UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI FIRENZE
Suggestioni e testimonianze nell’anno galileiano:
un percorso fra antichi volumi a Careggi
Catalogo della mostra
Firenze, Biblioteca Biomedica
1, 8, 15, 22, 29 ottobre 2009
A cura di:
Lucia Frigenti
Laura Quinto
Laura Vannucci
Evento realizzato nell’ambito del progetto promosso dall’Assessorato alla
Cultura della Regione Toscana: “Tipi da biblioteca. Un mese straordinario
nelle biblioteche della Toscana”, in sinergia con l’iniziativa del Centro per
il Libro del Ministero per i Beni e le Attività Culturali “Ottobre piovono libri”.
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Si ringrazia per la collaborazione la prof.ssa Donatella Lippi e tutto il personale della Biblioteca biomedica che si è adoperato a
vario titolo alla realizzazione dell’evento.
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SUGGESTIONI E TESTIMONIANZE NELL’ANNO GALILEIANO:
UN PERCORSO TRA ANTICHI VOLUMI A CAREGGI
La Regione Toscana, invitando tutte le biblioteche, comprese quelle accademiche, a partecipare
con qualsivoglia contributo all’evento annuale “Ottobre, piovono libri” (promosso dal Centro per il
libro del Ministero per i beni e le attività culturali), nonché alla campagna regionale toscana di
comunicazione “Tipi da biblioteca”, ha dato un forte impulso ad una valorizzazione duratura del
patrimonio librario, oltre che ad una sua fruizione immediata, ed ha offerto così anche agli addetti
ai lavori una gradita occasione per approfondirne la conoscenza, nel caso della Biblioteca
biomedica dell’Università di Firenze attraverso l’allestimento di una mostra che, per quanto di
modeste dimensioni e realizzata in economia, può consentire di aggiungere un piccolo tassello
alla storia della scienza, offerto direttamente dai libri dell’epoca.
Quattrocento anni orsono Galileo Galilei mise a punto il cannocchiale, di cui intuì per primo la
portata rivoluzionaria in campo scientifico e l’importanza della sua pubblicizzazione, e lo usò per
osservazioni astronomiche che dettero immediatamente risultati, per quanto non del tutto
originali, egualmente sconvolgenti per quel tempo: la macchina dell’universo cominciò allora ad
essere studiata e svelata nel suo meraviglioso funzionamento con uno strumento assai più
preciso rispetto a quelli a disposizione nelle epoche precedenti. Una delle prime conseguenze di
ciò fu l’acquisizione delle prove certe della validità della scoperta copernicana sul movimento della
terra intorno al sole, la cui conferma costò carissima a Galileo, che fu per questo perseguitato
dall’Inquisizione. Ma la sua acribìa e il suo approccio sperimentale agli studi del mondo gettarono
le fondamenta, se non di un pensiero filosofico teoricamente strutturato, di un metodo scientifico
innovativo e rivoluzionario che resta valido tuttora. La particolarità dell’insegnamento di Galileo
che spiega la presenza delle sue opere in una collezione libraria di ambito medico consiste
nell’aver messo, nelle parole e nei fatti, la meccanica e l’analisi matematica e geometrica alla
base di tutte le scienze e, quindi, anche della medicina; si sviluppa così una tradizione le cui
tracce rimangono persino nei programmi degli odierni corsi di laurea in Medicina. La lezione di
Galileo fu recepita appieno da illustri suoi allievi, come ad esempio il suo assistente, il matematico
e astronomo Vincenzio Viviani, che la tramandò ai posteri anche attraverso il medico e
intellettuale del Settecento Antonio Cocchi, i cui manoscritti costituiscono uno dei tesori più
preziosi del fondo antico della Biblioteca biomedica, dove sono conservati anche esemplari delle
opere dello stesso Viviani, maestro di Cocchi. Pare che Cocchi avesse addirittura posseduto dei
manoscritti di Galileo, a quanto risulta da una lista vergata a mano di pezzi di pregio che il figlio
Raimondo vendette dopo la sua morte (Biblioteca biomedica, mss. Cocchi, 4.78.9,130 e 317) e da
altre testimonianze; certo è che ne acquistò e studiò le opere e nelle sue lezioni di fisiologia
Cocchi si richiamò ai risultati galileiani sul moto parabolico dei proiettili per spiegare la
circolazione cardiaca (come fa notare Luigi Guerrini nel suo volume “Antonio Cocchi naturalista e
filosofo”).
La Biblioteca Biomedica, che oggi ha sede nella zona ospedaliera di Careggi, è una delle più
importanti biblioteche di medicina italiane per quantità e qualità delle risorse elettroniche e per i
servizi messi a disposizione dei ricercatori e degli studenti universitari, ma possiede anche un
fondo antico di grande pregio, che comprende quattordici incunaboli, duecentocinquanta
cinquecentine, più di millecinquecento seicentine, circa seimila volumi del XVIII secolo, pregiati
atlanti anatomici di grande formato, oltre a manoscritti di varie epoche e una ricca collezione di
periodici scientifici dell’Ottocento; le opere a stampa annoverate come antiche e rare sono in
tutto all’incirca 74.000. Questo fondo antico è costituito da un primo nucleo di libri raccolto nel
1679 nell’Arcispedale di Santa Maria Nuova e da successive donazioni di antichi medici e
professori di medicina. Dei volumi di Galileo ivi conservati quattro provengono direttamente dalla
Biblioteca dell’Arcispedale, nove furono donati dagli eredi di Ferdinando Zannetti (insegnante di
clinica chirurgica e di anatomia e liberale convinto, che passò alla storia per aver curato Garibaldi
ferito all’anca nel 1862), sei da Carlo Burci (professore nell’ateneo pisano, chirurgo attivo nella
prima guerra d’indipendenza e infine senatore del Regno), tre da Pietro Vannoni (professore di
clinica ostetrica e chirurgo fiorentino dell’Ottocento), uno da Filippo Pacini (professore di anatomia
e istologia presso l’Istituto di studi superiori di Firenze). L’esemplare più raro e prezioso è quello
dell’edizione fiorentina del 1632 del Dialogo sopra i due massimi sistemi, sia perché se ne impedì
ben presto la circolazione a causa della condanna ecclesiastica accrescendone così di fatto il suo
valore dal punto di vista antiquario, sia per le sue evidenze fisiche (come i tre pesci raffigurati simbolo dello stampatore -, che in ambiente romano si sospettò fossero un irriverente riferimento
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ai tre nipoti del papa Urbano VIII) e per le caratteristiche del suo pregiato corredo iconografico
(l’antiporta calcografica è di Stefano della Bella), sia per ciò che il suo contenuto rappresenta
nella storia della scienza e nella letteratura italiana. Le altre opere galileiane di cui la Biblioteca
possiede un esemplare sono qui di séguito citate, quando non descritte addirittura in dettaglio. Le
schede catalografiche sono tratte da SBN. E’ appena il caso di ricordare che quasi tutti gli
autografi galileiani sono conservati dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e sono stati
digitalizzati.
