Da 128,5 KG. a 42,195 KM. Di MASSIMO PICHETTO “Chi combatte e vince il nemico, è un grande. Chi combatte e vince contro se stesso, è invincibile”. (un maratoneta dopo aver visto la mia canotta) 12-01-2011 Da 128,5 Kg. a 42,195 Km. 2000-2010, dieci anni di vita di una persona qualunque Capitolo 1 Era da parecchio tempo che coltivavo l‟idea di scrivere questo libro, ma per mille motivi rimandavo continuamente; pigrizia, mancanza di tempo, difficoltà oggettiva a scrivere, una scusa volendo si trova sempre. La molla che ha fatto scattare la messa in opera di questo volume è stato un filmato sul web, che ha suscitato l‟interesse e la meraviglia di amici e conoscenti. In questa ripresa si vede un ragazzotto statunitense, in grande sovrappeso, che dopo diete e allenamenti vari, riesce a correre una maratona insieme ai suoi parenti. Al che mi sono detto, se le vicende di un individuo più giovane, più alto e meno grasso di me, per di più aiutato da padre e fratello, stimolano l‟attenzione e la curiosità delle persone, può darsi che anche quanto accaduto a me, che all‟inizio della mia storia ero più vecchio, più basso, più grasso di lui, ma soprattutto non sono stato aiutato da nessuno, possa interessare. Tanto per rendere l‟idea, mio fratello abita a più di cinquanta chilometri da me, ha la sua famiglia di cui preoccuparsi, ci vediamo abitualmente solo nelle feste comandate e mio padre, a distanza di anni dal mio esordio nel mondo della corsa, non distingue ancora, un paio di scarpe A3 da una ripetuta. Le mie gesta hanno inizio una sera, in un ristorante, a cena con una decina di amici. Come tutti gli anni, da non ricordo quanti, ci riuniamo l‟ultimo sabato prima di Natale, per dire addio al vecchio anno e festeggiare l‟imminente arrivo del nuovo. Dopo una “raccolta fondi” mensile, che parte a Gennaio per concludersi appunto a Dicembre, scelto il ristorante, diverso ogni anno, ci riuniamo con consorti o fidanzate per dare il via ai bagordi natalizi. Quell‟anno, era il 18 dicembre 1999, la scelta era caduta, dietro consiglio di un collega di lavoro, che lì aveva festeggiato il matrimonio, sull‟Antica 1 Trattoria della Castagna, ottimo ristorante di pesce nei pressi di Quinto. Mi ricordo ancora un intero dentice al forno da favola. Giunto quasi a fine pranzo, mancava solo il dolce, dopo aver mangiato e bevuto, non mi vergogno a dirlo, come un maiale, notavo che facevo fatica a stare seduto (ero capotavola) con le gambe strette sotto il tavolo. Per stare comodo dovevo tenere le gambe divaricate, una a sinistra e una a destra della seggiola, in poche parole la seduta della sedia era occupata interamente dal mio sedere. Sino a quel momento non mi ero mai soffermato troppo sul mio aspetto fisico e non avevo certo problemi di natura psicologica, non conoscevo né la mia esatta altezza né il relativo peso, anche se ero conscio, di essere obeso. Gli esami cui mi sottoponevo annualmente non avevano mai evidenziato alcuna patologia, e a dispetto della mia mole non avevo nessuna difficoltà a muovermi o a camminare per diverso tempo. A riprova di ciò, nell‟estate di quell‟anno, avevo compiuto, camminando insieme a mia moglie e a mio figlio, il percorso che porta dal Rifugio Balma, in quel di Prato Nevoso, sin quasi al lago Raschera, si parla di circa 10 km. andata e ritorno, senza nessun apparente problema; mi ero dovuto fermare prima dell‟agognata meta solo a causa della stanchezza del mio pargolo, allora di quattro anni, che aveva messo fine all‟escursione. Mentre nell‟attesa del carrello dei dolci, ero intento nei miei pensieri, diciamo così, di postura, Lorenzo mi faceva notare che, in effetti, avevo raggiunto dimensioni da tripla XL, e forse era l‟ora di porvi rimedio. In verità un problema cominciavo ad averlo, ed era quello dei vestiti, diventava sempre più difficile trovare qualche indumento, decente, adatto alla mia mole, a prezzi ragionevoli. Per quanto riguarda il lavoro, nessun problema, poiché le tute fornitemi dal datore di lavoro, anche se arrivavano, solo, alla taglia 60, erano di volta in volta “portate” alla mia misura dall‟aggiunta di materiale tessile tramite il paziente lavoro di cucito di mia madre. Per i capi sportivi e per quelli più eleganti erano invece dolori. Pochi i negozi forniti di misure oversize e quei pochi praticavano prezzi esorbitanti per le mie tasche di operaio. A fine cena, dopo l‟abbuffata di dolci, caffè, ammazzacaffè, digestivo e grappino finale, mi ripromisi di tornare sull‟argomento con l‟avvento del 2 secondo millennio e per non mancare al mio impegno mi diedi la data del 10/01/2000 come inizio della mia nuova vita, perché di questo si trattava. Nei giorni che seguirono, mi soffermai più volte, a pensare quali fossero state le cause che mi avevano portato a quella condizione. Il giorno del mio matrimonio, avvenuto nel 1987, all‟età di ventisei anni, pesavo 69 Kg., da quella data ho cominciato a lievitare. Molteplici le ragioni, il cambio di occupazione, da una che richiedeva uno sforzo prettamente fisico, (magazziniere in una ditta di metalli pesanti) a una più leggera, il cambio di città, il mutamento di stile di vita, la distanza dal lavoro, i problemi che una nuova famiglia comporta, ma più di tutto la cessazione dell‟attività fisica. Prima del matrimonio, dopo le mansioni lavorative, frequentavo la palestra e saltuariamente giocavo a calcetto. Dopo lo sposalizio avevo, inoltre, smesso di fumare, e conseguentemente rimpiazzato il fumo con il cibo, come se non bastasse, me la cavavo egregiamente anche tra i fornelli, grazie agli insegnamenti di mia nonna materna. La mia giornata tipo, dal punto di vista alimentare, era la seguente: appena alzato caffè, ore nove abbondante colazione a base di focaccia genovese, per pranzo carne con patate fritte, piatto di affettato con pane, dolce o gelato, a merenda due panini imbottiti con affettati vari, a cena replica del pranzo. Durante il fine settimana entrava in gioco, oltre al resto, anche la pasta, al forno, ripiena, condita con sughi, tipo cipolle, panna e salsiccia il tutto accompagnato da copiose bevute di ottimo vino. Questo, a grandi linee, è stato il mio sostentamento per circa dodici anni; ho raggiunto l‟apice, certe mattine, che per colazione gustavo una biova (grosso panino) ripiena di trippa bollita condita con olio, limone, sale e una spolverata di pepe nero. Dopo dodici anni di vita coniugale, ero tornato a Genova, mi ero avvicinato alla mia attività lavorativa, la famiglia oramai era consolidata, ed anche il tempo a mia disposizione era maggiore, era giunto il momento di dare una svolta alla mia esistenza, anche perché gli anni passavano e non ero più di “primo pelo”. Durante il periodo che mi separava dalla fatidica data, non mi privai di nulla, oltretutto essendo sotto il periodo natalizio, la cosa mi fu ancora più semplice, feci fuori ogni ben di Dio. Nei primi giorni del nuovo anno cominciai a gettare le basi della strategia da seguire per dimagrire, cosa 3 comprare, quanto mangiare, come organizzarmi la giornata alimentare ecc. Come sempre decisi di fare tutto da solo senza l‟aiuto di dietologi, nutrizionisti o esperti vari, coinvolsi solo mia moglie e il mio medico di famiglia, nel progetto. Domenica 9 Gennaio sarebbe stato il mio ultimo giorno di bagordi, le feste natalizie volgevano al termine, il nuovo anno era arrivato senza il temuto millenium bag, ed io ero sempre più, diciamo robusto. L‟ultima cena fu a base di pane e salsiccia cruda il tutto innaffiato da ottimo vino rosso. La mattina di Lunedì 10 gennaio 2000 alle ore 06.30 salivo, dopo non mi ricordo quanto tempo, sulla bilancia posta in bagno, il responso della stessa fu: 128,5 Kg. per un‟altezza, misurata con il vecchio metodo di rilevamento, centimetro da sarto e tacca di riferimento sul muro, di 166 centimetri. Scoprii in seguito, che il tutto, corrispondeva a un valore di B.M.I. (indice di massa corporea) pari a 46,5 ca. Un simile risultato, penso, avrebbe spaventato e demoralizzato molte persone, personalmente ne rimasi indifferente, conscio dell‟immane lavoro che mi aspettava di lì agli anni a venire. Il sabato precedente avevo fatto incetta al supermercato di barrette “peso forma” con le quali intendevo sostituire il pasto di mezzogiorno. Iniziai quindi la mia prima, nuova giornata, con un caffè amaro e un pacchetto di schiacciatine per colazione, nient‟altro. Per pranzo, invece di recarmi alla mensa aziendale, divorai due barrette con molta acqua gassata, abolita la merenda, un pacchetto di cracker salati come spuntino pomeridiano e un caffè non dolcificato. Con queste poche scorte energetiche arrivai alla sera. Non nascondo che non vedevo l‟ora che fosse pronta la cena, (pasteggiata con acqua minerale gassata), che avevo stabilito consistere in un piatto di minestrone alla genovese rigorosamente freddo di frigo, cucinato in precedenza da mia moglie, di una grossa fetta di carne ai ferri e di un frutto, solitamente una mela. Replicai il menù per tutta la settimana, nel week-end, come unica variante, avvicendai, per pranzo, le barrette con 50/60 grammi di riso in bianco, condito con un cucchiaio di olio e un cucchiaino da caffè di formaggio grana, durante la cena mi permisi un bicchiere di vino rosso. Portai avanti 4 questa dieta per i sette mesi seguenti sino alla partenza per le ferie di agosto in Sardegna, alternando, al minestrone, enormi piatti d‟insalata condita con olio e aceto, e alla carne ai ferri, pesce o petto di pollo. Di comune accordo con il mio medico, sino alla partenza per le vacanze, prima della cena prendevo una pastiglia, di cui non ricordo il nome, che conteneva un principio attivo che non permetteva il completo assorbimento dei grassi. Furono sette mesi molto duri, ma la voglia di riuscire e la mia forza di volontà, erano maggiori del desiderio di mangiare. Fu così che partii per Tortolì, stupendo capoluogo dell‟Ogliastra, che ero 90 Kg., ebbene sì, avevo perso 38,5 Kg. in questo periodo, poco più di 5 Kg. ogni mese. Per le tre settimane a venire, in Sardegna, abbandonai qualsiasi forma di regime alimentare lasciandomi catturare dai gusti e dai sapori sardi che sono veramente una prelibatezza. Tra mirto, porceddu e cannonau tornai a Genova che ero 100 kg. abbondanti. Per tornare al peso, antecedente le ferie, impiegai più di tre mesi, in conclusione, tre settimane per prendere 10 Kg. tre mesi per perderli. In prossimità del Natale ero tornato ai 90 kg. ma giunte le festività comandate, stessa solfa dell‟estate, a metà gennaio 2001 ero di nuovo 100 kg. Nell‟inverno 2001, abbandonate da qualche tempo le pastiglie, per cercare di limitare la mia zavorra, oltre alla solita dieta, avevo acquistato una cyclette, con la quale cercavo di riacquistare la forma perduta, con sedute giornaliere, prima di dieci minuti, via via sempre più lunghe sino a girare i pedali per un‟ora davanti alla televisione. Non era una grande soddisfazione ma, se non fosse altro, mi aiutavo a perdere peso, che però riacquistavo, almeno in parte, nel periodo estivo e natalizio. In poche parole, nell‟arco di un anno, i miei sforzi fisici e alimentari erano vanificati, o almeno limitati, da un intervallo di circa due mesi, in cui mi lasciavo completamente andare. Con questi accorgimenti mi barcamenai sino all‟estate successiva, alla quale arrivai con un peso oscillante tra gli 88 e i 90 Kg. L‟estate 2001 e il relativo periodo natalizio si ripeté il copione già visto l‟anno precedente, lo stesso dicasi per il 2002. Il mio personalissimo effetto yo-yo andò avanti tra diete, cyclette e abbuffate varie sino all‟estate del 2003 in cui avvenne la svolta, e fui finalmente illuminato sulla via di Damasco, ecco i fatti. 5 Capitolo 2 Stufo dei miei continui alti e bassi, il primo agosto del 2003, appena giunto in Sardegna decisi di cambiare registro, dovevo modificare il mio atteggiamento verso il cibo. Oramai conoscevo in lungo e in largo ogni specialità sarda e non era il caso di continue scorpacciate, mi limitai quindi nel mangiare, senza diete particolari, ma nello stesso tempo, senza eccedere in pranzi e cene luculliane. In aggiunta a questo nuovo modo di pensare, decisi, in sostituzione della cyclette rimasta a Genova, di dedicarmi, al ritorno dal mare, prima di cena, a una corsetta di un quarto d‟ora. Quella sera, indossati pantaloncini, canotta e il primo paio di scarpe da ginnastica a disposizione, all‟epoca neanche sapevo esistessero scarpe studiate appositamente per la corsa, affrontai la mia prima uscita. Fu un‟esperienza interlocutoria in quanto ritornai a casa stanchissimo, bene o male dovevo portare a spasso circa 90 kg. distribuiti su 166 cm. anche se per un solo quarto d‟ora, ma contento, poiché ero riuscito nell‟impresa, e per uno che non si muoveva da anni, era già un successo. Fu proprio durante una di queste uscite serali a Tortolì, che incontrai Daniele, un ragazzo del luogo che già conoscevo, scoprii in seguito runner per passione, che appena vide come mi muovevo, mi dissuase dal continuare con quell‟atteggiamento, poiché io correvo come se stessi giocando a calcio, scatti repentini e conseguenti rallentamenti. Daniele m‟indicò il modo corretto con cui cominciare a muovermi, fatto di ritmo continuo, lento e costante. Insieme con lui percorsi per la prima volta 2,4 Km., il tragitto che separava la mia abitazione dall‟aeroporto di Tortolì e relativo ritorno. Da quella sera, infortuni a parte, si può dire che non ho più smesso di correre. Le sere che seguirono continuai le mie uscite con Daniele, io per la mia solita strada mentre lui si avventurava in un giro di ben 12 Km., che io, allora, vedevo come un traguardo irraggiungibile. Ricordo, che quanto ritornavo a casa, raccontavo a mia moglie le mie sensazioni durante quelle brevi corse, e sentivo muoversi dentro me qualcosa, che si sarebbe rivelato solo con il passare del tempo. Nello stesso istante descrivevo quello che provavo, un misto di meraviglia, stupore e ammirazione nel vedere Daniele avventurarsi in un così lungo cammino. Probabilmente nel mio inconscio, anche se allo stato embrionale, qualcosa 6 stava già nascendo. Continuai a limitarmi nel mangiare e a correre per tutto il mese. Ritornai a Genova nei primi giorni di settembre. Il mio pensiero, appena sbarcato dal traghetto, corse alla bilancia. Entrato in casa, nemmeno il tempo di posare le valigie, ero già spogliato, diritto in piedi sulla bilancia, ad attendere il verdetto: 89 Kg. Dopo anni di continui sali e scendi ero riuscito a fermare il mio peso sotto i novanta chili. Il problema ora era continuare con questo trend positivo. A Genova non sapevo, dove andare a correre, senza respirare smog e rischiare di essere investito dal qualche mezzo a motore. La cyclette mi aveva stufato. Visti i risultati preferivo correre che pedalare, il pensiero del cibo cominciava lentamente a passare in secondo piano e questa probabilmente era la novità più importante. Sono sempre stato abbastanza pigro. L‟idea di andare a cercare percorsi naturalistici, lontani da casa, per continuare a muovermi, non mi stuzzicava particolarmente. Ero tuttavia deciso a proseguire, raggiunsi quindi un compromesso. Mi recai in un grande centro commerciale e acquistai, nella fascia di primo prezzo, per 350 euro, pagati a rate, un tapis roulant a motore con inclinazione manuale. Visto il mio entusiasmo, mia moglie, come sempre, appoggiò incondizionatamente la mia scelta, anche avere il suo consenso, era per me uno stimolo a proseguire. Portato a casa, non senza fatica, collocai il tappeto in camera di mio figlio, al posto della cyclette, smontai la stessa e la passai a mio suocero. Cominciai a correre sul tappeto, a giorni alterni, per tre, quattro volte la settimana, dapprima per 10-15 minuti. A primavera 2004 riuscivo a trottare per quasi un‟ora anche se a velocità moderata, tra 7 e 8 Km./h. Non dimagrivo in modo abbondante, perché nel qual mentre non osservavo una dieta ferrea, in ogni caso mi stavo lentamente avvicinando più agli 80 che ai 90 Kg. Sul posto di lavoro, visti i miei progressi, cominciava a girare la voce che avessi cominciato a correre per dimagrire, e poiché una voce tira l‟altra, come le ciliegie, incominciai a scambiare informazioni con altri colleghi che avevano la mia stessa passione. In un primo momento allacciai rapporti solo con Mauro, vecchio compagno di reparto, una persona cocciuta e determinata, ex campione 7 italiano di ju-jitsu, insomma, uno sportivo vero, con il quale diedi inizio alla mia avventura di corsa all‟aperto. Con l‟avvento della primavera le giornate cominciavano ad allungarsi e rimaneva chiaro sino a tardi, cosicché potevamo andare a correre dopo le 16.30 all‟uscita del lavoro. Per le nostre prime uscite avevamo scelto la “passeggiata araba”. La strada, allora sterrata, che unisce Cogoleto a Varazze attraverso il vecchio percorso della ferrovia, un tratto di poco meno di 8 Km., andata e ritorno, caratterizzato da parecchie gallerie, ma che si affaccia direttamente sul mare, restituendo all‟avventore un profumo e un panorama indicibili. Proseguii di questo passo tutta l‟estate, alternando i pomeriggi sul tappeto alle uscite per strada. Anche durante il periodo delle ferie, che a quel tempo trascorrevo sempre in Sardegna, continuai il percorso oramai imboccato. Correvo insieme al mio mentore, Daniele, per le strade adiacenti Tortolì, non raggiungevo ancora, né i suoi ritmi né le sue distanze, ma lui stesso si beò dei miei progressi, e m‟incitò a proseguire la strada intrapresa. Passate le ferie, l‟estate volgeva al termine e l‟autunno bussava alla porta, il lavoro era ripreso cadenzato come sempre; con gli stessi ritmi io continuavo a correre. Premetto che per mia fortuna, la domenica mattina, a mia moglie piace dormire, pertanto impostavo la sveglia molto presto, e mi recavo ad Albisola Superiore, casa di Mauro, e da li partivamo per vari giri del circondario alla scoperta di nuovi percorsi, in parte montani, percorrendo di volta in volta 10/12 Km., quindi doccia e ritorno a Genova senza disturbare nessuno della famiglia. Durante una di queste escursioni domenicali, di fine estate, ci imbattemmo in un cartello pubblicitario che reclamizzava una marcia a scopo benefico, di 12 Km., denominata “su e giù per le albissole”, da tenersi in quel di Albissola Marina, il 10 ottobre 2004. Fu la mia prima gara, di cui conservo ancora oggi una grande fotografia. Mauro già conosceva questa