LADOMENICA DOMENICA 30 OTTOBRE 2011 NUMERO 350 DIREPUBBLICA CULT All’interno Dal primo novembre Mario Draghi sarà al vertice della Bce Dovrà affrontare la crisi e ridare slancio alla Ue La copertina La seconda vita della radio Tutti l’ascoltano grazie al podcast PERNIOLA E SMARGIASSI Ecco l’ultima missione impossibile di un italiano di cui il mondo si fida Il libro De Giovanni e il suo commissario ci raccontano l’anima di Napoli ANTONIO GNOLI L’intervista Tom Wolfe “Il nostro romanzo è stato rovinato dalla psicologia” ANTONIO MONDA Banchiere d’Europa FOTO DI SERGIO EFREM RAIMONDI/CONTRASTO Il L’icona ELENA POLIDORI MASSIMO GIANNINI Per sempre Peanuts la fabbrica infinita di Charles Schulz ella mitologia, nella favolistica, nell’araldica come del resto nell’odierna fantasy, nei cartoni animati e nei videgame draghi e castelli sono fatti per intendersi. Al di là di qualsiasi controversia sull’energia simbolica dei serpentoni, che in Occidente fanno paura mentre in Cina sono creature generose e ben auguranti, è un fatto che il prossimo presidente della Bce, Mario Draghi, ha scelto di andare ad abitare non nella casa del suo predecessore, bensì in una zona nota per un bel parco, al cui interno si erge un piccolo castello del Settecento appartenuto a una delle più antiche dinastie di Francoforte. Si chiama Holzhausen Schloesschen. Atmosfera faustiana, tanto per rimanere nel solco di due illustri governatori amanti della cultura tedesca come Carli e Ciampi. L’altra settimana del resto all’Alte Oper della città sul Meno, dinanzi alla signora Merkel, Draghi ha voluto qualificare l’Italia con le parole di Goethe pronunciate coraggiosamente in tedesco: «Das Land wo die Zitronen bluehen», la terra dove fioriscono i limoni. (segue nelle pagine successive) N uestoè il mio ultimo discorso ufficiale nella veste di governatore… Lascio la Banca d’Italia con animo tranquillo, credo con il vostro affetto che mi accompagnerà a Francoforte. Il contributo della Banca d’Italia nel fronteggiare la crisi è stato esemplare a livello nazionale e internazionale… l’autonomia della banca è stata essenziale per il modo in cui la banca ha ottemperato e ottempera ai suoi poteri e ai suoi doveri… E nell’esercizio di questi poteri la Banca centrale è chiamata a salvaguardare il bene comune…». Per una volta, mentre pronuncia il suo commiato da Palazzo Koch, Mario Draghi parla a braccio, e non nasconde un filo di emozione. Il banchiere centrale più “british” che Via Nazionale abbia mai conosciuto saluta così la squadra che ha lavorato con lui in questi anni, e quella che gli succederà nei prossimi. Con la rivendicazione orgogliosa di un’appartenenza, quasi di una “militanza”. Perché questa è, in Italia, la vera cifra della sua banca centrale. (segue nelle pagine successive) LUCA RAFFAELLI E GABRIELE ROMAGNOLI Spettacoli Corpi e geometrie il ritorno al futuro del Crazy Horse ROSA FUMETTO E MARIO SERENELLINI «Q La mostra Quanto è ricca l’Arte Povera stracci e pietre seducono il mercato NATALIA ASPESI Il balletto Constanza Macras nella Berlino globalizzata del XXI secolo LEONETTA BENTIVOGLIO Repubblica Nazionale DOMENICA 30 OTTOBRE 2011 LA DOMENICA ■ 26 La copertina Il banchiere centrale Di lui si sa solo che è sempre stato il primo della classe e che è l’uomo delle missioni impossibili, dalle riforme della finanza alle privatizzazioni alla gestione della crisi economica Ecco perché il governatore è stato scelto per il vertice della Bce dove tra due giorni si insedierà Ed ecco perché ha superato il fattore “I” ELENA POLIDORI (segue dalla copertina) el riempire in questi giorni i pochi scatoloni per il trasloco da palazzo Koch, il banchiere dei banchieri si sarà compiaciuto di aver tolto di mezzo dalla sua stanza il famoso dipinto di San Sebastiano che per tanti governatori rappresentava l’esibita metafora della loro infelice condizione; per cui, di fronte a pressioni e lagnanze, sospiravano indicando il santo trafitto dietro le spalle a giustificare un necessitato diniego. La tela è in restauro da quasi sei anni. E Draghi, detto anche Supermario (ma non gli piace), è tutto fuorché un San Sebastiano. È piuttosto un personaggio da missioni impossibili. Basti pensare che in via Nazionale è arrivato sull’onda dello scandalo Fazio, quando tra avventurose consegne di Tapiri e intercettazioni in cui il governatore riceveva «baci in fronte» da discussi banchieri, il prestigio dell’istituto di emissione era praticamente a zero. Anzi, sotto zero. Ha anche fatto restaurare il monumentale fregio del Dazzi, dal titolo: «Ricchezza e benessere nazionale trionfante». Il trionfo magari sembra eccessivo. Draghi comunque ci tiene a essere un uomo positivo e con un segno + accanto a tutto, o quasi: i suoi studi prima dai gesuiti del Massimo (con Montezemolo, i fratelli Abete, Gianni De Gennaro e Giancarlo Magalli), poi la laurea in economia, con Caffè, quindi in America adottato da Modigliani, paiono a dir poco prestigiosi. La carriera è un modello di successo, una serie ininterrotta di semafori verdi. La famiglia (moglie anglista conosciuta a diciannove anni che lo ha sempre seguito ovunque con rassegnata allegria, due figli di cui si conoscono a malapena i nomi, da poco una nipotina) si configura come un puntello più che rassicurante della sua esistenza. Perfino nello sport (in gioventù basket e arrampicate in montagna, ora tennis e golf) si è parlato come di una specie di primo della classe. Cura l’aspetto fisico, non disdegna le diete, anche con pranzi a base di barrette e come abbigliamento è il classico “uomo in blu”. L’unica trasgressione, se così si può dire, sarebbe una certa debolezza per i giochi dei telefonini, specie in aereo. E ancora: secondo la recentissima biografia di Stefania Tamburello (Mario Draghi, il governatore, Rizzoli) viaggia N Con Carlo Azeglio Ciampi con bagagli ridotti al minimo, ha il dono della sintesi e della velocità argomentativa al punto che, in un’audizione, un deputato lo interruppe: «Piano, lei prende l’ascensore mentre dobbiamo salire le scale». Di sicuro detesta sprecare il tempo. Non di rado capita di vederlo mangiare da solo per evitare questuanti e attaccabottoni. Con inevitabile forzatura si può pensare che sia una macchina programmata per conseguire il risultato prefisso. Se proprio bisogna scavare con temeraria introspezione nel fondo dell’animo suo, è possibile che come tutti i tipi assai flemmatici abbia il timore di risultare freddo e distante e dunque di non arrivare al cuore della gente. Ma i banchieri centrali non hanno da rendere conto a un pubblico. Solo nella cerimonia del passaggio delle consegne della Bce ha tradito qualche emozione accettando la campana, simbolo del comando che Trichet gli ha messo in mano. Ma si è guardato bene dal suonarla. Qualche giorno prima, uscendo di buon mattino da un hotel di Parigi, gli hanno chiesto come valutava il fatto che gli indignados italiani avessero scelto proprio il suo cognome per dar vita al movimento dei Draghi ribelli, accampati su via Nazionale con un enorme dragone gonfiabile di fattezze più disneyane che orrorifiche. Lui, più incuriosito che altro, ha accennato a un sorriso: «Un nomignolo carino». Ma poi, ha avuto il coraggio, o l’impudenza, l’astuzia o l’onestà di aggiungere che quei giovani avevano ragione. Nella nuova casa vicino allo Schloesschen porta ricordi di un anno piuttosto complicato: la fatica di arrivare a quel traguardo, almeno all’inizio senza nessun appoggio, praticamente da solo. Poi almeno un biennio di doppio lavoro, a far marciare Bankitalia e, insieme, a riscrivere il nuovo ordine finanziario globale, avvelenato dai titoli tossici e dai megabonus di manager avidi, come presidente del Financial Stability Board. Quindi, il filo diretto con Napolitano. L’ostilità di Tremonti. Le frecciate di Bossi («Quello — diceva — sta sempre a Roma»). L’ambiguità di Berlusconi di cui Draghi è riuscito a non dire mai nulla di sgradevole anche quando, nel 2009, il Cavaliere definì la Relazione del governatore «molto berlusconiana». E poi, la crisi che s’incanagliva, i salti mortali per convincere i governanti al rigore, fino alla lettera-diktat scritta con Trichet e alla battaglia per l’autonomia di Via Nazionale innescata dalla successione. Seduto nello studio a vetrate del presi- Con i vicedirettori di Bankitalia LE TAPPE IL MAESTRO LA BANCA MONDIALE Draghi si laurea a Roma nel 1970 con l’economista Federico Caffè di cui diventa assistente: è lui a spingerlo al master negli Usa Dal 1984 al 1990 è direttore esecutivo della Banca Mondiale Nel ’90 diventa consulente economico di Bankitalia ‘‘ Futuro capitano I migliori auguri a Mario Draghi, il mio successore, che in questi anni ha messo a disposizione del Consiglio direttivo la sua saggezza e la sua esperienza Queste sue qualità faranno il grande successo della futura guida della squadra monetaria europea Jean-Claude Trichet (Presidente uscente Bce) 19 ottobre 2011 Mr. Draghi va a Francoforte Repubblica Nazionale DOMENICA 30 OTTOBRE 2011 ■ 27 Jorg Asmussen Jens Weidmann (Germania) Comitato esecutivo (Germania) Lorenzo Josè Manuel Bini Smaghi GonzalezComitato Paramo esecutivo Comitato esecutivo Mario Draghi (dal primo novembre) Presidente della Bce (Italia) (Italia) Vitor Costancio Vice presidente della Bce (Portogallo) (Spagna) Peter Praet Comitato esecutivo (Belgio) Luc Coene (Belgio) Patrick Honohan (Irlanda) Carlos Costa La Bce (Portogallo) George A. Provopoulos Marko Kranjec (Grecia) Miguel Fernández