Marcella Fioravanti
MONASTERO DI SANTA
LUCIA
Tarquinia, novembre 2003
1
Presentazione
Questa piccola pubblicazione, nata dalla consapevolezza del valore che il Monastero di Santa
Lucia e l’Istituto Scolastico di San Benedetto svolgono nella vita della comunità Tarquiniese,
racconta la storia e l’arte del complesso monastico.
A tutt’oggi Tarquinia non disponeva di un opuscolo che trattasse in modo monografico del
Monastero: questo lavoro vuole raccogliere il materiale sparso in molteplici pubblicazioni edite
nel corso degli anni, riesumare fonti d’archivio spesso dimenticate, colmare alcune lacune che,
inevitabilmente, si erano prodotte.
La pubblicazione, oltre a essere una ricerca storica e culturale, costituisce una modesta
ricompensa al contributo che il Monastero ha dato alla città di Tarquinia. Basti ricordare l’impegno
delle monache nel campo dell’istruzione: l’Istituto San Benedetto, tra le scuole superiori più antiche
della città, ha formato generazioni di insegnanti nel territorio di Tarquinia e nei paesi limitrofi.
Invito chi vorrà intervenire a visitare il complesso monastico durante la manifestazione
“Tarquinia a porte aperte: un museo nella città”, appuntamento annuale che si tiene nei mesi di
settembre e ottobre, occasione nella quale potranno essere visitati tutti gli ambienti descritti nel
presente opuscolo.
Un sentito ringraziamento va alla comunità monastica che ha mostrato una singolare
disponibilità e gentilezza.
IL SINDACO
Alessandro Giulivi
2
Monastero di S. Lucia
Monache Benedettine dell’Adorazione Perpetua del SS. Sacramento
Introduzione
Il complesso monastico delle Monache Benedettine dell’Adorazione Perpetua del SS.
Sacramento sorge nel 1564 accanto alla preesistente chiesa di S. Lucia. Gli edifici si affacciano su
due chiostri e comprendono l’educandato, il noviziato, la foresteria e la clausura delle monache; vi è
poi la parte adibita all’istruzione secondaria con il Liceo Socio-Psico-Pedagogico.
3
Orto nella Clausura
Un esteso orto si sviluppa lungo il perimetro delle mura di Tarquinia; all’interno della
doppia cerchia muraria della città, un terrapieno rialza il livello di calpestio e vi trova luogo un
suggestivo spazio detto chiostro dell’olivo chiuso dal Coro, annesso alla chiesa di S. Lucia.
4
La chiesa di San Giovanni degli Orti
Tramandata dalle fonti come San Giovanni degli Orti, dell’Ysaro o dell’Isola, era l’antica
residenza delle monache benedettine. Il complesso si trovava a meno di un chilometro da Porta
della Maddalena, in aperta pianura, nell’area delimitata tra la nuova superstrada Aurelia, il
segmento della vecchia Aurelia che corre alle pendici del colle di Tarquinia e la provinciale per il
mare.1 Le Croniche manuscritte di Corneto di Muzio Polidori, testualmente riferiscono: «era chiesa
posta dentro al Giardino delle Monache di Santa Lucia. Questa era l’antica residenza di dette
monache, ora2 è affatto demolita, riconoscendovi di presente solo il portico e poca fabbrica, e vi si
vedono alcune colonne di marmo e di porfido atterrate». Lo stesso, parlando della chiesa di Santa
Lucia, aggiunge: «Chiesa della residenza delle monache di San Benedetto, che per prima
officiavano la chiesa di San Giovanni degli Orti, posta fuori Corneto, dentro al giardino d’esse
monache. In tempo che non erano obbligate alla clausura, benchè si fossero redotte in Corneto ad
abitar la chiesa e monastero di Santa Lucia, convenivano in San Giovanni ad offiziare. Dopo la
clausura che fu al tempo di Pio V3 fu del tutto derelitta detta chiesa, solo vi si faceva la festa il
giorno del titolare e durò per qualche tempo, ma ora è affatto abbandonata e rovinata; detta chiesa
che era un bell’edificio, e vi si vedono colonne di marmo e di porfido ed altre anticaglie». 4
La chiesa, posta presso un’ abbondante vena d’acqua che sgorga sotto una volta sotterranea,
è già citata assieme alle vasche di raccolta delle acque in documenti amiatini del 1066. 5 Nel 1192 e
viene ricordata per un contributo di 5 soldi assegnato dalla Camera Apostolica.6 Polidori la
menziona per il pagamento delle decime del 20 agosto 1389 ordinato dal Pontefice Urbano VI.7 Nel
1573 il visitatore apostolico, constatato il progressivo decadimento, ordina il restauro degli altari;
nel 1612 se ne dispone la chiusura con un muro.8
Non si conosce l’anno nel quale le monache benedettine lasciano la chiesa e il monastero di
San Giovanni degli Orti per trasferirsi in quello di Santa Lucia: «causa di tale oscurità storica è
l’incendio che in vari tempi consumò l’archivio del monastero e l’invasione francese per la quale,
scacciate repentinamente le monache, l’archivio andò depredato e disperso». 9 Termine ante quem
potrebbe essere un istrumento notarile del 1477 nel quale è menzionata «Lorenza Abbadessa di S.
