CULTURE DIVERSE
IN OSPEDALE
DONNE MIGRANTI
E MATERNITÀ
delli - Giuseppina Scapin
gna - Giovanni Battista Nar
Franca Bimbi - Francesco Spa
Cadigia Hassan
El Afti - Lorenza Sanavio Donatella Drago - Chaibia
SALA DELLA SCUOLA
DELLA CARITÀ
Via S. Francesco 61/63
Padova
14 MARZO 2013
ORE 15.00
ingresso libero
COMMISSIONE per le
PARI OPPORTUNITÀ
Atti del Convegno
a cura di Manuela Lotto e Francesco Crivellaro
L’associazione ringrazia per il contributo dato alla realizzazione
della presente pubblicazione:
CENTRO STUDI DELLA BARBARIGA
Indice
Presentazione
Dott.ssa Lorenza Sanavio
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Saluti delle Istituzioni Sanitarie
Dott.ssa Silvana Bortolami
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Saluti delle Istituzioni Comunali
Dott.ssa Milvia Boselli
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Pratiche e significati della maternità a confronto
nella vita quotidiana delle donne e nel sistema di
welfare socio-sanitario
Prof.ssa Franca Bimbi
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Nascere in diverse culture.
Una prospettiva antropologica
Prof. Francesco Spagna
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La Maternità come elemento di aggregazione
multietnico
Prof. Giovanni Battista Nardelli
26
Le esperienze nella sala parto multietnica
Dott.ssa Giuseppina Scapin
Accoglienza e sostegno alle donne migranti in
gravidanza: l’esperienza dell’Ambulatorio ostetrico
ginecologico multietnico
Dott.ssa Donatella Drago
Storie di donne
Sig.ra Chaibia El Afti
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42
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Donne migranti e maternità
Presentazione
Dott.ssa Lorenza Sanavio
Presidente AVO Padova
Benvenuti al secondo incontro del Convegno “Culture diverse in
Ospedale”. Ringrazio le Autorità che ci hanno onorato della loro presenza,
la Prof.ssa Milvia Boselli, Consigliere delegata per le Pari Opportunità,
in rappresentanza del Sindaco, la Dott.ssa Silvana Bortolami, Direttore
dell’URP interaziendale, in rappresentanza dell’Azienda Ospedaliera di
Padova e dell’ULSS 16, il rappresentante del Centro Studi della Barbariga
che ha sostenuto questo progetto.
Saluto i relatori ai quali va un sentito ringraziamento per avere accettato
d’intervenire, i volontari dell’AVO che vedo numerosi e tutti i presenti.
Come vi dicevo, siamo al secondo incontro di questo progetto, iniziato
nel marzo 2011 con il Convegno “Culture diverse in Ospedale: l’AVO
accoglie il malato immigrato”. In quell’occasione abbiamo presentato un
dépliant multilingue (tradotto nelle 7 lingue delle comunità straniere più
rappresentate in città) che i volontari AVO consegnano ai malati ricoverati
nei reparti ospedalieri. In questo opuscolo vengono presentati il servizio
del volontario AVO, le norme di accesso all’assistenza sanitaria, l’elenco
dei principali servizi socio-sanitari rivolti ai cittadini stranieri.
Quest’anno proseguiamo con due temi specifici, oggi parleremo di donne
migranti e maternità, il mese prossimo, l’11 Aprile sempre alla Sala della
Carità, ci occuperemo dei bambini migranti ospedalizzati.
L’AVO di Padova ha deciso di occuparsi di multicultura perché viviamo
in una società multiculturale e i nostri volontari incontrano ormai, quasi
quotidianamente, pazienti di varie nazionalità non solo in Pronto Soccorso,
come accadeva fino ad una decina di anni fa, ma in tutti i reparti, soprattutto
in Ginecologia ed Ostetricia e nelle Pediatrie.
La maggioranza della popolazione immigrata è femminile e sarà sempre
più una presenza significativa nei prossimi anni. Si tratta, nel complesso,
di donne giovani rese fragili da una serie di fattori di rischio legati al difficile
processo d’integrazione sociale, alle condizioni di precarietà economica a volte di estrema povertà - alla mancanza di un supporto familiare o della
comunità di riferimento.
Come Associazione abbiamo ritenuto opportuno accrescere le competenze
dei nostri volontari affinché possano offrire ai malati una relazione d’aiuto
efficace, nel rispetto della loro provenienza e della loro cultura.
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Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
Saluti delle Istituzioni Sanitarie
Saluti delle Istituzioni Comunali
Come diceva la Presidente, nel nostro Paese c’è una maggioranza di
popolazione femminile migrante pari al 51%.
Le etnie più presenti a Padova sono: nigeriana, rumena, tunisina e
marocchina.
La comunità nigeriana è quella più consistente a Padova. La costruzione
del percorso di assistenza della donna è un aspetto interessante sul quale
si sta riflettendo.
Uno degli interventi organizzati sono i corsi di formazione che svolgiamo
per formare l’operatore che ha bisogno di sapere come porsi con le
persone straniere.
L’U.R.P dell’Azienda Ospedaliera di Padova ha organizzato dei corsi
per sviluppare le competenze interculturali in ambito sanitario, dove
l’attenzione viene rivolta alle persone straniere a partire dal loro contesto
sociale e culturale.
Benvengano queste iniziative che si connettono con i bisogni emergenti.
Vi porto i saluti del Sindaco e della Commissione Pari Opportunità.
Come Commissione abbiamo accettato con entusiasmo di patrocinare
questa iniziativa. Saluto i relatori, ringrazio l’AVO, la sua Presidente e tutti
i volontari di questa associazione così importante che ringrazio a nome
di tutta la comunità per questo straordinario lavoro fatto con generosità
e competenza nei confronti dei malati e delle loro famiglie. È un lavoro
grandioso che rende la nostra comunità una comunità solidale, aperta
che include e non esclude. Una comunità che proprio grazie al lavoro
delle associazioni di volontariato, molto numerose nella nostra comunità
la rende con queste caratteristiche. Il tema della multiculturalità scelto per
questi tre incontri è un tema di grandissima rilevanza non solo per il nostro
Paese, ma anche per la nostra città. Padova, ormai ha una presenza di
30.000 cittadini di altri paesi (15-18%) e quindi vi è una pluralità culturale.
Noi a Padova abbiamo questa peculiarità: una Commissione per i cittadini
stranieri eletti che sono i rappresentanti delle varie comunità che sono stati
eletti con voto diretto. Questa Commissione ha preso diritto di parola nel
Consiglio Comunale e non il diritto di voto perché non lo prevede la legge
nazionale, pertanto è un organismo di partecipazione molto importante.
La Commissione Pari Opportunità con l’ULSS 16, già da anni, si è
occupata di una ricerca sulle donne cinesi e ultimamente ci siamo occupati
proprio della maternità ed il confronto tra le competenze fra donne di varie
culture, perché è vero che le donne hanno bisogno di sostegno in questa
fase di maternità però hanno anche una loro competenza nell’affrontare
la gravidanza, il parto e l’educazione dei propri figli e questa reciproca
commistione e confronto dei saperi delle madri di varie culture, credo sia
un arricchimento per l’intera nostra comunità. Grazie per questa iniziativa
che porta sicuramente un arricchimento non solo dal punto di vista
sanitario e sociale ma anche culturale.
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Dott.ssa Silvana Bortolami
Responsabile URP Azienda Ospedaliera di Padova
Dott.ssa Milvia Boselli
Commissione Pari Opportunità
LE RELAZIONI
Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
Pratiche e significati della maternità a
confronto nella vita quotidiana delle donne
e nel sistema di welfare socio-sanitario
Prof.ssa Franca Bimbi
Sociologa - Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia
Applicata - Università di Padova
Dott.ssa Cadigia Hassan
Giornalista italo-somala
Ringrazio l’AVO che per la seconda volta mi ha invitata a moderare il
convegno su un tema che riguarda le donne migranti e soprattutto le
mamme. L’ho accolto con molto interesse ed entusiasmo proprio perché
mi coinvolge doppiamente. Sono di origine migrante: il papà somalo, la
mamma italiana e ho due figli. Ho un aneddoto da raccontarvi, quando nel
’68 mi sono trasferita a Mogadiscio con la mia famiglia, mia mamma ha
dovuto affrontare il parto di mio fratello. È stata un’esperienza veramente
traumatica che l’ha colpita profondamente da vari punti di vista, perché è
stato anche un parto molto difficile. Lei fu seguita da un medico egiziano
e non somalo che non sapeva assolutamente l’italiano e non riusciva a
comunicare, quindi ci sono state tutte queste complicanze al punto che mia
mamma quando è rimasta incinta dell’ultima figlia ha voluto assolutamente
ritornare in Italia per partorire.
Quindi, mi metto anche nei panni di chi viene in Italia e affronta per la
prima volta una gravidanza. Cosa significa tutto questo? Significa essere
sperduti perché come ben sapete la maternità in molte culture non è solo
un evento familiare ma anche sociale, dove non è presente solo il marito
ma è presente tutta la comunità, quindi la famiglia della madre e del padre.
Sono curiosa di come i vari relatori affronteranno dai vari punti di vista tutto
quello che gira attorno alla maternità delle donne migranti. Spesso queste
donne arrivano sole in Italia e poi si ricongiungono, affrontano la maternità
chiuse in casa da sole, il marito è fuori tutto il giorno. Si possono anche
sviluppare problematiche psicologiche che dovrebbero essere affrontate
fin dall’inizio. La prima relatrice è la Prof.ssa Franca Bimbi, sociologa
presso il FISSPA: Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e
Psicologia Applicata dell’Università di Padova e anche nel Consiglio di
amministrazione dell’Università di Padova.
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Circa 15 anni fa ho diretto una ricerca su indicatori sociali delle
condizioni di salute delle donne a Padova, in particolare relativa alle
madri. In precedenza avevo lavorato all’organizzazione di un Consultorio
femminista autogestito, che, prima che la legge lo permettesse, aiutava le
donne a scegliere la maternità, a utilizzare correttamente i contraccettivi,
a riappropriarsi del proprio corpo, a conoscerlo. Da queste esperienze
ho ripensato ad aspetti interessanti per il dibattito d’oggi, sulla maternità
delle donne migranti ed il rapporto con l’ospedale. Infatti in passato ho
sperimentato l’importanza e le difficoltà di parlarsi e capirsi tra donne,
di orientarsi nelle prescrizioni di salute, di fare i conti con le culture
dell’organizzazione ospedaliera e dei suoi specialisti. Tutte nate italiane, ci
siamo trovate, appena giovani adulte, impegnate a fronteggiare gli stessi
nodi problematici (scelte di sessualità e di procreazione, vissuti di violenza
familiare) ma con riferimenti culturali diversi, anche conflittuali.
Oggi, prima di tutto dobbiamo riflettere sul fatto che ci siamo accorte
molto tardi che non eravamo più solo “noi”, e che il rapporto “noi-loro”
stava cambiando anche i nostri vocabolari. Rispetto alle migranti (e a tutti
gli immigrati) le nostre parole sono sfasate o inadeguate nei confronti delle
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Si tratta del Progetto Speak Out! Empowering Migrant, Refugee and Ethnic Minorità
Women Against Gender Violence in Europe, co-finanziato dall’Unione Europea nel programma
Daphne. Le pubblicazioni del Progetto:
- Agency of Migrant Women Against Gender Violence, a cura di Franca Bimbi, AB
Edizioni, Alphabeta Verlag, Bolzano, pp.407. Contiene il Rapporto comparativo finale (in
Inglese) dei team di Padova e Venezia (Dipartimento FISPPA, Comune di Padova, Fondazione
Basaglia, Centro CIRSG), di Barcellona, Madrid, Helsinki, ed Olanda. È scaricabile
gratuitamente dal sito dell’Editore http://www.edizionialphabeta.it/docu.
