LADOMENICA
DOMENICA 30 OTTOBRE 2011
NUMERO 350
DIREPUBBLICA
CULT
All’interno
Dal primo novembre
Mario Draghi
sarà al vertice
della Bce
Dovrà affrontare
la crisi e ridare
slancio alla Ue
La copertina
La seconda vita
della radio
Tutti l’ascoltano
grazie al podcast
PERNIOLA E SMARGIASSI
Ecco l’ultima
missione
impossibile
di un italiano
di cui il mondo
si fida
Il libro
De Giovanni
e il suo commissario
ci raccontano
l’anima di Napoli
ANTONIO GNOLI
L’intervista
Tom Wolfe
“Il nostro romanzo
è stato rovinato
dalla psicologia”
ANTONIO MONDA
Banchiere
d’Europa
FOTO DI SERGIO EFREM RAIMONDI/CONTRASTO
Il
L’icona
ELENA POLIDORI
MASSIMO GIANNINI
Per sempre Peanuts
la fabbrica infinita
di Charles Schulz
ella mitologia, nella favolistica, nell’araldica come del
resto nell’odierna fantasy, nei cartoni animati e nei videgame draghi e castelli sono fatti per intendersi. Al di
là di qualsiasi controversia sull’energia simbolica dei
serpentoni, che in Occidente fanno paura mentre in
Cina sono creature generose e ben auguranti, è un fatto che il prossimo presidente della Bce, Mario Draghi, ha scelto di andare ad abitare non nella casa del suo predecessore, bensì in una zona nota per un bel parco, al cui interno si erge un piccolo castello del
Settecento appartenuto a una delle più antiche dinastie di Francoforte. Si chiama Holzhausen Schloesschen. Atmosfera faustiana,
tanto per rimanere nel solco di due illustri governatori amanti della
cultura tedesca come Carli e Ciampi. L’altra settimana del resto all’Alte Oper della città sul Meno, dinanzi alla signora Merkel, Draghi
ha voluto qualificare l’Italia con le parole di Goethe pronunciate coraggiosamente in tedesco: «Das Land wo die Zitronen bluehen», la
terra dove fioriscono i limoni.
(segue nelle pagine successive)
N
uestoè il mio ultimo discorso ufficiale nella veste di governatore… Lascio la Banca d’Italia
con animo tranquillo, credo con il vostro affetto che mi accompagnerà a Francoforte. Il
contributo della Banca d’Italia nel fronteggiare la crisi è stato esemplare a livello nazionale
e internazionale… l’autonomia della banca è stata essenziale per il
modo in cui la banca ha ottemperato e ottempera ai suoi poteri e ai
suoi doveri… E nell’esercizio di questi poteri la Banca centrale è
chiamata a salvaguardare il bene comune…». Per una volta, mentre
pronuncia il suo commiato da Palazzo Koch, Mario Draghi parla a
braccio, e non nasconde un filo di emozione. Il banchiere centrale
più “british” che Via Nazionale abbia mai conosciuto saluta così la
squadra che ha lavorato con lui in questi anni, e quella che gli succederà nei prossimi. Con la rivendicazione orgogliosa di un’appartenenza, quasi di una “militanza”. Perché questa è, in Italia, la vera cifra della sua banca centrale.
(segue nelle pagine successive)
LUCA RAFFAELLI
E GABRIELE ROMAGNOLI
Spettacoli
Corpi e geometrie
il ritorno al futuro
del Crazy Horse
ROSA FUMETTO
E MARIO SERENELLINI
«Q
La mostra
Quanto è ricca
l’Arte Povera
stracci e pietre
seducono il mercato
NATALIA ASPESI
Il balletto
Constanza Macras
nella Berlino
globalizzata
del XXI secolo
LEONETTA BENTIVOGLIO
Repubblica Nazionale
DOMENICA 30 OTTOBRE 2011
LA DOMENICA
■ 26
La copertina
Il banchiere centrale
Di lui si sa solo che è sempre stato
il primo della classe e che è l’uomo
delle missioni impossibili, dalle riforme
della finanza alle privatizzazioni
alla gestione della crisi economica
Ecco perché il governatore è stato
scelto per il vertice della Bce
dove tra due giorni si insedierà
Ed ecco perché ha superato il fattore “I”
ELENA POLIDORI
(segue dalla copertina)
el riempire in questi giorni
i pochi scatoloni per il trasloco da palazzo Koch, il
banchiere dei banchieri si
sarà compiaciuto di aver
tolto di mezzo dalla sua
stanza il famoso dipinto di San Sebastiano che per tanti governatori rappresentava l’esibita metafora della loro infelice
condizione; per cui, di fronte a pressioni e
lagnanze, sospiravano indicando il santo
trafitto dietro le spalle a giustificare un necessitato diniego. La tela è in restauro da
quasi sei anni. E Draghi, detto anche Supermario (ma non gli piace), è tutto fuorché un San Sebastiano.
È piuttosto un personaggio da missioni impossibili. Basti pensare che in via
Nazionale è arrivato sull’onda dello
scandalo Fazio, quando tra avventurose
consegne di Tapiri e intercettazioni in
cui il governatore riceveva «baci in fronte» da discussi banchieri, il prestigio dell’istituto di emissione era praticamente a
zero. Anzi, sotto zero. Ha anche fatto restaurare il monumentale fregio del Dazzi, dal titolo: «Ricchezza e benessere nazionale trionfante».
Il trionfo magari sembra eccessivo.
Draghi comunque ci tiene a essere un uomo positivo e con un segno + accanto a
tutto, o quasi: i suoi studi prima dai gesuiti del Massimo (con Montezemolo, i fratelli Abete, Gianni De Gennaro e Giancarlo Magalli), poi la laurea in economia, con
Caffè, quindi in America adottato da Modigliani, paiono a dir poco prestigiosi. La
carriera è un modello di successo, una serie ininterrotta di semafori verdi. La famiglia (moglie anglista conosciuta a diciannove anni che lo ha sempre seguito ovunque con rassegnata allegria, due figli di cui
si conoscono a malapena i nomi, da poco
una nipotina) si configura come un puntello più che rassicurante della sua esistenza. Perfino nello sport (in gioventù
basket e arrampicate in montagna, ora
tennis e golf) si è parlato come di una specie di primo della classe. Cura l’aspetto fisico, non disdegna le diete, anche con
pranzi a base di barrette e come abbigliamento è il classico “uomo in blu”. L’unica
trasgressione, se così si può dire, sarebbe
una certa debolezza per i giochi dei telefonini, specie in aereo.
E ancora: secondo la recentissima biografia di Stefania Tamburello (Mario
Draghi, il governatore, Rizzoli) viaggia
N
Con Carlo Azeglio Ciampi
con bagagli ridotti al minimo, ha il dono
della sintesi e della velocità argomentativa al punto che, in un’audizione, un deputato lo interruppe: «Piano, lei prende
l’ascensore mentre dobbiamo salire le
scale». Di sicuro detesta sprecare il tempo. Non di rado capita di vederlo mangiare da solo per evitare questuanti e attaccabottoni. Con inevitabile forzatura
si può pensare che sia una macchina programmata per conseguire il risultato prefisso. Se proprio bisogna scavare con temeraria introspezione nel fondo dell’animo suo, è possibile che come tutti i tipi
assai flemmatici abbia il timore di risultare freddo e distante e dunque di non arrivare al cuore della gente.
Ma i banchieri centrali non hanno da
rendere conto a un pubblico. Solo nella
cerimonia del passaggio delle consegne
della Bce ha tradito qualche emozione accettando la campana, simbolo del comando che Trichet gli ha messo in mano.
Ma si è guardato bene dal suonarla. Qualche giorno prima, uscendo di buon mattino da un hotel di Parigi, gli hanno chiesto
come valutava il fatto che gli indignados
italiani avessero scelto proprio il suo cognome per dar vita al movimento dei Draghi ribelli, accampati su via Nazionale con
un enorme dragone gonfiabile di fattezze
più disneyane che orrorifiche. Lui, più incuriosito che altro, ha accennato a un sorriso: «Un nomignolo carino». Ma poi, ha
avuto il coraggio, o l’impudenza, l’astuzia
o l’onestà di aggiungere che quei giovani
avevano ragione.
Nella nuova casa vicino allo Schloesschen porta ricordi di un anno piuttosto
complicato: la fatica di arrivare a quel
traguardo, almeno all’inizio senza nessun appoggio, praticamente da solo. Poi
almeno un biennio di doppio lavoro, a far
marciare Bankitalia e, insieme, a riscrivere il nuovo ordine finanziario globale,
avvelenato dai titoli tossici e dai megabonus di manager avidi, come presidente del Financial Stability Board. Quindi, il
filo diretto con Napolitano. L’ostilità di
Tremonti. Le frecciate di Bossi («Quello
— diceva — sta sempre a Roma»). L’ambiguità di Berlusconi di cui Draghi è riuscito a non dire mai nulla di sgradevole
anche quando, nel 2009, il Cavaliere definì la Relazione del governatore «molto
berlusconiana». E poi, la crisi che s’incanagliva, i salti mortali per convincere i
governanti al rigore, fino alla lettera-diktat scritta con Trichet e alla battaglia per
l’autonomia di Via Nazionale innescata
dalla successione.
Seduto nello studio a vetrate del presi-
Con i vicedirettori di Bankitalia
LE TAPPE
IL MAESTRO
LA BANCA MONDIALE
Draghi si laurea a Roma nel 1970
con l’economista Federico Caffè
di cui diventa assistente: è lui
a spingerlo al master negli Usa
Dal 1984 al 1990 è direttore
esecutivo della Banca Mondiale
Nel ’90 diventa consulente
economico di Bankitalia
‘‘
Futuro
capitano
I migliori auguri
a Mario Draghi,
il mio successore,
che in questi anni
ha messo
a disposizione
del Consiglio
direttivo
la sua saggezza
e la sua esperienza
Queste sue qualità
faranno il grande
successo della futura
guida della squadra
monetaria europea
Jean-Claude Trichet
(Presidente uscente Bce)
19 ottobre 2011
Mr. Draghi
va
a Francoforte
Repubblica Nazionale
DOMENICA 30 OTTOBRE 2011
■ 27
Jorg
Asmussen
Jens
Weidmann
(Germania)
Comitato
esecutivo
(Germania)
Lorenzo
Josè Manuel Bini Smaghi
GonzalezComitato
Paramo
esecutivo
Comitato
esecutivo
Mario Draghi
(dal primo novembre)
Presidente
della Bce
(Italia)
(Italia)
Vitor
Costancio
Vice
presidente
della Bce
(Portogallo)
(Spagna)
Peter Praet
Comitato
esecutivo
(Belgio)
Luc
Coene
(Belgio)
Patrick
Honohan
(Irlanda)
Carlos
Costa
La Bce
(Portogallo)
George A.
