Quaderni del Liceo Orazio N. 4 Anno Scolastico 2013/2014 Liceo ginnasio statale Orazio ROMA 1 Questa pubblicazione è stata curata da Mario Carini 2 INDICE Introduzione…………………………………………………………… 5 SEZIONE DOCENTI MARIO CARINI, “Accadde domani” in Italia: cronache immaginarie del nostro Paese tra ucronia e fantapolitica………. 11 ROBERTO CETERA, Lettera aperta a Papa Francesco………….. 77 ANNA MARIA ROBUSTELLI, Troppo spaventata per piangere: le poesie di Ali Cobby Eckermann…………………………………… 81 ANNA MARIA ROBUSTELLI – ANNA PAOLA BOTTONI, Appunti su un percorso di letture nel biennio: la vergine perseguitata nella narrativa del Settecento e dell’Ottocento…………………… 95 MARIA ASSUNTA ROSSI, Ipazia e Cirillo d’Alessandria……… 107 AMITO VACCHIANO, CIVIS ROMANUS SUM! Riflessioni sulla cittadinanza a Roma tra storia e letteratura…………………….….. 111 SEZIONE DIDATTICA (collaborazioni degli studenti) Gli alunni della quinta A presentano: In foro Tusculano, bozzetto di vita quotidiana nell’antica Roma ideato e diretto dal prof. Amito Vacchiano……………………………………… Refugees Situation in South Sudan, relazione dell’alunna 3 131 Gaia Antonia Santacroce, classe V L, partecipante al progetto “Model United Nations”………………..……………………….. 137 Prof. Stefano De Stefano, Progetto regionale “Geografia della memoria nel Lazio”: l’impegno dell’Orazio………………... 145 Sulla esplorazione di modelli matematici utilizzando Excel, ricerca dello studente Alessio Torti (classe III C)………………. 149 Miscellanea di matematica, a cura del prof. Maurizio Castellan…………………………………………………………. 163 4 INTRODUZIONE Le pubblicazioni del Liceo Orazio si vanno configurando con il passare del tempo come una tradizione della scuola, un aspetto connotativo che la contraddistingue fra i pochi licei romani che si impegnano in progetti di auto editoria. È pur vero che tutti i progetti e tutte le iniziative scolastiche sono espressioni della creatività, intesa come la capacità di ripensare in modo originale, di proporre in modo nuovo, da diverse angolature aspetti del sapere. Niente, tuttavia, come una pubblicazione scolastica, ove la scrittura si fa al servizio della ricerca, dell’approfondimento, del lavoro svolto in classe, è in grado di costruire realtà totalmente nuove e autonome. Proprio uno degli obiettivi che contribuiscono a formare il profilo dei nostri alunni, alla fine del percorso di studi, è la creatività, oggi così richiesta fra le competenze lavorative. E per creatività intendiamo ripensare, rielaborare le esperienze di studio, le pagine lette, le esperienze vissute o incontrate nei testi. È questa, in fondo, la finalità dei “Quaderni”, pagine che affiancano alunni e docenti impegnati nel medesimo sforzo di studio, nella medesima passione, nella stessa curiosità con cui guardare alla vita e alla cultura, in una parola all’uomo come persona. I “Quaderni” da anni portano la firma di chi scrive gli articoli, colleghi impegnati nella didattica e nella ricerca, ma se fosse possibile mi piacerebbe che contenessero le firme di tutti noi docenti del liceo. Ogni articolo o contributo pubblicato trasmette, a ben vedere, idee, pensieri, proposte che, se nella stesura sono riferibili al singolo, nel complesso ben esprimono il clima di lavoro e di impegno culturale della nostra scuola. Le pubblicazioni sono dunque espressione di creatività e passione. perché la vera creatività crea legami di partecipazione e niente più della pagina scritta lega autore e lettore. E, quanto alla passione che anima gli autori pubblicati nei “Quaderni”, vogliamo fare nostra questa bella citazione, che abbiamo trovato in un articolo, apparso su “Nuova Secondaria”, della prof.ssa Carla Xodo, docente dell’Università di Padova, sul caso di noti e apprezzati studiosi dell’area umanistica, 5 recentemente scomparsi, usciti da percorsi scolastici non liceali:1 “Nulla ha valore di ciò che non può essere fatto con passione. E tutto ha valore se viene fatto con passione” (Max Weber). Questo quarto numero dei “Quaderni del Liceo Orazio”, che esce nel corrente anno scolastico 2013-2014, è diviso nelle due consuete parti, la “Sezione docenti” e la “Sezione didattica”, che contiene le collaborazioni degli studenti. Alla “Sezione docenti” hanno collaborato i seguenti professori: il sottoscritto, con “Accadde domani” in Italia: cronache immaginarie del nostro Paese tra ucronia e fantapolitica; il prof. Roberto Cetera, docente di religione, con la sua Lettera aperta a Papa Francesco; la prof.ssa Anna Maria Robustelli, che per molti anni ha insegnato lingua e letteratura inglese nella nostra scuola, con il suo saggio Troppo spaventata per piangere: le poesie di Ali Cobby Eckermann; le prof.sse Anna Maria Robustelli e Anna Paola Bottoni con gli Appunti su un percorso di letture nel biennio: la vergine perseguitata nella narrativa del Settecento e dell’Ottocento; la prof.ssa Maria Assunta Rossi, addetta alla biblioteca della scuola, con Ipazia e Cirillo d’Alessandria; il prof. Amito Vacchiano, docente di latino, con CIVIS ROMANUS SUM! Riflessioni sulla cittadinanza a Roma tra storia e letteratura. La “Sezione didattica (collaborazioni degli studenti)” comprende i seguenti lavori: In foro Tusculano, un bozzetto di vita quotidiana nell’antica Roma recitato in latino dagli studenti della classe V A (in occasione dell’Open Day del 18 gennaio 2014, nella sede di via Isola Bella) e ideato e diretto dal prof. Amito Vacchiano; Refugees Situation in South Sudan, una relazione dell’alunna Gaia Antonia Santacroce, classe V L, che ha partecipato al progetto “Model United Nations”; la relazione del Prof. Stefano De Stefano sul Progetto regionale “Geografia della memoria nel Lazio”: l’impegno dell’Orazio; la ricerca dello studente Alessio Torti (classe III C), Sulla esplorazione di modelli matematici utilizzando Excel. Chiude la sezione, come di consueto, la Miscellanea di matematica, a cura del prof. Maurizio Castellan. Ringraziamo, per concludere, tutti coloro che hanno collaborato alla riuscita di questo quarto numero e il nostro Dirigente Scolastico, 1 Carla Xodo, Non solo con il liceo…, in “Nuova Secondaria”, n. 7, marzo 2014, p. 10. 6 prof. Massimo Bonciolini, che ha sostenuto anche quest’anno, moralmente e finanziariamente, la presente iniziativa. E affidiamo queste pagine alla paziente indulgenza dei lettori, che vorranno perdonare gli eventuali errori e imprecisioni. Roma, 12 marzo 2014 Mario Carini 7 Mentre il volume era in corso di stampa abbiamo appreso della improvvisa scomparsa della collega prof.ssa Adriana de Nichilo. Vogliamo ricordare questa nostra collega e collaboratrice, immaturamente venuta a mancare, con la poesia che volle dedicare alla sua cara sorella Paola: PER PAOLA Compagna di giochi fidata confidente mite indifesa creatura perché te ne sei andata con le nostre bambole e le nostre risate lasciandomi nel silenzio di un mondo vuoto? Inconsapevole che stavi per lasciarmi, non ti potrò accompagnare nel tuo viaggio misterioso. Vigilare, avrei dovuto vigilare sul tuo dolore. Sorella del cuore io vivo con te e vorrei che tu fossi in eterno conforto sapiente di ogni mia pena. Adriana de Nichilo 8 Sezione docenti 9 10 MARIO CARINI ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ “Accadde domani” in Italia: cronache immaginarie del nostro Paese tra ucronia e fantapolitica 1) Eventi immaginari di una “fantastoria” italiana. Forse più che in qualsiasi altro Paese del mondo, la storia politica e civile dell'Italia, a partire dal secondo dopoguerra, è stata vistosamente condizionata dal confronto ideologico (che spesso è divenuto scontro acceso, ma mai è trasceso nelle forme della guerra civile), tra i due grandi partiti di massa, formatisi dopo la fine della dittatura fascista, ossia la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Gli accordi di Yalta, che comportavano la rigida spartizione dell’Europa in sfere d’influenza, non permettevano che un paese occidentale si trasformasse in uno stato satellite dell’Unione Sovietica né che alcuna delle cosiddette “repubbliche popolari”, ove vigeva il socialismo reale, potesse mutare campo e passare nelle fila della NATO. L’Italia, perciò, pur conoscendo momenti di aspro confronto, che, in alcune occasioni, quasi sfociò nella guerra civile (si pensi, per esempio, alla travagliata estate del 1960, con la rivolta di Genova in occasione del congresso del MSI, e alla caduta del governo Tambroni, un monocolore democristiano che si reggeva anche sui voti missini), e pur avendo attraversato il terribile periodo del terrorismo rosso e nero (gli “anni di piombo”, con le tragiche imprese delle BR, dei NAP, di Prima Linea, e, a destra, dei NAR), è rimasta sostanzialmente stabile nelle sue istituzioni e nella sua società, che non hanno conosciuto improvvisi e traumatici cambiamenti. Del resto anche il passaggio, con Tangentopoli, dalla Prima alla Seconda Repubblica, pur ricco di impressionanti eventi di cronaca1 e conclusosi con la sparizione di fatto Due avvertenze al lettore: anzitutto tengo a chiarire che, nonostante nel presente lavoro si faccia continua menzione di uomini politici e partiti, realmente esistiti e altamente rappresentativi nella storia del nostro Paese, non ho inteso affatto esprimere giudizi di valore sul loro operato e sulla loro ideologia. In secondo luogo, 11 dei due maggiori partiti di governo, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista,2 non ha sostanzialmente comportato un mutamento violento del sistema sociale e politico. Le istituzioni politiche italiane, dunque, nelle varie fasi storiche dal dopoguerra, ad oggi, sono rimaste sostanzialmente intatte e hanno assicurato agli Italiani la libertà e la democrazia: una sostanziale e forse insperata stabilità del nostro Paese, ad onta del carattere passionale degli Italiani, che ha tra le sue concause certamente la maturità politica del nostro popolo e la sostanziale prudenza alla quale i partiti della maggioranza e quelli dell’opposizione hanno improntato i loro rapporti. Rapporti spesso tesi, anche aspri, ma che mai, possiamo dire, sono trascesi all’esasperata e fanatica ostilità o alla demonizzazione e delegittimazione dell’avversario (sempre il partito vincitore nelle elezioni politiche è stato riconosciuto come legittimato a governare dall’avversario sconfitto). Onore al merito dei nostri tanto vituperati leader politici, alla loro moderazione e saggezza, per questo aspetto: mai, va loro riconosciuto, hanno permesso che la contesa politica degradasse alla guerra civile, assicurando la pace nel presente e consegnando un Paese in pace, pur in preda alla pesantissima crisi economica che tutti conosciamo, alle future generazioni.3 Ma che cosa sarebbe accaduto se gli eventi avessero preso un’altra strada? Ossia se i nostri leader politici fossero stati meno accorti e prudenti, si fossero lasciati trascinare dalla passione, ben oltre i limiti della polemica politica? E cosa sarebbe poiché non è mia abitudine citare di seconda mano, preciso che tutte le citazioni e i riferimenti bibliografici che compaiono nelle pagine seguenti, nel testo e nelle note, sono tratti da opere in mio possesso, che ho consultato personalmente e puntualmente (M. C.). 1 Come il suicidio di Gabriele Cagliari, presidente dell’ENI, e quello del finanziere Raul Gardini, il primo avvenuto in carcere il secondo nella propria abitazione. 2 Il cui leader Bettino Craxi, già presidente del Consiglio dal 1983 al 1987, per evitare la detenzione in carcere, si rifugiò ad Hammamet, in Tunisia, ove morì nel 2000. Sull’uomo politico socialista vd. Massimo Pini, Craxi.Una vita, un’era politica, Mondadori, Milano 20062. 3 È quanto riconosce a De Gasperi e Togliatti, che concorsero da sponde opposte a non far uscire il paese dai binari della legalità democratica, il giornalista Gianni Rocca nella sua sintesi storica Caro revisionista ti scrivo…, Editori Riuniti, Roma 1998, p. 144. 12 accaduto se determinati eventi, che fortunatamente non si sono verificati, si fossero invece verificati? O altri che si sono verificati, non si fossero verificati? Insomma, quale sarebbe stato il destino del nostro Paese se la sua storia passata fosse stata diversa da quella che è stata? Come si sarebbe svolta una diversa storia dell’Italia, una storia alternativa? Difficile, ma non impossibile rispondere. E’ anzitutto ovvio che formulare una domanda del genere significa abbandonare il campo della storia fattuale e reale per entrare nel campo della storia fatta con i “se”, della storia puramente ipotetica, immaginaria. Riflessioni del genere, va premesso, sono gravate dal pregiudizio popolare della storia che non si fa con i “se”, peraltro esplicitato dalla famosa condanna di Benedetto Croce, a proposito della storia immaginaria, considerata quale “inutile trastullo dell’intelletto”.4 Eppure, quasi a smentire le parole del grande filosofo italiano, è nato in questi ultimi decenni un vero e proprio campo di riflessione tra gli storici e politologi, che ha peraltro fornito spunti e occasioni anche ai romanzieri per elaborare pregevoli trame narrative: l’ucronia. L’ucronia, com’è noto agli “addetti ai lavori”, è termine coniato dal filosofo neoilluminista Charles Renouvier (18151903), che in suo romanzo intitolato Uchronie (L’Utopie dans l’Histoire), pubblicato nel 1876, immaginò quale sarebbe stato il destino dell’impero romano se, dopo la morte di Marco Aurelio, fosse salito al trono non il degenere figlio Commodo, ma il saggio e accorto Avidio Cassio: si sarebbe diffuso lo stoicismo, che innestandosi nel mos maiorum avrebbe fondato una sorta di religione laica, basata sulle celebrate virtù dei Romani, e il Cristianesimo sarebbe stato relegato ad una posizione marginale. Quindi la giustizia sociale, la pace e il benessere, tutelati da una forte e centralistica organizzazione militare, si sarebbero diffusi per tutti i popoli dell’impero, e l’Europa, sotto il segno della romanità, non avrebbe conosciuto né divisioni né guerre.5 4 Benedetto Croce, La storia come pensiero e come azione, Laterza, Roma-Bari 19784, p.19. 5 Quale sarebbe stata la storia d’Europa se l’impero romano fosse sopravvissuto fino ai nostri giorni, ossia fino al terzo millennio, è la domanda a cui ha risposto la scrittrice Sophia McDougall con il romanzo Romanitas (trad. di Lorenza Breschi, Newton Compton editori, Roma 2006), che rappresenta un impero romano perpetuatosi fino ai nostri giorni, ossia al 2004 (anno 2757 ab Urbe condita), ed esteso per buona parte dell’orbe terracqueo: in Europa, Russia asiatica, India, Africa 13 Numerosi autori si sono cimentati nel genere della storia alternativa (o controstoria o storia controfattuale), come Vita Sackville-West, Sinclair Lewis, Robert Harris, Harry Turtledove, Graham Greene, e i nostri Morselli, Malaparte, e da ultimo Enrico Brizzi. Persino un famoso statista come Winston Chruchill ha scritto un racconto immaginando che la guerra di Secessione americana fosse stata vinta dagli stati sudisti. Per quanto riguarda l’Italia, abbiamo provato a immaginare alcune ipotesi di storia alternativa, basate su fatti che non sono mai accaduti. Questi fatti che abbiamo ipotizzato, però, avrebbero potuto benissimo verificarsi, perché l’ucronia, trascurando ciò che è assolutamente fantastico, surreale, prodigioso, “miracolistico”, prende in esame soltanto fatti probabili o almeno verosimili, che però hanno una buona percentuale di possibilità. I fatti ipotizzati costituiscono altresì ipotesi di fantapolitica, e hanno generato testi narrativi che si collocano tra la pamphlettistica politica, la satira e la fantapolitica. A ben vedere, però, al di là dell’aspetto superficialmente e talvolta rozzamente propagandistico i testi che presenteremo nei successivi paragrafi possono considerarsi anche esempi di narrativa ucronica, proprio perché postulano situazioni ed eventi storici che non si sono avverati, ma che avrebbero potuto avverarsi. I fatti ipotizzati sono i seguenti: la vittoria del Fronte Popolare alle elezioni del 1948, un “golpe” militare nell’Italia degli anni Settanta, il processo alla classe dirigente della DC, ossia alla classe dirigente del Paese negli anni Settanta. Sono tutti ipotetici eventi di una storia immaginaria d’Italia, una storia che non si è verificata ma che avrebbe potuto avere drammatici sviluppi, molto più turbolenti di quelli registrati nei cosiddetti “anni di piombo” e poi, all’inizio degli anni Novanta, in quel turbinio di vicende politico-giudiziarie conosciute come “Tangentopoli”, che, scoperchiando la corruzione partitocratica, hanno sconquassato il sistema consociativo di gestione del potere frutto dell’accordo tra DC e PSI. Gli ipotetici eventi della storia italiana hanno ispirato alcuni romanzi e racconti che, pur essendo in una certa parte viziati da una Settentrionale, America (ribattezzata Terranova), Groenlandia. L’autrice però, immaginando in una trama ingarbugliata un complotto di corte che vuole spodestare il legittimo imperatore Tito Novio Fausto, non riesce a sfruttare pienamente la suggestiva idea e fornisce della civiltà romana del terzo millennio una descrizione molto approssimativa. 14 unilaterale e forse troppo accesa visione ideologica, ci sembrano però costituire dei buoni esempi di testi a metà tra il genere dell’ucronia e la fantapolitica. Si tratta di testi ormai invecchiati, risalenti per lo più agli anni Cinquanta, e in piena sintonia con il clima politico dell’epoca, caratterizzato dalla Guerra Fredda e dallo scontro ideologico fra l’opposizione di sinistra (il PCI e, almeno per un certo periodo, ossia fino all’avvento del centrosinistra e all’accordo Moro-Nenni, il PSI suo alleato) e la Democrazia Cristiana, il partito al governo. Questi scritti immaginavano cosa sarebbe accaduto nel prossimo futuro, quale sarebbe stato il domani dell’Italia nel caso del verificarsi degli ipotizzati eventi storici. Il titolo “Accadde domani”, che abbiamo scelto per questo nostro lavoro, si spiega perciò col far riferimento a testi di taglio storicopolitico “avveniristico”, ma che ormai appartengono al passato. Esamineremo, perciò, nei paragrafi seguenti, l’ipotetico svolgimento di questi tre fatti di “fantastoria” italiana, facendo riferimento ai testi narrativi (questi, invece, reali), di ucronia e fantapolitica, che sono stati da essi ispirati. 2) Prima ipotesi. 18 aprile 1948: la vittoria del Fronte Popolare e il governo Togliatti. Gli accordi di Yalta6 avevano stabilito la rigida spartizione delle due zone di influenza, nell’Europa liberata dall’occupazione nazista, tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. In virtù di questi accordi, a cui partecipò come comprimaria degli USA anche l’Inghilterra, rappresentata al tavolo delle trattative dal primo ministro Churchill, nessuna delle due superpotenze avrebbe potuto ingerirsi nel governo di uno degli stati soggetti all’influenza dell’altra né tentare di influenzarne la politica interna o estera. Se così fosse avvenuto, l’intero equilibrio raggiunto dagli accordi fissati a Yalta dai tre “Grandi”, ossia Stalin, Roosevelt e Churchill, sarebbe saltato, con tragiche conseguenze sulla pace mondiale. Come spiega lo storico Piero Melograni in un suo penetrante saggio sulle conseguenze che Yalta ebbe riguardo alla 6 A Yalta, sul Mar Nero, si svolse dal 4 all’11 febbraio 1945 la conferenza fra i tre “Grandi” Roosevelt, Stalin e Churchill, che decise i futuri assetti dell’Europa liberata dai nazisti. Essa fu preceduta dall’accordo Churchill-Stalin dell’ottobre 1944, per la spartizione delle sfere di influenza nei Balcani. Vd. Arthur Conte, Jalta o la spartizione del mondo (Yalta ou le partage du monde, 1964), trad. di Maria Sgarzi, Gherardo Casini Editore, Roma 1968. 15 politica italiana, “la spartizione dell’Europa in sfere di influenza avrebbe potuto cessare soltanto a causa di eventi eccezionali, come una nuova guerra, una crisi economica di grandi proporzioni o un ritorno degli Stati Uniti all’isolazionismo. Ma l’evento eccezionale, capace di escludere l’Italia dalla sfera occidentale non si produsse”.7 Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica interpretarono sempre rigidamente i raggiunti accordi di Yalta, i primi astenendosi dall’aiutare concretamente i paesi dell’Europa orientale a sottrarsi al dominio sovietico, attuato con la complicità delle cosiddette “democrazie popolari” (i regimi instaurati dai “liberatori” sovietici nei paesi dell’est), i secondi evitando di fomentare o appoggiare una rivoluzione comunista nei paesi dell’Europa occidentale. Vigeva dunque un patto di reciproca astensione, la cui violazione avrebbe compromesso la pace in Europa: se, per esempio, fossero andati al potere i comunisti in Italia o in Francia, gli Stati Uniti avrebbero organizzato movimenti rivoluzionari anticomunisti in Polonia o in Ungheria. Perciò il capo dei comunisti italiani, Palmiro Togliatti, fu sempre molto prudente e addirittura restìo di fronte all’ipotesi di riprendere la lotta armata in Italia (vi erano ancora, intatti ed in perfetta efficienza, i depositi di armi custoditi dai partigiani delle Brigate Garibaldi), per completare quel processo iniziato con la Resistenza, che avrebbe dovuto portare, nell’ottica dei capi estremisti come Pietro Secchia, la classe operaia al potere e realizzare anche in Italia una rivoluzione socialista. V’è comunque da dire che la collaborazione offerta da Togliatti e dai comunisti ai governi di Badoglio (con la cosiddetta “svolta di Salerno”), Bonomi, Parri e De Gasperi, fino all’estromissione di socialisti e comunisti dal governo degasperiano nel maggio 1947 (quando era ormai già iniziata la Guerra Fredda), fu sostanzialmente leale e proficua, concorrendo a risolvere importanti questioni che avrebbero creato motivi di difficoltà alla neonata repubblica italiana.8 Poi le tensioni sopravvenute con la Guerra Fredda tra blocco occidentale e blocco sovietico provvidero ad inasprire i rapporti tra i partiti di sinistra, stretti in una unità di azione (in pratica fino alle aperture di Moro e Fanfani e 7 Piero Melograni, Dieci perché sulla repubblica, Rizzoli, Milano 1994, p. 46. Come, ad esempio, la questione dei rapporti tra Stato Chiesa: i comunisti votarono assieme ai democristiani per l’inclusione dei Patti Lateranensi, stipulati tra il Vaticano e il regime fascista, nella Costituzione repubblicana. 8 16 all’avvento dei governi di “Centrosinistra”, negli anni Sessanta, i socialisti guidati da Pietro Nenni furono appiattiti nella politica interna ed estera sulle posizioni del PCI), e la Democrazia Cristiana e i suoi alleati. Le elezioni del 18 aprile 1948, fatidico appuntamento nella storia dell’Italia repubblicana,9 segnarono due risultati determinanti per il destino politico del nostro paese: la sconfitta del Fronte Popolare, la coalizione socialcomunista guidata da Nenni e Togliatti, e l’emersione della Democrazia Cristiana come un grande partito di massa, l’unico vero baluardo contro il comunismo, avvertito sempre più come un pericolo concreto che minacciava la sicurezza e la libertà. Fiorirono, in quel tempo e nei decenni successivi, libelli propagandistici che presentavano i comunisti come una potente forza organizzata per asservire l’Italia agli interessi di Mosca. Basti leggere, come esempio, alcune righe dell’opuscolo I comunisti non hanno vinto di Luigi Barzini jr. (1955), che presenta i supposti piani per la conquista del potere da parte del PCI. La riportiamo per dare l’idea del giudizio che gli elettori di centro dovevano riservare ai comunisti (ma reciprocamente e assolutamente negativo era quello inculcato agli elettori di sinistra verso la DC e i suoi alleati, dipinti come le forze della reazione asservite agli imperialisti americani): Il Partito Comunista Italiano è una macchina efficiente, disegnata per uno scopo solo, la conquista del potere. Nella più sicura libertà, con tutti gli aiuti e le garanzie che offre una costituzione democratica in un paese alla buona, con fondi quali nessun partito ha mai potuto mettere insieme in Italia, i comunisti si preparano con impegno e meticolosità scientifica al giorno della “grande spallata”, in cui, se gli 9 Sulle elezioni del 1948 vd.: Luigi Barzini, Le paure d’ieri, Edizioni «Reporter», Roma 1968, pp. 109-120; Antonio Gambino, Storia del dopoguerra.Dalla Liberazione al potere DC, vol. II, Laterza, Roma-Bari 1978, rist., pp. 469-524; Antonio G. Casanova, Perché il 18 aprile, Edizioni Prospettive nel Mondo, Roma 1980; Giovanni Artieri, Quarant’anni di Repubblica, Mondadori, Milano 1987, pp. 66-74; Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. XI La fondazione della Repubblica e la ricostruzione. Considerazioni finali, Feltrinelli, Milano 19882, pp. 173-187; Storia d’Italia, a cura di Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto, vol. V La Repubblica. 1943-1963, Laterza, Roma-Bari 20022, pp. 110-118; Arrigo Petacco, La scelta, Armando Curcio Editore, Roma 2008, pp. 93-98. Un testo prezioso per la ricostruzione delle vicende della durissima campagna elettorale è il diario di Giulio Andreotti, eminente statista e leader DC: Giulio Andreotti, 1948.L’anno dello scampato pericolo, Rizzoli, Milano 2005. 17 riuscisse, instaurerebbero la dittatura, abolirebbero quella “libertà borghese”, di cui si sono serviti, perché nessun altro se ne serva contro di loro, metterebbero tutti gli oppositori in condizione di non nuocere, sia deportandoli, rinchiudendoli nei campi di concentramento, nelle carceri, o fucilandoli, e includerebbero l’Italia nella sfera d’influenza sovietica, sotto il controllo dei servizi esteri del Politburo.10 Si andò perciò a votare, per decenni, coltivando due sentimenti specularmente uguali: la paura, negli elettori di centro, che una vittoria del PCI gli aprisse le porte per la conquista anche violenta del potere (anche se questa risultava poi un’ipotesi improbabile, per la collocazione geopolitica dell’Italia) e il timore, negli elettori comunisti, che una schiacciante vittoria della Democrazia Cristiana segnasse l’avvento di una persecuzione anticomunista, una maccartistica “caccia alle streghe”.11 L’anticomunismo divenne sempre più, dal 1948 in poi, potremmo dire fino agli anni Settanta (gli anni del “compromesso storico” e dei governi di solidarietà nazionale, creati per reagire all’urgenza posta dal terrorismo), una costante della politica della DC (e ovviamente delle destre), anche se in quel partito le correnti di sinistra erano fautrici di una strategia di dialogo e attenzione se non verso i comunisti, almeno verso i socialisti.12 Frutto di quel particolare clima di tensione, che portava da 10 Luigi Barzini jr., I comunisti non hanno vinto, Mondadori, Milano 1955, p. 39. Il periodo degli anni Cinquanta, così chiamato dal nome del senatore americano Joseph McCarthy, che produsse una forte censura sugli intellettuali, nonché indagini e processi tendenti a smascherare e a reprimere le simpatie “comuniste” nella società americana. 12 I motivi peculiari dell’anticomunismo, il linguaggio e gli slogan usati nella polemica contro il PCI, i giudizi sui comunisti italiani e sull’Unione Sovietica invalsi nel dopoguerra sono analizzati nel saggio di Andrea Mariuzzo, Divergenze parallele.Comunismo e anticomunismo alle origini del linguaggio politico dell’Italia repubblicana (1945-1953), Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2010. Sull’evoluzione dell’anticomunismo in seno alla DC, che vedeva nei comunisti un avversario ma anche un necessario interlocutore, vd. le attente osservazioni di Marco Follini, in La DC, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 79-102. Possiamo ripetere, con l’autore, che il dualismo DC-PCI era frutto di quel “bipartitismo imperfetto” (secondo la definizione di Ernesto Galli della Loggia), su cui poggiava il sistema politico italiano: “Iniziata nel ’48, la sommaria divisione in due del campo politico sarebbe sopravvissuta a lungo, praticamente fino al ’92, a dispetto dei periodici tentativi di incuneare una terza forza tra le due maggiori. Il fatto è che la DC e il Pci, nonostante le loro reciproche, rispettose prudenze, incarnavano nell’imma11 18 ambo le parti a esagerare, e potremmo dire demonizzare, gli aspetti negativi dell’avversario, era la propaganda politica, alla quale vanno ascritti alcuni testi che ben rispecchiano quel clima di aspra contrapposizione. È bensì vero che l’Unione Sovietica aveva smesso da tempo, nelle coscienze più avvedute dell’opinione pubblica occidentale, di essere considerata come quel “paradiso dei lavoratori”, quale era descritta dalla propaganda comunista. I resoconti di intellettuali europei, in genere scrittori simpatizzanti di sinistra, come André Gide, Arthur Koestler, Richard Wright, Ignazio Silone, che avevano avuto modo di visitare l’URSS nel dopoguerra, costituivano una denuncia chiara e inequivocabile di come quel paese, sotto la dittatura staliniana, fosse degradato a un universo totalitario, ove milioni di persone vivevano in un plumbeo clima poliziesco di paura e oppressione.13 L’anticomunismo, basato su una visione orrorifica dell’URSS agitata come uno spauracchio davanti agli occhi degli elettori, soprattutto di quelli di centro, funse quindi per molti anni da deterrente quando gli italiani erano chiamati al voto: se ne giovò la Democrazia Cristiana, alle cui fortune elettorali concorse anche la Chiesa, che aveva ripetutamente condannato (fino a comminare la scomunica, con papa Pio XII) gli aderenti a una ideologia atea e materialista, nemica della libertà e dell’uomo. ginario collettivo degli italiani i due corni di quell’alternativa che un giorno o l’altro si sarebbe realizzata. Paradossalmente, erano l’espressione dell’anomalia e insieme dell’aspirazione alla normalità del processo democratico. Condannati a combattersi, ma anche accomunati da quel loro combattimento. In qualche modo solidali nella loro stessa inimicizia” (Marco Follini, La DC, cit., pp. 85-86). 13 Ricordiamo, di quegli scrittori, i reportage raccolti nel famoso saggio collettivo Il dio che è fallito: A. Gide – L. Fischer – A. Koestler – I. Silone – S. Spender – R. Wright, Il dio che è fallito (The god that failed, 1949), trad. di Giovanni Fei, Claudio Gorlier, Maria Vittoria Malvano, Anita Rho, Bompiani, Milano 1980. Ma già qualche anno prima l’ampio memoriale di Viktor Kravchenko, ingegnere minerario fuggito dall’URSS, aveva reso noto al mondo le atrocità del regime sovietico, le requisizioni forzate di grano e le terribili carestie nei villaggi dei contadini, le delazioni, gli arresti illegali, le torture, le deportazioni e le condanne a morte comminate nella più atroce ingiustizia a centinaia di migliaia di innocenti schiavi e vittime del terrore staliniano: vd. Victor Kravchenko, Ho scelto la libertà (I chose freedom, 1946), trad. di C. Dallari, Longanesi & C., Milano 1948, in particolare le pp. 205-245 e 403-431. 19 Cosa sarebbe accaduto in Italia se nella competizione elettorale avessero prevalso i partiti di sinistra? Il compito di spiegare le conseguenze di una ipotetica vittoria del PCI e del PSI alle elezioni del 1948 fu svolto da alcuni pamphlet scritti per l’occasione e successivamente. Quegli opuscoli ormai datati, al di là della funzione di propaganda che svolsero in quegli anni, possono oggi essere ricordati come esempi di fantapolitica o “storia alternativa”, perché rappresentano in modo complessivamente verosimile quello che sarebbe potuto accadere al popolo italiano in conseguenza dell’avverarsi di un evento non accaduto nella storia reale: nel caso, se fosse prevalsa la scelta a sinistra o anche l’astensionismo alla data fatidica del 18 aprile 1948. Prima di iniziare la nostra rassegna di testi su questo punto ipotetico della storia d’Italia (una storia alternativa, così come la vogliamo immaginare), ossia l’ipotetica vittoria del Fronte Popolare alle elezioni del 1948, ci sembra doveroso menzionare uno scrittore a nostro giudizio ingiustamente trascurato, se non dimenticato: Giovanni Guareschi (1908-1968), l’autore della celebre saga di don Camillo e del sindaco comunista Peppone, personaggi portati sullo schermo, in famosi film degli anni Cinquanta, da Fernandel e Gino Cervi. Un suo racconto tratto dalla raccolta Don Camillo e il suo gregge (1953), Tecnica del colpo di stato, è stato ispirato proprio dalla possibilità di una vittoria dei comunisti alle elezioni del ’48. Il giorno dopo le elezioni, mentre ancora si sta svolgendo lo spoglio delle schede, il sindaco Peppone e i suoi compagni Gigio lo Zoppo, il Brusco, il Bigio e Stràziami, sono riuniti nella Casa del Popolo di Brescello14 aspettando con ansia i risultati. Un guasto improvviso alla rete elettrica ha isolato il paese che non riceve più le notizie via radio. Entra trafelato lo Smilzo, uno dei compagni, ad annunciare trionfante che il Fronte Popolare ha vinto le elezioni. Gigio lo Zoppo, comunista dei più duri e spietati, chiede che prima di festeggiare la vittoria si prepari la lista dei “nemici reazionari e borghesi” da far fuori, il primo dei quali è proprio don Camillo. Pur riluttante, Peppone acconsente, ma trova il modo di porre mille ostacoli 14 Il paese della Bassa parmense dove sono ambientate le avventure di Peppone e don Camillo. Su Guareschi vd.: Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro, Giovannino Guareschi, Edizioni Piemme, Casale Monferrato (Al) 2008; Beppe Gualazzini, Guareschi, I Libri di Libero, Firenze 2008; Guido Conti, Giovannino Guareschi.Un umorista nel lager, Rizzoli, Milano 2014 (I ed. 2008). 20 al progetto di epurazione sanguinaria di Gigio lo Zoppo, che vorrebbe subito mettere in pratica la “giustizia proletaria”. Tenuto a stento a freno lo Zoppo, Peppone con una scusa esce e corre in canonica ad avvertire don Camillo di mettersi in salvo, se ci tiene alla pelle. Mentre il sindaco trafelato scongiura il prete di scappare via dal paese, si ode bussare alla porta della canonica. Peppone corre a nascondersi ed entra un altro dei compagni, il Brusco, che avverte don Camillo di tagliare subito la corda. Bussano ancora alla porta, ed ecco un altro compagno, il Bigio, che avvisa nell’identica maniera don Camillo. Si bussa ancora, ed è la volta di Stràziami, anch’egli sollecito della sorte del parroco. Don Camillo però non ne vuole sapere di abbandonare al loro destino i suoi parrocchiani, che tra poco saranno esposti all’epurazione dei comunisti. Mentre Peppone sta per afferrare don Camillo per legarlo e caricarlo a forza sul barroccio, ritorna a funzionare la radio che annuncia i veri risultati. Di fronte alla netta vittoria della Democrazia Cristiana, Peppone commenta alla fine rabbiosamente: «La gramigna non si estirpa mai» disse con rabbia. «L’avete scampata anche questa volta!» «Anche voi l’avete scampata» rispose calmo don Camillo. «Dio sia lodato.»15 Il racconto mostra gli ingredienti tipici della narrativa di Guareschi, dai più considerato, a torto a nostro giudizio, uno scrittore di secondo ordine se non un volgare polemista di estrema destra. Il paese di Brescello, un fantasioso microcosmo dell’Italia degli anni Cinquanta, vive il clima dello scontro ideologico provocato dalla Guerra Fredda e incarnato nelle figure del sindaco comunista e del parroco decisamente avverso ai rossi. Ma questo scontro non degenera mai nell’odio ideologico (da cui peraltro il Guareschi si tenne sempre ben lontano, anche nel furore della polemica contro il PCI, e pur prendendo di mira i comunisti come tipi umani – i celebri “trinariciuti” –)16 giacché i due avver15 Giovanni Guareschi, Don Camillo e il suo gregge. Mondo piccolo, Rizzoli, Milano 200127, p. 50. 16 Come osserva opportunamente Giovanni Lugaresi, in In viaggio verso la libertà, intr. a Giovanni Guareschi, Mondo Candido 1946-1948, Rizzoli, Milano 1992, p. VIII. Il clima dei racconti guareschiani, rispecchiando quello degli anfratti profondi, delle stanze riposte della società italiana, sembra anticipare il “compromesso storico”: così Angiolo Bandinelli, La satira politica e i vignettisti, in Premi 21 sari, pur fieramente rivali, si rispettano sempre e, quando è necessario, si aiutano anche (“la rivalità tra Peppone e don Camillo si alimentava più della loro somiglianza che della loro lontananza”, nota acutamente il Follini, che ben coglie “la doppiezza di quell’antagonismo, il legame intessuto e frammisto alle più drammatiche rotture”).17 Così, anche nel caso di una progettata sanguinosa epurazione, triste effetto di una ipotetica vittoria comunista previsto dall’anticomunista Guareschi, v’è chi provvede all’incolumità del parroco, pur se milita in un partito ateo e anticlericale. Più evidente appare il recupero dei comunisti sul piano umano, addirittura il loro riscatto come patrioti, nel racconto L’ “Occhio di Stalin” (1960), ove Guareschi, per una volta, accantona la polemica sui “trinariciuti”: l’improvvisa invasione sovietica dell’Italia. e quindi delle terre emiliane, vede Peppone e i suoi compagni combattere, coraggiosamente e inaspettatamente, fianco a fianco con don Camillo contro i nemici invasori, finché i due non vengono trucidati dal fuoco delle mitragliatrici russe. L’anima di don Camillo vola in cielo a ricevere il giusto Premio, ma anche per Peppone, del tutto inaspettatamente, si aprono le porte del Paradiso. L’infinita misericordia di Dio ha salvato anche il comunista Peppone, “un povero cretino vittima della propaganda” (come nell’aldilà lo chiama don Camillo), ma in fondo un brav’uomo. Si tratta però soltanto di un sogno, come scopre don Camillo, che viene risvegliato dalla sgradevole “vociaccia” di Peppone, che conciona contro i preti.18 Forse il racconto esprimeva il segreto auspicio, proprio da parte di un anticomunista feroce come Guareschi e ben prima dei tempi del “compromesso storico”, che i comunisti fossero tutt’altro che i “servi di Mosca”, ovvero una forza politica sinceramente patriottica, e dunque si potesse assieme convivere, ragionare e confrontarsi lealmente, magari cercare soluzioni comuni per il bene della società e del Paese? Altri testi mostrano però un prosieguo degli eventi certamente assai meno rassicurante, soprattutto per quegli italiani non favorevoli o apertamente ostili al comunismo. Il primo di questi scritti che Internazionali Ennio Flaiano, La satira in Italia dai Latini ai giorni nostri, Atti del Convegno nazionale, Pescara 9-10-11 maggio 2002, EDIARS, Pescara 2002, p. 176. 17 Marco Follini, La DC, cit. p. 80. 18 Giovanni Guareschi, L’ “Occhio” di Stalin, in Id., Ciao, don Camillo, Rizzoli, Milano 1996, pp. 492-508 (il racconto uscì sul “Candido”, n. 41, 9 ottobre 1960). 22 ricordiamo è Non votò la famiglia De Paolis, di Donato Martucci e Uguccione Ranieri, pubblicato proprio alla vigilia dello scontro elettorale del 1948.19 La storia, a cui i due autori danno un’apprezzabile forma letteraria di romanzo epistolare, è quella di un professore ingenuamente ottimista, Gualtiero De Paolis, che il giorno delle elezioni, il 18 aprile, invece di compiere il suo dovere di elettore se ne va a villeggiare con la famiglia a Frascati, dalla suocera. Qualunquismo irresponsabile, quello del De Paolis: quel piccolo gesto, imitato da milioni di altri italiani, provoca la temuta conseguenza. Le elezioni sono vinte con larga maggioranza dal Fronte Popolare, quindi PCI e PSI formano il nuovo governo (guidato nominalmente dal socialista Giuseppe Romita, nella realtà da Togliatti e Nenni)20 che in un anno stravolge completamente la vita del Paese, instaurando un regime degno dell’est Europa. Il professore, che lentamente si rende conto dell’incubo in cui è precipitata l’Italia, scrive a un suo conoscente di Caracas una serie di lettere che danno conto dei graduali cambiamenti in peius: si susseguono così dapprima una vasta epurazione generale delle Forze Armate, di Polizia e Carabinieri e degli impiegati statali, poi, per l’introduzione di una economia socialista, cominciano a scarseggiare, fino a risultare introvabili se non al mercato nero, i generi di lusso come il caffè. Quindi è la volta dei generi di largo consumo, e perfino del grano, che deve essere importato dall’URSS. In cambio, nell’Unione Sovietica finiscono i macchinari delle industrie italiane, che vengono sistematicamente smantellate, e nelle casse sovietiche sono versati 350 milioni di dollari, in conto riparazioni di guerra. Si organizza anche la raccolta dell’oro da versare all’URSS, ad imitazione della giornata dell’oro alla patria, di fascistica memoria. In breve l’economia italiana è dissanguata e il tenore di vita peggiora drasticamente. Di libertà e diritti nemmeno a parlarne. Si instaura un feroce controllo poliziesco sulla popolazione: delazioni, denunce anonime, arresti e condanne a morte in spregio a ogni diritto si susseguono a ritmo frenetico. L’ultima lettera 19 Donato Martucci – Uguccione Ranieri, Non votò la famiglia De Paolis, Le Lettere, Firenze 2007 (I ed. Longanesi & C., Milano 1948). 20 Nella storia di Martucci e Ranieri PCI e PSI si fondono insieme nel PUP, Partito di Unità Proletaria, ma successivamente Nenni sconta la sua opposizione politica con il processo e la condanna a morte, sorte analoga a quella degli avversari di Stalin. 