Luca Martinelli
SALVIAMO
IL PAESAGGIO!
Manuale per cittadini e comitati:
come difendere il nostro territorio
da cemento e grandi opere inutili
“Salviamo il paesaggio!”
© Altra Economia Soc. Coop.
Corso Lodi 47 - 20139 Milano
Tel. 02-89.91.98.90, e-mail: [email protected]
Seconda edizione: luglio 2013
Isbn: 9788865160930
Autore: Luca Martinelli
Editing: Massimo Acanfora, Stefano Aicardi
Progetto grafico: Laura Anicio
Illustrazione di copertina: Anna Godeassi, www.annagodeassi.it
Stampa: Me.Ca. Srl - Località Ponte Vexina - Recco (Ge)
Il catalogo dei libri di Altreconomia
è sul sito: www.altreconomia.it/libri
Indice
Introduzione
Il paesaggio interiore
p.5
di Carlo Petrini
Capitolo 1
La resistenza: organizzarsi per salvare il paesaggio
p.9
Capitolo 2
L’accesso agli atti e la trasparenza: sapere per agire
p.22
Capitolo 3
I comitati locali: una cassetta degli attrezzi
p.32
Capitolo 4
Il dizionario per resistere al cemento: 10 parole chiave
p.41
Mappare
p.43
In/formare
p.48
Riutilizzare
p.52
Simboleggiare
p.57
Manifestare
p.61
Ri-progettare
p.66
Tutelare (giuridicamente)
p.71
Giustapporre
p.77
Presidiare
p.82
Aggregare/Partecipare
p.86
Intervista a Sandro Mortarino
Il Forum e la rete che lottano contro il consumo di suolo p.91
Bibliografia
p.94
Questa seconda edizione di “Salviamo il paesaggio!” è
dedicata a Dario Ciapetti, sindaco virtuoso di Berlingo, nel
bresciano. Era sua la prima firma nella lettera con cui - insieme
ad altri sindaci del territorio - chiedeva a Regione Lombardia di
non trasformare l’ennesima cava in discarica: un appello che
ho pubblicato nell’edizione 2012 di questo libro.
Dario è morto improvvisamente, a dicembre 2012, ed io non
avevo ancora risposto al suo invito: “Ci sarà tempo per
presentare ‘Salviamo il paesaggio!’, non preoccuparti” m’aveva
detto. È un tempo che purtroppo ci è mancato, ma non
preoccuparti Dario: continueremo anche per te, con l’energia
che ci hai insegnato e la tua determinazione. Ciao!
Grazie: un contributo fondamentale alla realizzazione di questo
libro lo hanno fornito Giuseppe Dini e Duccio Facchini.
Il primo - insegnante e membro del direttivo regionale del Wwf nelle
Marche - gestice il sito www.educambiente.it, e ha curato il
secondo capitolo. Il secondo - collaboratore della rivista
Altreconomia - ha realizzato per il numero di aprile 2012 un
reportage sui Comuni virtuosi a consumo di suolo zero.
Prefazione
Il paesaggio
interiore
di Carlo Petrini,
fondatore di Slow Food
Negli anni 50, poco dopo la Seconda Guerra Mondiale,il poeta Andrea Zanzotto - scomparso non da molto - ebbe a scrivere: “Dopo
i campi di sterminio, stiamo assistendo allo sterminio dei campi”.
Un gioco di parole molto violento, ma quanto mai lucido. Del resto i poeti sanno leggere la realtà e guardare avanti come nessun
altro: lo sterminio dei campi è iniziato in quegli anni e poi non si è
più fermato. Anzi, si è intensificato a tal punto da diventare palese
ovunque, e non c’è più parte della nostra Italia che si salvi.
Questo libro è ricco di dati e di storie che lo dimostrano, e che
tuttavia sono soltanto una parte di un tutto dalle proporzioni più
grandi. Un disastro nazionale come pochi altri nel secondo dopoguerra; un disastro che non soltanto riguarda colate di cemento
inaudite, ecomostri, città che si sviluppano male e troppo, speculazioni e malaffari, mercato immobiliare gonfiato, scempi naturalistici: ciò che ne soffre terribilmente prima di tutto è l’agricoltura, e
quindi ne soffre il nostro paesaggio.
Lego immediatamente agricoltura e paesaggio perché trovo che
la giusta indignazione per l’invasione del cemento non evidenzi
ancora abbastanza come questa spinta inarrestabile stia com5
promettendo per sempre uno dei beni comuni più importanti del
nostro Paese: il terreno fertile. E con esso in primis l’agricoltura:
il settore umano-economico più martoriato, deteriorato, svilito,
abbruttito d’Italia. È ciò che ci dà cibo, ciò che ci garantisce il
nutrimento ma anche la salvaguardia di una biodiversità unica, intrinsecamente legata al saper fare umano, ad antiche tecniche di
produzione, alla trasformazione della natura in cultura. Non si tratta
soltanto di piacere e dell’orgoglio per una gastronomia che tutti ci
invidiano: parliamo di un comparto economico decisivo, rilevante
anche in una visione prospettica, se si pensa a come possa tradurre tutto il suo fare in buone pratiche sostenibili. In una parola si
potrebbe tradurre il tutto con “identità”: le nostre realtà locali, il cibo
cui si legano i modi di vivere e rapportarsi agli altri, ciò che siamo
come italiani. E questo è il paesaggio, non soltanto connotato in
senso estetico.
Non soltanto bellezza pura. È bellezza esteriore ma soprattutto interiore, perché l’antropizzazione del paesaggio ci dice chi siamo e
ci garantisce posti in cui sia bello vivere. Vivere è mangiare, lavorare, riposarsi, relazionarsi, conoscere: stare bene.
Un bel paesaggio è il risultato di un’armonia più profonda che ci
parla anche di chi lo vive, chi lo plasma, chi ne gode. Per me parlare di paesaggio è come parlare di piacere, e lo dico da presidente
del movimento internazionale Slow Food, il “movimento per la tutela e il diritto al piacere”. Non possiamo non educarci a riconoscere
questo piacere, imparare a scegliere, a inseguire quella qualità
che a Slow Food abbiamo riassunto in uno slogan, “buono, pulito
e giusto”: un piacere alimentare organolettico e culturale ma anche
sostenibilità ecologica e giustizia sociale nei processi di filiera.
Sbaglia chi pensa alla gastronomia come l’ambito esclusivo del
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buon mangiare inteso nel senso classico del gourmet, così come
sbaglia chi pensa al paesaggio come mero elemento estetico
da contemplare. La gastronomia è una scienza multidisciplinare
che riguarda l’economia, l’ecologia, le scienze sociali, la storia e
la memoria, l’agricoltura e la zootecnia, la produzione di energia,
la chimica, la botanica, l’antropologia e altro ancora. E anche il
paesaggio è “multidisciplinare”: va letto nelle sue connotazioni più
profonde, non ci si può fermare alla contemplazione così come nel
cibo non ci si può fermare alle sensazioni gustative. I sensi sono
solo il punto di partenza, perché il loro risveglio e il loro allenamento ci permettono di vedere meglio la realtà.
Ecco perché mi sono fatto promotore insieme all’associazione che
rappresento delle campagne “Salviamo il paesaggio” del “Forum
italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio”. Ecco perché
sono felice di introdurre questo libro prezioso. Perché così com’è
sbagliato pensare che chi tutela la qualità alimentare tuteli soltanto
cibi rari e d’eccellenza, e per questo difficilmente accessibili, è
altrettanto sbagliato cercare di tutelare il paesaggio solo quando
questo rappresenta qualcosa di straordinario. Come noi di Slow
Food lavoriamo per la qualità del cibo quotidiano, così crediamo
che il paesaggio di qualsiasi luogo sia l’espressione di buone produzioni agricole, di un vivere compiendo atti e attività “buoni, puliti
e giusti”, che tutti possiamo fare. Azioni che riguardano l’agricoltura, ma anche il consumare, le nostre scelte quotidiane.
“Mangiare è un atto agricolo”, ha scritto a questo proposito il mio
amico Wendell Berry, agricoltore e poeta del Kentucky: una frase
che ben ci richiama alle nostre responsabilità individuali. Possiamo tranquillamente parafrasare dicendo che “mangiare è un atto
paesaggistico”, e questa è politica pura, nel suo senso più alto e
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nobile, partecipativo, privo di secondi fini, nell’interesse comune.
L’esperienza di “Salviamo il paesaggio”, lentamente ma con grande determinazione, dopo un paio di anni ha già dato i primi frutti:
il tema è entrato ufficialmente nelle stanze della politica, è stato
posto all’attenzione dei Governi attraverso diversi disegni di legge,
più o meno giusti, più o meno efficaci. Il solo fatto che l’attenzione per la tutela dei suoli fertili si stia diffondendo nelle istituzioni e
nella società, tra le associazioni di categoria e anche tra i semplici
cittadini, ci spinge a continuare la battaglia e a non moderare il
nostro impegno.
Questo libro si rivela un altro strumento indispensabile per orientare la nostra azione, per renderla consapevole e competente. Ci
richiama alle nostre responsabilità ma ci indica anche i modi per
fare pressione, per agire concretamente. Fermare il cemento e il
consumo di suolo fertile deve diventare una delle priorità di un Paese che si voglia chiamare civile, lo scempio è andato troppo avanti
ed è ora di porre un limite, di prendere coscienza dei nostri limiti:
il suolo non è l’unico ambito in cui li abbiamo superati, e nessuno
di questi “campi” (agricoltura, economia, finanza, clima, ambiente,
salute pubblica, omologazione culturale, tutela della biodiversità e
delle bellezza) è disgiunto dagli altri.
Ci vuole una visione che potremmo definire “olistica”, un nuovo
paradigma. Richiamarci all’azione - partendo dai sensi - è un richiamarci alla politica, a un nuovo modo di fare e pensare, che
ci restituisca prima di tutto il nostro paesaggio interiore, la nostra
identità. Ciò che probabilmente alla fine ci farà vivere un po’ più
felici.
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Capitolo 1
La resistenza:
organizzarsi per
salvare il paesaggio
Se fosse un videogame, sullo schermo sarebbe già comparsa la
scritta game over. Se fossimo su un ring, l’arbitro dovrebbe decretare un “knock out tecnico” all’ennesima, inutile ripresa.
Dobbiamo tutti prenderne atto: la cura del cemento è finita. E come
ogni organismo che ha assunto medicine in eccesso, l’Italia - la nostra amata “Repubblica fondata sul cemento” - è gravemente intossicata. È tempo di correre ai ripari: perché fermare l’“onda grigia” ora, subito - è solo il primo passo di una terapia di lungo periodo,
che potrà forse salvare qualcosa dell’Italia com’era.
Prima di iniziare a girare il Paese in lungo e in largo, per raccontare
storie ed esempi di “resistenza” quotidiana, fissiamo bene in testa
i “numeri”. I dati, impietosi, della crisi: secondo le stime della Fillea Cgil, diffuse a metà aprile 2013 a partire dai dati Istat, “sono ormai 21 trimestri consecutivi che non si vede in edilizia un segno positivo”, e questo è confermato dal tracollo della produzione, -30%.
Secondo il sindacato sono 60mila le imprese chiuse, e 500mila i
posti di lavoro persi.
L’Ance, Associazione nazionale dei costruttori edili, a metà maggio
2013 parla di “bollettino di guerra”, e per bocca del proprio presi9
dente Paolo Buzzetti, sottolinea: “Gli argini si stanno rompendo e
il sistema non regge più”. L’analisi congiunturale dell’Ance non fa
sconti: “In sei anni, dal 2008 al 2013, il settore avrà perso circa il 30%
degli investimenti e si colloca sui livelli più bassi degli ultimi quaranta anni”. È un crollo rovinoso, che coinvolge un po’ tutti i comparti:
-54,2% per l’edilizia residenziale; -31,6% per l’edilizia non residenziale; meno 42,9% per le opere pubbliche.
L’unico segno positivo viene dal comparto della riqualificazione
dell’edilizia residenziale, che è cresciuto del 12,6%: un segnale, questo, cui guardare con attenzione, perché da ciò dipendono la sostenibilità economica del settore delle costruzioni, e il suo salvataggio
(che potrà essere favorito anche da interventi dell‘esecutivo).
Fabbricare case per il mercato, insomma, non solo non serve ma
nemmeno conviene: secondo stime di Nomisma, tra il 2001 e il 2011
sono stati costruiti ben 670mila alloggi rimasti invenduti o mai immessi sul mercato. I dati dell’Agenzia del territorio spiegano che nel
2012 le compravendite nel settore immobiliare sono state 444.018
e segnano un -25,8% rispetto al 2011.
Se dal prodotto finito passiamo poi alla materia prima per eccellenza, cioè il cemento, il risultato non cambia: la contrazione dei consumi tocca, a fine 2012, il -45% rispetto al “picco” del 2006, e un
-22% sul 2011 (Aitec).
È ormai così lampante che non si possa più tornare indietro, che la
famiglia Pesenti - che controlla il principale operatore dell’industria
del cemento, Italcementi - a metà aprile ha annunciato ai soci che
nel triennio ridurrà da 17 a 8 il numero degli impianti attivi sul territorio nazionale, consapevole di un trend ormai incontrovertibile.
Davvero, in questo caso si può usare il motto T.I.N.A., There is no
Alternative.
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Che cosa fare allora?
In primis va ripensato il rapporto tra “cemento” e “sviluppo”, a favore del bene comune.
Il bene del paesaggio, violato senza tregua per assecondare il circolo vizioso cave-cemento-cementificazione; il bene dei lavoratori
di tutto il comparto, per i quali è indispensabile immaginare un’alternativa; il bene delle famiglie italiane, infine, i cui risparmi sono
spesso immobilizzati in una “casa”, i cui valori già in discesa rischiano di sprofondare nelle sabbie mobili allorché sarà scoppiata
la “bolla immobiliare”. Un momento che non è lontano: secondo i
dati forniti dal Cresme e dalla Banca d’Italia, le “case degli italiani”, che nel 2007 valevano 7.029 miliardi di euro, oggi ne valgono
4.546. Le abitazioni rappresentano ben l’84% della ricchezza “reale” delle famiglie italiane, cioè oltre la metà di quella complessiva del Paese: siamo di fronte a un’Italia che rischia di crollare dalle
fondamenta. Lo dice anche la Banca d’Italia: “La ricchezza complessiva lorda delle famiglie è in diminuzione. Sulla componente reale pesa il calo dei prezzi degli immobili, parzialmente compensato
dagli investimenti in nuove costruzioni”.
Questo manuale è una “scatola degli attrezzi” - già testati con successo - per chi vuole opporsi alla cementificazione.
Un viaggio attraverso le esperienze dei comitati che in tutto il Paese lavorano per “salvare il paesaggio” e le cui azioni sono ricche
di spunti per tutti. Un panorama delle amministrazioni coraggiose
che preferiscono gli onori della tutela del suolo agli oneri di urbanizzazione nel loro bilancio.
Il “consumo di suolo zero” è infatti la prima risposta alla “bolla”.
Non costruire è tutt’altro che una vuota enunciazione o uno slogan
elettorale buttato nella grande betoniera dei media.
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Prima di partire per conoscere meglio l’Italia che resiste, ricordiamo ancora un paio di date e continuiamo a “dare i numeri”. Ci saranno utili.
Cominciamo da metà febbraio 2013: a Milano, migliaia di caschi
gialli vengono posati sull’asfalto di piazza Affari. Viene celebrata
così “la giornata della collera”, un’iniziativa promossa da tutti i settori coinvolti nella filiera.
Una manifestazione a tesi: “La filiera delle costruzioni è una leva per
far ripartire il motore economico italiano”.
La tesi è discutibile, d’accordo, ma appare tuttavia fondata su alcune richieste condivisibili, come quella di modificare le regole del
Patto di stabilità interno, quel provvedimento che intervenendo sul
rapporto tra investimenti e debito degli enti locali di fatto ne blocca
la capacità di spesa, e su altre assolutamente fuori luogo, come
quella di “riportare le banche al loro ruolo di partner del sistema imprenditoriale e delle famiglie”.
Se gli istituti di credito non si fidano più di chi costruisce è perché,
come spiega Banca d’Italia nel “Rapporto di stabilità 2012” (reso
pubblico il 29 aprile 2013) “il settore immobiliare registra un calo dei
prezzi e delle compravendite. Sulle prospettive di breve periodo gravano la difficile fase congiunturale e le tensioni nell’offerta di mutui.
I rischi per il sistema bancario sono riconducibili prevalentemente
alle esposizioni verso le imprese di costruzione”.
Il problema si chiama incaglio, sofferenza, e siccome rischia di trasformarsi in qualcosa di ben più grave, cioè un credito inesigibile,
le banche hanno tirato il freno a mano. Come dar loro torto?
A fine 2011, secondo i dati della Banca d’Italia, l'incaglio superava
comunque i 170 miliardi di euro, con un livello di “sofferenze” (di
crediti a rischio, cioè) di 17,7 miliardi. E la situazione è andata peg12
giorando. Anche i numeri della cementificazione offrono uno spaccato e una fotografia (in grigio) dell’ex Belpaese: secondo l’Agenzia ambientale europea, tra il 1991 e il 2011 ogni anno il territorio
urbanizzato è cresciuto di 8.500 ettari; secondo l’Istat, tra il 1990 e
il 2005 il Paese ha perso 3 milioni di ettari di territorio, un terzo dei
quali agricolo; le quattro regioni “censite” dal Centro di ricerca sui
consumi di suolo - Lombardia, Emilia Romagna, Friuli-Venezia Giulia
e Sardegna - “ogni anno assistono complessivamente alla cementificazione di circa 10mila ettari di territorio, una superficie grande
due volte la città di Brescia. Di questo suolo cancellato, ben 5mila
ettari sono ambienti naturali, aree a vegetazione spontanea” (www.
consumosuolo.org).
C’è anche chi guarda oltre: secondo Fai e Wwf, che a fine gennaio 2012 hanno presentato il rapporto “Terra rubata, viaggio nell’Italia che scompare”, la superficie di terreno libero che viene occupato (o convertito) ogni giorno è pari a oltre 75 ettari, “il che porta
a uno scenario di circa 600mila ettari di superfici impermeabilizzate nei prossimi vent’anni”. Sarebbe un quadrato di circa 80 chilometri di lato.
Da questi numeri derivano i “nodi” che strangolano il settore edile.
Sono tre quelli che si sono pericolosamente intrecciati.
Il primo. Si è costruito troppo, e spesso lo si è fatto in variante o in
deroga agli strumenti urbanistici vigenti. Si è costruito a debito (è il
secondo). Questo comporta che i prezzi finali degli immobili, che incorporano anche l’interesse pagato dall’immobiliarista alle banche
che di lui si sono “fidate”, risultino troppo alti (è il terzo nodo) per le
tasche dei giovani italiani e dei nuovi italiani (le famiglie immigrate),
complice anche la stretta sui mutui erogata dalle banche.
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Esemplare il commento al riguardo di Fabiana Megliola, responsabile dell’ufficio studi di Tecnocasa, rete di franchising immobiliare:
c’è “difficoltà d’incontro tra domanda e offerta”, spiega. Poi la traduce, per chi non avesse capito: “C’è più offerta, più scelta. I potenziali acquirenti girano, girano. E i tempi di vendita si dilatano”. Insomma, nemmeno chi cerca casa la trova. Le compravendite, che
come abbiamo già visto nel 2012 sono state 444.018, avevano toccato nel 2006 quota 869.308, quasi il doppio.
Eppure in Italia non sembra possibile mettere in discussione la “cura
del cemento”, proposta come unico modello di sviluppo.
Non ci hanno nemmeno provato i “tecnici” che hanno governato
il Paese a cavallo tra la fine del 2011 e i primi mesi del 2013: anzi
hanno introdotto una serie di norme che applicano un solo concetto, tecnicamente parlando: “Raschiare il fondo del barile”.
Nella lista c’è ad esempio il cosiddetto “Piano città”, quello che mette a disposizione risorse pubbliche non per il recupero ma per la valorizzazione di aree ed edifici dismessi. C’è poi anche la norma che
ha eliminato il vincolo di spesa per il Fondo iniziative per l’abitare di
Cassa depositi e prestiti, quello che promuove iniziative di housing
sociale, l’edilizia residenziale privata e non pubblica; un meccanismo che non risponde all’esigenza del diritto alla casa e interviene
tendenzialmente su suoli liberi.
Passando alle infrastrutture, spaventa l’introduzione del project
bond, un meccanismo di finanziamento delle “grandi opere” mediante l’emissione titoli di debito da parte di “società di progetto” impegnate nella realizzazione delle stesse, che potrà provocare grandi danni. Per le stesse realtà è previsto uno sgravio fiscale
che “sconta” il pagamento dell’Imposta sul valore aggiunto (Iva),
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dell’Imposta sul reddito delle società (Ires) e dell’Imposta regionale sulle attività produttive (Irap).
Queste scelte portano a considerare i Pesenti, principali azionisti di
Italcementi, imprenditori illuminati: nella lettera agli azionisti di metà
aprile riconoscono quanto da anni Altreconomia denuncia: “Il mercato italiano del cemento continua a essere caratterizzato da una
sovracapacità produttiva rispetto a una domanda che si è allineata
ai livelli della fine degli anni Sessanta. L’anno scorso le aspettative
di un’inversione della tendenza negativa che aveva caratterizzato il
settore delle costruzioni a partire dal 2008 - afferma il presidente di
Italcementi -, si sono allontanate a causa dell’aggravarsi dello scenario congiunturale, soprattutto in Europa, in alcuni fasi entrato in
una fase di recessione, spostando l’attesa di segnali concreti di ripresa sono nel prossimo futuro”.
