Domenica La di DOMENICA 29 MAGGIO 2005 Repubblica il fatto Le libere donne di Kabul ALBERTO CAIRO, RENZO GUOLO e DANIELE MASTROGIACOMO il racconto La corsa fatale di Jimmy il Ribelle EMANUELA AUDISIO Don Camillo e il Referendum FOTO REUTERS Repubblica Nazionale 25 29/05/2005 Accanto al cardinale Ruini nei giorni della sua ultima sfida alla testa della Cei: convincere il mondo cattolico ad astenersi sul tema della fecondazione CONCITA DE GREGORIO L BARI e calle altissime e bianche disposte a mazzi davanti all’altare si flettono al vento di mare, lui no. Sua Eminenza non si piega. Sta lungo come un airone con il collo che non finisce mai di uscire dalla veste, diritto anche quando pensi debba chinarsi a porgere l’ostia, non cede alle curve è un corpo fatto solo di spigoli, è un abito porpora scosso dall’aria pesante, braccia lunghissime e mani, il corpo di Cristo, Amen. Nichi Vendola è piccolo e scuro, è omosessuale e comunista: china la testa e prende l’ostia tra le mani, l’orecchino brilla al sole come una bandiera. Erano diciott’anni che non faceva la comunione, ha scelto questo giorno per ricominciare: queste ventimila persone in piazza e quest’uomo all’altare. Per un attimo sono uno di fronte all’altro, incrociano gli sguardi, mondi lontanissimi si sfiorano. Il corpo di Cristo. Amen. Poi è un istante, è un prodigio, è un gioco di luce e di venti. La messa è finita, la folla si apre, Sua Eminenza scompare dal palco ricompare alla testa di un cuneo di dieci persone che lo scortano veloci per i vicoli bianchi di Bari vecchia. Strade deserte, lì dietro, di colpo silenzio assoluto. «Eminenza, cosa cercano nella chiesa questi giovani?, anche oggi sono venuti a migliaia». Ruini parla senza voltare la testa, parla guardando diritto al niente che ha davanti. «I giovani sono i più vicini alla vita. Cercano le ragioni, il senso. È molto importante che sentano, che capiscano il valore della vita che custodiscono. Che la proteggano, la rispettino». Il valore della vita. L’embrione che non sono otto cellule, è una persona. La sacralità della procreazione, l’amore coniugale dato al solo scopo di riprodursi. La cultura sacrilega della vita che nasce in laboratorio. Donne sole, gay che pretendono figli, coppie che sfidano la sorte che il Signore ha assegnato loro anziché accettarla. L’artificio dell’uomo contro la volontà di Dio. Il demone del referendum che sovverte l’ordine placido ed eterno, l’ordine divino delle cose. Per Camillo Ruini è l’ultima battaglia, l’anno venturo lascerà la guida della Conferenza episcopale per «sopraggiunti limiti di età», come si dice. È il capo dei vescovi — dunque della chiesa intesa come gerarchia — da tredici anni: niente di fronte all’eternità che frequenta in preghiera, e tuttavia più di quanto sia mai durato in carica nessun leader terreno dell’Italia democratica. Leader politico, perché questo è Ruini: Don Camillo a vent’anni, filosofo e teologo appassionato del pensiero tedesco a trenta, poi per quarant’anni la mente politica della Chiesa cattolica. (segue nella pagina successiva) con un commento di MARCO POLITI le storie Al casting di Torino 2006 MAURIZIO CROSETTI il viaggio Cina, l’uomo del lago scomparso FEDERICO RAMPINI cultura La fabbrica segreta del Nobel ANAIS GINORI e WANGARI MAATHAI l’incontro Capello: la mia vita da antipatico LAURA LAURENZI 26 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 29 MAGGIO 2005 la copertina Mondi opposti Tra quindici giorni si andrà a votare per il referendum sulla fecondazione assistita. Come per l’aborto e il divorzio, la Chiesa è scesa in campo per vincere quella che è soprattutto una battaglia culturale. Abbiamo seguito da vicino il protagonista di questo braccio di ferro: Camillo Ruini, il capo dei vescovi L’ultima sfida di Sua Eminenza Repubblica Nazionale 26 29/05/2005 N Figli del bancomat Non è che Sua Eminenza non veda tutto questo, anzi. Vede bene il rischio che la società diventi un supermarket dove chi può compra e chi non può è costretto a rinunciare. Chi ha i soldi vola all’estero, sono triplicate le coppie partite dall’entrata in vigore della legge, e i figli diventano figli del bancomat. Vede che la scienza — il progresso — alimenta il mercato, aumenta l’offerta sugli scaffali della libertà e insieme la terribile tentazione della supremazia dell’uomo sulla natura, dunque su Dio. «Questo dev’essere la teologia oggi: rispondere ai saperi scientifici mostrando le ragioni della fede», dice. Questo deve fare la Chiesa: rispondere con la Provvidenza al Progresso. Poteva essere papa, Ruini. Se fosse toccato a un italiano sarebbe forse stato lui: il più tedesco dei nostri vescovi, il nostro Ratzinger. «Dico no al referendum perché ogni essere umano va trattato come fine e mai come mezzo». Sceglie Kant, per la citazione, non un teologo da intellettuali di Chiesa. Parla ai suoi e parla agli altri, ai laici, da sempre: tessere è la sua vocazione. Poiché però il papa è Ratzinger, adesso, e l’incarico di Ruini alla Cei volge alla fine sono questi i suoi ultimi mesi da plenipotenziario dopo una vita spesa a mediare, ascoltare, cercare sponde, vagliare interlocutori ricevere imprenditori, allestire carteggi, capire, vedere e prevedere. «Il Cardinale», come molti lo chiamano senza aggiungere altro, è arrivato alla guida della Conferenza episcopale insieme al declino della Democrazia cristiana, e da quando la Dc non c’è più la Chiesa italiana è nuda sulla scena politica. Sua Eminenza le ha dato il suo profilo pallido, ha offerto il suo corpo da martire alla causa. «Della Dc conservo un giudizio fortemente positivo. Ma oggi tutto è cambiato ed è in questa situazione nuova che la Chiesa deve operare. Positivamente. Non facendo politica, ma insistendo sui contenuti antropologici ed etici che qualificano l’a- vota sulla vita: non votare», gigantografia di madre con neonato. Va bene per una campagna elettorale forse, ma la partita è all’inizio. Freddezza con i politici Sua Eminenza è a colazione col vescovo di Bari, ora che la messa è finita. In arcivescovado, proprio dietro alla chiesa di San Nicola dove i preti ortodossi coi loro colbacchi neri e viola vengono ad onorare le reliquie del santo. Incontri e incroci di colori e di sottane nel bianco dei marmi, saluti brevi. Il sindaco Michele Emiliano prende un caffè col nuovo presidente della Puglia Nichi Vendola al bar sotto il Comune. Un pm antimafia eletto sindaco dal centrosinistra, un campione di Rifondazione. Hanno fatto la comunione tutti e due, stamani. Emiliano ha firmato per il referendum, però ha massimo rispetto per la parola della Chiesa: è stato al Giubileo, ha chiamato l’ultimo fi- glio Pietro in onore del Santo, porta il maggiore a messa la domenica, ha un consigliere portavoce dell’Opus Dei. «La Chiesa deve fare la sua parte e la politica la sua», dice. Certo però di fronte ad un’indicazione ad astenersi. «Beh sì però il tema è delicato, non si può confinare in due fronti politici, attraversa i partiti e le coscienze». E con Ruini, come va la convivenza in città? «Bene, grazie. Anche se, non so se posso dirlo, ma l’ho sentito un po’ freddo. Freddo con noi rappresentanti delle istituzioni, intendo. Certo il colore politico farà la sua parte. Sarà in fase di studio. Vendola mi pare che non l’abbia nemmeno salutato». Vendola glissa, non è questo l’importante: voterà quattro sì, ma non fa campagna. È in piena riscoperta della sua vena cattolica: va a colloquio privato coi vescovi, fa la comunione, vuole intitolare il nuovo aeroporto di Bari a Giovanni Paolo II, dice «ragiono molto, molto su questi temi». Sulle strade della politica per tornare maggioranza MARCO POLITI ent’anni di una lunga marcia sulle vie della Chiesa e della politica confluiscono per Camillo Ruini nell’appuntamento referendario del 12 giugno. La partita è grossa e l’esito inciderà sugli stessi equilibri interni dell’istituzione ecclesiastica. È un lungo arco di tempo quello in cui Camillo Ruini è ai vertici Cei. La prima fase, dopo il convegno ecclesiale di Loreto, lo vede impegnato — da segretario e poi da presidente — nel perseguire la linea di papa Wojtyla che esige l’unità cattolica su un programma sociale e religioso di riconquista della società civile. Per Ruini ciò implica all’interno la centralizzazione dell’episcopato e del dibattito ecclesiale e all’esterno la difesa a oltranza del ruolo della Democrazia cristiana. Ostile da subito al possibile contagio dell’ulivismo ante-litteram di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, il cardinale contribuirà con pesanti pressioni a impedire (dopo Tangentopoli) il decollo dello schieramento SegniOcchetto, facendo fallire il primo tentativo di arrivare in Italia ad un governo alternativo di centrosinistra. La battuta d’arresto costerà al Paese l’avvento di Berlusconi, ma la gerarchia ecclesiastica riterrà sempre di avere evitato in tal modo una rapida secolarizzazione della società italiana. La seconda fase ha luogo negli anni Novanta. Il cardinale, ormai saldo alla guida dell’episcopato, comprende che non basta giocare la partita nei corridoi del potere, ma è necessario uno sforzo di più ampio respiro. Nasce nel 1994 il “Progetto culturale orientato in senso cristiano”. Ruini lo lancia come una strategia capace di portare la fede a produrre cultura e a incidere nella visione antropologica degli italiani. L’iniziativa riconosce, in fondo, il carattere minoritario del cristianesimo nel calderone dell’odierna società multitendenziale e al tempo stesso rappresenta un richiamo all’evangelico “farsi lievito” della fede nel paesaggio sociale. «Dobbiamo “far nascere” il cristiano», dirà ancora qualche anno fa il cardinale in un’intervista. Il progetto, ancora in corso, non arriverà da nessuna parte. Servirà certo ad elevare il livello culturale dei quadri della Chiesa, ma non porta minimamente a influire sulla mentalità dei fedeli per quanto riguarda l’organizzazione del loro quotidiano: dagli anticoncezionali all’aborto, dalle coppie di fatto all’eutanasia. Tutte le inchieste dimostrano che gli italiani con l’etichetta cattolica e gli stessi praticanti seguono codici dettati dalla loro personale mediazione tra fede e vita. A costoro l’istituzione ecclesiastica appare lontana, quando non riesce a dire V FOTO DUFOTO egli anni Ottanta dava interviste all’Unità perché si doveva dialogare, nei Novanta invitava i vescovi a votare Dc perché non si poteva tentennare, nel Duemila chiede ai cattolici, a tutti gli italiani cattolici di non andare a votare al referendum di giugno «in ossequio a una delle vie previste dal legislatore italiano», l’astensione. Astenersi, che per la Chiesa è sempre e comunque atteggiamento virtuoso. L’appello «a tutti i cattolici, ovunque essi siano» fa paura a chi si batte per una legge diversa perché i cattolici sono ovunque: sono Vendola il comunista che si comunica, sono fra i ds che hanno tardato ad avviare una campagna tiepida. Sono l’83 per cento degli italiani, dicono le ultime indagini. E però l’Italia è cambiata. Non sarà la Spagna dove Zapatero può decidere di far sposare i gay e legalizzare l’eutanasia ma è diventata un’altra in poco tempo. La foto dell’Istat di qualche giorno fa è nitida: sono raddoppiate le coppie di fatto, mezzo milione di persone convive e non si sposa. I figli diminuiscono perché diminuiscono i soldi, e il lavoro, e la certezza di una vita accettabile. Fra i cattolici, fra quegli otto su dieci, più della metà va a messa con regolarità e però la stessa percentuale approva le coppie di fatto, non è ostile all’omosessualità. Sette su dieci vorrebbero dare regole all’eutanasia. Tre su dieci, fra i cattolici, sono a favore della fecondazione eterologa: favorevoli che non vuol dire volerla praticare, vuol dire lasciare libero chi ne ha necessità e desiderio di farlo. L’Italia è cambiata, spiegava l’altro giorno agli studenti del liceo Mamiani un ginecologo esperto, Fabio Sapienza: anche la sterilità crescente è un problema in parte sociale, perché se le donne devono aspettare trent’anni per avere un’occupazione precaria, trentacinque per avere uno stipendio su cui allestire un mutuo per la casa e quaranta per avere la garanzia di non essere licenziate in caso di gravidanza i figli cominciano a cercarli a quarant’anni, appunto. Ma a quarant’anni è tardi, non vengono, vengono meno. sui giornali, «bisogna abituarsi a una Chiesa che parla a voce alta perché la situazione lo impone, perché è suo dovere prima ancora che suo diritto». La situazione, ecco cosa lo impone. In Italia: il disgregarsi del fronte cattolico in politica. In Europa e nel mondo: il declino della spiritualità. «Non è la prima volta nella storia dell’umanità che cerca un varco l’etica edonistica e utilitaristica», ma questa volta però il pericolo è più grande, più capillare e diffuso perché passa per «il profeta collettivo all’opera nel sistema mediatico». La tv, ecco. E non bastano alla Cei un canale satellitare, un giornale nazionale, un’agenzia di stampa, 200 piccoli giornali, che è quello di cui dispone. Certo, Avvenire è nella massima considerazione di Ruini, il suo direttore Dino Boffo uno dei consiglieri più ascoltati e stimati. Il Comitato Scienza e vita nasce da una costola di quel giornale, ha tappezzato l’Italia di manifesti due metri per sei che dicono «non si A Bari, dove oggi arriverà il Papa, il presidente Cei dice: “I giovani sono più vicini alla vita, è importante che ne capiscano il valore e che la proteggano” FOTO A3 (segue dalla copertina) gire politico». La Chiesa al posto di. La Chiesa supplente. Come sia andata, da ultimo, per la legge 40 lo racconta bene Chiara Valentini nel suo libro La fecondazione proibita. Pagina 129: «All’ambasciata italiana presso la Santa sede ogni 11 febbraio si svolge una riunione per ricordare il Concordato. Quell’anno non era stata una cerimonia di routine. Il cardinale Ruini e il cardinale Sodano avevano ricordato a un imbarazzato Gianfranco Fini e a Gianni Letta che il Papa era molto amareggiato per la posizione del governo a favore della guerra in Iraq, e per alcuni aspetti della legge Bossi-Fini sull’immigrazione: dopo aver sottolineato che mai i rapporti fra il Vaticano e il governo italiano erano stati così conflittuali i due prelati avevano suggerito che c’era un solo modo per riaprire il dialogo: la fecondazione assistita». Fermarla, contenere al minimo il danno. E d’altra parte, dice ora Ruini GIORGIO PEROTTINO/MEDIAMIND CONCITA DE GREGORIO IL DIVORZIO Nel 1974, a scendere in campo a difesa dell’indissolubilità del matrimonio, con appelli dai toni apocalittici per il referendum, è l’intera rete ecclesiastica L’ABORTO Wojtyla, da poco eletto Papa, sostiene in prima persona la battaglia contro il “genocidio dei senza voce”: ma anche in questo referendum la Chiesa viene sconfitta LA FECONDAZIONE La pratica è condannata con l’istruzione “Donum Vitae” del cardinale Ratzinger. Per il referendum contro la legge, Ruini invita più volte all’astensione parole valide per il quotidiano. In questo processo la stessa categoria di “privatizzazione della fede” diventa insufficiente. Non c’è ritiro nel privato, ma una fede “personalizzata” che risponde alla coscienza individuale. Però pubblicamente vissuta. I cattolici pregano di più, vanno a messa piuttosto regolarmente con un 33 per cento di presenze, si impegnano a milioni — sì, a milioni — in associazioni, movimenti, strutture caritative, enti sociali e organizzazioni di volontariato. Parlare di emarginazione risulta insostenibile. E invece, agitando lo spettro di un’eclissi della fede dalla sfera pubblica, il cardinal Ruini ha imboccato da qualche anno la via della lobby. È affascinato dall’attivismo dei gruppi religiosi statunitensi. Però un movimentismo radicale, possibile negli Stati Uniti dove la separazione tra Stato e Chiesa è comunque ferrea, mal si concilia con una Chiesa che in Italia resta concordataria. Sicché alla fine il presidente della Cei sceglie di giocare soprattutto sul terreno degli schieramenti partitici la carta di quel cinque-sette per cento di voti cattolici fedelissimi, capaci di far pendere in un senso o nell’altro la bilancia del bipolarismo. Complice il “neoclericalismo” dei politici, come lo chiama Pierferdinando Casini: «Confondere l’attenzione per il mondo cattolico con l’accettazione passiva dei desiderata del mondo cattolico». Di fatto, proclamandosi continuamente impotente, la gerarchia interviene di peso nel processo legislativo. Impone l’inserimento degli insegnanti di religione nei ruoli statali, fa bocciare il divorzio breve, incide nei dettagli di una legge malfatta come la 40. Ora, con l’astensionismo comandato ai cattolici, il cardinale è giunto all’azzardo. Afferma che la Chiesa intende fare sentire alta la sua voce, ma tutta la sua strategia è congegnata per evitare che si arrivi a vedere alla conta dei voti dove si indirizza il consenso degli italiani. Se prevale liberamente l’una o all’altra delle soluzioni. Se e come gli italiani seguono le indicazioni della gerarchia o le interpretano di caso in caso. Così il messaggio della Chiesa appare ridotto al calcolo di un’astuzia tecnica del gioco politico. Degna di un politico, appunto. Meno convincente dal punto del carisma pastorale. Oggi non sono più nemmeno gruppi di laici cattolici a trascinare la Chiesa nella lotta — come fu con il divorzio o l’aborto — ma è la dirigenza della Cei che precetta associazioni e movimenti per una battaglia dall’alto. Senza, peraltro, che l’assemblea dei vescovi ne abbia mai discusso. Le conseguenze peseranno. DOMENICA 29 MAGGIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 27 LA FOTOGRAFIA Una storica foto di Gianni Berengo Gardin scattata nel 1959 tra la folla a Piazza San Pietro Fu usata come immagine di copertina il 28 aprile 1959 dal settimanale “Il Mondo”, diretto da Mario Pannunzio La foto illustrava un servizio dal titolo “Il suddito pontificio” per il trentennale dei Patti lateranensi FOTO BERENGO GARDIN/CONTRASTO Le suore lo fermano per strada per raccomandarsi, lui risponde «farò bene con l’aiuto di Dio». Dice che non è sicuro, per esempio, della strada a cui porta la diagnosi preimpianto dell’embrione. Non la nomina ma pensa all’eugenetica, la selezione della razza su cui fanno campagna contro i teo-con. «Porta di certo intanto alla revisione della legge sull’aborto per cui tu stesso hai lottato», gli dice qualcuno al tavolo, perché non si vede perché proibire l’analisi che studia le malformazioni congenite su un embrione di otto cellule e consentirla su un feto di dodici settimane. Il prossimo passo sarà il divieto di aborto terapeutico, e difatti Gasparri e Storace sono pronti. Vendola annuisce e tace, ha appena smesso di fumare, accende una sigaretta. Scelte personali Alla Fiera del Levante c’è il villaggio dei giovani cattolici, sono arrivati a decine di migliaia. Con Wojtyla si chiamavano Papa-boys qui a Bari hanno cambiato nome in Cristo-boys, ci sarà una ragione. Ruini li passa in rassegna tra edifici stile littorio. Sorride, benedice ma non si scosta mai dal centro del corridoio. Qualcuno lo chiama, vince il timore e si azzarda. Sua eminenza, vuol visitare lo stand delle Acli? Chi gli fa cordone attorno fa cenno di no, deve andare veloce. Si vuol fermare forse dai ragazzi di “Vivere in”, il movimento di Don Nicola Giordano? Guardi, tenga l’opuscolo: «Dieci ragioni per dichiarare scelgo di non votare». Sorriso, gesto veloce della mano, no grazie. I ragazzi cantano e applaudono lo stesso, aspettano il Papa che arriva stamani. Però, ora che Ruini è uscito, Doriana Valente, 26 anni, venuta da Monopoli, dice «io ci vado a votare, e voto tutti sì. La Chiesa può dare indicazioni ma poi queste sono scelte personali, conosco tante donne cattoliche che hanno avuto figli grazie alla scienza, lo hanno fatto e lo rifarebbero, ne sono sicura». Fuori, seduta per terra, c’è una ragazza che dipinge coi gessi una madonna col bambino. Ilaria, denti guasti, due figli. «Io non voto per principio, sono cattolica ma non voto. Tanto votare a cosa serve?». Cento metri più in là monsignor Comastri, inviato del Vaticano, predica a una folla di migliaia di persone che «non è quello che abbiamo ciò che ci qualifica, ma una risposta di senso alla vita: diamo alla vita il valore di un dono, diamo alla religione il ruolo di guida e di luce». Ecco, alla religione il ruolo di guida. Camillo Ruini è un esperto di strategie, colleziona riviste militari, ha una passione per aeroplani e carri armati, nei momenti di quiete ne parla con Cossiga. Sa che bisogna prima individuare l’obiettivo, poi stabilire l’entità della sfida, quindi misurare le forze. «Nell’attuale cambiamento epocale la Chiesa per non rassegnarsi all’irrilevanza deve farsi sentire e capire». Obiettivo: non rassegnarsi all’irrilevanza. «La sfida oggi è conservare la fede incarnandola nella modernità». Quanto alle forze: tutte quelle di cui dispone sono oggi in campo. Quando proprio qui a Bari, a gennaio, è partita la campagna per l’astensione Massimo D’Alema ha detto «la Chiesa è in difficoltà, si sente assediata». Sarà per questo che non sopporta defezioni. I tre sì annunciati da Fini sono stati un colpo molto duro. E però Ruini, Richelieu, ha la forza di chi lavora in nome del Re Sole e per conto di Dio. «Dobbiamo dare un cuore al mondo di oggi», ha appena detto qui a Bari dall’altare. «La tutela della vita è un pilastro, non possiamo abdicare», aggiunge mentre vola nei vicoli prima di sparire dalla città vecchia nell’ultimo colpo di porpora. Non possiamo. Grazie a tutti quelli «che si stanno impegnando sul referendum», dirà ancora, più tardi: grazie perché questa battaglia «è un impegno a favore di ciò che è proprio di ogni essere umano, il quale non può essere mai ridotto a mezzo, rimane sempre un fine». Di nuovo Kant, da questo altare sulla riva bianca del mare di Bari. Don Camillo, Sua Eminenza il cardinale Ruini ha condotto la Chiesa e il suo lavoro fin qui, la porta che si chiude dietro è quella del congedo. Cerca la sua ultima vittoria politica. Se lascerà da trionfatore, sarà lui ad aver scritto la prima pagina del libro che Ratzinger ha davanti: il libro ancora bianco della Chiesa del nuovo millennio. 