23 del professor De Paolis, anch’egli alla fine arrestato e condannato a morte per “detenzione di simboli vaticaneschi e diffamazione della patria all’estero”, è emblematica del tragico destino che la vittoria delle sinistre nel 1948 ha riservato a lui e agli italiani. Riportiamo il testo dell’ultima lettera di Gualtiero De Paolis, scritta a Beppino, l’amico corrispondente di Caracas: Roma, 2 aprile 1949 Beppino mio, mi scuserai se da ora in avanti le mie lettere saranno più brevi. Tutti mi hanno consigliato così perché pare che siamo tornati, per le lettere, come durante la guerra e bisogna scrivere poco… (mi capisci?). Così non ti posso parlare della mia sciagura. Ti basterà sapere che sono stato messo «in licenza determinata per accertamenti ideologici» e sono a mezzo stipendio. Non so a chi devo questa pugnalata. Il preside21 si è battuto per me, ma poi mi ha confessato che era meglio per tutti e due che io mi faccia dimenticare. Caro Beppi, non so come dirti una cosa così grave, ma temo che devo tutto ciò a qualche imprudenza di qualcuno moto vicino a me che comincia per «G».22 Non posso seguitare perché gli occhiali mi si appannano, e poi sono tante notti che non dormo. Per tutto il resto, non te ne parlo. Te lo puoi immaginare. Il tuo sventurato Gualtiero23 Ed ecco la rievocazione della fine del professore, fatta da un fuoriuscito italiano al suo amico di Caracas. La lettera dell’ex deputato repubblicano Giovanni Farotti (vecchio amico del De Paolis), che scrive da Losanna a Beppino, ricalca nello stile le celebri pagine tacitiane degli exitus illustrium virorum, presentando Gualtiero De Paolis, di fronte al tribunale comunista, come un autentico martire della libertà, che suggella significativamente il suo personale sacrificio con la citazione di Seneca: Giorni fa ho visto l’ex preside di Gualtiero che è arrivato in Svizzera il mese scorso con la comitiva De Gasperi (quella che ha perso sotto la valanga Corrado 21 Il preside è quello della scuola, un liceo classico, in cui insegnava il professor De Paolis. 22 Il figlio di De Paolis, Ginetto, che si era dato alla macchia per combattere il regime comunista. 23 Donato Martucci – Uguccione Ranieri, Non votò la famiglia De Paolis, cit., p. 34. 24 Alvaro e l’ex Sindaco di Milano) e mi ha detto che Gualtiero, con tutte le sue paure, si è comportato bene alla fine, e quando gli hanno chiesto se condivideva le idee di Ginetto ha risposto: «Da tutti c’è qualcosa da imparare, anche da mio figlio», e quando il giudice lo ha ammonito di rivelare dove era suo figlio per salvarsi dalla morte, ha risposto come se si trovasse fra i suoi alunni, in latino: «Fortem facit vicina libertas senem»24 che naturalmente nessuno ha capito. Avevano fretta, e del resto il processo è durato pochi minuti, perché giù nel cortile le squadre aspettavano. Era infatti la mattina famosa dei cardinali, e Gualtiero si è trovato con loro. Non aveva che 53 anni, ma il preside che lo ha visto quella mattina dice che gli se ne davano 70. Invecchiano presto nelle nostre carceri ora per via dei nuovi sistemi. Basta, ormai se Dio vuole è in pace. E a me piace pensarlo, lui così remissivo in vita, finalmente sereno e un po’ fiero alla soglia della grande porta, con quella frase di Seneca fra le labbra: «Forte diventa il vecchio davanti alla vicina liberazione».25 Una storia tragica, dunque, che inizia in modo alquanto farsesco, con la rappresentazione della famiglia De Paolis, una tipica famiglia piccolo borghese del dopoguerra, uscita da venti anni di dittatura e ancora priva di una autentica coscienza democratica, e soprattutto di lui, Gualtiero De Paolis, il professore troppo ottimista e un po’ stralunato, che troppo tardi si rende conto dell’incubo in cui il popolo italiano è precipitato. Ma man mano che la storia si svolge, viene meno l’elemento comico-satirico e prevale un’atmosfera di terrore e pathos, che rende le vicende della famiglia De Paolis un vero e proprio, a suo modo paradigmatico, incubo della Storia. Quello che, secondo gli autori di questo libello di propaganda anticomunista, avrebbero vissuto moltissimi italiani se il Fronte Popolare avesse vinto le elezioni del 1948. Le vicende della sfortunata famiglia De Paolis continuano in Non ritornò Umberto di Savoia, un opuscolo in forma di racconto epistolare, a firma del solo Donato Martucci, pubblicato nel 1953 in edizione limitata fuori commercio26 e ristampato recentemente dalla casa editrice Le Lettere. In questo caso la polemica politica prende a bersaglio non solo l’estrema sinistra ma anche l’estrema destra. È ora la volta di Federico De Paolis (se sia parente o semplice omonimo dello sfortunato precedente De Paolis, non è chiaro), impiegato statale, che alle elezioni 24 Seneca, Fedra 139. Donato Martucci – Uguccione Ranieri, Non votò la famiglia De Paolis, cit., pp. 40-41. 26 L’opuscolo è stato ristampato in appendice a Donato Martucci – Uguccione Ranieri, Non votò la famiglia De Paolis, cit., alle pp. 71-92. 25 25 del 1953 dà il suo voto non alla Democrazia Cristiana ma al partito monarchico: il risultato delle elezioni è che va al potere una coalizione formata dalle estreme, ossia da socialisti, comunisti, monarchici e missini. Siamo alla fantapolitica pura, come si vede, giacché l’ipotesi di un simile governo-pateracchio (peraltro presieduto dal liberale Epicarmo Corbino) è davvero surreale. Il corso delle vicende, narrate in una serie di lettere che il protagonista scrive a un suo amico, un ingegnere italiano emigrato in Australia, vede il consueto prepotente imporsi di comunisti e socialisti sugli alleati di governo, l’emarginazione di monarchici e missini, l’impoverimento progressivo dell'economia italiana e il drastico calo del tenore di vita. Aumenta vertiginosamente il prezzo delle merci, la penuria dei generi alimentari costringe il governo (divenuto ormai socialcomunista) a introdurre la carta annonaria, l’URSS rifornisce di grano il paese ma pretende il pagamento in dollari, provocando il peggioramento del bilancio, crolla il turismo e le proteste nel Sud sono represse nel sangue (il nuovo ministro dell’Interno è Pietro Secchia). L’armatore Achille Lauro, leader monarchico, fugge a bordo di una sua nave in Australia, gli Stati Uniti sospendono gli aiuti, la Chiesa è perseguitata e, montando l’anticlericalismo, la festa del Natale viene abolita. La famiglia di Federico De Paolis viene duramente colpita da questi cambiamenti che sconvolgono la vita degli italiani e si spacca: il figlio Luigi, di idee socialdemocratiche, fugge in montagna e va a combattere con i nuovi “partigiani della libertà”, la figlia Olga diventa una fervente comunista. Anche in questo caso l’esito è tragico: Luigi, ricercato dalla polizia, ritorna clandestinamente a casa, Olga lo denuncia alle autorità, le guardie fanno irruzione in casa De Paolis e uccidono il giovane. Alla vista del cadavere del figlio, il padre Federico è preso da un colpo apoplettico e muore all’istante. Il cupo e patetico finale ha anch’esso, come nel testo precedente, una funzione “didascalica”: come è distrutta la famiglia De Paolis, così vengono distrutte le speranze dell’Italia, destinata a diventare un protettorato dell’Unione Sovietica. Traspare anche in questa operetta la consueta tesi, cara al Martucci e svolta ad ammonimento degli elettori chiamati alle urne, che soltanto con la Democrazia Cristiana saldamente al potere gli italiani possono godere di pace, libertà, giustizia e benessere. Un altro libello della 26 coppia Martucci-Ranieri è Lo strano settembre 1950, una sorta di grottesca commedia fantapolitica, non priva di spunti comici.27 Il tema è quello dell’invasione sovietica ma in una particolare sua variazione. L’invasione del nostro Paese, infatti, la compie uno soltanto, ed è proprio Stalin, il capo dell’Unione Sovietica, a farla personalmente. Egli, infatti, in occasione del Giubileo del 1950, viene in incognito a Roma, da solo, per parlare addirittura con il papa, Pio XII. Che cosa ha spinto il dittatore georgiano a muoversi dal Cremlino per giungere a Roma all’insaputa anche dei suoi? La causa è un notevolissimo incremento delle conversioni religiose registrato proprio in occasione dell’Anno Santo, come gli ha scritto allarmato il suo ambasciatore da Roma: si sono visti atei, agnostici e materialisti incalliti abbandonare le loro credenze e abbracciare la vita dei penitenti, sono venuti a Roma in pellegrinaggio, scalzi negli ultimi chilometri, lo scrittore inglese George Bernard Shaw e la celebre attrice Alida Valli, si è convertito anche il famoso bandito Salvatore Giuliano.28 Perfino il Partito Comunista Italiano è a rischio di conversione, tant’è che il suo leader Palmiro Togliatti ha anche preso a mangiare pesce al venerdì, secondo l’uso cristiano. Allarmato da queste notizie, per capire il segreto del successo dell’odiata Chiesa Cattolica, Stalin ha dunque deciso di venire a Roma in incognito. Si presenta all’uopo grottescamente camuffato con un curioso completo nero e bombetta, senza i tipici baffi da “baffone”, ma in piazza San Pietro, al momento della benedizione del papa, in mezzo a migliaia di bambini, il vecchio dittatore si mette a gesticolare furiosamente, urla e piange disperato. Le guardie vaticane lo afferrano prontamente e siccome egli è senza documenti, lo consegnano alla polizia italiana, che lo sistema in una cella del commissariato di piazza Cavour, nelle vicinanze di San Pietro. Un giornalista americano, George Bria, scopre che quello che il commissario De Paolis (proprio il fratello 27 Donato Martucci – Uguccione Ranieri, Lo strano settembre 1950, Le Lettere, Firenze 2011 (I ed. Longanesi & C., Milano 1950). 28 Il bandito Salvatore Giuliano, uno dei protagonisti della storia criminale nel dopoguerra, al centro di oscuri intrecci tra mafia, corpi dello Stato e movimento separatista siciliano, venne ucciso in circostanze rimaste ancora oscure nel luglio del 1950. Il suo presunto assassino, Gaspare Pisciotta, fu poi avvelenato in carcere nel 1954. Su Giuliano vd. Sandro Provvisionato, Misteri d’Italia, Laterza, Roma-Bari 1993, pp. 3-26. 27 del professor Gualtiero, quello di Non votò la famiglia De Paolis) ritiene un vecchio vagabondo straniero, forse un americano, in realtà è proprio Stalin, il capo dell’Unione Sovietica. Leggiamo come avviene, al commissariato, l’incredibile ed emozionante riconoscimento di Stalin da parte del giornalista George Bria, che per l’occasione si avvale dell’interprete Cesare Zappulli (reale scrittore e giornalista, che nel racconto appare però come un impiegato delle Ferrovie esperto in lingua russa): Il brigadiere percorse la stanza e colpì con la punta del piede l’ultimo tavolaccio con un: «Olàa!», come un bifolco che voglia far alzare un bove. L’effetto fu sorprendente: con un balzo il vecchio fu in piedi accanto al tavolaccio e stette lì rigido a guardarsi intorno sospettoso, con piccoli scatti della testa. Era in pantaloni e gilè e gli si disegnava una rispettabile pancia. La vista della sua faccia senza occhialini mise un filo di freddo giù per la schiena di Bria. In quel momento il vecchio se li rimise e fu come se un sipario semi-trasparente calasse sullo sbalorditivo richiamo a quell’altra faccia, quella del libro.29 «Mi lasci parlare da solo», disse Bria con un sorriso, e il brigadiere, accettando una Camel, si spostò fuori della porta dove cominciò a giocherellare con la serratura. Bria si avvicinò al russo e gi fece un cenno. Quegli lo riconobbe e un sorriso largo e quasi paterno gli rischiarò la faccia. Bria sentì un altro filo di freddo accapponargli la pelle, era il sorriso della fotografia! Gli puntò un dito al petto e sillabò: «Vissarionvic Zugashvili?». Il vecchio fece un gesto di assenso come per dire: «Sì, figliolo, ve l’ho già detto». «Yoseph?» aggiunse svelto Bria. «Da, da, Yoseph», fece l’altro seccato. Allora Bria sparò la grande cartuccia. Sempre puntando e inchiodandolo con gli occhi, sibilò rauco: «Stalin?». Il vecchio meditò. Il suo sguardo si fece interno, i suoi occhi ancora più sottili ed asiatici. Lo avreste detto un grosso capitano d’industria assuefatto alle decisioni climateriche, e che stesse per prenderne una. Poi scrollò le spalle. Vada come vada, pareva dire… E annuì. Bria si voltò: nessuno aveva visto né sentito. Solo allora si accorse che il russare di un paio di dormienti riempiva la guardina. Qui impazzisco, pensò. Ma intanto l’abitudine gli aveva fatto cavare taccuino e lapis. 29 Bria in precedenza aveva consultato a casa sua un annuario di fotografia del 1950, trovandovi due foto ufficiali di Stalin. 28 Con una mano tremante scrisse grande «Yoseph Vissarionvich Dzugashvili = Stalin» e lo mostrò. Il vecchio guardò a lungo lo scritto con aria perplessa (vedi, non è, non è, svegliati, Giorgio!), poi con un sorriso di assenso tracciò sotto le parole di Bria altre quattro parole in caratteri cirillici. (Perbacco, è giusto, i caratteri, non capisce i nostri caratteri!) Ridevano ambedue ora, quasi che la difficoltà superata insieme li avesse alleati. Bria gli diede anche una manata affettuosa sulla spalla. Poi un fulmine lo percosse: stai facendo comunella con Stalin, con Stalin! Balzò verso la porta dove la preziosità dell’incredibile segreto lo frenò, gli impose un contegno. Voltò la testa per salutare il vecchio che appariva sorpreso. Lo sentì dire forte con la voce risonante di chi comanda: «Ya hacciu gavarit smaim ambashiator». Qui impazzisco, pensò ancora Bria. Stalin mi sta parlando, ed io non comprendo! Sorrise e s’inchinò. Il vecchio rispose con un cenno di approvazione: andasse pure Bria a fare ciò che gli aveva richiesto.30 Bria, comunicando col vecchio prigioniero, accerta che si tratta di Stalin in persona: il dittatore è venuto a Roma in incognito perché vuole parlare personalmente col papa. La notizia viene passata ai giornali che escono con titoloni su una presunta conversione del capo dell’Unione Sovietica e vanno a ruba. La notizia provoca clamore in tutto il mondo e mette in grande imbarazzo il governo italiano e anche, ovviamente, il partito comunista. La vicenda assume l’andamento di un’opera buffa. Mentre De Gasperi, il capo del Governo, e Scelba, il ministro dell’Interno, non sanno cosa fare, Di Vittorio, il capo della CGIL proclama uno sciopero generale, poi ridotto alle categorie degli spazzini e dei tranvieri, per reagire alla presunta provocazione della borghesia e Togliatti, il capo del PCI, si reca clandestinamente al convento delle suore Canossiane per consultarsi con don Luigi Sturzo. I comunisti, di cui Longo e Pajetta, in assenza dell’irreperibile Togliatti, hanno assunto la guida, si rinchiudono nella sede di via delle Botteghe Oscure e rifiutano di collaborare con la polizia per chiarire definitivamente se il sedicente Stalin, trasferito intanto a Forte Boccea, sia quello vero o un impostore. Un comunicato di Radio Mosca dà però la direttiva ai compagni nostrani: lo Stalin nelle mani della polizia italiana è un impostore e tutta la storia è stata ordita dalle “belve italiane al soldo di Truman”. Una arroventata seduta alla Camera, nella quale i comunisti accusano i democristiani di 30 Donato Martucci – Uguccione Ranieri, Lo strano settembre 1950, cit., pp. 63-65. 29 aver rapito Togliatti, che invece sembra essersi realmente convertito, finisce in un pugilato generale. Il misterioso prigioniero viene alla fine rilasciato ma è preso in custodia dai comunisti, portato alle Botteghe Oscure e lì costretto a recitare una patetica autocritica davanti ai giornalisti, accusandosi di essersi finto Stalin dietro un sostanzioso compenso e un passaporto promessogli dagli americani. Subito dopo, però, il presunto impostore viene preso in consegna dall’ambasciatore sovietico Bromidoff e di lui non si sa più nulla. Quando Stalin ricompare in pubblico, guarito da un misteriosa malattia che lo aveva tenuto lontano dal popolo per qualche tempo, si riaffaccia il sospetto che quel misterioso vecchio arrestato a piazza San Pietro fosse proprio Stalin. E se realmente egli fosse venuto a Roma per convertirsi, per un miracolo della Fede, non poteva essere quello l’inizio di una nuova era di pace nel mondo? Ma questa non è l’era dei miracoli, commenta amaro De Gasperi. E alla osservazione di Scelba: «Sta a vedere: ora chiederanno al Governo di proibire i miracoli», il capo del governo conclude: «Al punto in cui siamo, vietare il miracolo è come vietare la speranza».31 Ci sembra che il testo vada oltre la solita polemica anticomunista, per proporre una surreale e poetica visione della storia, di quella storia che forse poteva essere (allora) e non è stata: la fine delle tensioni nel mondo causate dalla Guerra Fredda e l’avvento di una era di pace per la miracolosa conversione del capo della superpotenza atea e comunista, l’Unione Sovietica. Quella pace tra Est e Ovest agognata dagli autori del testo sarebbe comunque stata raggiunta quattro decenni dopo quello “strano settembre“ del 1950, ma per il crollo della stessa Unione Sovietica e la fine dei regimi comunisti nell’Europa orientale. Un altro testo che coniuga ucronia e paura del comunismo è 5 anni di governo Togliatti, stampato dalla Mondadori nel 1953:32 un libretto anonimo “che ritrae a fosche tinte un’Italia immaginaria in mano alle sinistre, ipotizzando cosa sarebbe successo se i socialcomunisti avessero vinto le elezioni nel 1948”.33 I comunisti sono rappresentati nella consueta maniera tipica di questo genere di opere, non solo una minaccia per i popoli liberi, ma anche spietatamente feroci e ottusi come 31 Donato Martucci – Uguccione Ranieri, Lo strano settembre 1950, cit., p. 133. Ora ristampato col titolo Allarme rosso (5 anni di governo Togliatti), a cura di Lanfranco Palazzolo, Stampa Alternativa, Viterbo 2011. 33 Dalla presentazione in quarta di copertina. 32 30 i “trinariciuti” di Giovanni Guareschi. Due giorni dopo la schiacciante vittoria del 18 aprile 1948, si insedia il nuovo governo guidato da Togliatti e i piani insurrezionali sono messi all’opera. Viene instaurata una autentica dittatura, che fa piombare il paese in un clima di terrore. Le opposizioni sono sgominate. L’ex ministro democristiano Mario Scelba viene condannato a morte, il leader della DC De Gasperi è ucciso in un attentato speculare a quello di Togliatti (avviene lo stesso giorno e nelle stesse circostanze – all’uscita da Montecitorio – dell’attentato di Togliatti, che però in questa “fantastoria” non subisce alcun tentativo di omicidio). Anche la Chiesa viene perseguitata, la polizia compie terribili carneficine di fedeli. L’Italia intanto viene sistematicamente spogliata dall’Unione Sovietica, tutti i prodotti dell’economia italiana prendono la via dell’Oriente, in pagamento di una truffaldina compensazione dei danni di guerra che perfino i ministri comunisti Di Vittorio (il leader della CGIL, diventato il nuovo ministro dell’Industria e dei Piani Quinquennali) e Reale (ministro per il Commercio con l’Estero) faticano a giustificare. I piani economici di Di Vittorio falliscono miseramente e il popolo italiano soffre la carestia e la fame, mentre milioni di quintali di grano vengono inviati in URSS, in cambio delle scorte di carta (per stampare “L’Unità”) e di carbone (per sostituire il metano della Pianura Padana, anch’esso inviato in Russia). La rivoluzione, però, non risparmia neppure i suoi figli: Di Vittorio viene arrestato, processato e condannato a morte dai suoi stessi compagni, Pietro Nenni, il prestigioso leader socialista, è costretto a ritirarsi dalla vita politica e muore in circostanze misteriose nel 1951. Altrettanto misteriosamente, nel 1952, scompaiono Croce, Bonomi, Orlando, Nitti, i prestigiosi rappresentanti della vecchia classe politica prefascista. In un nuovo rivolgimento politico, che serve a completare l’inarrestabile processo rivoluzionario, Togliatti assume i poteri di capo dello Stato, nuovo presidente del Consiglio diventa Luigi Longo, agli Esteri va Emilio Sereni, alla Difesa l’ex partigiano Moranino e alla Marina Mercantile l’ex missino De Marsanich, incredibilmente passato dall’estrema destra al PCI. Infine, nel 1953, si giunge all’epilogo del quinquennio di governo togliattiano: vengono abolite le elezioni, superate le istituzioni della democrazia borghese e si nomina una Camera dei Rappresentanti formata da tutti i segretari di partito nei centri superiori ai diecimila abitanti. Questa l’amara conclusione del libretto: 31 “Così le elezioni furono abolite; l’Italia diventò una “Repubblica Balcanica” nelle mani della Russia, per la gioia dei nostri figli e il miglior avvenire dei nostri nipoti ai quali la favola della democrazia apparirà come una stupida invenzione degli uomini dell’età della pietra”.34 L’anonimo scrittore però fa destare i lettori-elettori dall’incubo profetizzato e aborrito, riportandoli alla realtà con il solenne ammonimento finale, che deve ammaestrarli a compiere la giusta scelta al momento del voto: “Questa storia è immaginaria, è accaduta nella fantasia soltanto. Ma se voi, Elettori italiani, voterete il 7 giugno per Nenni e Togliatti, questa storia immaginaria di ieri sarà la storia vera di domani. Attenti a non mandare Togliatti al potere!”35 Si tratta, come ognun vede, di una “distopia” fortemente negativa, pervasa da una visione esageratamente e ingenuamente orrorifica del comunismo e dall’equazione comunismo italiano = comunismo sovietico.36 Equazione che le vicende politiche successive della storia d’Italia, avrebbero provveduto a smentire, giacché vi sarebbe stata la collaborazione del PCI con la Democrazia Cristiana negli anni del terrorismo e dei governi di “solidarietà nazionale”, il cosiddetto “strappo” da Mosca coraggiosamente promosso dal leader comunista Berlinguer, la graduale evoluzione del PCI nel Partito Democratico, aperto a molti esponenti cattolici ed ex democristiani, il governo presieduto da Massimo D’Alema (leader dei Democratici di Sinistra),37 e si sarebbe 34 Allarme rosso (5 anni di governo Togliatti), a cura di Lanfranco Palazzolo, cit., pp. 62-63. 35 L’appello rivolto agli elettori riguardava le elezioni del 7 giugno 1953. In quell’occasione la DC si presentò assieme ad una coalizione di partiti, ma non ottenne la maggioranza necessaria per godere dei benefici previsti dalla cosiddetta “legge truffa”, approvata dalle Camere nel marzo di quello stesso anno. 36 Per il politologo Giorgio Galli l’opuscolo è una “enfatizzazione ucronica” (intr. a Allarme rosso, cit., p.14), i cui umori visceralmente anticomunisti sono ancora presenti in buona parte dell’elettorato di centrodestra. 37 Governo in carica dal 21 ottobre 1998 al 22 dicembre 1999. I Democratici di Sinistra erano una formazione che proveniva dalla tradizione del PCI, ma fondata su un’ideologia socialdemocratica e riformista. 32 visto perfino un ex dirigente comunista come Giorgio Napolitano (prestigioso esponente dell’ala liberal e riformista del partito) diventare presidente della Repubblica ed essere riconfermato alla carica. Anche Curzio Malaparte (pseudonimo di Kurt Erich Suckert),38 autore di famosi romanzi come Kaputt e La pelle, si cimentò nel genere della fantapolitica, escludendovi però l’intento propagandistico filodemocristiano. Suo è il romanzo Storia di domani, apparso in prima edizione nel 1949, per i tipi della casa editrice Aria d’Italia:39 una storia ove il tono satirico-burlesco, tipico di molti scritti di Malaparte, stempera la drammatica realtà dell’invasione straniera per ridurla a una sorta di farsa a tratti macabra a tratti giocosa, nella quale però si avvertono gli echi del conflitto mondiale appena concluso e il sopraggiunto tetro clima della guerra fredda, che ispira amare riflessioni all’autore. In quello che l’editore di allora presentava come “una visione acuta, profonda e divertente, paradossale del nostro ipotetico futuro”, Malaparte narra l’invasione dell’Europa occidentale da parte delle armate sovietiche e l’avvento in Italia di un governo comunista. Vi compaiono numerosissimi uomini politici, in pratica tutto l’establishment politico e culturale dei suoi tempi, coinvolto in situazioni del tutto assurde e paradossali. Il protagonista narratore, che è lo stesso Malaparte, viene arrestato all’indomani del suo rientro in Italia dalla Svizzera e tradotto nel carcere romano di Regina Coeli. Sistemato nella stessa cella occupata da Alcide De Gasperi, viene a conoscere dall’ex presidente del Consiglio le vicende che hanno portato all’occupazione dell’Italia da parte delle truppe sovietiche. I russi, con una repentina azione militare, hanno 38 Su Curzio Malaparte (1898-1957) vd: Giampaolo Martelli, Curzio Malaparte, Borla editore, Torino 1968; Gianni Grana, Curzio Malaparte, La Nuova Italia, Firenze 1973, rist.; Eugenio Ragni, Curzio Malaparte, in Letteratura Italiana Contemporanea, diretta da Gaetano Mariani e Mario Petrucciani, vol. II/2, Lucarini Editore, Roma 1984, pp. 687-699; Rosario Contarino – Marcella Tedeschi, Dal fascismo alla Resistenza (vol. 64 della Letteratura Italiana Laterza), Laterza, RomaBari 1985, II rist., pp. 44-52; Giacinto Spagnoletti, Storia della letteratura italiana del Novecento, Newton Compton editori, Roma 1994, pp. 326-327; Giordano Bruno Guerri, L’arcitaliano.Vita di Curzio Malaparte, Bompiani, Milano 2008. 39 Curzio Malaparte, Storia di domani, Aria d’Italia, Roma-Milano 1949; ristampato in Curzio Malaparte, Don Camaleo e altri scritti satirici, a cura di Enrico Falqui, Vallecchi editore, Firenze 1964, pp. 359-532. 33 sfondato i confini della Germania occidentale e occupato la Francia e l’Italia, nella inaspettata totale inazione da parte degli Stati Uniti. In Italia tutti sono diventati comunisti, ma proprio i russi, già accolti con grandi manifestazioni di entusiasmo, una volta occupato il Paese, hanno cacciato in galera i comunisti più accesi, oltre, ovviamente, ai leader dei partiti non comunisti. A Parigi le truppe russe d’occupazione sono al comando del governatore von Paulus, l’ex feldmaresciallo tedesco sconfitto a Stalingrado e passato al servizio dei sovietici. Così De Gasperi racconta all’attonito e incuriosito Malaparte il voltafaccia degli italiani: – Diamoci pure del tu, disse De Gasperi sorridendo affabilmente, dal momento che vi son mille ragioni per darci del tu –. E aggiunse che in Italia tutto era andato come son sempre andate le cose da noi: gli Italiani, che son gente svelta, stavano da tempo con gli orecchi ritti, e non s’erano, questa volta, lasciati sorprendere dagli avvenimenti. In pochi secondi, tutti erano diventati comunisti. – Che cosa avresti voluto che diventassero? Gli Italiani, dissi, sono un popolo di buon senso. De Gasperi si tolse gli occhiali, si passò lentamente la mano sul viso, e fissandomi con i suoi buoni occhi miopi mi narrò che i primi giorni c’era stata un po’ di confusione, che molti innocenti, come sempre avviene, ci avevan rimesso la pelle e la reputazione, specie nella Valle Padana, in Toscana e nelle Puglie, e che i più vili e i più compromessi s’eran mostrati, come al solito, i più intransigenti e feroci. Poi tutto era rientrato nell’ordine, grazie al pronto intervento dei Russi, che avevano disarmato e sciolto le Guardie rosse di Longo, e cacciato in galera i comunisti più accesi. Dal momento che tutti erano diventati comunisti, che bisogno c’era di fare i comunisti? La prontezza di quell’universale voltafaccia aveva profondamente meravigliato i Russi: che popolo, l’italiano! Quei poveri Russi non credevano ai propri occhi. Tutta l’Italia in pochi secondi aveva arrossito in tal modo, che lo stesso Secchia pareva una rosa sbiadita. – Aveva dunque ragione Togliatti, dissi, quando affermava che il comunismo, in Italia, non era un problema di forza, ma di sveltezza.40 De Gasperi completa quindi il quadro di un’Italia travolta (e stravolta) dall’invasione sovietica. Il Papa Pio XII è prigioniero in Vaticano e rifiuta di collaborare col nuovo regime italo-sovietico, al punto che i russi ricorrono a ogni trucco per convincere l’opinione pubblica che la Chiesa appoggia i comunisti. Un falso pontefice (in realtà un sosia 40 Curzio Malaparte, Storia di domani, in Id., Don Camaleo, cit., pp. 363-364. 34 russo), uscito in pompa magna per le strade di Roma ad impartire la sua benedizione, è stato smascherato, assieme alle false guardie svizzere e ai falsi sediarii che lo scortavano, e quasi linciato dalla folla inferocita. Il presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, è rinchiuso prigioniero al Quirinale assieme alla sua famiglia. Quindi De Gasperi racconta come e da chi è stato arrestato. E’ stato il vecchio Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio a farlo arrestare a tradimento, proprio come Vittorio Emanuele III aveva fatto con Mussolini, a Villa Savoia, il 25 luglio 1943. Badoglio, dopo aver convocato De Gasperi nella sua residenza, una villa in via Salaria, gli annuncia che il suo successore sarà Togliatti e lo spinge a viva forza dentro un’autoambulanza, che si dirige a tutta velocità al carcere di Regina Coeli. Quindi il vecchio maresciallo parte in fretta da Roma diretto a Bari, ripetendo la fuga di sei anni prima, quando era al seguito del re, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre. Ad un tratto i due reclusi sentono battere alla parete della cella: è l’ex ministro dell’Interno, l’implacabile anticomunista Mario Scelba. Lui che di comunisti ne ha messi tanti in galera, ora sembra addirittura contento di esserci finito a sua volta per mano dei nemici di sempre, e trova persino piacevole la vita in carcere. “Scelba è un uomo che in galera ci sa vivere. Sembra nato per stare in prigione”, commenta De Gasperi,41 che poi spiega a Malaparte come tutti gli intellettuali di sinistra nei paesi occidentali occupati dai russi siano finiti in galera: il lungo elenco va da Vittorini, Bontempelli, Guttuso, Sem Benelli, fino ai francesi Montherlant, Claudel, Mauriac (gli ultimi due, scrittori cattolici), Aragon, Éluard, Sartre e Gide. Tutti arrestati con l’accusa di essere fascisti. 41 Curzio Malaparte, Storia di domani, in Id., Don Camaleo, cit., p. 375. La velenosa battuta di De Gasperi sembra riflettere la personale antipatia di Malaparte verso l’uomo politico siciliano, al quale rimproverava la repressione poliziesca e la censura che colpiva gli intellettuali. In proposito vd. Giordano Bruno Guerri, L’arcitaliano, cit., pp. 257-258. I sentimenti anticomunisti di Scelba erano ben noti: l’ex partigiano, diplomatico e uomo politico Edgardo Sogno (a sua volta coinvolto nell’inchiesta sul “golpe bianco” degli anni Settanta, mirante a instaurare in Italia una repubblica presidenziale) ha rivelato che, nel dopoguerra, quando lavorava presso l’ambasciata di Parigi, Scelba gli chiese di organizzare una cellula segreta anticomunista, gli “Atlantici d’Italia”, che precorreva l’organizzazione segreta “Gladio” (vd. Edgardo Sogno, con Aldo Cazzullo, Testamento di un anticomunista, Mondadori, Milano 20022, pp. 91-93). Su Mario Scelba vd.: Gabriella Fanello Marcucci, Scelba, Mondadori, Milano 2006. 35 Quindi i due ragionano sul perché gli americani non siano intervenuti per difendere l’Europa occidentale: ai dubbi del suo compagno di cella, Malaparte risponde che gli americani si assumono più volentieri la missione di “liberatori” che di “difensori”, ma aggiunge amaramente che quando si decideranno a liberare l’Europa sarà troppo tardi, perché essa sarà sovietizzata. Lo scrittore spiega quindi la differenza tra l’occupazione nazista e quella sovietica: la prima è stata una occupazione soltanto militare, la seconda invece ha inciso nello spirito dei popoli e li ha trasformati, soprattutto nelle nuove generazioni, giacché i giovani appaiono i più accesi sostenitori del comunismo. E a questo punto Malaparte lancia il suo j’accuse alla Democrazia Cristiana, rea di non aver fatto maturare una salda coscienza politica nel popolo italiano. Gli italiani, sotto il regime degasperiano, sono ritornati bambini (così come li aveva ridotti il fascismo), cullati dai “miti rassicuranti” della Chiesa e dell’anticomunismo. Ecco come Malaparte spiega la sua visione “laica” della storia d’Italia a De Gasperi: – Nel 1918, dissi, gli Italiani erano finalmente diventati maggiorenni. Erano tornati dalla guerra con i calzoni lunghi. Venne Mussolini, e li obbligò a rimettersi i calzoni corti. Quando Mussolini cadde, gli Italiani tornarono con gioia ai calzoni lunghi. Poi sei venuto tu, e li hai rimessi in calzoni corti. Son venuti i Russi, e gli Italiani si sono infilati nuovamente i calzoni lunghi, credendo… Ma avevano fatto male i loro conti, poiché i Russi li hanno subito costretti a tornare ai calzoni corti. La Storia d’Italia, da quasi venti secoli, non è se non una storia di calzoni corti e di calzoni lunghi. Qual meraviglia se, fra calzoni lunghi e calzoni corti, gli Italiani non san più che cosa fare, e se fan quel che fanno? La colpa è anche tua, caro Alcide: se tu avessi lasciato gli Italiani come li avevi trovati, cioè in calzoni lunghi, forse i Russi non avrebbero invaso l’Italia. – E tu credi, disse De Gasperi, che non l’avessi capita anch’io, la tua Storia d’Italia? Il mio torto è di aver creduto che si potesse farla finita una buona volta con questa faccenda dei calzoni corti e dei calzoni lunghi. Tutta la mia politica mirava infatti a metter gli Italiani in sottana. Non ci son riuscito. Un popolo in sottana, i Russi lo avrebbero certamente rispettato. – I Russi, dissi, se ne infischiano delle sottane nere.42 Anche De Gasperi conviene che quando gli americani libereranno l’Europa, non potranno far altro che sostenere le industrie statalizzate dei paesi europei, ossia sovvenzionare economicamente gli irreversibili 42 Curzio Malaparte, Storia di domani, in Id., Don Camaleo, cit., pp. 365-366. 36 regimi comunisti. Scelba, il giorno dopo, entra nella cella a portare le ultime notizie: il vecchio maresciallo di Francia Pétain è morto e i russi, per ordine di Stalin, gli hanno tributato onoranze trionfali, il generale De Gaulle invece è stato rinchiuso nel manicomio di Charenton, così come, in Italia, sono stati rinchiusi il filosofo Benedetto Croce, il conte Carlo Sforza, già ministro degli Esteri, e l’ex capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, perché si sono rifiutati di collaborare con i sovietici. Mentre Scelba elenca soddisfatto i nomi dei comunisti finiti anch’essi in galera per ordine di Stalin, entra un funzionario russo che propone all’ex ministro di diventare il nuovo commissario del popolo agli Interni (ossia il ministro dell’Interno) nel costituendo governo Togliatti. Scelba rifiuta e l’incarico è affidato al vecchio giornalista antifascista Mario Missiroli. Quindi Malaparte e De Gasperi vengono rimessi in libertà (al contrario di Scelba, che resta in galera, luogo evidentemente più consono al suo carattere) e, usciti dal carcere, si aggirano entrambi spauriti in una Roma che porta i segni del cambiamento, a partire dalla toponomastica: il ponte Cavour è stato ribattezzato ponte Molotov, via Tomacelli via Zdanov, corso Umberto prospettiva Giuseppe Stalin, via Veneto via Stalingrado, il quartiere Parioli quartiere Stakhanov. Deputati del popolo, impiegati dello stato, attori, lavoratori di ogni categoria, tutti girano con addosso strane e ridicole uniformi. Anche i preti sono stati costretti a indossare curiose uniformi da marinai, cosa che suscita la compassione e il rispetto della popolazione di fronte all’ennesimo affronto che subisce la Chiesa. Ma anche i comunisti nostrani patiscono il giogo sovietico, al punto che ribattezzano il loro quotidiano ufficiale L’Umiltà. Vengono rispolverati e riadattati i vecchi slogan del Ventennio: su Palazzo Wedekind, già sede del quotidiano di destra “Il Tempo”, viene issato un lungo striscione con la scritta “Stalin ha sempre ragione”, i muri di Corso Umberto sono tappezzati con i ritratti di Togliatti (che sfoggia un paio di baffoni come quelli di Stalin) e la scritta “Vinceremo!”, dal balcone di Palazzo Venezia, ove si è sistemato lo stesso Togliatti, sventola una enorme bandiera rossa. Davanti a un manifesto che annuncia l’occupazione sovietica di Creta Malaparte si imbatte nel vecchio leader socialista Pietro Nenni, reso irriconoscibile da una folta barba scura e dagli occhiali neri, anch’egli ricercato dai sovietici. Nenni informa Malaparte delle ultime novità, ossia delle sventure subite dai malcapitati uomini politici italiani, anche 37 di sinistra, sotto l’occupazione russa. Giuseppe Di Vittorio, il prestigioso capo della CGIL, è stato arrestato in casa di un ricco latifondista pugliese, ha subito la stessa sorte anche il liberale Epicarmo Corbino, l’ex ministro delle Finanze. Invece al repubblicano Randolfo Pacciardi, già partigiano antifascista e combattente nella guerra di Spagna, i russi hanno assegnato, forse in premio dei suoi trascorsi, la presidenza della Centrale del Latte (sicché Pacciardi ogni mattina fa letteralmente il lattaio, ossia deve portare il latte nelle case dei vari commissari del popolo). Nenni quindi racconta il nuovo, assurdo gioco del calcio imposto dai russi: le partite consistono nella fucilazione che ogni domenica mattina undici “volontari della morte”, chiamati col nome delle vecchie squadre di calcio, Milan, Roma, Lazio, Juventus, e così via, devono subire presso il Muro Torto. Ma si tratta di fucilazioni simulate, che hanno l’effetto di terrorizzare ancor più la popolazione. Intanto, mentre Malaparte in compagnia di Nenni assiste a una di queste finte fucilazioni, un altoparlante annuncia un discorso in piazza del Popolo dei tre vecchi ex presidenti del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Saverio Nitti e Ivanoe Bonomi in difesa della Libertà, della Costituzione e della Democrazia. Colà recatisi, ai due si presenta un penoso spettacolo: i tre vecchi uomini politici, sistemati su un’alta tribuna ad una estremità della grande piazza, con un cappello di carta in testa in forma di mitra cardinalizia, biascicano, come ubriachi, confuse e strane frasi sulla Libertà, la Democrazia e la Costituzione, suscitando le grasse risate della folla presente. Poi si viene a sapere che le truppe sovietiche nella loro avanzata in Grecia e in Spagna incontrano strane difficoltà: Pacciardi le spiega con la bizzarra teoria che i soldati russi hanno finalmente scoperto, grazie ai prigionieri svizzeri, l’orologio da polso e hanno deciso di diventare ciascuno padrone del proprio tempo, infischiandosene di ordini e direttive degli ufficiali. L’esercito sovietico (in cui ciascuno, avendo scoperto, grazie all’orologio, la libertà di coscienza, fa quello che gli pare) rischia dunque di precipitare nella più completa anarchia. Ma l’improvviso momento di caos viene presto superato dal ristabilirsi della solita mentalità totalitaria. Ancora Pacciardi, in un empito di furor profetico, prima di congedarsi dai due, preannuncia la futura nascita dell’impero d’Israele, la nuova giovane potenza militare, che presto dominerà tutto il Mediterraneo, compresa la Siria. Recatisi al caffè Greco in via Condotti (ora via Voroscilov), 38 Malaparte e Nenni apprendono dal conte Carandini, già ambasciatore a Londra, i piani di attacco degli USA all’Unione Sovietica e il prossimo sbarco delle truppe americane in Egitto. Quindi Nenni invita Malaparte ad andare al Teatro Brancaccio, a vedere La tragedia di Dongo, la rappresentazione della fine di Mussolini così come è vista dai sovietici: un surreale, incredibile spettacolo, alla fine del quale Mussolini, dopo la fucilazione davanti al cancello di Villa Belmonte, prodigiosamente resuscita e riempie di botte il giustiziere colonnello Valerio, provocando le entusiastiche acclamazioni della platea, che evidentemente parteggia per il Duce. Nenni spiega all’esterrefatto Malaparte che i russi, pur detestando il fascismo, hanno inteso in qualche modo riabilitare la figura di Mussolini, per evitare di urtare la sensibilità degli italiani, che non gradiscono si parli male dei morti. Usciti dal teatro, uno sconosciuto dall’accento siciliano reca a Malaparte un invito di Togliatti in persona per il giorno dopo, a Palazzo Venezia. Durante il colloquio con il capo del Governo, Malaparte gli rinfaccia l’eccessiva dipendenza dei comunisti italiani da Mosca e lo invita a ricercare una via autonoma e indipendente per realizzare il comunismo in Italia. Pur dicendosi sicuro della vittoria finale sovietica, Togliatti confessa allo scrittore che la guerra contro l’America è un grave errore dei russi. Malaparte ribatte che il socialismo può realizzarsi solo in condizioni di pace, come ha insegnato Lenin il cui primo atto di politica estera fu stipulare la pace di Brest-Litovsk con gli imperi centrali nel 1918. Altra accusa di Malaparte è quella di aver asservito al PCI artisti e intellettuali, di averli ridotti a propagandisti del partito. Quindi inaspettatamente Togliatti chiede allo scrittore di comporre il nuovo inno nazionale, che dovrà prendere il posto di Fratelli d’Italia, e di creare qualche motto per la nuova repubblica italo-sovietica. A mo’ d’esempio, gli cita proprio i famosi motti mussoliniani riadattati e lo invita a scriverne altri del genere. Malaparte si rifiuta ma, congedandosi, regala a Togliatti un motto che ha letto tempo prima sui muri di Livorno: “È l’aratro che traccia il solco, ma è la vacca che lo difende”.43 Intanto serpeggia il malcontento tra gli italiani per la presenza sempre più odiosa degli occupanti sovietici. 43 È la versione malapartiana della celebre frase di Mussolini “È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende”. Chi sia la vacca, però, Malaparte non lo specifica. 