Nel mondo degli affetti. Della creatività. Del benessere. Anno XXVII - n° 1 - Giugno 2010 Sped. Abb. Post. 70% - Filiale di Milano - TAXE PERCUE (Tassa Riscossa) Uff. CMP Roserio - MI Il Metodo Gruppi di sostegno psicologico per armonizzarsi con i cambiamenti della vita dopo il cancro Attività di sostegno per partner e care giver per il sovraccarico emotivo nelle relazioni familiari Attività psicofisiche, creative, estetiche per accrescere l’armonia mente-corpo I risultati raggiunti • • • • • Ascolto, aiuto pratico, orientamento: per la paura e il disorientamento davanti alla diagnosi Consulenze individuali psicologiche e mediche per problemi particolari di natura emotiva e fisica Risposte aperte dei medici “Dottore si spogli” per saperne di più su alimentazione, ricostruzione, menopausa, malattia e cure Terapia medica sistemica per la prevenzione e cura della fatigue per rafforzare l’organismo durante e dopo le terapie oncologiche Potenziamento delle risorse psico-fisiche durante le terapie oncologiche Riduzione della depressione e della fragilità emotiva Rafforzamento dell’autostima, dell’assertività e dell’autonomia Riduzione del coinvolgimento emotivo, pratico, economico, famigliare e sociale Un contributo personale al buon esito delle terapie oncologiche Dal 1973 a sostegno globale delle persone colpite dal cancro Editoriale Cari lettori e amici, mi dispiace davvero che, per un disguido postale, non vi sia giunta la rivista da noi spedita lo scorso Novembre: era particolarmente ricca di contenuti, nuovi spunti di riflessione e informazioni sulle le nostre iniziative. Attivecomeprima Onlus Via Livigno 3, 20158 Milano Tel 026889647 Fax 026887898 [email protected] www.attive.org Consiglio Direttivo: Ada Burrone, Alberto Ricciuti, Arianna Leccese, Anna Dal Castagné, Giovannacarla Rolando. Collegio dei Sindaci: Mauro Bracco, Flavio Brenna, Luciana Dolci, Giusi Lanicole, Carlo Vitali. Comitato Scientifico: Stefano Gastaldi, Paola Bertolotti, Fabio Baticci, Franco Berrino, Nicoletta Buchal, Massimo Callegari, Salvo Catania, Alberto Costa, Francesco Della Beffa, Maurizio Nava, Marina Negri, Willy Pasini, Manuela Provantini, Alberto Ricciuti, Giorgio Secreto, Paolo Veronesi, Umberto Veronesi, Claudio Verusio, Eugenio Villa. In questo numero vi parliamo del canto, della vela, dello sport in generale e dei benefici che l’esprimersi fisicamente produce. Benefici capaci di rigenerare emotivamente e anche di cambiare la disposizione mentale verso ciò che può sembrare difficile. Negli anni ’50, negli Stati Uniti, si fecero alcuni esperimenti su squadre di basket universitarie. A un gruppo di studenti fu chiesto di allenarsi a fare canestro per tre settimane, mentre a un altro gruppo, fu chiesto di esercitarsi solo con il pensiero, semplicemente visualizzando la palla, per tre settimane. Trascorso tale periodo i due gruppi furono testati. Il primo gruppo aveva aumentato la propria capacità di andare a segno del 24%. Il secondo gruppo, che non aveva mai toccato la palla, aveva aumentato la capacità di fare canestro del 23%. In pratica, lo stesso risultato. Questo è il potere della mente. Tale aspetto ha avuto una grande rilevanza nello sport: gli atleti non vengono preparati solo dai coach, ma spesso anche da psicologi che allenano la loro mente. E oggi si sa che se due atleti hanno fatto lo stesso allenamento fisico, tra i due quello che si è preparato meglio mentalmente, è quello che vince. Lo sanno anche coloro che, di fronte ad un’esperienza drammatica, sono riusciti a spostare il baricentro dalla paura e dalla rassegnazione al coraggio e alla fiducia, impegnando la forza di volontà, le emozioni e le energie in modo costruttivo e consapevole per far vincere la vita, al di là di tutto. Per tradizione, il Sindaco di Milano è Presidente Onorario di ATTIVEcomeprima. Ringraziamo i nostri collaboratori e fornitori per il contributo alla realizzazione e alla qualità di questa rivista. Un grazie particolare alla Fotolito ABC per l’omaggio degli impianti di stampa. Per ricevere questa rivista basta inviare una libera offerta ad Attivecomeprima Onlus. Pubblicazioni Nel mondo degli affetti. Della creatività. Del benessere. Anno XXVI - n° 2 - Ottobre 2009 Riprogettiamo l’esistenza Decido di vivere La cura degli affetti Testi utilizzati per la conduzione dei gruppi di sostegno psicologico* Rivista ATTIVE Viene offerta a tutti coloro che sostengono l’Associazione Sped. Abb. Post. 70% - Filiale di Milano - TAXE PERCUE (Tassa Riscossa) Uff. CMP Roserio - MI * Riservati esclusivamente ai partecipanti dei nostri incontri formativi La Forza di Vivere Cofanetto di 10 opuscoli a cura di ATTIVEcomeprima La Forza di Vivere 10 opuscoli a cura di La terapia di supporto di medicina generale in chemioterapia oncologica di Alberto Ricciuti Edizione FrancoAngeli Lo spazio umano tra malato e medico Parlano medici, pazienti, psicologi a cura di ATTIVEcomeprima Il Pensiero Scientifico Editore Per informazioni sulle pubblicazioni tel. 026889647 La forza di vivere Per affrontare con armonia il cambiamento di Ada Burrone (in italiano e in inglese) Edizione ATTIVEcomeprima M’amo, non m’amo di Ada Burrone (in italiano e in inglese) Edizione ATTIVEcomeprima Quando il medico diventa paziente La prima indagine in Italia sui medici che vivono o hanno vissuto l’esperienza del cancro a cura di ATTIVEcomeprima e Fondazione Aiom Edizione FrancoAngeli ...e poi cambia la vita Parlano i medici le donne gli psicologi a cura di ATTIVEcomeprima Edizione FrancoAngeli/Self-help La forza di vivere come antidoto aLLa paura 5 ottobre 2008 ore 20.30 Teatro Carcano Corso di Porta Romana, 63 Milano Video integrale dell’evento LaForzadi Vivere Come antidoto alla paura Registrazione integrale dell’evento dal vivo al Teatro Carcano di Milano in occasione del nostro 35° DVD video durata 150 min. La danza della vita Le esperienze più straordinarie della mia esistenza di Ada Burrone (in italiano e in inglese) Edizione FrancoAngeli Getty images - Laura Ronchi Il gusto di vivere di Ada Burrone e Gianni Maccarini Edizione Oscar guide Mondadori Sommario Periodico trimestrale Anno XXVII - N° 1 Giugno 2010 Sped. abb. post. 70% Filiale di Milano La rivista è posta sotto la tutela delle leggi della stampa. Gli articoli pubblicati impegnano esclusivamente la responsabilità degli autori. La riproduzione scritta dei lavori pubblicati è permessa solo dietro autorizzazione scritta della Direzione. Direttore responsabile: Ada Burrone Vice Direttore: Paola Bertolotti Segreteria: Aurelia Ruzzalini, Floriana Zappa Redazione: Elena Quarestano Hanno collaborato: Paola Bertolotti, Ada Burrone, Arsene Duevi, Stefano Gastaldi, Benedetta Giovannini, Franca Maffei, Francesco Raspigliesi, Alberto Ricciuti, Giovannacarla Rolando, Lucia Totaro. Proprietà della testata: © Ass. ATTIVEcomeprima Onlus Direzione, Redazione, Amministrazione: ATTIVEcomeprima ONLUS 20158 Milano Via Livigno, 3 Tel. 026889647 Fax 026887898 e-mail [email protected] www.attive.org Progetto grafico e impaginazione: Alessandro Petrini 0258118270 Fonti iconografiche: Getty Images - Laura Ronchi, Milano Tel. 024819020 Fotolia www.fotolia.it Fotolito: ABC, Milano Tel. 025253921 Stampa: Tecnografica, Lomazzo (Co) Tel. 0296779218 ATTIVEcomeprima ONLUS Autorizzazione del Tribunale di Milano n° 39 del 28/1/1984 L’Associazione è iscritta: - All’Albo delle Associazioni, Movimenti e Organizzazioni delle donne della Regione Lombardia - Al Registro dell’Associazionismo della Provincia di Milano - Al Registro Anagrafico delle Associazioni del Comune di Milano - All’Albo delle Associazioni della Zona 9 del Comune di Milano - Alla Società Italiana di Psiconcologia (S.I.P.O.) - Alla F.A.V.O. (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) ATTIVEcomeprima aderisce al movimento di opinione “Europa Donna” Editoriale pag. 03 Avventura Curar per mare / Francesco Raspagliesi pag. 06 Vivere il cambiamento Piangersi addosso non aiuta / Paola Bertolotti pag. 08 Il linguaggio degli affetti Amore egoista, amore non ricambiato / Stefano Gastaldi pag. 10 Le vostre lettere Cara Ada / Ada Burrone pag. 12 Tra medico e paziente La medicina dell’uomo / Alberto Ricciuti pag. 14 Un regalo per voi / Lucia Totaro pag. 16 Nutrire il benessere Fresche, facili, nuove e antiche / Franca Maffei pag. 22 Andar per erbe Alloro / Giovannacarla Rolando pag. 24 Benessere in movimento La vita è canto, il canto è vita! / Arsene Duevi pag. 26 Profili Maurizio Dallocchio / a cura di Stefano Gastaldi pag. 28 Sapevate che? / Benedetta Giovannini pag. 31 Letti e piaciuti pag. 33 Noi con gli Altri pag. 34 Avventura Curar per mare 6 Da anni mi trovo faccia a faccia con la malattia, in reparto, in sala operatoria. Mi sono abituato alle sua sfida quotidiana, ho imparato a non sottovalutarla mai, anche quando tenta di confondermi con la routine. C’è una situazione alla quale non riesco ad abituarmi, quella dell’incontro con la paziente che ho seguito per mesi e alla quale devo dire, con un sorriso e un sospiro di sollievo, che abbiamo ottenuto degli ottimi risultati, che l’intervento ha sortito i risultati sperati, che c’è stata una risposta positiva ai trattamenti postoperatori. Tutte le volte sento che, al di là di ogni segno tangibile della guarigione del corpo, resta una profonda cicatrice impigliata tra i pensieri, tra le cose non dette. Quando fisso il nuovo appuntamento per tre, quattro mesi dopo, vedo chiaramente i segni del cedimento. Mi rendo conto che quello spazio di tempo viene sentito come insostenibile, una pagina troppo grande e troppo bianca sull’agenda di chi riprende a respirare dopo l’apnea della malattia. Il tempo improvvisamente svuotato: niente più controlli, esami; niente più interlocutori d’elezione: altri pazienti, medici, infermieri, psicologi, volontari. Mi chiedo sempre che cosa succeda appena fuori dal mio studio. Qual è la distanza che si riesce a mettere tra il proprio mondo abituale, la famiglia, gli amici, i colleghi e l’esperienza appena vissuta? Tanta, così tanta che essa diventa un tabù. E come ogni tabù sparisce dal linguaggio, dalle conversazioni; è una cosa della quale non si parla, non si vogliono fare gaffes, non bisogna essere ossessivi né lasciarsi ossessionare. La malattia resta là, un bozzolo chiuso nei pensieri di chi l’ha vissuta. Ho parlato di questo problema con la maggior parte delle mie pazienti cercando delle possibili soluzioni, ma nessuna è mai riuscita a convincermi fino in fondo. Fino al mio incontro con Cristiana, una velista. Me la sono trovata davanti per l’ultima visita di controllo. Era felice perché avrebbe potuto tornare nel posto più bello del mondo: il mare. Negli ultimi mesi aveva navigato in acque di incertezza e di paura, adesso tutto poteva essere diverso e lei non avrebbe voluto perdersi assolutamente nulla di quello che la vita aveva ancora da darle. Ma c’era di più, mi ricordavo di Paola, la ragazza di Brescia che era in camera con lei. Sarebbero partite insieme per una piccola crociera in barca a vela nell’arcipelago toscano. Quell’immagine mi ha folgorato, ho pensato subito che quello avrebbe potuto essere il modo giusto per tornare al mondo, per rientrare nel ritmo della vita. Il mio antico amore per il mare si era risvegliato, poteva essere quella la chiave giusta: un invito al viaggio, al viaggio per mare, su una piccola barca spinta dal vento. Dante Alighieri aveva invitato i propri amici su un “vasel ch’ad ogni vento / per mare andasse”, là avrebbero potuto ragionare insieme, parlare la stessa lingua, discutere le loro passioni. Ecco cosa sarebbe stato utile al momento del congedo, offrire alle pazienti la possibilità di ritrovarsi in uno spazio di condivisione dei timori, dei dubbi, dei ricordi. Una barca che scivola sull’acqua, non più un bozzolo di solitudine ma di scambio e condivisione, l’attenzione concentrata sugli spazi ridotti, sul bisogno di non sprecare acqua, luce, sull’idea di preparare la cena per tutti. Quella poteva essere la soluzione giusta: un luogo nel quale sarebbe stato possibile parlare della propria esperienza e, nello stesso tempo, sarebbe stato necessario pensare agli aspetti pratici del vivere, anche dare una mano allo skipper nelle manovre. È cominciata così quella che considero un’esperienza molto positiva che ha dato moltissimo a me e agli altri organizzatori, ma soprattutto alle pazienti che hanno partecipato a questa avventura e che l’hanno definita straordinaria. Appena fuori dal porto le pazienti, quattro per ciascun viaggio, hanno taciuto per un po’, sono tornate a controllare gli spazi nei quali avrebbero dovuto trascorre un’intera settimana, le cuccette, il bagno, la minuscola cucina, i gavoni dove avevano stipato le proprie cose. Poi bastava un nulla, un’informazione, da lì cominciava uno scambio che andava sempre più a fondo e scavava dentro esperienze comuni, dentro le rabbie, le paure, le ansie e ribaltava l’esperienza individuale tramutandola in un comune punto di vista. I paesaggi cambiavano come il soffio del vento e il colore del mare, il gruppo, unito, affrontava rollii e beccheggi, pianificava il programma della giornata, la spaghettata serale, il caffè, i racconti delle proprie vite, del dramma che le aveva accomunate, dei progetti per un futuro che stentava a prendere forma. Tornavano in porto ricche di un diverso stile di vita, della capacità di affrontare “insieme” i nuovi ostacoli, convinte che la patologia non avesse minato le proprie potenzialità, ma ne avesse anzi portato alla luce di nuove. Avevano potuto, infatti, beneficiare, in un contesto completamente sganciato dai luoghi canonici della malattia e della cura, di un supporto psicoterapeutico, delle dinamiche di un gruppo funzionale alla reificazione dei propri fantasmi e delle proprie angosce, alla ricollocazione del pensiero della morte e della vita, dei propri valori e dei propri obiettivi. In porto, al rientro, la vita era ancora là con le proprie incognite ma c’era una nuova voglia di usare costruttivamente il tempo senza chiedersi se sarebbe stato molto o poco. Io avevo una nuova freccia al mio arco, potevo proporre un’esperienza di vita in barca, cioè di condivisione e solidarietà, di occupare la mente in un’attività positiva per fare emergere nuove personali potenzialità e ritrovare la voglia di fare, di riappropriarsi della propria vita. Per questo non sarò mai abbastanza grato alle persone che mi hanno supportato in questa avventura, agli skipper, ai terapeuti, a coloro che ci hanno creduto e che l’hanno resa possibile. Francesco Raspagliesi Direttore dell’Unità di Oncologia Ginecologia dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano. 7 Vivere il cambiamento Piangersi addosso non aiuta Lo dice Barbara Saba, una donna che ha saputo mettere a frutto la propria esperienza di malattia anche nell’ambito della sua professione. Ci racconti qualcosa di te e della tua storia personale? 