Mi piace chiosare con una curiosità che, da suggestione per il visitatore della mostra, diviene
spunto e provocazione per gli studiosi di storia della scienza.
Cocchi, racconta Giuseppe Palagi in una sua memoria a stampa del 1874 conservata nella
Biblioteca biomedica, in occasione della riesumazione del cadavere disposta al fine di conferirgli
una collocazione più visibile nella chiesa di S. Croce (12 marzo 1737), sottrasse una vertebra a
Galileo; si tramanda che il figlio Raimondo la ereditò e che, al culmine di una lunga serie di
passaggi di proprietà, fu donata all’Università di Padova, dove è ancora oggi in bella mostra.
Peccato però che il Cocchi, che sarebbe stato presente alla solenne celebrazione insieme ad altri
maggiorenti fiorentini, sembri non far cenno all’episodio – neanche omettendo il particolare
increscioso dell’illecito commesso ai danni del cadavere dello scienziato - nelle Effemeridi, il suo
diario manoscritto autografo conservato presso la Biblioteca biomedica, dove l’autore è solito
annotare quasi ogni giorno il tempo che fa, le persone che incontra, le entrate e le uscite di
cassa, i libri che colleziona e financo le seghe che acquista per dissotterrare i cadaveri ed
effettuare autopsie, anche finalizzate al suo insegnamento di anatomia; l’ateneo patavino è in
possesso di una nota di garanzia dell’autenticità della vertebra, nota che è stata sottoposta a
perizia grafologica e giudicata autografa di Cocchi, ma la questione meriterebbe, a mio avviso, un
approfondimento, giacchè l’omissione delle Effemeridi – se confermata - peserebbe non poco
quale argumentum ex silentio circa una provenienza della vertebra diversa da quella tramandata.
Del resto, per rimanere in tema quasi agiografico, sempre il Palagi ci delizia sulla tragicomica
analoga fine del dito indice della mano destra di Galileo, anch’esso segato nella medesima
occasione; la fonte di quest’ultima notizia pare inconfutabile, perché è rappresentata da un’opera
di Giovanni Targioni Tozzetti, illustre botanico, medico e storico del Settecento, che fu testimone
oculare della riesumazione: si può leggere l’interessante passaggio anche in uno dei due
esemplari dell’edizione del 1780 che la Biblioteca biomedica possiede di quest’opera e da qui
trarre spunto per riflettere sul valore storico di questa sorta di reliquia laica che, come sostiene
Paolo Galluzzi (promotore dello straordinario progetto di biblioteca digitale che ci consente di
visualizzare in rete anche gli antichi volumi di Galileo e direttore dell’Istituto e Museo di storia
della scienza di Firenze, dove è esposto oggi il dito dello scienziato), potrebbe essere stato inteso
quale simbolo dell’autonomia dello Stato rispetto alla Chiesa dai primi massoni italiani - fra i quali
Antonio Cocchi -, che vollero ed ottennero dal Granduca per Galileo una sepoltura degna della sua
grandezza scientifica, a compensare in qualche modo la persecuzione subìta in vita dallo
scienziato ad opera delle gerarchie ecclesiastiche.
La scelta della Biblioteca di concentrare quest’anno l’attenzione su Galileo Galilei piuttosto che su
altri personaggi è stata suggerita in parte dalla concomitanza con le celebrazioni della ricorrenza
della messa a punto del cannocchiale, in parte dalla volontà di tener vivo con le testimonianze
librarie in possesso della Biblioteca il ricordo delle enormi difficoltà incontrate da chi sacrificò la
propria vita alla scienza per contribuire al progresso della civiltà: il sostegno morale ed economico
alla ricerca scientifica da parte delle istituzioni e la libertà di stampa e di pensiero che oggi ci
sembrano un “possesso per sempre” e un diritto garantito costituiscono in realtà una faticosa
conquista, da tutelare con grande consapevolezza.
Laura Vannucci
(direttrice della Biblioteca biomedica dell’Università degli studi di Firenze)
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NOTE ICONOGRAFICHE
SUI VOLUMI GALILEIANI DELLA BIBLIOTECA BIOMEDICA
Nella Biblioteca Biomedica sono conservate diverse edizioni delle opere di Galileo Galilei che ci permettono sia di
ricostruire l’intero excursus della produzione galileiana sia di osservare come si evolve dal primo Seicento
all’Ottocento inoltrato l’illustrazione del libro scientifico.
Generalmente nel XVII secolo i libri di scienza erano oggetti molto ricchi, corredati da frontespizi complessi,
ritratti più o meno somiglianti dell’autore e antiporte preziose spesso realizzate da importanti artisti con la
tecnica sempre più raffinata dell’incisione su rame. All’interno una serie di dati e tabelle erano rivolti
prevalentemente agli addetti ai lavori.