Ordóñez (Spagna) (Slovenia) Ewald Nowotny Christian Noyer (Francia) Klaas Knot Ignazio Visco Governatore Athanasios della Orphanides Banca d’Italia (Cipro) (Italia) non ancora insediato Andres Lipstok Erkki Liikanen Yves Mersch (Finlandia) (Lussemburgo) Josef Bonnici (Paesi Bassi) Josef Makuch (Austria) (Slovacchia) (Malta) (Estonia) Consiglio dei governatori Comitato esecutivo La riserva della Repubblica che salva la patria MASSIMO GIANNINI (segue dalla copertina) uesta è la sua forza. E anche, se vogliamo, la sua eccezionalità. È lo steso Draghi a ribadirlo: «La Banca d’Italia è stata una fucina di quadri al servizio della nazione e dell’Europa». Quale altra banca centrale ha “prestato” tanti suoi uomini al governo del suo Paese? Quale altra istituzione economica ha sfornato tanti presidenti del Consiglio o ministri, colmando un clamoroso vuoto di leadership politica? Da Luigi Einaudi a Lamberto Dini, da Guido Carli a Carlo Azeglio Ciampi. Lo stesso Draghi, se nel frattempo non fosse stato promosso alla presidenza della Bce, è stato invocato per mesi come l’unico possibile premier di un governo di “salute pubblica”, da instaurare con urgenza al posto del rovinoso governo Berlusconi. Via Nazionale ha conquistato sul campo il ruolo che oggi tutti gli riconoscono. Una “riserva della Repubblica”, alla quale la sciagurata Italia attinge ogni volta che c’è da «salvare la Patria» (e purtroppo ce n’è bisogno spesso). Una “scuola” di civil servant, che da un secolo conserva l’indipendenza e la competenza come i valori più preziosi della sua missione. Da mezzo secolo la lettura delle Considerazioni finalidel governatore della Banca d’Italia è una delle liturgie laiche più importanti della vita del Paese. E l’uscita dei Bollettini del mitico Servizio studi di Via Nazionale è uno degli appuntamenti più rilevanti nel dibattito sull’economia. Il poco o tanto di buono che nel tempo l’Italia ha saputo esprimere lo deve molto alla sua banca centrale. Lì è nata e cresciuta un’élite culturale che ha svecchiato e innovato, e non solo sul piano della dottrina monetaria e del modello econometrico. Lì è nata e cresciuta, spesso sull’onda della tradizione laica e azionista, una “religione civile” fatta di senso dello Stato e di spirito repubblicano. Tanto l’Italia è apparsa spesso gretta, provinciale, autarchica, tanto la sua Banca è stata libera, aperta, europeista. Qui sta anche la ragione di una certa iconografia dell’Istituto, di volta in volta visto e vissuto, da dentro e da fuori, come “baluardo” e come “trincea”. Baffi, quando saluta Carli che nell’84 lascia Via Nazionale, gli confessa: «Gli anni che ho passato con te in banca sono stati i più belli della mia vita». Lo stesso Carli è il teorico di questa funzione di supplenza alla quale spesso la Banca è stata costretta fin dai tempi di Einaudi e poi negli anni ’60, ’70 e ’80, quando dalla fucina di Palazzo Koch uscirono uomini come Paolo Baffi, Francesco Masera, Salvatore Guidotti, Antonino Occhiuto, Mario Ercolani, Rinaldo Ossola, fino al grandissimo eroe tragico Federico Caffè. E non è un caso se, negli anni, la politica peggiore ha sempre cercato di allungare le mani sulla Banca d’Italia. Fin dai tempi del vergognoso attacco giudiziario della procura di Roma al governatore Baffi e al suo vice Mario Sarcinelli (una delle pagine più nere della vicenda repubblicana cresciuta lungo la filiera degli scandali Rovelli-Sindona-Calvi) il Palazzo romano ha sempre tentato di espugnare Palazzo Koch. Ma l’Istituzione ha sempre resistito. Ed è una fortuna per il Paese. Ciampi, quando parla della sua avventura in Via Nazionale, ricorda sempre la ragione profonda di questa “resistenza”: «Tutto nasce dalla “disciplina del servizio”, che chiunque lavori alla Banca d’Italia impara a riconoscere come uno degli elementi più preziosi della sua pedagogia istituzionale e professionale». Conta la tradizione. Ancora oggi sulle maniglie del portone di Via Nazionale ci sono le iniziali “B. N.”: “Banca Nazionale”, e sono le stesse del palazzo di Torino in cui il 26 marzo 1861 si tenne l’assemblea della Banca Nazionale del Regno d’Italia. Viene di lì la «salvaguardia del bene comune» di cui oggi parla Draghi. La politica lo dimentica sempre più spesso. La Banca d’Italia, insieme al Quirinale, continua invece ad esserne il vero forziere. Ed è importante, allora, che per un Draghi che esce c’è un Ignazio Visco che entra. Palazzo Koch, ancora una volta, è al sicuro. Q © RIPRODUZIONE RISERVATA dente della Bce, al 35esimo piano dell’Eurotower dove si insedierà ufficialmente dal primo novembre, è plausibile che si porti dietro anche un filo di inevitabile stress. Per trovare qualcuno sulle cui spalle gravano il peso e le aspettative di un Paese pericolosamente in bilico, bisogna tornare a Ciampi, e l’esempio suona, più che lusinghiero, di buon auspicio. Nel 1993 la lira era stata piegata dalla speculazione e l’Italia si era trovata sull’orlo del baratro. Allora Draghi, dopo cinque anni a Washington come giovanissimo responsabile per l’Italia della World Bank, era direttore generale del Tesoro, nominato per primo da Andreotti e poi riconfermato da tutti. Da quella poltrona riuscirà a liquidare l’Iri e a condurre in porto la privatizzazione di Eni, Enel, Comit e Credit. Una «rivoluzione culturale», disse lui mentre i suoi nemici lo rimproverano di aver svenduto il patrimonio nazionale durante una misteriosa crociera sul Britannia, l’ex yacht della famiglia reale inglese, assurto a emblema di trame ordite dalle forze della de-sovranizzazione: “british invisibles”, così si chiamava il gruppo d’affari che l’ha organizzata. Più tardi, sempre dal Tesoro, tesse la difficile tela che porta l’Italia nella serie A dell’euro. La successiva esperienza come vicepresidente della Goldman Sachs, lo identifica come uno strumento del mondo anglosassone. Oggi, le stesse fonti lo presentano come «più tedesco dei tedeschi» e la Bild lo raffigura con in testa l’elmetto chiodato dell’esercito del Kaiser. In realtà — e non ci sarebbe bisogno di dirlo — è italiano anche se, come ha scritto Eugenio Scalfari, Merkel e Sarkozy l’hanno promosso «nonostante sia italiano». Certo, Draghi è un personaggio che si valuta meglio per contrasto, per negazione, alla rovescia. In un mondo inutilmente chiassoso interpreta le virtù della discrezione e in una vana fantasmagoria di colori il suo grigio risalta. Ma soprattutto, rispetto a tanti improvvisatori, incarna la razionalità dei numeri, le scelte ponderate, le analisi macroeconomiche puntuali. Non per nulla il presidente Napolitano lo ha messo alle costole dei governanti, ai limiti del commissariamento e anche oltre. Ma ora Draghi, già da domani sera, sarà nel Castello di Francoforte, italiano ma prima ancora europeo. È la sorte inesorabile dei tecnocrati: avere un grande potere senza essere mai stato eletto. Ma i miti e le favole sui draghi, a pensarci bene, vengono molto prima delle elezioni e della democrazia. FOTO DI SERGIO EFREM RAIMONDI/CONTRASTO © RIPRODUZIONE RISERVATA In visita ai terremotati dell’Aquila A un congresso a Bonn Stringe la mano a Antonio Fazio AL TESORO ALLA GOLDMAN SACHS IN BANCA D’ITALIA Nel 1991 viene nominato direttore generale del ministero del Tesoro, incarico che mantiene fino al 2001 fra il succedersi di dieci governi All’inizio del 2002 viene nominato vicepresidente della banca d’affari americana Goldman Sachs: incarico operativo che mantiene fino al 2005 Nel 2006 succede ad Antonio Fazio come governatore della Banca d’Italia dove rimane fino alla nomina a presidente della Bce Repubblica Nazionale DOMENICA 30 OTTOBRE 2011 LA DOMENICA ■ 28 La memoria Corsi & ricorsi Da domani basta guerra, in primo piano tornano gli affari Come una cinquantina di anni fa, quando re Idris ancora non sapeva quanto oro nero si trovasse sotto il suo regno, ma americani, francesi e italiani sì. Alla fine fu Roma ad aggiudicarsi la fetta più grande della torta. A suon di mazzette, come rivelano ora i documenti “top secret” dei servizi inglesi Libia, inizia la caccia al petrolio P ENI Nella foto grande, ricerche petrolifere dell’Eni nel deserto libico nei primi anni Sessanta CONFIDENTIAL Qui sopra, alcuni documenti top secret del governo britannico datati 1948 e 1949 in cui si dettano le linee del futuro della Libia ATTILIO BOLZONI etrolio. La sua scoperta e le guerre che infiamma, le spie che spiano le spie, le paure e gli appetiti delle grandi potenze, mazzette, sospetti, segreti. Il pozzo è quello di Bir Zelten e la Libia quella prima di Gheddafi. L’anno il 1959, il mese maggio. I diplomatici inglesi vengono a sapere dagli americani che la Esso ha riempito in appena dodici ore 17.500 barili in uno sperduto angolo di Cirenaica, re Idris è ancora all’oscuro del tesoro che c’è sotto il suo regno, i francesi — che invece sanno — subodorano che Washington li voglia tenere alla larga da Tripoli. Poi ci sono anche gli italiani. A Londra sono sicuri, fin dal 1948, «che il loro ritorno nell’ex colonia è un tema assolutamente fuori discussione, perché contrasta con le nostre necessità strategiche». È ormai chiaro che in Libia c’è tanto di quel petrolio da fare ricco chiunque allungherà le mani su quelle terre. È un dirigente della Shell che, «in forma confidenziale», avvisa il Foreign Office: «Vi sono buoni motivi per sperare che lì si possa produrre in futuro dalle 10 alle 20 tonnellate di greggio l’anno». Inglesi e americani sono in agguato per spartirsi la torta. Ma, all’improvviso, un