Domenica
La
di
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
Repubblica
il fatto
Le libere donne di Kabul
ALBERTO CAIRO, RENZO GUOLO e DANIELE MASTROGIACOMO
il racconto
La corsa fatale di Jimmy il Ribelle
EMANUELA AUDISIO
Don
Camillo
e il
Referendum
FOTO REUTERS
Repubblica Nazionale 25 29/05/2005
Accanto al cardinale Ruini
nei giorni della sua ultima sfida
alla testa della Cei: convincere
il mondo cattolico ad astenersi
sul tema della fecondazione
CONCITA DE GREGORIO
L
BARI
e calle altissime e bianche disposte a mazzi davanti
all’altare si flettono al vento di mare, lui no. Sua Eminenza non si piega. Sta lungo come un airone con il
collo che non finisce mai di uscire dalla veste, diritto
anche quando pensi debba chinarsi a porgere l’ostia, non cede
alle curve è un corpo fatto solo di spigoli, è un abito porpora scosso dall’aria pesante, braccia lunghissime e mani, il corpo di Cristo, Amen. Nichi Vendola è piccolo e scuro, è omosessuale e comunista: china la testa e prende l’ostia tra le mani, l’orecchino
brilla al sole come una bandiera. Erano diciott’anni che non faceva la comunione, ha scelto questo giorno per ricominciare:
queste ventimila persone in piazza e quest’uomo all’altare. Per
un attimo sono uno di fronte all’altro, incrociano gli sguardi,
mondi lontanissimi si sfiorano. Il corpo di Cristo. Amen. Poi è un
istante, è un prodigio, è un gioco di luce e di venti. La messa è finita, la folla si apre, Sua Eminenza scompare dal palco ricompare alla testa di un cuneo di dieci persone che lo scortano veloci per i vicoli bianchi di Bari vecchia. Strade deserte, lì dietro, di
colpo silenzio assoluto. «Eminenza, cosa cercano nella chiesa
questi giovani?, anche oggi sono venuti a migliaia». Ruini parla
senza voltare la testa, parla guardando diritto al niente che ha
davanti. «I giovani sono i più vicini alla vita. Cercano le ragioni,
il senso. È molto importante che sentano, che capiscano il valore della vita che custodiscono. Che la proteggano, la rispettino».
Il valore della vita. L’embrione che non sono otto cellule, è una
persona. La sacralità della procreazione, l’amore coniugale dato al
solo scopo di riprodursi. La cultura sacrilega della vita che nasce in
laboratorio. Donne sole, gay che pretendono figli, coppie che sfidano la sorte che il Signore ha assegnato loro anziché accettarla.
L’artificio dell’uomo contro la volontà di Dio. Il demone del referendum che sovverte l’ordine placido ed eterno, l’ordine divino
delle cose. Per Camillo Ruini è l’ultima battaglia, l’anno venturo lascerà la guida della Conferenza episcopale per «sopraggiunti limiti di età», come si dice. È il capo dei vescovi — dunque della chiesa
intesa come gerarchia — da tredici anni: niente di fronte all’eternità che frequenta in preghiera, e tuttavia più di quanto sia mai durato in carica nessun leader terreno dell’Italia democratica. Leader politico, perché questo è Ruini: Don Camillo a vent’anni, filosofo e teologo appassionato del pensiero tedesco a trenta, poi per
quarant’anni la mente politica della Chiesa cattolica.
(segue nella pagina successiva)
con un commento di MARCO POLITI
le storie
Al casting di Torino 2006
MAURIZIO CROSETTI
il viaggio
Cina, l’uomo del lago scomparso
FEDERICO RAMPINI
cultura
La fabbrica segreta del Nobel
ANAIS GINORI e WANGARI MAATHAI
l’incontro
Capello: la mia vita da antipatico
LAURA LAURENZI
26 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
la copertina
Mondi opposti
Tra quindici giorni si andrà a votare per il referendum
sulla fecondazione assistita. Come per l’aborto
e il divorzio, la Chiesa è scesa in campo per vincere
quella che è soprattutto una battaglia culturale.
Abbiamo seguito da vicino il protagonista di questo
braccio di ferro: Camillo Ruini, il capo dei vescovi
L’ultima sfida di Sua Eminenza
Repubblica Nazionale 26 29/05/2005
N
Figli del bancomat
Non è che Sua Eminenza non veda tutto questo, anzi. Vede bene il rischio che
la società diventi un supermarket dove
chi può compra e chi non può è costretto a rinunciare. Chi ha i soldi vola
all’estero, sono triplicate le coppie partite dall’entrata in vigore della legge, e i
figli diventano figli del bancomat. Vede
che la scienza — il progresso — alimenta il mercato, aumenta l’offerta sugli
scaffali della libertà e insieme la terribile tentazione della supremazia dell’uomo sulla natura, dunque su Dio. «Questo dev’essere la teologia oggi: rispondere ai saperi scientifici mostrando le
ragioni della fede», dice. Questo deve
fare la Chiesa: rispondere con la Provvidenza al Progresso. Poteva essere papa, Ruini. Se fosse toccato a un italiano
sarebbe forse stato lui: il più tedesco dei
nostri vescovi, il nostro Ratzinger. «Dico no al referendum perché ogni essere umano va trattato come fine e mai
come mezzo». Sceglie Kant, per la citazione, non un teologo da intellettuali di
Chiesa. Parla ai suoi e parla agli altri, ai
laici, da sempre: tessere è la sua vocazione. Poiché però il papa è Ratzinger,
adesso, e l’incarico di Ruini alla Cei volge alla fine sono questi i suoi ultimi mesi da plenipotenziario dopo una vita
spesa a mediare, ascoltare, cercare
sponde, vagliare interlocutori ricevere
imprenditori, allestire carteggi, capire,
vedere e prevedere.
«Il Cardinale», come molti lo chiamano senza aggiungere altro, è arrivato alla guida della Conferenza episcopale insieme al declino della Democrazia cristiana, e da quando la Dc non c’è
più la Chiesa italiana è nuda sulla scena
politica. Sua Eminenza le ha dato il suo
profilo pallido, ha offerto il suo corpo
da martire alla causa. «Della Dc conservo un giudizio fortemente positivo. Ma
oggi tutto è cambiato ed è in questa situazione nuova che la Chiesa deve operare. Positivamente. Non facendo politica, ma insistendo sui contenuti antropologici ed etici che qualificano l’a-
vota sulla vita: non votare», gigantografia di madre con neonato. Va bene per
una campagna elettorale forse, ma la
partita è all’inizio.
Freddezza con i politici
Sua Eminenza è a colazione col vescovo di Bari, ora che la messa è finita. In
arcivescovado, proprio dietro alla
chiesa di San Nicola dove i preti ortodossi coi loro colbacchi neri e viola vengono ad onorare le reliquie del santo.
Incontri e incroci di colori e di sottane
nel bianco dei marmi, saluti brevi. Il
sindaco Michele Emiliano prende un
caffè col nuovo presidente della Puglia
Nichi Vendola al bar sotto il Comune.
Un pm antimafia eletto sindaco dal
centrosinistra, un campione di Rifondazione. Hanno fatto la comunione
tutti e due, stamani. Emiliano ha firmato per il referendum, però ha massimo
rispetto per la parola della Chiesa: è stato al Giubileo, ha chiamato l’ultimo fi-
glio Pietro in onore del Santo, porta il
maggiore a messa la domenica, ha un
consigliere portavoce dell’Opus Dei.
«La Chiesa deve fare la sua parte e la politica la sua», dice. Certo però di fronte
ad un’indicazione ad astenersi. «Beh sì
però il tema è delicato, non si può confinare in due fronti politici, attraversa i
partiti e le coscienze».
E con Ruini, come va la convivenza in
città? «Bene, grazie. Anche se, non so se
posso dirlo, ma l’ho sentito un po’ freddo. Freddo con noi rappresentanti delle
istituzioni, intendo. Certo il colore politico farà la sua parte. Sarà in fase di studio. Vendola mi pare che non l’abbia
nemmeno salutato». Vendola glissa,
non è questo l’importante: voterà quattro sì, ma non fa campagna. È in piena riscoperta della sua vena cattolica: va a
colloquio privato coi vescovi, fa la comunione, vuole intitolare il nuovo aeroporto di Bari a Giovanni Paolo II, dice
«ragiono molto, molto su questi temi».
Sulle strade della politica
per tornare maggioranza
MARCO POLITI
ent’anni di una lunga marcia
sulle vie della Chiesa e della
politica confluiscono per
Camillo Ruini nell’appuntamento
referendario del 12 giugno. La partita è grossa e l’esito inciderà sugli
stessi equilibri interni dell’istituzione ecclesiastica. È un lungo arco
di tempo quello in cui Camillo Ruini è ai vertici Cei. La prima fase, dopo il convegno ecclesiale di Loreto,
lo vede impegnato — da segretario
e poi da presidente — nel perseguire la linea di papa Wojtyla che esige
l’unità cattolica su un programma
sociale e religioso di riconquista
della società civile. Per Ruini ciò
implica all’interno la centralizzazione dell’episcopato e del dibattito ecclesiale e all’esterno la difesa
a oltranza del ruolo della Democrazia cristiana. Ostile da subito al
possibile contagio dell’ulivismo
ante-litteram di Leoluca Orlando,
sindaco di Palermo, il cardinale
contribuirà con pesanti pressioni
a impedire (dopo Tangentopoli) il
decollo dello schieramento SegniOcchetto, facendo fallire il primo
tentativo di arrivare in Italia ad un
governo alternativo di centrosinistra. La battuta d’arresto costerà al
Paese l’avvento di Berlusconi, ma
la gerarchia ecclesiastica riterrà
sempre di avere evitato in tal modo una rapida secolarizzazione
della società italiana.
La seconda fase ha luogo negli
anni Novanta. Il cardinale, ormai
saldo alla guida dell’episcopato,
comprende che non basta giocare
la partita nei corridoi del potere,
ma è necessario uno sforzo di più
ampio respiro. Nasce nel 1994 il
“Progetto culturale orientato in
senso cristiano”. Ruini lo lancia come una strategia capace di portare
la fede a produrre cultura e a incidere nella visione antropologica
degli italiani. L’iniziativa riconosce, in fondo, il carattere minoritario del cristianesimo nel calderone
dell’odierna società multitendenziale e al tempo stesso rappresenta
un richiamo all’evangelico “farsi
lievito” della fede nel paesaggio sociale. «Dobbiamo “far nascere” il
cristiano», dirà ancora qualche anno fa il cardinale in un’intervista.
Il progetto, ancora in corso,
non arriverà da nessuna parte.
Servirà certo ad elevare il livello
culturale dei quadri della Chiesa,
ma non porta minimamente a influire sulla mentalità dei fedeli per
quanto riguarda l’organizzazione
del loro quotidiano: dagli anticoncezionali all’aborto, dalle
coppie di fatto all’eutanasia. Tutte le inchieste dimostrano che gli
italiani con l’etichetta cattolica e
gli stessi praticanti seguono codici dettati dalla loro personale mediazione tra fede e vita. A costoro
l’istituzione ecclesiastica appare
lontana, quando non riesce a dire
V
FOTO DUFOTO
egli anni Ottanta dava interviste all’Unità perché
si doveva dialogare, nei
Novanta invitava i vescovi
a votare Dc perché non si
poteva tentennare, nel
Duemila chiede ai cattolici, a tutti gli
italiani cattolici di non andare a votare
al referendum di giugno «in ossequio a
una delle vie previste dal legislatore italiano», l’astensione. Astenersi, che per
la Chiesa è sempre e comunque atteggiamento virtuoso. L’appello «a tutti i
cattolici, ovunque essi siano» fa paura a
chi si batte per una legge diversa perché
i cattolici sono ovunque: sono Vendola
il comunista che si comunica, sono fra i
ds che hanno tardato ad avviare una
campagna tiepida. Sono l’83 per cento
degli italiani, dicono le ultime indagini.
E però l’Italia è cambiata. Non sarà la
Spagna dove Zapatero può decidere di
far sposare i gay e legalizzare l’eutanasia ma è diventata un’altra in poco tempo. La foto dell’Istat di qualche giorno fa
è nitida: sono raddoppiate le coppie di
fatto, mezzo milione di persone convive e non si sposa. I figli diminuiscono
perché diminuiscono i soldi, e il lavoro,
e la certezza di una vita accettabile. Fra
i cattolici, fra quegli otto su dieci, più
della metà va a messa con regolarità e
però la stessa percentuale approva le
coppie di fatto, non è ostile all’omosessualità. Sette su dieci vorrebbero dare
regole all’eutanasia. Tre su dieci, fra i
cattolici, sono a favore della fecondazione eterologa: favorevoli che non vuol
dire volerla praticare, vuol dire lasciare
libero chi ne ha necessità e desiderio di
farlo. L’Italia è cambiata, spiegava l’altro giorno agli studenti del liceo Mamiani un ginecologo esperto, Fabio Sapienza: anche la sterilità crescente è un
problema in parte sociale, perché se le
donne devono aspettare trent’anni per
avere un’occupazione precaria, trentacinque per avere uno stipendio su cui
allestire un mutuo per la casa e quaranta per avere la garanzia di non essere licenziate in caso di gravidanza i figli cominciano a cercarli a quarant’anni, appunto. Ma a quarant’anni è tardi, non
vengono, vengono meno.
sui giornali, «bisogna abituarsi a una
Chiesa che parla a voce alta perché la situazione lo impone, perché è suo dovere prima ancora che suo diritto».
La situazione, ecco cosa lo impone. In
Italia: il disgregarsi del fronte cattolico
in politica. In Europa e nel mondo: il declino della spiritualità. «Non è la prima
volta nella storia dell’umanità che cerca
un varco l’etica edonistica e utilitaristica», ma questa volta però il pericolo è più
grande, più capillare e diffuso perché
passa per «il profeta collettivo all’opera
nel sistema mediatico». La tv, ecco. E
non bastano alla Cei un canale satellitare, un giornale nazionale, un’agenzia di
stampa, 200 piccoli giornali, che è quello di cui dispone. Certo, Avvenire è nella
massima considerazione di Ruini, il suo
direttore Dino Boffo uno dei consiglieri
più ascoltati e stimati. Il Comitato Scienza e vita nasce da una costola di quel
giornale, ha tappezzato l’Italia di manifesti due metri per sei che dicono «non si
A Bari, dove oggi
arriverà il Papa,
il presidente Cei
dice: “I giovani sono
più vicini alla vita,
è importante che ne
capiscano il valore
e che la proteggano”
FOTO A3
(segue dalla copertina)
gire politico». La Chiesa al posto di. La
Chiesa supplente.
Come sia andata, da ultimo, per la
legge 40 lo racconta bene Chiara Valentini nel suo libro La fecondazione proibita. Pagina 129: «All’ambasciata italiana presso la Santa sede ogni 11 febbraio
si svolge una riunione per ricordare il
Concordato. Quell’anno non era stata
una cerimonia di routine. Il cardinale
Ruini e il cardinale Sodano avevano ricordato a un imbarazzato Gianfranco
Fini e a Gianni Letta che il Papa era molto amareggiato per la posizione del governo a favore della guerra in Iraq, e per
alcuni aspetti della legge Bossi-Fini
sull’immigrazione: dopo aver sottolineato che mai i rapporti fra il Vaticano
e il governo italiano erano stati così
conflittuali i due prelati avevano suggerito che c’era un solo modo per riaprire il dialogo: la fecondazione assistita». Fermarla, contenere al minimo il
danno. E d’altra parte, dice ora Ruini
GIORGIO PEROTTINO/MEDIAMIND
CONCITA DE GREGORIO
IL DIVORZIO
Nel 1974, a scendere
in campo a difesa
dell’indissolubilità
del matrimonio, con
appelli dai toni apocalittici
per il referendum,
è l’intera rete ecclesiastica
L’ABORTO
Wojtyla, da poco eletto
Papa, sostiene in prima
persona la battaglia
contro il “genocidio
dei senza voce”: ma anche
in questo referendum
la Chiesa viene sconfitta
LA FECONDAZIONE
La pratica è condannata
con l’istruzione “Donum
Vitae” del cardinale
Ratzinger. Per
il referendum contro
la legge, Ruini invita
più volte all’astensione
parole valide per il quotidiano.
In questo processo la stessa categoria di “privatizzazione della fede” diventa insufficiente. Non c’è
ritiro nel privato, ma una fede “personalizzata” che risponde alla coscienza individuale. Però pubblicamente vissuta. I cattolici pregano
di più, vanno a messa piuttosto regolarmente con un 33 per cento di
presenze, si impegnano a milioni
— sì, a milioni — in associazioni,
movimenti, strutture caritative,
enti sociali e organizzazioni di volontariato. Parlare di emarginazione risulta insostenibile.
E invece, agitando lo spettro di
un’eclissi della fede dalla sfera
pubblica, il cardinal Ruini ha imboccato da qualche anno la via della lobby. È affascinato dall’attivismo dei gruppi religiosi statunitensi. Però un movimentismo radicale, possibile negli Stati Uniti dove la separazione tra Stato e Chiesa
è comunque ferrea, mal si concilia
con una Chiesa che in Italia resta
concordataria.
Sicché alla fine il presidente della Cei sceglie di giocare soprattutto
sul terreno degli schieramenti partitici la carta di quel cinque-sette
per cento di voti cattolici fedelissimi, capaci di far pendere in un senso o nell’altro la bilancia del bipolarismo. Complice il “neoclericalismo” dei politici, come lo chiama
Pierferdinando Casini: «Confondere l’attenzione per il mondo cattolico con l’accettazione passiva
dei desiderata del mondo cattolico». Di fatto, proclamandosi continuamente impotente, la gerarchia
interviene di peso nel processo legislativo. Impone l’inserimento
degli insegnanti di religione nei
ruoli statali, fa bocciare il divorzio
breve, incide nei dettagli di una legge malfatta come la 40.
Ora, con l’astensionismo comandato ai cattolici, il cardinale è
giunto all’azzardo. Afferma che la
Chiesa intende fare sentire alta la
sua voce, ma tutta la sua strategia è
congegnata per evitare che si arrivi
a vedere alla conta dei voti dove si
indirizza il consenso degli italiani.
Se prevale liberamente l’una o all’altra delle soluzioni. Se e come gli
italiani seguono le indicazioni della gerarchia o le interpretano di caso in caso. Così il messaggio della
Chiesa appare ridotto al calcolo di
un’astuzia tecnica del gioco politico. Degna di un politico, appunto.
Meno convincente dal punto del
carisma pastorale. Oggi non sono
più nemmeno gruppi di laici cattolici a trascinare la Chiesa nella lotta
— come fu con il divorzio o l’aborto
— ma è la dirigenza della Cei che
precetta associazioni e movimenti
per una battaglia dall’alto. Senza,
peraltro, che l’assemblea dei vescovi ne abbia mai discusso. Le
conseguenze peseranno.
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 27
LA FOTOGRAFIA
Una storica foto
di Gianni Berengo Gardin
scattata nel 1959
tra la folla
a Piazza San Pietro
Fu usata
come immagine
di copertina
il 28 aprile 1959
dal settimanale
“Il Mondo”, diretto
da Mario Pannunzio
La foto illustrava
un servizio dal titolo
“Il suddito pontificio”
per il trentennale
dei Patti lateranensi
FOTO BERENGO GARDIN/CONTRASTO
Le suore lo fermano per strada per raccomandarsi, lui risponde «farò bene con
l’aiuto di Dio». Dice che non è sicuro, per
esempio, della strada a cui porta la diagnosi preimpianto dell’embrione. Non
la nomina ma pensa all’eugenetica, la
selezione della razza su cui fanno campagna contro i teo-con. «Porta di certo
intanto alla revisione della legge sull’aborto per cui tu stesso hai lottato», gli dice qualcuno al tavolo, perché non si vede perché proibire l’analisi che studia le
malformazioni congenite su un embrione di otto cellule e consentirla su un feto
di dodici settimane. Il prossimo passo
sarà il divieto di aborto terapeutico, e difatti Gasparri e Storace sono pronti. Vendola annuisce e tace, ha appena smesso
di fumare, accende una sigaretta.
Scelte personali
Alla Fiera del Levante c’è il villaggio dei
giovani cattolici, sono arrivati a decine
di migliaia. Con Wojtyla si chiamavano
Papa-boys qui a Bari hanno cambiato
nome in Cristo-boys, ci sarà una ragione. Ruini li passa in rassegna tra edifici
stile littorio. Sorride, benedice ma non
si scosta mai dal centro del corridoio.
Qualcuno lo chiama, vince il timore e si
azzarda. Sua eminenza, vuol visitare lo
stand delle Acli? Chi gli fa cordone attorno fa cenno di no, deve andare veloce. Si vuol fermare forse dai ragazzi di
“Vivere in”, il movimento di Don Nicola Giordano? Guardi, tenga l’opuscolo:
«Dieci ragioni per dichiarare scelgo di
non votare». Sorriso, gesto veloce della
mano, no grazie. I ragazzi cantano e applaudono lo stesso, aspettano il Papa
che arriva stamani. Però, ora che Ruini
è uscito, Doriana Valente, 26 anni, venuta da Monopoli, dice «io ci vado a votare, e voto tutti sì. La Chiesa può dare
indicazioni ma poi queste sono scelte
personali, conosco tante donne cattoliche che hanno avuto figli grazie alla
scienza, lo hanno fatto e lo rifarebbero,
ne sono sicura». Fuori, seduta per terra,
c’è una ragazza che dipinge coi gessi
una madonna col bambino. Ilaria, denti guasti, due figli. «Io non voto per principio, sono cattolica ma non voto. Tanto votare a cosa serve?». Cento metri più
in là monsignor Comastri, inviato del
Vaticano, predica a una folla di migliaia
di persone che «non è quello che abbiamo ciò che ci qualifica, ma una risposta
di senso alla vita: diamo alla vita il valore di un dono, diamo alla religione il
ruolo di guida e di luce». Ecco, alla religione il ruolo di guida.
