Ingrandimenti
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Michela Vittoria Brambilla
Manifesto animalista
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Manifesto animalista
di Michela Vittoria Brambilla
Collezione Ingrandimenti
ISBN 978-88-04-62679-4
© 2012 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
I edizione dicembre 2012
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Indice
9 Prefazione
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Green Hill, la collina della vergogna
2 Una strada già tracciata
3 Anime randagie
4 Finalmente entro anch’io
5 La coscienza degli animali
6 La giraffa della libertà
7 Vite in palio
8 Io non mangio i miei fratelli
9 Rambo e i suoi fratelli
10 Anche poco può fare molto
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193 Conclusioni
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Manifesto animalista
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Prefazione
Una delle domande che più frequentemente mi vengono
rivolte è perché difenda con tanta tenacia gli animali e non
metta altrettanta energia nel proteggere i diritti delle persone meno fortunate o colpite dalla crisi economica. Per rispondere, devo innanzitutto contraddire la premessa implicita nella domanda. Forse non sempre i media se ne sono
accorti, ma nelle mie iniziative per affermare i diritti delle persone metto esattamente la stessa energia e la stessa
“grinta” che impiego nel mio impegno come animalista.
Devo tuttavia confessare che provo fastidio per la forzata
contrapposizione tra uomo e animale, che di tanto in tanto viene proposta come se si dovesse inevitabilmente scegliere chi dei due gettare fuori bordo. In questo comodo
aut-aut sono facilmente rilevabili le tracce di concezioni antropocentriche che hanno antiche radici nel pensiero greco
e nell’aristotelismo cristiano, quello che faceva dire a Tommaso d’Aquino: “Gli animali e le piante non hanno una vita
razionale, per mezzo della quale guidarsi e muoversi da se
stessi: segno che sono radicalmente servi, servi secondo natura, fatti per l’uso da parte degli altri”.
Partiamo invece da ciò che accomuna l’uomo e gli animali, il dono della vita, e scopriremo che il rapporto tra noi
e loro non è certo quello tra il soggetto pensante e lo strumento inanimato. L’uomo non è il padrone, al massimo è il
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custode e l’amministratore del creato. E gli animali, volenti o nolenti, viaggiano sull’arca planetaria come passeggeri affidati alla nostra responsabilità. Diversamente da noi,
non hanno voce, non hanno avvocati e non fanno politica. Ecco perché, nel difendere la vita in generale, mi pare
giusto, senza trascurare le persone, cominciare dagli animali. E poi tutelare gli animali spesso vuol dire tutelare le
persone: chi difende, per esempio, cani e gatti, indirettamente aiuta anche coloro che li amano e che con essi convivono, ovvero milioni di italiani.
La nostra società sta oggi attraversando una fase di grandi cambiamenti che investono, naturalmente, anche il rapporto tra l’uomo e gli animali. Il sequestro dell’allevamento Green Hill di Montichiari, a seguito dell’indagine aperta
dalla Procura di Brescia, è probabilmente l’evento-simbolo di questa rivoluzione sempre meno silenziosa. Per la
prima volta, nel nostro paese, la magistratura interpreta il
reato di maltrattamento in chiave realmente moderna, assumendo il punto di vista delle vere vittime (i beagle) e delle loro esigenze etologiche, contro i preponderanti interessi di una grande multinazionale senza volto. Quale segno
più evidente del crollo di vecchi steccati, dello svanire di
antichi pregiudizi?
Nel corso degli anni, mentre combattevo le battaglie per
difendere i diritti degli animali, mi sono resa conto che
queste indispensabili campagne costituivano solo una parte di un impegno necessariamente più vasto. Devo anche
questo ai miei piccoli amici: avermi aiutato a capire per tempo che dobbiamo curare l’arca su cui siamo imbarcati. Non
possiamo difendere gli esseri viventi senza salvaguardare l’ambiente nel quale tutti insieme abitiamo. Abbiamo il
dovere di consegnare a chi verrà dopo di noi il patrimonio
che abbiamo ricevuto. Se non cambiamo il nostro modo di
vivere, se non prestiamo attenzione anche ai piccoli gesti
della vita quotidiana, rischiamo di contribuire a un collasso globale, che può essere improvviso e irreversibile. Miglioriamo l’ambiente urbano, proteggiamo la natura e gli
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animali, battiamoci per la qualità dell’aria e delle acque, tuteliamo il mare e i suoi abitanti. Ricordiamoci che la generosità della Terra non è infinita.
Questo libro vuole dunque presentare, distinti per capitoli, dieci punti di un manifesto che può essere sottoscritto da chiunque voglia essere “la coscienza degli animali e
della Terra”, da chiunque voglia dare voce a chi non ce l’ha.
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Green Hill, la collina della vergogna
La vivisezione deve essere abolita
Molti scienziati dissentono quando gli esperimenti che effettuano sugli animali vengono definiti “vivisezione”. Considerano questa parola, con il suo riferimento etimologico,
troppo evocativa e non più adeguata. Io credo invece che vi
sia continuità tra la vecchia fisiologia ottocentesca “squartatrice” e le pratiche dei ricercatori di oggi. L’una e le altre,
infatti, hanno come premessa essenziale la degradazione
dell’animale a mero strumento inanimato, da utilizzare per
i più svariati scopi, come si usa il cucchiaio per mangiare
o la penna per scrivere. Perciò trovo assolutamente legittimo l’uso del termine “vivisezione” e per nulla tramontate
o inattuali, su questa materia, osservazioni e considerazioni
formulate da molto tempo. Pochi ricordano, per esempio,
quale strenuo avversario della vivisezione fu Richard Wagner. Mentre attendeva alla composizione di Parsifal, lesse l’opuscolo di Ernest von Weber Le camere di tortura della
scienza – l’equivalente ottocentesco dell’Imperatrice nuda di
Hans Ruesch – e ne rimase così impressionato da rispondergli con una Lettera aperta (1879), nella quale condannava
senza appello il punto di vista utilitaristico e promuoveva,
sulla base della filosofia di Arthur Schopenhauer, un’etica
“integrale” della compassione (Mitleid): “L’uomo si distingue dall’animale in virtù della compassione verso l’animale stesso”. Alla terribile domanda se il prezzo del progresso
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scientifico debba essere la rinuncia al senso morale, o anche solo il suo indebolimento, il compositore rispondeva
con un secco “no”. Un’opinione che anticipa le riflessioni
dei movimenti animalisti contemporanei ed è ancora oggi
condivisa da moltissime persone, me compresa.
