L’
Aquil ne
PAROLE E FATTI DALLE SCUOLE LIBERE
In redazione: Rosario Mazzeo, Enrico Leonardi,
Angela Belussi.
Anno XVII n. 45 - Giugno 2007 - € 0,50
LA SCUOLA "L'AURORA-BACHELET" È A CERNUSCO SUL NAVIGLIO IN VIA MOSÈ BIANCHI/VIA BUONARROTI
TEL: 02 92111020 - FAX: 02 9238883 - E-MAIL: [email protected] - WWW.AURORABACHELET.IT
La scuola siamo noi
ne in modo che costruendo la nostra
scuola come comunità di apprendimento pubblica, laica e libera, anche quella
statale funzioni per davvero.
La scuola siamo noi.
Noi tutti, alunni, docenti, genitori, dirigente e gestore, a cui sono imposti dei
doveri senza che ci vengano rispettati
i legittimi diritti. Solo un esempio al
riguardo. In questa bella “scuola che
siamo noi” ci sono bambini e ragazzi
con handicap. Volentieri e con gioia
li accogliamo. Ma chi ci governa, sia
a livello nazionale sia locale ( ma il
riferimento non è a Cernusco), non
ci aiuta in questo. Il
loro ragionamento è
biforcuto: “Vanno in
una scuola non statale,
meglio “privata”.
Dicono proprio così: “privata”, per
nascondere la loro inimicizia verso
la democrazia e la libertà in un corto
circuito linguistico, secondo cui “privata” vuol dire “ricca”. Ma vengano qui
costoro; vengano a vedere la scuola che
siamo noi. Vengano e guardino: non
abbiamo neppure la sede. E quella che
abbiamo ce la vogliono togliere nonostante siamo in regola su tutti i fronti.
E c’è anche chi non vuole neppure che
ne cerchiamo una nuova.
Ecco, signor Ministro e locali governanti, la scuola siamo noi. Meglio, più
umilmente. La scuola siamo anche noi.
ona e della società
La famiglia: ambi
Riportiamo ampi stralci della conferenza che
la prof.ssa Lucia Boccacin ha svolto a Cernusco
su invito dell’associazione genitori dell’Aurora
Bachelet.
La famiglia è l’ambito e il soggetto per la crescita della persona e
della società. Emerge anche da un punto di vista squisitamente
accademico e statistico, oltre che storico: la famiglia è il nucleo della
società intera.
Questo in sintesi la prima parte dell’intervento della prof.ssa Lucia
Boccacin, Docente di Sociologia della Conoscenza e collaboratrice
del Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia,Università Cattolica di
Milano.
“A livello sociologico - ha spiegato la prof.ssa - la famiglia emerge
come una relazione che connette in modo unico generi e generazioni
e stirpi ( relative discendenze e appartenenze) tenendo insieme le
differenze fondamentali dell’umano”. Ha proseguito poi documentando perché la famiglia è soggetto sociale ed educativo.
Perché la famiglia è un soggetto
“La relazione familiare si configura come una relazione primaria
(originaria e originante) che rende la famiglia soggetto sociale.
Tale relazione è costituita da qualità affettive ed etiche inscindibilmente connesse.
>>> pag. 2
to e soggetto per la
crescita della pers
Dopo mesi in cui
la scuola italiana
è stata al centro
dell’attenzione
mediatica per alcuni
episodi gravi, che ne hanno offerto
un’immagine distorta, il Ministro della
Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni,
ha invitato le scuole italiane a mostrare
con orgoglio ciò che sono. È nata così
la settimana “La scuola siamo noi” per
raccontare come si vive e si lavora nelle
scuole italiane.
L’Aurora Bachelet di Cernusco vi partecipa con questo numero dell’Aquilone, in cui dopo l’indimenticabile lezione della prof.ssa Lucia Boccaccin sulla
famiglia come partner di una scuola
viva, le classi raccontano l’esperienza
di apprendimento e di crescita vissuta
quotidianamente.
Dunque “la scuola siamo noi”.
Ma “noi, chi?” ci siamo chiesti componendo le pagine di questo nostre
trimestrale.
Noi, alunni di scuola elementare e
media, che stiamo cercando di comprendere la realtà e la storia attraverso
lo studio delle materie. Noi alunni,
piccoli e grandi, – siamo 460 – che
impariamo nello studio e nel rapporto
con i nostri insegnanti ad usare la
ragione secondo quell’apertura a cui ci
invita il Papa e quella consapevolezza
civica a cui ci stimola il messaggio del
presidente Napolitano.
Noi genitori, cittadini italiani, residenti a Cernusco e dintorni, che crediamo
nella famiglia come scuola di umanità,
primo soggetto educativo, condizione
di una sana democrazia, fattore di
sviluppo sociale ed economico. Noi
genitori che per garantire un’educazione attraverso un’istruzione qualificata
dobbiamo pagare doppiamente: prima
con le tasse e poi con le rette ciò che è
diritto e dovere.
Noi docenti di scuola non statale
che crediamo nel sistema scolastico
pubblico integrato e ci impegniamo
perché cresca lo spazio dell’autonomia
nell’esercizio della libertà di educazio-
Supplemento a "Libertà di educazione"
Editore CeSeD, Autorizzazione
Trib. di Milano n. 153 del 15/4/1997
Direttore responsabile: Fiorenzo Tagliabue
Direttore: Giuseppe Meroni
Impaginazione e grafica: Cobri Srl
Stampa: Jona Srl - Paderno Dugnano (Mi)
ALL'INTERNO
>>> Quando la scuola non
finisce alle 13:15. . . <<< pag. 4 >>>
>>> Alla scoperta
di Villa Gallerana . . <<< pag. 4 >>>
>>> Che bella gita!. . <<< pag. 6 >>>
>>> Orientamento: verso
la scuola superiore <<< pag. 6 >>>
>>> Giornate di simmetria
all’università . . . . . <<< pag. 7 >>>
>>> Gialli…
che passione!. . . . . <<< pag. 8 >>>
>>> Giochi nel piano
e nello spazio dai
Polimini al Soma . <<< pag. 10 >>>
>>> L’enigma
dei numeri primi . <<< pag. 12 >>>
>>> Come
diventare grande . <<< pag. 13 >>>
>>> Piccoli ma grandi
al Trofeo di Atletica
della Martesana. . <<< pag. 13 >>>
>>> Chiara, campionessa
lombarda . . . . . . . <<< pag. 14 >>>
>>> Le mitiche
della pallavolo . . . <<< pag. 14 >>>
>>> Il Pallone
che fa sognare . . . <<< pag. 15 >>>
>>> Scoprire, imparare,
studiare, sono cose
per grandi uomini <<< pag. 15 >>>
>>> A studiare s’incomincia
da piccoli . . . . . . . <<< pag. 16 >>>
>>> Divento lettore <<< pag. 17 >>>
>>> Roma,
12 maggio 2007 . . <<< pag. 18 >>>
>>> Conclusione dell’anno
scolastico . . . . . . . <<< pag. 20 >>>
ona e della società
>>> da pag. 1
crescita della pers
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La famiglia: ambi
to e soggetto per la
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La famiglia è infatti il luogo sorgivo
degli affetti e della responsabilità.
Il codice etico-affettivo costitutivo
del famigliare attraversa la relazione
coniugale (il patto che lega l’attrattiva uomo-donna a una promessa di
“fedeltà nella gioia e nel dolore”), la
relazione genitori-figli (cura responsabile) e le relazioni tra le genealogie di
provenienza (cura delle eredità).
Questi sono i munia, i doni-vincoli che
segnano strutturalmente la relazione
familiare. Essa è, infatti, anche semanticamente segnata dal munus e dalla
sua intrigante duplicità di senso che
compare nel matrimonio (matri-munus) e nel patrimonio (patri-munus)
Al contrario, la cultura contemporanea
non riconosce tale legame come un
elemento positivo e fondamentale ma
solo come vincolo che limita la presupposta libertà dell’individuo non considerato come persona, ovvero soggetto
in relazione.
Una cultura nemica del legame
Come vediamo sempre più spesso,
l’individuo privo del senso del legame
diviene sempre più autoreferenziale e
tragicamente sempre più solo, in balia
dei propri sentimenti e delle proprie
emozioni, aggrappato quasi istericamente alla difesa strenua dei propri
diritti e dei propri interessi contrapposti a quelli degli altri in una prospettiva
esclusivamente competitiva e rivendicativa. Come in un circolo vizioso,
più si perde il senso del legame e più si
perdono i legami nella vita quotidiana,
li si vede solo come insopportabili cappi che costringono una libertà troppo
spesso vacua e formale.
A livello sociale, l’assenza del senso del
legame dà vita a relazioni sociali depotenziate della loro carica di reciprocità:
manca l’idea e la prassi dell’altro, di un
altro con cui condividere, confrontarsi, costruire, discutere, magari anche
Pagina 2 litigare, ma di un “altro” presente a
Giugno 2007 livello simbolico e a livello esistenziale.
Aquil ne
Le relazioni sociali private del loro
senso diventano interazioni contingenti, provvisorie, casuali, che si allacciano
e si sciolgono sulla base del tornaconto
particolaristico di ogni singolo individuo.
Così esse sono incapaci di produrre un
sociale che sia per l’uomo, che offra
un contesto significativo per la vita di
ciascuno, in cui nessuno si senta estraneo. Al contrario, il sociale diventa un
universo confuso di individui sempre
più soli che, privi del senso personale
e sociale dei legami, vivono frammenti
giustapposti di un tempo sincopato e
totalmente appiattito sul presente, sull’
hic et nunc.
La cultura individualistica sta così oggi
smantellando ed erodendo drammaticamente il senso di ogni legame sociale
e, tra tutti, di quello da cui ogni legame
trae origine, il legame familiare: esso,
non è più considerato come risorsa
decisiva per lo sviluppo della persona,
bene verso il quale val la pena impegnarsi responsabilmente e stabilmente,
ma viene inteso come realtà contingente con una pura valenza funzionale.
[...] Possiamo parlare di un depotenziamento culturale del “famigliare”:
gli affetti occupano tutto il campo e si
stemperano in sentimenti e del nomos
c’è debole traccia. La famiglia perde
così la sua struttura simbolica, i connotati della sua identità, diviene ambito
di pura espressività e comunicazione;
le relazioni familiari sono, in una parola, totalmente privatizzate.
La famiglia come soggetto sociale
Torniamo alla definizione data in
esordio, che riconosce la famiglia come
soggetto sociale, relazione reciproca
tra i generi, le generazioni e le relative
discendenze e appartenenze, luogo
generativo della identità della persona.
Questa definizione consente di cogliere i compiti sociali che assolve e che le
sono propri.
I compiti familiari di cura, di care,
di bilanciamento tra le generazioni,
di produzione di senso, di risposta ai
bisogni, delle singole persone, lungi
dall’essere un anacronistico retaggio
del passato, sono oggi una risorsa
fondamentale per favorire uno stato di
benessere nella persona e nella comunità e per creare un tessuto relazionale
indispensabile per il miglioramento
della vita di ognuno.
Soffermiamoci in particolare sui bisogni dei bambini.
Per crescere armonicamente il bambino ha bisogno della presenza di adulti,
in primis i genitori,in grado di porre
le basi e di orientare il processo di
educazione.
In questo quadro la famiglia è protagonista e referente primario dell’educazione: essa va sostenuta, affinché
possa svolgere al meglio il suo compito
educativo specifico di costruzione della
personalità di base del bambino. Tale
personalità può essere costruita se
colui che sta crescendo, attraverso le
relazioni familiari, fa esperienza della
fiducia di base.
La fiducia è la risposta che il bambino sviluppa se il genitore o l’adulto a
lui più vicino è degno di fiducia; essa
nasce in un contesto relazionale, intessuto di azioni concrete. Si genera, in tal
modo, un contesto relazionale capace
di prendersi concretamente cura del
soggetto in crescita e di avviare un
processo educativo dinamico rivolto a
tutta la comunità di riferimento.
L’importanza della dimensione personale relazionale
Dunque, il punto di partenza di ogni
azione o intervento nei confronti dei
bambini è costituito dal riconoscimento del suo essere persona. Subito questo termine richiama il tema dell’identità e della costruzione di tale identità.
L’identità personale si definisce come
“essere in relazione”, come rapporto
con un altro diverso da sé che consente
alla persona di strutturarsi e di consolidare, al tempo stesso, la sua unicità.
Il concetto di identità, infatti, significa
sia uguaglianza, parità, somiglianza
(quindi identificazione con) sia unicità,
specificità, differenza (quindi costruzione dell’io).