8 Mi è difficile partire da un punto preciso... ho studiato, mi sono laureata brillantemente in Economia e Commercio e a 24 anni ho intrapreso una carriera molto bella iniziando a lavorare per una Multinazionale Americana. Dopo qualche tempo ho deciso di cambiare e sono arrivata alla Johnson & Johnson, dove lavoro attualmente ricoprendo anche il ruolo di Direttore Generale dell’omonima Fondazione. Tutto sommato ho avuto una vita serena, tranquilla, molto piena dal punto di vista delle amicizie e degli affetti. Ho avuto relazioni sempre molto stabili; credo nelle amicizie che durano e nelle affinità elettive con persone che ti porti dietro perché, in un certo qual modo, ti somigliano e non perché le vedi tutti i giorni, ma perché affettivamente hai qualche cosa da scambiare. La frequentazione assidua, nei rapporti interpersonali, non è sempre necessaria; io posso avere amici che vedo anche dopo 10 anni, con i quali ho sempre qualcosa da dire perché la nostra è una conoscenza profonda; ecco, per me le relazioni sono questo, non mi interessa molto la parte frivola, superficiale. Ho avuto una famiglia molto unita, ricca di affetti, che rappresenta il filo conduttore della mia vita. Ho sempre pensato che tutto ciò che ci accade abbia un senso e anche che è importante trovare chi ci rassicura e ci accompagna, soprattutto quando entriamo nelle esperienze dolorose, come accadde a me, quando conobbi una persona che era ammalata e che mi ha insegnato molte cose durante la sua malattia. Ti senti di parlarne? La sua è stata una malattia molto lunga, oltre 10 anni ed io sono entrata in confidenza con lui quando già era ammalato da diversi anni: questo tempo lungo di malattia però, fortunatamente, gli ha concesso anche il tempo per poter fare tutta una serie di elaborazioni. Guardandolo mi sono resa conto che si poteva vivere e vedere la malattia in un’altra prospettiva. Poi, purtroppo, per lui è arrivata la fine, e qualche anno dopo mi sono ammalata io di un tumore al seno. È accaduto cinque anni fa ma, sulla base dell’ esperienza con il mio amico, sono riuscita a dare un senso a ciò che mi stava succedendo, come se ci fosse un destino che mi aveva preparato a trovare la strada giusta per poi affrontare la mia malattia: una sorta di scuola per imparare a reagire, dalla quale ho appreso che la vita c’è sempre, fino a quando c’è… e non è che, quando ti ammali, devi smettere di vivere. Sei solo tu che te lo impedisci, rinunciando a tutto ciò che ancora, nonostante si possano avere periodi in cui non si sta per niente bene, la vita può offrire. Solo tu puoi decidere di vivere la vita, e non di far vivere la malattia. Certo, ci sono momenti in cui è stato necessario dare la priorità alla malattia, quando, ad esempio, dovevo andare in ospedale per la chemioterapia o per i controlli, però non è che il resto del tempo io non vivessi... anzi. È proprio questo che ho imparato, ed è stato un grande insegnamento. Quando ho scoperto di avere un cancro, ho pensato che avrei potuto continuare a vivere bene. Non ho mai creduto di essere in pericolo; avevo fatto controlli molto ravvicinati e avevo un tipo di tumore curabile, per cui non ho mai pensato che potesse accadere qualcosa di irreparabile, di poter morire per questo. Sentivo però, dentro di me, che chi mi stava intorno: i miei genitori, i miei fratelli, tutte le persone care, erano invece molto preoccupati. Lo sapevo perché avendo sperimentato io un ruolo simile accanto al mio amico, avevo ancora vivo il ricordo di come ci si sente in questa situazione e il senso di impotenza che si prova. La mia più grande preoccupazione, mentre io stavo male, era di non passare l’immagine di me sofferente a tutti quelli che mi stavano vicino, e di non perdere la speranza di guarire o di non crederci fino in fondo, perché lo avrebbero potuto percepire e soffrirne forse più di me. È un mio modo di essere quello di pensare, prima di tutto, al benessere degli altri. Anche nel ruolo che rivesto in Fondazione Johnson&Johnson nel rapporto con le Associazioni, cerco di dare il mio contributo ascoltando chi ha bisogno e supportando progetti che facciano crescere e sviluppino il sostegno alla comunità. Spesso mi si rimprovera di non pensare abbastanza a me, ma non lo faccio imponendomelo. Non è una forzatura, perché è solo così che mi sento serena e tranquilla con me stessa. Non hai mai pensato di nascondere la tua esperienza di malattia nell’ambito professionale? No, ma non per un atto di coraggio. Ammalarsi non è una vergogna. Prima dell’intervento ho riflettuto riguardo al dirlo a tutti o no, solo per paura di muovere negli altri la pietà. Ho capito poi che uscire da quella posizione egocentrica, che ti fa pensare di essere l’unica al mondo a soffrire, ti dà la possibilità di condividere la tua esperienza, che può essere di grande importanza per tutti. Come ti sono stati vicino i tuoi cari? Loro ci sono stati sempre, per mia madre era cruciale esserci, è sempre venuta in ospedale tutte le volte che io facevo la chemio. Mio papà è più introverso, per cui non dava a vedere la sua preoccupazione, è il suo modo di essere. Quello più emotivo è mio fratello, era molto preoccupato e quindi è stato quello che forse, purtroppo, ha sofferto di più. Da parte mia mi sento come una bambola che si è rotta: ti hanno riaggiustato ma tu, comunque, sei rotta. Quando succedono queste cose ti rimangono dentro, ma da esse ho imparato talmente tanto, che penso sia giusto non dimenticarle. Ho capito che riesco a trasmettere energia ad altri e che nessuno può rubare il mio tempo. Il vero killer è la paura, che uccide la capacità di reagire, di progettare, quella che ti tiene lontana dai controlli quando invece sai che li dovresti fare. La vera malattia è la paura. 9 Perché hai ritenuto che i progetti di Attivecomeprima fossero meritevoli di sostegno? Faccio una premessa: sono arrivata ad Attivecomeprima attraverso un percorso e grazie al mio nuovo incarico di Direttore della Fondazione Johnson & Johnson. Nella mia personale avventura conobbi per primo, all’Ospedale Gemelli di Roma, il Professor Riccardo Masetti - Presidente di Komen Italia, una Onlus di donne operate al seno - e da lì ho cominciato ad interessarmi a questo ambito. Tutte le Associazioni che la Fondazione Johnson&Johnson sostiene sono certificate, se i documenti non sono in regola non facciamo nulla e altri miei colleghi avevano incontrato e presentato Attivecomeprima. Una delle cose che mi ha colpito in Attivecomeprima è che ho trovato un lavoro ed un clima particolare che non si incontrano facilmente: una sorta di familiarità, una conoscenza profonda del problema e la capacità di accogliere con il sorriso e di offrire un aiuto concreto. Sono convinta che si possa aiutare molto meglio e con più efficacia, se si riesce anche a far ritrovare la capacità di sorridere, nonostante quanto accaduto. Mi auguro che la nostra Fondazione possa estendere anche a molte altre organizzazioni il sostegno che dà alla vostra Associazione, perché ritengo che l’atmosfera che io e i miei colleghi abbiamo trovato qui, nonostante tutte le storie di dolore, conferma l’importanza di quello che facciamo nel sostenervi. Paola Bertolotti. Info Psicologa autoree psicoterapeuta. Conduce in Associazione i gruppi di sostegno psicologico “Riprogettiamo l’esistenza” e “Decido di vivere”. Il linguaggio degli affetti Amore egoista, amore non ricambiato 10 Ogni amore è, in fondo, un atto di egoismo. Amiamo e vogliamo essere amati; quando un amore non crea problemi è perché si riesce a realizzare una fortunata (o anche voluta) corrispondenza con ciò che l’altro chiede o desidera o accetta da noi, e viceversa. Spesso sentiamo dire dalle persone felicemente innamorate di quanta sintonia vi sia nella loro relazione e di come i partner riescano, quasi senza chiedere alcunché, a dare e ricevere proprio ciò che è nei desideri più profondi. È forse proprio l’egoismo dell’amore che ci rende felici quando tutto funziona: non potremmo spiegarci altrimenti il sentimento di gioia e compiutezza personale che proviamo quando i nostri amori funzionano bene. Non si tratta necessariamente di un egoismo negativo, di un desiderio di portare tutto a sé e di non dare niente all’altro. È invece un più sottile bisogno di mettere in quel bene amoroso mille e più parti di noi perché ne siano alimentate e sorrette, fatte crescere e volare, rese belle e buone. Se ciò da un lato è chiedere troppo all’amore, pare dall’altro che così faccian tutti, che sia in un certo senso inevitabile. In questo quadro, nelle sofferenze amorose sono coinvolti ideali, bisogni, desideri, fraintendimenti, cocciutaggini e bizze di carattere, fragilità e ambizioni. La più classica delle sofferenze è quella relativa al non essere corrisposti. È la vecchia storia dell’amore disperato, quello per cui ci si perde per qualcuno e si passa un tempo più o meno lungo a macerarsi e a chiedersi perché dall’altra parte non si provi un sentimento analogo. Quando si è in una situazione disperata, perché innamorati e non corrisposti, serve chiedersi “chi ce lo fa fare”. La domanda porta a scoperte interessanti. Una di queste è che gli amori disperati sono una costruzione accurata e infernale, ma anche astuta e ingannevole, dei nostri affetti. Un paio di esempi, per uscire dall’astratto. Da adolescenti l’amore disperato è utile, perché permette di vivere un sentimento importante - ed essere quindi “normali”, come tutti - e, al tempo stesso, esso permette di proteggersi dalla necessità di mettersi veramente in gioco e sperimentare rapporti emotivi, confronti ed esperienze sessuali per cui non ci si sente ancora pronti. Classici gli innamoramenti per persone irraggiungibili (la più bella della scuola, l’insegnante quarantenne, il più corteggiato del reame), amori spesso segretissimi e struggenti, vissuti a distanza, nella totale inconsapevolezza degli interessati. La sofferenza, in questi innamoramenti, è una croce quotidiana. Abita le stanze della mente, condiziona i pensieri e impedisce spesso di concentrarsi su altre e ben più pericolose questioni, come, ad esempio, l’affrontare la propria vergogna e il rischio di fallire, scoprendo di non essere tanto capaci. In effetti, è una sofferenza che dà un vantaggio: proprio perché si ama qualcuno “impossibile” o che comunque non ha la più pallida idea di essere amato, il fatto di non averlo è “normale”, non discende da un rifiuto. Per di più, soffrire perché si ama rende comunque “normali”: basta guardarsi intorno e si vedrà che anche quelli che hanno davvero delle relazioni non fanno altro che lasciarsi, tradirsi, litigare. Quindi va bene così: indossata la divisa della normalità, si può aspettare di sentirsi più capaci di affrontare i pericoli di un vero incontro e intanto stare alla finestra a fantasticare, al calduccio di una sofferenza utile, tragica quel tanto che basta per vivere una vita spericolata. Anche da adulti capita di amare senza essere ricambiati. Può succedere ad esempio, di innamorarsi di qualcuno che, per com’è, come parla, come ragiona, apre all’improvviso davanti agli occhi la possibilità di cambiare, di vivere una nuova vita più ampia e creativa, di riscrivere la propria carta identità. Questi innamoramenti capitano a tutte le età e sono solitamente il segnale di un bisogno profondo di cambiare, di evolvere, oppure di sanare le ansie di invecchiamento, la paura di rinchiudersi per sempre in una strada già segnata, verso il declino… L’innamoramento “impossibile” ci racconta che c’è qualcosa in noi che ci spinge ad andare proprio lì, nella direzione indicata dalle caratteristiche della persona di cui ci si innamora (ad esempio vivere con maggiore creatività, sapere di più, riattivare il desiderio sessuale un po’ spento). Anche in questo caso l’impossibilità concreta di dare corso a una nuova relazione, che potrebbe distruggere dolorosamente ciò che si è costruito fin qui (famiglia, lavoro) è un fattore protettivo. Gli amori impossibili indicano, ancor più chiaramente di quelli ricambiati, le strade che desideriamo e non osiamo percorrere. Getty images - Laura Ronchi 11 Stefano Gastaldi. Info autore Psicologo e psicoterapeuta. Conduce in Associazione il gruppo “La terapia degli affetti”. Le vostre lettere foto Paolo Liaci a cura di Ada Burrone Ada cara, 12 sono sul depresso perché il colloquio con l’oncologo mi ha confermato il rischio medio alto della mia situazione: ho 51 anni, carcinoma duttale infiltrante 2,1 cm G3, assenza di invasione vascolare peritumorale, linfonodi negativi. Terapia: chemio 6 cicli ogni 21 gg + ormonoterapia + radio. Quello che mi ha preoccupato è che mi è stato detto che, indipendentemente dai linfonodi, potrebbe essersi diffuso per via vascolare. Ma un po’ di speranza mai? Penso che parte della guarigione passi anche dall’entusiasmo di ognuno di noi, altrimenti diventa veramente difficile affrontare tutto quanto. Grazie, ciao e a presto. Elsa È comprensibile, Elsa, il tuo bisogno di speranza. Come tutti, anche tu cerchi nel medico un alleato che parli a te persona. Purtroppo quando uno specialista, anche se molto bravo, pone attenzione più su ciò che “in teoria” potrebbe succedere, anziché sul percorso di cura e sulle risorse dell’individuo, nella relazione con il paziente non riesce a comunicare speranza, anche quando possiede elementi per trasmetterla. Nell’attesa di conoscerti, ti abbraccio. Dopo tanto tempo sono finalmente riuscita a trovare un buon equilibrio. Volevo ringraziarti per tutto quello che hai fatto per me e mio marito. In questi due ultimi anni ho subito un’ulteriore trasformazione interiore che mi ha portato a realizzare il sogno della mia vita. Vivere al mare. Il tuo aiuto ha fatto emergere il bisogno di vivere pienamente senza paura, come se non avessi avuto il cancro. L’ostacolo era mia madre, poi due anni fa è morta e io non ho più potuto resistere, così ho seguito il mio istinto che è emerso prepotentemente, dopo anni di abnegazione e l’ho fatto. Da un anno viviamo in Liguria, vicino a posti stupendi come Noli e Varigotti. Sto gustando la vita come mai avevo osato, mi sembra di sognare, ogni giorno mi sveglio e ancora non ci credo. Grazie grazie grazie. Ti abbraccio forte forte. Bacia tutti per me e ringrazia anche loro. Ginetta. Amica carissima, sono davvero confortata nel saperti finalmente felice! Se c’è una persona che merita di vivere come sente sei proprio tu. Con l’augurio che questo sogno duri per sempre, ti abbraccio forte. E con me coloro che ti hanno conosciuto e che ti portano nel cuore. Voglio rassicurarti Ada, mi sento curata e le premure dei medici sono veramente tante. In me ci sono momenti di grande ottimismo ed altri (per fortuna molti di meno) in cui sento un peso grande sulle spalle come se dovessi portare un enorme fardello. Mi aiuta molto conoscere, dai vostri scritti, quante donne sono uscite da questa triste avventura con un bagaglio arricchito di bene e positività. Alcune volte ho la sensazione di essere in un film dove tutto avviene da copione e non mi rendo conto se sono attrice o spettatrice. Una cosa è certa: non ho mai pensato a me come in questo periodo. Vi ringrazio tutti per quello che mi date. Un grande abbraccio. Luigina Mia cara, ho conosciuto da vicino la storia della tua vita nella quale fin da giovane non sono mancati gli ostacoli che tu hai sempre affrontato con determinazione e positività. Sei una donna, una mamma e una moglie che tutti vorrebbero avere accanto. Ora ti si ripresenta un’altra prova dalla quale il tuo buon carattere cerca di distaccarsi ma il tuo cuore ti dice che anche tu hai bisogno di darti spazio. E ha ragione. Conceditelo, ne hai diritto. Il mio ti è vicino. Sono Mariuccia, quasi un anno fa ho varcato la soglia di Attive con l’angoscia nel cuore. Avevo da poco ricevuto la notizia della terza ricomparsa di quella che chiamavo “la bestia”; due mie amiche, due “mamme adottive” mi avevano dato i vostri riferimenti pochi giorni prima, consigliandomi di mettermi in contatto con la tua associazione, Ada. Il primo impatto