Provopoulos
Marko
Kranjec
(Grecia)
Miguel
Fernández
Ordóñez
(Spagna)
(Slovenia)
Ewald
Nowotny
Christian
Noyer
(Francia)
Klaas Knot
Ignazio Visco
Governatore Athanasios
della
Orphanides
Banca d’Italia
(Cipro)
(Italia)
non ancora insediato
Andres
Lipstok
Erkki
Liikanen
Yves
Mersch
(Finlandia)
(Lussemburgo)
Josef
Bonnici
(Paesi Bassi)
Josef
Makuch
(Austria)
(Slovacchia)
(Malta)
(Estonia)
Consiglio
dei governatori
Comitato
esecutivo
La riserva della Repubblica
che salva la patria
MASSIMO GIANNINI
(segue dalla copertina)
uesta è la sua forza. E anche, se vogliamo, la sua eccezionalità. È lo steso Draghi a ribadirlo: «La Banca d’Italia è stata una fucina di quadri al servizio della nazione e dell’Europa». Quale altra banca centrale ha “prestato” tanti suoi
uomini al governo del suo Paese? Quale altra istituzione economica ha sfornato
tanti presidenti del Consiglio o ministri, colmando un clamoroso vuoto di leadership politica? Da Luigi Einaudi a Lamberto Dini, da Guido Carli a Carlo Azeglio
Ciampi. Lo stesso Draghi, se nel frattempo non fosse stato promosso alla presidenza della Bce, è stato invocato per mesi come l’unico possibile premier di un governo di “salute pubblica”, da instaurare con urgenza al posto del rovinoso governo Berlusconi. Via Nazionale ha conquistato sul campo il ruolo che oggi tutti gli riconoscono. Una “riserva della Repubblica”, alla quale la sciagurata Italia attinge
ogni volta che c’è da «salvare la Patria» (e purtroppo ce n’è bisogno spesso). Una
“scuola” di civil servant, che da un secolo conserva l’indipendenza e la competenza come i valori più preziosi della sua missione. Da mezzo secolo la lettura delle Considerazioni finalidel governatore della Banca d’Italia è una delle liturgie laiche più importanti della vita del Paese. E l’uscita dei Bollettini del mitico Servizio
studi di Via Nazionale è uno degli appuntamenti più rilevanti nel dibattito sull’economia. Il poco o tanto di buono che nel tempo l’Italia ha saputo esprimere lo deve molto alla sua banca centrale. Lì è nata e cresciuta un’élite culturale che ha svecchiato e innovato, e non solo sul piano della dottrina monetaria e del modello econometrico. Lì è nata e cresciuta, spesso sull’onda della tradizione laica e azionista,
una “religione civile” fatta di senso dello Stato e di spirito repubblicano. Tanto l’Italia è apparsa spesso gretta, provinciale, autarchica, tanto la sua Banca è stata libera, aperta, europeista. Qui sta anche la ragione di una certa iconografia dell’Istituto, di volta in volta visto e vissuto, da dentro e da fuori, come “baluardo” e come “trincea”. Baffi, quando saluta Carli che nell’84 lascia Via Nazionale, gli confessa: «Gli anni che ho passato con te in banca sono stati i più belli della mia vita».
Lo stesso Carli è il teorico di questa funzione di supplenza alla quale spesso la
Banca è stata costretta fin dai tempi di Einaudi e poi negli anni ’60, ’70 e ’80, quando dalla fucina di Palazzo Koch uscirono uomini come Paolo Baffi, Francesco Masera, Salvatore Guidotti, Antonino Occhiuto, Mario Ercolani, Rinaldo Ossola, fino
al grandissimo eroe tragico Federico Caffè. E non è un caso se, negli anni, la politica peggiore ha sempre cercato di allungare le mani sulla Banca d’Italia. Fin dai
tempi del vergognoso attacco giudiziario della procura di Roma al governatore
Baffi e al suo vice Mario Sarcinelli (una delle pagine più nere della vicenda repubblicana cresciuta lungo la filiera degli scandali Rovelli-Sindona-Calvi) il Palazzo
romano ha sempre tentato di espugnare Palazzo Koch. Ma l’Istituzione ha sempre resistito. Ed è una fortuna per il Paese. Ciampi, quando parla della sua avventura in Via Nazionale, ricorda sempre la ragione profonda di questa “resistenza”:
«Tutto nasce dalla “disciplina del servizio”, che chiunque lavori alla Banca d’Italia impara a riconoscere come uno degli elementi più preziosi della sua pedagogia istituzionale e professionale».
Conta la tradizione. Ancora oggi sulle maniglie del portone di Via Nazionale ci
sono le iniziali “B. N.”: “Banca Nazionale”, e sono le stesse del palazzo di Torino in
cui il 26 marzo 1861 si tenne l’assemblea della Banca Nazionale del Regno d’Italia.
Viene di lì la «salvaguardia del bene comune» di cui oggi parla Draghi. La politica
lo dimentica sempre più spesso. La Banca d’Italia, insieme al Quirinale, continua
invece ad esserne il vero forziere. Ed è importante, allora, che per un Draghi che
esce c’è un Ignazio Visco che entra. Palazzo Koch, ancora una volta, è al sicuro.
Q
© RIPRODUZIONE RISERVATA
dente della Bce, al 35esimo piano dell’Eurotower dove si insedierà ufficialmente
dal primo novembre, è plausibile che si
porti dietro anche un filo di inevitabile
stress. Per trovare qualcuno sulle cui spalle gravano il peso e le aspettative di un
Paese pericolosamente in bilico, bisogna
tornare a Ciampi, e l’esempio suona, più
che lusinghiero, di buon auspicio. Nel
1993 la lira era stata piegata dalla speculazione e l’Italia si era trovata sull’orlo del
baratro. Allora Draghi, dopo cinque anni
a Washington come giovanissimo responsabile per l’Italia della World Bank,
era direttore generale del Tesoro, nominato per primo da Andreotti e poi riconfermato da tutti. Da quella poltrona riuscirà a liquidare l’Iri e a condurre in porto
la privatizzazione di Eni, Enel, Comit e
Credit. Una «rivoluzione culturale», disse
lui mentre i suoi nemici lo rimproverano
di aver svenduto il patrimonio nazionale
durante una misteriosa crociera sul Britannia, l’ex yacht della famiglia reale inglese, assurto a emblema di trame ordite
dalle forze della de-sovranizzazione: “british invisibles”, così si chiamava il gruppo
d’affari che l’ha organizzata.
Più tardi, sempre dal Tesoro, tesse la
difficile tela che porta l’Italia nella serie A
dell’euro. La successiva esperienza come
vicepresidente della Goldman Sachs, lo
identifica come uno strumento del mondo anglosassone. Oggi, le stesse fonti lo
presentano come «più tedesco dei tedeschi» e la Bild lo raffigura con in testa l’elmetto chiodato dell’esercito del Kaiser.
In realtà — e non ci sarebbe bisogno di
dirlo — è italiano anche se, come ha scritto Eugenio Scalfari, Merkel e Sarkozy
l’hanno promosso «nonostante sia italiano». Certo, Draghi è un personaggio che si
valuta meglio per contrasto, per negazione, alla rovescia. In un mondo inutilmente chiassoso interpreta le virtù della discrezione e in una vana fantasmagoria di
colori il suo grigio risalta. Ma soprattutto,
rispetto a tanti improvvisatori, incarna la
razionalità dei numeri, le scelte ponderate, le analisi macroeconomiche puntuali.
Non per nulla il presidente Napolitano lo
ha messo alle costole dei governanti, ai limiti del commissariamento e anche oltre.
Ma ora Draghi, già da domani sera, sarà
nel Castello di Francoforte, italiano ma
prima ancora europeo. È la sorte inesorabile dei tecnocrati: avere un grande potere senza essere mai stato eletto. Ma i miti
e le favole sui draghi, a pensarci bene, vengono molto prima delle elezioni e della
democrazia.
FOTO DI SERGIO EFREM RAIMONDI/CONTRASTO
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In visita ai terremotati dell’Aquila
A un congresso a Bonn
Stringe la mano a Antonio Fazio
AL TESORO
ALLA GOLDMAN SACHS
IN BANCA D’ITALIA
Nel 1991 viene nominato direttore
generale del ministero del Tesoro,
incarico che mantiene fino al 2001
fra il succedersi di dieci governi
All’inizio del 2002 viene nominato
vicepresidente della banca d’affari
americana Goldman Sachs: incarico
operativo che mantiene fino al 2005
Nel 2006 succede ad Antonio Fazio
come governatore della Banca
d’Italia dove rimane fino alla nomina
a presidente della Bce
Repubblica Nazionale
DOMENICA 30 OTTOBRE 2011
LA DOMENICA
■ 28
La memoria
Corsi & ricorsi
Da domani basta guerra, in primo piano tornano gli affari
Come una cinquantina di anni fa, quando re Idris ancora non sapeva
quanto oro nero si trovasse sotto il suo regno, ma americani, francesi
e italiani sì. Alla fine fu Roma ad aggiudicarsi la fetta
più grande della torta. A suon di mazzette, come rivelano
ora i documenti “top secret” dei servizi inglesi
Libia, inizia la caccia al petrolio
P
ENI
Nella foto
grande,
ricerche
petrolifere
dell’Eni
nel deserto
libico nei primi
anni Sessanta
CONFIDENTIAL
Qui sopra,
alcuni
documenti
top secret
del governo
britannico datati
1948 e 1949
in cui si dettano
le linee
del futuro
della Libia
ATTILIO BOLZONI
etrolio. La sua scoperta e le guerre che infiamma, le spie che spiano le spie, le paure e gli appetiti delle grandi potenze, mazzette, sospetti, segreti. Il pozzo è quello di
Bir Zelten e la Libia quella prima di Gheddafi. L’anno il 1959, il mese maggio. I diplomatici inglesi vengono a sapere dagli americani
che la Esso ha riempito in appena dodici ore 17.500 barili in uno sperduto angolo di Cirenaica, re Idris è ancora all’oscuro del tesoro che c’è sotto il suo regno, i
francesi — che invece sanno — subodorano che Washington li voglia tenere alla larga da Tripoli. Poi ci sono anche gli italiani. A Londra sono sicuri, fin dal 1948,
«che il loro ritorno nell’ex colonia è un tema assolutamente fuori discussione, perché contrasta con le nostre necessità strategiche». È ormai chiaro che in Libia
c’è tanto di quel petrolio da fare ricco chiunque allungherà le mani su quelle terre. È un dirigente della Shell
che, «in forma confidenziale», avvisa il Foreign Office:
«Vi sono buoni motivi per sperare che lì si possa produrre in futuro dalle 10 alle 20 tonnellate di greggio
l’anno». Inglesi e americani sono in agguato per spartirsi la torta. Ma, all’improvviso, un dispaccio top secret comunica al ministero degli esteri britannico che
a una compagnia di Roma (la Cori, Compagnia ricerche idrocarburi, sussidiaria dell’Agip mineraria del
gruppo Eni) è stata rilasciata — nel novembre 1959 —
una concessione nell’area di Jaghbub. L’ha strappata
sorprendentemente ad altre sei società Usa, il messaggio riporta anche voci sugli italiani «che hanno ampiamente unto le ruote». Tangenti.
