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periodico della comunità cristiana per il quartiere - n. 3 marzo 2014
Rinascere da acqua e da Spirito
La misericordia è il vangelo della resurrezione
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I N
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Q U E S T O
N U M E R O
Anno VI - n. 3 MARZO 2014
RESPONSABILE
Massimo Maffioletti
IN REDAZIONE
Giovanni Berera
Davide Cavalleri
Roberto Cremaschi
Rossella Fenili
Monica Ferrante
Elio Longhi
Stefania Lovat
Manuela Malighetti
Maria Elena Nardari
Mario Ravasio
Umberta Pezzoni
Giuliano Zanchi
HANNO COLLABORATO
Matteo Capri, Sergio Dadda,
Mario Grassi, Benedetta Montanini
FOTOGRAFIE
Luca Giuliani
l cammino della Quaresima potrebbe rivelarsi per ognuno di noi una buona occasione per prenderci un po’di tempo a riflettere sul senso della nostra vita alla luce del
vangelo. Su come intendiamo viverla e per
chi. Con molta umiltà crediamo che anche il
nostro giornale di comunità possa essere un
utile e piacevole strumento di approfondimento. Il dossier di questo numero parla di
misericordia: virtù cristiana, ma prima di tutto
sentimento umano. La misericordia, che è anche il filo conduttore della predicazione quaresimale, non è solo pietà dell’altro, non è soltanto carità, ma è soprattutto il perdono senza giudizio, restituzione dell’identità dell’altro
senza aver nulla in cambio. Un filosofo e un’insegnante (pagg. 14-19) ci hanno aiutato a capire cosa può voler dire essere misericordiosi
ai nostri giorni, mentre la rilettura di alcune
parabole di Luca sembra dirci che la misericordia del vangelo dell’uomo di Nazareth ha
ancora qualche chance da giocare nei confronti dell’uomo contemporaneo (20-23). Un
approfondimento nella vita del quartiere - da
I
pag. 8 a pag. 11 - è dato da una riflessione rispetto all’attuale situazione dei esercizi commerciali presenti (e assenti) a Longuelo e dall’attività sportiva e formativa proposta dalla
Longuelo Calcio per tutti i ragazzi del nostro
territorio. Nella sezione de La nostra comunità
riportiamo in sintesi la riflessione working in
progress che il Consiglio pastorale parrocchiale ha elaborato dall’inizio di quest’anno
pastorale sino ad oggi sulle nuove sfide del
cristianesimo: la complessità del nostro tempo, l’identità dei laici, il ruolo e i compiti di una
comunità cristiana (pagg. 25-27). Parliamo invece di catechesi per le nuove generazioni alle pagine 28 e 29, dove dalle parole dei due
catechisti interpellati, emerge chiaramente
l’importanza di una formazione continua per
chi settimanalmente è impegnato nel mostrare a bambini e ragazzi la bellezza dell’incontro
con Gesù, ma anche il ruolo fondamentale
della famiglia del ragazzo in quella sorta di alleanza con la comunità che diventa vera testimonianza di fiducia nell’altro e quindi di fede.
La redazione
IMPAGINAZIONE
News Service
www.newsservice.it
STAMPA
Litostampa Istituto grafico
Via Corti, 51 - Bergamo
IN COPERTINA
Vittorio Consonni, Senza titolo
(2006). Opere esposte nella
chiesa parrocchiale per il cammino comunitario di Quaresima
Vincenzo Orelli, Allegoria della misericordia, Basilica di San Martino in Alzano Maggiore
(parliamo di questa opera nel dossier dedicato alla misericordia)
Questo periodico esce con il contributo di:
Pasticceria gelateria
Luigi Locatelli
Caffè Bazzini
gelateria
Credito Bergamasco
Cesteria
Mariani Roberto
Perico
merceria intimo
Ruggieri gioielleria
Bossini Bruno
pf Banca Fideuram
LONGUELO
C O M U N I TÀ
AUTORIZZAZIONE TRIBUNALE
DI BERGAMO N. 7 DEL 25/2/2009
Farmacia Conca Verde
Scuolaufficio s.r.l.
Ottica Elzi
di Borgo Palazzo in Bergamo
Marco De Martino
Impianti di climatizzazione
Risparmio carburante
Rotafrigor Srl
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EDITORIALE
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Il cristianesimo, il «dio delle Felpe»
e la debolezza della testimonianza
l segno della crisi del cristianesimo è evidente guardando con disincanto il mondo giovanile. La Chiesa riconosce in maniera realistica la propria incapacità di
approcciarsi a generazioni per le quali non ha un vocabolario né avvincente né convincente per dire la «notizia»
che più le sta a cuore. Le celebrazioni nelle comunità - noi
non facciamo eccezione, ovviamente - sono pressoché
deserte. Gesti, simboli, riti sono percepiti come qualcosa
di estraneo per non dir altro. I discorsi ascoltati dai preti rischiano di non essere più credibili. Non appassionano. Anni di catechesi scivolano addosso senza lasciare una minima traccia (magari forse più avanti, così si dice) ma il retrogusto amaro di una noia. La vita - poca o tanta che sia dei nostri oratori non appassiona età che non si riconoscono in quel luogo e in quel tempo e scalpita per mettersi in gioco altrove. E, dunque, la crisi del cristianesimo
attraversa in modo particolare la generazione giovanile,
senza però dover imputare loro colpe. La crisi dei figli innanzitutto è infatti crisi dei padri adulti che da una parte
non trovano nelle parole della Chiesa e dei suoi ministri il
giusto ingresso per capire il vangelo come qualcosa di attuale ancora oggi, dall’altra forse si fanno troppo «distrarre» da altro per avere il tempo di consegnare un’idea buona di vita. Questo è il dramma: l’impossibilità di tramandare il senso del vivere non dipende sempre dall’inappetenza dei destinatari (figli) ma dall’inconsistenza dei mittenti (padri). Ci sarà verso prima o poi di cambiare rotta?
Per quello che capisco del mondo giovanile - per il quale anche una Chiesa generosa come la nostra avrebbe dovuto mettere in cantiere le migliori energie , invece di accomodarsi sulla certa presenza dei più piccoli e degli adolescenti che, pur con i dovuti distinguo, ci sono almeno fino a diciotto anni; non si è fatto e non si sta facendo molto per i giovani, checché se ne dica - non mi arrendo all’idea che i giovani abbiano gettato la spugna. Non me la
sento di liquidarli con l’impietosa rappresentazione che
ne fa Michele Serra nel suo romanzo categorizzandoli come «sdraiati». (In realtà l’ultima prova narrativa del giornalista e scrittore è la commossa pietas laica di un padre
indirizzata al figlio, perché la questione, gira e rigira, è
sempre la stessa: l’assenza della testimonianza di una fedele paternità. Con o senza «P» maiuscola.)
Non è mia intenzione assecondare i luoghi comuni di
noi adulti aggiungendo al rosario grani di nuove lamentele. Si parla dei giovani come se fossero tutti figli di un
narcisismo di massa, ripiegati sul proprio Io - l’unico dio
che ci è rimasto in questo mondo dal cielo vuoto - devoti
agli idoli della tecno-scienza o - come direbbe ancora Serra - al «dio delle Felpe», tutti prostrati nel rito dello shopping, sequestrati dal consumismo. Ovviamente c’è del ve-
I
ro. Mi interrogo, anche se so di non avere buone risposte.
Provo a leggere i labiali del pensiero e del cuore dei pochi
giovani che incrocio nella mia comunità per capire se fiorisce dentro loro l’esaltante passione della ricerca e scoprire che no, non è tutto finito, perché sono capaci ancora di entusiasmarsi per una causa buona, per qualcosa che
li proietta un po’ più lontano del loro ombelico. Hanno
un’idea di giustizia, non si rassegnano a non avere in tasca
un dignitoso futuro lavorativo, scuotono la testa contro
l’immobilismo strutturale di gran parte della società, qualcuno di loro prevede all’orizzonte largo del suo domani
perfino (e per fortuna) l’idea di mettersi a servizio di chi fa
più fatica. Oh, sì, certo, incontro anche molta insensibilità,
che tendo a giustificare se penso che noi adulti rischiamo
a volte di essere per loro solo controfigure della vita, comparse scenografiche a basso tasso di credibilità. Eppure,
questi nostri figli, non chiedono altro che una buona testimonianza da noi. Una testimonianza che avrebbe il vantaggio di far loro gustare il lato promettente della vita, anche quando avranno infiniti motivi per sottrarsi, affrontare la vita con coraggio anche quando tutto sembrerà remare contro. Solo incontrando donne e uomini che del
«mestiere del vivere» ne hanno fatto un’arte, potrebbero
intuire che la vita ha già il sapore del vangelo. Non ci sarebbe bisogno nemmeno di dichiararlo apertamente. Non
mi rassegno all’idea che il vangelo di Gesù di Nazareth sia
carta straccia o partitura senza note. Ma non mi posso
nemmeno arrendere all’incapacità di noi grandi di trasmettere un’idea sostanziosa e robusta di vita. Non è forse questo il punto? L’incapacità arrendevole di dire qualcosa di sensato della vita ha rattrappito la nostra credibilità nei confronti di generazioni giovani che magari diventeranno grandi nonostante noi. Ma non sentite che
questo sarebbe già un piccolo tradimento del vangelo?
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COMMENTI & ATTUALITÀ
«Res publica» di quartiere
I nuovi orari di apertura del parco Leidi e la nuova recinzione e piantumazione dello stesso
Novità al Parco Leidi
non c’è siepe senza spine
Gas Longuelo
fa il suo bilancio
Dopo le accese discussioni iniziate la scorsa primavera all’arrivo in via Lochis della ruspa che ha sradicato la staccionata,
dopo le raccolte di firme, le lettere alla stampa locale, i confronti in Circoscrizione e Comune fra i residenti favorevoli e
quelli contrari alla posa di una cancellata che chiudesse il parco Leidi - aperto da quando è stato realizzato - il Comune ha
dato l’avvio alla «soluzione di mediazione» decisa dall’assessore all’ambiente e presentata in Circoscrizione a settembre. È
così arrivato, lungo via Lochis, il filare di «pyracantha» (che dovrà crescere un bel po’ prima di diventare una siepe difficilmente valicabile), sono tornati i cancelli e sono comparsi i cartelli con gli orari di apertura del parco: dalle 7 alle 22 durante
l’anno; in estate dalle 7 alle 23. Gli orari di apertura molto larghi (i più ampi fra tutti i parchi di Bergamo) dovrebbero accontentare chi premeva per un parco aperto; la siepe, al posto
della cancellata, dovrebbe essere apprezzata da chi era preoccupato per lo sfregio al delicato paesaggio; i cancelli soddisfano chi temeva per gli schiamazzi notturni. Infine, se la siepe dovesse tenere lontani dal parco i disturbatori notturni, la cancellata potrebbe «non arrivare». Vediamo come «butta» (la siepe e l’atteggiamento degli utenti) il Comune si è impegnato a
effettuare una valutazione dell’esperimento.
m.g.
A un anno e mezzo dal suo esordio, il Gas (gruppo d’acquisto solidale) di Longuelo fa il suo bilancio. Una trentina le famiglie che hanno preso parte agli ordini di generi alimentari,
per un importo che va da un minimo di 30 euro a un massimo
di 1.500 euro per famiglia nel periodo settembre 2012 - dicembre 2013. Nel complesso, ordini per 11.000 euro. Che cosa
acquistano i «gasisti»? Pasta, verdure, agrumi, olio, miele, marmellate, parmigiano, formaggi, riso, legumi, caffè, frutti di bosco, succhi, cacao e prodotti del commercio equo e solidale.
Prodotti biologici, preferibilmente, e comunque a «filiera corta», che nascono cioè vicino e con criteri controllabili, da produttori conosciuti e magari diventati amici. Recentemente si è
aggiunto il detersivo biologico. Ogni prodotto è affidato a un
referente. Il Gas si riunisce ogni mese, valuta i nuovi acquisti, incontra i produttori (e assaggia i prodotti), approfondisce qualche tema della propria attività, dalla finanza etica, al cambiamento di stili che le scelte sui consumi provocano. Si sta discutendo la «carta dei valori» in cui riconoscersi, si è aderito alla
ReteGas provinciale, per dare e ricevere più forza, si parteciperà a giugno alla festa cittadina dei Gas in programma al parco
di Loreto. C’è sempre tempo per aderire al Gas: contattare il coordinatore, tramite l’email [email protected]
r.c.
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COMMENTI & ATTUALITÀ
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Alcune righe su temi d’attualità. Riflessioni abbozzate in attesa di un pensiero più compiuto. Appunti per fare memoria su cose che ci riguardano...
Le cose pubbliche. Quelle che sono di tutti senza essere proprietà di nessuno. Questo vuole essere questa rubrica, che di tanto in tanto uscirà su LC.
o
La Stongarda appena restaurata
La Stongarda è tornata
in splendida forma
gestivo, il castello dell’Allegrezza.
È tornata in splendida forma la Stongarda di San Matteo, il
«portone» in Strada Vecchia facente parte delle antiche fortificazioni medioveali che proteggevano la città e che da tempo
era circondata da impalcature. La struttura aveva forte bisogno di cure per il degrado del tempo, segnalato dal distacco di
qualche piccola pietra, che aveva fatto temere per la sicurezza
sua e dei passanti. Liberata la porta da piante rampicanti e terriccio accumulato nel tempo, si è ripulita la superficie dalla patina e dai graffiti opera di qualche incivile «artista», per passare poi al consolidamento della struttura con silicato e malta; alcune fratture sono state ricomposte con l’inserimento di barre
d’acciaio. È stata infine rifatta la copertura con coppi, utilizzando dove possibile quelli esistenti ancora intatti e aggiungendone altri di recupero. Un pezzetto di storia è stato restituito alla città. Oltre alla Stongarda, fanno parte della cinta difensiva e
daziaria basso medioevale anche la torre del Polaresco inglobata in un complesso architettonico del XVIII secolo recentemente ristrutturato in via Nini da Fano, la torre di via Astino 48,
la torre di via Longuelo 111, il castello Presati nell’anomima via,
dimora dei signori di Mozzo, la torre della cascina Becchella in
via Madonna del Bosco. La stessa settecentesca villa Benaglia,
in posizione dominante, sorge sicuramente sul luogo di un’antica fortificazione in collegamento ottico con le altre torri. Sug-
«Sei di Longuelo se...»
il quartiere in Facebook
r.c.
Su quella pubblica agorà che va sotto il nome di Facebook
da qualche tempo si danno appuntamento i longuelesi vecchi
amici d’infanzia. La neonata community virtuale si chiama «Sei
di Longuelo se...». I vari Tizio, Caio e Sempronio - tutti rigorosamente originari di Longuelo, nativi purosangue - aggiungono
ai puntini di sospensione il motivo della loro appartenenza e
della loro identità, che generalmente coincide con un ricordo
degli anni passati. E, dunque, sei di Longuelo se... ti ricordi, per
esempio, della camiceria Cinquini di via Lochis, se sei stato nella chiesa di Astino, sei hai almeno una volta suonato le campane della chiesa vecchia, se ti ricordi di don Giuseppe o di qualche altro prete, sei hai frequentato le elementari con la maestra
Lecchi o Clivati o Petralia, se ti ricordi della Focassina, della torre di Garibaldi, oppure se hai mangiato pane e salame in questo o quella vecchia trattoria... Ma soprattutto sei di Longuelo
se ti ricordi compagni di scuola e di amici che oggi non ci sono
più. Il che non è poco. La comunità dei longuelesi si è trovata e
ritrovata, anche se dopo gli entusiasmi iniziali ci si è un poco
raffreddati. Curioso, invece, che non sia ancora nato il desiderio di vedersi davvero. In carne ed ossa. E non solo su Fb.
