati da braccianti, manovali, sarti, barbieri, molti dei quali vivono
in America da soli senza la loro famiglia che, invece, è rimasta in Italia.
A differenza degli emigrati di altri paesi d’Europa, e spesso della
stessa Italia settentrionale, che si recavano in America con le loro famiglie per radicarsi nel nuovo continente, gli emigrati pugliesi si consideravano di passaggio, risparmiavano sino all’osso contando di mettere da parte in pochi anni quella somma necessaria per poter poi
comprare in Italia l’agognato pezzo di terra o per poter costruirsi una
casetta o ancora per poter mettere o rimettere in piedi un’attività commerciale o artigianale.
Molti centri pugliesi, particolarmente quelli della Terra di Bari,
ebbero in effetti un forte impulso al loro sviluppo edilizio proprio
172
nei primi due decenni del Novecento per
effetto delle rimesse e
dei risparmi di questi emigrati.
Solitamente le
comunità pugliesi,
all’interno delle quali vi è una maggioranza di analfabeti o
di soggetti di scarsa
cultura, spesso priva
di una qualificazione
professionale, non si
integrano né con le
altre comunità di
emigrati né con la
popolazione indigena, per cui esse reToronto, giugno 1992: emigrati modugnesi impegnati
nei festeggiamenti della Madonna Addolorata, organiz- stano chiuse al loro
interno e difficilzati da “La Motta Social club Modugnese - Toronto”
mente avviano quel
processo di americanizzazione dei propri membri che costituisce il
fondamento vitale della società del nuovo continente.
I Pugliesi pionieri del sindacalismo americano
E però proprio i Pugliesi danno agli inizi del Novecento un importante contributo all’avvio negli USA di alcune prime forme di protesta
e di organizzazione sindacale. Famosa, al riguardo, è quella messa in
atto da ben 30.000 operai italiani, fra i quali vi era una nutrita presenza di Pugliesi, impegnati nel 1902 nella costruzione della metropolitana di New York, i quali rivendicarono con prolungati scioperi il loro
diritto di essere pagati direttamente dalle banche che si erano aggiudicate l’appalto e non dagli appaltatori della manodopera, i cosiddetti
173
“padroni”, allora imperanti in tutte le città americane, che ovviamente
realizzavano grandi profitti trattenendo per sé una parte dei salari degli
operai da essi ingaggiati per conto delle stesse banche.
Così, è molto importante il contributo e l’impegno di alcuni Pugliesi
nella costituzione dell’Amalganated Clothing Workers, un sindacato fondato nel 1914 negli USA dai soli immigrati, che divenne addirittura
un punto di riferimento del sindacalismo industriale e fu negli anni
Trenta uno dei più convinti sostenitori del New Deal di Roosevelt.
Agli inizi del Novecento, infine, alcuni Pugliesi, di formazione socialista e soprattutto anarchica, certamente motivati dalle loro specifiche
condizioni di vita, costituirono o rafforzarono negli USA sindacati ed
organizzazioni radicali, alcune delle quali, dopo la rivoluzione russa del
1917, assunsero persino un orientamento comunista.
Il modugnese Giuseppe Sgovio, seguito poi dal figlio Thomas, di cui si
parla in seguito, rientra appunto nel novero di questi emigrati radicali.
Una pagina dolorosa di storia
L’emigrazione del primo Novecento è una pagina assai dolorosa della storia della Puglia: numerosi sono gli emigranti che, spesso indifesi,
vengono travolti dalle avversità e con amarezza assistono al fallimento
del loro sogno americano, ma tragica diventa anche la vita di quelle
famiglie che, rimaste in Italia, vengono dimenticate e abbandonate dal
loro congiunto emigrato.