è stato di vera “accoglienza”. Una lunga chiacchierata, lacrime, sorrisi, ... faceva caldo, sono uscita con il vestito tutto bagnato dal sudore e dall’emozione ... ma con la sensazione benefica di aver fatto, forse per la prima volta, qualcosa di veramente dedicato a me stessa. Avere degli appuntamenti che non fossero solo controlli medici e terapie mi ha dato una sensazione nuova e piacevolissima. A settembre 2008 si comincia il gruppo “Riprogettiamo l’esistenza” verso una nuova consapevolezza. Siamo una decina di donne, ognuna con la propria storia, i propri desideri, le proprie speranze. Tina, Lorella, Silvia, Silvana e Grazia diventano le mie “amiche del corso”, come le chiamo in famiglia. ... Grazia, ci hai lasciato... È stato dolore puro ascoltare la notizia della tua scomparsa: tutte noi, le “amiche del corso” ci guardavamo smarrite... Voglio ricordarti per la tua spiritualità e la tua grande determinazione. Ora sono convinta di avere un angelo in più che mi protegge ... Finiscono i primi due corsi, arriva la primavera: fisicamente mi aiutano le cure del Dott. Ricciuti (oltre alle chemio!); conosciamo Stefano, il nuovo psicologo e Lucia, la sua recorder, le nostre nuove preziose “guide” in quest’altro cammino di consapevolezza: la Terapia degli Affetti. Marisa, Laura, Patrizia, Susi, Sonia sono le nuove “amiche del corso” che incontro: nuove storie da scoprire, Nel mond o degli aff etti. Della creatività. Del beness ere esperienze da condividere, sguardi da incrociare... Mi affaccio alla danza terapia: Nicoletta, il medico che la conduce, con grande umanità e “vicinanza” ci offre la sua esperienza per riappropriarci del nostro corpo, per sentirlo di nuovo un alleato per affrontare la nostra vita, non un nemico da cui difendersi! Angela, che lavora con il dottor Berrino, ci dispensa consigli “alimentari” e non solo, sguardi di pacatezza e serenità... E così tra incontri, sessioni di trucco, balli, parole, sorrisi e lacrime si snoda la mia vita, arricchita di una consapevolezza prima sconosciuta. Quando mi viene paura penso al tuo sguardo Ada, alle tue parole, ai volti di chi ho conosciuto ad Attive, alle sensazioni provate, ai colori incontrati... un respiro profondo e... si va avanti! La vita è troppo bella per essere sprecata nel terrore e nell’immobilismo, è questo il significato di questa ricca e stupenda esperienza vissuta in questo anno. Grazie, di vero cuore, a tutti voi. Mariuccia cara, hai fatto il ritratto del tuo “viaggio” con noi, con te stessa e con le tue compagne di avventura. Sei stata davvero brava! Il tuo scritto esprime in modo chiaro la tua grande capacità di elaborare le esperienze drammatiche della vita per assaporarla in modo rinnovato. Ti ringrazio anch’io per tanto affetto. . Sped. Abb. Post. 70% - Filiale di Milano - TAXE PERCUE (Tassa Riscoss a) [email protected] Uff. CMP Roserio MI 1973 Anno di fondazione (presso il Circolo della Stampa di Milano). I primi 10 anni di attività svolti all’interno dell’Istituto Tumori di Milano 1983Trasferimento nell’attuale sede di Via Livigno, 3 in una palazzina liberty di proprietà dell’ASL Città di Milano 1984Incremento delle attività e organizzazione sistematica dei gruppi di sostegno psicologico, di consulenza medica e di attività creative e psicofisiche 1990Inizio dell’attività di studio e ricerca per lo sviluppo della propria metodologia 1994Avvio dell’attività di formazione per la trasmissione del nostro metodo a specialisti di altre organizzazioni italiane ed estere Attive oggi • 40.000 pazienti e famigliari aiutati • 4.000 risposte telefoniche ed epistolari nell’ultimo anno • 100 persone usufruiscono costantemente delle attività ogni settimana La rete di Attive • ospedali, medici, infermieri, psicologi, fiduciarie • istituzioni, professionisti di diversi settori • altre Associazioni e organizzazioni Con Attive in Italia Se desiderate ricevere la rivista tramite posta elettronica, potete richiederla alla nostra segreteria ([email protected]) Anno XXVI - n° 1 - Maggio 2009 Alcune tappe della nostra storia: • Oltre 100 collegamenti operativi con specialisti di organizzazioni e strutture sanitarie • Network con 3 oncologie italiane • Convenzioni con Aziende ospedaliere • Progetti, studi e ricerche con Università, Fondazioni, Aziende Ospedaliere, Istituti di ricerca, etc. Per i vostri quesiti vi ricordiamo i nostri recapiti: ATTIVEcomeprima via Livigno, 3 - 20158 Milano Tel 026889647 mail: [email protected] Per parlare con Ada potete telefonare il lunedì e il mercoledì dalle h. 14 alle h. 17,00. 13 Tra medico e paziente La medicina dell’uomo Già quando ero studente si parlava della necessità di ‘riumanizzare la medicina’ e di ‘riportare la persona al centro della cura’, cosa che tuttora si continua a fare con immutata convinzione. Per accogliere e dare risposta ai bisogni dell’uomo malato, sono sorte negli ultimi decenni molte organizzazioni e associazioni di volontariato. Il ruolo e i rapporti con le istituzioni che tali associazioni hanno sviluppato negli anni nel contesto socio-sanitario è però progressivamente cambiato per una complessa serie di ragioni sulle quali vale la pena riflettere. 14 La Medicina (dal latino mederi, medicare, curare) è una prassi che, fin dalle sue origini più remote, nella sua essenza, consiste nell’atto caritatevole dell’uomo di prendersi cura dei suoi simili in stato di sofferenza. Nei secoli passati, gli stessi ospedali erano intitolati al malato (Ospedale del Pellagrosi, Ospedale dei Mendicanti, Ospedale dei Pazzi, ecc.), ma da quando Boerhave, nel ‘700, ha fondato a Leida la prima Clinica universitaria, l’ospedale ha lentamente iniziato ad assumere la sua connotazione moderna fino intitolarsi alla malattia (Clinica delle malattie nervose, Clinica delle malattie infettive, e così via). Sicuramente questa denominazione è più funzionale all’attuale sistema medico-sanitario, però il significato della cosa rimane: sancisce, in qualche modo, il nuovo orientamento dello sguardo del medico verso il problema della sofferenza che è emerso con l’affermarsi del metodo scientifico in Medicina. Fino a quel momento volgere lo sguardo alla sofferenza coincideva col volgerlo verso il sofferente, verso il malato, il problema era tutto lì in quel letto: una persona da accudire, un dolore da lenire, una famiglia intorno da aiutare e rassicurare, se si poteva. Poi le cose sono cambiate: volgere lo sguardo alla sofferenza ha assunto un nuovo significato per il medico, che si è, quanto meno, aggiunto al precedente per assumere poi nel tempo una sua precisa configurazione. Con l’affermarsi di una sempre più chiara e stretta correlazione fra i sintomi accusati dal malato e i segni osservati dal medico, lo sguardo clinico ha iniziato a spostare il suo baricentro verso quegli agenti esterni individuati come causa – e come tale quindi oggetti- vabile - di quella sofferenza che poteva essere così descritta come ‘malattia’ e affrontata scientificamente come guasto del dispositivo biologico che è l’organismo. La dimensione esistenziale del sofferente - la malattia vista dal di dentro, potremmo dire - è così progressivamente sfumata sullo sfondo delle competenze mediche, fino a essere pressoché totalmente delegata al contesto familiare, religioso e, infine, sociale. La dimensione della ‘cura’ (il bisogno di accudimento, di consolazione, di lenire il dolore, di contenere la sofferenza generata dalla paura di soffrire, di sostegno, di speranza) ha lentamente cominciato a organizzarsi in varie forme attorno al malato; dalle opere pie per l’assistenza agli infermi, alle attuali organizzazioni di auto-aiuto, di volontariato e quant’altro. Questo processo non è certo stato di breve durata; ha occupato almeno gli ultimi due secoli, ma con una accelerazione esponenziale - dovuta sostanzialmente allo sviluppo tecnologico - nell’ultimo secolo che si è appena concluso. Quando nasceva mio nonno, infatti, nel 1882, infuriava la campagna di Robert Koch contro Louis Pasteur, convinto difensore delle pratiche vaccinali, e qui in Italia si facevano ancora gli ultimi salassi quando, peraltro già da cinquant’anni, Pierre Louis, a Parigi, ne aveva dimostrato, col neonato metodo statistico, non solo l’inefficacia, ma addirittura la dannosità. Lo strumentario del medico era limitato allo stetoscopio di Laennec, in uso da una settantina d’anni, o poco più. Dai primi del Novecento lo sviluppo delle tecnologie mediche, diagnostiche e terapeutiche, è stato esponenziale e vorticoso, raggiungendo una potenza d’azione che mio nonno non avrebbe nemmeno potuto immaginare. Ma questo positivo sviluppo della scienza e delle tecnologie mediche del ‘900, ha anche avuto un effetto collaterale: vero è, infatti, che la medicina tecnologica, se da un lato ha portato a una frammentazione di saperi che ha comunque consentito un esponenziale arricchimento di conoscenze, dall’altro ha progressivamente eroso lo spazio umano fra malato e medico. Tale spazio, avvertito sempre più dai pazienti come un vuoto incolmabile, soprattutto nelle situazioni più critiche e di maggiore bisogno, negli anni è stato progressivamente colmato da comportamenti correttivi dei pazienti stessi e da iniziative che hanno preso corpo nella costituzione di associazioni di auto-aiuto e di volontariato sviluppate, in molti casi, con la collaborazione di medici, psicologi e operatori in ambito sanitario, che hanno messo a disposizione le loro competenze. Le associazioni colmavano così effettivamente un vuoto e cercavano di dare una risposta a dei bisogni che – peraltro ancora timidamente espressi – non sempre trovavano adeguato ascolto e considerazione in ambito medico. Col passare del tempo, però, qualcosa è cambiato. Infatti, se inizialmente Istituzioni mediche e Associazioni sono, per così dire, co-esistite nel contesto socio-sanitario, procedendo su strade parallele o tutt’al più con ‘interazioni deboli’, negli anni è accaduto che le Associazioni nate per dare una risposta organizzata ai bisogni della persona, hanno sviluppato una conoscenza su questi temi e una competenza nell’affrontarli, che ha consentito, almeno per alcune di esse, di sviluppare fecondi rapporti di collaborazione professionale a favore dei malati, per migliorare la loro qualità di vita e dare sostegno ai loro stessi familiari. In alcuni casi si è anche dato risposta al bisogno di supporto fisico durante terapie gravate di importanti effetti collaterali, che le istituzioni mediche hanno difficoltà a gestire non necessariamente per scarsa sensibilità, ma quantomeno per difficoltà pratiche nella gestione di pazienti affetti da patologie, come quelle oncologiche, che necessitano di prestazioni professionali e tecniche diagnostico-terapeutiche numerose e particolar- mente complesse. Si è così via via sviluppata e consolidata una ‘interazione forte’ e una collaborazione professionale con Ospedali, Istituti di Ricerca e Istituzioni Pubbliche sul territorio, che non solo sta colmando quel vuoto, ma sta offrendo al mondo medico l’opportunità di sviluppare, insieme, una nuova cultura della salute e della cura in quel senso globale che tutti noi cerchiamo quando siamo ammalati e che spesso evochiamo come nostalgico ricordo dei secoli passati. Ma oggi tutto è cambiato e, rispetto al passato, siamo più ricchi sul piano della conoscenza non solo scientifica, ma anche della conoscenza dell’uomo intorno a se stesso. Possiamo infatti dire che, anche ‘grazie’ a un percorso evolutivo per certi aspetti molto sofferto, è emersa la consapevolezza – molto più chiara e articolata nelle sue ragioni rispetto ai secoli passati – che la condizione di sofferenza della persona malata è una dimensione esistenziale ben più ampia e ricca di contenuti, rispetto a quanto la medicina individua come ‘malattia’ nel corpo malato, e che come tale va affrontata nella sua complessità e globalità con le migliori competenze professionali e con metodi efficaci e trasmissibili. E oggi, tali competenze professionali e metodi, dove già operanti nel contesto sociale e sanitario, possono rafforzare le loro sinergie per costruire insieme una cultura della cura e del supporto alla persona fondata su un modello cognitivo forte e unificante e non su stereotipi culturali deboli e ideologici. Ma per realizzare tutto ciò occorre anche che le Istituzioni pubbliche sul territorio sappiano saggiamente ed efficacemente creare le condizioni più favorevoli perché le risorse disponibili possano sempre meglio interagire, affinché il supporto globale alla persona sia finalmente considerato parte integrante della cura. Credo che la riumanizzazione della medicina oggi debba avere e possa avere solo questo respiro, un respiro ad ampio orizzonte, un respiro biopsicosociale forte, alimentato dalla fertile interazione fra scienze naturali e scienze umane, animato da uno spirito collaborativo e non competitivo e fondato su un’etica del rispetto. E questo – lasciatemelo dire – ad Attive, è già il presente. Alberto Ricciuti. Medico Info autore di medicina generale. Responsabile del Servizio di Supporto di Medicina Generale durante la chemioterapia. 15 Nutrire il benessere Un regalo per voi Un testo scritto nel 1994 da una giovane donna, dedicato a coloro che decidono di trasformare la sopravvivenza in rinascita e scelgono con noi di piangere dal ridere e ridere sul piangere. 16 LUNEDÌ 27 GIUGNO Non so a quale tempo remoto risale questa sentenza, ma mi è rimasta in mente: “Dopo il tumore al seno, niente più vacanze al mare”. E mi passa dinanzi agli occhi la visione di milioni di donne che vivono nelle città sul mare. Dopo la fatidica disgrazia, cosa dovrebbero fare? Questo è già sufficiente per far crollare la veridicità della cosa. Eppure nonostante i medici dicano il contrario, dentro di me restano sibillini i resti di questa antica diceria. Credo che sia come tutte quelle cose che ti propinano da bambino, non le dimentichi mai. Infatti avevo rinunciato all’idea di un’altra vacanza al mare. Per due anni ci sono andata e sono stata male. Non ho considerato però che la prima estate avevo finito la chemioterapia da pochi mesi e l’anno dopo, che poi sarebbe l’anno scorso, avevo altri problemi. Bene, mi è sembrato giusto inserire inizialmente questo contesto per porre un quesito: “E indovinate dove vanno le nostre Amazzoni in vacanza” Ma al mare, naturalmente! Per ragioni di simpatia e di affetto verso Sofy a volte chiamerò il nostro gruppo “gruppo selvaggio”, così come lei usava definirci. Sofy ora non c’è più, è morta. Avevamo progettato di farlo insieme il prossimo viaggio. Quindi ci sarà anche lei e ci saranno anche Anna e Mimma. Non spaventatevi per il numero delle cadute sul campo. Quando si combatte per vivere ci sono sempre delle perdite ma la lotta continua e anche i feriti si rialzano e continuano a combattere fino a quando la vita non trionfa. E la vita trionfa sempre, anche nella morte, quando consideri quest’ultima non come una fine, ma il proseguimento della vita stessa. Questo imparano subito le nostre “giovani” (si fa per dire) Amazzoni nella loro tribù “ATTIVE COME PRIMA” che qualcuno sorridendo chiama “Cattive come prima”. C’è poco da sorridere, bisogna solo provare a fare qualcosa a qualcuna di noi. Siamo come i Moschettieri, ci muoviamo al motto di “Tutte per una, una per tutte”, ma a differenza di loro, noi non siamo quattro, ma molte, molte di più e chi vuole può entrare ad aumentare il numero. E’ per questo che tremo al pensiero di dieci “selvagge” alla conquista di quella meravigliosa isola che è la Sardegna. Chissà se oggi a due giorni dalla partenza gli abitanti di Costa Rei sono stati avvisati del terremoto che ci sarà lì fra poco. Chissà se al Villaggio stanno predisponendo tutto bene in modo da non farci imbufalire. Le Amazzoni vogliono divertirsi. Sono già in fermento come delle scolarette pronte per una gita scolastica. Meno male che il viaggio si presenta bene: ventiquattr’ore, tra macchina, nave, macchina. Ma loro sono pronte a tutto... o quasi tutto! Qualcuna ha fifa della macchina, qualcuna della nave, ma al grido di “andiamo” del capo tribù Ada, hanno aderito lo stesso. Ormai nessuna di loro sogna più il meraviglioso viaggio in aereo di solo un’ora e un quarto preventivato all’inizio. Beh, ma sono abituate alla conquista, tutto ha un prezzo e più alto è, più alta sarà la ricompensa: una meravigliosa vacanza. MERCOLEDI’ 29 GIUGNO Siamo in viaggio. Non ho tempo: devo respirare! GIOVEDI’ 30 GIUGNO “SI CAMBIANO I MECCANISMI MENTALI VIVENDO ALL’AVVENTURA”. Fatidica frase di Ada detta al gruppo il secondo giorno di viaggio. Frase non accolta con molto entusiasmo e approvazione dalle nostre “giovani guerriere”. Sì, giovani, non tanto di età, ma perché parecchie di loro devono ancora farsi le ossa, crescere e appunto imparare a vivere e gustare la meravigliosa avventura della vita. Eh già, anche la vita è un viaggio e più ne superiamo gli ostacoli e le paure, più ne godiamo. Difficile però apprezzare un pensiero così profondo durante il travaglio del sacrificio. Facile è invece capire dopo, che ne è valsa la pena. Non starò a raccontarvi tutti i particolari della “cavalcata selvaggia”, andrei a ledere un po’ la nostra “privacy”. Solo qualche flash, qualche cosa buffa o simpatica. Non vi racconterò che siamo partite alle quindici e trenta di ieri pomeriggio e che siamo arrivate al Villaggio alle diciotto di stasera. Temperatura: dai trenta ai quaranta gradi..... ventilato, d’accordo, ma che...