corsa ed era informato dell'asperità del percorso. Da quella giornata per le domeniche a venire, sino al momento della gara, ci allenammo sempre sul percorso in questione. Tale competizione per una persona della mia stazza non era certo una 8 passeggiata giacché dopo pochi chilometri in pianura, presentava una salita, molto dura, che da Albissola porta all‟Uliveto, inserita allo scopo di fare selezione, proseguiva quindi con una ripida discesa per finire dentro villa Gavotti, paesaggi e luoghi stupendi. Ero molto concentrato sulla corsa e tralasciavo un po‟ la dieta, in ogni caso, in quel periodo, viaggiavo verso gli 85 Kg. Arrivò finalmente la domenica tanto attesa. Sveglia alle sette per tutta la famiglia, anche se la gara iniziava alla nove e trenta. Poco dopo le otto giungemmo ad Albisola. Mauro era già ad aspettarci al punto convenuto. Dopo esserci scambiati i saluti di rito alle otto e trenta eravamo pronti per il riscaldamento. In quella fase iniziale del mio percorso podistico non ero ancora a conoscenza del fatto che esistessero indumenti tecnici studiati per la corsa. Fu così che mi presentai alla partenza con fascia di spugna nera alla fronte, canotta più maglietta bianca a maniche corte, pantaloncini di maglina grigi, calze di spugna e scarpe Reebok del peso presunto di 500 grammi. Era un abbigliamento degno di una corsa fantozziana più che di una gara podistica. In ogni caso alla partenza l‟adrenalina era a mille, al via scattai dietro Mauro nel tentativo di tenere il suo passo, ma purtroppo il ritmo era un altro e dopo pochi chilometri mi aveva già distanziato. Cosa c‟è di bello nella pratica della corsa, è l‟assenza d‟ipocrisia, durante gli allenamenti tutti insieme, com‟è giusto, durante la gara, ognuno per la sua strada, perché tutti devono dimostrare a se stessi quello che valgono. Non mi ricordo bene come, ma tagliai il traguardo in un„ora e un quarto, la maggior parte dei partecipanti era giunta, del paesaggio che mi circondava non vidi nulla. Mauro era da qualche tempo arrivato, ma a festeggiarmi all‟agognata meta c‟erano mia moglie e mio figlio. Nell‟emozione del momento, per me quello era più che sufficiente, non avevo certo dimenticato da dove era partita la mia avventura. Dopo gara, doccia ristoratrice, quindi tutti al ristorante, gambe sotto la tavola e per un giorno, non volli sentir parlare di dieta. Durante la fase di preparazione della corsa sopra menzionata, al lavoro, i colleghi mi avevano suggerito il nome di un altro “ragazzo” che aveva iniziato la mia stessa attività sportiva. Fu così che strinsi amicizia con 9 Maurizio, come me residente a Sampierdarena, come me tifoso Samp, insomma, erano già molte le cose che ci accomunavano. Fu lui, fisico asciutto, da runner appunto, ma carattere un po‟ bizzarro, a invogliarmi alla mia seconda e ultima gara del 2004. A distanza di sole tre settimane dalla mia prima esibizione mi rimettevo per la seconda volta in gioco il 31 ottobre nella “marcia della lanterna”, questa volta di ben 15 Km. Quello che non capirò mai, è perché si ostinano a chiamarle marce, al via partono tutti a razzo, al meglio delle loro possibilità, di marciare non ci pensa nessuno, Maurizio ed io non facciamo eccezione. Avevo preparato la gara allenandomi alternativamente sia sul tappeto sia con Mauro sia con Maurizio. Come sempre quella mattina arrivai in piazzale San Benigno, con Maurizio, in netto anticipo e con lo stesso abbigliamento della gara precedente. Era una stupenda giornata di sole invernale, freddo pungente e vento gelido, bisognava correre per riscaldarci e non far penetrare il gelo nelle ossa, ma ormai mi sentivo un runner e non pativo nulla, il riscaldamento fu una formalità. La mia corsa si dipanò tra alti e bassi, in perenne inseguimento, invano, di Maurizio, il quale all‟arrivo, preoccupato del mio ritardo, sempre di corsa, mi venne incontro, e mi scortò sino al traguardo che tagliai in un‟ora e venticinque minuti. Con questa esperienza terminò il mio primo corso di attività podistica, per quanto concerne le gare, ma non smisi certo di correre, alternai le uscite con i ragazzi al tappeto, e con i migliori propositi mi avviai verso il nuovo anno. Praticando attività fisica, per me in modo intenso, non curavo molto la parte alimentare, anche se stavo attento a non trascendere. Il mio peso si era assestato sugli 85 Kg., non ero certo un fuscello, soprattutto rapportato all‟altezza, ma in ogni caso non ingrassavo più, e affrontai le vacanze natalizie in modo sereno, prova ne fu, che terminate le stesse, il mio peso era invariato. 10 Capitolo 3 Durante le due “marce” cui avevo partecipato, avevo osservato, ma più che altro sentito, vari concorrenti parlare di abbigliamento tecnico, scarpe A2, A3, A4, pronatori, supinatori, 3,4,5, al km. Incominciai a interessarmi all‟argomento. Estrapolai dispense da internet, lessi e mi abbonai a riviste specializzate, visitai negozi qualificati ma più che altro iniziai a scambiare opinioni con i ragazzi che coltivavano la mia stessa passione, Mauro e Maurizio in primis. Anche se oggi mi sembra naturale, e nemmeno ci faccio più caso, ricordo che mi meravigliò il fatto, che la velocità, nella corsa, si misura in minuti al chilometro e non in chilometri l‟ora. Correre a tre al chilometro, come fanno i professionisti, equivale ad andare a 20 Km./h., ma non “suona” allo stesso modo. Altro particolare che catturò la mia attenzione fu che la maggior parte delle persone erano iscritte a una sociètà podistica, il numero delle associazioni stesse con i rispettivi colori di appartenenza, insomma c‟era di che sbizzarrirsi. Forte di tutte queste argomentazioni, dietro consiglio di un ex podista, attuale titolare di un‟erboristeria specializzata in prodotti per lo sport, che avevo conosciuto nel mio vagabondare alla ricerca di notizie sulla materia, m‟iscrissi, per l‟anno 2005, al Gruppo Città di Genova, uno dei più numerosi della città. L‟ammissione al gruppo comporta una serie di diritti e doveri che danno facoltà di partecipare a tutte le gare FIDAL, l‟obbligo di una visita specialistica presso la medicina dello sport che rilascia o no il nullaosta all‟attività sportiva, la possibilità di allenarsi presso i centri sportivi della propria città. Su quest‟argomento, per quanto riguarda Genova, è meglio stendere un velo pietoso. Lanciato nell‟avventura, era l‟ora che pensassi a rinnovare il mio abbigliamento sportivo di per sé già molto scarno. Mi rivolsi quindi al maggiore e forse unico, all‟epoca, negozio di running, il quale mi consigliò per filo e per segno tutto quello di cui avevo bisogno, ragguagliandomi in modo esaustivo su ogni capo. Per esempio fui sottoposto “all‟esame del piede”, nel corso del quale scoprii di avere l‟appoggio neutro ma tendente 11 al supinatore, necessitavo quindi di scarpe neutre A3. Con mia somma sorpresa costatai che esistevano calze diverse, una per il piede destro e una per quello sinistro, insomma fui vestito dalla testa ai piedi, logicamente dietro lauto compenso, ma era un‟attrezzatura di cui avevo assoluto bisogno, se volevo proseguire seriamente nelle mie peripezie, l‟esborso finanziario, anche se esoso, era necessario. Maurizio nel frattempo si era iscritto al circolo podistico del C.R.A.L. AMT, mentre Mauro aveva preferito prendere tempo e riflettere ancora un po‟ sul da farsi. Il 2005 avrebbe coinciso con la partecipazione alla mia prima mezza maratona, ma andiamo per gradi. A inizio anno è pubblicato, a cura di un apposito comitato, un calendario di tutte le varie manifestazioni podistiche liguri e del basso Piemonte. Fu proprio sfogliando quest‟opuscolo, che qualcuno di noi, non ricordo chi, lanciò l‟idea di partecipare entro l‟anno a una mezza maratona, corsa di 21,097 Km. A partire da Gennaio 2005 tutta la nostra preparazione fu finalizzata a portare a termine quell‟intento. Sul posto di lavoro, in aggiunta ai soliti discorsi di donne, politica e calcio, il lunedì mattina, l‟argomento inerente la corsa, cominciava a farsi largo tra di noi. In coincidenza con questo periodo, pretesto il solito passaparola, si erano aggiunti al nostro gruppo altri due ragazzi, sempre colleghi di lavoro, Giancarlo e Michele. Il primo lo frequentavo da svariati anni, faceva parte del gruppo originale dei partecipanti alla cena di fine anno, sportivo come Mauro da quando era bambino, e come lui ex campione italiano, però di canottaggio. Michele fu invece la mia vera gioia, finalmente un ex ciccione si era unito al gruppo, non era un ex sportivo come Mauro e Giancarlo, non aveva il fisico longilineo di Maurizio, ma anzi era un‟ex buona forchetta, proprio come me. Il nostro gruppo, di cinque persone, era finalmente consolidato, tutti appartenenti a società diverse, ma tutti uniti nell‟obiettivo comune, la maratonina di Varazze del 6 novembre, su di questa era, alla fine, caduta la nostra scelta. I mesi trascorsero velocemente, ci allenavamo con intensità e abnegazione, per fortuna non incorremmo in infortuni muscolari, che sono il vero incubo 12 di chi corre. La paura dell‟infortunio è sempre dietro l‟angolo, soprattutto d‟inverno, con il freddo che la fa da padrone, ma anche il periodo estivo nasconde, per ragioni diverse, le sue insidie. Per trascuratezza o mancanza di tempo, purtroppo, sono poche le persone che dedicano la durata necessaria allo stretching di fine allenamento, che è la migliore prevenzione contro i guai muscolari. Durante le tanto sospirate ferie in Sardegna, ricevuti da Daniele i complimenti per i miglioramenti ottenuti, seguitai la preparazione verso la meta stabilita, insieme a lui. Ormai non facevo più fatica a seguirlo avanti e indietro per le strade di Tortolì, anzi, certe volte, riuscivo anche a sopravanzarlo. Di ritorno dalle vacanze, con i ragazzi, talune domeniche, coglievamo l‟occasione per partecipare a qualche “garetta”, ci si allenava a gruppetti durante la settimana, per rispettare le esigenze famigliari di ognuno, e la domenica, tutti insieme, per l„uscita mattutina di turno, senza però, mai arrivare a superare i venti chilometri. Nel mio pellegrinare nel web, m‟imbattei in articoli che trattavano di tutti i vari integratori alimentari, correlati alla pratica della corsa, ne analizzai, per quanto ne ero capace, i pro e i contro, esaminando, con fare obiettivo, quelle che erano le ragioni dei fautori e le critiche dei detrattori, arrivando alla conclusione che, quasi come sempre, la verità sta nel mezzo. Possono aiutare in corse lunghe e intense, non bisogna abusarne, è necessario abituarsi ad assumerli, anche durante gli allenamenti e non solo in gara, sono di aiuto più alla mente che al corpo. L‟errore più grande, a mio avviso, è quello di pensare che gli integratori facciano andare più forte, possono essere di soccorso per terminare al meglio le gare e alleviare il recupero muscolare, non certo per aumentare la velocità. Il mio peso nel frattempo non diminuiva di molto, ma si stava, lentamente, avvicinando agli 80 Kg. Con tutte queste promesse arrivò il giorno tanto atteso. Partimmo da Genova, in gruppo, all‟alba, tranne Mauro che ci attendeva in loco. Arrivammo a Varazze in netto anticipo, come da copione. Giornata uggiosa, pioggerellina fastidiosa ma temperatura complessivamente gradevole, per la stagione. La corsa si dipanava su di un circuito di sette chilometri, da percorrere tre volte. Partendo dal palazzetto dello sport di 13 Varazze ci s‟inoltrava, dopo un giro attorno alle vie della cittadina, verso la “passeggiata araba”, nostra compagna per molte domeniche. La tensione si tagliava con il coltello, non avevo mai percorso tutti quei chilometri, sino a quel momento, ma soprattutto, mai in gara. Durante il riscaldamento le gambe facevano “giacomo, giacomo” ma ci sostenevamo a vicenda. Capite bene che una debacle, in questo caso rappresentata da un ritiro preventivo o peggio da un arrivo camminando, quindi una resa incondizionata, sarebbe stato un duro colpo da metabolizzare, per ognuno di noi. Per fortuna le cose andarono per il meglio. Dopo la partenza io feci gruppo nelle retrovie con Giancarlo e Maurizio, mentre Mauro e Michele ci distanziarono dopo pochi chilometri. I primi due giri li corsi abbastanza bene, in scioltezza, il terzo fu un vero calvario. Malgrado avessi ingerito le portentose maltodestrine liquide, avevo “tirato” troppo in precedenza, per le mie possibilità, e probabilmente non ero abituato alla distanza. Nonostante tutto tagliai il traguardo, della mia prima mezza maratona, in un‟ora e cinquantadue minuti insieme a Maurizio, preceduti di un minuto da Giancarlo e di sette da Mauro e Michele. Adesso potevo dire: “Da 128,5 Kg. a 21,097 Km.” il tutto era avvenuto in poco meno di sei anni, ma il bello doveva ancora sopraggiungere. Logica l‟euforia finale che fu allietata da un‟abbondante striscia di focaccia ristoratrice. Il viaggio di ritorno a Genova fu totalmente occupato dal nostro edificare su progetti futuri, fatti di maratonine e di non so quant‟altro ancora, oramai la nostra mente spaziava eccitata in ogni dove, ma nessuno osò menzionare la parola “maratona”. Arrivato a casa, sommersi moglie e figlio di mille considerazioni sulla gara appena compiuta, e loro, con pazienza, sopportarono tutte le mie disquisizioni sul tema. La stagione si avviò al suo termine senza che partecipassi a nessun‟altra gara. Gli allenamenti insieme ai ragazzi proseguirono come sempre e, cosa più importante, il mio peso rimase stabile, poco oltre gli 80 Kg. nonostante fossi stato, per lavoro, una settimana in Germania senza la possibilità di correre. In terra teutonica conobbi Gibbo, (diminutivo di Gilberto), un mio 14 collega, veramente forte, viaggiava allora a una media di quattro al chilometro (ora va meglio), il quale era aiutato negli allenamenti dal padre ottantenne; quando si dice la passione. Il nuovo anno sarebbe stato foriero di svariate novità, la mia prima maratona ma ahimè, anche un serio infortunio, che avrebbe potuto compromettere la partecipazione alla stessa. 15 Capitolo 4 A inizio 2006, sollecitato da Maurizio, cambiai società e passai all‟AMT insieme a lui. Per inaugurare nel migliore dei modi il nuovo anno, avevamo appreso dal “Õ libbro de cõrse” che domenica 29 gennaio si sarebbe corsa la “maratonina dei turchi” in quel di Ceriale, paese vicino ad Albenga, decidemmo quindi di parteciparvi, con il nostro quintetto, ormai consolidato. Era la nostra seconda apparizione sulla distanza dei 21,097 km. Nell‟intervallo che intercorse tra le due “mezze” corremmo un paio di volte la distanza di venti chilometri, ci presentammo dunque alla partenza, a nostro giudizio, preparati. Purtroppo per noi il tempo meteorologico ci giocò un brutto scherzo, pioggia alla partenza da Genova, acquazzone a Ceriale durante la corsa e infine rovescio sulla strada del ritorno a casa, senza trascurare che la temperatura era particolarmente rigida. Arrivammo a destinazione, come sempre, in netto anticipo, tanto che insieme con altri podisti decidemmo di recarci in un bar a fare colazione. Intenzione di tutti era di consumare il solito caffè per non appesantirci, ma destino volle che all‟interno del suddetto bar fosse presente, in quel mentre, uno dei migliori top runner del lotto, e che lo stesso consumasse cappuccino e brioche al cioccolato, logica conseguenza: cappuccino e brioche al cioccolato per tutti, potere della suggestione. Durante il riscaldamento eravamo già zuppi d‟acqua e infreddoliti. Era nostra idea correre indossando il classico k-way, ma in seguito al suggerimento di persone più esperte desistemmo da tal proposito. Tale indumento impedisce, infatti, l‟evaporazione del sudore e ostacola quindi il ricambio d‟aria apportando perciò più danni che benefici, di conseguenza, solito abbigliamento, pantaloncini corti, maglietta e cappellino. La gara in questione prevedeva anch‟essa un circuito di sette chilometri da percorrere tre volte. La mia personale corsa si svolse sulla falsa riga di quella di Varazze con la differenza che questa volta feci gruppo con Mauro e Maurizio, gestii 16 meglio i tre giri nonostante il tempo inclemente e tagliai il traguardo, questa volta in condizione fisiche accettabili, in un‟ora e cinquantadue minuti, come nella circostanza precedente, sopra avanzato di circa dieci minuti da Giancarlo e Michele. Non mi ero migliorato, ma dato il clima, ero strafelice di aver portato a conclusione la mia fatica, così dicasi di tutti e quattro i miei compagni d‟avventura. Subito dopo l‟arrivo consumai il frugale ristoro e via dentro l‟abitacolo della mia automobile, al caldo, per indossare finalmente abiti asciutti. Ricordo che la divisa e le scarpe, con cui avevo corso, erano tutte impregnate all‟inverosimile d‟acqua, la stessa era arrivata a contatto con la mia pelle, sino là in mezzo, dove non batte il sole, prova ne fu, che una volta cambiato, notai che i sedili dell‟automobile erano anch‟essi umidi. I discorsi, durante il viaggio di ritorno verso casa, furono incentrati più sul maltempo, che aveva limitato, a nostro dire, le prestazioni, che al tema della gara appena svolta. A dire il vero, sentivamo di essere stati defraudati di qualcosa, ci ripromettemmo di rifarci il più presto possibile. L‟occasione si sarebbe presentata il 12 febbraio nella prima “maratonina delle due perle”, da Santa Margherita Ligure a Portofino, circuito da ripetere due volte, alla quale, però, non partecipai, ma non per mia volontà. Solo due settimane separavano le due manifestazioni, pensammo quindi di non preparare nessun allenamento particolare, ma di continuare ad allenarci regolarmente con la solita intensità. Mia moglie, per la ricorrenza di San Valentino, del 14 febbraio, a mia insaputa, aveva deciso di regalarmi il Garmin Forerunner 301, un rilevatore satellitare in grado di misurare, ora, velocità, distanza e altri parametri utili per la corsa; un articolo cui ambivo da qualche tempo ma che non avevo ancora acquistato dato il suo elevato prezzo. Sapendo che la gara si svolgeva il 12 febbraio, mia moglie, anticipò la sorpresa a sabato 4 febbraio, in modo che avessi tutto il tempo per prendere dimestichezza con l‟oggetto. Potete immaginare il mio stupore e la contentezza nel vedere realizzato il mio sogno, sembravo un bambino che scarta i regali di Natale. Passai tutto il sabato a studiarne il funzionamento. Domenica 5 febbraio ero pronto a testarlo. Nell‟euforia del momento presi una decisione che