La consultazione degli archivi ci pone di fronte alla sofferenza di
tanti emigrati pugliesi che, o presi dalla nostalgia o, soprattutto, ridotti alla miseria, chiedevano ai consolati di essere rimpatriati in Italia a spese dello stato. È il caso, ad esempio, di un emigrato in U.S.A.
di San Severo, di cui il consolato scrive: “Si trova in tristissime condizioni finanziarie e non può rimpatriare, pur essendo vivamente atteso
dalla sua famiglia, anch’essa in miseria”; oppure di un altro di cui si
dice: “È ammalato e non può rimpatriare dovendo lavorare per pagare i debiti”.
Così come numerose sono le lettere delle mogli rimaste in Italia con
i loro bambini, precipitate nella disperazione e nella povertà assoluta
174
per essere state abbandonate dai loro mariti emigrati, che si erano rifatti una seconda famiglia.
Del resto, le difficoltà e i tragici problemi che i nostri emigranti erano costretti ad affrontare sono ben espressi in una lettera di un emigrato bitrittese, Joseph Zuccaro, conservata nel Museo degli emigranti di
Ellis Island di New York. Dice Joseph Zuccaro: “Quando ero in Italia
credevo che le strade in America fossero pavimentate d’oro, ma quando finalmente arrivai qui, ebbi un grande disappunto nel vedere non
solo che le strade non erano pavimentate d’oro, ma che non c’erano
affatto, e quel ch’è peggio aspettavano me che le pavimentassi”.
Approfondimenti
La memoria delle tragedie dell’emigrazione
nella cultura popolare
Gli echi delle tragedie degli emigrati e delle loro famiglie, lasciate e
abbandonate in Italia, sono ancora presenti nella cultura popolare pugliese.
Il canto popolare Marìe che cinghe figghje abbandonate (Maria con cinque
figli abbandonata), ad esempio, racconta la tragedia di una moglie, madre
di cinque figli, abbandonata dal marito emigrato. La donna, dopo aver
perduto ogni speranza, raggranella con grandi sacrifici i soldi del biglietto
per il “piroscafo” e, travestita da prete, va in America. Giunta nella città
nella quale il marito si è rifatta una nuova vita, bussa alla porta della sua
abitazione, chiede ospitalità “per una notte”, e “all’ora di mezzanotte” lo
ammazza con un pugnale e poi lo abbraccia e lo bacia teneramente.
La conclusione del canto è assai drammatica. Ritornata in Italia, incontra per strada i suoi figli, e la sua primogenita le chiede dove fosse stata. La
donna risponde con struggente sofferenza: “Sono stata all’America bella/
ad ammazzare il tuo papà”. E la figlia di rimando: “O mamma, mamma,/
ce tu ua ffatte fà./ Tu ada scì in prigióne/ e a nu la farine/ ce ’nge l’avà combrà”
(O mamma, mamma,/ chi te lo ha fatto fare./ Tu devi andare in prigione/
e a noi la farina/ chi ce la deve comprare). La risposta della mamma è
straziante: “O figghja figghja,/ nan de ne ngarecà:/ paése pe paése,/ candanne
chèssa stórie,/ ceccanne la carità” (O figlia, figlia,/ non ti preoccupare:/ paese
per paese,/ cantando questa storia,/ chiedendo la carità).
175
2. LA TRAGEDIA DELLA FAMIGLIA SGOVIO
Giuseppe Sgovio dalla partenza da Modugno alla militanza
politico-sindacale
La triste vicenda della famiglia Sgovio, che inizia nel 1906 con la
partenza da Modugno per gli Stati Uniti di Giuseppe Sgovio (Modugno 1890 - Mosca 1947), si inserisce nella dolorosa e lunga pagina di
storia della emigrazione pugliese.
Giuseppe Sgovio parte da Modugno il 1906 insieme ad un suo amico,
Nicola Di Ceglie, anch’egli modugnese, alla volta di New York, per
fuggire dalla povertà che in quegli anni attanagliava i ceti più deboli
della Puglia.
