Nel mondo degli affetti. Della creatività. Del benessere.
Anno XXVII - n° 1 - Giugno 2010
Sped. Abb. Post. 70% - Filiale di Milano - TAXE PERCUE (Tassa Riscossa) Uff. CMP Roserio - MI
Il Metodo
Gruppi di sostegno
psicologico
per armonizzarsi con
i cambiamenti della vita
dopo il cancro
Attività di sostegno per
partner e care giver
per il sovraccarico emotivo
nelle relazioni familiari
Attività psicofisiche,
creative, estetiche
per accrescere l’armonia
mente-corpo
I risultati
raggiunti
•
•
•
•
•
Ascolto, aiuto pratico,
orientamento:
per la paura e il
disorientamento davanti
alla diagnosi
Consulenze individuali
psicologiche e mediche
per problemi particolari
di natura emotiva e fisica
Risposte aperte dei medici
“Dottore si spogli”
per saperne di più su
alimentazione, ricostruzione,
menopausa, malattia e cure
Terapia medica sistemica
per la prevenzione
e cura della fatigue
per rafforzare
l’organismo durante e dopo
le terapie oncologiche
Potenziamento delle risorse psico-fisiche durante le terapie oncologiche
Riduzione della depressione e della fragilità emotiva
Rafforzamento dell’autostima, dell’assertività e dell’autonomia
Riduzione del coinvolgimento emotivo, pratico, economico, famigliare e sociale
Un contributo personale al buon esito delle terapie oncologiche
Dal 1973 a sostegno globale delle persone colpite dal cancro
Editoriale
Cari lettori e amici,
mi dispiace davvero che, per un disguido postale, non vi sia giunta la
rivista da noi spedita lo scorso Novembre: era particolarmente ricca
di contenuti, nuovi spunti di riflessione e informazioni sulle le nostre
iniziative.
Attivecomeprima Onlus
Via Livigno 3,
20158 Milano
Tel 026889647
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Consiglio Direttivo:
Ada Burrone, Alberto Ricciuti,
Arianna Leccese, Anna Dal Castagné,
Giovannacarla Rolando.
Collegio dei Sindaci:
Mauro Bracco, Flavio Brenna,
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Carlo Vitali.
Comitato Scientifico:
Stefano Gastaldi, Paola Bertolotti,
Fabio Baticci, Franco Berrino,
Nicoletta Buchal, Massimo Callegari,
Salvo Catania, Alberto Costa,
Francesco Della Beffa, Maurizio Nava,
Marina Negri, Willy Pasini,
Manuela Provantini, Alberto Ricciuti,
Giorgio Secreto, Paolo Veronesi,
Umberto Veronesi, Claudio Verusio,
Eugenio Villa.
In questo numero vi parliamo del canto, della vela, dello sport in
generale e dei benefici che l’esprimersi fisicamente produce.
Benefici capaci di rigenerare emotivamente e anche di cambiare la
disposizione mentale verso ciò che può sembrare difficile.
Negli anni ’50, negli Stati Uniti, si fecero alcuni esperimenti su
squadre di basket universitarie. A un gruppo di studenti fu chiesto di
allenarsi a fare canestro per tre settimane, mentre a un altro gruppo,
fu chiesto di esercitarsi solo con il pensiero, semplicemente visualizzando la palla, per tre settimane.
Trascorso tale periodo i due gruppi furono testati. Il primo gruppo
aveva aumentato la propria capacità di andare a segno del 24%.
Il secondo gruppo, che non aveva mai toccato la palla, aveva
aumentato la capacità di fare canestro del 23%. In pratica, lo stesso
risultato. Questo è il potere della mente. Tale aspetto ha avuto una
grande rilevanza nello sport: gli atleti non vengono preparati solo dai
coach, ma spesso anche da psicologi che allenano la loro mente.
E oggi si sa che se due atleti hanno fatto lo stesso allenamento fisico,
tra i due quello che si è preparato meglio mentalmente, è quello che
vince.
Lo sanno anche coloro che, di fronte ad un’esperienza drammatica,
sono riusciti a spostare il baricentro dalla paura e dalla rassegnazione
al coraggio e alla fiducia, impegnando la forza di volontà, le emozioni
e le energie in modo costruttivo e consapevole per far vincere la vita,
al di là di tutto.
Per tradizione, il Sindaco di Milano è
Presidente Onorario di ATTIVEcomeprima.
Ringraziamo i nostri collaboratori e fornitori per il contributo alla realizzazione e alla qualità di questa rivista.
Un grazie particolare alla Fotolito ABC per l’omaggio degli impianti di stampa.
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Pubblicazioni
Nel mondo degli affetti. Della creatività. Del benessere.
Anno XXVI - n° 2 - Ottobre 2009
Riprogettiamo l’esistenza
Decido di vivere
La cura degli affetti
Testi utilizzati per
la conduzione dei gruppi
di sostegno psicologico*
Rivista ATTIVE
Viene offerta
a tutti coloro
che sostengono
l’Associazione
Sped. Abb. Post. 70% - Filiale di Milano - TAXE PERCUE (Tassa Riscossa) Uff. CMP Roserio - MI
* Riservati esclusivamente ai partecipanti dei nostri incontri formativi
La Forza
di Vivere
Cofanetto
di 10 opuscoli
a cura di
ATTIVEcomeprima
La Forza
di Vivere
10 opuscoli
a cura di
La terapia
di supporto di
medicina generale
in chemioterapia
oncologica
di Alberto Ricciuti
Edizione
FrancoAngeli
Lo spazio umano
tra malato e medico
Parlano medici,
pazienti,
psicologi
a cura di
ATTIVEcomeprima
Il Pensiero Scientifico
Editore
Per informazioni sulle pubblicazioni tel. 026889647
La forza di vivere
Per affrontare
con armonia
il cambiamento
di Ada Burrone
(in italiano
e in inglese)
Edizione
ATTIVEcomeprima
M’amo,
non m’amo
di Ada Burrone
(in italiano
e in inglese)
Edizione
ATTIVEcomeprima
Quando il medico
diventa paziente
La prima indagine in
Italia sui medici che
vivono o hanno vissuto
l’esperienza del cancro
a cura di
ATTIVEcomeprima
e Fondazione Aiom
Edizione FrancoAngeli
...e poi cambia
la vita
Parlano i medici
le donne
gli psicologi
a cura di
ATTIVEcomeprima
Edizione
FrancoAngeli/Self-help
La forza
di
vivere
come antidoto
aLLa paura
5 ottobre 2008 ore 20.30
Teatro Carcano
Corso di Porta Romana, 63
Milano
Video integrale dell’evento
LaForzadi Vivere
Come antidoto
alla paura
Registrazione integrale
dell’evento dal vivo
al Teatro Carcano di
Milano in occasione
del nostro 35°
DVD video
durata 150 min.
La danza
della vita
Le esperienze più
straordinarie della
mia esistenza
di Ada Burrone
(in italiano
e in inglese)
Edizione
FrancoAngeli
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Il gusto di vivere
di Ada Burrone e
Gianni Maccarini
Edizione Oscar
guide Mondadori
Sommario
Periodico trimestrale
Anno XXVII - N° 1
Giugno 2010
Sped. abb. post. 70%
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Hanno collaborato:
Paola Bertolotti, Ada Burrone,
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Benedetta Giovannini, Franca Maffei,
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Giovannacarla Rolando, Lucia Totaro.
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ATTIVEcomeprima aderisce
al movimento di opinione “Europa Donna”
Editoriale
pag. 03
Avventura
Curar per mare / Francesco Raspagliesi
pag. 06
Vivere il cambiamento
Piangersi addosso non aiuta / Paola Bertolotti
pag. 08
Il linguaggio degli affetti
Amore egoista, amore non ricambiato / Stefano Gastaldi
pag. 10
Le vostre lettere
Cara Ada / Ada Burrone
pag. 12
Tra medico e paziente
La medicina dell’uomo / Alberto Ricciuti
pag. 14
Un regalo per voi / Lucia Totaro
pag. 16
Nutrire il benessere
Fresche, facili, nuove e antiche / Franca Maffei
pag. 22
Andar per erbe
Alloro / Giovannacarla Rolando
pag. 24
Benessere in movimento
La vita è canto, il canto è vita! / Arsene Duevi
pag. 26
Profili
Maurizio Dallocchio / a cura di Stefano Gastaldi
pag. 28
Sapevate che? / Benedetta Giovannini
pag. 31
Letti e piaciuti
pag. 33
Noi con gli Altri
pag. 34
Avventura
Curar per mare
6
Da anni mi trovo faccia a faccia con
la malattia, in reparto, in sala operatoria. Mi sono abituato alle sua sfida
quotidiana, ho imparato a non sottovalutarla mai, anche quando tenta di
confondermi con la routine.
C’è una situazione alla quale non riesco ad abituarmi, quella dell’incontro
con la paziente che ho seguito per mesi
e alla quale devo dire, con un sorriso
e un sospiro di sollievo, che abbiamo
ottenuto degli ottimi risultati, che l’intervento ha sortito i risultati sperati,
che c’è stata una risposta positiva ai
trattamenti postoperatori. Tutte le
volte sento che, al di là di ogni segno
tangibile della guarigione del corpo,
resta una profonda cicatrice impigliata
tra i pensieri, tra le cose non dette.
Quando fisso il nuovo appuntamento per
tre, quattro mesi dopo, vedo chiaramente
i segni del cedimento. Mi rendo conto che
quello spazio di tempo viene sentito come
insostenibile, una pagina troppo grande e
troppo bianca sull’agenda di chi riprende
a respirare dopo l’apnea della malattia. Il
tempo improvvisamente svuotato: niente
più controlli, esami; niente più interlocutori
d’elezione: altri pazienti, medici, infermieri,
psicologi, volontari.
Mi chiedo sempre che cosa succeda appena fuori dal mio studio. Qual è la distanza
che si riesce a mettere tra il proprio mondo
abituale, la famiglia, gli amici, i colleghi e
l’esperienza appena vissuta? Tanta, così
tanta che essa diventa un tabù. E come
ogni tabù sparisce dal linguaggio, dalle conversazioni;
è una cosa della quale non si parla, non si vogliono
fare gaffes, non bisogna essere ossessivi né lasciarsi
ossessionare. La malattia resta là, un bozzolo chiuso
nei pensieri di chi l’ha vissuta.
Ho parlato di questo problema con la maggior parte
delle mie pazienti cercando delle possibili soluzioni,
ma nessuna è mai riuscita a convincermi fino in fondo.
Fino al mio incontro con Cristiana, una velista.
Me la sono trovata davanti per l’ultima visita di controllo. Era felice perché avrebbe potuto tornare nel posto
più bello del mondo: il mare. Negli ultimi mesi aveva
navigato in acque di incertezza e di paura, adesso tutto
poteva essere diverso e lei non avrebbe voluto perdersi
assolutamente nulla di quello che la vita aveva ancora
da darle. Ma c’era di più, mi ricordavo di Paola, la
ragazza di Brescia che era in camera con lei.
Sarebbero partite insieme per una piccola crociera in
barca a vela nell’arcipelago toscano.
Quell’immagine mi ha folgorato, ho pensato subito che
quello avrebbe potuto essere il modo giusto per tornare
al mondo, per rientrare nel ritmo della vita. Il mio antico amore per il mare si era risvegliato, poteva essere
quella la chiave giusta: un invito al viaggio, al viaggio
per mare, su una piccola barca spinta dal vento.
Dante Alighieri aveva invitato i propri amici su un “vasel
ch’ad ogni vento / per mare andasse”, là avrebbero
potuto ragionare insieme, parlare la stessa lingua,
discutere le loro passioni. Ecco cosa sarebbe stato utile
al momento del congedo, offrire alle pazienti la possibilità
di ritrovarsi in uno spazio di condivisione dei timori, dei
dubbi, dei ricordi. Una barca che scivola sull’acqua, non
più un bozzolo di solitudine ma di scambio e condivisione,
l’attenzione concentrata sugli spazi ridotti, sul bisogno di
non sprecare acqua, luce, sull’idea di preparare la cena
per tutti. Quella poteva essere la soluzione giusta: un luogo
nel quale sarebbe stato possibile parlare della propria
esperienza e, nello stesso tempo, sarebbe stato necessario pensare agli aspetti pratici del vivere, anche dare una
mano allo skipper nelle manovre.
È cominciata così quella che considero un’esperienza molto
positiva che ha dato moltissimo a me e agli altri organizzatori, ma soprattutto alle pazienti che hanno partecipato
a questa avventura e che l’hanno definita straordinaria.
Appena fuori dal porto le pazienti, quattro per ciascun
viaggio, hanno taciuto per un po’, sono tornate a controllare
gli spazi nei quali avrebbero dovuto trascorre un’intera
settimana, le cuccette, il bagno, la minuscola cucina,
i gavoni dove avevano stipato le proprie cose. Poi bastava
un nulla, un’informazione, da lì cominciava uno scambio
che andava sempre più a fondo e scavava dentro
esperienze comuni, dentro le rabbie, le paure, le ansie
e ribaltava l’esperienza individuale tramutandola in un
comune punto di vista.
I paesaggi cambiavano come il soffio del vento e il colore
del mare, il gruppo, unito, affrontava rollii e beccheggi,
pianificava il programma della giornata, la spaghettata
serale, il caffè, i racconti delle proprie vite, del dramma
che le aveva accomunate, dei progetti per un futuro che
stentava a prendere forma. Tornavano in porto ricche di un
diverso stile di vita, della capacità di affrontare “insieme”
i nuovi ostacoli, convinte che la patologia non avesse
minato le proprie potenzialità, ma ne avesse anzi portato
alla luce di nuove.
Avevano potuto, infatti, beneficiare, in un contesto completamente sganciato dai luoghi canonici della malattia e della
cura, di un supporto psicoterapeutico, delle dinamiche di
un gruppo funzionale alla reificazione dei propri fantasmi e
delle proprie angosce, alla ricollocazione del pensiero della
morte e della vita, dei propri valori e dei propri obiettivi.
In porto, al rientro, la vita era ancora là con le proprie incognite ma c’era una nuova voglia di usare costruttivamente
il tempo senza chiedersi se sarebbe stato molto o poco.
Io avevo una nuova freccia al mio arco, potevo proporre
un’esperienza di vita in barca, cioè di condivisione e solidarietà, di occupare la mente in un’attività positiva per fare
emergere nuove personali potenzialità e ritrovare la voglia
di fare, di riappropriarsi della propria vita.
Per questo non sarò mai abbastanza grato alle persone
che mi hanno supportato in questa avventura, agli
skipper, ai terapeuti, a coloro che ci hanno creduto
e che l’hanno resa possibile.
Francesco Raspagliesi
Direttore dell’Unità di Oncologia Ginecologia dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano.
7
Vivere il cambiamento
Piangersi
addosso non
aiuta
Lo dice Barbara Saba, una donna che ha saputo
mettere a frutto la propria esperienza di malattia
anche nell’ambito della sua professione.
Ci racconti qualcosa di te e della tua storia
personale?
8
Mi è difficile partire da un punto preciso... ho studiato, mi
sono laureata brillantemente in Economia e Commercio
e a 24 anni ho intrapreso una carriera molto bella iniziando
a lavorare per una Multinazionale Americana.
Dopo qualche tempo ho deciso di cambiare e sono arrivata
alla Johnson & Johnson, dove lavoro attualmente ricoprendo
anche il ruolo di Direttore Generale dell’omonima Fondazione. Tutto sommato ho avuto una vita serena, tranquilla,
molto piena dal punto di vista delle amicizie e degli affetti.
Ho avuto relazioni sempre molto stabili; credo nelle amicizie
che durano e nelle affinità elettive con persone che ti porti
dietro perché, in un certo qual modo, ti somigliano e non
perché le vedi tutti i giorni, ma perché affettivamente hai
qualche cosa da scambiare. La frequentazione assidua, nei
rapporti interpersonali, non è sempre necessaria; io posso
avere amici che vedo anche dopo 10 anni, con i quali ho
sempre qualcosa da dire perché la nostra è una conoscenza
profonda; ecco, per me le relazioni sono questo, non mi
interessa molto la parte frivola, superficiale.
Ho avuto una famiglia molto unita, ricca di affetti, che
rappresenta il filo conduttore della mia vita.
Ho sempre pensato che tutto ciò che ci accade abbia un
senso e anche che è importante trovare chi ci rassicura e ci
accompagna, soprattutto quando entriamo nelle esperienze
dolorose, come accadde a me, quando conobbi una
persona che era ammalata e che mi ha insegnato molte
cose durante la sua malattia.
Ti senti di parlarne?
