Progetto RETE ADRIA
Rete Antiviolenza per le Donne, le madRi e le Immigrate nell’Adriatico
Studio Tematico:
“Violenza di genere e ambiente
domestico”
Capofila Progetto:
Partner responsabile Focus tematico:
COMUNE DI ROSETO DEGLI ABRUZZI
COMUNE DI PORTO SAN GIORGIO
Report di ricerca
Progetto finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità
§ 1. Metodologia
o Descrivere l’approccio scientifico alla base dell’indagine (vedi sopra nel paragrafo
dell’Approccio metodologico)
o Descrivere le metodologia operativa di svolgimento dell’indagine e gli strumenti
utilizzati (questionari, interviste), in relazione agli obiettivi della ricerca e dell’analisi
del fenomeno della violenza di genere in ambiente domestico.
La ricerca tematica relativa alla “ violenza di genere e ambiente domestico” così come tutte
le altre ricerche tematiche del progetto RETE ADRIA è diretta ad analizzare le caratteristiche
della Violenza di Genere nelle città adriatiche, secondo la prospettiva di salute pubblica
adottata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, World Report on Violence and
Health, 2002), che considera la violenza contro le donne il più grande problema di salute
pubblica e di diritti umani violati nel mondo, e che, come tale, deve essere affrontato in tutte
le sue componenti. Infatti, «un singolo fattore non può spiegare perché alcuni individui si
comportamento violentemente verso altri o perché la violenza è prevalente in alcune comunità
rispetto ad altre. La violenza è il risultato di una complessa interazione di fattori individuali,
relazionali, sociali, culturali e ambientali. La comprensione di come questi fattori siano
collegati alla violenza è uno dei passaggi fondamentali dell’approccio alla salute pubblica per
la prevenzione della violenza».
La RETE ADRIA applica il modello ecologico di indagine, al fine di mettere a fuoco le
caratteristiche e i fattori di rischio connessi ai casi di violenza di genere nei Comuni delle
Regioni adriatiche.
Strumenti utilizzati e metodologia d’indagine
L’indagine è stata condotta somministrando interviste a 20 professionisti che durante la
propria attività vengono a contatto con donne vittime di violenza domestica: operatori dei
Centri Antiviolenza della regione Marche, psicologi, assistenti sociali, avvocati.
I soggetti coinvolti sono stati intervistati personalmente da chi ha condotto l’indagine,
qualcuno ha preferito compilare autonomamente l’intervista provvedendo a rinviarla
telematicamente.
Le persone intervistate sono state individuate facendo riferimento alle reti dei centri
antiviolenza, ai servizi con cui quotidianamente gli operatori dei centri antiviolenza
collaborano al fine di individuare per la donna vittima di violenza un possibile percorso di
emersione dal fenomeno.
Inoltre, sono state raccolte su una griglia appositamente elaborata, 10 casi significativi di
donne che hanno avuto contatto con i vari Centri Antiviolenza della Regione Marche. La
griglia di analisi dei dati, utilizzata ha permesso una lettura sia quantitativa che qualitativa
del fenomeno. La lettura delle informazioni raccolte ha dato la possibilità di tracciare, oltre
che, ad elementi esplicativi del profilo della vittima e di quello dell’aggressore anche
a“rintracciare” sul territorio dei fattori di rischio e di protezione.
§ 2. Inquadramento
Descrivere i tratti essenziali del fenomeno della violenza di genere in ambiente domestico,
evidenziandone le peculiarità rispetto al fenomeno generale della violenza di genere. Fornire
anche un quadro della violenza di genere sul territorio di riferimento dal punto di vista
quantitativo, con dati e statistiche, laddove disponibili.
La violenza di genere in ambiente domestico è un fenomeno che rientra in quello più ampio
della violenza di genere e che presenta sue particolari caratteristiche e fattori di rischio.
Come e forse più di altri fenomeni di violenza di genere è difficile da studiare in quanto è
risaputo che il fenomeno sommerso sia molto rilevante e difficile da stimare.
Nella maggioranza dei casi i maltrattamenti vengono agiti da parte dell’uomo nei confronti
della partner e ciò rende la violenza domestica una questione di genere che palesa lo
squilibrio di potere tra uomini e donne, mantenuto nella relazione di coppia attraverso gli
abusi di natura fisica, psicologica, sessuale ed economica. È chiaramente un fenomeno
molto esposto alla tendenza a rimanere sommerso in quanto agito in ambito privato,
perpetrato spesso con continuità in un contesto indisturbato e di incontro quotidiano tra
aggressore e vittima. Inoltre frequentemente sono presenti anche i figli della coppia e ciò
influisce sull’emersione del fenomeno, sia in un senso che nell’altro, rappresentando cioè
uno stimolo alla richiesta di aiuto o un ostacolo.
La comprensione della complessità del fenomeno può essere favorita dall’analisi
dell’interazione dei diversi fattori socio-culturali, relazionali ed individuali che
contribuiscono alla creazione del contesto in cui avvengono le violenze.
Il temine “violenza domestica” si riferisce qui alla violenza commessa contro le donne e le
bambine da una persona intima della vittima, compreso il partner convivente, e da altri
membri del gruppo familiare; sia che la vessazione avvenga dentro oppure fuori dalle mura
domestiche. In altre parole, il termine “domestica” in questo contesto si riferisce al tipo di
relazione tra responsabile e vittima, piuttosto che al luogo in cui avviene la vessazione.
La violenza domestica, specie i maltrattamenti da parte del coniuge o del partner
rappresentano la forma più comune di violenza contro le donne.
La violenza in famiglia può assumere la forma di :
Maltrattamenti fisici, come schiaffi, percosse, torsione di braccia, accoltellamento,
strangolamento, bruciature, soffocamento, calci, minacce con un oggetto o un’arma, e
l’omicidio. Sono comprese anche le pratiche tradizionali che recano danno alle donne:
mutilazione dei genitali femminili e l’ereditabilità della moglie (la pratica di trasmettere
in eredità la vedova e tutte le sue proprietà al fratello del marito deceduto). Questa è la
forma di violenza più visibile
Vessazioni sessuali, come la costrizione al rapporto sessuale tramite minacce,
intimidazione forza fisica, rapporti sessuali estorti contro volontà, o coercizione ad
avere rapporti sessuali con altri.
Vessazioni psicologiche, che comprendono comportamenti volti ad intimidire e
perseguitare e che prendono la forma di minacce di abbandono o di maltrattamenti,
segregazione in casa, sorveglianza, minaccia di allontanamento dai figli, distruzione di
oggetti, isolamento, umiliazioni, privazioni, carenze affettive (queste lasciano il segno
più a lungo delle prime che invece guariscono in minor tempo).
Vessazioni economiche, tra le quali atti come il rifiuto di concedere soldi, rifiuto di
contribuire finanziariamente, privazione del cibo e delle esigenze di base, controllo
dell’accesso all’assistenza sanitaria, all’occupazione, eccetera.
I maltrattamenti possono essere perpetuati in forma acuta, cioè improvvisa come lo sfogo di
rabbia, gli episodi di violenza sono meno frequenti ma molto intensi e con una notevole
liberazione di aggressività e violenza con obiettivo di infliggere dolore alla vittima, o in
forma forma cronica, cioè più sfumata, sottile, come una relazione di dominanza con
permanente controllo e potere sulla vita e il comportamento della compagna, gli episodi
sono più frequenti ma meno intensi ed eclatanti
- La situazione della regione Marche
Secondo la ricerca Istat del 2006, “ La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e
fuori la famiglia” le Marche hanno valori più alti rispetto la media nazionale1, quindi la
percezione di “isola felice” che spesso emerge nelle descrizioni della nostra regione sono
smentite dai dati nazionali ed anche dai dati finora raccolti in maniera eterogenea, dai servizi
che si occupano del fenomeno. Visto la necessità e l’importanza di conoscere in maniera più
attendibile possibile le dimensioni del fenomeno nel contesto regionale è in previsione
l’adozione di uno strumento (scheda di rilevazione) omogeneo da utilizzare per la
rilevazione dei dati da parte di tutti i Centri Antiviolenza della regione Marche.
Seppur in maniera non del tutto omogenea ed esaustiva presentiamo di seguito alcuni dati
aggregati relativa alle attività del 2009-2010 dei Centri antiviolenza marchigiani, tenendo
presente che in alcuni casi ( centri antiviolenza di Ascoli Piceno e di Macerata) i dati si
riferiscono ad un periodo limitato poiché le attività hanno avuto inizio nell’anno 2010.
