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9 luglio 2015 16:32
Sommario del 09/07/2015
Il Papa e la Santa Sede
Francesco in Bolivia: Chiesa sia voce profetica per società più giusta
Il Papa alle autorità civili in Bolivia: "Oggi può essere il tempo dell'integrazione"
Papa ricorda p. Espinal, ucciso perché predicava Vangelo di libertà
Ecuador. Papa a clero: non siamo mercenari, la grazia non si fa pagare
Correa: visita incredibile, grande amore tra Francesco e popolo Ecuador
Nomina episcopale di Papa Francesco in Malaysia
Oggi su "L'Osservatore Romano"
Oggi in Primo Piano
Onu: in Siria superati i quattro milioni di profughi
Colombia: all'Avana le Farc annunciano una tregua unilaterale
Srebrenica. Veto russo all’Onu: non sarà genocidio
Sud Sudan a 4 anni dall'indipendenza: un anniversario senza pace
Legge sulla scuola: allerta dei genitori sui corsi di gender
Rondine­Cittadella della Pace candidata al Nobel
Nella Chiesa e nel mondo
Civiltà Cattolica: jihadismo occupa spazi vuoti della cultura occidentale
Tunisia. Parroco a Sousse: dalla popolazione no alla violenza
Libano. Card. Raï teme interferenze esterne sull'elezione del Presidente
Canada: opuscolo per il dialogo fra cristiani e musulmani
Il Papa e la Santa Sede
Francesco in Bolivia: Chiesa sia voce profetica per società più giusta
◊ Papa Francesco è giunto in Bolivia, seconda tappa del suo viaggio in America Latina. L’aereo papale,
partito da Quito, capitale dell’Ecuador, è atterrato a La Paz poco dopo le 23.00, con circa un’ora di ritardo sul
programma. Ad accoglierlo per la cerimonia di benvenuto, con un caloroso abbraccio, il presidente Evo
Morales che ha definito Francesco "Papa dei poveri". Il Pontefice, da parte sua, ha lanciato un appello a
proseguire nel cammino della coesione sociale con una visione integrale di progresso per custodire i poveri,
gli ultimi, "quanti sono scartati a causa di tanti interessi che pongono al centro della vita il dio denaro”.
Incontenibile la gioia delle centinaia di migliaia di fedeli che per ore lo hanno atteso lungo il percorso che ha
portato Francesco fino alla capitale La Paz. Il servizio del nostro inviato Paolo Ondarza: Dallo scalo aeroportuale più alto del mondo, 4mila metri di altezza, abbracciato dal presidente Morales che gli
ha messo al collo un’insegna aymara e dagli onori militari sulle note dell’inno boliviano dal tipico suono della
quena, Francesco inizia la sua visita pastorale in Bolivia, a 27 anni dal memorabile passaggio del suo
predecessore San Giovanni Paolo II. Tripudio di gioia per migliaia di fedeli, tra loro tanti bambini vestiti con i
costumi indigeni dai colori brillanti.
Ed è la varietà nell’unità il pensiero che ispira da subito il Papa. Francesco guarda alla “singolare bellezza”
dell’altopiano, delle valli, delle terre amazzoniche, dei deserti e alla varietà della realtà etnica e culturale
boliviana, un insieme di “popoli originari millenari e popoli originari contemporanei” che ­ rileva ­ costituisce
una grande ricchezza e un appello permanente al mutuo rispetto e dialogo: “Cuánta alegría nos da saber que el castellano traído a estas tierras hoy convive con 36 idiomas
originarios…
Quanta gioia – ha detto ­ ci dà sapere che il castellano portato in queste terre oggi convive con 36 idiomi
originari, amalgamandosi – come fanno nei fiori nazionali di kantuta e patujú il rosso e il giallo – per dare
bellezza e unità nella differenza. In questa terra e in questo popolo si è radicato con forza l’annuncio del
Vangelo, che lungo gli anni è andato illuminando la convivenza, contribuendo allo sviluppo del popolo e
promuovendo la cultura”.
Chiarendo da subito il carattere pastorale della sua visita, “pellegrino e ospite” venuto a “confermare la fede
dei credenti perché siano fermento di un mondo migliore, Francesco rileva i “passi importanti” compiuti dalla
Bolivia per includere ampi settori della popolazione nella vita economica, sociale e politica del paese; il Papa
apprezza la sensibilità delle istituzioni locali sui diritti delle minoranze, riconosciuti dalla Costituzione ed
invoca un rinnovato spirito di collaborazione civile e dialogo:
“El progreso integral de un pueblo...
“Il progresso integrale di un popolo comprende la crescita delle persone nei valori e la convergenza su ideali
comuni che riescano ad unire le volontà senza escludere e respingere nessuno. Se la crescita è solo
materiale ­ spiega Francesco ­ si corre sempre il rischio di tornare a creare nuove differenze, che
l’abbondanza di alcuni si costruisca sulla scarsezza di altri. Perciò, oltre alla trasparenza istituzionale, la
coesione sociale richiede uno sforzo nell’educazione dei cittadini”.
Tale sforzo educativo deve partire da un’opzione preferenziale ed evangelica per i poveri e gli ultimi, perché
“non si può credere in Dio Padre senza vedere un fratello in ogni persona”, è doveroso “custodire coloro che
oggi sono scartati a causa di tanti interessi che pongono al centro della vita il dio denaro”. L’educazione deve
puntare inoltre secondo il Papa ad una cura particolare per i bambini e far sì che i giovani siano impegnati su
nobili ideali, a garanzia di futuro per la società. Futuro che deve includere la valorizzazione degli anziani e
che non può prescindere dalla tutela della famiglia:
“En una época en la que tantas veces se tiende a olvidar...
In un’epoca in cui tante volte si tende a dimenticare o confondere i valori fondamentali, la famiglia merita una
speciale attenzione da parte dei responsabili del bene comune, perché è la cellula fondamentale della
società, che apporta legami solidi di unione sui quali si basa la convivenza umana e, con la generazione e
l’educazione dei suoi figli, assicura il rinnovamento della società”.
Un pensiero speciale il Papa lo rivolge ai tanti emigrati boliviani:
“Llevo en el corazón especialmente a los hijos de esta tierra...
Porto nel cuore specialmente i figli di questa terra che per molteplici motivi non sono qui, hanno dovuto
cercare un’altra terra che li accogliesse, un altro luogo dove la nostra madre li rendesse fecondi e desse loro
possibilità di vita”.
Francesco si dice lieto di trovarsi “in questa patria che si definisce pacifista", promuove "il diritto e la cultura
della pace”, patria benedetta da Dio: le prossime giornate – dice – saranno caratterizzate da momenti di
incontro dialogo e celebrazione della fede.
Ricordando poi il preambolo della costituzione boliviana che in modo poetico evoca “i tempi immemorabili in
cui si eressero le montagne e le valli si ricoprirono di fiori” rilancia il dovere di custodire il creato: “il mondo –
dice ­ è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e
nella lode”.
Da parte sua il presidente Morales ha salutato a nome di tutta la Bolivia il Papa, venuto a “contribuire al
riscatto dei poveri” con il suo “messaggio di fede, speranza e liberazione”.
Il Papa alle autorità civili in Bolivia: "Oggi può essere il tempo dell'integrazione"
◊ A poche ore dal suo arrivo in Bolivia, nella cattedrale di La Paz, il Papa si è rivolto alle autorità civili.
