ze tra la parlata delle varie zone e quali
sfumature marcate abbia assunto l’italiano regionale. A volte adoperare una parola è veramente uno sbaglio, spesso è
semplicemente segno di appartenenza ad
una certa area. Bisogna riconoscere in
ogni caso che gli elvetismi hanno sempre
avuto vita difficile nelle altre lingue, sicuramente piú di altri termini stranieri,
come fa notare argutaDuello rusticano fra figure retoriche e termini particolari nel linguaggio di montagna ticinese mente lo scrittore svizzero tedesco Hugo LoeD I FA B R I Z I O OT TAV I A N I
scher (1): come succede a lui con il tedesco, anche in italiano essi sono sospettati
di essere la conseguenza di una mancata
Istruzioni per l’uso
conoscenza della lingua e catalogati subiPremessa linguistica
L’autore di questo articolo non è un linto come esotismi alpestri. Ma non solo in
È simpatico parlare tra amici con un linguista e nemmeno un bravo alpinista.
Ticino l’italiano è spesso strano; in tutte
guaggio familiare e spontaneo, usare un
Ogni tanto scrive e ogni tanto va in monle regioni, soprattutto in quelle periferigergo, capirsi al volo fra persone di uno
tagna, ed è naturale che prima o poi doche che hanno avuto meno contatti col restesso gruppo. Talvolta ci rendiamo conto
vesse affrontare il tema del linguaggio
sto del Paese, alcune modi di comunicare
di come ci esprimiamo, solo quando un
degli appassionati delle vette. È figlio di
hanno una connotazione tipica del luogo:
estraneo non riesce ad afferrare il senso
un italiano nato e vissuto a Lugano e di
permettetemi di citare come esempio
di certi modi di dire. Se una persona che
una luganese, nata e cresciuta a Milano,
una battuta di Totò, che chiamava Mò esce
vive in Italia (non nella fascia di confine,
ed è sempre vissuto in Ticino: da questa
Antonio lo champagne Moët Chandon…
perché i frontalieri hanno esportato le
combinazione incrociata ha sviluppato
Dunque i ticinesi sono in buona compaespressioni ticinesi nella loro provincia),
l’interesse per certe forme del nostro mognia, anche se da noi le terminologie usanon ci comprende, ci domandiamo come
do d'esprimersi. L’importante è che non
te subiscono, inoltre, l’influsso delle altre
sia possibile che frasi pronunciate fin da
prendiate troppo seriamente le sue consilingue nazionali (cfr. 2 e 3). In Ticino, inquando eravamo bambini siano improvviderazioni, che sono ironiche, ma bonafatti, diciamo, e pronunciamo con la “u”
samente messe in dubbio nella loro effirie, e non desiderano offendere nessuno.
francese, menu, Piz Palu, fondue, anche
cacia e correttezza. In realtà, non sempre
Anche se certe osservazioni potrebbero
se esistono i corrispettivi italiani menú,
chi non è capito ha commesso un errore:
scalfire alcune certezze.
Palú e fonduta. E ci asciughiamo con il
sappiamo quanto siano grandi le differenföhn (l’asciugacapelli).
Una particolarità dei regionalismi è l’uso
di strutture sconosciute in altre zone, come ad esempio alcune figure retoriche.
Provo a spiegare brevemente e senza pretesa di grande precisione alcune nozioni
alle quali farò riferimento piú avanti. Le figure retoriche sono costruzioni usate nel
linguaggio per rendere piú efficace un
concetto, per esprimere il quale si usa un
“Gamasce e coltelli”
UOMO
SIMILAUN.
N A P O L I , G A M E L L A , O R O PA X
BUCALETTERA ALPINA, VIDEOFONINO DI
U LT I M A G E N E R A Z I O N E , Z O C C O L E
( V E R S I O N E PA R A S A N I TA R I A ) ,
M O Ë T C H A N D O N ( I N O N O R E D I TOT Ò ) .
A T T R E Z Z A T U R A D E L L’ H O M O A L P I N U S
TICINENSIS: TRENING, ZIBLETTE,
G A M E L L A , G A M A S C E , BA S TO N I ,
B A R RY V O X , N AT E L , C O LT E L L I , Z I B A C ,
O V O M A L T I N A , Z Ä K Y B O Y, R E G A .
DI
S PAG H E T T I
10
V I V E R E L A M O N TA G N A
A SINISTRA:
S O S TA ! C O S A ? L A P O S TA ?
S Ì , R E C U P E R O.
O K , T I R E C U P E R O.
M O L L O T U T TO.
B E N E , A R R I VO O O O O O O.
altro vocabolo o un giro di parole. Vi sono
figure piú conosciute, come la metafora
(“quel ragazzo è un leone”, per dire che è
coraggioso; una stella del cinema) o l’antonomasia, per la quale si usa il nome
proprio di una persona, conosciuta da tutti per una certa caratteristica, per indicare quella qualità (“è un Narciso”, per chi
ha un culto eccessivo della propria persona; “sei proprio un Don Giovanni” (e qui
non è necessaria la spiegazione); “non fare l’Otello”, detto ad un supergeloso. Altre sono molto piú tecniche, come la sineddoche, che esprime il tutto per la parte o viceversa (ho cinque bocche da sfamare, cioè ho cinque persone a carico) o
la metonímia, che usa una parola legata
logicamente a quella vera, ad esempio
l’autore per l’opera (leggo Dante), oppure il nome proprio di una marca molta nota, in luogo del nome comune (jeep, nel
senso di veicolo fuoristrada di qualsiasi
marca) o viceversa. Sí, anche viceversa,
perché spesso le figure retoriche agiscono nei due sensi: la parte per il tutto o il
tutto per la parte, la causa per l’effetto o
inversamente, il produttore per il prodotto o il contrario. Non sempre però questa
reciprocità funziona, come ben dimostrano due battute di comici famosi, che cito
per vivacizzare un po’ il nostro tema: Il
tacchino va bene per il Natale, ma il Natale non va bene per il tacchino (Achille
Campanile) e Sulla terra ci stanno moltissime donne, ma moltissime donne non ci
stanno (Totò, ancora lui). Perdonatemi la
divagazione un po’ frivola e abbiate la pazienza di notare che nel parlare e nello
scrivere si usano spesso figure semantiche talmente comuni da non essere piú
percepite come tali: il collo della bottiglia,
la cresta della montagna. Esse servono a
colmare una lacuna della lingua, che è priva di un termine specifico per indicare un
oggetto. Questo scritto rappresenta una
breve ricerca delle figure retoriche nell’idioma delle montagne, non tanto quelle
usate ovunque (come appunto cresta,
gendarme o corno), ma quelle che vengono adoperate solo in Ticino. In particolare
da noi sono diffusi dei modi di definire taluni oggetti, soprattutto ripresi dal nome
della marca piú famosa, utilizzando cioè
delle metonimie. Spesso chi li usa non conosce nemmeno il vero nome comune
dell’oggetto e, per contro, nelle altre zone
viene travisato quanto viene detto Ticino.