Attraverso la relazione e mediante essa
è possibile, per il bambino, crescere. Il
processo di crescita implica sia l’identificazione positiva della propria persona
sia la possibilità di divenire un adulto
responsabile e generativo nei confronti
di altri e dell’ambiente. L’identità personale è perciò l’esito di un processo
che si realizza entro un’appartenenza
concreta, tangibile nella relazione
interpersonale.
L’educazione si fonda, quindi, su una
reciproca appartenenza nella quale
l’adulto-genitore e il bambino abbiano
un “luogo” simbolico e oggettivo nel
quale comunicare sé scrutando con
affezione la risposta dell’altro. Questo
luogo è la famiglia (il secondo termine
che compare nel titolo di questo intervento). La felicità del bambino inizia,
infatti, quando comincia a percepire di
appartenere, di essere “di” qualcuno.
Ogni essere umano ha bisogno, per
crescere, e la crescita non va riduttiva-
mente intesa solo in senso meramente
biologico di vivere l’esperienza di
una relazione significativa capace di
trasmettere il senso di ciò che si è e di
ciò che si fa. Il padre e la madre sono
gli adulti a cui il bambino, in quanto
figlio, chiede questa attribuzione di
senso (educazione).
Questo rapporto avviene in un tempo
e in uno spazio, in una casa, con l’accudimento, il nutrimento, il gioco, la
compagnia …
Perciò specularmente al diritto del
bambino all’educazione, è necessario affermare il diritto del genitore a
potere educare, a potere comunicare
un’ipotesi positiva di vita.
L’itinerario educativo fin qui illustrato
si evidenzia nella capacità di “prendersi cura” della persona, nel nostro caso
del bambino, secondo tutte le
sue dimensioni e, conseguentemente, dei bisogni manifesti
e latenti, materiali e spirituali
che caratterizzano il suo
crescere.
Alla luce di questa prospettiva
è indispensabile sostenere a
livello politico e sociale ogni
azione volta a restituire alla
famiglia la sua valenza educativa primaria, la sua capacità
generativa, la sua capacità
di connessione con gli altri
soggetti sociali, valorizzando i
rapporti tra famiglia, agenzie
educative e comunità secondo
una prospettiva sussidiaria,
nella quale ogni soggetto
sociale sia aiutato a svolgere
bene il proprio compito.
La dimensione della sussidiarietà esula da ogni tipo di
assistenzialismo, e consente di “portare
aiuto”, promuovendo l’autonomia dei
soggetti.
Cosa è allora l’educazione?
Accanto ai genitori, altri adulti svolgono un ruolo fondamentale nell’educazione dei bambini, come ulteriori
soggetti di riferimento nel processo
educativo dei bambini.
Si capisce, stante queste considerazioni, come lo sviluppo di una persona
non sia questione che riguardi solo il
bambino, ma piuttosto un’impresa evolutiva congiunta del soggetto in crescita
e di chi si prende cura di lui e cresce con
lui.
Questa impresa evolutiva rappresenta
una sfida costante rispetto alla quale
impegnare risorse relazionali, cognitive, affettive, competenze professionali,
tempo e scelte esistenziali, in una
parola, tutta la loro persona.
Emerge con chiarezza che il compito
educativo, così definito, non è, e non
può essere, un’impresa individuale ma
l’esito di un progetto comune, condiviso dagli adulti che si assumono liberamente la responsabilità di condurlo e
che, immediatamente, ha una visibilità e una riconoscibilità nel contesto
sociale. La visibilità, in particolare,
può creare le condizioni per favorire
una partecipazione allargata (cioè di
altri adulti presenti in loco) all’impresa
educativa.
L’educazione diventa capacità di relazione sensata, intendendo con questo
termine sia la necessità di un riferimento sotto il profilo dell’attribuzione di
senso (i valori), sia un’abilità di connessione (religo), di stabilire legami, di
mettersi in relazione con.
Mi vorrei soffermare un attimo sui
valori, cioè su ciò che vale: i valori oggi
emergono come relazionalità: cosa
significa? Significa che nella società
complessa oggetti, azioni e perfino le
persone sempre meno hanno un valore
astratto dal modo in cui esistono in
relazione ad altri oggetti azioni o persone: il valore sta sempre più esplicitamente nella relazione che deve essere
attualizzata. Non a caso i bambini e i
ragazzi interiorizzano meno facilmente i messaggi espliciti e intenzionali
dell’adulto e più facilmente le modalità
delle relazioni tra lui e l’adulto o tra
gli adulti, e gli adulti più prossimi a lui
sono i genitori.
Certo, il carattere relazionale della
nostra società non è semplice, anzi è
ambivalente e a volte rischioso. Però
è anche una risorsa perché il bam-
bino, ragazzo, giovane attraverso le
molte relazioni che lo riguardano, può
migliorarsi. Oggi si vive di fatto dentro
questa nuova relazionalità, stimolata
anche dai mass media: fare in modo
che questo complesso relazionale porti
ad una riflessività più profonda anziché
alla dissoluzione della persona è oggi il
compito più difficile dell’educatore e
lo sarà sempre più.
Un’impresa congiunta
Questa prospettiva nelle relazione familiari tra adulti e bambini si sviluppa
in termini di reciprocità. Essa prevede
una quota di rischio legata a quello
spazio critico che esiste tra il dare ed
il ricevere (Between give and take) che
avviene entro le relazioni ed è lo spazio
della libertà del soggetto. Una dinamica analoga avviene anche in
altre relazioni educative e, a
livello macro-sociale, interroga
istituzionalmente in primis il
sistema educativo e più specificamente il sistema scolastico
che non è più rappresentabile
come una sfera isolata della
società.
[...] In questa prospettiva
il sistema educativo viene a
configurarsi come una rete di
soggetti educanti, in cui famiglia e scuola in primis entrano
in modo rilevante seppure in
ruoli distinti, in cui l’educazione è un fatto complessivo, è il
risultato di un rete di relazioni
complesse nella quale circolano a valori e pratiche comuni.
In sintesi quindi direi che
l’educazione è una impresa
congiunta in cui ogni soggetto porta e gioca la propria specifica
identità (ciò che è) –quindi la famiglia
in quanto tale, la scuola in quanto
scuola – operando al fine di costruire
e stabilire relazioni affidabili, le sole
in grado di essere realmente e stabilmente generative a livello personale e
sociale. Questa oggi è certo una grande
sfida ma anche una impresa di grande
fascino.
Riferimenti bibliografici
L. Boccacin, Famiglia, comunità e politiche sociali, in G.
Rossi (a cura di), Lezioni di sociologia della famiglia, Carocci,
Roma, 2001
P. Donati, Teoria relazionale della società, Angeli Milano 2001
P, Donati P. e I. Colozzi I. (a cura di), (2006), Capitale sociale
delle famiglie e processi di socializzazione. Un confronto tra
scuole statali e di privato sociale, FrancoAngeli, Milano
P. Donati e P. Terenzi (a cura di), Invito alla sociologia relazionale, Teoria e applicazioni, Angeli, Milano, 2005
E. Scabini e G. Rossi (a cura di), Rigenerare i legami: la
mediazione nelle relazioni familiari e comunitarie, Studi
interdisciplinari sulla famiglia n. 20, Vita e Pensiero, Milano,
2004;
E. Scabini, G. Rossi (a cura di), Le parole della famiglia, “Studi interdisciplinari sulla famiglia”, 21, Vita e Pensiero, 2006.
Pagina 3
Giugno 2007
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Quando la scuola
C non finisce alle 13:15…
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Alla scoperta di V
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Altro momento significativo per insegnare ad imparare con metodo sono però
i laboratori pomeridiani che
la scuola propone agli studenti prevalentemente nei
pomeriggi del mercoledì e
del venerdì.
Tra le numerose opzioni
offerte (laboratorio di giochi
matematici, teatro in lingua
spagnola, laboratorio tecnologico, preparazione al TIE
o alle gare d’atletica, ecc…)
ci sono anche le attività
personalizzate di recupero e
potenziamento.
Quest’anno, ad esempio,
tra le 642 ore di laboratori
pomeridiani ben 180 riguardano attività individualizzate per lo più di italiano (72),
matematica (67) e lingue
straniere (37). (Dati aggiornati al 22 Maggio)
Nell’ottica della personalizzazione, questi momenti
hanno origine dalla tensione
di promuovere e valorizzare
capacità e storie personali,
dentro un impegno proteso
a concretizzare in modo
persuasivo ed affascinante
il richiamo educativo, senza
l’intenzione di occupare tutto il pomeriggio dei ragazzi a
cui il consiglio di classe propone questi momenti di studio individualizzato. Ogni
attività individualizzata non
viene quindi definita a priori
in quanto nasce dall’attenzione ai singoli alunni e alle
loro esigenze che, inevitabilmente, emergono durante il
percorso formativo di tutto
un anno scolastico.
A questo proposito i
ragazzi di II A hanno il desiderio di raccontare la loro
esperienza maturata durante quasi tutti i lunedì del
secondo e terzo trimestre
nell’attività di recupero di
matematica.
Pagina 4
“Tutto cominciò al suoGiugno 2007
Aquil ne
no della campanella delle
13.15 di quel lontano 29
Gennaio quando la prof. Peraboni ci propose di fermarci con lei per quattro lunedì
a ripassare e consolidare la
conoscenza di alcuni argomenti di aritmetica e geometria affrontati in classe. La
proposta ci sembrò subito
appropriata perché il nostro
rendimento nelle sue materie, diciamo così, non era dei
migliori! Rinunciando così
ai cartoni animati del lunedì
pomeriggio ci siamo imbarcati in quest’avventura.
Così al suono della campanella che indicava il termine delle lezioni del mattino,
mentre vedevamo “fuggire”
i nostri compagni verso
l’uscita, noi disponevamo i
banchi in modo tale da consumare (e spesso condividere!) il pranzo tutti insieme.
Nonostante il suggerimento
della prof. di mangiare con
calma, noi facevamo il prima
possibile perché il tempo
che rimaneva prima delle
due era a disposizione per
il gioco. Si usciva, infatti,
nei giardinetti adiacenti alla
nostra scuola per giocare a
pallavolo, basket o calcio,
secondo le volte. Una volta
in giardino, la prof. però,
oltre a tenere d’occhio noi
teneva sotto controllo il suo
orologio perché alle due
bisognava rientrare in aula
per cominciare l’attività che
durava fino alle tre e un
quarto.
Una volta in classe, sul
quaderno usato per le lezioni del mattino come segno
di continuità del lavoro, ci
esercitavamo su alcuni argomenti (ripassando prima
e applicando poi) a noi ostici
come frazioni generatrici,
operazioni tra frazioni, estrazioni di radice, proporzioni,
quadrilateri e chi ne ha più
Momento fondamentale per
l’apprendimento è l’ora di
lezione del mattino nei suoi
diversi aspetti: ordine del giorno,
presentazione dell’argomento,
studio sul testo, interrogazione,
correzione degli esercizi, sintesi,
ecc… Ma alla Bachelet ci sono altri
momenti significativi. Ne parla
la prof.ssa Peraboni, docente di
matematica e alcuni alunni che
hanno partecipato ai Laboratori
pomeridiani raccontano la loro
esperienza.
ne metta!
Dato
che eravamo in dieci, la prof.
proponeva
sempre
un numero di esercizi tale che tutti
dovessero mettersi in gioco
e proporre la propria soluzione. Ciascuno prima sul
proprio quaderno cercava di
svolgere l’esercizio, a volte
anche confrontandosi con
il compagno di banco, ma
poi…non si scappava: tutti
erano, a turno, “caldamente” invitati a dire il proprio
metodo risolutivo! Che non
sempre era corretto, ben
inteso! Ma da qui abbiamo
imparato che correggere un
errore è un passo fondamentale per apprendere in modo
duraturo un argomento. Infatti, copiare dalla lavagna è
un gesto a volte meccanico,
in cui non ci mettiamo la
testa. Per correggere invece
un errore presente nel no-
Martedì 24 aprile 2007, la classe II B s
centro storico di Carugate. L’idea è sta
dell’apprendimento è stato di tutti.
Questa villa è chiamata “Villa Gallerana” poiché è appartenuta ad una famiglia di nobili al servizio degli Sforza, signori
di Milano, la famiglia Gallerani; vi faceva parte la famosa
Cecilia Gallerani che è stata dipinta da Leonardo da Vinci nel
suo celebre quadro “La dama con l’ermellino”.
L’edificio è un caratteristico palazzo del XV secolo, non particolarmente sfarzoso, ma ricco comunque di affreschi, quadri,
mobili e soprammobili. Questa villa serviva come casa estiva
dei conti che la usano tuttora come casa di vacanza, risiedendovi alcune settimane durante il periodo estivo.