- Speak Out! Migranti e Mentor di comunità contro la violenza di genere, a cura di
Franca Bimbi e Alberta Basaglia, Cleup, Padova, pp.300. Contiene il Rapporto del team
Italiano, con le short stories scritte dalle donne migranti. Fa parte (n.6) della Collana del
Centro Interdipatimentale di ricerca sugli studi di genere diretta da Alisa Del Re.
- Migrazioni, Genere, Accoglienza. Mentor di comunità e buone pratiche contro la
violenza, a cura di Maria Grazia Peron, Cleup, Padova, pp.98. Si tratta della sintesi del
Progetto. Contiene la CARTA della Mentor di Comunità contro la violenza di genere
tradotta in 10 lingue. È scaricabile gratuitamente dal sito dell’Editore http://www2.cleup.it/
migrazioni_genere_accoglienza.html
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Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
loro realtà, ma anche di ciò che è cambiato per noi da abbastanza tempo.
Con Cadigia, ed altre donne d’origine migrante, migranti e rifugiate, ci
siamo incontrate nello svolgimento di un Progetto Europeo durante
il quale abbiamo definito la figura nuova di Mentor di Comunità contro
la violenza di genere. Tra noi abbiamo lavorato molto sulle parole. Una
parola inadeguata è etnia. Non la useremmo mai per un italiano parlante
germanico ed abitante a Bolzano e neppure per un francese, o per un
altro europeo. Le etnie che noi nominiamo come tali possono essere
autodesignazioni (“sono berbera”, “sono toscana”), oppure etichette
ricevute da altri, che separano i gruppi di parlanti con potere da quelli
che non sono altrettanto padroni di affermare una lingua o un’abitudine,
anche se vivono da molto in un Paese o in un territorio. Vorrei che ci
liberassimo dalla parola “etnia” o “razza”. Se pensiamo al Marocco,
dobbiamo considerare una nazionalità per il passaporto, e poi i Berberi,
o altri che rappresentano gruppi linguistico-culturali con storie e racconti
di sé anche molto diversi tra loro e rispetto alle maggioranze. Se io ho
passato la maggior parte della mia vita in Veneto posso dirmi veneta,
ma anche toscana per la biografia personale e familiare e per ciò che ho
ricevuto in eredità dalla storia sociale e culturale del territorio d’origine.
L’identità non è mai una sola e la cultura contiene molti mescolamenti.
È giusto che io possa dirmi sia veneta che toscana, ma se vengo ridotta
ad una sola cultura o esclusa da quella della maggioranza, questa è
violenza. Si tratta di violenza simbolico-culturale, non fisica, ma è sempre
violenza. Le identità corrispondono a diverse rappresentazioni del “noi”.
Lo si capisce cominciando dal cibo, che porta con sé sia identità che
mixité in ogni singola famiglia, infatti le memorie del cibo non sono
identiche neppure nelle due famiglie d’origine di una coppia. Attorno
all’alimentazione (prodotti, ricette, condimenti, cotture….), in una stessa
famiglia, si formano distinzioni e persino difese culturali, soprattutto tra
madri e figlie rispetto al cibo più adatto da dare ai nipoti, e con la suocera.
La difesa culturale riguarda anche i rapporti di potere e può diventare
paura dell’altro. Si sviluppa anche nella vita quotidiana. Tuttavia anche il
conflitto culturale può trasformarsi in elaborazione transculturale. Ad un
certo momento mangiamo con lo stesso piacere sia la pizza che il cous
cous e non sappiamo dire quando il nostro gusto si è trasformato, spesso
attraverso un’amicizia o un amore imprevisti.
Quando comincia il processo di transculturazione dei migranti? Prima di
partire il migrante ha pensato a come sarà “là”, ha immaginato come si
sarebbe trovato. La prima migrante ha lavorato d’immaginazione anche
rispetto alla vita quotidiana e familiare, pensando ad aspetti molto pratici;
comunque è arrivata qui già transculturata, con un’immagine di “loro”, già
pronta a cercare elementi per sentirsi a casa portandosi dietro oggetti,
scegliendo al mercato tipi di cibi o merci da comprare o rifiutare. Nel
frattempo, “noi”, i nativi, mentre ci mescolavamo un po’, facevamo anche
finta di non vedere i nostri vicini di casa. A Padova, nel 2013, siamo tutti
più o meno transculturati. Cadigia insiste a dirsi d’origine migrante perché
vive bene e rivendica le sue due identità. Questo significa che i migranti,
appena si riconoscono nelle loro diverse identità, appena diventano capaci
di agirle, mettono in mostra, per loro e per noi, una maggior disponibilità di
capitali culturali e sociali rispetto a chi non si è mosso da qui, a chi parla una
sola lingua e sa ben poco della geografia extraeuropea. Transculturazione
e capitali culturali: non basta che vengano riconosciuti, occorre che ogni
persona migrante riconosca a se stessa la ricchezza della diversità e della
molteplicità che la abita.
Vorrei sottolineare la parola “transculturazione”: ci inquieta perché a
differenza d’intercultura (ponte tra culture che restano se stesse) o
multiculturalismo (culture che vivono fianco a fianco senza “contaminarsi”),
la transculturazione ci fa scoprire che la nostra identità o quella che
pensiamo come un’identità culturale monolitica, cambia nella relazione
con l’altro. Nell’incontro con l’altro le diversità si riconoscono (intercultura),
si misurano (multiculturalismo), ma anche si trasformano, si mescolano
senza accorgersene.
I processi di riconoscimento non ci rendono più buoni con i vicini, ma più
consapevoli dei diritti, più capaci di assumere responsabilità ma anche di
esigere. Da questo ragionamento si può passare a parlare dell’ospedale.
I migliori pazienti, quelli che aiutano la loro guarigione, non sono i più
remissivi, ma i più consapevoli, spesso i più difficili: segnalano le loro
sofferenze e dunque sono utili per il medico ed il personale sanitario
che vuole guarirli. I pazienti, migranti o no, portano in ospedale diverse
culture del corpo, della malattia, della salute. I migranti segnalano anche
in ospedale le diversità e le molteplicità delle culture della salute, della
malattia, dell’espressione del dolore, che vengono da vari altrove da cui
potremmo imparare molto. Qui, nel paese ricevente, abbiamo le tecnologie
avanzate, i sistemi di salute abbastanza ben organizzati, ma dovremmo
ricordare che le persone portano anche in ospedale le abitudini della loro
vita quotidiana: ancore di salvezza per il proprio orientamento e dunque
per la loro salute complessiva. Inoltre, in ospedale non troviamo culture
differenti perché sono arrivati i migranti. L’ospedale contiene diverse
culture; infatti non è sempre facile lavorare assieme combinando stili
professionali diversi, gerarchie e integrazione di equipe. C’è un lavoro di
transculturazione che ogni organizzazione deve fare al suo interno per
offrire un buon servizio, per lavorare in gruppo, per diventar capace di
riconoscere persone e culture differenti. Il personale sanitario e sociale
dell’ospedale non offre solo prestazioni, ma sviluppa buoni o cattivi stili
di cura e d’accoglienza. La qualità è data anche dal modo in cui persone
diverse si riconoscono a vicenda, abituandosi a riflettere su relazioni che
non seguono le modalità che ci attenderemmo. Ricorrere alla mediazione
culturale può diventare un alibi per sottrarsi alla relazione; infatti, una
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Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
lingua in comune è importante, ma talvolta la lingua tradisce il senso
di un discorso più di un segno non verbale. La mediazione culturale è
uno strumento double-face: a volte evita l’incontro, altre volte lo rende
possibile.
memorie della continuità tra le generazioni ma anche proietti le madri verso
il futuro ignoto dei loro figli. C’è chi non ha avuto paura: i dati dell’ISTAT
rilevano l’aumento di bambini con almeno un genitore straniero. Inoltre
sappiamo che la cittadinanza italiana contiene anche stranieri diventati
italiani; non abbiamo solo bambini di fatto nativi italiani, mentre i genitori
non lo sono. Negli Stati Uniti la maggioranza linguistica è quella dei latini e
molti bambini nascono da generazioni dalle molte mixité dei loro genitori:
non è facile neppure là, ma appare più consueto. In Europa continentale
elaborare le nuove maternità e paternità, che seguono transculturazioni
più recenti dei corpi e delle menti, è ancora molto difficile, nonostante
stiano crescendo tra noi ragazzi che appartengono dalla nascita a più
culture. È importante che ciò possa esser rappresentato con semplicità
nella famiglia, ed in tutta la società. La cittadinanza formale ha un
aspetto simbolico cruciale: riconosce che “noi” è plurale. La cittadinanza
sostanziale, tuttavia, è altrettanto significativa, perché si fonda su pratiche
di riconoscimento reciproche. In un reparto di maternità o di pediatria
il riconoscimento dovrebbe esser molto più facile che altrove. Tuttavia
anche qui l’incontro tra differenze è sottoposto a vantaggi e svantaggi.
La maternità è almeno in parte un terreno significativo per la
transculturazione. Il corpo delle donne che stanno per diventar madri si
esprime con linguaggi riconoscibili, forse universali. Tuttavia chi ha potere
decisionale può credere che il significato corretto di una posizione o di
un gesto sia solo quello pensato da “noi”, proposto attraverso le sole
competenze della tecnica o di un modello di organizzazione ed espresso
secondo i codici della lingua prevalente. L’esercizio unilaterale di un
sapere, medico o sociale, imposto come l’unico possibile aumenta il
senso di estraneità in chi è straniero, e che pure si pensa come essere
umano secondo i propri codici comportamentali ed espressivi. Soprattutto
quando una donna è in ospedale per dare alla luce un figlio dovrebbe
potersi sentire a casa, e cittadina a pieno titolo indipendentemente dal
passaporto. Il nostro gruppo di ricerca in questo periodo sta conducendo
un lavoro proprio sulla cittadinanza sostanziale (non formale-giuridica)
delle donne e delle famiglie migranti. Vogliamo capire se e come persone
non italiane (o non nate italiane) si sentono a casa a Padova, e se il
luogo che abitano (l’Arcella in questo caso) è anche un po’ homeland,
una patria per loro. Il sentirsi a casa dei migranti riguarda anche “noi”,
i nativi. Senza i migranti, l’Arcella sarebbe un quartiere di vecchi, e per i
vecchi che continuano a viverci, le assistenti familiari che abitano vicino
a loro li fanno sentire, a loro volta, più a casa. Sentirsi a casa significa
anche far propria la città, sentirsi a proprio agio nelle istituzioni. Se si è
a proprio agio si ha anche il coraggio di fare domande scomode. Inoltre
ci si mescola un po’ anche nei cosiddetti “luoghi terzi”, che non sono né
la casa né il posto di lavoro. Le mamme di diverse nazionalità portano
il bambino al nido o alla scuola materna, quindi si fermano a prendere
un caffè assieme: parlano dei figli, ma intanto si transculturano tra loro,
imparano a non temere la stranezza apparente delle diverse abitudini.
La crisi mette più scopertamente in luce la somiglianza delle strategie di
sopravvivenza: chi sta qui da diversi anni non vuole mollare, perché, ad
esempio, vuole continuare a mandare i bambini a scuola in questo territorio
oramai familiare. Le donne, soprattutto quelle che hanno bambini piccoli
o adolescenti, sanno che stanno cercando un futuro per loro: sperano
di sentirsi a casa e temono di esser trattate da estranee anche perché
pensano ai figli. Straniero ed estraneo non hanno lo stesso significato.