Oltre a evidenziare diverse figure semantiche “ticinesi”, ho riportato anche altri
modi di dire, tipici della nostra terra: solitamente essi sono inconsci, cioè chi li
pronuncia non si rende conto di usufruire
di una terminologia regionale, ma crede
in buona fede di esprimersi in lingua
corretta. E a questo proposito vi invito a
leggere lo Svizzionario, un divertente
A T T R E Z Z A T U R A D E L L’ H O M O A L P I N U S
TICINENSIS: TRENING, ZIBLETTE,
G A M E L L A , G A M A S C E , BA S TO N I ,
B A R RY V O X , N AT E L , C O LT E L L I , Z I B A C ,
O V O M A LT I N A ,
Z Ä K Y B O Y,
REGA.
V I V E R E L A M O N TA G N A
11
libretto sul tema (4) e un articolo scritto
sul gergo dei motociclisti locali (5), da
cui sono tratte alcune delle espressioni
qui riportate.
Parole e figure
delle nostre montagne
Desidero richiamare dapprima alcune
forme adoperate in Ticino per definire
luoghi o oggetti d’uso corrente in montagna, senza formulare giudizi sulla loro
correttezza. Inizio con la regina delle parole sospette, che è meteo, della quale si
sente e legge di tutto: in Ticino è femminile, la meteo (deriva da meteorologia), in
Italia, come d’altronde riportano i dizionari, si usa al maschile, il meteo (probabilmente riferito a bollettino). E per fortuna
non esiste il neutro. D’accordo che è scomodo dire sempre previsioni meteorologiche, è pure vero che parlando si possono abbreviare le espressioni, ma a me
sembra eccessivo che meteo sia il titolo
ufficiale di rubriche su giornali e televisive e sia divenuta l’unica definizione conosciuta dalla gente. Rimpiango il tempo
quando il papà ci zittiva perché voleva
sentire alla radio le previsioni, vocabolo
che non creava dubbi, perché per tutti le
previsioni per antonomasia erano quelle
del tempo.
Vi sono poi due termini usatissimi sulle
nostre montagne, che forniscono lo
spunto per qualche riflessione, e sono
alpe e monte. Tutti sanno cosa si intende
con alpe: due o tre cascine, una fontana e
nella bella stagione, quando è già stato
caricato, mucche o capre al pascolo con
il pastore. Bene, però in altre regioni si
dice alpeggio, mentre alpe non è usato,
12
V I V E R E L A M O N TA G N A
almeno come nome comune; a volte è
però unito al nome proprio di una località: come noi diciamo Alpe della Bolla,
nelle Dolomiti c’è l’Alpe di Siusi. Inoltre i
ticinesi lo usano al maschile (un alpe abbandonato), mentre si tratta di un sostantivo femminile.
Tipico delle nostre zone è l’uso di monte,
non nel senso di montagna, ma di gruppo
di cascine o di casette di vacanza: quando
il ticinese dice “domenica vado su al
monte”, non ha l’intenzione di raggiungere una vetta con una salita faticosa, ma si
prepara ad andare a pranzo nel suo rustico (luogo e parola su cui ci soffermeremo
fra poco), ovviamente con la jeep (che oltre ad essere un veicolo è, come già spiegato, una figura retorica). Tutt’al piú, se
dovesse percorrere un tratto a piedi, per
trasportare i rifornimenti userebbe la
motocarretta, ossia la carriola cingolata a
motore (detta pure motocarriola), dopo
aver tracciato nel bosco una bella pista,
ovviamente abusiva. Da vero rusticano. Ma
di questo personaggio e dei suoi arnesi
diremo piú avanti.
Già che parliamo di motori, ricordiamo
che per raggiungere la base di partenza di
un’escursione usiamo l’auto, mentre in
Italia si parla piú spesso di macchina, come d’altronde si diceva una volta anche da
noi; ma poi l’influenza nordica ha preso il
sopravvento. Se auto è un’abbreviazione
per automobile, macchina non è altro che
una sineddoche, ossia l’uso di un termine
con significato piú ampio, al posto di quello piú ristretto. Usiamo l’auto, dicevo, ma
i piú sensibili all’ecologia prendono la posta, ossia l’autobus, la corriera. In Ticino
d’estate si va al grotto, a riposarsi al fresco, a giocare alle bocce, a bere una tazzina di gazzosa (con le varianti ortografiche
gazosa, gassosa, gasosa), mescolata col
nostrano (vino locale) e a mangiare un salametto (salamino). I tedeschi credono
invece che al grotto si beva nel boccalino,
mentre in Italia settentrionale si fa come
da noi, ma al crotto.
Per allarmare i soccorsi o per salutare la
famiglia e gli amici telefoniamo con il nàtel (o natèl), ossia il cellulare, che un
tempo era solo il furgone adibito al trasporto dei prigionieri. Personalmente
preferisco telefonino, che mi pare piú
simpatico e non troppo tecnico, anche se
ormai si deve dire videofonino. In ogni caso chiamiamo la Rega, vale a dire il soccorso alpino, come viene detto negli altri
Paesi. Rega è sia una sigla tedesca, sia una
metonimia, con cui è definito persino il
mezzo usato per il soccorso, l’elicottero.