La sua è stata una malattia molto lunga, oltre 10 anni
ed io sono entrata in confidenza con lui quando già era
ammalato da diversi anni: questo tempo lungo di malattia
però, fortunatamente, gli ha concesso anche il tempo per
poter fare tutta una serie di elaborazioni.
Guardandolo mi sono resa conto che si poteva vivere e
vedere la malattia in un’altra prospettiva.
Poi, purtroppo, per lui è arrivata la fine, e qualche anno
dopo mi sono ammalata io di un tumore al seno.
È accaduto cinque anni fa ma, sulla base dell’ esperienza
con il mio amico, sono riuscita a dare un senso a ciò che
mi stava succedendo, come se ci fosse un destino che mi
aveva preparato a trovare la strada giusta per poi
affrontare la mia malattia: una sorta di scuola per imparare
a reagire, dalla quale ho appreso che la vita c’è sempre,
fino a quando c’è… e non è che, quando ti ammali, devi
smettere di vivere.
Sei solo tu che te lo impedisci, rinunciando a tutto ciò che
ancora, nonostante si possano avere periodi in cui non si
sta per niente bene, la vita può offrire.
Solo tu puoi decidere di vivere la vita, e non di far vivere la
malattia.
Certo, ci sono momenti in cui è stato necessario dare la
priorità alla malattia, quando, ad esempio, dovevo andare in
ospedale per la chemioterapia o per i controlli, però non è
che il resto del tempo io non vivessi... anzi. È proprio questo
che ho imparato, ed è stato un grande insegnamento.
Quando ho scoperto di avere un cancro, ho pensato che
avrei potuto continuare a vivere bene. Non ho mai creduto
di essere in pericolo; avevo fatto controlli molto ravvicinati e
avevo un tipo di tumore curabile, per cui non ho mai pensato
che potesse accadere qualcosa di irreparabile, di poter morire per questo. Sentivo però, dentro di me, che chi mi stava
intorno: i miei genitori, i miei fratelli, tutte le persone care,
erano invece molto preoccupati. Lo sapevo perché avendo
sperimentato io un ruolo simile accanto al mio amico, avevo
ancora vivo il ricordo di come ci si sente in questa situazione
e il senso di impotenza che si prova. La mia più grande
preoccupazione, mentre io stavo male, era di non passare
l’immagine di me sofferente a tutti quelli che mi stavano
vicino, e di non perdere la speranza di guarire o di non
crederci fino in fondo, perché lo avrebbero potuto percepire
e soffrirne forse più di me. È un mio modo di essere quello
di pensare, prima di tutto, al benessere degli altri.
Anche nel ruolo che rivesto in Fondazione Johnson&Johnson
nel rapporto con le Associazioni, cerco di dare il mio
contributo ascoltando chi ha bisogno e supportando progetti
che facciano crescere e sviluppino il sostegno alla comunità.
Spesso mi si rimprovera di non pensare abbastanza a me,
ma non lo faccio imponendomelo. Non è una forzatura, perché
è solo così che mi sento serena e tranquilla con me stessa.
Non hai mai pensato di nascondere la tua esperienza
di malattia nell’ambito professionale?
No, ma non per un atto di coraggio. Ammalarsi non è una
vergogna. Prima dell’intervento ho riflettuto riguardo al dirlo
a tutti o no, solo per paura di muovere negli altri la pietà. Ho
capito poi che uscire da quella posizione egocentrica, che ti fa
pensare di essere l’unica al mondo a soffrire, ti dà la possibilità di condividere la tua esperienza, che può essere di grande
importanza per tutti.
Come ti sono stati vicino i tuoi cari?
Loro ci sono stati sempre, per mia madre era cruciale esserci,
è sempre venuta in ospedale tutte le volte che io facevo la
chemio. Mio papà è più introverso, per cui non dava a vedere
la sua preoccupazione, è il suo modo di essere.
Quello più emotivo è mio fratello, era molto preoccupato e
quindi è stato quello che forse, purtroppo, ha sofferto di più.
Da parte mia mi sento come una bambola che si è rotta:
ti hanno riaggiustato ma tu, comunque, sei rotta.
Quando succedono queste cose ti rimangono dentro,
ma da esse ho imparato talmente tanto, che penso sia giusto
non dimenticarle. Ho capito che riesco a trasmettere energia
ad altri e che nessuno può rubare il mio tempo.
Il vero killer è la paura, che uccide la capacità di reagire,
di progettare, quella che ti tiene lontana dai controlli quando
invece sai che li dovresti fare. La vera malattia è la paura.
9
Perché hai ritenuto che i progetti di Attivecomeprima
fossero meritevoli di sostegno?
Faccio una premessa: sono arrivata ad Attivecomeprima
attraverso un percorso e grazie al mio nuovo incarico di
Direttore della Fondazione Johnson & Johnson. Nella mia
personale avventura conobbi per primo, all’Ospedale Gemelli
di Roma, il Professor Riccardo Masetti - Presidente di Komen
Italia, una Onlus di donne operate al seno - e da lì ho
cominciato ad interessarmi a questo ambito. Tutte le Associazioni che la Fondazione Johnson&Johnson sostiene sono
certificate, se i documenti non sono in regola non facciamo
nulla e altri miei colleghi avevano incontrato e presentato
Attivecomeprima.
Una delle cose che mi ha colpito in Attivecomeprima è che ho
trovato un lavoro ed un clima particolare che non si incontrano
facilmente: una sorta di familiarità, una conoscenza profonda
del problema e la capacità di accogliere con il sorriso e di
offrire un aiuto concreto.
Sono convinta che si possa aiutare molto meglio e con più
efficacia, se si riesce anche a far ritrovare la capacità di
sorridere, nonostante quanto accaduto.
Mi auguro che la nostra Fondazione possa estendere anche
a molte altre organizzazioni il sostegno che dà alla vostra
Associazione, perché ritengo che l’atmosfera che io
e i miei colleghi abbiamo trovato qui, nonostante tutte
le storie di dolore, conferma l’importanza di quello che
facciamo nel sostenervi.
Paola Bertolotti. Info
Psicologa
autoree psicoterapeuta.
Conduce in Associazione i gruppi di sostegno psicologico “Riprogettiamo l’esistenza” e “Decido di vivere”.
Il linguaggio degli affetti
Amore egoista,
amore
non ricambiato
10
Ogni amore è, in fondo, un atto di egoismo.
Amiamo e vogliamo essere amati; quando un amore
non crea problemi è perché si riesce a realizzare una
fortunata (o anche voluta) corrispondenza con ciò che
l’altro chiede o desidera o accetta da noi, e viceversa.
Spesso sentiamo dire dalle persone felicemente
innamorate di quanta sintonia vi sia nella loro relazione
e di come i partner riescano, quasi senza chiedere
alcunché, a dare e ricevere proprio ciò che è nei
desideri più profondi.
È forse proprio l’egoismo dell’amore che ci rende felici
quando tutto funziona: non potremmo spiegarci altrimenti il sentimento di gioia e compiutezza personale
che proviamo quando i nostri amori funzionano bene.
Non si tratta necessariamente di un egoismo negativo,
di un desiderio di portare tutto a sé e di non dare
niente all’altro.
È invece un più sottile bisogno di mettere in quel
bene amoroso mille e più parti di noi perché ne siano
alimentate e sorrette, fatte crescere e volare, rese
belle e buone. Se ciò da un lato è chiedere troppo
all’amore, pare dall’altro che così faccian tutti, che sia
in un certo senso inevitabile.
In questo quadro, nelle sofferenze amorose sono
coinvolti ideali, bisogni, desideri, fraintendimenti,
cocciutaggini e bizze di carattere, fragilità e ambizioni.
La più classica delle sofferenze è quella relativa al
non essere corrisposti.
È la vecchia storia dell’amore disperato, quello per cui
ci si perde per qualcuno e si passa un tempo più o
meno lungo a macerarsi e a chiedersi perché
dall’altra parte non si provi un sentimento analogo.
Quando si è in una situazione disperata, perché
innamorati e non corrisposti, serve chiedersi “chi ce lo
fa fare”. La domanda porta a scoperte interessanti.
Una di queste è che gli amori disperati sono una
costruzione accurata e infernale, ma anche astuta
e ingannevole, dei nostri affetti.
Un paio di esempi, per uscire dall’astratto.
Da adolescenti l’amore disperato è utile, perché
permette di vivere un sentimento importante
- ed essere quindi “normali”, come tutti - e, al tempo
stesso, esso permette di proteggersi dalla necessità
di mettersi veramente in gioco e sperimentare
rapporti emotivi, confronti ed esperienze sessuali per
cui non ci si sente ancora pronti.
Classici gli innamoramenti per persone irraggiungibili
(la più bella della scuola, l’insegnante quarantenne,
il più corteggiato del reame), amori spesso
segretissimi e struggenti, vissuti a distanza, nella
totale inconsapevolezza degli interessati.
La sofferenza, in questi innamoramenti, è una croce
quotidiana. Abita le stanze della mente, condiziona
i pensieri e impedisce spesso di concentrarsi su altre
e ben più pericolose questioni, come, ad esempio,
l’affrontare la propria vergogna e il rischio di fallire,
scoprendo di non essere tanto capaci. In effetti,
è una sofferenza che dà un vantaggio: proprio perché
si ama qualcuno “impossibile” o che comunque non
ha la più pallida idea di essere amato, il fatto di non
averlo è “normale”, non discende da un rifiuto.
Per di più, soffrire perché si ama rende comunque
“normali”: basta guardarsi intorno e si vedrà che anche
quelli che hanno davvero delle relazioni non fanno altro
che lasciarsi, tradirsi, litigare.
Quindi va bene così: indossata la divisa della normalità,
si può aspettare di sentirsi più capaci di affrontare i
pericoli di un vero incontro e intanto stare alla finestra a
fantasticare, al calduccio di una sofferenza utile, tragica
quel tanto che basta per vivere una vita spericolata.
Anche da adulti capita di amare senza essere ricambiati.
Può succedere ad esempio, di innamorarsi di qualcuno
che, per com’è, come parla, come ragiona, apre
all’improvviso davanti agli occhi la possibilità di cambiare, di vivere una nuova vita più ampia e creativa,
di riscrivere la propria carta identità.
Questi innamoramenti capitano a tutte le età e sono
solitamente il segnale di un bisogno profondo di cambiare,
di evolvere, oppure di sanare le ansie di invecchiamento,
la paura di rinchiudersi per sempre in una strada già segnata,
verso il declino…
L’innamoramento “impossibile” ci racconta che c’è qualcosa
in noi che ci spinge ad andare proprio lì, nella direzione
indicata dalle caratteristiche della persona di cui ci si
innamora (ad esempio vivere con maggiore creatività, sapere
di più, riattivare il desiderio sessuale un po’ spento).
Anche in questo caso l’impossibilità concreta di dare corso
a una nuova relazione, che potrebbe distruggere dolorosamente ciò che si è costruito fin qui (famiglia, lavoro) è un
fattore protettivo. Gli amori impossibili indicano, ancor più
chiaramente di quelli ricambiati, le strade che desideriamo
e non osiamo percorrere.
Getty images - Laura Ronchi
11
Stefano
Gastaldi.
Info autore
Psicologo e psicoterapeuta. Conduce in Associazione il gruppo “La terapia degli affetti”.
Le vostre lettere
foto Paolo Liaci
a cura di Ada Burrone

Ada cara,
12
sono sul depresso perché il colloquio
con l’oncologo mi ha confermato il
rischio medio alto della mia situazione: ho 51 anni, carcinoma duttale
infiltrante 2,1 cm G3, assenza di
invasione vascolare peritumorale,
linfonodi negativi.
Terapia: chemio 6 cicli ogni 21 gg +
ormonoterapia + radio.
Quello che mi ha preoccupato è che
mi è stato detto che, indipendentemente dai linfonodi, potrebbe essersi
diffuso per via vascolare.
Ma un po’ di speranza mai?
Penso che parte della guarigione
passi anche dall’entusiasmo
di ognuno di noi, altrimenti diventa
veramente difficile affrontare tutto
quanto.
Grazie, ciao e a presto.
Elsa
È comprensibile, Elsa, il tuo bisogno
di speranza.
Come tutti, anche tu cerchi nel
medico un alleato che parli a te
persona.
Purtroppo quando uno specialista,
anche se molto bravo, pone attenzione più su ciò che “in teoria”
potrebbe succedere, anziché sul
percorso di cura e sulle risorse
dell’individuo, nella relazione con il
paziente non riesce a comunicare
speranza, anche quando possiede
elementi per trasmetterla.
Nell’attesa di conoscerti, ti abbraccio.

Dopo tanto tempo sono
finalmente riuscita a trovare un buon
equilibrio.
Volevo ringraziarti per tutto quello
che hai fatto per me e mio marito. In
questi due ultimi anni ho subito un’ulteriore trasformazione interiore che mi
ha portato a realizzare il sogno della
mia vita. Vivere al mare.
Il tuo aiuto ha fatto emergere il
bisogno di vivere pienamente senza
paura, come se non avessi avuto il
cancro. L’ostacolo era mia madre,
poi due anni fa è morta e io non ho
più potuto resistere, così ho seguito
il mio istinto che è emerso prepotentemente, dopo anni di abnegazione
e l’ho fatto.
Da un anno viviamo in Liguria, vicino
a posti stupendi come Noli e Varigotti.
Sto gustando la vita come mai avevo
osato, mi sembra di sognare,
ogni giorno mi sveglio e ancora non
ci credo.
Grazie grazie grazie.
Ti abbraccio forte forte.
Bacia tutti per me e ringrazia anche
loro.
Ginetta.
Amica carissima,
sono davvero confortata nel saperti
finalmente felice!
Se c’è una persona che merita di
vivere come sente sei proprio tu.
Con l’augurio che questo sogno duri
per sempre, ti abbraccio forte.
E con me coloro che ti hanno conosciuto e che ti portano nel cuore.

Voglio rassicurarti Ada, mi
sento curata e le premure dei medici
sono veramente tante.
In me ci sono momenti di grande
ottimismo ed altri (per fortuna molti
di meno) in cui sento un peso grande
sulle spalle come se dovessi portare
un enorme fardello.
Mi aiuta molto conoscere, dai vostri
scritti, quante donne sono uscite da
questa triste avventura con un bagaglio arricchito di bene e positività.
Alcune volte ho la sensazione di
essere in un film dove tutto avviene
da copione e non mi rendo conto se
sono attrice o spettatrice.
Una cosa è certa: non ho mai pensato
a me come in questo periodo.
Vi ringrazio tutti per quello che mi date.
Un grande abbraccio.
Luigina
Mia cara,
ho conosciuto da vicino la storia
della tua vita nella quale fin da giovane non sono mancati gli ostacoli
che tu hai sempre affrontato con
determinazione e positività.
Sei una donna, una mamma e una
moglie che tutti vorrebbero avere
accanto.
Ora ti si ripresenta un’altra prova
dalla quale il tuo buon carattere
cerca di distaccarsi ma il tuo cuore
ti dice che anche tu hai bisogno di
darti spazio.
E ha ragione.
Conceditelo, ne hai diritto.
Il mio ti è vicino.

Sono Mariuccia,
quasi un anno fa ho varcato la soglia di
Attive con l’angoscia nel cuore.
Avevo da poco ricevuto la notizia della
terza ricomparsa di quella che chiamavo “la bestia”; due mie amiche, due
“mamme adottive” mi avevano dato
i vostri riferimenti pochi giorni prima,
consigliandomi di mettermi in contatto
con la tua associazione, Ada.
Il primo impatto è stato di vera “accoglienza”.
Una lunga chiacchierata, lacrime,
sorrisi, ... faceva caldo, sono uscita
con il vestito tutto bagnato dal sudore
e dall’emozione ... ma con la sensazione benefica di aver fatto, forse per
la prima volta, qualcosa di veramente
dedicato a me stessa.
Avere degli appuntamenti che non
fossero solo controlli medici e terapie
mi ha dato una sensazione nuova e
piacevolissima.
A settembre 2008 si comincia il gruppo
“Riprogettiamo l’esistenza” verso una
nuova consapevolezza.
Siamo una decina di donne, ognuna
con la propria storia, i propri desideri,
le proprie speranze.
Tina, Lorella, Silvia, Silvana e Grazia
diventano le mie “amiche del corso”,
come le chiamo in famiglia.
...
Grazia, ci hai lasciato...
È stato dolore puro ascoltare la notizia
della tua scomparsa: tutte noi, le
“amiche del corso” ci guardavamo
smarrite...
Voglio ricordarti per la tua spiritualità
e la tua grande determinazione.