Camillo Ruini è un esperto di strategie, colleziona riviste militari, ha una
passione per aeroplani e carri armati,
nei momenti di quiete ne parla con
Cossiga. Sa che bisogna prima individuare l’obiettivo, poi stabilire l’entità
della sfida, quindi misurare le forze.
«Nell’attuale cambiamento epocale la
Chiesa per non rassegnarsi all’irrilevanza deve farsi sentire e capire».
Obiettivo: non rassegnarsi all’irrilevanza. «La sfida oggi è conservare la fede incarnandola nella modernità».
Quanto alle forze: tutte quelle di cui dispone sono oggi in campo. Quando
proprio qui a Bari, a gennaio, è partita
la campagna per l’astensione Massimo
D’Alema ha detto «la Chiesa è in difficoltà, si sente assediata». Sarà per questo che non sopporta defezioni. I tre sì
annunciati da Fini sono stati un colpo
molto duro. E però Ruini, Richelieu, ha
la forza di chi lavora in nome del Re Sole e per conto di Dio. «Dobbiamo dare
un cuore al mondo di oggi», ha appena
detto qui a Bari dall’altare. «La tutela
della vita è un pilastro, non possiamo
abdicare», aggiunge mentre vola nei vicoli prima di sparire dalla città vecchia
nell’ultimo colpo di porpora. Non possiamo. Grazie a tutti quelli «che si stanno impegnando sul referendum», dirà
ancora, più tardi: grazie perché questa
battaglia «è un impegno a favore di ciò
che è proprio di ogni essere umano, il
quale non può essere mai ridotto a
mezzo, rimane sempre un fine».
Di nuovo Kant, da questo altare sulla
riva bianca del mare di Bari. Don Camillo, Sua Eminenza il cardinale Ruini
ha condotto la Chiesa e il suo lavoro fin
qui, la porta che si chiude dietro è quella del congedo. Cerca la sua ultima vittoria politica. Se lascerà da trionfatore,
sarà lui ad aver scritto la prima pagina
del libro che Ratzinger ha davanti: il libro ancora bianco della Chiesa del
nuovo millennio.
28 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
il fatto
Verso Occidente
Freshta Jalalzai ha 28 anni, dopo la caduta dei Taliban
ha aperto una palestra semiclandestina nel retro di un negozio
da parrucchiera e adesso che l’hanno costretta a chiudere
lavora come giornalista in una radio. Freshta Jalalzai
è una delle tante ragazze che lottano per regalarsi una vita
migliore nell’Afghanistan dei burqa. Questo è il suo diario
“Io, donna libera a Kabul”
«M
KABUL
i chiamo Freshta.
Freshta Jalalzai.
Ho 28 anni e da
uno faccio la giornalista. Ma non ho fatto solo questo. Mi
sono sempre data da fare, per una donna afgana non è facile. Ho anche lavorato in un Internet cafè, in un negozio di dischi. E poi, la mia piccola follia, che mi
riempie di orgoglio: ho tirato su un fitness center. Sì, una palestra tutta femminile: ginnastica, esercizi, qualche peso, avevamo pensato anche alla box. Poi,
è finita. Ma questa è un’altra storia. Adesso mi concentro sulle notizie». La ragazza che abbiamo di fronte è una tagika. Ma
l’influenza hazera si vede nei tratti del viso: largo, gli occhi allungati e chiari, il naso leggermente schiacciato.
Siamo riusciti a incontrarla dopo molta fatica, il clima di Kabul in questi giorni
non è tranquillo. La scorsa settimana,
poco prima del sequestro di Clementina
Cantoni, un killer ha freddato con un solo colpo di pistola Shaima Rezayee, una
bella ragazza di 24 anni, molto apprezzata dal pubblico di una delle tv più in voga:
Tolo tv, una sorta di Mtv afgana. Shaima
era la star della trasmissione. «Era diventata così famosa», ci dice Freshta, «che la
gente la fermava per strada. C’era chi l’amava e chi la odiava. Lei andava in giro
con vestiti alla moda, tacchi belli alti,
pantaloni attillati. E si attirava molte critiche. Ma la capivo: voleva rompere gli
schemi. Usciva con i ragazzi, si sedeva
nei bar del centro a bere con loro. Forse
esagerava, il nostro paese ha delle regole
rigidissime che vanno rispettate. Ci vuole tempo. Ci sono le famiglie, i clan, i vicini, le tradizioni. Poi, una sera, un tizio
qualunque, pum! la uccide. Come tante
altre mie amiche sono rimasta scioccata.
Ci ho riflettuto. Quello sparo ci ha catapultato nella realtà. Mi sono detta: potrebbe capitare anche a me. Ho avuto
paura. Faccio la giornalista da solo un anno, alla radio, Radio Liberty, ma ho successo. Gli ascoltatori chiamano da tutta
Kabul e dalla provincia. Faccio informazione e questo ci attira invidie. E poi sono
una donna. In Afghanistan una donna fa
ancora fatica a lavorare». Lei invece ci riesce e questo è il diario della sua giornata.
Ore 11
«Mi chiamano. C’è la riunione di redazione. Il capo non vuole che arriviamo
in ritardo. Aspettate qui, vi racconterò
cosa è oggi l’Afghanistan. Quello delle
Karimà e Minà
che sognano
la California
ALBERTO CAIRO
I
‘‘
Il centro
fitness era
sempre pieno,
venivano le mie
compagne
d’università. Poi un
giorno la proprietaria
ci disse che dovevamo
smettere. I vicini non
volevano, pensavano
che la nostra attività
fosse uno
scandalo
‘‘
DANIELE MASTROGIACOMO
nuove generazioni, cresciute tra guerre e distruzioni, schiacciate dai Taliban
e ora piene di sogni e speranze. La generazione che amava la tv, la musica, i
vestiti, i computer, vedersi il giovedì sera tra amici. L’Afghanistan non è solo
burqa e papavero».
Ore 12
«Ho un servizio da fare: prendo la borsetta, la penna, il registratore. Il velo:
questo sempre. C’è una conferenza
stampa al ministero per la lotta alla droga. Il fitness? Beh, fu una bella esperienza. Ci passiamo davanti andando al ministero. Era in realtà un negozio da parrucchiere da donna. Ma era sempre pieno perché tutte sapevano che c’era anche una palestra femminile. Una tenda
copriva le finestre dalla strada e un
drappo impediva la visuale tra la porta
d’ingresso e il salone interno. C’era una
scaletta a chiocciola che portava nel
sotterraneo. Un bello stanzone dove
potevano entrare almeno venti persone. Mi sono accordata con la parrucchiera, un’amica di mia zia, e ho aperto
il fitness. Fu un successo fin dall’inizio.
La proprietaria era preoccupata, aveva
paura che qualcuno le bruciasse il negozio. Ma Kabul sembrava cambiata; i
Taliban erano finiti, il loro incubo era fi-
KABUL
ncontro per la prima volta Karimà e sua figlia Minà al Centro Ortopedico della Croce Rossa Internazionale di Kabul nel 1994. Karimà viene a farsi curare un mal di schiena furioso che, a solo cinquant’anni, già la fa camminare piegata in due. Le fisioterapiste
la stirano, allungano, massaggiano. Quando se ne va, manda una torta
enorme per ringraziare. Dopo qualche mese è di nuovo là, recidiva. Le
radiografie mostrano una grave osteoporosi. Da chiedersi come faccia
a camminare. Stringe i denti, bisogna andare avanti. Torna spesso e diventa amica delle nostre ragazze, in particolare di Lida che, chiacchierona, ci racconta tutto. Sappiamo così che Karimà è originaria di Kabul,
di buona famiglia, il padre lavorava per il re Zahir Shah. Figlia unica, la
mandano a scuola, diventa maestra. A vent’anni la sposano ad un uomo molto più grande di lei, seconda moglie. Gli dà due figli, un maschio
e quindi Minà. «Un buon marito, solo un po’ noioso, ma quale uomo
non lo è?», ride. La tratta come una regina, le compra due stanze in una
casa con un giardino pieno di rose. Ahimè, pochi anni e marito e figlio
muoiono in un incidente stradale. Minà è ancora in fasce.
Karimà è liquidata con quattro soldi dai figliastri e dalla amboq, la prima consorte. Riprende il lavoro di insegnante, scuola la mattina e ripetizioni il pomeriggio. Potrebbe risposarsi: «Per essere seconda moglie di
nuovo?». No grazie. Minà e lavoro diventano le sue ragioni di vita nella
nito. C’era un’aria nuova che spingeva
tante donne a modificare il comportamento. Ci sentivamo libere».
Ore 13
«Devo tornare alla radio. Ho sentito di
nuovi allarmi. Girano dei kamikaze per
la città. Mi sembra una frottola, noi non
siamo abituati a cose del genere. Siamo
diversi dall’Iraq. Chi ha combattuto lo
ha fatto a viso aperto, sul campo. Tutti i
miei parenti hanno combattuto sulle
montagne. Prima contro il governo centrale, poi contro i russi, poi contro i Taliban. Anche mio padre. Adesso lui non
c’è. Sono dieci anni che è andato in Russia. Non lo vedo da allora. Chiama ogni
tanto, parla con mia madre, dice che forse verrà a luglio. Ma non voglio illudermi. Ecco, lì, in quella stradina, c’era il fitness. Era nel centro della città. Lo sapevano tutti. All’inizio non hanno detto
nulla, poi i negozianti di fronte, la gente
del quartiere ha cominciato a parlare.
Erano scandalizzati, dicevano che era
un luogo di perdizione. Io sono testarda
e ostinata: non mi deprimo facilmente.
Mi sono informata, aggiornata, ho chiesto quanto potevano costare delle macchine per fare degli esercizi. Mi chiamavano tante amiche dell’università: all’epoca studiavo medicina, volevo diven-
casa con le rose. Per la figlia vuole il meglio, ad ogni costo. Ogni volta che
vengono alla clinica, mi colpisce il fatto che attorno alle due donne si forma subito un capannello di pazienti e impiegate. Hanno qualche cosa
di speciale: Karimà, a cinquant’anni, è radiosa come una adolescente,
Minà elegante in ogni cosa che fa. «Fine, finissima», dicono le fisioterapiste rapite in contemplazione del suo trucco perfetto. Lida è sicura che
la ragazza abbia mille spasimanti. «Una così, laureata per giunta!» Invece no. Minà vuole il grande amore. Dev’essere uno istruito. Se ricco non
guasta, ma non è indispensabile. Aspetterà. Karimà ha insistito affinché
la figlia andasse all’università, facoltà di legge. Uscita dal corso a pieni
voti, uno dei docenti la prende nel suo studio, per certe questioni una
donna avvocato è necessaria, ma Minà ci resta poco, perché un collega
ci prova. Se ne sta a casa per un po’, ma non con le mani in mano. Ne approfitta per imparare a cucire e studiare l’inglese.
Finalmente un vecchio amico del padre, avvocato, la assume. Alla ragazza piace destreggiarsi tra leggi, codici e procedure. In ufficio la stimano, si sente qualcuno. Vuole intraprendere la carriera universitaria.
La madre l’esorta, orgogliosa. Minà è pronta per il concorso quando a
Kabul arrivano i Taliban. Il sogno finisce. Alle donne sono vietati scuola e lavoro. Licenziata. Ma anche per i giuristi maschi non c’è posto nel
regime fondamentalista. Dopo un po’ l’amico del padre chiude lo studio e lascia il paese. Karimà e sua figlia si ritrovano sole. Il mal di schiena di Karimà la riporta da noi diverse volte. Lida dice che le due donne
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 29
I TALIBAN E LA STAR TV UCCISA
Sotto il regime dei Taliban il modo di vestire
delle donne era rigorosamente codificato: le
afgane non potevano lasciare scoperte le
caviglie, portare scarpe con i tacchi alti,
truccarsi, mettere abiti dai colori vivaci. Il burqa
era obbligatorio e chi non lo indossava veniva
punita con la fustigazione pubblica. Ma anche
adesso la condizione delle afgane non è
cambiata radicalmente: le leggi degli studenti
del Corano non sono più in vigore, ma molte
continuano a portare il burqa. Chi non lo
tare un medico. Tutte volevano venire,
anche se avevano un po’ di timore. Ci
trovavamo là dentro, ogni mattina presto e nel pomeriggio. Un giorno mi chiama la parrucchiera e mi dice che devo
chiudere. Mi spiega che ha ricevuto delle minacce. Gente che l’ha avvicinata e
le ha detto che il centro fitness deve finire. Non sono banditi o criminali: è la
gente del posto, uomini che considerano la palestra uno scandalo. Abbiamo
avuto paura e ho dovuto chiudere».
Repubblica Nazionale 29 29/05/2005
Ore 15
«Ho appena finito la riunione del pomeriggio. Devo cercare un altro servizio. Mi
pagano bene, prendo 900 dollari al mese. Ma se trovo delle storie per conto mio,
mi danno un incentivo in più. Cento dollari. Un regalo che mi ritrovo alla fine del
mese. Sì, mi posso considerare fortunata. Devo pensare alla mia famiglia, ho altri due fratelli e tre sorelle. Non lavora
nessuno, sono l’unica a portare soldi a
casa. Studiano tutti, le femmine aiutano
un po’ in casa. Anch’io continuo a studiare. Giornalismo. Medicina era troppo
impegnativa e molto frequentata. Mi
domando dove andranno a lavorare tutti questi futuri medici. L’Afghanistan ne
ha un disperato bisogno, ma è anche un
paese poverissimo. Chi ha la possibilità
emigra e poi resta all’estero. Perché dovrebbe tornare? Non c’è un solo palazzo
ricostruito, nessuno investe, ci sono solo le Ong e le Nazioni Unite. Ma l’economia non decolla. L’87 per cento del nostro Pil è dovuto al papavero».
Ore 16
«Ho finito, andiamo all’università. Ci sono i corsi alla facoltà di giornalismo. Poi
quelli di francese. Devo studiare le lingue, sono importanti. Certo, amo viaggiare e vedere cosa c’è in giro. Ma voglio
restare qui in Afghanistan. Il mio sogno?
Entrare in politica. Fra quattro anni mi
candido per il parlamento. La prima cosa che faccio, se vengo eletta, è una battaglia sulla sanità. Ho smesso medicina,
ma so quanto sia importante la salute nel
nostro paese. Qui si muore a quarant’anni. Per non parlare delle campagne: quest’inverno ha fatto talmente
freddo che centinaia di bambini sono
morti di polmonite. Le madri non sapevano come curarli».
Ore 19
«Ci dobbiamo lasciare. Passa a prendermi mio fratello e torniamo a casa. Abitiamo in periferia, mezz’ora di macchina. Devo fare attenzione. Le ragazze come me non sono ben viste. Ci sono mol-
sono senza soldi. Lo vede dai vestiti, pulitissimi, ma coi colletti rivoltati
e lisi, dal trucco leggero di Minà, per risparmiare. Madre e figlia diventano insegnanti, organizzando in casa una scuola per bambine. È vietatissimo, un rischio, ma che altro fare. Un vicino, diventato talebano,
vuole Minà in moglie per suo figlio. Karimà risponde che è già promessa ad un cugino. Non è vero, ma è una buona scusa. Minacciato di botte, il finto fidanzato confessa la bugia. Per Minà comincia il calvario.
Non può uscire per timore di essere rapita, passa dei mesi in casa. Lidà
le va a trovare. Madre e figlia sono l’ombra di quello che erano, ma ombre dignitose, riescono a sorridere, certe che quella follia finirà. «Niente dura in Afghanistan», assicura Karimà, «mai piegarsi». Il pretendente, per farle cedere, minaccia di denunciare la scuola clandestina alla
polizia religiosa. Spaventate, la chiudono. Con gli ultimi soldi, Minà
compra una macchina da cucire. Lavora per i vicini, ma non basta. Ci
chiedono aiuto. La Croce Rossa ha bisogno di pigiami e vestiti per i pazienti degli ospedali e per i detenuti che visita nelle prigioni. Noi compriamo la stoffa, Minà taglia e cuce. Almeno il pane è assicurato. Col primo stipendio a me mandano dei cioccolatini, a Lida un rossetto.
Poi un miracolo. Il pretendente muore in un combattimento coi
mujahiddin di Masud. Non si deve gioire dei guai altrui, ma le due donne fanno festa, invitano le amiche. Karimà riorganizza la scuola alle
bambine e Minà può finalmente uscire. Non fa niente se col burqa: fuori, aria, aria! Passano altri due anni. Tra pigiami e lezioni segrete metto-
indossa infatti rischia di essere aggredita o
offesa. A qualcuna può anche costare la vita. È
successo qualche giorno fa a una giovane
conduttrice di un programma di culto dei giovani
di Kabul. Hop in onda dopo il tg della sera su
Tolo tv, un canale simile a Mtv. Shaima Rezayee,
24 anni, è stata uccisa nella sua casa con un
colpo di arma da fuoco alla testa. Il suo
programma era stato attaccato dai conservatori:
il presidente della Corte suprema, Fazl Hadi
Shinwari, lo aveva definito “blasfemo”.
te minacce in giro, dobbiamo diffidare
di tutti. La situazione purtroppo sta peggiorando. Quando arrivo, devo lavorare
in casa. Cucino qualcosa assieme a mia
madre, si mangia tutti insieme, si guarda un po’ di tv e poi si va a dormire. Loro,
io resto sveglia. Dormiamo nella stessa
stanza, ma c’è spazio per ognuno. La
mattina mi devo alzare presto, alle cinque meno un quarto. Mi lavo, prego, lavo, pulisco, preparo la colazione per gli
altri. Poi si esce. Ognuno va a cercare
qualche lavoro e a studiare. C’è un pulmino della radio che ci passa a prendere con tutte le altre colleghe. Gli facciamo un colpo con il cellulare e lo aspettiamo per strada. Abbiamo una macchina, ma non è sicuro. Riceviamo troppe
minacce. Arrivo alla radio alle otto e ricomincio a lavorare. Ma è di notte che
vivo un momento tutto per me. Nel silenzio, mentre gli altri dormono, con
una piccola luce, scrivo al computer.
Chatto con tutto il mondo. Ci scambiamo notizie, commenti, parliamo della
vita, dei nostri sogni, conosco ragazzi e
ragazze di ogni continente. Nel mondo
c’è una gran voglia di comunicare. Scrivo per ore. Sto lavorando al mio primo libro: storie di donne. Le nuove donne afgane. Quelle che sognano di aprire un
centro fitness tutto femminile».
LA NUOVA VITA
Nelle foto,
la quotidianità
nella Kabul del
dopo Taliban:
nella pagina
accanto,
una palestra
di arti marziali.
Qui sotto,
donne in un’aula
universitaria,
in un salone
di bellezza,
a una parata
allo stadio e a viso
scoperto per le vie
della città
no da parte abbastanza da comperare una televisione satellitare. L’antenna parabolica la porta Minà in casa a pezzi nascosta sotto il burqa milleusi. Il fratello di Lida lo va a saldare. Con un paio d’ore di tv al giorno,
madre e figlia sono informatissime, l’inglese di Minà migliora. Mi chiedono di portare loro dall’Italia una rivista di moda, «per sognare», spiegano. «E per aggiornarmi», ride Minà, «sennò un marito come lo trovo?».
Passano altri due anni. Poi le torri gemelle sono abbattute e i Taliban se ne vanno. Allora sì che è festa vera. Karimà ringiovanisce, Minà
non perde tempo e si presenta all’università, «il concorso quand’è?»
chiede. Trova lavoro in una organizzazione che difende i diritti delle
donne, fa traduzioni di testi giuridici dalla lingua dari all’inglese. Le rivedo al centro ortopedico, la madre con il fisico stanco, ma gli occhi
che sprigionano energia, Minà elegante. Un mese fa Lida annuncia
che Minà si sposa. «Prende un vedovo, un afgano tornato dalla California. Delle americane non si fida, vuole una ragazza afgana». Aggiunge che ha tanti soldi, una casa nel centro di Kabul, dei figli grandi
ed è nonno. Le chiedo che ne pensa. «Un bell’uomo. Minà è felice. Le
nozze e poi un viaggio in America e in Europa. Karimà va con loro, non
vede l’ora di salire in aereo. Farà un mese di fisioterapia per prepararsi. Mi ha detto di chiederti se preferisci un regalo dalla California o da
New York. Andranno in tutti e due i posti. Non sa quando torna».
(Alberto Cairo lavora per il Progetto ortopedico della Croce Rossa
in Afghanistan, è autore del libro “Storie da Kabul”, Einaudi)
Prigioniere
della tradizione
RENZO GUOLO
iberarsi dal giogo maschile non è mai stato
facile per le donne afgane. Nel “Paese dei
monti” costa caro infrangere le regole della tradizione. Non solo quella religiosa ma anche
quella tribale. Il tentativo maschile di ingabbiare il corpo femminile è una costante nelle società
islamiche, ma in Afghanistan il conflitto per il
controllo del corpo delle donne ha raggiunto,
nell’ultimo quarto di secolo, livelli parossistici.
Dopo il colpo di stato dell’aprile 1978 i comunisti afgani avviano una politica di “modernizzazione” che incide profondamente sui tradizionali rapporti sociali. La fazione Khalq, vittoriosa
nel partito, impone riforme che suscitano la dura opposizione della struttura tribale. Più che il
filosovietismo del nuovo regime, quello che scatena l’odio diffuso è l’adozione di misure egualitarie che minano alla radice rapporti consolidati nel campo della famiglia e del lavoro. L’idea che
il potere politico possa mettere sullo stesso piano uomini e donne appare inaccettabile ai
mujahiddin. Il rancore non cesserà nemmeno
quando, alla fine del 1979, i sovietici invadono il
paese, estromettono dal governo la radicale fazione Khalq, sostituita con la più moderata Parcham che diluirà le riforme.