La visita della IIB alla villa è stata guidata dal sottoscritto e
da suo zio
La classe era accompagnata da due professori molto interessati alla spiegazione, il professore di storia e geografia Simone Invernizzi e la professoressa di lettere Anna Zucchetti.
La giornata molto calda, pur essendo ancora primavera, non
ha creato molti problemi al piccolo gruppo di ragazzi stanchi
ma curiosi, perché all’interno del palazzo regnava il fresco.
La visita all’interno dell’edificio non è durata molto poiché le
stanze viste, pur essendo state spiegate nei minimi particolari, non erano che sei. Dopo una breve trattazione storica e
architettonica generale, si sono analizzati in modo particolare i quadri e gli affreschi dei soffitti di due stanze.
stro quaderno siamo “costretti” a prestare la massima
attenzione e a capire cosa si
sta facendo. La prof. infatti
già in classe ci ripeteva che
la lavagna non è uno strumento di copiatura bensì di
controllo.
Ogni lunedì terminavamo la lezione con il gioco
dell’ “impiccato” in cui bisognava indovinare (e spiegare!!!) un termine specifico
del linguaggio della matematica. Immaginate voi che
salti mortali bisognava fare
per scoprire parole come
fattorizzazione, equiscomponibilità, semiperimetro,
deltoide, ecc.!
E non si vinceva se non se
ne conosceva il
significato!
Col passare del tempo ci
siamo accorti che il bilancio
era più che positivo e quindi
fummo noi a chiedere alla
prof. di continuare l’attività
in modo tale da non perderne i benefici in breve tempo
e acquisire pian piano un
metodo che ci avrebbe poi
aiutato in futuro a “camminare” da soli tra i meandri
(la prof. dice “bellissimi”)
della matematica. Così la
nostra avventura è durata
di Villa Gallerana
e II B si è recata a visitare una villa nel
è stata di uno della classe, ma il gusto
tti.
Sono i soffitti detti “a Grottesca”, perchè danno l’impressione di essere in una vera e propria grotta; i colori, specialmente il blu, di questi affreschi si sono mantenuti originali
ed intatti dal 1512.
Finita la visita al palazzo la classe è uscita all’aperto; la villa
è infatti circondata da un giardino di circa 6.000 metri quadri, con un complesso di irrigazione fatto di rogge e chiuse,
che prende acqua dal Canale Villoresi; alberi secolari anche
rari, piante da frutta ed essenze profumate, come la “lemunsina”, così chiamata in dialetto dalle donne del popolo, le
cui foglie servono per ottenere il liquore “limoncello”.
La classe, dopo un rapido giro nel giardino (per fortuna
nessuno si è perso!) e una ristorante e rinfrescante bevuta
presso una fontanella di pietra del cortile, era pronta per
ripartire.
Durante l’uscita didattica è sembrato di tornare indietro nel
tempo, rivivendo i fatti principali riguardanti questa villa e la
famiglia Gallerani; ma poi, quando il portone è stato aperto
per il ritorno, la vita ha ripreso a scorrere normale, come tutti
i giorni.
È finita così un’uscita didattica a Carugate, che ha permesso
di approfondire argomenti storici ed artistici… rimanendo
comunque vicino a casa.
<<< Marco Bellavia >>>
fino al 21 Maggio, accompagnandoci quindi per due
interi trimestri.”
<<< Gisella Peraboni
e alunni della IIA >>>
entusiasmava ma adesso ho
capito che questa fatica mi sta
aiutando a capire la matematica e quindi a crescere.”
<<< Pietro P. >>>
”È bello essere in pochi
perché è più facile prestare
attenzione. Questi pomeriggi
ci hanno aiutato a rimetterci
in pari con la classe. Ci siamo
molto divertite e abbiamo
scoperto che la matematica
è molto interessante se affrontata bene dall’inizio alla
fine.”
<<< Dalia e Rossella >>>
“Il lunedì pomeriggio è
molto più semplice imparare
perché siamo in pochi e ognuno di noi esce alla lavagna
per risolvere gli esercizi che
non è in grado di fare. E poi
ci si diverte con i compagni:
non c’è tempo per annoiarsi e
per questo tutti partecipiamo
volentieri.”
<<< Andrea R. >>>
“Inizialmente fermarsi a
scuola dopo una lunga mattinata di lezione poteva apparire stancante e noioso ma mi
sono dovuta ricredere: ogni
scoperta portava ad una conquista! È stata un’esperienza
molto utile e divertente ma la
cosa più bella è stata vedere
come alcuni ragazzi possano
appassionarsi ad una materia
spesso incompresa, ma intrigante, come la matematica ed
ottenere così qualche strabiliante risultato.”
<<< Costanza >>>
“Studiare e divertirsi allo
stesso tempo? Ebbene si può!
Se qualcuno pensa che chi si
ferma al pomeriggio per studiare sia più “svantaggiato”
degli altri, beh…si sbaglia!
Questo lavoro non è un “di
meno” ma un “di più” che
ci offre una possibilità in più
per imparare anche grazie al
proprio insegnante che mette
a disposizione il suo tempo
per noi.”
<<< Marta >>>
“Questa attività mi ha
dato l’opportunità di condividere con i miei compagni alcuni momenti che vanno oltre
il tempo-scuola e sono quindi
nate amicizie più profonde.
Durante questi momenti,
provando e riprovando, sono
stato aiutato a capire ciò che
in classe non avevo capito.
Anche perché ho scoperto che
il piccolo gruppo mi aiuta ad
essere più attento e partecipe.
All’inizio la proposta di fermarmi il pomeriggio non mi
“Il clima che si respira nelle ore di recupero, è diverso
da quelle del mattino perché
è molto più partecipativo per
chi è più timido e ha paura di
sbagliare. In questo modo le
ore passano velocemente e si
impara divertendosi.”
<<< M. Luisa >>>
“Abbiamo partecipato a
questa attività per il semplice
motivo di superare le nostre
difficoltà e, perché negarlo,
per migliorare i nostri voti!”
<<< Loris e Rebecca V. >>>
Pagina 5
Giugno 2007
L
E
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L
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L’
Che bella gita!
È il giudizio di due alunni della classe IB che martedì 17
Aprile si sono recati all’Abbazia di Chiaravalle e all’Oasi
di Sant’Alessio. Il loro racconto fa vivere anche ai lettori la
bellezza e la meraviglia dei luoghi visitati.
Una volta giunti a scuola
abbiamo aspettato il pullman, impazienti ed agitati.
Quando è arrivato, eravamo
molto contenti, anche se
poi, purtroppo, la nostra
classe è stata divisa in due
parti. Durante il viaggio abbiamo dato sfogo alla nostra
agitazione, anzi, ci abbiamo
solo provato: i professori e
l’autista volevano un tragitto
tranquillo!
Per fortuna siamo arrivati
presto all’Abbazia di Chiaravalle, fondata da San Bernardo. La prima cosa che ci ha
colpito, all’ingresso, è stata la
cappella riservata alle donne
perché queste non potevano
accedere alla vera e propria
Abbazia, dove invece noi
siamo entrati.
La prof. Casari e il prof.
Invernizzi, due tra gli ac-
Nelle classi seconde, prima tappa
per un aiuto alla scelta delle
scuole superiori. Un incontro con
il Preside Mazzeo e altri due con
alcuni professori delle scuole
superiori del circondario.
Il primo incontro, avvenuto nel salone superiore
della scuola, ha visto la
partecipazione di insegnanti
delle scuole paritarie del S.
Cuore, dei Salesiani, del S.
Raffaele e della scuola statale
I.T.C. di Cologno Monzese.
I professori, spiegando
le varie attività delle loro
scuole ci hanno raccontato
quali esperienze si possono
svolgere durante l’anno
scolastico, come ad esempio
stage in Banche o aziende
per i ragazzi degli Istituti
Tecnici. Tutte i presenti
erano intenti ad ascoltare le
Pagina 6 varie spiegazioni prendendo
Giugno 2007 appunti e facendo doman-
Aquil ne
compagnatori, ci hanno raccontato brevemente la storia
di questo luogo. Tutto iniziò
nel 1130, quando il papa
Innocenzo II desiderava un
riconoscimento da parte delle altre Chiese e volle essere
aiutato da San Bernardo,
che accettò. Nel 1135, grazie
ad una squadra di monaci (i
discepoli dei quali, sebbene
siano in pochi, vivono ancora qui) fondò questa Abbazia, interamente dedicata alla
Madonna. Successivamente
gli proposero di diventare
vescovo di Milano, ma lui
rifiutò per seguire i suoi
monasteri. Durante la spiegazione non potevamo non
restare incantati ad osservare gli splendidi affreschi
che decoravano l’Abbazia,
raffiguranti dei martiri.
Quello che ci ha colpito
molto rappresenta la morte
di alcune suore cistercensi in
un cortile circondato da alte
mura. Le espressioni delle
vittime sono di diverso tipo:
alcune di loro terrorizzate e
altre imploranti; gli assassini
invece non avevano pietà
e il pittore fa capire molto
bene il loro atteggiamento
con i volti che sembrano
fotografati, talmente sono
somiglianti alla realtà.
Abbiamo potuto ammirare anche altri affreschi,
come quello della Madonna della Buonanotte, che
ovviamente si trova vicino
ai dormitori, e l’albero genealogico dei monaci dell’
Abbazia.
Nel pomeriggio siamo
andati all’Oasi di Sant’Alessio, ma prima abbiamo
consumato il pranzo al sacco
perché, si sa, le visite culturali fanno venire appetito!
L’Oasi era molto grande
e abbiamo avuto la possibilità di vedere diversi animali,
prima senza la spiegazione
della guida, poiché appartenevano a un percorso diverso da quello che dovevamo
visitare. Abbiamo visto le
scimmiette, buffe acrobate;
i tucani, splendidi uccelli
dal becco multicolore; un
pappagallo, grande arrampicatore e due altri suoi simili,
però più grandi. Uno di loro
ci ha stupito mangiando
panini e patatine che gli
venivano offerti e urlando
(insulti, si pensa) a chi lo
infastidiva.
Poi la guida è arrivata
e ci ha condotto per tunnel e sentieri del Percorso
Europeo dove abbiamo
conosciuto gli animali che
popolano il nostro continente e le loro caratteristiche.
Per fortuna che eravamo
riposati grazie al momento
di relax che ci era stato concesso prima di osservare gli
Orientamento:
verso la scuola superiore
de; i professori intervenuti
sono rimasti peraltro molto
colpiti dalla quantità di ragazzi “all’ascolto”.
Al secondo incontro
hanno partecipato insegnanti di altre scuole: il Guastalla,
il Carducci, il Machiavelli, il
Don Gnocchi e l’I.T.S.O.S.
Gli studenti e i genitori
erano davvero numerosi e
sono state necessarie le sedie
di tre classi! Alcuni alunni
hanno affermato che questo
incontro è stato molto difficile ed impegnativo.
Qualche giorno prima
a scuola ci era stato consegnato un opuscolo con tutte
le scuole della provincia e il
quadro ore di ogni scuola.
Abbiamo potuto così
capire meglio la differenza
tra studio liceale, tecnico e
professionale. Inoltre, attraverso letture e testi, nel dialogo con i professori, stiamo
cercando di capire quali siano le nostre attitudini, il tipo
di intelligenza e di capacità,
le nostre passioni.
<<< Simone Corbetta
e Pietro Grassi >>>
Come si fa ad orientarsi?
Come si sceglie una scuola
superiore?
Sinceramente, non mi ero
ancora posta queste domande e l’idea di dover iniziare a
guardare in un futuro un pò
lontano, soprattutto adesso,
in un presente ricco ma anche confuso, mi ha sorpreso.
Il lavoro, però, è molto graduale e, in questo lungo percorso, siamo accompagnati
dalle nostre professoresse e
dal Preside.
La lezione che lui ha tenuto alla mia classe, in una
mattina di aprile, è stato per
me il momento più significativo. Il Preside ha iniziato
proponendoci il significato
della parola orientamento.
Orientarsi (in cui possiamo
trovare la radice della parola
“oriente”) significa avere dei
punti di riferimento.
animali “esotici”: la guida
era una fonte infinita di notizie! Alcuni, come il cervo
(Cervus Elaphus), la trota
(Salmo Truttis), la tartaruga
(Emys Orsicularis), il gufo
(Asio Otus), il pony e le rane
(Rana Esculenta), erano conosciuti da tutti; ma altri ci
hanno colpito molto per la
loro stravaganza, tra questi
il Martin Pescatore (Alcedo
Atthis), l’Upupa (Upupa
Epops), l’otarda (Otis Tarda), il Cavaliere d’Italia (Himantopus Himantopus) e la
cicogna (Cicoria Cicoria).