Petrolio. Ieri come oggi, per averlo si combatte con
ogni arma. Dalle spie in azione nel dopoguerra ai primi raid aerei francesi su Tripoli della primavera del
2011 fino alla morte di Gheddafi e alla dichiarazione di
conclusione delle operazioni annunciata per domani. Bombardamenti, antichi risentimenti che ritornano, «campagne d’Africa» in nome della democrazia e
della pace. Ma soprattutto patti, in vista di futuri contratti petroliferi. Sessanta anni dopo come sessanta
anni prima.
Petrolio. Tutte le manovre che hanno preceduto e
accompagnato il ritrovamento di quella straordinaria
ricchezza nel sottosuolo libico sono ricostruite dal
1948 al 1963 in alcuni documenti inglesi rintracciati
negli archivi di Kew Gardens, carte classificate «secret»
e «top secret» e indirizzate dai servizi di sicurezza e dalle ambasciate al premier britannico o ai suoi ministri.
Informative, report, relazioni sullo scenario magrebino e mediorientale, note riservate. Una collezione di
‘‘
MAPPE
In basso
a destra,
piantina
della Libia
divisa per zone
di concessione
petrolifera
L’anno è il 1957
atti che racconta tutto quello che si muove intorno al
petrolio negli anni prima del colpo di stato — 1 settembre 1969 — che porterà al potere il colonnello
Gheddafi. Nei dossier di Kew Gardens c’è anche molta
Italia. E a proposito di quello scambio di bustarelle, si
fanno anche i nomi di due libici. Alti dignitari di corte.
L’ombra di Enrico Mattei è in ogni incartamento, agli
inglesi spaventa la sua intraprendenza «che potrebbe
creare problemi agli accordi petroliferi più tradizionali». Si fa cenno anche a un intrigo americano «che ha
l’obiettivo di garantirsi una percentuale dei guadagni
italiani e nel contempo dirottare gli interessi di Mattei
verso l’Europa meridionale, a scapito della francese
Saharan Oil», ovvero La Compagnie de Recherches et
Exploitation de Pétrol au Sahara.
Siamo ancora lontani da Bescapè, dove il 27 ottobre 1962 precipita nelle campagne lombarde il piccolo aereo che trasporta da Catania a Milano il presidente dell’Eni. E una nota trasmessa all’ufficio del
premier inglese Clement Attlee (schedata Prem
8/1231, datata 21 aprile 1948 e «la cui circolazione è
strettamente limitata all’uso personale del primo
ministro») spiega come «la Cirenaica ha assunto
un’importanza strategica vitale» e avverte che «sostenendo il ritorno della Tripolitania all’Italia ci giocheremmo il rispetto del mondo arabo e sarebbe in
È stata rilasciata
una concessione
a un’impresa
italiana, la Cori
Stando alle voci
che circolano
sono state ampiamente
unte le ruote
Repubblica Nazionale
DOMENICA 30 OTTOBRE 2011
■ 29
PROTAGONISTI
A sinistra,
il presidente
americano
Truman
stringe la mano
al primo ministro
britannico
Clement Atlee
(Washington,
1950)
A destra, Idris I,
re della Libia
dal ’51 al ’69,
anno del colpo
di stato
di Gheddafi
serio pericolo la nostra posizione in Medio Oriente».
Per una decina di anni gli inglesi seguono gli sviluppi
politici nello scacchiere mediterraneo, un periodo dove si intensificano i sondaggi in territorio libico alla caccia di petrolio «ma con risultati poco soddisfacenti». La
svolta è alla fine del 1957.
È esattamente il 27 gennaio 1958 quando la signora
Hedley-Miller del Foreign Office invia una nota (T
236/5964) al Tesoro: «Un mese fa, una controllata della Standard Oil Company/New Jersey ha individuato
del petrolio al confine con l’Algeria […]. Tuttavia è impossibile dire qualcosa di definitivo sulle prospettive
della Libia come paese produttore[...]. È infine da rilevare che i libici non hanno garantito alcuna concessione petrolifera agli italiani». Aggiunge la Miller: «Il
nostro ambasciatore ha appreso “da una fonte molto
autorevole” che ciò è dovuto all’avversione personale
di re Idris nei loro confronti. Si ritiene che il signor Mattei sia molto arrabbiato».
La scoperta del petrolio moltiplica le analisi e le ansie su Tripoli. Il 21 maggio del 1959, Harold Caccia, ambasciatore britannico a Washington, spedisce un messaggio top secret (Prem 11/2743) a Londra: «La Standard Oil ha comunicato al Dipartimento di Stato americano che in Libia si trovano grossi quantitativi di petrolio di alta qualità[...]». Stando al Dipartimento, «la
CONCESSIONI
In basso,
l’elenco
delle concessioni
cedute
dalla “Petroleum
Commission”
libica
alle compagnie
petrolifere
straniere
Libia ha vinto il suo jackpot[...]». Appena undici giorni
dopo dal Foreign Office parte un altro dispaccio (Prem
11/7243) per l’ambasciata di Tunisi: «C’è il petrolio, la
notizia è ancora segreta anche se presto il governo libico ne verrà a conoscenza[...]». Da quel momento una
fitta corrispondenza si intreccia fra Londra e le sue sedi diplomatiche in Nord Africa. È l’11 giugno del 1959
quando anche re Idris sa cosa c’è sotto la sua Libia. Gli
inglesi cominciano ad agitarsi, a ipotizzare ciò che accadrà. Rapporto (Fo 371/138785) del Foreign Office del
13 giugno 1959: «I benefici economici potrebbero generare pressioni sugli americani e anche su di noi perché si arrivi alle rimozioni delle nostre basi militari».
È un’estate di fibrillazione fra Washington e Londra.
Poi, in autunno, il colpo di scena. È l’ambasciata a Bengasi che il 25 novembre scrive (Fo 371/138787) al ministero degli Esteri: «Il 22 novembre è stata rilasciata
una concessione petrolifera ad un’impresa italiana, la
Cori[...]. Sembra che se la sia aggiudicata sotto il naso
di altre sei compagnie (che ne avevano fatto richiesta
in precedenza) ma il governo libico le ha dichiarate
“non idonee”. Inoltre la Cori ha accettato di pagare ai
libici una percentuale del 17 per cento, al posto di 12,5
previsto dalle legge libica sul petrolio estratto[...]. Stiamo cercando di saperne di più[...]». Gli inglesi indagano e il 26 novembre da Bengasi informano (Fo
L’ARCHIVIO
I documenti sulla Libia pubblicati
in queste pagine sono stati
selezionati da Mario J. Cereghino
nei National Archives di Kew Gardens
(Gran Bretagna) e sono consultabili
presso l’Archivio Casarrubea
di Partinico (Palermo)
casarrubea.wordpress.com
371/138787) ancora Londra: «Ci risulta che Abdallah
Abid è implicato nella faccenda della Cori e non vi è
dubbio che anche Busairi Shalhi si sia mosso per convincere in tal senso re Idris[…]. L’estate scorsa, Abdallah ha compiuto un viaggio in Italia. Stando alle voci
che circolano qui, le imprese petrolifere gli hanno ampiamente unto le ruote». A quel punto gli inglesi sono
furiosi. Cercano altre informazioni. Il 10 dicembre
1959 dall’ambasciata di Tripoli parte l’ennesimo messaggio (Fo 371/138787) per il Foreign Office: «Nel corso di una conversazione, il manager della Arab Bank ha
detto a Cronly-Dillon, nostro addetto commerciale,
che a suo parere la Cori è stata sostenuta da capitali
americani. Le compagnie Usa sono ansiose di impedire che la francese Saharan Oil entri nel mercato libico.
Finanziando un’impresa italiana, gli americani sperano di assicurarsi un punto di appoggio in Italia».
Le cose non sono andate come le avevano immaginate gli inglesi. E soli tre anni dopo Enrico Mattei è
già morto. C’è chi dice ucciso. Dai mafiosi siciliani —
attraverso Cosa Nostra americana — su mandato delle potentissime Sette Sorelle. O dai servizi segreti
francesi. Per i suoi contatti — un’altra “via” per assicurarsi energia — con il Fronte di liberazione algerino. Oro nero. Petrolio.
L’ITALIANO
Qui sopra,
Enrico Mattei
Sulle carte
dei servizi
inglesi
ci sono spesso
annotazioni
e riferimenti
all’uomo
del “cane
a sei zampe”
© RIPRODUZIONE RISERVATA
C.O.R.I.
Qui sopra
tre documenti
del 1959:
testimoniano
la scoperta
dei giacimenti
petroliferi
in Libia da parte
dell’italiana
C.O.R.I.
(sussidiaria Eni)
Repubblica Nazionale
DOMENICA 30 OTTOBRE 2011
LA DOMENICA
■ 30
L’icona
Stelle e strisce
Magliette, diari, tazze, portachiavi, spillette e peluches
Nati dalla matita di Schulz per diventare personaggi a fumetti,
Charlie Brown & C. si sono col tempo trasformati
in un mercato di gadget da 175 milioni di dollari
Ora un volume ne glorifica l’avvenuta metamorfosi
GABRIELE ROMAGNOLI
i sono molte buone ragioni per credere che
Charles Schulz, padre
dei Peanuts, fosse un genio. Tra queste: come di
ogni creatore, il disegno
intelligente. Poi, l’umorismo filosofico. L’assoluta originalità. Meno esplorata, ma ancor più sorprendente, è la
perversione commerciale della sua
opera. Dietro il clamoroso successo di
Charlie Brown e compagni si nasconde
una propaganda perfetta. Come in
ogni caso del genere l’abilità è consistita nel vendere la forma senza che l’acquirente facesse troppo caso al contenuto. Fosse stato diversamente il
trionfo globale delle strisce a fumetti
sarebbe inspiegabile.