Ritirati i sovietici, caduti i comunisti, i
mujahiddin salgono al potere nel 1992. In aspra
lotta tra loro, le diverse fazioni che hanno deposto e impiccato l’ultimo presidente filosovietico
Najibullah si ritrovano unite solo nel limitare la
libertà delle donne. Sono i mujahiddin, e non i
Taliban, non ancora all’orizzonte, a imporre il
burqa. Al “velo con la grata” è affidata la funzione di separare “puro e impuro” nell’ordine sociale. Il burqa ristabilisce, simbolicamente, la separazione tra sessi alla base dell’ordine islamico.
Un’imposizione che sembra una nemesi. Sino a
metà degli anni Sessanta indossare il burqa era
consuetudine cittadina. In campagna le donne
portavano soprattutto l’hijab, il fazzoletto che
copre la testa. Il diverso costume era dovuto alla
necessità di lavorare nei campi senza impacci
ma anche alla scarsa densità della popolazione
fuori dai centri urbani e alla larga estensione dei
legami parentali che regnava in quelle zone. Allargamento che rendeva legittimamente visibili
le donne da parte di una quota consistente dei
maschi di famiglia in circolazione. Le donne urbane erano invece alle prese con le crescenti reazioni tradizionaliste, esacerbate dal venir meno
della distinzione intimo/non intimo prodotta
dalla massiccia urbanizzazione e dall’accesso al
lavoro del mondo femminile. Nel 1964, dopo
l’entrata in vigore della nuova Costituzione laica, che legittima una certa parità tra i sessi, le
donne urbane abbandonano il burqa. È dai mercatini dell’usato che questo si diffonde rapidamente, come vezzo e simbolo di promozione sociale, nelle campagne o tra i ceti poveri inurbati.
I mujahiddin metteranno fine d’autorità allo
“scandalo” del disvelamento, trasformando la
grata in prigione. Ma è con l’arrivo al potere dei
Taliban, forgiatisi ideologicamente nella società maschile delle madrasa, che la donna diventa “elemento perturbatore”. La miscela
composta dal tradizionalismo pashtun e dall’islamismo deobandi, darà forma a un immaginario maschile sulle donne claustrofobico. Le
donne saranno accusate di produrre sedizione
attraverso la seduzione, di minare la coesione
sociale attraverso il loro solo mostrarsi. Questa
concezione negativa le trasformerà nel primo
bersaglio dei Taliban. L’Emirato del Mullah
Omar le bandirà dalla scena pubblica.
Da questo inferno lastricato con i loro corpi, le
donne sarebbero dovute uscire con la fine del regime talebano. Ma a quasi quattro anni dal suo
tracollo, il potere maschile è ancora intangibile in
Afghanistan. A Kabul poche si avventurano in
strada senza burqa. Nelle campagne o nelle province la situazione non è mutata da quando la polizia religiosa faceva rispettare la morale islamica
schioccando i frustini con su incisi versetti coranici. Le scuole femminili continuano a essere
bruciate. Anche nei territori dominati dai signori
della guerra la situazione è critica. Nella provincia
occidentale di Herat, organizzazioni per la difesa
dei diritti umani come Rawa denunciano soprusi. Gli uomini del locale governatore, Ismail Khan,
hanno fermato persone sospette di avere rapporti “illeciti”. E sottoposto le donne a umilianti “esami di castità”. Certo, le donne hanno ripreso a studiare, anche se sono state indirizzate verso corsi
“adatti alla loro indole”. E dopo il 2001 alcune di
loro sono diventate ministro. Nelle elezioni dello
scorso ottobre hanno votato, anche se in poche si
sono iscritte alle liste elettorali. Ma intanto rispuntano mullah che condannano le adultere alla lapidazione. Accade anche questo nei paesi in
cui si è, forse, esportata la democrazia, ma, sicuramente, mancano ancora i democratici.
L
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
il racconto
Erano le 5.59 di un caldo pomeriggio di settembre.
Al volante della sua nuova Porsche, James Dean pigiò
più forte l’acceleratore a un incrocio in mezzo al nulla
nella bassa California. E la sua gioventù smise di bruciare,
quella del mondo pure. Cinquant’anni dopo abbiamo
ripercorso il suo viaggio e la leggenda che ne è scaturita
Miti moderni
La corsa fatale di Jimmy il Ribelle
N
CHOLAME
on frenò, accelerò, morì. Diede gas ancora una volta,
l’ultima. Fuori pista, fuori gara, fuori tutto. L’urto gli
ruppe l’osso del collo. La t-shirt bianca si inzuppò di
sangue. Uscì, per sempre. «It’s gettin’dark for me to
see». Troppo tardi per vedere. Il sole calò sulla strada per Salinas. La
radio dell’altra macchina masticava la voce di Doris Day. Certa musica agli incroci è micidiale. La canzone finì con un botto. James
Dean era immobile, al suo posto di guida, infilzato dal volante come
un torero. La testa, da girasole all’ingiù. Erano le 5.59 del pomeriggio. La sua gioventù smise di bruciare, quella del mondo pure.
I ribelli non scelgono mai avversari piccoli, facili, comodi: la Porsche
550 spider pesava 500 chili, la Ford 1890. Fu uno scontro spaventoso,
ad armi impari, senza lealtà. Faticarono ad estrarlo dalla macchina, la
gamba destra era rimasta incastrata tra cambio e freno. Il controllo del
sangue fu impossibile, non ne era rimasto a sufficienza. Il missile a
quattro ruote, color argento, su cui viaggiava, ribattezzato Little Bastard, Piccola Bastarda, prese una forma orrenda. L’aveva comprata
nove giorni prima, per otto milioni di vecchie lire. Targa 2Z77767. In tv
era appena passato un suo spot contro l’eccesso di velocità: «Guidate
con prudenza, la vita che salvate potrebbe essere la mia». Lui, il 30 settembre 1955, stava andando a 150 chilometri all’ora. Aveva 24 anni, 6
mesi, 22 giorni. Era solo un giovane attore promettente. Quel giorno
in viaggio c’erano 15 milioni di persone in America, sulla strada ne morirono 107. Un solo ribelle alla guida, che bussò alle porte del paradiso. «I feel like I’m knockin’on heavens door».
Ci sono miti che vivono, prima di morire: Marilyn e Elvis ebbero il
tempo di diventare Monroe e Presley, di consumare la loro fragilità, di
farsi cinema e musica. Lui no: il suo primo film da protagonista, La valle dell’Eden, era nelle sale da appena cinque mesi, stava per uscire il secondo, Gioventù bruciata, e stava lavorando al terzo, Il Gigante. Fama,
gloria, due nominations agli Oscar gli arrivarono dopo. Da morto. Certa gente dalla tomba fa miracoli. Jimmy risvegliò una generazione, ma
non la consolò. Fumava Chesterfield, soffriva d’insonnia, non amava i
letti, mangiava male, era bisessuale. Niente servizio militare, scartato.
Come diavolo hai fatto? gli chiesero. «Ho baciato il dottore». Cioccolata e lampone nel gelato. Non era grosso, non era alto, portava gli occhiali. Rideva di rado. Montgomery Clift alla notizia della morte vomitò,
Steve McQueen fu contento: «Ora c’è posto per me», Marlon Brando fu
breve: «Un ragazzo perduto che cercava di trovare se stesso».
Sono belli i perduti, sono teneri. Corrono, senza sapere. Sono soli, te
lo fanno vedere. Ermetici e selvaggi, si fanno spettinare dal vento. Disse la Sagan che guidava le Jaguar a piedi scalzi: «La velocità scompiglia
i dolori». Se un perduto ti sfiora, è per sempre. Non lo dimentichi. Come il finale di Gioventù Bruciata quando Dean urla alla polizia, che ha
appena ucciso Plato, che la pistola dell’amico era scarica. «Li avevo io
i proiettili!». Jimmy piangeva, disperato, perché la vita ti sfida, ti illude.
Ti dice spara, ma ti toglie la cartucce. Offende la tua gioventù, la umilia, sei solo un moccioso. Lui non glielo avrebbe permesso. «Live fast,
die young, and leave a beautiful memory». Vivi in fretta, muori giovane e lascia un buon ricordo. Non farti scartavetrare, togli il disturbo,
meglio un bel cadavere. Nei perduti entri, trovi, perdi. Purezza. Loro
attraversano, non arrivano. Jimmy significò adolescenza inquieta. Dolore vagabondo. Male dentro da portare fuori, confuso, ma riconoscibile: un respiro in bilico tra due bui. Robert Zimmermann aveva il suo
poster in stanza, quando diventò Bob Dylan si fece fotografare alla James Dean, per la copertina del disco The Freewhelin’. Anche il tennista
John McEnroe, nel 1989 scelse quella posa, a Times Square. Un ribelle
da lì doveva partire: da quella poesia breve, intensa, unica. Mani in ta-
sca, cicca in bocca, taglio al cuore. «Labbra aperte sui fiocchi di frumento», scrisse William Burroughs. Sguardo sfrontato: e dai, spara.
Cinquant’anni sono un sacco di tempo, bastano per sparire. Eppure Jimmy non ci riesce a morire. Galleggia sulle generazioni. Sui ribelli
del rock, delle rivoluzioni, dello sport. È l’erede della Lost Generation,
il compagno di On the Road, il precursore di Easy Rider. È la rabbia giovane, nuova, eterna. Senza lifting, senza glamour, senza causa. Troppo passato in Viale del Tramonto, troppo poco futuro in Gioventù Bruciata. Brando si è sfatto, la sua protesta ha avuto tempo di invecchiare,
insieme al girovita. Difficile credere ad un selvaggio grasso. Dean invece non se n’è mai andato, è sempre pronto a sgommare, su Mulholland Drive, saliscendi e curve improvvise. Per sé, per gli altri, per tutti.
Per chi lascia sempre cadere la cenere, le mani servono ad altro.
Oggi come ieri. Come quel venerdì in cui partì per Salinas. La sua
quinta corsa dell’anno, la prima con la nuova Porsche. Non avrebbe
potuto. Una clausola nel contratto de Il Gigante gli impediva di partecipare a gare automobilistiche. Sei Dean, non obbedisci, te ne fotti.
Aveva fatto tardi la notte prima, nessuno sa dove, forse in un festino
gay in una villa di Malibu. Dormiva pochissimo, ma un certificato medico attestava la sua perfetta forma. Fece colazione nella sua casetta di
Sherman Oaks, fatta di tronchi di legno, grande soppalco, caminetto
di pietra e pelle d’orso bianco. Sul comodino aveva Morte nel Pomeriggio di Hemingway, dentro una poesia ritagliata di Federico Garcia
Lorca dedicata al torero Ignacio Sanchez Mejias. Il suo personaggio
preferito era Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, la frase sottolineata
era: «L’essenziale è invisibile agli occhi».
Uscì vestito alla James Dean: t-shirt bianca, giacca a vento rossa,
pantaloni blu, e occhiali da sole. Via da Los Angeles. Lui, noi, l’America che da mezzo secolo ha ancora bisogno di lui. In quella che è una Via
Crucis dei sogni spezzati. Il James Dean Memorial Run, il corteo che
ripercorre l’ultima corsa, certi viaggi da ribelli sono stagioni che sfio-
La battezzò Piccola Bastarda
Tutte le vittime
dell’auto
“maledetta”
ono morti in tanti sulla macchina di Dean. O meglio su
quello che restava della Piccola Bastarda. La carcassa della Porsche — come scrive Marco Giovannini in Fottiti, Jimmy, biografia di
Dean — rimase abbadonata a lungo su un prato di San Luis Obispo.
Poi fu comprata per 2.500 dollari da
George Barris che lavorava a Hollywood come personalizzatore delle auto dei divi. Quando fu scaricata dall’autorimessa, un fermo
schizzò via e la macchina piombò
su uno degli operai fratturandogli
una gamba.
Il motore fu venduto per mille
dollari a William Enrisch, un chirurgo di Burbank che lo trapiantò sulla
sua Lotus. Il 21 ottobre ‘56 in gara
una ruota si staccò dalla macchina e
andò a centrare un poliziotto di
guardia che finì all’ospedale. Enrisch passò parti del motore a Troy
McHenry, un ortopedico di Beverly
Hills, che si schiantò contro un albero e morì sul colpo in un’altra corsa,
ma nello stesso giorno. Macchina
maledetta, titolò un quotidiano.
Attratto dalla pubblicità un ragazzino cercò di rubare il volante
ammaccato, ma si tagliò il braccio
così profondamente che quasi morì
dissanguato. A quel punto Barris
decise di mettere sotto chiave la
Porsche, che però fu richiesta dal
Greater Los Angeles Safety Council
per una mostra itinerante sulla sicurezza stradale. Così la Piccola Bastarda si rimise in strada. A Sacramento scivolò giù dal piedistallo su
cui era stata issata e fracassò l’anca
di uno spettatore. A Salinas George
Burkuis stava trasportando la macchina sul suo camion quando perse
il controllo, fu sbalzato fuori e morì
schiacciato dal peso della carcassa
della Porsche che gli era franata addosso. A Oakland nel 1958 l’auto
cadde da un camion e provocò un
gigantesco incidente sull’autostrada. A New Orleans nel ‘59 era su una
pedana e di notte cominciò a cadere a pezzi. Tutti parlarono di vudu.
L’ultima esibizione fu nel 1960.
Infilata in un camion, si mise in viaggio verso casa, la California. All’arrivo, però, quando aprirono gli sportelli, dentro non ce n’era più traccia.
Sparita. Barris assunse un investigatore privato, promise ricompense. Nulla. La Piccola Bastarda non
riapparve più.
(e. a.)
S
FOTO SANFORD ROTH/GRAZIA NERI/PER GENTILE CONCESSIONE DI VANITY FAIR
EMANUELA AUDISIO
LO SCHIANTO
Nella foto
a destra,
la Porsche
di James Dean
dopo
l’incidente,
il 30 settembre
1955. La
sequenza in
basso ritrae
l’attore
mentre lava
l’auto, pochi
mesi prima
della morte
Repubblica Nazionale 31 29/05/2005
riscono nel rimpianto. Da qui all’eternità, Jimmy conosceva la strada.
Prese la Hollywood Freeway e alle otto era a Vine street a Competition
Motors, il posto dove una settimana prima aveva comprato la Porsche.
Oggi il negozio non c’è più, sostituito da un grossista di gomme. Alle
dieci si fermò per un caffè all’Hollywood Ranch Market, lì arrivarono
gli altri compagni di viaggio: Hickman e Roth, il fotografo della Warner
Bros, che aveva il compito di seguirlo. Il bar non esiste più. A mezzogiorno Jimmy si fermò al Farmer’s Market, angolo tra Fairfax Avenue
e Third Street, per mangiare con il padre, Winton, e suo fratello. Caffè
e ciambella, voleva tenersi leggero. Cercò inutilmente di convincere il
padre a fare un giro con la Porsche, suo zio gli disse: «Sta’ attento cavalchi una bomba». Il grande Alec Guiness lo aveva pregato: «Per favore, non salirci, se lo fai, tra una settimana sarai morto». Riposta di
Dean. «È la mia bambina». Quello che cercava non lo trovò nel sesso,
ma nella velocità. «Correre in macchina è il solo momento in cui mi
sento intero».
Pensava che la vita non si può mettere in banca. Infatti non lasciò
quasi niente, se non conti da pagare. In tasca al momento aveva 33 dollari e tre centesimi. Ventura freeway, nord di Los Angeles (sulla I-5), le
colline si appiattiscono, le trivelle bucano il terreno, in cerca di petrolio, niente più case. Sembra una scena desolata de Il Gigante. Castaic
Junction, sulla vecchia Route 99, ristorante Tip’s Diner. Dean che si sedeva sempre in maniera strana, bevve un bicchiere di latte. Sulla Porsche con lui c’era il meccanico Wutherich, senza cintura. Contea di
Kern, un chilometro dopo Grapevine Grade, Dean firmò il suo ultimo
autografo, controvoglia, ad un uomo con la divisa. Otie V. Hunter era
un poliziotto della stradale, la Porsche andava a 65 miglia all’ora in una
zona in cui il limite era 55. L’attore cercò di fare colpo, diede come recapito quello della Warner Bros, ma Hunter non era un suo ammiratore, anzi nemmeno lo conosceva, e gli passò il verbale.
A Bakersfield c’è un piccolo vecchio aeroporto, sulla cui pista Dean
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
FOTO CORBIS/CONTRASTO
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
I FILM
LA VALLE DELL’EDEN
GIOVENTÙ BRUCIATA
IL GIGANTE
Il primo film
da protagonista
per James Dean,
nella parte
di un adolescente
tormentato
e ipersensibile
Diretto nel 1955
da Elia Kazan
Diretto nel 1955
da Nicholas Ray,
è il film che
imporrà Dean
come mito ribelle
di un’intera
generazione
nell’America
calvinista anni ‘50
Uscito nel 1956
e diretto da George
Stevens, con Liz
Taylor e Rock
Hudson, è l’ultima
interpretazione
di Dean, che morì
prima della fine
delle riprese
aveva corso in maggio, arrivando terzo. Nel museo tengono ancora il
programma della gara. Cinque miglia più a nord, all’incrocio tra route
46, che era la 466 nel ‘50, e la 33 c’è l’unica pompa di benzina di quelle
parti e un piccolo emporio, Blackwells Corner, conosciuto come “James Dean’s Last Stop”, che bruciò per cause misteriose nel ‘67. L’ultima fermata di Jimmy. Dean mangiò una mela e comprò una coca-cola. Poi si fermò a parlare con il figlio dell’ereditiera Barbara Hutton, anche lui andava alla corsa. Erano le cinque, si sarebbero visti a Paso Robles per la cena. Non sarebbero andati in fila indiana, perché fino a Cholame c’erano 30 miglia di rettilineo. L’asfalto era asciutto. Jimmy voleva tirare un po’ il motore della Porsche. La desolazione mette fretta,
anche oggi viene voglia di tirare il collo alla vita. L’America di Starbucks
qui non è ancora arrivata. L’emporio è squallido, sgangherato. Dentro:
il Rebel Burger. Fuori: un cartellone, stile cinese, con la faccia di Dean.
L’ha fatto John Cerney, che dietro ci ha messo la data, novembre 2004,
e numero di telefono. La strada per Cholame è noiosa, poche macchine, tanti camion. A ogni chilometro le coltivazioni cambiano: palme,
alberi da frutto, uva, arance, mandorle. Chissà se Jimmy gettò un’occhiata ai cartelli stradali. Più che nomi, gli sarebbero sembrate premonizioni: Famoso, Lost Hills, Bitter Water, Dead Man’s Curve. Colline
Perse, Acque Amare, Curva dell’Uomo Morto. Manca solo The End.
L’incrocio tra la 46 e la 41 non te l’aspetti. È quello fatale. Nel mezzo
del nulla. La macchina color luna si scontrò con quella colore caffelatte. La strada è stata ridisegnata per renderla meno pericolosa. Un miglio più avanti c’è Cholame. Il ristorante allora si chiamava Stella’s
Country Kitchen oggi Jack Ranch Cafè. Sosta obbligata per i camionisti, non c’è altro nei dintorni. Tutto dentro parla di lui: ritagli di giornale, poster, cartoline, magliette, cartoline. Le due signore ai fornelli
sono sbrigative, la cucina pure. Nel cesso c’era un epitaffio in latino:
«James Dean requiescat in Porsche». A fianco del ristorante, nel parcheggio, sotto un olmo c’è una placca orizzontale in alluminio. Pare
roba di marziani. Infatti è made in Japan. L’ha spedita via nave nell’83
Seita Ohnishi, un businessman che dopo aver visto Gioventù Bruciata si è convertito al culto «della ribellione e di quanto sia importante
avere una causa». Buffo che Jimmy non si sia perso nella traduzione,
che ad onorarlo sia arrivato non un all american boy, ma un giapponese che da lontano riconobbe in lui qualcosa. Forse un ultimo samurai del West. «I petali del ciliegio cadono quando hanno raggiunto il
massimo del loro effimero splendore». Nell’87 Ohnishi è tornato con
quattro tonnellate di ghiaia da spargere attorno al luogo dell’incidente. Donald Turmuseed, che invece sulla sua Ford girò a sinistra, e non
vide la Porsche di Jimmy, quel giorno tornò a casa in autostop. È andata sulla tomba di Jimmy, a Fairmont, Indiana, anche Julia Roberts,
come prima tappa del suo primo viaggio di nozze. E ha fatto una cosa
strana: si è tolta le scarpe. Chissà forse voleva camminare a piedi nudi
sui resti della libertà. Dean scrisse una delle invettive più violente contro l’american dream. «Vaffanculo Hollywood. Fottiamo il sistema.
Merda sui produttori, sulle star, sul culto delle personalità, sul fascino
fasullo. Quello che i bastardi fanno tutto il tempo è divorarsi a vicenda, organizzare assassini e torture, maledire i loro nemici e mandare
in esilio chi non si adatta».
5.59. Non avevi il sole negli occhi, solo non t’andava di essere capito.
E ti dispiaceva che le cose buone finissero. Non volevi togliere il piede.
Ancora, ancora: gas, velocità, piacere. Se non ti fanno morire, se non
riescono a trovare un modo per dirti addio, è perché non hanno più ribelli. Quelli che ci sono, escono dalla fabbrica, sono pezzi d’industria,
il loro guaio è di non avere difetti. Guardali: una volta erano troppo giovani per morire, ora sono troppo vecchi per vivere. Dai un occhio al tuo
incrocio: qualche chilometro più in su l’azienda Red Cedar Vineyards
offre degustazioni. È l’America nuova del film Sideways, dei Pinot noir,
dei vigneti, della lentezza, messo il freno a mano? Per ribellarsi c’è tempo, assaggia questo calice. Bye bye, Jimmy. Crepa. E resta dove sei.