purtroppo, con il senno 17 di poi, si rivelò troppo azzardata. Decisi di compiere, da solo, il “giro di Camporsella” partendo dal portone di casa mia, in zona Villa Scassi a Sampierdarena. Un tratto che non avevo mai corso per intero in una sola volta, e che avevo formato come un puzzle pezzo per pezzo nelle mie uscite solitarie e che ora avevo composto per intero nella mia mente. E‟ un magnifico percorso, dal punto di vista paesaggistico, si snoda in costa sulle alture della mia città alternando scorci di mare a scenari quasi montani. La partenza è subito, dal primo passo, una specie di mulattiera. Si sale alternando alla strada carraia le tipiche crose genovesi sino al cimitero della Castagna, si svolta a sinistra e via, sempre in costante salita fino ai Piani di Fregoso, da qui si prosegue, abbandonando definitivamente la città, ed entrando in una zona verdeggiante sino a Begato vecchia, cui si arriva dopo una rampa, da noi definita, la “spacca cuore”. Seguitando in mezzo al verde, in una zona che definirei più selvaggia e, probabilmente la più bella del viaggio, mentre la Valpolcevera si distende a sinistra sotto i nostri occhi, si arriva a Camporsella, una frazione di quattro case, ma molto caratteristica. Siamo a ridosso della città, sui suoi rilievi, a sud abbiamo lasciato il mare e a nord s‟intravedono gli Appennini. Sino ad ora, tranne qualche breve tratto, si può dire che abbiamo percorso quasi tutta salita, la parte maggiormente impegnativa è però conclusa. Ci attende adesso quella che io chiamo la “V”, un chilometro circa di strada, poco frequentata da automobili, molto larga, in discesa, seguita subito da altrettanta in salita che ci porta davanti alla trattoria “Baia del Diamante” ai piedi dell‟omonimo forte. Da qui cinque chilometri di strada bianca, in falsopiano, da cui passava il vecchio acquedotto della città, e sotto la quale, a poche decine di metri corre il trenino di Casella, ci conducono al piazzale del Righi. Il percorso sterrato merita riflessioni particolari, poiché, alterni scenari di macchia mediterranea fanno da contraltare a scorci di mare in lontananza che via via che ci avviciniamo si aprono totalmente sino a restituirci l‟immensità delle acque una volta lasciata la boscaglia. Giunti sullo spiazzo del Righi, nel parco del Peralto, ha inizio l‟ultima 18 parte, che comincia, tanto per cambiare, con una bella salita sino a Forte Begato dove ci attende uno spettacolo indimenticabile, soprattutto all‟alba o all‟imbrunire. Nelle belle giornate invernali, l‟occhio può spaziare da est a ovest in un turbinio di luci e colori che porto e città specchiano nel mare, che non ha eguali. Finalmente ha inizio la tanto sospirata discesa, che non crediate meno impegnativa della salita, in quanto incide molto su di una muscolatura già provata da svariati chilometri. Al termine della china si arriva al bivio per Fregoso, e da qui, con il cammino inverso, si ritorna di nuovo al punto di partenza. (Vorrei qui aprire una brevissima parentesi riguardante la differenza tra correre a piedi o in bicicletta, perché, se è pur vero, che in bici si percorrono, solitamente, più chilometri, è anche vero che, volendo, la bicicletta in discesa “va da sola”. Lo stesso non si può dire di chi corre a piedi, anzi, a volte si fa più fatica a percorrere una discesa rispetto a una salita. Se non si fanno girare le gambe, anche in discesa, si resta al palo. Forse è per questo motivo che una gran fondo di ciclismo è, generalmente, paragonata a una maratona). In conclusione, un circuito di ben venticinque chilometri, molto duro, con una lunga prima parte tutta in ripida salita, la porzione centrale in falsopiano su strada sterrata e la frazione finale equamente divisa tra asfalto piano e scoscesa discesa. Sveglia molto presto, vestito di tutto punto, pasticche energetiche in tasca, Garmin al polso, così, fiero, alle sette di mattina, di domenica 5 febbraio, diedi inizio a quella, che in realtà, si sarebbe rivelata una triste disavventura. Era una splendida giornata di sole, corsi la prima parte, la più impegnativa, abbastanza bene, dato che le riserve energetiche erano ancora intatte. Durante la frazione centrale, quella su strada sterrata, giunto quasi alla fine di tale percorso, sull‟antico acquedotto, quando ormai intravedevo le vecchie mura della città, e il mare si apriva davanti a me, forse causa la stanchezza, avvenne il patatrac. All‟uscita di un tratto che si snoda dentro il bosco, in penombra, dietro ad una curva, in pieno sole, inciampai in una pietra che sporgeva dal terreno e caddi a terra. Seppi in seguito che parecchi amatori erano caduti correndo su quell‟infido 19 percorso. Istintivamente protesi le mani a difesa del corpo. Probabilmente per salvare il Garmin, anche se sono mancino, distesi maggiormente la mano destra, che fu la prima a impattare con il terreno, seguita dalla sinistra e infine dalle articolazioni inferiori. A prima vista mi sembrò una caduta da nulla, nessun indumento strappato, leggera escoriazione a ginocchio e mano sinistra, satellitare intatto, in un attimo ero di nuovo in piedi senza bisogno d‟aiuto, che mi era stato gentilmente offerto da una signora intenta a prendere il sole. Ripartii immediatamente, anche se avvertivo un certo fastidio alla mano destra, soprattutto nella zona del dito medio, che si stava velocemente gonfiando. Rapidamente il malessere divenne dolore, per fortuna avevo con me il cellulare. Con lo stesso avvisai mia moglie che avrei ritardato, non riuscivo più a tenere un ritmo decente, causa gli spasmi sempre più forti che non permettevano di concentrarmi a dovere. Bene o male arrivai a casa correndo. Durante la doccia, quando l‟acqua colpiva la mano infortunata, avvertivo uno strano tremolio alle gambe, come se dovessero cedere improvvisamente sotto il peso di un enorme macigno, ma imputai il fatto alla stanchezza dettata dalla lunga corsa. A doccia avvenuta, stavo un po‟ meglio, convinto di essermi slogato il dito medio, non prestai troppa attenzione a mia moglie, che continuava a sollecitarmi di andare al pronto soccorso per fare i raggi alla mano. Misi la borsa del ghiaccio sull‟arto infortunato e tirai innanzi, la domenica successiva c‟era la maratonina, non potevo mancare. Ahimè non sapevo cosa mi aspettava. Dopo pranzo il dolore non passava, mancava ancora un paio d‟ore prima della partita della Samp, mia moglie non demordeva, cedetti. “Parcheggiato” momentaneamente mio figlio dalla vicina di casa, mi recai a piedi, insieme alla mia dolce metà, al pronto soccorso che dista solo un centinaio di metri da casa nostra. Sosta di prassi, in sala d‟attesa, che per fortuna non si procrastinò per più di un‟ora, quindi compilazione dei moduli, come da protocollo ospedaliero. Finalmente fui sottoposto al tanto sospirato, da parte di mia moglie, esame radiologico alla mia mano destra. Nell‟attesa del responso, la mia consorte stava in silenzio, sicuramente 20 aveva già intuito qualcosa, io, spavaldo, insistevo che era una semplice slogatura del dito medio e che sarebbe bastato steccarlo. Intanto che discutevamo tra di noi, la dottoressa uscì dalla sala di radiologia ed esordì annunciando che il mio dito medio non era rotto, aveva subito una forte contusione, per questo era gonfio. Guardai mia moglie, con aria di superiorità, e, sottovoce le ripetei: “Che ti dicevo?”. Neanche il tempo di bearmi davanti a lei, che la dottoressa continuò, il dito non ha nulla ma la mano è rotta! La mia mente in un attimo corse alla maratonina della domenica successiva, ormai svanita, e a tutto il resto, allenamenti, gare, che questo inatteso stop dell‟attività podistica avrebbe comportato. “Rottura scomposta del metacarpo in corrispondenza del dito anulare, bisogna intervenire chirurgicamente, inserire due viti in titanio, in seguito ingessare, attendere trenta giorni, passare alla riabilitazione, sperando di riacquistare le funzioni motorie della mano al cento per cento”. Questo il giudizio definitivo della visita chirurgica cui mi sottoposi nel pomeriggio della domenica stessa. Seguirono tutte analisi del caso in preparazione della futura operazione. Il chirurgo volle sapere per filo e per segno come mi ero procurato la caduta, mi fece ripetere il racconto un paio di volte, per vedere se cadevo in contraddizione, in quanto, a suo dire, una rottura del genere era, in pratica, incompatibile con la dinamica da me descritta, era un evento che si può verificare una volta su un milione; quando si dice il culo! Con la mano fasciata, fui rispedito a casa in attesa dell‟intervento. Finiva così la mia domenica da leone e terminavano i sogni di gloria. Il martedì successivo alle ore dodici entravo in sala operatoria, ne sarei uscito mezz‟ora più tardi. Il chirurgo mi ragguagliò sulla dinamica dell‟intervento appena eseguito e, a suo dire, perfettamente riuscito. Non mi restava che armarmi di santa pazienza, dote nella quale non ho mai eccelso. Nonostante fossi contrario, dovetti trascorrere la notte in ospedale, come da prassi, onde evitare eventuali complicazioni. La mattina successiva, medicata la mano, fui dimesso, in attesa che la ferita si asciugasse, cosa che puntualmente avvenne pochi giorni dopo. Fui perciò ingessato. 21 Da quel momento, pensai, sarebbero stati, minimo, trenta giorni di calvario. Confesso che non ero particolarmente depresso, ero solo incazzato nero, cosa avrei fatto in quel mese e più? La mia maggiore preoccupazione era dettata dal fatto che un‟inattività così lunga avrebbe comportato, sicuramente, nella mia persona un notevole aumento di peso. A quel punto, mi conoscevo bene, non potevo permettermi di rimanere fermo, inoperoso, per tanto tempo, avrei senz‟altro finito per ingrassare. 22 Capitolo 5 Con il braccio destro ingessato, dalle dita all‟avambraccio, i miei movimenti erano limitati parecchio, di guidare auto e moto, per andare in giro, logicamente, non se ne parlava neppure. Anche i semplici gesti come lavarsi e vestirsi erano difficoltosi. In conclusione le mie possibilità di marcia erano circoscritte al solo ambito domestico. Di conseguenza il dispendio energetico giornaliero sarebbe stato ridotto. La qualità e la quantità quotidiana, di cibo ingerito, in queste condizioni, avrebbero assunto un ruolo di primaria importanza. Pertanto decisi subito di agire simultaneamente su due fronti, quello nutrizionale e quello concernente l‟attività fisica. Dato che avevo tanto tempo libero, mi dedicai alla ricerca di diete alternative alle solite ipocaloriche. Scoprii quindi la “dieta a zona”. Com‟era mio costume, per quanto ne ero in grado, non essendo medico, ne analizzai pregi e difetti, promotori e denigratori. Arrivai alla conclusione che, anche se non era certo esente da lacune, poteva fare al caso mio, la adottai al momento come regime alimentare per i miei pasti giornalieri. Stabilito che la suddetta dieta si basa principalmente sul controllo dell‟ormone dell‟insulina e sul bilanciamento tra i vari macronutrimenti (carboidrati, proteine e grassi), cominciai a girovagare in internet alla ricerca di carboidrati alternativi alla solita pasta di grano duro, che genera picchi insulinici dannosi. Scovai perciò: quinoa, amaranto, farro, orzo, avena, segale, grano saraceno miglio ecc., quasi tutti alimenti che prima non conoscevo. In alternativa alle proteine delle carni bianche, (petto di pollo e fesa di tacchino), e del pesce, (tonno, salmone, sgombro) tutti rigorosamente cotti alla piastra, in umido o al vapore, preferii i semi di soia gialla, anch‟essi sino ad allora a me estranei, che tra tutti i legumi è quella più ricca di proteine; ottima anche sotto forma di spezzatino, hamburger e cotolette. Lasciai invece da parte gli altri suoi derivati, tipo tofu, seitan, miso. Non stimolavano la mia fantasia. 23 A corollario di tutto aggiunsi frutta, esclusi fichi e banane, e verdura, limitando carote, piselli e pomodori. Superfluo aggiungere che pane, patate, dolci, vino e superalcolici erano banditi dalla mia tavola. Se vuoi dei risultati, devi fare dei sacrifici, diffidate dai falsi profeti, nessuno ti regala nulla. Come grasso di condimento per i vari glucidi usai solo olio extravergine di oliva. La soia, sia i semi sia la “carne”, non fu un problema da reperire, per i vari carboidrati dovetti girare diversi negozi specializzati, ma alla fine riuscii nel mio intento. Con tutti questi buoni propositi la seconda settimana di febbraio 2006 poteva cominciare. Il lunedì mattina la bilancia sancì 80 Kg. Se per la parte, diciamo così, burocratica, il temporaneo inutilizzo dell‟arto dritto non era un problema, dal lato pratico, anche se sono mancino, il mancato impiego della mano destra, mi rallentava i movimenti. In ogni caso, bene o male, quella mattina, riuscii a vestirmi di tutto punto, e, attivato il tapis roulant, cominciai la mia corsa, avevo tutto il tempo che volevo a mia disposizione. La cosa che richiese più attenzione fu allacciarmi le scarpe, vi assicuro che con una mano e mezza è un vero casino. La postura sul tappeto non era certo delle migliori, in ogni caso, in pochi giorni, mi adattai abbastanza bene alla nuova posizione di corsa con il braccio destro semi rigido. Correvo un‟ora tutte le mattine, il sabato e la domenica un‟ora e mezza, a ritmo sostenuto, terminavo in un bagno di sudore. Certe giornate che mi sentivo particolarmente in forma correvo anche nel pomeriggio, da mezz‟ora a quarantacinque minuti. Dovetti isolare la parte di pavimento a contatto con il tapis roulant, in modo da non disturbare eccessivamente i vicini del piano inferiore. In effetti, il rumore costante del nastro che gira, per di più velocemente, è piuttosto alienante. Raggiunsi lo scopo con cuscinetti di gomma semi rigidi intervallati a pezzi di sughero formando in questo modo una specie di ammortizzatore artigianale, che mi evitò incidenti diplomatici. 24 Dopo le mie performance fasciavo il braccio dentro i sacchetti di nylon, per non bagnare il gesso, e via sotto la doccia. Sprecavo più sacchetti per il mio braccio che per contenere la spesa. Dopo trentacinque giorni mi tolsero il gesso, fu una sensazione terribile. La mano era rigida, impossibile muovere qualsiasi dito, a ogni tentativo il dolore era lancinante, ero sinceramente preoccupato. Per mia fortuna conoscevo un ottimo fisioterapista, Tonino, padre di un‟ex compagna di classe di mio figlio, il quale, con sedute giornaliere di riabilitazione, portò la mia mano, anche se lentamente, a ristabilirsi completamente in una decina di giorni . Stranamente, quello che soffrì di più la lunga immobilità, fu il dito medio, quello slogato, rimase gonfio per parecchio tempo, ne riacquistai la piena mobilità, molto tempo dopo che la mano funzionava già egregiamente. Adesso di quel brutto ricordo mi resta solo la cicatrice. Al termine di quell‟odissea sulla bilancia di casa, alla fine di Marzo, pesavo 74 Kg., avevo perso circa sei chili in quarantacinque giorni, senza accusare nessuna fatica sia fisica sia mentale, anzi facevo quello che mi piaceva, correre e mangiavo a sazietà, ma le cose giuste, almeno per me. Il binomio corretta alimentazione – corsa aveva dunque funzionato egregiamente, non lo avrei più abbandonato. Anche se in seguito variai leggermente il mio tipo di alimentazione, allontanandomi leggermente dalla “dieta a zona”. Nel frattempo cominciai a tenere un taccuino in cui annotavo tutti i chilometri giornalieri percorsi. Con questo criterio, avevo un quadro completo della quantità di lavoro svolto mensilmente e, fatto più importante, tenevo sotto controllo l‟usura delle scarpe, le quali, personalmente, non mi sono mai durate più di ottocento chilometri. Rientrato al lavoro, ritornai ad assaporare il mondo della corsa domenica 26 marzo, con la prima gara dell‟Auser, una competizione di dieci chilometri, con vari sali e scendi, che si svolge nel parco e nei dintorni di Arenzano, personalmente piace molto. Partecipai con Mauro e Maurizio, al via, la paura di un‟eventuale caduta, soprattutto in partenza, quando si è ancora tutti in gruppo, era molta, ma mi sforzavo di non pensarci. Certo, se fossi inciampato, non potevo proteggere 25 l‟eventuale ruzzolone con la mano destra, ancora traumatizzata; ma istintivamente, sarei stato in grado di ritrarla? Per fortuna non lo sapremo mai. Tutto si svolse per il meglio, splendida giornata di sole, bella gara, ci divertimmo e terminammo quasi all‟unisono in un tempo che ora non ricordo, ma poco importa. Il gruppo dei cinque era ricostituito, proseguimmo allenamenti e gare tutti assieme oppure a gruppi di tre o quattro secondo le rispettive esigenze famigliari. Partecipammo alle classiche di primavera tipo, Vivicittà, Caruggincursa, Traversata della Valbisagno. Le competizioni che stimolavano maggiormente la mia voglia di correre erano però le mezze maratone, mezza della Fraschetta, Stragenova, maratonina di Vado Ligure solo per citarne alcune di quel periodo. Apparivano ai miei occhi come le gare per eccellenza, in cui davo il meglio di me stesso, per impegno e abnegazione, anche se poi i tempi non erano eccelsi. A ogni buon conto, durante una di queste, fermai il cronometro a un‟ora e quarantatré minuti, migliorando il mio precedente risultato di ben nove minuti. 