Rispetto alla nazionalità delle donne che hanno avuto accesso ai centri antiviolenza
marchigiani, dalla tabella sottostante è possibile osservare che ben 249 donne, pari al 75%
del totale, sono italiane; 69 donne, pari al 21% del totale, sono extracomunitarie e soltanto
15 donne, cioè il 6% del totale, comunitarie, per un totale di 333 donne.
NAZIONALITÁ
Italiana
Comunitaria
Extracomunitaria
N.
249
15
69
TOTALE
333
Il 34% delle donne che si sono rivolte ai vari centri antiviolenza si inserisce in una fascia
d’età che va dai 41 ai 50 anni; il 28% nella fascia d’età che va dai 31 ai 40 anni; il 19% nella
fascia d’età che va dai 20 ai 30 anni; il 12% nella fascia d’età che va dai 51 ai 60 anni ed il
7,5% nella fascia d’età che va dai 61 ai 70 anni.
ETÁ
N.
20 - 30
64
31 - 40
92
41 - 50
112
51 - 60
40
61 - 70
25
TOTALE 333
1
http://www.istat.it/giustizia/sicurezza
Rispetto alla tipologia di violenza Dalla tabella che segue si evince che le violenze
principalmente denunciate dalle donne che si rivolgono ai servizi sono quella fisica e quella
psicologica: la prima rappresenta il 35% del totale, la seconda il 34%.
Rilevante è anche la violenza economica, che rappresenta il 16% del totale; il 10% è
rappresentato dalla violenza sessuale ed il 6% dallo stalking.
VIOLENZA
Psicologica
Fisica
Economica
Sessuale
Stalking
TOTALE
N.
196
201
92
55
33
577
Rispetto alla situazione lavorativa delle donne vittime di violenza, nel 62% dei casi si tratta
di donne che hanno un’occupazione lavorativa; nel 29% dei casi di donne disoccupate;
mentre nel 9% le donne sono casalinghe.
LAVORO
N.
Occupata
112
Disoccupata
52
Casalinga
16
TOTALE
180
§ 3. Elementi e tipicità della casistica della violenza di genere
rispetto al focus di indagine
3.1. Caratteristiche
o Profilo delle vittime
Nell’indagine effettuata sono stati analizzati nello specifico n° 10 casi di donne vittime di
violenza domestica. La casistica presa in considerazione è rappresentata dal 50% di donne
italiane di età compresa tra i 22 e i 51 anni con una concentrazione maggiore delle ultra 30,
si tratta quindi di donne adulte con un istruzione medio alta, nella maggior parte dei casi ( 4
su 5) con figli conviventi sposate in 2 casi, separate e divorziate negli altri. Sono donne che
lavorano o in cerca di occupazione.
La situazione cambia notevolmente esaminando il restante 50% del nostro campione di
riferimento, composto da donne provenienti da paesi diversi (Nigeria, Marocco e Repubblica
Domenicana), si tratta di giovane donne dai 25 ai 44 anni, livello di scolarità medio basso,
sposata o divorziata con figli conviventi in situazione di dipendenza economica, poiché
disoccupate o casalinghe.
Nazionalità
Nigeriana
20%
Repubblica
Domenicana
10%
Brasiliana
10%
Italiane
50%
Marocchina
10%
Condizione lavorativa
Lavoro
Autonomo
10%
Studentessa
10%
Casalinga
20%
Dipendente
10%
Disoccupata
50%
Considerando la percentuale cumulata tra casalinghe e disoccupate possiamo affermare che
la dipendenza economica o la non autosufficienza economica è presente nel 70% dei casi
esaminati.
Alcune caratteristiche delle vittime oggetto di studio, sono rintracciabili anche nelle
interviste svolte agli operatori del territorio, che hanno dichiarata nell’80% dei casi, di
conoscere situazioni significative di violenza domestica. Tra gli aspetti principali
riscontrabili nei diversi casi si rintracciano: famiglie “disordinate”, presenza di minori,
difficoltà economiche, appartenenza a culture diversa (viene sottolineata la cultura Islamica
come fattore di “rischio”).
Altri aspetti sottolineati sono: difficoltà a denunciare il partner, paura delle ripercussioni,
conflitti famigliari con violenze psicologiche e/o fisiche ed economiche, tendenza a
“giustificare” l’azione violenta del partner (marito, ex marito o convivente). In molti casi si
riscontrano anche: bassa autonomia; scarsa autonomia economica, isolamento famigliare ed
amicale, paura e difficoltà ad essere credute da parte dei servizi.
o Tipologia degli aggressori
Rispetto agli aggressori l’indagine ha messo in evidenza come, nel caso specifico per il nostro
focus, l’aggressore è sempre un singolo individuo, nella maggior parte di nazionalità Italiana
(6 su 10) ma anche stranieri extracomunitari e stranieri comunitari. Spesso vive nel comune
della vittima con cui, in 9 casi su 10 ha avuto o è tuttora in corso una relazione da cui è nato
almeno un figlio.
Si tratta di uomini adulti di età compresa tra i 26 e i 60 anni con un livello di istruzione
medio alto, ad esclusione di una persona che non aveva mai frequentato la scuola.
Nello specifico 4 uomini violenti su 10 hanno conseguito il diploma di scuola media
superiore, 2 quello di scuola media inferiore e 2 hanno conseguito la laurea.
Titolo di studio dell'aggressore
6
5
4
3
2
1
0
Elementare Superiore 1° Superiore 2°
Laurea
Nessuno
La posizione lavorativa di 4 aggressori su 10 è quella di dipendente, 3 sono disoccupati, 2
lavoratori autonomi e 1 è un libero professionista.
Occupazione dell'aggressore
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
0
Dipendente
Disoccupato
Lavoro
autonomo
Professionista
Altro elemento del profilo dell’aggressore che emerge nettamente è il legame affettivo
/intimo con la vittima infatti in 4 casi si tratta del marito, in 3 casi del partner convivente, in
2 casi dell’ex partner, solo in un caso si trattava di un conoscente. Questo aspetto è forse
l’aspetto che maggiormente determina la difficoltà di denunciare il compagno partner da
parte di molte donne che tendono a “giustificare” l’episodio di violenza subito all’interno
delle mura domestiche per pudore e vergogna. La casa coniugale, è il luogo più frequente
degli episodi di violenza.
abitazione,
Non c’è un periodo dell’anno specifico in cui avviene la violenza, le donne dichiarano di
subire violenza nell’arco dell’intero anno, in 5 casi la violenza si manifesta ciclicamente,
mentre in 3 casi le donne hanno denunciato da 1 a 3 episodi di violenza; la fascia oraria in cui
la violenza è maggiormente manifestata è, nella maggior parte de quella delle ore serali
(20.00 – 0.00).
Rispetto alla natura della violenza subita, quella maggiormente denunciata è quella di tipo
fisico, seguita dalla violenza psicologica (in 6 casi su 10), e violenza economica (in 2 casi), in
1 solo caso dalla violenza sessuale e dalla deprivazione e trascuratezza. Spesso le diverse
forme di violenza convivo e coesistono nella stessa situazione.
Natura della violenza subita
7
6
5
4
3
2
1
0
Deprivazio ne
e
trascuratezza
Stalking
Vio lenza Vio lenza fisica Vio lenza
eco no mica
psico lo gica
Vio lenza
sessuale
Le conseguenze e gli esiti delle violenze subite maggiormente evidenziate (6 donne su 10)
sono relative ad importanti lesioni fisiche, non mancano anche danni alla salute mentale e
pesanti conseguenze sociale e relazionali considerando che in alcuni casi la donna è stata
costretta, per prudenza, ad abbandonare la propria abitazione ed il proprio luogo di
residenza per spostarsi in uno più sicuro per lei.
L’intervento diretto delle Forze dell’ordine, la richiesta di aiuto ai consultori e/o ai servizi
sociali sono le forme di emersione dalla situazione di violenza, emersione che nel 50% dei
casi sfocia in una denuncia alle Forze dell’Ordine dell’aggressore.
3.2. Fattori di rischio
Dalle informazioni ricavate dall’analisi dei casi studi e dalle interviste agli operatori,
emergono dei fattori di rischio “tipici” della violenza di genere domestica, classificabili:
 Individuali: si tratta degli elementi della storia personale e dei comportamenti della
vittima, che possono essere associati a maggiori rischi di violenza comprendono.
 Familiari-Relazioni: sono i fattori connessi ai rapporti familiari e alle relazioni
interpersonali, compresi quelli inerenti alle caratteristiche del Partner che espongono le
donne al rischio di violenza;
 Comunitari: questo livello riguarda le caratteristiche del contesto all’interno delle
comunità in cui le relazioni sociali della vittima e/o dell’aggressore sono radicate
(quartiere, scuola, luogo di lavoro, etc.);
 Sociali: prende in esame i fattori sociali che influenzano la prevalenza di violenza. Questi
fattori possono comprendere norme socio-culturali che accettano la violenza come
mezzo di soluzione dei conflitti, che sanciscono la predominanza dell’uomo sulla donna,
norme che alimentano i contrasti interculturali, etc.