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
le storie
FOTO LAPRESSE
Aspettando i Giochi
Quattrocento audizioni al giorno, seimila ragazze
arrivate da tutta Italia e dall’estero. Con un sogno:
ballare nelle cerimonie di apertura e chiusura
di Torino 2006. Siamo andati ai provini, temendo
di respirare un’atmosfera da “Veline” ma scoprendo
che qui la cosa più importante è ancora il divertimento
Al casting delle notti olimpiche
N
MAURIZIO CROSETTI
Repubblica Nazionale 33 29/05/2005
TORINO
on è un teatro, è una palestra: luogo perfetto per allenare sogni. Ci sono vetrate altissime e proprio
lì, dietro il canestro, all’incrocio tra lo
spigolo del finestrone e le nuvole scure,
ecco un cortile di città. Panni stesi, balconi, qualche albero e uno spicchio di
cielo grigio. È lo sfondo, la quinta dell’audizione. L’audizione non è come
andare da Maria De Filippi anche se si
balla, c’è la musica e ci sono tre coreografi seduti a un tavolo che scrivono se
sei stata brava, e quanto. Più o meno come in quella pubblicità dell’acqua minerale dove, alla fine, il giudizio è un
pollice in alto o un pollice verso, e naturalmente la ballerina emozionata
viene presa. Ok, il sogno era giusto.
Queste sono ragazzine, in gamba
però. Si rifanno il trucco un momento
prima di essere chiamate, si aiutano
l’una con l’altra per appuntarsi il numero sul petto, per un’ora sarà quello il
loro nome e il loro destino. Dai borsellini escono ombretti, pennelli e specchi. Qualcuna ha le scarpe in mano,
qualcun’altra sventola il piumino delle
ragazze pon pon. Si sono iscritte in seimila, ne prenderanno più o meno quattromila, ne esaminano quattrocento al
giorno tutti i sabati e le domeniche, dal
7 maggio al 12 giugno. Per le cerimonie
olimpiche di Torino 2006, quella d’apertura e quella di chiusura. Tre miliardi e mezzo di spettatori in tv. È quella
cosa enorme e piena di colori, si chiamano coreografie di massa: spostare
tremila corpi in un colpo solo, senza
sbavature. Una cosa lunga da provare,
provare, provare. Si parte dal legno di
una palestra, piroettando sotto canestro, e magari si arriva sul prato dello
stadio Comunale di Torino, 10 febbraio
2006. Ma intanto si sta qui, a vivere la
prima audizione della vita, chiedendo
al proprio corpo il gesto giusto.
Scoprire un’emozione
«Le ragazze sono venute a scoprire
un’emozione. Esibirsi ed essere giudicate da chi non si conosce, senza rete,
senza protezioni né coccole. Io dico che
così si cresce». Claudia Cavaliere insegna danza alla scuola “Arké” di Torino.
Le sue ragazze sono vestite di bianco,
nuvole in attesa. Sorridono, perché il famoso coreografo seduto davanti a loro
(si chiama Doug Jack, ha già cinque
Olimpiadi in carriera, è lui che fa muo-
vere i corpi sognanti) ha appena detto:
«State tranquille, voglio vedere i vostri
sorrisi, non siamo qui per bocciarvi ma
perché abbiamo bisogno di voi. Io cominciai a lavorare con Topolino, a Disneyland, e lì ho imparato che la magia
è possibile. Se ci credi, puoi farlo».
Si balla di tutto: moderna, contemporanea, classica, jazz, break, hip-hop,
funky, latino-americana, tip tap. Le ragazze (e i ragazzi, come gli strepitosi
breakdancer di Cuneo) hanno un minuto e mezzo per mostrare il loro pezzo, novanta secondi di danze emozionate, poi Doug chiede di ripetere passi
e movimenti che decide lui: intanto
guarda, e scrive. I fogli degli appunti finiranno in scatoloni con un numero di
codice, corrispondenti alle diverse fasi
delle cerimonie e ognuno è già destinato a una parte di spettacolo. Anche se il
verdetto non arriverà prima di un mese, a casa, per posta, e se va bene si dovrà sgobbare fino a febbraio.
«Ballo da nove anni, l’esperienza olimpica sarebbe magnifica» racconta Giulia Musso, studentessa in scienze
della comunicazione. «Mi sono divertita, è un bel clima,
prima ero tesissima e dopo
tre minuti mi sono sentita a
casa». Forse perché non c’è
niente tipo Saranno famosi. Il
titolo oggi è un altro: sono felici. Perché è bello chiedere
alle proprie gambe di andare
lontano. Il viaggio comincia
qui, alla palestra Sebastopoli,
dove i genitori hanno accompagnato i figli all’audizione e
li aspettano fuori, come il sabato sera in discoteca. Una
coda per registrarsi e dare la
taglia per gli eventuali costumi, un’altra per prendere il numero, poi tutte a
cambiarsi, infine la fotografia. La prova
sarà anche filmata in digitale. «Rivedremo tutti i candidati al video, con calma»
spiega il regista Gabriele Vacis che viene qui il fine settimana, e gli altri giorni
prova Romeo e Giulietta a Verona. «Mi
Le coreografie
di massa sono
complicatissime
da organizzare:
migliaia di corpi che
si muovono a tempo
davanti a un pubblico
tv di tre miliardi
e mezzo di spettatori
LA SELEZIONE
Nella foto qui sopra,
i provini per il corpo
di ballo delle Olimpiadi
invernali di Torino 2006
In alto, un momento
della cerimonia di apertura
dei Giochi di Atene 2004
ha sorpreso la grande preparazione di
questi ragazzi, dietro ogni gesto si intuiscono anni di scuola e disciplina. Ma
anche per noi professionisti, un’Olimpiade passa una volta sola nella vita,
quando passa». Il responsabile delle
cerimonie, Andrea Vernier, conferma:
«Il senso di tutto questo è la partecipazione, e Torino sta rispondendo con
l’entusiasmo di una grande città, altro
che freddezza. C’è voglia di mettersi in
gioco. Dopo avere esaminato e scelto i
volontari, bisognerà seguirli fino a febbraio: un lavoro in cui interagiscono
professionisti e dilettanti, muovendosi
come una cosa sola».
C’è un bel clima a mezza strada tra la
prova di un musical e la balera di Cesenatico, i suoni rimbombano contro il
soffitto dove vanno a sbattere il ritmo
della salsa e le note felpate di Michael
Bublé. Le ragazze hanno sorrisi croccanti e sudore che gocciola ai lati del viso, e quel sorriso è prima uno
sforzo e poi un bisogno. Belle, bellissime, tutte. La più
piccola ha nove anni e si chiama Alice Tagliente, numero
2223, un tipino di gomma che
non sbaglia una mossa. La piglieranno di sicuro.
«Io sono inglese, ho lavorato nei musical a Londra e
da piccola ho fatto moltissime audizioni» racconta
Joanne Cook. «Adesso insegno danza a Bra, in provincia
di Cuneo, e capisco che in
Italia è quasi impossibile
avere occasioni come questa. Perciò ho accompagnato sessanta ragazze, speriamo, sarebbe un’avventura
indimenticabile». Volano
bottigliette d’acqua di mano in mano,
la tensione è un nodo legato molle, infatti si allenta quasi subito.
Le cerimonie olimpiche sono un
mondo pieno di gente. Si cercano ballerini, attori, figuranti, pattinatori, ginnasti, acrobati, musicisti, animatori,
modelle ma anche aiuti di produzione,
GLI SHOW
SYDNEY 2000
SALT LAKE CITY 2002
ATENE 2004
Coloratissima,
la cerimonia inaugurale
a Sydney aveva
la grande ambizione
di raccontare, in tre
ore e mezza di balli,
la storia australiana
Furono gli indiani
e i cowboy a farla
da padroni. La cerimonia
di inaugurazione
puntò molto sul tema
della riconciliazione
con i nativi d’America
Doug Jack scelse
una parata sull’antica
Grecia anche
se il momento più
emozionante fu quello
iniziale, dominato
da fuoco, acqua e luce
addetti ai costumi, sarti, aiuti di scena,
attrezzisti, interpreti, accompagnatori, parrucchieri, autisti. Tantissimi, e
chi viene scartato per una cosa può essere scelto per un’altra, quasi nessuno
abbandona l’atmosfera dopo averla
annusata, anche se non è proprio la
stessa cosa entrare sperando nel balletto e uscire come aiuto sarta. «In
realtà c’è posto per tutti» garantisce
Walter Ricciardi, responsabile dei volontari per le cerimonie olimpiche. «Si
divertono e hanno un’altissima probabilità percentuale di rimanere con
noi». Per i minorenni serve la firma dei
genitori, ma qui in palestra non c’è
davvero il clima da backstage di Miss
Italia, qui si gioca a ballare e non è per
niente un gioco, mica si fa passerella e
neanche accademia. Servirebbero,
semmai, più pattinatori, più circensi e
qualche culturista, fanno sapere gli organizzatori, invece per chi balla non
c’è problema, pare che a Torino e in
Italia le ragazze non facciano altro (il 16
per cento arriva da fuori Piemonte, il 2
per cento dall’estero, si è presentato
un ottantaseienne che si propone come interprete e una sua coetanea che
vorrebbe fare l’aiuto coreografa).
Il linguaggio dei corpi
E bisogna proprio guardarle, le ragazze, mentre ripetono i passi spiegati dal
ballerino Bryn Walters che è americano
e da Nikos Lagousakos, che invece è
greco. Si parla un po’ italiano e un po’
inglese, ma qui l’unico linguaggio è
quello dei corpi, perciò non serve l’interprete. Ci sono anche due attempati
danzatori che si lanciano nel tango, avvitati e magnetici. Applausi, bibite, calzamaglia, mentre nei televisori montati al volo scorrono le immagini delle altre cerimonie olimpiche create da
Doug Jack. I ragazzi e le ragazze si scaldano guardandole con la coda dell’occhio, immaginando forse di tuffarsi in
quelle tv con un salto, anche il desiderio è una specialità olimpica e sono previsti milioni di iscritti.
All’improvviso parte un mambo, invece il cd portato dai ragazzi che rimbalzeranno al ritmo del “free-style”
non ne vuol sapere di girare, è impallato, i ragazzi diventano bianchi in faccia
dall’angoscia finché qualcuno propone un cambio al volo, Carlos dice di
mettere altra musica, tanto se sai fare
una cosa la fai comunque. Infatti sarà
un’esibizione magnifica, persino il famoso coreografo scenderà dal palco
per dare il cinque, wow, è già un successo questo piccolo sogno saltellante.
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
il viaggio
Terre antiche
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
Nel cuore del Paese, dove la locomotiva economica non è mai
arrivata, c’è il bacino del Dongting che in cent’anni si è ridotto
di oltre la metà. Tremila e cinquecento chilometri d’acqua, dieci
volte il Garda, cancellati dagli assalti dei contadini per procurarsi
terre nuove. Un disastro ambientale contro cui qualcuno
sta cominciando a combattere: siamo andati a vedere come
Cina, il ragazzo che lotta
per salvare il lago perduto
Repubblica Nazionale 34 29/05/2005
T
YUANJIANG
regiorni di digiuno totale. È
il prezzo che pago dopo
aver seguito Zhang Yifei in
una bettola di Yuanjiang a
mangiare la specialità locale: sangue di
maiale, una gelatina marrone che si
scurisce dopo esser stata fritta in olio
nero come il catrame. La visita alla cucina avrebbe dovuto dissuadermi.
Onorato di esibirsi di fronte allo straniero lo chef si accanisce con mani lerce su zampe e teste di galline, interiora
di animali di cui non chiedo la specie,
pesci maleodoranti, mentre sotto i suoi
piedi uno scolo aperto evacua i rifiuti
alimentari insieme con quelli della vicina latrina. Avrei potuto spacciarmi
per vegetariano però non volevo deludere Zhang Yifei. A 28 anni Zhang è una
figura che non ti aspetti d’incontrare in
questa regione depressa dello Hunan.
Sbarca il lunario come giornalista precario e fotografo occasionale per dei
quotidiani locali, ma la sua vera occupazione è militante ambientalista. È il
rappresentante locale del
Wwf — una novità resa
possibile solo pochi anni
fa, quando la Cina ha legalizzato certe organizzazioni non governative. La
missione della sua vita, la
ragione per cui mi accompagna attraverso le wetland (zone umide) dello
Hunan, è salvare il Dongting. Il grande lago scomparso nel cuore della Cina.
Il Dongting occupa un posto importante nella storia cinese. Per millenni fu
la più immensa distesa
d’acqua del Paese. Più
mare che lago, si allargava
dal fiume Yangtze a nord
al fiume Xiang a sud, sconfinava dallo Hunan fino
alla regione dello Hubei.
Antiche leggende sono
ambientate qui, come la storia del poeta Qu Yuan del terzo secolo prima di
Cristo, annegatosi suicida in una sera
di maggio: da allora a maggio ogni anno i pescatori hanno attraversato il lago sulle barche con la testa di dragone,
hanno gettato in acqua i zongzi (riso
dolce bollito e avvolto in fagottini di foglie) perché i pesci restituissero il corpo del poeta. L’isola di Junshan in mezzo al lago è l’unica dove cresce il benefico tè “Aghi d’Argento”, pregiata varietà le cui foglie non affondano ma restano sempre a galla nell’acqua bollente, una rarità riservata alla famiglia
imperiale nella dinastia Qing. Qualcosa della magia passata rimane, quando
al tramonto la grande palla rossa del sole si rispecchia nell’acqua immobile, le
barche piatte dei pescatori tornano a
casa, gli stormi di gru e aironi attraversano l’orizzonte rosa. Ma l’imponente
Dongting di una volta non c’è più. È
svanito da gran parte delle terre che occupava, si è ritirato sempre più indietro. Lo Earth Policy Institute lo ha messo nell’elenco dei grandi laghi in via di
estinzione. Ancora 150 anni fa era largo
6.200 chilometri quadrati, negli anni
Cinquanta si era ristretto a 4.350, oggi
ne restano 2.700 ed è retrocesso al secondo posto fra i laghi cinesi. Ben più di
metà del Dongting non esiste più. 3.500
chilometri quadrati d’acqua spariti: è
come se fossero finiti nel nulla, evapo-
Zhang Yifei
ha 28 anni, è il
rappresentante locale
del Wwf e con la sua
jeep scassata gira
da un posto all’altro
per organizzare
i progetti di
salvaguardia
FOTO IMAGECHINA/CONTRASTO
FEDERICO RAMPINI
LA MAGIA DEL PASSATO
Nella foto qui sopra, il rientro
dei pescatori al tramonto.
Per chi visita il lago Dongting
è il momento più suggestivo
della giornata, che ricorda
l’atmosfera dei tempi passati
rati, inariditi dieci laghi di Garda. È tutta terra rubata al Dongting dagli uomini, avidi di superficie coltivabile. La distruzione dei laghi si unisce con un altro flagello ambientale, la desertificazione della Cina: già il 28% del paese è
sabbia e rocce sterili, e ogni anno i deserti avanzano implacabili rubando altri 10.000 km quadrati di territorio.
Stretta in questa tenaglia, fra uomini e
deserti che l’assediano, l’acqua lentamente abbandona un miliardo e trecento milioni di cinesi. Lo smog delle
città è la più visibile, ma la prima grande calamità ambientale a stremare la
Cina sarà la crisi idrica.
Dieci milioni di contadini vivono
coltivando i campi fertili rubati al lago
Dongting. Lo hanno cacciato indietro
generazione dopo generazione, a furia
di tante piccole dighe costruite con le
loro braccia, terre umide emerse come
i polder olandesi ricavati dal mare. Ma
migliaia di chilometri di piccole dighe
rudimentali, un labirinto artigianale di
terriccio e sassi, sono un pericolo mortale. Il lago sconfitto e umiliato si vendica sugli uomini. La sua maestosa dimensione originale offriva un ampio
sfogo alle ricorrenti piene dello Yangtze. Ora quando il fiume straripa dal suo
letto la violenza spazza via le piccole dighe come fuscelli. Crudelmente, in un
paese dove manca l’acqua, le inondazioni uccidono ancora. Negli anni Novanta quelle dello Yangtze si sono fatte
più frequenti e devastanti. «Combatti
un esercito con un altro esercito; combatti l’acqua con la terra» diceva l’antico proverbio cinese. Ma nel 1998 la disperazione lanciò l’armata nazionale
in un’impossibile guerra contro le acque scatenate dello Yangtze. Quell’anno, mentre il fiume incontenibile travolgeva tutti gli argini, l’Esercito di Liberazione Popolare mandò allo sbaraglio due milioni di soldati, poliziotti e
riservisti a combattere a mani nude
contro le inondazioni, la più grande
mobilitazione militare dalla seconda
guerra mondiale. Almeno 4.000 morirono annegati.
L’esperimento degli ecologisti
Da Yuanjiang si arriva al polder di Xipanshanzhou, dove Zhang Yifei mi
guida alla scoperta di un esperimento
promosso e finanziato dal Wwf: restituire, un pezzetto alla volta, un po’ di
terre rubate al lago Dongting. Questa
zona di 110 ettari è stata scelta perché
per tre volte consecutive in tempi recenti, dal 1996 al 1999, qui le dighe sono state travolte, le inondazioni hanno
distrutto le case dei contadini, affogato le loro coltivazioni, annientato i loro
miseri beni. «Le catastrofi — spiega
Zhang — ci hanno aiutato ad aprire gli
occhi ai contadini sull’insostenibilità
di quell’errore ambientale che è stato
l’assalto al lago Dongting». Con il benestare delle autorità Zhang Yifei e un
pugno di ecologisti locali hanno convinto questi contadini a tornare alle
origini. Abbandonare le case costruite
nelle terre basse e ricostruirle in collina. Rinunciare a coltivare le zone umide, aprire le dighe per allagare i campi,
riconvertirsi ad altri mestieri: allevamento di oche e anatre, pesca.
Piano piano a Xipanshanzhou il paesaggio cambia. Dove c’era terra tornano a vedersi specchi d’acqua. Certo
non rinasce d’un colpo il paesaggio antico. Il vero Dongting è ancora lontano
da qui. Al posto del lago magnifico bisogna accontentarsi di un mosaico di
stagni, bacini e laghetti. Tutt’attorno è
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
COME IL MARE
FOTO IMAGECHINA/CONTRASTO
Per millenni il Dongting è stato
la distesa d’acqua più grande
dell’intera Cina: si allargava
dal fiume Yangtze a nord al fiume Xiang
a sud, sconfinando dalla Hunan
fino alla regione dello Hubei. Oggi
la superficie è molto diminuita
la strada da fare per attirare qui gli ecoturisti, o per vendere le arance biologiche ai supermercati Carrefour di Shanghai, dove l’alta borghesia urbana ormai preferisce strapagare la frutta e verdura della Nuova Zelanda, per evitare i
veleni dell’agricoltura cinese.
La Cina ha dovuto creare un Ministero
dell’Acqua, e il suo titolare Zhai Haohui
descrive questa realtà: «Un terzo della
popolazione rurale, cioè 360 milioni di
persone, non hanno acqua potabile. Il
70% dei fiumi e dei laghi sono gravemente inquinati», comprese dosi massicce di
arsenico. È al collasso la rete idrica delle
metropoli sovrappopolate di Pechino e
Shanghai, Canton e Chongqing, che negli ultimi vent’anni hanno assorbito la
marea demografica di 200 milioni di immigrati dalle campagne.
La malattia dei laghi e dei fiumi è aggravata da decenni di disboscamenti —
il legname consumato dal boom economico — che hanno reso la Cina sempre
meno “umida”. Dove si ritirano il verde e
le acque si insedia un nuovo padrone: la
sabbia. Senza le barriere delle foreste, le
In questo mondo
rurale, poverissimo
e arretrato
spuntano due parole
moderne, che ti
stupiscono:
“eco-turismo”
e “agricoltura
biologica”
FOTO CORBIS
La battaglia più difficile
Zhang Yifei è un volontario in prima linea
nella battaglia più difficile della Cina. Il
destino del lago Dongting che lo appassiona non è un caso isolato. Nelle grandi
pianure del nord è scomparso quasi del
tutto un intero fiume con 300 affluenti, lo
Hai. Il Fiume Giallo, la culla della civiltà
cinese sulle cui rive le prime popolazioni
di razza Han costruirono l’impero 4.000
anni fa, ormai per un terzo dell’anno è così secco che non arriva più fino al mare.
FOTO IMAGECHINA/CONTRASTO
una landa desolata, con qualche “cattedrale nel deserto” che ricorda disastrosi piani di industrializzazione.
Spiccano le ciminiere orrende di una
cartiera abbandonata: costruita in
omaggio al presidente Mao che nacque
in questa regione, inefficiente e in perdita, fu chiusa licenziando gli operai
pochi anni fa. Nessuna ricchezza creata, solo un deposito di rifiuti tossici in
fondo al lago.
Anche l’acqua con cui vengono riinondate le terre basse viene dallo
Yangtze ed è spesso inquinata, purificarla costerà altro tempo e denaro. Veleni nuovi e pericoli antichi si mescolano in queste zone palustri. Le acque
sono infestate di invisibili vermi che
penetrano la carne umana, a un forestiero possono spappolare il fegato in
pochi mesi ma pescatori e contadini
dicono di essere quasi immuni, in loro
la malattia è endemica e raramente
colpisce in forma mortale. Gruppi di
pescatori dormono sotto tende di plastica piantate sulla nuda terra, una
stufetta è il massimo comfort, l’acqua
potabile va a comprarla in città l’unico che possiede una moto. Ogni tanto
qualcuno va e viene in barca ma la loro vita scorre al rallentatore, per ore
intere fumano e fissano il vuoto. «Il pesce lo vendiamo 2 yuan al chilo (20
centesimi di euro), è un’annata magra
e ognuno di noi non guadagnerà più di
500 yuan al mese».