39 Viene creata un’Armata Rossa italiana e, per reazione, sorgono i primi gruppi di partigiani anticomunisti, che però non hanno il sostegno degli angloamericani, come invece nell’ultima guerra. Gli anticomunisti sono soprannominati “crumiri” e il loro capo riconosciuto è il leader socialdemocratico Giuseppe Saragat, che però langue da mesi in manicomio. Nenni conduce Malaparte ad una riunione clandestina di un gruppo di questi partigiani: sono ricchi borghesi e il loro gruppo di chiama “Famiglia Libertà Progresso”. Grande però è lo sconcerto dell’autore quando li sente declamare a gara l’elogio di Stalin e dei russi: anche se il loro proposito è quello di dirne male, per viltà scelgono di parlarne bene, questi borghesi pavidi e panciuti che rispecchiano gli eterni vizi del popolo italiano. Scoppia intanto la guerra tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Missili nucleari lanciati dagli americani distruggono Leningrado e Kiev, la reazione di Mosca non si fa attendere e New York e Chicago sono ridotte in macerie. In Italia Togliatti, giudicato incapace di fronteggiare la situazione, viene sostituito al governo da un commissario straordinario appositamente mandato da Stalin: Malaparte lo ritrova qualche tempo dopo, solo e spaurito, seduto su una panchina del Pincio. L’ex leader comunista, ormai disoccupato e incerto del presente e ancor più del futuro, gli confessa che ha ricevuto, dopo la sua caduta in disgrazia, molte e inaspettate dimostrazioni di affetto dagli italiani, che evidentemente hanno preso a cuore le sue vicissitudini. Anche Malaparte, vedendo l’ex capo del PCI afflitto e depresso, ne ha compassione e, per confortarlo, gli offre un giro del parco in groppa a un asinello. Togliatti, prima di lasciarlo, profetizza che la rivoluzione in Italia sarà fatta non dagli operai, ma dai contadini e che la questione meridionale, ossia il mancato progresso economico e civile del sud, è il vero problema dell’Italia. Una sera, Togliatti, trafelato e visibilmente turbato, annuncia a Nenni e a Malaparte che l’ex re Umberto è stato arrestato. L’ultima parte del romanzo è quindi dedicata al processo-farsa a Umberto di Savoia, condotto nel più classico stile staliniano. L’ex re, stordito dalle droghe e incapace di difendersi, sta per essere condannato a morte dai biechi giudici, quando un gruppo di giovani irrompe nel tribunale e annuncia che gli americani sono sbarcati. La folla, allora, urlando come impazzita, travolge guardie e giudici e libera l’esterrefatto Umberto, che riesce a 40 mettersi in salvo. Gli americani sono dunque sbarcati in Europa, ma dove? In effetti delle loro truppe non v’è traccia né in Italia né in Francia né in Spagna né in Germania. Tutti aspettano i liberatori, che però non compaiono da nessuna parte. Il mistero è finalmente risolto quando un notiziario radio di Chicago annuncia che gli americani sono sbarcati accolti trionfalmente… dalla popolazione americana! Proprio così: per timore di una invasione russa dalla Siberia le truppe americane, appena sbarcate, si sono reimbarcate in fretta e furia e sono tornate in America per presidiare in massa l’Alaska. A sua volta anche l’esercito sovietico, per timore di una invasione americana dall’Oriente, si è ritirato precipitosamente dalle città europee per difendere la sua patria, dagli Urali alla Kamčatka. L’Europa si ritrova finalmente libera, ma i nuovi governi che si installano al posto degli occupanti sovietici hanno tutt’altra intenzione che restituire le antiche libertà ai governati. In effetti è avvenuta una liberazione senza libertà: nessun nemico è stato vinto né il popolo si è guadagnato la libertà lottando contro l’oppressore, ma sono stati i due grandi avversari della Guerra Fredda, russi e americani, che, sopraffatti dalla reciproca paura, hanno sgomberato di loro volontà l’Europa. La liberazione diventa un mito che serve a camuffare una nuova oppressione. Così narra Malaparte, con l’abituale gusto del paradosso, gli effetti del cambiamento: Che necessità avevamo di libertà, dal momento che c’era la liberazione? E poiché la liberazione escludeva la libertà, chi osava parlar di libertà era minacciato di liberazione, quando addirittura non era tacciato di traditor della patria e di nemico della civiltà. Chi pretendeva esser libero, non accontentandosi d’esser liberato, rischiava d’esser trattato da sovvertitore della famiglia, della società, dello Stato. E poiché la liberazione era avvenuta senza l’aiuto dei liberatori, ed era perciò non cosa concreta, ma astratta, quasi una religione senza Dio, chi invocava la libertà era considerato un nemico della religione. Così, sulle tracce dei Russi in ritirata, si venivan creando, in ogni paese d’Europa, Stati che avevano per religione ufficiale una liberazione non avvenuta, nei quali, in nome della liberazione, i cittadini eran governati col più profondo dispregio della libertà. E siccome in tutti i paesi d’Europa la miseria era immensa, si era inventata una nuova economia, detta «economia della liberazione», corrispondente alla politica dello stesso nome: le quali consistevano ambedue in una ferrea organizzazione poliziesca che, non potendo funzionare per il suo stesso peso, si 41 riduceva ad essere la più perfetta forma di miseria e di anarchia che mai fosse stata al mondo.44 Che questo, in fondo, fosse il suo personale giudizio sul Paese in cui viveva? Che la Liberazione fosse divenuta, per Malaparte, un mito con cui camuffare l’occulta, prepotente e inarrestabile invadenza, perseguita da partiti e partitini, delle istituzioni statali? Dopo un ventennale regime fascista, che era stato la negazione della libertà, gli Italiani avrebbero avuto per l’avvenire un regime dei partiti, rappresentante la falsificazione della libertà? Si potrebbe ben cogliere questo giudizio soprattutto alla fine del romanzo. Comunque sia, con l’amarissima riflessione sopra riportata Malaparte conclude la sua Storia di domani, non prima però di aver dato la seguente finale avvertenza al lettore: Debbo a questo punto chieder scusa al lettore se talvolta ho l’aria di proferir seriamente cose stolte, o ridicole. E dico a mia difesa che, anzi, è vero il contrario: in questa mia Storia di domani (che par scritta per ridere, ma è scritta con le lacrime agli occhi, e non tanto per divertire, quanto per far pensare) ho sempre detto cose serie ridendo, e quanto più eran serie e gravi tanto più avevo l’aria di scherzare, o meglio, tanto più seriamente e gravemente ridevo. Fino al punto, talvolta, di lasciarmi sollevar dalle ali della fantasia agli strani e superiori climi dell’ironia, la quale, essendo infinitamente più leggera del classico lepore, e d’ogni qualità di umore, e leggerissima nei confronti della satira, cosa di per sé grave e dura, abita regioni eccelse, spesso irraggiungibili.45 Quello di Malaparte è, dunque, un curioso divertissement in forma di satira fantapolitica, piena di situazioni grottesche e comicamente surreali (descritte con toni da humour nero, nello stile di Jonathan Swift e Ambrose Bierce, ed echeggianti il motivo topico del “mondo alla rovescia”), che permettono all’autore di esprimere le sue amare considerazioni sulla classe politica italiana. Nei colloqui che ha con De Gasperi, Nenni e Togliatti, che gli fanno quasi da mentori nella nuova Italia sovietizzata, i beffardi e taglienti giudizi di Malaparte non sembrano salvare nessuno: non la Democrazia Cristiana, accusata di essere stata incapace di far maturare politicamente e civilmente gli italiani, né il Partito Comunista, accusato di non avere una sua propria 44 45 Curzio Malaparte, Storia di domani, in Id., Don Camaleo, cit., pp. 525-526. Curzio Malaparte, Storia di domani, in Id., Don Camaleo, cit., pp. 527-528. 42 concezione autonoma e nazionale del socialismo, né, a maggior ragione, il comunismo staliniano, accusato di rozza prepotenza e disumano dogmatismo, né il capitalismo americano, che biecamente considera solo i propri mercantili interessi, né gli intellettuali italiani, accusati di acquiescente servilismo verso il potente di turno. Se alcuni dei giudizi di Malaparte, al di là del sentimento di frustrante e disgustata disillusione che lo scrittore nutrì per i politici nel dopoguerra (e del desiderio di voler essere la “cattiva coscienza” d’Italia a tutti i costi), non sono lontani dal vero, il grosso limite di questo scritto,46 a nostro giudizio, sta nel fatto che tutta la vis polemica malapartiana si risolve alla fine nel solito provinciale elogio dell’Italia e degli italiani, popolo di elette virtù che ha da insegnare al mondo l’onestà, la giustizia e la compassione, in una parola la bontà: torna quindi in Malaparte il mito consolatorio, condito di populismo e qualunquismo, degli “Italiani brava gente” che non cambiano mai nella sostanza pur mutando spesso pelle, a seconda delle contingenze storiche.47 Nell’ottica di Malaparte, che pur condannando, contraddittoriamente assolve tutti e, nella sua esasperata ricerca del paradosso, tutto giustifica, nessuno è in fondo veramente cattivo così come nessuno è veramente buono. A parte, naturalmente, il popolo italiano che Malaparte assolve in toto, giustificando con la necessità di sopravvivere allo straniero troppe volte invasore gli atavici vizi del cinismo, della furberia e della cura del proprio “particulare”, di cui gli italiani danno evidente mostra nei tempi della ipotizzata dominazione sovietica. Anche gli storici si sono talvolta posti, sia pure marginalmente, il problema di ciò che sarebbe accaduto in Italia all’indomani di una vittoria delle sinistre il 18 aprile. Lo storico e giornalista Antonio Gambino riferisce, nella sua Storia del dopoguerra (Laterza, Roma-Bari 1975), che gli Stati Uniti erano decisi, nel caso di una vittoria delle 46 Giudicato peraltro, forse troppo severamente, come “uno dei libri più brutti” di Malaparte, da Giordano Bruno Guerri, L’arcitaliano, cit., p. 225. 47 Per il Martellini l’italiano rappresentato da Malaparte nella Storia di domani è attaccato alle sue certezze, pauroso di qualsiasi novità, istintivamente conservatore e ancorato alle tradizioni ereditarie del passato: vd. Luigi Martellini, Invito alla lettura di Malaparte, Mursia, Milano 1977, p. 102. Sul populismo antiliberale e fascistoide di Malaparte vd. Alberto Asor Rosa, Scrittori e popolo, Savelli, Roma 19798, pp. 94101. 43 sinistre, a sostenere un movimento insurrezionale anticomunista e, se questo fosse fallito, a sbarcare in forze in Sicilia e in Sardegna: vi sarebbe dunque stata certamente una guerra civile e l’avvento di una dittatura di destra, con la messa al bando dei comunisti.48 Rispondendo a un lettore nella rubrica delle Stanze tenuta sul “Corriere della Sera”, ha affrontato il tema di una ipotetica vittoria del Fronte Popolare anche il famoso giornalista Indro Montanelli (1909-2001). La sua risposta, che è quella di un conservatore anticomunista, conferma le ipotesi più fosche: a differenza della Jugoslavia, che poteva vantare la prestigiosa figura del maresciallo Tito, artefice della vittoriosa lotta contro gli invasori nazisti e coraggioso realizzatore di una politica indipendente da Mosca, noi non avremmo avuto un governo libero e autonomo dai sovietici (nella risposta Togliatti è definito “un fac-simile di Stalin”) né avremmo potuto contare sull’appoggio americano, il cui esercito, in caso di vittoria elettorale, si sarebbe ritirato dall’Italia.49 Da ultimo ricordiamo un recentissimo contributo alla riflessione sulla possibile storia alternativa d’Italia. Cosa sarebbe accaduto se il 14 luglio 1948 lo studente Antonio Pallante avesse realmente ucciso Palmiro Togliatti? È noto che l’attentato di cui restò vittima (fortunatamente soltanto ferito) Togliatti, all’uscita da Montecitorio, scatenò un’ondata di violente proteste in tutta Italia, da parte dei comunisti, provocando numerose vittime tra i civili e le forze dell’ordine.50 Nel suo saggio La 48 Antonio Gambino, Storia del dopoguerra, cit., pp. 507-517. D’altra parte l’ex ministro dell’Interno Mario Scelba rivelò all’autore che già nei primi mesi del 1948 era stata messa a punto dal governo una infrastruttura segreta capace di fronteggiare un tentativo insurrezionale comunista (vd. nota alla p. 516). 49 Indro Montanelli, Se quella volta avesse vinto il Fronte popolare, in Id., Le stanze.Dialoghi con gli italiani, BUR – Corriere della Sera, Milano 2002, pp. 59-60. 50 Che dietro l’attentato a Togliatti vi fossero dei mandanti fu allora una ipotesi tutt’altro che scartata, anche per alcuni punti oscuri della vicenda, ma le indagini svolte anche dai comunisti non portarono a nulla di concreto: vd. Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, vol. II, L’Unità – Mondadori, Roma 1992, pp. 477-478. L’azione omicida di Pallante fu molto probabilmente il frutto delle idee fascistoidi dell’attentatore e di una violenta, isterica campagna anticomunista scatenata dalla DC e dalle destre in occasione delle elezioni dell’aprile 1948. Ma anche il PCI, in quella occasione, era ricorso a toni assai aspri e addirittura truculenti (il famoso calcio nel sedere, con scarpone chiodato, promesso a De Gasperi da Togliatti in caso di vittoria, il cappio auspicato dal comunista Li Causi a De Gasperi, Saragat e 44 rivoluzione impossibile, uscito nel 1978, il giornalista Walter Tobagi (destinato poi a cadere, nel 1980, sotto i colpi dei terroristi della Brigata XXVIII Marzo) ricostruì il quadro di quelle terribili e convulse giornate di luglio del 1948, quando sembrava che la rivoluzione dovesse esplodere da un momento all’altro:51 cortei di protesta, vandalismi e devastazioni, blocchi stradali, occupazioni di caserme, prefetture, stazioni telefoniche da parte dei manifestanti comunisti armati erano puntigliosamente elencati nella relazione al Parlamento del ministro dell’interno Scelba, ampi stralci della quale sono riportati nel saggio di Tobagi.52 Leggendo quelle pagine il lettore può figurarsi un’Italia che sembrava, allora, alle soglie di una feroce e sanguinosa guerra civile: guerra che però non vi fu grazie alla fermezza di De Gasperi, allora capo del governo, e all’accorta opera di dissuasione dello stesso Togliatti, che seppe tenere a freno i comunisti più fanatici ed esasperati, come Pietro Secchia, l’uomo che “sognava la lotta armata”.53 Ma cosa sarebbe accaduto se il leader comunista fosse invece morto? Prova a rispondere alla domanda lo studioso Luciano Cafagna in un intervento apparso nel volume curato da Alberto ed Elisa Benzoni, La storia con i se (casa editrice Marsilio).54 Vi sarebbe stata quasi certamente una violentissima guerra civile, ma avrebbero vinto le forze anticomuniste con l’aiuto degli angloamericani (come avvenne nel dopoguerra in Grecia). Il Pacciardi), come informa il diario dello scrittore e uomo politico Italo De Feo al 9 aprile 1948 (Italo De Feo, Diario politico 1943-1948, Rusconi Editore, Milano 1973, pp. 524-525). 51 Walter Tobagi, La rivoluzione impossibile.L’attentato a Togliatti: violenza politica e reazione popolare, Il Saggiatore, Milano 1978; vd. anche Carlo Maria Lomartire, Insurrezione, Mondadori, Milano 2006. 52 Vd. Walter Tobagi, La rivoluzione impossibile, cit., pp. 156-181. 53 Come recita il titolo della biografia di Miriam Mafai, L’uomo che sognava la lotta armata.La storia di Pietro Secchia, Rizzoli, Milano 1984. Secchia, vicesegretario del PCI, assieme a Longo, e figura storica della Resistenza, incarnava la linea movimentista e rivoluzionaria del partito, opposta a quella tattica e attendista di Togliatti. Ma il 14 luglio del 1948 anche Pietro Secchia, consultatosi con i sovietici, si rese conto che non v’erano in Italia le condizioni per scatenare una rivoluzione comunista: al massimo si sarebbero potute chiedere le dimissioni del governo (vd. alle pp. 71-77). 54 Roma luglio 1948.Se Togliatti fosse morto, da un’intervista a Luciano Cafagna, in Alberto ed Elisa Benzoni, La storia con i se.Dieci casi che potevano cambiare il corso del Novecento, Marsilio, Venezia 2013, pp. 101-111. 45 partito comunista, sconfitto e privo di un capo che potesse sostituire il suo leader più abile e carismatico, si sarebbe disgregato e la guida delle forze di sinistra sarebbe passata al leader socialista Pietro Nenni, che avrebbe potuto iniziare una proficua collaborazione con la Democrazia Cristiana, all’insegna della pacificazione e di un rinnovamento politico ed economico (un’anticipazione della politica del centrosinistra, che invece fu instaurata dopo l’infelice esperienza del governo Tambroni, monocolore DC retto dai voti missini, nell’estate del 1960). Se poi l’URSS fosse intervenuta in Italia ad appoggiare i combattenti comunisti, questo avrebbe provocato la terza guerra mondiale, per la violazione degli accordi di Yalta. 3) Seconda ipotesi. Colpo di stato in Italia: al potere una giunta di militari. Tra gli anni Sessanta e Settanta fu un’ipotesi a lungo accarezzata dai politologi e giornalisti, che il nostro Paese potesse sperimentare una soluzione politica di tipo greco (il regime dei colonnelli che nel 1967 aveva costretto all’esilio il re Costantino, monarca costituzionale, e soppresso le libertà democratiche del popolo greco) o cileno (la giunta militare del generale Augusto Pinochet, insediatasi al potere dopo l’assalto al Palazzo della Moneda e il suicidio – o assassinio – del legittimo presidente Salvador Allende).55 Già nel 1967 era esploso, a seguito dell’inchiesta condotta sulle pagine del settimanale “L’Espresso” dai giornalisti Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari, il futuro cofondatore di “Repubblica”, lo scandalo SIFAR, che aveva coinvolto i vertici dell’Arma dei Carabinieri e in particolare il comandante in capo generale Giovanni De Lorenzo. Questi, quando era capo del SIFAR (sigla di Servizio Informazioni delle Forze Armate, lo spionaggio militare) aveva organizzato una massiccia e misteriosa schedatura di 157.000 persone tra parlamentari, sindacalisti, dirigenti di partito, funzionari statali, industriali e anche sacerdoti, tutti accomunati, a torto o a ragione, dalla militanza o dalla simpatia per la sinistra. A questa colossale schedatura, che preludeva probabilmente alla realizzazione di un colpo di stato per il 14 luglio 1964 (il “Piano Solo”), non 55 Sulle attività della CIA (il controspionaggio americano) in Sudamerica e il suo ruolo nel golpe che rovesciò il legittimo governo di Salvador Allende in Cile vd. Enzo Catania, La lunga mano della CIA, Fratelli Fabbri Editori, Milano 1974, pp. 109-124. 46 era estraneo probabilmente56 neppure l’allora presidente della Repubblica, il democristiano Antonio Segni,57 protagonista poi di un tempestoso colloquio con il leader socialdemocratico Giuseppe Saragat e alla presenza di Aldo Moro, presidente del Consiglio, la sera del 7 agosto 1964. In effetti il nostro Paese sembra essere stato sfiorato da trame golpiste assai da vicino, se hanno trovato un riscontro reale le indagini svolte a proposito del famoso “Golpe dell’Annunziata”, il colpo di stato organizzato dal “principe nero” Junio Valerio Borghese,58 che sarebbe dovuto scattare la notte dell’8 dicembre 1970 e che fu provvidenzialmente e misteriosamente fermato, ma non prima che alcuni squadristi guidati da Stefano Delle Chiaie (altro leader dell’ultradestra, capo di Avanguardia Nazionale) penetrassero nell’armeria del Viminale per sottrarvi armi e munizioni.59 56 Sicuramente coinvolto, secondo i giornalisti Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi,la cui inchiesta apparve sul settimanale “L’Espresso” dell’11 maggio 1967, con lo sconvolgente titolo in copertina: “Finalmente la verità sul SIFAR: 14 luglio 1964, complotto al Quirinale. Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato”. 57 Vd. Sandro Provvisonato, Misteri d’Italia, Laterza, Roma-Bari 1993, pp. 49-68. Sull’attività del generale De Lorenzo al vertice dell’Arma, ai limiti se non oltre la legalità costituzionale, vd. Giorgio Boatti, L’Arma. I Carabinieri da De Lorenzo a Mino 1962-1977, Feltrinelli, Milano 1978, pp. 42-65. 58 Junio Valerio Borghese, l’ex comandante della X Mas, uno dei corpi speciali della RSI che combatterono con i tedeschi distinguendosi nella repressione del movimento partigiano, nel dopoguerra, dopo aver superato le traversie giudiziarie, divenne presidente del Movimento Sociale Italiano e in seguito fondatore del Fronte Nazionale, organizzazione di estrema destra. 59 Secondo il giornalista Camillo Arcuri al colpo di Stato del 1970, il “golpe Borghese”, avrebbero partecipato alte autorità dello Stato, i servizi segreti, la mafia, esercito e carabinieri; esso spiegherebbe inoltre la misteriosa fine del giornalista Mauro De Mauro, rapito a Palermo la sera del 16 settembre 1970 da uomini della mafia e mai più ritrovato. Mattei, secondo la tesi di Arcuri, sarebbe venuto a conoscenza dei preparativi del colpo di Stato e del fatto che in esso vi sarebbero stati implicati i politici (o quantomeno ne sarebbero venuti a conoscenza), come il ministro dell’Interno Franco Restivo: vd. Camillo Arcuri, Colpo di Stato, Rizzoli, Milano 20052, pp. 71-89 e, per Restivo, pp. 92-94. Sul caso De Mauro vd.: Sandro Provvisionato, Misteri d’Italia, cit., pp. 44-48; Franco Nicastro, De Mauro.Il cronista ucciso da Cosa Nostra.E non solo, Nuova Iniziativa Editoriale, Roma 2006; Giuseppe Lo Bianco – Sandra Rizza, Profondo nero, Chiarelettere editore, Milano 2009. Sul golpe Borghese (o “operazione Tora-Tora”) vd.: Giuseppe De Lutiis, 47 Anche su questo tema – l’instaurazione di un dittatura militare di destra o il possibile ritorno del fascismo, addirittura per via elettorale60 – negli anni Settanta non sono mancate le riflessioni degli intellettuali, sia pure svolte en passant. Secondo Pasolini un eventuale Pinochet italiano (se in Italia avesse preso il potere una giunta di militari come quella cilena) non si sarebbe mai sognato di restaurare la povertà di un tempo, magari reprimendo i consumi e imponendo una stretta all’economia: il regime “neo-repressivo” avrebbe protetto lo “sviluppo”, secondo la volontà del nuovo Potere politico-economico, preservando edonismo, falsa tolleranza e spirito laico.61 Non dunque una moralistica dittatura clerico-fascista, ma modernamente “progressista”, liberista e capitalista. Ma dello scrittore e regista friulano va ricordato soprattutto il famoso scritto Il romanzo delle stragi,62 compreso nella raccolta postuma degli Scritti corsari (1975),63 che inizia con le fatidiche parole “Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che è in realtà una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).” Pasolini attribuiva, neppure troppo velatamente, al partito di governo, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Roma 1991, rist., pp. 98-105; Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Nuova Eri – Mondadori, Milano 1995, rist. (I ed. 1992), pp. 128-132; Sandro Provvisionato, Misteri d’Italia, cit., pp. 78-81; Alessandro Silj, Malpaese.Criminalità, corruzione e politica nell’Italia della prima Repubblica 1943.1994, Donzelli editore, Roma 1994, pp. 137-144; Vittorio Di Cesare – Sandro Provvisionato, Servizi segreti e misteri italiani 1876-1998, Editoriale Olimpia, Firenze 2006, pp. 91-95; Gianni Flamini, L’Italia dei colpi di Stato, Newton Compton editori, Roma 2007, pp. 106-142. 60 Nei primi anni Settanta i successi elettorali del MSI produssero allarmate inchieste giornalistiche sulla possibilità di un ritorno del fascismo in Italia: vd. Oreste Gregorio, Ma non è il ’19…, in “Historia”, n. 166, ottobre 1971, pp. 16-25; vd. anche l’intervista, su “L’Europeo”, di Oriana Fallaci al presidente della Repubblica Giovanni Leone, che in quell’occasione volle rassicurare gli italiani sulla fedeltà alla Costituzione delle Forze Armate (Oriana Fallaci, A colloquio con il presidente Giovanni Leone, in “L’Europeo”, n. 17, 26 aprile 1973, pp. 42-51). 61 Pier Paolo Pasolini, Risposta a Leo Valiani, in Id., Lettere luterane, l’Unità / Einaudi, Roma 1991, p. 126 (articolo apparso sul “Corriere della Sera”, 28 agosto 1975). 62 Apparso come articolo sul “Corriere della Sera” (14 novembre 1974), col titolo Che cos’è questo golpe? 63 Pier Paolo Pasolini, Il romanzo delle stragi, in Id., Scritti corsari, Garzanti, Milano 1977, pp. 107-113. 48 ossia alla Democrazia Cristiana, il progetto stragista e golpista noto come “strategia della tensione”, che insanguinò l’Italia negli anni Settanta e che sarebbe stato finalizzato, da parte della DC, alla pura conservazione del potere: tale progetto sarebbe stato suddiviso in due fasi, una prima fase anticomunista (culminata con la strage di Milano del 12 dicembre 1969) e una seconda fase antifascista (culminate con le stragi di Brescia e di Bologna del 1974), e sarebbe stato realizzato da terroristi neofascisti, con la complicità dei servizi segreti, della CIA e dei politici italiani. Da dove Pasolini traesse le sue deduzioni, ben prima delle risultanze delle inchieste su quei fatti, non è dato sapere. Le sue allusive parole rimangono però tuttora inquietanti, sia perché esse, secondo alcuni, potrebbero essere all’origine della oscura e tragica fine dello scrittore sia perché quelle stragi (valga per tutte, come esempio, quella alla Banca dell’Agricoltura di Milano del 12 dicembre 1969) sono rimaste, alla fine di lunghissimi ed estenuanti iter giudiziari, senza colpevoli. Il tema di un ipotetico colpo di stato ha ispirato anch’esso la narrativa italiana, producendo romanzi tra la satira e la fantapolitica. Significativo ci sembra, anzitutto, un romanzo poco conosciuto e oggi scarsamente reperibile, del giornalista Marcello Curti, Mai scendere dalla montagna, pubblicato a metà degli anni Settanta.64 Questo “romanzo di fantapolitica italiana” (com’è scritto sulla copertina) inizia con i toni della farsa ma finisce in una cupa tragedia. Il protagonista narratore, un giornalista di partito avvezzo ai bassifondi della politica, durante una passeggiata sul monte Gennaro, nei pressi di Tivoli, viene sequestrato da uomini armati e portato in un luogo segreto. Qui gli viene proposto di aggregarsi ad una organizzazione paramilitare rivoluzionaria che vuole rovesciare il corrotto regime dei partiti e instaurare la “repubblica degli uomini nuovi”. L’uomo, disgustato dalla sua vita di portaborse dei potenti, accetta. Ribattezzatosi Marcello Quirite65 e posto a capo di una “legione” (l’esercito segreto dei “legionari” e “centurioni” comprende sedici legioni di mille uomini ciascuna, ogni legione essendo divisa in dieci centurie), il nostro prende parte attiva al colpo di stato, program64 Marcello Curti, Mai scendere dalla montagna, Barulli Editore, Roma 1975. I congiurati e il loro carismatico capo, Claudio Leto, hanno assunto i nomi di antichi romani, per celare la vera identità, e si sono dati i titoli di “legionari” e “centurioni”, a seconda dei gradi di comando. 65 49 mato per il 2 giugno, la Festa della Repubblica. E così avviene quel giorno: durante la sfilata dell’esercito, il presidente della Repubblica, i ministri e l’intero Stato Maggiore vengono sequestrati dai golpisti, mentre il loro capo, Claudio Leto, proclama dagli studi della RAI la fine del regime partitocratico e la nascita del nuovo regime rivoluzionario, “né fascista né antifascista”, che dovrà ispirarsi ai supremi valori della civiltà italiana: l’austerità dei romani antichi, il genio del Rinascimento, l’amor di patria del Risorgimento e della Resistenza. Le prime misure dei golpisti vogliono riportare l’ordine nel Paese e favoriscono i militari: al posto del Parlamento si insedia un “Consiglio Supremo” guidato da due “Consoli della Repubblica”, il diritto di sciopero viene fortemente limitato da una apposita Commissione di Arbitrato, vengono sciolte tutte le associazioni estremistiche di destra e di sinistra, è introdotta la pena di morte per i reati più gravi e odiosi, mentre nel contempo vengono aumentate del 50% le paghe della polizia, dei carabinieri e dell’esercito. Un corteo di “ultrasinistri”, scesi in piazza per protestare, viene disciolto con la forza e il loro capo arrestato e punito con scudisciate sul deretano, il tutto in diretta televisiva. Quindi i “legionari” regolano i conti con i responsabili della rovina del Paese. Il presidente della più grande industria automobilista italiana viene invitato ad un programma TV e costretto, davanti alle telecamere, a concedere una sostanziosa gratifica ai suoi impiegati e operai. I capi della “triplice” sindacale CGIL-CISLUIL, con l’aggiunta del capo della CISNAL, vengono ridicolizzati nel medesimo programma TV, allorché il conduttore (uno dei “legionari”) ricorda loro le tante promesse e fa scorrere le immagini delle masse di lavoratori disoccupati. La politica estera dei golpisti riafferma l’indipendenza e l’equidistanza del Paese da USA e URSS, che hanno riconosciuto il nuovo governo. Intanto il nostro eroe, Marcello Quirite, assunte le vesti di grande moralizzatore, piomba alla premiazione di un celebre festival cinematografico per inveire contro tutto il “degenerato” establishment del cinema nostrano e annunciare che lo stato non darà più una lira di contributi all’industria cinematografica. Anzi, si faranno severi accertamenti fiscali su tutti i cineasti, attori, registi e produttori. Fra tanto moralistico ardore, il Quirite ha però il tempo di vivere un’ardente storia d’amore con una bellissima attrice, che però pianta in asso appena ne scopre la scarsa moralità. Scoppiano nel frattempo violente proteste negli stabilimenti FIAT a Mirafiori, e decine di operai 50 in rivolta vengono uccisi dall’esercito dei “legionari”. Anche molti estremisti di destra e di sinistra cadono sotto il fuoco dei soldati. Alla cruenta repressione si accompagnano pubbliche esecuzioni per educare il popolo al rispetto della legge: il celebre capomafia Luciano Viggio,66 che controllava lo spaccio della droga nel nostro Paese, viene condannato a morte e giustiziato in diretta TV con una overdose di cocaina. Alla durissima repressione interna si accompagna un’aggressiva politica estera, rinnovando le avventure del Ventennio. Viene decisa la riconquista della Libia, già colonia italiana, per pareggiare i conti col tiranno locale, il colonnello Saddafi,67 che ha espulso gli italiani dal paese e ne ha sequestrato gli averi. Guida le operazioni militari, che causano migliaia di morti anche tra i civili, proprio Marcello Quirite, nominato proconsole della Libia. Uno dei capi dei legionari, passato al nemico, viene smascherato proprio dal Quirite e condannato a morte. In premio della vittoriosa impresa libica (il dittatore Saddafi, catturato, viene giustiziato con l’atroce supplizio dell’impalamento) Marcello Quirite ottiene la nomina a Console della Repubblica. Ma, improvvisamente, egli viene convocato dal vecchio capo dei legionari, Claudio Leto, che si è ritirato proprio nella prima base segreta sul monte Gennaro. Leto lo informa che si sta preparando un nuovo colpo di stato, gli consegna la sua lettera di dimissioni da tutte le cariche e poi si uccide: non ha potuto accettare che la nuova repubblica da lui creata sia guastata dalle stesse lotte di potere che hanno rovinato la prima, ed è stato deluso proprio da Marcello Quirite, che credeva essere “puro e duro”. E non ha torto: Marcello Quirite, ormai sempre più abbagliato e ossessionato dal potere, invece di meditare sulle ultime parole del suo vecchio capo e mentore politico, scatena una nuova ondata repressiva all’interno, fa emanare leggi severissime contro la prostituzione e la pornografia, introduce la pubblica fustigazione dei rei e anche l’impalamento per i pedofili (tale è la sorte di un prete maniaco e del suo complice), fa crocifiggere decine di rivoltosi a Bologna e a Catania. Le nuove elezioni generali vedono la vittoria schiacciante del partito dei “legionari”: ormai tutto il potere è in mano a Marcello Quirite, mentre l’Italia cade sotto la cappa di piombo di una cupa e 66 67 Allusione al famoso boss della mafia Luciano Liggio. Evidente allusione al leader libico Gheddafi. 51 oppressiva tirannide medievale, spacciata per “vera democrazia”. Il romanzo si chiude con l’ultima azione di Marcello Quirite, ormai dittatore assoluto: allertato da una informativa del SID,68 invia l’esercito a sterminare i “nuovi patrioti” che sul monte Gennaro, proprio là da dove partì il movimento rivoluzionario dei “legionari”, stanno preparando il nuovo golpe. Abbiamo voluto ricordare questo romanzo peraltro poco conosciuto, di livello certamente non paragonabile alla Storia di domani di Malaparte, perché, nonostante gli evidenti limiti artistici, soprattutto nell’approssimata e caricaturale caratterizzazione di molti personaggi69 e nell’inverosimiglianza di alcune situazioni, pur drammatiche, esso ci appare un’interessante testimonianza degli umori che allignavano tra gli elettori moderati di centrodestra, negli anni Settanta, quelli che partecipavano al movimento della “Maggioranza Silenziosa” e appoggiavano i progetti di rifondazione in senso autoritario dello Stato. In effetti, gli obiettivi perseguiti dai “legionari” del romanzo di Curti, ossia la riforma strutturale del Parlamento se non la sua abolizione, il risanamento morale dei costumi pubblici e privati, la rinnovata affidabilità politica ed economica dell’Italia, il riaffermato prestigio del Paese come potenza militare capace di trattare da pari a pari con le due superpotenze, la restaurazione del passato coloniale italiano, la restaurata autorità interna dello stato contro ogni estremismo e terrorismo rosso e nero, l’efficace tutela dei beni dei cittadini e la definitiva eliminazione della delinquenza organizzata (mafia, camorra, ’ndrangheta, etc.), collimano in buona parte con quelli dei programmi, ad esempio, di personaggi quali Edgardo Sogno e Randolfo Pacciardi, entrambi sostenitori di uno “Stato forte” da attuare mediante un golpe indolore (il cosiddetto “golpe bianco”) e, il secondo, uomo politico repubblicano già partigiano antifascista e combattente in Spagna, fondatore del movimento Nuova Repubblica, che propugnava una 68 Il discusso servizio di spionaggio militare (sigla di Servizio Informazioni della Difesa). 69 Che rimandano ai noti personaggi politici del tempo: il presidente della Repubblica Coniglio richiama il presidente Leone, il capo del Governo Giuliotti, Giulio Andreotti, il leader studentesco Mario Baracca, Mario Capanna, l’industriale Vitelli, Gianni Agnelli, il dittatore libico Saddafi, Gheddafi, etc. 52 repubblica presidenziale di tipo gollista.70 Ma il romanzo è anche la parabola politica e umana del protagonista, Marcello Quirite, un uomo “puro e duro” che, da ingenuo idealista rivoluzionario disgustato dal malcostume dei politici, si trasforma in cinico e sanguinario autocrate, troppo tardi accorgendosi di essere stato anch’egli travolto dalla lussuria del potere. Significativo è il dialogo conclusivo, di cui riportiamo una parte, fra Marcello Quirite e il suo antico compagno d’armi e di lotta Marco Vinicio Marsicano: Ecco, adesso lo sapevo. Poteva succedere dovunque, certo, ma succedeva proprio lì.71 C’era un senso, forse. Marsicano si era interrotto e mi guardava un po’ stralunato: – Ma che ti prende, Marcello? – A me?... Niente. Niente… Lo sai, Marsicano, che i rivoluzionari non dovrebbero mai scendere dalle montagne? Restare lassù, dovrebbero, e desiderare il potere, mai prenderlo. E’ come con una bella donna: finché la desideri, è meraviglioso; dopo che ci sei stato a letto, hai l’amaro in bocca… Restare sulle montagne, Marsicano, puliti. E forti, molto più forti che quando si scende e si vince. Si vince…72 Riprendiamo, per chiarire il messaggio del romanzo, le parole del prefatore Ennio Ceccarini: I super-uomini non esistono e non rappresentano il modello risolutore, le piccole cose quotidiane della democrazia possono scadere a pantomima e a farsa ma possono anche innalzarsi a nobile e non rimpiazzabile esperienza di tutta la società. Questo sul piano etico-politico. Su quello del racconto si può dire che la semplicità e magari anche l’ingenuità hanno un piacevole sapore di piatto casareccio, non privo degli aromi del sarcasmo romano. Una cosa, insomma, che si può leggere anche sorridendo. Senza dimenticarne mai l’implicito ammonimento: perdiamo la 70 Vd., per il programma politico di Randolfo Pacciardi (1899-1991) i suoi significativi interventi Contestiamo questa Repubblica per la Repubblica presidenziale, Il tema dominante degli anni ’70 una Repubblica più moderna, La Repubblica di domani, in Randolfo Pacciardi, Da Madrid a Madrid, Barulli Editore, Roma 1975, rispettivamente alle pp. 261-272, 281-295, 297-307. 71 Sul monte Gennaro, ove si erano radunati i rivoltosi per preparare il secondo golpe contro il governo dei “legionari”. 72 Marcello Curti, Mai scendere dalla montagna, cit., pp. 190-191. 53 libertà e finiremo nelle mani dei «centurioni», inevitabilmente. E anni di lacrime, pena e sangue si apriranno per noi e i nostri figli.73 Un autore forse non di primo piano come Renzo Lodoli ha saputo abilmente rappresentare in due suoi brevi racconti (compresi nella raccolta I racconti della parte sbagliata, uscita nel 1979 presso Trevi Editore) le cupe sensazioni dell’incubo di un improvviso rivolgimento politico, in un crescendo di tensione psicologica che attanaglia la massa e i singoli. Nel primo racconto, Il giorno del giudizio, l’autore descrive gli aggrovigliati e contrastanti sentimenti di attesa, speranza, illusione, paura, angoscia, esultanza, che si succedono negli animi degli attoniti cittadini italiani, quando apprendono sgomenti, dopo alcuni giorni di totale vuoto di notizie, che il partito di estrema destra ha conquistato, al di là di ogni previsione, la maggioranza assoluta alle elezioni politiche. Il secondo racconto, Anticiclone sette, ci mostra il colonnello B. mentre, al sicuro nella sua base militare situata entro un monte nei pressi di Roma (il Soratte?) e immerso nei suoi piani, sta ultimando i preparativi del colpo di stato da lui architettato: spostamenti di truppe dalle caserme nei grandi centri urbani, occupazioni di ministeri e aeroporti, cattura e deportazione degli uomini del governo e dei leader politici e sindacali, disposizioni da dare alle forze dell’ordine per stroncare nel sangue ogni tentativo di protesta, etc. Il colonnello B., nella sua sconfinata e megalomane ambizione di futuro “duce” dell’Italia, crede di avere un posto riservato nel teatro della Storia, ma viene alla fine beffato. Il colpo di stato, a cui egli, in un crescendo di parossistica tensione, ha dato il via, riesce puntualmente e si insedia un nuovo, tirannico regime, ma al nostro, promosso generale, viene assegnato un incarico minore dal vero burattinaio del golpe, ossia dal nuovo padrone dell’Italia, in attesa di venire messo a riposo.74 Altre opere sul tema dell’ipotetico golpe sconfinano nell’invenzione fantastica e nel paradosso, pur essendo trasparente l’intento satirico. È il caso del romanzo L’Italia sotto il tallone di F&L dovuto alla coppia 73 Marcello Curti, Mai scendere dalla montagna, cit., p. 6. Renzo Lodoli, Il giorno del giudizio e Anticiclone sette, in Id., I racconti della parte sbagliata, Trevi Editore, Roma 1979, pp. 179-185 e 186-193. 74 54 Carlo Fruttero e Franco Lucentini,75 autori di fortunati romanzi gialli come La donna della domenica, A che punto è la notte, Il palio delle contrade morte, oltre che già direttori della notissima collana di fantascienza “Urania”. Uscito a metà degli anni Settanta, L’Italia sotto il tallone di F&L è una sarabanda di avventure, dal ritmo indiavolato, che sconfinano spesso nel surreale e nell’assurdo. I due scrittori, F&L, sono i protagonisti della storia, che contiene numerosi riferimenti parodistici ai politici dell’epoca, e raccontano in prima persona il diario della loro impresa. Protetti dal colonnello Gheddafi,76 al comando di una potente armata provvista del micidiale “gas nervogeno” (le cui inalazioni provocano un’ira folle), muovono dalla Libia verso l’Italia, per rovesciare il governo democristiano. Sfogliando i suoi discorsi parlamentari, i due scoprono che il ministro degli Esteri Moro è in realtà l’arabo Mohammer Al-Domorh,77 nativo della Mecca, il cui progetto segreto prevede la conversione dell’Italia al culto moroteista. Siccome la politica di Moro è avversa alla Libia, Gheddafi è ben felice di aiutare i due scrittori a rovesciare il governo DC, di cui Moro (o Al-Domorh) è il capo incondizionato. La flotta di F&L approda a Fregene e ad Anzio, sulla costa laziale, quindi gli invasori, percorrendo la via Aurelia a bordo di una carovana di pullman, giungono a piazza San Pietro, ma cadono in una imboscata delle truppe moroteiste. F&L con i soldati superstiti si mettono in salvo rifugiandosi nei “sotterranei del Vaticano” (evidente allusione a Gide), dove incontrano i teologi olandesi che stanno elaborando il loro catechismo riformato. Continuando la loro avanzata sotterranea, giungono sotto il Palatino, dove trovano villosi preominidi “insediati laggiù da oltre 200.000 anni a discutere il Compromesso preistorico tra Cro-Magnon e Neanderthal”;78 quindi sbucano a Montecitorio e sbaragliano le truppe arabe del perfido AlDomorh, che, preso prigioniero nel suo bunker sotto il Foro Islamico (già Foro Italico), si rivela essere in realtà un alieno venuto dalla 75 Carlo Fruttero e Franco Lucentini, L’Italia sotto il tallone di F&L, Mondadori, Milano 1974. 76 Con cui, nella realtà, si scontrarono polemicamente per un loro articolo, ritenuto diffamatorio dal leader libico, apparso su “La Stampa” del 6 dicembre 1973. 77 Evidente scherzosa allusione al linguaggio talvolta criptico e sibillino del leader politico democristiano. 78 Carlo Fruttero e Franco Lucentini, L’Italia sotto il tallone di F&L, cit., p. 86. 