La Parola al compagno
Puntoni...
Silvio Paolicchi (1921-2002)
In appendice:
- Resoconto dell’intervento al CC del PCI
(ottobre 1965)
- Estratti dall’articolo di Bandiera Rossa
a proposito della radiazione di Silvio Paolicchi
e Augusto Illuminati
- Resoconto dell’Intervento alla
IX Conferenza Nazionale dei GCR (marzo 1968)
- Lettera di adesione alla Lega Comunista
(apparsa su La Classe, febbraio 1977)
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Note Editoriali
La biografia e la presente edizione di questo opuscolo sono stati
curati da Yurii Colombo nel settembre 2002
Si ringrazia Gino Candreva per la revisione del testo e gli utili consigli
e Marco Dal Toso che ha incoraggiato l’iniziativa.
Tutti i materiali GiovaneTalpa sono spediti gratuitamente ai prigionieri
che ne facciano richiesta.
Per contatti e collaborazioni [email protected]
Qualasiasi parte di questo opuscolo è riproducibile citandone la fonte.
Nota Redazionale
Una nota a questo modesto lavoro è necessaria. Prima
della sua scomparsa Silvio Paolicchi aveva espresso il
desiderio ai propri cari, in caso di decesso, di essere
cremato. Aveva espresso anche la sua contrarietà
all’ipotesi di cerimonia funebre, religiosa o civile che
fosse. La stessa contrarietà, di fatto, era stata espressa
nei confronti di iniziative come commemorazioni
pubbliche o iniziative editoriali (come questa). La
famiglia intende rispettare queste sue volontà: è del
tutto evidente quindi che essa non ha alcuna
responsabilità per questa iniziativa editoriale o altri tipi
di iniziative del genere che potrebbero essere assunti da
noi o da altri. Non possiamo però non ringraziare la
compagna di Silvio che ha comunque voluto offrirci la
possibilità di pubblicare alcune foto, e suo figlio Mattia,
per le notizie che ha voluto fornirci.
La GiovaneTalpa
La parola al compagno Puntoni...
Silvio Paolicchi 1921-2002
Non è facile scrivere una biografia di Silvio Paolicchi. Nelle nostre
lunghe chiacchierate, e anche nell’intervista che mi concesse per la tesi di
laurea, infatti, non si premurava mai di sottolineare il suo ruolo, la sua
posizione in questo o quell’altro avvenimento, ma piuttosto di collocare i
fatti di cui era stato testimone all’interno di una cornice più ampia, di una
cornice di lotte e di battaglie che coinvolgevano grandi masse di uomini e
donne. E così i personaggi, i militanti e i “compagni di strada” di cui mi
raccontava (ed erano spesso vere e proprie gallerie di facce, mondi e idee
che abbracciavano un’epoca intera), anche di quelli di cui magari aveva un
giudizio non proprio lusinghiero, finivano per essere trattati sempre con
indulgenza. Perchè più che dai limiti e dagli errori degli altri era infastidito
dai propri (e ci torneremo). Paolicchi non era abituato a ricostruire la storia
per giustificare le proprie idee o il proprio ruolo, per ritagliarsi un piccolo
vantaggio nella contingenza politica. E ciò va sottolineato per ricordare
come egli fosse cosciente della relatività del ruolo e del peso dei singoli
individui nei processi storici di lunga durata, senza però sottovalutare l’importanza delle azioni e dalle idee degli uomini più attivi, più decisi, del
“ruolo della personalità nella storia”.
Se scorriamo la biografia umana e politica di Paolicchi ci torna in
mente una intervista di Trotsky concessa a C.L.R. James alla fine degli anni
’30, in cui “il vecchio” parlava del saper andare controcorrente. In una
società come la nostra divisa in classi dove si distribuiscono privilegi e
riconoscimenti tanto più si è conformisti e pavidi, tanto più si sa chinare il
capo, andare controcorrente, soprattutto nell’attività politica, è qualcosa di
raro e, per dei comunisti, di prezioso. Beh, Silvio Paolicchi ebbe questa
dote.
La militanza nel Pci
Silvio Paolicchi nacque a Pisa nel 1921, in una famiglia proletaria.
Allora la Toscana era proprio rivoluzionaria e Silvio fu, sin da giovanissimo, attratto dalle idee di riscatto e liberazione sociale del movimento comunista e di quello anarchico, che in quella regione trovavano sempre
nuova linfa, anche dopo che il fascismo aveva preso il potere. Durante la
seconda guerra imperialista fu militare in Piemonte e quindi partigiano,
dopo l’8 settembre, nelle file delle brigate Garibaldi. Fu lì che maturò
appieno l’adesione alle idee comuniste che non abbandonerà più fino alla
morte. Ferito in combattimento viene arrestato dai tedeschi. In ospedale
militare – lungi dallo sviluppare un atteggiamento sciovinista e antitedesco
– ha occasione di fare amicizia con un soldato tedesco, che lo rincuora pur
sapendo che egli è destinato alla deportazione in Germania. “È in quell’occasione, che colsi appieno il significato della solidarietà internazionalista,
nella sua espressione più semplice ma più vera.” rifletterà più tardi, in una
delle tante nostre chiacchierate.
