eriferie Poste Italiane SpA - Sped. Abb. Postale 70% -DCB Roma direttore Achille Serrao Direzione - Redazione: via Lepetit 213/1 00155 Roma Tel-Fax 06.2286204 Trimestrale REGISTRAZIONE Tribunale di Roma n. 623/96 del 13/12/96 euro 3,00 OTT. /DICEMBRE 2008 ANNO XIII N. 48 fondatori Bruno Cimino e Vincenzo Luciani IL LIBRO: A cuor leggero, Salvatore Pagliuca VISTI DA LONTANO: PP. 8-10 Luis Benítez e Paulina Vinderman POESIA DIALETTALE Nevio Spadoni e Carlo Falconi PP. 12-18 PP. 19-22 ANTOLOGIA ITALIANA Alida Airaghi e Michele Urrasio RECENSIONI E NOTE RICORDO di Michele Coco PP. 25-29 P. 30 PP. 4-7 2 Periferie Ott./Dicembre 2008 Sommario eriferie ANNO XIII N. 48 OTTOBRE/DICEMBRE 2008 TRIMESTRALE DIRETTORE RESPONSABILE Bruno Cimino DIRETTORE Achille Serrao COMITATO DI REDAZIONE Rino Caputo, Sergio D’Amaro Maria Teresa D’Orazio, Vincenzo Luciani, Cosma Siani DIREZIONE E REDAZIONE: via Roberto Lepetit 213 int. 1 - 00155 Roma Tel-Fax 06.2286204 E-mail [email protected] www.poetidelparco.it IL LIBRO A cuor leggero, Salvatore Pagliuca 4-7 VISTI DA LONTANO Luis Benítez Paulina Vinderman 8-10 10-11 POESIA DIALETTALE Nevio Spadoni Carlo Falconi 12-16 17-18 ANTOLOGIA Alida Airaghi Michele Urrasio 19-20 21-22 LA TRADUZIONE Giuliana Lucchini traduce Shakespeare 23-24 RECENSIONI E NOTE Tunnicchje di Assunta Finiguerra N’ètra vóte, bozzetti di F. Travaglini Le sette Disperse di Achille Serrao Sanmartin di Giacomo Vit 25-26 26-27 27-28 28-29 RICORDO di Michele Coco 30 AVVENIMENTI: Subiaco e i poeti della Valle 31 COME RICEVERE PERIFERIE - INVIARE 16,00 euro sul c/c/p/ 59612879 intestato a Associazione Periferie, via Nino Ilari 11 - 00169 Roma o richiederlo al tel. 06.2253179. REGISTRAZIONE Tribunale di Roma n. 623/96 del 13/12/96 REALIZZAZIONE Cofine srl via Vicenza 32 - 00185 Roma STAMPA SEA servizi editoriali avanzati via di Tor Cervara 280 - Roma FINITO DI STAMPARE dicembre 2008 QUOTA ANNUA SOSTENITORI 16,00 € (con 4 numeri della rivista) sul c/c/p 59612879 intestato a Associazione Periferie via Nino Ilari 11 - 00169 Roma. – ARRETRATI: 5,00 €. CENTRO POESIA DIALETTALE “VINCENZO SCARPELLINO” Il Centro di documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino” (presso la Biblioteca G. Rodari, in via Francesco Tovaglieri 237a - 00155 Roma - tel. 062286204) invita ad inviare e a far inviare gratis testi dialettali (poesie, antologie, riviste, monografie, dizionari e grammatiche, materiali video e audio). Il bollettino dei libri del Centro è sul sito www.poetidelparco.it (sezione Poeti in dialetto: “Centro di documentazione” del menù). Periferie Ott./Dicembre 2008 3 EDITORIALE Poesia per un anno Nei calendari antologici della casa editrice belga Alhambra Per ogni giorno dell’anno un testo: perché in custodia del tempo conservi la originaria integrità e la sua sovrana bellezza? Sul foglio la poesia si dipana in solitudine piena, esprime tutta la sua incantata (e incantevole) vocazione al colloquio intimo con l’occasionale lettore e il calendario è un breviario da consultare nei momenti più disparati, magari sfogliando a ritroso le paginette temporali e i versi impressi e più amati, nitidi nel ricordo della prima lettura. Dunque, 365 (o 366 per gli anni bisestili) poesie di un numero variabile di autori. L’idea e la esecuzione pregevole dei calendari (sono stati pubblicati finora quelli di lingua inglese, francese, tedesca e spagnola ed è in uscita quello italiano) si devono a Shafiq Naz per conto della casa editrice belga Alhambra e si denominano “antologie” per l’ordine temporale in cui appaiono opere e poeti. Ciascun manufatto contiene testi appartenenti a epoche e scuole diverse, con particolare attenzione alla poesia contemporanea. L’italiano (impossibile elencare nomi) include autori da Dante Alighieri al giovanissimo Edoardo Zuccato. Ma se l’operazione sembra “stipata” sotto la semplice (e naturale) denominazione antologica, e perciò nel susseguirsi ragionato di poeti a partire dal XIII-XIV secolo, il prodotto ha la gratuita preziosità della spigolatura miracolosamente sfuggita alla falce onnivora della industria culturale, estranea agli imperativi economici del mercato. Mentre assecondano la diffusione e la conoscenza di attestati poetici di aree linguistiche diverse (europee), i calendari disegnano, con le scelte operate, una storia letteraria che meglio non potrebbe un antologico confezionato con i migliori propositi. Insieme, gli almanacchi, in edizioni elegantissime, gesto d’amore e di laboratorio orefice del verso e di una sua esposizione, associano il pregio di essere piccoli monumenti o edicole innalzate al gusto della bella pagina impostata, badando agli acconci e godibili equilibri della colonna nello spazio, alla tipologia dei caratteri e perfino alla qualità della carta. Achille Serrao Un dono di Natale? Un abbonamento a Periferie Un abbonamento a Periferie può essere annoverato tra i doni graditi per il prossimo Natale e per l’anno nuovo. Il costo è di soli 16 euro. In cambio, poesia di qualità, per un intero anno. Oltre alla soddisfazione di sostenere uno sforzo editoriale, davvero senza scopo di lucro e senza rischio di guadagno. IL LIBRO 4 Periferie Ottobre/Dicembre 2008 A cuor leggero, Salvatore Pagliuca Cor’ šcantàt’ è il titolo del libro che Salvatore Pagliuca mi invia dal suo eremo laborioso di Muro Lucano in quel di Potenza. La traduzione italiana del titolo: “stupido cuore spaventato”, e tuttavia luogo di una vicissitudine d’amore intensamente partecipata, in una gradualità di “sospiri” e tenerezze, senza apprensioni e op/pressioni di lingua e di senso oltre la misura, appunto, della tenerezza nella sua più diretta e immediata esplicitazione; stato che fa dire al poeta: Puortam’ mbaravìs’ / p’na nghianàta ianch’ / e cinèr’ / com’ sta faccj r’miscegghj. // Meglj: famm’ assì paccj / e sìngam’ la fisìn’ / ndò accuménz’ e part’ / sta vociavucegghj r’ mamm’ / figlj e mugliér’. (Portami in paradiso / per una salita bianca / e tenera / come questa faccia di gattina. // Meglio: fammi impazzire / e indicami l’anfora / dove comincia e parte / questa voce-vocina di mamma / figlia e sposa). Ma una vicissitudine poco incline ad ammettere lirismi “accesi” dell’amore con le componenti situazionali che le sono proprie: mi pare di cogliere, in proposito, una profonda sottile reticenza, una sorta di pudore che rattiene accensioni forti sentimentali. È che ogni verso “ ha la freschezza di un dettato felice, privo di complicazioni intellettuali (e intellettualistiche, n.d.r.), di sovrastrutture letterarie” (Dante Maffia nella prefazione al volume). Che è come cogliere la scarsissima propensione di Pagliuca ad adottare un lessico - aggettivazione compresa - alterato nel suo senso referenziale naturale (e originario). E tuttavia, l’incontro (mai scontro) degli elementi dello strumentario espressivo impiegato crea una cassa di risonanza che polifonizza gli effetti e li dilata per svolgimenti evocativi mobili e centripeti, suggestivamente capaci di ampi, duttili e potenziali raccordi. E ciò accade nel testo singolo come nella intera raccolta per via degli echi che rimandano, di poesia in poesia, la temperie incantata da allegorismo metafisico di cui il dettato si nutre. Sicché Cor’ šcantàt’ non è semplice silloge di componimenti, ma manifesta la struttura di un libro di alta suggestione: lascia trasparire anche gli intenti del “canzoniere” addensato com’è intorno al nucleo tematico di cui s’è detto all’inizio. Vi funziona da sede di invenzione e di crescita sentimentale, lo “stupido cuore spaventato” dove confluiscono tutti i dati esperienziali che contribuiscono a quella crescita: Pennil’ - rolic’ - r’ iuorn’ / ca ienghj la vott’ mezza chièn’ / e tuorn’ a scurrìsc’ luc’ e acquaviènt’. // Ndò nient’ rivogghj l’acquasànt’ … / (nu cor’ ca nun šcant’ / è cor’ miezz’ vacant’) (Grappolo - dolce - di giorni / che riempi la botte mezza piena / e torni a gocciolare luce e pioggia tempestosa. // In un attimo ribolle il liquido benedetto… / (un cuore che non si spaventa / è cuore metà vuoto). Poesia in punta di piedi, infine: “do not disturb”. Pagliuca appende la scritta fuori della porta dei suoi lettori e sussurra, non dice, sus- Periferie Ottobre/Dicembre 2008 5 IL LIBRO surra con leggerezza (e delicatezza) badando a non imporre la propria condizione, soprattutto quella di poeta, a non “disturbare”, “È certo che questi versi scrive sempre Maffia nella prefazione - hanno una loro particolarità che prende e trascina, perché hanno nella loro leggerezza un segreto che sfugge e si colora via via di presagi appena accennati, di avvisi, di abbagli che a un tempo svelano e occultano il nodo intricato della psiche”. A. S. Mò ra nnanz’ nun cont’ cchiù li iuorn’, ll’ fest’ cummannàt, ll’ luc’ ca s’ scangian’ r’ iuorn’ a la Paràt’.