Ora sono convinta di avere un angelo
in più che mi protegge
...
Finiscono i primi due corsi, arriva la
primavera: fisicamente mi aiutano le
cure del Dott. Ricciuti (oltre alle chemio!); conosciamo Stefano, il nuovo
psicologo e Lucia, la sua recorder,
le nostre nuove preziose “guide” in
quest’altro cammino di consapevolezza:
la Terapia degli Affetti.
Marisa, Laura, Patrizia, Susi, Sonia
sono le nuove “amiche del corso” che
incontro: nuove storie da scoprire,
Nel mond
o degli aff
etti. Della
creatività.
Del beness
ere
esperienze da condividere, sguardi
da incrociare...
Mi affaccio alla danza terapia:
Nicoletta, il medico che la conduce,
con grande umanità e “vicinanza”
ci offre la sua esperienza per riappropriarci del nostro corpo, per sentirlo
di nuovo un alleato per affrontare la
nostra vita, non un nemico da cui
difendersi!
Angela, che lavora con il dottor
Berrino, ci dispensa consigli “alimentari” e non solo, sguardi di pacatezza
e serenità...
E così tra incontri, sessioni di trucco,
balli, parole, sorrisi e lacrime si snoda
la mia vita, arricchita di una consapevolezza prima sconosciuta.
Quando mi viene paura penso al tuo
sguardo Ada, alle tue parole, ai volti di
chi ho conosciuto ad Attive, alle sensazioni provate, ai colori incontrati...
un respiro profondo e... si va avanti!
La vita è troppo bella per essere sprecata nel terrore e nell’immobilismo, è
questo il significato di questa ricca e
stupenda esperienza vissuta in questo
anno.
Grazie, di vero cuore, a tutti voi.
Mariuccia cara,
hai fatto il ritratto del tuo “viaggio”
con noi, con te stessa e con le tue
compagne di avventura.
Sei stata davvero brava!
Il tuo scritto esprime in modo chiaro
la tua grande capacità di elaborare
le esperienze drammatiche della vita
per assaporarla in modo rinnovato.
Ti ringrazio anch’io per tanto affetto.
.
Sped. Abb.
Post. 70%
- Filiale di
Milano - TAXE
PERCUE
(Tassa Riscoss
a)
[email protected]
Uff. CMP
Roserio MI
1973 Anno di fondazione (presso il Circolo
della Stampa di Milano).
I primi 10 anni di attività svolti
all’interno dell’Istituto Tumori di Milano
1983Trasferimento nell’attuale sede
di Via Livigno, 3 in una palazzina liberty
di proprietà dell’ASL Città di Milano
1984Incremento delle attività e organizzazione sistematica dei gruppi di sostegno psicologico, di consulenza medica
e di attività creative e psicofisiche
1990Inizio dell’attività di studio
e ricerca per lo sviluppo
della propria metodologia
1994Avvio dell’attività di formazione per
la trasmissione del nostro metodo
a specialisti di altre organizzazioni
italiane ed estere
Attive oggi
•
40.000 pazienti e famigliari aiutati
•
4.000 risposte telefoniche ed epistolari
nell’ultimo anno
•
100 persone usufruiscono costantemente delle attività ogni settimana
La rete di Attive
•
ospedali, medici, infermieri, psicologi,
fiduciarie
•
istituzioni, professionisti di diversi
settori
•
altre Associazioni e organizzazioni
Con Attive in Italia
Se desiderate ricevere la rivista
tramite posta elettronica,
potete richiederla alla nostra segreteria
([email protected])
Anno XXVI
- n° 1 - Maggio
2009
Alcune tappe
della nostra storia:
•
Oltre 100 collegamenti operativi con
specialisti di organizzazioni e strutture
sanitarie
•
Network con 3 oncologie italiane
•
Convenzioni con Aziende ospedaliere
•
Progetti, studi e ricerche con Università,
Fondazioni, Aziende Ospedaliere,
Istituti di ricerca, etc.
Per i vostri quesiti vi ricordiamo i nostri recapiti:
ATTIVEcomeprima via Livigno, 3 - 20158 Milano Tel 026889647 mail: [email protected]
Per parlare con Ada potete telefonare il lunedì e il mercoledì dalle h. 14 alle h. 17,00. 13
Tra medico e paziente
La medicina
dell’uomo
Già quando ero studente si parlava della necessità di ‘riumanizzare la medicina’
e di ‘riportare la persona al centro della cura’, cosa che tuttora si continua
a fare con immutata convinzione. Per accogliere e dare risposta ai bisogni
dell’uomo malato, sono sorte negli ultimi decenni molte organizzazioni e associazioni di volontariato. Il ruolo e i rapporti con le istituzioni che tali associazioni
hanno sviluppato negli anni nel contesto socio-sanitario è però progressivamente
cambiato per una complessa serie di ragioni sulle quali vale la pena riflettere.
14
La Medicina (dal latino mederi, medicare, curare) è
una prassi che, fin dalle sue origini più remote, nella
sua essenza, consiste nell’atto caritatevole dell’uomo
di prendersi cura dei suoi simili in stato di sofferenza.
Nei secoli passati, gli stessi ospedali erano intitolati
al malato (Ospedale del Pellagrosi, Ospedale dei
Mendicanti, Ospedale dei Pazzi, ecc.), ma da quando
Boerhave, nel ‘700, ha fondato a Leida la prima Clinica universitaria, l’ospedale ha lentamente iniziato ad
assumere la sua connotazione moderna fino intitolarsi
alla malattia (Clinica delle malattie nervose, Clinica
delle malattie infettive, e così via). Sicuramente questa denominazione è più funzionale all’attuale sistema
medico-sanitario, però il significato della cosa rimane:
sancisce, in qualche modo, il nuovo orientamento
dello sguardo del medico verso il problema della
sofferenza che è emerso con l’affermarsi del metodo
scientifico in Medicina. Fino a quel momento volgere
lo sguardo alla sofferenza coincideva col volgerlo
verso il sofferente, verso il malato, il problema era
tutto lì in quel letto: una persona da accudire, un
dolore da lenire, una famiglia intorno da aiutare e
rassicurare, se si poteva.
Poi le cose sono cambiate: volgere lo sguardo alla
sofferenza ha assunto un nuovo significato per il
medico, che si è, quanto meno, aggiunto al precedente per assumere poi nel tempo una sua precisa
configurazione.
Con l’affermarsi di una sempre più chiara e stretta
correlazione fra i sintomi accusati dal malato e i segni
osservati dal medico, lo sguardo clinico ha iniziato a
spostare il suo baricentro verso quegli agenti esterni
individuati come causa – e come tale quindi oggetti-
vabile - di quella sofferenza che poteva essere così
descritta come ‘malattia’ e affrontata scientificamente come guasto del dispositivo biologico che è
l’organismo.
La dimensione esistenziale del sofferente - la malattia
vista dal di dentro, potremmo dire - è così progressivamente sfumata sullo sfondo delle competenze
mediche, fino a essere pressoché totalmente delegata
al contesto familiare, religioso e, infine, sociale.
La dimensione della ‘cura’ (il bisogno di accudimento,
di consolazione, di lenire il dolore, di contenere la sofferenza generata dalla paura di soffrire, di sostegno,
di speranza) ha lentamente cominciato a organizzarsi
in varie forme attorno al malato; dalle opere pie per
l’assistenza agli infermi, alle attuali organizzazioni di
auto-aiuto, di volontariato e quant’altro.
Questo processo non è certo stato di breve durata;
ha occupato almeno gli ultimi due secoli, ma con una
accelerazione esponenziale - dovuta sostanzialmente
allo sviluppo tecnologico - nell’ultimo secolo che si è
appena concluso.
Quando nasceva mio nonno, infatti, nel 1882, infuriava la campagna di Robert Koch contro Louis Pasteur,
convinto difensore delle pratiche vaccinali, e qui in
Italia si facevano ancora gli ultimi salassi quando,
peraltro già da cinquant’anni, Pierre Louis, a Parigi,
ne aveva dimostrato, col neonato metodo statistico,
non solo l’inefficacia, ma addirittura la dannosità.
Lo strumentario del medico era limitato allo stetoscopio di Laennec, in uso da una settantina d’anni,
o poco più. Dai primi del Novecento lo sviluppo delle
tecnologie mediche, diagnostiche e terapeutiche,
è stato esponenziale e vorticoso, raggiungendo una
potenza d’azione che mio nonno non avrebbe nemmeno
potuto immaginare.
Ma questo positivo sviluppo della scienza e delle
tecnologie mediche del ‘900, ha anche avuto un effetto
collaterale: vero è, infatti, che la medicina tecnologica, se
da un lato ha portato a una frammentazione di saperi che
ha comunque consentito un esponenziale arricchimento
di conoscenze, dall’altro ha progressivamente eroso lo
spazio umano fra malato e medico. Tale spazio, avvertito sempre più dai pazienti come un vuoto incolmabile,
soprattutto nelle situazioni più critiche e di maggiore
bisogno, negli anni è stato progressivamente colmato da
comportamenti correttivi dei pazienti stessi e da iniziative
che hanno preso corpo nella costituzione di associazioni
di auto-aiuto e di volontariato sviluppate, in molti casi,
con la collaborazione di medici, psicologi e operatori in
ambito sanitario, che hanno messo a disposizione le loro
competenze. Le associazioni colmavano così effettivamente un vuoto e cercavano di dare una risposta a dei
bisogni che – peraltro ancora timidamente espressi – non
sempre trovavano adeguato ascolto e considerazione in
ambito medico.
Col passare del tempo, però, qualcosa è cambiato. Infatti,
se inizialmente Istituzioni mediche e Associazioni sono,
per così dire, co-esistite nel contesto socio-sanitario,
procedendo su strade parallele o tutt’al più con ‘interazioni deboli’, negli anni è accaduto che le Associazioni nate
per dare una risposta organizzata ai bisogni della persona,
hanno sviluppato una conoscenza su questi temi e una
competenza nell’affrontarli, che ha consentito, almeno per
alcune di esse, di sviluppare fecondi rapporti di collaborazione professionale a favore dei malati, per migliorare la
loro qualità di vita e dare sostegno ai loro stessi familiari.
In alcuni casi si è anche dato risposta al bisogno di
supporto fisico durante terapie gravate di importanti effetti
collaterali, che le istituzioni mediche hanno difficoltà
a gestire non necessariamente per scarsa sensibilità,
ma quantomeno per difficoltà pratiche nella gestione di
pazienti affetti da patologie, come quelle oncologiche,
che necessitano di prestazioni professionali e tecniche diagnostico-terapeutiche numerose e particolar-
mente complesse.
Si è così via via sviluppata e consolidata una ‘interazione
forte’ e una collaborazione professionale con Ospedali,
Istituti di Ricerca e Istituzioni Pubbliche sul territorio,
che non solo sta colmando quel vuoto, ma sta offrendo
al mondo medico l’opportunità di sviluppare, insieme,
una nuova cultura della salute e della cura in quel senso
globale che tutti noi cerchiamo quando siamo ammalati e
che spesso evochiamo come nostalgico ricordo dei secoli
passati.
Ma oggi tutto è cambiato e, rispetto al passato, siamo più
ricchi sul piano della conoscenza non solo scientifica, ma
anche della conoscenza dell’uomo intorno a se stesso.
Possiamo infatti dire che, anche ‘grazie’ a un percorso
evolutivo per certi aspetti molto sofferto, è emersa la
consapevolezza – molto più chiara e articolata nelle
sue ragioni rispetto ai secoli passati – che la condizione
di sofferenza della persona malata è una dimensione
esistenziale ben più ampia e ricca di contenuti, rispetto
a quanto la medicina individua come ‘malattia’ nel corpo
malato, e che come tale va affrontata nella sua complessità e globalità con le migliori competenze professionali e
con metodi efficaci e trasmissibili.
E oggi, tali competenze professionali e metodi, dove già
operanti nel contesto sociale e sanitario, possono rafforzare le loro sinergie per costruire insieme una cultura della
cura e del supporto alla persona fondata su un modello
cognitivo forte e unificante e non su stereotipi culturali
deboli e ideologici. Ma per realizzare tutto ciò occorre
anche che le Istituzioni pubbliche sul territorio sappiano
saggiamente ed efficacemente creare le condizioni più
favorevoli perché le risorse disponibili possano sempre
meglio interagire, affinché il supporto globale alla persona
sia finalmente considerato parte integrante della cura.
Credo che la riumanizzazione della medicina oggi debba
avere e possa avere solo questo respiro, un respiro
ad ampio orizzonte, un respiro biopsicosociale forte,
alimentato dalla fertile interazione fra scienze naturali e
scienze umane, animato da uno spirito collaborativo e non
competitivo e fondato su un’etica del rispetto.
E questo – lasciatemelo dire – ad Attive, è già il
presente.
Alberto Ricciuti. Medico
Info autore
di medicina generale.
Responsabile del Servizio di Supporto di Medicina Generale durante la chemioterapia.
15
Nutrire il benessere
Un regalo per voi
Un testo scritto nel 1994
da una giovane donna,
dedicato a coloro che decidono
di trasformare la sopravvivenza
in rinascita e scelgono con noi
di piangere dal ridere
e ridere sul piangere.
16
LUNEDÌ 27 GIUGNO
Non so a quale tempo remoto risale questa
sentenza, ma mi è rimasta in mente: “Dopo il
tumore al seno, niente più vacanze al mare”.
E mi passa dinanzi agli occhi la visione di milioni di donne che vivono nelle città sul mare.
Dopo la fatidica disgrazia, cosa dovrebbero
fare?
Questo è già sufficiente per far crollare la
veridicità della cosa.
Eppure nonostante i medici dicano il contrario,
dentro di me restano sibillini i resti di questa
antica diceria. Credo che sia come tutte quelle
cose che ti propinano da bambino, non le
dimentichi mai.
Infatti avevo rinunciato all’idea di un’altra vacanza al mare. Per due anni ci sono andata e
sono stata male. Non ho considerato però che
la prima estate avevo finito la chemioterapia
da pochi mesi e l’anno dopo, che poi sarebbe
l’anno scorso, avevo altri problemi.
Bene, mi è sembrato giusto inserire inizialmente questo contesto per porre un quesito:
“E indovinate dove vanno le nostre Amazzoni
in vacanza”
Ma al mare, naturalmente!
Per ragioni di simpatia e di affetto verso Sofy
a volte chiamerò il nostro gruppo “gruppo
selvaggio”, così come lei usava definirci.
Sofy ora non c’è più, è morta. Avevamo
progettato di farlo insieme il prossimo viaggio.
Quindi ci sarà anche lei e ci saranno anche
Anna e Mimma.
Non spaventatevi per il numero delle cadute
sul campo. Quando si combatte per vivere ci
sono sempre delle perdite ma la lotta continua
e anche i feriti si rialzano e continuano a combattere fino a quando la vita non trionfa.
E la vita trionfa sempre, anche nella morte,
quando consideri quest’ultima non come una
fine, ma il proseguimento della vita stessa.
Questo imparano subito le nostre “giovani” (si
fa per dire) Amazzoni nella loro tribù “ATTIVE
COME PRIMA” che qualcuno sorridendo
chiama “Cattive come prima”.
C’è poco da sorridere, bisogna solo provare a
fare qualcosa a qualcuna di noi. Siamo come
i Moschettieri, ci muoviamo al motto di “Tutte
per una, una per tutte”, ma a differenza di
loro, noi non siamo quattro, ma molte, molte
di più e chi vuole può entrare ad aumentare il
numero.
E’ per questo che tremo al pensiero di dieci
“selvagge” alla conquista di quella meravigliosa isola che è la Sardegna.
Chissà se oggi a due giorni dalla partenza gli
abitanti di Costa Rei sono stati avvisati del
terremoto che ci sarà lì fra poco. Chissà se al
Villaggio stanno predisponendo tutto bene in
modo da non farci imbufalire.
Le Amazzoni vogliono divertirsi. Sono già in
fermento come delle scolarette pronte per una
gita scolastica.
Meno male che il viaggio si presenta bene:
ventiquattr’ore, tra macchina, nave, macchina.
Ma loro sono pronte a tutto... o quasi tutto!
Qualcuna ha fifa della macchina, qualcuna
della nave, ma al grido di “andiamo” del capo
tribù Ada, hanno aderito lo stesso.
Ormai nessuna di loro sogna più il meraviglioso viaggio in aereo di solo un’ora e un quarto
preventivato all’inizio.
Beh, ma sono abituate alla conquista, tutto ha
un prezzo e più alto è, più alta sarà la ricompensa: una meravigliosa vacanza.