Viene deportato nel luglio del 1944 nel campo di concentramento
Stammlager di Hannover, uno dei tanti campi di concentramento che la
barbarie nazista aveva allestito in tutta Europa, e può soppesare sulla sua
pelle in quali abissi il capitalismo imperialista possa condurre l’umanità. Per
tutto quel periodo lavora alla Hanomag, una fabbrica bellica, come fresatore.
Scampato alla morte, nel settembre 1945 rientra in Italia, ed è il prima fila
nella costruzione del Partito Comunista in Toscana. “Tornai dalla Germania con tanti dubbi sul progetto del “partito nuovo” lanciata da Togliatti a
Salerno, ma ben presto mi convinsi della sua bontà.” mi disse una volta.
Non è un caso che tanti comunisti allora furono ammaliati dalle idee di
Togliatti: il prestigio dell’Urss, il ruolo giocato dal Pci nella resistenza, la
scarsa visibilità delle correnti antistaliniste, fecero sì che tanti comunisti aderissero alla “via italiana al socialismo”.
Negli anni successivi Paolicchi sale rapidamente nell’organigramma del partito: prima come segretario della federazione pisana poi come
dirigente del dipartimento dell’Organizzazione a Roma e infine, nei primi
anni ’60, come Presidente della potente Lega delle Cooperative. Al X Congresso nazionale del 1962 entra a far parte del Comitato Centrale del partito.
È in questo periodo che Paolicchi inizia a riflettere e a dubitare.
All’inizio degli anni ’60 il mito dell’Urss è già stato scalfito dal XX Congresso del Pcus e dall’insurrezione ungherese, dalla crisi dei rapporti con i
cinesi, dalla “originalità” dell’esperienza castrista, e in Italia dalle prime
manifestazioni di protagonismo operaio come nel caso dell’esplosione
genovese del 1960 e della rivolta di Piazza Statuto a Torino due anni
dopo. I militanti del Pci – anche se il partito continua a crescere
elettoralmente, raggiungendo il 25,3% nelle elezioni del 1963 - non possono non essere coinvolti da questi cambiamenti. Soprattutto nella Fgci si
forma un’area sotterranea di dissenso che invoca una maggiore radicalità
politica e un dibattito più franco sulle contrapposizioni interne al movimento comunista mondiale, che in parte si va organizzando nella frazione
clandestina trotskista nel Pci.1
Silvio Paolicchi inizia a frequentare la libreria Terzo Mondo, che si
trova proprio a due passi dal Quirinale, aperta nel 1962 da Paolo Samonà
e Giulio Savelli (che più tardi daranno vita all’esperienza editoriale della
omonima casa editrice). Lì si possono trovare i primi pamphlet filocinesi,
gli scritti sul “neocapitalismo” di Sweezy, ma anche Bandiera Rossa, e gli
scritti di Trotsky in italiano e francese. Ma la vera svolta per Silvio Paolicchi
è rappresentata dai suoi viaggi con le delegazioni ufficiali di partito in Urss,
in cui può rendersi conto dello iato che separa il mito dalla realtà. Paolicchi
inizia a rendersi conto che l’Urss non è quel “paradiso dei lavoratori” di cui
si può ogni giorno leggere sulle colonne de L’Unità.
Una volta a Mosca fui invitato a un ricevimento al Cremlino in onore dei
cosmonauti sovietici. Mi guardavo intorno ed ero impressionato dalla diversità tra i
burocrati del partito e i cosmonauti: tanto rozzi e ignoranti i primi, quanto disinvolti, aperti, cosmopoliti, i secondi. Qualche giorno dopo visitai una fabbrica automobilistica russa che mi avevano detto fosse all’avanguardia e mi resi conto quanto era
più arretrata della FIAT…2
Dallo stalinismo al trotskismo
Nel 1964, infine, rompe gli indugi e prende contatto con la IV
Internazionale, la corrente che gli sembra sappia dare la risposta più organica alle sue critiche al PCI e fornire un’analisi complessiva sui motivi della
degenerazione dell’esperienza sovietica.