Che cosa sarebbe successo ce lo aveva anticipato un paio d’anni
fa Nicola Zampella, il responsabile dell’Ufficio studi dell’Aitec: “L’industria cementiera è ‘capital intensive’ - ci ha spiegato - quindi nel
lungo termine non si possono mantenere gli impianti al 50-60% della capacità, perché diventano insostenibili”.
Di fronte a questa situazione, invece di avviare una razionalizzazione degli impianti, magari mandando in pensione i più vecchi e i più
inquinanti, l’intero settore procede spedito e compatto in un’unica
direzione, quella cioè di trasformare i cementifici in co-inceneritori di
rifiuti. Il 29 marzo 2013, oltre un mese dopo le elezioni, su impulso di
un governo ormai in scadenza e del ministro dell’Ambiente Corrado
Clini, lo smaltimento dei rifiuti - per la precisione Css, combustibili
solidi secondari - nei forni dei cementifici è diventato legge.
Il ministro aveva annunciato la norma, nella primavera 2012, segnalando che essa garantiva “la valorizzazione energetica del Css nel15
le regioni italiane che sono maggiormente esposte e tuttora in una
grave situazione di emergenza”.
Le infrastrutture sono un altro “snodo” importante.
A dispetto di una concorrenza che non c’è (“Le autostrade, ha scritto Banca d’Italia, costituiscono un monopolio naturale e in Italia non
subiscono una reale concorrenza da parte delle altre modalità di
trasporto; il settore non è stato adeguatamente liberalizzato nel decennio scorso, prima della privatizzazione, creando così un gestore privato dominante”), e messa di fronte ai tragici numeri dell’edilizia residenziale e di quella commerciale, la stessa Associazione
nazionale dei costruttori considera che “il rilancio della politica infrastrutturale costituisce un tassello indispensabile della ripresa del
settore delle costruzioni e dell’economia italiana”.
Si spiega solo così, forse, la messe di nuove autostrade in progetto
o in costruzione nel Paese: 32, una ventina delle quali concentrate
nelle quattro regioni della Pianura Padana (Piemonte, Lombardia,
Veneto ed Emilia-Romagna); 2.100 chilometri per almeno 25 metri di larghezza; un investimento complessivo di oltre 45 miliardi di
euro. Sono interventi difficilmente realizzabili in un Paese che vanta già una densità autostradale superiore a quella media europea
(2,2 km ogni 100 km2 di territorio, contro 1,5).
Un sistema che quando parla di “crescita del Pil” e di “recupero
della competitività” non è capace di immaginare alcunché se non
una distesa di cemento e asfalto è a rischio sbandata. L’esempio
più marchiano di questa dinamica perversa si chiama senz’altro
Orte-Mestre, ed è una sorta di autostrada del Sole del XXI secolo,
che collegherebbe l’alto Lazio al Veneto attraversando l’Appennino tra le provincie di Arezzo e Cesena, sfiorando il Parco nazionale delle Foreste casentinesi. Un investimento da circa 10 miliardi di
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euro, che il neo-ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi ha invitato a considerare strategico fin dai primi giorni del suo mandato.
Eppure nessuno hai mai visto un Piano economico finanziario che
- se proprio non vogliamo pensare ad ambiente e paesaggio - ne
certifichi almeno la sostenibilità economica.
Lupi non pare destinato a prendere le distanza dal suo predecessore, Corrado Passera, sotto il cui regno le parole infrastrutture e sviluppo economico erano diventate praticamente un sinonimo, visto
che i due ministeri - delle Infrastrutture e dello Sviluppo economico
- erano affidati alla stessa persona. Passera veniva da Intesa Sanpaolo, un istituto di credito molto attivo, cioè molto esposto, nel finanziamento di vaste (e spesso fallimentari) operazioni immobiliari,
oltre che di infrastrutture pesanti a livello sociale e ambientale.
Banche e cementieri sono del resto due tra i principali protagonisti della “filiera grigia”, quell’intreccio di interessi che oggi porta a
costruire di tutto, e in tutto il Paese. L’importante è “fare” insomma; e in questo imperativo - provando a immaginare questa storia come un sequel del film “Le mani sulla città” (Francesco Rosi,
1963) - banchieri e cementieri sono coadiuvati da altri attori che riconosceremo nel corso del libro.
I primi in ordine di apparizione sono enti locali e istituzioni, ormai
incapaci di tener fede a uno dei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica italiana, quello scolpito nell’articolo 9: “La
Repubblica […] tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
La responsabiltà si può attribuire a un riparto poco razionale e a una
sovrapposizione delle competenze tra enti locali (Comuni, Province, Regioni) e istituzioni nazionali, nei cui interstizi è facile che pre17
valga l’interesse privato, e di questioni di “convenienza”. Gli enti infatti - in barba al precetto dell’articolo 9 della Costituzione - fanno
cassa grazie agli oneri di urbanizzazione, che ancora oggi e per altri due anni possono essere utilizzati fino al 75 per cento per finanziare le spese correnti.
Questo significa destinare ad altro i contributi che il privato che lottizza paga all’ente locale e che dovrebbero tradursi in pubblica illuminazione, spazi di verde attrezzato, asili nido e scuole materne,
mercati di quartiere, delegazioni comunali, chiese e altri edifici religiosi, impianti sportivi di quartiere, centri sociali e attrezzature culturali e sanitarie. Significa, in pratica, utilizzare il proprio patrimonio come se fosse uno sportello Bancomat: quando ho bisogno di
contanti, autorizzo una nuova lottizzazione.
Il giochino è arrivato a valere almeno 3 miliardi di euro all’anno, ma
con la crisi delle costruzioni i nodi stanno venendo al pettine.
Poi arrivano i “cavatori”, imprenditori che scavano le montagne
per ricavarne calcare e argilla, o grattano le pianure alluvionali per
estrarne ghiaia e pietrisco. Spesso non frequentano il gotha della finanza, guidano aziende medio-piccole, nessuna delle quali è
quotata in Borsa. Hanno legami stretti con le amministrazioni locali (Comune e Provincia), da cui dipende l’autorizzazione a scavare.
Più il Comune è piccolo, maggiore è l’influenza che il cavatore può
esercitare su sindaco, giunta e tecnici.
Per essere “benvoluti” in paese basta sponsorizzare la squadra di
calcio, o realizzare qualche rotonda che l’amministrazione non potrebbe permettersi. Sono “regalie” che un cavatore può elargire perché qualcuno a volte decide che il contributo che deve riconoscere per i materiali scavati (il “canone di concessione”) sia inferiore al
10 per cento del valore della merce. Senza il loro lavoro, l’intera “fi18
liera grigia” sarebbe ferma: i cavatori forniscono, infatti, la materia
prima all’industria che produce il cemento.
I numeri di questo fenomeno ce li presenta Legambiente: “Solo nel
2010 dalle 5.736 mila cave attive nel Bel Paese sono stati estratti
quasi 90 milioni di metri cubi di inerti di cui circa la metà (43 milioni
di metri cubi) in Lombardia, Lazio e Piemonte. Una ferita rilevantissima al paesaggio che riguarda 2.240 Comuni, a cui vanno aggiunte
più di 13mila cave dismesse nelle regioni in cui esiste un monitoraggio, che arrivano facilmente a 15mila sommando quelle abbandonate di Calabria, Abruzzo e Friuli-Venezia Giulia”.
Dei “cementieri” abbiamo già parlato. Aggiungiamo una nota: questo settore rappresenta una lobby importante; le famiglie che controllano i maggiori gruppi del settore (Italcementi, Buzzi Unicem,
Cementir, Cementi Rossi, Colacem: quasi tutte società quotate in
Borsa) siedono anche nei consigli d’amministrazione di alcuni istituti di credito e degli editori di importanti quotidiani e periodici (per
un’analisi approfondita rimandiamo al libro di Giulio Sensi, “Informazione, istruzioni per l’uso”, Altreconomia, 2011). In alcuni casi,
sono loro stessi editori. Alcuni cementieri integrano ulteriormente la filiera grigia recitando anche i ruoli di immobiliaristi e società di costruzioni.
Non possiamo dimenticare gli operai edili, che però, al pari del territorio, sono vittime della “filiera grigia”.
La trama prevede che si costruisca sempre di più e a costi sempre
più bassi. La variabile “lavoro” rappresenta un costo fisso che può
tendere a zero. Basta eliminare i contratti, ridurre i diritti; evitare di
investire in “sicurezza” sui cantieri. Secondo una stima della Fillea19
Cgil, sono almeno 400mila i lavoratori “in nero, in grigio, sotto ricatto” nell’edilizia. Il fenomeno riguarda lavoratori italiani e stranieri, cui
viene imposto di aprire la partita Iva, di accettare contratti part-time
(tempi pieni “mascherati”), di dichiarare meno ore, di ricorrere ai
permessi in caso di infortunio non grave. 150.000, invece, i lavoratori che secondo le stime vengono gestiti da “caporali”.
E poi ci siamo noi cittadini: l’onda grigia viene giustificata proprio
con la necessità di rispondere alle nostre esigenze. I cittadini avrebbero bisogno di case, servirebbero centri commerciali perché “ormai” nessuno fa più la spesa nelle botteghe di quartiere; o, ancora, gli italiani avrebbero un bisogno impellente di più posti barca,
e di campi da golf.
Se questa “Repubblica [è] fondata sul cemento”, insomma, la colpa sarebbe nostra. In alcuni casi, questo è vero: alcuni sognano (o
hanno sognato) di cambiare vita grazie alla rendita fondiaria, ovvero
con una variante urbanistica che rende edificabile il campo coltivato
dal nonno o il laboratorio artigiano ereditato da uno zio.
In molti, anche se non hanno interessi diretti, scelgono di essere
semplici spettatori: guardano lo scempio del territorio e nella maggior parte dei casi si sentono impotenti. Mancano loro gli strumenti e gli stimoli per “partecipare”.
Eppure fermare l’apertura di una nuova cava, imporre all’industria
del cemento di non avvelenare l’aria con le emissioni degli stabilimenti, bloccare la “colata”, è possibile.
Per fortuna - infatti - ci sono anche italiani che hanno scelto di essere “attori”, per cercare d’imporre un’altra chiave di lettura: sono
le “sentinelle”, i cittadini che animano centinaia di comitati attivi in
tutto il Paese contro lo scempio del paesaggio italiano. Soggetti ca20
paci di tessere una rete, che dall’autunno 2011 si è formalizzata nel
“Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio”.
Nel corso del 2012 la rete di “Salviamo il paesaggio” è diventata un
attore capace di influenzare l’agenda politica, intervenendo nel dibattito sul cosiddetto ddl “Salva suoli”, promosso dall’ex ministro
dell’Agricoltura Mario Catania. Tra i “punti” dell’agenda del Forum
inseriti nel testo di legge, il cui iter potrebbe ripartire nel corso della
nuova legislatura, al pari di numerosi altri progetti di legge e a un disegno di legge governativo, anche una moratoria triennale sul consumo di nuovo suolo agricolo e lo stop alla possibilità di “distrarre”
l’uso degli oneri di urbanizzazione dalle finalità originarie.
Quando a maggio 2013 la rete ha convocato a Bologna la propria
terza assemblea nazionale, contava ormai oltre novecento adesioni, tra associazioni e comitati nazionali e locali.
Le azioni intraprese da questi comitati in tutta Italia ci forniscono
inoltre una casistica delle azioni di “opposizione” a piccole e grandi opere. I loro strumenti più efficaci li elenchiamo nel prossimo capitolo, come “scatola degli attrezzi”.
Le loro storie vanno fatte conoscere e condivise, proprio perché
sono ricche di idee da copiare.
Ecco perché questo libro fa parte della collana “Io lo so fare”: fornisce strumenti pratici per difendere il paesaggio e il territorio di questo Paese. Andiamo a scoprirli.
21
Capitolo 2
L’accesso agli atti
e la trasparenza:
sapere per agire
La conoscenza salva il paesaggio. Ogni cittadino può difendere il
territorio da speculazione edilizia e progetti aggressivi: il primo passo per farlo in modo efficace è studiare le carte.
È fondamentale, perciò, diventare esperti della procedura denominata “accesso agli atti” e conoscere gli atti normativi che rendono
possibile esercitare questo “diritto alla trasparenza”.
L’informazione è la base di ogni intervento. Un gruppo di cittadini,
che sia spontaneo o strutturato,“cresce” proprio attraverso la lettura di progetti, documenti, tavole, relazioni: possiamo chiedere
gli atti e condividerli con chi è più esperto di noi, allargando così il
gruppo di intervento.
Ecco le principali norme che regolano la possibilità del cittadino di
reperire e conoscere atti e documenti. La legge 241/90, il passepartout dei cassetti degli enti pubblici
In Italia l’accesso agli atti della pubblica amministrazione è ben
delineato già a partire dalla legge 241/90 “Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi”.
È fondamentale l’articolo 5, relativo al Responsabile del procedi22
mento: “Il dirigente di ciascuna unità organizzativa provvede ad assegnare a sé o ad altro dipendente addetto all’unità la responsabilità
della istruttoria e di ogni altro adempimento inerente il singolo procedimento nonché, eventualmente, dell’adozione del provvedimento
finale”. Quando si fa richiesta di accesso agli atti è opportuno chiedere sempre il nominativo del dirigente e del responsabile.
Il successivo articolo 9 stabilisce che “qualunque soggetto, portatore di interessi pubblici o privati, nonché i portatori di interessi diffusi
costituiti in associazioni o comitati, cui possa derivare un pregiudizio
dal provvedimento, hanno facoltà di intervenire nel procedimento”.
Significa che possono intervenire tanto il cittadino che ha interessi
diretti - perché è dirimpettaio, è confinante, è quello a cui espropriano il terreno o che abita nella zona dove si vuole realizzare l’insediamento produttivo - quanto un qualsiasi residente di quel Comune.
Un comitato liberamente costituitosi è un portatore di interesse
diffuso; l’associazione riconosciuta a livello nazionale o regionale, con un presidente e un indirizzo reperibile, è un portatore di interesse collettivo.
Tutti questi soggetti possono chiedere la documentazione, e partecipare anche alla procedura autorizzativa. In base agli articoli successivi gli stessi soggetti infatti “hanno diritto: a) di prendere visione degli atti del procedimento, salvo quanto previsto dall’articolo 24;
b) di presentare memorie scritte e documenti, che l’amministrazione ha l’obbligo di valutare ove siano pertinenti all’oggetto del procedimento” (art. 10).
Diversi giuristi ritengono che il cittadino, su richiesta, possa anche partecipare alle Conferenze dei servizi (disciplinate all’articolo 14), dove le varie amministrazioni, di concerto, autorizzano o
23
meno un progetto e danno prescrizioni. Senza però avere la possibilità di voto.
Alcune amministrazioni, invece, ritengono che questo non sia possibile. In ogni caso, le pubbliche amministrazioni - Comuni, Province
e Regioni - devono pubblicare sui propri albi pretori on line anche
le date delle conferenze dei servizi, al fine di permettere ai cittadini
di fare le opportune osservazioni scritte.
L’articolo 22 contiene le definizioni dei concetti di “diritto di accesso”, “portatori di interesse”, “controinteressati”, “documento amministrativo”, “pubblica amministrazione”. I controinteressati sono
“tutti i soggetti, individuati o facilmente individuabili in base alla natura del documento richiesto, che dall’esercizio dell’accesso vedrebbero compromesso il loro diritto alla riservatezza”.
Documento amministrativo è invece “ogni rappresentazione grafica, fotocinematografica, elettromagnetica o di qualunque altra specie del contenuto di atti, anche interni o non relativi ad uno specifico
procedimento, detenuti da una pubblica amministrazione e concernenti attività di pubblico interesse, indipendentemente dalla natura
pubblicistica o privatistica della loro disciplina sostanziale”: sono pochissimi i documenti che non rientrano in questa definizione.
Infine nel comma 2 è affermato esplicitamente il concetto di trasparenza: “L’accesso ai documenti amministrativi, attese le sue rilevanti
finalità di pubblico interesse, costituisce principio generale dell’attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l’imparzialità e la trasparenza, ed attiene ai livelli essenziali delle
prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione”.
Anche la commissione ministeriale sulla legge 241/90, nella seduta
24
dell’11 maggio 2011, ha riconosciuto che “tutti gli elaborati progettuali allegati alla pratica, possono essere rilasciati in copia”.
L’articolo 23 indica a chi è possibile rivolgere la richiesta di accesso:
“Il diritto di accesso […] si esercita nei confronti delle pubbliche amministrazioni, delle aziende autonome e speciali, degli enti pubblici e
dei gestori di pubblici servizi. Il diritto di accesso nei confronti delle
Autorità di garanzia e di vigilanza si esercita nell’ambito dei rispettivi
ordinamenti, secondo quanto previsto dall’articolo 24”.
Non solo agli enti pubblici, quindi, ma anche a tutti i gestori privati
di servizi pubblici: una disposizione non trascurabile se consideriamo quanti settori (servizio idrico integrato, rifiuti, energia, trasporti)
sono in mano ai privati. L’articolo 24, invece, stabilisce con precisione gli atti esclusi dall’accesso: “per i documenti coperti da segreto di Stato”; “nei procedimenti tributari”; “nei confronti dell’attività
della pubblica amministrazione diretta all’emanazione di atti normativi, amministrativi generali, di pianificazione e di programmazione”;
“nei procedimenti selettivi”. Si dichiara inoltre: “non sono ammissibili istanze di accesso preordinate ad un controllo generalizzato
dell’operato delle pubbliche amministrazioni”.
L’art. 25 stabilisce le modalità di accesso e gli eventuali ricorsi. L’amministrazione è tenuta a rispondere entro 30 giorni. Se l’ente non risponde, la domanda si intende respinta, ma “il rifiuto, il differimento
e la limitazione dell’accesso sono ammessi nei casi e nei limiti stabiliti dall’articolo 24 e debbono essere motivati”.
Il silenzio amministrativo è illegittimo: l’ente è obbligato a dare una
risposta. Quando non risponde, il cittadino o comitato interessato
può fare ricorso, se ve n'è uno, al difensore civico locale, quando
la pratica riguarda il territorio locale (altrimenti si farà riferimento al
difensore civico regionale). Se la pratica ha una valenza statale, oc25
corre invece ricorrere alla Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. In
caso di non risposta, è possibile prevedere una formale diffida, individuando sempre, se possibile, il dirigente responsabile.
Qualora i cittadini siano successivamente costretti ad agire in via
penale, la diffida può essere un documento “rafforzativo” rispetto ad un esposto da presentare allegando la documentazione ricevuta, e chiedendo di intervenire per rifiuto di atti d’ufficio. Anche
le Procure hanno l’indirizzo di Posta elettronica certificata, Pec
(vedi a pagina 31).
Se, nonostante il parere positivo del difensore civico, l’ente non ottempera a quanto richiesto è possibile fare ricorso al Tar, Tribunale
amministrativo regionale, e presenziare senza il patrocinio dell’avvocato (così come stabilisce l’art. 26: “Nei giudizi in materia di accesso le parti possono stare in giudizio personalmente senza l’assistenza del difensore”). Per l’accesso agli atti il ricorso al Tar ha un costo
di 150 euro, mentre per il diniego all’accesso dei dati ambientali di cui al successivo decreto legislativo 195/2005 - è gratuito. Passati 30 giorni dal diniego non è più possibile ricorrere al Tar: a quel
punto, è necessario fare ricorso al Capo dello Stato. La domanda,
in precedenza era gratuita, dal luglio del 2011 costa 600 euro.
Nell’estate del 2011 è stato varato il dl 98/2011 - convertito nella
legge 111/2011 -, che interviene a modificare il testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese per la giustizia, ovvero il decreto 115/2002 del Presidente della Repubblica.
In particolare, viene modificato il comma 6 bis dell’articolo 13, stabilendo che le spese di giustizia debbano essere obbligatoriamente versate, anche nel caso di ricorsi in sede giurisdizionale a tutela
dell’ambiente presentati dalle associazioni di protezione ambientale
26
riconosciute ai sensi di legge e dei Comitati ambientalisti.
Anche le organizzazioni non lucrative di utilità sociale (Onlus, decreto legislativo 266/1991) e le associazioni senza scopo di lucro, per
svolgere attività di tutela ambientale in sede giurisdizionale saranno
tenute al pagamento del cosiddetto “Contributo unificato”. In particolare, per le cause davanti al giudice amministrativo è necessario
corrispondere 600 euro all’atto dell’iscrizione a ruolo (e lo stesso
importo paga chi propone un ricorso per motivi aggiunti nel corso
del medesimo giudizio). L’importo aumenta fino a 1.500 euro per
il rito abbreviato comune (Libro IV, Titolo V d. lgs. 104/2010) fino a
4mila euro per i giudizi in materia di affidamento di lavori, servizi e
forniture, nonché di provvedimenti delle autorità amministrative indipendenti (art.119, comma 1 d. lgs. 104/2010). Secondo alcuni,
tutto ciò viola di fatto la Convenzione di Aarhus (vedi a pagina 2829), rendendo più difficile l’accesso alla giustizia per le associazioni ambientaliste.