MERCOLEDI’ 29 GIUGNO
Siamo in viaggio. Non ho tempo: devo
respirare!
GIOVEDI’ 30 GIUGNO
“SI CAMBIANO I MECCANISMI MENTALI
VIVENDO ALL’AVVENTURA”.
Fatidica frase di Ada detta al gruppo il secondo
giorno di viaggio.
Frase non accolta con molto entusiasmo e approvazione dalle nostre “giovani guerriere”. Sì,
giovani, non tanto di età, ma perché parecchie
di loro devono ancora farsi le ossa, crescere
e appunto imparare a vivere e gustare la
meravigliosa avventura della vita.
Eh già, anche la vita è un viaggio e più ne
superiamo gli ostacoli e le paure, più ne
godiamo. Difficile però apprezzare un pensiero
così profondo durante il travaglio del sacrificio.
Facile è invece capire dopo, che ne è valsa la
pena.
Non starò a raccontarvi tutti i particolari della
“cavalcata selvaggia”, andrei a ledere un po’
la nostra “privacy”. Solo qualche flash, qualche
cosa buffa o simpatica.
Non vi racconterò che siamo partite alle
quindici e trenta di ieri pomeriggio e che siamo
arrivate al Villaggio alle diciotto di stasera.
Temperatura: dai trenta ai quaranta gradi.....
ventilato, d’accordo, ma che...(censura).
Traffico regolare: intenso.
Strade ottime: tratti molto curvilinei e montagnosi.
Orario preferito per spostarsi in macchina, il
pomeriggio: si suda meglio.
Viaggiamo in quattro macchine. Navigatore il
nostro capo che ad ogni fermata ripete: “Stiamo unite, non lasciate spazio fra le macchine”.
Così le segnalazioni della Stradale sono:
“traffico tra Porto Torres e Cagliari, ostacolato
da quattro vetture pirata. Per favore, lasciatele
unite”. Siamo riuscite a perderci.
E il capo tribù tenta con un altro incoraggiamento: “Non lamentatevi ragazze, considerate che siamo in vacanza da quando siamo
partite. Anche il viaggio è una vacanza”.
Ci avranno creduto?
Una di noi quasi ormai in estasi dice: “Che
bello, il villaggio, un miraggio”.
E’ sicuramente un miraggio, mancano ancora
tre ore.
Vicino all’aeroporto di Cagliari vedo gli aerei
sfrecciare nel cielo e penso all’aria condizionata.
Bello è stato al ristorante. Abbiamo brindato
alla nostra libertà. Senza uomini, senza figli,
potevamo fare quello che volevamo... Due
si sono fatte accendere il televisore e hanno
guardato “Beautiful”. Roba da matti!
Ma il coraggio di queste donne è incalcolabile
e ammirevole, perlomeno da parte mia, veramente giovane apprendista Amazzone.
Già all’imbarco ieri a Genova mi sono richiesta:
“Ma che... (censura) andiamo a fare al
mare?”.
Allora, una non fa il bagno, non prende sole,
viene per la compagnia... è finita in camera
da sola.
Molte non sanno nuotare, ma sono munite di
braccioli, salvagente... e protesi mammaria.
Silvia ce l’ha nel marsupietto legato alla vita
come una teen-ager, insieme alle sigarette e al
filo interdentale.
Ci portiamo con noi anche: macchie sulla
pelle, flebiti varie, una distorsione alla caviglia,
pressioni sanguigne alte o basse a scelta, una
malattia seria ma che non ci preoccupa perché non è il cancro, un braccio dolorante per
intervento al polso e una bella e bianca protesi
dentaria fatta apposta per l’occasione, la mia.
Ma siamo splendide e sempre sorridenti e
questa non è ironia, è verità, ci sono le foto
e soprattutto ci siamo noi personalmente a
dimostrarlo.
Però non siamo sempre così, sappiamo anche
imbufalirci ed è successo al nostro arrivo al
villaggio. E pensare che erano stati avvisati...
Siamo arrivate un tantino accaldate, praticamente stravolte, tipo zombi nel deserto,
blaterando: “agua, agua”.
Assegnazione camere, regolare: singole,
doppie, tutto ok.
Ricerca camere: un disastro. Avete presente
il film “Fantozzi va in vacanza”? Sono solo
seicento o settecento cottages in muratura
nascosti nel verde. I numeri non si vedono e
quando riesci a localizzarli ti accorgi che non
seguono una progressione logica, saltano di
centinaia in centinaia così come niente.
Meno male che alla reception ci hanno dato la
piantina, così almeno ci confondiamo del tutto.
Vaghiamo nel verde dei vialetti incontrandoci
ogni tanto, chiamandoci per non disperderci,
qualcuna non l’abbiamo più rivista fino alla sera.
Chi trova il suo cottage raccoglie l’ultimo fiato
per urlare: “E’ qui, è qui, l’ho trovato”, come se
avesse vinto la caccia al tesoro e un’altra che
accorre per condividere la sua gioia, disperata
le chiede: “Non hai visto per caso il n. 321?”.
A quella ormai arrivata non gliene importa
niente e non risponde...forse è semplicemente
svenuta!
Allora l’assalto di estorsione di informazioni
si rivolge ai villeggianti che rispondono con
un “non so” e si capisce che stanno ancora
cercando il loro.
Il capo generoso accompagna le più
sprovvedute...e poi ci mette mezz’ora a ritrovare il suo, scarpe in mano e vesciche ai piedi.
OH! FINALMENTE TUTTE IN CAMERA!
Oh, no! Finalmente un corno! Ci hanno
imbrogliato!
Le singole non sono vicine come ci avevano
promesso, una vuole la finestrina in bagno
perché soffre di claustrofobia, un’altra ha
cambiato idea e non vuole stare da sola.
Telefonate di fuoco alla reception. Si scusano
perché hanno solo mille e duecento persone.
Figuriamoci se noi ci lasciamo impressionare
da questo e continuiamo a cioccare.
Nel frattempo, il direttore del villaggio, ignaro
di ciò che sta succedendo, telefona ad Antonia
e lei stravolta dal caldo capisce: “Ci vediamo,
è sola, venga su,... lei ha il toplex?”. E Dio solo
sa che cosa ancora ha capito.
Va bene che è bella, ma pensare che le saltino
addosso subito appena arrivata, mi sembra un
tantino esagerato.
Non oso pensare cosa può avere risposto
perché ha detto che era parecchio arrabbiata.
Ma lui voleva semplicemente proporle il cambio del suo cottage singolo con uno doppio
vista mare e ha beccato per caso l’unica che
era contenta della sua sistemazione.
Così mentre una lottava per tenersi stretta
la sua camera, altre rognavano per avere la
doppia. Roba da matti, bastava solo capirsi
subito!
Interviene il capo... e anche il Buon Dio che
le dà la forza di stare ancora in piedi. Si
rimescolano le carte, spostamenti vari e tutto
si sistema all’alba delle ore venti.
Noto con piacere che nel vialetto vicino al mio
cottage c’è un cartello: INFERMERIA. Questo
mi tranquillizza...
A questo punto penserete che le nostre guerriere “tonfate” sul letto non si siano più rialzate
fino alla mattina.
Macché! Alle ventuno eccole tutte in sala ristorante, come se niente fosse stato... o quasi!
E poi a nanna. La liberazione dalla stanchezza,
dalle fatiche... e dal Mirto, la bottiglia di liquore
che ci siamo scolate a mezzogiorno.
Silvia, che divide la stanza con me, ha vomitato, si è liberata. Non posso dire che sta male
perché sghignazziamo fino alle due di notte
ripensando alla giornata trascorsa.
Ma non eravamo stanche?
VENERDI’ 1 LUGLIO 1994
Primo giorno di mare.
Qualcuno potrebbe immaginare il nostro gruppo cicatrizzato, pudicamente e prudentemente
coperto nella parte incriminata.
Eh no, miei cari!
Si parte dal costume intero...due pezzi...e tette
ricostruite al vento.
Sì, qualcuna a seno nudo. Del resto si sa, le
cicatrici con il sole si rimarginano meglio. Ed io
che pensavo...
Sì, sì, lei dice che gliel’ha detto il medico! Sarà
vero?
Ne parlo con il capo e dico: “Che donne
coraggiose!”.
Lei mi sorride divertita e mi dice che anche
con una tetta sola ci si può esporre, tanto il
coraggio è di chi guarda, al massimo sviene.
Nel nostro gruppo ce n’è per tutti i gusti. Di
seni intendo.
Ci sono mastectomie totali oscene, risalenti a
venticinque anni fa e di più recenti esteticamente migliorate.
Oltre alle donne a “tetta unica”, che poi
sarebbero solo loro ad avere diritto al titolo
di Amazzoni, ci sono quelle che hanno fatto
solo la quadrantectomia. Ci sono io con la
biquadrantectomia (mezzo seno), che doveva
essere una totale, evitata grazie alla bravura
del chirurgo.
Due o tre hanno fatto la ricostruzione.
Ed ora siamo tutte Amazzoni.
Sì, perché quello che vorrei si capisse è che
l’intervento è sì operatorio, ma che poi bisogna
17
18
effettuarne un altro a livello mentale.
Mastectomia totale o parziale, quadrantectomia ecc., noi veniamo colpite emotivamente
dal cancro alla stessa maniera. La ferita
interiore è uguale per tutte.
Questo spiega perché a volte donne a “seno
unico” ma equilibrate e felici già prima del
cancro, guariscono prima e meglio di altre non
menomate fisicamente in modo evidente.
Le prime avranno un motivo in più: ce l’hanno
fatta, sono vive!
Quelle invece che avevano già dei problemi,
solitamente agiscono al contrario. Rafforzano
la loro infelicità attribuendone la colpa alla
malattia.
Ecco perché il lavoro che facciamo in
Associazione dopo l’intervento è quello su noi
stesse. Non cerchiamo di cambiare il mondo,
cambiamo noi.
Impariamo ad amarci e ad accettarci indipendentemente da chi ci sta intorno.
Per questo chiamo tutte Amazzoni e sono così
affascinata dal coraggio di queste donne.
Io, che fino all’anno scorso, con un seno quasi
perfetto, al mare mettevo la maglietta.
E per concludere questa parentesi seria, vi
butto lì una frase raccolta in spiaggia dai nostri
vicini d’ombrellone.
Il marito sta andando via e dice alla moglie:
“Vado, perché sono stufo di vedere donne
nude”.
Simpatica no?
Un momento... una però è vestita.
Sì, ha indosso un camicione lungo fino ai piedi.
Ma lei non fa testo perché è “sana”!
E’ Vally che insieme a Maria Pia si è unita a
noi in questo viaggio.
Ma loro in spiaggia non stanno quasi mai con
noi. Pensare che alla nostra scuola chiamiamo
anche le donne non operate, per vaccinarle,
anche se non hanno il cancro, contro la paura
della vita. Sono sorde?
E finalmente in acqua. Un’acqua cristallina e
trasparente, con fondale di sabbia finissima:
“na meraviglia”, “nu babbà”.
E con braccioli, salvagenti e protesi galleggianti, eccoci sguazzare felici.
Maria Grazia nuota al largo con i braccioli e
una signora dice: “Ma guarda quella bambina,
va al largo da sola”
Maria Grazia si gira e sempre la signora:
“Mi scusi, pensavo fosse una bambina”.
E lei ridendo:
“Sì, signora, dietro liceo, davanti museo”.
In fondo ha solo cinquant’anni.
E’ bello guardare e ascoltare queste Amazzoni.
E’ per questo che scrivendo a volte esco dal
gruppo e ne narro le vicende da spettatrice.
Ma occhio, ci sono anch’io.
Il nostro capo tribù Ada non si riposa mai,
neanche al mare e l’insegnamento per noi
continua sempre, se si sa ascoltarla.
Forte, perché l’ho cuccata su di una frase
curiosa.
Siamo in acqua e lei ha paura di andare dove
non tocca, però dice: “Tanto mi salvo lo stesso,
faccio il morto”.
Riuscite a scovare il significato di ciò che può
voler dire?
Pensate che la prima cosa che ci insegnano
dopo l’intervento, per spronarci alla vita, è
l’approccio con la morte.
Impara a morire e imparerai a vivere.
Beh, non è proprio come una frase di Ada, ma
avete capito lo stesso.
Sono seduta sulla veranda del mio cottage.
Ho dinanzi a me un prato verdissimo che
scende fino al mare, una fitta vegetazione di
oleandri e buganvillee, un cielo azzurrissimo
e tra le fronde il mare di un colore stupendo.
Ventole di acqua fresca innaffiano il giardino e
un concerto di uccellini festosi anima questo
stupendo scenario della natura.
Non credo scriverò ancora per molto. Le
attività nel villaggio sono tante e noi abbiamo
intenzione di scatenarci.
SABATO 2 LUGLIO
Abbiamo una schizzata nel gruppo: Maria
Grazia.
E’ già arrivata alla partenza, in Associazione
a Milano, con gli occhi spalancati e spiritati...
e non li ha ancora chiusi! Tre terribili notti in
bianco.
Sulla “love boat” adocchiava i marinai e diceva
a ciascuno di loro: “Io tremo, ma lei non
trema?”.
E ha continuato a tremare tutta la notte,
seduta al bar e da sola.
Questa è stata la prima notte: in bianco in tutti
i sensi!
Seconda notte: idem.
La terza mattina si presenta a colazione con
occhi che sembrano due biglie.
A questo punto cominciamo a preoccuparci e
ci adoperiamo per fare qualcosa: si pensa ad
una botta in testa.
Ada le consiglia una tecnica particolare e
segreta per calmarsi. Gliela spiega e alla sera
le chiede: “Maria Grazia, hai messo in pratica?
Sei riuscita a riposare?”
E lei: “Sì, sì, ho contato le pecore”.
Se il capo avesse avuto le ...(censura) gli
sarebbero cadute di botto!
Nel villaggio c’è un massaggiatore di “Shiatsu”. Le consigliamo di andare da lui.
Lei va e gli spiega tutto. Lui molto gentile
l’ascolta e fra le altre cose, le dice di stare
calma, ferma, di non continuare a stancarsi, se
no sarà sempre peggio, accumula stress.
“Sì, sì, va bene” dice lei.
Oh Signore! Ha capito!
Ma allora se ha capito, perché salta da un’attività all’altra? Perché balla? Perché va in continuazione al bar? Perché non sta mai ferma?
Siamo disperate!
DOMENICA 3 LUGLIO
A colazione: “Dov’è Maria Grazia?” - “E’ tardi,
avrà dormito?” - “Ma perché non arriva?”.
Ed eccola. Sì, ha dormito ed è già andata in
spiaggia a prendere le sdraio per tutte.
Finalmente noi ci rilassiamo e intanto lei con
il suo solito fare allegro ci dice: “Per forza ho
dormito... quando ho sentito che il massaggio
costa sessantamila lire. Però ci rompo le
...(censura) lo stesso a quello lì”.
Poi è sparita per ore e quando è tornata mi ha
dato dell’addormentata perché intanto che io
ero ferma lì, lei aveva fatto il corso di nuoto,
aveva conosciuto un ragazzo e con lui era
andata al supermercato.
Non ve l’ho detto, ma è lei che ha quella
malattia un po’ seria.
Maria Grazia, sei meravigliosa, tanto da farti
fare la foto dal fotografo. (Abbiamo fra tutte
solo una decina di macchine fotografiche).
Peccato che nella foto non ci siano i piedi. Ma
non è brocco lui, sei tu che sei troppo alta: un
metro e trentacinque! Cattiveria questa eh?
Abbiamo un grossissimo problema: non ci
sono uomini liberi qui nel villaggio. Solo ragazzi
dai trenta in giù. A Maria Grazia va benissimo,
li tira su da piccoli. Svolazza leggiadra dall’uno
all’altro ammiccando sorridente.
A noi va un po’ meno bene perché al problema succitato si aggiunge quello di curare lei.
Stasera a tavola Maria Grazia dice che si
dorme se prima si fa all’amore. Noi Amazzoni
vissute bofonchiamo indifferenti un “ma va!”
ed io penso: “magari!”.
Dopo mangiato il “gruppo selvaggio” si riunisce in una tavola rotonda al bar del villaggio.
Tra caffè, musica, coppie solitarie e monotone,
sole, mare, movimento, noi continuiamo
il nostro addestramento. Non so se rendo
l’idea di come in modo leggero e leggiadro ci
vengono impartite le lezioni, a volte tra una
sghignazzata e l’altra.
Bene, tutte presenti. No, manca Maria Grazia.
