Quaderni
del
Liceo Orazio
N. 4
Anno Scolastico 2013/2014
Liceo ginnasio statale Orazio
ROMA
1
Questa pubblicazione
è stata curata
da Mario Carini
2
INDICE
Introduzione……………………………………………………………
5
SEZIONE DOCENTI
MARIO CARINI, “Accadde domani” in Italia: cronache
immaginarie del nostro Paese tra ucronia e fantapolitica……….
11
ROBERTO CETERA, Lettera aperta a Papa Francesco…………..
77
ANNA MARIA ROBUSTELLI, Troppo spaventata per piangere:
le poesie di Ali Cobby Eckermann……………………………………
81
ANNA MARIA ROBUSTELLI – ANNA PAOLA BOTTONI, Appunti
su un percorso di letture nel biennio: la vergine perseguitata
nella narrativa del Settecento e dell’Ottocento……………………
95
MARIA ASSUNTA ROSSI, Ipazia e Cirillo d’Alessandria………
107
AMITO VACCHIANO, CIVIS ROMANUS SUM! Riflessioni sulla
cittadinanza a Roma tra storia e letteratura…………………….…..
111
SEZIONE DIDATTICA
(collaborazioni degli studenti)
Gli alunni della quinta A presentano: In foro Tusculano,
bozzetto di vita quotidiana nell’antica Roma ideato e diretto
dal prof. Amito Vacchiano………………………………………
Refugees Situation in South Sudan, relazione dell’alunna
3
131
Gaia Antonia Santacroce, classe V L, partecipante al progetto
“Model United Nations”………………..………………………..
137
Prof. Stefano De Stefano, Progetto regionale “Geografia
della memoria nel Lazio”: l’impegno dell’Orazio………………...
145
Sulla esplorazione di modelli matematici utilizzando Excel,
ricerca dello studente Alessio Torti (classe III C)……………….
149
Miscellanea di matematica, a cura del prof. Maurizio
Castellan………………………………………………………….
163
4
INTRODUZIONE
Le pubblicazioni del Liceo Orazio si vanno configurando con il
passare del tempo come una tradizione della scuola, un aspetto
connotativo che la contraddistingue fra i pochi licei romani che si
impegnano in progetti di auto editoria. È pur vero che tutti i progetti e
tutte le iniziative scolastiche sono espressioni della creatività, intesa
come la capacità di ripensare in modo originale, di proporre in modo
nuovo, da diverse angolature aspetti del sapere. Niente, tuttavia, come
una pubblicazione scolastica, ove la scrittura si fa al servizio della
ricerca, dell’approfondimento, del lavoro svolto in classe, è in grado di
costruire realtà totalmente nuove e autonome.
Proprio uno degli obiettivi che contribuiscono a formare il profilo dei
nostri alunni, alla fine del percorso di studi, è la creatività, oggi così
richiesta fra le competenze lavorative. E per creatività intendiamo
ripensare, rielaborare le esperienze di studio, le pagine lette, le
esperienze vissute o incontrate nei testi. È questa, in fondo, la finalità
dei “Quaderni”, pagine che affiancano alunni e docenti impegnati nel
medesimo sforzo di studio, nella medesima passione, nella stessa
curiosità con cui guardare alla vita e alla cultura, in una parola all’uomo
come persona. I “Quaderni” da anni portano la firma di chi scrive gli
articoli, colleghi impegnati nella didattica e nella ricerca, ma se fosse
possibile mi piacerebbe che contenessero le firme di tutti noi docenti del
liceo. Ogni articolo o contributo pubblicato trasmette, a ben vedere,
idee, pensieri, proposte che, se nella stesura sono riferibili al singolo, nel
complesso ben esprimono il clima di lavoro e di impegno culturale della
nostra scuola. Le pubblicazioni sono dunque espressione di creatività e
passione. perché la vera creatività crea legami di partecipazione e niente
più della pagina scritta lega autore e lettore. E, quanto alla passione che
anima gli autori pubblicati nei “Quaderni”, vogliamo fare nostra questa
bella citazione, che abbiamo trovato in un articolo, apparso su “Nuova
Secondaria”, della prof.ssa Carla Xodo, docente dell’Università di
Padova, sul caso di noti e apprezzati studiosi dell’area umanistica,
5
recentemente scomparsi, usciti da percorsi scolastici non liceali:1 “Nulla
ha valore di ciò che non può essere fatto con passione. E tutto ha valore
se viene fatto con passione” (Max Weber).
Questo quarto numero dei “Quaderni del Liceo Orazio”, che esce nel
corrente anno scolastico 2013-2014, è diviso nelle due consuete parti, la
“Sezione docenti” e la “Sezione didattica”, che contiene le collaborazioni degli studenti. Alla “Sezione docenti” hanno collaborato i
seguenti professori: il sottoscritto, con “Accadde domani” in Italia:
cronache immaginarie del nostro Paese tra ucronia e fantapolitica; il
prof. Roberto Cetera, docente di religione, con la sua Lettera aperta a
Papa Francesco; la prof.ssa Anna Maria Robustelli, che per molti anni
ha insegnato lingua e letteratura inglese nella nostra scuola, con il suo
saggio Troppo spaventata per piangere: le poesie di Ali Cobby
Eckermann; le prof.sse Anna Maria Robustelli e Anna Paola Bottoni con
gli Appunti su un percorso di letture nel biennio: la vergine perseguitata
nella narrativa del Settecento e dell’Ottocento; la prof.ssa Maria
Assunta Rossi, addetta alla biblioteca della scuola, con Ipazia e Cirillo
d’Alessandria; il prof. Amito Vacchiano, docente di latino, con CIVIS
ROMANUS SUM! Riflessioni sulla cittadinanza a Roma tra storia e
letteratura.
La “Sezione didattica (collaborazioni degli studenti)” comprende i
seguenti lavori: In foro Tusculano, un bozzetto di vita quotidiana nell’antica Roma recitato in latino dagli studenti della classe V A (in
occasione dell’Open Day del 18 gennaio 2014, nella sede di via Isola
Bella) e ideato e diretto dal prof. Amito Vacchiano; Refugees Situation
in South Sudan, una relazione dell’alunna Gaia Antonia Santacroce,
classe V L, che ha partecipato al progetto “Model United Nations”; la
relazione del Prof. Stefano De Stefano sul Progetto regionale
“Geografia della memoria nel Lazio”: l’impegno dell’Orazio; la ricerca
dello studente Alessio Torti (classe III C), Sulla esplorazione di modelli
matematici utilizzando Excel. Chiude la sezione, come di consueto, la
Miscellanea di matematica, a cura del prof. Maurizio Castellan.
Ringraziamo, per concludere, tutti coloro che hanno collaborato
alla riuscita di questo quarto numero e il nostro Dirigente Scolastico,
1
Carla Xodo, Non solo con il liceo…, in “Nuova Secondaria”, n. 7, marzo 2014, p.
10.
6
prof. Massimo Bonciolini, che ha sostenuto anche quest’anno,
moralmente e finanziariamente, la presente iniziativa. E affidiamo
queste pagine alla paziente indulgenza dei lettori, che vorranno
perdonare gli eventuali errori e imprecisioni.
Roma, 12 marzo 2014
Mario Carini
7
Mentre il volume era in corso di stampa abbiamo appreso della
improvvisa scomparsa della collega prof.ssa Adriana de Nichilo. Vogliamo
ricordare questa nostra collega e collaboratrice, immaturamente venuta a
mancare, con la poesia che volle dedicare alla sua cara sorella Paola:
PER PAOLA
Compagna di giochi
fidata confidente
mite
indifesa
creatura
perché te ne sei andata
con le nostre bambole
e le nostre risate
lasciandomi nel silenzio
di un mondo vuoto?
Inconsapevole
che stavi per lasciarmi,
non ti potrò accompagnare
nel tuo viaggio misterioso.
Vigilare,
avrei dovuto vigilare
sul tuo dolore.
Sorella
del cuore
io vivo con te
e vorrei che tu fossi in eterno
conforto sapiente
di ogni mia pena.
Adriana de Nichilo
8
Sezione docenti
9
10
MARIO CARINI
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“Accadde domani” in Italia: cronache immaginarie
del nostro Paese tra ucronia e fantapolitica
1) Eventi immaginari di una “fantastoria” italiana. Forse più che
in qualsiasi altro Paese del mondo, la storia politica e civile dell'Italia, a
partire dal secondo dopoguerra, è stata vistosamente condizionata dal
confronto ideologico (che spesso è divenuto scontro acceso, ma mai è
trasceso nelle forme della guerra civile), tra i due grandi partiti di massa,
formatisi dopo la fine della dittatura fascista, ossia la Democrazia
Cristiana e il Partito Comunista. Gli accordi di Yalta, che comportavano
la rigida spartizione dell’Europa in sfere d’influenza, non permettevano
che un paese occidentale si trasformasse in uno stato satellite dell’Unione Sovietica né che alcuna delle cosiddette “repubbliche popolari”,
ove vigeva il socialismo reale, potesse mutare campo e passare nelle fila
della NATO. L’Italia, perciò, pur conoscendo momenti di aspro confronto, che, in alcune occasioni, quasi sfociò nella guerra civile (si pensi,
per esempio, alla travagliata estate del 1960, con la rivolta di Genova in
occasione del congresso del MSI, e alla caduta del governo Tambroni,
un monocolore democristiano che si reggeva anche sui voti missini), e
pur avendo attraversato il terribile periodo del terrorismo rosso e nero
(gli “anni di piombo”, con le tragiche imprese delle BR, dei NAP, di
Prima Linea, e, a destra, dei NAR), è rimasta sostanzialmente stabile
nelle sue istituzioni e nella sua società, che non hanno conosciuto
improvvisi e traumatici cambiamenti. Del resto anche il passaggio, con
Tangentopoli, dalla Prima alla Seconda Repubblica, pur ricco di
impressionanti eventi di cronaca1 e conclusosi con la sparizione di fatto
Due avvertenze al lettore: anzitutto tengo a chiarire che, nonostante nel presente
lavoro si faccia continua menzione di uomini politici e partiti, realmente esistiti e
altamente rappresentativi nella storia del nostro Paese, non ho inteso affatto
esprimere giudizi di valore sul loro operato e sulla loro ideologia. In secondo luogo,
11
dei due maggiori partiti di governo, la Democrazia Cristiana e il Partito
Socialista,2 non ha sostanzialmente comportato un mutamento violento
del sistema sociale e politico.
Le istituzioni politiche italiane, dunque, nelle varie fasi storiche dal
dopoguerra, ad oggi, sono rimaste sostanzialmente intatte e hanno assicurato agli Italiani la libertà e la democrazia: una sostanziale e forse
insperata stabilità del nostro Paese, ad onta del carattere passionale degli
Italiani, che ha tra le sue concause certamente la maturità politica del
nostro popolo e la sostanziale prudenza alla quale i partiti della maggioranza e quelli dell’opposizione hanno improntato i loro rapporti.
Rapporti spesso tesi, anche aspri, ma che mai, possiamo dire, sono
trascesi all’esasperata e fanatica ostilità o alla demonizzazione e delegittimazione dell’avversario (sempre il partito vincitore nelle elezioni
politiche è stato riconosciuto come legittimato a governare dall’avversario sconfitto). Onore al merito dei nostri tanto vituperati leader
politici, alla loro moderazione e saggezza, per questo aspetto: mai, va
loro riconosciuto, hanno permesso che la contesa politica degradasse
alla guerra civile, assicurando la pace nel presente e consegnando un
Paese in pace, pur in preda alla pesantissima crisi economica che tutti
conosciamo, alle future generazioni.3 Ma che cosa sarebbe accaduto se
gli eventi avessero preso un’altra strada? Ossia se i nostri leader politici
fossero stati meno accorti e prudenti, si fossero lasciati trascinare dalla
passione, ben oltre i limiti della polemica politica? E cosa sarebbe
poiché non è mia abitudine citare di seconda mano, preciso che tutte le citazioni e i
riferimenti bibliografici che compaiono nelle pagine seguenti, nel testo e nelle note,
sono tratti da opere in mio possesso, che ho consultato personalmente e puntualmente (M. C.).
1
Come il suicidio di Gabriele Cagliari, presidente dell’ENI, e quello del finanziere
Raul Gardini, il primo avvenuto in carcere il secondo nella propria abitazione.
2
Il cui leader Bettino Craxi, già presidente del Consiglio dal 1983 al 1987, per
evitare la detenzione in carcere, si rifugiò ad Hammamet, in Tunisia, ove morì nel
2000. Sull’uomo politico socialista vd. Massimo Pini, Craxi.Una vita, un’era
politica, Mondadori, Milano 20062.
3
È quanto riconosce a De Gasperi e Togliatti, che concorsero da sponde opposte a
non far uscire il paese dai binari della legalità democratica, il giornalista Gianni
Rocca nella sua sintesi storica Caro revisionista ti scrivo…, Editori Riuniti, Roma
1998, p. 144.
12
accaduto se determinati eventi, che fortunatamente non si sono
verificati, si fossero invece verificati? O altri che si sono verificati, non
si fossero verificati? Insomma, quale sarebbe stato il destino del nostro
Paese se la sua storia passata fosse stata diversa da quella che è stata?
Come si sarebbe svolta una diversa storia dell’Italia, una storia
alternativa? Difficile, ma non impossibile rispondere. E’ anzitutto ovvio
che formulare una domanda del genere significa abbandonare il campo
della storia fattuale e reale per entrare nel campo della storia fatta con i
“se”, della storia puramente ipotetica, immaginaria. Riflessioni del
genere, va premesso, sono gravate dal pregiudizio popolare della storia
che non si fa con i “se”, peraltro esplicitato dalla famosa condanna di
Benedetto Croce, a proposito della storia immaginaria, considerata quale
“inutile trastullo dell’intelletto”.4 Eppure, quasi a smentire le parole del
grande filosofo italiano, è nato in questi ultimi decenni un vero e proprio
campo di riflessione tra gli storici e politologi, che ha peraltro fornito
spunti e occasioni anche ai romanzieri per elaborare pregevoli trame
narrative: l’ucronia. L’ucronia, com’è noto agli “addetti ai lavori”, è
termine coniato dal filosofo neoilluminista Charles Renouvier (18151903), che in suo romanzo intitolato Uchronie (L’Utopie dans
l’Histoire), pubblicato nel 1876, immaginò quale sarebbe stato il destino
dell’impero romano se, dopo la morte di Marco Aurelio, fosse salito al
trono non il degenere figlio Commodo, ma il saggio e accorto Avidio
Cassio: si sarebbe diffuso lo stoicismo, che innestandosi nel mos
maiorum avrebbe fondato una sorta di religione laica, basata sulle
celebrate virtù dei Romani, e il Cristianesimo sarebbe stato relegato ad
una posizione marginale. Quindi la giustizia sociale, la pace e il
benessere, tutelati da una forte e centralistica organizzazione militare, si
sarebbero diffusi per tutti i popoli dell’impero, e l’Europa, sotto il segno
della romanità, non avrebbe conosciuto né divisioni né guerre.5
4
Benedetto Croce, La storia come pensiero e come azione, Laterza, Roma-Bari
19784, p.19.
5
Quale sarebbe stata la storia d’Europa se l’impero romano fosse sopravvissuto fino
ai nostri giorni, ossia fino al terzo millennio, è la domanda a cui ha risposto la
scrittrice Sophia McDougall con il romanzo Romanitas (trad. di Lorenza Breschi,
Newton Compton editori, Roma 2006), che rappresenta un impero romano
perpetuatosi fino ai nostri giorni, ossia al 2004 (anno 2757 ab Urbe condita), ed
esteso per buona parte dell’orbe terracqueo: in Europa, Russia asiatica, India, Africa
13
Numerosi autori si sono cimentati nel genere della storia alternativa (o
controstoria o storia controfattuale), come Vita Sackville-West, Sinclair
Lewis, Robert Harris, Harry Turtledove, Graham Greene, e i nostri
Morselli, Malaparte, e da ultimo Enrico Brizzi. Persino un famoso
statista come Winston Chruchill ha scritto un racconto immaginando che
la guerra di Secessione americana fosse stata vinta dagli stati sudisti.
Per quanto riguarda l’Italia, abbiamo provato a immaginare alcune
ipotesi di storia alternativa, basate su fatti che non sono mai accaduti.
Questi fatti che abbiamo ipotizzato, però, avrebbero potuto benissimo
verificarsi, perché l’ucronia, trascurando ciò che è assolutamente fantastico, surreale, prodigioso, “miracolistico”, prende in esame soltanto
fatti probabili o almeno verosimili, che però hanno una buona percentuale di possibilità. I fatti ipotizzati costituiscono altresì ipotesi di
fantapolitica, e hanno generato testi narrativi che si collocano tra la
pamphlettistica politica, la satira e la fantapolitica. A ben vedere, però,
al di là dell’aspetto superficialmente e talvolta rozzamente propagandistico i testi che presenteremo nei successivi paragrafi possono
considerarsi anche esempi di narrativa ucronica, proprio perché
postulano situazioni ed eventi storici che non si sono avverati, ma che
avrebbero potuto avverarsi.
I fatti ipotizzati sono i seguenti: la vittoria del Fronte Popolare alle
elezioni del 1948, un “golpe” militare nell’Italia degli anni Settanta, il
processo alla classe dirigente della DC, ossia alla classe dirigente del
Paese negli anni Settanta. Sono tutti ipotetici eventi di una storia immaginaria d’Italia, una storia che non si è verificata ma che avrebbe potuto
avere drammatici sviluppi, molto più turbolenti di quelli registrati nei
cosiddetti “anni di piombo” e poi, all’inizio degli anni Novanta, in quel
turbinio di vicende politico-giudiziarie conosciute come “Tangentopoli”,
che, scoperchiando la corruzione partitocratica, hanno sconquassato il
sistema consociativo di gestione del potere frutto dell’accordo tra DC e
PSI. Gli ipotetici eventi della storia italiana hanno ispirato alcuni
romanzi e racconti che, pur essendo in una certa parte viziati da una
Settentrionale, America (ribattezzata Terranova), Groenlandia. L’autrice però,
immaginando in una trama ingarbugliata un complotto di corte che vuole spodestare
il legittimo imperatore Tito Novio Fausto, non riesce a sfruttare pienamente la
suggestiva idea e fornisce della civiltà romana del terzo millennio una descrizione
molto approssimativa.
14
unilaterale e forse troppo accesa visione ideologica, ci sembrano però
costituire dei buoni esempi di testi a metà tra il genere dell’ucronia e la
fantapolitica. Si tratta di testi ormai invecchiati, risalenti per lo più agli
anni Cinquanta, e in piena sintonia con il clima politico dell’epoca,
caratterizzato dalla Guerra Fredda e dallo scontro ideologico fra l’opposizione di sinistra (il PCI e, almeno per un certo periodo, ossia fino
all’avvento del centrosinistra e all’accordo Moro-Nenni, il PSI suo
alleato) e la Democrazia Cristiana, il partito al governo. Questi scritti
immaginavano cosa sarebbe accaduto nel prossimo futuro, quale sarebbe
stato il domani dell’Italia nel caso del verificarsi degli ipotizzati eventi
storici. Il titolo “Accadde domani”, che abbiamo scelto per questo
nostro lavoro, si spiega perciò col far riferimento a testi di taglio storicopolitico “avveniristico”, ma che ormai appartengono al passato.
Esamineremo, perciò, nei paragrafi seguenti, l’ipotetico svolgimento
di questi tre fatti di “fantastoria” italiana, facendo riferimento ai testi
narrativi (questi, invece, reali), di ucronia e fantapolitica, che sono stati
da essi ispirati.
2) Prima ipotesi. 18 aprile 1948: la vittoria del Fronte Popolare e
il governo Togliatti. Gli accordi di Yalta6 avevano stabilito la rigida
spartizione delle due zone di influenza, nell’Europa liberata dall’occupazione nazista, tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. In virtù di
questi accordi, a cui partecipò come comprimaria degli USA anche
l’Inghilterra, rappresentata al tavolo delle trattative dal primo ministro
Churchill, nessuna delle due superpotenze avrebbe potuto ingerirsi nel
governo di uno degli stati soggetti all’influenza dell’altra né tentare di
influenzarne la politica interna o estera. Se così fosse avvenuto, l’intero
equilibrio raggiunto dagli accordi fissati a Yalta dai tre “Grandi”, ossia
Stalin, Roosevelt e Churchill, sarebbe saltato, con tragiche conseguenze
sulla pace mondiale. Come spiega lo storico Piero Melograni in un suo
penetrante saggio sulle conseguenze che Yalta ebbe riguardo alla
6
A Yalta, sul Mar Nero, si svolse dal 4 all’11 febbraio 1945 la conferenza fra i tre
“Grandi” Roosevelt, Stalin e Churchill, che decise i futuri assetti dell’Europa
liberata dai nazisti. Essa fu preceduta dall’accordo Churchill-Stalin dell’ottobre
1944, per la spartizione delle sfere di influenza nei Balcani. Vd. Arthur Conte, Jalta
o la spartizione del mondo (Yalta ou le partage du monde, 1964), trad. di Maria
Sgarzi, Gherardo Casini Editore, Roma 1968.
15
politica italiana, “la spartizione dell’Europa in sfere di influenza
avrebbe potuto cessare soltanto a causa di eventi eccezionali, come una
nuova guerra, una crisi economica di grandi proporzioni o un ritorno
degli Stati Uniti all’isolazionismo. Ma l’evento eccezionale, capace di
escludere l’Italia dalla sfera occidentale non si produsse”.7 Gli Stati
Uniti e l’Unione Sovietica interpretarono sempre rigidamente i raggiunti
accordi di Yalta, i primi astenendosi dall’aiutare concretamente i paesi
dell’Europa orientale a sottrarsi al dominio sovietico, attuato con la
complicità delle cosiddette “democrazie popolari” (i regimi instaurati
dai “liberatori” sovietici nei paesi dell’est), i secondi evitando di fomentare o appoggiare una rivoluzione comunista nei paesi dell’Europa
occidentale. Vigeva dunque un patto di reciproca astensione, la cui
violazione avrebbe compromesso la pace in Europa: se, per esempio,
fossero andati al potere i comunisti in Italia o in Francia, gli Stati Uniti
avrebbero organizzato movimenti rivoluzionari anticomunisti in Polonia
o in Ungheria. Perciò il capo dei comunisti italiani, Palmiro Togliatti, fu
sempre molto prudente e addirittura restìo di fronte all’ipotesi di
riprendere la lotta armata in Italia (vi erano ancora, intatti ed in perfetta
efficienza, i depositi di armi custoditi dai partigiani delle Brigate
Garibaldi), per completare quel processo iniziato con la Resistenza, che
avrebbe dovuto portare, nell’ottica dei capi estremisti come Pietro
Secchia, la classe operaia al potere e realizzare anche in Italia una
rivoluzione socialista.
V’è comunque da dire che la collaborazione offerta da Togliatti e dai
comunisti ai governi di Badoglio (con la cosiddetta “svolta di Salerno”),
Bonomi, Parri e De Gasperi, fino all’estromissione di socialisti e comunisti dal governo degasperiano nel maggio 1947 (quando era ormai già
iniziata la Guerra Fredda), fu sostanzialmente leale e proficua, concorrendo a risolvere importanti questioni che avrebbero creato motivi di
difficoltà alla neonata repubblica italiana.8 Poi le tensioni sopravvenute
con la Guerra Fredda tra blocco occidentale e blocco sovietico
provvidero ad inasprire i rapporti tra i partiti di sinistra, stretti in una
unità di azione (in pratica fino alle aperture di Moro e Fanfani e
7
Piero Melograni, Dieci perché sulla repubblica, Rizzoli, Milano 1994, p. 46.
Come, ad esempio, la questione dei rapporti tra Stato Chiesa: i comunisti votarono
assieme ai democristiani per l’inclusione dei Patti Lateranensi, stipulati tra il
Vaticano e il regime fascista, nella Costituzione repubblicana.
8
16
all’avvento dei governi di “Centrosinistra”, negli anni Sessanta, i
socialisti guidati da Pietro Nenni furono appiattiti nella politica interna
ed estera sulle posizioni del PCI), e la Democrazia Cristiana e i suoi
alleati. Le elezioni del 18 aprile 1948, fatidico appuntamento nella storia
dell’Italia repubblicana,9 segnarono due risultati determinanti per il
destino politico del nostro paese: la sconfitta del Fronte Popolare, la
coalizione socialcomunista guidata da Nenni e Togliatti, e l’emersione
della Democrazia Cristiana come un grande partito di massa, l’unico
vero baluardo contro il comunismo, avvertito sempre più come un
pericolo concreto che minacciava la sicurezza e la libertà. Fiorirono, in
quel tempo e nei decenni successivi, libelli propagandistici che presentavano i comunisti come una potente forza organizzata per asservire
l’Italia agli interessi di Mosca. Basti leggere, come esempio, alcune
righe dell’opuscolo I comunisti non hanno vinto di Luigi Barzini jr.
(1955), che presenta i supposti piani per la conquista del potere da parte
del PCI. La riportiamo per dare l’idea del giudizio che gli elettori di
centro dovevano riservare ai comunisti (ma reciprocamente e assolutamente negativo era quello inculcato agli elettori di sinistra verso la DC
e i suoi alleati, dipinti come le forze della reazione asservite agli
imperialisti americani):
Il Partito Comunista Italiano è una macchina efficiente, disegnata per uno scopo
solo, la conquista del potere. Nella più sicura libertà, con tutti gli aiuti e le garanzie
che offre una costituzione democratica in un paese alla buona, con fondi quali
nessun partito ha mai potuto mettere insieme in Italia, i comunisti si preparano con
impegno e meticolosità scientifica al giorno della “grande spallata”, in cui, se gli
9
Sulle elezioni del 1948 vd.: Luigi Barzini, Le paure d’ieri, Edizioni «Reporter»,
Roma 1968, pp. 109-120; Antonio Gambino, Storia del dopoguerra.Dalla
Liberazione al potere DC, vol. II, Laterza, Roma-Bari 1978, rist., pp. 469-524;
Antonio G. Casanova, Perché il 18 aprile, Edizioni Prospettive nel Mondo, Roma
1980; Giovanni Artieri, Quarant’anni di Repubblica, Mondadori, Milano 1987, pp.
66-74; Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. XI La fondazione della
Repubblica e la ricostruzione. Considerazioni finali, Feltrinelli, Milano 19882, pp.
173-187; Storia d’Italia, a cura di Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto, vol. V La
Repubblica. 1943-1963, Laterza, Roma-Bari 20022, pp. 110-118; Arrigo Petacco, La
scelta, Armando Curcio Editore, Roma 2008, pp. 93-98. Un testo prezioso per la
ricostruzione delle vicende della durissima campagna elettorale è il diario di Giulio
Andreotti, eminente statista e leader DC: Giulio Andreotti, 1948.L’anno dello
scampato pericolo, Rizzoli, Milano 2005.
17
riuscisse, instaurerebbero la dittatura, abolirebbero quella “libertà borghese”, di cui
si sono serviti, perché nessun altro se ne serva contro di loro, metterebbero tutti gli
oppositori in condizione di non nuocere, sia deportandoli, rinchiudendoli nei campi
di concentramento, nelle carceri, o fucilandoli, e includerebbero l’Italia nella sfera
d’influenza sovietica, sotto il controllo dei servizi esteri del Politburo.10
Si andò perciò a votare, per decenni, coltivando due sentimenti
specularmente uguali: la paura, negli elettori di centro, che una vittoria
del PCI gli aprisse le porte per la conquista anche violenta del potere
(anche se questa risultava poi un’ipotesi improbabile, per la collocazione
geopolitica dell’Italia) e il timore, negli elettori comunisti, che una
schiacciante vittoria della Democrazia Cristiana segnasse l’avvento di
una persecuzione
anticomunista, una maccartistica “caccia alle
streghe”.11
L’anticomunismo divenne sempre più, dal 1948 in poi, potremmo dire
fino agli anni Settanta (gli anni del “compromesso storico” e dei governi
di solidarietà nazionale, creati per reagire all’urgenza posta dal terrorismo), una costante della politica della DC (e ovviamente delle destre),
anche se in quel partito le correnti di sinistra erano fautrici di una
strategia di dialogo e attenzione se non verso i comunisti, almeno verso i
socialisti.12 Frutto di quel particolare clima di tensione, che portava da
10
Luigi Barzini jr., I comunisti non hanno vinto, Mondadori, Milano 1955, p. 39.
Il periodo degli anni Cinquanta, così chiamato dal nome del senatore americano
Joseph McCarthy, che produsse una forte censura sugli intellettuali, nonché indagini
e processi tendenti a smascherare e a reprimere le simpatie “comuniste” nella società
americana.
12
I motivi peculiari dell’anticomunismo, il linguaggio e gli slogan usati nella
polemica contro il PCI, i giudizi sui comunisti italiani e sull’Unione Sovietica
invalsi nel dopoguerra sono analizzati nel saggio di Andrea Mariuzzo, Divergenze
parallele.Comunismo e anticomunismo alle origini del linguaggio politico
dell’Italia repubblicana (1945-1953), Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2010.
Sull’evoluzione dell’anticomunismo in seno alla DC, che vedeva nei comunisti un
avversario ma anche un necessario interlocutore, vd. le attente osservazioni di Marco
Follini, in La DC, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 79-102. Possiamo ripetere, con
l’autore, che il dualismo DC-PCI era frutto di quel “bipartitismo imperfetto”
(secondo la definizione di Ernesto Galli della Loggia), su cui poggiava il sistema
politico italiano: “Iniziata nel ’48, la sommaria divisione in due del campo politico
sarebbe sopravvissuta a lungo, praticamente fino al ’92, a dispetto dei periodici
tentativi di incuneare una terza forza tra le due maggiori. Il fatto è che la DC e il
Pci, nonostante le loro reciproche, rispettose prudenze, incarnavano nell’imma11
18
ambo le parti a esagerare, e potremmo dire demonizzare, gli aspetti
negativi dell’avversario, era la propaganda politica, alla quale vanno
ascritti alcuni testi che ben rispecchiano quel clima di aspra
contrapposizione. È bensì vero che l’Unione Sovietica aveva smesso da
tempo, nelle coscienze più avvedute dell’opinione pubblica occidentale,
di essere considerata come quel “paradiso dei lavoratori”, quale era
descritta dalla propaganda comunista. I resoconti di intellettuali europei,
in genere scrittori simpatizzanti di sinistra, come André Gide, Arthur
Koestler, Richard Wright, Ignazio Silone, che avevano avuto modo di
visitare l’URSS nel dopoguerra, costituivano una denuncia chiara e
inequivocabile di come quel paese, sotto la dittatura staliniana, fosse
degradato a un universo totalitario, ove milioni di persone vivevano in
un plumbeo clima poliziesco di paura e oppressione.13 L’anticomunismo, basato su una visione orrorifica dell’URSS agitata come uno
spauracchio davanti agli occhi degli elettori, soprattutto di quelli di
centro, funse quindi per molti anni da deterrente quando gli italiani
erano chiamati al voto: se ne giovò la Democrazia Cristiana, alle cui
fortune elettorali concorse anche la Chiesa, che aveva ripetutamente
condannato (fino a comminare la scomunica, con papa Pio XII) gli
aderenti a una ideologia atea e materialista, nemica della libertà e
dell’uomo.
ginario collettivo degli italiani i due corni di quell’alternativa che un giorno o
l’altro si sarebbe realizzata. Paradossalmente, erano l’espressione dell’anomalia e
insieme dell’aspirazione alla normalità del processo democratico. Condannati a
combattersi, ma anche accomunati da quel loro combattimento. In qualche modo
solidali nella loro stessa inimicizia” (Marco Follini, La DC, cit., pp. 85-86).
13
Ricordiamo, di quegli scrittori, i reportage raccolti nel famoso saggio collettivo Il
dio che è fallito: A. Gide – L. Fischer – A. Koestler – I. Silone – S. Spender – R.
Wright, Il dio che è fallito (The god that failed, 1949), trad. di Giovanni Fei, Claudio
Gorlier, Maria Vittoria Malvano, Anita Rho, Bompiani, Milano 1980. Ma già
qualche anno prima l’ampio memoriale di Viktor Kravchenko, ingegnere minerario
fuggito dall’URSS, aveva reso noto al mondo le atrocità del regime sovietico, le
requisizioni forzate di grano e le terribili carestie nei villaggi dei contadini, le
delazioni, gli arresti illegali, le torture, le deportazioni e le condanne a morte
comminate nella più atroce ingiustizia a centinaia di migliaia di innocenti schiavi e
vittime del terrore staliniano: vd. Victor Kravchenko, Ho scelto la libertà (I chose
freedom, 1946), trad. di C. Dallari, Longanesi & C., Milano 1948, in particolare le
pp. 205-245 e 403-431.
19
Cosa sarebbe accaduto in Italia se nella competizione elettorale
avessero prevalso i partiti di sinistra? Il compito di spiegare le
conseguenze di una ipotetica vittoria del PCI e del PSI alle elezioni del
1948 fu svolto da alcuni pamphlet scritti per l’occasione e successivamente. Quegli opuscoli ormai datati, al di là della funzione di
propaganda che svolsero in quegli anni, possono oggi essere ricordati
come esempi di fantapolitica o “storia alternativa”, perché rappresentano
in modo complessivamente verosimile quello che sarebbe potuto
accadere al popolo italiano in conseguenza dell’avverarsi di un evento
non accaduto nella storia reale: nel caso, se fosse prevalsa la scelta a
sinistra o anche l’astensionismo alla data fatidica del 18 aprile 1948.
Prima di iniziare la nostra rassegna di testi su questo punto ipotetico
della storia d’Italia (una storia alternativa, così come la vogliamo
immaginare), ossia l’ipotetica vittoria del Fronte Popolare alle elezioni
del 1948, ci sembra doveroso menzionare uno scrittore a nostro giudizio
ingiustamente trascurato, se non dimenticato: Giovanni Guareschi
(1908-1968), l’autore della celebre saga di don Camillo e del sindaco
comunista Peppone, personaggi portati sullo schermo, in famosi film
degli anni Cinquanta, da Fernandel e Gino Cervi. Un suo racconto tratto
dalla raccolta Don Camillo e il suo gregge (1953), Tecnica del colpo di
stato, è stato ispirato proprio dalla possibilità di una vittoria dei
comunisti alle elezioni del ’48. Il giorno dopo le elezioni, mentre ancora
si sta svolgendo lo spoglio delle schede, il sindaco Peppone e i suoi
compagni Gigio lo Zoppo, il Brusco, il Bigio e Stràziami, sono riuniti
nella Casa del Popolo di Brescello14 aspettando con ansia i risultati. Un
guasto improvviso alla rete elettrica ha isolato il paese che non riceve
più le notizie via radio. Entra trafelato lo Smilzo, uno dei compagni, ad
annunciare trionfante che il Fronte Popolare ha vinto le elezioni. Gigio
lo Zoppo, comunista dei più duri e spietati, chiede che prima di
festeggiare la vittoria si prepari la lista dei “nemici reazionari e
borghesi” da far fuori, il primo dei quali è proprio don Camillo. Pur
riluttante, Peppone acconsente, ma trova il modo di porre mille ostacoli
14
Il paese della Bassa parmense dove sono ambientate le avventure di Peppone e
don Camillo. Su Guareschi vd.: Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro, Giovannino
Guareschi, Edizioni Piemme, Casale Monferrato (Al) 2008; Beppe Gualazzini,
Guareschi, I Libri di Libero, Firenze 2008; Guido Conti, Giovannino Guareschi.Un
umorista nel lager, Rizzoli, Milano 2014 (I ed. 2008).
20
al progetto di epurazione sanguinaria di Gigio lo Zoppo, che vorrebbe
subito mettere in pratica la “giustizia proletaria”. Tenuto a stento a freno
lo Zoppo, Peppone con una scusa esce e corre in canonica ad avvertire
don Camillo di mettersi in salvo, se ci tiene alla pelle. Mentre il sindaco
trafelato scongiura il prete di scappare via dal paese, si ode bussare alla
porta della canonica. Peppone corre a nascondersi ed entra un altro dei
compagni, il Brusco, che avverte don Camillo di tagliare subito la corda.
Bussano ancora alla porta, ed ecco un altro compagno, il Bigio, che
avvisa nell’identica maniera don Camillo. Si bussa ancora, ed è la volta
di Stràziami, anch’egli sollecito della sorte del parroco. Don Camillo
però non ne vuole sapere di abbandonare al loro destino i suoi parrocchiani, che tra poco saranno esposti all’epurazione dei comunisti.
Mentre Peppone sta per afferrare don Camillo per legarlo e caricarlo a
forza sul barroccio, ritorna a funzionare la radio che annuncia i veri
risultati. Di fronte alla netta vittoria della Democrazia Cristiana, Peppone commenta alla fine rabbiosamente:
«La gramigna non si estirpa mai» disse con rabbia. «L’avete scampata anche
questa volta!» «Anche voi l’avete scampata» rispose calmo don Camillo. «Dio sia
lodato.»15
Il racconto mostra gli ingredienti tipici della narrativa di Guareschi,
dai più considerato, a torto a nostro giudizio, uno scrittore di secondo
ordine se non un volgare polemista di estrema destra. Il paese di
Brescello, un fantasioso microcosmo dell’Italia degli anni Cinquanta,
vive il clima dello scontro ideologico provocato dalla Guerra Fredda e
incarnato nelle figure del sindaco comunista e del parroco decisamente
avverso ai rossi. Ma questo scontro non degenera mai nell’odio ideologico (da cui peraltro il Guareschi si tenne sempre ben lontano, anche
nel furore della polemica contro il PCI, e pur prendendo di mira i comunisti come tipi umani – i celebri “trinariciuti” –)16 giacché i due avver15
Giovanni Guareschi, Don Camillo e il suo gregge. Mondo piccolo, Rizzoli,
Milano 200127, p. 50.
16
Come osserva opportunamente Giovanni Lugaresi, in In viaggio verso la libertà,
intr. a Giovanni Guareschi, Mondo Candido 1946-1948, Rizzoli, Milano 1992, p.
VIII. Il clima dei racconti guareschiani, rispecchiando quello degli anfratti profondi,
delle stanze riposte della società italiana, sembra anticipare il “compromesso
storico”: così Angiolo Bandinelli, La satira politica e i vignettisti, in Premi
21
sari, pur fieramente rivali, si rispettano sempre e, quando è necessario, si
aiutano anche (“la rivalità tra Peppone e don Camillo si alimentava più
della loro somiglianza che della loro lontananza”, nota acutamente il
Follini, che ben coglie “la doppiezza di quell’antagonismo, il legame
intessuto e frammisto alle più drammatiche rotture”).17 Così, anche nel
caso di una progettata sanguinosa epurazione, triste effetto di una
ipotetica vittoria comunista previsto dall’anticomunista Guareschi, v’è
chi provvede all’incolumità del parroco, pur se milita in un partito ateo e
anticlericale. Più evidente appare il recupero dei comunisti sul piano
umano, addirittura il loro riscatto come patrioti, nel racconto L’ “Occhio
di Stalin” (1960), ove Guareschi, per una volta, accantona la polemica
sui “trinariciuti”: l’improvvisa invasione sovietica dell’Italia. e quindi
delle terre emiliane, vede Peppone e i suoi compagni combattere, coraggiosamente e inaspettatamente, fianco a fianco con don Camillo contro i
nemici invasori, finché i due non vengono trucidati dal fuoco delle
mitragliatrici russe. L’anima di don Camillo vola in cielo a ricevere il
giusto Premio, ma anche per Peppone, del tutto inaspettatamente, si
aprono le porte del Paradiso. L’infinita misericordia di Dio ha salvato
anche il comunista Peppone, “un povero cretino vittima della propaganda” (come nell’aldilà lo chiama don Camillo), ma in fondo un
brav’uomo. Si tratta però soltanto di un sogno, come scopre don
Camillo, che viene risvegliato dalla sgradevole “vociaccia” di Peppone,
che conciona contro i preti.18 Forse il racconto esprimeva il segreto
auspicio, proprio da parte di un anticomunista feroce come Guareschi e
ben prima dei tempi del “compromesso storico”, che i comunisti fossero
tutt’altro che i “servi di Mosca”, ovvero una forza politica sinceramente
patriottica, e dunque si potesse assieme convivere, ragionare e
confrontarsi lealmente, magari cercare soluzioni comuni per il bene
della società e del Paese?
Altri testi mostrano però un prosieguo degli eventi certamente assai
meno rassicurante, soprattutto per quegli italiani non favorevoli o
apertamente ostili al comunismo. Il primo di questi scritti che
Internazionali Ennio Flaiano, La satira in Italia dai Latini ai giorni nostri, Atti del
Convegno nazionale, Pescara 9-10-11 maggio 2002, EDIARS, Pescara 2002, p. 176.
17
Marco Follini, La DC, cit. p. 80.
18
Giovanni Guareschi, L’ “Occhio” di Stalin, in Id., Ciao, don Camillo, Rizzoli,
Milano 1996, pp. 492-508 (il racconto uscì sul “Candido”, n. 41, 9 ottobre 1960).
22
ricordiamo è Non votò la famiglia De Paolis, di Donato Martucci e
Uguccione Ranieri, pubblicato proprio alla vigilia dello scontro
elettorale del 1948.19 La storia, a cui i due autori danno un’apprezzabile
forma letteraria di romanzo epistolare, è quella di un professore ingenuamente ottimista, Gualtiero De Paolis, che il giorno delle elezioni, il
18 aprile, invece di compiere il suo dovere di elettore se ne va a
villeggiare con la famiglia a Frascati, dalla suocera. Qualunquismo
irresponsabile, quello del De Paolis: quel piccolo gesto, imitato da
milioni di altri italiani, provoca la temuta conseguenza. Le elezioni sono
vinte con larga maggioranza dal Fronte Popolare, quindi PCI e PSI
formano il nuovo governo (guidato nominalmente dal socialista
Giuseppe Romita, nella realtà da Togliatti e Nenni)20 che in un anno
stravolge completamente la vita del Paese, instaurando un regime degno
dell’est Europa. Il professore, che lentamente si rende conto dell’incubo
in cui è precipitata l’Italia, scrive a un suo conoscente di Caracas una
serie di lettere che danno conto dei graduali cambiamenti in peius: si
susseguono così dapprima una vasta epurazione generale delle Forze
Armate, di Polizia e Carabinieri e degli impiegati statali, poi, per
l’introduzione di una economia socialista, cominciano a scarseggiare,
fino a risultare introvabili se non al mercato nero, i generi di lusso come
il caffè. Quindi è la volta dei generi di largo consumo, e perfino del
grano, che deve essere importato dall’URSS. In cambio, nell’Unione
Sovietica finiscono i macchinari delle industrie italiane, che vengono
sistematicamente smantellate, e nelle casse sovietiche sono versati 350
milioni di dollari, in conto riparazioni di guerra. Si organizza anche la
raccolta dell’oro da versare all’URSS, ad imitazione della giornata
dell’oro alla patria, di fascistica memoria. In breve l’economia italiana è
dissanguata e il tenore di vita peggiora drasticamente. Di libertà e diritti
nemmeno a parlarne. Si instaura un feroce controllo poliziesco sulla
popolazione: delazioni, denunce anonime, arresti e condanne a morte in
spregio a ogni diritto si susseguono a ritmo frenetico. L’ultima lettera
19
Donato Martucci – Uguccione Ranieri, Non votò la famiglia De Paolis, Le
Lettere, Firenze 2007 (I ed. Longanesi & C., Milano 1948).
20
Nella storia di Martucci e Ranieri PCI e PSI si fondono insieme nel PUP, Partito
di Unità Proletaria, ma successivamente Nenni sconta la sua opposizione politica
con il processo e la condanna a morte, sorte analoga a quella degli avversari di
Stalin.