Un’altra norma in materia edilizia che aiuta i cittadini è il Decreto
del Presidente della Repubblica 440/2000, il cui titolo è “Regolamento recante norme di semplificazione dei procedimenti di autorizzazione per la realizzazione, l’ampliamento, la ristrutturazione e la
riconversione di impianti produttivi, per l’esecuzione di opere interne ai fabbricati, nonché per la determinazione delle aree destinate
agli insediamenti produttivi, a norma dell’articolo 20, comma 8, della legge 15 marzo 1997, n. 59”.
Il decreto regola tutte le attività produttive, commerciali, agricole,
attivabili presso lo Sportello unico attività produttive (Suap). Qui gli
interessati possono mandare i progetti che intendono realizzare, attivando un procedimento di autorizzazione unica, comune tra i vari
enti che debbono rilasciare le autorizzazioni. Si tratta quindi di una
27
semplificazione amministrativa che attiva una serie di conferenze di
servizio e permette di mettere in moto la pratica e di concluderla.
I Suap devono avere un albo pretorio on line dove pubblicare i procedimenti richiesti e le date delle conferenze dei servizi, alle quali, in base all’art. 5 “può intervenire qualunque soggetto, portatore
di interessi pubblici o privati, individuali o collettivi nonché i portatori di interessi diffusi costituiti in associazioni o comitati, cui possa derivare un pregiudizio dalla realizzazione del progetto dell’impianto industriale”.
La modalità partecipativa è stabilita nell’art. 6, comma 13: “I soggetti, portatori di interessi pubblici o privati, individuali o collettivi nonché
i portatori di interessi diffusi costituiti in associazioni o comitati, cui
possa derivare un pregiudizio dalla realizzazione del progetto dell’impianto produttivo, possono trasmettere alla struttura, entro venti giorni
dalla avvenuta pubblicità di cui al comma 2, memorie e osservazioni
o chiedere di essere uditi in contraddittorio ovvero che il responsabile del procedimento convochi tempestivamente una riunione alla
quale partecipano anche i rappresentanti dell’impresa. Tutti i partecipanti alla riunione possono essere assistiti da tecnici ed esperti di
loro fiducia, competenti sui profili controversi. Su quanto rappresentato dagli intervenuti si pronuncia, motivatamente, la struttura”.
I Suap verificano (articolo 7) “la conformità delle autocertificazioni [prodotte dal proponente] agli strumenti urbanistici, il rispetto dei
piani paesistici e territoriali nonché la insussistenza di vincoli sismici,
idrogeologici, forestali ed ambientali, di tutela del patrimonio storico,
artistico e archeologico incompatibili con l’impianto”. Anche ai Suap
è possibile attivare tutte le richieste di accesso agli atti.
Altri strumenti di trasparenza derivano dalla legislazione europea.
Partiamo dalla legge 108 del 16 marzo 2001, “Ratifica ed esecu28
zione della Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale, con due allegati, fatta ad Aarhus il 25
giugno 1998”.
La legge recepisce una direttiva europea - la convenzione di Aarhus
- dal forte contenuto etico, concreto, che dà al cittadino la possibilità di intromettersi nella gestione del territorio, attraverso la “democrazia partecipata”. Tre sono i pilastri della convenzione: l’accesso
all’informazione ambientale, la partecipazioni alla gestione del proprio territorio, la giustizia ambientale. Tutte le normative successive
hanno dovuto conformarsi a quanto espresso ad Aarhus.
Anche il Decreto legislativo 195/2005 disciplina l’accesso all’informazione ambientale, e applica la Direttiva europea 4/2003.
Esso è fondamentale per alcune definizioni, presenti all’articolo 2.
“Ai fini del presente decreto s’intende per: a) ’informazione ambientale’: qualsiasi informazione disponibile in forma scritta, visiva, sonora, elettronica od in qualunque altra forma materiale concernente: 1)
lo stato degli elementi dell’ambiente, quali l’aria, l’atmosfera, l’acqua,
il suolo, il territorio, i siti naturali, compresi gli igrotopi, le zone costiere e marine, la diversità biologica ed i suoi elementi costitutivi, compresi gli organismi geneticamente modificati, e, inoltre, le interazioni
tra questi elementi; 2) fattori quali le sostanze, l’energia, il rumore, le
radiazioni o i rifiuti, anche quelli radioattivi, le emissioni, gli scarichi
ed altri rilasci nell’ambiente, che incidono o possono incidere sugli
elementi dell’ambiente, individuati al numero 1)”.
Nello stesso articolo è contenuta anche la definizione di autorità
pubblica e di informazione: “b) ‘autorità pubblica’: le amministrazioni
pubbliche statali, regionali, locali, le aziende autonome e speciali, gli
enti pubblici ed i concessionari di pubblici servizi, nonché ogni per29
sona fisica o giuridica che svolga funzioni pubbliche connesse alle
tematiche ambientali o eserciti responsabilità amministrative sotto
il controllo di un organismo pubblico; c) ‘informazione detenuta da
un’autorità pubblica’: l’informazione ambientale in possesso di una
autorità pubblica in quanto dalla stessa prodotta o ricevuta o materialmente detenuta da persona fisica o giuridica per suo conto”.
L’articolo 3 a proposito delle richieste di accesso, afferma: “L’autorità pubblica rende disponibile, secondo le disposizioni del presente decreto, l’informazione ambientale detenuta a chiunque ne
faccia richiesta, senza che questi debba dichiarare il cittadino, l’associazione o il comitato a dover dimostrare di essere un portatore d’interesse”.
Per eventuali ricorsi la procedura del Dl 195/2005 è la stessa della
legge 241/90. Interessante è quanto prevede l’art. 8: “Fatto salvo
quanto previsto all’articolo 5, l’autorità pubblica rende disponibile l’informazione ambientale detenuta rilevante ai fini delle proprie attività
istituzionali avvalendosi, ove disponibili, delle tecnologie di telecomunicazione informatica e delle tecnologie elettroniche disponibili”.
Le autorità sarebbero quindi tenute alla pubblicazione delle informazioni ambientali. Attraverso questa norma è possibile raccogliere informazioni sugli impianti fotovoltaici collocati sui campi agricoli e sugli eolici installati invece sui crinali appenninici. Se abbiamo
esperito tutta la trafila burocratica fino al difensore civico regionale senza ottenere accesso agli atti, è possibile attivare una apposita denuncia alla Commissione ambiente europea, nel cui sito –
ec.europa.eu/environment/index_it.htm - sono riportati i moduli
in lingua. La commissione - valutati gli atti - può attivarsi per procedere nei confronti della Provincia o Regione inadempiente, e applicare le eventuali sanzioni previste.
30
I documenti devono essere esposti, ai fini di acquisire la loro piena
legittimità, all’albo pretorio on line, una sorta di archivio dove tutte
le amministrazioni pubbliche devono mettere in chiaro e in evidenza i loro atti. Questo per effetto del Codice dell’amministrazione digitale, Decreto legislativo n. 82 del 7 marzo 2005, che intervenendo
sulla semplificazione amministrativa, ha previsto una serie di meccanismi di trasparenza: ad esempio l’istituzione della Posta elettronica certificata (Pec) obbligatoria per tutte le amministrazioni
pubbliche, per i gestori di pubblici servizi ed imprese, per i professionisti e se vuole, per il cittadino. Per effetto dell’articolo 3: “I cittadini e le imprese hanno diritto a richiedere ed ottenere l’uso delle
tecnologie telematiche nelle comunicazioni con le pubbliche amministrazioni e con i gestori di pubblici servizi statali nei limiti di quanto
previsto nel presente codice”; e dell’articolo 4: “la partecipazione al
procedimento amministrativo e il diritto di accesso ai documenti amministrativi sono esercitabili mediante l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione”.
Quindi se ci è possibile utilizziamo la Pec, è più veloce e garantita.
Anche la Legge delega 4 marzo 2009, n. 15 (art. 4) e il conseguente decreto legislativo n. 150 del 27.10.2009 (art. 11) parlano
chiaramente di “trasparenza totale”, intesa dal ministero della Pubblica amministrazione “come accessibilità totale […] delle informazioni concernenti ogni aspetto dell’organizzazione, degli indicatori
relativi agli andamenti gestionali e all’utilizzo delle risorse per il perseguimento delle funzioni istituzionali, dei risultati dell’attività di misurazione e valutazione”; “l’accessibilità totale presuppone, invece,
l’accesso da parte dell’intera collettività a tutte le ‘informazioni pubbliche’, secondo il paradigma della ‘libertà di informazione’ dell’open
government di origine statunitense”.
31
Capitolo 3
I comitati locali:
una cassetta
degli attrezzi
Un comitato locale è una forma di associazione “non riconosciuta”
che nasce, di solito, per rappresentare e tutelare interessi collettivi,
come - nel nostro caso - il paesaggio e altri “beni comuni”.
In Italia le leggi sulla partecipazione, l’accesso e la trasparenza (vedi
le pagine precedenti) consentono ai gruppi organizzati, anche senza formalità particolari, di muoversi in modo pienamente legittimo:
la Costituzione riconosce e tutela il diritto di “associarsi liberamente”, all’articolo 18; dare vita a un comitato di cittadini o ad un gruppo associato attivo non è complicato; non c’è bisogno di eccessiva burocrazia, né di recarsi da un notaio.
Ecco i primi passi da fare per fondare un comitato:
• individuare con chiarezza i fini e gli obiettivi del comitato;
• redigere l’atto costitutivo e lo statuto, nella cui stesura, pur restando valido il principio della libertà di forma (articolo 36 del Codice civile), è consigliabile includere denominazione, sede, scopi,
le condizioni di ammissione ed esclusione degli associati, diritti e
doveri dei soci, cariche elettive e le modalità di scioglimento e devoluzione del patrimonio;
• è consigliabile, anche se non obbligatorio, trascrivere poi atto costi32
tutivo e statuto su carta da bollo e registrarlo all’Ufficio del Registro:
il comitato può così diventare “onlus, organizzazione non lucrativa
di utilità sociale”, avere organi funzionali, ricevere e gestire fondi e
ottenere maggiore “riconoscimento” nei rapporti istituzionali;
• modelli di documentazione sono reperibili e scaricabili sul web;
• per avere un esempio si può contattare uno dei comitati locali di
“Salviamo il paesaggio”, www.salviamoilpaesaggio.it/blog/info_sul_
forum/comitati-locali.
Per cominciare l’attività di un comitato è opportuno:
• stabilire ruoli e responsabilità al suo interno, sia formali (presidente, direttivo, deleghe) sia informali (incarichi e compiti), distribuendo il lavoro in modo equilibrato tra i membri;
• programmare il calendario delle proprie riunioni e quello delle iniziative da organizzare;
• stabilire e condividere con estrema chiarezza gli obiettivi minimi
da ottenere e qual è la posizione del comitato rispetto ai problemi
che via via si affrontano.
La complessità della legislazione italiana rende impossibile definire in modo esaustivo tutti gli ambiti di azione e di intervento di un
singolo comitato territoriale. E il riparto “regionale” delle competenze nelle materie attinenti urbanistica, paesaggio e tutela ambientale non fa che esasperare queste dinamiche.
Proviamo, però, a riassumere i “ruoli” dei principali interlocutori.
• il Comune: il sindaco, la giunta municipale, il consiglio comunale,
i funzionari locali sono i primi interlocutori di un comitato. Il sindaco,
primo cittadino, è a capo della giunta, organismo che amministra
il territorio comunale e ne decide le linee di azione.
33
Il primo cittadino è anche autorità sanitaria, ufficiale di governo e
molto altro ancora, e sarà tanto più importante quanto più piccolo
è il municipio in questione.
In materia urbanistica, i Comuni sono responsabili della pianificazione: “Spettano al Comune tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione ed il territorio comunale, precipuamente nei
settori organici dei servizi alla persona e alla comunità, dell’assetto
ed utilizzazione del territorio e dello sviluppo economico”.
Lo Statuto comunale è lo strumento che stabilisce, invece, “i criteri
generali in materia di organizzazione dell’ente, le forme di collaborazione fra comuni e province, della partecipazione popolare, del decentramento, dell’accesso dei cittadini alle informazioni e ai procedimenti amministrativi”.
Nello statuto devono essere previste forme di consultazione della
popolazione nonché “procedure per l’ammissione di istanze, petizioni e proposte di cittadini singoli o associati dirette a promuovere
interventi per la migliore tutela di interessi collettivi e devono essere,
altresì, determinate le garanzie per il loro tempestivo esame. Possono essere, inoltre, previsti dei referendum, da promuovere anche su
richiesta di un adeguato numero di cittadini”.
• gli altri enti pubblici locali: Provincia e Regione hanno voce in capitolo in materia urbanistica. Le prime elaborano il Piano territoriale di coordinamento (Ptc), che esprime indirizzi generali sull’assetto del territorio, sulla localizzazione delle principali infrastrutture, sul
coordinamento degli strumenti urbanistici comunali fra di loro e in
merito al rispetto del piano regionale.
Quest’ultimo può chiamarsi Piano territoriale regionale e costituisce il quadro di riferimento per la programmazione e la pianificazione a livello regionale.
34
In alcune Regioni, esso può assumere anche la forma di Piano paesaggistico territoriale regionale, come in Puglia (www.paesaggio.
regione.puglia.it) o in Sicilia, dove esso attiene addirittura alla responsabilità dell’assessorato dei Beni culturali.
Per quanto riguarda invece le attività estrattive, la pianificazione
spetta alla Regioni, ma sono normalmente le Province a presentare
le proposte relative agli Ambiti territoriali estrattivi, definendo i Piani
provinciali delle attività estrattive, che poi vengono approvati e confluiscono nel Prae (Piano regionale delle attività estrattive).
• la Conferenza dei servizi è uno strumento di semplificazione dell’attività della pubblica amministrazione, volta ad acquisire autorizzazioni, atti, licenze, permessi e nulla osta con riunioni collegiali a cui
partecipano “i rappresentanti di più amministrazioni o uffici pubblici,
che a vario titolo intervengono in un procedimento amministrativo o
in più procedimenti collegati, si riuniscono per adottare con un’unica determinazione finale tutti gli atti (pareri, nulla osta, concerti, eccetera) attribuiti dalla legge alla loro competenza. In questo caso di
parla di conferenza di servizi ’decisoria’, indetta dall’amministrazione
competente ad adottare il provvedimento finale, la quale individua le
amministrazioni da invitare, l’ordine del giorno e la tempistica”.
Il principio generale è quello secondo il quale l’amministrazione procedente adotta la determinazione finale “tenendo conto delle posizioni prevalenti espresse nella conferenza dei servizi”.
La conferenza dei servizi può essere anche “istruttoria”, e in questo
caso “è finalizzata a un’esame contestuale dei vari interessi pubblici
coinvolti in un procedimento amministrativo”. Può capitare che i Comitati vengano esclusi da una Conferenza dei servizi.
• un altro ambito di partecipazione è costituito dai procedimenti per l’ottenimento di Valutazione ambientale strategica (Vas), Va35
lutazione dell’impatto ambientale (Via) e Autorizzazione integrata
ambientale (Aia), le cui modalità sono definite nell’ambito del Decreto legislativo numero 4 del 16 gennaio 2008, che definisce procedure e principi.
Questi procedimenti hanno “la finalità di assicurare che l’attività antropica sia compatibile con le condizioni per uno sviluppo sostenibile, e quindi nel rispetto della capacità rigenerativa degli ecosistemi e delle risorse, della salvaguardia della biodiversità e di un’equa
distribuzione dei vantaggi connessi all’attività economica. Per mezzo
della stessa si affronta la determinazione della valutazione preventiva integrata degli impatti ambientali nello svolgimento delle attività
normative e amministrative, di informazione ambientale, di pianificazione e programmazione”.
La normativa - disponibile sul sito della Camera dei Deputati - indica quali piani e progetti debbano essere sottoposti alla procedura
autorizzativa a livello statale, regionale e provinciale. E inoltre definisce, cosa assai importante, il “pubblico interessato” a partecipare alla procedura stessa, ad esempio presentando osservazioni: “Il
pubblico che subisce o può subire gli effetti delle procedure decisionali in materia ambientale o che ha un interesse in tali procedure; ai fini della presente definizione le organizzazioni non governative che promuovono la protezione dell’ambiente e che soddisfano i
requisiti previsti dalla normativa statale vigente, nonché le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, sono considerate
come aventi interesse”.
La fase definita “svolgimento di consultazioni” è parte integrante del
procedimento di valutazione/autorizzazione, e prevede sempre un
limite di sessanta giorni per la presentazione delle stesse.
• Le Sovrintendenze sono organi periferici del ministero per i Beni
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e le attività culturali, regolati dal Dl 42/2004, “Codice dei beni culturali e del paesaggio”. Esse hanno compiti in ambito territoriale in
materia di beni culturali, paesaggistici, museali, archivistici ed affini. In molti casi, come vedremo, sono chiamate a esprimere pareri
(spesso) vincolanti. E ciò significa che i Comitati possono e devono far pressione, affinché le Sovrintendenze siano informate (vedi
il caso dell’edificio Crescent, a Salerno - a pagina 71 -).
Altri interlocutori di un Comitato sono, inoltre, tutti i privati - persone e aziende - a qualsiasi titolo portatori di interessi e i mezzi di comunicazione.
Il rapporto con i media, le parole e i documenti prodotti sono di
fondamentale importanza. Ricordiamo alcune semplici regole:
• sono gli atti scritti ad avere maggior valore, soprattutto se si ha a che
fare con enti locali: è opportuno porre per iscritto ogni richiesta;
• se partecipate a riunioni con rappresentanti di enti pubblici, eletti o funzionari, esigete la stesura di un verbale finale, da rileggere
sempre prima di sottoscriverlo.
Ecco alcuni degli atti ufficiali più importanti:
• lo strumento dell’istanza è l’atto giuridico con il quale un privato cittadino chiede a un organo pubblico di avviare un procedimento; se
presentata nella forma opportuna, è efficace: l’ente pubblico ha l’obbligo di rispondere - secondo le leggi italiane sulla trasparenza degli
atti pubblici e sulla partecipazione - entro 60 giorni. Se perdura il silenzio si può sollecitare con una raccomandata, ponendo il termine di 15
giorni. Se il silenzio persiste - prima di passare a un esposto (vedi oltre) al Prefetto, al giudice civile o a un ricorso amministrativo-giuridico
al Tar per il quale è necessario un legale - ci si può rivolgere al Difensore civico o, in caso di vacatio, al Difensore civico regionale;
37
• l’esposto è la descrizione scritta di una situazione, in cui si chiede all’autorità di accertare se vi siano eventuali elementi di illegittimità e - se del caso - decidere un intervento. È particolarmente
efficace, di regola, quando viene presentato alla magistratura. Al
contrario dalla denuncia, non fa rischiare querele per calunnia. Si
può presentare un esposto alla Procura della Repubblica (reati penali), alla Procura regionale della Corte dei Conti (danno alle casse dello Stato), alle Aziende sanitarie locali (violazioni sanitarie) e
alla Polizia Municipale;
• la legge consente infine ai cittadini di essere ascoltati in seduta
pubblica da un Consiglio o una Commissione consiliare (comunale,
provinciale, regionale). L’audizione o udienza è un “istituto di partecipazione” garantito. L’audizione va richiesta per raccomandata
al Presidente del Consiglio interessato. Tutti gli enti pubblici hanno
(o dovrebbero avere) un Regolamento che norma questo istituto. Per organizzare una manifestazione di piazza o un altro evento pubblico:
• decidetela con un buon anticipo e stimate con cautela la potenziale partecipazione;
• inviate un “preavviso di pubblica manifestazione” all’autorità di
Pubblica Sicurezza;
• il preavviso si presenta presso il Commissariato di Polizia, oppure
- se questo non esiste sul territorio del Comune - presso la più vicina
Stazione dei Carabinieri. In caso di una manifestazione in movimento (un corteo), dovrà contenere la descrizione del percorso;
• striscioni, cartelli, musica, rumore, rendono più efficace il risultato.
È importante predisporre un volantino sintetico per informare i passanti, e - se si prevede un discorso - è bene procurarsi uno strumento per farsi sentire.
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Per ogni Comitato di cittadini è essenziale impostare e mantenere
buoni rapporti con i media - e in particolare stampa, radio e tv locali - e fornire ai giornalisti informazioni trasparenti e puntuali sulla
propria attività. Per fare questo è opportuno:
• scegliere un “portavoce” per tenere i contatti con i giornalisti;
• chiamare le redazioni per avere in ognuna il giusto contatto;
• scrivere e inviare con il giusto anticipo comunicati stampa sintetici e chiari;
• rendere note le proprie iniziative con anticipo, a meno che non
abbiano le caratteristiche di sorpresa;
• avere pazienza: alla lunga, serietà e chiarezza pagano;
• usare un linguaggio asciutto, evitando aggettivi forti e toni sdegnati; l’accusa diretta nei confronti di persone precise (“il Tale è un ladro”, “Tizio ha sbagliato”) comporta un alto rischio di querele. L’uso
del condizionale e di altre “cautele linguistiche” può permettere di
dire le stesse cose senza incappare in guai giudiziari;
• è importante essere sempre molto documentati, per contestare gli aspetti tecnici, e avere “consulenti” esperti, meglio se a titolo gratuito;
• tra gli strumenti più a basso costo vi è l’uso di Internet: un sito web
ben reperibile dai motori di ricerca - oggi molto semplice da realizzare con template già pronti - e pagine di social network come Facebook e Twitter, da aggiornare con cadenza regolare;
• uno strumento particolarmente “di moda” ed efficace è l’uso dei
video, che possono essere pubblicati gratuitamente su YouTube o
altri social network. Realizzare i video non è difficile: bastano una
telecamera tascabile o anche un telefonino di ultima generazione; i
materiali prodotti possono essere caricati direttamente sul web, oppure “montati” sfruttando uno dei molti programmi open source.