dispaccio top secret comunica al ministero degli esteri britannico che a una compagnia di Roma (la Cori, Compagnia ricerche idrocarburi, sussidiaria dell’Agip mineraria del gruppo Eni) è stata rilasciata — nel novembre 1959 — una concessione nell’area di Jaghbub. L’ha strappata sorprendentemente ad altre sei società Usa, il messaggio riporta anche voci sugli italiani «che hanno ampiamente unto le ruote». Tangenti. Petrolio. Ieri come oggi, per averlo si combatte con ogni arma. Dalle spie in azione nel dopoguerra ai primi raid aerei francesi su Tripoli della primavera del 2011 fino alla morte di Gheddafi e alla dichiarazione di conclusione delle operazioni annunciata per domani. Bombardamenti, antichi risentimenti che ritornano, «campagne d’Africa» in nome della democrazia e della pace. Ma soprattutto patti, in vista di futuri contratti petroliferi. Sessanta anni dopo come sessanta anni prima. Petrolio. Tutte le manovre che hanno preceduto e accompagnato il ritrovamento di quella straordinaria ricchezza nel sottosuolo libico sono ricostruite dal 1948 al 1963 in alcuni documenti inglesi rintracciati negli archivi di Kew Gardens, carte classificate «secret» e «top secret» e indirizzate dai servizi di sicurezza e dalle ambasciate al premier britannico o ai suoi ministri. Informative, report, relazioni sullo scenario magrebino e mediorientale, note riservate. Una collezione di ‘‘ MAPPE In basso a destra, piantina della Libia divisa per zone di concessione petrolifera L’anno è il 1957 atti che racconta tutto quello che si muove intorno al petrolio negli anni prima del colpo di stato — 1 settembre 1969 — che porterà al potere il colonnello Gheddafi. Nei dossier di Kew Gardens c’è anche molta Italia. E a proposito di quello scambio di bustarelle, si fanno anche i nomi di due libici. Alti dignitari di corte. L’ombra di Enrico Mattei è in ogni incartamento, agli inglesi spaventa la sua intraprendenza «che potrebbe creare problemi agli accordi petroliferi più tradizionali». Si fa cenno anche a un intrigo americano «che ha l’obiettivo di garantirsi una percentuale dei guadagni italiani e nel contempo dirottare gli interessi di Mattei verso l’Europa meridionale, a scapito della francese Saharan Oil», ovvero La Compagnie de Recherches et Exploitation de Pétrol au Sahara. Siamo ancora lontani da Bescapè, dove il 27 ottobre 1962 precipita nelle campagne lombarde il piccolo aereo che trasporta da Catania a Milano il presidente dell’Eni. E una nota trasmessa all’ufficio del premier inglese Clement Attlee (schedata Prem 8/1231, datata 21 aprile 1948 e «la cui circolazione è strettamente limitata all’uso personale del primo ministro») spiega come «la Cirenaica ha assunto un’importanza strategica vitale» e avverte che «sostenendo il ritorno della Tripolitania all’Italia ci giocheremmo il rispetto del mondo arabo e sarebbe in È stata rilasciata una concessione a un’impresa italiana, la Cori Stando alle voci che circolano sono state ampiamente unte le ruote Repubblica Nazionale DOMENICA 30 OTTOBRE 2011 ■ 29 PROTAGONISTI A sinistra, il presidente americano Truman stringe la mano al primo ministro britannico Clement Atlee (Washington, 1950) A destra, Idris I, re della Libia dal ’51 al ’69, anno del colpo di stato di Gheddafi serio pericolo la nostra posizione in Medio Oriente». Per una decina di anni gli inglesi seguono gli sviluppi politici nello scacchiere mediterraneo, un periodo dove si intensificano i sondaggi in territorio libico alla caccia di petrolio «ma con risultati poco soddisfacenti». La svolta è alla fine del 1957. È esattamente il 27 gennaio 1958 quando la signora Hedley-Miller del Foreign Office invia una nota (T 236/5964) al Tesoro: «Un mese fa, una controllata della Standard Oil Company/New Jersey ha individuato del petrolio al confine con l’Algeria […]. Tuttavia è impossibile dire qualcosa di definitivo sulle prospettive della Libia come paese produttore[...]. È infine da rilevare che i libici non hanno garantito alcuna concessione petrolifera agli italiani». Aggiunge la Miller: «Il nostro ambasciatore ha appreso “da una fonte molto autorevole” che ciò è dovuto all’avversione personale di re Idris nei loro confronti. Si ritiene che il signor Mattei sia molto arrabbiato». La scoperta del petrolio moltiplica le analisi e le ansie su Tripoli. Il 21 maggio del 1959, Harold Caccia, ambasciatore britannico a Washington, spedisce un messaggio top secret (Prem 11/2743) a Londra: «La Standard Oil ha comunicato al Dipartimento di Stato americano che in Libia si trovano grossi quantitativi di petrolio di alta qualità[...]». Stando al Dipartimento, «la CONCESSIONI In basso, l’elenco delle concessioni cedute dalla “Petroleum Commission” libica alle compagnie petrolifere straniere Libia ha vinto il suo jackpot[...]». Appena undici giorni dopo dal Foreign Office parte un altro dispaccio (Prem 11/7243) per l’ambasciata di Tunisi: «C’è il petrolio, la notizia è ancora segreta anche se presto il governo libico ne verrà a conoscenza[...]». Da quel momento una fitta corrispondenza si intreccia fra Londra e le sue sedi diplomatiche in Nord Africa. È l’11 giugno del 1959 quando anche re Idris sa cosa c’è sotto la sua Libia. Gli inglesi cominciano ad agitarsi, a ipotizzare ciò che accadrà. Rapporto (Fo 371/138785) del Foreign Office del 13 giugno 1959: «I benefici economici potrebbero generare pressioni sugli americani e anche su di noi perché si arrivi alle rimozioni delle nostre basi militari». È un’estate di fibrillazione fra Washington e Londra. Poi, in autunno, il colpo di scena. È l’ambasciata a Bengasi che il 25 novembre scrive (Fo 371/138787) al ministero degli Esteri: «Il 22 novembre è stata rilasciata una concessione petrolifera ad un’impresa italiana, la Cori[...]. Sembra che se la sia aggiudicata sotto il naso di altre sei compagnie (che ne avevano fatto richiesta in precedenza) ma il governo libico le ha dichiarate “non idonee”. Inoltre la Cori ha accettato di pagare ai libici una percentuale del 17 per cento, al posto di 12,5 previsto dalle legge libica sul petrolio estratto[...]. Stiamo cercando di saperne di più[...]». Gli inglesi indagano e il 26 novembre da Bengasi informano (Fo L’ARCHIVIO I documenti sulla Libia pubblicati in queste pagine sono stati selezionati da Mario J. Cereghino nei National Archives di Kew Gardens (Gran Bretagna) e sono consultabili presso l’Archivio Casarrubea di Partinico (Palermo) casarrubea.wordpress.com 371/138787) ancora Londra: «Ci risulta che Abdallah Abid è implicato nella faccenda della Cori e non vi è dubbio che anche Busairi Shalhi si sia mosso per convincere in tal senso re Idris[…]. L’estate scorsa, Abdallah ha compiuto un viaggio in Italia. Stando alle voci che circolano qui, le imprese petrolifere gli hanno ampiamente unto le ruote». A quel punto gli inglesi sono furiosi. Cercano altre informazioni. Il 10 dicembre 1959 dall’ambasciata di Tripoli parte l’ennesimo messaggio (Fo 371/138787) per il Foreign Office: «Nel corso di una conversazione, il manager della Arab Bank ha detto a Cronly-Dillon, nostro addetto commerciale, che a suo parere la Cori è stata sostenuta da capitali americani. Le compagnie Usa sono ansiose di impedire che la francese Saharan Oil entri nel mercato libico. Finanziando un’impresa italiana, gli americani sperano di assicurarsi un punto di appoggio in Italia». Le cose non sono andate come le avevano immaginate gli inglesi. E soli tre anni dopo Enrico Mattei è già morto. C’è chi dice ucciso. Dai mafiosi siciliani — attraverso Cosa Nostra americana — su mandato delle potentissime Sette Sorelle. O dai servizi segreti francesi. Per i suoi contatti — un’altra “via” per assicurarsi energia — con il Fronte di liberazione algerino. Oro nero. Petrolio. L’ITALIANO Qui sopra, Enrico Mattei Sulle carte dei servizi inglesi ci sono spesso annotazioni e riferimenti all’uomo del “cane a sei zampe” © RIPRODUZIONE RISERVATA C.O.R.I. Qui sopra tre documenti del 1959: testimoniano la scoperta dei giacimenti petroliferi in Libia da parte dell’italiana C.O.R.I. (sussidiaria Eni) Repubblica Nazionale DOMENICA 30 OTTOBRE 2011 LA DOMENICA ■ 30 L’icona Stelle e strisce Magliette, diari, tazze, portachiavi, spillette e peluches Nati dalla matita di Schulz per diventare personaggi a fumetti, Charlie Brown & C. si sono col tempo trasformati in un mercato di gadget da 175 milioni di dollari Ora un volume ne glorifica l’avvenuta metamorfosi GABRIELE ROMAGNOLI i sono molte buone ragioni per credere che Charles Schulz, padre dei Peanuts, fosse un genio. Tra queste: come di ogni creatore, il disegno intelligente. Poi, l’umorismo filosofico. L’assoluta originalità. Meno esplorata, ma ancor più sorprendente, è la perversione commerciale della sua opera. Dietro il clamoroso successo di Charlie Brown e compagni si nasconde una propaganda perfetta. Come in ogni caso del genere l’abilità è consistita nel vendere la forma senza che l’acquirente facesse troppo caso al contenuto. Fosse stato diversamente il trionfo globale delle strisce a fumetti sarebbe inspiegabile. C La fabbrica infinita dei Peanuts Perché non possiamo non dirci Snoopy Pensateci bene: il mondo intero è stato popolato di magliette con il muso di Snoopy, intere generazioni sono andate a scuola con il diario di Linus, chiunque ha regalato a un’adolescenziale fidanzatina qualche pupazzetto o altro oggetto ispirato all’implume Woodstock. Cioè: si è inneggiato alla depressione, all’insicurezza, al distacco dalla