23
del professor De Paolis, anch’egli alla fine arrestato e condannato a
morte per “detenzione di simboli vaticaneschi e diffamazione della
patria all’estero”, è emblematica del tragico destino che la vittoria delle
sinistre nel 1948 ha riservato a lui e agli italiani. Riportiamo il testo
dell’ultima lettera di Gualtiero De Paolis, scritta a Beppino, l’amico
corrispondente di Caracas:
Roma, 2 aprile 1949
Beppino mio,
mi scuserai se da ora in avanti le mie lettere saranno più brevi. Tutti mi hanno
consigliato così perché pare che siamo tornati, per le lettere, come durante la guerra
e bisogna scrivere poco… (mi capisci?).
Così non ti posso parlare della mia sciagura. Ti basterà sapere che sono stato
messo «in licenza determinata per accertamenti ideologici» e sono a mezzo
stipendio. Non so a chi devo questa pugnalata. Il preside21 si è battuto per me, ma
poi mi ha confessato che era meglio per tutti e due che io mi faccia dimenticare.
Caro Beppi, non so come dirti una cosa così grave, ma temo che devo tutto ciò a
qualche imprudenza di qualcuno moto vicino a me che comincia per «G».22 Non
posso seguitare perché gli occhiali mi si appannano, e poi sono tante notti che non
dormo. Per tutto il resto, non te ne parlo. Te lo puoi immaginare.
Il tuo sventurato
Gualtiero23
Ed ecco la rievocazione della fine del professore, fatta da un
fuoriuscito italiano al suo amico di Caracas. La lettera dell’ex deputato
repubblicano Giovanni Farotti (vecchio amico del De Paolis), che scrive
da Losanna a Beppino, ricalca nello stile le celebri pagine tacitiane degli
exitus illustrium virorum, presentando Gualtiero De Paolis, di fronte al
tribunale comunista, come un autentico martire della libertà, che suggella significativamente il suo personale sacrificio con la citazione di
Seneca:
Giorni fa ho visto l’ex preside di Gualtiero che è arrivato in Svizzera il mese
scorso con la comitiva De Gasperi (quella che ha perso sotto la valanga Corrado
21
Il preside è quello della scuola, un liceo classico, in cui insegnava il professor De
Paolis.
22
Il figlio di De Paolis, Ginetto, che si era dato alla macchia per combattere il
regime comunista.
23
Donato Martucci – Uguccione Ranieri, Non votò la famiglia De Paolis, cit., p. 34.
24
Alvaro e l’ex Sindaco di Milano) e mi ha detto che Gualtiero, con tutte le sue paure,
si è comportato bene alla fine, e quando gli hanno chiesto se condivideva le idee di
Ginetto ha risposto: «Da tutti c’è qualcosa da imparare, anche da mio figlio», e
quando il giudice lo ha ammonito di rivelare dove era suo figlio per salvarsi dalla
morte, ha risposto come se si trovasse fra i suoi alunni, in latino: «Fortem facit
vicina libertas senem»24 che naturalmente nessuno ha capito. Avevano fretta, e del
resto il processo è durato pochi minuti, perché giù nel cortile le squadre aspettavano.
Era infatti la mattina famosa dei cardinali, e Gualtiero si è trovato con loro.
Non aveva che 53 anni, ma il preside che lo ha visto quella mattina dice che gli se
ne davano 70. Invecchiano presto nelle nostre carceri ora per via dei nuovi sistemi.
Basta, ormai se Dio vuole è in pace. E a me piace pensarlo, lui così remissivo in
vita, finalmente sereno e un po’ fiero alla soglia della grande porta, con quella frase
di Seneca fra le labbra: «Forte diventa il vecchio davanti alla vicina liberazione».25
Una storia tragica, dunque, che inizia in modo alquanto farsesco, con
la rappresentazione della famiglia De Paolis, una tipica famiglia piccolo
borghese del dopoguerra, uscita da venti anni di dittatura e ancora priva
di una autentica coscienza democratica, e soprattutto di lui, Gualtiero De
Paolis, il professore troppo ottimista e un po’ stralunato, che troppo tardi
si rende conto dell’incubo in cui il popolo italiano è precipitato. Ma man
mano che la storia si svolge, viene meno l’elemento comico-satirico e
prevale un’atmosfera di terrore e pathos, che rende le vicende della
famiglia De Paolis un vero e proprio, a suo modo paradigmatico, incubo
della Storia. Quello che, secondo gli autori di questo libello di propaganda anticomunista, avrebbero vissuto moltissimi italiani se il Fronte
Popolare avesse vinto le elezioni del 1948.
Le vicende della sfortunata famiglia De Paolis continuano in Non
ritornò Umberto di Savoia, un opuscolo in forma di racconto epistolare,
a firma del solo Donato Martucci, pubblicato nel 1953 in edizione
limitata fuori commercio26 e ristampato recentemente dalla casa editrice
Le Lettere. In questo caso la polemica politica prende a bersaglio non
solo l’estrema sinistra ma anche l’estrema destra. È ora la volta di
Federico De Paolis (se sia parente o semplice omonimo dello sfortunato
precedente De Paolis, non è chiaro), impiegato statale, che alle elezioni
24
Seneca, Fedra 139.
Donato Martucci – Uguccione Ranieri, Non votò la famiglia De Paolis, cit., pp.
40-41.
26
L’opuscolo è stato ristampato in appendice a Donato Martucci – Uguccione
Ranieri, Non votò la famiglia De Paolis, cit., alle pp. 71-92.
25
25
del 1953 dà il suo voto non alla Democrazia Cristiana ma al partito
monarchico: il risultato delle elezioni è che va al potere una coalizione
formata dalle estreme, ossia da socialisti, comunisti, monarchici e
missini. Siamo alla fantapolitica pura, come si vede, giacché l’ipotesi di
un simile governo-pateracchio (peraltro presieduto dal liberale Epicarmo
Corbino) è davvero surreale. Il corso delle vicende, narrate in una serie
di lettere che il protagonista scrive a un suo amico, un ingegnere italiano
emigrato in Australia, vede il consueto prepotente imporsi di comunisti
e socialisti sugli alleati di governo, l’emarginazione di monarchici e
missini, l’impoverimento progressivo dell'economia italiana e il drastico
calo del tenore di vita. Aumenta vertiginosamente il prezzo delle merci,
la penuria dei generi alimentari costringe il governo (divenuto ormai
socialcomunista) a introdurre la carta annonaria, l’URSS rifornisce di
grano il paese ma pretende il pagamento in dollari, provocando il
peggioramento del bilancio, crolla il turismo e le proteste nel Sud sono
represse nel sangue (il nuovo ministro dell’Interno è Pietro Secchia).
L’armatore Achille Lauro, leader monarchico, fugge a bordo di una sua
nave in Australia, gli Stati Uniti sospendono gli aiuti, la Chiesa è
perseguitata e, montando l’anticlericalismo, la festa del Natale viene
abolita. La famiglia di Federico De Paolis viene duramente colpita da
questi cambiamenti che sconvolgono la vita degli italiani e si spacca: il
figlio Luigi, di idee socialdemocratiche, fugge in montagna e va a
combattere con i nuovi “partigiani della libertà”, la figlia Olga diventa
una fervente comunista. Anche in questo caso l’esito è tragico: Luigi,
ricercato dalla polizia, ritorna clandestinamente a casa, Olga lo denuncia
alle autorità, le guardie fanno irruzione in casa De Paolis e uccidono il
giovane. Alla vista del cadavere del figlio, il padre Federico è preso da
un colpo apoplettico e muore all’istante. Il cupo e patetico finale ha
anch’esso, come nel testo precedente, una funzione “didascalica”: come
è distrutta la famiglia De Paolis, così vengono distrutte le speranze
dell’Italia, destinata a diventare un protettorato dell’Unione Sovietica.
Traspare anche in questa operetta la consueta tesi, cara al Martucci e
svolta ad ammonimento degli elettori chiamati alle urne, che soltanto
con la Democrazia Cristiana saldamente al potere gli italiani possono
godere di pace, libertà, giustizia e benessere. Un altro libello della
26
coppia Martucci-Ranieri è Lo strano settembre 1950, una sorta di
grottesca commedia fantapolitica, non priva di spunti comici.27 Il tema è
quello dell’invasione sovietica ma in una particolare sua variazione.
L’invasione del nostro Paese, infatti, la compie uno soltanto, ed è
proprio Stalin, il capo dell’Unione Sovietica, a farla personalmente.
Egli, infatti, in occasione del Giubileo del 1950, viene in incognito a
Roma, da solo, per parlare addirittura con il papa, Pio XII. Che cosa ha
spinto il dittatore georgiano a muoversi dal Cremlino per giungere a
Roma all’insaputa anche dei suoi? La causa è un notevolissimo
incremento delle conversioni religiose registrato proprio in occasione
dell’Anno Santo, come gli ha scritto allarmato il suo ambasciatore da
Roma: si sono visti atei, agnostici e materialisti incalliti abbandonare le
loro credenze e abbracciare la vita dei penitenti, sono venuti a Roma in
pellegrinaggio, scalzi negli ultimi chilometri, lo scrittore inglese George
Bernard Shaw e la celebre attrice Alida Valli, si è convertito anche il
famoso bandito Salvatore Giuliano.28 Perfino il Partito Comunista
Italiano è a rischio di conversione, tant’è che il suo leader Palmiro
Togliatti ha anche preso a mangiare pesce al venerdì, secondo l’uso
cristiano. Allarmato da queste notizie, per capire il segreto del successo
dell’odiata Chiesa Cattolica, Stalin ha dunque deciso di venire a Roma
in incognito. Si presenta all’uopo grottescamente camuffato con un
curioso completo nero e bombetta, senza i tipici baffi da “baffone”, ma
in piazza San Pietro, al momento della benedizione del papa, in mezzo a
migliaia di bambini, il vecchio dittatore si mette a gesticolare furiosamente, urla e piange disperato. Le guardie vaticane lo afferrano
prontamente e siccome egli è senza documenti, lo consegnano alla
polizia italiana, che lo sistema in una cella del commissariato di piazza
Cavour, nelle vicinanze di San Pietro. Un giornalista americano, George
Bria, scopre che quello che il commissario De Paolis (proprio il fratello
27
Donato Martucci – Uguccione Ranieri, Lo strano settembre 1950, Le Lettere,
Firenze 2011 (I ed. Longanesi & C., Milano 1950).
28
Il bandito Salvatore Giuliano, uno dei protagonisti della storia criminale nel
dopoguerra, al centro di oscuri intrecci tra mafia, corpi dello Stato e movimento
separatista siciliano, venne ucciso in circostanze rimaste ancora oscure nel luglio del
1950. Il suo presunto assassino, Gaspare Pisciotta, fu poi avvelenato in carcere nel
1954. Su Giuliano vd. Sandro Provvisionato, Misteri d’Italia, Laterza, Roma-Bari
1993, pp. 3-26.
27
del professor Gualtiero, quello di Non votò la famiglia De Paolis) ritiene
un vecchio vagabondo straniero, forse un americano, in realtà è proprio
Stalin, il capo dell’Unione Sovietica. Leggiamo come avviene, al
commissariato, l’incredibile ed emozionante riconoscimento di Stalin da
parte del giornalista George Bria, che per l’occasione si avvale
dell’interprete Cesare Zappulli (reale scrittore e giornalista, che nel
racconto appare però come un impiegato delle Ferrovie esperto in lingua
russa):
Il brigadiere percorse la stanza e colpì con la punta del piede l’ultimo tavolaccio
con un: «Olàa!», come un bifolco che voglia far alzare un bove. L’effetto fu
sorprendente: con un balzo il vecchio fu in piedi accanto al tavolaccio e stette lì
rigido a guardarsi intorno sospettoso, con piccoli scatti della testa. Era in pantaloni e
gilè e gli si disegnava una rispettabile pancia. La vista della sua faccia senza
occhialini mise un filo di freddo giù per la schiena di Bria. In quel momento il
vecchio se li rimise e fu come se un sipario semi-trasparente calasse sullo
sbalorditivo richiamo a quell’altra faccia, quella del libro.29
«Mi lasci parlare da solo», disse Bria con un sorriso, e il brigadiere, accettando
una Camel, si spostò fuori della porta dove cominciò a giocherellare con la serratura.
Bria si avvicinò al russo e gi fece un cenno. Quegli lo riconobbe e un sorriso largo e
quasi paterno gli rischiarò la faccia. Bria sentì un altro filo di freddo accapponargli
la pelle, era il sorriso della fotografia!
Gli puntò un dito al petto e sillabò: «Vissarionvic Zugashvili?». Il vecchio fece un
gesto di assenso come per dire: «Sì, figliolo, ve l’ho già detto».
«Yoseph?» aggiunse svelto Bria.
«Da, da, Yoseph», fece l’altro seccato.
Allora Bria sparò la grande cartuccia. Sempre puntando e inchiodandolo con gli
occhi, sibilò rauco:
«Stalin?».
Il vecchio meditò. Il suo sguardo si fece interno, i suoi occhi ancora più sottili ed
asiatici. Lo avreste detto un grosso capitano d’industria assuefatto alle decisioni
climateriche, e che stesse per prenderne una. Poi scrollò le spalle. Vada come vada,
pareva dire…
E annuì.
Bria si voltò: nessuno aveva visto né sentito.
Solo allora si accorse che il russare di un paio di dormienti riempiva la guardina.
Qui impazzisco, pensò. Ma intanto l’abitudine gli aveva fatto cavare taccuino e
lapis.
29
Bria in precedenza aveva consultato a casa sua un annuario di fotografia del 1950,
trovandovi due foto ufficiali di Stalin.
28
Con una mano tremante scrisse grande «Yoseph Vissarionvich Dzugashvili =
Stalin» e lo mostrò. Il vecchio guardò a lungo lo scritto con aria perplessa (vedi, non
è, non è, svegliati, Giorgio!), poi con un sorriso di assenso tracciò sotto le parole di
Bria altre quattro parole in caratteri cirillici. (Perbacco, è giusto, i caratteri, non
capisce i nostri caratteri!)
Ridevano ambedue ora, quasi che la difficoltà superata insieme li avesse alleati.
Bria gli diede anche una manata affettuosa sulla spalla. Poi un fulmine lo percosse:
stai facendo comunella con Stalin, con Stalin!
Balzò verso la porta dove la preziosità dell’incredibile segreto lo frenò, gli impose
un contegno. Voltò la testa per salutare il vecchio che appariva sorpreso. Lo sentì
dire forte con la voce risonante di chi comanda: «Ya hacciu gavarit smaim
ambashiator». Qui impazzisco, pensò ancora Bria. Stalin mi sta parlando, ed io non
comprendo!
Sorrise e s’inchinò. Il vecchio rispose con un cenno di approvazione: andasse pure
Bria a fare ciò che gli aveva richiesto.30
Bria, comunicando col vecchio prigioniero, accerta che si tratta di
Stalin in persona: il dittatore è venuto a Roma in incognito perché vuole
parlare personalmente col papa. La notizia viene passata ai giornali che
escono con titoloni su una presunta conversione del capo dell’Unione
Sovietica e vanno a ruba. La notizia provoca clamore in tutto il mondo e
mette in grande imbarazzo il governo italiano e anche, ovviamente, il
partito comunista. La vicenda assume l’andamento di un’opera buffa.
Mentre De Gasperi, il capo del Governo, e Scelba, il ministro dell’Interno, non sanno cosa fare, Di Vittorio, il capo della CGIL proclama uno
sciopero generale, poi ridotto alle categorie degli spazzini e dei tranvieri,
per reagire alla presunta provocazione della borghesia e Togliatti, il
capo del PCI, si reca clandestinamente al convento delle suore Canossiane per consultarsi con don Luigi Sturzo. I comunisti, di cui Longo e
Pajetta, in assenza dell’irreperibile Togliatti, hanno assunto la guida, si
rinchiudono nella sede di via delle Botteghe Oscure e rifiutano di collaborare con la polizia per chiarire definitivamente se il sedicente Stalin,
trasferito intanto a Forte Boccea, sia quello vero o un impostore. Un
comunicato di Radio Mosca dà però la direttiva ai compagni nostrani: lo
Stalin nelle mani della polizia italiana è un impostore e tutta la storia è
stata ordita dalle “belve italiane al soldo di Truman”. Una arroventata
seduta alla Camera, nella quale i comunisti accusano i democristiani di
30
Donato Martucci – Uguccione Ranieri, Lo strano settembre 1950, cit., pp. 63-65.
29
aver rapito Togliatti, che invece sembra essersi realmente convertito,
finisce in un pugilato generale. Il misterioso prigioniero viene alla fine
rilasciato ma è preso in custodia dai comunisti, portato alle Botteghe
Oscure e lì costretto a recitare una patetica autocritica davanti ai
giornalisti, accusandosi di essersi finto Stalin dietro un sostanzioso
compenso e un passaporto promessogli dagli americani. Subito dopo,
però, il presunto impostore viene preso in consegna dall’ambasciatore
sovietico Bromidoff e di lui non si sa più nulla. Quando Stalin ricompare in pubblico, guarito da un misteriosa malattia che lo aveva tenuto
lontano dal popolo per qualche tempo, si riaffaccia il sospetto che quel
misterioso vecchio arrestato a piazza San Pietro fosse proprio Stalin. E
se realmente egli fosse venuto a Roma per convertirsi, per un miracolo
della Fede, non poteva essere quello l’inizio di una nuova era di pace nel
mondo? Ma questa non è l’era dei miracoli, commenta amaro De
Gasperi. E alla osservazione di Scelba: «Sta a vedere: ora chiederanno
al Governo di proibire i miracoli», il capo del governo conclude: «Al
punto in cui siamo, vietare il miracolo è come vietare la speranza».31 Ci
sembra che il testo vada oltre la solita polemica anticomunista, per
proporre una surreale e poetica visione della storia, di quella storia che
forse poteva essere (allora) e non è stata: la fine delle tensioni nel
mondo causate dalla Guerra Fredda e l’avvento di una era di pace per la
miracolosa conversione del capo della superpotenza atea e comunista,
l’Unione Sovietica. Quella pace tra Est e Ovest agognata dagli autori del
testo sarebbe comunque stata raggiunta quattro decenni dopo quello
“strano settembre“ del 1950, ma per il crollo della stessa Unione
Sovietica e la fine dei regimi comunisti nell’Europa orientale.
Un altro testo che coniuga ucronia e paura del comunismo è 5 anni di
governo Togliatti, stampato dalla Mondadori nel 1953:32 un libretto
anonimo “che ritrae a fosche tinte un’Italia immaginaria in mano alle
sinistre, ipotizzando cosa sarebbe successo se i socialcomunisti avessero
vinto le elezioni nel 1948”.33 I comunisti sono rappresentati nella
consueta maniera tipica di questo genere di opere, non solo una
minaccia per i popoli liberi, ma anche spietatamente feroci e ottusi come
31
Donato Martucci – Uguccione Ranieri, Lo strano settembre 1950, cit., p. 133.
Ora ristampato col titolo Allarme rosso (5 anni di governo Togliatti), a cura di
Lanfranco Palazzolo, Stampa Alternativa, Viterbo 2011.
33
Dalla presentazione in quarta di copertina.
32
30
i “trinariciuti” di Giovanni Guareschi. Due giorni dopo la schiacciante
vittoria del 18 aprile 1948, si insedia il nuovo governo guidato da
Togliatti e i piani insurrezionali sono messi all’opera. Viene instaurata
una autentica dittatura, che fa piombare il paese in un clima di terrore.
Le opposizioni sono sgominate. L’ex ministro democristiano Mario
Scelba viene condannato a morte, il leader della DC De Gasperi è ucciso
in un attentato speculare a quello di Togliatti (avviene lo stesso giorno e
nelle stesse circostanze – all’uscita da Montecitorio – dell’attentato di
Togliatti, che però in questa “fantastoria” non subisce alcun tentativo di
omicidio). Anche la Chiesa viene perseguitata, la polizia compie terribili
carneficine di fedeli. L’Italia intanto viene sistematicamente spogliata
dall’Unione Sovietica, tutti i prodotti dell’economia italiana prendono la
via dell’Oriente, in pagamento di una truffaldina compensazione dei
danni di guerra che perfino i ministri comunisti Di Vittorio (il leader
della CGIL, diventato il nuovo ministro dell’Industria e dei Piani
Quinquennali) e Reale (ministro per il Commercio con l’Estero) faticano
a giustificare. I piani economici di Di Vittorio falliscono miseramente e
il popolo italiano soffre la carestia e la fame, mentre milioni di quintali
di grano vengono inviati in URSS, in cambio delle scorte di carta (per
stampare “L’Unità”) e di carbone (per sostituire il metano della Pianura
Padana, anch’esso inviato in Russia). La rivoluzione, però, non
risparmia neppure i suoi figli: Di Vittorio viene arrestato, processato e
condannato a morte dai suoi stessi compagni, Pietro Nenni, il prestigioso leader socialista, è costretto a ritirarsi dalla vita politica e muore in
circostanze misteriose nel 1951. Altrettanto misteriosamente, nel 1952,
scompaiono Croce, Bonomi, Orlando, Nitti, i prestigiosi rappresentanti
della vecchia classe politica prefascista. In un nuovo rivolgimento
politico, che serve a completare l’inarrestabile processo rivoluzionario,
Togliatti assume i poteri di capo dello Stato, nuovo presidente del Consiglio diventa Luigi Longo, agli Esteri va Emilio Sereni, alla Difesa l’ex
partigiano Moranino e alla Marina Mercantile l’ex missino De Marsanich, incredibilmente passato dall’estrema destra al PCI. Infine, nel
1953, si giunge all’epilogo del quinquennio di governo togliattiano:
vengono abolite le elezioni, superate le istituzioni della democrazia
borghese e si nomina una Camera dei Rappresentanti formata da tutti i
segretari di partito nei centri superiori ai diecimila abitanti. Questa
l’amara conclusione del libretto:
31
“Così le elezioni furono abolite; l’Italia diventò una “Repubblica Balcanica” nelle
mani della Russia, per la gioia dei nostri figli e il miglior avvenire dei nostri nipoti ai
quali la favola della democrazia apparirà come una stupida invenzione degli uomini
dell’età della pietra”.34
L’anonimo scrittore però fa destare i lettori-elettori dall’incubo
profetizzato e aborrito, riportandoli alla realtà con il solenne ammonimento finale, che deve ammaestrarli a compiere la giusta scelta al
momento del voto:
“Questa storia è immaginaria, è accaduta nella fantasia soltanto. Ma se voi,
Elettori italiani, voterete il 7 giugno per Nenni e Togliatti, questa storia immaginaria
di ieri sarà la storia vera di domani.
Attenti a non mandare Togliatti al potere!”35
Si tratta, come ognun vede, di una “distopia” fortemente negativa,
pervasa da una visione esageratamente e ingenuamente orrorifica del
comunismo e dall’equazione comunismo italiano = comunismo sovietico.36 Equazione che le vicende politiche successive della storia d’Italia,
avrebbero provveduto a smentire, giacché vi sarebbe stata la collaborazione del PCI con la Democrazia Cristiana negli anni del terrorismo
e dei governi di “solidarietà nazionale”, il cosiddetto “strappo” da
Mosca coraggiosamente promosso dal leader comunista Berlinguer, la
graduale evoluzione del PCI nel Partito Democratico, aperto a molti
esponenti cattolici ed ex democristiani, il governo presieduto da
Massimo D’Alema (leader dei Democratici di Sinistra),37 e si sarebbe
34
Allarme rosso (5 anni di governo Togliatti), a cura di Lanfranco Palazzolo, cit.,
pp. 62-63.
35
L’appello rivolto agli elettori riguardava le elezioni del 7 giugno 1953. In
quell’occasione la DC si presentò assieme ad una coalizione di partiti, ma non
ottenne la maggioranza necessaria per godere dei benefici previsti dalla cosiddetta
“legge truffa”, approvata dalle Camere nel marzo di quello stesso anno.
36
Per il politologo Giorgio Galli l’opuscolo è una “enfatizzazione ucronica” (intr. a
Allarme rosso, cit., p.14), i cui umori visceralmente anticomunisti sono ancora
presenti in buona parte dell’elettorato di centrodestra.
37
Governo in carica dal 21 ottobre 1998 al 22 dicembre 1999. I Democratici di
Sinistra erano una formazione che proveniva dalla tradizione del PCI, ma fondata su
un’ideologia socialdemocratica e riformista.
32
visto perfino un ex dirigente comunista come Giorgio Napolitano
(prestigioso esponente dell’ala liberal e riformista del partito) diventare
presidente della Repubblica ed essere riconfermato alla carica.
Anche Curzio Malaparte (pseudonimo di Kurt Erich Suckert),38
autore di famosi romanzi come Kaputt e La pelle, si cimentò nel genere
della fantapolitica, escludendovi però l’intento propagandistico filodemocristiano. Suo è il romanzo Storia di domani, apparso in prima
edizione nel 1949, per i tipi della casa editrice Aria d’Italia:39 una storia
ove il tono satirico-burlesco, tipico di molti scritti di Malaparte, stempera la drammatica realtà dell’invasione straniera per ridurla a una sorta
di farsa a tratti macabra a tratti giocosa, nella quale però si avvertono gli
echi del conflitto mondiale appena concluso e il sopraggiunto tetro
clima della guerra fredda, che ispira amare riflessioni all’autore. In
quello che l’editore di allora presentava come “una visione acuta,
profonda e divertente, paradossale del nostro ipotetico futuro”,
Malaparte narra l’invasione dell’Europa occidentale da parte delle
armate sovietiche e l’avvento in Italia di un governo comunista. Vi
compaiono numerosissimi uomini politici, in pratica tutto l’establishment politico e culturale dei suoi tempi, coinvolto in situazioni del
tutto assurde e paradossali.
Il protagonista narratore, che è lo stesso Malaparte, viene arrestato
all’indomani del suo rientro in Italia dalla Svizzera e tradotto nel carcere
romano di Regina Coeli. Sistemato nella stessa cella occupata da Alcide
De Gasperi, viene a conoscere dall’ex presidente del Consiglio le
vicende che hanno portato all’occupazione dell’Italia da parte delle
truppe sovietiche. I russi, con una repentina azione militare, hanno
38
Su Curzio Malaparte (1898-1957) vd: Giampaolo Martelli, Curzio Malaparte,
Borla editore, Torino 1968; Gianni Grana, Curzio Malaparte, La Nuova Italia,
Firenze 1973, rist.; Eugenio Ragni, Curzio Malaparte, in Letteratura Italiana
Contemporanea, diretta da Gaetano Mariani e Mario Petrucciani, vol. II/2, Lucarini
Editore, Roma 1984, pp. 687-699; Rosario Contarino – Marcella Tedeschi, Dal
fascismo alla Resistenza (vol. 64 della Letteratura Italiana Laterza), Laterza, RomaBari 1985, II rist., pp. 44-52; Giacinto Spagnoletti, Storia della letteratura italiana
del Novecento, Newton Compton editori, Roma 1994, pp. 326-327; Giordano Bruno
Guerri, L’arcitaliano.Vita di Curzio Malaparte, Bompiani, Milano 2008.
39
Curzio Malaparte, Storia di domani, Aria d’Italia, Roma-Milano 1949; ristampato
in Curzio Malaparte, Don Camaleo e altri scritti satirici, a cura di Enrico Falqui,
Vallecchi editore, Firenze 1964, pp. 359-532.
33
sfondato i confini della Germania occidentale e occupato la Francia e
l’Italia, nella inaspettata totale inazione da parte degli Stati Uniti. In
Italia tutti sono diventati comunisti, ma proprio i russi, già accolti con
grandi manifestazioni di entusiasmo, una volta occupato il Paese, hanno
cacciato in galera i comunisti più accesi, oltre, ovviamente, ai leader dei
partiti non comunisti. A Parigi le truppe russe d’occupazione sono al
comando del governatore von Paulus, l’ex feldmaresciallo tedesco
sconfitto a Stalingrado e passato al servizio dei sovietici. Così De Gasperi racconta all’attonito e incuriosito Malaparte il voltafaccia degli
italiani:
– Diamoci pure del tu, disse De Gasperi sorridendo affabilmente, dal momento
che vi son mille ragioni per darci del tu –. E aggiunse che in Italia tutto era andato
come son sempre andate le cose da noi: gli Italiani, che son gente svelta, stavano da
tempo con gli orecchi ritti, e non s’erano, questa volta, lasciati sorprendere dagli
avvenimenti. In pochi secondi, tutti erano diventati comunisti.
– Che cosa avresti voluto che diventassero? Gli Italiani, dissi, sono un popolo di
buon senso.
De Gasperi si tolse gli occhiali, si passò lentamente la mano sul viso, e fissandomi
con i suoi buoni occhi miopi mi narrò che i primi giorni c’era stata un po’ di
confusione, che molti innocenti, come sempre avviene, ci avevan rimesso la pelle e
la reputazione, specie nella Valle Padana, in Toscana e nelle Puglie, e che i più vili e
i più compromessi s’eran mostrati, come al solito, i più intransigenti e feroci. Poi
tutto era rientrato nell’ordine, grazie al pronto intervento dei Russi, che avevano
disarmato e sciolto le Guardie rosse di Longo, e cacciato in galera i comunisti più
accesi. Dal momento che tutti erano diventati comunisti, che bisogno c’era di fare i
comunisti? La prontezza di quell’universale voltafaccia aveva profondamente
meravigliato i Russi: che popolo, l’italiano! Quei poveri Russi non credevano ai
propri occhi. Tutta l’Italia in pochi secondi aveva arrossito in tal modo, che lo stesso
Secchia pareva una rosa sbiadita.
– Aveva dunque ragione Togliatti, dissi, quando affermava che il comunismo, in
Italia, non era un problema di forza, ma di sveltezza.40
De Gasperi completa quindi il quadro di un’Italia travolta (e stravolta)
dall’invasione sovietica. Il Papa Pio XII è prigioniero in Vaticano e
rifiuta di collaborare col nuovo regime italo-sovietico, al punto che i
russi ricorrono a ogni trucco per convincere l’opinione pubblica che la
Chiesa appoggia i comunisti. Un falso pontefice (in realtà un sosia
40
Curzio Malaparte, Storia di domani, in Id., Don Camaleo, cit., pp. 363-364.
34
russo), uscito in pompa magna per le strade di Roma ad impartire la sua
benedizione, è stato smascherato, assieme alle false guardie svizzere e ai
falsi sediarii che lo scortavano, e quasi linciato dalla folla inferocita. Il
presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, è rinchiuso prigioniero al
Quirinale assieme alla sua famiglia. Quindi De Gasperi racconta come e
da chi è stato arrestato. E’ stato il vecchio Maresciallo d’Italia Pietro
Badoglio a farlo arrestare a tradimento, proprio come Vittorio Emanuele
III aveva fatto con Mussolini, a Villa Savoia, il 25 luglio 1943.
Badoglio, dopo aver convocato De Gasperi nella sua residenza, una villa
in via Salaria, gli annuncia che il suo successore sarà Togliatti e lo
spinge a viva forza dentro un’autoambulanza, che si dirige a tutta
velocità al carcere di Regina Coeli. Quindi il vecchio maresciallo parte
in fretta da Roma diretto a Bari, ripetendo la fuga di sei anni prima,
quando era al seguito del re, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre.
Ad un tratto i due reclusi sentono battere alla parete della cella: è l’ex
ministro dell’Interno, l’implacabile anticomunista Mario Scelba. Lui che
di comunisti ne ha messi tanti in galera, ora sembra addirittura contento
di esserci finito a sua volta per mano dei nemici di sempre, e trova
persino piacevole la vita in carcere. “Scelba è un uomo che in galera ci
sa vivere. Sembra nato per stare in prigione”, commenta De Gasperi,41
che poi spiega a Malaparte come tutti gli intellettuali di sinistra nei paesi
occidentali occupati dai russi siano finiti in galera: il lungo elenco va da
Vittorini, Bontempelli, Guttuso, Sem Benelli, fino ai francesi Montherlant, Claudel, Mauriac (gli ultimi due, scrittori cattolici), Aragon,
Éluard, Sartre e Gide. Tutti arrestati con l’accusa di essere fascisti.
41
Curzio Malaparte, Storia di domani, in Id., Don Camaleo, cit., p. 375. La velenosa
battuta di De Gasperi sembra riflettere la personale antipatia di Malaparte verso
l’uomo politico siciliano, al quale rimproverava la repressione poliziesca e la
censura che colpiva gli intellettuali. In proposito vd. Giordano Bruno Guerri,
L’arcitaliano, cit., pp. 257-258. I sentimenti anticomunisti di Scelba erano ben noti:
l’ex partigiano, diplomatico e uomo politico Edgardo Sogno (a sua volta coinvolto
nell’inchiesta sul “golpe bianco” degli anni Settanta, mirante a instaurare in Italia
una repubblica presidenziale) ha rivelato che, nel dopoguerra, quando lavorava
presso l’ambasciata di Parigi, Scelba gli chiese di organizzare una cellula segreta
anticomunista, gli “Atlantici d’Italia”, che precorreva l’organizzazione segreta
“Gladio” (vd. Edgardo Sogno, con Aldo Cazzullo, Testamento di un anticomunista,
Mondadori, Milano 20022, pp. 91-93). Su Mario Scelba vd.: Gabriella Fanello
Marcucci, Scelba, Mondadori, Milano 2006.
35
Quindi i due ragionano sul perché gli americani non siano intervenuti
per difendere l’Europa occidentale: ai dubbi del suo compagno di cella,
Malaparte risponde che gli americani si assumono più volentieri la
missione di “liberatori” che di “difensori”, ma aggiunge amaramente che
quando si decideranno a liberare l’Europa sarà troppo tardi, perché essa
sarà sovietizzata. Lo scrittore spiega quindi la differenza tra l’occupazione nazista e quella sovietica: la prima è stata una occupazione
soltanto militare, la seconda invece ha inciso nello spirito dei popoli e li
ha trasformati, soprattutto nelle nuove generazioni, giacché i giovani
appaiono i più accesi sostenitori del comunismo. E a questo punto
Malaparte lancia il suo j’accuse alla Democrazia Cristiana, rea di non
aver fatto maturare una salda coscienza politica nel popolo italiano. Gli
italiani, sotto il regime degasperiano, sono ritornati bambini (così come
li aveva ridotti il fascismo), cullati dai “miti rassicuranti” della Chiesa e
dell’anticomunismo. Ecco come Malaparte spiega la sua visione “laica”
della storia d’Italia a De Gasperi:
– Nel 1918, dissi, gli Italiani erano finalmente diventati maggiorenni. Erano
tornati dalla guerra con i calzoni lunghi. Venne Mussolini, e li obbligò a rimettersi i
calzoni corti. Quando Mussolini cadde, gli Italiani tornarono con gioia ai calzoni
lunghi. Poi sei venuto tu, e li hai rimessi in calzoni corti. Son venuti i Russi, e gli
Italiani si sono infilati nuovamente i calzoni lunghi, credendo… Ma avevano fatto
male i loro conti, poiché i Russi li hanno subito costretti a tornare ai calzoni corti. La
Storia d’Italia, da quasi venti secoli, non è se non una storia di calzoni corti e di
calzoni lunghi. Qual meraviglia se, fra calzoni lunghi e calzoni corti, gli Italiani non
san più che cosa fare, e se fan quel che fanno? La colpa è anche tua, caro Alcide: se
tu avessi lasciato gli Italiani come li avevi trovati, cioè in calzoni lunghi, forse i
Russi non avrebbero invaso l’Italia.
– E tu credi, disse De Gasperi, che non l’avessi capita anch’io, la tua Storia
d’Italia? Il mio torto è di aver creduto che si potesse farla finita una buona volta con
questa faccenda dei calzoni corti e dei calzoni lunghi. Tutta la mia politica mirava
infatti a metter gli Italiani in sottana. Non ci son riuscito. Un popolo in sottana, i
Russi lo avrebbero certamente rispettato.
– I Russi, dissi, se ne infischiano delle sottane nere.42
Anche De Gasperi conviene che quando gli americani libereranno
l’Europa, non potranno far altro che sostenere le industrie statalizzate
dei paesi europei, ossia sovvenzionare economicamente gli irreversibili
42
Curzio Malaparte, Storia di domani, in Id., Don Camaleo, cit., pp. 365-366.
36
regimi comunisti. Scelba, il giorno dopo, entra nella cella a portare le
ultime notizie: il vecchio maresciallo di Francia Pétain è morto e i russi,
per ordine di Stalin, gli hanno tributato onoranze trionfali, il generale De
Gaulle invece è stato rinchiuso nel manicomio di Charenton, così come,
in Italia, sono stati rinchiusi il filosofo Benedetto Croce, il conte Carlo
Sforza, già ministro degli Esteri, e l’ex capo provvisorio dello Stato,
Enrico De Nicola, perché si sono rifiutati di collaborare con i sovietici.
Mentre Scelba elenca soddisfatto i nomi dei comunisti finiti anch’essi in
galera per ordine di Stalin, entra un funzionario russo che propone all’ex
ministro di diventare il nuovo commissario del popolo agli Interni (ossia
il ministro dell’Interno) nel costituendo governo Togliatti. Scelba rifiuta
e l’incarico è affidato al vecchio giornalista antifascista Mario Missiroli.
Quindi Malaparte e De Gasperi vengono rimessi in libertà (al
contrario di Scelba, che resta in galera, luogo evidentemente più consono al suo carattere) e, usciti dal carcere, si aggirano entrambi spauriti
in una Roma che porta i segni del cambiamento, a partire dalla toponomastica: il ponte Cavour è stato ribattezzato ponte Molotov, via
Tomacelli via Zdanov, corso Umberto prospettiva Giuseppe Stalin, via
Veneto via Stalingrado, il quartiere Parioli quartiere Stakhanov. Deputati del popolo, impiegati dello stato, attori, lavoratori di ogni categoria,
tutti girano con addosso strane e ridicole uniformi. Anche i preti sono
stati costretti a indossare curiose uniformi da marinai, cosa che suscita la
compassione e il rispetto della popolazione di fronte all’ennesimo
affronto che subisce la Chiesa. Ma anche i comunisti nostrani patiscono
il giogo sovietico, al punto che ribattezzano il loro quotidiano ufficiale
L’Umiltà. Vengono rispolverati e riadattati i vecchi slogan del Ventennio: su Palazzo Wedekind, già sede del quotidiano di destra “Il
Tempo”, viene issato un lungo striscione con la scritta “Stalin ha sempre
ragione”, i muri di Corso Umberto sono tappezzati con i ritratti di
Togliatti (che sfoggia un paio di baffoni come quelli di Stalin) e la
scritta “Vinceremo!”, dal balcone di Palazzo Venezia, ove si è sistemato
lo stesso Togliatti, sventola una enorme bandiera rossa.
Davanti a un manifesto che annuncia l’occupazione sovietica di Creta
Malaparte si imbatte nel vecchio leader socialista Pietro Nenni, reso
irriconoscibile da una folta barba scura e dagli occhiali neri, anch’egli
ricercato dai sovietici. Nenni informa Malaparte delle ultime novità,
ossia delle sventure subite dai malcapitati uomini politici italiani, anche
37
di sinistra, sotto l’occupazione russa. Giuseppe Di Vittorio, il prestigioso capo della CGIL, è stato arrestato in casa di un ricco latifondista
pugliese, ha subito la stessa sorte anche il liberale Epicarmo Corbino,
l’ex ministro delle Finanze. Invece al repubblicano Randolfo Pacciardi,
già partigiano antifascista e combattente nella guerra di Spagna, i russi
hanno assegnato, forse in premio dei suoi trascorsi, la presidenza della
Centrale del Latte (sicché Pacciardi ogni mattina fa letteralmente il
lattaio, ossia deve portare il latte nelle case dei vari commissari del
popolo). Nenni quindi racconta il nuovo, assurdo gioco del calcio
imposto dai russi: le partite consistono nella fucilazione che ogni
domenica mattina undici “volontari della morte”, chiamati col nome
delle vecchie squadre di calcio, Milan, Roma, Lazio, Juventus, e così
via, devono subire presso il Muro Torto. Ma si tratta di fucilazioni
simulate, che hanno l’effetto di terrorizzare ancor più la popolazione.
Intanto, mentre Malaparte in compagnia di Nenni assiste a una di queste
finte fucilazioni, un altoparlante annuncia un discorso in piazza del
Popolo dei tre vecchi ex presidenti del Consiglio Vittorio Emanuele
Orlando, Francesco Saverio Nitti e Ivanoe Bonomi in difesa della
Libertà, della Costituzione e della Democrazia. Colà recatisi, ai due si
presenta un penoso spettacolo: i tre vecchi uomini politici, sistemati su
un’alta tribuna ad una estremità della grande piazza, con un cappello di
carta in testa in forma di mitra cardinalizia, biascicano, come ubriachi,
confuse e strane frasi sulla Libertà, la Democrazia e la Costituzione,
suscitando le grasse risate della folla presente. Poi si viene a sapere che
le truppe sovietiche nella loro avanzata in Grecia e in Spagna incontrano
strane difficoltà: Pacciardi le spiega con la bizzarra teoria che i soldati
russi hanno finalmente scoperto, grazie ai prigionieri svizzeri, l’orologio
da polso e hanno deciso di diventare ciascuno padrone del proprio
tempo, infischiandosene di ordini e direttive degli ufficiali. L’esercito
sovietico (in cui ciascuno, avendo scoperto, grazie all’orologio, la libertà
di coscienza, fa quello che gli pare) rischia dunque di precipitare nella
più completa anarchia. Ma l’improvviso momento di caos viene presto
superato dal ristabilirsi della solita mentalità totalitaria. Ancora
Pacciardi, in un empito di furor profetico, prima di congedarsi dai due,
preannuncia la futura nascita dell’impero d’Israele, la nuova giovane
potenza militare, che presto dominerà tutto il Mediterraneo, compresa la
Siria. Recatisi al caffè Greco in via Condotti (ora via Voroscilov),
38
Malaparte e Nenni apprendono dal conte Carandini, già ambasciatore a
Londra, i piani di attacco degli USA all’Unione Sovietica e il prossimo
sbarco delle truppe americane in Egitto. Quindi Nenni invita Malaparte
ad andare al Teatro Brancaccio, a vedere La tragedia di Dongo, la
rappresentazione della fine di Mussolini così come è vista dai sovietici:
un surreale, incredibile spettacolo, alla fine del quale Mussolini, dopo la
fucilazione davanti al cancello di Villa Belmonte, prodigiosamente
resuscita e riempie di botte il giustiziere colonnello Valerio, provocando
le entusiastiche acclamazioni della platea, che evidentemente parteggia
per il Duce. Nenni spiega all’esterrefatto Malaparte che i russi, pur
detestando il fascismo, hanno inteso in qualche modo riabilitare la figura
di Mussolini, per evitare di urtare la sensibilità degli italiani, che non
gradiscono si parli male dei morti. Usciti dal teatro, uno sconosciuto
dall’accento siciliano reca a Malaparte un invito di Togliatti in persona
per il giorno dopo, a Palazzo Venezia. Durante il colloquio con il capo
del Governo, Malaparte gli rinfaccia l’eccessiva dipendenza dei comunisti italiani da Mosca e lo invita a ricercare una via autonoma e
indipendente per realizzare il comunismo in Italia. Pur dicendosi sicuro
della vittoria finale sovietica, Togliatti confessa allo scrittore che la
guerra contro l’America è un grave errore dei russi. Malaparte ribatte
che il socialismo può realizzarsi solo in condizioni di pace, come ha
insegnato Lenin il cui primo atto di politica estera fu stipulare la pace di
Brest-Litovsk con gli imperi centrali nel 1918. Altra accusa di Malaparte
è quella di aver asservito al PCI artisti e intellettuali, di averli ridotti a
propagandisti del partito. Quindi inaspettatamente Togliatti chiede allo
scrittore di comporre il nuovo inno nazionale, che dovrà prendere il
posto di Fratelli d’Italia, e di creare qualche motto per la nuova
repubblica italo-sovietica. A mo’ d’esempio, gli cita proprio i famosi
motti mussoliniani riadattati e lo invita a scriverne altri del genere.