Qualche anno dopo ritorna a Modugno per sposare Anna Di Ceglie, sorella del suo amico, e subito dopo i due giovani coniugi partono
per l’America, stabilendosi a Buffalo, nello stato di New York. Lavorando lui come idraulico e lei come sarta in una industria di confezione di
abiti maschili, la famiglia Sgovio, che si arricchisce ben presto di tre
figli (Angela, Tommaso e Graziella), sembra essere nei primi anni una
famiglia di emigrati come tutte le altre, impegnata solo nel lavoro e
nella costruzione di una condizione economica di sicurezza.
Giuseppe Sgovio, però, aderisce ben presto alle idee socialiste, incomincia ad avvicinarsi agli ambienti sindacali e finisce poi coll’iscriversi
al combattivo Partito Comunista americano, nato nel 1919 da una scissione del Partito Socialista degli USA.
In quegli anni, per un emigrato meridionale che aveva sia pure una
generica formazione politica era quasi d’obbligo avvicinarsi ai gruppi
sindacali più radicali orientati in senso socialista, comunista o anarchico. Infatti, il più grande sindacato statunitense (l’AFL) sino alla metà
degli anni Trenta “continuava a tenere fuori dalle proprie organizzazioni i lavoratori non qualificati, considerati come rifiuti della società”;
non solo, ché lo stesso sindacato si affidava al capitalismo illuminato
degli imprenditori, tanto che i suoi dirigenti erano sempre pronti alla
più completa collaborazione col padronato.
D’altra parte, è noto che nei primi decenni del Novecento trion176
fa negli Stati Uniti il cosiddetto “capitalismo selvaggio”,
per cui gli imprenditori intendono avere le mani del
tutto libere nella gestione e
nella organizzazione della
produzione.
Davanti alle agitazioni
operaie, soprattutto se capeggiate da leader legati a minoranze etniche, scatta pertanto una dura repressione concertata fra lo stato, gli industriali, che potevano disporre di una loro polizia privata, e le forze “patriottiche”
americane che esaltavano i
valori della tradizione.
In questi anni sono contiGiuseppe Sgovio in una foto del 1911
nue le azioni del Ku Klux
Klan, ricostituitosi nel 1915,
che è protagonista di feroci linciaggi non solo contro i neri, come era
nella sua tradizione, ma anche contro le minoranze straniere, comprese
quelle italiane.
D’altra parte, è noto che in un clima di accentuato nazionalismo
viene costruito il caso dei due anarchici pugliesi, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, che vengono condannati alla sedia elettrica nel 1927.
La situazione precipita ulteriormente in seguito al crollo di Wall Street
del 1929, che provoca la paralisi dell’economia statunitense, determinando ben 13 milioni di disoccupati e grandi lotte operaie che nei
grandi centri industriali di San Francisco, Chicago, Minneapolis, Detroit, Pittsburg assunsero i connotati di una guerra civile.
Negli anni successivi al ’29, e sino all’avvio del New Deal di Roosevelt, diventato presidente nel 1933, aumentano le agitazioni operaie,
177
che spesso sono promosse spontaneamente contro la volontà dei vertici
sindacali, vengono sperimentate nuove forme di lotta come lo sciopero
bianco e si affermano dal basso nuovi dirigenti sindacali.
In questi anni è assai attivo Giuseppe Sgovio, che dà il suo contributo perché il sindacato americano abbandoni la sua vocazione moderata
e collaborativa col padronato. Egli addirittura lascia il lavoro e si dà a
tempo pieno alla causa sindacale, impegnandosi sia nell’organizzazione sia nel proselitismo, sia anche nella lettura dei classici del marxismo.