realtà. I Peanuts non sono un universo di valori, ma un incarto di psicosi. Rappresentano tutto quello che cerchiamo di evitare e che, se non riusciamo a farlo, paghiamo perché ci aiutino a eliminare da noi. Charlie Brown ha un aspetto dimesso, è imbranato, triste e deluso prima ancora di essersi concesso il lusso dell’illusione. Linus è fragile, feticista, fondamentalista: crede nell’avvento del Grande Cocomero e pretende che la fede in un salvifico ortaggio non sia posticcia come quella di mezza umanità, ma assolutamente sincera, o Lui, Esso non verrà. Lucy è scorbutica, vile e così subdola da farci credere di avere un doppio strato dietro cui c’è un’anima (ma ne ha un terzo dove questa scompare). La sua nemesi, Schroeder, è uno di quei fissati mo- nomaniacali che ci minano l’esistenza con le loro ossessioni, vivono di una grandezza riflessa (nel suo caso quella di Beethoven) in cui specchiano, deformata, la propria piccineria. Snoopy è un coacervo di personalità multiple e infelici (scrittore fallito, aviatore abbattuto, seduttore respinto). Quanto a Woodstock, al tenero Woodstock, è uno che non sa nemmeno fare la cosa per cui la natura lo ha dotato: è l’aquila che si crede un pollo per cui sono stati scritti invano decine di volumi di self help. Ecco, quest’allegra combriccola, questo dizionario delle psicopatologie quotidiane è oggetto di ammirazione e di merchandising. Come è possibile? Anzitutto, i Peanuts sono carini. È un aggettivo tremendo, ma ha fatto la storia della loro epoca. Dentro contenitori carini si poteva versare di tutto. Guardi Linus e ti viene di dargli una carezza, prima ancora che due pasticche come si deve. La lezione di Disney, che aveva infilato dentro piacevoli animaletti alcuni tra i peggiori vizi degli umani (avarizia, arroganza, stupidità), è stata imparata e superata: quel che consentia- mo agli animali è niente in confronto a ciò che permettiamo ai bambini. «Adotta un depresso»: è come se Schulz ci aspettasse all’angolo di strada reggendo un cartello con questa scritta e un cesto pieno di bambolotti dalla testa tonda. Se passiamo oltre ci sentiremo in colpa. Chi non ha mai contribuito a Save the Children? È un gioco sottile quello dei Peanuts, è la sfida a un sistema di pensiero. L’America ha il mito dei vincenti, il suo idolo assoluto è il comeback kid, il ragazzo delle rimonte. E Schulz la fa innamorare di un branco di perdenti senza speranza. La squadra di baseball capitanata da Charlie Brown, in cui tutti giocano (incluso il cane Snoopy) non vince mai, non rimonta una sola volta. La sua reazione? Chiudersi in camera, al buio e compiangersi. I Peanuts non sono americani, sono europei: quelli che hanno generato e arricchito il dottor Freud e i suoi discepoli. Eppure li adorano bambini e adulti d’America, gli stessi che rinfacciano all’Europa mollezza, indecisione, bisogno costante di comprensione e aiuto. Come dire: un continente di Linus, Charlie Brown, Woodstock. I Peanuts sono brutti (Piperita Patty), sporchi (Pigpen), cattivi (Lucy), eppure non riescono a togliersi di dosso quella carineria che induce mezzo mondo ad accarezzarli con gli occhi e a consolarli con un sorriso. Ri-pensateci bene: chi è che amiamo di più? No, non ho detto ammiriamo. Per quel verbo il complemento oggetto sono figure forti: Che Guevara, Mandela, volendo Putin, a ciascuno il suo. L’amore ricade su qualcuno di cui vediamo i limiti, questo ci rassicura e ci consente di essere solidali. I Peanuts sono i figli che non abbiamo avuto, i mali che abbiamo curato, il tempo che non è mai passato. Li amiamo come un pericolo scampato (e abbiamo imparato che nella scala delle sensazioni il sollievo è un momento di altezza vertiginosa). Anche adesso che hanno smesso di moltiplicarsi (crescere, era escluso), che diventano sempre meno presente e sempre più ricordo, non smettiamo di tenere uno spazio per loro. Diverso. Abbiamo adottato dei depressi, a distanza. IL LIBRO È in libreria The Peanuts Collection di Nat Gertler (Rizzoli-Lizard, 64 pagine, 39 euro) che raccoglie materiali rari e inediti della famiglia e del museo di Schulz: stampe, bozzetti, opuscoli (alcuni sono riprodotti in queste pagine) © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 30 OTTOBRE 2011 ■ 31 Tenero business LUCA RAFFAELLI harles Schulz chiese che non venissero più realizzate strisce dei Peanuts dopo la sua morte, avvenuta nel 2000, e questa sua volontà è stata rispettata. Alla lettera. Nel senso che se altre strisce non verranno disegnate, in compenso saranno pubblicati i romanzi a fumetti dei Peanuts. La felicità è una coperta calda, Charlie Brownè solo il primo di una serie di graphic novel, e arriverà in Italia a febbraio, edito da Bao Publishing. È realizzato dallo stesso studio (creato da Schulz e dalla moglie) che ha sempre disegnato i Peanuts ammirati sulle magliette, i bicchieri, gli orologi, i biglietti d’auguri, i teli da mare, e su altri mille oggetti. Anche nel ricordo della figlia contenuto tra le pagine di The Peanuts Collection Amy Schulz Johnson vede «una casa piena di fumetti e di una miriade di altri prodotti dei Peanuts: pupazzetti della Hungerford, cuscini, gagliardetti e non so quanti altri giocattoli». È incredibile quanto successo possano avere questi personaggi anche per chi li abbia letti solo distrattamente, o magari nemmeno quello. Non c’è bisogno di aver partecipato agli scontri con il Barone Rosso o aver assistito ai battibecchi con l’uccellino Woodstock: basta guardare Snoopy per essere sedotti da quel naso morbido con la ciliegina sopra (che tanto somiglia a un seno abbondante). È proprio lui la star del merchandising dei Peanuts: Linus con la sua coperta arriva secondo, staccato di parecchio. Poi tutti gli altri, a cominciare da quella testa tonda di Charlie Brown. Quando nel 2010 lo sfruttamento dei diritti derivati dei personaggi di Schulz sono passati dalla E. W. Scripps Company alla Iconix Brand Group (che ancora oggi li detiene, insieme alla famiglia Schulz) la cifra di vendita è stata da capogiro: 175 milioni di dollari. In Italia a occuparsi della seconda vita dei Peanuts è Oscar Massari della Bic Lisensing. Fu lui, nel 1992, quando per la prima volta Schulz venne in Italia, ad avere l’idea di chiedere a decine di stilisti famosi di tutto il mondo di vestire Snoopy e Belle (che non è la fidanzata, ma una sorella: per la precisione Snoopy ha sette tra fratelli e sorelle). L’ultimo colpo di Massari sarà annunciato ufficialmente al prossimo San Valentino: Snoopy sarà il testimonial di Venezia. Accanto al marchio della città e sopra lo slogan “Venezia da amare” ci sarà il cagnolino di Schulz, steso sul tetto della sua cuccia, a rimirare il cielo della Serenissima. Poi, naturalmente, ce lo ritroveremo su portachiavi, magliette, bicchieri eccetera eccetera. C FIGURINE Sopra e accanto, figurine dei personaggi principali; sotto, gadget di Snoopy BIGLIETTI D’AUGURI Sopra, un disegno di Charlie Brown firmato Schulz; Schroeder al piano in un biglietto d’auguri disegnato per l’attore Roy Casstevens; la copertina e alcune pagine tratte da The Peanuts Book of Pumkin Carols del ’67 © RIPRODUZIONE RISERVATA A SCUOLA Accanto, due ricercatissime lunch-box dei Peanuts: quella rossa risale al ’74 e quella gialla al ’68; sopra, una snowball natalizia; a sinistra, due pupazzetti di Piperita Patty e Sally Repubblica Nazionale DOMENICA 30 OTTOBRE 2011 LA DOMENICA ■ 32 Spettacoli By night Età: tra i 18 e i 27. Altezza: tra 1,66 e 1,73 Peso: tra 54 e 59 chili. Seni: “ben eretti” Glutei: “un 8 orizzontale” Sono solo alcune delle regole su cui da sessant’anni si basa il successo del tempio dell’eros. Ora celebrato a Parigi da libri e film che ne svelano i segreti Il ritorno del Crazy Horse Geometrie per corpi di ballo MARIO SERENELLINI I PARIGI l teorema di Pitagora è erotico? È sensuale l’otto elevato a potenza? Domande provocate dall’astrazione epidermica cui le nude ragazze del Crazy Horse costringono le loro silhouette flessuose, trasferendo la seduzione a folgoranti simmetrie geometriche. Quando un sublime nudo di donna diventa esattezza aritmetica, va esplorata la tavola pitagorica: in un triangolo retto femminile la somma del quadrato dei seni è equivalente al quadrato delle bellissime, lunghissime, levigatissime ipotenuse. Altro che compassi che misurano il globo terrestre, come se le trastullava François Truffaut: le gambe femminili del tempio parigino dell’eros sono equazioni fisiche, inflessibili logaritmi del desiderio. Da sempre, le icone by night del Crazy Horse sono cifre più che corpi: risultato di addizioni e sottrazioni immutabili da sessant’anni, da quando Alain Bernardin, il 19 maggio 1951, trasformò un oscuro scantinato di Avenue George V in un eden luminoso per rituali peccati degli occhi. Ferrei i canoni di bellezza, cui si sono attenuti, dopo il suicidio di Bernardin a 78 anni nel 1994, gli eredi e poi i nuovi proprietari dell’aureo cabaret: altezza tra un metro e 66 e un metro e 73, peso tra 54 e 59 chili, età tra i 18 e i 27 anni. Invariate ancora oggi le regole di reclutamento, cioè gli obblighi anatomici delle ballerine. Seno: contenuto tra pollice e indice della mano aperti a ‘L’. Capezzoli: «ben eretti». Glutei: solo se le due rotondità formano un «otto orizzontale» (rieccolo, elevato a potenza, cioè moltiplicato nella collettiva, ammiccante ondulazione posteriore in uno dei numeri più eterei del coreo- grafo Philippe Decouflé, che Frederick Wiseman fa scivolare nel film Crazy