Stanno suonando il “Te la pongo” (sigla musicale dell’inizio delle attività) e per lei è come
una droga: quando la sente, non capisce più
niente, deve correre lì e ballare.
E il capo parla di una terapia (descritta da
un libro che stavamo leggendo) per la pulizia
dell’ultimo tratto dell’intestino. Sembra infatti
che parecchie nostre malattie dipendano da
incrostazioni tossiche che si formano proprio
lì e che non vengono appunto espulse ma
assorbite dall’organismo.
La terapia consiste nel fare una volta al mese
per tre giorni un clistere con acqua calda.
La proposta era di farlo tutte per tre mesi e poi
ritrovarci per constatare gli effetti ottenuti.
“Meno male che non abbiamo il clistere qui”
dico ironicamente al capo.
E lei: “Peccato!” - Ed io: “Mah!” - Risata.
Certo che a Rosy le farebbe bene un clistere.
Con tutto quello che mangia! Pensate che di
gelato prende quello con il bastoncino di liquirizia, così mangia anche quello. Poi continua
a farsi fotografare, forse vuole il prima e dopo.
Boh!
Antonia ci ha raccontato che stanotte c’era il
poliziotto che girava fra i cottages e lei gli ha
detto:
“Bravo, fa bene a controllare, perché qui c’è
una persona importante”.
E lui incuriosito: “Ah sì, e chi è?”, “Io” ha
risposto. E lui: “Allora guarderò meglio”.
Antonia è veramente una persona importante,
oltre a essere la più accessoriata rispetto alla
protesi mammaria.
La sua è a doppio uso. Di giorno, sostegno
tetta, di sera spallotta.
Ieri sera ballando con lei le ho stretto la spalla
e vengo fuori con la frase spiritosa:
“Che belle spallotte!”
E lei serafica:
“Non è una spallotta, è la protesi”.
D’istinto stacco la mano e smetto di ridere...
Noo!
E invece sì, all’occorrenza le usa sia in un
modo che nell’altro.
Ma cosa ci faranno ancora con queste protesi? Incredibile!
LUNEDI’ 4 LUGLIO
“Con amore perdono e abbraccio il passato.
Scelgo di colmare di gioia il mio mondo. Amo
me stessa e mi approvo”. (Regina)
“Sto rivalutando me stessa” (Mariuccia)
Lucia rivolta a se stessa dandosi i bacini sul
braccio: “Ti voglio bene, mi sono innamorata
di te”.
Avete sentito cosa succede alle nostre “piccole
donne”? Crescono!
In queste occasioni il capo è fiero, ma noi
ancora di più.
Eh sì, la nostra scuola di vita continua sempre
e dovunque. Sulla spiaggia, in un tavolo del
piano bar... e poi via, si va a divertirsi.
La nostra “asciuttona” Mariuccia (è lei quella
che non ama il mare, infatti acqua solo fino
alla caviglia), ha vinto il torneo di carte. Ci ha
snobbato. Siccome è timida, non vuole spargere la notizia. Noi, che siamo sue amiche,
provvediamo affinché ci sia la giusta informazione: facciamo un tal casino che adesso lo
sanno tutti.
Regina ormai è diventata famosa qui al villaggio per la sua bottiglia da litro di olio che ad
ogni pasto si trascina dietro per la dieta. A me
fa venire in mente i cani San Bernardo.
Regina è una persona molto ricca. Non di
soldi, ma di voglia di vivere e di sperimentare
tutto.
E Lucia? Lei stasera ha cantato per quasi
un’ora al piano bar. Che stonate! Ci fosse stato
uno solo a dirle: “Ma come sei brava!”. No. E’
vomitevole tutta questa sincerità. Ma loro non
sanno che da bambina volevo fare la cantante
e che mi sono divertita come una pazza.
Avrete capito che Lucia sono io e per fortuna
di professione faccio l’impiegata.
Ha cantato anche Regina ma lei è brava.
Non ci sono stati morti e svenimenti fra gli
spettatori, in men che non si dica eravamo una
decina al microfono a sghignazzare, cantare
e stonare.
Al vero cantante dopo gli hanno fatto una flebo.
MARTEDI’ 5 LUGLIO
Mariuccia vince ancora!
Questa volta la lotteria. Primo premio, un
anello d’oro.
Della serie “Quanto sono timida, lasciatemi nel
mio brodo”, eccola al centro della pista, tra
foto, ovazioni, baci, abbracci e... la minaccia
del bagno in piscina promesso al vincitore.
Credevo avrebbe ceduto il premio!
Maria Grazia, Antonia ed io, partecipiamo al
concorso di Miss Simpatia.
Su trentacinque partecipanti, Maria Grazia si
classifica terza e noi due in quarta posizione,
pari merito.
La presentazione dell’animatore riguardante
Antonia è stata: “Hobby: nuoto con i braccioli”.
Di me ha detto: “Lucia è una donna di classe”.
Su Maria Grazia ne ha dette, ne ha dette!
E su Mariella, presenza determinante nel
“gruppo selvaggio”, dico qualcosa io.
Mariella è il nostro angelo custode, la piccola
vedetta sarda, che si potrebbe anche definire
“Prova solo ad avvicinarti e ti mollo uno sganascione”. Adesso capirete...
Lei è robusta e forte e quando siamo in spiaggia, seduta sulla sdraio studia con sguardo
attento la nostra postazione (una circoscrizione
che comprende sette o otto ombrelloni), e
la difende dagli attacchi nemici: marocchini,
eventuali ladri di borse e soprattutto vicini
invadenti.
Infatti nessun uomo ci ha molestato... Peccato!
Io la vedo come il braccio destro del capo, la
sua guardia del corpo e anche come una dura
prova di ostinazione per lei. Sono simpaticamente testarde entrambe.
Mariella impone rispetto, silenzio e obbedienza anche senza parlare. Non per niente è
insegnante di yoga in Associazione.
Anzi, speriamo le piaccia ciò che ho scritto di
lei, se no lo sganascione lo prendo io...
MERCOLEDI’ 6 LUGLIO
E la vita continua, anche se ricevo da Milano la
notizia che la mia amica Adriana è morta.
Mi ero spesso chiesta ultimamente come avrei
retto la cosa quando sarebbe successo.
Adriana muore nei giorni in cui io sono più
felice, in cui canto, ballo e mi sento libera
come non mai.
Piango alla notizia e poi cerco dentro di me il
vuoto che avrebbe dovuto lasciarmi e la sofferenza. Ma non trovo né l’uno, né l’altra.
Le voglio molto bene e questo non permette
alla morte di separarci.
Guardo una stella e penso a lei. Il pianista
suona le solite canzoni.
Perché non ballare anche stasera? Perché non
regalarle la mia allegria, la mia gioia di vivere?
E questo faccio, mentre in me si fa strada la
consapevolezza di concepire la morte come un
passaggio. Sì, lo so, l’ho scritto all’inizio, ma
devo ammettere che c’è una bella differenza
tra il dire e l’essere, cioè tra pensare un’emozione e viverla dentro.
E la vita continua... ed io ritorno al mio “gruppo
selvaggio”.
Vi segnalo baruffa stasera. Sì, non sono
sempre rose e fiori. Poi si sa, gli scontri sono
necessari per avere nuovi motivi di crescita.
Vi piacerebbe sapere cosa è successo? Non
ve lo dico!
Bello e buffo però, vedere le nostre Amazzoni
19
20
imbufalite.
Il match si svolge a tavola, con naturalezza, in
mezzo a tutti.
Non può non venirmi in mente un particolare.
Solitamente, sia in spiaggia o appunto a tavola,
le persone ci guardano incuriosite e invidiose
della nostra allegria, soprattutto le donne. Una
signora infatti ci ha detto: “Beate voi. Ma siete
amiche? Dove vi siete conosciute?”.
La risposta è stata: “Alla scuola della vita”.
Io avrei aggiunto: “Ci siamo fatte un cancro”.
Adesso a quella stessa gente che si sta
gustando la lotta direi: “Avete visto? Siamo
anche vere!”
Lo spettacolo dura poco perché la pace e
l’equilibrio ritornano subito nel gruppo. Nessun
vincitore. Tutte ci siamo prodigate per ristabilire l’ordine. Anche quelle di noi che non erano
direttamente coinvolte.
Segnalo un altro fatto eccezionale: Mariuccia
fa il suo primo “bagnetto”. Il capo ce l’ha fatta.
L’ha presa per mano e pian pianino, nell’acqua
fino alle tette.
Grosso applauso delle sue amiche... sempre
per mantenere l’anonimato.
Ultima notizia inedita del giorno: Gabry si è
fatta la ragazza!
Una signora un po’ traccagnotta la invita a
ballare con insistenza, nonostante lei continui
a rifiutare.
E’ quella furbetta di Silvia a farcelo notare e ci
sghignazziamo sopra come delle matte.
Gabry è la più calma del gruppo e forse la
più giovane come ordine di entrata. E’ stata
operata solo un anno e mezzo fa.
Ha dei begli occhi grigio azzurri ai quali manca
ancora la fermezza di espressione che noi
acquistiamo con il tempo... e il lavoro su noi
stesse.
GIOVEDI’ 7 LUGLIO
Tra sole, mare, giochi e grandi abbuffate al
ristorante, il tempo passa e noi lo viviamo
pienamente.
Ciascuna partecipa alle “attività” che preferisce.
Maria Grazia fa nuoto e impara a stare a galla
come un ranocchio, insieme alla sua nuova
conquista: un ragazzo di trent’anni.
Al pomeriggio, lezione di ballo. Regina, instancabile come ho già detto, partecipa a tutto. Fa
anche canoa.
Io gioco a freccette e perdo.
Il capo, Mariuccia e altre, si cimentano in partite a bocce e perdono.
Ma stasera non perdiamo a tombola, perché
ci portiamo via due premi: una maglietta e un
asciugamano da spiaggia firmato.
Direi che non è poco, su mille e duecento
persone: che fondo!.
E adesso parliamo un po’ delle grandi abbuffate al ristorante.
Sì, perché Rosy si è incavolata per quello che
ho scritto su di lei:
“Teh!” (tipica esclamazione lecchese), mi ha
detto. “Non sono mica solo io che mangio!”.
E adesso mi guarda spesso di traverso con i
suoi occhietti dolci: vorrebbe minacciarmi!
Mi fa teneramente sorridere e le rendo giustizia.
Sempre stanche, accaldate e senza appetito,
soprattutto sottolineo senza appetito, tutte ci
trasciniamo a tavola. Fa un caldo boia anche
se siamo sul mare, tra il verde e all’aperto.
A fregarci è il lungo buffet (dieci o più metri),
incredibilmente ricco di portate, che dovrebbero essere antipasti ma c’è di tutto. Poi c’è
il reparto dei primi, dei secondi, dei contorni,
della frutta e alla sera per finire, ci sono sempre due o tre tipi di dolce. E’ veramente una
cosa irresistibile! Il capo ce la mette tutta e
suggerisce: “Bisogna mangiare prima l’insalata”. E mangiamo prima l’insalata ma poi... non
vi dico cosa riusciamo a mandare giù.
Finito il pasto qualcuna con “nonchalance” ha
il coraggio di dire: “E’ solo per gola”, oppure:
“Tanto è verdura.....”. (Non sapevo che tutto
quel ben di Dio, dolce con la panna compreso,
si chiamasse verdura!).
Contenta Rosy?
Però spiegami una cosa. Perché tu e Antonia
avete deciso di fare la dieta a settembre?
Cos’è, la famosa dieta “programmata”,
quella che non si farà mai? Rosy, ti prego, non
uccidermi!
Noto un particolare: le nostre donne sono
sempre eleganti e tutte le sere sfoggiano un
“tutù” diverso.
Ritorno col pensiero ai giorni prima della
partenza e alla diramazione del comunicato di
Ada: “Mi raccomando, un solo bagaglio!”.
E così ci presentiamo. Una sola borsa a testa.
Ma sono delle maghe! Continua a venire
fuori roba da quelle borse. Ci manca solo il
coniglietto..... Pazzesco!
VENERDI’ 8 LUGLIO
Ed eccoci alle ultime battute, l’ultimo giorno.
E così non potevamo fare che qualcosa di
straordinario e indimenticabile: una bella
escursione alle isole con il gommone.
Dopo una bella imburrata con un cocktail di creme protettive, eccoci pronte per la partenza.
Astenute: Mariuccia, naturalmente, Maria
Grazia, che dice che deve fare le gare di nuoto
(?); e Maria Pia, che ha paura di andare in
gommone.
Veramente l’imbarcazione è così grossa che
sembra un motoscafo, ci stiamo su tutte.
Dopo le solite estenuanti foto per immortalare
l’attimo, si parte: via per il mare aperto!
Veniamo assalite da un’emozione euforica
viaggiando su quel mare mosso, di colore blu
cobalto meraviglioso.
Andiamo velocissimi e ad ogni sobbalzo violento dell’imbarcazione intoniamo all’unisono
urla allucinanti.
E poi cantiamo, cantiamo al mare, al sole, al
cielo, ai gabbiani che volano leggeri o che
accovacciati sull’acqua si lasciano dondolare
dalle onde.
Approdiamo a spiagge bellissime, vediamo
il mare cambiare colore: turchese intenso,
azzurro, verde smeraldo trasparente. Ci
fermiamo a quelle che loro chiamano “le piscine”. Sono delle insenature con mare profondo
sei o sette metri, dove l’acqua ha veramente il
colore delle piscine. Le più coraggiose fanno
il bagno.
Ritorniamo nel blu cobalto, increspato e
minaccioso, e via per l’isola della Serpentera!
Solo roccia, gabbiani, mare, cielo e tanti ricci.
Ebbene sì, anche lì abbiamo mangiato qualcosa, l’antipasto no?
Accovacciati tutti sulle rocce di una piccola
insenatura, gustiamo questi frutti di mare, che
ci sembrano il nettare degli Dei.
Siamo in ritardo per il rientro, una bella accelerata e l’imbarcazione sfreccia velocissima
contro le onde e un vento furibondo.
Io, seduta a cavalcioni del seggiolino, ho la
sensazione di cavalcare un cavallo selvaggio
e con l’asciugamano sventolante sulle spalle
a mo’ di mantello, urlo “all’arrembaggio” e ho
veramente la sensazione di stare andando alla
conquista del mondo intero, seguita dalle altre,
urlanti anch’esse. Urliamo, ridiamo, cantiamo.
Cantiamo alla vita che in questo momento sembra essere nella sua massima manifestazione.
E vediamo un uccello, il Martin Pescatore, che
ci sfreccia davanti velocissimo con le sue ali
trasparenti colore del mare.
E vediamo una farfalla bianca e poi...vediamo
anche quello che non vediamo normalmente:
bellezze nascoste dentro di noi mai portate
alla luce.
All’arrivo ci aspetta Maria Pia per le foto del
rientro e poi la pappa come al solito.
Dimenticavo di dire che il ragazzo che guidava
il gommone ci ha detto: “Una compagnia come
la vostra, non l’ho mai avuta”. E ci credo!
Ed eccoci all’ultima cena e dopo, le premiazioni dei giochi della settimana. Ho la macchina
fotografica, devo riprendere Mariuccia nel
momento fatidico. C’è tempo, stanno cominciando adesso.
Chiamano: “Nuccia”, e lei si alza di scatto.
Furbetta, aveva dato il diminutivo.
Mi precipito al centro della pista.
“Stai lì, Mariuccia, non muoverti, aspetta, deve
caricarsi il flash”.
E lei sta lì, abbracciata ad un animatore e gli
altri tutti lì, in posa.
Un minuto, due minuti, tre minuti...cominciano
a spazientirsi. I villeggianti ai tavoli, muti.
Si accende il benedetto flash. Scatto, ma non
scatta. Stanno per sciogliere il gruppo, mi
accorgo che è chiuso l’obiettivo e urlando “ci
sono, ci sono”, l’ho fatta. La foto intendo, e
anche la figuraccia!
Mariuccia la timidona ha preso i complimenti
dal capo perché ha resistito e Vally a me ha detto che ho avuto un bel fegato a stare lì in mezzo
a tutta quella gente e a tenere banco così.
“Non me ne sono neanche accorta”, ho risposto e non ho aggiunto che la determinazione a
fare ciò che ho in mente di fare, comunemente
detta testardaggine, l’ho imparata ultimamente
dal mio capo.
Evviva il capo, perché sono soddisfatta di me!
Ballando ballando, si conclude quest’ultima
serata qui al villaggio.
Sotto un cielo pieno di stelle si torna ai
cottages e ciascuna di noi si porta dentro la
bellezza di questi giorni.