Questa è la Cina che ancora sembra
India, con le stesse puzze, la mancanza
di fogne e di igiene. Per tre giorni non incontro un occidentale. Nei negozi l’unica marca estera ad essere arrivata è la
Coca Cola. Solo il capovillaggio di Xipanshanzhou, che è anche il capo del
partito comunista, ha un privilegio che
è segno di benessere: tre figli iscritti all’università. Le idee (e i soldi) del Wwf lo
hanno convertito. In casa sua a fianco a
un manifesto di Mao esibisce un cartellone pubblicitario con due parole che
qui suonano incredibilmente esotiche:
eco-turismo, agricoltura biologica.
Zhang Yifei sogna questo miracolo. Resuscitare il lago scomparso e dare un futuro agli abitanti della zona trasformandola in un’oasi naturalista, attirando un
turismo sofisticato, e consumatori in
cerca di frutta e verdura non contaminate. Il capo villaggio esibisce con orgoglio un pozzo dei rifiuti attrezzato per
produrre bio-gas, ci fa assaggiare arance coltivate senza concimi chimici né
pesticidi (dice lui). Ci invita a pernottare nella sua villetta a due piani, inaugurando così il primo agriturismo della zona. Dopo una breve ispezione dei letti e
del bagno la mia interprete, cinese di Pechino, oppone un rifiuto irremovibile.
Zhang Yifei sospira rassegnato. È lunga
LE PAURE DEL PRESENTE
Sono state le dighe costruite
per sottrarre campi fertili
al lago a provocare la crisi
del Dongting. Ma ora
nella regione si rischia
un autentico disastro ecologico
tempeste di sabbia arrivano direttamente a Pechino dal lontano deserto di Gobi.
Cinque anni fa in una delle peggiori tempeste, a 160 km a nord di Pechino la valle
di Fenging, il fiume Chaobai e la cittadina di Langtougou sono state sepolte dalle dune, costringendo l’allora premier
Zhu Rongji a lanciare un allarme nazionale. Nella sua avanzata oggi il deserto è
a 70 km dalla capitale, in una zona dove
pochi secoli fa la famiglia imperiale aveva laghetti, parchi e riserve di caccia. Chi
arriva a Pechino in aereo dall’Europa o
dagli Stati Uniti sorvola per ore le distese
aride, un oceano pietrificato grigio e giallo, montagne sterili e altipiani senza un
filo d’erba. La lunga linea di confine del
deserto che si estende dalla Manciuria fino al Xinjiang nell’Asia centrale, secondo i geologi si espande alla velocità di tre
chilometri all’anno. Otto secoli dopo le
orde mongole di Gengis Khan un nuovo
flagello incombe dal nord.
Di fronte a questa emergenza le autorità reagiscono con il riflesso condizionato dell’epoca maoista: lanciano campagne di mobilitazione nazionale. La
campagna contro la deforestazione. La
campagna per il rimboschimento. La
campagna contro gli sprechi d’acqua. Le scolaresche vengono mandate a
piantare giovani arbusti attorno a Pechino perché ricrescano barriere naturali
contro la sabbia. Dietro la
retorica ufficiale è difficile
misurare i risultati reali. Alcuni agronomi denunciano operazioni di rimboschimento fatte solo per le
telecamere, e il 60% degli
alberi muoiono poche settimane dopo. La collusione tra il potere politico e il
nuovo capitalismo cinese
vanifica le leggi contro l’inquinamento. I fiumi continuano ad essere avvelenati dalle fabbriche, e per
fronteggiare la crisi idrica
avanza un cantiere temerario: tre canali sud-nord
che dovranno dirottare 44 miliardi di
metri cubi d’acqua dallo Yangtze e dai
suoi affluenti, il sacrificio dei fiumi per
dissetare le metropoli. L’impatto ambientale è un incubo.
Lontano da Pechino e dai suoi progetti titanici, Zhang Yifei con la sua jeep che
affonda nel fango continua a fare la spola tra i polder. Racconta le virtù del grande lago fuggito, invoca l’apertura delle
dighe, educa i paesani dello Hunan ad allevare pesci senza antibiotici e mele senza prodotti chimici. Deve farlo perché un
giorno, lui ne è certo, l’ecologia sarà il business che li salverà.
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
A Oslo, ogni ottobre, sempre di venerdì, Geir Lundestad, direttore
della Fondazione che organizza la selezione dei candidati, chiama
al telefono il nuovo vincitore. Accade un’ora prima della conferenza
stampa che annuncia ufficialmente il “nome”. Il professore, memoria vivente,
del prestigioso istituto norvegese, racconta come funziona il meccanismo delle elezioni:
dalle prime “indagini” alla short list
La fabbrica
del
Nobel
“Così in segreto scegliamo l’uomo della Pace”
Repubblica Nazionale 36 29/05/2005
ANAIS GINORI
È
OSLO
il genere di telefonata che arriva una sola volta nella vita.
«Salve, lei ha vinto il Nobel».
Ogni mese di ottobre, sempre
di venerdì, Geir Lundestad prende il telefono e chiama il nuovo vincitore del
Nobel per la pace. Come dire, il premio
più famoso del mondo, che regala autorevolezza, denaro (oltre un milione di
euro) e il passaporto per entrare nella Storia.
Succede sempre un’ora prima della conferenza stampa
che annuncia “quel” nome. «Il
candidato prescelto — giura
Lundestad — è tenuto all’oscuro fino all’ultimo». È così
che alcuni Nobel hanno saputo della premiazione dalla televisione (Kofi Annan), o dalla
segretaria (Rigoberta Menchù). Altri erano impegnati in
una preghiera pubblica (il Dalai Lama). Il più delle volte,
quando squilla il telefono, si
materializza una grandissima
emozione. «Nelson Mandela
— ricorda — è rimasto in silenzio, ammutolito. Io parlavo, lui taceva. Credo
stesse piangendo».
Lundestad è un signore norvegese di
sessant’anni che di mestiere insegna
storia contemporanea all’università di
Oslo. Ama molto l’Italia, viene spesso a
Fiesole. Ma soprattutto è la memoria vivente dell’Istituto del Nobel per la pace.
Dal 1990 è il direttore della fondazione
che organizza la selezione dei candidati.
Il percorso per raggiungere il suo ufficio
racconta già molto su come funziona la
fabbrica del Nobel. Non c’è nessuna sorveglianza all’ingresso della fondazione,
Quest’anno sono
arrivate quasi
200 proposte, ma
nella rosa dei finalisti
non ci sono italiani
I PREMIATI
Qui sopra,
Yasser
Arafat,
Shimon
Peres e
Yitzhak
Rabin alla
consegna
del Nobel
nel 1994
Accanto
Nelson
Mandela
nel 1993
proprio dietro al palazzo reale. L’ufficio
del direttore è al primo piano, basta bussare per entrare. Non ci sono segretarie,
Lundestad sbriga da solo telefonate e
posta. È schivo, riservato.
La selezione delle candidature di quest’anno è iniziata da un pezzo. Il cammino che il 10 dicembre porterà alla premiazione nel palazzo municipale davanti al porto è già in fase avanzata. Il
primo febbraio sono scaduti i tempi per
inviare le lettere. «C’è di tutto: petizioni,
anche auto-candidature». Lundestad ha
fatto una cernita iniziale, poi ha ordinato a una squadra di specialisti delle “indagini” approfondite sui personaggi
meritevoli di attenzione. Ad aprile ha
presentato la short-list davanti al quintetto che deve eleggere il Nobel per la pace. Sono rimasti soltanto dieci nomi. «È
un compito che mi onora, anche se è
molto faticoso».
Quest’anno sono arrivate quasi duecento proposte, un record. In teoria, la
base elettorale è vastissima. Possono
presentare candidature professori uni-
versitari di storia e filosofia, direttori di
istituti culturali, parlamentari, magistrati di corti internazionali, nonché tutti gli ex Nobel. È chiaro però che i cinque
membri del comitato direttivo hanno un
potere insindacabile di voto. Ecco perché nonostante la massiccia e ripetuta
campagna in favore di un Nobel a Giovanni Paolo II la fondazione ha scelto diversamente. «È vero, è stato candidato in
diversi anni e per ben due volte è entrato
nella short-list — rivela Lundestad —
Wojtyla però è stato considerato troppo
reazionario in materia di diritti femminili e di morale sessuale». La Norvegia è
anche un paese protestante. «Certo, ma
mi creda non ci sono stati impedimenti
dettati dalla religione». Le tre donne che
attualmente fanno parte del comitato
direttivo hanno fatto blocco contro l’ex
Pontefice. La maggioranza “rosa” spiega
anche che gli ultimi due premi siano andati a una donna.
Nominati per sei anni dallo Storting, il
parlamento, i membri del quintetto sono tutti norvegesi, ex parlamentari o
professori universitari, e rispecchiano la
maggioranza politica del momento.
Con il governo di centro-destra la Norvegia ha partecipato, anche se con truppe ridotte, alla guerra in Afghanistan e in
Iraq, e non è più simbolo di un pacifismo
duro e puro. Conterà qualcosa nel modo
di eleggere i prossimi laureati? «Cerchiamo di mantenere la nostra indipendenza. È l’unica garanzia per difendere l’istituzione del Nobel» è la difesa di Lundestad, che però è stato scelto all’epoca del
governo laburista.
Qual è l’identikit giusto? Che cosa
hanno in comune Madre Teresa e Michail Gorbaciov o Medici Senza Frontiere con Elie Wiesel? «Intanto, che si può
cercare una via per comunicare, dialogare. Che la violenza e lo scontro non sono inevitabili». E poi? «Ognuno a modo
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
LA STORIA
IL TESTAMENTO
I GIURATI
LA PREMIAZIONE
I PIÙ CONTESTATI
IL GRANDE ASSENTE
Nel 1896 lo scienziato
svedese Alfred Nobel
lascia un testamento
per investire l’eredità
in 5 premi destinati
a chi ha contribuito
al progresso
dell’umanità
Il comitato che decide
il Nobel
per la Pace è
composto da cinque
membri, eletti
ogni sei anni
dallo Storting,
il parlamento
norvegese
Avviene ogni 10
dicembre (data della
morte di Nobel) nel
palazzo comunale
di Oslo. Il vincitore
viene annunciato
invece ad ottobre:
per tradizione sempre
di venerdì
La premiazione di Carl
von Ossietzky nel 1937
provocò una crisi
diplomatica con Hitler.
Due volte il comitato
non votò all’unanimità:
per Henry Kissinger
e per Yasser Arafat
Mahatma Gandhi,
simbolo del pacifismo
mondiale, non ebbe
mai il Nobel anche se
più volte candidato
Pesò l’alleanza
con la Gran Bretagna
del governo norvegese
Il primo Museo della Pace
Quella casa
dell’utopia
senza frontiere
I
IL COMITATO
Il comitato
del Nobel
per la Pace
in riunione
prima della
decisione
e, accanto,
la sala
dove viene
consegnato
ogni anno
lo storico
premio
LE COMMEMORAZIONI
A centro pagina:
il francobollo emesso
nel 1995 per i 100 anni
della fondazione Alfred
Nobel. In basso, la
moneta commemorativa
dello scienziato svedese
suo ha cercato di fare la
differenza»
risponde
Lundestad.
«Nel 1901,
quando è nato
il Nobel, si
pensava che
guerra e pace
fossero in mano ai politici e
governi. Con
gli anni, anche
singoli individui hanno dimostrato di poter cambiare la
Storia». Negli
uffici della fondazione conservano i verbali delle votazioni dal 1901 in
poi. «È molto divertente vedere
come si arriva al
vincitore. Spesso ci sono stati litigi furibondi. Le discussioni si sono adattate alla trasformazione del concetto di pace». Dagli anni Novanta il Nobel per la pace è diventato più
globale (i premiati sono stati una maggioranza bianca) e si è allargato ad altri
campi (il disarmo, l’ambientalismo).
Ogni tanto, il Nobel per la pace è anche
riuscito a cambiarla, la Storia. È successo nel 1937 quando venne premiato il
leader pacifista tedesco Carl von Ossietzky provocando una grave crisi diplomatica tra Oslo e Adolf Hitler. «Hitler
chiamò il governo. Il primo ministro si
dimise dalla fondazione. Da allora nessun membro del governo partecipa alle
nostre riunioni». Altre volte il comitato
per il Nobel è rimasto schiacciato dalle
pressioni politiche. Mahatma Gandhi,
simbolo mondiale del pacifismo, non ha
mai ricevuto il Nobel per la pace. Si sa
adesso, rileggendo i verbali delle riunioni, che il governo di Oslo temeva l’ira di
Winston Churchill. «Il nostro errore più
grande» lo definisce Lundestad. Il 1973
fu l’anno terribile per i membri della
fondazione: la nomina di Henry Kissinger è stata una delle più contestate nella
l’intervento
“Per festeggiare ho piantato un nuovo albero”
WANGARI MAATHAI
ho saputo l’8 ottobre. Ero in auto, stavo andando nel Nyeri, la zona dove sono nata, quando ho
ricevuto la telefonata. Mi ha chiamato
prima l’ambasciatore norvegese in Kenya,
per dirmi che ero tra i candidati e di tenere il
telefono acceso perché mi avrebbero contattata da Oslo. Ero sorpresa, non immaginavo
che qualcuno da lontano guardasse quello
che facevamo, ascoltasse i nostri sforzi. Poi,
dopo un quarto d’ora, alle 12 e 45 è arrivata la
telefonata del Comitato dei Nobel. L’annuncio mi ha travolto, sono solo riuscita a dire: «Abbiamo
vinto». Ho sempre pensato che non stavamo semplicemente piantando degli alberi ma che questo gesto
doveva servire a far capire alle persone che farsi carico
dell’ambiente, significa tutelare la propria vita, il proprio futuro. Quel premio era di tutte le donne del Green
Belt Movement che hanno piantato 30 milioni di alberi e di quelli che hanno lavorato per riportare la democrazia in Kenya. Scegliendo me credo che il Comitato
abbia voluto mandare un messaggio chiaro: proteggere l’ambiente significa lavorare per la pace.
Quella mattina siamo rimasti bloccati nel traffico e
L’
ci abbiamo messo un’ora per arrivare nelle campagne
del Nyeri. Poi qui, di fronte al Monte Kenya, ho festeggiato il Nobel nel modo che mi sembrava più
giusto: ho piantato un Nandi Flame, un albero tipico di questa zona. Per tutta la vita le
montagne mi hanno suggerito cosa fare. Anche allora, come tante volte, mi sono inginocchiata e ho accarezzato la terra intorno al
tronco. Per me ogni albero è un simbolo: una
promessa che parte da un seme, che forse si
trasformerà in un albero imponente.
Il telefono quel giorno non ha più smesso di squillare, in tanti mi hanno dimostrato il loro affetto, dal presidente del Kenya fino alle persone dei villaggi. Nei
giorni successivi ci sono stati i discorsi in pubblico, le
interviste. Poi è arrivata la data della cerimonia: un
giorno di festa e di gioia. A Oslo è un evento, per me è
stata un’esperienza unica. Ho vissuto quel viaggio dal
Kenya alla Norvegia come una specie di pellegrinaggio
in un luogo dove non sei mai stata e che puoi fare solo
una volta nella vita.
Wangari Maathai è Nobel per la pace 2004
storia del Nobel e il vietnamita Le Duc
Tho si rifiutò — caso unico — di venire ad
Oslo per ritirare il premio.
L’ultimo episodio di frattura grave all’interno della fondazione, ricorda Lundestad, è stato nel 1994: il premio ex equo
tra Shimon Peres, Yitzhak Rabin e Yasser
Arafat. «Un membro era in disaccordo
sulla nomina del leader palestinese, se
ne andò urlando durante la votazione.
Ma io credo che sia stato importante dare un segnale di incoraggiamento ».
Nessuno sa perché Alfred Nobel, scorbutico e geniale scienziato svedese, decise nel suo testamento di affidare il premio per la pace alla Norvegia, diversamente dagli altri quattro Nobel gestiti da
Stoccolma. C’è chi sostiene che a Oslo si
fosse innamorato della femminista
Bertha von Suttner (la prima donna a ricevere il Nobel, nel 1905). Forse influì anche l’amicizia con il padre — fondatore
del pacifismo norvegese, Bjornstjerne
Bjornson. Dei cinque premi, quello per
la Pace è comunque diventato il più famoso. Pare che Nobel, morto a Sanremo
solo e senza figli, volesse così farsi perdonare la fortuna accumulata inventando la dinamite. «Ancora oggi molti si stupiscono che il massimo riconoscimento
umanitario dipenda da un piccolo paese ai margini dell’Europa, con una politica estera quasi ininfluente» commenta
con un mezzo sorriso Lundestad.
Tra i momenti più commoventi cita la
premiazione di Aung San Suu Kyi. Alla
leader dell’opposizione birmana fu impedito di viaggiare. Quella volta Lundestad telefonò al figlio Alexander, in Gran
Bretagna. «Le sue parole sono state bellissime. Piene di amore». Il Nobel può
conferire una sorta di immunità contro i
regimi: per la Suu Kyi, come per l’avvocato iraniano Shirin Ebadi. A volte, porta
alla ribalta battaglie condotte nell’ombra, come quella per gli alberi africani di
Wangari Maathai. È il riconoscimento di
una lotta, fu così per Martin Luther King,
Nelson Mandela; di una statura morale
superiore, come per Madre Teresa, il Dalai Lama, Andrei Sakharov. Può essere
un plauso al lavoro svolto o un incitamento a fare di più: i leader del Medio
Oriente nel 1978 e nel 1994 o quelli irlandesi nel 1977 e nel 1998.
Sul prossimo Nobel (il premio può essere diviso in un massimo di tre soggetti)
Lundestad non vuole svelare nulla. «Non
ci sono italiani nella short-list», è l’unica
concessione. Si sa che è candidata l’organizzazione Save the Children per l’emergenza dello tsunami, l’imprenditrice cinese Rebiya Kadeer che si batte per il popolo uiguri e il presidente ucraino Viktor
Yushcenko. Ma la fondazione ha abituato tutti alle sorprese. Chiunque sia, dovrà
aver dato «il migliore contributo per la
fratellanza tra le nazioni, lavorato per l’abolizione o la riduzione degli eserciti e
per la promozione della pace» come
scrisse Nobel. E dovrà sperare di avere un
telefono accanto a sé una mattina di ottobre, sempre di venerdì.
OSLO
l Museo della Pace è piccolo, forse
per dimostrare che oggi di spazio per gli
ideali non ne è rimasto poi tanto. Nella
Vestbanen, graziosa stazione marittima di Oslo, un tempo crocevia dei grandi traffici di merci verso il mare del
Nord, gli operai finiscono di imbiancare, smontano impalcature. Tra pochi
giorni, sabato 11 giugno, tutta la città,
sua altezza il re di Norvegia e la regina,
qui davanti inaugureranno il primo
centro interamente dedicato a un concetto tanto nobile quanto effimero: la
pace.
Gli storici insegnano che la pace si definisce come periodo compreso fra due
guerre. La violenza e i conflitti esistono
dalla notte dei tempi. Eppure per trovare il tempio dell’utopia bisogna venire in
questa palazzina affacciata sul fiordo, a
due passi dai pescatori che vendono
gamberetti freschi, vicino al museo di
Munch, il pittore norvegese che con il
suo “urlo” parlava anche dell’orrore della guerra («sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura»).
«Peace on earth», pace sulla terra è la
scritta arcobaleno che accoglie i visitatori, lo slogan è ripetuto in sessanta lingue
diverse. La scenografia è originale, con
accostamenti inediti, suggestioni visive
e sonore. Una foto di ragazzi esultanti
sotto al muro di Berlino in frantumi. Gli
occhi di una ruandese che ha visto sterminare la sua famiglia. Disegni di bambini ispirati ai conflitti. La cartina del
mondo senza frontiere, solamente le
città. Una stanza buia con il rumore delle farfalle, un’altra in cui echeggiano
bombe. Profumo degli alberi africani,
prime pagine dei giornali.
«Abbiamo manipolato lo spazio per
sconfiggere l’indifferenza» spiega David Adjaye, architetto ghanese trapiantato a Londra. Pareti in movimento, piene di citazioni (Luther King, Madre Teresa), di rimandi storici e geografici (Medio Oriente, Tibet). E poi domande
ovunque: sui muri, sulle locandine.
«Cos’è l’opposto della guerra?», «Cosa
unisce tutti i popoli?». Le risposte spettano ai visitatori.
Grete Jarmmund è una donna inquieta, non sta mai ferma. Jeans e maglietta
rossa, caschetto di capelli, architetto anche lei, passione per il mondo del volontariato, è la direttrice del Museo della Pace. «Cominciare a cercare le risposte è
un primo passo verso il cambiamento»,
sostiene. Mentre si muove come un folletto tra le mura colorate del museo (l’ingresso è rosso sangue, il bar è blu notte)
difende la filosofia del progetto, per nulla spaventata che questo diventi un rifugio fuori dal tempo: «Idealisti? Utopici?
E allora, che male c’è? Come sono state
sconfitte schiavitù, dittature? Con gli
ideali».
Grete sale al primo piano, su una scala mobile in vetro ultra-tecnologica. C’è
una stanza con pareti e pavimenti verdi,
è il «giardino dei giusti», i 110 Nobel per
la pace. Ognuno è un fiore di fibre ottiche che si illumina, in una prateria dei
sogni. I monitor proiettano un filmato
che spiega la vita di questi laureati. Ecco
Nelson Mandela e Frederik Willem de
Klerk, la coppia che ha messo fine all’Apartheid, Yasser Arafat e Yitzhak Rabin,
la coppia che ha firmato una pace senza
fermare la guerra. Ecco l’unico italiano
che ha vinto il Nobel, il garibaldino Ernesto Teodoro Moneta. E poi Madre Teresa, il Dalai Lama, le organizzazioni
umanitarie come Medici Senza Frontiere, la Croce Rossa (insignita per ben tre
volte). L’allestimento è dell’artista inglese David Small, al suo attivo il nuovo
museo londinese di Winston Churchill e
quello del sesso a New York. «Questi fiori sono il segno che l’umanità può migliorarsi, sempre» ha detto Small.