Uno dei volumi più preziosi presentati alla mostra è il raro esemplare della prima edizione del Dialogo di Galileo
Galilei che vide la luce a Firenze nel 1632 per le stampe di Giovan Battista Landini. Erano occorsi sei anni a
Galileo per portare a termine la stesura dell’opera e altri due perché lo scienziato ottenesse dal tribunale
ecclesiastico il permesso di darlo alle stampe, con l’obbligo di sostituire il titolo originale Del flusso e del
riflusso. Testo fondamentale per la scienza moderna e aperta difesa dell’eliocentrismo, il Dialogo fu così
pubblicato nella città medicea il 21 febbraio del ’32 col permesso della sola Inquisizione fiorentina, ma,
nell’agosto dello stesso anno, per ordine romano fu ritirato dalle stampe e in conseguenza di ciò, nell’ottobre
successivo, Galileo venne citato a comparire davanti al Tribunale del Santo Uffizio a Roma dove fu condannato
all’abiura e al carcere perpetuo. L’esecuzione dell’antiporta dei Dialoghi finemente incisa su rame (201x142mm)
fu affidata al fiorentino Stefano della Bella. L’artista, che era a una delle sue prime esperienze nel campo
dell’editoria, realizza un’ opera di così pregiata fattura che ben si adatta a sottolineare l’importanza
rivoluzionaria di questo scritto di Galileo, anzi, possiamo dire che la freschezza e la verosimiglianza di
quest’incisione raramente si colgono nei frontespizi dei libri e rimandano invece a opere assai più compiute. Il
Della Bella, che sperimenta qui una tecnica “pittorica con tagli curvi e incrociati e con punteggiature molto
dense d’inchiostro” (Anna Forlani Tempesti), ha immaginato con notevole genialità l’incontro sulla riva del mare
dei tre grandi scienziati dell’antichità: Aristotele, Tolomeo e Copernico, resi ben riconoscibili dalla scritta col loro
nome apposta sull’orlo delle tuniche e meticolosamente descritti anche nei particolari dei decori con pelliccia
delle maniche e del collo e nella foggia bizzarra dei copricapi. L’autore dell’incisione, che si firma sul foglio in
basso a destra, descrive, con il raffinato tratto che lo contraddistingue, l’ambiente in cui avviene quest’incontro,
immaginato davanti ad un porto del quale si intravede chiaramente l’arsenale e alcuni velieri attraccati al molo
di una costa toscana. Interessante è anche la soluzione della grossa nuvola che avvolge i tre scienziati
conferendo loro quasi un’aurea di santità. Sovrasta la scena un elaborato drappeggio frangiato nel quale è
inserito il titolo, l’autore del libro e soprattutto a chi è dedicato: “Al Ser.mo Ferd. II Gran. Duca di Toscana”,
mentre due putti, che fanno capolino dai nodi del drappo, sorreggono la corona granducale che completa lo
stemma mediceo sovrapposto all’intestazione dell’opera. Il testo figurativo è inoltre ricco di complessi
messaggi. Possiamo notare infatti che dei tre scienziati l’unico rappresentato completamente in luce è
Copernico che ha il volto e la fisionomia di Galileo. A ben guardare, tuttavia, anche nelle sembianze degli altri
due personaggi si trovano delle somiglianze con lui. In tutto questo complicato apparato figurativo gli studiosi
hanno ravvisato l’intenzione di voler indicare che “Galileo conosceva e interpretava con sagacia le tre diverse
posizioni” filosofico-astronomiche. La meticolosità e la precisione con cui Stefano della Bella descrive la scena
mette in risalto la bravura di un grande artista da sempre legato alla famiglia medicea, che con la realizzazione
di questa opera possiamo annoverare fra coloro che “fecero grande” l’illustrazione del libro scientifico.
All’interno del testo per descrivere quanto illustra Galileo vengono riprodotte molte figure geometriche,
prevalentemente sfere. Il volume non è accompagnato da alcun ritratto dell’autore.
Lo stesso impianto scenico dell’incisione del Della Bella viene riproposto nell’antiporta di una successiva
edizione del Dialogo di Galilei che vide la luce a Lione nove anni dopo, nel 1641, per le stampe di Jean-Antoine
Huguetan (in Italia l’opera fu pubblicato nuovamente solo nel 1744 a Padova). L’edizione riprende la versione
latina, Dialogus de systemate mundi, curata dal matematico e astronomo Matthias Bernegger e pubblicata nel
1635 a Strasburgo da Elsevier. L’incisione su rame dell’antiporta (185x135mm) non è firmata ma è
riconducibile presumibilmente a Claude Audran, artista parigino che in quegli anni lavorava a Lione e che eseguì
per la stessa edizione anche un ritratto di Galileo. Il tratto dell’incisore francese manca tuttavia della freschezza
del fiorentino e fissa l’incontro dei tre scienziati in un’asettica staticità senza tempo.
Sempre a Stefano della Bella venne affidato l’incarico di realizzare la famosa antiporta (220x152mm) della
prima raccolta delle Opere di Galileo che fu pubblicata a Bologna nel 1656 dagli eredi del Dozza a cura di Carlo
Manolessi. Di questa rara edizione, arricchita dal bellissimo ritratto dell’autore eseguito da Francesco Villamena,
facevano parte molte opere inedite di Galileo possedute dal suo allievo Vincenzo Viviani, ma non comprendeva
gli scritti che erano stati messi all’indice, fra cui il Dialogo. L’elaborazione grafica del progetto dell’antiporta che
inizialmente doveva essere realizzata da Salvator Rosa, fu assai complessa e venne sviluppata all’interno della
corte medicea. Nell’incisione su rame il Granduca, su consiglio di Vincenzo Viviani e degli altri scienziati
fiorentini, intendeva non solo glorificare la famiglia medicea e omaggiare Galileo ormai morto da più di un
decennio, ma alludere chiaramente alle rivoluzionarie tesi copernicane sostenute da Galileo. Facendo un chiaro
riferimento alla sottomissione a cui fu costretto dall’Inquisizione, nel disegno Galileo viene raffigurato
genuflesso davanti alle personificazioni femminili dell’Ottica, dell’Astronomia e della Matematica, le tre scienze
che furono da lui servite e che sono rappresentate sedute su di un trono. Galileo porge all’Ottica il cannocchiale
e la invita a servirsene per osservare la volta celeste dove brilla lo stemma mediceo formato da Giove e dagli
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altri pianeti e sovrastato dalla corona granducale. Con un elaborato gioco simbolico lo stemma dei Medici viene
così a rappresentare anche il sistema eliocentrico. Tutto questo complicato simbolismo viene tuttavia raffigurato
da Stefano della Bella, che si firma con un monogramma in basso a sinistra su una lastra del pavimento, con il
solito tratto delicato che indulge con un contrastato chiaroscuro nelle vaporose pieghe degli abiti, nella
descrizione sottile delle capigliature e sfuma nella marina dello sfondo dove un veliero prende il largo e un
cannone sputa fuoco. Dell’opera si conservano due bei disegni preparatori al Gabinetto Disegni e Stampe degli
Uffizi di Firenze, il n. 8042F e il n. 7991F. In quest’opera l’incisore ci rappresenta dunque lo strumento
universalmente noto per essere stato costruito da Galileo: il cannocchiale, di cui proprio in questi giorni ricorre il
quarto centenario. In realtà ne esisteva già un esemplare in Olanda di cui probabilmente lo scienziato venne in
possesso e che seppe perfezionare notevolmente; con questo nel novembre del 1609 iniziò a osservare il cielo
riuscendo ad avvistare i quattro satelliti di Giove visibili dalla terra (Io, Europa , Ganimede e Callisto), che in
onore ai granduchi furono detti Stelle Medicee. Con il cannocchiale lo scienziato ebbe modo anche di definire la
vera natura della via Lattea, che riconobbe formata da un ammasso di stelle, scoprì le montagne e i crateri
della luna e reperì maggiori informazioni sui moti lunari.