Per il suo intenso impegno politico-sindacale, Giuseppe Sgovio, che
peraltro collaborava anche con alcuni esponenti anarchici particolarmente attivi fra gli emigrati italiani e soprattutto pugliesi, non poteva
non finire nelle maglie della repressione poliziesca: nel 1931, dopo una
manifestazione popolare a Buffalo che venne brutalmente soffocata,
egli, dopo essere stato ferito alla testa, viene arrestato una prima volta;
nel 1933 viene arrestato una seconda volta perché accusato di aver
compiuto un atto terroristico; infine, dopo essere stato processato, viene dichiarato dalle autorità statunitensi “persona indesiderata” ed espulso
dagli USA.
Dall’espulsione dagli USA ai gulag sovietici
La scelta che in quel momento si presenta a Giuseppe Sgovio è assai
difficile: certamente egli non avrebbe potuto ritornare in Italia, poiché
proprio agli inizi degli anni Trenta il fascismo ottiene il massimo consenso all’interno della nazione e, per giunta, gode di molte simpatie
presso alcuni settori industriali degli Stati Uniti e dello stesso Partito
Repubblicano americano, che controlla sino al 1933 la Casa Bianca.
L’unica possibilità, dunque, non poteva essere offerta che dal movimento
comunista del “Soccorso Rosso Internazionale”, che aveva messo su una
rete internazionale di solidarietà per assistere economicamente ed eventualmente far arrivare e poi sistemare in Unione Sovietica quanti erano
stati costretti ad abbandonare i loro paesi per le le loro idee socialiste,
comuniste e in alcuni casi persino anarchiche.
Nel 1935 Giuseppe Sgovio lascia gli Stati Uniti, parte con una nave
alla volta della Germania e di lì poi raggiunge in ferrovia Mosca. La
178
decisione di Sgovio di stabilirsi in Unione Sovietica, dove fu subito raggiunto dalla sua famiglia, dovette essere legata, come peraltro accadeva
in quegli anni per diversi antifascisti italiani, anche alle sue idee politiche e alla sicura convinzione di poter trovare nell’unica patria del socialismo la società giusta, se è vero che in una sua lettera del 14 febbraio
del 1936, indirizzata alla madre, residente a Modugno, ma mai recapitata per l’intervento della censura fascista, egli scrive: “La vittoria degli
operai e dei contadini russi dell’ottobre del 1917 deve servire al popolo
italiano. La vittoria della rivoluzione proletaria russa indica la strada
della piena liberazione della nostra classe”.
Purtroppo, per Giuseppe Sgovio e per migliaia di rifugiati politici,
Approfondimenti
La fondazione del Soccorso Rosso
Nel 1922 fu fondato a Mosca il MOPR, ossia l’Organizzazione Internazionale di Soccorso ai Combattenti della Rivoluzione, noto all’estero come Soccorso Rosso Internazionale, per offrire aiuti materiali, giuridici e morali ai detenuti politici, agli emigrati politici e alle loro famiglie,
nonché alle famiglie dei rivoluzionari caduti, indipendentemente dal partito di appartenenza. Nel 1932 il Soccorso Rosso Internazionale, diffusosi in tutti i paesi occidentali dove era presente un partito comunista,
contava 70 sezioni nazionali, alle quali erano iscritte 14 milioni di persone. Nel 1937 la sede centrale del Soccorso Rosso Internazionale fu spostata da Mosca a Parigi.
Il Soccorso Rosso, soprattutto fra gli anni Venti e Trenta, quando in
diversi paesi europei si affermarono regimi fascisti, venne mitizzata dalle
masse popolari come una organizzazione che testimoniava realmente i
principi di fratellanza, poiché si prendeva cura non solo dei detenuti politici e di quanti fuggivano dai loro paesi per motivi politici, ma anche
delle loro famiglie.
Giuseppe Sgovio ottenne l’aiuto e la collaborazione del Soccorso Rosso
Internazionale sia per partire dagli U.S.A. sia poi per essere sistemato in
Unione Sovietica.
179
fra i quali è da annoverarsi anche suo figlio Thomas, l’Unione Sovietica
doveva rivelarsi una realtà ben più amara di quella degli USA.