Il sito dell’istituto del Nobel per la pace è visitato ogni anno da 20 milioni di
persone, così questo piccolo museo può
contare su un vasto potenziale. «I numeri non sono tutto» precisa Grete Jarmmund. «Vogliamo che sia un luogo partecipato. Inviteremo i Nobel a incontrare gli studenti, chiederemo alle Ong e a
tutte le associazioni pacifiste di venire a
dare il loro contributo». La scelta dell’11
giugno è simbolica: cento anni fa, il regno di Norvegia e Svezia finiva con la separazione consensuale dei due paesi,
senza spargimenti di sangue.
(a. g.)
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
la lettura
Mestieri rinati
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
Un tempo si imparava andando a bottega da un maestro
e seguendo la “baracca” nelle piazze e nelle fiere. Adesso prima
di mettere in scena Sandrone o Fagiolino bisogna frequentare
un “master” che prevede una dura selezione, mille ore di lezione
e stage anche all’estero. Tutto cambiato? No, perché all’origine
c’è sempre una passione: svegliarsi la mattina e sorridere a se stessi
All’università dei burattinai
C
CERVIA (Ravenna)
he bella, la scuola di una
volta. «Andavi dal burattinaio e gli chiedevi: mi
insegni il mestiere?». I
grandi del passato — i Ferrari, i Sarzi, i
Vignali, i Presini — il lavoro lo hanno
imparato dai padri o dai nonni oppure seguendo una “baracca” (la casa dei
burattini) in giro per fiere, piazze e sagre patronali. «Il “percorso didattico”
era molto semplice. Aiutavi il maestro
a montare la baracca, gli passavi i burattini durante lo spettacolo, stavi attento a imparare a memoria il canovaccio, alla fine uscivi con il cappello
in mano per raccogliere le offerte degli
spettatori. Ogni tanto, se non eri pronto ad allungare Sandrone o Fagiolino
al burattinaio, ti prendevi un calcio.
Del resto, il maestro aveva ambedue le
mani impegnate e doveva prestare la
voce a Sganapino o Balanzone. Aveva
liberi soltanto i piedi e li usava per comunicare con il ragazzo di bottega.
Dopo qualche mese l’allievo iniziava a
«entrare» nello spettacolo con una
piccola parte ed in breve tempo si credeva più bravo del maestro. E allora
prendeva su, come si dice, baracca e
burattini, e partiva per conto suo».
Anche il mondo dei burattini non è
più quello di una volta. Adesso, per diventare maestri, bisogna avere un diploma di scuola media superiore ed
iscriversi a un corso di formazione
professionale che sforna «burattinai/animatori competenti in costruzione, interpretazione e manipolazione delle figure». Mille ore di lezione in
otto mesi, seminari, laboratori. Viaggi
e stage anche all’estero, retta annua di
9.500 euro, l’80% dei quali rimborsati
dalla Regione. Il burocratese non deve
spaventare: da questa scuola che è organizzata dalla coop Arrivano dal mare di Cervia ed è unica in Italia, escono
ancora ragazzi e ragazze che
hanno addosso una voglia matta di usare Fagiolino o Sganapino per bastonare la Morte, il
Carabiniere o il Padrone.
«Perché si vuol diventare
burattinaio? Per svegliarsi al
mattino e sorridere a se stessi». Mario Vacca, modenese figlio di un calabrese e di una
slovena, non è più un ragazzino. «Ho 31 anni e per dieci anni ho fatto l’impiegato, anzi,
qualcosa in più. L’ultima mia
qualifica era “planner manager” in un’azienda modenese. Mi alzavo al mattino ed
ero triste: conoscevo già ogni
dettaglio della mia giornata.
Otto ore davanti al computer, sapendo già cosa potevo
o non potevo fare. Vietata
ogni “invenzione”, bandito
ogni tentativo di personalizzare il lavoro. Di punto in
bianco l’azienda ha chiuso
e, anche per cambiare pensiero, sono andato a teatro.
E lì si presenta un tale che
annuncia: «Mi chiamo Moreno e faccio il burattinaio».
È stato un colpo di fulmine,
ho deciso di fare anch’io
questo lavoro».
Qualche numero deve averlo, l’ex
planner manager, perché è riuscito ad
entrare nella scuola di Ravenna, con
15 posti contesi da 70 aspiranti. «Svegliarsi con il sorriso, ecco il mio programma. Guadagnarmi pane e companatico facendo un lavoro bello. La
scuola l’ho appena cominciata, ma
vorrei imparare a lavorare con i bambini, soprattutto quelli che hanno problemi, perché i burattini sono anche
una terapia».
Lo spettacolo di fine corso
Un’aula per le lezioni e tanti laboratori, per imparare a costruire burattini,
preparare scenografie, modellare oggetti. Alla fine del corso c’è la grande
sala con la baracca, per il primo spettacolo. «La cosa che più mi affascina —
racconta Marie Eve, 24 anni, da Potel
in Francia — è proprio questa necessità di dovere fare tutto. Diventare burattinaia vuol dire costruire i tuoi pupazzi, cucire i vestiti, dipingere le scene, inventare una storia e poi partire».
«La cosa più difficile — dice Sonia
Franzolin, 27 anni, di Merano — è
spiegare ciò che vuoi fare ai tuoi genitori. Per me i burattini sono un modo
splendido di cercare le tradizioni e rimetterle in vita». Il progetto di Luca
Previti, 22 anni, di Siracusa, è quello di
ridare vita ai pupi siciliani. «Li ho visti
da bambino ma da quando avevo 14
anni sono scomparsi. Qui mi insegneranno a rimetterli in vita. Sono contento di poter fare questa scuola: e
pensare che ho saputo che esisteva
mentre facevo il servizio civile in Zambia. C’era una ragazza di Ravenna che
mi ha parlato di questa strana scuola.
Certo, facendo il puparo non sarà facile mettere assieme il pranzo con la cena, ma ormai, senza impegno e senza
creatività, nessun mestiere è facile».
Prima di iniziare i laboratori, tutti in
classe. Il direttore Stefano Giunchi, 56
anni, e gli altri insegnanti tengono anche lezioni sulla storia delle teste di le-
“La cosa affascinante
è il dover fare tutto:
costruire i pupazzi,
cucire i vestiti,
dipingere le scene,
inventare una trama”
FOTO IGUANA/GUERRA
JENNER MELETTI
SEMINARI OLTRE CONFINE
Nella foto sopra, gli studenti
e i burattini della scuola
di Cervia creata dalla
Cooperativa Arrivano Dal
Mare. La scuola prevede mille
ore di lezione in otto mesi,
compresi seminari, laboratori
e stage all’estero
gno. «A fine Ottocento i burattinai rappresentavano anche le opere liriche,
per i poveri che non avevano soldi per
il teatro. Fino all’ultima guerra c’erano
in Italia centinaia e centinaia di burattinai e tutti conoscevano Fagiolino, il
popolano furbo e un po’ canaglia, e
Sandrone, surreale e sgraziato, volgare ma sincero. Altro che le soap opera
di oggi. Fin da piccoli tutti sapevano
tutto di Balanzone, medico fanfarone
che millanta una cultura che non ha
ma possiede un grande cuore, e Sganapino (inventato nel 1877 dal bolognese Augusto Galli) un monello di
città, un punk dell’Ottocento».
Nell’Italia degli anni Sessanta, quella del boom, burattini e burattinai
vanno in agonia. «Arrivava la televisione, ed in più finivano anche le “scuole” familiari che avevano tramandato
il mestiere per secoli. I figli non volevano più imparare il mestiere dei loro
vecchi. Balanzone e Pulcinella sono finiti in cantina. Dieci anni fa qui a Cervia abbiamo inventato Arrivano dal
mare, rassegna di burattini e marionette, e per fortuna abbiamo azzeccato il momento giusto. Siamo riusciti
infatti a fare una fusione fra la tradizione che stava scomparendo ed i giovani che avevano capito che l’avanguardia — il teatro di figura — doveva
usare la tradizione e non cancellarla».
È come fare un film
Si fa di tutto, nella scuola di Cervia. Un
pezzo di legno diventa la testa di un
burattino e poi ci sono i vestiti da cucire, i fondali da dipingere, i canovacci
da scrivere... «È proprio questo dover
fare tutto — dicono Angelo Aiello e Luca Ronga, 28 e 29 anni, che hanno fatto la scuola negli anni scorsi (il corso è
stato aperto la prima volta nel 2002) e
sono rimasti nella cooperativa — che
affascina. È come fare un film, dalla
sceneggiatura al montaggio, tutto da
soli. Sei regista e attore, e anche tecnico del suono e delle luci». Luca Ronga
adesso porta in giro Pulcinella e le sue
“guarattelle napoletane”. «Una mano
per l’eroe Pulcinella, l’altra per uno
degli altri sette personaggi: la fidanzata Teresina, il cane, il padrone del cane, il guappo, il carabiniere, il frate e il
boia. Storie che sembrano sempre
uguali e che sempre cambiano. Nascosta in bocca, per fare la voce gracchiante di Pulcinella, metto la “pivetta”. Questo strumento esiste anche in
Iran: si chiama safir, sospiro. E Pulcinella è in tutta Europa. Si chiama Kasparl in Germania, Punch in Inghilterra, Guignol in Francia, Laslo il Prode in
Ungheria, Vasilache in Romania, Petruschka in Russia. Quando sono all’estero, non c’è bisogno di traduzione. I
burattini hanno la capacità di farsi capire ovunque».
Angelo Aiello fa invece teatro con gli
oggetti. Va nelle scuole materne a presentare la sua Mucca Pentola — che è
una pentola con gli occhi — la quale assieme a una caffettiera, un colino, uno
scolapasta e qualche cucchiaio di legno
racconta la storia di una Mucca che è
appena arrivata nel quartiere, non si
trova ancora bene con le altre mucche.
«La cosa più bella è “raccontare una
storia” che ha un inizio e una fine, come
si faceva un tempo. E con questo teatro
di pentole e cucchiai dimostriamo anche ai bambini che si può giocare con
tutto, non solo con i giocattoli fatti
comprare da mamma e papà».
Questa di Cervia è l’unica scuola d’Italia. «In Francia, in Polonia e in quasi
tutti i paesi dell’Est ci sono le accademie, per il teatro di figura, che ogni anno sfornano laureati. Noi — dice il direttore Stefano Giunchi — siamo appena agli inizi. Ma anche da noi non si impara soltanto a “fare spettacolo”. Oggi i
burattini sono diventati importanti anche nelle scuole, perché aiutano — con
laboratori, programmi educativi — i
bambini in difficoltà. Abbiamo anche
due compagnie miste, fra disabili ed
abili. Si chiamano Pupazzi da slegare e
Fuori dal coro. In quest’ultima ci sono
ragazzi non udenti e assieme prepariamo anche dei musical».
Basta entrare nel museo preparato vicino alle saline di Cervia per
capire che, in mezzo mondo i burattini erano “la cultura” di grandi
e piccoli. «Sono stati messi da parte — dice il direttore della scuola
— da una televisione che non ha
fatto altro che copiarci. Lo stesso
schermo tv è uguale al palcoscenico della baracca dei burattini. Il
Gabibbo è un burattino grasso, le
veline due Colombine scolpite
molto bene...». Quello di Cervia
non è un “Museo dei burattini
impiccati”, come altre esposizioni dove Balanzoni e Sandroni
sembrano salami appesi alla
pertica. Qui i burattini danno
spettacolo, ridono, scherzano
con i bambini, raccontano la
storia dei loro nonni e bisnonni.
Alla fine della visita ad ogni
bambino viene regalata una
piccola “baracca” di carta, da
montare, assieme ad un paio di
burattini (pure di carta) da colorare. E forse qualche bambino, provando a “fare i burattini”, penserà ad un mestiere
che fa iniziare la giornata con
un sorriso.
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
Arbore fa il pieno di ascolti del sabato sera. E l’esordiente
Simone Cristicchi stupisce con “Vorrei cantare come
Biagio”. Torna così alla ribalta un genere antico che
da Petrolini a Elio e le Storie Tese, dalle “macchiette” al rock demenziale,
passando per Jannacci, Fo e Gaber, ha raccontato il Paese meglio
di tanti saggi. Segnando spesso i salti evolutivi della nostra tradizione canora
L’ironia e il sarcasmo
esprimono al meglio
la creatività degli
autori. E poi i tempi
della comicità e della
musica sono gli stessi
GINO CASTALDO
a sapete l’ultima? La canzone fa ridere, anzi ha sempre
fatto ridere. È un intreccio
malizioso, un debordante
calembour, un’aggressione
destabilizzante che non ha
risparmiato re e principi, santi ed eroi,
vizi e manie del nostro vissuto. Renzo
Arbore ne ha appena offerto una rigogliosa antologia televisiva nella notte
del sabato. Ma è solo il testimone più recente. Anche i giovani non perdono occasione. È di questi giorni il successo
montante di un esordiente di nome Simone Cristicchi che sta inflazionando
le radio con un titolo che non lascia
dubbi: Vorrei cantare come Biagio, e si
tratta ovviamente di Biagio Antonacci.
Dice il cantautore: «Fin da piccolo il mio
mito era Jim Morrison, con Rambo e
Rocky» ma poi capitola: «Adesso è solo
Biagio Antonacci». Provate ad ascoltarla. Non si può fare a meno di ridere.
Valanghe di comici incidono dischi,
non perdono occasione per lanciare
sberleffi e graffi satirici attraverso la
canzone. È un amore antico, mai decaduto. Dallo sfrontato viveur Gastone di
Petrolini alla Terra de cachi di Elio e le
Storie Tese è tutta una risata, di quelle
capaci di seppellire monumenti, ipocrisie e certezze acquisite. Si ride per
buonumore, per liberarsi, si ride perché, come dice Daniele Luttazzi, i tempi (intesi come ritmi) della comicità assomigliano molto a quelli della musica,
si ride infine perché anche cantando
non si può non ridere. Ridendo ridendo c’è di mezzo l’intera storia del costume del nostro paese: le boutade antidepressive di Carosone e Buscaglione
nel conformismo anni Cinquanta, le
acide e corrosive sparate del rock demenziale nel ’77 bolognese, l’iconoclasta cabaret milanese del boom economico. Forse, come vedremo, c’è anche
qualcosa in più.
C’è anche chi ha riso tanto per ridere.
Un secolo fa un signore di nome Gerardo Cantalamessa, contrastando il suo
impegnativo cognome, inventò una
canzone che si chiamava semplicemente: ’A risata. Il contenuto? Null’altro che una risata, contagiosa, irrefrenabile, che nel giro di due minuti travolgeva la platea in una liberatoria convulsione collettiva. Erano i tempi delle
“macchiette” quando Maldacea e Gill,
tra gli altri, ai margini della nobilissima
canzone napoletana, inventavano esilaranti caricature, parodie sociali che
anche ascoltate oggi farebbero la loro
dignitosissima figura. Era un trucco
vecchissimo. I cantastorie di ogni latitudine l’hanno utilizzato per millenni,
ma quei geniali caricaturisti napoletani
stavano costruendo quella che allora,
pur essendo in dialetto, era l’unica canzone “nazionale” che fossimo in grado
di vantare. Gli stessi autori classici, non
disdegnavano di tanto in tanto la canzone comica. Cioffi sapeva alternare
’Na sera e maggio a Ciccio formaggio e
Dove sta Zazà, senza alcun sobbalzo.
La canzone comica è spesso il risvolto di quella “seria”. L’alternanza è tipica, talvolta nel mondo di uno stesso autore. Pensiamo a Jannacci che ha scritto anche canzoni di intensa drammaticità, una per tutte Vincenzina e la fabbrica, a Modugno, a Giorgio Gaber che
sapeva far ridere e piangere con la stessa efficacia. Perfino Guccini, almeno
una volta, non ha resistito alla tentazione incidendo la sua Opera buffa. Queste
ricorrenze inducono a riflessioni insolite. E se la canzone comica fosse qualcosa di più di un semplice divertissement?
Se ci disponiamo a notare le coincidenze significative, ci accorgiamo che
ogni volta che la canzone italiana ha
compiuto un balzo evolutivo c’è di
Repubblica Nazionale 40 29/05/2005
L
Canzoni
ridere
da
Quando lo sberleffo diventa arte
mezzo una risata. Delle “macchiette”
abbiamo già detto, ma continuando la
traccia dell’epoca, mentre il ventennio
fascista congelava le melodie in inni di
propaganda, in “faccette nere” e sproloqui retorici sulla “giovinezza”, a tenere alto il tasso creativo ci pensavano
i debosciati artisti del cafè chantant, i
libertini e maliziosi cantori dei doppisensi. In quell’epoca, per ovvi motivi, il
doppiosenso divenne un’arte a sé stante. Sesso e politica, tabù dell’epoca, circolavano liberamente nei teatri, mascherati con metafore ardite, e spesso
di irresistibile comicità. Il fascismo da
par suo produceva comicità involontaria costringendo i cantanti affascinati
dallo swing americano a ribattezzare
pezzi come St. Louis blues in Le malinconie di San Luigi, ma lo swing, pur mascherato, e chiamato italicamente “ritmo moderno” fu un seme potente, un
ciclone sprovincializzante, un antidoto allo “strapaese” melodico, da noi coniugato quasi immancabilmente in
chiave ironica. Natalino Otto, Ernesto
Bonino, Alberto Rabagliati, hanno
cantato alcune tra le canzoni più divertenti e surreali della nostra storia. Ma
soprattutto portarono fuori dalla palude retorica la nostra obsoleta cultura
musicale. Non a caso di recente gli Ar-
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ticolo 31, in vena di scherzi, hanno ripreso con gaudio Mamma voglio anch’io la fidanzata, e prima ancora
Freakantoni, con lo pseudonimo di
Peppe Starnazza aveva rivisto quell’epopea in chiave rock’n’roll.
In Italia le canzoni hanno sempre riso. Mentre trionfavano soporifere
“edere” e altri fiori profumati, Renato
Carosone scovò un batterista di nome
Gegè di Giacomo, da poco scomparso,
che era un comico naturale. Era lui che
intonava «canta Napoli...» all’inizio
delle canzoni, ogni volta declinando a
tema: Napoli petrolifera, Napoli farmaceutica, e via dicendo. Buscaglione
aveva inventato un mondo fantastico
di duri di cartapesta. Van Wood si giocava i numeri al lotto, e l’Italia rideva,
grata. Così com’era grata alla magnifica bonomia del Quartetto Cetra. E rideva anche quando la canzone moderna fece il suo apparire al nord d’Italia.
Tra i grandi innovatori, i genovesi erano per la verità poco inclini allo scherzo. Tenco, Paoli, Bindi, erano schivi e
tormentati, ma a scuotere il mondo
della musica con l’arte, quantomai arguta e spesso politicizzata, della risata
ci pensarono i milanesi, forti di un legame di ferro col cabaret. I Gufi scelsero tute nere e argomenti macabri, sfi-
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
Le strofe più famose
O nonetina,
nonetina mia,
Tu sei paralitica
Ma ritmar, ritmar
con me vorrai
O nonetina...
La vecchia camomilla
ha dato il posto
alle palline
di glicerofosfato
bromotelevisionato
grammi zero zero tre
Io mi metto la divisa
per servizio fino a Pisa
poi domani
sono a scuola
e non ci vado
se non trovo la pistola
Parcheggi abusivi,
applausi abusivi,
villette abusive,
abusi sessuali abusivi;
tanta voglia di
ricominciare abusiva
ALBERTO SORDI
Nonnetta, 1948
RENATO CAROSONE
Pigliate ‘na pastiglia, 1958
SKIANTOS
Karabigniere Blues, 1978
ELIO E LE STORIE TESE
La terra dei cachi, 1996
Fo: sono l’eredità di Belli e Porta
“In quei versi rivive
la cultura popolare”
ANNA BANDETTINI
ome molte belle cose, anche loro sono nate dall’amicizia, dall’intelligenza, dalla gioventù. Canzoni come L’Armando («Era quasi verso sera, c’ero dietro, stavo andando che si è aperta la
portiera, è caduto giù l’Armando...»), La luna è una lampadina («E io son qui, Lina, sul
marciapiede che cammino avanti e indietro e mi fanno male i piedi, Lina»), talvolta
vere poesie in prosa come Prete Liprando,
hanno preso forma in lunghi, animati,
spesso sconclusionati pomeriggi a casa Fo,
nella Milano primi anni Sessanta, con il futuro Nobel, Franca Rame, Enzo Jannacci,
talvolta collegato solo via telefono, il musicista Fiorenzo Carpi e altri stravaganti personaggi che a rotazione si facevano vedere.
«Ci si divertiva molto», racconta oggi Dario
Fo. «Scrivevamo le canzoni a mano, sui fogli, alcune volte anche di getto, seguendo
un’idea. Con Jannacci siamo andati avanti
così fino a Vengo anch’io, scritta come uno
scherzo tra noi».
Jannacci dice che lei è il maestro, l’inventore della canzone satirica, surreale.
«No. Io non mi sento un inventore in questo campo come nel teatro satirico. È che in
quegli anni c’era tutto un clima, un terreno
particolarmente fecondo. Se ripenso a certe cose che già all’inizio degli anni Cinquanta facevo con Giustino Durano e Franco Parenti a teatro, oggi posso dire che la
nostra strada era segnata: l’idea di una comunicazione diversa e meno paludata di
quella ufficiale. In teatro dominava la rivista, noi facevamo cabaret, qualcosa di meno sclerotizzato. In più, abbiamo avuto la
fortuna di innestarci in un filone di studio e
riscoperta della tradizione popolare».
Che tradizione?