26 Capitolo 6 Tra gare e allenamenti il tempo passava e l‟estate si avvicinava. In una torrida giornata di luglio, causa probabilmente un colpo di sole improvviso, Maurizio lanciò un‟idea folgorante nel gruppo: “Perché non prepariamo una maratona per il prossimo autunno?” Dalla canicola al gelo il passo fu breve, smarrimento totale, scherzava, era forse impazzito, o cosa ancor peggiore, parlava con cognizione di causa? No, non ci prendeva in giro, diceva sul serio. I primi a riprenderci dallo shock fummo io e Michele. Giancarlo si defilò causa improrogabili impegni di canottaggio che non gli avrebbero permesso di onorare l‟impegno, oltre a vari dolori alle ginocchia che lo infastidivano da qualche tempo, mentre Mauro non si sentiva ancora pronto per un incarico così gravoso. Restammo in tre con il cerino acceso in mano. Non avevamo mai corso più di venticinque chilometri. In primo luogo bisognava decidere la manifestazione cui partecipare, secondariamente, il programma da seguire per prepararci adeguatamente. Fino al quel giorno, nessuno di noi, aveva seguito tabelle specifiche di preparazione, correvamo a sensazione. Allenamenti corti e veloci per le gare brevi, esempio dieci chilometri, training su lunghi tratti, a velocità contenuta, per gli incontri sulle lunghe distanze, tipo mezza maratona. Io m‟incaricai di cercare i prospetti, Maurizio doveva individuare la competizione ritenuta più adatta. Michele per problemi personali decise da subito di partecipare alla maratona di Venezia che si sarebbe tenuta l‟ultima domenica di ottobre. Si affidò a un suo amico preparatore atletico per l‟addestramento. Dopo varie consultazioni su libri, riviste, web la mia scelta cadde su di una tabella che richiedeva un impegno, a giorni alterni, quattro volte la settimana per un totale di quindici settimane e un complessivo pressappoco di ottocentosessanta chilometri da percorrere in poco meno di quattro mesi. Questo lavoro era necessario, al fine di riuscire a terminare la maratona, in un tempo inferiore alle quattro ore. Il problema era dato dal fatto che tale schema richiedeva impegni domenicali di trenta chilometri e oltre. Presentai il tutto a Maurizio, il quale, da parte sua, aveva individuato nella 27 maratona di Firenze, il 26 novembre, la nostra meta. Ci guardammo negli occhi e decidemmo di provarci. Facendo il cammino a ritroso, partendo dal giorno della maratona, l‟inizio della preparazione cadeva lunedì 14 agosto, in pieno periodo di ferie, prima di ferragosto; un bell‟inizio, non c‟era che dire. I primi giorni di agosto m‟imbarcarono con l‟auto sul traghetto destinazione Olbia, a seguire tragitto su quattro ruote sino a Tortolì, nei bagagli più materiale per correre che per recarmi alla spiaggia. Appena giunto a destinazione comunicai a Daniele la mia intenzione di partecipare a una maratona, rimase sbalordito. A distanza di tre anni dalla mia prima uscita con lui, ne erano passati di acqua e di chili, sotto i ponti. Il quattordici di quel mese, alle sei di mattina, aveva inizio la mia storia verso la maratona con un percorso di tredici chilometri. Nei giorni seguenti, proseguendo la preparazione, mi capitò di correre parecchie volte con Daniele, il quale, a suo dire, faticava a starmi appresso, soprattutto la domenica, quando affrontavo i primi “lunghi”, preferiva gettare la spugna. A me tornava in mente, quando ero io, che guardavo lui correre, immaginando se mai, un giorno, avessi potuto raggiungere i suoi traguardi, ora gli ero addirittura davanti, incredibile. Tutto ciò era per me uno stimolo a proseguire, perché, non nascondo, che la fatica e la stanchezza si facevano sentire, nonostante tutto ero in ferie, quindi, tutto il giorno in spiaggia, la sera si “tirava” spesso sino a tardi, qualche volta a cena fuori, ma poi la mattina, la sveglia suonava all‟alba e, tirarsi su, non era semplice. La preparazione in Sardegna si protrasse per una ventina giorni, sino a quel punto i lunghi non avevano sforato i venticinque chilometri. I nodi vennero al pettine di ritorno a Genova, tra settembre e ottobre, dovevamo affrontare e superare i trenta chilometri. Maurizio decise di continuare a correre sul percorso del parco del Peralto, da parte mia, scelsi la riviera di ponente. Partenza dal capolinea del bus numero uno, a Voltri, e via verso ovest. Dato che eravamo rimasti solo noi due, in settimana ci allenavamo insieme, incitandoci a vicenda. Nel week-end, ognuno per la sua strada, ad affrontare da soli i lunghi percorsi. Gli allenamenti settimanali, ai quali ci sottoponevamo, comprendevano due 28 uscite, che variavano tra i dieci e i quindici chilometri, intervallate da una infrasettimanale di “ripetute” inizialmente sul chilometro, per arrivare sino ai tre da ripetere appunto da tre a sei volte secondo il tipo di seduta, infine, il “lungo” la domenica, tra i venti e i trentacinque, secondo tabella. Capisco che, per chi non è “del mestiere”, non sia facile da comprendere tale meccanismo. La fatica maggiore non fu correre i lunghi di trentatré, trentacinque chilometri, fu correrli da solo, cosa che in seguito si sarebbe ripetuta parecchie volte, ma che sino a quel punto non ero abituato a fare. In ogni caso il desiderio era troppo forte, nonostante le levatacce mattutine domenicali, a ore impossibili, gli allenamenti dopo il lavoro, nel tardo pomeriggio, il caldo, il freddo, la pioggia, niente riuscì a fermarci e arrivammo in fondo alla fatica. C‟era inoltre da allestire tutta la parte organizzativa, iscrizione alla maratona, invio fax, pagamento bollettini postali, prenotazione alberghiera, acquisto dei biglietti del treno, approntare le valigie con ogni cosa necessaria. Il tutto, a fronte di una pianificazione da realizzarsi il prima possibile, perché in queste manifestazioni, prima t‟iscrivi e meno paghi; credevate fosse semplice partecipare a una maratona? A titolo di puro esempio, l‟iscrizione a una maratona, fatta cinque mesi prima, può costare trenta euro in meno che fatta gli ultimi venti giorni. Questa è sicuramente la parte più odiosa della nostra passione. E‟ inconcepibile che le persone debbano programmare, con svariati mesi di anticipo, quello che sarà la loro partecipazione alle manifestazioni. Di tutto questo si occupò mia moglie, che da quell‟occasione entrò prepotentemente nel mio mondo, da lì in poi fu lei a curare la parte organizzativa delle maratone, e vi assicuro che non è un aiuto da poco; io devo pensare solo a correre. Durante la preparazione, i confini della Liguria mi andavano stretti, decisi quindi di varcare l‟Appennino. Colsi l‟occasione e partecipai a due mezze, che erano inserite in ogni caso nella tabella d‟allenamento, una a metà settembre, a Monza, l‟altra a Bergamo a fine ottobre. A Monza si era riformato quasi per intero il nostro gruppo. Fu una bellissima gara con partenza e arrivo dentro l‟autodromo e restante 29 percorso attorno al parco omonimo. Stabilii anche il mio personale in un‟ora e trentanove minuti; avrebbe resistito un anno. A un mese dalla maratona andai a Bergamo, con la mia famiglia, a trovare degli amici milanesi, conosciuti in Sardegna, e già che nella città orobica era in previsione una mezza ne approfittai per parteciparvi. Bella giornata, ma nonostante la stagione autunnale, il caldo era insopportabile. Non mi sforzai eccessivamente, la maratona era troppo vicina, in ogni caso terminai in un onorevole, un‟ora e quarantuno minuti. Per quanto detto in precedenza, l‟iscrizione alle mezze, di cui sopra, era stata da me effettuata con debito anticipo, prima di partire per le ferie estive. A conti fatti, il risparmio annuale, se si partecipa a svariate mezze e maratone, è di parecchie centinaia di euro. Il gran giorno si stava avvicinando. L‟ultima settimana gli allenamenti si fanno meno duri, si lavora più sulla testa che sulle gambe, bisogna essere concentrati, avere rispetto della distanza che si va ad affrontare. Ad accrescere le mie preoccupazioni contribuì, inoltre, un incidente motociclistico nel quale fui coinvolto, senza, per fortuna, conseguenze fisiche, ma nello stesso, il mio scooter andò distrutto. Di conseguenza, il pensiero di dover trovare i soldi per acquistarne un altro, mi accompagnò per mesi, di promesse tante, ma alla fine dovetti fare tutto da solo, come sempre; meglio così. Era la mia prima maratona e, a detta degli “esperti”, che avevo interpellato, la prima volta l‟importante è arrivare, il tempo impiegato non conta. A posteriori è un concetto che approvo anch‟io, ritirarsi la prima maratona non è certamente un buon viatico per proseguire, magari camminando, per certi tratti, ma bisogna tagliare il traguardo. 30 Capitolo 7 Il sabato precedente, di buon mattino, la mia e la famiglia di Maurizio, in tutto sei persone, ci trovammo davanti ai binari della stazione Principe, destinazione Firenze, fermata, Santa Maria Novella. In quel momento mi accingevo ad affrontare la mia prima maratona con un peso inferiore ai 70 kg., a distanza di quasi sette anni avevo perso la bellezza di poco meno di 60 Kg., se non era un record, poco ci mancava. Fu un viaggio d‟andata tranquillo, che corse via veloce senza intoppi, in compagnia dei nostri figli. Un po‟ d‟apprensione era presente nel gruppo, volente o nolente era la nostra prima esperienza, anche se avevamo pianificato ogni cosa, come si suole dire, vale più la pratica che la grammatica, e noi di perizia in questa specialità non ne avevamo. Prima di partire avevo consultato l‟oracolo meteorologico, il quale prevedeva per il week-end tempo parzialmente soleggiato, temperatura mite, assenza di vento ma cosa più rilevante nessuna precipitazione. Arrivati a Firenze, come prima incombenza, innanzitutto, dovevamo recarci a ritirare pettorale e pacco gara. Al pettorale è applicato il microchip che rileva i tempi di passaggio nei vari punti di controllo stabiliti dall‟organizzazione, il primo è posto ovviamente alla partenza e l‟ultimo, fatidico, all‟arrivo. Il tutto si trovava nelle vicinanze della stazione, al marathon village. Questo è un edificio in muratura con annessa una tensostruttura al cui interno è presente un insieme di stand che vendono prodotti per la pratica del running, oppure reclamizzano maratone da lì a venire. Nel pacco gara era presente, oltre ai soliti depliant e gadget pubblicitari, una bellissima maglia tecnica invernale a manica lunga con le decalcomanie della Firenze Marathon, un bell‟oggetto, non c‟è che dire, che uso ancora oggi. I ragazzi fecero incetta di volantini; così con le sporte piene, ci dirigemmo, camminando, alle rispettive dimore che distavano un buon quarto d‟ora a piedi. Maurizio e la sua famiglia alloggiavano in un hotel in centro città, mentre mia moglie, anticipatamente, era riuscita a prenotare un piccolo appartamentino nel centro storico, a due passi dall‟arrivo della maratona, 31 posta in piazza Santa Croce. Era nostra intenzione fermarci sino il lunedì successivo. Dopo un pranzo leggero a base di pasta al pomodoro e petto di pollo ai ferri, trascorremmo il pomeriggio, dopo il meritato riposo, a girovagare, attenti a non stancarci troppo. Visitammo la zona della partenza in Piazzale Michelangelo, dove fissammo l‟appuntamento, Maurizio ed io, per la mattina dopo, alle sette e trenta, in un punto ben preciso, per trovarci senza cercarci. Il luogo che attrasse maggiormente il nostro interesse fu, logicamente, piazza Santa Croce, lo striscione dell‟arrivo. L‟avremmo attraversato il giorno dopo? Saremmo passati sotto le tribune che stavano allestendo? Tutte domande che di lì a non molto avrebbero avuto risposta. Io e Maurizio cenammo con un piattone di riso condito con olio e parmigiano, una fetta di crostata di mele e via a nanna. Com‟erano lontani i tempi della trippa e della pasta panna e salsiccia, ma non li rimpiangevo di certo. Non essendo una persona particolarmente emotiva, trascorsi una nottata tranquilla e rilassata, a ogni buon conto alle sei del mattino successivo, senza che la sveglia avesse il tempo di avvertirmi, ero già in piedi. Raggiunta la posizione verticale iniziò il rito della preparazione, in silenzio, per non svegliare mio figlio. La sera avevo dispiegato tutto il necessario su di un sofà di fronte al letto. Olio riscaldante per le articolazioni, crema di vaselina per proteggere i capezzoli dallo sfregamento con la t-shirt, intimo, maglietta con pettorale allacciato tramite quattro spille da baglia, che a loro volta sostenevano le bustine delle famigerate malto destrine in pastiglie, cosciali con integratori liquidi nella tasca, calze, scarpe, fascia per i capelli, occhialini, tuta di carta per proteggermi dal freddo mattutino e da gettare nella spazzatura avanti la partenza e infine barretta energetica per colazione. Punto primo, scusate il cattivo gusto, ma svuotare l‟intestino è fondamentale per correre in tutta tranquilla, per fortuna, non ho mai avuto difficoltà da questo punto di vista. Il problema se mai è il contrario, io assolvo il compito anche quattro o cinque volte. La tensione da qualche parte deve pur sfogarsi. Di ritorno dalla toilette, cominciai con i massaggi alle gambe tramite l‟olio 32 miracoloso, quindi vaselina sui capezzoli, intimo e così di seguito tutto il resto sino a che non fui completamente vestito, nel frattempo il solito via vai tra camera e bagno. L‟ultimo atto, il più importante, fu l‟allacciatura delle scarpe. Se le scarpe si slacciano durante la corsa, sono guai, quindi persi un po‟ di tempo in questa pratica, ma non era tempo sprecato invano. Fatta colazione con gli snack corroboranti ero pronto, salutai mia moglie, con la promessa che ci saremmo ritrovati all‟arrivo, e uscii in tutta fretta. Il percorso che separava la mia abitazione dalla partenza distava meno di un chilometro, lo usai come riscaldamento, in poco più di cinque minuti la raggiunsi correndo a ritmo lento. Giunto a piazzale Michelangelo mi recai subito al posto stabilito per l‟appuntamento, di lì a poco arrivò Maurizio, insieme cominciammo a “corricchiare” nei dintorni. Ogni tanto facevamo una tappa ai bagni chimici, tanto per stemperare la tensione. Era presente gente di ogni nazionalità e di ogni età, dal diciottenne all‟ottuagenario tutti sorridenti e allegri, insomma il clima era ideale per correre non solo a livello meteorologico. A un certo punto, gli addetti ai lavori, aprirono le gabbie, che non solo altro che transenne divisorie per separare le diverse categorie di partecipanti, in base ai loro tempi, ovviamente Maurizio ed io, non avendo mai partecipato a una maratona, fummo collocati in ultima fascia. Poco prima della partenza ci togliemmo anche gli ultimi indumenti superflui e restammo in divisa ufficiale da corsa. Passarono minuti interminabili, poi, finalmente lo sparo, si parte, baci e abbracci, come se fossimo dovuti partire per la guerra, e auguri reciproci. Già dopo pochi chilometri Maurizio perse contatto, era partito con una cadenza inferiore alla mia ed io avevo affrontato la discesa iniziale più velocemente, forse troppo. Cercai di tenere un ritmo costante, come mi ero prefisso, ma commisi lo stesso svariati errori frutto dell‟inesperienza. Sino alla mezza maratona, tutto bene, mantenevo una dinamica di corsa pulita ed efficiente, anche se leggermente troppo veloce. All‟altezza del venticinquesimo chilometro fui preso da un‟eccessiva euforia, risultato del tifo sfrenato della gente ai lati delle strade, che mi portò a strafare, aumentai inopinatamente il ritmo e giunto al trentesimo 33 ero cotto. Inoltre aveva appena perduto una busta di carboidrati liquidi, che a livello psicologico, più che fisico, era una mazzata. In queste condizioni mi accingevo ad affrontare il Parco delle Cascine alla periferia di Firenze. Ad aumentare il mio senso d‟impotenza contribuì anche il fatto che vedevo molti concorrenti, ai lati delle strade del parco, ritirarsi in preda a vomito, stanchezza, infortuni vari o peggio ancora prelevati da autoambulanze. Per fortuna il mio cervello aveva ancora zuccheri a sufficienza per funzionare egregiamente e anche se il fisico non rispondeva più a dovere, riuscii a impormi. Uscii dal parco con le mie gambe, la velocità non era più quella iniziale che mi ero prefissato, ma riuscivo a correre dignitosamente. Giunto al trentasettesimo chilometro mi parve di stare un po‟ meglio, altro errore, forzai il ritmo, al quarantesimo avevo finito la benzina. Le gambe erano due pezzi di legno, ero molto accaldato, avevo saltato, causa una svista, dovuta alla fatica, l‟ultima spugnatura con acqua fresca. Ero come un pugile alle corde che aspetta il colpo del K.O. Feci appello alla mia forza di volontà, a quel punto non mi restava altro. Di camminare non se ne parlava, di fermarmi ancora meno. Ripensai da dove ero partito, da quella cena di sette anni prima e dei suoi 128,5 Kg., e dove adesso stavo arrivando. Per due chilometri di merda avrei mandato tutto in fumo? Non penso proprio. Il mio cervello imponeva alle mie gambe di girare e loro volente o nolente dovevano correre, punto e basta. A dimostrazione che la maratona è prima di tutto una gara di testa e poi di gambe, arrivai al quarantaduesimo chilometro. Qui commisi l‟ennesimo errore, mancavano duecento metri all‟arrivo, eseguii una brusca accelerazione e a quel punto, volontà o meno, le gambe cedettero alle leggi della fisica. Fitta incredibile al polpaccio destro, crampo improvviso e muscolo duro come il cemento armato. Il dolore era insopportabile, dovetti inesorabilmente fermarmi e appoggiarmi alle transenne laterali che delimitavano il percorso di gara. In altra occasione, con una semplice manipolazione, avrei sciolto la massa 34 muscolare in poco tempo, ma adesso, avevo difficoltà perfino a piegarmi, altro che eseguire il massaggio. Il problema dei crampi ai polpacci, purtroppo, mi affliggerà anche in seguito. Non persi il coraggio, perché era talmente poco il tragitto da fare, che male che andava, sarei saltato sulla gamba che ancora funzionava, sino all‟arrivo, sperando che reggesse, ma tutto questo non fu necessario. Piegandomi lentamente, massaggiando alla bene e meglio l‟articolazione, il dolore diminuì, permettendomi di riprendere a correre alla meno peggio. Riuscii quindi a entrare, trionfalmente, in Piazza Santa Croce e a terminare la mia prima maratona in tre ore, cinquantatré minuti e quarantanove secondi. Non piansi come quasi tutti alla loro prima maratona, non avevo la forza nemmeno per fare quello. Potevo però finalmente dire da 128,5 Kg. a 42,195 Km., missione compiuta in sette anni. Il libro potrebbe terminare qui, poiché l‟obiettivo era stato raggiunto, ma il difficile non è arrivare in vetta quanto restarci. Altre sfide mi attendevano. Tagliato il traguardo, tutte e due le gambe furono colpite da crampi, resistetti il tempo di osservare la sospirata medaglia penzolare al mio collo, subito dopo, un intraprendente volontario, notate le mie precarie condizioni, m‟invitò a un solerte massaggio defaticante, mai da me così desiderato. Rimesso in condizioni di camminare decentemente e ritirato il pacco ristoro, mi misi alla ricerca di figlio e consorte. Ennesimo errore, dettato dall‟inesperienza; non avevamo concordato un punto stabilito dove vederci a fine gara. In conseguenza di ciò era impossibile trovare i miei congiunti tra una miriade di persone vocianti e ammassate le une alle altre. Fui momentaneamente preso dallo sconforto. Non mi restò altro che fermare una persona tra il pubblico, e pregarla gentilmente, di farmi effettuare una telefonata, ero visibilmente frastornato, ma il numero di cellulare di mia moglie era ancora presente nella mia memoria. Ci ritrovammo di lì a poco, baci e abbracci come di prassi. Il mio primo commento fu categorico: “Questa è stata la mia prima e ultima maratona”. Loro erano già informati di tutto. 