C
La
fabbrica
infinita
dei
Peanuts
Perché non possiamo non dirci Snoopy
Pensateci bene: il mondo intero è
stato popolato di magliette con il muso
di Snoopy, intere generazioni sono andate a scuola con il diario di Linus,
chiunque ha regalato a un’adolescenziale fidanzatina qualche pupazzetto o
altro oggetto ispirato all’implume
Woodstock. Cioè: si è inneggiato alla
depressione, all’insicurezza, al distacco dalla realtà. I Peanuts non sono un
universo di valori, ma un incarto di psicosi. Rappresentano tutto quello che
cerchiamo di evitare e che, se non riusciamo a farlo, paghiamo perché ci aiutino a eliminare da noi. Charlie Brown
ha un aspetto dimesso, è imbranato,
triste e deluso prima ancora di essersi
concesso il lusso dell’illusione. Linus è
fragile, feticista, fondamentalista: crede nell’avvento del Grande Cocomero
e pretende che la fede in un salvifico ortaggio non sia posticcia come quella di
mezza umanità, ma assolutamente
sincera, o Lui, Esso non verrà. Lucy è
scorbutica, vile e così subdola da farci
credere di avere un doppio strato dietro cui c’è un’anima (ma ne ha un terzo
dove questa scompare). La sua nemesi, Schroeder, è uno di quei fissati mo-
nomaniacali che ci minano l’esistenza
con le loro ossessioni, vivono di una
grandezza riflessa (nel suo caso quella
di Beethoven) in cui specchiano,
deformata, la propria piccineria.
Snoopy è un coacervo di personalità
multiple e infelici (scrittore fallito,
aviatore abbattuto, seduttore respinto). Quanto a Woodstock, al tenero
Woodstock, è uno che non sa nemmeno fare la cosa per cui la natura lo ha dotato: è l’aquila che si crede un pollo per
cui sono stati scritti invano decine di
volumi di self help.
Ecco, quest’allegra combriccola,
questo dizionario delle psicopatologie
quotidiane è oggetto di ammirazione e
di merchandising. Come è possibile?
Anzitutto, i Peanuts sono carini. È un
aggettivo tremendo, ma ha fatto la storia della loro epoca. Dentro contenitori carini si poteva versare di tutto. Guardi Linus e ti viene di dargli una carezza,
prima ancora che due pasticche come
si deve. La lezione di Disney, che aveva
infilato dentro piacevoli animaletti alcuni tra i peggiori vizi degli umani (avarizia, arroganza, stupidità), è stata imparata e superata: quel che consentia-
mo agli animali è niente in confronto a
ciò che permettiamo ai bambini.
«Adotta un depresso»: è come se
Schulz ci aspettasse all’angolo di strada reggendo un cartello con questa
scritta e un cesto pieno di bambolotti
dalla testa tonda. Se passiamo oltre ci
sentiremo in colpa. Chi non ha mai
contribuito a Save the Children? È un
gioco sottile quello dei Peanuts, è la sfida a un sistema di pensiero. L’America
ha il mito dei vincenti, il suo idolo assoluto è il comeback kid, il ragazzo delle rimonte. E Schulz la fa innamorare di un
branco di perdenti senza speranza. La
squadra di baseball capitanata da
Charlie Brown, in cui tutti giocano (incluso il cane Snoopy) non vince mai,
non rimonta una sola volta. La sua reazione? Chiudersi in camera, al buio e
compiangersi.
I Peanuts non sono americani, sono
europei: quelli che hanno generato e
arricchito il dottor Freud e i suoi discepoli. Eppure li adorano bambini e adulti d’America, gli stessi che rinfacciano
all’Europa mollezza, indecisione, bisogno costante di comprensione e aiuto. Come dire: un continente di Linus,
Charlie Brown, Woodstock. I Peanuts
sono brutti (Piperita Patty), sporchi
(Pigpen), cattivi (Lucy), eppure non
riescono a togliersi di dosso quella carineria che induce mezzo mondo ad
accarezzarli con gli occhi e a consolarli
con un sorriso.
Ri-pensateci bene: chi è che amiamo
di più? No, non ho detto ammiriamo.
Per quel verbo il complemento oggetto
sono figure forti: Che Guevara, Mandela, volendo Putin, a ciascuno il suo. L’amore ricade su qualcuno di cui vediamo i limiti, questo ci rassicura e ci consente di essere solidali.
I Peanuts sono i figli che non abbiamo avuto, i mali che abbiamo curato, il
tempo che non è mai passato. Li amiamo come un pericolo scampato (e abbiamo imparato che nella scala delle
sensazioni il sollievo è un momento di
altezza vertiginosa). Anche adesso che
hanno smesso di moltiplicarsi (crescere, era escluso), che diventano sempre
meno presente e sempre più ricordo,
non smettiamo di tenere uno spazio
per loro. Diverso. Abbiamo adottato
dei depressi, a distanza.
IL LIBRO
È in libreria The Peanuts
Collection di Nat Gertler
(Rizzoli-Lizard, 64 pagine,
39 euro) che raccoglie materiali
rari e inediti della famiglia
e del museo di Schulz:
stampe, bozzetti, opuscoli
(alcuni sono riprodotti
in queste pagine)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Repubblica Nazionale
DOMENICA 30 OTTOBRE 2011
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Tenero
business
LUCA RAFFAELLI
harles Schulz chiese che non
venissero più realizzate strisce
dei Peanuts dopo la sua morte,
avvenuta nel 2000, e questa sua volontà è stata rispettata. Alla lettera.
Nel senso che se altre strisce non verranno disegnate, in compenso saranno pubblicati i romanzi a fumetti
dei Peanuts. La felicità è una coperta
calda, Charlie Brownè solo il primo di
una serie di graphic novel, e arriverà
in Italia a febbraio, edito da Bao Publishing. È realizzato dallo stesso studio (creato da Schulz e dalla moglie)
che ha sempre disegnato i Peanuts
ammirati sulle magliette, i bicchieri,
gli orologi, i biglietti d’auguri, i teli da
mare, e su altri mille oggetti. Anche
nel ricordo della figlia contenuto tra
le pagine di The Peanuts Collection
Amy Schulz Johnson vede «una casa
piena di fumetti e di una miriade di altri prodotti dei Peanuts: pupazzetti
della Hungerford, cuscini, gagliardetti e non so quanti altri giocattoli».
È incredibile quanto successo possano avere questi
personaggi anche per chi
li abbia letti solo distrattamente, o magari nemmeno quello. Non c’è bisogno di
aver partecipato agli
scontri con il Barone
Rosso o aver assistito ai battibecchi
con l’uccellino
Woodstock: basta guardare
Snoopy per essere sedotti da
quel naso morbido con la ciliegina sopra
(che tanto somiglia a un seno abbondante). È proprio lui la star del merchandising dei Peanuts:
Linus con la sua coperta arriva secondo, staccato di parecchio.
Poi tutti gli altri, a cominciare da
quella testa tonda di Charlie Brown.
Quando nel 2010 lo sfruttamento dei
diritti derivati dei personaggi di
Schulz sono passati dalla E. W. Scripps Company alla Iconix Brand Group
(che ancora oggi li detiene, insieme
alla famiglia Schulz) la cifra di vendita è stata da capogiro: 175 milioni di
dollari. In Italia a occuparsi della
seconda vita dei Peanuts è Oscar
Massari della Bic Lisensing. Fu
lui, nel 1992, quando per la prima volta Schulz venne in Italia, ad avere l’idea di chiedere
a decine di stilisti famosi di
tutto il mondo di vestire
Snoopy e Belle (che non è la fidanzata, ma una sorella: per la
precisione Snoopy ha sette tra
fratelli e sorelle).
L’ultimo colpo di Massari sarà
annunciato ufficialmente al
prossimo San Valentino:
Snoopy sarà il testimonial di
Venezia. Accanto al marchio
della città e sopra lo slogan
“Venezia da amare” ci sarà il
cagnolino di Schulz, steso
sul tetto della sua cuccia, a
rimirare il cielo della Serenissima. Poi, naturalmente, ce lo ritroveremo su portachiavi, magliette, bicchieri eccetera eccetera.
C
FIGURINE
Sopra e accanto,
figurine
dei personaggi
principali;
sotto, gadget
di Snoopy
BIGLIETTI D’AUGURI
Sopra, un disegno di Charlie Brown firmato
Schulz; Schroeder al piano in un biglietto
d’auguri disegnato per l’attore Roy Casstevens;
la copertina e alcune pagine tratte
da The Peanuts Book of Pumkin Carols del ’67
© RIPRODUZIONE RISERVATA
A SCUOLA
Accanto, due ricercatissime lunch-box
dei Peanuts: quella rossa risale
al ’74 e quella gialla al ’68; sopra,
una snowball natalizia; a sinistra,
due pupazzetti di Piperita Patty e Sally
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LA DOMENICA
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Spettacoli
By night
Età: tra i 18 e i 27. Altezza: tra 1,66 e 1,73
Peso: tra 54 e 59 chili. Seni: “ben eretti”
Glutei: “un 8 orizzontale”
Sono solo alcune delle regole su cui da sessant’anni si basa
il successo del tempio dell’eros. Ora celebrato a Parigi
da libri e film che ne svelano i segreti
Il ritorno
del
Crazy
Horse
Geometrie per corpi di ballo
MARIO SERENELLINI
I
PARIGI
l teorema di Pitagora è erotico?
È sensuale l’otto elevato a potenza? Domande provocate
dall’astrazione epidermica cui
le nude ragazze del Crazy Horse costringono le loro silhouette flessuose,
trasferendo la seduzione a folgoranti
simmetrie geometriche. Quando un
sublime nudo di donna diventa esattezza aritmetica, va esplorata la tavola
pitagorica: in un triangolo retto femminile la somma del quadrato dei seni
è equivalente al quadrato delle bellissime, lunghissime, levigatissime ipotenuse. Altro che compassi che misurano il globo terrestre, come se le trastullava François Truffaut: le gambe
femminili del tempio parigino dell’eros sono equazioni fisiche, inflessibili
logaritmi del desiderio.
Da sempre, le icone by night del
Crazy Horse sono cifre più che corpi:
risultato di addizioni e sottrazioni immutabili da sessant’anni, da quando
Alain Bernardin, il 19 maggio 1951, trasformò un oscuro scantinato di Avenue George V in un eden luminoso per
rituali peccati degli occhi. Ferrei i canoni di bellezza, cui si sono attenuti,
dopo il suicidio di Bernardin a 78 anni
nel 1994, gli eredi e poi i nuovi proprietari dell’aureo cabaret: altezza tra un
metro e 66 e un metro e 73, peso tra 54
e 59 chili, età tra i 18 e i 27 anni. Invariate ancora oggi le regole di reclutamento, cioè gli obblighi anatomici delle ballerine. Seno: contenuto tra pollice e indice della mano aperti a ‘L’. Capezzoli: «ben eretti». Glutei: solo se le
due rotondità formano un «otto orizzontale» (rieccolo, elevato a potenza,
cioè moltiplicato nella collettiva, ammiccante ondulazione posteriore in
uno dei numeri più eterei del coreo-
grafo Philippe Decouflé, che Frederick
Wiseman fa scivolare nel film Crazy
Horse, visto in anteprima alla Mostra di
Venezia).