Gli appassionati dell'alta montagna, giunti
sulla cima, con il loro sacco sulle spalle
(in Ticino è usata meno la definizione
“zaino”) iscrivono i loro nomi nel libro
della vetta, solitamente nascosto sotto
l’ometto di sassi (altra metafora). Talvolta
il libro si trova in una scatola metallica,
Gamasce e coltelli
purtroppo sempre bagnata all’interno,
mentre altre volte è inserito in una gamella (6), sinonimo del piú comune “gavetta”, ossia quel recipiente a forma di cilindro ovale, col coperchio che si fissa con il
manico, che serve ai soldati come pentolino di emergenza. Da questo modo di dire
deriva pure un verbo, sgamellare, che significa correre per terminare un lavoro
duro e impegnativo, e, in montagna, camminare velocemente, compiere una gita
faticosa. Forse perché i ticinesi si ricordano degli sforzi compiuti durante il servizio militare.
Per contro vi sono molte parole, usate
sulle altre montagne, non su quelle ticinesi, come ad esempio tratturo, il sentiero percorso dalle greggi, la carrareccia, la
via di campagna su cui transitavano i carri
o la definizione burocratica di strada
agro-silvo-pastorale, per le vie di comunicazione in montagna e nei boschi; oppure
malga e maso, detto per le cascine, rispettivamente le aziende di montagna,
tipiche delle zone alpine del nord est
italiano, dove esistono pure le crode e le
pale, che noi chiamiamo in altra maniera. Inoltre vi sono molti altri termini impiegati raramente da noi, che citeremo
in parte piú avanti, come falesia,
forcola, forcella, busta. (vedi 7)
Sulla neve
Ecco subito una figura retorica, nel caso
una metonimia: nello scialpinismo i ticinesi usano il Barryvox (dal nome di una
marca), intendendo con questo l’apparecchio di ricerca persone sotto le valanghe; esso è definito in Italia con la sigla
Arva, utilizzata anche da noi, ma solo dai
tecnici della colonna di soccorso o nell'ambito dell’istruzione. Sciando ci si aiuta
con i bastoni, chiamati in altre zone “bastoncini”, “bacchette” o “racchette” (la
figura, in quest’ultimo caso una sineddoche, è chiarissima: infatti, la vera “racchetta” è tutt’al piú solo la rondella in
fondo al bastone; e in questo tipo di struttura si prende appunto, come detto, una
parte per dare il nome a tutto l'oggetto).
Da quando poi sono di moda anche le racchette da neve (le ciaspole, come si dice
in Veneto e in altre regioni), la confusione
è garantita. Per evitare malintesi i tedeschi le definiscono Schneeschuhe, lette-
ralmente scarpe da neve. Invece, per impedire che la neve entri negli scarponi, in
Ticino indossiamo le gamasce (dal tedesco militaresco Gamaschen), che in
realtà sarebbero le ghette da neve o i
gambali. Un italiano capirà ganasce e gli
verrà fame o tutt’al piú galosce e allora si
avvicinerà di piú al concetto. Se però dite
a un ticinese in marcia su un ghiacciaio di
togliere le ghette, vi guarderà male, temendo di prender freddo alla pancia e alle gambe, perché intende le mutande lunghe. E se il capo-gita (direttore di gita) e
il monitore (termine che in italiano non è
usato nel senso di “istruttore”) rammentano ai partecipanti di non dimenticare i
coltelli, non hanno velleità aggressive, ma
si riferiscono a quegli attrezzi, su altre
montagne detti lame o rampanti o anche
ramponi, che si fissano sotto gli attacchi
dello sci per migliorare la presa sui pendii
ripidi (rampe). Chi invece pratica lo sci da
discesa, non vuol faticare troppo e risale
con lo scilift (pronunciato in Ticino come
si scrive), mentre sui monti della Penisola (ecco un’antonomasia) si dice ski-lift,
(pronunciato skílift). Pure i tedeschi scrivono Skilift (ma dicono scilift). Un bel
guazzabuglio, non c’è che dire... Comunque sia, in inverno è piú arduo spostarsi
con i veicoli. Ma non preoccupiamoci, c’è
la calla neve, o cala, forma sconosciuta altrove, ma usata persino nei bandi di concorso dei comuni ticinesi per gli assegnare gli appalti per l’opera degli spazzaneve.
Il rustico
Piuttosto che faticose gite, molti di noi
preferiscono la cura della propria casetta
montana, in ticinese rustico (da edificio
rustico), mentre essa è detta cascina o
baita in Italia e malga sulle Dolomiti. Il rustico è cintato talvolta da una ramina (rete metallica) perché i proprietari sono
molto gelosi della loro privacy e solo loro
hanno diritti assoluti su quella zona di bosco o pascolo. Accanto al cancelletto si
trova la bucalettere (contrazione per buca
delle lettere, ossia la cassetta postale),
anche se il postino (meglio portalettere)
non arriverà certamente fin lassú. Se la
strada non giunge fin sulla porta di casa,
ci si organizza per i trasporti con la motocarretta, già citata prima; invece per l’inizio e la fine della stagione si noleggia l’eli-
cottero, che consente in pochi (carissimi) minuti lo spostamento del materiale,
saldamente sistemato su una paletta (che
non è l’attrezzo dei bambini in spiaggia,
ma quel basamento di legno che in Italia
si chiama “bancale” o “pallet”). Questo
velivolo ha d’altronde da tempo soppiantato il mulo e il filo a sbalzo, cioè la teleferica per il trasporto del materiale. I rusticani (concedetemi questo termine)
solitamente non sono dei Messner (antonomasia) e tra le loro svariate bizzarrie
annoverano la curiosa abitudine di trascorrere le giornate sistemando l’isolazione (in italiano “isolamento”) del tetto
o facendo via (tagliando) i cespugli dei
dintorni e le erbacce con il “decespugliatore”, detto anche “rifilatore” o trimmer,
ma chiamato alle nostre latitudini zäki
boy o jäcky boy (pronunciato zechi boy
o nelle varianti zachi, giachi e gechi boy).