55 galassia (o, meglio, uscito fuori dai racconti di Lovecraft). La selva di riferimenti parodistici, all’insegna dell’assurdo e del non sense, a personaggi e situazioni politiche dell’epoca richiede ovviamente la conoscenza del contesto storico-politico, da parte del lettore. Riportiamo di seguito un passo significativo, dal diario dei due condottieri F&L, relativo allo scontro fra le loro truppe e quelle moroteiste, nella pianura desertica sotto il Foro Islamico: Un’ora soltanto – ma quale ora! – è passata tra le 13,30 e le 14,30. Riviviamo il momento raccapricciante in cui, scortati dal solo tenente Sereni,79 siamo giunti sul fronte di von Schlecht80 in sfacelo. Davanti a noi, il grande deserto sotto il Foro Islamico era tutta una selvaggia giostra di squadroni cammellati morotei, uno sventolare di burnus e di verdi bandiere della mezzaluna crociata, un rutilare di scimitarre damascene, mentre i nostri finivano di ripiegare in disordine dietro il cosiddetto Riff, la lunga catena di Riforme Abbandonate che incrocia il Canale delle Correnti. «Situazione fluida,» ci annunciava von Schlecht. «Lo vediamo,» era la nostra secca risposta. Dall’imbarazzata spiegazione che seguiva, apprendevamo che l’elemento sorpresa era venuto ancora una volta a mancare. Un muezzin moroteo, in preghiera sul Picco della Riforma Scolastica, aveva lasciato che i nostri si addentrassero per un buon miglio nel deserto, lanciando poi il suo caratteristico grido di allarme. In un attimo, dall’ormai prossima zona del Bunker, orde di meharisti nemici s’erano precipitate al contrattacco e la situazione s’era capovolta. Ora i morotei presidiavano in forze la zona del Canale, e, con i rincalzi che continuavano a scendere dalla superficie, si preparavano visibilmente alla controffensiva.81 Dopo la cattura e la misteriosa autodisintegrazione dell’alieno AlDomorh (il cui vero nome è N’ghaghn),82 F&L, sconfitte le truppe moroteiste, rimangono assoluti padroni dell’Italia e vengono condotti dalla folla festante a Palazzo Venezia, ove si apprestano a ripercorrere i fasti del Ventennio (si veda il capitolo quarto, Prigionieri del passato): fondano un nuovo partito in Svizzera, il Partito Razionalsocialista, che ha il simbolo della svanzica, e stipulano il Nuovo Concordato non con la 79 Il poeta Vittorio Sereni, che si è aggregato alla spedizione di F&L. Forse lo scrittore e giornalista Oreste Del Buono. 81 Carlo Fruttero e Franco Lucentini, L’Italia sotto il tallone di F&L, cit., pp. 87-88. 82 Un nome di ascendenze lovecraftiane, e infatti tutto l’episodio è intessuto di citazioni dai racconti di Cthulhu, di H. P. Lovecraft (di cui peraltro Fruttero e Lucentini hanno curato una delle prime antologie, I mostri all’angolo della strada). 80 56 Chiesa, ma con la Mafia, a cui danno in gestione Enti e Ministeri. I due nuovi Duci però litigano presto tra di loro e, in una tempestosa notte del Gran Consiglio, si esautorano a vicenda e si fanno arrestare entrambi. Rinchiusi nel Carcere Mandamentale di Verona, sono fatti evadere e portati a bordo di un gigantesco aereo Jumbo delle linee aeree finlandesi dal loro amico, il colonnello Gheddafi. Qui resteranno, godendo della lussuosa e confortevole ospitalità del leader libico, ma saranno costretti a volare perennemente nei cieli, a 30.000 piedi di altezza, riforniti in volo dall’alieno N’ghaghn, ritornato sulla Terra. È certamente un romanzo ricchissimo di invenzioni e spunti ispirati dalle innumerevoli letture della celebre coppia, utilizzate per creare assurde situazioni dall’evidente intento comico-parodistico. Ma v’è da osservare che il corso del tempo ha ormai sbiadito molti dei suoi riferimenti all’attualità politica, oltre al fatto che, riletto oggi e ricordando la tragica fine del leader democristiano Aldo Moro (che sarebbe il principale bersaglio della pur garbata satira di Fruttero e Lucentini), esso conserva ben poco, a nostro giudizio, della originale e graffiante verve umoristico-satirica. Di altri testi minori, dello stesso filone comico-satirico, diamo qui un rapido cenno. Il romanzo Golpitalia di Nino Vascon (Rizzoli, Milano 1975), il cui sottotitolo è Carmine Bellezza sempre al basso servizio del Paese, è il rapporto riassuntivo che un oscuro funzionario dei servizi segreti, Carmine Bellezza (protagonista di altri romanzi del Vascon) invia da Parigi, ov’è latitante, a Sua Eccellenza, il diretto superiore, per discolparsi dall’accusa di aver tramato contro la Nazione partecipando al golpe Borghese (“La pubblicazione di questo “rapporto riassuntivo” servirà a acclarare la mia posizione e a rendere edotta l’Eccellenza dello stato delle cose e a far cessare la calunnia attorno al mio nome e al mio operato. (…) Inoltre: io non ero a Roma la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 e tantomeno nella palestra di lotta giapponese, poiché aborro lo sport e più di una bicicletta non ho posseduto in vita mia, inoltre non ho mai conosciuto il Principe Nero.”).83 Ma non è il golpe Borghese l’oggetto del complotto segreto svelato da Carmine Bellezza nel suo memoriale, bensì un piano militare per l’invasione della Svizzera, rea di rovinare l’economia italiana favorendo l’illecita esportazione 83 Nino Vascon, Golpitalia, Rizzoli, Milano 1975, p. 8. 57 di capitali dal nostro Paese: il piano, concepito da alcuni capi del servizio segreto in combutta con generali e alti dirigenti dello stato, fallisce perché, poco accortamente, proprio il Bellezza rivela il complotto alla sua bellissima amante, un’altra spia concorrente. Incastrato (“bruciato”, nel gergo dei servizi) da una improvvisa irruzione della polizia nel suo appartamento, dove vengono trovate armi e materiali compromettenti, al Bellezza non resta che espatriare in Francia travestito da frate. Scritto in un particolare grottesco linguaggio “burocratico-pseudogiuridico-declamatorio”,84 il romanzo, una satira dei nostri servizi segreti, è godibile soprattutto nel tratteggiare gli ambienti. Uffici dei ministeri, circoli privati, conventi che celano basi segrete, camere di alberghi anonimi, case chiuse, fanno da sfondo a una vicenda in cui si muovono alti burocrati, generali, capi dei servizi “deviati”, spie e informatori, tutti col senso dell’Ordine, dell’Onore e dell’Efficienza, ma tutti inguaribilmente velleitari e pasticcioni. Non rompete i c…85 al colonnello di Gaetano Tanzi (Trevi Editore, Roma 1981) in un “linguaggio semplice, scorrevole, da racconto di trattoria”,86 narra di un colpo di stato dei carabinieri che trasforma l’Italia in un paese nuovo, piacevole, ordinato ed efficiente. Il colonnello del titolo è il colonnello Fiorligio, capo di stato maggiore dei Carabinieri, che una mattina annuncia furibondo dagli schermi televisivi agli italiani: “Mi avete rotto i c…!” e proclama che l’Arma, d’ora in poi, imporrà a tutti (magistrati compresi) il rispetto della legge. Né il ministro dell’Interno né il comandante generale dell’Arma possono fermare l’indiavolato e determinatissimo colonnello che, in qualità di ufficiale di polizia giudiziaria, ordina di arrestare tutti coloro, inferiori e superiori, che omettono di compiere un atto inerente al loro ufficio. Questa regola viene introdotta nell’ordinamento e generalizzata e in brevissimo tempo mette in moto un meccanismo di denunce e arresti collettivi che ripulisce le istituzioni, i partiti e i sindacati dalla corruzione, dal malaffare e dagli ingiusti privilegi ivi allignanti. L’impunità non è più garantita per nessuno: politici e magistrati rischiano l’arresto immediato se omettono un qualsiasi atto d’ufficio, per esempio, i politici 84 Così è definito in seconda di copertina. Nel titolo il termine è per esteso. 86 Così l’autore a p. 7. 85 58 se non concedono l’autorizzazione a procedere contro un membro del parlamento accusato di reati con prove evidenti, i magistrati se sospendono la detenzione di un reo rimettendolo in libertà. Il colonnello risolve il problema del terrorismo, dando ai brigatisti neri e rossi catturati lo status di prigionieri di guerra e sottoponendoli a una durissima disciplina in appositi campi di lavoro. Il problema della mafia è allo stesso modo risolto concedendo ai mafiosi la gestione ufficiale delle attività immorali ma lecite, come il gioco d’azzardo, le case di tolleranza, le scommesse, etc., in cambio della rinuncia al traffico della droga, alla “protezione” dei commercianti e ai sequestri. Debellata a forza di arresti immediati e anni di galera la mentalità delinquenziale che in tutti gli strati sociali corrode la nazione, l’Italia si trasforma in un paese ricco, civile e ordinato, grazie al “repulisti” generale organizzato dal colonnello Fiorligio, nuovo padre della patria. Ma alla fine del romanzo si scopre che questo terapeutico e “miracoloso” colpo di stato altro non è che una storia fantastica, un sogno a occhi aperti del protagonista narratore, un uomo che si è trasferito anni addietro in Canada perché disgustato dal clima del nostro paese. E’, questo, un pamphlet satirico che, tra il serio e il faceto, offre una prodigiosa “ricetta” per risolvere il problema italiano, un problema non politico, ma di polizia giudiziaria, secondo l’autore: una ulteriore, indiretta testimonianza dell’inquietudine e insofferenza per il caos politico, sociale e morale, dominante negli anni Settanta, che nutrivano molti italiani auspicanti soluzioni autoritarie. L’ipotetico colpo di stato in Italia è entrato anche nel genere cinematografico della commedia all’italiana, col film di Mario Monicelli, Vogliamo i colonnelli, una versione di satira fantapolitica per il grande schermo. L’onorevole Tritoni (interpretato da Ugo Tognazzi), del partito di estrema destra, progetta assieme a un gruppo di attempati e rintronati alti ufficiali delle Forze Armate un golpe, per salvare l’Italia dalle forze socialcomuniste che vogliono asservire il paese all’Unione Sovietica. Il golpe faticosamente architettato viene misteriosamente fermato proprio mentre è sul punto di realizzarsi (proprio come il golpe Borghese del 1970). Al suo posto viene realizzato il vero golpe, non militare ma politico, guidato dal ministro dell’Interno, esponente del partito di centro (il partito non è nominato, ma è chiara l’allusione alla Democrazia Cristiana). Colpisce e suscita liberatorie risate il contrasto tra le 59 aspirazioni dei congiurati, installare al potere una giunta militare sull’esempio dei colonnelli greci, infischiandosene delle sanguinose conseguenze che il golpe avrebbe provocato, e la storditaggine dei loro comportamenti, che sono quelli di decrepiti e pasticcioni ufficiali delle Forze Armate (alcuni anche a riposo), del tutto al di fuori della realtà del Paese. Il commento di Enrico Giacovelli puntualizza la finalità di questo film, che avrebbe dovuto esorcizzare, ricorrendo al comico-grottesco, le paure degli italiani sulle possibili minacce eversive dei circoli occulti di estrema destra, ma finisce per smascherare la vacuità dei loro velleitari disegni: A parte gli sviluppi conclusivi, il soggetto si basa su spunti reali, a quel tempo non ancora di pubblico dominio: il golpe Borghese, i campi di addestramento paramilitari, la tentata occupazione degli studi RAI, il piano per arrestare il presidente Saragat. Tuttavia, più che la classe politica in generale, viene preso di mira un certo neofascismo da operetta, che si squalifica da solo né appare un gran pericolo per il paese, se non nella demagogia di qualche oppositore.87 Va infine detto che se, per sventura dell’Italia, vi fosse stata la presa violenta del potere da parte di forze militari e/o reazionarie, già era pronta una risposta strategica che l’ultrasinistra avrebbe messo in atto. Circolava, infatti, tra gli extraparlamentari di sinistra un libro oggi introvabile, In caso di golpe, pubblicato dall’editore Giulio Savelli, un vero e proprio manuale per la “guerra di popolo”, ossia la guerriglia urbana.88 I primi tre testi di questo libro, che contiene “quello che i golpisti sanno già e che ogni democratico dovrebbe sapere” (com’è scritto in copertina), ossia quelli di von Clausewitz, Lenin e Mao, sono teorici, quello del maggiore H. von Dach è invece tecnico-pratico: vi si insegna come si organizza e deve operare una unità di guerriglia, il suo addestramento e armamento, le operazioni di sabotaggio alla rete 87 Enrico Giacovelli, La commedia all’italiana, Gremese Editore, Roma 1990, p. 72. Tra gli attori si nota, nella parte di un truculento ma simpatico ufficiale sardo, lo scrittore Giancarlo Fusco. 88 In caso di golpe, a cura di Stella Rossa Fronte Rivoluzionario marxista-leninista, Savelli editore, Roma 1975 (testi di Clausewitz, Lenin, Mao Tse-tung, maggiore von Dach, Special Forces americane). 60 stradale, l’imboscata ai veicoli e ai convogli, l’attacco ai depositi di munizioni, alle centrali elettriche, etc.89 Per nostra buona sorte, la saldezza delle istituzioni democratiche e l’efficace risposta degli apparati dello stato (almeno di quelli non inquinati da “deviazioni” ideologiche), oltre all’emersione di un insperato e diffuso sentimento di coesione nazionale, che ha testimoniato la maturità politica e civile delle passate generazioni, hanno risparmiato al Paese l’incubo di una terribile guerra civile, anche se la verità su molti oscuri fatti degli anni Settanta, quel tragico periodo segnato dalla “strategia della tensione” e dal terrorismo rosso e nero, rimane ancora non chiarita. 4) Terza ipotesi. Una “Norimberga italiana”: il processo alla DC. Un processo che abbia sul banco degli imputati un’intera classe dirigente, costituita dagli ex governanti di una nazione, storicamente lo si è visto in quei paesi che sono usciti da un regime dittatoriale, grazie alla resistenza della parte democratica del suo popolo o per eventi esterni (come la sconfitta in guerra): sono finiti così alla sbarra, giudicati alla stregua di criminali (per crimini contro la pace o contro l’umanità o contro il loro stesso popolo) i gerarchi nazisti a Norimberga, i colonnelli greci dopo la restaurata democrazia, i dirigenti del dispotico regime dello Scià Mohammad Reza Pahlavi (la cui fine condusse però l’Iran sotto una dittatura teocratica che dura tuttora), i generali argentini della giunta Videla, il dittatore Saddam Hussein, l’ex leader serbo Slobodan Milošević, e in genere i protagonisti e i complici di ogni dittatura rovesciata dalla rivolta popolare. Un evento certamente sconvolgente, degno di comparire sulle prime pagine dei giornali e di essere ripreso dalle televisioni di tutto il mondo: questo avrebbe rappresentato il processo ai capi della Democrazia Cristiana, il partito che per oltre quarant’anni, dal dopoguerra, ha governato il Paese. Un’intera classe dirigente portata alla sbarra, costretta a difendersi dalle accuse di un “tribunale del popolo”, sarebbe stato, però, un fatto concepibile soltanto in un contesto di radicale e drammatico cambiamento politico del nostro Paese, un contesto 89 Maggiore H. von Dach, La resistenza totale.Manuale di guerriglia, trad. di Giovanna Ghione e Andrea Lombardi, in In caso di golpe, cit., pp. 49-273. 61 prettamente rivoluzionario. Cosa che, pur nei terribili “anni di piombo” della tempesta terroristica che sconvolse il nostro Paese, fortunatamente non avvenne: le Brigate Rosse, Prima Linea, i NAP da sinistra, i NAR da destra, non riuscirono ad attuare i loro sanguinosi progetti eversivi e il terrorismo venne definitivamente debellato grazie alla saldezza delle nostre libere e democratiche istituzioni e all’efficace risposta degli apparati di sicurezza dello stato. Un processo politico, quello ai capi democristiani, certamente avrebbe fatto epoca, come fu quello dei gerarchi nazisti a Norimberga. Fortunatamente per loro, agli ex dirigenti democristiani non si sarebbero dovuti contestare i terribili misfatti dei nazisti, i crimini contro la pace o i crimini contro l’umanità, né tantomeno l’orrendo genocidio degli Ebrei. Ciò sia perché la dottrina che ispirava la DC, quella di don Sturzo, De Gasperi e Dossetti, era all’esatto opposto di quella nazista sia perché l’aspetto sereno, gioviale e talvolta rubicondo dei leader DC lasciava trasparire un carattere e una personalità che mai avrebbe permesso loro di farsi autori di crimini così enormemente odiosi e disumani come quelli dei nazisti. Le facce bonarie e paciose dei leader DC avrebbero però perso probabilmente l’abituale sorriso davanti alle colpe politiche che un tribunale rivoluzionario avrebbe potuto contestare, prima delle quali l’aver promosso uno sviluppo economico e sociale del Paese senza che ad esso si accompagnasse una crescita morale e civile degli Italiani. In effetti, l’ipotesi di un processo alla Democrazia Cristiana, prima che dai terroristi delle BR, venne seriamente e concretamente considerata da un intellettuale, scrittore e regista, noto per le sue posizioni scandalosamente provocatorie: Pier Paolo Pasolini. Il poeta di Casarsa, che considerava la DC il primo responsabile del decadimento morale degli italiani, ormai antropologicamente involuti in toto a una genìa di criminali a causa della peste consumistica che aveva stravolto il Paese, la presentò dalle pagine del settimanale “Il Mondo” del 28 agosto 1975 in un articolo intitolato Bisognerebbe processare i gerarchi dc90. Rivolgendosi ai lettori di un tipico giornale della borghesia illuminata Pasolini convocava idealmente i gerarchi DC in tribunale (“Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri 90 Pier Paolo Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi dc, in Id., Lettere luterane, cit., pp. 107-113 (art. apparso su “Il Mondo”, 28 agosto 1975). 62 potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati, come Nixon, sul banco degli imputati”)91 come imputati di un processo penale, rei di aver portato alla rovina politica, economica, morale il Paese. Questi i reati, elencati con spietata lucidità: “…indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la CIA, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell’esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori.”92 Pasolini affidava il giudizio di questo colossale processo, al PSI e al PCI, ossia ai partiti della sinistra, uno dei quali, il PSI, aveva sperimentato in varie occasioni la collaborazione a governi a guida democristiana (si ricordino le aperture del “centrosinistra” di Fanfani e Moro, dopo l’esperienza drammatica del monocolore Tambroni, del 1960). E quindi, se il PCI aveva i titoli per giudicare in virtù della sua “diversità morale”93 non poteva certamente averli il PSI, uno dei cui 91 Pier Paolo Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi dc, cit., p. 112. Il riferimento a Nixon allude allo scandalo Watergate, una vicenda di spionaggio politico-elettorale, che travolse il presidente americano nel 1974, costringendolo alle dimissioni. 92 Pier Paolo Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi dc, cit., p. 113. 93 Diversità ben rappresentata dalla cristallina figura morale del suo segretario politico, Enrico Berlinguer, il quale non si stancava di additare all’opinione pubblica l’urgenza della “questione morale”, ossia l’intreccio tra politica e affari che era alle radici del malgoverno e della crisi politica. Celebre fu l’intervista di Berlinguer rilasciata a Eugenio Scalfari, apparsa su “La Repubblica” del 28 luglio 1981, che anticipava, vari anni prima, le problematiche emerse con le inchieste su Tangentopoli (vd. Eugenio Scalfari intervista Enrico Berlinguer, La questione 63 esponenti maggiori, Giacomo Mancini, era stato pesantemente accusato di uno scandalo politico-affaristico negli anni Settanta sulle colonne del settimanale di destra “Candido”. Ma, tecnicamente, come si sarebbe potuto giungere a realizzare questo processo? Soltanto un’ipotesi di marca prettamente rivoluzionaria avrebbe potuto generare quella condizione politica nel Paese tale che sarebbe stato possibile arrestare e processare in massa i leader democristiani, ossia la classe dirigente che allora governava il Paese. Lo scarso realismo della proposta di Pasolini (che peraltro lo scrittore friulano, nella chiusa del suo articolo, poneva quale condizione per un reale progresso del nostro Paese), il suo essere sostanzialmente un paradosso provocatorio e niente di più, venne stigmatizzato duramente dallo storico Luigi Firpo, anch’egli divenuto autorevole commentatore sui quotidiani, secondo una moda del tempo, dalle colonne del quotidiano “La Stampa” del 31 agosto 1975.94 Nel suo articolo Il processo ai notabili lo storico di Torino smontava pezzo per pezzo, prendendo di mira i supposti capi d’accusa pasoliniani, quella che considerava nient’altro che “un’ipotesi fantapolitica, un sogno poetico” (del resto anche Pasolini, sul “Corriere della Sera” del 24 agosto 1975, ammetteva che l’immagine di Andreotti, Fanfani, Gava e Restivo ammanettati tra i carabinieri era “un’immagine metaforica”, “al fine di rendere il suo discorso comico oltre che sublime (…) soprattutto didascalicamente molto più chiaro”).95 I capi d’imputazione, gettati alla rinfusa nel “calderone” pasoliniano, secondo Firpo erano voci generiche e mal definite o presupponevano totale assenza di senso della realtà storica e, nel caso dell’adesione alla NATO, avrebbero dovuto chiamare in causa anche Moro (che Pasolini, morale, Aliberti Editore, Roma 2012). Eppure anche il PCI si trovò coinvolto in quegli scandali, segno che il fenomeno coinvolgeva l’intero sistema dei partiti e nessuno avrebbe potuto chiamarsene fuori. 94 Luigi Firpo, Il processo ai notabili, in Id., Cattivi pensieri, Mondadori, Milano 1983, pp. 199-203. 95 Pier Paolo Pasolini, Il Processo, in Id., Lettere luterane, cit., p. 115 (articolo apparso sul “Corriere della Sera”, 24 agosto 1975). Il processo ai notabili democristiani avrebbe dovuto rivelare, secondo Pasolini, che la sua funzione di gestione del potere si era conclusa e che la nuova forma del potere in Italia (sfrenatamente laicista, edonistico, consumista, falsamente tollerante, etc.) non sapeva più cosa farsene della DC e anche della Chiesa. 64 invece, considerava tra i pochi democristiani degni di rispetto). Quanto all’accusa di aver asservito gli italiani alla civiltà dei consumi e alla conseguenze degradazione morale, Firpo, difendendo, lui di idee repubblicane, la DC, rispondeva che il miglioramento del tenore di vita e l’aumento del reddito pro capite erano un fenomeno di portata mondiale e che la ricerca del benessere, la sua ostentazione e gli sprechi non potevano essere addebitati alla DC, partito che aveva da sempre fatti propri i valori dell’oculata amministrazione e del risparmio. Sarebbe stata necessaria un’inversione di tendenza, ossia una drastica repressione dei consumi, ma chi avrebbe potuto imporla agli italiani se non “una dittatura, sia pure moralistica”?96 È però incontestabile che sotto il regime democristiano siano scoppiati periodicamente scandali anche eclatanti, che hanno visto emergere torbidi intrecci tra affari e politica, di cui, tra i politici, sono stati responsabili in modo vistoso proprio i democristiani. Si può dire che, nella storia dell’Italia repubblicana, il malaffare sia andato di pari passo con le vicende della politica e talvolta con la cronaca nera, dal famoso giallo di Capocotta (il caso Montesi, che costò la carriera politica all’allora vicepresidente del Consiglio Attilio Piccioni, democristiano) fino ai drammi di Tangentopoli (con i suicidi del socialista Renato Amorese, del presidente dell’ENI Gabriele Cagliari e del finanziere Raul Gardini): in mezzo vi sono il “banchiere di Dio” Giambattista Giuffré, lo scandalo dei tabacchi che vide coinvolto il democristiano ministro delle Finanze Trabucchi, lo scandalo Lockheed che vide la corruzione di politici italiani (tra cui un’alta personalità di governo denominata in codice Antelope Cobbler) da parte della famosa azienda americana per favorire l’acquisto degli aerei Hercules, le dimissioni, in anticipo sulla fine del mandato, del presidente della Repubblica Giovanni Leone a seguito degli attacchi della giornalista Camilla Cederna, lo scandalo dell’Italcasse, lo scandalo dei petroli che vide coinvolti alti ufficiali della Guardia di Finanza e il ministro dell’Industria, il DC Bisaglia, oltre al segretario di Aldo Moro, il caso della loggia massonica P2 di Licio Gelli, la morte del bancarottiere Michele Sindona, la morte del giornalista Mino Pecorelli, la morte del 96 Luigi Firpo, Il processo ai notabili, cit., p.201. 65 banchiere Roberto Calvi.97 E potremmo continuare, fino a Tangentopoli e al “processo del secolo”, quello a Giulio Andreotti, imputato a Palermo per collusione con la mafia, oltre che, a Perugia, per l’assassinio del giornalista Mino Pecorelli.98 Gli attacchi, che alla Democrazia Cristiana sono stati rivolti nell’ambito della “questione morale”, hanno una loro ragion d’essere nella lunga consuetudine di questo partito con il potere: la DC, infatti, è rimasta ininterrottamente al governo, dirigendolo e/o partecipandovi con i suoi ministri in ruoli di primo piano, praticamente dal dopoguerra fino a Tangentopoli. Le ragioni di questa lunga partecipazione al governo sono state spiegate dallo storico Piero Melograni nel suo saggio Dieci perché sulla repubblica (Rizzoli, Milano 1994) in quattro punti sostanziali: l’essere stato il sistema politico italiano caratterizzato da due anomalie, il cinquantennio di permanenza al potere della DC e la presenza del più forte partito comunista occidentale, il PCI, non pienamente autonomo dall’URSS; le capacità politiche indubbie dei leader democristiani, in particolare di De Gasperi, che seppero costruire l’identità centrista e interclassista della DC, oltre all’alleanza con il Vaticano e gli Stati Uniti; l’essere la DC il principale garante di un sistema politico libero e democratico nel Paese; i limiti degli avversari politici della DC, in particolare del PCI, identificato, a torto o a ragione, dagli elettori di centro come filosovietico.99 Ma la lunga consuetudine con il potere non ha evitato alla DC di essere coinvolta, come dicevamo, 97 Su tutti questi scandali vd. Orazio Barrese – Massimo Caprara, L’Anonima DC.Trent’anni di scandali da Fiumicino al Quirinale, Feltrinelli, Milano 1977; Maurizio De Luca – Paolo Gambescia – Fabio Isman, Tutti gli uomini dell’Antilope, Mondadori, Milano 1977; Camilla Cederna, Giovanni Leone.La carriera di un presidente, Feltrinelli, Milano 197818; Trent’anni di scandali, a cura di Giampaolo Pansa, suppl. a “L’Espresso”, n. 12, 24 marzo 1985; Sergio Turone, Corrotti e corruttori.Dall’Unità d’Italia alla P2, Edizione CDE, su lic. Laterza, Milano 1986. Sulla storia della corruzione politica: Carlo Alberto Brioschi, Il malaffare, Longanesi & C., Milano 2010. 98 Processi conclusisi entrambi, com’è noto, con l’assoluzione dello statista democristiano. La sentenza del Tribunale di Palermo che il 23 ottobre 1999 ha assolto Giulio Andreotti dalle accuse di complicità con la mafia è stata commentata dallo storico Nicola Tranfaglia: vd. Nicola Tranfaglia, La sentenza Andreotti, Garzanti, Milano 2001. 99 Vd. Piero Melograni, Dieci perché sulla repubblica, cit., pp. 65-76. 66 in episodi emblematici di corruzione pubblica, male congenito al nostro sistema politico repubblicano, che ha provocato enormi sprechi di denaro pubblico, contribuendo a determinare il dissesto dell’economia nazionale. La necessità di mantenere un elefantiaco e costoso apparato di partito (ma questo discorso vale anche per le altre forze politiche) giustificò l’idea che fosse lecito percepire illecitamente tangenti, a livello di governo, da parte di individui e aziende private, per mantenere in piedi il partito.100 Su questo perverso meccanismo si basa uno degli scandali più famosi degli anni Settanta, lo scandalo Lockheed, che vide imputati due ministri della Repubblica, Gui e Tanassi (il primo dei quali assolto) e sfiorati dai sospetti un ex presidente del Consiglio, Rumor, e un capo dello Stato in carica, Leone. Poteva ben scrivere allora il giurista Stefano Rodotà, come prefazione a un libro-inchiesta sul caso, parole che sembrano una durissima requisitoria contro il malgoverno della Democrazia Cristiana: Lo scandalo Lockheed permette diverse letture, nessuna delle quali esclude le altre. C’è anzitutto una storia di disonestà personali, squallide ma ben remunerate, che passa per anticamere e gabinetti ministeriali dove circolavano valigie imbottite di dollari e venivano carpite firme; per studi di avvocati piccoli e grandi, capaci di procurare qualsiasi cosa, da un vecchio pensionato pronto a far da prestanome fino ad un incontro con il Presidente del Consiglio dei ministri; per uffici di presidenti di enti di Stato, che imponevano taglie, compravano gioielli, pagavano uomini di governo ed alti burocrati. Seguendo queste piste, però, lo scandalo Lockheed perde ogni carattere di eccezionalità e si rivela piuttosto come la spia di una rete di corruzioni che è riuscita ad espandersi fino a pervadere tutta la struttura pubblica, tanto da rendere il pagamento di tangenti un passaggio obbligato anche per ottenere ciò a cui si ha diritto. Nell’intero affare si rispecchia così, senza deformazioni eccessive, il modo in cui ha funzionato in questi anni il nostro sistema di governo, mortificando continuamente correttezza amministrativa, onestà personale, efficienza delle strutture. Indignarsi, riflettere, reagire? Proporre? Ma che cosa, poi? Assistere impotenti? Rassegnarsi? Attraversate da questi interrogativi, le discussioni sul caso Lockheed hanno via via rivelato l’inutilità di puntare tutto sugli stati d’animo; basta pensare allo scoramento che tanti hanno provato all’indomani delle votazioni del 20 giugno 100 Sul problema della corruzione politica rimandiamo a Piero Melograni, Dieci perché sulla repubblica, cit., pp. 153-172. 67 dell’anno scorso, che premiavano proprio il protagonista vero dello scandalo, il partito della Democrazia cristiana.101 Ma, più in generale, al di là degli scandali che periodicamente scoppiavano coinvolgendo più o meno gravemente il partito, la Democrazia Cristiana, negli anni Settanta, appariva soprattutto una monolitica macchina per la gestione del potere, che aveva ormai eroso il capitale di fiducia affidatole dagli italiani nel 1948 e i cui successi elettorali erano ancora il prodotto della paura del comunismo e del sospetto per un PCI ancora ritenuto poco affidabile. Sicché un acuto giornalista come Giuseppe Tamburrano poteva scrivere, a proposito della DC sfiduciata dalla pubblica opinione ma condannata a governare, in un suo libroinchiesta sull’ “iceberg democristiano” (apparso proprio nel 1975, l’anno del famoso articolo di Pasolini sul processo ai leader DC), queste eloquenti parole: Questo partito che ha solo il 38,7% dell’elettorato non è soltanto il partito di governo – il quale ha le redini del governo tra una elezione politica e l’altra –; esso è l’incarnazione del governo, l’aspetto visibile; come la Chiesa è il corpo mistico della divinità, la DC è il corpo del potere. L’equazione DC=potere è talmente penetrata nella communis opinio che anche i partiti di opposizione allorché progettano di accedere al potere traducono inevitabilmente questa loro legittima aspirazione in aspirazione alla collaborazione con la DC: se la DC è il governo, andare al governo significa andare con la DC. L’immedesimazione tra la DC e il potere è giunta al massimo grado, tanto che la DC ha finito per beneficiare del privilegio del potere di essere non solo fuori questione, ma anche di essere irresponsabile: la responsabilità comporta la libertà, da una parte, e la sanzione dall’altra. Si può parlare di responsabilità connessa all’esercizio del potere solo nei regimi ove esiste l’alternativa: il partito che ha avuto la maggioranza assoluta se sbaglia o gestisce male la cosa pubblica rischia una grave punizione: la perdita della fiducia della maggioranza dei cittadini. Ma questo evento non può verificarsi in Italia con la Democrazia cristiana la quale non potendo perdere il potere non può nemmeno essere ritenuta responsabile di quanto accade nella vita pubblica. Richiamiamo le angosciate parole di Ciccardini: «La Malfa può 101 Stefano Rodotà, pref. a Maurizio De Luca – Paolo Gambescia – Fabio Isman, Tutti gli uomini dell’Antilope, cit., pp. VII-VIII. Abbiamo conservato il corsivo del testo. 68 permettersi il lusso di denunciare i mali e restare fuori del governo: la DC purtroppo non può».102 Il bisogno di pubblica moralità, di una cessazione o almeno attenuazione delle ruberie e della corruzione di regime, faceva auspicare perciò in larghi strati della pubblica opinione un processo collettivo a carico dei maggiori responsabili politici: auspici che, negli anni Settanta, si sono tradotti nella satira fantapolitica, anticipatrice dei processi di Tangentopoli. Il tema di un processo collettivo ai gerarchi DC ha ispirato un romanzo fantapolitico di un anonimo autore, conosciuto soltanto per le iniziali X. Y. (in quarta di copertina si dice che è un giornalista cinquantacinquenne che “conosce i segreti del potere e i modi di raccontarli”): il romanzo, apparso per la casa editrice Vallecchi due anni dopo la tragica morte di Pasolini all’Idroscalo di Ostia, ha per titolo emblematico 2 giugno 1985: il processo.103 Il processo ai notabili democristiani, che nel romanzo sono quelli reali, viene celebrato in occasione dell’anniversario della nascita della repubblica, ossia il 2 giugno. Il protagonista del romanzo è invece un personaggio di fantasia, un alto magistrato in carriera, Gaetano Filippuzzo, chiamato a presiedere la sessione speciale della Corte d’Assise che dovrà giudicare gli ex potenti democristiani e i “boiardi di Stato”, i grandi manager da quelli messi a dirigere enti e istituti statali e parastatali, come l’ex direttore generale della RAI Ettore Bernabei. Tutti chiamati a rispondere penalmente dei loro misfatti (così come auspicava Pasolini, di cui questo romanzo sembra tradurre sul piano narrativo la sua poetica utopia), compreso il leader radicale Marco Pannella, l’unico degli imputati a piede libero. Quest’ultimo non poteva certamente ricevere accuse di malaffare e malgoverno, non essendo mai entrato a far parte di compagini governative, ma era notoriamente inviso ai comunisti per le sue 102 Giuseppe Tamburrano, L’iceberg democristiano, SugarCo Edizioni, Milano 19753, p. 250. I due politici citati nel testo sono Bartolo Ciccardini, uomo politico e sottosegretario DC nei governi dal 1979 al 1986, e il leader repubblicano Ugo La Malfa (1903-1979). 103 X. Y., 2 giugno 1985: il processo, Vallecchi, Firenze 1977. 69 posizioni spregiudicatamente libertarie e per le accuse al PCI di essere parte organica del sistema partitocratico. Il contesto in cui si svolgono i fatti è futuribile (rispetto ovviamente a quegli anni), ma non del tutto inverosimile: dopo una gravissima crisi politica, che ha portato a nuove elezioni e alla disastrosa sconfitta del partito di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana, è ora al potere un governo socialcomunista (si tace del presidente del Consiglio, ma il ministro della Giustizia è il comunista Alfredo Reichlin), mentre in Vaticano siede sul soglio di Pietro un papa di colore, Leone XIV, aperto alla modernità e propugnatore di una Chiesa rinnovata dall’autentico spirito evangelico (personaggio che sembra prefigurare, per le sue istanze innovatrici, il papa Francesco dei nostri giorni), che ha come segretario di Stato il cardinale David Maria Turoldo. Nel salone dei congressi della Fiera Campionaria di Milano, adattato a tribunale, sfilano davanti al giudice gli ex presidenti del Consiglio Moro e Andreotti, e gli ex potenti di regime Colombo, Bisaglia, Forlani, Donat Cattin, De Mita, Taviani, Gullotti, Zaccagnini e Gioia (tutti politici in auge negli anni Settanta, quando fu scritto il romanzo, e anche oltre). Vi è anche, tra gli imputati, il socialdemocratico Tanassi. Tutti, con aria dimessa e rassegnata, sono costretti a sfilare davanti alla corte giudicante e al pubblico ministero, per sentirsi accusare dei più vari scandali che hanno contrassegnato gli anni dell’incontrastato potere democristiano. Eloquente la descrizione degli ex potenti democristiani alla sbarra, le cui stanche e tristemente ingrigite fisionomie ben rappresentano la disfatta di un potere che sembrava inviolabile e immarcescibile: “All’estrema sinistra, due metri appena dal tavolino del cancelliere, sedeva l’ex presidente del consiglio Aldo Moro. Niente, in quella figura immobile e dall’espressione vacua, ricordava l’enigmatico gattone che, con felpata furbizia, aveva dominato la scena governativa negli anni fra il 1962 e il 1976. Molto più vecchio dei suoi sessantasette anni e la faccia olivastra rigata da una cascata di rughe che spingevano verso il basso gli angoli della bocca levantina, Moro dava l’impressione di essere del tutto assente. Aveva avuto un moto di fastidio, accennando a coprirsi il volto con due dita, soltanto quando si era accorto dell’occhio della cinecamera puntato su di lui; ma era stato un gesto rassegnato e privo di energia; la testimonianza, probabilmente, di una stanchezza non più simulata. Gli era accanto un secondo ex presidente del consiglio, Giulio Andreotti, il ciociaro di Ferentino che, per oltre trent’anni, aveva assaporato la suprema ebbrezza del potere, sopravvivendo senza danno alle crudeli faide delle quali era stato spesso iniziatore. 70 Teneva le braccia conserte e si guardava attorno con aria incuriosita, le pupille dilatate dalle lenti da presbite e le labbra piegate in una smorfia che sembrava perfino divertita. Volti un tempo famosi anche quelli degli altri quattro della fila. Chi avrebbe mai dimenticato, infatti, il viso inconsapevolmente pensoso dell’ex ministro del Tesoro Emilio Colombo, o il tratto così inequivocabilmente veneto di Antonio Bisaglia, oppure le figure familiari di Carlo Donat Cattin e di Arnaldo Forlani? L’unico a mostrare un certo imbarazzo era proprio Colombo; ma forse ciò era dovuto alle sue non buone condizioni di salute, giacché appariva anche smagrito e coi capelli in disordine, come avesse dimenticato di usare il pettine. Alle spalle di costoro, un sestetto di ex dirigenti della defunta Democrazia Cristiana concludeva la sezione dei già citati «politici puri»: Ciriaco De Mita, Paolo Emilio Taviani, Antonino Gullotti, Attilio Ruffini, Benigno Zaccagnini e Giovanni Gioia (già condannato all’internamento in un campo di rieducazione al termine di un precedente processo riguardante il malgoverno in Sicilia).”104 “Espressione vacua…”: viene alla mente la descrizione dei quattro potenti democristiani, che Pasolini assunse come paradigma simbolico del vuoto di potere che, a loro insaputa, attanagliava l’Italia nel passaggio da una struttura politico-economica, ancora legata al tradizionale passato clerico-fascista, alla moderna civiltà del consumi, falsamente progressista e tollerante.105 L’autore del romanzo, apparso nel 1977, non poteva però prevedere che Aldo Moro un processo lo avrebbe subito davvero, non da un ipotetico nuovo regime socialcomunista, ma dai terroristi delle Brigate Rosse. Nel romanzo Moro prova a difendersi facendo ricorso alle consuete acrobazie verbali che impreziosivano il suo stile oratorio, finalizzate a una abile captatio benevolentiae (ricorda le sue originarie simpatie socialiste), ma è duramente richiamato all’argomento dell’udienza dall’implacabile presidente del tribunale Filippuzzo (che quel giorno analizza la sua diretta responsabilità nell’indirizzo di politica estera dell’Italia, giudicato ora 104 X. Y., 2 giugno 1985: il processo, cit., pp. 19-20. Ritratti (apparsi sulla prima pagina del “Giorno” del 21 luglio 1975) che, secondo Pasolini, avevano alcunché di lugubre e di vacuo ma che avrebbero dovuto, al contrario, testimoniare la resurrezione del governo democristiano (in Pier Paolo Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi dc, cit., p. 107): “Parevano infatti le fotografie di quattro giustiziati, scelte dai familiari tra le loro migliori, per essere messe sulla lapide. Ma, al contrario, non si trattava di un avvenimento funebre, bensì di un rilancio, di una resurrezione. Quelle fotografie al centro della monolitica pagina del «Giorno» parevano infatti voler dire allo sbalordito lettore, che quella lì era la vera realtà fisica e umana dei quattro potenti democristiani.” 105 71 come l’asservimento della nazione a una potenza straniera, gli USA, tramite la NATO): “ – Allora, se non vi sono altre dichiarazioni… – riprese Filippuzzo. Trasse dal fascicolo, che teneva aperto davanti a sé, un foglio costellato di bolli tondi e chiamò il primo imputato: Moro Aldo. Nell’udire il proprio nome, costui parve destarsi all’improvviso; si guardò in giro, riuscì a tirarsi in piedi e fece qualche passo in direzione del tavolo della Corte. – Si accomodi, si accomodi… – lo sollecitò Filippuzzo, indicandogli la sedia di metallo e cuoio posta un po’ di traverso. – Grazie… – Lei è certamente al corrente dei motivi per i quali compare in questo giudizio – entrò subito in argomento il presidente. – Che ha da dire a sua discolpa? L’ex presidente del consiglio (oltre che ex ministro degli esteri ed ex segretario della Democrazia Cristiana) cavò di tasca il fazzoletto e si nettò pensosamente le labbra. I suoi movimenti erano lenti e resi incerti da un impaccio che traspariva anche dalla fuggevolezza dello sguardo. – Devo necessariamente andare indietro nel tempo… sì, ai primissimi anni della mia milizia politica – esordì a fatica. – Già allora ero animato da uno spirito di intensa socialità cristiana, il medesimo che avrebbe poi guidato i miei passi successivi. La prova è negli atti: le mie simpatie andarono da principio al partito socialista, legato allora da un patto di unità d’azione all’attuale partito di maggioranza… – Si attenga ai fatti, professore – intervenne il dottor Filippuzzo, stringendo più volte le dita a pigna come usava fare durante le arringhe degli avvocati troppo prolissi.”106 Il processo ha però un esito inaspettato e paradossale, concludendosi con l’assoluzione piena per i grossi nomi, sul cui conto le responsabilità materiali non vengono provate, e con condanne di lieve entità per la palude dei minori. Vengono condannati ad otto mesi di carcere soltanto gli ex deputati Egidio Carenini e Gaetano Morazzoni e ad un anno senza condizionale Giampaolo Cresci, l’ex capo della segreteria di Fanfani, ma il motivo è la pura antipatia personale che anima il presidente Filippuzzo nei confronti dei succitati personaggi. Con questo finale, sembra dire il misterioso autore di 2 giugno 1985: il processo, un processo ai notabili DC, se fosse stato celebrato allora (il libro venne pubblicato nel 1977, un anno prima del rapimento Moro e quindici anni prima di Tangentopoli), sotto un governo dei partiti di sinistra, sarebbe finito a tarallucci e vino. Ma i drammatici fatti di Tangentopoli, che distrussero l’esistenza di Democrazia Cristiana e Partito Socialista e 106 X. Y., 2 giugno 1985: il processo, cit., pp. 22-23. 