Francesco ha detto che "se la politica è dominata dalla speculazione finanziaria o l'economia si regge solo
sul paradigma tecnocratico e utilitaristico... non si potranno risolvere i grandi problemi che affliggono
l'umanità". Alessandro Guarasci: Il Papa definisce la Boliva "terra innocente e bella". Un esempio in qualche modo in America Latina, perché
oggi, dice il Pontefice, “in questa terra dove lo sfruttamento, l'avidità, i molteplici egoismi e le prospettive
settarie hanno oscurato la sua storia, oggi ­ ha scandito – può essere il tempo dell'integrazione". Proprio dalla
Bolivia possono arrivare "nuove sintesi culturali". Francesco nota quanto siano "belli i Paesi che superano la
diffidenza malsana e integrano i diversi, e che fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo!".
Tutto questo passa attraverso un maggiore rispetto per la persona umana: “L'ambiente naturale e l'ambiente
sociale, politico ed economico sono strettamente correlati” dice il Papa che riprende alcuni passi della sua
enciclica Laudato si’.
E qui entra in gioco la politica, che non deve essere dominata “dalla speculazione finanziaria” o
l'economia che non si deve reggere “solo sul paradigma tecnocratico e utilitaristico della massima
produzione”, perché altrimenti “non si potranno neppure comprendere, né tantomeno risolvere i grandi
problemi che affliggono l'umanità”.
Dunque vanno tenute in giusta considerazione le “tradizioni popolari”, il ruolo delle religioni. “La libertà
religiosa – sottolinea il Pontefice – ci ricorda anche che la fede non può essere ridotta alla sfera puramente
soggettiva”.
Poi Francesco invita a non confondere “bene comune” con “benessere”. “Il benessere che fa riferimento solo
all’abbondanza materiale tende ad essere egoista – dice il Papa ­ Così inteso, il benessere, invece di aiutare,
è portatore di possibili conflitti e di disgregazione sociale; affermatosi come prospettiva dominante, genera il
male della corruzione” .
Ed ancora, il Pontefice torna a parlare dei valori positivi della famiglia, “non promuoverla significa lasciare i
più vulnerabili senza protezione”. Altro tema nodale è l’immigrazione, anche per la Bolivia: “una nazione che
cerca il bene comune non può chiudersi in sé stessa; le reti di relazione consolidano le società. … Bisogna
quindi costruire ponti piuttosto che muri”.
Papa ricorda p. Espinal, ucciso perché predicava Vangelo di libertà
◊ Dopo la cerimonia di benvenuto Papa Francesco ha sostato brevemente presso il luogo dell’assassinio di
padre Luis Espinal, sacerdote gesuita che aveva partecipato durante il periodo della dittatura alle lotte sociali
e allo sciopero della fame di 19 giorni, nel 1977, durante i quali visse giorno e notte accanto alle famiglie dei
minatori. Fu trucidato dagli squadroni della morte il 21 marzo 1980. Il Papa ha ricordato padre Espinal,
“fratello nostro, vittima di interessi che non volevano si lottasse per la libertà. Padre Espinal – ha aggiunto –
predicava il Vangelo e questo Vangelo disturbava e per questo lo hanno assassinato”. Il Papa ha quindi
invitato a fare un minuto di silenzio e a pregare. Poi ha proseguito ribadendo che padre Espinal “ha predicato
il Vangelo, il Vangelo che ci porta la libertà, che ci fa liberi. Come ogni figlio di Dio, Gesù ci dà questa libertà
e lui ha predicato questo Vangelo”. Per un profilo di padre Espinal, Paolo Ondarza ha intervistato mons.
Basilio Bonaldi, sacerdote fidei donum e formatore nel seminario di La Paz: R. – Padre Luis Espinal era un sacerdote gesuita nato in Catalogna, vicino Barcellona, il 2 febbraio 1932. In
un primo momento, nel suo ministero in Bolivia esercita l’insegnamento della letteratura, e poi, come
comunicatore, lavora in radio ­ nella “Radio Fides” dei gesuiti ­ come critico di cinema, e anche come
maestro di cinema…
D. – La sua presa di posizione a difesa degli operai e la sua partecipazione ­ nelle sue competenze ­ alle
lotte sociali e allo sciopero della fame, lo portarono alla persecuzione…
R. – Esattamente, soprattutto quando nel 1979 viene fondato il settimanale “Aquí” – incentrato sui problemi
reali della gente – di cui lui diventa direttore: è considerato colui che ha uno straordinario coraggio nel
criticare i governi di turno, nel denunciare il mancato rispetto dei diritti umani, nell’affermare costantemente la
dignità di ogni persona, e soprattutto nel mostrare apprensione per quelli che non hanno voce nella società…
D. – Quindi un impegno sociale quello di padre Luis Espinal, non politico: era il Vangelo e la vicinanza a
Cristo che lo faceva essere prossimo ai più deboli e ai più indifesi…
R. – Certamente, questo lo porta, soprattutto nella parte finale della sua vita, oltre allo sciopero della fame
del 1977, a criticare, attraverso il settimanale “Aqui”, il governo di turno: quello del generale García Meza.
Questo gli procura – essendo lui in possesso di una documentazione forte sul tema del narcotraffico – il
martirio, due giorni prima di quello di monsignor Romero nel Salvador. Padre Luis Espinal è stato ucciso il 21
maggio 1980 e Romero il 23 maggio. Padre Espinal quella sera era andato a vedere un film ­ che riguardava
ancora una volta gli esclusi ­ e uscendo dal cinema, venne sequestrato da alcune persone che scendevano
da una jeep senza targa. Si sa benissimo che lo portarono al macello pubblico nella zona di Achachicala; lì lo
torturano per quattro ore, e poi lo uccisero con 17 colpi d’arma da fuoco e portarono il suo cadavere in
Achachicala alta: il luogo dove ora c’è un piccolo monumento e una grande croce, dove il Papa ha deciso di
fermarsi in sosta.
D. – Ai suoi funerali, il 24 marzo 1980 a La Paz, la popolazione partecipa in massa…
R. – Parlano di circa 70/80.000 persone. In Bolivia non c’è mai stato un funerale tanto partecipato.
D. – Che significato assume allora questa decisione del Papa, di voler sostare sul luogo che ricorda
l’assassinio, il martirio, di padre Luis Espinal?
R. – Quello di mettere l’accento di tutta la Chiesa, non solo boliviana, sui martiri latinoamericani – e ce ne
sono stati tanti – soprattutto in quell’epoca di dittatura, che hanno offerto la loro vita semplicemente per la
fedeltà al Vangelo, non perché hanno fatto politica. E vogliamo credere davvero che questa figura venga
riscoperta ancora di più, e che come lui si impari davvero a dire la verità, e a non essere come quelli che,
per questioni di prudenza – un tema molto caro a Luis Espinal – non parlano o si tirano indietro. Pertanto direi
che diventa anche l’esaltazione di una maniera di essere cattolici oggi in Bolivia e nel mondo per dire la
verità in fedeltà al Vangelo.
D. – Una figura quindi ancora attuale…
R. – Sì, anche perché questa figura è benvoluta non solo da un mondo tipicamente ecclesiale, ma anche da
un mondo più ampio e dall’intera società boliviana: quelli che si impegnano per i diritti umani, quelli che
hanno visto in lui l’uomo d’arte, quelli che apprezzano sempre l’impegno e cercano davvero la costruzione di
una società più giusta. Quindi diventa davvero un personaggio ­ un santo ­ un punto di riferimento non solo
per i cristiani cattolici, ma per tutta la società boliviana, un elemento di comunione per tutti i boliviani.