Partendo dai modi di sentirsi a casa, si può lavorare sulle reciproche
paure. Una delle paure riguarda i matrimoni misti, spesso considerati
come matrimoni tra nemici. Anche su questo terreno troviamo il nesso tra
maternità e cittadinanza. È un’esperienza comune che la maternità riattivi le
Lo svantaggio nasce in buona parte dalla rigidità dei saperi specializzati
quando si presentano come poteri e come organizzazione non
sensibile alle differenze. Pare difficile trattare tutti secondo il principio
d’eguaglianza (l’organizzazione ospedaliera deve rispondere a questo
criterio costituzionale e morale) dando, allo stesso tempo, spazio anche
all’espressione delle differenze, come sarebbe utile per la collaborazione
tra il personale ed i pazienti. L’inchiesta con questionario, che abbiamo
condotto a Padova qualche mese fa, su 206 operatrici ed operatori dei
servizi sociali e sanitari, ha riguardato gli atteggiamenti relativi alle migranti
ed alla violenza sulle donne. I risultati sono stati molto interessanti: ad
esempio la maggioranza dei rispondenti afferma di esser molto d’accordo
che vada soddisfatta la richiesta di una donna che voglia essere visitata
da un’altra donna. In realtà non sappiamo se l’organizzazione riesce a
rispondere a questa domanda, ma la risposta indica che c’è sensibilità
nel personale. Dunque è facile capire che anche il genere del medico
può contribuire allo shock culturale, comprensibile quando ci si trova in
ospedale senza capire la lingua proprio quando vengono date disposizioni
che riguardano la nostra vita. La domanda di mediazione culturale può
essere necessaria per agevolare la relazione, ma il suo uso allargato può
significare che ci sono difficoltà che potremmo affrontare in altro modo.
Nel caso delle migranti la questione della lingua riguarda anche le storie
coloniali alle spalle. Finché non ci sente a casa qui, a Padova, in ospedale,
la lingua egemonica dell’altro ricorda forme di oppressione; dunque nelle
emergenze si cerca la lingua della fiducia, ma anche la relazione con le
figure di mediazione porta con sé la tensione di rapporti di potere, o che
possono diventar tali.
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Culture diverse in ospedale
Possiamo concludere sottolineando come in ospedale i temi dei rapporti
tra culture riguardino più aspetti. Le relazioni tra personale e pazienti
sono asimmetriche in generale, e nel caso delle migranti che stanno per
diventar madri lo diventano a maggior ragione, non solo per le differenze
linguistiche ma per le elaborazioni culturali differenti della sessualità, della
procreazione della maternità, che spesso medici, ostetriche ed infermiere
non conoscono o valutano come non adeguate e non “moderne”. Ne
consegue che se per tutti la transculturazione è un dato di fatto, nella
formazione del personale essa dovrebbe far parte di un bagaglio di
learning consapevole. In ospedale, un aspetto positivo, favorevole alla
comprensione ed alla riflessività, riguarda il fatto che più che altrove i
cittadini-utenti parlano col corpo. L’esser costretti a parlare con il corpo
sofferente, o con il corpo in attesa di un evento cruciale come il parto,
espone il paziente nella sua nudità di persona in cerca di aiuto oltre che di
riconoscimento, ma ciò può permettere al personale ed all’organizzazione
di assumere un approccio olistico nel complesso delle azioni di cura
e di care: i segni del corpo sono segni che aiutano a parlarsi più della
comunanza della lingua. L’attenzione al linguaggio del corpo propone il
prendersi cura e il curare non solo come fatti medici e assistenziali, delle
prestazioni corrette, ma anche come ambiti di ricerca dei mezzi per aver
consapevolezza di sé nelle relazioni, da praticare in maniera specifica in
rapporto al tipo di differenze che è dato di incontrare.
La formazione a riconoscere ed elaborare i segni corporei nel
contesto della relazione tra differenze potrebbe costituire un terreno
sia di transculturazione dei singoli che di arricchimento delle culture
organizzative.
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Donne migranti e maternità
Cadigia Hassan: Prendo spunto dall’intervento della Prof.ssa Bimbi per
mettere in evidenza un concetto particolare che riguarda l’inserimento
della paziente migrante in ospedale che deve passare attraverso il raffronto
ma anche attraverso la capacità di dare risposte adeguate.
In alcune società la maternità è una tappa obbligatoria, non è una scelta
consapevole della donna. In molte comunità se una donna non è in grado
di partorire e di fare figli non viene accettata culturalmente dal gruppo,
come parte integrante della comunità. Volevo chiedere al Prof. Spagna
”cosa significa nascere nella diaspora?” La donna migrante spesso si trova
sola, non è inserita all’interno di una rete solidale, famigliare, che la possa
supportare nel momento del parto e quindi lo affronta con ansia e con
la paura dell’ignoto. Ci sono vari modi per affrontare il parto, sentiamo il
relatore come ce li illustra.
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Culture diverse in ospedale
Nascere in diverse culture.
Una prospettiva antropologica
Prof. Francesco Spagna
Antropologo - Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia
Applicata - Università di Padova
L’obiettivo principale dell’antropologia culturale è affinare le nostre
capacità di riconoscere le differenze culturali. Attraverso l’incontro
con un’altra cultura possiamo chiarire dimensioni opache della nostra
conoscenza, della nostra vita, e quindi riusciamo in questo modo a
capirci attraverso l’incontro con la cultura dell’altro, che può sicuramente
accrescere la nostra consapevolezza; queste dimensioni opache
riguardano spesso la famiglia, la nascita all’interno di un sistema parentale.
Perché sto dicendo questo? Sappiamo che la nascita avviene all’interno
di due assi cartesiani, quello dell’alleanza e quello della discendenza.
L’aspetto forse un pochino opaco nella nostra cultura è che siamo tutti
molto concentrati sulla dimensione, sui valori dell’asse dell’alleanza e per
alleanza si intendono le unioni matrimoniali. Lo sforzo maggiore, qui al nord,
è che una coppia si formi, si unisca e poi, condizioni socioeconomiche
permettendo, metta al mondo dei figli. Quando questo avviene e avviene
in forme che stanno diventando miracolistiche nella nostra percezione,
in quel momento ci si scopre padri, ci si scopre madri. Si dice spesso
quando nasce il bambino nasce anche il padre. Ecco questo sicuramente
è vero, però stiamo in qualche modo lasciando in ombra l’asse della
discendenza, cioè il fatto che il bambino che nasce, nasce in un sistema
di generazioni e non è solo il figlio di, ma anche nipote di, cugino di…
è all’interno di una rete, di un sistema di parentela, questo è quello che
tutti sappiamo. Però su questo in un certo senso possiamo osservare
consistenti differenze, diversità culturali con appunto famiglie di origini
straniere che hanno i figli qui.
Donne migranti e maternità
è un valore fondamentale. La madre magrebina, il padre magrebino si
sentono pienamente realizzati nel momento in cui hanno un figlio,
perché continuano una catena generazionale. Quindi, per rispondere alla
domanda che faceva Cadigia, nascere nella diaspora cosa vuol dire? Si
spezza la continuità generazionale. Nel momento in cui nasce un figlio da
parte di una coppia di migranti, il tentativo è quello che la famiglia tenti
di collegare, di riconnettere i figli con la discendenza e quindi con i nonni
ad esempio. Quindi, quello che noi osserviamo nei processi migratori
degli ultimi due decenni - a partire sicuramente da 10-15 anni fa, quando
sono cominciati i ricongiungimenti - è che quando si crea una famiglia si
cerca di ricongiungersi con i genitori e con i nonni, e i nonni arrivano qui
direttamente da una situazione che potrebbe essere piuttosto distante dal
punto di vista culturale, da ciò che si chiama socializzazione preventiva.
I nonni non hanno un granché di socializzazione preventiva, arrivano qui
portandosi dietro il proprio bagaglio. Vorrei riflettere su questo fatto, la
nascita di una coppia di migranti significa un tentativo di ricucire i legami
con i valori di questa discendenza.
I valori collegati alla linea generazionale sono altrettanto importanti dei valori
collegati alla dimensione dell’alleanza. Mentre da noi, l’innamoramento,
l’autonomia e l’indipendenza della coppia che valorizziamo - nel creare
un piccolo mondo nuovo, dando al mondo un figlio, questo senso di
autonomia che per noi è molto forte - in altre culture, soprattutto dall’altra
parte del mare c’è quest’altro aspetto della continuità delle generazioni che
è un valore altrettanto forte. La dimensione dell’individuo e dell’autonomia
individuale sono meno marcati, mentre la dimensione delle generazioni
Una coppia di immigrati che partorisce un figlio, un bambino che presenta
dei problemi sanitari, è una cosa ben più difficile, perché appunto non è
solo il problema all’interno della famiglia in senso stretto, ma è un problema
che tocca i valori dell’asse della discendenza, i valori generazionali. È il
problema che determina la sfida più impegnativa, più terribile di quello
che si configura come il progetto migratorio. Quest’ultimo è orientato alla
positività, alla riuscita, all’affermazione di un sogno: quello di venire qui e
di trovare un futuro. Mettere al mondo un figlio con problemi è quello che
può essere definito un elemento non narrativo, qualcosa che non dovrebbe
assolutamente succedere, su questo fatto vale la pena soffermarsi.
Quando succedono queste cose c’è una delicatezza in più da mettere
in atto da chi gestisce queste situazioni. L’importanza dei valori della
discendenza riflette un’altra grande generale diversità culturale su due
livelli molto diversi: una dimensione che appunto possiamo considerare
come una dimensione “olistica” della vita, di contro a una visione che
possiamo chiamare “segmentaria” della vita. Nella nostra cultura, nella
nostra dimensione laica abbiamo sviluppato questa visione segmentaria:
segmentaria nel senso che la nascita è qualcosa che avviene in un
determinato punto dello spazio-tempo ed è il punto iniziale della vita. Noi
ci raffiguriamo le cose così: siamo arrivati attraverso il nostro percorso di
secolarizzazione a rappresentarci le cose in questo modo; però questo
modo di pensare può suscitare problemi, può suscitare grossi interrogativi.
Sono gli interrogativi che i bambini hanno quando cominciano a pensare,
a ragionare, cominciano a chiedersi: “ma io da dove sono arrivato?”,
“cosa c’era prima di me?”. Noi tutti quando arriviamo a una certa età
cominciamo a chiederci: “e dopo?”. Questo aspetto che caratterizza la
nostra cultura difficilmente lo condividiamo con altre culture. Gran parte
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Culture diverse in ospedale
delle persone di origine straniera che possono venire qui, molti di questi
portano dei retaggi che sono orientati verso la dimensione olistica.
La dimensione olistica significa che - nella raffigurazione in senso
circolare - la nascita e la morte sono due momenti di un unico processo;
proprio perché la nascita e la morte vengono messi in un’equivalenza
simbolica si sottolineano i valori della discendenza, il ciclo della vita che si
rigenera. Questa è una diversità culturale piuttosto profonda, un retaggio
tradizionale che appartiene a persone, gruppi che non hanno compiuto lo
stesso processo di secolarizzazione, di modernità che abbiamo compiuto
noi. Quindi questo tipo di visione ciclica a volte non trova nessuna forma di
corrispondenza nelle nostre strutture ospedaliere. L’ospedale multietnico
deve in qualche modo affinare le proprie capacità nel riconoscere le
diversità culturali e in qualche modo interrogare sé stesso. Ecco che
noi possiamo decidere di vivere coraggiosamente con la nostra visione
segmentaria, però dobbiamo anche mettere in conto che non possiamo
imporla a tutti, non possiamo imporla e molto spesso implicitamente la
imponiamo per come sono organizzate le strutture dell’ospedale, dal
punto di vista degli spazi, dei luoghi, del valore che diamo all’evento della
nascita e all’evento della morte. Sappiamo che noi stessi, nel momento
in cui ci troviamo in determinate situazioni, percepiamo una sorta di
mancanza, un vuoto che si apre. La nascita e la morte sono due momenti
che in qualche modo percepiamo come svuotati di espressione simbolica,
questo indipendentemente da ciò che può essere fatto per come sono le
nostre strutture ospedaliere: sviluppare la sensibilità su questi argomenti
in senso transculturale significa porsi questi interrogativi, che le strutture
riflettano su sé stesse.