39
Un vademecum on line per “Fondare e gestire un comitato” lo ha
predisposto “HQ Monza, comitato San Fruttuoso 2000”. Lo trovate sul sito www.hqmonza.it.
Altri strumenti “di lotta e di governo”
Ecco un elenco delle molteplici forme di protesta e mobilitazione.
Li ritroveremo nelle storie che raccontiamo nelle prossime pagine
e che sono vere e proprie miniere di informazioni:
• un “censimento del cemento” (vedi a pagina 43);
• l’organizzazione di manifestazioni e altre forme di “visita” e presenza sul territorio;
• l’organizzazione di dibattiti pubblici e informazione ai cittadini;
• la raccolta di firme, per petizioni e altri appelli;
• la presentazione di proposte di legge popolare a livello nazionale o locale;
• l’iter per indire un referendum consultivo a livello locale;
• manifestazioni in occasione delle Conferenze dei servizi;
• elaborazione di osservazioni ai Pgt o ad altri documenti;
• audizioni nelle sedi deputate (Consigli e commissioni);
• iniziative di progettazione partecipata;
• costituzione di un Parco, con i relativi vincoli paesaggistici;
• produzione di opuscoli, materiali scritti, campagne di comunicazione;
• produzione documentario o video virali;
• uso creativo del web e dei social network;
• ricorso al Tar e al Consiglio di Stato;
• ricorso straordinario al Presidente della Repubblica.
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Capitolo 4
Il dizionario per
resistere al cemento.
10 parole chiave
Dalla teoria alla pratica. 10 “storie esemplari” - raccolte attraversando l’Italia - per passare all’azione: i protagonisti sono comitati, associazioni e gruppi informali, nel cui lavoro possiamo trovare
tutti gli ingredienti base di una “sana” resistenza.
Tra i molti, non possiamo dimenticare la capacità di analisi, la partecipazione e la fantasia. Per trasformare una “vertenza” in una
scelta collettiva è infatti sempre necessario produrre un cambiamento “culturale” nella comunità di riferimento.
In questa seconda edizione aggiornata di “Salviamo il paesaggio!”, abbiamo quindi deciso di allargare lo sguardo a nuovi strumenti di azione popolare, e di classificare i casi esemplari secondo un “decalogo” della resistenza al cemento.
Ogni intervento ha una sua parola guida, un principio ispiratore,
un’azione: Mappare, In/formare, Riutilizzare, Simboleggiare, Manifestare, Ripensare, Tutelare (giuridicamente), Giustapporre,
Presidiare, Aggregare/partecipare.
Questo manuale si pone come strumento che può collegare e ispirare tutti i comitati impegnati nella tutela del territorio (e dell’articolo 9
della Costituzione). Ad aprire il “dizionario”, l’Italia dei comitati:
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L’Italia dei comitati
San Pietro in
Monte (LC, p.59)
Desio
(MB, p.66)
Caponago
(MB, p.57)
Valle del Mis
(Dolomiti bellunesi, p.61)
Vicenza (p.47, 51)
Pordenone (p.82)
Padova (p.86)
Milano
(p.48)
Mira (VE, p.81)
Venezia-Torino (p.79)
Mantova (p.51)
Ravenna (p. 65, p.68)
Torino
(p.84)
Marche (p.75)
Chiari (BS, p.77)
L’Aquila (p.64)
Reggio Emilia (p.54)
Bologna (p.46, 52)
Firenze (p.86)
Bisceglie
(BA, p.45)
Salerno (p.71)
Taranto
(p.74)
42
Mappare
mappare v. tr. [der. di mappa (nel sign. di rappresentazione grafica), per suggestione dell’ingl. to map]. In genere, non com., rappresentare su mappa un aspetto, una conformazione, una situazione, un fenomeno naturale.
Il “censimento del cemento” (Italia)
L’Italia non sa quantificare il patrimonio edilizio esistente. In particolare, non esistono dati che registrino (e rendano pubblico) i numeri degli immobili sfitti, sia per quanto riguarda il settore residenziale
sia per quello commerciale e dei servizi; né è chiaro a tutti “quanto sarà possibile costruire” in virtù degli strumenti urbanistici vigenti negli oltre 8mila Comuni italiani.
È per questo che il 27 febbraio 2012 è partito, in tutta Italia, un censimento dal basso. Lo ha voluto il Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio. Si tratta del tentativo di realizzare la
prima inchiesta capillare per quantificare il numero delle abitazioni
e degli altri immobili non utilizzati, vuoti e sfitti.
A marzo 2012 tutti i Sindaci italiani hanno ricevuto copia della scheda
di censimento (che potete scaricare a questo link www.salviamoilpaesaggio.it/blog/info_sul_forum/campagna-per-il-censimento)
elaborata da un gruppo di lavoro del Forum, formato da amministratori, architetti, urbanisti e professionisti del settore. Gli enti locali
avrebbero dovuto compilarla entro 6 mesi, restituendo così al Forum
la mappa degli edifici sfitti su tutto il territorio nazionale.
Il “censimento del cemento” rappresenta la prima iniziativa promossa dal Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio, nato a Cassinetta di Lugagnano il 29 ottobre 2011, cui aderiscono oltre 900 organizzazioni (a pagina 91 intervistiamo Sandro
43
Mortarino, che ne è il coordinatore nazionale). Il Forum è nato con
l’obiettivo di fermare il consumo di suolo nel nostro Paese: un passo necessario e non procrastinabile per proporre un metodo di pianificazione - da adottare in tempi brevi - e scongiurare piani urbanistici lontani dai bisogni effettivi delle comunità locali. Oppure che
prevedano sviluppi edilizi inutili ed eccessivi, data l’ampia disponibilità di edifici già esistenti. L’obiettivo: ripensare l’urbanistica, approvando piani a “crescita zero”.
A fine ottobre 2012, per festeggiare il primo compleanno, e consapevole che i Comuni erano in grave ritardo nell’elaborazione del
questionario, “Salviamo il paesaggio” si è fatto un regalo, che poi
è un dono a tutti i cittadini italiani: è infatti on line un database consultabile da chiunque voglia capire se il proprio Comune di residenza ha risposto o meno al “Censimento del cemento” promosso
dal Forum. Se non lo sapete, provate il “motore di ricerca” predisposto dal Forum.
“È possibile ricercare i Comuni per Regione e per Provincia, e consultare un elenco ordinato per tipo di risposta - spiega Sandro Mortarino, coordinatore del Forum -: ci sono, prima di tutto, i Comuni
in verde (schede restituite) poi in arancione (risposte parziali) e poi
in rosso (risposte negative)”. “In questo momento, a giugno 2013 aggiunge Mortarino - abbiamo ricevuto in totale 221 schede debitamente compilate, 180 schede parzialmente compilate (o impegni
assunti delle amministrazioni comunali) e 116 risposte negative”.
Il passo successivo, qualora il Comune in cui siete residenti non abbia risposto (al 21 giugno 2013 sono arrivate solo 517 schede su
8.056) o l’abbia fatto in modo inadeguato, è aiutare i comitati territoriali (l’elenco è sul sito) a far pressione sull’amministrazione locale.
“Rispetto all’azione degli enti locali non parlerei di negligenza - con44
clude Mortarino - ma di disinteresse a rendere trasparente la situazione urbanistica. È una scelta politica, più che altro. I dati devono
esserci, altrimenti mi chiedo da dove nasca il Piano urbanistico”.
I dati di giugno 2013, spiega Mortarino, “evidenziano quello che temevamo all’inizio: la nostra richiesta è stata sentita da molti amministrazione come ’la manifesta volontà di impicciarsi dei fatti altrui’, di
’mettere il dito nella piaga’. Ma il fatto che le risposte siano poche,
dimostra quando sia importante questo passaggio, oltre alla serietà intellettuale della nostra proposta. Se le risposte non arrivano, se
non dopo insistenze ’fisiche’ da parte dei comitati attivi a livello territoriale, che fanno pressione sui singoli enti, è la dimostrazione che
c’è una grande paura di diffondere con trasparenza i dati, mettendoli a disposizione dei cittadini. Se manca questo genere di trasparenza, tutto il resto ne trae un danno profondo. Noi siamo convinti che si debba andare avanti. Per questo la campagna è diventata
permanente”.
Case a rendere - Bisceglie (Ba)
È bastata una pagina Facebook per mettere alla berlina il mercato immobiliare di una città in espansione. Si chiama “Bisceglie si vende, Bisceglie si fitta” e l’ha aperta, a fine agosto 2012, l’associazione Bisceglie
Vecchia Extramoenia (BVE, www.bisceglievex.it), nata per occuparsi
di ambiente, paesaggio ed urbanistica e per “recuperare, tutelare, valorizzare e rafforzare l’identità storica e culturale della Città di Bisceglie”,
in provincia di Bari.
È in corso in città la discussione relativa al nuovo Piano urbanistico generale, ed i ragazzi di BVE hanno ben in testa il vecchio Piano regolatore: “Prevedeva un’espansione urbanistica immaginando che nel 2011 i
biscegliesi sarebbero stati 75mila - racconta Peppo Ruggieri -: ad oggi
non siamo 55mila”. Il risultato sono case vuote, e il proliferare di cartelli
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“vendesi” e “affittasi”. “Secondo la scheda di censimento consegnata
dal Comune di Bisceglie a ‘Salviamo il paesaggio’ - aggiunge Peppo gli immobili residenziali vuoti sarebbero 764, mentre secondo un documento redatto dalla Sogesud nel 2009 per conto della Regione, sarebbero 3.957”. Di fronte a dati contraddittori, BVE ha invitato i cittadini a un
censimento popolare: “Scatta la tua foto con il cellulare e caricala sulla
pagina, indicando la via ed il numero civico”, riassume Peppo.
L’obiettivo: “Dimostrare che esistono molti immobili sfitti e che troppe nuove costruzioni che spesso deturpano il paesaggio, consumano
suolo agricolo e sostituiscono maglie di immobili storici sono inutili. E
che le stime di crescita demografica (e quindi di espansione edilizia)
del vecchio e ancora vigente Prg così come del nascente Pug, non
sono giustificate”.
L’esercizio di cittadinanza attiva promosso dall’associazione ha una eco
importante sui social network, e non passa sotto silenzio nemmeno in
Municipio: dopo pochi giorni, l’assessore alla Sicurezza urbana, viabilità, centro storico e cultura del Comune convoca con urgenza tutti gli
agenti immobiliari della città nel suo studio, invitandoli a rimuovere i cartelli. Che forse erano troppi.
Il senso della polvere - Bologna
Esistono, nella nostra città, edifici e spazi abbandonati. E c’è chi, occupando, li rende visibili. Ma non basta: così “Zeroincondotta” (www.zic.
it) quotidiano on line autogestito bolognese, ha realizzato un censimento. Si chiama “Chiedi alla polvere” ed è una mappa degli spazi occupati,
sgomberati e quindi rimasti abbandonati. Tra i 15 spazi, anche l’ex istituto odontoiatrico Beretta, occupato a fine abitativi a fine 2012 e sgomberato pochi giorni prima di Natale dello stesso anno (ne abbiamo parlato
sul numero 147 di Altreconomia, “Occupiamoci di case...”).
La polvere cui chiedere ragione è anche - ad esempio - quella che si
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vede all’ex mensa di via della Manifattura 7, a Bologna, che una volta
dismessa è stata occupata nel gennaio 2004 da Vag 61, ma da oltre
3.500 giorni è di nuovo in stato di abbandono. Oppure - lì accanto - anche alla ex Manifattura Tabacchi di via Stalingrado 86, vicino a “Senza filtro” (di cui parliamo a p. 52): occupata nell’ottobre
2007, venne sgomberata dopo tre giorni. Da 2mila giorni (e più), è vuota.
Guarda la mappa e una galleria fotografica
Basi militari tour - Vicenza
Una mappa per esplorare il territorio vicentino e scoprire, da turisti, il legame tra la città del Palladio - patrimonio dell’umanità Unesco, vedi Altreconomia numero 151 - e le basi militari Usa e Nato dislocate dentro
e intorno a Vicenza. “Militare verso civile. Storie di basi, soldati ed armi”
è una proposta dell’AltroComune, iniziativa nata nell'ambito del Presidio permanente “No Dal Molin”, i cui attivisti organizzano tour guidati
e distribuiscono la mappa (una versione virtuale e animata - utilizzando
il programma Prezi, prezi.com - è sul sito www.nodalmolin.it).
Mappa e tour fanno parte delle iniziative realizzate dal Presidio nell’ambito della campagna “Vicenza libera dalle servitù militari”, promossa per
l’inaugurazione della base Dal Molin, il 2 luglio 2013.
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In/formare
informare v. tr. [dal lat. informare «dar forma», «istruire», e quindi
«dare notizia»] (io infórmo, ecc.). – 1. letter. a. Dotare di forma, conferire a un essere la sua propria forma o natura
Expopoli(s), il gioco della città che cambia (Milano)
“Lo scopo del gioco è di trarre profitto, affittando, comperando e vendendo le proprietà situate nella metropoli, sino a diventare il giocatore più ricco e, possibilmente, il monopolista della rendita fondiaria”. Il gioco in questione si chiama “Expòpoli(s)”, ed è una variante
(parola cara, a chi si occupa di tutela del paesaggio) del vecchio
“Monopoli”. Il tabellone è stato “modificato” dal Lab. OffTopic (pianoterralab.org), applicando nomi, dati e contenuti che fanno riferimento all’Esposizione universale del 2015, il maxi-evento che dovrebbe tenersi a Milano.
Leggendo il regolamento, disponibile in rete, si scopre così che la
vendita delle case spetta solo a BancaIntesa (tutto intero), ed è fortemente consigliato assicurarsi terreni (Cascina Merlata, Fiera), servizi e anche imprese (A2A, MM). Ci sono anche “imprevisti” e “probabilità”, tra cui quella di finire a San Vittore. Si parte dalla casella
del “Via!.. da Expo 2015”, mentre i giocatori (da due a sei) potranno
muovere sul tabellone pedine che rappresentano il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia e il Commissario straordinario all’evento (Roberto Formigoni, già presidente della Regione Lombardia, almeno
al momento della prima edizione del gioco), ma anche Compagnie
delle opere o Cmc (cooperativa ravennate, che ha vinto una delle
prime gara assegnate da Expo 2015 spa). La dinamica è semplice: “Quando il segnalino si ferma su un terreno, quartiere, stazione
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o impresa pubblica che non è ancora di proprietà altrui, il giocatore
può comperarlo dalla Banca (che per comodità chiameremo d’ora
in poi... Intesa), pagando il prezzo segnato sulla casella relativa: altrimenti la proprietà viene subito messa all’asta e ceduta al maggior
offerente... lo squalo di turno insomma”. Ogni mossa ruota intorno
alla rendita fondiaria e al ruolo della banca.
“Expòpoli(s)” è parte delle iniziative del comitato No Expo, nato per
chiedere a Milano la cancellazione dell’evento previsto tra maggio
e ottobre 2015. Secondo i No Expo, l’Esposizione non è altro che
un’occasione per cementificare la città e il suo intorno. Nella lista
dei desideri compilata in vista di Expo 2015 - infatti - c’erano in tutto
una sessantina di grandi, medie e piccole opere. Il catalogo comprende tre autostrade (Pedemontana, Tem e BreBeMi), nodi ferroviari (anche un collegamento tra i due terminal di Malpensa), due
linee del metro, Strade statali e bretelle, per un investimento complessivo che supera i 15 miliardi di euro.
Fino ad aprile 2013, la società che organizza l’evento, Expo 2015
spa - partecipata da ministero dell’Economia, Regione Lombardia,
Comune e Provincia di Milano, Camera di commercio -, avrebbe
potuto rinunciare all’Esposizione versando una penale di 51,6 milioni di euro, a cui si aggiungerebbero - come spese già certe - poco
più di 83 milioni di euro, quelli già trasferiti dal Tesoro a Comune di
Milano, Regione Lombardia ed Expo 2015 spa (su un totale di oltre
1,5 miliardi di euro stanziati dal governo).
Tra i problemi evidenziati anche sul tabellone di “Expòpoli(s)”, vi
è l’eredità del gigantesco comparto che ospita la piastra espositiva, oltre 1,1 milioni di metri quadrati tra i Comuni di Milano e Rho.
Un’area finora agricola, che alla fine della fiera, con tutte le urbanizzazioni, verrà ceduta e “valorizzata” tra il 2016 e il 2017.
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Solo in questo modo, infatti, sarà possibile ripagare l’investimento pubblico per l’acquisto dell’area, rilevata per 165 euro al metro
quadro dai proprietari, Fondazione Fiera e famiglia Cabassi. Nella
relazione preparata dai periti Farneti, Mattia e Reboa per il Tribunale di Milano, che certifica la “congruità” del prezzo, è previsto anche uno scenario di “sostenibilità” dell’intera operazione post-Expo.
Arexpo - tra il 2016 e il 2017 - cederà l’area per una cifra tra i 305 e
i 330 milioni di euro ad un “promotore immobiliare”, che poi - sulla base delle previsioni urbanistiche - potrà (finalmente) costruire: il
piano prevede 328.881 metri quadrati per la residenza libera (case
da 4.150 euro al m2); 30 mila m2 per la residenza sociale e 70mila
ciascuno per il terziario direzionale e il commercio.
Un’operazione da 1,9 miliardi di euro, con buona pace della grande partecipazione dei milanesi, che il 12 e 13 giugno 2011 avevano votato “sì” al referendum consultivo numero 3, quello che chiedeva “volete voi che il Comune di Milano adotti tutti gli atti ed effettui
tutte le azioni necessarie a garantire la conservazione integrale del
parco agroalimentare che sarà realizzato sul sito Expo e la sua connessione al sistema delle aree verdi e delle acque?”.
“Expòpoli(s)”, però, non vuole essere solo (e necessariamente) un
gioco da tavolo milanese. Per questo, OffTopic ha creato un sito
(www.inventati.org/expopolis) dove chiunque - cittadino, comitato, associazione - può creare, con l’aiuto di semplici istruzioni, la
versione di “Expòpoli(s)” della propria città, stampando infine una
copia del gioco che racconta il proprio territorio: “Un’occasione per
raccontare le ferite aperte della metropoli senza rinunciare ad una
comunicazione ludica alla portata di tutti”. Da fine maggio 2013, il
gioco da tavolo è diventato un libro, “Expopolis. Il grande gioco
di Milano 2015”, edito da Agenzia X.
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Fotografie contro l’autostrada (Valdastico - VI)
La Val d’Astico è “Un posto fantAstico”. E questo è il nome scelto dal
comitato No Valdastico Nord per il concorso fotografico on line organizzato nell’ambito delle iniziative a difesa della valle e contro la realizzazione del prolungamento dell’autostrada A31 Nord, da Piovene Rocchette
(VI) a Trento. Ne abbiamo scritto su Altreconomia numero 146, spiegando come l’approvazione dell’inutile opera rappresenti in realtà solo una
“garanzia” per l’attuale gestore, A4 Holding, e per i suoi soci (su tutti Intesa Sanpaolo): il prolungamento a Trento dell’A31 allungherebbe, infatti, fino al 2026 una concessione in scadenza a metà 2013. “Gratuito
e aperto a tutti, il concorso ’Un posto fantAstico’ raccoglie foto (a colori
o in bianco e nero) che abbiano per soggetto panorami, scorci, borghi,
edifici o monumenti della Valle dell’Astico”, spiegano i promotori.
Le foto ammesse al concorso verranno a mano a mano inserite in un apposito album nella Pagina Fan di Facebook del comitato No Valdastico
Nord. Saranno poi gli utenti di Facebook, infatti, a stabilire con i ’Mi Piace’ la foto vincitrice. Gli autori vincitori del premio finale e di quello “speciale” della Giuria si aggiudicheranno la maglietta No Valdastico Nord e
prodotti tipici della valle. Info: www.novaldasticonord.info
Il problema casa in Infografica (Mantova)
I dati sono importanti, ma lo è altrettanto saperli rappresentare. Un modello efficace è quello scelto da eQual, un gruppo di iniziativa sociale
composto da attivisti provenienti da vari percorsi della città di Mantova:
per dar conto del disagio abitativo nella città lombarda, hanno raccolto
i dati relativi al consumo di suolo, agli immobili sfitti presenti sul territorio comunale, alla richieste di case popolari e al numero degli sfratti (la
quasi totalità dovuti a morosità), e li hanno poi riassunti in un' infografica da stampare, ciclostilare, distribuire, condividere con un solo click
sui social network. Info: equalmn.wordpress.com
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Riutilizzare
riutilizzare v. tr. [comp. di ri- e utilizzare]. – Utilizzare nuovamente, cioè
far servire a un nuovo uso, uguale o diverso da quello precedente, un
oggetto o un materiale che sia già stato adoperato e abbia perciò compiuto la sua funzione.
