eriferie
Poste Italiane SpA - Sped. Abb. Postale 70% -DCB Roma
direttore Achille Serrao
Direzione - Redazione:
via Lepetit 213/1
00155 Roma
Tel-Fax 06.2286204
Trimestrale
REGISTRAZIONE
Tribunale di
Roma
n. 623/96 del 13/12/96
euro 3,00
OTT. /DICEMBRE 2008
ANNO XIII N.
48
fondatori Bruno Cimino e Vincenzo Luciani
IL LIBRO: A cuor leggero, Salvatore Pagliuca
VISTI DA LONTANO:
PP. 8-10
Luis Benítez e Paulina Vinderman
POESIA DIALETTALE
Nevio Spadoni e Carlo Falconi
PP.
12-18
PP. 19-22
ANTOLOGIA ITALIANA
Alida Airaghi e Michele Urrasio
RECENSIONI E NOTE
RICORDO di Michele Coco
PP.
25-29
P. 30
PP.
4-7
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Periferie
Ott./Dicembre 2008
Sommario
eriferie
ANNO XIII N. 48
OTTOBRE/DICEMBRE 2008
TRIMESTRALE
DIRETTORE RESPONSABILE
Bruno Cimino
DIRETTORE Achille Serrao
COMITATO DI REDAZIONE
Rino Caputo, Sergio D’Amaro
Maria Teresa D’Orazio,
Vincenzo Luciani, Cosma Siani
DIREZIONE E REDAZIONE: via Roberto
Lepetit 213 int. 1 - 00155 Roma
Tel-Fax 06.2286204
E-mail [email protected]
www.poetidelparco.it
IL LIBRO
A cuor leggero, Salvatore Pagliuca
4-7
VISTI DA LONTANO
Luis Benítez
Paulina Vinderman
8-10
10-11
POESIA DIALETTALE
Nevio Spadoni
Carlo Falconi
12-16
17-18
ANTOLOGIA
Alida Airaghi
Michele Urrasio
19-20
21-22
LA TRADUZIONE
Giuliana Lucchini traduce Shakespeare
23-24
RECENSIONI E NOTE
Tunnicchje di Assunta Finiguerra
N’ètra vóte, bozzetti di F. Travaglini
Le sette Disperse di Achille Serrao
Sanmartin di Giacomo Vit
25-26
26-27
27-28
28-29
RICORDO di Michele Coco
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AVVENIMENTI: Subiaco e i poeti della Valle 31
COME RICEVERE PERIFERIE - INVIARE 16,00
euro sul c/c/p/ 59612879 intestato a Associazione Periferie, via Nino Ilari 11 - 00169 Roma o
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REGISTRAZIONE Tribunale di
Roma n. 623/96 del 13/12/96
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STAMPA SEA servizi editoriali avanzati
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FINITO DI STAMPARE dicembre 2008
QUOTA ANNUA SOSTENITORI 16,00 €
(con 4 numeri della rivista) sul c/c/p
59612879 intestato a Associazione
Periferie via Nino Ilari 11 - 00169
Roma. – ARRETRATI: 5,00 €.
CENTRO POESIA DIALETTALE
“VINCENZO SCARPELLINO”
Il Centro di documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino” (presso la Biblioteca G. Rodari, in via
Francesco Tovaglieri 237a - 00155 Roma - tel. 062286204) invita ad inviare e a far inviare gratis testi dialettali (poesie, antologie, riviste, monografie, dizionari e
grammatiche, materiali video e audio).
Il bollettino dei libri del Centro è sul sito www.poetidelparco.it (sezione Poeti in dialetto: “Centro di documentazione” del menù).
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Ott./Dicembre 2008
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EDITORIALE
Poesia per un anno
Nei calendari antologici della casa editrice belga Alhambra
Per ogni giorno dell’anno un
testo: perché in custodia del
tempo conservi la originaria integrità e la sua sovrana bellezza?
Sul foglio la poesia si dipana in
solitudine piena, esprime tutta la
sua incantata (e incantevole)
vocazione al colloquio intimo con
l’occasionale lettore e il calendario
è un breviario da consultare nei
momenti più disparati, magari
sfogliando a ritroso le paginette
temporali e i versi impressi e più
amati, nitidi nel ricordo della
prima lettura.
Dunque, 365 (o 366 per gli anni
bisestili) poesie di un numero
variabile di autori. L’idea e la esecuzione pregevole dei calendari
(sono stati pubblicati finora quelli
di lingua inglese, francese, tedesca e spagnola ed è in uscita
quello italiano) si devono a Shafiq
Naz per conto della casa editrice
belga Alhambra e si denominano
“antologie” per l’ordine temporale
in cui appaiono opere e poeti. Ciascun manufatto contiene testi
appartenenti a epoche e scuole
diverse, con particolare attenzione
alla poesia contemporanea. L’italiano (impossibile elencare nomi) include autori da Dante Alighieri al giovanissimo Edoardo
Zuccato.
Ma se l’operazione sembra “stipata” sotto la semplice (e naturale) denominazione antologica,
e perciò nel susseguirsi ragionato
di poeti a partire dal XIII-XIV secolo, il prodotto ha la gratuita
preziosità della spigolatura miracolosamente sfuggita alla falce
onnivora della industria culturale, estranea agli imperativi economici del mercato.
Mentre assecondano la diffusione e la conoscenza di attestati
poetici di aree linguistiche diverse
(europee), i calendari disegnano,
con le scelte operate, una storia
letteraria che meglio non potrebbe
un antologico confezionato con i
migliori propositi. Insieme, gli
almanacchi, in edizioni elegantissime, gesto d’amore e di laboratorio orefice del verso e di una
sua esposizione, associano il
pregio di essere piccoli monumenti o edicole innalzate al gusto
della bella pagina impostata,
badando agli acconci e godibili
equilibri della colonna nello
spazio, alla tipologia dei caratteri
e perfino alla qualità della carta.
Achille Serrao
Un dono di Natale?
Un abbonamento a Periferie
Un abbonamento a Periferie può essere
annoverato tra i doni graditi per il prossimo
Natale e per l’anno nuovo.
Il costo è di soli 16 euro. In cambio, poesia
di qualità, per un intero anno.
Oltre alla soddisfazione di sostenere
uno sforzo editoriale, davvero
senza scopo di lucro e senza
rischio di guadagno.
IL LIBRO
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Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
A cuor leggero, Salvatore Pagliuca
Cor’ šcantàt’ è il titolo del libro che Salvatore Pagliuca mi invia dal
suo eremo laborioso di Muro Lucano in quel di Potenza. La traduzione
italiana del titolo: “stupido cuore spaventato”, e tuttavia luogo di una
vicissitudine d’amore intensamente partecipata, in una gradualità di
“sospiri” e tenerezze, senza apprensioni e op/pressioni di lingua e di
senso oltre la misura, appunto, della tenerezza nella sua più diretta
e immediata esplicitazione; stato che fa dire al poeta: Puortam’ mbaravìs’ / p’na nghianàta ianch’ / e cinèr’ / com’ sta faccj r’miscegghj.
// Meglj: famm’ assì paccj / e sìngam’ la fisìn’ / ndò accuménz’ e part’
/ sta vociavucegghj r’ mamm’ / figlj e mugliér’. (Portami in paradiso /
per una salita bianca / e tenera / come questa faccia di gattina. //
Meglio: fammi impazzire / e indicami l’anfora / dove comincia e parte
/ questa voce-vocina di mamma / figlia e sposa). Ma una vicissitudine poco incline ad ammettere lirismi “accesi” dell’amore con le componenti situazionali che le sono proprie: mi pare di cogliere, in proposito, una profonda sottile reticenza, una sorta di pudore che rattiene accensioni forti sentimentali. È che ogni verso “ ha la freschezza
di un dettato felice, privo di complicazioni intellettuali (e intellettualistiche, n.d.r.), di sovrastrutture letterarie” (Dante Maffia nella prefazione al volume). Che è come cogliere la scarsissima propensione di
Pagliuca ad adottare un lessico - aggettivazione compresa - alterato
nel suo senso referenziale naturale (e originario).
E tuttavia, l’incontro (mai scontro) degli elementi dello strumentario
espressivo impiegato crea una cassa di risonanza che polifonizza gli
effetti e li dilata per svolgimenti evocativi mobili e centripeti, suggestivamente capaci di ampi, duttili e potenziali raccordi. E ciò accade
nel testo singolo come nella intera raccolta per via degli echi che
rimandano, di poesia in poesia, la temperie incantata da allegorismo
metafisico di cui il dettato si nutre.
Sicché Cor’ šcantàt’ non è semplice silloge di componimenti, ma
manifesta la struttura di un libro di alta suggestione: lascia trasparire anche gli intenti del “canzoniere” addensato com’è intorno al nucleo
tematico di cui s’è detto all’inizio. Vi funziona da sede di invenzione e
di crescita sentimentale, lo “stupido cuore spaventato” dove confluiscono tutti i dati esperienziali che contribuiscono a quella crescita:
Pennil’ - rolic’ - r’ iuorn’ / ca ienghj la vott’ mezza chièn’ / e tuorn’ a
scurrìsc’ luc’ e acquaviènt’. // Ndò nient’ rivogghj l’acquasànt’ … / (nu
cor’ ca nun šcant’ / è cor’ miezz’ vacant’) (Grappolo - dolce - di giorni
/ che riempi la botte mezza piena / e torni a gocciolare luce e pioggia
tempestosa. // In un attimo ribolle il liquido benedetto… / (un cuore
che non si spaventa / è cuore metà vuoto).
Poesia in punta di piedi, infine: “do not disturb”. Pagliuca appende
la scritta fuori della porta dei suoi lettori e sussurra, non dice, sus-
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IL LIBRO
surra con leggerezza (e delicatezza) badando a non
imporre la propria condizione, soprattutto quella di
poeta, a non “disturbare”, “È certo che questi versi scrive sempre Maffia nella prefazione - hanno una loro
particolarità che prende e trascina, perché hanno nella
loro leggerezza un segreto che sfugge e si colora via
via di presagi appena accennati, di avvisi, di abbagli
che a un tempo svelano e occultano il nodo intricato
della psiche”.