“Quando mi recai per la prima volta nella sede dei Gruppi Comunisti
Rivoluzionari (denominazione dell’allora organizzazione trotskista, di seguito Gcr) mi venne un groppo in gola. In quelle due stanzette malmesse,
dove erano ammucchiati giornali e riviste dappertutto, c’era solo Maitan
ad aspettarmi.”3
Paolicchi inizia quindi a lavorare clandestinamente nel Pci prendendo contatto con i giovani della Fgci romana Augusto Illuminati, Andreina
De Clementi, Silverio Corvisieri già membri della “tendenza” e con
Edgardo Pellegrini, un giornalista della redazione di Paese Sera. Utilizza nel
lavoro clandestino trotskista lo pseudonimo di Puntoni e al termine della
X Conferenza dei Gcr del 1965 entra nel CC e nella Direzione dell’organizzazione trotskista
La politica dei Gcr nel Pci – a quell’epoca - non era tanto tesa a
cercare di imporre o perlomeno di presentare a tutto campo le proprie
posizioni, quanto a sostenere le vaghe richieste di democrazia interna portate avanti dalla “sinistra interna” di Ingrao, Rossanda, Garavini, Magri e
altri ancora. Questa cautela e timidezza, che conduce i Gcr a non farsi
portatori di un orientamento apertamente rivoluzionario nel Pci, è esemplificato proprio da un intervento di Paolicchi nel famoso C.C. dell’ottobre 1965, quando la “sinistra” del partito viene allo scoperto e critica apertamente per la prima volta la proposta di tesi per il congresso presentate
da Longo. Paolicchi qui, seguendo la collaudata linea dei Gcr, si limita a
criticare la tiepidezza del sostegno alla lotta del popolo vietnamita da parte
del partito e a chiedere che il partito possa avere un dibattito libero:
È necessario quindi rivolgersi ora a tutte le nostre organizzazioni, a tutti i
militanti, per sottolineare la sovranità del partito e del congresso ai fini della fissazione della politica che il partito dovrà svolgere. Solo una sottolineatura marcata del
movimento democratico ci darà dopo il Congresso tutta l’autorità morale o politica
per una direzione centralizzata.4
L’XI Congresso del partito, pur segnato da una dura
contrapposizione tra la maggioranza del partito e i cosiddetti “ingraiani”
non conduce all’esclusione del principale animatore della “sinistra” dalla
direzione nazionale, ma il clima per la “sinistra” e i suoi colonnelli dopo il
congresso peggiora. Molti “colonnelli” ingraiani vengono emarginati o
isolati mentre, lo stesso Enrico Berlinguer, considerato troppo “comprensivo” con gli oppositori, - viene “esiliato” alla segreteria del Lazio.5 A
questo punto per i trotskisti non può più esserci davvero spazio ai vertici
del partito. Paolicchi, pur eletto delegato nazionale al Congresso, non viene
riproposto nella lista del Comitato Centrale e qualche mese dopo, nel luglio 1966, Longo e Pajetta ormai certi della sotterranea militanza trotskista
di Augusto Illuminati e Silvio Paolicchi, li radiano entrambi dal partito.6
Per Paolicchi, ora sempre più Puntoni, si apre un capitolo assai
difficile della sua vita. Licenziato in tronco dall’apparato del partito è costretto a cercare un nuovo impiego per garantirsi il suo mantenimento e
quello della famiglia. Sono mesi difficili non solo dal punto di vista economico ma anche umano visto che allora la rottura con il partito significava
molto spesso l’ostracismo dei vecchi compagni e la definitiva perdita di
tutti quei legami sociali di cui era impregnata la vita di un “militante di
professione”.
Comunque, qualche tempo dopo, si trasferirà a Milano dove inizierà a lavorare presso la casa editrice Mondadori.
Il trasferimento di Paolicchi a Milano avviene in una fase straordinaria della vita del paese. La Milano del 1967-1968 è magica, frizzante,
entusiasmante per dei militanti che a lungo hanno atteso una radicalizzazione
politica.7 Ogni giorno la città è percorsa da cortei di operai e di giovani,
nelle aule universitarie si svolgono assemblee senza fine, i locali e i bar
diventano luoghi di raduno per “i contestatori”.
“Ricordo che me ne scappavo dal lavoro per andare a seguire le
assemblee o per andare a vedere una manifestazione” mi racconterà
Paolicchi, con gli occhi che gli brillavano come un Tom Sawyer che si
permetteva qualche “indispensabile” marachella, l’inarrestabile gioia di
immergersi in quel calderone ribollente. Tuttavia, proprio il ’68 invece di
rappresentare un trampolino di lancio per un ulteriore salto qualitativo
nello sviluppo dei Gcr (che avevano raggiunto nel 1968 i 200 militanti a
livello nazionale) diventa l’anno della crisi verticale di questa organizzazione. Questa crisi costringerà i Gcr a rimanere ai margini del dibattito della
sinistra extraparlamentare nei tormentati anni successi.
Nuove sfide e nuove difficoltà
Il Pci è disorientato dall’esplosione del movimento del 1968, la
Fgci giunge persino a sciogliersi, l’onda della ribellione sembra che debba
travolgere tutto e tutti. Molti dei militanti che hanno diretto l’attività dei
Gcr come Luigi Vinci, Massimo Gorla, Silverio Corviseri, Augusto Illuminati, Paolo Flores D’Arcais abbandonano i Gcr non solo perché giudicano troppo timida la svolta dei GCR verso il movimento (i Gcr non
usciranno definitivamente dal partito che nel 1969) ma perché vogliono
liberarsi al più presto del fardello della teoria troskista – considerata ormai
vetusta – per poter abbracciare, acriticamente, (e opportunisticamente) la
moda maoista. I Gcr si disintegrano rapidamente, la stragrande maggioranza dei giovani militanti, leaders studenteschi, se ne vanno. A livello nazionale restano nell’organizzazione un pugno di militanti disorientati e marginali rispetto al movimento. Per qualche mese il giornale cessa di uscire
regolarmente, e solo nel 1969 inizierà la riorganizzazione dei Gruppi su
scala nazionale con l’abbandono definitivo della tattica “entrista” nel Pci e
la formazione di una organizzazione indipendente a tutti gli effetti.