Senza filtro (Bologna)
Lungo via Stalingrado, a Bologna, si passa veloci: uscendo dalla
tangenziale, diretti verso in centro città, o viceversa. Dai finestrini
scorre una teoria di aree industriali abbandonate. Chi si ferma davanti al numero 59, però, vede altro: la ex Samp Utensili dall’agosto del 2012 è diventata “Senza filtro”, e all’ingresso della ex fabbrica metalmeccanica c’è un cartello “programmatico” con la scritta
“Urban Recycle”: qui si pratica il riutilizzo urbano.
L’intero stabile, 12mila metri quadrati, è oggi un “centro per lo smistamento delle arti differenti”, come spiega sul proprio sito internet l’associazione Planimetrie culturali (www.planimetrieculturali.org), che ha l’edificio in custodia.
Quella di ST59, infatti, non è un’occupazione: “Scadiamo a luglio
2015”, racconta Werther Albertazzi, presidente dell’associazione.
Siede intorno a uno dei tavoli-bidone del bar-osteria, e definisce la
filosofia alla base dell’azione di Planimetrie culturali: “Ci occupiamo della ’custodia gratuita di spazi temporaneamente in disuso’. Il
mezzo è un contratto di comodato gratuito, finalizzato a un utilizzo
sociale e culturale. Il metodo prevede la realizzazione di progetti a
termine. L’obiettivo è una mappatura della città”.
“Senza filtro” viene indicato come “Urban Recycle 6.0”, ed è il sesto luogo rivitalizzato grazie all’azione di Planimetrie culturali.
“Nel 2004, abbiamo ’preso’ l’ex Macello di via Santa Caterina. Di
52
proprietà di Cogei, era abbandonato da 7 anni”. In pochi mesi, è
diventato il Cantiere Culturale Bologna, punto di riferimento in un
quartiere periferico: “Siamo stati tollerati”, racconta Werther. Dopo
una decina di mesi quell’esperienza ha termine, e dalla volontà
di ripeterla nasce Planimetrie culturali, che il 17 gennaio 2005 si
presenta con una lettera al sindaco di Bologna, Sergio Cofferati:
“L’autogestione temporanea delle zone abbandonate dalla città nella città, è in cima alla lista dei buoni propositi che abbiamo stilato
per il 2005”. Il quartiere San Donato, con il suo presidente Riccardo Malagoli (oggi assessore comunale, a Bologna), sostiene l’attività dell’associazione.
“Il nostro obiettivo è portare un beneficio alla città, e quand’è possibile lasciare una eredità - racconta Werther -: lavoriamo molto sullo
spazio, che modifichiamo giorno dopo giorno”. Quando Planimetrie culturali è entrata nella ex Samp, ad esempio, l’area in cui sediamo non era un open space, che ospitava uffici, divisi da pareti di cartongesso. Al piano di sopra, invece, c’era una unica sala,
e lì son state tirate su le pareti: “Ospiterà un ostello - precisa Werther -, con 14 posti letto. Stiamo terminando l’impianto di riscaldamento. Il tutto in autocostruzione, e recuperando tutto ciò che troviamo qui dentro”.
Oltre la vetrata del bar c’è l’immenso capannone. Sono 6mila metri quadrati: una parte - denominata ST59 - ospita sei associazioni sportive, che tutti i pomeriggi dalle 15.00 portano a “Senza filtro” ragazzi con lo skateboard, i rollerblade o in Bmx, o per corsi
di parkour, tessuti aerei, capoeira, basket e arrampicata. Un’area
viene allestita all’occasione, per concerti, feste, fiere.
Sabato 4 maggio la ex Samp Utensili di via Stalingrado è stata teatro della seconda assemblea del Forum nazionale “Salviamo il paesaggio, difendiamo i territori”. L’uso non si paga, perché lo scam53
bio non è monetario. “Le associazioni che fanno parte del progetto
sono una ventina - spiega Werther -. Tutte hanno accesso agli spazi in cambio del lavoro e delle partecipazione all’assemblea, dove
concordiamo la programmazione degli spazi”.
A “Senza filtro”, così, sono ospitati il museo del flipper di Tilt (www.
tilt.it/flipper_pinball/museo), la sede dell'associazione di fotografi bolognesi “Piccolo formato” (www.piccoloformato.it) e quella di
“Fuori campo”, che si occupa di arte e cultura lesbica (www.fuoricampo.net). La galleria, invece, è gestita da VVVB. Chi entra fa una
tessera, che serve anche come copertura assicurativa. Tra le forme
di autofinanziamento un’osteria (dove due cuoche servono piatti
della tradizione bolognese e romagnola, cucinati a partire da materie prime locali). Se arrivasse un acquirente per l’area, che oggi
è gestita da un curatore fallimentare, Planimetrie culturali dovrebbe
“sgomberarla” in 60 giorni. “Abbiamo sottoposto all’amministrazione numerosi progetti di riuso anche per aree di proprietà pubblica,
come le caserme Sani e Staveco, o villa Salus e la ex Manifattura
Tabacchi - conclude Werther -: non abbiamo mai ricevuto risposta”.
A Bologna è più facile mettersi d’accordo con un privato che con
l’amministrazione comunale, che è in attesa di una “valorizzazione” dell’immobile. Che tarda sempre ad arrivare.
Case Bettola (Reggio Emilia)
“La prima asta era andata deserta, la seconda l’abbiamo bloccata noi:
occupando”. Era il 2009 ed è così, racconta Silvio, che è nata “Casa
Bettola” (www.casabettola.org). La Provincia di Reggio Emilia avrebbe
voluto vendere la vecchia casa cantoniera alle porte della città emiliana,
in fondo alla Ss 63 del Valico del Cerreto. Che è stata trasformata, invece, in un cantiere di idee e pratiche, autogestite ed alternative.
“All’inizio questa era una occupazione a scopo abitativo - continua Sil54
vio -: abbiamo aperto da subito uno sportello per il diritto alla casa”, cui
via via si sono aggiunti lo “Spazio incontro”, una scuola d’italiano “di
donne per le donne”, un atelier di gioco per i bambini, una scambioteca per i vestiti, un mercatino del biologico di filiera corta, un forno in
comune e infine un’osteria, “Casa Bietola”.
Tutte le attività sono collegate da un gomitolo di filo rosso, che è anche
il simbolo di “Casa Bettola”, sulla cui carta d’identità è scritto “casa cantoniera autogestita”: “Mentre le madri frequentano la scuola, che è attiva
due pomeriggi a settimana, i figli giocano allo ’Spazio incontro’, che è
gestito da volontari che nelle vita fanno gli educatori”, spiega Silvio, che
aggiunge: “L’assemblea è composta da una dozzina di persone, anche
se è difficile quantificare quante siano quelle che rendono possibili tutte
le attività della Casa”. Le attività partono, necessariamente, dall’auto-recupero dello stabile su due piani, in via Martiri della Bettola: “Abbiamo risistemato il tetto, e realizzato un sistema di riscaldamento anche al piano inferiore -racconta ancora Silvio-. Ciò serve anche a dimostrare che,
mentre le altre case cantoniere hanno ancora i buchi sui tetti, noi abbiamo saputo restituire uno spazio alla città. Alla base dell’occupazione, infatti, c’è stata un’idea di difesa del ’bene comune’”.
“Per la Provincia quest’area ha solo un valore commerciale. Noi dimostriamo il contrario”, conclude Silvio, mentre riscalda il forno per la pizza: un “forno comune” in terra cruda, auto-costruito nella primavera del
2012. Una volta a settimana c’è il “Mercato Bio Bettola”, al mercoledì,
dalle 18 alle 20: “È gestito da un’assemblea che riunisce, ogni mese,
produttori e consumatori”, come spiega Giuliano.
RiutilizziAMO l’Italia
La campagna “RiutilizziAMO l’Italia” è nata in seguito alla pubblicazione - nel gennaio 2011 - del dossier “Terra rubata”, che il Wwf ha realizzato con il FAI, e dalla considerazione che l’Italia non si può permettere
55
più il lusso di considerare il suolo una risorsa inesauribile e rinnovabile. In assenza di correttivi - spiegava il rapporto - nei prossimi 20 anni la
superficie occupata dalle aree urbane crescerà in Italia di circa 600mila ettari, pari a un consumo di suolo di 75 ettari al giorno.
In sei mesi, tra la primavera e l’autunno del 2012, il Wwf ha ricevuto
ben 575 segnalazioni di aree dismesse o degradate. Ben l’85% contiene anche idee e proposte di riutilizzo ambientale e sociale (elaborate da comunità locali, singoli cittadini e una Rete di 25 esperti e docenti di 11 atenei): di queste, il 49% propongono una riqualificazione
green delle aree (per il 20% a verde pubblico, il 15% per ricomporre la
rete ecologica, il 9% ad orti urbani e sociali, per il 5% ad uso agricolo) e il 47% a riutilizzo urbanistico (la percentuale rimanente non fornisce dettagli ulteriori).
La seconda fase della campagna contempla un appello ad istituzioni
e amministrazioni pubbliche per promuovere il ’Kit del riuso’, un breviario che contiene strumenti per favorire operazioni di recupero e la riqualificazione delle città e del territorio e per fermare l’ulteriore cementificazione del Belpaese.
Tra questi: la profonda innovazione della legge urbanistica del 1942, che
punti al riuso e alla riqualificazione delle aree e dei manufatti inutilizzati,
privilegiando la domanda sociale e il ruolo delle comunità locali; la Carta ’No al consumo di suolo, Sì al riuso dell’Italia’; il ’Registro del suolo’,
la creazione di una banca dati integrata tra gli Uffici delle varie Amministrazioni, accessibile ai cittadini, per monitorare e prevenire il consumo
di suolo e garantire la trasparenza sugli interventi sul territorio; la ’Fiscalità antiabbandono’, un’imposta selettiva per disincentivare il consumo
di nuovo suolo al di fuori del perimetro urbanizzato.
Info: www.wwf.it/riutilizziamolitalia.
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Simboleggiare
simboleggiare v. tr. [der. di simbolo] (io simboléggio, ecc.). – Rappresentare per mezzo di simboli, esprimere in forma simbolica: il
verde simboleggia la speranza; la «selva oscura» di Dante simboleggia l’errore e il peccato.
La filiera del pane e la Tangenziale (Caponago - MB)
La Tangenziale Est esterna di Milano dovrebbe essere pronta per
Expo. Al 31 marzo 2013, però, l’avanzamento dei lavori è al 5,7%.
Ciò significa che difficilmente quest’opera, una trentina di chilometri che collegano l’A1, a Melegnano, con l’A4, ad Agrate Brianza, per un investimento di oltre due miliardi di euro, arriverà fino
in fondo.
Ma ha già fatto danni: tra i primi terreni occupati dalla società incaricata di realizzare l’opera - i cui soci “costruttori” sono Impregilo, Pizzarotti, Coopsette, Cmb, Unieco, Cmc, Itinera e Pavimental - c’è infatti il campo di “Spiga&Madia”, progetto di filiera corta
che realizza una produzione di frumento biologico cui segue molitura, panificazione e distribuzione in un raggio di 20 chilometri. È
stato promosso dal Comitato verso il Distretto di economia solidale della Brianza (DesBri, des.desbri.org), insieme alla Retina
dei Gas della Brianza. Dopo l’ultimo raccolto, alla fine dell’estate
2012 hanno trovato ruspe, picchetti e sondaggi (“buchi”) sui campi di Caponago (Mb), una decina di ettari a due passi da Agrate
Brianza, la “porta Nord” della nuova tangenziale. Nelle manifestazioni “No TEM” distribuivano fette di pane: il messaggio, chiaro, è
“la Brianza vuole il frumento, non il cemento”.
La reazione della Retina e del DesBri si è concretizzata in un’istanza indirizzata alla Direzione generale Ambiente della Commissio57
ne europea, resa pubblica il 7 ottobre 2012 nel corso di un convegno a Osnago (Lc). Chiedono a Bruxelles - ed è la prima volta - di
chiarire se un’infrastruttura vale più del diritto a un’alimentazione
sana e biologica e alla tutela della biodiversità, considerando che
“l’opera causerà, e sta già causando, un danno concreto a colture
biologiche e produzioni agricole di pregio, oltre che determinare un
irreversibile consumo di suolo agricolo”. “È il primo atto del genere - racconta l’avvocato Domenico Monci, esperto di diritto e giurisprudenza agraria, alimentare e dell’ambiente dell’Università del
Molise, che ha redatto l’istanza per conto di ’Spiga&madia’ -, e da
un punto di vista giuridico ha una portata rivoluzionaria”.
In questa battaglia esemplare, i brianzoli non sono soli. Perché il
consumo critico ha spalle larghe, che fanno leva sulla S, che nei
dizionario di un gruppo d’acquisto solidale è la forza della “solidarietà”. Un valore che si è reso esplicito nella scelta di destinare al ricorso il fondo 2012 frutto del progetto “Adesso Pasta!”, per
3.513,5 euro.
“Adesso Pasta!” è un accordo di fornitura condiviso tra 40 gruppi di acquisto solidale di diverse regioni italiane e la Cooperativa
agricola biologica La Terra e il Cielo, basato sull’applicazione di
un prezzo “giusto” alla pasta distribuita attraverso i Gas, non imposto da logiche di mercato ma bensì costruito a partire dai costi
trasparenti di produzione e da logiche di solidarietà e collaborazione. Il “Patto” prevede che il 2% del totale degli acquisti effettuati sia destinato a un fondo di solidarietà, alimentato per l’1% dai
consumatori (GAS) e per l’1% da La Terra e il Cielo. A fronte di circa 175.675 euro di pasta distribuiti dai 40 Gas ai propri soci, la destinazione del Fondo di solidarietà raccolto nel 2011-12, andrà a
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sostegno dell’importante lavoro svolto dal Des Brianza e dal Movimento No TEEM, destinato alle spese legali che comprendono
l’istanza alla Commissione europea per “lesa sovranità alimentare”. È il capitale delle relazioni.
Quello che non ha paura dello “scontro” con il capitale, quello dei
soci di Tangenziale Esterna SpA, società partecipata al 42,4% da
Tangenziali esterne di Milano spa - tra i cui azionisti troviamo Provincia di Milano, la famiglia Benetton, la famiglia Gavio, Intesa Sanpaolo - e poi, in ordine decrescente, Impregilo, ( 17,77%), Pizzarotti (10,17%), Autostrade Lombarde (6,73%), Coopsette (4,19%),
Cmb e Unieco (4,09% ciascuna) e Cmc (3,2%).
Niente cava sulla basilica! (San Pietro in Monte - LC)
L’area che ospita la basilica di San Pietro al Monte, sul monte Cornizzolo, non potrà essere trasformata in una cava. Lo ha deciso la Provincia di Lecco, che in questo modo ha dovuto “far propria” la richiesta
del Coordinamento Cornizzolo (www.coordinamentocornizzolo.it),
e votare la salvaguardia dell’area. Il progetto presentato dalla Holcim
prevedeva l’asportazione di 8 milioni di metri cubi di calcare, pari a 20
milioni di tonnellate in 20 anni. Holcim, spiega il sito aziendale, è “uno
dei leader mondiali nei settori cemento, aggregati (pietrisco, sabbia e
ghiaia) che fornisce anche calcestruzzo, asfalto e servizi legati al mondo delle costruzioni, detenendo interessi di maggioranza e di minoranza in circa 70 Paesi e 5 continenti”.
“L’ambito estrattivo è assolutamente lo stesso su cui avevano provato
ad ottenere l’autorizzazione dieci anni fa. Allora c’era stata una fortissima
mobilitazione, e nel maggio del 2001 il primo ’Cornizzolo day’, un’iniziativa che ribattezzammo ’una montagna di gente’ - racconta Roberto Fumagalli del Circolo ambiente “Ilaria Alpi” di Merone, una delle realtà del
Coordinamento Cornizzolo -. Riempimmo la montagna di amministra59
tori, portammo la Provincia di Lecco prima e la Regione Lombardia poi
a deliberare formalmente il diniego alla possibilità che lì venisse autorizzata una cava. Per peculiarità non solo ambientali ma anche storiche
e paesaggistiche - aggiunge Fumagalli - in quanto sulla montagna, a
poche centinaia di metri in linea d’aria dall’area che Holcim vorrebbe
trasformare in cava, c’è l’abbazia di San Pietro al Monte”, una delle più
alte testimonianze del romanico in Lombardia.
Il Cornizzolo è stato stralciato, ma le montagne del lecchese non se la
passano bene: nonostante il Piano cave vigente alla voce “volume residuo” indichi un avanzo di 5,3 milioni di metri cubi ancora da estrarre,
la Provincia vorrebbe concedere altri 11,7 milioni di metri cubi da qui al
2033. Con medie annue di cavato che in alcuni casi sfiorano il 150% in
più di quanto estratto negli ultimi tre anni.
L’associazione Qui Lecco Libera (quileccolibera.net),
che lo scorso anno aveva realizzato il video “Coltivando cave” (vedi “Salviamo il paesaggio!” edizione 2012,
p. 54) ha formulato 54 pagine di osservazioni, che sollevano due fondamentali aspetti: l’impatto sull’ambiente e il crollo del mercato. Su tredici indicatori attraverso i quali è valutata la ricaduta sul territorio dell’escavazione (da “Acque superficiali” a
“Biodiversità, flora e fauna”, da “Aria” a “Popolazione e salute umana”,
da “Rumori e vibrazioni” a “Suolo e sottosuolo”) le cave lecchesi registrano insufficienze in ben otto casi, con impatti “sensibili”, “rilevanti”
e “molto rilevanti”.
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Manifestare
manifestazióne s. f. [dal lat. tardo manifestatio -onis].
2 a. Forma di protesta o espressione dei sentimenti di una collettività o di un gruppo di persone, attuata sfilando per le strade oppure
radunandosi in massa in luogo pubblico, e rendendo noto mediante
discorsi, slogan, scritte su cartelli e striscioni il proprio atteggiamento relativamente a determinati fatti politici, sindacali, sociali
Le dighe nella Valle del Mis (Dolomiti bellunesi)
Dino Buzzati, firma del Corriere della Sera e autore di capolavori come “Il deserto dei tartari”, era nato a Belluno ai primi del Novecento. Innamorato delle sue Dolomiti, della valle del Mis ebbe a
scrivere: “Esistono da noi valli che non ho mai visto da nessun’altra parte”. E dev’essere per questo se, con l’istituzione del Parco
nazionale delle Dolomiti bellunesi (nel 1988) e la successiva adozione del Piano del parco (approvato dalla Regione Veneto il 21
novembre 2000), la zona è stata classificata come “riserva generale orientata”. Una zona, cioè, “dove è vietata ogni forma di trasformazione del territorio, ma sono ammesse le tradizionali attività colturali, purché esse non arrechino danno all’ambiente”. Come
se non bastasse, l’area ricade anche all’interno del Sito di importanza comunitaria “Dolomiti feltrine e bellunesi”, e nell’omonima
Zona di protezione speciale.
Tutto questo, però, non è stato sufficiente a contenere l’interesse
privato. In particolare, quello di Eva, Energie Valsabbia, che avrebbe voluto realizzare un impianto idroelettrico in grado di produrre
fino a 6,5 milioni di kWh all’anno di energia.
Il problema è che per un Comune di montagna, alla prese con i
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tagli dei trasferimenti agli enti locali, l’acqua che scorre è come
un terreno agricolo in pianura: quando viene modificata la “destinazione d’uso”, cambia anche il valore della risorsa. E in tempi di
magra, un bel torrente può aiutare un piccolo Comune a tenere in
piedi un bilancio: basta una concessione idroelettrica. È la stessa cosa che accade in pianura quando viene decisa una lottizzazione o una cava di ghiaia. Chi realizza l’intervento, però, in questi
casi può sempre professarsi “ambientalista”: le turbine producono energia rinnovabile. E i Comuni di Sospirolo e Gosaldo, sul cui territorio sarebbero stati collocati i manufatti, hanno stabilito il prezzo dell’acqua del Mis:
113.750 euro all’anno, per quindici anni. La cifra l’hanno messa nero
su bianco nello schema di convenzione, approvato dai due enti locali nel corso del 2010, che regola i rapporti con Eva spa.
C’è stato bisogno, così, di una marcia, che il 22 luglio 2012 ha portato un migliaio di persone a percorrere la valle del Mis, in difesa
delle Dolomiti bellunesi.
“Dove prima c’era un torrente, con i suoi salti, i suoi rivoli, le sue
pozze, ora stanno mettendo un tubo, diritto, sempre uguale a se
stesso. Freddo, artificiale. Dove prima c’erano sassi, oggi c’è cemento”, era scritto nel manifesto del Comitato bellunese acqua
bene comune. Poco più di un mese dopo, martedì 28 agosto, ci
ha pensato il Corpo forestale dello Stato a mettere i sigilli ai cantieri per la realizzazione della centrale idroelettrica, il progetto promosso dalla bresciana Eva, che è presieduta dall’ex leader ambientalista e deputato del Pci Chicco Testa.
I lavori erano iniziati solo pochi mesi prima, quando il Tribunale superiore delle acque (il 16 gennaio 2012) aveva respinto un ricorso dei comitati, secondo i quali le autorizzazioni concesse dall’Ente parco violavano il regolamento del Parco stesso. Il Tribunale ha
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confermato - aveva spiegato Energie Valsabbia in un comunicato del 30 agosto 2012 - “la piena validità ed efficacia di tutte le autorizzazioni rilasciate a favore della scrivente dalla Regione Veneto, dal Comune di Gosaldo e dal Parco delle Dolomiti Bellunesi e
di tutti gli altri Enti pubblici coinvolti nei complessi e meticolosi iter
autorizzativi già svolti”.