Maria Grazia si porta via anche il numero di
telefono del suo bel ragazzotto e...anche il
dubbio che sia gay.
SABATO 9 LUGLIO
E dopo aver ricacciato l’inverosimile nelle
nostre borse, eccoci pronte per la partenza.
Siccome qualcuna di noi non ha mai smesso
di perdersi tra i vialetti del villaggio, per non
rischiare di non trovare la reception, l’appuntamento è davanti al cottage del capo.
E le quattro macchine si dirigono ora alla volta
di Oristano, paese di Mariella, e poi alla costa
occidentale della Sardegna. Bellissima, spiagge deserte immense e un mare stupendo.
Adesso le nostre Amazzoni gustano l’avventura e...anche l’ennesimo pranzo al ristorante.
Dopo, il capo e Mariella ci lasciano, loro si
fermano ancora una settimana.
Saluti, baci, abbracci.
Dopo una bella mangiata, in quest’atmosfera
festaiola, qualcuna nega di saperne qualcosa,
qualcuna pensa “meno male” e un’altra dice:
“Se ce lo fa il medico, io ci sto!”. Inutile dire
che il medico è piuttosto belloccio.
E via per Porto Torres.
Per strada divampa un enorme incendio. La
polizia ci fa deviare sulle montagne. Non ci dà
istruzioni di direzione, ci dice di seguire la 127
rossa che è subito davanti a noi. Non facciamo
in tempo ad avvisare le altre due macchine
dietro di noi.
Ci buttiamo all’inseguimento della macchina
rossa, ignara di averci adottato.
Tutto procede bene, le autiste hanno imparato
la lezione del capo.
Viaggiamo serrate, non c’è spazio fra le macchine. Alla guida, in prima linea Gabry, segue
Antonia e per ultima Vally. Io sono con Gabry e
teniamo gli occhi sulla 127.
Improvvisamente ad Antonia prende il raptus
del navigatore, ci sorpassa veloce e va dritto
proprio quando la macchina rossa gira a
destra e noi ovviamente dietro quest’ultima.
Brava Antonia, hai colto l’attimo!
Panico! Che fare?
Il buon Dio guarda giù, sorride divertito ed
ecco immediatamente un altro incrocio.
Con delicatezza: gesti tremendi, urla e suono
di clacson, cerchiamo di attirare l’attenzione
degli occupanti la macchina rossa.
Ci hanno visto. Era inevitabile, si fermano. Nel
frattempo Antonia riesce a invertire la marcia
e ci raggiunge.
Grosso sospiro di sollievo!
Così arriviamo all’imbarco puntuali, ma la nave
partirà con due ore di ritardo.
Intanto l’Italia vince la partita dei mondiali
di calcio contro la Spagna. Sul ponte della
nave dividiamo equamente i panini legnosi
portati dal villaggio, il famoso cestino. Intorno
a noi c’è festa. Le sirene dei battelli nel porto
suonano all’unisono e caroselli di macchine
si susseguono sulla banchina sventolando
bandiere per festeggiare la vittoria.
Noi, che non aspettiamo altro che il “la” per
far casino, cominciamo a ballare Hully Gully e
Mambo.
Finalmente si parte e dopo un po’ tutte a cuccia nelle nostre poltrone. Tutte, tranne Antonia
e Regina che stendono un asciugamano per
terra e ci si coricano sopra.
Lucia Totaro.
Fiduciaria di ATTIVEcomeprima.
Dopo qualche ora gli occupanti la sala
dormono tutti.
Noi altre, no! E ti pareva...
Silvia è seduta vicino a un signore anzianotto.
Più che seduta, è stesa. Cominciamo a dirle
che si è fatta il ragazzo ecc...Poi, quando lui
comincia a russare non ci tratteniamo più dal
ridere.
Una signora si sveglia e sorride. Anche lui, l’incriminato, si sveglia, forse vuole incazzarsi, ma
ci guarda in faccia, sorride e va a fare la pipì.
Il mare comincia a farci ballare. Maria Grazia
ed io tentiamo ancora l’Hully Gully con delle
ragazze che vogliono impararlo. Non è una
bella idea, meglio andare a nanna.
Ora le nostre donne dormono tutte, chi sulla
porta, chi per terra. Un colpo d’occhio dà una
visione di “baraccanti”, eppure la mia sensazione è di benessere.
Dormo profondamente su una coperta stesa per
terra e la mia borsa come guanciale, insieme a
Maria Grazia. Verso il mattino mi sveglia Silvia,
che è venuta in mezzo a noi nel “lettone”.
E’ l’alba, l’alba di un nuovo giorno.
Raccolgo qualche commento:
Mariuccia: “Ho dormito benissimo” (non ci
credo).
Antonia: “A mio marito mica lo dico che ho
dormito per terra. Pensate che quando mi
siedo, mi mette lo sgabello sotto la gamba”.
Rosy: “Anch’io non glielo dico”.
Ridiamo, poi Rosy dice: “Ridiamo, ridiamo, ma
guardate qui!”, e ci fa vedere le caviglie: due
salsicciotti. Poverina!
Ci stiamo avvicinando a casa e la mente e il
corpo ritornano a riprendere gli acciacchi che
avevamo lasciato lì al porto di Genova. E anche
i mariti, la casa, ecc...
Sappiamo che niente è cambiato, che ritroveremo tutto esattamente come lo abbiamo
lasciato. E così lo lasceremo!
Nella nostra scuola di vita, come ho già detto,
impariamo a cambiare noi, cresciamo e
quest’avventura sicuramente ha contribuito a
questo. Ci ha rinforzato.
E il sole spunta all’orizzonte, al confine non
confine, tra cielo e mare. Piano piano disegna
una palla arancione che si alza fino a esplodere sul giorno nascente.
Due delfini saltano e si rincorrono nell’acqua.
Scatto la foto. Non ho più pellicola. Imprimo
allora nella mente e negli occhi ciò che vedo.
Ed è su questa immagine che voglio terminare
il racconto di questa avventura.
Sull’immagine di un’alba, come simbolo di
qualcosa che ancora e nuovamente comincia.
21
22
Riso con salsa
di avocado
(ricetta esotica)
Friselle pugliesi
in insalata
(ricetta regionale)
300 g di riso semintegrale, 2 avocado, il
succo di un limone,
un cucchiaio di salsa
di soia, mezza cipolla
rossa, un cucchiaino
di zenzero grattugiato, qualche rametto di
prezzemolo, due pizzichi
di paprika piccante,
un cucchiaio di olio
extravergine di oliva,
5 rapanelli, sale
3-4 friselle, una cipolla
rossa, un cetriolo,
una lattuga romana,
80 g di rucola,
1-2 cucchiai di olio
extravergine di oliva,
un cucchiaio di salsa
di soia, un cucchiaio di
succo di limone,
un pizzico di origano
Dopo averlo lavato, cuocete
il riso in pentola a pressione per 15 minuti a fuoco
bassissimo, con una quantità d’acqua doppia, o poco
meno, rispetto al suo peso.
Lasciate riposare 5 minuti
prima di aprire il coperchio.
Rimestate e dategli una
forma nel piatto di portata
o nei piatti singoli, usando
uno stampo o semplicemente una tazza.
Frullate insieme gli avocado
sbucciati e tagliati a pezzi,
l’olio, il succo del limone,
la salsa di soia, un po’
d’acqua, la cipolla affettata,
lo zenzero grattugiato, la
paprika e infine un paio
di cucchiai di riso cotto.
Coprite con la salsa così
ottenuta il riso e decorate
con fettine di ravanello e
prezzemolo tritato.
Fresche,
facili,
nuove
e antiche
Calorie: 440 per 4 persone,
290 per 6 persone
di Franca Maffei
Passate le friselle sotto
l’acqua del rubinetto per
ammorbidirle.
Rompetele a grossi pezzi
e ponetele in una zuppiera.
Unite tutte le verdure
tagliate sottili e condite con
olio, succo di limone, salsa
di soia e origano.
Mescolate con cura e
lasciate riposare una
decina di minuti prima di
consumare.
Calorie a porzione: 215
Casseruola
di zucchine
e verdura di mare
(ricetta bretone)
800 g di zucchine,
3 spicchi di aglio, una
grossa cipolla, 2 cucchiai di olio extravergine di oliva, pangrattato,
una manciata di verdura di mare (qui usiamo
alghe iziki che si possono trovare nei negozi di
alimenti naturali), sale e
aceto di mele q.b.
Mentre fate rinvenire le
alghe in acqua per poi
lessarle come indicato
sulla loro confezione, lavate
le zucchine, spuntatele e
tagliatele a rondelle.
Affettate anche la cipolla
sottilmente.
Sul fondo di una casseruola
unta d’olio mettete la
cipolla con l’aglio schiacciato (poi volendo lo toglierete) e fate dorare per 2-3
minuti rimestando, quindi
aggiungete un po’ d’acqua,
le zucchine e mescolate;
salate e cuocete per un
altro paio di minuti.
Unite le alghe reidratate,
lessate e spruzzate con
aceto di mele.
Usando il cucchiaio di
legno mescolate con cura
le rondelle di zucchina con
i fili dell’alga e la cipolla
appassita; proseguite in
cottura ancora una decina
di minuti.
Spolverizzate con pangrattato e, se non fa troppo
caldo, gratinate all’ultimo
momento sotto il grill del
forno.
Pane carasau
e cipolla
(ricetta regionale)
Mousse
bicolore
di mela
Gelato
alla pesca
3 fogli di pane carasau,
una cipolla bianca,
4 cucchiai di formaggio
pecorino sardo grattugiato, un cucchiaio
di olio, un pizzico di
sale, un po’ d’acqua.
4-5 mele, un pezzetto
di zenzero, mezzo
bicchiere di latte di riso
5 pesche gialle mature
e dolci, un cucchiaio
di succo di zenzero
(prima grattugiato e poi
spremuto),
il succo di un limone,
4 rametti di ribes rosso
per decorare.
Ungete d’olio una teglia
larga e bassa e fate
stufare la cipolla affettata
sottilmente, aggiungendo dell’acqua in cottura.
Salate leggermente con
sale speziato. Appoggiate
per qualche istante i fogli
di carasau sullo stufato in
modo che ammorbidiscano
e si insaporiscano un poco,
quindi passateli sopra un
piatto caldo e copriteli
con il resto della cipolla.
Spolverizzateli di pecorino
grattugiato e servite.
Affettate le mele abbastanza sottili (compresa la
buccia se sono biologiche)
e mettetele in una pentola senza acqua e senza
zucchero. Incoperchiate
subito, accendete il fuoco al
minimo e segnate sul timer
10 minuti esatti di cottura.
Mentre la preparazione
intiepidisce, grattugiate
lo zenzero e spremetelo
sopra le mele (buttate la
parte fibrosa che rimane).
A questo punto frullate
più volte le mele con lo
zenzero e il latte di riso, fino
ad ottenere una mousse
uniforme, ben compattata e
vellutata.
Calorie a porzione: 160
Calorie a porzione: 100
Frullate le pesche tagliate a
pezzi assieme al succo del
limone, dello zenzero e a
mezza tazzina d’acqua.
Trasferite nella gelatiera
questa crema densa, che
diventerà gelato dopo 3540 minuti.
Prelevate il gelato a palline
e servitelo decorato con i
rametti di ribes.
Calorie a porzione: 40
Calorie a porzione:105
Nota:
Sia le ricette inventate che quelle regionali o di altri paesi,
sono riviste alla luce della dieta Diana
Dove non specificato sono per 4 persone
Franca Maffei. Si occupa di educazione alimentare
sia in relazione alle diverse età evolutive che al benessere e alla salute.
23
Andar per erbe
24
Alloro
Laurus Nobilis
Getty images - Laura Ronchi
“Né potendo altrimenti scampare
dalle forze del cupido amante, per
misericordia degli dii fu trasformata
(Dafne) in albero del medesimo
nome: imperoché e Greci lo chiamano
Dafne, e Latini Lauro, e noi Alloro”.
Cristoforo Landino
Più che l’antichità classica, che lo aveva assunto
a simbolo di gloria e di vittoria, l’Alloro rievoca il
profumo di altri tempi, delle vecchie erboristerie,
dove le erbe medicinali, (i semplici degli albori della
medicina), timidamente aspettavano che uno pseudo
ritorno alla natura le portasse in auge a ricuperare il
posto che loro compete al di là delle mode, e che nei
paesi nordici e mitteleuropei non hanno smesso di
occupare.
L’Alloro o Lauro appartiene alla famiglia delle lauracee
ed è solitamente un arbusto o, più raramente, un
albero alto anche 15-20 metri, sempreverde con la
corteccia più o meno liscia, dapprima verde nei rami
giovani, poi scura nel tronco e nei rami più grandi.
Introdotto in Europa dall’Asia Minore cresce spontaneo in macchie e boschetti nella regione mediterranea e in quella atlantica.
In Italia si trova lungo le coste, specialmente quelle
del mar Tirreno.
Esemplari colossali sono presenti in Lucania nel
bosco di Policoro.
L’Alloro, coltivato spesso negli orti e nei giardini, è una
pianta dioica e fiorisce all’inizio della primavera.
I fiori sono riuniti in piccole ombrelle all’ascella delle
foglie e sono divisi in due tipi: quelli maschili con
8-12 stami e quelli femminili con un ovario.
Le foglie, lunghe circa 10 cm, sono di consistenza
coriacea, di colore verde scuro e glabre.
Hanno forma oblunga con apice acuto, il margine è
ondulato e sono picciolate.
Osservandole in trasparenza si notano dei puntini traslucidi prodotti dalle ghiandole nelle quali è contenuto
un olio essenziale ricco di cineolo, geraniolo, eugenolo, terpeni, acidi organici, sostanze amare e tannini.
I frutti sono drupe di colore nerastro che contengono
un solo seme; anch’essi sono ricchi di olio essenziale,
tannino e grassi.
Si raccolgono in ottobre e novembre.
Le foglie invece possono essere raccolte tutto
l’anno anche se luglio e agosto sono i mesi ideali.
Abitualmente si usano fresche e come i frutti vanno
essiccate in luogo ben aerato e conservate in vetro.
La droga, parte del vegetale dove si trovano i principi
attivi, è contenuta nelle foglie e nei frutti.
Le sue proprietà sono molteplici, da quelle aromatiche
che lo rendono consigliabile in diverse ricette della
buona cucina a quelle stimolanti in generale e della
secrezione gastrica in particolare.
Ha azione aperitiva e digestiva, espettorante e antireumatica, sudorifera e carminativa.
L’infuso di foglie di Alloro purifica il tubo digerente e
favorisce l’eliminazione dei gas intestinali (10-15 g in
un litro d’acqua).
Preparato al modo del té e bevuto a tazze prima
di andare a letto diventa un ottimo rimedio contro
l’insonnia.
Nelle infezioni dell’apparato orolaringeo per i gargarismi si usa il decotto di foglie (6 in una tazza di acqua
da bollire per 15 minuti).
Lo stesso decotto applicato in compresse sulla fronte
è usato nelle sinusiti.
Rimedio per le estremità stanche e che sudano facilmente è il pediluvio di acqua calda con una manciata
di foglie.
Lo “specifico di Landers”, contro l’alopecia, si compone di olio di garofano (una parte), spirito di lavanda
ed etere solforico (due parti) in cui sia stato lasciato in
infuso, per alcuni giorni, un proporzionato numero di
foglie di Alloro.
I frutti, che vengono usati come stimolanti per il
bagno, sono utili soprattutto per l’estrazione dell’olio o
burro di Alloro che entra nella composizione dell’Unguento laurino usato nella medicina popolare contro
le affezioni reumatiche e gottose.
L’olio di Alloro entra anche nella composizione
del “Balsamo di Fioravanti”, un antidoto contro
l’avvelenamento da arsenico.
Le preparazioni domestiche, in pomate e lozioni, sono
destinate all’uso esterno per le proprietà antisettiche,
lenitive e leggermente antidolorifiche 20 g di frutti in
100 ml di olio di semi o di oliva, a macero per 5 giorni
danno la tintura oleosa con la quale si frizionano,
imbevendo del cotone, le parti dolenti in caso di
reumatismi e contusioni.
L’imperatore Tiberio aveva la fronte cinta da una
corona di Alloro perché, a detta dei sapienti, l’Alloro
preservava dai colpi di fulmine.
Invece la corona di Esculapio, dio della medicina,
aveva significato oltre che di gloria, di forza e di
salute e lui si che se ne intendeva!
Giovannacarla Rolando.
Cultrice di medicina naturale.
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Benessere in movimento
La vita è canto,
il canto è vita!
Mi chiamo Arsène Duevi, sono musicista e vengo dal Togo,
compongo e canto.