Malaparte si rifiuta ma, congedandosi, regala a Togliatti un motto che ha
letto tempo prima sui muri di Livorno: “È l’aratro che traccia il solco,
ma è la vacca che lo difende”.43 Intanto serpeggia il malcontento tra gli
italiani per la presenza sempre più odiosa degli occupanti sovietici.
43
È la versione malapartiana della celebre frase di Mussolini “È l’aratro che traccia
il solco, ma è la spada che lo difende”. Chi sia la vacca, però, Malaparte non lo
specifica.
39
Viene creata un’Armata Rossa italiana e, per reazione, sorgono i primi
gruppi di partigiani anticomunisti, che però non hanno il sostegno degli
angloamericani, come invece nell’ultima guerra. Gli anticomunisti sono
soprannominati “crumiri” e il loro capo riconosciuto è il leader socialdemocratico Giuseppe Saragat, che però langue da mesi in manicomio.
Nenni conduce Malaparte ad una riunione clandestina di un gruppo di
questi partigiani: sono ricchi borghesi e il loro gruppo di chiama
“Famiglia Libertà Progresso”. Grande però è lo sconcerto dell’autore
quando li sente declamare a gara l’elogio di Stalin e dei russi: anche se il
loro proposito è quello di dirne male, per viltà scelgono di parlarne
bene, questi borghesi pavidi e panciuti che rispecchiano gli eterni vizi
del popolo italiano.
Scoppia intanto la guerra tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Missili
nucleari lanciati dagli americani distruggono Leningrado e Kiev, la
reazione di Mosca non si fa attendere e New York e Chicago sono
ridotte in macerie. In Italia Togliatti, giudicato incapace di fronteggiare
la situazione, viene sostituito al governo da un commissario straordinario appositamente mandato da Stalin: Malaparte lo ritrova qualche
tempo dopo, solo e spaurito, seduto su una panchina del Pincio. L’ex
leader comunista, ormai disoccupato e incerto del presente e ancor più
del futuro, gli confessa che ha ricevuto, dopo la sua caduta in disgrazia,
molte e inaspettate dimostrazioni di affetto dagli italiani, che evidentemente hanno preso a cuore le sue vicissitudini. Anche Malaparte,
vedendo l’ex capo del PCI afflitto e depresso, ne ha compassione e, per
confortarlo, gli offre un giro del parco in groppa a un asinello. Togliatti,
prima di lasciarlo, profetizza che la rivoluzione in Italia sarà fatta non
dagli operai, ma dai contadini e che la questione meridionale, ossia il
mancato progresso economico e civile del sud, è il vero problema
dell’Italia.
Una sera, Togliatti, trafelato e visibilmente turbato, annuncia a Nenni
e a Malaparte che l’ex re Umberto è stato arrestato. L’ultima parte del
romanzo è quindi dedicata al processo-farsa a Umberto di Savoia, condotto nel più classico stile staliniano. L’ex re, stordito dalle droghe e
incapace di difendersi, sta per essere condannato a morte dai biechi
giudici, quando un gruppo di giovani irrompe nel tribunale e annuncia
che gli americani sono sbarcati. La folla, allora, urlando come impazzita,
travolge guardie e giudici e libera l’esterrefatto Umberto, che riesce a
40
mettersi in salvo. Gli americani sono dunque sbarcati in Europa, ma
dove? In effetti delle loro truppe non v’è traccia né in Italia né in Francia
né in Spagna né in Germania. Tutti aspettano i liberatori, che però non
compaiono da nessuna parte. Il mistero è finalmente risolto quando un
notiziario radio di Chicago annuncia che gli americani sono sbarcati
accolti trionfalmente… dalla popolazione americana! Proprio così: per
timore di una invasione russa dalla Siberia le truppe americane, appena
sbarcate, si sono reimbarcate in fretta e furia e sono tornate in America
per presidiare in massa l’Alaska. A sua volta anche l’esercito sovietico,
per timore di una invasione americana dall’Oriente, si è ritirato
precipitosamente dalle città europee per difendere la sua patria, dagli
Urali alla Kamčatka. L’Europa si ritrova finalmente libera, ma i nuovi
governi che si installano al posto degli occupanti sovietici hanno
tutt’altra intenzione che restituire le antiche libertà ai governati. In
effetti è avvenuta una liberazione senza libertà: nessun nemico è stato
vinto né il popolo si è guadagnato la libertà lottando contro l’oppressore,
ma sono stati i due grandi avversari della Guerra Fredda, russi e
americani, che, sopraffatti dalla reciproca paura, hanno sgomberato di
loro volontà l’Europa. La liberazione diventa un mito che serve a camuffare una nuova oppressione. Così narra Malaparte, con l’abituale gusto
del paradosso, gli effetti del cambiamento:
Che necessità avevamo di libertà, dal momento che c’era la liberazione? E poiché
la liberazione escludeva la libertà, chi osava parlar di libertà era minacciato di
liberazione, quando addirittura non era tacciato di traditor della patria e di nemico
della civiltà. Chi pretendeva esser libero, non accontentandosi d’esser liberato,
rischiava d’esser trattato da sovvertitore della famiglia, della società, dello Stato. E
poiché la liberazione era avvenuta senza l’aiuto dei liberatori, ed era perciò non
cosa concreta, ma astratta, quasi una religione senza Dio, chi invocava la libertà era
considerato un nemico della religione.
Così, sulle tracce dei Russi in ritirata, si venivan creando, in ogni paese d’Europa,
Stati che avevano per religione ufficiale una liberazione non avvenuta, nei quali, in
nome della liberazione, i cittadini eran governati col più profondo dispregio della
libertà. E siccome in tutti i paesi d’Europa la miseria era immensa, si era inventata
una nuova economia, detta «economia della liberazione», corrispondente alla
politica dello stesso nome: le quali consistevano ambedue in una ferrea
organizzazione poliziesca che, non potendo funzionare per il suo stesso peso, si
41
riduceva ad essere la più perfetta forma di miseria e di anarchia che mai fosse stata
al mondo.44
Che questo, in fondo, fosse il suo personale giudizio sul Paese in cui
viveva? Che la Liberazione fosse divenuta, per Malaparte, un mito con
cui camuffare l’occulta, prepotente e inarrestabile invadenza, perseguita
da partiti e partitini, delle istituzioni statali? Dopo un ventennale regime
fascista, che era stato la negazione della libertà, gli Italiani avrebbero
avuto per l’avvenire un regime dei partiti, rappresentante la falsificazione della libertà? Si potrebbe ben cogliere questo giudizio
soprattutto alla fine del romanzo. Comunque sia, con l’amarissima
riflessione sopra riportata Malaparte conclude la sua Storia di domani,
non prima però di aver dato la seguente finale avvertenza al lettore:
Debbo a questo punto chieder scusa al lettore se talvolta ho l’aria di proferir
seriamente cose stolte, o ridicole. E dico a mia difesa che, anzi, è vero il contrario: in
questa mia Storia di domani (che par scritta per ridere, ma è scritta con le lacrime
agli occhi, e non tanto per divertire, quanto per far pensare) ho sempre detto cose
serie ridendo, e quanto più eran serie e gravi tanto più avevo l’aria di scherzare, o
meglio, tanto più seriamente e gravemente ridevo. Fino al punto, talvolta, di
lasciarmi sollevar dalle ali della fantasia agli strani e superiori climi dell’ironia, la
quale, essendo infinitamente più leggera del classico lepore, e d’ogni qualità di
umore, e leggerissima nei confronti della satira, cosa di per sé grave e dura, abita
regioni eccelse, spesso irraggiungibili.45
Quello di Malaparte è, dunque, un curioso divertissement in forma di
satira fantapolitica, piena di situazioni grottesche e comicamente surreali
(descritte con toni da humour nero, nello stile di Jonathan Swift e
Ambrose Bierce, ed echeggianti il motivo topico del “mondo alla
rovescia”), che permettono all’autore di esprimere le sue amare
considerazioni sulla classe politica italiana. Nei colloqui che ha con De
Gasperi, Nenni e Togliatti, che gli fanno quasi da mentori nella nuova
Italia sovietizzata, i beffardi e taglienti giudizi di Malaparte non
sembrano salvare nessuno: non la Democrazia Cristiana, accusata di
essere stata incapace di far maturare politicamente e civilmente gli
italiani, né il Partito Comunista, accusato di non avere una sua propria
44
45
Curzio Malaparte, Storia di domani, in Id., Don Camaleo, cit., pp. 525-526.
Curzio Malaparte, Storia di domani, in Id., Don Camaleo, cit., pp. 527-528.
42
concezione autonoma e nazionale del socialismo, né, a maggior ragione,
il comunismo staliniano, accusato di rozza prepotenza e disumano
dogmatismo, né il capitalismo americano, che biecamente considera solo
i propri mercantili interessi, né gli intellettuali italiani, accusati di
acquiescente servilismo verso il potente di turno. Se alcuni dei giudizi di
Malaparte, al di là del sentimento di frustrante e disgustata disillusione
che lo scrittore nutrì per i politici nel dopoguerra (e del desiderio di
voler essere la “cattiva coscienza” d’Italia a tutti i costi), non sono
lontani dal vero, il grosso limite di questo scritto,46 a nostro giudizio, sta
nel fatto che tutta la vis polemica malapartiana si risolve alla fine nel
solito provinciale elogio dell’Italia e degli italiani, popolo di elette virtù
che ha da insegnare al mondo l’onestà, la giustizia e la compassione, in
una parola la bontà: torna quindi in Malaparte il mito consolatorio,
condito di populismo e qualunquismo, degli “Italiani brava gente” che
non cambiano mai nella sostanza pur mutando spesso pelle, a seconda
delle contingenze storiche.47 Nell’ottica di Malaparte, che pur condannando, contraddittoriamente assolve tutti e, nella sua esasperata
ricerca del paradosso, tutto giustifica, nessuno è in fondo veramente
cattivo così come nessuno è veramente buono. A parte, naturalmente, il
popolo italiano che Malaparte assolve in toto, giustificando con la
necessità di sopravvivere allo straniero troppe volte invasore gli atavici
vizi del cinismo, della furberia e della cura del proprio “particulare”, di
cui gli italiani danno evidente mostra nei tempi della ipotizzata
dominazione sovietica.
Anche gli storici si sono talvolta posti, sia pure marginalmente, il
problema di ciò che sarebbe accaduto in Italia all’indomani di una
vittoria delle sinistre il 18 aprile. Lo storico e giornalista Antonio
Gambino riferisce, nella sua Storia del dopoguerra (Laterza, Roma-Bari
1975), che gli Stati Uniti erano decisi, nel caso di una vittoria delle
46
Giudicato peraltro, forse troppo severamente, come “uno dei libri più brutti” di
Malaparte, da Giordano Bruno Guerri, L’arcitaliano, cit., p. 225.
47
Per il Martellini l’italiano rappresentato da Malaparte nella Storia di domani è
attaccato alle sue certezze, pauroso di qualsiasi novità, istintivamente conservatore e
ancorato alle tradizioni ereditarie del passato: vd. Luigi Martellini, Invito alla lettura
di Malaparte, Mursia, Milano 1977, p. 102. Sul populismo antiliberale e fascistoide
di Malaparte vd. Alberto Asor Rosa, Scrittori e popolo, Savelli, Roma 19798, pp. 94101.
43
sinistre, a sostenere un movimento insurrezionale anticomunista e, se
questo fosse fallito, a sbarcare in forze in Sicilia e in Sardegna: vi
sarebbe dunque stata certamente una guerra civile e l’avvento di una
dittatura di destra, con la messa al bando dei comunisti.48 Rispondendo a
un lettore nella rubrica delle Stanze tenuta sul “Corriere della Sera”, ha
affrontato il tema di una ipotetica vittoria del Fronte Popolare anche il
famoso giornalista Indro Montanelli (1909-2001). La sua risposta, che è
quella di un conservatore anticomunista, conferma le ipotesi più fosche:
a differenza della Jugoslavia, che poteva vantare la prestigiosa figura del
maresciallo Tito, artefice della vittoriosa lotta contro gli invasori nazisti
e coraggioso realizzatore di una politica indipendente da Mosca, noi non
avremmo avuto un governo libero e autonomo dai sovietici (nella
risposta Togliatti è definito “un fac-simile di Stalin”) né avremmo potuto contare sull’appoggio americano, il cui esercito, in caso di vittoria
elettorale, si sarebbe ritirato dall’Italia.49
Da ultimo ricordiamo un recentissimo contributo alla riflessione sulla
possibile storia alternativa d’Italia. Cosa sarebbe accaduto se il 14 luglio
1948 lo studente Antonio Pallante avesse realmente ucciso Palmiro
Togliatti? È noto che l’attentato di cui restò vittima (fortunatamente
soltanto ferito) Togliatti, all’uscita da Montecitorio, scatenò un’ondata
di violente proteste in tutta Italia, da parte dei comunisti, provocando
numerose vittime tra i civili e le forze dell’ordine.50 Nel suo saggio La
48
Antonio Gambino, Storia del dopoguerra, cit., pp. 507-517. D’altra parte l’ex
ministro dell’Interno Mario Scelba rivelò all’autore che già nei primi mesi del 1948
era stata messa a punto dal governo una infrastruttura segreta capace di fronteggiare
un tentativo insurrezionale comunista (vd. nota alla p. 516).
49
Indro Montanelli, Se quella volta avesse vinto il Fronte popolare, in Id., Le
stanze.Dialoghi con gli italiani, BUR – Corriere della Sera, Milano 2002, pp. 59-60.
50
Che dietro l’attentato a Togliatti vi fossero dei mandanti fu allora una ipotesi
tutt’altro che scartata, anche per alcuni punti oscuri della vicenda, ma le indagini
svolte anche dai comunisti non portarono a nulla di concreto: vd. Giorgio Bocca,
Palmiro Togliatti, vol. II, L’Unità – Mondadori, Roma 1992, pp. 477-478. L’azione
omicida di Pallante fu molto probabilmente il frutto delle idee fascistoidi
dell’attentatore e di una violenta, isterica campagna anticomunista scatenata dalla
DC e dalle destre in occasione delle elezioni dell’aprile 1948. Ma anche il PCI, in
quella occasione, era ricorso a toni assai aspri e addirittura truculenti (il famoso
calcio nel sedere, con scarpone chiodato, promesso a De Gasperi da Togliatti in caso
di vittoria, il cappio auspicato dal comunista Li Causi a De Gasperi, Saragat e
44
rivoluzione impossibile, uscito nel 1978, il giornalista Walter Tobagi
(destinato poi a cadere, nel 1980, sotto i colpi dei terroristi della Brigata
XXVIII Marzo) ricostruì il quadro di quelle terribili e convulse giornate
di luglio del 1948, quando sembrava che la rivoluzione dovesse
esplodere da un momento all’altro:51 cortei di protesta, vandalismi e
devastazioni, blocchi stradali, occupazioni di caserme, prefetture,
stazioni telefoniche da parte dei manifestanti comunisti armati erano
puntigliosamente elencati nella relazione al Parlamento del ministro
dell’interno Scelba, ampi stralci della quale sono riportati nel saggio di
Tobagi.52 Leggendo quelle pagine il lettore può figurarsi un’Italia che
sembrava, allora, alle soglie di una feroce e sanguinosa guerra civile:
guerra che però non vi fu grazie alla fermezza di De Gasperi, allora capo
del governo, e all’accorta opera di dissuasione dello stesso Togliatti, che
seppe tenere a freno i comunisti più fanatici ed esasperati, come Pietro
Secchia, l’uomo che “sognava la lotta armata”.53 Ma cosa sarebbe
accaduto se il leader comunista fosse invece morto? Prova a rispondere
alla domanda lo studioso Luciano Cafagna in un intervento apparso nel
volume curato da Alberto ed Elisa Benzoni, La storia con i se (casa
editrice Marsilio).54 Vi sarebbe stata quasi certamente una violentissima
guerra civile, ma avrebbero vinto le forze anticomuniste con l’aiuto
degli angloamericani (come avvenne nel dopoguerra in Grecia). Il
Pacciardi), come informa il diario dello scrittore e uomo politico Italo De Feo al 9
aprile 1948 (Italo De Feo, Diario politico 1943-1948, Rusconi Editore, Milano
1973, pp. 524-525).
51
Walter Tobagi, La rivoluzione impossibile.L’attentato a Togliatti: violenza
politica e reazione popolare, Il Saggiatore, Milano 1978; vd. anche Carlo Maria
Lomartire, Insurrezione, Mondadori, Milano 2006.
52
Vd. Walter Tobagi, La rivoluzione impossibile, cit., pp. 156-181.
53
Come recita il titolo della biografia di Miriam Mafai, L’uomo che sognava la lotta
armata.La storia di Pietro Secchia, Rizzoli, Milano 1984. Secchia, vicesegretario
del PCI, assieme a Longo, e figura storica della Resistenza, incarnava la linea
movimentista e rivoluzionaria del partito, opposta a quella tattica e attendista di
Togliatti. Ma il 14 luglio del 1948 anche Pietro Secchia, consultatosi con i sovietici,
si rese conto che non v’erano in Italia le condizioni per scatenare una rivoluzione
comunista: al massimo si sarebbero potute chiedere le dimissioni del governo (vd.
alle pp. 71-77).
54
Roma luglio 1948.Se Togliatti fosse morto, da un’intervista a Luciano Cafagna, in
Alberto ed Elisa Benzoni, La storia con i se.Dieci casi che potevano cambiare il
corso del Novecento, Marsilio, Venezia 2013, pp. 101-111.
45
partito comunista, sconfitto e privo di un capo che potesse sostituire il
suo leader più abile e carismatico, si sarebbe disgregato e la guida delle
forze di sinistra sarebbe passata al leader socialista Pietro Nenni, che
avrebbe potuto iniziare una proficua collaborazione con la Democrazia
Cristiana, all’insegna della pacificazione e di un rinnovamento politico
ed economico (un’anticipazione della politica del centrosinistra, che
invece fu instaurata dopo l’infelice esperienza del governo Tambroni,
monocolore DC retto dai voti missini, nell’estate del 1960). Se poi
l’URSS fosse intervenuta in Italia ad appoggiare i combattenti comunisti, questo avrebbe provocato la terza guerra mondiale, per la violazione degli accordi di Yalta.
3) Seconda ipotesi. Colpo di stato in Italia: al potere una giunta di
militari. Tra gli anni Sessanta e Settanta fu un’ipotesi a lungo
accarezzata dai politologi e giornalisti, che il nostro Paese potesse
sperimentare una soluzione politica di tipo greco (il regime dei
colonnelli che nel 1967 aveva costretto all’esilio il re Costantino, monarca costituzionale, e soppresso le libertà democratiche del popolo
greco) o cileno (la giunta militare del generale Augusto Pinochet,
insediatasi al potere dopo l’assalto al Palazzo della Moneda e il suicidio
– o assassinio – del legittimo presidente Salvador Allende).55 Già nel
1967 era esploso, a seguito dell’inchiesta condotta sulle pagine del
settimanale “L’Espresso” dai giornalisti Lino Jannuzzi ed Eugenio
Scalfari, il futuro cofondatore di “Repubblica”, lo scandalo SIFAR, che
aveva coinvolto i vertici dell’Arma dei Carabinieri e in particolare il
comandante in capo generale Giovanni De Lorenzo. Questi, quando era
capo del SIFAR (sigla di Servizio Informazioni delle Forze Armate, lo
spionaggio militare) aveva organizzato una massiccia e misteriosa
schedatura di 157.000 persone tra parlamentari, sindacalisti, dirigenti di
partito, funzionari statali, industriali e anche sacerdoti, tutti accomunati,
a torto o a ragione, dalla militanza o dalla simpatia per la sinistra. A
questa colossale schedatura, che preludeva probabilmente alla realizzazione di un colpo di stato per il 14 luglio 1964 (il “Piano Solo”), non
55
Sulle attività della CIA (il controspionaggio americano) in Sudamerica e il suo
ruolo nel golpe che rovesciò il legittimo governo di Salvador Allende in Cile vd.
Enzo Catania, La lunga mano della CIA, Fratelli Fabbri Editori, Milano 1974, pp.
109-124.
46
era estraneo probabilmente56 neppure l’allora presidente della Repubblica, il democristiano Antonio Segni,57 protagonista poi di un tempestoso colloquio con il leader socialdemocratico Giuseppe Saragat e
alla presenza di Aldo Moro, presidente del Consiglio, la sera del 7
agosto 1964.
In effetti il nostro Paese sembra essere stato sfiorato da trame golpiste
assai da vicino, se hanno trovato un riscontro reale le indagini svolte a
proposito del famoso “Golpe dell’Annunziata”, il colpo di stato
organizzato dal “principe nero” Junio Valerio Borghese,58 che sarebbe
dovuto scattare la notte dell’8 dicembre 1970 e che fu provvidenzialmente e misteriosamente fermato, ma non prima che alcuni
squadristi guidati da Stefano Delle Chiaie (altro leader dell’ultradestra,
capo di Avanguardia Nazionale) penetrassero nell’armeria del Viminale
per sottrarvi armi e munizioni.59
56
Sicuramente coinvolto, secondo i giornalisti Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi,la
cui inchiesta apparve sul settimanale “L’Espresso” dell’11 maggio 1967, con lo
sconvolgente titolo in copertina: “Finalmente la verità sul SIFAR: 14 luglio 1964,
complotto al Quirinale. Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato”.
57
Vd. Sandro Provvisonato, Misteri d’Italia, Laterza, Roma-Bari 1993, pp. 49-68.
Sull’attività del generale De Lorenzo al vertice dell’Arma, ai limiti se non oltre la
legalità costituzionale, vd. Giorgio Boatti, L’Arma. I Carabinieri da De Lorenzo a
Mino 1962-1977, Feltrinelli, Milano 1978, pp. 42-65.
58
Junio Valerio Borghese, l’ex comandante della X Mas, uno dei corpi speciali della
RSI che combatterono con i tedeschi distinguendosi nella repressione del
movimento partigiano, nel dopoguerra, dopo aver superato le traversie giudiziarie,
divenne presidente del Movimento Sociale Italiano e in seguito fondatore del Fronte
Nazionale, organizzazione di estrema destra.
59
Secondo il giornalista Camillo Arcuri al colpo di Stato del 1970, il “golpe
Borghese”, avrebbero partecipato alte autorità dello Stato, i servizi segreti, la mafia,
esercito e carabinieri; esso spiegherebbe inoltre la misteriosa fine del giornalista
Mauro De Mauro, rapito a Palermo la sera del 16 settembre 1970 da uomini della
mafia e mai più ritrovato. Mattei, secondo la tesi di Arcuri, sarebbe venuto a
conoscenza dei preparativi del colpo di Stato e del fatto che in esso vi sarebbero stati
implicati i politici (o quantomeno ne sarebbero venuti a conoscenza), come il
ministro dell’Interno Franco Restivo: vd. Camillo Arcuri, Colpo di Stato, Rizzoli,
Milano 20052, pp. 71-89 e, per Restivo, pp. 92-94. Sul caso De Mauro vd.: Sandro
Provvisionato, Misteri d’Italia, cit., pp. 44-48; Franco Nicastro, De Mauro.Il
cronista ucciso da Cosa Nostra.E non solo, Nuova Iniziativa Editoriale, Roma 2006;
Giuseppe Lo Bianco – Sandra Rizza, Profondo nero, Chiarelettere editore, Milano
2009. Sul golpe Borghese (o “operazione Tora-Tora”) vd.: Giuseppe De Lutiis,
47
Anche su questo tema – l’instaurazione di un dittatura militare di
destra o il possibile ritorno del fascismo, addirittura per via elettorale60 –
negli anni Settanta non sono mancate le riflessioni degli intellettuali, sia
pure svolte en passant. Secondo Pasolini un eventuale Pinochet italiano
(se in Italia avesse preso il potere una giunta di militari come quella
cilena) non si sarebbe mai sognato di restaurare la povertà di un tempo,
magari reprimendo i consumi e imponendo una stretta all’economia: il
regime “neo-repressivo” avrebbe protetto lo “sviluppo”, secondo la
volontà del nuovo Potere politico-economico, preservando edonismo,
falsa tolleranza e spirito laico.61 Non dunque una moralistica dittatura
clerico-fascista, ma modernamente “progressista”, liberista e capitalista.
Ma dello scrittore e regista friulano va ricordato soprattutto il famoso
scritto Il romanzo delle stragi,62 compreso nella raccolta postuma degli
Scritti corsari (1975),63 che inizia con le fatidiche parole “Io so. Io so i
nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che è in
realtà una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).”
Pasolini attribuiva, neppure troppo velatamente, al partito di governo,
Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Roma 1991, rist., pp. 98-105;
Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Nuova Eri – Mondadori, Milano 1995,
rist. (I ed. 1992), pp. 128-132; Sandro Provvisionato, Misteri d’Italia, cit., pp. 78-81;
Alessandro Silj, Malpaese.Criminalità, corruzione e politica nell’Italia della prima
Repubblica 1943.1994, Donzelli editore, Roma 1994, pp. 137-144; Vittorio Di
Cesare – Sandro Provvisionato, Servizi segreti e misteri italiani 1876-1998,
Editoriale Olimpia, Firenze 2006, pp. 91-95; Gianni Flamini, L’Italia dei colpi di
Stato, Newton Compton editori, Roma 2007, pp. 106-142.
60
Nei primi anni Settanta i successi elettorali del MSI produssero allarmate inchieste
giornalistiche sulla possibilità di un ritorno del fascismo in Italia: vd. Oreste
Gregorio, Ma non è il ’19…, in “Historia”, n. 166, ottobre 1971, pp. 16-25; vd.
anche l’intervista, su “L’Europeo”, di Oriana Fallaci al presidente della Repubblica
Giovanni Leone, che in quell’occasione volle rassicurare gli italiani sulla fedeltà alla
Costituzione delle Forze Armate (Oriana Fallaci, A colloquio con il presidente
Giovanni Leone, in “L’Europeo”, n. 17, 26 aprile 1973, pp. 42-51).
61
Pier Paolo Pasolini, Risposta a Leo Valiani, in Id., Lettere luterane, l’Unità /
Einaudi, Roma 1991, p. 126 (articolo apparso sul “Corriere della Sera”, 28 agosto
1975).
62
Apparso come articolo sul “Corriere della Sera” (14 novembre 1974), col titolo
Che cos’è questo golpe?
63
Pier Paolo Pasolini, Il romanzo delle stragi, in Id., Scritti corsari, Garzanti,
Milano 1977, pp. 107-113.
48
ossia alla Democrazia Cristiana, il progetto stragista e golpista noto
come “strategia della tensione”, che insanguinò l’Italia negli anni
Settanta e che sarebbe stato finalizzato, da parte della DC, alla pura
conservazione del potere: tale progetto sarebbe stato suddiviso in due
fasi, una prima fase anticomunista (culminata con la strage di Milano
del 12 dicembre 1969) e una seconda fase antifascista (culminate con le
stragi di Brescia e di Bologna del 1974), e sarebbe stato realizzato da
terroristi neofascisti, con la complicità dei servizi segreti, della CIA e
dei politici italiani. Da dove Pasolini traesse le sue deduzioni, ben prima
delle risultanze delle inchieste su quei fatti, non è dato sapere. Le sue
allusive parole rimangono però tuttora inquietanti, sia perché esse,
secondo alcuni, potrebbero essere all’origine della oscura e tragica fine
dello scrittore sia perché quelle stragi (valga per tutte, come esempio,
quella alla Banca dell’Agricoltura di Milano del 12 dicembre 1969)
sono rimaste, alla fine di lunghissimi ed estenuanti iter giudiziari, senza
colpevoli.
Il tema di un ipotetico colpo di stato ha ispirato anch’esso la narrativa
italiana, producendo romanzi tra la satira e la fantapolitica. Significativo
ci sembra, anzitutto, un romanzo poco conosciuto e oggi scarsamente
reperibile, del giornalista Marcello Curti, Mai scendere dalla montagna,
pubblicato a metà degli anni Settanta.64 Questo “romanzo di fantapolitica italiana” (com’è scritto sulla copertina) inizia con i toni della
farsa ma finisce in una cupa tragedia. Il protagonista narratore, un
giornalista di partito avvezzo ai bassifondi della politica, durante una
passeggiata sul monte Gennaro, nei pressi di Tivoli, viene sequestrato da
uomini armati e portato in un luogo segreto. Qui gli viene proposto di
aggregarsi ad una organizzazione paramilitare rivoluzionaria che vuole
rovesciare il corrotto regime dei partiti e instaurare la “repubblica degli
uomini nuovi”. L’uomo, disgustato dalla sua vita di portaborse dei
potenti, accetta. Ribattezzatosi Marcello Quirite65 e posto a capo di una
“legione” (l’esercito segreto dei “legionari” e “centurioni” comprende
sedici legioni di mille uomini ciascuna, ogni legione essendo divisa in
dieci centurie), il nostro prende parte attiva al colpo di stato, program64
Marcello Curti, Mai scendere dalla montagna, Barulli Editore, Roma 1975.
I congiurati e il loro carismatico capo, Claudio Leto, hanno assunto i nomi di
antichi romani, per celare la vera identità, e si sono dati i titoli di “legionari” e
“centurioni”, a seconda dei gradi di comando.
65
49
mato per il 2 giugno, la Festa della Repubblica. E così avviene quel
giorno: durante la sfilata dell’esercito, il presidente della Repubblica, i
ministri e l’intero Stato Maggiore vengono sequestrati dai golpisti,
mentre il loro capo, Claudio Leto, proclama dagli studi della RAI la fine
del regime partitocratico e la nascita del nuovo regime rivoluzionario,
“né fascista né antifascista”, che dovrà ispirarsi ai supremi valori della
civiltà italiana: l’austerità dei romani antichi, il genio del Rinascimento,
l’amor di patria del Risorgimento e della Resistenza. Le prime misure
dei golpisti vogliono riportare l’ordine nel Paese e favoriscono i militari:
al posto del Parlamento si insedia un “Consiglio Supremo” guidato da
due “Consoli della Repubblica”, il diritto di sciopero viene fortemente
limitato da una apposita Commissione di Arbitrato, vengono sciolte tutte
le associazioni estremistiche di destra e di sinistra, è introdotta la pena di
morte per i reati più gravi e odiosi, mentre nel contempo vengono
aumentate del 50% le paghe della polizia, dei carabinieri e dell’esercito.
Un corteo di “ultrasinistri”, scesi in piazza per protestare, viene disciolto
con la forza e il loro capo arrestato e punito con scudisciate sul deretano,
il tutto in diretta televisiva. Quindi i “legionari” regolano i conti con i
responsabili della rovina del Paese. Il presidente della più grande
industria automobilista italiana viene invitato ad un programma TV e
costretto, davanti alle telecamere, a concedere una sostanziosa gratifica
ai suoi impiegati e operai. I capi della “triplice” sindacale CGIL-CISLUIL, con l’aggiunta del capo della CISNAL, vengono ridicolizzati nel
medesimo programma TV, allorché il conduttore (uno dei “legionari”)
ricorda loro le tante promesse e fa scorrere le immagini delle masse di
lavoratori disoccupati. La politica estera dei golpisti riafferma l’indipendenza e l’equidistanza del Paese da USA e URSS, che hanno
riconosciuto il nuovo governo. Intanto il nostro eroe, Marcello Quirite,
assunte le vesti di grande moralizzatore, piomba alla premiazione di un
celebre festival cinematografico per inveire contro tutto il “degenerato”
establishment del cinema nostrano e annunciare che lo stato non darà
più una lira di contributi all’industria cinematografica. Anzi, si faranno
severi accertamenti fiscali su tutti i cineasti, attori, registi e produttori.
Fra tanto moralistico ardore, il Quirite ha però il tempo di vivere
un’ardente storia d’amore con una bellissima attrice, che però pianta in
asso appena ne scopre la scarsa moralità. Scoppiano nel frattempo
violente proteste negli stabilimenti FIAT a Mirafiori, e decine di operai
50
in rivolta vengono uccisi dall’esercito dei “legionari”. Anche molti
estremisti di destra e di sinistra cadono sotto il fuoco dei soldati. Alla
cruenta repressione si accompagnano pubbliche esecuzioni per educare
il popolo al rispetto della legge: il celebre capomafia Luciano Viggio,66
che controllava lo spaccio della droga nel nostro Paese, viene
condannato a morte e giustiziato in diretta TV con una overdose di
cocaina. Alla durissima repressione interna si accompagna un’aggressiva politica estera, rinnovando le avventure del Ventennio. Viene
decisa la riconquista della Libia, già colonia italiana, per pareggiare i
conti col tiranno locale, il colonnello Saddafi,67 che ha espulso gli
italiani dal paese e ne ha sequestrato gli averi. Guida le operazioni
militari, che causano migliaia di morti anche tra i civili, proprio
Marcello Quirite, nominato proconsole della Libia. Uno dei capi dei
legionari, passato al nemico, viene smascherato proprio dal Quirite e
condannato a morte. In premio della vittoriosa impresa libica (il dittatore
Saddafi, catturato, viene giustiziato con l’atroce supplizio dell’impalamento) Marcello Quirite ottiene la nomina a Console della Repubblica. Ma, improvvisamente, egli viene convocato dal vecchio capo dei
legionari, Claudio Leto, che si è ritirato proprio nella prima base segreta
sul monte Gennaro. Leto lo informa che si sta preparando un nuovo
colpo di stato, gli consegna la sua lettera di dimissioni da tutte le cariche
e poi si uccide: non ha potuto accettare che la nuova repubblica da lui
creata sia guastata dalle stesse lotte di potere che hanno rovinato la
prima, ed è stato deluso proprio da Marcello Quirite, che credeva essere
“puro e duro”. E non ha torto: Marcello Quirite, ormai sempre più
abbagliato e ossessionato dal potere, invece di meditare sulle ultime
parole del suo vecchio capo e mentore politico, scatena una nuova
ondata repressiva all’interno, fa emanare leggi severissime contro la
prostituzione e la pornografia, introduce la pubblica fustigazione dei rei
e anche l’impalamento per i pedofili (tale è la sorte di un prete maniaco
e del suo complice), fa crocifiggere decine di rivoltosi a Bologna e a
Catania. Le nuove elezioni generali vedono la vittoria schiacciante del
partito dei “legionari”: ormai tutto il potere è in mano a Marcello
Quirite, mentre l’Italia cade sotto la cappa di piombo di una cupa e
66
67
Allusione al famoso boss della mafia Luciano Liggio.
Evidente allusione al leader libico Gheddafi.
51
oppressiva tirannide medievale, spacciata per “vera democrazia”. Il
romanzo si chiude con l’ultima azione di Marcello Quirite, ormai
dittatore assoluto: allertato da una informativa del SID,68 invia l’esercito
a sterminare i “nuovi patrioti” che sul monte Gennaro, proprio là da
dove partì il movimento rivoluzionario dei “legionari”, stanno preparando il nuovo golpe. Abbiamo voluto ricordare questo romanzo
peraltro poco conosciuto, di livello certamente non paragonabile alla
Storia di domani di Malaparte, perché, nonostante gli evidenti limiti
artistici, soprattutto nell’approssimata e caricaturale caratterizzazione di
molti personaggi69 e nell’inverosimiglianza di alcune situazioni, pur
drammatiche, esso ci appare un’interessante testimonianza degli umori
che allignavano tra gli elettori moderati di centrodestra, negli anni
Settanta, quelli che partecipavano al movimento della “Maggioranza
Silenziosa” e appoggiavano i progetti di rifondazione in senso autoritario dello Stato. In effetti, gli obiettivi perseguiti dai “legionari” del
romanzo di Curti, ossia la riforma strutturale del Parlamento se non la
sua abolizione, il risanamento morale dei costumi pubblici e privati, la
rinnovata affidabilità politica ed economica dell’Italia, il riaffermato
prestigio del Paese come potenza militare capace di trattare da pari a
pari con le due superpotenze, la restaurazione del passato coloniale
italiano, la restaurata autorità interna dello stato contro ogni estremismo
e terrorismo rosso e nero, l’efficace tutela dei beni dei cittadini e la
definitiva eliminazione della delinquenza organizzata (mafia, camorra,
’ndrangheta, etc.), collimano in buona parte con quelli dei programmi,
ad esempio, di personaggi quali Edgardo Sogno e Randolfo Pacciardi,
entrambi sostenitori di uno “Stato forte” da attuare mediante un golpe
indolore (il cosiddetto “golpe bianco”) e, il secondo, uomo politico
repubblicano già partigiano antifascista e combattente in Spagna,
fondatore del movimento Nuova Repubblica, che propugnava una
68
Il discusso servizio di spionaggio militare (sigla di Servizio Informazioni della
Difesa).
69
Che rimandano ai noti personaggi politici del tempo: il presidente della
Repubblica Coniglio richiama il presidente Leone, il capo del Governo Giuliotti,
Giulio Andreotti, il leader studentesco Mario Baracca, Mario Capanna, l’industriale
Vitelli, Gianni Agnelli, il dittatore libico Saddafi, Gheddafi, etc.
52
repubblica presidenziale di tipo gollista.70 Ma il romanzo è anche la
parabola politica e umana del protagonista, Marcello Quirite, un uomo
“puro e duro” che, da ingenuo idealista rivoluzionario disgustato dal
malcostume dei politici, si trasforma in cinico e sanguinario autocrate,
troppo tardi accorgendosi di essere stato anch’egli travolto dalla lussuria
del potere. Significativo è il dialogo conclusivo, di cui riportiamo una
parte, fra Marcello Quirite e il suo antico compagno d’armi e di lotta
Marco Vinicio Marsicano:
Ecco, adesso lo sapevo. Poteva succedere dovunque, certo, ma succedeva proprio
lì.71 C’era un senso, forse. Marsicano si era interrotto e mi guardava un po’
stralunato:
– Ma che ti prende, Marcello?
– A me?... Niente. Niente… Lo sai, Marsicano, che i rivoluzionari non
dovrebbero mai scendere dalle montagne? Restare lassù, dovrebbero, e desiderare il
potere, mai prenderlo. E’ come con una bella donna: finché la desideri, è
meraviglioso; dopo che ci sei stato a letto, hai l’amaro in bocca… Restare sulle
montagne, Marsicano, puliti. E forti, molto più forti che quando si scende e si vince.
Si vince…72
Riprendiamo, per chiarire il messaggio del romanzo, le parole del
prefatore Ennio Ceccarini:
I super-uomini non esistono e non rappresentano il modello risolutore, le piccole
cose quotidiane della democrazia possono scadere a pantomima e a farsa ma
possono anche innalzarsi a nobile e non rimpiazzabile esperienza di tutta la società.
Questo sul piano etico-politico. Su quello del racconto si può dire che la semplicità
e magari anche l’ingenuità hanno un piacevole sapore di piatto casareccio, non
privo degli aromi del sarcasmo romano. Una cosa, insomma, che si può leggere
anche sorridendo. Senza dimenticarne mai l’implicito ammonimento: perdiamo la
70
Vd., per il programma politico di Randolfo Pacciardi (1899-1991) i suoi
significativi interventi Contestiamo questa Repubblica per la Repubblica
presidenziale, Il tema dominante degli anni ’70 una Repubblica più moderna, La
Repubblica di domani, in Randolfo Pacciardi, Da Madrid a Madrid, Barulli Editore,
Roma 1975, rispettivamente alle pp. 261-272, 281-295, 297-307.
71
Sul monte Gennaro, ove si erano radunati i rivoltosi per preparare il secondo
golpe contro il governo dei “legionari”.
72
Marcello Curti, Mai scendere dalla montagna, cit., pp. 190-191.
53
libertà e finiremo nelle mani dei «centurioni», inevitabilmente. E anni di lacrime,
pena e sangue si apriranno per noi e i nostri figli.73
Un autore forse non di primo piano come Renzo Lodoli ha saputo
abilmente rappresentare in due suoi brevi racconti (compresi nella
raccolta I racconti della parte sbagliata, uscita nel 1979 presso Trevi
Editore) le cupe sensazioni dell’incubo di un improvviso rivolgimento
politico, in un crescendo di tensione psicologica che attanaglia la massa
e i singoli. Nel primo racconto, Il giorno del giudizio, l’autore descrive
gli aggrovigliati e contrastanti sentimenti di attesa, speranza, illusione,
paura, angoscia, esultanza, che si succedono negli animi degli attoniti
cittadini italiani, quando apprendono sgomenti, dopo alcuni giorni di
totale vuoto di notizie, che il partito di estrema destra ha conquistato, al
di là di ogni previsione, la maggioranza assoluta alle elezioni politiche.
Il secondo racconto, Anticiclone sette, ci mostra il colonnello B. mentre,
al sicuro nella sua base militare situata entro un monte nei pressi di
Roma (il Soratte?) e immerso nei suoi piani, sta ultimando i preparativi
del colpo di stato da lui architettato: spostamenti di truppe dalle caserme
nei grandi centri urbani, occupazioni di ministeri e aeroporti, cattura e
deportazione degli uomini del governo e dei leader politici e sindacali,
disposizioni da dare alle forze dell’ordine per stroncare nel sangue ogni
tentativo di protesta, etc. Il colonnello B., nella sua sconfinata e
megalomane ambizione di futuro “duce” dell’Italia, crede di avere un
posto riservato nel teatro della Storia, ma viene alla fine beffato. Il colpo
di stato, a cui egli, in un crescendo di parossistica tensione, ha dato il
via, riesce puntualmente e si insedia un nuovo, tirannico regime, ma al
nostro, promosso generale, viene assegnato un incarico minore dal vero
burattinaio del golpe, ossia dal nuovo padrone dell’Italia, in attesa di
venire messo a riposo.74
Altre opere sul tema dell’ipotetico golpe sconfinano nell’invenzione
fantastica e nel paradosso, pur essendo trasparente l’intento satirico. È il
caso del romanzo L’Italia sotto il tallone di F&L dovuto alla coppia
73
Marcello Curti, Mai scendere dalla montagna, cit., p. 6.
Renzo Lodoli, Il giorno del giudizio e Anticiclone sette, in Id., I racconti della
parte sbagliata, Trevi Editore, Roma 1979, pp. 179-185 e 186-193.
74
54
Carlo Fruttero e Franco Lucentini,75 autori di fortunati romanzi gialli
come La donna della domenica, A che punto è la notte, Il palio delle
contrade morte, oltre che già direttori della notissima collana di
fantascienza “Urania”. Uscito a metà degli anni Settanta, L’Italia sotto il
tallone di F&L è una sarabanda di avventure, dal ritmo indiavolato, che
sconfinano spesso nel surreale e nell’assurdo. I due scrittori, F&L, sono
i protagonisti della storia, che contiene numerosi riferimenti parodistici
ai politici dell’epoca, e raccontano in prima persona il diario della loro
impresa. Protetti dal colonnello Gheddafi,76 al comando di una potente
armata provvista del micidiale “gas nervogeno” (le cui inalazioni
provocano un’ira folle), muovono dalla Libia verso l’Italia, per rovesciare il governo democristiano. Sfogliando i suoi discorsi parlamentari,
i due scoprono che il ministro degli Esteri Moro è in realtà l’arabo
Mohammer Al-Domorh,77 nativo della Mecca, il cui progetto segreto
prevede la conversione dell’Italia al culto moroteista. Siccome la
politica di Moro è avversa alla Libia, Gheddafi è ben felice di aiutare i
due scrittori a rovesciare il governo DC, di cui Moro (o Al-Domorh) è il
capo incondizionato. La flotta di F&L approda a Fregene e ad Anzio,
sulla costa laziale, quindi gli invasori, percorrendo la via Aurelia a
bordo di una carovana di pullman, giungono a piazza San Pietro, ma
cadono in una imboscata delle truppe moroteiste. F&L con i soldati
superstiti si mettono in salvo rifugiandosi nei “sotterranei del Vaticano”
(evidente allusione a Gide), dove incontrano i teologi olandesi che
stanno elaborando il loro catechismo riformato. Continuando la loro
avanzata sotterranea, giungono sotto il Palatino, dove trovano villosi
preominidi “insediati laggiù da oltre 200.000 anni a discutere il
Compromesso preistorico tra Cro-Magnon e Neanderthal”;78 quindi
sbucano a Montecitorio e sbaragliano le truppe arabe del perfido AlDomorh, che, preso prigioniero nel suo bunker sotto il Foro Islamico
(già Foro Italico), si rivela essere in realtà un alieno venuto dalla
75
Carlo Fruttero e Franco Lucentini, L’Italia sotto il tallone di F&L, Mondadori,
Milano 1974.