Donne migranti e maternità
Cadigia Hassan: La nascita può essere un’occasione per mettere
a confronto diverse culture, per mettere in interazione diverse figure
professionali e quindi la maternità può essere anche un elemento di
integrazione multietnico come ci spiegherà il Prof. Giovanni Battista
Nardelli che è Direttore dell’Unità Operativa Complessa della Clinica
Ginecologica dell’Ospedale di Padova.
Chiudo sulle sollecitazioni di Franca Bimbi sul tema del corpo, che ci
porterebbero molto lontano… però come mai ad esempio anche in
Toscana, mi risulta dai documenti folclorici, il cordone ombelicale viene
seppellito in un vaso di rose? Presso gli indiani Hopi dell’Arizona c’erano
colline dove veniva seppellita la placenta. Qual è il significato della
placenta e del cordone ombelicale? Sono due organi che si formano
appositamente per la nascita: in molte tradizioni culturali questi organi
erano la rappresentazione, la traccia del collegamento con le generazioni,
con il mondo degli antenati, quindi con ciò che mette in relazione la nascita
e la morte; allora era qualcosa che assumeva quel significato così forte
per cui nel nostro folclore rimane semplicemente come una traccia… ora
può essere l’occasione dell’incontro con l’altro, per rendere più chiara la
nostra visione della vita.
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Culture diverse in ospedale
La Maternità come elemento di
aggregazione multietnico
Prof. Giovanni Battista Nardelli
Direttore U.O.C. di Clinica Ginecologica Ostetrica - Azienda Ospedaliera
Università di Padova
Il luogo della Salute persa o riacquistata è un simbolo fortissimo che unisce
tutte le culture: l’Ospedale. Se poi questa realtà è anche la sede della
natalità, l’elemento aggregante è totale perché la modalità dell’evento non
conosce frontiere né linguaggi.
Donne migranti e maternità
ed accresciuti i modelli di comportamenti condivisi e/o condivisibili,
sempre con un minimo comune denominatore: il modello della nascita,
come garanzia di evoluzione e potenza. I flussi migratori rientrano in
queste ampie logiche europeistiche perché sono realtà da raccogliere,
da aggregare e da capire: le modalità con cui avvengono le migrazioni
riflettono le necessità, i bisogni di queste popolazioni.
I cinesi arrivano in Italia in containers, mentre i nord africani arrivano nei
barconi, ci sono anche varie finalità per cui queste popolazioni vengono a
lavorare in Italia a seconda della stanzialità della residenza o del transito
verso altri paesi.
Non è solo un’aggregazione di meri colori, ma sono anche dei numeri con
cui ci dobbiamo confrontare e da cui trarre le informazioni e considerazioni
per il supporto immediato e futuro per de-criptarle nella realtà.
Le culture diverse, in Ospedale, rafforzano l’evento nascita e riconducono
alla Storia della Natalità, alle sue origini ed alle cure ed alle attenzioni che
le culture hanno tramandato fino a noi.
La prima cosa aggregante possiamo ritrovarla in un recente passato: i Dogi
di Venezia furono tra i primi ad incentivare una “scuola per mammane” per
cercare di capire, contenere e prevenire gli effetti della male practis ed
uniformare i comportamenti assistenziali così da codificare le esperienze
verbali e gestuali trasmesse e migliorarle.
Allora come oggi, il divenire dell’argomento “natalità” deve essere
l’espressione della pratica quotidiana dell’operatore, con sempre più
ampi risvolti culturali e coinvolgenti, tali da essere il filo conduttore della
progettazione del futuro di tutti i popoli.
Italia: Immigrati e provenienza continentale. Incidenza delle donne
(31.12.2000):
In realtà la parola “aggregante”, nella storia della maternità, è un sentimento
spontaneo, un consenso tacito, che caratterizza l’ampia gamma di colori
con cui può presentarsi.
Indipendentemente dalla lingua che esprimere il fenomeno (multi-ethnique
rassemblement, multi-ethnic gathering, multiétnico reunión, ecc.), di
sicuro possiamo proporci come i rappresentanti della United Colors of
Pregnancy.
Successivamente questi comportamenti “aggreganti” sono stati i fili
conduttori che hanno portato le popolazioni a vivere e condividere
assieme, in un unicum sempre più grande ed armonico, in cui i commerci
hanno aumentato i livelli di solidarietà. Le grandi aggregazioni, dagli
Imperi alle Nazioni Unite sono state le scuole dove sono germogliate
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Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
Il 62% è concentrata nella fascia di età 25-49 anni, mentre nella stessa
fascia si colloca solo il 36,6% degli italiani. Anche i figli minori di immigrati
hanno superato in percentuale i figli dei cittadini italiani: essi sono 278.000,
cioè il 19% del totale.
perché indipendentemente dall’area di origine e dalle motivazioni che
causano le migrazioni, la fragilità nei “nuovi arrivi” possa essere rafforzata
dagli avanzamenti culturali che anche noi occidentali abbiamo sudato
per conquistare. Le espressioni che si possono cogliere nei dialoghi con
le donne immigrate, sono espressione di semplicità: … “Essere madre è
una gioia, è una cosa bella là come qua” (Marie, Senegal); …. “Il valore
di maternità mi sembra che sia uguale: madre sei in Eritrea, madre sei
qui; come valore non trovo differenze; è importante ugualmente per tutte.
Però sicuramente il modo di crescere i bambini e di fare anche i bambini
è diverso lì, perché è diverso il modo di vivere” (Emilia, Etritra); … “Mentre
qua, mamma mia, forse l’entusiasmo, anche perché qui si fanno pochi
figli, invece da noi anche se è il primo comunque nella famiglia c’è quella
che ne ha già quattro o così, quindi l’impatto non è come qua che magari
è il primo nipotino e quindi i nonni diventano pazzi” (Sirma, Cameroun),
ma il fatto di poter scegliere (individualmente) di vivere l’esperienza della
maternità dipende dal contesto sociale in cui si vive; non dappertutto c’è
una libera scelta della donna.
La realtà di un popolo più avanzato dal punto di vista culturale e tecnologico
impone all’emigrante un altro sacrificio, cioè quello di “adattarsi” per
vivere al meglio.
Nella realtà abbiamo 556.567 immigrati che vengono dal Nord Europa,
di cui il 50% sono donne. Dobbiamo capire, dobbiamo interpretare,
essere pronti a rispondere alle necessità. Dal Nord Africa, su 385.630
immigrati, 117.966 sono donne, quindi il 30%. Per quanto riguarda le
provenienze dall’Asia sono il 44,8%, dall’America del Sud sono un 68,8%,
e dall’Oceania il 55,3%.
Quindi abbiamo a che fare con una popolazione importante, 1.400.000
persone, di cui circa il 55% sono donne e questa è la nostra realtà
quotidiana. È pertanto indispensabile cercare un sistema di dialogo, cioè
di aggregazione.
È anche interessante analizzare i caratteri più semplici di queste
popolazioni che giungono a noi da tanto lontano e vediamo che il 62%
ha un’età compresa tra i 25 e i 49 anni, mentre nella stessa fascia d’età
si colloca il 36-37% degli italiani. Questo è un dato molto interessante,
significa cioè che esiste una consistente porzione di popolazione di età
più giovane che arriva nella nostra realtà in età fertile e noi dobbiamo
essere pronti non solo ad affrontare il problema della sala parto oggi,
ma anche dell’educazione scolastica perché queste persone hanno già
altri figli. Questi bambini entrando nel processo formativo–educazionale,
inducono un bisogno di transculturalità che coinvolge tutto il personale
docente, scolastico.
È una situazione che non va vista in termini statici ma in termini dinamici
e quindi in pratica i numeri ci dicono delle cose importanti, perché dal
1980 ad oggi è stato registrato un aumento da 5.000 a 30.000 bambini
nati da almeno un genitore straniero; nel 1999 i nati da entrambi i genitori
stranieri sono stati 21.000 (Spinelli, 2002), ecco che incominciamo ad
avere una popolazione molto ricca di coppie di cui soltanto un genitore
è straniero mentre l’altro è italiano, quindi dobbiamo abituarci anche a
forme di aggregazione che prevedono ovviamente queste nuove realtà.
Da una analisi nazionale ISTAT (1998) si apprende che vi è un tasso di
natimortalità pari a 6,6 per mille per le coppie straniere a fronte del 4,1 per
mille delle coppie italiane.
Ecco quindi che si comincia a parlare del “valore della capacità riproduttiva”
che esce dalla esperienza familiare per entrare nella quotidianità reale
(rapporto tra sfera riproduttiva e produttiva – MacCormack, 1994) per
aumentare il “valore di quella comunità”.
I numeri sono molto importanti per organizzare i bisogni, i servizi e le
aspettative che caratterizzano il quotidiano. Tutte le nuove popolazioni,
come gli italiani facevano quando migravano negli Stati Uniti o in Francia,
o in Belgio, aumentavano le loro capacità di inserimento all’interno di
una struttura, aumentando il loro valore di autonomia, inducendo una
grande livella sociale. Questa strategia è ora attesa in Italia dai nuovi flussi
migratori. Pertanto, procreare e partorire diventa un grande livellatore
sociale perché alla fine essere bianco, giallo, nero o verde partorisci allo
stesso modo, quindi la procreazione non viene selezionata dal colore, ma
da quell’elemento naturale desiderato e ambito da tutte le donne e da
tutte le famiglie e fa sì che ci si possa incontrare.
Incontrarsi significa anche dialogare, condividere determinate scelte e
realtà.
Un elemento di riflessione viene indotto dal fatto che “il poter scegliere
individualmente di vivere l’esperienza della maternità dipende dal
contesto sociale in cui si vive”. Qual è il contesto sociale? Siamo noi,
quindi siamo noi che dobbiamo prepararci ad accogliere queste persone
L’aggregazione può avvenire per casi singoli: due donne straniere si
incontrano in terra straniera al mercato e discutono su quello che c’è
da acquistare per nutrirsi; questo è un elemento di aggregazione, una
necessità fugace, di breve durata ma finalizzata a risolvere un bisogno del
corpo, ma non crea emozioni.
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Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
La piazza è sempre stata un luogo di incontro per tutti i paesi, per tutte
le città, aggrega per un’unica fede, aggrega per una emozione condivisa,
aggrega perché si sta bene assieme. La piazza, è spesso l’epicentro che
porta le etnie diverse al confronto/scontro, quindi la piazza è un centro di
aggregazione. Questa è un’aggregazione più lunga, perché c’è una finalità
psicologica, ci si è organizzati per viverla, soddisfa un bisogno dell’anima,
crea emozioni. Ecco vedete come le occasioni possano esternare realtà
diverse.
“Arredare una casa per il parto” ha portato più fisiologia ed una migliore
assistenza con notevoli vantaggi sulla morbilità e mortalità neonatale,
che si assesta tra le più basse in assoluto in Europa, concorrendo con
gli standard della Svezia e mantenendo il Veneto leader nazionale; la
rivisitazione di molte altre realtà territoriali possono, comunque, concorrere
a ridurre i costi di gestione.
Andiamo in sala parto: anche questo è un centro di aggregazione e
quest’aggregazione nell’esperienza del quotidiano è innata, è un istinto, è
un fortissimo desiderio interiore. Non vorrei utilizzare una parola che non
condivido, ma è stata suggerita dalla letteratura quale matro-poiesi, cioè
la trasformazione della donna in madre. Noi dobbiamo aiutare a passare
di stato una persona che passa dall’egida patriarcale all’egida maritale.