* N’ata staggiòn’ sciuùl’, sciuùl’ ammalamènt’. Šcàman’ a capasott’ ll’ ronnin’ a la chiazz’, šcàman’ a rasulàt’ e t’ levan’ la cap’. N’ ata staggiòn’ sciuùl’ – nu caur’ sciuulènt’ –, mpiett’ com’ r’ ardìch’ pong’ e ndò nient’ è fatt’ nott’. D’ora in avanti non conto più / i giorni, le feste comandate, / le luci che si attenuano di giorno / all’orizzonte.* / Un’altra estate scivola, / scivola in malo modo. // Garriscono a testa in giù le rondini / alla piazza, urlano a rasoiate / e ti creano stordimento. // Un’altra estate scivola / – un caldo scivoloso –, / in petto come di ortica punge / e in un attimo s’annotta. *La Paràt’ è il toponimo del gruppo montuoso delimitante ad occidente l’orizzonte visivo murese. Putij ess’ r’ aùst’ o a marz’. Stiemm’ ra quacch’ part’. T’ tengh’ ammént’ tal’ e qual’, com’ nu miezz-bùst’ stupàt’ stritt’ stritt’ ndò la sacch’. Stievv’ r’ quart’, arrizzicàt’ dret’ a na ris’ patutizz’ – IL LIBRO 6 Periferie Ottobre/Dicembre 2008 nu picch’ šcantàt’ – p’ quacch’ cos’ ca er’ stat’ o man’ man’ ch’avia venì. Poteva essere di agosto o a marzo. / Stavamo da qualche parte. / Ti ricordo esattamente, / come un ritratto conservato / con cautela in tasca. / Stavi un po’ girata, rabbrividita / dietro un sorriso malaticcio – / un po’ spaventata – per qualche / cosa successa o che rapidamente / sarebbe avvenuta. Li nir’ s’ fann’ poch’ a la vot’ – a prima matìn’ – penzann’ a Dij. Pìuu pìuu pìuu, nu fricchj r’ bambàscj. Pià pià pià, duj’ murzùn’ r’ na zoch’. Li nir’ s’ fann’ poch’ a la vot’ – paròl’ p’ paròl’ – e quann’ vol’ Dij. I nidi si fanno poco alla volta / – di buon mattino – pensando a Dio. // Pìuu pìuu pìuu, un po’ di cotone. / Pìa pìa pìa, due frammenti di una corda. // I nidi si fanno poco alla volta / – parola per parola – e quando vuole Dio. Anima mij gentil’ ca a l’ arij staj. T’ scuntàj p’ vij ventòs’ li iuorn’ r’ la merl’. Réfol’ fina fina cièrnim’ san’ san’, ciernim cu lu cernicchj e pozz’ assì gran’. Anima mij gentil’, anim’ r’ luantìn’. Vient’ r’ la muntagn’ ca rr’ vign’ acchiàr’, scigliam’ ngap’, scigliam’ li capigghj. Anim’ r’ travèrs’, anima mij spèrs’. Anima mia gentile che nell’aria stai. / T’incontrai per vie ventose / in pieno inverno. // Brezza lievissima setacciami / interamente, setacciami con il setaccio / e possa uscire grano. / Anima mia gentile, anima di levantino.* // Vento della montagna che / le vigne schiarisci, scompigliami / in testa, scompigliami i capelli. / Anima di traversa,* anima mia dispersa. *denominazione murese di venti: il levantino spira da sud-est, la traversa da nord-ovest Periferie Ottobre/Dicembre 2008 7 IL LIBRO Pulizz’ senza press’ nu vecchj’ cimitèrj’. Robb’ r’ muort’. Na fatihja speciàl’ ca arròbb’ cu paciènz’ ra nu riscìgghj spers’ mpiett’ a na custòn’. P’ chiur’ la settimàn ’ngarràj nu fuoss’ semmenzàt’ r’ figliòl’ – ammuccuàt’ ra nu lat’ – cu nu fricchj r’ cauràl’ e cu sopr’ doj’ pignàt’: una menzàn’ e una cchiù piccinènn’. P’ sentimiènt’ sol’ lu merch’ r’ na vest’ ncìm’ a na spingol’ assaj graziòs’ e bellafàtt’, accunzàt’ mbizz’ cu na ros’. Rummènich’ so’ giùt’ a lu pagliàr’, p’ t’ penzà sott’ a n’aulìv’. Ma aucchiann’ temp’ p’ temp’ nunnàgg’ ngappàt’ manch’ nu merch’, nu singh’, manch’ nu frinzil’ r’ nuj nnammòr’. E pur’ quann’ è ch’ è stat’ ca m’ vuttàvv’ nterr’? E ammulutàmm’ - sciunùcchj e rin’ sop’ a rr’ gregn’- p’ finì mpastàt’ r’ zanch’ e paglj’ intr’ a nu fuoss’? Quann’ è ch’ è stat’ ca c’ riciemm’ cu l’uocchj “scuocchj quà nzitt’ a la mort’„? Si e no cient’ ann’ fa. Pulisco con attenzione / un’antica necropoli. Cose / di morti. Un particolare lavoro / che ruba pazientemente / da un arido terreno disperso / su un costone. // Per concludere la settimana beccai / una fossa mezza distrutta di ragazza / – deposta su un fianco – / con un frammento di bacile / e sopra due vasi: / uno medio e l’altro più piccolo. / Come ornamento solo l’impronta / di una veste sopra una spilla / molto graziosa e ben fatta, / adornata all’estremità da una rosetta. // Domenica sono andato in campagna / per pensarti sotto un ulivo. / Ma osservando zolla per zolla (tutto il terreno) / non ho trovato nemmeno / un’impronta, una traccia, nemmeno / un brandello di noi in amore. / Eppure quanto tempo è passato / da quando mi spingesti a terra? / E rotolammo – ginocchia e reni / sopra i covoni – per finire impastati / di argilla e paglia dentro un fossato? / Quando è successo che / ci dicemmo con gli occhi / “giuralo fino alla morte„? / Neanche cento anni fa. VISTI DA LONTANO 8 Periferie Ottobre/Dicembre 2008 LUIS BENÍTEZ Luis Benítez è nato a Buenos Aires nel 1956. Ha pubblicato, tra gli altri, Poemas de la tierra y la memoria (1980), Mitologías/La balada de la mujer perdida (1983), Behering y otros poemas (1985), Guerras, epitafios y conversaciones (1989), Fractal (1992), El pasado y las vísperas (1995) e La yegua de la noche (2002). Dame una mentira enorme Dame una mentira enorme que haga temblar los pulsos de la edad con su pisada grave y significativa, que espante de mí los pájaros negros y los gusanos que cosecho sin proponérmelo en la dársena del miedo y se las arregle para hacerme creer que el hombre puede salir de sí, ser uno con la mujer y amarla sin destruirse. Algo que dure un momento y venga de tus labios, para que yo me esconda y los altivos y los necios no me vean. Detrás de esos frágiles decorados vivirá feliz y pequeñito, lejos del tedio y de los ojos que escrutan en la noche. Sin miedo al silencio y a las fieras, luego que la mentira fuese pronunciada, como por un hechizo efímero correrían los talones del infortunio y ni él, ni la miseria, pescarían ya nada en mis sentidos embotados. La angustia del hombre ardería como bruja-fénix y estos ojos y estas pobres manos que rezan sin llegar al rabo de Dios en las alturas, arrojarían al suelo, deschecho, el viejo corazón de la amargura, contentos en su careta nueva. Dame una mentira enorme, que haga girar al revés el tiempo en los relojes y arrúllame en ella, hasta que en mis labios aparezca la helada sonrisa del idiota. (Poemas de la tierra y la memoria, 1980) Periferie Ottobre/Dicembre 2008 9 VISTI DA LONTANO DAMMI UNA MENZOGNA ENORME – Dammi una menzogna enorme I testi di questa rubrica che faccia tremare i polsi / dell’età / col suo passo solenne e signie le note biografiche ficativo, / che scacci da me gli uccelli neri e i vermi / che raccolgo sono tratti dal volume: senza propormelo sulla darsena della paura / e faccia di tutto per Antologia della poesia farmi credere che l’uomo possa / uscire da se stesso, / essere tutargentina contempot’uno con la donna e amarla senza distruggersi. / Qualcosa che duri ranea, a cura di Silvia un momento e venga dalle tue labbra, / perché mi nasconda e gli Beatriz Amarante e altezzosi e gli sciocchi non mi / vedano. / Dietro quei fragili scenari Emilio Coco, Sentieri vivrà felice e piccolo, / lontano dal tedio e dagli occhi che scrutano Meridiani Edizioni, Fognella notte. / Senza paura del silenzio e delle belve, / non appena gia, 2007. la menzogna fosse pronunciata, / come per un incanto fugace correrebbero i talloni della / sventura / e né essa, né la miseria, pescherebbero più niente nei / miei sensi intorpiditi. / L’angoscia dell’uomo arderebbe come strega-fenice / e questi occhi e queste povere mani che pregano senza / arrivare / alla coda di Dio nelle altezze, scaglierebbero a terra, / distrutto, il vecchio cuore dell’amarezza, / contenti nella loro nuova maschera. / Dammi una menzogna enorme, / che faccia girare al contrario il tempo sugli orologi / e cullami in essa, / fino a che sulle mie labbra appaia / il gelido sorriso dell’idiota. John Keats Caen sobre él los actos inútiles del día. John Keats recuerda y es también de otros el recuerdo: humillaciones, rostros y palabras hacen de un pozo la noche repetida. “Fanny Brawne me has alejado, tú me has acercado a Keats y era lo mismo.” Suena tan distante el Mar del Norte para ser cada segundo todos los mares, pero si lo que fue y será mañana brilla en su oscura hora presente, ese hombre pequeño, inclinado sobre el verso, lo adivina. Presiente que será uno y va a ser todos cuando es tan caro el precio de eso múltiple: ya no lo amparará el primer fervor por las palabras, no aliviará sus horas la furia, perdida, de estar vivo ni lo protegerá la noche pedida de ningún olvido; nada lo salvará de tanto que es, en su medida, tan un poco. John Keats será John Keats, será nosotros. (Behering y otros poemas, 1985) JOHN KEATS – Cadono su di lui gli atti inutili del giorno. / John Keats ricorda Il poeta John Keats VISTI DA LONTANO 10 