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Condivido quotidianamente questa mia passione con
centinaia di persone. Italiani, russi, albanesi, brasiliani,
americani, filippini, peruviani, ecc… sia professionisti che persone comuni, uomini e donne dai tre ai
novant’ anni che con me da anni ballano e cantano
in lingue originali africane. Una contaminazione al
contrario; un tuffo nell’Africa profonda con i suoi ritmi,
spiriti, simbologie ed usanze. La scommessa che
in tanti hanno accettato; il ritorno alla madre Africa
mediante il coro porta nei cuori i raggi del sole della
Mamma nera. Vi chiedo di non leggere le prossime
righe pensando che io voglia farmi pubblicità, queste
vogliono essere una generosa condivisione dei vissuti
profondi, REALI; per dare la visione del canto in africa
nera. IL CANTO: cosa rappresenta in Africa? Come
e quando lo si fa? Perché si canta? Chi lo canta?
Che valore ha? Premetto che intendo con la parola
canto non solo l’espressione vocale dell’interiorità,
ma anche l’espressione corporea. In Africa il canto e
la danza si mescolano facilmente. Uno implica l’altro;
partendo dal primo si arriva naturalmente all’altro e
viceversa.
La vita è canto.
Il canto è parte integrante della vita. Da bambini
cantiamo per gioco. I mestieri in casa sono spesso
accompagnati da passi di danza con sotto una melodia improvvisata. In cucina, assistere alla preparazione del “FOUFOU” è una goduria; sembra un vero
concerto di percussioni. I commercianti ambulanti
richiamano per strada l’attenzione con vari versi uno
più bello dell’altro. Il giro nel mercato del quartiere
diventa uno spettacolo vivente per la varietà dei suoni
che provengono dalle bancarelle per conquistare il
cliente. Il canto è presente non solo nella quotidianità
dell’individuo ma riveste un ruolo sociale fondamentale:
Il canto fa vivere la società;
la tiene unita nelle sue diversità.
Ogni quartiere ha un gruppo tradizionale che esegue
danze e ritmi ancestrali si chiamano Bòbòhù; significa
“il tamburo che unisce”. È frequente addirittura
trovare più realtà folcloristiche sul medesimo territorio
perché i componenti sono originari dello stesso villaggio; essendo dovuti migrare per vivere e lavorare in
città. Radunarsi periodicamente per cantare e ballare
consente di mantenere vivi i rapporti e conservare le
proprie radici. A volte i membri del Bòbòhù hanno in
comune il mestiere. Sono artigiani o commercianti
di generi alimentari ecc… In questo ultimo caso si
danza, si canta, ma si discutono e si curano degli interessi comuni; cioè riferiti al mezzo di sopravvivenza;
il lavoro. Si affrontano in queste cellule sociali anche
le difficoltà del singolo individuo; che può in caso
di necessità beneficiare del sostegno del gruppo. Il
contadino nei campi sotto il sole si tira su il morale e
le forze ritmando i versi. La melodia il suono il ritmo e
il movimento sono parte intrinseca della vita della persona e della società africana. Il canto è vita e la Vita è
canto. Gli avvenimenti dell’esistenza gioiosi o tristi; la
nascita, il compleanno un decesso una festa qualunque vengono vissuti attorno al canto, alla danza. Ecco
perché si cresce con il ritmo e il suono e il fuoco nella
pancia e nel sangue. L’energia e il sole che trasmette
la musica nera ha origine nella simbiosi “Essere,Vita,
Suono”. Ecco come si riesce a stare bene con se e
con gli altri, con poco o tanto. Ecco come si riesce a
vivere dando il giusto valore ai problemi reali che si
hanno. La vita è canto e il Canto è vita.
Come preannunciato nello primo paragrafo ho iniziato
un viaggio, un cammino di ritorno verso il cuore
dell’Africa con persone di ogni nazionalità ed età.
Getty images - Laura Ronchi
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A Milano il coro dell’Associazione Attivecomeprima;
il coro Agamawo; i Gudugudu di Cinisello Balsamo,
Il coro di Arcore; Monza, Seveso Calò ecc... la lista
è lunga.
Nelle scuole in vari paesi della Lombardia, ho visto bambini definiti taciturni dalle loro maestre esprimere senza
timidezza la propria gioia; ne ho visti altri detti agitati stare insieme al gruppo a creare armonia. Ho visto adulti e
adolescenti dedicare tempo allo stare insieme tuffandosi
orgogliosamente nel cuore dell’Africa con eleganti passi
di danza “Agbadza kamou e Gazzo…” (ritmi tradizionali
del Togo); Ho visto i coristi trascinare con sé i compagni
perché vengano a gustarsi le prelibatezze della madre
dell’umanità.
Ho visto sorridere tanta gente che non trovava motivo per
farlo da molto tempo.
Ho visto illuminarsi tante facce buie. Vi chiederete
perché vi porto questa testimonianza?
Il canto è Vita.
La capacità di esprimere le proprie emozioni con la
voce attraverso i suoni è una dote straordinaria che
spesso trascuriamo. “Io non so cantare!”, “Sono stonato!”, “Mi vergogno!”, “Non vorrei farvi scappare!”, “Non
ce la posso fare!” Vi è mai capitato di fare qualcuna di
queste affermazioni?
Sono preoccupazioni lecite. È ovvio che ci vuole tecnica
e metodo per arrivarci.
Ci vuole allenamento e pratica.
Ma queste paure non dovrebbero impedirci di provare
ad attivare e scoprire piano piano la nostra espressività
vocale. Vale la pena di buttarsi perché poi ci si libera e
si riceve del sole nel cuore.
Non vergognatevi delle vostre voci. Provateci. Il vecchio
saggio africano dice: “la cosa più grave non è
l’insuccesso ma il fatto di non averci provato”.
Arsene Duevi.
Conduce il Coro in Associazione.
Profili
Maurizio
Dallocchio
a cura di Stefano Gastaldi
*
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Ci sta tutto, se c’è armonia
e decisione. Una vita piena
e ricca, guidata da una “Regola”
(non benedettina) antistress
che potrebbe aiutare molti
a stare meglio.
Quando hai deciso che Economia
e Finanza fossero il tuo destino
professionale?
Non è stata una scelta approfondita e
meditata, posso quasi dire che è stato un
caso. Quando scelsi di iscrivermi all’Università Bocconi, di economia sapevo pochissimo: mi piaceva, ma come tante altre
materie. La vedevo comunque applicabile
a un settore che amavo, come quello dello
sport in generale. La scelsi quindi senza
una vocazione in senso stretto, ma scoprii
nel tempo che quella che era una “non
vocazione” mi aveva poi molto affascinato,
coinvolto e “posseduto” sotto il profilo
mentale.
La finanza è un amore nato alla chiusura
dei corsi universitari. Ero stato assunto dalla Pirelli per essere poi mandato in Brasile
e in quel periodo, nel 1981, essere assunti
da una società internazionale e inviati
all’estero significava anche non svolgere il
servizio militare. Andai a salutare il professor Giorgio Pivato, relatore della mia tesi di
laurea, che mi propose di restare a lavorare
all’Università e, in particolare, nella sezione
Finanza Aziendale, allora - nel 1981 - appena emergente. Fino a quel momento, non
me l’ero mai sognato di studiare finanza
aziendale, ma mi dimisi da Pirelli e andai
a lavorare per l’Università e a quel punto
partii anche per il servizio militare.
Pino Bagliani, un mio carissimo amico
scomparso da un po’ di anni, usava questa
espressione: “pensi, pensi e non pensi
a niente”. Trovo che fare grandissime
riflessioni, andare alla scoperta di reconditi,
profondissimi obiettivi, identificare missioni
alle quali non si può mancare, talora sia
svilente rispetto, invece, alla capacità di
decidere rapidamente, anche portando
dentro di sé la pesante responsabilità che
la decisione comporta. Questa massima
del “pensi pensi e non pensi a niente”, è
qualche cosa che si deve tenere sempre
presente nella vita: per le grandi scelte,
nella definizione degli aspetti fondamentali
per la professione, per le attività lavorative,
nei rapporti fra gli uomini e le donne e in
generale nei rapporti d’amore…
Come fai a gestire l’impegno e a evitare
che responsabilità e forte esposizione
sulla scena professionale generino
stress gravi, soprattutto avendo tu tanti
ruoli che si intersecano tra loro?
Il mio ruolo principale è certamente quello
di professore universitario. Prima di incontrarti, avevo appena ricevuto quarantaquattro studenti, laureandi magistrali nel mese
di marzo. Quarantaquattro storie, altrettanti
problemi scientifici e altrettanti umani.
L’attività universitaria, se la fai tua sul serio,
richiede una dedizione molto forte.
Poi però, all’attività universitaria, avendo
la fortuna di poter utilizzare un “laboratorio
empirico” al quale applicare i miei studi,
devo abbinare la responsabilità professio-
nale e quella della gestione di risorse economiche, della motivazione dei collaboratori
colleghi e delle persone che da me dipendono. Mi piace anche avere un ruolo sociale, assumere delle responsabilità all’interno
di aziende quotate, o di entità no-profit,
che però stimolano dal punto di vista del
raggiungimento personale di obiettivi che
non sono soltanto miei, ma sono più ampi,
di sistema. A ciò si aggiunge il tema della
convegnistica, della partecipazione, come
portatore di pensiero, a testimonianze che
siano di valore, auspicabilmente, per il
presente e per il futuro. Ho anche il piacere
di fare una maratona, quella di New York,
che comporta un ulteriore piacere: quello
di lavorare per la preparazione di una maratona del genere. Se poi, infine, aggiungo
che accetto anche di assumere il ruolo di
testimonianza esterna della istituzione a cui
appartengo (per qualche anno ho diretto la
Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi) allora devo anche viaggiare,
mirare all’internazionalità.
Mettere insieme tutte queste caselle può
talvolta essere all’origine di stress, di
pesante conflitto nella gestione del tempo,
di incapacità di dare a tutti coloro ai quali
mi piacerebbe dare un’attenzione come
meritano, oppure più semplicemente di
profonda insoddisfazione, perché sento che
sto lasciando dietro di me una scia che potrei definire di sconforto? O di non profondo
appagamento? E non ho ancora citato le
variabili personali, i rapporti con chi amo,
con la mia famiglia, con le persone che mi
stanno vicine, che inevitabilmente vengono
poste anch’esse nella condizione di doversi
adattare ai miei tempi e alle mie esigenze.
Seguo una “regola”, che si articola su
quattro semplici, piccoli fronti:
Ho imparato a concentrarmi, senza lasciare
spazio a null’altro, su quello che in quel
momento sto facendo. Ora sto parlando
con te e mi dimentico completamente di
quel che ti ha preceduto e degli impegni
che avrò successivamente. In questo momento ci sei solo tu, e nessun’altro che mi
prema. Quando mi trovo a vivere con i miei
amici o con Enrica, la mia partner, o con
le persone che mi stanno a cuore, il mio
cervello riesce a deviare da qualsiasi altro
tipo di interesse per concentrarsi su ciò che
in quel momento sto vivendo.
Gestisco bene i sensi di colpa. Fino a dieci,
quindici anni fa, se arrivavo in ritardo a
un appuntamento mi capitava di portare
mille scuse, mi sentivo realmente assillato
da un senso di responsabilità che stavo
in qualche modo non soddisfacendo,
figuriamoci se perdevo un aereo…! Questo
assillo è scomparso completamente. Se
si ha poco tempo, è inutile perderne altro
giustificando il proprio ritardo. Meglio
dedicare al proprio interlocutore da subito
tutta l’attenzione che si può e saprà lui, o
lei, comprendere che “se non ce l’hai fatta,
non ce l’hai fatta”. Rodersi interiormente
con un senso di colpa e insoddisfazione,
per non essere riuscito a dare tutto il tempo
richiesto, distrugge cellule buone, disturba
la concentrazione e spinge a fare e dire
qualcosa che non è ottimale rispetto a quel
si potrebbe fare e dire.
Ho detto prima della mia passione per
la maratona. Dedicarmi in modo prolungato a qualche cosa che attragga
completamente l’attenzione, che mi aiuti
in qualche modo a liberarmi dalle tensioni,
più o meno profonde, dalla quotidianità e
dalle esigenze di ciò che mi circonda, è
un fattore liberatorio potentissimo. Che si
chiami maratona, yoga, concentrazione
non importa. Riuscire a trovare uno spazio
in cui ci si lavi letteralmente il cervello da
quel che succede e farlo con sistematicità
e continuità, è una panacea straordinaria.
Dopo aver corso per un’ora e mezza ho
maggiore concentrazione, più disponibilità
rispetto agli altri e sono riuscito per un po’
di tempo a estraniarmi rispetto a qualsiasi
esigenza. Quel che riesce, per un po’,
a farti spegnere il cervello rispetto alla
quotidianità e a portarti in una dimensione
diversa, “pulendoti” dalla contaminazione
del singolo istante, della singola esigenza,
della singola persona, del singolo pensiero,
dà alla vita un valore aggiunto formidabile.
Quando in molti casi mi si chiede, da parte
dei miei studenti, dei miei colleghi, della
mamma, “ma non sei stressato?” la mia
risposta è “no”. E qui se vuoi c’è il quarto
argomento, il più semplice:
L’autoconvinzione: non sono mai stressato. Anche di fronte a problemi molto seri
cerco sempre - non di ignorarli, perché
sarei stupido - ma di ricondurli a quella
dimensione e portata reale e attuale che
anche il problema più importante ha. Se
il problema diviene il leit motiv della tua
vita sei perdente, perché a quel punto è
il problema che ispira il tuo pensiero e il
tuo comportamento. Se invece riesci a
fare in modo che il pensiero propositivo, la
risoluzione del problema sia il tuo leit motiv,
a quel punto ti sei liberato del problema:
non ti genera più stress.
È una tecnica molto più maschile che
femminile: le donne utilizzano maggiormente una strategia mentale e affettiva
che tende a connettere i problemi,
come in una sorta di sistema di “vasi
comunicanti”, gli uomini utilizzano
invece separazioni, scissioni funzionali… Oltre a queste strategie, cos’altro ti
fa star bene?
Lo sci, l’attività contemplativa. Adoro quel
che per me è il bello. La montagna esercita
su di me un’attrazione formidabile ed è una
di quelle “grandi categorie logiche” che
riesce a darmi un benessere praticamente
sfrenato. Trascorro ogni anno almeno una
settimana, ma se posso anche di più, in
giro per il mondo a vedere montagne e
questo mi ricarica profondamente le pile,
mi aiuta tantissimo.
29
30
Mi aiuta stare con le persone, le più diverse possibili, dallo skyman al pensionato,
dal grande uomo d’azienda al collega
dell’università, però con le persone con le
quali sono in armonia. Armonia e equilibrio
sono parole che rappresentano un po’ un
filo conduttore della mia vita. Li si trae in
gran parte dagli altri e li si applica a se
stessi, con lo stare a bere un bicchiere
di vino o a dire una stupidata, o a parlare
di cose profonde, ma con le persone
con le quali si sente di poter ricevere o
anche, auspicabilmente, dare armonia ed
equilibrio.
Dormo poco da sempre, ma in realtà
penso tanto. Il fatto di trovare il tempo,
durante la giornata, di chiudermi da solo
in ufficio e riposare un istante senza
lavorare, prendere per me dieci, quindici
minuti, isolarmi e quasi dormire, accettando il pensiero che affiora alla mente,
piuttosto che concentrarmi profondamente
su qualcosa: questa è un’altra valvola di
sfogo importante.
Un ultimo aspetto che di tanto in tanto mi
aiuta è una preghiera, senza fini utilitaristici: non è che io preghi per ottenere delle
cose. Quando alla mattina presto ci si fa
la barba, piuttosto che quando si sente di
una sciagura e ci si concentra su di essa
e si sente quel dolore … una preghiera
a favore di qualcun altro o a beneficio
proprio, direttamente o indirettamente, è
un momento di grande piacere. È una preghiera spontanea e sincera, non rituale.
Di che cosa hai paura?
Varia nel tempo. Non ho le grandi
paure: quella del buio, quella della morte,
dell’aldilà. Ho paura dei serpenti: anche al
cinema, se vedo strisciare qualcosa sullo
schermo, chiudo gli occhi. Ce l’ho fin da
bambino, non l’ho mai vinta. Serpenti e
rettili in generale mi mettono veramente
terrore.