Fattori di rischio individuali
Parlando di fattori di rischio individuali, nei nostri casi studio riscontriamo in 4 casi su 10
un reddito personale basso (meno di 10.000 euro all’anno), in altri 4 casi l’errata scelta del
partner, nei restanti i fattori di rischio individuati sono riconducibili alla presenza di sintomi
depressivi, alla giovane età della donna, all’appartenenza ad una comunità etnica
maschilista/patriarcale ed infine ad un basso livello i scolarità. Nel 60% dei casi si verifica
una compresenza di più fattori di rischio individuali, come giovane età e scelta errata del
partner etc.
Fattori di rischio individuali
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
Scelta del Partner
Giovane età
Limitazione alla mobilità
(infortuni, etc.)
Presenza di sintomi
depressivi
Reddito personale
basso
0
Abuso/Uso abituale di
alcool e/o droghe
Appartenere ad una
comunità etnica
Basso livello di
scolarità (max
Condizione di disabilità
fisica e/o psichica
Esperienza di violenza
subita e/o assistita
Essere una prostituta
di strada
0,5
Fattori di rischio familiari-relazionali
La compresenza di più fattori di rischio aumenta considerevolmente se prendiamo in
considerazione i fattori familiari-relazionali, infatti, in tutti i casi oggetto di studio sono stati
individuati più di un fattore nello specifico con maggior frequenza troviamo: presenza nella
coppia di un’alta conflittualità (7 casi su 10), esistenza di fattori di stress nella gestione
familiare (difficoltà economiche, etc…), dipendenza economica della vittima al partner o
familiare, a seguire vengono segnalati, comportamento antisociale o criminale del partner al
di fuori della coppia, comportamento del partner di dominio e di controllo della coppia.
Seppur con in una minor percentuale compaiano come ulteriori elementi di rischio l’uso
abituale di droghe illegali da parte del partner e l’abuso abituale di alcool. Le difficoltà
economiche legate a particolari situazioni famigliare è l’aspetto maggiormente sottolineato
anche dagli operatori intervistati.
Fattori di rischio familiari-relazionali
Il P artner/Familiare fa
uso abituale di dro ghe
illegali
8%
P artner co n
co mpo rtamento di
do minio e/o co ntro llo
nella co ppia
11%
A lta co nflittualità nella
co ppia
19%
Co mpo rt antiso c o crim
del P artner al di fuo ri
della co ppia
11%
Il P artner/Familiare
abusa abitualmente di
alco o l al punto da
ubriacarsi
8%
Famiglia del P artner co n
episo di di vio lenza
5%
B asso livello di sco larità
del P artner/Familiare
3%
Esist di fatto ri di stress
nella gestio ne familiare
(diffico ltà eco no miche,
etc.)
16%
Dipend eco no mica della
Vittima dal
P artner/Familiare
16%
Co ppia
separata/divo rziata
3%
Fattori di rischio comunitari e sociali
I fattori di rischio ricollegabili ad aspetti più comunitari e sociali, sono maggiormente
rintracciabile nelle opinioni degli operatori intervistati. Infatti, il 25% degli operatori ritiene
che tra i casi di vittime trattati sono rintracciabili elementi collegati a specifiche
caratteristiche della comunità e del territorio. Questi elementi sono ricollegabili soprattutto
ad un contesto ad alta intensità di immigrazione. Nello specifico gli operatori intervistati
sottolineano come fattori di rischio: la differenza culturale in coppie miste, la presenza di
comunità etniche a tradizione patriarcale-maschilista, l’appartenenza alla cultura islamica,
Altro aspetto legato al fattore primario “immigrazione”, individuato da più di un intervistato
è la presenza di donne straniere poiché : “….è ormai opinione comune che le straniere siano
donne di dubbia moralità che siano “abituate” (nei loro paesi di origine) a subire la
prepotenza e l’arroganza dei propri uomini”, secondo questo operatore ciò fa di queste donne
delle facili e probabili vittime di violenza. L’ ineguaglianza sociale tra donne e uomini nei
gruppi etnici è un altro fattore individuato dagli operatori del territorio.
Per un operatore intervistato, il relativo benessere economico del contesto, definito anche
“luogo privilegiato” facilita la diffusione di microcriminalità e violenza di genere.
Dai casi studio, sul piano comunitario, i fattori di rischio messi in rilievo sono: la particolarità
del comune a vocazione di turismo balneare (in 6 casi su 10); piccole dimensioni del comune
(4 casi su 10), un comune di piccole dimensioni (con meno di 50.000 abitanti); in 4 casi il
fatto che si tratti di in 1 solo caso viene segnalato un alto tasso di prostitute straniere sul
territorio.
3.3. Fattori di protezione
Fattori di protezione nella Regione Marche
Gli abusi sul genere femminile sono un fenomeno preoccupante e in crescita, anche nel
territorio marchigiano, tanto da indurre la Regione a prendere importanti provvedimenti
con la legge regionale 32 del 2008 “Interventi contro la violenza sulle donne”. In particolare la
suddetta legge attribuisce alla Regione un ruolo di incentivo all’attività di prevenzione della
violenza di genere, un ruolo di sostegno alle vittime degli atti di violenza, sia in termini
psicologici sia in termini materiali, attraverso la promozione ed il supporto all’attività dei
centri antiviolenza e delle case di accoglienza, in quanto luoghi deputati a garantire
ospitalità, protezione, solidarietà e soccorso alle vittime di abusi, indipendentemente dalla
loro cittadinanza, e attraverso la specifica formazione di operatori. Inoltre è previsto anche
la costituzione di un forum permanente della Regione Marche contro le molestie gravi e la
violenza di genere anche per orientamento sessuale, quale sede di dialogo e confronto fra le
istituzioni e società civile. A seguito dell’approvazione della legge la Regione Marche, ha
finanziato l’avvio e/o il consolidamento dei centri antiviolenza, operanti nel territorio
regionale - uno per ogni Provincia – gestiti dalle province di appartenenza ed il
potenziamento della Casa di Accoglienza Rifugio Zefiro. I centri antiviolenza vogliono essere
un punto di riferimento per tutte le donne che vivono situazioni di marginalità o di
violazione e hanno lo scopo di promuovere la prevenzione, l’accoglienza ed il reinserimento
sociale delle vittime. Inoltre con la L.R. 32/2008 è prevista anche l’istituzione del Forum
permanente contro le molestie e la violenza di genere, un organismo che permette di
rafforzare la rete di servizi esistenti creando un coordinamento che razionalizza le energie
del territorio. Esprime inoltre pareri sui criteri e le modalità per la concessione dei
contributi, nonché gli indirizzi applicativi della L.R. 32/2008. Il Forum è stato istituito dalla
giunta regionale con DGR 567 del 14/04/2008 definendolo come sede di dialogo e confronto
tra le istituzioni e la società per prevenire ogni tipo di violenza contro le donne, fisica,
sessuale, psicologico od economica. La sua composizione assicura la presenza di almeno il
50% di rappresentanti di associazioni e cooperative sociali con esperienza specifica
nell’“attivatà” di contrasto alla violenza contro le donne.
Nello specifico la legge L.R. 32/2008 prevede l’implementazione ed il consolidamento di
diverse azioni: di prevenzione, d’informazione, centri antiviolenza definendone anche
funzioni e compiti, case di accoglienza ed inserimento lavorativo.
- Iniziative di prevenzione
La Regione per le finalità di cui alla lettera a) del comma 1 dell’articolo 2 sostiene, in
collaborazione con i Comuni, le Province, l’Azienda sanitaria unica regionale e le Aziende
ospedaliere, le Direzioni scolastiche provinciali, nonché le altre istituzioni pubbliche e i
centri antiviolenza di cui all’articolo 6 presenti sul territorio, progetti finalizzati alla
realizzazione di iniziative di prevenzione contro la violenza di genere.
- Iniziative di Informazione
1. La Regione promuove la più ampia diffusione mediante specifiche campagne informative
sull’attività di cui alla presente legge, anche attraverso la creazione di un apposito portale o
l’utilizzo dei portali esistenti.
2. Il Comitato regionale per la comunicazione (CORECOM) di cui alla legge regionale 27
marzo 2001, n. 8, nell’ambito delle sue funzioni, formula proposte alla concessionaria del
servizio pubblico radiotelevisivo e ai concessionari privati in merito alle programmazioni
radiofoniche e televisive, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi di cui alla
presente legge.