Facciamola uscire dall’egida maritale. Rendiamola attenta e attiva nella
nostra società, uno dei momenti importanti è proprio questo passaggio
di stato, cioè di assunzione di responsabilità verso altre vite umane. E
giustamente ci viene da chiedere “lo vogliamo fare?”, “ci conviene?”,
“è economicamente vantaggioso?”. Non sono domande a cui è facile
rispondere.
La salute non ha confini, non ha bandiere e l’Italia in questo è leader
a livello mondiale, perché ha un Servizio Sanitario Nazionale che è
eccellente nonostante i costi, ma proprio i costi sostengono l’eccellenza.
Quando è esplosa la guerra in Albania e cominciavano ad arrivare i primi
immigrati da Brindisi e arrivavano a Padova in ospedale, con un’unica
carta di identità, di riconoscimento, di permesso di soggiorno, ci siamo
trovati con 6, 7 gruppi sanguigni diversi e ci siamo chiesti con la banca
dati come mai questo accadeva. Abbiamo scoperto che quella carta
d’identità veniva passata tra le donne, le quali venivano in ospedale per
poter essere curate. Presa coscienza del fenomeno, abbiamo consultato
le autorità preposte, che hanno autorizzato a rilasciare dei permessi
sanitari transitori. Tante malattie riusciamo a bypassarle a monte proprio
grazie a questo tipo di attenzione. Il nostro compito è quello di integrare la
necessità locale dell’immigrato con la nostra organizzazione.
È chiaro che questo impone una rivisitazione del nostro programma, che
deve diventare ibrido.
In sala parto abbiamo portato numerosi cambiamenti grazie a queste ed
altre esperienze analoghe: dalla colorazione delle stanze, dallo studio dei
colori, alle liane, alle piscine, ai palloni, ma di certo prevale la tradizione
scientifica occidentale.
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Quindi investire in “strutture di genere” non significa fare un ospedale solo
per la donna, significa semplicemente creare un’assistenza sul territorio,
un’assistenza ospedaliera che possa gestire la natalità, incentivando
l’“Ospedale Diurno” (8,00 – 20,00) soprattutto nelle località periferiche
e/o disagiate. L’esempio Ostetrico deve fare Scuola: le gravide vengono
ricoverate non perché sono malate, ma perché il benessere maternofetale necessita di controllo. Se i controlli eseguiti indirizzano ad un
approfondimento, i risultati sono due: da una parte abbiamo identificato
la popolazione ostetrica che presenta un rischio, dall’altra le patologie
note o emerse possono giovare della accoglienza in centri di riferimento.
La programmazione della sede del parto ne viene di conseguenza. Queste
strategie della rete assistenziale necessita di ulteriori approfondimenti.
Un altro aspetto fondamentale è la medicalizzazione che va di pari passo
con l’acquisizione di nuove conoscenze.
L’interpretazione dei segnali elettrici e chimico-fisici che ci derivano dalle
moderne apparecchiature che utilizziamo, offrono il grande vantaggio di
prevedere le condizioni che possono portare a danni neurologici perinatali.
Quindi è chiaro che un certo grado di medicalizzazione è assolutamente
necessario, non è possibile farne a meno. Sempre per quanto riguarda
la medicalizzazione è da evitare che la medicalizzazione del corpo sia un
vettore ideologico.
Noi italiani siamo stati vaccinati durante gli anni e nel succedersi delle
varie generazioni abbiamo sviluppato livelli di immunità adeguati alla
nostra etnia ed al nostro modello di vita. Allorquando si viene a contatto
con nuovi agenti patogeni, il benessere costruito all’interno di un’area,
può essere modificato. Se questa panoramica viene trasferita in un
percorso nascita, si coglie immediatamente la complessità del problema
perché il percorso monocolore deve essere trasformato in un percorso
multicolore, multietnico. È intuitivo che investire nella prevenzione di tipo
multietnico costituisce uno sforzo culturale ed economico massiccio, ma
indispensabile per una adeguata prevenzione. Il confronto tra le realtà
multietniche: italiana, francese, inglese e americana, insegna che mentre
nelle altre aree geografiche la convivenza - commistione - pluralità è già
avvenuta per fatti storici, la posizione geografica dell’Italia consente sia la
stanzialità che il transito verso altri paesi. Questa osservazione deriva dal
numero delle nascite per etnia che è mutevole di anno in anno.
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Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
Dal punto di vista strettamente economico, l’Italia si fa carico della
assistenza ostetrica e perinatale di transito, mentre la stanzialità e la
residenza non viene incentivata.
Quindi la paternità. Una parola soltanto: chi è il padre di questa realtà?
Normalmente è il traduttore, è quello che parla l’italiano e fa da interprete.
La donna gravida viene accettata dall’organizzazione sanitaria, viene
tutelata, mentre il padre non viene riconosciuto, non viene tutelato, quindi
vedete come queste sfaccettature siano importanti nella gestione della
prima stazione evolutiva: la sala parto.
Questa analisi introduce un altro aspetto: la maternità migrante. Questa è
un’altra condizione che non ci aspettavamo ed è vissuta in generale nella
prospettiva di “costruire bambini” che non sempre diventeranno cittadini
italiani. Tuttavia resta fondamentale la necessità di mantenere la memoria
della cultura d’origine dove si radica l’esperienza riproduttiva. Una memoria
storica fa parte dell’evoluzione neuropsichiatrica del soggetto perché è
molto importante sapere da dove uno viene, a quale famiglia appartiene, a
quale paese appartiene. La maternità migrante non incentiva l’orgoglio di
appartenenza, l’interesse verso le origini, il miglioramento del paese in cui
sei nato. Se poi consideriamo altre realtà parallele, quali la donna single, le
coppie di fatto e le convivenze e le famiglie allargate, si fa proprio fatica ad
intravedere il percorso che si andrà a delineare negli anni futuri. Di certo
la coesistenza sarà dettata del rispetto delle leggi e regolamenti condivisi.
L’unicità accettata è sempre stata e rimarrà la donna gravida, protetta
in primis dalle leggi e dai regolamenti di tutti i paesi e dalla trasversalità
dell’evento, che non ha confini.
Quindi nell’inserimento di una nuova popolazione c’è proprio questo:
l’immediatezza della società che ospita donne gravide alle quali offrire
una prospettiva di interculturalità, perché attenzione: una cosa è offrire e
non realizzare, una cosa è offrire e poi realizzare. Noi lo vediamo quando
mettiamo nella stessa stanza 6 letti e osserviamo il comportamento delle
italiane nei confronti della straniera. Quindi non è soltanto interpretare
la straniera ma fare cultura sull’italiana che deve accettare il fenomeno
come l’immigrazione ci impone di gestire. La carenza culturale è molto
subdola perché è trasversale: ci sono persone di poca levatura, ma anche
ipertitolati che mostrano questa difficoltà di accettazione. Quindi, anche
in questa direzione, il lavoro non è proprio semplicissimo e necessita di
intraprendenza ed imprenditorialità.
Un’altra modalità migratoria la si riscontra nelle popolazioni cinesi: le
pazienti cinesi arrivano in Italia per lavorare, vengono con le organizzazioni,
non esistono cinesi accattoni, non troviamo cinesi per strada, perché i
cinesi vengono trasferiti in Europa già organizzati, con un lavoro già
prestabilito e con un budget economico invidiabile; in linea di massima
non allattano quasi mai e chiedono di interrompere l’allattamento perché
devono tornare al lavoro. I figli li rispediscono nel paese di origine. Questa
migrazione investe in Italia ed è autonoma rispetto a tutte le altre etnie.
Concludendo, si evince che gli ambienti sono fondamentali per gestire i
flussi e gli interessi migratori. La posizione strategica della penisola italiana
e la storia dell’impero romano costituiscono due elementi rassicuranti
per chi vi approda. Di certo la numerosità pone gravi problematiche
economiche ed organizzative, ma lo spirito di accoglienza manifestato da
sempre verso i bisogni altrui colloca l’Italia tra i paesi più avanzati nella
gestione della umanizzazione e della transculturalità.
La prospettiva interculturale è, quindi, l’inizio di un percorso, in una
dinamicità che deve guardare lontano, che comincia in sala parto e deve
continuare negli asili, nelle scuole e deve sfociare in una società nuova e
tollerante.
Se noi non comprendiamo dove questa aggregazione ci deve portare,
non capiamo le modalità di costruzione del nostro futuro, perdiamo una
occasione che la storia ci sta proponendo come ha già fatto in altri paesi,
ma, soprattutto, non abbiamo capito niente del nostro lavoro. Noi vogliamo
arrivare qui, nella tolleranza, che è ovviamente il risultato tangibile, che ci
consente di verificare se il nostro lavoro è stato efficace oppure no.
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Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
Le esperienze nella sala parto multietnica
Dott.ssa Giuseppina Scapin
Ostetrica - Clinica Ospedaliera Sala Parto - Azienda Ospedaliera Università
di Padova
Cadigia Hassan: Abbiamo visto come la migrazione sia un fenomeno
esponenziale e abbiamo anche visto che il 34% dei bambini che
nascono nell’ospedale di Padova, sono di origine migrante. Li chiamiamo
impropriamente figli di seconda generazione ma non lo sono, perché a
tutti gli effetti non sono migranti ma sono nati qua. La Dott.ssa Giuseppina
Scapin ci parlerà della sala parto multietnica. Secondo l’ISTAT nel 2065
la popolazione italiana sarà più o meno uguale a quella attuale, circa 61
milioni. Innanzitutto cambia la dinamica della nascita. Gli italiani fanno
sempre meno figli e i decessi superano le nascite e quindi sono le donne
migranti che avranno più figli, perché generalmente si sposano prima,
rispetto alle donne italiane e quindi iniziano ad avere figli ad un’età più
giovane e ne fanno parecchi.
Io vi parlerò del concreto, di quella che è l’attività giornaliera che coinvolge
tutto lo staff della sala parto, composto da medici, ostetrici e da tutto il
personale sanitario. Vorrei che il vostro sguardo fissasse un po’ i numeri
che vi ho portato. Questa è l’attività presa negli ultimi tre anni che racconta
un po’ quello che sta succedendo nella realtà di Padova.
Come potete vedere il numero delle donne straniere è in costante
aumento. Voglio spendere anche due parole per specificare quali sono le
nazioni più rappresentate nella nostra realtà: la comunità cinese anche qui
sta prendendo sempre più posizione e lo stesso dicasi per la popolazione
che viene dall’India e dal Bangladesh.
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Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
Spesso gli avvenimenti che accadono al marito vanno a condizionare gli
appuntamenti della gestante presso gli ambulatori. Dopo la gravidanza,
l’accesso al Pronto Soccorso è necessario per la gestione delle ferite,
per i casi di infezione da taglio cesareo o altre piccole abrasioni che
possono succedere durante il parto, non ultima la gestione di operazioni
clandestine avvenute in maniera scorretta.
È una popolazione con presenza di malattie virali e batteriche, questo
da noi si nota meno, perché ci sono campagne di vaccinazione che
hanno creato uno stato di benessere. Sono donne che hanno problemi di
malnutrizione, legati allo stato di solitudine e al disagio socio economico.
Malnutrizione non deve far pensare per forza a problemi di privazione
alimentare, spesso queste donne rimangono relegate in casa e sono
spinte verso un’iperalimentazione che le porta anche ad aumenti di peso
notevoli.
Non è giusto generalizzare e non lo farò, perché ogni donna, come ogni
uomo è un essere unico e irripetibile, noi siamo quello che siamo in virtù
di una nostra storia, in virtù di quello che ci hanno trasmesso i nostri
antenati, il nostro clan e la nostra famiglia. Quello che abbiamo potuto
osservare all’interno della sala parto è il ripetersi di alcuni comportamenti
che vengono maggiormente fotografati nella popolazione delle pazienti
extracomunitarie.