Su questi ultimi la guida
ci ha raccontato cose un po’
strane: l’otarda per difen-
dersi dai predatori fa i suoi
bisogni, loro si spaventano
e lei può tranquillamente
scappare. Abbiamo visto i
nidi delle cicogne nel loro
habitat, molto grande e curato: l’Oasi è stata fondata
apposta per loro, agli inizi
degli anni ‘70! Il Cavaliere
d’Italia deve il suo nome al
fatto che di solito si mette
sulla schiena di un bue, proprio come un cavaliere. Così
entrambi hanno dei vantaggi: lui mangia gli insetti e
si nutre, mentre il bue non
ha mosche fastidiose sulla
schiena. Furbo, no?
<<< Federica Rossi
e Martina Sardelli >>>
Al centro c’è sempre la persona
GIORNATE DI SIMMETRIA
ALL’UNIVERSITÀ
Le tre seconde medie, in tempi diversi, sono state
all’Università degli Studi di Milano, Facoltà di
Matematica.
Che cos’è una simmetria? Lo sapete?
Due figure sono simmetriche quando hanno gli elementi reciprocamente congruenti ma opposti, rispetto ad un piano,
un punto o una retta.
Ma gli studenti della Bachelet lo sanno?
Sì, l’hanno imparato giocando, con l’aiuto della guida,
proprio all’università alla mostra sulle simmetrie.
Presentiamo brevemente due di questi giochi. Il primo:
“Come vedere senza strumenti quanto è grande un angolo”.
La guida appoggiando una pallina ad un angolo retto, formato da specchi, ha fatto vedere che la pallina si riflette per
4 volte, perciò dividendo la somma degli angoli interni di un
qualsiasi quadrilatero, cioè 360°, per quante volte la pallina
si rifletteva (4 volte) il quoto sarà l’ampiezza dell’angolo.
Durante il mese di maggio la scuola media Bachelet ha organizzato
per i genitori e i ragazzi delle classi seconde due incontri in cui alcuni
docenti di scuola superiore hanno non solo presentato la scuola ma
anche aiutato a capire con quale criterio scegliere.
L’altro gioco ( “Dalla sfera al caleidoscopio”) consiste
nell’effettuare una simmetria; per far ciò occorre uno specchio e un mattoncino che deve essere la metà di un cubo.
Appoggiando questa metà allo specchio si ottiene un cubo.
Si può proseguire usando un quarto, un sedicesimo o un
ottavo di cubo.
I rappresentanti degli istituti erano di scuole statali e paritarie, con
indirizzi liceali e tecnici..
Tutto qui? Vi sembra poco?
Una mamma ha seguito tutti gli incontri
sull’orientamento. Ecco i suoi appunti.
Durante gli incontri si è posta l’attenzione non solo al tipo di organizzazione scolastica (orari, materie,...) ma anche al progetto educativo:
il desiderio è infatti di formare i ragazzi affinché riescano a usare la
ragione secondo un’attenta osservazione della realtà e andando a
fondo al proprio desiderio di felicità.
La scelta dell’indirizzo, hanno spiegato i docenti, deve essere fatta
osservando nel tempo le inclinazioni dei ragazzi e confrontandosi
sempre con gli insegnanti delle medie che ogni giorno verificano
quanto e come ognuno reagisce alle proposte.
“È stata una bellissima esperienza da tutti i punti di vista
perché abbiamo passato una giornata tutti insieme,
approfondendo gli argomenti studiati. Inoltre ci ha colpito
all’Università vedere studenti più grandi di noi intenti nel
loro lavoro.”
<<< Alessandra Beretta e Silvia Potenza >>>
E per quanto riguarda l’educazione? Su questo da parte dei genitori
c’è molta attesa e il desiderio che ciò che è stato fino ad ora incontrato nell’esperienza di crescita dei propri figli possa continuare.
I docenti ci hanno fatto riflettere che il protagonista è il ragazzo, chiamato a mettersi in gioco rispetto alla realtà, ad andare a fondo delle
esperienze presentate e ponendosi come interlocutore attivo e vivace
delle proposte didattiche.
Sta ai docenti essere disponibili a cogliere le provocazioni e avere
cura di ogni singolo ragazzo.
E la famiglia? Sostiene, incoraggia, e con uno sguardo sempre attento
alla ricerca del positivo consiglia e mette in condizione il proprio figlio
di scegliere.
Ringrazio la scuola per aver organizzato questi momenti di confronto e
per averci ricordato che al centro della questione c’è sempre l’uomo e
il rispetto della sua individualità.
<< Annarita Potenza >>>
Se penso alla mia vita,
vedo con chiarezza chi sono
i miei punti di riferimento:
sicuramente la mia famiglia,
che mi sta aiutando in questo
cammino, e gli insegnanti,
che conoscono il mio rendi-
mento, il mio lavoro e un pò
anche me stessa.
Partendo da questo posso
dire che, per “imparare” a
scegliere bene e non sprecare questa opportunità, devo
partire dalla mia esperienza
personale, quindi sapere e
conoscere i miei desideri…
rimanendo con i piedi per
terra, però, perché bisogna
anche distinguere tra sogno
e realtà.
I miei desideri sono tanti e
sono consapevole che, forse,
non tutti potranno realizzarsi o che non si compiranno
come io ho progettato, però
continuerò a coltivarli per
me stessa.
Per realizzare, invece, le
mie passioni devo impegnarmi, già da ora, studiando e
scoprendo ciò che mi circonda, accettando me stessa e
imparando a superare anche
i miei errori. Per me, a volte,
è molto semplice riconoscere
solo le mie debolezze piuttosto che, invece, ciò in cui
riesco ad esprimermi meglio.
Con il lavoro, il dialogo in
classe, però, stiamo cercando
di guardarci interamente,
anche se spesso pensiamo
già di “conoscerci”, e stiamo
facendo emergere i nostri
punti di forza e dove, invece,
siamo più fragili.
Io spero di realizzarmi
perché voglio trasmettere
qualcosa alle persone e far
capire che si può credere in
ciò che si fa ed impegnarsi tenacemente perché i desideri
si realizzino.
<< Francesca Grosso >>>
Pagina 7
Giugno 2007
Gialli… che passione!
LO STRANO CASO
DEL FANTINO DEL DUBAY
Era una sera di dicembre del 1899, ed ero
appena tornato dalla City dove avevo fatto
visita ad un vecchio amico di nome John.
Guardavo fuori dalla finestra e osservavo la
pioggia che scendeva a catinelle. Poi il mio
sguardo cadde su Sherlock Holmes, il quale,
mentre fumava la sua adorata pipa, era intento a decifrare un prezioso papiro, ormai
ingiallito, dell’epoca Egizia.
Mentre ero immerso nei miei pensieri, sentii
Sherlock Holmes mormorare: “Cosa vi ha
raccontato il vecchio John?”. Io, strabiliato
dall’incredibile capacità deduttiva di Holmes, replicai: “Come diavolo ha fatto a scoprire che sono stato da lui?”.
“Elementare, Watson! Le sue scarpe sono
sporche di fango, no?”.
“Continuo a non capire…”.
“Ragioni, Watson! Il fatto che le sue scarpe
siano sporche di fango e che il fango sia ancora fresco, mi fa ipotizzare che lei sia appena
stato in una zona di campagna. Il tempo che
lei è stata fuori, questo pomeriggio, è stato di
appena due ore. Ciò mi fa dedurre che l’unica zona di campagna in cui può essere andato
è la City, a non più di mezz’ora di carrozza
da qui. Infine, l’unica persona della City così
scherzosa e burlona da farla divertire tanto
da essere tornato qui col volto sorridente,
cosa che non accade spesso, è il vecchio John.
Semplice, no?”.
“Devo ammettere che il suo ragionamento è
molto chiaro.” Dissi con un pò di stupore.
Pagina 8 Avevo appena finito di dire queste parole,
Giugno 2007 che si sentì bussare insistentemente alla no-
Aquilone
L’
Gli
alunni si sono appassionati
poichè è piaciuto il modo di
lavorare, ovvero scoprire le caratteristiche e le particolarità di questo genere
di romanzi e racconti. L’hanno fatto leggendo
i testi e, a mano a mano, riflettendo sulle differenze, rispetto agli altri generi già visti, emerse
dalla lettura.
In seguito sono passati a studiare i personaggi
principali, cioè gli investigatori, soffermandosi
in particolare sui tre più famosi: Sherlock Holmes, Padre Brown ed infine Maigret. Di ognuno la professoressa ha spiegato, brevemente, il
metodo di indagine e la sua storia. Poi hanno
scritto le caratteristiche principali dei detective,
ricavandole sempre dai testi. Hanno inoltre osservato vari personaggi secondari che aiutano
l’investigatore protagonista, come ad esempio
il dottor Watson, che è il narratore delle diverse vicende di Holmes. Egli è come uno di
noi poichè, durante l’investigazione, fa ipotesi,
forse giuste o forse sbagliate, accompagnando
il lettore durante tutto il racconto. E così fa
anche la sig. Maigret, moglie dell’investigatore
francese.
Infine gli studenti hanno provato a scrivere
racconti gialli, costruendoli intorno al loro
detective preferito.
A questo punto si può dire che ogni ragazzo
ha scoperto una passione nuova: diventare
investigatore!
stra porta.
Holmes andò ad aprire: ci si presentò davanti
un uomo alto e molto magro, che chiese con
ansia: “Lei è il signor Holmes?”.
“Sì, sono io. Cosa desidera?”.
“Sono Simon Mortimer e vengo da Knowle,
una piccola cittadina di campagna a dieci
miglia da Birmingham. Sono uno dei garzoni
della più importante scuderia del paese. Essa
è di proprietà di Mike James, un americano
venuto in Inghilterra in cerca di fortuna nel
campo dell’ippica. Noi abbiamo il delicato
compito di accudire a un cavallo di nome
Sean. Ieri, nel tardo pomeriggio, ho visto con
i miei occhi qualcuno rapire il fantino, John
Dubay, e caricarlo su una macchina...”.
“Lo ha visto con i suoi stessi occhi, ha detto?” intervenne Sherlock Holmes.
“Sì, almeno, credo di sì! Ho visto una macchina che si è fermata davanti al campo
d’allenamento di Dubay, e una persona alta
e grossa trascinare un corpo, molto simile a
Dubay, in quella stessa automobile.”
“Com’è questo Dubay?”.
“È un ometto minuscolo, con i piedi e le
mani piccoli, e alto non più di cinque piedi; è
un bel pezzo più basso di me.”.
“Secondo lei, c’è qualcuno che ha dei motivi
per rapire questo fantino ?”.
“Certo che sì! Il nostro cavallo dovrà gareggiare con un altro della scuderia di Duckerby,
il proprietario dell’altra scuderia di Knowle.
James e Duckerby si odiano come cane e
gatto, vogliono vincere la corsa di Knowle.
Secondo me, non può essere stato che Duckerby a rapire il fantino, non c’è dubbio!”.
“Credo che ispezioneremo il posto. Se non le
dispiace, verrà anche lei Watson! Lei sa che il
suo apporto mi è fondamentale nell’arrivare
alla soluzione del caso!”.
Stimolato dalle parole lusinghiere di Holmes,
accettai.
Salimmo sul treno ed in meno di tre ore e
mezzo ci trovammo alla stazione di Birmingham.
Grazie ad una carrozza percorremmo il tratto
che ci separava da Knowle. Ci ritrovammo in
una cittadina tranquilla, che sembrava scossa
dal rapimento del fantino Dubay, il fantino
più famoso dei dintorni.
Sherlock Holmes volle subito conoscere le
persone coinvolte nel caso. Venne interrogato Duckerby, il principale indiziato, secondo
la testimonianza di Mortimer. Egli sapeva di
non aver nessun alibi per quel pomeriggio:
era stato a cavallo per un allenamento e non
aveva incontrato anima viva. Holmes fece
alcune domande a Mike James circa i suoi
rapporti con il fantino rapito.
“Sono buoni, a parte qualche piccola scaramuccia per questioni di soldi…”.
Holmes ispezionò il luogo del presunto rapimento indicatogli da Mortimer.
“Secondo me fu il signor Dubay a lasciare
quest’impronta: guardate com’è piccola!
Le altre vicine sono molto più grandi e non
possono che essere di Duckerby!” disse
Mortimer.
Dopo diversi minuti Sherlock Holmes smise di esaminarle; nei suoi occhi brillava un
lampo di gioia: aveva certamente scovato un
indizio!
Mi fu d’obbligo domandare: “Cos’ha scoperto?”
