Storia E, Rivista della Sovrintendenza Scolastica di Bolzano
Anno 7 n.1,2,3 -2009
Dal razzismo, alle leggi
razziali, allo sterminio
Milena Cossetto
Questa sezione della rivista è
dedicata a tre fasi della diffusione dell’ideologia nazionalsocialista in Europa. Proponiamo una scelta antologica di
documenti e di testi attraverso
i quali ricostruire lo sviluppo
e la diffusione del pregiudizio
razziale, nell’intento di fornire strumenti e materiali per
la contestualizzazione storica
del processo di costruzione, diffusione e interiorizzazione del pensiero razzista.
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Negli ultimi quarant’anni gli studi sulla genetica e il Dna hanno chiarito che l’esistenza delle
“razze” umane non ha nessuna base scientifica.
L’idea che le popolazioni possano essere suddivise in gruppi razziali in base ai caratteri genetici
è miseramente caduta proprio per effetto delle
ricerche sui geni. Gli studi infatti mostrano che
i geni della specie umana sono caratterizzati da
una grande variabilità. Schematizzando si può
dire che la variabilità tra individui costituisce
la grande maggioranza dei geni (85%) mentre i
caratteri che il razzismo biologico pensava determinassero le differenze razziali (colore della
pelle, forma del corpo) non costituiscono che
minime frazioni trascurabili. Possono esistere
molte più differenze genetiche tra due fiorentini
piuttosto che tra un fiorentino e un senegalese.
In definitiva le differenze genetiche tra gli individui non permettono di identificare l’esistenza
di gruppi razziali.
L’altro caposaldo della teoria classica delle
“razze” è il collegamento tra caratteristiche
fisiche e psichiche. Così nelle teorie del razzismo biologico il colore della pelle veniva messo
in relazione a criteri estetici di bellezza e di qui
all’intelligenza: “razze inferiori” brutte e irrimediabilmente stupide; caratteri europei come
canoni della bellezza e collegati alla capacità
intellettiva. Anche queste connessioni si sono
rivelate assolutamente inesistenti e le ricerche
sociologiche hanno mostrato, da oltre un secolo,
la responsabilità di condizionamenti sociali e
culturali nella determinazione di questi elementi
e hanno messo in evidenza la relatività culturale
del concetto di intelligenza. Se le razze umane non
esistono, sappiamo invece che esiste il razzismo,
cioè quel processo sociale e culturale, determinato storicamente, che costruisce continuamente le
“razze” e le pone in relazione gerarchica. Questo
processo, schematizzando fortemente, agisce in
32 storiae
due modi. Il primo meccanismo produce una traduzione in chiave naturalistica di differenze che
hanno radici storiche e sociali. Così ad esempio
l’appartenenza ad una religione come l’ebraismo
diviene l’invenzione della “razza ebraica”, o un
conflitto tra stati-nazione produce la caratterizzazione della figura del nemico con stereotipi di
inferiorità e malvagità come se fossero naturali e
vi fonda la propaganda bellica. Il secondo meccanismo agisce sulle diversità naturali visibili
che vengono isolate, caricate di valore e poste a
fondamento per l’identificazione di gruppi razziali. Così geni trascurabili ma evidenti come il
colore della pelle divengono il pretesto per la
codificazione di “razze superiori” (ad es. i “bianchi”) e “inferiori” (ad es. i “neri”). Allo stesso
modo il gruppo che produce questa costruzione
sociale identifica nel proprio modello la “razza”
superiore e codifica ogni tipo di differenza come
corruzione o degenerazione. La purezza del proprio gruppo e la separazione dagli altri diviene il
principio cardine della relazione sociale razzista
e conduce alla creazione di ghetti, alla segregazione, alla separazione. Corollario del culto della
purezza e della separazione è la condanna della
mescolanza razziale, con la relativa deprecazione
dell’incrocio, del mulatto, del meticcio. Quando
la logica della separazione e della sottomissione
non è suffciente si sviluppano processi di espulsione o addirittura di eliminazione e sterminio.