28 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 29 MAGGIO 2005 il fatto Verso Occidente Freshta Jalalzai ha 28 anni, dopo la caduta dei Taliban ha aperto una palestra semiclandestina nel retro di un negozio da parrucchiera e adesso che l’hanno costretta a chiudere lavora come giornalista in una radio. Freshta Jalalzai è una delle tante ragazze che lottano per regalarsi una vita migliore nell’Afghanistan dei burqa. Questo è il suo diario “Io, donna libera a Kabul” «M KABUL i chiamo Freshta. Freshta Jalalzai. Ho 28 anni e da uno faccio la giornalista. Ma non ho fatto solo questo. Mi sono sempre data da fare, per una donna afgana non è facile. Ho anche lavorato in un Internet cafè, in un negozio di dischi. E poi, la mia piccola follia, che mi riempie di orgoglio: ho tirato su un fitness center. Sì, una palestra tutta femminile: ginnastica, esercizi, qualche peso, avevamo pensato anche alla box. Poi, è finita. Ma questa è un’altra storia. Adesso mi concentro sulle notizie». La ragazza che abbiamo di fronte è una tagika. Ma l’influenza hazera si vede nei tratti del viso: largo, gli occhi allungati e chiari, il naso leggermente schiacciato. Siamo riusciti a incontrarla dopo molta fatica, il clima di Kabul in questi giorni non è tranquillo. La scorsa settimana, poco prima del sequestro di Clementina Cantoni, un killer ha freddato con un solo colpo di pistola Shaima Rezayee, una bella ragazza di 24 anni, molto apprezzata dal pubblico di una delle tv più in voga: Tolo tv, una sorta di Mtv afgana. Shaima era la star della trasmissione. «Era diventata così famosa», ci dice Freshta, «che la gente la fermava per strada. C’era chi l’amava e chi la odiava. Lei andava in giro con vestiti alla moda, tacchi belli alti, pantaloni attillati. E si attirava molte critiche. Ma la capivo: voleva rompere gli schemi. Usciva con i ragazzi, si sedeva nei bar del centro a bere con loro. Forse esagerava, il nostro paese ha delle regole rigidissime che vanno rispettate. Ci vuole tempo. Ci sono le famiglie, i clan, i vicini, le tradizioni. Poi, una sera, un tizio qualunque, pum! la uccide. Come tante altre mie amiche sono rimasta scioccata. Ci ho riflettuto. Quello sparo ci ha catapultato nella realtà. Mi sono detta: potrebbe capitare anche a me. Ho avuto paura. Faccio la giornalista da solo un anno, alla radio, Radio Liberty, ma ho successo. Gli ascoltatori chiamano da tutta Kabul e dalla provincia. Faccio informazione e questo ci attira invidie. E poi sono una donna. In Afghanistan una donna fa ancora fatica a lavorare». Lei invece ci riesce e questo è il diario della sua giornata. Ore 11 «Mi chiamano. C’è la riunione di redazione. Il capo non vuole che arriviamo in ritardo. Aspettate qui, vi racconterò cosa è oggi l’Afghanistan. Quello delle Karimà e Minà che sognano la California ALBERTO CAIRO I ‘‘ Il centro fitness era sempre pieno, venivano le mie compagne d’università. Poi un giorno la proprietaria ci disse che dovevamo smettere. I vicini non volevano, pensavano che la nostra attività fosse uno scandalo ‘‘ DANIELE MASTROGIACOMO nuove generazioni, cresciute tra guerre e distruzioni, schiacciate dai Taliban e ora piene di sogni e speranze. La generazione che amava la tv, la musica, i vestiti, i computer, vedersi il giovedì sera tra amici. L’Afghanistan non è solo burqa e papavero». Ore 12 «Ho un servizio da fare: prendo la borsetta, la penna, il registratore. Il velo: questo sempre. C’è una conferenza stampa al ministero per la lotta alla droga. Il fitness? Beh, fu una bella esperienza. Ci passiamo davanti andando al ministero. Era in realtà un negozio da parrucchiere da donna. Ma era sempre pieno perché tutte sapevano che c’era anche una palestra femminile. Una tenda copriva le finestre dalla strada e un drappo impediva la visuale tra la porta d’ingresso e il salone interno. C’era una scaletta a chiocciola che portava nel sotterraneo. Un bello stanzone dove potevano entrare almeno venti persone. Mi sono accordata con la parrucchiera, un’amica di mia zia, e ho aperto il fitness. Fu un successo fin dall’inizio. La proprietaria era preoccupata, aveva paura che qualcuno le bruciasse il negozio. Ma Kabul sembrava cambiata; i Taliban erano finiti, il loro incubo era fi- KABUL ncontro per la prima volta Karimà e sua figlia Minà al Centro Ortopedico della Croce Rossa Internazionale di Kabul nel 1994. Karimà viene a farsi curare un mal di schiena furioso che, a solo cinquant’anni, già la fa camminare piegata in due. Le fisioterapiste la stirano, allungano, massaggiano. Quando se ne va, manda una torta enorme per ringraziare. Dopo qualche mese è di nuovo là, recidiva. Le radiografie mostrano una grave osteoporosi. Da chiedersi come faccia a camminare. Stringe i denti, bisogna andare avanti. Torna spesso e diventa amica delle nostre ragazze, in particolare di Lida che, chiacchierona, ci racconta tutto. Sappiamo così che Karimà è originaria di Kabul, di buona famiglia, il padre lavorava per il re Zahir Shah. Figlia unica, la mandano a scuola, diventa maestra. A vent’anni la sposano ad un uomo molto più grande di lei, seconda moglie. Gli dà due figli, un maschio e quindi Minà. «Un buon marito, solo un po’ noioso, ma quale uomo non lo è?», ride. La tratta come una regina, le compra due stanze in una casa con un giardino pieno di rose. Ahimè, pochi anni e marito e figlio muoiono in un incidente stradale. Minà è ancora in fasce. Karimà è liquidata con quattro soldi dai figliastri e dalla amboq, la prima consorte. Riprende il lavoro di insegnante, scuola la mattina e ripetizioni il pomeriggio. Potrebbe risposarsi: «Per essere seconda moglie di nuovo?». No grazie. Minà e lavoro diventano le sue ragioni di vita nella nito. C’era un’aria nuova che spingeva tante donne a modificare il comportamento. Ci sentivamo libere». Ore 13 «Devo tornare alla radio. Ho sentito di nuovi allarmi. Girano dei kamikaze per la città. Mi sembra una frottola, noi non siamo abituati a cose del genere. Siamo diversi dall’Iraq. Chi ha combattuto lo ha fatto a viso aperto, sul campo. Tutti i miei parenti hanno combattuto sulle montagne. Prima contro il governo centrale, poi contro i russi, poi contro i Taliban. Anche mio padre. Adesso lui non c’è. Sono dieci anni che è andato in Russia. Non lo vedo da allora. Chiama ogni tanto, parla con mia madre, dice che forse verrà a luglio. Ma non voglio illudermi. Ecco, lì, in quella stradina, c’era il fitness. Era nel centro della città. Lo sapevano tutti. All’inizio non hanno detto nulla, poi i negozianti di fronte, la gente del quartiere ha cominciato a parlare. Erano scandalizzati, dicevano che era un luogo di perdizione. Io sono testarda e ostinata: non mi deprimo facilmente. Mi sono informata, aggiornata, ho chiesto quanto potevano costare delle macchine per fare degli esercizi. Mi chiamavano tante amiche dell’università: all’epoca studiavo medicina, volevo diven- casa con le rose. Per la figlia vuole il meglio, ad ogni costo. Ogni volta che vengono alla clinica, mi colpisce il fatto che attorno alle due donne si forma subito un capannello di pazienti e impiegate. Hanno qualche cosa di speciale: Karimà, a cinquant’anni, è radiosa come una adolescente, Minà elegante in ogni cosa che fa. «Fine, finissima», dicono le fisioterapiste rapite in contemplazione del suo trucco perfetto. Lida è sicura che la ragazza abbia mille spasimanti. «Una così, laureata per giunta!» Invece no. Minà vuole il grande amore. Dev’essere uno istruito. Se ricco non guasta, ma non è indispensabile. Aspetterà. Karimà ha insistito affinché la figlia andasse all’università, facoltà di legge. Uscita dal corso a pieni voti, uno dei docenti la prende nel suo studio, per certe questioni una donna avvocato è necessaria, ma Minà ci resta poco, perché un collega ci prova. Se ne sta a casa per un po’, ma non con le mani in mano. Ne approfitta per imparare a cucire e studiare l’inglese. Finalmente un vecchio amico del padre, avvocato, la assume. Alla ragazza piace destreggiarsi tra leggi, codici e procedure. In ufficio la stimano, si sente qualcuno. Vuole intraprendere la carriera universitaria. La madre l’esorta, orgogliosa. Minà è pronta per il concorso quando a Kabul arrivano i Taliban. Il sogno finisce. Alle donne sono vietati scuola e lavoro. Licenziata. Ma anche per i giuristi maschi non c’è posto nel regime fondamentalista. Dopo un po’ l’amico del padre chiude lo studio e lascia il paese. Karimà e sua figlia si ritrovano sole. Il mal di schiena di Karimà la riporta da noi diverse volte. Lida dice che le due donne DOMENICA 29 MAGGIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 29 I TALIBAN E LA STAR TV UCCISA Sotto il regime dei Taliban il modo di vestire delle donne era rigorosamente codificato: le afgane non potevano lasciare scoperte le caviglie, portare scarpe con i tacchi alti, truccarsi, mettere abiti dai colori vivaci. Il burqa era obbligatorio e chi non lo indossava veniva punita con la fustigazione pubblica. Ma anche adesso la condizione delle afgane non è cambiata radicalmente: le leggi degli studenti del Corano non sono più in vigore, ma molte continuano a portare il burqa. Chi non lo tare un medico. Tutte volevano venire, anche se avevano un po’ di timore. Ci trovavamo là dentro, ogni mattina presto e nel pomeriggio. Un giorno mi chiama la parrucchiera e mi dice che devo chiudere. Mi spiega che ha ricevuto delle minacce. Gente che l’ha avvicinata e le ha detto che il centro fitness deve finire. Non sono banditi o criminali: è la gente del posto, uomini che considerano la palestra uno scandalo. Abbiamo avuto paura e ho dovuto chiudere». Repubblica Nazionale 29 29/05/2005 Ore 15 «Ho appena finito la riunione del pomeriggio. Devo cercare un altro servizio. Mi pagano bene, prendo 900 dollari al mese. Ma se trovo delle storie per conto mio, mi danno un incentivo in più. Cento dollari. Un regalo che mi ritrovo alla fine del mese. Sì, mi posso considerare fortunata. Devo pensare alla mia famiglia, ho altri due fratelli e tre sorelle. Non lavora nessuno, sono l’unica a portare soldi a casa. Studiano tutti, le femmine aiutano un po’ in casa. Anch’io continuo a studiare. Giornalismo. Medicina era troppo impegnativa e molto frequentata. Mi domando dove andranno a lavorare tutti questi futuri medici. L’Afghanistan ne ha un disperato bisogno, ma è anche un paese poverissimo. Chi ha la possibilità emigra e poi resta all’estero. Perché dovrebbe tornare? Non c’è un solo palazzo ricostruito, nessuno investe, ci sono solo le Ong e le Nazioni Unite. Ma l’economia non decolla. L’87 per cento del nostro Pil è dovuto al papavero». Ore 16 «Ho finito, andiamo all’università. Ci sono i corsi alla facoltà di giornalismo. Poi quelli di francese. Devo studiare le lingue, sono importanti. Certo, amo viaggiare e vedere cosa c’è in giro. Ma voglio restare qui in Afghanistan. Il mio sogno? Entrare in politica. Fra quattro anni mi candido per il parlamento. La prima cosa che faccio, se vengo eletta, è una battaglia sulla sanità. Ho smesso medicina, ma so quanto sia importante la salute nel nostro paese. Qui si muore a quarant’anni. Per non parlare delle campagne: quest’inverno ha fatto talmente freddo che centinaia di bambini sono morti di polmonite. Le madri non sapevano come curarli». Ore 19 «Ci dobbiamo lasciare. Passa a prendermi mio fratello e torniamo a casa. Abitiamo in periferia, mezz’ora di macchina. Devo fare attenzione. Le ragazze come me non sono ben viste. Ci sono mol- sono senza soldi. Lo vede dai vestiti, pulitissimi, ma coi colletti rivoltati e lisi, dal trucco leggero di Minà, per risparmiare. Madre e figlia diventano insegnanti, organizzando in casa una scuola per bambine. È vietatissimo, un rischio, ma che altro fare. Un vicino, diventato talebano, vuole Minà in moglie per suo figlio. Karimà risponde che è già promessa ad un cugino. Non è vero, ma è una buona scusa. Minacciato di botte, il finto fidanzato confessa la bugia. Per Minà comincia il calvario. Non può uscire per timore di essere rapita, passa dei mesi in casa. Lidà le va a trovare. Madre e figlia sono l’ombra di quello che erano, ma ombre dignitose, riescono a sorridere, certe che quella follia finirà. «Niente dura in Afghanistan», assicura Karimà, «mai piegarsi». Il pretendente, per farle cedere, minaccia di denunciare la scuola clandestina alla polizia religiosa. Spaventate, la chiudono. Con gli ultimi soldi, Minà compra una macchina da cucire. Lavora per i vicini, ma non basta. Ci chiedono aiuto. La Croce Rossa ha bisogno di pigiami e vestiti per i pazienti degli ospedali e per i detenuti che visita nelle prigioni. Noi compriamo la stoffa, Minà taglia e cuce. Almeno il pane è assicurato. Col primo stipendio a me mandano dei cioccolatini, a Lida un rossetto. Poi un miracolo. Il pretendente muore in un combattimento coi mujahiddin di Masud. Non si deve gioire dei guai altrui, ma le due donne fanno festa, invitano le amiche. Karimà riorganizza la scuola alle bambine e Minà può finalmente uscire. Non fa niente se col burqa: fuori, aria, aria! Passano altri due anni. Tra pigiami e lezioni segrete metto- indossa infatti rischia di essere aggredita o offesa. A qualcuna può anche costare la vita. È successo qualche giorno fa a una giovane conduttrice di un programma di culto dei giovani di Kabul. Hop in onda dopo il tg della sera su Tolo tv, un canale simile a Mtv. Shaima Rezayee, 24 anni, è stata uccisa nella sua casa con un colpo di arma da fuoco alla testa. Il suo programma era stato attaccato dai conservatori: il presidente della Corte suprema, Fazl Hadi Shinwari, lo aveva definito “blasfemo”. te minacce in giro, dobbiamo diffidare di tutti. La situazione purtroppo sta peggiorando. Quando arrivo, devo lavorare in casa. Cucino qualcosa assieme a mia madre, si mangia tutti insieme, si guarda un po’ di tv e poi si va a dormire. Loro, io resto sveglia. Dormiamo nella stessa stanza, ma c’è spazio per ognuno. La mattina mi devo alzare presto, alle cinque meno un quarto. Mi lavo, prego, lavo, pulisco, preparo la colazione per gli altri. Poi si esce. Ognuno va a cercare qualche lavoro e a studiare. C’è un pulmino della radio che ci passa a prendere con tutte le altre colleghe. Gli facciamo un colpo con il cellulare e lo aspettiamo per strada. Abbiamo una macchina, ma non è sicuro. Riceviamo troppe minacce. Arrivo alla radio alle otto e ricomincio a lavorare. Ma è di notte che vivo un momento tutto per me. Nel silenzio, mentre gli altri dormono, con una piccola luce, scrivo al computer. Chatto con tutto il mondo. Ci scambiamo notizie, commenti, parliamo della vita, dei nostri sogni, conosco ragazzi e ragazze di ogni continente. Nel mondo c’è una gran voglia di comunicare. Scrivo per ore. Sto lavorando al mio primo libro: storie di donne. Le nuove donne afgane. Quelle che sognano di aprire un centro fitness tutto femminile». LA NUOVA VITA Nelle foto, la quotidianità nella Kabul del dopo Taliban: nella pagina accanto, una palestra di arti marziali. Qui sotto, donne in un’aula universitaria, in un salone di bellezza, a una parata allo stadio e a viso scoperto per le vie della città no da parte abbastanza da comperare una televisione satellitare. L’antenna parabolica la porta Minà in casa a pezzi nascosta sotto il burqa milleusi. Il fratello di Lida lo va a saldare. Con un paio d’ore di tv al giorno, madre e figlia sono informatissime, l’inglese di Minà migliora. Mi chiedono di portare loro dall’Italia una rivista di moda, «per sognare», spiegano. «E per aggiornarmi», ride Minà, «sennò un marito come lo trovo?». Passano altri due anni. Poi le torri gemelle sono abbattute e i Taliban se ne vanno. Allora sì che è festa vera. Karimà ringiovanisce, Minà non perde tempo e si presenta all’università, «il concorso quand’è?» chiede. Trova lavoro in una organizzazione che difende i diritti delle donne, fa traduzioni di testi giuridici dalla lingua dari all’inglese. Le rivedo al centro ortopedico, la madre con il fisico stanco, ma gli occhi che sprigionano energia, Minà elegante. Un mese fa Lida annuncia che Minà si sposa. «Prende un vedovo, un afgano tornato dalla California. Delle americane non si fida, vuole una ragazza afgana». Aggiunge che ha tanti soldi, una casa nel centro di Kabul, dei figli grandi ed è nonno. Le chiedo che ne pensa. «Un bell’uomo. Minà è felice. Le nozze e poi un viaggio in America e in Europa. Karimà va con loro, non vede l’ora di salire in aereo. Farà un mese di fisioterapia per prepararsi. Mi ha detto di chiederti se preferisci un regalo dalla California o da New York. Andranno in tutti e due i posti. Non sa quando torna». (Alberto Cairo lavora per il Progetto ortopedico della Croce Rossa in Afghanistan, è autore del libro “Storie da Kabul”, Einaudi) Prigioniere della tradizione RENZO GUOLO iberarsi dal giogo maschile non è mai stato facile per le donne afgane. Nel “Paese dei monti” costa caro infrangere le regole della tradizione. Non solo quella religiosa ma anche quella tribale. Il tentativo maschile di ingabbiare il corpo femminile è una costante nelle società islamiche, ma in Afghanistan il conflitto per il controllo del corpo delle donne ha raggiunto, nell’ultimo quarto di secolo, livelli parossistici. Dopo il colpo di stato dell’aprile 1978 i comunisti afgani avviano una politica di “modernizzazione” che incide profondamente sui tradizionali rapporti sociali. La fazione Khalq, vittoriosa nel partito, impone riforme che suscitano la dura opposizione della struttura tribale. Più che il filosovietismo del nuovo regime, quello che scatena l’odio diffuso è l’adozione di misure egualitarie che minano alla radice rapporti consolidati nel campo della famiglia e del lavoro. L’idea che il potere politico possa mettere sullo stesso piano uomini e donne appare inaccettabile ai mujahiddin. Il rancore non cesserà nemmeno quando, alla fine del 1979, i sovietici invadono il paese, estromettono dal governo la radicale fazione Khalq, sostituita con la più moderata