35 In precedenza, un veterano delle corse, aveva arringato mia moglie dicendo: “È la prima maratona cui partecipa suo marito?”. Alla risposta affermativa, replicò: “Vedrà quanto arriva dirà che non ne correrà più”. Mai previsione fu più azzeccata. Tornammo quindi in albergo, anche in questo caso, a riprova del fatto che non ero ancora completamente ristabilito, sbagliai strada, per fortuna mio figlio mi riportò sulla retta via. Giunti a domicilio, d‟improvviso, mentre ero sotto la doccia, squillò il cellulare. Era la moglie di Maurizio, chiedeva lumi sul marito che ancora non si vedeva all‟orizzonte, purtroppo non potei aiutarla. Nella serata seppi che aveva tagliato il traguardo oltre le quattro ore, poiché colpito da crampi molto prima di me. Trascorsi tutto il pomeriggio, cosa per me del tutto inusuale, a letto, appisolato, ero talmente stanco che non riuscii ad addormentarmi, in ogni caso riposai le membra. Passammo l‟intera serata a discutere, insieme alla famiglia di Maurizio, delle rispettive performance, in un tipico ristorante fiorentino, a far baldoria tra chianti e fiorentine per terminare con cantucci e vin santo, penso lo avessimo meritato, non fosse altro per l‟impegno profuso. Il mattino successivo, dopo, questa volta sì, una salutare dormita, eravamo pronti per il rientro a Genova, dove giungemmo nel tardo pomeriggio, stanchi ma felici. 36 Io e mio figlio a Prato Nevoso – Agosto 1996 37 Io e mio figlio a Prato Nevoso – Agosto 1998 38 39 1° Mezza Maratona: Varazze 06-11-2005 Da sin. Io, Maurizio, Giancarlo, Michele e Mauro 23° Mezza Maratona: Santa Margherita 06-02-2011 Da sin. Franchino, Roberto, Io e Pino. 40 Capitolo 8 Nei giorni che seguirono, oltre logicamente a riposarmi, analizzai minuziosamente quello che era stato il percorso che mi aveva portato sino a correre la maratona, fatto di sacrifici e rinunce, fatica e sudore, ma anche di tanta soddisfazione. Di conseguenza nacque lo slogan che dà il titolo a questo libro e che feci, in seguito, incidere sul retro della canotta con cui corro tuttora le maratone e che racchiude in sé principio e fine di un periodo della mia vita che sino a non molto tempo fa avrei creduto impossibile da realizzare. Ristabilito, fisicamente, abbandonai ben presto l‟idea di smettere con la maratona, anzi, ne ero rimasto talmente affascinato che con la mente pianificai quelle che sarebbero state le successive tappe in giro per l‟Italia, giacché di organizzare una maratona a Genova, non se ne parla, e andare a New York è un sogno, e tale deve restare. Sino alla fine dell‟anno non corsi nessun‟altra gara, ne avevo fatte sedici nel 2006. Il nostro vecchio gruppetto si stava lentamente sfaldando, io oramai avevo in testa sole le maratone e le mezze, Maurizio aveva ritenuto sufficiente la sua esperienza sul lungo percorso, Giancarlo aveva in pratica appeso le scarpe al chiodo, causa acciacchi vari, Mauro era ancora lungi da correre tale distanza e Michele, corsa la maratona di Venezia, anch‟egli sotto le quattro ore, era l‟unico che mi teneva botta. Sarà, ma erano rimasti in gioco solo gli ex ciccioni, presumibilmente in noi gli stimoli sono più forti. Il 2007 fu l‟anno in cui feci più gare, sino ad ora, ben trentatré, inoltre cambiai società. Il circolo podistico dell‟AMT si era sciolto, quasi tutti i suoi membri, me compreso, confluirono in una nuova società appena costituita, la Podistica Peralto. Riuscii finalmente a partecipare alla mezza delle due perle, alla quale avevo dovuto rinunciare l‟anno prima causa mano fracassata, per continuare con altre mezze, divise tra la mia regione e il nord d‟Italia. Le classifiche della provincia di Genova, il trofeo Genova di corsa, nel quale arrivai secondo di categoria, solo perché partecipai a tutte le 41 manifestazioni, non certo per meriti sportivi. Quella volta, alla premiazione, erano presenti anche i miei genitori. Ad agosto corsi persino ad Arbatax, in Sardegna, la marcialonga dei tre mari, dove giunsi inaspettatamente secondo di categoria. Una gara di tapascioni, ma ricevetti pure una coppa. Per quanto riguarda le maratone quell‟anno ne corsi due, Roma a marzo e Venezia a ottobre, che per me resta la più bella di quelle effettuate. La maratona di Roma fu alquanto travagliata. La prima avvisaglia la ebbi durante l‟ultimo mese di preparazione. Una domenica durante un allenamento effettuato con Mauro e Franco (donne mai) un collega, e un amico, atleticamente e tecnicamente molto preparato, ma che per ragioni varie non può dedicare il tempo che vorrebbe alla corsa, e che ultimamente si era unito a noi, accusai un dolore, che definirei a intermittenza, alla parte esterna del ginocchio sinistro. Quel giorno non ci badai, strinsi i denti e terminai l‟allenamento come se niente fosse. La domenica successiva, dovevamo fare l‟ultimo lungo di trentasei chilometri, a metà percorso, il dolore si manifestò in modo definitivo, dovetti alzare bandiera bianca e ritornare alla partenza in bus, avevo difficoltà anche a camminare. Roma era alle porte, il tempo stringeva, dovevo prendere una decisione definitiva, scelsi di partecipare ugualmente. Mi rivolsi a uno specialista, il quale mi diagnosticò l‟infiammazione della bandelletta ileo tibiale, e mi prescrisse una serie di punture di acido ialuronico da iniettare direttamente nel ginocchio a distanza di una settimana una dall‟altra, di più non era possibile fare, poiché non c‟era il tempo materiale. Sul momento mi sembrò che assolvessero il loro compito, correvo senza apparente dolore. Rinfrancato, partii per Roma. La maratona della capitale è molto bella, ricca di persone, la più partecipata d‟Italia, scenari fantastici, il tracciato inizia e termina al Colosseo, ma anche molto dura, i sanpietrini alla fine non perdonano. Alla partenza l‟adrenalina era a mille, un po‟ per l‟ambiente in cui mi trovavo, un po‟ per la massa enorme di gente. Anche la musica affascinante dei Queen fece il suo effetto. Fino alla mezza maratona tutto bene, da lì in poi cominciarono i guai, il 42 dolore ricomparve, sempre più forte, al venticinquesimo chilometro potevo solo camminare. Sarebbe stata mia intenzione ritirarmi, a dire il vero ci provai pure. Giunto in prossimità dell‟ambulanza, la cosiddetta “scopa”, atta al ricovero degli atleti ritirati, notai un altro corridore nelle mie stesse condizioni. Mentre stavamo per salire sull‟autolettiga, si avvicinò un ragazzo, amico del mio compagno di sventura e con accento emiliano ci apostrofò: “Ma che fate? Vi ritirate? Non dobbiamo vincere, a noi spetta arrivare, avanti venite con me” e ci prese sottobraccio. Restammo basiti e lo seguimmo come due agnellini. Inconsciamente proseguii il mio cammino, correre era impossibile il dolore era lancinante. Appena ne ebbi occasione, fermai una persona del pubblico, cui domandai di poter usufruire del suo cellulare, visto il mio stato, non fece una parola. Avvisati moglie e figlio delle mie condizioni e del presumibile ritardo al passaggio del trentacinquesimo chilometro, dove avevamo appuntamento, sollevato, proseguii nella mia personale Via Crucis. Arrivai all‟incontro suddetto, in condizioni penose. Mio figlio scrollava la testa in segno di diniego, mia moglie m‟implorò di fermarmi quasi piangendo, in pratica non piegavo più il ginocchio sinistro e trascinavo la gamba quasi fosse un pezzo di legno. Feci un rapido conto, restavano sette chilometri di dolore, ne avevo percorso più di dieci in queste condizioni ed ero ancora in piedi, ce la potevo, dovevo e volevo fare, di conseguenza proseguii. Feci il possibile per stare sotto le cinque ore, non fu possibile, tagliai il traguardo in cinque ore sei minuti e dieci secondi, naturalmente felicissimo, nonostante il dolore con cui convivevo. Ad attendermi trepidante, la mia famiglia, loro sì, sempre presenti. Scambio di convenevoli, ai quali sono sempre stato piuttosto restio, quindi distrutto mi gettai letteralmente su una panchina ad ammirare il Colosseo. In quel momento mi sentivo come un gladiatore che ha finito la sua fatica giornaliera. Nei giorni che seguirono, riposo assoluto, lentamente com‟era arrivato, il dolore se ne andò, non ho più sofferto, almeno sino ad ora, e spero anche in seguito di tale patologia. La maratona di Venezia, come già accennato, è, per me, la più bella di 43 quelle sinora disputate, per molti fattori, primo fra tutti il percorso. La riviera del Brenta è fantastica, a ogni paesino attraversato gente festante, orchestrine che suonano musica di ogni genere, atmosfera di festa ovunque. Infine l‟arrivo a Venezia dopo aver attraversato il Ponte della Libertà e la passerella mobile in legno, allestita apposta per l‟occasione, che porta a piazza San Marco dopo l‟attraversamento dei famosi quattordici ponti che in verità sono più un fatto allegorico che di sostanza. Si potrebbe discutere sul passaggio a Marghera, non certo il massimo, ma su quarantadue chilometri non si può pretendere di essere sempre in mezzo al giardino dell‟Eden. In questa gara non ebbi, quasi, nessun problema. Partenza da Strà, paese vicino a Padova, davanti alla splendida Villa Pisani, proseguendo lungo il fiume sino a Mestre, sempre in compagnia di un “ragazzo”, come me, che conobbi sul momento. Giunti a Parco San Giuliano, abbandonai il mio compagno d‟avventura per involarmi verso l‟arrivo. Solito crampo al polpaccio destro in prossimità del ponte d‟accesso alla laguna veneta, che per fortuna mi passò subito dandomi la possibilità di continuare a buon ritmo, tanto da riuscire a superare duecento persone da lì al traguardo. Arrivai di gran carriera precedendo un concorrente straniero che correva a piedi nudi! Solito tempo di poco inferiore alle quattro ore. Ottima esperienza seguita da due maratonine, Varazze e Castellazzo Bormida con le quali chiusi l‟anno. Durante la cena annuale della società strinsi amicizia con Pino, un socio, in leggero sovrappeso, il quale venuto a conoscenza della mia storia, volle saperne di più. Ancora adesso, a distanza di anni, condividiamo insieme gioie e dolori, allenamenti e gare domenicali. 44 Capitolo 9 Il 2008 mi portò molte novità, sempre a caccia di altre esperienze, ricercavo nuovi stimoli. Li trovai nel brevetto dei Nobili della Maratona, consistente in un circuito di nove maratone, otto che si disputano sul territorio italiano più una prova in terra straniera. Da questo elenco bisogna estrapolarne sei, a propria scelta, necessarie per “laurearsi” Nobile della Maratona. Nessuno dei miei amici podisti mi seguì in questo nuovo progetto. Per iniziare l‟anno, in preparazione delle maratone, corsi la Puccini Half Marathon a Torre del Lago ,vicino Viareggio, splendido posto e bella corsa, tra pineta e mare. Feci in tempo a partecipare all‟ultima edizione, ad oggi, della Foce-Recco, prima che andasse prematuramente in pensione per motivi, dicono, burocratici, per proseguire, con una strana gara a Salsomaggiore Terme, la cosiddetta corsa del Culatello. Un percorso di trenta chilometri e ottocento metri che faceva corollario ad altre gare su varie distanze di dieci chilometri, mezza e maratona. Infine ritorno in terra ligure con la prima edizione della mezza di Imperia alla quale partecipai con Mauro, Franco e Michele. Questo fu il viatico verso il circuito dei Nobili che iniziò con la maratona di Roma, la quale, visto l‟antefatto dell‟anno avanti, non era certo da considerarsi un facile avvio. Partii da Genova in auto, con moglie e figlio al seguito, il sabato mattina antecedente la gara di buon‟ora. Dato che la volta prima ci eravamo trovati molto bene, avevamo confermato una camera dalle suore Agostiniane, sulla via Nomentana, non vicinissimo alla partenza/arrivo della maratona ma comodissima, tramite bus, alla bisogna. Dopo il ritiro del pettorale all‟EUR passammo il pomeriggio a bighellonare per le vie del centro badando bene di non stancarmi troppo. Anche per pranzo e cena stesso ristorantino dell‟anno prima nel quale mio figlio si faceva delle scorpacciate di mezze maniche cacio e pepe e abbacchio alla faccia mia. La mattina misi la sveglia come il solito molto presto e diedi il via al 45 consueto rito di preparazione descritto in precedenza, quindi passeggiata sino alla fermata del bus, in vero poca cosa, da lì in compagnia di altri maratoneti, in pochi minuti arrivammo in autobus di fronte all‟Altare della Patria in prossimità della partenza. Feci riscaldamento sotto l‟Arco di Costantino, cosa che ha sempre il suo fascino, sotto l‟occhio vigile di mia moglie, sempre pronta a incitarmi anche in quei frangenti . Ero dunque pronto alla partenza, lungo i fori imperiali, che fu data puntualmente alle nove, sotto le note di will, will rock you. Conoscendo già il percorso non ebbi particolari difficoltà, riuscii a gestire abbastanza bene pure i famigerati sanpietrini. Terminai la mia fatica in tre ore e quarantasei minuti, nonostante il solito crampo al polpaccio destro in prossimità del Teatro Marcello quando mancava una manciata di minuti all‟arrivo. Malgrado ciò feci la mia migliore prestazione, sino a quel momento. Nel frattempo Mauro e Franco si erano finalmente decisi a partecipare a una maratona (l‟unica per loro sino a oggi), e avevano optato per quella di Padova, alla fine di aprile, alla quale partecipai anch‟io, in compagnia di Michele, che si era riunito al gruppo. Tralascio volutamente di descrivere il periodo di preparazione all‟evento da parte di Mauro e Franco poiché non basterebbe un libro a descrivere le loro tragicomiche avventure, in ogni caso la preparazione fu puntigliosa e precisa. Si presentarono alla partenza tirati a lucido e in perfetta forma. Solita partenza con tutta la famiglia il sabato e arrivo a Padova in una giornata di aprile che in realtà assomigliava più che altro al giorno di ferragosto, dal caldo che faceva. La canicola diede, però, il meglio di sé il giorno seguente. Si aggiunga a tutto questo che sino a quel momento l‟inverno aveva spinto la sua lunga mano sino a quei giorni, la settimana precedente era stata, nonostante la stagione, fredda e piovosa. In realtà la maratona di Sant‟Antonio, così è definita la maratona di Padova, parte più a nord, nel paese di Vedelago, in cui si giunge tramite i bus navetta messi a disposizione dell‟organizzazione, e si conclude, solamente a Padova, in piazza Prato della Valle, la piazza, si dice, più grande d‟Europa. Durante il percorso tra le campagne venete s‟incontrano 46 tutti i paesini che collegano la provincia alla città in un susseguirsi di feste e incitamenti che rendono meno faticoso il viaggio. Il tragitto si potrebbe paragonare, fatte le debite proporzioni, a quello di Venezia, senza però mai raggiungere il suo fascino. Per i primi venti chilometri tutto bene, viaggiavo in compagnia di Michele. Mauro e Franco avevano già preso il largo, li rincontrerò solo il giorno appresso al lavoro. Dopo il passaggio al controllo dei ventuno chilometri Michele allungò il passo e sparì alla mia vista. Il caldo cominciava a farsi sentire. Purtroppo Michele pagò lo scotto della sua azione. Al trentesimo chilometro lo raggiunsi, notai che era molto affaticato, provai a spronarlo a seguirmi, senza successo, giunse comunque al traguardo poco dopo di me. Non che io fossi in condizioni migliori, prova ne fu, che in vista del trentanovesimo chilometro fui colpito dal solito crampo, ma questa volta in modo massiccio, fui costretto a fermarmi. Il pubblico assiepato al bordo della strada mi fece largo, andai a sedermi su di una panchina posta sotto la pensilina della fermata del bus e cominciai a massaggiarmi la parte lesa, il caldo era insopportabile. Per farvi capire in che giornata ci trovavamo, basti pensare, che lungo il percorso, furono poste delle docce volanti che spruzzavano acqua fredda nebulizzata, un vero sollievo. Sciolto il muscolo, ripresi la mia corsa, ma gli organizzatori ebbero la brillante idea di far transitare la maratona, in prossimità del quarantesimo chilometro su di una terribile salita, potete immaginare la mia gioia. Passato anche questo calvario entrai finalmente nel centro storico di Padova, mancava poco all‟arrivo, il dolore era latente, pronto a manifestarsi da un momento all‟altro, strinsi i denti e giunsi al traguardo. Passato sotto lo striscione d‟arrivo, con lo stesso tempo di Roma, caddi a terra colpito da crampi a entrambi i polpacci, fui subito soccorso dal personale di servizio. Purtroppo mia moglie, che era nelle vicinanze, vedendomi cascare come un sacco di patate pensò al peggio, conseguenza ne fu che a momenti l‟infarto veniva a lei. Seppi in seguito, che a causa del caldo, parecchi corridori ebbero bisogno di assistenza medica. Con Padova finiva il mio periodo primaverile delle maratone, sarebbe ripreso alla fine di settembre con la maratona del Lago di Garda. 