La ragione fondamentale per cui mi oppongo alla vivisezione è che, in linea di principio, il fine non giustifica i mezzi. Ma questi mezzi sono davvero indispensabili al raggiungimento del fine? Recentemente, la Food Standards Agency
del Regno Unito ha annunciato di aver completamente rimpiazzato il test, doloroso e spesso fatale, che veniva condotto sui topi per identificare i contaminanti tossici nei molluschi e nei crostacei, iniettando nel loro addome estratti
delle partite da controllare. Il metodo sostitutivo, chiamato
cromatografia liquida-spettrometria di massa (lc-ms), che
misura l’effettiva quantità della tossina presente nei molluschi, è scientificamente superiore, molto meno costoso e
renderà inutile il sacrificio di centinaia di migliaia di topi.
È solo un esempio, e riguarda un animale che normalmente non suscita particolare empatia. Se non fosse stato per
le insistenze delle associazioni animaliste, forse l’Unione
europea non avrebbe neppure messo al bando il vecchio
esperimento. Quanti sono i casi del genere? Quante volte
abusiamo degli animali in nome di una scienza pigra e “interessata”, cristallizzata in norme superate che, difendendo anacronisticamente la vivisezione, pare volere relegare
l’Europa nelle retrovie del progresso scientifico?
La seconda ragione per cui mi oppongo alla vivisezione
è proprio perché la parte più avanzata del mondo scientifico la ritiene inutile e perfino dannosa per l’uomo e offre
numerosi studi a sostegno di questa tesi. Mi limito, per brevità, a trascrivere le considerazioni del tossicologo francese Claude Reiss, che è direttore di ricerca presso il Consiglio nazionale per la ricerca francese (cnrs): “Il fatto che
qualunque specie non rappresenti un modello affidabile per
le altre è una questione di buon senso, ma può essere anche
provata rigorosamente. Una specie è, infatti, definita dal
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suo isolamento riproduttivo: un gatto non può incrociarsi
con un cane, né un cavallo con una mucca. Questo perché
l’informazione genetica di ogni specie, depositata nei suoi
cromosomi, è strettamente specie-specifica e non può essere complementare a quella di nessun’altra. Se, per esempio, un individuo di una specie ‘modello’ (come un ratto)
è esposto a una sostanza chimica o affetto da una malattia, reagirà accendendo o spegnendo certi suoi geni. Un’altra specie (come l’uomo) risponderà, invece, al medesimo
stress attivando o inibendo geni differenti da quelli del ratto... Affermare che gli animali sono ‘modelli per le malattie
umane o per le valutazioni di tossicità’ è una pura mistificazione. La sperimentazione animale non solo è superflua,
ma fornisce false credenze, dannose per la salute umana”.
Il 15 maggio 2012, durante un seminario al Parlamento
europeo, è stato presentato il progetto “Human Toxome”,
coordinato da Thomas Hartung della Johns Hopkins University. Anch’esso parte dall’assunto che testare sostanze
chimiche sugli animali non ci aiuta a comprendere il loro
impatto sulla nostra salute. Negli ultimi vent’anni, come
attestano numerose pubblicazioni su prestigiosissime riviste specializzate, sono stati fatti progressi enormi per validare metodi alternativi. Per questo la National Academy of
Science degli Stati Uniti ha avviato nel 2007 il programma
“Toxicity-21 century”: utilizzando la biologia molecolare, la
biotecnologia e la robotica, sarà possibile testare più velocemente, con spesa minore e in modo più adeguato, le decine di migliaia di sostanze chimiche presenti sul mercato
e le nuove sintesi attraverso la progressiva sostituzione dei
test in vivo con quelli in vitro, cioè su cellule umane coltivate in laboratorio, e in silico, ossia le simulazioni fatte al
computer. Negli Stati Uniti, l’Istituto nazionale della salute pubblica, la Food and Drug Administration e un gruppo di privati che comprende multinazionali della chimica e della farmaceutica, istituti di ricerca e organizzazioni
no profit, stanno investendo milioni di dollari sul team
guidato dal professor Hartung (basato negli Stati Uniti, a
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Baltimora, e in Germania, a Costanza) per superare definitivamente i costosi e antiquati test sugli animali. La Humane Society International calcola, allo scopo di consolidare l’approccio in vitro, che sarebbe necessario investire
100.000.000 di dollari l’anno, per dieci anni. Può sembrare una cifra enorme, ma non lo è se si considera che la valutazione con metodi tradizionali dei rischi associati a un
solo pesticida può costare oltre 10.000.000 di dollari e cinque anni di lavoro all’azienda e più di 1.000.000 di dollari all’agenzia governativa di monitoraggio. Troppo, anche
per un’industria che di solito non bada a spese, consapevole dell’entità dei possibili profitti.