Che cosa è emerso? Si tratta di madri in giovane età. La donna italiana
affronta la prima gravidanza verso i 34 anni, diventano 28 anni per la
popolazione delle extracomunitarie. Sono soggetti con notevoli difficoltà
linguistiche: questo non è uguale per tutti, perché diverse sono le
provenienze e l’ambito culturale, nonché socioeconomico che porta
queste donne all’esperienza della migrazione. Hanno numerosi bambini,
come diceva poc’anzi Cadigia. L’evento maternità non è unico, come
avviene per la donna italiana, ma si ripete, questo è un segno anche del
potere che assume la donna nelle altre culture.
Quando una donna extracomunitaria si presenta in sala parto, questo
è il momento in cui gli operatori entrano in azione, è il momento della
conoscenza, il momento in cui c’è una visione che è data anche dai nostri
sensi. Notiamo subito la differenza - non è solo la differenza del colore
della pelle - è la differenza del modo di porsi, del modo di affrontare il
momento del travaglio e del parto.
Il limite fondamentale per noi operatori è quello della lingua ma poi la
conoscenza dell’inglese, del francese e dello spagnolo, ci permette
di superare questo gap. Abbiamo bisogno di sapere quello che sta
dietro a queste persone, abbiamo bisogno di essere informati e formati
costantemente su quelli che sono i valori che accompagnano questo
importante momento, per non cadere negli stereotipi che molto spesso
arrivano prima delle stesse pazienti e poi perché ogni donna ha tantissimo
da raccontare. Come vi dicevo, il gap della comunicazione è quello che
dà meno problemi grazie alle nostre conoscenze linguistiche, poi grazie
alla modulistica tradotta in più lingue e messa a disposizione dall’U.R.P.
dell’Azienda sanitaria, riusciamo ad approcciarci alle varie culture.
Presentano numerosi accessi al Pronto Soccorso Ostetrico, sia in
gravidanza che dopo. Gli accessi in gravidanza sono legati purtroppo alla
mancanza di prevenzione, sono legati a problemi personali, a problemi
familiari. In alcune culture, la donna è totalmente dipendente dal marito
per quanto riguarda la gestione delle visite, la prenotazione degli esami.
Vi vorrei parlare della figura del marito - che in certe culture è estranea
all’evento nascita e al mondo della gravidanza - viene quasi preso
forzatamente da noi operatori e diventa strumento per poter conoscere
quello che è il sentire della compagna.
A volte mi è successo di vedere un certo imbarazzo, di leggere negli
occhi di questi uomini, ai quali veniva dato questo status così forzato,
non poche difficoltà e questo vuol dire chiedere alla moglie notizie che di
solito sono un patrimonio femminile ad es. l’ultima data delle mestruazioni
e problemi tipici che nel nostro senso comune non destano particolari
problemi per i nostri partner, mentre in certe coppie hanno creato dei
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Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
momenti di difficoltà. Successivamente ci siamo chiesti quanto avessimo
oltrepassato la soglia del lecito e del consentito.
invocano la mamma. Sono dipendenti dal marito per ogni necessità,
soprattutto per ciò che riguarda la gravidanza e non lavorano.
Permettetemi di spendere due parole anche sulla visione dell’operatrice
donna, il fatto che i partner si relazionino esclusivamente con personale
femminile è in contrasto con la loro cultura di provenienza dove la donna è
subordinata e ha un’importanza di secondo piano. Che cosa ci chiedono?
Ci chiedono attenzioni, ci chiedono giustamente di essere accompagnati
in questo percorso; ci fanno richieste specifiche per quanto riguarda
un’assistenza erogata da personale femminile perché questo fa parte
della loro tradizione e a volte anche della loro religione.
Le donne che provengono dall’Est Europa hanno un tasso di scolarità
medio alto, sono inserite benissimo nel nostro territorio, sia per quanto
riguarda il lavoro che per la lingua. Si fanno seguire dalle strutture presenti,
soprattutto per quanto riguarda la gravidanza. Spesso viene detto alle
gestanti: “mangia per due perché devi pensare anche al bambino”. Solo
che questo mangiare per due si traduce spesso in un aumento di peso
considerevole. Partecipano ai corsi che preparano al parto, richiedono
l’analgesia durante il travaglio perché nella loro realtà è pratica che viene
attuata. Per quanto riguarda la gestione del dolore lo esternano in modo
importante, coinvolgendo anche il partner. Quando facciamo entrare i
mariti o compagni come supporto, questi raccolgono la richiesta di aiuto
della loro partner, venendo a chiedere a noi operatori di fare qualcosa per
aiutarla.
Voglio raccontarvi un po’ i tratti che contraddistinguono le etnie più
rappresentative. Cosa dire sulle donne cinesi? Ho potuto osservarle, sono
donne con un’alta sopportazione del dolore. Assistere una signora cinese
- molto spesso vuol dire stare lì con lei mano nella mano - non riuscire ad
avere un canale comunicativo, a volte anche la stessa mediatrice culturale
non riesce a stabilire un canale di comunicazione. Sono donne che soffrono
in silenzio, hanno gravidanze poco seguite e questo perché subentra la
cultura cinese, dove la medicina continua ad essere perpetuata all’interno
del loro clan. Usano delle tisane per il travaglio, usano altre sostanze per
quanto riguarda la cura dei bambini e continuano a lavorare fino all’ultimo,
partoriscono più di un figlio. In Cina è stata confermata la proibizione di
avere più di un figlio, per cui ci sono anche delle sanzioni legali per le
coppie che portano a termine altre gravidanze.
Per quanto riguarda la cura dei neonati, a noi ostetriche, ha destato
scalpore questo scarso interesse per l’allattamento - mentre da noi
sappiamo essere una pratica che va incentivata e sostenuta fin dai corsi
di preparazione al parto - ma questo perché non sapevamo che i bambini
vengono subito riportati nel paese di origine e lasciati in custodia ai nonni,
per ritornare in Italia solo in un secondo momento. Il fatto di non sapere
questa cosa poteva creare in noi operatori un pregiudizio sbagliato verso
un aspetto così importante del maternage.
Per quanto riguarda le donne che provengono dall’India e dal Bangladesh
spesso vengono in Italia nel secondo trimestre della gravidanza, quindi
sappiamo poco delle cure e degli esami che sono stati fatti nei primi mesi.
Continuano a presentare notevoli difficoltà linguistiche, questo perché
stanno sempre a casa. La coppia convive spesso con altri parenti del
marito, possono essere il fratello, i cugini, comunque la gestione familiare
è a carico della giovane sposa gravida. Hanno un atteggiamento passivo,
è difficile parlare con loro, per quanto riguarda il canale comunicativo si
può utilizzare l’inglese in quanto erano colonie inglesi. Sono soggette
ad un’estrema sofferenza, durante il travaglio continuano a piangere e
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Per quanto riguarda le gestanti dell’Africa c’è una differenza. Nella
popolazione del nord Marocco e Tunisia, queste donne mantengono dei
legami molto importanti con la tradizione, hanno i capelli coperti dal velo,
hanno il palmo delle mani e dei piedi colorato con l’henne, dedicano
molta cura al loro corpo, chiedono operatori di sesso femminile perché
sono legati a vincoli imposti dalla loro religione. In travaglio mostrano un
atteggiamento passivo, hanno sempre bisogno della presenza, di continue
rassicurazioni e di stimoli, continuano per tutto il tempo con invocazioni di
aiuto e di preghiere con un tono di voce piuttosto elevato. Il tono di voce
diventa molto più elevato per quanto riguarda le gestanti della Nigeria,
anche per queste donne c’è un buon inserimento nel mondo del lavoro,
sono donne autonome, vengono alle visite da sole. Abbiamo avuto fra
questi dei casi di mutilazione genitale femminile. Durante il travaglio
impegnano molto noi operatori con una presenza e con richieste costanti:
cantano, pregano, molte di loro tengono la Bibbia sul comodino perché
sono di credenza cattolica.
Come ha detto il Prof. Nardelli nell’intervento precedente, per noi operatori
la scoperta di quest’altro mondo è stata veramente un’esperienza unica
e ha rappresentato anche per noi, non un momento di arrivo, ma un
momento di partenza verso un modo di lavorare completamente diverso.
Non dimentichiamo che, come descriveva il Professore - siamo all’interno
di un struttura che deve assicurare una nascita in termini di sicurezza - ma
questo non toglie nulla al fatto che non si possa ritornare ad un’attenzione,
ad un’assistenza che venga personalizzata su ogni donna.
Il fatto di confrontarci giornalmente con chi è diverso da noi, pone agli
operatori un momento di autocritica. Abbiamo imparato a smettere l’abito
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Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
dei pregiudizi: non è vero che chi viene da certe esperienze o ha certi
colori, regala per forza emozioni negative. Poi, comunque, nel rapporto
che si crea tra operatrice e gestante in quel momento anche gli stessi sensi
ci vengono incontro, ad es. il tatto. Ho imparato che il fatto di stare vicini
non sempre vuol dire potersi toccare, come è accettato da noi. In altre
culture il tocco può essere qualcosa di poco gradito, per cui è da tenerlo
presente dal momento che saranno sempre di più le donne straniere che
afferiranno ai nostri servizi. L’invito che rivolgo a tutti gli operatori è quello
di continuare ad essere formati e informati, perché solo in questo modo
si possono abbattere i pregiudizi e comunque si può creare un momento
di scambio.
Le difficoltà sono parecchie e si aggiungono quelle delle risorse che
devono essere opportunamente distribuite, ma la differenza la fanno le
persone. La differenza non la fa forse il copriletto, la stanza colorata. Noi
stesse abbiamo chiesto, attraverso la direzione, la possibilità di accogliere
in modo diverso queste persone. Abbiamo visto che in certe culture il
parto avviene in posizione accovacciata, allora perché non dotarci di un
materassino? Un costo banale, un materassino nel quale questa donna
possa accovacciarsi e partorire inginocchiata e questo naturalmente
previa formazione di noi operatori. Abbiamo dotato la sala parto anche
di una liana, perché sappiamo che in certe culture la donna cerca l’aiuto
di quello che può essere un ramo, che può essere una liana alla quale
attaccarsi e spingere, perché la forza di gravità aiuta il bimbo ad uscire dal
corpo della mamma. Tutto questo, però, richiede agli operatori lo spazio
mentale per far posto anche a quella che è una cultura diversa sul parto.
Cadigia Hassan: La gravidanza non è soltanto un evento biologico,
ma per quello che ci ha raccontato la Dott.ssa Scapin è un evento
soprattutto culturale: come cambia il travaglio, il comportamento, il codice
comportamentale a seconda della provenienza geografica.
La Dott.ssa Donatella Drago, ginecologa presso l’ULSS 16 e presso
l’Azienda Ospedaliera di Padova, ci parlerà di come vengono
accolte e sostenute le donne migranti in gravidanza e dell’esperienza
dell’Ambulatorio ostetrico ginecologico multietnico.
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Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
Accoglienza e sostegno alle donne migranti
in gravidanza: l’esperienza dell’Ambulatorio
ostetrico ginecologico multietnico
AMBULATORIO MULTIETNICO
OSTETRICO GINECOLOGICO
STP
Struttura A.P. Immigrazione
ULSS 16 - Padova
Dott.ssa Donatella Drago
Ginecologa - ULSS 16 e Azienda Ospedaliera di Padova
Negli ultimi anni si è assistito ad un aumento progressivo dei flussi
migratori con una presenza sempre maggiore delle donne, le quali da
molti Paesi sono spesso le prime ad emigrare. L’Italia, come del resto gran
parte dell’Europa Occidentale, è divenuta area di approdo di consistenti
correnti migratorie. L’Azienda ULSS 16 di Padova, per le donne immigrate
irregolari - Straniere Temporaneamente Presenti (STP), ha attivato nel 2004
l’Ambulatorio Multietnico di Ginecologia e Ostetricia per meglio attuare
interventi sia in ambito preventivo che diagnostico-terapeutico, ricercando
percorsi assistenziali integrati tra i Servizi Socio-Sanitari Territoriali e quelli
Ospedalieri, nell’ottica della tutela della salute del singolo che diventa
protezione della collettività.