47 Capitolo 10 Nell‟intervallo che mi separava dall‟evento, corsi un paio di gare cittadine e la Via Francigena Half Marathon. In ogni caso la mia attenzione era tutta rivolta verso la preparazione, iniziata alla fine di giugno, della maratona settembrina. Il grosso del lavoro lo svolsi in Sardegna ad Agosto. Era mio desiderio riuscire, finalmente, ad avvicinarmi alle tre ore e trenta, per questo segui una tabella di allenamento piuttosto ambiziosa, basata su cinque training settimanali e su sedute di ripetute, per me, molto interessanti. A luglio mi allenai al Peralto, con Pino, che si stava preparando per la sua prima maratona, mi fu di molto aiuto. Il caldo afoso di luglio, specialmente a Genova, non invoglia certo alla corsa. Le ripetute sul chilometro, a trenta gradi, possono apparire come una manifestazione di masochismo, ma quando c‟è la volontà di fare, non si guarda in faccia a nulla. In Sardegna non sentii ragioni, anche se ero in ferie, sveglia alle cinque del mattino, alla sera a letto presto, cene extra ridotte al minimo, vedi ferragosto, per il resto, mare, sole, riposo e cibo sano. Trascurai un po‟ le uscite serali con gli amici, ma oramai la strada era segnata. Al ritorno dalle vacanze conclusi la preparazione, come sempre, lungo la riviera di ponente, che a oggi posso dire di conoscere a menadito. Ero e mi sentivo pronto. Passato luglio svolsi tutta la preparazione da solo. Vi posso assicurare che correre trentasei chilometri, in certe occasioni sotto il sole rovente a volte sotto un acquazzone, senza nessuna compagnia è una bella prova. Rispetto a correre in “comitiva” la differenza è abissale. In solitudine è più difficile gestire il ritmo, non si ha nessuno che ti sproni a procedere nei momenti difficili, si hanno meno stimoli a proseguire, insomma, se potete, correte sempre con qualcuno. La Lake Garda Marathon conserva per me, a distanza di anni, un fascino particolare. Fu un week end fantastico. Sabato arrivammo a Limone sul Garda, luogo deputato alla partenza della maratona, per il ritiro pettorale, in tarda mattinata, i soliti tre, io mia moglie 48 e mio figlio. Il marathon village, per l‟occasione, era stato allestito in riva al lago, non molto grande ma ben distribuito, con i soliti avventori che reclamizzavano le loro gare, gli stand d‟integratori che promettevano miracoli e quelli di abbigliamento per gli sprovveduti che avevano dimenticato a casa scarpe o quant‟altro. Visitata l‟incantevole cittadina di Limone, dopo pranzo, proseguimmo per Malcesine, dove mia moglie aveva prenotato, anzitempo, in un confortevole bed&breakfast. Durante il tragitto ebbi modo di visionare il percorso che avrei fatto il giorno successivo, presi visione dei punti, a mio giudizio, critici e di quelli ritenuti più confacenti alle mie caratteristiche. Giungemmo a Malcesine nel tardo pomeriggio, dopo aver fatto tappa nei vari paesi incontrati sulla strada. Visitammo la cittadina, per prima cosa il punto prescelto per l‟arrivo, lo stampai ben chiaro nella mia mente, con lo striscione del traguardo in primo piano. Percorremmo il piccolo centro storico e infine sosta obbligatoria all‟imbarcadero, dove la mattina dopo mi attendeva il traghetto per portarmi sulla sponda opposta del lago, alla partenza. Rientrammo in albergo per la cena, che consumammo in un vicino ristorante, pizza marinara, patate lesse e un pezzettino di crostata, come sempre prima di una maratona, il famoso carico di carboidrati. Chissà se servono veramente. La proprietaria della pensione, si premurò d‟informarmi, che per la mattina dopo, avrebbe messo a disposizione una doccia, per i partecipanti alla manifestazione podistica, che soggiornavano ovviamente presso di lei, indipendentemente dal loro orario d‟arrivo. Una gentilezza non comune, che in seguito ho avuto modo di apprezzare anche in altre strutture da me visitate. Trascorsi una nottata tutto sommato tranquilla. La mattina dopo, sveglia alle sei e trenta, seguì quindi il solito ben noto protocollo. Cercando di non portare disturbo a nessuno della famiglia, mi recai al pontile, dove sostava il battello in attesa di traghettarci alla partenza, alla quale giunsi in netto anticipo. Trascorsi il tempo, che mi separava dal via, a chiacchierare con diversi podisti conosciuti o incontrati al momento. Le amicizie tra corridori cominciano proprio così, nell‟attesa della partenza 49 si riflette, si confrontano i rispettivi stati d‟animo, le aspettative, si portano a galla i presunti malori, si mascherano i timori e infine ci si scambia gli auguri. All‟arrivo tutto questo non è possibile, l‟euforia è tale che tutto è più veloce, frenetico, non si hanno pause di riflessione come in partenza, anche la stanchezza gioca un ruolo fondamentale, non si ha voglia ne forza di discutere troppo a lungo. Alle nove e trenta il via, partii, per le mie possibilità, a razzo, tanto che un ragazzo, conosciuto in corsa, mi chiese in quanto tempo volevo “chiuderla”, alla mia risposta di tre ore e trenta, storse il naso, a suo dire, se continuavo così, finivo in tre ore e quindici oppure “saltavo”. Mi persuasi che aveva ragione, ridimensionai un po‟ la mia andatura. Giunsi ai dieci chilometri in quarantacinque minuti e transitai alla mezza maratona in novantasette. Sino a quel momento tutto procedeva per il meglio. Dalla mezza in poi cominciai a sentire la fatica, causa l‟andatura, per me un po‟ troppo sostenuta, il pubblico che, abbandonati i centri abitati, cominciava a scarseggiare, non fornendo più il suo incitamento, e infine il diradarsi dei podisti in mia compagnia. In ogni caso transitai al cartello dei trenta chilometri in centoquaranta minuti, ancora perfettamente in media con il tempo d‟arrivo che avevo stabilito. In verità ero ancora troppo veloce, rispetto a quanto preventivato. Da lì in poi ebbi qualche problema, più di testa che fisico. Ero rimasto in pratica da solo, i podisti che mi precedevano erano troppo lontani per raggiungerli e dietro di me non c‟era nessuno alla vista. Il percorso attraversava gallerie poco o per nulla illuminate, il che m‟infastidiva parecchio, poiché, durante il transito all‟interno delle stesse, avevo l‟impressione di perdere, per un attimo, il senso dell‟orientamento, di non sapere dove mettere i piedi. Vuoi per la stanchezza, vuoi per il passaggio dalla luce esterna alla penombra dei tunnel, sta di fatto che ero assalito da un senso di malessere e disorientamento generale. In questo stato confusionale sopraggiunsi al trentanovesimo chilometro. Ancora oggi non ho un ricordo nitido di quei nove chilometri. Da quel punto si apriva una parvenza di centro abitato e si cominciava a intravedere qualche persona, uno stimolo per me insperato. 50 A ogni buon conto giunsi in vicinanza del quarantunesimo chilometro, non perfettamente in “bolla”. Vidi mio figlio che mi salutava, ma non lo riconobbi, o meglio, lo identificai, ma mi rifiutavo di ammettere che era lui perché pensavo di essere molto più indietro e quindi la sua presenza, che mi attendeva nei pressi dell‟arrivo, era impossibile in quel punto, prova ne fu che gli passai davanti come un ebete, lo guardai, ma non lo salutai. Solo alla vista del cartellone del quarantunesimo chilometro mi ripresi dallo shock, mi voltai, e vidi che m‟inseguiva urlando il mio nome. Era rimasto spaventato dal mio atteggiamento. Ci saremmo chiariti all‟arrivo. Per mezzo di vie traverse era riuscito a bypassare il percorso e a portarsi in quel punto, che in realtà, distava poche decine di metri dall‟arrivo. L‟ultimo chilometro, tra due ali di folla, lo percorsi in scioltezza, ebbi anche il tempo di vedere e salutare mia moglie assiepata a bordo strada. Era tale l‟euforia che nei duecento metri finali, seguiti a una rapida discesa, sprintai con una signora finlandese di mezza età, incredula di tale foga, che superai sulla linea del traguardo, felice come se avessi vinto le Olimpiadi. Dimenticavo, chiusi la maratona del lago di Garda con un real time di tre ore ventuno minuti e cinquantasette secondi, era il ventotto settembre 2008 e avevo da pochi giorni compiuto quarantasette anni. Se non ricordo male, fu, a tutt‟oggi, l‟unica volta che piansi, dopo l‟arrivo, ma non per la gioia, come si potrebbe pensare, ma per la fatica, e per quella strana sensazione di appagamento misto ad euforia che ti prende a fine gara, che è anche difficile da spiegare a parole, purtroppo bisogna viverla per capirla sino in fondo. A oggi non sono ancora riuscito a migliorare il mio personal best. Avevo portato a termine la terza maratona dell‟anno ne mancavano altre tre al brevetto di nobile, ero solo a metà dell‟opera, da lì in poi, me ne aspettava una al mese sino alla fine dell‟anno. Con la famiglia riunita mi recai all‟albergo per la doccia rigeneratrice. Presi commiato dalla proprietaria della pensione e dopo pranzo ripartimmo per casa, dove giungemmo nella serata. Inutile dire che durante tutto il viaggio “allietai” i miei famigliari con lunghe chiacchierate, legate alle sensazioni vissute durante la gara, con loro “sommo piacere”. 51 Capitolo 11 Nel periodo che mi separava dalla mia prossima fatica, in ottobre, alla Marengo Marathon, per non affaticarmi troppo, corsi solo la maratonina d‟autunno a Novi Ligure, manifestazione cui sono particolarmente legato, un po‟ perché feci il mio personale, all‟epoca sulla mezza, e un po‟ per il percorso, che attraversa paesi conosciuti in recente gioventù. Data la vicinanza con Genova, mi recai ad Alessandria la domenica stessa della maratona, mio figlio colse l‟occasione per “declinare gentilmente l‟invito” e restare a casa a dormire. Era l‟inizio di un percorso d‟indipendenza che fa parte della logica della vita. Così di buon mattino io e la mia dolce metà ci mettemmo in marcia, per quella che si rivelò la peggior maratona cui abbia sino ad ora partecipato, non tanto per il tempo che impiegai, non lontano dal solito e abbondantemente sotto le quattro ore, quanto per tutto il resto: organizzazione, percorso, ristori, pacco gara e chi più ne ha più ne metta. Per attirare più persone, abbinata alla maratona, c‟era pure la mezza, cosicché alla partenza si presentarono parecchi podisti. Avvio tutti assieme, dal parcheggio dello stabilimento Michelin. Bene ogni cosa fino in prossimità del traguardo della mezza, di lì le strade si dividevano, con mia somma sorpresa, erano veramente pochi quelli che avevano scelto la corsa lunga. Per farla breve, mi ritrovai da solo in mezzo alla compagna alessandrina, lungo un percorso di strade secondarie, isolate, tutte uguali, senza punti di riferimento. Nessuna anima viva lungo i cigli delle strade. I soli ristori denunciavano la presenza dell‟uomo in quelle steppe desolate e avevano assunto la funzione di oasi nel deserto. Novello runner in solitaria giunsi al traguardo, (dove mia moglie mi attendeva in paziente attesa), che si rivelò in realtà, essere una specie di landa isolata, pochissima gente ad attendere gli avventori, nessuno che scandisse il tempo d‟arrivo e ciliegina sulla torta l‟organizzazione non aveva previsto la medaglia per i finisher! Il ritiro del pacco gara, consistente in una maglietta di cotone, era previsto a corsa conclusa, ma purtroppo la mia misura non era più fruibile, poiché la taglia M era andata esaurita per la mezza! 52 Il diploma sarebbe stato disponibile solo su specifica richiesta e in formato ridotto! Il pasta party, di cui usufruì mia moglie, prima del mio arrivo, si rivelò un cold party con pasta ghiacciata e scotta! Inutile dire che misi una pietra tombale su questa gara, che in ogni caso ho saputo, non si disputa più. Non è difficile comprenderne i motivi. Riposta in archivio l‟esperienza, seppur negativa, alessandrina, mi avvicinai alla mia quinta fatica annuale, prevista in quel di Milano, per la fine di novembre, in ottime condizioni fisiche. Corsi una sola gara, come viatico alla maratona meneghina, la marcia della Lanterna, anch‟essa andata, a mio avviso, troppo presto in pensione. Per il resto seguii una preparazione disciplinata e costante, soprattutto dal punto di vista alimentare. In procinto di organizzare la trasferta nel capoluogo lombardo, un nuovo problema si presentò all‟orizzonte. La mia consorte non riusciva a trovare una sistemazione, per la notte antecedente la gara, a prezzi decenti. Milano si rivelò, purtroppo, essere una piazza troppo esosa per le nostre finanze. Fu così che, dopo un lungo pellegrinaggio in internet, finimmo per sbattere in casa di una persona che aveva un appartamento con due stanze da letto, di cui una era a disposizione, a prezzi popolari, di studenti e affini. Tranne la nostra stanza tutto il resto dell‟alloggio era, logicamente, in comune con la padrona di casa. Parlare di privacy in queste condizioni era superfluo. A mio figlio la scelta non piacque molto, (era visivamente imbarazzato), e a dire il vero neppure a noi, ma dovemmo adattarci. L‟abitazione si trovava alla periferia di Milano, in una palazzina posta nelle vicinanze di un carcere, di cui non mi ricordo il nome. Da lì il centro dista circa mezz‟ora di bus. Passammo il pomeriggio di sabato in giro per la città, a visitare il Duomo, l‟attigua galleria Vittorio Emanuele II e il Castello Sforzesco, luogo deputato, allora, alla partenza e all‟arrivo della maratona milanese. Era una magnifica giornata di novembre, soleggiata, ma molto ventosa. Ricordava più il clima della mia Genova che non quello nebbioso di Milano, unica nota stonata la temperatura rigida, si sfioravano a malapena i 53 due gradi. Durante il pomeriggio percepii nelle persone che incontravo, soprattutto negli automobilisti, un astio ingiustificato verso la maratona e chi la corre, che si manifestò ai massimi livelli il giorno dopo, durante la gara stessa. Durante il viaggio di ritorno verso la nostra dimora, sul bus, appresi che lo stesso, la mattina dopo, non sarebbe passato all‟ora da me desiderata per recarmi alla partenza, perché il servizio nei giorni festivi era ridotto. La conseguenza che ne scaturì fu: sveglia per tutti alle sei e trenta, colazione, vestizione, e preso congedo dalla padrona di casa via in macchina verso la partenza. Arrivammo a destinazione verso un quarto alle otto. Nel frattempo mio figlio si era addormentato sul sedile posteriore dell‟automobile, lo lasciai, senza svegliarlo, in compagnia di mia moglie e a piedi mi recai allo start. Per fortuna il vento gelido del giorno precedente era cessato ma faceva comunque molto freddo. Indossavo, sopra l‟abbigliamento solito, una tuta bianca di quelle usate dagli imbianchini. Inclusi cappuccio e guanti, mi faceva assomigliare a un pupazzo di neve. Fu probabilmente per questo, che attirai l‟attenzione di due turisti giapponesi, che vollero farsi ritrarre in mia compagnia. Con questa mise feci il riscaldamento intorno al Castello Sforzesco, attesi gli ultimi minuti per spogliarmi, quando già ero dentro le gabbie di partenza. Il freddo era davvero insopportabile e non faticò molto a penetrarmi nelle ossa. In ogni caso, ero carico e pronto alla fatica. La corsa si dipanò per le vie della città di Milano tra i continui “mugugni” delle persone, pedoni, ma soprattutto automobilisti inferociti, fermi agli incroci, che non smettevano di strombazzare e inveire contro chi correva e contro gli incolpevoli tutori dell‟ordine; uno spettacolo davvero deprimente. Vedere un conducente impazzito, scendere dalla sua amata scatoletta, con il blockster in mano, tentando di aggredire il vigile urbano deputato alla regolazione del traffico, non è degno di una società, cosiddetta, civile. Sono ritornato, tre anni dopo, alla manifestazione meneghina, che quest‟anno si è svolta in primavera. Percorso migliorato, meno invasivo, per non disturbare la sensibilità dei “piloti”, ma il risultato non è cambiato. 54 Ho visto lo stesso spettacolo indecente, che la città mi ha mostrato tre anni prima, automobilisti perennemente incazzati e volontari stressati ad ogni incrocio. Sicuramente gli organizzatori hanno fatto il possibile per migliorare la situazione, ma a mio avviso è proprio la città che rifiuta questo tipo di Manifestazione, a dispetto di quanto scritto sui giornali, che tentano in ogni modo di non dare troppo risalto a questi incresciosi avvenimenti. Ritornando alla gara di quel gelido novembre, a parte quanto sopra, tutto si svolse per il meglio, tagliai il traguardo in un ottimo tempo, sotto le tre ore e quaranta. Moglie e figlio mi attendevano, come sempre dopo la fine, per prestarmi il primo “soccorso”. Il freddo, infatti, non mi aveva mai abbandonato e malgrado fossero quasi le tredici la temperatura non si era discostata di molto dal gelo del mattino. Ero partito tremante e dopo più di quarantadue chilometri tremavo ancora. Dopo un rapido cambio di vestiario, effettuato in mezzo alla strada, m‟incamminai verso le docce, situate presso l‟Arena Civica, che dista circa un chilometro dall‟arrivo. Rinvigorito, ripresi l‟automobile, purtroppo anch‟io qualche volta non posso farne a meno, e dopo una tappa ristoratrice all‟autogrill, ritornai a casa. Anche la quinta e penultima fatica del mio percorso era andata in porto. Tre settimane mi separavano dal portare a termine la sesta maratona del 2008, in quel di Reggo Emilia, e “laurearmi”, finalmente, Nobile per l‟anno in corso. Non corsi nessuna gara nel periodo tra le due competizioni, solo allenamenti mirati a mantenere la forma e nient‟altro. Le avvisaglie non furono però delle migliori. A pochi giorni dall‟evento, mia moglie fu operata a un tendine della spalla destra. Operazione che avevamo messo in preventivo, ma che non ci aspettavamo dovesse avvenire così presto, in ogni caso il chirurgo era disponibile in quel momento, quindi…. Fortunatamente tutto andò bene. Restava il fatto che doveva tenere un tutore, che gli bloccava i movimenti. Partimmo per l‟Emilia con il braccio al collo. Avevo un‟unica apprensione, nel caso in cui non fossi stato in grado di guidare, nessuno mi poteva sostituire. Può sembrare una sciocchezza, ma avere accanto una persona che in ogni momento ti può 55 avvicendare alla guida, ti fa stare più tranquillo. Reggio è una stupenda cittadina emiliana che ci accolse molto bene da ogni punto di vista. Trovammo alloggio per il weekend in una pensione ubicata in un vecchio caseggiato ristrutturato da poco, nel cuore della città, a due passi dal centro storico e a un centinaio metri dalla partenza/arrivo della maratona. Mia unica preoccupazione erano le condizioni climatiche. In quel periodo dell‟anno, la neve, si fa vedere spesso da quelle parti, per fortuna la temperatura si mantenne alta e le mie paure scongiurate. Anche la pioggia, di cui le previsioni meteorologiche facevano menzione, si tenne alla larga per tutto il fine settimana, con mio sommo piacere. Un richiamo particolare merita la struttura alberghiera scovata da mia moglie. Il fascino dell‟epoca passata traspare da ogni dove, per fare un esempio, le camere presentano tutte le tubazioni dell‟impianto di riscaldamento in rame lucido a vista, nulla è incassato nei muri, tutte sono perfettamente posizionate, le vetrate sono state restaurate ma rimangono quelle originali lo stesso per quanto riguarda le porte interne. II resto della ristrutturazione, per quanto possibile, ha cercato di non modificare l‟idea originale degli architetti del periodo, che nella mia ignoranza, faccio risalire a fini ottocento. Il risultato che ne è scaturito è un complesso armonico e funzionale che, seppur moderno, ha mantenuto intatto il fascino del tempo. A completare il tutto, la proprietaria del complesso ci fornì il pass per il parcheggio all‟interno delle “mura” e mise a disposizione una camera con doccia per il giorno seguente. Il ritiro del pettorale era previsto nella palestra della città, dove era allestito anche il “marathon village”. Feci conoscenza con gli organizzatori del brevetto club dei Nobili, che presiedevano uno stand, i quali, seppi, avevano già dimestichezza con la mia storia, preventivamente “avvisati”, via posta, da mia moglie, con una lettera, in seguito pubblicata sulla rivista del club. Ci lasciammo con la promessa e la speranza di rivederci il giorno dopo, al termine della maratona, per la consegna del premio e la certificazione di rito. Passammo il pomeriggio a zonzo, come sempre, a tentare di scoprire le meraviglie della città. 