Periferie Ottobre/Dicembre 2008 ed è anche di altri il ricordo: / umiliazioni, volti e parole / fanno di un pozzo la notte ripetuta. / “Fanny Brawne mi hai allontanato, / tu mi hai avvicinato a Keats ed era lo stesso”. / Suona così lontano il Mare del Nord / per essere ogni secondo tutti i mari, / ma se quello che fu e sarà domani brilla / nella sua buia ora presente, quell’uomo piccolo, / chino sul verso, l’indovina. / Presente che sarà uno e sarà tutti / quando è così chiaro il prezzo di quello multiplo: / più non lo soccorrerà il primo fervore per le parole, / non allevierà le sue ore la furia, perduta, di essere vivo / né lo proteggerà la notte chiesta da nessuna / dimenticanza; / niente lo salverà da tanto / che è, nella sua misura, così poco. / John Keats sarà John Keats, sarà noi. PAULINA VINDERMAN Paulina Vinderman è nata a Buenos Aires nel 1944. Ha pubblicato libri di poesia tra i quali Rojo junio (1988), Escalera de incendio (1994), Bulgaria (1998), El muelle (Alción 2003) e Hospital de veteranos (Alción 2006). Isla Tortuga Me despierto feroz esta mañana, con ganas de amor y desayuno de campo. Me apodero de la ciudad abandonada a los pájaros como un pueblo costero después de una tormenta, y pienso en lo que queda: un promontorio, un refugio áspero al que visita un cartero con la bolsa vacía y juegua a los dados en la penumbra de la cocina. No espero nada del verano. No espero nada del poema. Hay que pintar esa puerta herrumbrada y contarme algún cuento de cuando los piratas eran serios, señores de palabra seca y corazón ablandado como una ciruela dentro del jarro de ron. (Rojo Junio, 1988) ISOLA TORTUGA – Mi sveglio feroce stamattina, / con voglia d’amore e colazione in campagna. / M’impossesso della città / abbandonata agli uccelli come Periferie Ottobre/Dicembre 2008 11 VISTI DA LONTANO un / paese costiero dopo una tormenta, / e penso a quel che resta: / un promontorio, / un aspro rifugio visitato / da un postino con la borsa vuota / e che gioca ai dadi nella penombra della cucina. / Non mi aspetto niente dall’estate. / Non mi aspetto niente dalla poesia. / Bisogna pitturare quella porta arrugginita / e raccontarmi qualche favola di quando / i pirati erano seri, signori della parola asciutta / e col cuore ammollito come una prugna / nella brocca di rum. Postdata Y todavía no te he hablado del deterioro del correo en esta oscura provincia del imperio. El empleado únicamente gruñe recostado contra un almanaque del año anterior (un fondo excesivo de flores, vacas y montañas) pero ahora lo enamoraron los destinos de mis cartas, sonríe – algunas veces – y puedo apostar que piensa en mí cuando cruza los puentes rumbo a su almohada. Uno puede adueñarse de los sueños de otros para no morir, uno puede aceptar la vida como una representación del deseo. Así es que sin turbulencias, invento falsas cartas a escribir – exóticos remitentes en la mañana que tiembla – y ese hombre y yo volvemos a ser porosos, invencibles, por un rato. (Escalera de incendio, 1994) POST SCRIPTUM – E non ti ho parlato ancora del /deterioramento della posta in questa oscura provincia / dell’impero. / L’impiegato grugnisce unicamente / sdraiato contro un calendario dell’anno precedente / (uno sfondo eccessivo di fiori, vacche e montagne) / ma adesso si è innamorato delle destinazioni delle mie / lettere, / sorride - qualche volta - / e posso scommettere che pensa a me / quando attraversa i ponti diretto al suo cuscino. / Ci si può impadronire dei sogni degli altri / per non morire, si può accettare la vita come una / rappresentazione del desiderio. / Così senza turbolenze, invento false / lettere da scrivere - / esotici mittenti nel mattino che trema - / e quell’uomo e io / torniamo a essere porosi, invincibili, / per un momento. Paulina Vinderman POESIA DIALETTALE 12 Periferie Ottobre/Dicembre 2008 NEVIO SPADONI Nato a S. Pietro in Vincoli (Ravenna) nel 1949, dal 1984 risiede a Ravenna. Laureatosi presso l’Università di Bologna, insegna attualmente storia e filosofia nelle scuole superiori. Sue opere di poesia sono: Par su cont (1985), Al voi (1986), Par tot i virs (1989), A caval dagli ór (1991), E’ côr int j oc (1994). Tutte queste sillogi sono state raccolte (con l’aggiunta de I sgrafegn, pubblicata per la prima volta) nel volume Cal parôl fati in ca (Raffaelli Editore, 2007), da cui sono tratte le poesie qui pubblicate. L’êria tévda com un s-ciânt d’râm int ’na timpësta d’név lighê da un fil incóra a e’ zoch dl’abdola mo te in do sirta ch’a t’ciaméva int l’óra ch’al strapazéva al voi agli ór sugnêdi ad zir . in tréno par ’na val ch’l’è longa e te cun me sóra ’na traza . spérsa o tra dal curoñ d’év lustrêdi d’mél e pu t’at vult indrì a clu ch’u s’s. braza par di fantés.um che la môrt la i pôrta u s’s.braza longh e’ lêgh pr e’ bé ch’l’à dbu e vérs e’ mond ch’u l’véd e ch’u n’e’ véd chi sìt mai te che t’s-cent al rôs. ch’al nes che t’s.giarul vi i lampion pr avé de’ bur e par di mur s.bruglé te t’stres ch’i n’t’vega chi sìt mai te che com i chen ch’i pasa fas.end la gnegna a ’l stël pr i marciapì t’spent vi i ghët i n’zerca dl’ êria tévda d’maz. par dal strê d’curtel s.bichêdi d’lona int e’ raz. vérd de’ sól a j ò simnê e’ mi udór alzir . ad viôla d’Pêrma e alóra in d’ëi andé chj amigh d’cla séra cvi ch’i m’avreb purtê dal rôs. ticêdi se par vintura a fos partì par prem i fugh de’ sàbat j arlus. da longh e di suldé i cor dri lì ch’la pasa chêlma e la rid par la pasion ch’l’è fnida cvânt che la lus. la borga dl’êtra lus. int agli ór freschi dl’êiba ch’l’è za . straca a s’arvulten cun di pinsir int l’os Periferie Ottobre/Dicembre 2008 13 POESIA DIALETTALE pr un êtar dè in cumpagnì dla chêrna teatr ad òmbar d’buraten s.manêdi ombr ad cvaicvël ch’l’è stê ch’e’ turnarà cun dj étar ghëb in dj étar mond a ufa par stê int la vita coma cvi di salti che in piaza j a zughê magnend de’ fugh . stropi ch’i pasa par dal strê sgumbiêdi cun i bragon da e’ cul rot ch’i zérca la fiâma dl’ânma di oc pulì d’stambech patron di re ch’i s.bresa d’acva cêra e de’ strafòial ch’e’ prela s.marì pr i zugh che i vent i fa pr imbandunêla luntân da i s-cen e da e’ marchê di cvel la j à ciutê la gvaza e’ mos-c e l’érba mo fa cont d’gnit lësum gudé la seca di gelsumen ch’i m’scor ad Lorca e d’chj étar de’ gudivai di fiur ch’i s’sëra a séra ad bis. ardì tra la pis.ghéra bura chè sól al lòzal al fas.è la speia d’un fazulet insangunê pr un bròfal e l’éra tenra la tu vos. ch’baibzéva int e’ zugh strâmb d’disten ch’s’incrós.a a pnël . di zugh ad mân ad zenghni leti in prisia . curoñ d’rus.éri ch’al n’è andêdi so so pr e’ su vérs chi sa parchè alóra un sogn cunfus. che la tëra la s’mânda d’frêgul s-ciazêdi int ’na necia biânca L’ARIA TIEPIDA – come uno schianto di ramo in una tempesta di neve / legato da un filo ancora al ceppo della betulla / ma tu dov’eri che ti chiamavo nell’ora / in cui strapazzavano le voglie le ore sognate / di giri in treni per una valle lunga / e tu con me sopra una traccia sperduta / o tra corone di api lustrate di miele / e poi ti volti indietro verso colui che si sbraccia / per dei fantasmi che la morte gli porta / si sbraccia lungo il lago per il vino che ha bevuto / e verso il mondo che lo vede e che non lo vede // chi sei mai tu che strappi le rose che nascono / che lanci sassate ai lampioni per avere del buio / e per muri scrostati strisci perché non ti vedano / chi sei mai tu che come i cani che passano / facendo la ghigna alle stelle per i marciapiedi / spaventi i gatti in cerca di aria tiepida / di maggio per strade di coltello dentellate di luna // nel raggio verde del sole ho seminato / il mio odore leggero di viola di Parma / e allora dove sono andati gli amici di quella sera / quelli che mi avrebbero portato delle rose chiazzate / se per ventura fossi partito per primo / i fuochi del sabato santo risplendono da lontano / e dei soldati corrono dietro lei che passa / calma e ride per la passione che è finita / quando la luce cerca altra luce / nelle ore fresche dell’alba che è già stanca / ci arrabattiamo con dei pensieri sull’uscio / per un altro giorno in compagnia della carne / teatro di ombre POESIA DIALETTALE 14 Periferie Ottobre/Dicembre 2008 di burattini spoglie / ombre di qualcosa che è stato che ritornerà / con altre moine in altri mondi a non finire / per stare nella vita come i saltimbanchi / che in piazza hanno giocato mangiando del fuoco // storpi che passano per strade scompigliate / con i pantaloni strappati che cercano / la fiamma dell’anima negli occhi puliti di stambecco / padrone di ruscelli che scorrono d’acqua chiara / e del trifoglio che prilla smarrito / per i giochi che i venti fanno per trastullarla / lontano dagli uomini