Parcham che diluirà le riforme. Ritirati i sovietici, caduti i comunisti, i mujahiddin salgono al potere nel 1992. In aspra lotta tra loro, le diverse fazioni che hanno deposto e impiccato l’ultimo presidente filosovietico Najibullah si ritrovano unite solo nel limitare la libertà delle donne. Sono i mujahiddin, e non i Taliban, non ancora all’orizzonte, a imporre il burqa. Al “velo con la grata” è affidata la funzione di separare “puro e impuro” nell’ordine sociale. Il burqa ristabilisce, simbolicamente, la separazione tra sessi alla base dell’ordine islamico. Un’imposizione che sembra una nemesi. Sino a metà degli anni Sessanta indossare il burqa era consuetudine cittadina. In campagna le donne portavano soprattutto l’hijab, il fazzoletto che copre la testa. Il diverso costume era dovuto alla necessità di lavorare nei campi senza impacci ma anche alla scarsa densità della popolazione fuori dai centri urbani e alla larga estensione dei legami parentali che regnava in quelle zone. Allargamento che rendeva legittimamente visibili le donne da parte di una quota consistente dei maschi di famiglia in circolazione. Le donne urbane erano invece alle prese con le crescenti reazioni tradizionaliste, esacerbate dal venir meno della distinzione intimo/non intimo prodotta dalla massiccia urbanizzazione e dall’accesso al lavoro del mondo femminile. Nel 1964, dopo l’entrata in vigore della nuova Costituzione laica, che legittima una certa parità tra i sessi, le donne urbane abbandonano il burqa. È dai mercatini dell’usato che questo si diffonde rapidamente, come vezzo e simbolo di promozione sociale, nelle campagne o tra i ceti poveri inurbati. I mujahiddin metteranno fine d’autorità allo “scandalo” del disvelamento, trasformando la grata in prigione. Ma è con l’arrivo al potere dei Taliban, forgiatisi ideologicamente nella società maschile delle madrasa, che la donna diventa “elemento perturbatore”. La miscela composta dal tradizionalismo pashtun e dall’islamismo deobandi, darà forma a un immaginario maschile sulle donne claustrofobico. Le donne saranno accusate di produrre sedizione attraverso la seduzione, di minare la coesione sociale attraverso il loro solo mostrarsi. Questa concezione negativa le trasformerà nel primo bersaglio dei Taliban. L’Emirato del Mullah Omar le bandirà dalla scena pubblica. Da questo inferno lastricato con i loro corpi, le donne sarebbero dovute uscire con la fine del regime talebano. Ma a quasi quattro anni dal suo tracollo, il potere maschile è ancora intangibile in Afghanistan. A Kabul poche si avventurano in strada senza burqa. Nelle campagne o nelle province la situazione non è mutata da quando la polizia religiosa faceva rispettare la morale islamica schioccando i frustini con su incisi versetti coranici. Le scuole femminili continuano a essere bruciate. Anche nei territori dominati dai signori della guerra la situazione è critica. Nella provincia occidentale di Herat, organizzazioni per la difesa dei diritti umani come Rawa denunciano soprusi. Gli uomini del locale governatore, Ismail Khan, hanno fermato persone sospette di avere rapporti “illeciti”. E sottoposto le donne a umilianti “esami di castità”. Certo, le donne hanno ripreso a studiare, anche se sono state indirizzate verso corsi “adatti alla loro indole”. E dopo il 2001 alcune di loro sono diventate ministro. Nelle elezioni dello scorso ottobre hanno votato, anche se in poche si sono iscritte alle liste elettorali. Ma intanto rispuntano mullah che condannano le adultere alla lapidazione. Accade anche questo nei paesi in cui si è, forse, esportata la democrazia, ma, sicuramente, mancano ancora i democratici. L 30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 29 MAGGIO 2005 il racconto Erano le 5.59 di un caldo pomeriggio di settembre. Al volante della sua nuova Porsche, James Dean pigiò più forte l’acceleratore a un incrocio in mezzo al nulla nella bassa California. E la sua gioventù smise di bruciare, quella del mondo pure. Cinquant’anni dopo abbiamo ripercorso il suo viaggio e la leggenda che ne è scaturita Miti moderni La corsa fatale di Jimmy il Ribelle N CHOLAME on frenò, accelerò, morì. Diede gas ancora una volta, l’ultima. Fuori pista, fuori gara, fuori tutto. L’urto gli ruppe l’osso del collo. La t-shirt bianca si inzuppò di sangue. Uscì, per sempre. «It’s gettin’dark for me to see». Troppo tardi per vedere. Il sole calò sulla strada per Salinas. La radio dell’altra macchina masticava la voce di Doris Day. Certa musica agli incroci è micidiale. La canzone finì con un botto. James Dean era immobile, al suo posto di guida, infilzato dal volante come un torero. La testa, da girasole all’ingiù. Erano le 5.59 del pomeriggio. La sua gioventù smise di bruciare, quella del mondo pure. I ribelli non scelgono mai avversari piccoli, facili, comodi: la Porsche 550 spider pesava 500 chili, la Ford 1890. Fu uno scontro spaventoso, ad armi impari, senza lealtà. Faticarono ad estrarlo dalla macchina, la gamba destra era rimasta incastrata tra cambio e freno. Il controllo del sangue fu impossibile, non ne era rimasto a sufficienza. Il missile a quattro ruote, color argento, su cui viaggiava, ribattezzato Little Bastard, Piccola Bastarda, prese una forma orrenda. L’aveva comprata nove giorni prima, per otto milioni di vecchie lire. Targa 2Z77767. In tv era appena passato un suo spot contro l’eccesso di velocità: «Guidate con prudenza, la vita che salvate potrebbe essere la mia». Lui, il 30 settembre 1955, stava andando a 150 chilometri all’ora. Aveva 24 anni, 6 mesi, 22 giorni. Era solo un giovane attore promettente. Quel giorno in viaggio c’erano 15 milioni di persone in America, sulla strada ne morirono 107. Un solo ribelle alla guida, che bussò alle porte del paradiso. «I feel like I’m knockin’on heavens door». Ci sono miti che vivono, prima di morire: Marilyn e Elvis ebbero il tempo di diventare Monroe e Presley, di consumare la loro fragilità, di farsi cinema e musica. Lui no: il suo primo film da protagonista, La valle dell’Eden, era nelle sale da appena cinque mesi, stava per uscire il secondo, Gioventù bruciata, e stava lavorando al terzo, Il Gigante. Fama, gloria, due nominations agli Oscar gli arrivarono dopo. Da morto. Certa gente dalla tomba fa miracoli. Jimmy risvegliò una generazione, ma non la consolò. Fumava Chesterfield, soffriva d’insonnia, non amava i letti, mangiava male, era bisessuale. Niente servizio militare, scartato. Come diavolo hai fatto? gli chiesero. «Ho baciato il dottore». Cioccolata e lampone nel gelato. Non era grosso, non era alto, portava gli occhiali. Rideva di rado. Montgomery Clift alla notizia della morte vomitò, Steve McQueen fu contento: «Ora c’è posto per me», Marlon Brando fu breve: «Un ragazzo perduto che cercava di trovare se stesso». Sono belli i perduti, sono teneri. Corrono, senza sapere. Sono soli, te lo fanno vedere. Ermetici e selvaggi, si fanno spettinare dal vento. Disse la Sagan che guidava le Jaguar a piedi scalzi: «La velocità scompiglia i dolori». Se un perduto ti sfiora, è per sempre. Non lo dimentichi. Come il finale di Gioventù Bruciata quando Dean urla alla polizia, che ha appena ucciso Plato, che la pistola dell’amico era scarica. «Li avevo io i proiettili!». Jimmy piangeva, disperato, perché la vita ti sfida, ti illude. Ti dice spara, ma ti toglie la cartucce. Offende la tua gioventù, la umilia, sei solo un moccioso. Lui non glielo avrebbe permesso. «Live fast, die young, and leave a beautiful memory». Vivi in fretta, muori giovane e lascia un buon ricordo. Non farti scartavetrare, togli il disturbo, meglio un bel cadavere. Nei perduti entri, trovi, perdi. Purezza. Loro attraversano, non arrivano. Jimmy significò adolescenza inquieta. Dolore vagabondo. Male dentro da portare fuori, confuso, ma riconoscibile: un respiro in bilico tra due bui. Robert Zimmermann aveva il suo poster in stanza, quando diventò Bob Dylan si fece fotografare alla James Dean, per la copertina del disco The Freewhelin’. Anche il tennista John McEnroe, nel 1989 scelse quella posa, a Times Square. Un ribelle da lì doveva partire: da quella poesia breve, intensa, unica. Mani in ta- sca, cicca in bocca, taglio al cuore. «Labbra aperte sui fiocchi di frumento», scrisse William Burroughs. Sguardo sfrontato: e dai, spara. Cinquant’anni sono un sacco di tempo, bastano per sparire. Eppure Jimmy non ci riesce a morire. Galleggia sulle generazioni. Sui ribelli del rock, delle rivoluzioni, dello sport. È l’erede della Lost Generation, il compagno di On the Road, il precursore di Easy Rider. È la rabbia giovane, nuova, eterna. Senza lifting, senza glamour, senza causa. Troppo passato in Viale del Tramonto, troppo poco futuro in Gioventù Bruciata. Brando si è sfatto, la sua protesta ha avuto tempo di invecchiare, insieme al girovita. Difficile credere ad un selvaggio grasso. Dean invece non se n’è mai andato, è sempre pronto a sgommare, su Mulholland Drive, saliscendi e curve improvvise. Per sé, per gli altri, per tutti. Per chi lascia sempre cadere la cenere, le mani servono ad altro. Oggi come ieri. Come quel venerdì in cui partì per Salinas. La sua quinta corsa dell’anno, la prima con la nuova Porsche. Non avrebbe potuto. Una clausola nel contratto de Il Gigante gli impediva di partecipare a gare automobilistiche. Sei Dean, non obbedisci, te ne fotti. Aveva fatto tardi la notte prima, nessuno sa dove, forse in un festino gay in una villa di Malibu. Dormiva pochissimo, ma un certificato medico attestava la sua perfetta forma. Fece colazione nella sua casetta di Sherman Oaks, fatta di tronchi di legno, grande soppalco, caminetto di pietra e pelle d’orso bianco. Sul comodino aveva Morte nel Pomeriggio di Hemingway, dentro una poesia ritagliata di Federico Garcia Lorca dedicata al torero Ignacio Sanchez Mejias. Il suo personaggio preferito era Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, la frase sottolineata era: «L’essenziale è invisibile agli occhi». Uscì vestito alla James Dean: t-shirt bianca, giacca a vento rossa, pantaloni blu, e occhiali da sole. Via da Los Angeles. Lui, noi, l’America che da mezzo secolo ha ancora bisogno di lui. In quella che è una Via Crucis dei sogni spezzati. Il James Dean Memorial Run, il corteo che ripercorre l’ultima corsa, certi viaggi da ribelli sono stagioni che sfio- La battezzò Piccola Bastarda Tutte le vittime dell’auto “maledetta” ono morti in tanti sulla macchina di Dean. O meglio su quello che restava della Piccola Bastarda. La carcassa della Porsche — come scrive Marco Giovannini in Fottiti, Jimmy, biografia di Dean — rimase abbadonata a lungo su un prato di San Luis Obispo. Poi fu comprata per 2.500 dollari da George Barris che lavorava a Hollywood come personalizzatore delle auto dei divi. Quando fu scaricata dall’autorimessa, un fermo schizzò via e la macchina piombò su uno degli operai fratturandogli una gamba. Il motore fu venduto per mille dollari a William Enrisch, un chirurgo di Burbank che lo trapiantò sulla sua Lotus. Il 21 ottobre ‘56 in gara una ruota si staccò dalla macchina e andò a centrare un poliziotto di guardia che finì all’ospedale. Enrisch passò parti del motore a Troy McHenry, un ortopedico di Beverly Hills, che si schiantò contro un albero e morì sul colpo in un’altra corsa, ma nello stesso giorno. Macchina maledetta, titolò un quotidiano. Attratto dalla pubblicità un ragazzino cercò di rubare il volante ammaccato, ma si tagliò il braccio così profondamente che quasi morì dissanguato. A quel punto Barris decise di mettere sotto chiave la Porsche, che però fu richiesta dal Greater Los Angeles Safety Council per una mostra itinerante sulla sicurezza stradale. Così la Piccola Bastarda si rimise in strada. A Sacramento scivolò giù dal piedistallo su cui era stata issata e fracassò l’anca di uno spettatore. A Salinas George Burkuis stava trasportando la macchina sul suo camion quando perse il controllo, fu sbalzato fuori e morì schiacciato dal peso della carcassa della Porsche che gli era franata addosso. A Oakland nel 1958 l’auto cadde da un camion e provocò un gigantesco incidente sull’autostrada. A New Orleans nel ‘59 era su una pedana e di notte cominciò a cadere a pezzi. Tutti parlarono di vudu. L’ultima esibizione fu nel 1960. Infilata in un camion, si mise in viaggio verso casa, la California. All’arrivo, però, quando aprirono gli sportelli, dentro non ce n’era più traccia. Sparita. Barris assunse un investigatore privato, promise ricompense. Nulla. La Piccola Bastarda non riapparve più. (e. a.) S FOTO SANFORD ROTH/GRAZIA NERI/PER GENTILE CONCESSIONE DI VANITY FAIR EMANUELA AUDISIO LO SCHIANTO Nella foto a destra, la Porsche di James Dean dopo l’incidente, il 30 settembre 1955. La sequenza in basso ritrae l’attore mentre lava l’auto, pochi mesi prima della morte Repubblica Nazionale 31 29/05/2005 riscono nel rimpianto. Da qui all’eternità, Jimmy conosceva la strada. Prese la Hollywood Freeway e alle otto era a Vine street a Competition Motors, il posto dove una settimana prima aveva comprato la Porsche. Oggi il negozio non c’è più, sostituito da un grossista di gomme. Alle dieci si fermò per un caffè all’Hollywood Ranch Market, lì arrivarono gli altri compagni di viaggio: Hickman e Roth, il fotografo della Warner Bros, che aveva il compito di seguirlo. Il bar non esiste più. A mezzogiorno Jimmy si fermò al Farmer’s Market, angolo tra Fairfax Avenue e Third Street, per mangiare con il padre, Winton, e suo fratello. Caffè e ciambella, voleva tenersi leggero. Cercò inutilmente di convincere il padre a fare un giro con la Porsche, suo zio gli disse: «Sta’ attento cavalchi una bomba». Il grande Alec Guiness lo aveva pregato: «Per favore, non salirci, se lo fai, tra una settimana sarai morto». Riposta di Dean. «È la mia bambina». Quello che cercava non lo trovò nel sesso, ma nella velocità. «Correre in macchina è il solo momento in cui mi sento intero». Pensava che la vita non si può mettere in banca. Infatti non lasciò quasi niente, se non conti da pagare. In tasca al momento aveva 33 dollari e tre centesimi. Ventura freeway, nord di Los Angeles (sulla I-5), le colline si appiattiscono, le trivelle bucano il terreno, in cerca di petrolio, niente più case. Sembra una scena desolata de Il Gigante. Castaic Junction, sulla vecchia Route 99, ristorante Tip’s Diner. Dean che si sedeva sempre in maniera strana, bevve un bicchiere di latte. Sulla Porsche con lui c’era il meccanico Wutherich, senza cintura. Contea di Kern, un chilometro dopo Grapevine Grade, Dean firmò il suo ultimo autografo, controvoglia, ad un uomo con la divisa. Otie V. Hunter era un poliziotto della stradale, la Porsche andava a 65 miglia all’ora in una zona in cui il limite era 55. L’attore cercò di fare colpo, diede come recapito quello della Warner Bros, ma Hunter non era un suo ammiratore, anzi nemmeno lo conosceva, e gli passò il verbale. A Bakersfield c’è un piccolo vecchio aeroporto, sulla cui pista Dean LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31 FOTO CORBIS/CONTRASTO DOMENICA 29 MAGGIO 2005 I FILM LA VALLE DELL’EDEN GIOVENTÙ BRUCIATA IL GIGANTE Il primo film da protagonista per James Dean, nella parte di un adolescente tormentato e ipersensibile Diretto nel 1955 da Elia Kazan Diretto nel 1955 da Nicholas Ray, è il film che imporrà Dean come mito ribelle di un’intera generazione nell’America calvinista anni ‘50 Uscito nel 1956 e diretto da George Stevens, con Liz Taylor e Rock Hudson, è l’ultima interpretazione di Dean, che morì prima della fine delle riprese aveva corso in maggio, arrivando terzo. Nel museo tengono ancora il programma della gara. Cinque miglia più a nord, all’incrocio tra route 46, che era la 466 nel ‘50, e la 33 c’è l’unica pompa di benzina di quelle parti e un piccolo emporio, Blackwells Corner, conosciuto come “James Dean’s Last Stop”, che bruciò per cause misteriose nel ‘67. L’ultima fermata di Jimmy. Dean mangiò una mela e comprò una coca-cola. Poi si fermò a parlare con il figlio dell’ereditiera Barbara Hutton, anche lui andava alla corsa. Erano le cinque, si sarebbero visti a Paso Robles per la cena. Non sarebbero andati in fila indiana, perché fino a Cholame c’erano 30 miglia di rettilineo. L’asfalto era asciutto. Jimmy voleva tirare un po’ il motore della Porsche. La desolazione mette fretta, anche oggi viene voglia di tirare il collo alla vita. L’America di Starbucks qui non è ancora arrivata. L’emporio è squallido, sgangherato. Dentro: il Rebel Burger. Fuori: un cartellone, stile cinese, con la faccia di Dean. L’ha fatto John Cerney, che dietro ci ha messo la data, novembre 2004, e numero di telefono. La strada per Cholame è noiosa, poche macchine, tanti camion. A ogni chilometro le coltivazioni cambiano: palme, alberi da frutto, uva, arance, mandorle. Chissà se Jimmy gettò un’occhiata ai cartelli stradali. Più che nomi, gli sarebbero sembrate premonizioni: Famoso, Lost Hills, Bitter Water, Dead Man’s Curve. Colline Perse, Acque Amare, Curva dell’Uomo Morto. Manca solo The End. L’incrocio tra la 46 e la 41 non te l’aspetti. È quello fatale. Nel mezzo del nulla. La macchina color luna si scontrò con quella colore caffelatte. La strada è stata ridisegnata per renderla meno pericolosa. Un miglio più avanti c’è Cholame. Il ristorante allora si chiamava Stella’s Country Kitchen oggi Jack Ranch Cafè. Sosta obbligata per i camionisti, non c’è altro nei dintorni. Tutto dentro parla di lui: ritagli di giornale, poster, cartoline, magliette, cartoline. Le due signore ai fornelli sono sbrigative, la cucina pure. Nel cesso c’era un epitaffio in latino: «James Dean requiescat in Porsche». A fianco del ristorante, nel parcheggio, sotto un olmo c’è una placca orizzontale in alluminio. Pare roba di marziani. Infatti è made in Japan. L’ha spedita via nave nell’83 Seita Ohnishi, un businessman che dopo aver visto Gioventù Bruciata si è convertito al culto «della ribellione e di quanto sia importante avere una causa». Buffo che Jimmy non si sia perso nella traduzione, che ad onorarlo sia arrivato non un all american boy, ma un giapponese che da lontano riconobbe in lui qualcosa. Forse un ultimo samurai del West. «I petali del ciliegio cadono quando hanno raggiunto il massimo del loro effimero splendore». Nell’87 Ohnishi è tornato con quattro tonnellate di ghiaia da spargere attorno al luogo dell’incidente. Donald Turmuseed, che invece sulla sua Ford girò a sinistra, e non vide la Porsche di Jimmy, quel giorno tornò a casa in autostop. È andata sulla tomba di Jimmy, a Fairmont, Indiana, anche Julia Roberts, come prima tappa del suo primo viaggio di nozze. E ha fatto una cosa strana: si è tolta le scarpe. Chissà forse voleva camminare a piedi nudi sui resti della libertà. Dean scrisse una delle invettive più violente contro l’american dream. «Vaffanculo Hollywood. Fottiamo il sistema. Merda sui produttori, sulle star, sul culto delle personalità, sul fascino fasullo. Quello che i bastardi fanno tutto il tempo è divorarsi a vicenda, organizzare assassini e torture, maledire i loro nemici e mandare in esilio chi non si adatta». 