Questo processo di costruzione delle “razze”
è determinato storicamente, tanto da mutare
fortemente nel tempo: il razzismo culturale di
oggi non ha più neppure bisogno del termine
“razza” costruisce discriminazione e persecuzione su fattori culturali; l’esempio più evidente
è l’uso sempre più rigido e pieno di pregiudizi
che viene fatto del termine “etnia”. Chi afferma
che «l’etnia albanese è estranea alla comunità
italiana» sta costruendo un’immaginaria “razza
culturale” da separare rispetto alla comunità
nazionale. Quindi la maniera migliore per comprendere i processi di costruzione del razzismo
sta nel coglierli nel loro divenire, collocarli nel
contesto culturale e sociale in cui si sviluppano
e studiarli nel collegamento con la complessità
del periodo storico.
BONAVITA R., GABRIELLI G., ROPA R. (a cura di), L’offesa della
razza. Razzismo e antisemitismo dell’Italia fascista, Bologna
2005, p. 60.
29. Tabellone didattico sulle razze umane (primi del Novecento).
30. Der ewige Jude / L’eterno giudeo, Monaco 1937.
La concezione razzista di Hitler
«L’osservazione più superficiale basta a dimostrarci come le innumerevoli forme che assume
la volontà di vivere della natura siano sottomesse
ad una legge fondamentale e quasi inviolabile,
che impone loro il processo strettamente limitato
della riproduzione e della moltiplicazione. Ogni
animale si accoppia esclusivamente con un congenere della medesima specie: la cinciallegra con
la cinciallegra, il fringuello con il fringuello, la
cicogna con la cicogna, il topo campagnolo con
il topo campagnolo, il topo di città con il topo
di città, il lupo con la lupa, etc. Soltanto circostanze straordinarie possono causare deroghe a
questo principio: in primo luogo la costrizione
imposta dalla cattività, oppure qualche ostacolo
che si opponga al congiungimento di individui
appartenenti alla medesima specie. Ma allora la
natura mette in opera tutti i suoi mezzi per lottare
contro queste deroghe, e la sua protesta si manifesta nel modo più chiaro, sia perché rifiuta alle
razze imbastardite la facoltà di riprodursi a loro
volta, sia perché limita strettamente la fecondità
dei discendenti; nella maggior parte dei casi li
priva della facoltà di resistere alle malattie o agli
attacchi nemici. Cosa fin troppo naturale. Ogni
incrocio tra due esseri di ineguale valore dà come
prodotto un termine medio tra il valore dei due
genitori... Un accoppiamento del genere è in contraddizione con la volontà della natura che tende
ad elevare il livello degli esseri. Questo scopo
non può essere raggiunto attraverso l’unione di
individui di diverso valore, ma soltanto attraverso la vittoria completa e definitiva di coloro che
rappresentano il più alto valore. Il ruolo del più
forte è di dominare e non di fondersi con il più
debole, sacrificando così la propria grandezza.
Soltanto il debole per nascita può trovare crudele
questa legge, ma il fatto è che egli non è che un
uomo debole e limitato...».
HITLER A., La mia battaglia, I, XI, citato in CHEVALLIER J.-J. ,
Le grandi opere del pensiero politico. Da Machiavelli ai giorni
nostri, Il Mulino, Bologna 1968, p. 475.
L’ebreo contamina la purezza razziale degli
ariani
«Il giovanotto ebreo, dai neri capelli crespi,
spia per ore ed ore, con un’espressione di gioia
satanica nel viso, la ragazza ignara, che egli poi
sconcia nel suo sangue ed estolle dal suo popolo.
Con tutti i mezzi egli cerca di rovinare i fondamenti razziali dei popoli soggetti. Allo stesso
modo egli rovina programmaticamente donne e
ragazze, non teme neppure di strappare le barriere
razziali che separano gli altri popoli. Furono ebrei
a portare sul Reno i negri, sempre nella speranza
e con lo scopo chiaro di contribuire così ad un
imbastardimento della razza bianca, per precipitarla dalle sue posizioni politiche e culturali e
cacciarsi al suo posto.
Un popolo di razza pura, che è cosciente del suo
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sangue, non sarà mai assoggettato dall’ebreo.
Costui non potrà essere che il signore di popoli
bastardi. Perciò egli cerca programmaticamente
di abbassare il livello razziale, corrompendo e
avvelenando i singoli».