“Aspetti e vedrà come l’indizio che ho appena scoperto sarà d’estrema importanza per la
risoluzione del caso!”.
Il giorno seguente di buon mattino Sherlock
Holmes si aggirava per casa.
Nel camino scorse un foglio bruciacchiato:
era scritto in alfabeto morse ed egli si mise
subito a decifrarlo.
“_... _.... _ _.. _ _ _ _ _..... _. _... _... _... _. _.. _
_... _. _ _... _. _...... _. _ _.. _. _ _...... _ _ _. _ _.
_ _ _. _. _. _... _.. _... _ _ _ _ _.. _. _ _ _ “.
Mentre era nel pieno della sua attività, arrivò
trafelata la signora Lawrance, la governante,
che gli consegnò una lettera.
“Se volete riavere il fantino lasciate un milione di sterline nella cabina telefonica di fronte
alla scuderia di Duckerby”.
Nel giro di pochi minuti in casa non si parlava d’altro che della richiesta del riscatto.
Holmes ripiegò con cura la lettera e se la mise
in tasca.
Uscendo in cortile incontrò Mortimer che
disse: “Vi consiglio di pagare il milione, la
gara è a giorni…!”.
Holmes si fermò di botto e mormorò: “Ecco
il particolare che mi mancava … ora è tutto
chiaro, Watson!” e rivolgendosi a Mortimer:
“Siete in arresto!”.
In seguito si degnò di darmi alcune informazioni: “Lei ricorderà che Mortimer mi
consigliò di osservare bene le impronte facendo così un passo falso. Secondo lui quelle
grandi avrebbero incolpato Duckerby, ma
avrebbero dovuto essere più profonde (egli
infatti è molto robusto). Solo una persona
snella come Mortimer poteva aver lasciato
impronte così superficiali!
E poi come faceva a sapere che si chiedeva
un riscatto di un milione di sterline? Solo
noi due avevamo letto la lettera. Ma volevo
cercare prove ulteriori: ero sicuro che egli
non agisse da solo! Si ricorderà, Watson,
che ho trovato nel camino un pezzo di carta
bruciacchiato. Sono riuscito a decifrare il
codice morse:
TI ASPETTO SULLA STRADA PER BIRMIGHAM. PORTA IL BOTTINO.
La spiegazione è molto semplice:
Nel codice morse,
t=_i=.. a=. _s=...p=. _ _.e=.t=_t=_o=_ _ _
s=...u=.. _l=. _..l=. _..a=. _ s=...t=_r=. _.a=.
_d=_..a=. _ p=. _ _.e=.r=. _. b=_...i=..r=.
_.m=_ _i=..n=_.g=_ _.h=....a=. _m=_ _ p=. _
_.o=_ _ _r=. _ i=..l=. _...t=_a=. _ b=_...o=_ _
_t=_t=_i=..n=_.o=_ _ _
C’era quindi un complice. Evidentemente
Mortimer si è disfatto di questo messaggio,
quando è stato qui da noi. Avrà pensato che
il nostro camino fosse il luogo più sicuro per
disfarsi di una prova!!
Il resto lo sapete perché siamo andati insieme
all’appuntamento e lì c’era proprio il fantino
ad attenderci vivo e vegeto. Insieme avevano
La lettura e la scrittura di racconti gialli è stata l’esperienza più interessante per gli alunni
della IIIA. Alcuni di loro si sono cimentati con il genere e sono diventati “giallisti” per un
giorno. Di seguito i loro lavori.
progettato il finto rapimento per spillare
soldi a Mike James. L’avidità ha fatto commettere loro qualche errore”.
Soddisfatto, Sherlock Holmes tirò qualche
boccata dalla sua amata pipa: era ora di tornare a Londra!
UN ERRORE IMPERDONABILE
Era una mattina d’inverno, la nebbia bassa e
l’aria pungente formava la brina sui prati. Il
sole era coperto da nuvole bianche e grigie,
uggiose. Valentin dal finestrino dell’auto
osservava il paesaggio, diretto a Londra,
per incastrare Flambeau, il ladro più abile,
astuto e ingannevole che era universalmente
conosciuto per gli innumerevoli crimini da
lui commessi in Francia, Belgio e Inghilterra.
In questo paese, secondo Valentin, doveva
trovarsi per compiere un furto, non uno
qualunque ma, questa volta, voleva rubare
i gioielli della corona d’Inghilterra durante
un gala che si sarebbe tenuto a Buckingham
Palace.
Giunto a Londra, Valentin si fermò in un
bar, vicino al palazzo e ordinò un caffè, poiché non aveva fatto colazione.
Dopo aver bevuto, pagò il conto e si avviò
verso l’uscita del locale, quando una piccola
personcina lo fermò dicendo:“Scusi, lei non
è forse quel famoso investigatore francese
che tenta da molto tempo di mettere le mani
su quel furfante di Flambeau? Si ricorda di
me?” Valentin guardò quell’ uomo un pò
stupito: al momento non si ricordava chi
fosse la persona che aveva davanti, ma dopo
aver osservato la tunica nera, il cappello e
l’ombrello disse:”Oh, sì, ora mi ricordo: lei
è padre Brown, il pretino dell’Essex! Che
piacere rivederla!”. Poi, con modi pacati,
riprese:”Ma come mai siete qui?”. Rispose
il prete: “Sono stato invitato da un pastore
anglicano al gala della regina d’Inghilterra
che si terrà stasera”. Valentin rispose sorpreso: “Davvero? Anch’io ci devo andare,
mi ha invitato il dipartimento della polizia,
ma ho anche un’altra motivazione” si chinò
sul prete e gli sussurrò:“Avevo letto sui giornali che Flambeau probabilmente tenterà un
furto proprio durante il gala, per questo mi
aveva chiamato la polizia inglese”. Quindi
Padre Brown, sconvolto dalle parole del
francese domandò:“E cosa ha intenzione
di rubare quel mascalzone?”Ancora più
sommessamente, per paura che lo stesso
Flambeau fosse presente all’interno del bar,
Valentin rispose:“I gioielli della regina!”. A
questa risposta padre Brown saltò indietro
per la sorpresa.
Poi il barista irruppe dicendo:“Vi dispiacerebbe continuare la vostra conversazione
fuori, state intralciando il passaggio”. I due
annuirono scusandosi, il prete pagò il conto
e se ne andò assieme a Valentin continuando
a conversare.
Anche questa volta Valentin aveva intenzione di seguire il suo metodo investigativo
che consisteva nell’osservare ogni cosa per
lui sospetta che poteva contenere indizi sul
caso, così da riuscire a comporre quello che
lui chiamava “il filo delle indagini”. Questa
volta intendeva stare vicino a padre Brown
per tutto il tempo per farsi aiutare nella risoluzione del caso.
Dopo aver camminato a lungo arrivarono a
Piccadilly Circus, era mezzogiorno passato
così il prete e l’investigatore decisero di entrare a pranzare in un ristorante della piazza.
Era uscito il sole, anche se pallido e con
ancora qualche nuvola attorno. Valentin era
pensoso e allo stesso tempo teneva gli occhi
attenti su qualsiasi cosa potesse accadere e
su qualsiasi persona alta più di sei piedi. Ad
un tratto gli venne in mente che Flambeau
avrebbe cercato un travestimento con il
quale passare inosservato, sia da donna che
da uomo, ma costui aveva talmente tante
risorse che non si riusciva mai a intuire sotto
che maschera si nascondesse. Così comunicò
a padre Brown il suo pensiero e lo avvertì di
prestare attenzione così come faceva lui.
Padre Brown, mentre l’investigatore parlava,
era intento a mangiare ciò che aveva ordinato
e guardò Valentin, che sembrava incantato,
incurante del tempo che passava e del cibo
che si raffreddava. Quindi il prete ricordò
a Valentin del pranzo e lui, annuendo, cominciò a mangiare, mentre il sacerdote lo
attendeva con calma, intento a pensare al
gala della sera.
Terminato il pranzo verso la una e mezza,
pagarono dividendosi il conto e uscirono dal
ristorante.
Poi Valentin e il suo amico si diressero a
Scotland Yard, dove il commissario francese
chiarì la sua posizione e si accertò delle misure di sicurezza per la serata a Buckingham
Palace. Padre Brown intanto attendeva fuori
dall’edificio con l’ombrello aperto poiché era
ricominciato a piovere.
Poco dopo il prete vide passare di sfuggita
un uomo di alta statura ma non lo prese in
considerazione, assorto nei suoi pensieri.
Dopo aver atteso circa mezzora Valentin
uscì e, come il prete, aprì l’ombrello. Le ore
passarono in fretta e ormai mancava poco
all’inizio della serata.
Valentin illustrò a Padre Brown tutte le
misure di sicurezza e disse come si sarebbe
mosso durante la festa. Egli sarebbe andato
in giro per la grande stanza osservando
attentamente tutte le persone sospettabili,
mentre chiese al sacerdote di assumere un atteggiamento assolutamente normale. Arrivati
a destinazione le guardie li fecero entrare e,
una volta introdotti tutti gli invitati, chiusero
il portone.
Gli ospiti si salutarono a vicenda e si presentarono. Intanto dei camerieri giravano per la
stanza con aperitivi, cocktails e vari salatini;
Valentin però non si curò della loro statura.
Padre Brown si muoveva seguendo le indicazioni di Valentin. Ad un tratto però il pretino
vide un cameriere avviarsi verso la toilette e
insospettito lo seguì con lo sguardo.
Intanto gli ospiti salutarono la regina che
fece loro un dono di ringraziamento per la
partecipazione.
Dal bagno uscì una guardia che si avviò verso
la porta dalla parte opposta della stanza.
Padre Brown andò in bagno dove scoprì
alcune cose alquanto sospette: una finestra
era aperta e sul pavimento vi erano aloni e
piccole macchie di sangue. Quindi guardò
fuori e scorse accasciato a terra un uomo
in canottiera con segni di violenza evidenti
provocati da un oggetto contundente. Dopo
questa orribile visione padre Brown uscì dal
bagno e subito vide una guardia addentrarsi
furtivamente nella stanza dove erano custoditi i gioielli. Quindi il prete gridò: “Fermate
quell’ uomo! Presto!”. Tutti gli ospiti cominciarono a rumoreggiare tra loro mentre padre Brown, Valentin e due guardie tentavano
di raggiungere il fuggitivo. Valentin vide la
guardia rubare frettolosamente i gioielli e subito dopo correre via. Nel frattempo le due
guardie stavano per raggiungere il fuggitivo
quando ad un tratto questo inciampò e per
lui non ci fu più niente da fare. Quindi gli inseguitori e Valentin raggiunsero Flambeau e
lo arrestarono. Il famoso investigatore fu sorpreso dal fatto che il ladro si fosse incastrato
da solo pur essendo molto agile. Valentin poi
si arrabbiò con se stesso per essere stato così
sciocco a non pensare che Flambeau si sarebbe travestito da guardia.
L’investigatore disse:“Padre Brown, come
ha fatto a capire che quella guardia era Flambeau?”.
Da un angolo della stanza una piccola figura
si girò verso l’investigatore dicendo:“Semplice. Innanzi tutto devo dire che ho visto un
cameriere molto alto dirigersi verso il bagno
e subito dopo uscirne un’altra persona altrettanto alta vestita da guardia, così mi sono
insospettito e sono andato in bagno a vedere
cosa era successo: c’erano macchie di sangue,
una finestra aperta e fuori un corpo a terra.
Quindi ho capito chi era veramente la guardia e vi ho chiamato per l’inseguimento”.
Valentin si congratulò con il prete dicendo:
“Le sono infinitamente grato per aver risolto
il caso e mi inchino a lei come di fronte a un
maestro”.
<< Cristina Panceri, Daniele Brioschi,
Giovanni Oriani >>>
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Aquil ne
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Il programma di geometria ha comportato
lo studio di due argomenti basilari,
in seconda le aree, e in terza i volumi
attraverso interessanti giochi. In seconda
i pentamini di Solomon W. Golomb e, in
terza il soma di Piet Hein.
Grazie a quel lavoro abbiamo potuto fare
osservazioni importanti per entrambi gli
argomenti. Ora possiamo fare ulteriori
osservazioni fra i due, mettendo in
evidenza analogie e differenze.
Ma prima illustriamo il percorso svolto in
ambedue gli argomenti.
Giochi nel piano e
Come domanda conclusiva la professoressa ci ha chiesto se tutte
le figure erano isometriche, cioè con lo stesso perimetro, e se
avevano tutti la stessa area.
Alla prima inizialmente ho risposto di sì, calcolando un perimetro
di 12 quadretti, ma ho dovuto ricredermi perché ad esempio la
“p” aveva 10 quadretti di perimetro.
