DOVE NON IMPORTA
Un romanzo di
Domenico Astuti
Io sono una cipolla umana
con molte pelli intorno al mio corpo
spero che non vi irritiate
se introduco così il mio futuro.
Fritz Teufel
" Ma state facendo sul serio ? "
Gillespie a Colleman, Cherry, Haden,
dopo averli ascoltati al club Manhattan.
1
Si avvicinò alla finestra, alzò la tendina. Il cielo era grigio, quasi livido; le
prime ombre della sera penetravano la strada. Le insegne della lavanderia si
illuminarono, subito dopo quelle all'interno del negozio. Lì, all'angolo, c'erano i soliti
ragazzini che giocavano a sottomuro, perdevano e schiamazzavano, vincevano e
schiamazzavano: di lì a qualche mese avrebbero iniziato a giocare con le ragazzine, poi
con gli appartamenti di King's Cross.
pounds
Finsbury Park - Arsenal - Holloway Road - Caledonian road - King's Cross: 4
Ken il postino passò in moto, evitò una pozzanghera; andava verso casa, dalla moglie
rabbiosa e culona. In fondo alla strada c’erano tre pachistani seduti in un’auto, la
musica a palla e la testa a Peshawar. Le campane della chiesa comunicarono l'ora, ancora
quindici minuti e avrebbero aperto il pub. Una birra ! Era proprio quello che ci voleva, e
se bastavano i penny, un bourbon. Ma la prospettiva non lo rincuorò, anche se non
aspettava altro che uscire da quella casa.
Due ubriaconi erano seduti sugli scalini della casa di fronte, anche loro aspettavano.
Si sarebbero scolati una pinta d'un fiato, allontanando così il freddo, quell'inverno, quella
vita. Avrebbero sorseggiato un altro boccale giocando a freccette. Due bobbie's alti e
robusti passeggiavano con passi calcolati, lo sguardo attento, le mani conserte dietro la
schiena. Tutto era normale, tutto al suo posto, come sempre nel quartiere. Furti e
assassinate gli abitanti li andavano a fare da altre parti... Quella era zona neutrale. Anche
i tossici, lì, erano trasparenti e tranquilli, tagliavano, spacciavano e morivano con
discrezione. Il vero orrore era in luoghi lontani.
I pochi passanti camminavano senza una mèta, era quella un'ora in cui nessuno
sapeva cosa fare o dove andare e si lasciava trasportare dalla corrente. Dalle case
provenivano i soliti rumori, come simili erano gli odori: una voce materna, due uova con
bacon, una lezione di piano, pesce fritto con patate. Sul muro di fronte c'era un nuovo
slogan contro gli immigrati. Un iraniano con la gobba e la barba bianca, proprietario di
un car wash, passò sotto la finestra, sputò a terra, girò a sinistra.
Marco lasciò andare la tendina, cercò un respiro profondo, invece tossì; piccoli colpi
secchi, striduli, che lo resero rosso in viso.
2
Quale altra razza d'animali viveva così ? In quel modo assurdo e malato...
Pensò qualcuno tra l'incazzato e l'offeso.
Avrebbe voluto gridare !
Avrebbe voluto urlare ! Ma avrebbe svegliato Margarèta febbricitante... Marcella
avrebbe smesso di litigare con Quique e sarebbe corsa su per sapere... Un cane avrebbe
abbaiato.
Il maestro delle elementari stava passando a salutare Marco ma era scivolato
all'inizio della strada, i pantaloni sporchi e bagnati di acqua sporca. Era tornato a casa
borbottando.
Marco avrebbe gridato volentieri contro quella strada tranquilla e umida, contro
quella casa sempre più uguale, contro il radiatore rugginoso. Avrebbe urlato contro il
suo ultimo manager, contro Mària e il suo carattere lontano, contro... Avrebbe dovuto
srogolare solo contro se stesso. Nessuno aveva colpa del suo senso di smarrimento,
nessuno aveva colpa delle sue inquietudini. O forse sì, ma non era quello il dato decisivo.
Quella casa non era più brutta di altre, quella strada era come prima, con il negozio di
stoffe, il pub dalle vetrine smerigliate, la scuola in mattoni rossi e i vetri presi a sassate.
Tutto era come prima. Avrebbe solo dovuto smettere di oziare, trovare un sentimento
in cui naufragare e sarebbe tornata la quiete. Solo lui aveva colpa del suo smarrimento.
L'ultimo licenziamento se l'era andato a cercare come fa un giovane con una donna
quando inizia primavera. E Mària, poi, era bella e lontana come un tempo... Il tempo !?
Già ! C'è un termine per tutto ed è qualcosa che coincide con tutti i gesti non compiuti
nel passato... perduti nelle migliori intenzioni. E non si impara mai troppo in fretta dalla
vita. La vita !? Non si sa come questa parola possa essere messa in pratica, un
sovraccarico di luoghi comuni, distinguo e fregature da digerire. In fondo, modesti per
tutto ! Nessuno e tutti avevano colpa di niente, tutto era uguale a tutto. Forse proprio
quell'inerzia gli procurava quel senso di smarrimento.
E arriva un giorno in cui non si è in grado di sentirsi vivi. Il desiderio e la
leggerezza sono solo un ricordo astratto, niente di reale. Pensare che chi è sereno è
soltanto...
Erano due anni che abitava in Finsbury park, un record. Per lui che non aveva
vissuto un anno nella stessa città. Upper Tollington, Oxford road, infine ad Albert road,
al 24. Aveva imparato a conoscere quella gente, conosceva le loro storie, i gesti
d'umanità e le piccole vigliaccherie. Più o meno le stesse di Copenaghen nella zona di
Cristiana o nel quartiere turco di Berlino, nel barrio Sevilla di Mexico city o nel suq di
Cairo. Allora, li aveva vissuti con leggerezza, forse perchè era giovane, forse perchè li
sentiva provvisori, invece a Finsbury...
3
Nel quartiere abitavano piccoli impiegati dello stato e commesse dei grandi
magazzini, venditori dei mercati del sabato e donne di servizio, una comunità di sikh e
viaggiatori di professione, strozzini della vecchia generazione e piccoli pusher senza
avvenire, operai saltuari e musicisti sempre in cerca di scritture. C'era Fernando che
doveva partire per la Russia con una borsa di studio, ma era sempre lì, al pub, a bere
birra e a rimorchiare ragazze; c'era Annette che preparava attentati dimostrativi fuori
tempo massimo; c'era Robin che aveva perso la sua Irlanda e svaligiava case in High
Holborn; c'era Mària che aveva pubblicato due libri in Svezia e che adesso lavorava in un
ristorante di Soho. C'erano Tozh che prestava soldi a usura, Marco un musicista con
scritture sempre saltuarie, Hannin che rubava i soldi alla madre, Alvaro che viveva
aspettando... E uomini dalle mani callose e col sapore di birra in bocca... E donne che
puzzavano di pesce fritto anche quando si infilavano tra le lenzuola. Lì, la gente si
lavava, si grattava, beveva, lavorava, faceva figli, riscuoteva la paga o il sussidio e poi
moriva. Proprio quella mattina era toccato ad Hannin, una tredicenne al suo secondo
buco, troppa stricnina; al funerale la comunità gallese al completo. Marco conosceva
Irvine, il padre; avevano suonato assieme nei pub di Coven Garden e di Fleet Street, ma
al funerale non era andato.
E arriva un giorno in cui non si hanno più pretese, che non ci si chiede più:
cosa volevi dalla vita ? che gusto ci può essere in tutto questo…
2
Un'altra giornata stava passando, con la rugiada sui coperchi delle pattumiere,
con le strade più vuote e le finestre illuminate, con la puzza di pesce fritto e di umido a
ogni angolo.
Non era stata una giornata esaltante.
Sui visi della gente non si intuivano che le solite rinunce, l'ammissione della massima
cautela nel vivere, l'accettazione nascosta tra le rughe.
Il clima non era dei migliori, quel cielo plumbeo, quella pioggia sottile e persistente,
quel freddo che entrava fin sotto la pelle. Comunque era un'altra giornata che stava
scivolando via, non c'era che da esserne soddisfatti. Una giornata di lavoro, di traffico, di
file alla mensa; di ordini ricevuti e dati, di piedi indolenziti e inumiditi, di soprabiti tolti
e rimessi. Anzi, si poteva dire che era stata una giornata positiva. Non c'erano stati
attentati terroristici, nessun matricidio, nessuna rapina sanguinosa. La moneta aveva
guadagnato sul dollaro, nessuno aveva perso il sussidio e gli sfrattati dagli squatters
avevano avuto una proroga. Ai self service gli impiegati non avevano trovato nuovi
aumenti e il cibo era stato appetitoso. Non c'erano state richieste di licenziamenti e la
disoccupazione restava bassa. Chi aveva deciso di lasciarsi lo aveva fatto senza troppo
soffrire, chi compiva gli anni stava mangiando roastbeef con salsa alla menta e avrebbe
festeggiato con un plumme pudding e una bottiglia di whisky. I funerali si erano svolti
senza schiamazzi e i nascituri avevano reso felici i nuovi genitori. Intanto si continuava
a morire stancamente un po’ dappertutto, ma i telegiornali avrebbero invece parlato del
giovane Harry e di qualche disavventura della spice Victoria.
I ragazzi avevano terminato di cenare e i loro pensieri evitavano la scuola del giorno
dopo. Le massaie avevano un attimo di calma, bevevano uno cherry fumando una
sigaretta sedute in cucina. I mariti erano al pub all'angolo, bevevano birra e parlavano
del campionato sfessato dell'Arsenal. I vecchi, con una coperta sulle gambe, s'erano
assopiti sulla poltrona davanti al televisore. A quell'ora qualsiasi passato era dietro la
porta e non aveva alcuna importanza. A quell'ora la vita di ognuno, la sua storia, era nel
fondo dei portafogli che di giorno portavano con sé ma a quell'ora erano in una tasca
del soprabito appeso da qualche parte. Intanto un fiore cercava di nascere dalla merda
da qualche parte; gli aerei prendevano il volo per mète lontane; qualche marito
controllava il tachimetro dell’auto che segnava ottanta miglia, si avvicinava o si
allontanava dalla moglie e dalla sua vita; le navi erano ormai al largo.
E c'era Marco che senza rendersene conto si diceva che avrebbe dovuto smetterla di
inventarsi un motivo per muoversi da lì e che forse avrebbe dovuto fare solo una lunga
passeggiata senza destinazione.
5
Insomma una giornata di transizione, quieta; una giornata ordinata. Una di quelle
che piacciono tanto ai convalescenti e ai politicanti. Una giornata in cui non si sente
tanto il sapore dell'ingiusto e del dignitoso. Priva di dolore, quasi inebriante, perchè non
è accaduto nulla di irreparabile.
Proprio una di quelle giornate che non piacevano affatto a Marco Rivolti.
3
Marco iniziò a passeggiare per la camera, aprì con cautela una porta, nella
stanza accanto dormiva Margarèta febbricitante. Che bella che era, con i capelli a
boccoli, le guance paffute e le mani grassottelle, abbracciata al suo orsacchiotto. Che
bastardo era stato ! Urlarle contro perchè aveva fatto scivolare a terra il contrabasso.
Quanta pena provava per lei, per la vita che la madre e lui le facevano vivere.
Ah se gridare gli fosse servito a qualcosa !
Tornò alla finestra, la dischiuse. L'aria era pungente, bruciava il viso, l'odore era un
misto di urina, umidità e patate fritte. Vide i due ubriaconi alzarsi e in silenzio avviarsi
al pub, era l'ora. Guardò la strada gli appariva incredibilmente sporca. Richiuse.
Se avesse avuto voglia almeno di suonare !...
Ma le mani erano dure come legno, il cervello alterato come un ballerino ad una
prima. Si guardò le mani, odorò le nocche, puzzavano di nicotina; guardò l'unghia e la
punta dell'indice, erano ingialliti. Pensò a Mària... come faceva a sopportarlo in quello
stato... Non diceva nulla, non gli rimproverava niente... ma non era generosità o amore...
era semplicemente indifferenza e indole del nord. Usciva al mattino alle undici e andava
a servire ai tavoli di un ristorante di Soho. La sera tornava a mezzanotte, le gambe
gonfie, gli occhi arrossati, il puzzo di fritto nei capelli; uno sguardo e una carezza alla
figlia. Unico sfinito piacere, una doccia calda, chiudere gli occhi e fare un buon sonno
senza sogni. Sembrava che la vita le avesse già mostrato tutto lo schifo che c'era da
vedere. Un paio di volte non era tornata a casa la notte; non aveva trovato un taxi ed
era rimasta a dormire da qualche parte, così gli aveva detto e lui non aveva fatto
domande. Non era così all'inizio, non è mai così, all’inizio. Era stata una storia di
passione e di amore, dal primo giorno. S'erano conosciuti ad una manifestazione
nazionale di occupanti di case; lei era tra i capi, parlava bene, aveva pubblicato articoli
sui giornali trotskisti nel suo paese e viveva da sola con una figlia di sette anni. Marco
suonava in un quintet dall'altra parte del fiume, il loro nuovo manager aveva voluto fare
una prova generale al concerto degli squatters. Si conobbero quella sera, tre giorni dopo
vivevano insieme.
Marco, senza rendersene conto, si trovò a smanovrare intorno al radiatore che
perdeva, fatica sprecata, la manopola era arriugginita da troppo tempo. Sarebbe stato
meglio uscire e distrarsi un po'. Si lasciò scivolare a terra, appoggiò le spalle alla parete
e senza motivo si sfilò le scarpe. Guardò prima niente, poi i piedi del tavolo, la polvere
sulla moquettes grigia, poi le sue scarpe.
E arriva un giorno in cui l'unica cosa in cui sperare e che la luce del giorno ci
trovi dormendo e gli occhi possano vedere solo attraverso la notte, quando tutto sembra
immobile.
7
Cercò nel passato qualche ricordo a cui aggrapparsi, pensò a Gabriella, prima con
tenerezza poi si ricordò della sua fuga, lasciata con due righe. Lei e la loro città, Napoli.
Si ricordò di quando suonava per strada con Piotr a Firenze e alla relazione nervosa con
Gertrud, la donna statua-egizia. Pensò a Christine e ai mesi felici vissuti in Guatemala.
Si ricordò di tanti volti che aveva conosciuto, infine a quando era giovane. In quella folla
di ricordi nessuno parlava inglese, nessuno lo ricordava, e per la prima volta ebbe la
cognizione di cosa avesse sprecato nella sua vita. Si alzò di scatto, riprese a camminare,
ma questa volta con passi lunghi, rigidi, netti. Come doveva essere bella la vita di un
santo - pensò - come doveva essere eccitante la vita di un uomo annegato nei vizi. Lui
non era nè l'uno nè l'altro, non era nemmeno nel mezzo. Era da tutt'altra parte, in un
posto dove nulla riluce. Un posto affollato, noioso, mediocre.
Sarebbe stato meglio uscire e non pensare...
Andò nel bagno, si sciacquò il viso con acqua corrente, si guardò allo specchio,
s'asciugò, rientrò nella stanza. Pensò con naturalezza che avrebbe attraversato rue
Lepic, raggiunto rue Blanc fino a giungere alla birreria belga. Sentiva distintamente gli
odori del mercatino e anche il suono della metro a Pigalle. Mise la giacca di ruvida lana
nera, stava per uscire ma si rese conto di non essere a Parigi. Confuso si sedette sullo
sgabello accanto al contrabasso.
Quique al piano di sotto si stava picchiando con Marcella. Si sentivano le urla, poi
solo quelle di lui. Una bottiglia s'era rotta sulla sua guancia destra. La donna corse via
per le scale, fino in strada.
Era la terza volta in poche settimane che Marco confondeva posti e persone, qualche
giorno prima aveva proposto a Mària di andare a mangiare un cevice in una tienda nel
giardino di Chapultepec. E aveva proposto a Irvine d'andare a bere un tè alla porta
centrale del suk di Fès.
Quique gridava dal dolore, perdeva sangue dall'orecchio, urlava di non vederci più da
un occhio. La campana della chiesa rintoccò di nuovo, il pub era aperto. Marco poteva
uscire adesso, c'era una birra che lo aspettava e qualche amico con cui bere. Quique
strillava di meno, Marcella risaliva le scale con cautela. Il maestro di piano della casa
accanto iniziava la lezione delle sette, le note in mi maggiore, allegro, di Vivaldi, si
diffusero: quel caos di sensazioni rendeva più dolce quel luogo.
E arriva un giorno in cui scopri di aver tentato col mondo ma non è servito a
nulla quell'empirismo. Non hai imparato a diventare saggio e forse non vuoi esserlo
come fosse sufficiente questo per sperare ancora.
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Guardò nella buca delle lettere sperando ci fosse posta. Chissà, una lettera da
Buenos Aires da parte di qualcuno di cui non ricordava nemmeno il nome o una lettera
di qualche vecchia amica che gli diceva che non abitava più a Roma e gli lasciava un
indirizzo di Berlino... La cassetta era vuota, nemmeno un depliant. La signora del piano
terra stava guardando cartoni animati e rideva con lo sguardo assente. Marco mise le
mani in tasca, guardò la strada, la stessa che faceva tutte le sere per andare al pub; ma
non aveva voglia di percorrerla alla stessa maniera, allora attraversò e prese il
marciapiede opposto. Con la bocca iniziò a suonare Greensleeves di Coltrane. Se lo
avessero fotografato sarebbe andato bene per la copertina di un disco anni sessanta.
Voltò a destra a passo deciso, superò un sushi bar. Ad un tavolo un allevatore di cani e
la moglie, si ingozzavano di tempura e wasabi; due rompicoglioni che quando lo
incontravano lo fermavano e stavano lì a raccontargli di come stavano preparando un
mastino o un alano. Superò una tabaccheria, poi una friggitoria illuminata a neon. Nei
pressi della sala da biliardo rallentò, vi dette uno sguardo. Al primo tavolo Gordon e
Lampadina giocavano con due indonesiani dall'aria ebete. Si fermò restandosene sulla
soglia. Il gatto e la volpe erano al lavoro, tanta bravura, tanta furbizia per cinquanta
pounds rischiosi.
- Ciao Marco... - disse Gordon sorridendo.
- Ciao vecchi, tutto bene ?
- Entra, bevi qualcosa - rispose Lampadina.
Lo scozzese si piegò verso il tavolo, fece un tiro con la stecca e fece fare al pallino
due sponde, nella buca centrale entrò il pallino rosso.
Uno dei due indonesiani si toccò nervosamente il mento con le dita della mano,
fissava il tavolo; l'altro perse coraggio, crollò su una sedia.
- Sto andando al pub - disse Marco.
- Quei buoni pasto che ci hai dato, tutto okey. Erano puliti. Ne hai altri ?
- Quello che me li dava adesso mangia a spese dello Stato - rispose restandosene
fermo.
- Tu devi essere uno che se ne sta sempre sulla soglia? - disse Lampadina mentre
metteva in tasca i cinquanta pounds appena guadagnati.
- Sulla soglia hai sempre una possibilità di scelta. - rispose Marco senza sapere bene
cosa avesse voluto dire. Era il massimo che poteva elaborare in quel momento.
Gordon gli lanciò un sigaro e Marco lo afferrò a volo.
- Fumatelo alla nostra salute.
- Un Montecristo - bofonchiò soddisfatto Marco.
I due indonesiani erano messi proprio male, quello accanto a Gordon si tolse un
orologio d'acciaio.
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- Facciamone un'altra... questo vale cento pounds.
Gordon prese l'orologio, lo osservò rapidamente.
- Ne varrà meno di cinquanta... sempre se non è rubato.
L'indonesiano si era offeso. Lo scozzese capì a volo e gli dette un'amichevole pacca
sulle spalle e sorrise bonario.
Marco si stava annoiando, salutò e riprese il suo cammino. Sfiorò un ristorante
persiano, con i vetri smerigliati e le luci soffuse, dalla cucina proveniva un odore di
humus e carne di montone. Una cabina telefonica sfasciata e senza cornetta. Una
lavanderia a gettoni, dentro due barboni addormentati sulle sedie e una donna incinta
che toglieva dei panni da una lavatrice. Un agenzia di viaggi. Si fermò a guardare i
depliants esposti in vetrina; lo aveva fatto altre volte, lo fece anche quella. Gli era
sempre piaciuto guardare opuscoli e cartine geografiche, sin da piccolo. Uguale al
nonno che non aveva mai conosciuto. Marco senior negli anni cinquanta si faceva
mandare da agenzie di tutto il mondo opuscoli di crociere verso l'Asia o il Sudamerica,
lui viaggiava così. Marco a dieci anni aveva consumato un atlante dove c'erano delle
anonime foto di città di tutto il mondo, ma lui le guardava e riguardava, fissava le
cartine e con il metro calcolava quanto distava Tegucigalpa da Merida o Tangeri da
Algeri; senza tuttavia pensare alla geografia di quei posti e ai mezzi di trasporto locali.
Firenze-Roma-Capri-Pompei - 9 giorni, 790 pounds.
Pto Joffre-Chapada- Coxim-Rio - 18 giorni, 2300 pounds.
Una grande foto di una spiaggia, donne nere che ballavano. Il centro di
Firenze visto dall'alto. L'entrata di una fazenda a cinque stelle. Gli ritornò in mente di
nuovo il suo amico Piotr, il suono limpido che produceva con la chitarra e lui che con il
contrabasso lo accompagnava... Ebbe per un attimo una gran voglia di sapere come
stesse Gertrud. Ma la consapevolezza che non c'era nessun filo che gli permettesse di
rintracciarla gli procurò una maggiore ansia; per addolcirla pensò alla trattoria di
Angiolino in S. Spirito, ricordò i suoi primi e la chianina a tagliata.
E arriva un giorno in cui non riesci più a stare fermo. Vieni trascinato da un
brivido. Ma solo un ingenuo ci cade dentro. Dimenticando le promesse e l'età.
Passò Jorge, il biondo della Guyana, salutò Marco con un cinque, continuò ciondoloni
per la sua strada. Marco si ritrovò a camminare in senso opposto. Senza esserne
consapevole viaggiava nuovamente. Stava per girare sulla sinistra quando si fermò a
fissare degli scalini e una porta malridotta di un sottoscala buio. Era stata per anni la
casa di Miguel Garcia, gli sembrò per un attimo di vederlo nella
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penombra. Lo chiamava, dovevano stampare Black flag. Miguel aveva fatto la guerra
civile, con Bonaventura Durruti. Era andato in esilio in Francia, era rientrato da
clandestino. Catturato e condannato. Trentotto giorni nella camera della morte. Un
mattino, in cinque furono garrotati, in tre gli fu commutata la condanna all'ergastolo.
Dopo vent'anni fu graziato ed espulso. Marco si mosse su se stesso, vide una lampada
gialla dei lavori in corso, la prese e con tutta la rabbia la lanciò contro quella porta. Una
donna grassa con un chihuahua tra le braccia conserte, un sigarettino fumante in bocca,
si affacciò. Marco la fissò con aria ebete, poi si mise a correre a perdifiato.
5
- Penso che non potrei vivere che qui... - disse Stefano ad alta voce per superare il
frastuono del locale, tornò a guardarsi in giro - Mi sono abituato anche alla pioggia…
Marco si tolse la giacca, l'appoggiò allo schienale della sedia. Faceva un caldo
incredibile in quel pub.
- Mi danno la social puntuale, la birra è buona, le ragazze bisogna solo prenderle e
non pago nemmeno la metro... Hai qualche anfa ?
- Dei valium - rispose Marco svogliatamente.
- Non c'è problema.
Marco aspettò che concludesse la frase, ma Stefano non disse altro.
- Allora ?
- Non c'è problema... A te piace Finsbury ?
- Non è male. A confronto di Seven Sister o di Angel.
Il quintet era scadente quella sera, il padrone pagava troppo poco per avere dei veri
musicisti. Il batterista litigava con il pianista, il sax si sentiva poco e la tromba sembrava
un calabrone inferocito. Una decina di ragazzi ballavano in un angolo, alla destra della
pedana, occhi chiusi, mani in tasca e secchi movimenti dei corpi. A un tavolo, un uomo
sulla cinquantina, occhiali scuri e mani robuste, pagava da bere a dei ragazzi per
rallegrare la sua giovane donna, bionda, ubriaca e triste. Dall'altra parte, il bancone di
legno e la ressa di clienti per la birra.
- Sto proprio bene... non mi posso lamentare. Non c'è problema. Lo sai, ho trovato
una casa a Suisse Cottage. Forse la prendo.
Charlotte si muoveva nervosa per il locale, quella sera vendeva lei la roba. Doveva
essere successo qualcosa a Tin Tin, il suo uomo. Due uomini in grigio seduti in un
angolo bevevano impettiti, la mano nella mano sotto il tavolo. Dei pompieri al banco
tracannavano whisky e parlavano di un collega morto sul lavoro il giorno prima, aveva
lasciato moglie e quattro figli e nemmeno un risparmio.
- Conosci chi vuole comprarsi un basso ? - chiese Marco, terminando il suo Jack
Daniels.
- Possibile... Quanto ne vuoi ?
- E' solo un'idea - disse più a sè che al giovane amico.
Stefano adocchiò una ragazza dal bacino grosso.
Marco aveva cercato di far durare la birra il più possibile, ma ora era stufo di
centellinarla, buttò giù quello che ne restava. Guardò il fondo del bicchiere.
- C’è una che conosco che vuole andare in India. Sta aspettando una mia risposta.
- Perché no ? Il clima adesso è buono. Vai al nord... Patankot, Mc Laud ganj rispose Marco.
Lo sguardo cadde su una donna che parlava col pianista.
- Quella lì, secondo te ha una parrucca ?
- Quale ? - Stefano continuava a fissare la ragazza col gran culo.
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- Quella appoggiata al piano.
Stefano spostò lo sguardo, guardò la donna.
- Che incubo... La settimana scorsa mi ha portato a casa sua.
- Non dirmi che...
Stefano non lo sentì e continuò.
- Una bella casa. Mi ha preparato uno stufato coi fiocchi, abbiamo bevuto del
cognac francese, fumato del pachistano freschissimo. Poi m'ha detto di mettermi a letto.
S'è fatta la doccia ed è venuta in camera... - s'interruppe senza motivo.
- Un trans ?
- ... Neanche un capello in testa, nè ciglia nè peli da nessuna parte. Ed anche senza
tette. Io sono un tipo educato, non so' dire di no a chi è gentile... Ho chiuso gli occhi e
l'ho lasciata fare. Una mezz'ora potevo reggerla, macchè, un'assatanata. Alle sei era
ancora lì a volerlo. L'ho dovuta quasi menare per potermene andare.
L'uomo con gli occhiali scuri, si stava innervosendo. Quel meticcio ballava di nuovo
con la sua donna. Le dava dei baci sul collo e lei sembrava starci. Doveva solo
rallegrarla, niente di più ! Pagava lui le consumazioni e quella era la sua donna, per dio
!... Stava per alzarsi, ma rimase ritto come un fusto sulla sedia. Il sassofonista tentò un
assolo su Crusificado, ma di Archie Shepp non aveva nemmeno la pipa in comune; il
trombettista s'era seduto e fumava una sigaretta, con un cenno del capo ringraziò una
vecchia signora che gli sorrideva e gli mandava baci con la mano.
- Fa proprio schifo il quintet, vero ?
- Da non credere. - rispose Marco senza alcun livore.
- Perchè non ci suoni tu qui ?
- ... Qui ci vengo solo a bere.
- Va beh, tu hai suonato con Chet Baker, con Don Cherry, con Petrucciani,
figuriamoci...
- Con Irvine, con Piotr... Stefano lo guardò perplesso.
- Piotr ?...
- Il più grande chitarrista di strada.
Il ragazzo si sentì preso in giro, ma Marco era serio.
Stefano si alzò con il boccale vuoto.
- Riempio e torno.
I due ubriachi giocavano a freccette in un angolo, sbagliavano e borbottavano,
centravano il bersaglio e si prendevano in giro. Le tre cameriere al banco riempivano i
boccali a ritmi industriali; c'era Lucia, una brunetta niente male, veniva dall'Italia e si era
fermata lì per capire cosa voleva dalla vita; c'era Muriel che sembrava uscita da un film
di Resnais; c'era Alice sempre con gli occhiali da sole e una cicca tra i denti. Avevano
visi carini, corpi ben fatti ma a quell'ora erano sfatte dal caldo e dalla stanchezza; corpi
duri e sguardi vitrei. A turno la mano sul culo del padrone. Entrò nel pub un uomo
con gli
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occhiali tondi e la pipa tra le labbra, si guardò intorno confuso, riconobbe un viso nella
folla, sorrise, si diresse a fatica verso un tavolo.
Il locale era fumoso e puzzolente, un misto di tabacco, birra e sudore corporeo. A
Marco apparve così solo in quel momento. Chiuse gli occhi, tutto gli dava fastidio.
Avrebbe avuto voglia di urlare.
Stefano tornò con due birre scure e due cognac, si sedette e appoggiò i bicchieri sul
tavolo.
- Questa è una buona medicina.
- Già - rispose Marco e bevve d'un sorso il cognac.
Al banco adesso c'era anche Irvine assieme a due gallesi, beveva e parlava, beveva e
singhiozzava, parlava e piangeva. Marco pensò di andarlo a salutare, ma se ne restò
seduto. S'accorse di Lucia, s’era fermata, un boccale vuoto in mano e gli lanciava un
sorriso non solo amichevole. A Marco venne in mente la volta in cui lui e Irvine si erano
conosciuti ad una manifestazione contro Blair, pensò adi Hannin e di quando giocava
con Margarèta. Pensarla adesso sola, al buio, sotto l'umida terra lo fece inorridere. Il
gruppo iniziò a suonare Nica's Dream, senza alcun pathos nè grinta, ma a Marco andava
bene la musica di Art Blakey, andava bene così. Volle dedicarla ad Hannin. Peccato che
intorno c'era solo fumo, risate, urla, rutti e monete che cadevano in cassa. Si sentì
estraneo a quel mondo, solo uno di passaggio.
- Sai cosa mi hanno detto ?... – disse Stefano.
E arriva un giorno in cui ti scopri inquieto e dopo un'ora d'incendio non
rimane quasi nulla del tuo rifugio. Potrebbe andare peggio, ma questo non è certo
d'aiuto.
- Cosa ?
- Conosci Tin Tin ?
- L’uomo di Charotte - rispose Marco senza provare alcun interesse.
Sylvie piangeva ed Angela le accarezzava teneramente i capelli. Tre skin entrarono
nel locale, cercavano qualcuno con cui fare a coltelli. Il sassofonista cercò di imitare
Lester Young. Il meticcio continuava ad amoreggiare con la donna triste e ubriaca; il
marito era al tavolo in piedi e li fissava senza pù alcuna pazienza.
- I gallesi lo stanno cercando per... dargli una lezione. Hannin è da lui che ha
comprato la dose.
- Assolutamente - rispose Marco tanto per rispondere.
Charlotte continuava a girare per il pub, doveva stare attenta anche lei quella sera.