72 determinarono la fine politica dei loro leader, avrebbero smentito questa previsione improntata a rassegnato scetticismo. Un altro processo alla Democrazia Cristiana, ma esteso a tutto il ceto politico coinvolto nel governo del Paese, è quello intentato da Giorgio Almirante, leader del Movimento Sociale Italiano, nel suo saggio Processo alla Repubblica, uscito nel 1980.107 Come “ospite incomodo di questa democrazia senza demos” (così si definisce l’autore nella premessa, citando Pietro Nenni),108 ormai entrata in una irreversibile crisi globale, Almirante chiama sul banco degli imputati a rispondere alle domande di un implacabile pubblico ministero, i maggiori leader politici che hanno avuto responsabilità di governo nella Prima Repubblica, e anche i capi dell’opposizione, come il leader del PCI Enrico Berlinguer. Con Berlinguer, anche Craxi, Pertini, Nilde Jotti, Fanfani, Saragat, Zaccagnini, Cossiga, Lama, i socialisti Balzamo, Labriola, Lagorio, il socialdemocratico Longo, i liberali Bozzi, Zanone e Malagodi, nonché altri personaggi minori, sfilano e rispondono alle domande del Pubblico Ministero, per sentirsi tutti imputare dello sfascio delle istituzioni e della mancata realizzazione della Carta Costituzionale, nata comunque, secondo Almirante, già difettosa all’origine. È un processo globale al sistema partitocratico, reo di aver abbandonato a se stessa la Repubblica, una Repubblica che “non è di nessuno, alla base, perché così com’è, nessuno la vuole, nessuno se ne sente proprietario nel vero senso della parola, cioè nessuno la fa propria, la sente propria, e nessuno si sente suo”. Onde si svela la “tremenda verità”: “il cittadino italiano è estraneo alla Repubblica, la Repubblica è estranea al cittadino italiano”.109 È un libello di propaganda, più che un testo di fantapolitica, con giudizi aspri ed esacerbati sulla classe politica, un testo che risente del durissimo clima di scontro frontale che per anni contrappose il MSI, partito dell’estrema destra in cui allignavano non troppo velate simpatie per il trascorso regime fascista, ai partiti del cosiddetto “arco costituzionale”. Anche Almirante, come peraltro dalla sponda opposta Berlinguer (con la sua famosa intervista sui partiti divenuti macchine di potere e di clientela, rilasciata al direttore di 107 Giorgio Almirante, Processo alla Repubblica, Ciarrapico editore, Roma 1980. Giorgio Almirante, Processo alla Repubblica, cit., p. 5. 109 Giorgio Almirante, Processo alla Repubblica, cit., pp. 8-9. 108 73 “Repubblica” Eugenio Scalfari),110 poneva sul tavolo la questione morale, ossia la profonda corruzione del sistema politico, causa di enormi sprechi e ingiustizie.111 5. Conclusione. Concludiamo questo lavoro con una riflessione, sperabilmente non banale. Avremmo potuto citare altre opere, per dare più ampio respiro alla nostra ricerca, ma lo spazio riservato nel volume a questo contributo non ce lo ha consentito. Tuttavia, quei pochi testi che abbiamo menzionato nel nostro lavoro ci offrono una eloquente testimonianza che impressiona ancora a distanza di decenni: ossia ci fanno capire quanto siano state difficili e delicate determinate fasi nella 110 Il segretario del PCI Enrico Berlinguer, in una intervista rilasciata al direttore di “Repubblica” Eugenio Scalfari nel 1981, dieci anni prima dello scandalo di Tangentopoli, denunciò coraggiosamente che i partiti erano ormai diventati macchine di potere e di clientela. Vale la pena di ricordare il suo allarme sulla “questione morale”, problema al centro della politica italiana: “La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concessori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, secondo noi comunisti, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano.” (vd. Eugenio Scalfari intervista Enrico Berlinguer, La questione morale, cit., p. 41). 111 A questo sistema il MSI, proprio per la sua diversità che ne faceva un “ospite scomodo” nella Repubblica nata dall’antifascismo e dalla Resistenza, era sostanzialmente estraneo, e difatti le inchieste di Tangentopoli, che misero fine alla Prima Repubblica, non lo toccarono. Tuttavia, per essere pienamente accettato come interlocutore dagli altri partiti, il MSI dovette affrontare un sostanziale cambiamento nelle forme e nei contenuti dottrinari, che, nel famoso congresso di Fiuggi del 1995, sotto la guida dell’allora segretario Gianfranco Fini, lo portò ad assumere la nuova identità di Alleanza Nazionale e poi a confluire nel Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi. Sulle origini e la storia del Movimento Sociale Italiano vd.: Pier Giuseppe Murgia, Ritorneremo!, SugarCo Edizioni, Milano 1976; Piero Ignazi, Il Movimento sociale italiano, in La politica italiana, dizionario critico 1945-95, Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 273-295; Giorgio Bocca, Il filo nero, Mondadori, Milano 1996, rist.; Adalberto Baldoni, La Destra in Italia 1945-1969, Editoriale Pantheon, Roma 1999; Giuseppe Parlato, Fascisti senza Mussolini, Il Mulino, Bologna 2006. 74 storia politica dell’Italia repubblicana,112 quanto poco sia bastato perché gli eventi precipitassero in immani tragedie che forse avrebbero fatto impallidire quella della seconda guerra mondiale. Che, dal dopoguerra in poi, il Paese sia molte volte scampato, per caso o per suo destino, per l’accortezza dei leader politici al governo e all’opposizione o per una innata e insperata saggezza del popolo italiano, alla tragedia della guerra civile, non è semplice dire, ma va riconosciuto che, finora, ogni generazione ha trasmesso alla successiva, in una sorta di tacito patto sempre rinnovato, istituzioni libere e democratiche, in un clima di pace, a tutela dei diritti di tutti i cittadini, per il presente e per il futuro. Sia questo il prezioso lascito anche della classe politica che oggi dirige il Paese. 112 Soprattutto negli anni della Guerra Fredda, “gli anni insomma di una guerra civile sfiorata, evitata dalla reciproca saggezza di De Gasperi e di Togliatti, ma mai archiviata del tutto, almeno tra i militanti più sanguigni e combattivi” (così Marco Follini, La DC, cit., p. 83). 75 76 ROBERTO CETERA ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ Lettera aperta a Papa Francesco Abbiamo ritenuto opportuno accogliere nello spazio dei “Quaderni” una lettera rivolta a un destinatario d’eccezione: il Vescovo di Roma, ossia Papa Francesco. Questa lettera aperta non cerca una risposta, così come la intendiamo noi (anche se sarebbe auspicabile), ma, a ben vedere, essa stessa, per la possibilità che offre di costruire un dialogo, per quanto ipotetico sia, sui problemi dei giovani e della scuola, rappresenta una risposta alla tanta indifferenza con cui la nostra società guarda al Sacro. Mario Carini 77 Lettera aperta a Papa Francesco C P F aro s apa rancesco, ono un insegnante di religione del liceo classico “Orazio” di Roma. Il mio lavoro è annunciare il Regno di Dio a circa 400 ragazzi dai 14 ai 19 anni, ogni settimana per un’ora. E’ una grande responsabilità: le cinque parrocchie che circondano il mio liceo sono frequentate al massimo da un centinaio di ragazzi della stessa età, mentre io ne ho quattro volte tanti, così per tanti di loro la mia parola è spesso l’unica e ultima occasione di contatto con Gesù e la Sua Chiesa. Una mia parola può essere decisiva per farli diventare o meno dei buoni cristiani o già semplicemente degli uomini buoni e onesti: e questo mi fa tremare i polsi… spero di esserne in grado e che lo Spirito mi suggerisca sempre le parole e i comportamenti giusti. Nella scuola si incontrano tante di quelle “periferie dell’anima” che magari in parrocchia non si incontrano, disagi psicologici, anoressia, bulimia, depressione, alcol, droga, famiglie a pezzi, e ultimamente tanti ragazzi i cui genitori hanno perso il lavoro. La mia è una scuola di periferia ma non di un quartiere povero, mi accorgo in questa trincea che spesso ne uccide più 78 il consumismo che la povertà: uccide l’anima di questi ragazzi. Sapesse, Santo Padre, quanti giovani stanno male… quanti dobbiamo soccorrerne, credenti e non credenti. Le Sue parole ai giovani, specie quelle dell’udienza di mercoledì 4 settembre, sono un balsamo per le loro ferite e per la nostra fatica: che Dio La benedica per le Sue parole! I miei studenti Le vogliono molto bene. Lavorare nella scuola significa rendersi subito conto che il problema principale dei giovani oggi è quello della mancanza del padre: il padre che esorta, rincuora, istruisce, trasmette memoria e valori, che corregge, ammonisce, protegge, quel padre lì non c’è più, neanche nelle famiglie ancora unite. Per questo i miei giovani Le vogliono bene, perché hanno riconosciuto in Lei un Padre. Soprattutto i giovani sono affascinati dalle parole di Speranza che Lei trasmette: i ragazzi hanno tanto bisogno di sentire questa parola; il mio, il nostro lavoro, di insegnanti di religione è soprattutto quello di infondere Speranza a credenti e non, ai ragazzi e anche alle loro famiglie. Sabato sera, con i giovani che sono riuscito a contattare prima dell’inizio della scuola, saremo con Lei a pregare per la speranza di un futuro di pace. E ora… oso l’indicibile. La nostra a scuola è a 20 minuti dal Vaticano. Perché una mattina di queste non viene a trovarci, ad augurare a tutti gli studenti italiani, per il tramite dei miei studenti dell’Orazio, un buon inizio di anno scolastico? 79 Sarebbe un regalo bellissimo che Lei farebbe a tutti gli studenti italiani: la Speranza che si fa persona e viene a trovarci. Per alcuni dei miei studenti sarebbe peraltro un reincontro: sono stati cresimati da Lei nella basilica di San Lorenzo quando era ancora in vita don Giacomo Tantardini. So che magari sarà difficile, e che Le sto chiedendo una follia, in tal caso venga da noi almeno spiritualmente con la Sua preghiera, per tutti i nostri giovani. C on devozione filiale, La saluto in Cristo. Roberto Cetera Insegnante della religione Cattolica presso il liceo ginnasio “Orazio” di Roma 80 ANNA MARIA ROBUSTELLI ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ Troppo spaventata per piangere1: le poesie di Ali Cobby Eckermann Mi hanno sempre affascinato le lingue che stanno per scomparire, forse perché nel momento in cui questa eventualità diventa manifesta rendono palpabile la ricchezza della cultura che sta loro dietro e che si sta perdendo. La cultura, come sappiamo, è imprescindibile dalla sua lingua di appartenenza. Così Diego Marani, in un bell’articolo comparso sul domenicale de Il Sole 24 Ore il 28 luglio scorso notava come in Australia delle 250 lingue parlate alla fine del Settecento ne sopravvivano ora solo 110. “L’inglese ha stravinto – spiega – ma spesso non ha le parole per nominare le cose dell’ennesimo continente che ha conquistato.” E per dar conto di questa situazione diceva che “[l’inglese] non può descrivere il tipico rumore che fa la corteccia degli alberi quando si stacca dal tronco sotto le raffiche del vento. Walu si dice in lingua ngiyambaa, che significa anche malinconia, nostalgia di casa.” Questa annotazione così squisitamente poetica alza il velo su tutto ciò che perdiamo quando non ci prendiamo cura della sua sopravvivenza. Marani spiega che questo fatto glielo ha raccontato “un calabrese emigrato da poco a Melbourne, che qui ha ritrovato intatto il grecanico dei suoi nonni, scomparso nella sua terra ma conservato gelosamente dalla tenace migrazione italiana.” Questo apparente paradosso ci induce a riflettere sul fatto che anche noi italiani perdiamo ogni giorno qualcosa se non stiamo attenti ad averne cura, a preservarlo. Ricordo che mia madre usava delle espressioni provenienti dal dialetto romanesco che ora nessuno più usa. 1 E’ il titolo, tradotto in italiano, della sua memoir Too Afraid To Cry, Ilura Press, 2012, da cui ho tratto ispirazione per scrivere questo articolo. 81 In Australia dalla fine dell’Ottocento fino agli anni settanta del Novecento è stata attuata una politica di sradicamento degli aborigeni che ha dato origine alla Stolen Generation of Indigenous People. Molti di loro, quando nascevano, erano dati in adozione a famiglie di origine europea, ufficialmente perché i bambini venivano considerati “svantaggiati”, in quanto non avrebbero ricevuto, nell’ambiente in cui vivevano, un’istruzione adeguata. Di fatto spesso questi bambini, intorno ai 14 anni diventavano braccianti o domestiche, cioè erano soggetti a un vero sfruttamento, ricevendo in realtà un’istruzione molto inferiore a quella della media dei bambini bianchi. Uno di questi bambini è stata la poeta Ali Cobby Eckermann. Adottata da una coppia di genitori di origine tedesca – di cui peraltro lei parla sempre bene – ha anche dovuto affrontare un’esperienza di abuso da parte di un amico della famiglia e l’atteggiamento razzista e violento di certi suoi compagni di scuola che hanno impresso alla prima parte della sua vita un’impronta drammatica, avviandola su un percorso pericolosamente distruttivo. Solo quando ha cominciato a sentire il desiderio di ritrovare la sua madre d’origine questo percorso negativo si è interrotto e lei ha intrapreso la strada coraggiosa della riconquista del suo vero sé. Questa storia è narrata nella memoir Too Afraid To Cry, un’autobiografia ricca di poesie che hanno accompagnato il cammino verso la sua rinascita spirituale. Eccone una che con pochi tratti lapidari riesce ad esprimere disagio: Faiku Bevo per la strada Chiedo soldi ogni giorno L’intolleranza è libera. Se vieni a mancare Sola sotto il ponte 82 Le erbacce ti cresceranno in bocca. Una tomba da poveri Fiori morti piegati all’indietro Spezzati dalla trascuratezza.2 Lentamente si insinuano pensieri positivi, veicolati dalla presenza della natura: Era l’inizio della serata, e io stavo camminando lungo la pista accanto al fiume. Era il mio sentiero preferito quando ritornavo alla casa dove stavo. Gli alberi sembravano emettere messaggi sottili. Deviavo percorrendo il letto sabbioso di un fiume che di rado conteneva acqua e mi sedevo tranquilla nel folto degli alberi, sentendo gli anni e la saggezza degli alberi. Potevo quasi sentire l’acqua artesiana che gorgheggiava, protetta e ben al sicuro nel sottosuolo. Ho spesso goduto dell’intensità di questo luogo diverso.3 Da questa esperienza di afflato con l’ambiente circostante nascono poesie come questa: Acqua nascosta c’è amore nel vento vicino alla roccia che canta lungo il fiume vicino all’albero antico amore nel canguro, nel goanna4 e nell’emù amore quando lo spirito parla con una voce non umana nei luoghi sacri gli occhi senza macchia 2 Op. cit., p. 103. I drink in the street / Ask for money each day / Intolerance is free // If you pass away / Alone under the bridge / Weeds will grow in your mouth. / / A pauper’s grave-site / Dead flowers bent backward / Broken by neglect. 3 Op. cit., p. 106. 4 Si tratta di una lucertola che può raggiungere dimensioni notevoli, come i varani. 83 guardano l’aquila dalla coda a cuneo librarsi sull’acqua nascosta trova l’amore5 Qui la poesia, maestra del non detto, trova un suo cantuccio segreto prima di tutto nel titolo che ci fa immaginare quel gorgoglio di cui ci parlava prima Ali e, così facendo, ce lo imprime fortemente nella mente. Gli elementi naturali nascono, evocati dalle parole e circonfusi dall’immaginazione: così il vento, la roccia che canta, il fiume, l’albero antico. Ma anche gli esseri viventi: il canguro, il goanna e l’emù. E’ dolorosa l’affermazione che dice che [c’è] amore quando lo spirito parla con una voce non umana. Viene ricordato che i luoghi in cui sta respirando sono sacri, e questo ricostruisce un forte legame con la sua gente d’origine che così nominando ha consegnato a un sentimento di rispetto profondo. Anche gli occhi di chi guarda sono immacolati quando osservano l’aquila dalla coda a forma di cuneo sorvolare l’acqua nascosta. C’è un legame, una consapevolezza tra quell’aquila e quell’acqua che tengono unite le cose e ci rendono umili spettatori di questa scena. Il nostro ruolo qui è di entrare in contatto, di percepire. E questo ci permette di nominare un’altra bella poesia di Ali, incentrata sull’ascolto: Ceneri Al posto speciale vicino alla cava accanto al fiume premi il viso sull’albero tjamu 5 Op. cit., p. 119. there is love in the wind by the singing rock /down the river by the ancient tree // love in the kangaroo, goanna and emu / love when spirit speaks no human voice // at the sacred sites eyes unblemished / watch wedge tail eagle soar over hidden water // find the love. 84 resta in attesa e ascolta taglia la pietra fa’ sanguinare il desiderio sulla corteccia di carta brucia waru resta in attesa e ascolta taglia la pietra fa’ sanguinare l’io sulla corteccia di carta brucia waru resta in attesa e ascolta taglia la pietra fa’ sanguinare la paura sulla corteccia di carta brucia waru macchia le ceneri di kami resta libera aspetta il guerriero tjamu – nonno waru – fuoco kami – nonna6 6 Op. cit., p.16. At the special place /near the cave / by the river /press face into tjamu tree / wait for the listening / cut the stone / bleed lust on paper bark / burn waru / wait for the listening / cut the stone / bleed ego on paper bark / burn waru / wait for the listening / cut the stone / bleed fear on paper bark / burn waru / smear kami ashes / stand free / wait for the warrior. 85 Le parole qui usate hanno una valenza forte: c’è da tagliare una pietra, liberarsi di un peso non indifferente, c’è da far riversare fuori di sé passioni potenti, il desiderio, l’io, la paura. Il tutto è effettuato come un rituale, cadenzato dalle ripetizioni delle parole, dal fuoco bruciato. Vengono invocati un nonno (tjamu) e una nonna (kami), quindi viene ricercato il legame con gli anziani del gruppo, che conoscono i segreti della loro cultura. Al tempo stesso si auspica che avvenga l’ascolto, il contatto sia con l’ambiente fisico che con i membri della cultura alla quale si appartiene. Si noterà come è sempre forte il legame con la sua famiglia di origine e con la sua gente. Ecco un’altra poesia in cui il rapporto con la natura e con la famiglia sono numinosamente intensi: La montagna Viene un uccello. Non chiedo niente ‘Occhio di dingo’: Il dingo svanisce nel crepuscolo che si spegne ‘Scrigno’: Soppeso ogni pietra nel mio sguardo e i ‘Messaggi’: 86 Ogni granello di sabbia in questo grande paese rosso è un poro sulle pelle della mia Famiglia7 Terry Whitebeach commenta il libro da cui è stata presa questa poesia in questo modo: [è] un libro con il quale puoi portare fuori il bush con te; sederti tranquillamente e guardare la terra, e riflettere sulla sua semplicità e sul suo respiro, sul suo mistero e sulla sua efficacia. La forza del rapporto di Ali Cobby Eckermann con il paese è affermata in maniera tranquilla ma potente in poesie come ‘La Montagna’.8 Questo lasciarsi penetrare quietamente dagli elementi naturali in cui si è immersi è ben rappresentato anche dalla poesia ‘Crepuscolo’: siede su uno spalto roccioso godendosi il canto delle rane che buca un fiume sbarrato al crepuscolo solo qui cantano gli uccelli del posto la loro ninna nanna serale che rimbalza da sponde rosse traboccanti di erbacce 7 little bit long time,Australian Poetry Centre, Balclava, 2009. A bird comes. / I ask nothing // ‘Dingo Eye’: // The dingo vanishes / with fading dusk // ‘Shrine’: // I weight every stone / in my gaze // and ‘Messages’: // Every grain of sand in this / big red country / is a pore on the skin / of my Family. 8 An Incisive Indigenous Voice, reviewed by Terry Whitebeach in www.emsah.uq.edu.au/awsr/new_site/awbr_archive/147/Cobby.htm. 87 è che la vita scivola via di sera un suono di nacchere delle rane Salientia che ben presto si acquieta come muschio che cade a scaglie lei ascolta il canto della terra sotto alle alghe e alle canne esotiche e proprio quando scende l’oscurità un pesce salta increspando la memoria9 Anche qui il motivo dell’ascolto è preponderante e può avvenire quando la simbiosi con le cose della natura è felicemente realizzata: lo spalto roccioso, il canto delle rane e degli uccelli, le erbacce, il muschio, le alghe e le canne riempiono la scena costituendosi come paesaggio dell’anima interrotto solo da quel pesce che intacca la memoria con un tocco degno del trascendentalismo americano, per esempio di Henry David Thoreau. Una delle poesie più belle e singolari che abbia scritto Ali Cobby Eckermann è senza dubbio Cerchi e Quadrati, che appare ultima nel suo libro di memorie. La riportiamo di seguito: Sono nata Yankunytjatjara 9 Southerly Journal of the English Association, September 28, 2011. she sits on a rocky ledge / overlooking frog song / puncturing a choked river / at dusk // It is only here native birds sing / their evening lullaby / echoed between red with weeds // It’s like life slips away in the evening / a resounding of Salientia castanets / soon to fall silent / like flaking moss // she listens for earth song / under the algae and foreign reeds / and just as darkness falls / a fish jumps rippling memory. 88 Mia madre è Yankunytjatjara Sua madre era Yankunytjatjara La mia famiglia è Yankunytjatjara Ho imparato molte cose dagli Anziani della mia Famiglia Sono arrivata a riconoscere che la mia Vita viaggia in Cerchi La mia Cultura aborigena mi ha insegnato che la Vita Universale è Circolare Quando sono nata non mi è stato permesso di vivere con la mia Famiglia Sono cresciuta nel mondo dell’uomo bianco Abitavamo in una casa Quadrata Coglievamo frutta e verdura da un terreno Quadrato accuratamente recintato Tenevamo gli animali in paddock Quadrati Stavamo seduti e mangiavamo a un tavolo Quadrato Stavamo seduti su sedie Quadrate Dormivo in un letto Quadrato Mi guardavo in uno specchio Quadrato e non sapevo chi fossi Un giorno incontrai mia Madre Sapevo solo che questo incontro era parte del nostro Cerchio Curativo Poi cominciai a viaggiare Visitai luoghi dove ero stata prima 89 Ma questa volta stavo seduta con la Famiglia Ci raccoglievamo vicini insieme accanto a grandi fuochi Rotondi Mangiavamo cibo del bush, festeggiando con formiche e bacche Rotonde Mangiavamo carne di animali che vivevano in tane Rotonde Dormivamo in Cerchi su spiagge intorno ai Nostri fuochi Stavamo seduti nello sporco, sulla Nostra Terra, che appartiene a un grande pianeta Rotondo Guardavamo la Luna crescere fino a diventare un Cerchio giallo magnifico Quello era il Nostro Tempo Ho imparato due modi di essere diversi ora Ne sono grata E’ parte del mio Cerchio della Vita Il mio cuore è Rotondo come un tamburo, pronto a risuonare la musica della mia Famiglia Ma il Quadrato dentro di me rimane ancora il buco Quadrato mi blocca nella mia interezza.10 10 Ali Cobby Eckermann, little bit long time, New Poet Series, Australian Poetry Centre, Melbourne, 2009. Circles and Squares 90 La prima cosa che mi colpisce in questa poesia è che le cose principali che hanno segnato la vita della poeta cominciano con la maiuscola: la sua gente di appartenenza, gli anziani, la famiglia, la madre, la nonna, la vita, ma anche i “quadrati” che l’hanno connotata negativamente. Tutte queste cose che vengono nominate con solennità, con la certezza di essere importanti, si creano uno spazio privilegiato nella poesia stessa. L’appartenenza alla sua gente Yankunytjatjara in particolare è ripetuta quattro volte e indubbiamente scava un solco solido e profondo nella pagina aperta della poesia. E’asserita con calma e determinazione. Si capisce il desiderio di ripristinare un’origine che è stata cancellata dal governo federale australiano con incredibile violenza. In questa poesia viene ribadita la consapevolezza che la sua vita “viaggia in cerchi” e che “la Vita Universale è circolare”. Interviene il ricordo della sua vita I was born Yankunytjatjara / My Mother is Yankunytjatjara / Her Mother was Yankunytjatjara / My Family is Yankunytjatjara / I have learnt many things from my Family Elders / I have grown to recognize that my Life travels in Circles / My Aboriginal Culture has taught me that / Universal Life is Circular // When I was born I was not allowed to live with my Family / I grew up in the white man’s world // We lived in a Square house / We picked fruit and vegetables from a neatly fenced Square plot / We kept animals in Square paddocks / We sat and ate at a Square table / We sat on Square chairs / I slept in a Square bed // I looked at myself in a Square mirror and did not know who I was // One day I met my Mother / I just knew that this meeting was part of our Healing Circle // Then I began to travel / I visited places that I had been before // But this time I sat down with Family // We gathered closely Together by big Round campfires / We ate bush tucker, feasting on Round ants and berries / We ate meat from animals that lived in Round burrows / We slept in Circles on beaches around Our Fires / We sat in the dirt, on Our Land, that belongs to a big Round planet / We watched the Moon grow to a magnificent yellow Circle // That was Our Time // I have learnt two different ways now / I am thankful for this / That is part of my Life Circle // My heart is Round like a drum, ready to echo the music of my Family // But the Square within me still remains / The Square hole stops me in my entirety. 91 passata dominata dai quadrati e l’impossibilità di trovare se stessa (“Mi guardavo in uno specchio quadrato e non sapevo chi ero”). Dopo l’incontro con la madre vera la vita di Ali diventa piena di cerchi (“grandi fuochi Rotondi / formiche e bacche Rotonde / tane Rotonde / dormivamo in Cerchi”) e le sono vicini la consapevolezza di un grande pianeta Rotondo e di una luna Rotonda. Adesso il suo cuore è diventato Rotondo, ma il Quadrato incombe ancora sulla sua vita e le impedisce di essere completa. Le parole ripetute con ordine e convinzione costituiscono il fascino di questa poesia in cui chi scrive deve ricostruire con calma e decisione un mondo che le è stato negato. Il Cerchio deve riprendersi lo spazio, deve rioccupare tutti i luoghi dai quali era stato bandito. Così le parole, come tanti mattoni messi pazientemente l’uno sopra l’alto con il cemento giusto, si levano a ricostituire con sapiente determinazione un mondo perduto. Quanti mondi perduti dovremmo cercare di recuperare per ritrovare noi stessi, le radici che ci alimentano, i semi che vogliamo passare ai nostri figli e a tutti quelli che abbiamo favorevolmente influenzato? Si tratta di una ricchezza da non perdere come ci ricorda Ali Cobby Eckermann nelle pagine del libro ricordato in questo articolo e come traspare dalle parole di un australiano che, riflettendo su questo, ha inserito un suo intervento in un blog: […] Mi piace l’idea di vivere in un paese dove tutto ha nomi diversi e dove possiamo tutti godere degli strati della nostra storia. E’ come una caccia al tesoro e questo è realmente un tesoro. (Stephen Cassidy) E così scrive Ali sul suo blog: “Con tutto questo meraviglioso sole di primavera, è stato un ritorno graduale a internet, dopo quattro meravigliose settimane passate recentemente nel Northern Territory, giorni passati fuori nel bush a Kalkarinji e Daguragu, Jilkminggan, Acacia e Mandorah! Oh stare seduti sul terreno, tra la gente e la lingua aborigena! Questa semplice ricetta mi riempie il cuore, e distende le mie rughe ah ah! Sono arrivata a capire che la vita lontano da questo è una vita insolita, spesso piena di difficoltà. 92 Capisco che la separazione dalla mia famiglia culturale non può essere sostenuta troppo a lungo. L’ancora di salvezza è la mia cultura. Qui a Koolunga11, nell’Australia meridionale, i resti degli Ngadjuri sono sparsi sotto un paesaggio agricolo. Questa è stata una nazione fiera che fu aspramente dispersa dal colonialismo, a metà Ottocento. Devo stare seduta completamente immobile per udire la loro storia.”12 11 12 In questo luogo Ali ora vive e gestisce una Residenza per Scrittori Aborigeni. http://southerlyjournal.files.wordpress.com/2011/09photocrop1.jpg. 93 94 ANNA MARIA ROBUSTELLI – ANNA PAOLA BOTTONI _----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Appunti su un percorso di letture nel biennio: la vergine perseguitata nella narrativa del Settecento e dell’Ottocento Introduzione. Gli alunni, specialmente quelli del biennio, sono disabituati alla lettura e hanno un rapporto di diffidenza nei confronti del testo, soprattutto se annoverato fra i “classici”, definizione notoriamente attribuita a letture di difficile fruizione. Il presente percorso-progetto cerca di rispondere alle seguenti esigenze, che noi docenti avvertiamo emergere allorché decidiamo di programmare un percorso di letture per avvicinare gli studenti del biennio alla narrativa moderna e contemporanea. Tenendo presente che la letteratura è un mezzo sofisticato per esplorare la realtà in cui viviamo e noi stessi, perché può essere proficuo studiarla in un percorso? Riteniamo per le seguenti ragioni. Presentare un percorso di letture sfata, anzitutto, l’idea che la letteratura si sviluppi negli ambiti ristretti della storia di una singola nazione. Fa, poi, acquisire un’idea di cultura più vasta e integrata. Fa capire che arti e discipline diverse si influenzano a vicenda (un motivo letterario, per esempio, può sorgere in un ambito artistico). Insegna a pensare, in quanto favorisce accostamenti, parallelismi e contrasti fra opere, letterature e discipline diverse. Quindi, sia pur lentamente, fa emergere l’idea che se un “motivo” crea una tradizione, può anche generare personaggi e situazioni completamente originali (Heathcliff, personaggio di Cime tempestose, come vilain). Studiando tecniche narrative appartenenti a letterature diverse è più facile capire come certi elementi nascano, si sviluppino e si intreccino fino a generare importanti esiti (per esempio, “il narratore che scava dentro se stesso”: la Molly di Joyce esisterebbe senza i diari dei puritani d’America?). La lettura del testo dei Promessi sposi, il cui studio è previsto dai programmi del secondo anno, si presta a sviluppare numerosi percorsi 95 tematici, individuabili nell’iconografia di alcuni personaggi o tipi, presenti nella narrativa, in genere e in special modo in quella ottocentesca e nel romanzo europeo. La scelta delle autrici di questo lavoro è ricaduta, dunque, su due figure emblematiche: quella del vilain e quella dell’eroina perseguitata, in altri termini i due poli oppositivi che connotano, comunemente, il sistema dei personaggi delle opere narrative: persecutore e perseguitata, oppressore e vittima. Iniziamo con il prendere in considerazione la figura della vergine perseguitata, in alcuni romanzi della letteratura inglese (Pamela di S. Richardson, Il Castello d’Otranto di H. Walpole, Ivanhoe di W. Scott, Cime Tempestose di E. Brontë, I Misteri di Udolfo di A. Radcliffe), a cui aggiungiamo I Promessi Sposi di A. Manzoni, che sono stati scelti a titolo esemplificativo, in quanto particolarmente significativi e connotativi dei caratteri topici di tali personaggi. Le vergini perseguitate nei romanzi inglesi del Settecento e dell’Ottocento. Le giovani protagoniste di questi romanzi sono, in generale, figure dinamiche, moderne, emergenti, che tendono ad usare molteplici strategie per sfuggire ai soprusi che subiscono da parte dei malvagi di turno, ossia i vilain. Il “perseguitato” sviluppa” l’ingegno e ribalta la situazione a suo vantaggio. Ne Il Castello d’Otranto di Horace Walpole (1717-1797) Isabella si rifiuta sempre di obbedire al tiranno Manfred, che la vorrebbe sposare, dopo la morte del figlio, per perpetuare la sua stirpe e, dopo numerose peripezie, si sposa con Teodoro, l’eroe umile, coraggioso e puro. Pamela, nell’omonimo romanzo di Samuel Richardson (1689-1761), non accetta mai le avances di Mr. B., spesso sviene quando la sua purezza è attentata, spiazzando il suo padrone, più spesso gli tiene testa dimostrandogli con le sue argomentazioni la sua bassezza morale. Solo quando Mr. B. si dimostrerà veramente pentito e la vorrà sposare, cambierà tattica accettandolo come marito. Rebecca, in Ivanhoe di Walter Scott (1771-1832), mantiene per tutto il romanzo una grande lucidità mentale. Ama Ivanhoe, ma si rende conto che non lo potrà mai sposare, essendo lei ebrea, cioè appartenente a una religione e a una condizione bistrattate. Quando viene rapita e portata nel castello di Reginald Front-de-Boef rintuzza con coraggio la 96 prepotenza del templare. Usa le sue arti mediche per curare Ivanhoe. E’ una donna bella e coraggiosa e si fa rispettare per la sua dignità. La seconda Catherine, viene segregata nella proprietà di “Cime Tempestose” (Wuthering Heights di E. Brontë, 1818-1848) dall’uomo che aveva amato appassionatamente sua madre e viene maltrattata come tutti quelli che non sono Cathy da Heathcliff. Lentamente reagisce e costruisce un rapporto positivo con Hareton, il figlio di Hindley (di fatto suo cugino). E’ in qualche modo l’erede fortunata di sua madre, la persona che può imparare a vivere nel presente con un certo piacere. Di seguito tracceremo un piccolo regesto delle figure femminili protagoniste dei romanzi sopra citati, mettendole in relazione con l’ambiente in cui agiscono (il castello, un lugubre maniero spesso teatro di oscure forze diaboliche, dove viene confinata dal vilain e liberata dall’uomo che l’ama). Pamela in Pamela di Samuel Richardson (1740). Pamela ha quindici anni, è carina, dotata di prudenza e buon senso, virtuosa e industriosa, innocente e sagace. Subisce un’azione persecutoria dal vilain del romanzo: è infatti corteggiata da Mr. B., che ben presto le fa delle avances (le prende la mano, la bacia…). Ad un certo punto del romanzo le promette di rimandarla a casa, ma in realtà la fa portare in una sua tenuta in campagna (praticamente la rapisce). Pamela però non si perde d’animo e nel corso delle vicende adopera spesso strategie e astuzie. Spesso sviene quando avverte che Mr. B. sta per violarla. E’ anche capace di ragionare e di difendersi con le parole invocando i sacri principi in cui crede. Non si sente inferiore a Mr. B. e si ribella di fronte alle ingiustizie che subisce. Lei dice: “La mia anima è di eguale importanza dell’anima di un principessa.” Cerca di scappare di notte dalla tenuta in cui è tenuta prigioniera, pensa anche di annegarsi in uno stagno. Come aiutante essa trova Mr. Williams, un curato e alcuni servitori, che portano le lettere per i genitori che Pamela scrive. All’inizio del libro viene sorpresa da Mr. B., il suo padrone, già invaghitosi di lei, a scrivere ai genitori. Lui è sorpreso della sua bella calligrafia e della sua ortografia corretta. Già da questo si può vedere che Pamela non è sprovveduta e sola. E’ capace di scrivere e informa i genitori di quello che le succede. Ella non è disposta a cedere alle lusinghe del suo padrone. Quando lui la bacia per la prima volta dice: 97 “Sono onesta, anche se povera.” Le piace leggere. E’ capace di ragionare e di difendersi con le parole. Quando Mr. B. teme che Pamela abbia detto dei suoi baci a qualcuno, svergognandolo, Pamela lo smaschera dicendo: “Perché dovrebbe essere così arrabbiato se non avesse inteso fare alcun male?” Gli dice anche che lei non sparla di lui, ma dice solo la verità. Mr. B. pretende che lei sia obbediente e grata a lui che è il padrone ma P. risponde che i suoi ordini non devono essere contrari ai principi sacri in cui crede. Quando Mr. B. la bacia di nuovo, sviene e vuole andare via. Lui ha paura di essere calunniato. Margaret A. Doody dice che Richardson adotta una narrativa popolare femminile e domestica in cui la donna si prende il centro della scena, e sfida il mondo dell’autorità maschile intorno a lei (S. Richardson, Pamela, Introduction by Margaret A. Doody, Penguin Books, 1985). La massima virtù di Pamela è quella della ribellione. Quando lei dice: “la mia anima è di eguale importanza dell’anima di una principessa”, fa un’affermazione cristiana e l’affermazione ha implicazioni sociali. Pamela è minacciata da Mr. B., che usa e abusa del suo potere come uomo, come datore di lavoro, e come membro della classe dominante. Lui è il giudice di pace locale, quindi Pamela non si può rivolgere alla legge, perché il suo oppressore è la legge. Tecnica narrativa: Pamela è sempre nel mezzo delle sue esperienze mentre racconta la storia. La sua narrazione è fresca, persino per se stessa. Questo stile rende quello che accade sul momento, quando gli eventi non sono ancora giunti a conclusione. Nello stile epistolare “i pensieri non sono più nella confusione della psiche, ma si stanno muovendo verso fuori nel mondo.” (M. A. Doody) Gli effetti dello sviluppo della narrazione dipendono da Pamela. Richardson ha dato al suo personaggio un enorme lavoro da fare, poiché è solo la sua voce che deve reggere la narrativa. Il mondo che Richardson ci fa vedere è un mondo nel processo di farsi e che è fatto da chi lo guarda, un’azione sempre interna. “Pamela è anche la prima importante eroina nella fiction inglese che lavora per guadagnarsi da vivere con le sue mani.” Lei parla del denaro guadagnato che manda ai genitori. Inoltre questo romanzo ci presenta una visione non satirica delle classi bassi (pensiamo ai servi dei drammi di Shakespeare che invece, nelle scene a loro affidate, dovevano far ridere). 98 Pamela crea una lingua sua, cerca e crea un linguaggio. Cresce al di là dei suoi genitori, perché sperimenta sentimenti e percezioni che essi non potevano immaginare. Proprio perché impara a reagire verbalmente a quello che le succede, supera le difficoltà e, per così dire, soggioga anche Mr. B. con la sua dialettica. Ambiente: non viene imprigionata in una torre (Mr. B. con l’inganno la fa portare in una casa la cui padrona di casa era una sua serva, la perfida Mrs. Jewkes), ma in una dimora antiquata e solida che sorge tra altre fattorie. “Alle 8 di sera circa entrammo nel cortile della sua bella, grande, vecchia e solitaria dimora, che mi guardava allora, con tutti i suoi orrori scuri, facendo oscillare gli olmi elevati e i pini intorno, come se fossero stati costruiti per dare solitudine e danno. E qui, dissi a me stessa, ho paura che questa sia la scena della mia rovina, se Dio non mi protegge […]”. Lì lei pensa a scappare e usa molte strategie per farlo, non escludendo neanche l’idea di suicidarsi. C’è un dialogo continuo tra Pamela e Mr. B. Lei sviene spesso quando lui attenta alle sue virtù, ma più spesso parla con lui, tenendolo a bada. Isabella ne Il Castello d’Otranto di Horace Walpole (1764). E’ bella e perfetta, buona e generosa. Si è invaghita di Teodoro ma, sapendo che lui ama, riamato, Matilda, si tira indietro. Non vuole sposare Manfred e fugge nei sotterranei del castello di Otranto per raggiungere la chiesa di San Nicola e il relativo convento. Descrizione dell’ambiente: “Nella parte inferiore del castello si stendeva una serie intricata di volte, un labirinto dove non era facile per una persona in preda all’ansia trovare la porta che si apriva verso il sottosuolo. Un silenzio impressionante regnava in quelle regioni sotterranee, a eccezione di qualche corrente d’aria che di tanto in tanto scuoteva le porte davanti alle quali era appena passata, facendole cigolare sui cardini arrugginiti e suscitando ogni sorta di echi nell’oscurità di quell’interminabile labirinto.” Per tutto il romanzo Isabella esprime il suo affetto per Ippolita, moglie di Manfred, e per Matilda, figlia di Manfred, e la sua repulsione verso Manfredi. Alla fine sposerà Teodoro. 