HITLER A., La mia battaglia, I , XI, citato in PIPERNO R., L’antisemitismo moderno, Rocco San Casciano, Cappelli, 1964,
p. 200).
Il «Paragrafo ariano» della Legge 7-4-1933
«Gli impiegati pubblici che non siano di discendenza ariana devono essere messi a riposo. I titolari di cariche onorifiche devono essere licenziati
dal loro ufficio».
NOLTE E., Nazionalsocialismo e bolscevismo. La guerra civile
europea 1917-1945, Sansoni, Firenze 1988, p. 33.
Prefazione all’edizione nazista dei «Protocolli»
(1933)
«È dovere di ogni cittadino tedesco studiare le
terrificanti confessioni degli Anziani di Sion, e
metterle a confronto con la sconfinata miseria del
nostro popolo; [...] Il primo compito è disintossicare l’anima del popolo tedesco e destare in essa
la coscienza della nobiltà della razza ariana. Con
Dio, per la resurrezione della Germania!».
Citato in COHN N., cfr. p. 101, 157.
storiae
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Manifesto degli scienziati razzisti
14 luglio 1938
«l. Le razze umane esistono. La esistenza delle
razze umane non è già una astrazione del nostro
spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica,
materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa
realtà è rappresentata da masse, quasi sempre
imponenti, di milioni di uomini, simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e
che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le
razze umane non vuol dire a priori che esistono
razze umane superiori ed inferiori, ma soltanto
che esistono razze umane differenti.
2. Esistono grandi razze e piccole razze. Non
bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono
chiamati razze e che sono individualizzati solo
da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere
che esistano gruppi sistematici minori (come per
es. i nordici, i mediterranei, i dinari, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri
comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto
di vista biologico le vere razze, la esistenza delle
quali è una verità evidente.
3. Il concetto di razza è concetto puramente
biologico. Esso è quindi basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione,
fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle
differenze di popolo e di nazione stanno delle
differenze di razza. Se gli italiani sono differenti
dai francesi, dai tedeschi, dai turchi, dai greci,
ecc., non è solo perché essi hanno una lingua
diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono
state proporzioni diverse di razze differenti che da
tempo molto antico costituiscono i diversi popoli,
sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle
altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente,
sia infine, che persistano ancora inassimilate una
alle altre le diverse razze.
4. La popolazione dell’Italia attuale è di origine
ariana e la sua civiltà è ariana. Questa popolazione di civiltà ariana abita da diversi millenni la
nostra Penisola; ben poco è rimasto della civiltà
delle genti preariane. L’origine degli italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle
stesse razze che costituiscono e costituirono il
tessuto perennemente vivo dell’Europa.
5. E una leggenda l’apporto di masse ingenti
di uomini in tempi storici. Dopo l’invasione dei
Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la
fisionomia razziale della Nazione. Da ciò deriva
che, mentre per altre Nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi
anche moderni, per l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa
di quella che era mille anni fa: i 44 milioni di
italiani di oggi rimontano quindi nell’assoluta
maggioranza a famiglie che abitano in Italia da
un millennio.
6. Esiste ormai una pura “razza italiana”. Que-
34 storiae
sto enunciato non è basato sulla confusione del
concetto biologico di razza con il concetto storico
linguistico di un popolo e di nazione, ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli italiani
di oggi alle generazioni che da millenni popolano
l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più
grande titolo di nobiltà della Nazione Italiana.
7. È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che fin’ora ha
fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo.
Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del
Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata
da un punto di vista puramente biologico, senza
intenzioni filosofiche o religiose. La concezione
del razzismo in Italia deve essere essenzialmente
italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non
vuol dire però introdurre in Italia le teorie del
razzismo tedesco come sono o affermare che gli
italiani e gli scandinavi sono la stessa cosa. Ma
vuole soltanto additare agli italiani un modello
fisico e soprattutto psicologico di razza umana
che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extraeuropee,
questo vuol dire elevare l’italiano ad un ideale
di superiore coscienza di se stesso e di maggiore
responsabilità.
8. È necessario fare una netta distinzione tra
i mediterranei d’Europa (occidentali) da una
parte, gli orientali e gli africani dall’altra. Sono
perciò da considerarsi pericolose le teorie che
sostengono l’origine africana di alcuni europei
e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche
stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.