I PENTAMINI
Per quanto riguarda la seconda, sì, tutte la figure hanno 5 quadretti di area.
I Pentamini sono figure piane formate da 5 quadrati uniti fra
loro, secondo la regola base, i quadrati devono essere legati da
almeno un lato.
Da questo ho capito che, non è detto che le figure con uguale
perimetro (isometriche) abbiano la stessa area.
Es:
L’inventore di questo gioco Solomon W. Golomb era un studente universitario quando ideò questo rompicapo. Durante
una lezione poco interessante iniziò a disegnare tutte le figure
possibili che si possono trovare formate da 1,2,3,4,5 quadrati
seguendo la regola “base” già illustrata sopra.
Noi ci interessiamo soprattutto a quelle formate da 5 quadretti
che Solomon chiamò pentamini.
Il gioco consiste nel provare, dopo aver formato tutte le figure
possibili con 5 quadretti, a unirle esse (sono in tutto 12) in
modo da formare un rettangolo di area 3x20, 5x12, 4x15.
Come prima cosa notiamo che le aree dei rettangoli sono congruenti, risulta sempre 60 quadratini. Poi iniziamo a provare e
dopo molti tentativi riusciamo, ecco i rettangoli formati:
o e nello spazio dai Polimini al Soma
IL SOMA
Per introdurre il lavoro del volume abbiamo lavorato sul Soma, ovvero un gioco il
cui scopo è di formare un cubo con le diverse combinazioni concave che si possono
ottenere con tre o quattro cubetti. Le figure devono essere concave perché rispetto
a quelle convesse hanno più facce e di conseguenza riempiono il volume di un cubo
avente come spigolo tre cubetti e come cubi totali 27,volume equivalente alla somma di tutti i pezzi del soma
La regola fondamentale per costruire queste composizioni è che almeno una faccia
di un cubetto deve essere coincidente alla faccia di un secondo cubetto.Le composizioni che definiscono il cubo finale sono 8 e sono tutte differenti tra loro. Riflettendo e lavorando in classe abbiamo potuto osservare che tutte le figure solide sono
equivalenti, cioè con lo stesso volume e superficie totale.
ANALOGIE E DIFFERENZE
Dai lavori svolti abbiamo osservato che ci sono delle analogie e delle differenze.
Tra le analogie abbiamo messo che, nei pentamini l’ area misurata era equivalente,
ma il perimetro non sempre, nel soma invece essendo nel piano, abbiamo invece
dell’ area volumi equivalenti, e invece del perimetro aree non equivalenti. Infine,
per quanto riguarda le analogie, si ha che alcune figure si assomigliano.Le differenze sono che nei pentamini lavoravamo sull’ area, nel soma invece lavoriamo sullo
spazio di conseguenza potremo effettuare ribaltamenti.
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L’enigma dei numeri primi
Quanto cifre può avere un numero? Sapete che cosa è un R.S.A?
A che cosa serve la fattorizzazione? Che cosa fanno i matematici?
Ci guidano nella risposta ragazzi e ragazze di I B.
Quando la professoressa Leonardi ci ha dettato
il titolo abbiamo pensato:
”Oh no, saranno difficilissimi!!”, ma col passare del
tempo hanno cominciato a
piacerci.
Innanzi tutto vi spieghiamo cosa sono: i numeri
primi sono quei numeri che
hanno come divisori solo 1
e se stessi; i numeri composti invece ne hanno anche
altri. Questi ultimi sono i
più comuni: tutti i numeri
pari tranne il 2 che è loro
operazione è chiamata fattorizzazione o scomposizione
in fattori primi.
Facendo questo procedimento per due o più numeri
si possono trovare il m.c.m.
(il minimo comune multiplo), moltiplicando tra loro
i fattori primi comuni e non
comuni, presi una sola volta
e con il massimo esponente,
e il M.C.D. ( il massimo
comune divisore) tra questi
numeri, moltiplicando tra
loro i fattori primi comuni
presi una volta sola con il
divisore; ma anche molti numeri dispari sono composti.
Per esempio il 15: è dispari
eppure divisibile per 3 e per
5; oppure il 9, che ha come
divisore anche il 3.
Un numero composto
può essere scritto in modo
unico (a meno di proprietà
commutativa) come prodotto di numeri primi (esempio: 6=2x3). Con questa
osservazione i matematici
si pongono la domanda: “
E se dovessimo scomporre
(scrivere come prodotto di
numeri primi) un numero
molto grande?!?” Nasce
così il metodo delle divisioni
successive per scomporre un
numero composto: si divide
questo per un numero priPagina 12 mo e il risultato pure fino a
Giugno 2007 quando si arriva a 1. Questa
minore esponente.
Per facilitare il riconoscimento dei numeri primi
abbiamo studiato i criteri
di divisibilità; essi servono
per vedere se un numero è
divisibile per un altro.
A prima vista i numeri
primi sembrano facili, ma in
realtà nascondono un grande enigma, che per secoli
ha tormentato i matematici:
il loro susseguirsi sembra
casuale, senza un ordine
ben preciso. Molti matematici hanno tentato di trovare
una formula che, applicata
ad un qualunque numero
n, permetta di trovare tutti
i numeri primi minori o
uguali ad n, ma invano. Solo
uno sembra esserci riuscito,
Riemann, ma la sua ipotesi
dopo circa 150 anni non è
Aquil ne
stata ancora confermata.
Infatti, nel 1900 ci fu il
raduno matematico, che
si ripete ogni 100 anni, e il
matematico David Hilbert
propose 23 problemi da
dimostrare, tra cui l’ipotesi
di Riemann. Dopo 100 anni,
nel 2000, tutti i problemi
furono dimostrati, mentre l’
ipotesi di Rieman fu l’unica
a non essere dimostrata.
Con il progresso della
tecnologia sono stati inventati calcolatori potentissimi
che permettono di trovare
numeri primi enormi; questi
calcolatori possono essere
sostituiti da vari computer
collegati tra loro tramite la
rete. Così, nel 2001, è stato
scoperto il secondo numero primo più grande che
si conosca: uno studente
canadese ha scoperto il seguente numero primo: 2 alla
13.466.917, cui si sottrae 1.
Questo metodo utilizza
i numeri di Mersenne che si
trovano elevando il 2 ad un
numero primo qualunque e
poi sottraendo 1; così spesso, ma non sempre, si trova
un numero primo (esempio:
2 elevato alla terza a cui sottraiamo 1 = 8-1 = 7, che è un
numero primo).
Il più grande numero
primo oggi scoperto ha oltre
nove milioni di cifre, scritto
è lungo venti chilometri e ci
vorrebbero svariati mesi per
leggerlo ad alta voce!
La grandezza di questi
numeri è una delle tante
cose che ha colpito parecchi
di noi, perché pensavamo:
“Avranno al massimo mille
cifre” (che non sono neanche poche!) e quando ci è
stata comunicata questa curiosità siamo rimasti a bocca
aperta.
I numeri primi sono
molto importanti anche per
l’economia, infatti, nel 1970,
tre matematici idearono un
codice, chiamato R.S.A. dalle loro iniziali, per salvaguardare gli acquisti su internet
con la carta di credito. Questo codice sfrutta la difficoltà a scomporre un numero
grandissimo come prodotto
di due fattori primi.
Alcuni anni fa i tre matematici lanciarono una sfida
per vedere chi riusciva a
scomporre un numero formato da 129 cifre, che loro
stessi avevano composto
moltiplicando tra loro due
numeri primi enormi. Per
fare ciò ci vollero 17 anni,
un tempo più che sufficiente
perché la nostra carta di credito scada.
Questi strani, affascinanti numeri danno a tutti impressioni diverse:per conto
mio non mi metterei mai,
mai e poi mai a cercare il più
grande numero primo…Impazzirei!
I numeri primi mi hanno
colpito perché pensavo che
fossero semplici e piccoli,
ma sapere che in realtà sono
così grandi e immensi mi ha
fatto capire che il “regno”
della matematica è molto
grande.
<<< Alunni di 1B >>>
Come diventare grande
L’esperienza della scuola
media è molto diversa da
quella delle elementari: si
incontrano nuove materie,
nuovi compagni e nuove
regole.
A me è piaciuto moltissimo frequentare questa scuola e credo di essere andata
incontro a numerosi ostacoli
che, però, sono sempre riuscita a superare.
Uno degli aspetti più
“dolorosi” è stata per me la
difficoltà iniziale nello studio.
Infatti, durante i primi mesi
di prima media, non riuscivo
ad organizzarmi bene con
tutti i compiti e spesso mi
ritrovavo a svolgerli anche
dopo cena. Era veramente
terribile: stavo tutto il giorno
in casa a lavorare! Tuttavia
ho affrontato con successo
questa situazione, grazie
ad un lavoro semplice, ma
Per i futuri primini della media. Le gioie e i dolori di
una studentessa di terza. Nello studio, nel rapporto
con gli adulti, in gita, nello sport e, soprattutto,
nell’amicizia.
molto utile: il metodo di
studio. Ogni martedì, alle
ultime due ore, la nostra
professoressa ci ha proposto un’attività che ti insegna
come studiare, pianificare il
lavoro a casa, utilizzare gli
strumenti adeguati… Dopo
aver ascoltato i consigli che
gli insegnanti ci davano, mi
sono accorta che riuscivo a
studiare sempre meglio, in
modo più efficace ed impiegandoci meno tempo così
che, già a metà dell’anno,
avevo molto più tempo libero durante il pomeriggio.
Un’altra esperienza che
mi ha creato difficoltà è il
rapporto con i professori,
assai diverso da quello con
i maestri. Infatti bisogna
portare molto rispetto, alzarsi in piedi ogni volta che
entrano in aula e rivolgersi
dando sempre del “lei”. Mi
era difficile tutto questo, non
mi veniva naturale e spesso
davo del “tu”. Ma con il
passare dei giorni mi sono
abituata ed ora è, per me,
una cosa normalissima.
Comunque la maggior
parte delle esperienze sono
state gioiose.
Una di queste sono le gite
scolastiche di due, tre o addirittura quattro giorni. Sono
state avventure nuove, che
non avevo mai fatto durante
Piccoli ma grandi al Trofeo
di Atletica della Martesana
Era il 22 maggio 2007…un martedì, e stranamente alla Bachelet si
respirava un’aria diversa dai soliti giorni… Perché?
Perché proprio quel giorno si
disputava il Trofeo della Martesana, una gara di atletica a
cui ogni anno partecipano gli
studenti di sei scuole medie
della zona, dagli esperti atleti
di terza media ai principianti
primini. Nella grande tribuna
del campo sportivo di Cernusco sul Naviglio si distinguevano le magliette blu con
scritta bianca della Bachelet
e questi ragazzi, che erano
venuti solo per partecipare,
hanno fatto invece grandi
cose.
In queste gare, infatti, si
sono scoperti grandi talenti
dell’atletica come la bravissima Sara Bertini di IIIC che,
con un tempo eccezionale
– addirittura 7 secondi e 74
– ha superato il record della
scuola nei 60 metri femminile
imbattuto dal 1998.
Impressionanti anche le misure delle altre scuole come
quella del vincitore del salto
in alto maschile di terza che
si è fermato solo davanti al
metro e settanta o quella del
vincitore di vortex maschile di
seconda.
Buonissimi anche i tempi di
resistenza e i salti in lungo
di seconda e di prima. Ma la
cosa che più ha colpito era
l’altezza e il fisico dei maschi
di seconda e di terza delle
altre scuole, in particolare gli
atleti di vortex e di velocità:
anche i più alti e sportivi
alunni della Bachelet sembravano quasi dei bambini
rispetto a loro.
Così anche se inizialmente si
vedevano i volti dei ragazzi e
delle ragazze, che impauriti
scrutavano il campo speran-
do che la loro gara non venisse chiamata, alla fine su ogni
volto c’era un sorriso e non
importa se al collo c’era una
medaglia, due o nessuna.
Grazie a questo Torneo i
ragazzi hanno capito che partecipando erano già vincitori.
Questo non solo perché erano riusciti a saltare un giorno
di scuola, ma perché sono
diventati veramente consapevoli che nello sport non è solo
importante vincere.
Certo vedersi la medaglia
d’oro appesa al collo o alzare
la coppa del primo e non del
secondo fa sempre piacere.
Così non possiamo che
augurare a tutti i futuri atleti
di migliorare ancora di più e
magari… anche di crescere di
50 cm!!
<<< Melisa Polo Friz >>>
le elementari. Le gite sono
un modo divertentissimo
e bello di imparare perché
si osservano sul posto gli
argomenti studiati in classe.