Un giovanotto francese, seduto da solo in un angolo, beveva cointreau a sorsi calibrati,
negli intervalli scriveva versi su una moleskine. Passò Fernando, con una nuova del
quartiere, le parlava della Russia e della sua borsa di studio; salutò
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Marco con un mezzo sorriso.
- Quand'è che parti ?
- Eh è dura - rispose con aria stanca - Quando sono a Mosca non vedo l'ora di
ripartire e quando sono qui sento nostalghia – era convinto così di fare colpo sulla
ragazza.
Fernando e la ragazza proseguirono, lui ebbe l'abilità di appoggiare la testa sulla
spalla della donna.
- Tin Tin è siero da due anni, cosa vuoi che gli freghi... - riprese Stefano
- Nulla di nulla.
Entrò nel locale Annette, guardò nervosamente a destra, poi a sinistra. Un uomo la
salutò, lei non lo notò. Tra la folla vide Marco, si precipitò da lui. Si protese in avanti,
gli disse qualcosa all'orecchio.
- Sai che non vivo da solo - rispose Marco seccato.
- Merda ! Tra noi bisogna aiutarsi - ribattè la donna con rabbia.
Marco la guardò negli occhi.
- Noi ? chi ? - chiese con tono freddo.
Annette stava per rispondere, ma si trattenne. E con questa rinuncia perse tutta la
sua sicurezza.
- Ne ho le palle piene anche di voi e dei vostri giochini da bambini.
- Ti prego, aiutami. - Dove sta il tuo Ravachol ?
- Hanno s'è ferito, lo hanno portato fuori città.
- Ecco, brava, vattene pure tu a Brighton. Chissà il mare...
Annette non aveva più parole, sul viso le comparve un'espressione sgomenta.
- Cosa avete combinato questa volta ?
La donna guardò perplessa Stefano. Il giovane comprese, si alzò.
- Prendo una birra - e si allontanò.
Annette si guardò intorno nervosa.
- Abbiamo bruciato la sede del partito nazionale.
- La merda sotto la suola.
- Cosaaa ? - chiese confusa con un sospiro.
- Solo per questa notte... non svegliare Margarèta.
- Grazie.
Annette scomparve nella folla.
L'uomo con gli occhiali scuri stava tracimando, non li reggeva più quei figlidiputtana,
bevevano a sbafo, se la ridevano e trattavano lui come un cornuto. Senza dire niente
provò a trascinare la sua donna fuori dal locale, lei puntò i piedi per terra, iniziò a
piangere e a strillare. L'uomo ebbe cinque secondi di pazienza, poi le disse qualcosa
all'orecchio,, ma la donna pianse ancora più forte. Allora le dette un ceffone in faccia e
la trascinò per i capelli fuori dal locale.
Intanto i giorni continuavano a venire e andar via con la stessa banale
monotonia. Un'inattività così inutile non l'aveva mai vissuta. Così abbrutito non era
mai stato.
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Il saxofonista scese dalla pedana, andò a sedersi al tavolo di una benefattrice, le baciò
la mano con espressione buffa, poi bevve un lungo sorso di tequila. Uno skin dette una
spallata ad un uomo troppo robusto per accorgersene. Stefano ritornò a sedersi, il suo
sguardo si stiracchiò su una ragazza dai capelli verdi e rosa che ballava da sola. Marco
si guardò intorno. Tutto era frenetico, sembrava fosse l'ultimo giorno dell'umanità; tutti
bevevano, urlavano, ad azzannare la vita per il collo. Ma in fondo non c'era nessuna
fretta, nessuno doveva correre da qualche parte, potevano starsene tranquilli ad oziare, a
bere con calma, invece spinte, urla, bicchieri rotti. Due bobbies in borghese entrarono,
si guardarono in giro con la solita aria; cercavano qualcuno da arrestare, forse Annette,
forse Tin Tin, forse qualch'altro sfessato. Charlotte li vide, scappò via, i poliziotti le
corsero dietro. Marco appoggiò i gomiti sul tavolo, con le mani nascose la bocca. Si
ricordò della nostalgia e pensò al mare di luglio, alla luce accecante delle estati del sud,
alle strade della sua giovinezza. Ma c'era inerzia in tutto questo, quasi fossero ricordi
appartenuti alla vita di un altro. Quasi fosse un lavoro troppo duro da fare. Ebbe paura
e in una frazione di tempo quella paura accrebbe e si trasformò in sgomento. Gli
sembrava che quel magma incandescente potesse fuoriuscire senza controllo, colpirlo
allo stomaco o al cuore. Aveva ormai quarantatre anni, qualche anno ancora e sarebbe
stato vecchio, per la musica, per le donne, per il cuore e per il suo uccello. Si sentiva
senza più pretese, senza un reale desiderio, con stimoli abbrutiti e contorti. Inutile per
sè ed anche per gli altri. Riemerse dal suo torpore, si guardò intorno con aria indifesa,
come si fosse svegliato da un incubo. Il pub era stracolmo, c'era gente dappertutto,
seduta sui tavoli, a terra, appoggiata al bancone, sulla porta d'entrata, sul marciapiede.
Gridavano tutti oramai, mancavano venti minuti alla chiusura. Gridavano e impazzivano
prima di tornare silenziosi ognuno alla propria casa.
Che un'ondata di gelo arrivasse silenziosa e rapida. Coprisse le case e le città.
Coprisse tutta la terra. Che la Terra scomparisse sotto una coltre bianca . E nessun
rimpianto per le stagioni. Nessun rimpianto per niente !
Si appoggiò allo schienale della sedia, eresse il busto come per mostrare sicurezza.
Si guardò intorno come fa un toro appena sceso nell'arena. Attraverso quella bolgia vide
mani di cameriera, guance di impiegato, piedi di operaio; corpi dai vestiti scadenti. Tutti
odoravano di docce fredde, molti di sapone dei bagni pubblici, alcuni di dopobarba
mischiato a tabacco. Si guardò le mani, erano indurite, bianche, coperte di vene. Le sue
mani gli sembrarono estranee, ne provò fastidio. Con quelle mani sconosciute lui
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accarezzava il corpo di Mària, pensava fossero morbide, invece... probabilmente anche il
suo corpo gli era sconosciuto e scoprì di non ricordarsi più come faceva l'amore.
- Che ne dici di quelle due ? - l'interruppe Stefano.
Marco guardò nella stessa direzione del giovane amico. Due ventenni se ne stavano
vicino al piano ormai chiuso, sembravano in attesa di qualcuno che le portasse via.
- Se mi presenti le madri...
Stefano si girò a guardarlo.
- Un giro a quattro facile facile. E se ne va tutta la malinconia.
- Un'altra volta.
Stefano fece una smorfia, si alzò e raggiunse le due ragazze.
Il locale iniziava a svuotarsi, c'era più quiete. Marco pensò che Stefano non avesse
poi torto a chiudere uno schifo di serata tra le gambe di una bella ragazzotta. Ma lui,
quella sera, aveva male all'anima.
Si voltò sulla sinistra, Lucia era dietro al banco e metteva a posto dei bicchieri;
d'istinto si girò, guardò Marco e gli sorrise di nuovo. Aveva uno sguardo che a lui
sembrava di innamoramento, ma forse era solo uno strabismo o un gioco d’ombre.
Il padrone del locale dava sonore pacche sulle spalle ai clienti che così accelleravano
l'uscita, stringeva mani, salutava ridendo. Poi andò dai musicisti che aspettavano di
essere pagati. Stefano uscì da dietro con le due ragazze, quella notte sarebbe stata
impegnativa e stancante. Il francese che scriveva versi aveva messo in tasca la sua
agenda nera, barcollando si diresse verso l'uscita costeggiando la parete. Marco si alzò e
andò al bancone.
- Mi offrì l'ultimo bicchierino ?...
Lucia lo guardò con espressione imbambolata.
- Il solito ?
E senza farsene accorgere dal padrone gli dette un jack daniel's.
- Quanti anni hai Lucia ?
La donna lo guardò perplessa.
- Trentuno ad agosto.
La trovava carina, peccato non essere più giovane. Ma forse se fosse stato giovane
non l'avrebbe nemmeno notata.
La donna posò gli ultimi bicchieri. Si asciugò le mani e si piazzò davanti a lui.
Marco non sapeva proprio cosa dirle.
- Non è mica giusto...
- Cosa ? - domandò la donna spegnendo il suo sorriso.
Passò Murriel alle spalle della collega.
- Che fai, vieni ?
Lucia fu presa di nuovo di sorpresa.
-... No... no. Resto ancora un po'.
Muriel sparì senza dire nulla.
- Che tu sappia delle cose di me ed io non so praticamente nulla di te.
- Si può rimediare subito… Mi chiamo Lucia, sono pugliese, segno zodiacale leone.
Ho trentanni, ma questo lo sai già...
Marco la interruppe.
- Posso farti una domanda personale ?
- Spara – e sorrise.
- Prima domanda. Preferisci il jazz o il rock ?
- Forse il rock. A secondo dell'umore...
- Leggi libri ?
- Sì, abbastanza...
- Cent'anni di solitudine o L'insostenibile leggerezza dell'essere?
- No, questi non li ho letti.
- Un fine settimana a Parigi o a Puerto Escondido.
Lucia lo guardava senza più sorridere.
- A Parigi ci sono già stata due volte. A Puerto Escondido !
Perché Marco aveva iniziato con quel giochino ? Con lei non serviva essere in quel
modo. Forse voleva solo distruggere l’unica cosa che poteva sembrargli vita.
Si avvicinò Alì, invitò Marco ad un acid party, una notte di lisergico con musica e
materassi.
- Dove ? - chiese Lucia riprendendo il sorriso.
- Ecco sì - disse Marco - chiama il tuo ragazzo e andate alla festa.
- Conosci Pancho ? - chiese meravigliata la donna.
Ma Marco stava sgusciando via.
Sul marciapiede restava qualche cliente, Marcella chiamava Quique che comprava
erba da un giamaicano. I tre skinn litigavano tra loro all'angolo della strada. Le luci del
pub vennero spente. Marco strinse la mano al proprietario del locale, mise le mani in
tasca, abbassò lo sguardo e si avviò verso casa.
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Che strana notte, furiosa e febbricitante, ansiosa e deprimente. Marco avrebbe
dovuto fare di tutto per evitarla, per non restare da solo. Quando Mària lo aveva
chiamato a telefono verso mezzanotte per chiedergli di venirla a prendere al ristorante,
lui era uscito senza energie, l'auto non ne aveva voluto sapere di mettersi in moto, aveva
scalciato contro il cruscotto, poi era rientrato in casa e l'aveva richiamata. Mària chissà
perchè non gli aveva creduto; non aveva detto nulla ma nel tono della voce c'era
rimprovero. Sarebbe andata a dormire da un'amica dalle parti di Victoria Street. Marco
pensò che l'amica potesse essere Ronald, il proprietario del ristorante, oppure Do Ik, il
coreano che le stava sempre intorno. Con quello stato d'animo la doveva raggiungere a
qualunque costo. Altrimenti... Almeno sarebbe dovuto uscire e fare una lunga
passeggiata senza destinazione, andare fin fuori città, costeggiare il fiume e tornare
indietro quando le forze incominciavano a mancare. Ma quelle idee sfrecciarono via
come mille altre. Idee che erano gusci di noci vuote, bucce di carrube, nessuna sostanza
da cui prendere nutrimento, al massimo un mal di pancia. In un impeto prese l'i-pod, lo
mise a palla e digitò l'Intermezzo sinfonico della Cavalleria rusticana della Berliner. Aprì
la finestra e si mise a guardare il fondo della strada. Il buio della notte, quel freddo
pungente, solo musica e nessun altro suono. Durò un attimo il sollievo poi pensò che
non avrebbe avuto mai la disciplina di uno qualsiasi degli strumentisti di quell'orchestra.
In quell'orgia senza desiderio di pensieri si ricordò del suo arrivo a Londra, la confusione
di Victoria Station, del primo bacio che aveva dato a Mària in una sala della Nacional
Gallery. Quel bacio ora sfiorava le labbra di Mureen, in un pub di Dublino, in cui era
andato a suonare per due settimane. Su una nota di Embraceable You di Mingus si
ritrovò a Mutualitè a suonare ad una manifestazione della Ligue e da lì si ritrovò a
gridare slogan al Rosio e confondendo angoli di strade correva per Oaxaca inseguito
dalla polizia priista messicana, ricadde su una sedia di una mensa di Arequipa. Riaprì gli
occhi e scoprì che era seduto accanto al suo amato contrabasso, ritto, formoso e sexy.
Ebbe la certezza in quel frastuono che la sua vita apparteneva solo al passato che il
presente era un luogo spoglio, incerto, di confine. Per un attimo ricadde in un ricordo
olfattivo e si ritrovò a bere un ginger-lemmon-tè a Rishikesh. Di rabbia si alzò dalla
sedia, si mosse su e giù per la stanza, come fosse un carcerato che soffra di
claustrofobia. Passò davanti ad Annette almeno venti volte, alla quindicesima s'accorse
che la donna aveva il pollice in bocca, alla ventunesima si fermò a guardarla, le gambe
rannicchiate verso il busto, in una mano una pistola neanche fosse la bambola di una
bimbetta. Con delicatezza gliela tolse e la mise sotto il divano. Ci voleva solo che
partisse un colpo e lo centrasse.
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Si fermò ad osservarla, scosse la testa. Bisognava rimanere dei bambini o essere degli
adulti tragici per vivere come lei: odio o amore, giusto o sbagliato, fratelli o nemici;
nessuna sfumatura nella vita. Provò pena ma anche rabbia per lei, era messa proprio
male senza che se ne rendesse conto. Nelle ultime settimane era saltata dalla finestra di
un paio di case con i poliziotti che irrompevano dalla porta principale. Probabilmente
aveva un mandato di cattura per cose rumorose ma senza danni o importanza. In
un'epoca di barbari che sgozzavano, si facevano esplodere o che con la divisa uccidevano
donne e bambini, lei ce l'aveva con il partito nazionale e i fascisti, quando era il mondo
stesso sull'orlo di una depressione da suicidio... Tornò a sedersi, accese il Montecristo,
lasciò andare la testa all'indietro, chiuse gli occhi. Dal piano di sotto Marcella aveva il
suo rumoroso secondo orgasmo, così continuava l'amore tra Quique e la sua donna. In
quel rumore risuonò distintamente nella testa di Marco la parola partire. Un piccolo,
secco, coito liberatorio. E quella parola divenne sempre più concreta, quasi un assioma.
Un mantra della fuga. Partire ! Era un istinto che conteneva un chè di tumultuoso e
quindi vitale, e in più allontanava quel senso di ansia insopportabile di inutilità. A quella
sola parola il senso di vuoto perdeva parte della sua energia, restava ma diveniva
secondario a confronto dell'eccitazione del nuovo che lo attendeva. Cos'era, in fondo,
quell'angoscia che provava se non la differenza tra ciò che avrebbe voluto fosse possibile
e quello che invece si compiva. L'idea della partenza, per Marco, significava riempire
questo spazio vuoto e feroce. Sentiva che era lieve avanzare a confronto della
pesantezza che lo frequentavano da mesi. Tutto ciò che gli era stato vicino sino ad
allora, a volte addosso, a volte ai piedi, a volte sul collo, avevano già un tono di passato,
erano lontane come un ricordo superfluo. Come se tutti quelli che conosceva fossero
rientrato in una cornice di un quadro di Kandisky.
Voglio trovare un senso a questa sera
anche se questa sera
un senso non ne ha
Vasco Rossi
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Iniziò quella fuga verso il viaggio come se la sua vita fosse la partitura di So
Long Eric. I suoi pensieri erano la tromba di Johnny Coles; il frenetico sentiero di quelle
ore, l'alto sax di Eric Dolphy; le sue emozioni, il sax tenore di Clifford Jordan; la quiete
all'interno di quell’ uragano, il piano Jaki Byard; le energie nervose e stanche, la batteria
di Dannie Richmond. E il basso di Charles Mingus egli stesso e il suo spartito. Come se
in una corsa ippica lui fosse stato sia cavallo che fantino. E ad ogni azione che compiva
gli sembrava di ringraziare un'immaginario applauso del pubblico. Thankeyou,
thankeyou very much. Alle sette scrisse una lettera a Mària, lunga cinque pagine perchè
non aveva nè il tempo nè la calma per essere conciso e chiaro. Mandò via Annette
semiaddormentata, oramai quella non era più casa sua e non voleva creare problemi a
Mària. Sistemò Margaréta da Marcella, aspettò che si riaddormentasse e lasciandola le
dette un bacio sulla fronte; questo silenzioso addio fu l'unica cosa che lo turbò. Raccolse
le sue cose, lasciò in un cassetto la metà dei soldi che aveva e le chiavi dell'auto, uscì.
Per il treno delle 11 che partiva da Victoria Station c'erano poco più di tre ore. Doveva
correre !
E così lo vide l'impiegato della metropolitana di St. Jonh's Wood mentre si affrettava
con lo zaino in spalla, una custodia di basso e una tela avvolta in una cartaccia. Così
pensò quella specie di antiquario di Portobello road, trent'anni, capelli rossi e dieci
percing sul viso. Lo stesso suppose la giovane commessa bionda, allegra e dalla
microgonna da invito a nozze di un negozio di Oxford street, dove Marco comprò dei
vestiti per la sua nuova vita. I pensieri che lo avevano tormentato per tutta la notte
adesso erano andati a riposare e nella mente sgombra non c'era altro che il muoversi al
meglio. Vendette il basso e il quadro che gli aveva regalato un pittore greco, amico di
tanto tempo prima; ne ricavò più di quanto avesse sperato. Con uno stratagemma, a lui
sconosciuto fino allora, ottenne dallo strozzino Tozh cinquemila pounds in prestito;
promise quello che c'era da promettere, ascoltò in silenzio le conseguenze se non avesse
pagato ogni fine settimana, firmò una ventina di fogli senza nessuna importanza per lui
oramai di nuovo cittadino del mondo. Alla dieci entrò in un bagno pubblico, quando uscì
dal box la cassiera non lo riconobbe: senza la barba sfatta, i baffi tagliati, i capelli folti e
ordinati, con indosso vestiti dai colori pastello, lindi e stirati. Sembrava che avesse preso
anni al giorno del giudizio; anche perchè rinasceva adesso e non sapeva quale sarebbe
stato il suo futuro. Si sentì per un attimo leggero, con tutti i peccati rimessi a nuovo,
sorrise al cielo con gli occhi chiusi.
Quante volte s'era trovato nella stessa condizione, a racimolare più soldi possibili per
partire e filare via. A correre verso una stazione o un'autostrada. Con il respiro
accelerato, con
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un'inquietudine piegata su se stessa, con i muscoli sempre più tesi. E mille pensieri
nella testa che sfrecciavano come note leggere, non era certo quello il momento per
fermarsi e riflettere. In questi casi diventava un bambino, dimenticava le responsabilità
e i sensi di colpa, e si lanciava all'avventura a testa bassa. Anche i suoi sentimenti
mutavano e ogni cosa gli appariva capovolta. Quello che restava era solo un cumulo di
macerie. Nella sua mente la gente prendeva un aspetto deformato, a volte ripugnante;
Finsbury era diventato un posto brutto e desolato, la casa di Albert road una specie di
tugurio. Trovava insopportabile Annette, Stefano era diventato un ragazzo sgualcito e
sbiadito, Lucia era meno di zero. Il proprietario del pub un killer della musica. Anche
l'affetto e il rispetto per Mària s'era trasformato in un rimprovero cupo e desolato.
Solo sensazioni sgradevoli !
Come se i luoghi e le persone fossero parte di quel sè che non lo soddisfaceva più,
pensieri brutti e anestetizzanti che preferiva gettare via prima possibile. Era, per
qualche ora, diventato il portinaio di se stesso, intento ad accettare nel nuovo
condominio solo persone ben selezionate ed impedendo a tutti gli altri l'entrata.
Mentre raggiungeva a piede la stazione, nella sua mente rimaneva solo il prossimo
viaggio; già pregustava la solitudine di un posto in treno, vedere scorrere la campagna
inglese, scivolare con lo sguardo su visi sconosciuti e anonimi come era anche il suo,
rivedere il mare di Dover... E poi c'erano gli amici di Parigi... quelli di Lisbona... E tutti
quelli che erano come lui sulla strada. S'accorse di una chiesa cattolica, controllò l'ora,
vi entrò. Nel silenzio e nell'umido di quel luogo si andò a mettere in ginocchio
nell'ultima fila. Abbassò la schiena, chiuse gli occhi e restò in silenzio. Parlò per un
attimo con sua madre, cercò di raccomandarla al Signore, lui che nulla avrebbe potuto
dire o fare. Si alzò, andò ad accendere un cero e uscì dando la schiena all'altare. Sui
gradini alzò lo sguardo verso l'alto, il cielo era limpido, s'accorse in quel momento che
faceva meno freddo
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Marco era seduto accanto al finestrino e fissava il paesaggio. Campagna, piccole
case, centri abitati, passaggi a livello. Dall'I-pod provenivano le note del pianoforte di
Philip Glass, e riusciva a sentire anche il rumore del treno in velocità. Erano i momenti
così che lui amava e che non aveva mai dimenticato del tutto. Tornavano gli stessi
sentimenti che aveva sempre provato quando era seduto in un treno. Non in auto o in
moto, non sull'aereo tantomeno su una nave. Si sentiva libero e leggero, quasi appagato.
Come aveva fatto a dimenticare il treno ? Col treno era partito tante volte, e quel modo
di viaggiare gli risvegliava i bei sentimenti. Come se seduto in un vagone lui avesse
sempre la stessa età. L'età della possibilità. Una specie di eternità orizzontale. Una
meraviglia. E che piacere incontenibile per ciò che c'era oltre il finestrino e che volava
via con rapidità e leggerezza. Fuori tutto rimaneva fermo, affossato nella terra e nei
drammi quotidiani. Se avesse potuto, avrebbe fatto un viaggio lungo dieci giorni e
sarebbe rimasto incollato a vedere tutto. Rinasceva la speranza che tutto il peso degli
errori passati li avesse lasciati per sempre in quel luogo alle spalle e adesso potesse
nascere di nuovo con la remissione dei peccati, puro come un bambino ma ancora più
forte di un uomo. Masticava una caramella dietro l'altra, con quel gesto scacciava via
quei pensieri disorganizzati che tornavano dal momento che il treno aveva compiuto i
primi chilometri. Si sentiva come un vigile a cui hanno dato l'ordine di controllare il
traffico in autostrada. Vide il suo viso riflesso nel vetro, il suo umore divenne più
consapevole di ciò che stava succedendo. Tornò a guardare nella vettura, c'erano pochi
passeggeri silenziosi; un uomo era immerso nella lettura di un giornale, una mamma
sudamericana stava imboccando il suo bimbetto infagottato, un ragazzo giocava col
computer, una coppia leggeva assieme un libro di Welsh e sorridevano. Tornò a
guardarsi riflesso sul vetro del finestrino, era convinto che stava vivendo il più piacevole
dei momenti, quell'intervallo in cui si abbandona tutto e non si sa ancora cosa fare, dove
e come riiniziare; in cui si è del tutto sconosciuti, anche un po' a se stessi, e si ha la
possibilità di reinventarsi, perchè non si è legati più a nulla, nemmeno alla paura.
Concluse che era stato il momento giusto per andare via.
A Dover scese dal treno, passò davanti a quello che un tempo era la dogana e salì
sulla nave diretta a Calais. Guardò tutto ciò che c'era da vedere, respirò tutta l'aria che
era possibile respirare, osservò a lungo dei gabbiani che volavano in modo armonico,
guardò il mare schiumoso e grigio, il cielo con delle nuvole a gregge. Approfittò di tutti
i silenzi per stare in silenzio. Si accese un Cuiba sul ponte della nave e lo fumò come se
stesse partecipando al rito della festa. Soddisfatto rientrò nella sala ristoro, con lentezza
si mosse senza
i
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una mèta, guardò il cambio valuta deserto della banca, entrò nel free shoop, sorrise ad
una ragazza che gli sorrideva, ritornò al bar, prese un Irish coffee, si andò a sedere
accanto ad un oblò. Fece un sorso dalla tazza bollente.
- Ciao Marco... ti ricordi ?
Una ragazza italiana sui trenta lo guardava restando in piedi.
Marco le sorrise, non sapeva chi fosse o cosa rìsponderle.
- Marco Rivolti, vero ? Hai suonato a Fleet street, un paio di mesi fa.
Marco rimase colpito dalle belle gambe tornite e slanciate. La invitò a sedersi.
- Ma davvero non ti ricordi ? - chiese la ragazza un po' delusa.
Si sedette di fronte all'uomo.
- Ma come ? Quella sera mi sei saltato addosso come un vampiro. Per poco non mi
facevi per strada...
- ... Elisa ?
- Elisa - confermò la donna - Ed io che credevo che mi avresti cercata.
- T'ho cercata ma tu...
- Dov'è che vai ? - chiese Elisa con tono spiccio.
- Ho un biglietto fino a Parigi.
Lei andava ad Amburgo, da certi amici. Marco conosceva quel tipo di donna,
simpatica, generosa, ma anche pericolosa per incoscienza.
- Stai facendo un traffico ? - chiese sicuro della risposta.
Lei sorrise, abbassò il tono della voce.
- Ho tremila acidi da portare a qualcuno.
Marco era stato un paio di volte ad Amburgo, era una città che gli piaceva. Una
volta doveva andare a suonare per una settimana, ma poi il manager era stato arrestato
per frode fiscale e non se n'era fatto nulla. Guardò di nuovo la ragazza, aveva un bel
sorriso e un buon odore, una di quelle che non danno fregature se non a caratteri
cubitali. In altre condizioni l'avrebbe seguita.
Iniziarono a parlarsi addosso, guardandosi con malizia... chiacchierarono di banalità...
di Londra... di musica Jazz... di quella notte... Finirono all'isola di Baltrum, erano stati
nella stessa casa, famiglia Voight-Nowatzky, avevano cavalcato lo stesso bajo, ed anche
nella stessa stagione. Per qualche attimo restarono in silenzio guardandosi negli occhi.
- Eri stato così affettuoso e tenero il mattino dopo... - disse con espressione languida
la donna.
- E’ un brutto periodo.
- Perchè non vieni con me ?
Marco rimase interdetto, in un altro tempo avrebbe probabilmente detto di sì.
Invece adesso non se la sentiva proprio. Voleva restarsene da solo per un po'.
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- Un brutto periodo - riuscì a dire di nuovo - E poi ad Amburgo piove troppo.
Una voce dall'altoparlante annunciava che erano giunti nel porto di Calais, bisognava
prepararsi a scendere. Fecero le scale in silenzio, passarono tra auto e tir, sbarcarono.
- Allora ci si vede... - disse Elisa
- Da qualche parte. - rispose lui.
Marco restò qualche attimo fermo, la vide allontanarsi, lei si girò e gli sorrise. Lui
fece un cenno con la mano e andò per la sua strada.
Salì sul treno, l'attraversò fino a trovare uno scompartimento vuoto. Si sedette
accanto al finestrino, tornò a guardare il paesaggio. Quell'incontro con Elisa lo aveva
stremato, era stato come se avesse partecipato ad una inattesa festa rumorosa e lunga.
Ora si sentiva sollevato nel trovarsi di nuovo da solo. Il treno partì dolcemente, e lui si
allontanava da tutto. Era in quello spazio vuoto in cui non si vede più la riva da cui si è
partiti e non si sa quando e cosa si vedrà all'orizzonte; in quello spazio dell'esistenza in
cui si accarezza la propria vita e si pensa con comprensione la propria età e i tanti
errori commessi. Aveva nuovi vestiti, più esperienza, parecchi soldi in tasca e voglia di
rischiare con la vita, era un buon punto da cui partire. E poi, la vita era un mestiere
difficile, pieno di insensatezze, delusioni, trabocchetti. Diventare un buon musicista o
uno scienziato o un navigatore era difficile, l'amalgama di cento coincidenze e volontà,
allora perchè doveva essere semplice l'esistenza ? Cosa avrebbe fatto nelle settimane a
venire ? Sarebbe andato verso sud. Dove non importa. E cosa, l'occasione, lo avrebbe
fatto diventare ? Un bassista in un locale dell'Algarve ? Un insegnante di solfeggio
come a Cuernavaca ? Un'altra cosa ancora...
Il treno rallentò e si fermò, nel corridoio la gente era in fila per scendere. Marco
spense l'I-pod, si destò dal torpore, si alzò, prese la sacca e la mise sulla spalla.
Eterna anima mia,
mantieni il tuo voto
malgrado la notte di solitudine
e il giorno di fuoco.
Rimbaud
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Marco si fermò nel mezzo della Gare du Nord senza alcuna ragione. C’era una
gran confusione, gente dappertutto. Ricevette uno spintone e nel passare nessuno si
accorgeva di nessuno. Sarebbe stato logico correr via di lì e invece restava fermo,
immobile, stordito. Senza esserne cosciente aveva paura, come un bambino quando
resta da solo in casa e si sente abbandonato. Si guardò intorno indeciso sul da fare nè
dove andare. Non aveva nessuna voglia di chiamare qualche amico o una donna,
presentarsi in qualche casa e dover essere spensierato e ciarliero. Ma non aveva
nemmeno voglia di starsene da solo in quella sera giunta all’improvviso. Forse affiorava
il senso di colpa per Mària e Màrgareta, sopraggiungeva dopo il carnevale della fuga.
Un'altra vita in ventiquattro ore. Una donna anziana gli mise una mano sul braccio, gli
chiese allarmata dove fosse suo figlio che doveva venirla a prendere al binario. Marco
cercò di calmarla, le propose di andare all'ufficio informazioni e con un avviso... ma la
donna non volle muoversi da lì; poi lo guardò con diffidenza, strinse a sè la borsa.
Allora lui si divincolò e la lasciò da sola a lamentarsi. La gente correva in tutte le
direzioni, come calabroni impazziti, chi verso un treno locale, chi verso l'uscita, chi per
le scale della metropolitana. Marco osservò un abbraccio tra due giovani fidanzati vestiti
di nero, avevano entrambi cappotti attillati e capelli biondi e lisci; qualcuno urlò il nome
Amèlie, ma quella che sorrise aveva caratteri peruviani; una bambina tenuta per mano
dal padre veniva trascinata come un sacco, masticava biscotti e li sputava dappertutto.