99 Rebecca in Ivanhoe di Walter Scott (1820). Rebecca è bella, considerata così da tutti quelli che la conoscono, ma proprio per la sua splendida bellezza subisce un’azione persecutoria. Infatti il templare Brian de Bois-Guilbert, che se ne è invaghito, (la chiama “fulgido giglio della valle della Baca” e “bella rosa di Sharon”), la rapisce e, dapprima la porta nel castello di Reginald Front-de-Boef, poi nel convento di Templestowe. Il capo dei Templari la considera una strega e la condanna al rogo. Se un cavaliere (campione) combatterà per lei potrà dimostrare la sua innocenza. Wilfred di Ivanhoe combatterà per lei e ucciderà Front-de-Boef. Rebecca è più preparata di Rowena ad affrontare la terribile prova del rapimento, sia “per un’abitudine della sua mente” che per “una naturale energia del suo spirito.” Sa che deve esercitare “una forza passiva” e deve avere “una grande fiducia nel cielo che è naturale ai caratteri elevati e generosi.” Scott dice di lei: “Così preparata a considerarsi vittima della disgrazia, Rebecca aveva presto imparato a riflettere sulla sua condizione e aveva educato il suo spirito ad affrontare i pericoli che probabilmente avrebbe incontrato.” Nel castello (dove è stata confinata “in una torretta lontana e appartata”) capisce, parlando con l’uomo che l’ha rapita, che lui non è un fuorilegge, perché rifiuta i suoi gioielli, e suggerisce che sia un nobile normanno. E’ intelligente, usa argomenti sofisticati per scoraggiare il templare. Lei minaccia di diffamarlo (i templari teoricamente facevano un voto di castità) tanto che lui le dice: “Il tuo spirito è acuto, ebrea.” Ma cede alla disperazione e minaccia di buttarsi dalla finestra della stanza in cui è rinchiusa: pur amando Ivanhoe e curandolo delle sue ferite con le sue arti mediche, si rende conto che, data la loro differenza di religione e sociale, non potrà mai anelare a lui o sposarlo. Rebecca trova appunto in Ivanhoe un valido aiutante, che per lei sfida il malvagio templare Brian de Bois-Guilbert: “Era comunque opinione generale che nessuno si sarebbe fatto avanti a combattere per un’ebrea accusata di stregoneria, e i cavalieri, istigati da Malvoisin, si mormoravano l’un l’altro che era tempo di dichiarare mancata la sfida di Rebecca. In quel momento un cavaliere che spingeva il suo cavallo a briglia sciolta apparve sulla pianura dirigendosi verso la lizza. Cento 100 voci esclamarono – Un campione! Un campione! - e malgrado le prevenzioni e i pregiudizi della folla tutti gridarono di gioia quando il cavaliere entrò nella lizza […] Alla domanda dell’araldo che gli chiedeva il suo grado, il suo nome e il suo proposito, il cavaliere straniero rispose subito e fieramente: - Io sono un nobile e buon cavaliere venuto qui per sostenere con la lancia e con la spada la giusta e legittima causa di questa fanciulla, Rebecca, figlia di Isacco di York; e per affermare che la condanna pronunciata contro di lei è falsa e ingiusta, e per sfidare Sir Brian de Bois-Guilbert come traditore, assassino e bugiardo, come proverò in questo campo con il mio corpo contro il suo, con l’aiuto di Dio, della Vergine, e di Monsignor San Giorgio il buon cavaliere.” Catherine in Cime tempestose di Emily Brontë (1847). Uno dei personaggi principali del romanzo è Cathy Linton, la figlia di Catherine, che subisce un’azione persecutoria. Dopo la morte del padre deve vivere nella casa di “Cime tempestose” sotto il controllo di Heathcliff, che non la sopporta, e non può uscire di casa, è come segregata. In pratica è costretta a sposare e a sopportare il figlio malaticcio di Heathcliff. La ragazza per tener testa al suo persecutore usa strategie e astuzie. Sfida Heathcliff, dicendogli che lui ha preso la terra sia a lei che a Hareton Earnshaw, sentendosi sicura dell’aiuto di Hareton contro Heathcliff. Hareton Earnshaw rappresenta l’aiutante di Catherine. Dopo un po’ Catherine stabilisce un rapporto con Hareton (di fatto il figlio del fratello della madre): “…non fu più capace di lasciarlo stare. Gli parlava; criticava il suo torpore e la sua negligenza; esprimeva la sua meraviglia come potesse mai condurre quella vita… e stare tutta quanta la sera a fissare il fuoco e a sonnecchiare.” Di fatto Caterina cerca un compagno e attraverso scaramucce con Hareton riesce a parlare un po’ con lui e a sapere che egli aveva preso le sue parti con Heathcliff tante volte, facendolo arrabbiare. Catherine gli offre di insegnargli a leggere un libro che gli regala e dopo qualche insistenza i due cominciano a leggere insieme. Nellie Dean commenta: “Non afferrai altre parole distinguibili, ma riguardando dalla loro parte, vidi due volti intenti sulle pagine del libro accettato, così radiosi che non ebbi dubbi che il contratto fosse stato approvato da ambo le parti, e che i nemici sarebbero stati, da allora in avanti, intimi alleati.” 101 Per quanto riguarda l’ambiente ove si svolge il romanzo, “Cime Tempestose” è il nome dell’abitazione del signor Heathcliff. “Tempestose” è l’espressivo e rude appellativo, che sta a dimostrare la turbolenza atmosferica a cui è esposta la località quando il tempo è brutto. In qualunque ora, lassù, la ventilazione dev’essere pura e costante; si può indovinare la violenza del vento del nord che soffia sul dorsale, dall’inclinazione esagerata di alcuni pini stenti all’estremità della casa, e da un filare di pruni sparuti che tendono tutti i rami da una parte, quasi a implorare il sole in elemosina. Fortunatamente, l’architetto che ha fabbricato la casa ha pensato bene di costruirla salda: le finestre strette sono profondamente incassate nel muro, e gli angoli protetti da larghe pietre sporgenti. “Prima di oltrepassare la soglia, mi fermai per ammirare una quantità di figure grottesche scolpite stravagantemente sul frontone, e specialmente intorno alla porta principale; in mezzo a queste, fra un intrico di grifi e putti impudichi in rovina, scopersi la data ‘1500’, e il nome ‘Hareton Earnshaw’ ”. Così la signora Dean, la governante, descrive Cathy Linton: “Fu la creatura che con maggior successo rischiarasse una casa desolata: il viso una vera bellezza, coi magnifici occhi scuri degli Earnshaw, ma la carnagione chiara e le fattezze minute e i biondi capelli ricci dei Linton. Possedeva un carattere vivace, senz’essere urtante, e, negli affetti, un cuore sensibile e ardente all’eccesso. Questa capacità di affezionarsi profondamente mi ricordava sua madre; pure essa non le somigliava, perché sapeva essere delicata e mansueta come una colomba, aveva una voce dolce e un’espressione pensierosa. Il suo dolore non era mai disperato; il suo amore non mai violento; ma profondo e tenero. Comunque, si deve ammettere che possedeva difetti che controbilanciavano i suoi meriti. La tendenza a essere impertinente era uno di essi; e l’ostinazione, che acquistano sempre i ragazzi viziati, buoni o cattivi che siano.” Cathy tiene testa a quello che diventerà suo suocero, Heathcliff. Quando lui, diventato anche il padrone di Thrushcross Grange, la viene a prendere per portarla a Wuthering Heights, gli dice: “So che possiede una natura cattiva [parlando di Linton, il figlio di Isabella Linton e di Heahcliff], - disse Caterina, - è tuo figlio. Ma son contenta d’esser miglior di lui per perdonarlo; so ch’egli mi ama, e per questa ragione l’amo. Tu invece non hai nessuno che ti ami; e, per quanto infelici tu ci renda, avremo la soddisfazione di 102 pensare che la tua crudeltà nasce da un’infelicità più grande ancora della nostra!...” Emily ne I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe (1794). La giovane e bella Emily di St. Aubert resta orfana e cade sotto la tutela della zia Madame Cheron. Questa si oppone all’amore della ragazza per il giovane Valancourt e la fa trasportare nel castello di suo marito, il sinistro signor Montoni. Il titolo richiama appunto il luogo di orrore e solitudine nel qual è segregata la giovane Emily dalla protervia della dispotica zia. Concludiamo quindi il nostro piccolo regesto con la descrizione dell’ambiente in cui si svolge la vicenda del romanzo, il tenebroso castello di Udolpho sugli Appennini, dimora di un vilain fascinoso e oscuro come Montoni: “Sebbene le valli profonde tra queste montagne fossero, per lo più, rivestite di pini, qualche volta un’improvvisa apertura presentava una prospettiva di rocce spoglie, con una cascata che si riversava dalla sommità tra dirupi scoscesi, finché le sue acque, raggiunto il fondo spumeggiavano con incessante furia; e qualche volta scene pastorali esibivano le loro “delizie verdi” nelle valli strette, sorridendo in mezzo all’orrore che le circondava. Là greggi di pecore e capre, brucando all’ombra dei boschi incombenti, e della piccola capanna del pastore, costruita sui bordi di un limpido corso d’acqua, presentavano un dolce quadretto di calma. Per quanto queste scene fossero selvagge e romantiche, la loro specificità aveva in sé molto meno di sublime di scene simili delle Alpi, che sorvegliano l’entrata in Italia. Emily rimase spesso sopraffatta, ma sentì raramente quelle emozioni di indescrivibile timore reverenziale che aveva così spesso provato, nel suo attraversamento delle Alpi. Verso la fine del giorno, la strada serpeggiò in una valle profonda. Le montagne, i cui precipizi ispidi sembravano essere inaccessibili, quasi la circondavano. A est, si apriva un panorama, che mostrava gli Appennini nei loro orrori più oscuri, e la lunga prospettiva delle vette che arretravano, ergendosi l’una sopra l’altra, con i loro crinali rivestiti di pini, mostrava un’immagine di grandiosità più possente, di qualunque altra Emily avesse mai visto. Il sole era appena calato al di sotto della cima delle montagne che lei stava discendendo, la cui lunga ombra si estendeva attraverso la vallata, ma i suoi raggi digradanti, irrompendo attraverso un’apertura dei dirupi, toccavano con un bagliore giallo le 103 sommità della foresta, che si piegava sui dirupi opposti, e si diffondevano in pieno splendore sulle torri e le merlature di un castello, che estendeva i suoi estesi bastioni lungo la cima di un precipizio più in su. “ Là,” disse Montoni, parlando per la prima volta in parecchie ore, “è Udolpho.” Emily fissò con melanconico timore il castello, che capì essere quello di Montoni; poiché, sebbene fosse ora illuminato dal sole che tramontava, la grandezza gotica dei suoi lineamenti, e le sue mura sgretolate di scura pietra grigia, lo rendevano un oggetto cupo e sublime. Mentre lo fissava , la luce morì sule sue mura, lasciando una melanconica tinta violacea, che si diffondeva sempre più profondamente, man mano che il vapore sottile si sollevava lentamente sulle montagne, mentre la merlatura al di sopra era ancora illuminata dai raggi. Anche da lì, i raggi presto si sbiadirono, e tutto l’edificio fu investito dalla solenne oscurità della sera. Silenzioso, solitario e sublime, sembrava ergersi come il sovrano della scena, e di sfidare arcigno tutti quelli che osassero invadere il suo regno solitario. Man mano che il crepuscolo si infittiva, il suo profilo diveniva più spaventoso nell’oscurità, e Emily continuò a fissarlo, finché le sue torri raggruppate insieme si potevano ancora vedere da sole, sorgere al di sopra della sommità dei boschi, sotto la cui ombra fitta le carrozze subito dopo cominciarono a salire. L’estensione e l’oscurità di questi boschi alti risvegliò immagini spaventose nella sua mente, e lei quasi si aspettava di vedere dei banditi sbucare da sotto gli alberi. Alla fine le carrozze emersero su una roccia ricoperta di erica, e, subito dopo, raggiunsero le porte del castello, dove il suono profondo della campana del portale, che venne suonata per avvisare del loro arrivo, aumentò le emozioni di paura, che avevano assalito Emily. Mentre aspettavano che il servitore all’interno venisse ad aprire i cancelli, lei esaminò l’edificio con ansia: ma la cupezza, che lo ricopriva, le permise di distinguere poco più di una parte del suo profilo, con le mura massicce dei bastioni, e di capire, che era vasto, antico e lugubre. Dalle parti che vide, giudicò la forza possente e l’estensione del tutto. L’ingresso davanti a lei, che conduceva ai cortili, era di proporzioni gigantesche, e era difeso da due torri rotonde, incoronate da torrette sporgenti, merlate, dove, invece di bandiere, ora 104 ondeggiava erba lunga e piante selvatiche, che avevano messo radici tra le pietre che si sgretolavano, e che sembravano sospirare, quando la brezza si riversava, sulla desolazione intorno a loro. Le torri erano unite da una tenda, forata e anche merlata, al di sotto della quale appariva l’arco acuto di un enorme grata, che sormontava i cancelli: da questi, le mura dei bastioni si estendevano ad altre torri, che sovrastavano il precipizio, il cui profilo spezzato, apparendo in una luce tenue, che sostava verso ovest, raccontava dei danni della guerra. – Al di là di queste rovine tutto si perdeva nell’oscurità della sera. Mentre Emily fissava con timore reverenziale la scena, un rumore di passi si udì all’interno dei cancelli, e dell’apertura dei catenacci; dopo di che apparve un vecchio servo del castello, spingendo indietro le enormi ante del portale, per far entrare il suo signore. Mentre le ruote delle carrozze rotolavano pesantemente sotto la grata, il cuore di Emily sussultò, e le sembrò quasi di entrare in una prigione: il cortile tetro, nel quale passò, servì a confermare l’idea, e la sua immaginazione, sempre desta nei confronti di ciò che accadeva, le suggerì anche altri terrori, che la sua ragione poteva giustificare.” Orrore ed elegia si fondono qui insieme per rappresentare il romantico quadro delle peripezie della protagonista. 105 106 MARIA ASSUNTA ROSSI ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ Ipazia e Cirillo d’Alessandria «Cercava la verità, amava il dubbio, detestava la manipolazione». Due anni fa, durante il mio lavoro di bibliotecaria al liceo «Orazio», tra i libri che dovevo catalogare ce n’era uno che suscitava il mio interesse più degli altri: Adriano Petta e Antonino Colavito, Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV secolo, con prefazione di Margherita Hack, La Lepre Edizioni, Roma 2009. Avevo sentito parlare di Ipazia molti anni prima, quando da laureanda mi era stato affidato, come tesi di laurea, il compito di ricostruire il Commento ai Salmi di Cirillo d’Alessandria, scomparso in tradizione diretta, ma tramandato in parte dalle Catene esegetiche greche1. Oltre che essere un poligrafo, l’ambizioso patriarca di Alessandria «si distinse per energia e brutalità ai danni di ebrei eretici e pagani»2. Il «giovane, collerico e ambizioso vescovo»3 succede allo zio Teofilo nel patriarcato di Alessandria e subito manifesta il suo integralismo religioso con un pogrom antiebraico4, facendo leva sull’odio dei cristiani contro gli ebrei “deicidi”. Silvia Ronchey, Ipazia. La vera storia, Rizzoli, Milano 2010, p. 11. Si tratta di collezioni di passi esegetici sui libri biblici tratti dalle opere dei Padri della Chiesa. 2 Manlio Simonetti, La letteratura cristiana antica greca e latina, Sansoni, p. 326. 3 S. Ronchey, Ipazia, cit., p. 10. 4 Ibid. p. 49. 1 107 La Chiesa cristiana nei suoi primi secoli di vita, si trova a contrastare il sorgere di diverse eresie che riguardano le Persone della Trinità, e quindi a dover stabilire la dottrina ortodossa, il dogma. In particolare nel concilio ecumenico di Efeso del 431 si distinse l’azione del vescovo Cirillo, che con la sua abituale energia, ma anche «con procedura largamente irregolare ottenne la condanna e la deposizione di Nestorio»5, vescovo di Costantinopoli e avversario dell’ortodossia. Vasta fu la produzione letteraria di Cirillo, dedicata alla difesa delle sue convinzioni teologiche e alla confutazione delle idee dei suoi avversari nel campo della dottrina. Si dedicò anche ad un’intensa attività esegetica, commentando numerosi libri dell’Antico e del Nuovo Testamento. Negli stessi anni in cui Cirillo era patriarca di Alessandria, era presente nella città la scuola di Ipazia, giovane filosofa e «la prima matematica nella storia dell’umanità di cui si abbia una conoscenza ragionevolmente sicura e dettagliata»6. Figlia di Teone, filosofo della scuola di Alessandria, la giovane aveva cominciato con passione a studiare, soprattutto filosofia, matematica e astronomia, ma anche interessandosi ad altri aspetti del sapere. È noto quanto fosse complicato nell’antichità per le donne dedicarsi alla cultura. Quelle che lo facevano erano viste con sospetto, se non considerate delle “poco di buono”. Viene in mente la nobile Sempronia che nel I secolo a. C. aderì alla congiura di Catilina, della quale Sallustio nel celebre ritratto, pur ammirandola, disse che «era colta in lettere greche e latine, suonava la cetra, danzava con più grazia di quanto sia richiesto a una donna virtuosa»7. Nel V secolo d.C. il pregiudizio sociale non era certo cambiato. Ma Ipazia allo studio si era addirittura consacrata, rinunciando al matrimonio. Una giovane donna come lei, dotata di v, cioè di nobiltà d’animo unita anche all’avvenenza fisica, non mancava di suscitare forti passioni, sembra anche in qualcuno dei suoi allievi, ma lei respingeva tutti i suoi corteggiatori, 5 M. Simonetti, La letteratura cristiana, cit., pp. 315- 316. Clifford A. Pickover, Il libro della matematica, Logos, p. 78 7 «Litteris Graecis et Latinis docta, psallere, saltare elegantius quam necesse est probae», Sallustio, La congiura di Catilina, cap.25, a cura di G. Pontiggia, Oscar Mondadori, p. 35. 6 108 preferendo dedicarsi ai suoi interessi culturali: lo studio, gli esperimenti, l’insegnamento. Nel suo percorso culturale Ipazia aveva conseguito una grande libertà di pensiero e una tale autorevolezza che anche influenti uomini politici di Alessandria la tenevano in grande considerazione. Τra questi in particolare Oreste, prefetto augustale di Alessandria, rappresentante del governo centrale romano8. Queste stesse sue caratteristiche, tuttavia, provocano l’odio del patriarca Cirillo, che come già detto aveva instaurato nella città un clima di brutalità e violenza9. Cirillo odia Ipazia per la sua sapienza e per il favore di cui gode presso Oreste, l’integralismo del vescovo e la libertà culturale della studiosa sono inconciliabili, e sarà questo stato di cose a segnare la condanna a morte della filosofa. Il massacro viene perpetrato dai parabalani, monaci che avevano la funzione di infermieri-barellieri, un’orda di uomini violenti e integralisti10. Il testo sopra citato di Petta e Colavito è una ricostruzione romanzata ma vera della storia di Ipazia. Alle pp. 221-224 possiamo leggere il veemente discorso nel quale Cirillo tuona contro di lei, arringando la folla. Nelle sue parole, impregnate di misoginia, la donna viene presentata come una pericolosa ed empia seduttrice che con i suoi falsi insegnamenti ha già stregato il prefetto augustale Oreste, ottenendo da lui dei favori, e rischia di allontanare la gente da Gesù Cristo e dalla salvezza eterna se non viene fermata in tempo. Nulla di più lontano dalla pacatezza con cui Ipazia diffondeva il suo insegnamento. È appena il caso di ricordare quanto l’intolleranza e l’assassinio siano lontani dallo spirito di Cristo, come pure la misoginia. Il Maestro teneva le donne nella massima considerazione, al punto che con alcune, come le sorelle dell’amico Lazzaro, era in amicizia. In un giorno di marzo del 415 i monaci parabalani comandati da Pietro il Lettore massacrano orrendamente Ipazia, vittima del fondamentalismo religioso che anche nei secoli successivi inquinò la Chiesa cattolica e che non è ancora sconfitto. Rimane inspiegabile come sia stato possibile proclamare santo Cirillo, secondo alcuni studiosi 8 Cfr. S. Ronchey, Ipazia, cit., p. 39. Cfr. M. Simonetti, La letteratura cristiana, cit., p. 326. 10 Cfr. S. Ronchey, Ipazia, cit., p. 51 e pp. 57-61. 9 109 mandante dell’assassinio, a cui in ogni caso non si oppose e da cui non si dissociò. Mi piace concludere con le parole di Silvia Ronchey, alle quali mi associo: «…ogni volta che nella storia si ripropone, e si ripropone spesso, il conflitto tra un Cirillo e un’Ipazia, una cosa è certa: siamo e saremo sempre dalla parte di Ipazia».11 11 Ibid., p. 193. 110 AMITO VACCHIANO ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ CIVIS ROMANUS SUM! Riflessioni sulla cittadinanza a Roma tra storia e letteratura In un’epoca come la nostra, che tende a celebrare in pompa magna gli anniversari e talvolta a farne positivamente occasione di riflessione, è davvero singolare che nel 2012 sia passata quasi sotto un silenzio assoluto una ricorrenza di straordinario valore storico: vale a dire i milleottocento anni della Constitutio Antoniniana, meglio nota ai più come Editto di Caracalla. Questo evento, com’è noto, segnò un momento fondamentale nel lungo sviluppo storico di Roma e della sua evoluzione giuridica, ritenuto da molti il naturale punto di arrivo, l’ultimo atto di un processo storico durato secoli. Il fatto risulta ancor più sorprendente se si tiene conto dell’ampio dibattito attualmente in corso nel nostro paese, così come in altri dell’Unione Europea, in merito al diritto di cittadinanza. In Italia, in particolare, già nel 2012 faceva discutere la proposta avanzata dall’allora terza carica dello Stato, il presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini, di superare la ristretta e antiquata concezione dello ius sanguinis, tutt’oggi base del nostro ordinamento, e procedere a una riforma della nostra legislazione per rinnovarla sulla base dello ius soli. Si tratta cioè della possibilità di concedere la cittadinanza a chiunque nasca in Italia e vi dimori stabilmente. Ciò permetterebbe, dunque, anche ai figli dei cittadini stranieri che risiedono e lavorano da tempo nel nostro paese, ormai perfettamente integrati e desiderosi di rimanervi per sempre, di ottenere il riconoscimento della cittadinanza italiana con tutti i relativi diritti e i doveri. Attualmente invece la cittadinanza italiana è concessa automaticamente solo ai figli di cittadini italiani, anche se residenti all’estero, al 111 contrario risulta assai lungo e complesso, anche per chi da anni risiede in Italia, ottenere la cittadinanza italiana per sé e per i propri figli. La cittadinanza italiana, inoltre, dà diritto de facto alla cittadinanza nell’Unione Europea: per cui molti cittadini italiani, benché residenti all’estero anche da più generazioni, ma che comunque abbiano conservato la cittadinanza italiana, possono ottenerla facilmente anche per i propri figli, che hanno così l’opportunità di diventare ipso facto cittadini europei con tutti i diritti e i relativi vantaggi. In quest’ottica, a mio avviso, cogliendo l’occasione dei milleottocento anni della Constitutio Antoniniana, sarebbe assai opportuno un riesame della storia del diritto di cittadinanza nel mondo romano, di cui l’Editto di Caracalla ha rappresentato il punto d’arrivo, e vedere se la storia di Roma, come spesso avviene, può offrire qualche ulteriore spunto di riflessione e contribuire utilmente al dibattito odierno. La storia costituzionale di Roma infatti, opera collettiva di un intero popolo, può essere paragonata a una miniera inesauribile di esperienze affascinanti, di conoscenze giuridiche a cui ancora oggi noi, uomini del XXI secolo, possiamo rivolgere la nostra attenzione con profitto e attingere a piene mani idee per la soluzione dei nostri problemi. La mia non vuole e non può essere una trattazione scientifica ed esaustiva della storia del diritto di cittadinanza a Roma, opera per cui ovviamente non basterebbe un’intera biblioteca, ma solo un rapido sguardo a volo d’uccello sui momenti più significativi di una storia millenaria. Il mio obiettivo pertanto, focalizzando l’attenzione su alcuni snodi particolari della storia di Roma, è offrire occasione di riflessione che possa riuscire interessante e utile soprattutto ai giovani allievi della nostra scuola. I docenti e in generale le persone colte saranno, dunque, indulgenti se molto di ciò che leggeranno, per loro, è già ben noto. *** Tutta la storia di Roma si può leggere come un lento ma progressivo e costante sviluppo del diritto di cittadinanza. A Roma, fin dalle più remote origini, forse anche prima della sua fondazione, la cittadinanza fu riservata a poche famiglie (gentes) che ne detenevano gelosamente il possesso e divennero il fondamento dello Stato. I capi di queste famiglie (patres familias) avevano diritto a sedere 112 nel senato (senatus) ed erano i soli che godessero la pienezza dei diritti (ciues optimo iure)1. Ogni uomo libero, dopo la morte di suo padre, diveniva a sua volta pater familias ed era un signore (dominus) con potere assoluto ed illimitato su tutta la casa (familia); di questa facevano parte la moglie, i figli, i figli dei figli e le loro legittime mogli, con le loro figlie nubili e le figlie dei figli e tutti gli averi loro spettanti, i servi (famuli) e gli altri beni mobili e immobili. Della familia entravano a far parte di diritto anche i figli adottivi, dopo la legalizzazione dell’adozione, ed eventualmente anche le figlie nubili orfane dei fratelli o dei parenti prossimi del pater. Il potere del pater familias si esplicava con severa disciplina e a lui spettava la potestà giudiziaria, sicché, a suo arbitrio, poteva punire tutti i suoi sottoposti con pene corporali e addirittura con la morte. Se lo desiderava, cosa inaudita e inconcepibile per noi moderni, poteva addirittura vendere come schiavi i propri figli. Come nella famiglia il pater era un capo assoluto, così nello Stato il potere assoluto doveva spettare ad uno solo, al rex, ma i cittadini gli dovevano piena obbedienza solo quando egli convocava l’assemblea degli uomini liberi atti alle armi ed imponeva loro formalmente l’obbligo. Fra i larghi poteri del re vi era anche quello di concedere la cittadinanza a suo arbitrio. Nel VI secolo a.C., però, gli ultimi re di Roma di origine etrusca, per svincolarsi dal controllo e dai condizionamenti del senato, cominciarono a concedere con eccessiva discrezionalità la cittadinanza a stranieri come loro, cioè a Etruschi, Sabini, Equi, Latini, ecc. che andavano così ad incrementare il numero dei cittadini de facto, ma non de iure. Questa parte della popolazione 1 Nel periodo repubblicano il cittadino romano di pieno diritto (ciuis optimo iure), a differenza di coloro che avevano soltanto il diritto latino, era iscritto in una delle trentacinque tribù territoriali, che fungevano da liste elettorali e di arruolamento militare, e dunque poteva godere dei diritti politici: lo ius suffragii, ossia il diritto di voto nei comitia a Roma, e lo ius honorum, ossia l’eleggibilità alle cariche pubbliche. Solo la cittadinanza romana piena, dunque, consentiva l’accesso alle cariche pubbliche e alle varie magistrature. Svariati erano poi i vantaggi sul piano fiscale e, importante, la possibilità di essere soggetto di diritto privato, ossia di potersi presentare in giudizio attraverso i meccanismi dello ius ciuile, il diritto romano per eccellenza. 113 ben presto divenne maggioritaria2: di qui il nome plebes, che va riconnesso, come è noto, ad una radice indoeuropea *plē- che indica l’abbondanza numerica. In breve tempo le famiglie dei patrizi (patricii = ‘figli dei patres’) si accorsero che il loro tradizionale potere cominciava ad essere seriamente minacciato dalla potestas regia e dalla sua azione sempre più libera e indipendente: ora, infatti, i re, con il sostegno dei nuovi cittadini plebei e considerandosi super partes, cercavano di rendere il loro potere quanto più incondizionato e assoluto. Furono proprio gli esponenti di spicco delle famiglie patrizie che, alla fine del VI secolo a.C., dopo aver abbattuto la tirannide di Tarquinio il Superbo, diedero vita alla res publica populi Romani. Con la fine della monarchia, dunque, è come se la potestas regia fosse ritornata nelle mani di ciascuno dei patres, che acquisiscono ora nella res publica un potere forse mai conosciuto prima. Era fra i senatori, infatti, che venivano scelti i consules, cioè i supremi magistrati che detenevano collegialmente il potere per dodici mesi. Nel caso in cui, per morte prematura o altra causa impediente, i consules fossero venuti a mancare, il potere tornava ai senatori e spettava loro presiedere i comitia per l’elezione dei nuovi consules, nominando interrex uno di loro a turno per cinque giorni. Non c’è da stupirsi dunque se i senatori romani, con la loro dignitas e le insegne del loro potere, la toga con il laticlauum, lo scettro e il loro aspetto solenne e maestoso, agli occhi degli stranieri apparissero come “un consesso di molti re”3. Dopo la costituzione della res publica le condizioni di vita dei plebei peggiorarono decisamente: poiché i patrizi affermavano di essere gli unici che potevano ricoprire le magistrature legittimamente. Essi infatti, 2 Va tenuto presente, ad onor del vero, che sull’origine della plebe e della sua condizione subordinata rispetto ai patrizi non c’è ancora l’accordo tra gli studiosi e che, nonostante le varie e più o meno interessanti teorie avanzate, non è stata ancora trovata quella convincente in maniera definitiva. 3 Riferisce Plutarco che durante la guerra contro Taranto Pirro, re dell’Epiro, intervenuto nel conflitto a fianco dei Tarantini, inviò Cinea come suo ambasciatore a Roma a chiederne la resa. Al suo ritorno il re gli chiese che impressione gli avesse fatto il senato romano e Cinea rispose che gli era sembrato un “sinedrio di molti re”. Cfr. Plut. Pyr. 19: «λέγεται δev Κινέαν […] τά τ’ !λλα τù Πύρρ/ φράσαι καV *‹ &ς & σύγκλητος *ù βασιλέων συνέδριον φανείη». 114 essendo discendenti dei patres, erano i soli che detenevano gli auspicia, ovvero la capacità di interpretare preventivamente il volere degli dei, azione imprescindibile per poter intraprendere qualsiasi attività politica. I plebei inoltre, non godendo né dello ius connubii con i patrizi (cioè il diritto di matrimonio), né dello ius commercii (cioè il diritto di commercio), non solo erano esclusi da tutte le magistrature e quindi da ogni possibilità di accesso al senato, ma di fatto, pur essendo formalmente cittadini romani e tenuti a tutti gli obblighi di difesa dello Stato e alle varie contribuzioni, erano relegati a svolgere un ruolo del tutto marginale e subalterno nella vita politica. I patres dunque, approfittando del loro predominio politico, cercarono sempre non solo di mantenere immutati i loro privilegi, ma, se possibile, di trasmetterli accresciuti e ampliati ai loro eredi, con l’obiettivo di tenerne esclusi i plebei. Gli eventi storici, tuttavia, non dipendono solo dalla volontà dei singoli individui: ben presto nella società romana intervennero mutazioni tali che resero insostenibile la pura e semplice conservazione dello status quo. L’evoluzione socio-economica dell’Italia fra il V e il IV secolo a.C., con lo sviluppo della civiltà urbana e nell’arte della guerra con la diffusione della tecnica della falange oplitica, fece sì che la plebe, divenendo progressivamente più cosciente della propria funzione e del proprio peso politico, non si accontentasse di un ruolo passivamente subalterno, ma rivendicasse in maniera sempre più perentoria l’abbattimento delle barriere che impedivano la piena parificazione dei diritti fra i cittadini. Le rivendicazioni politiche presto si saldarono con quelle economiche e tutta la prima fase della storia della repubblica, segnata da lotte più o meno aspre, può anche essere letta come un lento ma costante progresso in questa direzione, le cui tappe furono scandite dalle successive conquiste politiche della plebe: 494-493 Prima secessione della plebe sul Monte Sacro e introduzione dei tribuni plebis, degli aediles plebis e dei concilia plebis. 451-449 Costituzione della magistratura straordinaria dei decemuiri legibus scribundis e approvazione della lex XII tabularum. 115 449 Seconda secessione della plebe e approvazione delle leges Valeriae Horatiae de prouocatione. 445-444 Costituzione dei tribuni militum consulari potestate aperti ai plebei come alternativa all’ammissione dei plebei al consolato. 445 lex Canuleia: concessione dello ius connubii ai plebei. 367 leges Liciniae Sextiae, tra cui la lex de consule plebeio: concessione di uno dei consoli ai plebei. Tutte queste conquiste, dunque, scaturirono da lotte politiche, non sempre pacate, e si configurarono come l’aspirazione dei plebei al godimento di una cittadinanza piena, che passava necessariamente per l’uguaglianza dei diritti e dei doveri fra tutti i cittadini in ogni momento della vita politica, e non soltanto fra i ranghi dell’esercito o sul campo di battaglia. Di fatto, anche se nella società romana rimasero sempre presenti diseguaglianze economiche, il principio dell’uguaglianza giuridica fra i cittadini fu sempre molto sentito. A questo proposito uno dei massimi storici e filologi tedeschi, il grande Theodor Mommsen, afferma: «[Nel primo periodo della sua storia] per quanto erano incerte le relazioni tra il cittadino e il non cittadino, altrettanto invece era compiuta l’uguaglianza legale dei cittadini fra loro. Non v’è forse alcun popolo che abbia saputo sostenere come i Romani più inesorabilmente l’una e l’altra delle due tesi»4. Con le leges Liciniae Sextiae del 367 a.C. la secolare lotta della plebe per la parificazione dei diritti poteva dirsi sostanzialmente conclusa. Da quel momento in poi il compattamento della società romana fu compiuto: ogni cittadino cominciò a sentirsi parte attiva e vitale della res publica, membro di un ingranaggio politico straordinariamente versatile e produttivo. Ciò consentì quella temporanea felice armonizzazione delle forze individualistiche, a partire da quelle economiche, impossibile 4 Theodor Mommsen, Storia di Roma antica. Dalle origini sino all’unione d’Italia, vol. I, tomo I, Sansoni, Firenze 1960, p. 85. Com’è noto, la Storia di Roma di Mommsen vide la luce per la prima volta a Lipsia in tre volumi fra il 1854 e il 1856 e insieme ad altre opere dell’autore gli ottenne il Premio Nobel per la letteratura nel 1902. 116 senza la sconfitta dei vecchi privilegi aristocratici. Questo è un evento che si verifica raramente nella storia, ma che, quando avviene sprigiona forze tali da permeare tutti gli aspetti di una società. Soprattutto in campo militare il senso di appartenenza e la fedeltà alla patria diedero i frutti migliori: l’esercito, costituito da cittadini orgogliosi e fieri di essere romani, divenne un’arma formidabile e diede a Roma una tale forza da farla divenire in pochi decenni una superpotenza irresistibile, non solo in Italia, ma ben presto anche in tutto il bacino del Mediterraneo. Le vicende del resto sono note: nel giro di un secolo Roma occupò militarmente e politicamente l’Italia. Costituì un granitico sistema di alleanze, la cosiddetta confederazione romano-italica, che vide in prima fila le città latine5, che sostennero Roma nell’opera di latinizzazione linguistica dell’Italia, e poi tutte le altre ciuitates italiche, che affiancarono Roma nelle numerosissime guerre, fornendo truppe scelte e vigorose che costituirono il nerbo dell’esercito e in molte occasioni furono vitali non solo per la vittoria, ma anche per la sopravvivenza stessa di Roma. È universalmente noto che senza l’incrollabile compattezza della “confederazione” (a cui però non mancarono crepe vistose) i Romani sarebbero stati spazzati via da Annibale e dalle sue truppe mercenarie, soprattutto dopo le sue travolgenti e brillanti vittorie militari. Dopo la seconda guerra punica Roma riprese con rinnovato vigore la sua politica di espansione, non mancando di concedere come premio a singoli individui o a singole città la cittadinanza latina o anche una forma limitata di cittadinanza romana, la ciuitas sine suffragio. Il premio più ambito, però, rimase sempre la cittadinanza romana pleno iure. Questa, tuttavia, dovendo superare sempre la resistenza tenace e a volte irriducibile del senato, geloso e intransigente custode dei propri privilegi, era concessa solo di rado. Diventare cittadino romano perciò proprio in quest’epoca inizia ad essere il traguardo ambito di molti italici ed extraitalici, singoli individui o intere comunità. A molte ciuitates italiche, ormai profondamente romanizzate, come direbbe Cesare lingua institutis legibus, mancava solo il riconoscimento 5 Le civitates latine godettero di uno statuto speciale, con privilegi che fecero della cittadinanza latina quasi una cittadinanza romana di serie B. 117 giuridico per ottenere anche i vantaggi della cittadinanza romana. Proprio l’atteggiamento rigido del senato di Roma e la chiusura ad ogni richiesta di concessione di cittadinanza, che proveniva da parte di molte comunità italiche, determinarono quella vasta insurrezione di città e popoli dell’Italia centro-meridionale contro Roma che va sotto il nome di bellum Marsicum o bellum sociale (91-89 a.C.). L’aspetto più pericoloso per Roma in questa guerra fu rappresentato dal fatto che non solo le ciuitates italiche erano situate a poca distanza da Roma stessa, ma erano anche in grado di padroneggiare la strategia e le tecniche di combattimento dei Romani. Da secoli, infatti, gli Italici erano costretti ad affiancare i Romani in tutte le guerre e ormai ne condividevano l’armamento, l’addestramento, gli stratagemmi e lo spirito di corpo6. I Romani, perciò, seriamente preoccupati per la piega che stavano prendendo gli avvenimenti, capirono che per fiaccare gli animi degli Italici l’unica arma efficace sarebbe stata la concessione immediata della cittadinanza romana a tutti coloro che si separavano dagli insorti e si arrendevano senza condizioni. Nel 90 a.C. approvarono pertanto la lex Iulia de ciuitate, in base a cui la cittadinanza romana veniva concessa a tutti i socii Latini o Italici che erano rimasti tranquilli o che si impegnano a deporre subito le armi7. A questo provvedimento fece seguito nell’89 a.C. la lex Plautia Papiria de ciuitate, con cui si voleva colmare una lacuna della lex Iulia: veniva infatti concessa la cittadinanza romana anche a singoli individui, purché il richiedente fosse già iscritto nelle liste dei cittadini di qualche comunità alleata, avesse domicilio stabile in Italia all’epoca della promulgazione della legge e ne facesse regolare domanda entro due mesi al pretore urbano8. 6 Secondo molti studiosi fu proprio negli accampamenti, dove Romani e Italici vivevano in stretta simbiosi per anni, che quest’ultimi imparavano a parlare latino e a “sentirsi romani”, diffondendo poi nelle loro comunità disseminate nella Penisola non solo la lingua ma tutto il complesso dei costumi (mores) romani. 7 Il testo di questa legge è contenuto in una lunga iscrizione proveniente da Eraclea, città greca della Lucania, e perciò detta Tabula di Eraclea (CIL I, 593). 8 Le tre clausole di questa legge sono conosciute grazie a Cicerone (Pro Archia poeta, 7): «Si qui foederatis ciuitatibus ascripti fuissent; si tum, cum lex ferebatur, in Italia domicilium habuissent; et si sexaginta diebus apud praetorem essent professi». 118 Nonostante la forte resistenza delle sue classi dirigenti, dunque, in età repubblicana Roma unificò l’Italia e fu costretta ad estendere la cittadinanza romana a tutti i suoi abitanti. Ma perché la cittadinanza romana era così ambita dagli Italici? A prescindere dai vantaggi economici e politici che la cittadinanza romana comportava, a quell’epoca il cittadino romano si sentiva veramente tutelato dalle leggi di Roma e dal suo prestigio. Egli, in qualunque parte dell’impero si trovasse, si sentiva al sicuro da arbitri e prepotenze, anche quelli provenienti da parte dei magistrati: era sufficiente che dicesse ad alta voce «ciuis Romanus sum» perché immediatamente scattassero le immunità e i diritti che offriva la cittadinanza romana. Il grande Cicerone per suscitare la commozione e infiammare di sdegno i giudici durante il processo contro l’ex pretore di Sicilia Gaio Verre, fra le altre infinite nefandezze da lui commesse lascia per ultimo, come una ciliegina sulla torta, il crimine più esecrando: la violenza perpetrata contro cittadini romani senza regolare processo e senza il rispetto delle garanzie costituzionali. Azione questa considerata da Cicerone fra le più infami, perché violava qualcosa di sacro e specifico di ciascun cittadino romano. In particolare Cicerone si sofferma nella descrizione dettagliata della vicenda di Publio Gavio di Compsa (attuale Conza in provincia di Avellino), allora importante municipio romano del Sannio. Costui, in Sicilia per affari, dopo essere stato gettato illegalmente da Verre nelle latomie di Siracusa, era riuscito ad evadere, ma giunto a Messina si lasciò andare a confidenze con persone sbagliate. Arrestato, venne fatto comparire davanti a Verre che – guarda le coincidenze! – proprio in quel giorno giungeva a Messina. Ora, però, cediamo la parola allo stesso Cicerone: «Res ad eum defertur, esse ciuem Romanum qui se Syracusis in lautumiis fuisse quereretur; quem iam ingredientem in nauem et Verri nimis atrociter minitantem ab se retractum esse et adseruatum, ut ipse in eum statueret quod uideretur. Agit hominibus gratias et eorum beniuolentiam erga se diligentiamque conlaudat. Ipse inflammatus scelere et furore in forum uenit; ardebant oculi, toto ex ore crudelitas eminebat. Exspectabant omnes quo tandem progressurus aut quidnam acturus esset, cum repente hominem proripi atque in foro medio nudari ac deligari et uirgas expediri iubet. Clamabat 119 ille miser se ciuem esse Romanum, municipem Consanum; meruisse cum L. Raecio, splendidissimo equite Romano, qui Panhormi negotiaretur, ex quo haec Verres scire posset. Tum iste, se comperisse eum speculandi causa in Siciliam a ducibus fugitiuorum esse missum; cuius rei neque index neque uestigium aliquod neque suspicio cuiquam esset ulla; deinde iubet undique hominem uehementissime uerberari. Caedebatur uirgis in medio foro Messanae ciuis Romanus, iudices, cum interea nullus gemitus, nulla uox alia illius miseri inter dolorem crepitumque plagarum audiebatur nisi haec, ‘Ciuis Romanus sum’. Hac se commemoratione ciuitatis omnia uerbera depulsurum cruciatumque a corpore deiecturum arbitrabatur; is non modo hoc non perfecit, ut uirgarum uim deprecaretur, sed cum imploraret saepius usurparetque nomen ciuitatis, crux, – crux, inquam, – infelici et aerumnoso, qui numquam istam pestem uiderat, comparabatur. O nomen dulce libertatis! O ius eximium nostrae ciuitatis! O lex Porcia legesque Semproniae! O grauiter desiderata et aliquando reddita plebi Romanae tribunicia potestas! Hucine tandem haec omnia reciderunt ut ciuis Romanus in prouincia populi Romani, in oppido foederatorum, ab eo qui beneficio populi Romani fascis et securis haberet deligatus in foro uirgis caederetur? Quid? Cum ignes ardentesque laminae ceterique cruciatus admouebantur, si te illius acerba imploratio et uox miserabilis non inhibebat, ne ciuium quidem Romanorum qui tum aderant fletu et gemitu maximo commouebare? In crucem tu agere ausus es quemquam qui se ciuem Romanum esse diceret?» «Gli si riferiscono i fatti: la viva protesta, cioè, da parte di un cittadino romano per essere stato rinchiuso a Siracusa nelle latomie, il suo arresto al momento dell’imbarco mentre lanciava contro di lui delle minacce fin troppo violente, e il suo imprigionamento perché fosse proprio il governatore a prendere a suo carico i provvedimenti ritenuti più opportuni. Egli ringrazia profondendosi in elogi per il benevolo interessamento nei suoi riguardi e, inferocito dal suo delittuoso e rabbioso sadismo, si reca nel foro. Aveva gli occhi fiammeggianti e da tutto il volto traspariva la crudeltà. Tutti erano in attesa di vedere a che eccesso si sarebbe spinto o cosa mai avrebbe fatto; ed ecco che all’improvviso ordina di trascinare Gavio fuori di prigione, denudarlo in mezzo alla piazza, legarlo e preparare le verghe. Il disgraziato gridava di essere cittadino romano, del municipio di Conza; di aver prestato servizio militare con un illustre cavaliere romano, L. Recio, commerciante di Palermo, dal quale Verre poteva averne la conferma. Costui allora ribatte che era venuto a conoscenza che egli era stato inviato in 120 Sicilia come spia dei capi degli schiavi ribelli: e ciò nonostante che non esistesse indizio né traccia né sospetto alcuno; ordina poi ai suoi littori di circondarlo e di fustigarlo con la massima violenza. Veniva fustigato in mezzo alla piazza di Messina un cittadino romano, signori giudici, e mentre quell’infelice veniva straziato sotto i colpi scroscianti, non si udiva un gemito né altro grido se non questo: ‘Sono un cittadino romano!’