e dal mercato delle cose // ha coperto la guazza il muschio e l’erba / ma fa finta di niente lasciami godere l’arsura / dei gelsomini che mi parlano di Lorca e degli altri / del godimento dei fiori che si chiudono a sera / di baci ardenti nel pescheto buio / ché solo le lucciole fecero la spia / di un fazzoletto insanguinato per un brufolo / ed era tenera la tua voce che balbettava / nel gioco strano di destini che si incrociano a pennello / giochi di mani di zingare lette in fretta / corone di rosari che non sono andate su / su per il loro verso chissà perché allora // un sogno confuso che la terra ci manda / di fragole schiacciate in una nicchia bianca I zris . fiurì Dal faz ch’al ciapa la rânda di vizi fazi s.bruglêdi cun dal rugh d’stracona lëbar vulté d’s.biës ’na pepa môrta e chi pinsir che ognon e’ ten par sè in che s.gabuzen bur che gnânch la lus. . la pasa int e’ bufadur de’ chêld. U j è dal faz tondi coma la lona dj ucion ch’i t’gvêrda fes coma par dì mo nö, fórsi ch’i zérca nenca lo ’na mân, ’s a deghi d’mêl, ch’la tfa alvê d’bon óra la matena al spal alziri . sot’a e’ pés. de’ dè e al câmbia al faz, oh, s’al câmbia al faz, basta nö i fê chês. cvânt ch’al pasa scuri. ’S a i put mai fê a che bigat ch’e’ ros.ga ch’u t’chêva vi la voia d’incuntrêt, e cvânt avlen ch’u s’toca d’mandê zo . int st’ös-cia d’vita. Arvegh par la cavdâgna la ciôrla d’un tabach ch’u n’fa véla un’ôvra straca int l’óra ch’la bat la piga de’ vent cvânt ch’l’ardus. i pipistrel int l’êria pregna d’parôl ch’l’à det un cvicadon. Agli è dal lêrv ad s-cen arghiblì ch’i tórna e i va d’s.galèmbar pr e’ vialon dal piöpi in do che al göb al pepa int e’ fuson Periferie Ottobre/Dicembre 2008 e u s’sent di mandulen scurdé ch’i sona int al stal do ch’j armuga l’ùtum strâm e tra dal tràpal d’regn dal ciöz al cóva. E pu mo du spurì j andéva in prisia pr un sintir ad viôl e u j arbutéva i burd dal caparël un vent giazê e i dgéva che e’ desért l’avéva i fiur i sarpent i n’murséva piò incion. J andéva in prisia e u j batéva e’ côr e j us.el gvacé a tri sór’a e’ muret a un’ôra d’un’óra têrda cvânt che al ca al ciapa e’ fugh de’ sól i s’éra ins.mì tot cvènt in di snament. U j éra armast, e’ pê, sól un linzôl sóra l’érba nadrena, int e’ fê de’ dè ’na pré arvultêda e u l’savéva e’ vent e l’acva e e’ ton cvel che l’avéva det a i su cla séra s.mulghend de pân int un bichir ad bé e a tësta basa clu l’andéva vì incontra a l’êlbar d’una môrt s.graziêda. ’S a j ël incù che gnânch agli ôv al s’spéra e tot dentr e’ palaz u s’è inciudê ’s ài mai fat i s-cen che tot cvènt i s’sent ’na gran sis.ma adös ch’u n’i n’è l’ugvêl: l’acva ch’la fa la gambarëla a e’ sól cla cas.aza sfata la s’è drizêda la lus. j à vest i zigh prema d’murì i pes da l’acva i dà fura in prisia. U m’pê d’sintìm adös la févra êlta cvânt che d’atórna i m’pasa coma sopi d’êria cun al su vest ad zéra d’ev dal blez ch’a n’ò mai vest a e’ mond zirê. . J éra tot stret coma lighé int un bal nuvâñta o piò i sunéva e’ rilon int un sintir d’parpai d’ogni culór. U j éra cl’êria ch’la s’sent da nó in maz. ch’l’à l’udór d’rôsa e d’gelsumen fiurì e’ sól ch’e’ priléva e u m’paréva mat. A n’ l’ò mai vesta tâñta lus. ciutê cla val in do che i piligre’ i curéva a la ziga incontra a i zris. fiurì e pu u s’sintè un tambur bàtar in prisia e incóra lus. piò lus. lux luz lus. lus.. 15 POESIA DIALETTALE POESIA DIALETTALE 16 Periferie Ottobre/Dicembre 2008 I CILIEGI FIORITI – Facce che prendono l’andazzo dei vizi / facce sbrucolate con rughe di stanchezza / labbra girate di sbieco una pipa spenta / e quei pensieri che ognuno tiene per sé / in quel ripostiglio buio dovr neppure la luce / filtra nell’affanno del caldo. / Ci sono facce tonde come la luna / occhioni che ti fissano come per dire / ma no, forse che cercano / anche loro una mano, cosa dico di male, / che ti faccia alzare di buon’ora la mattina / con spalle leggere sotto il peso della giornata / e cambiano le facce, oh, se cambiano le facce, / è meglio non farci caso quando passano scure. / Quale rimedio puoi porre a quel verme che rosica / che ti toglie il gusto d’incontrarti, / e quanto veleno dobbiamo mandare giù / in questa maledetta vita. / Rivedo per la cavedagna / la loia di un ragazzo che non fa vela / un operaio stanco / nell’ora che batte la piega del vento / quando riconduce i pipistrelli nell’aria / pregna di parole che qualcuno ha detto. / Sono larve di uomini incurvati che ritornano / e vanno di sghimbescio per il vialone dei pioppi / dove le gobbe boccheggiano nel fossatone / e si odono mandolini scordati che suonano / nelle stalle dove ruminano l’ultimo strame / e covano chiocce tra trappole di ragni. // Eppure due esseri impauriti andavano di fretta / per un sentiero di viole e gli rivoltava / i bordi dei mantelli un vento gelido / e dicevano che il deserto aveva i fiori / i serpenti non morsicavano più nessuno. / Andavano di fretta e il cuore gli batteva / e gli uccelli acquattati a tre a tre sopra / il muretto ad un’ombra di un’ora tarda / quando le case prendono il fuoco del sole / si erano inscemiti tutti quanti in trastulli. / Era rimasto, pare, solo un lenzuolo / sul muschio, / sul fare del giorno una pietra ribaltata / e lo sapevano il vento e l’acqua e il tuono / ciò che aveva detto ai suoi quella sera / inzuppando il pane in un bicchiere di vino / e a testa bassa quello se ne andava via / incontro all’albero di una morte disperata. // Cosa c’è oggi che neppure le uova si sperano / e tutto dentro il palazzo si è fermato / che cosa hanno fatto mai gli uomini che tutti si sentono / una gran frenesia addosso che non c’è l’uguale: / l’acqua che fa lo sgambetto al sole / quella casaccia distrutta si è rimessa in piedi / la luce hanno visto i ciechi prima di morire / i pesci balzano fuori dall’acqua. / Mi pare di sentire addosso la febbre alta / quando mi mulinano attorno come soffi / d’aria con le loro vesti di cera d’api / bellezze che non ho mai visto al mondo girare. / Erano tutti avvinti come legati in un ballo / novanta o più suonavano il violoncello / per un sentiero di farfalle di ogni colore. / C’era quell’aria che si respira da noi in maggio / che profuma di rosa e di gelsomino fiorito / il sole roteava e pareva matto. / Non ho mai visto tanta luce coprire / quella valle dove i pellegrini correvano / alla cieca incontro ai ciliegi fioriti / poi si sentì un tamburo rullare in fretta / e ancora luce, più luce, luce, luce, luce, luce. CARLO FALCONI Nato a Castel San Pietro Terme nel 1975, oggi vive ad Imola. Ha pubblicato Albùmida (2002) e stampato autonomamente Il brillo parlante (2004) e nel 2008 Blëc. Poesie nel dialetto della vallata del Santerno da cui sono tratte le poesie che pubblichiamo. A mól int la mulëna dla nèbia ch’ la smója la smajvés i culur, Periferie Ottobre/Dicembre 2008 sté dè l’a e’ prufóm dla naftalëna e la vésta d’ un vécj cun la catarata Ed sicur ed nét j armasta al pal ed Nadél di cachi, e’ scaramàj dla mi biziclètta ch’ la va par la su stré dóv u n’ svid ’na madòna A mollo nella mollica / della nebbia che bagna / sbiadisce i colori, / questo giorno ha il profumo / della naftalina / e la vista di un vecchio / con la cataratta // Di sicuro e netto / restano le palle di Natale / dei cachi, i cigolii / della mia bicicletta / che va per la sua strada / dove non si vede un accidente Stréda strinéda da ’na lus ch’ l’ imbariéga l’ è un sól ch’ u s’ ardóppa sôtta la stanëla dla nöt Al côstal di calènch l’ è la maja ch’ a pórt adös, e’ purfóm dla zinèstra sgranfégna e’ mi côr u l’ fa zighé cumpagna un gat in amór Strada strinata / da una luce che ubriaca / è un sole che si nasconde / sotto la gonna della notte // Le costole dei calanchi / è la maglia che mi porto addosso, / e il profumo della ginestra / graffia il mio cuore / lo fa gemere come / un gatto in amore S-ciómma da bérba la név mója la cuérta e’ pél mat dla tëra, l’è grã’ zôvan e frésch luntã’ da i zigh di tuparlì davati a i rógg dla mietibat 17 POESIA DIALETTALE POESIA DIALETTALE 18 Periferie Ottobre/Dicembre 2008 Adès l’è tôt silèzi e i mi pës i s’ lasa dré sól dal pidé, un ritrat ch’ u sé sfarà cme e’ rusét dla sira sra la bòcca dla nöt Schiuma da barba / la neve bagnata copre / il pelo matto della terra, / grano giovane e fresco / lontano dagli urli dei topini / davanti agli stridii della mietitrebbia // Adesso è tutto silenzio / e i miei passi si lasciano dietro / solo delle impronte, un ritratto / che si disferà / come il rossetto della sera / sulla bocca della notte Grapa Cun la grapa in gröpa u s’élza da la scrana l’ a e’ pas inzért d’ un babì d’ un an Da ’na pért a cl’ étra dla stré e’ svulaza cumpagna ’na cartaza sbatucéda da la curëna Mó l’ éria incó l’ è instêcca e instêcca l’ è la vita d’ st’ imbariégh cun la grapa in gröpa e e’ pas d’ ’na galëna zöpa smarida a bché e’ furmintõ’ di arcurd, spargujé int l’éra dla vciaja GRAPPA – Con la grappa in groppa / si alza dalla sedia / ha il passo incerto / di un bambino d’un anno // Da una parte all’altra / della strada svolazza / come una cartaccia sbatacchiata / dallo scirocco // Ma l’aria oggi è immobile / e immobile è la vita di questo ubriaco / con la grappa in groppa / e il passo d’una gallina zoppa / persa a beccare il frumento / dei ricordi, sparso / nell’aia della vecchiaia Periferie Ottobre/Dicembre 2008 19 ALIDA AIRAGHI Nata a Verona nel 1953, si è laureata a Milano in lettere classiche e dal 1978 al 1992 è vissuta ed ha insegnato a Zurigo. ora risiede a Garda. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche. I primi versi sono in Nuovi Poeti Italiani (Einaudi 1984), i più recenti in Un diverso lontano (Manni 2003) e Frontiere del tempo (Manni 2006). Da quest’ultima raccolta sono tratti i testi che pubblichiamo. Insegnaci a contare i nostri giorni: quelli che abbiamo avuto, quelli che ci rimangono. Giorni attesi, giorni sprecati. Quelli annoiati, quelli incompresi. Le nostre albe assonnate, gli indaffarati mattini. Sere di baci. Notti fugaci. E carezze, e tristezze. Insegnaci a contare i minuti, a non perderli. Vissuti, da vivere: minuti così brevi che riempiamo di niente e di gente, di cose e pensieri per farli durare fino a un’ora. Lasciaci ancora tornare ai nostri ieri, progettare i domani: e rimani, rimani nel tempo che viviamo, nel momento che siamo. All’inizio era il tutto. Cielo e terra buio e luce fiore e frutto. Poi la pace, poi la guerra. La parola, la poesia. La preghiera, l’energia. La bestemmia, la pietà. All’inizio era un punto. Era tempo senza tempo, e riassunto nella singolarità. ANTOLOGIA ANTOLOGIA 20 Periferie Ottobre/Dicembre 2008 Sprechiamo tempo a guadagnare spazio: una casa più grande, una metropoli, un impero. Come un’ombra che si espande, ci imponiamo. Ma il confine più vero e inamovibile, non è di geografia. È lo zero della storia che ci aspetta, è la fine della retta. È l’entropia. In questo momento in cui sto seduta alla mia scrivania, e scrivo, in questo momento che vivo e ho in mano la biro, in questo momento sperduta al pensiero di te che chissà dove in che posto in che giro vivi il mio stesso momento ore sedici e dieci di lunedì ventitre settembre, ma altrove, vivi il medesimo tempo di me e non sei qui; e piove per te e per me, stesso tempo altro tempo. Perché? Ho letto le poesie di Prados in un libro che era di mio marito: c’è il suo nome, il luogo, la data e segni di matita accanto ai versi che gli sono piaciuti. “Quien roba luz en las ramas del arbol?” Si sarà tolto gli occhiali, avrà guardato fuori. Mi tolgo gli occhiali, guardo fuori, segno con la matita altri versi. “Mi soledad me ha sorprendido como una forma humana”. Lui è morto da undici anni, e il libro di Prados è del sessantasei. Periferie Ottobre/Dicembre 2008 21 ANTOLOGIA MICHELE URRASIO È nato ad Alberona (Foggia) nel 1937. Vive ed insegna a Lucera da molti anni. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Fibra su fibra (1965), Ancora un giorno (1970), Nel visibile e oltre (1974), Dal fondo dei Dolmen (1977), Lettere dall’Inferno (1981), Il segmento dell’esistenza (1983), La metafora della parola (1990), L’infinita pazienza e altri poemetti (1992), Il nodo caduto (1999). Le pietre custodi (2003), da cui abbiamo tratto le poesie che pubblichiamo è un libro-antologia in cui sono confluite sillogi pubblicate in tempi diversi. Forse non ricordi Forse non ricordi i rami del noce sopra i ponti, il sentiero ripido che portava in cima dove non sai se la voce degli uccelli è un richiamo dell’aria o un lamento strappato alla terra. Forse non ricordi. Ma è ancora qui la pietra che racchiude la nostra conchiglia, la siepe che ti vide accogliere il mio orgoglio ferito. Passavano nell’aria stanche cantilene e il nero dei fazzoletti abbassati sul viso delle nostre donne ci ferì lo sguardo, risvegliò un cenno, una croce. Nel visibile e oltre a mio padre I Raccoglievo ciottoli sulle rive del fiume quando mi fu detto di te, del tuo ritorno. Percorsi con il cuore in gola i sentieri di ortiche, saltai le rovine del mulino posto a guardia del prato. - Non l’eroe, non il soldato: all’angolo del camino un brandello di cuore osava ancora battere per noi. - ANTOLOGIA 22 Periferie Ottobre/Dicembre 2008 Bevevi con le mani tremanti da una tazza di acqua scura il tuo male, il nostro sogno. E in quel sogno perdevi la vita. II Si spense sulle labbra l’ultima parola, il solo cenno che ti strappò il vento e già indicavi con mano incerta il punto del tuo approdo. Moriva lento il giorno sui vetri riarsi dal gelo di febbraio: il cielo era stanco di averti, stanco di scoprire mia la tua ombra. Ma io aspettavo da te l’avvertimento, una ragione di esistere, un tuo comando. Tutto tornò dal regno del silenzio: la lezione che mi fece uomo, il vortice che mi segnò la via. Non ha misura il tuo avere, il mio dare è certo. III Dopo anni ti strappammo alla terra, ossa e fango: si torse il garofano selvatico spuntato ai tuoi piedi. Nelle occhiaie fremeva la fierezza dell’ultimo sguardo. Anche il figlio di tuo figlio ebbe la sua parte: conobbe la tua storia come io il dolore della tua scomparsa. Passano rapidi al tuo sguardo stormi di uccelli, cadenze di giorni. Sferzeranno i venti la tua pietra, ti gemerà il cuore al pensiero dei figli stranieri, come te, in altre rive. Sopporterai anche questo dopo i lunghi dolori del vivere, e vivrai sprofondato nella pace che eterna il nostro esilio. Periferie Ottobre/Dicembre 2008 23 I sonetti di Shakespeare tradotti da Giuliana Lucchini Più di un mattino in fulgida gloria ho guardato Lusingare le vette con occhio sovrano, Baciare con il viso d’oro il verde prato, Di celeste alchimia indorare il rivo albano; Poi lasciar le nubi più vili cavalcare Con fosco vapore il suo celestiale viso, E al derelitto mondo il suo volto celare, Scivolando non visto a occidente ed inviso; Così il mio sole un mattino presto brillò, Tutto splendore trionfante sulla mia fronte, Ma fuori ahimé soltanto un’ora mi donò, Nube quassù l’ha mascherato al mio orizzonte. Né lui, sole del mondo, il mio amore trascura; Può qui oscurarsi, se il sole in cielo si oscura. Che tu abbia lei non è del tutto il mio tormento, Eppur si può dire l’amavo caramente; Ch’ella abbia te, è il capitale mio sgomento, Perdita d’amore, mi tocca intimamente. Amanti traditori vi voglio scusare: Tu certo ami lei perché sai ch’io amo lei, E per mio amore così ella mi va a ingannare: Si fa amare in mio amore ché il mio amico sei. Se perdo te, perdita è lucro per l’amata, Perdendo lei, il mio amico trova quel che perdo, Per mio amore entrambi tal croce m’han segnata, Si trovano l’un l’altro, e entrambi, i due, riperdo. Ma ecco gioia, il mio amico ed io siamo tutt’uno, Dolce lusinga, ella oltre a me non ama alcuno. Due amori ho, per disperazione e per diletto, Due spiriti che fanno da suggeritore, L’angelo migliore è un uomo biondo perfetto, Donna è il peggiore spirito, di mal colore. Per piombarmi all’inferno il mio femineo male Adesca il mio angelo buono dal mio fianco, LA TRADUZIONE GIULIANA LUCCHINI ha insegnato lingua e letteratura inglese in un liceo scientifico e in Corsi di perfezionamento post-universitari a Roma; è autrice di libri di poesia e collabora a riviste di poesia e di critica letteraria. Le traduzioni che qui pubblichiamo sono tratte dal libro (con CD) William Shakespeare, Sonnets (a selection) edito da Ombra d’Oro Editrice Multim e d i a (2000). LA TRADUZIONE 24 Periferie Ottobre/Dicembre 2008 Di corrompere il santo in dèmone si cale, Ne insidia la purezza con immondo incanto. E se quell’angelo mio sia in demonio vòlto Lo posso sospettare, ma non certo dire, L’un l’altro amici, ma e l’uno e l’altro a me tolto, Un angelo nell’inferno altrui, posso arguire. Eppure mai lo saprò, nel dubbio mi stia Finché il malo angelo il buono scarichi via. Nel Centro di documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino” rivive la sua memoria Ricordare Vincenzo Scarpellino a nove anni dalla sua scomparsa (20 dicembre 1999) è per noi constatazione di un impegno mantenuto e motivo di una rinnovata determinazione. Decidemmo, di comune accordo, di pubblicare la sua raccolta (postuma) di poesie Foja ar vento e poi di costituire il Centro di documentazione della poesia dialettale a lui intitolato. Nel nome di Vincenzo abbiamo raccolto uno ad uno, con la collaborazione di tanti amici, oltre mille volumi (Poesia, teatro, testi di critica, vocabolari, grammatiche, ecc.) nei