A. S.
Mò ra nnanz’ nun cont’ cchiù
li iuorn’, ll’ fest’ cummannàt,
ll’ luc’ ca s’ scangian’ r’ iuorn’
a la Paràt’.*
N’ata staggiòn’ sciuùl’,
sciuùl’ ammalamènt’.
Šcàman’ a capasott’ ll’ ronnin’
a la chiazz’, šcàman’ a rasulàt’
e t’ levan’ la cap’.
N’ ata staggiòn’ sciuùl’
– nu caur’ sciuulènt’ –,
mpiett’ com’ r’ ardìch’ pong’
e ndò nient’ è fatt’ nott’.
D’ora in avanti non conto più / i giorni, le feste comandate, / le luci che si
attenuano di giorno / all’orizzonte.* / Un’altra estate scivola, / scivola in malo
modo. // Garriscono a testa in giù le rondini / alla piazza, urlano a rasoiate
/ e ti creano stordimento. // Un’altra estate scivola / – un caldo scivoloso –,
/ in petto come di ortica punge / e in un attimo s’annotta.
*La Paràt’ è il toponimo del gruppo montuoso delimitante ad occidente l’orizzonte visivo murese.
Putij ess’ r’ aùst’ o a marz’.
Stiemm’ ra quacch’ part’.
T’ tengh’ ammént’ tal’ e qual’,
com’ nu miezz-bùst’ stupàt’
stritt’ stritt’ ndò la sacch’.
Stievv’ r’ quart’, arrizzicàt’
dret’ a na ris’ patutizz’ –
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nu picch’ šcantàt’ – p’ quacch’
cos’ ca er’ stat’ o man’ man’
ch’avia venì.
Poteva essere di agosto o a marzo. / Stavamo da qualche parte. / Ti ricordo
esattamente, / come un ritratto conservato / con cautela in tasca. / Stavi un
po’ girata, rabbrividita / dietro un sorriso malaticcio – / un po’ spaventata –
per qualche / cosa successa o che rapidamente / sarebbe avvenuta.
Li nir’ s’ fann’ poch’ a la vot’
– a prima matìn’ – penzann’ a Dij.
Pìuu pìuu pìuu, nu fricchj r’ bambàscj.
Pià pià pià, duj’ murzùn’ r’ na zoch’.
Li nir’ s’ fann’ poch’ a la vot’
– paròl’ p’ paròl’ – e quann’ vol’ Dij.
I nidi si fanno poco alla volta / – di buon mattino – pensando a Dio. // Pìuu
pìuu pìuu, un po’ di cotone. / Pìa pìa pìa, due frammenti di una corda. // I
nidi si fanno poco alla volta / – parola per parola – e quando vuole Dio.
Anima mij gentil’ ca a l’ arij staj.
T’ scuntàj p’ vij ventòs’
li iuorn’ r’ la merl’.
Réfol’ fina fina cièrnim’
san’ san’, ciernim cu lu cernicchj
e pozz’ assì gran’.
Anima mij gentil’, anim’ r’ luantìn’.
Vient’ r’ la muntagn’ ca
rr’ vign’ acchiàr’, scigliam’
ngap’, scigliam’ li capigghj.
Anim’ r’ travèrs’, anima mij spèrs’.
Anima mia gentile che nell’aria stai. / T’incontrai per vie ventose / in pieno
inverno. // Brezza lievissima setacciami / interamente, setacciami con il
setaccio / e possa uscire grano. / Anima mia gentile, anima di levantino.* //
Vento della montagna che / le vigne schiarisci, scompigliami / in testa, scompigliami i capelli. / Anima di traversa,* anima mia dispersa.
*denominazione murese di venti: il levantino spira da sud-est, la traversa da
nord-ovest
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IL LIBRO
Pulizz’ senza press’
nu vecchj’ cimitèrj’. Robb’
r’ muort’. Na fatihja speciàl’
ca arròbb’ cu paciènz’
ra nu riscìgghj spers’
mpiett’ a na custòn’.
P’ chiur’ la settimàn ’ngarràj
nu fuoss’ semmenzàt’ r’ figliòl’
– ammuccuàt’ ra nu lat’ –
cu nu fricchj r’ cauràl’
e cu sopr’ doj’ pignàt’:
una menzàn’ e una cchiù piccinènn’.
P’ sentimiènt’ sol’ lu merch’
r’ na vest’ ncìm’ a na spingol’
assaj graziòs’ e bellafàtt’,
accunzàt’ mbizz’ cu na ros’.
Rummènich’ so’ giùt’ a lu pagliàr’,
p’ t’ penzà sott’ a n’aulìv’.
Ma aucchiann’ temp’ p’ temp’
nunnàgg’ ngappàt’ manch’
nu merch’, nu singh’, manch’
nu frinzil’ r’ nuj nnammòr’.
E pur’ quann’ è ch’ è stat’
ca m’ vuttàvv’ nterr’?
E ammulutàmm’ - sciunùcchj e rin’
sop’ a rr’ gregn’- p’ finì mpastàt’
r’ zanch’ e paglj’ intr’ a nu fuoss’?
Quann’ è ch’ è stat’ ca
c’ riciemm’ cu l’uocchj
“scuocchj quà nzitt’ a la mort’„?
Si e no cient’ ann’ fa.
Pulisco con attenzione / un’antica necropoli. Cose / di morti. Un particolare
lavoro / che ruba pazientemente / da un arido terreno disperso / su un costone.
// Per concludere la settimana beccai / una fossa mezza distrutta di ragazza
/ – deposta su un fianco – / con un frammento di bacile / e sopra due vasi: /
uno medio e l’altro più piccolo. / Come ornamento solo l’impronta / di una
veste sopra una spilla / molto graziosa e ben fatta, / adornata all’estremità da
una rosetta. // Domenica sono andato in campagna / per pensarti sotto un
ulivo. / Ma osservando zolla per zolla (tutto il terreno) / non ho trovato nemmeno / un’impronta, una traccia, nemmeno / un brandello di noi in amore.
/ Eppure quanto tempo è passato / da quando mi spingesti a terra? / E rotolammo – ginocchia e reni / sopra i covoni – per finire impastati / di argilla e
paglia dentro un fossato? / Quando è successo che / ci dicemmo con gli occhi
/ “giuralo fino alla morte„? / Neanche cento anni fa.
VISTI DA LONTANO
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LUIS BENÍTEZ
Luis Benítez è nato a Buenos Aires nel 1956.
Ha pubblicato, tra gli altri, Poemas de la tierra
y la memoria (1980), Mitologías/La balada de
la mujer perdida (1983), Behering y otros
poemas (1985), Guerras, epitafios y conversaciones (1989), Fractal (1992), El pasado y
las vísperas (1995) e La yegua de la noche
(2002).
Dame una mentira enorme
Dame una mentira enorme que haga temblar los pulsos de
la edad
con su pisada grave y significativa,
que espante de mí los pájaros negros y los gusanos
que cosecho sin proponérmelo en la dársena del miedo
y se las arregle para hacerme creer que el hombre puede
salir de sí,
ser uno con la mujer y amarla sin destruirse.
Algo que dure un momento y venga de tus labios,
para que yo me esconda y los altivos y los necios no me
vean.
Detrás de esos frágiles decorados vivirá feliz y pequeñito,
lejos del tedio y de los ojos que escrutan en la noche.
Sin miedo al silencio y a las fieras,
luego que la mentira fuese pronunciada,
como por un hechizo efímero correrían los talones del
infortunio
y ni él, ni la miseria, pescarían ya nada en mis sentidos
embotados.
La angustia del hombre ardería como bruja-fénix
y estos ojos y estas pobres manos que rezan sin
llegar
al rabo de Dios en las alturas, arrojarían al suelo,
deschecho, el viejo corazón de la amargura,
contentos en su careta nueva.
Dame una mentira enorme,
que haga girar al revés el tiempo en los relojes
y arrúllame en ella,
hasta que en mis labios aparezca
la helada sonrisa del idiota.
(Poemas de la tierra y la memoria, 1980)
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VISTI DA LONTANO
DAMMI UNA MENZOGNA ENORME – Dammi una menzogna enorme
I testi di questa rubrica
che faccia tremare i polsi / dell’età / col suo passo solenne e signie le note biografiche
ficativo, / che scacci da me gli uccelli neri e i vermi / che raccolgo
sono tratti dal volume:
senza propormelo sulla darsena della paura / e faccia di tutto per
Antologia della poesia
farmi credere che l’uomo possa / uscire da se stesso, / essere tutargentina
contempot’uno con la donna e amarla senza distruggersi. / Qualcosa che duri
ranea, a cura di Silvia
un momento e venga dalle tue labbra, / perché mi nasconda e gli
Beatriz Amarante e
altezzosi e gli sciocchi non mi / vedano. / Dietro quei fragili scenari
Emilio Coco, Sentieri
vivrà felice e piccolo, / lontano dal tedio e dagli occhi che scrutano
Meridiani Edizioni, Fognella notte. / Senza paura del silenzio e delle belve, / non appena
gia, 2007.
la menzogna fosse pronunciata, / come per un incanto fugace correrebbero i talloni della / sventura / e né essa, né la miseria, pescherebbero più niente nei / miei sensi intorpiditi. / L’angoscia dell’uomo arderebbe come strega-fenice / e questi occhi e queste povere mani che pregano
senza / arrivare / alla coda di Dio nelle altezze, scaglierebbero a terra, /
distrutto, il vecchio cuore dell’amarezza, / contenti nella loro nuova maschera.
/ Dammi una menzogna enorme, / che faccia girare al contrario il tempo
sugli orologi / e cullami in essa, / fino a che sulle mie labbra appaia / il
gelido sorriso dell’idiota.
John Keats
Caen sobre él los actos inútiles del día.
John Keats recuerda y es también de otros el recuerdo:
humillaciones, rostros y palabras
hacen de un pozo la noche repetida.
“Fanny Brawne me has alejado,
tú me has acercado a Keats y era lo mismo.”
Suena tan distante el Mar del Norte
para ser cada segundo todos los mares,
pero si lo que fue y será mañana brilla
en su oscura hora presente, ese hombre pequeño,
inclinado sobre el verso, lo adivina.