(censura). Traffico regolare: intenso. Strade ottime: tratti molto curvilinei e montagnosi. Orario preferito per spostarsi in macchina, il pomeriggio: si suda meglio. Viaggiamo in quattro macchine. Navigatore il nostro capo che ad ogni fermata ripete: “Stiamo unite, non lasciate spazio fra le macchine”. Così le segnalazioni della Stradale sono: “traffico tra Porto Torres e Cagliari, ostacolato da quattro vetture pirata. Per favore, lasciatele unite”. Siamo riuscite a perderci. E il capo tribù tenta con un altro incoraggiamento: “Non lamentatevi ragazze, considerate che siamo in vacanza da quando siamo partite. Anche il viaggio è una vacanza”. Ci avranno creduto? Una di noi quasi ormai in estasi dice: “Che bello, il villaggio, un miraggio”. E’ sicuramente un miraggio, mancano ancora tre ore. Vicino all’aeroporto di Cagliari vedo gli aerei sfrecciare nel cielo e penso all’aria condizionata. Bello è stato al ristorante. Abbiamo brindato alla nostra libertà. Senza uomini, senza figli, potevamo fare quello che volevamo... Due si sono fatte accendere il televisore e hanno guardato “Beautiful”. Roba da matti! Ma il coraggio di queste donne è incalcolabile e ammirevole, perlomeno da parte mia, veramente giovane apprendista Amazzone. Già all’imbarco ieri a Genova mi sono richiesta: “Ma che... (censura) andiamo a fare al mare?”. Allora, una non fa il bagno, non prende sole, viene per la compagnia... è finita in camera da sola. Molte non sanno nuotare, ma sono munite di braccioli, salvagente... e protesi mammaria. Silvia ce l’ha nel marsupietto legato alla vita come una teen-ager, insieme alle sigarette e al filo interdentale. Ci portiamo con noi anche: macchie sulla pelle, flebiti varie, una distorsione alla caviglia, pressioni sanguigne alte o basse a scelta, una malattia seria ma che non ci preoccupa perché non è il cancro, un braccio dolorante per intervento al polso e una bella e bianca protesi dentaria fatta apposta per l’occasione, la mia. Ma siamo splendide e sempre sorridenti e questa non è ironia, è verità, ci sono le foto e soprattutto ci siamo noi personalmente a dimostrarlo. Però non siamo sempre così, sappiamo anche imbufalirci ed è successo al nostro arrivo al villaggio. E pensare che erano stati avvisati... Siamo arrivate un tantino accaldate, praticamente stravolte, tipo zombi nel deserto, blaterando: “agua, agua”. Assegnazione camere, regolare: singole, doppie, tutto ok. Ricerca camere: un disastro. Avete presente il film “Fantozzi va in vacanza”? Sono solo seicento o settecento cottages in muratura nascosti nel verde. I numeri non si vedono e quando riesci a localizzarli ti accorgi che non seguono una progressione logica, saltano di centinaia in centinaia così come niente. Meno male che alla reception ci hanno dato la piantina, così almeno ci confondiamo del tutto. Vaghiamo nel verde dei vialetti incontrandoci ogni tanto, chiamandoci per non disperderci, qualcuna non l’abbiamo più rivista fino alla sera. Chi trova il suo cottage raccoglie l’ultimo fiato per urlare: “E’ qui, è qui, l’ho trovato”, come se avesse vinto la caccia al tesoro e un’altra che accorre per condividere la sua gioia, disperata le chiede: “Non hai visto per caso il n. 321?”. A quella ormai arrivata non gliene importa niente e non risponde...forse è semplicemente svenuta! Allora l’assalto di estorsione di informazioni si rivolge ai villeggianti che rispondono con un “non so” e si capisce che stanno ancora cercando il loro. Il capo generoso accompagna le più sprovvedute...e poi ci mette mezz’ora a ritrovare il suo, scarpe in mano e vesciche ai piedi. OH! FINALMENTE TUTTE IN CAMERA! Oh, no! Finalmente un corno! Ci hanno imbrogliato! Le singole non sono vicine come ci avevano promesso, una vuole la finestrina in bagno perché soffre di claustrofobia, un’altra ha cambiato idea e non vuole stare da sola. Telefonate di fuoco alla reception. Si scusano perché hanno solo mille e duecento persone. Figuriamoci se noi ci lasciamo impressionare da questo e continuiamo a cioccare. Nel frattempo, il direttore del villaggio, ignaro di ciò che sta succedendo, telefona ad Antonia e lei stravolta dal caldo capisce: “Ci vediamo, è sola, venga su,... lei ha il toplex?”. E Dio solo sa che cosa ancora ha capito. Va bene che è bella, ma pensare che le saltino addosso subito appena arrivata, mi sembra un tantino esagerato. Non oso pensare cosa può avere risposto perché ha detto che era parecchio arrabbiata. Ma lui voleva semplicemente proporle il cambio del suo cottage singolo con uno doppio vista mare e ha beccato per caso l’unica che era contenta della sua sistemazione. Così mentre una lottava per tenersi stretta la sua camera, altre rognavano per avere la doppia. Roba da matti, bastava solo capirsi subito! Interviene il capo... e anche il Buon Dio che le dà la forza di stare ancora in piedi. Si rimescolano le carte, spostamenti vari e tutto si sistema all’alba delle ore venti. Noto con piacere che nel vialetto vicino al mio cottage c’è un cartello: INFERMERIA. Questo mi tranquillizza... A questo punto penserete che le nostre guerriere “tonfate” sul letto non si siano più rialzate fino alla mattina. Macché! Alle ventuno eccole tutte in sala ristorante, come se niente fosse stato... o quasi! E poi a nanna. La liberazione dalla stanchezza, dalle fatiche... e dal Mirto, la bottiglia di liquore che ci siamo scolate a mezzogiorno. Silvia, che divide la stanza con me, ha vomitato, si è liberata. Non posso dire che sta male perché sghignazziamo fino alle due di notte ripensando alla giornata trascorsa. Ma non eravamo stanche? VENERDI’ 1 LUGLIO 1994 Primo giorno di mare. Qualcuno potrebbe immaginare il nostro gruppo cicatrizzato, pudicamente e prudentemente coperto nella parte incriminata. Eh no, miei cari! Si parte dal costume intero...due pezzi...e tette ricostruite al vento. Sì, qualcuna a seno nudo. Del resto si sa, le cicatrici con il sole si rimarginano meglio. Ed io che pensavo... Sì, sì, lei dice che gliel’ha detto il medico! Sarà vero? Ne parlo con il capo e dico: “Che donne coraggiose!”. Lei mi sorride divertita e mi dice che anche con una tetta sola ci si può esporre, tanto il coraggio è di chi guarda, al massimo sviene. Nel nostro gruppo ce n’è per tutti i gusti. Di seni intendo. Ci sono mastectomie totali oscene, risalenti a venticinque anni fa e di più recenti esteticamente migliorate. Oltre alle donne a “tetta unica”, che poi sarebbero solo loro ad avere diritto al titolo di Amazzoni, ci sono quelle che hanno fatto solo la quadrantectomia. Ci sono io con la biquadrantectomia (mezzo seno), che doveva essere una totale, evitata grazie alla bravura del chirurgo. Due o tre hanno fatto la ricostruzione. Ed ora siamo tutte Amazzoni. Sì, perché quello che vorrei si capisse è che l’intervento è sì operatorio, ma che poi bisogna 17 18 effettuarne un altro a livello mentale. Mastectomia totale o parziale, quadrantectomia ecc., noi veniamo colpite emotivamente dal cancro alla stessa maniera. La ferita interiore è uguale per tutte. Questo spiega perché a volte donne a “seno unico” ma equilibrate e felici già prima del cancro, guariscono prima e meglio di altre non menomate fisicamente in modo evidente. Le prime avranno un motivo in più: ce l’hanno fatta, sono vive! Quelle invece che avevano già dei problemi, solitamente agiscono al contrario. Rafforzano la loro infelicità attribuendone la colpa alla malattia. Ecco perché il lavoro che facciamo in Associazione dopo l’intervento è quello su noi stesse. Non cerchiamo di cambiare il mondo, cambiamo noi. Impariamo ad amarci e ad accettarci indipendentemente da chi ci sta intorno. Per questo chiamo tutte Amazzoni e sono così affascinata dal coraggio di queste donne. Io, che fino all’anno scorso, con un seno quasi perfetto, al mare mettevo la maglietta. E per concludere questa parentesi seria, vi butto lì una frase raccolta in spiaggia dai nostri vicini d’ombrellone. Il marito sta andando via e dice alla moglie: “Vado, perché sono stufo di vedere donne nude”. Simpatica no? Un momento... una però è vestita. Sì, ha indosso un camicione lungo fino ai piedi. Ma lei non fa testo perché è “sana”! E’ Vally che insieme a Maria Pia si è unita a noi in questo viaggio. Ma loro in spiaggia non stanno quasi mai con noi. Pensare che alla nostra scuola chiamiamo anche le donne non operate, per vaccinarle, anche se non hanno il cancro, contro la paura della vita. Sono sorde? E finalmente in acqua. Un’acqua cristallina e trasparente, con fondale di sabbia finissima: “na meraviglia”, “nu babbà”. E con braccioli, salvagenti e protesi galleggianti, eccoci sguazzare felici. Maria Grazia nuota al largo con i braccioli e una signora dice: “Ma guarda quella bambina, va al largo da sola” Maria Grazia si gira e sempre la signora: “Mi scusi, pensavo fosse una bambina”. E lei ridendo: “Sì, signora, dietro liceo, davanti museo”. In fondo ha solo cinquant’anni. E’ bello guardare e ascoltare queste Amazzoni. E’ per questo che scrivendo a volte esco dal gruppo e ne narro le vicende da spettatrice. Ma occhio, ci sono anch’io. Il nostro capo tribù Ada non si riposa mai, neanche al mare e l’insegnamento per noi continua sempre, se si sa ascoltarla. Forte, perché l’ho cuccata su di una frase curiosa. Siamo in acqua e lei ha paura di andare dove non tocca, però dice: “Tanto mi salvo lo stesso, faccio il morto”. Riuscite a scovare il significato di ciò che può voler dire? Pensate che la prima cosa che ci insegnano dopo l’intervento, per spronarci alla vita, è l’approccio con la morte. Impara a morire e imparerai a vivere. Beh, non è proprio come una frase di Ada, ma avete capito lo stesso. Sono seduta sulla veranda del mio cottage. Ho dinanzi a me un prato verdissimo che scende fino al mare, una fitta vegetazione di oleandri e buganvillee, un cielo azzurrissimo e tra le fronde il mare di un colore stupendo. Ventole di acqua fresca innaffiano il giardino e un concerto di uccellini festosi anima questo stupendo scenario della natura. Non credo scriverò ancora per molto. Le attività nel villaggio sono tante e noi abbiamo intenzione di scatenarci. SABATO 2 LUGLIO Abbiamo una schizzata nel gruppo: Maria Grazia. E’ già arrivata alla partenza, in Associazione a Milano, con gli occhi spalancati e spiritati... e non li ha ancora chiusi! Tre terribili notti in bianco. Sulla “love boat” adocchiava i marinai e diceva a ciascuno di loro: “Io tremo, ma lei non trema?”. E ha continuato a tremare tutta la notte, seduta al bar e da sola. Questa è stata la prima notte: in bianco in tutti i sensi! Seconda notte: idem. La terza mattina si presenta a colazione con occhi che sembrano due biglie. A questo punto cominciamo a preoccuparci e ci adoperiamo per fare qualcosa: si pensa ad una botta in testa. Ada le consiglia una tecnica particolare e segreta per calmarsi. Gliela spiega e alla sera le chiede: “Maria Grazia, hai messo in pratica? Sei riuscita a riposare?” E lei: “Sì, sì, ho contato le pecore”. Se il capo avesse avuto le ...(censura) gli sarebbero cadute di botto! Nel villaggio c’è un massaggiatore di “Shiatsu”. Le consigliamo di andare da lui. Lei va e gli spiega tutto. Lui molto gentile l’ascolta e fra le altre cose, le dice di stare calma, ferma, di non continuare a stancarsi, se no sarà sempre peggio, accumula stress. “Sì, sì, va bene” dice lei. Oh Signore! Ha capito! Ma allora se ha capito, perché salta da un’attività all’altra? Perché balla? Perché va in continuazione al bar? Perché non sta mai ferma? Siamo disperate! DOMENICA 3 LUGLIO A colazione: “Dov’è Maria Grazia?” - “E’ tardi, avrà dormito?” - “Ma perché non arriva?”. Ed eccola. Sì, ha dormito ed è già andata in spiaggia a prendere le sdraio per tutte. Finalmente noi ci rilassiamo e intanto lei con il suo solito fare allegro ci dice: “Per forza ho dormito... quando ho sentito che il massaggio costa sessantamila lire. Però ci rompo le ...(censura) lo stesso a quello lì”. Poi è sparita per ore e quando è tornata mi ha dato dell’addormentata perché intanto che io ero ferma lì, lei aveva fatto il corso di nuoto, aveva conosciuto un ragazzo e con lui era andata al supermercato. Non ve l’ho detto, ma è lei che ha quella malattia un po’ seria. Maria Grazia, sei meravigliosa, tanto da farti fare la foto dal fotografo. (Abbiamo fra tutte solo una decina di macchine fotografiche). Peccato che nella foto non ci siano i piedi. Ma non è brocco lui, sei tu che sei troppo alta: un metro e trentacinque! Cattiveria questa eh? Abbiamo un grossissimo problema: non ci sono uomini liberi qui nel villaggio. Solo ragazzi dai trenta in giù. A Maria Grazia va benissimo, li tira su da piccoli. Svolazza leggiadra dall’uno all’altro ammiccando sorridente. A noi va un po’ meno bene perché al problema succitato si aggiunge quello di curare lei. Stasera a tavola Maria Grazia dice che si dorme se prima si fa all’amore. Noi Amazzoni vissute bofonchiamo indifferenti un “ma va!” ed io penso: “magari!”