Lucia», appellativo che fa supporre un avvenuto trasferimento.10
Della chiesa rimangono uno spezzone murario d’angolo, probabilmente una cappella, con
due semipilastri composti e capitelli in nenfro databili al XI-XII secolo ornati con motivi vegetali e
1
TIZIANI 1985 p. 28. Vedi anche note 114-115 p. 49.
Muzio Polidori 1609-1683.
3
Antonio Michele Ghislieri, Bosco Marengo1504-Roma 1572, papa dal 1566.
4
POLIDORI 1977, p. 115-116.
5
TIZIANI 1985 p. 28.
6
Cfr. CORTESELLI-PARDI 1983, p. 50 e BENEDETTI 1995 p. 40: «Nominata nel registro di Cencio Camerlenga di S.
Chiesa nel 1192 Ecclesia S. Iannis de Insula juxta Cornetum».
7
POLIDORI p. 103. Papa Urbano VI era Bartolomeo Prignano, Napoli 1319 circa – Roma 1389, papa dal 1378. Cfr.
anche DAGA 1999 p. 101: «La chiesa di San Giovanni degli Orti, vicina alla città e circondata da fertili terreni,
possedeva consistenti proprietà: dall’elenco delle chiese e monasteri che pagavano le decime al tempo di Urbano VI, si
evince che la chiesa di San Giovanni degli Orti, per importanza e quantità di denaro, figurava al settimo posto insieme
alla Cattedrale di Santa Margherita».
8
CORTESELLI-PARDI 1983, p. 50.
9
Archivio Monastico, Memorie del Monastero di Santa Lucia desunte da quelle scritte nel 1880 ricorrendo il
Centenario di San Benedetto.
10
DE MELAS 1988 p. 64. Cfr. anche le Memorie del Monastero di Santa Lucia , dove, nell’anno 1479, si leggono due
annotazioni: la prima «In detto anno si trova memoria delle Monache di Santa Lucia in un istrumento del Protocollo del
Notaro N.N. esistente nell’Archivio di questa città »; la seconda «Lorenza Abadessa delle monache di S. Lucia, vende
una vigna di un migliaro, in contrada le grottelle». Nella Visita Apostolica del 1836 si legge, invece: «Nel monastero
non esiste documento positivo dell’epoca di fondazione. Per qualche memoria che se ne tiene, sarebbe avvenuta
nell’anoo 1477». Archivio Monastico faldone n. 13.
2
5
geometrici su cui restano tracce di costoloni a sezione circolare che sorreggevano le volte a
crociera.11
La nuova residenza
Sembra certo che alle monache benedettine appartenesse la chiesa di Santa Lucia fin da
quando risiedevano nella suburbana S.Giovanni degli Orti, infatti, nel giorno festivo della Santa,
salivano ad offiaciarvi12. Presso questa chiesa possedevano un ospizio, luogo dove erano accolti i
pellegrini che si recavano a Roma: forse il nuovo monastero è un ampliamento dello stesso. Nel
1556 il consiglio comunale delibera di intervenire con un contributo di 500 scudi13 per la fabbrica
del nuovo monastero. La delibera diventa operante solo nel 1563, anno in cui, dopo le reiterate
suppliche da parte delle monache, il consiglio incarica il consigliere Braccio Ponti di destinare il
luogo per l’edificio del nuovo monastero.