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IN PPRIMO PIANO
Le parrocchie della città
e le amministrative
Le comunità parrocchiali di tutta la
città (sono circa una trentina) hanno
pensato a un piccolo itinerario in preparazione delle prossime amministrative dal titolo «Governo locale e bene
comune». Dopo un primo incontro
con il sondaggista Nando Pagnoncelli
e monsignor Alberto Carrara, parroco
di Santa Lucia (vedi articolo a fianco) i
prossimi appuntamenti fissati sono
per il nostro vicariato sud-ovest il 31
marzo alle ore 20.30 nell’auditorium
di San Paolo dove parleranno Ivo Lizzola, Sandro Giussani e Alessandro
Santoro. Infine il 6 maggio alle ore
20.45 all’oratorio di Santa Caterina
per tutta la città dibattito pubblico fra
i candidati sindaco della città.
Un’idea di Bergamo
su Lc di gennaio
Sul primo numero di gennaio, Longuelo Comunità ha provato con molta
semplicità a immaginare un’idea di
città.
Abbiamo, cioè, fatto gli auguri a Bergamo sforzandoci di scrivere una sorta di «agenda» per la Bergamo del futuro.
La società specchio della politica
Incontro delle parrocchie della città con Nando Pagnoncelli
in vista delle prossime elezioni amministrative a fine maggio
ristiani e politica. In vista delle elezioni
europee e amministrative, se ne riparla. E forse il problema di fondo sta proprio qui,nella tempistica. In occasione di elezioni, scadenze, crisi politiche... ci si interroga:
qual è il ruolo dei cristiani in politica? Ma, a
guardarci bene, è il momento sbagliato per
porsi questa domanda. E per cercare la risposta. Semplicemente perché la domanda va
posta tutti i giorni. Noi non ci chiediamo solo
la domenica se dobbiamo essere cristiani: tutti i giorni cerchiamo di rendere viva e concreta la nostra fede. Non ci interroghiamo sul
matrimonio solo il giorno prima dei fiori d’arancio, o nelle ricorrenze canoniche: tutti i
giorni, guardando il marito o la moglie, rinnoviamo l’impegno preso. Quindi ben venga l’iniziativa della diocesi «Governo locale e bene
comune» (a fianco il programma), ma con
l’avvertimento proposto, introducendo il primo incontro - il 6 marzo a Celadina - da don
Alberto Carrara: «I cristiani si sono accodati
acriticamente all’andazzo generale della con-
C
danna in ogni caso della politica e in questa
separazione tra mondo cristiano e mondo politico ci abbiamo perso tutti, anche la Chiesa,
che rischia di rinchiudersi nelle sue sagrestie
anziché occuparsi dei problemi dell’uomo
nella società».
Politica? È sporca
e io sto fuori
Insomma, la politica è sporca e io me ne
sto fuori. Come se tutta la politica e tutti i politici fossero ladri, corrotti, bugiardi... o anche
solo imbonitori, improvvisati, dilettanti... Ce
ne sono, d’accordo. E probabilmente ben più
di quanti emergano dalle cronache. Ma li abbiamo eletti noi (per lo meno in parte, visto
che il sistema elettorale per il Parlamento impedisce all’elettore la scelta del candidato).
«Noi non siamo per niente diversi dai politici
- ha commentato Nando Pagnoncelli, di Ipsos,
che nell’incontro ha presentato alcuni dati su
Bergamo - la società non è altra cosa dalla politica». Pagnoncelli rispondeva a una doman-
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IN PRIMO PIANO
da sull’evasione fiscale, e ha avuto facile gioco a ricordare quanto l’evasione fiscale - reato
ignobile che sottrae alla collettività le risorse
per mantenere il «patto sociale» con cui chi
guadagna di più sostiene chi è più in difficoltà - non è tanto un reato dei «politici», quanto di noi cittadini - cristiani inclusi - che anzi
siamo ben lieti se l’amministrazione pubblica
riducesse controlli e sanzioni. Cioè se ce la facesse passare liscia.
Ma basti anche ricordare che amministratori pubblici colpevoli di evidente (e magari
confessato) uso criminale dei soldi pubblici pensiamo al consigliere regionale del Lazio,
Franco Fiorito - sono stati eletti con decine di
migliaia di preferenze.
La politica siamo noi
come possiamo fare?
Allora la domanda torna opportuna e quotidiana: cosa abbiamo a che fare con la politica? Cosa può essere la buona politica? E il cristiano che ruolo può avere? Se ne parlerà nei
prossimi incontri, cui tutti siamo invitati, ma
qualche indicazione è giunta anche dalle sollecitazioni del pubblico. Politica è farsi carico
in prima persona del bene comune, sia nei
momenti elettorali - candidandosi alle elezioni in spirito di servizio, individuando e appoggiando candidati validi, contribuendo alla formulazione dei programmi - sia nella vita
quotidiana, trovando tempo e spazio per informarsi sui problemi e le necessità, per discutere le soluzioni, per portarle all’attenzione
dell’amministrazione, per prenderle in mano
direttamente. Ovviamente, è più facile partire
dal proprio territorio, dal quartiere: la mobilità, la sicurezza, il verde, la pulizia, le necessità
delle fasce più deboli quali anziani e bambini,
la casa, il lavoro.... Conosciamo (o possiamo
conoscere) i problemi, possiamo cercare e
adottare soluzioni - il piedibus, l’animazione
di un parco, la partecipazione alla vita della
scuola, del centro socio culturale, del centro
anziani... sono esempi concreti - possiamo
proporle alle istituzioni. Possiamo anche alzare la voce, se non ci ascoltano. Possiamo scrivere ai giornali, fare incontri, assemblee, manifestazioni. Ma possiamo anche guardare più
in là, «progettare» la città, pensare al futuro
dei nostri figli. La scadenza elettorale in questo è utile, perché nessuna amministrazione
può pensare a cosa fare in soli cinque anni:
deve prendersi in carico una città viva e pensare a come sarà tra vent’anni quando cittadini e soprattutto amministratori saranno cambiati. Tutto questo è politica. E tutto questo lo
possiamo fare noi, con l’obiettivo del bene comune.
Una rappresentazione
della città
E proprio in direzione della «progettazione» della città si è mossa la serata alla Celadina, con la presentazione da parte di Pagnoncelli di una serie di dati utili a dare una rappresentazione della città. E quindi a una progettazione di respiro. Se ho un’idea di come è
la città oggi e di come sarà tra venti-trent’anni, posso organizzare l’amministrazione - e
quindi l’erogazione dei servizi - in maniera utile, efficiente, efficace.
Non si può che partire dal dato demografico. Bergamo sta invecchiando velocemente: il
20% della popolazione ha oltre 65 anni, percentuale che salirà al 30% nel 2050. L’iniezione di giovani è data dagli immigrati: oltre un
quarto degli abitanti tra i 18 e i 34 anni è di
origine straniera. Il 30% dei ragazzi ha almeno
un genitore straniero (era il 14,6% nel 2004). E
gli stranieri sono ormai il 13,8% della popolazione, mentre erano il 4% nel 2003.
La famiglia si sta trasformando, gli oltre
120 mila abitanti della città compongono
quasi 54 mila famiglie, una ogni due persone.
Infatti il 41% vive da solo e il 27 in due. In sostanza il 68% delle famiglie è di una-due persone.
Tutto ciò dice moltissimo in termini di riorientamento dei servizi. Pagnoncelli segnala
il pericolo che «dall’inverno demografico si
passi all’inverno democratico». Cioè, spiega,
«dato che la politica cerca consensi, e quindi
si rivolge ai gruppi più numerosi, la sua attenzione potrebbe essere diretta in maniera strumentale agli anziani, trascurando altri significativi gruppi sociali.
Roberto Cremaschi
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La Palestina
al cinema Concaverde
Il Gruppo Longuelo Terrasanta della
nostra comunità promuove nel mese
di aprile l’iniziativa «Ticket to Palestine», tre appuntamenti al cinema Concaverde per riflettere sulla complessa
questione tra Palestina e Stato d’Israele. Grazie allo sguardo di registi di
diverse nazionalità si cercano le ragioni di un conflitto ormai decennale. Attraverso le storie e le testimonianze
dei protagonisti ci si lascia interrogare da chi in presa diretta prova a raccontare il dolore moltiplicato del popolo palestinese che, nonostante tutto, spera in nuovi patti di fraternità.
Questo il programma.
Martedì 1 aprile ore 20.45: Five Broken Cameras
un docufilm sulla vita di Emad, bracciante palestinese, alle prese con i
continui soprusi subiti. Presentazione
a cura di Paola Gandolfi dell’Università degli studi di Bergamo.
Martedì 8 aprile ore 20.45: Ticket To
Palestine
spettacolo teatrale di e con Emanuele
Buganza. Un viaggio in Palestina pieno di incontri inaspettati, di mille
paradossi quotidiani di una vita precaria nei diritti, ma piena di ironia e di
immagini indimenticabili.
Martedì 29 aprile: Roadmap To Apartheid
Docufilm di Ana Nogueira e Eron Davidson, per presentare le analogie tra
l’ascesa e il declino dell’Apartheid in
Sudafrica con il regime in cui vivono i
palestinesi. Presentazione a cura di
Chiara Moroni dell’Ong «Un ponte
per».
Info e biglietti ingresso presso il cinema Concaverde.
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IL QUARTIERE
Pochi alimentari
molti centri estetici
Viaggio nel quartiere, disagi e prospettive
Il quartiere a colori
quarta edizione
Domenica 6 aprile si svolgerà la quarta edizione del quartiere a colori, l’esperienza di convivialità e di festa tra
le famiglie del quartiere, tra «vecchie
e nuove» cittadinanze, che da tre anni viene inserita nella giornata della
carità. La novità di quest’anno è rappresentata dal fatto che la giornata si
svolgerà presso la scuola primaria Cavezzali di via Bellini. Si è pensato infatti che per essere davvero un «quartiere a colori» fosse importante compiere questo gesto di fraternità e di
condivisione fuori dalle mura dell’oratorio per incontrare nuove famiglie in
un luogo che diventa punto di riferimento per molti cittadini italiani e
stranieri e cioè la scuola. Dirigente e
insegnanti hanno accolto con entusiasmo la proposta di coordinare con il
gruppetto referente della Segreteria
Caritas l’organizzazione della giornata
e si sono resi disponibili a coinvolgere
i bambini e i ragazzi nella preparazione della stessa. La giornata prende
avvio con la Messa della comunità alle 10.30 e continua alla scuola Cavezzali, dove avrà luogo il pranzo. Nel pomeriggio sono previste attività laboratoriali per i bambini e un momento
di testimonianza da parte di alcune
mamme italiane e straniere rispetto
al loro vivere a Longuelo, alle relazioni intessute, alle difficoltà incontrate e
alla loro esperienza genitoriale con il
mondo della scuola. A chiusura del
pomeriggio di festa vissuto insieme, il
grande gioco «Strade da percorrere
insieme» coinvolgerà bambini e adulti. Per iscriversi al pranzo è sufficiente
iscriversi in segreteria parrocchiale
entro sabato 29 marzo. Non è richiesto nessun contributo ma una pietanza da condividere. Vi aspettiamo!
l giudizio è praticamente unanime: «Sembra che Longuelo sia diventata un centro di bellezza, ci mancano
solo le terme!». È questa la triste verità che ci rilascia un
buon numero di longuelesi che intervistiamo per le vie del
quartiere. E d’altra parte non ci vuole un approfondito studio di mercato per capire che qualcosa non va: un quartiere piccolo e, anagraficamente, non così giovane come è
Longuelo si ritrova con un bel gruzzolo di parrucchieri e
centri di estetica a fronte di una totale assenza di negozi di
alimentari o di un mini-market per i bisogni primari. È una
situazione paradossale, in effetti, se pensiamo che siamo
circondati da grandi centri commerciali che si estendono
lungo tutta la Briantea.
Centri commerciali però non facili da raggiungere soprattutto per chi, superata una certa età, non è più autosufficiente e non può certo disturbare i propri famigliari per
un litro di latte. «Una volta ce n’erano di alimentari - ci dice
contrariata una signora - adesso per andare a fare la spesa
si rischia la pelle». E ci crediamo. Se fino a qualche tempo fa
la Focasina era alla portata di tutti, per qualsiasi evenienza
e per qualsiasi necessità, oggi andare a fare la spesa senza
macchina risulta un’impresa titanica.
Sono tutti molto convinti i longuelesi e, in questa situazione, ogni imput sul tema è uno sfogo, è una scintilla che
accende un fuoco: «Mia madre non ha la macchina - ci racconta un’altra signora - e per qualsiasi necessità è costretta
a chiamare me. È normale che non ci sia un negozio di alimentari?». Decisamente no. Ed è evidente che il problema
non si esaurisce all’esclusiva mancanza di autonomia - che
pure è il disagio maggiore - ma, senza dubbio, viene meno
uno dei fattori chiave di un quartiere, specie uno piccolo
come Longuelo: le relazioni sociali. «Un tempo si andava a
fare la spesa e si chiacchierava con altre persone - racconta
con disappunto un’altra signora -. Il negozio era un luogo
d’incontro per le tante casalinghe che, mentre attendevano
che il salumiere affettasse il prosciutto, ne approfittavano
per raccontarsi le ultime notizie del quartiere.
Finora abbiamo elencato forse i disagi maggiori, i problemi che in un futuro (si spera il più breve possibile) dovranno essere risolti. Ma c’è sicuramente un altro aspetto
che merita di essere analizzato. Una realtà paradossale che
farà sorridere (ma neanche troppo) i longuelesi di vecchia
data, quelli che sono qui dagli anni ‘60-’70 per intenderci.
Chi si ricorda quanti erano i negozi di alimentari prima degli anni ‘90? Chi saprebbe elencarli? Ne parliamo con una signora che ci fa un breve excursus storico sui negozi del
quartiere, nel quadrato di strade che parte da via Lochis e
si chiude in via Puccini. Per esempio, la famiglia Giavazzi
gestiva un alimentari quasi di fronte all’oratorio, nel quale
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IL QUARTIERE
trovavi praticamente di tutto. Sempre proseguendo su via
Longuelo, dove oggi c’è la ricevitoria Intralot delle scommesse, c’era un Despar della famiglia Bresciani. Al posto
dell’attuale concessionario «Vespa», c’era il negozio della signorina Ave Longhi. C’erano poi i due mini-market Ve Gé una sorta di memoria storica, dato che neanche Internet sa
darci una risposta sul che cosa sia questa catena di negozi
- uno dove c’è oggi il panificio Bana e l’altro sotto i portici di
via Mattioli, sostituito prima da una gastronomia-rosticceria e poi da un ristorante. Infine, anche per rinfrescare la
memoria ai più giovani, come dimenticare la già citata Focasina? Il mini-market di via Puccini che ha cambiato più
volte gestione e marchio fino all’ultimo Carrefour, baluardo
caduto per la troppa concorrenza con i grandi centri commerciali delle zone limitrofe - a proposito, sapevate che il
termine Focasina viene dal nome della cascina che occupava quella zona di via Longuelo? Insomma, il negozio prima ce l’avevi sotto casa, nel vero senso della parola.
Dopo l’amarcord longuelese proviamo a trarre alcune
doverose conclusioni. Innanzitutto, rileviamo questo passaggio epocale e storico: siamo passati, nel giro di qualche
decennio, da una forte presenza di alimentari a una loro totale assenza a favore, come detto, dei centri di bellezza: «C’è
la crisi ma i soldi per farsi belli ci sono» commenta ironicamente qualcuno. Evidentemente, non è solo un fattore storico. Il numero crescente di centri commerciali nelle vicinanze ha, gioco forza, posto un problema di natura economica alle piccole realtà del quartiere: una concorrenza impari che ha fatto fuori, uno dopo l’altro, i tanto rimpianti alimentari. La più ampia distribuzione e i prezzi obiettivamente più bassi sono stati i fattori discriminanti.