. Dopo mangiato il “gruppo selvaggio” si riunisce in una tavola rotonda al bar del villaggio. Tra caffè, musica, coppie solitarie e monotone, sole, mare, movimento, noi continuiamo il nostro addestramento. Non so se rendo l’idea di come in modo leggero e leggiadro ci vengono impartite le lezioni, a volte tra una sghignazzata e l’altra. Bene, tutte presenti. No, manca Maria Grazia. Stanno suonando il “Te la pongo” (sigla musicale dell’inizio delle attività) e per lei è come una droga: quando la sente, non capisce più niente, deve correre lì e ballare. E il capo parla di una terapia (descritta da un libro che stavamo leggendo) per la pulizia dell’ultimo tratto dell’intestino. Sembra infatti che parecchie nostre malattie dipendano da incrostazioni tossiche che si formano proprio lì e che non vengono appunto espulse ma assorbite dall’organismo. La terapia consiste nel fare una volta al mese per tre giorni un clistere con acqua calda. La proposta era di farlo tutte per tre mesi e poi ritrovarci per constatare gli effetti ottenuti. “Meno male che non abbiamo il clistere qui” dico ironicamente al capo. E lei: “Peccato!” - Ed io: “Mah!” - Risata. Certo che a Rosy le farebbe bene un clistere. Con tutto quello che mangia! Pensate che di gelato prende quello con il bastoncino di liquirizia, così mangia anche quello. Poi continua a farsi fotografare, forse vuole il prima e dopo. Boh! Antonia ci ha raccontato che stanotte c’era il poliziotto che girava fra i cottages e lei gli ha detto: “Bravo, fa bene a controllare, perché qui c’è una persona importante”. E lui incuriosito: “Ah sì, e chi è?”, “Io” ha risposto. E lui: “Allora guarderò meglio”. Antonia è veramente una persona importante, oltre a essere la più accessoriata rispetto alla protesi mammaria. La sua è a doppio uso. Di giorno, sostegno tetta, di sera spallotta. Ieri sera ballando con lei le ho stretto la spalla e vengo fuori con la frase spiritosa: “Che belle spallotte!” E lei serafica: “Non è una spallotta, è la protesi”. D’istinto stacco la mano e smetto di ridere... Noo! E invece sì, all’occorrenza le usa sia in un modo che nell’altro. Ma cosa ci faranno ancora con queste protesi? Incredibile! LUNEDI’ 4 LUGLIO “Con amore perdono e abbraccio il passato. Scelgo di colmare di gioia il mio mondo. Amo me stessa e mi approvo”. (Regina) “Sto rivalutando me stessa” (Mariuccia) Lucia rivolta a se stessa dandosi i bacini sul braccio: “Ti voglio bene, mi sono innamorata di te”. Avete sentito cosa succede alle nostre “piccole donne”? Crescono! In queste occasioni il capo è fiero, ma noi ancora di più. Eh sì, la nostra scuola di vita continua sempre e dovunque. Sulla spiaggia, in un tavolo del piano bar... e poi via, si va a divertirsi. La nostra “asciuttona” Mariuccia (è lei quella che non ama il mare, infatti acqua solo fino alla caviglia), ha vinto il torneo di carte. Ci ha snobbato. Siccome è timida, non vuole spargere la notizia. Noi, che siamo sue amiche, provvediamo affinché ci sia la giusta informazione: facciamo un tal casino che adesso lo sanno tutti. Regina ormai è diventata famosa qui al villaggio per la sua bottiglia da litro di olio che ad ogni pasto si trascina dietro per la dieta. A me fa venire in mente i cani San Bernardo. Regina è una persona molto ricca. Non di soldi, ma di voglia di vivere e di sperimentare tutto. E Lucia? Lei stasera ha cantato per quasi un’ora al piano bar. Che stonate! Ci fosse stato uno solo a dirle: “Ma come sei brava!”. No. E’ vomitevole tutta questa sincerità. Ma loro non sanno che da bambina volevo fare la cantante e che mi sono divertita come una pazza. Avrete capito che Lucia sono io e per fortuna di professione faccio l’impiegata. Ha cantato anche Regina ma lei è brava. Non ci sono stati morti e svenimenti fra gli spettatori, in men che non si dica eravamo una decina al microfono a sghignazzare, cantare e stonare. Al vero cantante dopo gli hanno fatto una flebo. MARTEDI’ 5 LUGLIO Mariuccia vince ancora! Questa volta la lotteria. Primo premio, un anello d’oro. Della serie “Quanto sono timida, lasciatemi nel mio brodo”, eccola al centro della pista, tra foto, ovazioni, baci, abbracci e... la minaccia del bagno in piscina promesso al vincitore. Credevo avrebbe ceduto il premio! Maria Grazia, Antonia ed io, partecipiamo al concorso di Miss Simpatia. Su trentacinque partecipanti, Maria Grazia si classifica terza e noi due in quarta posizione, pari merito. La presentazione dell’animatore riguardante Antonia è stata: “Hobby: nuoto con i braccioli”. Di me ha detto: “Lucia è una donna di classe”. Su Maria Grazia ne ha dette, ne ha dette! E su Mariella, presenza determinante nel “gruppo selvaggio”, dico qualcosa io. Mariella è il nostro angelo custode, la piccola vedetta sarda, che si potrebbe anche definire “Prova solo ad avvicinarti e ti mollo uno sganascione”. Adesso capirete... Lei è robusta e forte e quando siamo in spiaggia, seduta sulla sdraio studia con sguardo attento la nostra postazione (una circoscrizione che comprende sette o otto ombrelloni), e la difende dagli attacchi nemici: marocchini, eventuali ladri di borse e soprattutto vicini invadenti. Infatti nessun uomo ci ha molestato... Peccato! Io la vedo come il braccio destro del capo, la sua guardia del corpo e anche come una dura prova di ostinazione per lei. Sono simpaticamente testarde entrambe. Mariella impone rispetto, silenzio e obbedienza anche senza parlare. Non per niente è insegnante di yoga in Associazione. Anzi, speriamo le piaccia ciò che ho scritto di lei, se no lo sganascione lo prendo io... MERCOLEDI’ 6 LUGLIO E la vita continua, anche se ricevo da Milano la notizia che la mia amica Adriana è morta. Mi ero spesso chiesta ultimamente come avrei retto la cosa quando sarebbe successo. Adriana muore nei giorni in cui io sono più felice, in cui canto, ballo e mi sento libera come non mai. Piango alla notizia e poi cerco dentro di me il vuoto che avrebbe dovuto lasciarmi e la sofferenza. Ma non trovo né l’uno, né l’altra. Le voglio molto bene e questo non permette alla morte di separarci. Guardo una stella e penso a lei. Il pianista suona le solite canzoni. Perché non ballare anche stasera? Perché non regalarle la mia allegria, la mia gioia di vivere? E questo faccio, mentre in me si fa strada la consapevolezza di concepire la morte come un passaggio. Sì, lo so, l’ho scritto all’inizio, ma devo ammettere che c’è una bella differenza tra il dire e l’essere, cioè tra pensare un’emozione e viverla dentro. E la vita continua... ed io ritorno al mio “gruppo selvaggio”. Vi segnalo baruffa stasera. Sì, non sono sempre rose e fiori. Poi si sa, gli scontri sono necessari per avere nuovi motivi di crescita. Vi piacerebbe sapere cosa è successo? Non ve lo dico! Bello e buffo però, vedere le nostre Amazzoni 19 20 imbufalite. Il match si svolge a tavola, con naturalezza, in mezzo a tutti. Non può non venirmi in mente un particolare. Solitamente, sia in spiaggia o appunto a tavola, le persone ci guardano incuriosite e invidiose della nostra allegria, soprattutto le donne. Una signora infatti ci ha detto: “Beate voi. Ma siete amiche? Dove vi siete conosciute?”. La risposta è stata: “Alla scuola della vita”. Io avrei aggiunto: “Ci siamo fatte un cancro”. Adesso a quella stessa gente che si sta gustando la lotta direi: “Avete visto? Siamo anche vere!” Lo spettacolo dura poco perché la pace e l’equilibrio ritornano subito nel gruppo. Nessun vincitore. Tutte ci siamo prodigate per ristabilire l’ordine. Anche quelle di noi che non erano direttamente coinvolte. Segnalo un altro fatto eccezionale: Mariuccia fa il suo primo “bagnetto”. Il capo ce l’ha fatta. L’ha presa per mano e pian pianino, nell’acqua fino alle tette. Grosso applauso delle sue amiche... sempre per mantenere l’anonimato. Ultima notizia inedita del giorno: Gabry si è fatta la ragazza! Una signora un po’ traccagnotta la invita a ballare con insistenza, nonostante lei continui a rifiutare. E’ quella furbetta di Silvia a farcelo notare e ci sghignazziamo sopra come delle matte. Gabry è la più calma del gruppo e forse la più giovane come ordine di entrata. E’ stata operata solo un anno e mezzo fa. Ha dei begli occhi grigio azzurri ai quali manca ancora la fermezza di espressione che noi acquistiamo con il tempo... e il lavoro su noi stesse. GIOVEDI’ 7 LUGLIO Tra sole, mare, giochi e grandi abbuffate al ristorante, il tempo passa e noi lo viviamo pienamente. Ciascuna partecipa alle “attività” che preferisce. Maria Grazia fa nuoto e impara a stare a galla come un ranocchio, insieme alla sua nuova conquista: un ragazzo di trent’anni. Al pomeriggio, lezione di ballo. Regina, instancabile come ho già detto, partecipa a tutto. Fa anche canoa. Io gioco a freccette e perdo. Il capo, Mariuccia e altre, si cimentano in partite a bocce e perdono. Ma stasera non perdiamo a tombola, perché ci portiamo via due premi: una maglietta e un asciugamano da spiaggia firmato. Direi che non è poco, su mille e duecento persone: che fondo!. E adesso parliamo un po’ delle grandi abbuffate al ristorante. Sì, perché Rosy si è incavolata per quello che ho scritto su di lei: “Teh!” (tipica esclamazione lecchese), mi ha detto. “Non sono mica solo io che mangio!”. E adesso mi guarda spesso di traverso con i suoi occhietti dolci: vorrebbe minacciarmi! Mi fa teneramente sorridere e le rendo giustizia. Sempre stanche, accaldate e senza appetito, soprattutto sottolineo senza appetito, tutte ci trasciniamo a tavola. Fa un caldo boia anche se siamo sul mare, tra il verde e all’aperto. A fregarci è il lungo buffet (dieci o più metri), incredibilmente ricco di portate, che dovrebbero essere antipasti ma c’è di tutto. Poi c’è il reparto dei primi, dei secondi, dei contorni, della frutta e alla sera per finire, ci sono sempre due o tre tipi di dolce. E’ veramente una cosa irresistibile! Il capo ce la mette tutta e suggerisce: “Bisogna mangiare prima l’insalata”. E mangiamo prima l’insalata ma poi... non vi dico cosa riusciamo a mandare giù. Finito il pasto qualcuna con “nonchalance” ha il coraggio di dire: “E’ solo per gola”, oppure: “Tanto è verdura.....”. (Non sapevo che tutto quel ben di Dio, dolce con la panna compreso, si chiamasse verdura!). Contenta Rosy? Però spiegami una cosa. Perché tu e Antonia avete deciso di fare la dieta a settembre? Cos’è, la famosa dieta “programmata”, quella che non si farà mai? Rosy, ti prego, non uccidermi! Noto un particolare: le nostre donne sono sempre eleganti e tutte le sere sfoggiano un “tutù” diverso. Ritorno col pensiero ai giorni prima della partenza e alla diramazione del comunicato di Ada: “Mi raccomando, un solo bagaglio!”. E così ci presentiamo. Una sola borsa a testa. Ma sono delle maghe! Continua a venire fuori roba da quelle borse. Ci manca solo il coniglietto..... Pazzesco! VENERDI’ 8 LUGLIO Ed eccoci alle ultime battute, l’ultimo giorno. E così non potevamo fare che qualcosa di straordinario e indimenticabile: una bella escursione alle isole con il gommone. Dopo una bella imburrata con un cocktail di creme protettive, eccoci pronte per la partenza. Astenute: Mariuccia, naturalmente, Maria Grazia, che dice che deve fare le gare di nuoto (?); e Maria Pia, che ha paura di andare in gommone. Veramente l’imbarcazione è così grossa che sembra un motoscafo, ci stiamo su tutte. Dopo le solite estenuanti foto per immortalare l’attimo, si parte: via per il mare aperto! Veniamo assalite da un’emozione euforica viaggiando su quel mare mosso, di colore blu cobalto meraviglioso. Andiamo velocissimi e ad ogni sobbalzo violento dell’imbarcazione intoniamo all’unisono urla allucinanti. E poi cantiamo, cantiamo al mare, al sole, al cielo, ai gabbiani che volano leggeri o che accovacciati sull’acqua si lasciano dondolare dalle onde. Approdiamo a spiagge bellissime, vediamo il mare cambiare colore: turchese intenso, azzurro, verde smeraldo trasparente. Ci fermiamo a quelle che loro chiamano “le piscine”. Sono delle insenature con mare profondo sei o sette metri, dove l’acqua ha veramente il colore delle piscine. Le più coraggiose fanno il bagno. Ritorniamo nel blu cobalto, increspato e minaccioso, e via per l’isola della Serpentera! Solo roccia, gabbiani, mare, cielo e tanti ricci. Ebbene sì, anche lì abbiamo mangiato qualcosa, l’antipasto no? Accovacciati tutti sulle rocce di una piccola insenatura, gustiamo questi frutti di mare, che ci sembrano il nettare degli Dei. Siamo in ritardo per il rientro, una bella accelerata e l’imbarcazione sfreccia velocissima contro le onde e un vento furibondo. Io, seduta a cavalcioni del seggiolino, ho la sensazione di cavalcare un cavallo selvaggio e con l’asciugamano sventolante sulle spalle a mo’ di mantello, urlo “all’arrembaggio” e ho veramente la sensazione di stare andando alla conquista del mondo intero, seguita dalle altre, urlanti anch’esse. Urliamo, ridiamo, cantiamo. Cantiamo alla vita che in questo momento sembra essere nella sua massima manifestazione. E vediamo un uccello, il Martin Pescatore, che ci sfreccia davanti velocissimo con le sue ali trasparenti colore del mare. E vediamo una farfalla bianca e poi...vediamo anche quello che non vediamo normalmente: bellezze nascoste dentro di noi mai portate alla luce. All’arrivo ci aspetta Maria Pia per le foto del rientro e poi la pappa come al solito. Dimenticavo di dire che il ragazzo che guidava il gommone ci ha detto: “Una compagnia come la vostra, non l’ho mai avuta”. E ci credo! Ed eccoci all’ultima cena e dopo, le premiazioni dei giochi della settimana. Ho la macchina fotografica, devo riprendere Mariuccia nel momento fatidico. C’è tempo, stanno cominciando adesso. Chiamano: “Nuccia”, e lei si alza di scatto. Furbetta, aveva dato il diminutivo. Mi precipito al centro della pista. “Stai lì, Mariuccia, non muoverti, aspetta, deve caricarsi il flash”. E lei sta lì, abbracciata ad un animatore e gli altri tutti lì, in posa. Un minuto, due minuti, tre minuti...cominciano a spazientirsi. I villeggianti ai tavoli, muti. Si accende il benedetto flash. Scatto, ma non scatta. Stanno per sciogliere il gruppo, mi accorgo che è chiuso l’obiettivo e urlando “ci sono, ci sono”, l’ho fatta. La foto intendo, e anche la figuraccia! Mariuccia la timidona ha preso i complimenti dal capo perché ha resistito e Vally a me ha detto che ho avuto un bel fegato a stare lì in mezzo a tutta quella gente e a tenere banco così. “Non me ne sono neanche accorta”, ho risposto e non ho aggiunto che la determinazione a fare ciò che ho in mente di fare, comunemente detta testardaggine, l’ho imparata ultimamente dal mio capo. Evviva il capo, perché sono soddisfatta di me! Ballando ballando, si conclude quest’ultima serata qui al villaggio. Sotto un cielo pieno di stelle si torna ai cottages e ciascuna di noi si porta dentro la bellezza di questi giorni. Maria Grazia si porta via anche il numero di telefono del suo bel ragazzotto e...anche il dubbio che sia gay. SABATO 9 LUGLIO E dopo aver ricacciato l’inverosimile nelle nostre borse, eccoci pronte per la partenza. Siccome qualcuna di noi non ha mai smesso di perdersi tra i vialetti del villaggio, per non rischiare di non trovare la reception, l’appuntamento è davanti al cottage del capo. E le quattro macchine si dirigono ora alla volta di Oristano, paese di Mariella, e poi alla costa occidentale della Sardegna. Bellissima, spiagge deserte immense e un mare stupendo. Adesso le nostre Amazzoni gustano l’avventura e...anche l’ennesimo pranzo al ristorante. Dopo, il capo e Mariella ci lasciano, loro si fermano ancora una settimana. Saluti, baci, abbracci. Dopo una bella mangiata, in quest’atmosfera festaiola, qualcuna nega di saperne qualcosa, qualcuna pensa “meno male” e un’altra dice: “Se ce lo fa il medico, io ci sto!”