Equivita, comitato che unisce e coordina medici contrari
alla sperimentazione animale, fornisce numeri “parlanti”. Il
92 per cento dei farmaci che risultano innocui sugli animali
è poi scartato durante le prove cliniche sull’uomo (dati che
provengono dall’archivio PubMed, Gran Bretagna). Secondo Ralph Heywood, ex direttore del centro di ricerca Huntington Life Sciences, la percentuale di coincidenza tra le
reazioni dell’animale e quelle dell’uomo è compresa tra il 5
e il 25 per cento. L’82 per cento è invece la quota di medici
inglesi preoccupati per i danni prodotti dalla sperimentazione animale (studio di tns Healthcare). Se andiamo poi
a vedere di quanto differiscono le risposte dei test eseguiti
sui topi rispetto a quelle fornite dai ratti, loro stretti parenti, il dato è del 60 per cento. Figuriamoci la differenza, con
buona pace di Steinbeck, fra uomini e topi. Concludiamo
con lo 0: è questo l’indice di successo della sperimentazione sulle scimmie per curare l’aids. Dei 100 vaccini elaborati, non uno solo ha potuto essere applicato all’uomo,
nonostante gli effetti positivi riscontrati su questi animali.
Un risultato fallimentare che in nessun altro campo della
scienza sarebbe tollerato, specie se si considera che queste
ricerche comportano enormi investimenti di denaro. Con la
“tombola” potrei andare avanti a lungo, ma i numeri sono
comunque sufficienti per concludere che troppo spesso la
sperimentazione sugli animali ostacola lo sviluppo di una
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ricerca basata su metodi alternativi sicuri per la nostra salute e, anche per questo, va abolita.
Negli ultimi anni, soprattutto in tossicologia, sono state messe a punto decine di queste nuove tecniche, ma la
loro validazione procede troppo a rilento. Strano, se consideriamo i clamorosi errori prodotti dalla sperimentazione
animale. Come quelli che hanno ritardato inesorabilmente
la diffusione del vaccino antipolio. Nel 1911 un guru della
medicina dell’epoca, Simon Flexner, insufflava il virus della polio nei nasi delle scimmie e su questa base concludeva
che si trattava essenzialmente di una patologia del cervello e del midollo spinale, le aree in cui in realtà ne forzava
l’attecchimento. Solo quando si cominciò a studiare bambini poliomielitici si scoprì che è invece una malattia della
zona intestinale e gli scienziati si resero conto che era possibile condurre le ricerche su un tessuto umano in provetta. Fu relativamente facile coltivare abbastanza virus per
la produzione di un vaccino di massa. Intanto, però, erano
passati trent’anni e milioni di bambini nel mondo si erano
ammalati. Molto simile, cioè fortemente negativo, il ruolo
avuto dalla sperimentazione animale nella messa a punto
della chirurgia del by-pass. I ricercatori americani tentavano l’applicazione dell’innesto nel sistema arterioso dei cani,
senza successo, in quanto la fisiologia di questo animale è
ovviamente diversa da quella dell’uomo. Tutto si bloccò
per decenni, fino a quando si studiò questa tecnica direttamente sul paziente, con i risultati positivi che conosciamo.
Voglio aggiungere solo un ultimo drammatico esempio:
alla fine dell’estate 2012 sono arrivate le scuse della compagnia farmaceutica tedesca Grünenthal, dopo un silenzio
lungo cinquant’anni, durante i quali non è mai andata oltre generiche espressioni di dispiacere per le vittime del talidomide. Si tratta di un sedativo sperimentato per tre anni
sugli animali e commercializzato dal 1957 al 1962 in una
quarantina di paesi. Fu ampiamente utilizzato dalle gestanti per alleviare la nausea e i dolori della gravidanza, finché non nacquero bambini con gravi malformazioni come
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la focomelia (assenza o ridotto sviluppo delle ossa lunghe
di braccia e gambe). Le prime segnalazioni, si disse poi, risalivano addirittura al 1956. Nel novembre del 1961 il pediatra tedesco Widikund Lenz fornì centinaia di riscontri
all’ipotesi che vi fosse una correlazione tra farmaco e malformazione del feto. Ma, per diverso tempo, mentre il farmaco veniva liberamente venduto, gli scienziati somministrarono il talidomide a chissà quante femmine gravide
di animali, per ottenere gli stessi effetti rilevati nell’uomo.
Scrive Ruesch: “La Chemie Grünenthal e vari altri laboratori ripresero le prove animali del talidomide, incrementando costantemente le dosi del farmaco: ma tutte le razze
impiegate di cani, gatti, topi, ratti, e ben 150 specie e sottospecie diverse di conigli, continuavano a dare risultati negativi. Fu solo quando si arrivò al coniglio bianco neozelandese che si ottennero alcuni coniglietti deformi: dopo anni
di prove e milioni di animali impiegati. Senonché gli sperimentatori ammonirono che le deformazioni potevano essere dovute alle dosi esagerate, somministrate per ottenere
a tutti i costi qualche risultato positivo”.
Il 27 novembre 1961 il talidomide fu ritirato dal mercato
tedesco, negli altri paesi fu ritirato nel corso del 1962. Nonostante lo scandalo, l’azienda rifiutò di ammettere le proprie responsabilità, sostenendo di aver fatto tutti gli accertamenti richiesti. Ma solo il 31 agosto 2012 l’amministratore
delegato della Grünenthal, Harald Stock, ha presentato ufficialmente le sue scuse. “Vi preghiamo di perdonarci per
i cinquant’anni in cui non vi abbiamo mai parlato faccia a
faccia, e invece siamo rimasti in silenzio” ha detto durante la cerimonia di inaugurazione di un monumento per le
vittime – una statua di bronzo che rappresenta un bambino
senza arti – nella città tedesca di Stolberg. “Il talidomide”
ha continuato “sarà sempre parte della storia della nostra
compagnia. Noi abbiamo una responsabilità e la affrontiamo
apertamente.” Le stime parlano di circa 20.000 bambini nati
malformati nei paesi in cui fu commercializzato, 700 solo
in Italia. Certamente le scuse non basteranno a risarcire le
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tantissime persone la cui vita è stata devastata per sempre
da questo ennesimo errore, al quale ha significativamente
contribuito il pregiudizio sulla validità dei test su animali.