Se negli anni Venti i rifugiati politici avevano goduto di libertà di
movimento e persino di iniziativa socio-economica, costituendo club e
kolchoz 1, negli anni Trenta, invece, essi sono oggetto di una politica di
rigido controllo, di repressione e persino di arresti, di condanne a morte e ai gulag, come peraltro avviene per milioni di cittadini dell’Unione
Sovietica.
Dopo il 1929, infatti, con la conquista totale del partito comunista
da parte di Stalin e l’adozione della linea del “socialismo in un solo
paese”, la politica dell’Unione Sovietica cambia radicalmente anche rispetto ai rifugiati politici stranieri, verso i quali si sviluppano diffusi
sentimenti di xenofobia; sentimenti che, pur avendo sempre caratterizzato in maniera più o meno sottile il regime, esplosero dopo il 1933 per
la paura di accerchiamento determinata sia dall’occupazione della
Manciuria da parte del Giappone, sia ancor più dalla vittoria di Hitler,
che si proponeva esplicitamente l’espansione della Germania verso est.
A partire dal 1933 le ‘nazionalità in diaspora’ e tutti gli stranieri, inclusi
gli italiani, divennero ‘nemici’. A riprova di ciò, a partire da quell’anno
gruppi di rifugiati polacchi, tedeschi, finlandesi, coreani e italiani furono accusati di far parte di “organizzazioni controrivoluzionarie”.
Naturalmente, bastava poco per finire sotto processo; le accuse in
base alle quali si veniva arrestati, quasi sempre in massa, erano tutte
riconducibili all’art. 58 del codice penale dell’URSS: attività controrivoluzionaria e trozkista, sabotaggio, spionaggio, tradimento della patria; per i rifugiati italiani vi era anche l’accusa di essere bordighiani (di
fatto equivalente allora a quella di essere trozkisti), che veniva formulata con la collaborazione dei dirigenti del Partito Comunista d’Italia che
lavoravano a Mosca negli organismi del Komintern e del Soccorso Rosso Internazionale.
1
Piuttosto noto è il caso del kolchoz modello “Sacco e Vanzetti”, costituito subito
dopo l’esecuzione della condanna a morte dei due Pugliesi e interamente gestito dai
rifugiati italiani nel territorio di Mosca subito dopo la condanna negli USA dei due
anarchici, al quale furono assegnati ben mille ettari di terra.
180
Fra il 1933 e il 1938 si concentrano gli arresti, le deportazioni di
massa e le fucilazioni dei rifugiati politici, che sono alimentati dal cosiddetto “terrore della sicurezza”, noto anche come “terrore xenofobo”:
chiunque avesse legami con l’estero veniva immediatamente sospettato,
ed era sufficiente che un italiano si recasse al consolato o mantenesse
contatti epistolari con i parenti rimasti in Italia, perché venisse considerato un traditore o una spia.
Particolarmente esposti alle accuse di tradimento e di spionaggio
erano quei rifugiati politici italiani che lavoravano in fabbriche impiantate in URSS da aziende italiane e in particolare nella “Kaganovich”, una fabbrica che, messa su a Mosca dalla RIV di Torino fra il
1931 e il 1932, con la sua produzione di cuscinetti a sfera era ritenuta strategica per i destini dell’economia sovietica. I dipendenti della
“Kaganovich”, fabbrica che nelle intenzioni delle autorità sovietiche
doveva essere la prima al mondo nel suo genere, furono anche accusati del mancato raggiungimento degli obiettivi previsti dal primo
Piano quinquennale .
Fra luglio del 1937 e novembre del 1938 si ebbe in URSS il periodo del “Grande terrore”, durante il quale non era difficile lanciare ai
rifugiati che lavoravano in una fabbrica italiana l’accusa “di trasmettere
all’estero informazioni sulla produzione o di sabotare gli impianti” e di
avere una condotta controrivoluzionaria e antisovietica.