dialetti di tutt’Italia. Essi sono stati catalogati e il catalogo aggiornato è pubblicato sul sito www.poetidelparco.it (Centro di documentazione), grazie alla cura solerte di Maria Teresa D’Orazio e di Pina Scarpellino. L’obiettivo che ci poniamo, in vista del decennale della morte di Vincenzo, è di arrivare a raccogliere duemila testi dialettali presso il Centro di documentazione e di avviare la pratica per ottenere dall’assessorato alla Toponomastica del Comune di Roma l’intitolazione di una strada della Capitale a Vincenzo Scarpellino, poeta romanesco. Come è noto ai nostri lettori, il Centro Scarpellino, anche se ospitato nella Biblioteca comunale Gianni Rodari (in via F. Tovaglieri 237a 00155 Roma) non gode di finanziamenti pubblici, perciò ci rivolgiamo a Foja ar vento tutti voi per un aiuto: la donazione di libri in dialetto. Autoantologia postuma I volumi che invierete saranno catalogati e resi disponibili per il prestito delle poesie in romanesco di Vincenzo Scarpellino. bibliotecario a tutti gli appassionati di cose dialettali. Noi vi ringraziamo fin d’ora. Cofine, 2000, pp.64 € 7,00 Vincenzo Luciani e Achille Serrao Periferie Ottobre/Dicembre 2008 Tunnicchje di Assunta Finiguerra Il libro ha l’ampio formato di una strenna, con il testo scritto a caratteri grandi, come si conviene ad un libro per bambini, ed è abbellito da alcune tavole a colori di Francesco Mario Tumbiolo. Ma non è propriamente un testo per bambini (e nemmeno il Pinocchio di Collodi è rimasto relegato a questo ruolo), piuttosto ci troviamo di fronte ad un’operazione letteraria rivolta a chi ama immergersi nelle infinite varianti che un testo famoso origina nel tempo, o al lettore curioso di cogliere l’insolita atmosfera ludica che la nuova interpretazione suscita attraverso la scelta linguistica di un dialetto potentino. Che si tratti di una interpretazione e non di una semplice traduzione lo si comprende dalle prime righe in cui viene presentato un maestro Ciliegia dalle caratteristiche insolite, quasi provenisse dal nord Africa, che “tenije l ‘uocchje falbe e a pedde scurognele ca sembraje n ‘africane azzuppuate a Sande Fele”. Le note vicende del burattino di legno vengono trasportate nel paese lucano dove è nata la Finiguerra e trasfuse, proprio tramite il dialetto, in una ambientazione insieme realistica e arcana. Non cambiano le vicende, a mutare profondamente sono i topoi espressivi. Modi di dire, metafore e paragoni, dialoghi serrati, nomi e soprannomi, tutto è saldamente ancorato ad una precisa collocazione geografica e antropologica: San Fele, con le sue usanze, i suoi proverbi, i suoi scorci paesaggistici e le sue caratterizzazioni, rese a tutto tondo attraverso oggetti reali e presenze immaginarie propri di una comunità locale contadina, dove anche dei riferimenti all’ attualità o a luoghi transoceanici vengono ricomposti dalla lingua scelta dentro un mondo omogeneo e compatto. 25 RECENSIONI E NOTE Questo legame radicato in un territorio porta ad innestare sulla struttura originaria una serie di elementi estranei all’ambientazione di Collodi (ma ‘tradurre’ è sempre in relazione ad uno spostamento ... ), innanzi tutto il costante riferimento alla Chiesa e ai suoi riti, come puntualizzato da Pier Mattia Tommasino nell’ampia prefazione: “Da questo viaggio, della e nella memoria, nasce così un mondo molto lontano da quello descritto dal laico e progressista Collodi. Ugualmente affamato e misero, ma diverso ( ... ) in un’ atmosfera dominata da una religiosità pagano-cattolica che pervade ogni cosa”. Chi conosce la scrittura poetica della Finiguerra, ritrova qui alcune delle sue più consolidate motivazioni ma virate verso tonalità di leggerezza e fantasia. Una leggerezza contraddittoria, in sintonia con l’ alternarsi dei momenti di malasorte e contentezza in cui incappa Pinocchio- Tunnicchje nel suo percorso di cambiamento e realizzazione. “Pozze arrabbià!”, l’esclamazione (ben più forte del “Davvero” collodiano) del burattino con cui inizia il XIV capitolo, è anche il titolo di una raccolta poetica dell’ Autrice che, in una breve nota, evidenzia il suo personalissimo legame con il testo tradotto: “Non mi vergogno di dire che, con Tunnicchje, non solo ho rivissuto la mia infanzia ( ... ), ma ho scoperto ancora di più. quanto il dialetto sia nel mio DNA, perché la carica di pathos che custodisce non è altro che il sentimento di chi parla, il suono della vita”. E la vita è incessante movimento, così ben rappresentato dalle vicissitudini metamorfiche del burattino, che qui aggiunge alla sua carica cinetica anche il desiderio di volare - piglià abbuole - per acchiappare le farfalle e immergersi nel loro mondo. A poddele d’a Malonghe (La farfalla del bosco della Malonga) è infatti il sottotitolo del libro, un epiteto che a questo Tunnicchje offre un tocco RECENSIONI E NOTE 26 innovativo che corre sotterraneo nel testo, riemergendo di tanto in tanto fino alla conclusione che (rispetto all’originale, forse un po’ troppo buonista: “Com’ero buffo, quand’ero un burattino! e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!... “) qui viene resa con espressioni dialettali assai più colorite: “Cume ere da rirre quanne ere nu pupuazze de lèvene! E cume só cundende ósce de esse arrevendate nu guaglione ngarne e osse e cu a chiocca a pposte!”. A coronare la fine, viene aggiunto un proverbio locale che riassume in modo incisivo le contraddizioni della vita - a volte pesante, a volte lieve come un soffione che si libra nell’ aria - e l’insopprimibile desiderio di leggerezza a cui il burattino ci ha abituato in questa versione della Finiguerra: “A vite è accussì: quanne a bburze a bburze, quanne a vvòvele a vvòvele”. Nelvia Di Monte Assunta Finiguerra, Tunnicchje - Interpretazione lucana di Le avventure di Pinocchio, LietoColle, Como, 2007, pp. 170, euro 23. N’ètra vóte: bozzetti casolani di Filippo Travaglini Già nel ’99, con Na vòte – Atmosfere casolane, Filippo Travaglini aveva introdotto nella letteratura abruzzese la narrativa, un genere fino ad allora del tutto assente. Si ripresenta ora ai lettori con una nuova raccolta di bozzetti, corredati, però, da garbate rievocazioni dei momenti più significativi nella vita della comunità casolana, come, ad esempio, le vicende dell’ultima guerra mondiale o le varie fasi del lavoro e del folclore. L’assunto fondamentale del libro è un’operazione di verità “storica”: e perciò l’autore descrive ambienti e situazioni reali, Periferie Ottobre/Dicembre 2008 personaggi realmente esistiti, chiamati con tanto di nome e cognome. Di conseguenza, per questa via, la scelta del dialetto, ancora una volta, s’imponeva come ineludibile necessità. A tal proposito così Travaglini si esprime nella premessa: “Ho già esaurientemente argomentato nel precedente libro che l’uso del dialetto non è una scelta linguistica snobistica ma una necessità descrittiva per conservare l’autenticità e la cromaticità delle situazioni e degli attori. Gli ambienti, le dinamiche procedurali, i volti, le voci hanno una loro autenticità, una sapidità specifica solo se affidati alla lingua-madre, a quella linguadialetto che sola può scandirne i tempi distesi, i toni bonari, gli spazi dilatati, i colori indefiniti, le pulsioni genuine”. Sicché la cifra stilistica che caratterizza l’opera è quella del realismo: lo si rileva, tra l’altro, nel sapiente cromatismo, nella rappresentazione a tutto tondo degli oggetti; nell’evidenziazione dei particolari; nella puntigliosa ricerca lessicale che l’autore ha condotto per riportare in vita termini agricoli desueti o poco noti; nella diastratia di espressioni gergali che valgano a meglio rappresentare le diversità idiomatiche dei vari ceti sociali. In un momento storico come quello che stiamo vivendo, contrassegnato da un consumismo dissipatore e da un ottuso individualismo, circola nel testo un vibrante senso dell’appartenenza e, quindi, della simpatia, dell’amicizia, della solidarietà e di ogni altro valore che oggi sembra essersi smarrito. Dunque, la riconsiderazione del passato non mette capo ad una sospirosa ed inerte nostalgia ma, in tutta levità, si pone come paradigma del presente. Ovviamente, la comicità è il sale di quest’opera: ma non è da credere che si ricerchi il facile effetto della crassa risata. C’è anche questa; ma, al di sopra di tutto, Periferie Ottobre/Dicembre 2008 domina il calore di due sentimenti che, fondendosi insieme, danno luogo ad una struggente miscela poetica: da una parte il gioioso riemergere nella coscienza di un tempo felice nella sua frugale e spensierata innocenza; dall’altra la malinconia del ricordo, lo smarrimento provocato da una perdita irreparabile. Nicola