Ecuador. Papa a clero: non siamo mercenari, la grazia non si fa pagare
◊ Il Papa ha lasciato l’Ecuador, dove era giunto domenica scorsa, diretto in Bolivia, per poi recarsi venerdì
prossimo in Paraguay, ultima tappa del suo viaggio apostolico in America Latina, che si chiuderà domenica,
con il rientro a Roma il 13 luglio. A salutare Francesco all’aeroporto di Quito il presidente della Repubblica,
Correa, le autorità civili e una folla di fedeli. Prima di lasciare la terra ecuadoregna, Francesco ha voluto
immergersi nel quartiere povero di Tumbaco alla periferia di Quito, visitando la Casa di riposo delle
Missionarie della Carità; poi l’incontro nel Santuario della Vergine del Quinche con il clero, i religiosi e i
seminaristi: non entrate in carriera e non dimenticate le vostre radici, ha chiesto loro il Papa parlando
interamente a braccio. Il servizio di Roberta Gisotti: Fare come Maria che ha sempre vissuto come discepola
Una gran bella sorpresa, per gli anziani, una settantina, in gran parte non autosufficienti, ospiti nella casa
delle Missionarie della carità, poter incontrare il Papa, che si è chinato su ciascuno di loro, un abbraccio, un
bacio, un carezza sul capo. Poi tra la gente, tanta, che si è stretta intorno alla sua auto, Francesco ha
ripreso il viaggio verso il Santuario mariano nazionale del Quinche, dove lo aspettavo un migliaio di sacerdoti,
religiosi, religiose e seminaristi.
“Tengo un discurso preparado…
“Ho un discorso preparato ­ ha detto ­ però non ho voglia di leggerlo!”. Applausi di simpatia. Quindi parole, a
braccio, che hanno toccato il cuore e l’anima, di chi è stato scelto ­ come Maria ­ gratuitamente da Dio, per
essere discepoli, senza averlo meritato. Fate come Maria che "non è mai stata protagonista" di nulla, “ha
sempre vissuto come discepola in tutta la sua vita”:
“Religiosas, religiosos, sacerdotes, seminaristas…
“Religiose, religiosi, sacerdoti, seminaristi tutti i giorni tornate a percorrere questo cammino di ritorno verso la
gratuità con cui Dio vi ha scelti. Voi non avete pagato l’ingresso per entrare in seminario, per entrare nella
vita religiosa. Non ve lo siete meritato”.
Non dimenticare la gratuità di Dio
Dovete ricordare e tornare ogni giorno alla gratuità di Dio, ha detto loro. Solo questo vi rende importanti. Se
dimentichiamo questo ci allontaniamo da questa gratuità:
“Y pida la gracia de no perder la memoria…
“E chiedete la grazia di non perdere la memoria, di non sentirvi mai importanti”.
Evitare azheimer spirituale e carrierismo
Poi l'esortazione: abbiate cura della vostra salute, ma soprattutto non ammalatevi di una malattia pericolosa:
“…del todo peligrosa para los que el Senor nos llamò…
“… pericolosa soprattutto per quelli che il Signore ha chiamato gratuitamente a seguirlo e a servirlo: non
cadete nell’alzheimer spirituale, non perdete la memoria da dove siete stati tolti”.
Malattia che attacca chi non ha memoria delle proprie radici. E non vi sentite promossi, ha aggiunto
Francesco:
“La gratuidad es una gracia que no puede…
“La gratuità è una grazia che non può convivere con la promozione. E quando un sacerdote, un seminarista,
un religioso, una religiosa entra in carriera – non parlo di cose negative: una carriera umana – comincia ad
ammalarsi di alzheimer spirituale; comincia a perdere la memoria del luogo da cui è stato tolto, da cui
proveniva”.
Il cammino del servizio
“Servire, servire ­ ha proseguito ­ e non fare altro. E servire quando siamo stanchi; servire quando la gente
veramente ci disturba”:
“Porque quien va por el camino del servir tiene que…
“Perché chi percorre il cammino del servizio deve lasciarsi disturbare senza perdere la pazienza. Perché quel
servizio in nessun momento gli appartiene”.
Non farsi pagare la grazia: pastorale sia gratuita
Di notte prima di dormire situatevi nella gratuità di Dio e ringraziatelo per il dono che vi ha fatto. “E per favore,
ha concluso il suo discorso a braccio, non fatevi pagare per la grazia":
“Por favor, que nuestra pastoral sea gratuita…
“Per favore, che la nostra pastorale sia gratuita”.
Il discorso non pronunciato: non siamo mercenari
Così anche nel discorso preparato ­ consegnato al presidente della Conferenza dei religiosi, mons. Celmo
Lazzari – Francesco sollecita sacerdoti, religiosi e seminaristi a rinunciare “ad ogni egoismo, ad ogni ricerca
di guadagno”:
“No somos mercenarios, sino servidores...
“Non siamo mercenari, ma servitori” ­ scrive ­ "non siamo venuti per essere serviti, ma per servire e lo
facciamo con pieno distacco, senza bastone e senza bisaccia”.
No a vanagloria e mondanità
“Que la vanagloria y la mundanidad...
“Che la vanagloria e la mondanità non ci facciano dimenticare – sottolinea ­ da dove Dio ci ha riscattati!, che
Maria del Quinche ci faccia scendere dalle nostre ambizioni, dai nostri interessi egoistici, dalle eccessive
attenzioni verso noi stessi!”.
Poi ancora:
“Caminemos juntos, sosteniéndonos unos a otros...
“Camminiamo uniti, sostenendoci gli uni gli altri, e chiediamo con umiltà il dono della perseveranza nel suo
servizio”.
Cultura dell'incontro
“Qué lindo es cuando la iglesia persevera en su esfuerzo por ser casa...
“Com’è bello ­ ha aggiunto Francesco ­ quando la Chiesa persevera nel suo sforzo per essere casa e scuola
di comunione, quando generiamo quello che mi piace definire la cultura dell’incontro!”
Chiesa in uscita
Infine il richiamo ricorrente alla “Chiesa in uscita”:
“Una iglesia en salida es una iglesia que se acerca, que se allana...
“Una Chiesa che si avvicina, che si adatta per non essere distante, che esce dalla sua comodità e ha il
coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”.
Correa: visita incredibile, grande amore tra Francesco e popolo Ecuador
◊ Ultimo evento della visita papale in Ecuador prima della partenza è stata la cerimonia di congedo
all’aeroporto internazionale “Mariscal Sucre” di Quito. A salutare Papa Francesco c’era il Presidente
ecuadoriano Rafael Correa che in un’intervista esclusiva con il nostro inviato Olivier Bonnel traccia un
bilancio della visita: R. – Toute la visite a été très intéressante: les masses et toutes le paroles que le Pape François a dirigée …
Tutta la visita è stata molto interessante: le Messe e le parole che Papa Francesco ha rivolto al popolo
ecuadoriano sono messaggi molto forti, molto importanti.
D. – Ci sono state delle parole, o un discorso in particolare che ha richiamato la sua attenzione?
R. – Pour moi, franchement, le discours plus important a été à l’église de San Francisco, quand il …
Per me, sinceramente, il discorso più importante è stato quello che ha pronunciato alla chiesa di San
Francisco, quando ha parlato della gratuità, quando ha detto che abbiamo ricevuto tutto gratuitamente, e per
questo bisogna donare gratuitamente. Ha parlato degli esclusi dalla società, ha parlato delle povertà, delle
ricchezze che bisogna condividere. Insomma, è stato molto importante.
D. – Nel discorso alla società civile nella chiesa di San Francisco, il Papa ha parlato di ecologia, dell’ecologia
integrale; ha parlato delle risorse … Questa visita di Papa Francesco è un incoraggiamento all’Ecuador nella
lotta alla difesa della biodiversità?
R. – Bien sûr! Mais on a fait beaucoup là­dessus! …
Sicuramente ! Ma in questo ambito si è fatto molto. Dobbiamo ringraziare Papa Francesco per la sua
Enciclica “Laudato si’”; ci sono molti punti in comune con quello che stiamo facendo in Ecuador e con la
nostra Costituzione. La Costituzione dell’Ecuador è la prima nella storia dell’umanità che riconosca dei diritti
alla natura. Per esempio, nella sua Enciclica il Papa afferma che l’acqua è un diritto dell’uomo: nella nostra
Costituzione è scritta esattamente la stessa cosa. Quindi, stiamo lavorando con grande impegno in questo
ambito. Credo che l’Enciclica sia un documento di grande importanza per la prossima Conferenza
sull’ambiente che si svolgerà a Parigi.