Nel 1581 il Vescovo Girolamo Bentivoglio ratifica la donazione dei beni della chiesa della
soppressa parrocchia di Santa Maria Maddalena Penitente al monastero di Santa Lucia .14
Nella seconda metà sec. XVIII si verifica la visita al monastero del Papa Clemente XIII.15
Questo secolo è caratterizzato, in tutta Europa, da un rivolgimento politico e culturale all’insegna
del materialismo e dell’ateismo. In Italia la vita religiosa viene fomentata dalle missioni popolari,
11
TIZIANI 1985 p. 28.
Cfr. Archivio Monastico, Memorie del Monastero di Santa Lucia.
13
Atti Cons. p. 142 in BENEDETTI 1995 p. 40.
14
CORTESELLI-PARDI 1983, p.195.
15
Carlo Rezzonico, Venezia 1693 – Roma 1769, papa dal 1758.
12
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alla cui base era la devozione al Cristo sofferente sulla croce. Su questo filone di spiritualità
subentra S. Paolo della Croce, che conduce, nel segno della passione di Cristo, un rinnovamento
spirituale nelle regioni del Lazio e della Toscana. Nel 1737 il Santo entra in contatto con la
comunità delle benedettine di Santa Lucia per predicare gli esercizi spirituali. Conosce così la
monaca benedettina Venerabile Maria Crocifissa Costantini16 che, nel 1771, uscirà dal monastero
di S. Lucia per trasferirsi in quello della Presentazione e fondare protomonastero delle Passioniste.
Nel 1780 un incendio distrugge la chiesa di S. Lucia.
Dal 1810 al 1815 la legge bonapartiana sopprime gli Ordini religiosi e le monache sono
costrette all’esilio: il monastero è occupato dalle truppe francesi.
Nel 1816 si ricostruiscono i locali del noviziato, nel 1826 un braccio del dormitorio al
secondo piano e nel 1860 si eleva un secondo piano sui locali dell’educandato.
Nel 1924 la comunità delle Benedettine Cassinesi del monastero di Santa Lucia vota, su
consiglio dell’Arcivescovo di Milano il Beato Don Ildefonso Schuster, l’aggregazione al monastero
delle Benedettine dell’Adorazione perpetua del SS. Sacramento di Milano, istituto fondato nel 1653
a Parigi dalla Venerabile Madre Catherine Mectilde de Bar.
Madre Catherine Mectilde de Bar
Tra le grandi di figure cattoliche del XVII secolo, madre Mectilde del SS. Sacramento
incarna quella spiritualità di adorazione che contraddistingue il classicismo religioso francese.
Nasce a Saint-Dié, in Lorena, il 31 dicembre 1614 ed entra giovanissima in un convento di
Annunciate a Bruyères.
La guerra dei Trent’anni nel 1635 disperde la comunità e Catherine è accolta nel monastero di
Ranbervillers dove conosce la regola Benedettina decidendo di cambiare Ordine. Nel 1640 la
comunità, ridotta all’estremo della povertà, deve disperdersi. Nella Città di Saint- Mihiel entra in
relazione con San Vincenzo de’ Paoli e grazie al suo interessamento Mectilde è accolta dalla
grande riformatrice di Montmartre, Mme de Beauvilliers. Nonostante la cordialità che la
circondava, madre Mectilde desiderava ricostruire una comunità autonoma: nel 1642 lascia Parigi
per la Normandia, entrando in contatto con gli spirituali di Caen, raggruppati intorno a Jean de
Bernières- Louvigny. La spiritualità del Bernières è incentrata sulla condizione umana,
contraddistinta da bassezza d’animo e meschinità, insistendo sugli stati abietti a cui Gesù si è
abbassato per amore: aderire ad essi attraverso le sofferenze e le croci conduce a ciò che il grande
riformatore chiama la Vita Sovrumana. Madre Mectilde rimane in continua corrispondenza con il
Bernières fino alla morte di questi.
Nel 1647 diventa priora di Caen, nel monastero del Bon-Secours fino al 1650, anno nel
quale alcune religiose, riunitesi a Rambervillers, la eleggono Superiora. Ma in Lorena si riaccende
la guerra e Mectilde de Bar è costretta a disperdere la comunità e a rifugiarsi a Parigi. Assistita,
nella sua estrema povertà, da alcune caritatevoli «dames de qualité», che avevano preso a cuore
l’esiguo gruppo di monache benedettine lorenesi, incontra Marie de Guesle, moglie del conte di
Châteauvieux. La nobildonna concepisce una stima e un affetto non ordinario per la madre de Bar: a
lei si deve il Breviario, raccolta delle esortazioni spirituali di madre Mectilde classificate per
argomento.