«Nel campo della musica in Italia c’era
una tradizione che veniva negata, quella
del canto popolare a cui pure attingeva la
cultura dominante ma sempre lasciandola
relegata nel sottosuolo. Era un patrimonio
che veniva defraudato della sua tradizione,
del suo bagaglio di produzione culturale.
Erano i canti di lavoro, i canti degli emigranti, dei contadini, molti dei quali io avevo già nelle orecchie, perché li sentivo fin da
bambino da mio nonno sul lago Maggiore.
Quella tradizione è diventata la base delle
due raccolte di Ci ragiono e canto del ‘66 e
del ‘69 grazie anche alle ricerche del Nuovo
Canzoniere e di Giovanna Marini».
Qual è il debito della canzone satirica
verso il canto popolare?
«Innanzitutto il ritmo. Spesso era quello
dei canti di lavoro che a loro volta seguivano il ritmo del lavoro: il vogare, il tirare la fune, il setacciare il grano, il raccogliere il riso.
Ma dal canto popolare viene ovviamente
anche il sarcasmo. Certe canzoni della tradizione sono cariche di ironia, contengono
lazzi, giochi, rovesciamenti. A loro volta
vengono dalla più colta tradizione dei poeti popolari».
Quali?
«Il Belli, innanzitutto, per i romani. E il
Porta, che del Belli fu il maestro, per il nord
Italia. Sono loro ad aprire un filone satirico
popolare che veniva a sua volta dalle forme
di ribellione del Carnevale, dai canti di gioco. Non sono eccessivo se dico che canzoni
come L’Armando o Veronica hanno lì le loro radici. Il resto lo ha fatto Milano dove in
quegli stessi anni c’era Strehler che dava dignità artistica alle canzoni della mala. E un
po’ lo ha fatto la casualità».
Che vuol dire?
«Sa come è nata Ho visto un re?
È nata da una polemica. Il critico
Massimo Mila aveva scritto che
Ci ragiono e canto era un bel disco ma che nelle canzoni non
c’era giocosità, né contentezza.
Allora per rispondergli ci mettemmo lì, ed è venuta fuori questa storia di un regno dove tutti
soffrono come cani, re e imperatori, ma quando arriva il turno
dei contadini a cui già rubano
tutto, no loro non hanno diritto
di essere tristi: “Sempre allegri
bisogna stare che il nostro piangere fa male al re”».
Chi altro riconosce in questo filone?
«Il primo Gaber, i Gufi. Poi Paolo Rossi,
Bisio. Oggi le Nacchere Rosse di Napoli con
cui ho appena fatto un disco».
Quale canzone riscriverebbe?
«Prete Liprando. Forse Veronica. E La
poiana, che parla di penuria e di grandi
migrazioni. Bisognerebbe tirarla fuori
adesso».
FOTO OLYCOM
C
“VENGO ANCH’IO”, LA VERSIONE SEGRETA
Del celebre brano di Fo e Jannacci esiste una seconda versione, scritta per
intero dal futuro Nobel, in cui la satira si fa più pungente. Eccola.
Si potrebbe andare tutti insieme nei mercenari/ Vengo anch’io?
No tu no/ Giù nel Congo da Mobutu a farci arruolare/ poi sparare
contro i negri col mitragliatore/ ogni testa danno un soldo per la
civiltà/ Vengo anch’io.../ Si potrebbe andare tutti in Belgio nelle
miniere/ Vengo anch’io? No tu no/ A provare che succede se
scoppia il grisù/ venir fuori bei cadaveri con gli ascensori/ fatti su
nella bandiera del tricolor
dando il più resistente dei tabù italiani:
la superstizione. Io vado in banca, stipendio fisso, cantavano per deridere la
piccola borghesia, ma questo era niente al confronto delle storie di becchini
e sesso al cimitero che suonavano a ritmo dixieland. Jannacci e Fo giganteggiavano cantando un’Italia di derelitti,
comici sì ma allo stesso tempo inguaribilmente teneri, talvolta goffi, perfino
tragici, che facessero il palo per una
banda di sfigati criminali o il sesso in
piedi per poche lire. Era un’Italia che
allora nessun altro aveva il coraggio di
cantare. Ci pensò la canzone comica.
Che una volta, sempre grazie a Jannac-
ci, ebbe anche la fortuna di arrivare
prima in classifica. Correva un anno fatidico, il 1968, e l’Italia si ritrovò a cantare unanime Vengo anch’io. No tu no
(scritta con Dario Fo e Fiorenzo Fiorentini). Significava molto. Tutti la fischiettavano, tutti rispondevano a tormentone «no tu no» a qualsiasi domanda, ma dietro c’era molto di più, il
protagonista era un tipico figlio della
vena di Jannacci, un paria, uno dei tanti abbonati all’emarginazione.
Quando c’è di mezzo il ridere la fantasia non manca. Se altrove imperano i
cliché delle rime sempiterne, il tono comico ha giustificato un costante fuoco
d’artificio di invenzioni. Roberto Benigni ha scritto L’inno del corpo scioltocelebrando le mille varianti della defecazione, Alberto Sordi ha osato fare dell’ironia su una candida Nonnetta, Renzo
Arbore ha cantato allegramente e maliziosamente di clarinetti e materassi, gli
Skiantos hanno inventato un blues sui
carabinieri, Elio e le Storie Tese hanno
scritto una intera saga di canti bulgari,
eroi della pornografia, icone religiose,
extracomunitari, servi della gleba, cani
e padroni di cani. Sembra quasi che
quando le cose ristagnano, quando il
linguaggio si fa trito e prevedibile, debba essere una risata a muovere le acque. Da anni del resto, da Bisio a Davide Riondino, da Fabio De Luigi a Paola
Cortellesi, i comici usano abitualmente la musica, ci giocano, ne fanno una
parte considerevole del loro lavoro.
Sarà perché i tempi comici e i tempi della canzone si assomigliano, sarà perché
un bravo comico deve avere una sua
naturale musicalità, ma la risata è sempre dietro l’angolo. Forse nessun paese
al mondo ha prodotto e produce tanta
canzone comica, e almeno in questo gli
italiani sono davvero originali.
INTERPRETI
VECCHI E NUOVI
Accanto a sinistra,
Gaber, Fo, Celentano,
Albanese e Jannacci
nel 2001 a “125 milioni
di caz..te”
Sotto, Renzo Arbore
e Mariangela Melato
in “Speciale per me,
ovvero meno siamo
meglio stiamo”,
e in basso,
Simone Cristicchi
cantautore romano
al suo esordio
con “Vorrei cantare
come Biagio”
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
i sapori
Repubblica Nazionale 42 29/05/2005
Non solo gelati
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
Il sole, il caldo, le “nivere”, il sale per prolungare il miracolo
dell’acqua che si solidifica, la frutta per dissetare lasciando
la bocca pulita: compaiono sulle tavole della Magna Grecia,
poi della Roma imperiale le prime ricette di una prelibatezza
antichissima, che affonda le radici nella cultura mediterranea
e che oggi conosce un grande e raffinato rilancio
Granita
Miscela cristalliforme di acqua, succo
di frutta, caffè, zucchero a piacere. La base
è costituita da ghiaccio tritato finemente,
a cui viene addizionato un gusto
che lo aromatizza
Sorbetti granite grattachecche
ecco il cuore fresco dell’estate
LICIA GRANELLO
n gelato al limone, cantava sornione Paolo Conte.
Gelato o sorbetto? Gelato
per licenza poetica: un
sorbetto al limone non
avrebbe avuto lo stesso
sapore evocativo, ma latte e limone
non vanno proprio d’accordo. E non
esiste gelato senza latte. Al contrario,
ghiaccio e limone rappresentano un
connubio delizioso, dissetante come
nessun altro, simbolo stesso dell’estate
che ha fatto finalmente capolino.
Quella dei sorbetti è una cultura antica, saldamente radicata nel bacino
del Mediterraneo: il sole, il caldo, l’istituto delle “nivere” (gli antichi magazzini della neve) e l’uso del sale per prolungare il miracolo dell’acqua diventata ghiaccio. E i primi accostamenti con
la frutta: obbiettivo dissetare, lasciando la bocca pulita, fresca, profumata.
Proprio come prescriveva già Senofonte nella sua personalissima ricetta: neve dell’Etna, miele, frutta e aromi, da
U
Gelato
Realizzato con latte (o panna),
è il preferito dagli italiani.
Gli artigiani migliori utilizzano
materie prime di alta qualità,
evitando di aggiungere
additivi chimici
servire nelle mense patrizie della Roma
imperiale.
Il gelato, al contrario, è nato nel nord,
figlio dell’economia agricola legata a
coltivazioni e allevamento. Quindi, base latte, panna, uova: ovvero, calorie abbondanti, equamente ripartite tra le
proteine del latte e i carboidrati dello
zucchero (o del miele), a cui aggiungere
il calore delle spezie e della frutta secca.
I capostipiti sono stati i trentini, fautori
di un mestiere così serio e difficile, da
vantare una primogenitura senza rivali
e un infinito stuolo di eredi, intere generazioni di mastri gelatai che, lasciate
le valli con i loro carretti, hanno diffuso
la cultura del gelato in tutta la fascia alpina, sopra e sotto i nostri confini. Così
legati alla tradizione delle creme, da
realizzare con base latte anche i gusti alla frutta: pratica da cui si sono svincolati in parte solo negli ultimi anni, soprattutto grazie ai sorbetti alcolici.
Molti anni dopo le prime contaminazioni tra ingredienti diversi e differenti
filosofie, la diatriba tra i sostenitori dei
sorbetti e i cultori del gelato continua.
Difficile resistere alla tentazione soave
di una granita al caffè con panna. Basta
non dover rinunciare alla vera grattachecca al limone — l’uso della grattugia
che regala una consistenza più rozza ma
anche più carnale rispetto all’uniformità semplice del ghiaccio tritato finemente — ormai ridotta a specie protetta
in qualche cantuccio di Roma votato alla resistenza gastronomica. Il tutto, senza mettere in discussione, nemmeno
per un momento, l’irresistibile golosità
di una coppa di crema, pistacchio, cioccolato, purché fatta a regola d’arte.
Se il gelato è così facile da amare, il sorbetto richiede una scelta di campo a
metà tra snobismo e obbligo dietetico.
Intanto perché il “gelato d’acqua” stenta a ritrovare l’allure perduta, dopo anni
di surrogati con le polverine (l’inconfondibile odore del detersivo per piatti…)
serviti come mediocri intermezzi o in
chiusura del pasto con la scontata correzione superalcolica. E poi perché la quota calorica, dimezzata rispetto al gelato
(130 kc contro 250) lo ghettizza spesso
nell’elenco delle scelte obbligate dal pri-
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
Roma
itinerari
Ciccio Sultano è uno
dei protagonisti
del rinascimento
gastronomico
siciliano. Nel suo
locale di RagusaIbla, Il Duomo, serve
sorbetti - gelso nero
e verbena, zenzero
candito e gin
Quintessential,
basilico e vodka preziosi e profumati
Ragusa
Malè (Tn)
La capitale vanta
la tradizione della
“grattachecca”:
i venditori giravano
i quartieri
con i loro carretti,
grattugiando il ghiaccio
dalle barre
e arricchendolo con succo di limone, caffè,
sciroppi di frutta. I “grattacheccari” in attività
sono ormai pochissimi
Divisa tra la città nuova
e la vecchia Ibla,
uno strepitoso borgopresepe rivitalizzato
dal recente
insediamento
universitario, ha nel suo
stesso Dna la cultura
antica di granite e sorbetti, oggi declinati
anche secondo gusti originali come miele,
ricotta, carrube
Stupendamente
affacciata nel parco
dello Stelvio, la terramadre di intere dinastie
di mastri gelatai
ha esportato i mantecati
ghiacciati in tutto
il mondo. Quelli rimasti
in loco, oltre alla storica produzione di creme,
si sono dedicati ai sorbetti a base di erbe,
vini, distillati
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
HOTEL PENSIONE PARLAMENTO
Via delle Convertite 5
Tel. 06 69921000
Camera doppia da 133 euro, colazione inclusa
IL BAROCCO
Via S. Maria La Nuova 1, Ibla
Tel. 0932 663105
Camera doppia da 110 euro, colazione inclusa
HOTEL MICHELA
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Tel. 0463 901366
Camera doppia da 70 euro, colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
TRATTORIA MONTI
Via di San Vito 13A
Tel. 06 4466573
chiuso domenica sera e lunedì
menù da 30 euro
DUOMO
Via Bocchieri 31, Ibla
Tel. 0932 651265
Chiuso domenica e lunedì a pranzo
menù da 50 euro
CONTE RAMPONI
Piazza San Marco 38
Località Magras Nord-Est
Tel. 0463 901989
Chiuso lunedì, menù da 25 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
PETRINI
Piazza dell’Alberone 16
Tel. 06 786307
GELATI DIVINI
Piazza Duomo 20
Tel. 0932 28989
GELATERIA ROBY
Piazza Garibaldi 5
Tel. 0463 901126
La lunga disputa sui benefici
Il “gelido diletto”
del Rinascimento
MASSIMO MONTANARI
Repubblica Nazionale 43 29/05/2005
FOTO STOCKFOOD
L
Sorbetto
La base è acqua e zucchero (o fruttosio), mantecata
con frutta fresca o surgelata, succhi
di agrumi, caffè, cacao. Si rende cremoso
col bianco d’uovo. Ha metà calorie rispetto al gelato
mo lamento della bilancia.
E invece, il sorbetto può essere godurioso, sensuale, perfino colto nella scelta degli ingredienti: basti pensare a
quello di zenzero candito e gin pregiato del ragusano Ciccio Sultano o alle declinazioni salate, incredibili e meravigliose, create da Corrado Assenza, il pasticciere che ha fatto della gastro-cultura una scelta di vita.
Qualche esempio? Provate a immaginare una granita di mandorle d’Avola,
qualche granello di sale “dolce”, un’ostrica Marenne, una scheggia di peperoncino candito, «la spoletta che innesca
l’esplosione del gusto», chiosa Assenza.
Oppure una granita di limone servita
con lame di pesce crudo, cioè gli ingredienti obbligati — ghiaccio, limone e pesce — dei pasti dei pescatori in mare.
Se la Sicilia non rientra nei vostri approdi estivi, fermatevi sul lago d’Iseo,
dove Vittorio Fusari, chef patron de “Il
Volto”, accoglie gli ospiti con un memorabile sorbetto di Campari e mousse d’arancia. Il caldo smetterà improvvisamente di preoccuparvi.
Grattachecca
La versione romana della granita
prevede l’utilizzo di ghiaccio
non tritato, ma grattugiato, su cui
si versa sciroppo di frutta, caffè,
spremuta di agrumi. Essendo
un assemblaggio instabile,
va consumato rapidamente
Semifreddo
È una variante golosa
e morbida del gelato. La base
è sempre una crema – caffè,
frutti di bosco, zabaione –
lavorata insieme ai bianchi
d’uovo montati a neve
con zucchero e panna
‘‘
Tomasi di Lampedusa
Al Caffè Romeres
ai Quattro Canti
di campagna
gli ufficiali
dei reparti
scherzavano
e sorbivano
granite enormi
da IL GATTOPARDO
a parola è forse araba (sharbet) e forse furono gli arabi a far conoscere il sorbetto agli
europei di Sicilia e di Spagna, già durante il
Medioevo. Ma è in età rinascimentale che l’uso si
afferma davvero, uscendo dalla fase sperimentale e diventando “di moda”. La gastronomia italiana, a quel tempo, è decisamente all’avanguardia,
ed è imitando lo stile italiano che il sorbetto si
diffonde in Europa.
Il tema gastronomico si confonde fin da subito
con la riflessione dietetica. Quando si tratta di cucina, ricette, prodotti, preparazioni alimentari il
medico è sempre in prima linea, oggi come in
passato, ma in passato ben più di oggi: quello del
“cuoco galenico” (così mi piace definirlo) è un
mestiere complesso, tipico della cultura medievale e rinascimentale, quando le pratiche del
mangiare e del bere trovano precisi riferimenti
nel sapere medico, basato, fino al XVIII secolo,
sulla scienza antica di Ippocrate e di Galeno. La
teoria del freddo e del caldo, del secco e dell’umido (i quattro “umori” fondamentali della vita dell’uomo) resta per un paio di millenni il fondamento di ogni giudizio e di ogni scelta relativa a
cibi e bevande. Quella scienza interpreta la digestione come un processo di cottura (assimilando
lo stomaco a una specie di forno) e vede, perciò,
con favore gli elementi di natura “calda” che facilitano l’operazione aggiungendo calore: in questo senso si raccomandava, per esempio, un abbondante impiego di spezie, e si sconsigliavano
le bevande ghiacciate: «Nuoce molto l’acqua fresca quando è presa insieme all’esca», recitava un
aforisma della scuola medica salernitana. Fu
dunque necessaria una certa forzatura per affermare la legittimità del “bere freddo” durante o
dopo l’assimilazione dei cibi: all’interno di questo dibattito le ragioni del gusto e del piacere a poco a poco trovarono una loro via, giustificando
anche sul piano dietetico l’uso del sorbetto.
I decenni decisivi stanno a cavallo tra XVI e XVII
secolo. Di fronte a una moda che sta diffondendosi, non pochi medici oppongono resistenza:
nel trattato Del bever caldo costumato da gli antichi romani, pubblicato nel 1593, il medico Pervio
chiama in causa «l’historia, l’esempio de gli antichi e la ragione» per provare che «il bere fatto caldo al fuoco è di maggior giovamento, e forse anche gusto, che non è il freddo oggidì usato». Si noti il «forse» premesso alla considerazione sul gusto: evidentemente, lui stesso non ne era così sicuro. Quattro anni dopo esce il trattato di Nicola
Masino sull’abuso del bere freddo (De gelidi potu abusu). A questa battaglia di retroguardia si
oppongono i sostenitori del nuovo: Jacopo Castiglione pubblica nel 1602 il suo Discorso sopra il
bever fresco; il Peccana pubblica nel 1627 il libro
Del bever freddo, con problemi intorno alla stessa
materia. Il dibattito continuerà ancora per tutto
il secolo e fino al successivo, con una sempre
maggiore propensione a dimostrare «i benefici
delle fresche bevande e le utilità che seco porta il
bever ghiaccio» (come si legge in un trattato medico del 1716).
La volontà di far tornare i conti, di ricondurre
comunque le scelte gastronomiche a motivi di razionalità scientifica alla fine ribaltano le antiche
certezze e lasciano libero campo all’arte della
sorbetteria. I testi di cucina la includono come un
sapere consolidato: Antonio Latini, per esempio,
nel suo Scalco alla moderna (1692-94) dedica un
intero capitolo ai modi di comporre «varie sorti di
Sorbette, o d’Acque aggiacciate», quasi scusandosi di rubare il mestiere agli specialisti («professori, credenzieri, ripostieri») addetti a questo genere di preparazioni. Nel 1775 esce a Napoli il
trattato De’ sorbetti di Filippo Baldini, la prima
opera interamente dedicata all’argomento, fondata sulla certezza, ormai non più messa in discussione, che «le bevande ghiacciate sono un
prodotto dell’umana ragione più raffinata e formano una delle conseguenze della società bene
ordinata, cioè l’utile e ’l diletto».
L’autore è docente di Storia Medievale
all’Università di Bologna
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
il corpo
In Italia 17 milioni di persone praticano sport
in un health-club o si allenano in un angolo
del proprio salotto. Oggi al festival di Rimini tutte
le novità sulle macchine ginniche dell’ultima
generazione e sulle tecniche che sbarcheranno
nei nostri centri benessere il prossimo autunno
Forma perfetta
Fitness
BIMBI IN ESERCIZIO
Anche i bambini
hanno bisogno
di tenersi in forma
e così vanno in palestra.
Panatta Sport lancia il Kids
system, una linea di attrezzi
dai colori sgargianti e di facile
utilizzo, perfino in casa
Il segreto per stare bene
è la palestra dentro casa
JACARANDA CARACCIOLO FALCK
on notarli è diventato impossibile. Corrono nei parchi e per le strade. Affollano
health-club e centri sportivi. Si dilettano
con esercizi acquatici e balli esotici. Arrivano perfino a dialogare in rete con
personal trainer virtuali. Di chi stiamo
parlando? Ma del popolo del fitness. Quella tribù
di patiti dello sport che teorizzano l’attività fisica come stile di vita. Un gruppo in continuo aumento, secondo le statistiche. Diciassette milioni solo in Italia. Che praticano sport nelle 7.500 palestre disseminate in tutto il Paese. E che nel 2004 hanno speso 14 miliardi di euro per coltivare
la loro forma fisica.
Le attività tra cui scegliere sono ormai
infinite: tennis e calcetto, beachvolley e
spinning, jogging e hidro-bike. Ma anche
capoeira, zoomp, step e bosu. Per non parlare di yoga e pilates. Ogni giorno c’è una
novità. Intorno agli amanti dello sport, infatti, è nato un vero e proprio mercato. Che
organizza festival. Come quello che è in
corso da ieri (fino al 5 giugno) a Rimini.
Nove giorni di esibizioni e corsi, massaggi e workshop, gare e divertimenti, che attirano ogni anno 500mila visitatori. Giunti da
ogni angolo d’Italia per trovare, e poi mantenere, la perfetta forma fisica. Ma anche e soprattutto per dare un’occhiata ai più innovativi gadget da acquistare.
Sarà per l’ormai cronica mancanza
di tempo, o forse a causa del traffico che rende ogni spostamento cittadino
un’impresa
biblica. O semplicemente perché è uno status symbol
come un altro. Ma
una cosa è certa: l’home fitness, ovvero
la palestra in casa, è sempre più di moda.
Una stanza, o in mancanza di spazio, almeno un angolo dove potersi rigenerare.