Nel decalogo-Bernardin, anche la
proibizione assoluta di correzioni chirurgiche, la pratica della danza e l’imposizione finale della frangetta alle
prescelte per un posto di fila: ventinove ragazze in tutto, tredici a spettacolo, a turno. Unico artificio in questo
granserraglio di replicanti naturali
della bellezza, il soffitto abbassato della ribalta, in modo che ogni ragazza,
apparendo più alta, svetti sulla scena.
È il decisivo tocco di bacchetta in uno
show dove i corpi, di calibrata omogeneità, vengono riplasmati da giochi di
luce, spesso optical, che maculano le
epidermidi con un festoso morbillo di
pois circensi, effetti zebrati, chiazze di
pantera: anatomie-macedonia, che
nell’eccitazione delle metamorfosi
colorate scolorano e plastificano l’eccitazione primaria, quella della carne.
«Le artiste del Crazy Horse si spogliano per rivestirsi di luce», incitano i
dépliant. «Non vogliamo stimolare
l’occhio, ma lo spirito», era il precetto
di Bernardin. Fulminea la diagnosi
d’epoca di Roland Barthes in Striptease, ora in Miti d’oggi: «Lo spogliarello parigino si fonda su una contraddizione: desessualizza la donna nel momento stesso in cui la denuda». Su tale
crinale il raffinato Decouflé, che aspira a «danze di forme geometriche semplici, un triangolo, un cubo», bilancia i
numeri di Désirscon cui ha rilanciato il
Crazy Horse, da sei anni gestito da Andrée Deissenberg, franco-americana
di 42 anni, proveniente dal Cirque du
Soleil. E non a caso, il grande Wiseman,
cui il “Festival 2 Cinéma” a Valenciennes ha dedicato un’applaudita personale, dichiara che, degli oltre quaranta
documentari, Crazy Horse (che chiuderà il 19 novembre il Festival dei Po-
poli a Firenze) «è il film più astratto» da
lui girato.
Ad addomesticare l’eros in sei decenni d’ordinato effeuillage, han concorso, di generazione in generazione,
diligenti plotoni di jeunes filles en fleur
ma anche improvvisi, irresistibili zampilli di personalità “fuori fila”. A partire dalla favorita dell’Anno Uno, Miss
Fortunia, come l’aveva subito ribattezzata Bernardin: «Devo a lei se ho
fondato nel 1951 il Crazy Horse. Spogliandola una notte dopo un galà ho
capito che il corpo femminile avrebbe
fatto la mia fortuna». La leggenda vuole che, dal 1951 al 1994, più di ventimila ragazze si siano spogliate senza inibizioni davanti a lui nella speranza
d’un ingaggio: lui, in quarantaquattro
STRIP-TEASE
Le fotografie qui sopra sono tratte
dal libro di Antoine Poupel
Crazy Inside (éditions Du Chêne, 224 pagine, 35 euro)
pubblicato in occasione
dei sessant’anni del Crazy Horse
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DOMENICA 30 OTTOBRE 2011
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PROTAGONISTI
In alto da sinistra, Alain Bernardin, fondatore del Crazy Horse; Miss Fortunia; Candida Miss; Aristotele Onassis al Crazy Horse nel giugno 1971;
Salvador Dalì il 9 dicembre 1964; il matrimonio di Alain Bernardin con Lova Moor nel giugno 1985; Catherine Deneuve e Marcello Mastroianni escono dal Crazy Horse nel novembre 1972
anni, ne ha assunte solo duecentotrenta, tutte etichettate — altro suo
vezzo — dai nomi più improbabili: Kiki
Tam Tam, Melodie Frou Frou, Opaline
Bee Bee, Dorothy Pantheon, Jessica
Rubicon, Sofia Palladium, Pamela
Boomboom, Trucula Bonbon... Da
quell’ammasso onomastico, è guizzata ogni decennio una stella cometa.
Negli anni Cinquanta, oltre a Miss Fortunia (nel numero della pulce di Max
Revolt), Candida Miss, che portò letteralmente in finale al Roland Garros, al
volante d’una Buick bianca decappottabile, Nicola Pietrangeli: «Mi aveva
ospitato in una villa sulla Senna: era
una bionda mozzafiato, si esibiva ogni
sera in un hollywoodiano bagno di
mezzanotte — è l’amarcord dell’antico numero uno del tennis, vincitore di
due tornei di fila, nel 1959 e nel 1960 —
Dopo la vittoria la folla impazzì vedendomi andar via a bordo della Buick,
con la donna più bella di Parigi».
Negli anni Sessanta, inaugurati da
Victoria Nankin (con la novità della
grafica luminosa proiettata sul corpo
nudo), un’altra figlia d’arte del Crazy,
Rita Cadillac — prediletta, per il nome,
dai texani — s’esibisce in duo con Rita
Renoir o Dodo d’Hambourg: pom pom
sui capezzoli, interminabili gambe
dell’Est europeo, polacca (suo vero nome: Nicole Yasterbelsky), è passata di
grado, e alla storia, per aver provocato
l’infarto, al cader dell’ultimo laccio, a
un petroliere arabo. Lova Moor, (con
Prima Simphony e il suo strip sull’onda
di Déshabillez-moidella Gréco) diciotto anni da La Rochelle, viene accudita
da Bernardin che le fa studiare canto,
danza, recitazione e poi la sposa: tra i
Vip che la vezzeggiano, Tony Curtis, Liza Minnelli che, imbottita di whisky,
sale sul palco «per insegnarle a ballare»,
Alain Delon, con cui ha una travolgente love story, Federico Fellini che ogni
volta le promette di fare un film con lei.
SUL PALCO
A sinistra, Arielle Dombasle
che balla al Crazy Horse
Accanto, Lova Moor
e Rosa Fumetto reginette
degli anni Settanta
Quel palco mi insegnò
che la seduzione è nella mente
ROSA FUMETTO
o esordito al Crazy Horse a ventun anni,
nel 1968: epoca in cui a Parigi il nudo era
dappertutto. Il Crazy gli ha dato un colpo
di coda, la giusta pennellata: ha saputo cavalcare un momento di cambiamento, quello dell’emancipazione femminile. Di cui sono stata, nel
mio piccolo, un emblema. Ero del tutto fuori canone, rispetto ai criteri correnti di bellezza superlativa. Piccolina, caschetto nero, niente unghie lunghe: mi chiamavano “Mowgli della
Giungla”. Per dieci anni ho messo in scena una
bambola. Ritrosa, come io sono: non posso dire
pudica, data la mia specialità. Lontana dalla frivola avvenenza che esonera da fantasie il maschio (specie quello italiano), corrispondevo in
pieno alla “filosofia” del patron Alain Bernardin:
H
la seduzione intesa come esercizio intellettuale,
il nudo come stile mentale, che non s’accontenta delle curve ma le iscrive in un modo di vederle e metterle in scena.
Al Crazy non c’era uno standard di donna.
Bernardin lasciava che ognuna di noi fosse se
stessa. In quel microcosmo di femminilità diverse ognuna usciva vincente: provava il piacere di essere donna. Meglio che femminista.
Ripensandoci, ho avuto culo. Anzi, ho il culo
che mi merito: in sintonia con schiena ritta e
bella tenuta fisica, tipiche d’uno spirito dominante, d’un temperamento deciso. Avete mai
visto una donna senza carattere dotata d’un bel
posteriore?
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Rosa Fumetto (Patrizia Novarini, torinese), che poi avrà una discreta carriera d’attrice e d’intrattenitrice tv in Italia, deve il suo spicchio di fama all’aria
sbarazzina di monello nel numero dello scugnizzo che esce dal Vesuvio. Ma
ha avuto il suo ruolo anche un posteriore da favola, come lei stessa ironizza:
«Lui mi ha sempre preceduto. E che difficoltà stargli dietro...».
Sempre più corale, punteggiato di
tableaux vivants e azioni sincronizzate, lo show del Crazy riserva ormai i
blitz individuali a guest stars che dal
Duemila fanno la coda, da Arielle
Dombasle, la deliziosa musa di Rohmer, a Dita Von Teese, “ex” della cupa
rockstar Marilyn Manson, a Pamela
Anderson (strip-tease in omaggio a
BB, a cavalcioni d’una moto, sulle note di Harley Davidsondi Gainsbourg) o
Clotilde Coureau in Savoia, immolata
a malizie canore. Siparietti divistici,
che non fan che ribadire lo spirito collegiale del nudo anonimato del Crazy,
omologato dall’uniforme del caso, il
glorioso triangolino, di cui Bernardin
aveva fissato colore, tessuto e misure
(isoscele, nero, 12 centimetri), celebrato qua e là nei due volumi — fotografico e di vignette — per i sessant’anni: quel «triangolo ultimo», scriveva
Barthes, che «per la forma pura e geometrica sbarra il sesso come una spada di purezza e respinge definitivamente la donna in un universo minerale». Una bandierina di geometria
piana applicata a una figura di geometria solida.
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LA DOMENICA
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Next
Visto, si posti
All’inizio furono i blog, poi divenne citizen journalism,
ora si chiama “pro-am”: professionisti e amatori
che lavorano insieme su fatti, notizie e inchieste
All’impegno di reporter fai-da-te si è
aggiunta la qualità. Ecco come è
scoppiata la pace tra
la Rete e le redazioni
RICCARDO LUNA
a guerrafra giornalisti e blogger è finita. Non è stato firmato nessun trattato di pace, non è stato necessario. È
successo questo piuttosto. Intanto, i
giornalisti sono scesi dal piedistallo
(anche perché Internet il piedistallo lo
aveva demolito): a volte bloggano, sempre più
spesso stanno sui social media non solo per dare
notizie ma per dialogare con i lettori da pari a pari.
Sull’altra sponda i diari privati hanno lasciato i blog
per traslocare su Facebook, mentre alcuni blogger
hanno creato veri giornali online e molti cittadini
prendono volontariamente parte al processo delle
notizie postando foto, video e testi. Questa cosa
nuova si chiama pro-am journalism e questo è forse il modo migliore di produrre informazione di
qualità al tempo di Internet.
Lo si è visto durante la primavera araba, quando
la più efficace fonte di informazione è stato un dipendente del network radiofonico americano Npr.
Si chiama Andy Carvin, ha quarant’anni e il suo account Twitter è considerato «il migliore del mondo» dalla Scuola di giornalismo della Columbia
University. Carvin non si limita a mandare messaggi (anche se il giorno della liberazione di Tripoli, lo scorso 21 agosto, ne ha inviati più di ottocento): usa Twitter come piattaforma per cercare notizie in tempo reale dai vari fronti ingaggiando un furioso controllo della verità via tweet in un dialogo
continuo con il resto del mondo. Un professionista
e migliaia di volontari. Il modello è lui.