9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana.
Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in
generale è rimasto. Anche l’occupazione araba
della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di
assimilazione fu rapidissimo in Italia. Gli ebrei
rappresentano l’unica popolazione che non si è
mai assimilata in Italia perché essa è costituita
da elementi razziali non europei, diversi in modo
assoluto dagli elementi che hanno dato origine
agli italiani.
10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati
in nessun modo. L’unione è ammissibile solo
nell’ambito delle razze europee, nel quale caso
non si deve parlare di vero e proprio ibridismo,
dato che queste razze appartengono ad un corpo
comune e differiscono solo per alcuni caratteri,
mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli italiani viene alterato
dall’incrocio con qualsiasi razza extraeuropea e
portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria
civiltà degli ariani».
DE FELICE R., Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi,
Torino 1988, pp. 555-556.
L’uomo ariano
«È una discussione oziosa quella che vuol ricercare quale razza fosse la originaria portatrice
della cultura umana; cioè l’autentica fondatrice
di ciò che noi chiamiamo in sintesi: umanità.
È molto più semplice impostare questo problema sul tempo d’oggi; in questo caso la risposta
appare facile ed evidente. Ciò che noi vediamo
oggi, in materia di cultura o d’arte o di scienza
o di tecnica, è quasi esclusivamente il prodotto
geniale dell’ariano. E ciò ci conduce alla conclusione ovvia che egli solo è stato il fondatore
dei valori umani più alti, e rappresenta quindi il
prototipo di ciò che noi designiamo con la parola
uomo. Egli è il Prometeo dell’umanità, dalla cui
fronte radiosa scoccò in ogni tempo la scintilla
del genio, accendendo ogni volta la fiaccola che
illuminò di conoscenza la notte del silenzioso
mistero; e così preparò la strada all’umanità, per
dominare le altre creature terrene. Lo si elimini e quella oscurità tornerà ad avviluppare di nuovo
la terra, la cultura umana tramonterà e il mondo
si rifarà deserto. [...]
Se si potesse dividere l’umanità in tre specie:
fondatori di cultura, portatori di cultura e distruttori di cultura, il rappresentante della prima non
potrebbe essere che l’ariano. Da lui derivano i
fondamenti e le mura di ogni costruzione umana
[...]. E quasi sempre ne nasce il seguente quadro
del loro svolgimento:
Popolazioni ariane sottomettono - quasi sempre
in numero addirittura esiguo - popoli stranieri e
sviluppano, stimolate dalle situazioni speciali dei
nuovi territori (fecondità, situazione climatica,
ecc.) e favorite dalla quantità delle riserve degli
uomini di razza inferiore, le loro qualità spirituali
e organizzative, che parevano sonnecchiare. E
producono, spesso, in pochi secoli, delle culture
che in origine corrispondono perfettamente alle
caratteristiche peculiari della loro natura, adattate alle qualità del territorio, come anche alla
tipologia dei popoli sottomessi. Finalmente, i
conquistatori peccano contro il principio della
conservazione del loro sangue, cominciano ad
unirsi agli indigeni sottomessi, e terminano così
la loro esistenza; perché al fallo è sempre seguita
la cacciata dal paradiso. [...]
Certo, la prima cultura dell’umanità non poggiava
tanto su bestie addomesticate, quanto sull’impiego di uomini inferiori. Solo dopo la riduzione a
schiavitù delle razze sottomesse, lo stesso destino
colpì anche gli animali; e non viceversa, come
molti potrebbero credere. Toccò prima al vinto
mettersi all’aratro - e solo più tardi al cavallo.
Solo dei pacifisti vaneggianti possono considerare ciò come un segno di malvagità umana; e
non sanno vedere che quella tappa fu necessaria
per giungere finalmente a un livello, dall’alto del
quale questi apostoli possono offrire al mondo le
loro ricette di salvezza.
Il progresso dell’umanità rassomiglia al salire
lungo una scala infinita; non si arriva in alto, se
non si sono fatti i primi scalini. Allo stesso modo
l’ariano dovette percorrere la strada che la realtà
gli indicava, e non quella di cui sogna la fantasia
di un moderno pacifista. Ma la via della realtà è
dura e pesante, e conduce finalmente colà dove
l’altro sogna l’umanità, senza poi saperla avvicinare di un passo.