Horse, visto in anteprima alla Mostra di Venezia). Nel decalogo-Bernardin, anche la proibizione assoluta di correzioni chirurgiche, la pratica della danza e l’imposizione finale della frangetta alle prescelte per un posto di fila: ventinove ragazze in tutto, tredici a spettacolo, a turno. Unico artificio in questo granserraglio di replicanti naturali della bellezza, il soffitto abbassato della ribalta, in modo che ogni ragazza, apparendo più alta, svetti sulla scena. È il decisivo tocco di bacchetta in uno show dove i corpi, di calibrata omogeneità, vengono riplasmati da giochi di luce, spesso optical, che maculano le epidermidi con un festoso morbillo di pois circensi, effetti zebrati, chiazze di pantera: anatomie-macedonia, che nell’eccitazione delle metamorfosi colorate scolorano e plastificano l’eccitazione primaria, quella della carne. «Le artiste del Crazy Horse si spogliano per rivestirsi di luce», incitano i dépliant. «Non vogliamo stimolare l’occhio, ma lo spirito», era il precetto di Bernardin. Fulminea la diagnosi d’epoca di Roland Barthes in Striptease, ora in Miti d’oggi: «Lo spogliarello parigino si fonda su una contraddizione: desessualizza la donna nel momento stesso in cui la denuda». Su tale crinale il raffinato Decouflé, che aspira a «danze di forme geometriche semplici, un triangolo, un cubo», bilancia i numeri di Désirscon cui ha rilanciato il Crazy Horse, da sei anni gestito da Andrée Deissenberg, franco-americana di 42 anni, proveniente dal Cirque du Soleil. E non a caso, il grande Wiseman, cui il “Festival 2 Cinéma” a Valenciennes ha dedicato un’applaudita personale, dichiara che, degli oltre quaranta documentari, Crazy Horse (che chiuderà il 19 novembre il Festival dei Po- poli a Firenze) «è il film più astratto» da lui girato. Ad addomesticare l’eros in sei decenni d’ordinato effeuillage, han concorso, di generazione in generazione, diligenti plotoni di jeunes filles en fleur ma anche improvvisi, irresistibili zampilli di personalità “fuori fila”. A partire dalla favorita dell’Anno Uno, Miss Fortunia, come l’aveva subito ribattezzata Bernardin: «Devo a lei se ho fondato nel 1951 il Crazy Horse. Spogliandola una notte dopo un galà ho capito che il corpo femminile avrebbe fatto la mia fortuna». La leggenda vuole che, dal 1951 al 1994, più di ventimila ragazze si siano spogliate senza inibizioni davanti a lui nella speranza d’un ingaggio: lui, in quarantaquattro STRIP-TEASE Le fotografie qui sopra sono tratte dal libro di Antoine Poupel Crazy Inside (éditions Du Chêne, 224 pagine, 35 euro) pubblicato in occasione dei sessant’anni del Crazy Horse Repubblica Nazionale DOMENICA 30 OTTOBRE 2011 ■ 33 PROTAGONISTI In alto da sinistra, Alain Bernardin, fondatore del Crazy Horse; Miss Fortunia; Candida Miss; Aristotele Onassis al Crazy Horse nel giugno 1971; Salvador Dalì il 9 dicembre 1964; il matrimonio di Alain Bernardin con Lova Moor nel giugno 1985; Catherine Deneuve e Marcello Mastroianni escono dal Crazy Horse nel novembre 1972 anni, ne ha assunte solo duecentotrenta, tutte etichettate — altro suo vezzo — dai nomi più improbabili: Kiki Tam Tam, Melodie Frou Frou, Opaline Bee Bee, Dorothy Pantheon, Jessica Rubicon, Sofia Palladium, Pamela Boomboom, Trucula Bonbon... Da quell’ammasso onomastico, è guizzata ogni decennio una stella cometa. Negli anni Cinquanta, oltre a Miss Fortunia (nel numero della pulce di Max Revolt), Candida Miss, che portò letteralmente in finale al Roland Garros, al volante d’una Buick bianca decappottabile, Nicola Pietrangeli: «Mi aveva ospitato in una villa sulla Senna: era una bionda mozzafiato, si esibiva ogni sera in un hollywoodiano bagno di mezzanotte — è l’amarcord dell’antico numero uno del tennis, vincitore di due tornei di fila, nel 1959 e nel 1960 — Dopo la vittoria la folla impazzì vedendomi andar via a bordo della Buick, con la donna più bella di Parigi». Negli anni Sessanta, inaugurati da Victoria Nankin (con la novità della grafica luminosa proiettata sul corpo nudo), un’altra figlia d’arte del Crazy, Rita Cadillac — prediletta, per il nome, dai texani — s’esibisce in duo con Rita Renoir o Dodo d’Hambourg: pom pom sui capezzoli, interminabili gambe dell’Est europeo, polacca (suo vero nome: Nicole Yasterbelsky), è passata di grado, e alla storia, per aver provocato l’infarto, al cader dell’ultimo laccio, a un petroliere arabo. Lova Moor, (con Prima Simphony e il suo strip sull’onda di Déshabillez-moidella Gréco) diciotto anni da La Rochelle, viene accudita da Bernardin che le fa studiare canto, danza, recitazione e poi la sposa: tra i Vip che la vezzeggiano, Tony Curtis, Liza Minnelli che, imbottita di whisky, sale sul palco «per insegnarle a ballare», Alain Delon, con cui ha una travolgente love story, Federico Fellini che ogni volta le promette di fare un film con lei. SUL PALCO A sinistra, Arielle Dombasle che balla al Crazy Horse Accanto, Lova Moor e Rosa Fumetto reginette degli anni Settanta Quel palco mi insegnò che la seduzione è nella mente ROSA FUMETTO o esordito al Crazy Horse a ventun anni, nel 1968: epoca in cui a Parigi il nudo era dappertutto. Il Crazy gli ha dato un colpo di coda, la giusta pennellata: ha saputo cavalcare un momento di cambiamento, quello dell’emancipazione femminile. Di cui sono stata, nel mio piccolo, un emblema. Ero del tutto fuori canone, rispetto ai criteri correnti di bellezza superlativa. Piccolina, caschetto nero, niente unghie lunghe: mi chiamavano “Mowgli della Giungla”. Per dieci anni ho messo in scena una bambola. Ritrosa, come io sono: non posso dire pudica, data la mia specialità. Lontana dalla frivola avvenenza che esonera da fantasie il maschio (specie quello italiano), corrispondevo in pieno alla “filosofia” del patron Alain Bernardin: H la seduzione intesa come esercizio intellettuale, il nudo come stile mentale, che non s’accontenta delle curve ma le iscrive in un modo di vederle e metterle in scena. Al Crazy non c’era uno standard di donna. Bernardin lasciava che ognuna di noi fosse se stessa. In quel microcosmo di femminilità diverse ognuna usciva vincente: provava il piacere di essere donna. Meglio che femminista. Ripensandoci, ho avuto culo. Anzi, ho il culo che mi merito: in sintonia con schiena ritta e bella tenuta fisica, tipiche d’uno spirito dominante, d’un temperamento deciso. Avete mai visto una donna senza carattere dotata d’un bel posteriore? © RIPRODUZIONE RISERVATA Rosa Fumetto (Patrizia Novarini, torinese), che poi avrà una discreta carriera d’attrice e d’intrattenitrice tv in Italia, deve il suo spicchio di fama all’aria sbarazzina di monello nel numero dello scugnizzo che esce dal Vesuvio. Ma ha avuto il suo ruolo anche un posteriore da favola, come lei stessa ironizza: «Lui mi ha sempre preceduto. E che difficoltà stargli dietro...». Sempre più corale, punteggiato di tableaux vivants e azioni sincronizzate, lo show del Crazy riserva ormai i blitz individuali a guest stars che dal Duemila fanno la coda, da Arielle Dombasle, la deliziosa musa di Rohmer, a Dita Von Teese, “ex” della cupa rockstar Marilyn Manson, a Pamela Anderson (strip-tease in omaggio a BB, a cavalcioni d’una moto, sulle note di Harley Davidsondi Gainsbourg) o Clotilde Coureau in Savoia, immolata a malizie canore. Siparietti divistici, che non fan che ribadire lo spirito collegiale del nudo anonimato del Crazy, omologato dall’uniforme del caso, il glorioso triangolino, di cui Bernardin aveva fissato colore, tessuto e misure (isoscele, nero, 12 centimetri), celebrato qua e là nei due volumi — fotografico e di vignette — per i sessant’anni: quel «triangolo ultimo», scriveva Barthes, che «per la forma pura e geometrica sbarra il sesso come una spada di purezza e respinge definitivamente la donna in un universo minerale». Una bandierina di geometria piana applicata a una figura di geometria solida. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 30 OTTOBRE 2011 LA DOMENICA ■ 34 Next Visto, si posti All’inizio furono i blog, poi divenne citizen journalism, ora si chiama “pro-am”: professionisti e amatori che lavorano insieme su fatti, notizie e inchieste All’impegno di reporter fai-da-te si è aggiunta la qualità. Ecco come è scoppiata la pace tra la Rete e le redazioni RICCARDO LUNA a guerrafra giornalisti e blogger è finita. Non è stato firmato nessun trattato di pace, non è stato necessario. È successo questo piuttosto. Intanto, i giornalisti sono scesi dal piedistallo (anche perché Internet il piedistallo lo aveva demolito): a volte bloggano, sempre più spesso stanno sui social media non solo per dare notizie ma per dialogare con i lettori da pari a pari. Sull’altra sponda i diari privati hanno lasciato i blog per traslocare su Facebook, mentre alcuni blogger hanno creato veri giornali online e molti cittadini prendono volontariamente parte al processo delle notizie postando foto, video e testi. Questa cosa nuova si chiama pro-am journalism e questo è forse il modo migliore di produrre informazione di qualità al tempo di Internet. Lo si è visto durante la primavera araba, quando la più efficace fonte di informazione è stato un dipendente del network radiofonico americano Npr. Si chiama Andy Carvin, ha quarant’anni e il suo account Twitter è considerato «il migliore del mondo» dalla Scuola di giornalismo della Columbia University. Carvin non si limita a mandare messaggi (anche se il giorno della liberazione di Tripoli, lo scorso 21 agosto, ne ha inviati più di ottocento): usa Twitter come piattaforma