Presiente que será uno y va a ser todos
cuando es tan caro el precio de eso múltiple:
ya no lo amparará el primer fervor por las palabras,
no aliviará sus horas la furia, perdida, de estar vivo
ni lo protegerá la noche pedida de ningún
olvido;
nada lo salvará de tanto
que es, en su medida, tan un poco.
John Keats será John Keats, será nosotros.
(Behering y otros poemas, 1985)
JOHN KEATS – Cadono su di lui gli atti inutili del giorno. / John Keats ricorda
Il poeta
John Keats
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ed è anche di altri il ricordo: / umiliazioni, volti e parole / fanno di un pozzo
la notte ripetuta. / “Fanny Brawne mi hai allontanato, / tu mi hai avvicinato a
Keats ed era lo stesso”. / Suona così lontano il Mare del Nord / per essere ogni
secondo tutti i mari, / ma se quello che fu e sarà domani brilla / nella sua
buia ora presente, quell’uomo piccolo, / chino sul verso, l’indovina. / Presente
che sarà uno e sarà tutti / quando è così chiaro il prezzo di quello multiplo: /
più non lo soccorrerà il primo fervore per le parole, / non allevierà le sue ore
la furia, perduta, di essere vivo / né lo proteggerà la notte chiesta da nessuna
/ dimenticanza; / niente lo salverà da tanto / che è, nella sua misura, così
poco. / John Keats sarà John Keats, sarà noi.
PAULINA VINDERMAN
Paulina Vinderman è nata a Buenos Aires nel 1944. Ha pubblicato
libri di poesia tra i quali Rojo junio (1988), Escalera de incendio (1994),
Bulgaria (1998), El muelle (Alción 2003) e Hospital de veteranos (Alción
2006).
Isla Tortuga
Me despierto feroz esta mañana,
con ganas de amor y desayuno de campo.
Me apodero de la ciudad
abandonada a los pájaros como un
pueblo costero después de una tormenta,
y pienso en lo que queda:
un promontorio,
un refugio áspero al que visita
un cartero con la bolsa vacía
y juegua a los dados en la penumbra de la cocina.
No espero nada del verano.
No espero nada del poema.
Hay que pintar esa puerta herrumbrada
y contarme algún cuento de cuando
los piratas eran serios, señores de palabra seca
y corazón ablandado como una ciruela
dentro del jarro de ron.
(Rojo Junio, 1988)
ISOLA TORTUGA – Mi sveglio feroce stamattina, / con voglia d’amore e colazione in campagna. / M’impossesso della città / abbandonata agli uccelli come
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VISTI DA LONTANO
un / paese costiero dopo una tormenta, / e penso a quel
che resta: / un promontorio, / un aspro rifugio visitato / da
un postino con la borsa vuota / e che gioca ai dadi nella
penombra della cucina. / Non mi aspetto niente dall’estate.
/ Non mi aspetto niente dalla poesia. / Bisogna pitturare
quella porta arrugginita / e raccontarmi qualche favola di
quando / i pirati erano seri, signori della parola asciutta /
e col cuore ammollito come una prugna / nella brocca di
rum.
Postdata
Y todavía no te he hablado del
deterioro del correo en esta oscura provincia
del imperio.
El empleado únicamente gruñe
recostado contra un almanaque del año anterior
(un fondo excesivo de flores, vacas y montañas)
pero ahora lo enamoraron los destinos de mis
cartas,
sonríe – algunas veces –
y puedo apostar que piensa en mí
cuando cruza los puentes rumbo a su almohada.
Uno puede adueñarse de los sueños de otros
para no morir, uno puede aceptar la vida como una
representación del deseo.
Así es que sin turbulencias, invento falsas
cartas a escribir –
exóticos remitentes en la mañana que tiembla –
y ese hombre y yo
volvemos a ser porosos, invencibles,
por un rato.
(Escalera de incendio, 1994)
POST SCRIPTUM – E non ti ho parlato ancora del /deterioramento della posta
in questa oscura provincia / dell’impero. / L’impiegato grugnisce unicamente
/ sdraiato contro un calendario dell’anno precedente / (uno sfondo eccessivo
di fiori, vacche e montagne) / ma adesso si è innamorato delle destinazioni
delle mie / lettere, / sorride - qualche volta - / e posso scommettere che pensa
a me / quando attraversa i ponti diretto al suo cuscino. / Ci si può impadronire dei sogni degli altri / per non morire, si può accettare la vita come una /
rappresentazione del desiderio. / Così senza turbolenze, invento false / lettere
da scrivere - / esotici mittenti nel mattino che trema - / e quell’uomo e io /
torniamo a essere porosi, invincibili, / per un momento.
Paulina
Vinderman
POESIA DIALETTALE 12
Periferie
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NEVIO SPADONI
Nato a S. Pietro in Vincoli (Ravenna) nel 1949,
dal 1984 risiede a Ravenna. Laureatosi presso
l’Università di Bologna, insegna attualmente storia
e filosofia nelle scuole superiori. Sue opere di
poesia sono: Par su cont (1985), Al voi (1986), Par
tot i virs (1989), A caval dagli ór (1991), E’ côr int
j oc (1994). Tutte queste sillogi sono state raccolte
(con l’aggiunta de I sgrafegn, pubblicata per la
prima volta) nel volume Cal parôl fati in ca (Raffaelli Editore, 2007), da cui sono tratte le poesie
qui pubblicate.
L’êria tévda
com un s-ciânt d’râm int ’na timpësta d’név
lighê da un fil incóra a e’ zoch dl’abdola
mo te in do sirta ch’a t’ciaméva int l’óra
ch’al strapazéva al voi agli ór sugnêdi
ad zir
. in tréno par ’na val ch’l’è longa
e te cun me sóra ’na traza
. spérsa
o tra dal curoñ d’év lustrêdi d’mél
e pu t’at vult indrì a clu ch’u s’s. braza
par di fantés.um che la môrt la i pôrta
u s’s.braza longh e’ lêgh pr e’ bé ch’l’à dbu
e vérs e’ mond ch’u l’véd e ch’u n’e’ véd
chi sìt mai te che t’s-cent al rôs. ch’al nes
che t’s.giarul vi i lampion pr avé de’ bur
e par di mur s.bruglé te t’stres ch’i n’t’vega
chi sìt mai te che com i chen ch’i pasa
fas.end la gnegna a ’l stël pr i marciapì
t’spent vi i ghët i n’zerca dl’ êria tévda
d’maz. par dal strê d’curtel s.bichêdi d’lona
int e’ raz. vérd de’ sól a j ò simnê
e’ mi udór alzir
. ad viôla d’Pêrma
e alóra in d’ëi andé chj amigh d’cla séra
cvi ch’i m’avreb purtê dal rôs. ticêdi
se par vintura a fos partì par prem
i fugh de’ sàbat j arlus. da longh
e di suldé i cor dri lì ch’la pasa
chêlma e la rid par la pasion ch’l’è fnida
cvânt che la lus. la borga dl’êtra lus.
int agli ór freschi dl’êiba ch’l’è za
. straca
a s’arvulten cun di pinsir int l’os
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13
POESIA DIALETTALE
pr un êtar dè in cumpagnì dla chêrna
teatr ad òmbar d’buraten s.manêdi
ombr ad cvaicvël ch’l’è stê ch’e’ turnarà
cun dj étar ghëb in dj étar mond a ufa
par stê int la vita coma cvi di salti
che in piaza j a zughê
magnend de’ fugh
.
stropi ch’i pasa par dal strê sgumbiêdi
cun i bragon da e’ cul rot ch’i zérca
la fiâma dl’ânma di oc pulì d’stambech
patron di re ch’i s.bresa d’acva cêra
e de’ strafòial ch’e’ prela s.marì
pr i zugh che i vent i fa pr imbandunêla
luntân da i s-cen e da e’ marchê di cvel
la j à ciutê la gvaza e’ mos-c e l’érba
mo fa cont d’gnit lësum gudé la seca
di gelsumen ch’i m’scor ad Lorca e d’chj étar
de’ gudivai di fiur ch’i s’sëra a séra
ad bis. ardì tra la pis.ghéra bura
chè sól al lòzal al fas.è la speia
d’un fazulet insangunê pr un bròfal
e l’éra tenra la tu vos. ch’baibzéva
int e’ zugh
strâmb d’disten ch’s’incrós.a a pnël
.
di zugh
ad mân ad zenghni leti in prisia
.
curoñ d’rus.éri ch’al n’è andêdi so
so pr e’ su vérs chi sa parchè alóra
un sogn cunfus. che la tëra la s’mânda
d’frêgul s-ciazêdi int ’na necia biânca
L’ARIA TIEPIDA – come uno schianto di ramo in una tempesta di neve / legato
da un filo ancora al ceppo della betulla / ma tu dov’eri che ti chiamavo nell’ora / in cui strapazzavano le voglie le ore sognate / di giri in treni per una
valle lunga / e tu con me sopra una traccia sperduta / o tra corone di api
lustrate di miele / e poi ti volti indietro verso colui che si sbraccia / per dei
fantasmi che la morte gli porta / si sbraccia lungo il lago per il vino che ha
bevuto / e verso il mondo che lo vede e che non lo vede // chi sei mai tu che
strappi le rose che nascono / che lanci sassate ai lampioni per avere del buio
/ e per muri scrostati strisci perché non ti vedano / chi sei mai tu che come i
cani che passano / facendo la ghigna alle stelle per i marciapiedi / spaventi i
gatti in cerca di aria tiepida / di maggio per strade di coltello dentellate di luna
// nel raggio verde del sole ho seminato / il mio odore leggero di viola di Parma
/ e allora dove sono andati gli amici di quella sera / quelli che mi avrebbero
portato delle rose chiazzate / se per ventura fossi partito per primo / i fuochi
del sabato santo risplendono da lontano / e dei soldati corrono dietro lei che
passa / calma e ride per la passione che è finita / quando la luce cerca altra
luce / nelle ore fresche dell’alba che è già stanca / ci arrabattiamo con dei pensieri sull’uscio / per un altro giorno in compagnia della carne / teatro di ombre
POESIA DIALETTALE 14
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
di burattini spoglie / ombre di qualcosa che è stato che ritornerà / con altre
moine in altri mondi a non finire / per stare nella vita come i saltimbanchi /
che in piazza hanno giocato mangiando del fuoco // storpi che passano per
strade scompigliate / con i pantaloni strappati che cercano / la fiamma dell’anima negli occhi puliti di stambecco / padrone di ruscelli che scorrono
d’acqua chiara / e del trifoglio che prilla smarrito / per i giochi che i venti fanno
per trastullarla / lontano dagli uomini e dal mercato delle cose // ha coperto
la guazza il muschio e l’erba / ma fa finta di niente lasciami godere l’arsura /
dei gelsomini che mi parlano di Lorca e degli altri / del godimento dei fiori che
si chiudono a sera / di baci ardenti nel pescheto buio / ché solo le lucciole
fecero la spia / di un fazzoletto insanguinato per un brufolo / ed era tenera la
tua voce che balbettava / nel gioco strano di destini che si incrociano a pennello / giochi di mani di zingare lette in fretta / corone di rosari che non sono
andate su / su per il loro verso chissà perché allora // un sogno confuso che
la terra ci manda / di fragole schiacciate in una nicchia bianca
I zris
. fiurì
Dal faz ch’al ciapa la rânda di vizi
fazi s.bruglêdi cun dal rugh d’stracona
lëbar vulté d’s.biës ’na pepa môrta
e chi pinsir che ognon e’ ten par sè
in che s.gabuzen
bur che gnânch la lus.