E così i negozi storici sono (quasi tutti) scomparsi e con
loro è scomparso qualcosa di più. Qualcosa di non quantificabile con il numero di negozi chiusi o aperti: è scomparso il modo di vivere il rapporto tra cliente e venditore. Da
quest’ultimo andavi con il famoso «quadernetto» per tenere il conto delle spese da pagare a fine mese e che magari
chiudeva un occhio se non riuscivi a saldare completamente il dovuto. Il commerciante ti dava del tu, ti conosceva e ti
chiedeva della famiglia, del lavoro: ci piaceva se un po’ s’interessava dei fatti nostri. Era amico ancor prima che commerciante.
Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno non possiamo
lamentarci dei servizi longuelesi: tra farmacia, ottico, edicole, bar, cinema e pizzerie non ci facciamo mancare nulla.
O quasi nulla. Che cosa ci manca dunque? Solo l’alimentare più vicino a casa? Forse è venuto meno (non solo a Longuelo, s’intende) un modo di vivere il quartiere che andava
oltre il rapporto statico che c’è oggi? C’è bisogno di più autonomia, certo.
Ma forse c’è bisogno soprattutto di tornare a vivere il
quartiere con la semplicità di un tempo, con rapporti interpersonali più forti tra cittadini. Con la voglia di uscire di casa e chiacchierare e «contarla su» al primo che passa. Forse
c’è bisogno di questo. Prima di tutto.
Davide Cavalleri
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I sapori del mondo
con il catering etnico
Rilanciamo, ad un anno di distanza
dalla sua nascita, il piccolo progetto
del «Catering etnico» avviato dalla Caritas parrocchiale e dal Centro Ascolto.
Per aiutare ad uscire da una logica di
puro assistenzialismo, si è scelto di coinvolgere alcune signore del Nord
Africa residenti ormai da anni nel
quartiere, che si sono rese disponibili
a cucinare alcuni piatti tipici del loro
paese per chi voglia assaporare cibi
diversi e dal gusto vagamente esotico
per i nostri palati. È un percorso che
ha come finalità principale quella di
restituire una maggior senso di dignità e autostima, oltre che un’autonomia economica per quanto minima,
facendo emergere competenze e potenzialità. La prenotazione delle pietanza va fatta solo presso la segreteria
parrocchiale quattro giorni prima della data del ritiro delle pietanze stesse.
Al momento della prenotazione verrà
chiesto di compilare un modulo e di
versare la relativa quota. La somma
verrà poi consegnata, da parte della
segreteria, direttamente alle persone
coinvolte nella preparazione dei cibi.
Tempi e modalità di consegna delle
pietanze verranno poi concordate direttamente tra le parti coinvolte. Il volantino con il menù etnico lo si può richiedere in segreteria parrocchiale.
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IL QUARTIERE
«Qui si impara
a giocare con stile»
Parla Fabio Locatelli, Longuelo Calcio
«Cerchiamo sinergie anche con l’oratorio»
er favore, lasciatemi giocare senza pressioni, senza grida, senza correzioni e, soprattutto, non vorrei vedervi
litigare per me. Per favore, lasciatemi solo giocare, lasciate che mi diverta, lasciate che sia felice, sono un ragazzo
non dimenticatelo, sono ragazzo una sola volta nella vita».
Con questo spirito la società sportiva Longuelo Calcio (formalmente «Ssd Bergamo Longuelo Srl») si è assunta l’onere/onore di condurre l’attività sportiva più cospicua presente
nel nostro quartiere. Per questo, cercando di dare voce alle diverse agenzie educative di Longuelo, abbiamo voluto incontrare Fabio Locatelli, consigliere e team manager della società
che da sei anni gestisce l’attività calcistica nel campo comunale adiacente all’oratorio e che ha come presidente in carica
Gianfranco Guerra.
Essendo il presidente da poco eletto, abbiamo rivolto alcune domande a Locatelli.
P
Vogliamo delineare brevemente la storia dello sport
calcistico a Longuelo?
«Questa attività sportiva ha una presenza ultratrentennale in loco. Abbiamo
festeggiato nell’anno appena trascorso i
Attività e proposte
trent’anni di attività. Iniziata nel 1983 a
informative /formative
seguito della fusione di un paio di piccole realtà calcistiche locali che operaVisitando il sito della società
vano nel settore giovanile, nel luglio del
www.bergamolonguelo.it possiamo leggere
2012 è nata la nuova società, unica in citil progetto educativo della società sportiva
tà ad avere assunto la veste di Srl (socieLonguelo Calcio. Si segnala che numerose
tà a responsabilità limitata, e non più assono
le attività e i servizi che a vario titolo la
sociazione), con l’intento di iniziare un
società
mette a disposizione. Per esempio:
percorso di potenziamento e valorizzapersonale qualificato, formazione sportiva,
zione dell’attività all’insegna di una
maggiore trasparenza e professionalità.
formazione per dirigenti, allenatori e
Questo favorito anche dall’apposizione
accompagnatori, utilizzo esclusivo di una
del nuovo manto erboso e della nuova
piscina, durante il periodo invernale, per i
illuminazione da parte del Comune che
bambini della scuola calcio, campo estivo
ne è il proprietario e ha affidato a noi la
dell’Atalanta, trofeo Elzi, trofeo Callioni,
gestione».
Quale è stato il nuovo intento dirigenziale?
«Lo stesso può essere sintetizzato nel
nostro motto “Calcio con stile”. È bene
puntualizzare cosa intendiamo noi per
stile. La nostra è stata una scelta decisamente singolare per questo tipo di sport
e in parte controcorrente, anche se non
nuova in assoluto. Si è trattato di fare lo
ritiro estivo pre-campionato, open day, feste
e ritrovi, pubblicazione annuale di un
giornalino riportante le attività svolte lungo
l’anno, collaborazione con il centro
polifunzionale Athaena, assicurazione
gratuita per scuola calcio, Juniores e prima
squadra, amichevoli di prestigio con
Atalanta e Albinoleffe, visita medica
gratuita per gli over 18.
sforzo di riscoprire questo gioco nell’accezione più profonda di “imparare divertendosi”. Non siamo alla ricerca spasmodica di potenziali professionisti tra i nostri bambini e ragazzi, ma abbiamo l’obiettivo di riuscire a creare un ambiente
che offra la maggiore ricettività per tutti.
Non operiamo alcuna sorta di selezione
né di differenziazione fra i piccoli almeno
fino all’età di 12 e 13 anni, quindi fino alla categoria degli esordienti. Accogliamo
tutti ponendoli allo stesso livello non
escludendo nessuno, nemmeno i diversamente abili all’insegna del motto “giocano tutti”».
Quante adesioni avete allo stato attuale?
«Attualmente siamo 290 individui
(l’80 per cento dei quali minori) compreso lo staff dirigenziale che consta di circa
una cinquantina di persone tra collaboratori e dirigenti tecnici. Il 60 per cento
dei nostri componenti sono volontari.
Abbiamo undici squadre e possiamo dire che il 25 per cento dei componenti atletici provengono da Longuelo (considerando che il territorio attualmente non è
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IL QUARTIERE
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Quale sente debba essere il ruolo e la finalità di questa
realtà all’interno del quartiere?
«La mission che ci siamo proposti abbraccia sostanzialmente due obiettivi: il primo, come già sottolineato, mira a
coinvolgere il maggior numero di bambini con lo scopo che
debbano imparare divertendosi. Il secondo obiettivo è il coinvolgimento del maggior numero di genitori che ci aiutino a interfacciarci con le realtà locali, come l’oratorio per esempio
con il quale ci auguriamo di poter instaurare nuove sinergie
oltre a quelle già messe in moto; e con il territorio in generale».
molto popolato da giovani, la percentuale è discreta). Seguiamo i piccoli dai 5 fino ai 16 anni».
Quale è il vostro rapporto con le famiglie dei ragazzi?
«Significativo è il buon rapporto che
intercorre tra le famiglie e l’ambiente
sportivo. Si mira a un sempre maggiore
coinvolgimento dei genitori sul campo,
sia in termini di supporto tecnico sia morale, per creare un ambiente maggiormente familiare soprattutto per i bambini. Si vuole evitare in assoluto che lo
sport e quindi il campo possano diventare una zona di parking per i figli di genitori super-impegnati o assenti. A questi
ultimi chiediamo lo sforzo di corrispondere una quota di iscrizione per coprire
parzialmente i costi, tra cui l’affitto del
campo al Comune, l’abbigliamento sportivo dei figli, i tecnici. Tutto sommato, a
conti fatti, chiediamo la bellezza di poco
più di un euro all’ora per nove mesi di attività. Anche questo ci sembra un buon
modo di avvicinare le famiglie, cercando
di porre un occhio di riguardo per quelle
con maggiori difficoltà economiche».
A questo proposito cosa è già stato fatto e cosa c’è da
fare?
«Per esempio durante la festa di Sant’Antonio, all’inizio dell’estate, ospitiamo, sotto l’ormai noto “tendone” allestito in
oratorio, il campestivo dell’Atalanta. Ci fa piacere ricordare che
in città a livello di categoria siamo secondi solo alla squadra
cittadina più conosciuta - l’Atalanta appunto - e l’unica società di Bergamo a militare in prima categoria. Grazie a ciò ogni
anno a giugno viene organizzata anche una settimana di
“scuola calcio”con gli istruttori atalantini. Si tratta di una scuola di calcio di alto livello, ma soprattutto una scuola di vita che
vede impegnati dalle ore 8,30 alle ore 18 full immertion i partecipanti lontani da casa e senza genitori. Di notevole rilievo il
ritiro estivo pre-campionato che si svolge a fine agosto ogni
anno in montagna con circa 60 ragazzi dai 10 ai 13 anni. Un
modo anche questo per imparare e crescere in gruppo, fra
amici. Abbiamo anche organizzato un
open day in collaborazione con il piedibus locale per sensibilizzare e informare
il territorio. Non contiamo poi più le pizVolontariamente
zate e serate insieme per fare squadra di
«Tutti insieme»
vita».
All’interno dell’opuscolo è inserito anche un
appello a tutti coloro che hanno intenzione
di dare una mano: «Per migliorare e
continuare al meglio [...] dobbiamo tutti
insieme interagire con quanto possiamo
fare così come fu fatto prima e, con maggior
merito, si potrebbe fare ora. Ognuno di noi
fa parte di questa meravigliosa macchina
che è la Bergamo Longuelo. È un
meccanismo che coinvolge tutti nel suo
interno: principalmente i ragazzi, i genitori, i
dirigenti, gli allenatori e quanti collaborano
e ancor più chi lo fa tuttora
volontariamente. Tutti importantissimi nei
ruoli e a qualsiasi livello, fortemente legati
tra loro nella mission che ci siamo dati
[“Calcio con stile”, ndr). La nostra è una
società, è vero, ma è una società senza
scopo di lucro, dove tutte le risorse vengono
impiegate per lo sviluppo, la crescita, la
sicurezza e lo star bene dei nostri figli».
Avete in programma qualcosa a livello formativo e informativo per
questo sport?
«Da cinque anni usufruiamo proficuamente di un percorso messo a disposizione dall’amministrazione locale
attraverso l’assessorato allo sport. Si
tratta di un percorso articolato, dalle 20
alle 30 ore in otto mesi, che vede coinvolti i dirigenti, i tecnici e i ragazzi in riunioni di formazione e confronto. Il tutto con il supporto di psico-pedagogisti».
Un sogno nel cassetto prossimo futuro?
«Un azzardo o forse una provocazione per scuotere un po’ questo quartiere
che resta sempre un’area di passaggio:
vorremmo organizzare una notte bianca
all’insegna dello sport. Ci proveremo e
già da ora vi aspettiamo numerosi. A
presto».
Manuela Malighetti
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LA NOSTRA COMUNITÀ
Diario di un parroco di periferia
Etty on Facebook
Io mi ostino a credere che i social network servano a qualcosa. Sono entrato nella community virtuale di Facebook quasi per caso, spinto da qualche giovane che m’invitava a stare al
passo dei nuovi linguaggi (come se
bastasse). Ci ho provato e ci sto provando, ma il risultato è un po’ deludente. Soprattutto da parte del mondo adulto che - fatto salvo qualche
esempio virtuoso (a Longuelo ce n’è) tendenzialmente è una piazza per l’esibizione di sciocchezze. È la fiera della vanitas vanitatum e non voglio fare
lo spocchioso perché io stesso ci sono
dentro. Ma se devo dirla tutta, dico
che FB o altro è un non-luogo che non
permette una seria comunicazione.
Non permette nemmeno un pensiero
compiuto. Al massimo, quando va bene, come feedback del proprio scritto
si riceve un «mi piace» (e che cosa
vuol dire?). Capisco di essere un uomo
di altra generazione. Accetto la critica
alla mia critica. Detto questo, però, sono anche un inguaribile sognatore e
allora da recidivo ho riproposto l’esperimento dello scorso anno in quaresima: postare ogni giorno un pensiero
di Etty Hillesum, sperando che splendida figura di questa piccola ebrea
olandese giganteggi anche il nostro
cuore e allarghi il nostro spirito. E,
dunque, nuovamente invito a stare in
compagnia di buoni pensieri mattutini. L’invito è valido per tutti coloro che
pensano che l’online sia la possibilità
di un legame che anche se virtuale è
qualcosa di assolutamente serio.
Il Lego e il logo
Non capita certo tutti i giorni di ricevere
in regalo una confezione giocattolo di Lego.
E io che pensavo fossero ormai fuori mercato! Scopro invece che i mattoncini colorati
che hanno acceso la fantasia creativa di generazioni di europei sono vivissimi (e lottano con noi!). Talmente vivi da riempire di
stupore ancora oggi gli occhi dei grandi. Almeno i miei, ultracinquantenne, sicuramente. In un incontro con i genitori dei bambini
e ragazzi che si preparano ai sacramenti me
ne sono uscito citando - non ricordo più perché - il famoso giocattolo Lego, contrazione
dal danese leg godt: «gioca bene». Ed ecco
che nei giorni successivi vedo recapitarmi
una splendida confezione di modellismo
che m’invitava ad assemblare un elicottero
con l’augurio di «volare sempre in alto». Tutto torna, mi sono detto felice. Torna l’idea di
tornare bambini grazie a qualche genitore
che non mi considera troppo vecchio e in
età da meraviglia. Torna l’idea che la catechesi sia una splendida esperienza giocosa
alla scoperta di un’amicizia. Torna l’idea che
«volare alto» sia il compito di una comunità
intera. Più che un giocattolo, «il» Lego - come
dicono i bergamaschi che mettono l’articolo davanti a tutto anche a nomi propri di
persone e cose - è il logo di una speranza e di
una promessa
Un’opera da «calpestare»
Lo sappiamo ormai che la nostra chiesa è
una sorta di atelier per le più diverse sperimentazioni artistiche. L’arte però, tante volte lo abbiamo detto, non è mai fine a se stessa ma è sempre via all’esperienza della bellezza liturgica, alla profondità di celebrare,
alla preghiera della comunità. Così anche
quest’anno, per la quaresima, stiamo ospitando opere di un altro nostro amico: Vittorio Consonni, artista di Petosino che ha lo
studio nelle splendide architetture industriali del Gres - Italcementi. La catena degli
amici ormai si allunga piacevolmente: Bonfanti, Riva, Arzuffi, Grimaldi, Parimbelli, Previtali. Capita che ogni tanto le opere assumano una vita propria, indipendente dall’in-
tenzione dell’artista e da quella della comunità. Ricordo i cardinali di Grimaldi la scorsa
quaresima quando i bambini della catechesi ci passeggiavano in mezzo accostando il
loro stupito volto bambino a quelli austeri
delle sculture in gesso. Con Consonni, però,
è successo già di tutto. E siamo solo all’inizio:
mercoledì delle ceneri 2014. Per esempio: il
primo giorno di installazione alcuni bambini non accorgendosi dell’opera che adagiata
sul pavimento della chiesa sembra davvero
una strada hanno provato a camminarci sopra. Certo, l’opera con il colore ormai solidificato e il cemento è molto materica e si presta ad essere «camminata». Perfino qualche
adulto ci è inciampato. Temo che ne vedremo delle belle. Ma la più bella avventura è
quella del mio amico marocchino che ogni
tanto dà una mano alla casa parrocchiale facendo un po’ di pulizia sul sagrato e in chiesa. Dovendo, appunto, pulire la chiesa ha
pensato bene di ramazzare anche la «cosa»
orizzontale non accorgendosi che la «cosa»
in realtà era un’opera d’artista. Poveraccio,
come dargli torto? Per lui la cosa famosa era
soltanto una cosa e per di più sporca. Temo
che non sia l’unico a pensarla in questa maniera. Chissà, forse l’arte prende vita anche
così, anche se magari quel così è un po’troppo. Del resto è quello che deve aver pensato
anche una ligissima donna delle pulizie (di
quelle proprie ossessionate che non se ne
trovano più nemmeno a pagarle oro) che recentemente in un museo di Bari non capendo quasi nulla di arte moderna (non è l’unica però, dai!) ha scambiato un’opera d’arte
contemporanea di fresca istallazione per ingombrante spazzatura. Cosa ha fatto? Ha
pensato bene di incellophanare il tutto, buttandolo nella spazzatura. Valore 12 mila euro. Beh, noi speriamo proprio - anche per rispetto dovuto al nostro gentilissimo Consonni - che le sue opere non subiscano un
divertente quanto mai sgradevole misunderstanding.