- Centri antiviolenza
1. La Regione riconosce la rilevanza dell’attività svolta dagli operatori socio-sanitari e dai
centri antiviolenza operanti nel territorio regionale e garantisce la promozione di nuovi
centri avvalendosi delle competenze delle associazioni di volontariato, delle organizzazioni
non lucrative di utilità sociale (ONLUS) e delle cooperative sociali che hanno come scopo la
lotta, la prevenzione e l’assistenza delle donne vittime di violenze e che dimostrino di
disporre di strutture e personale adeguato.
2. E’ assicurata la costituzione di un centro antiviolenza per ogni Provincia.
3. I centri possono essere promossi:
a) da enti locali singoli o associati;
b) da enti locali singoli o associati in convenzione con i soggetti di cui al comma 1.
4. Gli enti locali garantiscono:
a) strutture adeguate in relazione alle popolazioni e al territorio;
b) la copertura finanziaria di almeno il 30 per cento delle spese di gestione e per la
funzionalità operativa delle strutture;
c) adeguate e periodiche campagne informative in merito all’attività e ai servizi offerti.
Attività e funzioni dei centri antiviolenza
1. I centri antiviolenza svolgono le seguenti funzioni:
a) colloqui preliminari per individuare i bisogni e fornire le prime indicazioni utili;
b) colloqui informativi di carattere legale;
c) affiancamento, su richiesta delle vittime, nella fruizione dei servizi pubblici e privati, nel
rispetto dell’identità culturale e della libertà di scelta di ognuna di esse;
d) sostegno all’effettuazione di percorsi personalizzati di uscita dal disagio e dalla violenza,
tendenti a favorire nuovi progetti di vita e di autonomia;
e) iniziative culturali e sociali di prevenzione, di sensibilizzazione e di denuncia in merito al
problema della violenza contro le donne anche in collaborazione con enti pubblici e privati.
2. I centri antiviolenza mantengono costanti rapporti con gli enti locali, le strutture pubbliche
deputate all’assistenza sociale e sanitaria, alla prevenzione e repressione dei reati e le
istituzioni scolastiche operanti sul territorio regionale.
3. Le prestazioni sono rese a titolo gratuito.
4. Il centro è dotato di numeri telefonici con caratteristiche di pubblica utilità e
adeguatamente pubblicizzati.
5. Le strutture devono garantire anonimato e segretezza.
- Case di accoglienza
1. Le case di accoglienza di cui all’articolo 3, comma 3, lettera d), della l.r. 6 novembre 2002,
n. 20 (Disciplina in materia di autorizzazione e accreditamento delle strutture e dei servizi
sociali a ciclo residenziale e semiresidenziale) offrono ospitalità temporanea alle donne, sole
e con figli minori, vittime di violenza.
2. In ogni caso gli enti locali garantiscono, nell’ambito della propria disponibilità del
patrimonio abitativo, alloggi destinati all’ospitalità temporanea delle donne, sole o con figli
minori, vittime di violenza.
3. Nelle case di accoglienza di norma devono essere assicurate la consulenza legale,
psicologica e di orientamento al lavoro in favore delle donne ospitate.
- Inserimento lavorativo
1. La Regione nell’ambito dell’attività di programmazione regionale promuove interventi
finalizzati
all’inserimento lavorativo delle donne vittime di violenza.
L’indagine deve approfondire ed evidenziare, ad esempio, i seguenti aspetti:
o Dati epidemiologici esistenti
o Profilo delle vittime
o Tipologia degli aggressori
o Tipologia di violenza (molestie, percosse, violenza fisica, violenza psicologica,
violenza sessuale, etc.)
o Luoghi in cui avviene la violenza
Se possibile, supportare la descrizione con dati quantitativi e statistiche, anche se parziali o
limitate, utilizzando anche l’elaborazione statistica del foglio di lavoro “Analisi dati”.
Integrare le informazioni schematizzate nella Griglia di indagine con le ulteriori informazioni
fornite dagli Operatori intervistati.
Fattori di protezione emerse dalle interviste agli operatori.
Il 75% degli intervistati ritiene che esistono in Regione, Provincia e Comune iniziative ed
azioni di prevenzione, tra queste iniziative vengono messe in evidenza: la legge regionale
sulla violenza, protocollo provinciale per costruire la rete antiviolenza, centri antiviolenza,
associazioni specifiche, case-rifugio, opuscoli informativi, campagna antiviolenza della
Regione, progetti che hanno coinvolto associazioni, enti, organizzazioni sindacali e scuole,
protocolli operativi per i pronto soccorso, modifica alla legge regionale per includere tra i
soggetti svantaggiati le donne vittime di violenza, progetti per gli inserimenti lavorativi,
seminari informativi e formativi, in tutta la regione ( per prov. Pesaro progetto DIM 2). Gli
intervistati informativi e formativi sono considerate occasioni importanti sia per la presa di
coscienza rispetto ad un fenomeno ampiamente diffuso ma ancora sommerso che per la
crescita professionale degli operatori (servizi sociali, FFOO, ecc.) coinvolti nell’intervento e
nell’assistenza delle vittime di violenza.
Nonostante l’utilità riconosciuta da tutti gli intervistati rispetto alle azioni messe in campo
nella nostra regione, queste non vengono ritenute sufficienti ed esaustive.
Oltre che al potenziamento delle azioni di informazione e formazione sul territorio, per gli
operatori attraverso incontri periodici si ritiene necessario creare momenti e spazi di
aggregazione dedicati a tutte le donne per affrontare tematiche diverse (autostima,
autodeterminazione, autorealizzazione economica e personale). Inoltre, viene sottolineato,
2
Vedere capitolo relativa alla rete e scheda del progetto allegata
in alcune interviste, la necessità, più che di attivare azioni di prevenzione, quella di
potenziare le azioni di intervento:”….bisognerebbe piuttosto essere in grado di fornire un
aiuto concreto alle donne in difficoltà nel momento preciso in cui ne ha bisogno”.
§ 4. Il caso studio
Vedi caso riportato nella Guida Tematica “Violenza di Genere in ambiente domestico”
§ 5. Il lavoro di rete
Descrivere, se esistenti, le esperienze e le forme di collaborazione interistituzionale e tra servizi
pubblici e privati per la prevenzione della violenza di genere e per la presa in carico delle
vittime.
Indicare, se disponibili, le proposte di miglioramento evidenziate nelle interviste degli
operatori.
Premessa
Tutti gli interventi agiti dai vari referenti territoriali preposti per intervenire sui casi di
violenza familiare devono essere integrati in una rete di istituzioni e servizi per essere
davvero di sostegno ai problemi delle donne che subiscono violenza, se i rappresentanti di
queste istituzioni sono al corrente delle dinamiche riguardanti la violenza familiare,
cooperando da vicino e di continuo con le agenzie, e sviluppando per tempo strategie di rete
e collaborazione reciproca.
Purtroppo ad oggi l’intervento sul fenomeno e sui casi di violenza familare è ancora
caratterizzato da alcune questioni problematiche rispetto al grado carente di strutturazione
dei servizi/progetti e al riconoscimento degli operatori del settore. La situazione è infatti
caratterizzata dai seguenti problemi:
1) la difficoltà ad avere conoscenze aggiornate, approfondite, integrate a fronte della
complessità, multidimensionalità e dinamica permanente dei fenomeni affrontati;
2) la natura sperimentale della gran parte degli interventi e l’esigenza di configurarli come
modelli diversificati e integrati, per:
a) consentire l’elaborazione di un "esperanto" - linguaggio comune"
b) mettere in rete le risposte specifiche ed a-specifiche rivolte alle donne che subiscono
hanno subito violenza
c)
permettere l’attivazione, in reciprocità, di processi e di procedure condivise
d) creare identità di ruolo e di professione
e)
valutare e monitorare la qualità dei servizi
3) la mancanza di sistemi di verifica in progress che se approntati, oltre a beneficio
dell’utenza renderebbero autorevole e legittimo l'operato degli addetti, confrontando
modelli eterogenei.
Allo scopo di superare tutto ciò e assicurare un costruttivo rapporto di interazione nonché
per fornire migliori e più adeguati livelli di intervento coordinato si auspicano interventi di
rete territoriale (e molte esperienze italiane si sono sviluppate su questa falsa riga)
Si fa riferimento a tavoli o gruppi di lavoro già costituiti, valutando eventualmente se è
necessario attivarne di nuovi o coinvolgere ulteriori soggetti.
La rete territoriale costituisce un punto di riferimento fondamentale per tutta l’intervento e
per un confronto e coordinamento costante.