. È con questa menzione della sua qualità di cittadino romano che egli pensava di poter evitare tutti i colpi e allontanare dal proprio corpo la tortura; non solo, però, non riuscì a scongiurare la violenta fustigazione, ma poiché intensificava la sua implorazione avendo sulle labbra continuamente il suo titolo di cittadino romano, ecco che per quell’infelice, per quel disgraziato che non aveva mai visto codesta peste, veniva approntata la croce, sì, lo ripeto, la croce! O dolce nome della libertà! O bel privilegio dei nostri cittadini! O legge Porcia e leggi Sempronie! O potere dei tribuni fortemente rimpianto e finalmente restituito alla plebe romana! Tutte queste garanzie dovettero dunque scadere fino al punto che un cittadino romano, in una provincia romana, in una città federata, venne legato e fatto fustigare da colui al quale il popolo romano aveva concesso l’onore dei fasci e delle scuri? E allora? Se, quando Gavio veniva sottoposto alla tortura del fuoco, delle lamine di ferro arroventate e agli altri tormenti, la sua dolorosa invocazione e la sua voce lamentevole non riuscivano a fermarti, non ti muovevano a compassione nemmeno il pianto e i gemiti prolungati dei romani presenti? Hai tu avuto il coraggio di far mettere in croce uno che si proclamava in possesso della cittadinanza romana?»9. Un altro celebre caso in cui la cittadinanza romana giocò un ruolo fondamentale, soprattutto per le conseguenze che ebbe sul piano storico, fu quello di Paolo di Tarso, l’apostolo delle genti. Alla fine del suo terzo viaggio, dopo aver con coraggio annunciato il vangelo di Gesù Cristo in molte province dell’impero romano e aver costituito molte embrionali comunità cristiane, si recò a Gerusalemme per portarvi le collette raccolte a favore di quei cristiani secondo un impegno precedentemente assunto10. Qui, oltre a registrare il disaccordo sulla sua predicazione da parte della chiesa locale, composta quasi esclusivamente da Giudei osservanti e timorosi del giudizio degli altri Giudei che non vedevano di buon occhio i cristiani, compie una visita al 9 Cicerone, Actio in C. Verrem secunda, liber V de suppliciis, 160-163. Cfr. Gal. 2, 10. 10 121 Tempio, per testimoniare così pubblicamente la sua adesione formale all’ebraismo. Dopo una settimana, mentre si trovava sulla spianata del Tempio, Paolo fu riconosciuto da alcuni Ebrei dell’Asia (probabilmente Efeso) e fu accusato, oltre che di aver predicato “contro la legge e contro questo luogo”, anche di aver introdotto un pagano, l’ellenista Trofimo di Efeso, nel recinto del Tempio riservato agli Ebrei. L’accusa era falsa (Paolo era stato accompagnato da Trofimo ma non nel Tempio), ma il reato era grave, essendo prevista la pena di morte per il trasgressore. Ne nascono dei tafferugli e Paolo è salvato in extremis dall’intervento di un tribuno romano, un certo Claudio Lisia11, che dalla vicina fortezza Antonia poteva controllare la spianata del Tempio. Paolo chiede all’ufficiale di potersi rivolgere alla folla inferocita e tiene un discorso nel quale raccontava la sua chiamata da parte di Gesù a predicare ai pagani: «Fino a queste parole erano stati ad ascoltarlo, ma a questo punto alzarono la voce gridando: “Togli di mezzo costui; non deve più vivere!”. E poiché continuavano a urlare, a gettare via i mantelli e a lanciare polvere in aria, il comandante lo fece portare nella fortezza, ordinando di interrogarlo a colpi di flagello, per sapere perché mai gli gridassero contro in quel modo. Ma quando l’ebbero disteso per flagellarlo, Paolo disse al centurione che stava lì: “Avete il diritto di flagellare uno che è cittadino romano e non ancora giudicato?”. Udito ciò, il centurione si recò dal comandante ad avvertirlo: “Che cosa stai per fare? Quell’uomo è un romano!”. Allora il comandante si recò da Paolo e gli domandò: “Dimmi, tu sei romano?”. Rispose: “Sì”. Replicò il comandante: “Io, questa cittadinanza l’ho acquistata a caro prezzo”. Paolo disse: “Io, invece, lo sono di nascita!”. E subito si allontanarono da lui quelli che stavano per interrogarlo. Anche il comandante ebbe paura, rendendosi conto che era romano e che lui lo aveva messo in catene»12. In questo caso, però, a differenza di quello narrato da Cicerone, il possesso della cittadinanza romana fu decisivo per la salvezza di Paolo. Egli infatti fu salvato dal tribuno della coorte romana di occupazione, il 11 12 At 23, 26; 24, 7; 24, 22. At 22, 22-29. 122 quale però lo arrestò. Come prigioniero comparve prima davanti al procuratore Antonio Felice, che lo trattenne per due anni senza emettere una sentenza, poi fu deferito a comparire davanti al suo successore Porcio Festo: «[Festo] scese a Cesarèa e il giorno seguente, sedendo in tribunale, ordinò che gli si conducesse Paolo. Appena egli giunse, lo attorniarono i Giudei scesi da Gerusalemme, portando molte gravi accuse, senza però riuscire a provarle. Paolo disse a propria difesa: “Non ho commesso colpa alcuna, né contro la Legge dei Giudei né contro il Tempio né contro Cesare”. Ma Festo, volendo fare un favore ai Giudei, si rivolse a Paolo e disse: “Vuoi salire a Gerusalemme per essere giudicato là di queste cose, davanti a me?”. Paolo rispose: “Mi trovo davanti al tribunale di Cesare: qui mi si deve giudicare. Ai Giudei non ho fatto alcun torto, come anche tu sai perfettamente. Se dunque sono in colpa e ho commesso qualche cosa che meriti la morte, non rifiuto di morire; ma se nelle accuse di costoro non c’è nulla di vero, nessuno ha il potere di consegnarmi a loro. Io mi appello a Cesare”. Allora Festo, dopo aver discusso con il consiglio, rispose: “Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai”»13. Secondo gli Atti, dunque, Paolo come cittadino romano si appella a Cesare, cioè a Nerone che allora regnava a Roma, e viene perciò deferito al tribunale dell’imperatore. Quale esito abbia avuto il processo nella capitale dell’impero non è detto esplicitamente negli Atti, ma è evidente che il viaggio a Roma ci fu, con tutte le conseguenze storiche che conosciamo. Da questo episodio appare del tutto evidente che sotto l’impero il processo storico si sviluppò nel senso di estendere la cittadinanza romana anche ai sudditi delle province. Questo processo culminò, quasi come conseguenza naturale, con la costituzione di Caracalla del 212 d.C. Non si svolse, però, in modo lineare e incontrastato; alcuni imperatori furono più favorevoli all’estensione della cittadinanza, altri meno. Augusto, ad esempio, più rispettoso della tradizione, non fu molto prodigo nella concessione della cittadinanza romana a provinciali. Claudio mostrò maggiore larghezza, ma il primo che intraprese in modo ampio e razionale l’inserimento dei 13 At 25, 6-12. 123 provinciali nella cittadinanza, collegandolo alle sue riforme dell’esercito, fu Vespasiano. Dall’età degli Antonini in poi il processo si accentuò e divenne irreversibile. La trasformazione della struttura statale in quella di un impero mondiale era ad un tempo la fine dell’antica concezione della città-stato e la premessa necessaria per l’universale livellamento dei cittadini e dei sudditi. I mezzi adoperati erano vari, compreso quello di conferire a città provinciali i diritti delle colonie o dei municipi romani, ovvero il grado inferiore della cittadinanza latina. «Gli stessi imperatori del resto non erano più di origine romana o italica, ma appartenevano ad altre nazioni. Questa progressiva estensione della cittadinanza romana ai sudditi dell’impero era il risultato della vasta opera di romanizzazione condotta dalla politica imperiale, ma soprattutto del forte grado di sviluppo economico conseguito dalle provincie e dalla splendida fioritura della vita delle città che non ebbero nulla da invidiare ai precedenti dell’età ellenistica. Ciò portava fatalmente ad attenuare le rigide distinzioni antiche fra la civitas Romana ed i sudditi ed a concepire l’impero come una crescente unità mondiale»14. La celebre Constitutio Antoniniana non fu dunque che l’ultimo atto di un processo storico durato per due secoli, processo durante il quale era andata sempre più attenuandosi la rigida distinzione, tipica dell’impero repubblicano, fra cittadini e sudditi. «Essa attestava che ormai lo stato cittadino era finito e con esso anche l’antico principato augusteo, intimamente congiunto alla concezione repubblicana, ed era sorto un nuovo stato, una monarchia mondiale, nella quale Roma non aveva più una posizione privilegiata, ma solo la preminenza di una capitale e del resto sempre meno determinante. Anche se la Constitutio Antoniniana non realizzò compiutamente dal lato giuridico l’unità dell’impero, essa la favorì grandemente, né occorre giungere sino alle riforme di Diocleziano per ritenere superata la concezione della città-stato»15. 14 Francesco De Martino, Storia della costituzione romana, vol. IV, Parte Prima, Eugenio Jovene, Napoli 1966, p. 326. 15 Ibid. pp. 326-327. 124 Questa unificazione dell’impero ebbe ripercussioni anche in campo culturale. La lingua latina, che fino a quest’epoca in Oriente era sempre stata considerata con sufficienza dalle élites culturali e anche come lingua franca per il commercio era sempre stata poco adoperata, acquista ora un prestigio e una vitalità mai conosciute prima: si pensi, ad esempio, al semplice fatto che in tutto l’impero i nuovi cittadini, quando erano citati in giudizio, dovevano difendersi in latino davanti a giudici che parlavano latino: nei tribunali dell’impero, infatti, il latino era la lingua obbligatoria per tutti, sia per magistrati che per le parti in causa e se tutti erano diventati cittadini, tutti ora dovevano servirsi di questa lingua. Di conseguenza, proprio a partire dal III secolo d.C. fanno la loro comparsa gli interpretamenta, dei testi bilingui greco-latini, poco più che dei frasari con brevi dialoghi, attraverso cui chiunque, anche senza l’aiuto di maestri, poteva imparare il latino. In tutte le città orientali inoltre si diffusero maestri di retorica che insegnavano agli aduocati a perfezionarsi nella lingua latina e padroneggiarla in tutti i suoi raffinati artifici stilistici. Questo fece sì che solo nel IV secolo d.C. l’impero potesse dirsi compiutamente unificato non solo dal punto di vista giuridico, ma anche culturale: era infatti nata una sola cultura che poteva esprimersi indifferentemente sia in latino che in greco. Proprio in quest’epoca, infatti, appaiono scrittori di origine orientale che adoperano il latino per comporre i loro capolavori: tanto per fare qualche esempio possiamo ricordare Ammiano Marcellino, originario di Antiochia di Siria, che nel IV secolo compone in latino le sue Historiae, o il poeta egiziano Claudio Claudiano che, dalla sua patria, l’Egitto trasferitosi a Roma alla fine del secolo, abbandona il greco, sua lingua madre, per adottare il latino che impiegherà in modo magistrale nei poemi che gli diedero una non immeritata fama. Naturalmente la cosa era reciproca e scrittori di madre lingua latina potevano esprimersi anche in greco: ma ovviamente questa era un’opportunità che esisteva già da secoli. Proprio in questo periodo, che non senza ragione suole essere definito tardoantico, assistiamo al canto del cigno del mondo antico: in esso, infatti, si sviluppò l’ultima splendida fioritura della letteratura antica greca e latina prima dell’inesorabile calata sull’Europa delle ombre del medioevo. 125 Il poeta di origine gallica Rutilio Namaziano, ad esempio, dopo aver soggiornato a lungo a Roma agli inizi del V secolo, verso il 419 compose il poema De reditu suo, in cui descrive con i toni forti del compianto, della tristezza e della rabbia, il viaggio di ritorno nella sua Gallia devastata dai barbari. Siamo, infatti, nei penosi anni che fecero seguito al sacco di Roma ad opera dei Visigoti di Alarico (410) e delle devastazioni che i barbari avevano iniziato un po’ dovunque nell’impero. E mentre l’impero si dibatteva negli spasmi della sua lenta agonia, proprio questo poeta ci regala uno degli inni più belli mai dedicato a Roma, sentita non solo come sua patria, ma anche come colei che ha offerto al mondo i proprii iuris consortia, cioè “l’unità giuridica”: «Exaudi, regina tui pulcherrima mundi, inter sidereos, Roma, recepta polos; exaudi, genetrix hominum genetrixque deorum: Non procul a caelo per tua templa sumus. Te canimus semperque, sinent dum fata, canemus: sospes nemo potest immemor esse tui. Obruerint citius scelerata obliuia solem quam tuus e nostro corde recedat honos. Nam solis radiis aequalia munera tendis, qua circumfusus fluctuat Oceanus; uoluitur ipse tibi, qui continet omnia, Phoebus eque tuis ortos in tua condit equos. Te non flammigeris Libye tardauit arenis; non armata suo reppulit ursa gelu: Quantum uitalis natura tetendit in axes, tantum uirtuti peruia terrae tuae. Fecisti patriam diuersis gentibus unam; profuit iniustis te dominante capi; dumque offers uictis proprii consortia iuris, urbem fecisti, quod prius orbis erat». «Prestami ascolto, bellissima regina del mondo interamente tuo, accolta tra le celesti, o Roma, volte stellate. Prestami ascolto, tu madre degli uomini, madre degli dèi: grazie ai tuoi templi non siamo lontani dal cielo. Te cantiamo e canteremo, sempre, finché lo concedano i fati, nessuno può essere in vita e dimentico di te. Potrà piuttosto scellerato oblio affondare il sole 126 prima che il tuo splendore svanisca dal nostro cuore, perché diffondi grazie pari ai raggi del sole per ogni terra, fino all’Oceano che ci fluttua intorno. Per te si volge lo stesso Febo che tutto abbraccia E i suoi cavalli, sorti da te, in te ripone; non ti fermò, sabbia di fuoco, la Libia, né ti respinse, armata del suo gelo, l’Orsa: quanto si estese fra i poli, propizia alla vita, la natura tanto si aprì la terra al tuo valore. Hai fatto di genti diverse una sola patria, la tua conquista ha giovato a chi viveva senza leggi: offrendo ai vinti l’unione del tuo diritto hai reso l’orbe diviso unica Urbe». Quali riflessioni, dunque, possiamo trarre da questo excursus? Abbiamo appreso che Roma divenne grande vincendo le resistenze delle sue classi dirigenti e concedendo la cittadinanza gradualmente a tutti gli abitanti dell’impero. Oggi, forti di quest’esperienza, dobbiamo vincere nel nostro paese le resistenze xenofobe e antieuropee, da qualunque parte esse provengano, e non esitare a concedere la cittadinanza, anche come un’onorificenza o un premio, a uomini meritevoli di altri paesi, che si siano distinti per impegno e genialità nei vari campi delle attività umane16. Già oggi i lavoratori stranieri che risiedono in Italia appaiono sempre più come una risorsa per il nostro paese: spesso svolgono con impegno lavori che gli italiani non vogliono più fare e con la loro presenza e prolificità sono in grado di controbilanciare la tendenza alla decrescita e all’invecchiamento che caratterizza in quest’epoca la popolazione italiana. Perché dunque non incentivare i più meritevoli fra loro a stabilirsi in maniera definitiva in Italia, premiando loro e i loro figli con la concessione della cittadinanza? Molti però paventano il rischio che l’accoglienza eccessiva e indiscriminata di stranieri, per giunta in un’epoca di globalizzazione, possa alterare la nostra identità culturale e nazionale, e trasformare la nostra patria in una realtà multietnica senza più punti di riferimento. Si 16 Se non mi inganno, non mi sembra che attualmente nel nostro ordinamento ci sia qualcosa di simile e, se è davvero così, forse sarebbe il caso di dotarci di strumenti adatti allo scopo. 127 tratta di un pericolo reale e tutt’altro che teorico: è un fatto ormai acquisito che la tendenza generale oggi nel mondo è verso una cultura omologata e appiattita che cancella differenze e specificità. L’antidoto, tuttavia, lo abbiamo già sotto mano: è la nostra cultura plurisecolare. Solo la scuola, la tanto bistrattata e poco considerata scuola italiana, oggi è l’unica ancora di salvezza per il nostro paese. A condizione, però, che si agisca subito e si inverta la tendenza a considerare la scuola solo come un peso. Non dimentichiamo che in passato, pur senza possedere l’unità politica, che venne molto più tardi, l’Italia non solo elaborò una propria splendida civiltà, ma fu anche in grado di promuoverla ed esportarla nel resto del mondo. È a scuola che i figli degli stranieri apprendono la lingua e i tesori della nostra civiltà artistica: è a scuola, insomma, che imparano a diventare italiani. L’Italia oggi più che mai ha da riscoprire la possibilità di un nuovo humanismus, che come e più di quello antico, porti il nostro paese verso un nuovo Rinascimento e vinca sia le spinte grette e isolazioniste, sia quelle che ci vorrebbero completamente appiattiti su valori e canoni estetici impostici dall’esterno. Credo che oggi il nostro compito di intellettuali ed educatori sia quello di trasmettere alle nuove generazioni la fiducia in quei valori e quegli ideali che in passato hanno reso l’Italia una nazione grande e celebrata in tutto il mondo. Nel maggio di quest’anno si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo: forse potrebbe essere questa una prima occasione per cominciare a far trionfare in Italia e in Europa un nuovo spirito europeista, più aperto all’accoglienza e alla solidarietà verso gli stranieri, ma nello stesso tempo in grado di esaltare e valorizzare le specificità culturali nazionali, nella convinzione che le diversità culturali sono ricchezza e risorse concrete, spendibili solo se conservate e trasmesse con amore alle nuove generazioni. Solo a queste condizioni potremo fronteggiare, arginare o magari anche sperare di sconfiggere le spinte xenofobe, altrimenti saremo destinati a soccombere per sempre, ma in questo caso la responsabilità sarà stata anche nostra. 128 Sezione didattica (collaborazioni degli studenti) 129 130 In foro Tusculano Bozzetto di vita quotidiana nell’antica Roma ideato e diretto dal prof. Amito Vacchiano, presentato dagli alunni della quinta A Presentazione Dopo Magister et discipuli, le pagine dei “Quaderni” ospitano un altro dialogo in latino, preparato dal prof. Amito Vacchiano per i suoi studenti: In foro Tusculano. La particolarità del dialogo è che esso stesso è uno strumento didattico, elaborato secondo l’ormai famoso “metodo natura” dal prof. Vacchiano, che della teoria di Hans H. Ørberg (1920-2010) è, nel nostro Istituto, un convinto assertore.1 È noto che il giudizio sul metodo del linguista danese non è affatto univoco e che questo, per i suoi pregi e difetti, è stato ed è tuttora oggetto di vivaci discussioni.2 Pur tuttavia è indubbio che esso appassioni davvero gli studenti alla lingua latina, ossia faccia sentire il latino come una realtà vera e vitale. Questo lo diciamo con tutta franchezza noi, che abbiamo visto recitare dai giovani allievi del prof. Vacchiano il bozzetto In foro Tusculano, in occasione dell’Open Day del nostro Istituto (sabato 18 1 I pregi del “metodo natura” sono spiegati dal prof. Vacchiano nel suo contributo apparso sul precedente numero dei “Quaderni”: Amito Vacchiano, Per un approccio diverso al latino, in “Quaderni del Liceo Orazio”, n. 3, anno scolastico 2012/2013, pp. 101-102. 2 Il corso di latino del prof. Ørberg è stato pubblicato in Italia col titolo Lingua Latina per se illustrata, a cura di Luigi Miraglia, Accademia Vivarium Novum, Montella 2001 (pars I Familia Romana; pars II Roma aeterna; Latine disco; Latine doceo, guida per gli insegnanti). Del prof. Miraglia, che ha diffuso in Italia il metodo Ørberg attraverso l’Accademia Vivarium Novum, citiamo, fra i suoi vari contributi, questo sulle ragioni dell’insegnamento del latino: Luigi Miraglia, Il latino non è la lingua degli antichi romani, in La Civiltà dal Testo, Convegno di studio sulla didattica del latino, Liceo scientifico statale “C. Cavour” (Roma, 22-23 Novembre 2002), Tipolito Istituto Salesiano Pio XI, Roma 2003, pp. 49-69. 131 gennaio 2014, presso la sede di via Isola Bella), e ne abbiamo tratto una vivissima impressione. Abbiamo infatti notato con quanta scioltezza e naturalezza, senza incertezze né impappinamenti, gli studenti del prof. Vacchiano hanno recitato le battute in latino di questo testo, mettendo in scena le compere di una coppia di coniugi romani, a passeggio tra i banchi del mercato. Un metodo del genere sembrerebbe smentire quegli studiosi che si son rassegnati a etichettare il latino come “lingua morta”,3 perché lo riporta inaspettatamente a vita nuova, e proprio per bocca di allievi adolescenti (vd. le sequenze filmate su Youtube intitolate “Roma aeterna”). È pur vero che il metodo ingenera dubbi legittimi e forse mostra certi suoi limiti, allorché gli studenti devono cimentarsi con la traduzione di autori certamente impegnativi come Seneca e Tacito, i cui brani spesso son assegnati nella seconda prova agli Esami di Stato. Ma, proprio per gli indubbi suoi risultati nell’approccio al latino, il “metodo natura” si rivela particolarmente interessante, al punto che esso potrebbe rappresentare una valida soluzione didattica per lo studio del latino nelle scuole superiori, almeno nel biennio. L’importante è, comunque, che noi docenti di latino non ci si divida pregiudizialmente tra “ørberghiani” e “normativisti” e che, invece, si affronti una seria riflessione sulla teoria didattica di Hans H. Ørberg, magari verificandone, come fa con passione e coraggio il collega prof. Vacchiano, i pregi e i difetti nella pratica quotidiana dell’insegnamento.4 Mario Carini 3 Uno di questi è Giuseppe Pittano, che alla fine di un suo volume sulla didattica del latino, dichiarava, citando gli illustri latinisti Francesco Della Corte, Elio Pasoli e Concetto Marchesi, che il latino, come strumento di comunicazione, è una lingua morta, perché non può esprimere la realtà odierna in tutti i suoi aspetti (Giuseppe Pittano, Didattica del latino, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, Milano 1978, p. 221). 4 Una recente sintesi delle discussioni sul “metodo natura” è in Augusta Celada, Insegnare latino e greco con il “metodo natura”, in “Nuova Secondaria”, n. 4, dicembre 2013, pp. 14-15. 132 Liceo Classico Statale “Orazio” di Roma GLI ALUNNI DELLA QUINTA A PRESENTANO IN FORO TUSCULANO Bozzetto di vita quotidiana nell’antica Roma ideato e diretto dal prof. Amito Vacchiano PERSONAE Narrātor Elisabetta Orfanelli L. Iūlius Balbus Aemilia Cornēlia Aurēlia Diodōrus Lȳsander P. Vibius Bassus Vibia L. Petrōnius Albīnus Petrōnia Albīna Helvia Canidia Q. Sempronius C. Papirius Gianluca Lori Valeria Deriu Giulia Sole Belerdi Alessandra Piscitelli Giorgio Timperio Alessandro Severo Simone Giunta Francesca Ferraro Alessandro Timperio Francesca Auria Silvia Biggio Aurora Bracalone Alessio Fiore Luca Angelini Narrātor: In oppidō Tūsculō forum est, locus celeberrimus. Nam ibi sunt cūria, basilica, templa antiqua et multa alia aedificia, ut tabernae, ubi mercatōres mercēs suās uēndere solent. 133 Hīc enim, exemplī gratiā, habēmus tabernam uināriam, quam Graecē dīcere solēmus thermopōlium, ubi Cornēlia et Aurēlia uīnum et pōtiōnēs aliās uēndunt. Hīc uidēmus duōs librāriōs, quibus nōmina sunt Diodōrus et Lȳsander. Iī uirī, sicut nōmina eōrum clārē ostendunt nōn Rōmānī, sed Graecī sunt. Hodiē multōs librōs habent, nōn sōlum Graecōs sed etiam Latīnōs. Hīc est P. Vibius, qui ūnā cum sorōre suā Vibiā, quae garrula et formosa puella est, multōs habet flōrēs, nam ei taberna corōnāria est. Prōtinus habēmus tabernam gemmāriam, ubi L. Petrōnius Albīnus et soror sua Petrōnia Albīna ōrnāmenta pulchra uēndunt. Hīc autem est taberna unguentāria, ubi Heluia et Canidia unguenta et alia medicamenta prodigiōsa ostendunt. Ecce Q. Sempronium et C. Papirium, hominēs pecūniōsōs, qui tabernam argentāriam habent. Nunc dēmum uidēmus L. Iūlium Balbum, nōbilem et pecūniōsum equitem Rōmānum, qui in uīllā prope Tusculum habitat; hodiē est in forō Tusculānō et comitātur eum Aemilia, pulchra et proba uxor eius. Aemilia: Ō mī Iūlī, quam pulchrae mercēs sunt hodiē in forō Tusculānō! Iūlius: Aemilia, lūx oculīs meīs, numquid uīs? Dīc mihi, quaeso, et statim emam omnia quae cupis! Quamquam Mēdus, seruus meus improbus et ingrātus, mihi abstulit magnam pecūniam et sē praecipitem fugae mandāuit, tamen nōn propter hōc furtum pauper factus sum: magnās adhūc dīuitiās habeō et… Vibia: Rosās! Emite rosās! Aemilia: Cōnsiste, Iūlī! Aspice rosās illās! Iūlius: Quās rosās? Aemilia: Quās illa puella in tabernā suā uēndit. Narrātor: Aemilia puellam digitō mōnstrat. Iūlius: Quam puellam dīcis? Num illam formōsam…? Narrātor: Nunc Iūlius puellam digitō mōnstrat. Aemilia: Tacē, Iūlī! Rosās aspice, nōn puellam! Vibia: Ecce rosās! Emite rosās! Saluēte, domine ac domina! Aspicite hās rosās! Nōnne pulchrae sunt? Aemilia: Ō quam pulchrae sunt rosae tuae, puella! 134 Iūlius: Vērum est, rosae tuae uērē pulchrae sunt, puella! Quod nōmen est tibi? Vibia: Mihi nōmen est Vibia, domine. Iūlius: Quantum est pretium hārum rosārum, Vibia? Vibia: Pretium decem rosārum est duo assēs tantum. Aemilia: Itane uērō? Id māgnum pretium nōn est. Vīsne mihi rosās istās emere, Iūlī? Iūlius: Profectō, mihi optima uxor! Ecce tibi duōs assēs, Vibia. Vibia: Ecce tibi decem rosās, domine. Iulius: Aemilia, accipe hās rosās ā uirō tuō, quī tē amat. Narrātor: Aemilia laeta rosās accipit et uirō suō rīdet, quia Iūlius puellam iam nōn aspicit, sed tantum uxōrem suam. Albīnus: Ōrnāmenta! Ōrnāmenta fēminārum! Emite ōrnāmenta! Cōnspicite hōs anulōs! Habeō pulcherrimās margarītārum lineās, armillās et fībulās pretiōsās cōnspicuāsque. Nōnne uērē pulchra sunt haec ōrnāmenta? Aemilia: Cōnsiste, Iūlī! Aspice illam tabernam! Iūlius: Quam tabernam dīcis? Narrātor: Aemilia tabernam Albīnī bene nōuit et eam digitō mōnstrat. Aemilia: Scīlicet quam L. Petrōnius Albīnus et soror sua Albīna habent. Iūlius: Salue, Albīne! Quōmodo tē habēs? Albīnus: Nunc bene ualeō, domine, sed iam trēs diēs ē stomachō laborāuī. Iūlius: Ō quam mihi molestum est quod tē aegrōtum fuisse! Albīnus: Tamen hodiē māne ualetūdo mea it in melius. Iūlius: Vehementer laetor! Albīnus: Et tū, domine, quōmodo rēs tuās? Iūlius: Omnia bene. Albīnus: Grātus optātusque uenis, domine; siste et cōnspice ōrnāmenta mea! Placentne tibi et uxōrī tuae? Aemilia: Iūlī, quaesō, cupiō uidēre monīle illud, quod mē maximē dēlectat. Iūlius: Dīc mihi, Albīne, istud monīle quantī uēndis? Age, fac pretium! Albinus: Pretium huius monīlis est quīngentī sēstertiī. 135 Iūlius: Ēia! Tantī? Numquam putāuī tantum cōnstāre monīle ūnum! Albīnus: Expectā, domine, et aspice dīligenter. Quid mīrum? In hōc ūnō ōrnāmento uīgintī margarītae māgnae sunt! Iūlius: Sed tamen nimium est. Emere nōlō! Aemilia: Quid? Cūr emere nōlis istud monīle, Iūlī? Nōnne iactāstī tē pecūniōsum esse? Nōnne dīxistī mē emere posse quicquid cupīueram? Iūlius: Ita, hōc uērum est! Sed dīxī mē pecūniōsum esse, nōn stultum! Ō diī immortālēs! Hic homo nōmine tabernārius est, sed rēbus uērē latro. Nōlō canibus et porcīs pecūniam meam prōicere. Abī in malam rēm! Sed nunc admodum sērō est. Properā, mī Aemilia! Nobīs est ōcius domum redīre. Valēte omnēs! Narrātor: Iūlius, ualdē īrātus, subitō et repentīnō consiliō discēdit et festinanter Aemiliam domum suam dūcit. 136 The Refugees Situation in South Sudan Relazione dell’alunna Gaia Antonia Santacroce, classe V L, partecipante al progetto “Model United Nations” Nei giorni 29 e 30 ottobre 2013 si sono svolti nel nostro Istituto alcuni incontri organizzati dalla società “Leonardo-Educazione Formazione Lavoro” per gli studenti, nell’ambito del progetto “Model United Nations” (circ. n. 36, 15 ottobre 2013), che prevede simulazioni di sedute delle Nazioni Unite. La relazione presentata in quell’occasione dall’alunna Gaia Antonia Santacroce, classe V L, sulla situazione dei rifugiati nel Sudan, è stata vivamente apprezzata dai responsabili del progetto. Abbiamo pertanto ritenuto opportuno pubblicarla in questo numero dei “Quaderni”. prof. Mario Carini The Refugees Situation in South Sudan di Gaia Antonia Santacroce (classe V L) PRESENTAZIONE Durante lo scorso mese di novembre, l’associazione United Network ha illustrato agli studenti della nostra scuola il progetto MUN (Model United Nations) che è una simulazione dei lavori degli organi delle Nazioni Unite. Gli studenti, infatti, indossano i panni di ambasciatori degli Stati membri per dibattere i temi realmente all’ordine del giorno 137 nell’agenda mondiale, tenendo discorsi, preparando bozze di risoluzioni indirizzate ad altri Stati/organismi, negoziando con alleati e avversari, risolvendo conflitti, ed imparando a muoversi nel mondo della politica estera. Inoltre per tutti i ragazzi che desiderano prendere parte a questi progetti, ma senza allontanarsi troppo dalla propria città, United Network, in collaborazione con la Regione Lazio, ha coordinato negli ultimi 3 anni un progetto chiamato “IMUN” (Italian Model United Nations) che riproduce, in scala più piccola, ciò che si svolge a New York sfruttando la presenza nella nostra città della FAO. Nello scorso mese di novembre, ho partecipato, in inglese, alle selezioni per NHSMUN (National High School Model United Nations). Ho superato le selezioni e sono stata ammessa, diventando ufficialmente una ‘Junior Delegate’, e mi è stato assegnato come paese le Maldive all’interno della commissione SPECPOL (Special Political and Decolonization Committee) e gli argomenti (topics) in discussione saranno: la situazione dei rifugiati in South Sudan e la crescita delle baraccopoli nei paesi africani in via di sviluppo. I lavori finali si terranno a New York dal 4 al 9 marzo 2014, e in queste settimane stiamo seguendo corsi di formazione (public speaking, negotiation skills, english writing) e portando avanti i lavori riguardanti i topics assegnati. Qui in allegato trovate il mio position paper che tratta del topic A (la situazione dei rifugiati in Sud Sudan) dal punto di vista delle Maldive. Ho dovuto trovare soluzioni plausibili per risolvere le varie problematiche, analizzando le varie soluzioni che sono state attuate, ma che in parte hanno fallito. Gaia Antonia Santacroce (classe V L) 138 State: Maldives Delegate: Gaia Antonia Santacroce Topic A: The Refugees Situation in South Sudan 1. INTRODUCTION South Sudan was affected by more than 30 years of civil war before gaining independence from Sudan on 9 July 2011. Currently there is still a civil war, started in December 2013, between two ethnic tribal groups. At the end of 2011 a war started between two Sudanese counterparts: the Sudanese Armed Forces and the Sudan People’s Liberation ArmyNorth. Tens of thousands of people escaped in order to save their lives then the fighting started increasing. More than 40 thousand people crossed, becoming refugees, in Ethiopia and nearly 180 thousand ended in South Sudan, from South Kordofan and Blue Nile State. Getting to South Sudan wasn’t easy for most of them and it took up to six weeks, moving from cave to cave, having nothing to eat and a lot of trouble in order to find water and drinks. Not all of them made it to reach the final destination, and many died because of malnutrition, illness and exhaustion. Currently the situation of all refugees is that they are collected in camps and in order to stay alive and have food, water and shelter they are totally dependent on humanitarian aid. The South Sudan Refugee problem is extremely important for the Maldives for several reasons and first of all, Maldives need to calm down the international committees very concerned about the tensions in the Maldives over the recent presidential elections. Secretary-General Ban Ki-moon has been urging all Maldivians to exercise restraint, renew their commitment to the constitution and rule of law, and "work towards creating enabling conditions for peaceful, credible run-off elections to take place as soon as possible", he said recently. Maldivian government is very aware of the need to be credible again and gain the respect of the UN agencies and representatives. 139 Maldives, because of geographical position, is not a preferred home to refugees. When it comes to discussing and making decisions about climate changes, Maldives are very active and in several occasions played a key role coordinating the developing countries. A perfect example is the proactivity demonstrated at the Copenhagen Climate Change Conference where 193 countries attended. Maldives is doing its best in order to not become a future population of refugees considering that the current rising of sea levels is risking to inundate most of the Maldives' inhabited atolls. 2. ACTIONS UNDERTAKEN BY UNITED NATIONS After the Second World War, refugees and displaced people represented an important issue on the international agenda. At its first session in 1946, the United Nations General Assembly recognized not only the urgency of the problem, but also the cardinal principle that “no refugees or displaced persons who have finally and definitely [...] expressed valid objections to returning to their countries of origin [...] shall be compelled to return [...]”(Question of Refugees, UNGARsn 23; A/RES/8 (I), 12 February 1946). A specific Conference met in Geneva from in July 1951 and defined the term “refugee” as any person who is outside their country of origin and unable or unwilling to return there for reasons of race, religion, nationality, membership of a particular group, or political opinion. The refugee must be “outside” his or her country of origin, and the fact of having fled, of having crossed an international frontier, is an intrinsic part of the quality of refugee. However, it is not necessary to have fled by reason of fear of persecution, or even actually to have been persecuted. The fear of persecution looks to the future, and can also emerge during an individual’s absence from their home country, for example, as a result of intervening political change. United Nations support to South Sudan spans more than 50 years. During the civil war, the UN provided humanitarian assistance under the umbrella ‘Operation Lifeline Sudan’. A UN Country Team, named UNMISS, was established on 8 July 2011, adopting the resolution 196/2011, in order to support the South 140 Sudanese Government in carrying out a broad range of humanitarian, recovery and development programs. UNMISS, which consists of 22 agencies, funds and programs, works closely with the Government at both the central and state levels to ensure that international assistance responds to the needs and priorities of South Sudanese people. The UN Country Team has developed a Development Assistance Framework, which maps out the UN’s support to South Sudan during its early years of statehood. The framework is aligned to the South Sudan Development Plan, which runs from 2012-2014. 3. UNITED NATIONS CURRENT ACTIONS The UN Country Team in South Sudan is running a specific Development Assistance Framework. The areas of intervention are: Humanitarian action Support for the return and reintegration of hundreds of thousands of refugees to the south. In all of South Sudan’s Countries there are 30 tasks in progress with the objective of assisting the population in terms of social security and food aid. Protection and stabilization Protection of civilians against violence and stabilization flashpoint areas. There are several activities ongoing that are addressing physical safety, violence and are taking kids away from armed groups. Social progress and justice Promotion of the Millennium Development Goals that want to improve the agricultural production and create economic opportunities for all Sudanese citizens. 4. PROPOSED ACTIONS AND SOLUTIONS Ban Ki-moon (UN Secretary General) and Hilde F. Johnson (Head of the United Nations Mission in South Sudan) outlined that the mission in South Sudan is there to stay and protect, maintain and increase their footprint and presence across the country. The mission is increasing and rapidly redeploying available assets to the most volatile areas and in particular where civilians have sought 141 refuge in the camps which are now at over 50,000 civilians, clearly demonstrating the need for enhanced UN operations in South Sudan. Mrs. Johnson is proposing the need to increase the resources assigned by 5,500 troops and 440 police and dispatch more military helicopters and assets to enhance the Mission’s capability to protect civilians to actually implement the given mandate. At the moment, the army is overstressed with current protection obligations related to the safety of civilians in the camps and recently also in the neighborhoods of Juba with the objective to try to create a more protective environment for people so they can return to their homes. Overall, it has been estimated that South Sudan needs $1.1 billion in humanitarian aid, so the $166 million allocated recently by UN OCHA (UN Office for the Coordination of Humanitarian Affars) is not enough. The humanitarian aid is needed in order to launch the following projects: Health centres Agricultural and fishing project Water sources such as boreholes and catchments Road construction Boarding schools Finally the UN is stressing the South Sudan authorities and opposition leaders inviting them to find a political way out of this crisis. “Whatever their differences may be, they cannot justify the violence that has engulfed this young nation”, said Ban Ki-moon. In order to resolve the conflict between South Sudan and Sudan some topics need to be addressed. The oil fight is relatively easy to solve, if there is political will. A negotiation between the two countries should address the market price and should define how to share it considering the Sudan the owner of the pipelines and the South Sudan of the oil resources. More difficult is the question of settling the border and disputed territories, and the rights of citizens (i.e. tribes that migrate) who have a foot in each country. African Union mediators have suggested a “soft border” as a solution. 