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a misericordia è una virtù cristiana, ma prima di tutto è
un sentimento umano. Essa esprime la capacità dell’uomo di entrare in contatto con l’altro, un contatto profondo, di compassione e partecipazione per la sua miseria. Del resto la parola misericordia deriva dal latino misereor, che significa «ho pietà», e da cor-cordis, che vuol dire «cuore». La misericordia diventa allora un sentimento di compassione per la
miseria altrui, che muove a pietà e tocca il cuore, la dimensione più profonda e autentica della persona. Non è semplice pietà per l’altro e non è neanche carità, manifestazione dell’amore per l’altro attraverso un’opera concreta. La misericordia, invece, è il perdono senza giudizio, è la restituzione dell’identità
dell’altro, come sostiene nella nostra intervista don Marco Salvi, filosofo e preside del Liceo del Seminario di Bergamo. Dice,
infatti, che perdonare significa ridare la possibilità all’altro di
essere se stesso fino in fondo e, allo stesso modo, essere misericordiosi significa prendersi a cuore la fragile identità dell’altro,
dandogli accoglimento e attenzione. La misericordia eccede
ogni logica di scambio: il prendersi a cuore la miseria dell’altro
significa, restituirgli l’identità, la memoria, lo spazio, il riconoscimento, senza avere nulla in cambio.
Giulia Sofia Piccinini, insegnante anch’ella in Seminario, propone una chiave di lettura psicologica e antropologica della
misericordia, che diventa per lei l’aprirsi alla relazione con chi
soffre, nel segno dell’accoglienza. La compassione è il sentimento iniziale di pena per la sofferenza altrui, che si unisce al
desiderio di prestar soccorso; la carità è il momento successivo
attuativo, quando cioè l’uomo accoglie l’altro, disponendosi ad
agire per sostenere e alleviare il suo dolore. La misericordia è,
invece, la virtù mediana fra la compassione e la carità. La compassione riguarda il sentire del cuore, la carità riguarda l’agire;
la misericordia diventa la relazione che si va a costruire fra i
due poli, diventa la virtù della relazione perché si attua nell’accoglimento della miseria dell’altro.
Da ultimo, abbiamo provato a rileggere i vangeli. Il dossier
propone un ingresso interpretativo, a cura di Umberta Pezzoni, animatrice di uno dei tre gruppi biblici della comunità, delle pagine di Luca. La parabola parla di piccole cose, cose concrete, estremamente reali e quindi tanto più vere; lo fa con un
linguaggio piano e pacato, scegliendo il genere narrativo; racconta delle storie intrise di prosaica quotidianità, senza il tono
normativo dei comandamenti, ma come una buona novella
che chiama alla riflessione e, di per sé, alla conversione del cuore. Non abbiamo scelto questo tema a caso. La misericordia è il
filo rosso della predicazione quaresimale della nostra comunità. Un percorso che punta anche a riguadagnare fiducia e familiarità con un sacramento difficile, per non dire disertato o
dimenticato, come la confessione e che però, se anche solo si
riuscisse a riscoprire la tenerezza e la misericordia del vangelo
dell’uomo di Nazareth, avrebbe ancora qualche chance da giocare nei confronti dell’uomo contemporaneo. Papa Francesco
fin dal primo Angelus in Piazza San Pietro (17 marzo 2013) scelse la misericordia e la tenerezza di Dio come bussola del suo
pontificato: «Il volto di Dio è quello di un padre misericordioso,
che sempre ha pazienza. Avete pensato voi alla pazienza di Dio,
la pazienza che lui ha con ciascuno di noi? Quella è la sua misericordia. Sempre ha pazienza, pazienza con noi, ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito. […] Un po’ di misericordia rende il
mondo meno freddo e più giusto. […] Anche noi impariamo ad
essere misericordiosi con tutti».
L
Il vangelo
della misericordia
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DOSSIER
LA FILOSOFIA E LA TEOLOGIA Intervista a don Marco Salvi
«Prendersi a cuore
la fragilità dell’uomo»
nni fa su Longuelo Comunità
mo “toccati”, “presi dentro”, come nelle
(aprile 2011) avevamo già dedipassioni. È la condizione di una passivicato un’ampia riflessione sul
tà radicale di fronte alla quale sei impeccato e il perdono. Ora, nuovamenpotente. L’altro è lì, davanti a me, e lo
te, ci rivolgiamo a don Marco Salvi per
sguardo oltre che il suo corpo, mi inleggere in chiave filosofica e teologica
terpellano nella forma di una richiesta
la misericordia. Con l’atteggiamento
d’amore e di una invocazione che chieda fenomenologo che gli appartiene,
de sostegno, aiuto. Mi toccano il cuore.
ci aiuta ad analizzare la virtù a partire
La misericordia è un coinvolgimento
da cosa significa l’essere misericordiooriginario del cuore, un sentimento raso, come modo d’essere, come fenodicale, prima ancora di pensare a cosa
meno che si dà alla coscienza che quinfare».
di può essere colto nella sua essenza
Non si può scegliere?
logica e universale.
«Certo, non decidi, semplicemente
Cosa significa essere misericorne sei toccato, sei come deciso. Quandioso?
do lo scegli, invece, è perché attivi una
«Siamo di fronte a una questione
cura per la miseria dell’altro, un amore
fondamentale: la
voluto. Ma quando
domanda riguarda
opponi resistenza a
un modo d’essere
ciò che ti colpisce,
che identifica ogni
può essere che naLa misericordia è aver
uomo, che qualifica
sca l’insofferenza
nel cuore l’altro,
ogni relazione, perper la miseria delè amarlo, portarne la
ché riguarda ciò
l’altro, che non riche la metafora del
uscendo a sostenesua povertà, ma anche
cuore suggerisce:
re devi espellere,
essere nel cuore di un
un’interiorità, la
negando o elimialtro, essere amati,
profondità della vinando appunto la
nelle nostre fragilità
ta di ciascuno, la
miseria dell’altro».
coscienza diremmo
Come avviene
noi, in cui l’altro
la provocazione
trova e gioca un
dell’altro? Siamo
ruolo fondamentale. La misericordia è
impotenti? Agiti dall’altro?
aver nel cuore l’altro, è amarlo, portar«È proprio così. Proprio perché sei
ne la sua povertà, ma anche essere nel
agito dall’altro, rispondi all’azione delcuore di un altro, essere amati, sopratl’altro o con la cura, ti prendi a cuore
tutto nelle nostre fragilità».
l’altro, oppure lo eviti, addirittura lo eliCondividere la miseria dell’altro,
mini, se è eccessiva l’impresa che ti obintende dire?
bliga a prendertene cura. Se è troppo
«Misericordia significa porre il cuore
provocante, perché troppo esigente, lo
nella miseria dell’altro. La prima cosa
elimini, lo rendi nudo, lo spogli di tutto
che possiamo chiederci è questa: qual
ciò che è, perché è insopportabile la
è la ragione per cui poniamo il nostro
sua presenza e quindi diventi indiffecuore nella miseria dell’altro? Se penso
rente. Le forme dell’indifferenza poi soal cuore, questa è la metafora di ciò che
no diverse: la violenza, l’eliminazione,
c’è più profondo in noi, è il luogo in cui
la cancellazione di quello sguardo che
nascono gli affetti, è il luogo in cui siati interroga».
A
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IL VANGELO DELLA MISERICORDIA
15
Chi è
Don Marco Salvi, prete di Bergamo dal
1983, è preside delle Scuole medie inferiori
e superiori del Seminario diocesano dal
2003. È anche docente di Filosofia della
Religione e Sociologia della Religione
presso la Scuola di Teologia del Seminario e
docente di Filosofia Teoretica e Filosofia
della Religione nell’Istituto di Scienze
Religiose di Bergamo. È infine docente di
Storia e Filosofia del Liceo Scientifico
«Amaldi» ad Alzano Lombardo.
Parliamo di forme di rifiuto sia fisico che metaforico?
«Certo entrambi i rifiuti: l’uomo è capace di annientare il suo simile in infiniti e diabolici modi diversi…».
Torniamo al tema della miseria
umana e della capacità di condividerla.
«Mi colpisce il tema della miseria e le
pongo un interrogativo: perché la miseria dell’altro mi tocca il cuore? Perché
la miseria dell’altro dice una condizione in cui tutti siamo: la condizione di
una fragile identità. È la fragile identità
dell’altro che mi provoca, perché provoca la “mia” identità. La miseria dice il
carattere fondamentale dell’identità di
ciascuno, della fragile identità in cui
siamo dentro».
Un’identità in cui ci si rispecchia?
«L’altro mi richiama la mia identità
fragile».
Perché è una fragile identità?
«È fragile sia in rapporto al tempo
sia in rapporto allo spazio. L’identità è
fragile quando non si ha più memoria,
quando non si ha più coscienza del
proprio passato, quando si è smarrita
una tradizione, una cultura. Per eliminare l’identità si azzera la memoria:
pensi alle vittime dei campi di sterminio, erano vestiti tutti uguali, perdevano il nome, diventavano un numero,
erano privati dell’identità. E anche senza evocare la tragedia di Auschwitz,
pensiamo a come le persone vivono
oggi la loro miseria: non sanno più chi
sono, da dove vengono e dove vanno.
Questo è il problema dell’assenza di
una direzione, di un orientamento, da
conferire alla propria vita: non si ha più
passato e soprattutto futuro. In tali
condizioni, l’uomo è smarrito, non sa
più chi è, ha smarrito il senso del tempo che lui è».
E rispetto allo spazio?
«Sì, l’identità è fragile anche rispetto
allo spazio. Se nel primo caso la domanda era: chi sono? E la risposta era:
non mi ricordo più; ora la domanda è:
da dove vengo e dove sono? E la risposta è: non ho una casa. Rimanendo sul
piano metaforico, posso dire che non
ho più una casa in cui stare, una comunità da abitare, un luogo che mi accolga. Anche lo spazio è nemico, perché
non c’è più un luogo in cui ci si possa
identificare».
È fragile identità perché non sa
più né dove né quando collocarsi?
«È una fragile identità perché essa
non ha più uno spazio in cui collocarsi,
né una memoria a cui ricondursi. Prendersi a cuore questa miseria significa
dare il tempo. Essere misericordiosi significa dare del tempo all’altro di essere se stesso, ridargli la memoria, non
cancellare la sua memoria, ma riconsegnargliela. Dal punto di vista dello spazio, invece, essere misericordiosi significa creare il luogo dell’accoglienza, in
cui l’altro possa trovarsi, possa ritrovare la sua identità dentro il luogo che
l’accoglie, così come possa ritrovare la
sua identità dentro una memoria che
può ricostruire senza essere cancellata
dal tecnicismo, dal consumismo e da
altro ancora».
Lo spazio di cui parla è sia fisico
sia metaforico?
«Alla fine, è sempre il tuo cuore, che
nella cura diventa spazio per l’altro e
tempo per l’altro. Il cuore che si apre alla miseria dell’altro nell’ascolto e nella
pazienza. Dai memoria all’altro ascoltandolo. Chi ti rivolge un’invocazione ti
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DOSSIER
chiede pazienza, ti chiede tempo e ti
è la più umana delle qualità, che
chiede un luogo; ti supplica: “Amami!”,
connota in senso umano una persocioè riconoscimi in quello che sono, mi
na, lontana dall’accezione divina
sono perso. Sia nello spazio che nel
della misericordia: superiore, assotempo. Spesso queste persone si senluta, irraggiungibile. Solo Dio semtono e si descrivono vecchie (anche
brerebbe poterlo esserlo.
quando non lo sono): hanno perso il
«Lei tocca il punto della questione:
tempo. Un cuore si prende a cuore, per
se la misericordia è ciò che connota
l’appunto, l’identità dell’altro, ecco col’umano, dov’è che l’umano si compie
s’è la misericordia. La miseria dell’altro
veramente, dove l’umano si compie
diventa una provocazione fortissima
con un amore assoluto? In Gesù. Il conella misura in cui mi tocca ma, come
mandamento “amate il vostro nemico”
dicevo prima, a volte può suscitare la
non è da intendersi come un’esortaziorepulsione, reazione opposta alla misene alla riappacificazione, ma trasmette
ricordia. Mi dà fastidio che l’altro mi
il senso di ogni relazione: il senso della
chiami, m’invochi e quella che sento
relazione umana e quindi dell’umano
come provocazione produce a volte
sta nell’amare in quel modo assoluto, il
una sorta di delega: rivolgiti a chi si
prendersi a cuore l’altro, di cui Dio ha
può occupare professionalmente di te.
fatto vedere il come e il perché, la maCosì si chiude il cuore, implicitamente
niera e il senso, appunto. La misericorsi dice che io non ho niente a che fare
dia di Dio non è irraggiungibile perché
con te. L’altro in
è inarrivabile, è la
questa circostanza
verità di ciò che sto
mi viola e violandovivendo io».
mi mi fa capire che
Il compimento
Perché la miseria
anch’io sono fragile
massimo della midell’altro mi tocca
nello stesso modo,
sericordia è nelil cuore? La miseria
che invocando
l’uomo-Gesù, alun’attenzione, un
lora?
dell’altro dice una
riconoscimento di
«Sì è l’unico mocondizione in cui tutti
un’identità da pardo. In quella vicensiamo: la condizione
te mia, svela anche
da c’è la manifestadi una fragile identità
a me quello che sozione che nell’uono: un’identità framo-Gesù c’è una
gile. Io che credevo
misericordia che va
di non aver bisooltre l’umano pergno di nessuno, invece ho anch’io biché in quell’uomo era Dio che amava;
sogno di un cuore che mi accolga, di
chi vedeva quell’uomo amare così ditempo e di qualcuno che mi ascolti, per
ceva: questi è veramente Dio. Lì l’uomo
essere riconosciuto come me. L’altro
si è sentito amare totalmente, nella sua
chiedendomi aiuto, mi interpella nella
fragilità, anche quella più radicale, ovmia fragilità, mi domanda: tu chi sei,
vero il male e la morte, dove c’è il rifiudove stai, da dove vieni?».
to assoluto dell’umano. In modo assoChi è l’altro?
luto. È una logica dell’eccesso, non è
«L’altro è il povero, il barbone, l’ultiuna logica dell’uguaglianza: io ti amo
mo, è il tuo prossimo, cioè quello che ti
perché tu mi ami».
sta più vicino, o addirittura con cui vivi.
Non è una logica dello scambio.