D. – Lei crede che la parola di Papa Francesco possa avere un peso per quanto riguarda l’operato dei
principali dirigenti economici, in particolare di quelli del Nord del mondo?
R. – La nature, la création a beaucoup de rapport avec la religion, et c’est très bien que …
La natura e la creazione hanno un rapporto profondo con la religione, ed è bene che la Chiesa levi la voce su
questo problema, che forse è il problema principale dell’umanità. Credo che sì, con l’autorità morale che ha il
Papa, egli possa raggiungere qualche risultato, ma sarà dura perché è sempre un problema politico: sono i
potenti che stanno inquinando la Terra e sono i Paesi poveri che devono ripulire la natura, se così vogliamo
dire. Opporranno resistenza a pagare il loro debito, ad assumere le responsabilità che loro spettano. Ma il
Papa ha denunciato con forza lo stile di vita dei Paesi ricchi, che ha definito anche “disumano” e
“insostenibile”.
Nomina episcopale di Papa Francesco in Malaysia
◊ In Malaysia, Papa Francesco ha nominato vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Kuching, il rev.do Simon
Poh Hoon Seng, cancelliere e parroco della Cattedrale di S. Giuseppe, assegnandogli la sede titolare
vescovile di Sfasferia.
Oggi su "L'Osservatore Romano"
◊ Sul viaggio del Papa, in prima pagina un editoriale del direttore dal titolo “Le tre ecologie”.
Tutti insieme appassionatamente: Silvina Peréz sull’inedita collaborazione delle televisioni latinoamericane
per seguire il viaggio del Papa.
Un articolo di Egidio Picucci dal titolo “Profeta della giustizia”: il Pontefice ha pregato sul luogo dove a La
Paz è stato assassinato il gesuita Luis Espinal Camps. Un popolo in fuga: oltre quattro milioni di siriani hanno abbandonato il Paese.
Le Farc annunciano la tregua di un mese.
Oggi in Primo Piano
Onu: in Siria superati i quattro milioni di profughi ◊ Non si fermano le violenze in Siria. Almeno sette jihadisti del Fronte al­Nusra sono morti in un raid di un
drone Usa nel nord­ovest. Intanto, l’Osservatorio siriano per i diritti umani, denuncia il reclutamento da parte
del califfato di oltre 1.100 minorenni dall’inizio dell’anno; mentre l'Unhcr, l'agenzia Onu per i rifugiati, ha reso
noto che il numero dei rifugiati in fuga dal conflitto siriano e giunti nei Paesi vicini ha superato la soglia dei
quattro milioni. La più grande popolazione di sfollati proveniente da un unico conflitto negli ultimi vent’anni.
Marco Guerra ha sentito Carlotta Sami, portavoce Unhcr per il Sud Europa: R. – La crisi siriana è la peggiore della nostra era. E’ dal ’92 che non si assisteva ad una fuga di così tante
persone dal proprio Paese: allora furono 4 milioni e 600 gli afghani che fuggivano. Ma qui parliamo di oltre 4
milioni di rifugiati siriani, rifugiati nei Paesi vicini, a cui si devono aggiungere 270 mila che si sono rifugiati in
Europa e molte altre migliaia che si sono rifugiate in Paesi molto lontani: dal Brasile agli Stati Uniti, al
Canada fino addirittura all’Estremo Oriente.
D. – Sono numeri che stanno mettendo alla prova, come abbiamo sentito, i Paesi confinanti. Si parla tanto
dei flussi verso l’Europa, ma poi la vera emergenza è in Medio Oriente…
R. – Sì, perché questi oltre 4 milioni sono tutti rifugiati nei Paesi vicini alla Siria. Quindi abbiamo 2 milioni di
rifugiati nella sola Turchia; 250 mila in Iraq; più di 630 mila in Giordania; circa 130 mila in Egitto.
Particolarmente grave la situazione in Libano, dove c’è una popolazione totale di 5 milioni di persone, con un
1 milione e 200 mila rifugiati siriani. Stanno mettendo a dura prova chiaramente questi Paesi, che hanno
bisogno di supporto, perché le loro stesse strutture nazionali faticano a continuare questa accoglienza che,
non dimentichiamo, è entrata nel suo quinto anno. In Europa, invece, parliamo di 270 mila persone, ma su un
continente di 500 milioni di abitanti. Le proporzioni, quindi, sono enormemente diverse. Quello che è
veramente il dato tragico è che, purtroppo, le condizioni dei rifugiati in questi Paesi si stanno deteriorando di
giorno in giorno, al punto che i malati non possono più essere curati e addirittura siamo arrivati ad una
carenza di cibo, con famiglie in cui i genitori non mangiano per dare da mangiare ai propri figli.
D. – Di cosa ha bisogno questa popolazione? Come può essere alleviata la sofferenza di questo popolo in
fuga?
R. – Ciò di cui avrebbero bisogno i siriani oggi in assoluto è la possibilità che il proprio Paese ritrovi la pace.
La guerra in Siria è diventata sempre più complessa, più intricata, e le condizioni dei rifugiati nei Paesi
limitrofi si deteriorano, perché dopo cinque anni in cui hanno perso tutto ­ hanno perso le proprie case, e
spesso anche i familiari e il proprio lavoro – non riescono a lavorare nei Paesi in cui hanno trovato
accoglienza; non riescono a curarsi. Purtroppo le strutture locali dei Paesi che li ospitano non possono
andare più di tanto incontro alle loro necessità. Ma ciò che ci preoccupa di più è che un’intera generazione è
a rischio, perché moltissimi sono i bambini che stanno perdendo molti anni di scuola e quindi intere
generazioni stanno mettendo veramente a rischio il proprio futuro.
D. – In molti casi si tratta di famiglie che vorrebbero tornare nelle loro terre…
R. – La popolazione siriana è una popolazione che ha lasciato con grandissimo dolore il proprio Paese. In
moltissimi casi sono persone che avevano un lavoro, proprio come noi, un’attività e che sono pienamente
coscienti di voler appena possibile rientrare e contribuire a costruire, a ricostruire il proprio Paese. Vivono
veramente questa condizione come un dolore lacerante. Appena si va a chiedere loro qualcosa di più, i
racconti sono tutti simili: un marito ucciso mentre tornava dal lavoro e morto sotto le bombe, con un figlio
piccolo che se l’è visto morire davanti; un fratello sparito in una prigione e mai più tornato; persone che
hanno dovuto lasciare a malincuore i propri genitori perché, essendo anziani, non si vogliono muovere ed
hanno però obbligato i più giovani ad andarsene; giovani che hanno perso veramente tutto: le loro amicizie, i
loro amori, le loro passioni, il loro studio. Quando si parla con i rifugiati siriani si ha l’impressione di una
popolazione completamente lacerata dal dolore, purtroppo.
D. – Ai rifugiati fuggiti nei Paesi vicini si sommano almeno 7,6 milioni di persone sfollate all’interno della
Siria. Anche questo è un altro dramma…
R. – Questa è una situazione terribile, perché lo spazio di sicurezza all’interno della Siria si sta riducendo
moltissimo. Gli scontri armati proseguono e si spostano, causando gli spostamenti di milioni di persone. Ogni
siriano che è ancora in Siria è fuggito mediamente dieci volte. Sicuramente molti altri cercheranno ad un
certo punto di uscire dalla Siria.