Paolicchi ovviamente non seguì le infatuazioni maoiste, ma non
smise mai di crucciarsi per quell’appuntamento mancato con la storia. “Non
capimmo. Non capimmo”, era solito dire. L’incapacità di cogliere la rapidità con cui cambiava la situazione politica italiana è esemplificata nel suo
intervento alla IX Conferenza del 1968 dei Gcr in cui consuma la rottura
tra “movimentisti” e “trotskisti”:
Se ci ancoriamo alle nuove avanguardie, avremo maggiori possibilità di
animare e di aiutare coloro che ancora restano nel Pci, nel Psiup e soprattutto nei
sindacati. Come avverrà il processo di disgregazione? Solo in forma individuale? No,
ci saranno gruppi organizzati che si differenzieranno e romperanno. In questa direzione deve essere svolto un lavoro, ma come prima tutto era in funzione del lavoro
entrista, ora deve essere in funzione del lavoro esterno. Il rischio c’è, come c’era un
rischio, quando sostenevamo la tendenza Ingrao. Allora abbiamo pagato certi prezzi,
ma abbiamo tratto incontestabili vantaggi: e così sarà ora.8
Livio Maitan in un intervista ha riassunto così quel dibattito:
Nel ’67 e nel ’68 c’era stato un ritardo da parte della nostra organizzazione
nel suo insieme nel comprendere quelle che erano le forze che cominciavano a muoversi in rottura con il Pci o nel Psiup. Noi non ignoravamo quello che avveniva, anzi,
con molti di questi militanti lavoravamo insieme sia nel movimento studentesco che
nei sindacati. Però non coglievamo il fenomeno in tutta la sua portata. In quella
divaricazione di posizioni che portò alla scissione c’era questo nostro limite, l’incomprensione della profondità dei processi in atto allora e da parte del gruppo che si
andava raccogliendo attorno a Gorla. C’era l’idea che il Pci fosse ormai al collasso e in
breve tempo sarebbe stato spazzato via. Noi sottovalutavamo l’ampiezza e la profondità del movimento mentre Gorla e gli altri “scissionisti” prendevano un abbaglio ancor più grosso: ci sono voluti altri 25 anni perché il Pci finisse!9
Per i trotskisti italiani inizia una nuova lunga marcia nel deserto.
Silvio Paolicchi si ritrova per qualche tempo da solo nel tentativo di ricostruire i Gcr a Milano. Tra i primi che incontra e convince ad unirsi ai Gcr
c’è l’allora studente Luigi Malabarba, che poi sarà leader operaio all’Alfa di
Arese, promotore del Sin Cobas e oggi senatore del Prc.
Allo stesso tempo Paolicchi inizia a seguire il dibattito all’interno della
Segretariato Unificato della IV Internazionale. Tra la fine degli anni ’60 e
l’inizio degli anni ’70 si è sviluppato un acceso dibattito a livello internazionale. Da una parte il grosso delle organizzazioni trotskiste europee e in
parte latinoamericane (come il Partido Revolucionario de los Trabajadores
argentino, di seguito Prt) sostengono una linea che includa, in alcuni paesi,
una tattica guerrigliera mentre dall’altra soprattutto il Swp (Socialist Workers’
Party – USA) e una parte del Prt argentino guidata da Nauhel Moreno (la
cosiddetta Tendenza Leninista-Trotskista) rifiutano questa linea considerandola “gauchiste”, un primo passo avventurista nell’abbandono dell’orientamento verso la classe operaia nella costruzione dell’Internazionale. Silvio
Paolicchi, nei primi anni ’70, diventa il principale referente italiano di questa
opposizione internazionale. Fonda assieme ad altri militanti la “Tendenza
5”, che presenta alla Conferenza del dei Gcr del 1975 un progetto di tesi
alternativo in cui si sottolinea, nel contesto della più generale critica al
“gauchisme” dei Gcr, la benevolenza e le blandizie dei Gcr nei confronti
del sostituzionismo e dell’avventurismo delle Brigate Rosse. Dopo il Congresso, mentre la maggioranza dei militanti che avevano sostenuto l’opposizione interna si orientano verso la scissione - il cui nucleo fondamentale
fonderà a Napoli la Lega Socialista Rivoluzionaria - Paolicchi cerca ancora
per qualche tempo per ricucire lo strappo con il gruppo dirigente legato a
Maitan, ma la cosa si dimostra impossibile.
Ma anche il rapporto di solidarietà politica con gli “americani” si
dimostra per Paolicchi un fuoco di paglia. L’emergere della crisi in Portogallo nel 1976 lo convince che le posizioni del Swp sono viziate da un
perbenismo e un moderatismo che lo portano a sostenere il Ps di Soares.
Paolicchi è deluso, amareggiato, non tanto per come siano andate a finire
le cose in Italia quanto per aver sbagliato valutazione rispetto agli “americani”. Nelle nostre chiacchierate informali tornerà spesso su questo episodio, che, marginale per i destini del movimento operaio internazionale,
non lo era stato per lui, anche perché in qualche misura la sezione americana della IV Internazionale aveva rappresentato a lungo il filo rosso che
legava il trotskismo del dopoguerra con Trotsky stesso. Paolicchi abbandona quindi la tendenza internazionale e i Gcr.
Debolezza degli individui, forza del marxismo
Ma la sua lontananza dalla vita politica non può che essere breve.