76
Con cui, nella realtà, si scontrarono polemicamente per un loro articolo, ritenuto
diffamatorio dal leader libico, apparso su “La Stampa” del 6 dicembre 1973.
77
Evidente scherzosa allusione al linguaggio talvolta criptico e sibillino del leader
politico democristiano.
78
Carlo Fruttero e Franco Lucentini, L’Italia sotto il tallone di F&L, cit., p. 86.
55
galassia (o, meglio, uscito fuori dai racconti di Lovecraft). La selva di
riferimenti parodistici, all’insegna dell’assurdo e del non sense, a
personaggi e situazioni politiche dell’epoca richiede ovviamente la
conoscenza del contesto storico-politico, da parte del lettore. Riportiamo
di seguito un passo significativo, dal diario dei due condottieri F&L,
relativo allo scontro fra le loro truppe e quelle moroteiste, nella pianura
desertica sotto il Foro Islamico:
Un’ora soltanto – ma quale ora! – è passata tra le 13,30 e le 14,30. Riviviamo il
momento raccapricciante in cui, scortati dal solo tenente Sereni,79 siamo giunti sul
fronte di von Schlecht80 in sfacelo. Davanti a noi, il grande deserto sotto il Foro
Islamico era tutta una selvaggia giostra di squadroni cammellati morotei, uno
sventolare di burnus e di verdi bandiere della mezzaluna crociata, un rutilare di
scimitarre damascene, mentre i nostri finivano di ripiegare in disordine dietro il
cosiddetto Riff, la lunga catena di Riforme Abbandonate che incrocia il Canale delle
Correnti.
«Situazione fluida,» ci annunciava von Schlecht.
«Lo vediamo,» era la nostra secca risposta.
Dall’imbarazzata spiegazione che seguiva, apprendevamo che l’elemento sorpresa
era venuto ancora una volta a mancare. Un muezzin moroteo, in preghiera sul Picco
della Riforma Scolastica, aveva lasciato che i nostri si addentrassero per un buon
miglio nel deserto, lanciando poi il suo caratteristico grido di allarme. In un attimo,
dall’ormai prossima zona del Bunker, orde di meharisti nemici s’erano precipitate al
contrattacco e la situazione s’era capovolta. Ora i morotei presidiavano in forze la
zona del Canale, e, con i rincalzi che continuavano a scendere dalla superficie, si
preparavano visibilmente alla controffensiva.81
Dopo la cattura e la misteriosa autodisintegrazione dell’alieno AlDomorh (il cui vero nome è N’ghaghn),82 F&L, sconfitte le truppe
moroteiste, rimangono assoluti padroni dell’Italia e vengono condotti
dalla folla festante a Palazzo Venezia, ove si apprestano a ripercorrere i
fasti del Ventennio (si veda il capitolo quarto, Prigionieri del passato):
fondano un nuovo partito in Svizzera, il Partito Razionalsocialista, che
ha il simbolo della svanzica, e stipulano il Nuovo Concordato non con la
79
Il poeta Vittorio Sereni, che si è aggregato alla spedizione di F&L.
Forse lo scrittore e giornalista Oreste Del Buono.
81
Carlo Fruttero e Franco Lucentini, L’Italia sotto il tallone di F&L, cit., pp. 87-88.
82
Un nome di ascendenze lovecraftiane, e infatti tutto l’episodio è intessuto di
citazioni dai racconti di Cthulhu, di H. P. Lovecraft (di cui peraltro Fruttero e
Lucentini hanno curato una delle prime antologie, I mostri all’angolo della strada).
80
56
Chiesa, ma con la Mafia, a cui danno in gestione Enti e Ministeri. I due
nuovi Duci però litigano presto tra di loro e, in una tempestosa notte del
Gran Consiglio, si esautorano a vicenda e si fanno arrestare entrambi.
Rinchiusi nel Carcere Mandamentale di Verona, sono fatti evadere e
portati a bordo di un gigantesco aereo Jumbo delle linee aeree finlandesi
dal loro amico, il colonnello Gheddafi. Qui resteranno, godendo della
lussuosa e confortevole ospitalità del leader libico, ma saranno costretti
a volare perennemente nei cieli, a 30.000 piedi di altezza, riforniti in
volo dall’alieno N’ghaghn, ritornato sulla Terra.
È certamente un romanzo ricchissimo di invenzioni e spunti ispirati
dalle innumerevoli letture della celebre coppia, utilizzate per creare
assurde situazioni dall’evidente intento comico-parodistico. Ma v’è da
osservare che il corso del tempo ha ormai sbiadito molti dei suoi
riferimenti all’attualità politica, oltre al fatto che, riletto oggi e
ricordando la tragica fine del leader democristiano Aldo Moro (che
sarebbe il principale bersaglio della pur garbata satira di Fruttero e
Lucentini), esso conserva ben poco, a nostro giudizio, della originale e
graffiante verve umoristico-satirica.
Di altri testi minori, dello stesso filone comico-satirico, diamo qui un
rapido cenno. Il romanzo Golpitalia di Nino Vascon (Rizzoli, Milano
1975), il cui sottotitolo è Carmine Bellezza sempre al basso servizio del
Paese, è il rapporto riassuntivo che un oscuro funzionario dei servizi
segreti, Carmine Bellezza (protagonista di altri romanzi del Vascon)
invia da Parigi, ov’è latitante, a Sua Eccellenza, il diretto superiore, per
discolparsi dall’accusa di aver tramato contro la Nazione partecipando al
golpe Borghese (“La pubblicazione di questo “rapporto riassuntivo”
servirà a acclarare la mia posizione e a rendere edotta l’Eccellenza
dello stato delle cose e a far cessare la calunnia attorno al mio nome e
al mio operato. (…) Inoltre: io non ero a Roma la notte tra il 7 e l’8
dicembre 1970 e tantomeno nella palestra di lotta giapponese, poiché
aborro lo sport e più di una bicicletta non ho posseduto in vita mia,
inoltre non ho mai conosciuto il Principe Nero.”).83 Ma non è il golpe
Borghese l’oggetto del complotto segreto svelato da Carmine Bellezza
nel suo memoriale, bensì un piano militare per l’invasione della Svizzera, rea di rovinare l’economia italiana favorendo l’illecita esportazione
83
Nino Vascon, Golpitalia, Rizzoli, Milano 1975, p. 8.
57
di capitali dal nostro Paese: il piano, concepito da alcuni capi del
servizio segreto in combutta con generali e alti dirigenti dello stato,
fallisce perché, poco accortamente, proprio il Bellezza rivela il
complotto alla sua bellissima amante, un’altra spia concorrente.
Incastrato (“bruciato”, nel gergo dei servizi) da una improvvisa irruzione
della polizia nel suo appartamento, dove vengono trovate armi e materiali compromettenti, al Bellezza non resta che espatriare in Francia
travestito da frate. Scritto in un particolare grottesco linguaggio
“burocratico-pseudogiuridico-declamatorio”,84 il romanzo, una satira dei
nostri servizi segreti, è godibile soprattutto nel tratteggiare gli ambienti.
Uffici dei ministeri, circoli privati, conventi che celano basi segrete,
camere di alberghi anonimi, case chiuse, fanno da sfondo a una vicenda
in cui si muovono alti burocrati, generali, capi dei servizi “deviati”, spie
e informatori, tutti col senso dell’Ordine, dell’Onore e dell’Efficienza,
ma tutti inguaribilmente velleitari e pasticcioni.
Non rompete i c…85 al colonnello di Gaetano Tanzi (Trevi Editore,
Roma 1981) in un “linguaggio semplice, scorrevole, da racconto di
trattoria”,86 narra di un colpo di stato dei carabinieri che trasforma
l’Italia in un paese nuovo, piacevole, ordinato ed efficiente. Il colonnello
del titolo è il colonnello Fiorligio, capo di stato maggiore dei
Carabinieri, che una mattina annuncia furibondo dagli schermi televisivi
agli italiani: “Mi avete rotto i c…!” e proclama che l’Arma, d’ora in poi,
imporrà a tutti (magistrati compresi) il rispetto della legge. Né il
ministro dell’Interno né il comandante generale dell’Arma possono
fermare l’indiavolato e determinatissimo colonnello che, in qualità di
ufficiale di polizia giudiziaria, ordina di arrestare tutti coloro, inferiori e
superiori, che omettono di compiere un atto inerente al loro ufficio.
Questa regola viene introdotta nell’ordinamento e generalizzata e in
brevissimo tempo mette in moto un meccanismo di denunce e arresti
collettivi che ripulisce le istituzioni, i partiti e i sindacati dalla corruzione, dal malaffare e dagli ingiusti privilegi ivi allignanti. L’impunità
non è più garantita per nessuno: politici e magistrati rischiano l’arresto
immediato se omettono un qualsiasi atto d’ufficio, per esempio, i politici
84
Così è definito in seconda di copertina.
Nel titolo il termine è per esteso.
86
Così l’autore a p. 7.
85
58
se non concedono l’autorizzazione a procedere contro un membro del
parlamento accusato di reati con prove evidenti, i magistrati se
sospendono la detenzione di un reo rimettendolo in libertà. Il colonnello
risolve il problema del terrorismo, dando ai brigatisti neri e rossi
catturati lo status di prigionieri di guerra e sottoponendoli a una
durissima disciplina in appositi campi di lavoro. Il problema della mafia
è allo stesso modo risolto concedendo ai mafiosi la gestione ufficiale
delle attività immorali ma lecite, come il gioco d’azzardo, le case di
tolleranza, le scommesse, etc., in cambio della rinuncia al traffico della
droga, alla “protezione” dei commercianti e ai sequestri. Debellata a
forza di arresti immediati e anni di galera la mentalità delinquenziale
che in tutti gli strati sociali corrode la nazione, l’Italia si trasforma in un
paese ricco, civile e ordinato, grazie al “repulisti” generale organizzato
dal colonnello Fiorligio, nuovo padre della patria. Ma alla fine del
romanzo si scopre che questo terapeutico e “miracoloso” colpo di stato
altro non è che una storia fantastica, un sogno a occhi aperti del
protagonista narratore, un uomo che si è trasferito anni addietro in
Canada perché disgustato dal clima del nostro paese. E’, questo, un
pamphlet satirico che, tra il serio e il faceto, offre una prodigiosa
“ricetta” per risolvere il problema italiano, un problema non politico, ma
di polizia giudiziaria, secondo l’autore: una ulteriore, indiretta testimonianza dell’inquietudine e insofferenza per il caos politico, sociale e
morale, dominante negli anni Settanta, che nutrivano molti italiani
auspicanti soluzioni autoritarie.
L’ipotetico colpo di stato in Italia è entrato anche nel genere cinematografico della commedia all’italiana, col film di Mario Monicelli,
Vogliamo i colonnelli, una versione di satira fantapolitica per il grande
schermo. L’onorevole Tritoni (interpretato da Ugo Tognazzi), del partito
di estrema destra, progetta assieme a un gruppo di attempati e rintronati
alti ufficiali delle Forze Armate un golpe, per salvare l’Italia dalle forze
socialcomuniste che vogliono asservire il paese all’Unione Sovietica. Il
golpe faticosamente architettato viene misteriosamente fermato proprio
mentre è sul punto di realizzarsi (proprio come il golpe Borghese del
1970). Al suo posto viene realizzato il vero golpe, non militare ma
politico, guidato dal ministro dell’Interno, esponente del partito di
centro (il partito non è nominato, ma è chiara l’allusione alla Democrazia Cristiana). Colpisce e suscita liberatorie risate il contrasto tra le
59
aspirazioni dei congiurati, installare al potere una giunta militare
sull’esempio dei colonnelli greci, infischiandosene delle sanguinose
conseguenze che il golpe avrebbe provocato, e la storditaggine dei loro
comportamenti, che sono quelli di decrepiti e pasticcioni ufficiali delle
Forze Armate (alcuni anche a riposo), del tutto al di fuori della realtà del
Paese. Il commento di Enrico Giacovelli puntualizza la finalità di questo
film, che avrebbe dovuto esorcizzare, ricorrendo al comico-grottesco, le
paure degli italiani sulle possibili minacce eversive dei circoli occulti di
estrema destra, ma finisce per smascherare la vacuità dei loro velleitari
disegni:
A parte gli sviluppi conclusivi, il soggetto si basa su spunti reali, a quel tempo
non ancora di pubblico dominio: il golpe Borghese, i campi di addestramento
paramilitari, la tentata occupazione degli studi RAI, il piano per arrestare il
presidente Saragat. Tuttavia, più che la classe politica in generale, viene preso di
mira un certo neofascismo da operetta, che si squalifica da solo né appare un gran
pericolo per il paese, se non nella demagogia di qualche oppositore.87
Va infine detto che se, per sventura dell’Italia, vi fosse stata la presa
violenta del potere da parte di forze militari e/o reazionarie, già era
pronta una risposta strategica che l’ultrasinistra avrebbe messo in atto.
Circolava, infatti, tra gli extraparlamentari di sinistra un libro oggi
introvabile, In caso di golpe, pubblicato dall’editore Giulio Savelli, un
vero e proprio manuale per la “guerra di popolo”, ossia la guerriglia
urbana.88 I primi tre testi di questo libro, che contiene “quello che i
golpisti sanno già e che ogni democratico dovrebbe sapere” (com’è
scritto in copertina), ossia quelli di von Clausewitz, Lenin e Mao, sono
teorici, quello del maggiore H. von Dach è invece tecnico-pratico: vi si
insegna come si organizza e deve operare una unità di guerriglia, il suo
addestramento e armamento, le operazioni di sabotaggio alla rete
87
Enrico Giacovelli, La commedia all’italiana, Gremese Editore, Roma 1990, p. 72.
Tra gli attori si nota, nella parte di un truculento ma simpatico ufficiale sardo, lo
scrittore Giancarlo Fusco.
88
In caso di golpe, a cura di Stella Rossa Fronte Rivoluzionario marxista-leninista,
Savelli editore, Roma 1975 (testi di Clausewitz, Lenin, Mao Tse-tung, maggiore von
Dach, Special Forces americane).
60
stradale, l’imboscata ai veicoli e ai convogli, l’attacco ai depositi di
munizioni, alle centrali elettriche, etc.89
Per nostra buona sorte, la saldezza delle istituzioni democratiche e
l’efficace risposta degli apparati dello stato (almeno di quelli non
inquinati da “deviazioni” ideologiche), oltre all’emersione di un
insperato e diffuso sentimento di coesione nazionale, che ha testimoniato la maturità politica e civile delle passate generazioni, hanno
risparmiato al Paese l’incubo di una terribile guerra civile, anche se la
verità su molti oscuri fatti degli anni Settanta, quel tragico periodo
segnato dalla “strategia della tensione” e dal terrorismo rosso e nero,
rimane ancora non chiarita.
4) Terza ipotesi. Una “Norimberga italiana”: il processo alla DC.
Un processo che abbia sul banco degli imputati un’intera classe
dirigente, costituita dagli ex governanti di una nazione, storicamente lo
si è visto in quei paesi che sono usciti da un regime dittatoriale, grazie
alla resistenza della parte democratica del suo popolo o per eventi
esterni (come la sconfitta in guerra): sono finiti così alla sbarra, giudicati
alla stregua di criminali (per crimini contro la pace o contro l’umanità o
contro il loro stesso popolo) i gerarchi nazisti a Norimberga, i colonnelli
greci dopo la restaurata democrazia, i dirigenti del dispotico regime
dello Scià Mohammad Reza Pahlavi (la cui fine condusse però l’Iran
sotto una dittatura teocratica che dura tuttora), i generali argentini della
giunta Videla, il dittatore Saddam Hussein, l’ex leader serbo Slobodan
Milošević, e in genere i protagonisti e i complici di ogni dittatura
rovesciata dalla rivolta popolare.
Un evento certamente sconvolgente, degno di comparire sulle prime
pagine dei giornali e di essere ripreso dalle televisioni di tutto il mondo:
questo avrebbe rappresentato il processo ai capi della Democrazia
Cristiana, il partito che per oltre quarant’anni, dal dopoguerra, ha
governato il Paese. Un’intera classe dirigente portata alla sbarra,
costretta a difendersi dalle accuse di un “tribunale del popolo”, sarebbe
stato, però, un fatto concepibile soltanto in un contesto di radicale e
drammatico cambiamento politico del nostro Paese, un contesto
89
Maggiore H. von Dach, La resistenza totale.Manuale di guerriglia, trad. di
Giovanna Ghione e Andrea Lombardi, in In caso di golpe, cit., pp. 49-273.
61
prettamente rivoluzionario. Cosa che, pur nei terribili “anni di piombo”
della tempesta terroristica che sconvolse il nostro Paese, fortunatamente
non avvenne: le Brigate Rosse, Prima Linea, i NAP da sinistra, i NAR
da destra, non riuscirono ad attuare i loro sanguinosi progetti eversivi e
il terrorismo venne definitivamente debellato grazie alla saldezza delle
nostre libere e democratiche istituzioni e all’efficace risposta degli
apparati di sicurezza dello stato.
Un processo politico, quello ai capi democristiani, certamente avrebbe
fatto epoca, come fu quello dei gerarchi nazisti a Norimberga.
Fortunatamente per loro, agli ex dirigenti democristiani non si sarebbero
dovuti contestare i terribili misfatti dei nazisti, i crimini contro la pace o
i crimini contro l’umanità, né tantomeno l’orrendo genocidio degli
Ebrei. Ciò sia perché la dottrina che ispirava la DC, quella di don
Sturzo, De Gasperi e Dossetti, era all’esatto opposto di quella nazista sia
perché l’aspetto sereno, gioviale e talvolta rubicondo dei leader DC
lasciava trasparire un carattere e una personalità che mai avrebbe permesso loro di farsi autori di crimini così enormemente odiosi e disumani
come quelli dei nazisti. Le facce bonarie e paciose dei leader DC
avrebbero però perso probabilmente l’abituale sorriso davanti alle colpe
politiche che un tribunale rivoluzionario avrebbe potuto contestare,
prima delle quali l’aver promosso uno sviluppo economico e sociale del
Paese senza che ad esso si accompagnasse una crescita morale e civile
degli Italiani. In effetti, l’ipotesi di un processo alla Democrazia
Cristiana, prima che dai terroristi delle BR, venne seriamente e
concretamente considerata da un intellettuale, scrittore e regista, noto
per le sue posizioni scandalosamente provocatorie: Pier Paolo Pasolini.
Il poeta di Casarsa, che considerava la DC il primo responsabile del
decadimento morale degli italiani, ormai antropologicamente involuti in
toto a una genìa di criminali a causa della peste consumistica che aveva
stravolto il Paese, la presentò dalle pagine del settimanale “Il Mondo”
del 28 agosto 1975 in un articolo intitolato Bisognerebbe processare i
gerarchi dc90. Rivolgendosi ai lettori di un tipico giornale della
borghesia illuminata Pasolini convocava idealmente i gerarchi DC in
tribunale (“Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri
90
Pier Paolo Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi dc, in Id., Lettere
luterane, cit., pp. 107-113 (art. apparso su “Il Mondo”, 28 agosto 1975).
62
potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche
presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati, come Nixon,
sul banco degli imputati”)91 come imputati di un processo penale, rei di
aver portato alla rovina politica, economica, morale il Paese. Questi i
reati, elencati con spietata lucidità:
“…indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico,
intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la
mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la CIA,
uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e
Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori),
distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione
antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale
inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle
scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità
dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell’esplosione
«selvaggia» della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità della stupidità
delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine,
oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad
adulatori.”92
Pasolini affidava il giudizio di questo colossale processo, al PSI e al
PCI, ossia ai partiti della sinistra, uno dei quali, il PSI, aveva
sperimentato in varie occasioni la collaborazione a governi a guida
democristiana (si ricordino le aperture del “centrosinistra” di Fanfani e
Moro, dopo l’esperienza drammatica del monocolore Tambroni, del
1960). E quindi, se il PCI aveva i titoli per giudicare in virtù della sua
“diversità morale”93 non poteva certamente averli il PSI, uno dei cui
91
Pier Paolo Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi dc, cit., p. 112. Il
riferimento a Nixon allude allo scandalo Watergate, una vicenda di spionaggio
politico-elettorale, che travolse il presidente americano nel 1974, costringendolo alle
dimissioni.
92
Pier Paolo Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi dc, cit., p. 113.
93
Diversità ben rappresentata dalla cristallina figura morale del suo segretario
politico, Enrico Berlinguer, il quale non si stancava di additare all’opinione pubblica
l’urgenza della “questione morale”, ossia l’intreccio tra politica e affari che era alle
radici del malgoverno e della crisi politica. Celebre fu l’intervista di Berlinguer
rilasciata a Eugenio Scalfari, apparsa su “La Repubblica” del 28 luglio 1981, che
anticipava, vari anni prima, le problematiche emerse con le inchieste su
Tangentopoli (vd. Eugenio Scalfari intervista Enrico Berlinguer, La questione
63
esponenti maggiori, Giacomo Mancini, era stato pesantemente accusato
di uno scandalo politico-affaristico negli anni Settanta sulle colonne del
settimanale di destra “Candido”. Ma, tecnicamente, come si sarebbe
potuto giungere a realizzare questo processo? Soltanto un’ipotesi di
marca prettamente rivoluzionaria avrebbe potuto generare quella
condizione politica nel Paese tale che sarebbe stato possibile arrestare e
processare in massa i leader democristiani, ossia la classe dirigente che
allora governava il Paese.
Lo scarso realismo della proposta di Pasolini (che peraltro lo scrittore
friulano, nella chiusa del suo articolo, poneva quale condizione per un
reale progresso del nostro Paese), il suo essere sostanzialmente un
paradosso provocatorio e niente di più, venne stigmatizzato duramente
dallo storico Luigi Firpo, anch’egli divenuto autorevole commentatore
sui quotidiani, secondo una moda del tempo, dalle colonne del quotidiano “La Stampa” del 31 agosto 1975.94 Nel suo articolo Il processo ai
notabili lo storico di Torino smontava pezzo per pezzo, prendendo di
mira i supposti capi d’accusa pasoliniani, quella che considerava
nient’altro che “un’ipotesi fantapolitica, un sogno poetico” (del resto
anche Pasolini, sul “Corriere della Sera” del 24 agosto 1975, ammetteva
che l’immagine di Andreotti, Fanfani, Gava e Restivo ammanettati tra i
carabinieri era “un’immagine metaforica”, “al fine di rendere il suo
discorso comico oltre che sublime (…) soprattutto didascalicamente
molto più chiaro”).95
I capi d’imputazione, gettati alla rinfusa nel “calderone” pasoliniano,
secondo Firpo erano voci generiche e mal definite o presupponevano
totale assenza di senso della realtà storica e, nel caso dell’adesione alla
NATO, avrebbero dovuto chiamare in causa anche Moro (che Pasolini,
morale, Aliberti Editore, Roma 2012). Eppure anche il PCI si trovò coinvolto in
quegli scandali, segno che il fenomeno coinvolgeva l’intero sistema dei partiti e
nessuno avrebbe potuto chiamarsene fuori.
94
Luigi Firpo, Il processo ai notabili, in Id., Cattivi pensieri, Mondadori, Milano
1983, pp. 199-203.
95
Pier Paolo Pasolini, Il Processo, in Id., Lettere luterane, cit., p. 115 (articolo
apparso sul “Corriere della Sera”, 24 agosto 1975). Il processo ai notabili
democristiani avrebbe dovuto rivelare, secondo Pasolini, che la sua funzione di
gestione del potere si era conclusa e che la nuova forma del potere in Italia
(sfrenatamente laicista, edonistico, consumista, falsamente tollerante, etc.) non
sapeva più cosa farsene della DC e anche della Chiesa.
64
invece, considerava tra i pochi democristiani degni di rispetto). Quanto
all’accusa di aver asservito gli italiani alla civiltà dei consumi e alla
conseguenze degradazione morale, Firpo, difendendo, lui di idee
repubblicane, la DC, rispondeva che il miglioramento del tenore di vita
e l’aumento del reddito pro capite erano un fenomeno di portata mondiale e che la ricerca del benessere, la sua ostentazione e gli sprechi non
potevano essere addebitati alla DC, partito che aveva da sempre fatti
propri i valori dell’oculata amministrazione e del risparmio. Sarebbe stata necessaria un’inversione di tendenza, ossia una drastica repressione
dei consumi, ma chi avrebbe potuto imporla agli italiani se non “una
dittatura, sia pure moralistica”?96
È però incontestabile che sotto il regime democristiano siano
scoppiati periodicamente scandali anche eclatanti, che hanno visto
emergere torbidi intrecci tra affari e politica, di cui, tra i politici, sono
stati responsabili in modo vistoso proprio i democristiani. Si può dire
che, nella storia dell’Italia repubblicana, il malaffare sia andato di pari
passo con le vicende della politica e talvolta con la cronaca nera, dal
famoso giallo di Capocotta (il caso Montesi, che costò la carriera
politica all’allora vicepresidente del Consiglio Attilio Piccioni, democristiano) fino ai drammi di Tangentopoli (con i suicidi del socialista
Renato Amorese, del presidente dell’ENI Gabriele Cagliari e del
finanziere Raul Gardini): in mezzo vi sono il “banchiere di Dio”
Giambattista Giuffré, lo scandalo dei tabacchi che vide coinvolto il
democristiano ministro delle Finanze Trabucchi, lo scandalo Lockheed
che vide la corruzione di politici italiani (tra cui un’alta personalità di
governo denominata in codice Antelope Cobbler) da parte della famosa
azienda americana per favorire l’acquisto degli aerei Hercules, le
dimissioni, in anticipo sulla fine del mandato, del presidente della
Repubblica Giovanni Leone a seguito degli attacchi della giornalista
Camilla Cederna, lo scandalo dell’Italcasse, lo scandalo dei petroli che
vide coinvolti alti ufficiali della Guardia di Finanza e il ministro
dell’Industria, il DC Bisaglia, oltre al segretario di Aldo Moro, il caso
della loggia massonica P2 di Licio Gelli, la morte del bancarottiere
Michele Sindona, la morte del giornalista Mino Pecorelli, la morte del
96
Luigi Firpo, Il processo ai notabili, cit., p.201.
65
banchiere Roberto Calvi.97 E potremmo continuare, fino a Tangentopoli
e al “processo del secolo”, quello a Giulio Andreotti, imputato a
Palermo per collusione con la mafia, oltre che, a Perugia, per
l’assassinio del giornalista Mino Pecorelli.98
Gli attacchi, che alla Democrazia Cristiana sono stati rivolti nell’ambito della “questione morale”, hanno una loro ragion d’essere nella
lunga consuetudine di questo partito con il potere: la DC, infatti, è
rimasta ininterrottamente al governo, dirigendolo e/o partecipandovi con
i suoi ministri in ruoli di primo piano, praticamente dal dopoguerra fino
a Tangentopoli. Le ragioni di questa lunga partecipazione al governo
sono state spiegate dallo storico Piero Melograni nel suo saggio Dieci
perché sulla repubblica (Rizzoli, Milano 1994) in quattro punti sostanziali: l’essere stato il sistema politico italiano caratterizzato da due
anomalie, il cinquantennio di permanenza al potere della DC e la
presenza del più forte partito comunista occidentale, il PCI, non
pienamente autonomo dall’URSS; le capacità politiche indubbie dei
leader democristiani, in particolare di De Gasperi, che seppero costruire
l’identità centrista e interclassista della DC, oltre all’alleanza con il
Vaticano e gli Stati Uniti; l’essere la DC il principale garante di un
sistema politico libero e democratico nel Paese; i limiti degli avversari
politici della DC, in particolare del PCI, identificato, a torto o a ragione,
dagli elettori di centro come filosovietico.99 Ma la lunga consuetudine
con il potere non ha evitato alla DC di essere coinvolta, come dicevamo,
97
Su tutti questi scandali vd. Orazio Barrese – Massimo Caprara, L’Anonima
DC.Trent’anni di scandali da Fiumicino al Quirinale, Feltrinelli, Milano 1977;
Maurizio De Luca – Paolo Gambescia – Fabio Isman, Tutti gli uomini dell’Antilope,
Mondadori, Milano 1977; Camilla Cederna, Giovanni Leone.La carriera di un
presidente, Feltrinelli, Milano 197818; Trent’anni di scandali, a cura di Giampaolo
Pansa, suppl. a “L’Espresso”, n. 12, 24 marzo 1985; Sergio Turone, Corrotti e
corruttori.Dall’Unità d’Italia alla P2, Edizione CDE, su lic. Laterza, Milano 1986.
Sulla storia della corruzione politica: Carlo Alberto Brioschi, Il malaffare,
Longanesi & C., Milano 2010.
98
Processi conclusisi entrambi, com’è noto, con l’assoluzione dello statista
democristiano. La sentenza del Tribunale di Palermo che il 23 ottobre 1999 ha
assolto Giulio Andreotti dalle accuse di complicità con la mafia è stata commentata
dallo storico Nicola Tranfaglia: vd. Nicola Tranfaglia, La sentenza Andreotti,
Garzanti, Milano 2001.
99
Vd. Piero Melograni, Dieci perché sulla repubblica, cit., pp. 65-76.
66
in episodi emblematici di corruzione pubblica, male congenito al nostro
sistema politico repubblicano, che ha provocato enormi sprechi di
denaro pubblico, contribuendo a determinare il dissesto dell’economia
nazionale. La necessità di mantenere un elefantiaco e costoso apparato
di partito (ma questo discorso vale anche per le altre forze politiche)
giustificò l’idea che fosse lecito percepire illecitamente tangenti, a
livello di governo, da parte di individui e aziende private, per mantenere
in piedi il partito.100 Su questo perverso meccanismo si basa uno degli
scandali più famosi degli anni Settanta, lo scandalo Lockheed, che vide
imputati due ministri della Repubblica, Gui e Tanassi (il primo dei quali
assolto) e sfiorati dai sospetti un ex presidente del Consiglio, Rumor, e
un capo dello Stato in carica, Leone.
Poteva ben scrivere allora il giurista Stefano Rodotà, come prefazione
a un libro-inchiesta sul caso, parole che sembrano una durissima
requisitoria contro il malgoverno della Democrazia Cristiana:
Lo scandalo Lockheed permette diverse letture, nessuna delle quali esclude le
altre. C’è anzitutto una storia di disonestà personali, squallide ma ben remunerate,
che passa per anticamere e gabinetti ministeriali dove circolavano valigie imbottite
di dollari e venivano carpite firme; per studi di avvocati piccoli e grandi, capaci di
procurare qualsiasi cosa, da un vecchio pensionato pronto a far da prestanome fino
ad un incontro con il Presidente del Consiglio dei ministri; per uffici di presidenti di
enti di Stato, che imponevano taglie, compravano gioielli, pagavano uomini di
governo ed alti burocrati. Seguendo queste piste, però, lo scandalo Lockheed perde
ogni carattere di eccezionalità e si rivela piuttosto come la spia di una rete di
corruzioni che è riuscita ad espandersi fino a pervadere tutta la struttura pubblica,
tanto da rendere il pagamento di tangenti un passaggio obbligato anche per
ottenere ciò a cui si ha diritto. Nell’intero affare si rispecchia così, senza
deformazioni eccessive, il modo in cui ha funzionato in questi anni il nostro sistema
di governo, mortificando continuamente correttezza amministrativa, onestà personale, efficienza delle strutture.
Indignarsi, riflettere, reagire? Proporre? Ma che cosa, poi? Assistere impotenti?
Rassegnarsi? Attraversate da questi interrogativi, le discussioni sul caso Lockheed
hanno via via rivelato l’inutilità di puntare tutto sugli stati d’animo; basta pensare
allo scoramento che tanti hanno provato all’indomani delle votazioni del 20 giugno
100
Sul problema della corruzione politica rimandiamo a Piero Melograni, Dieci
perché sulla repubblica, cit., pp. 153-172.
67
dell’anno scorso, che premiavano proprio il protagonista vero dello scandalo, il
partito della Democrazia cristiana.101
Ma, più in generale, al di là degli scandali che periodicamente
scoppiavano coinvolgendo più o meno gravemente il partito, la Democrazia Cristiana, negli anni Settanta, appariva soprattutto una monolitica
macchina per la gestione del potere, che aveva ormai eroso il capitale di
fiducia affidatole dagli italiani nel 1948 e i cui successi elettorali erano
ancora il prodotto della paura del comunismo e del sospetto per un PCI
ancora ritenuto poco affidabile. Sicché un acuto giornalista come
Giuseppe Tamburrano poteva scrivere, a proposito della DC sfiduciata
dalla pubblica opinione ma condannata a governare, in un suo libroinchiesta sull’ “iceberg democristiano” (apparso proprio nel 1975,
l’anno del famoso articolo di Pasolini sul processo ai leader DC), queste
eloquenti parole:
Questo partito che ha solo il 38,7% dell’elettorato non è soltanto il partito di
governo – il quale ha le redini del governo tra una elezione politica e l’altra –; esso è
l’incarnazione del governo, l’aspetto visibile; come la Chiesa è il corpo mistico della
divinità, la DC è il corpo del potere. L’equazione DC=potere è talmente penetrata
nella communis opinio che anche i partiti di opposizione allorché progettano di
accedere al potere traducono inevitabilmente questa loro legittima aspirazione in
aspirazione alla collaborazione con la DC: se la DC è il governo, andare al governo
significa andare con la DC.
L’immedesimazione tra la DC e il potere è giunta al massimo grado, tanto che la
DC ha finito per beneficiare del privilegio del potere di essere non solo fuori
questione, ma anche di essere irresponsabile: la responsabilità comporta la libertà, da
una parte, e la sanzione dall’altra. Si può parlare di responsabilità connessa all’esercizio del potere solo nei regimi ove esiste l’alternativa: il partito che ha avuto la
maggioranza assoluta se sbaglia o gestisce male la cosa pubblica rischia una grave
punizione: la perdita della fiducia della maggioranza dei cittadini. Ma questo evento
non può verificarsi in Italia con la Democrazia cristiana la quale non potendo
perdere il potere non può nemmeno essere ritenuta responsabile di quanto accade
nella vita pubblica. Richiamiamo le angosciate parole di Ciccardini: «La Malfa può
101
Stefano Rodotà, pref. a Maurizio De Luca – Paolo Gambescia – Fabio Isman,
Tutti gli uomini dell’Antilope, cit., pp. VII-VIII. Abbiamo conservato il corsivo del
testo.
68
permettersi il lusso di denunciare i mali e restare fuori del governo: la DC purtroppo
non può».102
Il bisogno di pubblica moralità, di una cessazione o almeno
attenuazione delle ruberie e della corruzione di regime, faceva auspicare
perciò in larghi strati della pubblica opinione un processo collettivo a
carico dei maggiori responsabili politici: auspici che, negli anni Settanta,
si sono tradotti nella satira fantapolitica, anticipatrice dei processi di
Tangentopoli.
Il tema di un processo collettivo ai gerarchi DC ha ispirato un
romanzo fantapolitico di un anonimo autore, conosciuto soltanto per le
iniziali X. Y. (in quarta di copertina si dice che è un giornalista cinquantacinquenne che “conosce i segreti del potere e i modi di raccontarli”): il
romanzo, apparso per la casa editrice Vallecchi due anni dopo la tragica
morte di Pasolini all’Idroscalo di Ostia, ha per titolo emblematico 2
giugno 1985: il processo.103 Il processo ai notabili democristiani, che
nel romanzo sono quelli reali, viene celebrato in occasione dell’anniversario della nascita della repubblica, ossia il 2 giugno. Il protagonista del romanzo è invece un personaggio di fantasia, un alto
magistrato in carriera, Gaetano Filippuzzo, chiamato a presiedere la
sessione speciale della Corte d’Assise che dovrà giudicare gli ex potenti
democristiani e i “boiardi di Stato”, i grandi manager da quelli messi a
dirigere enti e istituti statali e parastatali, come l’ex direttore generale
della RAI Ettore Bernabei. Tutti chiamati a rispondere penalmente dei
loro misfatti (così come auspicava Pasolini, di cui questo romanzo
sembra tradurre sul piano narrativo la sua poetica utopia), compreso il
leader radicale Marco Pannella, l’unico degli imputati a piede libero.
Quest’ultimo non poteva certamente ricevere accuse di malaffare e
malgoverno, non essendo mai entrato a far parte di compagini
governative, ma era notoriamente inviso ai comunisti per le sue
102
Giuseppe Tamburrano, L’iceberg democristiano, SugarCo Edizioni, Milano
19753, p. 250. I due politici citati nel testo sono Bartolo Ciccardini, uomo politico e
sottosegretario DC nei governi dal 1979 al 1986, e il leader repubblicano Ugo La
Malfa (1903-1979).
103
X. Y., 2 giugno 1985: il processo, Vallecchi, Firenze 1977.
69
posizioni spregiudicatamente libertarie e per le accuse al PCI di essere
parte organica del sistema partitocratico.
Il contesto in cui si svolgono i fatti è futuribile (rispetto ovviamente a
quegli anni), ma non del tutto inverosimile: dopo una gravissima crisi
politica, che ha portato a nuove elezioni e alla disastrosa sconfitta del
partito di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana, è ora al potere
un governo socialcomunista (si tace del presidente del Consiglio, ma il
ministro della Giustizia è il comunista Alfredo Reichlin), mentre in
Vaticano siede sul soglio di Pietro un papa di colore, Leone XIV, aperto
alla modernità e propugnatore di una Chiesa rinnovata dall’autentico
spirito evangelico (personaggio che sembra prefigurare, per le sue istanze innovatrici, il papa Francesco dei nostri giorni), che ha come segretario di Stato il cardinale David Maria Turoldo. Nel salone dei congressi
della Fiera Campionaria di Milano, adattato a tribunale, sfilano davanti
al giudice gli ex presidenti del Consiglio Moro e Andreotti, e gli ex
potenti di regime Colombo, Bisaglia, Forlani, Donat Cattin, De Mita,
Taviani, Gullotti, Zaccagnini e Gioia (tutti politici in auge negli anni
Settanta, quando fu scritto il romanzo, e anche oltre). Vi è anche, tra gli
imputati, il socialdemocratico Tanassi. Tutti, con aria dimessa e rassegnata, sono costretti a sfilare davanti alla corte giudicante e al
pubblico ministero, per sentirsi accusare dei più vari scandali che hanno
contrassegnato gli anni dell’incontrastato potere democristiano. Eloquente la descrizione degli ex potenti democristiani alla sbarra, le cui
stanche e tristemente ingrigite fisionomie ben rappresentano la disfatta
di un potere che sembrava inviolabile e immarcescibile:
“All’estrema sinistra, due metri appena dal tavolino del cancelliere, sedeva l’ex
presidente del consiglio Aldo Moro. Niente, in quella figura immobile e
dall’espressione vacua, ricordava l’enigmatico gattone che, con felpata furbizia,
aveva dominato la scena governativa negli anni fra il 1962 e il 1976. Molto più
vecchio dei suoi sessantasette anni e la faccia olivastra rigata da una cascata di rughe
che spingevano verso il basso gli angoli della bocca levantina, Moro dava l’impressione di essere del tutto assente. Aveva avuto un moto di fastidio, accennando a
coprirsi il volto con due dita, soltanto quando si era accorto dell’occhio della
cinecamera puntato su di lui; ma era stato un gesto rassegnato e privo di energia; la
testimonianza, probabilmente, di una stanchezza non più simulata. Gli era accanto
un secondo ex presidente del consiglio, Giulio Andreotti, il ciociaro di Ferentino
che, per oltre trent’anni, aveva assaporato la suprema ebbrezza del potere,
sopravvivendo senza danno alle crudeli faide delle quali era stato spesso iniziatore.
70
Teneva le braccia conserte e si guardava attorno con aria incuriosita, le pupille
dilatate dalle lenti da presbite e le labbra piegate in una smorfia che sembrava
perfino divertita. Volti un tempo famosi anche quelli degli altri quattro della fila.
Chi avrebbe mai dimenticato, infatti, il viso inconsapevolmente pensoso dell’ex
ministro del Tesoro Emilio Colombo, o il tratto così inequivocabilmente veneto di
Antonio Bisaglia, oppure le figure familiari di Carlo Donat Cattin e di Arnaldo
Forlani? L’unico a mostrare un certo imbarazzo era proprio Colombo; ma forse ciò
era dovuto alle sue non buone condizioni di salute, giacché appariva anche smagrito
e coi capelli in disordine, come avesse dimenticato di usare il pettine. Alle spalle di
costoro, un sestetto di ex dirigenti della defunta Democrazia Cristiana concludeva la
sezione dei già citati «politici puri»: Ciriaco De Mita, Paolo Emilio Taviani,
Antonino Gullotti, Attilio Ruffini, Benigno Zaccagnini e Giovanni Gioia (già
condannato all’internamento in un campo di rieducazione al termine di un
precedente processo riguardante il malgoverno in Sicilia).”104
“Espressione vacua…”: viene alla mente la descrizione dei quattro
potenti democristiani, che Pasolini assunse come paradigma simbolico
del vuoto di potere che, a loro insaputa, attanagliava l’Italia nel
passaggio da una struttura politico-economica, ancora legata al tradizionale passato clerico-fascista, alla moderna civiltà del consumi,
falsamente progressista e tollerante.105 L’autore del romanzo, apparso
nel 1977, non poteva però prevedere che Aldo Moro un processo lo
avrebbe subito davvero, non da un ipotetico nuovo regime socialcomunista, ma dai terroristi delle Brigate Rosse. Nel romanzo Moro
prova a difendersi facendo ricorso alle consuete acrobazie verbali che
impreziosivano il suo stile oratorio, finalizzate a una abile captatio
benevolentiae (ricorda le sue originarie simpatie socialiste), ma è
duramente richiamato all’argomento dell’udienza dall’implacabile presidente del tribunale Filippuzzo (che quel giorno analizza la sua diretta
responsabilità nell’indirizzo di politica estera dell’Italia, giudicato ora
104
X. Y., 2 giugno 1985: il processo, cit., pp. 19-20.
Ritratti (apparsi sulla prima pagina del “Giorno” del 21 luglio 1975) che, secondo
Pasolini, avevano alcunché di lugubre e di vacuo ma che avrebbero dovuto, al
contrario, testimoniare la resurrezione del governo democristiano (in Pier Paolo
Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi dc, cit., p. 107): “Parevano infatti le
fotografie di quattro giustiziati, scelte dai familiari tra le loro migliori, per essere
messe sulla lapide. Ma, al contrario, non si trattava di un avvenimento funebre,
bensì di un rilancio, di una resurrezione. Quelle fotografie al centro della
monolitica pagina del «Giorno» parevano infatti voler dire allo sbalordito lettore,
che quella lì era la vera realtà fisica e umana dei quattro potenti democristiani.”
105
71
come l’asservimento della nazione a una potenza straniera, gli USA,
tramite la NATO):
“ – Allora, se non vi sono altre dichiarazioni… – riprese Filippuzzo. Trasse dal
fascicolo, che teneva aperto davanti a sé, un foglio costellato di bolli tondi e chiamò
il primo imputato: Moro Aldo. Nell’udire il proprio nome, costui parve destarsi
all’improvviso; si guardò in giro, riuscì a tirarsi in piedi e fece qualche passo in
direzione del tavolo della Corte. – Si accomodi, si accomodi… – lo sollecitò
Filippuzzo, indicandogli la sedia di metallo e cuoio posta un po’ di traverso. –
Grazie… – Lei è certamente al corrente dei motivi per i quali compare in questo
giudizio – entrò subito in argomento il presidente. – Che ha da dire a sua discolpa?