Jay Rosen, che ha coniato l’espressione pro-am
journalism, tutto questo lo aveva previsto sei anni
fa. Docente di giornalismo alla New York University, a una conferenza a Cambridge lesse una relazione che si intitolava proprio “It’s over, la guerra è
finita”. Dirlo allora era difficile. Erano i tempi in cui
Ben Bradlee, il leggendario direttore del Washington Post dello scandalo Watergate, poteva liquidare con una feroce battuta il fenomeno del citizen
journalism, ovvero l’informazione fornita ogni
giorno da migliaia di volontari in Rete: «Se hai un attacco di cuore chiami un chirurgo, non vai da un citizen-chirurgo». Ma a sgretolare questa contrapposizione, secondo Rosen, era bastata una frase
nel reportage dell’inviato del New York TimesJohn
Schwartz dalla scena del terribile tsunami che ave-
L
Info
2.0
È la nuova stampa,
bellezza
va colpito l’Asia meridionale nel Natale 2004: «Per
una cronaca migliore dalla zona del disastro è difficile fare meglio dei blog». Big Bang. Fu il primo,
grande successo del citizen journalism, la scoperta che a volte un lettore di un giornale può fare meglio di un giornalista professionista se testimone
oculare di un fatto. Già nel 1999 Dan Gillmor aveva
sintetizzato il fenomeno con una massima affidata al San José Mercury Newse diventata poi un mantra per la blogosfera: «My readers know more than I
do, i miei lettori ne sanno più di me». Mai un giornalista aveva avuto il coraggio di dirlo.
Ma la convinzione che l’informazione di qualità
potesse fare a meno dei giornalisti crollò, secondo
Rosen, in seguito a un altro tipo di tsunami, la crisi
finanziaria del 2008. «Tra i lettori dei quotidiani ce
n’erano abbastanza che per esperienza diretta sapevano del problema dei mutui immobiliari, quella storia poteva essere scritta prima che lo scandalo esplodesse. Ma non è stato fatto». Perché? Perché giornalisti e cittadini non hanno collaborato.
Dice sempre Rosen: «I giornalisti non sono abituati ad ascoltare, i blogger non sono preparati a dare
un’informazione di qualità. Per questo abbiamo
bisogno che lavorino assieme».
È quello che sta accadendo. Il caso più eclatante
è forse quello dell’Huffington Post. Per seguire le
elezioni è stata realizzata una piattaforma per ospitare i reportage dei cittadini: si chiama Offthebus,
giù dall’autobus e fa il verso a un libro del 1973 che
raccontava il dorato mondo dei giornalisti che seguivano i candidati dal bus ufficiale. Analogamente la Cnn ha creato iReport, una piattaforma dove
chiunque può aggiungere contenuti: quelli migliori e vagliati dalla redazione finiscono sul sito ufficiale. La collaborazione però prevede uno scarto
ulteriore come quello che fece il Guardiannel 2009
quando chiese ai suoi lettori di esaminare le mi-
BLOG
IN ITALIA
15mila
10mila post al giorno
FONTE: LIQUIDA
RILEVAZIONE ULTIMI 30 GIORNI
ESCLUSI BLOG PERSONALI
WEB TV
IN ITALIA
533
nazionali
815
iperlocali
FONTE: ALTRATV
gliaia di note spese dello scandalo dei parlamentari inglesi. Fu un successo e alcuni lo chiamarono
“giornalismo diffuso”.
Questo modello adesso arriva in Italia dove il citizen journalism vive una stagione florida. Secondo Liquida, che ne fa un monitoraggio continuo, i
blog che fanno informazione sono circa 15mila. A
questi vanno aggiunte oltre 500 micro web tv che
fanno controinformazione locale e che trasmettono “a web unificato” in occasione di grandi eventi.
Il caso di maggior successo è Agoravox: nato in
Francia nel 2005 da un’idea dell’italiano Carlo Re-
velli, ha oltre centomila citizen reporter e vanta alcuni scoop come la prima intervista a Julian Assange. Da Parigi, dove hanno il quartiere generale,
il direttore Francesco Piccinini dice: «Ci sono giornalisti che meritano tutta la nostra stima. Collaboriamo affinché i fatti tornino ad essere la notizia».
E la collaborazione è partita. Luca De Biase è un
solido cronista dell’innovazione. Ora guida la Fondazione Ahref e ha da poco lanciato una piattaforma per il giornalismo di qualità. «Abbiamo parlato
per anni di contrapposizione fra giornalisti e Rete,
ma non ha più senso. Mettiamoci d’accordo sul
metodo: accuratezza, imparzialità, indipendenza
e legalità. E collaboriamo». Non a caso la piattaforma si chiama Timu, che in swahili vuol dire «facciamo squadra». È partita con un’inchiesta collettiva sulla dispersione scolastica promossa dalla
Fondazione per il Sud. E ora ha in corso una gara
per indicare quali devono essere i prossimi muri da
abbattere. Ma gli obiettivi sono molto più ambiziosi: «Produrre collettivamente le migliori inchieste civiche». Un giornalista guida e gli altri lo aiutano. Sì la guerra è proprio finita. Bloggate in pace.
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NEL MONDO
Offthebus
Globalvoices
Spot.Us
Storify
ProPublica
Progetto dell’Huffington
Post: le elezioni americane
raccontate con i report
dei lettori. Lanciato nel 2007
ora ha 93 milioni di visitatori
unici al mese
Una rete di oltre 500 blogger
che informano, traducono
e sostengono i citizen media
e i blog di tutto il mondo
Creata da Rebecca Mac
Kinnon e Ethan Zuckerman
Più di dodicimila contributor
per il progetto open source
di giornalismo partecipativo
in cui è possibile, oltre
che inviare servizi, anche
commissionarli ad altri
La piattaforma di Burt
Herman, ex reporter
dell’Ap. Le persone
possono raccogliere
e selezionare le informazioni
pubblicate dai media sociali
Vincitrice di due Pulitzer,
è una delle voci più
importanti del giornalismo
americano. Totalmente
online, chiede l’aiuto
dei lettori per le inchieste
Ahref
Agoravox
Fondazione lanciata
da Luca De Biase
per promuovere la qualità
del giornalismo al tempo
di Internet. Timu
è la sua piattaforma aperta
Nasce in Francia nel 2005
da una idea di Carlo Revelli
e oggi con oltre centomila
reporter volontari
è la principale piattaforma
di citizen journalism in Europa
Altratv
Dirittodicritica
Giornalettismo
Network di oltre cinquecento
microweb tv nato nel 2004
per iniziativa di Giampaolo
Colletti. Oltre alle inchieste,
trasmette eventi
a “rete unificata”
Nato nel 2009 da un’idea
di Diego Tomasoni,
è un giornale online
con un’alta condivisione
in Rete degli articoli
che pubblica
Fondato nel 2008 si definisce
“quotidiano responsabile”
Riceve il 50 per cento
del traffico da Facebook
e ha la più alta media
di share per post: 187
11%
15%
Intrattenimento
Sport
56%
10%
8%
Attualità
BLOG
PER
TEMI
Tecnologia
IN ITALIA
Altro
‘‘
Alta qualità
Con Pro-am intendo
una forma ibrida in cui
giornalisti professionisti
e lettori lavorano insieme
a prodotti editoriali
di alta qualità
Penso che più persone
della stampa
saranno coinvolte,
più forte sarà l’impatto
JAY ROSEN
Docente di Giornalismo
alla New York University
e fondatore del blog Pressthink
GLOSSARIO
Citizen journalism
Blog
Tweet
Pro-am journalism
Uge
Micro web
Informazione prodotta
dai cittadini
e distribuita in rete
(non va confuso
con il civic journalism
che è il giornalismo
a sfondo sociale
fatto da professionisti)
Un sito internet
(o parte di un sito
internet), aggiornato
con notizie, commenti,
video o foto. Nel mondo
ce ne sono 160 milioni:
soltanto una parte
di questi fa informazione
Servizio di microblogging
di Twitter dallo spazio
massimo di 140 caratteri
In un tweet si può
scrivere di tutto
Ma è sempre più usato
per fare informazione
e report istantanei
Tipo di informazione
che nasce
dalla collaborazione
fra alcuni giornalisti
professionisti e i lettori
che volontariamente
contribuiscono
(amateur)
Acronimo di user
generated content,
ovvero contenuti
generati dagli utenti
Internet ne è pieno,
ma soltanto in qualche
caso hanno a che fare
con l’informazione
Rispetto alle web tv
più affermate, quelle
micro sono spesso
imprese a bassissimo
costo e con pochi mezzi
per fare informazione
dal basso
su una data realtà
Repubblica Nazionale
DOMENICA 30 OTTOBRE 2011
LA DOMENICA
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I sapori
Il posto migliore in cui gustare il migliore dei piatti
regionali. Dalla Sicilia alla Valle d’Aosta ecco i consigli
Fatti in casa
targati Slow Food per un viaggio dentro il Belpaese reale
Valle d’Aosta
Piemonte
Liguria
POLENTA CONCIA
Mais, burro e formaggio (Fontina),
trittico alimentare montano
tradotto in ricetta che nutre
e riscalda. Versione golosa
con gratinatura e lardo d’Arnad
TAJARIN
Per impastare i tagliolini di pasta
fresca della tradizione langarola si
possono utilizzare fino a trenta
tuorli per chilo di farina. Sugo
d’arrosto o burro fuso e tartufo
STOCCAFISSO BRANDACUJON
La tradizione di pesce e patate
nella versione provenzale
prevede che la pentola, avvolta
in un asciugamano, sia ruotata
e scossa durante la cottura
Vetan
Frazione Vetan Dessous 77
Saint-Pierre (Ao)
Tel. 0165-908830
Aperto venerdì, sabato e dom.
Menù da 27 euro
La Torre
Via Garibaldi 13
Cherasco (Cn)
Tel. 0172-488458
Chiuso lunedì
Menù da 30 euro
Magiargè
Piazza Viale 1
Bordighera (Im)
Tel. 0184-262946
Chiuso lunedì e martedì
Menù da 35 euro
Osteria
Italia
Toscana
PEPOSO ALLA FORNACINA
Creato dai fornacini che lavoravano
alla costruzione del Duomo
di Firenze è carne povera a pezzi
spolverata di pepe, con aglio,
cotta in coccio, coperta di Chianti
Mangiando Mangiando
Piazza Matteotti 80
Greve in Chianti (Fi)
Tel. 055-8546372
Chiuso lunedì
Menù da 35 euro
Quei nuovi locali di una volta
LICIA GRANELLO
vando i sapori. Così, grazie agli osti illuminati e a quelli di nuova generazione, le cotture sotto vuoto o il passaggio in sifone si sono diffuse anche nei locali più semplici, accanto al pane impastato con farine macinate
a pietra e alle paste ripiene fatte a mano.