Gli sembrava di non aver mai visto tante persone, come se si fossero concentrati tutti lì,
per magia. Visi, schiene, vestiti. Gli venne in mente un passo di Rilke " si arriva, si trova
una vita, bell'è confezionata, solo da indossare ". Una spinta provvidenziale lo fece
ritornare alla realtà. Era a Parigi ! Si ritrovò all'uscita, doveva consegnare il biglietto al
controllo, lo fece. Oltrepassò la porta e scese le scale della metropolitana. Doveva
cambiare a Chatelet e prendere direzione Bois de Vincennes. Così aveva fatto alcune
volte e così fece anche questa. Si ritrovò compresso nella folla maleodorante e sfatta
della metropolitana. Dunque quell'ora era uguale dappertutto. La gente faceva le stesse
cose, aveva le stesse abitudini. Volti di King's Cross, di Friedrich Strasse, di Plaza de la
Cataluna, di Pino Suarez, di Piazza Garibaldi. Volti ripiegati, affogati nella tragedia di
certe vite. Le donne avevano visi sfiniti, il trucco scomparso nelle pieghe delle rughe, il
rossetto sbiadito o troppo intenso; i vestiti impeccabili del mattino erano straccetti
pietosi. Una ragazza dormiva in piedi, una signora anziana litigava per un gomito nel
fianco. Due giovani donne nere pettegolavano con risolini isterici. Una vecchia era
immobile, il viso impenetrabile, poteva anche essere morta, poi sorrise non si sa a chi:
aveva gengive rosa pallido, quasi bianche e denti marroni di
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nicotina. Gli uomini erano più mesti, avevano visi pallidi, malati, privi di interesse; uno
parlava della partita con il Lione, un altro leggeva un fumetto facendo incredibili
acrobazie; uno, sulla quarantina, occhiali a specchio, faccia molliccia, pelle bianca, si
strofinava a una ragazzetta che non se ne curava; due uomini anziani parlavano di
quando c'era Mitterand. I bambini sembravano nani infagottati, con i visi sfiniti, uno
tirava la gonna della madre irritata, un altro piangeva e reclamava spazio. Imparavano a
diventare adulti in fretta. Si sarebbe detto che lì, la gente, arrivava per imparare a
morire. Pigiati e neanche fosse spazzatura al macero. Marco continuava ad essere
confuso, era stanco, sudato e infreddolito. Una voce lagnosa interruppe i suoi pensieri,
un prete parlava con una fedele sulla bontà e la volontà del Signore. Per distrarsi cercò
nella folla uno sguardo femminile, una donna aveva un viso simpatico, nasinò all'insù. Si
sentì osservata, sbadigliò a bocca aperta, la sua espressione si trasformò. Marco guardò
la stazione in cui erano appena giunti, Bastille. Alla successiva doveva scendere.
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A passo rapido superò il parcheggio e i taxi, poi il capolinea degli autobus.
Giungere soli in una metropoli di sera faceva cambiare l'umore e la prospettiva. Con
l'oscuro si può giungere solo nella propria città, in una famiglia, da una donna o da
amici, non certo in una metropoli e in un alberghetto squallido. La giornata più livida
era migliore di una sera tiepida. Vide dei magrebini appoggiati a un muretto, uno
indossava un tipico pantalone di Asilah e aveva al dito un anello d'oro con una pietra
nera; lo aveva avuto anche lui quell'anello, un tempo per scherzo con Ornella si erano
comprati quella pietra di fidanzamento nel suk della città. Passò accanto ai cinque
ragazzi, ridevano, fumavano uno spinello e parlavano in arabo. Un senzatetto ubriaco
era disteso su dei gradini, si copriva con un giornale e aveva stretto a sè un cagnolino
spelacchiato.
Marco aspettò che il semaforo illuminasse Allez. Attraversò, entrò in rue Lyon, la
strada era vuota, i negozi già chiusi. Solo le luci di un bar e l'illuminazione al neon di
un cinema rendevano meno solitaria la strada. Girò alla seconda traversa, una viuzza
illuminata, con il selciato in cattivo stato. Gli alberghi erano stati rimessi a nuovo da
poco, ma il puzzo di amori da cinquanta euro era dappertutto. Sembrava che lì non si
facesse altro. Un odore che saliva dal marciapiede, dagli angoli semibui, dalle camere
degli alberghetti messe lì in fila, alla rinfusa. Marco aveva dormito lì tante volte, almeno
quella sera avrebbe potuto scegliere un'altra zona, Sant'Andrè des Arts o Pont Neuf o
anche Le Marais. Probabilmente voleva punirsi per quel sentire improvviso per le sue
due donne che aveva appena abbandonato, ma chissà quando lo avrebbe capito. Alzò lo
sguardo, vide gli edifici ingrigiti, le finestre chiuse, alcune erano illuminate, i vetri opachi
e sporchi. A una finestra del primo piano vide una donna che si rivestiva. In fondo alla
stradina due spagnoli litigavano ferocemente, a sentirli ci sarebbe scappato il morto.
Una puttana all'angolo lo chiamò, Marco abbassò lo sguardo ed entrò in un alberghetto.
Mancava da anni in quell'albergo ma se lo ricordava bene. Vi aveva messo piede, per
la prima volta, a quindici anni. Una volta aveva aspettato per due giorni una ragazza, su
e giù per le scale ad ogni trillo del telefono. Un'altra era giunto lì con una donna di
Firenze che scappava dal marito, stettero assieme un mese, una sera lui andò a suonare
a San Germain, quando tornò non la trovò più. L'ultima volta vi aveva dormito una sola
notte, poi aveva telefonato a Gerard ed era andato a dormire a casa dell’amico.
Conosceva il proprietario di quel posto, un certo Hassan, sulla cinquantina, con baffi e
pizzo, tratti da arabo naturalizzato; occhi vuoti, di uno che ha mille problemi e non sa
come risolverli e se li porterà fino alla morte senza patemi... Tanto così è la vita... Era
un uomo che aveva visto troppe cose nella vita, anche se non doveva essersi mosso da
quel cimiciaio ripulito chiamato Beau regarde, alcune poco chiare, senza
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conoscere tuttavia dalla vita. L'uomo era seduto dietro il bancone, quasi immobile; come
sempre guardava nel vuoto: oramai faceva parte dell'arredamento. Sembrava incollato lì,
come se quell'albergo lo avessero costruito intorno a lui. Alle sue spalle un salottino e un
parato dal colore pallido. Le sue due figlie stavano guardando un film con Depardieu in
televisione. A Marco sembrarono della stessa età della volta precedente. Allora non era
poi passato tanto tempo ? Dalla stanza attigua proveniva un rumore di pentole e
posate, la moglie preparava la cena; l'odore che proveniva era di patate e uova. Così li
aveva lasciati una sera di tanto tempo fa.
Hassan si accorse con ritardo del cliente. Gli sembrò di averlo già visto.
- Buonasera.
- Avete una camera ? - chiese Marco.
- Quante persone ? - rispose senza cambiare espressione.
- Sono solo.
La moglie lo chiamò, l'uomo farfugliò qualcosa, scomparve nell'altra stanza. Marco si
voltò, lasciò cadere a terra la sacca, s'appoggiò al bancone e osservò la saletta in
penombra: c'erano ancora i cinque tavoli quadrati con le tovagliette di carta rossa e al
centro piccoli portafiori con una rosa di plastica. Sulla sinistra, c'era la scala a pioli di
legno, stretta e bassa, dalla quale si raggiungevano i piani superiori. Tutto era immutato
e si sentì più a suo agio, c'era qualcosa di rassicurante in quel posto. Gli venne in mente
un pezzo musicale di Gato Barbieri, senza tuttavia approfondire che quello era un velo
che lo portava ad un vecchio film di Bertolucci e ad un albergo molto simile a quello.
Chissà se avrebbe avuto la camera ventisei, quella al terzo piano, col soffitto basso e
obliquo.
Hassan ritornò, tossì. Accese un'altra sigaretta con lentezza, guardò sul librone degli
arrivi tanto per dare un'importanza all'albergo.
- La camera è la ventisei. Bagno sul piano. Quarantacinque euro.
Marco si voltò, una delle due nipoti lo guardava. Aveva poco meno di vent'anni, una
bella bocca e l'espressione di una che per scacciare la noia avrebbe potuto fare qualsiasi
cosa. Marco la fissò per un attimo, poi distolse lo sguardo.
- Si potrebbe mangiare qualcosa ? - e poggiò sul bancone una banconota da
cinquanta euro.
- C'è un kebab restaurant un po' più avanti…
Marco lanciò uno sguardo verso la strada.
- Inizia a piovere...
Hassan sparì nell'altra stanza, chiese qualcosa, la moglie rispose a bassa voce,
ricomparve dietro al banco.
- Abbiamo solo della tajine di verdure.
- Va bene.
- Vuole anche del pane e del burro ?
- E del vino rosso... Scendo fra dieci minuti.
Non ebbe risposta, prese la chiave, andò verso la scala.
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Ce ne sono di pensieri nella testa di un uomo quando è nel mezzo del guado,
la riva alle spalle manda ancora degli echi rumorosi e davanti a sè non c'è che
un'indistinta riva. Si potrebbe affogare in un letto, cadere in pensieri stretti di spalle,
cercare compagnie appiccicaticce e deludenti. Ce ne sono di pensieri nella testa di un
uomo quando cerca di superare un flutto vorticoso come un piatto ormai vuoto e un
bicchiere di beaujelais troppo caldo. Quando la notte è sempre più notte e il cielo
sembra avercela con il mondo intero... Che vortice di idee ! Pesano più di tutti i
discorsi di un banchetto... Non si riesce a stare soli un istante, appaiono ora una donna,
ora un amico, ora quello che piacerebbe che succedesse... Parole sincere sgorgano con
naturalezza ma messe assieme si trasformano in idee false; i sentimenti che si provano
sono i più forti, le emozioni diventano mine vaganti. E' in questi momenti che i
desideri assopiti ritornano forti, decisi, ma non si è forti e decisi per metterli in pratica
con gentilezza. Ma è anche in questi momenti che si abbandonano le zavorre, i pesi
falsi, la voglia di coro, ma loro resistono con echi frastornanti. E' in questi momenti che
il cuore sembra impazzire, verrebbe voglia di gridare. Una lacrima. Nessun timore. Si
può anche piangere tanto è l'inizio di qualcosa. Le antiche delusioni tornano ad una ad
una, poi tutte assieme, quindi si disperdono in mille rivoli senza lasciare solchi, per poi
poter tornare senza preavviso. Si ricorda di una sera lontana a Todos Santos
Cuchumatan... di una donna che doveva essere per tutta la vita... di un amico
dimenticato a Taquile... Di quanto eri ingenuo a quindici anni. Di che figlio di puttana
sei stato a ventisei. E poi ?... Senza aver bisogno di dirselo per un attimo si è eccitati,
orgogliosi e sgrammaticati nella tempesta. Sì ancora vivi ! Bonheur a qui as toujours
vent'ans. Si può provare ancora il dolore, sentire il calore di un entusiasmo. Ancora vivi
! Senza divise, senza processioni, senza cappelli sulla testa. Ma tornano al tavolo, tra i
resti del cibo, sulle mani, sulla punta della lingua una folla di visi e di sentimenti... Un
fuoco di fila... una grandine di ricordi. Un'altra vampata e ci si sente guerrieri sfessati e
orgogliosi... E in questi momenti che si è esigenti con gli altri, anche intolleranti. E' in
questi momenti che si è comprensivi, quasi complici, con i compagni di strada.
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La pioggia si accaniva con quel vicolo, c’erano stati grugniti, poi pallottole a
salve sui vetri. Un tuono squarciò la notte, subito dopo un fulmine andò a sbattere da
qualche parte. Marco guardò fuori, due prostitute erano lì all'angolo, si riparavano sotto
una grondaia. Capelli bagnati, facce livide, quasi cattive; poveri corpi rimasti a
sorvegliare la notte. Tornò a guardare la saletta, accese una sigaretta, ordinò un gran
marnier. S'era pentito dieci volte di essere in quell'albergo; lì, saliva un odore di vuoto
che avrebbe sfessato un vagabondo. Avesse avuto energie, sarebbe scappato. Invece...
appiattito dietro ad un tavolo, catturato da pensieri cattivi, sprofondato in frenetici stati
d'animo. Sarebbe andato volentieri alla stazione... un treno e il giorno dopo, la Spagna.
Talmente sfessato di stanchezza che la sua vita passata gli sarebbe sembrata lontana,
come un ricordo già vecchio e senza infamia.
Tre puttane vennero a ripararsi nell'atrio, si strizzarono le vesti bagnate, batterono i
piedi sul tappetino, con le mani cercarono di asciugarsi i capelli; scherzavano tra loro,
altre parole sul mondo. Marco per non sentirle accese l'I-pod. La più magra si tolse una
scarpa, un'altra si controllo allo specchio il trucco ormai sciolto. La terza tossì e venne a
curiosare nella saletta, accanto alla finestra c'era un solo cliente che fumava e beveva un
cognac. Lo fissò a lungo, ma l'uomo non la notò.
- Ehi ! Vuoi compagnia ? - chiese come fosse una falena.
Marco la guardò per un attimo, aveva il ventre piatto, delle belle gambe dritte e
tornite, roba da metterci la testa proprio lì, per i secoli dei secoli. Abbozzò un mezzo
sorriso, tornò a guardare la strada.
- Me lo offri un caffè ? - insistè la donna con un tono più morbido e fece un
passetto in avanti.
Continuava a fissarlo, voleva essere guardata. Era convinta che se lui l'avesse fatto
avrebbe avuto voglia di una scopata. Ma l'uomo continuava a ignorarla. Proprio una
serata di merda ! Maledetta la pioggia !... La seconda sera senza clienti. Sarebbe tornata
a casa e giù botte che avrebbe avuto. Quasi quasi glielo avrebbe detto a quell'uomo
che... Maledetti gli uomini ! A nessuno fregava un bel niente dei suoi problemi !
Cinquanta merdosi euro per una scopata a letto non erano mica tanti ! Un odio feroce
galleggiava in quel corpo bagnato e fragile. Odiava il mondo intero... Chi lo avrebbe
detto solo tre anni prima che sarebbe finita così, quasi ad elemosinare... e non aveva che
ventotto anni.
Le altre due puttane s'erano andate a sedere nel salottino e chiacchieravano con
Hassan. Parlavano e ridacchiavano, loro se ne fregavano di quel tempo, di quella vita e
della sofferenza.
La rossa se ne restò in piedi sulla soglia della sala, si guardava intorno e sbatté i
piedi sul tappetino. Aveva anche freddo adesso.
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Marco fissò la donna, spense l'I-pod
- Vuoi un caffe ?
La donna si avvicinò al tavolo.
- Un bicchiere di vino rosso è meglio - e si sedette.
Marco si drizzò sulla sedia, poggiò la schiena all'indietro e non disse nulla. La donna
fece un cenno col capo ad Hassan e lui venne subito con un bicchiere di vino.
- Se porta qualcuno in camera paga il supplemento... - disse d'abitudine.
Marco evitò di guardarlo e Hassan se ne tornò nel salottino.
La rossa senza attendere bevve metà del vino in un sorso, prese una sigaretta dal
pacchetto sul tavolo, aspirò una lunga boccata dalla Fortuna azzurra, sbuffò il fumo.
- Sei di passaggio o ti fermi ?
- Di passaggio.
Non era affatto male quella ragazza. I capelli rosso cenere, forse troppo corti, il viso
coperto di efelidi e lo sguardo ancora infantile. In quella zona non c'era di sicuro nata,
doveva essere finita lì successivamente, per chissà quali disavventure. Uno dei tanti
scherzi della vita.
- Mi chiamo Ninnette.
- Io Deltaplano - rispose senza alcun motivo.
Ninnette guardò dritto negli occhi Marco.
- Per cinquanta euro ti tengo l'uccello dritto per una mezzoretta. Se invece vuoi
fare altro sono ottanta. Con cento fai tutto quello che vuoi. Tutto. Tranne schizzarmi
in faccia.
Marco stava per alzarsi e andarsene, ma fece solo un piccolo scatto sulla sedia.
- Hai dei problemi ? - chiese di getto la donna interdetta dalla reazione del cliente.
In genere funzionava con gli uomini quando era messa alle strette.
Marco accese un'altra sigaretta, la guardò, aspirò profondamente, le porse il pacchetto.
- Sei inglese ?
- Messicano.
- Ah... è per come sei vestito che... Di dove ? Sono stata una volta con un cliente in
Messico. Di giorno rovine maya e la sera pompini. Era un'igienista.
- Ancora vino ?
- Sì... ho un po' di febbre e il vino fa bene...
Il viso di Marco divenne inaccessibile, non aveva voglia nè di una puttana aggressiva
nè una triste. Non voleva una puttana. Solo stare con un essere umano che non
fingesse.
Ninnette fissò il cliente.
- Non ci credi ?... Allora toccami la fronte. Tocca sù !
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La rossa prese la mano di Marco, la poggiò sulla fronte.
- Vedi ? Ho un po' di febbre.
Hassan venne con un bicchiere di vino, lo poggiò sul tavolo, andò via senza
guardarli.
- Usted, habla castillano - disse la donna sorridendo.
Quella ragazza doveva essere veramente sfigata, una di quelle che se la vanno a
cercare la sfortuna, quasi avessero una calamita nel cervello.
- Ti piacciono i messicani ?
La donna fece un buon sorso dal bicchiere, schioccò le labbra.
- Mi piacciono gli uomini gentili. Il mio è alsaziano.
- E' buono con te ?
- Che domanda ?...
Marco si alzò, guardò dall'alto in basso la donna.
- Vieni.
Fuori pioveva ancora, la strada era sommersa dalla pioggia. Le luci rimbalzavano sul
pantano d'acqua creando una luce metallica.
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- Ciao Mària... Sono Marco.
- Marco ! - ci fu un breve silenzio - Dove sei ? - La voce della donna non trattenne
l'ansia.
- Ad Amsterdam - mentì senza una ragione.
- Ho visto la lettera... ieri sera. Ma non l'ho ancora aperta.
- Volevo sentire la tua voce... e chiederti scusa per...
Guardò attraverso il vetro della cabina, cercava qualcosa che gli facesse ricomporre
l'insieme delle idee.
- ... Oh Marco... Marco.
L'uomo vide soltanto il Moulin Rouge e il cartellone dello spettacolo.
- Sono andato via così... ma nella lettera ti ho scritto perchè...
- Questo non è importante. Pensi di tornare ?... Fra un po'.
Degli studenti, con i libri sottobraccio, mangiavano delle crepes sul marciapiede
opposto.
Ulla uscì dalla cucina, passò accanto a Mària, portava due piatti fumanti, le disse
mimando con la bocca di sbrigarsi. Lei non rispose nulla.
- Come sta Màrgareta ?
- ... Oggi è tornata a scuola. Ha chiesto di te.
Era una bella giornata di sole, sembrava estate.
- Dille che le voglio bene
Marco sentì una voce dall'altro capo del filo.
- Un momento - disse la donna.
Iniziò a parlare con Ronald. Nel ristorante c'erano clienti da servire. Ottenne cinque
minuti.
- Cosa stavi dicendo, Marco ?
- Dai un bacio a Màrgareta da parte mia...
- No ! - disse come fosse un urlo che le veniva dalle viscere.
Marco per tre secondi credette d'essere ad Hight Holborn, nella cabina di fronte al
pub in cui suonava. Erano passati tre mesi ma la conversazione a telefono era simile.
Allora, era tornato a casa dopo un giorno.
- Butti così tre anni d'amore...
- Scusami.
- Per cosa, poi ?...
- Non avercela...
In questi casi avrebbe voluto saper parlare, usare le parole giuste ed invece era la
solita capra.
- Tu mi stai dicendo che non ci vedremo più e cosa dovrei fare ? Darti il consenso
?!
Entrambi respirarono a fatica.
- Perchè non mi hai chiesto se anch'io ero stanca di questa vita ? Credi che servire
in un ristorante a Londra sia il mio futuro ?
Ritornò tra loro la voce di Ronald. Le faccende familiari doveva
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sbrigarle fuori dell'orario di lavoro. Parlava come se stesse dettando i dieci
comandamenti. Quella voce aveva la piacevolezza di un piatto sporco di kech up, bacon
e uova. Mària gli urlò addosso e ottenne altri tre minuti. Dette le spalle alla sala e coprì
il ricevitore col corpo.
- Forse è meglio se ti chiamo un'altra volta. - disse Marco.
- Marco - pronunciò il nome con tutta la dolcezza che aveva per lui, poi la tensione
prese il sopravvento - Sei solo un grandissimo figlio di puttana. Ecco quello che sei.
- Perdonami.
Mària ritrovò la calma.
- Torna e parliamone con tranquillità e poi... Questo almeno me lo devi.
Mària guardò nella sala, c'erano clienti in attesa di un tavolo libero, anche Ronald
s'era messo a servire.
Marco inserì una nuova scheda telefonica.
- Ti ricordi due Natale fa, dai miei a Malmoe ? Ti ricordi quello che volevamo fare ?
- Dovevamo farlo allora.
- Per favore !
Marco non le aveva mai sentito quel tono, fu preso da una vampata d'angoscia.
- Sto finendo la scheda, Mària.
Ronald lanciò uno sguardo alla donna, di quelli da rischio licenziamento.
- E' passato ieri sera Irvine, ti abbiamo aspettato fino alle due. Ha una scrittura a
Edimburgo per un mese, cosa gli devo dire allora ? Di cercarsi un altro bassista ?
- Ti chiamo domani.
Mària era consapevole e lucida.
- No, non ci sentiremo più.
- Allora ciao, Mària.
- Marco ?
- Si ?
- Fottiti.
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Uscì dalla cabina, stremato e sfessato come non lo ricordava. Come un ubriaco
s'incammino per la discesa di rue Blanche, a piccoli passi obliqui intervallati da brevi
pause; aveva lo sguardo vuoto e fissava punti indefiniti all'orizzonte. Come per un
ubriaco l'importante era avanzare, anche a tastoni, ma proseguire. Ma non aveva una
casa da raggiungere, la sua casa ora era lui. Si fermò a una vetrina di un negozio di
caccia e pesca, fissò la mercanzia senza riuscire a mettere a fuoco, guardava e non
capiva cosa ci fosse. Il suoi viso si riflettè, provò un sussulto. Si guardò intorno, la
gente passava senza notarlo. Non essere visto lo rese meno smarrito. Riprese a
camminare con più sicurezza, ma solo quando giunse ai negozi La Fayette realizzò che
andava nella direzione opposta a quella che avrebbe voluto. Si fermò al semaforo,
nell’attesa notò un giovane flic con orecchino, controllava i documenti ad una ragazza in
motorino, lei era molto carina e lui troppo sorridente; poco distanti delle donne
affollavano un banchetto dove c'era una vendita promozionale di foullards e trousses.
Oltre quella folla intravide un uomo di colore che guardava la vetrina di una pasticceria,
aveva le mani nelle tasche dei pantaloni, la giacca saliva stretta sui fianchi e lo spacco
aperto faceva sporgere il sederone, un cappello di pelle marrone era appoggiato sulla
testa. Lo riconobbe a fatica, era un pianista jazz di Kansas city, s'erano conosciuti nel
locale La Fontaine a Laederstraede di Copenaghen, almeno cinque anni prima. Un vero
vagabondo, viveva alla giornata e spendeva quello che guadagnava con donne e per
l'alcool, solo a volte per mangiare dolci. Nelle cinque sere che avevano suonato assieme
avevano scambiato trenta parole in tutto. E per Lennie doveva essere stato uno sforzo
parlare così a lungo. L'uomo si girò, s'accorse di Marco, gli si avvicinò con l'espressione
fissa, come fosse normale incontrarsi lì, a Parigi, in quella strada.
- Hay - disse come se avesse solo respirato più forte.
- Ciao Lenny.
Restarono in silenzio per qualche secondo senza guardarsi.
- Suoni sempre a Varsavia ? - domandò l'uomo fissandosi le punte dei piedi e
muovendosi su se stesso a scatti.
- Abbiamo suonato a Copenaghen.
- Ah...
- Al La Fontaine...
- … Pessima acustica...
- Vivi qui, adesso ? - chiese Marco.
L'uomo si tolse il cappello, accarezzò con la mano la testa rasa, rimise il cappello sul
lato opposto. Fece alcuni passi e tornò indietro.
- Sono stato a Tokio per un po', qui ho fatto un tour. Torno a casa, sono stanco.
- Ah - commentò Marco.
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Rimasero in silenzio.
- Tu suoni il basso ? - non aspettò la risposta - Andiamo a bere qualcosa ? - chiese
Lenny fissando il cielo.
- E' presto.
- Bay
- Ci vediamo.
L'uomo oltrepassò Marco, proseguì ondeggiando sulle gambe.
Marco attraversò sulle strisce, costeggiò l'Opera, si avventurò per delle stradine sulla
sinistra, superò la Bourse e giunse a rue de Sebastopol. Si fermò davanti una vetrina di
strumenti musicali. Rimase a fissare delle viole in esposizione, chiuse gli occhi. Aveva
un desiderio ben preciso, contò fino agli anni della sua età, riaprì gli occhi, continuava
ad avere lo stesso desiderio, entrò. C'era solo un commesso del tutto indifferente a lui e
al resto, allora si avvicinò ai contrabbassi. Si fermò a guardare un Reghin rumeno, lo
accarezzò delicatamente, si avvicinò col naso, gli sembrò di sentire l'odore del legno
d'acero. Era solido, robusto, settato bene. Ma non voleva dargli troppa importanza,
neanche fosse una bella ragazza. Si scostò e osservò un Yamaha slb-100, passò con
indifferenza davanti a due strumenti di fattura cinese. Sorrise ad un Johan Bruck 3/4,
quello era stato il regalo dei suoi genitori per i diciotto anni. Vide un Ken Smith, un
modello violino, forma italiana, bombato in acero morezzato abete. Felice si guardò
intorno, gli occhi gli brillavano, tornò sui suoi passi, prese uno sgabello e si andò ad
avvinghiare al Reghin, senza pudore, deciso a possederlo. Sfiorò le corde, poi suonò
Open Letter to Duke... Tonight At Noon... Ellington's Sound of Love... Ripetè un
fraseggio, quello che a lui era sempre sembrato la parola Carajo.
- Signore !... Signore.
Marco aprì gli occhi, ritornando alla realtà.
- Cosa c'è ?! - chiese frastornato.
- Il ragazzo fece un palloncino con la gomma da masticare e fece il botto.
- Provare è consentito ma lei sta qui da mezz'ora.
Voleva rispondergli qualcosa e invece disse altro.
- Lo sai che mi pagano per sentirmi.
- Lei è bravo, ma deve smetterla. La prego.
- Ti piace questa musica ?
Il ragazzo rimase interdetto.
- Così...
- Così ?! - gli fece eco Marco.
- Veramente io preferisco l'Havy metal.
Marco lo guardò come se avesse davanti un perfetto imbecille. Il ragazzo non voleva
problemi.
- Signore, io ci lavoro solo qui...
- Va bene... Grazie.
Si staccò dal contrabbasso, si alzò, rimise a posto lo sgabello, uscì.
15
Era stanchissimo, camminava dalle otto del mattino. Su e giù per Parigi senza
alcun senso. Dalla Bastiglia a Etoile, Dalla Eiffel a Montmartre, dall'Operà al Pompidou.
Adesso era di nuovo davanti all'Hotel de Ville. Oltrepassò la Senna e giunse a Place
Saint Michel. Oltre che stanco aveva anche sete. Entrò nel solito bar, si sedette ad un
tavolino all'angolo accanto alla vetrata, in quella posizione vedeva la piazza ma anche il
Lungosenna. Ordinò una Perrier e un Irish coffee. Si sentìva sfessato in quel posto
conosciuto, al riparo e con la possibilità di riflettere sul da fare. Allungò le gambe sotto
il tavolo, mise le mani dietro la nuca, chiuse gli occhi assaporando il sole oramai trepido.
Erano le due del pomeriggio.
Le automobili passavano rumorose, gli impiegati mangiavano croques messieurs, i
giovani prendevano il sole ai giardini del Lussemburgo. I soliti turisti facevano le foto
davanti a Notre Dame, gli studenti universitari stavano per riprendere le lezioni alla
Sorbonne e qualcuno stava per incontrare l'amore della vita.
Riaprì gli occhi, si guardò intorno. Accanto c'erano due ragazze, una era italiana,
l'altra francese; la prima parlava del nuovo lavoro nello staff di uno stilista, l'altra le
sorrideva e ogni tanto le dava qualche consiglio senza farlo pesare. Tre signore anziane
bevevano tè, si conoscevano da tanto che non avevano bisogno di ricordare il passato.
Una famiglia di giapponesi rideva guardando la piazza, senza alcun motivo apparente.
Marco tornò a sedersi dritto, sorseggiò il caffè ormai tiepido.
Il traffico era aumentato, le persone avevano ripreso ad essere più frenetiche; sul
marciapiede passavano volti distratti, sfuggenti, ma perfetti nel loro ruolo. Visi paciosi e
aggressivi, antipatici e disponibili, integri nella loro esteriorità. Di qualcuno, Marco,
immaginò la professione, un sussulto, un rifiuto, come facevano l'amore.
- Mi scusi...
Marco guardò un signore dal viso sgualcito, vestito poveramente.
- Mi scusi. Noi ci conosciamo.
L'uomo aveva due grandi occhi azzurri, ciglia folte e imbiancate, il naso arrossato e
ruvido, una barba bianca, in alcuni punti giallognola, una pelle liscia come può averla chi
accetta la vita solo attraverso il vetro di una bottiglia.
- Rio de Janeiro - aggiunse il vecchio.
Guardò preoccupato verso il bancone. Un cameriere lo aveva adocchiato e si
avvicinava con l'aria di chi deve mandar via un mendicante.
- Non si ricorda ?!
Marco lo guardava ma non sapeva prendere una decisione.
- Vai via, non infastidire il signore - disse apaticamente il cameriere ormai giunto al
tavolo.
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Il vecchio si stirò con le mani la giacca di lana sgualcita, guardò Marco con aria fiera.
- Il signore è con me - disse Marco.
Il cameriere se ne tornò al banco con la stessa aria annoiata.
Il vecchio si sedette, stropicciò le mani callose, lanciò uno sguardo intorno, sorrise a
Marco.
- Come al solito sopra pensiero...
Marco aggrottò la fronte. Non voleva che quell'uomo fosse cacciato ma nemmeno
stare in sua compagnia.
- E' stato a Rio nel... Novantaquattro.
- Certo... A Rio... - cerco un nome probabile - Alla pousada Girrasol.
- Esatto... Girrasol.
Si passò la lingua sulle labbra screpolate dalle notti al freddo, guardò la tazza vuota
sul tavolo.
A Marco risultò simpatico, aveva un tono di voce gentile e non sembrava invadente.
- E' da molto che non parlo e quando si vive di soli pensieri si può fare confusione
come tra il mezzogiorno e la mezzanotte...
- Posso offrirle qualcosa ? - chiese Marco.
L'uomo non ascoltò.
- Ho temuto di confonderla con qualcun altro.
- Prende qualcosa ? - insistè Marco.
L'uomo lo guardò con un'espressione frastornata.
- Oh sì, grazie... Una cioccolata calda... con la panna.
- E non può non prendere anche una crepe.
- L''uomo sorrise.
- Se per lei fa lo stesso preferisco un croissante.
Battè i piedi per terra, si stropicciò di nuovo le mani.
Marco fece un cenno al cameriere e gli dette l'ordinazione.