L’altro sono tutti coloro che hanno bi«È la logica della sovrabbondanza,
sogno del tuo tempo e del tuo spazio
dell’assenza della misura. È la logica del
perché tu hai bisogno del loro tempo e
perdono. La misericordia oggi è una
del loro spazio. All’origine di ciò siamo
parola datata, la si confonde col pietici sono sempre gli altri: da quando vesmo, con la compassione, col paternaniamo al mondo. Siamo la storia di un
lismo; a volte assomiglia ad un altruicontinuo e sempre aperto atto miserismo gratificante; spesso viene confusa
cordioso, perché amati».
con l’inautenticità dell’esibizione di cuDa ciò che mi sta dicendo mi semra interessata. Mentre l’appello al cuobra di capire che non solo la miserire è un appello all’autenticità».
cordia è una qualità umana, ma che
Stefania Lovat
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IL VANGELO DELLA MISERICORDIA
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LE SCIENZE UMANE Intervista a Giulia Sofia Piccinini
«Quell’accoglienza
gratuita e senza limiti»
l suo nome è una certezza: si chiamo di pani pronto per essere distribuima Sofia, che in greco significa sati».
pienza e, come dicevano gli antichi,
Ci guidi nell’interpretazione.
nomen est omen cioè nel nome un de«La prima cosa da sottolineare è che
stino. Lei è un’interprete dell’atteggiala misericordia è rappresentata come
mento della riflessione, dell’analisi lonuna donna, quindi rimanda ad un eletana dall’atteggiamento dogmatico,
mento che è tipico della parte femmidella ricerca che parte dai fondamennea della psiche umana. In seconda
tali (che ha sempre ben chiari) per sugluogo rilevo che il gesto delle braccia
gerire un’inedita e affascinante chiave
aperte rimanda all’accoglimento e tale
di lettura dei fenogesto dell’accogliemeni. Con lei prore rimanda a sua
viamo a gettare
volta ad una serie
uno sguardo nuodi atteggiamenti
Ecco, sì,
vo e diverso sulla
correlati: l’atteggiaincondizionata.
misericordia, grazie
mento dell’attesa,
Per questo si dice che
a una lettura psicodella pazienza e del
antropologica, in
sostare in presenza
l’amore di Dio
chiave laica, della
di chi viene accolè misericordioso,
grande virtù morato».
perché non si basa
le al centro dell’etiQuesti attegsui nostri meriti
ca cristiana.
giamenti non neÈ possibile parcessariamente relare della miseriligiosi possono
cordia in chiave
essere letti anche
diversa da quella più strettamente
in chiave laica?
religiosa-confessionale?
«Sì, esatto; sono atteggiamenti che
«Certo che lo è. Il tema della miserihanno a che fare con un modo di essecordia non è legato solo all’ambito relire dell’uomo».
gioso, ma può essere analizzato anche
Ha posto l’accento su identità
da un punto di vista diverso. Mi faccio
femminile, pensa che queste pecuaiutare dalla rappresentazione della
liarità siano specifiche della donna?
misericordia di Vincenzo Orelli, una
Le riconosce caratteristiche più femdelle quaranta allegorie della Basilica
minili che maschili?
di San Martino di Alzano Lombardo, il
«Quando si parla di comunicazione,
mio paese d’origine (vedi a pagina 2).
c’è il polo femminile e il polo maschile.
Partendo dal testo di monsignor CesaIl polo maschile è più quello del dare rire Patelli che descrive l’iconografia di
sposte, dell’entrare in gioco; il polo
tutte le allegorie presenti nella basilica
femminile, di contro, è quello più dele riferendomi anche allo studio iconol’ascolto e dell’accogliere. Il fatto che
logico seicentesco di Cesare Ripa, posia rappresentato proprio come una
tremmo dire che la misericordia è raffidonna mi ha fatto venire in mente progurata come una donna seduta, con le
prio questa associazione. L’attendere, il
braccia aperte in segno di accoglienza,
pazientare, il sostare in presenza, il darin una mano tiene un ramo di cedro
si il tempo e anche il dare il tempo. Percon frutto, sopra il capo ha una corona
ché accogliere significa non necessad’ulivo e alla sua destra c’è un cesto colriamente riuscire a capire chi si sta ac-
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cogliendo, ma mettersi in atteggiamologico significa mettere in comune:
mento di sospensione della possibilità
da una parte accogliere quello che l’aldella comprensione, appunto disporsi
tro mi affida e dall’altra mettere a discon le braccia aperte. C’è una dimenposizione dell’altro qualcosa di me, risione di fiducia. Il punto di partenza è
schiando che questa parte di me che
una sorta di pregiudizio positivo nei
metto a disposizione dell’altro venga
confronti dell’altro che viene accolto e
invece rifiutata».
con il quale si sta semplicemente, senUna comunicazione accogliente?
za bisogno di valutare, di capire, di og«È una comunicazione basata sulla
gettivare. Un altro elemento che si può
capacità del sostare, del rimanere nella
notare nell’iconografia è che manca la
relazione, dell’ascoltare. Molto spesso
persona che viene accolta: non si sa a
io comunico per chiedere all’altro o per
chi sia rivolta questa apertura delle
indurre l’altro, in maniera più o meno
braccia e ciò significa che la misericorevidente ed esplicita, a conformarsi a
dia può essere lo stile dell’accogliere
quello che io voglio da lui. In questo tichiunque si rivolga a te e quindi non
po di comunicazione io non sono dissolo chi è meritevole».
posta a mettere in gioco elementi imLa misericordia è incondizionata?
portanti di me e non sono particolar«Ecco, sì, incondizionata. Per questo
mente interessata al punto di vista delsi dice che l’amore di Dio è misericorl’altro, ma sono interessata unicamente
dioso, perché non si basa sui nostri mea manipolare l’altro in base ai miei cririti; è un amore dateri e quindi si tratta
to come punto di
di una comunicapartenza, anzi
zione non autentisembra di capire
ca».
Da un punto di vista
che la preferenza
Parliamo di colaico, rimanda a uno
sia data a chi i memunicazione unistile dell’accoglienza
riti proprio non ce
voca? Io sono,
li ha. Riassumendo
cioè, interessata
gratuita, che non si
posso dire che la
soltanto a tralascia condizionare
misericordia è la
smettere un mesdai giudizi dati
virtù dell’accogliesaggio indipenprematuramente
re. Da un punto di
dente dall’altro?
vista laico, rimanda
«Esatto. Come ima uno stile dell’acparare allora uno
coglienza gratuita,
stile comunicativo
che non si lascia condizionare dai giupiù capace di accogliere autenticadizi dati prematuramente (i pregiudizi);
mente l’altro, uno stile comunicativo
quindi direi che la misericordia è una
più rispettoso e attento dell’altro?»
virtù che non ci dice come agire, ma ci
Più misericordioso?
dà uno stile relazionale, un particolare
«Uno stile di comunicazione più mimodo di entrare in relazione con l’altro
sericordioso, più virtuoso. Qui entriache è appunto quello del mettersi a
mo in gioco noi stessi, perché la diffidisposizione, mettersi in uno stile di
coltà ad accogliere l’altro all’interno
apertura che sosta in presenza dell’aldella comunicazione è spesso legato
tro. Da un punto di vista più strettaalla difficoltà di accogliere noi stessi,
mente psicologico posso dire che il pricioè di entrare in una relazione comumo momento dell’accoglienza, della
nicativa autentica con noi stessi. Freud
misericordia come accoglienza, quindi
dice che noi agiamo quello che non abcome virtù della relazione, è secondo
biamo risolto dentro di noi, per questo
me la comunicazione, perché è proprio
sto dicendo che spesso chi non riesce a
nel comunicare che noi entriamo incomunicare in maniere autentica con
nanzitutto in relazione con l’altro».
l’altro è perché in realtà fa fatica a senCos’è la comunicazione?
tire se stesso, a entrare davvero in una
«Secondo la definizione dei linguisti
relazione d’accoglienza con se stesso.
è trasmettere un messaggio da emitCon l’educazione, la socializzazione,
tente a ricevente, ma la comunicazione
con l’insieme delle esperienze, abbiada un punto di vista semantico ed etimo imparato che alcuni sentimenti
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IL VANGELO DELLA MISERICORDIA
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Chi é
Giulia Sofia Piccinini, nata a Bergamo nel
1977, si laurea in Filosofia all’Università
Statale di Milano nel 2001, consegue il
perfezionamento subito dopo in
Antropologia Culturale e, nel 2004, la
specializzazione universitaria per
l’insegnamento sia in Filosofia e Storia che
in Scienze dell’Educazione. È docente di
Filosofia e di Scienze Umane presso il Liceo
Classico e Liceo delle Scienze Umane
«Giovanni XXIII» dal 2004 e ora, da ultimo,
studia Scienze Psicologiche presso il
dipartimento di Scienze Umane e Sociali di
Bergamo.
non erano opportuni, non erano validi
più bello al mondo che l’essere capito e
quindi dovevano essere messi da parte
accolto per quello che si è. La miseriin vista dell’approvazione degli altri. A
cordia è bella perché ha una vita paramaggior ragione se si sono subìti dei
dossale: a prima vista sembra una virtù
traumi, perché qualcuno ha negato
della passività (se ne sta immobile a
violentemente i nostri bisogni, il nostro
braccia aperte), ma proprio nel mosentire risulta compromesso. Si finisce
mento in cui fa questo diventa una virper desensibilizzarsi nei confronti di
tù attiva perché rigenera, nutre, ricrea,
noi stessi, per diventare adulti sentenfa rinascere e quindi conduce alla carido solo la parte razionale, avendo pertà. Il cedro invece simboleggia l’eterniso il contatto con i bisogni più profontà, ci insegna sia Cesare Ripa sia Piero
di. Bisogna, prima di tutto, recuperare
Valeriano, filosofo neoplatonico rinaun atteggiamento di misericordia nei
scimentale; ma è anche simbolo della
confronti di se stespotenza, perché il
si, accettando il
cedro del Libano è
sentire profondo,
proprio l’albero più
per non aver paura
forte, più difficile
La misericordia è una
d’essere misericorda sradicare. La mivirtù che non ci dice
diosi con gli altri.
sericordia così accome agire, ma ci dà
Solo se io sono io e
cogliente ha coso di essere me
munque in mano
uno stile relazionale,
stesso, posso entraun elemento di poun particolare modo
re in una relazione
tere e di forza. Il cedi mettersi
autentica con l’aldro ha poi un fruta disposizione dell’altro
tro. La misericordia
to, come a dire: la
è la virtù dell’accomisericordia dà
glienza e della quafrutti. Da ultimo la
lità della relazione
corona d’ulivo. La
e siccome noi siamo relazione con noi
corona rimanda al cerchio e quindi di
stessi, con gli altri e con la società, quenuovo all’eternità e al divino. La virtù
sto stile diventa centrale».
della misericordia è divina, ma anche
Chiudiamo con un accenno ancodivinizza perché chi è capace di miserira all’iconografia: cosa significano il
cordia si eleva rispetto la natura umacedro, l’ulivo e il cesto dei pani?
na; il cerchio parla anche di tempo, nel
«Certo, partiamo dal cesto pieno di
senso che la misericordia deve essere
viveri: è fondamentale. La misericordia
uno stile di vita costante. L’ulivo, infine,
dà frutti, a lungo andare è nutriente nei
richiama l’infinito, la forza e la conserconfronti di noi stessi, ma è altrettanto
vazione: forza, potere e durata sono
nutriente per la persona che riusciamo
tutti qui».
ad accogliere, perché non c’è niente di
S. L.
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LA PARABOLA DELLA PECORA SMARRITA
La pazienza divina
simile a una madre
a società pastorizia è sconosciuta alla nostra contingenza, non possiamo capire in cosa consista la fatica
di un pastore che, giorno e notte, vive con le pecore.
Si tratta di una vita solitaria, che sporca le mani: notti insonni, cibo frugale, acqua solo per la sete, abito sciupato e
una vita di cammino continuo. Il pastore non ha una casa:
abita dove sta anche il suo gregge. Anche Dio fatica nella
sua opera di accudimento: tanti, tutti nel suo ovile, tutti al
riparo grazie alla sua indulgenza e la sua fedeltà. Stare nel
gruppo dà a qualcuno l’impressione di non avere identità:
se si è tutti uguali in cosa si realizza la nostra vita, rispetto
agli altri? Chi vive i tempi dell’egocentrismo e del narcisismo (consigliati per la sopravvivenza), stenta ad adattarsi
alla vita di comunione, che prevede la presenza di altri, rassicurante ed invadente al tempo. Arriva il giorno in cui si
desidera andarsene via: ci sono strade che van bene per
tutti e strade che vanno bene per gli eletti, pascoli che sono buoni per gli sciocchi e prati che rendono più scaltri. E
se la storia dell’esistenza di Dio fosse una favola che l’uomo
racconta per asservire gli altri? La religione è l’oppio dei
popoli e il pastore, forse, è un carceriere. Le pecore che abbandonano il gruppo sono più di una: a volte capita che si
smarrisca il gregge tutto intero, tutta una società. Niente
cielo, niente messa, niente preghiere, niente Chiesa. Tout
casse, tout passe, tout lasse: tutto si rompe, tutto passa, tutto stanca. Non esiste l’eterno. «Il pastore lascia il gregge
nel deserto e va dietro la pecora perduta finché non la ritrova»: la pazienza di Dio assomiglia a quella di una madre.
È operosa nel silenzio. Ci sarà un posto in cui incontra il
fuggitivo: saranno le strade trafficate, le case dormitorio, le
fabbriche chiuse, i programmi televisivi, lo squillo di un cellulare… i cuori in ricerca. Non ci si sente peccatori che hanno perduto la speranza del cielo, perché il paradiso è in
terra: troppo contingenti per affidarsi alla trascendenza.
Sono però proprio i piedi per terra che non possono impedire di vedere quanta ingiustizia ci sia nel mondo, quale sete di parità, quale bisogno di solidarietà. Questa consapevolezza trasforma il belato in domanda di aiuto a qualcuno che è Altro e che può «di più»: farà sì che il buon pastore possa rintracciare nel fosso in cui si cade. Ci penserà
lui a cercare e trovare, a rimettere sulla giusta via: ha un allenamento formatosi nei millenni della storia dell’uomo.
Dall’origine dei tempi, quando la sua forza di amore ha plasmato il mondo e le sue creature. «Ritrovatala, se la mette
in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: “Rallegratevi con me”»: c’è una speranza anche
per la pecora postmoderna nell’ovile del buon pastore perché la dedizione di Dio per l’umanità è più grande di tutto.
Umberta Pezzoni
L
“
Chi di voi, se ha cento pecore e ne
perde una, non lascia le
novantanove nel deserto e va in
cerca di quella perduta, finché non la
trova? Quando l’ha trovata, pieno di
gioia se la carica sulle spalle, va a
casa, chiama gli amici e i vicini, e dice
loro: ‘Rallegratevi con me, perché ho
trovato la mia pecora, quella che si
era perduta’. Io vi dico: così vi sarà
gioia nel cielo per un solo peccatore
che si converte, più che per
novantanove giusti i quali non
hanno bisogno di conversione
Luca 15,4-7
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LA PARABOLA DELLA DRACMA PERDUTA
Il lato femminile
(e perdonante) di Dio
protagonisti: dieci soldi, tanto quanto basta per comprarsi da vivere per un buon periodo. Sono tutti belli, finemente cesellati, come è d’ordine per la moneta greca, la dracma: li ha concepiti qualcuno che ha cura e passione per tutto, che ama la bontà della bellezza, anche
quando si tratta di coniare una moneta in serie. Una e l’altra si equivalgono per valore: insieme sono una ricchezza
che può cambiare il mondo. Da sole sono pure importanti:
se spese bene, possono garantire un minimo benessere.