L’ex presidente del consiglio (oltre che ex ministro degli esteri ed ex segretario
della Democrazia Cristiana) cavò di tasca il fazzoletto e si nettò pensosamente le
labbra. I suoi movimenti erano lenti e resi incerti da un impaccio che traspariva
anche dalla fuggevolezza dello sguardo. – Devo necessariamente andare indietro nel
tempo… sì, ai primissimi anni della mia milizia politica – esordì a fatica. – Già
allora ero animato da uno spirito di intensa socialità cristiana, il medesimo che
avrebbe poi guidato i miei passi successivi. La prova è negli atti: le mie simpatie
andarono da principio al partito socialista, legato allora da un patto di unità d’azione
all’attuale partito di maggioranza… – Si attenga ai fatti, professore – intervenne il
dottor Filippuzzo, stringendo più volte le dita a pigna come usava fare durante le
arringhe degli avvocati troppo prolissi.”106
Il processo ha però un esito inaspettato e paradossale, concludendosi
con l’assoluzione piena per i grossi nomi, sul cui conto le responsabilità
materiali non vengono provate, e con condanne di lieve entità per la
palude dei minori. Vengono condannati ad otto mesi di carcere soltanto
gli ex deputati Egidio Carenini e Gaetano Morazzoni e ad un anno senza
condizionale Giampaolo Cresci, l’ex capo della segreteria di Fanfani,
ma il motivo è la pura antipatia personale che anima il presidente
Filippuzzo nei confronti dei succitati personaggi. Con questo finale,
sembra dire il misterioso autore di 2 giugno 1985: il processo, un
processo ai notabili DC, se fosse stato celebrato allora (il libro venne
pubblicato nel 1977, un anno prima del rapimento Moro e quindici anni
prima di Tangentopoli), sotto un governo dei partiti di sinistra, sarebbe
finito a tarallucci e vino. Ma i drammatici fatti di Tangentopoli, che
distrussero l’esistenza di Democrazia Cristiana e Partito Socialista e
106
X. Y., 2 giugno 1985: il processo, cit., pp. 22-23.
72
determinarono la fine politica dei loro leader, avrebbero smentito questa
previsione improntata a rassegnato scetticismo.
Un altro processo alla Democrazia Cristiana, ma esteso a tutto il ceto
politico coinvolto nel governo del Paese, è quello intentato da Giorgio
Almirante, leader del Movimento Sociale Italiano, nel suo saggio
Processo alla Repubblica, uscito nel 1980.107 Come “ospite incomodo di
questa democrazia senza demos” (così si definisce l’autore nella
premessa, citando Pietro Nenni),108 ormai entrata in una irreversibile
crisi globale, Almirante chiama sul banco degli imputati a rispondere
alle domande di un implacabile pubblico ministero, i maggiori leader
politici che hanno avuto responsabilità di governo nella Prima Repubblica, e anche i capi dell’opposizione, come il leader del PCI Enrico
Berlinguer. Con Berlinguer, anche Craxi, Pertini, Nilde Jotti, Fanfani,
Saragat, Zaccagnini, Cossiga, Lama, i socialisti Balzamo, Labriola,
Lagorio, il socialdemocratico Longo, i liberali Bozzi, Zanone e
Malagodi, nonché altri personaggi minori, sfilano e rispondono alle
domande del Pubblico Ministero, per sentirsi tutti imputare dello sfascio
delle istituzioni e della mancata realizzazione della Carta Costituzionale,
nata comunque, secondo Almirante, già difettosa all’origine. È un
processo globale al sistema partitocratico, reo di aver abbandonato a se
stessa la Repubblica, una Repubblica che “non è di nessuno, alla base,
perché così com’è, nessuno la vuole, nessuno se ne sente proprietario
nel vero senso della parola, cioè nessuno la fa propria, la sente propria,
e nessuno si sente suo”. Onde si svela la “tremenda verità”: “il cittadino
italiano è estraneo alla Repubblica, la Repubblica è estranea al
cittadino italiano”.109 È un libello di propaganda, più che un testo di
fantapolitica, con giudizi aspri ed esacerbati sulla classe politica, un
testo che risente del durissimo clima di scontro frontale che per anni
contrappose il MSI, partito dell’estrema destra in cui allignavano non
troppo velate simpatie per il trascorso regime fascista, ai partiti del
cosiddetto “arco costituzionale”. Anche Almirante, come peraltro dalla
sponda opposta Berlinguer (con la sua famosa intervista sui partiti
divenuti macchine di potere e di clientela, rilasciata al direttore di
107
Giorgio Almirante, Processo alla Repubblica, Ciarrapico editore, Roma 1980.
Giorgio Almirante, Processo alla Repubblica, cit., p. 5.
109
Giorgio Almirante, Processo alla Repubblica, cit., pp. 8-9.
108
73
“Repubblica” Eugenio Scalfari),110 poneva sul tavolo la questione
morale, ossia la profonda corruzione del sistema politico, causa di
enormi sprechi e ingiustizie.111
5. Conclusione. Concludiamo questo lavoro con una riflessione,
sperabilmente non banale. Avremmo potuto citare altre opere, per dare
più ampio respiro alla nostra ricerca, ma lo spazio riservato nel volume a
questo contributo non ce lo ha consentito. Tuttavia, quei pochi testi che
abbiamo menzionato nel nostro lavoro ci offrono una eloquente
testimonianza che impressiona ancora a distanza di decenni: ossia ci
fanno capire quanto siano state difficili e delicate determinate fasi nella
110
Il segretario del PCI Enrico Berlinguer, in una intervista rilasciata al direttore di
“Repubblica” Eugenio Scalfari nel 1981, dieci anni prima dello scandalo di
Tangentopoli, denunciò coraggiosamente che i partiti erano ormai diventati
macchine di potere e di clientela. Vale la pena di ricordare il suo allarme sulla
“questione morale”, problema al centro della politica italiana: “La questione morale
non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concessori in alte
sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e
bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, secondo noi
comunisti, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi
e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la
concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno
semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è
il centro del problema italiano.” (vd. Eugenio Scalfari intervista Enrico Berlinguer,
La questione morale, cit., p. 41).
111
A questo sistema il MSI, proprio per la sua diversità che ne faceva un “ospite
scomodo” nella Repubblica nata dall’antifascismo e dalla Resistenza, era sostanzialmente estraneo, e difatti le inchieste di Tangentopoli, che misero fine alla Prima
Repubblica, non lo toccarono. Tuttavia, per essere pienamente accettato come
interlocutore dagli altri partiti, il MSI dovette affrontare un sostanziale cambiamento
nelle forme e nei contenuti dottrinari, che, nel famoso congresso di Fiuggi del 1995,
sotto la guida dell’allora segretario Gianfranco Fini, lo portò ad assumere la nuova
identità di Alleanza Nazionale e poi a confluire nel Popolo della Libertà di Silvio
Berlusconi. Sulle origini e la storia del Movimento Sociale Italiano vd.: Pier
Giuseppe Murgia, Ritorneremo!, SugarCo Edizioni, Milano 1976; Piero Ignazi, Il
Movimento sociale italiano, in La politica italiana, dizionario critico 1945-95,
Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 273-295; Giorgio Bocca, Il filo nero, Mondadori,
Milano 1996, rist.; Adalberto Baldoni, La Destra in Italia 1945-1969, Editoriale
Pantheon, Roma 1999; Giuseppe Parlato, Fascisti senza Mussolini, Il Mulino,
Bologna 2006.
74
storia politica dell’Italia repubblicana,112 quanto poco sia bastato perché
gli eventi precipitassero in immani tragedie che forse avrebbero fatto
impallidire quella della seconda guerra mondiale. Che, dal dopoguerra
in poi, il Paese sia molte volte scampato, per caso o per suo destino, per
l’accortezza dei leader politici al governo e all’opposizione o per una
innata e insperata saggezza del popolo italiano, alla tragedia della guerra
civile, non è semplice dire, ma va riconosciuto che, finora, ogni
generazione ha trasmesso alla successiva, in una sorta di tacito patto
sempre rinnovato, istituzioni libere e democratiche, in un clima di pace,
a tutela dei diritti di tutti i cittadini, per il presente e per il futuro. Sia
questo il prezioso lascito anche della classe politica che oggi dirige il
Paese.
112
Soprattutto negli anni della Guerra Fredda, “gli anni insomma di una guerra
civile sfiorata, evitata dalla reciproca saggezza di De Gasperi e di Togliatti, ma mai
archiviata del tutto, almeno tra i militanti più sanguigni e combattivi” (così Marco
Follini, La DC, cit., p. 83).
75
76
ROBERTO CETERA
________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___
Lettera aperta a Papa Francesco
Abbiamo ritenuto opportuno accogliere nello spazio dei “Quaderni”
una lettera rivolta a un destinatario d’eccezione: il Vescovo di Roma,
ossia Papa Francesco. Questa lettera aperta non cerca una risposta,
così come la intendiamo noi (anche se sarebbe auspicabile), ma, a ben
vedere, essa stessa, per la possibilità che offre di costruire un dialogo,
per quanto ipotetico sia, sui problemi dei giovani e della scuola,
rappresenta una risposta alla tanta indifferenza con cui la nostra
società guarda al Sacro.
Mario Carini
77
Lettera aperta a Papa Francesco
C P F
aro
s
apa
rancesco,
ono un insegnante di religione del liceo classico
“Orazio” di Roma. Il mio lavoro è annunciare il
Regno di Dio a circa 400 ragazzi dai 14 ai 19 anni,
ogni settimana per un’ora.
E’ una grande responsabilità: le cinque parrocchie che
circondano il mio liceo sono frequentate al massimo da un
centinaio di ragazzi della stessa età, mentre io ne ho quattro
volte tanti, così per tanti di loro la mia parola è spesso l’unica
e ultima occasione di contatto con Gesù e la Sua Chiesa.
Una mia parola può essere decisiva per farli diventare o
meno dei buoni cristiani o già semplicemente degli uomini
buoni e onesti: e questo mi fa tremare i polsi… spero di
esserne in grado e che lo Spirito mi suggerisca sempre le
parole e i comportamenti giusti.
Nella scuola si incontrano tante di quelle “periferie
dell’anima” che magari in parrocchia non si incontrano,
disagi psicologici, anoressia, bulimia, depressione, alcol, droga,
famiglie a pezzi, e ultimamente tanti ragazzi i cui genitori
hanno perso il lavoro.
La mia è una scuola di periferia ma non di un quartiere
povero, mi accorgo in questa trincea che spesso ne uccide più
78
il consumismo che la povertà: uccide l’anima di questi
ragazzi. Sapesse, Santo Padre, quanti giovani stanno
male… quanti dobbiamo soccorrerne, credenti e non credenti.
Le Sue parole ai giovani, specie quelle dell’udienza di
mercoledì 4 settembre, sono un balsamo per le loro ferite e
per la nostra fatica: che Dio La benedica per le Sue parole!
I miei studenti Le vogliono molto bene. Lavorare nella
scuola significa rendersi subito conto che il problema
principale dei giovani oggi è quello della mancanza del padre:
il padre che esorta, rincuora, istruisce, trasmette memoria e
valori, che corregge, ammonisce, protegge, quel padre lì non
c’è più, neanche nelle famiglie ancora unite. Per questo i miei
giovani Le vogliono bene, perché hanno riconosciuto in Lei un
Padre.
Soprattutto i giovani sono affascinati dalle parole di
Speranza che Lei trasmette: i ragazzi hanno tanto bisogno
di sentire questa parola; il mio, il nostro lavoro, di insegnanti
di religione è soprattutto quello di infondere Speranza a
credenti e non, ai ragazzi e anche alle loro famiglie.
Sabato sera, con i giovani che sono riuscito a contattare
prima dell’inizio della scuola, saremo con Lei a pregare per la
speranza di un futuro di pace.
E ora… oso l’indicibile. La nostra a scuola è a 20 minuti
dal Vaticano. Perché una mattina di queste non viene a
trovarci, ad augurare a tutti gli studenti italiani, per il tramite
dei miei studenti dell’Orazio, un buon inizio di anno
scolastico?
79
Sarebbe un regalo bellissimo che Lei farebbe a tutti gli
studenti italiani: la Speranza che si fa persona e viene a
trovarci.
Per alcuni dei miei studenti sarebbe peraltro un
reincontro: sono stati cresimati da Lei nella basilica di San
Lorenzo quando era ancora
in vita don Giacomo Tantardini.
So che magari sarà difficile, e che Le sto chiedendo una
follia, in tal caso venga da noi almeno spiritualmente con la
Sua preghiera, per tutti i nostri giovani.
C
on devozione filiale, La saluto in Cristo.
Roberto Cetera
Insegnante della religione Cattolica
presso il liceo ginnasio “Orazio” di Roma
80
ANNA MARIA ROBUSTELLI
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Troppo spaventata per piangere1:
le poesie di Ali Cobby Eckermann
Mi hanno sempre affascinato le lingue che stanno per scomparire,
forse perché nel momento in cui questa eventualità diventa manifesta
rendono palpabile la ricchezza della cultura che sta loro dietro e che si
sta perdendo. La cultura, come sappiamo, è imprescindibile dalla sua
lingua di appartenenza.
Così Diego Marani, in un bell’articolo comparso sul domenicale de Il
Sole 24 Ore il 28 luglio scorso notava come in Australia delle 250
lingue parlate alla fine del Settecento ne sopravvivano ora solo 110.
“L’inglese ha stravinto – spiega – ma spesso non ha le parole per
nominare le cose dell’ennesimo continente che ha conquistato.” E per
dar conto di questa situazione diceva che “[l’inglese] non può descrivere
il tipico rumore che fa la corteccia degli alberi quando si stacca dal
tronco sotto le raffiche del vento. Walu si dice in lingua ngiyambaa, che
significa anche malinconia, nostalgia di casa.” Questa annotazione così
squisitamente poetica alza il velo su tutto ciò che perdiamo quando non
ci prendiamo cura della sua sopravvivenza. Marani spiega che questo
fatto glielo ha raccontato “un calabrese emigrato da poco a Melbourne,
che qui ha ritrovato intatto il grecanico dei suoi nonni, scomparso nella
sua terra ma conservato gelosamente dalla tenace migrazione italiana.”
Questo apparente paradosso ci induce a riflettere sul fatto che anche noi
italiani perdiamo ogni giorno qualcosa se non stiamo attenti ad averne
cura, a preservarlo. Ricordo che mia madre usava delle espressioni
provenienti dal dialetto romanesco che ora nessuno più usa.
1
E’ il titolo, tradotto in italiano, della sua memoir Too Afraid To Cry, Ilura Press,
2012, da cui ho tratto ispirazione per scrivere questo articolo.
81
In Australia dalla fine dell’Ottocento fino agli anni settanta del
Novecento è stata attuata una politica di sradicamento degli aborigeni
che ha dato origine alla Stolen Generation of Indigenous People. Molti
di loro, quando nascevano, erano dati in adozione a famiglie di origine
europea, ufficialmente perché i bambini venivano considerati “svantaggiati”, in quanto non avrebbero ricevuto, nell’ambiente in cui
vivevano, un’istruzione adeguata. Di fatto spesso questi bambini,
intorno ai 14 anni diventavano braccianti o domestiche, cioè erano
soggetti a un vero sfruttamento, ricevendo in realtà un’istruzione molto
inferiore a quella della media dei bambini bianchi.
Uno di questi bambini è stata la poeta Ali Cobby Eckermann.
Adottata da una coppia di genitori di origine tedesca – di cui peraltro lei
parla sempre bene – ha anche dovuto affrontare un’esperienza di abuso
da parte di un amico della famiglia e l’atteggiamento razzista e violento
di certi suoi compagni di scuola che hanno impresso alla prima parte
della sua vita un’impronta drammatica, avviandola su un percorso
pericolosamente distruttivo. Solo quando ha cominciato a sentire il
desiderio di ritrovare la sua madre d’origine questo percorso negativo si
è interrotto e lei ha intrapreso la strada coraggiosa della riconquista del
suo vero sé. Questa storia è narrata nella memoir Too Afraid To Cry,
un’autobiografia ricca di poesie che hanno accompagnato il cammino
verso la sua rinascita spirituale.
Eccone una che con pochi tratti lapidari riesce ad esprimere disagio:
Faiku
Bevo per la strada
Chiedo soldi ogni giorno
L’intolleranza è libera.
Se vieni a mancare
Sola sotto il ponte
82
Le erbacce ti cresceranno in bocca.
Una tomba da poveri
Fiori morti piegati all’indietro
Spezzati dalla trascuratezza.2
Lentamente si insinuano pensieri positivi, veicolati dalla presenza
della natura:
Era l’inizio della serata, e io stavo camminando lungo la pista accanto al fiume. Era
il mio sentiero preferito quando ritornavo alla casa dove stavo. Gli alberi
sembravano emettere messaggi sottili. Deviavo percorrendo il letto sabbioso di un
fiume che di rado conteneva acqua e mi sedevo tranquilla nel folto degli alberi,
sentendo gli anni e la saggezza degli alberi. Potevo quasi sentire l’acqua artesiana
che gorgheggiava, protetta e ben al sicuro nel sottosuolo. Ho spesso goduto
dell’intensità di questo luogo diverso.3
Da questa esperienza di afflato con l’ambiente circostante nascono
poesie come questa:
Acqua nascosta
c’è amore nel vento vicino alla roccia che canta
lungo il fiume vicino all’albero antico
amore nel canguro, nel goanna4 e nell’emù
amore quando lo spirito parla con una voce non umana
nei luoghi sacri gli occhi senza macchia
2
Op. cit., p. 103.
I drink in the street / Ask for money each day / Intolerance is free // If you pass away
/ Alone under the bridge / Weeds will grow in your mouth. / / A pauper’s grave-site /
Dead flowers bent backward / Broken by neglect.
3
Op. cit., p. 106.
4
Si tratta di una lucertola che può raggiungere dimensioni notevoli, come i varani.
83
guardano l’aquila dalla coda a cuneo librarsi sull’acqua nascosta
trova l’amore5
Qui la poesia, maestra del non detto, trova un suo cantuccio segreto
prima di tutto nel titolo che ci fa immaginare quel gorgoglio di cui ci
parlava prima Ali e, così facendo, ce lo imprime fortemente nella mente.
Gli elementi naturali nascono, evocati dalle parole e circonfusi
dall’immaginazione: così il vento, la roccia che canta, il fiume, l’albero
antico. Ma anche gli esseri viventi: il canguro, il goanna e l’emù.
E’ dolorosa l’affermazione che dice che [c’è] amore quando lo spirito
parla con una voce non umana. Viene ricordato che i luoghi in cui sta
respirando sono sacri, e questo ricostruisce un forte legame con la sua
gente d’origine che così nominando ha consegnato a un sentimento di
rispetto profondo. Anche gli occhi di chi guarda sono immacolati
quando osservano l’aquila dalla coda a forma di cuneo sorvolare l’acqua
nascosta. C’è un legame, una consapevolezza tra quell’aquila e
quell’acqua che tengono unite le cose e ci rendono umili spettatori di
questa scena. Il nostro ruolo qui è di entrare in contatto, di percepire.
E questo ci permette di nominare un’altra bella poesia di Ali,
incentrata sull’ascolto:
Ceneri
Al posto speciale
vicino alla cava
accanto al fiume
premi il viso sull’albero tjamu
5
Op. cit., p. 119.
there is love in the wind by the singing rock /down the river by the ancient tree //
love in the kangaroo, goanna and emu / love when spirit speaks no human voice // at
the sacred sites eyes unblemished / watch wedge tail eagle soar over hidden water //
find the love.
84
resta in attesa e ascolta
taglia la pietra
fa’ sanguinare il desiderio sulla corteccia di carta
brucia waru
resta in attesa e ascolta
taglia la pietra
fa’ sanguinare l’io sulla corteccia di carta
brucia waru
resta in attesa e ascolta
taglia la pietra
fa’ sanguinare la paura sulla corteccia di carta
brucia waru
macchia le ceneri di kami
resta libera
aspetta il guerriero
tjamu – nonno
waru – fuoco
kami – nonna6
6
Op. cit., p.16.
At the special place /near the cave / by the river /press face into tjamu tree / wait for
the listening / cut the stone / bleed lust on paper bark / burn waru / wait for the
listening / cut the stone / bleed ego on paper bark / burn waru / wait for the listening
/ cut the stone / bleed fear on paper bark / burn waru / smear kami ashes / stand free /
wait for the warrior.
85
Le parole qui usate hanno una valenza forte: c’è da tagliare una
pietra, liberarsi di un peso non indifferente, c’è da far riversare fuori di
sé passioni potenti, il desiderio, l’io, la paura. Il tutto è effettuato come
un rituale, cadenzato dalle ripetizioni delle parole, dal fuoco bruciato.
Vengono invocati un nonno (tjamu) e una nonna (kami), quindi viene
ricercato il legame con gli anziani del gruppo, che conoscono i segreti
della loro cultura. Al tempo stesso si auspica che avvenga l’ascolto, il
contatto sia con l’ambiente fisico che con i membri della cultura alla
quale si appartiene.
Si noterà come è sempre forte il legame con la sua famiglia di origine
e con la sua gente. Ecco un’altra poesia in cui il rapporto con la natura e
con la famiglia sono numinosamente intensi:
La montagna
Viene un uccello.
Non chiedo niente
‘Occhio di dingo’:
Il dingo svanisce
nel crepuscolo che si spegne
‘Scrigno’:
Soppeso ogni pietra
nel mio sguardo
e i ‘Messaggi’:
86
Ogni granello di sabbia in questo
grande paese rosso
è un poro sulle pelle
della mia Famiglia7
Terry Whitebeach commenta il libro da cui è stata presa questa poesia
in questo modo:
[è] un libro con il quale puoi portare fuori il bush con te; sederti tranquillamente e
guardare la terra, e riflettere sulla sua semplicità e sul suo respiro, sul suo mistero e
sulla sua efficacia. La forza del rapporto di Ali Cobby Eckermann con il paese è
affermata in maniera tranquilla ma potente in poesie come ‘La Montagna’.8
Questo lasciarsi penetrare quietamente dagli elementi naturali in cui si
è immersi è ben rappresentato anche dalla poesia ‘Crepuscolo’:
siede su uno spalto roccioso
godendosi il canto delle rane
che buca un fiume sbarrato
al crepuscolo
solo qui cantano gli uccelli del posto
la loro ninna nanna serale
che rimbalza da sponde rosse
traboccanti di erbacce
7
little bit long time,Australian Poetry Centre, Balclava, 2009.
A bird comes. / I ask nothing // ‘Dingo Eye’: // The dingo vanishes / with fading
dusk // ‘Shrine’: // I weight every stone / in my gaze // and ‘Messages’: // Every
grain of sand in this / big red country / is a pore on the skin / of my Family.
8
An Incisive Indigenous Voice, reviewed by Terry Whitebeach in
www.emsah.uq.edu.au/awsr/new_site/awbr_archive/147/Cobby.htm.
87
è che la vita scivola via di sera
un suono di nacchere delle rane Salientia
che ben presto si acquieta
come muschio che cade a scaglie
lei ascolta il canto della terra
sotto alle alghe e alle canne esotiche
e proprio quando scende l’oscurità
un pesce salta increspando la memoria9
Anche qui il motivo dell’ascolto è preponderante e può avvenire
quando la simbiosi con le cose della natura è felicemente realizzata: lo
spalto roccioso, il canto delle rane e degli uccelli, le erbacce, il muschio,
le alghe e le canne riempiono la scena costituendosi come paesaggio
dell’anima interrotto solo da quel pesce che intacca la memoria con un
tocco degno del trascendentalismo americano, per esempio di Henry
David Thoreau.
Una delle poesie più belle e singolari che abbia scritto Ali Cobby
Eckermann è senza dubbio Cerchi e Quadrati, che appare ultima nel suo
libro di memorie. La riportiamo di seguito:
Sono nata Yankunytjatjara
9
Southerly Journal of the English Association, September 28, 2011.
she sits on a rocky ledge / overlooking frog song / puncturing a choked river / at
dusk // It is only here native birds sing / their evening lullaby / echoed between red
with weeds // It’s like life slips away in the evening / a resounding of Salientia
castanets / soon to fall silent / like flaking moss // she listens for earth song / under
the algae and foreign reeds / and just as darkness falls / a fish jumps rippling
memory.
88
Mia madre è Yankunytjatjara
Sua madre era Yankunytjatjara
La mia famiglia è Yankunytjatjara
Ho imparato molte cose dagli Anziani della mia Famiglia
Sono arrivata a riconoscere che la mia Vita viaggia in Cerchi
La mia Cultura aborigena mi ha insegnato che
la Vita Universale è Circolare
Quando sono nata non mi è stato permesso di vivere con la mia Famiglia
Sono cresciuta nel mondo dell’uomo bianco
Abitavamo in una casa Quadrata
Coglievamo frutta e verdura da un terreno Quadrato accuratamente recintato
Tenevamo gli animali in paddock Quadrati
Stavamo seduti e mangiavamo a un tavolo Quadrato
Stavamo seduti su sedie Quadrate
Dormivo in un letto Quadrato
Mi guardavo in uno specchio Quadrato e non sapevo chi fossi
Un giorno incontrai mia Madre
Sapevo solo che questo incontro era parte del nostro Cerchio Curativo
Poi cominciai a viaggiare
Visitai luoghi dove ero stata prima
89
Ma questa volta stavo seduta con la Famiglia
Ci raccoglievamo vicini insieme accanto a grandi fuochi Rotondi
Mangiavamo cibo del bush, festeggiando con formiche e bacche Rotonde
Mangiavamo carne di animali che vivevano in tane Rotonde
Dormivamo in Cerchi su spiagge intorno ai Nostri fuochi
Stavamo seduti nello sporco, sulla Nostra Terra, che appartiene a un grande pianeta
Rotondo
Guardavamo la Luna crescere fino a diventare un Cerchio giallo magnifico
Quello era il Nostro Tempo
Ho imparato due modi di essere diversi ora
Ne sono grata
E’ parte del mio Cerchio della Vita
Il mio cuore è Rotondo come un tamburo, pronto a risuonare la musica della mia
Famiglia
Ma il Quadrato dentro di me rimane ancora
il buco Quadrato mi blocca nella mia interezza.10
10
Ali Cobby Eckermann, little bit long time, New Poet Series, Australian Poetry
Centre, Melbourne, 2009.
Circles and Squares
90
La prima cosa che mi colpisce in questa poesia è che le cose
principali che hanno segnato la vita della poeta cominciano con la
maiuscola: la sua gente di appartenenza, gli anziani, la famiglia, la
madre, la nonna, la vita, ma anche i “quadrati” che l’hanno connotata
negativamente. Tutte queste cose che vengono nominate con solennità,
con la certezza di essere importanti, si creano uno spazio privilegiato
nella poesia stessa.
L’appartenenza alla sua gente Yankunytjatjara in particolare è ripetuta
quattro volte e indubbiamente scava un solco solido e profondo nella
pagina aperta della poesia. E’asserita con calma e determinazione. Si
capisce il desiderio di ripristinare un’origine che è stata cancellata dal
governo federale australiano con incredibile violenza. In questa poesia
viene ribadita la consapevolezza che la sua vita “viaggia in cerchi” e che
“la Vita Universale è circolare”. Interviene il ricordo della sua vita
I was born Yankunytjatjara / My Mother is Yankunytjatjara / Her Mother was
Yankunytjatjara / My Family is Yankunytjatjara / I have learnt many things from my
Family Elders / I have grown to recognize that my Life travels in Circles / My
Aboriginal Culture has taught me that / Universal Life is Circular // When I was
born I was not allowed to live with my Family / I grew up in the white man’s world
// We lived in a Square house / We picked fruit and vegetables from a neatly fenced
Square plot / We kept animals in Square paddocks / We sat and ate at a Square table
/ We sat on Square chairs / I slept in a Square bed // I looked at myself in a Square
mirror and did not know who I was // One day I met my Mother / I just knew that
this meeting was part of our Healing Circle // Then I began to travel / I visited places
that I had been before // But this time I sat down with Family // We gathered closely
Together by big Round campfires / We ate bush tucker, feasting on Round ants and
berries / We ate meat from animals that lived in Round burrows / We slept in Circles
on beaches around Our Fires / We sat in the dirt, on Our Land, that belongs to a big
Round planet / We watched the Moon grow to a magnificent yellow Circle
// That was Our Time // I have learnt two different ways now / I am thankful for this
/ That is part of my Life Circle // My heart is Round like a drum, ready to echo the
music of my Family // But the Square within me still remains / The Square hole
stops me in my entirety.
91
passata dominata dai quadrati e l’impossibilità di trovare se stessa (“Mi
guardavo in uno specchio quadrato e non sapevo chi ero”).
Dopo l’incontro con la madre vera la vita di Ali diventa piena di
cerchi (“grandi fuochi Rotondi / formiche e bacche Rotonde / tane
Rotonde / dormivamo in Cerchi”) e le sono vicini la consapevolezza di
un grande pianeta Rotondo e di una luna Rotonda. Adesso il suo cuore è
diventato Rotondo, ma il Quadrato incombe ancora sulla sua vita e le
impedisce di essere completa.
Le parole ripetute con ordine e convinzione costituiscono il fascino di
questa poesia in cui chi scrive deve ricostruire con calma e decisione un
mondo che le è stato negato. Il Cerchio deve riprendersi lo spazio, deve
rioccupare tutti i luoghi dai quali era stato bandito. Così le parole, come
tanti mattoni messi pazientemente l’uno sopra l’alto con il cemento
giusto, si levano a ricostituire con sapiente determinazione un mondo
perduto.
Quanti mondi perduti dovremmo cercare di recuperare per ritrovare
noi stessi, le radici che ci alimentano, i semi che vogliamo passare ai
nostri figli e a tutti quelli che abbiamo favorevolmente influenzato? Si
tratta di una ricchezza da non perdere come ci ricorda Ali Cobby
Eckermann nelle pagine del libro ricordato in questo articolo e come
traspare dalle parole di un australiano che, riflettendo su questo, ha
inserito un suo intervento in un blog:
[…] Mi piace l’idea di vivere in un paese dove tutto ha nomi diversi e dove
possiamo tutti godere degli strati della nostra storia. E’ come una caccia al tesoro e
questo è realmente un tesoro. (Stephen Cassidy)
E così scrive Ali sul suo blog:
“Con tutto questo meraviglioso sole di primavera, è stato un ritorno graduale a
internet, dopo quattro meravigliose settimane passate recentemente nel Northern
Territory, giorni passati fuori nel bush a Kalkarinji e Daguragu, Jilkminggan, Acacia
e Mandorah! Oh stare seduti sul terreno, tra la gente e la lingua aborigena! Questa
semplice ricetta mi riempie il cuore, e distende le mie rughe ah ah! Sono arrivata a
capire che la vita lontano da questo è una vita insolita, spesso piena di difficoltà.
92
Capisco che la separazione dalla mia famiglia culturale non può essere sostenuta
troppo a lungo. L’ancora di salvezza è la mia cultura.
Qui a Koolunga11, nell’Australia meridionale, i resti degli Ngadjuri sono sparsi sotto
un paesaggio agricolo. Questa è stata una nazione fiera che fu aspramente dispersa
dal colonialismo, a metà Ottocento. Devo stare seduta completamente immobile per
udire la loro storia.”12
11
12
In questo luogo Ali ora vive e gestisce una Residenza per Scrittori Aborigeni.
http://southerlyjournal.files.wordpress.com/2011/09photocrop1.jpg.
93
94
ANNA MARIA ROBUSTELLI – ANNA PAOLA BOTTONI
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Appunti su un percorso di letture nel biennio:
la vergine perseguitata nella narrativa
del Settecento e dell’Ottocento
Introduzione. Gli alunni, specialmente quelli del biennio, sono
disabituati alla lettura e hanno un rapporto di diffidenza nei confronti del
testo, soprattutto se annoverato fra i “classici”, definizione notoriamente
attribuita a letture di difficile fruizione. Il presente percorso-progetto
cerca di rispondere alle seguenti esigenze, che noi docenti avvertiamo
emergere allorché decidiamo di programmare un percorso di letture per
avvicinare gli studenti del biennio alla narrativa moderna e contemporanea.
Tenendo presente che la letteratura è un mezzo sofisticato per
esplorare la realtà in cui viviamo e noi stessi, perché può essere proficuo
studiarla in un percorso? Riteniamo per le seguenti ragioni. Presentare
un percorso di letture sfata, anzitutto, l’idea che la letteratura si sviluppi
negli ambiti ristretti della storia di una singola nazione. Fa, poi,
acquisire un’idea di cultura più vasta e integrata. Fa capire che arti e
discipline diverse si influenzano a vicenda (un motivo letterario, per
esempio, può sorgere in un ambito artistico). Insegna a pensare, in
quanto favorisce accostamenti, parallelismi e contrasti fra opere,
letterature e discipline diverse. Quindi, sia pur lentamente, fa emergere
l’idea che se un “motivo” crea una tradizione, può anche generare
personaggi e situazioni completamente originali (Heathcliff, personaggio di Cime tempestose, come vilain). Studiando tecniche narrative
appartenenti a letterature diverse è più facile capire come certi elementi
nascano, si sviluppino e si intreccino fino a generare importanti esiti
(per esempio, “il narratore che scava dentro se stesso”: la Molly di Joyce
esisterebbe senza i diari dei puritani d’America?).
La lettura del testo dei Promessi sposi, il cui studio è previsto dai
programmi del secondo anno, si presta a sviluppare numerosi percorsi
95
tematici, individuabili nell’iconografia di alcuni personaggi o tipi,
presenti nella narrativa, in genere e in special modo in quella ottocentesca e nel romanzo europeo.
La scelta delle autrici di questo lavoro è ricaduta, dunque, su due
figure emblematiche: quella del vilain e quella dell’eroina perseguitata,
in altri termini i due poli oppositivi che connotano, comunemente, il
sistema dei personaggi delle opere narrative: persecutore e perseguitata,
oppressore e vittima. Iniziamo con il prendere in considerazione la
figura della vergine perseguitata, in alcuni romanzi della letteratura
inglese (Pamela di S. Richardson, Il Castello d’Otranto di H. Walpole,
Ivanhoe di W. Scott, Cime Tempestose di E. Brontë, I Misteri di Udolfo
di A. Radcliffe), a cui aggiungiamo I Promessi Sposi di A. Manzoni, che
sono stati scelti a titolo esemplificativo, in quanto particolarmente
significativi e connotativi dei caratteri topici di tali personaggi.
Le vergini perseguitate nei romanzi inglesi del Settecento e
dell’Ottocento. Le giovani protagoniste di questi romanzi sono, in
generale, figure dinamiche, moderne, emergenti, che tendono ad usare
molteplici strategie per sfuggire ai soprusi che subiscono da parte dei
malvagi di turno, ossia i vilain.
Il “perseguitato” sviluppa” l’ingegno e ribalta la situazione a suo
vantaggio. Ne Il Castello d’Otranto di Horace Walpole (1717-1797)
Isabella si rifiuta sempre di obbedire al tiranno Manfred, che la vorrebbe
sposare, dopo la morte del figlio, per perpetuare la sua stirpe e, dopo
numerose peripezie, si sposa con Teodoro, l’eroe umile, coraggioso e
puro.
Pamela, nell’omonimo romanzo di Samuel Richardson (1689-1761),
non accetta mai le avances di Mr. B., spesso sviene quando la sua
purezza è attentata, spiazzando il suo padrone, più spesso gli tiene testa
dimostrandogli con le sue argomentazioni la sua bassezza morale. Solo
quando Mr. B. si dimostrerà veramente pentito e la vorrà sposare,
cambierà tattica accettandolo come marito.
Rebecca, in Ivanhoe di Walter Scott (1771-1832), mantiene per tutto
il romanzo una grande lucidità mentale. Ama Ivanhoe, ma si rende conto
che non lo potrà mai sposare, essendo lei ebrea, cioè appartenente a una
religione e a una condizione bistrattate. Quando viene rapita e portata
nel castello di Reginald Front-de-Boef rintuzza con coraggio la
96
prepotenza del templare. Usa le sue arti mediche per curare Ivanhoe. E’
una donna bella e coraggiosa e si fa rispettare per la sua dignità.
La seconda Catherine, viene segregata nella proprietà di “Cime
Tempestose” (Wuthering Heights di E. Brontë, 1818-1848) dall’uomo
che aveva amato appassionatamente sua madre e viene maltrattata come
tutti quelli che non sono Cathy da Heathcliff. Lentamente reagisce e
costruisce un rapporto positivo con Hareton, il figlio di Hindley (di fatto
suo cugino). E’ in qualche modo l’erede fortunata di sua madre, la
persona che può imparare a vivere nel presente con un certo piacere.
Di seguito tracceremo un piccolo regesto delle figure femminili
protagoniste dei romanzi sopra citati, mettendole in relazione con
l’ambiente in cui agiscono (il castello, un lugubre maniero spesso teatro
di oscure forze diaboliche, dove viene confinata dal vilain e liberata
dall’uomo che l’ama).
Pamela in Pamela di Samuel Richardson (1740). Pamela ha
quindici anni, è carina, dotata di prudenza e buon senso, virtuosa e
industriosa, innocente e sagace. Subisce un’azione persecutoria dal
vilain del romanzo: è infatti corteggiata da Mr. B., che ben presto le fa
delle avances (le prende la mano, la bacia…). Ad un certo punto del
romanzo le promette di rimandarla a casa, ma in realtà la fa portare in
una sua tenuta in campagna (praticamente la rapisce).
Pamela però non si perde d’animo e nel corso delle vicende adopera
spesso strategie e astuzie. Spesso sviene quando avverte che Mr. B. sta
per violarla. E’ anche capace di ragionare e di difendersi con le parole
invocando i sacri principi in cui crede. Non si sente inferiore a Mr. B. e
si ribella di fronte alle ingiustizie che subisce. Lei dice: “La mia anima è
di eguale importanza dell’anima di un principessa.” Cerca di scappare
di notte dalla tenuta in cui è tenuta prigioniera, pensa anche di annegarsi
in uno stagno. Come aiutante essa trova Mr. Williams, un curato e
alcuni servitori, che portano le lettere per i genitori che Pamela scrive.
All’inizio del libro viene sorpresa da Mr. B., il suo padrone, già
invaghitosi di lei, a scrivere ai genitori. Lui è sorpreso della sua bella
calligrafia e della sua ortografia corretta. Già da questo si può vedere
che Pamela non è sprovveduta e sola. E’ capace di scrivere e informa i
genitori di quello che le succede. Ella non è disposta a cedere alle
lusinghe del suo padrone. Quando lui la bacia per la prima volta dice:
97
“Sono onesta, anche se povera.” Le piace leggere. E’ capace di
ragionare e di difendersi con le parole. Quando Mr. B. teme che Pamela
abbia detto dei suoi baci a qualcuno, svergognandolo, Pamela lo
smaschera dicendo: “Perché dovrebbe essere così arrabbiato se non
avesse inteso fare alcun male?” Gli dice anche che lei non sparla di lui,
ma dice solo la verità. Mr. B. pretende che lei sia obbediente e grata a
lui che è il padrone ma P. risponde che i suoi ordini non devono essere
contrari ai principi sacri in cui crede. Quando Mr. B. la bacia di nuovo,
sviene e vuole andare via. Lui ha paura di essere calunniato.
Margaret A. Doody dice che Richardson adotta una narrativa popolare
femminile e domestica in cui la donna si prende il centro della scena, e
sfida il mondo dell’autorità maschile intorno a lei (S. Richardson,
Pamela, Introduction by Margaret A. Doody, Penguin Books, 1985).
La massima virtù di Pamela è quella della ribellione. Quando lei dice:
“la mia anima è di eguale importanza dell’anima di una principessa”, fa
un’affermazione cristiana e l’affermazione ha implicazioni sociali.
Pamela è minacciata da Mr. B., che usa e abusa del suo potere come
uomo, come datore di lavoro, e come membro della classe dominante.
Lui è il giudice di pace locale, quindi Pamela non si può rivolgere alla
legge, perché il suo oppressore è la legge.
Tecnica narrativa: Pamela è sempre nel mezzo delle sue esperienze
mentre racconta la storia. La sua narrazione è fresca, persino per se
stessa. Questo stile rende quello che accade sul momento, quando gli
eventi non sono ancora giunti a conclusione. Nello stile epistolare “i
pensieri non sono più nella confusione della psiche, ma si stanno
muovendo verso fuori nel mondo.” (M. A. Doody)
Gli effetti dello sviluppo della narrazione dipendono da Pamela.
Richardson ha dato al suo personaggio un enorme lavoro da fare, poiché
è solo la sua voce che deve reggere la narrativa. Il mondo che
Richardson ci fa vedere è un mondo nel processo di farsi e che è fatto da
chi lo guarda, un’azione sempre interna. “Pamela è anche la prima
importante eroina nella fiction inglese che lavora per guadagnarsi da
vivere con le sue mani.” Lei parla del denaro guadagnato che manda ai
genitori. Inoltre questo romanzo ci presenta una visione non satirica
delle classi bassi (pensiamo ai servi dei drammi di Shakespeare che
invece, nelle scene a loro affidate, dovevano far ridere).
98
Pamela crea una lingua sua, cerca e crea un linguaggio. Cresce al di là
dei suoi genitori, perché sperimenta sentimenti e percezioni che essi non
potevano immaginare. Proprio perché impara a reagire verbalmente a
quello che le succede, supera le difficoltà e, per così dire, soggioga
anche Mr. B. con la sua dialettica.
Ambiente: non viene imprigionata in una torre (Mr. B. con l’inganno
la fa portare in una casa la cui padrona di casa era una sua serva, la
perfida Mrs. Jewkes), ma in una dimora antiquata e solida che sorge tra
altre fattorie. “Alle 8 di sera circa entrammo nel cortile della sua bella,
grande, vecchia e solitaria dimora, che mi guardava allora, con tutti i
suoi orrori scuri, facendo oscillare gli olmi elevati e i pini intorno, come
se fossero stati costruiti per dare solitudine e danno. E qui, dissi a me
stessa, ho paura che questa sia la scena della mia rovina, se Dio non mi
protegge […]”.
Lì lei pensa a scappare e usa molte strategie per farlo, non escludendo
neanche l’idea di suicidarsi. C’è un dialogo continuo tra Pamela e Mr.
B. Lei sviene spesso quando lui attenta alle sue virtù, ma più spesso
parla con lui, tenendolo a bada.
Isabella ne Il Castello d’Otranto di Horace Walpole (1764). E’
bella e perfetta, buona e generosa. Si è invaghita di Teodoro ma,
sapendo che lui ama, riamato, Matilda, si tira indietro. Non vuole
sposare Manfred e fugge nei sotterranei del castello di Otranto per
raggiungere la chiesa di San Nicola e il relativo convento.
Descrizione dell’ambiente: “Nella parte inferiore del castello si
stendeva una serie intricata di volte, un labirinto dove non era facile per
una persona in preda all’ansia trovare la porta che si apriva verso il
sottosuolo. Un silenzio impressionante regnava in quelle regioni
sotterranee, a eccezione di qualche corrente d’aria che di tanto in tanto
scuoteva le porte davanti alle quali era appena passata, facendole
cigolare sui cardini arrugginiti e suscitando ogni sorta di echi
nell’oscurità di quell’interminabile labirinto.” Per tutto il romanzo
Isabella esprime il suo affetto per Ippolita, moglie di Manfred, e per
Matilda, figlia di Manfred, e la sua repulsione verso Manfredi. Alla fine
sposerà Teodoro.