L’Ambulatorio, in cui operano due ginecologhe, fa capo alla Struttura Alta
Professionalità Immigrazione di cui è Responsabile la Dott.ssa Mariagrazia
D’Aquino; tale Struttura ricopre svariate funzioni e offre servizi differenziati
(ascolto, consultazione, accompagnamento, gestione delle emergenze,
formazione, studi culturali) lavorando in rete con le diverse Agenzie
pubbliche e private coinvolte nella gestione dei fenomeni connessi
all’immigrazione.Obiettivo prioritario dell’Ambulatorio Multietnico di
Ginecologia e Ostetricia è stato quello di individuare un’efficace sistema
di integrazione tra Servizi Territoriali ed Ospedalieri in grado di prefigurare
percorsi assistenziali adeguati, efficaci ed appropriati per le donne
extracomunitarie irregolari e per i minori.
La focalizzazione è stata portata sulla cultura della prevenzione e della
procreazione responsabile in questa fascia di popolazione con difficoltà di
accesso ai Servizi per ragioni sociali, culturali e linguistiche.
Per quanto riguarda l’attività ambulatoriale, sono state introdotte specifiche
modalità organizzative per facilitare l’accesso delle donne immigrate:
apertura di fascia oraria dedicata (poche ore iniziali, incrementate in
seguito), preparazione di materiale informativo-educazionale, presenza
di mediatori linguistico-culturali, attuazione di percorsi diagnosticoterapeutici integrati.
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Via Scrovegni 12
Lunedì ore 8.00-13.00
Tel. 049-8214143
Giovedì ore 12.00-14.00
PERCHÉ INCONTRI ‘DEDICATI’
•
Solo una minoranza di gestanti immigrate frequenta i tradizionali
Corsi preparto ed è frequente il drop out
•
Esistono problemi di padronanza della lingua, comprensione ed
espressione
•
Il paradigma culturale è importante ed il riferimento ad esso deve
essere esplicitato e mantenuto
•
Bisogni, esperienze, rappresentazioni sono differenti, talvolta
marcatamente
•
C’è necessità di accompagnamento nel lavoro psichico di
accoglimento del figlio che verrà, mentre la mente è occupata da
tanti altri processi di apprendimento e di adattamento
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Culture diverse in ospedale
CIÒ CHE EMERGE
Donne migranti e maternità
VITTIME DI TRATTA
E SFRUTTAMENTO SESSUALE
• Indefiniti sentimenti di incertezza, insoddisfazione, rabbia
Collaborazione con Associazioni
• Basso livello di autostima
Counseling ‘tagliato su misura’
• Riproposizione di esperienze vissute nel Paese di
provenienza o nella comunità di appartenenza, ove
talvolta appare carente l’aspetto empatico verso il figlio e
la capacità di decodifica dei suoi bisogni affettivi
È stata attivata una rete di supporto psico-sociale, in particolare nei
confronti delle donne vittime di tratta e sfruttamento sessuale, integrando
approcci diversi, sanitario e socio-culturale, a tutela della salute e per
contrastare il ritorno a condotte di vita a rischio.
Sono stati realizzati inoltre incontri informativo-educazionali sulla
contraccezione, prevenzione dell’IVG e sulla preparazione al parto e
alla genitorialità in cui – a piccoli gruppi di 8 donne – gli aspetti medici e
psicologici venivano affrontati in un’ottica transculturale.
Altro fondamentale obiettivo, in questi anni, è stato quello di promuovere
le azioni di sensibilizzazione, prevenzione e contrasto alle Mutilazioni
Genitali Femminili.
In tutti questi interventi, viene posta particolare attenzione alle condizioni
in cui le donne immigrate vivono la gravidanza ed il parto, in quanto la
tutela della salute della donna e del bambino rappresentano momenti
cardine per garantire dignità e sicurezza all’atto di divenire madre anche
nelle situazioni culturali più diverse e nelle condizioni socio-economiche
più svantaggiate.
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Colloqui informativo-educazionali su
contraccezione, interruzione volontaria di
gravidanza, malattie sessualmente trasmesse
(Ginecologa e Psicologa)
CIÒ CHE EMERGE
• Indefiniti sentimenti di incertezza, insoddisfazione, rabbia
• Basso livello di autostima
• Riproposizione di esperienze vissute nel Paese di
provenienza o nella comunità di appartenenza, ove
talvolta appare carente l’aspetto empatico verso il figlio e
la capacità di decodifica dei suoi bisogni affettivi
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Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
La gravidanza, il parto e l’educazione dei figli sono eventi
fondamentali nella vita di una donna
Le donne provenienti da paesi ‘lontani dall’Italia’ – con
maggiori differenze anche dal punto di vista culturale –
potrebbero vivere la transizione culturale correlata al
processo migratorio in maniera più radicale
La gravidanza in un Paese straniero può rappresentare
un evento altamente stressante sotto vari aspetti, fino ad
influenzare il decorso della gravidanza stessa e
l’outcome neonatale
Se aderenti alle tradizioni, potrebbero essere riluttanti
ad un monitoraggio medico della loro gravidanza
Ciò ha importanti ripercussioni sull’assistenza
Monitoraggio della gravidanza 2012
Le donne straniere vivono questi eventi in un contesto
culturale, sociale e di relazione completamente
estraneo
8%
I visita > I trim
6%
Visite < 4
4%
Eco < 3
2%
0%
Per queste donne, diventare madre comporta un
processo di profonda trasformazione dei modelli di
ruolo materno mediati dalla cultura
Figura 1. Accesso al monitoraggio
10%
Esami < 3
Straniera
Italiana
Figura 2.
Adeguatezza monitoraggio
100%
80%
60%
Tale processo è reso ancor più complicato dall’assenza
delle loro madri e di altre figure materne che
rappresentano la tradizione culturale di maternage e
allevamento dei figli
46
40%
Differenza statisticamente
significativa rispetto
all’adeguatezza del
monitoraggio (p < 0.001)
20%
0%
Straniere
Italiane
Adeguato
82%
98%
Inadeguato
18%
2%
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Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
Si è cercato quindi di approfondire e trovare risposte a problematiche
nuove e di decodificare bisogni non conosciuti. Tutti i Servizi Socio-Sanitari
connessi alla multiculturalità si confrontano con criticità tipiche connesse,
in particolare, alle modalità di accesso ai servizi, a tematiche culturali (le
diverse concezioni di salute e malattia, i diversi modi di intendere l’evento
della nascita, le concezioni del dolore e delle cure), a problematiche di
comunicazione e alle conseguenti forme del fraintendimento.
D’altra parte è divenuto ormai evidente il carattere strutturale della
immigrazione, bisogna ammettere che, al di là di saltuari eventi che si
collocano nella categoria dell’imprevisto e necessitano di risposte in
urgenza, è tempo di giungere a consolidare forme di organizzazione e
modalità di risposta ai bisogni che assumano carattere di ordinarietà.
Si incontrano tante storie di vita difficile, espresse
più con i silenzi che con le parole.
Cadigia Hassan: L’ambulatorio ginecologico multietnico e la sala parto
multietnica rappresentano il fiore all’occhiello dei sistemi di welfare
occidentale. Guardando su internet mi sono imbattuta in alcuni dati. In
75 ricerche si attesta che, rispetto alle donne autoctone, le partorienti di
origine migrante partoriscono bambini con un basso peso alla nascita,
c’è una mortalità prenatale molto alta. Tutto questo avviene all’interno
di un contesto interculturale. Come abbiamo visto prima, si rivolgono ai
servizi sanitari molto precocemente, oppure hanno difficoltà sociali ed
economiche. Una cosa che mi sento spesso dire è che qui c’è troppa
medicalizzazione: il parto è un evento naturale perché medicalizzarlo
troppo?
Cosa dicono le donne migranti partorienti? Chaibia El Afti, mediatrice
culturale, affronterà la tematica.
Ciascuno di noi può collaborare a promuovere la
“fiducia di base” che aiuta la donna immigrata ad
acquisire un “sentimento di identità rimodellato”,
capace di tenere insieme il passato con il presente
guardando al futuro (L. e R. Grinberg)
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Culture diverse in ospedale
Storie di donne
Sig.ra Chaibia El Afti
Mediatrice linguistico transculturale socio-sanitaria
Cercherò di raccontare in maniera un po’ diversa le storie di donne
migrate. Quello che vorrei dirvi stasera è che non sarò una mediatrice, ma
una donna che abbia un qualsiasi nome che viene dal nord del Marocco,
dalla Tunisia, dall’Algeria, dalla Libia e da tutti i paesi che parlano la mia
lingua. Io sono nata in una casa piccola dove c’erano tutti i familiari che
mi stavano aspettando.
La mia mamma pensava di aspettare un maschio, ma è nata una femmina
per cui le prospettive cambiano, perché sono una donna, non sono un
maschio.
Mio padre è felice, perché sta dimostrando alla società che può produrre,
che può avere un figlio e perché no, magari sarà un maschio e non certo
una femmina.
Cresco, non posso andare a scuola, perché la mia scuola è lontana, per
cui in città posso essere violentata, posso essere presa da qualcuno, non
ho la possibilità di avere una certa istruzione. Cresco un po’, perché la
nostra colpa è crescere, diventare donne. All’età di 16 anni arriva il cugino,
il cugino che è partito a cercare fortuna in Italia, in Francia, in qualsiasi
posto e c’è la proposta di matrimonio, un matrimonio combinato, io non
lo conosco, so solo che è mio cugino. È un’occasione per me, per uscire
da casa mia, per andare in un altro posto, a casa di mio marito, la casa di
uno sconosciuto per me, però pur sempre un’occasione.
Donne migranti e maternità
Arrivo in Italia, trovo che questo marito la prima cosa che ha fatto è
vendere la macchina, comprare il motorino e io che ho sognato tante
cose, una casa grande come ce l’ha mio marito in Marocco, mi ritrovo
a vivere in uno spazio limitato: un angolo cottura, un soggiorno che è
quattro metri, una camera piccola, un bagno piccolo, cosa racconto ai
miei? Cosa farò da sola? Va bene, sono arrivata qua in Italia, mio marito
va al lavoro e io rimango sola a casa, non conosco nessuno, delle volte
ho paura che mi succeda qualcosa. Cosa faccio? Ho la televisione con
tanti canali arabi, posso seguire tante cose, fanno delle ricette bellissime
che posso provare, sono gravida e cosa succede? Che mangio tanti dolci,
questo è l’andamento, sono sola, non faccio niente e mangio di tutto,
tanto al sabato mio marito compra un sacco di cose che posso provare.
Amiche non posso averne, se sono circondata da gente come bulgari,
serbi, moldavi, tante persone che per mio marito sono una fonte di
pericolo, perché non posso andare vicino agli italiani, perché magari la
mia amica è italiana, ma non posso attraversare la strada per andare da
lei. Mio marito si fida di lei, ma lei comunque non viene da me, perché
abito in una zona che non è tanto gradevole, è piena di pericolo. Devo
uscire solo quando c’è mio marito e se devo andare, devo partecipare
solo a ciò che decide mio marito, ma io sono incinta, sono al quinto mese,
cosa devo fare? Se devo andar all’ospedale, sento dei dolori, qualcosa
che si muove, mi fa male la pancia.
Arriva il momento della partenza, mio marito dopo solo un mese parte
ritorna al suo lavoro in Italia. Scopro che sono incinta: allora comincio a
pensare: cosa devo fare, partorire qua o devo raggiungere mio marito?