Fiorentino Filippo Travaglini, N’ètra vote – Atmosfere casolane Le sette Disperse di Achille Serrao Mi chiedo spesso - lo penso dentro di me - quanto enorme sia il lavoro attorno e dentro piccole, rare, pubblicazioni di poesia, come questa, curate in ogni dettaglio: la scelta attenta della carta, quella del carattere tipografico, il luogo profondo della parola accanto a quello del disegno. Poeta, pittore, editore, tipografo creano una miniatura, stendendo pubblicamente un intenso microcosmo. Lo soffiano verso il mondo attraverso un numero esiguo di esemplari. Come se fosse dichiarata a voce alta un’ elezione, una selezione preziosa di riceventi lettori. Oppure ci si auspicasse un passaggio del libro fra un popolo di mani, a condizione di molta lentezza nella cultura del fare e del ricevere reciproco. Amo questi lavori certosini, dentro cui lievita una creazione compiuta con pochi ingredienti calibrati e studiati meticolosamente. Nominiamoli. Intanto, la carta paglia, che apre e chiude l’interiorità dell’ opera, è stata la prima gioia incontrata. Un tempo, la carta paglia veniva usata dai macellai e dai pescivendoli perché la sua qualità sana ed eccellente era unica nel custodire la carne. Con il tempo, è diventata talmente costosa da essere sostituita. Trovarla ad avvolgere la poesia 27 RECENSIONI E NOTE di Achille Serrao, come penso di tutti gli autori della collana del Quartino, è un fatto, una sostanza, per me. Carne o poesia, stessa cosa organica: cibo che entra nell’interiorità, nutre e fa crescere. Una luce minima sul titolo: Disperse. Queste poesie, questi corpi salvati dentro la carta paglia appunto, raccolti qui, recuperati da una loro ormai quasi definitiva scomparsa. Colti al volo per la resurrezione pubblica. Erano forse fogli nascosti tra fogli. Abitavano forse il vento della casa di un poeta grande. Sono stati afferrati, responsabilizzati, inoltrati verso una lettura pubblica. Annodarli in un unico fascio significa riconoscere loro una sola radice tematica, sviluppandola in sette direzioni, emozioni, ramificazioni. Ogni testo musica un fondale sonoro con variazioni, nella chiave linguistica cara ad Achille Serrao. Il suo dialetto viscerale, tanto lavorato nel pensiero, nel suono, nella sintesi espressiva, nella ricerca filologica, spinge un ascolto che esige fisicità, sensorialità, sospensione spirituale, passionale, sfondamento nel mistero. Leggo il verso e desidero sentirlo nella voce di Serrao stesso. Come se la pelle lirica, scritta, si sporgesse estremamente dalla scrittura per affacciarsi nell’oralità della voce. Della voce dello stesso poeta. Voce che è canto. Queste sette impronte poetiche nascono - non c’è alcuna nota critica riguardo al loro effettivo tempo di stesura... e il titolo ci induce a pensare che non abbiano una linearità temporale - da un comune pozzo tematico: il tempo. È il tempo quel nodo che stringe le nascite, le poesie, le creature disperse. Che sia tempo atmosferico, con le sue varianti umorali di marzo (‘E Marzo) dentro cui vibra la turbolenza sanguigna in una tessitura terrestre e stellare. Che sia tempo esistenziale, annidato nelle spalle di chi vive coscientemente, RECENSIONI E NOTE 28 drammaticamente, il passaggio di ogni soglia (Comm ’era) con andatura solitaria e commossa. L’uomo centrato nella poesia, in realtà, nel suo andare, non lascia mai le fondamenta della propria casa: ha un sangue nomade, dentro cui le radici si rafforzano, affondano, limpide e fiere, bagnate nelle segrete profondità dalle sue lacrime interiori. Che sia un tempo dentro cui pulsa una sottilissima, vibratile, cangiante, anima inafferrabile. Un incanto febbrile e lieve che accarezza e intenerisce le croste del cuore dolente, ribattezza la sua vecchiaia e la rinasce (in. Na jurnata ’e chelle). In un’altalenante oscillazione pendolare, eterna, nel quotidiano fluire delle ore, le cose si umanizzano attorno a noi, nel cromatismo tra luce e ombra, veglia e sonno (’E cose). Che sia il tempo sacro e drammatico de la Passio, dentro cui il silenzio è liturgico e assoluto: un coagulo zitto e vivissimo nel nodo di misericordia. Qui, il seme di un albero piantato al centro di un cortile svetta come un’ antenna cosmica cantata dai bambini. Unici nel cantare, malgrado ogni altra incalzante distrazione. Che sia il tempo di un viso irripetibile, quello di Cristo, non visibile ma tangibile come il vento. Quel vento che sposta le fondazioni e le terre. E i fogli dispersi, dicevamo, del grande poeta. Che sia il tempo, il vento, della rosa e dell’ape, entrambe regali e sapienti. Ultima, luminosa, duratura nella sua scia: Na casa acconcia. Achille Serrao chiude con questa finestra poetica, raffinata ed intensa. Una febbre di luce attraversa le imposte e proietta dal cosmo mondi, pupille, moscerini, angeli minuti, in un raggio aereo azzurrino, fosforescente, che segna, dentro il buio, il muro. Come un film che accende improvvisamente la parete, dentro cui anime e ritratti anonimi brillano per un attimo la loro Periferie Ottobre/Dicembre 2008 comparsa. Esco da questa finale, splendida, poesia. Sfioro la carta paglia e il disegno sulla copertina. La mia lampada non fa più luce sopra le parole. Rimane nell’aria la sonorità sensuale, tessuta da concavità liquide, raddoppiamenti consonantici, approfondimenti nelle vocali. La lingua di Caivano, città natale di Achille Serrao, continua a trasmettere arte in questi inchiostri caldi ed esatti, affiancata dagli schizzi rapidi, sintetici, misterici di Lia Zucconi. Anna Farabbi Achille Serrao, Disperse, Albenga, I libri del Quartino, 2008. Immagini di Lia Zucconi. In trenta esemplari. Sanmartin di Giacomo Vit In questa raccolta di poesie in friulano, un comune avvenimento (quel trasloco che capita a tutti di affrontare almeno una volta nella vita) diventa una complessa esperienza su cui si innestano elementi personali, sociali e storici: lo stesso titolo si riferisce alla data dell’11 novembre quando nelle campagne, non solo friulane, scadevano i contratti di mezzadria e molti contadini dovevano trasferirsi altrove. Del resto fin dalle prime pubblicazioni il poeta ci ha indicato come ogni percorso individuale confluisca dentro il fiume della vita che è sempre determinato da una pluralità di presenze e assenze, di avvenimenti a volte scelti, più spesso subiti e patiti nella irragionevolezza del destino. L’acqua è un’immagine poematica che attraversa spesso la scrittura di Giacomo Vit (basti ricordare il poemetto La plena Periferie Ottobre/Dicembre 2008 o la raccolta La cianiela) e ora si riaffaccia fin dai primi testi a rimarcare come le persone fluttuino più distanti dei loro desideri (“Al era un àrmar / fra nualtris. / Cuant ch’i si ciacaràvin / da un’isula / a chealtra, no si /capìvin... – C’era un armadio / fra di noi. / Quando ci parlavamo / da un’isola / all’altra, non ci / capivamo...”) e come gli oggetti stessi siano impregnati di questo liquido scorrere via del tempo: “Viarzint i scansèi, / i ài trovàt / il patùs di un flun / ch’i mi eri dismintìat, / – e a mi veve corùt / drenti! – Aprendo i cassetti, ho trovato / le alghe di un fiume / di cui mi ero scordato, / – e mi era viaggiato / dentro!”). Il senso di precarietà – insito nel traslocare da una casa ad un’altra, da un periodo della vita ad un altro – è un’eco che si diffonde in cerchi sempre più ampi, fino a inglobare diversi modi di abitare e le corrispondenti condizioni di vita di tante persone. Dal piccolo spazio (“il me toc di paradìs – il mio pezzo di paradiso”) di chi in carcere non ha nemmeno una cella per sé; alla “porta sul cielo” dell’amico poeta scomparso, che aveva dipinto un cielo azzurro attorno all’uscio forse per far capire che “ogni sogno / ha una porta / che noi dobbiamo / aprire”. Fino al testo che chiude la silloge, in cui l’esperienza attuale del poeta si ricolloca dentro l’incessante esperienza di migrazione che unisce il padre e il figlio in una storia che continua a dipanarsi senza fine, come in una dimensione da fiaba cui manchi un punto conclusivo ma tutto resti aperto nei puntini di sospensione. All’interno di questa ampia cornice di condivisione, i riferimenti personali non si chiudono nell’intimismo ma si declinano con una luce obliqua, spesso mediati dai filtri della distanza e dell’ironia, dell’amarezza, delle domande senza risposta poiché è inutile chiedersi “quale montacarichi / avrà la 29 RECENSIONI E NOTE forza / di spostare quintali / di delusioni / accumulate agli angoli della camera?”