Vale la pena di citare, invece, ciò che si legge sul sito ufficiale della Grünenthal: “Fu solo nel 1962, dopo il ritiro dal
mercato, che gli scienziati riuscirono a dimostrare la teratogenicità del principio attivo talidomide con studi su animali, i conigli della Nuova Zelanda. Quest’effetto è dimostrato solo in alcuni animali e razze di animali. Per esempio,
altre specie di coniglio non lo manifestano”. Come la mettiamo, signori della vivisezione?
Finalmente, qualcosa è cambiato. Anche gli italiani hanno aperto gli occhi. Dopo aver trascorso decenni a prendere in giro l’opinione pubblica, contando sulla sua ignoranza
dei “misteri della scienza”, per le lobby delle imprese farmaceutiche è giunta l’ora della resa dei conti. Oggi, infatti,
anche ai più distratti capita di vedere video o foto che documentano l’abominio della vivisezione, le persone navigano su internet e sanno che sicuri metodi alternativi, attraverso colture di cellule e tessuti, permettono di sostituire
il fallace modello di sperimentazione animale con quello
umano, l’unico affidabile per noi. L’argomento principe
del perfetto vivisettore (“È indispensabile per salvare vite
umane”) non viene più accolto acriticamente, ma sottoposto ad attenta verifica. E si scopre che le cose non stanno
precisamente così, perché ce lo dice quella parte del mondo scientifico che non ha terrore di perdere i finanziamenti
delle multinazionali ed è perciò intellettualmente più libera. Si scopre che la vivisezione è oggi soprattutto un grande
business, che garantisce generosi finanziamenti ai centri di
ricerca per programmi manipolabili all’infinito. Serve per
foraggiare carriere con pubblicazioni che nel 90 per cento
dei casi, ed è un eufemismo, non passeranno alla storia. Ha
prodotto errori macroscopici e comunque non dà garanzie.
In nome di questa scienza senza coscienza, ogni anno,
nei laboratori d’Europa continuano a soffrire (e a morire)
più di 12.000.000 di animali, poco meno di 900.000 nei labo19
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ratori italiani. Vengono utilizzati nella ricerca di base delle università, nello studio di malattie umane e veterinarie,
nelle neuroscienze, nella messa a punto di nuovi farmaci,
ma anche a scopo didattico, nel monitoraggio ambientale
(per esempio per valutare gli effetti dei pesticidi) e nell’industria bellica per il collaudo di nuove armi. Si usano animali anche per valutare le sostanze chimiche con cui entriamo quotidianamente in contatto. Oltre l’80 per cento
degli esperimenti viene effettuato su ratti, topi e conigli, ma
si utilizzano anche cani e gatti. Una strage che deve essere
fermata, cambiando le leggi che oggi rendono obbligatori certi test. Le mie convinzioni sono maturate da tempo e
ben radicate. Ma un recente incontro ha toccato profondamente il mio cuore e ha rinnovato la mia determinazione a
combattere questa pratica crudele.
Lo sguardo spento, la coda tra le gambe, la disperazione di
chi dalla vita non può sperare nulla. Non avevano un nome
ma solo un numero appeso alle sbarre. È questa la prima
immagine che mi si è presentata quando sono entrata nel
capannone-nursery della Green Hill, l’unico allevamento
superstite in Italia di cani beagle destinati alla vivisezione:
circa 2500 creature vendute ogni anno dalla multinazionale Marshall, proprietaria della struttura, ai laboratori di
mezza Europa, dove la loro breve esistenza terminava fra
atroci sofferenze. Era la fine del mese di ottobre del 2011.
Il IV governo Berlusconi era ancora in carica e io ero ministro del Turismo.
Per arrivare alla collina che ospita la fabbrica di morte,
percorrevo una stradina immersa nella nebbia bresciana.
Ripensavo a tutte le motivazioni che mi portavano ad affrontare l’imminente battaglia con la determinazione di
chi si batte da decenni contro l’orrore della vivisezione. Il
mio ruolo istituzionale mal si conciliava con quello che intendevo fare, così mi avevano ripetuto i miei consiglieri a
Roma. Un ministro della Repubblica “non deve” prendere
posizione in materie controverse. Ma era quello che facevo
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quotidianamente, convinta come sono che la responsabilità
di chi governa vada ben al di là della semplice “amministrazione”. Se rivesti un ruolo importante, se pro tempore rappresenti lo Stato, forse devi anche osare ed essere d’esempio. Sempre che tu abbia qualcosa da dire, naturalmente.
E su questo tema io avevo e ho molto da dire.