- E' stato un bel periodo quello di Rio...
Marco lo osservò, in fondo quelle chiacchiere lo rilassavano.
- Lei suonava la fisarmonica... disse tanto per dire.
- Già... Gardel. Si ricorda ?...
- Carlos Gardel ? - disse tra sè un po' meravigliato.
- E come le piaceva ascoltarlo... Si ricorda... E Mercedes Sosa...
Marco lo guardò perplesso.
Il vecchio iniziò a mangiare con avidità, alzò la testa, si attaccò alla tazza di
cioccolato.
Marco gradì quel silenzio improvviso. Trovava simpatico quell'uomo ma puzzava
troppo di polvere e notti passate sui marciapiedi. Si sentì osservato dalle due ragazze
che parlavano con un soffio di voce e li guardavano con discrezione. Provò imbarazzo
per essere in compagnia di un mendicante, gli guardò le unghie, quei capelli raccolti in
una piccola coda sudicia. Quell'imbarazzo si ritorse contro di lui, per qualche attimo si
sentì meschino, ma non voleva sentirsi in colpa. Era forse passato il tempo in cui
bighellonava con i
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tipi più strambi. Guardò l'orologio come se dovesse controllare l'ora. Stava per dire
qualcosa ma fu anticipato.
- Le mie figlie sarebbero felici di rivederla...
Marco respirò profondamente.
- E' passato tanto tempo.
- La piccola Claire si è sposata con un infermiere...
- La piccola Claire – gli fece eco.
- Purtroppo ho litigato col marito e non vuole più vedermi.
- Me ne dispiace.
- Posso ? - Prese una sigaretta dal pacchetto senza aspettare e l'accese.
- Melanie invece... ha un bar a Marsiglia con il marito Yossun - disse soddisfatto.
- E' andata bene, allora.
- Sì, ma io non suono più. Ho l'artrite alle mani.
Mostrò le dita gonfie e quasi immobili.
A Marco sembrò d’improvviso un gioco feroce e deprimente.
- Poi si è lasciato con Angela ?...
Marco fu colto da un senso di inquietudine, quel gioco sembrava troppo vicino al
vero. Dal pozzo profondo della memoria ricomparve incerta una ragazza di nome
Angela, ma non la riusciva a collocare in un luogo preciso.
- Era molto bella la sua Angela...
Marco fece per alzarsi.
- Devo andare. Sono in partenza.
- Sempre in movimento eh...
- La saluto...
Il vecchio accennò ad alzarsi. Marco gli poggiò la mano sulla spalla.
- Perchè non resta ?
Prese dal portafogli trenta euro e li poggiò sul tavolo.
- Ma è troppo - disse il vecchio
- Vado di fretta. Può pagare lei ?
- ... Certo...
- Allora, buona fortuna...
Il vecchio era frastornato.
- Buona fortuna a lei...
Marco uscì dal locale, era soddisfatto d'essere tornato solo.
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Aveva chiamato Gerard in redazione, la segretaria ci aveva messo un po' a
passarglielo. Marco le aveva detto che avrebbe richiamato se era impegnato, ma lei aveva
usato un Oh, non si preoccupi, che voleva dire tutto e niente. Quando rispose, Marco
s'accorse che l'amico aveva una voce cammuffata, un tono vago coperto da parole
eccessivamente allegre. Si diedero appuntamento a Le Marais.
Alle sei del pomeriggio, in perfetto orario, Gerard sopraggiunse con passo deciso. Si
sorrisero di lontano e si persero di vista solo quando una Kawasaki sbandò e il pilota
sfilò via con una certa difficoltà nel traffico. Marco pensò che il cielo era il più basso
che avesse mai visto e si sentì troppo alto lì sotto. Gerard tornò a sorridere a Marco e
pensò anche lui al cielo, per lui era troppo alto per sentirsi ben protetto. Abbracciò
Marco in maniera troppo sentimentale. Gli sorrise di nuovo.
- Festeggiamo - disse Gerard più col tono di un ordine che di un invito.
Entrarono in un bistrot semivuoto.
Gerard ordinò subito due pernod, si sedettero su sgabelli al banco.
- Cosa ti porta qui ? Lavoro o...
- Sono in viaggio - rispose con tono secco.
- Ti fermi un po' ?... Su, dimmi.
Marco era frastornato da tanto vitalismo, c'era qualcosa nell'atteggiamento dell'amico
di poco conosciuto.
- Non lo so... Sono appena arrivato.
- Arlette sarà contenta di vederti... Mària ? E' rimasta a Londra ?
La cameriera poggiò i due pernod sul banco. Marco chiese dell'acqua per allungare
il liquore. Gerard lo bevve d'un sorso e ne ordinò un altro.
- Bel culo la ragazza, non trovi ? - e strizzò l'occhio a Marco.
La cameriera guardò per un attimo i due clienti. Scosse leggermente il capo.
Marco sfoderò un sorriso innocente. Non voleva essere confuso con quella battuta
banale.
- Allora ? - domandò Gerard.
- Allora cosa ?
- ... Mària...
- Ci siamo lasciati - disse versando dell'acqua nel pernod.
- Oh !... - disse, come se significasse no - Questo non ci voleva...
- Una donna così brillante. Ti ha buttato fuori di casa ?
- Non proprio...
- A noi va tutto bene, tutto bene. Stiamo pensando di fare un figlio... Ne stiamo
parlando.
Finì il suo secondo pernod, fece un cenno con la mano alla cameriera.
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- Non bevi troppo velocemente ?
Gerard guardò l'amico, restò pensieroso per un attimo.
- Dici ?... Forse è il lavoro che mi stressa.
- Non va bene ?...
- Sì... Il problema è che non riesco più a trovare libri decenti da pubblicare.
Leggere mi annoia... Un anno fa ho rifiutato un libro che in questi giorni è un best
sellers.
- Una volta capita a tutti di sbagliare - Marco era pronto ad ascoltare lo sfogo
dell'amico.
Ma Gerard sembrò non capire la disponibilità.
- Parlami di te... Sei tu che sei senza lavoro, senza patria e senza famiglia in questo
momento.
- Io ci sto bene così adesso.
Gerard si accese una sigaretta e ne offrì una all'amico. Guardò la cameriera.
- Ne fumiamo solo una.
La ragazza fece una smorfia come per dire: non c'è problema.
Gerard le fece un cenno di ringraziamento, poi si passò la mano sulla testa di riccioli
bianchi e aspirò profondamente.
- Ti ricordi di Domenico ?
- Sicuro.
- Peccato che non ti era simpatico...
- Non è vero, mi è simpatico. Uno intelligente e libero è difficile da trovare ai nostri
giorni.
Gerard mosse lo sguardo rapido nel bistrot senza un motivo.
- Tu gli eri molto simpatico. Chiedeva spesso di te.
- Eri ? Chiedeva ?... E' morto ?
- Ha poco da vivere.
A Marco non interessavano quelle notizie. Non poteva farci nulla della sofferenza
degli altri. Tranne che provare commiserazione.
Guardò Gerard, lo osservò come fosse la prima volta che lo vedeva. Era un signore
di quasi cinquant'anni, un po' sovrappeso, con i capelli folti e bianchi, vestito tutto di
nero e con degli occhiali dalla montatura in argento. Dov'era finito quel giovane
rivoluzionario che aveva iniziato con Sartre, discusso con Daniel Cohn Bendit a
Barcellona ad un miting della CNT, frequentato campi nudisti in Corsica ?. Adesso
Marco era quasi pentito di aver cercato quell'amico di sempre.
- Usciamo - disse con tono deciso.
Gerard lo guardò perplesso.
- Certo. Certo...
Lasciò del danaro sul bancone, salutò gentilmente la cameriera, raggiunse Marco
oltre la porta del bistrot.
Passarono davanti al mercato di rue Saint Antoine, Gerard decise che voleva cucinare
qualcosa di speciale per cena. Marco tentò di fermarlo ma senza successo. Comprò in
macelleria una sella di
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coniglio, del fegato e del rognone. Dal verduraio prese una zucchina, un peperone giallo,
uno rosso e uno verde, del brunoise di cipolla, dell'aglio, un po' di timo, salvia, noce
moscata e macis. In salumeria comprò uova, burro e della farina.
Marco lo lasciò dal panettiere ed entrò in una enoteca.
Guardò i vini con calma, fu preso dalla voglia di filare via, invece prese due bottiglie
di Muscadet bianco e un Cabernet Sauvignon Pineau d'Aunis. Si fermò sull'uscio del
negozio e tornò a guardare il cielo. Era ancora troppo basso per essere a suo agio.
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La cameriera portoghese si chiamava Sonia, aveva ventiquattro anni, era già
sposata, aveva due figli e una laurea in Filosofia. Marco fece con lei due chiacchiere
amichevoli mentre la donna con abilità spruzzava della farina sul tavolo e lavorava la
pasta brisée con il matterello. Poi la vide sciacquare e mettere le varie parti della carne
in piatti di differente grandezza; lavò le verdure, le tagliò a dadini e le mise in scolapasta
d'alluminio, pose in ciotole bianche le spezie e tagliò il brunoise di cipolla. Infine poggiò
sul grande tavolo di marmo in ordine di cottura i vari ingredienti. Ripose i vini bianchi
nella parte bassa del frigo, aprì il vino rosso e lo versò in due grandi bicchieri.
- Questo vino deve respirare qualche minuto… - disse abbassando lo sguardo.
Salutò Marco con un sorriso vero, si accomiatò da Gerard che la ringraziò dalla
doccia, e spensierata se ne andò dalla sua famiglia dall'altra parte della città.
Rimasto solo Marco adocchiò nella grande libreria a parete dei titoli di libri in varie
lingue, poi si mise a guardare tra le centinaia di dischi in vinile, ne scelse uno di Robert
Fripp, lo mise sul piatto del giradischi trasparente e lo fece partire a medio volume
Gerard ritornò in accappatoio e pantofole, prese il bicchiere di vino rosso, lo alzò a
mezza altezza.
- Brindiamo a noi.
Bevvero un sorso abbondante.
- Umm. Buono. Ottima scelta. Lo sai che penso sempre con nostalgia alle nostre
zingarate sulla Route du vin.
- Avevamo trent'anni - disse Marco.
- Perchè non abbiamo sempre trent'anni ?
- E qualche litro di vino in più.
- E non è mica da tutti...
- Ti vedo meglio adesso.
Gerard guardò l'amico, accennò ad un sorriso.
- Siamo vecchie rocce, no ? Basta una doccia, un buon vino. Un vecchio amico ed
ecco il miracolo. Oplà e i giochi si devono ancora fare.
- Ti ricordi questa musica ? - chiese Marco più leggero.
- Egotista che non sei altro. Me lo hai regalato tu questo disco.
- Davvero ?
- Davvero... Mi metto qualcosa addosso e si comincia a cucinare.
Gerard tolse il soffritto dalla casseruola e lo versò in una tazza mentre la carne e le
verdure rosalavano a fuoco dolce, vi aggiunse del burro, dell'aglio e la brunoise di cipolla.
Soddisfatto della sua perizia si girò e guardò Marco che se ne stava seduto a bere e a
fumare.
- Sai cosa potevo cucinare ?... Abbiamo pubblicato un libro Nadine, cuoca anarchica.
Un ricercatore ha trovato delle carte che
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provenivano dalla libreria Pinkus di Zurigo, c'erano le ricette di pietanze che faceva
questa compagna durante i combattimenti della Guerra Civile Spagnola. Una si chiama
il Bombardamento di Guernica, acciughe all'aceto di cherry...
Marco ascoltò incuriosito quelle parole ma poi in un attimo trovò ripugnante l'idea
che la sofferenza di quei tempi si potesse confondere in una chiacchierata alimentare di
un appartamento del settimo arrodissement. Fece finta di ascoltarlo e sorrideva, invece
pensava come interromperlo.
- C'è qualcosa di diverso in questa cucina ? - chiese Marco approfittando che l'amico
stava bevendo.
- Hai notato ? - disse soddisfatto Gerard.
Marco si guardò intorno.
- Le pareti...
- Erano bianche prima.
A Marco sembravano ancora bianche.
- Scelto tu il colore ?
- Questo lo lascio scegliere ad Arlette.
Si girò e riprese a darsi da fare ai fornelli.
Il pendolo col cucù comunicò l'ora, entrambi guardarono l'orologio.
- Dovrebbe essere già tornata - disse Gerard quasi tra sè, guardò nella direzione da
cui sarebbe potuta comparire Arlette.
Marco percepì quell'inquietudine.
- Che dici la chiamo per dire che sono qui ?
Gerard ci pensò qualche attimo, poi senza girarsi.
- No... meglio di no.
Prese il bicchiere col vino e fece un lungo sorso.
- Me ne versi un po' ?
Marco si alzò e versò nel bicchiere quello che rimaneva della bottiglia di Pineau
d'Anis. Prese un'altra bottiglia, la aprì e si versò un rosso di Bordeau.
- Lo sai che le ho chiesto di sposarla ?
- Davvero ? Bene...
Doveva essere una lieta notizia ma Gerard lasciò da solo Marco a sorridere.
- In verità c'è stato un momento strano tra noi... stavamo per lasciarci sei mesi fa.
Lei ha scoperto che mi vedevo con un'altra e... c’è stato un po’ di gelo. Poi ho scoperto
io che aveva una storia di sesso con un tipo... Grandi litigate e poi la pace. Abbiamo
pensato, anzi io ho pensato a un figlio. Arlette vorrebbe ma non ha voglia di ingrossarsi,
modificare il corpo... Sai come sono questi momenti...
Marco non lo sapeva, ma disse di sì e fece un sorso dal bicchiere.
- Allora s'è parlato di matrimonio... C'è una bella chiesetta in Camarge che ha
dipinto Cocteau... Ma bisogna organizzarsi. Ed è un po' complicato... spostare tutti gli
amici fin lì…
Sentirono la porta di casa che si chiudeva, Gerard tornò a guardare l'orologio.
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- Un'ora di ritardo - disse tra sè.
Comparve Arlette sulla soglia della cucina, era sempre la stessa. Con il taglio di
capelli alla Valentina, lo sguardo vivo, le labbra carnose e ben truccate, la minigonna di
pelle nera che lasciava scoperte due gambe perfette.
- Ciao amore - disse Gerard restando vicino ai fornelli.
- Ciao... che buon odore.
- Indovina un po'...
Arlette vide Marco, il viso le si riempì di un sorriso sorpreso. Lasciò cadere sul
tavolo i giornali che aveva e lo abbracciò a lungo. Gli dette un bacio sulle labbra.
Gerard se ne restò immobile, osservava i due con un sorriso sghembo, la testa si
muoveva nervosamente.
- Indovina cosa sto preparando ? Amore.
Arlette non sembrò sentirlo, si spostò all'indietro per guardare meglio l'amico.
- Non sei cambiato per niente. Qualche capello bianco, ma ti fa ancora più... Sei
diventato il tuo personaggio... Lo sai che ti ho sognato qualche tempo fa...
Gerard si avvicinò alla donna e poggiò la testa sulla spalla di lei.
- Anche a me capita di sognarlo...
Marco sorrise in imbarazzo e tornò a sedersi.
- Fra un po' mi racconti tutto. Da dove vieni ?
- Da Londra.
- Non parti subito ?
- Si ferma un po' - intervenne Gerard sentendosi un incomodo.
- Qualche giorno.
Gerard senza accorgersene prese il telecomando e accese il televisore.
- Ma che fai ? - disse meravigliata la donna.
- Cosa ? - rispose Gerard confuso
Spense immediatamente il televisore.
- Sono stanchissima, ho voglia di un bel bagno caldo. Venite di là con me.
- Devo cucinare... - disse Gerard
- Fra quanto si mangia ?
- Una mezz'ora.
- Allora viene tu. Chiacchieriamo un po' in bagno.
- Do’ una mano a Gerard per la tavola - disse Marco.
- Su vieni - disse Arlette con un'espressione infantile.
Marco conosceva quell'espressione, potevano essere guai. Voleva dire qualcosa ma
intervenne Gerard.
- Vai pure, posso fare da solo qui.
Arlette dette un bacio al suo uomo e andò nell'altra stanza.
Marco non si decideva.
- Vai !
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Arlette controllò che l'acqua non fosse troppo calda, versò del sapone liquido e
dei sali. Fece scivolare a terra la sottana di pizzo guardando l'acqua scendere nella
vasca. Marco se ne restava sulla soglia col suo bicchiere di vino, tenendo lo sguardo più
vago possibile. Arlette si sfilò le mutandine, si immerse nella vasca, appoggiò la testa
all'indietro e chiuse gli occhi.
- Sei andato via da Londra o cosa ?
- Sono andato via - disse.
Non avrebbe parlato in quella stanza e in quella situazione di Mària e di Margareta.
Loro non lom meritavano.
- Un giorno di questi ti voglio far conoscere una mia amica.
- Chi ?
- E' una donna che organizza eventi importanti qui a Parigi.
Dal salone Gerard cambiò disco. Iniziarono le note di Miss Toni di Archie Shepp.
Era il suo modo di essere tra loro senza sapere se veramente contasse qualcosa per loro.
- Forse mi ricordo il sogno.
Marco attraversò la sala da bagno e andò alla finestra.
Lei riaprì gli occhi, guardò la schiena dell'uomo, sorrise.
- Almeno credo. Eravamo su una nave da crociera e salivano e scendevano le scale
di corsa. Prima ero io a scappare poi eri tu. Ma che fai lì ? Vieni a sederti qui sul
bordo.
Marco non aveva mai sentito un sogno più inventato di quello, non sapeva come
reagire. Guardò ancora un attimo l'ultimo piano del Beaubourg che si intravvedeva tra i
tetti dei palazzi.
- Gerard mi ha detto che volete sposarvi.
Si girò, guardò la donna in viso e andò a sedersi su uno sgabello accanto agli
asciugamani.
- Ah sì... ma è un po' complicato. Prima o poi...
Richiuse gli occhi, la bocca sorrise a labbra chiuse, mosse le gambe spostando qui e
là la schiuma.
Marco tentò di interrompere quel giochino.
- Mi ha detto anche che state pensando di fare un figlio.
- Allora dove sei diretto ?
Marco non avrebbe voluto ma il suo sguardo cadde sulle cosce bagnate della donna
che si muovevano come se attendessero solo una cosa, osservò per un attimo la folta
peluria e la parte interna della coscia.
- Non lo so ancora. Forse vado a Lisbona.
- E' passato Manoel, s'è fermato da noi una settimana.
Aprì gli occhi, fissò il corpo di Marco con l'espressione più innocente che aveva.
- Hai una pistola ?
Marco non capì.
- No...
- Allora quella è un'erezione ?!
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Marco rimase impassibile. Lasciando in mostra il gonfiore della patta dei pantaloni.
Bevve un piccolo sorso di vino, fece schioccare la lingua con il palato.
- Come sta Manoel ?
Ma in realtà stava pensando a quanto fosse troia quella femmina. Lei lo sapeva che
lui non avrebbe mai fatto sesso con la donna di un amico. E poi lì, in quella casa, con
Gerard di là. Pura fantascienza dell'esistere.
- Sta bene. Vive con una ragazza del Monzambico e aspettano un figlio.
- Insegna ancora ?
- Adesso ha una cattedra all'università di Coimbra.
- C'è riuscito finalmente.
- Ha chiesto di te. Era preoccupato.
- Mi vorrebbe sistemato da qualche parte.
- Vuole tutti i suoi amici sistemati
Arlette si tirò su lentamente e si sedette al centro della vasca lasciando il busto fuori
dall'acqua e appoggiando le braccia sulle ginocchia .
Lui non potè non guardare i seni piccoli come due pere e lei se li lasciò guardare
soddisfatta.
- Adesso basta - disse brusca guardandolo negli occhi.
Marco trovava insostenibile tutto quel gioco.
- Adesso basta, cosa ? - domandò allusivo ma la voce era decisa.
Lei prese il telefono della vasca e si passò l'acqua calda sulla testa e sulle spalle.
Marco terminò il vino e poggiò il bicchiere a terra.
- Non mi va di stare In questo bagno a vederti nuda. Mentre Gerard è a cucinare di
là e chissà cosa...
- Non credevo di metterti in imbarazzo - disse candidamente - E poi Gerard di tutti
può essere geloso ma non di te.
- Infatti è di te che è geloso, non di me.
Arlette si ricordava ancora della prima volta che aveva visto Marco, forse otto anni
prima. Lui era in un letto e faceva l'amore con Mela, lei e Gerard erano entrati nella
stanza, avevano salutato e nel momento che lui era uscito dalle gambe della sua donna,
lei aveva alzato il lenzuolo e aveva guardato proprio lì e gli aveva fatto i complimenti. Si
erano seduti e avevano iniziato a chiacchierare con naturalezza mentre Marco e Mela se
ne restavano come Adamo ed Eva sul letto.
- Passami l'asciugamani, per favore.
Lui si alzò dallo sgabello, prese un coloratissimo asciugamani indiano, si girò.
Arlette era dritta con i piedi nell'acqua e guardava l'uomo pronta a distruggere qualcosa.
Marco evitò di fissarla e le porse il panno di cotone.
- Vado di là - disse senza aspettare una risposta.
- Vi raggiungo fra dieci minuti.
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Bevvero in piedi un aperitivo a base di Campari. Gerard guardò l’amico e gli
sorrise, ma nel suo sguardo c’era un'ombra di imbarazzo; Marco ricambiò con un sorriso
candido come la neve, gli diceva che non era successo proprio nulla in bagno. Arlette
appoggiò teneramente la testa sulla spalla del suo uomo e fissò l'amico italiano con aria
ironica. In quella frazione di silenzio Gerard trovò un'onda anomala del pensiero e parlò
con tono frenetico di un giovane scrittore di Lille di cui stava curando l’editing del
primo romanzo. Sembrava che raccontasse la storia di un nuovo genio della letteratura
ma poi fece cadere un velo alla volta con perfidia… quello che aveva scritto il giovane si
trovava già in romanzi degli anni quaranta di Simenon… c'era anche qualcosa di Léo
Malet… e un'imperfezione vacua alla Izzo, e c'era anche qualcosa di Bruno Brancher…
Arlette lo guardava e gli sorridse compiaciuta; forse era quello il solo Gerard che voleva,
sciolto, un po' cattivo, deciso. Marco quando non si ritrovò più nelle parole dell’amico
con l'aria più socevole che poteva trovare disse:
- Che buon odorino che c'è... Mangiamo ?
Allora Gerard terminò quello che stava dicendo e sovaraccarico andò in cucina.
Assaggiarono un potée à l'oignon.
Arlette si complimentò per la bontà della gruviera grattuggiata... e il burro alsaziano
che aveva un sapore speciale... Marco la trovava una normalissima e insipida zuppa di
cipolle; la interruppe ricordando di una pasta sfatta che avevano cucinato in un
campeggio a Santorini. Gerard sghignazzò, ricordava tutti i dettagli di quella sera ed
anche con chi era finito a letto dopo aver bevuto una bottiglia di rezina. Arlette si
ammutolì, tolse i piatti e servì con la maggiore grazia possibile il Quiche di coniglio e
verdure. Sedendosi alzò leggermente il bicchiere.
- Allora a Marco e al suo viaggio.
Brindarono porgendo i calici a mezza altezza al centro del tavolo.
- Speriamo che il telefono non squilli - disse Gerard poggiando il bicchiere.
Mangiarono in silenzio,
si sentiva solo la musica d'ambiente di Eno e
impercettibilmente il rumore delle forchette nel piatto.
- Lo sai che se potessi verrei per un tratto con te - disse Gerard osservando il cibo
nel piatto. Poi alzò lo sguardo e guardò l'amico - Mi manca un po' viaggiare senza uno
scopo. Sentirmi libero. E anche deresponsabilizzato.
- Non si ferma il mondo se ti prendi una vacanza - rispose Marco.
- Tu lo puoi fare, hai un lavoro che te lo permette... Io invece devo restare qui.
Arlette non partecipava a quel discorso, sembrava non prestare alcuna attenzione;
era il suo modo per non reagire a cose che
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reputava vecchie e infantili. Buone da sentire in un vecchio film della Nouvelle Vague o
del Free Cinema Inglese. E poi andare a letto.
- Sei così importante ? - chiese Marco senza voler essere ironico.
- ... Al contrario - rispose con una certa amarezza - Se io dovessi piantare tutto
nessuno se ne accorgerebbe. Verrei rimpiazzato in tre ore.
- Non sei un po' pessimista ? – disse Arlette con fastidio.
- Macchè...
- Però pensaci, nel lavoro nessuno è effettivamente necessario agli altri – aggiunse
Marco.
Arlette guardò il suo compagno con commiserazione. Quello che le dava veramente
fastidio era che il suo uomo usava quel tono.
- Non lo so... – aggiunse Gerard.
- Prendi Sarkozy, è l'uomo dell'anno. Se non ci fosse, il mondo rallenterebbe o
cambierebbe ? No, nessuno ne sentirebbe la mancanza.
Arlette spostò la bottiglia di vino e ne versò abbondantemente nel bicchiere
dell’italiano.
- Allora se ti senti così inutile a te stesso vuol dire che è arrivato il momento di dare
un senso a te stesso.
- Non credo che a quasi cinquant'anni scappare sia una soluzione - disse la donna
all'aria.
- Ma il viaggio non è mai stato il fine, è quasi sempre un mezzo.
Gerard era soprapensiero, non ascoltò quelle parole.
- Come scrive Manzoni di Renzo ? Impicciato che un pulcino nella stoppa...
Ma non aveva nessuna voglia di affrontare quel discorso in modo troppo serio,
allungò il braccio prese la bottiglia e si versò il vino.
- Ti ricordi il viaggio da Agadir a Bamako ?
Marco sorrise, provò un'intensità emotiva in quello che ricordava.
- Ti ricordi di Fatima ?... Per liberartene siamo scappati via.
- Mi voleva sposare - disse tra sè Gerard.
Sorrise provando un brivido che gli mancava.
- Ho spesso voglia di camminare per le strade di Bamako.
Lasciò la forchetta nel piatto, in quel momento aveva fame di altro.
- Che facce che avevano... Dei visi da anni venti. - disse Marco
- E noi da anni settanta – aggiunse Gerard.
Squillò il telefono. Squillò ripetutamente.
- Vai tu ? - chiese l'uomo alla donna.
- E' sicuramente per te - rispose Arlette.
Gerard contrariato si alzò.
- A pensarci, i visi di oggi hanno qualcosa... - non trovò la definizione.
Sentì squillare di nuovo, andò nell'altra stanza.
Arlette lasciò la pietanza a metà. Restò qualche attimo soprapensiero.
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- Siamo andati nel deserto un paio di mesi fa, il secondo giorno Gerard ha perso il
cellulare. Non ha dormito tutta la notte e il giorno dopo siamo ritornati in cammello a
Tozeur per comprarne uno. A quel punto addio deserto, abbiamo affittato un'auto e
siamo andati al mare a Jerba... E la sera è andato al bar in piazza a vedere la partita
Libia-Tunisia in televisione.
Marco la ascoltò senza trovare una qualsiasi risposta.
Arlette accese una sigaretta come per scacciare un fastidio. Chiese a Marco di
Londra, gli domandò di una libreria di Coven Garden, parlò di un pub di Wembley
segnalato da Time out. Ma avrebbe avuto notizie più esaurienti da un turista; Marco
non andava da molti mesi a Coven Garden e del pub non sapeva nemmeno l'esistenza.
Lui conosceva solo quelli in cui poteva suonare.
Gerard tornò soprapensiero, mise le posate nel piatto e iniziò a bere lentamente ma
col bicchiere sempre in mano.
- Qualche problema ? - chiese Arlette.
Gerard le rispose controvoglia.
- Il problema con quelli di Gallimard...
La donna sospirò, volse il suo sguardo a Marco e sorrise.
- Lo sai che forse apro uno spazio multimediale ? Un atelier con schermi digitali,
libreria, sala da aperitivi, zona musicale e un angolo per
mostre di giovani artisti.
Marco si stava per complimentare con Arlette ma Gerard si alzò di scatto.
- Scusate vado a letto. Domani sarà battaglia sul lavoro.
- Vuoi che venga con te ? - chiese la donna conoscendo la risposta.
- No, resta. Prendo una pillola e dormo.
Marco conosceva bene Gerard, quando era così non bisognava aggiungere nulla.
- Buonanotte.
Restarono da soli in silenzio per qualche secondo.
- Se ti conosco, adesso ti faresti una passeggiata.
- Forse… no. Andiamo a bere qualcosa sul tetto ?
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Marco s'aggiustò il cuscino, distese le gambe che sentiva indurite. Erano tre
giorni che non dormiva eppure gli occhi non riuscivano a chiudersi.. Si girò dall'altro
lato, abbracciò il cuscino e cercò di non pensare a nulla. Niente ! Gli vennero in mente
le cosce di Arlette, si sentì eccitato ma anche in colpa per quello che stava per fare sul
tetto. Sentiva distintamente il corpo di lei contro il suo e il pene gli si fece duro. Sapeva
che quella presenza non poteva scacciarla dalla mente altrimenti sarebbero comparsi
altri visi e altri ricordi, più feroci e impietosi. Che avrebbero trascinato sensi di colpa
ancora più iniqui. E sarebbe stato peggio, addio sonno. Passarono altri minuti, delirò la
bocca di Arlette, le tolse tre volte la camicetta, le accarezzò un seno. Ma quel seno
divenne quello di Mària. Si ritrovò a camminare con lei per Holland Park, ma ricevette
un pugno da Gerard. Disse all'amico " ma che fai ? " e si ritrovò ad accarezzare le cosce
di Arlette. Riaprì gli occhi appesantiti e vide il proprietario del pub di Finsbury che gli
diceva di non fare attentati con Annette. Con angoscia pensò di essere di nuovo a
Londra. Iniziò a correre verso Victoria station, saltava sul primo treno che partiva e si
ritrovò a letto con Arlette. Scese dal letto e andò a vedere se Margareta aveva ancora la
febbre.
Realizzò di essere in piedi e accese la luce, riconobbe la camera, era a Parigi. Ritrovò
un po' di serenità. Guardò l'orologio, erano le tre e venti. Dalle tapparelle il buio più
buio, cercò un rumore che provenisse dall'altra stanza, silenzio. Si ritrovò in piedi,
barcollando andò al bagno facendo meno rumore possibile. Si chiuse dentro e si
masturbò per cercare un po' di pace. Ma non riusciva a calmarsi, allora lo fece una
seconda volta e si sentì finalmente senza più energia. Ritornò a letto, lasciò la luce
accesa, mise le mani dietro la nuca, iniziò a pensare alle note di Alone Together nella
versione di Eric Dolphy.
Gerard aprì gli occhi, guardò la sveglia, di lì a qualche minuto si sarebbe dovuto
alzare. Si spostò dal lato di Arlette, le guardò la guancia, le accarezzò i capelli, la chiamò
a bassa voce. Arlette non rispose, sentiva dal respiro che lei dormiva profondamente.