Giuseppe Sgovio che, sin dall’arrivo in Unione Sovietica lavora proprio nella fabbrica “Kaganovich”, ha, per così dire, tutti i requisiti per
finire sotto le maglie della polizia sovietica e, a partire dal 1937, incomincia per lui una vita infernale che terminerà solo con la sua morte:
“Nel 1937 viene cacciato [dalla ‘Kaganovich’ ndr] per propaganda antisovietica. Lavora poi all’ente cinematografico sovietico Mezrobpanfilm. Il CC del MOPR (Soccorso Rosso Internazionale ndr) lo invia a
Cheboksary (Ciuvascia), ma il 20 luglio 1937 torna a Mosca. Chiede
al MOPR un appartamento e, non avendolo ricevuto, si consegna alla
polizia per farsi arrestare, confessando “di voler uccidere i due rappresentanti del MOPR Verdi e Vallo” (scheda su G. Sgovio della Fondazione “G. Feltrinelli”).
181
Processato in modo assai
sommario, come era normale nella Russia stalinista,
Sgovio viene condannato in
un primo momento a cinque anni di gulag il 19 novembre del 1937 e inviato
al campo Vorkutinskij; in
seguito ad un nuovo processo per gli stessi reati, nel
1942 la pena gli viene raddoppiata. Nel 1945 è confinato a Taskent, dove si ammala gravemente. Nel 1947
torna clandestinamente a
Mosca, dove muore nello
stesso anno.
Una foto di Thomas Sgovio
E i gulag sovietici si aprono anche per il figlio Thomas
Sorte non diversa viene riservata a Tommaso Sgovio, che, insieme
alla madre e alla sorella, raggiunge il padre a Mosca nell’agosto del
1935.
Tommaso Sgovio nasce a Buffalo (USA) il 7 ottobre 1916 e sin da
piccolo è avviato al comunismo: all’età di 12 anni, già iscritto alle organizzazioni giovanili comuniste, è “il più giovane Pioniere Comunista
dell’America”; non solo, ché egli accompagna il padre nell’opera di
propaganda negli USA e addirittura tiene comizi nelle città americane
che suscitano molto entusiasmo e partecipazione: “Il padre scriveva i
testi che poi Thomas imparava e declamava. Arrivavano in una piazza o
in un incrocio di una città, disponevano a terra una cassetta e Thomas
ci saliva sopra parlando con grande sentimento e attirando l’attenzione
della gente”.
Anche Tommaso Sgovio, quindi, sogna di poter trovare in Unione
Sovietica il socialismo e una società giusta.
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Un disegno di Thomas Sgovio che
rappresenta un gruppo di internati in un gulag
In verità, è l’intera famiglia Sgovio che sembra essere unita e cementata non solo dagli affetti, ma anche dal “credo comunista”, come accadeva allora, quando sia per gli attacchi che provenivano dall’esterno sia
per l’adesione fideistica e ideologica al comunismo, l’istituzione famigliare era una delle poche realtà, se non l’unica, in cui poter trovare
pace, comprensione e vera solidarietà.
E, al proposito, scoprendo di volta in volta le avversità di questa sfortunata famiglia, sulla quale si sono abbattuti i luttuosi processi del Novecento, si può immaginare quanta forza dovesse avere Anna Di Ceglie,
moglie di Giuseppe Sgovio, che condivise col marito e col figlio tutti i
tragici eventi, stando al loro fianco e sostenendoli sempre.
Thomas Sgovio, giunto in Unione Sovietica, vive anche lui a Mosca
e, forte degli studi artistici e di design già fatti negli USA, lavora come
grafico in una casa editrice moscovita. Chiede ed ottiene la cittadinanza sovietica e si sposa con una giovane americana, anche lei probabilmente emigrata dagli USA in URSS.