.
la pasa int e’ bufadur de’ chêld.
U j è dal faz tondi coma la lona
dj ucion ch’i t’gvêrda fes coma par dì
mo nö, fórsi ch’i zérca
nenca lo ’na mân, ’s a deghi d’mêl,
ch’la tfa alvê d’bon óra la matena
al spal alziri
. sot’a e’ pés. de’ dè
e al câmbia al faz, oh, s’al câmbia al faz,
basta nö i fê chês. cvânt ch’al pasa scuri.
’S a i put mai fê a che bigat ch’e’ ros.ga
ch’u t’chêva vi la voia d’incuntrêt,
e cvânt avlen ch’u s’toca d’mandê zo
.
int st’ös-cia d’vita.
Arvegh par la cavdâgna
la ciôrla d’un tabach
ch’u n’fa véla
un’ôvra straca
int l’óra ch’la bat la piga de’ vent
cvânt ch’l’ardus. i pipistrel int l’êria
pregna d’parôl ch’l’à det un cvicadon.
Agli è dal lêrv ad s-cen arghiblì ch’i tórna
e i va d’s.galèmbar pr e’ vialon dal piöpi
in do che al göb al pepa int e’ fuson
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
e u s’sent di mandulen scurdé ch’i sona
int al stal do ch’j armuga l’ùtum strâm
e tra dal tràpal d’regn dal ciöz al cóva.
E pu mo du spurì j andéva in prisia
pr un sintir ad viôl e u j arbutéva
i burd dal caparël un vent giazê
e i dgéva che e’ desért l’avéva i fiur
i sarpent i n’murséva piò incion.
J andéva in prisia e u j batéva e’ côr
e j us.el gvacé a tri sór’a
e’ muret a un’ôra d’un’óra têrda
cvânt che al ca al ciapa e’ fugh de’ sól
i s’éra ins.mì tot cvènt in di snament.
U j éra armast, e’ pê, sól un linzôl
sóra l’érba nadrena,
int e’ fê de’ dè ’na pré arvultêda
e u l’savéva e’ vent e l’acva e e’ ton
cvel che l’avéva det a i su cla séra
s.mulghend de pân int un bichir ad bé
e a tësta basa clu l’andéva vì
incontra a l’êlbar d’una môrt s.graziêda.
’S a j ël incù che gnânch agli ôv al s’spéra
e tot dentr e’ palaz u s’è inciudê
’s ài mai fat i s-cen che tot cvènt i s’sent
’na gran sis.ma adös ch’u n’i n’è l’ugvêl:
l’acva ch’la fa la gambarëla a e’ sól
cla cas.aza sfata la s’è drizêda
la lus. j à vest i zigh prema d’murì
i pes da l’acva i dà fura in prisia.
U m’pê d’sintìm adös la févra êlta
cvânt che d’atórna i m’pasa coma sopi
d’êria cun al su vest ad zéra d’ev
dal blez ch’a n’ò mai vest a e’ mond zirê.
.
J éra tot stret coma lighé int un bal
nuvâñta o piò i sunéva e’ rilon
int un sintir d’parpai d’ogni culór.
U j éra cl’êria ch’la s’sent da nó in maz.
ch’l’à l’udór d’rôsa e d’gelsumen fiurì
e’ sól ch’e’ priléva e u m’paréva mat.
A n’ l’ò mai vesta tâñta lus. ciutê
cla val in do che i piligre’ i curéva
a la ziga incontra a i zris. fiurì
e pu u s’sintè un tambur bàtar in prisia
e incóra lus. piò lus. lux luz lus. lus..
15
POESIA DIALETTALE
POESIA DIALETTALE 16
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
I CILIEGI FIORITI – Facce che prendono l’andazzo dei vizi / facce sbrucolate
con rughe di stanchezza / labbra girate di sbieco una pipa spenta / e quei pensieri che ognuno tiene per sé / in quel ripostiglio buio dovr neppure la luce /
filtra nell’affanno del caldo. / Ci sono facce tonde come la luna / occhioni che
ti fissano come per dire / ma no, forse che cercano / anche loro una mano,
cosa dico di male, / che ti faccia alzare di buon’ora la mattina / con spalle leggere sotto il peso della giornata / e cambiano le facce, oh, se cambiano le facce,
/ è meglio non farci caso quando passano scure. / Quale rimedio puoi porre
a quel verme che rosica / che ti toglie il gusto d’incontrarti, / e quanto veleno
dobbiamo mandare giù / in questa maledetta vita. / Rivedo per la cavedagna
/ la loia di un ragazzo che non fa vela / un operaio stanco / nell’ora che batte
la piega del vento / quando riconduce i pipistrelli nell’aria / pregna di parole
che qualcuno ha detto. / Sono larve di uomini incurvati che ritornano / e
vanno di sghimbescio per il vialone dei pioppi / dove le gobbe boccheggiano
nel fossatone / e si odono mandolini scordati che suonano / nelle stalle dove
ruminano l’ultimo strame / e covano chiocce tra trappole di ragni. // Eppure
due esseri impauriti andavano di fretta / per un sentiero di viole e gli rivoltava
/ i bordi dei mantelli un vento gelido / e dicevano che il deserto aveva i fiori /
i serpenti non morsicavano più nessuno. / Andavano di fretta e il cuore gli
batteva / e gli uccelli acquattati a tre a tre sopra / il muretto ad un’ombra di
un’ora tarda / quando le case prendono il fuoco del sole / si erano inscemiti
tutti quanti in trastulli. / Era rimasto, pare, solo un lenzuolo / sul muschio,
/ sul fare del giorno una pietra ribaltata / e lo sapevano il vento e l’acqua e il
tuono / ciò che aveva detto ai suoi quella sera / inzuppando il pane in un bicchiere di vino / e a testa bassa quello se ne andava via / incontro all’albero di
una morte disperata. // Cosa c’è oggi che neppure le uova si sperano / e tutto
dentro il palazzo si è fermato / che cosa hanno fatto mai gli uomini che tutti
si sentono / una gran frenesia addosso che non c’è l’uguale: / l’acqua che fa
lo sgambetto al sole / quella casaccia distrutta si è rimessa in piedi / la luce
hanno visto i ciechi prima di morire / i pesci balzano fuori dall’acqua. / Mi
pare di sentire addosso la febbre alta / quando mi mulinano attorno come soffi
/ d’aria con le loro vesti di cera d’api / bellezze che non ho mai visto al mondo
girare. / Erano tutti avvinti come legati in un ballo / novanta o più suonavano
il violoncello / per un sentiero di farfalle di ogni colore. / C’era quell’aria che
si respira da noi in maggio / che profuma di rosa e di gelsomino fiorito / il sole
roteava e pareva matto. / Non ho mai visto tanta luce coprire / quella valle
dove i pellegrini correvano / alla cieca incontro ai ciliegi fioriti /
poi si sentì un tamburo rullare in fretta / e ancora luce, più luce,
luce, luce, luce, luce.
CARLO FALCONI
Nato a Castel San Pietro Terme nel 1975, oggi vive ad Imola. Ha
pubblicato Albùmida (2002) e stampato autonomamente Il brillo
parlante (2004) e nel 2008 Blëc. Poesie nel dialetto della vallata
del Santerno da cui sono tratte le poesie che pubblichiamo.