- La situazione nella Regione Marche
Da un punto di vista regionale la valorizzazione ed il potenziamento della rete a supporto
della donna vittima di violenza domestica si è avvalsa di un progetto specifico il progetto
“Donne in movimento” (di seguito nominato DIM) nasce da anni di esperienza nel campo
della violenza alle donne e dalla volontà di affrontare e se possibile risolvere, alcune criticità
emerse nella nostra regione. Innanzitutto, la necessità di uniformare le risposte alle donne
vittime di violenza in tutto il territorio regionale. Prima del DIM nella città di Ancona esisteva
un centro antiviolenza e una casa rifugio, mentre ad Ascoli la Provincia aveva un Telefono
Donna, questo per quanto riguarda la parte operativa; contemporaneamente in varie parti
della regione istituzioni pubbliche, del privato sociale, hanno dato vita ad iniziative di
sensibilizzazione, di ricerca, ecc. spesso scollegate tra loro.
Quindi la necessità era duplice, da una parte estendere l’operatività in tutta la regione e
dall’altra
raccogliere tutti i contributi ed integrarli in modo da creare una rete d’interventi efficace.
Per quanto riguarda la parte operativa il progetto DIM ha permesso l’apertura di 3 centri
antiviolenza ed il potenziamento di quello già esistente. Mentre per quanto riguarda la
costruzione di reti si è valorizzato lo strumento del protocollo d’intesa, ma con l’accortezza e
l’attenzione a non creare magnifici “castelli di carta”.
Il protocollo d’intesa nel progetto è definito nella sua migliore accezione: un luogo di
confronto tra tutti gli attori coinvolti a vario titolo sul fenomeno della violenza alle donne,
ognuno mette a disposizione degli altri quello che ha. In un momento di crisi di risorse
economiche e di conseguenza umane, ognuno ha poco a sua disposizione, ma se si mettono
insiemi tanti piccoli pezzi ne esce un bel quadro grande. Una volta messi insieme le
istituzioni pubbliche, il privato sociale e le associazioni di volontariato, era necessario
trovare un linguaggio comune ed un bagaglio di conoscenze condiviso, per facilitare la
comunicazione. A questo scopo è stato organizzato un corso di formazione di 50 ore,
replicato in tutte le 4 province, condotto dalle operatrici del Centro Antiviolenza e della Casa
Rifugio di Ancona, per gli operatori del territorio. Erano presenti operatori delle Forze
dell’Ordine, dei Servizi Sociali, dei Consultori, volontarie di associazioni che tra gli scopi
statutari prevedono il sostegno delle donne vittime di violenza, professionisti singoli; la
partecipazione è stata alta, nonostante il congruo numero di ore e la difficoltà ad inviare del
personale, nei servizi quasi sempre sotto organico. L’eterogeneità del gruppo ha permesso
un confronto costruttivo tra prospettive diverse e la possibilità reciproca di conoscere ruoli e
competenze dei vari servizi e soprattutto le persone che li rappresentano. La conoscenza
reciproca ha facilitato la costruzione di reti “informali”, così preziose per la costituzione di
reti “formali” operative.
Un elemento centrale del progetto è proprio la sinergia tra protocolli d’intesa (vedi allegato
1) e i corsi di formazione; nei protocolli siedono i referenti dei servizi, mentre il corso di
formazione ha visto coinvolti gli operatori. L’interazione tra questi due livelli facilita
un’organizzazione dei servizi, effettivamente rispondente alle esigenze degli operatori che si
trovano ad affrontare la violenza alle donne spesso in situazioni di emergenza.
Prima del progetto DIM due province marchigiane avevano già firmato un protocollo
d’intesa: la Provincia di Ancona che ha sottoscritto a giugno 2006 e la provincia di Pesaro
Urbino nel gennaio 2008. Nel progetto DIM erano previste le nomine dei consulenti per il
Protocollo, con il compito del potenziamento per le Province di Ancona e Pesaro Urbino e
della stipula ex novo, per le Province di Macerata e Ascoli Piceno.
Con il termine potenziamento protocollo, il progetto ha inteso garantire l’operatività dei
tavoli.
I due protocolli già attivi, infatti, hanno costituito al loro interni dei sottotavoli tematici con il
compito di individuare delle prassi operative di rete, attraverso l’individuazione di referenti
per i servizi che a vario titolo sono coinvolti e per la stesura di procedure condivise.
- Attività di collaborazione nella presa in carico delle vittime di violenza: il punto di
vista degli operatori intervistati
Nel 95 % dei casi gli intervistati hanno dichiarato che nella gestione della presa in carico
della donna vittima di violenza lavora in collaborazione sul territorio con altri attori. Si
evidenzia dalle interviste realizzate la presenza di una rete “specifica” e multi-attoriale con
soggetti del sociale e del sanitario.
In un solo caso viene dichiarato dall’intervistato la mancanza assoluta di una rete di
riferimento, che, anche in caso di segnalazione e denuncia ( alle FFOO) del caso di violenza
domestica da parte del suo servizio non viene attivata nessuna azione conseguente.
I principali servizi della rete sono stati individuati in: centri antiviolenza, servizi sociali,
consultori familiari, caritas, case rifugio, ffoo, dipartimenti medici, tribunali dei minori, centri
di accoglienza e associazioni, ma anche professionisti privati come psicologi ed avvocati.
Rispetto alla collaborazione tra gli attori della rete gli intervistati la ritengono
sostanzialmente non sufficiente perché: non adeguatamente estesa a tutti gli attori del
territorio potenzialmente interessati, spesso è limitata alla gestione della situazione di
“emergenza” e non anche alle attività di formazione, informazione e prevenzione…. “ si
lavora a compartimenti stagni….. sarebbe necessario tra operatori frequentarsi scambiare
informazioni, percezioni dubbi e sospetti”.
Altri limiti della rete sono riconducibili alla: scarsa formalizzazione ( limitata presenza di
protocolli di intervento), alla scarsa conoscenza del fenomeno da parte degli operatori, nelle
sue diverse sfaccettature, non adeguata disponibilità di risorse umane ed economiche al
potenziamento della rete.
Risulterebbe particolarmente utile potenziare ed attivare collaborazioni fattive e produttive
con enti (CAV etc) in grado di prendere in carico immediatamente la donna vittima di
violenza domestiche, anche attraverso l’aumento delle risorse economiche dedicate.
- Osservazioni e valutazioni rispetto al fenomeno della violenza di genere nella
Regione/Provincia/Comune da parte degli operatori intervistati
Tra le altre osservazioni rispetto al fenomeno della violenza di genere nella nostra Regione,
si evidenzia:
- la solitudine e la sensazione di impotenza dell’operatore “… l’operatore si trova spesso solo
a dover affrontare un problema così grave, e la mancanza di collaborazione con altri attori lo
rende impotente….. a volte è anche l’operatore vittima di violenza” .
- la necessità di concentrare l’attenzione anche in altri ambiti definibili “vulnerabili” come i
luoghi di lavoro : “ ..dovrebbe essere approfondita la violenza nei luoghi di lavoro, soprattutto
alla luce dei nuovi disagi intervenuti per la crisi economica che hanno determinato situazioni di
nuove povertà… si stanno abbassano le tutele; le persone più deboli, in particolare le donne che
svolgono lavori di un certo tipo, sono più soggette a ricatto per non perdere il lavoro, anche se
difficilmente denunciano situazioni di questo tipo: questa è violenza psicologica”. Attenzione
anche ad altre categorie di persone fragili“..da approfondire sono i casi di maltrattamenti nei
confronti degli anziani ad opera a volte dei familiari, altre volte nelle strutture residenziali”
Altri aspetti rilevati sono relativi alla necessità di finanziare gli enti perchè abbiano maggiori
risorse per sostenere le vittime nonché alla necessità di maggiore preparazione da parte
degli attori coinvolti. “avvocati del tutto impreparati per la poca conoscenza del fenomeno,le
denuncie che vengono fatte avvolte sono superficiali e poco credibili….. forze dell’ordine sono
molte lacunose sotto questo aspetto”
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Allegato 1
PROVINCIA DI ANCONA
Protocollo d’Intesa “PROGETTO DONNA”
La provincia di Ancona già dal 2006, ha stipulato un protocollo d’intesa finalizzato alla
creazione di una rete di tutte le istituzione pubbliche, del privato sociale,
dell’associazionismo, coinvolti a vario titolo nel contrasto alla violenza alle donne.
Nell’ambito del progetto DIM, quindi è previsto il potenziamento del protocollo
attraverso la definizione di prassi operative di rete.
Per raggiungere questo obiettivo sono stati formati tra tavoli di lavoro aventi come
oggetto le seguenti tematiche:
a. ‘tutela giudiziaria’;
b. ‘inserimento socio-lavorativo’;
c. ‘inserimento socio-sanitario.