Tutte le nuove scoperte furono rese pubbliche nel Sydereus nuncius, pubblicato per la prima volta nel 1610 a
Venezia scritto in lingua latina perchè rivolto prevalentemente agli addetti ai lavori. Grazie alla fama che ne
trasse, Galileo ottenne un posto di matematico e filosofo di corte a Firenze. Dobbiamo inoltre notare che
quando il Nuncius fu pubblicato nel 1656, nel secondo volume delle Opere, venne corredato da diverse
illustrazioni della luna e un intero capitolo fu dedicato ai “Disegni delle macchie del sole vedute e osservate dal
Sig. Galileo”. In quest’edizione si trovano anche all’interno dei volumi molti altri disegni di pianeti, figure
geometriche, pesi, e nel primo volume una tavola fuori testo raffigurante il compasso geometrico.
Nell’edizione delle Opere del 1718 la ricchezza del volume è sottolineata ancora dalla presenza del ritratto di
Galileo, opera di un anonimo artista fiorentino, e dal bel frontespizio rosso e nero arricchito da un ovale con la
rappresentazione del Granducato di Toscana e del fiume Arno, direttamente derivato dall’Iconologia di Cesare
Ripa. All’interno, ad illustrare le teorie di Galileo si trovano numerosi diagrammi xilografici, molti disegni di
figure geometriche, pianeti e macchie solari. Come nell’edizione del 1656, accompagna il primo volume una
tavola piegata fuori testo con l’incisione del compasso geometrico.
Le edizioni ottocentesche, 1808-1811 e 1842-1856, sebbene molto più voluminose, (contano infatti tredici
volumi ciascuna), appaiono decisamente meno ricche delle precedenti, a cominciare dal formato e dalla
rilegatura. Il ritratto dell’autore accompagna ancora il frontespizio dell’opera ma le illustrazioni non compaiono
più all’interno dei volumi e vengono aggiunte in tavole ripiegate fuori testo: sono ventidue nella pubblicazione
del 1808 e trentacinque in quella del 1842. In quest’ultima edizione inoltre la riproduzione del ritratto e delle
tavole non è più affidata all’incisione ma alla litografia, la nuova tecnica più rapida ed economica di riproduzione
delle immagini che insieme alla fotografia darà nuovo sviluppo all’illustrazione scientifica permettendone una
maggiore divulgazione ma privandola della forza creativa che l’aveva fino ad allora caratterizzata. Per quanto
riguarda la ritrattistica di Galileo nelle opere conservate nella Biblioteca biomedica, troviamo riprodotte sei
diverse immagini del grande scienziato. Galileo Galilei è stato ritratto dai più celebri pittori del suo tempo, come
Santi di Tito, Caravaggio, Francesco Villamena, Domenico Tintoretto, Ottavio Leoni, Domenico Passignano,
Joachim von Sandrart, Claude Mellan e Justus Sustermans, che con i suoi due ritratti, oggi conservati a Firenze
nella Galleria Palatina e nella Galleria degli Uffizi crea quella che, a partire dal primo Ottocento, sarà
universalmente riconosciuta come l’icona galileiana di maggior pregio e verrà ripresa nelle numerose
testimonianze figurative del XIX secolo. Galileo viene cioè raffigurato in età avanzata, “come l’anziano filosofo in
grado di svelare i segreti della natura”.
Fra i ritratti contenuti nei volumi della Biblioteca biomedica troviamo anche opere di mano di questi artisti,
come il “Ritratto in cornice architettonica con elementi allegorici” di Francesco Villamena nel primo volume delle
Opere edito a Bologna nel 1656 ma già precedentemente pubblicato nel 1613 a Roma e ripreso poi da Claude
Audran nell’edizione del Dialogo di Lione nel 1641. Derivante invece dal disegno di Ottavio Leoni è il “Ritratto a
settantotto anni in cornice architettonica con strumenti scientifici”, opera di un anonimo artista del XVI- XVII
secolo; riprese infine dal famoso dipinto del Sustermans sono le tre opere ottocentesche, il “Ritratto in ovale ”,
e il “Ritratto a mezzo busto”, che accompagnano rispettivamente le edizioni delle Opere del 1808 e del 1842 e il
“Ritrattino a mezzo busto” inserito nel primo volume degli “Scritti vari di Galileo Galilei ordinati da Augusto
Conti” del 1864. Quest’ultimi due non sono più tratti da un’incisione ma riprodotti con stampa litografica. Anche
sotto il profilo iconografico, la collezione dei volumi galileiani della Biblioteca biomedica rappresenta pertanto un
paradigma. Lucia Frigenti (Biblioteca biomedica)
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Foto L.Q.
Galilei, Galileo
Discorso al serenissimo don Cosimo II Gran Duca di Toscana intorno alle cose
che stanno in sù l’acqua, ò che in quella si muovono. In Firenze, appresso
Cosimo Giunti, 1612.
73, [3] p. : ill. ; 4º.
Prima delle 2 edizioni del 1612.
Marca (giglio fiorentino sostenuto da 2 putti: Nil candidius) in fine.
Stemma dei Medici sul front.
Si tratta del trattato sui galleggianti, presentato da un discorso tenuto alla Corte
granducale. I peripatetici assalgono Galileo, ricevendo in risposta una difesa dal
discepolo Benedetto Castelli, che si sa essere stata scritta in gran parte dallo stesso
Galileo: Risposta alle opposizioni del S. Lodovico delle Colombe e del S.
Vincenzio di Grazia, contro al Trattato del Sig. Galileo Galilei delle cose che
stanno su l’acqua, ò che in quella si muovono, 1615. Laura Quinto (Biblioteca biomedica)
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Foto L.Q.
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Galilei, Galileo
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano.
Dialogo di Galileo Galilei Linceo matematico sopraordinario dello Studio di
Pisa. E filosofo, e matematico primario del serenissimo Gr. Duca di Toscana.
Doue ne i congressi di quattro giornate si discorre sopra i due massimi sistemi
del mondo tolemaico, e copernicano; proponendo indeterminatamente le
ragioni filosofiche, e naturali tanto per l'vna, quanto per l'altra parte. In
Fiorenza, per Gio. Batista Landini, 1632.