A mól int la mulëna
dla nèbia ch’ la smója
la smajvés i culur,
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
sté dè l’a e’ prufóm
dla naftalëna
e la vésta d’ un vécj
cun la catarata
Ed sicur ed nét
j armasta al pal ed Nadél
di cachi, e’ scaramàj
dla mi biziclètta
ch’ la va par la su stré
dóv u n’ svid ’na madòna
A mollo nella mollica / della nebbia che bagna /
sbiadisce i colori, / questo giorno ha il profumo /
della naftalina / e la vista di un vecchio / con la
cataratta // Di sicuro e netto / restano le palle di
Natale / dei cachi, i cigolii / della mia bicicletta /
che va per la sua strada / dove non si vede un accidente
Stréda strinéda
da ’na lus ch’ l’ imbariéga
l’ è un sól ch’ u s’ ardóppa
sôtta la stanëla dla nöt
Al côstal di calènch
l’ è la maja ch’ a pórt adös,
e’ purfóm dla zinèstra
sgranfégna e’ mi côr
u l’ fa zighé cumpagna
un gat in amór
Strada strinata / da una luce che ubriaca / è un
sole che si nasconde / sotto la gonna della notte
// Le costole dei calanchi / è la maglia che mi
porto addosso, / e il profumo della ginestra /
graffia il mio cuore / lo fa gemere come / un gatto
in amore
S-ciómma da bérba
la név mója la cuérta
e’ pél mat dla tëra,
l’è grã’ zôvan e frésch
luntã’ da i zigh di tuparlì
davati a i rógg dla mietibat
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POESIA DIALETTALE
POESIA DIALETTALE 18
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
Adès l’è tôt silèzi
e i mi pës i s’ lasa dré
sól dal pidé, un ritrat
ch’ u sé sfarà
cme e’ rusét dla sira
sra la bòcca dla nöt
Schiuma da barba / la neve bagnata copre / il pelo matto della terra, / grano
giovane e fresco / lontano dagli urli dei topini / davanti agli stridii della mietitrebbia // Adesso è tutto silenzio / e i miei passi si lasciano dietro / solo
delle impronte, un ritratto / che si disferà / come il rossetto della sera / sulla
bocca della notte
Grapa
Cun la grapa in gröpa
u s’élza da la scrana
l’ a e’ pas inzért
d’ un babì d’ un an
Da ’na pért a cl’ étra
dla stré e’ svulaza
cumpagna ’na cartaza sbatucéda
da la curëna
Mó l’ éria incó l’ è instêcca
e instêcca l’ è la vita d’ st’ imbariégh
cun la grapa in gröpa
e e’ pas d’ ’na galëna zöpa
smarida a bché e’ furmintõ’
di arcurd, spargujé
int l’éra dla vciaja
GRAPPA – Con la grappa in groppa /
si alza dalla sedia / ha il passo incerto
/ di un bambino d’un anno // Da una
parte all’altra / della strada svolazza /
come una cartaccia sbatacchiata /
dallo scirocco // Ma l’aria oggi è immobile / e immobile è la vita di questo
ubriaco / con la grappa in groppa / e
il passo d’una gallina zoppa / persa a
beccare il frumento / dei ricordi, sparso
/ nell’aia della vecchiaia
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
19
ALIDA AIRAGHI
Nata a Verona nel 1953, si è laureata a Milano in lettere
classiche e dal 1978 al 1992 è vissuta ed ha insegnato a
Zurigo. ora risiede a Garda. Ha pubblicato diverse raccolte
poetiche. I primi versi sono in Nuovi Poeti Italiani (Einaudi
1984), i più recenti in Un diverso lontano (Manni 2003) e
Frontiere del tempo (Manni 2006). Da quest’ultima raccolta
sono tratti i testi che pubblichiamo.
Insegnaci a contare i nostri giorni:
quelli che abbiamo avuto,
quelli che ci rimangono.
Giorni attesi, giorni sprecati.
Quelli annoiati, quelli incompresi.
Le nostre albe assonnate,
gli indaffarati mattini.
Sere di baci. Notti fugaci.
E carezze, e tristezze.
Insegnaci a contare i minuti,
a non perderli. Vissuti,
da vivere: minuti così brevi
che riempiamo di niente
e di gente, di cose e pensieri
per farli durare fino a un’ora.
Lasciaci ancora tornare ai nostri ieri,
progettare i domani: e rimani,
rimani nel tempo che viviamo,
nel momento che siamo.
All’inizio era il tutto.
Cielo e terra
buio e luce
fiore e frutto.
Poi la pace, poi la guerra.
La parola, la poesia.
La preghiera, l’energia.
La bestemmia, la pietà.
All’inizio era un punto.
Era tempo senza tempo,
e riassunto
nella singolarità.
ANTOLOGIA
ANTOLOGIA 20
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
Sprechiamo tempo
a guadagnare spazio:
una casa più grande,
una metropoli, un impero.
Come un’ombra che si espande,
ci imponiamo.
Ma il confine più vero
e inamovibile,
non è di geografia.
È lo zero della storia
che ci aspetta, è la fine
della retta. È l’entropia.
In questo momento in cui sto seduta
alla mia scrivania, e scrivo,
in questo momento che vivo
e ho in mano la biro,
in questo momento sperduta
al pensiero di te che chissà dove
in che posto in che giro
vivi il mio stesso momento
ore sedici e dieci di lunedì
ventitre settembre, ma altrove,
vivi il medesimo tempo di me
e non sei qui; e piove
per te e per me, stesso tempo
altro tempo. Perché?
Ho letto le poesie di Prados
in un libro che era di mio marito:
c’è il suo nome, il luogo, la data
e segni di matita accanto ai versi
che gli sono piaciuti.
“Quien roba luz en las ramas
del arbol?”
Si sarà tolto gli occhiali,
avrà guardato fuori.
Mi tolgo gli occhiali, guardo fuori,
segno con la matita altri versi.
“Mi soledad me ha sorprendido
como una forma humana”.
Lui è morto da undici anni,
e il libro di Prados è del sessantasei.
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
21
ANTOLOGIA
MICHELE URRASIO
È nato ad Alberona (Foggia) nel 1937. Vive ed insegna a Lucera da molti anni.
Ha pubblicato le raccolte di poesia: Fibra su fibra (1965), Ancora un giorno
(1970), Nel visibile e oltre (1974), Dal fondo dei Dolmen (1977), Lettere dall’Inferno (1981), Il segmento dell’esistenza (1983), La metafora della parola (1990),
L’infinita pazienza e altri poemetti (1992), Il nodo caduto (1999). Le pietre custodi
(2003), da cui abbiamo tratto le poesie che pubblichiamo è un libro-antologia
in cui sono confluite sillogi pubblicate in tempi diversi.
Forse non ricordi
Forse non ricordi i rami
del noce sopra i ponti, il sentiero
ripido che portava in cima
dove non sai se la voce
degli uccelli è un richiamo
dell’aria o un lamento strappato
alla terra.
Forse non ricordi.
Ma è ancora qui la pietra
che racchiude la nostra conchiglia,
la siepe che ti vide accogliere
il mio orgoglio ferito.
Passavano nell’aria stanche
cantilene e il nero dei fazzoletti
abbassati sul viso delle nostre
donne ci ferì lo sguardo,
risvegliò un cenno, una croce.
Nel visibile e oltre
a mio padre
I
Raccoglievo ciottoli sulle rive
del fiume quando mi fu detto
di te, del tuo ritorno.
Percorsi con il cuore in gola
i sentieri di ortiche, saltai
le rovine del mulino posto
a guardia del prato. - Non l’eroe,
non il soldato: all’angolo
del camino un brandello di cuore
osava ancora battere per noi. -
ANTOLOGIA 22
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
Bevevi con le mani tremanti
da una tazza di acqua scura
il tuo male, il nostro sogno.
E in quel sogno perdevi la vita.
II
Si spense sulle labbra l’ultima
parola, il solo cenno che ti strappò
il vento e già indicavi
con mano incerta il punto
del tuo approdo. Moriva lento
il giorno sui vetri riarsi
dal gelo di febbraio: il cielo
era stanco di averti, stanco
di scoprire mia la tua ombra.
Ma io aspettavo da te l’avvertimento,
una ragione di esistere,
un tuo comando. Tutto tornò
dal regno del silenzio:
la lezione che mi fece uomo,
il vortice che mi segnò la via.
Non ha misura il tuo avere,
il mio dare è certo.
III
Dopo anni ti strappammo alla terra,
ossa e fango: si torse
il garofano selvatico spuntato
ai tuoi piedi. Nelle occhiaie
fremeva la fierezza dell’ultimo
sguardo. Anche il figlio
di tuo figlio ebbe la sua parte:
conobbe la tua storia come io
il dolore della tua scomparsa.
Passano rapidi al tuo sguardo
stormi di uccelli, cadenze
di giorni. Sferzeranno i venti
la tua pietra, ti gemerà il cuore
al pensiero dei figli stranieri,
come te, in altre rive.
Sopporterai anche questo
dopo i lunghi dolori del vivere,
e vivrai sprofondato nella pace
che eterna il nostro esilio.
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
23
I sonetti di Shakespeare
tradotti da Giuliana Lucchini
Più di un mattino in fulgida gloria ho guardato
Lusingare le vette con occhio sovrano,
Baciare con il viso d’oro il verde prato,
Di celeste alchimia indorare il rivo albano;
Poi lasciar le nubi più vili cavalcare
Con fosco vapore il suo celestiale viso,
E al derelitto mondo il suo volto celare,
Scivolando non visto a occidente ed inviso;
Così il mio sole un mattino presto brillò,
Tutto splendore trionfante sulla mia fronte,
Ma fuori ahimé soltanto un’ora mi donò,
Nube quassù l’ha mascherato al mio orizzonte.
Né lui, sole del mondo, il mio amore trascura;
Può qui oscurarsi, se il sole in cielo si oscura.
Che tu abbia lei non è del tutto il mio tormento,
Eppur si può dire l’amavo caramente;
Ch’ella abbia te, è il capitale mio sgomento,
Perdita d’amore, mi tocca intimamente.
Amanti traditori vi voglio scusare:
Tu certo ami lei perché sai ch’io amo lei,
E per mio amore così ella mi va a ingannare:
Si fa amare in mio amore ché il mio amico sei.
Se perdo te, perdita è lucro per l’amata,
Perdendo lei, il mio amico trova quel che perdo,
Per mio amore entrambi tal croce m’han segnata,
Si trovano l’un l’altro, e entrambi, i due, riperdo.
Ma ecco gioia, il mio amico ed io siamo tutt’uno,
Dolce lusinga, ella oltre a me non ama alcuno.
Due amori ho, per disperazione e per diletto,
Due spiriti che fanno da suggeritore,
L’angelo migliore è un uomo biondo perfetto,
Donna è il peggiore spirito, di mal colore.
Per piombarmi all’inferno il mio femineo male
Adesca il mio angelo buono dal mio fianco,
LA TRADUZIONE
GIULIANA LUCCHINI ha
insegnato lingua e letteratura inglese in un liceo
scientifico e in Corsi di perfezionamento post-universitari a Roma; è autrice di
libri di poesia e collabora a
riviste di poesia e di critica
letteraria.
Le traduzioni che qui pubblichiamo sono tratte dal
libro (con CD) William Shakespeare, Sonnets (a selection) edito
da Ombra
d’Oro Editrice Multim e d i a
(2000).
LA TRADUZIONE 24
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
Di corrompere il santo in dèmone si cale,
Ne insidia la purezza con immondo incanto.