Provava amore ma anche rancore, un senso di totale precarietà. Guardò la stanza nella
penombra. Si alzò senza fare rumore, aveva la testa pesante e le gambe molli. Raggiunse
a fatica il bagno, guardò l'orologio sul muro. Si fece la doccia, poi si sedette sulla tazza
del cesso. Fissò i piedi, aveva le unghie lunghe, avrebbe dovuto tagliarle; quella sera
loavrebbe fatto. Sentì un sussulto al cuore, lui amava Arlette. Subito dopo pensò a
Marco e, per la prima volta nella sua vita, provò fastidio per lui e la sua presenza in casa
sua. Ebbe voglia di piangere, se un giorno Arlette gli avesse detto che andava via... Tirò
lo scarico, si guardò allo specchio, quel giorno non avrebbe fatto la barba, aprì la
finestra, uscì. Ritornò in camera da letto, si vestì
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con il migliore completo nero che avesse e si annodò una cravatta a strisce oblique.
Ritornò a guardare Arlette, le si avvicinò, si sedette al bordo del letto. Le dette un bacio
sulle labbra, lei continuava a dormire ma gli cinse le spalle con le braccia e lo baciò
sorridendo poi si lasciò andare e si girò nel letto.
- Buongiorno amore - disse Gerard delicatamente.
Ma lei non gli rispose.
Gerard non pensò se lei avesse baciato lui o qualcuno nel sonno. Prese un
fogliettino, scrisse alcuni versi di Eluard, lo poggiò sul comodino. Uscì dalla camera ed
andò in cucina. Marco era seduto al tavolo e sfogliava una rivista di moda.
- Buongiorno.
- Hai dormito poco ? - chiese Gerard.
- Forse abbiamo bevuto un po' troppo ieri sera.
- Probabile.
Gerard non era a suo agio, dette subito le spalle all'amico. Prese il dosatore del
caffè.
- Prendi anche tu un caffè americano ?
- L'ho fatto io, è ancora caldo. Ma è un espresso…
- Mangi qualcosa ?
Iniziò a versare il caffè in una tazzina.
- Ancora caffè.
Gerard ne versò dell'altro in una seconda tazzina e lo porse a Marco.
- Vuoi altro zucchero
- Come siamo formali - disse Marco sorridendo.
Aspettò una reazione, una breve battuta. Non giunse nulla. Gerard se ne restava in
piedi accanto ai fornelli. Accese la radio, trasmetteva un radiogiornale.
- Cosa fai oggi ? - chiese Marco.
- Lavoro, lavoro, lavoro… S'è fatto tardi, devo andare.
- Ci vediamo stasera.
Gerard restò pensieroso qualche attimo.
- A questa sera... E non provarci con Sonia, è sposata.
Doveva essere una battuta scherzosa invece risultò un giudizio morale sull'amico.
Uscì senza aspettare altro.
Marco aveva temuto per istinto che sarebbe andato a finire male tra loro. In quel
momento ne ebbe la certezza. Decise però di non fare nulla, si alzò, spense la radio,
ritornò nella sua camera e si addormentarsi senza fatica.
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Si svegliò naturalmente, il corpo aveva recuperato una buona parte della
stanchezza. Dalla finestra non provenivano nè luce nè rumori. Si alzò, aprì le persiane,
fuori era quasi sera. Guardò i tetti dei palazzi, osservò gli interni di alcune finestre
illuminate. Si accorse con ritardo del vento pungente che entrava nella stanza, ma lo
trovava piacevole, come se quel vento venisse a spazzar via tutti i ricordi e le parole che
s'erano sedimentate dalla sera prima. Come se quel vento potesse fare ritornare tutto
come prima, senza fraintendimenti, privando quel posto di sensazioni oblique. Pieno di
energie andò in cucina, bevve dell'acqua dal rubinetto. Vide l'ora, erano le sei del
pomeriggio. Si fece un caffè triplo, mangiò del pane col burro. Provava dentro di sè
una sensazione sgradevole, come se fosse scoppiata una bomba ma lui non se ne fosse
accorto. Girò per la casa senza una ragione; lanciò lo sguardo nella camera da letto, era
in ordine, Sonia era venuta ed era andata via. Sul tavolo nel salone notò una lettera,
riconobbe la calligrafia. Era andata a finire male, pensò, nel peggiore dei modi. Non si
avvicinò alla lettera, l'avrebbe letta dopo, forse. Accese lo stereo, scelse un disco di Don
Cherry. Andò in bagno, si fece una doccia rapida, si fonò i capelli. Si vestì, preparò la
sacca. Era pronto. Prese la lettera, si sedette, accese una sigaretta, la fumò tutta, poi
iniziò a leggerla. Lesse quelle due pagine, le rilesse con maggiore calma. Era come se
l'aspettava, sia nel tono che nel fraseggio. Tante false partenze e troppo autocontrollo.
Iniziava con un tocco alla Red Garland, e poi Davis alla tromba, Coltrane al sax,
Chambers al contrabasso e Joe Jones alla batteria.
Poggiò la lettera sul tavolo, concluse che Arlette aveva fregato lui e Gerard. Lui
nell'immediato, Gerard a lungo termine. Fumo un’altra sigaretta, poi sazio di nicotina si
alzò, andò al telefono, compose un numero.
- Un attimo, per favore - rispose la segretaria.
Marco aspettò accendendosi un'altra sigaretta senza nemmeno rendersene conto. Si
sentiva incredibilmente calmo, avrebbe potuto assorbire qualsiasi upper cut.
- Il dottore è in riunione - rispose la segretaria con un altro tono, come se dall'altro
lato ci fosse uno scocciatore
- Quando lo trovo ?
- Provi più tardi. O domani, non lo so.
- Grazie - riuscì solo a dire.
Abbassò la cornetta. La rialzò e rifece il numero. Rispose la stessa donna.
- Dica al dottor Huillet di venire a telefono. La sua casa ha preso fuoco.
- Cosa ? - chiese la segretaria allarmata.
- Ha preso fuoco la sua casa.
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Sentì dei rumori di sedia, dei passi che andavano e che venivano.
- Cosa succede Marco ? - chiese Gerard con tono secco.
- Vorrei sapere io cosa succede ? Arlette mi ha scritto una lettera senza capo nè
coda. Vorrei capire...
- Allora parla con lei. Io cosa c'entro ?
- Gerard voglio parlare con te...
- Ho molto da fare adesso, scusami.
- Dobbiamo parlare adesso...
Gerard lo interruppe per la seconda volta.
- Non ora ! Scusami.
Abbassò il ricevitore.
Marco inspirò, trattenne il respiro, chiuse gli occhi. Trattenne il respiro fino a
quando il battito del cuore non impazzì. Non c'era davvero niente da fare in quel
momento, forse un giorno... Tornò a guardare la stanza, lo sguardo si soffermò su due
foto in cornice, in una c'era Gerard a venticinque anni, capelli lunghi sulle spalle e barba
rossa, un basco colorato da pirata e rideva, rideva proprio. Accanto, nell'altra foto, era
ritratta Arlette, con dieci anni di meno, abbronzata, con un cappello colorato a falda
larga; anche lei sorrideva e il suo sguardo era vitale e leggero. Si vedevano ancora così ?
Marco restò immobile a fissare quegli sguardi che non esistevano più. Si alzò, andò a
prendere la sacca, lasciò sul tavolo del denaro in segno di protesta. Chiuse la porta alle
sue spalle. Ad un'altra parte del suo passato. Un altro filo si era spezzato.
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Si trascinò senza una mèta per la città per un paio di giorni, cercando di
dimenticare quello che era successo. All'inizio non ci riusciva, camminava con accanto
Gerard e Arlette e litigava con loro, discuteva; li abbandonava per poi ritrovarli e litigare
con la stessa veemenza. Pensare a quella sera continuava a fargli del male, una rabbia
bruciante che gli faceva tremare i muscoli delle braccia e delle gambe. In realtà quello
che lo angosciava era il perdere una parte della sua giovinezza in un momento in cui
aveva ben poco su cui contare. Con Gerard erano entrati nella vita adulta assieme, venti
anni prima. Era un'età facile, in cui condividere convinzioni, furori e sogni era semplice.
Avevano fatto le stesse cose per lunghi momenti, avevano assaporato la stessa
leggerezza, avevano investito energie nelle stesse idee, rischiato e giocato per realizzarle,
con naturalezza senza troppe capriole per adeguarsi ai cambiamenti. Ma col tempo, con
il vero impatto con l'esistente le loro strade avevano preso direzioni differenti, senza
nemmeno che se ne rendessero conto. Così vicini eppure così lontani. Gerard per
inquietudine aveva accettato compromessi con l'esistenza, Marco per inquietudine aveva
rifiutato qualsiasi compromesso. La natura era stata più forte dei loro proponimenti
comuni.
In due giorni Marco attraversò la città sfiancandosi come un asino, da Boulevard
Berthier alla Gare des Batignoles, da Rue Vaugirard a Nation, dal Bois de Boulogne a
Trocadero. Camminava senza avere l'aria del turista ma nemmeno di uno di quelle
parti, entrava nei bistrot a bere del vino, chiacchierava con qualche avventore al banco,
usciva salutandolo come se si fossero dovuti vedere il giorno dopo. Mangiò della frutta
seduto su una panchina di Place des Abbesses; comprò del pane e formaggio e lo mangiò
sulla Tour Eiffel; giunse a Nanterre, entrò nella facoltà di Filosofia e si mise a leggere
tutti gli annunci dei ragazzi. Alla fine del secondo giorno telefonò ad una americana che
abitava a Saint Germain e che aveva conosciuto a Ollantaytambo, stette a parlare con lei
per più di un'ora ma non volle incontrarla. La sera successiva andò in un cineclub in cui
proiettavano dei film sul jazz. Nella saletta erano in tre e uno dormicchiava per tutto il
tempo. Alla seconda proiezione rimase da solo, ma a metà entrò un signore col
cappello. Nell'attesa del terzo film, Marco uscì a fumare una sigaretta. Sulla soglia c'era
l'altro spettatore che guardava i manifesti.
- Di che anno è il film che abbiamo visto ? - chiese l'uomo con forte accento tedesco.
- Non lo so
- Un po' crepuscolare la fotografia.
- Marco non ci aveva fatto caso.
- E' possibile.
Ritornarono in sala, c'erano alcuni spettatori, ma i loro posti erano
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liberi. A metà pellicola Marco si sentì stanco dalla maratona di immagini, si distrasse e
il pensiero ritornò a Gerard e Arlette, ma adesso tutto era lontano, nella zona grigia del
passato. Vedeva tutto con lucidità e rimise i suoi peccati, se di peccati si trattava. Il
film terminò, al semibuio uscì dalla saletta.
Sulla soglia del cinema fu accolto da un'aria fredda, la strada era semideserta,
dall'altro lato del marciapiede vide un McDonald deserto che le luci sfolgoranti
rendevano ancora più squallido. Aveva fame per la prima volta da tre giorni, gli andava
di cenare in un bel posto, si ricordò di un ristorante greco.
- Mi scusi…
Marco si girò e vide l'uomo dall'accento tedesco.
- Si ricorda ?
- Sì, certo.
- Permette che mi presenti, Norberet Kluge.
Abbozzò un mezzo sorriso e tese la mano.
- Marco Rivolti.
Marco gli strinse la mano.
- Ah, italiano.
A Marco piacque essere accostato all'Italia.
- Lei è tedesco ?
- Già ! Beviamo qualcosa ?
- Sto andando ad un ristorante greco.
- Ah, mi scusi. Allora.
- Se vuole venire...
L'uomo ci pensò un attimo.
- Moussaka e rezina - disse scuotendo la testa - Si può fare. Va bene. Grazie.
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Entrarono in un piccolo ristorante poco lontano da Place San Michel, il locale
aveva velluti alle sedie, un'enorme botte sul fondo e un quadro a parete che ritraeva il
Partenone. Ordinarono da bere un ouzo nell'attesa della cena.
- Il posto è veramente brutto - disse Marco - ma il cuoco è veramente bravo.
- Non è poi così brutto. Forse è kitch…
Avevano bevuto un secondo ouzo quando giunsero due insalate con la feta.
Il signor Kluge aveva una gran voglia di parlare, ma senza tuttavia avere alcuna
fretta, anche il tono era calmo e usava bene le parole. Marco quella sera era un buon
ascoltatore, e aveva voglia di sentire storie così lontane dalla sua vita. Lo ascoltava e
ogni tanto lo osservava. Concluse presto che quell'uomo era molto più interessante di
quello che voleva far credere. Vestiva con molta accuratezza, ma di un'eleganza
naturale, senza alcuna attenzione alla moda, aveva un lungo codino bianco argento ben
curato, un cartier d'oro al polso e un tatuaggio piccolissimo nel palmo della mano con
lettere in cirillico; mangiava con leggerezza, quasi che non avesse bisogno di masticare, e
allo stesso tempo aveva mani curate ma che dovevano aver toccato di tutto nella vita. E
fu incuriosìto quando il tedesco disse che abitava a Berlino ed aveva un negozio
d'antiquariato in una traversa di Kurfurstendamm. Una decina di anni prima aveva
deciso di appendere il cappello e si era fermato lì, s'era sposato in terze nozze ed aveva
iniziato la sua nuova attività. Questa parte della sua vita doveva trovarla meno
interessante perchè l'accennò brevemente, quasi con indifferenza.
Dopo la prima bottiglia di vino si riuscirono simpatici e il loro anonimato li mise in
condizione di essere sinceri rinunciando a quei discorsi che fanno due viaggiatori in
terra straniera. Il signor Kluge senza mai cadere in particolari raccontò che da giovane
aveva viaggiato e lavorato in Giappone, in Indonesia e nel Sudamerica. Lavori sempre
diversi ma con un filo comune. Accennò a una casa d'aste, all' organizzazione di
concerti musicali; era stato direttore di un casino, aveva gestito un paio d'alberghi a
Curaçao ed aveva lavorato in una piccola televisione in Canada. Era anche stato espulso
dal Cile ed era ancora indesiderato in un paio di paesi del Centroamerica.
Marco ascoltava con divertimento quei racconti, quei luoghi e quei fatti gli erano
così vicini ma anche molto lontani; come se loro fossero due persone che guardano nella
stessa direzione ma da punti differenti. Solo una volta parlò di sè e finirono a Marbella;
erano arrivati nello stesso periodo, erano stati nello stesso albergo e mangiato le stesse
cose. Ma Marco suonava al piano bar in un trio, Norbert era lì per vendere uno yacht
ad un emiro. Erano di buon
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umore e Norbert ordinò una terza bottiglia. Solo in quel momento si accorsero che il
locale era ormai chiuso. Il cameriere aspettava solo loro per spegnere le luci e chiudere
il locale. Il tedesco chiese il conto, fecero un po' di convenevoli su chi avrebbe pagato.
Uscirono.
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L'aria era pesante, odorava di umido e solitudine, fu per loro come ricevere una
frustata in pieno viso. Erano un po' come due neonati, strappati dall'utero materno e
sbattuti su un tavolo freddo. S'incamminarono senza una mèta, un po' alticci, senza più
voglia di parlare e ascoltare. La strada era silenziosa e addormentata, le case erano al
buio, non passavano che poche automobili Videro la protezione di una pensilina e una
ragazza che inquieta aspettava l'autobus, a qualche metro lo stazionamento con due taxi.
Norbert le si avvicinò.
- Buonasera signorina.
La ragazza osservò l'uomo e indietreggiò allarmata, vide anche Marco che se ne
restava a qualche metro.
- Può essere pericoloso stare da sola qui. Posso pagarle un taxi ? - disse in modo
protettivo.
Ma la ragazza non trovava una naturale reazione, aveva paura. Restò in silenzio e
fece un altro passo indietro.
- Come vuole... Buonasera, allora - aggiunse il tedesco.
E ritornò sui suoi passi raggiungendo Marco.
- Signore...
Norbert e Marco si voltarono.
- Grazie - disse la ragazza con una certa ritrosia.
L'accompagnarono al taxi, la fecero salire, Norbert pagò la corsa anticipatamente.
- Grazie - disse di nuovo la ragazza.
- Come si chiama ?
- ... Juliette...
- Lo sapevo - disse tra sè l'uomo sorridendo - Buonanotte.
Videro il taxì partire.
Ripresero a camminare, sfiorarono un albergo, oltrepassarono una birreria ancora
aperta, girarono verso destra senza alcun motivo.
- Lei prega mai ?
Marco lo guardò, restò in silenzio.
- Questa mattina sono entrato in una chiesa protestante.
- Ed ho pregato per la prima volta. Era da tempo che avevo voglia di farlo, ma non
mi decidevo.
- ... Ha provato quello che cercava ?
Attraversarono obliquamente la strada.
- Sollevato.
- E' già qualcosa.
- Ho sempre il timore di rimanere deluso e invece…
Marco tornò a guardarlo, gli offrì una sigaretta e ne accese una.
- Mi è piaciuto come si è comportato con quella ragazza.
Norbert non amava quel tipo di complimento inutile. Marco capì
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e riprese il discorso del tedesco.
- Anch'io qualche volta sono entrato in chiesa... ho trascorso anche del tempo in un
monastero buddista.
Norbert iniziava a essere stanco, mise il palmo della mano al centro del petto, gli
doleva il cuore e respirava pesantemente. Si fermò a riprendere un po' di energie.
Ingollò una pillola uscita da chissà dove.
- Non sta bene ? – chiese Marco preoccupato.
Norbert guardò il portone di un palazzo.
- Sa chi era Nestor Makhno ?
Marco era di nuovo disorientato da una domanda di Norbert.
- Era uno dei miei miti adolescenziali... - disse aspettando qualcosa.
- ... E' morto in questo palazzo.
- Non mi ricordavo nemmeno che fosse morto a Parigi. Ma adesso che me lo dice...
- Mio nonno è nato a Gulae-Pole nello stesso anno di Makhno, ha combattuto nella
makhnovicina contro i russi bianchi e poi contro i bolscevichi. Nel Trenta è scappato
con mio padre, hanno passato del tempo in Romania... In prigione. Sono evasi in tempi
diversi e si sono rincontrati a Parigi, una sera in una mensa dei poveri.
- Lei ha conosciuto suo nonno ? - chiese Marco.
- Per poco... cinque o sei anni.
- L'ha mai accarezzata ?
Norbert guardò perplesso l'italiano. Adesso si sentiva meglio, tolse la mano dal
petto.
- Come tutti i nonni. Mi accarezzava sulla nuca.
- Posso ?... - e senza aspettare risposta lo accarezzò sulla nuca chiudendo gli occhi.
Il tedesco si irrigidì per un attimo, ma restò fermo aspettando che l'altro riaprisse gli
occhi.
- Cosa mi rappresenta questo ?
- Mi scusi, ma è stato più forte della logica. Accarezzandola sulla nuca per un
attimo sono entrato in contatto con suo nonno e di conseguenza con Makhno - sorrise
infantilmente - E' come se avessi fatto un viaggio nella storia a ritroso. Chissà se
Machno ha conosciuto Kropotkin e così via...
Norbert sorrise perplesso.
- Lei è un po' strano. Ma ho capito il suo ragionamento.
Ripresero a camminare. Camminarono a lungo, lentamente; giunsero e percorsero
rue de Richelieu, costeggiarono boulevard des italiens, oltrepassarono una piazzetta, in
una stradina c'era un bar ancora aperto. Entrarono, bevvero un gran marnier al banco,
in fretta, il cameriere aveva già rimesso a posto tutte le sedie. Uscirono senza aver detto
nulla.
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Tuonò, cominciarono a cadere le prime gocce.
- Cosa ha nella sua sacca ?
- La mia casa - rispose Marco.
- Non ha alloggio ?
- Quando ho voglia di dormire entro nel primo albergo che trovo.
- Io sono in questo.
Marco guardò davanti a sè, l'albergo aveva la porta girevole, la hall era lussuosa,
sembrava non avere fine.
- Come vede è piuttosto confortevole - disse non nascondendo un po' di ironia.
- Così sembra... Ma io devo contenere le spese.
- Se non si offende sarà mio ospite.
Marco lo guardò perplesso.
- Ho guadagnato una cifra sproporzionata in questi due giorni a Parigi e...
Norbert entrò in albergo, Marco lo seguì. Il signor Kluge salutò con familiarità il
portiere, gli chiese se c'era una camera libera. Poi domandò se il bar era ancora aperto.
- Ha molto sonno ?
- Non ancora.
- Allora beviamo qualcosa di speciale.
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Marco aprì la porta-finestra della sua camera, respirò profondamente. Osservò
il balcone, guardò la piazzetta solitaria. Aveva caldo, si spogliò del tutto e rimase
immobile a fissare nel vuoto, riempiendosi di freddo e pioggia. Andò ad infilarsi tra le
lenzuola fresche e profumate. Mangiò due cioccolatini che stavano sul comodino, mise
le mani dietro la nuca, rimase ad ascoltare la pioggia scendere. Gli occhi gli si chiusero
senza fatica, quando li riaprì la pioggia continuava. Guardò l'orologio, erano passate le
nove del mattino. Si alzò, si fece una doccia fredda per ritrovare lucidità. Si vestì e uscì.
Nella hall vide Norbert, stava parlando con il portiere con tono formale, ma a lui
sembrò d'istinto che fossero due vecchi amici, due vecchi volponi a riposo. Norbert vide
l'italiano, lo salutò e assieme andarono nella sala da pranzo, si sedettero. Mentre
aspettavano, Marco si guardò intorno. Quattro tavoli erano ancora occupati; ad uno
sedeva una coppia di francesi, parlavano a bassa voce senza che l'uno ascoltasse le
ragioni dell'altra, l'uomo tentò con le dita di una mano un gesto conciliante, la donna lo
scacciò con fastidio, ritrasse la testa, mise sul tavolo tra loro la borsetta rossa, quasi
avesse alzato un muro tra loro. Poco distante c'erano tre giornalisti, parlavano e
ridevano di un collega che aveva fatto un servizio sull'Iran dalla sua casa di Mont Saint
Michel. Al tavolo accanto c'erano due arabi, parlavano così a bassa voce che sembravano
complottare contro chissà cosa; parlavano e mangiavano del pane con del prosciutto. Di
fronte, oltre un tavolo vuoto, c'era una famiglia straniera, lui leggeva un giornale, lei era
annoiata, la loro bimba giocava con una bambola e un cucchiaino. Tornò a guardare
Norbert, l'uomo stava scrivendo rapidamente su un'agendina nera. Era diverso dalla sera
precedente, il viso aveva un'espressione dura, gli occhi avevano un'ombra di sofferenza.
Adesso era Marco a sentirsi osservato, guardò oltre la spalla del tedesco; la donna
annoiata lo scrutava bevendo da una tazza, abbozzò un sorriso. Marco spostò lo sguardò
sul marito, leggeva la pagina economica, ritornò a fissare la donna. Senza un motivo
disse:
- Ci sono dei tedeschi alle sue spalle.
Norbert si girò distratto, non guardò nulla, ritornò a scrivere.
La donna pensò che si parlasse di lei, guardò il marito distrattamente, sorrise di
nuovo a Marco e accarezzò la testina della figlia, ma più che una carezza sembrava uno
schiaffetto involontario. La donna doveva avere quarant'anni, i capelli erano biondi, il
naso pronunciato, gli occhi vivi e una bocca carnosa. Marco continuò a fissarla.
Giunse un cameriere, prese le ordinazioni, sparì.
Norbert ripose l'agendina nella tasca della giacca.
- Questa notte ho fatto uno strano sogno...
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Marco lo guardò con un attimo di ritardo.
- Ma forse non ha voglia di ascoltare...
- L'ascolto. Volentieri - rispose solo per non essere scortese.
Norbert riflettè qualche istante, ma il suo pensiero fu interrotto da rumore di una
sedia che venne spostata con rabbia. La donna francese si era alzata, guardò l'uomo con
uno sguardo definitivo, prese la sua borsetta rossa e se ne andò con un passo di fuga.
Lui rimase immobile, in imbarazzo, si guardò intorno, si sentiva osservato. Si passò una
mano sulla guancia, poi sul viso, si alzò e nascondendo lo sguardo attraversò la sala.
Norbert e Marco ritornarono a guardarsi.
- Chissà perché i sogni appena svegli sembrano dirci cose significative e dopo
qualche minuto non hanno che significati banali...
Il cameriere sopraggiunse con le ordinazioni, le dispose sul tavolo, augurò una buona
colazione e andò a un altro tavolo. Marco sorseggiò il tè al cardamonio e guardò di
nuovo la donna. Sulla porta della sala ricomparve la donna con la borsa rossa, guardò il
tavolo ma il suo uomo non c'era più; scomparve come fosse stata sempre da sola.
- Cosa farà, resta a Parigi ? - chiese il signor Kluge.
Marco non ci aveva assolutamente pensato. Quando si era svegliato già l'idea della
colazione era un impegno al di là dal venire.
- ... Non lo so. Forse parto...
La donna bionda disse qualcosa al marito, l'uomo guardò la figlia e le sorrise. Lei si
alzò e si avviò alla toilette. Marco la osservò entrare nei bagni.
- Torna a Berlino ? - chiese lanciando uno sguardo all'uomo che leggeva il giornale.
- No, ho un impegno a...
Marco si ritrovò in piedi.
- Mi scusi, vado al bagno.
Il tedesco si volse di trequarti, vide che al tavolo non c'era più la donna.
- E' sicuro che ne valga la pena ? - chiese Norbert consapevole di quello che stava
per accadere.
- Cosa ?... - ma Marco in quel momento era solo istinto e niente ragione. Si diresse
ed entrò nella sala delle toilettes.
La donna si stava lavando le mani dall'altra parte della sala; Marco la squadrò dalla
soglia, aveva un corpo più morbido di come lo avesse immaginato. Chiuse la porta
dietro di sè a chiave. La donna si asciugò le mani e lo guardò come fosse sorpresa.
Marco continuò a guardarla, poi fece qualche passo.
- Sta sbagliando.
Marco rallentò impercettibilmente.
- Questo è il bagno delle donne.
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Marco fece ancora qualche passo. La donna gli venne incontro. I due si baciarono
avidamente, lei aveva delle piccole rughe intorno agli occhi, lui aveva un inizio di
stempiatura. Non notarono altro. La donna chiuse gli occhi e cinse il fianco di lui con
la gamba, lui le toccò i seni, i capezzoli diventarono duri, poi le infilò una mano tra le
cosce e le sfilò le mutandine, con tre dita le entrò dentro. La donna emise un secco
gemito. Gli abbassò la cerniera dei pantaloni, iniziò a toccarlo con forza facendoglielo
diventare duro. Un altro bacio a lingua piena. Lui la prese dalle natiche, le fece alzare
le cosce, lei si strinse a lui e cinse le gambe sui fianchi dell'uomo. Tre o quattro minuti
e lei emise dei gemiti secchi, gridò tenendo la bocca sciacciata sulla spalla di lui. Marco
continuò ancora e le infilò un dito nell'ano stretto, sentì di nuovo la donna emettere dei
mugolii mentre le labbra di lei diventavano fredde; lui allora arrivò senza gemere. Aprì
gli occhi, la osservò, lei sorrideva a labbra strette un po' impacciata. Restarono così,
silenziosi, immobili, per alcuni secondi, poi la fece scendere. Lui si pulì con della carta
igienica e si sciacquò al lavandino. Lei si tolse del seme che le scendeva nella parte
interna della coscia; si sciacquò con una salviettina deodorante. Si rifece il trucco e si
passò del rossetto leggero sulle labbra.
Si guardarono per un attimo attraverso lo specchio.
- Non mi sarai arrivato dentro ?
Marco pensò che a quel tipo di donna bastava poco per essere felice ma che anche
quel poco le era difficile ottenere.
- Sono stato attento.
Lei si guardò di nuovo allo specchio, si passò due dita sui bordi del rossetto. Gli
passò accanto, si alzò sulle punte e gli dette un bacio delicato.
- E' meglio uscire adesso...
La donna annuì, andò alla porta, girò la chiave, oltrepassò la porta.
Marco ritornò a sciacquarsi il viso, solo in quel momento si rese conto che gli
tremavano le gambe e le braccia per lo sforzo. Bevve dal rubineto, si guardò allo
specchio. Pensò che quella donna aveva un buon odore. Poi, gli venne in mente la frase
di Norbert, la comprese solo in quel momento. Rientrò nella sala, Sabine e la sua
famiglia non c'erano più. Tornò al suo tavolo e accese una sigaretta.
- Ritorna a Berlino ?
- Ho un impegno ad Arles e poi torno a casa.
Restarono in silenzio qualche secondo.
- Allora se non sono d'impiccio potremmo fare un tratto assieme…
- Ma certo... Dov'è diretto ?
- Dove ?... non importa. Verso sud.
- Ma io parto subito.
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Partirono.
Attraversarono con lentezza la città ormai sveglia. Marco gustava quell'uscita
da Parigi con gli occhi di uno che parte. I posti e le persone diventano piacevoli,
assumono un distacco e quindi contengono un vago dolore della perdita. Guardava le
strade, i palazzi, le vetrine dei negozi, le insegne pubblicitarie. La gente si muoveva
indaffarata, notò le piccole nevrosi dei camerieri intenti a prendere le ordinazioni nei
bistrot, osservò i pedoni che attraversavano sulle strisce, le signore anziane dritte come
fusi che portavano a spasso il loro cappellino e tenevano ben stretto al collare il
cagnolino, un giornalaio che si sbracciava per indicare la direzione a due turisti indiani
che muovevano la testa ma guardavano in un'altra direzione, due magrebini che
scaricavano da un furgoncino delle scatole per un negozio di fiori. Ad un semaforo il
suo sguardo si soffermò su tre ragazze che attendevano la loro crepes, sorridevano tra
loro come se stessero aspettando il loro amore; la prima ragazza ricevette il suo dolce, lo
guardò, chiuse gli occhi e fece il primo morso estasiato. Ecco, pensò Marco, un attimo
di eternità.
Uscirono dal centro, attraversarono un boulevard libero dal traffico, le auto erano
tutte nella direzione opposta. Giunsero a Porte D'Orleans, presero lo svincolo per
l'autostrada. Prima della curva c'era una coppia d'autostoppisti, lei mostrava un cartello
con su scritto Marsiglia e più piccolo, in basso, Barcellona.
- Cosa dice se gli diamo un passaggio ?
Norbert guardò i due ragazzi.
- Lei è proprio un uomo d'altri tempi.
Sorrisero entrambi.
Norbert mise la freccia, rallentò e accostò. La coppia saltò su in un attimo.
- Grazie - disse sorridendo il ragazzo - Andate fino a Marsiglia ?
- Più o meno, una cinquantina di chilometri più su.
- Siete da molto ad aspettare ? - chiese Marco.
- No, un paio d'ore.
- Siamo di Ostenda - disse la ragazza - Mi chiamo Bernadette.
- Io Charles - aggiunse il ragazzo.