per cercare notizie in tempo reale dai vari fronti ingaggiando un furioso controllo della verità via tweet in un dialogo continuo con il resto del mondo. Un professionista e migliaia di volontari. Il modello è lui. Jay Rosen, che ha coniato l’espressione pro-am journalism, tutto questo lo aveva previsto sei anni fa. Docente di giornalismo alla New York University, a una conferenza a Cambridge lesse una relazione che si intitolava proprio “It’s over, la guerra è finita”. Dirlo allora era difficile. Erano i tempi in cui Ben Bradlee, il leggendario direttore del Washington Post dello scandalo Watergate, poteva liquidare con una feroce battuta il fenomeno del citizen journalism, ovvero l’informazione fornita ogni giorno da migliaia di volontari in Rete: «Se hai un attacco di cuore chiami un chirurgo, non vai da un citizen-chirurgo». Ma a sgretolare questa contrapposizione, secondo Rosen, era bastata una frase nel reportage dell’inviato del New York TimesJohn Schwartz dalla scena del terribile tsunami che ave- L Info 2.0 È la nuova stampa, bellezza va colpito l’Asia meridionale nel Natale 2004: «Per una cronaca migliore dalla zona del disastro è difficile fare meglio dei blog». Big Bang. Fu il primo, grande successo del citizen journalism, la scoperta che a volte un lettore di un giornale può fare meglio di un giornalista professionista se testimone oculare di un fatto. Già nel 1999 Dan Gillmor aveva sintetizzato il fenomeno con una massima affidata al San José Mercury Newse diventata poi un mantra per la blogosfera: «My readers know more than I do, i miei lettori ne sanno più di me». Mai un giornalista aveva avuto il coraggio di dirlo. Ma la convinzione che l’informazione di qualità potesse fare a meno dei giornalisti crollò, secondo Rosen, in seguito a un altro tipo di tsunami, la crisi finanziaria del 2008. «Tra i lettori dei quotidiani ce n’erano abbastanza che per esperienza diretta sapevano del problema dei mutui immobiliari, quella storia poteva essere scritta prima che lo scandalo esplodesse. Ma non è stato fatto». Perché? Perché giornalisti e cittadini non hanno collaborato. Dice sempre Rosen: «I giornalisti non sono abituati ad ascoltare, i blogger non sono preparati a dare un’informazione di qualità. Per questo abbiamo bisogno che lavorino assieme». È quello che sta accadendo. Il caso più eclatante è forse quello dell’Huffington Post. Per seguire le elezioni è stata realizzata una piattaforma per ospitare i reportage dei cittadini: si chiama Offthebus, giù dall’autobus e fa il verso a un libro del 1973 che raccontava il dorato mondo dei giornalisti che seguivano i candidati dal bus ufficiale. Analogamente la Cnn ha creato iReport, una piattaforma dove chiunque può aggiungere contenuti: quelli migliori e vagliati dalla redazione finiscono sul sito ufficiale. La collaborazione però prevede uno scarto ulteriore come quello che fece il Guardiannel 2009 quando chiese ai suoi lettori di esaminare le mi- BLOG IN ITALIA 15mila 10mila post al giorno FONTE: LIQUIDA RILEVAZIONE ULTIMI 30 GIORNI ESCLUSI BLOG PERSONALI WEB TV IN ITALIA 533 nazionali 815 iperlocali FONTE: ALTRATV gliaia di note spese dello scandalo dei parlamentari inglesi. Fu un successo e alcuni lo chiamarono “giornalismo diffuso”. Questo modello adesso arriva in Italia dove il citizen journalism vive una stagione florida. Secondo Liquida, che ne fa un monitoraggio continuo, i blog che fanno informazione sono circa 15mila. A questi vanno aggiunte oltre 500 micro web tv che fanno controinformazione locale e che trasmettono “a web unificato” in occasione di grandi eventi. Il caso di maggior successo è Agoravox: nato in Francia nel 2005 da un’idea dell’italiano Carlo Re- velli, ha oltre centomila citizen reporter e vanta alcuni scoop come la prima intervista a Julian Assange. Da Parigi, dove hanno il quartiere generale, il direttore Francesco Piccinini dice: «Ci sono giornalisti che meritano tutta la nostra stima. Collaboriamo affinché i fatti tornino ad essere la notizia». E la collaborazione è partita. Luca De Biase è un solido cronista dell’innovazione. Ora guida la Fondazione Ahref e ha da poco lanciato una piattaforma per il giornalismo di qualità. «Abbiamo parlato per anni di contrapposizione fra giornalisti e Rete, ma non ha più senso. Mettiamoci d’accordo sul metodo: accuratezza, imparzialità, indipendenza e legalità. E collaboriamo». Non a caso la piattaforma si chiama Timu, che in swahili vuol dire «facciamo squadra». È partita con un’inchiesta collettiva sulla dispersione scolastica promossa dalla Fondazione per il Sud. E ora ha in corso una gara per indicare quali devono essere i prossimi muri da abbattere. Ma gli obiettivi sono molto più ambiziosi: «Produrre collettivamente le migliori inchieste civiche». Un giornalista guida e gli altri lo aiutano. Sì la guerra è proprio finita. Bloggate in pace. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 30 OTTOBRE 2011 ■ 35 NEL MONDO Offthebus Globalvoices Spot.Us Storify ProPublica Progetto dell’Huffington Post: le elezioni americane raccontate con i report dei lettori. Lanciato nel 2007 ora ha 93 milioni di visitatori unici al mese Una rete di oltre 500 blogger che informano, traducono e sostengono i citizen media e i blog di tutto il mondo Creata da Rebecca Mac Kinnon e Ethan Zuckerman Più di dodicimila contributor per il progetto open source di giornalismo partecipativo in cui è possibile, oltre che inviare servizi, anche commissionarli ad altri La piattaforma di Burt Herman, ex reporter dell’Ap. Le persone possono raccogliere e selezionare le informazioni pubblicate dai media sociali Vincitrice di due Pulitzer, è una delle voci più importanti del giornalismo americano. Totalmente online, chiede l’aiuto dei lettori per le inchieste Ahref Agoravox Fondazione lanciata da Luca De Biase per promuovere la qualità del giornalismo al tempo di Internet. Timu è la sua piattaforma aperta Nasce in Francia nel 2005 da una idea di Carlo Revelli e oggi con oltre centomila reporter volontari è la principale piattaforma di citizen journalism in Europa Altratv Dirittodicritica Giornalettismo Network di oltre cinquecento microweb tv nato nel 2004 per iniziativa di Giampaolo Colletti. Oltre alle inchieste, trasmette eventi a “rete unificata” Nato nel 2009 da un’idea di Diego Tomasoni, è un giornale online con un’alta condivisione in Rete degli articoli che pubblica Fondato nel 2008 si definisce “quotidiano responsabile” Riceve il 50 per cento del traffico da Facebook e ha la più alta media di share per post: 187 11% 15% Intrattenimento Sport 56% 10% 8% Attualità BLOG PER TEMI Tecnologia IN ITALIA Altro ‘‘ Alta qualità Con Pro-am intendo una forma ibrida in cui giornalisti professionisti e lettori lavorano insieme a prodotti editoriali di alta qualità Penso che più persone della stampa saranno coinvolte, più forte sarà l’impatto JAY ROSEN Docente di Giornalismo alla New York University e fondatore del blog Pressthink GLOSSARIO Citizen journalism Blog Tweet Pro-am journalism Uge Micro web Informazione prodotta dai cittadini e distribuita in rete (non va confuso con il civic journalism che è il giornalismo a sfondo sociale fatto da professionisti) Un sito internet (o parte di un sito internet), aggiornato con notizie, commenti, video o foto. Nel mondo ce ne sono 160 milioni: soltanto una parte di questi fa informazione Servizio di microblogging di Twitter dallo spazio massimo di 140 caratteri In un tweet si può scrivere di tutto Ma è sempre più usato per fare informazione e report istantanei Tipo di informazione che nasce dalla collaborazione fra alcuni giornalisti professionisti e i lettori che volontariamente contribuiscono (amateur) Acronimo di user generated content, ovvero contenuti generati dagli utenti Internet ne è pieno, ma soltanto in qualche caso hanno a che fare con l’informazione Rispetto alle web tv più affermate, quelle micro sono spesso imprese a bassissimo costo e con pochi mezzi per fare informazione dal basso su una data realtà Repubblica Nazionale DOMENICA 30 OTTOBRE 2011 LA DOMENICA ■ 36 I sapori Il posto migliore in cui gustare il migliore dei piatti regionali. Dalla Sicilia alla Valle d’Aosta ecco i consigli Fatti in casa targati Slow Food per un viaggio dentro il Belpaese reale Valle d’Aosta Piemonte Liguria POLENTA CONCIA Mais, burro e formaggio (Fontina), trittico alimentare montano tradotto in ricetta che nutre e riscalda. Versione golosa con gratinatura e lardo d’Arnad TAJARIN Per impastare i tagliolini di pasta fresca della tradizione langarola si possono utilizzare fino a trenta tuorli per chilo di farina. Sugo d’arrosto o burro fuso e tartufo STOCCAFISSO BRANDACUJON La tradizione di pesce e patate nella versione provenzale prevede che la pentola, avvolta in un asciugamano, sia ruotata e scossa durante la cottura Vetan Frazione Vetan Dessous 77 Saint-Pierre (Ao) Tel. 0165-908830 Aperto venerdì, sabato e dom. Menù da 27 euro La Torre Via Garibaldi 13 Cherasco (Cn) Tel. 0172-488458 Chiuso lunedì Menù da 30 euro Magiargè Piazza Viale 1 Bordighera (Im) Tel. 0184-262946 Chiuso lunedì e martedì Menù da 35 euro Osteria Italia Toscana PEPOSO ALLA FORNACINA Creato dai fornacini che lavoravano alla costruzione del Duomo di Firenze è carne povera a pezzi spolverata di pepe, con aglio, cotta in coccio, coperta di Chianti Mangiando Mangiando Piazza Matteotti 80 Greve in Chianti (Fi) Tel. 055-8546372 Chiuso lunedì Menù da 35 euro Quei nuovi locali di una volta LICIA GRANELLO vando i