Colombia: all'Avana le Farc annunciano una tregua unilaterale
◊ Il gruppo combattente colombiano delle Farc ha annunciato una tregua unilaterale con il governo a partire
dal prossimo 20 luglio. La decisione risponde alla richiesta dei Paesi garanti dei negoziati, che si svolgono
dal 2012 a Cuba. Il presidente colombiano Juan Manuel Santos ha commentato favorevolmente il gesto,
precisando la necessità di “fare di più per accelerare le trattative”, che procedono tra momenti di tregua e
ripresa dei combattimenti. “Il processo di pace è vivo e non è vero che si trovi nel suo momento peggiore,
nonostante i recenti attacchi”, ha affermato mons. Luis Augusto Castro Quiroga, arcivescovo di Tunja e
presidente del Conferenza episcopale colombiana. Per un’analisi sulla situazione nel Paese, Michele Raviart
ha intervistato Niccolò Locatelli, editor di Limesonline ed esperto di America Latina. R. – Il cessate­il­fuoco unilaterale annunciato dalle Farc non è in realtà "epocale", è il sesto che la guerriglia
annuncia da quando nell’ottobre del 2012 sono iniziati i negoziati di pace con il governo colombiano. Sono
misure che non saranno decisive, ma sicuramente, da una parte, favoriscono una ripresa del negoziato,
perché è da poco iniziato un nuovo round di consultazioni fra esponenti della guerriglia e negoziatori del
governo e, dall’altra, segnalano comunque la disponibilità delle Farc a fare un passo per far sì che queste
trattative, che da circa un anno sono arenate su uno dei punti più dolenti, che è quello delle vittime, possano
riprendere in un clima un po’ più disteso.
D. – Perché si crea questo schema di ritrattazioni, tregue e tregue che vengono anche sistematicamente
violate…
R. – Non è la prima volta, tra l’altro, che un governo colombiano cerca un’intesa con la guerriglia – ma mai
come in questo momento le Farc sono deboli sia in termini di consenso sia in termini di effettivi a
disposizione, perché sono state decimate durante la presidenza Uribe, il predecessore di Santos, che di
Uribe tra l’altro era ministro della Difesa. Al tempo stesso, però, per quanto divise, per quanto indebolite, le
Farc appunto devono fare i conti con un’ala militare, che non è sempre allineata con quella politica, e con la
necessità di non dimostrarsi completamente già sconfitte sul campo, per poter usare la loro, per quanto
residua, potenza di fuoco come strumento negoziale.
D. – Abbiamo parlato del problema del risarcimento alle vittime, ma quali sono gli altri punti ancora in
discussione? Penso anche ad una eventuale amnistia…
R. – L’amnistia generale è stata smentita come richiesta dallo stesso leader delle Farc, in una recente
intervista. Chiaramente però si pone il problema ­ anche alla luce degli infruttuosi tentativi di coinvolgere le
Farc in politica ­ di garantire possibilmente una soluzione che non preveda il carcere a vita e permetta di
dare una proiezione politica a quello che attualmente è un gruppo guerrigliero principalmente dedito al
narcotraffico, ai rapimenti e quindi ad attività criminali, ma che nacque in base ad una serie di problemi,
primo fra tutti – non casualmente primo punto discusso – la necessità di una riforma agraria. Quindi, per
quanto poi le Farc siano degenerate, alcuni dei punti che – almeno inizialmente – sostenevano, sono dei
problemi aperti in Colombia e hanno bisogno di una soluzione. C’è il tema importante delle ricompense alle
vittime, anche di chi viene considerato vittima. Le stesse Farc infatti si considerano vittime della violenza
dello Stato. E poi naturalmente bisognerà arrivare ad un cessate il fuoco definitivo e bilaterale, quindi alla fine
vera e propria del conflitto armato.
D. – Farc e governo non sembra siano gli unici attori in gioco né le Farc siano l’unico gruppo armato…
R. – Le ultime bombe, che poi fortunatamente hanno fatto solo feriti lievi, a Bogotà, negli ultimi giorni, sono
state attribuite all’Eln, che è un altro di questi gruppi, più a sinistra delle Farc, che sta negoziando una pace
con il governo colombiano, per quanto le trattative siano in una fase ancora anteriore rispetto a quella fra
Colombia e Farc. Quello che è interessante, se vogliamo, di questa dichiarazione di cessate il fuoco
unilaterale è che viene dopo le pressioni dei Paesi accompagnatori e dei Paesi garanti, rispettivamente
Venezuela, Cile, Cuba e Norvegia, il che dà l’idea di come questa partita, che è essenzialmente una "partita
colombiana", abbia però in realtà delle possibili conseguenze più ampie nello scenario latino americano,
soprattutto per due Paesi come Cuba e Venezuela.
D. – Si può dire che Cuba stia vivendo una sorta di "rinascimento diplomatico" dopo la riapertura delle
relazioni con gli Stati Uniti?
R. – Per quanto naturalmente l’apertura di colloqui di pace sia precedente al disgelo che stiamo vedendo in
questi ultimi mesi con gli Stati Uniti, era però sicuramente un indizio della necessità di Cuba di affrancarsi dal
comunque conveniente abbraccio venezuelano, per cercare di diversificare i partner, non solo economici, a
livello internazionale. Nel 2012, cioè, quando Cuba scelse di fare da garante e di ospitare in realtà i negoziati
fra Colombia e la guerriglia, verso la quale i Castro non avevano grande stima, soprattutto negli ultimi
decenni, l’idea era appunto quella di presentarsi al mondo non più come Stato sponsor del terrorismo, come
gli Stati Uniti lo consideravano, ma come in realtà un potenziale partner della pace e dello sviluppo in
America Latina.
Srebrenica. Veto russo all’Onu: non sarà genocidio
◊ A tre giorni dal ventennale, la Russia ha posto il veto sulla bozza di risoluzione votata ieri dal Consiglio di
sicurezza dell’Onu che avrebbe definito “genocidio” il massacro di Srebrenica in cui furono uccisi almeno
ottomila musulmani bosniaci l’11 luglio 1995. Com’è stato accolto il veto della Russia – che appoggia la
posizione della Serbia sulla questione – nel Paese dell’ex Jugoslavia? Al microfono di Roberta Barbi,
risponde da Sarajevo Andrea Oskari Rossini, giornalista dell’Osservatorio Balcani e Caucaso: R. – Qui a Sarajevo la posizione russa è stata accolta con grande rabbia ­ questo veto opposto della Russia
alla risoluzione ­ perché questi sono giorni estremamente delicati, estremamente sensibili per una parte
dell’opinione pubblica e della popolazione bosniaco­erzegovese, dato che sabato si commemorerà il 20.mo
anniversario del genocidio di Srebrenica. La posizione russa è stata qui interpretata in maniera pura e
semplice come sostegno alla Serbia. La Serbia aveva detto esplicitamente che non apprezzava il testo della
risoluzione; c’è stato in un periodo in cui, dal punto di vista diplomatico, il Paese che aveva preparato la
bozza di risoluzione, la Gran Bretagna, ha provato a trovare aggiustamenti, ma alla fine questo testo, anche
emendato, non era gradito alla Serbia. Le autorità serbe avevano detto esplicitamente che avrebbero chiesto
alla Russia di opporre il veto e così è stato.
D. – La motivazione del veto avanzata dall’ambasciatore russo al Palazzo di Vetro è stata che sarebbe “non
costruttivo, sbilanciato e con motivazioni politiche”...
R. – Il principale elemento del contendere è legato al termine “genocidio”. Il termine genocidio riferito a
Srebrenica è ormai ampiamente accettato qui in Bosnia­Erzegovina, soprattutto in seguito alle numerose
sentenze per genocidio del Tribunale Penale Internazionale dell’Aia.
D. – Il voto di Mosca è l’equivalente della negazione del genocidio, come dichiarato dall’ambasciatrice
statunitense all’Onu?