[8], 458, [34] p., [1] c. di tav. : ill., antip. calcogr. ; 4º.
Antip. calcogr. con i tre filosofi (Aristotele, Tolomeo e Copernico) incisa da
Stefano Della Bella (1610-1664).
Iniz. xilogr.
Marca (O 58) sul front.
Quest’opera viene scritta da Galileo tra il 1624 e il 1630 e questa di Firenze del 1632 è la
prima edizione. Il Dialogo è un trattato scientifico in cui Galileo espone la sua tesi a favore del
sistema copernicano, confutando il pensiero tolemaico-aristotelico.
L’opera riscuote un grandissimo successo, tuttavia Galileo era consapevole che stava
rischiando l’avversione della Chiesa. A questo scopo aveva inserito un personaggio fittizio,
Sagredo, con la funzione di moderare il dialogo tra le due parti contrapposte rappresentate da
Salviati, per le idee copernicane eliocentriche (formulate da Niccolò Copernico già nel 1597 e
considerate eretiche perché in contrapposizione con il contenuto della Bibbia), e Simplicio per
quelle aristotelico-tolemaiche secondo le quali era il sole a girare intorno alla terra. Inoltre
Galileo nella prefazione dichiara che, sebbene egli sostenga la validità della teoria copernicana,
tuttavia, da cattolico, crede anche fortemente nella fermezza della terra.
Purtroppo proprio il successo e la amplissima diffusione di questo testo portano a Galileo
numerosi alleati, ma altrettanti nemici, e la viva e sospettosa attenzione della Chiesa nei
confronti dello studioso. Nel 1630 Galileo si era recato a Roma (per la quinta volta) per
sottoporre il Dialogo all’approvazione ecclesiastica suprema e per ottenere la licenza a
stamparlo; verso la fine di giugno Galileo rientra a Firenze con il Dialogo riveduto ed
approvato; a settembre Galileo ottiene dall’Inquisitore generale e dalle podestà civili di Firenze
il permesso di stamparlo in questa città. Nel 1631, dopo vari contrasti, il permesso di stampare
il Dialogo a Firenze arriva anche da Roma. A febbraio 1632, forte dei due visti ufficiali, il
Dialogo viene stampato a Firenze, suscitando enorme clamore, in Italia e fuori; ad agosto il
Dialogo è sequestrato presso il libraio. Il 3 ottobre Galileo è citato da papa Urbano VIII a
comparire davanti al Tribunale del Santo Uffizio a Roma, che lo condanna all’abiura e al carcere
perpetuo, pena poi commutata in relegazione prima nel Palazzo dell’Arcivescovo di Siena, poi
nella villa di Galileo ad Arcetri. Durante il processo Galileo abiura e la sentenza proibisce la
pubblicazione dell’opera, anzi ordina addirittura che venga bruciata e che la sentenza contro lo
scienziato venga letta pubblicamente in tutte le università. Il Dialogo verrà pubblicato in Italia
solo nel 1744 a Padova, preceduto cautelativamente da abiura e sentenza.
Occorre attendere il 1835 per vedere escluse dall’Indice dei libri proibiti le opere di Galileo (e,
per l’occasione, anche quelle di Copernico).
Il Dialogo, insieme al precedente Sidereus Nuncius, costituisce, più di ogni altra opera
galileiana, un’eccezionale testimonianza della lotta di Galileo per liberare la ricerca scientifica
dai vincoli rappresentati dalle interferenze teologiche.
Intorno al 1870, con la pubblicazione completa dei documenti relativi al processo a Galileo,
l’intera responsabilità della condanna viene attribuita alla Chiesa, trascurando il ruolo svolto
dai professori di filosofia del tempo che, per primi, avevano persuaso i teologi del contenuto
eretico della scienza di Galileo.
Nel 1979 papa Giovanni Paolo II chiede un’indagine sulla condanna dell’astronomo, con la
richiesta di cancellarla, vicenda che si conclude solo nel 1992 con il riconoscimento, da parte
della commissione papale, dell’errore del Vaticano. (L.Q.)
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Foto L.Q.
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Galilei, Galileo
Dialogo sopra i due massimi
tolemaico e copernicano
sistemi
del
mondo
Galilaei Galilaei ... Systema cosmicum: in quo dialogis 4. de
duobus maximis mundi systematibus, Ptolemaico & Copernicano,
rationibus vtrinque propositis indefinitè disseritur. Accessit
locorum S. Scripturae cum terrae mobilitate conciliatio.
Lugduni, sumptibus Ioan. Antonii Huguetan, viâ marcatoriâ,
ad insigne Sphaerae, 1641.
[16], 377, [23] p., [2] c. di tav. : ill., antip., ritr. ; 4º.
Front. stampato in rosso e nero.
Marca calcogr. (Sfera armillare. Vniversitas rerum vt pulvis in
manu Iehovae) sul front.
Seconda edizione lionese (la prima è di Strasburgo, 1635) della traduzione
latina, a cura di Matthias Bernegger, dotto umanista e traduttore delle opere
volgari di Galileo, nonché intimo amico di Keplero, dell’edizione del Dialogo
pubblicato a Firenze dal Landini nel 1632.
(L. Q.)
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Foto L.Q.
Claude Audran
Ritratto di Galileo Galilei in cornice architettonica con
elementi allegorici
Il ritratto di Galileo che accompagna l’edizione dei Dialoghi del 1641 è opera dell’artista
parigino Claude Audran (1592-1677).
Si tratta della stampa di un’incisione, 185X130mm, eseguita a bulino.
Il ritratto, delimitato da una cornice architettonica con elementi allegorico-ornamentali, è
racchiuso in un ovale sul cui bordo appare l’ iscrizione: GALILEUS GALILAEI LINCEUS
PHILOSOPHUS ET MATEMATICUS SER.MI HETRURIAE MAGNI DUCIS.
L’Audran riprende il modello e l’impostazione del ritratto del Francesco Villamena che correda
l’edizione delle Opere pubblicate a Bologna nel 1656 dagli eredi del Dozza (già pubblicata nel
1613 e nel 1623). Nella descrizione del volto i tratti si fanno più austeri ma perdono la
naturalezza che caratterizza l’opera dell’artista umbro.
(L.F.)
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Foto L.Q.