sapori. Così, grazie agli osti illuminati e a quelli di nuova generazione, le cotture sotto vuoto o il passaggio in sifone si sono diffuse anche nei locali più semplici, accanto al pane impastato con farine macinate a pietra e alle paste ripiene fatte a mano. Marco Bolasco, direttore editoriale e nuovo curatore insieme a Eugenio Signoroni, ha scelto di alzare l’asticella della qualità, chiedendo agli osti di identificare ancora meglio le materie prime, fattore decisivo per l’assegnazione delle 225 chiocciole, che emergono tra i 1.700 locali recensiti. Posti dove, a fronte di una spesa di 35 euro per antipasto, primo e secondo, il plusvalore non sta in piatti complessi, nella tovaglia di tela di Fiandra o nei consigli del sommelier, quanto nell’insalata russa con uova e verdure biologiche, nella sodezza della coscia di un pollo allevato libero, nell’offerta di formaggi lavorati con latte crudo. Risultato: uno straordinario circolo gastro-virtuoso, protagonisti gli osti e i piccoli artigiani, finalmente tranquilli perché il loro prodotto viene acquistato con continuità e “riconosciuto” nel prezzo (magari con la citazione in menù). Nella guida, i produttori meritevoli di una deviazione dopo la sosta in osteria sono segnalati in calce alle schede. Prendete nota e portatevi appresso la borsafrigo. Al ritorno, gli amici faranno la coda per assaggiare le piadine con lo squacquerone e i turcineddi d’agnello. © RIPRODUZIONE RISERVATA Umbria Abruzzo Molise Sardegna Sicilia LECCARDA Il contenitore di coccio posizionato sotto spiedi e griglie raccoglie il grasso con cui pennellare le carni di faraone, colombacci e altra selvaggina PECORA ALLA CALLARA Il piatto consumato dai pastori negli spostamenti con i greggi è uno spezzatino cotto a lungo in un paiolo di rame, il cui nome battezza la ricetta PIZZ’E MINESTRA Il tradizionale pane contadino, fatto con una pastella di mais e acqua calda allargata e cotta, viene spezzato e schiacciato con verdure rosolate e carne BURRIDA Terrina di pescato povero (gattuccio) con strati di pesce alternati a una salsa fatta col suo fegato rosolato nella cipolla, insieme a noci, aglio e aceto PASTA CON LE SARDE “Veste” bene formati anche molto diversi — lasagnette, bucatini, caserecce — il sugo con finocchietto selvatico, pinoli, uvetta, pangrattato e zafferano Da Sara Strada Calvese 55 Narni (Tr) Tel. 0744-796138 Chiuso mercoledì Menù da 25 euro Taverna 58 Corso Manthonè 46 Pescara Tel. 085-690724 Chiuso sab. a pranzo e dom. Menù da 35 euro La Grotta di Concetta Via Larino 9 Campobasso Tel. 0874-311378 Chiuso sabato e domenica Menù da 25 euro Sa Piola della Vecchia Trattoria Vico Santa Margherita 3 Cagliari Tel. 070-666714 Sempre aperto Menù da 35 euro Don Ciccio Via del Cavaliere 87 Bagheria (Pa) Tel. 091-932442 Chiuso mercoledì Menù da 25 euro Repubblica Nazionale ILLUSTRAZIONE DI CARLO STANGA M etti una sera a cena. Ma anche un pranzo, o una di quelle merende che cominciano a metà pomeriggio e non finiscono più, complici la giornata uggiosa, una sosta fuori programma, un amico ritrovato. Senza dover passare a casa a cambiarsi, né prepararsi psicologicamente al caleidoscopio gustativo dei ristoranti d’autore. Nell’immaginario collettivo, mangiare in osteria è tutto questo e molto altro: cibo che conforta e ambiente amichevole, buone bottiglie e prezzi accessibili. Non è un caso che la guida delle osterie firmata da Slow Food sia apprezzata in maniera trasversale, senza distinzioni di censo né età. Nelle sue pagine ognuno può trovare il proprio pezzetto di felicità gastronomica, lontano dalle diatribe fra tradizionalisti e innovatori, amanti dell’esotico ed esegeti del risotto del Carnacina, cultori del classico e appassionati di gastronomia molecolare. Certo, non sono più le osterie di una volta, almeno negli aspetti deteriori, legati a certe cucine dalla pulizia non proprio specchiata, ai vini in caraffa da bruciori di stomaco assicurati, ai conti scritti su un pezzo di carta. In compenso, quelle che un tempo erano scelte obbligate — i polli in arrivo dalla cascina dello zio, i salami fatti in casa, le insalate coltivate nell’orto sul retro — sono diventati passi consapevoli verso una cultura del cibo attenta ad ambiente, salute e microeconomie locali. Buono, pulito e giusto, dicono quelli di Slow Food. Anche moderno, se la modernità consente di ridurre zuccheri e grassi e alleggerire le ricette preser- DOMENICA 30 OTTOBRE 2011 ■ 37 Accanto alla tradizione si sta diffondendo una cucina attenta alle calorie. Che ripensa ricette e idee attingendo a piene mani dal patrimonio di artigiani e agricoltori Lombardia Trentino Veneto Friuli Emilia Romagna TRIPPA Viene dal tedesco butze, viscere, la parola busecca, che identifica il piatto contadino lombardo di Natale, cucinato al pomodoro, in umido, al formaggio o in brodo CANEDERLI I piccoli “nodi” tirolesi (knödel) sono palline di pane secco ammollate nel latte, impasto con uova, farina, pancetta Cottura nel brodo o in acqua SAOR L’agrodolce veneziano firma la ricetta a base di sarde, pulite, infarinate e fritte, disposte a strati con le cipolle, sudate in olio e spente con l’aceto FRICO Due versioni: patate grattugiate cotte nella cipolla rosolata, poi formaggio latteria a pezzetti Oppure, latteria grattugiato in padella fino a farlo croccante CAPPELLETTI Elastica e sottile, la sfoglia da riempire con formaggio fresco, uova, parmigiano e noce moscata Carne secondo le zone In brodo o asciutti col ragù La Dispensa Pani e Vini Via Principe Umberto 23 Torbiato (Bs) Tel. 030-7450757 Chiuso lunedì Menù da 35 euro Maso Cantaghel Via della Madonnina 33 Civezzano (Tn) Tel. 0461-858714 Chiuso sabato e domenica Menù da 35 euro Da Conte Via Caltana 133 Mira (Ve) Tel. 041-479571 Chiuso domenica e lunedì Menù da 35 euro Ai Cacciatori Via Pradamano 22 Remanzacco (Ud) Tel. 0432-670132 Chiuso lunedì Menù da 20 euro Al Gambero Rosso Via Verdi 5 Bagno di Romagna (CF) Tel. 0543-903405 Chiuso dom. sera, lun. e martedì Menù da 35 euro Marche Sulla strada BRODETTO DI PESCE Da Fano a S. Benedetto del Tronto 13 varietà di pesce dell’Adriatico diversamente assemblate, con verdure, aceto, vino bianco, passata di pomodoro Il nostro territorio la nostra ricchezza Da Maria Via IV Novembre 86 Fano (PU) Tel. 0721-808962 Chiuso domenica Menù da 35 euro CARLO PETRINI P Lazio GRICIA Nata a Grisciano, la versione bianca dell’amatriciana parte dal guanciale in listarelle messo in aderente con poco olio Poi pepe e pecorino grattugiato Palatium Via Frattina 94 Roma Tel. 06-69202132 Chiuso domenica Menù da 35 euro Campania ALICI IN TORTIERA Pesci spinati in una teglia unta d’olio (a scelta, sopra rondelle di patate bollite). Prezzemolo e pangrattato, poi il secondo strato. Olio e limone, in forno 20’ iùdi vent’anni fa ci siamo interrogati sull’identità dell’osteria, del modello di cucina tradizionale italiana che tutti snobbavano e che rischiavamo di perdere. Così è nata la guida Osterie d’Italia, che ha contribuito a salvare un patrimonio inestimabile, a quei tempi messo crisi da banali pennette alla vodka e dall’avvento dell’hamburger. Vent’anni dopo, convinti che il nostro lavoro abbia portato buoni frutti, ci siamo fermati un momento a pensare come questo modello di osteria si fosse evoluto, insieme alle abitudini e allo stile di vita. Oggi in Italia molti giovani sono tornati a fare il mestiere dei padri, un po’ come è avvenuto nel mondo del vino, e l’osteria italiana — custode di quella ricchezza inestimabile che è la cucina regionale italiana — non è più il luogo in cui si mangiano solo porzioni abbondanti di cibo fumante. Il rinato orgoglio per la tradizione si è trasformato in un meccanismo virtuoso di relazione tra ristorante e contesto, fra uomini e territorio. Accanto alla tradizione rigorosa si sta sempre più diffondendo infatti una nuova cucina di territorio, moderna e attenta all’identità locale, che attinge a piene mani da artigiani e agricoltori di prossimità e ripensa piatti e idee con sensibilità nuove. Per questo, nell’edizione 2012 di Osterie d’Italia, abbiamo voluto dare spazio a una riflessione più esplicita sulle materie prime perché, come un vino nasce dalla terra, la qualità di un grande piatto è strettamente connessa alle origini dei suoi ingredienti. Lo abbiamo fatto raccontando di più e meglio i prodotti, e non solo quelli ricercati e preziosi ma anche i più semplici ortaggi. Perché le economie che sono fiorite intorno alla figura dell’oste moderno stanno dando grandi frutti, in Italia come altrove, ed è sufficiente guardare ai nuovi bistrot parigini — economici ma generosissimi nella sostanza dei contenuti — per comprendere il successo di un settore che sta facendo ombra persino ai grandi ristoranti d’élite. © RIPRODUZIONE RISERVATA Al Convento Piazza San Francesco 16 Cetara (Sa) Tel. 089-261039 Chiuso mercoledì Menù da 35 euro Calabria Basilicata Puglia STOCCO Il merluzzo artico essiccato è un caposaldo regionale, sotto forma di antipasto (carpaccio, tartara), ragù per la pasta, tra i secondi, in umido o impanato CAVATELLI CON PEPERONI Pasta artigianale cotta al dente, condita con briciole di mollica rosolata in olio profumato con aglio e peperoni cruschi (essiccati e fritti) sbriciolati ’NCAPRIATA Ammollare le fave secche, privarle della buccia scura, lessarle, salarle e girarle con olio per farne un purè, da servire con cicoria sbollentata La Mamma Via San Giuseppe 33 Cittanova (RC) Tel. 0966-660147 Chiuso martedì Menù da 25 euro Lucaniere