R. – In un certo senso sì perché gran parte delle istituzioni serbo­bosniache e serbe rigettano questa
definizione di genocidio per Srebrenica, anche se dobbiamo dire che lentamente ci sono state, negli ultimi
mesi, dichiarazioni di rappresentanti delle istituzioni serbe che non parlano di genocidio ma di una macchia
sul popolo serbo; però loro dicono: “Anche noi abbiamo subito stragi, anche noi abbiamo avuto vittime”, e
puntavano a una risoluzione che mettesse tutto insieme.
D. – Questo allontanerà ulteriormente Russia e Stati Uniti?
R. ­ Nei Balcani ormai da tempo le posizioni russe non sono più così vicine a quelle di europei e statunitensi,
non tanto per quanto avvenuto ieri, quanto per la guerra in Ucraina.
D. ­ Il documento messo a punto dalla Gran Bretagna ha ricevuto solo 10 voti a favore su 15: Cina,
Venezuela, Angola e Nigeria, si sono astenuti…
R. ­ Si tratta delle dinamiche che normalmente avvengono all’interno del Consiglio di Sicurezza: ci sono i
Paesi non membri permanenti ­ quelli a rotazione ­ che siedono per i due anni all’interno del Consiglio.
Normalmente è un po’ difficile prevedere qual è il loro atteggiamento di fronte a queste questioni; noi
possiamo verosimilmente pensare a delle pressioni, a un negoziato… Ecco, la cosa che mi sembra di poter
dire è che non c’è stato un ragionamento su quello che è avvenuto 20 anni fa, né rispettoso di quelle che
sono state le vittime di Srebrenica, e questa è anche un po’ la lettura che ne danno i principali media
bosniaci oggi. Questo voto è stato figlio di un mercanteggiamento politico, diplomatico, che ha poco a che
vedere con quanto avvenuto, anche perché non si capisce in che modo un voto a favore della definizione
come “genocidio” di quanto avvenuto a Srebrenica poteva essere nocivo di quello che è avvenuto o di un
possibile percorso di soluzione delle controversie, di elaborazione del passato e di riconciliazione nella
regione.
D. – La Russia espulsa dal G8 in seguito alle sanzioni per la crisi in Ucraina utilizza il vertice dei Brics per far
vedere che non è così isolata sul piano internazionale?
R. – Certo, la Russia cerca di utilizzare tutte le istanze internazionali in cui è presente per far valere la
propria posizione: mi sembra assolutamente coerente con quello che è un tentativo di fuggire un isolamento
anche internazionale, che dopo la crisi ucraina si stava profilando.
Sud Sudan a 4 anni dall'indipendenza: un anniversario senza pace
◊ Ricorre oggi in Sud Sudan il quarto anniversario dell’indipendenza, sancito con un referendum il 9 luglio del
2011. Le celebrazioni ufficiali trovano tuttavia un Paese in ginocchio per le conseguenze della guerra
civile scoppiata nel dicembre 2013. L’ONU stima che gli sfollati interni siano oltre 1 milione e 500.000,
mentre sarebbero più di quattro milioni e mezzo le persone in condizioni di grave insicurezza alimentare ed è
alto il rischio di un’epidemia di colera. Su come stia vivendo la popolazione queste giornate e quali siano i
possibili scenari futuri, Lucas Duran ha raggiunto a Juba Elisabetta D’Agostino, responsabile del Comitato
Collaborazione Medica (Ccm) in Sud Sudan: R. – La situazione nel Paese continua a essere critica e peggiorerà nei prossimi mesi a causa della stagione
delle piogge, che rappresenta sempre un momento molto delicato e di crescita della vulnerabilità della
popolazione per le difficoltà di accesso. Insieme ai problemi che sono emersi come conseguenza del
conflitto scoppiato nel dicembre del 2013, la caduta del prezzo del petrolio, che ha causato una svalutazione
molto forte e molto veloce del pound sudanese, ha creato una situazione estremamente critica, soprattutto
dal punto di vista alimentare ma, in generale, di accesso ai servizi di base, ai bisogni primari.
D. – Come vive la popolazione il quarto anniversario dall’indipendenza?
R. – Da parte del governo e delle autorità locali sono state organizzate diverse manifestazioni sia qui nella
capitale che in tutto il Paese. Temo che la popolazione non sia particolarmente coinvolta viste davvero le
difficoltà che stanno vivendo, con punte di massima criticità negli Stati coinvolti dal conflitto ma un po’ in
tutto il Paese. La svalutazione del pound in particolare ha messo in crisi tutta la popolazione rendendo
l’accesso al cibo un problema per tutti, per cui anche negli stessi mercati sia cittadini che dei paesi, i beni
alimentari sono diminuiti e i prezzi sono cresciuti moltissimo. Quindi c’è una situazione di crisi abbastanza
forte che poi si rispecchia anche a un livello di insicurezza e di violenza, intesa come criminalità, che
attraversa un po’ tutto il Paese. E’ un po’ difficile che la popolazione possa sentirsi coinvolta e orgogliosa del
Paese nelle condizioni in cui in questo momento stanno vivendo.
D. – Com’è la situazione in particolare a Mingkaman, vale a dire dove il Comitato Collaborazione Medica è
più attivo?
R. – A Mingkaman, dopo il dicembre 2013, sono arrivati circa 120 mila sfollati che si sono poi, nei vari mesi,
ridotti un po’ di numero per poi aumentare ancora, per cui siamo arrivati agli 80 mila circa. Era uno dei Campi
sfollati più grandi di tutto il Sud Sudan, in particolare in un’area non direttamente coinvolta dal conflitto. La
situazione rimane critica. Queste persone hanno perso tutto, le loro mandrie e i pochi beni che avevano a
disposizione. Il Ccm in particolare, lavora nella salute primaria in queste aree e nel trattamento della
malnutrizione, che rimane uno degli aspetti più critici in tutto il Paese. La possibilità per queste persone di
tornare nei territori d’origine è sempre più difficile visto che il conflitto continua con un crescendo di violenze
e brutalità costanti da entrambe le parti e coinvolgono sempre più spesso anche la popolazione civile.
D. – In questo quadro sono le possibili prospettive e scenari futuri?
R. – E’ molto difficile fare previsioni perché di fatto il negoziato di pace tra il Presidente Kiir e Machar, leader
dell’opposizione, sono in stallo da parecchio tempo e sembra che manchi del tutto la volontà di trovare un
accordo di fatto. Senza un negoziato di pace, senza un ritorno ad una situazione di normalità, il Paese
rischia di cronicizzare e di peggiorare la situazione di crisi che c’è attualmente sia dal punto di vista sanitario
sia dal punto di vista alimentare sia dal punto di vista della sicurezza. Ci sarebbe bisogno di un’azione un po’
più decisa e coordinata dalle potenze mondiali per fare pressione sufficiente ad ottenere un negoziato.
Legge sulla scuola: allerta dei genitori sui corsi di gender
◊ Con 277 sì e 173 no la riforma della scuola è diventata legge. Oggi la votazione definitiva alla Camera.
Soddisfazione del ministro dell’istruzione, Stefania Giannini. La norma è stata duramente contestata in aula e
ottiene il no dei sindacati. Uno dei punti più oscuri è quello che riguarda l’ideologia gender presente all’interno
della normativa, come spiega, al microfono di Massimiliano Menichetti, Massimo Gandolfini presidente
del comitato “Difendiamo i nostri figli”, che il 20 giugno ha organizzato a Roma una manifestazione proprio
contro il gender nella scuola a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone. R. – Per quanto riguarda l’aspetto del famoso emendamento 16, possiamo dire che ci sono elementi di
discreta soddisfazione ed elementi di grossa preoccuapzione. Comunque, si è ottenuta – e ripeto, il merito va
moltissimo alla manifestazione del 20 giugno – un’attenzione particolare su quell’emendamento e si è
ottenuta anche una circolare da parte del Miur, in cui si specifica che l’insegnamento della ideologia gender
non può invadere le nostre scuole. E questo è motivo di soddisfazione. Di preoccupazione il fatto che ci
sembra sia stata usata una strategia un po’ subdola: da una parte si dice che viene rispettata la caratteristica
sessuale, ma dall’altra si aggiunge immediatamente che verranno fatti dei percorsi di contrasto alla violenza
di genere e alla discriminazione, e tutti sappiamo che quando utilizziamo il termine “genere” ormai non si fa
più riferimento alla differenza sessuale maschio­femmina, ma si fa riferimento a questa scelta di genere, di
orientamento di genere che può essere il più vario.