183
Le due edizioni in inglese e in italiano del libro-diario di Thomas Sgovio, pubblicato
nel 2009 su iniziativa della Presidenza del Consiglio Regionale della Puglia
In seguito all’arresto e alla condanna del padre, Thomas, dopo
aver stabilito rapporti con l’ambasciata americana di Mosca, si propone di richiedere la cittadinanza americana e di ritornare negli
USA, cosa che, come si è già detto, era giudicata dalle autorità sovietiche come alto tradimento. Infatti, il 21 marzo del 1938 egli
viene arrestato mentre esce dall’ambasciata americana con l’accusa
di spionaggio; subito processato e dichiarato “elemento socialmente
pericoloso”, il 14 maggio del 1938 viene condannato a 5 anni di
gulag e inviato al campo Severo-Vostochnyj; la pena, però, gli viene
prolungata sino al 1946.
Liberato il 2 settembre del 1946, viene inviato nella regione di Chabarovsk, dove vive in un villaggio lavorando come cartografo. Le sue
pene, però, non finiscono qui, e il 16 dicembre del 1948 viene nuovamente arrestato per “tradimento della Patria” e condannato “al confino
perpetuo nella regione di Krasnojarsk, dove lavora in un kolchoz”.
184
Dopo la morte di Stalin e l’avvio della destalinizzazione, Thomas
Sgovio viene definitivamente liberato nel 1954, e nel 1960 ritorna con
la madre a Modugno. Qui si sposa in seconde nozze con una giovane
barese di nome Giovanna, impegnata da alcuni anni nell’opera di sensibilizzazione sulla tragedia della famiglia Sgovio.
Thomas Sgovio, insieme alla seconda moglie, nel 1963 ritorna in
America nella città di Buffalo, dove scrive le sue memorie Dear America (Cara America) e Kolyma, Kolyma, che è il nome del campo in cui fu
confinato nella regione di Krasnojarsk in Siberia, in cui trascorse 8 anni
della sua vita; si impegna anche nella pittura e produce 46 dipinti, ora
conservati alla “Hoover Institution”, che illustrano momenti e situazioni vissuti in Urss nel carcere, nel gulag e al confino.
Thomas Sgovio muore di cancro nel 1997, raccomandando a quanti gli erano vicini di far conoscere le dolorose vicende della sua vita che,
in realtà, sono quasi un paradigma della storia del Novecento.
Nel 1906 partiva da Modugno per trovare fortuna in America un
suo povero figlio; ora, a distanza di un secolo, dalla sua famiglia ritorna
a noi una storia complessa e tormentata, che commuove e suscita tante
riflessioni.
185
BIBLIOGRAFIA
Per un inquadramento generale delle migrazioni stagionali e dell’emigrazione pugliese:
O. Bianchi, Un profilo delle migrazioni interne nell’area della Puglia fra XIX
e XX secolo, in Istituto per la Storia del Risorgimento, L’età giolittiana nel Mezzogiorno e in Puglia, Bari, 1990; O. Bianchi, Emigrazione e migrazioni interne
tra Ottocento e Novecento, in Le regioni dall’unità ad oggi, Puglia, Einaudi,
Torino 1989, p. 549; G. Candido, Emigrazioni interne temporanee nell’agro
brindisino, Brindisi, 1910; S. Fiorese, Nuovi dissesti e maggiori depressioni, in
“Rassegna Pugliese”, gennaio-febbraio-marzo 1908; F. De Felice, L’agricoltura in Terra di Bari dal 1880 al 1914, Milano 1971; V. De Bellis - R. Colonna, Historia di Bitritto, Grafica Bigiemme, Bari 1983; G. Rosoli, Un secolo di
emigrazione italiana 1876-1976, Roma, Cser, 1978; J. Zuccaro, Perché l’America, in Bitritto nel mondo, 2004.