5.59. Non avevi il sole negli occhi, solo non t’andava di essere capito. E ti dispiaceva che le cose buone finissero. Non volevi togliere il piede. Ancora, ancora: gas, velocità, piacere. Se non ti fanno morire, se non riescono a trovare un modo per dirti addio, è perché non hanno più ribelli. Quelli che ci sono, escono dalla fabbrica, sono pezzi d’industria, il loro guaio è di non avere difetti. Guardali: una volta erano troppo giovani per morire, ora sono troppo vecchi per vivere. Dai un occhio al tuo incrocio: qualche chilometro più in su l’azienda Red Cedar Vineyards offre degustazioni. È l’America nuova del film Sideways, dei Pinot noir, dei vigneti, della lentezza, messo il freno a mano? Per ribellarsi c’è tempo, assaggia questo calice. Bye bye, Jimmy. Crepa. E resta dove sei. DOMENICA 29 MAGGIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 le storie FOTO LAPRESSE Aspettando i Giochi Quattrocento audizioni al giorno, seimila ragazze arrivate da tutta Italia e dall’estero. Con un sogno: ballare nelle cerimonie di apertura e chiusura di Torino 2006. Siamo andati ai provini, temendo di respirare un’atmosfera da “Veline” ma scoprendo che qui la cosa più importante è ancora il divertimento Al casting delle notti olimpiche N MAURIZIO CROSETTI Repubblica Nazionale 33 29/05/2005 TORINO on è un teatro, è una palestra: luogo perfetto per allenare sogni. Ci sono vetrate altissime e proprio lì, dietro il canestro, all’incrocio tra lo spigolo del finestrone e le nuvole scure, ecco un cortile di città. Panni stesi, balconi, qualche albero e uno spicchio di cielo grigio. È lo sfondo, la quinta dell’audizione. L’audizione non è come andare da Maria De Filippi anche se si balla, c’è la musica e ci sono tre coreografi seduti a un tavolo che scrivono se sei stata brava, e quanto. Più o meno come in quella pubblicità dell’acqua minerale dove, alla fine, il giudizio è un pollice in alto o un pollice verso, e naturalmente la ballerina emozionata viene presa. Ok, il sogno era giusto. Queste sono ragazzine, in gamba però. Si rifanno il trucco un momento prima di essere chiamate, si aiutano l’una con l’altra per appuntarsi il numero sul petto, per un’ora sarà quello il loro nome e il loro destino. Dai borsellini escono ombretti, pennelli e specchi. Qualcuna ha le scarpe in mano, qualcun’altra sventola il piumino delle ragazze pon pon. Si sono iscritte in seimila, ne prenderanno più o meno quattromila, ne esaminano quattrocento al giorno tutti i sabati e le domeniche, dal 7 maggio al 12 giugno. Per le cerimonie olimpiche di Torino 2006, quella d’apertura e quella di chiusura. Tre miliardi e mezzo di spettatori in tv. È quella cosa enorme e piena di colori, si chiamano coreografie di massa: spostare tremila corpi in un colpo solo, senza sbavature. Una cosa lunga da provare, provare, provare. Si parte dal legno di una palestra, piroettando sotto canestro, e magari si arriva sul prato dello stadio Comunale di Torino, 10 febbraio 2006. Ma intanto si sta qui, a vivere la prima audizione della vita, chiedendo al proprio corpo il gesto giusto. Scoprire un’emozione «Le ragazze sono venute a scoprire un’emozione. Esibirsi ed essere giudicate da chi non si conosce, senza rete, senza protezioni né coccole. Io dico che così si cresce». Claudia Cavaliere insegna danza alla scuola “Arké” di Torino. Le sue ragazze sono vestite di bianco, nuvole in attesa. Sorridono, perché il famoso coreografo seduto davanti a loro (si chiama Doug Jack, ha già cinque Olimpiadi in carriera, è lui che fa muo- vere i corpi sognanti) ha appena detto: «State tranquille, voglio vedere i vostri sorrisi, non siamo qui per bocciarvi ma perché abbiamo bisogno di voi. Io cominciai a lavorare con Topolino, a Disneyland, e lì ho imparato che la magia è possibile. Se ci credi, puoi farlo». Si balla di tutto: moderna, contemporanea, classica, jazz, break, hip-hop, funky, latino-americana, tip tap. Le ragazze (e i ragazzi, come gli strepitosi breakdancer di Cuneo) hanno un minuto e mezzo per mostrare il loro pezzo, novanta secondi di danze emozionate, poi Doug chiede di ripetere passi e movimenti che decide lui: intanto guarda, e scrive. I fogli degli appunti finiranno in scatoloni con un numero di codice, corrispondenti alle diverse fasi delle cerimonie e ognuno è già destinato a una parte di spettacolo. Anche se il verdetto non arriverà prima di un mese, a casa, per posta, e se va bene si dovrà sgobbare fino a febbraio. «Ballo da nove anni, l’esperienza olimpica sarebbe magnifica» racconta Giulia Musso, studentessa in scienze della comunicazione. «Mi sono divertita, è un bel clima, prima ero tesissima e dopo tre minuti mi sono sentita a casa». Forse perché non c’è niente tipo Saranno famosi. Il titolo oggi è un altro: sono felici. Perché è bello chiedere alle proprie gambe di andare lontano. Il viaggio comincia qui, alla palestra Sebastopoli, dove i genitori hanno accompagnato i figli all’audizione e li aspettano fuori, come il sabato sera in discoteca. Una coda per registrarsi e dare la taglia per gli eventuali costumi, un’altra per prendere il numero, poi tutte a cambiarsi, infine la fotografia. La prova sarà anche filmata in digitale. «Rivedremo tutti i candidati al video, con calma» spiega il regista Gabriele Vacis che viene qui il fine settimana, e gli altri giorni prova Romeo e Giulietta a Verona. «Mi Le coreografie di massa sono complicatissime da organizzare: migliaia di corpi che si muovono a tempo davanti a un pubblico tv di tre miliardi e mezzo di spettatori LA SELEZIONE Nella foto qui sopra, i provini per il corpo di ballo delle Olimpiadi invernali di Torino 2006 In alto, un momento della cerimonia di apertura dei Giochi di Atene 2004 ha sorpreso la grande preparazione di questi ragazzi, dietro ogni gesto si intuiscono anni di scuola e disciplina. Ma anche per noi professionisti, un’Olimpiade passa una volta sola nella vita, quando passa». Il responsabile delle cerimonie, Andrea Vernier, conferma: «Il senso di tutto questo è la partecipazione, e Torino sta rispondendo con l’entusiasmo di una grande città, altro che freddezza. C’è voglia di mettersi in gioco. Dopo avere esaminato e scelto i volontari, bisognerà seguirli fino a febbraio: un lavoro in cui interagiscono professionisti e dilettanti, muovendosi come una cosa sola». C’è un bel clima a mezza strada tra la prova di un musical e la balera di Cesenatico, i suoni rimbombano contro il soffitto dove vanno a sbattere il ritmo della salsa e le note felpate di Michael Bublé. Le ragazze hanno sorrisi croccanti e sudore che gocciola ai lati del viso, e quel sorriso è prima uno sforzo e poi un bisogno. Belle, bellissime, tutte. La più piccola ha nove anni e si chiama Alice Tagliente, numero 2223, un tipino di gomma che non sbaglia una mossa. La piglieranno di sicuro. «Io sono inglese, ho lavorato nei musical a Londra e da piccola ho fatto moltissime audizioni» racconta Joanne Cook. «Adesso insegno danza a Bra, in provincia di Cuneo, e capisco che in Italia è quasi impossibile avere occasioni come questa. Perciò ho accompagnato sessanta ragazze, speriamo, sarebbe un’avventura indimenticabile». Volano bottigliette d’acqua di mano in mano, la tensione è un nodo legato molle, infatti si allenta quasi subito. Le cerimonie olimpiche sono un mondo pieno di gente. Si cercano ballerini, attori, figuranti, pattinatori, ginnasti, acrobati, musicisti, animatori, modelle ma anche aiuti di produzione, GLI SHOW SYDNEY 2000 SALT LAKE CITY 2002 ATENE 2004 Coloratissima, la cerimonia inaugurale a Sydney aveva la grande ambizione di raccontare, in tre ore e mezza di balli, la storia australiana Furono gli indiani e i cowboy a farla da padroni. La cerimonia di inaugurazione puntò molto sul tema della riconciliazione con i nativi d’America Doug Jack scelse una parata sull’antica Grecia anche se il momento più emozionante fu quello iniziale, dominato da fuoco, acqua e luce addetti ai costumi, sarti, aiuti di scena, attrezzisti, interpreti, accompagnatori, parrucchieri, autisti. Tantissimi, e chi viene scartato per una cosa può essere scelto per un’altra, quasi nessuno abbandona l’atmosfera dopo averla annusata, anche se non è proprio la stessa cosa entrare sperando nel balletto e uscire come aiuto sarta. «In realtà c’è posto per tutti» garantisce Walter Ricciardi, responsabile dei volontari per le cerimonie olimpiche. «Si divertono e hanno un’altissima probabilità percentuale di rimanere con noi». Per i minorenni serve la firma dei genitori, ma qui in palestra non c’è davvero il clima da backstage di Miss Italia, qui si gioca a ballare e non è per niente un gioco, mica si fa passerella e neanche accademia. Servirebbero, semmai, più pattinatori, più circensi e qualche culturista, fanno sapere gli organizzatori, invece per chi balla non c’è problema, pare che a Torino e in Italia le ragazze non facciano altro (il 16 per cento arriva da fuori Piemonte, il 2 per cento dall’estero, si è presentato un ottantaseienne che si propone come interprete e una sua coetanea che vorrebbe fare l’aiuto coreografa). Il linguaggio dei corpi E bisogna proprio guardarle, le ragazze, mentre ripetono i passi spiegati dal ballerino Bryn Walters che è americano e da Nikos Lagousakos, che invece è greco. Si parla un po’ italiano e un po’ inglese, ma qui l’unico linguaggio è quello dei corpi, perciò non serve l’interprete. Ci sono anche due attempati danzatori che si lanciano nel tango, avvitati e magnetici. Applausi, bibite, calzamaglia, mentre nei televisori montati al volo scorrono le immagini delle altre cerimonie olimpiche create da Doug Jack. I ragazzi e le ragazze si scaldano guardandole con la coda dell’occhio, immaginando forse di tuffarsi in quelle tv con un salto, anche il desiderio è una specialità olimpica e sono previsti milioni di iscritti. All’improvviso parte un mambo, invece il cd portato dai ragazzi che rimbalzeranno al ritmo del “free-style” non ne vuol sapere di girare, è impallato, i ragazzi diventano bianchi in faccia dall’angoscia finché qualcuno propone un cambio al volo, Carlos dice di mettere altra musica, tanto se sai fare una cosa la fai comunque. Infatti sarà un’esibizione magnifica, persino il famoso coreografo scenderà dal palco per dare il cinque, wow, è già un successo questo piccolo sogno saltellante. 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA il viaggio Terre antiche DOMENICA 29 MAGGIO 2005 Nel cuore del Paese, dove la locomotiva economica non è mai arrivata, c’è il bacino del Dongting che in cent’anni si è ridotto di oltre la metà. Tremila e cinquecento chilometri d’acqua, dieci volte il Garda, cancellati dagli assalti dei contadini per procurarsi terre nuove. Un disastro ambientale contro cui qualcuno sta cominciando a combattere: siamo andati a vedere come Cina, il ragazzo che lotta per salvare il lago perduto Repubblica Nazionale 34 29/05/2005 T YUANJIANG regiorni di digiuno totale. È il prezzo che pago dopo aver seguito Zhang Yifei in una bettola di Yuanjiang a mangiare la specialità locale: sangue di maiale, una gelatina marrone che si scurisce dopo esser stata fritta in olio nero come il catrame. La visita alla cucina avrebbe dovuto dissuadermi. Onorato di esibirsi di fronte allo straniero lo chef si accanisce con mani lerce su zampe e teste di galline, interiora di animali di cui non chiedo la specie, pesci maleodoranti, mentre sotto i suoi piedi uno scolo aperto evacua i rifiuti alimentari insieme con quelli della vicina latrina. Avrei potuto spacciarmi per vegetariano però non volevo deludere Zhang Yifei. A 28 anni Zhang è una figura che non ti aspetti d’incontrare in questa regione depressa dello Hunan. Sbarca il lunario come giornalista precario e fotografo occasionale per dei quotidiani locali, ma la sua vera occupazione è militante ambientalista. È il rappresentante locale del Wwf — una novità resa possibile solo pochi anni fa, quando la Cina ha legalizzato certe organizzazioni non governative. La missione della sua vita, la ragione per cui mi accompagna attraverso le wetland (zone umide) dello Hunan, è salvare il Dongting. Il grande lago scomparso nel cuore della Cina. Il Dongting occupa un posto importante nella storia cinese. Per millenni fu la più immensa distesa d’acqua del Paese. Più mare che lago, si allargava dal fiume Yangtze a nord al fiume Xiang a sud, sconfinava dallo Hunan fino alla regione dello Hubei. Antiche leggende sono ambientate qui, come la storia del poeta Qu Yuan del terzo secolo prima di Cristo, annegatosi suicida in una sera di maggio: da allora a maggio ogni anno i pescatori hanno attraversato il lago sulle barche con la testa di dragone, hanno gettato in acqua i zongzi (riso dolce bollito e avvolto in fagottini di foglie) perché i pesci restituissero il corpo del poeta. L’isola di Junshan in mezzo al lago è l’unica dove cresce il benefico tè “Aghi d’Argento”, pregiata varietà le cui foglie non affondano ma restano sempre a galla nell’acqua bollente, una rarità riservata alla famiglia imperiale nella dinastia Qing. Qualcosa della magia passata rimane, quando al tramonto la grande palla rossa del sole si rispecchia nell’acqua immobile, le barche piatte dei pescatori tornano a casa, gli stormi di gru e aironi attraversano l’orizzonte rosa. Ma l’imponente Dongting di una volta non c’è più. È svanito da gran parte delle terre che occupava, si è ritirato sempre più indietro. Lo Earth Policy Institute lo ha messo nell’elenco dei grandi laghi in via di estinzione. Ancora 150 anni fa era largo 6.200 chilometri quadrati, negli anni Cinquanta si era ristretto a 4.350, oggi ne restano 2.700 ed è retrocesso al secondo posto fra i laghi cinesi. Ben più di metà del Dongting non esiste più. 3.500 chilometri quadrati d’acqua spariti: è come se fossero finiti nel nulla, evapo- Zhang Yifei ha 28 anni, è il rappresentante locale del Wwf e con la sua jeep scassata gira da un posto all’altro per organizzare i progetti di salvaguardia FOTO IMAGECHINA/CONTRASTO FEDERICO RAMPINI LA MAGIA DEL PASSATO Nella foto qui sopra, il rientro dei pescatori al tramonto. Per chi visita il lago Dongting è il momento più suggestivo della giornata, che ricorda l’atmosfera dei tempi passati rati, inariditi dieci laghi di Garda. È tutta terra rubata al Dongting dagli uomini, avidi di superficie coltivabile. La distruzione dei laghi si unisce con un altro flagello ambientale, la desertificazione della Cina: già il 28% del paese è sabbia e rocce sterili, e ogni anno i deserti avanzano implacabili rubando altri 10.000 km quadrati di territorio. Stretta in questa tenaglia, fra uomini e deserti che l’assediano, l’acqua lentamente abbandona un miliardo e trecento milioni di cinesi. Lo smog delle città è la più visibile, ma la prima grande calamità ambientale a stremare la Cina sarà la crisi idrica. Dieci milioni di contadini vivono coltivando i campi fertili rubati al lago Dongting. Lo hanno cacciato indietro generazione dopo generazione, a furia di tante piccole dighe costruite con le loro braccia, terre umide emerse come i polder olandesi ricavati dal mare. Ma migliaia di chilometri di piccole dighe rudimentali, un labirinto artigianale di terriccio e sassi, sono un pericolo mortale. Il lago sconfitto e umiliato si vendica sugli uomini. La sua maestosa dimensione originale offriva un ampio sfogo alle ricorrenti piene dello Yangtze. Ora quando il fiume straripa dal suo letto la violenza spazza via le piccole dighe come fuscelli. Crudelmente, in un paese dove manca l’acqua, le inondazioni uccidono ancora. Negli anni Novanta quelle dello Yangtze si sono fatte più frequenti e devastanti. «Combatti un esercito con un altro esercito; combatti l’acqua con la terra» diceva l’antico proverbio cinese. Ma nel 1998 la disperazione lanciò l’armata nazionale in un’impossibile guerra contro le acque scatenate dello Yangtze. Quell’anno, mentre il fiume incontenibile travolgeva tutti gli argini, l’Esercito di Liberazione Popolare mandò allo sbaraglio due milioni di soldati, poliziotti e riservisti a combattere a mani nude contro le inondazioni, la più grande mobilitazione militare dalla seconda guerra mondiale. Almeno 4.000 morirono annegati. L’esperimento degli ecologisti Da Yuanjiang si arriva al polder di Xipanshanzhou, dove Zhang Yifei mi guida alla scoperta di un esperimento promosso e finanziato dal Wwf: restituire, un pezzetto alla volta, un po’ di terre rubate al lago Dongting. Questa zona di 110 ettari è stata scelta perché per tre volte consecutive in tempi recenti, dal 1996 al 1999, qui le dighe sono state travolte, le inondazioni hanno distrutto le case dei contadini, affogato le loro coltivazioni, annientato i loro miseri beni. «Le catastrofi — spiega Zhang — ci hanno aiutato ad aprire gli occhi ai contadini sull’insostenibilità di quell’errore ambientale che è stato l’assalto al lago Dongting». Con il benestare delle autorità Zhang Yifei e un pugno di ecologisti locali hanno convinto questi contadini a tornare alle origini. Abbandonare le case costruite nelle terre basse e ricostruirle in collina. Rinunciare a coltivare le zone umide, aprire le dighe per allagare i campi, riconvertirsi ad altri mestieri: allevamento di oche e anatre, pesca. Piano piano a Xipanshanzhou il paesaggio cambia. Dove c’era terra tornano a vedersi specchi d’acqua. Certo non rinasce d’un colpo il paesaggio antico. Il vero Dongting è ancora lontano da qui. Al posto del lago magnifico bisogna accontentarsi di un mosaico di stagni, bacini e laghetti. Tutt’attorno è DOMENICA 29 MAGGIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 COME IL MARE FOTO IMAGECHINA/CONTRASTO Per millenni il Dongting è stato la distesa d’acqua più grande dell’intera Cina: si allargava dal fiume Yangtze a nord al fiume Xiang a sud, sconfinando dalla Hunan fino alla regione dello Hubei. Oggi la superficie è molto diminuita la strada da fare per attirare qui gli ecoturisti, o per vendere le arance biologiche ai supermercati Carrefour di Shanghai, dove l’alta borghesia urbana ormai preferisce strapagare la frutta e verdura della Nuova Zelanda, per evitare i veleni dell’agricoltura cinese. La Cina ha dovuto creare un Ministero dell’Acqua, e il suo titolare Zhai Haohui descrive questa realtà: «Un terzo della popolazione rurale, cioè 360 milioni di persone, non hanno acqua potabile. Il 70% dei fiumi e dei laghi sono gravemente inquinati», comprese dosi massicce di arsenico. È al collasso la rete idrica delle metropoli sovrappopolate di Pechino e Shanghai, Canton e Chongqing, che negli ultimi vent’anni hanno assorbito la marea demografica di 200 milioni di immigrati dalle campagne. La malattia dei laghi e dei fiumi è aggravata da decenni di disboscamenti — il legname consumato dal boom economico — che hanno reso la Cina sempre meno “umida”. Dove si ritirano il verde e le acque si insedia un nuovo padrone: la sabbia. Senza le barriere delle foreste, le In questo mondo rurale, poverissimo e arretrato spuntano due parole moderne, che ti stupiscono: “eco-turismo” e “agricoltura biologica” FOTO CORBIS La battaglia più difficile Zhang Yifei è un volontario in prima linea nella battaglia più difficile della Cina. Il destino del lago Dongting che lo appassiona non è un caso isolato. Nelle grandi pianure del nord è scomparso quasi del tutto un intero fiume con 300 affluenti, lo Hai. Il Fiume Giallo, la culla della civiltà cinese sulle cui rive le prime popolazioni di razza Han costruirono l’impero 4.000 anni fa, ormai per un terzo dell’anno è così secco che non arriva più fino al mare. FOTO IMAGECHINA/CONTRASTO una landa desolata, con qualche “cattedrale nel deserto” che ricorda disastrosi piani di industrializzazione. Spiccano le ciminiere orrende di una cartiera abbandonata: costruita in omaggio al presidente Mao che nacque in questa regione, inefficiente e in perdita, fu chiusa licenziando gli operai pochi anni fa. Nessuna ricchezza creata, solo un deposito di rifiuti tossici in fondo al lago. Anche l’acqua con cui vengono riinondate le terre basse viene dallo Yangtze ed è spesso inquinata, purificarla costerà altro tempo e denaro. Veleni nuovi e pericoli antichi si mescolano in queste zone palustri. Le acque sono infestate di invisibili vermi che penetrano la carne umana, a un forestiero possono spappolare il fegato in pochi mesi ma pescatori e contadini dicono di essere quasi immuni, in loro la malattia è endemica e raramente colpisce in forma mortale. Gruppi di pescatori dormono sotto tende di plastica piantate sulla nuda terra, una stufetta è il massimo comfort, l’acqua potabile va a comprarla in città l’unico che possiede una moto. Ogni tanto qualcuno va e viene in barca ma la loro vita scorre al rallentatore, per ore intere fumano e fissano il vuoto. «Il pesce lo vendiamo 2 yuan al chilo (20 centesimi di euro), è un’annata magra e ognuno di noi non guadagnerà più di 500 yuan al mese». Questa è la Cina che ancora sembra India, con le stesse puzze, la mancanza di fogne e di igiene. Per tre giorni non incontro un occidentale. Nei negozi l’unica marca estera ad essere arrivata è la Coca Cola. Solo il