Ognuno di noi è una moneta, sentiamo di contare molto o
poco secondo l’andamento della micro-economia (la nostra vita personale) o della macro-economia (la vita sociale). Per Qualcuno valiamo sempre tantissimo. Infatti: l’altra
parte del racconto è abitata dalla donna, descritta nella sua
capacità di cura della casa e quindi della famiglia. Operosa
nella sua vita lavorativa: qui la cogliamo mentre spazza, è
una massaia ma avrebbe potuto essere un’impiegata di ufficio, una maestra, un’operaia e sarebbe stata altrettanto
ostinata nella ricerca della dracma che manca nella sua tasca. Questa donna è Dio, il grande Padre che è nei cieli. Fra
i caratteri che Gesù assegna a Dio nelle parabole della misericordia (la paternità, la cura pastorale), troviamo anche
quello femminile! Se cadiamo dal borsello di Dio, finiamo
un po’ dove capita: dietro un mobile, nella zona d’ombra
della vita e potremmo restare per sempre nell’immobilità
assoluta; lontani dal Creatore abbiamo paura del futuro e
spegniamo la nostra vitalità. Oppure in bilico, fra una piastrella sconnessa e l’altra, indecisi su quale posizione prendere nei confronti di un Padreterno che sentiamo irraggiungibile e fumoso: dopotutto chissà se c’è e non riusciamo a capire che sta nel nostro quotidiano, vestito dei panni del nostro vicino. Ancora, poi, si finisce all’aperto, fuori
dall’uscio di casa, alla luce del sole che è migliore di quella
della fioca lucerna divina: ci sono fiamme più abbaglianti
dell’appartenenza a una fede antica. La donna che cerca la
moneta non giudica lo smarrimento, non se la prende né
con se stessa, né sospetta il furto: siamo andati lontani da
Dio e Lui (lei) ci vuole bene ancora di più. Fa sorridere immaginare l’Onnipotente, armato di ramazza, vestito di
grembiale, che solleva la polvere per recuperarci. Non c’è
distanza che lo scoraggi: questo è il senso del perdono che
gli appartiene come essenza. Abbiamo avuto paura per secoli, e tuttora a tratti temiamo, il giudizio divino, quando ci
è stata raccontata la passione di chi non vuole perdere nessuna delle sue creature. C’è da chiedersi se il tanto temuto
inferno sia abitato da qualcuno, se appartenga al progetto
divino, considerate le mani misericordiose nelle quali riposiamo anche nelle tempeste della vita.
U. P.
I
“
Oppure, quale donna, se ha dieci
monete e ne perde una, non accende
la lampada e spazza la casa e cerca
accuratamente finché non la trova?
E dopo averla trovata, chiama le
amiche e le vicine, e dice:
‘Rallegratevi con me, perché ho
trovato la moneta che avevo
perduto’. Così, io vi dico, vi è gioia
davanti agli angeli di Dio per un solo
peccatore che si converte
Luca 15,8-10
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DOSSIER
LA PARABOLA DEI DUE FIGLI
Si ama il padre
solo amando il fratello
i vogliono tutti gli anni della nostra intera vita per
arrivare a capire qualcosa di noi stessi in relazione
con il prossimo, ci sono voluti millenni perché gli
uomini arrivassero a capirsi nel rapporto con Dio. Prima c’è
stato uno schieramento, cielo contro terra e Dio è vendicativo. Poi, una divisione, alto contro basso e Dio è giudicante. Eterni protagonisti della vicenda il Creatore e l’umanità. Al tempo debito cielo e terra si fondono in Gesù di Nazareth, il volto inedito della divinità: Dio è amante. Non c’è
un altrove in cui Dio vive: c’è la storia dell’uomo nei suoi legami più ricchi e importanti. Esiste allora un Padre che ha
molti figli, che sono fra loro fratelli. Anzi, conosciamo un
padre che ha due figli: uno scapestrato e l’altro ubbidiente. Entrambi incapaci di essere minimamente simili a chi li
ha generati, ma invitati a farlo. Il genitore è incomprensibile nel suo agire: mite e silenzioso nei confronti del figlio
capriccioso, fa l’esatto contrario di ciò che suggerisce un
qualsiasi manuale di pedagogia. Lo lascia libero di sbagliare. È un uomo (Dio è uomo?) che sa voler bene, trascurando le apparenze, che sa vedere più di ciò che guarda. Permette che ognuno dei suoi ragazzi scelga in quale casa (fede, ideale, famiglia) abitare. Il suo cuore abbraccia ogni sfumatura del carattere di chi ha messo al mondo. Il figlio minore non ha remore ad abbandonarlo, non si sente legato
a lui da nessuna legge: chiede con grande irriverenza di ricevere in anticipo l’eredità che gli spetta. Questo giovane,
per avere in mano il prezzo della sua vita e spenderla come
vuole, dà il padre per morto prima ancora che lo sia. Smette di portarne il nome e perde dignità insieme all’identità.
Esercita il libero arbitrio che è accordato all’umanità fin dall’Eden. E poi c’è un altro figlio, perché siamo creati per vivere in fraternità. Il secondo, primogenito, resta in ombra
fino all’ultimo istante della vicenda. Lo immaginiamo accanto al padre nelle decisioni relative alla coltivazione dei
terreni: un buon operaio nella vigna del Signore. Fino al
momento in cui non riesce più a considerarsi pari a qualcuno: preferirebbe essere figlio unico! La fede nel Dio di
Gesù non si esaurisce in un semplice dialogo fra la divinità
e il singolo umano: non basta comportarsi bene per Dio,
bisogna andare oltre. Si ama il padre amando il fratello e
questo è tutto: l’onnipotenza di Dio si fa fragile dono nelle
nostre mani. Anche nei confronti del figlio fedele ma rancoroso il Padre è accogliente: è come se la storia dei due figli ricominciasse a questo punto, con i fratelli che si scambiano le parti. Alla fine dei conti, anche quando crediamo
di essere docili, siamo un figlio che spreca la sua vita. La misericordia di Dio non è distratta: ancora una volta sopporterà una fuga e aspetterà un ritorno.
U. P.
C
“
Padre, ho peccato verso il Cielo e
davanti a te; non sono più degno di
essere chiamato tuo figlio.
Ma il padre disse ai servi: “Presto,
portate qui il vestito più bello e
fateglielo indossare, mettetegli
l’anello al dito e i sandali ai piedi.
Prendete il vitello grasso,
ammazzatelo, mangiamo e
facciamo festa, perché questo mio
figlio era morto ed è tornato in vita,
era perduto ed è stato ritrovato”.
E cominciarono a far festa
Luca 15,11-32
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L’INCONTRO IN CASA DI SIMONE
Il profumo del nostro
fragile credere
adesso a noi: duemila e rotti anni dopo Cristo, dopo
secoli di padri misericordiosi, di pastori buoni, di
massaie zelanti, guardiamoci dentro con franchezza
e cerchiamo di raccontarci a che punto stiamo noi (e non
Dio) sulla strada della capacità di accogliere e di perdonare. C’è una grande festa di ringraziamento per la presenza
di un ospite importante, con tanto di casa accogliente (la
chiesa), di banchetto (la mensa eucaristica) e con molti invitati (l’assemblea): Gesù in mezzo a tutto e tutti. Mentre si
sta spezzando il pane, alla tavola della comunione, entra
una donna della quale non si ha alcuna stima; comincia a
piangere davanti al crocifisso, si prostra davanti all’altare e
carezza il tabernacolo. Riempie la chiesa di lacrime, singhiozzi e aroma persistente. Ci comporteremmo come Simone il fariseo: ci scandalizzeremmo e tenteremmo con
ogni probabilità di metterla alla porta, ricacciandola indietro, da dove è venuta. Che sarebbe come rimandare il figlio
prodigo a lavorare nel porcile, rigettare la pecora smarrita
nel fossato in cui era caduta e nascondere di nuovo la
dracma perduta nell’angolo buio della casa. Per quanto ci
si sforzi, non si smette mai di soffrire della sindrome del fratello maggiore, quello diligente in tutto fuorché nel comprendere il proprio disorientamento. Si dovrebbe prendere in mano la propria coscienza e guidarla in una convinta
opera di discernimento quando ci sono pensieri cupi,
preoccupazioni e maldisposizioni d’animo. La strada del
perdono, di se stessi e del mondo, è facile a parole e quasi
impossibile nei fatti. La logica di Dio non inizia mai a essere nostra: ci affascina, ci incatena, ci commuove ma non ci
persuade, perché non crediamo che la forza dell’amore
può vincere il male. Se c’è una donna senza nome e senza
casa che ha bisogno di gettarsi ai piedi del Signore è la nostra fede, che a tratti ha davvero molte ragioni per piangere. Si è distratta al primo crocevia, indecisa sulla strada da
prendere, e si è trovata a prostituirsi a delle convinzioni alle quali non si affeziona. Eppure il nostro misero credere ha
un profumo che arriva fino al cielo: è prezioso perché ce n’è
poco di così raffinato al mondo; è intenso perché viene dal
nostro intimo e ha l’aroma della nostra anima; è lenitivo
perché se si esprime con un gesto di cura nei confronti dell’altro, come il cospargere i capelli, guarisce il cuore dalle
ferite; è pervasivo perché satura l’ambiente, è percepito da
tutti e resta sugli abiti, sulla pelle, nei cuori. Per quanto fragile, debole e imperfetta la nostra fede nel Dio che salva ci
redime e ci libera dall’ossessione del perfezionismo. Il fariseo non avrà forse cambiato il suo stile di uomo religioso,
perfetto nella forma ma non nella sostanza, dopo avere visto quale miracoli compie il saper amare davvero?
U. P.
E
“
Disse a Simone: Vedi questa donna?
Sono entrato in casa tua e tu non mi
hai dato l’acqua per i piedi; lei invece
mi ha bagnato i piedi con le lacrime e
li ha asciugati con i suoi capelli.
Tu non mi hai dato un bacio; lei
invece, da quando sono entrato, non
ha cessato di baciarmi i piedi.
Tu non hai unto con olio il mio capo;
lei invece mi ha cosparso i piedi di
profumo. Per questo io ti dico: sono
perdonati i suoi molti peccati, perché
ha molto amato. Invece colui al
quale si perdona poco, ama poco
Luca 7,36-50
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DOSSIER
L’ARTISTA DEL NOSTRO DOSSIER Vittorio Consonni
Deporre l’uomo vecchio. Rivestire l’uomo nuovo
Per il cammino della nostra Quaresima abbiamo
scelto il lavoro artistico di
Vittorio Consonni, pittore
di Petosino. Le opere sono
state collocate nella chiesa
parrocchiale e sono visibili
tutti i giorni dalle ore 9 alle 12 e dalle ore 15 alle 18.
ul pavimento dell’aula liturgica della nostra chiesa parrocchiale è posta una grande tela su cui la materia si è rappresa. Grumi di nero, viola e vinaccia incrostano la superficie pittorica e parlano di dolore e di asprezza. È il segno del peccato, dell’”uomo vecchio con la condotta di prima che si corrompe dietro le passioni ingannatrici” (lettera di San
Paolo agli efesini 4,22). La tela è
posta davanti a tutta l’assemblea.
Riecheggiano le parole del salmo
50: “Il mio peccato mi sta sempre
dinnanzi”. La materia violacea stesa
sulla tela è inaridita, riarsa, prosciugata. È l’immagine drammatica di
una terra spaccata dall’arsura, di
un cuore corrotto, di un’umanità
segnata dal peccato.
Sul presbiterio ai lati del Cristo
sono collocate due coppie di grandi tele, formando un continuum,
un fregio che corre da destra verso
sinistra. La sensazione è quella che
dai lati del Crocifisso si aprano due
pareti d’acqua, due “fiumi d’acqua
viva” (vangelo di Giovanni 7,38)
che sgorgano dal corpo di Gesù.
Nelle tele a destra del Cristo la
materia ribolle, freme. Si scorgono,
non facilmente, delle figure. Sono
profili stemperati da numerose
stesure di colore. Sembrano corpi
immersi nell’acqua. Presenze che
desiderano una forma, masse che
tentano di darsi una fisionomia. Un
impaziente desiderio di compimento percorre la tela e rende vibrante la tavolozza di azzurri e grigi. È “la creazione che attende con
S
Chi é
Vittorio Consonni nasce a Petosino
(Bergamo) il 7 luglio 1956. Nel 1980 scuola
del pittore Cesare Benaglia. Nel 1981, sotto la
direzione di Pietro Urbani, frequenta la
scuola di figura e nudo a Bergamo in via
Pignolo. Nel 1982-1983 con Calisto Gritti,
pittore e noto incisore, apprende la tecnica
dell’incisione e della grafica. Dal 1980 al
1991 è con il pittore Mario Cornali. Partecipa
a concorsi e mostre riscuotendo
riconoscimenti. Nel 1996, presso l’ex chiesa
della Maddalena in Bergamo viene allestita
una sua vasta mostra personale. Sue opere,
oltre che presso la Società del Gres, si trovano
presso collezionisti italiani, svizzeri e
tedeschi. Una sua opera, inoltre, è stata
inserita in una pubblicazione del Comune di
Recanati in occasione del bicentenario della
nascita di Giacomo Leopardi
(La città raccontata, 1998).
impazienza la rivelazione, geme e
soffre nelle doglie del parto”(lettera di San Paolo ai romani 8,19.22).
Cardine di tutto è il Crocifisso Risorto. La scultura lignea del 1600 e
la sua edicola di ferro sono una
squillante cesura nella partitura
cromatica dell’insieme. Sugli azzurri e i blu delle tele laterali si stagliano i colori rugginosi e terrei del
Cristo. È il Crocifisso Risorto il modello che può dare compiutezza alla magmatica materia umana. Egli
è l’archetipo di una nuova umanità. Se Gesù non avesse conosciuto
l’oscurità della morte, non ci sarebbe alcuna speranza per l’uomo e il
destino dell’umanità e del mondo
sarebbe inevitabilmente la morte.
La sua resurrezione ha aperto un
tempo nuovo. Ecco le tele di sinistra, che raccontano una compagine umana, che, generata dal Crocifisso Risorto, si incammina verso
un nuovo orizzonte. Sono uomini
“Rinati dall’acqua e dallo Spirito”
(Giovanni 3, 1-8). L’uomo vecchio,
incompleto e incompiuto, lascia il
posto all’uomo nuovo; la vita di
prima, magmatica e informe è alle
spalle, si può camminare in una vita nuova, nella direzione tracciata
dal Crocifisso-Risorto. La prima figura sembra un alito di vento che
smuove uno specchio d’acqua cristallina. Progressivamente le altre
tre figure umane acquisiscono sostanza e corporeità. Ai toni dell’azzurro si aggiungono quelli delmarrone e del ruggine. Sono i colori
della terra che s’impastano a quelli dello Spirito e dell’acqua per dar
corpo a un’umanità redenta. È il
mistero della Pasqua che si rinnova
ogni volta che si celebra un battesimo, il sacramento che dona all’uomo la grazia esser “lavato dalla
macchia del peccato e di rinascere
dall’acqua e dallo Spirito come
nuova creatura”(Liturgia del Battesimo).
G. B.
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Aggiornamento / 1
Buste Natale
Il dato ormai pressoché conclusivo
delle offerte delle buste di Natale è di
13.297,00 euro per un totale di 175
buste. Premesso il senso di grazie per
tutti coloro che hanno versato alla comunità un’offerta, sull’ultimo LC già
rilevavamo che è calato il totale. Ma è
calato anche il numero delle buste.
Anche questo è un segnale dei tempi
che corrono. Lo accogliamo così sperando che la generosità di questo
quartiere che si è sempre distinto faccia sentire ancora il suo peso ai prossimi appuntamenti della nostra comunità.
Testimoni del vangelo capaci
di riconciliarsi con il mondo
Il Consiglio pastorale riflette sulle nuove sfide del cistianesimo
l vicariato sud-ovest della città, a cui appartiene anche la nostra comunità cristiana di Longuelo, da alcuni anni propone
un breve percorso di approfondimento a partire dal programma diocesano che il Vescovo,
attraverso le sue lettere pastorali, porta a conoscenza delle comunità.