Ho fondato la sezione della mia provincia della Lega antivivisezionista lombarda (leal) all’età di tredici anni. Aveva
folgorato la mia anima di ragazzina che viveva in simbiosi
con gli animali l’incontro con il fondatore e leader storico
dell’associazione, Kim Buti. Era un signore di origini inglesi, dall’aspetto forse trascurato ma di grande carisma. Mi
aveva aperto gli occhi sulle crudeltà che l’uomo può commettere nei confronti degli altri esseri viventi. Sui diritti
che si arroga per il solo fatto di appartenere a una specie
che ritiene superiore. Mi aveva fatto scoprire l’ipocrisia di
chi traveste da ricerca quello che in realtà è puro business,
lucro sulla sofferenza degli animali. Mi ero guadagnata la
sua simpatia e passavo giorni interi ad ascoltarlo. Spesso mi
parlava dei pregiudizi e degli ostacoli che doveva superare, di quanto era difficile battersi per chi non ha voce. Sono
passati più di trent’anni, ma non è cambiato molto. Presto
mi convinsi che il cuore del problema era la promozione
di una “rivoluzione culturale” innanzitutto nell’opinione
pubblica, disinformata o male informata. Così organizzai
il mio primo evento sul tema della vivisezione: allestii sulla piazza centrale di Lecco una sorta di mostra fotografica.
Otto cavalletti di legno reggevano fotografie di cani, gatti,
scimmie e topolini con elettrodi in testa, immobilizzati con
il ventre aperto, imprigionati in gabbie mortali. Kim Buti
mi aveva spiegato che il primo intervento che questi poveri animali subivano era la recisione delle corde vocali, così
che non potessero nemmeno urlare il loro dolore. Sentii un
brivido, lo stesso che mi avrebbe dato, in anni a venire, la
lettura di una pagina di Malaparte, dove si parlava della
stessa cosa. La mia militanza animalista ebbe inizio allora,
nel nome di quelle bestiole torturate.
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Molti anni dopo, partecipai alle manifestazioni che chiedevano la chiusura di un altro allevamento di cani beagle destinati alla vivisezione, la Morini di San Polo d’Enza, vicino
a Reggio Emilia. Con Green Hill si contendeva il mercato
dei cani da laboratorio. Avevo scritto una montagna di lettere al presidente della regione Emilia Romagna e avevo
partecipato alla protesta civile con tante altre persone. Poi,
finalmente, la voce degli animalisti fu ascoltata: la regione
approvò una legge che vietava l’allevamento, l’utilizzo e
la cessione a qualsiasi titolo di cani e gatti ai fini di sperimentazione, alla quale seguirono ricorsi e impugnazioni.
Alla fine, la Morini fu costretta a chiudere per le difficoltà
economiche conseguenti alla situazione che si era creata e
alla cattiva pubblicità.
Restava il lager di Montichiari. Anno dopo anno, l’intensità della protesta contro Green Hill era cresciuta e i responsabili avevano assunto un atteggiamento di forte chiusura, cacciando in malo modo chi osava presentarsi alla loro
porta. Ma io in quel momento non ero più una semplice
militante animalista, ero un ministro della Repubblica, ben
decisa a far valere il mio ruolo per una buona causa. Le critiche sarebbero piovute, ma tanto, quando sei al governo, ti
criticano sempre e comunque. Almeno questa volta sarebbe servito a richiamare l’attenzione su una vicenda di cui i
media non sembravano curarsi troppo. Arrivata all’allevamento, sono stata accolta da dirigenti evidentemente molto contrariati e molto reticenti. Ma la mia determinazione
ha avuto la meglio. Dopo due ore di discussione mi hanno accompagnato all’interno del primo capannone, quello
che ritenevano “il migliore”.
La solitudine che leggo negli occhi delle cagne “riproduttrici” (così le chiamavano loro, per me erano semplicemente “mamme”) pur nell’incredibile frastuono e affollamento
del capannone, è un sentimento indescrivibile, devastante.
Le loro giornate, tutte uguali, erano scandite solo dal ciclo
delle dodici ore di luce al neon alternate alle dodici ore di
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buio, nel box di qualche metro quadrato che per quelle povere creature aveva la misura dell’universo.
L’aria era pesante, irrespirabile, e i lucernari completamente chiusi. E tali dovevano restare, mi spiegano, “per non
contaminare i prodotti”. I cani di Green Hill non avevano
mai la possibilità di uscire da quelle gabbie, di vedere la
luce del sole, di respirare a pieni polmoni la brezza autunnale della verde collina bresciana. Non sapevano che cosa
volesse dire correre sull’erba. Utilizzate come macchine per
produrre tanti piccoli sventurati come loro, le riproduttrici accudivano con disperata tenerezza i loro piccoli, perché
avevano imparato che, prima o poi, qualcuno sarebbe venuto a portarglieli via.
Non riesco a trattenermi, protesto, esprimo ai responsabili della struttura tutta la mia desolazione per quella vita
che non è vita. Mi rispondono: “Tanto queste cagne durano solo tre anni”. Solo tre anni? In che senso? Nel senso
che, dopo tre anni, vengono rimpiazzate da riproduttrici
più giovani e finiscono anche loro torturate in laboratorio.
Torno a guardarle negli occhi e penso: forse il loro è, tra tutti, il destino peggiore.
Il capannone era stretto e lungo, un corridoio centrale separava due lunghe file di box. Tutti piccoli. Sul pavimento, non una cuccia. Solo un po’ di trucioli di legno,
non abbastanza fitti da coprire tutta la superficie. In fondo a ogni box c’è una specie di vassoio e, sotto una lampada che emette calore, tanti teneri cuccioli addormentati.
Da tre a sette per madre. Tutti rigorosamente della stessa
taglia, nati da circa un mese. Perché tutto era artificiale a
Green Hill, tutto era controllato dall’uomo, anche e soprattutto la riproduzione.
La vista di un cucciolo commuove sempre chi ha un animo sensibile: una nuova vita che si affaccia al mondo è il
segno della continuità, della speranza. Ma vedere decine
e decine di piccoli ammassati, ignari del tragico destino
che li attendeva, mi ha devastato. I loro semplici sogni,
le cure della mamma, il calore della cucciolata avrebbe23
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ro presto lasciato il posto al dolore più atroce, alla morte più crudele.