56 Il particolare che mi colpì maggiormente, fu una lunga fontana, di forma vagamente rettangolare, posta al centro della piazza principale della città, che spruzza acqua dalle sue bocche con pressione e portata differenti generando, quindi, schizzi di diverse altezze, con una tempistica che varia da un orifizio all‟altro. Ulteriore spettacolo è vederla di sera, quando entra in funzione una schiera di luci multicolori abbinata ognuna a un‟apertura eterogenea. Dopo la cena a base di pizza e patate al vapore, come sempre prima di una maratona, feci una passeggiata sino alla suddetta fontana, infine a nanna, conscio della fatica che mi attendeva il giorno dopo. La mattina, nel silenzio più assoluto, fui svegliato da uno strano tintinnio, che scambiai per pioggia. Preoccupato, senza nemmeno guardare fuori dalla finestra, iniziai a preparare tutto l‟occorrente per affrontare una corsa sotto l‟acqua. Per fortuna mia moglie si accorse subito che in realtà lo strano brusio era generato dallo scorrere dell‟acqua all‟interno dei tubi del riscaldamento appena acceso. Dopo la magra figura, espletate tutte le procedure, mi congedai dalla consorte e uscii dal portone dell‟albergo. La città si presentò di primo mattino ai miei occhi avvolta da una leggera nebbiolina, per nulla fastidiosa. Mi recai camminando lentamente alla partenza, ero tranquillo, fiducioso delle mie possibilità e conscio della mia preparazione che come sempre avevo cercato di curare nei minimi particolari. In effetti, la gara si svolse come mi aspettavo, lasciata la città, il percorso scorre lungo la campagna emiliana, prevalentemente in pianura, anche se non disdegna qualche salita birichina, infine l‟anello termina con il ritorno in città e la degna conclusione nella piazza lasciata poche ore prima. “Chiusi” la sesta, e ultima maratona dell‟anno, in tre ore e trentaquattro minuti, cinque meno di Milano, ero stanco ma felice. La mia famiglia non fidandosi troppo delle mie capacità era in ritardo e non mi vidi tagliare il traguardo, giunse subito dopo. In realtà mio figlio, stufo di queste continue sfacchinate, aveva abbondato nella dormita mattutina. Quella di Reggio sarebbe stata l‟ultima volta che ci accompagnava, oramai era “abbastanza grande” da permetterci di stare 57 tranquilli, e lasciargli vivere la sua vita. Con la medaglia al collo e avvolto nell‟asciugamano che spetta ai finisher, senza nemmeno fermarmi al luculliano ristoro, mi recai immediatamente allo stand di Marathon per ritirare il premio. Ora potevo dire di essere un Nobile della Maratona. Non mi soffermai neppure un attimo a pensare, quello che ero stato e quello che ero diventato, per me oramai la vita era quella. Non avevo più ricordo di quella passata. 58 Capitolo 12 Quell‟anno non corsi più nessuna gara, ne avevo disputate diciannove, continuai comunque ad allenarmi regolarmente. Ricevetti anche un premio dal mio club, durante la cena di fine anno, per l‟impresa portata a termine, oltre ai logici complimenti di tutti i commensali. Iniziai il 2009 un po‟ in sordina, ancora stanco delle maratone precedenti, e con le idee confuse sul da farsi, quali gare affrontare, continuare con le maratone oppure dedicarmi alle mezze. Continuai ad allenarmi ma non partecipai a nessuna competizione sino a metà Aprile. Sta di fatto che la prima uscita ufficiale coincise con la disputa della mezza di Genova. Già in quella competizione avrei dovuto capire che non era il ”mio anno”. Durante lo svolgimento della competizione, sotto una pioggia battente, accusai i primi sintomi di fastidio sotto la pianta del piede destro. Non ci badai, giacché dovevo affrontare un problema più immediato. Per la prima volta avevo abbandonato gli amati cosciali per orientarmi verso i classici pantaloncini corti. Non avrei potuto fare una scelta peggiore. Vuoi per l‟acqua, vuoi perché non ero abituato a quel tipo d‟indumento, sta di fatto, che fui colpito da un eritema tra le cosce, con conseguente, a fine gara, fuoriuscita di sangue che mi tenne fermo per parecchi giorni . Tralascio volutamente il tempo d‟arrivo, irrilevante. Avrei dovuto fermarmi a primi accenni di dolore, non insistere e giungere al punto estremo, ma purtroppo, ognuno è fatto a modo suo, personalmente sarei arrivato in un lago di sangue ma non mi sarei mai ritirato. Inoltre penso, suffragato da parecchie testimonianze di amici e conoscenti, che ogni podista sia in realtà un drogato della corsa, le famose endorfine, che dicono, svilupparsi nel nostro organismo a seguito della corsa, “e che fanno tanto bene”, una certa dipendenza la “portano”. Alla ripresa, per recuperare il tempo perduto, e stimolato dalle belle giornate primaverili, cominciai a correre tutti i giorni, soprattutto attraverso percorsi sterrati, con effetto di acuire il male al piede destro cui accennavo 59 sopra. In queste condizioni corsi la traversata della Valbisagno e continuai ad allenarmi fino verso la fine di giugno, quanto la sofferenza ebbe la meglio e fui costretto a fermarmi. Feci l‟ultima uscita domenicale sul percorso sterrato che collega l‟osteria delle baracche a Trensasco. Durante quell‟allenamento conobbi Roberto, un amico di Pino, che era all‟inizio della sua avventura, mentre io, per il momento, ero alla fine. Eseguii in rapida successione, esame radiologico, ecografia e risonanza magnetica del piede destro, che esclusero fascite plantare e spina calcaneare, rimaneva però il dolore, ed io non potevo correre. Era luglio 2009 e pesavo circa settanta chili. Mia moglie, per venire incontro alle mie esigenze, si era offerta di accompagnarmi per delle camminate in campagna, nei boschi, e in agosto lungo l‟Appennino, proprio lei che odia muoversi, santa donna. Da Settembre, con l‟avvento dell‟autunno e dell‟imminente inverno ebbero fine anche le passeggiate con la consorte. Il problema non accennava a risolversi, anzi, ora avevo anche un leggero fastidio a camminare. Mi misi, per quanto possibile, a riposo completo, ma dovetti affrontare un problema ancora più grave, cominciavo a ingrassare nonostante mantenessi un regime alimentare abbastanza regolare. Il mio metabolismo non è mai stato un fulmine di guerra, neppure in gioventù, ora privato della corsa, si stava lentamente ma inesorabilmente rallentando. Impiegai tutto il tempo libero a risolvere i piccoli problemi domestici che negli anni avevo accantonato in vista di una futura risoluzione, ora era arrivato il momento. Fu così che mi dedicai alla costruzione di mobiletti sui quali presentare la nuova macchina per il caffè, mensole espositive per le relative cialde e altri lavoretti di legno che mi hanno sempre appassionato. Alla vigilia di Natale, dopo tanto riposo, il dolore era finalmente scomparso, pesavo ottantadue chili. In meno di sei mesi ero ingrassato di dodici chili. Nel mio armadio non avevo più in paio di pantaloni disponibili ad accogliere la mia nuova figura. 60 Conservavo ancora qualche giacca e camicia dei tempi passati e con quelle me la cavai. Dato che il pranzo di Natale era previsto consumarlo al ristorante, avevo bisogno di una coppia di brache per presentarmi in condizioni decenti. Fu così che il 24 dicembre, in tutta fretta, mi recai nel negozio di abbigliamento più vicino a casa, evitando, per un pelo, di presentarmi al banchetto natalizio in mutande. Trascorsi le vacanze natalizie evitando inutili bagordi, di conseguenza il mio peso non crebbe. Passata l‟epifania, ero ancora ottantadue chili, peso a parte, stavo bene era il momento di tornare a correre. Devo dire che in tutto questo tempo, malgrado dolore al piede, aumento di peso e impossibilità di correre, non mi ero fatto prendere dallo sconforto, conscio del fatto, che alla fine il vento sarebbe cambiato. A metà gennaio 2010 dopo circa sette mesi ricominciai a correre. Corsi a giorni alterni sul tapis roulant, che nel frattempo avevo spostato nella cantina dei miei genitori, pressappoco per un mese. Stavo, seppur lentamente, riacquistando una discreta forma, quando fui colpito da un nuovo infortunio, questa volta di tipo virale. Dopo una doccia, seguita a un duro allenamento, mia madre notò sulla mia scapola destra degli strani brufoli che lei sentenziò, da esperta infermiera, essere herpes zoster, il cosiddetto “fuoco di sant‟antonio”. Il primo sintomo di detta malattia consiste in un fastidioso prurito della parte lesa, dato che personalmente non ero colpito da tale segnale, non mi curai della cosa. Soltanto dopo alcuni giorni, a seguito dell‟insistenza di mamma mia, mi recai dal medico, al quale non restò altro da fare, se non confermare la diagnosi fatta dalla mia genitrice. A dire il vero, anche lui si stupì del fatto che non presentavo la classica prurigine tipica di questa patologia. In ogni caso mi prescrissi delle pasticche e un‟apposita crema ma, cosa ben peggiore, per quindici, venti giorni mi proibì di correre, poiché il sudore avrebbe irritato la parte colpita dal male con conseguenze non propriamente salutari per il mio organismo. Non mi restava altro che attendere lo scorrere del tempo, in paziente attesa che la malattia facesse il suo decorso, in fondo avevo aspettato sette mesi, cosa poteva essere una settimana di più. 61 La prima settimana di marzo 2010 ripresi, questa volta senza interruzioni, gli allenamenti. All‟inizio fu molto dura, come si suole dire, il muscolo non ha memoria. Riacquistare la forma impegnò in modo assiduo sia la mente sia il corpo. Riappropriarsi degli stessi tempi degli anni passati non fu semplice, la fatica era la stessa non i risultati. Volevo recuperare il tempo perduto, decisi di allenarmi tutti i giorni, per almeno un‟ora, sul tapis roulant, dal lunedì al venerdì, sabato riposo, la domenica mattina uscita in solitario lunga la riviera. Data la lunga inattività, avevo perso i contatti con gli amici di sempre. Corsi i primi due mesi da solo. A cominciare da maggio, ripresi una forma accettabile. In una delle uscite domenicali del mese di aprile incontrai, a Voltri, Pino in compagnia di Roberto e Franchino, una new entry, un ragazzo veramente simpatico che si dava da fare. Roberto era molto migliorato, Pino, come sempre, si lamentava ma era lui a tirare il gruppetto. Mi unii a loro, anche se toccava a me chiudere il plotone, ero felice di quell‟incontro. Nel frattempo Maurizio aveva instaurato in me una nuova idea, partecipare alla RigAntoCa. Una classica del trail genovese che dalla funicolare del Righi porta al paese di Caprile, in Valbrevenna, passando appunto per il monte Antola, lungo un percorso di circa quarantatré chilometri che si snoda prevalentemente in mezzo ai boschi. In previsione della suddetta competizione arrivai a correre trenta chilometri in due ore e mezzo, un tempo per me discreto. Sia io che Maurizio non conoscevamo bene il percorso, sapevamo solo che era molto impegnativo, decidemmo quindi di iscriverci alla manifestazione non competitiva. In qualità di camminatori avevamo la possibilità di partire prima, alle quattro e trenta, e di avere di conseguenza più tempo a disposizione per completare il percorso. Il tredici giugno, nel cuore della notte attendevo Maurizio davanti al portone di casa. Chi mi conosce può immaginare a che ora mi ero alzato, meglio sorvolare. Maurizio passò a prendermi in scooter verso le quattro del mattino. Prima delle quattro e trenta eravamo ai nastri di partenza davanti alla funicolare 62 dei Righi equipaggiati di pila frontale, ben installata sulla testa, zainetto sulle spalle contenente il “kit di sopravvivenza” composto di telefonino, telo termico, k-way, fischietto e bottiglia d‟acqua e tanta voglia di cominciare. Partenza ritardata, per motivi organizzativi, di circa venti minuti, in ogni caso prima delle cinque stavamo già in marcia. Cominciammo camminando ma poco dopo, giunti sulla piana del Peralto, stimolati dalla conoscenza di quel tratto di percorso, iniziammo a correre. Seguitammo alternando il passo alla corsa attraverso paesaggi meravigliosi, che non conoscevo. Nonostante vivessi a Genova, in pratica da sempre, non avevo mai frequentato le zone che stavo attraversando, in una parola sola, magnifiche. Attirarono la mia attenzione, in particolare, le molte case diroccate che incontravo nel mio cammino dentro il bosco, un tempo, non troppo lontano, abitate da famiglie che passavano, in quel luogo, tutta la loro esistenza ed erano contente di questo, senza PC, telefonino, televisione, ecc. ecc. A volte sono proprio le cose che ci stanno più vicino, che abbiamo a portata di mano, che non riusciamo ad apprezzare e andiamo a cercare la felicità in lidi lontani; strano essere l‟uomo. Purtroppo non sono uno scrittore, non sono in grado di descrivere quello che si prova a percorrere, in quel modo, l‟entroterra genovese, consiglio quindi tutti di farlo di persona. Non ricordo dopo quanti chilometri persi le tracce di Maurizio, che come sempre aveva trovato qualcuno che lo facesse faticare un po‟ meno, il lazzarone. Ben presto anch‟io rimasi solo, correndo, proseguivo troppo spedito per i camminatori, e i primi corridori, partiti dopo, dovevano ancora sopraggiungere. Attraversai solitario quasi tutto il percorso. A parte qualche unità, il gruppo dei corridori, mi raggiunse che avevo già scollinato in monte Antola e mi apprestavo alla discesa che porta al paese di Caprile e dunque all‟arrivo, dove, come sempre, mia moglie mi attendeva al traguardo. Si era sobbarcata, da sola, il viaggio in auto da Sampierdarena, per venire a prendermi, il che è tutto dire. Terminai la mia fatica in circa sette ore e trenta, ero veramente contento del tempo impiegato e pago di quanto visto. Giunsi nel paese della Valbrevenna poco dopo le dodici e trenta, giusto in 63 tempo per pranzare al buffet allestito dall‟organizzazione in modo superlativo. Mi ero rifocillato, lavato, cambiato gli indumenti fradici di sudore, riposato, ma di Maurizio non avevo più notizie, cominciavo a preoccuparmi. Nel momento in cui vidi sopraggiungere una donna anziana, con bastone, che tranquillamente si apprestava a tagliare il traguardo, la preoccupazione divenne disperazione. Quando ormai avevo perso ogni speranza, e mi apprestavo a informare l‟organizzazione del mancato rientro del mio amico, lo vidi spuntare da un costone che delimitava l‟ingresso al paese, tutto sporco e tumefatto nella regione del ginocchio destro. Mi spiegò che aveva sbagliato strada, era dovuto tornare sui suoi passi, nel tentativo di recuperare il tempo perduto, era caduto, procurandosi l‟escoriazione sopra descritta. Erano circa le quindici, per fortuna tutto si era concluso per il meglio. Dopo che Maurizio si fu ristorato e sostituito gli abiti, partimmo per casa, alla guida sempre la mia compagna che ora ricopriva anche il ruolo di autista, cosa potevo pretendere di più. Quella del 2010 fu probabilmente l‟ultima edizione della RigAntoCa per come l‟abbiamo conosciuta noi. Dal 2011, per mancanza dei fondi, in precedenza erogati da Comune, Regione ecc., mi è stato riferito che il percorso cambierà, con partenza e arrivo in altre località, un vero peccato. Sono comunque felice di aver partecipato seppur per una sola volta a quella che reputo una delle più belle manifestazioni cui abbia mai preso parte. Sulle ali dell‟entusiasmo continuai ad allenarmi tutti i giorni, sabato escluso, alternando il tapis roulant alla strada. Con questo ritmo arrivai sino alle vacanze di agosto. Esclusa una settimana che trascorsi, a vagabondare in moto sulle strade francesi, ebbi la brillante idea, i rimanenti giorni di ferie, di cambiare il tipo di preparazione, scelsi il bi-giornaliero, un‟ora al mattino sulla strada e l‟equivalente il pomeriggio sul tappeto. La cadenza la decidevo di volta in volta, secondo le sensazioni che provavo al momento. Il cinque settembre, giorno del mio compleanno e del mio matrimonio, pesavo sessantasette chili. 64 Potevo coniare un nuovo slogan: quindici chili in nove mesi, o se volete sessantun chili in dieci anni. Ero ormai conscio delle mie possibilità, il peso raggiunto mi permetteva ritmi una volta per me impensati. Fu così che pensai di iscrivermi alla mia decima maratona. La mia scelta cadde per l‟ennesima volta su Firenze, alla fine di novembre, luogo in cui era cominciata la mia avventura di maratoneta quattro anni prima. 