Nella lettera pastorale di quest’anno «Donne e uomini capaci di Vangelo» - il vescovo Francesco si è proposto un duplice
obiettivo: da una parte ravvivare la centralità
della catechesi degli adulti intesa come formazione più ampia della coscienza credente
e, dall’altra, promuovere in ciascuna comunità un gruppo di adulti che si prenda a cuore la
formazione di altri adulti rispondendo così a
un’esigenza di missionarietà della Chiesa. Il
percorso annuale, proposto dal vicariato, è divenuto oggetto di riflessione e condivisione
anche nel nostro consiglio pastorale parrocchiale che ha lavorato, per gruppi, ad alcune
tematiche di carattere sociale e pastorale sulle quali si è aperta una condivisione più am-
I
pia che ha l’intento di coinvolgere tutti i gruppi parrocchiali e che ha avuto un report nei
due incontri conclusivi tra tutti i consigli pastorali del vicariato nel mese di marzo. Le tematiche affrontate riguardano: il cristiano e la
post-modernità, il laico cristiano oggi, un
nuovo modello di comunità cristiana. Temi
impegnativi, trattati con la consapevolezza
che il nostro compito di credenti-testimoni
consiste prima di tutto nel cercare di essere
uomini e donne che nel nome del Vangelo
prendono sul serio la loro vocazione umana.
Immaginare le questioni religiose e «di fede»
come un qualcosa che si raggiunge solo dopo
aver messo da parte gli umani intralci della vita e del mondo ci allontana dal cuore del messaggio evangelico.
La post-modernità
come opportunità
Cos’è la post-modernità? È il nostro tempo,
è il mondo nel quale - ci piaccia o no - ognuno di noi è immerso. Non possiamo, dunque,
Aggiornamento / 2
Abbonamenti LC
Un aggiornamento anche per gli abbonamenti a Longuelo Comunità. Sono diminuiti. Ad oggi siamo a 432 (22
nuovi). Disdetti ufficialmente quattro.
Ma rispetto all’anno scorso ne mancano tanti. Forse molto non hanno ancora rinnovato l’abbonamento? C’è
sempre tempo. Cogliamo l’occasione
per dire che il legame di appartenenza a una comunità è visibile anche attraverso il giornale. Ci preme raggiungere anche le famiglie nuove della nostra comunità o quelle dei nostri ragazzi di catechesi. Il passaparola è ancora la via migliore per far cogliere la
bellezza di questo semplice strumento. Intanto grazie a coloro che hanno
rinnovato l’abbonamento o a chi ha
da poco deciso di sottoscriverne uno
nuovo.
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28 marzo, serata
con Etty Hillesum
Abbiamo scelto la figura della giovane
ebrea olandese morta nel campo di
concentramento nel 1943 per parlare
della Pasqua. Tutti i giorni durante la
messa delle ore 18.00 nell’antica parrocchiale ascoltiamo brani tratti dai
suoi Diari e dalle sue Lettere. Nel frattempo anche sulla community su Facebook (digitare comunità cristiana di
Longuelo) ogni giorni vengono postati i suoi pensieri. Infine, venerdì 28
marzo, Chiara Magri, attrice del Teatro
del Vento leggera nella chiesa parrocchiale alle ore 20.45 testi suoi scelti.
La serata di ascolto è organizzata insieme con la Fondazione Bernareggi.
Molti stanno conoscendo questa giovane ragazza e la stanno apprezzando. È disponibile un opuscolo fatto in
casa che raccoglie i testi di Etty (si trovano in chiesa; è gradita una piccola
offerta libera di 1,00 o 2,00 euro).
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chiamarci fuori completamente pensando ritorio? Come intercettare i bisogni dell’uomo
che la nostra vita scorra comunque a debita che abita nel nostro quartiere? È, dunque, opdistanza su un binario parallelo, ma dobbia- portuno anche ripensare al nostro stile di vita
mo impegnarci a far incontrare la nostra vita a partire dalla nostra quotidianità e dalle relacon la complessità di questo tempo). Tuttavia zioni che cerchiamo di costruire o di ignorare.
in questo marasma è possibile per il popolo di
Dio discernere i segni dei tempi e passare dal- I laici e la cura
la complessità alla semplicità? «La parrocchia evangelica dell’umano
Dobbiamo, in sostanza, fare i conti con i laistessa - ci suggerisce Pierangelo Sequeri (Rivista del Clero Italiano, n. 9 - settembre 2004) ci di oggi, che vivono la propria vita attraver- deve anzitutto riconciliarsi con l’umanità che so valori e azioni: ma chi sono i laici cristiani
le è data in sorte... L’attestazione dell’evange- oggi? I laici sono i fedeli, che in virtù del batlo si fa qui, per gli uomini che ci sono ora. In tesimo, appartengono al popolo di Dio e che,
compenso, i criteri li stabilisce l’obbedienza al per questo, partecipano alla missione di tutto
il popolo nelle tre azioni
vangelo di Gesù, non l’imifondamentali della Chiesa:
tazione delle strategie
l’annuncio e la testimod’impresa».
nianza della Parola, la celeOccorre comprendere
Il cristiano
brazione liturgica e il serviche dobbiamo fare i conti
post-moderno è
zio ai fratelli nella Carità.
con le fragilità dell’uomo
una persona che
Ma oggi il cristiano è una
odierno, consapevoli di
impari a conoscere
persona come tutte le alpossedere una vulnerabiliper i gesti che
tre, nulla lo contraddistintà rispetto alla quale dobgue a prima vista: ha idee
biamo comunque tenere
compie, per lo stile
politiche che possono esun atteggiamento di fidudi vita che conduce,
sere diverse da altri cristiacia verso il futuro e tenennon soltanto perché
ni, ha pensieri diversi da aldo sempre aperto uno
partecipa
tri cristiani nei confronti
sguardo sul territorio locaalla celebrazione
della Chiesa. Il cristiano
le che non coincide più neeucaristica, o
post-moderno è una percessariamente con la cosona che impari a conoscemunità cristiana.
manda i figli alla
re per i gesti che compie,
catechesi, ma
Cristiani
per lo stile di vita che conperché sente di
e territorio
duce, non soltanto perché
appartenere a una
A questo proposito dipartecipa alla celebrazione
comunità che lo
verse e non poche sono le
eucaristica, o manda i figli
accoglie e che lo
forme spontanee di assoalla catechesi, ma perché
ciazionismo sorte nel nosente di appartenere a una
accompagna
stro quartiere - appunto,
comunità che lo accoglie e
a vivere il proprio
non necessariamente a cache lo accompagna a vivecammino di fede
ratura «cristiana» o «parre il proprio cammino di ferocchiale» - e che si costide. Se da un lato il cristiatuiscono con obiettivi e stino, oggi, ritrova nel Vangeli condivisi: la Banca del tempo, il novello lo le chiavi di lettura per rileggere la propria
gruppo longuelese del Gas, il comitato geni- esperienza in questo mondo e il senso protori, il gruppo su Facebook «Io abito a Lon- fondo del suo «essere consegnato» in questa
guelo», le mamme della «Banda della meren- vita, dall’altro lato il cristiano oggi abita il conda». Queste realtà sono forse buone opportu- fine, il margine, la soglia tra il dentro e il fuori.
nità, proprio perché appartengono a questo Ed è su tale confine che il cristiano trova il monostro tempo, per creare con la comunità cri- do e il senso del suo «dirsi nel mondo» e del
stiana momenti di confronto in cui far coesi- suo dirsi «in relazione con Dio». E ancora, esstere diverse chiavi di lettura su temi comuni. sere cristiano oggi significa anche interrogarL’iniziativa di solidarietà del catering etnico si radicalmente sulle tematiche sociali e culper dare un minimo di lavoro alle donne im- turali che viviamo quotidianamente, ricercanmigrate - promosso dalla Caritas della comu- do uno sviluppo più egualitario e sostenibile
nità -, per esempio, incontra sicuramente gli incardinato sul principio etico di responsabiobiettivi perseguiti da un Gas. Come mettere lità che lo deve governare. A partire dalle scelin relazione, dunque, comunità cristiana e ter- te più quotidiane. Il lavoro pastorale delle par-
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LA NOSTRA COMUNITÀ
rocchie deve propiziare la formazione della
coscienza del cristiano, del cristiano comune
perché sappia riconoscere il carattere cristiano della sua vita di ogni giorno, nella famiglia,
nella professione e nella società.
La formazione della coscienza rispetto al
divario che si è creato tra fede e vita, tra fede
e cultura sono diventate estranee rispetto a
ogni riferimento religioso.
Serve una pastorale che aiuti la ricomposizione della propria identità (coscienza cristiana) dentro la cultura della società e mostri la
capacità del Vangelo di ispirare una vita cristiana dentro le condizioni reali e comuni della vita.
L’alfabeto
dell’ospitalità
personale interesse e dell’impegno nella comunità. I cammini sono molti e diventa difficile afferrare tutte le possibilità formative esistenti che possono aiutarci a diventare «uomini capaci di Vangelo». Dall’altro lato ci troviamo anche di fronte a laici che per vari motivi non possono (non riescono o non sono interessati) formarsi su nessun fronte. In questo
senso i cammini definiti dalla linea pastorale
parrocchiale potrebbero affiancare e accompagnare la comunità a una formazione omogenea, non per rendere tutti uguali ma per
aiutare ad acquisire un bagaglio comune per
poter condividere il cammino comunitario.
Anche la spiritualità ha importanza all’interno della
vita comunitaria. Generalmente viene considerata
Se i laici devono
territorio del sacerdote, sua
partecipare
specificità e competenza.
attivamente alla
Tuttavia anche la comunità
vita della comunità
nella sua componente laicontribuendo a
cale, che è plurima, può favorire e organizzare la vita
definirne la linea
di preghiera.
pastorale - e non
Quale può essere, allora,
un modello ideale di comunità cristiana verso cui
tendere? Scrive don Antonio Torresin, parroco di Milano, in un recente articolo
pubblicato su Il Regno:
«Prendere la via della missolo allineandosi Parrocchie
sione, compiere l’opera
devono essere
guidate dai laici
dell ’evangelizzazione,
adeguatamente
Sorge allora il dovere di
chiede anzitutto di divenpreparati.
chiedersi in che modo i laitare ospiti di una terra, di
ci possono aiutarsi vicenun popolo, di una cultura e
Un certo numero
devolmente nello stile deldi una lingua. Imparare l’altra i laici più
la preghiera? Sarebbe intefabeto di chi ci ospita è il
impegnati segue
ressante affidare all’assemprimo passo. E mentre
percorsi formativi
blea la conduzione di alcus’impara la lingua che ci acdiocesani sulla base
ni momenti come l’adoracoglie, insieme si scopre
di un personale
zione eucaristica o altre cirnuovamente il Vangelo tracostanze (tempi forti, vedotto in un nuovo conteinteresse e
glie di preghiera) in cui masto; in una nuova lingua indell’impegno
gari anche le età in crescita
fatti il Vangelo parla di nuonella comunità
possano esprimersi (i giovo anche a coloro che lo
vani, gli adolescenti) guiannunciano». Malgrado i
dando e ispirando gli altri.
molti secoli di storia della
Chiesa e il crescente impegno del laicato nel Qualcosa, però, in questa linea nella nostra
mondo cattolico, la figura centrale del sacer- comunità si è mosso.
È utile pensare a momenti di catechesi che
dote per le comunità cristiane è ancora molto
importante. Da un lato si desidera sincera- si rivolgano a tutti, con modalità comunicatimente affidare dei ruoli importanti ai laici, ve diverse rispetto alla predicazione domenidall’altro si fa fatica ad attribuirne di reali e si- cale: andrebbe ripresa in comunità la «pregnificativi. In questo senso pare importante ghiera nelle famiglie» (l’esperimento è stato
riflettere sul genere di formazione alla co- riproposto in quaresima), guidata laicamente
scienza credente che viene offerta al laicato: da laici, che arrivava ad incontrare persone
se i laici devono partecipare attivamente alla davvero sconosciute e, per questo, pare uno
vita della comunità contribuendo a definirne strumento utile di scambio di sentimenti e
la linea pastorale - e non solo allineandosi - pensieri.
Sergio Dadda
devono essere adeguatamente preparati. Un
per il Consiglio pastorale
certo numero tra i laici più impegnati segue
parrocchiale di Longuelo
percorsi formativi diocesani sulla base di un
27
Pomeriggio
di spiritualità a Ranica
Venerdì 11 aprile come ogni anno la
comunità propone un momento forte
di preghiera nella casa delle suore sacramentine di Ranica. Partenza alle
17.00 e ritorno per le 22.30. Cena al
sacco. L’idea è quella di farci aiutare a
leggere il Passio, proprio alla soglia
della domenica delle Palme, coglierne
la profondità e pregare un poco. Non
possiamo prenderci una settimana di
esercizi spirituale come papa Francesco ma qualche ora sì. Ci si può pensare. Sarà con noi a guidare la preghiera
don Emanuele Personeni, parroco di
Ambivere.
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LA NOSTRA COMUNITÀ
Dalla dottrina all’esperienza
come è cambiata la catechesi
L’importanza di aggiornare il linguaggio dell’incontro con i ragazzi
Pellegrinaggio
su e giù per Città Alta
Domenica 23 marzo in comunità vivremo l’annuale pellegrinaggio di
metà quaresima. Un modo semplice
per stare insieme con le famiglie e i
ragazzi della catechesi. Ma anche un
modo simpatico per dare corpo al nostro cammino quaresimale. Concretamente, dopo la messa delle 10.30 ci si
troverà in oratorio per il pranzo al sacco e nel pomeriggio verso le 14.00
(anche per chi non potesse fermarsi a
mangiare al sacco) si parte alla scoperta di alcuni luoghi belli, tra la Valle di Astino, il Lavanderio, San Sebastiano, San Vigilio per concludere in
Santa Maria Maggiore e un gelato alla Marianna. Durante il cammino piccoli momenti di preghiera con alcuni
personaggi che i ragazzi della catechesi già conoscono perché sono gli
stessi del loro itinerario quaresimale:
la Samaritana, il cieco nato e la sua famiglia, Marta, Maria e Lazzaro... Speriamo nel bel tempo.
ochi gruppi parrocchiali sono coinvolti profondire la propria preparazione i catechisti
appieno nella vita di una comunità cri- si riuniscono circa una volta al mese: se negli
stiana come quello dei catechisti. In- scorsi anni si trattava di incontri circoscritti al
fatti, il mandato che essi ricevono comporta la gruppo condotti da don Massimo, quest’anrichiesta di un significativo contributo alla for- no don Giuliano Zanchi sta tenendo un vero e
mazione di una coscienza cristiana di chi vie- proprio «corso» di cristianesimo, aperto a tutne loro affidato (bambini e ragazzi) o di chi si ti, intitolato L’umanità di Dio, il cui messaggio
accosta spontaneamente a un cammino di principale è che vivere secondo il Vangelo sicatechesi (giovani e adulti). In una società in gnifica vivere fino in fondo la condizione
cui né la religione né la
umana. Occasioni di forChiesa sono più consideramazione non mancano
te punti di riferimento e la
neppure al di fuori del
Messa non è più un appunquartiere: tra tutte, merita
È caduta la visione
tamento inderogabile, è
menzione il percorso per i
tradizionale della
venuta a cadere la visione
catechisti della città allesticatechesi come
tradizionale della catechesi
to ogni anno dalla Sic (Setrasmissione di un
come trasmissione di un
greteria dell’iniziazione crisapere da assimilare
sapere da assimilare e ripestiana), che quest’anno ha
tere mnemonicamente (la
avuto come tema le virtù
(la «dottrina»)
«dottrina»).
teologali.