E se quell’angelo mio sia in demonio vòlto
Lo posso sospettare, ma non certo dire,
L’un l’altro amici, ma e l’uno e l’altro a me tolto,
Un angelo nell’inferno altrui, posso arguire.
Eppure mai lo saprò, nel dubbio mi stia
Finché il malo angelo il buono scarichi via.
Nel Centro di documentazione della
poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino”
rivive la sua memoria
Ricordare Vincenzo Scarpellino a nove anni dalla sua scomparsa (20
dicembre 1999) è per noi constatazione di un impegno mantenuto e
motivo di una rinnovata determinazione.
Decidemmo, di comune accordo, di pubblicare la sua raccolta (postuma)
di poesie Foja ar vento e poi di costituire il Centro di documentazione
della poesia dialettale a lui intitolato.
Nel nome di Vincenzo abbiamo raccolto uno ad uno, con la collaborazione di tanti amici, oltre mille volumi (Poesia, teatro, testi di critica,
vocabolari, grammatiche, ecc.) nei dialetti di tutt’Italia. Essi sono stati
catalogati e il catalogo aggiornato è pubblicato sul sito www.poetidelparco.it (Centro di documentazione), grazie alla cura solerte di Maria
Teresa D’Orazio e di Pina Scarpellino.
L’obiettivo che ci poniamo, in vista del decennale della morte di Vincenzo, è di arrivare a raccogliere duemila testi dialettali presso il Centro
di documentazione e di avviare la pratica per ottenere dall’assessorato
alla Toponomastica del Comune di Roma l’intitolazione di una strada
della Capitale a Vincenzo Scarpellino, poeta romanesco.
Come è noto ai nostri lettori, il Centro Scarpellino, anche se ospitato
nella Biblioteca comunale Gianni Rodari (in via F. Tovaglieri 237a 00155 Roma) non gode di finanziamenti pubblici, perciò ci rivolgiamo a
Foja ar vento
tutti voi per un aiuto: la donazione di libri in dialetto.
Autoantologia postuma
I volumi che invierete saranno catalogati e resi disponibili per il prestito
delle poesie in romanesco
di Vincenzo Scarpellino. bibliotecario a tutti gli appassionati di cose dialettali.
Noi vi ringraziamo fin d’ora.
Cofine, 2000, pp.64
€ 7,00
Vincenzo Luciani e Achille Serrao
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
Tunnicchje di Assunta
Finiguerra
Il libro ha l’ampio formato di una
strenna, con il testo scritto a caratteri
grandi, come si conviene ad un libro per
bambini, ed è abbellito da alcune tavole
a colori di Francesco Mario Tumbiolo. Ma
non è propriamente un testo per bambini
(e nemmeno il Pinocchio di Collodi è
rimasto relegato a questo ruolo), piuttosto
ci troviamo di fronte ad un’operazione letteraria rivolta a chi ama immergersi nelle
infinite varianti che un testo famoso origina nel tempo, o al lettore curioso di
cogliere l’insolita atmosfera ludica che la
nuova interpretazione suscita attraverso
la scelta linguistica di un dialetto potentino. Che si tratti di una interpretazione
e non di una semplice traduzione lo si
comprende dalle prime righe in cui viene
presentato un maestro Ciliegia dalle caratteristiche insolite, quasi provenisse dal
nord Africa, che “tenije l ‘uocchje falbe e
a pedde scurognele ca sembraje n ‘africane azzuppuate a Sande Fele”.
Le note vicende del burattino di legno
vengono trasportate nel paese lucano dove
è nata la Finiguerra e trasfuse, proprio
tramite il dialetto, in una ambientazione
insieme realistica e arcana. Non cambiano
le vicende, a mutare profondamente sono
i topoi espressivi. Modi di dire, metafore
e paragoni, dialoghi serrati, nomi e
soprannomi, tutto è saldamente ancorato
ad una precisa collocazione geografica e
antropologica: San Fele, con le sue
usanze, i suoi proverbi, i suoi scorci paesaggistici e le sue caratterizzazioni, rese
a tutto tondo attraverso oggetti reali e presenze immaginarie propri di una comunità locale contadina, dove anche dei riferimenti all’ attualità o a luoghi transoceanici vengono ricomposti dalla lingua
scelta dentro un mondo omogeneo e compatto.
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RECENSIONI E NOTE
Questo legame radicato in un territorio
porta ad innestare sulla struttura originaria una serie di elementi estranei
all’ambientazione di Collodi (ma ‘tradurre’
è sempre in relazione ad uno spostamento
... ), innanzi tutto il costante riferimento
alla Chiesa e ai suoi riti, come puntualizzato da Pier Mattia Tommasino nell’ampia prefazione: “Da questo viaggio,
della e nella memoria, nasce così un
mondo molto lontano da quello descritto
dal laico e progressista Collodi. Ugualmente affamato e misero, ma diverso ( ...
) in un’ atmosfera dominata da una religiosità pagano-cattolica che pervade ogni
cosa”. Chi conosce la scrittura poetica
della Finiguerra, ritrova qui alcune delle
sue più consolidate motivazioni ma virate
verso tonalità di leggerezza e fantasia.
Una leggerezza contraddittoria, in sintonia con l’ alternarsi dei momenti di
malasorte e contentezza in cui incappa
Pinocchio- Tunnicchje nel suo percorso di
cambiamento e realizzazione.
“Pozze arrabbià!”, l’esclamazione (ben
più forte del “Davvero” collodiano) del
burattino con cui inizia il XIV capitolo, è
anche il titolo di una raccolta poetica dell’
Autrice che, in una breve nota, evidenzia
il suo personalissimo legame con il testo
tradotto: “Non mi vergogno di dire che,
con Tunnicchje, non solo ho rivissuto la
mia infanzia ( ... ), ma ho scoperto ancora
di più. quanto il dialetto sia nel mio DNA,
perché la carica di pathos che custodisce
non è altro che il sentimento di chi parla,
il suono della vita”. E la vita è incessante
movimento, così ben rappresentato dalle
vicissitudini metamorfiche del burattino,
che qui aggiunge alla sua carica cinetica
anche il desiderio di volare - piglià abbuole
- per acchiappare le farfalle e immergersi
nel loro mondo. A poddele d’a Malonghe
(La farfalla del bosco della Malonga) è
infatti il sottotitolo del libro, un epiteto
che a questo Tunnicchje offre un tocco
RECENSIONI E NOTE 26
innovativo che corre sotterraneo nel testo,
riemergendo di tanto in tanto fino alla
conclusione che (rispetto all’originale,
forse un po’ troppo buonista: “Com’ero
buffo, quand’ero un burattino! e come ora
son contento di essere diventato un ragazzino perbene!... “) qui viene resa con
espressioni dialettali assai più colorite:
“Cume ere da rirre quanne ere nu
pupuazze de lèvene! E cume só cundende
ósce de esse arrevendate nu guaglione
ngarne e osse e cu a chiocca a pposte!”. A
coronare la fine, viene aggiunto un proverbio locale che riassume in modo incisivo le contraddizioni della vita - a volte
pesante, a volte lieve come un soffione
che si libra nell’ aria - e l’insopprimibile
desiderio di leggerezza a cui il burattino
ci ha abituato in questa versione della
Finiguerra: “A vite è accussì: quanne a
bburze a bburze, quanne a vvòvele a vvòvele”.
Nelvia Di Monte
Assunta Finiguerra, Tunnicchje - Interpretazione lucana di Le avventure di Pinocchio,
LietoColle, Como, 2007, pp. 170, euro 23.
N’ètra vóte: bozzetti casolani
di Filippo Travaglini
Già nel ’99, con Na vòte – Atmosfere
casolane, Filippo Travaglini aveva introdotto nella letteratura abruzzese la narrativa, un genere fino ad allora del tutto
assente. Si ripresenta ora ai lettori con
una nuova raccolta di bozzetti, corredati,
però, da garbate rievocazioni dei momenti
più significativi nella vita della comunità
casolana, come, ad esempio, le vicende
dell’ultima guerra mondiale o le varie fasi
del lavoro e del folclore.
L’assunto fondamentale del libro è un’operazione di verità “storica”: e perciò l’autore descrive ambienti e situazioni reali,
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
personaggi realmente esistiti, chiamati
con tanto di nome e cognome. Di conseguenza, per questa via, la scelta del dialetto, ancora una volta, s’imponeva come
ineludibile necessità. A tal proposito così
Travaglini si esprime nella premessa: “Ho
già esaurientemente argomentato nel precedente libro che l’uso del dialetto non è
una scelta linguistica snobistica ma una
necessità descrittiva per conservare l’autenticità e la cromaticità delle situazioni
e degli attori. Gli ambienti, le dinamiche
procedurali, i volti, le voci hanno una loro
autenticità, una sapidità specifica solo se
affidati alla lingua-madre, a quella linguadialetto che sola può scandirne i tempi
distesi, i toni bonari, gli spazi dilatati, i
colori indefiniti, le pulsioni genuine”.
Sicché la cifra stilistica che caratterizza
l’opera è quella del realismo: lo si rileva,
tra l’altro, nel sapiente cromatismo, nella
rappresentazione a tutto tondo degli
oggetti; nell’evidenziazione dei particolari;
nella puntigliosa ricerca lessicale che l’autore ha condotto per riportare in vita termini agricoli desueti o poco noti; nella
diastratia di espressioni gergali che valgano a meglio rappresentare le diversità
idiomatiche dei vari ceti sociali.
In un momento storico come quello che
stiamo vivendo, contrassegnato da un
consumismo dissipatore e da un ottuso
individualismo, circola nel testo un
vibrante senso dell’appartenenza e,
quindi, della simpatia, dell’amicizia, della
solidarietà e di ogni altro valore che oggi
sembra essersi smarrito. Dunque, la
riconsiderazione del passato non mette
capo ad una sospirosa ed inerte nostalgia
ma, in tutta levità, si pone come paradigma del presente.
Ovviamente, la comicità è il sale di quest’opera: ma non è da credere che si
ricerchi il facile effetto della crassa risata.