Non è dunque a caso, se le prime culture sono
nate là dove gli ariani, nell’incontro con popoli
inferiori, han potuto sottometterli. Questi sono
stati i primi strumenti tecnici al servizio di una
futura cultura».
HITLER A., La mia battaglia, I, XI, citato in DESIDERI A., Storia
e Storiografia, vol. 3, D’Anna, Messina-Firenze 1989, pp. 433434.
L’essere inferiore in un opuscolo per le SS
«... Come la notte insorge contro il giorno, come
la luce e le tenebre sono nemiche per l’eternità
- così l’uomo che domina la terra ha il suo più
grande nemico nell’uomo stesso.
L’essere inferiore - quella creazione della natura
apparentemente identica all’uomo sotto il profilo biologico, con mani, piedi ed una specie di
cervello con occhi e bocca, è invece una creatura
spaventosa, del tutto diversa dall’uomo; è solo
un tentativo di uomo con dei tratti somatici simili a quelli dell’uomo vero - ma spiritualmente
ed intellettualmente si trova ad un livello inferiore a quello di tutti gli animali. Nell’animo di
quest’essere c’è un caos di passioni selvagge e
scatenate: una brama di distruzione senza nome,
l’istinto più primitivo, la volgarità più sfacciata.
Essere inferiore - nient’altro che questo! Poiché
non tutto quello che ha l’aspetto dell’uomo è
identico all’uomo. - Guai a chi lo dimentica!
Tutte le grandi opere, i pensieri e l’arte di questa terra - sono stati concepiti, creati e portati a
termine dall’uomo, scopritore e inventore, per
cui c’era una sola meta: operare per sollevarsi
ad un’esistenza migliore, per plasmare ciò che
è imperfetto, per sostituire ciò che è insufficiente con il migliore. Così crebbe la cultura. Così
nacque l’aratro, l’attrezzo, la casa. Così l’uomo
divenne socievole, nacque la famiglia, il popolo,
lo Stato. Così l’uomo divenne buono e grande.
Così si elevò al di sopra di ogni essere. Così egli
divenne più vicino a Dio! Ma anche l’essere inferiore viveva. Egli odiava l’opera degli altri. Egli
era pieno di furore contro di essa, segretamente
come un ladro - apertamente come un depravato
- come un assassino. Egli fece combutta con i suoi
simili. La bestia richiamava la bestia.
L’essere inferiore non aveva mai pace, non aveva mai riposo. Poiché egli aveva bisogno della
penombra, del caos.
Egli fuggiva la luce del progresso civile.
Per la sua conservazione aveva bisogno del fango,
dell’inferno, ma non del sole.
E questo sottomondo degli esseri inferiori trovò
il suo Capo: l’eterno ebreo».
HOFER W., Il Nazionalsocialismo. Documenti 1933-1945, Feltrinelli, Milano 1979, pp. 238-239.
storiae
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Il nazismo e lo sterminio degli ebrei
L’ideologia nazista si fonda essenzialmente
sul culto della razza, intesa come elemento
che distingue il popolo dominatore dalle
genti sottomesse. La razza più elevata - secondo la concezione di Hitler - quella tedesca, a cui si contrappone, come nemica, la
razza ebraica, la quale - sempre secondo la
dottrina nazista - deve essere eliminata per
impedirne l’azione dannosa e distruttiva.
Ancora oggi gli studiosi della Germania
hitleriana si chiedono come una teoria così
assurda e feroce abbia potuto essere accettata per anni dalla nazione tedesca.
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«1. In ogni sezione ed in ogni branca dell’organizzazione del Partito nazista debbono
essere costituiti dei comitati d’azione per l’esecuzione pratica e pianificata del boicottaggio contro
i negozi ebrei, le merci ebree, i medici e gli avvocati ebrei...