Complessivamente i tre tavoli hanno coinvolto circa 10 persone ciascuno per un totale
di circa 30 persone in rappresentanza di differenti istituzioni, parti sociali e
organizzazioni della società civile.
Gli obiettivi che si intendeva conseguire con i tre tavoli erano molteplici e, in linea
generale, sono elencabili con il seguente ordine:
1. Individuare una serie di referenti per ciascuna istituzione ed organizzazione
afferente al Protocollo, in maniera tale da assicurare una rete stabile nel tempo, in
grado di porsi come punto di riferimento per ciascun soggetto, a seconda dei bisogni e
delle necessità.
2. Costruire tavoli tematici attorno ai quali favorire il raccordo fra operatori e
responsabili dei vari servizi, permettendo quindi lo sviluppo di una rete di soggetti in
grado di incontrarsi e far circolare le informazioni su base regolare nei prossimi mesi
ed anni.
3. Produrre materiali utili alla rete stessa.
4. Predisporre iniziative per sviluppare la rete di interventi nel campo della protezione
di donne vittime di violenza.
Obiettivo 1. Individuazione dei referenti
Il lavoro dei vari tavoli ha prodotto come primo risultato un riflessione in merito al
livello Territoriale di riferimento per l’individuazione dei referenti.
Si è deciso di adottare un modello di ‘rete’ non solo articolato a livello provinciale ma,
per buona parte delle istituzioni e organizzazioni coinvolte, anche a livello subprovinciale.
Le aree sub-provinciali sono state scelte in base ai tipi di suddivisione territoriale di
alcuni dei principali servizi già presenti (ambiti territoriali, distretti socio-sanitari,
etc.).
I referenti di area sub-provinciale dei distretti / ambiti territoriali si occupano di:
– supportare le attività di accompagnamento, formazione (parziale) e sensibilizzazione
per i vari tipi di operatori che operano nei servizi potenzialmente rivolti a donne
vittime di violenza;
– fungere da referente organizzativo (punto di accesso) per la propria istituzione /
organizzazione rispetto a tutte le altre presenti nella rete.
Si prevede inoltre di integrare nella rete i Centri di Salute Mentale ed i Sert, vista la
presenza di esperienze specifiche su tale aspetto, come eventuale altro noto di accesso.
Inoltre, sempre in ottica di allargamento della rete, si intende contattare i direttori dei
distretti sanitari per avere da loro indicazioni in merito all’eventuale coinvolgimento di
referenti per gli ordini dei medici di medicina generali e dei pediatri di libera scelta.
Obiettivo 2. Costruzione di tavoli tematici stabili di raccordo fra operatori e
responsabili dei vari servizi inclusi nella rete.
L’esperienza dei tre tavoli di lavoro di questi mesi ha permesso una crescente
interazione fra operatori di vari tipi di intervento. Oltre alla necessità di completare in
alcuni casi i lavori di tali tavoli, è emersa la volontà / necessità di istituzionalizzare il
funzionamento degli stessi tavoli nel corso del tempo, onde favorire lo scambio di
informazioni ed il raccordo continuo fra responsabili.
Vista la disponibilità della Provincia ad ospitare tali incontri, la proposta emersa dai
tavoli di lavoro è la seguente:
– organizzare circa ogni quattro mesi un incontro per ogni (sotto-)tavolo di lavoro che
permetta, appunto, agli operatori di scambiarsi informazioni e coordinare iniziative; il
proseguo dei lavori di tali tavoli offrirà informazioni in merito al fatto se convenga
prevedere tre sottoincontri o incontri più di tipo plenario;
– istituire una mailing list di posta elettronica (con gli indirizzi di tutti i referenti di
ciascuna istituzione o organizzazione) per la veloce circolazione delle informazioni
(bandi, corsi di formazione, etc.); tale mailing list verrà preparata dalla Provincia e
fatta circolare nel momento in cui la lista dei referenti (punto precedente) sarà
completata.
Obiettivo 3. Produzione materiali utili alla rete stessa
Si prevede a breve la preparazione di due tipi di materiali:
1. un opuscolo per gli operatori delle forze dell’ordine (vedere allegato) (in corso di
ultimazione);
2. una breve ‘guida’ con recapiti (istituzione/organizzazione, ruolo, indirizzo, telefono,
posta elettronica, etc.) di tutti i referenti della rete (vedere obiettivo 1) (in corso di
ultimazione).
Per quanto riguarda il primo aspetto si tenga presente che all’interno del tavolo di
lavoro sulla tutela giudiziaria si è deciso che alcune informazioni di orientamento per
gli operatori delle forze dell’ordine di carattere riservato in merito alle modalità di
stesura della denuncia vengono discusse direttamente fra istituzioni dell’apparato
giudiziario.
Obiettivo 4. Predisposizione di ulteriori iniziative per sviluppare la rete di interventi
nel campo della protezione di donne vittime di violenza
Gruppo: Tutela giudiziale.
Ipotesi di intervento in supporto della pronta accoglienza di donne che si rivolgono alle
forze dell’ordine e hanno problemi di ritorno a casa.
In alcune regioni i servizi pubblici hanno risorse economiche per collocare in prima
emergenza (SOS sociale) per 1-2 giorni in albergo le donne che esprimono la necessità
di non tornare presso la loro abitazione per paura di ulteriori violenze. I Comuni più
grandi della provincia hanno potenzialmente fondi ma non sono necessariamente
destinati ad un intervento di tale natura: da una prima analisi delle esperienze
territoriali risulta come Ancona sia l’unico Comune ad avere un pronto intervento
sociale che può svolgere tale funzione, mentre a Jesi vi è un accordo fra Comune e
associazionismo per interventi di prima emergenza. Gli altri Comuni sembrano non
prevedere interventi, soprattutto quelli più piccoli hanno più difficoltà.
All’interno del presente protocollo l’azione che si sta cercando di strutturare è duplice:
– nel caso dei Comuni di Ancona e di Jesi, facilitare un accordo fra forze dell’ordine e
Comune, in modo tale che le forze dell’ordine possano chiedere alla persona che si
dichiara vittima di violenza se vuole tornare a casa o essere ospitata in struttura e, nel
caso opti per questa seconda scelta, possa essere indirizzata verso le strutture
comunali;
– nel caso degli altri Comuni, valutare la fattibilità di un possibile finanziamento
provinciale che passi per gli Ambiti/Comuni capofila per finanziare tale attività di
prima accoglienza.
In questa ottica occorre individuare e comunicare alle forze dell’ordine quali ‘numeri
verdi chiamare per segnalare persone che hanno bisogno di accoglienza notturna
temporanea e tempestiva.
Gruppo integrazione socio-sanitaria
Ipotesi di intervento formativo e di supporto allo sviluppo di linee guida omogenee
nell’accoglienza ospedaliera di donne che appaiono potenziali vittime di violenza
a. Il lavoro di lavoro sul tema ha riscontrato la necessità di prevedere corsi di
formazione per personale sanitario per individuare segni di violenza e raccogliere
informazioni sulla violenza (con relativa stesura ‘appropriata’ del referto). Nella
provincia già sono stati effettuati alcuni corsi di formazione in alcuni ospedali (AO
Ospedali Riuniti, Presidio di Senigallia, Ospedale di Urbino).
L’ipotesi di lavoro è quella di coinvolgere in tale modello di formazione sia gli altri
presidi ospedalieri della provincia, dove sono presenti pronti soccorso, sia riproporre
attività formative ad Ancona e Senigallia, coinvolgendo quegli operatori che non hanno
partecipato alle precedenti iniziative. I professionisti coinvolgibili sono: operatori del
118, medici, infermieri, ostetriche, assistenti sociali degli ospedali e mediatori culturali,
prevedendo una differenziazione della formazione a seconda dei professionisti
coinvolti (la parte medico-clinica viene dedicata solo al personale sanitario, quella
psicologia e introduttiva a tutti, inclusi i mediatori).
b. L’AO Ospedali Riuniti, così come il presidio ospedaliero di Senigallia, stanno
sviluppando in parallelo protocolli operativi / linee guida (percorso assistenziale) per
il percorso interno di assistenza a donne potenzialmente vittime di violenza; il tavolo
di lavoro sta lavorando in tal senso in una duplice direzione: favorendo incontri (in
corso e programmati) da un lato fra appartenenti alle due strutture ospedaliere per
favorire lo scambio di esperienze e omogeneizzare i contenuti delle linee guida,
dall’altro aprendoli ed incentivando alla partecipazione rappresentanti delle altre
strutture ospedaliere della provincia (per ora vi è una partecipazione attiva
dell’ospedale di Fabriano).