C’è anche questa; ma, al di sopra di tutto,
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
domina il calore di due sentimenti che,
fondendosi insieme, danno luogo ad una
struggente miscela poetica: da una parte
il gioioso riemergere nella coscienza di un
tempo felice nella sua frugale e spensierata innocenza; dall’altra la malinconia
del ricordo, lo smarrimento provocato da
una perdita irreparabile.
Nicola Fiorentino
Filippo Travaglini, N’ètra vote – Atmosfere
casolane
Le sette Disperse di Achille
Serrao
Mi chiedo spesso - lo penso dentro di
me - quanto enorme sia il lavoro attorno
e dentro piccole, rare, pubblicazioni di
poesia, come questa, curate in ogni dettaglio: la scelta attenta della carta, quella
del carattere tipografico, il luogo profondo
della parola accanto a quello del disegno.
Poeta, pittore, editore, tipografo creano
una miniatura, stendendo pubblicamente
un intenso microcosmo. Lo soffiano verso
il mondo attraverso un numero esiguo di
esemplari. Come se fosse dichiarata a voce
alta un’ elezione, una selezione preziosa
di riceventi lettori. Oppure ci si auspicasse un passaggio del libro fra un popolo
di mani, a condizione di molta lentezza
nella cultura del fare e del ricevere reciproco.
Amo questi lavori certosini, dentro cui
lievita una creazione compiuta con pochi
ingredienti calibrati e studiati meticolosamente. Nominiamoli. Intanto, la carta
paglia, che apre e chiude l’interiorità dell’
opera, è stata la prima gioia incontrata.
Un tempo, la carta paglia veniva usata
dai macellai e dai pescivendoli perché la
sua qualità sana ed eccellente era unica
nel custodire la carne. Con il tempo, è
diventata talmente costosa da essere
sostituita. Trovarla ad avvolgere la poesia
27 RECENSIONI E NOTE
di Achille Serrao, come penso di tutti gli
autori della collana del Quartino, è un
fatto, una sostanza, per me. Carne o
poesia, stessa cosa organica: cibo che
entra nell’interiorità, nutre e fa crescere.
Una luce minima sul titolo: Disperse.
Queste poesie, questi corpi salvati dentro
la carta paglia appunto, raccolti qui, recuperati da una loro ormai quasi definitiva
scomparsa. Colti al volo per la resurrezione pubblica. Erano forse fogli nascosti
tra fogli. Abitavano forse il vento della
casa di un poeta grande. Sono stati afferrati, responsabilizzati, inoltrati verso una
lettura pubblica. Annodarli in un unico
fascio significa riconoscere loro una sola
radice tematica, sviluppandola in sette
direzioni, emozioni, ramificazioni.
Ogni testo musica un fondale sonoro
con variazioni, nella chiave linguistica
cara ad Achille Serrao. Il suo dialetto
viscerale, tanto lavorato nel pensiero, nel
suono, nella sintesi espressiva, nella
ricerca filologica, spinge un ascolto che
esige fisicità, sensorialità, sospensione
spirituale, passionale, sfondamento nel
mistero. Leggo il verso e desidero sentirlo
nella voce di Serrao stesso. Come se la
pelle lirica, scritta, si sporgesse estremamente dalla scrittura per affacciarsi nell’oralità della voce. Della voce dello stesso
poeta. Voce che è canto.
Queste sette impronte poetiche nascono
- non c’è alcuna nota critica riguardo al
loro effettivo tempo di stesura... e il titolo
ci induce a pensare che non abbiano una
linearità temporale - da un comune pozzo
tematico: il tempo. È il tempo quel nodo
che stringe le nascite, le poesie, le creature disperse. Che sia tempo atmosferico,
con le sue varianti umorali di marzo (‘E
Marzo) dentro cui vibra la turbolenza sanguigna in una tessitura terrestre e stellare. Che sia tempo esistenziale, annidato
nelle spalle di chi vive coscientemente,
RECENSIONI E NOTE 28
drammaticamente, il passaggio di ogni
soglia (Comm ’era) con andatura solitaria
e commossa. L’uomo centrato nella
poesia, in realtà, nel suo andare, non
lascia mai le fondamenta della propria
casa: ha un sangue nomade, dentro cui
le radici si rafforzano, affondano, limpide
e fiere, bagnate nelle segrete profondità
dalle sue lacrime interiori. Che sia un
tempo dentro cui pulsa una sottilissima,
vibratile, cangiante, anima inafferrabile.
Un incanto febbrile e lieve che accarezza
e intenerisce le croste del cuore dolente,
ribattezza la sua vecchiaia e la rinasce
(in. Na jurnata ’e chelle). In un’altalenante
oscillazione pendolare, eterna, nel quotidiano fluire delle ore, le cose si umanizzano attorno a noi, nel cromatismo tra
luce e ombra, veglia e sonno (’E cose). Che
sia il tempo sacro e drammatico de la
Passio, dentro cui il silenzio è liturgico e
assoluto: un coagulo zitto e vivissimo nel
nodo di misericordia. Qui, il seme di un
albero piantato al centro di un cortile
svetta come un’ antenna cosmica cantata
dai bambini. Unici nel cantare, malgrado
ogni altra incalzante distrazione. Che sia
il tempo di un viso irripetibile, quello di
Cristo, non visibile ma tangibile come il
vento. Quel vento che sposta le fondazioni
e le terre. E i fogli dispersi, dicevamo, del
grande poeta. Che sia il tempo, il vento,
della rosa e dell’ape, entrambe regali e
sapienti.
Ultima, luminosa, duratura nella sua
scia: Na casa acconcia. Achille Serrao
chiude con questa finestra poetica, raffinata ed intensa. Una febbre di luce attraversa le imposte e proietta dal cosmo
mondi, pupille, moscerini, angeli minuti,
in un raggio aereo azzurrino, fosforescente, che segna, dentro il buio, il muro.
Come un film che accende improvvisamente la parete, dentro cui anime e ritratti
anonimi brillano per un attimo la loro
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
comparsa.
Esco da questa finale, splendida, poesia.
Sfioro la carta paglia e il disegno sulla
copertina. La mia lampada non fa più luce
sopra le parole. Rimane nell’aria la sonorità sensuale, tessuta da concavità liquide,
raddoppiamenti consonantici, approfondimenti nelle vocali. La lingua di Caivano,
città natale di Achille Serrao, continua a
trasmettere arte in questi inchiostri caldi
ed esatti, affiancata dagli schizzi rapidi,
sintetici, misterici di Lia Zucconi.
Anna Farabbi
Achille Serrao, Disperse, Albenga, I libri
del Quartino, 2008. Immagini di Lia Zucconi.
In trenta esemplari.
Sanmartin di Giacomo Vit
In questa raccolta
di poesie in friulano,
un comune avvenimento (quel trasloco
che capita a tutti di
affrontare almeno
una volta nella vita)
diventa una complessa esperienza su
cui si innestano elementi
personali,
sociali e storici: lo stesso titolo si riferisce
alla data dell’11 novembre quando nelle
campagne, non solo friulane, scadevano
i contratti di mezzadria e molti contadini
dovevano trasferirsi altrove. Del resto fin
dalle prime pubblicazioni il poeta ci ha
indicato come ogni percorso individuale
confluisca dentro il fiume della vita che
è sempre determinato da una pluralità di
presenze e assenze, di avvenimenti a volte
scelti, più spesso subiti e patiti nella irragionevolezza del destino.
L’acqua è un’immagine poematica che
attraversa spesso la scrittura di Giacomo
Vit (basti ricordare il poemetto La plena
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
o la raccolta La cianiela) e ora si riaffaccia
fin dai primi testi a rimarcare come le persone fluttuino più distanti dei loro desideri (“Al era un àrmar / fra nualtris. /
Cuant ch’i si ciacaràvin / da un’isula / a
chealtra, no si /capìvin... – C’era un
armadio / fra di noi. / Quando ci parlavamo / da un’isola / all’altra, non ci /
capivamo...”) e come gli oggetti stessi
siano impregnati di questo liquido scorrere via del tempo: “Viarzint i scansèi, / i
ài trovàt / il patùs di un flun / ch’i mi eri
dismintìat, / – e a mi veve corùt / drenti!
– Aprendo i cassetti, ho trovato / le alghe
di un fiume / di cui mi ero scordato, / –
e mi era viaggiato / dentro!”).
Il senso di precarietà – insito nel traslocare da una casa ad un’altra, da un
periodo della vita ad un altro – è un’eco
che si diffonde in cerchi sempre più ampi,
fino a inglobare diversi modi di abitare e
le corrispondenti condizioni di vita di tante
persone. Dal piccolo spazio (“il me toc di
paradìs – il mio pezzo di paradiso”) di chi
in carcere non ha nemmeno una cella per
sé; alla “porta sul cielo” dell’amico poeta
scomparso, che aveva dipinto un cielo
azzurro attorno all’uscio forse per far
capire che “ogni sogno / ha una porta /
che noi dobbiamo / aprire”. Fino al testo
che chiude la silloge, in cui l’esperienza
attuale del poeta si ricolloca dentro l’incessante esperienza di migrazione che
unisce il padre e il figlio in una storia che
continua a dipanarsi senza fine, come in
una dimensione da fiaba cui manchi un
punto conclusivo ma tutto resti aperto
nei puntini di sospensione. All’interno di
questa ampia cornice di condivisione, i
riferimenti personali non si chiudono nell’intimismo ma si declinano con una luce
obliqua, spesso mediati dai filtri della
distanza e dell’ironia, dell’amarezza, delle
domande senza risposta poiché è inutile
chiedersi “quale montacarichi / avrà la
29 RECENSIONI E NOTE
forza / di spostare quintali / di delusioni
/ accumulate agli angoli della camera?”.
La lingua usata è un friulano colloquiale, mai lirico in sé ma che sa far scaturire dalla concretezza delle immagini
l’intensità lirica di alcune situazioni, la
vena elegiaca di un infinito andare come
relitti trascinati dalla corrente, “roba
imbombada di sun, / ciapada sù di sbusinòn – oggetti inzuppati di sonno / raccolti in fretta”. C’è a volte una umanizzazione delle cose (“finestre, occhi / inchiodati sul mondo”; “la pelle dei muri / fatta
più dura”) che contribuisce a creare un’atmosfera di compenetrazione tra realtà
esterna e interiorità, in un clima di forte
partecipazione emotiva ma ancorata ad
una salda percezione del proprio esserci
storico, dell’inevitabile posizionarsi dentro
un destino sovrandividuale che trova un
punto fermo – non di stabilità ma di
autenticità – nella adesione ad una lingua
che riconduce ad uno spazio fisico e
antropologico di appartenenza, con la
quale si può esprimere la parte più intima
della propria umanità.