Mentre cammino tra le file di box, trattengo a stento le
mie emozioni e la mia indignazione. Il responsabile aveva
accettato di mostrarmi l’allevamento e mi aveva autorizzato a documentare la visita con riprese video. Temevo che
cambiasse idea. Ma non posso fare a meno di allungare la
mano verso le gabbie. Le cagnoline si avvicinano timidamente, dietro le sbarre, mi leccano la mano e io mi chiedo
quale crimine abbiano mai commesso per non poter godere dell’affetto di una famiglia, perché debbano accucciarsi su quel freddo pavimento e non sul divano di una casa
riscaldata. Entro in un box, sollevo delicatamente un cucciolo e lo guardo da vicino. Lui continua a dormire, non
schiude neppure le palpebre. Gli era finito un pezzettino di
truciolo in bocca, così gliela apro piano piano per toglierlo. Quel musetto senza denti, quel profumo di latte nel bel
mezzo della fabbrica di morte gridavano vendetta al cielo.
In silenzio prometto solennemente a quel piccolino che
avrei fatto il possibile per chiudere quel posto infame, per
salvarli tutti. Il responsabile, meravigliato per il mio palese
sconcerto, mi dice: “Guardi che questo posto non ha niente di diverso da un allevamento di polli in batteria”. Ecco,
appunto, il problema è proprio questo. Né polli né cani dovrebbero “vivere” così.
Per entrare nelle baracche del lager occorreva indossare
una tuta e dei soprascarpe che arrivavano allo stinco. I lavoratori portavano delle cuffie per proteggere i timpani dal
rumore assordante che dominava gli ambienti. I cani invece
dovevano sopportare il frastuono dei loro simili. Chiedo di
mostrarmi un altro capannone, di “cavie” adulte. Mi conducono in una struttura poco più in là. Credo si potesse paragonare al braccio della morte di certe carceri americane:
tante vite a contare i giorni che le separano dalla fine, che
verrà nel modo più crudele e doloroso possibile. I cagnolini
avevano circa un anno, la taglia era sempre la stessa, erano
“prodotti standard”. Cercano di rubarmi una carezza, in24
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seguono la mia mano fuori dalla gabbia. Solo a quel punto
mi accorgo che nessuno ha una ciotola per l’acqua. “Si abbeverano da qui”, mi spiega il responsabile, indicando un
piccolo tubo di acciaio. Ma non vedo uscire acqua. Allora
osservo meglio e capisco che, per far scorrere l’acqua, bisogna tenere premuta la parte superiore del beccuccio. Per
i cagnolini non dev’essere un’operazione tanto facile, visto
che, mentre provo il funzionamento, i piccoli condannati si
affollano per leccare le gocce rimaste sulla mia mano. Sento le lacrime agli occhi. Allungo il passo, l’aria è ancora più
irrespirabile che nel box precedente, e chiedo di essere accompagnata fuori. Non riesco più a sopportare quell’orrore, a sostenere quegli sguardi.
Lì per lì non sapevo valutare se Green Hill fosse in regola
con le normative di tipo igienico-sanitario, ma di una cosa
ero certa: non era in regola con i sentimenti di milioni e milioni di italiani che amano gli animali e vogliono vedere rispettati i loro diritti. Era in contrasto con il nostro progresso culturale e con l’immagine che vogliamo dare al mondo
della nostra civiltà. Non dimentico la mia promessa: pochi
giorni dopo, in qualità di ministro, presento una denuncia
alla Procura della Repubblica e ai nas con la richiesta di verificare se quei beagle siano oggetto di maltrattamenti, anche di carattere psicologico, e di adottare eventuali provvedimenti di carattere restrittivo, compreso il sequestro degli
animali. All’esito delle prime indagini mi dicono che tutto è regolare. Regolare? Può darsi. Premesso che la legalità
formale non è sempre una garanzia, resta sempre e soprattutto il problema morale.
Contro l’allevamento di Montichiari, estremo baluardo
di un modo di fare ricerca superato e pericoloso anche per
la salute umana, hanno protestato milioni di cittadini. Per
mesi interi è stata messa tenacemente in campo ogni forma
di contestazione civile, dallo sciopero della fame al presidio
fisso, alla raccolta di firme in calce a petizioni per chiedere
la chiusura di Green Hill. Poche volte, nel nostro paese, la
volontà popolare si è manifestata con tanta determinazione
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e chiarezza. Poche volte abbiamo visto mobilitarsi tante generose persone, non mosse da qualche (legittimo) interesse personale ma semplicemente dal desiderio di salvare la
vita di migliaia di animali. E se protestare contro gli allevamenti intensivi di animali da reddito, così come quelli
di animali da laboratorio, è ciò che gli animalisti di tutto il
mondo fanno ogni giorno, nel caso di Green Hill vi era un
ulteriore aggravante che contribuiva a scuotere maggiormente le coscienze. A Montichiari avevamo a che fare con
il cane, un animale d’affezione con il quale l’uomo ha stretto un indissolubile patto di amicizia e che gli italiani sono
soliti considerare come “uno di famiglia”.
Per questo la gente non è più disposta a tollerare che la
volontà popolare venga platealmente calpestata dall’arroganza e dalla prepotenza delle ricche lobby farmaceutiche.
Ora più che mai la vicenda interpella la politica. E la politica deve tener conto almeno dell’opinione degli italiani
(ben l’86 per cento, secondo Eurispes, è contrario alla sperimentazione animale), delle severe critiche cui la vivisezione è sottoposta da parte della componente più avanzata
del mondo scientifico, che la giudica pericolosa e fuorviante, e soprattutto della questione etica che ricordavo all’inizio. Può la ricerca della conoscenza giustificare qualsiasi
azione? Può prescindere in ogni caso dal rispetto del valore universale della vita? Io credo di no. E non lo credono
nemmeno gli italiani.