Questo nome buffo, un’ulteriore metonimia, deriva dalla marca di uno dei primi
attrezzi immessi sul mercato ed è stato
adottato quale denominazione ufficiale
nostrana di quell’utensile. Anche perché
sinceramente “decespugliatore” non è un
vocabolo molto agevole, come d’altronde
non lo è l’utilizzo dell’attrezzo stesso, almeno per chi non ha il pollice verde (metafora). I rusticani non fanno rumore solo
con il loro zäki boy, con le motoslitte, le
carriole a motore e con l’elicottero, ma
possiedono altri due aggeggi infernali: la
motosega e il soffiatore. La prima risuona nelle vallate, non ispira certo sentimenti bucolici, ma almeno ricorda il lavoro duro e necessario del taglio della
legna. Il soffiatore no! È insistente, peV I V E R E L A M O N TA G N A
13
tulante, dirompente, è un lusso comodo
per non usare la scopa e il rastrello: un
tubo che con gran frastuono soffia le foglie da un posto all’altro. Non per nulla
l’utilizzatore per proteggersi i timpani indossa i pamir (struttura semantica per
“cuffie auricolari”, dal gergo militare).
Permettetemi dunque di parafrasare Dante (8), con una figura retorica piú articolata, l’apòstrofe (non l’apostrofo):
Ahi soffio, vituperio delle genti
Del bel paese là dove risuona;
Poi che i vicini a te punir son lenti,
Muovansi la terra e la rocciona
E faccian frana a te in su la baita,
Sí che rispetti in poi ogni persona!
Fortunatamente il rusticano ha in dotazione anche un attrezzo silenzioso, l’oggetto
pio: sfido chiunque, che non sia un ticinese, a capire di che si tratta (la soluzione
nel glossario a fine articolo).
In capanna
Negli anni ottanta, in Ticino, con la pubblicazione di un opuscolo sul tema, si è codificato l'uso di una differenziazione di termini, tipicamente regionale: capanna e rifugio. Con la parola capanna si definisce
in Ticino la baita alpina aperta al pubblico,
14
V I V E R E L A M O N TA G N A
solitamente gestita da un custode o gestore, chiamato localmente guardiano (o
capanat, in dialetto), nella quale si servono cibi e bevande e si fornisce alloggio in
camerate comuni; il rifugio è da noi invece una costruzione piú piccola, non custodita, quasi un ricovero di fortuna. Tutto il
contrario in Italia (e in italiano, se leggiamo i dizionari): i rifugi sono capanne alpine, anche molto grandi, a volte persino
raggiungibili da una strada carrozzabile e
nelle quali si fornisce un servizio quasi
parificato a quello di un albergo.
In ogni caso, per evitare sorprese soprattutto in alta stagione, in capanna è
meglio arrivare dopo una prenotazione
(riservazione, come purtroppo dicono
ancora molti, non è una figura semantica,
ma una vera e propria figuraccia). La sera, prima di fare la comanda (l’ordine)
delle bibite, calziamo le ziblette (ciabatte) o gli zoccoli (mi raccomando, vocabolo maschile, anche se alcuni lo citano al
femminile, rischiando pesanti malintesi…) e indossiamo il trening, la tuta da
ginnastica, che sembra essere proprio
un’espressione ticinesissima, perché
nelle altre lingue non è usata. Deriva dall’inglese training, allenamento, mentre i
confederati (che non sono i sudisti della
guerra di secessione americana, ma gli
abitanti degli altri cantoni) parlano di
Trainer o di combinaison. Nemmeno gli
inglesi adoperano la nostra definizione,
perché dicono tracksuit. Quindi solo noi
in capanna indossiamo, insieme con la
tuta, una costruzione linguistica (training, inteso come tuta da training).
Un’altra figura retorica che “indossiamo” spesso è la felpa, che è in realtà il
tessuto, impiegato però, in questo caso
anche in Italia, per indicare l’indumento
stesso: un’altra bella sineddoche. Come
d’altronde il golf, inteso come maglione
con collo a V (derivato da quello portato
per giocare a golf), che noi invece chiamiamo pulòver (con un’elle sola e la “o”
aperta), dall’inglese pull over, letteralmente tira su; forma che in italiano non
si adotta, probabilmente perché ricorda
un dessert (o si dice dolce?). L’elenco dei
vestiti che si prestano a considerazioni
linguistiche è ampio. Ricordiamo solo il
pile (pronuncia pail), che in montagna
ha sostituito il maglione di lana: è molto
caldo, ma è una metonimia (l’uso della
materia per indicare l’oggetto), come
pure la Lacoste e la Patagonia. Ad ogni
buon conto, in montagna è importante
vestirsi a cipolla (metafora), con diversi
strati di indumenti sottili, piuttosto che
pochi pesanti. Siamo quindi pronti per
una bella ronfata e se qualcuno dovesse
prenderci alla lettera, abbiamo sempre
gli Oropax (una metonimia svizzera che
indica i tappi di cera per le orecchie). E
scusate se ho fatto la réclame (pubblicità) a un prodotto.
La mattina a colazione, invece, prima di
partire per l’ascensione prevista, inzup-
piamo il pane o gli zibac (chi sa il tedesco dice zwieback) nella ovo, ossia,
spiegato a chi non si chiama Bernasconi
(antonomasia per indicare il vero ticinese), “facciamo la zuppetta” con le fette
biscottate nel latte con l’Ovomaltina; bevanda questa che può essere considerata sia una sineddoche (si adopera il nome della polvere di cioccolato inteso nel
senso della bevanda), sia una metonimia
(la marca specifica per indicare il tipo di
bibita). In capanna rimpiangiamo il chifer
fresco, storpiatura del tedesco Gipfel, in
italiano “cornetto”, che intinto nella
cioccolata è il massimo. A proposito, sapete come direbbe un inglese fare zuppetta? Provate a chiederglielo, vi risponderà scandalizzato: ”Se non è the con i
biscotti, non si dice in nessun modo…
perché non si fa!”. Un po’ come quando
ruspiamo il piatto o la padella con il pane
(“facciamo la scarpetta”) per pulirlo e
non lasciare nemmeno una goccia di sugo… E dubito che in inglese ci sia un
modo che esprima quell’azione.