D. – L’articolo dice esattamente che il piano triennale propone di fatto un’educazione alla parità tra i sessi e
la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni …
R. – Questo è un punto pesantissimo. E’ chiaro che è una forma molto surrettizia che introduce di fatto
l’ideologia di genere, cosa sulla quale siamo totalmente in disaccordo e che costituisce per noi una grossa
preoccupazione. Tant’è che stiamo cercando di attivarci su tutto il territorio nazionale per stimolare e allertare
i genitori a tenere gli occhi molto aperti su questi “pof”, su questi insegnamenti extra­curriculari ma anche
curriculari, che possono riguardare questa materia.
D. – Come è entrata la parola “genere” in questa riforma della scuola?
R. – C’è una legge del 2013 che aveva come allegato un piano, il cui titolo è “Piano d’azione straordinario
contro la violenza sessuale e di genere”, in cui veniva utilizzata “violenza sessuale e di genere”. E in effetti,
quel famoso emendamento di cui parlavamo prima fa riferimento proprio a questa legge del 2013, ed è questa
che ci ha consentito di capire che sotto c’era una strategia subdola, perché in quel piano di contrasto alla
violenza sessuale e di genere, nella parte dedicata all’educazione sono scritti appunti i “capisaldi” della
ideologia di genere.
D. – Lo diciamo ancora una volta: “genere” non viene usato come sinonimo per “sesso”, ma identifica
tutt’altro …
R. – La popolazione dev’essere informata e dev’essere allertata. Tutte le volte che oggi si parla di “violenza
di genere”, di “discriminazione di genere”, non si sta intendendo la violenza contro le donne o contro gli
uomini; non si sta dicendo la discriminazione del sesso femminile rispetto al sesso maschile, tutte battaglie
di grande valore sociale e antropologico; ma si sta dicendo il genere come scelta libera, individuale che
prescinde dall’essere maschio o femmina. Va detto a chiare lettere: “genere” non è più sinonimo di “sesso”.
D.­ E poi lo ribadiamo: l’intento è quello di dire che la sessualità non è più legata alla biologia; subentra un
concetto di astrazione, di percezione di sé …
R. ­ … di percezione di sé e di costruzione culturale di sé. Una sorta di autodeterminazione a 360° e che,
come tale, deve addirittura diventare termine di insegnamento perché si deve dare al bambino la possibilità di
scegliere tra generi diversi. Ecco: questa è, dal punto di vista antropologico, una follia totale e dal punto di
vista educativo del bambino crea una confusione terribile. Noi abbiamo già oggi segnalazione di bambini che
tornano a casa dai genitori e dicono loro: “Papà, mamma, io sono maschio, femmina oppure sono
transessuale, transgender, gay?” ­ “Ma dove le hai sentite queste parole?” ­ “Me le hanno dette a scuola…”.
Rondine­Cittadella della Pace candidata al Nobel
◊ Si è tenuta oggi a Roma la presentazione del Rapporto Annuale 2014 di "Rondine­Cittadella della Pace".
L’iniziativa rientra nel programma per le Commemorazioni del Centenario della Prima Guerra Mondiale, curato
dalla presidenza del Consiglio dei Ministri. Nell’occasione, la vicepresidente della Camera dei Deputati,
Marina Sereni, ha dato l’annuncio ufficiale della candidatura italiana dell’Associazione Rondine al Premio
Nobel per Pace. A 18 anni dalla sua fondazione, l’associazione toscana investe ora in 18 giovani provenienti
da luoghi di guerra che per due anni sperimenteranno la convivenza con il proprio "nemico" e si faranno
testimoni in Italia e nel mondo della possibilità di costruire la pace. Ascoltiamo al microfono di Luca Collodi,
il presidente e fondatore di Rondine, Franco Vaccari: R. – La nostra ostinata convinzione è che per arrivare alla pace ci sono molte strade, ma che non si possa
mai saltare la strada della relazione concreta interpersonale e che il nemico va guardato negli occhi, perché
in un ambiente particolare si vede che il nemico ­ in realtà ­ è un inganno mostruoso, che allontana
dall’esistenza umana. Siamo tutti portatori di inimicizia e le propagande cui milioni di giovani, nei vari scenari
di guerra del mondo, sono sottoposti alimentano questa idea dell’esistenza del nemico. A Rondine è
meraviglioso vedere come questa costruzione malata si sfalda, si sgretola giorno per giorno, lasciando il
posto al suo opposto: i giovani possono diventare amici.
D. – In questi 18 anni di vita di Rondine­Cittadella della Pace voi avete dato grande importanza anche alla
formazione e all’educazione, partendo dalla scuola fino ad arrivare anche alla creazione di una nuova classe
dirigente…
R. – Sì, parole come “educazione” e “formazione” devono diventare pane quotidiano e in generale le
estendiamo al di fuori del compito professionale: noi crediamo che nella generazione degli adulti, nessuno si
possa esimere da un compito educativo verso le nuove generazioni. Questo è il punto per arrivare poi alla
formazione di classi di dirigenti che siano stabili e che abbiano fondamenti morali e spirituali per una tenuta
forte in questa epoca di grande cambiamento.
D. – Celebrate questi 18 anni a Roma, alla Camera dei Deputati, per cercare di far capire come si costruisce
la pace rispetto alla vostra esperienza…
R. – Sì. E’ ormai il terzo anno che veniamo ospitati dalle istituzioni italiane. La presidente della Camera ci
ospita e questo è per noi anche un modo per stare insieme con le rappresentanze diplomatiche dei 25 Paesi
del mondo con cui collaboriamo quotidianamente. Quindi è un modo per condividere la strada percorsa
nell’anno che ci sta ormai alle spalle e annunciare i progetti nuovi, che sempre partono dai giovani: per
questo i nuovi 18 giovani arrivati dai Paesi in guerra verranno presentati a tutte le autorità, alla stampa e alla
comunità nazionale e internazionale. Diciamo che c’è bisogno di persone e di realtà che lavorino sui temi del
conflitto, perché il conflitto è drammaticamente esasperato in questo tempo e quindi dobbiamo conoscerlo,
capirlo e saperlo trasformare.
Nella Chiesa e nel mondo
Civiltà Cattolica: jihadismo occupa spazi vuoti della cultura occidentale
◊ “I jihadisti estremisti si infiltrano nel cuore stesso della cultura occidentale per occupare gli spazi vuoti
lasciati da una modernità consumistica, di potere e di edonismo, che non risponde alle domande
fondamentali del significato dell’esistenza”. È l’analisi de “La Civiltà Cattolica”, che nell’editoriale dell’ultimo
numero approfondisce la portata dei tre attentati del “venerdì nero” del 26 giugno 2015 ­ in tre continenti
diversi, in tre luoghi simbolici: una fabbrica, una spiaggia, una moschea ­ che “ci ricordano i successi del
califfato in un anno: Abu Bakr al­Baghdadi è stato in grado di installare il califfato nel panorama geo­politico e
mediatico”.