Verso il 1651, nel gruppo riunito intorno a Madre Mectilde, si fa strada il progetto di
fondare una congregazione di Benedettine consacrata all’Adorazione Perpetua del SS. Sacramento.
Tra i cattolici ferventi del XVII secolo era preponderante la devozione verso l’Eucarestia: la
presenza reale del Corpo e Sangue di Cristo era infatti uno dei punti che opponevano più nettamente
cattolici e calvinisti. Nello stesso spirito, tale devozione acquistava una sfumatura particolare di
16
Al secolo Faustina Gertrude Costantini.
7
riparazione per i sacrilegi commessi contro l’Eucarestia da calvinisti e stregoni che ne abusavano
nelle loro arti magiche.
Madame de Châteauvieux si prodiga nella ricerca di una dimora dignitosa per le rifugiate
lorenesi e si impegna nelle complesse pratiche di autorizzazione per le prime fondazioni. Il
contratto di fondazione del primo monastero delle Monache Benedettine dell’Adorazione Perpetua
del SS. Sacramento è firmato il 14 agosto 1652. L’anno seguente Madre Mectilde e le sue figlie
lasciano la misera abitazione parigina di rue du Bac per occuparne un’altra in rue Férou. Catherine
Mectilde de Bar, superiora dell’Ordine, dichiara la Vergine Maria Badessa perpetua della nuova
congregazione, mantenedo solo il titolo di Priora.
Il 10 dicembre 1676 il Papa Innocenzo XI, con la bolla Militantis Ecclesiae, erige in
congregazione autonoma i monasteri fondati da Madre Mectilde e tutti quelli che si sarebbero
aggiunti. La nuova congragazione veniva dichiarata esente dalla giurisdizione degli Ordinari e
dipendente direttamenete dalla santa Sede: la pratica dell’adorazione perpetua era finalmente
approvata.
Madre Catherine Mectilde de Bar muore il 6 aprile 1698, dopo tre giorni di agonia.
Madre Mectilde de Bar e la regina Anna d'Austria in Adorazione, Parigi 1654, monastero di Rue
Fèrou, primo monastero delle Benedettine dell'adorazione perpetua del SS. Sacramento.
Dal Breviario di Madre Mectilde de Bar
L'uomo e il suo nulla
Bisogna ridursi in povertà di spirito
«Lo scoraggiamento procede da un fondo di orgoglio, perché se l'anima non si appoggiasse
segretamente in se stessa, non si scoraggerebbe. La fiducia che essa ha nelle sue forze l'abbatte
quando non le trova sufficienti per giungere al punto ove desidera.
L'anima è sempre soggetta allo scoraggiamento finché non abbia conosciuto fino in fondo
l'abisso della sua miseria, il suo nulla, la sua impotenza, e come tutto le provenga dalla forza e dalla
virtù del Cristo; e veda, per propria esperienza, che dipende totalmente dalla sua grazia. Quando
l'anima ha conosciuto questa verità, permane ferma nel suo nulla, senza stupirsi delle sue
8
impotenze, ma abbandonandosi alla potenza del Cristo; attende da lui il soccorso con umiltà e
fiducia, sapendo bene che senza di lui non può nulla. E poiché la fede e l'esperienza le fanno vedere
questa verità, permane senza scuotersi in mezzo alle tentazioni, abbandonandosi tutta e senza
riserve a Cristo Gesù.
Trovo ottima cosa che nella seconda mezz'or dell'orazione permettiate alla vostra mente di
occuparsi delle verità che vi sono insegnate. Ma state i attenta all'attività dell'intelletto il quale,
essendo tanto vivace, si occuperà molto più di se stesso che della pura luce di Dio. Per questo
bisogna che diffidiate e consideriate se non sia troppo sollecito nel seguire i suoi pensieri. Lo
Spirito di Dio è pacifico e suo contrassegno è di farci agire nella pace. Nostro Signore, visitando i
suoi discepoli, dice loro: «Pace voi!». E' il primo effetto della vera presenza di Dio nell'anima: si
stabilisce la pace e la calma si fa sentire anche nel fondo dello spirito.