Fecero circa trecento chilometri in silenzio, poi Norbert mise la freccia ed entrò in
un autogrill. Prima di scendere dall'auto si passò una mano al centro del petto, respirò
con una certa fatica, Marco se ne rese conto, stava per chiedergli qualcosa ma preferì
non domandare. Andarono al ristorante, pranzarono osservando un telegiornale.
Norbert ordinò tre caffè in tazza grande provocando una certa meraviglia nella ragazza.
I tre uomini uscirono a fumare una sigaretta mentre Bernadette se ne tornò in auto a
dormire. Marco notò una donna dai capelli rossi, era appoggiata al cofano di una
vecchia Citroen e divideva con una bimbetta di sei o sette anni
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una mezza baguette con del formaggio. Ci mise qualche attimo per riconoscerla, era
Ninnette, e quella bambina era sua figlia, così l'aveva descritta sua madre in quel letto
dell'albergo Beau Rivage. Si scusò con l'amico e si avvicinò alle due donne.
- Ninnette.
La donna si girò spaventata, guardò l'uomo, istintivamente si spostò di qualche passo
dall'auto e nascose la figlia con il corpo.
- Ti ricordi ?... Qualche sera fa...
La rossa lo riconobbe con ritardo, il suo viso si schiarì.
- Ehi, Messico... cosa ci fai qui ?
La bimbetta ricomparve dietro la madre, guardava l'uomo come fosse un punto
interrogativo.
- Vado verso sud. E tu ?
- Non lo so - guardò verso Norbert e Charles - Vado da qualche parte, lontano da
Parigi.
Sorrise alla figlia, le fece una carezza sulla testa.
- Tesoro sali in auto, la mamma parla un attimo con questo amico.
La bambina obbedì senza dire nulla ed entrò nella vettura.
Ninnette e Marco fecero alcuni passi, lei aveva voglia di sfogarsi ma non era certa di
potersi fidare; lui non le chiese nulla. Le offrì da fumare e si accese una sigaretta.
- Stamane avevo deciso di smettere... E' dura - disse lei.
- Per niente... Io lo faccio almeno venti volte al giorno.
La donna non capì subito, poi sorrise. Inspirò il fumo e questo gesto fu liberatorio.
Le uscirono alcune parole, scappava da Serge, il suo uomo; ma non lo aveva fatto per lei,
lo faceva per sua figlia Costance.
Marco si girò verso Norbert e gli fece un gesto, chiedeva un po' di tempo. Il tedesco
allora rientrò nell'autogrill lasciando l'autostoppista da solo sui gradini. Ninnette non
riuscì più a contenersi, divenne un fiume in piena... Dapprima parole quasi
incomprensibili... mezzi gridolini... sapore di fango... Poi tutto iniziò a essere
comprensibile, come un putzle in via di realizzazione. Serge aveva iniziato a picchiarla,
quasi tutti i giorni, piantava sempre grane e non era solo per il denaro... Schiaffi...
pugni... Anche la collanina d'oro di Costance s'era venduto... Vieni qui ! Le aveva detto
un paio di mattine prima, con tono apparentemente calmo. Conosco della gente che per
la piccola... Gente brava, non pervertiti. Fottiti, gli aveva risposto lei. Gliene aveva dette
quattro, tutto il repertorio. Lui a ridersela tranquillo, senza arrabbiarsi. Quella notte al
rientro dalla strada era stato gentile, le aveva preparato una cioccolata calda e l'aveva
montata per bene. Ma il giorno dopo era tornato alla carica e alla prima reazione s'era
incazzato nell'orgoglio... Vecchia puttana, l'aveva chiamata. Aveva alzato la mano e
aveva fatto partire due manrovesci cattivi. Aveva la bava alla bocca, gli occhi quasi
strabuzzati; s'era fatto venire le
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convulsioni,l'aveva poi quasi soffocata. Poi era tornato calmo in un attimo e ripreso fiato
aveva detto: Non è una domanda, è un ordine ! Prepara la piccola che io esco a trattare
il prezzo !... Ninnette s'interruppe, trovò la calma e guardò Marco. Era l'unica cosa che
potevo fare, ho fatto le valigie e sono scappata.
- ... Senti... Io ho un buon amico che ha un ristorante a Perpignan. Lui può darti
lavoro.
- Dov'è Perpignan ? - chiese la donna senza troppo pensarci.
- Ma scordati di fare marchette da lui.
La donna scosse il capo.
Marco le spiegò dove fosse la città, prese un foglio e scrisse alcune righe per l'amico.
Lei sorrise grata, gli dette un bacio sulla guancia. Quel gesto lo fece diventare ancora
più generoso, le dette dei soldi, ma lei li rifiutò. Si sentì per un attimo quasi un padre
con una figlia.
- Se ti sai gestire potrebbe diventare un buon padre per Costance.
- Non è sposato ?
- Da quel punto di vista è nato iellato.
L'accompagnò all'auto, sorrise alla bambina e le vide partire.
Ritornò al ristorante, Norbert era ad un tavolo e beveva un cognac.
- Mi deve scusare - disse Marco - Era una persona che aveva bisogno di un po'
d'aiuto.
Norbert guardò l'italiano.
- A me non sono mai piaciute le puttane tristi – disse con un tono nuovo, quasi
aspro.
- Ma lei aveva le sue ragioni per essere triste.
- La conosce da molto.
- La prima sera che sono arrivato a Parigi... Ma dove sono i due belgi ?
Norbert prese due pillole, le ingoiò e ci bevve su il resto del cognac. Si dette due
pugni forti in pieno petto. Tossì.
- Dormiranno in auto.
Si alzò a fatica.
- E' meglio andare. Non mi piace guidare con il buio.
27
Superata Valence non c’era più luce, il manto autostradale era ormai nero con
dei punti riluncenti d’argento qui e là per la fitta pioggia. Norbert vide l’insegna azzurra
di un residence, senza dire nulla rallentò, uscì al casello. Fece un chilometro tra le
colline e giunse al motel. Presero tre camere attigue, distanti dalle roulottes.
Attraversarono il giardino a ghiaia e senza dirsi nulla andarono nelle stanze. La camera
di Marco era molto spaziosa, un letto matrimoniale con un armadio di finto legno, un
tavolo tondo, un televisore e un frigo; c’era al soffitto una grande macchia di umido e
una chiazza blue su una parete, qualcuno doveva aver gettato del sugo di pomodoro in
un momento di rabbia. Accese il televisore, su un canale c’era MTV, trasmetteva un
vecchio video di Manu Chao… Me gustas tu… Lo osservò con aria ebete, era una canzone
veramente triste, ma si adattava bene con quel luogo e quella sera. Non aveva voglia di
farsi una doccia, non aveva voglia di distendersi, sarebbero stati due gesti troppo intimi
da concedersi in quel luogo. Sentì la pioggia che cadeva torrenziale, andò alla porta, la
aprì, superò la soglia, restò sotto la tettoia a guardare lo spiazzo con le auto dei clienti,
la zona recintata delle roulottes, e, oltre, l’autostrada e le poche auto che sfrecciavano.
Nell’aria c’era l’odore forte e amarognolo della terra bagnata, ma anche di carne fritta
con l’aglio. Marco accese una sigaretta, sospirò, aspirò dalla sigaretta con rabbia, gettò
la sigaretta in una pozzanghera. Anche il tabacco sapeva di marcio. Altre stanze erano
illuminate, da quella accanto provenivano rumori di piatti e voci familiari, da un’altra
della musica.
- Su, finisci la carne, amore – diceva una voce materna.
- Non ne voglio più – rispondeva la voce stridula di una bambina.
- Vedi tuo fratello, ha mangiato tutto senza fare storie – aggiungeva il padre.
- Lui è un cannibale ciccione…
- E tu sei una carota ammuffita. Carota, carota ammuffita.
La bambina si mise ad urlare e lanciò il piatto con la carne sul pavimento.
Il fratello prese il bicchiere con dell’acqua e bagnò la sorellina che gridò ancora più
forte.
- Adesso basta. Finitela. E niente più cartoni in televisione - Sbraitò il padre.
Spense il programma col telecomando.
I due bambini si coalizzarono e urlarono all’unisono.
Marco stava per dire qualcosa, ma fu anticipato da Norbert. Dalla stanza urlò in
tedesco qualcosa che sembrava terribile. I due mocciosi si zittirono e i genitori non
ebbero il coraggio di aggiungere altro. Ritornò il silenzio per qualche momento, ma
nella stanza sulla destra c’era una coppia che faceva sesso, lei gemeva, emise dei
gridolini; l’uomo le mise una mano sulla bocca. Dall’altra parte del
69
motel, uscì dalla camera due un cliente con una puttana; salirono su una citroen e
partirono.
- Vuole qualcosa in particolare ?
Marco si voltò senza capire. Charles e Bernadette lo guardavano.
- Tutto, ma non lei – sorrise il ragazzo della battuta.
Marco per la prima volta guardò la ragazza
- Andiamo a prendere qualcosa da bere e mangiare. Qualche preferenza ?
- Prendi una bottiglia di rum, una di campari e del martini rosso.
- Ma non ci vuole il gin per il Negroni ?
- Io lo preferisco col rum.
Prese il portafogli.
- Offriamo noi, questa sera.
I due ragazzi corsero sotto la pioggia verso il minimarket del motel. Marco osservò
la ragazza, aveva un culo enorme spremuto in jeans aderentissimi, i fianchi invece erano
esili come esile era la schiena. Due o tre misure di differenza nella stessa donna.
Comparve sotto la tettoia Norbert, aveva i capelli bagnati di doccia, indossava solo
dei pantaloni, i piedi erano scalzi. Rimasero in silenzio per quasi un minuto a guardare
la pioggia.
- Sta bene ? – chiese Marco senza consapevolezza.
Norbert lo guardò in silenzio.
- No.
Marco lo guardò perplesso.
- Il cuore ?
- Non solo.
Marco non sapeva proprio cosa dire. Qualsiasi frase gli risultava stupida. Poi disse:
- Lascia decidere alla natura ?
- Sarebbe schiavo di una malattia pur di vivere ?
Marco ci pensò.
- Senza vitalismo, senza musica, senza donne, senza alcool ?…
- Anche… Ma anche dipendere dagli altri… Vedere gli altri fare cose che non si
possono più fare.
- Quello che si intende per vecchiaia…
Marco provò un brivido sulla schiena.
- No, preferirei morire da vivo che non da moribondo.
I due belgi uscirono dal minimarket con due cartoni di vivande e bottiglie,
guardarono il terreno fangoso, poi all’insù. Non sapevano cosa decidere, ma poi corsero
verso la tettoia. Nella corsa lei andò addosso a Norbert, lei lo guardò più di un secondo
.
- Mi scusi – disse la ragazza.
- Che pioggia, eh – rispose Norbert guardandola negli occhi.
Charles fissò Norbert per un attimo.
- Hai trovato tutto ? – gli domandò Marco.
- Oh sì… ho preso anche del gin.
70
- Su’, entrate e cambiatevi.
Il ragazzo batte i piedi per terra, scosse la testa per scrollarsi un po’ di pioggia dai
capelli. Entrarono nella loro stanza.
I due uomini rimasero di nuovo soli.
- Lo sa che da ragazzo volevo diventare trapezzista ? Scappai di casa a tredici anni e
raggiunsi un circo.
Marco rimase a guardare la pioggia scendere.
- Mio padre mi trovò dopo un mese e mezzo grazie ad un nano anarchico
portoghese che lavorava in un altro circo. Ero pronto a qualsiasi reazione. Lui invece
non ne ebbe alcuna. Mi chiese di sedermi e mi disse: Norbert la vita è una faccenda più
complicata di ciò che si crede. Sono gli errori che ci condizionano nel tempo e non i
fatti positivi. Ma io insistetti, lui scosse il capo. Allora dovrai capirlo da solo, disse. E
se ne andò.
Marco accese una sigaretta, ne offrì una al tedesco.
- Ha continuato a lavorare nel circo ?
- Quella notte, di nascosto, salii sul trapezio… Non sapevo ancora di soffrire di
vertigini. Ho passato tutta la notte lì su. Mi hanno fatto scendere il giorno dopo.
Norbert ricordò se stesso ragazzo seduto su una sedia in cucina e il viso del padre
stanco e duro. In quel ricordo lui si vedeva come era adesso, più vecchio del padre di
dieci anni.
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Quella sera troneggiava sulle loro teste; era tagliente come il foglio di una
lettera definitiva, rigida e fredda come una statua, greve come uno strumento musicale
irrimediabilmente stonato. In quei momenti Marco era distratto su tutta la linea, ma
non era superficialità, solo il timore di un presagio. In quei casi aveva soltanto voglia di
starsene da solo e dimenticare tutto. Preparò il negroni, ne bevve uno con gli amici di
viaggio, ne verso in una bottiglia di vetro la sua razione, salutò e se ne tornò nella sua
camera. Al buio, accese il televisore su un canale inglese di video musicali, si buttò sul
letto vestito e si lasciò inebetire da quelle immagini bevendo dalla bottiglia sorsi regolari.
In quelle ore tra un video di Eminem e uno di Madonna, tra Marlyn Manson e Shakira,
udì ma non ascoltò la voce di Norbert e quella di Charles, la porta della camera del
tedesco che si apriva e si chiudeva, l’acqua della vasca che si riempiva e la voce flebile di
Bernadette. La porta si riapriva e si chiudeva come quella dei due belgi subito dopo.
Marco si appisolò per un po’ di tempo, si svegliò agitato e lucido in piena notte.
Qualcosa lo turbava, un colpo secco gli rimbalzava nella testa, guardò il televisore. Forse
era stato un video a svegliarlo… A fatica si alzò, respirò profondamente, andò in bagno,
pisciò per un minuto; si lavò il viso e le mani ripetutamente, con acqua fredda. Rientrò
nella stanza, sul monitor c’era un video di Nick Cave degli anni novanta. Lo guardò
distrattamente ma canticchiò con il cantante Ship Song. Andò alla finestra, il cielo in
una mezz’ora si sarebbe schiarito, ma rimaneva minaccioso. Fece delle boccacce con le
guance per sentirsi il viso. Uscì. Fumò una sigaretta sotto la tettoia, c’era pace
dappertutto, anche sull’autostrada sfrecciavano pochi camion silenziosi. Sembrava che
niente volesse distrurbare quella momentanea quiete. Notò le luci accese nella stanza di
Norbert, si avvicinò, guardò attraverso le tendine. Non c’era nessuno, il letto era sfatto
come ci fosse stata una gran battaglia. Aprì la porta e chiamò Norbert, non ebbe alcuna
risposta. Vide la luce accesa che filtrava dalla porta del bagno accostata. La aprì con
cautela chiamando di nuovo l’amico. Marco rimase immobile, un brivido gli attraversò il
corpo, le gambe divennero molli. Guardò di nuovo nella direzione della vasca. Strinse i
denti e si morse il labbro. Fece un passo indietro, appoggiò la mano allo stipite della
porta. Aveva effettivamente sentito un colpo ! Quell’unica esplosione lo aveva svegliato.
Non era stato in un video, nemmeno nel suo incoscio. Un colpo secco, diretto,
definitivo. Tornò sui suoi passi, si andò a sedere al tavolo, prese la bottiglia d’acqua
minerale, la aprì e la bevve tutta. Prese una sigaretta e l’accese. Trovò la
determinazione, si alzò, andò a bussare alla porta dei due belgi. Charles aprì
completamente nudo.
- Cosa c’è ? – farfugliò con gli occhi semichiusi.
72
Marco non sapeva come dirglielo.
- Vestiti e vieni fuori, ti devo parlare.
Il ragazzo obbedì senza dire nulla. Raggiunse Marco al parcheggio delle auto.
- Allora ?
- Norbert si è ucciso.
- Merda… allora era…
- Cosa ?
- Niente, te lo spiego dopo.
- Con la pistola – disse Marco senza una ragione.
Marco rivide la scena, Charles se l’immaginò.
- Sai cosa fare ? – chiese il giovane.
- Avvertiamo la polizia.
- Non mi va di avere a che fare con la gendarmeria – disse con voce decisa.
Marco era preoccupato per la situazione in cui erano. Senza un motivo guardò
l’orologio.
- Se resto e voi andate via diventa tutto più complicato da spiegare. Ci vorranno
dei giorni…
- Bernadette è scappata di casa e il padre sicuramente la sta cercando. Ci
sarebbero troppi casini.
Marco non sapeva cosa decidere, accese una sigaretta.
- Se partiamo subito, superiamo il confine spagnolo prima che lo trovino… - disse
Charles convinto dell’ipotesi.
Marco fece una smorfia, era tentato all’idea di scheggiare da lì ma si sentiva in
obbligo con Norbert.
Restarono in silenzio a pensare e a prendere freddo.
- Io voglio andarmene, tu fai quello che ti pare – disse Charles con un tono solo
apparentemente deciso.
Restò fermo ad aspettare una risposta.
Marco respirò, tossì, mise le mani in tasca.
- Va bene. Partiamo.
Rientrarono nelle camere guardandosi intorno.
29
Charles guidava teso, le braccia rigide e fisse sul volante, sorpassava qualsiasi
auto senza nessun limite di velocità. Marco abbassò il volume della radio, guardò
Bernadette che dormiva raggomitolata sul sedile posteriore.
- E’ meglio che rallenti, altrimenti...
- Cosa ?! – l’interruppe Charles.
- Rallenta se no la polizia prima o poi ci ferma.
Charles sembrava non aver sentito, ma l’auto iniziò a rallentare.
- Non superare i centocinquanta. Per un Mercedes è normale.
- Eppure lo aveva detto… - disse il ragazzo seguendo un suo pensiero.
- Cosa ?
- Non gli avevo creduto. Pensavo che lo avesse detto solo per scoparsi Bernadette.
- Ripeti da capo e spiega ! – chiese l’italiano con tono deciso.
Charles tolse lo sguardo dalla strada e guardò Marco.
- Ma tu non ne sapevi nulla ?
Marco s’innervosì, non comprendeva e questo lo mandava in bestia.
- Non so un cazzo ! Vuoi spiegarmelo ! – disse in italiano.
Dal cielo riprese a piovere, tutto intorno divenne scuro come fosse sera.
- Dopo che te ne sei andato, Norbert ci ha detto che sarebbe morto presto… E ci ha
chiesto una cortesia…
A quelle parole, il rumore della sera prima delle porte che si aprivano e si
chiudevano, l’acqua che scorreva nella vasca, e il letto sfatto ebbero un senso logico nella
testa di Marco.
- Voleva fare sesso con Bernadette… - aggiunse Charles con un po’ di imbarazzo.
Marco bofonchiò un Umm.
Gli venne in mente quel bagno, il corpo nudo di Norbert nella vasca, sdraiato come
se dormisse e un foro sul cuore che zampillava sangue.
Si voltò, la ragazza aveva gli occhi aperti.
- Posso chiederti come si è comportato con te ?
- Cosa ti interessa !? – esclamò il ragazzo.
Marco cercava una risposta.
- … Come un entomologo – rispose Bernadette.
Marco si voltò e guardò Charles.
- Solo per sapere se è morto sereno… E tu se sei stato generoso prima non devi
essere geloso adesso.
- Non si può essere gelosi di un vecchio.
- … E come un adolescente – aggiuse Bernadette.
Charles schiacciò il piede sull’accelleratore.
Un cartello indicava Marsiglia a ventidue chilometri.
- Accompagnatemi alla stazione di Marsiglia.
74
- Non vieni con noi in Spagna ?
- Vado in Italia.
Charles guardò l’orologio, era contrariato da questo imprevisto. Pensò alla
deviazione e a quanto tempo avrebbe perso.
- Torni a casa.
Marco fu colpito da quella frase. Da quella parola, casa. Lui non aveva una casa,
nemmeno una famiglia. Aveva degli amici da cui andare e restarci. Ma nessun posto
dove ritrovare tutte le sue cose.
Charles mise la freccia a destra senza rallentare.
- Dobbiamo dividerci i soldi di Norbert.
- Teneteli voi.
- Ma ci sono trentamila euro…
- Io non li avrei presi.
Restarono in silenzio per il resto del viaggio.
Entrarono in città, l’attraversarono fino a giungere alla Cannebierre, arrivati quasi al
porto vecchio girarono sulla destra. Giunsero ad avenue Victor Hugo. L’auto si fermò
sul piazzale antistante la stazione.
- Sei sicuro che non vuoi la tua parte ? – disse di nuovo Charles, ma questa volta il
tono era solo formale.
- Noi abbiamo anche l’auto – aggiunse Bernadette.
- Un consiglio, a Barcellona sbarazzatevene subito. Queste auto hanno l’antifurto
satellitare. Entro un giorno la rintracciano.
Marco strinse la mano a Charles e dette un bacio sulla guancia a Bernadette. Scese
dall’automobile.
- Ci si vede – disse Charles.
- Da qualche parte.
Marco restò fermo sul marciapiede, vide l’auto fare retromarcia e rientrare nel
traffico cittadino. Solo allora entrò nella stazione.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi ? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale ?
Leopardi
30
Marco giunse a Novara alle sette di sera.
La stazione era affollata di pendolari che tornavano da Milano. L’aria era
fredda, i vetri dei treni appannati dall’umidità, la gente si muoveva con fretta. Marco si
guardava intorno, ma l’illuminazione era scarsa, vedeva solo schiene con cappotti e
giacconi. Una voce dall’altoparlante avvertì che dal secondo binario era in partenza un
treno locale per Alessandria. Respirò a pieni polmoni, si sentiva adesso più tranquillo e
riposato; essere lì, era un po’ come tornare a casa. Si avviò per il sottopassaggio, da un
momento all’altro avrebbe visto il viso del fratello e della cognata. Così era avvenuto
quattro anni prima, così era convinto che sarebbe successo. Uscì dalla stazione, si mise
davanti alla porta del bar, nel punto più illuminato. Si sentì chiamare. Si voltò, vide un
uomo sui quaranta che si avvicinava, dietro di lui c’era Caterina. Per un attimo pensò
che quello fosse suo fratello, ma non era possibile. Troppi capelli e troppo giovane.
- Ciao Marco – disse Caterina e lo abbracciò allegra come l’aveva vista solo da
giovane.
Marco ricambiò l’abbraccio e le schioccò un bacio sulla guancia infreddolita.
- Massimo non è potuto venire. Ha una riunione al Centro Ricerche. Ci raggiunge a
casa più tardi… Ti presento l’ingegnere Pieri, è un collaboratore di Massimo. E’ stato
così cortese d’accompagnarmi.
L’uomo tese il braccio e strinse la mano di Marco.
- Alessandro – Si presentò con un sorriso di quelli che uno delle risorse umane usa
prima di licenziare un vecchio dipendente.
Marco lo guardò per un attimo e fece una smorfia. C’era qualcosa in quell’uomo che
non quadrava.
- Da dove vieni questa volta ? – chiese la cognata.
- Adesso da Parigi.
- Che fortunato – disse Pieri – E’ una vita che penso di andarci.
- Ma se ci sei stato due mesi fa – disse ridendo la donna.
L’uomo tossì per prendere tempo.
- … Ma è stato per lavoro. E solo due giorni.
Si mossero senza dirselo, raggiunsero una monovolume aziendale, salirono. Mentre
andavano verso casa Marco ebbe la sensazione che i due erano stati a letto assieme
Giunsero a casa dieci minuti dopo. L’ingegnere Pieri spense il motore, e in modo
naturale e arrogante stava per scendere dall’auto.
Marco fu colto da un’antipatia feroce verso quell’uomo. Aspettò che la cognata fosse
scesa. Si protese verso di lui e con un tono calmo disse:
- Non si offende se le dico una cosa ?
76
Alessandro s’arrestò, si girò e mostrò il solito sorriso.
- Prego ?...
- Buonanotte – disse cambiando repentinamente tono della voce.
- Come ?
- La saluto. Torni a casa sua.
Marco scese dall’auto, sorrise a Caterina, le mise un braccio sulla spalla e la spinse
verso il portone.
- E Alessandro ?... – chiese frastornata la donna.
- L’ho già ringraziato. Va a casa sua.
Caterina divenne seria, sorrise nervosa, ritornò seria. Cercò di voltarsi, ma sentì la
monovolume ripartire.
Entrarono in casa.
- Ma siete diventati ricchi – disse Marco con ingenuità.
Caterina non rispose, stava rimuginando su quello che era appena successo e non
capiva.
Marco si guardò in giro, il salone all’americana era enorme, i mobili erano costosi ed
eleganti, i divani neri come la libreria a parete e su un tavolino rilucevano cristalli e foto
familiari in cornici d’argento. Non c’era una cosa che non andasse al suo posto,
nemmeno i fiori messi in modo asimmetrico in un vaso di cristallo. Non vedeva una casa
così banalmente senza anima da anni.
- E’ proprio ben messa la casa. Complimenti – disse per ritrovare un filo di contatto
con la donna.
Caterina interruppe il suo giro in tondo, guardò il cognato soprapensiero. Abbozzò
un mezzo sorriso.
- Grazie… L’abbiamo comprata due anni fa e un architetto giapponese ce l’ha
arredata… Ti faccio vedere la tua stanza…
- No, grazie. Lo facciamo dopo… I ragazzi ?
- Ah sì – e si mosse come una guida turistica che porta un cliente a far vedere i
monumenti della città – Qui sulla destra c’è la camera di Lucia.
Aprì la porta, nella penombra c’era la bambina che dormiva in mezzo ad una decina
di bambole.
- Fa’ attenzione a non svegliarla…
Marco osservò la nipote dalla soglia.
- Che carina… Quanti anni ha ?
- A dicembre dieci.
- Ancora con le bambole…
- Meglio le bambole che a vietarle il percing.
Marco sorrise, si rese conto di essere stato stupido.
- E Francesco ?
Salirono una scala a chiocciola, attraversarono un piccolo corridoio, giunsero
nell’ultima stanza. Sulla porta c’erano scritte in inglese con caratteri celtici, un teschio, la
foto dei Ramones e dei Clash, sulla maniglia c’era un cartoncino di un albergo che diceva
not disturb.
77
Caterina batté alla porta.
- Francesco… Francesco. Sono la mamma. Posso ?!
Il ragazzo non rispose.
- C’è lo zio Marco qui con me...
silenzio.
Caterina guardò il cognato senza espressione.
- Mi dispiace… E’ un po’ di tempo che…
- Ma c’è in camera ?
- E dove vuoi che vada…
Marco si piegò e guardò attraverso il buco della serratura, intravide un ragazzo di
spalle che chattava al computer. Si rimise dritto, cercò con gli occhi la donna, ma lei
aveva lo sguardo basso. Avevano la stessa età, si conoscevano da almeno venticinque
anni, da quando il fratello l’aveva portata a casa per farla conoscere ai genitori. Era
sempre stata simpatica e dolce, in quel momento invece aveva un viso infelice.
- Hai fame ? – chiese Caterina.
- Qualcosa la mangerei…
31
Si lavarono le mani, bevvero in silenzio un analcolico in cucina con il
sottofondo della radio. Iniziarono a mangiare del prosciutto, del formaggio e un’insalata
alla russa fatta in salumeria.
- Hai del vino rosso ?
- No, mi dispiace. Da quando Massimo è a dieta non si può più comprare il vino…
Beveva parecchio…
- Ma a che ora torna a casa la sera ?
- Non prima delle undici.
- Tutte le sere ?...
- Tutte le sere.
- E’ almeno dimagrito ?
- No… dici che mangia fuori ? – Caterina fissò il cognato.
La conversazione stava diventando vagamente scivolosa.
- Cosa vuoi che ne sappia ?... Tu insegni ancora al liceo ?
Caterina ritornò ai suoi pensieri, lasciò scivolare la forchettina da fomaggio nel
piatto, sospirò e così facendo fece materializzare quel pensiero che le ballava in testa da
quando era tornata a casa.
- Lo dirai a Massimo di me e Alessandro ?
Pronunciò questa frase continuando a tenere gli occhi fissi nel piatto.
Marco guardò la donna con stupore. Anche se non poteva fissarla negli occhi
intuiva la profonda tristezza della donna.
- Certo che no… per chi mi hai preso…
Non avrebbe voluto aggiungere altro, ma si sentiva in dovere verso quel sorriso che
lo aveva accolto solo due ore prima e che per colpa sua si era trasformato in angoscia.
- Io ti voglio bene, Caterina… Mi devi scusare.
La donna alzò lo sguardo e fissò Marco, quello che aveva sentito non l’aveva sollevata
dallo stato in cui era precipitata.
- E allora perché lo hai fatto ?… Gelosia tra maschi ?
Marco si alzò, andò nel salone e ritornò a sedersi con una bottiglia di cognac in
mano. L’aprì e ne versò nel bicchiere. Fece un lungo sorso.
- Vuoi che sia sincero ?
- Assolutamente.
- Perché è uno stronzo. Ed anche pericoloso. Come l’ho capito io lo può capire
chiunque.
Caterina lo fissò negli occhi, nel suo sguardo una rabbia improvvisa.
- Perché lo farebbe ? Perché è innamorato di me !
- Non lo so se è innamorato ma… forse è la sua rivalsa di maschio.
- Con Massimo ?
- … Col suo capo ?…
- Non credo proprio. Se Massimo lo venisse a sapere potrebbe farlo licenziare.
79
- Nessuno è logico sempre. O forse hai ragione tu…
Rimasero in silenzio a lungo, non avrebbero potuto dire nulla di nuovo, solo altre
note dello stesso spartito.
La porta della cucina si aprì senza che i due sentissero. Una voce roca disse:
- Ciao zio…
Caterina e Marco guardarono il ragazzo che se ne rimaneva sulla soglia, pronto ad
andarsene.
- Ciao tesoro – disse la donna e si alzò – Ti preparo un panino.
Marco guardò quel ragazzetto di circa diciassette anni, magro e dritto come un
fusto,
- Ciao Francesco – e gli sorrise – Vieni a sederti.
- Non vuole essere chiamato Francesco, ma Pach – disse Caterina, da madre
petulante.
- Ma quando mai...
Il ragazzo non sapeva decidersi, poi si avvicinò e andò a sedersi sulla sedia più vicina
alla porta.
Marco si protese in avanti e lo strinse con forza. Il ragazzo fece una smorfia che
poteva significare qualsiasi cosa.
- Cosa stavi facendo, prima ?
- Giocavo a Minesweeper… Ho fatto cinquanta partite
Caterina gli porse un panino col prosciutto e una diet coke
- Sei arrivato questa sera ? – domandò il ragazzo.
- Già…
- E papà lo sa ?
- Certo che lo sa – rispose la donna sedendosi.
- E non è ancora tornato.
La donna guardò l’orologio.
- Tornerà a momenti.
- Vieni da Londra ?
- Più o meno.
- Ci sei stato sulla tomba di Cyd Vinicius ?
Marco non aveva mai sopportato la musica punk, tantomeno quell’idiota di Cyd. Ma
non poteva dirlo al nipote.
- Sì, una volta.
Il ragazzo fece una mezza smorfia.
- Non te ne frega niente dei Sex Pistol, vero ? Tu sei jazzista.
In un altro momento gli avrebbe detto subito di sì, ma in quel momento non voleva
dargliela per vinta.