L’arrampicata sportiva e alpina
Nell’attività dell’arrampicata vi sono delle
diversità di terminologia sia nella definizione dell’attrezzatura tecnica (l’otto è il
nodo “Savoia”, oppure un “discensore”; il
cestino non è quello della merenda), sia
nei richiami e nei comandi all’interno della cordata. Fatto quest’ultimo che potrebbe causare spiacevoli malintesi, vista la
verticalità della situazione. Il gergo usato
è molto personale e una cordata affiatata
non ha dubbi in proposito; quando invece
non ci si conosce bene, è essenziale accordarsi prima sui comandi che si useranno, anche perché spesso si è molto lontani e ci si sente poco. Quando il primo di
cordata arriva alla fine del tiro, si assicura
alla sosta e grida al secondo “sosta” (in
Italia); lo stesso avviene solitamente in
Ticino, dove però si sente spesso gridare
“libera” (comando usato altrove solo dopo la calata in corda doppia) oppure direttamente “recupero”, saltando cosí i passaggi intermedi della procedura; per non
parlare delle varianti dialettali “l’è bóna”
e “mòla tüt” (l’ultimo è il richiamo piú pericoloso di tutti). “Tienimi”, “tienimi in
tiro”, è abbreviato in Ticino con “tira”, ma
significa sempre “tieni la corda in tensio-
ne”. Le parole “cado”, “volo”, “sasso” si
capiscono ovunque, anche se spesso è
troppo tardi… In realtà in Svizzera, vista
la proverbiale riservatezza, spesso non si
grida niente, lasciando all'interpretazione dei movimenti della corda, che fila o
si ferma, le scelte del compagno di cordata. Sperando che capisca giusto. In Ticino non si arrampica sulle falesie, ma
sulle pareti, non si varcano le forcelle, ma
le bocchette, non ci si aggrappa alle buste, ma alle maniglie. Che sono tutte figure retoriche. Si potrebbe continuare a
lungo: si dice imbragatura o imbracatura
o imbrago o imbraco ? Si calzano le pedule o le scarpette? Si assicura o si fa sicurezza? Mah. Per ora lasciamo irrisolte
queste contese.
Altri sport
Pure in altri sport riscontriamo questo
fenomeno di idioma regionale o dialettale, per lo piú inconscio, con l’uso di
espressioni strane. Nel presente scritto
accenniamo solo ad alcuni esempi significativi, allontanandoci un poco dal contesto alpino.
Nel calcio sono numerosi e famosissimi i
termini ticinesi, molti di essi magistralmente riportati dal già citato Svizzionario
e da altri autori (4): asta, nel senso di
“traversa” della porta; calcio indiretto, invece di “calcio a due”; campo d’allenamento per “ritiro”; piazza o rango, invece
di “posto in classifica”; enz, da hands,
“fallo di mano”; opsàit , ossia off-side,
“fuori gioco”; penànti, da penalty, “calcio
di rigore”; e che dire delle varianti foniche fotbàll, il gioco del calcio, e fòtbal , il
pallone, nel senso di palla?
Pure per l’equitazione potrei dilungarmi,
ma riporto solo tre vocaboli locali: nel
concorso ippico l’uso di stanga, per la
“barriera” di un ostacolo (ho fatto due
stanghe, ossia “ho abbattuto due ostacoli”); quello di mordax, tipica metonimia ripresa da una marca specifica di “ramponi” o “punte” per i ferri di cavallo; infine
l’uso di stalla per “scuderia”, definizione
molto piú tecnica e professionale, trattandosi di cavalli e non di mucche.
Pronuncia e vecchi scherzetti
Talvolta le differenze dell’italiano regionale ticinese si mostrano soltanto nella pro-
C H I A M AT E L E S TA N G H E O P P U R E BA R R I E R E , N E L C O N C O R S O I P P I C O FA N S E M P R E
M A L E . P E R F O RT U N A C H E P O I TO R N I A M O I N S TA L L A ( M U U U U H ! ) , S C U S AT E ,
VOLEVO DIRE IN SCUDERIA.
nuncia di un medesimo vocabolo: ad
esempio noi luganesi lacustri abbiamo
sempre chiamato battello tutte le barche
a motore di una certa potenza, non solo le
motonavi del servizio pubblico; e se volevamo essere piú precisi dicevamo motòscafo (sdrucciolando sull’accento, come
d'altronde molti veneti), per poi scoprire
che la pronuncia corretta è motoscàfo.
Certo che andare a fare merenda in una
cantina, dall’altra parte del lago, usando il
motòscafo, ha tutto un altro sapore, molto
piú nostrano, che andarci con il motoscàfo. Non trovate?
Le differenze sono ovviamente motivo di
scherzi e canzonature. A parte le scenette
di cabaret (tipo quelle del Gervasoni con
il poliziotto Hüber del trio Aldo, Giovanni e
Giacomo), quante volte notiamo i sorrisetti ironici degli escursionisti italiani, soprattutto cittadini, quando i ticinesi (e i
bergamaschi) esagerano nel loro gergo e
nella loro cadenza. E d’altro lato, a noi appaiono altrettanto buffi i milanesi che in
montagna vestono i bambini da tirolesi,
con i calzoncini corti di pelle e le bretelle,
chiamano “malga” la capanna del Baro e
si fermano a fare il pic-nic ai bordi della
strada, accanto alla macchina.