Marco Bolasco, direttore editoriale e nuovo curatore insieme a Eugenio Signoroni, ha scelto di alzare l’asticella della qualità, chiedendo agli osti di identificare ancora meglio le materie prime, fattore decisivo per l’assegnazione
delle 225 chiocciole, che emergono tra i 1.700 locali recensiti. Posti dove, a fronte di una spesa di 35 euro per antipasto, primo e secondo, il plusvalore non sta
in piatti complessi, nella tovaglia di tela di Fiandra o nei consigli del sommelier, quanto nell’insalata russa con uova e verdure biologiche, nella sodezza della coscia di un pollo allevato libero, nell’offerta di formaggi lavorati con latte crudo. Risultato: uno straordinario circolo gastro-virtuoso,
protagonisti gli osti e i piccoli artigiani, finalmente tranquilli perché il loro
prodotto viene acquistato con continuità e “riconosciuto” nel prezzo (magari con la citazione in menù).
Nella guida, i produttori meritevoli di una deviazione dopo la sosta in osteria sono segnalati in calce alle schede. Prendete nota e portatevi appresso la
borsafrigo. Al ritorno, gli amici faranno la coda per assaggiare le piadine con lo
squacquerone e i turcineddi d’agnello.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Umbria
Abruzzo
Molise
Sardegna
Sicilia
LECCARDA
Il contenitore di coccio posizionato
sotto spiedi e griglie raccoglie
il grasso con cui pennellare le carni
di faraone, colombacci e altra
selvaggina
PECORA ALLA CALLARA
Il piatto consumato dai pastori
negli spostamenti con i greggi
è uno spezzatino cotto a lungo
in un paiolo di rame,
il cui nome battezza la ricetta
PIZZ’E MINESTRA
Il tradizionale pane contadino,
fatto con una pastella di mais
e acqua calda allargata e cotta,
viene spezzato e schiacciato
con verdure rosolate e carne
BURRIDA
Terrina di pescato povero
(gattuccio) con strati di pesce
alternati a una salsa fatta
col suo fegato rosolato nella cipolla,
insieme a noci, aglio e aceto
PASTA CON LE SARDE
“Veste” bene formati anche molto
diversi — lasagnette, bucatini,
caserecce — il sugo
con finocchietto selvatico, pinoli,
uvetta, pangrattato e zafferano
Da Sara
Strada Calvese 55
Narni (Tr)
Tel. 0744-796138
Chiuso mercoledì
Menù da 25 euro
Taverna 58
Corso Manthonè 46
Pescara
Tel. 085-690724
Chiuso sab. a pranzo e dom. Menù
da 35 euro
La Grotta di Concetta
Via Larino 9
Campobasso
Tel. 0874-311378
Chiuso sabato e domenica
Menù da 25 euro
Sa Piola della Vecchia Trattoria
Vico Santa Margherita 3
Cagliari
Tel. 070-666714
Sempre aperto
Menù da 35 euro
Don Ciccio
Via del Cavaliere 87
Bagheria (Pa)
Tel. 091-932442
Chiuso mercoledì
Menù da 25 euro
Repubblica Nazionale
ILLUSTRAZIONE DI CARLO STANGA
M
etti una sera a cena. Ma anche un pranzo, o una di quelle merende che cominciano a metà pomeriggio e non finiscono più, complici la giornata uggiosa, una sosta fuori programma, un amico ritrovato. Senza dover passare a casa a cambiarsi, né prepararsi psicologicamente al caleidoscopio gustativo dei
ristoranti d’autore. Nell’immaginario collettivo, mangiare in osteria è tutto
questo e molto altro: cibo che conforta e ambiente amichevole, buone bottiglie e prezzi accessibili. Non è un caso che la guida delle osterie firmata da Slow
Food sia apprezzata in maniera trasversale, senza distinzioni di censo né età.
Nelle sue pagine ognuno può trovare il proprio pezzetto di felicità gastronomica, lontano dalle diatribe fra tradizionalisti e innovatori, amanti dell’esotico ed esegeti del risotto del Carnacina, cultori del classico e appassionati di gastronomia molecolare.
Certo, non sono più le osterie di una volta, almeno negli aspetti deteriori, legati a certe cucine dalla pulizia non proprio specchiata, ai vini in caraffa da bruciori di stomaco assicurati, ai conti scritti su un pezzo di carta. In compenso,
quelle che un tempo erano scelte obbligate — i polli in arrivo dalla cascina dello zio, i salami fatti in casa, le insalate coltivate nell’orto sul retro — sono diventati passi consapevoli verso una cultura del cibo attenta ad ambiente, salute e microeconomie locali.
Buono, pulito e giusto, dicono quelli di Slow Food. Anche moderno, se la
modernità consente di ridurre zuccheri e grassi e alleggerire le ricette preser-
DOMENICA 30 OTTOBRE 2011
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Accanto alla tradizione si sta diffondendo una cucina attenta
alle calorie. Che ripensa ricette e idee attingendo
a piene mani dal patrimonio di artigiani e agricoltori
Lombardia
Trentino
Veneto
Friuli
Emilia Romagna
TRIPPA
Viene dal tedesco butze, viscere,
la parola busecca, che identifica
il piatto contadino lombardo
di Natale, cucinato al pomodoro,
in umido, al formaggio o in brodo
CANEDERLI
I piccoli “nodi” tirolesi (knödel)
sono palline di pane secco
ammollate nel latte, impasto
con uova, farina, pancetta
Cottura nel brodo o in acqua
SAOR
L’agrodolce veneziano firma
la ricetta a base di sarde, pulite,
infarinate e fritte, disposte
a strati con le cipolle, sudate
in olio e spente con l’aceto
FRICO
Due versioni: patate grattugiate
cotte nella cipolla rosolata,
poi formaggio latteria a pezzetti
Oppure, latteria grattugiato
in padella fino a farlo croccante
CAPPELLETTI
Elastica e sottile, la sfoglia
da riempire con formaggio fresco,
uova, parmigiano e noce moscata
Carne secondo le zone
In brodo o asciutti col ragù
La Dispensa Pani e Vini
Via Principe Umberto 23
Torbiato (Bs)
Tel. 030-7450757
Chiuso lunedì
Menù da 35 euro
Maso Cantaghel
Via della Madonnina 33
Civezzano (Tn)
Tel. 0461-858714
Chiuso sabato e domenica
Menù da 35 euro
Da Conte
Via Caltana 133
Mira (Ve)
Tel. 041-479571
Chiuso domenica e lunedì
Menù da 35 euro
Ai Cacciatori
Via Pradamano 22
Remanzacco (Ud)
Tel. 0432-670132
Chiuso lunedì
Menù da 20 euro
Al Gambero Rosso
Via Verdi 5
Bagno di Romagna (CF)
Tel. 0543-903405
Chiuso dom. sera, lun. e martedì
Menù da 35 euro
Marche
Sulla strada
BRODETTO DI PESCE
Da Fano a S. Benedetto del Tronto
13 varietà di pesce dell’Adriatico
diversamente assemblate,
con verdure, aceto, vino bianco,
passata di pomodoro
Il nostro territorio
la nostra ricchezza
Da Maria
Via IV Novembre 86
Fano (PU)
Tel. 0721-808962
Chiuso domenica
Menù da 35 euro
CARLO PETRINI
P
Lazio
GRICIA
Nata a Grisciano, la versione
bianca dell’amatriciana parte
dal guanciale in listarelle messo
in aderente con poco olio
Poi pepe e pecorino grattugiato
Palatium
Via Frattina 94
Roma
Tel. 06-69202132
Chiuso domenica
Menù da 35 euro
Campania
ALICI IN TORTIERA
Pesci spinati in una teglia unta
d’olio (a scelta, sopra rondelle
di patate bollite). Prezzemolo
e pangrattato, poi il secondo
strato. Olio e limone, in forno 20’
iùdi vent’anni fa ci siamo interrogati sull’identità dell’osteria,
del modello di cucina tradizionale italiana che tutti snobbavano e che rischiavamo di perdere. Così è nata la guida Osterie d’Italia, che ha contribuito a salvare un patrimonio inestimabile, a quei tempi messo crisi da banali pennette alla vodka
e dall’avvento dell’hamburger. Vent’anni dopo, convinti che
il nostro lavoro abbia portato buoni frutti, ci siamo fermati un
momento a pensare come questo modello di osteria si fosse
evoluto, insieme alle abitudini e allo stile di vita. Oggi in Italia
molti giovani sono tornati a fare il mestiere dei padri, un po’
come è avvenuto nel mondo del vino, e l’osteria italiana — custode di quella ricchezza inestimabile che è la cucina regionale italiana — non è più il luogo in cui si mangiano solo porzioni abbondanti di cibo fumante.