Con l’aiuto di un personal trainer. O
anche solo seguendo un programma ideato al computer. Per
questo gli attrezzi sportivi, stanno subendo una vera
mutazione genetica. E diventano sempre più accattivanti dal punto di vista estetico. Ne sa qualcosa Nerio
Alessandri, fondatore della Technogym, l’azienda che
l’anno scorso ha fatturato 260 milioni di euro vendendo le sue sofisticate macchine in tutto il mondo. Quando ha dovuto scegliere dove presentare la sua ultima
novità, Kinesis, Alessandri non ha avuto dubbi. E ha
portato la sua parete ultra-tecnologica, dietro la quale
si nasconde un innovativo sistema di allenamento,
con cavi e carrucole tridimensionali, al Salone del mobile di Milano. È stato un successo.
Il settore è dunque in crescita. Secondo la Technogym gli utenti domestici aumenteranno nei prossimi anni del 20 per cento circa. Dopo la cucina griffata,
il salone wi fi e l’home office l’ultimo oggetto del desiderio domestico è infatti proprio la palestra. Arredata
secondo gli ultimi dettami della moda. Ennio Cibello
fa il personal trainer a Roma da più di vent’anni. Insegna a star del cinema e dive della tv, uomini d’affari e
madri di famiglia, come rivoluzionare il proprio corpo.
Scolpendo minuziosamente ogni muscolo. Una volta
Cibello, lavorava nei centri specializzati. Oggi, invece,
il settanta per cento dei suoi clienti vuole essere seguito tra le mura di casa. «Dieci anni fa il personal a casa
era appannaggio esclusivo dei vip, oggi è sempre più
diffuso».
«È il concetto stesso di fitness che è cambiato in questi ultimi anni», teorizza Nerio Alessandri. E aggiunge:
«Una volta l’approccio era solo edonistico, oggi invece
si cerca quello che noi abbiamo chiamato wellness». E
cioè il punto di equilibrio tra attività fisica, benessere
mentale e alimentazione. «L’attività fisica è indispensabile per prevenire decine di malattie», conferma Fabio Pigozzi, docente di Medicina dello Sport all’università di Scienze motorie di Roma, «noi raccomandiamo almeno 30 minuti al giorno di camminata». In
questo nuovo contesto appare chiaro come, anche la
palestra, abbia dovuto adeguarsi. Pubblico o privato
che sia, l’health club del futuro sarà un luogo esteticamente appagante, dove rigenerare mente e corpo. Un
po’ come i gymnasium romani. Tecnologia a parte.
Repubblica Nazionale 44 29/05/2005
N
RACCHETTA
DA GRATTACIELO
Utilizza
una tecnologia
usata per costruire
i grattacieli
in Giappone
la racchetta
da tennis Flexpoint
di Head. In vendita
con la borsa
RAGAZZE AL TOP
Total look Nike,
dal pantalone alle scarpe
da ginnastica: per sentirsi
al top anche in palestra
PASSI DA MASAI
Appena sbarcate in Italia
le Masai Barefoot
Technology: scarpe
da ginnastica che, grazie
alla suola multistrato che
destabilizza l’equilibrio,
sollecitano tutti i muscoli
5milioni
Tanti sono i patiti del Pilates
la tecnica più di moda del 2005
Dieci anni fa
il personal trainer
era appannaggio
dei vip, ormai
la ginnastica
personalizzata
è così diffusa che
sono nati perfino
i coach
virtuali
consultabili on line
VIAGGIATORI CON SPRINT
Wellness tools
di Technogym, una vera
mini palestra che entra
in una sacca,
è il top per chi viaggia
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
L’EVOLUZIONE
1950
1970
1990
2000
BODYBUILDING
AEROBICA
STEP
PILATES
I fratelli Weider lanciano
il body building. Joe,
in California, pubblica le
prime riviste di tendenza
come Muscle & Fitness.
Ben, a Montreal, dà vita
all’International
federation
of body builders
L’aerobica nasce
al Cooper institute
di Dallas, Texas. Ma chi
la diffonde tra
le americane è l’attrice
Jane Fonda,
regina dei primi home
video. Madrina
italiana: Sidney Rome
La novità del
decennio è lo step:
la pedana per esercizi
e balletti coreografici,
inventata e diffusa
dall’americana Gin
Cooper. All’orizzonte
comincia ad affacciarsi
lo spinning
Tornano di moda
le ginnastiche dolci,
recuperate dal passato.
È il caso del Pilates,
il metodo inventato
dal tedesco Joseph
Pilates nel 1920,
come tecnica
di riabilitazione
SISTEMA KINESIS
450mila
Il sistema Kinesis
di Technogym è stato
presentato al Salone
del mobile.
E ha conquistato
Philip Starck (nella foto)
KeliRoberts,trainerdiRusselCrowe
Il numero di visitatori attesi
a Rimini per il festival del Fitness
“Eoramovimentodolce
sfinirsinonserveanulla”
BELLE ALLA MODA
I Remix boot di Adidas
della collezione sport
couture Remix. Ispirata
alla cantante hip hop
Missy Elliott. Realizzata
in spugna rosa, invece,
la borsa (in basso)
che diventa tappetino
da palestra. Di Gucci
ANNA TONELLI
E ADESSO MUSICA!
Si chiama
Strobobike ed
è prodotta da
Panatta Sport
Proietta sulla parete
immagini ed effetti
speciali. Ed è
collegata a un radio
modem per
ascoltare la musica
mentre si pedala
NEL SEGNO DELL’ELEGANZA
Eleganza assicurata sul campo
da tennis indossando
i polsini e la fascia in spugna
realizzati da Chanel
L’ORA DEL RELAX
La poltrona
massaggiante Sanyo
Wellness riesce
a simulare l’effetto
di una seduta di shiatsu
l suo motto è: «Sudare con il sorriso». Finita l’era del
body building, per Keli Roberts è il momento del wellness dolce, morbido, tonificante ma leggero. Una filosofia del corpo che ha ormai conquistato il popolo del fitness di mezzo mondo. E Keli, australiana di origine, personal trainer di Cher, Russel Crowe, Faye Dunaway, Kirsty
Alley, è la musa che a Los Angeles ha lanciato la nuova ginnastica easy che unisce bosu a pilates, stretching a danza.
Niente più fatica, pesi e ritmi serrati?
«Chi cerca di mantenersi in forma non vuole più sfinirsi in palestra. La vita quotidiana è frenetica, bisogna proporre esercizi che distendano e siano efficaci. Per questo
stanno avendo grande successo le nuove discipline come
il bosu».
In che cosa consistono?
«Si tratta di attività con macchine che fanno lavorare
contemporaneamente i muscoli, senza fare fatiche titaniche. Il bosu è un tipo di ginnastica dinamica, divertente,
con un gioco di equilibrio su una piattaforma semovente».
Sono tramontate le mode dell’aerobica, dello spinning e dello step?
«In America quello che regge ancora è lo spinning, soprattutto praticato da chi deve scaricare lo stress quotidiano di un lavoro logorante. Ma tutte le pratiche troppo
veloci e stancanti cedono il passo. Ora prevale l’idea di dover far lavorare armoniosamente tutto il corpo, interessandosi dell’aspetto fisico, ma anche della postura, della
circolazione, della respirazione e della serenità interiore».
Insomma, una vera filosofia esistenziale.
«In un certo senso sì. Si può evadere da
uno stile di vita che richiede sempre più
energie con un’ora di fitness che ricarica e fa
recuperare buonumore, alleggerendo le fatiche quotidiane».
Fitness fa rima con socializzazione?
«Certo, è anche un modo per aggregare, ma
soprattutto per distendere i nervi con un occhio
alla tonificazione del fisico. L’importante è proporre un metodo o esercizi facili, in cui non si deve
pensare troppo, ma raggiungere risultati visibili ed
efficaci».
Perché il wellness è così praticato, anche da chi non ha
mai messo piede in una palestra?
«Il risultato più sorprendente che si ottiene è vedere
le persone che sorridono sempre mentre eseguono i
movimenti. Non c’è più l’ossessione di scolpire i muscoli uno ad uno, ma si ricerca l’armonia generale. Se vogliamo, è un tipo di fatica più intelligente».
Come si spiega il successo dell’home fitness, della palestra in casa?
«È un modo per unire comodità ad amor proprio. In casa non ci sono orari, si può far ginnastica senza guastare
l’organizzazione familiare. E contemporaneamente si ricava tempo per pensare a se stessi e alla propria forma fisica e psicologica».
I
Repubblica Nazionale 45 29/05/2005
VOGLIA DI CORRERE
Il tapis roulant T60F
firmato Tunturi combina
design all’avanguardia
e tecnologia avanzata.
Permette di correre fino
a 16 chilometri all’ora
OCCHIO AL MAESTRO
500 calorie
È quanto promette di far perdere
un’ora di Masala Bhangra
Arriva dagli Usa
la novità di Cybex:
il Trazer. Una centrale
sulla quale è montato
uno schermo dove
vengono proiettati
gli esercizi da eseguire
BACIATI DAL SOLE
Nuovi occhiali da sole
Cébé Crux, con lenti
in policarbonato: l’ideale
per sport all’aperto
LE NOVITÀ
COACHING MENTALE
MASALA BHANGRA
BOTH SIDES UP
GYROTONIC
Come dire: allenare la
mente e non solo il proprio
corpo. Per rinforzare e
ottimizzare cervello e
volontà. Secondo i cultori
di questo nuovo
allenamento, la
motivazione è la frontiera
dello sport
Dopo la Capoeira
brasiliana sbarca, questa
volta dalla regione del
Punjabi in India, un
diverso tipo di ballo. Che
mescola yoga e passi
di una tradizionale
ballata: il Bhangra
A ritmo di tamburo
Lo step cambia faccia.
E viene sostituito dal
Bosu, una pedana di 60
centimetri sormontata
da una cupola di
gomma. Da utilizzare
su entrambi i lati. Per
tonificare i muscoli e
migliorare l’equilibrio
Arriva in Italia il sistema
inventato dal ballerino
ungherese Juliu
Horvath. Che incorpora
movimenti presi dallo
yoga, dal nuoto
e dal tai-chi. Da
eseguire con l’aiuto
di un operatore
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 29 MAGGIO 2005
l’incontro
Fuori dal campo
Oggi a Torino si cucirà sul petto
il settimo scudetto personale.
Ma per una volta non parla di calcio.
E allora l’allenatore più vincente
ci racconta del pessimo rapporto
con la mondanità, troppo
spesso scambiato
per antipatia. Di quanto
è stato difficile conquistare
la moglie Laura. Di come
le origini modeste
gli abbiano insegnato
ilgiustopesodeldenaro.
Dellapassioneperlanatura
masoprattuttoperl’arte,chepiùdiogni
altracosacontinuaadarglilafelicità
Fabio Capello
el ristorante amico, cuore di San Salvario, si siede
con la faccia rivolta verso
il muro e con le spalle alla
sala, nella speranza che non lo riconosca nessuno. Ma la processione di fan,
questuanti, conoscenti, ammiratori e
cacciatori d’autografi è incessante.
L’altra metà della luna. Fabio Capello accetta di parlare non di calcio. Non
di campionato, non di successi & trionfi, non della Juventus e dei sette scudetti personali vinti con quattro squadre
diverse. Ma semplicemente di sé. Il più
schivo, il più burbero, il più roccioso fra
i grandi allenatori internazionali si
apre e racconta: questo sono io.
L’appuntamento è al campo Sisport
Fiat. In bermuda neri e maglietta grigia
Capello è a bordo campo a vigilare sugli allenamenti. Braccia conserte e
gambe larghe, è attentissimo e come
immoto in un’afa irreale da luglio pieno. Un paio d’ore di lavoro, rapida doccia e poi ci avviamo verso il ristorante,
non prima di avere solcato una piccola
folla di ammiratori che lo acclamano
assiepati dietro i cancelli. Capello ferma la macchina, una Lancia Thesis nera della società con lo scudetto della Juventus stampigliato sulle portiere, e
non si nega a nessuno. Sempre con il
suo distacco, s’intende. Firma e autografa di tutto, velocissimo: fotografie,
magliette, cappellini, manifesti, sciarpe, cartoline, schiene, palloni.
Al ristorante “Urbani” viene accolto
con sussurri reverenziali. Si fermano le
forchette, improvviso cala il silenzio. Il
suo tavolo d’angolo è già imbandito
con ogni antipasto possibile: ovoline di
bufala, culatello, bresaola, zucchine
fritte, un melone tagliato artisticamente, omelette alle verdure, vino rosso,
pani e grissini speciali.
modesta. Con uno stipendio, lo stipendio da maestro di mio padre, ci campavamo in sei, perché con noi vivevano
anche i nonni. Dunque so dare il giusto
valore al denaro. Quando faccio gli ingaggi, faccio tutto da solo. Chiedo quello che ritengo giusto, non ho procuratori che trattano al mio posto».
Arriva il pesce spada alla griglia con
l’insalata di pomodori. Il denaro, dicevamo. « Non sono schiavo. Lo uso per i
viaggi, per le case, per la famiglia. Ma
davanti a un’automobile da 100 milioni non ho nessuna tentazione di comprarmela. La macchina dev’essere un
mezzo di trasporto, stop». Forse davanti a un quadro d’arte moderna sarebbe
più difficile resistere. «Fu Italo Allodi,
grande collezionista, a contagiarmi la
passione per l’arte moderna. Avevo appena 23 anni. Ma l’arte mi piace tutta.
Tuttora, in qualunque città del mondo
mi trovi, la cosa che amo di più è andare per musei. Tornarci e ritornarci ancora, vedere gli stessi quadri con occhi
“Mi piacciono
le donne di classe
come Virna Lisi
e Catherine Deneuve.
Quelle attuali?
Sono tutte in serie,
aggiusta di qua,
gonfia di là. Tutte
intercambiabili.
Sono tutte finte”
FOTO LAPRESSE
Repubblica Nazionale 46 29/05/2005
N
TORINO
Ma mangia oculatamente, Capello.
«No che non sono un salutista. Sono
uno normale». E racconta che gli manca molto l’attività fisica: «Prima, finiti
gli allenamenti, andavo a correre.
Adesso non posso più. È che le ginocchia non mi reggono tanto bene, me le
sono rovinate con il calcio. Le mie ginocchia sono a livello di due protesi, mi
hanno tolto due menischi, così faccio
una certa fatica».
A giugno compie 59 anni. Camicia
jeans, pantaloni sangue di bue, catenina d’oro al collo, carisma nodoso. Dicono che ha carattere da vendere ma
che non sempre è un carattere facile.
Dicono che si limita a gestire le “risorse
umane” ma con una certa freddezza,
che non si lascia mai andare, che nulla
concede ai sentimenti, che è bravissimo certo, ma anche molto antipatico.
«Forse perché quelli che vincono sempre alla fine sono antipatici. Più che antipatico io sono molto rispettoso: rispetto le persone e i ruoli. Sono uno che
va per la sua strada, come mi ha insegnato mio padre. Sono uno che non
spiffera notizie e indiscrezioni, che non
telefona ai giornalisti amici, che non
esce molto la sera, che non ama le occasioni mondane. Se questo vuol dire
essere antipatico, beh, sono molto antipatico».
Già, la mondanità. Quanto è stata un
puntello una famiglia unita come la
sua? «Molto. Io e mia moglie ci conosciamo da sempre. Avevamo 17 anni,
stavamo a Ferrara, io studiavo da geometra, lei faceva le magistrali». Un colpo di fulmine? «No, macché colpo di
fulmine. All’inizio lei diceva che ero antipatico, perché non davo confidenza...». Ecco: antipatico. Oggi, dopo oltre
quarant’anni di vita a due, due figli
grandi, Pierfilippo di 35 anni e Edoardo
di 32, due nipotini, quale pensa sia stata, o sia ancora, la qualità più grande di
sua moglie Laura? Capello ci pensa un
po’ poi dice: «È intelligente. È molto intelligente. Una virtù importantissima,
e assai poco diffusa».
Andrà al matrimonio di Totti? Il no
arriva secco e deciso: «No, anzitutto
perché non sono stato invitato. E anche
perché non mi pare il caso». Binomio
calciatori & veline: impossibile non
parlarne. «Io lo dico sempre ai miei giocatori: siete giovani, siete aitanti, avete
dei bei fisici, certo. Non pensiate però
che le veline vi corrano dietro per questi motivi. Il fatto è che a 25 anni non esiste nessuno al mondo così ricco come
un calciatore affermato. Difficile mantenere l’equilibrio con tanti soldi in
banca. Ai miei tempi non guadagnavamo certo così: un giocatore quotato,
andando in pensione, era molto contento se era riuscito a comprarsi un
paio di appartamenti e magari anche
un bar. Oggi...».
Oggi uno come Capello, re Mida del
campionato, ha ingaggi stratosferici,
altro che aprire un bar. Che rapporto ha
con il denaro? «Io vengo da una famiglia
nuovi, selezionare. Vado al Louvre, vado al British, so che ho soltanto un’or a
e allora scelgo solo quattro cose da vedere, e di fronte a ogni quadro mi fermo
almeno un quarto d’ora. L’emozione è
sempre diversa e mutevole, è come rileggere un libro che hai molto amato.
La quarta volta che ho visto la Gioconda era più bella che mai, era un’altra rispetto a prima. E provo uno stupore
sempre nuovo davanti alla testa di Nefertiti a Berlino, o all’Altare di Pergamo,
davanti ai Bosch e ai Goya del Prado e
davanti a quella meravigliosa, piccola
Madonna di Antonello da Messina».
E l’arte moderna? «Mi interessa soprattutto l’astratto, perché parla un linguaggio nuovo. Mi piace l’avanguardia.
Certo ci sono cose che trovo un po’ difficili, un po’ ostiche: certe installazioni
video... Diciamo che le guardo con interesse, però faccio fatica a digerirle».
L’arte, ripete, più di ogni altra cosa
gli dà felicità: «Paragonabile solo alla
felicità che mi dà la natura. Bella, madre, e spesso terribile e pericolosa, come sa chi pratica gli sport estremi. La
natura mi affascina e mi lascia senza
fiato, così come mi piace e mi affascina
il silenzio. Quel silenzio che ho sentito
sotto la parete Nord del Cervino, quel
triangolo tremendo sopra di me. La natura, il silenzio, la bellezza delle Isole
Maldive trentacinque anni fa, quando
l’aeroporto era una capanna di paglia e
non esisteva la luce elettrica. La bellezza incontaminata e perduta di Cancun, ora deturpata da scempi edilizi
vergognosi: una spiaggia di 15 chilometri completamente deserta, con le
tartarughe marine che venivano a deporre le uova sotto i miei occhi, con gli
iguana, con i pellicani».
Il silenzio: per Capello un culto. Se
c’è una cosa che l’uomo di Wembley
odia è il chiasso. Quindi allo stadio soffre: detesta la ola, gli strilli, i cori, i canti, le grida, le trombe, il tifo caciarone:
«Mi impedisce di comunicare con i
giocatori, non mi sentono». È come se
Fabio Capello avesse due vite, con una
cesura netta a dividerle: da una parte il
calcio, dall’altra tutto il resto, la sua esistenza privata: «Ho sempre voluto lasciare il pallone fuori dalla porta di casa. Se mia moglie o i miei figli vogliono
sapere qualcosa sulle partite si devono
andare a comprare il giornale, io non
gliene parlo. E anche i miei amici più
cari mi sono sempre fatto scrupolo di
sceglierli fuori dal mondo del calcio:
Bruno Lorenzelli, il mio gallerista di fiducia, Gianni Caverzasio, che mi ha
fatto conoscere l’emozione delle montagne, Franco Torrani, manager d’impresa, il grande Ottavio Missoni, uomo
di frontiera come me, lui dalmata io
friulano».
E tornando al silenzio, può essere interrotto solo da buona musica, classica ma anche leggera, Lucio Battisti,
Mina, Vasco Rossi: «Il mio preferito».
Trasversale nei gusti, nei generi, nelle
frequentazioni, Capello va indifferen-
temente alla Scala con Fedele Confalonieri e al ristorante con Francesco De
Gregori e Fiorella Mannoia, con i quali, assieme anche al collega Dino Zoff,
intrattiene una tenzone gastronomica
che si chiama la sfida dell’olio.
Capello è anche un cacciatore: «Solo
di lepri e fagiani, e solo una volta l’anno. Non toccherei nessun altro animale per nessun motivo». Venti giorni fa
era alla facoltà di Economia e Commercio qui a Torino a tenere una conferenza nella gremitissima aula magna
su leadership e gioco di squadra: «Mi
capita di farne tante anche ai manager.
Fra un’azienda e una squadra di calcio
non c’è nessuna differenza. L’abilità
sta nel motivare la gente. In questo
Berlusconi è bravissimo. Una persona
eccezionale cui personalmente devo
molto. Sa trasmettere fiducia e sicurezza. Un vero grande allenatore:
quando può decidere. Se invece sei invischiato e devi scendere a compromessi allora diventi un politico». Accetterebbe mai una candidatura da
Berlusconi? «Io sono molto concreto.
Non mi piacciono i se e i ma. Diciamo
che per ora non è fra i miei obiettivi».
Arriva la frutta: con le ciliegie e l’uva
nera calici ricolmi di sorbetti. Chi è secondo lei la donna più bella del mondo? «A me piace la classe, lo stile. Mi
piaceva immensamente Virna Lisi. E
anche la Deneuve». Qualcosa di più attuale? «Non saprei. Le bellezze di oggi
sono tutte in serie, aggiusta di qua,
gonfia di là, sono tutte intercambiabili, tutte finte». Che libro ha adesso sul
comodino? «Il re, il saggio e il buffone,
di Shafique Keshavjee, la bellissima
storia di un sovrano che indice un campionato delle religioni». Un altro campionato. Ma lei crede in Dio? «Sì, certo,
sono credente. C’è qualcosa di superiore a noi. E prego ogni giorno. La mattina e la sera. Non preghiere egoiste.
Sostanzialmente ringrazio. E prego
perché qualcuno che mi è caro venga
aiutato».
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LAURA LAURENZI
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