Galilei, Galileo
Discorso del S. Galileo Galilei intorno all’arteficio che usò Archimede nel
scoprir il furto dell’oro nella corone di Hierone, in Archimede redivivo con la
stadera del momento del dottor Gio. Battista Hodierna. Dove non solamente
s’insegna il modo di scoprir le frodi nella falsificazione dell’oro, e
dell’argento, ma si notifica l’uso delli pesi e delle misure civili presso diverse
nazioni del mondo, e di questo Regno di Sicilia. In Palermo, per Decio Cirillo,
1644.
Si tratta dell’opera giovanile del 1586 di Galileo La bilancetta, pubblicata postuma per la prima volta in questa
edizione. In questo trattato Galileo descrive dettagliatamente tutto l’iter scientifico e matematico che lo ha portato alla
costruzione della prima bilancia idrostatica per misurare il peso specifico dei corpi. La caratteristica principale di questo
testo è sicuramente il fatto di essere scritto in italiano e non in latino, come era consuetudine che fosse per i trattati
scientifici. Galileo infatti, forte della convinzione della validità del suo ormai consolidato metodo sperimentale e
dell’universalità delle leggi fisiche e matematiche, credeva fosse utile che il suo trattato fosse comprensibile anche ai
non addetti ai lavori. Quest’opera è innanzitutto un chiaro omaggio da parte di Galileo al grande genio di Archimede,
padre di molte importanti scoperte ed invenzioni, nonché pioniere della misurazione del peso specifico dei corpi
mediante l’utilizzo dell’acqua. Galileo, dopo essersi soffermato a lungo sulla descrizione del suo esperimento, spiega
come ha costruito la bilancia idrostatica. Alla fine di questo trattato si trovano inoltre i pesi specifici di metalli preziosi
determinati da Galileo attraverso un rigoroso calcolo matematico, e che infatti sono comparabili con i moderni valori
delle tavole del peso specifico dei corpi. Appendice di don Benedetto Castelli e Annotazioni di don Gio. Batt.
Hodierna, con note manoscritte. (L. Q.)
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Foto L.Q.
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Galilei, Galileo
Opere di Galileo Galilei Linceo nobile fiorentino .... - In questa nuoua
editione insieme raccolte, e di varij trattati dell'istesso autore non più
stampati accresciute. Al serenissimo Ferdinando 2. gran duca di Toscana. In
Bologna, per gli hh. del Dozza, 1656.
2 v. : ill. ; 4º.
La maggior parte delle opere contenute ha front. proprio, datato 1655 o 1656;
alcune hanno anche paginazione e segnatura autonome.
V.1: [24], 29-32, 48, 48, [8], 160, [4], 68, 127, [5], 264, 43, [1] p., [1] p. di tav.,
[1] c. di tav., [1] c. di tav. ripieg. calcogr. : ill., antip. calcogr., 1 ritr. Calcogr.
Antip. incisa da Stefano della Bella.
Ritr. di Galilei a c. χ2v inciso da Francesco Villamena (incisore ca.15661624).
Marca (Serpente su gigli. Novus exorior) sul front.
V.2: [4], 60, 7, [1], 1-105, [3], 105-156 [i.e.157], 48, [8], 179, [3], 53-126
[i.e.132], [8], 238 [i.e. 242], [6] p. : ill.
Errori nella numerazione della terza, sesta ed ultima sesta sequenza di
paginazione.
Si tratta della prima rara edizione dell’Opera omnia di Galileo, curata da Carlo Manolessi, e da
questo dedicata al Granduca di Toscana Ferdinando II de’ Medici.
Nell’introduzione il curatore sottolinea di essere riuscito ad avere dal principe Leopoldo
(cardinale, fratello del Granduca) molti documenti inediti posseduti da Vincenzo Viviani, allievo
di Galileo.
Questa edizione raccoglie, oltre ad opere molto note, anche vari scritti meno conosciuti qui
pubblicati per la prima volta, come la Continuazione del Nunzio Sidereo (che segue il
Sydereus nuncius in apertura del volume secondo) e varie lettere sulle macchie solari in cui
Galileo afferma che il fenomeno della rotazione delle macchie, relativo all’atmosfera del sole,
prova il moto di rotazione del sole su se stesso.
Non comprende invece gli scritti che erano stati messi all’Indice: il Dialogo dei Massimi
Sistemi e la Lettera a madama Cristina di Lorena intorno alla retta interpretazione
della Sacra Scrittura nelle dispute scientifiche, 1615. Quest’ultima, senz’altro la lettera
più importante e più famosa di Galileo, indirizzata a Maria Cristina di Lorena, granduchessa
vedova di Toscana, è in realtà un discorso apologetico espresso in forma di lettera, scritto dallo
scienziato per difendersi dalle accuse che gli venivano mosse in materia di fede e per chiarire
meglio le opinioni già espresse in una lettera del 21 dicembre 1613 a Benedetto Castelli:
Galileo propone di distinguere l’ambito della verità di fede da quello della conoscenza
scientifica e si pronuncia a favore di un’interpretazione non letterale dei passaggi biblici relativi
alla costituzione dell’universo.
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Nello stesso 1615 tuttavia inizia il procedimento del S. Uffizio contro Galileo, per istanza del
frate Caccini, dell’Ordine di S. Domenico. Il 5 marzo 1616 la dottrina di Copernico intorno al
movimento della terra è proibita con decreto della Congregazione dell’Indice.
Il Nunzio sidereo, che aveva provocato tanto clamore in Europa e che aveva ispirato una
bellissima dissertazione di Keplero, era stato pubblicato a Venezia nel 1610. In questa opera il
messo siderale annuncia novità eclatanti in campo astronomico. Galileo qui rivela i risultati
delle osservazioni telescopiche, effettuate quotidianamente e minuziosamente descritte, grazie
allo strumento del cannocchiale, da lui stesso approntato l’anno precedente: dà notizia della
scoperta dei quattro satelliti di Giove (pianeti medicei, ovvero Io, Europa, Ganimede e Callisto,
oggi comunemente chiamati “medicei” in onore di Cosimo de’ Medici a cui Galileo dedica la sua
scoperta; in realtà i satelliti di Giove sono 63), delle montagne e crateri della luna, delle fasi
lunari e delle macchie solari. Fra tutte le scoperte, quella dei satelliti di Giove è quella di
maggiore impatto, ed è per questo motivo che lo scienziato, che da tempo cercava la
protezione di un principe per poter continuare i suoi studi senza l’obbligo dell’insegnamento, li
chiama Stelle Medicee, consacrandoli alla casa Medici, e a Cosimo II in particolare, suo allievo
negli anni precedenti, diventato nel frattempo granduca di Toscana.