Conclusioni
Vi sarebbero ancora molti vocaboli che
nelle varie aree geografiche hanno significati diversi, ma non è compito di questo
V I V E R E L A M O N TA G N A
15
Gamasce e coltelli
Glossario
Riporto come appendice un breve glossario per gitanti stranieri,
che riporta alcuni dei vocaboli citati nel testo.
scritto esaminarle tutte. Potrei citare altre espressioni, sconfinando nella gastronomia, come gli spaghetti Napoli o alla
napoletana (che sono gli spaghetti al pomodoro), quelli alla bolognese (sono
quelli con il ragú – il quale però a Napoli è
una specie di stufato cotto nel pomodoro). Per non parlare della milanese, detta
anche viennese (a Vienna la definiscono
in altro modo, come pure non mangiano i
wienerli); ricordo infine la svizzera, che
solo gli svizzeri non sanno che è la polpetta di carne di manzo macinata, cioè l’amburgher (scritto all’italiana). Che ad Amburgo chiamano invece … Basta! Mi fermo qui, perché mi gira la testa e mi è venuta fame. Termino dicendo che le diversità linguistiche e di pronuncia devono essere per noi fonte di confronto,
correzione e autocritica, senza con questo dover snaturare le nostre origini, ma
nemmeno sentirci offesi se ci accorgiamo di aver sempre usato termini non
corretti. Ritengo che sia piacevole e giusto avere un proprio gergo, con l’impegno però di eliminare dal modo di parlare le parole chiaramente sbagliate.
Ah, a proposito, in questo scritto sono nascosti altri ticinesismi: li avete scovati? s
Note:
1 - Hugo Loescher, Se Dio fosse svizzero, Dadò editore.
2 - Marco Fantuzzi, Una lingua di frontiera. Riflessioni su italiano di Svizzera e traduzioni,
Cenobio, 4 dicembre 1995.
3 - Gaetano Berruto e Harald Burger, Aspetti del contatto fra italiano e tedesco in Ticino,
Archivio storico ticinese, Bellinzona.
4 - Sergio Savoia e Ettore Vitale, Lo Svizzionario, Edizioni Linguanostra.
5 - Mauro De Maria, Mini-glossario per regio-insubrici delle espressioni comuni usate nel sud
Ticino, Timoto Giurnal, primavera 2004
6 - Ritenevo che il termine “gamella” fosse un ticinesismo; invece è riportato dai dizionari
ed è stato usato ultimamente anche da Enzo Biagi (Corriere della Sera Magazine,
no. 32, 16.12.2004)
7 - Paolo Zolli, Le parole dialettali, Rizzoli
8 - Dante, La Divina Commedia, Inferno, Canto 33° , versi 79 e segg.:
Ahi Pisa, vituperio delle genti / Del bel paese là dove ‘l sí suona;
Poi che i vicini a te punir son lenti, / Muovansi la Capraia e la Gorgona
E faccian siepe ad Arno in su la foce, / Sí ch’elli annieghi in te ogni persona!
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V I V E R E L A M O N TA G N A
Termine usato in Ticino
Termine usato altrove
alpe (maschile)
auto
Barryvox
bastoni
bucalettere
calla neve
capanna
capo-gita
chifer
coltelli
comanda
dessert
filo a sbalzo
föhn
gamasce
gamella
grotto
guardiano
isolazione
meteo (femminile)
monitore
monte
motocarretta
Natel
oggetto pio
Oropax
Ovomaltina, Ovo
paletta
pamir
parete
posta
pulòver, pullover
racchette da neve
ramina
reclàm , réclame
Rega
ronfare
riservazione
ruspare
rustico
sacco
sci-lift
salametto
sgamellare
trening, training
zäki boy, jäcky boy
zibac, zwieback
ziblette
zoccole, zoccolette (femminile)
alpeggio, alpe (femminile)
macchina
Arva, apparecchio di ricerca in caso di valanga
bacchette, racchette
cassetta postale
spazzaneve
rifugio
direttore di gita
cornetto
lame, rampanti
ordine
dolce
teleferica
asciugacapelli, fòn
ghette da neve, gambali
gavetta
crotto
custode, gestore
isolamento
le previsioni del tempo, meteo (maschile)
istruttore
gruppo di cascine, piccola frazione, alpeggio
motocarriola
cellulare, videofonino
pala pieghevole usata dai soldati
tappi di cera per le orecchie
bevanda simile alla cioccolata
bancale, pallet
cuffie auricolari
falesia
autobus, corriera
maglione, golf
ciaspole (in Veneto, ma anche in altre regioni)
rete metallica
pubblicità
soccorso alpino
russare, dormire
prenotazione
fare scarpetta, pulire il piatto col pane
cascina
zaino
ski-lift
salamino
correre con fatica per un lavoro o un tragitto
tuta
decespugliatore, rifilatore, trimmer
fetta biscottata
ciabatte
zoccoli (maschile)
Circolazione fuoristrada
T E S TO D I FA B R I Z I O OT TAV I A N I
F OTO D I L U C A B E T TO S I N I
Nuove regole per le motoslitte
Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose some
(Petrarca)
Introduzione
Avevamo pubblicato più di un anno fa, sul
numero di dicembre 2003 di questa rivista, una serie di considerazioni legali ed
etiche sulla circolazione dei veicoli fuoristrada e in montagna. Con la recente emanazione di un decreto cantonale che disciplina l’uso delle motoslitte si rende necessario aggiornare l’argomento, al quale
abbiamo già accennato brevemente in
febbraio. Da quest’anno le motoslitte sono sottoposte ad una normativa provvisoria, valida fino a quest’estate. Si tratta del
decreto esecutivo concernente la
circolazione di veicoli cingolati destinati alla circolazione su suolo
innevato (slitte a motore e veicoli per la
preparazione delle piste) per il periodo
febbraio -maggio 2005, del 25 gennaio
2005, entrato in vigore con la pubblicazione sul Bollettino ufficiale del 28 gennaio
(vedi Foglio Ufficiale di pari data).