La situazione politica in Italia resta complessa: dopo l’entrata nel 1976 del
Pci nella maggioranza governativa “di unità nazionale”, un vasto quanto
effimero movimento di opposizione giovanile incendia il paese nei primi
mesi del 1977 mentre la sinistra extraparlamentare rapidamente collassa. È
proprio in questo contesto politico che Paolicchi aderisce alla Lega Comunista (già Tendenza/Frazione Marxista Rivoluzionaria nei Gcr) una piccola
organizzazione trotskista che aveva scisso dai Gcr nel 1975, guidata dal
futuro fortunato editore delle opere di Che Guevara in Italia, Roberto
Massari. La lettera invitata al giornale del gruppo – La classe - in cui motiva
la sua scelta, sia dal punto di vista del linguaggio che delle argomentazioni,
è impregnata del clima crepuscolare del movimento del 1977. Qui Paolicchi
mostra però come la sua visione dell’impegno politico sia veramente legata alla vita reale degli uomini, ai loro sentimenti, alle loro grandezze come
ai loro limiti. Silvio Paolicchi non scrisse mai praticamente nulla, convinto
di non essere una buona “penna”, ma questa lettera dimostra quanto tale
“disistima” per la sua vena pubblicistica fosse infondata:
Aderisco alla Lega dopo una lunga strada di milizia attiva, ma anche dopo una
lunga serie di errori, di ripensamenti, di periodi anche di abbandono della milizia
attiva. E vi aderisco nella consapevolezza che questi errori e ripensamenti potranno
verificarsi nuovamente perché la loro origine non è solamente nelle debolezze dell’individuo, ma nella difficoltà a cogliere tutti gli aspetti di una realtà politica e sociale che
mai nella storia dell’umanità presentò tali e tante caratteristiche di complessità.10
Quando poi nel 1980 la Lega Comunista si scioglie in Democrazia
Proletaria Silvio Paolicchi e un altro piccolo nucleo di militanti della Lega
Comunista di Milano si unifica con il Gruppo Bolscevico Leninista diretto
da Franco Grisolia, Fernando Visentin e Marco Ferrando, che agiva da
qualche anno a Milano e in Liguria creando la Lega Operaia Rivoluzionaria
che più tardi si scioglierà nella Lega Comunista Rivoluzionaria11 . Da questa
fase in poi Silvio Paolicchi, pur continuando a militare regolarmente, cessa
di avere un ruolo dirigente. Negli anni ’80 accresce la sua stima e fiducia nel
ruolo che Grisolia e Ferrando possono avere nel progetto di costruire una
forza rivoluzionaria in Italia. Nel 1991, quando in seguito allo scioglimento
del PCI viene dato vita al Movimento per la Rifondazione Comunista
Silvio Paolicchi vive questo passaggio con entusiasmo e con interesse. Alcuni dirigenti nazionali, ma anche locali, del nuovo partito li ha conosciuti
bene negli anni ’50 e ’60 nella militanza nel PCI; ne conosce capacità e
limiti. Ma inizialmente è anche affascinato dall’ipotesi che la Rifondazione
Comunista – soprattutto grazie a Garavini – possa andare oltre i limiti
della ricostituzione di un partito massimalistico e residuale. Inizia a frequentare il circolo della sua zona, il Circolo Aliotta in zona Porta Romana,
a cui porta sempre un contributo seppur critico, vivace e attento. Aderisce
alla Associazione “Proposta per la Rifondazione Comunista” e con convinzione sostiene, durante ogni dibattito congressuale, le tesi “alternative”
a quella della direzione maggioritaria di Bertinotti.
Socialismo o barbarie
Chiunque abbia conosciuto Silvio Paolicchi, ha potuto apprezzarne
non solo le doti morali, l’acume del giudizio politico, la capacità di andare
oltre la contingenza per cogliere la dinamica più profonda degli avveni-
menti. Chi ne scrive lo conobbe – provenendo dall’esperienza della nuova
sinistra italiana – subito dopo la definitiva sconfitta dei movimenti sociali e
di classe degli anni ’70, quando l’adesione al marxismo rivoluzionario diveniva una condizione vitale non solo per comprendere il ruolo nefasto dello
stalinismo ma per continuare a battersi - nelle nuove condizioni - per una
società senza classi.
Negli ultimi anni una grave e inguaribile malattia tennero Silvio Paolicchi
sempre più lontano dalla politica attiva, ma non ridussero il suo interesse
per le vicende del mondo, la sua incrollabile fiducia in un futuro comunista.
La sua fiducia nella possibilità di rovesciare il capitalismo e della necessità del comunismo non vennero mai meno. Silvio Paolicchi era infatti
consapevole di come la pace fosse una fandonia o al massimo una illusione nella società capitalista, come incombesse sull’umanità un’alternativa
drammatica: il socialismo o la barbarie. Per questo far conoscere la sua vita
e le sue idee non può e non deve rappresentare un omaggio formale di
fronte all’inesorabile biologica scomparsa dei singoli individui, ma un impegno a continuare a lottare perché la nostra specie passi dalla preistoria
della società divisa in classi a una libera comune di donne e di uomini
coscienti.