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Rebecca in Ivanhoe di Walter Scott (1820). Rebecca è bella,
considerata così da tutti quelli che la conoscono, ma proprio per la sua
splendida bellezza subisce un’azione persecutoria. Infatti il templare
Brian de Bois-Guilbert, che se ne è invaghito, (la chiama “fulgido giglio
della valle della Baca” e “bella rosa di Sharon”), la rapisce e, dapprima
la porta nel castello di Reginald Front-de-Boef, poi nel convento di
Templestowe. Il capo dei Templari la considera una strega e la condanna
al rogo. Se un cavaliere (campione) combatterà per lei potrà dimostrare
la sua innocenza. Wilfred di Ivanhoe combatterà per lei e ucciderà
Front-de-Boef.
Rebecca è più preparata di Rowena ad affrontare la terribile prova del
rapimento, sia “per un’abitudine della sua mente” che per “una naturale
energia del suo spirito.” Sa che deve esercitare “una forza passiva” e
deve avere “una grande fiducia nel cielo che è naturale ai caratteri
elevati e generosi.”
Scott dice di lei: “Così preparata a considerarsi vittima della
disgrazia, Rebecca aveva presto imparato a riflettere sulla sua
condizione e aveva educato il suo spirito ad affrontare i pericoli che
probabilmente avrebbe incontrato.”
Nel castello (dove è stata confinata “in una torretta lontana e
appartata”) capisce, parlando con l’uomo che l’ha rapita, che lui non è
un fuorilegge, perché rifiuta i suoi gioielli, e suggerisce che sia un
nobile normanno. E’ intelligente, usa argomenti sofisticati per
scoraggiare il templare. Lei minaccia di diffamarlo (i templari
teoricamente facevano un voto di castità) tanto che lui le dice: “Il tuo
spirito è acuto, ebrea.” Ma cede alla disperazione e minaccia di buttarsi
dalla finestra della stanza in cui è rinchiusa: pur amando Ivanhoe e
curandolo delle sue ferite con le sue arti mediche, si rende conto che,
data la loro differenza di religione e sociale, non potrà mai anelare a lui
o sposarlo.
Rebecca trova appunto in Ivanhoe un valido aiutante, che per lei sfida
il malvagio templare Brian de Bois-Guilbert: “Era comunque opinione
generale che nessuno si sarebbe fatto avanti a combattere per un’ebrea
accusata di stregoneria, e i cavalieri, istigati da Malvoisin, si
mormoravano l’un l’altro che era tempo di dichiarare mancata la sfida
di Rebecca. In quel momento un cavaliere che spingeva il suo cavallo a
briglia sciolta apparve sulla pianura dirigendosi verso la lizza. Cento
100
voci esclamarono – Un campione! Un campione! - e malgrado le
prevenzioni e i pregiudizi della folla tutti gridarono di gioia quando il
cavaliere entrò nella lizza […] Alla domanda dell’araldo che gli
chiedeva il suo grado, il suo nome e il suo proposito, il cavaliere
straniero rispose subito e fieramente: - Io sono un nobile e buon
cavaliere venuto qui per sostenere con la lancia e con la spada la giusta
e legittima causa di questa fanciulla, Rebecca, figlia di Isacco di York; e
per affermare che la condanna pronunciata contro di lei è falsa e
ingiusta, e per sfidare Sir Brian de Bois-Guilbert come traditore,
assassino e bugiardo, come proverò in questo campo con il mio corpo
contro il suo, con l’aiuto di Dio, della Vergine, e di Monsignor San
Giorgio il buon cavaliere.”
Catherine in Cime tempestose di Emily Brontë (1847). Uno dei
personaggi principali del romanzo è Cathy Linton, la figlia di Catherine,
che subisce un’azione persecutoria. Dopo la morte del padre deve vivere
nella casa di “Cime tempestose” sotto il controllo di Heathcliff, che non
la sopporta, e non può uscire di casa, è come segregata. In pratica è
costretta a sposare e a sopportare il figlio malaticcio di Heathcliff. La
ragazza per tener testa al suo persecutore usa strategie e astuzie. Sfida
Heathcliff, dicendogli che lui ha preso la terra sia a lei che a Hareton
Earnshaw, sentendosi sicura dell’aiuto di Hareton contro Heathcliff.
Hareton Earnshaw rappresenta l’aiutante di Catherine. Dopo un po’
Catherine stabilisce un rapporto con Hareton (di fatto il figlio del
fratello della madre): “…non fu più capace di lasciarlo stare. Gli
parlava; criticava il suo torpore e la sua negligenza; esprimeva la sua
meraviglia come potesse mai condurre quella vita… e stare tutta quanta
la sera a fissare il fuoco e a sonnecchiare.” Di fatto Caterina cerca un
compagno e attraverso scaramucce con Hareton riesce a parlare un po’
con lui e a sapere che egli aveva preso le sue parti con Heathcliff tante
volte, facendolo arrabbiare. Catherine gli offre di insegnargli a leggere
un libro che gli regala e dopo qualche insistenza i due cominciano a
leggere insieme. Nellie Dean commenta: “Non afferrai altre parole
distinguibili, ma riguardando dalla loro parte, vidi due volti intenti sulle
pagine del libro accettato, così radiosi che non ebbi dubbi che il
contratto fosse stato approvato da ambo le parti, e che i nemici
sarebbero stati, da allora in avanti, intimi alleati.”
101
Per quanto riguarda l’ambiente ove si svolge il romanzo, “Cime
Tempestose” è il nome dell’abitazione del signor Heathcliff.
“Tempestose” è l’espressivo e rude appellativo, che sta a dimostrare la
turbolenza atmosferica a cui è esposta la località quando il tempo è
brutto. In qualunque ora, lassù, la ventilazione dev’essere pura e
costante; si può indovinare la violenza del vento del nord che soffia sul
dorsale, dall’inclinazione esagerata di alcuni pini stenti all’estremità
della casa, e da un filare di pruni sparuti che tendono tutti i rami da una
parte, quasi a implorare il sole in elemosina. Fortunatamente, l’architetto
che ha fabbricato la casa ha pensato bene di costruirla salda: le finestre
strette sono profondamente incassate nel muro, e gli angoli protetti da
larghe pietre sporgenti. “Prima di oltrepassare la soglia, mi fermai per
ammirare una quantità di figure grottesche scolpite stravagantemente
sul frontone, e specialmente intorno alla porta principale; in mezzo a
queste, fra un intrico di grifi e putti impudichi in rovina, scopersi la
data ‘1500’, e il nome ‘Hareton Earnshaw’ ”.
Così la signora Dean, la governante, descrive Cathy Linton: “Fu la
creatura che con maggior successo rischiarasse una casa desolata: il
viso una vera bellezza, coi magnifici occhi scuri degli Earnshaw, ma la
carnagione chiara e le fattezze minute e i biondi capelli ricci dei Linton.
Possedeva un carattere vivace, senz’essere urtante, e, negli affetti, un
cuore sensibile e ardente all’eccesso. Questa capacità di affezionarsi
profondamente mi ricordava sua madre; pure essa non le somigliava,
perché sapeva essere delicata e mansueta come una colomba, aveva
una voce dolce e un’espressione pensierosa. Il suo dolore non era mai
disperato; il suo amore non mai violento; ma profondo e tenero.
Comunque, si deve ammettere che possedeva difetti che
controbilanciavano i suoi meriti. La tendenza a essere impertinente era
uno di essi; e l’ostinazione, che acquistano sempre i ragazzi viziati,
buoni o cattivi che siano.” Cathy tiene testa a quello che diventerà suo
suocero, Heathcliff. Quando lui, diventato anche il padrone di
Thrushcross Grange, la viene a prendere per portarla a Wuthering
Heights, gli dice: “So che possiede una natura cattiva [parlando di
Linton, il figlio di Isabella Linton e di Heahcliff], - disse Caterina, - è
tuo figlio. Ma son contenta d’esser miglior di lui per perdonarlo; so
ch’egli mi ama, e per questa ragione l’amo. Tu invece non hai nessuno
che ti ami; e, per quanto infelici tu ci renda, avremo la soddisfazione di
102
pensare che la tua crudeltà nasce da un’infelicità più grande ancora
della nostra!...”
Emily ne I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe (1794). La giovane
e bella Emily di St. Aubert resta orfana e cade sotto la tutela della zia
Madame Cheron. Questa si oppone all’amore della ragazza per il
giovane Valancourt e la fa trasportare nel castello di suo marito, il
sinistro signor Montoni. Il titolo richiama appunto il luogo di orrore e
solitudine nel qual è segregata la giovane Emily dalla protervia della
dispotica zia. Concludiamo quindi il nostro piccolo regesto con la
descrizione dell’ambiente in cui si svolge la vicenda del romanzo, il
tenebroso castello di Udolpho sugli Appennini, dimora di un vilain
fascinoso e oscuro come Montoni: “Sebbene le valli profonde tra queste
montagne fossero, per lo più, rivestite di pini, qualche volta
un’improvvisa apertura presentava una prospettiva di rocce spoglie,
con una cascata che si riversava dalla sommità tra dirupi scoscesi,
finché le sue acque, raggiunto il fondo spumeggiavano con incessante
furia; e qualche volta scene pastorali esibivano le loro “delizie verdi”
nelle valli strette, sorridendo in mezzo all’orrore che le circondava. Là
greggi di pecore e capre, brucando all’ombra dei boschi incombenti, e
della piccola capanna del pastore, costruita sui bordi di un limpido
corso d’acqua, presentavano un dolce quadretto di calma. Per quanto
queste scene fossero selvagge e romantiche, la loro specificità aveva in
sé molto meno di sublime di scene simili delle Alpi, che sorvegliano
l’entrata in Italia. Emily rimase spesso sopraffatta, ma sentì raramente
quelle emozioni di indescrivibile timore reverenziale che aveva così
spesso provato, nel suo attraversamento delle Alpi. Verso la fine del
giorno, la strada serpeggiò in una valle profonda. Le montagne, i cui
precipizi ispidi sembravano essere inaccessibili, quasi la circondavano.
A est, si apriva un panorama, che mostrava gli Appennini nei loro
orrori più oscuri, e la lunga prospettiva delle vette che arretravano,
ergendosi l’una sopra l’altra, con i loro crinali rivestiti di pini,
mostrava un’immagine di grandiosità più possente, di qualunque altra
Emily avesse mai visto. Il sole era appena calato al di sotto della cima
delle montagne che lei stava discendendo, la cui lunga ombra si
estendeva attraverso la vallata, ma i suoi raggi digradanti, irrompendo
attraverso un’apertura dei dirupi, toccavano con un bagliore giallo le
103
sommità della foresta, che si piegava sui dirupi opposti, e si
diffondevano in pieno splendore sulle torri e le merlature di un castello,
che estendeva i suoi estesi bastioni lungo la cima di un precipizio più
in su.
“ Là,” disse Montoni, parlando per la prima volta in parecchie ore,
“è Udolpho.”
Emily fissò con melanconico timore il castello, che capì essere quello
di Montoni; poiché, sebbene fosse ora illuminato dal sole che
tramontava, la grandezza gotica dei suoi lineamenti, e le sue mura
sgretolate di scura pietra grigia, lo rendevano un oggetto cupo e
sublime. Mentre lo fissava , la luce morì sule sue mura, lasciando una
melanconica tinta violacea, che si diffondeva sempre più profondamente, man mano che il vapore sottile si sollevava lentamente sulle
montagne, mentre la merlatura al di sopra era ancora illuminata dai
raggi. Anche da lì, i raggi presto si sbiadirono, e tutto l’edificio fu
investito dalla solenne oscurità della sera. Silenzioso, solitario e
sublime, sembrava ergersi come il sovrano della scena, e di sfidare
arcigno tutti quelli che osassero invadere il suo regno solitario. Man
mano che il crepuscolo si infittiva, il suo profilo diveniva più spaventoso
nell’oscurità, e Emily continuò a fissarlo, finché le sue torri raggruppate insieme si potevano ancora vedere da sole, sorgere al di sopra
della sommità dei boschi, sotto la cui ombra fitta le carrozze subito
dopo cominciarono a salire.
L’estensione e l’oscurità di questi boschi alti risvegliò immagini
spaventose nella sua mente, e lei quasi si aspettava di vedere dei banditi
sbucare da sotto gli alberi. Alla fine le carrozze emersero su una roccia
ricoperta di erica, e, subito dopo, raggiunsero le porte del castello, dove
il suono profondo della campana del portale, che venne suonata per
avvisare del loro arrivo, aumentò le emozioni di paura, che avevano
assalito Emily. Mentre aspettavano che il servitore all’interno venisse
ad aprire i cancelli, lei esaminò l’edificio con ansia: ma la cupezza, che
lo ricopriva, le permise di distinguere poco più di una parte del suo
profilo, con le mura massicce dei bastioni, e di capire, che era vasto,
antico e lugubre. Dalle parti che vide, giudicò la forza possente e
l’estensione del tutto. L’ingresso davanti a lei, che conduceva ai cortili,
era di proporzioni gigantesche, e era difeso da due torri rotonde,
incoronate da torrette sporgenti, merlate, dove, invece di bandiere, ora
104
ondeggiava erba lunga e piante selvatiche, che avevano messo radici
tra le pietre che si sgretolavano, e che sembravano sospirare, quando la
brezza si riversava, sulla desolazione intorno a loro. Le torri erano
unite da una tenda, forata e anche merlata, al di sotto della quale
appariva l’arco acuto di un enorme grata, che sormontava i cancelli: da
questi, le mura dei bastioni si estendevano ad altre torri, che sovrastavano il precipizio, il cui profilo spezzato, apparendo in una luce
tenue, che sostava verso ovest, raccontava dei danni della guerra. – Al
di là di queste rovine tutto si perdeva nell’oscurità della sera.
Mentre Emily fissava con timore reverenziale la scena, un rumore di
passi si udì all’interno dei cancelli, e dell’apertura dei catenacci; dopo
di che apparve un vecchio servo del castello, spingendo indietro le
enormi ante del portale, per far entrare il suo signore. Mentre le ruote
delle carrozze rotolavano pesantemente sotto la grata, il cuore di Emily
sussultò, e le sembrò quasi di entrare in una prigione: il cortile tetro,
nel quale passò, servì a confermare l’idea, e la sua immaginazione,
sempre desta nei confronti di ciò che accadeva, le suggerì anche altri
terrori, che la sua ragione poteva giustificare.” Orrore ed elegia si
fondono qui insieme per rappresentare il romantico quadro delle
peripezie della protagonista.
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MARIA ASSUNTA ROSSI
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Ipazia e Cirillo d’Alessandria
«Cercava la verità, amava il dubbio,
detestava la manipolazione».
Due anni fa, durante il mio lavoro di bibliotecaria al liceo «Orazio»,
tra i libri che dovevo catalogare ce n’era uno che suscitava il mio
interesse più degli altri: Adriano Petta e Antonino Colavito, Ipazia, vita
e sogni di una scienziata del IV secolo, con prefazione di Margherita
Hack, La Lepre Edizioni, Roma 2009. Avevo sentito parlare di Ipazia
molti anni prima, quando da laureanda mi era stato affidato, come tesi di
laurea, il compito di ricostruire il Commento ai Salmi di Cirillo
d’Alessandria, scomparso in tradizione diretta, ma tramandato in parte
dalle Catene esegetiche greche1.
Oltre che essere un poligrafo, l’ambizioso patriarca di Alessandria «si
distinse per energia e brutalità ai danni di ebrei eretici e pagani»2.
Il «giovane, collerico e ambizioso vescovo»3 succede allo zio Teofilo
nel patriarcato di Alessandria e subito manifesta il suo integralismo
religioso con un pogrom antiebraico4, facendo leva sull’odio dei
cristiani contro gli ebrei “deicidi”.

Silvia Ronchey, Ipazia. La vera storia, Rizzoli, Milano 2010, p. 11.
Si tratta di collezioni di passi esegetici sui libri biblici tratti dalle opere dei
Padri della Chiesa.
2
Manlio Simonetti, La letteratura cristiana antica greca e latina, Sansoni, p.
326.
3
S. Ronchey, Ipazia, cit., p. 10.
4
Ibid. p. 49.
1
107
La Chiesa cristiana nei suoi primi secoli di vita, si trova a contrastare
il sorgere di diverse eresie che riguardano le Persone della Trinità, e
quindi a dover stabilire la dottrina ortodossa, il dogma.
In particolare nel concilio ecumenico di Efeso del 431 si distinse
l’azione del vescovo Cirillo, che con la sua abituale energia, ma anche
«con procedura largamente irregolare ottenne la condanna e la deposizione di Nestorio»5, vescovo di Costantinopoli e avversario dell’ortodossia.
Vasta fu la produzione letteraria di Cirillo, dedicata alla difesa delle
sue convinzioni teologiche e alla confutazione delle idee dei suoi
avversari nel campo della dottrina. Si dedicò anche ad un’intensa attività
esegetica, commentando numerosi libri dell’Antico e del Nuovo
Testamento.
Negli stessi anni in cui Cirillo era patriarca di Alessandria, era
presente nella città la scuola di Ipazia, giovane filosofa e «la prima
matematica nella storia dell’umanità di cui si abbia una conoscenza
ragionevolmente sicura e dettagliata»6.
Figlia di Teone, filosofo della scuola di Alessandria, la giovane aveva
cominciato con passione a studiare, soprattutto filosofia, matematica e
astronomia, ma anche interessandosi ad altri aspetti del sapere. È noto
quanto fosse complicato nell’antichità per le donne dedicarsi alla
cultura. Quelle che lo facevano erano viste con sospetto, se non
considerate delle “poco di buono”. Viene in mente la nobile Sempronia
che nel I secolo a. C. aderì alla congiura di Catilina, della quale Sallustio
nel celebre ritratto, pur ammirandola, disse che «era colta in lettere
greche e latine, suonava la cetra, danzava con più grazia di quanto sia
richiesto a una donna virtuosa»7. Nel V secolo d.C. il pregiudizio sociale
non era certo cambiato. Ma Ipazia allo studio si era addirittura
consacrata, rinunciando al matrimonio. Una giovane donna come lei,
dotata di v, cioè di nobiltà d’animo unita anche all’avvenenza fisica, non mancava di suscitare forti passioni, sembra anche in
qualcuno dei suoi allievi, ma lei respingeva tutti i suoi corteggiatori,
5
M. Simonetti, La letteratura cristiana, cit., pp. 315- 316.
Clifford A. Pickover, Il libro della matematica, Logos, p. 78
7
«Litteris Graecis et Latinis docta, psallere, saltare elegantius quam necesse est
probae», Sallustio, La congiura di Catilina, cap.25, a cura di G. Pontiggia, Oscar
Mondadori, p. 35.
6
108
preferendo dedicarsi ai suoi interessi culturali: lo studio, gli esperimenti,
l’insegnamento. Nel suo percorso culturale Ipazia aveva conseguito una
grande libertà di pensiero e una tale autorevolezza che anche influenti
uomini politici di Alessandria la tenevano in grande considerazione. Τra
questi in particolare Oreste, prefetto augustale di Alessandria, rappresentante del governo centrale romano8.
Queste stesse sue caratteristiche, tuttavia, provocano l’odio del
patriarca Cirillo, che come già detto aveva instaurato nella città un clima
di brutalità e violenza9. Cirillo odia Ipazia per la sua sapienza e per il
favore di cui gode presso Oreste, l’integralismo del vescovo e la libertà
culturale della studiosa sono inconciliabili, e sarà questo stato di cose a
segnare la condanna a morte della filosofa. Il massacro viene perpetrato
dai parabalani, monaci che avevano la funzione di infermieri-barellieri,
un’orda di uomini violenti e integralisti10.
Il testo sopra citato di Petta e Colavito è una ricostruzione romanzata
ma vera della storia di Ipazia. Alle pp. 221-224 possiamo leggere il
veemente discorso nel quale Cirillo tuona contro di lei, arringando la
folla. Nelle sue parole, impregnate di misoginia, la donna viene
presentata come una pericolosa ed empia seduttrice che con i suoi falsi
insegnamenti ha già stregato il prefetto augustale Oreste, ottenendo da
lui dei favori, e rischia di allontanare la gente da Gesù Cristo e dalla
salvezza eterna se non viene fermata in tempo. Nulla di più lontano dalla
pacatezza con cui Ipazia diffondeva il suo insegnamento.
È appena il caso di ricordare quanto l’intolleranza e l’assassinio siano
lontani dallo spirito di Cristo, come pure la misoginia. Il Maestro teneva
le donne nella massima considerazione, al punto che con alcune, come
le sorelle dell’amico Lazzaro, era in amicizia.
In un giorno di marzo del 415 i monaci parabalani comandati da
Pietro il Lettore massacrano orrendamente Ipazia, vittima del fondamentalismo religioso che anche nei secoli successivi inquinò la Chiesa
cattolica e che non è ancora sconfitto. Rimane inspiegabile come sia
stato possibile proclamare santo Cirillo, secondo alcuni studiosi
8
Cfr. S. Ronchey, Ipazia, cit., p. 39.
Cfr. M. Simonetti, La letteratura cristiana, cit., p. 326.
10
Cfr. S. Ronchey, Ipazia, cit., p. 51 e pp. 57-61.
9
109
mandante dell’assassinio, a cui in ogni caso non si oppose e da cui non
si dissociò.
Mi piace concludere con le parole di Silvia Ronchey, alle quali mi
associo: «…ogni volta che nella storia si ripropone, e si ripropone
spesso, il conflitto tra un Cirillo e un’Ipazia, una cosa è certa: siamo e
saremo sempre dalla parte di Ipazia».11
11
Ibid., p. 193.
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AMITO VACCHIANO
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CIVIS ROMANUS SUM!
Riflessioni sulla cittadinanza a Roma
tra storia e letteratura
In un’epoca come la nostra, che tende a celebrare in pompa magna gli
anniversari e talvolta a farne positivamente occasione di riflessione, è
davvero singolare che nel 2012 sia passata quasi sotto un silenzio
assoluto una ricorrenza di straordinario valore storico: vale a dire i
milleottocento anni della Constitutio Antoniniana, meglio nota ai più
come Editto di Caracalla.
Questo evento, com’è noto, segnò un momento fondamentale nel
lungo sviluppo storico di Roma e della sua evoluzione giuridica, ritenuto
da molti il naturale punto di arrivo, l’ultimo atto di un processo storico
durato secoli.
Il fatto risulta ancor più sorprendente se si tiene conto dell’ampio
dibattito attualmente in corso nel nostro paese, così come in altri
dell’Unione Europea, in merito al diritto di cittadinanza. In Italia, in
particolare, già nel 2012 faceva discutere la proposta avanzata
dall’allora terza carica dello Stato, il presidente della Camera dei
Deputati Gianfranco Fini, di superare la ristretta e antiquata concezione
dello ius sanguinis, tutt’oggi base del nostro ordinamento, e procedere a
una riforma della nostra legislazione per rinnovarla sulla base dello ius
soli. Si tratta cioè della possibilità di concedere la cittadinanza a
chiunque nasca in Italia e vi dimori stabilmente. Ciò permetterebbe,
dunque, anche ai figli dei cittadini stranieri che risiedono e lavorano da
tempo nel nostro paese, ormai perfettamente integrati e desiderosi di
rimanervi per sempre, di ottenere il riconoscimento della cittadinanza
italiana con tutti i relativi diritti e i doveri.
Attualmente invece la cittadinanza italiana è concessa automaticamente solo ai figli di cittadini italiani, anche se residenti all’estero, al
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contrario risulta assai lungo e complesso, anche per chi da anni risiede
in Italia, ottenere la cittadinanza italiana per sé e per i propri figli.
La cittadinanza italiana, inoltre, dà diritto de facto alla cittadinanza
nell’Unione Europea: per cui molti cittadini italiani, benché residenti
all’estero anche da più generazioni, ma che comunque abbiano
conservato la cittadinanza italiana, possono ottenerla facilmente anche
per i propri figli, che hanno così l’opportunità di diventare ipso facto
cittadini europei con tutti i diritti e i relativi vantaggi.
In quest’ottica, a mio avviso, cogliendo l’occasione dei milleottocento
anni della Constitutio Antoniniana, sarebbe assai opportuno un riesame
della storia del diritto di cittadinanza nel mondo romano, di cui l’Editto
di Caracalla ha rappresentato il punto d’arrivo, e vedere se la storia di
Roma, come spesso avviene, può offrire qualche ulteriore spunto di
riflessione e contribuire utilmente al dibattito odierno.
La storia costituzionale di Roma infatti, opera collettiva di un intero
popolo, può essere paragonata a una miniera inesauribile di esperienze
affascinanti, di conoscenze giuridiche a cui ancora oggi noi, uomini del
XXI secolo, possiamo rivolgere la nostra attenzione con profitto e
attingere a piene mani idee per la soluzione dei nostri problemi.
La mia non vuole e non può essere una trattazione scientifica ed
esaustiva della storia del diritto di cittadinanza a Roma, opera per cui
ovviamente non basterebbe un’intera biblioteca, ma solo un rapido
sguardo a volo d’uccello sui momenti più significativi di una storia
millenaria. Il mio obiettivo pertanto, focalizzando l’attenzione su alcuni
snodi particolari della storia di Roma, è offrire occasione di riflessione
che possa riuscire interessante e utile soprattutto ai giovani allievi della
nostra scuola. I docenti e in generale le persone colte saranno, dunque,
indulgenti se molto di ciò che leggeranno, per loro, è già ben noto.
***
Tutta la storia di Roma si può leggere come un lento ma progressivo e
costante sviluppo del diritto di cittadinanza.
A Roma, fin dalle più remote origini, forse anche prima della sua
fondazione, la cittadinanza fu riservata a poche famiglie (gentes) che ne
detenevano gelosamente il possesso e divennero il fondamento dello
Stato. I capi di queste famiglie (patres familias) avevano diritto a sedere
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nel senato (senatus) ed erano i soli che godessero la pienezza dei diritti
(ciues optimo iure)1. Ogni uomo libero, dopo la morte di suo padre,
diveniva a sua volta pater familias ed era un signore (dominus) con
potere assoluto ed illimitato su tutta la casa (familia); di questa facevano
parte la moglie, i figli, i figli dei figli e le loro legittime mogli, con le
loro figlie nubili e le figlie dei figli e tutti gli averi loro spettanti, i servi
(famuli) e gli altri beni mobili e immobili. Della familia entravano a far
parte di diritto anche i figli adottivi, dopo la legalizzazione dell’adozione, ed eventualmente anche le figlie nubili orfane dei fratelli o dei
parenti prossimi del pater.
Il potere del pater familias si esplicava con severa disciplina e a lui
spettava la potestà giudiziaria, sicché, a suo arbitrio, poteva punire tutti i
suoi sottoposti con pene corporali e addirittura con la morte. Se lo
desiderava, cosa inaudita e inconcepibile per noi moderni, poteva addirittura vendere come schiavi i propri figli.
Come nella famiglia il pater era un capo assoluto, così nello Stato il
potere assoluto doveva spettare ad uno solo, al rex, ma i cittadini gli
dovevano piena obbedienza solo quando egli convocava l’assemblea
degli uomini liberi atti alle armi ed imponeva loro formalmente
l’obbligo.
Fra i larghi poteri del re vi era anche quello di concedere la
cittadinanza a suo arbitrio. Nel VI secolo a.C., però, gli ultimi re di
Roma di origine etrusca, per svincolarsi dal controllo e dai
condizionamenti del senato, cominciarono a concedere con eccessiva
discrezionalità la cittadinanza a stranieri come loro, cioè a Etruschi,
Sabini, Equi, Latini, ecc. che andavano così ad incrementare il numero
dei cittadini de facto, ma non de iure. Questa parte della popolazione
1
Nel periodo repubblicano il cittadino romano di pieno diritto (ciuis optimo iure), a
differenza di coloro che avevano soltanto il diritto latino, era iscritto in una delle
trentacinque tribù territoriali, che fungevano da liste elettorali e di arruolamento
militare, e dunque poteva godere dei diritti politici: lo ius suffragii, ossia il diritto di
voto nei comitia a Roma, e lo ius honorum, ossia l’eleggibilità alle cariche
pubbliche. Solo la cittadinanza romana piena, dunque, consentiva l’accesso alle
cariche pubbliche e alle varie magistrature. Svariati erano poi i vantaggi sul piano
fiscale e, importante, la possibilità di essere soggetto di diritto privato, ossia di
potersi presentare in giudizio attraverso i meccanismi dello ius ciuile, il diritto
romano per eccellenza.
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ben presto divenne maggioritaria2: di qui il nome plebes, che va
riconnesso, come è noto, ad una radice indoeuropea *plē- che indica
l’abbondanza numerica.
In breve tempo le famiglie dei patrizi (patricii = ‘figli dei patres’) si
accorsero che il loro tradizionale potere cominciava ad essere
seriamente minacciato dalla potestas regia e dalla sua azione sempre più
libera e indipendente: ora, infatti, i re, con il sostegno dei nuovi cittadini
plebei e considerandosi super partes, cercavano di rendere il loro potere
quanto più incondizionato e assoluto.
Furono proprio gli esponenti di spicco delle famiglie patrizie che, alla
fine del VI secolo a.C., dopo aver abbattuto la tirannide di Tarquinio il
Superbo, diedero vita alla res publica populi Romani. Con la fine della
monarchia, dunque, è come se la potestas regia fosse ritornata nelle
mani di ciascuno dei patres, che acquisiscono ora nella res publica un
potere forse mai conosciuto prima. Era fra i senatori, infatti, che
venivano scelti i consules, cioè i supremi magistrati che detenevano
collegialmente il potere per dodici mesi. Nel caso in cui, per morte
prematura o altra causa impediente, i consules fossero venuti a mancare,
il potere tornava ai senatori e spettava loro presiedere i comitia per
l’elezione dei nuovi consules, nominando interrex uno di loro a turno
per cinque giorni. Non c’è da stupirsi dunque se i senatori romani, con la
loro dignitas e le insegne del loro potere, la toga con il laticlauum, lo
scettro e il loro aspetto solenne e maestoso, agli occhi degli stranieri
apparissero come “un consesso di molti re”3.
Dopo la costituzione della res publica le condizioni di vita dei plebei
peggiorarono decisamente: poiché i patrizi affermavano di essere gli
unici che potevano ricoprire le magistrature legittimamente. Essi infatti,
2
Va tenuto presente, ad onor del vero, che sull’origine della plebe e della sua
condizione subordinata rispetto ai patrizi non c’è ancora l’accordo tra gli studiosi e
che, nonostante le varie e più o meno interessanti teorie avanzate, non è stata ancora
trovata quella convincente in maniera definitiva.
3
Riferisce Plutarco che durante la guerra contro Taranto Pirro, re dell’Epiro,
intervenuto nel conflitto a fianco dei Tarantini, inviò Cinea come suo ambasciatore a
Roma a chiederne la resa. Al suo ritorno il re gli chiese che impressione gli avesse
fatto il senato romano e Cinea rispose che gli era sembrato un “sinedrio di molti re”.
Cfr. Plut. Pyr. 19: «λέγεται δev Κινέαν […] τά τ’ !λλα τù Πύρρ/ φράσαι καV *‹
&ς & σύγκλητος *ù βασιλέων  συνέδριον φανείη».
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essendo discendenti dei patres, erano i soli che detenevano gli auspicia,
ovvero la capacità di interpretare preventivamente il volere degli dei,
azione imprescindibile per poter intraprendere qualsiasi attività politica.
I plebei inoltre, non godendo né dello ius connubii con i patrizi (cioè il
diritto di matrimonio), né dello ius commercii (cioè il diritto di
commercio), non solo erano esclusi da tutte le magistrature e quindi da
ogni possibilità di accesso al senato, ma di fatto, pur essendo formalmente cittadini romani e tenuti a tutti gli obblighi di difesa dello Stato e
alle varie contribuzioni, erano relegati a svolgere un ruolo del tutto
marginale e subalterno nella vita politica.
I patres dunque, approfittando del loro predominio politico, cercarono
sempre non solo di mantenere immutati i loro privilegi, ma, se possibile,
di trasmetterli accresciuti e ampliati ai loro eredi, con l’obiettivo di
tenerne esclusi i plebei.
Gli eventi storici, tuttavia, non dipendono solo dalla volontà dei
singoli individui: ben presto nella società romana intervennero
mutazioni tali che resero insostenibile la pura e semplice conservazione
dello status quo.
L’evoluzione socio-economica dell’Italia fra il V e il IV secolo a.C.,
con lo sviluppo della civiltà urbana e nell’arte della guerra con la
diffusione della tecnica della falange oplitica, fece sì che la plebe,
divenendo progressivamente più cosciente della propria funzione e del
proprio peso politico, non si accontentasse di un ruolo passivamente
subalterno, ma rivendicasse in maniera sempre più perentoria l’abbattimento delle barriere che impedivano la piena parificazione dei diritti
fra i cittadini. Le rivendicazioni politiche presto si saldarono con quelle
economiche e tutta la prima fase della storia della repubblica, segnata da
lotte più o meno aspre, può anche essere letta come un lento ma costante
progresso in questa direzione, le cui tappe furono scandite dalle
successive conquiste politiche della plebe:
494-493 Prima secessione della plebe sul Monte Sacro e introduzione
dei tribuni plebis, degli aediles plebis e dei concilia plebis.
451-449 Costituzione della magistratura straordinaria dei decemuiri
legibus scribundis e approvazione della lex XII tabularum.
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449 Seconda secessione della plebe e approvazione delle leges Valeriae
Horatiae de prouocatione.
445-444 Costituzione dei tribuni militum consulari potestate aperti ai
plebei come alternativa all’ammissione dei plebei al consolato.
445 lex Canuleia: concessione dello ius connubii ai plebei.
367 leges Liciniae Sextiae, tra cui la lex de consule plebeio:
concessione di uno dei consoli ai plebei.
Tutte queste conquiste, dunque, scaturirono da lotte politiche, non
sempre pacate, e si configurarono come l’aspirazione dei plebei al
godimento di una cittadinanza piena, che passava necessariamente per
l’uguaglianza dei diritti e dei doveri fra tutti i cittadini in ogni momento
della vita politica, e non soltanto fra i ranghi dell’esercito o sul campo di
battaglia. Di fatto, anche se nella società romana rimasero sempre
presenti diseguaglianze economiche, il principio dell’uguaglianza giuridica fra i cittadini fu sempre molto sentito. A questo proposito uno dei
massimi storici e filologi tedeschi, il grande Theodor Mommsen, afferma: «[Nel primo periodo della sua storia] per quanto erano incerte le
relazioni tra il cittadino e il non cittadino, altrettanto invece era
compiuta l’uguaglianza legale dei cittadini fra loro. Non v’è forse alcun
popolo che abbia saputo sostenere come i Romani più inesorabilmente
l’una e l’altra delle due tesi»4.
Con le leges Liciniae Sextiae del 367 a.C. la secolare lotta della plebe
per la parificazione dei diritti poteva dirsi sostanzialmente conclusa. Da
quel momento in poi il compattamento della società romana fu compiuto: ogni cittadino cominciò a sentirsi parte attiva e vitale della res
publica, membro di un ingranaggio politico straordinariamente versatile
e produttivo. Ciò consentì quella temporanea felice armonizzazione
delle forze individualistiche, a partire da quelle economiche, impossibile
4
Theodor Mommsen, Storia di Roma antica. Dalle origini sino all’unione d’Italia,
vol. I, tomo I, Sansoni, Firenze 1960, p. 85. Com’è noto, la Storia di Roma di
Mommsen vide la luce per la prima volta a Lipsia in tre volumi fra il 1854 e il 1856
e insieme ad altre opere dell’autore gli ottenne il Premio Nobel per la letteratura nel
1902.
116
senza la sconfitta dei vecchi privilegi aristocratici. Questo è un evento
che si verifica raramente nella storia, ma che, quando avviene sprigiona
forze tali da permeare tutti gli aspetti di una società. Soprattutto in
campo militare il senso di appartenenza e la fedeltà alla patria diedero i
frutti migliori: l’esercito, costituito da cittadini orgogliosi e fieri di
essere romani, divenne un’arma formidabile e diede a Roma una tale
forza da farla divenire in pochi decenni una superpotenza irresistibile,
non solo in Italia, ma ben presto anche in tutto il bacino del
Mediterraneo.
Le vicende del resto sono note: nel giro di un secolo Roma occupò
militarmente e politicamente l’Italia. Costituì un granitico sistema di
alleanze, la cosiddetta confederazione romano-italica, che vide in prima
fila le città latine5, che sostennero Roma nell’opera di latinizzazione
linguistica dell’Italia, e poi tutte le altre ciuitates italiche, che affiancarono Roma nelle numerosissime guerre, fornendo truppe scelte e
vigorose che costituirono il nerbo dell’esercito e in molte occasioni
furono vitali non solo per la vittoria, ma anche per la sopravvivenza
stessa di Roma. È universalmente noto che senza l’incrollabile
compattezza della “confederazione” (a cui però non mancarono crepe
vistose) i Romani sarebbero stati spazzati via da Annibale e dalle sue
truppe mercenarie, soprattutto dopo le sue travolgenti e brillanti vittorie
militari.
Dopo la seconda guerra punica Roma riprese con rinnovato vigore la
sua politica di espansione, non mancando di concedere come premio a
singoli individui o a singole città la cittadinanza latina o anche una
forma limitata di cittadinanza romana, la ciuitas sine suffragio. Il premio
più ambito, però, rimase sempre la cittadinanza romana pleno iure.
Questa, tuttavia, dovendo superare sempre la resistenza tenace e a volte
irriducibile del senato, geloso e intransigente custode dei propri privilegi, era concessa solo di rado. Diventare cittadino romano perciò
proprio in quest’epoca inizia ad essere il traguardo ambito di molti
italici ed extraitalici, singoli individui o intere comunità.
A molte ciuitates italiche, ormai profondamente romanizzate, come
direbbe Cesare lingua institutis legibus, mancava solo il riconoscimento
5
Le civitates latine godettero di uno statuto speciale, con privilegi che fecero della
cittadinanza latina quasi una cittadinanza romana di serie B.
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giuridico per ottenere anche i vantaggi della cittadinanza romana.
Proprio l’atteggiamento rigido del senato di Roma e la chiusura ad ogni
richiesta di concessione di cittadinanza, che proveniva da parte di molte
comunità italiche, determinarono quella vasta insurrezione di città e
popoli dell’Italia centro-meridionale contro Roma che va sotto il nome
di bellum Marsicum o bellum sociale (91-89 a.C.). L’aspetto più
pericoloso per Roma in questa guerra fu rappresentato dal fatto che non
solo le ciuitates italiche erano situate a poca distanza da Roma stessa,
ma erano anche in grado di padroneggiare la strategia e le tecniche di
combattimento dei Romani. Da secoli, infatti, gli Italici erano costretti
ad affiancare i Romani in tutte le guerre e ormai ne condividevano
l’armamento, l’addestramento, gli stratagemmi e lo spirito di corpo6. I
Romani, perciò, seriamente preoccupati per la piega che stavano
prendendo gli avvenimenti, capirono che per fiaccare gli animi degli
Italici l’unica arma efficace sarebbe stata la concessione immediata della
cittadinanza romana a tutti coloro che si separavano dagli insorti e si
arrendevano senza condizioni. Nel 90 a.C. approvarono pertanto la lex
Iulia de ciuitate, in base a cui la cittadinanza romana veniva concessa a
tutti i socii Latini o Italici che erano rimasti tranquilli o che si
impegnano a deporre subito le armi7.
A questo provvedimento fece seguito nell’89 a.C. la lex Plautia
Papiria de ciuitate, con cui si voleva colmare una lacuna della lex Iulia:
veniva infatti concessa la cittadinanza romana anche a singoli individui,
purché il richiedente fosse già iscritto nelle liste dei cittadini di qualche
comunità alleata, avesse domicilio stabile in Italia all’epoca della
promulgazione della legge e ne facesse regolare domanda entro due
mesi al pretore urbano8.
6
Secondo molti studiosi fu proprio negli accampamenti, dove Romani e Italici
vivevano in stretta simbiosi per anni, che quest’ultimi imparavano a parlare latino e
a “sentirsi romani”, diffondendo poi nelle loro comunità disseminate nella Penisola
non solo la lingua ma tutto il complesso dei costumi (mores) romani.
7
Il testo di questa legge è contenuto in una lunga iscrizione proveniente da Eraclea,
città greca della Lucania, e perciò detta Tabula di Eraclea (CIL I, 593).
8
Le tre clausole di questa legge sono conosciute grazie a Cicerone (Pro Archia
poeta, 7): «Si qui foederatis ciuitatibus ascripti fuissent; si tum, cum lex ferebatur, in
Italia domicilium habuissent; et si sexaginta diebus apud praetorem essent professi».
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Nonostante la forte resistenza delle sue classi dirigenti, dunque, in età
repubblicana Roma unificò l’Italia e fu costretta ad estendere la cittadinanza romana a tutti i suoi abitanti.
Ma perché la cittadinanza romana era così ambita dagli Italici? A
prescindere dai vantaggi economici e politici che la cittadinanza romana
comportava, a quell’epoca il cittadino romano si sentiva veramente
tutelato dalle leggi di Roma e dal suo prestigio. Egli, in qualunque parte
dell’impero si trovasse, si sentiva al sicuro da arbitri e prepotenze, anche
quelli provenienti da parte dei magistrati: era sufficiente che dicesse ad
alta voce «ciuis Romanus sum» perché immediatamente scattassero le
immunità e i diritti che offriva la cittadinanza romana.
Il grande Cicerone per suscitare la commozione e infiammare di
sdegno i giudici durante il processo contro l’ex pretore di Sicilia Gaio
Verre, fra le altre infinite nefandezze da lui commesse lascia per ultimo,
come una ciliegina sulla torta, il crimine più esecrando: la violenza
perpetrata contro cittadini romani senza regolare processo e senza il
rispetto delle garanzie costituzionali. Azione questa considerata da
Cicerone fra le più infami, perché violava qualcosa di sacro e specifico
di ciascun cittadino romano.
In particolare Cicerone si sofferma nella descrizione dettagliata della
vicenda di Publio Gavio di Compsa (attuale Conza in provincia di
Avellino), allora importante municipio romano del Sannio. Costui, in
Sicilia per affari, dopo essere stato gettato illegalmente da Verre nelle
latomie di Siracusa, era riuscito ad evadere, ma giunto a Messina si
lasciò andare a confidenze con persone sbagliate. Arrestato, venne fatto
comparire davanti a Verre che – guarda le coincidenze! – proprio in quel
giorno giungeva a Messina. Ora, però, cediamo la parola allo stesso
Cicerone:
«Res ad eum defertur, esse ciuem Romanum qui se Syracusis in
lautumiis fuisse quereretur; quem iam ingredientem in nauem et Verri
nimis atrociter minitantem ab se retractum esse et adseruatum, ut ipse in
eum statueret quod uideretur.
Agit hominibus gratias et eorum beniuolentiam erga se diligentiamque
conlaudat. Ipse inflammatus scelere et furore in forum uenit; ardebant
oculi, toto ex ore crudelitas eminebat. Exspectabant omnes quo tandem
progressurus aut quidnam acturus esset, cum repente hominem proripi
atque in foro medio nudari ac deligari et uirgas expediri iubet. Clamabat
119
ille miser se ciuem esse Romanum, municipem Consanum; meruisse
cum L. Raecio, splendidissimo equite Romano, qui Panhormi negotiaretur, ex quo haec Verres scire posset. Tum iste, se comperisse eum
speculandi causa in Siciliam a ducibus fugitiuorum esse missum; cuius
rei neque index neque uestigium aliquod neque suspicio cuiquam esset
ulla; deinde iubet undique hominem uehementissime uerberari.
Caedebatur uirgis in medio foro Messanae ciuis Romanus, iudices, cum
interea nullus gemitus, nulla uox alia illius miseri inter dolorem
crepitumque plagarum audiebatur nisi haec, ‘Ciuis Romanus sum’. Hac
se commemoratione ciuitatis omnia uerbera depulsurum cruciatumque a
corpore deiecturum arbitrabatur; is non modo hoc non perfecit, ut
uirgarum uim deprecaretur, sed cum imploraret saepius usurparetque
nomen ciuitatis, crux, – crux, inquam, – infelici et aerumnoso, qui
numquam istam pestem uiderat, comparabatur.