Situazione negli anni scorsi
In effetti, negli ultimi anni l’uso e l’abuso
delle motoslitte era divenuto un problema che ha mosso la stampa e il Parlamen-
to. Ma che cosa succedeva in pratica? Che
il troppo stroppia. Ma procediamo con ordine e spieghiamo di cosa stiamo parlando. La motoslitta è un veicolo cingolato,
importato e venduto regolarmente in Svizzera; dal punto di vista giuridico è parificato ai motoveicoli (come d’altronde i quad,
le moto a quattro ruote) e come tale è
omologato e targato. Per sua natura è
adatto solo all’uso sulla neve e quindi il
suo raggio d’azione è molto limitato. La
maggioranza degli utenti ticinesi di slitte a
motore è in possesso della patente e circola con mezzi collaudati e targati, anche
se prima dell’ordinamento di cui si scrive
queste caratteristiche non erano necessarie, almeno al di fuori delle strade. Ricordiamo qui che la Legge Federale sulla
Circolazione Stradale (LCStr) trova appunto applicazione solo sulle strade aperte alla circolazione e su alcuni sentieri
principali e non può essere invocata nei
confronti di chi usa un veicolo al di fuori
di essi. La conseguenza pratica di questa
situazione, unitamente alla necessità di
accedere agli insediamenti anche nel periodo invernale, era che un gran numero
di slitte a motore percorreva strade e mulattiere e solcava la neve fresca delle nostre montagne. La gran parte dei “motoslittisti” si limitava a raggiungere la propria cascina isolata, su un percorso ben
delimitato. Molti altri però andavano oltre, lasciavano le strade, si avventuravano
lungo i pendii innevati e raggiungevano zone alpine discoste, scontrandosi ideologicamente e verbalmente con altri utenti
della montagna. Così agendo si sono scatenate le reazioni di alcuni, più agguerriti,
che hanno portato alla normativa di oggi.
Oddio, che poi quello fosse un comportamento da combattere così duramente
com’è avvenuto, dipende probabilmente
dall’intensità del disturbo causato e dalle
idee di ognuno. Personalmente credo che
in un Paese come il nostro, dove ogni atteggiamento diverso è visto con sospetto,
V I V E R E L A M O N TA G N A
75
Circolazione fuoristrada
dove la libertà viene, non dico limitata, ma
sempre più incanalata, ci potrebbe stare
anche qualche motoslitta in montagna. Ho
letto ultimamente un articolo in prima pagina sul Corriere del Ticino del 15 febbraio scorso, “Oggi Bacco e Tabacco, Venere domani”, di Franco Zambelloni, che
partendo dai divieti imposti dallo Stato
per ogni agire del cittadino, anche solo a
protezione di lui stesso (nuove regole sul
fumo, l’alcol, la velocità), arriva ad ipotizzare ironicamente una società in cui siano
proibiti o regolati molti altri aspetti della
nostra vita (per evitare gli incidenti si può
sciare solo in salita, giocando a calcio non
si può correre, le casalinghe sono protette da reti anticaduta, niente passaporto
per i turisti sessuali). E noi ci aggiungiamo che oggi si colpiscono le motoslitte,
domani capiterà allo scialpinismo, alle gite a piedi fuori dei sentieri e all’arrampicata. Certo che scorrazzando rumorosamente e in gran numero, in mezzo agli
scialpinisti, in posti e giorni frequentati
da altri, le motoslitte si sono tirate la
classica zappa sui piedi. Fatto si è che,
articolo di stampa dopo articolo e interpellanza parlamentare dopo interpellanza, il Governo si è mosso e ha emanato
questo decreto.
La nuova normativa
Ma vediamo ora cosa prevede il decreto.
Innanzi tutto sono applicabili per analogia
la Legge sulla circolazione stradale (LCStr) e le sue ordinanze, con tutte le conseguenze che ne derivano in materia di
regole, precedenze, segnaletica e norme
di comportamento. Il decreto chiarisce
che tutti i mezzi cingolati, in pratica i gatti
delle nevi e le motoslitte, sono sottoposti
a queste norme anche al di fuori del campo d’applicazione del codice della strada
(intendiamo sempre la LCStr), ossia al di
fuori delle strade. Di regola è consentito
il transito di questi mezzi solo sulle strade innevate, pubbliche o private. Con le
prime s’intendono tutte le strade aperte
alla pubblica circolazione, anche se di
proprietà privata e anche se su di esse
transitano solo determinate categorie di
utenti. Le seconde sono le strade non
aperte a tutti, ma che servono soltanto ad
un uso strettamente privato; solitamente
su di esse non è applicabile la LCStr, ma
in virtù del presente decreto per le motoslitte le norme valgono per analogia. Aggiungiamo che per strada l'Ordinanza sulle norme della circolazione stradale intende tutte le aree utilizzate dai veicoli o
dai pedoni. Per la legislazione federale,
quindi, è considerata strada anche il marciapiede, la corsia pedonale, la mulattiera
e il sentiero. Le motoslitte possono quindi circolare su tutte le strade innevate, a
condizione che la circolazione non sia
vietata da appositi cartelli, e anche su
mulattiere e sentieri, sempre che non si
tratti di quelli di cui all’art. 43 LCStr: si
veda al proposito quanto spiegato più
sotto. In ogni caso non è ammesso il passaggio al di fuori delle strade e di conseguenza il raggiungimento di vette montane o zone discoste, non servite da vie di
comunicazione. In verità ora non sarebbe
nemmeno più possibile spostare la slitta
sul vialetto di casa propria, né tanto meno girare nel proprio giardino o terreno.
Ma non è tutto.
Il decreto pone anche tre condizioni:
a) Il percorso deve servire a raggiungere
un’abitazione (che non deve essere necessariamente quella del conducente).
b) La motoslitta deve essere regolarmente collaudata e targata.
c) Il conducente deve essere in possesso
della patente di guida.