L'estremismo ha creato un fossato anche tra i Paesi musulmani
Inoltre, “ha creato una estrema tensione diffondendo il terrore attraverso i media che trasmettono le
esecuzioni e le decapitazioni. Il suo strumento di propaganda utilizza le più recenti tecniche per fomentare
l’emozione globale. Si è assicurato il controllo del territorio e continua a diffondere il suo messaggio radicale
su tutto il pianeta. Sviluppa una ferocia senza precedenti, creando un fossato tra i Paesi anche musulmani
che vogliono seguire la via della democrazia e del rispetto delle persone e della loro libertà e un sistema
ideologico che blocca le persone in un fondamentalismo radicale”. I fattori che contribuiscono al progresso del Califfato
Due, per la rivista dei gesuiti: “La divisione del Medio Oriente e l’incapacità delle potenze occidentali ad agire
su questi territori” e la capacità di trovare consensi presentandosi come “un’alternativa ai regimi islamici
‘corrotti’”. Ma il problema che pone il califfato “non è solo la conquista limitata di un territorio regionale, bensì
l’intenzione di colpire l’opinione pubblica mondiale”: 3.000 i giovani reclutati in Tunisia, in Europa e perfino in
Australia”. Senza contare che, “per mezzo di Internet, chiunque può consultare i siti del Califfato e le sue
promesse nei ghetti di periferia o nelle prigioni, e reclutare spiriti inquieti, insoddisfatti e radicali”.
Opera una distruzione totale nel vuoto del nostro universo occidentale
È così che “i jihadisti estremisti s’infiltrano nel cuore stesso della cultura occidentale”: la politica “è colta
come un gioco di potere guidato da ambiziosi più che un servizio del bene comune”. Le famiglie, “spesso
divise, non corrispondono più al bisogno reale di autorità, che struttura la personalità. Così molti giovani sono
alla ricerca di norme e di regole di vita”, e li trovano nel radicalismo islamico. “Nascosto dietro un linguaggio
di dono e di offerta di sé, la perversità di un tale funzionamento, che occulta le atrocità della violenza, opera
una distruzione totale nel vuoto del nostro universo occidentale”, ammonisce “La Civiltà Cattolica”. (R.P.)
Tunisia. Parroco a Sousse: dalla popolazione no alla violenza
◊ “Delle spiagge dove sono stati uccisi i turisti, il popolo tunisino ha voluto farne un luogo di vita e non di
morte” dice all’agenzia Fides padre Jawad Alamat, direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie della
Tunisia. Il Paese deve affrontare le conseguenze dell’attentato al resort di Sousse del 26 giugno, che ha
provocato una quarantina di vittime, in gran parte turisti stranieri.
Migliaia di tunisini romperanno il digiuno sulla spiaggia di Sousse
“Il colpo è stato duro, ma i tunisini stanno moltiplicando le iniziative per dire no alla violenza, e far vedere che
il terrorismo non prevarrà” dice padre Jawad, che è anche parroco a Sousse. “Nella spiaggia di Sousse, il
luogo dell’attentato, nel prossimo weekend migliaia di tunisini andranno a rompere il digiuno del Ramadan.
Questo per dire a chi vuole mettere in ginocchio la Tunisia, che i tunisini non cederanno e che la vita è più
forte della morte” spiega il sacerdote. Nel frattempo il governo della Tunisia ha annunciato misure di
sicurezza per prevenire nuovi attentati. “Sono state rafforzate le misure di sicurezza” conferma padre Jawad.
“Si vedono molti più poliziotti per le strade. Le autorità si interessano alla sicurezza di tutti”.
Per il turismo straniero la stagione sembra compromessa
Il turismo, settore fondamentale dell’economia tunisina, è stato duramente colpito dall’attentato, ma come
​
racconta padre Jawad, “si stanno facendo sforzi enormi per salvare il salvabile della stagione turistica,
abbassando i prezzi a livelli incredibili. Purtroppo per il turismo straniero la stagione sembra compromessa,
allora si cerca di promuovere il turismo interno e quello dei tunisini che vivono all’estero”. (L.M.)
Libano. Card. Raï teme interferenze esterne sull'elezione del Presidente
◊ Lo stallo politico­istituzionale che da quasi 14 mesi impedisce di eleggere un nuovo Presidente della
Repubblica libanese sembra essere un problema di “politica interna”, ma in realtà si tratta di una questione di
“politica estera”. Esso infatti è condizionato dai conflitti locali e regionali, a cominciare da quello siriano, e vi
si riflettono le contrapposizioni tra entità e Stati sunniti e sciiti, guidati rispettivamente da Arabia Saudita e
Iran. E' questo lo scenario delineato dal patriarca maronita Boutros Béchara Raï ­ riferisce l'ìagenzia Fides ­
durante un incontro con i rappresentanti della Lega Maronita in Australia, svoltosi ieri nella residenza
patriarcale estiva di Diman. L'errore dei contrapposti blocchi politici libanesi L'errore – per il primate della Chiesa maronita ­ è quello di farsi condizionare dai legami di dipendenza che
ciascun gruppo mantiene con gli attori coinvolti nel complessivo riposizionamento degli assi di forza
regionali. Mentre dalla crisi istituzionale e politica si può uscire solo mettendo l'interesse generale al di sopra
degli interessi personali o di gruppo.
I politici cristiani non riescono a individuare un candidato comune
Il delicato sistema istituzionale libanese riserva la carica di Presidente della Repubblica a un cristiano
​
maronita. I politici cristiani, sparsi in forze e schieramenti politici contrapposti, non riescono a individuare un
candidato comune su cui far convergere i propri consensi. (G.V.)
Canada: opuscolo per il dialogo fra cristiani e musulmani
◊ Aiutare i cattolici del Canada a comprendere meglio i loro vicini musulmani: è l’obiettivo con il quale è stata
pubblicata la brochure “Una Chiesa in dialogo – Cattolici e musulmani in Canada: credenti e cittadini nella
società”. Il documento, preparato dalla Commissione episcopale per l’unità cristiana, le relazioni con gli ebrei
e il dialogo interreligioso e disponibile sul portale della Chiesa canadese, riguarda le relazioni tra cattolici e
musulmani in Canada ed è accompagnato da una lettera di mons. Paul­André Durocher, arcivescovo di
Gatineau e presidente della Conferenza episcopale canadese.
Il Canada un Paese dove cristiani e musulmani vivono in armonia
“Il nostro Paese è un ricco mosaico di culture e di religioni, e i vescovi cattolici del Canada desiderano
favorire la comprensione e il dialogo tra le diverse popolazioni... ­ scrive il presule ­ dobbiamo imparare a
vivere in armonia gli uni con gli altri e il Canada può certamente giocare un ruolo importante come modello di
questa relazione armoniosa”.
Una brochure per far conoscere meglio l’islam e promuovere il dialogo interreligioso
La brochure è divisa in due parti: nella prima vengono presentate le origini dell’islam, le sue principali correnti
attuali, ciò che ha in comune con il cristianesimo e le differenze; la seconda parte illustra la storia e lo stato
attuale del dialogo interreligioso tra cattolici e musulmani, a livello nazionale ed internazionale, e offre dei
suggerimenti su quanto ciascuno può fare per contribuire a questo dialogo. Sono diverse le diocesi canadesi
dove da alcuni anni le relazioni tra cattolici e musulmani sono sorrette da un buon dialogo, il documento della
Commissione episcopale per l’unità cristiana, le relazioni con gli ebrei e il dialogo interreligioso intende offrire
un piccolo contributo alla pace. (T.C.)
Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIX no. 190
E' possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l'edizione quotidiana del Bollettino del
Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sul sito http://it.radiovaticana.va
Segreteria di redazione: Gloria Fontana, Mara Gentili, Anna Poce e Beatrice Filibeck, con la collaborazione di
Barbara Innocenti.
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