Il rinato orgoglio per la tradizione si è trasformato in un
meccanismo virtuoso di relazione tra ristorante e contesto,
fra uomini e territorio. Accanto alla tradizione rigorosa si sta
sempre più diffondendo infatti una nuova cucina di territorio, moderna e attenta all’identità locale, che attinge a piene
mani da artigiani e agricoltori di prossimità e ripensa piatti e
idee con sensibilità nuove. Per questo, nell’edizione 2012 di
Osterie d’Italia, abbiamo voluto dare spazio a una riflessione
più esplicita sulle materie prime perché, come un vino nasce
dalla terra, la qualità di un grande piatto è strettamente connessa alle origini dei suoi ingredienti. Lo abbiamo fatto raccontando di più e meglio i prodotti, e non solo quelli ricercati e preziosi ma anche i più semplici ortaggi. Perché le economie che sono fiorite intorno alla figura dell’oste moderno
stanno dando grandi frutti, in Italia come altrove, ed è sufficiente guardare ai nuovi bistrot parigini — economici ma generosissimi nella sostanza dei contenuti — per comprendere il successo di un settore che sta facendo ombra persino ai
grandi ristoranti d’élite.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Al Convento
Piazza San Francesco 16
Cetara (Sa)
Tel. 089-261039
Chiuso mercoledì
Menù da 35 euro
Calabria
Basilicata
Puglia
STOCCO
Il merluzzo artico essiccato
è un caposaldo regionale, sotto
forma di antipasto (carpaccio,
tartara), ragù per la pasta,
tra i secondi, in umido o impanato
CAVATELLI CON PEPERONI
Pasta artigianale cotta al dente,
condita con briciole di mollica
rosolata in olio profumato
con aglio e peperoni cruschi
(essiccati e fritti) sbriciolati
’NCAPRIATA
Ammollare le fave secche, privarle
della buccia scura, lessarle,
salarle e girarle con olio
per farne un purè, da servire
con cicoria sbollentata
La Mamma
Via San Giuseppe 33
Cittanova (RC)
Tel. 0966-660147
Chiuso martedì
Menù da 25 euro
Lucaniere
Via Santo Stefano 61
Matera
Tel. 0835-332133
Chiuso lunedì
Menù da 30 euro
Falsopepe
Via Santi li Medici 42
Massafra (Ta)
Tel. 099-8804687
Chiuso mercoledì e dom. sera
Menù da 25 euro
Repubblica Nazionale
DOMENICA 30 OTTOBRE 2011
LA DOMENICA
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L’incontro
Prodigi
È stufa di essere paragonata a Lang
Lang solo perché come lui è giovane,
geniale, cinese e pianista. Chiamata
“dita volanti”, vive a New York
e a ogni nuova tournée (a novembre
sarà a Roma) fa parlare
di sé non solo
per come esegue Chopin,
ma anche per il suo look:
“Non voglio apparire
troppo seria. Lavoro
duro, otto ore al giorno,
ma in fondo sono
ancora una ragazza”
Yuja Wang
elicità è un pretzel caldo
comprato al chiosco sull’angolo entrando in Central Park e mangiato sull’erba, gli auricolari ben calzati in testa. Vista per le strade di New York Yuja Wang
è una giovane donna asiatica in jeans e
sneaker uguale a mille altre. «Sto per
prendere un cane — racconta — anche
se sarà piccolino perché viaggio troppo
spesso. Studio otto ore al giorno, ma
quando ho finito, ho finito, vado al parco e poi raggiungo i miei amici per una
serata insieme. Non penso che essere
un’artista significhi vivere fuori dal
mondo o passare una vita di sacrifici. Si
lavora duro, ma è una fortuna, non una
disgrazia». Troppo semplice? Si direbbe di sì, per la pianista forse più talentuosa della sua generazione, una che a
ventidue anni ha sostituto Martha Argerich suonando con l’Orchestra sinfonica di Boston e ha riscosso il favore e gli
applausi di un pubblico difficilissimo e
oggi, a ventiquattro, è stata ingaggiata
da Deutsche Grammophon con un favoloso contratto a prova di tradimento
(del resto è lei che ha rimpiazzato Lang
Lang, fuggito verso la Sony per tre milioni di dollari). Il legame con Deutsche
ha già fruttato incisioni ammiccanti ma
non prive di interesse, come Transformation, musiche di Stravinsky, Scarlatti, Brahms e Ravel legati tra loro da un
sottile filo ispirato al concetto buddista
di cambiamento.
Il fatto è che Yuja non si lascia impressionare. «Gli artisti cinesi hanno
‘‘
Inoltre, oggi, niente è lontano per noi:
posso andare a suonare con l’orchestra
di Pechino e tornare a fare concerti negli Stati Uniti pochi giorni dopo». Yuja
non ha avuto una “mamma tigre”: «Mia
madre ballava e suonava, anche se non
poteva farlo sempre, è stata la mia prima insegnante. Mi ha aiutata e protetta
dal rischio di sentirmi un “fenomeno”,
mi ha incoraggiata anche quando si è
trattato di partire, e non era una scelta
facile». Ma è troppo presto per pensare
a una famiglia sua, e perfino a un fidanzato stabile, benché il suo nome sia stato a volte associato a quello di un altro
giovane artista, il coetaneo francese e
assai vezzeggiato dai critici, Lionel
Bringuier, direttore d’orchestra. «Bambini miei?». Yuja trasecola: «Forse tra
dieci anni».
A ogni nuova tournée, Wang fa parlare di sé (anche) per l’aspetto, decisa
com’è a farla finita con l’immagine della pianista in abito lungo, possibilmen-
Amo Lady GaGa,
ascolto ogni
tipo di musica
La divido
solo in due categorie:
quella che mi piace
e quella
che non mi piace
FOTO RAINER JENSEN/DPA/CORBIS
F
NEW YORK
vissuto momenti terribili, durante la rivoluzione culturale i pianoforti venivano fatti a pezzi e ci sono state molte storie di suicidio. Una tragedia, dieci anni
di buio nei quali non era possibile eseguire, o anche solo studiare, la musica
occidentale. Ma questo ha avvantaggiato la mia generazione: i nostri padri
volevano che potessimo avere tutto ciò
che a loro era stato negato». Quando entra in una sala per provare, Wang raggiunge il pianoforte in quattro passi, si
sfila il giubbotto e lo appallottola sotto
lo sgabello. Un istante dopo, tutti capiscono il senso del soprannome “dita
volanti” affibbiatole da un critico che
aveva visto i film di Ang Lee («Sembra
che la signorina Wang abbia non due,
ma quattro o sei mani»). Il Terzo concerto in re minore opera 30 di Rachmaninov, il temibile Rach 3 capace di far impazzire un musicista, è il suo pezzo forte: «Il momento che preferisco è quando arrivo sulla scena per suonarlo, mi
siedo, la melodia comincia. È talmente
intenso, talmente russo… due pagine
di partitura da fare in un tratto». E si vede, perché sotto le sue dita il pianoforte
non suona ma sembra quasi fischiettare, e perfino la Patetica di Ciaikovskij si
rianima di vita nuova.
Yuja Wang non è alta, non possiede
grandi mani, non è maniaca del conteggio delle calorie e si limita a quel minimo di nuoto e di fitness indispensabili a un pianista. Peggio: a prove finite si
nasconde in un corridoio e sussurra:
«Qualcuno ha una sigaretta? Ne vorrei
una prima che arrivasse mio padre…».
La trova, la fuma, un po’ meno velocemente di come suona, la spegne e il padre arriva: percussionista, jazzista, e ora
manager della figlia-prodigio, con l’illusione di poter controllare il talento
che ha contribuito a costruire. «Quando ho cominciato a studiare, a sei anni,
a Pechino, era ormai possibile farlo e
avere dei buoni insegnanti. Solo più tardi, a quattordici, mi sono trasferita in
Canada, e dopo a Filadelfia, dove ho
preso il diploma e in seguito la mia famiglia mi ha raggiunto» racconta. Problemi di integrazione? «Non mi pare
proprio. Per me è stato davvero un
“nuovo mondo”. Gli amici, americani o
di origine cinese, non mi sono mai
mancati. E non mi stupisce che molti
miei connazionali stiano facendo brillanti carriere artistiche, musicali, in giro per il mondo. È l’abitudine a lavorare duramente senza lamentarsi, tenendo la mente e le orecchie bene aperte.
te nero o tutt’al più pastello. Qui c’è
un’altra stoffa, anzi, molte altre: dal famigerato viola al rosso fuoco, dal blu
elettrico ai tacchi incrostati di strass,
senza farsi mancare borchie o anelli a
reggere una bretella asimmetrica. C’è
un divertimento da ragazza, in queste
scelte, ma, soprattutto, lucidità. «Qualche stilista comincia a offrirsi di disegnare i miei vestiti, ma preferisco scegliere liberamente. È una parte del business che sta intorno al mio lavoro, un
aspetto dello spettacolo, è normale».
Intanto però l’inusitata lunghezza dell’abitino rosso indossato di recente
aTorino, e che risaliva pericolosamente lungo le gambe tornite, ha fatto molto parlare di sé.
Wang è stufa dei paragoni con Lang
Lang, un artista che in comune con lei
ha soltanto la velocità e le origini, e
tutt’al più l’uso di YouTube per comunicare. Ma sa che non può sottrarsi e,
comunque, il disamore tra i due è ormai
realtà: «Non posso dire di conoscerlo
davvero, l’ho incontrato soltanto due
volte, è certamente una persona affascinante ma siamo molto diversi, a me
non interessa il teatro. E poi un pianoforte può anche bisbigliare». E cioè:
non mi interessa scuotermi e contorcermi sulla tastiera se non è strettamente necessario, non mi interessa farmi fotografare in strane pose a fine concerto. Io suono, firmo gli autografi e me
ne vado». Qualcuno dice che la “pulce
cinese” non è ancora pronta per misurarsi con autori come Schubert o Chopin. Può darsi. Di certo lei ha le idee molto chiare sulle prossime tappe, benché
la “macchina” da cento concerti all’anno sembrerebbe non favorire studio e
concentrazione. «Vorrei studiare Pierre Boulez, ma dovrei fermarmi, ci vuole
molto tempo. Lo farò. E prima o poi voglio suonare anche le opere per pianoforte di Gyorgy Ligeti». Le preferenze
artistiche di Yuja, del resto, sono raffinate e diplomatiche: «L’italiano che
preferisco? Arturo Benedetti Michelangeli. Poi Puccini. Ho inciso un disco col
maestro Claudio Abbado».
Non si lascia imprigionare nel cliché
della giovane artista che conduce una
vita di tormento: «Spero proprio di non
essere troppo seria, sono una ragazza!
Quando vado in Cina mi trasformo
completamente ma la verità è che io mi
sento americana, la mia vita è qui. Oggi
la Cina è certamente un Paese più libero di prima, ma non è il mio. Con tutte le
conseguenze, compresa un’alimenta-
zione non proprio salutista: qui a New
York non faccio che passare da un ristorante italiano a un altro, mi piace il cibo
di strada, tenere Lady GaGa nelle orecchie, ascoltare musica di tutti i tipi dividendo solo tra quella che mi piace e
quella che non mi piace, senza barriere.
Frequento amici vecchi e nuovi, pochi
sono musicisti, in compenso nel
weekend giriamo molti locali per sentire giovani che suonano, jazz e altro. Il
mio tempo libero è libero, e mi piace
conservarlo, almeno quando sono a casa». Grazie anche a genitori liberali:
«Sono venuta qui da sola, quando i miei
mi hanno raggiunta non avevo più l’età
di una bambina. Sì, è vero, papà vorrebbe che non fumassi, ma non lo dice per
spiegarmi come vivere, soltanto perché
ritiene che non sia bene per un pianista… certamente ha ragione. Smetterò.
Prima o poi».
È questa libertà un po’ fanciullesca
che consente a Wang di conquistare un
pubblico nuovo e, forse, ne farà una
protagonista della lotta per la sopravvivenza di un genere di musica del quale
è stata più volte profetizzata l’estinzione. Alla Roque d’Antheron, proprio come fece Rachmaninov alla sua prima
esecuzione newyorchese, nel 1909,
non ha concesso neppure un bis. A Torino ne ha fatti tre, uno più travolgente
dell’altro. Per questo vale la pena di
ascoltarla: in novembre sarà per tre
concerti a Roma, a Santa Cecilia, poi
nella primavera 2012 a Milano e Genova. Sembra improbabile che la ragazza
col pretzel possa trasformarsi in un’artista tormentata e tormentosa, ma non
si sa mai.
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VERA SCHIAVAZZI
Repubblica Nazionale
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30 ottobre 2011 - La Repubblica.it