Non è d’accordo Valter Bonan, ambientalista, già sindaco del Comune di Pedavena, uno dei quindici inseriti nel territorio del Parco
nazionale delle Dolomiti bellunesi. Dal 1999 al 2004 è stato presidente del Parco. E ricorda benissimo, perciò, le parole scritte nell’articolo 16 del Piano del parco, “Prescrizioni per la tutela e il recupero ambientale”: “Con l’esclusione delle concessioni esistenti [...]
è vietato qualsiasi intervento che modifichi il regime naturale delle
acque superficiali e sotterranee”. E ancora: “È comunque vietata,
all’interno del Parco, ogni ulteriore derivazione delle acque superficiali e sotterranee per scopi idroelettrici e irrigui”. È l’asse portante
del ricorso al Tribunale superiore delle acque pubbliche. “Avremmo voluto fare della valle del Mis, che non è elettrificata, una ’vetrina delle energie rinnovabili’, con micro-interventi adatti a rendere
possibili l’alimentazione di attività di animazione in loco”.
Le acque del Mis, del resto, già hanno pagato il loro tributo all’idroelettrico: il lago del Mis è uno dei tre maggiori della provincia di
Belluno. È stato creato da Enel all’inizio degli anni Sessanta, e può
contenere fino a 30,2 milioni di metri cubi d’acqua, che alimentano
la centrale idroelettrica di Sospirolo. A valle del lago, il torrente Mis,
o quel che ne resta, è tributario del torrente Cordevole, che fa parte del bacino idrografico del Piave, famoso per essere il fiume più
artificializzato d’Europa. A monte del lago dell’Enel, però, il torrente
Mis ha scavato tra le rocce delle forre di una bellezza straordinaria,
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la cui naturalità è ancora intatta. Eppure la nuova diga del Mis, secondo i legali di Valsabbia, avrebbe aiutato l’Italia a “conformarsi
al protocollo di Kyoto”. Ci ha pensato la Corte di Cassazione, nel
novembre 2012, a dare uno stop definitivo al progetto.
Info: www.acquabenecomunebelluno.it
Il 5 maggio (2013) e la ricostruzione civile dopo il terremoto
(L’Aquila)
“Che il restauro del centro monumentale dell’Aquila, inteso come un
unico e indivisibile bene culturale da proteggere, sia la prima urgenza della politica nazionale del patrimonio culturale. Che il flusso del finanziamento sia costante, e che l’andamento dei lavori sia pubblico,
e totalmente trasparente. Che questo processo riguardi anche tutti gli
altri centri storici del cratere, parti di un unico sistema ambientale, paesaggistico, urbanistico, storico-artistico. Che l’Aquila risorga com’era e
dov’era”. Inizia così l’appello con cui si è chiusa la manifestazione degli storici dell’arte, che il 5 maggio 2013 hanno “invaso” L’Aquila, lambito la “zona rossa”, attraversato il centro storico abbandonato. L’iniziativa, “Storici dell’arte e ricostruzione civile” (laquila5maggio.
wordpress.com) è un’idea di Tomaso Montanari cui hanno aderito “su
basi etiche, materiali e scientifiche, e non corporative, tutte le associazioni che rappresentano gli storici dell’arte, cosa mai successa finora”
racconta il promotore, e che ha visto un migliaio di partecipanti tra docenti, studenti e funzionari dei Beni culturali.
Tre, per Montanari, gli obiettivi: “Lo storico dell’arte ha l’obbligo di ’vedere le cose con i suoi occhi’, e ho l’impressione che il 90% di quelli
italiani non siano tornati a L’Aquila dopo il 6 aprile 2009. Quand’è successo a me, nel marzo 2011, ho visto qualcosa che non ero pronto ad
accettare: un centro monumentale totalmente abbandonato”.
Oggi, a cantieri aperti, “abbiamo l’obbligo di partecipare a scelte non
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facili: da L’Aquila parte un dibattito scientifico su cosa fare e non fare,
per il patrimonio culturale del Paese”. Infine, conclude Montanari, “questa visita è servita alla comunità scientifica, che studia il rapporto tra l’arte, una città e i suoi cittadini, e non la fuga dalle città per chiudersi nelle
mostre. In una città senza cittadini, dove le pietre e il popolo sono separati forse per sempre, il nostro obiettivo è quello di tenerli insieme”.
(Leggi il resoconto e guarda il fotoreportage di Altreconomia dall’Aquila su www.altreconomia.it)
No Cmc (Ravenna)
La data del 13 ottobre 2012 è importante. Quel giorno, infatti, a Ravenna è andata in scena una manifestazione non ordinaria per l’Italia: la protesta non riguardava una grande opera, ma un’imprese, la Cooperativa
muratori e cementisti (CMC), che è attiva sui cantieri di un gran numero
di grandi opere, e ha sede proprio nella città romagnola.
Una rete trasversale - denominata “Dalla parte della terra” - ha richiamato in piazza un migliaio di persone da tutta Italia: “...manifesteremo contro
la CMC che, dopo essere stata artefice in questi anni di numerose devastazioni sul territorio italiano, si accinge a realizzare il tunnel geognostico alla Maddalena di Chiomonte in Val di Susa - si legge sull’appello
-. Un’azienda che fra i vari progetti distruttivi, vuole realizzare un cantiere
rifiutato da decine di migliaia di residenti nella Valle e da un Movimento
che ormai è presente in tutta la penisola e oltre confine. In gioco non ci
sono solo le spartizioni legate al T.A.V.”.
Alla manifestazione hanno aderito tutti quei comitati attivi contro progetti
sui cui cantieri è (o è stata) attiva la Cooperativa ravennate: oltre ai No Tav
(www.notav.info), tra gli altri, i No Dal Molin di Vicenza, i No Expo di Milano/
Rho, i No TEM dell’Est milanese. Info: dallapartedellaterra.blogspot.it
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Ripensare
ripensare v. intr. [comp. di ri- e pensare] (io ripènso...; aus. avere)
1. Pensare di nuovo, spec. nel senso di tornare a riflettere, a meditare. Tornare a riflettere su qualcosa, spec. se con maggiore attenzione e ponderazione, con la prep. a: r. a un problema che non si
è riusciti a risolvere] ≈ rianalizzare (ø), riconsiderare (ø), riesaminare (ø), riprendere in considerazione (o in esame)
Due passi (indietro) nel verde (Desio - MB)
Il Comune che ha fatto un “passo indietro”, anzi due, si chiama Desio, circa 40mila abitanti in provincia di Monza e Brianza. Roberto
Corti ne è sindaco dal maggio 2011: è stato eletto dopo che la precedente giunta era caduta in seguito alle dimissioni in blocco dei
consiglieri comunali, dopo gli arresti avvenuti nell’ambito dell’operazione antimafia “Infinito” (luglio 2010). Corti dipinge un contesto
urbano impressionante: “Il nostro territorio ha una percentuale di
urbanizzazione pari al 68%, in una zona come quella del monzese
dove si registra una densità di oltre 2mila abitanti per km2, seconda
soltanto al napoletano (2.800 circa)”. In quest’area, subito a Nord
di Milano, lungo la Ss 36 che taglia il territorio tra Seregno, Lissone,
Desio e Monza, è quasi impossibile scorgere un’area verde. E fino
a pochi anni fa il simbolo del Municipio poteva essere quel grattacielo iniziato e mai terminato che oggi svetta incompiuto.
L’amministrazione guidata da Corti ha cancellato, grazie a una “variante di salvaguardia” votata in consiglio comunale nel novembre
2011, circa un milione e mezzo di metri quadrati di “ambiti di trasformazione”, che costituiscono il 10% della superficie di Desio.
“Siamo andati oltre il concetto di consumo zero, abbiamo addirittu66
ra tolto parte delle cubature previste”. Tra queste, 150mila m2 erano riservate a un centro commerciale: sarebbe stato il settimo nel
raggio di due Km2.
“Al supermercato ci si va in automobile e non in bicicletta: un chilometro in più non fa alcuna differenza - spiega il sindaco -. Considerando poi che un posto di lavoro nella grande distribuzione ne
ammazza tre nel commercio al dettaglio, si può concludere che
un’iniziativa del genere non porta crescita occupazionale”.
Lo sprawl urbano (o dispersione), in Lombardia, poggia le sue fondamenta su una previsione abitativa che Roberto Corti definisce
“sconcertante”: “L’assessore regionale alla pianificazione territoriale, durante un convegno, ha dichiarato che qualora si realizzasse
anche solo il 50% delle previsioni di espansione edilizia contenute nei Pgt adottati, che riguardano la metà dei Comuni lombardi, la
popolazione della Regione potrebbe raddoppiare: un assurdo per
definizione”. Assurdo quanto l’agire amministrativo di chi, spiega
Corti, “pensando soltanto all’elezione nel successivo mandato”, ha
pianificato le città, “garantendo servizi basandosi sulle entrate straordinarie” (ovvero gli oneri di urbanizzazione). “Prima o poi il territorio finisce e ti dovrai domandare dove e come reperire le risorse
necessarie: è una visione assolutamente miope”.
Il sindaco di Desio riconosce il “problema legislativo” legato alla
possibilità di utilizzare il 75% delle entrate derivanti da oneri di urbanizzazione nella spesa corrente: “Lì sta il peccato originale.
Un’amministrazione però deve cercare progressivamente di bilanciare questo fattore, tenendo presente che tornare indietro, ovvero tutelare il suolo libero, non significa non incassare più oneri di
urbanizzazione. Nel bilancio preventivo del 2010, il pareggio a Desio veniva raggiunto applicando il 75% degli oneri alla spesa cor67
rente. Nel 2011 siamo arrivati al 35-40%, e oggi puntiamo a limitare sempre più il ricorso agli oneri, attraverso una gestione efficiente
dell’ente ma anche, forse, chiedendo qualcosa in più ai cittadini in
termini di imposte”.
Scelta che non tutti i cittadini di Desio hanno apprezzato: nel maggio 2012, infatti, è stato completamente distrutto l’edificio del Polo
tecnologico universitario del Comune di Desio, un’immobile di quattromila metri quadrati dislocato su tre piani. Secondo i Carabinieri, si è trattato di “un’operazione premeditata e organizzata nei minimi dettagli”, ha spiegato ad Avviso Pubblico Lucrezia Ricchiuti,
allora vice-sindaco della città e oggi parlamentare del Pd.
La Darsena di città (Ravenna)
La “Darsena di città” occupa 136 ettari a ridosso del centro storico di Ravenna. È stata un porto emporio, e in seguito un importante porto industriale lungo il canale Candiano. Oggi è un’area dismessa in attesa di riqualificazione, la cui proprietà è per il 98% in mano a 47 soggetti privati,
“da piccoli proprietari ravennati a grandi gruppi come Eni”.
Lo racconta Andrea Caccia, che lavora per “Villaggio globale”, una cooperativa sociale che gestisce la bottega di commercio equo in città e ha
ideato, progettato e condotto - per conto dell’amministrazione comunale - “La Darsena che vorrei”, un percorso di progettazione partecipata
che è andato a definire insieme ai cittadini come riqualificare l’area: “Dagli anni Ottanta in avanti, dopo che le industrie hanno chiuso o si sono
spostate altrove, sull’area si sono susseguiti piani diversi. Del Comune,
della Confindustria locale, oppure promossi da consorzi di attori privati.
C’è stato un grosso dibattito, che però non ha prodotto alcun cambiamento”, racconta Andrea. Il percorso di partecipazione, avviato nell’agosto del 2011, ha visto un comitato promotore di 7 associazioni che hanno incontrato una sponda nell’amministrazione comunale.
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Il processo partecipativo era, infatti, già nel programma di Fabrizio Matteucci, il sindaco eletto nella primavera del 2011. “Noi del Villaggio Globale siamo stati coinvolti come facilitatori - spiega Andrea -: abbiamo concordato con gli uffici tecnici del Comune le modalità per coinvolgere la
cittadinanza in un processo che portasse a ’studiare’ l’area, e in seguito
apportare proposte. Del gruppo di lavoro fanno parte anche gli assessorati all’Urbanistica, alla Partecipazione e l’Agenda 21 locale”.
Prima di partire, sono stati definiti alcuni limiti: “Le proprietà private non
potevano essere toccate, cioè espropriate, per questioni economiche: il
Comune non ne aveva i mezzi; inoltre, la Darsena, il canale d’acqua che
divide in due l’area ma anche il terreno circostante, sono fortemente inquinati, e questo comporta oneri extra - racconta Andrea -: bisognerà,
perciò, recuperare le risorse per bonificare acqua e terreni, come auspicano tutti i partecipanti al processo. Infine, ci sono zone demaniali”.
La data di avvio formale del percorso è stata il 7 settembre 2011, con
un’iniziativa pubblica di presentazione del percorso, a cui hanno partecipato tra le 400 e le 500 persone convocate sia pubblicamente che privatamente, con lettere ad associazioni, operatori culturali e altri stakeholder. “Attualmente sono 420-430 gli iscritti al sito www.ladarsenachevorrei.
comune.ra.it, che ricevono una newsletter periodica”, racconta Andrea.
Sono un migliaio, invece, le persone che hanno partecipato alle attività
dei focus group - ovvero alle interviste di gruppo su uno o più temi specifici - e all’Open Space Technology. Questo modello, prescelto per la
progettazione partecipata, prevede una giornata di lavori senza alcun programma né relatori né tavoli di presidenza, una specie di brainstorming
collettivo per dare voce a tutti coloro che decidono di intervenire. Con
l’aiuto di “facilitatori”, il risultato diventa un instant book che a fine giornata viene consegnato a tutti i partecipanti. Unica nota stonata, secondo Caccia, la scarsa partecipazione dei proprietari: “Vedono la proprietà
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più che altro come rendita: pensano, in altre parole, di rivendere quando
partiranno la riqualificazione e le eventuali ricostruzioni”.
La prima fase del processo si è conclusa il 17 dicembre 2011, ed è riassunta in un volume che è scaricabile dal sito ladarsenachevorrei.
comune.ravenna.it
“I tecnici comunali hanno ricevuto in eredità questo documento. Il Piano
operativo comunale, che è in discussione, è stato redatto anche tenendo conto di tutte le proposte emerse. Poi ci saranno i passaggi classici.
Prima di consegnarlo in consiglio comunale, però, ad aprile 2012 i tecnici hanno incontrato nuovamente con i cittadini, per spiegare quali saranno le prime riflessioni”. Intanto, i lavori sono partiti dagli spazi demaniali: verranno messi i lampioni, realizzate alcune strade, e soprattutto
fatte sparire le recinzioni, “perché l’area è sempre stata recintata - spiega Andrea -: da questo siamo partiti, dall’esigenza di una ri-appropriazione dell’area da parte della cittadinanza. Abbiamo voglia di farla conoscere. Per questo abbiamo organizzato passeggiate con gli anziani,
alcuni dei quali, magari, avevano lavorato proprio lì. È il recupero della memoria dell’area”.
Ravenna è una delle città italiane candidate a diventare, nel 2019, “Capitale europea della cultura”. E la riqualificazione della Darsena di città,
con un mix funzionale, può essere una chiave.
“Costruire il meno possibile è senz’altro una delle indicazioni emerse dalla progettazione partecipata”, conclude Andrea Caccia: i tecnici del Comune devono decidere anche gli indici di edificabilità.
La parola è passata così agli uffici, che a fine maggio 2013 hanno “consegnato” alla città la bozza di Piano operativo comunale “POC Darsena di città”, poi discusso in due assemblee aperte nel mese di giugno.
I frutti del dibattito - osservazioni e proposte - verranno nuovamente valutati prima della discussione in consiglio comunale, prevista per l’autunno 2013.
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Tutelare (giuridicamente)
tutelare 2 v. tr. [der. di tutela] (io tutèlo, ecc.). – Difendere, proteggere, salvaguardare, preservare contro eventuali danni, offese o altre azioni illecite (soprattutto con disposizioni, con opportuni provvedimenti): è compito delle leggi t. i diritti dei cittadini; t. l’ambiente
naturale, il paesaggio dall’inquinamento
No Crescent (Salerno)
Il Crescent è un ecomostro, una mezzaluna di cemento alta 30 metri e lunga quasi 300 sul lungo mare di Salerno, che chiude l’affaccio al Tirreno per il centro storico della città campana. È (ormai) un
dato di fatto, e se ne può rendere conto chiunque la visiti.
L’edificio lo ha progettato l’archistar catalana Ricardo Bofill: accoglierà abitazioni (in vendita a 10mila euro al m2), spazi commerciali
e uffici. Poggia su Piazza della Libertà, un luogo che, secondo una
definizione del sindaco della città, Vincenzo De Luca - uno dei grandi sponsor del progetto, oggi anche viceministro delle Infrastrutture - è destinata a diventare “il simbolo dell’architettura moderna in
Italia”. I cantieri sono attivi dal giugno del 2011. E alla fine dei lavori
Salerno sarà “più ricca”: di circa 90mila metri cubi di cemento.
Secondo Italia Nostra e comitato “No Crescent”, tuttavia, i lavori sono inficiati da numerosi vizi. Per questo, si sono rivolti alla giustizia amministrativa, e ora attendono una sentenza del Consiglio
di Stato, che porrà fine a un contenzioso iniziato nel 2009, davanti al Tar di Salerno.
Il 16 aprile 2013, a Roma, i legali degli ambientalisti “hanno evidenziato ancora una volta le lacune nell’iter amministrativo, i rischi
idrogeologici, le problematiche sulla sdemanializzazione - spiega
un comunicato -. Italia Nostra ha potuto portare all’attenzione dei
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giudici di palazzo Spada un dato nuovo emerso da recenti atti acquisiti dalla Capitaneria di Porto di Salerno: un tratto consistente
del Fusandola, pari a circa 1.500 m2, è concesso solo temporaneamente al Comune. La concessione è quadriennale e in scadenza
già il prossimo settembre. Scaduta la concessione, quindi, l’area
tornerà nella disponibilità del pubblico Demanio. Questo rilevante
dato è stato puntualmente verbalizzato dall’avvocato Oreste Agosto, il quale ha evidenziato che tra pochi mesi la stessa Agenzia del
Demanio potrà chiedere la demolizione delle opere costruite nella
fascia di ambito demaniale”.
Nel frattempo, però, s’è mossa (alla fine) anche la Procura di Salerno, che - secondo quanto ha riportato a metà aprile 2013 Il Mattino - indaga “il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, il direttore
nel 2008 del settore opere e lavori pubblici del Comune, Lorenzo
Criscuolo, il dirigente del servizio trasformazioni edilizie (Sportello
unico per l’edilizia) del Comune, Matteo Basile [...] nell’ambito di
un procedimento penale della procura riguardo la fase dell’autorizzazione paesaggistica relativa al piano urbanistico di Santa Teresa,
meglio conosciuto come il progetto del Crescent”.
Arrivati a giugno 2013, sono ben venti gli esposti presentati, a partire
dal 2009, dal comitato “No Crescent” (19 alla Procura di Salerno, uno
a quella di Napoli): la maggior parte sono raccolti nel dossier “Minima Moralia”, che potete leggere sul sito internet www.nocrescent.
it. Tra gli ultimi, un’istanza di sequestro di tutti gli atti sul Crescent
e sull’area di Santa Teresa tenuti presso il ministero delle Infrastrutture”, dove De Luca - indagato a Salerno - si è insediato appunto
come viceministro nell’esecutivo guidato da Enrico Letta.
Il 12 aprile 2013 il dossier “Minima Moralia” è stato inviato al presidente del Senato, Pietro Grasso, con una lettera introduttiva: “Si72
gnor Presidente, in questo solco ci consentirà di trasmetterLe un
dossier che racchiude quattro anni di lavoro e di iniziative intraprese
dal nostro Comitato civico, da un’associazione che ha provato, in
ogni sede e con ogni utile strumento di democrazia, a contrastare
il dissennato progetto urbanistico che vuole portare alla edificazione, nel pieno centro di Salerno, di un mastodontico lotto cementizio denominato ’Crescent’. Una costruzione che verrà innalzata nei
pressi della storica spiaggia di Santa Teresa, area pregiata e vincolata che chiude il noto lungomare della città, a immediato ridosso
del centro antico e dello storico Teatro Giuseppe Verdi. Centinaia
di alloggi privati a pochi metri dal mare, in una zona - in tempi recentissimi - demanio marittimo”.
A settembre 2012 a destare preoccupazione a Salerno sono stati
anche i crolli in Piazza della Libertà, la “piattaforma” su cui dovrebbe poggiare il Crescent. In una memoria consegnata alla procura,
Italia Nostra ha sottolineato “che successivamente alla ripresa dei
lavori nel cantiere Crescent si verificava il crollo di una notevole porzione delle strutture portanti della costruenda Piazza della Libertà,
e che era del tutto assente il monitoraggio degli edifici adiacenti il
cantiere Crescent /Piazza, taluni dei quali adibiti a Scuola pubblica
(vedasi scuola Elementare Barra e Istituto Alberghiero Virtuoso)”.