Oggi il termine
Oggi il termine domiAltre riunioni dei cateè «esperienza»
nante nell’ambiente catechisti, parimenti formative,
chistico è «esperienza»:
sono dedicate alla proogni itinerario di catechesi
grammazione: l’idea guida
è mirato non più all’esclusivo apprendimento di declinare la Parola in esperienza sta condudi contenuti, bensì a mostrare come vivere da cendo, non senza fatica, i catechisti a imparacristiani, come essere, secondo l’invito del ve- re (quest’anno anche grazie all’aiuto di esperscovo Francesco nella lettera di apertura del- ti del museo Bernareggi) come inserire negli
l’anno pastorale, «donne e uomini capaci di incontri con i ragazzi il gioco, l’attività maVangelo».
nuale, la visione di filmati, l’ascolto di testimonianze significative, l’apertura alle altre diLa necessità della formazione
mensioni della pastorale (liturgia e carità). La
La sfida posta da questo mutamento di catechesi diviene così luogo dello stile di vita
prospettiva implica la necessità di una forma- cristiano.
zione del catechista almeno a due livelli: da
un lato il perfezionamento delle proprie co- Uno stile, tante declinazioni
Se lo «stile» cristiano che si cerca di far conoscenze, dall’altro l’acquisizione di una metodologia esperienziale che, superando l’im- noscere ai bambini e ai ragazzi è uno, molte
postazione didattica, porti a strutturare gli in- sono le possibilità che i catechisti hanno di
contri di catechesi come momenti di scoper- coniugarlo nel proprio gruppo. I percorsi cata e di riconoscimento nella propria esistenza techistici rispetto a qualche decennio fa handi alcuni aspetti fondanti, quali la paternità di no guadagnato molto in termini di libertà e
Dio, l’amicizia con Gesù, l’appartenenza a una possibilità di personalizzazione: diversamente dal passato, quando l’ora di catechesi dal
comunità di fratelli che è la Chiesa.
In quest’ottica, il gruppo dei catechisti del- punto di vista metodologico era assimilabile a
l’iniziazione cristiana di Longuelo, attualmen- una lezione scolastica, oggi il tentativo è quelte composto da ventidue membri e guidato lo di differenziare le metodiche educative cadai sacerdoti e dal seminarista Marco Giganti, techistiche da quelle utilizzate da maestre e
si è dato ampi spazi per la formazione. Per ap- insegnanti.
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LA NOSTRA COMUNITÀ
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Cre 1
È ancora presto per parlare di estate,
ma pensiamo che sia importante sin
da ora comunicare il periodo in cui si
svolgerà quest’anno il Cre per permettere alle famiglie di programmare con
tranquillità il periodo estivo. Calendario alla mano, il Cre inizierà il 23 giugno per terminare il 18 luglio. Slitta
quindi di una settimana rispetto gli
altri anni a causa di un’inevitabile sovrapposizione di date con la festa di
Sant’Antonio.
Cre 2
Si cerca di trasmettere l’idea che, differen- è facile considerare come l’impegno richiesto
temente dall’esperienza scolastica, che è limi- ai ragazzi si estenda anche alle famiglie: se i
tata alle ore trascorse sui banchi, quella cate- bambini difficilmente possono sostenere da
chistica non può essere ridotta all’appunta- soli una scelta cristiana, per i ragazzi intramento del sabato o del mercoledì, ma può es- prendere un percorso più maturo e consapesere ampliata ad altri momenti d’incontro vole senza l’appoggio dei familiari può essere
(dalle messe ai ritiri, dai pellegrinaggi parroc- ancora più problematico. Dalle fatiche e dagli
chiali alle feste della comunità), fino a diven- inciampi di un percorso di fede non sono
tare, appunto, un vero e
esenti neppure i catechisti
proprio stile di vita. Perciò
stessi che pure ci mettono
si preferisce parlare di
molta passione ed energia:
«cammino» di catechesi, di
durante gli incontri di forPer i ragazzi
«tappe» anziché di «classi»,
mazione spesso si sollevaintraprendere
di «incontri» anziché di
no e condividono interroun percorso più
«ore»: la metafora della
gativi e dubbi, si demolimaturo e
strada, non a caso molto
scono certezze, si rinnovaconsapevole senza
utilizzata anche nei supno convinzioni. La cateporti educativi forniti dalchesi, quindi, è da intenl’appoggio dei
l’ufficio pastorale per l’età
dersi non tanto e solamenfamiliari può essere
evolutiva (ufficio diocesate come un insegnamento
ancora più
no per gli oratori), dimostra
impartito dai catechisti ai
problematico
un’attenzione al fatto che
ragazzi, quanto piuttosto
la catechesi è da considecome un prendersi per mararsi, appunto, un percorso
no dei catechisti e dei fadi fede da intraprendere con coraggio e con miliari dei ragazzi per mostrare a questi ultimi
responsabilità, ovviamente commisurata al- che si può assumere una visione cristiana dell’età dei bambini o dei ragazzi, e capace di co- le cose della vita. Noi catechisti siamo convininvolgere tutti gli aspetti della propria vita. ti che valga la pena di fare questo sforzo e
Andare a catechismo non può essere solo una siamo pronti a fare la nostra parte perché i
delle tante attività della settimana, ma, pur bambini della comunità abbiano l’opportunicon tutte le difficoltà del caso, può e dovreb- tà di conoscere tale visione e di aderirvi conbe diventare qualcosa di più della lezione di sapevolmente.
danza o della partita di calcio. In quest’ottica
Benedetta Montanini e Matteo Capri
Grande novità in attesa della partenza del Cre. Si è pensato di proporre tre
giorni di pre-Cre, una mini-vacanza
per conoscersi e prepararsi alla grande avventura estiva. La proposta rivolta a tutti i bambini e ragazzi che vorranno iscriversi anche al Cre è programmata per i giorni che vanno da
giovedì 19 giugno a sabato 21. La meta è Rimini e il gruppo troverà ospitalità in una struttura autogestita.
Maggiori informazioni sui costi e sull’organizzazione verranno date contestualmente all’iscrizione del Cre.
Cre 3
Cee significa soprattutto animatori.
Per loro anche quest’anno è previsto
un programma di formazione, che
avrà inizio sabato 26 aprile e terminerà con un week-end di convivenza il 2
giugno. I nostri ragazzi pre-ado e
adolescenti (dalla terza media alla
quinta superiore) sanno bene che
questi appuntamenti sono fondamentali per imparare ad accogliere
nel migliore dei modi i bambini e
creare un’atmosfera di gioco e di allegria indimenticabili! Il tema di quest’anno è ancora top secret. Verrà svelato soltanto sabato 29 marzo alle ore
20.30 in seminario durante la serata
di presentazione.
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LA NOSTRA COMUNITÀ
Indirizzi e telefoni
Parroco
Don Massimo Maffioletti
Via Mattioli, 57
Tel. e Fax 035.256151
Cell. 335.7680767
[email protected]
Vicario parrocchiale
Don Giuliano Zanchi
c/o Fondazione Bernareggi
Tel. 035.244492
Cell. 339.5348119
Don Paolo Carrara
studente in Canada
Seminarista
Marco Giganti
Cell. 320.0620301
[email protected]
Oratorio
Via Longuelo, 39
Tel. 035.259020
Segreteria parrocchiale
e dell’oratorio
Orari d’apertura:
da lunedì a venerdì
9,30 - 12,00 e 16,00 - 18,00
sabato 10,00 - 12,00
[email protected]
Centro Ascolto
Riservato ai residenti
del quartiere
Via Mattioli, 57 Tel. 035.402336
Orari di apertura e ascolto:
mercoledì 9,30 - 10,30
giovedì 9,30-10,30 e 16,00-17,00
Sito parrocchiale
www.parrocchiadilonguelo.it
Seguici su facebook iscrivendoti al
gruppo «comunità cristiana di
Longuelo»
Newsletter parocchiale
Iscriversi con una e-mail a
[email protected]
Madonna del Bosco
Tel. 035.403131
Orario delle Messe
Chiesa parrocchiale
Giorni festivi:
ore 8,00 - 10,30 - 18,30
Sabato e vigilia di festa:
ore 18,30
Giorni feriali: ore 18,00
Orario delle Confessioni
Sabato dalle 17,30 alle 18,15
Domenica dalle 9,45 alle 10,30
e dalle 17,30 alle 18,15
Risorti in Cristo
Nel pomeriggio del 22 febbraio si è spento all’età di 93
nella sua casa di via Lochis il
signor Bruno Prontera. Era
nato il 17 dicembre 1920 a
Parona di Valpolicella (Verona). A vent’anni venne spedito sul fronte africano della Seconda Guerra
mondiale sul proscenio della battaglia di El
Alamein. Venne fatto prigioniero dagli americani dove riuscì a inventarsi piccoli lavori riuscendo a guadagnare qualcosa. Imprenditore intelligente e generoso aprì a Bergamo
un’azienda di lavorazione di pelli e borse.
Consegnava borse in bici fino a Clusone e a
Piazza Brembana, prima di motorizzarsi. Nel
1949 sposa Vincenza Penzo. Dal loro matrimonio nacquero Anna (morta lo scorso autunno) Lidia e Bruna. La morte della moglie lo
scorso anno fu un brutto colpo per Bruno. I funerali sono stati celebrati il 24 febbraio e il suo
corpo riposa nel cimitero di Bergamo.
Il 1° marzo è deceduto nella
sua abitazione di via Donini
Angelo Milesi. Aveva 87
anni, compiuti da pochissimo. Era nato a Erve, sotto il
lato lecchese del Resegone,
l’11 febbraio 1927. Nel 1954
aveva sposato Emilia Bonacina dalla quale ebbe i figli Giancarlo e Nadia. A settembre
avrebbero celebrato i sessant’anni di matrimonio. A Erve Angelo aprì un’officina meccanica. Poi scelse Longuelo. Costruì la casa nel
1969 e aprì un negozio di ferramenta sotto i
portici di via Mattioli. Angelo aveva sempre
coltivato una passione per l’orto, sia in quartiere sia nel suo paesello d’origine. Si dedicò
moltissimo alla famiglia e ai suoi nipoti. I funerali sono stati celebrati il 3 marzo. Il corpo
riposa nel cimitero di Curno.
Nel giorno della festa della
donna - 8 marzo - si è spenta all’età di 94 anni la signora Camilla Perico che a
Longuelo tutti affettuosamente conoscevano come
Pami. Era nata proprio ad
Astino l’8 gennaio 1920. Per i 94 anni, da poco compiuti, i familiari avevano organizzato
una bella festa alla casa di riposo di via Gleno
dove era ricoverata da circa un anno. Anche il
marito Giuseppe Berlendis era longuelese. Si
erano sposati nel 1955. Dal loro matrimonio
sono nati Orietta e Fiorenzo. Pami ha sempre
fatto la casalinga, dedicandosi interamente
alla famiglia. Il suo hobby era il cucito. Nella
sua casa di Loreto, dove era andata ad abitare, si conserva intatto il suo «studio» con la
macchina per cucire e tutto l’occorrente. Essendo molto amica della mamma, aveva tenuto a battesimo, come madrina, lo stesso
Roby Facchinetti, leader dei Pooh, nato proprio nella casa dell’Allegrezza di fronte al monastero. I funerali sono stati celebrati il 10
marzo. Riposa nel cimitero di Bergamo.
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LA NOSTRA COMUNITÀ
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AAA... volontari cercasi
Lo diciamo spesso: la parrocchia è un laboratorio d’idee e di azioni. Ma è anche una casa
o una famiglia dove chi decide di appartenere si dà da fare. I settori della vita
di una comunità sono tantissimi. Sarebbe bello che qualcuno si facesse avanti
per offrire la sua disponibilità. Alcuni esempi concreti.
Le pulizie e manutenzione
In parrocchia abbiamo due chiese e un oratorio. Gli spazi sono grandi, mantenerli puliti e assicurare loro un minimo di decoro è fondamentale. Entrare e trovare le nostre pulite fa piacere a tutti. E,
poi, c’è tutto l’oratorio, ala vecchia e ala nuova. Chiedere l’intervento alle imprese è una grossa spesa (il fondo carità della parrocchia attraverso i voucher dà piccole ricompense a una signora molto attenta agli ambienti). Si potrebbe evitare costi eccessivi con un
po’ di volontariato.
Fortunatamente, alcune mamme che fanno capo a Marinella Cuminetti da tempo si offrono per la pulizia sia delle chiese sia dell’oratorio. C’è da essere grati. Ma evidentemente non bastano. Servirebbero forze in più. Basterebbe magari un’ora al mese. Perché non
provare a farsi avanti? Magari anche solo per un’ora. Provate a chiedere alla segreteria della casa parrocchiale. L’oratorio stesso, inoltre, è una casa che ha sempre bisogno di tanta manutenzione, anche perché non è di prima generazione. Certo, ci sono alcuni volontari che fanno un’azione egregia, ma non bastano. Si tratta di tener
in ordine cestini, fogliame, fare manutenzione a porte, finestre,
elettricità e poi tutti quei piccoli lavori importanti che rendono il
luogo abitabile.
Oratorio, il Volo e l’animazione
L’oratorio, coordinato da Marco Giganti, è gestito da alcuni adulti papà e mamme - volontari che ogni pomeriggio e il sabato sera
spendono un po’del loro tempo per tenere aperto il barettino. Il loro ruolo non è solo aprire e chiudere un locale ma è di responsabilità educativa visto che spesso transitano alcune criticità cui occorre prestare cura e attenzione. È un lavoro splendido. C’è bisogno di
aggiungere nuove forze.
Il gruppo dei volontari - coordinato da Marco e Paolo Pezzotta - si
chiama «Volo» (Volontari oratorio Longuelo) ed è una gran bella
mano quando si organizzano momenti conviviali, animazione domenicale, feste (compreso quella di Sant’Antonio), ma andrebbe
nutrito. Sarebbe splendido se ci fosse qualcuno che accetta l’idea di
mettersi a disposizione della propria comunità anche solo una volta al mese per un’apertura del bar oppure per un po’ di animazione. Proviamoci.
La carità
La carità è un capitolo importante della nostra vita di comunità. Da
anni c’è un Centro di primo ascolto per i più bisognosi. È aperto alcuni giorni la settimana ma se ci fossero forze in più riusciremmo a
rispondere alle molteplici domande. La sede è accanto alla casa
parrocchiale. Intanto, stare al Centro ascolto vuol dire proprio
ascoltare. Il che non è mai poco, soprattutto a fronte di persone
che cercano uno sguardo amico. Ci vuole sensibilità e carità. Poi, al
Centro approdano diverse esigenze concrete: dagli alimenti agli indumenti. Stanno emergendo nuove domande non facili da esaudire: il lavoro, per esempio, la casa, le pratiche burocratiche, il legame con le istituzioni. Abbiamo lanciato l’idea di offrire un’ora di lavoro alle persone che di tanto in tanto bussano alla casa e alle quali, in mancanza di volontari, facciamo fare piccoli lavori: raccolta
carta e bottiglie nel parcheggio, pulizia dello sporco davanti alla
chiesa, etc. Abbiamo istituito il Fondo di solidarietà e avviato la busta della spesa. Pur essendo riconoscenti per la generosità di tanti
capiamo che non basta dare soldi e cibo. Occorre esserci come persone. Non è facile, ma è tremendamente necessario. C’è poi la San
Vincenzo che si occupa soprattutto degli anziani. Il nostro quartiere è anziano, molte persone della terza età avrebbero bisogno, per
esempio, di trasporto per le visite in ospedale o per venire alla messa o per la spesa. Siamo in contatto con gli assistenti sociali, ma è
importante avere qualcuno che dia una mano per andare a trovarli nelle loro case. Alcuni adolescenti lo fanno. Chiediamo un aiuto.
Il canto e il coro
Ci sono cose bellissime in comunità. Una su tutte: il coro che anima
le liturgie domenicali e i momenti forti dell’anno. Il coro è guidato
e diretto con passione da Sonia Valentini. È una realtà importante
che certamente andrebbe confermata e rimpolpata (si trova tutti i
giovedì sera in chiesa parrocchiale alle 20.45) perché senza canto e
senza coro che supporta le celebrazioni, le nostre messe sono povere. È bellissimo celebrare cantando. Ci vuole solo un po’ di passione e di volontà. Ovviamente sono tante le esigenze della comunità. Si tratta di viverla, facendone parte, prendendosi una piccola
responsabilità. Si cresce anche così: assumendoci pezzetti di realtà.
Confidiamo molto nella generosità e disponibilità delle persone.
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Natura da... colorare
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Rinascere da acqua e da Spirito