65 Capitolo 13 Per scaramanzia attesi l‟ultimo periodo utile per iscrivermi, intanto iniziai la preparazione. Dalle vecchie tabelle ne avevo rispolverata una che prevedeva di allenarmi quattro giorni alla settimana a un ritmo tale da garantirmi di finire la corsa in meno di quattro ore. Non volevo esagerare, per il mio ritorno sulla lunga distanza, volevo essere sicuro di portare a termine la fatica, a migliorare i tempi ci avrei pensato in seguito. Cominciai ad allenarmi in vista della suddetta maratona, in previsione il 28 novembre, ai primi di settembre. La preparazione era basata su dodici settimane, tre mesi da passare concentrato sulle diverse performance, ripetute, lunghi e variazioni di ritmo alternando il tappeto al manto stradale. Le ripetute le facevo sul percorso del Peralto, da solo, o in compagnia degli avventori presenti al momento. Per i lunghi invece, la domenica, sempre verso la riviera ponentina, “usufruivo” della compagnia di Pino, Roberto e Franchino, quando non erano impegnati in altre gare, in caso contrario, in perfetta solitudine. Nel frattempo curavo in modo particolare l‟alimentazione *(vedi appendice), ottenendo ottimi risultati. Tenevo sotto controllo il peso ma cosa ancor più importante mi sentivo “ in forma” fisicamente. Nonostante la sveglia alle sei del mattino, la giornata lavorativa e l‟allenamento serale non mi sentivo affaticato. Il tutto, si badi bene, senza l‟uso di alcun farmaco, cui sono sempre stato contrario, si eccettui una capsula al giorno di glucosamina, come prevenzione contro il deterioramento della cartilagine. Prevenire è sempre meglio che curare. Concentrato sulla gara, lasciai a mia moglie carta bianca riguardo all‟organizzazione della trasferta a Firenze, mi limitai a compilare il modulo d‟iscrizione e il bollettino postale, non volli sapere altro. Le settimane trascorsero veloci, sempre più quando si comincia a invecchiare. L‟estate aveva lasciato il posto all‟autunno, ma il sabato che partimmo per il capoluogo toscano, nulla faceva presagire che, la domenica, il medesimo 66 si sarebbe trasformato in inverno conclamato in sole ventiquattrore. Le previsioni meteo, in effetti, prevedevano un fine settimana double-face, sabato bel tempo e temperature miti, domenica brusco abbassamento delle stesse e acqua a catinelle. Firenze ci accolse con un bellissimo sole e un tepore particolare per la stagione in corso. Questa volta, essendo soli, avevamo preferito il viaggio in automobile, offriva maggiore indipendenza rispetto al treno e inoltre avevamo trovato un bed&breakfast con attiguo il parcheggio. Andammo subito al Marathon Village a ritirare il pettorale. Lo ricordavo diverso dall‟ultima volta che ci ero stato nel 2006. Visitammo i vari stand, che promuovevano la loro “merce”, abbigliamento o maratone che fossero. Terminata la visita, ci dirigemmo alla pensione che si trova in posizione defilata, più vicina alla partenza che all‟arrivo della corsa, ne avrò conferma una volta giunto al traguardo. Dall‟anno in corso il tragitto era cambiato rispetto a quello cui partecipai io anni prima. Ebbi modo di apprezzare il nuovo circuito e devo dire che lo ritengo migliore del precedente. La parte noiosa e solitaria del “Parco delle Cascine” è stata spostata nel tratto iniziale mentre la porzione finale, quando si è più stanchi, si corre tutta nel centro storico. Anche la partenza è variata, si comincia dalla parte opposta del Piazzale Michelangelo, a metà strada, evitando in questo modo la china iniziale. Impiegammo il pomeriggio nel solito vagabondare per negozi, che fanno la felicità della consorte. Sul finire della giornata si alzò uno strano vento, molto freddo, e all‟imbrunire apparvero le prime nubi nere. Dopo la solita cena del maratoneta **(vedi appendice) e la rapida presa visione dei programmi televisivi, prima di cadere nelle braccia di Morfeo, ebbi modo di consultare il meteo, via web, riguardo la domenica successiva, la profezia fu terribile, freddo glaciale, pioggia e vento su Firenze per tutta la mattinata. Grazie ai progressi della scienza, le previsioni furono ahimè azzeccate. Mi destai, senza l‟ausilio della sveglia, alle sei in punto. Come sempre avevo preparato l‟abbigliamento da indossare la sera prima: calzini, 67 cosciali, cappello, intimo invernale e maglia, oltre ovviamente le scarpe. Per l‟occasione, date le inclementi condizioni meteo, avevo abbandonato la canotta con scritta sul retro, per una più confortevole maglia termica a maniche lunghe. Avevo inserito le famose maltodestrine liquide nella tasca aggiuntiva, cucita da una sarta amica, dentro i pantaloncini, e appiccicato le tavolette energetiche al pettorale tramite spille. Appena aprii la finestra della camera, fui investito da una folata di vento gelido mista ad acqua che mi paralizzò. Chiusi immediatamente l‟imposta e decisi di indossare oltre l‟abbigliamento sportivo, una vecchia felpa e sopra, a sua volta, la tuta da imbianchino con cappuccio, tutto materiale che avrei gettato prima della partenza. Da quando ero dimagrito, così massicciamente, il mio termostato interno era andato “a farsi friggere”, nel periodo autunno/inverno avvertivo una sensazione di freddo recondito continua. Mi apprestavo a uscire dalla camera d‟albergo, quando sentii che l‟intensità della pioggia cresceva in maniera esponenziale, pensai quindi di ripararmi parzialmente le calzature coprendole con due sacchetti di nylon tipo quelli della spesa, annodati alle caviglie, con la speranza di giungere alla partenza con le scarpe asciutte. Varcato il portone, il freddo e la pioggia, si manifestarono in tutta la loro intensità. I vari termometri che incontrai lungo il tragitto oscillavano tra i due e i tre gradi, ma con il vento e l‟acqua, la temperatura percepita era sicuramente inferiore. Raggiunsi il via con i sacchetti che ricoprivano le scarpe, a brandelli, in ogni caso avevano svolto la loro funzione egregiamente. La tuta era bagnata ma ancora integra. Trovai riparo sotto l‟androne del palazzo affacciato su Piazzale Michelangelo, la stessa idea l‟ebbero centinaia di maratoneti, eravamo schiacciati come sardine ma almeno stavamo al caldo e lontani dalle precipitazioni. Il momento della partenza si avvicinava, la temperatura non accennava ad alzarsi, anzi, e la pioggia aveva aumentato il suo vigore, in questa condizione nessuna voleva abbandonare il rifugio. 68 Presi posto nelle gabbie, insieme a tutti gli altri, che mancava una manciata di minuti alla partenza, giusto il tempo di togliermi tutti gli indumenti aggiuntivi, ero già fradicio prima dello start. Avevo i brividi, l‟acqua mi penetrava in ogni dove, per un attimo temetti di non farcela ad arrivare al traguardo. Tutto il lavoro di tre mesi gettato alle ortiche; fu solo un momento, me lo tolsi dalla testa in un baleno. Acqua, vento, gelo non importa sarei arrivato in fondo. Alla partenza il rovescio aveva diminuito il suo vigore, il freddo, no! La gara si dipanò come la ricordavo e come l‟aspettavo, incominciai subito di buona lena. Ai ristori posti lungo il percorso, per digerire i miei intrugli ***(vedi appendice), prendevo the caldo, era tale il disagio provato che non avvertivo la differenza di temperatura tra quello che bevevo e un bicchiere di acqua fresca. Per precauzione, mi ero preparato con una tabella che prevedeva un arrivo intorno alle quattro ore, in realtà avevo, nelle gambe, la possibilità di terminare in un tempo molto inferiore. Sarà stato per questo o per il freddo pungente che mi stimolava, sta di fatto che giunsi al trentacinquesimo chilometro, con un ritmo, che se sostenuto sino all‟arrivo, mi avrebbe permesso di “chiudere” la maratona sotto le tre ore e trenta minuti, un tempo di tutto rispetto, dopo quasi due anni di assenza. Al ristoro del suddetto chilometro c‟era mia moglie ad attendermi, vedendo il tempo che stavo ottenendo, faceva un tifo indiavolato. Spronato anche dalla sua presenza, che a dire il vero mi mette sempre un po‟ di agitazione, nonostante sia un tipo abbastanza tranquillo, provai a ottenere il risultato. Non avevo tenuto conto però che in questa situazione di freddo, pioggia e vento, “la prestazione all’inizio non subisce variazioni, perché si ha sufficiente energia da poter mantenere un ritmo tale da produrre sufficiente calore intimo e mantenere invariata la temperatura interna. Con il passare dei km le riserve energetiche calano, diminuisce la produzione di calore metabolico, si riduce la temperatura interna e si va verso una situazione d’ipotermia. La corsa prolungata provoca l’aumento dell’utilizzazione degli acidi grassi liberi che è stimolata dalla produzione delle catecolamine ovvero da 69 adrenalina e noradrenalina; il freddo però provoca anche vasocostrizione quindi il sangue ha difficoltà ad arrivare a prendere gli acidi grassi là dove sono depositati ovvero nel tessuto sottocutaneo. Con il freddo la capacità di utilizzare il grasso sottocutaneo diminuisce. Come conseguenza di questo fenomeno si ha un maggiore consumo di glicogeno e non essendoci grassi a disposizione la prestazione cala e l’organismo diventa più sottoposto anche ai fenomeni d’ipotermia. Anche la relativamente piccola stazza può essere una delle cause del calo nel finale di gara. Il grasso sottocutaneo è un ottimo isolante che impedisce al freddo di entrare verso gli organi interni e al tempo stesso al calore interno di uscire verso la superficie. La capacità di disperdere calore dipende molto anche dal rapporto fra superficie e massa corporea. I soggetti piccoli e leggeri sono quindi soggetti all'ipotermia.”.(Tratto dal sito della Firenze Marathon: Analisi della 27ma Firenze Marathon di Fulvio Massini). Dopo questa spiegazione medica, capirete benissimo, come mai andai lentamente spegnendomi come una candela, racchiudevo in me tutte le caratteristiche di cui sopra. Non mi diedi certamente per vinto, ma con il passare dei chilometri il freddo stava prendendo il sopravvento, inoltre verso la fine si era alzato un vento che spirava contrario al mio senso di marcia e faceva ghiacciare l‟acqua presente sulle cosce e su tutto il resto del corpo. A onor del vero riuscii a tenere l‟andatura, che mi avrebbe permesso di ottenere il tempo, sino verso il quarantesimo chilometro. Solo durante i due km. finali la stanchezza, ma soprattutto le intemperie ebbero la meglio. Avevo tutto il corpo percorso da repentine raffiche di brividi gelidi, per questo cominciai a battere i denti. Anche in questo caso, come e più delle altre volte, fui pervaso dalla voglia di gettare la spugna, ma in cuor mio sapevo benissimo che non mi sarei fermato per nessuna ragione al mondo. Tagliai il traguardo in tre ore trentadue minuti e sette secondi. Per poco più di 120 secondi non ero riuscito a chiudere la mia decima maratona sotto le tre ore e trenta. La parte peggiore doveva però ancora arrivare. Appesa passata la linea d‟arrivo, e smesso quindi di correre, il corpo si stava raffreddando 70 rapidamente, nonostante il telo termico sulle spalle. Il sudore si ghiacciava sulla pelle provocandomi brividi e tremolii incontrollabili. In questa condizione tragicomica uscii dall‟area riservata agli atleti. Il varco era situato a sinistra rispetto alla conclusione. Per la famosa legge di Murphy, il giorno prima, io e mia moglie, non ricordandoci com‟era posta la zona del dopo gara, c‟eravamo dato appuntamento sulla parte destra. Una volta abbandonata l‟area transennata dovetti percorrere tutta la strada a ritroso, camminando su marciapiedi stracolmi di gente che sopraggiungeva in senso opposto, alla ricerca dei lori amici e parenti vari, con gli ombrelli che mi riversavano addosso più acqua di quella che pioveva dal cielo. Giunto sul luogo dell‟appuntamento, restai basito, la mia compagna non c‟era. Sotto la pioggia, tremante, stanco e infreddolito, stavo per abbandonarmi a una crisi di pianto isterico, quando la parte del mio cervello ancora pensante, mi venne in aiuto. Entrai, in quelle condizioni penose, in un negozio d‟abbigliamento, chiesi, e me ne dispiace ancor oggi, in modo brusco, un cellulare, composi il numero e sempre con il viso rivolto all‟interno dell‟esercizio commerciale, appena mia moglie mi rispose, le riversai contro una riga d‟improperi per la sua mancata presenza. Non capii bene cosa mi rispose e non mi ricordo cosa controbattei. Rimasi esterrefatto nel vedere il titolare del negozio, e le persone che mi circondavano, impegnate in una sonora risata. La mia consorte era dietro di me, appostata davanti al negozio, che, anche lei sorridendo, cercava inutilmente, via telefono, di farmi capire che era arrivata. In mezzo al bordello di gente e ombrelli, dopo l‟arrivo, aveva perso le mie tracce, si era allontanata dal luogo dell‟appuntamento, per venirmi incontro e soccorrermi con il paracqua, io per ringraziamento, invece, l‟avevo mandata a quel paese; la solita testa di cazzo. Per fortuna, la mia compagna non ci feci neppure caso, abituata, dopo venticinque ani di vita in comune, a tutte le mie uscite di testa. Il “viaggio” da lì alla pensione, poco più di 500 metri, lo feci a passo di danza. Il tremolio in tutto il corpo, provocato presumibilmente dai brividi, non mi aveva più abbandonato, battevo i denti così forte che ne sentivo il 71 rumore. Raggiunta, non senza fatica, la stanza d‟albergo, posta al secondo piano dell‟edificio che ci ospitava, m‟infilai letteralmente sotto la doccia. Miscelai l‟acqua talmente calda che in pochi minuti la stanza era satura di vapore acqueo, sembrava di stare in pianura padana in inverno con la nebbia che si taglia con il coltello e non si vede nulla. Era tale e tanto il freddo che percepivo che non mi resi neppure conto che l‟acqua della doccia mi stava ustionando una parte della coscia destra, la quale restò arrossata per parecchio tempo. Finalmente ristabilito fisicamente e, mentalmente, mi presi cinque minuti di riposo, giusto il tempo di completare le valigie, accommiatarmi dal gestore del bed&breakfast e dirigermi nel primo bar aperto per un meritato ristoro. Nel viaggio di ritorno a Genova la pioggia non ci abbandonò un attimo. Arrivammo a casa giusto per l‟ora di cena. Durante il mese seguente, che ci avrebbe traghettato verso la fine del 2010, non corsi più nessuna gara, continuai gli allenamenti in previsione dell‟anno a venire e quindi di nuove avventure, ma questa è un‟altra storia. 72 Capitolo Finale E‟ il momento delle conclusioni, bisogna tirare le somme di quello che sono stati, per me e la mia famiglia, questi dieci anni di continui cambiamenti, in cui la corsa è stata al centro della mia attenzione. Non è facile mettere per iscritto quello che ho provato, poiché avrei difficoltà a esprimerlo anche a voce. Ho sempre preferito i fatti alle parole, e penso di averlo dimostrato. E‟ indubbio che partire da 128,5 Kg. di sedentarietà e arrivare, seppur dopo dieci anni, a 67 kg. e dieci maratone portate a termine, sia una storia che non si sente tutti i giorni. Gli aspetti che hanno contraddistinto questo mio cambiamento sono stati molteplici. Logicamente mai avrei pensato di arrivare a questo traguardo. Il giorno che ho cominciato, non era certo tutto programmato, non sapevo nemmeno se sarei riuscito a dimagrire, figurarsi correre. E‟ stato un lavoro in progressione, che si è evoluto giorno per giorno, in pratica autonomamente. Come si dice, da cosa nasce cosa. E‟ indubbio che la mia determinazione e la voglia di realizzare qualcosa di diverso, abbia giocato un ruolo decisivo. In partenza è stato fondamentale avere la mente libera da altri pensieri, non avere altre problematiche, che disturbano la concentrazione, essere consapevoli di dover contare solo su le proprie forze, sia per la parte organizzativa sia per quella economica. Anche se può apparire strano, la consapevolezza di essere solo in questa vicenda è stato per me più uno stimolo che un ostacolo. Sapevo in partenza che non avrei potuto contare sull‟aiuto di nessuno, tutti, logicamente, impegnati a gestire ognuno la propria vita, inconsapevoli o disinteressati di quello che stavo facendo. A volte le persone preferiscono stare ferme immobili ad attendere la fine piuttosto che agire. Sapere di dover fare tutto in completa solitudine ti responsabilizza maggiormente. In questo scenario l‟aiuto insperato e decisivo di mia moglie è giunto come 73 un fulmine a ciel sereno. Con tutti i problemi che gestire una famiglia comporta, mai avrei pensato che trovasse il tempo per assecondare le mie stramberie. In definitiva è l‟unica che mi abbia veramente aiutato e quindi l‟unica che devo necessariamente ringraziare. Mi è stata di stimolo nei, seppur rari, momenti di difficoltà, mi ha sollecitato a scrivere questo libro, e ancora oggi m‟incita a proseguire. Nessuno in questa vicenda mi è stato vicino quanto lei. E‟ stata in conclusione una bella esperienza, questo libro dimostra, una volta di più, se ce ne fosse bisogno, che il motto: volere è potere, è sempre d‟attualità, e corrisponde al vero. Non so se questo lavoro potrà essere d‟aiuto a qualcuno, lo spero, anche se questo non era il mio intento quando ho cominciato a scrivere. L‟ho fatto solo ed esclusivamente per me stesso, come quando ho iniziato a correre, per piacere personale, e chissà, anche per lasciare, un giorno, un ricordo a qualcuno. IO Finito di scrivere il 26-05-2011 74 Appendice *La mia personale Tabella Alimentare settimanale Ore 06.30 Colazione 1 Yogurt bianco magro, 1 snack tipo cereali e fragole, 1 mela, 2 fette di speck/prosciutto/arrosto di pollo ecc., 4 mandorle, 1 caffè amaro Ore 08.30 Intermezzo 1 Pompelmo giallo o rosa Ore 09.30 Spuntino 2 Fette di pane ai cinque cereali con 50gr., due fette, di arrosto di pollo o tacchino, 1 caffè amaro Ore 11.30 Intermezzo 1 Mela Ore12.30 Pranzo (pesi a crudo) 70gr. di Orzo mondo (integrale) alternare con farro, grano, avena, riso integrale, quinoa, miglio ecc., 60gr. di soia gialla, 80gr. di tonno (una scatoletta all‟olio od all‟acqua, sgocciolare per bene) Condimento: 2 cucchiaini di olio extra-vergine di oliva, 1 cucchiaino di formaggio parmigiano reggiano. 1 Yogurt bianco magro , 1 Mela Ore15.30 1 Mela Ore19.30 Cena 1 Fondina di minestrone di verdura senza pasta 300gr. Fesa di tacchino alla piastra, ruotare con carne rossa e pesce. Contorno: insalata o altre verdure 1 Yogurt bianco magro , 1 Mela, 4 Mandorle Settimana della Maratona Da Lunedì a Giovedì come sopra Venerdì non mangiare, per quanto possibile, carboidrati ma solo proteine. Colazione e pranzo del Sabato effettuati con pasti ricchi di carboidrati, possibilmente integrali, ma senza esagerare. 75 **L’Ultima Cena: Sabato sera Pizza Marinara (anche se il presidente della mia società insiste con il dire che è meglio la pasta). Patate lesse condite con poco olio e sale. Aceto a piacere Fetta di crostata Pasteggiare esclusivamente ad acqua. ***Integratori per la mia Maratona Colazione: Due ore prima una barretta energetica da 60/80 gr. Un „ora prima, un gel morbido, non liquido. Se soffri di crampi è opportuno ingerire anche una bustina di magnesio/potassio liquido. Un quarto d‟ora prima della partenza una fiala di Guaranà. Maratona: Partenza: Nulla, ma dipende molto dalla temperatura. 5° Km. Semplice ristoro con acqua 9° Km. 1 pastiglia di malto destrine di quelle fasciate singolarmente da attaccare al pettorale 10° Km. Semplice ristoro con acqua 14° Km. 1 Gel liquido 15° Km. Ristoro con acqua e/o integratori secondo la temperatura e/o le esigenze personali. 19° Km. 1 pastiglia di malto destrine 20° Km. Ristoro con acqua e/o integratori 24° Km. 1 Gel liquido 25° Km. Ristoro con acqua e integratori 29° Km. 1 pastiglia di malto destrine 30° Km. Ristoro con acqua e integratori, se soffri di crampi ingerire anche una bustina di magnesio/potassio liquido. 34° Km. 1 Gel liquido 35° Km. Ristoro con acqua e integratori 39° Km. 1 pastiglia di malto destrine 40° Km. Ristoro con acqua e integratori Arrivo 1 bottiglietta d‟acqua da 500 ml. con dentro sciolti aminoacidi ramificati in polvere. 76 Nella vita sono un vinto. Io corro per vendetta, corro per rifarmi. In my life I’m a loser. I run for revenge, I run for vengeance. (Marco Olmo)