1
A quell’epoca i trotskisti italiani attuavano la tattica dell’ “entrismo sui generis”. Mentre alcuni militanti come Livio Maitan e Sirio Digiuliomaria pubblicavano regolarmente l’organo
di stampa Bandiera Rossa, la gran parte dei militanti operavano clandestinamente all’interno del
PCI per conquistare qualche militante alle loro posizioni. I militanti trotskisti operavano utilizzando degli pseudonimi e non sostenevano mai apertamente all’interno del partito le loro
posizioni. Per un maggiore approfondimento di tale fase della vita del trotskismo italiano si
veda Yurii Colombo: Il movimento trotskista in Italia durante la stagione dei movimenti sociali (tesi di
laurea, Facoltà di Scienze Politiche, Milano, Anno accademico 1995-1996, inedita) e la recente
autobiografia di Livio Maitan La strada percorsa (Massari Editore, Bolsena, 2002) in cui si possono rintracciare anche riferimenti a Paolicchi (cfr. pp. 257,281, 317-8
2
Yurii Colombo “Intervista a Silvio Paolicchi” (novembre 1995), inedita.
3
Ibidem
4
L’Unità, 31 ottobre 1965 (Il resoconto dell’intervento di Paolicchi è riprodotto per intero
nell’appendice di questo opuscolo)
5
Vedi Giorgio Galli, Storia del PCI (Kaos Edizioni, Milano, 1993) pp. 238-240
6
Si veda la lotta apparsa su Bandiera Rossa n. 7 Luglio 1966 e in parzialmente riprodotta nell’appendice di questo opuscolo.
7
Uno straordinaria ricostruzione romanzata del clima del 1968 milanese è riscontrabile nell’eccezionale Giorgio Cesarano I giorni del dissenso (Mondatori, Milano, 1968)
8
In Bandiera Rossa n.8 15 aprile 1968. (Il resoconto completo dell’intervento di Paolicchi è
pubblicato nell’appendice di questo opuscolo)
9
“Intervista a L. Maitan” (gennaio, 1996) in Yurii Colombo Il movimento trotskista in Italia durante la stagione dei movimenti sociali, cit.
10
Silvio Paolicchi Perché aderisco alla Lega Comunista in La classe n.2 febbraio 1977 (La lettera è
riprodotta per intero in appendice a questo opuscolo)
11
La denominazione assunta dai GCR a partire dal 1979.
Appendice
L’Unità 31 ottobre 1965
Resoconti degli interventi al Comitato Centrale
Paolicchi
È stato evidente che fin dalla prima riunione della commissione
per le tesi si è manifestata una divergenza circa l’impostazione da
dare al dibattito congressuale. Tale divergenza ha alla sua radice,
come è risultato chiaro dal dibattito del Comitato Centrale, in apprezzamenti non univoci circa i mutamenti politici ed economici
intervenuti nella situazione internazionale, in quella nazionale e
nel movimento operaio. Una propaganda pubblica, quindi, circa
l’impostazione da dare al Congresso non avrebbe dovuto essere svolta prima che il C.C., che aveva nominato la commissione delle tesi,
ne avesse ascoltato una relazione esauriente. Invece così non è
stato, come è rilevabile da vari scritti e discorsi. Discussioni a riguardo delle divergenze insorte si sono avute perfino in riunioni di
comitati regionali. Sono state diffuse nel partito informazioni deformate e un poco allarmistiche. Giustamente il partito ha reagito
chiedendo di essere informato delle divergenze insorte e dei loro
contenuti. L’attesa che ciò si faccia come si sta facendo con la
discussione di questa sessione del C.C. e della C.C.C. è pienamente giustificata a maggior ragione in una fase congressuale.
È necessario quindi rivolgersi ora a tutte le nostre organizzazioni, a
tutti i militanti, per sottolineare la sovranità del partito e del congresso ai fini della fissazione della politica che il partito dovrà svolgere. Solo una sottolineatura marcata del movimento democratico
ci darà dopo il Congresso tutta l’autorità morale o politica per una
direzione centralizzata. Una discussione chiara, esplicita, accessibile a tutti i militanti rafforzerà il partito e non ne minaccia affatto
l’unità. I rapporti tra il C.C. e tutte le organizzazioni potranno farsi
più saldi. Ritengo dunque fuori luogo ogni preoccupazione che una
discussione aperta a cui parteciperà chiaramente tutto il partito
possa indebolire la capacità di azione.
Le divergenze esistenti non nascono dalla volontà dei compagni di
contrapporsi in modo preconcetto al progetto di tesi già elaborato,
ma da uno sforzo personale, doveroso da parte di ciascuno di esaminare, giudicare, sistematizzare tutto ciò che sta cambiando rapidamente in Italia e nel mondo per poter così far fronte alla necessità di adeguare l’azione del partito a questi mutamenti e ai compiti che ne sorgono.
Solo con questo punto di vista, fermamente tenuto durante la preparazione del congresso, potremo utilmente lavorare per superare
le divergenze insorte in questo C.C. e non per altre vie, come esasperazioni polemiche, personalizzazioni, etichettature, ecc. Non è
vero che in un dibattito, quando si apre pure una lotta politica, tutti
i mezzi siano buoni. Per quanto riguarda la prima parte del progetto di tesi ritenendo che la caratterizzazione della situazione internazionale nuova sia errata. Non di una battuta di arresto in un processo di distensione si tratta, ma di una situazione di eccezionale
gravità, di una pericolosità estrema. L’aggressione americana si sviluppa da mesi; un paese socialista viene bombardato quotidianamente. Si tratta di una fase più marcata dell’aggressività
dell’imperialismo americano che vuole spezzare in un punto decisivo il progresso della rivoluzione coloniale e di lì minaccia la pace
del mondo.