C'è molta differenza fra quel che operiamo noi e quello che opera la grazia. Ciò che prende
le mosse da noi è sempre impuro, e non può innalzarsi a Dio, non avendo che il nostro vantaggio
per oggetto. Perciò si tratta di luci e attività prodotte soltanto da noi. Esse non hanno né forza né
vigore per tendersi in alto verso Dio; e se l'anima fa qualche piccolo sforzo, essa si volge ben presto
verso se stessa e non si riempie di Dio, né, di conseguenza, si svuota di sé. Le operazioni della
grazia sono di tutt'altro genere: escono da Dio e ritornano a Dio. Elevano l'anima liberandola da se
stessa e dalle cose della terra, rendendola capace di ricevere Dio e il suo regno; e se l’anima è fedele
alla grazia operante, fa in poco tempo un progresso meraviglioso, rendendosi capace della
misericordia di Dio.
Quando siete nell'impotenza e nelle tenebre, non pensate che il vostro tempo sia perduto.
Dio vi fa sopportare queste disposizioni per insegnarvi poco per volta a morire. Essendo abituato
ad agire, lo spirito soffre agonie quando si trova in aridità privazione. E l'accecamento in cui siamo
riguardo alle cose sante ci fa pensare che non siamo in buona con Dio. Insensibilmente allora
l'anima fa di tutto per trarsi fuori dalla sofferenza e dalla prigionia concedendosi la soddisfazione di
provare qualcosa d'altro.
E' grande infedeltà per l'anima in questo stato il darsi da fare per uscirne: bisogna lasciarsi
annientare. Questa disposizione si produce per due cause. La prima può venire da Dio, che ci prova
per spogliare l’anima da ciò a cui si appoggia; la seconda per castigo delle nostre colpe. E tutte e
due sono utili alla nostra anima. Per questo essa deve sapersene servire.
L'amore e la croce
Non rattristatevi di nulla a questo mondo se non di essere in contrasto con Dio
Siamo creati per amare. Amiamo dunque nostro Signore Gesù Cristo senza tregua. Amiamo sempre,
non viviamo e respiriamo se non nella purezza dell'amore divino. Tutto quello che fate, fatelo con
amore. La vostra tendenza sia l'amore, affinchè per amore possiate essere perfettamente unita e
trasformata in Gesù. E' il puro amore che deve fare questa trasformazione. Bisogna dunque che
incominciate a vivere di amore puro, ossia puramente per Dio, senza più ripiegamenti sui vostri
interessi personali. Perdetevi, dimenticate voi stessa, per riempirvi di Dio solo.
II puro amore è Dio stesso: «Deus caritas est». Dio è amore, e chi sta nell'amore, dimora in Dio.
Dalla Regola di San Benedetto
Gli strumenti delle buone opere (4)
9
Anzitutto amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze, poi il
prossimo come se stesso. Ascoltare volentieri le Sante letture. Attendere spesso alla preghiera. Ogni
giorno, nella preghiera, confessare a Dio con lacrime e gemiti le proprie colpe passate ed
emendarsene per l’avvenire. Non seguire i desideri della carne. Tornare in pace con chi si è in
discordia prima che tramonti il sole. E mai disperare della misericordia di Dio. Ecco, sono questi gli
strumenti dell’arte spirituale, e, se saranno da noi adoperati giorno e notte senza riposo e
riconsegnati il giorno del giudizio, ci sarà retribuita dal Signore quella mercede che Egli ha
promesso: «Occhio non vide, nè orecchio udì, nè passò mai per il cuore d’uomo, ciò che Dio ha
preparato per quelli che lo amano!».17
L’umiltà (7)
La Scrittura divina, o fratelli, ci annuncia: «Chiunque s’innalza sarà umiliato e chi si umilia
sarà innalzato».18 Con questo mostra che ogni esaltazione è una forma di superbia. Quindi, o
fratelli, se vogliamo raggiungere la vetta di un’altissima umiltà e arrivare in breve a quella celeste
esaltazione alla quale si sale con l’umiltà della vita presente, dobbiamo erigere, coi nostri atti
indirizzati in alto, quella scala che apparve in sogno a Giacobbe, per la quale si vedevano salire e
discendere gli angeli. Discesa e salita da intendere senza dubbio nel senso che la superbia fa
discendere e l’umiltà ascendere. La scala stessa che viene eretta è la nostra vita sulla terra, che, una
volta umiliato il cuore, viene dal Signore indirizzata al cielo.