5. CONCLUSION 142 South Sudan is a complex situation that challenges normal humanitarian and development programs. Such complexity has not always been correctly addressed in the strategies of donors or implementing agencies. The priorities of the Government of South Sudan (GoSS) and donors are clear to all the actors (internally and externally) involved and must focus, in the next 24 months, on: Not stopping supporting and continuing with the current projects and programs Deeper attention to finding the right scenarios and solutions that may prevent future conflicts Increasing the participation in the public life of all the population and communities Improving the development thru all the country in a more equal way starting from the areas with major problems Supporting the government authorities in promoting in the country trust in their representatives Defining more precise funding needs in terms of amount and destination The Government of South Sudan, donors, and implementing agencies are aware of the critical situation and they understand that of what must be done may be synthesized as follows: Balancing humanitarian aid with development assistance; Promoting social and economic development in the best way in terms of equity between geographic areas; Identifying measureable and possible ways of supporting poor citizens; Defining the right timings in order to permit the central and local government to be able to manage in an appropriate manner the international aids. In a situation like this Maldives is surely one of those actors that may play an important role in making some of the projects start quickly and run as planned. The credentials are related to the needs that Maldives is already facing in order to manage the risk of a refugee issue connected with the 143 climate changes and that may oblige the entire population to migrate somewhere else. In the last 5 years, the Maldives government launched several programs in order to acquire the competencies and skills connected to massive migrations in terms of logistics, re-allocation, work training and placement. The aid and support of the Maldives’ Government and agencies may be defined in terms of experts and knowledge transfer of procedures and programs already implemented in the country. SOURCES: http://www.msf.ca/campaigns/refugees-in-south-sudan/ http://ss.one.un.org/what-we-do.html http://www.oxfam.org/fr/node/7332 http://www.unmiss.unmissions.org http://www.ecoearth.info/shared/reader/welcome.aspx?linkid=262814 https://www.cia.gov./library/publications/the-worldfactbook/geos/mv.html Gaia Antonia Santacroce (classe V L) 144 STEFANO DE STEFANO ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ Progetto regionale “Geografia della memoria nel Lazio”: l’impegno dell’Orazio. Durante l’anno scolastico 2012/13 la classe 2B – indirizzo classico ha partecipato al progetto “Geografia della memoria nel Lazio”, realizzato su iniziativa della Regione Lazio e con la guida dei ricercatori della Fondazione Museo della Shoah. Il programma iniziale del progetto era rivolto alla sensibilizzazione sul tema della Shoah e, in particolare, al rapporto tra la Shoah e il territorio laziale. Le scuole coinvolte avrebbero dovuto raccogliere e catalogare la documentazione reperita in ciascun territorio e tradurre l’attività svolta in elaborati che, successivamente, avrebbero costituito un nucleo documentale sulla Shoah nel Lazio. Nel corso delle attività, la ricerca si è progressivamente allargata al fenomeno dell’internamento nel Lazio nel periodo della seconda guerra mondiale; il periodo indagato va, perciò, orientativamente dal giugno 1940 al giugno 1944 e, conseguentemente, sono stati oggetto di ricerca i luoghi di internamento, presenti nel Lazio, a prescindere dalla presenza, in essi, di individui di religione ebraica. Per quanto riguarda il nostro liceo, la 2B si è concentrata sul campo di lavoro realizzato nella tenuta di Castel di Guido, a sette chilometri circa dalla stazione ferroviaria di Maccarese e al Km. 18 della via Aurelia, nell’agro romano. Il campo, prendendo a modello esperienze già realizzate dal fascismo nel meridione (nelle provincie di Bari, Matera, Salerno, Cosenza), ospitava internati civili e anche alcuni confinati. Tutti furono utilizzati come manodopera a basso costo data in gestione al cav. Eugenio Parrini che, in sostanza, dirigeva e sfruttava anche buona parte dei campi dell’Italia meridionale. Il terreno, sul quale era situato il campo, era di proprietà del Pio Istituto Santo Spirito e venne preso in affitto, nel 1941, dal 145 Governatorato di Roma. Si hanno notizie dell’attività del campo di lavoro fino all’ottobre 1943. Gli studenti si sono attivati nell’analisi e catalogazione dei documenti e nel rapporto col territorio, questione non molto agevole data la distanza di Castel di Guido dalla sede del liceo. Naturalmente è stato necessario introdurre il tema dell’internamento e fornire elementi minimi ma sufficienti per la contestualizzazione storica del fenomeno. Il programma di storia del penultimo anno della secondaria di secondo grado si ferma alla fine dell’Ottocento e, quindi, un tema come l’internamento fascista va proposto con le integrazioni adeguate. Tuttavia è stata proprio l’analisi dei documenti a facilitare, spesso, l’approccio con un periodo storico non ancora perfettamente conosciuto. I documenti sono stati studiati in classe, in gruppi di lavoro, con la presenza costante del docente di storia e, in alcuni casi, della dott.ssa Libera Picchianti, ricercatrice presso la Fondazione Museo della Shoah. Gli studenti si sono esercitati nella schedatura (autore, data, tipologia, destinatario), nell’analisi delle informazioni, del punto di vista, del linguaggio, dello scopo; non hanno potuto evitare di porsi domande sulle “carte” che avevano in mano e hanno dato vita a vere e proprie discussioni in merito alle varie risposte possibili. In effetti il lavoro sul documento, si tratti di burocratiche comunicazioni della Direzione Generale di Pubblica Sicurezza come sono state quelle esaminate dagli studenti, sollecita l’attivazione di competenze, che possono essere utilizzate anche in altri ambiti disciplinari, e dà un’immagine della storia forse più diretta e concreta. Per integrare il lavoro sui documenti, gli studenti si sono recati a Castel di Guido, dove hanno preso contatto con il comitato “Castel di Guido … e altro” e, con il contributo determinante della sig.ra Antonietta Gagliani curatrice del locale Museo del Contadino, sono riusciti a realizzare un’intervista ad alcuni testimoni dell’attività del campo di lavoro. Di seguito, a mo’ di resoconto finale, uno schema delle attività: Sei gruppi di lavoro per esaminare documenti d’archivio (forniti in copia) inerenti agli anni nei quali fu operativo il campo di lavoro di Castel di Guido; per gli studenti: attività in classe – alcune svolte anche con la dott.ssa Picchianti – e a casa; 146 Lezioni sulle leggi razziali, avvalendomi anche di supporti multimediali; Proiezioni filmiche: documentario RAI – Luce su “politica fascista ed Ebrei fino al 1937”; film “La villeggiatura” sul confino; Attività fuori della scuola: Archivio Centrale di Stato con esercitazioni con la dott.ssa Ciccozzi; visite “in loco”, a Castel di Guido per preparare e realizzare un’intervista con testimoni. Alla fine, la classe ha realizzato due prodotti: 1. elaborato, in formato power point, sul campo di lavoro di Castel di Guido, con allegata documentazione d’archivio; 2. un’intervista – su supporto DVD -, sempre sullo stesso campo di lavoro, con alcuni testimoni dell’epoca. Detto materiale è disponibile, a richiesta, presso la Biblioteca del Liceo. Il rapporto col territorio ha avuto, successivamente, un risvolto molto positivo: sia per il lavoro svolto dagli studenti dell’Orazio che per l’interessamento del prof. Giannini, un ex docente che si occupa di storia locale, il 12 ottobre 2013 il Comitato di Castel di Guido, in un’iniziativa pubblica, ha inaugurato una targa della memoria a ricordo degli internati, vittime della dittatura fascista, e ha proiettato l’intervista realizzata dagli studenti dell’Orazio. Infine il 5 dicembre 2013 la ormai 3B ha presentato i suoi prodotti storiografici insieme con le altre scuole partecipanti al progetto “Geografia della memoria nel Lazio”; l’iniziativa si è svolta presso il liceo E. Q. Visconti alla presenza della dirigente della Regione, responsabile del progetto, dott.ssa Rita Zaccherini. Tutti gli studenti e le studentesse della ex 2B e attuale 3B hanno contribuito positivamente alla riuscita del lavoro presentato, ognuno secondo le proprie capacità e competenze in uno spirito cooperativo. Essi sono: Arianna Berardi, Gianmarco Bufi, Luca Campogrande, Azzurra Chiaramonti, Chiara Corleto, Arianna D’Alessandro, Alessia Della Valle, Giulia Di Cola, Erika Di Natale, Giulia Di Pardo, Cecilia Fasciani, Benedetta Iorio, Alessandro Lazzarini, Irene Ligato, Lavinia Malfatti, David Micocci, Beatrice Moccaldi, Marco Parise, Giulia Pinto, Lorenzo Pizzoli, Cecilia Riedi, Arianna Rinaldi, Veronica Rosati, Maria 147 Camilla Sotgia, Matteo Spaziani, Linda Staffieri, Costanza Stocchi e Alessandro Tafta. 148 Sulla esplorazione di modelli matematici utilizzando Excel Ricerca dello studente Alessio Torti (classe III C) Introduzione Nell’ambito di una attività di aggiornamento sull’uso delle simulazioni nell’insegnamento delle materie scientifiche ho avuto l’opportunità di affrontare, grazie ad un lavoro di approfondimento molto impegnativo da parte di un mio allievo, dei temi generali che a noi insegnanti di matematica e fisica sono particolarmente cari: utilizzazione di modelli matematici e metodologie per affrontare alcuni argomenti anche quando gli strumenti matematici conosciuti dagli alunni non ci permettono soluzioni esatte. In questo lavoro, che si è sviluppato negli ultimi due anni di corso, l’allievo ha studiato alcuni fenomeni fisici riguardanti la cinematica e la dinamica, applicando il modello del moto del proiettile, e fenomeni del vivente riguardanti la dinamica di una popolazione, sviluppando il modello di crescita esponenziale . Prof.ssa Elisa Valcavi I modelli E’ ricorrente, in ambito scientifico, ogni qual volta ci si trovi a dover spiegare un fenomeno, l’utilizzazione del termine “modello”. I modelli sono sistemi chiamati a rappresentare una particolare realtà mettendone in evidenza alcune proprietà, riproducendone, in altri termini, gli aspetti strutturali significativi. Le equazioni possono essere considerate un esempio di modello in cui ad essere studiate sono solo proprietà quantitative. In relazione al numero di proprietà che vengono raffigurate, i modelli risultano più o meno astratti. Possiamo quindi operare una prima significativa distinzione: 149 Modello materiale: caratterizzato da un contenuto concreto, il modello materiale integra il formalismo matematico con l’obiettivo di rendere un fenomeno comprensibile . Modello matematico: diversamente dal modello materiale, rappresenta un modello ideale, più astratto e puramente formale. Dalla nozione di modello come rappresentazione di una realtà ricaviamo che la sua validità si fonda esclusivamente sulle proprietà comuni che con la realtà stessa condivide. Ma, spesso, non è difficile che accanto a queste proprietà se ne pongano altre sconosciute. Per analogia, allora, si può pensare di estendere una proprietà nota del modello al fenomeno per tentare di formulare previsioni sul fenomeno stesso e di comprenderne, anticipandolo, lo svolgimento. Discende direttamente da questa funzione che i modelli assolvono la loro sconfinata importanza nella ricerca. Il modello, infatti, suggerisce quelle ipotesi che poi la ricerca vera e propria tenterà di dimostrare, arrivando per questa strada a formulare nuove teorie, ad estenderne oppure a rifiutarne altre. In questo senso si può a ragione affermare come l’utilità di un modello sia legata alla sua “ampiezza” o “apertura”, ovvero alla sua capacità di suscitare nuove questioni ed interrogativi, nuove direzioni di ricerca. Maggiore apertura significherà maggiore possibilità di estensione analogica. Ad esempio la curva di crescita del modello logistico è analoga alla curva delle reazioni chimiche autocatalitiche. In generale tutti i fenomeni fisici o biologici che si pongono da soli i propri limiti assumono un corso caratterizzato da una tale curva a forma di S. Modelli matematici e metodo di Eulero In fisica ci si avvale spesso per lo studio dei fenomeni, dal moto fino ai più complessi, di modelli matematici, rappresentazioni semplificate volte a descrivere le relazioni quantitativo-numeriche che determinano un preciso fenomeno. In effetti, risultano già modelli matematici le formule che si apprendono sin dal primo approccio alla fisica, come S = S₀ + v ∙ t oppure F = m ∙ a o ancora S = S₀ + V₀ ∙ t + ½ a ∙ t². Nel caso di fenomeni più articolati o complessi da studiare bisogna introdurre le equazioni differenziali. Grazie alle equazioni differenziali è possibile descrivere variazioni infinitesime del moto di un corpo o delle grandezze che determinano il fenomeno. Il procedimento con cui si 150 studia mediante le equazioni differenziali un fenomeno variabile è detto di integrazione. I procedimenti di integrazione sono procedimenti di analisi matematica, talvolta piuttosto complessi, ma esistono anche modelli semplificati analoghi al procedimento di integrazione. Un esempio è il metodo di Eulero, un modello di approssimazione del calcolo analitico che è possibile applicare agevolmente non solo allo studio del moto. Studio del moto applicando il modello approssimato del moto di un proiettile Analizzare matematicamente il moto di un corpo significa descriverne con delle equazioni i valori delle variabili cinematiche, ovvero le grandezze fisiche relative, come lo spazio percorso, il tempo, la velocità, l’accelerazione, scomponendo anche, laddove necessario, il moto nelle sue componenti. Se il moto è uniforme o con accelerazione costante è sufficiente adottare le leggi orarie dei rispettivi moti. Se però l’accelerazione è variabile, studiare il moto può diventare molto complesso. Il metodo di Eulero torna utile proprio in un caso del genere, in quanto rappresenta un procedimento di approssimazione. Il metodo si può sintetizzare in due passi: 1. Dapprima si suddivide la durata totale t del moto in tanti piccoli intervalli di tempo Δt 2. Per ciascun intervallo Δt si calcolano i valori finali delle variabili (velocità, spazio…) sfruttando i rispettivi valori iniziali. S(n) = Sn-1 + Vn-1 ∙ Δt V(n) = Vn-1 + an-1 ∙Δt In sostanza, la variazione continua delle grandezze cinematiche del moto si trasforma con Eulero in una trasformazione a scatti:ogni grandezza modifica il suo valore all’inizio di ogni intervallo di tempo e lo mantiene costante per tutto l’intervallo di tempo. Il valore della grandezza poi si modificherà nuovamente all’inizio dell’intervallo successivo. E’ importante osservare che il modello di Eulero fornisce 151 una descrizione approssimata del fenomeno. L’approssimazione sarà tanto migliore quanto minore sarà il valore del Δt. Il moto di un proiettile in assenza di attrito Il salto in lungo Un atleta esegue un salto. Con la rincorsa raggiunge una velocità di 9 m/s. Compiendo una battuta sulla pedana, salta con un angolo iniziale di 30°. Volendo migliorare le proprie prestazioni, l’atleta si chiede se gli convenga incrementare la velocità di salto iniziale (si suppone che allenandosi possa raggiungere i 9,2 m/s) oppure aumentare l’angolo di elevazione ( si suppone che possa raggiungere un angolo pari a 35°). Cosa è più conveniente? Il problema può essere studiato considerando il moto nelle sue due componenti date dal moto rettilineo uniforme lungo l’asse orizzontale e dal moto verticale uniformemente decelerato nella fase di salita ed accelerato nella fase di discesa. Applicando il modello del moto di un proiettile in assenza di attrito si ottiene che la lunghezza del salto Xmax(v,θ ) =(2v2 sen θ cos θ)/g. Confrontando i valori della lunghezza del salto ottenuto dall’atleta rispettivamente raggiungendo una velocità iniziale di 9,2 m/s, Xmax (9,2 m/s, 30°)= 7,5m, e saltando con un’elevazione di 35°, Xmax (9 m/s, 35°)= 7,8 m,è evidente come la migliore prestazione si abbia nel secondo caso. Conviene potenziare l’angolo. Il lancio del peso Consideriamo in una gara di atletica la gara di lancio. Pur notando le differenze fra i diversi attrezzi, ci si convince dell’uniformità del modello fisico che ne descrive il moto e si decide di prendere in considerazione il lancio del peso. Trascurando l’attrito, dopo il lancio l’attrezzo descriverà una traiettoria influenzata solo dalla forza di gravità e determinata dalle condizioni iniziali di lancio, ovvero la posizione, la velocità e l’angolo di tiro. Per il principio di sovrapposizione è possibile considerare il moto del peso (in effetti assimilabile in tutto e per tutto al moto di un proiettile) come determinato dalla composizione di due moti, un moto orizzontale rettilineo ed uniforme ed un moto verticale 152 uniformemente accelerato, soggetto alla forza di gravità diretta verso il basso. Organizziamo la tabella delle elaborazioni riportando nella prima riga i valori delle variabili cinematiche che caratterizzano il moto al tempo t = 0. Tutti i valori in questo caso coincidono con i dati iniziali. Utilizzando il metodo di Eulero si individuano dunque le formule che descrivono le variabili all’istante t1, ovvero alla fine del primo intervallo di tempo t0, e si dispongono i valori nella riga successiva. Così anche per i valori che descrivono il movimento all’istante t2, ossia alla fine del secondo intervallo di tempo, e tutti i successivi fino ad una descrizione completa del moto. Bisogna considerare che il moto orizzontale, uniforme, è costante nella velocità ed il verticale è soggetto all’accelerazione g costante verso il basso, contraria pertanto al verso iniziale di Vy. Il moto di un proiettile nella condizione di attrito Lancio del martello Analizziamo ora un problema del tutto analogo a quello precedente, con la sola grande differenza che terremo in conto l’influenza esercitata sul moto del corpo in caduta dalla forza di attrito. Analizzando la gara di lancio del martello ci si chiede in che modo l’attrito esercitato dall’aria sui martelli possa influire sulle prestazioni degli atleti. Per descrivere il moto prendendo in considerazione gli effetti della forza d’attrito ci varremo del foglio elettronico di Excel. Il modello del moto del martello è lo stesso del moto analizzato in precedenza, ovvero il lancio di un peso. Sarà necessario modificare il modello in modo da considerare anche gli effetti della forza d’attrito.La forza d’attrito agisce in ogni istante sull’attrezzo come il prodotto di due termini, dipendenti l’uno dalla velocità a cui è stato lanciato l’attrezzo, l’altro dal quadrato della velocità. La forza d’attrito può scriversi come: Fa= kL ∙ v + kT∙ v². Nel nostro caso, poiché è un oggetto di forma sferica, come il martello, a muoversi nell’aria, il coefficiente kT è 100 volte maggiore di kL. Il termine kL ∙ v risulta allora trascurabile e la formula può essere ridotta a: Fa = kT ∙ v². La forza d’attrito è direttamente proporzionale al quadrato della velocità. Lo studio del modello deve condursi tenendo in considerazione che, per il principio di sovrapposizione, il moto risulterà 153 dalla composizione di due componenti: il moto orizzontale rettilineo, decelerato a causa della forza d’attrito contraria al moto; il moto verticale rettilineo soggetto alla forza di gravità diretta verso il basso ed alla forza di attrito che si oppone ed è sempre contraria al moto. E’ significativo osservare che il modello di Eulero risulta particolarmente utile in un caso simile, in quanto permette di studiare con la dovuta approssimazione un moto in cui la forza d’attrito risulta continuamente variabile ed è a sua volta causa di un’accelerazione variabile. Impostiamo i valori iniziali:m = 7,5 kg;y₀ = 1,9 m;V = 27 m/s; α = 45°; KT = 0,0019 Kg/m; g = 9,81 m/s². Consideriamo t0 = 0 e Δt = 0,1 s . Organizziamo la tabella delle elaborazioni riportando nella prima riga i valori delle variabili che descrivono il moto all’istante t = 0. La maggior parte dei valori sono ricavabili dalla zona dei dati. Per quanto riguarda l’accelerazione: l’accelerazione del moto rettilineo orizzontale sarà data dalla relazione: ax0 = kT ∙ Vx0²/m ; l’accelerazione del moto verticale sarà invece data dalla relazione: ay0 = g ± kT ∙ Vy²/m. E’ necessario prestare attenzione al fatto che, se il moto orizzontale è decelerato a causa dell’attrito, il moto lungo la componente verticale, nella fase di salita, subisce una decelerazione data dalla somma di g e del valore dell’attrito mentre, nella fase di discesa, conosce un’accelerazione data dalla differenza di g e di Fay/m. In pratica, dato il sistema di riferimento, durante la fase di salita la forza di gravità e la forza di attrito sono concordi contro la velocità del corpo mentre, durante la fase di discesa, la forza d’attrito rimane sempre opposta alla velocità del corpo, ma la forza di gravità lo asseconda. Con il metodo di Eulero, calcoliamo i valori delle variabili che descrivono il moto all’istante t1, ovvero alla fine del primo intervallo di tempo, e così anche per tutti gli istanti successivi fino ad una descrizione completa del moto, organizzando i risultati nelle rispettive righe della tabella. Il grafico traiettoria riporta la coordinata verticale y in funzione della coordinata orizzontale x. Diversamente da come potrebbe sembrare, la curva non è una parabola, ma risulta asimmetrica. 154 L’asimmetria è dovuta all’attrito, a causa del quale l’attrezzo ha una salita più lenta ed una fase di discesa più rapida. Modelli per la dinamica di popolazione Un’applicazione notevole di modelli matematici si riscontra nello studio delle dinamiche di una popolazione. Una disciplina, quest’ultima, impostasi prepotentemente nel panorama scientifico specie in relazione alla sempre più pressante questione della sostenibilità dei sistemi economico-industriali avanzati ma in realtà di ancor più ampio respiro. In un significato vasto, infatti, studio di una popolazione può essere inteso come studio dell’evoluzione nel tempo di un qualunque insieme di individui, non necessariamente esseri umani, ma anche, ad esempio, batteri di una coltura biologica, particelle o atomi in una reazione chimica. I primi tentativi di introdurre lo strumento matematico nello studio dei fenomeni del vivente e dei fenomeni sociali risalgono al Settecento e furono stimolati dal metodo scientifico di I. Newton nell’ambito della meccanica. Le nuove scienze che apparvero nel diciottesimo secolo tentarono di conformarsi al modello newtoniano della conoscenza empirico-deduttiva. Quelle caratteristiche comportarono l’introduzione 155 di uno schema descrittivo atomistico: l’interazione fra soggetti biologici o sociali veniva pensata come un’interazione tra “atomi” vitali che si respingevano o attiravano sotto l’azione di forze analoghe all’attrazione gravitazionale agente fra corpi materiali. L’idea fondamentale che presiede allo studio delle dinamiche di popolazione prevede di determinare e conoscere il numero di individui della popolazione in qualunque istante di tempo t > t0 a partire da una popolazione di N0 individui all’istante t0. Il proposito è dunque quello di ricercare una legge matematica che esprima la dipendenza del numero di individui N dal tempo t. E’ possibile realizzare diversi modelli finalizzati allo studio delle popolazioni. La distinzione fondamentale che generalmente si introduce è quella tra modelli continui e modelli discreti. Un modello si definirà continuo quando sarà in grado di esprimere la relazione matematica tra numero di individui N e tempo t basandosi su un calcolo di N istante per istante. Si avrà un modello discreto nel momento in cui invece il calcolo dei valori di N avvenga per prefissati intervalli di tempo Δt. Nell’ambito dei modelli discreti, possiamo sintetizzare una legge generale in grado di esprimere la nostra relazione: Nt+1 = Nt + C∙Δt. Nella relazione C costituisce il tasso di crescita, ossia la variazione della popolazione nell’intervallo di tempo, detta anche velocità di crescita. Studiando i diversi tipi di crescita si osserverà come a modificarsi, nei rispettivi modelli, sarà essenzialmente proprio C. Premesso come il tasso di crescita C possa determinarsi in maniere e con metodi molto differenti, taluni più precisi e altri meno, rimane però concettualmente considerabile come un bilancio della natalità e della mortalità di una popolazione. In termini algebrici, il suo segno determina il verso dell’evoluzione della popolazione nel tempo: 1. C > 0, la popolazione cresce 2. C < 0, la popolazione diminuisce 3. C = 0, la popolazione è stabile 156 Al variare di C si possono immaginare diversi modelli che descrivono diversi tipi di crescita delle popolazioni, tutti comunque riconducibili alla relazione: Nt+1 = Nt + C∙Δt. Il modello di crescita limitata Il modello di crescita esponenziale (o malthusiana) di una popolazione è applicabile ad una popolazione che cresca esponenzialmente in maniera costante e continua, illimitata. Pensare una crescita illimitata significa muovere dall’ipotesi che la popolazione si sviluppi in un ambiente ideale con disponibilità illimitata di risorse. In una simile condizione, in mancanza di vincoli esterni, una popolazione cresce esponenzialmente secondo, esclusivamente, la propria capacità riproduttiva. Nella crescita esponenziale, la velocità di crescita della popolazione è proporzionale al numero N di individui della popolazione presenti in ogni dato istante. E’ evidente come, data la crescita proporzionale in ogni istante alla popolazione esistente, il ritmo d’incremento non sarà costante. Pertanto: C = k ∙ N, in cui k viene considerato costante k = n-m, dove n è il coefficiente di natalità e m il coefficiente di mortalità (in realtà tali coefficienti variano con l’età dell’individuo). Si può osservare come al passare del tempo il valore di N aumenti sempre più rapidamente, con sempre maggiore incremento. Da un grafico che riporti il rapporto N(t+1)/N in funzione dei valori N si evince come il rapporto tra due valori successivi della popolazione N sia costante: al termine di ogni intervallo di tempo Δt la popolazione conosce un incremento in percentuale, rispetto all’intervallo, che è sempre costante. Generalizzando, possiamo scrivere che: N(t+1)/N(t) = 1 + k , con k tasso di crescita. Il grafico riportante i valori della popolazione N in funzione del tempo presenta la chiara curva esponenziale. La medesima curva esponenziale ritornerà anche ponendo i valori della velocità di crescita C in funzione del tempo. Ma con il modello di crescita esponenziale si opera nell’ipotesi di un ambiente ideale di sviluppo della popolazione, con un incremento incondizionato da vincoli esterni ed una disponibilità infinita di risorse. Quando però i vincoli esterni non siano trascurabili ed alcuni fattori limitino la crescita (come la limitatezza di risorse), è necessario ripensare il modello e adeguarlo alle nuove condizioni. La novità di cui 157 tener conto è il fatto che la popolazione non potrà eccedere un valore di soglia. In un modello di crescita limitata la crescita è proporzionale alle risorse disponibili. La limitatezza delle risorse impone un valore limite della popolazione oltre il quale non è possibile pensare la crescita. Possiamo allora affermare che la popolazione aumenterà proporzionalmente alla differenza Nmax – N. Esprimeremo allora così l’andamento della velocità di crescita: C = k (Nmax – N), la crescita è proporzionale alla differenza tra la soglia limite sostenibile ed il valore attuale della popolazione. Il modello è stato applicato per simulare un esperimento in laboratorio su una popolazione di piccoli roditori con N0=10; Nmax=150; k=0,1; t=1 mese. Modello logistico Abbiamo già ricordato come il modello esponenziale ponesse l’accento e quasi esaltasse le potenzialità riproduttive della popolazione, di fatto consentendo al tasso di crescita di esprimersi in tutta la sua 158 pienezza senza vincoli esterni. Condizione fondamentale di una simile dinamica era però, quantomeno, un alto rapporto tra le risorse fruibili ed il numero di individui della popolazione. Con il modello di crescita limitata ad essere preso in considerazione era stato invece essenzialmente il ruolo giocato dai limiti esterni sull’incremento della popolazione (in primo luogo la limitatezza delle risorse). Abbiamo quindi osservato come il diminuire delle risorse nell’ambiente di sviluppo valesse il passaggio da una dinamica di crescita esponenziale ad una dinamica di crescita limitata, con un ritmo che rallentava sempre più, via via che la popolazione si avvicina al valore limite. Nel modello logistico i due tipi di crescita, esponenziale e limitata, trovano un punto di sintesi. All’idea propria delle precedenti dinamiche di crescita che il tasso di crescita k sia costante nel tempo sostituiamo l’idea di un tasso di crescita che diminuisce progressivamente al crescere della popolazione. Possiamo descrivere la velocità di crescita in un modello logistico come segue: C = (k – h ∙ N) ∙ N , in cui k rappresenta il valore iniziale del tasso di crescita ed h un tasso di limitazione, che esprimerà il valore della diminuzione di k per ogni intervallo di tempo. Quando N sia piccolo, l’influenza di h su k sarà minima, mentre all’aumentare di N, il termine negativo (-h ∙ N) diviene sempre più limitante per k. Quando k – h ∙ N = 0, si avrà C = 0 e la popolazione, cessando di crescere per raggiunto valore limite, risulterà stabile. Si è in tal caso nella condizione di crescita nulla. Il modello è stato applicato nella simulazione di un esperimento sullo sviluppo di una specie di moscerini partendo con 10 esemplari ed eseguendo controlli ad intervalli costanti di 2 giorni (Nmax=200 k=0,1 e h=k/Nmax). Il grafico della dinamica di crescita della popolazione presenta una curva logistica, con una prima sezione simile alla curva esponenziale ed una seconda analoga a quella della crescita limitata. Proprio dal grafico si evince il carattere di sintesi del modello logistico. 159 Si tratta dello stesso tipo di curva logistica che è stata osservata sperimentalmente da Pearl su delle popolazioni di Drosophila melanogaster (1920). Tale curva descrive l’incremento di una popolazione animale o umana in un ambiente limitato. Ancor più interessante però risulta il grafico della crescita (valori di C in funzione del tempo): una curva a campana ben evidenzia la distinzione tra una prima fase di crescita ed una seconda fase di decrescita del ritmo d’incremento della popolazione. 160 Bibliografia e sitografia Parodi, Ostili, Monochi, “L’evoluzione della fisica”, Paravia Paracchini, Righi, “Esplorazioni di fisica con il foglio elettronico”, Principato V. Volterra, U. Ancona, “Le associazioni biologiche” a cura di G. Israel, Edizioni Teknos Dispense del Workshop 8-9-10 gennaio 2013 del prof. P. Dourmashkin del M.I.T.: Projectile Motion with Air Resistance Simulations. http://phet.colorado.edu Alessio Torti (classe III C) 161 162 MAURIZIO CASTELLAN ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ ________ ______ ______ ______ ______ ______ ______ ___ Miscellanea di matematica Introduzione Questa sezione come negli anni passati è dedicata a quanto prodotto nel periodo 2012-2013 dagli studenti partecipanti al progetto lauree scientifiche. Lo scopo del progetto è guidare gli allievi nella ricerca di risultati matematici originali da raccogliere e illustrare in un articolo scientifico. Si percorrono così le diverse fasi del “lavoro” del matematico che partendo da congetture si dipana nella ricerca di giustificazioni rigorose mediante il metodo dimostrativo. Dall’anno scolastico 2009-2010 tale attività è inserita nel progetto lauree scientifiche che fa capo all’Università di Tor Vergata (responsabile del progetto il prof. Franco Ghione). Con gli anni il livello di complessità dei temi di ricerca è cresciuto nel segno di un impegno maggiore di analisi e studio, richiedente però tempi più lunghi. Per questo motivo al momento della stampa è disponibile solo un lavoro; altre tre attività di ricerca, giunte alla fase finale proprio in questi giorni, saranno pubblicate nel prossimo numero dei quaderni dell’Orazio. L’articolo che segue è stato presentato all’Università di Tor Vergata (giugno 2012) e sarà prossimamente pubblicato sul sito http://crf.uniroma2.it. Maurizio Castellan 163 __________________________________________________________ QUADRILATERO DI AREA MASSIMA ASSEGNATI I LATI Margherita Moretti (3H P.N.I.) Viviana Scoca (3D P.N.I.) Simone Moretti (3H P.N.I.) Abstract Si affronta il problema della determinazione del quadrilatero di area massima note le misure dei lati, utilizzando contemporaneamente strumenti analitici e sintetici. 0. Introduzione In questo lavoro si affronta un tipico esempio di massimo: la ricerca di quadrilateri di area massima tra quelli aventi le stesse misure dei lati. Tale problema oltre che interesse in sé può avere anche risvolti pratici [1]. Stabilite all’inizio alcune condizioni di compatibilità a cui devono soddisfare quattro numeri affinché siano le misure dei lati di un quadrilatero, si condurrà la ricerca nell’insieme dei quadrilateri che hanno almeno una diagonale interna. Si arriverà quindi alla verifica della proprietà di massimalità per i quadrilateri “ciclici”. Per essi si porranno le questioni di esistenza, unicità e costruibilità. L’apparato teorico e pratico usato si colloca nell’ambito della trigonometria e dell’analisi matematica. 1. Costruibilità della figura Assegnate le misure di un numero finito di segmenti non è garantita in generale l’esistenza di un poligono avente essi come lati. In caso affermativo diremo che il poligono è “costruibile”. Di seguito studiamo il problema della costruibilità di un triangolo e di un quadrilatero. 164 1.1 Proposizione. Costruibilità di un triangolo Dati a, b, c esiste un triangolo (anche degenere) ABC con: sse Dim. E’ sufficiente notare che Casi degeneri 165 oppure 1.2 Proposizione. Costruibilità di un quadrilatero Dati a, b, c e d ℝ+ esiste un quadrilatero ABCD con: sse Dim. () Consideriamo il quadrilatero ABCD: La diagonale AC (dove ) formerà un triangolo ABC di lati a, b, x e un triangolo ACD di lati c, d, x che uniti lungo il lato AC formeranno il quadrilatero ABCD di lati a, b, c e d 166 allora per la condizione di costruibilità dei triangoli (prop 1.1) si avrà: e da cui: () Viceversa se allora esiste almeno un x tale che e quindi tale che: e a b x E allora ancora per la prop 1.1 esiste un triangolo ABC di lati a, b, x e un triangolo ACD di lati c, d, x che uniti lungo il lato AC formeranno il quadrilatero: ABCD di lati a, b, c e d 167 Osservazione Nel caso in cui: un unico quadrilatero (degenere) di lati a,b,c,d. Infatti in se si ha: esiste oppure In tutte e due i casi si ottiene che una delle misure a,b,c,d è la somma delle altre tre, e il quadrilatero che si ottiene è un segmento. Es: a c b d In questi caso il problema di massimo si banalizza. Quando invece infiniti quadrilateri (alcuni dei quali degeneri) di lati a,b,c,d. esistono Nel seguito ci occuperemo solo di questi quadrilateri che indicheremo con QUAD. 2. Quadrilateri di lati assegnati al variare di una diagonale. Nel caso in cui: esistono infiniti valori x tali che: 168 2.1 Descrizione 1° caso: Per la prop. 1.1 il quadrilatero è formato da un triangolo degenere e da uno non degenere. Indicato con l’angolo e con l’angolo , si ha in generale: oppure Es: x A a B C b d c D 2° caso: Per la prop. 1.1 il quadrilatero è formato da un triangolo degenere e da uno non degenere. Indicato con l’angolo e con l’angolo oppure 169 , si ha in generale: Es: A B a b C x d c D 3° caso: Per ognuno di questi valori di x esistono (a meno di simmetrie) due quadrilateri con lati assegnati (e ordinati) di lunghezza a,b,c e d: uno con la diagonale AC interna al quadrilatero: a b x d c e uno con la diagonale AC esterna al quadrilatero 170 x a b d c In certi casi il quadrilatero con la diagonale AC esterna può essere intrecciato: B A C D A D C B 2.2 Quadrilateri con diagonale interna 171 Osserviamo che mentre il quadrilatero con diagonale esterna è sempre concavo, quello con diagonale interna può essere sia concavo che convesso: Indicheremo con QUADAC i quadrilateri di lati a,b,c,d con la diagonale AC interna. Poiché ogni quadrilatero convesso ha entrambe le diagonali interne, indicando con QCONV i quadrilateri di lati a,b,c,d convessi, si ha: QUADCONV QUADAC 3. Problema del massimo 3.1 Definizione Dato un insieme INS di quadrilateri di lati a,b,c,d , chiamiamo quadrilatero di area massima in INS un quadrilatero Q INS tale che Q’ INS Area(Q) ≥ Area(Q’) 172 3.2 Osservazione Ogni quadrilatero Q di lati assegnati a,b,c,d concavo è strettamente contenuto in un quadrilatero convesso Q’ avente lati della stessa lunghezza: dato il quadrilatero concavo ABCD basta infatti considerare il quadrilatero convesso A’BCD con A’ simmetrico di A rispetto alla retta BD. Per i due quadrilateri vale quindi: Area(Q)<Area(Q’) 3.3 Proposizione Una quadrilatero Q di lati assegnati a,b,c,d ha area massima in QUADse e soltanto se ha area massima in QUADAC Dim. Se Q ha area massima in QUADnon può essere concavo (vedi oss.3.2) quindi Q QUADCONV ma essendo QUADCONV QUADAC si haQ QUADAC , ed essendo la sua area maggiore di quelle di tutti i quadrilateri in QUAD , lo è anche per quelli di QUADAC Viceversa se Q ha area massima in QUADAC allora essendo QUADCONV QUADAC si ha che: Q’ QUADCONV Area(Q) ≥ Area(Q’) 173 Sia ora Q’ concavo, per l’oss 3.2 esiste un Q” QUADCONV Area (Q”) ≥ Area (Q’) ma Area (Q) ≥ Area (Q”) quindi Area (Q) ≥ Area (Q’) tale che 3.4 Osservazione Per la prop 3.3 per la ricerca del quadrilatero di area massima in QUAD massimo è sufficiente limitarsi a considerare i quadrilateri in QUADAC . 3.5 Proposizione. Area dei quadrilateri con una diagonale interna Per ogni Q QUADAC l’angolo ABCD, indicando con l’angolo a b x d c Si ha: 174 e con Dim. da cui : e quadrando e moltiplicando per 4: ora per il teorema di Carnot applicato ai due triangoli si ha da cui e quadrando: Sommando le due uguaglianze 175 da cui: e infine 3.6 Proposizione. Per ogni Q di QUADAC si ha: Q ciclico Q di area massima in QUADAC Dim. Se Q è ciclico si ha + = , allora essendo la quantità -8abcd cos( + ) massima quando cos( + )= -1 (cioè proprio per + = ) , grazie alla prop. 3.5 per ogni altro Q’ QUADAC si ha: 176 3.7 Prop. Quadrilatero di area massima. Per ogni Q QUADAC si ha: Q ciclico Q di area massima in QUAD Dim. Segue immediatamente dalla prop. 3.3 3.8 Osservazione La prop. 3.7 ancora non risolve ancora il problema di massimo che ci siamo posti. Occorre infatti provare che in QUADAC ci sia almeno un quadrilatero ciclico. Dimostreremo ora che tale quadrilatero esiste e che esso è unico. 4. Esistenza del quadrilatero ciclico 4.1 Angoli in funzione della lunghezza della diagonale. Indicati con x1 = e con x2 = consideriamo per ogni x[ x1 , x2] il quadrilatero Q in QUADAC di diagonale AC lunga x 177 a b x c d E indichiamo con l’angolo x. e con l’angolo al variare di Per il teorema di Carnot applicato ai due triangoli ABC e ACD si ha: Si hanno così le due funzioni di x : [ x1 , x2] ℝ 178 : [ x1 , x2] ℝ 4.2 Propoposizione Esiste Q QUADAC tale che Q è ciclico Dim. Indichiamo con (x) la funzione: : [ x1 , x2] ℝ x ↦(x) + (x) dove (x) e (x) sono state definite in 4.1 Ora (x) è continua in [ x1 , x2] inoltre per quanto visto in 2.1 quando x= x1 oppure quindi (x1) mentre quando x= x2 179 oppure quindi (x2) Per il teorema dei valori intermedi si ha quindi che esiste x in ( x1 , x2) tale che (x)= (x) + (x) = e quindi un Q QUADAC ciclico. 5. Unicità del quadrilatero di area massima 5.1 Proposizione E’ unico Q QUADAC tale che Q è ciclico. Dim. La funzione (x) è continua in [ x1 , x2] ed è derivabile in ( x1 , x2) con derivata: Osserviamo ora che per ogni x ( x1 , x2) si ha ’ (x)>0 . Se ora esistessero due quadrilateri ciclici con diagonali AC lunghe x’ e x’’ [ x1 , x2] si avrebbe: (x’) = = (x’’) e per il teorema di Rolle dovrebbe esistere x’’’ ( x’ , x’’) tale che ’ (x’’’)=0 ma questo è assurdo perché ’ (x)>0 in ( x1 , x2) . 180 6. Costruzione del quadrilatero di area massima Una volta stabilito che il quadrilatero di area massima è quello ciclico cerchiamo gli elementi che permettano la sua costruzione. In sostanza ci chiediamo come “costruire” il quadrilatero ciclico di lati assegnati. 6.1 Proposizione Dati a, b, c e d ℝ+ con Il quadrilatero ciclico ABCD di lati è tale che b a c x d Dim. 181 Per il teorema di Carnot applicato ai due triangoli ABC e ACD si ha: E risolvendo il sistema: si ottiene: 6.2 Osservazione La proposizione 6.1 ci permette di calcolare l’angolo (e quindi anche = -) e la lunghezza x della diagonale AC. La conoscenza di uno dei due permette di individuare univocamente i due triangoli ABC e ACD , e quindi il quadrilatero ciclico (nel primo caso grazie al primo criterio di congruenza dei triangoli e nel secondo caso grazie al terzo). 6.3 Casi particolari Terminiamo applicando le formule in 6.1 in alcuni casi particolari. 1° caso: a=b=c=d 182 Il quadrilatero ciclico è un quadrato x 2° caso: a=b=c , d=2a Il quadrilatero ciclico è un semi esagono regolare 183 x 3° caso: a=c Applicando le formule ad entrambe le diagonali AC e BD e agli angoli = ’ = si ha Il quadrilatero ciclico è un trapezio isoscele 184 Osservazione: appartengono a questa famiglia di quadrilateri tutti quelli trattati nei casi precedenti 4° caso: a2+b2=c2+d2 Il quadrilatero ciclico è formato da due triangoli rettangoli aventi come ipotenusa la diagonale AC x D Osservazione: appartiene a questa famiglia di quadrilateri “l’aquilone” nel quale a=d e b=c 185 x D 7. Conclusioni Un risultato generale afferma [3] che il poligono di n lati di area massima è ancora quello ciclico, si potrebbe dunque ripetere ciò che si è fatto qui per i quadrilateri, anche per i pentagoni, gli esagoni,..ecc. Cercando lì dove è possibile risultati generali. Si potrebbe inoltre indagare sui quadrilateri ottenuti come somma di triangoli rettangoli (vedi caso 4 par.6.3) sfruttando la ricchezza di proprietà che tali triangoli possiedono. Nell’articolo [4] è riportata una costruzione geometrica del quadrilatero ciclico note le misure dei quattro lati. Sarebbe interessante studiare tale costruzione alla luce dei risultati elencati nel par. 6. 8. Bibliografia e sitografia [1] http://rudimatematicilescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/01/31/il-problema-digennaio-509-armi-di-costruzione-di-massa/ [2] http://www.dmf.unisalento.it/~scienze/Download/Tolomeo.pdf [3] http://www.vialattea.net/esperti/php/risposta.php?num=13554 [4] http://www.cut-theknot.org/pythagoras/Constructions/CyclicQuadrilateral.shtml 186 187 188