Forse, perché si destassero completamente dal sonno, ci
sono voluti i 2500 beagle di Green Hill, detenuti nel lager
della Marshall, oppure hanno dato il loro contributo i 104
macachi importati dalla Harlan Laboratories e “parcheggiati” a Correzzana di Monza prima di finire in chissà quali
centri europei di ricerca. Per fortuna, questa volta, i media
ne hanno parlato. E oggi possiamo dire che è cambiato il
vento ed è fallito il tentativo, messo in atto dai soliti noti,
di far passare tutto sotto silenzio.
L’obiettivo di bloccare l’attività di Green Hill è stato raggiunto all’improvviso il 18 luglio 2012, quando il Corpo fo26
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restale dello Stato ha posto sotto sequestro la struttura e i
cani su mandato della Procura di Brescia, che ipotizzava, a
carico dei responsabili dell’allevamento, il reato di maltrattamento di animali “in continuazione e in concorso”. Si è
trattato della più grande azione giudiziaria in tema di difesa
dei diritti degli animali mai compiuta in questo paese, una
vittoria dell’Italia intera e della nostra civiltà. Per i beagle,
affidati in custodia giudiziaria alle associazioni animaliste, ha significato libertà, per me invece ha avuto il valore
di una promessa mantenuta. Per capire come si è arrivati a
fermare la fabbrica della morte, bisogna fare un passo indietro. Il 28 aprile 2012 furono arrestati 12 attivisti che durante una manifestazione di protesta avevano fatto irruzione nel lager di Montichiari e avevano liberato decine di
cuccioli. Un gesto che dava la misura di quanto fosse alto
il livello di esasperazione dei cittadini, decisi a non tollerare più nel nostro paese una vergogna come Green Hill.
Presi pubblicamente le loro difese e mi recai nelle carceri
bresciane dove erano rinchiusi questi meravigliosi ragazzi, per assicurarmi personalmente delle loro condizioni. In
quell’occasione, ebbi l’ennesima conferma di come l’affollamento e la vetustà delle nostre prigioni non permetta il
minimo rispetto dei diritti umani (ma questa, purtroppo,
è un’altra brutta storia). Dopo due assurdi giorni di detenzione, davvero inaccettabili in un’Italia dove capita spesso che stupratori e assassini scorrazzino a piede libero, i
manifestanti furono rimessi in libertà. Un reato è sempre
un reato, ma nella valutazione dei fatti, come riconosce il
nostro codice penale, hanno un peso anche le motivazioni
per le quali è stato compiuto. Ne tenne conto il gip di Brescia nel disporre la scarcerazione, sottolineando “il particolare movente, certamente meritevole di apprezzamento,
di evitare la destinazione degli animali alla vivisezione”. E
l’aver agito “per motivi di particolare valore morale o sociale” può alleggerire la posizione degli indagati.
Durante una visita all’allevamento nell’ambito di indagini difensive, con l’intento di verificare i danni arrecati
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alla struttura, che la Marshall pareva quantificare in una
cifra certamente esagerata, gli avvocati dei militanti ebbero l’ottima idea di presentare un nuovo esposto contro
Green Hill contestando il maltrattamento per detenzione
protratta di animali in condizioni incompatibili con la loro
natura. Come vedremo meglio più avanti, infatti, secondo
l’art. 544 ter del codice penale, maltratta un animale anche
chi “lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche
o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche”. Il beagle, infatti, è un segugio e come tale ha necessità di correre all’aperto e di utilizzare al massimo il suo
sviluppatissimo olfatto. Condizioni ovviamente negate ai
prigionieri di Green Hill. Fortuna volle che il nuovo esposto arrivasse sulla scrivania di un sostituto procuratore con
una moderna visione dei reati contro gli animali, che ritenne applicabile il 544 ter alla situazione dell’allevamento professionale di Montichiari. Finirono sotto inchiesta
l’amministratore unico di Green Hill, il direttore e il veterinario responsabile.
Per i magistrati, quindi, il maltrattamento coincideva
con l’attività stessa dell’azienda, tant’è vero che il reato si
assume commesso a Montichiari dal 1 luglio 2001 al 18 luglio 2012. La Procura dispose quindi il sequestro del lager
e l’affidamento alle associazioni animaliste dei circa 2700
cani presenti. Grazie al loro impegno, in particolare della
lav, si è potuta realizzare l’operazione “S.O.S. Green Hill”
per ricollocare, tra le famiglie italiane che ne avrebbero fatto richiesta, i beagle sequestrati e consegnati in custodia
giudiziaria alle associazioni. Con un’efficace azione di tutte le forze animaliste in campo, da sempre sostenitrici di
questa battaglia, in poche settimane i beagle sono stati liberati e consegnati a moltissimi cittadini che, con un grande
moto di solidarietà, si erano candidati ad accoglierli nelle
proprie case. È stato un lavoro enorme, che è costato grandissimo sforzo a tutti noi: il numero dei cani da affidare era
davvero elevato e occorreva essere certi che i nuovi affidatari fossero persone in grado di garantire amore e sicurez28
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za a quelle creature già troppo offese. I media ci seguirono
quasi quotidianamente.