capovillaggio di Xipanshanzhou, che è anche il capo del partito comunista, ha un privilegio che è segno di benessere: tre figli iscritti all’università. Le idee (e i soldi) del Wwf lo hanno convertito. In casa sua a fianco a un manifesto di Mao esibisce un cartellone pubblicitario con due parole che qui suonano incredibilmente esotiche: eco-turismo, agricoltura biologica. Zhang Yifei sogna questo miracolo. Resuscitare il lago scomparso e dare un futuro agli abitanti della zona trasformandola in un’oasi naturalista, attirando un turismo sofisticato, e consumatori in cerca di frutta e verdura non contaminate. Il capo villaggio esibisce con orgoglio un pozzo dei rifiuti attrezzato per produrre bio-gas, ci fa assaggiare arance coltivate senza concimi chimici né pesticidi (dice lui). Ci invita a pernottare nella sua villetta a due piani, inaugurando così il primo agriturismo della zona. Dopo una breve ispezione dei letti e del bagno la mia interprete, cinese di Pechino, oppone un rifiuto irremovibile. Zhang Yifei sospira rassegnato. È lunga LE PAURE DEL PRESENTE Sono state le dighe costruite per sottrarre campi fertili al lago a provocare la crisi del Dongting. Ma ora nella regione si rischia un autentico disastro ecologico tempeste di sabbia arrivano direttamente a Pechino dal lontano deserto di Gobi. Cinque anni fa in una delle peggiori tempeste, a 160 km a nord di Pechino la valle di Fenging, il fiume Chaobai e la cittadina di Langtougou sono state sepolte dalle dune, costringendo l’allora premier Zhu Rongji a lanciare un allarme nazionale. Nella sua avanzata oggi il deserto è a 70 km dalla capitale, in una zona dove pochi secoli fa la famiglia imperiale aveva laghetti, parchi e riserve di caccia. Chi arriva a Pechino in aereo dall’Europa o dagli Stati Uniti sorvola per ore le distese aride, un oceano pietrificato grigio e giallo, montagne sterili e altipiani senza un filo d’erba. La lunga linea di confine del deserto che si estende dalla Manciuria fino al Xinjiang nell’Asia centrale, secondo i geologi si espande alla velocità di tre chilometri all’anno. Otto secoli dopo le orde mongole di Gengis Khan un nuovo flagello incombe dal nord. Di fronte a questa emergenza le autorità reagiscono con il riflesso condizionato dell’epoca maoista: lanciano campagne di mobilitazione nazionale. La campagna contro la deforestazione. La campagna per il rimboschimento. La campagna contro gli sprechi d’acqua. Le scolaresche vengono mandate a piantare giovani arbusti attorno a Pechino perché ricrescano barriere naturali contro la sabbia. Dietro la retorica ufficiale è difficile misurare i risultati reali. Alcuni agronomi denunciano operazioni di rimboschimento fatte solo per le telecamere, e il 60% degli alberi muoiono poche settimane dopo. La collusione tra il potere politico e il nuovo capitalismo cinese vanifica le leggi contro l’inquinamento. I fiumi continuano ad essere avvelenati dalle fabbriche, e per fronteggiare la crisi idrica avanza un cantiere temerario: tre canali sud-nord che dovranno dirottare 44 miliardi di metri cubi d’acqua dallo Yangtze e dai suoi affluenti, il sacrificio dei fiumi per dissetare le metropoli. L’impatto ambientale è un incubo. Lontano da Pechino e dai suoi progetti titanici, Zhang Yifei con la sua jeep che affonda nel fango continua a fare la spola tra i polder. Racconta le virtù del grande lago fuggito, invoca l’apertura delle dighe, educa i paesani dello Hunan ad allevare pesci senza antibiotici e mele senza prodotti chimici. Deve farlo perché un giorno, lui ne è certo, l’ecologia sarà il business che li salverà. 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 29 MAGGIO 2005 A Oslo, ogni ottobre, sempre di venerdì, Geir Lundestad, direttore della Fondazione che organizza la selezione dei candidati, chiama al telefono il nuovo vincitore. Accade un’ora prima della conferenza stampa che annuncia ufficialmente il “nome”. Il professore, memoria vivente, del prestigioso istituto norvegese, racconta come funziona il meccanismo delle elezioni: dalle prime “indagini” alla short list La fabbrica del Nobel “Così in segreto scegliamo l’uomo della Pace” Repubblica Nazionale 36 29/05/2005 ANAIS GINORI È OSLO il genere di telefonata che arriva una sola volta nella vita. «Salve, lei ha vinto il Nobel». Ogni mese di ottobre, sempre di venerdì, Geir Lundestad prende il telefono e chiama il nuovo vincitore del Nobel per la pace. Come dire, il premio più famoso del mondo, che regala autorevolezza, denaro (oltre un milione di euro) e il passaporto per entrare nella Storia. Succede sempre un’ora prima della conferenza stampa che annuncia “quel” nome. «Il candidato prescelto — giura Lundestad — è tenuto all’oscuro fino all’ultimo». È così che alcuni Nobel hanno saputo della premiazione dalla televisione (Kofi Annan), o dalla segretaria (Rigoberta Menchù). Altri erano impegnati in una preghiera pubblica (il Dalai Lama). Il più delle volte, quando squilla il telefono, si materializza una grandissima emozione. «Nelson Mandela — ricorda — è rimasto in silenzio, ammutolito. Io parlavo, lui taceva. Credo stesse piangendo». Lundestad è un signore norvegese di sessant’anni che di mestiere insegna storia contemporanea all’università di Oslo. Ama molto l’Italia, viene spesso a Fiesole. Ma soprattutto è la memoria vivente dell’Istituto del Nobel per la pace. Dal 1990 è il direttore della fondazione che organizza la selezione dei candidati. Il percorso per raggiungere il suo ufficio racconta già molto su come funziona la fabbrica del Nobel. Non c’è nessuna sorveglianza all’ingresso della fondazione, Quest’anno sono arrivate quasi 200 proposte, ma nella rosa dei finalisti non ci sono italiani I PREMIATI Qui sopra, Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin alla consegna del Nobel nel 1994 Accanto Nelson Mandela nel 1993 proprio dietro al palazzo reale. L’ufficio del direttore è al primo piano, basta bussare per entrare. Non ci sono segretarie, Lundestad sbriga da solo telefonate e posta. È schivo, riservato. La selezione delle candidature di quest’anno è iniziata da un pezzo. Il cammino che il 10 dicembre porterà alla premiazione nel palazzo municipale davanti al porto è già in fase avanzata. Il primo febbraio sono scaduti i tempi per inviare le lettere. «C’è di tutto: petizioni, anche auto-candidature». Lundestad ha fatto una cernita iniziale, poi ha ordinato a una squadra di specialisti delle “indagini” approfondite sui personaggi meritevoli di attenzione. Ad aprile ha presentato la short-list davanti al quintetto che deve eleggere il Nobel per la pace. Sono rimasti soltanto dieci nomi. «È un compito che mi onora, anche se è molto faticoso». Quest’anno sono arrivate quasi duecento proposte, un record. In teoria, la base elettorale è vastissima. Possono presentare candidature professori uni- versitari di storia e filosofia, direttori di istituti culturali, parlamentari, magistrati di corti internazionali, nonché tutti gli ex Nobel. È chiaro però che i cinque membri del comitato direttivo hanno un potere insindacabile di voto. Ecco perché nonostante la massiccia e ripetuta campagna in favore di un Nobel a Giovanni Paolo II la fondazione ha scelto diversamente. «È vero, è stato candidato in diversi anni e per ben due volte è entrato nella short-list — rivela Lundestad — Wojtyla però è stato considerato troppo reazionario in materia di diritti femminili e di morale sessuale». La Norvegia è anche un paese protestante. «Certo, ma mi creda non ci sono stati impedimenti dettati dalla religione». Le tre donne che attualmente fanno parte del comitato direttivo hanno fatto blocco contro l’ex Pontefice. La maggioranza “rosa” spiega anche che gli ultimi due premi siano andati a una donna. Nominati per sei anni dallo Storting, il parlamento, i membri del quintetto sono tutti norvegesi, ex parlamentari o professori universitari, e rispecchiano la maggioranza politica del momento. Con il governo di centro-destra la Norvegia ha partecipato, anche se con truppe ridotte, alla guerra in Afghanistan e in Iraq, e non è più simbolo di un pacifismo duro e puro. Conterà qualcosa nel modo di eleggere i prossimi laureati? «Cerchiamo di mantenere la nostra indipendenza. È l’unica garanzia per difendere l’istituzione del Nobel» è la difesa di Lundestad, che però è stato scelto all’epoca del governo laburista. Qual è l’identikit giusto? Che cosa hanno in comune Madre Teresa e Michail Gorbaciov o Medici Senza Frontiere con Elie Wiesel? «Intanto, che si può cercare una via per comunicare, dialogare. Che la violenza e lo scontro non sono inevitabili». E poi? «Ognuno a modo DOMENICA 29 MAGGIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 LA STORIA IL TESTAMENTO I GIURATI LA PREMIAZIONE I PIÙ CONTESTATI IL GRANDE ASSENTE Nel 1896 lo scienziato svedese Alfred Nobel lascia un testamento per investire l’eredità in 5 premi destinati a chi ha contribuito al progresso dell’umanità Il comitato che decide il Nobel per la Pace è composto da cinque membri, eletti ogni sei anni dallo Storting, il parlamento norvegese Avviene ogni 10 dicembre (data della morte di Nobel) nel palazzo comunale di Oslo. Il vincitore viene annunciato invece ad ottobre: per tradizione sempre di venerdì La premiazione di Carl von Ossietzky nel 1937 provocò una crisi diplomatica con Hitler. Due volte il comitato non votò all’unanimità: per Henry Kissinger e per Yasser Arafat Mahatma Gandhi, simbolo del pacifismo mondiale, non ebbe mai il Nobel anche se più volte candidato Pesò l’alleanza con la Gran Bretagna del governo norvegese Il primo Museo della Pace Quella casa dell’utopia senza frontiere I IL COMITATO Il comitato del Nobel per la Pace in riunione prima della decisione e, accanto, la sala dove viene consegnato ogni anno lo storico premio LE COMMEMORAZIONI A centro pagina: il francobollo emesso nel 1995 per i 100 anni della fondazione Alfred Nobel. In basso, la moneta commemorativa dello scienziato svedese suo ha cercato di fare la differenza» risponde Lundestad. «Nel 1901, quando è nato il Nobel, si pensava che guerra e pace fossero in mano ai politici e governi. Con gli anni, anche singoli individui hanno dimostrato di poter cambiare la Storia». Negli uffici della fondazione conservano i verbali delle votazioni dal 1901 in poi. «È molto divertente vedere come si arriva al vincitore. Spesso ci sono stati litigi furibondi. Le discussioni si sono adattate alla trasformazione del concetto di pace». Dagli anni Novanta il Nobel per la pace è diventato più globale (i premiati sono stati una maggioranza bianca) e si è allargato ad altri campi (il disarmo, l’ambientalismo). Ogni tanto, il Nobel per la pace è anche riuscito a cambiarla, la Storia. È successo nel 1937 quando venne premiato il leader pacifista tedesco Carl von Ossietzky provocando una grave crisi diplomatica tra Oslo e Adolf Hitler. «Hitler chiamò il governo. Il primo ministro si dimise dalla fondazione. Da allora nessun membro del governo partecipa alle nostre riunioni». Altre volte il comitato per il Nobel è rimasto schiacciato dalle pressioni politiche. Mahatma Gandhi, simbolo mondiale del pacifismo, non ha mai ricevuto il Nobel per la pace. Si sa adesso, rileggendo i verbali delle riunioni, che il governo di Oslo temeva l’ira di Winston Churchill. «Il nostro errore più grande» lo definisce Lundestad. Il 1973 fu l’anno terribile per i membri della fondazione: la nomina di Henry Kissinger è stata una delle più contestate nella l’intervento “Per festeggiare ho piantato un nuovo albero” WANGARI MAATHAI ho saputo l’8 ottobre. Ero in auto, stavo andando nel Nyeri, la zona dove sono nata, quando ho ricevuto la telefonata. Mi ha chiamato prima l’ambasciatore norvegese in Kenya, per dirmi che ero tra i candidati e di tenere il telefono acceso perché mi avrebbero contattata da Oslo. Ero sorpresa, non immaginavo che qualcuno da lontano guardasse quello che facevamo, ascoltasse i nostri sforzi. Poi, dopo un quarto d’ora, alle 12 e 45 è arrivata la telefonata del Comitato dei Nobel. L’annuncio mi ha travolto, sono solo riuscita a dire: «Abbiamo vinto». Ho sempre pensato che non stavamo semplicemente piantando degli alberi ma che questo gesto doveva servire a far capire alle persone che farsi carico dell’ambiente, significa tutelare la propria vita, il proprio futuro. Quel premio era di tutte le donne del Green Belt Movement che hanno piantato 30 milioni di alberi e di quelli che hanno lavorato per riportare la democrazia in Kenya. Scegliendo me credo che il Comitato abbia voluto mandare un messaggio chiaro: proteggere l’ambiente significa lavorare per la pace. Quella mattina siamo rimasti bloccati nel traffico e L’ ci abbiamo messo un’ora per arrivare nelle campagne del Nyeri. Poi qui, di fronte al Monte Kenya, ho festeggiato il Nobel nel modo che mi sembrava più giusto: ho piantato un Nandi Flame, un albero tipico di questa zona. Per tutta la vita le montagne mi hanno suggerito cosa fare. Anche allora, come tante volte, mi sono inginocchiata e ho accarezzato la terra intorno al tronco. Per me ogni albero è un simbolo: una promessa che parte da un seme, che forse si trasformerà in un albero imponente. Il telefono quel giorno non ha più smesso di squillare, in tanti mi hanno dimostrato il loro affetto, dal presidente del Kenya fino alle persone dei villaggi. Nei giorni successivi ci sono stati i discorsi in pubblico, le interviste. Poi è arrivata la data della cerimonia: un giorno di festa e di gioia. A Oslo è un evento, per me è stata un’esperienza unica. Ho vissuto quel viaggio dal Kenya alla Norvegia come una specie di pellegrinaggio in un luogo dove non sei mai stata e che puoi fare solo una volta nella vita. Wangari Maathai è Nobel per la pace 2004 storia del Nobel e il vietnamita Le Duc Tho si rifiutò — caso unico — di venire ad Oslo per ritirare il premio. L’ultimo episodio di frattura grave all’interno della fondazione, ricorda Lundestad, è stato nel 1994: il premio ex equo tra Shimon Peres, Yitzhak Rabin e Yasser Arafat. «Un membro era in disaccordo sulla nomina del leader palestinese, se ne andò urlando durante la votazione. Ma io credo che sia stato importante dare un segnale di incoraggiamento ». Nessuno sa perché Alfred Nobel, scorbutico e geniale scienziato svedese, decise nel suo testamento di affidare il premio per la pace alla Norvegia, diversamente dagli altri quattro Nobel gestiti da Stoccolma. C’è chi sostiene che a Oslo si fosse innamorato della femminista Bertha von Suttner (la prima donna a ricevere il Nobel, nel 1905). Forse influì anche l’amicizia con il padre — fondatore del pacifismo norvegese, Bjornstjerne Bjornson. Dei cinque premi, quello per la Pace è comunque diventato il più famoso. Pare che Nobel, morto a Sanremo solo e senza figli, volesse così farsi perdonare la fortuna accumulata inventando la dinamite. «Ancora oggi molti si stupiscono che il massimo riconoscimento umanitario dipenda da un piccolo paese ai margini dell’Europa, con una politica estera quasi ininfluente» commenta con un mezzo sorriso Lundestad. Tra i momenti più commoventi cita la premiazione di Aung San Suu Kyi. Alla leader dell’opposizione birmana fu impedito di viaggiare. Quella volta Lundestad telefonò al figlio Alexander, in Gran Bretagna. «Le sue parole sono state bellissime. Piene di amore». Il Nobel può conferire una sorta di immunità contro i regimi: per la Suu Kyi, come per l’avvocato iraniano Shirin Ebadi. A volte, porta alla ribalta battaglie condotte nell’ombra, come quella per gli alberi africani di Wangari Maathai. È il riconoscimento di una lotta, fu così per Martin Luther King, Nelson Mandela; di una statura morale superiore, come per Madre Teresa, il Dalai Lama, Andrei Sakharov. Può essere un plauso al lavoro svolto o un incitamento a fare di più: i leader del Medio Oriente nel 1978 e nel 1994 o quelli irlandesi nel 1977 e nel 1998. Sul prossimo Nobel (il premio può essere diviso in un massimo di tre soggetti) Lundestad non vuole svelare nulla. «Non ci sono italiani nella short-list», è l’unica concessione. Si sa che è candidata l’organizzazione Save the Children per l’emergenza dello tsunami, l’imprenditrice cinese Rebiya Kadeer che si batte per il popolo uiguri e il presidente ucraino Viktor Yushcenko. Ma la fondazione ha abituato tutti alle sorprese. Chiunque sia, dovrà aver dato «il migliore contributo per la fratellanza tra le nazioni, lavorato per l’abolizione o la riduzione degli eserciti e per la promozione della pace» come scrisse Nobel. E dovrà sperare di avere un telefono accanto a sé una mattina di ottobre, sempre di venerdì. OSLO l Museo della Pace è piccolo, forse per dimostrare che oggi di spazio per gli ideali non ne è rimasto poi tanto. Nella Vestbanen, graziosa stazione marittima di Oslo, un tempo crocevia dei grandi traffici di merci verso il mare del Nord, gli operai finiscono di imbiancare, smontano impalcature. Tra pochi giorni, sabato 11 giugno, tutta la città, sua altezza il re di Norvegia e la regina, qui davanti inaugureranno il primo centro interamente dedicato a un concetto tanto nobile quanto effimero: la pace. Gli storici insegnano che la pace si definisce come periodo compreso fra due guerre. La violenza e i conflitti esistono dalla notte dei tempi. Eppure per trovare il tempio dell’utopia bisogna venire in questa palazzina affacciata sul fiordo, a due passi dai pescatori che vendono gamberetti freschi, vicino al museo di Munch, il pittore norvegese che con il suo “urlo” parlava anche dell’orrore della guerra («sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura»). «Peace on earth», pace sulla terra è la scritta arcobaleno che accoglie i visitatori, lo slogan è ripetuto in sessanta lingue diverse. La scenografia è originale, con accostamenti inediti, suggestioni visive e sonore. Una foto di ragazzi esultanti sotto al muro di Berlino in frantumi. Gli occhi di una ruandese che ha visto sterminare la sua famiglia. Disegni di bambini ispirati ai conflitti. La cartina del mondo senza frontiere, solamente le città. Una stanza buia con il rumore delle farfalle, un’altra in cui echeggiano bombe. Profumo degli alberi africani, prime pagine dei giornali. «Abbiamo manipolato lo spazio per sconfiggere l’indifferenza» spiega David Adjaye, architetto ghanese trapiantato a Londra. Pareti in movimento, piene di citazioni (Luther King, Madre Teresa), di rimandi storici e geografici (Medio Oriente, Tibet). E poi domande ovunque: sui muri, sulle locandine. «Cos’è l’opposto della guerra?», «Cosa unisce tutti i popoli?». Le risposte spettano ai visitatori. Grete Jarmmund è una donna inquieta, non sta mai ferma. Jeans e maglietta rossa, caschetto di capelli, architetto anche lei, passione per il mondo del volontariato, è la direttrice del Museo della Pace. «Cominciare a cercare le risposte è un primo passo verso il cambiamento», sostiene. Mentre si muove come un folletto tra le mura colorate del museo (l’ingresso è rosso sangue, il bar è blu notte) difende la filosofia del progetto, per nulla spaventata che questo diventi un rifugio fuori dal tempo: «Idealisti? Utopici? E allora, che male c’è? Come sono state sconfitte schiavitù, dittature? Con gli ideali». Grete sale al primo piano, su una scala mobile in vetro ultra-tecnologica. C’è una stanza con pareti e pavimenti verdi, è il «giardino dei giusti», i 110 Nobel per la pace. Ognuno è un fiore di fibre ottiche che si illumina, in una prateria dei sogni. I monitor proiettano un filmato che spiega la vita di questi laureati. Ecco Nelson Mandela e Frederik Willem de Klerk, la coppia che ha messo fine all’Apartheid, Yasser Arafat e Yitzhak Rabin, la coppia che ha firmato una pace senza fermare la guerra. Ecco l’unico italiano che ha vinto il Nobel, il garibaldino Ernesto Teodoro Moneta. E poi Madre Teresa, il Dalai Lama, le organizzazioni umanitarie come Medici Senza Frontiere, la Croce Rossa (insignita per ben tre volte). L’allestimento è dell’artista inglese David Small, al suo attivo il nuovo museo londinese di Winston Churchill e quello del sesso a New York. «Questi fiori sono il segno che