Tutto ciò caratterizza la situazione politica mondiale: deve essere il
fulcro dell’orientamento centrale a ogni iniziativa del movimento
operaio. La resistenza del popolo vietnamita deve avere più aiuti
concreti in armi e in altri mezzi, in azioni diplomatiche costanti e
in una mobilitazione generale del movimento operaio e del movimento della pace.
Bandiera Rossa n. 7 Luglio 1966
Paolicchi e Illuminati radiati dal PCI
La Commissione di Controllo della federazione romana del PCI ha
concluso il procedimento in corso contro Augusto Illuminati e Silvio Paolicchi decidendo la loro radiazione dal partito. (...)
Silvio Paolicchi era entrato nel partito durante la guerra ed aveva
avuto importanti incarichi sia come segretario della fererazione
pisana sia come dirigente del Comittao regionale toscano, sia infine come massimo dirigente nazionale della Lega delle cooperative. Al X Congresso era stato eletto membro del Comittao centrale
e in varie sessioni aveva fatto interventi critici, affrontando il più
delle volte argomenti di carattere internazionale. In conseguenza
di questa sua posizione , benchè fosse stato eletto delegato della
Federazione pisana veniva defenestrato all’ultimo congresso. (...)
Sul significato della misura repressiva non è possibile alcun dubbio. Il gruppo dirigente maggioritario vuole saldare i conti con gli
oppositori, eliminarli dall’apparato (che deve essere “omogeno”),
ridurre le loro zone d’influenza Colpendo Illuminati e Paolicchi è
tatta la sinistra che si è voluto colpire: e, specie se l’operazione
riuscirà in modo indolore, prima o poi sarà la volta di altri (e saranno trovati, a seconda dei casi, i pretesti più opportuni).
Bandiera Rossa n.8 15 aprile 1968
La Conferenza Nazionale dei comunisti rivoluzionari
La svolta politica dopo un acceso dibattito
Puntoni (Milano)
Dopo aver riferito sui lavori della commissione designata nella seconda giornata dei lavori, richiama la vecchia ipotesi di costruzione del partito rivoluzionario e ribadisce la necessità di una svolta
molto netta. Il nostro giudizio in proposito non deve dipendere da
solo dalla valutazione che esprimiamo sullo stato del movimento
operaio italiano; ci sono condizionamenti che provengono dalla situazione mondiale. Dobbiamo tenerne conto e comprendere che
la svolta è determinata, al di là dei movimenti giustamente analizzato nella relazione, dalle tendenze internazionali che li provocano. L’analisi dello stato del PCI non deve essere forzata per giustificare la svolta: è sufficiente il giudizio generale che si tratta di una
situazione generalmente deteriorata. Su questo incide il contesto
internazionale, con i conflitti nel movimento comunista, che offre
possibilità di lavoro, anche con interventi esterni. Dobbiamo d’altra parte considerare che esistono molte avanguardie, ma comprendere i vantaggi che ci derivano dalla nostra formazione e dai nostri
collegamenti internazionali (senza ignorare da dove provengano le
forti pressioni cui siamo attualmente sottoposti). Il problema di
una svolta anche in termini organizzativi potrebbe porsi eventualmente qualora si sviluppasse, un nuovo, reale movimento rivoluzionario di massa al di fuori di noi. Per ora valorizziamo la nostra
tradizione e i nostri legami internazionali, presentandoci tuttavia,
come una delle avanguardie, e non come la sola avanguardia. La
parola d’ordine transitoria del potere studentesco avrebbe potuto
essere elaborata prima, ma nelle ultime esperienze dell’UGI avevamo individuato bene le condizioni del movimento studentesco.
L’integrazione del movimento studentesco è il primo punto. Ma il
partito rivoluzionario se crescerà con il crescere di queste avan-
guardie dipenderà anche dall’ulteriore processo di disgregazione
delle organizzazioni tradizionali. E questo non avverrà automaticamente. Se ci ancoriamo alle nuove avanguardie, avremo maggiori possibilità di animare e di aiutare coloro che ancora restano
nel PCI, nel PSIUP e soprattutto nei sindacati. Come avverrà il
processo di disgregazione? Solo in forma individuale? No, ci saranno gruppi organizzati che si differenzieranno e romperanno. In
questa direzione deve essere svolto un lavoro, ma come prima tutto era in funzione del lavoro entrista, ora deve essere in funzione
del lavoro esterno. Il rischio c’è, come c’era un rischio, quando
soostenevamo la tendenza Ingrao. Allora abbiamo pagato certi prezzi, ma abbiamo tratto incontestabili vantaggi: e così sarà ora. Bisogna però migliorare lo stile di lavoro, elaborare prospettive precise
se no rischiamo di essere assorbiti nel movimento più generale e
questo, nelle condizioni date , sarebbe obiettivamente un danno.