. Inutile dire che il medico è piuttosto belloccio. E via per Porto Torres. Per strada divampa un enorme incendio. La polizia ci fa deviare sulle montagne. Non ci dà istruzioni di direzione, ci dice di seguire la 127 rossa che è subito davanti a noi. Non facciamo in tempo ad avvisare le altre due macchine dietro di noi. Ci buttiamo all’inseguimento della macchina rossa, ignara di averci adottato. Tutto procede bene, le autiste hanno imparato la lezione del capo. Viaggiamo serrate, non c’è spazio fra le macchine. Alla guida, in prima linea Gabry, segue Antonia e per ultima Vally. Io sono con Gabry e teniamo gli occhi sulla 127. Improvvisamente ad Antonia prende il raptus del navigatore, ci sorpassa veloce e va dritto proprio quando la macchina rossa gira a destra e noi ovviamente dietro quest’ultima. Brava Antonia, hai colto l’attimo! Panico! Che fare? Il buon Dio guarda giù, sorride divertito ed ecco immediatamente un altro incrocio. Con delicatezza: gesti tremendi, urla e suono di clacson, cerchiamo di attirare l’attenzione degli occupanti la macchina rossa. Ci hanno visto. Era inevitabile, si fermano. Nel frattempo Antonia riesce a invertire la marcia e ci raggiunge. Grosso sospiro di sollievo! Così arriviamo all’imbarco puntuali, ma la nave partirà con due ore di ritardo. Intanto l’Italia vince la partita dei mondiali di calcio contro la Spagna. Sul ponte della nave dividiamo equamente i panini legnosi portati dal villaggio, il famoso cestino. Intorno a noi c’è festa. Le sirene dei battelli nel porto suonano all’unisono e caroselli di macchine si susseguono sulla banchina sventolando bandiere per festeggiare la vittoria. Noi, che non aspettiamo altro che il “la” per far casino, cominciamo a ballare Hully Gully e Mambo. Finalmente si parte e dopo un po’ tutte a cuccia nelle nostre poltrone. Tutte, tranne Antonia e Regina che stendono un asciugamano per terra e ci si coricano sopra. Lucia Totaro. Fiduciaria di ATTIVEcomeprima. Dopo qualche ora gli occupanti la sala dormono tutti. Noi altre, no! E ti pareva... Silvia è seduta vicino a un signore anzianotto. Più che seduta, è stesa. Cominciamo a dirle che si è fatta il ragazzo ecc...Poi, quando lui comincia a russare non ci tratteniamo più dal ridere. Una signora si sveglia e sorride. Anche lui, l’incriminato, si sveglia, forse vuole incazzarsi, ma ci guarda in faccia, sorride e va a fare la pipì. Il mare comincia a farci ballare. Maria Grazia ed io tentiamo ancora l’Hully Gully con delle ragazze che vogliono impararlo. Non è una bella idea, meglio andare a nanna. Ora le nostre donne dormono tutte, chi sulla porta, chi per terra. Un colpo d’occhio dà una visione di “baraccanti”, eppure la mia sensazione è di benessere. Dormo profondamente su una coperta stesa per terra e la mia borsa come guanciale, insieme a Maria Grazia. Verso il mattino mi sveglia Silvia, che è venuta in mezzo a noi nel “lettone”. E’ l’alba, l’alba di un nuovo giorno. Raccolgo qualche commento: Mariuccia: “Ho dormito benissimo” (non ci credo). Antonia: “A mio marito mica lo dico che ho dormito per terra. Pensate che quando mi siedo, mi mette lo sgabello sotto la gamba”. Rosy: “Anch’io non glielo dico”. Ridiamo, poi Rosy dice: “Ridiamo, ridiamo, ma guardate qui!”, e ci fa vedere le caviglie: due salsicciotti. Poverina! Ci stiamo avvicinando a casa e la mente e il corpo ritornano a riprendere gli acciacchi che avevamo lasciato lì al porto di Genova. E anche i mariti, la casa, ecc... Sappiamo che niente è cambiato, che ritroveremo tutto esattamente come lo abbiamo lasciato. E così lo lasceremo! Nella nostra scuola di vita, come ho già detto, impariamo a cambiare noi, cresciamo e quest’avventura sicuramente ha contribuito a questo. Ci ha rinforzato. E il sole spunta all’orizzonte, al confine non confine, tra cielo e mare. Piano piano disegna una palla arancione che si alza fino a esplodere sul giorno nascente. Due delfini saltano e si rincorrono nell’acqua. Scatto la foto. Non ho più pellicola. Imprimo allora nella mente e negli occhi ciò che vedo. Ed è su questa immagine che voglio terminare il racconto di questa avventura. Sull’immagine di un’alba, come simbolo di qualcosa che ancora e nuovamente comincia. 21 22 Riso con salsa di avocado (ricetta esotica) Friselle pugliesi in insalata (ricetta regionale) 300 g di riso semintegrale, 2 avocado, il succo di un limone, un cucchiaio di salsa di soia, mezza cipolla rossa, un cucchiaino di zenzero grattugiato, qualche rametto di prezzemolo, due pizzichi di paprika piccante, un cucchiaio di olio extravergine di oliva, 5 rapanelli, sale 3-4 friselle, una cipolla rossa, un cetriolo, una lattuga romana, 80 g di rucola, 1-2 cucchiai di olio extravergine di oliva, un cucchiaio di salsa di soia, un cucchiaio di succo di limone, un pizzico di origano Dopo averlo lavato, cuocete il riso in pentola a pressione per 15 minuti a fuoco bassissimo, con una quantità d’acqua doppia, o poco meno, rispetto al suo peso. Lasciate riposare 5 minuti prima di aprire il coperchio. Rimestate e dategli una forma nel piatto di portata o nei piatti singoli, usando uno stampo o semplicemente una tazza. Frullate insieme gli avocado sbucciati e tagliati a pezzi, l’olio, il succo del limone, la salsa di soia, un po’ d’acqua, la cipolla affettata, lo zenzero grattugiato, la paprika e infine un paio di cucchiai di riso cotto. Coprite con la salsa così ottenuta il riso e decorate con fettine di ravanello e prezzemolo tritato. Fresche, facili, nuove e antiche Calorie: 440 per 4 persone, 290 per 6 persone di Franca Maffei Passate le friselle sotto l’acqua del rubinetto per ammorbidirle. Rompetele a grossi pezzi e ponetele in una zuppiera. Unite tutte le verdure tagliate sottili e condite con olio, succo di limone, salsa di soia e origano. Mescolate con cura e lasciate riposare una decina di minuti prima di consumare. Calorie a porzione: 215 Casseruola di zucchine e verdura di mare (ricetta bretone) 800 g di zucchine, 3 spicchi di aglio, una grossa cipolla, 2 cucchiai di olio extravergine di oliva, pangrattato, una manciata di verdura di mare (qui usiamo alghe iziki che si possono trovare nei negozi di alimenti naturali), sale e aceto di mele q.b. Mentre fate rinvenire le alghe in acqua per poi lessarle come indicato sulla loro confezione, lavate le zucchine, spuntatele e tagliatele a rondelle. Affettate anche la cipolla sottilmente. Sul fondo di una casseruola unta d’olio mettete la cipolla con l’aglio schiacciato (poi volendo lo toglierete) e fate dorare per 2-3 minuti rimestando, quindi aggiungete un po’ d’acqua, le zucchine e mescolate; salate e cuocete per un altro paio di minuti. Unite le alghe reidratate, lessate e spruzzate con aceto di mele. Usando il cucchiaio di legno mescolate con cura le rondelle di zucchina con i fili dell’alga e la cipolla appassita; proseguite in cottura ancora una decina di minuti. Spolverizzate con pangrattato e, se non fa troppo caldo, gratinate all’ultimo momento sotto il grill del forno. Pane carasau e cipolla (ricetta regionale) Mousse bicolore di mela Gelato alla pesca 3 fogli di pane carasau, una cipolla bianca, 4 cucchiai di formaggio pecorino sardo grattugiato, un cucchiaio di olio, un pizzico di sale, un po’ d’acqua. 4-5 mele, un pezzetto di zenzero, mezzo bicchiere di latte di riso 5 pesche gialle mature e dolci, un cucchiaio di succo di zenzero (prima grattugiato e poi spremuto), il succo di un limone, 4 rametti di ribes rosso per decorare. Ungete d’olio una teglia larga e bassa e fate stufare la cipolla affettata sottilmente, aggiungendo dell’acqua in cottura. Salate leggermente con sale speziato. Appoggiate per qualche istante i fogli di carasau sullo stufato in modo che ammorbidiscano e si insaporiscano un poco, quindi passateli sopra un piatto caldo e copriteli con il resto della cipolla. Spolverizzateli di pecorino grattugiato e servite. Affettate le mele abbastanza sottili (compresa la buccia se sono biologiche) e mettetele in una pentola senza acqua e senza zucchero. Incoperchiate subito, accendete il fuoco al minimo e segnate sul timer 10 minuti esatti di cottura. Mentre la preparazione intiepidisce, grattugiate lo zenzero e spremetelo sopra le mele (buttate la parte fibrosa che rimane). A questo punto frullate più volte le mele con lo zenzero e il latte di riso, fino ad ottenere una mousse uniforme, ben compattata e vellutata. Calorie a porzione: 160 Calorie a porzione: 100 Frullate le pesche tagliate a pezzi assieme al succo del limone, dello zenzero e a mezza tazzina d’acqua. Trasferite nella gelatiera questa crema densa, che diventerà gelato dopo 3540 minuti. Prelevate il gelato a palline e servitelo decorato con i rametti di ribes. Calorie a porzione: 40 Calorie a porzione:105 Nota: Sia le ricette inventate che quelle regionali o di altri paesi, sono riviste alla luce della dieta Diana Dove non specificato sono per 4 persone Franca Maffei. Si occupa di educazione alimentare sia in relazione alle diverse età evolutive che al benessere e alla salute. 23 Andar per erbe 24 Alloro Laurus Nobilis Getty images - Laura Ronchi “Né potendo altrimenti scampare dalle forze del cupido amante, per misericordia degli dii fu trasformata (Dafne) in albero del medesimo nome: imperoché e Greci lo chiamano Dafne, e Latini Lauro, e noi Alloro”. Cristoforo Landino Più che l’antichità classica, che lo aveva assunto a simbolo di gloria e di vittoria, l’Alloro rievoca il profumo di altri tempi, delle vecchie erboristerie, dove le erbe medicinali, (i semplici degli albori della medicina), timidamente aspettavano che uno pseudo ritorno alla natura le portasse in auge a ricuperare il posto che loro compete al di là delle mode, e che nei paesi nordici e mitteleuropei non hanno smesso di occupare. L’Alloro o Lauro appartiene alla famiglia delle lauracee ed è solitamente un arbusto o, più raramente, un albero alto anche 15-20 metri, sempreverde con la corteccia più o meno liscia, dapprima verde nei rami giovani, poi scura nel tronco e nei rami più grandi. Introdotto in Europa dall’Asia Minore cresce spontaneo in macchie e boschetti nella regione mediterranea e in quella atlantica. In Italia si trova lungo le coste, specialmente quelle del mar Tirreno. Esemplari colossali sono presenti in Lucania nel bosco di Policoro. L’Alloro, coltivato spesso negli orti e nei giardini, è una pianta dioica e fiorisce all’inizio della primavera. I fiori sono riuniti in piccole ombrelle all’ascella delle foglie e sono divisi in due tipi: quelli maschili con 8-12 stami e quelli femminili con un ovario. Le foglie, lunghe circa 10 cm, sono di consistenza coriacea, di colore verde scuro e glabre. Hanno forma oblunga con apice acuto, il margine è ondulato e sono picciolate. Osservandole in trasparenza si notano dei puntini traslucidi prodotti dalle ghiandole nelle quali è contenuto un olio essenziale ricco di cineolo, geraniolo, eugenolo, terpeni, acidi organici, sostanze amare e tannini. I frutti sono drupe di colore nerastro che contengono un solo seme; anch’essi sono ricchi di olio essenziale, tannino e grassi. Si raccolgono in ottobre e novembre. Le foglie invece possono essere raccolte tutto l’anno anche se luglio e agosto sono i mesi ideali. Abitualmente si usano fresche e come i frutti vanno essiccate in luogo ben aerato e conservate in vetro. La droga, parte del vegetale dove si trovano i principi attivi, è contenuta nelle foglie e nei frutti. Le sue proprietà sono molteplici, da quelle aromatiche che lo rendono consigliabile in diverse ricette della buona cucina a quelle stimolanti in generale e della secrezione gastrica in particolare. Ha azione aperitiva e digestiva, espettorante e antireumatica, sudorifera e carminativa. L’infuso di foglie di Alloro purifica il tubo digerente e favorisce l’eliminazione dei gas intestinali (10-15 g in un litro d’acqua). Preparato al modo del té e bevuto a tazze prima di andare a letto diventa un ottimo rimedio contro l’insonnia. Nelle infezioni dell’apparato orolaringeo per i gargarismi si usa il decotto di foglie (6 in una tazza di acqua da bollire per 15 minuti). Lo stesso decotto applicato in compresse sulla fronte è usato nelle sinusiti. Rimedio per le estremità stanche e che sudano facilmente è il pediluvio di acqua calda con una manciata di foglie. Lo “specifico di Landers”, contro l’alopecia, si compone di olio di garofano (una parte), spirito di lavanda ed etere solforico (due parti) in cui sia stato lasciato in infuso, per alcuni giorni, un proporzionato numero di foglie di Alloro. I frutti, che vengono usati come stimolanti per il bagno, sono utili soprattutto per l’estrazione dell’olio o burro di Alloro che entra nella composizione dell’Unguento laurino usato nella medicina popolare contro le affezioni reumatiche e gottose. L’olio di Alloro entra anche nella composizione del “Balsamo di Fioravanti”, un antidoto contro l’avvelenamento da arsenico. Le preparazioni domestiche, in pomate e lozioni, sono destinate all’uso esterno per le proprietà antisettiche, lenitive e leggermente antidolorifiche 20 g di frutti in 100 ml di olio di semi o di oliva, a macero per 5 giorni danno la tintura oleosa con la quale si frizionano, imbevendo del cotone, le parti dolenti in caso di reumatismi e contusioni. L’imperatore Tiberio aveva la fronte cinta da una corona di Alloro perché, a detta dei sapienti, l’Alloro preservava dai colpi di fulmine. Invece la corona di Esculapio, dio della medicina, aveva significato oltre che di gloria, di forza e di salute e lui si che se ne intendeva! Giovannacarla Rolando. Cultrice di medicina naturale. 25 Benessere in movimento La vita è canto, il canto è vita! Mi chiamo Arsène Duevi, sono musicista e vengo dal Togo, compongo e canto. 