l’umanità può migliorarsi, sempre» ha detto Small. Il sito dell’istituto del Nobel per la pace è visitato ogni anno da 20 milioni di persone, così questo piccolo museo può contare su un vasto potenziale. «I numeri non sono tutto» precisa Grete Jarmmund. «Vogliamo che sia un luogo partecipato. Inviteremo i Nobel a incontrare gli studenti, chiederemo alle Ong e a tutte le associazioni pacifiste di venire a dare il loro contributo». La scelta dell’11 giugno è simbolica: cento anni fa, il regno di Norvegia e Svezia finiva con la separazione consensuale dei due paesi, senza spargimenti di sangue. (a. g.) DOMENICA 29 MAGGIO 2005 la lettura Mestieri rinati LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 Un tempo si imparava andando a bottega da un maestro e seguendo la “baracca” nelle piazze e nelle fiere. Adesso prima di mettere in scena Sandrone o Fagiolino bisogna frequentare un “master” che prevede una dura selezione, mille ore di lezione e stage anche all’estero. Tutto cambiato? No, perché all’origine c’è sempre una passione: svegliarsi la mattina e sorridere a se stessi All’università dei burattinai C CERVIA (Ravenna) he bella, la scuola di una volta. «Andavi dal burattinaio e gli chiedevi: mi insegni il mestiere?». I grandi del passato — i Ferrari, i Sarzi, i Vignali, i Presini — il lavoro lo hanno imparato dai padri o dai nonni oppure seguendo una “baracca” (la casa dei burattini) in giro per fiere, piazze e sagre patronali. «Il “percorso didattico” era molto semplice. Aiutavi il maestro a montare la baracca, gli passavi i burattini durante lo spettacolo, stavi attento a imparare a memoria il canovaccio, alla fine uscivi con il cappello in mano per raccogliere le offerte degli spettatori. Ogni tanto, se non eri pronto ad allungare Sandrone o Fagiolino al burattinaio, ti prendevi un calcio. Del resto, il maestro aveva ambedue le mani impegnate e doveva prestare la voce a Sganapino o Balanzone. Aveva liberi soltanto i piedi e li usava per comunicare con il ragazzo di bottega. Dopo qualche mese l’allievo iniziava a «entrare» nello spettacolo con una piccola parte ed in breve tempo si credeva più bravo del maestro. E allora prendeva su, come si dice, baracca e burattini, e partiva per conto suo». Anche il mondo dei burattini non è più quello di una volta. Adesso, per diventare maestri, bisogna avere un diploma di scuola media superiore ed iscriversi a un corso di formazione professionale che sforna «burattinai/animatori competenti in costruzione, interpretazione e manipolazione delle figure». Mille ore di lezione in otto mesi, seminari, laboratori. Viaggi e stage anche all’estero, retta annua di 9.500 euro, l’80% dei quali rimborsati dalla Regione. Il burocratese non deve spaventare: da questa scuola che è organizzata dalla coop Arrivano dal mare di Cervia ed è unica in Italia, escono ancora ragazzi e ragazze che hanno addosso una voglia matta di usare Fagiolino o Sganapino per bastonare la Morte, il Carabiniere o il Padrone. «Perché si vuol diventare burattinaio? Per svegliarsi al mattino e sorridere a se stessi». Mario Vacca, modenese figlio di un calabrese e di una slovena, non è più un ragazzino. «Ho 31 anni e per dieci anni ho fatto l’impiegato, anzi, qualcosa in più. L’ultima mia qualifica era “planner manager” in un’azienda modenese. Mi alzavo al mattino ed ero triste: conoscevo già ogni dettaglio della mia giornata. Otto ore davanti al computer, sapendo già cosa potevo o non potevo fare. Vietata ogni “invenzione”, bandito ogni tentativo di personalizzare il lavoro. Di punto in bianco l’azienda ha chiuso e, anche per cambiare pensiero, sono andato a teatro. E lì si presenta un tale che annuncia: «Mi chiamo Moreno e faccio il burattinaio». È stato un colpo di fulmine, ho deciso di fare anch’io questo lavoro». Qualche numero deve averlo, l’ex planner manager, perché è riuscito ad entrare nella scuola di Ravenna, con 15 posti contesi da 70 aspiranti. «Svegliarsi con il sorriso, ecco il mio programma. Guadagnarmi pane e companatico facendo un lavoro bello. La scuola l’ho appena cominciata, ma vorrei imparare a lavorare con i bambini, soprattutto quelli che hanno problemi, perché i burattini sono anche una terapia». Lo spettacolo di fine corso Un’aula per le lezioni e tanti laboratori, per imparare a costruire burattini, preparare scenografie, modellare oggetti. Alla fine del corso c’è la grande sala con la baracca, per il primo spettacolo. «La cosa che più mi affascina — racconta Marie Eve, 24 anni, da Potel in Francia — è proprio questa necessità di dovere fare tutto. Diventare burattinaia vuol dire costruire i tuoi pupazzi, cucire i vestiti, dipingere le scene, inventare una storia e poi partire». «La cosa più difficile — dice Sonia Franzolin, 27 anni, di Merano — è spiegare ciò che vuoi fare ai tuoi genitori. Per me i burattini sono un modo splendido di cercare le tradizioni e rimetterle in vita». Il progetto di Luca Previti, 22 anni, di Siracusa, è quello di ridare vita ai pupi siciliani. «Li ho visti da bambino ma da quando avevo 14 anni sono scomparsi. Qui mi insegneranno a rimetterli in vita. Sono contento di poter fare questa scuola: e pensare che ho saputo che esisteva mentre facevo il servizio civile in Zambia. C’era una ragazza di Ravenna che mi ha parlato di questa strana scuola. Certo, facendo il puparo non sarà facile mettere assieme il pranzo con la cena, ma ormai, senza impegno e senza creatività, nessun mestiere è facile». Prima di iniziare i laboratori, tutti in classe. Il direttore Stefano Giunchi, 56 anni, e gli altri insegnanti tengono anche lezioni sulla storia delle teste di le- “La cosa affascinante è il dover fare tutto: costruire i pupazzi, cucire i vestiti, dipingere le scene, inventare una trama” FOTO IGUANA/GUERRA JENNER MELETTI SEMINARI OLTRE CONFINE Nella foto sopra, gli studenti e i burattini della scuola di Cervia creata dalla Cooperativa Arrivano Dal Mare. La scuola prevede mille ore di lezione in otto mesi, compresi seminari, laboratori e stage all’estero gno. «A fine Ottocento i burattinai rappresentavano anche le opere liriche, per i poveri che non avevano soldi per il teatro. Fino all’ultima guerra c’erano in Italia centinaia e centinaia di burattinai e tutti conoscevano Fagiolino, il popolano furbo e un po’ canaglia, e Sandrone, surreale e sgraziato, volgare ma sincero. Altro che le soap opera di oggi. Fin da piccoli tutti sapevano tutto di Balanzone, medico fanfarone che millanta una cultura che non ha ma possiede un grande cuore, e Sganapino (inventato nel 1877 dal bolognese Augusto Galli) un monello di città, un punk dell’Ottocento». Nell’Italia degli anni Sessanta, quella del boom, burattini e burattinai vanno in agonia. «Arrivava la televisione, ed in più finivano anche le “scuole” familiari che avevano tramandato il mestiere per secoli. I figli non volevano più imparare il mestiere dei loro vecchi. Balanzone e Pulcinella sono finiti in cantina. Dieci anni fa qui a Cervia abbiamo inventato Arrivano dal mare, rassegna di burattini e marionette, e per fortuna abbiamo azzeccato il momento giusto. Siamo riusciti infatti a fare una fusione fra la tradizione che stava scomparendo ed i giovani che avevano capito che l’avanguardia — il teatro di figura — doveva usare la tradizione e non cancellarla». È come fare un film Si fa di tutto, nella scuola di Cervia. Un pezzo di legno diventa la testa di un burattino e poi ci sono i vestiti da cucire, i fondali da dipingere, i canovacci da scrivere... «È proprio questo dover fare tutto — dicono Angelo Aiello e Luca Ronga, 28 e 29 anni, che hanno fatto la scuola negli anni scorsi (il corso è stato aperto la prima volta nel 2002) e sono rimasti nella cooperativa — che affascina. È come fare un film, dalla sceneggiatura al montaggio, tutto da soli. Sei regista e attore, e anche tecnico del suono e delle luci». Luca Ronga adesso porta in giro Pulcinella e le sue “guarattelle napoletane”. «Una mano per l’eroe Pulcinella, l’altra per uno degli altri sette personaggi: la fidanzata Teresina, il cane, il padrone del cane, il guappo, il carabiniere, il frate e il boia. Storie che sembrano sempre uguali e che sempre cambiano. Nascosta in bocca, per fare la voce gracchiante di Pulcinella, metto la “pivetta”. Questo strumento esiste anche in Iran: si chiama safir, sospiro. E Pulcinella è in tutta Europa. Si chiama Kasparl in Germania, Punch in Inghilterra, Guignol in Francia, Laslo il Prode in Ungheria, Vasilache in Romania, Petruschka in Russia. Quando sono all’estero, non c’è bisogno di traduzione. I burattini hanno la capacità di farsi capire ovunque». Angelo Aiello fa invece teatro con gli oggetti. Va nelle scuole materne a presentare la sua Mucca Pentola — che è una pentola con gli occhi — la quale assieme a una caffettiera, un colino, uno scolapasta e qualche cucchiaio di legno racconta la storia di una Mucca che è appena arrivata nel quartiere, non si trova ancora bene con le altre mucche. «La cosa più bella è “raccontare una storia” che ha un inizio e una fine, come si faceva un tempo. E con questo teatro di pentole e cucchiai dimostriamo anche ai bambini che si può giocare con tutto, non solo con i giocattoli fatti comprare da mamma e papà». Questa di Cervia è l’unica scuola d’Italia. «In Francia, in Polonia e in quasi tutti i paesi dell’Est ci sono le accademie, per il teatro di figura, che ogni anno sfornano laureati. Noi — dice il direttore Stefano Giunchi — siamo appena agli inizi. Ma anche da noi non si impara soltanto a “fare spettacolo”. Oggi i burattini sono diventati importanti anche nelle scuole, perché aiutano — con laboratori, programmi educativi — i bambini in difficoltà. Abbiamo anche due compagnie miste, fra disabili ed abili. Si chiamano Pupazzi da slegare e Fuori dal coro. In quest’ultima ci sono ragazzi non udenti e assieme prepariamo anche dei musical». Basta entrare nel museo preparato vicino alle saline di Cervia per capire che, in mezzo mondo i burattini erano “la cultura” di grandi e piccoli. «Sono stati messi da parte — dice il direttore della scuola — da una televisione che non ha fatto altro che copiarci. Lo stesso schermo tv è uguale al palcoscenico della baracca dei burattini. Il Gabibbo è un burattino grasso, le veline due Colombine scolpite molto bene...». Quello di Cervia non è un “Museo dei burattini impiccati”, come altre esposizioni dove Balanzoni e Sandroni sembrano salami appesi alla pertica. Qui i burattini danno spettacolo, ridono, scherzano con i bambini, raccontano la storia dei loro nonni e bisnonni. Alla fine della visita ad ogni bambino viene regalata una piccola “baracca” di carta, da montare, assieme ad un paio di burattini (pure di carta) da colorare. E forse qualche bambino, provando a “fare i burattini”, penserà ad un mestiere che fa iniziare la giornata con un sorriso. 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 29 MAGGIO 2005 Arbore fa il pieno di ascolti del sabato sera. E l’esordiente Simone Cristicchi stupisce con “Vorrei cantare come Biagio”. Torna così alla ribalta un genere antico che da Petrolini a Elio e le Storie Tese, dalle “macchiette” al rock demenziale, passando per Jannacci, Fo e Gaber, ha raccontato il Paese meglio di tanti saggi. Segnando spesso i salti evolutivi della nostra tradizione canora L’ironia e il sarcasmo esprimono al meglio la creatività degli autori. E poi i tempi della comicità e della musica sono gli stessi GINO CASTALDO a sapete l’ultima? La canzone fa ridere, anzi ha sempre fatto ridere. È un intreccio malizioso, un debordante calembour, un’aggressione destabilizzante che non ha risparmiato re e principi, santi ed eroi, vizi e manie del nostro vissuto. Renzo Arbore ne ha appena offerto una rigogliosa antologia televisiva nella notte del sabato. Ma è solo il testimone più recente. Anche i giovani non perdono occasione. È di questi giorni il successo montante di un esordiente di nome Simone Cristicchi che sta inflazionando le radio con un titolo che non lascia dubbi: Vorrei cantare come Biagio, e si tratta ovviamente di Biagio Antonacci. Dice il cantautore: «Fin da piccolo il mio mito era Jim Morrison, con Rambo e Rocky» ma poi capitola: «Adesso è solo Biagio Antonacci». Provate ad ascoltarla. Non si può fare a meno di ridere. Valanghe di comici incidono dischi, non perdono occasione per lanciare sberleffi e graffi satirici attraverso la canzone. È un amore antico, mai decaduto. Dallo sfrontato viveur Gastone di Petrolini alla Terra de cachi di Elio e le Storie Tese è tutta una risata, di quelle capaci di seppellire monumenti, ipocrisie e certezze acquisite. Si ride per buonumore, per liberarsi, si ride perché, come dice Daniele Luttazzi, i tempi (intesi come ritmi) della comicità assomigliano molto a quelli della musica, si ride infine perché anche cantando non si può non ridere. Ridendo ridendo c’è di mezzo l’intera storia del costume del nostro paese: le boutade antidepressive di Carosone e Buscaglione nel conformismo anni Cinquanta, le acide e corrosive sparate del rock demenziale nel ’77 bolognese, l’iconoclasta cabaret milanese del boom economico. Forse, come vedremo, c’è anche qualcosa in più. C’è anche chi ha riso tanto per ridere. Un secolo fa un signore di nome Gerardo Cantalamessa, contrastando il suo impegnativo cognome, inventò una canzone che si chiamava semplicemente: ’A risata. Il contenuto? Null’altro che una risata, contagiosa, irrefrenabile, che nel giro di due minuti travolgeva la platea in una liberatoria convulsione collettiva. Erano i tempi delle “macchiette” quando Maldacea e Gill, tra gli altri, ai margini della nobilissima canzone napoletana, inventavano esilaranti caricature, parodie sociali che anche ascoltate oggi farebbero la loro dignitosissima figura. Era un trucco vecchissimo. I cantastorie di ogni latitudine l’hanno utilizzato per millenni, ma quei geniali caricaturisti napoletani stavano costruendo quella che allora, pur essendo in dialetto, era l’unica canzone “nazionale” che fossimo in grado di vantare. Gli stessi autori classici, non disdegnavano di tanto in tanto la canzone comica. Cioffi sapeva alternare ’Na sera e maggio a Ciccio formaggio e Dove sta Zazà, senza alcun sobbalzo. La canzone comica è spesso il risvolto di quella “seria”. L’alternanza è tipica, talvolta nel mondo di uno stesso autore. Pensiamo a Jannacci che ha scritto anche canzoni di intensa drammaticità, una per tutte Vincenzina e la fabbrica, a Modugno, a Giorgio Gaber che sapeva far ridere e piangere con la stessa efficacia. Perfino Guccini, almeno una volta, non ha resistito alla tentazione incidendo la sua Opera buffa. Queste ricorrenze inducono a riflessioni insolite. E se la canzone comica fosse qualcosa di più di un semplice divertissement? Se ci disponiamo a notare le coincidenze significative, ci accorgiamo che ogni volta che la canzone italiana ha compiuto un balzo evolutivo c’è di Repubblica Nazionale 40 29/05/2005 L Canzoni ridere da Quando lo sberleffo diventa arte mezzo una risata. Delle “macchiette” abbiamo già detto, ma continuando la traccia dell’epoca, mentre il ventennio fascista congelava le melodie in inni di propaganda, in “faccette nere” e sproloqui retorici sulla “giovinezza”, a tenere alto il tasso creativo ci pensavano i debosciati artisti del cafè chantant, i libertini e maliziosi cantori dei doppisensi. In quell’epoca, per ovvi motivi, il doppiosenso divenne un’arte a sé stante. Sesso e politica, tabù dell’epoca, circolavano liberamente nei teatri, mascherati con metafore ardite, e spesso di irresistibile comicità. Il fascismo da par suo produceva comicità involontaria costringendo i cantanti affascinati dallo swing americano a ribattezzare pezzi come St. Louis blues in Le malinconie di San Luigi, ma lo swing, pur mascherato, e chiamato italicamente “ritmo moderno” fu un seme potente, un ciclone sprovincializzante, un antidoto allo “strapaese” melodico, da noi coniugato quasi immancabilmente in chiave ironica. Natalino Otto, Ernesto Bonino, Alberto Rabagliati, hanno cantato alcune tra le canzoni più divertenti e surreali della nostra storia. Ma soprattutto portarono fuori dalla palude retorica la nostra obsoleta cultura musicale. Non a caso di recente gli Ar- ROMA - LIDO DI JESOLO - CORTINA D’AMPEZZO - VENEZIA Hotel Majoni ★★★★ Via Roma, 53 - Tel. 0436.866945 - Fax 0436.866803 Settimane verdi a CORTINA rilassarsi tra le Dolomiti 1 settimana mezza pensione dal 4 al 30 Luglio 2005 dal 30 Luglio al 6 Agosto 2005 dal 6 al 27 Agosto 2005 dal 27 Agosto al 30 Settembre 2005 € 400,00 PER PERSONA € 520,00 PER PERSONA € 680,00 PER PERSONA € 390,00 PER PERSONA Centro Prenotazioni: Tel. 0421.370900 - 0421.371016 • Fax 0421.370888 www.thegiannettihotelsgroup.com [email protected] ticolo 31, in vena di scherzi, hanno ripreso con gaudio Mamma voglio anch’io la fidanzata, e prima ancora Freakantoni, con lo pseudonimo di Peppe Starnazza aveva rivisto quell’epopea in chiave rock’n’roll. In Italia le canzoni hanno sempre riso. Mentre trionfavano soporifere “edere” e altri fiori profumati, Renato Carosone scovò un batterista di nome Gegè di Giacomo, da poco scomparso, che era un comico naturale. Era lui che intonava «canta Napoli...» all’inizio delle canzoni, ogni volta declinando a tema: Napoli petrolifera, Napoli farmaceutica, e via dicendo. Buscaglione aveva inventato un mondo fantastico di duri di cartapesta. Van Wood si giocava i numeri al lotto, e l’Italia rideva, grata. Così com’era grata alla magnifica bonomia del Quartetto Cetra. E rideva anche quando la canzone moderna fece il suo apparire al nord d’Italia. Tra i grandi innovatori, i genovesi erano per la verità poco inclini allo scherzo. Tenco, Paoli, Bindi, erano schivi e tormentati, ma a scuotere il mondo della musica con l’arte, quantomai arguta e spesso politicizzata, della risata ci pensarono i milanesi, forti di un legame di ferro col cabaret. I Gufi scelsero tute nere e argomenti macabri, sfi- DOMENICA 29 MAGGIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 Le strofe più famose O nonetina, nonetina mia, Tu sei paralitica Ma ritmar, ritmar con me vorrai O nonetina... La vecchia camomilla ha dato il posto alle palline di glicerofosfato bromotelevisionato grammi zero zero tre Io mi metto la divisa per servizio fino a Pisa poi domani sono a scuola e non ci vado se non trovo la pistola Parcheggi abusivi, applausi abusivi, villette abusive, abusi sessuali abusivi; tanta voglia di ricominciare abusiva ALBERTO SORDI Nonnetta, 1948 RENATO CAROSONE Pigliate ‘na pastiglia, 1958 SKIANTOS Karabigniere Blues, 1978 ELIO E LE STORIE TESE La terra dei cachi, 1996 Fo: sono l’eredità di Belli e Porta “In quei versi rivive la cultura popolare” ANNA BANDETTINI ome molte belle cose, anche loro sono nate dall’amicizia, dall’intelligenza, dalla gioventù. Canzoni come L’Armando («Era quasi verso sera, c’ero dietro, stavo andando che si è aperta la portiera, è caduto giù l’Armando...»), La luna è una lampadina («E io son qui, Lina, sul marciapiede che cammino avanti e indietro e mi fanno male i piedi, Lina»), talvolta vere poesie in prosa come Prete Liprando, hanno preso forma in lunghi, animati, spesso sconclusionati pomeriggi a casa Fo, nella Milano primi anni Sessanta, con il futuro Nobel, Franca Rame, Enzo Jannacci, talvolta collegato solo via telefono, il musicista Fiorenzo Carpi e altri stravaganti personaggi che a rotazione si facevano vedere. «Ci si divertiva molto», racconta oggi Dario Fo. «Scrivevamo le canzoni a mano, sui fogli, alcune volte anche di getto, seguendo un’idea. Con Jannacci siamo andati avanti così fino a Vengo anch’io, scritta come uno scherzo tra noi». Jannacci dice che lei è il maestro, l’inventore della canzone satirica, surreale. «No. Io non mi sento un inventore in questo campo come nel teatro satirico. È che in quegli anni c’era tutto un clima, un terreno particolarmente fecondo. Se ripenso a certe cose che già all’inizio degli anni Cinquanta facevo con Giustino Durano e Franco Parenti a teatro, oggi posso dire che la nostra strada era segnata: l’idea di una comunicazione diversa e meno paludata di