O nomen dulce libertatis! O ius eximium nostrae ciuitatis! O lex Porcia
legesque Semproniae! O grauiter desiderata et aliquando reddita plebi
Romanae tribunicia potestas! Hucine tandem haec omnia reciderunt ut
ciuis Romanus in prouincia populi Romani, in oppido foederatorum, ab
eo qui beneficio populi Romani fascis et securis haberet deligatus in foro
uirgis caederetur? Quid? Cum ignes ardentesque laminae ceterique
cruciatus admouebantur, si te illius acerba imploratio et uox miserabilis
non inhibebat, ne ciuium quidem Romanorum qui tum aderant fletu et
gemitu maximo commouebare? In crucem tu agere ausus es quemquam
qui se ciuem Romanum esse diceret?»
«Gli si riferiscono i fatti: la viva protesta, cioè, da parte di un cittadino
romano per essere stato rinchiuso a Siracusa nelle latomie, il suo arresto
al momento dell’imbarco mentre lanciava contro di lui delle minacce fin
troppo violente, e il suo imprigionamento perché fosse proprio il
governatore a prendere a suo carico i provvedimenti ritenuti più
opportuni. Egli ringrazia profondendosi in elogi per il benevolo
interessamento nei suoi riguardi e, inferocito dal suo delittuoso e
rabbioso sadismo, si reca nel foro. Aveva gli occhi fiammeggianti e da
tutto il volto traspariva la crudeltà. Tutti erano in attesa di vedere a che
eccesso si sarebbe spinto o cosa mai avrebbe fatto; ed ecco che
all’improvviso ordina di trascinare Gavio fuori di prigione, denudarlo in
mezzo alla piazza, legarlo e preparare le verghe. Il disgraziato gridava di
essere cittadino romano, del municipio di Conza; di aver prestato
servizio militare con un illustre cavaliere romano, L. Recio, commerciante di Palermo, dal quale Verre poteva averne la conferma. Costui
allora ribatte che era venuto a conoscenza che egli era stato inviato in
120
Sicilia come spia dei capi degli schiavi ribelli: e ciò nonostante che non
esistesse indizio né traccia né sospetto alcuno; ordina poi ai suoi littori di
circondarlo e di fustigarlo con la massima violenza. Veniva fustigato in
mezzo alla piazza di Messina un cittadino romano, signori giudici, e
mentre quell’infelice veniva straziato sotto i colpi scroscianti, non si
udiva un gemito né altro grido se non questo: ‘Sono un cittadino
romano!’. È con questa menzione della sua qualità di cittadino romano
che egli pensava di poter evitare tutti i colpi e allontanare dal proprio
corpo la tortura; non solo, però, non riuscì a scongiurare la violenta
fustigazione, ma poiché intensificava la sua implorazione avendo sulle
labbra continuamente il suo titolo di cittadino romano, ecco che per
quell’infelice, per quel disgraziato che non aveva mai visto codesta
peste, veniva approntata la croce, sì, lo ripeto, la croce!
O dolce nome della libertà! O bel privilegio dei nostri cittadini! O legge
Porcia e leggi Sempronie! O potere dei tribuni fortemente rimpianto e
finalmente restituito alla plebe romana! Tutte queste garanzie dovettero
dunque scadere fino al punto che un cittadino romano, in una provincia
romana, in una città federata, venne legato e fatto fustigare da colui al
quale il popolo romano aveva concesso l’onore dei fasci e delle scuri? E
allora? Se, quando Gavio veniva sottoposto alla tortura del fuoco, delle
lamine di ferro arroventate e agli altri tormenti, la sua dolorosa
invocazione e la sua voce lamentevole non riuscivano a fermarti, non ti
muovevano a compassione nemmeno il pianto e i gemiti prolungati dei
romani presenti? Hai tu avuto il coraggio di far mettere in croce uno che
si proclamava in possesso della cittadinanza romana?»9.
Un altro celebre caso in cui la cittadinanza romana giocò un ruolo
fondamentale, soprattutto per le conseguenze che ebbe sul piano storico,
fu quello di Paolo di Tarso, l’apostolo delle genti.
Alla fine del suo terzo viaggio, dopo aver con coraggio annunciato il
vangelo di Gesù Cristo in molte province dell’impero romano e aver
costituito molte embrionali comunità cristiane, si recò a Gerusalemme
per portarvi le collette raccolte a favore di quei cristiani secondo un
impegno precedentemente assunto10. Qui, oltre a registrare il disaccordo
sulla sua predicazione da parte della chiesa locale, composta quasi
esclusivamente da Giudei osservanti e timorosi del giudizio degli altri
Giudei che non vedevano di buon occhio i cristiani, compie una visita al
9
Cicerone, Actio in C. Verrem secunda, liber V de suppliciis, 160-163.
Cfr. Gal. 2, 10.
10
121
Tempio, per testimoniare così pubblicamente la sua adesione formale
all’ebraismo.
Dopo una settimana, mentre si trovava sulla spianata del Tempio,
Paolo fu riconosciuto da alcuni Ebrei dell’Asia (probabilmente Efeso) e
fu accusato, oltre che di aver predicato “contro la legge e contro questo
luogo”, anche di aver introdotto un pagano, l’ellenista Trofimo di Efeso,
nel recinto del Tempio riservato agli Ebrei. L’accusa era falsa (Paolo era
stato accompagnato da Trofimo ma non nel Tempio), ma il reato era
grave, essendo prevista la pena di morte per il trasgressore.
Ne nascono dei tafferugli e Paolo è salvato in extremis dall’intervento
di un tribuno romano, un certo Claudio Lisia11, che dalla vicina fortezza
Antonia poteva controllare la spianata del Tempio. Paolo chiede
all’ufficiale di potersi rivolgere alla folla inferocita e tiene un discorso
nel quale raccontava la sua chiamata da parte di Gesù a predicare ai
pagani:
«Fino a queste parole erano stati ad ascoltarlo, ma a questo punto
alzarono la voce gridando: “Togli di mezzo costui; non deve più
vivere!”. E poiché continuavano a urlare, a gettare via i mantelli e a
lanciare polvere in aria, il comandante lo fece portare nella fortezza,
ordinando di interrogarlo a colpi di flagello, per sapere perché mai gli
gridassero contro in quel modo.
Ma quando l’ebbero disteso per flagellarlo, Paolo disse al centurione che
stava lì: “Avete il diritto di flagellare uno che è cittadino romano e non
ancora giudicato?”. Udito ciò, il centurione si recò dal comandante ad
avvertirlo: “Che cosa stai per fare? Quell’uomo è un romano!”. Allora il
comandante si recò da Paolo e gli domandò: “Dimmi, tu sei romano?”.
Rispose: “Sì”. Replicò il comandante: “Io, questa cittadinanza l’ho
acquistata a caro prezzo”. Paolo disse: “Io, invece, lo sono di nascita!”.
E subito si allontanarono da lui quelli che stavano per interrogarlo.
Anche il comandante ebbe paura, rendendosi conto che era romano e che
lui lo aveva messo in catene»12.
In questo caso, però, a differenza di quello narrato da Cicerone, il
possesso della cittadinanza romana fu decisivo per la salvezza di Paolo.
Egli infatti fu salvato dal tribuno della coorte romana di occupazione, il
11
12
At 23, 26; 24, 7; 24, 22.
At 22, 22-29.
122
quale però lo arrestò. Come prigioniero comparve prima davanti al
procuratore Antonio Felice, che lo trattenne per due anni senza emettere
una sentenza, poi fu deferito a comparire davanti al suo successore
Porcio Festo:
«[Festo] scese a Cesarèa e il giorno seguente, sedendo in tribunale,
ordinò che gli si conducesse Paolo. Appena egli giunse, lo attorniarono i
Giudei scesi da Gerusalemme, portando molte gravi accuse, senza però
riuscire a provarle. Paolo disse a propria difesa: “Non ho commesso
colpa alcuna, né contro la Legge dei Giudei né contro il Tempio né
contro Cesare”. Ma Festo, volendo fare un favore ai Giudei, si rivolse a
Paolo e disse: “Vuoi salire a Gerusalemme per essere giudicato là di
queste cose, davanti a me?”. Paolo rispose: “Mi trovo davanti al
tribunale di Cesare: qui mi si deve giudicare. Ai Giudei non ho fatto
alcun torto, come anche tu sai perfettamente. Se dunque sono in colpa e
ho commesso qualche cosa che meriti la morte, non rifiuto di morire; ma
se nelle accuse di costoro non c’è nulla di vero, nessuno ha il potere di
consegnarmi a loro. Io mi appello a Cesare”. Allora Festo, dopo aver
discusso con il consiglio, rispose: “Ti sei appellato a Cesare, a Cesare
andrai”»13.
Secondo gli Atti, dunque, Paolo come cittadino romano si appella a
Cesare, cioè a Nerone che allora regnava a Roma, e viene perciò deferito
al tribunale dell’imperatore. Quale esito abbia avuto il processo nella
capitale dell’impero non è detto esplicitamente negli Atti, ma è evidente
che il viaggio a Roma ci fu, con tutte le conseguenze storiche che
conosciamo.
Da questo episodio appare del tutto evidente che sotto l’impero il
processo storico si sviluppò nel senso di estendere la cittadinanza romana anche ai sudditi delle province.
Questo processo culminò, quasi come conseguenza naturale, con la
costituzione di Caracalla del 212 d.C. Non si svolse, però, in modo
lineare e incontrastato; alcuni imperatori furono più favorevoli all’estensione della cittadinanza, altri meno. Augusto, ad esempio, più rispettoso
della tradizione, non fu molto prodigo nella concessione della
cittadinanza romana a provinciali. Claudio mostrò maggiore larghezza,
ma il primo che intraprese in modo ampio e razionale l’inserimento dei
13
At 25, 6-12.
123
provinciali nella cittadinanza, collegandolo alle sue riforme
dell’esercito, fu Vespasiano.
Dall’età degli Antonini in poi il processo si accentuò e divenne
irreversibile. La trasformazione della struttura statale in quella di un
impero mondiale era ad un tempo la fine dell’antica concezione della
città-stato e la premessa necessaria per l’universale livellamento dei
cittadini e dei sudditi.
I mezzi adoperati erano vari, compreso quello di conferire a città
provinciali i diritti delle colonie o dei municipi romani, ovvero il grado
inferiore della cittadinanza latina.
«Gli stessi imperatori del resto non erano più di origine romana o
italica, ma appartenevano ad altre nazioni. Questa progressiva estensione della cittadinanza romana ai sudditi dell’impero era il risultato
della vasta opera di romanizzazione condotta dalla politica imperiale,
ma soprattutto del forte grado di sviluppo economico conseguito dalle
provincie e dalla splendida fioritura della vita delle città che non ebbero
nulla da invidiare ai precedenti dell’età ellenistica. Ciò portava
fatalmente ad attenuare le rigide distinzioni antiche fra la civitas
Romana ed i sudditi ed a concepire l’impero come una crescente unità
mondiale»14.
La celebre Constitutio Antoniniana non fu dunque che l’ultimo atto di
un processo storico durato per due secoli, processo durante il quale era
andata sempre più attenuandosi la rigida distinzione, tipica dell’impero
repubblicano, fra cittadini e sudditi. «Essa attestava che ormai lo stato
cittadino era finito e con esso anche l’antico principato augusteo,
intimamente congiunto alla concezione repubblicana, ed era sorto un
nuovo stato, una monarchia mondiale, nella quale Roma non aveva più
una posizione privilegiata, ma solo la preminenza di una capitale e del
resto sempre meno determinante. Anche se la Constitutio Antoniniana
non realizzò compiutamente dal lato giuridico l’unità dell’impero, essa
la favorì grandemente, né occorre giungere sino alle riforme di Diocleziano per ritenere superata la concezione della città-stato»15.
14
Francesco De Martino, Storia della costituzione romana, vol. IV, Parte Prima,
Eugenio Jovene, Napoli 1966, p. 326.
15
Ibid. pp. 326-327.
124
Questa unificazione dell’impero ebbe ripercussioni anche in campo
culturale. La lingua latina, che fino a quest’epoca in Oriente era sempre
stata considerata con sufficienza dalle élites culturali e anche come
lingua franca per il commercio era sempre stata poco adoperata, acquista
ora un prestigio e una vitalità mai conosciute prima: si pensi, ad
esempio, al semplice fatto che in tutto l’impero i nuovi cittadini, quando
erano citati in giudizio, dovevano difendersi in latino davanti a giudici
che parlavano latino: nei tribunali dell’impero, infatti, il latino era la
lingua obbligatoria per tutti, sia per magistrati che per le parti in causa e
se tutti erano diventati cittadini, tutti ora dovevano servirsi di questa
lingua.
Di conseguenza, proprio a partire dal III secolo d.C. fanno la loro
comparsa gli interpretamenta, dei testi bilingui greco-latini, poco più
che dei frasari con brevi dialoghi, attraverso cui chiunque, anche senza
l’aiuto di maestri, poteva imparare il latino. In tutte le città orientali
inoltre si diffusero maestri di retorica che insegnavano agli aduocati a
perfezionarsi nella lingua latina e padroneggiarla in tutti i suoi raffinati
artifici stilistici. Questo fece sì che solo nel IV secolo d.C. l’impero
potesse dirsi compiutamente unificato non solo dal punto di vista
giuridico, ma anche culturale: era infatti nata una sola cultura che poteva
esprimersi indifferentemente sia in latino che in greco. Proprio in
quest’epoca, infatti, appaiono scrittori di origine orientale che adoperano
il latino per comporre i loro capolavori: tanto per fare qualche esempio
possiamo ricordare Ammiano Marcellino, originario di Antiochia di
Siria, che nel IV secolo compone in latino le sue Historiae, o il poeta
egiziano Claudio Claudiano che, dalla sua patria, l’Egitto trasferitosi a
Roma alla fine del secolo, abbandona il greco, sua lingua madre, per
adottare il latino che impiegherà in modo magistrale nei poemi che gli
diedero una non immeritata fama. Naturalmente la cosa era reciproca e
scrittori di madre lingua latina potevano esprimersi anche in greco: ma
ovviamente questa era un’opportunità che esisteva già da secoli.
Proprio in questo periodo, che non senza ragione suole essere definito
tardoantico, assistiamo al canto del cigno del mondo antico: in esso,
infatti, si sviluppò l’ultima splendida fioritura della letteratura antica
greca e latina prima dell’inesorabile calata sull’Europa delle ombre del
medioevo.
125
Il poeta di origine gallica Rutilio Namaziano, ad esempio, dopo aver
soggiornato a lungo a Roma agli inizi del V secolo, verso il 419
compose il poema De reditu suo, in cui descrive con i toni forti del
compianto, della tristezza e della rabbia, il viaggio di ritorno nella sua
Gallia devastata dai barbari. Siamo, infatti, nei penosi anni che fecero
seguito al sacco di Roma ad opera dei Visigoti di Alarico (410) e delle
devastazioni che i barbari avevano iniziato un po’ dovunque nell’impero. E mentre l’impero si dibatteva negli spasmi della sua lenta agonia,
proprio questo poeta ci regala uno degli inni più belli mai dedicato a
Roma, sentita non solo come sua patria, ma anche come colei che ha
offerto al mondo i proprii iuris consortia, cioè “l’unità giuridica”:
«Exaudi, regina tui pulcherrima mundi,
inter sidereos, Roma, recepta polos;
exaudi, genetrix hominum genetrixque deorum:
Non procul a caelo per tua templa sumus.
Te canimus semperque, sinent dum fata, canemus:
sospes nemo potest immemor esse tui.
Obruerint citius scelerata obliuia solem
quam tuus e nostro corde recedat honos.
Nam solis radiis aequalia munera tendis,
qua circumfusus fluctuat Oceanus;
uoluitur ipse tibi, qui continet omnia, Phoebus
eque tuis ortos in tua condit equos.
Te non flammigeris Libye tardauit arenis;
non armata suo reppulit ursa gelu:
Quantum uitalis natura tetendit in axes,
tantum uirtuti peruia terrae tuae.
Fecisti patriam diuersis gentibus unam;
profuit iniustis te dominante capi;
dumque offers uictis proprii consortia iuris,
urbem fecisti, quod prius orbis erat».
«Prestami ascolto, bellissima regina del mondo interamente tuo,
accolta tra le celesti, o Roma, volte stellate.
Prestami ascolto, tu madre degli uomini, madre degli dèi:
grazie ai tuoi templi non siamo lontani dal cielo.
Te cantiamo e canteremo, sempre, finché lo concedano i fati,
nessuno può essere in vita e dimentico di te.
Potrà piuttosto scellerato oblio affondare il sole
126
prima che il tuo splendore svanisca dal nostro cuore,
perché diffondi grazie pari ai raggi del sole
per ogni terra, fino all’Oceano che ci fluttua intorno.
Per te si volge lo stesso Febo che tutto abbraccia
E i suoi cavalli, sorti da te, in te ripone;
non ti fermò, sabbia di fuoco, la Libia,
né ti respinse, armata del suo gelo, l’Orsa:
quanto si estese fra i poli, propizia alla vita, la natura
tanto si aprì la terra al tuo valore.
Hai fatto di genti diverse una sola patria,
la tua conquista ha giovato a chi viveva senza leggi:
offrendo ai vinti l’unione del tuo diritto
hai reso l’orbe diviso unica Urbe».
Quali riflessioni, dunque, possiamo trarre da questo excursus?
Abbiamo appreso che Roma divenne grande vincendo le resistenze delle
sue classi dirigenti e concedendo la cittadinanza gradualmente a tutti gli
abitanti dell’impero. Oggi, forti di quest’esperienza, dobbiamo vincere
nel nostro paese le resistenze xenofobe e antieuropee, da qualunque
parte esse provengano, e non esitare a concedere la cittadinanza, anche
come un’onorificenza o un premio, a uomini meritevoli di altri paesi,
che si siano distinti per impegno e genialità nei vari campi delle attività
umane16.
Già oggi i lavoratori stranieri che risiedono in Italia appaiono sempre
più come una risorsa per il nostro paese: spesso svolgono con impegno
lavori che gli italiani non vogliono più fare e con la loro presenza e
prolificità sono in grado di controbilanciare la tendenza alla decrescita e
all’invecchiamento che caratterizza in quest’epoca la popolazione italiana. Perché dunque non incentivare i più meritevoli fra loro a stabilirsi
in maniera definitiva in Italia, premiando loro e i loro figli con la
concessione della cittadinanza?
Molti però paventano il rischio che l’accoglienza eccessiva e
indiscriminata di stranieri, per giunta in un’epoca di globalizzazione,
possa alterare la nostra identità culturale e nazionale, e trasformare la
nostra patria in una realtà multietnica senza più punti di riferimento. Si
16
Se non mi inganno, non mi sembra che attualmente nel nostro ordinamento ci sia
qualcosa di simile e, se è davvero così, forse sarebbe il caso di dotarci di strumenti
adatti allo scopo.
127
tratta di un pericolo reale e tutt’altro che teorico: è un fatto ormai
acquisito che la tendenza generale oggi nel mondo è verso una cultura
omologata e appiattita che cancella differenze e specificità.
L’antidoto, tuttavia, lo abbiamo già sotto mano: è la nostra cultura
plurisecolare. Solo la scuola, la tanto bistrattata e poco considerata
scuola italiana, oggi è l’unica ancora di salvezza per il nostro paese. A
condizione, però, che si agisca subito e si inverta la tendenza a
considerare la scuola solo come un peso. Non dimentichiamo che in
passato, pur senza possedere l’unità politica, che venne molto più tardi,
l’Italia non solo elaborò una propria splendida civiltà, ma fu anche in
grado di promuoverla ed esportarla nel resto del mondo.
È a scuola che i figli degli stranieri apprendono la lingua e i tesori
della nostra civiltà artistica: è a scuola, insomma, che imparano a
diventare italiani.
L’Italia oggi più che mai ha da riscoprire la possibilità di un nuovo
humanismus, che come e più di quello antico, porti il nostro paese verso
un nuovo Rinascimento e vinca sia le spinte grette e isolazioniste, sia
quelle che ci vorrebbero completamente appiattiti su valori e canoni
estetici impostici dall’esterno. Credo che oggi il nostro compito di
intellettuali ed educatori sia quello di trasmettere alle nuove generazioni
la fiducia in quei valori e quegli ideali che in passato hanno reso l’Italia
una nazione grande e celebrata in tutto il mondo.
Nel maggio di quest’anno si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del
Parlamento Europeo: forse potrebbe essere questa una prima occasione
per cominciare a far trionfare in Italia e in Europa un nuovo spirito
europeista, più aperto all’accoglienza e alla solidarietà verso gli stranieri, ma nello stesso tempo in grado di esaltare e valorizzare le specificità
culturali nazionali, nella convinzione che le diversità culturali sono
ricchezza e risorse concrete, spendibili solo se conservate e trasmesse
con amore alle nuove generazioni.
Solo a queste condizioni potremo fronteggiare, arginare o magari
anche sperare di sconfiggere le spinte xenofobe, altrimenti saremo
destinati a soccombere per sempre, ma in questo caso la responsabilità
sarà stata anche nostra.
128
Sezione didattica
(collaborazioni degli studenti)
129
130
In foro Tusculano
Bozzetto di vita quotidiana nell’antica Roma
ideato e diretto dal prof. Amito Vacchiano,
presentato dagli alunni della quinta A
Presentazione
Dopo Magister et discipuli, le pagine dei “Quaderni” ospitano un
altro dialogo in latino, preparato dal prof. Amito Vacchiano per i suoi
studenti: In foro Tusculano. La particolarità del dialogo è che esso
stesso è uno strumento didattico, elaborato secondo l’ormai famoso
“metodo natura” dal prof. Vacchiano, che della teoria di Hans H. Ørberg
(1920-2010) è, nel nostro Istituto, un convinto assertore.1 È noto che il
giudizio sul metodo del linguista danese non è affatto univoco e che
questo, per i suoi pregi e difetti, è stato ed è tuttora oggetto di vivaci
discussioni.2 Pur tuttavia è indubbio che esso appassioni davvero gli
studenti alla lingua latina, ossia faccia sentire il latino come una realtà
vera e vitale. Questo lo diciamo con tutta franchezza noi, che abbiamo
visto recitare dai giovani allievi del prof. Vacchiano il bozzetto In foro
Tusculano, in occasione dell’Open Day del nostro Istituto (sabato 18
1
I pregi del “metodo natura” sono spiegati dal prof. Vacchiano nel suo contributo
apparso sul precedente numero dei “Quaderni”: Amito Vacchiano, Per un approccio
diverso al latino, in “Quaderni del Liceo Orazio”, n. 3, anno scolastico 2012/2013,
pp. 101-102.
2
Il corso di latino del prof. Ørberg è stato pubblicato in Italia col titolo Lingua
Latina per se illustrata, a cura di Luigi Miraglia, Accademia Vivarium Novum,
Montella 2001 (pars I Familia Romana; pars II Roma aeterna; Latine disco; Latine
doceo, guida per gli insegnanti). Del prof. Miraglia, che ha diffuso in Italia il metodo
Ørberg attraverso l’Accademia Vivarium Novum, citiamo, fra i suoi vari contributi,
questo sulle ragioni dell’insegnamento del latino: Luigi Miraglia, Il latino non è la
lingua degli antichi romani, in La Civiltà dal Testo, Convegno di studio sulla
didattica del latino, Liceo scientifico statale “C. Cavour” (Roma, 22-23 Novembre
2002), Tipolito Istituto Salesiano Pio XI, Roma 2003, pp. 49-69.
131
gennaio 2014, presso la sede di via Isola Bella), e ne abbiamo tratto una
vivissima impressione. Abbiamo infatti notato con quanta scioltezza e
naturalezza, senza incertezze né impappinamenti, gli studenti del prof.
Vacchiano hanno recitato le battute in latino di questo testo, mettendo in
scena le compere di una coppia di coniugi romani, a passeggio tra i
banchi del mercato. Un metodo del genere sembrerebbe smentire quegli
studiosi che si son rassegnati a etichettare il latino come “lingua
morta”,3 perché lo riporta inaspettatamente a vita nuova, e proprio per
bocca di allievi adolescenti (vd. le sequenze filmate su Youtube
intitolate “Roma aeterna”). È pur vero che il metodo ingenera dubbi
legittimi e forse mostra certi suoi limiti, allorché gli studenti devono
cimentarsi con la traduzione di autori certamente impegnativi come
Seneca e Tacito, i cui brani spesso son assegnati nella seconda prova
agli Esami di Stato. Ma, proprio per gli indubbi suoi risultati
nell’approccio al latino, il “metodo natura” si rivela particolarmente
interessante, al punto che esso potrebbe rappresentare una valida
soluzione didattica per lo studio del latino nelle scuole superiori, almeno
nel biennio. L’importante è, comunque, che noi docenti di latino non ci
si divida pregiudizialmente tra “ørberghiani” e “normativisti” e che,
invece, si affronti una seria riflessione sulla teoria didattica di Hans H.
Ørberg, magari verificandone, come fa con passione e coraggio il
collega prof. Vacchiano, i pregi e i difetti nella pratica quotidiana
dell’insegnamento.4
Mario Carini
3
Uno di questi è Giuseppe Pittano, che alla fine di un suo volume sulla didattica del
latino, dichiarava, citando gli illustri latinisti Francesco Della Corte, Elio Pasoli e
Concetto Marchesi, che il latino, come strumento di comunicazione, è una lingua
morta, perché non può esprimere la realtà odierna in tutti i suoi aspetti (Giuseppe
Pittano, Didattica del latino, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, Milano 1978,
p. 221).
4
Una recente sintesi delle discussioni sul “metodo natura” è in Augusta Celada,
Insegnare latino e greco con il “metodo natura”, in “Nuova Secondaria”, n. 4,
dicembre 2013, pp. 14-15.
132
Liceo Classico Statale “Orazio” di Roma
GLI ALUNNI DELLA QUINTA A
PRESENTANO
IN FORO TUSCULANO
Bozzetto di vita quotidiana nell’antica Roma
ideato e diretto dal prof. Amito Vacchiano
PERSONAE
Narrātor
Elisabetta Orfanelli
L. Iūlius Balbus
Aemilia
Cornēlia
Aurēlia
Diodōrus
Lȳsander
P. Vibius Bassus
Vibia
L. Petrōnius Albīnus
Petrōnia Albīna
Helvia
Canidia
Q. Sempronius
C. Papirius
Gianluca Lori
Valeria Deriu
Giulia Sole Belerdi
Alessandra Piscitelli
Giorgio Timperio
Alessandro Severo
Simone Giunta
Francesca Ferraro
Alessandro Timperio
Francesca Auria
Silvia Biggio
Aurora Bracalone
Alessio Fiore
Luca Angelini
Narrātor: In oppidō Tūsculō forum est, locus celeberrimus. Nam ibi
sunt cūria, basilica, templa antiqua et multa alia aedificia, ut tabernae,
ubi mercatōres mercēs suās uēndere solent.
133
Hīc enim, exemplī gratiā, habēmus tabernam uināriam, quam Graecē
dīcere solēmus thermopōlium, ubi Cornēlia et Aurēlia uīnum et pōtiōnēs
aliās uēndunt.
Hīc uidēmus duōs librāriōs, quibus nōmina sunt Diodōrus et
Lȳsander. Iī uirī, sicut nōmina eōrum clārē ostendunt nōn Rōmānī, sed
Graecī sunt. Hodiē multōs librōs habent, nōn sōlum Graecōs sed etiam
Latīnōs.
Hīc est P. Vibius, qui ūnā cum sorōre suā Vibiā, quae garrula et
formosa puella est, multōs habet flōrēs, nam ei taberna corōnāria est.
Prōtinus habēmus tabernam gemmāriam, ubi L. Petrōnius Albīnus et
soror sua Petrōnia Albīna ōrnāmenta pulchra uēndunt.
Hīc autem est taberna unguentāria, ubi Heluia et Canidia unguenta et
alia medicamenta prodigiōsa ostendunt.
Ecce Q. Sempronium et C. Papirium, hominēs pecūniōsōs, qui tabernam argentāriam habent.
Nunc dēmum uidēmus L. Iūlium Balbum, nōbilem et pecūniōsum
equitem Rōmānum, qui in uīllā prope Tusculum habitat; hodiē est in
forō Tusculānō et comitātur eum Aemilia, pulchra et proba uxor eius.
Aemilia: Ō mī Iūlī, quam pulchrae mercēs sunt hodiē in forō
Tusculānō!
Iūlius: Aemilia, lūx oculīs meīs, numquid uīs? Dīc mihi, quaeso, et
statim emam omnia quae cupis! Quamquam Mēdus, seruus meus
improbus et ingrātus, mihi abstulit magnam pecūniam et sē praecipitem
fugae mandāuit, tamen nōn propter hōc furtum pauper factus sum:
magnās adhūc dīuitiās habeō et…
Vibia: Rosās! Emite rosās!
Aemilia: Cōnsiste, Iūlī! Aspice rosās illās!
Iūlius: Quās rosās?
Aemilia: Quās illa puella in tabernā suā uēndit.
Narrātor: Aemilia puellam digitō mōnstrat.
Iūlius: Quam puellam dīcis? Num illam formōsam…?
Narrātor: Nunc Iūlius puellam digitō mōnstrat.
Aemilia: Tacē, Iūlī! Rosās aspice, nōn puellam!
Vibia: Ecce rosās! Emite rosās! Saluēte, domine ac domina! Aspicite
hās rosās! Nōnne pulchrae sunt?
Aemilia: Ō quam pulchrae sunt rosae tuae, puella!
134
Iūlius: Vērum est, rosae tuae uērē pulchrae sunt, puella! Quod nōmen
est tibi?
Vibia: Mihi nōmen est Vibia, domine.
Iūlius: Quantum est pretium hārum rosārum, Vibia?
Vibia: Pretium decem rosārum est duo assēs tantum.
Aemilia: Itane uērō? Id māgnum pretium nōn est. Vīsne mihi rosās
istās emere, Iūlī?
Iūlius: Profectō, mihi optima uxor! Ecce tibi duōs assēs, Vibia.
Vibia: Ecce tibi decem rosās, domine.
Iulius: Aemilia, accipe hās rosās ā uirō tuō, quī tē amat.
Narrātor: Aemilia laeta rosās accipit et uirō suō rīdet, quia Iūlius
puellam iam nōn aspicit, sed tantum uxōrem suam.
Albīnus: Ōrnāmenta! Ōrnāmenta fēminārum! Emite ōrnāmenta!
Cōnspicite hōs anulōs! Habeō pulcherrimās margarītārum lineās,
armillās et fībulās pretiōsās cōnspicuāsque. Nōnne uērē pulchra sunt
haec ōrnāmenta?
Aemilia: Cōnsiste, Iūlī! Aspice illam tabernam!
Iūlius: Quam tabernam dīcis?
Narrātor: Aemilia tabernam Albīnī bene nōuit et eam digitō
mōnstrat.
Aemilia: Scīlicet quam L. Petrōnius Albīnus et soror sua Albīna
habent.
Iūlius: Salue, Albīne! Quōmodo tē habēs?
Albīnus: Nunc bene ualeō, domine, sed iam trēs diēs ē stomachō
laborāuī.
Iūlius: Ō quam mihi molestum est quod tē aegrōtum fuisse!
Albīnus: Tamen hodiē māne ualetūdo mea it in melius.
Iūlius: Vehementer laetor!
Albīnus: Et tū, domine, quōmodo rēs tuās?
Iūlius: Omnia bene.
Albīnus: Grātus optātusque uenis, domine; siste et cōnspice
ōrnāmenta mea! Placentne tibi et uxōrī tuae?
Aemilia: Iūlī, quaesō, cupiō uidēre monīle illud, quod mē maximē
dēlectat.
Iūlius: Dīc mihi, Albīne, istud monīle quantī uēndis? Age, fac
pretium!
Albinus: Pretium huius monīlis est quīngentī sēstertiī.
135
Iūlius: Ēia! Tantī? Numquam putāuī tantum cōnstāre monīle ūnum!
Albīnus: Expectā, domine, et aspice dīligenter. Quid mīrum? In hōc
ūnō ōrnāmento uīgintī margarītae māgnae sunt!
Iūlius: Sed tamen nimium est. Emere nōlō!
Aemilia: Quid? Cūr emere nōlis istud monīle, Iūlī? Nōnne iactāstī tē
pecūniōsum esse? Nōnne dīxistī mē emere posse quicquid cupīueram?
Iūlius: Ita, hōc uērum est! Sed dīxī mē pecūniōsum esse, nōn stultum!
Ō diī immortālēs! Hic homo nōmine tabernārius est, sed rēbus uērē
latro. Nōlō canibus et porcīs pecūniam meam prōicere. Abī in malam
rēm!
Sed nunc admodum sērō est. Properā, mī Aemilia! Nobīs est ōcius
domum redīre. Valēte omnēs!
Narrātor: Iūlius, ualdē īrātus, subitō et repentīnō consiliō discēdit et
festinanter Aemiliam domum suam dūcit.
136
The Refugees Situation in South Sudan
Relazione dell’alunna Gaia Antonia Santacroce, classe V L,
partecipante al progetto “Model United Nations”
Nei giorni 29 e 30 ottobre 2013 si sono svolti nel nostro Istituto alcuni
incontri organizzati dalla società “Leonardo-Educazione Formazione
Lavoro” per gli studenti, nell’ambito del progetto “Model United Nations”
(circ. n. 36, 15 ottobre 2013), che prevede simulazioni di sedute delle
Nazioni Unite. La relazione presentata in quell’occasione dall’alunna Gaia
Antonia Santacroce, classe V L, sulla situazione dei rifugiati nel Sudan, è
stata vivamente apprezzata dai responsabili del progetto. Abbiamo pertanto
ritenuto opportuno pubblicarla in questo numero dei “Quaderni”.
prof. Mario Carini
The Refugees Situation in South Sudan
di
Gaia Antonia Santacroce (classe V L)
PRESENTAZIONE
Durante lo scorso mese di novembre, l’associazione United Network
ha illustrato agli studenti della nostra scuola il progetto MUN (Model
United Nations) che è una simulazione dei lavori degli organi delle
Nazioni Unite. Gli studenti, infatti, indossano i panni di ambasciatori
degli Stati membri per dibattere i temi realmente all’ordine del giorno
137
nell’agenda mondiale, tenendo discorsi, preparando bozze di risoluzioni
indirizzate ad altri Stati/organismi, negoziando con alleati e avversari,
risolvendo conflitti, ed imparando a muoversi nel mondo della politica
estera.
Inoltre per tutti i ragazzi che desiderano prendere parte a questi
progetti, ma senza allontanarsi troppo dalla propria città, United
Network, in collaborazione con la Regione Lazio, ha coordinato negli
ultimi 3 anni un progetto chiamato “IMUN” (Italian Model United
Nations) che riproduce, in scala più piccola, ciò che si svolge a New
York sfruttando la presenza nella nostra città della FAO.
Nello scorso mese di novembre, ho partecipato, in inglese, alle
selezioni per NHSMUN (National High School Model United Nations).
Ho superato le selezioni e sono stata ammessa, diventando ufficialmente
una ‘Junior Delegate’, e mi è stato assegnato come paese le Maldive
all’interno della commissione SPECPOL (Special Political and
Decolonization Committee) e gli argomenti (topics) in discussione
saranno: la situazione dei rifugiati in South Sudan e la crescita delle
baraccopoli nei paesi africani in via di sviluppo.
I lavori finali si terranno a New York dal 4 al 9 marzo 2014, e in
queste settimane stiamo seguendo corsi di formazione (public speaking,
negotiation skills, english writing) e portando avanti i lavori riguardanti
i topics assegnati.
Qui in allegato trovate il mio position paper che tratta del topic A (la
situazione dei rifugiati in Sud Sudan) dal punto di vista delle Maldive.
Ho dovuto trovare soluzioni plausibili per risolvere le varie problematiche, analizzando le varie soluzioni che sono state attuate, ma che in
parte hanno fallito.
Gaia Antonia Santacroce
(classe V L)
138
State: Maldives
Delegate: Gaia Antonia Santacroce
Topic A: The Refugees Situation in South Sudan
1. INTRODUCTION
South Sudan was affected by more than 30 years of civil war before
gaining independence from Sudan on 9 July 2011. Currently there is still
a civil war, started in December 2013, between two ethnic tribal groups.
At the end of 2011 a war started between two Sudanese counterparts:
the Sudanese Armed Forces and the Sudan People’s Liberation ArmyNorth.
Tens of thousands of people escaped in order to save their lives then
the fighting started increasing.
More than 40 thousand people crossed, becoming refugees, in
Ethiopia and nearly 180 thousand ended in South Sudan, from South
Kordofan and Blue Nile State.
Getting to South Sudan wasn’t easy for most of them and it took up to
six weeks, moving from cave to cave, having nothing to eat and a lot of
trouble in order to find water and drinks.
Not all of them made it to reach the final destination, and many died
because of malnutrition, illness and exhaustion.
Currently the situation of all refugees is that they are collected in
camps and in order to stay alive and have food, water and shelter they
are totally dependent on humanitarian aid.
The South Sudan Refugee problem is extremely important for the
Maldives for several reasons and first of all, Maldives need to calm
down the international committees very concerned about the tensions in
the Maldives over the recent presidential elections.
Secretary-General Ban Ki-moon has been urging all Maldivians to
exercise restraint, renew their commitment to the constitution and rule
of law, and "work towards creating enabling conditions for peaceful,
credible run-off elections to take place as soon as possible", he said
recently.
Maldivian government is very aware of the need to be credible again
and gain the respect of the UN agencies and representatives.
139
Maldives, because of geographical position, is not a preferred home
to refugees.
When it comes to discussing and making decisions about climate
changes, Maldives are very active and in several occasions played a key
role coordinating the developing countries. A perfect example is the
proactivity demonstrated at the Copenhagen Climate Change Conference where 193 countries attended. Maldives is doing its best in order
to not become a future population of refugees considering that the
current rising of sea levels is risking to inundate most of the Maldives'
inhabited atolls.
2. ACTIONS UNDERTAKEN BY UNITED NATIONS
After the Second World War, refugees and displaced people
represented an important issue on the international agenda. At its first
session in 1946, the United Nations General Assembly recognized not
only the urgency of the problem, but also the cardinal principle that “no
refugees or displaced persons who have finally and definitely [...]
expressed valid objections to returning to their countries of origin [...]
shall be compelled to return [...]”(Question of Refugees, UNGARsn 23;
A/RES/8 (I), 12 February 1946).
A specific Conference met in Geneva from in July 1951 and defined
the term “refugee” as any person who is outside their country of origin
and unable or unwilling to return there for reasons of race, religion,
nationality, membership of a particular group, or political opinion.
The refugee must be “outside” his or her country of origin, and the
fact of having fled, of having crossed an international frontier, is an
intrinsic part of the quality of refugee. However, it is not necessary to
have fled by reason of fear of persecution, or even actually to have been
persecuted. The fear of persecution looks to the future, and can also
emerge during an individual’s absence from their home country, for
example, as a result of intervening political change.
United Nations support to South Sudan spans more than 50 years.
During the civil war, the UN provided humanitarian assistance under the
umbrella ‘Operation Lifeline Sudan’.
A UN Country Team, named UNMISS, was established on 8 July
2011, adopting the resolution 196/2011, in order to support the South
140
Sudanese Government in carrying out a broad range of humanitarian,
recovery and development programs.
UNMISS, which consists of 22 agencies, funds and programs, works
closely with the Government at both the central and state levels to
ensure that international assistance responds to the needs and priorities
of South Sudanese people.
The UN Country Team has developed a Development Assistance
Framework, which maps out the UN’s support to South Sudan during its
early years of statehood. The framework is aligned to the South Sudan
Development Plan, which runs from 2012-2014.
3. UNITED NATIONS CURRENT ACTIONS
The UN Country Team in South Sudan is running a specific
Development Assistance Framework. The areas of intervention are:
Humanitarian action
Support for the return and reintegration of hundreds of thousands of
refugees to the south. In all of South Sudan’s Countries there are 30
tasks in progress with the objective of assisting the population in terms
of social security and food aid.
Protection and stabilization
Protection of civilians against violence and stabilization flashpoint
areas. There are several activities ongoing that are addressing physical
safety, violence and are taking kids away from armed groups.
Social progress and justice
Promotion of the Millennium Development Goals that want to
improve the agricultural production and create economic opportunities
for all Sudanese citizens.
4. PROPOSED ACTIONS AND SOLUTIONS
Ban Ki-moon (UN Secretary General) and Hilde F. Johnson (Head of
the United Nations Mission in South Sudan) outlined that the mission in
South Sudan is there to stay and protect, maintain and increase their
footprint and presence across the country.
The mission is increasing and rapidly redeploying available assets to
the most volatile areas and in particular where civilians have sought
141
refuge in the camps which are now at over 50,000 civilians, clearly
demonstrating the need for enhanced UN operations in South Sudan.
Mrs. Johnson is proposing the need to increase the resources assigned
by 5,500 troops and 440 police and dispatch more military helicopters
and assets to enhance the Mission’s capability to protect civilians to
actually implement the given mandate.
At the moment, the army is overstressed with current protection
obligations related to the safety of civilians in the camps and recently
also in the neighborhoods of Juba with the objective to try to create a
more protective environment for people so they can return to their
homes.
Overall, it has been estimated that South Sudan needs $1.1 billion in
humanitarian aid, so the $166 million allocated recently by UN OCHA
(UN Office for the Coordination of Humanitarian Affars) is not enough.
The humanitarian aid is needed in order to launch the following
projects:
 Health centres
 Agricultural and fishing project
 Water sources such as boreholes and catchments
 Road construction
 Boarding schools
Finally the UN is stressing the South Sudan authorities and opposition
leaders inviting them to find a political way out of this crisis. “Whatever
their differences may be, they cannot justify the violence that has
engulfed this young nation”, said Ban Ki-moon.
In order to resolve the conflict between South Sudan and Sudan some
topics need to be addressed.
The oil fight is relatively easy to solve, if there is political will. A
negotiation between the two countries should address the market price
and should define how to share it considering the Sudan the owner of
the pipelines and the South Sudan of the oil resources.
More difficult is the question of settling the border and disputed
territories, and the rights of citizens (i.e. tribes that migrate) who have a
foot in each country. African Union mediators have suggested a “soft
border” as a solution.
5. CONCLUSION
142
South Sudan is a complex situation that challenges normal
humanitarian and development programs. Such complexity has not
always been correctly addressed in the strategies of donors or
implementing agencies.
The priorities of the Government of South Sudan (GoSS) and donors
are clear to all the actors (internally and externally) involved and must
focus, in the next 24 months, on:
 Not stopping supporting and continuing with the current
projects and programs
 Deeper attention to finding the right scenarios and solutions that
may prevent future conflicts
 Increasing the participation in the public life of all the
population and communities
 Improving the development thru all the country in a more equal
way starting from the areas with major problems
 Supporting the government authorities in promoting in the
country trust in their representatives
 Defining more precise funding needs in terms of amount and
destination
The Government of South Sudan, donors, and implementing agencies
are aware of the critical situation and they understand that of what must
be done may be synthesized as follows:
 Balancing humanitarian aid with development assistance;
 Promoting social and economic development in the best way in
terms of equity between geographic areas;
 Identifying measureable and possible ways of supporting poor
citizens;
 Defining the right timings in order to permit the central and
local government to be able to manage in an appropriate
manner the international aids.
In a situation like this Maldives is surely one of those actors that may
play an important role in making some of the projects start quickly and
run as planned.
The credentials are related to the needs that Maldives is already
facing in order to manage the risk of a refugee issue connected with the
143
climate changes and that may oblige the entire population to migrate
somewhere else.