Gruppo: socio-lavorativo
Ipotesi di una formazione unitaria della rete di intervento nelle attività relative al
bilancio di competenza / orientamento.
Compatibilmente con le risorse finanziarie attivabili, si propone un corso di formazione
per i referenti del protocollo a livello sia di CIOF che di parti sociali coinvolti:
svolgendo un corso di formazione unitario, si possono creare le basi per strutturare un
‘gruppo’ di professionisti che, nel pubblico e nel privato, iniziano a collaborare molto
più strettamente su tale tema. I contenuti
del momento formativo potrebbero essere, fra gli altri, i seguenti: analisi della
domanda (i vari profili di donna vittima di violenza ed i bisogni specifici), le modalità di
comunicazione, gli strumenti da proporre.
Ipotesi di attività formative e di inserimento sul mercato del lavoro. Molti delle
istituzioni e delle organizzazioni che partecipano al protocollo organizzano attività
formative (Camera di Commercio, Sindacati, Associazioni datoriali di categoria, etc.).
Nel proseguo dei lavori all’interno del Protocollo si sta cercando di valutare e di
verificare la disponibilità di tali enti di riservare alcune possibilità di formazione
(gratuitamente o a costi ridotti) per donne vittime di violenza. Inoltre vi è la
disponibilità dei Sindacati, della Camera di Commercio e delle associazioni datoriali di
favorire meccanismi di supporto nell’inserimento sul mercato del lavoro (occorre
sviluppare un’azione fiduciaria, di convincimento e di aiuto alle aziende in cui possono
essere inserite donne vittime di violenza, viste le potenziali preoccupazioni di tali
aziende rispetto ai problemi familiari delle donne stesse, ai problemi di curriculum
delle donne in termini di esperienze lavorative, etc.).
Ipotesi di sviluppo di gruppo per presentare progetti di finanziamento. Buona parte
delle donne vittime di violenza seguite in questo momento nella provincia di Ancona
presentano caratteristiche tali da riuscire spesso difficilmente a rientrare nei profili di
soggetti svantaggiati oggetto di fondi FSE per borse lavoro e studio, per via ad esempio
di titoli studio non adatti. Il gruppo sta lavorando sulla possibilità di sviluppare
soluzioni alternative / integrative tramite l’accesso ad altri fondi. L’ipotesi è costruire
una rete fra una parte delle istituzioni e delle organizzazioni che fanno parte del
Protocollo per arrivare ad una progettazione europea di buon livello.
La possibilità di riunire attorno allo stesso tavolo, tutti gli attori a vario titolo coinvolti
nelle azioni di contrasto alla violenza alle donne, ha permesso innanzitutto di gettare le
basi per una rete orientata all’operatività ed in secondo luogo ha tracciato una strada
per le azioni da intraprendere nel futuro. È stato molto alto il grado di partecipazione e
di motivazione dei partecipanti, indice di un interesse elevato da parte di tutti gli
operatori e segno di buon auspicio per la realizzazione di un’autentica rete.
PROTOCOLLO PROVINCIA DI ASCOLI PICENO
Il Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a
corredo delle varie azioni realizzate al fine di contrastare il fenomeno della violenza
contro le donne, ha ritenuto opportuno e necessario costituire una rete di servizi intesa
a garantire soccorso e sostegno alle vittime, progetto denominato “Donne in
movimento”.
Sulla base di quanto sopra la Provincia di Ascoli Piceno immediatamente ha aderito al
progetto, di cui la Regione Marche è Ente capofila, facendosi promotrice di un
protocollo locale comportante l’adesione di tutti gli enti, le istituzioni e le
organizzazioni che direttamente ed indirettamente si confrontano sul problema, onde
condividano la medesima strategia e collaborino tra loro interscambiando dati ed
approntando procedure sinergiche.
E’ necessario sottolineare come sebbene la stesura del protocollo non abbia
comportato difficoltà sui contenuti, la sottoscrizione dello stesso da parte di tutti gli
Enti contattati abbia, viceversa, subito vicissitudini e lentezze legate ad una
concomitante serie di recenti variazioni vissute e subite dal territorio.
La Provincia di Ascoli Piceno è stata ridisegnata dopo la creazione della contigua
Provincia di Fermo, vi sono state le elezioni amministrative che hanno comportato
l’insediamento di una diversa coalizione politica con la sostituzione dell’assessore di
riferimento, infine la vacatio dell’incarico prefettizio il cui ruolo è stato coperto solo
recentemente, tutte circostanze che hanno
prodotto non pochi problemi organizzativi.
L’attività del coordinatore si è incentrata, in questa prima fase, nel sollecitare i vari Enti
a visionare la bozza di protocollo a loro inviata in modo da segnalare eventuali
osservazioni ed integrazioni, sul punto si è avuto il decisivo sostegno dell’Assessore
alle Politiche Sociali.
Dopo la definitiva approvazione del protocollo da parte della Giunta Provinciale di
Ascoli Piceno nei primi mesi del corrente anno, si è finalmente addivenuti alla
sottoscrizione dello stesso da parte delle principali autorità incidenti sul territorio,
ovvero, oltre ovviamente dal rappresentante della Provincia, dal Prefetto, dal Questore,
dal Comandante dell’Arma dei Carabinieri (con riserva per motivi burocratici), dal
Direttore dell’Asur n. 12, dal Direttore dell’Asur n. 13, dal Presidente dell’Ordine dei
Medici Chirurghi.
Raggiunto questo obiettivo primario, lo scrivente si adopererà, nei limiti dei poteri e
nei tempi consentiti, nell’evitare che il protocollo rimanga un atto statico ed
infruttuoso, mentre dovrebbe e deve essere il documento propedeutico alla creazione
di un tavolo operativo a cui dovranno partecipare gli Enti sottoscrittori, possibilmente
allargandolo ad altre realtà locali, tramite propri referenti che daranno esecuzione
concreta alle operazioni contro la violenza ed alle relative strategie da applicare nel
territorio.
Non si deve dimenticare infatti come il problema della violenza sulle donne non possa
essere affrontato solo dal punto di vista repressivo e giudiziario, ma anche e
soprattutto da quello politico e culturale, problema che merita grandissima attenzione
atteso come il fenomeno sia in espansione per la presenza nel nostro territorio di
immigrati con culture diverse e con gli ovvi traumi di inserimento, ma anche per una
recrudescenza barbarica di una società che mostra pericolosi segnali di malesseri
relazionali.
La realizzazione del protocollo non può quindi che essere vista in maniera positiva,
l’auspicio è che il lavoro effettuato, i contatti instaurati, l’esperienza accumulata ed i
consolidati risultati raggiunti, siano da stimolo presso i competenti organi politici ed
amministrativi giacché non venga disperso quanto sedimentato e si proceda, mutatis
mutandis, su questo percorso.
LA PROVINCIA DI MACERATA
ASSESSORATO PARI OPPORTUNITÀ
Da un recente rapporto Istat, risulta che sono poco meno di 7 milioni le donne, in
un’età compresa tra i 16 ed i 70 anni, che hanno subito violenza. Si tratta di violenza
fisica, psicologica e sessuale, che va dalle minacce ad atti violenti, dalle forme più lievi a
quelle più gravi. Ciò che emerge è che si tratta in molti casi di violenza effettuata dal
partner o dall’ex partner e che nel 95% dei casi non viene denunciata e molto spesso
neppure confidata. Nella consapevolezza che la violenza contro le donne è una
problematica che non ha confini territoriali e che interessa anche la realtà maceratese,
l’Assessorato alle Pari Opportunità della Provincia di Macerata ha avviato da tempo la
realizzazione di un Piano di attività, volto a colmare le lacune nella rete dei servizi e
nella cultura degli operatori e a sviluppare la cooperazione tra istituzioni e società
civile.
Il primo e più importante risultato è stato l’apertura di un centro di ascolto e di
consulenza.
Tutto ciò è stato possibile attraverso il progetto DIM (Progetto finanziato dalla
Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le Pari Opportunità nel corso
del 2009). Il Centro Antiviolenza è finalizzato a sostenere, sia dal punto di vista
psicologico che legale, le donne che subiscono forme di violenza domestica attraverso
interventi di mediazione. Attualmente gli interventi svolti dal Centro comprendono
percorsi complessi e integrati con il territorio, grazie anche al consolidamento e alla
costituzione di una rete, di servizi condivisi, in particolare per quanto riguarda i casi di
violenza che negli anni sono aumentati in modo significativo.