3. I comitati d’azione debbono immediatamente far sì che il boicottaggio, attraverso un’educativa propaganda, diventi un fatto popolare. Principio fondamentale: nessun tedesco farà più le sue
compere in un negozio ebreo né farà più stimare le sue merci da un ebreo o dai suoi agenti. Il
boicottaggio deve essere generale, deve essere fatto da tutto il popolo e deve colpire gli ebrei».
dalla Legge del Terzo Reich del 28 marzo 1933
«[par. l] 1) Sono proibiti i matrimoni tra ebrei e cittadini dello Stato di sangue tedesco o affine.
I matrimoni già celebrati sono nulli anche se celebrati all’estero per sfuggire a questa legge».
dalla Legge del Terzo Reich del 15 settembre 1935
«par. 1. 1) A partire dal l° gennaio 1939 agli ebrei sarà proibito condurre in proprio negozi di
vendita al dettaglio, uffici di spedizioni o agenzie di commissioni e la conduzione in proprio di
botteghe artigiane.
2) Inoltre, a partire dallo stesso giorno, sarà loro proibito offrire delle merci o dei prodotti industriali sui mercati di ogni tipo, nelle fiere o nelle esposizioni, sarà loro proibito concorrere a queste
manifestazioni e assumere delle ordinazioni.
3) Le aziende ebraiche la cui produzione contravviene alle norme di queste disposizioni restrittive
verranno chiuse dalla polizia.
par. 2. 1) A partire dal lo gennaio 1939 nessun ebreo potrà più dirigere un’azienda.
2) Se un ebreo è impiegato con mansioni direttive in un’impresa, potrà venire licenziato con un
preavviso di sei settimane. Agli ebrei è vietato l’ingresso alle manifestazioni di questo genere, in
particolare ai teatri, ai cinematografi, ai concerti, alle conferenze, alle manifestazioni d’arte varia
(varietà, cabarets, rappresentazioni dei circhi ecc.), alle esecuzioni di danze ed alle esposizioni di
natura culturale».
dalla Legge del Terzo Reich del 12 novembre 1938
«par. 1.1) Ebrei i quali abbiano compiuto il sesto anno di età non debbono comparire in pubblico
senza il distintivo della stella ebraica.
2) La stella ebraica consiste di una stella di stoffa gialla a sei punte, grande quanto un palmo della
mano, con i contorni in nero e con la scritta, pure in nero, “ebreo”. Deve essere portata in maniera
visibile sulla parte sinistra del petto e saldamente cucita sopra il vestito.
par. 2. Agli ebrei è proibito:
a) lasciare lo spazio compreso dal loro quartiere di abitazione senza un permesso scritto delle
autorità di polizia locali».
dalla Legge del Terzo Reich del 10 settembre 1941
«In vista della soluzione finale del problema ebraico, gli ebrei dovranno venire mandati ad oriente
come truppe di lavoro. Divisi per sesso e incolonnati, gli ebrei abili al lavoro verranno condotti in
questi territori in modo da costruire delle strade lungo il percorso, per cui senza dubbio una gran
parte verrà eliminata per morte naturale.
La parte in ogni caso restante, trattandosi di coloro che senza dubbio sono i più resistenti, dovrà
venir adeguatamente trattata poiché rappresenterà una élite naturalmente prodottasi che, ove fosse lasciata libera, sarà da ritenersi il nucleo di un nuovo organismo ebreo. In vista della messa in
opera della soluzione finale l’Europa verrà setacciata da ovest verso est».
dal resoconto di un incontro segreto avvenuto il 20 gennaio 1942
tra il capo delle SS. R. Heydrich e i suoi più stretti collaboratori.
36 storiae
Sono in gran parte noti i massacri nazisti contro il popolo ebraico: milioni di persone senza
colpa sono state rinchiuse in campi di sterminio, torturate e massacrate. Il documento che qui
presentiamo riporta la testimonianza di F. Gräbe, un tedesco impiegato in un ufficio postale, su
di un episodio accaduto il 5 ottobre 1942 al confine tra la Polonia e la Germania.