quella ufficiale. In teatro dominava la rivista, noi facevamo cabaret, qualcosa di meno sclerotizzato. In più, abbiamo avuto la fortuna di innestarci in un filone di studio e riscoperta della tradizione popolare». Che tradizione? «Nel campo della musica in Italia c’era una tradizione che veniva negata, quella del canto popolare a cui pure attingeva la cultura dominante ma sempre lasciandola relegata nel sottosuolo. Era un patrimonio che veniva defraudato della sua tradizione, del suo bagaglio di produzione culturale. Erano i canti di lavoro, i canti degli emigranti, dei contadini, molti dei quali io avevo già nelle orecchie, perché li sentivo fin da bambino da mio nonno sul lago Maggiore. Quella tradizione è diventata la base delle due raccolte di Ci ragiono e canto del ‘66 e del ‘69 grazie anche alle ricerche del Nuovo Canzoniere e di Giovanna Marini». Qual è il debito della canzone satirica verso il canto popolare? «Innanzitutto il ritmo. Spesso era quello dei canti di lavoro che a loro volta seguivano il ritmo del lavoro: il vogare, il tirare la fune, il setacciare il grano, il raccogliere il riso. Ma dal canto popolare viene ovviamente anche il sarcasmo. Certe canzoni della tradizione sono cariche di ironia, contengono lazzi, giochi, rovesciamenti. A loro volta vengono dalla più colta tradizione dei poeti popolari». Quali? «Il Belli, innanzitutto, per i romani. E il Porta, che del Belli fu il maestro, per il nord Italia. Sono loro ad aprire un filone satirico popolare che veniva a sua volta dalle forme di ribellione del Carnevale, dai canti di gioco. Non sono eccessivo se dico che canzoni come L’Armando o Veronica hanno lì le loro radici. Il resto lo ha fatto Milano dove in quegli stessi anni c’era Strehler che dava dignità artistica alle canzoni della mala. E un po’ lo ha fatto la casualità». Che vuol dire? «Sa come è nata Ho visto un re? È nata da una polemica. Il critico Massimo Mila aveva scritto che Ci ragiono e canto era un bel disco ma che nelle canzoni non c’era giocosità, né contentezza. Allora per rispondergli ci mettemmo lì, ed è venuta fuori questa storia di un regno dove tutti soffrono come cani, re e imperatori, ma quando arriva il turno dei contadini a cui già rubano tutto, no loro non hanno diritto di essere tristi: “Sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re”». Chi altro riconosce in questo filone? «Il primo Gaber, i Gufi. Poi Paolo Rossi, Bisio. Oggi le Nacchere Rosse di Napoli con cui ho appena fatto un disco». Quale canzone riscriverebbe? «Prete Liprando. Forse Veronica. E La poiana, che parla di penuria e di grandi migrazioni. Bisognerebbe tirarla fuori adesso». FOTO OLYCOM C “VENGO ANCH’IO”, LA VERSIONE SEGRETA Del celebre brano di Fo e Jannacci esiste una seconda versione, scritta per intero dal futuro Nobel, in cui la satira si fa più pungente. Eccola. Si potrebbe andare tutti insieme nei mercenari/ Vengo anch’io? No tu no/ Giù nel Congo da Mobutu a farci arruolare/ poi sparare contro i negri col mitragliatore/ ogni testa danno un soldo per la civiltà/ Vengo anch’io.../ Si potrebbe andare tutti in Belgio nelle miniere/ Vengo anch’io? No tu no/ A provare che succede se scoppia il grisù/ venir fuori bei cadaveri con gli ascensori/ fatti su nella bandiera del tricolor dando il più resistente dei tabù italiani: la superstizione. Io vado in banca, stipendio fisso, cantavano per deridere la piccola borghesia, ma questo era niente al confronto delle storie di becchini e sesso al cimitero che suonavano a ritmo dixieland. Jannacci e Fo giganteggiavano cantando un’Italia di derelitti, comici sì ma allo stesso tempo inguaribilmente teneri, talvolta goffi, perfino tragici, che facessero il palo per una banda di sfigati criminali o il sesso in piedi per poche lire. Era un’Italia che allora nessun altro aveva il coraggio di cantare. Ci pensò la canzone comica. Che una volta, sempre grazie a Jannac- ci, ebbe anche la fortuna di arrivare prima in classifica. Correva un anno fatidico, il 1968, e l’Italia si ritrovò a cantare unanime Vengo anch’io. No tu no (scritta con Dario Fo e Fiorenzo Fiorentini). Significava molto. Tutti la fischiettavano, tutti rispondevano a tormentone «no tu no» a qualsiasi domanda, ma dietro c’era molto di più, il protagonista era un tipico figlio della vena di Jannacci, un paria, uno dei tanti abbonati all’emarginazione. Quando c’è di mezzo il ridere la fantasia non manca. Se altrove imperano i cliché delle rime sempiterne, il tono comico ha giustificato un costante fuoco d’artificio di invenzioni. Roberto Benigni ha scritto L’inno del corpo scioltocelebrando le mille varianti della defecazione, Alberto Sordi ha osato fare dell’ironia su una candida Nonnetta, Renzo Arbore ha cantato allegramente e maliziosamente di clarinetti e materassi, gli Skiantos hanno inventato un blues sui carabinieri, Elio e le Storie Tese hanno scritto una intera saga di canti bulgari, eroi della pornografia, icone religiose, extracomunitari, servi della gleba, cani e padroni di cani. Sembra quasi che quando le cose ristagnano, quando il linguaggio si fa trito e prevedibile, debba essere una risata a muovere le acque. Da anni del resto, da Bisio a Davide Riondino, da Fabio De Luigi a Paola Cortellesi, i comici usano abitualmente la musica, ci giocano, ne fanno una parte considerevole del loro lavoro. Sarà perché i tempi comici e i tempi della canzone si assomigliano, sarà perché un bravo comico deve avere una sua naturale musicalità, ma la risata è sempre dietro l’angolo. Forse nessun paese al mondo ha prodotto e produce tanta canzone comica, e almeno in questo gli italiani sono davvero originali. INTERPRETI VECCHI E NUOVI Accanto a sinistra, Gaber, Fo, Celentano, Albanese e Jannacci nel 2001 a “125 milioni di caz..te” Sotto, Renzo Arbore e Mariangela Melato in “Speciale per me, ovvero meno siamo meglio stiamo”, e in basso, Simone Cristicchi cantautore romano al suo esordio con “Vorrei cantare come Biagio” 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA i sapori Repubblica Nazionale 42 29/05/2005 Non solo gelati DOMENICA 29 MAGGIO 2005 Il sole, il caldo, le “nivere”, il sale per prolungare il miracolo dell’acqua che si solidifica, la frutta per dissetare lasciando la bocca pulita: compaiono sulle tavole della Magna Grecia, poi della Roma imperiale le prime ricette di una prelibatezza antichissima, che affonda le radici nella cultura mediterranea e che oggi conosce un grande e raffinato rilancio Granita Miscela cristalliforme di acqua, succo di frutta, caffè, zucchero a piacere. La base è costituita da ghiaccio tritato finemente, a cui viene addizionato un gusto che lo aromatizza Sorbetti granite grattachecche ecco il cuore fresco dell’estate LICIA GRANELLO n gelato al limone, cantava sornione Paolo Conte. Gelato o sorbetto? Gelato per licenza poetica: un sorbetto al limone non avrebbe avuto lo stesso sapore evocativo, ma latte e limone non vanno proprio d’accordo. E non esiste gelato senza latte. Al contrario, ghiaccio e limone rappresentano un connubio delizioso, dissetante come nessun altro, simbolo stesso dell’estate che ha fatto finalmente capolino. Quella dei sorbetti è una cultura antica, saldamente radicata nel bacino del Mediterraneo: il sole, il caldo, l’istituto delle “nivere” (gli antichi magazzini della neve) e l’uso del sale per prolungare il miracolo dell’acqua diventata ghiaccio. E i primi accostamenti con la frutta: obbiettivo dissetare, lasciando la bocca pulita, fresca, profumata. Proprio come prescriveva già Senofonte nella sua personalissima ricetta: neve dell’Etna, miele, frutta e aromi, da U Gelato Realizzato con latte (o panna), è il preferito dagli italiani. Gli artigiani migliori utilizzano materie prime di alta qualità, evitando di aggiungere additivi chimici servire nelle mense patrizie della Roma imperiale. Il gelato, al contrario, è nato nel nord, figlio dell’economia agricola legata a coltivazioni e allevamento. Quindi, base latte, panna, uova: ovvero, calorie abbondanti, equamente ripartite tra le proteine del latte e i carboidrati dello zucchero (o del miele), a cui aggiungere il calore delle spezie e della frutta secca. I capostipiti sono stati i trentini, fautori di un mestiere così serio e difficile, da vantare una primogenitura senza rivali e un infinito stuolo di eredi, intere generazioni di mastri gelatai che, lasciate le valli con i loro carretti, hanno diffuso la cultura del gelato in tutta la fascia alpina, sopra e sotto i nostri confini. Così legati alla tradizione delle creme, da realizzare con base latte anche i gusti alla frutta: pratica da cui si sono svincolati in parte solo negli ultimi anni, soprattutto grazie ai sorbetti alcolici. Molti anni dopo le prime contaminazioni tra ingredienti diversi e differenti filosofie, la diatriba tra i sostenitori dei sorbetti e i cultori del gelato continua. Difficile resistere alla tentazione soave di una granita al caffè con panna. Basta non dover rinunciare alla vera grattachecca al limone — l’uso della grattugia che regala una consistenza più rozza ma anche più carnale rispetto all’uniformità semplice del ghiaccio tritato finemente — ormai ridotta a specie protetta in qualche cantuccio di Roma votato alla resistenza gastronomica. Il tutto, senza mettere in discussione, nemmeno per un momento, l’irresistibile golosità di una coppa di crema, pistacchio, cioccolato, purché fatta a regola d’arte. Se il gelato è così facile da amare, il sorbetto richiede una scelta di campo a metà tra snobismo e obbligo dietetico. Intanto perché il “gelato d’acqua” stenta a ritrovare l’allure perduta, dopo anni di surrogati con le polverine (l’inconfondibile odore del detersivo per piatti…) serviti come mediocri intermezzi o in chiusura del pasto con la scontata correzione superalcolica. E poi perché la quota calorica, dimezzata rispetto al gelato (130 kc contro 250) lo ghettizza spesso nell’elenco delle scelte obbligate dal pri- DOMENICA 29 MAGGIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 Roma itinerari Ciccio Sultano è uno dei protagonisti del rinascimento gastronomico siciliano. Nel suo locale di RagusaIbla, Il Duomo, serve sorbetti - gelso nero e verbena, zenzero candito e gin Quintessential, basilico e vodka preziosi e profumati Ragusa Malè (Tn) La capitale vanta la tradizione della “grattachecca”: i venditori giravano i quartieri con i loro carretti, grattugiando il ghiaccio dalle barre e arricchendolo con succo di limone, caffè, sciroppi di frutta. I “grattacheccari” in attività sono ormai pochissimi Divisa tra la città nuova e la vecchia Ibla, uno strepitoso borgopresepe rivitalizzato dal recente insediamento universitario, ha nel suo stesso Dna la cultura antica di granite e sorbetti, oggi declinati anche secondo gusti originali come miele, ricotta, carrube Stupendamente affacciata nel parco dello Stelvio, la terramadre di intere dinastie di mastri gelatai ha esportato i mantecati ghiacciati in tutto il mondo. Quelli rimasti in loco, oltre alla storica produzione di creme, si sono dedicati ai sorbetti a base di erbe, vini, distillati DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE HOTEL PENSIONE PARLAMENTO Via delle Convertite 5 Tel. 06 69921000 Camera doppia da 133 euro, colazione inclusa IL BAROCCO Via S. Maria La Nuova 1, Ibla Tel. 0932 663105 Camera doppia da 110 euro, colazione inclusa HOTEL MICHELA Via degli Alpini 12/14 Tel. 0463 901366 Camera doppia da 70 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE TRATTORIA MONTI Via di San Vito 13A Tel. 06 4466573 chiuso domenica sera e lunedì menù da 30 euro DUOMO Via Bocchieri 31, Ibla Tel. 0932 651265 Chiuso domenica e lunedì a pranzo menù da 50 euro CONTE RAMPONI Piazza San Marco 38 Località Magras Nord-Est Tel. 0463 901989 Chiuso lunedì, menù da 25 euro DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE PETRINI Piazza dell’Alberone 16 Tel. 06 786307 GELATI DIVINI Piazza Duomo 20 Tel. 0932 28989 GELATERIA ROBY Piazza Garibaldi 5 Tel. 0463 901126 La lunga disputa sui benefici Il “gelido diletto” del Rinascimento MASSIMO MONTANARI Repubblica Nazionale 43 29/05/2005 FOTO STOCKFOOD L Sorbetto La base è acqua e zucchero (o fruttosio), mantecata con frutta fresca o surgelata, succhi di agrumi, caffè, cacao. Si rende cremoso col bianco d’uovo. Ha metà calorie rispetto al gelato mo lamento della bilancia. E invece, il sorbetto può essere godurioso, sensuale, perfino colto nella scelta degli ingredienti: basti pensare a quello di zenzero candito e gin pregiato del ragusano Ciccio Sultano o alle declinazioni salate, incredibili e meravigliose, create da Corrado Assenza, il pasticciere che ha fatto della gastro-cultura una scelta di vita. Qualche esempio? Provate a immaginare una granita di mandorle d’Avola, qualche granello di sale “dolce”, un’ostrica Marenne, una scheggia di peperoncino candito, «la spoletta che innesca l’esplosione del gusto», chiosa Assenza. Oppure una granita di limone servita con lame di pesce crudo, cioè gli ingredienti obbligati — ghiaccio, limone e pesce — dei pasti dei pescatori in mare. Se la Sicilia non rientra nei vostri approdi estivi, fermatevi sul lago d’Iseo, dove Vittorio Fusari, chef patron de “Il Volto”, accoglie gli ospiti con un memorabile sorbetto di Campari e mousse d’arancia. Il caldo smetterà improvvisamente di preoccuparvi. Grattachecca La versione romana della granita prevede l’utilizzo di ghiaccio non tritato, ma grattugiato, su cui si versa sciroppo di frutta, caffè, spremuta di agrumi. Essendo un assemblaggio instabile, va consumato rapidamente Semifreddo È una variante golosa e morbida del gelato. La base è sempre una crema – caffè, frutti di bosco, zabaione – lavorata insieme ai bianchi d’uovo montati a neve con zucchero e panna ‘‘ Tomasi di Lampedusa Al Caffè Romeres ai Quattro Canti di campagna gli ufficiali dei reparti scherzavano e sorbivano granite enormi da IL GATTOPARDO a parola è forse araba (sharbet) e forse furono gli arabi a far conoscere il sorbetto agli europei di Sicilia e di Spagna, già durante il Medioevo. Ma è in età rinascimentale che l’uso si afferma davvero, uscendo dalla fase sperimentale e diventando “di moda”. La gastronomia italiana, a quel tempo, è decisamente all’avanguardia, ed è imitando lo stile italiano che il sorbetto si diffonde in Europa. Il tema gastronomico si confonde fin da subito con la riflessione dietetica. Quando si tratta di cucina, ricette, prodotti, preparazioni alimentari il medico è sempre in prima linea, oggi come in passato, ma in passato ben più di oggi: quello del “cuoco galenico” (così mi piace definirlo) è un mestiere complesso, tipico della cultura medievale e rinascimentale, quando le pratiche del mangiare e del bere trovano precisi riferimenti nel sapere medico, basato, fino al XVIII secolo, sulla scienza antica di Ippocrate e di Galeno. La teoria del freddo e del caldo, del secco e dell’umido (i quattro “umori” fondamentali della vita dell’uomo) resta per un paio di millenni il fondamento di ogni giudizio e di ogni scelta relativa a cibi e bevande. Quella scienza interpreta la digestione come un processo di cottura (assimilando lo stomaco a una specie di forno) e vede, perciò, con favore gli elementi di natura “calda” che facilitano l’operazione aggiungendo calore: in questo senso si raccomandava, per esempio, un abbondante impiego di spezie, e si sconsigliavano le bevande ghiacciate: «Nuoce molto l’acqua fresca quando è presa insieme all’esca», recitava un aforisma della scuola medica salernitana. Fu dunque necessaria una certa forzatura per affermare la legittimità del “bere freddo” durante o dopo l’assimilazione dei cibi: all’interno di questo dibattito le ragioni del gusto e del piacere a poco a poco trovarono una loro via, giustificando anche sul piano dietetico l’uso del sorbetto. I decenni decisivi stanno a cavallo tra XVI e XVII secolo. Di fronte a una moda che sta diffondendosi, non pochi medici oppongono resistenza: nel trattato Del bever caldo costumato da gli antichi romani, pubblicato nel 1593, il medico Pervio chiama in causa «l’historia, l’esempio de gli antichi e la ragione» per provare che «il bere fatto caldo al fuoco è di maggior giovamento, e forse anche gusto, che non è il freddo oggidì usato». Si noti il «forse» premesso alla considerazione sul gusto: evidentemente, lui stesso non ne era così sicuro. Quattro anni dopo esce il trattato di Nicola Masino sull’abuso del bere freddo (De gelidi potu abusu). A questa battaglia di retroguardia si oppongono i sostenitori del nuovo: Jacopo Castiglione pubblica nel 1602 il suo Discorso sopra il bever fresco; il Peccana pubblica nel 1627 il libro Del bever freddo, con problemi intorno alla stessa materia. Il dibattito continuerà ancora per tutto il secolo e fino al successivo, con una sempre maggiore propensione a dimostrare «i benefici delle fresche bevande e le utilità che seco porta il bever ghiaccio» (come si legge in un trattato medico del 1716). La volontà di far tornare i conti, di ricondurre comunque le scelte gastronomiche a motivi di razionalità scientifica alla fine ribaltano le antiche certezze e lasciano libero campo all’arte della sorbetteria. I testi di cucina la includono come un sapere consolidato: Antonio Latini, per esempio, nel suo Scalco alla moderna (1692-94) dedica un intero capitolo ai modi di comporre «varie sorti di Sorbette, o d’Acque aggiacciate», quasi scusandosi di rubare il mestiere agli specialisti («professori, credenzieri, ripostieri») addetti a questo genere di preparazioni. Nel 1775 esce a Napoli il trattato De’ sorbetti di Filippo Baldini, la prima opera interamente dedicata all’argomento, fondata sulla certezza, ormai non più messa in discussione, che «le bevande ghiacciate sono un prodotto dell’umana ragione più raffinata e formano una delle conseguenze della società bene ordinata, cioè l’utile e ’l diletto». L’autore è docente di Storia Medievale all’Università di Bologna 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 29 MAGGIO 2005 il corpo In Italia 17 milioni di persone praticano sport in un health-club o si allenano in un angolo del proprio salotto. Oggi al festival di Rimini tutte le novità sulle macchine ginniche dell’ultima generazione e sulle tecniche che sbarcheranno nei nostri centri benessere il prossimo autunno Forma perfetta Fitness BIMBI IN ESERCIZIO Anche i bambini hanno bisogno di tenersi in forma e così vanno in palestra. Panatta Sport lancia il Kids system, una linea di attrezzi dai colori sgargianti e di facile utilizzo, perfino in casa Il segreto per stare bene è la palestra dentro casa JACARANDA CARACCIOLO FALCK on notarli è diventato impossibile. Corrono nei parchi e per le strade. Affollano health-club e centri sportivi. Si dilettano con esercizi acquatici e balli esotici. Arrivano perfino a dialogare in rete con personal trainer virtuali. Di chi stiamo parlando? Ma del popolo del fitness. Quella tribù di patiti dello sport che teorizzano l’attività fisica come stile di vita. Un gruppo in continuo aumento, secondo le statistiche. Diciassette milioni solo in Italia. Che praticano sport nelle 7.500 palestre disseminate in tutto il Paese. E che nel 2004 hanno speso 14 miliardi di euro per coltivare la loro forma fisica. Le attività tra cui scegliere sono ormai infinite: tennis e calcetto, beachvolley e spinning, jogging e hidro-bike. Ma anche capoeira, zoomp, step e bosu. Per non parlare di yoga e pilates. Ogni giorno c’è una novità. Intorno agli amanti dello sport, infatti, è nato un vero e proprio mercato. Che organizza festival. Come quello che è in corso da ieri (fino al 5 giugno) a Rimini. Nove giorni di esibizioni e corsi, massaggi e workshop, gare e divertimenti, che attirano ogni anno 500mila visitatori. Giunti da ogni angolo d’Italia per trovare, e poi mantenere, la perfetta forma fisica. Ma anche e soprattutto per dare un’occhiata ai più innovativi gadget da acquistare. Sarà per l’ormai cronica mancanza di tempo, o forse a causa del traffico che rende ogni spostamento cittadino un’impresa biblica. O semplicemente perché è uno status symbol come