In the last 5 years, the Maldives government launched several
programs in order to acquire the competencies and skills connected to
massive migrations in terms of logistics, re-allocation, work training and
placement. The aid and support of the Maldives’ Government and
agencies may be defined in terms of experts and knowledge transfer of
procedures and programs already implemented in the country.
SOURCES:
http://www.msf.ca/campaigns/refugees-in-south-sudan/
http://ss.one.un.org/what-we-do.html
http://www.oxfam.org/fr/node/7332
http://www.unmiss.unmissions.org
http://www.ecoearth.info/shared/reader/welcome.aspx?linkid=262814
https://www.cia.gov./library/publications/the-worldfactbook/geos/mv.html
Gaia Antonia Santacroce
(classe V L)
144
STEFANO DE STEFANO
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Progetto regionale “Geografia della memoria nel Lazio”:
l’impegno dell’Orazio.
Durante l’anno scolastico 2012/13 la classe 2B – indirizzo classico ha partecipato al progetto “Geografia della memoria nel Lazio”,
realizzato su iniziativa della Regione Lazio e con la guida dei ricercatori
della Fondazione Museo della Shoah.
Il programma iniziale del progetto era rivolto alla sensibilizzazione
sul tema della Shoah e, in particolare, al rapporto tra la Shoah e il
territorio laziale. Le scuole coinvolte avrebbero dovuto raccogliere e
catalogare la documentazione reperita in ciascun territorio e tradurre
l’attività svolta in elaborati che, successivamente, avrebbero costituito
un nucleo documentale sulla Shoah nel Lazio.
Nel corso delle attività, la ricerca si è progressivamente allargata al
fenomeno dell’internamento nel Lazio nel periodo della seconda guerra
mondiale; il periodo indagato va, perciò, orientativamente dal giugno
1940 al giugno 1944 e, conseguentemente, sono stati oggetto di ricerca i
luoghi di internamento, presenti nel Lazio, a prescindere dalla presenza,
in essi, di individui di religione ebraica.
Per quanto riguarda il nostro liceo, la 2B si è concentrata sul campo di
lavoro realizzato nella tenuta di Castel di Guido, a sette chilometri circa
dalla stazione ferroviaria di Maccarese e al Km. 18 della via Aurelia,
nell’agro romano. Il campo, prendendo a modello esperienze già
realizzate dal fascismo nel meridione (nelle provincie di Bari, Matera,
Salerno, Cosenza), ospitava internati civili e anche alcuni confinati.
Tutti furono utilizzati come manodopera a basso costo data in gestione
al cav. Eugenio Parrini che, in sostanza, dirigeva e sfruttava anche
buona parte dei campi dell’Italia meridionale.
Il terreno, sul quale era situato il campo, era di proprietà del Pio
Istituto Santo Spirito e venne preso in affitto, nel 1941, dal
145
Governatorato di Roma. Si hanno notizie dell’attività del campo di
lavoro fino all’ottobre 1943.
Gli studenti si sono attivati nell’analisi e catalogazione dei documenti
e nel rapporto col territorio, questione non molto agevole data la
distanza di Castel di Guido dalla sede del liceo.
Naturalmente è stato necessario introdurre il tema dell’internamento e
fornire elementi minimi ma sufficienti per la contestualizzazione storica
del fenomeno. Il programma di storia del penultimo anno della secondaria di secondo grado si ferma alla fine dell’Ottocento e, quindi, un
tema come l’internamento fascista va proposto con le integrazioni
adeguate. Tuttavia è stata proprio l’analisi dei documenti a facilitare,
spesso, l’approccio con un periodo storico non ancora perfettamente
conosciuto.
I documenti sono stati studiati in classe, in gruppi di lavoro, con la
presenza costante del docente di storia e, in alcuni casi, della dott.ssa
Libera Picchianti, ricercatrice presso la Fondazione Museo della Shoah.
Gli studenti si sono esercitati nella schedatura (autore, data, tipologia,
destinatario), nell’analisi delle informazioni, del punto di vista, del
linguaggio, dello scopo; non hanno potuto evitare di porsi domande
sulle “carte” che avevano in mano e hanno dato vita a vere e proprie
discussioni in merito alle varie risposte possibili. In effetti il lavoro sul
documento, si tratti di burocratiche comunicazioni della Direzione
Generale di Pubblica Sicurezza come sono state quelle esaminate dagli
studenti, sollecita l’attivazione di competenze, che possono essere
utilizzate anche in altri ambiti disciplinari, e dà un’immagine della storia
forse più diretta e concreta.
Per integrare il lavoro sui documenti, gli studenti si sono recati a
Castel di Guido, dove hanno preso contatto con il comitato “Castel di
Guido … e altro” e, con il contributo determinante della sig.ra Antonietta Gagliani curatrice del locale Museo del Contadino, sono riusciti a
realizzare un’intervista ad alcuni testimoni dell’attività del campo di
lavoro.
Di seguito, a mo’ di resoconto finale, uno schema delle attività:
 Sei gruppi di lavoro per esaminare documenti d’archivio (forniti
in copia) inerenti agli anni nei quali fu operativo il campo di
lavoro di Castel di Guido; per gli studenti: attività in classe –
alcune svolte anche con la dott.ssa Picchianti – e a casa;
146

Lezioni sulle leggi razziali, avvalendomi anche di supporti
multimediali;
 Proiezioni filmiche: documentario RAI – Luce su “politica
fascista ed Ebrei fino al 1937”; film “La villeggiatura” sul
confino;
 Attività fuori della scuola: Archivio Centrale di Stato con
esercitazioni con la dott.ssa Ciccozzi; visite “in loco”, a Castel
di Guido per preparare e realizzare un’intervista con testimoni.
Alla fine, la classe ha realizzato due prodotti:
1. elaborato, in formato power point, sul campo di lavoro di Castel
di Guido, con allegata documentazione d’archivio;
2. un’intervista – su supporto DVD -, sempre sullo stesso campo
di lavoro, con alcuni testimoni dell’epoca.
Detto materiale è disponibile, a richiesta, presso la Biblioteca del
Liceo.
Il rapporto col territorio ha avuto, successivamente, un risvolto molto
positivo: sia per il lavoro svolto dagli studenti dell’Orazio che per
l’interessamento del prof. Giannini, un ex docente che si occupa di
storia locale, il 12 ottobre 2013 il Comitato di Castel di Guido, in
un’iniziativa pubblica, ha inaugurato una targa della memoria a ricordo
degli internati, vittime della dittatura fascista, e ha proiettato l’intervista
realizzata dagli studenti dell’Orazio.
Infine il 5 dicembre 2013 la ormai 3B ha presentato i suoi prodotti
storiografici insieme con le altre scuole partecipanti al progetto
“Geografia della memoria nel Lazio”; l’iniziativa si è svolta presso il
liceo E. Q. Visconti alla presenza della dirigente della Regione,
responsabile del progetto, dott.ssa Rita Zaccherini.
Tutti gli studenti e le studentesse della ex 2B e attuale 3B hanno
contribuito positivamente alla riuscita del lavoro presentato, ognuno
secondo le proprie capacità e competenze in uno spirito cooperativo.
Essi sono: Arianna Berardi, Gianmarco Bufi, Luca Campogrande,
Azzurra Chiaramonti, Chiara Corleto, Arianna D’Alessandro, Alessia
Della Valle, Giulia Di Cola, Erika Di Natale, Giulia Di Pardo, Cecilia
Fasciani, Benedetta Iorio, Alessandro Lazzarini, Irene Ligato, Lavinia
Malfatti, David Micocci, Beatrice Moccaldi, Marco Parise, Giulia Pinto,
Lorenzo Pizzoli, Cecilia Riedi, Arianna Rinaldi, Veronica Rosati, Maria
147
Camilla Sotgia, Matteo Spaziani, Linda Staffieri, Costanza Stocchi e
Alessandro Tafta.
148
Sulla esplorazione di modelli matematici utilizzando Excel
Ricerca dello studente Alessio Torti (classe III C)
Introduzione
Nell’ambito di una attività di aggiornamento sull’uso delle
simulazioni nell’insegnamento delle materie scientifiche ho avuto
l’opportunità di affrontare, grazie ad un lavoro di approfondimento
molto impegnativo da parte di un mio allievo, dei temi generali che a
noi insegnanti di matematica e fisica sono particolarmente cari:
utilizzazione di modelli matematici e metodologie per affrontare alcuni
argomenti anche quando gli strumenti matematici conosciuti dagli
alunni non ci permettono soluzioni esatte.
In questo lavoro, che si è sviluppato negli ultimi due anni di corso,
l’allievo ha studiato alcuni fenomeni fisici riguardanti la cinematica e
la dinamica, applicando il modello del moto del proiettile, e fenomeni
del vivente riguardanti la dinamica di una popolazione, sviluppando il
modello di crescita esponenziale .
Prof.ssa Elisa Valcavi
I modelli
E’ ricorrente, in ambito scientifico, ogni qual volta ci si trovi a dover
spiegare un fenomeno, l’utilizzazione del termine “modello”. I modelli
sono sistemi chiamati a rappresentare una particolare realtà mettendone
in evidenza alcune proprietà, riproducendone, in altri termini, gli aspetti
strutturali significativi. Le equazioni possono essere considerate un
esempio di modello in cui ad essere studiate sono solo proprietà
quantitative. In relazione al numero di proprietà che vengono
raffigurate, i modelli risultano più o meno astratti. Possiamo quindi
operare una prima significativa distinzione:
149
 Modello materiale: caratterizzato da un contenuto concreto, il modello
materiale integra il formalismo matematico con l’obiettivo di rendere un
fenomeno comprensibile .
 Modello matematico: diversamente dal modello materiale, rappresenta
un modello ideale, più astratto e puramente formale.
Dalla nozione di modello come rappresentazione di una realtà
ricaviamo che la sua validità si fonda esclusivamente sulle proprietà
comuni che con la realtà stessa condivide. Ma, spesso, non è difficile
che accanto a queste proprietà se ne pongano altre sconosciute. Per
analogia, allora, si può pensare di estendere una proprietà nota del
modello al fenomeno per tentare di formulare previsioni sul fenomeno
stesso e di comprenderne, anticipandolo, lo svolgimento. Discende
direttamente da questa funzione che i modelli assolvono la loro
sconfinata importanza nella ricerca. Il modello, infatti, suggerisce quelle
ipotesi che poi la ricerca vera e propria tenterà di dimostrare, arrivando
per questa strada a formulare nuove teorie, ad estenderne oppure a
rifiutarne altre. In questo senso si può a ragione affermare come l’utilità
di un modello sia legata alla sua “ampiezza” o “apertura”, ovvero alla
sua capacità di suscitare nuove questioni ed interrogativi, nuove
direzioni di ricerca. Maggiore apertura significherà maggiore possibilità
di estensione analogica. Ad esempio la curva di crescita del modello
logistico è analoga alla curva delle reazioni chimiche autocatalitiche. In
generale tutti i fenomeni fisici o biologici che si pongono da soli i propri
limiti assumono un corso caratterizzato da una tale curva a forma di S.
Modelli matematici e metodo di Eulero
In fisica ci si avvale spesso per lo studio dei fenomeni, dal moto fino ai
più complessi, di modelli matematici, rappresentazioni semplificate
volte a descrivere le relazioni quantitativo-numeriche che determinano
un preciso fenomeno. In effetti, risultano già modelli matematici le
formule che si apprendono sin dal primo approccio alla fisica, come S =
S₀ + v ∙ t oppure F = m ∙ a o ancora S = S₀ + V₀ ∙ t + ½ a ∙ t². Nel caso di
fenomeni più articolati o complessi da studiare bisogna introdurre le
equazioni differenziali. Grazie alle equazioni differenziali è possibile
descrivere variazioni infinitesime del moto di un corpo o delle
grandezze che determinano il fenomeno. Il procedimento con cui si
150
studia mediante le equazioni differenziali un fenomeno variabile è detto
di integrazione. I procedimenti di integrazione sono procedimenti di
analisi matematica, talvolta piuttosto complessi, ma esistono anche
modelli semplificati analoghi al procedimento di integrazione. Un
esempio è il metodo di Eulero, un modello di approssimazione del
calcolo analitico che è possibile applicare agevolmente non solo allo
studio del moto.
Studio del moto applicando il modello approssimato del moto di un
proiettile
Analizzare matematicamente il moto di un corpo significa descriverne
con delle equazioni i valori delle variabili cinematiche, ovvero le
grandezze fisiche relative, come lo spazio percorso, il tempo, la velocità,
l’accelerazione, scomponendo anche, laddove necessario, il moto nelle
sue componenti. Se il moto è uniforme o con accelerazione costante è
sufficiente adottare le leggi orarie dei rispettivi moti. Se però
l’accelerazione è variabile, studiare il moto può diventare molto
complesso. Il metodo di Eulero torna utile proprio in un caso del genere,
in quanto rappresenta un procedimento di approssimazione. Il metodo si
può sintetizzare in due passi:
1. Dapprima si suddivide la durata totale t del moto in tanti piccoli
intervalli di tempo Δt
2. Per ciascun intervallo Δt si calcolano i valori finali delle variabili
(velocità, spazio…) sfruttando i rispettivi valori iniziali.
S(n) = Sn-1 + Vn-1 ∙ Δt
V(n) = Vn-1 + an-1 ∙Δt
In sostanza, la variazione continua delle grandezze cinematiche del
moto si trasforma con Eulero in una trasformazione a scatti:ogni
grandezza modifica il suo valore all’inizio di ogni intervallo di tempo e
lo mantiene costante per tutto l’intervallo di tempo. Il valore della
grandezza poi si modificherà nuovamente all’inizio dell’intervallo
successivo. E’ importante osservare che il modello di Eulero fornisce
151
una descrizione approssimata del fenomeno. L’approssimazione sarà
tanto migliore quanto minore sarà il valore del Δt.
Il moto di un proiettile in assenza di attrito
Il salto in lungo
Un atleta esegue un salto. Con la rincorsa raggiunge una velocità di 9
m/s. Compiendo una battuta sulla pedana, salta con un angolo iniziale di
30°. Volendo migliorare le proprie prestazioni, l’atleta si chiede se gli
convenga incrementare la velocità di salto iniziale (si suppone che
allenandosi possa raggiungere i 9,2 m/s) oppure aumentare l’angolo di
elevazione ( si suppone che possa raggiungere un angolo pari a 35°).
Cosa è più conveniente? Il problema può essere studiato considerando il
moto nelle sue due componenti date dal moto rettilineo uniforme lungo
l’asse orizzontale e dal moto verticale uniformemente decelerato nella
fase di salita ed accelerato nella fase di discesa. Applicando il modello
del moto di un proiettile in assenza di attrito si ottiene che la lunghezza
del salto Xmax(v,θ ) =(2v2 sen θ cos θ)/g. Confrontando i valori della
lunghezza del salto ottenuto dall’atleta rispettivamente raggiungendo
una velocità iniziale di 9,2 m/s, Xmax (9,2 m/s, 30°)= 7,5m, e saltando
con un’elevazione di 35°, Xmax (9 m/s, 35°)= 7,8 m,è evidente come la
migliore prestazione si abbia nel secondo caso. Conviene potenziare
l’angolo.
Il lancio del peso
Consideriamo in una gara di atletica la gara di lancio. Pur notando le
differenze fra i diversi attrezzi, ci si convince dell’uniformità del
modello fisico che ne descrive il moto e si decide di prendere in
considerazione il lancio del peso. Trascurando l’attrito, dopo il lancio
l’attrezzo descriverà una traiettoria influenzata solo dalla forza di gravità
e determinata dalle condizioni iniziali di lancio, ovvero la posizione, la
velocità e l’angolo di tiro. Per il principio di sovrapposizione è possibile
considerare il moto del peso (in effetti assimilabile in tutto e per tutto al
moto di un proiettile) come determinato dalla composizione di due moti,
un moto orizzontale rettilineo ed uniforme ed un moto verticale
152
uniformemente accelerato, soggetto alla forza di gravità diretta verso il
basso. Organizziamo la tabella delle elaborazioni riportando nella prima
riga i valori delle variabili cinematiche che caratterizzano il moto al
tempo t = 0. Tutti i valori in questo caso coincidono con i dati iniziali.
Utilizzando il metodo di Eulero si individuano dunque le formule che
descrivono le variabili all’istante t1, ovvero alla fine del primo intervallo
di tempo t0, e si dispongono i valori nella riga successiva. Così anche
per i valori che descrivono il movimento all’istante t2, ossia alla fine del
secondo intervallo di tempo, e tutti i successivi fino ad una descrizione
completa del moto. Bisogna considerare che il moto orizzontale,
uniforme, è costante nella velocità ed il verticale è soggetto
all’accelerazione g costante verso il basso, contraria pertanto al verso
iniziale di Vy.
Il moto di un proiettile nella condizione di attrito
Lancio del martello
Analizziamo ora un problema del tutto analogo a quello precedente,
con la sola grande differenza che terremo in conto l’influenza esercitata
sul moto del corpo in caduta dalla forza di attrito. Analizzando la gara di
lancio del martello ci si chiede in che modo l’attrito esercitato dall’aria
sui martelli possa influire sulle prestazioni degli atleti. Per descrivere il
moto prendendo in considerazione gli effetti della forza d’attrito ci
varremo del foglio elettronico di Excel. Il modello del moto del martello
è lo stesso del moto analizzato in precedenza, ovvero il lancio di un
peso. Sarà necessario modificare il modello in modo da considerare
anche gli effetti della forza d’attrito.La forza d’attrito agisce in ogni
istante sull’attrezzo come il prodotto di due termini, dipendenti l’uno
dalla velocità a cui è stato lanciato l’attrezzo, l’altro dal quadrato della
velocità. La forza d’attrito può scriversi come: Fa= kL ∙ v + kT∙ v². Nel
nostro caso, poiché è un oggetto di forma sferica, come il martello, a
muoversi nell’aria, il coefficiente kT è 100 volte maggiore di kL. Il
termine kL ∙ v risulta allora trascurabile e la formula può essere ridotta a:
Fa = kT ∙ v². La forza d’attrito è direttamente proporzionale al quadrato
della velocità. Lo studio del modello deve condursi tenendo in
considerazione che, per il principio di sovrapposizione, il moto risulterà
153
dalla composizione di due componenti: il moto orizzontale rettilineo,
decelerato a causa della forza d’attrito contraria al moto; il moto
verticale rettilineo soggetto alla forza di gravità diretta verso il basso ed
alla forza di attrito che si oppone ed è sempre contraria al moto. E’
significativo osservare che il modello di Eulero risulta particolarmente
utile in un caso simile, in quanto permette di studiare con la dovuta
approssimazione un moto in cui la forza d’attrito risulta continuamente
variabile ed è a sua volta causa di un’accelerazione variabile.
Impostiamo i valori iniziali:m = 7,5 kg;y₀ = 1,9 m;V = 27 m/s; α = 45°;
KT = 0,0019 Kg/m; g = 9,81 m/s². Consideriamo t0 = 0 e Δt = 0,1 s .
Organizziamo la tabella delle elaborazioni riportando nella prima riga i
valori delle variabili che descrivono il moto all’istante t = 0. La maggior
parte dei valori sono ricavabili dalla zona dei dati. Per quanto riguarda
l’accelerazione: l’accelerazione del moto rettilineo orizzontale sarà data
dalla relazione: ax0 = kT ∙ Vx0²/m ; l’accelerazione del moto verticale
sarà invece data dalla relazione: ay0 = g ± kT ∙ Vy²/m. E’ necessario
prestare attenzione al fatto che, se il moto orizzontale è decelerato a
causa dell’attrito, il moto lungo la componente verticale, nella fase di
salita, subisce una decelerazione data dalla somma di g e del valore
dell’attrito mentre, nella fase di discesa, conosce un’accelerazione data
dalla differenza di g e di Fay/m. In pratica, dato il sistema di riferimento,
durante la fase di salita la forza di gravità e la forza di attrito sono
concordi contro la velocità del corpo mentre, durante la fase di discesa,
la forza d’attrito rimane sempre opposta alla velocità del corpo, ma la
forza di gravità lo asseconda. Con il metodo di Eulero, calcoliamo i
valori delle variabili che descrivono il moto all’istante t1, ovvero alla
fine del primo intervallo di tempo, e così anche per tutti gli istanti
successivi fino ad una descrizione completa del moto, organizzando i
risultati nelle rispettive righe della tabella. Il grafico traiettoria riporta la
coordinata verticale y in funzione della coordinata orizzontale x.
Diversamente da come potrebbe sembrare, la curva non è una parabola,
ma risulta asimmetrica.
154
L’asimmetria è dovuta all’attrito, a causa del quale l’attrezzo ha una
salita più lenta ed una fase di discesa più rapida.
Modelli per la dinamica di popolazione
Un’applicazione notevole di modelli matematici si riscontra nello
studio delle dinamiche di una popolazione. Una disciplina, quest’ultima,
impostasi prepotentemente nel panorama scientifico specie in relazione
alla sempre più pressante questione della sostenibilità dei sistemi
economico-industriali avanzati ma in realtà di ancor più ampio respiro.
In un significato vasto, infatti, studio di una popolazione può essere
inteso come studio dell’evoluzione nel tempo di un qualunque insieme
di individui, non necessariamente esseri umani, ma anche, ad esempio,
batteri di una coltura biologica, particelle o atomi in una reazione
chimica.
I primi tentativi di introdurre lo strumento matematico nello studio
dei fenomeni del vivente e dei fenomeni sociali risalgono al Settecento e
furono stimolati dal metodo scientifico di I. Newton nell’ambito della
meccanica. Le nuove scienze che apparvero nel diciottesimo secolo
tentarono di conformarsi al modello newtoniano della conoscenza
empirico-deduttiva. Quelle caratteristiche comportarono l’introduzione
155
di uno schema descrittivo atomistico: l’interazione fra soggetti biologici
o sociali veniva pensata come un’interazione tra “atomi” vitali che si
respingevano o attiravano sotto l’azione di forze analoghe all’attrazione
gravitazionale agente fra corpi materiali.
L’idea fondamentale che presiede allo studio delle dinamiche di
popolazione prevede di determinare e conoscere il numero di individui
della popolazione in qualunque istante di tempo t > t0 a partire da una
popolazione di N0 individui all’istante t0. Il proposito è dunque quello di
ricercare una legge matematica che esprima la dipendenza del numero di
individui N dal tempo t.
E’ possibile realizzare diversi modelli finalizzati allo studio delle
popolazioni. La distinzione fondamentale che generalmente si introduce
è quella tra modelli continui e modelli discreti. Un modello si definirà
continuo quando sarà in grado di esprimere la relazione matematica tra
numero di individui N e tempo t basandosi su un calcolo di N istante per
istante. Si avrà un modello discreto nel momento in cui invece il calcolo
dei valori di N avvenga per prefissati intervalli di tempo Δt.
Nell’ambito dei modelli discreti, possiamo sintetizzare una legge
generale in grado di esprimere la nostra relazione: Nt+1 = Nt + C∙Δt.
Nella relazione C costituisce il tasso di crescita, ossia la variazione
della popolazione nell’intervallo di tempo, detta anche velocità di
crescita. Studiando i diversi tipi di crescita si osserverà come a
modificarsi, nei rispettivi modelli, sarà essenzialmente proprio C.
Premesso come il tasso di crescita C possa determinarsi in maniere e
con metodi molto differenti, taluni più precisi e altri meno, rimane però
concettualmente considerabile come un bilancio della natalità e della
mortalità di una popolazione. In termini algebrici, il suo segno
determina il verso dell’evoluzione della popolazione nel tempo:
1. C > 0, la popolazione cresce
2. C < 0, la popolazione diminuisce
3. C = 0, la popolazione è stabile
156
Al variare di C si possono immaginare diversi modelli che descrivono
diversi tipi di crescita delle popolazioni, tutti comunque riconducibili
alla relazione: Nt+1 = Nt + C∙Δt.
Il modello di crescita limitata
Il modello di crescita esponenziale (o malthusiana) di una
popolazione è applicabile ad una popolazione che cresca esponenzialmente in maniera costante e continua, illimitata. Pensare una crescita
illimitata significa muovere dall’ipotesi che la popolazione si sviluppi in
un ambiente ideale con disponibilità illimitata di risorse. In una simile
condizione, in mancanza di vincoli esterni, una popolazione cresce
esponenzialmente secondo, esclusivamente, la propria capacità
riproduttiva. Nella crescita esponenziale, la velocità di crescita della
popolazione è proporzionale al numero N di individui della popolazione
presenti in ogni dato istante. E’ evidente come, data la crescita
proporzionale in ogni istante alla popolazione esistente, il ritmo
d’incremento non sarà costante. Pertanto: C = k ∙ N, in cui k viene
considerato costante k = n-m, dove n è il coefficiente di natalità e m il
coefficiente di mortalità (in realtà tali coefficienti variano con l’età
dell’individuo). Si può osservare come al passare del tempo il valore di
N aumenti sempre più rapidamente, con sempre maggiore incremento.
Da un grafico che riporti il rapporto N(t+1)/N in funzione dei valori N si
evince come il rapporto tra due valori successivi della popolazione N sia
costante: al termine di ogni intervallo di tempo Δt la popolazione
conosce un incremento in percentuale, rispetto all’intervallo, che è
sempre costante. Generalizzando, possiamo scrivere che: N(t+1)/N(t) =
1 + k , con k tasso di crescita. Il grafico riportante i valori della
popolazione N in funzione del tempo presenta la chiara curva
esponenziale. La medesima curva esponenziale ritornerà anche ponendo
i valori della velocità di crescita C in funzione del tempo.
Ma con il modello di crescita esponenziale si opera nell’ipotesi di un
ambiente ideale di sviluppo della popolazione, con un incremento
incondizionato da vincoli esterni ed una disponibilità infinita di risorse.
Quando però i vincoli esterni non siano trascurabili ed alcuni fattori
limitino la crescita (come la limitatezza di risorse), è necessario
ripensare il modello e adeguarlo alle nuove condizioni. La novità di cui
157
tener conto è il fatto che la popolazione non potrà eccedere un valore di
soglia. In un modello di crescita limitata la crescita è proporzionale alle
risorse disponibili. La limitatezza delle risorse impone un valore limite
della popolazione oltre il quale non è possibile pensare la crescita.
Possiamo allora affermare che la popolazione aumenterà proporzionalmente alla differenza Nmax – N. Esprimeremo allora così
l’andamento della velocità di crescita: C = k (Nmax – N), la crescita è
proporzionale alla differenza tra la soglia limite sostenibile ed il valore
attuale della popolazione. Il modello è stato applicato per simulare un
esperimento in laboratorio su una popolazione di piccoli roditori con
N0=10; Nmax=150; k=0,1; t=1 mese.
Modello logistico
Abbiamo già ricordato come il modello esponenziale ponesse
l’accento e quasi esaltasse le potenzialità riproduttive della popolazione,
di fatto consentendo al tasso di crescita di esprimersi in tutta la sua
158
pienezza senza vincoli esterni. Condizione fondamentale di una simile
dinamica era però, quantomeno, un alto rapporto tra le risorse fruibili ed
il numero di individui della popolazione. Con il modello di crescita
limitata ad essere preso in considerazione era stato invece
essenzialmente il ruolo giocato dai limiti esterni sull’incremento della
popolazione (in primo luogo la limitatezza delle risorse). Abbiamo
quindi osservato come il diminuire delle risorse nell’ambiente di
sviluppo valesse il passaggio da una dinamica di crescita esponenziale
ad una dinamica di crescita limitata, con un ritmo che rallentava sempre
più, via via che la popolazione si avvicina al valore limite. Nel modello
logistico i due tipi di crescita, esponenziale e limitata, trovano un punto
di sintesi. All’idea propria delle precedenti dinamiche di crescita che il
tasso di crescita k sia costante nel tempo sostituiamo l’idea di un tasso di
crescita che diminuisce progressivamente al crescere della popolazione.
Possiamo descrivere la velocità di crescita in un modello logistico come
segue: C = (k – h ∙ N) ∙ N , in cui k rappresenta il valore iniziale del
tasso di crescita ed h un tasso di limitazione, che esprimerà il valore
della diminuzione di k per ogni intervallo di tempo. Quando N sia
piccolo, l’influenza di h su k sarà minima, mentre all’aumentare di N, il
termine negativo (-h ∙ N) diviene sempre più limitante per k. Quando k –
h ∙ N = 0, si avrà C = 0 e la popolazione, cessando di crescere per
raggiunto valore limite, risulterà stabile. Si è in tal caso nella condizione
di crescita nulla. Il modello è stato applicato nella simulazione di un
esperimento sullo sviluppo di una specie di moscerini partendo con 10
esemplari ed eseguendo controlli ad intervalli costanti di 2 giorni
(Nmax=200 k=0,1 e h=k/Nmax). Il grafico della dinamica di crescita della
popolazione presenta una curva logistica, con una prima sezione simile
alla curva esponenziale ed una seconda analoga a quella della crescita
limitata. Proprio dal grafico si evince il carattere di sintesi del modello
logistico.
159
Si tratta dello stesso tipo di curva logistica che è stata osservata sperimentalmente da Pearl su delle popolazioni di Drosophila melanogaster
(1920). Tale curva descrive l’incremento di una popolazione animale o
umana in un ambiente limitato.
Ancor più interessante però risulta il grafico della crescita (valori di C
in funzione del tempo): una curva a campana ben evidenzia la
distinzione tra una prima fase di crescita ed una seconda fase di
decrescita del ritmo d’incremento della popolazione.
160
Bibliografia e sitografia
Parodi, Ostili, Monochi, “L’evoluzione della fisica”, Paravia
Paracchini, Righi, “Esplorazioni di fisica con il foglio elettronico”,
Principato
V. Volterra, U. Ancona, “Le associazioni biologiche” a cura di G. Israel,
Edizioni Teknos
Dispense del Workshop 8-9-10 gennaio 2013 del prof. P. Dourmashkin
del M.I.T.: Projectile Motion with Air Resistance Simulations.
http://phet.colorado.edu
Alessio Torti
(classe III C)
161
162
MAURIZIO CASTELLAN
________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___
Miscellanea di matematica
Introduzione
Questa sezione come negli anni passati è dedicata a quanto prodotto nel
periodo 2012-2013 dagli studenti partecipanti al progetto lauree
scientifiche. Lo scopo del progetto è guidare gli allievi nella ricerca di
risultati matematici originali da raccogliere e illustrare in un articolo
scientifico. Si percorrono così le diverse fasi del “lavoro” del
matematico che partendo da congetture si dipana nella ricerca di
giustificazioni rigorose mediante il metodo dimostrativo.
Dall’anno scolastico 2009-2010 tale attività è inserita nel progetto
lauree scientifiche che fa capo all’Università di Tor Vergata (responsabile del progetto il prof. Franco Ghione).
Con gli anni il livello di complessità dei temi di ricerca è cresciuto nel
segno di un impegno maggiore di analisi e studio, richiedente però
tempi più lunghi. Per questo motivo al momento della stampa è
disponibile solo un lavoro; altre tre attività di ricerca, giunte alla fase
finale proprio in questi giorni, saranno pubblicate nel prossimo numero
dei quaderni dell’Orazio.
L’articolo che segue è stato presentato all’Università di Tor Vergata
(giugno 2012) e sarà prossimamente pubblicato sul sito
http://crf.uniroma2.it.
Maurizio Castellan
163
__________________________________________________________
QUADRILATERO DI AREA MASSIMA ASSEGNATI I LATI
Margherita Moretti (3H P.N.I.)
Viviana Scoca (3D P.N.I.)
Simone Moretti (3H P.N.I.)
Abstract
Si affronta il problema della determinazione del
quadrilatero di area massima note le misure
dei lati, utilizzando contemporaneamente
strumenti analitici e sintetici.
0. Introduzione
In questo lavoro si affronta un tipico esempio di massimo: la ricerca di
quadrilateri di area massima tra quelli aventi le stesse misure dei lati.
Tale problema oltre che interesse in sé può avere anche risvolti pratici
[1]. Stabilite all’inizio alcune condizioni di compatibilità a cui devono
soddisfare quattro numeri affinché siano le misure dei lati di un
quadrilatero, si condurrà la ricerca nell’insieme dei quadrilateri che
hanno almeno una diagonale interna. Si arriverà quindi alla verifica
della proprietà di massimalità per i quadrilateri “ciclici”. Per essi si
porranno le questioni di esistenza, unicità e costruibilità. L’apparato
teorico e pratico usato si colloca nell’ambito della trigonometria e
dell’analisi matematica.
1. Costruibilità della figura
Assegnate le misure di un numero finito di segmenti non è garantita in
generale l’esistenza di un poligono avente essi come lati. In caso
affermativo diremo che il poligono è “costruibile”. Di seguito studiamo
il problema della costruibilità di un triangolo e di un quadrilatero.
164
1.1 Proposizione. Costruibilità di un triangolo
Dati a, b, c 
esiste un triangolo (anche degenere) ABC con:
sse
Dim.
E’ sufficiente notare che
Casi degeneri


165
oppure
1.2 Proposizione. Costruibilità di un
quadrilatero
Dati a, b, c e d ℝ+ esiste un quadrilatero ABCD con:
sse
Dim.
()
Consideriamo il quadrilatero
ABCD:
La diagonale AC (dove
)
formerà un triangolo ABC di lati
a, b, x e un triangolo ACD di lati
c, d, x che uniti lungo il lato AC
formeranno il quadrilatero ABCD
di lati a, b, c e d
166
allora per la condizione di costruibilità
dei triangoli (prop 1.1) si avrà:
e
da cui:

() Viceversa se
allora esiste almeno un x tale che
e quindi tale che:
e
a
b
x
E allora ancora per la prop 1.1
esiste un triangolo ABC di lati a,
b, x e un triangolo ACD di lati c,
d, x che uniti lungo il lato AC
formeranno il quadrilatero:
ABCD di lati a, b, c e d
167
Osservazione
Nel caso in cui:
un unico quadrilatero (degenere) di lati a,b,c,d. Infatti in se
si ha:
esiste

oppure
In tutte e due i casi si ottiene che una delle misure a,b,c,d è la somma
delle altre tre, e il quadrilatero che si ottiene è un segmento.
Es:
a
c
b
d
In questi caso il problema di massimo si banalizza.
Quando invece
infiniti quadrilateri (alcuni dei quali degeneri) di lati a,b,c,d.
esistono
Nel seguito ci occuperemo solo di questi quadrilateri che indicheremo
con QUAD.
2. Quadrilateri di lati assegnati al variare di una diagonale.
Nel caso in cui:
esistono infiniti valori x tali che:
168
2.1 Descrizione
1° caso:
Per la prop. 1.1 il quadrilatero è formato da un triangolo degenere e da
uno non degenere.
Indicato con  l’angolo
e con  l’angolo
, si ha in generale:
oppure
Es:
x
A
a
B
C
b
d
c
D
2° caso:
Per la prop. 1.1 il quadrilatero è formato da un triangolo degenere e da
uno non degenere.
Indicato con  l’angolo
e con  l’angolo
oppure
169
, si ha in generale:
Es:
A
B
a
b
C
x
d
c
D
3° caso:
Per ognuno di questi valori di x esistono (a meno di simmetrie) due
quadrilateri con lati assegnati (e ordinati) di lunghezza a,b,c e d:
uno con la diagonale AC interna al quadrilatero:
a
b
x
d
c
e uno con la diagonale AC esterna al quadrilatero
170
x
a
b
d
c
In certi casi il quadrilatero con la diagonale AC esterna può essere
intrecciato:
B
A
C
D
A
D
C
B
2.2 Quadrilateri con diagonale interna
171
Osserviamo che mentre il quadrilatero con diagonale esterna è sempre
concavo, quello con diagonale interna può essere sia concavo che
convesso:
Indicheremo con QUADAC i quadrilateri di lati a,b,c,d con la diagonale
AC interna.
Poiché ogni quadrilatero convesso ha entrambe le diagonali interne,
indicando con QCONV i quadrilateri di lati a,b,c,d convessi, si ha:
QUADCONV  QUADAC
3. Problema del massimo
3.1 Definizione
Dato un insieme INS di quadrilateri di lati a,b,c,d , chiamiamo
quadrilatero di area massima in INS un quadrilatero Q  INS tale che
 Q’ INS Area(Q) ≥ Area(Q’)
172
3.2 Osservazione
Ogni quadrilatero Q di lati assegnati a,b,c,d concavo è strettamente
contenuto in un quadrilatero convesso Q’ avente lati della stessa
lunghezza: dato il quadrilatero concavo ABCD basta infatti considerare
il quadrilatero convesso A’BCD con A’ simmetrico di A rispetto alla
retta BD.
Per i due quadrilateri vale quindi: Area(Q)<Area(Q’)
3.3 Proposizione
Una quadrilatero Q di lati assegnati a,b,c,d ha area massima in
QUADse e soltanto se ha area massima in QUADAC
Dim.
Se Q ha area massima in QUADnon può essere concavo (vedi oss.3.2)
quindi Q  QUADCONV
ma essendo QUADCONV  QUADAC si haQ  QUADAC , ed
essendo la sua area maggiore di quelle di tutti i quadrilateri in QUAD ,
lo è anche per quelli di QUADAC
Viceversa se Q ha area massima in QUADAC allora essendo
QUADCONV  QUADAC si ha che:
 Q’ QUADCONV Area(Q) ≥ Area(Q’)
173
Sia ora Q’ concavo, per l’oss 3.2 esiste un Q”  QUADCONV
Area (Q”) ≥ Area (Q’)
ma Area (Q) ≥ Area (Q”) quindi Area (Q) ≥ Area (Q’)
tale che
3.4 Osservazione
Per la prop 3.3 per la ricerca del quadrilatero di area massima in QUAD
massimo è sufficiente limitarsi a considerare i quadrilateri in QUADAC .
3.5 Proposizione. Area dei quadrilateri con una diagonale interna
Per ogni Q QUADAC
 l’angolo
ABCD, indicando con  l’angolo
a
b
x
d
c
Si ha:
174
e con
Dim.
da cui :
e quadrando e moltiplicando per 4:
ora per il teorema di Carnot applicato ai due triangoli si ha
da cui
e quadrando:
Sommando le due uguaglianze
175
da cui:
e infine
3.6 Proposizione.
Per ogni Q di QUADAC si ha:
Q ciclico  Q di area massima in QUADAC
Dim.
Se Q è ciclico si ha  +  =  , allora essendo la quantità
-8abcd cos( +  ) massima
quando cos( +  )= -1 (cioè proprio per  +  =  ) , grazie alla
prop. 3.5 per ogni altro Q’ QUADAC
si ha:
176
3.7 Prop. Quadrilatero di area massima.
Per ogni Q  QUADAC si ha:
Q ciclico  Q di area massima in QUAD
Dim.
Segue immediatamente dalla prop. 3.3
3.8 Osservazione
La prop. 3.7 ancora non risolve ancora il problema di massimo che ci
siamo posti. Occorre infatti provare che in QUADAC ci sia almeno un
quadrilatero ciclico. Dimostreremo ora che tale quadrilatero esiste e che
esso è unico.
4. Esistenza del quadrilatero ciclico
4.1 Angoli in funzione della lunghezza della diagonale.
Indicati con x1 =
e con x2
=
consideriamo per ogni x[ x1 , x2] il quadrilatero Q in QUADAC di
diagonale AC lunga x
177
a
b
x
c
d
E indichiamo con  l’angolo
x.
e con  l’angolo
al variare di
Per il teorema di Carnot applicato ai due triangoli ABC e ACD si ha:
Si hanno così le due funzioni di x
 : [ x1 , x2] ℝ
178
 : [ x1 , x2] ℝ
4.2 Propoposizione
Esiste Q  QUADAC tale che Q è ciclico
Dim.
Indichiamo con  (x) la funzione:
 : [ x1 , x2] ℝ
x ↦(x) + (x) dove (x) e  (x)
sono state definite in 4.1

Ora  (x) è continua in [ x1 , x2] inoltre per quanto visto in 2.1 quando
x= x1
oppure
quindi  (x1)
mentre quando
x= x2

179
oppure
quindi  (x2)
Per il teorema dei valori intermedi si ha quindi che esiste x in ( x1 , x2)
tale che  (x)=  (x) + (x) =
e quindi un Q  QUADAC ciclico.
5. Unicità del quadrilatero di area massima
5.1 Proposizione
E’ unico Q  QUADAC tale che Q è ciclico.
Dim.
La funzione  (x) è continua in [ x1 , x2]
ed è derivabile in ( x1 , x2) con derivata:
Osserviamo ora che per ogni x ( x1 , x2) si ha ’ (x)>0 .
Se ora esistessero due quadrilateri ciclici con diagonali AC lunghe x’ e
x’’ [ x1 , x2] si avrebbe:
 (x’) = =  (x’’) e per il teorema di Rolle dovrebbe esistere x’’’
 ( x’ , x’’) tale che ’ (x’’’)=0
ma questo è assurdo perché ’ (x)>0 in ( x1 , x2) .
180
6. Costruzione del quadrilatero di area massima
Una volta stabilito che il quadrilatero di area massima è quello ciclico
cerchiamo gli elementi che permettano la sua costruzione. In sostanza ci
chiediamo come “costruire” il quadrilatero ciclico di lati assegnati.
6.1 Proposizione
Dati a, b, c e d ℝ+ con
Il quadrilatero ciclico ABCD di lati
è tale che
b
a
c
x
d
Dim.
181
Per il teorema di Carnot applicato ai due triangoli ABC e ACD si ha:
E risolvendo il sistema:
si ottiene:
6.2 Osservazione
La proposizione 6.1 ci permette di calcolare l’angolo  (e quindi anche
 =  -) e la lunghezza x della diagonale AC. La conoscenza di uno
dei due permette di individuare univocamente i due triangoli ABC e
ACD , e quindi il quadrilatero ciclico (nel primo caso grazie al primo
criterio di congruenza dei triangoli e nel secondo caso grazie al terzo).
6.3 Casi particolari
Terminiamo applicando le formule in 6.1 in alcuni casi particolari.
1° caso: a=b=c=d
182
Il quadrilatero ciclico è un quadrato
x
2° caso: a=b=c , d=2a
Il quadrilatero ciclico è un semi esagono regolare
183
x
3° caso: a=c
Applicando le formule ad entrambe le diagonali AC e BD e agli angoli
=
’ =
si ha
Il quadrilatero ciclico è un trapezio isoscele
184
Osservazione: appartengono a questa famiglia di quadrilateri tutti quelli
trattati nei casi precedenti
4° caso: a2+b2=c2+d2
Il quadrilatero ciclico è formato da due triangoli rettangoli aventi come
ipotenusa la diagonale AC
x
D
Osservazione: appartiene a questa famiglia di quadrilateri “l’aquilone”
nel quale a=d e b=c
185
x
D
7. Conclusioni
Un risultato generale afferma [3] che il poligono di n lati di area
massima è ancora quello ciclico, si potrebbe dunque ripetere ciò che si è
fatto qui per i quadrilateri, anche per i pentagoni, gli esagoni,..ecc.
Cercando lì dove è possibile risultati generali.
Si potrebbe inoltre indagare sui quadrilateri ottenuti come somma di
triangoli rettangoli (vedi caso 4 par.6.3) sfruttando la ricchezza di
proprietà che tali triangoli possiedono.
Nell’articolo [4] è riportata una costruzione geometrica del quadrilatero
ciclico note le misure dei quattro lati. Sarebbe interessante studiare tale
costruzione alla luce dei risultati elencati nel par. 6.
8. Bibliografia e sitografia
[1] http://rudimatematicilescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/01/31/il-problema-digennaio-509-armi-di-costruzione-di-massa/
[2] http://www.dmf.unisalento.it/~scienze/Download/Tolomeo.pdf
[3] http://www.vialattea.net/esperti/php/risposta.php?num=13554
[4] http://www.cut-theknot.org/pythagoras/Constructions/CyclicQuadrilateral.shtml
186
187
188
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Quaderni del Liceo Orazio N 4