Alla luce del progetto DIM, che prevedeva di affrontare la questione della violenza
attraverso un progetto che potesse aiutare concretamente le donne, si è deciso di
mettere in rete tutti coloro che a vario titolo si occupano del problema. Nel corso del
2009, al termine di un progetto formativo per sostenere e sviluppare una rete di attori
territoriali di varie culture organizzative e professionali al fine di elaborare obiettivi e
metodologie di lavoro condivise per la prevenzione della violenza di genere e la tutela
delle vittime, è stato stipulato un Protocollo d’intesa su iniziativa dell’Assessorato alle
Pari opportunità della Provincia di Macerata. Enti e istituzioni che hanno aderito al
protocollo hanno iniziato dunque a lavorare in rete, puntando soprattutto sugli aspetti
rivolti al personale deputato a trattare questo genere di problematica. Un tema, questo,
particolarmente importante perché vuole offrire gli strumenti adatti per un protocollo
di intervento che sia omogeneo sul territorio. Oltre alla Provincia di Macerata, hanno
aderito il Comune di Macerata, il Comune di Cingoli, il Comitato Pari Opportunità
Ordine degli Avvocati di Macerata, l’Associazione Nazionale Carabinieri in Congedo
sezione di Macerata, l’ASUR Marche zona territoriale 10 di Camerino, l’Associazione di
volontariato il Lume di Treia, la Cooperativa sociale
ONLUS P.A.R.S. di Civitanova Marche. In ogni caso, se dovessero ravvisarsi esigenze di
ampliamento ad altri soggetti, il protocollo potrà essere esteso anche a nuovi soggettipartner. Il protocollo ha valorizzato e ufficializzato un lavoro di rete territoriale; tale
lavoro, la sensibilizzazione, la formazione dei partecipanti e l’impegno delle istituzioni,
hanno prodotto importanti sensibilizzazioni nel contesto socio-culturale ai fini di una
differente analisi della violenza.
Il nuovo strumento si inserisce in un territorio che vede gli organismi della Provincia
promuovere azioni di sensibilizzazione pubblica per contrastare il fenomeno,
diffondendo una cultura che riconosce la differenza come valore. I momenti di
confronto organizzati dalla Provincia sono stati ritenuti da tutti i partecipanti utili
strumenti per accrescere le competenze sul fenomeno e creare comuni metodologie di
lavoro. Ritenendo necessaria una chiara formalizzazione degli accordi e dei ruoli dei
soggetti che hanno inteso aderire alla rete, il Protocollo stipulato si articola in 6 macropunti. La finalità è quella di realizzare collaborazioni stabili tra istituzioni e
organizzazioni del territorio, per arrivare alla costituzione di un sistema integrato di
servizi in grado di affrontare, pur nella specificità delle loro funzioni, il fenomeno della
violenza con modalità condivise e obiettivi comuni. I principali obiettivi definiti, sono
stati:
– porre in essere ogni attività utile e necessaria per promuovere azioni di contrasto alla
violenza e volte al riconoscimento del valore della persona umana;
– predisporre gli strumenti per una programmazione e gestione integrata e coordinata
di interventi in favore delle donne e in particolare delle donne e dei loro figli minori
vittime di violenza;
– promuovere campagne di informazione su tutti i servizi che si occupano del
fenomeno e di sensibilizzazione contro ogni tipo di reazione violenta;
– organizzare interventi di confronto comune e scambio di informazioni;
– coordinare e incrementare la raccolta dei dati sulla violenza;
– sostenere l’applicazione della legge di protezione ed introdurre le problematiche
relative al fenomeno della violenza all’interno della programmazione politica
territoriale.
Il Protocollo ha carattere sperimentale e riguarda tutto il territorio provinciale. Oltre ai
soggetti firmatari è aperto a tutti gli organismi che vogliano partecipare agli interventi
descritti. In questo periodo non sono mancati momenti di confronto con gli organi di
informazione allo scopo di verificare azioni di intervento e risultati conseguiti. Durante
gli incontri è emerso come siano in crescita le denunce da parte delle donne
maltrattate, benché si tratti ancora solo dell’emersione del grave problema.
Ma l’intervento non si dovrà limitare a questo. Con lo scopo di garantire un percorso di
uscita a tutte le donne che hanno subito violenza, si intende sviluppare ulteriori gruppi
di lavoro tematici, all’interno dei soggetti firmatari del protocollo di intesa. Ad esempio
con i presidi ospedalieri, con le forze dell’ordine, con gli ambiti territoriali, consultori e
enti locali, per definire le linee guida generali per la corretta presa in carico delle
donne che subiscono violenza. Proprio per dare attuazione concreta al Protocollo, sarà
pianificata un’intensa attività informativa nella consapevolezza che ciascuno di loro
può avere un ruolo fondamentale nell’individuare i segnali di violenza e nell’aiutare le
vittime a trovare il coraggio e la forza di chiedere aiuto. Facendo tesoro dell’esperienza
pluriennale di alcuni centri di eccellenza a livello nazionale, che dimostra quanto il
personale sia importante per aumentare la capacità di rilevare i casi di violenza, sarà
importante avviare una azione formativa specifica, rivolta a chi concretamente ha il
compito di applicare quanto previsto dal Protocollo.
LA PROVINCIA DI PESARO E URBINO
la Provincia di Pesaro e Urbino, alla luce della situazione nazionale intende aderire al
protocollo con la Regione Marche e promuovere localmente azioni e strategie di
intervento al fine di contrastare e prevenire la violenza alle donne e la violenza di
genere.
VISTA
la disponibilità a promuovere azioni e strategie di intervento in materia di contrasto e
prevenzione della violenza nei confronti delle donne dei soggetti istituzionali qui di
elencati: Comune di Pesaro, Comune di Urbino, Comune di Fano, Azienda Ospedaliera
San Salvatore di Pesaro, ASUR Zona Territoriale 1 Pesaro, ASUR Zona Territoriale 2
Urbino, ASUR Zona Territoriale 3 Fano, Omop -Ordine dei Medici Chirurghi della
Provincia di Pesaro e Urbino, Ufficio Scolastico Provinciale di Pesaro e Urbino,
Consigliera di Parità Provinciale; a necessità di regolamentare le azioni e le strategie di
intervento attraverso la stipula di apposito protocollo d’intesa tra i soggetti firmatari
summenzionati;
TENUTO CONTO
Che se nel corso di esecuzione del presente protocollo dovessero ravvisarsi esigenze di
ampliamento dello stesso ad altri soggetti, il presente documento potrà essere esteso a
nuovi partner;
VALUTATO
Che
– è necessaria una collaborazione ed una sinergia tra tutti i soggetti che hanno il
compito e/o l’interesse di attivare azioni contro la violenza alle donne;
– è indispensabile affrontare la violenza sulle donne come grave problema sociale che
deve essere fronteggiato e debellato attraverso un impegno congiunto sul piano
politico/culturale anche attraverso interventi e azioni di tipo operativo;
– occorre che i vari livelli Istituzionali e i soggetti privati attivi sul territorio, firmatari
del presente protocollo, si impegnino ad effettuare azioni in sinergia, ognuno per la
propria competenza, per la creazione di una rete per combattere la violenza;
– con il presente protocollo viene istituita una rete antiviolenza che coinvolge gli
organismi firmatari per l’avvio di azioni comuni volte alla definizione di un piano
strategico che operi sia a livello provinciale che locale;
– viene altresì istituito un tavolo di lavoro antiviolenza, composto dai soggetti della
rete con il compito di programmare ed attuare azioni contro la violenza sulle donne;
– il tavolo di lavoro antiviolenza avrà, tra i suoi compiti quello di definire un Piano di
azione provinciale;
I soggetti firmatari del presente protocollo
SI IMPEGNANO A
porre in essere ogni attività utile e necessaria per promuovere azioni di contrasto alla
violenza e volte alla riconoscimento del valore della persona umana; in particolare:
creare un piano di azione provinciale che preveda strategie e metodologie di lavoro
condivise al fine di conoscere e contrastare i vari aspetti del problema con particolare
attenzione alla violenza in ambito famigliare e nelle relazioni affettive.
Il Piano di azione indicherà:
– le Azioni di informazione e di sensibilizzazione per sviluppare una cultura più attenta
al problema;
– i Percorsi formativi e specialistici per affrontare la complessità del fenomeno,
preparare e adattare i ruoli e le persone;
– le azioni da concertare con gli Istituti scolastici territoriali;
– le azioni per monitorare il fenomeno sul territorio attraverso indagini e raccolta dati;
– le azioni per monitorare e valutare l’impatto e i risultati delle azioni intraprese;
– le azioni necessarie alla creazione della rete dei servizi idonei alla tutela e alla presa
in carico dei soggetti;
– i soggetti pubblici e privati da coinvolgere;
– le azione per potenziare e valorizzare i servizi e i progetti esistenti;
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§ 1 - Comune di Roseto degli Abruzzi