È molto interessante perché
si visitano luoghi nuovi e
meravigliosi ed è divertente
perché si sta tutto il tempo
con gli amici. La parte più
spassosa è quando si sta in
camera da soli, con i compagni: ne succedono di tutti
i colori!
Un’altra esperienza insolita, rispetto alle elementari,
sono le gare di atletica che
si svolgono periodicamente
ogni anno. A me piacciono
molto perché è una mattinata intera di sport (corse,
salti, vortex) e, se si è bravi, si
possono vincere anche delle
medaglie, come se fossimo
alle Olimpiadi.
Una cosa bella è che,
alle medie, essendo noi più
grandi, iniziano a nascere
amicizie e legami profondi
tra i tuoi compagni e te.
Infatti ciò che non mi è mai
mancato sono proprio le fantastiche amicizie.
Infine in questa scuola
ho trovato materie nuove
che prima non conoscevo:
tecnica, spagnolo, musica,
algebra ed epica. Sono tutte
molto semplici e divertenti
ed è stata per me una gioia
studiarle.
In generale, questi tre
meravigliosi anni sono stati
più ricchi di gioie che di dolori. Ho vissuto una grande
esperienza molto positiva
e bella, che mi ha aiutata a
crescere da ogni punto di
vista: lo studio, le amicizie,
il rapporto con le persone
più grandi, la passione per
le cose…
Anche se ho incontrato
alcune difficoltà, non mi
sono mai tirata indietro ed
ho cercato di risolverle come
potevo: alla fine sono sempre
riuscita a superarle.
Tutto di questa esperienza sarà indimenticabile
perché mi ha fatto diventare
più grande. Mi ritengo soddisfatta del percorso di questi anni e spero che anche la
prossima esperienza scolastica che dovrò affrontare sia lo
stesso bella!
<<< Agnese Cantù >>>
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Chiara alunna della II B, campionessa lombarda
Coppa Lombardia di Judo, Gorle 13 maggio 2007
Dopo aver conquistato a gennaio la Coppa Lombardia nella categoria -36 kg, Chiara Gozzi del Judo Club Plautellum allenata dai maestri Bertini e De Gioannis, fa il bis nella categoria -40 kg battendo le
atlete che nel 2006 hanno partecipato alla selezione per il campionato italiano Esordienti. Una gara entusiasmante in cui l’atleta ha
mostrato i risultati di un grande impegno agonistico, nonostante la
giovane età, in cui è supportata dal più giovane ma esperto fratello
Andrea. Tra le altre gare importanti della stagione ricordiamo: 1°
classificata Trofeo di Capriate, 1° classificata Giochi Studenteschi
Medie, 2° classificata Trofeo Topolino (gara internazionale).
Per ulteriori informazioni: www.judopioltello.it
Le mitiche della pallavolo
In questo campionato
le atlete della Goldfighters
si sono impegnate molto
sfidando squadre diverse
ma ricordandosi sempre
di essere team
di amiche. Così,
anche se i risultati
non sono stati dei
migliori, le ragazze non sono mai
uscite veramente
sconfitte, anzi hanno rafforzato sempre di più la loro
unità aiutandosi a
vicenda. Lo documentano con loro
parole alcune delle
giocatrici.
“Ho notato
che, durante le
partite, sia vinte
sia perse, c’è stato
sempre un ottimo
rapporto di squadra ovvero
quando si sbagliava ci si aiutava a vicenda con consigli e
quindi alla fine tutte siamo
sempre tornate a casa come
vincitrici…” (Agnese A.)
“Ciò che più mi ha colpito è stato il comportamento delle compagne di terza
media; infatti, nonostante i
nostri ripetuti errori ci incitavano e ci incoraggiavano
dandoci consigli su cose che
loro stesse avevano appreso
Pagina 14 in precedenza…” (ElisabetGiugno 2007 ta R.)
Aquil ne
Anche
quest’anno
la
squadra
della
Goldfighters ha partecipato al campionato
PGS. Il costante allenamento l’ha fatta
crescere in statura, amicizia e bravura.
Quale il fattore di questa
esperienza?
Questo è dovuto anche
al sostegno e impegno di
alcuni genitori e all’aiuto del
loro allenatore che, pur non
potendo essere presente alle
partite, le ha aiutate durante
gli allenamenti riuscendo a
migliorare la squadra. “…In
questi due anni giocare a
pallavolo è stato fantastico
perché siamo riuscite a
migliorare più di quanto ci
aspettavamo perché abbiamo avuto la fortuna di avere
un allenatore professionista…” (Silvia S.)
Anche per questo le
ragazze, con i responsabili
della loro società, hanno deciso di giocare fino alla fine
dell’anno. Così, insieme alla
squadra dell’AVIS Cernusco
e alle due squadre del GSO,
hanno partecipato ad un
quadrangolare (mini torneo
ad eliminatorie), rinnovando
l’esperienza di gioia.
“È stato bello potersi
confrontare con altre squadre anche perché abbiamo
potuto mettere alla prova
ciò che avevamo imparato,
sfruttando al meglio le nostre capacità…” (Federica
R.)
Nonostante le
sconfitte subite
non c’è mai stato
un
momento
di resa da parte
loro, anzi un’atleta
dice:
“In
questo torneo di
pallavolo, come
credo
accada
anche ad altri ragazzi che praticano altri sport, da
ogni partita noi
abbiamo
visto
che c’è sempre
qualcosa di nuovo da imparare,
da perfezionare,
rendendo questo
sport sempre nuovo e divertente…” (Ester A.)
Chi scrive fa parte di
questa squadra dalla sua
nascita e porta il ricordo di
tanti bei momenti vissuti
insieme. Vi posso assicurare
che al termine di ognuno di
questi incontri, anche quando avevamo perso (ed è successo spesso!) ed eravamo
arrabbiate, ci siamo sempre
sentite una squadra. Anche
fuori dal campo di gioco.
<<< Silvia Santoiemma >>>
Il Pallone che fa sognare…
Da quattro anni Giuseppe è allenatore
Sono passati 4 anni da
quando faccio l’allenatore
ma questi bambini mi sembra di conoscerli da una
vita. Sono molto contento di
lavorare con questo gruppo.
Ci siamo conosciuti e abbiamo lavorato sodo e quest’anno si sono visti anche i frutti:
la squadra ha disputato
un ottimo mundialito! Ad
ogni allenamento i bambini
li ho visti sempre allegri,
spontanei, con tanta energia,
sempre pronti a scoprire
cose nuove. Adesso lascio
la parola a loro perché sono
loro i protagonisti.
divertimento e uno sport di
squadra.
Io vorrei raccontarvi
l’esperienza che ho fatto in
questi anni di calcio. Sono
molto contento e consiglierei
a tutti i bambini di provare
la mia esperienza. In questi
anni sono migliorato in tutti i
ruoli, poi sono migliorato nel
passare la palla, ma soprattutto ho capito che il calcio è un
gioco di squadra e ho imparato ad accettare la sconfitta.
(Elia Luigi)
Le insegnanti delle classi prime
dell’Aurora spiegano come si
arriva a leggere e scrivere.
Secondo me il calcio è un
gioco e bisogna considerarlo
tale. Sono contento perché si
è formato un bellissimo gruppo. Ho imparato ad aiutare i
compagni con più difficoltà e
a rispettare sempre gli avversari sia in caso di vittorie che
in caso di sconfitte.
(Sturaro Riccardo)
A noi piace giocare a calcio che è il gioco più bello del
mondo, dove si deve accettare
qualsiasi risultato e qualsiasi
decisione dell’arbitro. È un
gioco che ci ha fatto conoscere
tanta gente e tanti bambini
come noi. Vogliamo ringraziare il nostro allenatore che
ci ha dato tutto questo.
(Bernardelli Andrea
e Dell’Orto Andrea)
Noi siamo contenti
perché abbiamo formato
un bellissimo gruppo. È un
Ci siamo dati dei soprannomi: Dell’Orto Andrea:
Cafù; Bernardelli Andrea:
Del Piero; Sturaro Riccardo: Kakà; Tresoldi Andrea:
Ronaldo + 10 Kg; Piccinini
Marco: Toni; Cuzzola Maria
Chiara: Dida; Vignati Giulio:
della squadra di calcio della Goldfighters,
Società sportiva nata da genitori dell’Aurora.
L’entusiasmo
cresce
Gattuso; Beretta Luca: Inzaghi; Rota Simon: Buffon;
Elia Luigi: Cannavaro; Ballerani Federico: Birindelli;
insieme
all’amicizia.
Magni Marco: Figo; Petridis
Thomas: Totti; Campanale
Giuseppe: Lippi.
<<< Giuseppe Campanale >>>
Scoprire, imparare, studiare,
sono cose per grandi uomini
La prima elementare è una classe dinamica, di
trasformazione, che segna il passaggio dalla scuola
dell’infanzia a quella primaria.
Ogni bambino, vivendo un’esperienza di relazione positiva con i nuovi insegnanti ed i compagni, in un ambiente tutto da scoprire, ha potuto sperimentare che
la scuola è un luogo per lui e così ha potuto crescere il
desiderio di muoversi, di conoscere, di…illuminare la
realtà, di imparare. Come?
Uno dei punti nodali dell’esperienza di conoscenza
della classe prima è l’apprendimento della letto-scrittura. Come abbiamo proposto questo grande ed importante passo senza correre il rischio di un imparare
ripetitivo, mnemonico, esclusivamente tecnicistico?
Partendo e valorizzando innanzitutto il vissuto dei
bambini e favorendone l’azione personale, resa possibile in un contesto di apprendimento come la scuola,
dallo sguardo benevolo, di stima del maestro verso
ogni suo alunno.
I primi giorni di scuola sono stati caratterizzati dalla
lettura di una bella storia che ci ha accompagnati alla
scoperta che le parole, anche scritte, permettono di
raccontare qualcosa di sé. La successiva scoperta delle lettere così come la scrittura e lettura di nuove frasi
sempre legate a situazioni ed esperienze significative
e condivise che accadevano in classe, hanno costruito
un legame affettivo tra il segno (parola) ed il senso
(esperienza).
Per gli alunni, questa modalità ha favorito il desiderio
e il gusto di fissare nella parola scritta qualcosa di
importante per loro, non solo appartenente alla vita
scolastica. Infatti a novembre abbiamo percepito,
osservando come gli alunni seguivano e rispondevano
alle proposte didattiche, che si poteva offrir loro la
possibilità di scrivere in autonomia una piccola storia,
il primo testo. Abbiamo capito che questa richiesta poteva rappresentare un rischio, ma ragionevole: non è
stata una decisione “a priori”, non stavamo chiedendo
qualcosa di estraneo alla loro esperienza, ma c’erano
le condizioni perché la prima forma di testualità
personale rappresentasse una tappa fondamentale di
soddisfazione, di scoperta di sé “più grande”.
Così quella mattina è stata resa speciale anche con il
regalo della “matita dello scrittore” e con il successivo
intervento della Direttrice che ha stretto la mano a
ciascuno dicendo “Avete fatto una cosa da grandi!”,
due forme per renderli ancora più consapevoli di una
grande conquista avvenuta.
L’apprendimento della letto-scrittura ha abbracciato la
realtà tutta, dalla totalità della persona del bambino al
suo rapporto con l’ambiente e le persone. Quali altre
occasioni si sono presentate come momenti di studio,
di conoscenza degli aspetti della realtà?
Vivere un’esperienza di apprendimento positiva,
acquisendo nuovi mezzi comunicativi e sviluppando il
pensiero razionale per rapportarsi e conoscere la realtà, non può non partire dal “fare” perché l’esperienza
corporea, sensibile precede e sostiene la formazione
del pensiero. Il lavoro logico-matematico è stato un
altro ambito disciplinare in cui questa attenzione metodologica ha assunto forme concrete di conoscenza.
È stato entusiasmante innanzitutto per noi insegnanti
proporre ai bambini situazioni e materiali vari, nuovi
e osservare come si mettevano in gioco. Gli alunni
hanno imparato giocando con i dadi, saltando sulla
linea dei numeri, muovendosi nel villaggio da loro
costruito per affinare la lateralità ed il rapporto di
movimento nello spazio. L’azione del “giocare” è stata
sempre seguita dall’osservazione di ciò che accadeva, dalla riflessione comune sull’esperienza, dalla
verbalizzazione fino alla simbolizzazione della realtà.
Questi passi metodologici hanno favorito l’emergere
di una posizione di curiosità che ha mosso il bambino
a formulare domande sempre più pertinenti, a provare
e sperimentare le proprie capacità in ogni occasione
con serenità e semplicità perché certo di essere parte
di una compagnia sempre pronta ad accoglierlo, a
sostenerlo perché a lui appassionata.a.