Sulla tragedia della famiglia Sgovio e degli esuli politici:
E. Dundovich - F. Gori - E. Guercetti, Gli italiani vittime di repressioni
politiche in Unione Sovietica, in Rassegna degli Archivi di Stato, N. 3, 2005; C.
Leonetti Luparini, Roberto Anderson, Un idealista nel paese dei Soviet
(www.gariwo.net); Centro Studi Memorial Mosca - Fondazione Giangiacomo
Feltrinelli, Gli italiani nel gulag, Milano 2005; A. Polcri - M. Giappichelli,
Gli Stati Uniti dell’American way of life e dei forti contrasti sociali, in Storia e
analisi storica, Brescia, 2000, p. 367; V. A. Leuzzi, Due Pugliesi nei gulag di
Stalin, in La Gazzetta del Mezzogiorno, Bari, 2-9-2008;
Numerose notizie sulle vicende della famiglia Sgovio sono assunte dalla
relazione svolta da Giovanna Sgovio, moglie di Thomas Sgovio, all’incontro di
presentazione del progetto della Regione Puglia “Memorie di una vita: Thomas Sgovio”, svoltosi, presso la Fiera del Levante, il 13 settembre 2008.
186
INDICE
Premessa
5
1. Nasce la Puglia contemporanea
1. la Puglia nell’età della destra storica
2. La crisi agraria e la politica della sinistra parlamentare
3. Bari capitale
4. L’editoria e il nuovo sistema di informazione
7
9
28
41
67
2. Dal primo Novecento alla seconda guerra mondiale
1. Una società ed una economia bloccate
2. Agitazioni sociali e lotte agrarie nel primo dopoguerra
3. Dalla reazione agraria al fascismo
4. Il fascismo nelle città
83
86
106
116
133
3. L’emigrazione pugliese fra Ottocento e Novecento
1. Dalle migrazioni stagionali all’emigrazione
2. La tragedia della famiglia Sgovio
157
159
176
VOLUMI PUBBLICATI
Vito Faenza, La vita di un Comune, (a cura di R. Macina), 1982;
Raffaele Macina, Il 1799 in provincia di Bari, 1985;
Anna Longo Massarelli, Costume e società nei proverbi modugnesi, 1986;
Serafino Corriero, Alla scuola del fascismo, 1987;
Sandro De Feo, Gli inganni, (presentazione di A. Moravia), 1988;
Giuseppe Ceci, Balsignano, 1988;
Ivana Pirrone, Stagioni di Puglia, 1990;
Anna Longo Massarelli, La vita quotidiana nella cultura popolare, 1991;
Vincenzo Romita, Liriche, 1991;
Raffaele Macina, Modugno nell’età moderna, 1993;
Anna Longo Massarelli, Dizionario del dialetto modugnese, (presentazione di Serafino Corriero), 1995;
Raffaele Macina, Estro e malizia negli agnomi popolari, 1996;
Anna Longo Massarelli-Ivana Pirrone, I sapori della terra, 1997;
Quinto Tullio Cicerone, Commentariolum petitionis (Vademecum del candidato, a
cura di Cristina Macina), 1997;
Lucio Anneo Seneca, Epistula XVIII ad Lucilium (Intorno ai Saturnali, a cura di
Cristina Macina), 1997;
Raffaele Macina, Viaggio nel Settecento, 1998;
Raffaele Macina, Viaggio nel 1799, 1999;
Dina Lacalamita, Storia segreta di un converso del 1799, 1999;
Vincenzo Romita, Uno stupido fondo di bottiglia, 2000;
Raffaele Macina, Antologia di una città, 2004;
Vincenzo Romita, Entroterra, 2004.
Anna Longo Massarelli, L’arguzia del popolo, 2007.
Serafino Corriero-Raffaele Macina, La magia del racconto nella cultura popolare, 2009.
Finito di stampare
nel mese di maggio del 2010 da
Litopress Industria Grafica s.r.l.
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