Ma i problemi riguardano l’opera nel suo complesso. Lella Di
Leo, presidente di Italia Nostra Salerno, chiarisce così: “Il cantiere
nell’area di Santa Teresa ha due limiti fondamentali. Il primo è che
occupa una parte delicatissima e molto importante della città, andando a modificare il rapporto tra la città antica e il mare. Il ’Crescent’, che guarderà il mare, segna una cesura totale con tutta la
città storica che lascia alle sue spalle. A livello idrogeologico, ed è
il secondo aspetto, con la struttura del parcheggio a mare ha già
occupato tutta la spiaggia e un pezzo dello specchio acqueo an73
tistante, causando problemi di drenaggio per le acque che scendono con numerose vene dal monte Bonadies, alle spalle del centro storico della città”.
Per fermare l’opera si sono mossi amministrativisti, penalisti, architetti, esperti di paesaggio: il Comitato “No Crescent” e Italia Nostra
hanno messo in campo competenze e professionalità per cercare
di fermare “un’operazione burocratica particolarmente complessa
tesa alla speculazioni edilizia”, come la definisce Pierluigi Morena,
avvocato e presidente del Comitato.
Da Taranto a Bruxelles, con Cementir
Ogni cittadino può prendere carta e penna e scrivere a Bruxelles: esiste,
infatti, una Commissione petizioni del Parlamento europeo (trovate info
qui: www.europarl.europa.eu/committees/it/peti/home.html).
A fine gennaio 2013 Daniela Spera, tarantina, portavoce dell’associazione LegamJonici contro l’inquinamento (legamionicicontroinquinamento.wordpress.com), è stata anche ascoltata dalla Commissione, per una petizione in merito alla raffineria Eni che esiste proprio
a fianco dell’ILVA.
Una seconda petizione inviata da LegamJonici riguarda invece Cementir. Oggetto: i finanziamenti europei per il revamping del cementificio. La
petizione è nata a seguito dell’articolo con cui altreconomia.it aveva rivelato, nel gennaio 2012, un finanziamento pubblico della Regione Puglia a favore del progetto di ristrutturazione dell’impianto per la produzione di cemento del gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone. Quasi
20 milioni di euro a fondo perduto. Peccato che quando l’impresa ha
richiesto il finanziamento regionale, a valere sulle risorse del Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr), aveva già ottenuto risorse pubbliche da Invitalia spa, e questo è contrario al Regolamento della Commissione europea in materia: “Non ci siamo mossi per tempo, e non
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abbiamo potuto presentare osservazioni di carattere ambientale rispetto all’intervento, che autorizza Cementir a smaltire combustibile da rifiuti nel forno del cementificio e a utilizzare le ceneri d’incenerimento
nella produzione, mescolandole a calcare e argilla - racconta la Spera -. Crediamo, però, che la Regione abbia favorito l’impresa, che non
avrebbe avuto diritto a quei soldi. Perciò abbiamo indirizzato la nostra
petizione anche all’Ufficio europeo per la lotta anti-frode - dice Daniela
- e abbiamo appreso che la stessa è stata ’girata’ d’ufficio anche alla
direzione generale per la Concorrenza”.
Una legge (dal basso) per le Marche
I cittadini e le 93 associazioni e comitati che fanno parte del Forum per
la terra ed il paesaggio delle Marche hanno raccolto poco più di 8.400
firme in calce a una legge regionale d’iniziativa popolare, “Norme per
la tutela del paesaggio, lo sviluppo ecocompatibile ed il governo partecipato del territorio regionale”.
I moduli sono stato consegnati in Regione Marche il 18 aprile 2013.
L’iniziativa si è posta nel solco della vittoriosa mobilitazione che negli
anni ’80 - con una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare - portò alla costituzione del Parco regionale del Monte
Cònero. Dal bellissimo promontorio a Sud della città di Ancona, però,
adesso lo sguardo abbraccia il territorio di tutte le Marche, considerato
come “bene comune”, patrimonio collettivo inalienabile e inscindibile,
quale risultato di secolare e dinamica interrelazione tra opera dell’uomo e della natura.
Mentre questo libro va in stampa è in corso la verifica del numero delle
firme raccolte, poi potrà avvenire l’inserimento della proposta di legge
di iniziativa popolare all’ordine del giorno della Commissione competente. “Un primo risultato dell’iniziativa - spiega il Forum in un comunicato - è stato quello di accelerare la discussione tecnica di un testo
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elaborato dagli uffici regionali e che dovrebbe essere presentata dalla
Giunta regionale. In tal caso in Commissione ed in Aula vi saranno due
proposte di legge da porre a confronto”.
Tra i principi guida del testo d’iniziativa popolare: 1) il territorio - e quindi il suolo – agricolo, a partire da quello periurbano, non può più essere considerato alla stregua di un’area in attesa di futura urbanizzazione, ma deve assurgere a valore di “paesaggio”, oggetto di tutela per
la sua rilevanza naturalistica ed ambientale; 2) La partecipazione, reale e non solo dichiarata, delle comunità locali alle scelte di governo del
territorio va resa obbligatoria, effettiva e strutturata attraverso la codificazione di metodologie in parte già sperimentate con successo o in
fase di sperimentazione in altre regioni italiane; 3) norme di salvaguardia più restrittive e cogenti, di valenza immediata, atte ad operare una
sorta di “moratoria” per quei Piani regolatori comunali (PRG) certamente sovra dimensionati; 4) decadenza dei diritti edificatori, dopo un termine di cinque anni di non edificazione; 5) l’introduzione di meccanismi di pianificazione strutturale intercomunale, per quei temi di valenza
territoriale più ampia (tra cui, senz’altro, mobilità, energia, servizi, impianti e attività strategiche, gestione dei fiumi e delle risorse idriche, tutela delle aree naturali). Tutte le info e il testo completo della legge su:
www.paesaggiomarche.net
[Tra gli strumenti utilizzati dal Forum paesaggio c’è Prezi - prezi.com
-, una piattaforma open source per efficaci presentazione multimediali. Quella relativa alla legge d’iniziativa popolare la trovate su www.paesaggiomarche.net/c/proposta-di-legge]
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Giustapporre
giustappórre (meno com. giustapórre) v. tr. [dal lat. iuxta ponĕre
«porre accanto», sul modello del fr. juxtaposer] (coniug. come porre). - Mettere accanto, accostare due o più elementi, senza che
essi si uniscano strettamente o si fondano insieme
Golfrutteto! (Chiari - BS)
Se la Fondazione Istituto Morcelliano vuole realizzare un golf club,
la risposta dei comitati è in dialetto: “Golfrutteto”, spiegano. Che, in
bresciano, vuol dire: "io ho il frutteto". Del resto quei 254mila metri
quadrati sono coltivati da sempre, in un’area agricola nella frazione di Santellone del Comune di Chiari (Bs): a duecento anni dalla nascita, avvenuta nel 1817, la Fondazione vuole però mettere a
reddito il proprio patrimonio.
Gli ambientalisti, riuniti nel comitato “noninGOLFiamoci”, chiedono invece che quei terreni vengano messi a frutto. Cioè piantare alberi e piante - meli, kiwi, peri, peschi, albicocchi, susini, ciliegi, cachi, fichi, melograni, fragole, angurie e meloni - per avviare
un’azienda agricola. A fine maggio, in un’affollata assemblea pubblica “noninGOLFiamoci” ha presentato il progetto, elaborato in collaborazione con Coldiretti e completo di piano economico e finanziario: l’iniziativa richiede un investimento di poco più di 150mila
euro, per i primi tre anni dall’impianto, il tempo che impiegano alberi e piante a dare i primi frutti.
Dal quarto anno il progetto dovrebbe invece garantire un reddito, anche se le stime di piano sono basati sull’ipotesi - prudenziale - di vendere tutta la frutta all’ingrosso, “ma potremmo sfruttare
la rete di Campagna Amica, i mercati di filiera corta della Coldiretti,
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presenti in tutti i Comuni della Bassa bresciana - spiega Valentina
Bazzardi, che fa parte del comitato ed è un’attivista di Legambiente nella Bassa bresciana, aggiungendo che il frutteto sarà biologico-. Per tutto quello che abbiamo immaginato, non stiamo ricercando finanziamenti: questo progetto lo affidiamo alla Fondazione, che
nella presentazione pubblica del golf club, a fine settembre 2012,
e in alcune interviste rilasciate ai periodici, si è mostrata pronta ad
investire tra i 4 e i 6 milioni di euro per realizzare il campo da golf,
anche se non ha mai presentato un business plan”.
Questo significa che il frutteto permetterebbe alla Fondazione di
risparmiare oltre il 95 per cento del capitale che sarebbe investito
per realizzare il campo da nove buche.
“Il comitato ’noninGOLFiamoci’ è nato attorno ai primi di ottobre
2012 - racconta Bazzardi - , riunendo alcuni cittadini che non condividevano il progetto, alcune associazioni, tra cui Legambiente, e
membri delle minoranze in consiglio comunale. Abbiamo presentato osservazioni alla Provincia di Brescia, all’Arpal, all’ASL, a tutti
gli enti che sono destinatari del provvedimento dello Sportello unico per le attività produttive del Comune di Chiari”.
Oltre alle criticità ambientali - il golf sorgerebbe in area agricola, su
terreni che fanno parte della rete ecologica regionale, in un’area
ad elevata naturalità che fa da corridoio tra le zone di Monte Orfano (a 10 chilometri) e del Parco dell’Oglio (a 6 chilometri) -, il comitato avanza perplessità anche in merito al rispetto dello Statuto
della Fondazione: “Come sarà possibile finanziare l’intervento senza intaccare il patrimonio dell’Istituto Morcelliano?”.
“E un campo da golf può davvero rappresentare un aiuto ai giovani in situazione di bisogno, che è la finalità sociale con cui è stata
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creata la Fondazione?” si chiede Bazzardi. All’esponente di Legambiente e al comitato non basta la risposta abbozzata nell’assemblea pubblica di settembre 2012 dal consiglio d’amministrazione
della Fondazione, presieduto da don Alberto Boscaglia: l’unica
entrata sicura, hanno spiegato, è la vendita delle volumetrie edificabili, che - da progetto - verrebbe destinata alla realizzazione di
alcuni edifici ad uso residenziale, in tutto appartamenti per circa
15mila metri cubi per un consumo complessivo di suoli liberi di
ben 12mila metri quadrati.
Alle criticità economiche, si aggiungono quelle sociali: “Chiari e
la Bassa bresciana non hanno bisogno di questo campo da golf
- racconta Bazzardi -. L’area non ha un bacino d’utenza infinito, e
c’è già il campo da golf di Castrezzato”, a meno di dieci chilometri in linea d’aria. Se gli abbonati garantiscono la sopravvivenza di
una rivista, così i soci tesserati annuali rappresentano lo “zoccolo
duro” per un golf club da nove buche: “Aprire circoli così vicini potrebbe significare dimezzarne il numero”, ci ha spiegato Leonardo
Lucchetti della Colombera di Castrezzato.
Via col “VenTo”, lungo il Po (Venezia-Torino)
Un gruppo d’ingegneri ha progettato un’autostrada speciale: speciale
perché è lunga 679 chilometri e costa solo 80 milioni, ma soprattutto
perché la si potrà percorrere solo in sella alla propria bicicletta. Si chiama “VenTo”, Venezia-Torino, e unirebbe le due città seguendo il corso
del fiume Po: non è una grande opera, ma è un’“opera grande”, ed è il
frutto di una ricerca sul campo e a bassa velocità realizzata da un gruppo di lavoro coordinato dal professor Paolo Pileri.
Parlano i numeri: VenTo è lunga quasi 700 chilometri, in buona parte dispiegati sugli argini (55% del tracciato) o sulle vie di campagna o
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nei tratti urbani delle piccole e grandi città; attraversa quattro Regioni,
12 Province, 121 Comuni e 242 località, un patrimonio di paesaggio,
di ambiente, di storia, di lavoro, di agricoltura unico in Italia, permettendo l’esplorazione del Po lungo il suo corso, attività pressoché inedita;
VenTo si collocherebbe da subito tra le prime dorsali ciclistiche d’Europa, attirando il popolo dei ciclisti e cicloturisti europei, che oggi pedalano lungo il Danubio, l’Elba, il Reno, la Drava.
VenTo intercetta oltre 14mila aziende agricole, e quasi 300 strutture ricettive (raggiungibili con piccole deviazioni). Infine, oltre 266 chilometri
(circa il 40% del tracciato) di VenTo corrono all’interno di parchi e aree
protette. “Le dorsali ciclistiche in Europa riescono a produrre indotti economici di 150, 300, 400mila euro per chilometro. In Germania, qualcosa come 8 miliardi di euro all’anno, mezzo punto di Pil. Stimiamo la creazione di 2mila posti di lavoro” commenta Pileri.
Anche il piano economico-finanziario dell’opera (definito il “cruscotto
dei costi di realizzazione”) è dettagliato: “Il 60% della ciclabile è pronto, basta un milione di euro”. In tutto, invece, servono 80 milioni di euro,
“lo 0,001% delle spesa pubblica” ma anche il costo di un chilometro di
Tangenziale Est esterna di Milano.
Sarebbe possibile, inoltre, avere accesso a fondi europei: “Dal 18 dicembre 2012 -ha spiegato Pileri ad Ae- ciascun Paese può impiegare
quota parte dei finanziamenti infrastrutturali europei per le dorsali [ciclistiche, ndr], il che è una novità. Tra i progetti eleggibili c’è anche l’asse del Po, ’EuroVelo 8’, oltre al rafforzamento dell’asse del Brennero, e
alla via Francigena fino a Roma”. Altro che autostrade.
Info: www.progetto.vento.polimi.it
Il pane logistico di Mira (Mira - VE)
Strada più svincolo uguale cemento: una nuova viabilità, comporta nuovi
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insediamenti. Che possono essere centri commerciali, ma anche aree
logistiche. A Mira, nel veneziano, c’è “il caso esemplare del polo logistico di Dogaletto - racconta Mattia Donadel, di Opzione Zero, www.
opzionezero.org -: si tratta di 460 ettari, all’incrocio tra Romea Commerciale e Camionabile”. Tanto la Romea Commerciale (così chiamano in Veneto l’autostrada Orte-Mestre, che dovrebbe “sostituire” la strada statale Romea), quando la Camionabile -un’autostrada tra Mestre e
Padova- non esistono, ma c’è già chi progetta un parco di capannoni,
da costruire su un’immensa area agricola, tra l’altro vincolata nel Piano di area lagunare (Pal).
“L’intervento sarebbe funzionale ad un altro mega-progetto, quello di
realizzare un porto off shore per Venezia” spiega Mattia. Per “denunciare” il progetto Opzione Zero, insieme a Mira 2030, lista di cittadinanza
attiva, ha promosso l’iniziativa “pane logistico”: “È un progetto di filiera corta. Coltiviamo il grano su un terreno agricolo attiguo a quello che
verrebbe trasformato. Dopo averlo macinato, si trasforma in pane che
distribuiamo alla rete dei Gas. Abbiamo calcolato che con 200-260 ettari di terreno agricolo, nella zona lagunare, riusciremmo a dare pane a
tutti i cittadini di Mira (circa 40mila, ndr), per un anno”.
Opzione Zero è tra i promotori del coordinamento Stop OrMe (www.
stoporme.org), che dal Veneto all’Umbria riunisce associazioni e comitati che non vogliono la realizzazione dell’autostrada Orte-Mestre.
Guarda il video-reportage “Il casello incantato”
realizzato da Luca Martinelli per Altreconomia nel
novembre 2012
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Presidiare
presidiare v. tr. [dal lat. tardo praesidiari, der. di praesidium «presidio»] (io presìdio, ecc.). – 1. Occupare un luogo, garantirne la sicurezza imponendovi un presidio o installandovisi a presidio:
In mezzo alle fabbriche c’è la campagna (Padova)
In una città assediata dal cemento, come Padova, il Circolo di
campagna Wigwam “Il presidio... sotto il portico” (sites.google.com/site/ilpresidiowigwam) è un vero simbolo.
Attraversando la Zona industriale (Zip), s’arriva a una casa contadina, testimonianza di un paesaggio veneto quasi totalmente scomparso, tra i capannoni e l’autostrada A13: “Siamo sotto esproprio
dagli anni 50”, racconta il signor Francesco Pagnin, che vive nelle
casa con la moglie, Maria. Ha sempre fatto il contadino. Oggi ha
quasi ottant’anni ma i suoi terreni, 7 ettari, sono ancora coltivati:
grazie al figlio Stefano, sono diventati un “presidio” agricolo, sociale e culturale. Per Padova, un simbolo da valorizzare: “Secondo il
Piano paesaggistico regionale gli interventi devono favorire le aree
degradate, come quella intorno al Wigwam” spiega Sergio Lironi,
architetto e presidente onorario di Legambiente Padova.
Tutt’intorno, il fronte del cemento avanza sulla città. E c’è anche
chi realizza “Ville nel Parco”, oggi un quartiere le cui reti sfiorano
il Parco del Basso Isonzo. Tredici ettari, “che il Comune dovrebbe
assegnare attraverso un bando, perché diventi una fattoria urbana
dedicata all’agricoltura biologica”, spiega Sergio Lironi: “Il Parco
sarebbe dovuto essere molto più grande, con aree boscate, radure, giardini, aree attrezzate per il tempo libero e orti urbani”. Progetti
che non ci sono più nemmeno sulla carta, cancellati e sostituiti da
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nuove residenze. In nome delle perequazione. Padova è una città da salvare, dallo sprawl. Una missione da realizzare grazie alla
costituzione di un “Parco agropaesaggistico metropolitano tra i fiumi Brenta e Bacchiglione”. Da febbraio 2012 un’ampia schiera di
associazioni ambientaliste, con il sostegno del comitato locale di
“Salviamo il paesaggio”, è mobilitata per il parco.
“Un parco che non abbia confini - racconta Lironi - all’interno del
quale riunire tutte le aree libere, un anello verde che rischia di scomparire”. Basta attraversare la città - e l’area metropolitana, formata
da 17 Comuni - per capirlo: ad Abano Terme, nei Colli Euganei, è
in costruzione il nuovo raccordo stradale con Padova. All'incrocio
con la viabilità già esistente, è prevista la costruzione di un centro
commerciale, sui terreni agricoli e sulla preziosa Villa Mocenigo.
Nel territorio dello stesso comune, località Giarre, un campo da golf
potrebbe occupare 70 ettari, nei pressi del Canale di Battaglia. Diciotto buche su campi ancora arati. Oltre la strada ci sono le fondamenta del Parco acquatico di Abano Terme: “Il cantiere è fermo. Avrebbero voluto trasformarci nella ’Rimini delle terme’” scherza
Gianni Sandon, membro di Legambiente e consigliere del Parco regionale dei Colli Euganei. “Il ’nostro’ parco troverebbe posto, come
progetto strategico della Regione Veneto nell’ambito di una variante
al Piano territorio regionale di coordinamento del 2009, che è in discussione”, racconta Lironi. L’Istat certifica l’esigenza di un limite:
tra il 2000 e il 2010 in tutto il Veneto la superficie agricola è diminuita di oltre 180mila ettari; più o meno, quella che erano andata persa nei 30 anni precedenti. Tra il 1970 e il 2000, Padova e i comuni
dell’area metropolitana hanno perso il 25% della superficie agricola. Ecco che il Parco agro-paesaggistico metropolitano diventa lo
strumento di difesa delle aree agricole sopravvissute.
E “Il presidio... sotto il portico” è il suo biglietto da visita.
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Ex Diatto (Torino)
C’era una volta - negli anni Venti del secolo scorso - la Diatto, fabbrica di
automobili di Torino. Il 5 giugno 2013, però, lo stabilimento che occupava un intero isolato, tra via Frejus e via Revello - ed era un’opera d’arte,
Art Nouveau per la precisione - è stato abbattuto. La sua storia è finita
così - spiega il comitato di quartiere che si oppone all’intervento, il Comitato Sniarischiosa - per far posto a un centro commerciale; un parcheggio sotterraneo; un (micro)parco di 30×35 metri; 250 alloggi che
il Comune di Torino definisce “di pregio” (e quindi non popolari).
Capita, quando un Comune non ha più soldi ed è costretto a far cassa.
Torino, ad esempio, ha deciso di conferire una ventina di immobili, tra
cui la ex Diatto, al “Fondo città di Torino”, definito “lo strumento finanziario con cui il capoluogo piemontese, prima fra le grandi città italiane,
ha scelto di valorizzare il proprio patrimonio immobiliare”.
Pochi giorni prima di essere conferita al Fondo, la vecchia fabbrica d’auto
- che in seguito ha ospitato anche la Snia, da cui prende il nome il Comitato, e oggi uffici del Comune - è stata “valorizzata” sulla carta, cioè
garantendo alla proprietà la possibilità di edificare cubature da mettere
sul mercato: la ex Diatto, cioè, è stata conferita nel Fondo come “zona
urbana di trasformazione”, e non come fabbrica dismessa. Il Comune di Torino a corto di liquidità, ha ceduto in parte il fondo ad altri soggetti. Partner dell’amministrazione sono Prelios SGR (gruppo Prelios), sottoscrittore del 36% del fondo e gestore dello stesso, ed Equiter (cioè il gruppo Intesa-Sanpaolo).
A frenare per qualche mese il sogno pubblico-privato ci ha pensato il
6 gennaio 2013 il Comitato “Sniarischiosa”, che ha occupato alcuni locali dello stabile: “Nel periodo di Natale nel cortile della ex-Diatto erano
stati portati tre macchinari per il movimento terra.