«Gli uomini, le donne, i bambini di ogni età scaricati dagli autocarri, all’intimazione di un soldato
delle SS che teneva in mano una frusta o un frustino, dovettero spogliarsi e gettare i loro vestiti
in tre mucchi distinti per scarpe, vestiti e biancheria. Vidi un mucchio di scarpe nel quale erano
ammassate dalle 800 alle 1000 paia di scarpe e delle grandi cataste di biancheria e di abiti. Questa
gente si spogliò senza piangere, senza un grido, erano riuniti in gruppi, famiglia per famiglia ed
i componenti si baciavano accomiatandosi ed aspettavano un cenno di un altro soldato delle SS
che si trovava presso la fossa e che a sua volta teneva in mano una frusta. Per un quarto d’ora, il
tempo che rimasi accanto alla fossa, non udii un lamento o un’invocazione di pietà. Osservavo una
famiglia di circa 8 persone, un uomo e una donna, ambedue di circa 50 anni, con i loro figli uno di
otto e di dieci anni circa e con due figlie maggiori dai 20 ai 24 anni. Una vecchia dai capelli bianchissimi teneva in braccio il bimbo di un anno, gli canticchiava qualcosa e lo coccolava. Il bimbo
rideva beato. I genitori stavano a guardarlo con le lacrime agli occhi. Il padre teneva per mano un
ragazzo di circa 10 anni e gli parlava sottovoce. Il ragazzo lottava per non piangere. Il padre gli
additò il cielo, gli accarezzò la testa e parve spiegargli qualcosa. A questo punto il soldato delle SS
che si trovava presso la fossa gridò qualcosa al suo collega. Costui fece staccare dal gruppo circa
20 persone intimando loro di mettersi dietro la collina di terra. La famiglia di cui parlavo era nel
gruppo. Mi ricordo ancora perfettamente come una ragazza magra dai capelli neri, passandomi
vicino e facendo un gesto con
la mano come per indicare 32
se stessa, disse: “23 anni!”
Io aggirai la collina di terra
e mi trovai di fronte ad una
fossa gigantesca. La persone
erano ammucchiate così fitte
che si scorgevano soltanto le
spalle. Da quasi tutte queste
teste colava del sangue lungo
le spalle. Una dei fucilati si
muoveva ancora. Alcuni alzavano le braccia e volgevano il
capo per mostrare che erano
ancora vivi. La fossa era già
piena per tre quarti. Secondo
i miei calcoli penso che essa
contenesse già 1000 persone
circa. Mi girai per cercare la
sentinella. Questa, un soldato
delle SS, era seduta per terra
sull’orlo della fossa con le gambe penzoloni, fumando una sigaretta; sui suoi ginocchi era appoggiato il mitra. Le persone scendevano lungo una scala scavata nella parete d’argilla della fossa e
strisciando sulle teste dei caduti andavano a disporsi nel punto loro indicato dal soldato delle SS.
Si distendevano davanti a quelli morti o colpiti, taluni accarezzavano quelli che ancora erano in
vita e dicevano loro qualcosa sottovoce. Poi udii una scarica di mitra. Guardai nella fossa e vidi
alcuni corpi sussultare ancora oppure le teste già immobili appoggiate ai corpi che stavano loro
davanti. Dalle nuche usciva del sangue. S’era avvicinato intanto già il prossimo gruppo che, sceso
nella fossa, si allineò alle altre vittime e fu a sua volta trucidato a colpi di mitra. Quando tornai
indietro aggirando la collinetta scorsi un altro autocarro pieno di persone che era giunto in quel
momento.
Al mattino del giorno dopo, quando tornai a visitare il luogo, vidi circa 30 uomini distesi non
lontano dalla fossa, distanti da questa dai 30 ai 50 metri. Alcuni erano ancora in vita, guardavano
dinanzi a sé con gli occhi sbarrati. Ma in quel momento si udì il rumore di un’automobile che
si stava avvicinando rapidamente. Notai che si trattava di un comando delle SS. Mi allontanai.
Dieci minuti dopo udii alcuni spari provenienti dalle vicinanze della fossa. Gli ebrei ancora in
vita furono costretti a gettare i cadaveri dei loro compagni nella fossa, poi essi stessi dovettero
scendervi per ricevere il colpo alla nuca».
31. Bambini ebrei sopravvissuti nel Lager di Auschwitz, 1945.
32. Fotografia scattata da un soldato a Lublino, 1940. Sul retro si legge: “Funker Giese istruisce gli ebrei di Lublino con il bastone”.
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