L’elaborazione teorica deve essere elaborata sulla rivista mentre
Bandiera Rossa deve essere uno strumento politico (evitando certi
errori come, per esempio quello dell’errata accentuazione di certi
aspetti pur incontestabili, degli sviluppi interni cinesi). Altri strumenti dovranno servire alla concretizzazione della prospettiva di
fondo e su questo dobbiamo cercare l’incontro e il dibattito, sforzando ci di contribuire alla sprovincializzazione dei gruppi
minoritari.
La Classe n.2 Febbraio 1977
Perché aderisco alla Lega Comunista
Sarebbe bello poter dire che aderisco alla Lega Comunista perchè
ho finalmente trovato l’organizzazione rivoluzionaria che potrà dare
una risposta a tutti i problemi che si pongono al movimento operaio e che porterà quest’ultimo alle soglie della fase di transizione al
socialismo. Non è così purtroppo, e questo lo sanno anche i compagni fondatori della Lega Comunista oggi e della TMR/FMR ieri,
dei compagni cioè che sono arrivati alle posizioni odierne attraverso un difficile travaglio che non considerano certo terminato.
Aderisco alla Lega dopo una lunga strada di milizia attiva, ma anche dopo una lunga serie di errori, di ripensamenti, di periodi anche di abbandono della milizia attiva. E vi aderisico nella consapevolezza che questi errori e ripensamenti potranno verificarsi nuovamente perchè la loro origine non è solamente nelle debolezze
dell’individuo, ma nella difficoltà a cogliere tutti gli aspetti di una
realtà politica e sociale che mai nella storia dell’umanità presentò
tali e tante caratteristiche di complessità. Aderisco quindi al progetto politico che oggi, nell’Italia dell’austerità berlingueriana e del
trasformismo centrista, sembra corrispondere meglio alle esigenze
del proletariato. Al progetto che meglio corrisponde ai principi del
marxismo rivoluzionario e che ne rende ancora attuale e valido l’insegnamento.
La Lega Comunista è solo un piccolo e primo passo verso la costruzione del partito rivoluzionario in Italia. Non è il partito, come
tengono a sottolineare anche i compagni che la compongono. Ma
è oggi una componente indispensabile del processo di costruzione
di tale partito, un elemento con cui dovranno prima o poi fare i
conti tutti coloro che dichiarano a parole di lottare per il socialismo. E questo perchè solo nella Lega Comunista si è operata la
fusione tra l’esperienza superata, ma positiva dell’impegno marxista
rivoluzionario prima del ’68 con le nuove esperienze che il dopo ’68
ha permesso. Ogni altro gruppo della sinistra italiana manca di almeno uno di questi due elementi e per questo continua a rincorrere
se stesso, tentando invano di operare la fusione ricorrendo ad ideologie confuse ed eclettiche. Nell’Italia dell’astensione comunista,
non si può competere con i riformisti sul piano della confusione,
ma solo su quello della lucità teorica e politica.
Nel piccolo mondo della sinistra italiana la mia storia è nota ad
alcuni, non certo per le mie modestissime capacità personali, quanto
per l’uso politico che altri ne hanno voluto fare. Ho militato nel
PCI sin dalll’epoca della Resistenza, l’ho abbandonato quando ho
capito dove portavano i suoi principi stalinisti e togliattiani. L’abbandono non fu volontario, è vero, ma l’espulsione sanciva uno
stato di fatto reale. Ho militato nelle file dei Gcr, sezione italiana
di quella che apppariva ai miei occhi, come agli occhi dei più, l’incarnazione vivente della Quarta Internazionale costruita da Trotsky.
Ho difeso le posizione della sua direzione maggioritaria fino a che
la tragica esperienza latinoamericana mi ha fatto vedere non solo la
devastazione compiuta della sua tradizione trotskista, ma anche la
malafede di coloro che responsabili di questa tragedia rifiutavano
l’autocritica. Ho creduto allora di poter esprimere il mio dissenso,
sulla base delle poche informazioni a me disponibili, aderendo alla
Frazione di minoranza internazionale che lottava per il raddrizzamento della linea errata, richiamandosi all’ortodossia trotskista.
Fu un errore anche quest’ultima scelta, che mi impedì di collaborare con i compagni della TMR/FMR che già allora lavoravano per
costruire un’alternativa politica e programmatica, ai Gcr in Italia
e alle due correnti maggioritarie del Segretariato Unificato su scala
internazionale. Quando il test pratico della crisi portoghese ha rilevato le pericolose deviazioni di destra che si nascondevano dietro
l’ortodossia formale, ho dovuto ricredermi e ricominciare per l’ennesima volta nella mia vita un processo di riflessione e di studio.
Con i miei errori e ritardi ho contribuito alla perdita dell’occasione
che dopo il ’68 ha offerto all’avanguardia rivoluzionaria in Italia.
Ma la perdita di una battaglia non significa la perdita di una guerra.
Altre battaglie seguiranno in cui noi , compagni della Lega Comunista potremo svolgere un ruolo decisivo, con onestà, lucidità e
coraggio.
Silvio Paolicchi
Altre pubblicazioni
GiovaneTalpa
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Reprint GiovaneTalpa:
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La Parola al compagno Puntoni