- Non sono mai stato trotkjsta eppure sono stato a visitare la tomba di Trotsky.
Il ragazzo non trovò una contorisposta adeguata e addentò il panino.
C’era qualcosa di vago in quel viso, un’espressione dura, ma anche una dolcezza
triste negli occhi.
- Ti dispiace se mi fermo qualche giorno ? – chiese Marco tanto per sondare il
carattere del ragazzo.
80
Caterina guardò con meraviglia suo cognato, prese un pezzetto di formaggio e lo
mise in bocca.
- No… resta quanto vuoi… Tanto la casa è grande.
- Pach – sussurrò Caterina con disappunto.
La porta di casa si chiuse, si sentirono dei passi. Comparve sulla soglia della cucina
Massimo, indossava un doppio petto grigio e una cravatta nera. Aveva perso quasi tutti i
capelli ed aveva messo su almeno dieci chili. Restò per un paio di secondi immobile a
fissarli. Mostrò un sorriso felice, di quelli che si usano quando si ritrova un fratello
dopo anni. Allargò le braccia, andò da Marco, si abbracciarono e si dettero due baci
sulle guance.
- Sei identico a sempre – disse Massimo divincolandosi dall’abbraccio – Hai venduto
l’anima al diavolo…
Marco sorrise e dette un buffetto scherzoso sul mento al fratello.
- C’ho provato ma lui non ha voluto… Tu sei un po’ cambiato…
- Trovi ?
Si stirò la giacca all’ingiù, tirò indietro la pancia.
- Forse un po’… Sai, proprio stamattina una ragazza m’ha dato quarant’anni…
Caterina interruppe il marito.
- Vuoi mangiare qualcosa ?
Massimo guardò sul tavolo.
- Ho mangiato qualcosa a mensa…
Marco e Caterina si guardarono per un attimo, per puro istinto.
- Cosa beve il mio fratellino ?
- Un cognac – rispose la donna.
- Vada per un cognac…
Guardò per la prima volta il figlio.
- E tu sei ancora qui ? – si rivolse alla moglie – Non è più in punizione ?
Francesco si alzò senza mostrare alcuna emozione, si mosse verso la porta.
- Dammi almeno un bacio, no ? – disse Massimo al figlio convinto di essere nel
giusto.
Il ragazzo dette il bacio più svogliato della storia al padre e scomparve oltre la porta
mentre la madre lo salutava con preoccupazione.
- Ma cosa ci facciamo in cucina ? Andiamo di là, no ?
- Prese dal frigo un cestello con del ghiaccio.
- Io vado a letto – disse Caterina.
- Ma come ? E’ il tuo cognato preferito e…
Marco interruppe il fratello.
- Essendo l’unico cognato non ho dovuto sforzarmi troppo…
Massimo rise come fosse veramente divertito, mise una mano sulla spalla di Marco e
andarono nel salone.
- Giusto un cognacchino. Domani devo uscire presto.
32
Massimo aveva quasi otto anni più di Marco e tra i due era sempre stato il
figlio prediletto. Si era iscritto ad Ingegneria come aveva voluto suo padre, ed aveva
ottenuto anche la lode, come voleva sua madre. Ma lui alle ragazze diceva che era stata
la sua organizzazione politica, lotta comunista, a farlo iscrivere a quella facoltà. Aveva
conosciuto Caterina e l’aveva fatta entrare nella cellula universitaria, lei era una ragazza
intelligente, ideologicamente corretta, un’amica su cui contare sempre, l’angelo del
ciclostile. Aveva un bel viso ma poco appariscente, piccolina ma con un sorriso
contagioso, aveva gambe piccole e armoniose, un corpo esile. Si erano innamorati a
poco a poco e con lui aveva lasciato il gruppo ed erano passati prima al Manifesto e
quasi subito dopo al Partito Comunista. Marco invece s’era diplomato con quaranta al
Liceo Classico Genovesi, aveva impiegato parecchio a diplomarsi al conservatorio e aveva
fatto solo otto esami all’università. Lui non frequentava cellule universitarie, frequantava
chi era più perditemo di lui, passava del tempo a Piazza Dante con quei libertari dai
soprannomi improbabili, Paperoga, Mondobeat, Soledad, intorno alla statua del Poeta, lì
non avrebbe mai conosciuto una come Caterina.
Anche quando erano stati giovani, nell’età in cui è facile condividere convinzioni,
furori e smarronate avevano fatto cose simili ma sempre come fossero due binari
paralleli e mai convergenti. Avevano investito nelle stesse idee, a volte rischiato per
realizzarle. Ma Massimo sempre con un passo più cauto, più quadrato, Marco con
l’istinto e sporadicamente. E non era solo per la differenza d’età. La differenza era che
il primo conservava le sigarette costose nascoste agli scrocconi e offriva solo nazionali
senza filtro, l’altro ne dava fino a finirle ed era costretto a fumare nazionali senza filtro
che odiava.
Al vero impatto con l’esistenza, le loro strade si erano divise, avevano preso direzioni
opposte; molto per indole, solo in parte per occasioni. Massimo aveva accettato dei
compromessi con l’esistenza; amava visceralmente Napoli ed era venuto a lavore a
Novara senza una reale urgenza, era pigro e sfaccendato ed adesso non aveva tempo per
sé e la sua famiglia, amava l’idea di famiglia patriarcale e non era più capace a gestire
una moglie e due figli ancora piccoli, gli piaceva fare le zingarate con i suoi amici e
adesso non aveva che conoscenti sul lavoro. Marco invece non aveva mai accettato
completamente nessuna cosa o persona, tranne la musica; non aveva retto all’esistente e
aveva preso la strada dell’instabilità e dell’inquietudine. Eppure per anni avevano
condiviso tutto, anche la camera in cui dormivano, le braciole del ragù la domenica,
l’odore dei piedi di notte e i giornaletti porno.
Massimo era venuto a Novara quasi venti anni prima. Dopo un
82
inverno, aveva fatto salire Caterina dopo una lunga insistenza; perché lì, le sere sono
spesso eterne, la nebbia e il silenzio sembrano una gabbia con sbarre robuste e mura
doppie. Si erano sposati agli inizi di settembre con rito civile ad Amalfi, avevano fatto
una festa intorno ad una piscina e avevano fatto il viaggio di nozze negli Stati Uniti. Lei
era rimasta quasi subito incinta e lui s’era sentito un uomo adulto e responsabile. In
realtà il rimanere incinta per lei era stato il ritorno provvisorio a Napoli per partorire e
allattare il figlio. Una fuga senza vittoria. Per lui l’essere diventato adulto significava
lavorare dieci ore al giorno per fare carriera e più la faceva più diventava vorace di
lavoro; tutto il resto era diventato secondario, anche quello che per lui era stato
primario. Lei si era trasformata in una mamma e in una professoressa di matematica,
s’era rinchiusa in sé senza che fosse successo qualcosa di preciso, lui s’era fatto crescere
dapprima una bella barba mediterranea, poi quando era diventata brizzolata l’aveva
tagliata, e i capelli avevano iniziato a fuggire da quella testa piena di numeri e dati
statistici. Insomma, Massimo e Caterina avevano corso per circa vent’anni dimenticando
la mèta, dimenticando se stessi, diventando una normale famiglia italiana.
33
I due fratelli restarono seduti in poltrona il tempo di un bicchierino frettoloso.
Massimo sbadigliò eccessivamente e allora Marco gli augurò la buona notte e salì i
gradini della scala a chiocciola. Li affrontò con estrema lentezza. Ogni gradino
sopravanzato diventava il superamento di un pensiero compiuto e digerito. Tutte quelle
riflessioni portavano con sé la sgradevole sensazione che con il fratello non aveva più
nulla in comune se non ricordi lontani e sbiaditi, pergiunta visti da angolazioni opposte
se non capovolte. Poi ebbe la consapevolezza che in fondo Massimo nutriva un certo
imbarazzo per lui. Il non essere venuto alla stazione a prenderlo non dipendeva dal
lavoro ma dalla preoccupazione di dover affrontare una lunga rimpatriata; meglio
incontrarsi fugacemente in cucina in tarda ora e possibilmente stanchi dalla lunga
giornata, con la voglia di letto e dormire.
Attraversò il corridoio senza alcuna voglia di mettersi in un letto, intravide una luce
che filtrava dalla stanza di Francesco. La raggiunse e senza chiedere permesso entrò. Il
ragazzo stava navigando in un sito porno, ebbe un sussulto nel sentire suo zio alle
spalle, digitò rapido e spense il computer.
- Non è tardi ?... domani c’è scuola…
- Sono stato sospeso. Non te l’ha detto la mamma ?
- Non sono fatti miei – rispose conciliante.
- Devi bussare prima di entrare nella mia camera.
Marco girò la sedia con le rotelle su cui era seduto il nipote e se lo trovò di fronte.
Lo guardò con un’espressione che era un misto di padre e ragazzaccio da strada.
- Tuo nonno mi avrebbe preso a calci in culo se gli avessi detto una cosa del genere.
Francesco ebbe quasi paura, ma trovò la forza di rispondere:
- Ma tu non sei mio nonno
- Ma io do’ dei buonissimi calci in culo.
Il ragazzo sorrise timoroso.
- … Scusami.
- Zio.
- Scusami, zio.
Rimasero a guardarsi per un tempo che sembrò infinito.
- Ti va di fare due chiacchiere ?
Il ragazzo assentì col capo.
Marco vide una sedia in bambù con la spalliera larga, si andò a sedere.
- Tu sei mai stato sospeso ?
Marco osservò quel ragazzetto fragile e antipatico.
- … No… mai.
Francesco sorrise a labbra serrate.
- Davvero ?!
84
- Non ci credi ?
Mosse le spalle incerto.
- Mamma e papà, più papà, quando combino qualcosa dice che finirò come te.
Marco non voleva cadere in quella che doveva essere una piccola trappola di un
ragazzo troppo triste, ma allo stesso tempo doveva essere in credito con la sua
ingenuità.
- E come sarei finito ? – chiese Marco provando un po’ di fastidio.
- Boh… che non hai una casa, non hai una famiglia e che lavori solo quando capita.
Sul viso di Marco comparve una smorfia di dispiacere.
- E tu, sei un adolescente inconsapevole o sei solo uno stronzetto ?
Francesco sorrise, sul suo viso comparve un rossore imbarazzato.
- Sono uno stronzetto. Scusami…
Cadde un lungo silenzio.
- Perché ti hanno sospeso ?
Francesco pensò un po’ alla risposta da dare.
- Abbiamo una professoressa di italiano che è una vera puzzola. La odiano tutti, avrà
sessantanni e parla come se vivesse nell’Ottocento. Una di quelle che capisce solo se
stessa. Parla solo di famiglia, di morale, di valori e che noi ragazzi siamo viziati e
nichilisti. Dobbiamo sapere quanto siamo fortunati a confronto dei ragazzi dell’Africa e
dell’Asia. Che dovremmo andare a vivere in Iraq per un mese. Alla centesima volta non
ho retto, le ho detto che è una vecchia stronza che non capisce niente… E che poteva
morire lei, la sua idea di famiglia e i suoi valori…
- S’interruppe e guardò con aria di sfida lo zio.
Marco osservò il ragazzo.
Francesco mosse le spalle come per scacciare una brutta sensazione.
- E tuo padre ?
- Mio padre… C’ha messo il carico da dodici. Ha dato ragione alla professoressa ed
ha condiviso la sospensione di dieci giorni. E adesso sono agli arresti domiciliari da
quattro giorni. Senza poter uscire.
Marco non sapeva cosa dire, ma voleva dire qualcosa.
- Tua madre insegna nella stessa scuola ?
Francesco guardò dubbioso lo zio, non sapeva se rispondergli oppure no. Restò con
l’espressione di un punto interrogativo per parecchi secondi.
- Mamma è innamorata e ha la testa tra le nuvole...
Marco ebbe una reazione consigliata dalla prudenza.
- Ma cosa dici ? Sei anche scemo ?
Francesco fissò dritto negli occhi Marco.
- Sta con quello che lavora - abbassò lo sguardo - con papà, Alessandro Pieri.
Marco voleva essere prudente ma non ipocrita.
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- Non ti sbagli ?
- … Una mattina non sono andato a scuola perché mi sono svegliato tardi e loro
erano in salone a sbaciucchiarsi e a ridere. Per non sentirli me ne sono tornato in
camera.
Marco si alzò, uscì senza dire niente, tornò con un bicchiere, una cocacola e una
bottiglia di rum. Si preparò un cubalibre e iniziò a bere.
- Me ne dai un po’ ?
Marco guardò il nipote, stava per dirgli di no, ma si ricordò che lui alla stessa età
ogni tanto beveva dei liquori.
- Solo un sorso…
Francesco si alzò, prese dallo zio il bicchiere, bevve un lungo sorso, ritornò a sedersi
sulla sua sedia.
- Anche per questo sei incazzato ?
- Non lo so… forse… Ma anche mamma ha le sue ragioni…
Marco pensò che un ragazzo con quella consapevolezza aveva due possibilità, sentirsi
schifato dallo stupore oppure diventare ombroso e silenzioso
- Lo dirai a tuo padre ?
Francesco fece una smorfia che doveva essere un sorriso ironico.
- Anche lui ha un segreto…
Marco non voleva sentire altro, ma se ne stette in silenzio a bere.
- Lui è veramente uno stronzo… La segretaria è la sua amante e credo che anche con
quella precedente… Non te l’ha detto ?
- Non siamo così in confidenza – disse senza nemmeno rendersi conto di quello che
stava dicendo.
- Ma se lo dice a tutti, lo sa anche Pieri… Una volta a telefono parlava di come se la
faceva a letto…
Marco era stufo di quello che aveva ascoltato. Non avrebbe retto a lungo.
Cercò di cambiare discorso.
- E Lucia ? Con lei va bene...
- Principessa !… Lei è una bambina okey… Ci facciamo un sacco di risate assieme. Ha
un monte d’amichette ed è la più brava a danza artistica. D’estate facciamo dei giri in
bicicletta e andiamo a mangiare il gelato da Capoferri. Conosci la pasticceria Capoferri ?
- Non lo so… mangio poco il gelato. Lo prendo solo a Napoli.
- A Napoli lo fanno buono dappertutto – aggiunse Francesco mostrando un sorriso
pieno.
- Papà dove ti porta a mangiare i dolci a Napoli ?
- Con mamma, papà non viene più giù. Da Bellavia al Vomero. Mamma e Lucia si
mangiano la nutellotta ed io prendo una fetta di pastiera. L’ultima volta siamo ingrassati
due chili io e mamma a mangiare dolci… - rise ricordando il bancone della pasticceria, le
torte in vetrina e le passeggiate nella Villa Floridiana.
Il ragazzo era tornato all’improvviso tranquillo.
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- Sono passate le tre… E’ meglio se dormiamo – disse Marco.
- Come ?... ah, sì…
- Ti dispiace se dormo qui sulla sedia ?
Francesco non comprese.
- Ma c’è una stanza per gli ospiti…
- Mi fa piacere dormire qui, su questa sedia.
Continuava a non capire.
- Come ti pare… ma se cambi idea è la seconda stanza sulla destra.
- Buonanotte.
Francesco si buttò sul letto e spense la luce.
34
Marco si addormentò agitato, sognò subito Massimo che litigava con lui, ma in
quel disagio compariva Norbert che sparava a suo fratello nel basso ventre. Allora
Caterina gli urlò: cosa ci sei venuto a fare ? E Mària guardava la scena scuotendo la
testa. Marco si ritrovò a Piazza San Domenico Maggiore a Napoli, i libri sottobraccio,
aveva diciasette anni e camminava con due compagni di classe con cui aveva marinato la
scuola. Si ritrovò con Franco davanti al liceo Genovesi ad aspettare Paola che uscisse da
scuola. Scomparve la piazza e l’amico e si ritrovò a camminare con suo padre a Piazza
Trieste e Trento, aveva dodici anni, un viso da giovanottino per bene e indossava un
completo ben stirato. Si fermarono dall’acquaiolo a bere un bicchiere analcolico di rum
e selz. Quando si tirò sù sulla sedia si ritrovò in via Caracciolo con Gabriella: era un
pomeriggio di giugno, si conoscevano da poco ed erano innamorati. Non ebbe il tempo
di assaporare quel ricordo confuso che rivide il padre, grande, enorme che accusava lui e
suo fratello di averlo deluso. Ma il padre diventava lui e Massimo diventava piccolo
piccolo. Si ritrovò a Piazza del Gesù, di fronte al liceo, ad aspettare Paola, questa volta
era solo. La vide uscire, una, due volte, non gli piacque il modo in cui si salutavano;
allora tornò per la terza volta ad attenderla e lei uscì di nuovo, si baciarono sulla bocca.
Ma non provò nessun sollievo, anzi, si girò ripetutamente sulla sedia di bambù. Entrò
nella sede del gruppo Kronstadt e si ritrovò sbalzato a Londra. Era solo, infreddolito e
nessuno gli scriveva al postal office di Trafalgar. Si svegliò e nonostante i sogni era
riposato, si guardò intorno, vide Francesco che dormiva, dalla finestra proveniva una luce
di giorno già avviato. Si alzò con cautela ed uscì dalla stanza. In casa c’era ancora
l’odore di caffè, andò in cucina, sul tavolo c’era una busta con alcuni cornetti e nel
bricco c’era del caffè da riscaldare. Quando lo bevve capì che era decaffeinato. Il
muscolo cuore può essere tormentato da tutto ma non dalla caffeina, pensò.
Aveva voglia di uscire e fare una lunga passeggiata. In meno di un’ora sarebbe stato
in centro.
Al cancello centrale c’era un vigilantes nella gabbiola, gli chiese quale fosse la
direzione del centro, prese a sinistra. Camminò a passo deciso per strade silenziose, le
domestiche tornavano a casa dalla spesa, altre portavano nei passeggini dei fagottini nati
da poco. Le commesse dei negozi erano senza clienti, alcune civettavano sulla porta del
negozio, parlavano a bassa voce e ridacchiavano. Si fermò a guardare una pialla in
funzione in una falegnameria, fece un paio di domande all’operaio, riprese a camminare.
Giunse nella piazza della stazione, oltrepassò i soliti giardinetti e proseguì verso il
centro. Ad un’edicola comprò un quotidiano, camminando lo sfogliò distrattamente, alla
pagina estera notò un piccolo articolo in basso,
88
lo lesse. Le mani iniziarono a tremargli, accese una sigaretta, vide una panchina, si
sedette. Gettò la sigaretta a metà, riaprì il giornale, rilesse nervosamente l’articolo: due
ragazzi belgi erano stati arrestati a Barcellona, erano sospettati d’aver ucciso un cittadino
tedesco per derubarlo del danaro e dell’auto; la polizia riteneva che ci fosse un complice
con loro. Ritornò dal giornalaio e chiese un giornale francese, ma l’edicolante non ne
vendeva. Riprese a camminare pensando che avrebbe verificato su internet quando
sarebbe tornato a casa. Entrò in un bar, si sedette in una saletta laterale, ordinò una
sambuca e due caffè ristretti in tazza, per rilassarsi lesse tutte le notizie sportive. Bevve,
chiuse il giornale, si guardò intorno e notò un telecomando, accese un televisore e si
sintonizzò sul televideo, alle notizie estere. Niente su Norbert e i due ragazzi. Aveva
bisogno d’aria.
Giunse nel centro storico, adesso guardava tutto e tutti. Notò di lontano un signore
vestito con un’eleganza appariscente, aveva il busto eretto e guardava davanti a sé come
fosse al di sopra della specie; parlava agitando le mani con una donna sulla trentina
veramente bella e con un sorriso stampato sul viso. Fosse stato dell’umore giusto
Marco gli avrebbe fatto una pernacchia appena fossero stati vicini; ad una ventina di
metri lo riconobbe, era suo fratello, e quella che rideva doveva essere la sua segretaria.
D’istinto si voltò e tornò sui suoi passi, alla prima via sulla sinistra girò.
Si sentiva così confuso che decise di nascondersi. Trovò una vineria popolare, entrò,
ordinò mezzo litro di marsala all’uovo.
35
Marco rientrò per ora di cena, al cancello il vigilante chiese il passy,
chiamarono l’interno e potè passare. Caterina lo attendeva sulla soglia, lo salutò con
gentile freddezza, lo fece entrare in casa. Era tutto nella penombra e nel profondo
silenzio.
- Sto correggendo dei compiti - disse quasi a scusarsi - Hai cenato ?
- Sì, grazie – rispose con una bugia.
- Comunque se hai ancora fame la cameriera ha fatto un buon minestrone…
Marco guardava la cognata e si sentiva ancora in colpa per ciò che le aveva detto la
prima sera.
- Tu hai già cenato ?
- Con Lucia, prima di metterla a letto.
- Già dorme ?
- Lei è piccola… dorme anche dodici anni.
- Beata lei…
Caterina sorrise.
- Beati i bambini… scusami ma vado a terminare la correzione.
- Se dopo vuoi fare due chiacchiere, sono in camera.
- Già… già… Buonanotte.
E nella penombra raggiunse il suo studiolo illuminato da una lampada.
Marco salì le scale, andò diretto in camera di Francesco, era a telefono con una
ragazza. Gli fece un cenno con la mano e andò nella camera degli ospiti. Accese il
televisore e trovò un canale francese che iniziava un telegiornale. Restò in piedi ad
ascoltarlo sperando che non si parlasse di lui. Alla quinta notizia la giornalista lesse
della conferenza stampa della polizia sulla morte del cittadino tedesco Norbert Kluge;
passò la linea all’inviato, il cronista spiegò che per la polizia il caso dell’ antiquario
tedesco di origini ucraina, era praticamente risolto. L’uomo si era suicidato, c’era anche
una lettera spedita alla moglie che confermava la tesi. I due avventurieri belgi restavano
in carcere a Barcellona con l’accusa di furto. Marco si lasciò andare sul bordo del letto,
scoprì di avere mal di testa. Fumò una sigaretta con molta lentezza, quando la spense
aveva voglia di parlare. Fece un numero di Milano sperando che fosse ancora in
funzione, gli rispose una ragazza che gli dette un altro numero e poi un ragazzo gliene
dette un altro ancora. Alla quarta telefonata riconobbe finalmente la voce.
- Sandro… - disse con tono allegro.
L’uomo restò qualche secondo in silenzio, poi:
- Marco !? – disse con voce stupita.
- Marco Rivolti.
- Incredibile. Scusami… Ma qualcuno m’aveva detto che eri morto
- Se vuoi ci salutiamo qui ! – rispose un po’ risentito.
- No, no. Che piacere sentirti… Dove sei ?
90
- A un’ora da te, più o meno…
- Ti ospito ?
- Sono da mio fratello a Novara.
- Son proprio contento di sentirti… Vuoi suonare ?
- Assieme ?
- Senti ho dei turni di registrazione domani notte, c’è bisogno di uno bravo come te.
- E tu vuoi registrare con un morto ?
- Vaffanculo… Sei sobrio ?
- Come te alla prima comunione – disse infastidito da certe voci che giravano su di
lui, tutte esagerate se non false.
- Ci pagano in nero e quindi niente credit.
- Dimmi dove ?
- Al TI-Ol music productions. Sta a Solaro. Ma ti vengo a prendere alla stazione
domani e andiamo assieme.
- Non lo conosco il posto.
- Mancherai da una vita da Milano. Ha sale di registrazione basate su Mac Pro a 4
processori e sistema Pro Tools HD2 Accel.
- Mi prendi per il culo ? – disse Marco infastidito.
- Perché ?
- Mi hai preso per qualche ragazzetto fanatico di tecnologia ? Io sono solo un
musicista.
36
Giunse l’ora di andare a Milano, erano le cinque del pomeriggio. Convinse
Francesco ad andare con lui e Caterina a non dire niente al marito. Lei fece resistenza
ma vedendo il figlio eccitato e contento accettò. Presero il treno mezz’ora dopo e
giunsero alla stazione centrale nell’ora che a Marco piaceva di più quando stava in quella
città. Mancavano quattro ore prima dell’appuntamento con Sandro. Lasciarono passare
l’autobus 60 e presero il tram numero 33. Scesero alla Scala e si infilarono per via
Andègari. C’era tanta gente in giro, era apparentemente rilassata e rumorosa, Francesco
si guardava intorno come un provinciale finito in un luogo colorato e variegato.
Giunsero in una vineria nel cuore di Brera. Entrarono e ordinarono due bicchieri di vino
bianco, si misero a un lato del bancone a guardarsi intorno e a bere. In un’altra città
quelle persone avrebbero incuriosito, fatto fare commenti, ma lì tutto era naturale e
normale. Segretarie di notai che sembravano indossatrici, impiegati che sembravano
usciti da un fotoromanzo anni settanta, studenti di pittura che sembravano hackers in
stato di quiete. Due giovani lucidi come schegge parlavano di musica e di etichette
indipendenti, il primo ne citò una trasversale che si occupava di metal, nu-metal, rock
duro e rock melodico di stampo inglese; l’altro invece era più interessato ad un’etichetta
che pubblicava cd di elettronica, dalla tecno al rumore. Francesco li ascoltava incuriosito
mentre Marco volse lo sguardo da un’altra parte. Un uomo corteggiava una nera alta
due metri, lei rideva senza tuttavia capire nulla. Al banco c’era un’eccitazione preserale,
in realtà tutti volevano qualcosa da tutti. Nessuno sarebbe tornato a casa senza un
appuntamento successivo. A ben guardare tutto rimaneva in un’imprevedibile solitudine.
Marco terminò di bere, aveva fame. Andarono a mangiare uno spuntino in una
gastronomia di via Ponte Vetero, poi passarono in via delle Erbe a cercare un amico di
Marco, ma al videocitofono non rispose nessuno. Ripresero il tram, giunsero alla
stazione centrale.
Erano le dieci di sera.
Trovarono Sandro ad attenderli, i due vecchi amici si abbracciarono con trasporto e
in auto giunsero alla sala di registrazione.
Marco trovò ad attenderli nella sala dei ragazzi poco più che ventenni, tesi come
corde, tirati come dovessero fare una gara di moto. Era con quei quattro giovanotti che
doveva suonare. Furono gentili con lui ma gli si rivolsero come se avessero di fronte un
vecchio un po’
andato, con l’arroganza di chi ha vissuto meno. Quello più allegro gli nominò alcune
marche di strumentazioni, Crate, Marshall, Shure ma si interruppe quasi subito. Marco
aveva uno sguardo assente e scocciato.
92
- Okey – allora disse – registriamo fra venti minuti.
- Prove niente ?
- Facciamo musica facile questa sera… e se c’è qualcosa ci pensa il mixer. E’ una
scheggia.
Il giovane comprese il disagio di Marco, provò a scioglierlo.
- Dove hai suonato ultimamente ?
Marco si sentì sollevato un po’, era il primo contatto umano che aveva quella sera
con loro.
- A Londra… e prima in Irlanda.
Ma non disse che in Irlanda aveva suonato quasi un anno prima.
- Fai anche jazz-fusion ?... Jazz etnico…
- Jazz espanso lo definisco – disse sbadigliando.
Evitò altre domande che trovava fastidiose più per sé. Chiese quale fosse la sala,
entrò nella seconda, si sedette al contrabasso e si sciolse le dita sullo strumento.
Suonarono fino alle quattro e mezza, presero la paga, andarono a bere nel baretto
un bicchierino di gin. Si salutarono come vecchi amici che si sarebbero visti il giorno
dopo. Sandro accompagnò Marco e Francesco alla stazione senza dire una parola.
Quando scesero dall’auto Sandro disse tanto per dire:
- Ti va di fare altri turni ?
- Può darsi. Quando ?
- Chamami venerdì. Dovrei avere del lavoro.
- Grazie… ti richiamo venerdì.
- Non prima di mezzogiorno.
- Non prima di mezzogiorno – ripetè Marco perché non sapeva come concludere
quella conversazione.
Si lasciarono entrambi consapevoli che non si sarebbero sentiti per molto tempo.
37
Massimo era sulla porta di casa, dritto come non lo era mai se non al lavoro.
Guardò con un’espressione severa Marco e Francesco, espressione che divenna ancora
più dura quando credette che il fratello fosse stremato e senza possibilità di tenergli
testa. Guardò per un attimo il figlio.
- Mi hai proprio deluso… ma adesso va’ a letto. Ne parliamo quando torno.
Francesco assonnato lanciò uno sguardo allo zio, doveva essere un saluto di buona
notte. Schivò il padre nel timore di ricevere uno schiaffo e scomparve verso la scala.
Massimo non sapeva da dover iniziare, qualsiasi frase che pensava era troppo gentile,
voleva essere efficace e definitivo col fratello.
Marco lo osservò più scocciato che preoccupato. Sapeva bene che quello che aveva
fatto con il nipote non era niente di drammatico, ma era solo imbarazzante il modo in
cui erano stati scoperti.
- Entriamo in casa o parliamo qui ?
Massimo non rispose subito.
- Mi posso ancora fidare ?! – rispose il fratello.
Marco pensò che quell’uomo fosse diventato un puro idiota
- Sono andato a suonare a Milano e Francesco è stato sempre con me.
- E’ questo il problema, secondo te ?
- No… non è questo il problema.
Si sentì una porta chiudersi al piano superiore e dei passi che iniziavano a scendere i
gradini.
- Su, entra – disse abbassando il tono di voce. Non voleva essere visto così da un
estraneo.
- Andarono a sedersi nello studio, in quella stanza era tutto in ordine e regnava
l’igiene, sulla parete alle spalle di Massimo troneggiavano la laurea e una decina di
diplomi vari. Aveva bisogno di quelle presenze per sentirsi ancora più forte, pensò
Marco. Lo disturbava quel posto, prese una sigaretta e la stava per accendere.
- Mi dispiace ma in questa casa non si può fumare.
Marco guardò il fratello, quel “ non si può “ gli dette più fastidio del divieto stesso.
Massimo sospirò profondamente, si mise ancora di più dritto sulla sedia, iniziò a
parlare con calma. Usò parole fredde e taglienti, si servì di una prosopopea
apparentemente logica e inattaccabile su tutta la linea. Partì da cosa significasse essere
fratelli, poi l’ospitalità, l’educazione dei figli e il rispetto delle regole. E giacchè sembrava
in forma quella mattina giunse a parlare di loro ragazzi, di come erano figli e dei loro
genitori e di quello che avevano prodotto nella vita. Usò tutto il repertorio come fosse
una pistola e le parole proiettili
94
freddi e devastanti. Quando si sentì appagato si zittì, prese dal frigo dietro la scrivania
una bottiglia dell’acqua e ne offrì un bicchiere al fratello.
Marco era ancora incerto se rispondergli a dovere o restarsene in silenzio e
andarsene a letto a dormire. Sapeva che metà delle cose dette da Massimo potevano
essere vere ma anche che l’altra metà erano ferocemente gratuite. Comunque mai
nessuno si era rifatto i muscoli in questa maniera con lui. Ma era anche troppo stanco
per non rinviare questa conversazione al giorni dopo.