La naturale adesione della lingua usata
alle tematiche esposte emerge in modo
singolare nel testo “Istruzioni per inscatolare” in cui un italiano prescrittivo e
anonimo (frasi estrapolate dal depliant di
istruzioni per utilizzare gli scatoloni del
trasloco) si alterna con il friulano di pensieri amari su un’esperienza – di un
amore, di un vivere insieme lasciato sottinteso – che si avvia alla fine; il contrasto
è stridente, perché presenta due realtà
inconciliabili, come l’illusione di chi crede
al sostare del vento mentre la quotidianità della vita dà regole semplici ma inequivocabili: “E iò a crodi / al polsà dal
vint:/ “Non capovolgere”.
Nelvia Di Monte
Giacomo Vit, Sanmartin, LietoColle,
2008, euro 10
RICORDO DI... 30
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
Michele Coco (1934-2008), vita scolastica
e passione letteraria
Si è spento il 22
agosto 2008 Michele
Coco, valido collaboratore di Periferie, con
le sue splendide traduzioni dai classici
greci e latini.
Una vita spesa
nella scuola, fin da
quando, laureato in
lettere alla Cattolica
di Milano con una tesi in storia del teatro
sulle tragedie di Seneca, era tornato a San
Marco in Lamis (FG), sua terra d’origine,
per insegnarvi italiano e latino, alla fine
degli anni ’50. Un ventennio dopo diviene
preside nel locale liceo “Pietro Giannone”,
dove era stato studente e insegnante, e
dove resta fino al pensionamento.
La sua è una scuola di buona memoria,
in cui l’insegnante insegna, ma ha pure
fisionomia intellettuale e culturale. Fu
anche autore di testi scolastici per il latino
e il greco. Non c’è evento nei suoi luoghi
in cui egli non sia stato presente, e spesso
partecipe, spesso promotore, con animo
aperto e disponibile.
Il suo era amore per la letteratura,
prima che ambizione letteraria; e perciò,
non tanto ricerca di contatti prestigiosi
per autopromozione, ma letture attente
di classici antichi e contemporanei, di
autori della modernità; ed esercizio parco,
lento, intenso, della scrittura e dello stile.
Proprio perché passione e non ambizione,
Michele era attento anche alle espressioni
letterarie dei conterranei, pur minute, e
non disdegnava di scriverne, nel suo
modo terso, elaborato con lentezza e cura.
Se non merito, credo sia suggestione
sua se negli anni ’70 fu portata alla luce
la poesia dialettale di Francesco Paolo
Borazio. Oggi Borazio è citato in tutti i
repertori specifici; ma allora, morto da un
ventennio, era stato sempre elogiato e mai
pubblicato. Fu Michele a rileggerne, a fine
anni ’60, il delizioso poemetto eroicomico
Lu Trajone, e pubblicarne stralci commentati su fogli locali. Quando, qualche
anno più tardi, Antonio Motta ed io progettammo di avviare una collana i “Quaderni del Sud”, decidemmo come primo
titolo proprio Lu Trajone, perché lo conoscevamo da ciò che egli ne aveva scritto
(fu terzo curatore del volume, nel 1977).
Michele fu il primo a scrivere, sulla Rassegna di studi dauni nel 1976, uno studio
sulla poesia latina di J. Tusiani, quando
questi aveva edito appena un opuscolo
della sua vasta produzione neolatina.
Tusiani è oggi riconosciuto come uno dei
maggiori neolatini. Michele ne aveva preconizzate le potenzialità prima di altri, in
Italia e non solo.
Dunque, lo studio, denso e tenace. E
poi la poesia, che lo accompagnerà fino
alla fine. Poesia tradotta in versi italiani
dall’antichità classica (con excursus nella
lingua spagnola insieme al fratello ispanista Emilio). Impossibile qui fare anche
solo i nomi dei poeti tradotti (e bisognerà
che altri lo faccia in altra sede). Ma vanno
ricordati almeno i recenti volumi Alceo.
Liriche e frammenti (2005) e la versione di
tutti i Carmina di Catullo (2007).
Infine la poesia in proprio, scritta con
parsimonia, pudicizia quasi, come tutto
ciò che era suo. Quando uscì Momenti, la
migliore fra le sue raccolte di liriche
(1968), Egli disse: “Prima di decidermi a
pubblicarla, ho aspettato il benestare di
P. Soccio” (che ne stilò la prefazione).
Ed ecco la voce di Michele poeta, riservata ed elegante nelle sue cadenze:
A sera
quando l’asfalto rugoso si bagna
nell’ombra delle case
sollecita ritorni.
Ogni sera
a ravvivarmi il fuoco dell’attesa.
Cosma Siani
Periferie
Ottobre/Dicembre 2008
Subiaco e i poeti della
Valle dell’Aniene
La presentazione del libro Dialetto e poesia nella Valle dell’Aniene
di Vincenzo Luciani il 22 novembre
a Subiaco nella Sala delle Conferenze della biblioteca comunale,
introdotta dal Sindaco Pierluigi
Angelucci, dopo un intervento dell’autore, si è trasformata in un
avvincente reading poetico. Le
diverse lingue della Valle si sono
manifestate nei versi dei poeti Marcello De Santis (Tivoli), Alessandro
31
AVVENIMENTI
Moreschini (Castel Madama),
Marco Occhigrossi (Marano Equo),
Antonietta De Angelis e Benedetto
Lupi, poeta, autore teatrale, dialettologo di Subiaco che oltre ai
suoi testi ha declamato quelli dell’indimenticato Achille Pannunzi.
Presenti in sala anche la vedova
Renata e la figlia di Pannunzi, Caterina, l’ex sindaco di Subiaco Giuseppe Cicolini (autore tra l’altro di
Subiaco la polenta e l’abito della
festa), Pina Zaccara Antonucci
autrice del Dizionario del dialetto
sublacense e la direttrice della
biblioteca Rosaria Zaccaria.
LIBRI RICEVUTI
Perla Sigismondi Marino, È n’atru mare, Carabba Editori, Lanciano, 2005;
Alida Airaghi, Frontiere del tempo, Manni, Lecce, 2006;
Nevio Spadoni, Cal parôl fati in ca, Raffaelli Editore, Rimini, 2007;
Michele Urrasio, ’A ’ddore u pane, Catapano Editore, Lucera, 2007;
Carlo Falconi, Blëc, Tempo al libro, Faenza, 2008;
Antonella Pizzo, Trapassi, Stampato in proprio, Ragusa, 2008;
Giuseppe Tirotto, La casa e la chisura, Ed. Tema, Cagliari, 2008;
Giacomo Vit, Sanmartin, Lietocolle, Faloppio, 2008;
Alessandro Guasoni, Contravenin, Prova d’Autore, Catania, 2008;
Salvatore Pagliuca, Cor’ scantàt’, Stampato in proprio, Grafiche Finiguerra,
Lavello, 2008;
Francesco Granatiero, Passéte, Interlinea Edizioni, Novara, 2008;
Luigi Fontanella, Oblivion, Archinto, Milano, 2008;
Ferdinando Grignola, La foglia trafitta dal sole, Edizioni Ulivo, Bolerna,
Svizzera, 2008.
NOVITÀ 2008
EDIZIONI
COFINE
Vincenzo Luciani, Dialetto e poesia nella
Valle dell’Aniene , pp.
128, € 10,00.
E’ la più completa indagine sui testi dialettali
(dizionari, proverbi, filastrocche, indovinelli,
teatro, poesia) di 26 Comuni dell’area tiburtina
sublacense (Lazio).
Maurizio Noris., Dialèt
de nòcc, d’amùr, pp.
32, € 6,00.
In dialetto bergamasco
della Media Val Seriana,
è la raccolta di poesie
vincitrice della V edizione del Premio Città di
Ischitella-Pietro Giannone 2008
EDIZIONI COFINE libri di poesia 2006-2007
Achille Serrao, Era de
maggio. Quattro atti
dalla vita e dall’opera di
Salvatore Di Giacomo,
pp. 48, € 7,00
AA. VV., 15 poeti per
Ischitella, con testi di 15
autori che hanno visitato
il centro garganico (foto)
pp. 32, € 5,00
Pier Mattia Tommasino, Pietro Civitareale, Poeti
La befana e er batti- in romagnolo del Novecento. Antologia, pp.
scopa, pp. 32, € 6,00
128, € 12,00
Giovanna Giovannini, Ho
bevuto in una foglia. La
poesia a scuola: un’esperienza, illustrazioni
colori, pp. 64, € 10,00
Renato Pennisi, Menzi
storii (Mezze storie),
poesie in siciliano, pp.
32, € 6,00
Giacomo Vit, Sòpis e
patùs (Zolle e alghe di
fiume), poesie in friulano, pp. 48, € 7,00
Vincenzo Luciani, Le
parole recuperate. Poesia e dialetto nei Monti
Lepini e Prenestini, pp.
96, € 10,00
Achille Serrao (a c. d.).,
Torino & Roma: poeti
e autori ‘periferici’ (I.
Isler, A. Brofferio, V.
Alfieri, F. Tartufari, L. Olivero, M. Lattes, V.
Luciani, pp. 96, illustrazioni, € 12,00
PER ACQUISTARE
I LIBRI versare
l’importo sul c/c/p
34330001 (Cofine
srl via Vicenza 32 00185 Roma) indicando il titolo del
volume che verrà
inviato a stretto giro
Rosangela Zoppi, Ro- Rocco Brindisi, Morte di posta.
ma: la memoria delle de nu fra ca uardava, Info: cofine@poetistrade, illustrazioni, pp. poesie in lucano, pp. 32, delparco.it - tel.
06.2253179
€ 6,00
144, € 15,00
Scarica

A cuor leggero, Salvatore Pagliuca PP. 4-7 VISTI