Ricorderò sempre le giornate passate sull’asfalto della
piazzola di Brescia, ribattezzata piazza della Libertà, reso
rovente da una delle estati più torride degli ultimi cent’anni. Trasferivamo sui furgoni delle nostre associazioni, o direttamente nelle mani delle famiglie selezionate, i cani che,
a gruppi di 20, i bravissimi veterinari e agenti della forestale finalmente portavano fuori dall’allevamento. Prima
i cuccioli, poi i beagle di circa un anno, poi le fattrici e le
mamme in allattamento. Ho preso volentieri in carico centinaia di casi di difficile gestione, creature che era complicato piazzare. In particolare le mamme, non più giovani,
con le mammelle che toccavano terra, irrimediabilmente
appesantite da anni trascorsi a partorire senza sosta. Fu un
impegno estenuante che assorbì buona parte di quello che
doveva essere il mese delle vacanze.
Alla fine riuscimmo a trovare meravigliose famiglie disposte a dare tanto affetto a quelle povere creature e le accasammo tutte. Tranne una. Si chiama Nina e il destino ha
voluto che rimanesse con me. Era stata separata dagli altri
cagnolini che avevo ritirato per valutarne meglio le condizioni di salute. Durante il giorno tutti i beagle che avevano
trovato una famiglia ci lasciavano, per essere rimpiazzati dai
nuovi arrivi che avremmo ricevuto dalla forestale il giorno
successivo. Ma lei no. Così ci ritrovammo, alla fine di una
di quelle giornate pesantissime, sole noi due. Era mezzanotte. Ci siamo guardate e i suoi dolcissimi occhi mi hanno chiesto di portarla a casa, di non lasciarla più. All’inizio è stato difficile. La mia nuova cagnolina non conosceva
nulla della vita normale. Bisognava partire da zero. Dovevo insegnarle a mangiare dato che, oltre alle crocchette di
Green Hill, non aveva mai assaggiato nulla. Dovevo insegnarle che non era più necessario dormire sul pavimento,
poteva quantomeno farlo nella cuccia. Dovevo insegnarle
a fare le scale, che non aveva mai visto. Dopo pochi giorni, cominciai a metterle il guinzaglio con la pettorina e a
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condurla, piano piano, in mezzo alla gente, per la strada,
lei che aveva conosciuto solo i suoi fratelli e quel minuscolo box. Ora dorme sul mio letto, si gode la gioia di correre fino allo stremo nell’erba, gioca felice tutto il giorno con
gli altri cani. Lentamente, sta superando il suo trauma. Ma
capita ancora che si metta a ululare, l’unica cosa che aveva
imparato a fare dentro Green Hill, ricordando chissà quale
momento della sua vita precedente. Le ci vorrà del tempo,
ma dimenticherà. Della sua prigionia nel lager rimarrà soltanto quell’agghiacciante tatuaggio all’interno dell’orecchio
destro: Bs G H e il numero di identificazione. Quel muso
bellissimo, con la righina bianca che le attraversa la fronte,
quegli occhi che sembrano truccati con il kajal e soprattutto la loro infinita dolcezza sono un quotidiano monito che
mi spinge a procedere senza sosta nella lotta contro l’orrore della vivisezione. Difficilmente Green Hill potrà riaprire i battenti, anche perché le prime risultanze delle indagini hanno aggravato la posizione degli indagati: la scoperta
di un centinaio di piccole carcasse congelate, il sospetto che
bastassero lievi patologie, come la dermatite, per portare
alla soppressione dei cani, gli indizi di un utilizzo per sperimentazione cosmetica (vietato dalla legge). Ma è fondamentale non abbassare la guardia. Occorre evitare, infatti,
che nella nostra bella Italia spuntino altre colline della vergogna. E considerato che occorre prevederlo con una legge, io questa legge l’ho scritta. Sono due righe inserite nel
testo della legge comunitaria 2011, che prevedono il divieto
di allevare cani, gatti e primati destinati alla sperimentazione su tutto il territorio nazionale. Un punto di partenza per arrivare poi a estendere la previsione anche a tutti
gli altri animali, perché ogni creatura vivente ha il medesimo diritto alla vita.
Dopo la chiusura di Green Hill, con la mia norma intendo assestare un altro colpo durissimo al muro eretto e strenuamente difeso da coloro che sostengono la vivisezione,
un muro che rischia ormai di sgretolarsi. Mattone dopo
mattone, giorno dopo giorno. So bene che viviamo in un
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mondo globalizzato e che un permesso negato da una parte viene concesso da un’altra. Ma penso che il popolo italiano, tramite i suoi rappresentanti, abbia il diritto di dire:
“Non nel nostro paese” e di lanciare così un messaggio a
tutta la comunità internazionale, per cambiare le anacronistiche e insensate normative che regolano la vivisezione,
ispirate, anzi praticamente dettate, proprio dalle lobby farmaceutiche. Dato che costoro hanno a disposizione fiumi di
denaro guadagnato con i farmaci, hanno potuto permettersi
tutto, anche una costosissima campagna pubblicitaria, per
contrastare l’approvazione della mia legge in Parlamento.
I cartelloni comparsi qua e là sulle strade delle nostre città
ci raccontavano una nuova versione della vecchia favola:
l’immagine di una bambina (quanto di più toccante ci sia)
accanto a quella di un topo (animale che non suscita particolare empatia) per convincerci che tra i due è meglio sacrificare la bestia. Capirai... Slogan come questi offendono
l’intelligenza delle persone e sono la prova che questa volta le multinazionali annaspano, perché la pacchia è finita.
Gli interessi economici di queste aziende, e degli anziani
baroni che da anni beneficiano dei loro ricchi finanziamenti e ci costruiscono sopra fior di carriere, non devono più
prevalere sul diritto dei cittadini di poter contare su una
ricerca scientifica eticamente accettabile e veramente sicura. Per tutte queste ragioni, posso dire che il testo di legge
di cui vado più fiera è quello che ho scritto contro la vivisezione, per chiudere i lager come Green Hill. E sarà valsa
la pena di essere stata parlamentare anche solo per questo.
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