. La lingua usata è un friulano colloquiale, mai lirico in sé ma che sa far scaturire dalla concretezza delle immagini l’intensità lirica di alcune situazioni, la vena elegiaca di un infinito andare come relitti trascinati dalla corrente, “roba imbombada di sun, / ciapada sù di sbusinòn – oggetti inzuppati di sonno / raccolti in fretta”. C’è a volte una umanizzazione delle cose (“finestre, occhi / inchiodati sul mondo”; “la pelle dei muri / fatta più dura”) che contribuisce a creare un’atmosfera di compenetrazione tra realtà esterna e interiorità, in un clima di forte partecipazione emotiva ma ancorata ad una salda percezione del proprio esserci storico, dell’inevitabile posizionarsi dentro un destino sovrandividuale che trova un punto fermo – non di stabilità ma di autenticità – nella adesione ad una lingua che riconduce ad uno spazio fisico e antropologico di appartenenza, con la quale si può esprimere la parte più intima della propria umanità. La naturale adesione della lingua usata alle tematiche esposte emerge in modo singolare nel testo “Istruzioni per inscatolare” in cui un italiano prescrittivo e anonimo (frasi estrapolate dal depliant di istruzioni per utilizzare gli scatoloni del trasloco) si alterna con il friulano di pensieri amari su un’esperienza – di un amore, di un vivere insieme lasciato sottinteso – che si avvia alla fine; il contrasto è stridente, perché presenta due realtà inconciliabili, come l’illusione di chi crede al sostare del vento mentre la quotidianità della vita dà regole semplici ma inequivocabili: “E iò a crodi / al polsà dal vint:/ “Non capovolgere”. Nelvia Di Monte Giacomo Vit, Sanmartin, LietoColle, 2008, euro 10 RICORDO DI... 30 Periferie Ottobre/Dicembre 2008 Michele Coco (1934-2008), vita scolastica e passione letteraria Si è spento il 22 agosto 2008 Michele Coco, valido collaboratore di Periferie, con le sue splendide traduzioni dai classici greci e latini. Una vita spesa nella scuola, fin da quando, laureato in lettere alla Cattolica di Milano con una tesi in storia del teatro sulle tragedie di Seneca, era tornato a San Marco in Lamis (FG), sua terra d’origine, per insegnarvi italiano e latino, alla fine degli anni ’50. Un ventennio dopo diviene preside nel locale liceo “Pietro Giannone”, dove era stato studente e insegnante, e dove resta fino al pensionamento. La sua è una scuola di buona memoria, in cui l’insegnante insegna, ma ha pure fisionomia intellettuale e culturale. Fu anche autore di testi scolastici per il latino e il greco. Non c’è evento nei suoi luoghi in cui egli non sia stato presente, e spesso partecipe, spesso promotore, con animo aperto e disponibile. Il suo era amore per la letteratura, prima che ambizione letteraria; e perciò, non tanto ricerca di contatti prestigiosi per autopromozione, ma letture attente di classici antichi e contemporanei, di autori della modernità; ed esercizio parco, lento, intenso, della scrittura e dello stile. Proprio perché passione e non ambizione, Michele era attento anche alle espressioni letterarie dei conterranei, pur minute, e non disdegnava di scriverne, nel suo modo terso, elaborato con lentezza e cura. Se non merito, credo sia suggestione sua se negli anni ’70 fu portata alla luce la poesia dialettale di Francesco Paolo Borazio. Oggi Borazio è citato in tutti i repertori specifici; ma allora, morto da un ventennio, era stato sempre elogiato e mai pubblicato. Fu Michele a rileggerne, a fine anni ’60, il delizioso poemetto eroicomico Lu Trajone, e pubblicarne stralci commentati su fogli locali. Quando, qualche anno più tardi, Antonio Motta ed io progettammo di avviare una collana i “Quaderni del Sud”, decidemmo come primo titolo proprio Lu Trajone, perché lo conoscevamo da ciò che egli ne aveva scritto (fu terzo curatore del volume, nel 1977). Michele fu il primo a scrivere, sulla Rassegna di studi dauni nel 1976, uno studio sulla poesia latina di J. Tusiani, quando questi aveva edito appena un opuscolo della sua vasta produzione neolatina. Tusiani è oggi riconosciuto come uno dei maggiori neolatini. Michele ne aveva preconizzate le potenzialità prima di altri, in Italia e non solo. Dunque, lo studio, denso e tenace. E poi la poesia, che lo accompagnerà fino alla fine. Poesia tradotta in versi italiani dall’antichità classica (con excursus nella lingua spagnola insieme al fratello ispanista Emilio). Impossibile qui fare anche solo i nomi dei poeti tradotti (e bisognerà che altri lo faccia in altra sede). Ma vanno ricordati almeno i recenti volumi Alceo. Liriche e frammenti (2005) e la versione di tutti i Carmina di Catullo (2007). Infine la poesia in proprio, scritta con parsimonia, pudicizia quasi, come tutto ciò che era suo. Quando uscì Momenti, la migliore fra le sue raccolte di liriche (1968), Egli disse: “Prima di decidermi a pubblicarla, ho aspettato il benestare di P. Soccio” (che ne stilò la prefazione). Ed ecco la voce di Michele poeta, riservata ed elegante nelle sue cadenze: A sera quando l’asfalto rugoso si bagna nell’ombra delle case sollecita ritorni. Ogni sera a ravvivarmi il fuoco dell’attesa. Cosma Siani Periferie Ottobre/Dicembre 2008 Subiaco e i poeti della Valle dell’Aniene La presentazione del libro Dialetto e poesia nella Valle dell’Aniene di Vincenzo Luciani il 22 novembre a Subiaco nella Sala delle Conferenze della biblioteca comunale, introdotta dal Sindaco Pierluigi Angelucci, dopo un intervento dell’autore, si è trasformata in un avvincente reading poetico. Le diverse lingue della Valle si sono manifestate nei versi dei poeti Marcello De Santis (Tivoli), Alessandro 31 AVVENIMENTI Moreschini (Castel Madama), Marco Occhigrossi (Marano Equo), Antonietta De Angelis e Benedetto Lupi, poeta, autore teatrale, dialettologo di Subiaco che oltre ai suoi testi ha declamato quelli dell’indimenticato Achille Pannunzi. Presenti in sala anche la vedova Renata e la figlia di Pannunzi, Caterina, l’ex sindaco di Subiaco Giuseppe Cicolini (autore tra l’altro di Subiaco la polenta e l’abito della festa), Pina Zaccara Antonucci autrice del Dizionario del dialetto sublacense e la direttrice della biblioteca Rosaria Zaccaria. LIBRI RICEVUTI Perla Sigismondi Marino, È n’atru mare, Carabba Editori, Lanciano, 2005; Alida Airaghi, Frontiere del tempo, Manni, Lecce, 2006; Nevio Spadoni, Cal parôl fati in ca, Raffaelli Editore, Rimini, 2007; Michele Urrasio, ’A ’ddore u pane, Catapano Editore, Lucera, 2007; Carlo Falconi, Blëc, Tempo al libro, Faenza, 2008; Antonella Pizzo, Trapassi, Stampato in proprio, Ragusa, 2008; Giuseppe Tirotto, La casa e la chisura, Ed. Tema, Cagliari, 2008; Giacomo Vit, Sanmartin, Lietocolle, Faloppio, 2008; Alessandro Guasoni, Contravenin, Prova d’Autore, Catania, 2008; Salvatore Pagliuca, Cor’ scantàt’, Stampato in proprio, Grafiche Finiguerra, Lavello, 2008; Francesco Granatiero, Passéte, Interlinea Edizioni, Novara, 2008; Luigi Fontanella, Oblivion, Archinto, Milano, 2008; Ferdinando Grignola, La foglia trafitta dal sole, Edizioni Ulivo, Bolerna, Svizzera, 2008. NOVITÀ 2008 EDIZIONI COFINE Vincenzo Luciani, Dialetto e poesia nella Valle dell’Aniene , pp. 128, € 10,00. E’ la più completa indagine sui testi dialettali (dizionari, proverbi, filastrocche, indovinelli, teatro, poesia) di 26 Comuni dell’area tiburtina sublacense (Lazio). Maurizio Noris., Dialèt de nòcc, d’amùr, pp. 32, € 6,00. In dialetto bergamasco della Media Val Seriana, è la raccolta di poesie vincitrice della V edizione del Premio Città di Ischitella-Pietro Giannone 2008 EDIZIONI COFINE libri di poesia 2006-2007 Achille Serrao, Era de maggio. Quattro atti dalla vita e dall’opera di Salvatore Di Giacomo, pp. 48, € 7,00 AA. VV., 15 poeti per Ischitella, con testi di 15 autori che hanno visitato il centro garganico (foto) pp. 32, € 5,00 Pier Mattia Tommasino, Pietro Civitareale, Poeti La befana e er batti- in romagnolo del Novecento. Antologia, pp. scopa, pp. 32, € 6,00 128, € 12,00 Giovanna Giovannini, Ho bevuto in una foglia. La poesia a scuola: un’esperienza, illustrazioni colori, pp. 64, € 10,00 Renato Pennisi, Menzi storii (Mezze storie), poesie in siciliano, pp. 32, € 6,00 Giacomo Vit, Sòpis e patùs (Zolle e alghe di fiume), poesie in friulano, pp. 48, € 7,00 Vincenzo Luciani, Le parole recuperate. Poesia e dialetto nei Monti Lepini e Prenestini, pp. 96, € 10,00 Achille Serrao (a c. d.)., Torino & Roma: poeti e autori ‘periferici’ (I. Isler, A. Brofferio, V. Alfieri, F. Tartufari, L. Olivero, M. Lattes, V. Luciani, pp. 96, illustrazioni, € 12,00 PER ACQUISTARE I LIBRI versare l’importo sul c/c/p 34330001 (Cofine srl via Vicenza 32 00185 Roma) indicando il titolo del volume che verrà inviato a stretto giro Rosangela Zoppi, Ro- Rocco Brindisi, Morte di posta. ma: la memoria delle de nu fra ca uardava, Info: cofine@poetistrade, illustrazioni, pp. poesie in lucano, pp. 32, delparco.it - tel. 06.2253179 € 6,00 144, € 15,00