Quest’opera scientifico-astronomica è scritta interamente in latino e si snoda in quattro
giornate, durante le quali Galileo annota gli spostamenti dei quattro satelliti intorno al pianeta
Giove.
In seguito al grande successo riscosso da quest’opera, nel luglio 1610 Galileo viene nominato
da Cosimo II matematico primario dello Studio di Pisa e matematico e filosofo granducale.
(L. Q.)
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Foto L.Q.
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Foto L.Q
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Francesco Villamena
Ritratto di Galileo Galilei in cornice architettonica con
elementi allegorici
Il ritratto di Galileo che accompagna l’edizione bolognese del 1656 fu eseguito
dall’artista umbro Francesco Villamena (1566-1624). Si tratta della stampa di
un’acquaforte eseguita a bulino, 205x150mm. Il ritratto, delimitato da una
cornice architettonica con elementi allegorico-ornamentali, è racchiuso in un
ovale sul cui bordo appare l’ iscrizione: GALILEO GALILEI LINCEO FILOSOFO E
MATEMATICO DEL SER.MO GRAN DUCA DI TOSCANA. L’incisione era stata
pubblicata per la prima volta nel 1613 a Roma dall’Accademia dei Lincei a
corredo del Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e
successivamente sempre dallo stesso editore nel 1623 ne Il Saggiatore. Nella
prima edizione del 1613 l’incisione compare senza la firma che invece
ritroviamo nelle edizioni successive del ’23 e del ’56. In considerazione anche
delle differenze stilistiche che compaiono tra il ritratto e il frontespizio del
Saggiatore, che presenta un’esecuzione più raffinata e quindi da ricondursi più
sicuramente all’artista umbro Francesco Villamena (1566-1624), nei primi anni
del Novecento si era messa in discussione l’attribuzione del ritratto all’artista
umbro. Gli studi più recenti, tuttavia, pur evidenziando la difficoltà di definire
l’opera del più importante dei seguaci di Agostino Carracci, non confermano
queste teorie.
Un’altra considerazione da fare è invece quella relativa all’espressione del volto
di Galileo che, com’è stato notato, appare quasi grottesco e forse poco
riverente per un personaggio così illustre, ma si tratta dello stile ironico ed
estroso del Villamena che fissa sul modello del ritratto inciso cinquecentesco
dei tratti di “minuto realismo”. Inoltre il ritratto sembra ritrarre un uomo
troppo in là con gli anni, se datato 1613, quando Galileo aveva 49 anni, per cui
è stato supposto che l’incisione sia stata eseguita nel 1623 per l’edizione del
Saggiatore e, in quell’occasione, inserita a corredo degli esemplari rimasti della
cospicua tiratura dell’opuscolo dell’Istoria. (Dalla scheda di Mauro Bernardini, Biblioteca
Universitaria di Pisa)
Vorremmo infine rimarcare un’interessante particolarità. Confrontando il
ritratto della Biblioteca biomedica con altri esemplari della stessa edizione, ad
esempio quello conservato alla Biblioteca di Tolosa, si notano alcune leggere
differenze. Nell’esemplare francese il volto di Galileo risulta più convenzionale,
più canonico con l’espressione degli occhi meno viva e soprattutto manca del
sorriso beffardo che caratterizza l’incisione conservata alla Biblioteca
biomedica. Si può supporre quindi che il Villamena avesse realizzato almeno
due versioni leggermente diverse del ritratto. (L. F.)
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Foto L.Q.
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Galilei, Galileo
Opere di Galileo Galilei nobile fiorentino primario filosofo, e matematico del
serenissimo Gran Duca di Toscana. In Firenze, nella Stamp. di S.A.R. per Gio.
Gaetano Tartini e Santi Franchi, 1718. 3 v. : ill. ; 4°
Tomo 1: Nuova edizione coll'aggiunta di varj trattati dell'istesso autore non
piu' dati alle stampe.CXII, 628, [1] p., [1] c. di tav. : ill. ; 4°.
Tomo 2: Nuova edizione coll'aggiunta di varj trattati dell'istesso autore non
piu' dati alle stampe. [8], 722, [1] p. : ill.
Tomo 3: Nuova edizione coll'aggiunta di varj trattati dell'istesso autore non
piu' dati alle stampe. [54], 484, [4] p. : ill.
Si tratta della prima delle due edizioni settecentesche delle Opere. Questa edizione è diretta da
Tommaso Buonaventuri, che vi premette una Prefazione universale, e corredata dalle note
del matematico Guido Grandi; alla prefazione segue la Vita di Galileo. I primi due volumi
riproducono i testi pubblicati nel 1656 a Bologna; il terzo invece raccoglie tutti scritti inediti
provenienti principalmente da Jacopo Panzanini, erede di Vincenzo Viviani.
Anche in questa edizione mancano il Dialogo e la Lettera a Cristina di Lorena; per la
prima volta, invece, i Discorsi sono accompagnati anche dalla Giornata sesta, Della forza
della percossa, e dalla Giornata quinta, Sopra le definizioni delle proporzioni di
Euclide. (L.Q.)
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Foto L.Q.
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Anonimo,
Ritratto di Galileo Galilei a 78 anni in cornice
architettonica con strumenti scientifici
Il ritratto di Galileo che accompagna l’edizione delle Opere del 1718 si deve ad
un artista anonimo del XVII- XVIII secolo.
Si tratta della stampa di un’acquaforte eseguita a bulino 207x144 mm. Il
ritratto, delimitato da una cornice architettonica è racchiuso in un ovale sul cui
bordo appare l’ iscrizione: GALILEUS GALILAEI
FLORENTINUS ANNUM AGENS LXXVIII.
L’anonimo autore dell’incisione, probabilmente fiorentino, si ispira al disegno
eseguito da Ottavio Leoni nel 1624 e conservato alla Biblioteca Marucelliana di
Firenze. L’incisione inquadra l’ovale in una cornice architettonica posta su un
piedistallo al centro del quale si trova lo stemma della famiglia Galilei e un
fascio di strumenti scientifici. (Dalla scheda di Mauro Bernardini, Biblioteca Universitaria di Pisa)
(L.F.)
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Foto L.Q.
Galilei, Galileo
Opere di Galileo Galilei nobile fiorentino. Milano, dalla Società tipografica
de' classici italiani contrada del Cappuccio, 1808-1811.