Questo, assieme al fatto che l’inizio lavori fosse previsto per gennaio
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2013 e a un certo numero di ’voci di corridoio’, ci aveva fatto pensare che l’inizio dei lavori stessi fosse imminente” spiegano sul loro blog.
La ex Diatto ha ripreso a vivere, ospitando dibattiti (è toccato anche a
noi di Altreconomia animare un’iniziativa, per riflettere sul rapporto tra
finanza e cemento), iniziative culturali e il mercato Genuino clandestino. Così, il Comitato è diventato un interlocutore nei confronti dell’amministrazione comunale.
Il 27 febbraio 2013, il Comitato aveva inviato - insieme a Pro Natura
Torino,Italia Nostra Piemonte e Valle d’Aosta, Legambiente Ecopolis
- “un appello alle segreterie degli assessori Passoni (Bilancio) e Curti
(Urbanistica e periferie), alla circoscrizione 3 (nella quale si trova la ex
Diatto), a tutti i gruppi consiliari presenti in consiglio comunale, e a tutti
i contatti stampa a nostra disposizione”. Nell’appello - spiegava il Comitato - “chiediamo semplicemente che nessuna azione venga intrapresa finchè non si hanno le risposte ai quesiti che abbiamo sollevato,
e che l’assessore Curti, tenendo fede a quanto promesso, programmi
un incontro per discutere del problema”.
L’appello, “NON DEMOLITE LA FABBRICA EX DIATTO-SNIA” enunciava una chiara richiesta: Il Comitato di cittadini di Cenisia-San Paolo e
le sottoscritte Associazioni di tutela ambientale chiedono di non procedere con gli interventi di demolizione e bonifica dell’area denominata
’Stabilimento ex Diatto’, sita tra le vie Frejus, Cesana, Moretta e Revello, fintanto che non avranno avuto seguito le ulteriori indagini di carattere storico, architettonico e ambientale richieste”.
Il 18 giugno 2013 il Comitato è intervenuto in consiglio comunale, a Torino. Anche se la demolizione dello stabile ha reso (pressoché) inutile
l’audizione. Resta un (bel) sito internet a mostrare 6 mesi di attività per
far rivivere uno spazio abbandonato.
Info: sniarischiosa.noblogs.org
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Aggregare/Partecipare
partecipare (raro o ant. participare) v. intr. e tr. [dal lat. participare,
der. di partĭceps -icĭpis «partecipe»] (io partécipo, ecc.). –
a. Con la prep. a, prendere parte, far parte, cioè essere, trovarsi, intervenire insieme con altri a qualche cosa: p. a un convegno, a una
manifestazione, a una cerimonia, a un banchetto; anche, prendere parte attiva, interessarsi fattivamente, collaborare: p. a un’iniziativa sociale, culturale
Un referendum salutare (Pordenone)
La domanda è chiara: “Volete voi che l’Ospedale di Pordenone rimanga sul sito attuale di via Montereale numero 24?”. Chi l’ha formulata ai cittadini del capoluogo friulano, però, non è l’amministrazione, ma un gruppo di cittadini, che a fine gennaio 2013 si è riunito
nel comitato spontaneo “Salute pubblica bene comune” (comitatosalute.wordpress.com). L’alternativa che si erano trovati di
fronte, improvvisamente, era un nuovo ospedale da 550 posti realizzato in project financing, che averebbe occupato “un’area agricola di 20 ettari in zona Comina, delimitata dalla parte finale di via
Montereale fino all’incrocio semaforico deviazione Aviano e Maniago, via Pionieri del volo e viale Turco”. Questo significa che il pubblico - la Regione Friuli-Venezia Giulia - avrebbe coperto solo una
parte dei costi d’investimento, cioè 150 milioni di euro su complessivi 274, mentre il resto ce l’avrebbe messo un soggetto privato,
che avrebbe poi in gestione la struttura in cambio di un canone annuale (quello massimo ipotizzato è di 3,1 milioni annui per circa 26
anni), della concessione di tutti i servizi di albergaggio (pulizia, lavanderia, rifiuti, mensa...) e dei ricavi da attività commerciali (tra cui
anche i parcheggi).
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È successo tutto nell’arco di un mese: il 21 gennaio veniva firmata
l’intesa propedeutica all’accordo di programma per il nuovo ospedale di Pordenone; il 20 febbraio, la Giunta regionale autorizzava
l’allora presidente Tondo alla firma dell’accordo di programma per
la realizzazione del nuovo ospedale in Comina.
Si ripeteva, anche a Pordenone, lo schema ricostruito nell’inchiesta
del gennaio 2013 su Altreconomia, “Il peso degli ospedali”, evidenziando - grazie ai dati del rapporto annuale dell’Osservatorio sulla funzionalità delle Aziende sanitarie italiane (Oasi), realizzato dal
Cergas dell’Università Bocconi (www.cergas.unibocconi.it) - che
il project financing ospedaliero favorisce le imprese di costruzioni, che secondo il Rapporto pesano per l’80% nel capitale dei concessionari dei nuovi ospedali. Oasi 2012 fornisce anche uno spaccato del fenomeno: 2,7 miliardi di euro gli investimenti aggiudicati
in 7 diverse regioni, il 62% dei quali in Lombardia e Veneto. Con il
progetto friulano i arriverebbe a tre miliardi.
A meno che non si svolga il referendum consultivo, che “a Pordenone è uno strumento democratico, previsto nello Statuto Comunale,
che permette ai cittadini di esprimersi”, spiega il comitato.
Il consiglio comunale di Pordenone (competente sulla scelta dell’area)
dovrà poi esprimersi tenendo conto della consultazione popolare”.
Sono stati sufficienti 15 giorni (rispetto ai 60 previsti dal Regolamento comunale) per raccogliere le 1.500 firme di residenti necessarie per indire un Referendum consultivo comunale. Il Comitato ha
inoltre raccolto oltre 5mila firme in calce a una petizione, rivolta alla
nuova presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani. Le firme sono state consegnate a fine giugno 2013 da
cittadini “preoccupati per le ricadute negative che una simile opera potrebbe avere sulla sanità di tutta la provincia, poiché gli oneri
finanziari che il pubblico dovrà corrispondere al privato finirebbero
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per consumare le risorse necessarie a tutta la rete provinciale delle
strutture ospedaliere di Pordenone, Maniago, Sacile, San Vito, Spilimbergo, aprendo di fatto la strada alla loro privatizzazione. I cittadini sono inoltre “preoccupati per le pesanti implicazioni ambientali
e urbanistiche che questa nuova edificazione avrebbe sul territorio
della città di Pordenone, per l’impatto legato ad una ulteriore pesante cementificazione in area verde e di risorgive, per il futuro di
degrado della zona in cui insiste l’attuale struttura ospedaliera”, e
chiedono che “si rinunci al progetto di trasferimento dell’Ospedale
di Pordenone in Comina mantenendolo, adeguato alle norme, sul
sito attuale”, rinunciando a ricorrere - per gli interventi da realizzare - al project financing.
La rete no Css
Alla fine Corrado Clini ce l’ha fatta: la norma che ha allargato l’ingresso dei
forni dei cementifici ai combustibili solidi secondari è passata. Il regolamento “recante disciplina della cessazione della qualifica di rifiuto di determinate tipologie di combustibili solidi secondari (CSS)” è in vigore dal
29 marzo 2013. Nonostante la mobilitazione dal basso - di associazioni,
comitati e medici -, e contro il parere della commissione Ambiente della Camera dei deputati, che alla vigilia del voto in seguito alla pressione
popolare aveva invitato il governo a soprassedere e ad attendere l’avvio
della nuova legislatura per discutere il provvedimento in aula.
Almeno formalmente, il regolamento approvato non fa riferimento allo
“Schema di decreto del Presidente della Repubblica concernente il regolamento recante disciplina dell’utilizzo di combustibili solidi secondari
(CSS), in parziale sostituzione di combustibili fossili tradizionali, in cementifici soggetti al regime dell’autorizzazione integrata ambientale”.
Un provvedimento che - anche a seguito di un articolo uscito su altreconomia.it - a febbraio aveva portato a promuovere una campagna di
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pressione sui deputati della commissione Ambiente, attraverso un mail
bombing, che ha coinvolto Associazione “Comuni virtuosi”, Slow Food
Italia, Campagna Legge Rifiuti Zero, “Comitato promotore Campagna
Difesa Latte Materno dai Contaminanti Ambientali”, Associazione “Verso rifiuti zero”, Zero Waste Italy, Rete nazionale rifiuti zero, Stop al consumo di territorio, Rete dei comitati pugliesi per i beni comuni, AriaNova di Pederobba (Tv), Comitato “Lasciateci respirare” di Monselice (Pd),
“E noi?” di Monselice (Pd), Fumane Futura di Fumane (Vr), Valpolicella
2000 di Marano (Vr), Circolo ambiente “Ilaria Alpi” di Merone (Co), Associazione “Gestione corretta rifiuti” di Parma, Campagna Pulita, Maniago
(Pn), Movimento No all’Incenerimento di rifiuti, Si al Riciclo, Fanna (Pn),
Ambiente e futuro per rifiuti zero, Comitato per la tutela ambientale della
Conca Eugubina di Gubbio (Pg) e Associazione “Mamme per la salute
e l’ambiente” di Venafro (Is).
Ma un provvedimento che pareva congelato, in attesa di un (serio) dibattito parlamentare, è stato reintrodotto all’interno di un decreto che “assegna a determinate tipologie di Css (quello che fino a poco tempo fa era
conosciuto come Cdr, Combustibile da rifiuto) la qualifica di prodotto e
non più di rifiuto” quando - è importante - queste siano utilizzate “in alcune tipologie di impianti industriali che, per le garanzie fornite in campo ambientale e tecnico, sono particolarmente idonei”.
Il consigliere collettivo (Firenze)
Per il sindaco di Firenze Matteo Renzi, lo “spauracchio” sui temi dell’urbanistica ha le sembianze di un “consigliere collettivo”. Ovvero i cittadini -urbanisti, architetti, docenti universitari, attivisti- riuniti nel “gruppo di
azione urbanistica”, che opera nell’ambito di PerUnaltracittà, la lista di
cittadinanza rappresentata in consiglio da Ornella De Zordo.
“Il gruppo è nato insieme alla lista di cittadinanza, che è formata da persone già attive su vari fronti e vertenze - spiega Ornella, eletta nel 2009
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a Palazzo Vecchio per la seconda volta -. Il gruppo è costitutivo della lista: non lo abbiamo formato dopo, una volta eletti in consiglio comunale. È, anzi, il contrario. Alcune delle persone che ne fanno parte possono vantare competenze specifiche, altri invece sono attivisti, persone
cioè che non hanno una formazione professionale in materia ma sono
comunque interessate alla difesa del territorio. In questo gruppo misto,
le competenze specifiche sono quelle trainanti per il lavoro”.
La De Zordo siede nelle commissioni Ambiente e Urbanistica del consiglio comunale. “Ho accesso agli atti - racconta -, e rendo così disponibile questo materiale all’interno del gruppo Urbanistica, di cui faccio
parte. Tra i ’gruppi d’azione’ è quello che seguo di più”.
Firenze, negli ultimi anni, si è trovata a discutere e a votare il nuovo Piano
strutturale. “Il gruppo analizza e fa delle controproposte: l’esempio più
evidente è stato proprio il lavoro sul Piano strutturale, che ha dato origine a un pamphlet, con le nostre idee ’Per una Carta Costituzionale del
territorio fiorentino. Manuale d’uso per un Piano Strutturale partecipato,
trasparente e a consumo di suolo zero’, che si può scaricare dal sito di
PerUnaltracittà”. Oltre alle osservazioni al Piano strutturale, il “gruppo di
azione” elabora atti di consiglio, articoli e dossier per la stampa, e gli interventi che poi Ornella De Zordo porta in consiglio comunale. “Si può
dire che il gruppo è nato nel 2004. Nei primi cinque anni in consiglio racconta - abbiamo attivato relazioni molto forti con chi si occupa delle
vertenze aperte in città. La seconda lista, così, ha visto la presenza di ’rappresentanti’ delle reti sociali più importanti della città, dai No Tav, al movimento per l’acqua a chi lotta contro gli inceneritori e per i ’rifiuti zero’”.
Nonostante tutto il confronto con le istituzioni è positivo: “Le competenze ’collettive’ che abbiamo messo in circolo, per quanto riguarda l’urbanistica, sono riconosciute anche da Matteo Renzi” conclude: il sindaco
manifesta stima per la consigliera De Zordo e per tutto il gruppo di lavoro. Per il “consigliere collettivo”. Info: www.perunaltracitta.org
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Intervista a Sandro Mortarino
Il Forum e la rete
che lottano contro
il consumo di suolo
Nei primi mesi della XVII legislatura, che si è aperta nella primavera
del 2013, il Parlamento è stato letteralmente “invaso” da leggi relative al “consumo di suolo”.
Una proposta porta la firma autorevole di Ermete Realacci, presidente della Commissione ambiente della Camera dei deputati;
un’altra è promossa dal gruppo del Movimento 5 Stelle; l’ex ministro dell’Agricoltura Mario Catania, oggi in Parlamento eletto nelle
file dell’Udc, ha ripresentato il cosiddetto ddl “Salvasuoli”, approvato dal consiglio dei ministri nella passata legislatura; infine, c’è un
testo approvato dall’esecutivo guidato da Enrico Letta.
“Su questa situazione incide senz’altro l’esistenza di un Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio, come la somma di
azioni fatte negli anni da molte associazioni e comitati in tutta Italia
- spiega Sandro Mortarino, che del Forum è il coordinatore nazionale -. È evidente, però, che siamo anche di fronte a una situazione eccezionale: la crisi economica incide in modo pesante sul settore dell’edilizia, e contribuisce a comporre un mosaico che rende
necessario ciò che noi chiedevamo da tempo, cioè una attenzione seria sul tema del consumo di suolo. Abbiamo raggiunto uno
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dei nostri obiettivi: siamo entrati nell’agenda politica, tra la priorità.
Ciò comporta un rischio: quello di diventare una moda. Dobbiamo
perciò fare in modo che quest’attenzione non deragli da quelli che
sono i nostri obiettivi”.
Il Forum “Salviamo il paesaggio” potrà farlo anche se saprà sviluppare reti di relazioni e dimostrare, come ha già fatto, la propria autorevolezza: “Credo che il percorso di questo primo anno e mezzo
[il Forum è nato a fine ottobre 2011, con un’assemblea a Cassinetta
di Lugagnano, alle porte di Milano, ndr] abbia dimostrato che abbiamo una caratteristica particolare: non strilliamo ma cerchiamo
di riflettere sui temi legati al consumo di suolo a partire da dati, informazioni, testi di legge. Siamo concreti, entriamo sempre nel merito delle questioni. Negli ultimi mesi, si sono avvicinate a noi numerose realtà che hanno capito la nostra impostazione e verificato
l’esigenza di un confronto. Molto spesso, i dibattiti sono fatti a prescindere dai dati: la nostra ‘famigerata’ campagna del censimento
(vedi a p. 43) ha l’ambizione di capire in ognuno dei Comuni italiani qual è la situazione esistente, e quanti edifici vuoti o sfitti sono
ancora a disposizione. Vogliamo agire a partire da informazioni e
dati. Per questo, l’Ordine dei geometri, quello degli architetti, e il
sindacato degli edili della Cgil, la Fillea, si sono avvicinati: anche
loro stanno lavorando in questa direzione, il ‘non consumo di suolo’. Credo, in particolare, che il percorso che il Forum ha seguito in
occasione della presentazione del ddl ‘Salvasuoli’, quello del ministro dell’Agricoltura del governo Monti, Mario Catania, abbia dimostrato l’importanza di un lavoro efficace dal basso: abbiamo avanzato una serie di osservazioni, che non ci erano state richieste, a
ministro, Consiglio dei ministri e Regioni, e quasi tutte queste osservazioni sono stati incorporate nel testo di legge”.
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Mortarino fa riferimento alla moratoria triennale sul consumo di nuovo suolo agricolo, o all’attenzione nei confronti degli oneri di urbanizzazione, che - se passasse il testo predisposto da Mario Catania - non potrebbero più andare a finanziare la spesa corrente
degli enti locali. “La ricchezza della nostra rete - aggiunge - è una
competenza trasversale: del Forum fanno parte numerose organizzazioni e singoli che provengono da ambiti professionali molto diversi. Ciò consente di vedere il tema non solo dal punto di vista urbanistico, o agricolo o dell’impatto sociale. Questa credo sia
una forza: ciascuna delle 911 associazioni porta in dote urbanisti,
architetti, pedologi, agronomi, agricoltori, geometri, docenti universitari, ricercatori”.
Eppure, nonostante “i cittadini siano d’accordo con la nostra visione, credano nell’importanza di incentivare il recupero del patrimonio esistente e considerino sovradimensionati i piani regolatori”, la
politica pare andare ancora in direzione contraria: a inizio giugno è
passata una proroga che, sino a fine 2014, permetterà ai Comuni di
utilizzare gli oneri di urbanizzazione per finanziare la propria spesa
corrente. L’emendamento era contenuto nel decreto che sblocca il
pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni: “Quale forza
politica avrebbe potuto dire di no alle misure che garantiscono agli
enti locali di far fronte agli impegni assunti nei confronti delle imprese? - si chiede Mortarino -. Eppure, tutti i progetti di legge arrivati
alla commissione Ambiente contemplano l’abolizione di questo elemento distruttivo di suolo. Quegli stessi partiti che stanno lavorando in una direzione, almeno a leggere i testi di legge predisposti,al
momento del voto prendono una posizione contraria.
Di fronte alla scelta di prorogare di due anni la ‘lotteria degli oneri’,
la nostra posizione è critica: chiediamo di tornare al 1977, alla leg93
ge Bucalossi che istituì e disciplinò l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione. Accade purtroppo di trovarci dinanzi a partiti che in Aula
approvano norme che vanno all’opposto di disegni di legge che
stanno firmando’ in prima persona: ciò rappresenta un elemento
di debolezza della democrazia attuale”.
Democrazia che trae forza anche dalla possibilità di un accesso
costante e informato alla descrizione di quanto accade su tutto il
territorio italiano: “Il sito del Forum è uno strumento capace di raccogliere tutte le esperienze che arrivano dai territori. Molte realtà dispongono di strumenti web e cartacei autonomi, ma era importante
che tutte queste istanze trovassero anche una casa comune’, capace di mostrare i focolai di critica che si vanno ad innescare, una
mappa dei temi caldi su cui bisogna lavorare con assoluta urgenza - spiega Mortarino -. La pagina web del Forum, che ha 30mila
visitatori unici al mese, e che stiamo gestendo in modo volontario
con estrema attenzione ai contenuti e alla grafica, è diventato uno
strumento importante, anche per il mondo esterno, per i media locali e nazionali. Sta diventando un archivio gigantesco della follia
urbanistica del nostro Belpaese. Perché se guardo ai contenuti, ciò
che emerge con maggiore evidenza sono i limiti della pianificazione: la difficoltà di un adeguato governo del territorio”.
Assemblea nazionale del Forum italiano dei movimenti
per la terra e il paesaggio
Il 4 maggio 2013 si è tenuta a Bologna, presso lo spazio “Senza filtro”
(vedi la storia a p. 52) la terza assemblea nazionale del Forum italiano
dei movimenti per la terra e il paesaggio. Potete scaricare il “documento
programmatico”, approvato dall’assemblea, al link www.altreconomia.
it/sip. Altre info sul Forum: www.salviamoilpaesaggio.it
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Bibliografia
Una (piccola) selezione di testi di spessore da utilizzare per approfondire quanto letto in “Salviamo il paesaggio!”:
• Salvatore Settis, “Paesaggio Costituzione cemento” (Einaudi, 2012)
e “Azione popolare”, (Einaudi, 2012): due “pietre miliari” di ogni riflessione intorno al paesaggio.
• Mario De Gaspari, “Bolle di mattone” (Mimesis, 2013): racconta come l’eccessiva dipendenza dal mattone ha distrutto l’economia
della città.
• Vezio De Lucia, “Nella città dolente” (Rx Castelvecchi, 2013). La riflessione di un grande urbanista sul sacco d’Italia a partire dalla data del
13 aprile 1963, “punto di non ritorno nella svendita dell’Italia a costruttori e palazzinari” (un capitolo è dedicato a “La caduta di Stalingrado” di Luca Martinelli -, uscito sempre per Rx nel 2012).
• Tomaso Montanari, “Le pietre e il popolo” (minimum fax, 2013). Il
paesaggio, l’arte e il rapporto con la formazione culturale del cittadino
sono al centro della riflessione di questo saggio di un importante storico dell’arte dell’Università di Napoli.
• Paolo Pileri ed Elena Granata, “Amor loci” (Raffaello Cortina, 2013):
un acceso e documentato manifesto contro la “dissipazione degli spazi
aperti” scritto da due docenti del Politecnico di Milano.
• Francesco Vallerani, “Italia desnuda” (Unicopli, 2012): un viaggio del
docente dell’Università di Venezia nel Paese messo a nudo nelle sue
debolezze, a cui però danno valore i “percorsi di resistenza”.
Potete continuare a seguire gli articoli di Altreconomia su paesaggio e le storie dei comitati sul blog: www.altreconomia.it/leconseguenzedelcemento, curato da Luca Martinelli.
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salviamo il paesaggio!