un altro. Ma una cosa è certa: l’home fitness, ovvero la palestra in casa, è sempre più di moda. Una stanza, o in mancanza di spazio, almeno un angolo dove potersi rigenerare. Con l’aiuto di un personal trainer. O anche solo seguendo un programma ideato al computer. Per questo gli attrezzi sportivi, stanno subendo una vera mutazione genetica. E diventano sempre più accattivanti dal punto di vista estetico. Ne sa qualcosa Nerio Alessandri, fondatore della Technogym, l’azienda che l’anno scorso ha fatturato 260 milioni di euro vendendo le sue sofisticate macchine in tutto il mondo. Quando ha dovuto scegliere dove presentare la sua ultima novità, Kinesis, Alessandri non ha avuto dubbi. E ha portato la sua parete ultra-tecnologica, dietro la quale si nasconde un innovativo sistema di allenamento, con cavi e carrucole tridimensionali, al Salone del mobile di Milano. È stato un successo. Il settore è dunque in crescita. Secondo la Technogym gli utenti domestici aumenteranno nei prossimi anni del 20 per cento circa. Dopo la cucina griffata, il salone wi fi e l’home office l’ultimo oggetto del desiderio domestico è infatti proprio la palestra. Arredata secondo gli ultimi dettami della moda. Ennio Cibello fa il personal trainer a Roma da più di vent’anni. Insegna a star del cinema e dive della tv, uomini d’affari e madri di famiglia, come rivoluzionare il proprio corpo. Scolpendo minuziosamente ogni muscolo. Una volta Cibello, lavorava nei centri specializzati. Oggi, invece, il settanta per cento dei suoi clienti vuole essere seguito tra le mura di casa. «Dieci anni fa il personal a casa era appannaggio esclusivo dei vip, oggi è sempre più diffuso». «È il concetto stesso di fitness che è cambiato in questi ultimi anni», teorizza Nerio Alessandri. E aggiunge: «Una volta l’approccio era solo edonistico, oggi invece si cerca quello che noi abbiamo chiamato wellness». E cioè il punto di equilibrio tra attività fisica, benessere mentale e alimentazione. «L’attività fisica è indispensabile per prevenire decine di malattie», conferma Fabio Pigozzi, docente di Medicina dello Sport all’università di Scienze motorie di Roma, «noi raccomandiamo almeno 30 minuti al giorno di camminata». In questo nuovo contesto appare chiaro come, anche la palestra, abbia dovuto adeguarsi. Pubblico o privato che sia, l’health club del futuro sarà un luogo esteticamente appagante, dove rigenerare mente e corpo. Un po’ come i gymnasium romani. Tecnologia a parte. Repubblica Nazionale 44 29/05/2005 N RACCHETTA DA GRATTACIELO Utilizza una tecnologia usata per costruire i grattacieli in Giappone la racchetta da tennis Flexpoint di Head. In vendita con la borsa RAGAZZE AL TOP Total look Nike, dal pantalone alle scarpe da ginnastica: per sentirsi al top anche in palestra PASSI DA MASAI Appena sbarcate in Italia le Masai Barefoot Technology: scarpe da ginnastica che, grazie alla suola multistrato che destabilizza l’equilibrio, sollecitano tutti i muscoli 5milioni Tanti sono i patiti del Pilates la tecnica più di moda del 2005 Dieci anni fa il personal trainer era appannaggio dei vip, ormai la ginnastica personalizzata è così diffusa che sono nati perfino i coach virtuali consultabili on line VIAGGIATORI CON SPRINT Wellness tools di Technogym, una vera mini palestra che entra in una sacca, è il top per chi viaggia DOMENICA 29 MAGGIO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 L’EVOLUZIONE 1950 1970 1990 2000 BODYBUILDING AEROBICA STEP PILATES I fratelli Weider lanciano il body building. Joe, in California, pubblica le prime riviste di tendenza come Muscle & Fitness. Ben, a Montreal, dà vita all’International federation of body builders L’aerobica nasce al Cooper institute di Dallas, Texas. Ma chi la diffonde tra le americane è l’attrice Jane Fonda, regina dei primi home video. Madrina italiana: Sidney Rome La novità del decennio è lo step: la pedana per esercizi e balletti coreografici, inventata e diffusa dall’americana Gin Cooper. All’orizzonte comincia ad affacciarsi lo spinning Tornano di moda le ginnastiche dolci, recuperate dal passato. È il caso del Pilates, il metodo inventato dal tedesco Joseph Pilates nel 1920, come tecnica di riabilitazione SISTEMA KINESIS 450mila Il sistema Kinesis di Technogym è stato presentato al Salone del mobile. E ha conquistato Philip Starck (nella foto) KeliRoberts,trainerdiRusselCrowe Il numero di visitatori attesi a Rimini per il festival del Fitness “Eoramovimentodolce sfinirsinonserveanulla” BELLE ALLA MODA I Remix boot di Adidas della collezione sport couture Remix. Ispirata alla cantante hip hop Missy Elliott. Realizzata in spugna rosa, invece, la borsa (in basso) che diventa tappetino da palestra. Di Gucci ANNA TONELLI E ADESSO MUSICA! Si chiama Strobobike ed è prodotta da Panatta Sport Proietta sulla parete immagini ed effetti speciali. Ed è collegata a un radio modem per ascoltare la musica mentre si pedala NEL SEGNO DELL’ELEGANZA Eleganza assicurata sul campo da tennis indossando i polsini e la fascia in spugna realizzati da Chanel L’ORA DEL RELAX La poltrona massaggiante Sanyo Wellness riesce a simulare l’effetto di una seduta di shiatsu l suo motto è: «Sudare con il sorriso». Finita l’era del body building, per Keli Roberts è il momento del wellness dolce, morbido, tonificante ma leggero. Una filosofia del corpo che ha ormai conquistato il popolo del fitness di mezzo mondo. E Keli, australiana di origine, personal trainer di Cher, Russel Crowe, Faye Dunaway, Kirsty Alley, è la musa che a Los Angeles ha lanciato la nuova ginnastica easy che unisce bosu a pilates, stretching a danza. Niente più fatica, pesi e ritmi serrati? «Chi cerca di mantenersi in forma non vuole più sfinirsi in palestra. La vita quotidiana è frenetica, bisogna proporre esercizi che distendano e siano efficaci. Per questo stanno avendo grande successo le nuove discipline come il bosu». In che cosa consistono? «Si tratta di attività con macchine che fanno lavorare contemporaneamente i muscoli, senza fare fatiche titaniche. Il bosu è un tipo di ginnastica dinamica, divertente, con un gioco di equilibrio su una piattaforma semovente». Sono tramontate le mode dell’aerobica, dello spinning e dello step? «In America quello che regge ancora è lo spinning, soprattutto praticato da chi deve scaricare lo stress quotidiano di un lavoro logorante. Ma tutte le pratiche troppo veloci e stancanti cedono il passo. Ora prevale l’idea di dover far lavorare armoniosamente tutto il corpo, interessandosi dell’aspetto fisico, ma anche della postura, della circolazione, della respirazione e della serenità interiore». Insomma, una vera filosofia esistenziale. «In un certo senso sì. Si può evadere da uno stile di vita che richiede sempre più energie con un’ora di fitness che ricarica e fa recuperare buonumore, alleggerendo le fatiche quotidiane». Fitness fa rima con socializzazione? «Certo, è anche un modo per aggregare, ma soprattutto per distendere i nervi con un occhio alla tonificazione del fisico. L’importante è proporre un metodo o esercizi facili, in cui non si deve pensare troppo, ma raggiungere risultati visibili ed efficaci». Perché il wellness è così praticato, anche da chi non ha mai messo piede in una palestra? «Il risultato più sorprendente che si ottiene è vedere le persone che sorridono sempre mentre eseguono i movimenti. Non c’è più l’ossessione di scolpire i muscoli uno ad uno, ma si ricerca l’armonia generale. Se vogliamo, è un tipo di fatica più intelligente». Come si spiega il successo dell’home fitness, della palestra in casa? «È un modo per unire comodità ad amor proprio. In casa non ci sono orari, si può far ginnastica senza guastare l’organizzazione familiare. E contemporaneamente si ricava tempo per pensare a se stessi e alla propria forma fisica e psicologica». I Repubblica Nazionale 45 29/05/2005 VOGLIA DI CORRERE Il tapis roulant T60F firmato Tunturi combina design all’avanguardia e tecnologia avanzata. Permette di correre fino a 16 chilometri all’ora OCCHIO AL MAESTRO 500 calorie È quanto promette di far perdere un’ora di Masala Bhangra Arriva dagli Usa la novità di Cybex: il Trazer. Una centrale sulla quale è montato uno schermo dove vengono proiettati gli esercizi da eseguire BACIATI DAL SOLE Nuovi occhiali da sole Cébé Crux, con lenti in policarbonato: l’ideale per sport all’aperto LE NOVITÀ COACHING MENTALE MASALA BHANGRA BOTH SIDES UP GYROTONIC Come dire: allenare la mente e non solo il proprio corpo. Per rinforzare e ottimizzare cervello e volontà. Secondo i cultori di questo nuovo allenamento, la motivazione è la frontiera dello sport Dopo la Capoeira brasiliana sbarca, questa volta dalla regione del Punjabi in India, un diverso tipo di ballo. Che mescola yoga e passi di una tradizionale ballata: il Bhangra A ritmo di tamburo Lo step cambia faccia. E viene sostituito dal Bosu, una pedana di 60 centimetri sormontata da una cupola di gomma. Da utilizzare su entrambi i lati. Per tonificare i muscoli e migliorare l’equilibrio Arriva in Italia il sistema inventato dal ballerino ungherese Juliu Horvath. Che incorpora movimenti presi dallo yoga, dal nuoto e dal tai-chi. Da eseguire con l’aiuto di un operatore 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 29 MAGGIO 2005 l’incontro Fuori dal campo Oggi a Torino si cucirà sul petto il settimo scudetto personale. Ma per una volta non parla di calcio. E allora l’allenatore più vincente ci racconta del pessimo rapporto con la mondanità, troppo spesso scambiato per antipatia. Di quanto è stato difficile conquistare la moglie Laura. Di come le origini modeste gli abbiano insegnato ilgiustopesodeldenaro. Dellapassioneperlanatura masoprattuttoperl’arte,chepiùdiogni altracosacontinuaadarglilafelicità Fabio Capello el ristorante amico, cuore di San Salvario, si siede con la faccia rivolta verso il muro e con le spalle alla sala, nella speranza che non lo riconosca nessuno. Ma la processione di fan, questuanti, conoscenti, ammiratori e cacciatori d’autografi è incessante. L’altra metà della luna. Fabio Capello accetta di parlare non di calcio. Non di campionato, non di successi & trionfi, non della Juventus e dei sette scudetti personali vinti con quattro squadre diverse. Ma semplicemente di sé. Il più schivo, il più burbero, il più roccioso fra i grandi allenatori internazionali si apre e racconta: questo sono io. L’appuntamento è al campo Sisport Fiat. In bermuda neri e maglietta grigia Capello è a bordo campo a vigilare sugli allenamenti. Braccia conserte e gambe larghe, è attentissimo e come immoto in un’afa irreale da luglio pieno. Un paio d’ore di lavoro, rapida doccia e poi ci avviamo verso il ristorante, non prima di avere solcato una piccola folla di ammiratori che lo acclamano assiepati dietro i cancelli. Capello ferma la macchina, una Lancia Thesis nera della società con lo scudetto della Juventus stampigliato sulle portiere, e non si nega a nessuno. Sempre con il suo distacco, s’intende. Firma e autografa di tutto, velocissimo: fotografie, magliette, cappellini, manifesti, sciarpe, cartoline, schiene, palloni. Al ristorante “Urbani” viene accolto con sussurri reverenziali. Si fermano le forchette, improvviso cala il silenzio. Il suo tavolo d’angolo è già imbandito con ogni antipasto possibile: ovoline di bufala, culatello, bresaola, zucchine fritte, un melone tagliato artisticamente, omelette alle verdure, vino rosso, pani e grissini speciali. modesta. Con uno stipendio, lo stipendio da maestro di mio padre, ci campavamo in sei, perché con noi vivevano anche i nonni. Dunque so dare il giusto valore al denaro. Quando faccio gli ingaggi, faccio tutto da solo. Chiedo quello che ritengo giusto, non ho procuratori che trattano al mio posto». Arriva il pesce spada alla griglia con l’insalata di pomodori. Il denaro, dicevamo. « Non sono schiavo. Lo uso per i viaggi, per le case, per la famiglia. Ma davanti a un’automobile da 100 milioni non ho nessuna tentazione di comprarmela. La macchina dev’essere un mezzo di trasporto, stop». Forse davanti a un quadro d’arte moderna sarebbe più difficile resistere. «Fu Italo Allodi, grande collezionista, a contagiarmi la passione per l’arte moderna. Avevo appena 23 anni. Ma l’arte mi piace tutta. Tuttora, in qualunque città del mondo mi trovi, la cosa che amo di più è andare per musei. Tornarci e ritornarci ancora, vedere gli stessi quadri con occhi “Mi piacciono le donne di classe come Virna Lisi e Catherine Deneuve. Quelle attuali? Sono tutte in serie, aggiusta di qua, gonfia di là. Tutte intercambiabili. Sono tutte finte” FOTO LAPRESSE Repubblica Nazionale 46 29/05/2005 N TORINO Ma mangia oculatamente, Capello. «No che non sono un salutista. Sono uno normale». E racconta che gli manca molto l’attività fisica: «Prima, finiti gli allenamenti, andavo a correre. Adesso non posso più. È che le ginocchia non mi reggono tanto bene, me le sono rovinate con il calcio. Le mie ginocchia sono a livello di due protesi, mi hanno tolto due menischi, così faccio una certa fatica». A giugno compie 59 anni. Camicia jeans, pantaloni sangue di bue, catenina d’oro al collo, carisma nodoso. Dicono che ha carattere da vendere ma che non sempre è un carattere facile. Dicono che si limita a gestire le “risorse umane” ma con una certa freddezza, che non si lascia mai andare, che nulla concede ai sentimenti, che è bravissimo certo, ma anche molto antipatico. «Forse perché quelli che vincono sempre alla fine sono antipatici. Più che antipatico io sono molto rispettoso: rispetto le persone e i ruoli. Sono uno che va per la sua strada, come mi ha insegnato mio padre. Sono uno che non spiffera notizie e indiscrezioni, che non telefona ai giornalisti amici, che non esce molto la sera, che non ama le occasioni mondane. Se questo vuol dire essere antipatico, beh, sono molto antipatico». Già, la mondanità. Quanto è stata un puntello una famiglia unita come la sua? «Molto. Io e mia moglie ci conosciamo da sempre. Avevamo 17 anni, stavamo a Ferrara, io studiavo da geometra, lei faceva le magistrali». Un colpo di fulmine? «No, macché colpo di fulmine. All’inizio lei diceva che ero antipatico, perché non davo confidenza...». Ecco: antipatico. Oggi, dopo oltre quarant’anni di vita a due, due figli grandi, Pierfilippo di 35 anni e Edoardo di 32, due nipotini, quale pensa sia stata, o sia ancora, la qualità più grande di sua moglie Laura? Capello ci pensa un po’ poi dice: «È intelligente. È molto intelligente. Una virtù importantissima, e assai poco diffusa». Andrà al matrimonio di Totti? Il no arriva secco e deciso: «No, anzitutto perché non sono stato invitato. E anche perché non mi pare il caso». Binomio calciatori & veline: impossibile non parlarne. «Io lo dico sempre ai miei giocatori: siete giovani, siete aitanti, avete dei bei fisici, certo. Non pensiate però che le veline vi corrano dietro per questi motivi. Il fatto è che a 25 anni non esiste nessuno al mondo così ricco come un calciatore affermato. Difficile mantenere l’equilibrio con tanti soldi in banca. Ai miei tempi non guadagnavamo certo così: un giocatore quotato, andando in pensione, era molto contento se era riuscito a comprarsi un paio di appartamenti e magari anche un bar. Oggi...». Oggi uno come Capello, re Mida del campionato, ha ingaggi stratosferici, altro che aprire un bar. Che rapporto ha con il denaro? «Io vengo da una famiglia nuovi, selezionare. Vado al Louvre, vado al British, so che ho soltanto un’or a e allora scelgo solo quattro cose da vedere, e di fronte a ogni quadro mi fermo almeno un quarto d’ora. L’emozione è sempre diversa e mutevole, è come rileggere un libro che hai molto amato. La quarta volta che ho visto la Gioconda era più bella che mai, era un’altra rispetto a prima. E provo uno stupore sempre nuovo davanti alla testa di Nefertiti a Berlino, o all’Altare di Pergamo, davanti ai Bosch e ai Goya del Prado e davanti a quella meravigliosa, piccola Madonna di Antonello da Messina». E l’arte moderna? «Mi interessa soprattutto l’astratto, perché parla un linguaggio nuovo. Mi piace l’avanguardia. Certo ci sono cose che trovo un po’ difficili, un po’ ostiche: certe installazioni video... Diciamo che le guardo con interesse, però faccio fatica a digerirle». L’arte, ripete, più di ogni altra cosa gli dà felicità: «Paragonabile solo alla felicità che mi dà la natura. Bella, madre, e spesso terribile e pericolosa, come sa chi pratica gli sport estremi. La natura mi affascina e mi lascia senza fiato, così come mi piace e mi affascina il silenzio. Quel silenzio che ho sentito sotto la parete Nord del Cervino, quel triangolo tremendo sopra di me. La natura, il silenzio, la bellezza delle Isole Maldive trentacinque anni fa, quando l’aeroporto era una capanna di paglia e non esisteva la luce elettrica. La bellezza incontaminata e perduta di Cancun, ora deturpata da scempi edilizi vergognosi: una spiaggia di 15 chilometri completamente deserta, con le tartarughe marine che venivano a deporre le uova sotto i miei occhi, con gli iguana, con i pellicani». Il silenzio: per Capello un culto. Se c’è una cosa che l’uomo di Wembley odia è il chiasso. Quindi allo stadio soffre: detesta la ola, gli strilli, i cori, i canti, le grida, le trombe, il tifo caciarone: «Mi impedisce di comunicare con i giocatori, non mi sentono». È come se Fabio Capello avesse due vite, con una cesura netta a dividerle: da una parte il calcio, dall’altra tutto il resto, la sua esistenza privata: «Ho sempre voluto lasciare il pallone fuori dalla porta di casa. Se mia moglie o i miei figli vogliono sapere qualcosa sulle partite si devono andare a comprare il giornale, io non gliene parlo. E anche i miei amici più cari mi sono sempre fatto scrupolo di sceglierli fuori dal mondo del calcio: Bruno Lorenzelli, il mio gallerista di fiducia, Gianni Caverzasio, che mi ha fatto conoscere l’emozione delle montagne, Franco Torrani, manager d’impresa, il grande Ottavio Missoni, uomo di frontiera come me, lui dalmata io friulano». E tornando al silenzio, può essere interrotto solo da buona musica, classica ma anche leggera, Lucio Battisti, Mina, Vasco Rossi: «Il mio preferito». Trasversale nei gusti, nei generi, nelle frequentazioni, Capello va indifferen- temente alla Scala con Fedele Confalonieri e al ristorante con Francesco De Gregori e Fiorella Mannoia, con i quali, assieme anche al collega Dino Zoff, intrattiene una tenzone gastronomica che si chiama la sfida dell’olio. Capello è anche un cacciatore: «Solo di lepri e fagiani, e solo una volta l’anno. Non toccherei nessun altro animale per nessun motivo». Venti giorni fa era alla facoltà di Economia e Commercio qui a Torino a tenere una conferenza nella gremitissima aula magna su leadership e gioco di squadra: «Mi capita di farne tante anche ai manager. Fra un’azienda e una squadra di calcio non c’è nessuna differenza. L’abilità sta nel motivare la gente. In questo Berlusconi è bravissimo. Una persona eccezionale cui personalmente devo molto. Sa trasmettere fiducia e sicurezza. Un vero grande allenatore: quando può decidere. Se invece sei invischiato e devi scendere a compromessi allora diventi un politico». Accetterebbe mai una candidatura da Berlusconi? «Io sono molto concreto. Non mi piacciono i se e i ma. Diciamo che per ora non è fra i miei obiettivi». Arriva la frutta: con le ciliegie e l’uva nera calici ricolmi di sorbetti. Chi è secondo lei la donna più bella del mondo? «A me piace la classe, lo stile. Mi piaceva immensamente Virna Lisi. E anche la Deneuve». Qualcosa di più attuale? «Non saprei. Le bellezze di oggi sono tutte in serie, aggiusta di qua, gonfia di là, sono tutte intercambiabili, tutte finte». Che libro ha adesso sul comodino? «Il re, il saggio e il buffone, di Shafique Keshavjee, la bellissima storia di un sovrano che indice un campionato delle religioni». Un altro campionato. Ma lei crede in Dio? «Sì, certo, sono credente. C’è qualcosa di superiore a noi. E prego ogni giorno. La mattina e la sera. Non preghiere egoiste. Sostanzialmente ringrazio. E prego perché qualcuno che mi è caro venga aiutato». ‘‘ LAURA LAURENZI