A un livello più elevato, ho paura del
mancato consenso, che è un po’ legata ai
“vizi” che il mio passato mi ha permesso
di avere. Godendo di un credito, credo,
consistente nei confronti dei miei studenti
o colleghi o di chi nel tempo ha collaborato
con me, il mancato consenso mi spaventa
tanto; le conflittualità pesanti e sistematiche, mi fanno una paura sincera, non so
neanche se sarei capace di gestirle. Ho
difficoltà a gestire il conflitto perché non
ci sono abituato, tant’è vero che talora
posso anche essere scomposto: dire più di
quel che è necessario e non dire quel che
sarebbe opportuno.
Mi spaventa il fatto di non riuscire, a volte,
a fare bene come vorrei.
Per esempio, ci sono situazioni nelle
quali vorrei “prendermi cura del mondo”:
sul mio tavolo c’è una lettera di una
congregazione di religiose che ho aiutato
recentemente perché letteralmente non
avevano di che mangiare e non riesco ad
accantonare, in parziale contrasto con
quel che ho detto prima sui “compartimenti stagni”, la loro situazione, che
resta grave.
Di tanto in tanto faccio mente locale, per
pensare a chi, insieme a me, possa dare
una mano per comprare i loro manufatti
e dare un vigore commerciale a un’attività che in realtà è fatta soltanto per
impegnare il tempo. Il fatto di non riuscire
a risolvere qualcosa che di per se stesso
apparirebbe risolvibile obiettivamente mi
fa sentire infelice, non mi dà l’appagamento che invece cerco sempre di ottenere
dalle cose che faccio.
Sei ancora giovane, ma dopo i 50 anni
comincia ad affacciarsi alla mente il
pensiero di lasciare dietro sé una eredità. Tu a cosa pensi?
Ho fatto testamento, se vuoi anche come
forma di scaramanzia. Come dicevo, non
ho paura della morte, ma due anni fa mi
sono detto che era il momento, nel caso vi
fosse una dipartita, allo stato attuale non
prevista ma ovviamente sempre possibile.
Sono convinto che lascerò comunque
un’eredità formidabile, della quale sono
conscio e orgoglioso: ho laureato a oggi
ben più di duemila studenti, ne ho tenuti
sotto la mia ala protettrice diverse migliaia, che sono stati miei allievi in aula e nei
percorsi Master e che per tante ragioni
ho avuto modo, diciamo così, di coltivare.
Quando prima dicevo della mia paura del
non consenso, so che da questi studenti
ho avuto, e credo di avere, consenso significativo, ma sono certo che nelle azioni,
nei pensieri, nella concreta realizzazione
di quel che ho insegnato loro, loro sono
delle parti di me, o anche: io sono delle
parti di loro.
È un’eredità paterna che io, non avendo
figli, percepisco assolutamente come
tale. La mia eredità. E non è soltanto
nell’Economia. Se, come spero, ho dato
loro un segnale negli atteggiamenti, nel
rispetto, in una sorta di chiave filosofica di
comportamento, oltre che strumenti tecnici, se sono riuscito a dare qualche cosa
che faccia di questi uomini e donne degli
interpreti che in qualche modo portano
con sé un pezzo del mio modo di agire, di
fare, di pensare, io credo che questa sia
una eredità davvero formidabile.
E fra l’altro in molti casi vedo che persone
che ho aiutato all’università, anche dopo
15 anni mi contattano, mi scrivono,
chiedendomi suggerimenti su come mi
comporterei io in certe vicende che non
necessariamente hanno a che vedere con
l’economia o la finanza, ma hanno magari
una radice personale e un legame con
fattori umani e personali. Questo credo
che sia il lascito più importante.
E quindi, campassi ancora 50 anni,
potresti incrementarlo molto
Sicuramente, più che raddoppiarlo, perché
ci sono i figli e i figli dei figli….
*Maurizio Dallocchio, economista, Professore Ordinario presso l’Università Commerciale
“Luigi Bocconi” di Milano, grande sostenitore di Attivecomeprima, è anche figlio di Ada Burrone.
Sapevate che?
a cura di Benedetta Giovannini
consulente enogastronoma
R Il Bicarbonato può essere un rimedio efficace per rimuovere
tutte le impurità dal cuoio capelluto, soprattutto per i capelli
particolarmente trattati. Dopo lo shampoo tradizionale
versare una piccola quantità di bicarbonato nella mano
e massaggiare con cura la testa per 3-4 minuti, quindi
risciacquare molto bene e i capelli torneranno lucenti.
R Potete ottenere dei capelli setosi anche nel seguente modo:
mettete in un litro d’acqua una tazzina d’aceto di mele.
Fate l’’ultimo risciacquo del lavaggio dei capelli con questa
soluzione.
R Sempre a proposito di bicarbonato. Bagnate le mani e
copritele con del bicarbonato. Strofinatele con cura e quindi
risciacquate. In questo modo saranno pulitissime, morbide.
R Un altro sistema per avere mani morbide e lisce?
Versare nel palmo della mano un cucchiaio di zucchero
e abbondante succo di limone: strofinare le mani energicamente, quindi risciacquare.
R Per i cattivi odori in frigorifero basta mettere in una ciotolina
del bicarbonato, aggiungervi qualche chiodo di garofano
e piccoli pezzi di cannella e poi riporlo in frigorifero.
Gli odori, come per magia, spariscono.
R La casa delle vacanze è stata chiusa per il periodo invernale
e gli armadi hanno un vago sentore di muffa provocata
dall’umidità? Ecco il mio consiglio: mettete negli armadi dei
sacchettini con chiodi di garofano o, se avete tempo
e voglia, procuratevi una pallina di polistirolo e configgetevi
i chiodi di garofano e quindi appendetela nell’armadio.
R Dopo aver tagliato la cipolla spesso il suo sapore rimane
sul coltello, ma se con lo stesso tagliate più volte una
carota, l’odore sparirà.
R Per togliere l’unto che si forma talvolta intorno alle manopole d’accensione dei fornelli strofinare con un vecchio
spazzolino da denti imbevuto in acqua e ammoniaca.
R Conservate in frigo il rotolo di pellicola per gli alimenti.
Quando lo userete non si appiccicherá più su se stessa.
R Fra i consigli utili ad assorbire il cattivo odore del cavolfiore
lesso ce ne sono due in particolare: aggiungete un paio
di noci lavate, all’acqua di cottura, oppure versate
un cucchiaio di latte nell’acqua in cui cuoce
il cavolo.
R Sempre a proposito di odori: il gelato
assorbe facilmente tutti gli odori del
congelatore. Un ottimo rimedio è
di riporlo, oltre che chiuso nel suo
contenitore, anche in sacchetto
di plastica.
R Per non fare germogliare le
patate, mettete una mela nello
stesso sacchetto.
La nostra sede in primavera
Qui aiutiamo sempre più persone
a trovare “La Forza di Vivere”
Abbiamo potuto affrontare gran parte
delle indispensabili spese di ristrutturazione,
grazie al contributo della
Fondazione Fondiaria SAI di 100.000 euro,
di Pirelli RE Estate con 65.000 euro
e di Castelli RE con 40.000 euro.
Restano circa centomila euro da pagare
all’impresa di costruzione.
Ringraziamo fin d’ora tutti coloro
che vorranno aiutarci a completare
questo nostro impegno finanziario.
Destinarci il 5 x 1000 è facilissimo e gratuito. Nella dichiarazione dei
redditi firma nel riquadro: “a sostegno delle organizzazioni non lucrative
di utilità sociale” e inserisci il codice fiscale di Attivecomeprima Onlus:
10801070151
L’8 per mille e il 5 per mille non sono in alternativa: puoi sceglierli entrambi.
IL TUO CONTRIBUTO
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Banca Intesa-Sanpaolo, Agenzia 2128,
Viale Jenner 76, Milano
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TeTeatro
5 ottobre 2008 ore 20.30
Bollettino di c/c Postale n. 11705209
Intestato a: ATTIVEcomeprima Onlus
Via Livigno 3 – 20158 Milano
La forza
di
vivere
come antidoto
aLLa paura
Corso di Porta Romana,
63 na, 63
Milano
di Porta Roma
Corso
Video integrale dell’evento
Milano
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Video integr
Assegno intestato a:
ATTIVEcomeprima Onlus
Pay Pal attraverso il sito www.attive.org
“Le erogazioni liberali a favore di
ATTIVEcomeprima Onlus sono
deducibili/detraibili ai sensi di legge”
010
© Atti
vecomeprina Onlus 2
I nostri maggiori sostenitori 2009
E’ disponibile presso la nostra
segreteria il DVD video con
la registrazione integrale dal vivo
dell’evento al Teatro Carcano
di Milano in occasione
del nostro 35°
Durata 150 min.
Comune di Milano
Fondazione Johnson & Johnson
Fondazione Fondiaria SAI
Fondazione CARIPLO
Banca Popolare di Milano
JPMorgan Chase Bank
Podravska Banka
IntesaSanPaolo
AVON Cosmetics
Roche
Besozzi Elettromeccanica
Gruppo RE
Net Present Value
Avalon Real Estate
E. Capital Partners
Dompé farmaceutici
Ipsen
Ringraziamo i finanziatori istituzionali, le aziende
e le persone che, con liberi contributi, sostengono
Attivecomeprima e la sua “mission”.
Letti e piaciuti
Lea Pericoli
Maldafrica
I ricordi della mia vita
Edizioni Gli specchi Marsilio
€ 18,00
In Maldafrica tutto è reale ma una verità ne sovrasta
ogni altra: per quanti danni l’uomo possa fare alla terra
non riuscirà mai a rovinare un tramonto forse perché il
sole che scompare ha un significato ben più profondo
di una semplice giornata che finisce. Nel racconto il
tramonto si identifica con la vita che scappa e se ne va,
scivolando tra le dita di una ragazza; piccola come un
fotogramma, la scintilla di speranza è nascosta in quel
tramonto che di ogni giornata è il momento più bello ma
inevitabilmente diventa anche quello più triste.
Umberto Veronesi
con Alberto Costa
L’uomo con
il camice bianco
Edizioni Rizzoli
€ 17,50
L’uomo con il camice bianco racconta l’incredibile
storia autobiografica di un sognatore determinato,
ripercorrendo le difficoltà ed i successi di un’esistenza
condotta sulla linea invisibile fra dolore e tenacia.
Queste pagine, scritte a quattro mani con Alberto
Costa, non offrono solo l’autoritratto di una vita intensa, ma uno stimolo a cercare in se stessi e in chi ci
circonda la forza di superare ogni difficoltà.
Studio di P
DIANA
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attraverso l’
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e di Vita …quando l’a
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Anna Villarini e Giovanni
Allegro
Prevenire i tumori
mangiando con gusto
A tavola con DIANA
Edizioni Sperling & Kupfer
€ 19,50
Il libro, basato sui risultati del progetto DIANA, condotto
nel 1995 con lo scopo di studiare le relazioni tra alimentazione e tumore al seno e che ha coinvolto e coinvolge
migliaia di donne in tutta Italia, spiega come, modificando la propria dieta, sia possibile ridurre i fattori di
rischio del tumore e delle recidive, alleviando gli effetti
collaterali delle terapie ed aumentandone l’efficacia.
Oltre alle indicazioni scientifiche scaturite dal progetto,
si raccolgono anche molti consigli pratici per modificare
le abitudini alimentari scorrette.
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dell’Istituto Na dicina Preventiva e Preditt
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1 ottobre 2009
Milano - Sala Alessi - Palazzo Marino
Dopo il tradizionale incontro della Lega Tumori
“Il rosa della Prevenzione”
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Relazione di Ada Burrone
ive della Lega Tumori anche
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sostenuto Attivecomeprima
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· si guarisce di più, si vive megli
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e, nella buona e nella cattiva sorte il malat
un ostacolo alla prevenzione,
Perché la paura rappresenti sempre meno
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credo siano necessari tre eleme
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· campagne informative sincere e rassic
di prim’ordine
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· specialisti qualif
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· un buon
le persone possano attivare
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Quest’ultimo elemento è fondamentale perch
così a preservare la salute,
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la volontà, la fiducia
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a recuperarla e, ove non è possibile,
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inoltre i pazienti, i famigliari e
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i sanitari a condividere i successi e a megli
di ognuno.
ruolo
beneficio profondo di tutti, al di là del
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la
ione:
Per concludere vi lascio una rifless
.”
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di
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34
14 novembre 2009
Opera (MI), presso il Centro Commerciale COOP
Il Dott. Riccardo Tinterri con l’èquipe di Senologia dell’Istituto
Humanitas e le fiduciarie di Attivecomeprima durante la
“Giornata dedicata alla prevenzione,
diagnosi e cura del tumore del seno”
21 Novembre 2009
Milano, Università Bocconi
First World Conference “Science for Peace”
Promossa dalla Fondazione Umberto Veronesi
Da sin. Arianna Leccese, Umberto Veronesi, Ada Burrone, Alberto Ricciuti
28 Novembre 2009
Novate Milanese - Milano, presso Centro Socio Culturale Coop
Spettacolo Teatrale
E allora? Hai vinto qualche cosa
Laboratorio teatrale di Attivecomeprima
In ordine di apparizione: Maria Cristina Antuofermo, Anna Dain, Enrica Militano,
Silvana Aragona, Carla Basile, Rossana Leccese, Giovanna Carla Rolando, Grazia Zinnato,
Magda Marzari.
Luci: Beppe Sordi, costumi: Tiis, Musiche e coreografie: Adriana Libretti, regia: Marzia Loriga.
Un ringraziamento particolare a Maria Grazia Unito e Marina Pasquali.
7 dicembre 2009
Milano, Teatro dal Verme
Il Sindaco Letizia Moratti e il Presidente del Consiglio Comunale
Manfredi Palmeri consegnano ad Ada Burrone la
Medaglia d’Oro di Benemerenza Civica del
Comune di Milano (Ambrogino)
(foto di Dario Raimondi)
10 dicembre 2009
Milano, nella sede di Attivecomeprima
Lea Pericoli presenta il suo libro “Maldafrica”
e Aresene Duevi dirige il coro
Foto a sinistra: (da sinistra) Lea Pericoli, Ada Burrone, Susy Veronesi
6 Marzo 2010
Courmayeur
IV Trofeo Christian Valentini
Organizzato da Enrica e Maurizio Dallocchio a favore di
Attivecomeprima con la partecipazione straordinaria di Ezio Greggio
Il nostro grazie va a loro e a tutti gli sponsor qui elencati:
AURUM
AVALON REAL ESTATE
BESOZZI ELETTROMECCANICA
CREDIT SUISSE ITALIA
DGPA
ECPI Gruppo Mittel
GRUPPO RE
M. BARDELLI
PODRAVSKA BANKA
Marco Belfrond
Arturo Carcassola,
Giovanna Crespi
Camilla De Sanna
Patrizia Gipponi
Filippo e Marisa Disertori
Valeria e Carlo Gattoni
Luciano Gex
Ester e Roberto Fioroni
Tiziana e Alessio Lanzi
Elisabetta e Lello Mosconi
Daniela Orlando
Patrizia ed Enrico Parazzini
Paolo Parma
Massimo Rey
Antonella Saggese
Roberta e Fabrizio Salvaggio
Anna e Severino Salvemini
Petronilla e Kalin Samo
Silvia e Alberto Viale
Gli amici storici di Christian
Aprile, Maggio, Ottobre, Novembre 2010
Milano, Hotel Concorde
Attivecomeprima Onlus con in patrocinio scientifico di
AIOM–Lombardia (Associazione Italiana di Oncologia Medica),
CIPOMO-Lombadia (Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici
Ospedalieri), il contributo economico e il patrocinio dell’Assessorato
alla Salute del Comune di Milano organizza un Mini-Master in Management e Supporto Globale
del Paziente Oncologico
con accreditamento ECM, composto da quattro moduli residenziali
di due giorni ciascuno.
Per la prima volta un’Associazione a sostegno dei pazienti, due
Società scientifiche e una Istituzione pubblica, insieme per rendere
disponibili, a pazienti e medici, metodi e strumenti innovativi per
il supporto globale alla persona che vive l’esperienza del cancro
e ai suoi famigliari.
Sul sito www.attive.org il programma aggiornato.
35
AIOM Lo
mbardia
Hanno chiesto al Dalai Lama:
Cosa l’ha sorpresa di più dell’umanità?
E lui ha risposto:
“Gli Uomini... perché perdono la salute per fare soldi
e poi perdono i soldi per recuperare la salute.
Perché pensano tanto ansiosamente al futuro
che dimenticano di vivere il presente in tale maniera
che non riescono a vivere né il presente né il futuro.
Perché vivono come se non dovessero morire mai
e perché muoiono come se non avessero mai vissuto.”
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2010 n°1 - Attivecomeprima