13 v. : ill. ; 8°
Tavole ripiegate con illustrazioni di macchie solari (vv. 4, 5, 6 e 7), figure geometriche (vv. 1,
2, 3, 6, 8, 9, 10 ,12), pianeti (vv.4, 7). I primi dodici volumi riproducono sostanzialmente
l’edizione di Padova; anche qui viene pubblicata la condanna di Galileo, i Dialoghi de’
massimi sistemi, “alcune lettere, ed alcuni pregiabili e rari opuscoli, che non sono
nell’edizione padovana … talché noi ci crediamo in diritto di poterci lusingare che la nostra
edizione avrà così un pregio sulle antecedenti tutte”. Tuttavia,“questa edizione, sebbene più
copiosa delle precedenti, meritò assai minore considerazione di quelle, sì perché nulla produsse
d’inedito, e sì perché nulla aggiunse alle fatiche de’ suoi predecessori in fatto di ordinamento e
di illustrazioni. Cede poi di gran lunga alle altre sotto il rispetto della correzione e della
diligenza tipografica”, come nota Eugenio Albèri nella prefazione all’edizione del 1842. (L.Q.)
Paolo Caronni
Ritratto in ovale di Galileo
Il ritratto di Galileo che accompagna l’edizione delle Opere del 1808 fu inciso dal lombardo
Paolo Caronni (1779-1842).
Si tratta di una stampa a bulino, 155x103 mm. Sotto l’ovale del ritratto la scritta: Paolo
Caronni incise/ Galileo Galilei.
L’incisione è tratta dal dipinto di Giusto Sustermans eseguito nel 1636 e conservato alla
Galleria degli Uffizi. (Dalla scheda di Mauro Bernardini, Biblioteca Universitaria di Pisa) (L.F.)
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Foto L.Q.
Galilei, Galileo
Le Opere di Galileo Galilei.- prima edizione completa condotta sugli autentici manoscritti
palatini [per opera di Eugenio Alberi] e dedicata a S.A.I. e R. Leopoldo II, Granduca di Toscana.
Firenze, Società editrice fiorentina, 1842-1856.
13 v.; 22 cm.
Edizione limitata alle sole opere scientifiche, ha come direttore Eugenio Albèri ed è la prima edizione che utilizza le
fonti. “Nella presente edizione non solo vede finalmente la luce quanto ancora giaceva inedito … non solo le cose già
edite vengono nuovamente e con ogni diligenza raffrontate, sia coi manoscritti, sia con esemplari corretti di mano
dell’Autore, onde largamente si avvantaggiano sopra tutte le precedenti edizioni; ma si fa luogo eziandio delle scritture
contemporanee … e il tutto si arricchisce di tavole, di note, di illustrazioni, di indici …”.
Nel supplemento viene inserita un’appendice relativa al processo di Galileo.(L.Q.)
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Foto L.Q.
Anonimo
Ritratto a mezzo busto di Galileo Galilei
Il ritratto di Galileo che accompagna l’edizione delle Opere di Galileo Galilei del 1842, tratto
dal dipinto di Giusto Sustermans, è opera di un artista anonimo, probabilmente fiorentino, del
secolo XIX. Si tratta di una litografia impressa su carta di Cina, 105x100mm. Sotto l’immagine
a sinistra si trova la scritta: “Firenze, Lit. Ballagny”. Sappiamo che Niccolò Fontani eseguì tra
gli anni ‘20 e ‘40 dell’Ottocento due ritratti di Galileo, uno dei quali venne stampato proprio
dalla litografia Ballagny, ma non siamo in grado di stabilire se l’autore di questo ritrattino dai
tratti delicati ma ben definiti debba ricondursi al Fontani. (L.F.)
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In mostra sono stati esposti anche i seguenti volumi:
Galileo Galilei
Due lettere Galileo Galilei [Di Roma alli 22 aprile 1611; Lettera al cardinal Barberini di
Firenze li 13 di ottobre 1632] ed una del Keplero inedite con note di Pietro Bigazzi.
Firenze, presso l’editore Condotta, 1841.
[Due sonetti e quattro madrigali di Galileo] in Miscellanea di cose inedite o rare raccolta e
pubblicata per cura di Francesco Corazzini. Firenze, tip. Di Tommaso Baracchi, 1853.
Lezioni di Galileo Galilei intorno la figura, sito e grandezza dell’Inferno di Dante Alighieri, in
Studi sulla Divina Commedia, di Galileo Galilei, Vincenzo Borghini ed altri; pubblicati per
cura ed opera di Ottavio Gigli. Firenze, Felice Le Monnier, 1855.
Scritti vari di Galileo Galilei ordinati da Augusto Conti. Firenze, G. Barbèra, 1864.
Il Saggiatore di Galileo Galilei. Firenze, G. Barbèra, 1864.
Epistolario di Galileo Galilei. Volume 2. In Livorno, coi tipi di Franc. Vigo, 1872.
Dialoghi sui massimi sistemi tolemaico e copernicano di Galileo Galilei. Milano, Edoardo
Sonzogno, 1883.
Benedetto Castelli
Risposta alle opposizioni del S. Lodovico delle Colombe e del S. Vincenzio di Grazia,
contro al Trattato del Sig. Galileo Galilei delle cose che stanno su l’acqua, ò che in
quella si muovono. In Firenze, appresso Cosimo Giunti, 1615.
Vincenzo Viviani
De maximis,et minimis geometrica divinatio in Quintum conico rum Apolloni Pergali
adhuc desideratum. Ad serenissimum Ferdinandum II magnum ducem Etruriae. Liber
primus. Auctore Vincentio Viviani. Florentiae, apud Ioseph Cocchini, 1659.
Quinto libro degli Elementi d'Euclide, ovvero Scienza universale delle proporzioni
spiegata colla dottrina del Galileo, con nuov'ordine distesa, e per la prima volta
pubblicata da Vincenzio Viviani ultimo suo discepolo. Aggiuntevi cose varie, e del
Galileo, e del Torricelli ... con altro che dall'indice si manifesta. In Firenze, alla
Condotta, 1674-[1676].
Giovanni Targioni Tozzetti
Notizie degli aggrandimenti delle scienze fisiche accaduti in Toscana nel corso di anni 60 del
secolo 17. raccolte dal dottor Gio. Targioni Tozzetti. Tomo primo \- quarto! Firenze : si
vende da Giuseppe Bouchard libraio in Mercato nuovo, 1780.
Giuseppe Palagi
Del dito indice della mano destra di Galileo. Firenze, Le Monnier, 1874.
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Suggestioni e testimonianze nell`anno galileiano