26 Condivido quotidianamente questa mia passione con centinaia di persone. Italiani, russi, albanesi, brasiliani, americani, filippini, peruviani, ecc… sia professionisti che persone comuni, uomini e donne dai tre ai novant’ anni che con me da anni ballano e cantano in lingue originali africane. Una contaminazione al contrario; un tuffo nell’Africa profonda con i suoi ritmi, spiriti, simbologie ed usanze. La scommessa che in tanti hanno accettato; il ritorno alla madre Africa mediante il coro porta nei cuori i raggi del sole della Mamma nera. Vi chiedo di non leggere le prossime righe pensando che io voglia farmi pubblicità, queste vogliono essere una generosa condivisione dei vissuti profondi, REALI; per dare la visione del canto in africa nera. IL CANTO: cosa rappresenta in Africa? Come e quando lo si fa? Perché si canta? Chi lo canta? Che valore ha? Premetto che intendo con la parola canto non solo l’espressione vocale dell’interiorità, ma anche l’espressione corporea. In Africa il canto e la danza si mescolano facilmente. Uno implica l’altro; partendo dal primo si arriva naturalmente all’altro e viceversa. La vita è canto. Il canto è parte integrante della vita. Da bambini cantiamo per gioco. I mestieri in casa sono spesso accompagnati da passi di danza con sotto una melodia improvvisata. In cucina, assistere alla preparazione del “FOUFOU” è una goduria; sembra un vero concerto di percussioni. I commercianti ambulanti richiamano per strada l’attenzione con vari versi uno più bello dell’altro. Il giro nel mercato del quartiere diventa uno spettacolo vivente per la varietà dei suoni che provengono dalle bancarelle per conquistare il cliente. Il canto è presente non solo nella quotidianità dell’individuo ma riveste un ruolo sociale fondamentale: Il canto fa vivere la società; la tiene unita nelle sue diversità. Ogni quartiere ha un gruppo tradizionale che esegue danze e ritmi ancestrali si chiamano Bòbòhù; significa “il tamburo che unisce”. È frequente addirittura trovare più realtà folcloristiche sul medesimo territorio perché i componenti sono originari dello stesso villaggio; essendo dovuti migrare per vivere e lavorare in città. Radunarsi periodicamente per cantare e ballare consente di mantenere vivi i rapporti e conservare le proprie radici. A volte i membri del Bòbòhù hanno in comune il mestiere. Sono artigiani o commercianti di generi alimentari ecc… In questo ultimo caso si danza, si canta, ma si discutono e si curano degli interessi comuni; cioè riferiti al mezzo di sopravvivenza; il lavoro. Si affrontano in queste cellule sociali anche le difficoltà del singolo individuo; che può in caso di necessità beneficiare del sostegno del gruppo. Il contadino nei campi sotto il sole si tira su il morale e le forze ritmando i versi. La melodia il suono il ritmo e il movimento sono parte intrinseca della vita della persona e della società africana. Il canto è vita e la Vita è canto. Gli avvenimenti dell’esistenza gioiosi o tristi; la nascita, il compleanno un decesso una festa qualunque vengono vissuti attorno al canto, alla danza. Ecco perché si cresce con il ritmo e il suono e il fuoco nella pancia e nel sangue. L’energia e il sole che trasmette la musica nera ha origine nella simbiosi “Essere,Vita, Suono”. Ecco come si riesce a stare bene con se e con gli altri, con poco o tanto. Ecco come si riesce a vivere dando il giusto valore ai problemi reali che si hanno. La vita è canto e il Canto è vita. Come preannunciato nello primo paragrafo ho iniziato un viaggio, un cammino di ritorno verso il cuore dell’Africa con persone di ogni nazionalità ed età. Getty images - Laura Ronchi 27 A Milano il coro dell’Associazione Attivecomeprima; il coro Agamawo; i Gudugudu di Cinisello Balsamo, Il coro di Arcore; Monza, Seveso Calò ecc... la lista è lunga. Nelle scuole in vari paesi della Lombardia, ho visto bambini definiti taciturni dalle loro maestre esprimere senza timidezza la propria gioia; ne ho visti altri detti agitati stare insieme al gruppo a creare armonia. Ho visto adulti e adolescenti dedicare tempo allo stare insieme tuffandosi orgogliosamente nel cuore dell’Africa con eleganti passi di danza “Agbadza kamou e Gazzo…” (ritmi tradizionali del Togo); Ho visto i coristi trascinare con sé i compagni perché vengano a gustarsi le prelibatezze della madre dell’umanità. Ho visto sorridere tanta gente che non trovava motivo per farlo da molto tempo. Ho visto illuminarsi tante facce buie. Vi chiederete perché vi porto questa testimonianza? Il canto è Vita. La capacità di esprimere le proprie emozioni con la voce attraverso i suoni è una dote straordinaria che spesso trascuriamo. “Io non so cantare!”, “Sono stonato!”, “Mi vergogno!”, “Non vorrei farvi scappare!”, “Non ce la posso fare!” Vi è mai capitato di fare qualcuna di queste affermazioni? Sono preoccupazioni lecite. È ovvio che ci vuole tecnica e metodo per arrivarci. Ci vuole allenamento e pratica. Ma queste paure non dovrebbero impedirci di provare ad attivare e scoprire piano piano la nostra espressività vocale. Vale la pena di buttarsi perché poi ci si libera e si riceve del sole nel cuore. Non vergognatevi delle vostre voci. Provateci. Il vecchio saggio africano dice: “la cosa più grave non è l’insuccesso ma il fatto di non averci provato”. Arsene Duevi. Conduce il Coro in Associazione. Profili Maurizio Dallocchio a cura di Stefano Gastaldi * 28 Ci sta tutto, se c’è armonia e decisione. Una vita piena e ricca, guidata da una “Regola” (non benedettina) antistress che potrebbe aiutare molti a stare meglio. Quando hai deciso che Economia e Finanza fossero il tuo destino professionale? Non è stata una scelta approfondita e meditata, posso quasi dire che è stato un caso. Quando scelsi di iscrivermi all’Università Bocconi, di economia sapevo pochissimo: mi piaceva, ma come tante altre materie. La vedevo comunque applicabile a un settore che amavo, come quello dello sport in generale. La scelsi quindi senza una vocazione in senso stretto, ma scoprii nel tempo che quella che era una “non vocazione” mi aveva poi molto affascinato, coinvolto e “posseduto” sotto il profilo mentale. La finanza è un amore nato alla chiusura dei corsi universitari. Ero stato assunto dalla Pirelli per essere poi mandato in Brasile e in quel periodo, nel 1981, essere assunti da una società internazionale e inviati all’estero significava anche non svolgere il servizio militare. Andai a salutare il professor Giorgio Pivato, relatore della mia tesi di laurea, che mi propose di restare a lavorare all’Università e, in particolare, nella sezione Finanza Aziendale, allora - nel 1981 - appena emergente. Fino a quel momento, non me l’ero mai sognato di studiare finanza aziendale, ma mi dimisi da Pirelli e andai a lavorare per l’Università e a quel punto partii anche per il servizio militare. Pino Bagliani, un mio carissimo amico scomparso da un po’ di anni, usava questa espressione: “pensi, pensi e non pensi a niente”. Trovo che fare grandissime riflessioni, andare alla scoperta di reconditi, profondissimi obiettivi, identificare missioni alle quali non si può mancare, talora sia svilente rispetto, invece, alla capacità di decidere rapidamente, anche portando dentro di sé la pesante responsabilità che la decisione comporta. Questa massima del “pensi pensi e non pensi a niente”, è qualche cosa che si deve tenere sempre presente nella vita: per le grandi scelte, nella definizione degli aspetti fondamentali per la professione, per le attività lavorative, nei rapporti fra gli uomini e le donne e in generale nei rapporti d’amore… Come fai a gestire l’impegno e a evitare che responsabilità e forte esposizione sulla scena professionale generino stress gravi, soprattutto avendo tu tanti ruoli che si intersecano tra loro? Il mio ruolo principale è certamente quello di professore universitario. Prima di incontrarti, avevo appena ricevuto quarantaquattro studenti, laureandi magistrali nel mese di marzo. Quarantaquattro storie, altrettanti problemi scientifici e altrettanti umani. L’attività universitaria, se la fai tua sul serio, richiede una dedizione molto forte. Poi però, all’attività universitaria, avendo la fortuna di poter utilizzare un “laboratorio empirico” al quale applicare i miei studi, devo abbinare la responsabilità professio- nale e quella della gestione di risorse economiche, della motivazione dei collaboratori colleghi e delle persone che da me dipendono. Mi piace anche avere un ruolo sociale, assumere delle responsabilità all’interno di aziende quotate, o di entità no-profit, che però stimolano dal punto di vista del raggiungimento personale di obiettivi che non sono soltanto miei, ma sono più ampi, di sistema. A ciò si aggiunge il tema della convegnistica, della partecipazione, come portatore di pensiero, a testimonianze che siano di valore, auspicabilmente, per il presente e per il futuro. Ho anche il piacere di fare una maratona, quella di New York, che comporta un ulteriore piacere: quello di lavorare per la preparazione di una maratona del genere. Se poi, infine, aggiungo che accetto anche di assumere il ruolo di testimonianza esterna della istituzione a cui appartengo (per qualche anno ho diretto la Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi) allora devo anche viaggiare, mirare all’internazionalità. Mettere insieme tutte queste caselle può talvolta essere all’origine di stress, di pesante conflitto nella gestione del tempo, di incapacità di dare a tutti coloro ai quali mi piacerebbe dare un’attenzione come meritano, oppure più semplicemente di profonda insoddisfazione, perché sento che sto lasciando dietro di me una scia che potrei definire di sconforto? O di non profondo appagamento? E non ho ancora citato le variabili personali, i rapporti con chi amo, con la mia famiglia, con le persone che mi stanno vicine, che inevitabilmente vengono poste anch’esse nella condizione di doversi adattare ai miei tempi e alle mie esigenze. Seguo una “regola”, che si articola su quattro semplici, piccoli fronti: Ho imparato a concentrarmi, senza lasciare spazio a null’altro, su quello che in quel momento sto facendo. Ora sto parlando con te e mi dimentico completamente di quel che ti ha preceduto e degli impegni che avrò successivamente. In questo momento ci sei solo tu, e nessun’altro che mi prema. Quando mi trovo a vivere con i miei amici o con Enrica, la mia partner, o con le persone che mi stanno a cuore, il mio cervello riesce a deviare da qualsiasi altro tipo di interesse per concentrarsi su ciò che in quel momento sto vivendo. Gestisco bene i sensi di colpa. Fino a dieci, quindici anni fa, se arrivavo in ritardo a un appuntamento mi capitava di portare mille scuse, mi sentivo realmente assillato da un senso di responsabilità che stavo in qualche modo non soddisfacendo, figuriamoci se perdevo un aereo…! Questo assillo è scomparso completamente. Se si ha poco tempo, è inutile perderne altro giustificando il proprio ritardo. Meglio dedicare al proprio interlocutore da subito tutta l’attenzione che si può e saprà lui, o lei, comprendere che “se non ce l’hai fatta, non ce l’hai fatta”. Rodersi interiormente con un senso di colpa e insoddisfazione, per non essere riuscito a dare tutto il tempo richiesto, distrugge cellule buone, disturba la concentrazione e spinge a fare e dire qualcosa che non è ottimale rispetto a quel si potrebbe fare e dire. Ho detto prima della mia passione per la maratona. Dedicarmi in modo prolungato a qualche cosa che attragga completamente l’attenzione, che mi aiuti in qualche modo a liberarmi dalle tensioni, più o meno profonde, dalla quotidianità e dalle esigenze di ciò che mi circonda, è un fattore liberatorio potentissimo. Che si chiami maratona, yoga, concentrazione non importa. Riuscire a trovare uno spazio in cui ci si lavi letteralmente il cervello da quel che succede e farlo con sistematicità e continuità, è una panacea straordinaria. Dopo aver corso per un’ora e mezza ho maggiore concentrazione, più disponibilità rispetto agli altri e sono riuscito per un po’ di tempo a estraniarmi rispetto a qualsiasi esigenza. Quel che riesce, per un po’, a farti spegnere il cervello rispetto alla quotidianità e a portarti in una dimensione diversa, “pulendoti” dalla contaminazione del singolo istante, della singola esigenza, della singola persona, del singolo pensiero, dà alla vita un valore aggiunto formidabile. Quando in molti casi mi si chiede, da parte dei miei studenti, dei miei colleghi, della mamma, “ma non sei stressato?” la mia risposta è “no”. E qui se vuoi c’è il quarto argomento, il più semplice: L’autoconvinzione: non sono mai stressato. Anche di fronte a problemi molto seri cerco sempre - non di ignorarli, perché sarei stupido - ma di ricondurli a quella dimensione e portata reale e attuale che anche il problema più importante ha. Se il problema diviene il leit motiv della tua vita sei perdente, perché a quel punto è il problema che ispira il tuo pensiero e il tuo comportamento. Se invece riesci a fare in modo che il pensiero propositivo, la risoluzione del problema sia il tuo leit motiv, a quel punto ti sei liberato del problema: non ti genera più stress. È una tecnica molto più maschile che femminile: le donne utilizzano maggiormente una strategia mentale e affettiva che tende a connettere i problemi, come in una sorta di sistema di “vasi comunicanti”, gli uomini utilizzano invece separazioni, scissioni funzionali… Oltre a queste strategie, cos’altro ti fa star bene? Lo sci, l’attività contemplativa. Adoro quel che per me è il bello. La montagna esercita su di me un’attrazione formidabile ed è una di quelle “grandi categorie logiche” che riesce a darmi un benessere praticamente sfrenato. Trascorro ogni anno almeno una settimana, ma se posso anche di più, in giro per il mondo a vedere montagne e questo mi ricarica profondamente le pile, mi aiuta tantissimo. 29 30 Mi aiuta stare con le persone, le più diverse possibili, dallo skyman al pensionato, dal grande uomo d’azienda al collega dell’università, però con le persone con le quali sono in armonia. Armonia e equilibrio sono parole che rappresentano un po’ un filo conduttore della mia vita. Li si trae in gran parte dagli altri e li si applica a se stessi, con lo stare a bere un bicchiere di vino o a dire una stupidata, o a parlare di cose profonde, ma con le persone con le quali si sente di poter ricevere o anche, auspicabilmente, dare armonia ed equilibrio. Dormo poco da sempre, ma in realtà penso tanto. Il fatto di trovare il tempo, durante la giornata, di chiudermi da solo in ufficio e riposare un istante senza lavorare, prendere per me dieci, quindici minuti, isolarmi e quasi dormire, accettando il pensiero che affiora alla mente, piuttosto che concentrarmi profondamente su qualcosa: questa è un’altra valvola di sfogo importante. Un ultimo aspetto che di tanto in tanto mi aiuta è una preghiera, senza fini utilitaristici: non è che io preghi per ottenere delle cose. Quando alla mattina presto ci si fa la barba, piuttosto che quando si sente di una sciagura e ci si concentra su di essa e si sente quel dolore … una preghiera a favore di qualcun altro o a beneficio proprio, direttamente o indirettamente, è un momento di grande piacere. È una preghiera spontanea e sincera, non rituale. Di che cosa hai paura? Varia nel tempo. Non ho le grandi paure: quella del buio, quella della morte, dell’aldilà. Ho paura dei serpenti: anche al cinema, se vedo strisciare qualcosa sullo schermo, chiudo gli occhi. Ce l’ho fin da bambino, non l’ho mai vinta. Serpenti e rettili in generale mi mettono veramente terrore. A un livello più elevato, ho paura del mancato consenso, che è un po’ legata ai “vizi” che il mio passato mi ha permesso di avere. Godendo di un credito, credo, consistente nei confronti dei miei studenti o colleghi o di chi nel tempo ha collaborato con me, il mancato consenso mi spaventa tanto; le conflittualità pesanti e sistematiche, mi fanno una paura sincera, non so neanche se sarei capace di gestirle. Ho difficoltà a gestire il conflitto perché non ci sono abituato, tant’è vero che talora posso anche essere scomposto: dire più di quel che è necessario e non dire quel che sarebbe opportuno. Mi spaventa il fatto di non riuscire, a volte, a fare bene come vorrei. Per esempio, ci sono situazioni nelle quali vorrei “prendermi cura del mondo”: sul mio tavolo c’è una lettera di una congregazione di religiose che ho aiutato recentemente perché letteralmente non avevano di che mangiare e non riesco ad accantonare, in parziale contrasto con quel che ho detto prima sui “compartimenti stagni”, la loro situazione, che resta grave. Di tanto in tanto faccio mente locale, per pensare a chi, insieme a me, possa dare una mano per comprare i loro manufatti e dare un vigore commerciale a un’attività che in realtà è fatta soltanto per impegnare il tempo. Il fatto di non riuscire a risolvere qualcosa che di per se stesso apparirebbe risolvibile obiettivamente mi fa sentire infelice, non mi dà l’appagamento che invece cerco sempre di ottenere dalle cose che faccio. Sei ancora giovane, ma dopo i 50 anni comincia ad affacciarsi alla mente il pensiero di lasciare dietro sé una eredità. Tu a cosa pensi? Ho fatto testamento, se vuoi anche come forma di scaramanzia. Come dicevo, non ho paura della morte, ma due anni fa mi sono detto che era il momento, nel caso vi fosse una dipartita, allo stato attuale non prevista ma ovviamente sempre possibile. Sono convinto che lascerò comunque un’eredità formidabile, della quale sono conscio e orgoglioso: ho laureato a oggi ben più di duemila studenti, ne ho tenuti sotto la mia ala protettrice diverse migliaia, che sono stati miei allievi in aula e nei percorsi Master e che per tante ragioni ho avuto modo, diciamo così, di coltivare. Quando prima dicevo della mia paura del non consenso, so che da questi studenti ho avuto, e credo di avere, consenso significativo, ma sono certo che nelle azioni, nei pensieri, nella concreta realizzazione di quel che ho insegnato loro, loro sono delle parti di me, o anche: io sono delle parti di loro. È un’eredità paterna che io, non avendo figli, percepisco assolutamente come tale. La mia eredità. E non è soltanto nell’Economia. Se, come spero, ho dato loro un segnale negli atteggiamenti, nel rispetto, in una sorta di chiave filosofica di comportamento, oltre che strumenti tecnici, se sono riuscito a dare qualche cosa che faccia di questi uomini e donne degli interpreti che in qualche modo portano con sé un pezzo del mio modo di agire, di fare, di pensare, io credo che questa sia una eredità davvero formidabile. E fra l’altro in molti casi vedo che persone che ho aiutato all’università, anche dopo 15 anni mi contattano, mi scrivono, chiedendomi suggerimenti su come mi comporterei io in certe vicende che non necessariamente hanno a che vedere con l’economia o la finanza, ma hanno magari una radice personale e un legame con fattori umani e personali. Questo credo che sia il lascito più importante. E quindi, campassi ancora 50 anni, potresti incrementarlo molto Sicuramente, più che raddoppiarlo, perché ci sono i figli e i figli dei figli…. *Maurizio Dallocchio, economista, Professore Ordinario presso l’Università Commerciale “Luigi Bocconi” di Milano, grande sostenitore di Attivecomeprima, è anche figlio di Ada Burrone. Sapevate che? a cura di Benedetta Giovannini consulente enogastronoma R Il Bicarbonato può essere un rimedio efficace per rimuovere tutte le impurità dal cuoio capelluto, soprattutto per i capelli particolarmente trattati. Dopo lo shampoo tradizionale versare una piccola quantità di bicarbonato nella mano e massaggiare con cura la testa per 3-4 minuti, quindi risciacquare molto bene e i capelli torneranno lucenti. R Potete ottenere dei capelli setosi anche nel seguente modo: mettete in un litro d’acqua una tazzina d’aceto di mele. Fate l’’ultimo risciacquo del lavaggio dei capelli con questa soluzione. R Sempre a proposito di bicarbonato. Bagnate le mani e copritele con del bicarbonato. Strofinatele con cura e quindi risciacquate. In questo modo saranno pulitissime, morbide. R Un altro sistema per avere mani morbide e lisce? Versare nel palmo della mano un cucchiaio di zucchero e abbondante succo di limone: strofinare le mani energicamente, quindi risciacquare. R Per i cattivi odori in frigorifero basta mettere in una ciotolina del bicarbonato, aggiungervi qualche chiodo di garofano e piccoli pezzi di cannella e poi riporlo in frigorifero. Gli odori, come per magia, spariscono. R La casa delle vacanze è stata chiusa per il periodo invernale e gli armadi hanno un vago sentore di muffa provocata dall’umidità? Ecco il mio consiglio: mettete negli armadi dei sacchettini con chiodi di garofano o, se avete tempo e voglia, procuratevi una pallina di polistirolo e configgetevi i chiodi di garofano e quindi appendetela nell’armadio. R Dopo aver tagliato la cipolla spesso il suo sapore rimane sul coltello, ma se con lo stesso tagliate più volte una carota, l’odore sparirà. R Per togliere l’unto che si forma talvolta intorno alle manopole d’accensione dei fornelli strofinare con un vecchio spazzolino da denti imbevuto in acqua e ammoniaca. R Conservate in frigo il rotolo di pellicola per gli alimenti. Quando lo userete non si appiccicherá più su se stessa. R Fra i consigli utili ad assorbire il cattivo odore del cavolfiore lesso ce ne sono due in particolare: aggiungete un paio di noci lavate, all’acqua di cottura, oppure versate un cucchiaio di latte nell’acqua in cui cuoce il cavolo. R Sempre a proposito di odori: il gelato assorbe facilmente tutti gli odori del congelatore. Un ottimo rimedio è di riporlo, oltre che chiuso nel suo contenitore, anche in sacchetto di plastica. R Per non fare germogliare le patate, mettete una mela nello stesso sacchetto. La nostra sede in primavera Qui aiutiamo sempre più persone a trovare “La Forza di Vivere” Abbiamo potuto affrontare gran parte delle indispensabili spese di ristrutturazione, grazie al contributo della Fondazione Fondiaria SAI di 100.000 euro, di Pirelli RE Estate con 65.000 euro e di Castelli RE con 40.000 euro. Restano circa centomila euro da pagare all’impresa di costruzione. Ringraziamo fin d’ora tutti coloro che vorranno aiutarci a completare questo nostro impegno finanziario. Destinarci il 5 x 1000 è facilissimo e gratuito. Nella dichiarazione dei redditi firma nel riquadro: “a sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale” e inserisci il codice fiscale di Attivecomeprima Onlus: 10801070151 L’8 per mille e il 5 per mille non sono in alternativa: puoi sceglierli entrambi. IL TUO CONTRIBUTO ci darà più forza per aiutare Bonifico Bancario IBAN IT64 X030 6909 5180 0000 6409 190 SWIFT: BCITIT33128 (Paesi Extraeuropei) Banca Intesa-Sanpaolo, Agenzia 2128, Viale Jenner 76, Milano rza La fo e r e dimveiav t ntido o co ra aLLa pau 08 ore 20.30 5 ottobre 20 Carcano atroCarcano TeTeatro 5 ottobre 2008 ore 20.30 Bollettino di c/c Postale n. 11705209 Intestato a: ATTIVEcomeprima Onlus Via Livigno 3 – 20158 Milano La forza di vivere come antidoto aLLa paura Corso di Porta Romana, 63 na, 63 Milano di Porta Roma Corso Video integrale dell’evento Milano to ale dell’even Video integr Assegno intestato a: ATTIVEcomeprima Onlus Pay Pal attraverso il sito www.attive.org “Le erogazioni liberali a favore di ATTIVEcomeprima Onlus sono deducibili/detraibili ai sensi di legge” 010 © Atti vecomeprina Onlus 2 I nostri maggiori sostenitori 2009 E’ disponibile presso la nostra segreteria il DVD video con la registrazione integrale dal vivo dell’evento al Teatro Carcano di Milano in occasione del nostro 35° Durata 150 min. Comune di Milano Fondazione Johnson & Johnson Fondazione Fondiaria SAI Fondazione CARIPLO Banca Popolare di Milano JPMorgan Chase Bank Podravska Banka IntesaSanPaolo AVON Cosmetics Roche Besozzi Elettromeccanica Gruppo RE Net Present Value Avalon Real Estate E. Capital Partners Dompé farmaceutici Ipsen Ringraziamo i finanziatori istituzionali, le aziende e le persone che, con liberi contributi, sostengono Attivecomeprima e la sua “mission”. Letti e piaciuti Lea Pericoli Maldafrica I ricordi della mia vita Edizioni Gli specchi Marsilio € 18,00 In Maldafrica tutto è reale ma una verità ne sovrasta ogni altra: per quanti danni l’uomo possa fare alla terra non riuscirà mai a rovinare un tramonto forse perché il sole che scompare ha un significato ben più profondo di una semplice giornata che finisce. Nel racconto il tramonto si identifica con la vita che scappa e se ne va, scivolando tra le dita di una ragazza; piccola come un fotogramma, la scintilla di speranza è nascosta in quel tramonto che di ogni giornata è il momento più bello ma inevitabilmente diventa anche quello più triste. Umberto Veronesi con Alberto Costa L’uomo con il camice bianco Edizioni Rizzoli € 17,50 L’uomo con il camice bianco racconta l’incredibile storia autobiografica di un sognatore determinato, ripercorrendo le difficoltà ed i successi di un’esistenza condotta sulla linea invisibile fra dolore e tenacia. Queste pagine, scritte a quattro mani con Alberto Costa, non offrono solo l’autoritratto di una vita intensa, ma uno stimolo a cercare in se stessi e in chi ci circonda la forza di superare ogni difficoltà. Studio di P DIANA revenzione d elle Recidiv attraverso l’ e del Tumor e al Seno Alimentazi one e lo Stil e di Vita …quando l’a iuto v iene dal cib Anna Villarini e Giovanni Allegro Prevenire i tumori mangiando con gusto A tavola con DIANA Edizioni Sperling & Kupfer € 19,50 Il libro, basato sui risultati del progetto DIANA, condotto nel 1995 con lo scopo di studiare le relazioni tra alimentazione e tumore al seno e che ha coinvolto e coinvolge migliaia di donne in tutta Italia, spiega come, modificando la propria dieta, sia possibile ridurre i fattori di rischio del tumore e delle recidive, alleviando gli effetti collaterali delle terapie ed aumentandone l’efficacia. Oltre alle indicazioni scientifiche scaturite dal progetto, si raccolgono anche molti consigli pratici per modificare le abitudini alimentari scorrette. o e dall’atti vit à fisica Sono invita te a partecip are allo stud di tumore a io DIANA tutte l seno negli le donne ope ultimi 5 an ni che non ab rate e disponibili biano avuto a modificar recidive e i l l oro stile di v Lo studio DI ita ANA è uno stu Milano, Torin dio multicentrico che ve de o, Perugia, Na poli, Potenza impegnati centri di Si svolgerà pr , Palermo dell’Istituto Na esso il Dipartimento di Medicina Prev zionale dei Tu entiv mo Campus Ca ri di Milano, con sede a Ci a e Predittiva scina Rosa - Via Vanzett ttà Studi presso il i, 5 Per avere ult eriori infor mazioni co Tel 02/2390 2 ntattaci al: 868 F ax 02/2390 3 516 e ‐mail diana @istitutotum Dipartimento ori.mi.it di Me dell’Istituto Na dicina Preventiva e Preditt iva zionale Tumo ri di Milano Direttore Do tt. Franco BE RRINO con Noi gli altri 1 ottobre 2009 Milano - Sala Alessi - Palazzo Marino Dopo il tradizionale incontro della Lega Tumori “Il rosa della Prevenzione” cancro perché: Relazione di Ada Burrone ive della Lega Tumori anche “Partecipo ogni volta con piacere alle iniziat sostenuto Attivecomeprima ha ese Milan ne Sezio la ‘70 anni perché negli amo in sintonia. lavori re, semp da é, nei suoi primi passi e perch e. nzion preve della e Parlerò della paura o: la tratto nel lavoro di ogni Conosco da vicino la paura legata al cancr ta 40 anni fa in prima persona. prova l’ho e giorno con pazienti e famigliari preventivo la paura che questa Riguardo l’indagine diagnostica a scopo olmente ridotta perché l’evidenza notev riveli la presenza della malattia, si è i pregiudizi negativi che, nel o ridott ha ” “dopo vivere di della possibilità o. passato, caratterizzavano il cancr paura della grande incognita La paura dell’incognita, che ha origine dalla ario collettivo in quanto si è magin la morte - è oggi meno presente nell’im nere il malato. soste per sia tia, malat la e curar per fatto molto sia parlarne come di una a e nome Oggi del cancro si riesce a pronunciare il a più obbligatoriagener non nte, bilizza desta e malattia che se pur grave il percorso vitale e ssion discu in mente quello stato mentale che metteva dell’individuo. i emotivi e fisici causati dal In questi ultimi anni, sono diminuiti gli effett meno invasivi · la diagnosi precoce ha favorito interventi giche si sono evolute · la ricerca e le terapie mediche e chirur ienza esper · i pazienti non nascondono più la loro lungo a più e o · si guarisce di più, si vive megli o non è più lasciato solo. e, nella buona e nella cattiva sorte il malat un ostacolo alla prevenzione, Perché la paura rappresenti sempre meno nti: credo siano necessari tre eleme uranti · campagne informative sincere e rassic di prim’ordine ostici diagn enti strum e icati · specialisti qualif no di essere curato bisog ha chi e cura chi tra rto rappo · un buon le persone possano attivare é Quest’ultimo elemento è fondamentale perch così a preservare la salute, ibuire contr e nza spera la e la volontà, la fiducia una buona condizione enere mant a a recuperarla e, ove non è possibile, le. ottima non salute di zioni condi in anche psicofisica inoltre i pazienti, i famigliari e aiuta vo positi e ro since o uman rto Un rappo o “reggere” gli insuccessi, a i sanitari a condividere i successi e a megli di ognuno. ruolo beneficio profondo di tutti, al di là del ci ruba il tempo paura la ione: Per concludere vi lascio una rifless .” vivere di forza la a e ci blocc 34 14 novembre 2009 Opera (MI), presso il Centro Commerciale COOP Il Dott. Riccardo Tinterri con l’èquipe di Senologia dell’Istituto Humanitas e le fiduciarie di Attivecomeprima durante la “Giornata dedicata alla prevenzione, diagnosi e cura del tumore del seno” 21 Novembre 2009 Milano, Università Bocconi First World Conference “Science for Peace” Promossa dalla Fondazione Umberto Veronesi Da sin. Arianna Leccese, Umberto Veronesi, Ada Burrone, Alberto Ricciuti 28 Novembre 2009 Novate Milanese - Milano, presso Centro Socio Culturale Coop Spettacolo Teatrale E allora? Hai vinto qualche cosa Laboratorio teatrale di Attivecomeprima In ordine di apparizione: Maria Cristina Antuofermo, Anna Dain, Enrica Militano, Silvana Aragona, Carla Basile, Rossana Leccese, Giovanna Carla Rolando, Grazia Zinnato, Magda Marzari. Luci: Beppe Sordi, costumi: Tiis, Musiche e coreografie: Adriana Libretti, regia: Marzia Loriga. Un ringraziamento particolare a Maria Grazia Unito e Marina Pasquali. 7 dicembre 2009 Milano, Teatro dal Verme Il Sindaco Letizia Moratti e il Presidente del Consiglio Comunale Manfredi Palmeri consegnano ad Ada Burrone la Medaglia d’Oro di Benemerenza Civica del Comune di Milano (Ambrogino) (foto di Dario Raimondi) 10 dicembre 2009 Milano, nella sede di Attivecomeprima Lea Pericoli presenta il suo libro “Maldafrica” e Aresene Duevi dirige il coro Foto a sinistra: (da sinistra) Lea Pericoli, Ada Burrone, Susy Veronesi 6 Marzo 2010 Courmayeur IV Trofeo Christian Valentini Organizzato da Enrica e Maurizio Dallocchio a favore di Attivecomeprima con la partecipazione straordinaria di Ezio Greggio Il nostro grazie va a loro e a tutti gli sponsor qui elencati: AURUM AVALON REAL ESTATE BESOZZI ELETTROMECCANICA CREDIT SUISSE ITALIA DGPA ECPI Gruppo Mittel GRUPPO RE M. BARDELLI PODRAVSKA BANKA Marco Belfrond Arturo Carcassola, Giovanna Crespi Camilla De Sanna Patrizia Gipponi Filippo e Marisa Disertori Valeria e Carlo Gattoni Luciano Gex Ester e Roberto Fioroni Tiziana e Alessio Lanzi Elisabetta e Lello Mosconi Daniela Orlando Patrizia ed Enrico Parazzini Paolo Parma Massimo Rey Antonella Saggese Roberta e Fabrizio Salvaggio Anna e Severino Salvemini Petronilla e Kalin Samo Silvia e Alberto Viale Gli amici storici di Christian Aprile, Maggio, Ottobre, Novembre 2010 Milano, Hotel Concorde Attivecomeprima Onlus con in patrocinio scientifico di AIOM–Lombardia (Associazione Italiana di Oncologia Medica), CIPOMO-Lombadia (Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri), il contributo economico e il patrocinio dell’Assessorato alla Salute del Comune di Milano organizza un Mini-Master in Management e Supporto Globale del Paziente Oncologico con accreditamento ECM, composto da quattro moduli residenziali di due giorni ciascuno. Per la prima volta un’Associazione a sostegno dei pazienti, due Società scientifiche e una Istituzione pubblica, insieme per rendere disponibili, a pazienti e medici, metodi e strumenti innovativi per il supporto globale alla persona che vive l’esperienza del cancro e ai suoi famigliari. Sul sito www.attive.org il programma aggiornato. 35 AIOM Lo mbardia Hanno chiesto al Dalai Lama: Cosa l’ha sorpresa di più dell’umanità? E lui ha risposto: “Gli Uomini... perché perdono la salute per fare soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Perché pensano tanto ansiosamente al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro. Perché vivono come se non dovessero morire mai e perché muoiono come se non avessero mai vissuto.”