- Non hai niente da dire ? – chiese Massimo.
E fece un mezzo sorriso ironico.
E questo fu l’unico errore vero che commise.
Marco lo guardò fisso negli occhi, poggiò il bicchiere sulla scrivania, si accese una
sigaretta tanto per stabilire che le regole stabilite dal fratello stavano saltando.
- Per quanto riguarda Francesco e Milano ti posso dare ragione, ma solo perché fai
finta di essere un genitore ma sai fare solo l’autoritario... Per quanto riguarda il resto,
ma ti guardi mai allo specchio ? Sei diventato il peggio della caricatura di un borghese
grasso e arrogante. Caterina è depressa e infelice per il tuo egoismo, tu lo sai e la butti
nelle braccia di un tuo collaboratore così ti dà meno noie. Così ti puoi scopare come un
pappone qualche segretaria che te lo succhia per fare carriera. Credo che tu lo sappia
anche e invece ti reputi un grande scopatore. Hai una casa che sembra una banca in
chiusura settimanale, un figlio che rischia l’isolamento e una bimba che vedrai al
massimo la domenica. Perché non ci sei mai e lei è piccola e dorme, dorme per poi
scappare a scuola…
Disse tutte queste parole con un solo fiato, senza crederci veramente, ma le reputava
credibili e le disse con convinzione. Quasi si rivelassero anche a lui per la prima volta in
quel luogo.
Massimo non mostrò alcuna reazione, restò immobile e serafico come fanno i
manager durante una dura trattativa.
Mio dio ! A questo sei arrivato… - disse mostrando pena per il fratello.
Marco percepì che oramai loro due erano come isole nella nebbia. Provò sgomento
e ancora più solitudine.
- Lo capisco che la vita ci cambia, ma dove è finito il Massimo che
voleva andare a lavorare nel terzo mondo ? E quello che amava Caterina e faceva
Novara-Napoli tutti i fine settimane. E il compagno che andava alle Vele a fare lavoro
politico ?
Massimo scosse la testa.
- Ecco perché non hai combinato niente nella vita… vivi ancora
nelle illusioni e nel sogno… Ma dal sogno io mi sono svegliato.
- No, tu hai fatto un altro sogno. Quando ti sveglierai sarai senza moglie, senza figli,
con qualche amante buona per una mezz’ora. E senza fratelli.
95
Massimo provò per un attimo un fremito.
- Sei uno stronzo.
Marco si alzò.
- E tu una merda. Ma non siamo fatti dello stesso materiale.
- Dove vai adesso ?
- Vado a dormire. Sono stanco.
- Riprenderemo questa conversazione !
38
Marco andò nella camera di Francesco, il ragazzo dormiva, lo scosse.
- Ciao Francesco. Parto.
Il ragazzo aprì gli occhi.
Te ne vai ?
Marco mosse la testa.
- In bocca al lupo… Ciao.
Francesco sorrise.
- Ci siamo divertiti a Milano…
- Lo rifaremo.
- Abbracciami, zio.
- Marco si chinò e lo strinse a sé.
La casa era come sempre al buio e nel silenzio completo. Marco aveva voglia di luce,
andò alla finestra e l’aprì, ma trovò un muro compatto di nebbia.
- Cosa fai ?
Marco si voltò.
Caterina era in vestaglia e lo osservava con un viso sgualcito e pallido.
Marco chiuse la finestra.
- Parto.
- No – disse con grande spontaneità.
- E’giunto il momento.
- Non dovevi ancora parlare con Massimo.
- Un’altra volta… in un’altra vita.
- Dove vai ?
- A Napoli.
- Hai un po’ di tempo per me ?
- Per te sì… Massimo ?
- Massimo non c’è… torna questa sera. E’ a Palermo per lavoro.
- Ti va di accompagnarmi a un autogrill ?
Caterina sorrise.
- Viaggi ancora in autostop…
- No… ma adesso ne ho voglia.
Con l’auto giunsero ad un autogrill sull’autostrada per Genova, andarono a sedersi a
un tavolo del ristorante. Ordinarono la colazione.
- Anche tu mi rimproveri di qualcosa ? – chiese Marco interrompendo il silenzio.
Caterina scosse la testa.
- Di che cosa mi vuoi parlare allora ?
Caterina tacque ancora qualche secondo. Poi andò diretta all’obiettivo.
- Tu l’hai visto una sola volta e non ti…
Marco la interruppe.
97
- Due volte.
- Due volte ?
- Nel centro storico con Massimo e la sua segretaria.
- Non fare il cinico con me. Allora ?
- Devi avere molti dubbi se vuoi un parere da uno come me.
- Non girarci intorno.
- No… Sei sicura di voler sapere quello che penso…
Caterina guardò il viso del cognato. Era arrivata sin lì e non certo per bere un
cappuccino.
- Va bene – continuò Marco – io credo che Massimo sia diventato… - non gli veniva
in mente la parola.
- Egotista ?
- Diciamo così. Che preferisce fare solo quello che vuole. Ti ha visto disperata e
piuttosto che perderti o riconquistarti ti ha trovato un’amante…
Caterina sbiancò in viso.
- Credi veramente a quello che dici.
- Non sono mica la Bibbia… ma credo che sia possibile.
- Ma Alessandro è sincero… lo sento che mi ama.
- Sei una bella donna, ho l’idea che a letto sei… un’ottima padrona di casa. Lui non
rischia niente se non qualche gratificazione personale e professionale…
Caterina non rispose subito.
- Se questo fosse vero saremmo tutti dei pazzi furiosi.
- Questa è un’epoca di pazzi furiosi.
- Allora non mi ama ?
- Vuoi sapere veramente ?
La donna scosse la testa, ma non voleva comunicare nulla di preciso.
… Vai a vedere con un bluff…
Caterina guardò in modo interrogativo il cognato.
- Digli che vuoi lasciare Massimo ma che per adesso voi due rimarrete solo amanti…
Se Massimo torna a casa turbato, altrimenti…
- Altrimenti…
- Altrimenti è Alessandro un pazzo che va a letto con la moglie del capo e si
comporta in maniera così sfacciata.
La donna sospirò e in quel sospiro c’era tutta l’inquietudine e la fatica del momento.
- Ma posso darti un consiglio…
- Certo – rispose preoccupata di quello che avrebbe ascoltato.
- Tu sei una bella persona, forte, sei rimasta integra dalle cose della vita ma stai
vivendo un periodo così... Ne puoi uscire solo senza Massimo. Se non cambi presto, ti
ritroverai in pochi anni senza i figli che sono cresciuti e un uomo egotista nei fine
settimana. E il lavoro diventerà il tuo unico motivo di vita.
98
Caterina provò un brivido alle gambe.
- Ecco il lato più terribile del tuo carattere… riesci a dire delle cose semplici ma con
una freddezza da becchino.
Marco addentò con voracità il cornetto rimasto sul tavolo tutto il tempo e lo finì con
tre morsi.
Bevvero il cappuccino in silenzio, si alzarono, andarono all’auto di lei. Caterina aprì
la borsa e gli passò delle chiavi. Marco non capì.
- La casa di Napoli.
Marco guardò la donna tra lo stupito e il contento.
- E’ ancora li ?
- Se non l’hanno spostata.
- No, dico…
La donna gli parlò addosso.
- Tranne per il numero di telefono è come prima.
Si abbracciarono con forza senza dirsi altro; lei partì rapidamente, lui dopo averla
salutata con la mano, si guardò attentamente intorno, andò verso un’auto francese.
Benvenuto il luogo in cui
tanta gente assieme non fa massa.
Giorgio Gaber
39
Giunse a Napoli alle undici di sera.
Si era addormentato durante l’ultimo tratto del viaggio e quando aprì gli occhi
guardò oltre il finestrino dell’auto rumorosa e fredda. Non capì subito dove fosse,
sbadigliò, accese una sigaretta e ne offrì una al guidatore.
- No, grazie. Queste sono troppo forti – disse con uno scandito accento napoletano.
Marco tornò a guardare la strada, riconobbe l’Ospedale Cardarelli, il grande slargo
con il capolinea degli autobus e da un lato c’erano delle puttane intorno ad un falò.
L’auto percorse la discesa di via Castellino, rallentò e parcheggiò su un marciapiede.
Scesero, entrami si sgranchirono le gambe, il guidatore si piegò in avanti e portò la
punta delle dita alle scarpe.
- Tutto a posto, allora ?!.
Marco lo guardò per bene per la prima volta, aveva almeno dieci anni meno di lui,
era di una magrezza drogata, i capelli lisci e lunghi, sul viso delle fistole grosse e rosse,
le mani avevano dei piccoli buchi induriti e dal color marrone.
- Tutto a posto. Grazie per il passaggio.
- E chè ?
La strada era illuminata, c’erano ancora dei negozi aperti qui o là, un salumiere, un
barbiere, un tabaccaio. Alcuni passanti camminavano lentamente lungo la salita, due
signore aspettavano l’autobus alla fermata, dei ragazzi erano affacciati ai balconi, da
molte case provenivano le voci e le luci blue dei televisori accesi. Da una casa al primo
piano proveniva una canzone di Finizio. Dei ragazzi sugli scouter sgassavano e facevano
il cavallo nel parco di fronte.
Marco aveva le chiavi di una casa, grande, confortevole e con una bella vista sul
golfo, ma non ci aveva mai più messo piede da quando la madre era morta. E non ci
sarebbe mai rientrato di notte, stanco, abbrutito e sfatto. Gli sarebbe sembrato
offendere la memoria di sua madre e suo padre.
- Piero, ci sta’ n’albergo a sti ppart ?
Senza rendersene nemmeno conto aveva ripreso a parlare la lingua dopo oltre
quattro anni.
- Non la tieni ‘na famiglia ?
Marco scosse il capo.
- Manco n’amico…
Marco rimase immobile.
- E che cazzo… Vieni t’ospito io.
- Grazie, sarà per un’altra volta.
- Che tieni e sorde a ittà ?... – e rise bonario.
- A suffunn… - rispose stupendosi d’aver ritrovato una parola che non ricordava di
conoscere.
- E allora ?
100
Senza dire altro entrarono in un palazzo malandato. L’ascensore era fermo, fecero le
scale a piedi.
La casa era all’abbandono, niente era al suo posto. Un materasso a terra, piatti
sporchi sul televisore, dei fumetti di Dylan Dog sulle sedie assieme a slip e a cucchiaini.
L’uomo accese la radio, il canale era sintonizzato su una trasmissione locale sportiva.
- Fa’ quello che ti pare. Arrangiati. Io me ne vado a dormì.
Si andò a buttare su un letto in un altra stanza.
Marco si sdraiò vestito sul divano, si coprì con un sacco a pelo, ma era troppo teso
per prendere sonno. Si alzò, spense la radio, accese il televisore. C’era un episodio in
bianco e nero degli Intoccabili, quando terminò cambiò i canali e si soffermò su un
episodio di Rockfort, quindi su un di Star Trek. Appoggiò la testa all’indietro sullo
schienale, nell’abbrutimento della stanchezza pensò che non era mai partito da Napoli,
era uscito dopo aver litigato con Gabriella ed era finito a dormire nella casa di uno dei
tanti conoscenti. S’addormentò senza nemmeno accorgersene.
40
Fece una lunga passeggiata, scese tutta la collina del Vomero percorrendo
viuzze strette, brutte e malmesse. Attraversò piazza Mazzini e scese ancora. C’erano
palazzi con le stesse malformità, gli stessi scalini malandati, i soliti balconi con le finestre
spalancate da cui provenivano odori di pulizia e cibo cotto, i panni erano stesi ad
asciugare. Due mamme e una ragazzetta si parlavano affacciate alle finestre di due case
attigue, fecero una battuta su Marco in napoletano stretto e risero allegre; un uomo
anziano era seduto al balcone, aveva indosso il pantalone del pigiama e una maglia di
lana ingiallita, assaporava una sigaretta lentamente. Le auto erano ferme a casaccio,
tutte vecchie e con targhe del nord. Dai bassi proveniva musica melodica partenopea,
sempre la stessa, sempre meno vera.
Tutto era uguale a sempre.
I bambini urlavano rincorrendosi per le viuzze, i gatti se ne stavano sdraiati al sole e
i cani sfessati gironzolavano con gli occhi pronti ad addentare qualche scarto o a evitare
un calcio. C’era una salumeria che straripava di insaccati e formaggi, una macelleria con
la carne in esposizione sulla stradina, un meccanico di motorini da truccare. Vide un
uomo con una lenza, salutò un amico, andava a pescare nel mare di Margellina.
Marco sapeva come era visto e inquadrato in quel quartiere. era un estraneo, uno
che veniva dalla collina, un vomerese satollo e fesso. Apparentemente invisibile a tutti,
nessuno lo osservava ma tutti lo avevano già fotografato. Animali di branchi differenti.
Giunse a Piazzetta Montesanto e si fermò a guardare quell’angolo affollato di Napoli.
Con l’entrata della funicolare sempre chiusa, i negozietti di frutta e verdura, con i
banchetti di pesce, con un paio di contrabbandiere di sigarette sedute a vendere davanti
ad una tabaccheria, con la friggitoria di paste cresciute e arancini. Sorrise a quel
tripudio di suoni e colori, cercò di capire ciò che lo commuoveva. Concluse che aveva
davanti ai suoi occhi ciò era lui tantissimo tempo fa e che invece non sarebbe mai più
stato. Adesso era solo un turista di quel paesaggio umano. Un turista di se stesso.
Non aveva una mèta e si lasciò portare dalla corrente. Giunse a Piazza Dante, si
fermò a un’edicola che aveva esposto i singoli fogli del quotidiano cittadino in lettura sul
muro di un palazzo; insieme ad altri sfaccendati si mise a leggere le notizie di cronaca.
Un vecchio, piccolo e fragile, guardò Marco.
- Voi che dite ? Ci andiamo in Coppa Uefa ?
Marco interruppe la lettura.
-E come no ?...
- Quello è l’allenatore che non è buono…
Marco non sapeva cos’altro dire.
- Avete proprio ragione.
102
- Voi non siete di qua ? – insistè l’anziano.
Marco salutò l’uomo bruscamente e riprese a camminare. Lanciò uno sguardo sul
lato sinistro della piazza, osservò la statua di Dante e lo spiazzo antistante. Dei
ragazzini giocavano a pallone, degli emo erano seduti ai piedi del monumento e
bevevano birra. Sul marciapiede le bancarelle di merce contraffatta. Entrò in una
rosticceria dal nome ridicolo Vaco e pressa, prese una pizza con la ricotta, la mangiò in
piedi, uscì. Nei bar la gente faceva ressa ai banconi per il caffè. I commessi dei negozi
erano sugli usci e passavano così il tempo. I vigili osservavano il traffico caotico e
chiacchieravano tra loro. A Marco, in quella folla, sembrò di riconoscere Gabriella, il
cuore balzò in piedi ma tornò a sedersi, quella ragazza non aveva nemmeno trent’anni.
Loro si erano conosciuti proprio lì, lei arrivava dalla Pignasecca con un’amica e lui era in
compagnia di un attore di sceneggiate. L’amico conosceva l’altra ragazza e iniziò a
provarci, come faceva con tutte. Così si erano conosciuti… Marco attraversò, prese un
vicolo sulla sinistra e giunse a piazza del Gesù, il liceo Genovesi era sempre lì come il
bidello seduto nel gabbiotto a leggere il giornale sportivo. Voleva sedersi ai piedi
dell’obelisco ma era recintato. Accese una sigaretta e rimase in attesa di qualcosa. Ma
non riconobbe nessuno in quella folla e nessuno riconobbe lui. Solo i ricordi potevano
riconoscerlo in quella folla, ma Marco li evitò con decisione.
Suonò la campanella del liceo, gli alunni delle prime classi uscirono rumorosamente,
alcune ragazze raggiunsero dei giovanotti sulle moto, sul lato della piazza. Si diedero dei
bacetti sulle guance, dissero qualche battuta, salirono sulle moto e partirono. Marco
provò antipatia per quei giovani apparentemente ricchi, sereni e viziati. In verità
provava solo invidia per la loro età e la loro leggerezza. Senza rendersene conto si
ritrovò lontano da quella piazza e da una parte della sua giovinezza.
41
Giunse a San Martino.
Si sentiva all’improvviso agitato e insicuro vedendo il suo palazzo. Aveva il
desiderio di tornarsene indietro, ma per andare dove ? Si fece coraggio, senza più
esitazione raggiunse il portone, entrò. Salì le scale a piedi, giunse davanti alla porta di
casa con le chiavi in mano ma spinse il pulsante. Immaginò che gli aprisse la sua
vecchia. Ma quella fantasia gli sciolse solo una lacrima. Non venne nessuno ad aprire.
Lo sapeva ma se ne dispiacque lo stesso. Gli passò accanto un ragazzo con i libri
sottobraccio, aveva i capelli rossi e ricci come Massimo quando aveva sedici anni; il
ragazzo salutò e salì un’altra rampa. Marco si appoggiò alla porta, nell’aria c’era un
odore di pasta e verza. Al piano sottostante una voce materna chiamò la figlia che stava
parlando sul ballatoio col fidanzato. La porta alle spalle di Marco si aprì, comparve una
signora, lo guardò ben bene.
- Cosa desiderate ?
Marco si girò, non sapeva cosa rispondere.
- Cercate qualcuno ? – insistè la donna.
- Sono il signor Rivolti… Il fratello dell’ingegnere.
- Ah ecco perché…
Marco non capì e non se ne curò.
- Voi siete il musicista ?
Marco scosse il capo e mise la chiave nella toppa.
- Allora bentornato… se avete bisogno di qualcosa non fate cerimonie.
Marco la ringraziò ed entrò in casa lasciando la porta aperta. Lo accolse un buon
odore di lavanda e di fresco; accese le luci in ogni stanza. Tutto era in ordine, tutto
spolverato e pulito; tutto sembrava accoglierlo con affetto. Aprì il frigorifero, era
riempito di cibo e di vino falanghina. Era stupito ma anche inquieto. Si domandò come
era possibile che la casa fosse così viva, pensò per un attimo che erano stati i suoi
genitori. Che idea stupida e romantica. Si accese una sigaretta, prese dal frigo una
bottiglia di cognac, si mosse per la casa e aprì tutte le finestre, andò sul balcone.
Rimase a guardare il mare, il Vesuvio, le isole lontane, Margellina e il porto. Bevve un
sorso e pensò che lui era stato quella casa.
Entrò nella stanza dei genitori, il suo sguardo si soffermò sul vecchio letto anni
sessanta, provò una specie di languore, spostò lo sguardo sull’armadio, poi sulle foto del
padre in bianco e nero dritte sul comodino. Aprì un cassetto, c’erano ancora le collane e
gli anelli della mamma, messi ordinatamente, gli uni dietro le altre. Mamma, disse ad
alta voce come se lei fosse nell’altra stanza, provò una sensazione di commozione. Si
sdraio sul letto e si rotolò fino a che il corpo non avesse toccato tutte le parti della
coperta. Poi si bloccò e
104
l’accarezzò con gli occhi chiusi, come stesse accarezzando i visi dei genitori. Aveva
pensato di stare a casa quasi niente, timoroso di essere avvolto dalla nostalgia e da
quella sorta di infelicità verso il passato che ogni tanto lo coglieva e invece… Accese lo
stereo, mise un disco in vinile di Sergio Bruni a tutto volume, andò poi in cucina e si
mise a cucinare per più di quattro ore, fece una parmiggiana di melenzane, un gatteau
di patate, frisse dei peperoncini verdi. Ogni tanto gli scivolava una lacrima sulle guance,
se l’asciugava, faceva un tiro da una sigaretta sempre accesa nel posacenere e riprendeva
con i pomodorini pachino o a passare le patate. A volte cantava con Bruni, con Mario
Abate, Nino D’Angelo…
Preparò la tavola sul balcone per quattro, dispose con cura tutto quello che aveva
cucinato, si sedette e immaginò di non essere da solo. Mangiava con calma ma ogni
tanto veniva colto da tremori alle mani. E mentre mangiava guardava il panorama e
iniziava a sentirsi conciliato con se stesso e il suo passato. Con i sensi di colpa dei suoi
abbandoni, delle sue fughe, di non aver avuto il coraggio di affrontare se stesso nelle
difficoltà. Si addormentò ubriaco sulla sedia. Si svegliò per il freddo verso le tre del
mattino, vide in lontananza sul mare le lampare che andavano a pesca. Chiuse la
finestra, indossò un pigiama del padre e andò a stendersi nel mezzo del letto dei suoi
genitori. Non a destra né a sinistra, al centro, come non volesse fare preferenze tra suo
padre e sua madre.
42
Il pomeriggio successivo suonò il campanello, Marco era ancora a letto in un
dormiveglia febbricitante. Si alzò a fatica, andò alla porta, guardò all’occhiello. Non
c’era più nessuno. Andò allora in bagno, si fece una doccia fredda, si rase. Mise in
ordine e pulì i piatti e le pentole. Si vestì e volle mettersi una camicia e una cravatta del
padre. Bevve tutto il caffè di una macchinetta da cinque. Uscì senza sapere cosa avrebbe
fatto. Si ritrovò a vico Belle Donne a Chiaia, davanti al palazzo in cui abitava con
Gabriella. Quando se ne rese conto iniziò ad essere agitato, guardò il citofono per
sapere se abitava ancora lì. Guardò una finestra del secondo piano, la luce era accesa;
un uomo spostò la tenda, guardò verso la stradina, scomparve. Marco ebbe un tuffo al
cuore, guardò meglio, aveva fissato la finestra accanto. Notò che la salumeria aveva
ancora un telefono a schede, ne comprò una, fece il numero interrompendolo tre volte,
sbagliava a digitarlo. Il telefono squillò una prima volta, prese una sigaretta. Squillò una
seconda volta, l’accese, tornò a guardare la finestra. Un terzo squillo, vide due donne
uscire dal portone, le guardò, non era Gabriella. Iniziava a piovere, una coppia s’andò a
riparare in una pasticceria, l’uomo le dette un bacio sul collo, lei rise. Si aprirono
ombrelli qui e là, il claxon di una moto squillò fastidioso.
- Sì… pronto.
Marco era interdetto.
- Pronto ?!
Aveva riconosciuto la voce della donna ma disse:
- C’è Gabriella ?
- Scusami Riccardo, sto facendo la doccia. Mi chiami fra un quarto d’ora ?
Marco balbettò un sì.
- Sei tu, Riccardo ?
- … Sono Marco… Marco Rivolti.
Ci fu un lungo silenzio.
Gabriella fece cadere qualcosa in terra.
Marco gettò la sigaretta e la spense con la punta della scarpa.
- Ciao Gabriella…
- Sei già a Napoli… Aspetta un attimo.
Gabriella corse in bagno, chiuse il rubinetto della vasca, si tolse l’asciugamani, si
infilò delle mutandine e un accappatoio giallo. Rientrò nella stanza, abbassò la musica, si
andò a sedere. Si ravviò i capelli umidi. Respirò profondamente e cercò di essere più
calma possibile.
- Come stai ?
- Meglio di qualche settimana fa… E tu ?
- Bene…
Nessuno dei due sapeva come portare avanti la conversazione.
- Sei sempre il tuo personaggio ? – chiese Gabriella.
106
Marco non aveva voglia d’essere maltrattato.
- Ti chiamo in pace.
La donna rispose con una voce stanca.
- Sono in partenza. Più o meno.
- Per una vacanza ?
La donna guardò un calendario.
- Mi telefoni proprio oggi ?!
Marco comprese che doveva essere un giorno particolare,
-Lo sai che non sto indietro alle date. Che giorno è ?
- Tu stai indietro solo alle tue fughe – disse, ma non voleva essere aggressiva.
Marco vide passare due giovani infermiere con la divisa bianca e il cappottino blue.
Era convinto che quella conversazione sarebbe finita presto e non voleva renderla
pesante.
- Gabriella volevo solo…
La donna gli parlò addosso.
- Cosa vorresti ? Fare una rimpatriata tra vecchi amanti ? Ricordare i bei tempi
andati ?
- Scusami. Hai ragione tu. Sono una gran testa di cazzo…
Stava per mettere giù i microtelefono.
- Da che parte sei ?
Stava per dirle una bugia.
- Sotto casa tua… più o meno quindici metri.
Gabriella sorrise nervosamente.
- Ti trovavi a passare…
La donna si alzò, andò alla finestra. Gli sguardi si incontrarono. Ritornò al telefono.
- Come mai così elegante ?
- Non sono sempre il mio personaggio.
- Ti va di salire ?
- Tu che dici ?
- Fra venti minuti.
Interruppe la conversazione.
43
Gabriella entrò in una minigonna nera elasticizzata e su una camicetta bianca
mise un pulloverino color verde pallido. Guardò l’orologio, andò a sedersi, si mise a
tamburellare con le dita sul tavolo. Sentì suonare alla porta, si alzò di scatto, ma lasciò
passare alcuni secondi prima di andare ad aprire. Quando si trovarono l’uno di fronte
all’altra rimasero immobili a guardarsi; lei sorrise nervosa tenendo le dita delle mani
intrecciate dietro il corpo, lui la guardava con discrezione poi sorrise anche lui. Marco
era più magro di come lo ricordasse ed anche più vecchio, notò un filo di capelli
brizzolati, luì la trovava come sempre, bella e arrapante. Entrambi avevano un nodo alla
gola.
- … Posso entrare ? – e sorrise un po’ in imbarazzo.
Gabriella lo fece entrare in modo formale, lo fece sedere e lei se ne restò in piedi di
fronte a lui.
Restarono così per un tempo lunghissimo, ma in realtà non se ne resero conto.
- Non puoi restare molto, c’è un amico che passa a prendermi fra una mezz’ora.
Marco scosse la testa. Allargò le gambe, poggiò i gomiti sulle cosce, intrecciò le dita.
- Beviamo qualcosa ?
- Cosa vuoi ?
E si mosse verso il mobiletto dei liquori.
- Un cognac.
- Non cambi abitudini…
- Cambio sempre tutto ma non le abitudini.
Gli porse il bicchiere e s’andò a sedere dal lato opposto.
- Tu lo sapevi che stavo venendo a Napoli – voleva essere una domanda e invece
divenne una affermazione convinta.
La donna guardò quel vecchio amore scappato dalle sue mani in un giorno di
primavera di quattro anni prima.
- Caterina… - disse e si ricordò l’emozione che aveva provato quando l’aveva sentita
dire Marco, sta venendo a Napoli.
Gabriella bevve tutto il cognac del bicchiere.
- Tu sei come un commesso viaggiatore e le persone sono la tua mercanzia.
Marco trovò quelle parole ingiuste, ma sapeva che lei non l’avrebbe accolto come se
niente fosse stato.
- I commessi viaggiatori si dimenticano presto, io invece lo lascio un ricordo.
Sorrise mostrando un’espressione aperta.
- Forse solo perché te ne vai prima che tutto diventi semplicemente quotidiano.
Gabriella si alzò e andò a versarsi un altro cognac.
- C’è ancora roba tua qui, se la vuoi…
108
- Buttala o regalala… non ho bisogno di niente.
- Come mai sei tornato a Napoli ?
- Mi sentivo abbrutito e sono partito. Napoli è venuta così, viaggiando.
Si rese conto che stava dando una risposta simile a quella che avrebbe potuto dire
quattro anni prima.
- E’ venuta così, Napoli ? Non puoi essere diventato così cinico… - disse la donna
guardandolo.
-… Come si dice ? Non sapevo di sapere.
- Sono venuti due poliziotti una settimana fa, volevano parlare con te.
- Cosa volevano ? – chiese infastidito.
- La polizia francese voleva farti delle domande su un tedesco.
- E sono venuti da te ?
- Hai ancora il domicilio qui… Hai piantato un’altra disgraziata a Londra ?
- Sì… no – non voleva essere così ingenuo – E lei che mi ha mollato e allora sono
partito.
La donna scosse il capo, non gli credeva.
- Sei diventato monotono, scappi da Napoli e vai a Londra. Scappi da Londra e torni
a Napoli. Sei in Sudamerica e vorresti andare in India e così via… Ti ha fatto bene
almeno tornare a Napoli ?
- Per adesso è una gran festa.
Marco sorrise senza un motivo apparente, anche Gabriella sorrise.
- Hai chiamato qualcuno dei vecchi amici ?
Marco ricordò l’agendina che aveva trovato a casa, tutti quei numeri che c’erano
segnati eppure non aveva avuto voglia di chiamare nessuno.
- Vieni a sederti più vicino. Non ti mangio…
Gabriella attese, poi s’avvicinò ma lasciò un piccolo spazio tra loro.
- Davvero stai per partire ? – chiese con dolcezza l’uomo.
Gabriella annuì.
- Ho trovato un buon lavoro… Com’era Parigi ?
Lui avrebbe voluto sapere di più ma lei non voleva dirglielo ancora.
Suonò il citofono.
Entrambi guardarono l’orologio, e s’accorsero che era scesa la sera. Gabriella si alzò
e andò ad accendere la luce.
Suonò di nuovo il citofono.
- Non rispondere.
Gabriella lo guardò.
- Non posso farlo aspettare.
Andò a rispondere.
- Marco s’alzò, andò alla finestra, vide la salumeria con il telefono, un’auto giunse al
portone, scesero due bambini, rimasero fermi in attesa che la madre entrasse nel
palazzo. Dalla finestra della casa di fronte si intravedevano tre anziani che giocavano a
carte.
109
- Devo uscire.
Marco si voltò.
- Chi è, Riccardo ?
La donna annuì.
- Innamorata ?
- Gabriella sorrise.
- L’ho conosciuto un mese fa ad una festa e facciamo coppia… Devo proprio uscire.
Si avviarono alla porta. Uscirono. Aspettarono l’ascensore fermo al quarto piano.
- E dove vai a lavorare ?
- Ho mandato dei curriculum a delle università e mi ha risposto quella di Quebec.
Fra venti giorni devo prendere servizio.
L’ascensore giunse al piano. Entrarono in silenzio.
- Grazie per aver messo a posto casa – disse Marco guardando la porta.
- Non ti montare la testa, sono solo passata dal tuo portiere e gli ho chiesto di
preparare casa…
- Grazie, comunque.
L’ascensore giunse al primo piano, Gabriella aprì una porta interrompendo la
discesa. Si avvicinò all’uomo.
- Baci ancora bene ?
Lo baciò sfiorandolo con le labbra, si fermò, riprese più decisa, si fermò di nuovo.
Poi un bacio lungo, intenso, carnale. Richiuse la porta e schiacciò il tasto di terra.
Sul portone c’era Riccardo in sella ad una moto, i due uomini si salutarono
stringendosi la mano. Gabriella ne approfittò per osservare Marco di profilo. Poi si mise
il casco, salì sulla moto, gli sorrise.
- Come è il Quebec ? – chiese Marco.
- Non ci sei ancora stato ?
- No, mai.
- Ho dei dvd del paese. Sembra molto bello.
Si strinse ai fianchi di Riccardo, la moto rumoreggiò e partì sparendo in un vicolo
sulla sinistra.
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