<<< Raffaella Cavagna e Laura Ghezzi >>>
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A studiare s’incomincia
da piccoli
Oggetto di lavoro in
seconda sono stati i contenuti predisciplinari perché
il bambino potesse vivere
esperienze autentiche che
favorissero un incremento
di conoscenza e di consapevolezza di quanto
incontra e vive.
Il punto di partenza è stato la realtà o
meglio l’imparare a
guardare correttamente la realtà (e
questo è educare)
ammirandola,
osservandola,
nominandola e
riflettendo su
di essa per
scoprirne
l’ordine.
La
domanda
è stata
il motore
del
lavoro, ciò
che ha portato
a dar nome alle cose.
Ciò ha permesso a tutti
di fare esperienza di senso
favorendo in ciascuno un incremento di consapevolezza
e un iniziale arricchimento
lessicale evidenziato in contesti diversi.
Uno degli argomenti
affrontati quest’anno è stato
la trasformazione dall’uva al
vino.
L’incontro con il dato
reale, il vigneto – i grappoli
– la raccolta dell’uva – la
pigiatura…,è stata il punto
di partenza.
I bambini hanno partecipato ad una uscita in collina
alla Cascina dei Fiori dove
hanno osservato la vigna e
Pagina 16 hanno fatto direttamente e
Giugno 2007 personalmente l’esperienza
Aquil ne
Anche lo studio
incrementa la
conoscenza e la
coscienza della realtà secondo tutti i suoi fattori. L’insegnante
Giulia Muzzi esemplifica, attraverso il racconto di un’esperienza
didattica come “introdurre allo studio” nell’Aurora.
della pigiatura con i piedi
o con il torchio manuale.
Quindi hanno seguito con
attenzione le varie fasi di
lavorazione necessarie per
ottenere il vino.
L
a
giornata
t r a scorsa
è stata
subito
spunto
per una ripresa orale.
In questo momento di
comunicazione i bambini
hanno raccontato ciò che
più li aveva colpiti e l’esperienza vissuta ha suscitato
l’emergere nella memoria
di tanti elementi già presenti
perché frutto di una storia
precedente, ma rianimati da
una consapevolezza diversa.
È nato poi il bisogno di
organizzare le notizie riguardanti lo stesso oggetto di
esperienza e di osservazione.
È iniziato allora un lavoro
comune di riflessione sull’esperienza e di denominazione: la ricostruzione degli
avvenimenti secondo un
ordine temporale e l’utilizzo,
in un preciso contesto, dei
nuovi termini ha permesso
a ciascuno di meglio comprendere ciò che aveva sperimentato e di comunicarlo
in modo chiaro e preciso.
Un momento di sintesi è
stata la stesura da parte dei
bambini di un testo
intitolato”Alla
cascina dei Fiori
immagino di essere…” che ha permesso l’emergere di una
sensibilità personale e
l’iniziale consapevolezza
nell’uso di termini nuovi
ed appropriati.
Accanto a questo lavoro i
bambini hanno regolarmente osservato il loro mosto
fermentare e trasformarsi
dopo circa un mese in vino
novello. Ora il vino contenuto in due diverse bottiglie
era pronto per essere suddiviso in parti uguali tra i
ventisei alunni.
Come fare? Si è proceduto per tentativi.
Un bambino ha proposto di dividere il contenuto
di una bottiglia fra tredici
alunni e lo stesso per l’altra.
Ma i compagni non erano
d’accordo perché le due
bottiglie avevano forme di-
verse e non c’era la certezza
di una identica capacità.. Per
saper quale bottiglia contenesse più vino dovevamo
misurare.
È nata l’idea di pesare le
due bottiglie. Alcuni hanno
fatto presente un problema:
secondo la loro esperienza,
la bottiglia di vetro pesava
più della bottiglia di plastica.
Si è allora pensato di versare il vino in due bottiglie
uguali per verificare dove
ce ne fosse di più, ma… non
le avevamo!! Così, dopo
alcune ipotesi, si è deciso
di versare il vino di ciascuna
bottiglia in bicchieri uguali
per dimensione e forma. La
bottiglia che riempiva più
bicchieri era quella che conteneva più vino.
Tutta la classe ha incoraggiato questo esperimento
che ha dato risposta alla
nostra domanda e ci ha permesso di trovare un’unità di
misura campione.
Dentro
un’esperienza
unitaria come quella raccontata ci sono i “semi” di
tante esperienze disciplinari.
E queste esperienze costituiscono per un bambino di seconda una reale esperienza
di studio.
Divento lettore
Il desiderio che
ho per ogni mio
alunno è che possa
iniziare a leggere
con gusto.
Ma quando e
come incomincia
il gusto per la lettura?
Per un bambino, ma non solo,
incomincia con un
incontro che gli
permette di percepire la grandezza di
un valore che ancora non conosce, ma
che intuisce come
tale.
Come si educa a
leggere con gusto?
Si educa attraverso la lettura in
classe della maestra
che propone e vive
con fascino, prima
di tutto per sé, questo gesto:
legge ad alta voce, con mutamenti di tono, con pause…
con espressioni del volto,
non nell’ultimo quarto d’ora
di una giornata – come fosse
il riempitivo di un ritaglio di
tempo - testi di narrativa significativi, non banali. Infatti nel gesto e nel modo
con cui un
adult
o
p r o p o n e
una cosa
sono contenute la
dignità del
lavoro e le
ragioni per
cui lo fa.
E la proposta continua
con l’offerta di
momenti di lettura personale sia in
classe che a casa.
Appena ricevuto
un libro lo si scopre
sentendone l’odore,
osservando i disegni,
l’impostazione della pagina… e poi si inizia a leggere!
A casa si creano anche degli
spazi speciali: un angolo
della sala, la propria cameretta….il proprio comodo
letto!!
Quale piacere può
dare un libro?
La lettura è esperienza
ed occasione di incontrare
nuove realtà che, anche se
fantastiche,
contengono
tutti gli elementi della nostra
realtà. Le vicende narrate, le
parole incontrate chiamano
il lettore ad immaginarsi ambienti, personaggi, situazioni
e lo
invitano
ad
entrare a
far parte della storia
sino all’emergere del nesso tra la storia incontrata,
l’esperienza altrui, e la propria esperienza personale.
<<< Giulia Muzzi
insegnante della IIA >>>
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Giugno 2007
F
A
M
I
G
L
I
E
I
N
A
Z
I
O
N
E
Roma, 12 maggio 2007
Roberto Weger padre di due ex alunni ci ha inviato questa testimonianza della sua
partecipazione al Family Day.
“In vita mia ho partecipato a
moltissime marce, manifestazioni, comizi, pellegrinaggi, ma mai
mi è capitata un’esperienza così
bella e gioiosa come quella di
sabato scorso al Family Day.
È stata una manifestazione
- NON POLITICA, MA AL DI
SOPRA DELLA POLITICA - Dal
palco non ha parlato nessun
politico, neanche uno. Certo,
alcuni si son fatti vedere e altri
hanno cercato di prendersene il
merito, ma erano evidentemete
voci isolate e stonate. Si è parlato di politica, ma non di partiti, di
politica intesa come bene per la polis, cioè del popolo. Di valori,
non di una croce su una scheda. C’era gente di ogni dove e di
quasi ogni partito, tutti insieme per dire “difendete la famiglia”.
- POPOLARE -, del popolo vero, non quello astratto dell’ideologia. Uomini, donne, bambini, lattanti, carrozzine, succhi di frutta,
pianti, capricci, frittate e giochi a carte. Un popolo lieto e gaio,
unito, in cui c’è posto anche per chi non vota, i bambini innanzitutto. Un milione, forse più. Anche musulmani ed ebrei. Un
popolo
- RISPETTOSA - In 6 ore non si è sentita una sola parola, ma
nemmeno una contro chi la pensa diversamente. Rispetto per
l’altro, ma chiarezza del valore
della famiglia. No al riconoscimento giuridico di altre forme
di unione, a favore invece della
famiglia intesa come padre,
madre e figli. Non certo come
l’altra micromanifestazione il
cui scopo era trovare un nemico
da combattere e un simbolo da
abbattere (la Chiesa), gridando
sguaiatamente un presunto
diritto che il popolo (quello
vero) in realtà non vuole, e l’ha
dimostrato. Passerella di politici
e slogan, spesso volgari e offensivi, entrambi
- CULTURALE - Il succo del Family Day è una proposta culturale,
un indirizzo per il futuro, la richiesta di sostenere la famiglia,
non di creare un suo surrogato. Un luogo fisico in cui i bambini
possano nascere, crescere, essere educati, avere una storia, un
passato ed un futuro, il più stabile e sereno possibile. Affiancati
da un padre e una madre, uniti da un vincolo stabile che lo Stato
riconosce e sostiene, affinché anch’essi, diventati grandi, possano fare altrettanto con i propri figli. Impossibile non osservare
il tono dell’altra micromanifestazione, che si può facilmente
riassumere nelle scritte dei cartelli dei manifestanti. Che spessore culturale...No, non credevo che nel nostro popolo ci potesse
essere una tale mobilitazione, una tale chiarezza di visione, una
tale capacità di proposta positiva.”
PERISCOPIO
Un incontro davvero speciale
La Prima Comunione dei figli. Occasione per alcune
famiglie di una festa insieme.
L’
Aquil ne
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Giugno 2007
È quello che i nostri ragazzi di quarta elementare hanno fatto
con Gesù accostandosi per la prima volta all’Eucarestia. E a noi
genitori è sembrato bello e necessario festeggiarli tutti insieme,
chiedendo a Don Giuseppe Vergani di celebrare una S. Messa
apposta per i suoi allievi. Così la sera del 1° giugno, alle ore
19.00, tutti i bambini delle due quarte sono invitati alla parrocchia S. Maria del Rosario di Redecesio. Alcuni sono ormai “veterani”, per altri è solo la seconda comunione, ma la commozione
è palpabile, anche tra i papà e le mamme che vedono questi
figli “grandi”, tutti compresi in questo modo, per loro nuovo, di
dire “Tu” a Gesù. La festa poi continua con una cena nei nuovi
locali della Parrocchia e dalla commozione si passa al riso e al
gioco. E anche questo è un modo per dare del “tu” all’Ospite
che è presente tra noi.
<<< Letizia Sanvito >>>
Saluto a Don Ambrogio
Don Ambrogio Cerizza, che per molti anni è stato insegnante di
religione presso la nostra scuola media, con il primo di settembre lascerà l’incarico di Parroco della Chiesa di S. Maria Nascente a Camporicco (Cassina dè Pecchi) per un’altra Parrocchia che
il nostro Vescovo gli ha affidato.
Nella celebrazione della S. Messa di sabato 8 settembre alle
ore 18.30, la comunità parrocchiale di Camporicco ringrazierà il
Signore per averlo lasciato con noi per 21 anni, tempo in cui il
suo servizio al Signore ha dato numerosi frutti non solo per le
opere realizzate, ma per la consapevolezza cresciuta nella gente
di appartenere al popolo della Chiesa.
Invitiamo tutti coloro che l’hanno conosciuto, insegnanti, ex
allievi e genitori della scuola, a presenziare a questo momento
per affidarlo a Maria Nascente che lo accompagni nella nuova
realtà nella quale il Signore, attraverso il Vescovo, lo ha chiamato a coltivare la Sua vigna.
<<< Margherita Dedò >>>
U
L
T
I
M
A SABATO 9 GIUGNO 2007
P
A
G
giorno
I Conclusione dell
N
scuola
A
“Vivere significa sempre lanciarsi in avanti,
Ultimo
di
verso qualcosa di superiore,
verso la perfezione,
lanciarsi e cercare di arrivarci”
(Boris Pasternak, scrittore)
È stata questa la caratteristica dell’anno scolastico che stiamo per chiudere?
A noi sembra di sì.
Sia la stessa anche durante l’estate e nell’ultimo giorno di scuola, di cui diamo
il programma:
ore 8.15/11.15
“Torneo Bachelet: giochi a squadre”
presso il Centro Sportivo di Via Buonarroti a Cernusco s/N. (MI).
Si svolgeranno gare delle seguenti discipline: Unihoc, Pallavolo, Basket e Calcio.
Gli alunni della scuola media dovranno trovarsi direttamente al Centro Sportivo per le
ore 8.00.
ore 11.30
“Una scuola in movimento”,
festa dei bambini della scuola elementare L’Aurora, alla scuola di Via Don Milani.
ore 13.00/18.30 “Festa della polisportiva Goldfighters”
presso l’oratorio “Divin Pianto” di via Gozzano a Cernusco s/N. (MI).
L’
Aquil ne
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Giugno 2007
Tutte le famiglie sono invitate!
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La scuola siamo noi