E poi scatta il meccanismo del ricongiungimento famigliare. Comincio
a pensare ad un sacco di cose, comincio a cercare la casa, il lavoro,
perché ho un progetto, un progetto di vita. Io sono abituata che quando
arrivava questo ragazzo, arrivava con la macchina, con un sacco di regali
e mi sta aspettando. Devo partire per l’Italia, tutto è bello, l’ho visto per i
telegiornali, per la televisione, che vita bella che farò, non solo per il mese
di agosto, ma per tutti i mesi dell’anno.
Arrivo al Pronto Soccorso: sei incinta, non ti abbiamo mai vista. Parlano,
continuano a parlare, ma io non capisco niente. Parlano con mio marito,
ma mio marito non sa tante cose e così devo sempre comunicare con lui
e quando si gira verso di me per chiedermi delle cose: quando hai avuto
l’ultima mestruazione? Eh aspetta che conto, da dove devo contare,
saranno cinque mesi, non so cosa fare, va bene non lo so, sarò incinta di
tre mesi, di quattro mesi, non lo so neanche io. Mi dice: si dai fissiamo una
data a caso e io cosa devo fare? Cioè chiedono a mio marito e mio marito
si sente imbarazzato, non ci conosciamo così tanto. A malapena la nostra
intimità finisce là, il giorno dopo non ci parliamo nemmeno. È un estraneo
per me e mi chiede delle cose, della mia sfera privata, io sto soffrendo in
quel momento, non mi piace quello che mi sta chiedendo. Allora va bene,
la signora è al quinto mese, non ci sono problemi, dove sono le analisi?
Ma io non ho fatto nessun tipo di analisi, sono arrivata qua, sono stata
qui, non sono malata, sono semplicemente incinta. Lo sapete lei che fa?
Chiede: signora, per caso lei ha qualcosa da segnalare? Ma io ho paura
di mio marito, non posso raccontare tutto, non posso dire che ho delle
perdite, perché se dico questo può scappare, può dire che non può avere
il suo rapporto con me, può cercare un’altra. Cos’è che faccio? Devo
chiedere alla mia amica di accompagnarmi? Ma sente che ho problemi,
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51
Culture diverse in ospedale
che cosa faccio?
Ecco che arriva questa signora, a chiacchierare, a raccontare i fatti miei a
questa estranea, questa estranea sarebbe la mediatrice. Ci presentiamo
e comincia a rassicurarmi, comincia a chiarirmi quello che devo fare. Va
bene, sembra un impegno sociale qua, non una gravidanza, una cosa
naturale. Non hai una malattia e lei mi dice troppe cose, non posso
ricordare, magari è una persona che ha avuto fortuna, è istruita, ma io non
so niente, sono solo contenta che al mio paese sanno che sono incinta,
che sono in Italia.
Arriva il momento del parto, cavolo sono da sola, non ho nessuno, non
ho la mia mamma, solo lei che mi ha partorito poteva consolarmi, tenere
la mia mano, poteva appoggiare il suo naso sulla mia schiena per aiutare
il dolore delle contrazioni, ma io non lo so, la mia mamma non me l’ha
spiegato, è troppo tardi per me, perché neanche lei è preparata, non mi
ha neanche spiegato cosa vuol dire essere vergini o perdere la verginità,
figurarsi della gravidanza. Va bene, arriva il momento del parto: che cosa
è che faccio? Non so cosa fare, non ho nessuno, né amici né sorelle, né
parenti, né amici, niente.
Entro in sala parto, trovo delle persone gentili, sorridono, sono io che devo
fare il bambino, non loro. Cosa sono queste cose che mi attaccano su
tutto il corpo? Cos’è questo continuo battito? Mi fa saltare i nervi, mi
sento sempre più agitata, perché ho visto che quando partoriva la mia
vicina del Marocco camminava e le preparavano degli infusi di cannella
che scaldavano in continuazione, cos’è che faccio? Sono legata a questo
letto, non posso muovermi, c’è questo vai e vieni, troppo controllo, troppa
gente. Se ero a casa mia c’era solo l’ostetrica e dietro le mie spalle la mia
mamma, ma questo non succede qui perché sono da sola. Mia mamma
quando mi ha partorito aveva le sue sorelle affianco, c’era la sua mamma,
ma io sono da sola qua. Odio questa gravidanza, odio tutto quello che sto
facendo, odio anche di essere sposata, potevo stare anche a casa mia,
stare anche a fare la zitella piuttosto che in queste condizioni.
Nasce il bambino: che cos’è? È una femmina o è un maschio? Signora,
ha avuto un maschio. Che sollievo, che bello. Alla fine la mia fatica è
stata premiata, ho un maschio. Era peggio se era una femmina, come
faccio a dirlo? È colpa mia. Avvisiamo suo marito? Sì potete farlo. Perché
questi qua chiamano sempre mio marito, quando sanno che io non posso
parlare l’italiano. Nasce il bambino, lo lavano, chiamano il papà, tagliano
il cordone ombelicale e non me ne danno neanche un pezzettino da
conservare. A casa mia dentro un sacchetto piccolo dobbiamo mettere
tutto ciò che appartiene al bambino, ma io qua non riesco a fare queste
cose, sto perdendo un pezzettino della mia storia, mi privo della mia
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Donne migranti e maternità
identità e perché? Chi mi fa fare tutte queste cose? Sono in Italia, tutto
bello, bellissima struttura, sono salva, perché ho avuto delle complicazioni
durante il parto e mi hanno salvata, meno male che mi trovo in Italia,
però mi manca qualcosa. Mi manca la mia città, mi mancano i miei usi
e costumi, mi manca la felicità della mia famiglia, voglio chiamare la mia
mamma e gridare: “mamma ho partorito, sto bene, ho avuto un maschio,
non una femmina”. È una brutta cosa, però da dire, perché confermo il mio
status sociale all’interno di una famiglia che ho creato io e quell’individuo
che la società mi ha dato come marito attraverso il matrimonio.
Arriva mio marito e saluta tutto contento. Sei stata brava, sono stata
premiata, gli ho dato un maschio che porta il suo cognome, tutti contenti.
Il bambino viene consegnato al padre, ma io voglio tenerlo, però è lui che
parla italiano, però su questo ho la testimonianza di molti colleghi qua;
sono stati sempre delicati in queste occasioni, hanno capito che c’era
qualcosa che non andava. Il bambino viene accompagnato, io salgo e gli
parlo sdraiata sul letto, devo fare la malata, ma non sono malata, devo
camminare, perché se cammino scende il sangue, così guarisco subito. Il
bambino è dentro al nido, chi me lo porta? Io non lo so, questa struttura è
grande, non so dove andare, tutti i contatti sono con mio marito, lo hanno
chiamato e hanno fatto tutto.
Cosa dobbiamo fare, dobbiamo anche aspettare per decidere il nome, è
un bambino maschio, un discendente di non so chi, però il nonno sceglie
il nome, pensate che mio marito ha già chiamato a casa i suoi. Io ho
partorito, ma non ho neanche scelto il nome di mio figlio, cosa posso
fare? Niente. Non c’è nessuno che viene a trovarmi. A casa mia, quando
succede che una donna partorisce, non lavora, non accende neanche il
fuoco a casa sua, per 40 giorni tutti i vicini vengono da lei, la coccolano,
deve dormire e disegnano quei bellissimi disegni sulle mie mani, se io
muoio vado in paradiso con tutti i colori dell’henne, che è la pianta nata
in paradiso. Però sono triste, sono da sola, non riesco a comunicare con i
miei vicini di stanza, sono là che coccolano il loro bambino, ma io non so
come coccolare il mio bambino e se dico che ho delle difficoltà si mettono
a ridere, perché dico qualcosa che non va.
Adesso arriva che mi tolgono il bambino, mi vogliono insegnare ad allattare,
ma è una cosa naturale, mamma mia come devo fare? Ci vuole tutto un
percorso di formazione e io non sono neanche pronta per fare la mamma.
Mi rinchiudo in me stessa, quando vedo tutti i genitori, i compagni che
arrivano, tutti contenti di sentire il bambino e io sono da sola, arriva solo
mio marito e dice solo due parole: dai sbrigati che così ritorniamo a casa,
ma se torno a casa sono da sola e se succede qualcosa al bambino? Io
non so fare niente, non so allattare, tutti mi stanno dicendo: ti insegniamo a
cambiare il pannolino, ho tutto da imparare, però devo aspettare, quando
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Culture diverse in ospedale
Donne migranti e maternità
vado a casa mia faccio quello che voglio, perché è il mio bambino.
L’infermiera mi dice: devi lavarti quattro volte al giorno, ma io mi lavo,
io mi lavo tante volte, perché nella mia cultura io mi lavo perché se il
sangue resta là fermo può provocarmi delle infezioni. Mi dicono che devo
fare la doccia, ma io non devo fare la doccia, devo solo lavarmi a pezzi,
perché nella mia cultura devo lavarmi solo il secondo, il terzo giorno,
perché sennò prendo freddo. Mi dicono di entrare, faccio finta, mi bagno
un po’ i capelli come se mi fossi lavata e li ho fregati. Così ho pensato di
gestire la mia permanenza all’interno dell’Azienda Ospedaliera e pensate
se arrivavo prima, cosa mi succedeva, perché dovevi andare al distretto,
dovevi andare a farti i controlli, tipo tre volte le ecografie, ma sai quanto
costa un’ecografia? Tanti soldi che fanno comodo al bambino, tutti soldi
risparmiati.
È il giorno della dimissione, proprio adesso che mi stavo anche
affezionando, perché il personale è molto gentile, perché sorride sempre.
Io devo ritornare a casa, ma casa mia è sporca, perché non ci sono stata
per tre o quattro giorni. Sono da sola e quando torno a casa con il bambino
in braccio tra una lacrima e una succhiata, mi dicono che quando arrivo
non devo piangere sennò va via il latte, ma io mangio tante verdure, perché
devo allattare il mio bambino è vero che piango, però nel mio pianto ho
anche la tenerezza verso il mio bambino e lo allatterò, io non sono come le
donne italiane. Ho tanto latte, ne produco tanto, perché nella mia cultura
devo allattare per due anni. L’unica cosa bella è che questo bambino mi
farà compagnia in questo paese straniero.
Cadigia Hassan: La storia di Chaibia, sono sicura non sia solo la sua
storia, ma la storia di molte altre donne migranti che hanno partorito nel
nostro paese. Quando si parla di gravidanza, di aspettative, di tensioni,
emerge sempre molta commozione. Le pratiche della nascita sono
differenti tra occidente ed oriente, cerchiamo di comprendere le diverse
usanze e favoriamo le nascite secondo le modalità tipiche di ogni cultura.
Arriva a tre anni questo bambino, io devo lavorare, ho imparato un po’ di
italiano, evviva, cosa devo fare? Lo mando in Marocco, lo lascio dai miei
e lascio che arrivi all’età di sei anni. Me lo riportano. Un altro sconosciuto.
La mamma italiana accompagna il suo bambino all’asilo dal primo giorno.
Io non l’ho visto per tre anni e non ho pianto, perché so quello che sto
facendo, perché devo garantire un futuro al mio bambino.
Però nel momento che è arrivato a sei anni, deve entrare a scuola, lo
riporto a casa mia, col pianto e le lacrime, perché io non sono la sua
mamma, la mia mamma è la sua mamma, io sono una sconosciuta. Il
bambino con me non mangia, non fa niente, isolato da tutti, gli mancano i
suoi amici, gli mancano le persone che erano vicino a lui, gli manca il suo
letto. Cosa devo fare? Sono costretta a ritornare dopo poco in Marocco
per portarlo, nel frattempo il bambino si è affezionato e adesso speriamo
che viviamo bene insieme, però è un’esperienza da dimenticare e non da
vivere.
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Progetto grafico e impaginazione
Finito di stampare
tecnicamista studio
Montegrotto Terme - Pd
[email protected]
nel mese di settembre 2013
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