Via Santo Stefano 61 Matera Tel. 0835-332133 Chiuso lunedì Menù da 30 euro Falsopepe Via Santi li Medici 42 Massafra (Ta) Tel. 099-8804687 Chiuso mercoledì e dom. sera Menù da 25 euro Repubblica Nazionale DOMENICA 30 OTTOBRE 2011 LA DOMENICA ■ 38 L’incontro Prodigi È stufa di essere paragonata a Lang Lang solo perché come lui è giovane, geniale, cinese e pianista. Chiamata “dita volanti”, vive a New York e a ogni nuova tournée (a novembre sarà a Roma) fa parlare di sé non solo per come esegue Chopin, ma anche per il suo look: “Non voglio apparire troppo seria. Lavoro duro, otto ore al giorno, ma in fondo sono ancora una ragazza” Yuja Wang elicità è un pretzel caldo comprato al chiosco sull’angolo entrando in Central Park e mangiato sull’erba, gli auricolari ben calzati in testa. Vista per le strade di New York Yuja Wang è una giovane donna asiatica in jeans e sneaker uguale a mille altre. «Sto per prendere un cane — racconta — anche se sarà piccolino perché viaggio troppo spesso. Studio otto ore al giorno, ma quando ho finito, ho finito, vado al parco e poi raggiungo i miei amici per una serata insieme. Non penso che essere un’artista significhi vivere fuori dal mondo o passare una vita di sacrifici. Si lavora duro, ma è una fortuna, non una disgrazia». Troppo semplice? Si direbbe di sì, per la pianista forse più talentuosa della sua generazione, una che a ventidue anni ha sostituto Martha Argerich suonando con l’Orchestra sinfonica di Boston e ha riscosso il favore e gli applausi di un pubblico difficilissimo e oggi, a ventiquattro, è stata ingaggiata da Deutsche Grammophon con un favoloso contratto a prova di tradimento (del resto è lei che ha rimpiazzato Lang Lang, fuggito verso la Sony per tre milioni di dollari). Il legame con Deutsche ha già fruttato incisioni ammiccanti ma non prive di interesse, come Transformation, musiche di Stravinsky, Scarlatti, Brahms e Ravel legati tra loro da un sottile filo ispirato al concetto buddista di cambiamento. Il fatto è che Yuja non si lascia impressionare. «Gli artisti cinesi hanno ‘‘ Inoltre, oggi, niente è lontano per noi: posso andare a suonare con l’orchestra di Pechino e tornare a fare concerti negli Stati Uniti pochi giorni dopo». Yuja non ha avuto una “mamma tigre”: «Mia madre ballava e suonava, anche se non poteva farlo sempre, è stata la mia prima insegnante. Mi ha aiutata e protetta dal rischio di sentirmi un “fenomeno”, mi ha incoraggiata anche quando si è trattato di partire, e non era una scelta facile». Ma è troppo presto per pensare a una famiglia sua, e perfino a un fidanzato stabile, benché il suo nome sia stato a volte associato a quello di un altro giovane artista, il coetaneo francese e assai vezzeggiato dai critici, Lionel Bringuier, direttore d’orchestra. «Bambini miei?». Yuja trasecola: «Forse tra dieci anni». A ogni nuova tournée, Wang fa parlare di sé (anche) per l’aspetto, decisa com’è a farla finita con l’immagine della pianista in abito lungo, possibilmen- Amo Lady GaGa, ascolto ogni tipo di musica La divido solo in due categorie: quella che mi piace e quella che non mi piace FOTO RAINER JENSEN/DPA/CORBIS F NEW YORK vissuto momenti terribili, durante la rivoluzione culturale i pianoforti venivano fatti a pezzi e ci sono state molte storie di suicidio. Una tragedia, dieci anni di buio nei quali non era possibile eseguire, o anche solo studiare, la musica occidentale. Ma questo ha avvantaggiato la mia generazione: i nostri padri volevano che potessimo avere tutto ciò che a loro era stato negato». Quando entra in una sala per provare, Wang raggiunge il pianoforte in quattro passi, si sfila il giubbotto e lo appallottola sotto lo sgabello. Un istante dopo, tutti capiscono il senso del soprannome “dita volanti” affibbiatole da un critico che aveva visto i film di Ang Lee («Sembra che la signorina Wang abbia non due, ma quattro o sei mani»). Il Terzo concerto in re minore opera 30 di Rachmaninov, il temibile Rach 3 capace di far impazzire un musicista, è il suo pezzo forte: «Il momento che preferisco è quando arrivo sulla scena per suonarlo, mi siedo, la melodia comincia. È talmente intenso, talmente russo… due pagine di partitura da fare in un tratto». E si vede, perché sotto le sue dita il pianoforte non suona ma sembra quasi fischiettare, e perfino la Patetica di Ciaikovskij si rianima di vita nuova. Yuja Wang non è alta, non possiede grandi mani, non è maniaca del conteggio delle calorie e si limita a quel minimo di nuoto e di fitness indispensabili a un pianista. Peggio: a prove finite si nasconde in un corridoio e sussurra: «Qualcuno ha una sigaretta? Ne vorrei una prima che arrivasse mio padre…». La trova, la fuma, un po’ meno velocemente di come suona, la spegne e il padre arriva: percussionista, jazzista, e ora manager della figlia-prodigio, con l’illusione di poter controllare il talento che ha contribuito a costruire. «Quando ho cominciato a studiare, a sei anni, a Pechino, era ormai possibile farlo e avere dei buoni insegnanti. Solo più tardi, a quattordici, mi sono trasferita in Canada, e dopo a Filadelfia, dove ho preso il diploma e in seguito la mia famiglia mi ha raggiunto» racconta. Problemi di integrazione? «Non mi pare proprio. Per me è stato davvero un “nuovo mondo”. Gli amici, americani o di origine cinese, non mi sono mai mancati. E non mi stupisce che molti miei connazionali stiano facendo brillanti carriere artistiche, musicali, in giro per il mondo. È l’abitudine a lavorare duramente senza lamentarsi, tenendo la mente e le orecchie bene aperte. te nero o tutt’al più pastello. Qui c’è un’altra stoffa, anzi, molte altre: dal famigerato viola al rosso fuoco, dal blu elettrico ai tacchi incrostati di strass, senza farsi mancare borchie o anelli a reggere una bretella asimmetrica. C’è un divertimento da ragazza, in queste scelte, ma, soprattutto, lucidità. «Qualche stilista comincia a offrirsi di disegnare i miei vestiti, ma preferisco scegliere liberamente. È una parte del business che sta intorno al mio lavoro, un aspetto dello spettacolo, è normale». Intanto però l’inusitata lunghezza dell’abitino rosso indossato di recente aTorino, e che risaliva pericolosamente lungo le gambe tornite, ha fatto molto parlare di sé. Wang è stufa dei paragoni con Lang Lang, un artista che in comune con lei ha soltanto la velocità e le origini, e tutt’al più l’uso di YouTube per comunicare. Ma sa che non può sottrarsi e, comunque, il disamore tra i due è ormai realtà: «Non posso dire di conoscerlo davvero, l’ho incontrato soltanto due volte, è certamente una persona affascinante ma siamo molto diversi, a me non interessa il teatro. E poi un pianoforte può anche bisbigliare». E cioè: non mi interessa scuotermi e contorcermi sulla tastiera se non è strettamente necessario, non mi interessa farmi fotografare in strane pose a fine concerto. Io suono, firmo gli autografi e me ne vado». Qualcuno dice che la “pulce cinese” non è ancora pronta per misurarsi con autori come Schubert o Chopin. Può darsi. Di certo lei ha le idee molto chiare sulle prossime tappe, benché la “macchina” da cento concerti all’anno sembrerebbe non favorire studio e concentrazione. «Vorrei studiare Pierre Boulez, ma dovrei fermarmi, ci vuole molto tempo. Lo farò. E prima o poi voglio suonare anche le opere per pianoforte di Gyorgy Ligeti». Le preferenze artistiche di Yuja, del resto, sono raffinate e diplomatiche: «L’italiano che preferisco? Arturo Benedetti Michelangeli. Poi Puccini. Ho inciso un disco col maestro Claudio Abbado». Non si lascia imprigionare nel cliché della giovane artista che conduce una vita di tormento: «Spero proprio di non essere troppo seria, sono una ragazza! Quando vado in Cina mi trasformo completamente ma la verità è che io mi sento americana, la mia vita è qui. Oggi la Cina è certamente un Paese più libero di prima, ma non è il mio. Con tutte le conseguenze, compresa un’alimenta- zione non proprio salutista: qui a New York non faccio che passare da un ristorante italiano a un altro, mi piace il cibo di strada, tenere Lady GaGa nelle orecchie, ascoltare musica di tutti i tipi dividendo solo tra quella che mi piace e quella che non mi piace, senza barriere. Frequento amici vecchi e nuovi, pochi sono musicisti, in compenso nel weekend giriamo molti locali per sentire giovani che suonano, jazz e altro. Il mio tempo libero è libero, e mi piace conservarlo, almeno quando sono a casa». Grazie anche a genitori liberali: «Sono venuta qui da sola, quando i miei mi hanno raggiunta non avevo più l’età di una bambina. Sì, è vero, papà vorrebbe che non fumassi, ma non lo dice per spiegarmi come vivere, soltanto perché ritiene che non sia bene per un pianista… certamente ha ragione. Smetterò. Prima o poi». È questa libertà un po’ fanciullesca che consente a Wang di conquistare un pubblico nuovo e, forse, ne farà una protagonista della lotta per la sopravvivenza di un genere di musica del quale è stata più volte profetizzata l’estinzione. Alla Roque d’Antheron, proprio come fece Rachmaninov alla sua prima esecuzione newyorchese, nel 1909, non ha concesso neppure un bis. A Torino ne ha fatti tre, uno più travolgente dell’altro. Per questo vale la pena di ascoltarla: in novembre sarà per tre concerti a Roma, a Santa Cecilia, poi nella primavera 2012 a Milano e Genova. Sembra improbabile che la ragazza col pretzel possa trasformarsi in un’artista tormentata e tormentosa, ma non si sa mai. © RIPRODUZIONE RISERVATA ‘‘ VERA SCHIAVAZZI Repubblica Nazionale