Sono ovviamente previste delle eccezioni,
innanzi tutto per i servizi pubblici, militari
e di protezione civile, per l’attività forestale, agricola, alpestre, edile e di sorveglianza e gestione della caccia e la pesca,
quella per la preparazione delle piste di
sci o dei percorsi pedestri o per la gestione di stazioni invernali. Altre eccezioni sono possibili, ma devono venir concesse di
volta in volta, per giustificati motivi, dalla
Sezione della Circolazione.
È ammesso pure il transito su percorsi
senza servizio di apertura invernale, ma
l’ente pubblico non riconosce alcuna responsabilità in caso di incidenti. Si pensi
alle strade impraticabili in inverno a causa
della quantità di neve o per il pericolo di
valanghe.
I controlli sono effettuati dal personale di
servizio dello Stato (polizia, guardiacaccia
e pesca, guardie della natura), mentre
guide alpine e capigita delle associazioni
alpinistiche hanno a disposizione la denuncia privata. A questo proposito i rappresentanti del settore ritengono, giacché l'alta montagna è frequentata più da
loro che da poliziotti e altri funzionari
pubblici, che il controllo sarebbe maggiormente efficace se fosse dato loro
qualche strumento più diretto. Le sanzio-
ni in caso di inosservanza sono quelle
previste Legge di applicazione alla legge
federale sulla circolazione stradale: sono
applicabili multe fino a un massimo di
franchi 5000.- e in casi estremi anche l'arresto, ma come sempre avviene nel diritto penale il massimo della multa è applicato ovviamente soltanto nei casi molto
gravi e ripetuti.
Il decreto ha una durata limitata a quest’inverno e alla primavera prossima,
scadendo il 31 maggio 2005. In seguito
l'autorità valuterà l’efficacia e i risultati
conseguiti e deciderà come procedere
per il futuro.
Nessun divieto generale
di circolazione fuoristrada
Lo Stato ha quindi rinunciato, per ora, a
emanare un regolamento generale sulla
circolazione fuoristrada, esteso a tutti i
veicoli, come invece presumeva il progetto messo in consultazione l’anno
scorso. In realtà una normativa globale si
scontrava con troppe problematiche, sia
a livello di diritto costituzionale, sia a livello pratico. Inoltre andava a colpire tutta una serie di comportamenti necessari
per molte attività lavorative o sportive,
che non avevano creato nessun caso critico e che non erano parte di quelli che il
legislatore voleva regolare. Tutte le associazioni di categoria, come il TCS, l’ACS
ed altri del ramo, ma anche i Club Alpini,
sono stati concordi nel voler limitare gli
abusi delle motoslitte, ma non vietare
tutti gli sport motoristici (soprattutto il
trial) e le normali abitudini dei cittadini
(ad esempio il parcheggio della macchina in un giardino privato).
Altre norme applicabili
per il fuoristrada
Al di là della nuova codificazione, valida
solo per i mezzi cingolati invernali, rimangono in vigore tutte le leggi che già in passato regolavano la circolazione fuoristrada degli altri veicoli. Innanzi tutto il transito è proibito ovunque vi sia un segnale di
divieto di circolazione. Ma anche quando
non vi sono dei cartelli, l’accesso può essere vietato. Di principio il Codice Civile
garantisce a tutti il libero accesso a boschi e pascoli, anche se di proprietà privata, anche con veicoli, sempre però nel rispetto delle colture. Sui sentieri e le mulattiere vige l’art. 43 cpv. 1 LCStr, che vieta
l’accesso dei veicoli alle vie a loro inadatte o manifestamente destinate al turismo
pedestre. Ciò significa che jeep e moto
(ma anche le biciclette da montagna !)
non possono circolare sui sentieri turistici o su quelli frequentati dagli escursionisti, salvo autorizzazioni speciali. Al contrario, come ha ribadito anche il Tribunale
Federale, sentieri discosti o secondari,
poco frequentati, piste e semplici tracce
non ricadono sotto questa norma e sono
quindi accessibili. Sulle strade forestali,
molte delle quali sono state tracciate abusivamente, è vietato il traffico di tutti i veicoli a motore non autorizzati. Nei boschi,
al di fuori delle strade, ossia tra le piante,
è in ogni caso proibito circolare. Per le altre zone del territorio, qui non menzionate, non esistono in Ticino particolari regole o divieti oltre a quelli del decreto per le
motoslitte. Ad ogni modo, chi desidera
maggiori informazioni al riguardo, può
consultare la legislazione vigente e gli
studi citati in calce al presente scritto.
Conclusioni
Concludiamo questo scritto con delle
considerazioni finali, che pensiamo rispecchino il pensiero della maggioranza
dei frequentatori della montagna. Il recente decreto dovrebbe servire a placare gli animi di chi si sentiva colpito per
l’eccessivo disturbo causato dalle motoslitte sui nostri monti. È vero che le
ideologie ambientaliste più marcate
avrebbero preteso una proibizione più
dettagliata ed estesa, anche a scapito di
comportamenti innocui e a volte necessari, mentre i garantisti avrebbero preferito maggior libertà di azione, ma per
ora tutti si sono dichiarati soddisfatti.
Crediamo, infatti, che con questo passo
l’Amministrazione abbia operato con
una certa proporzionalità, alla ricerca di
un compromesso tra le parti. Sappiamo
altresì che alcuni non rispetteranno il
divieto. Senza che si debba rinunciare
ad ogni forma di divertimento o comodità, almeno a quelli non dannosi per gli
altri e l’ambiente, pensiamo che a poco
a poco la mentalità virerà verso un maggior rispetto della montagna. Perché,
come diceva Dante, Fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute
e conoscenza (La Divina commedia, Ins
ferno, canto 26°, verso 119).
Per approfondire il tema si vedano
anche le seguenti pubblicazioni:
Fabrizio Ottaviani, La circolazione dei veicoli in
montagna e fuoristrada, Rivista di Diritto Amministrativo e Tributario Ticinese, No. 1/1999.
Fabrizio Ottaviani, Norme legali e considerazioni etiche sulla circolazione dei veicoli fuoristrada in
montagna, Vivere la montagna, No. 5, dicembre 2003.
V I V E R E L A M O N TA G N A
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