Santo zelo che deve animare i monaci (72)
Come vi è uno zelo cattivo e amaro19 che allontana da Dio e conduce all'inferno, così c'è uno
zelo buono che allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna. In questo zelo i monaci devono
esercitarsi con amore vivissimo: e perciò si prevengano l'un l'altro nel rendersi onore20, sopportino
con somma pazienza le infermità fisiche e morali degli altri, si prestino a gara obbedienza reciproca,
nessuno cerchi il proprio utile ma piuttosto quello degli altri 21, amino i fratelli con puro affetto22,
temano Dio, amino il proprio abate con sincera e umile carità23. Nulla assolutamente antepongano a
Cristo: il quale ci conduca tutti, cosi uniti, alla vita eterna.
I chiostri
Al centro del primo chiostro c’è un pozzo antico ammantato di edera, sul quale presiede la
torre campanaria che suona cinque rintocchi ogni ora, ricordando alla monache di benedire l’ora che
sta arrivando. Un porticato con tre grandi arcate a tutto sesto si sviluppa lungo due lati: nel terzo
sono ben visibili gli archi murati nel 1693 quando, in ossequio ai dettami del Concilio di Trento,
che aveva ribadito la rigida osservanza della clausura, una visita pastorale, impone che «si serrino
17
1 Cor. 2, 9; Is. 64, 4.
Lc. 14, 11.
19
Cfr. Giac. 3, 14.
20
Rom. 12, 10.
21
Cfr. 1 Cor. 10, 24-33; Fil. 2,4.
22
Cfr. Rom. 12, 10; 1 Piet. 1, 22.
23
1 Piet. 2, 17.
18
10
con muro gli archi del claustro che vanno verso la sacrestia», 24 modificando quindi l’originaria
struttura del chiostro. Sul quarto lato si affacciano le finestre del Liceo Pedagogico.
Il secondo chiostro è separato dal primo da una breve scalinata coperta di verde;
percorrendola si nota un architrave in marmo bianco con iscrizioni: si tratta di uno dei pochi reperti
dell’antica residenza delle Monache Benedettine, la Chiesa di S. Giovanni dell’Isaro. Il chiostro ha
un pozzo al centro ed è chiuso, su un lato, da tre ordini di archi a tutto sesto, facenti ora parte
dell’edificio scolastico.
24
Archivio Monastico, faldone n. 13, Visita Apostolica del 4 aprile 1693.
11
Un terzo spazio è detto chiostro dell’olivo, per la presenza di un esemplare secolare di
questa pianta. In realtà non si tratta affatto di un chiostro: si sviluppa lungo il perimetro delle mura
di Tarquinia, inglobate nel complesso monastico. Ad Ovest, addossato alla porta della Maddalena,
si eleva il Coro invernale, costruzione settecentesca in asse con l’abside della chiesa di Santa Lucia;
ad Est una torre tonda e mozzata che scavalca la lizza con un’ampia volta in muratura
congiungendo le due cortine murarie.25
Una scalinata di quattordici gradini, che costeggia il fianco della torre, conduce al
Quattordici, breve vialetto, bordato da giardino, ricavato all’interno del camminamento che correva
lungo la doppia cinta muraria della città. Il livello di calpestio è rialzato tramite un terrapieno; la
parte esterna delle mura mantiene l’altezza originaria, quella interna, invece, è sensibilmente più
bassa. Le costruzioni che qui si aprono sono parte degli edifici del Noviziato, ricostruiti nel 1826.
Attraversato il Quattordici si raggiunge l’orto, chiuso, in fondo, dal muro del Monastero
delle Passioniste; su questo muro nel 1857 viene aperta una porta, in occasione della visita del Papa
Pio IX26 a entrambi i complessi.
La chiesa di Santa Lucia
25
Cfr. TIZIANI 1985 p. 35: «All’inizio del versante Sud la torre portaia della Maddalena, di sicura origine duecentesca,
ma inserita in un secondo momento nella cortina esterna, dovette essere terminata nel XV secolo».
26
Giovanni Mastai Ferretti, Senigallia 1792- Roma 1878, papa dal 1846.
12
Santa Lucia è una martire cristiana morta il 13 dicembre durante le persecuzioni di
Diocleziano. Il suo culto è molto diffuso grazie all’interpretazione etimologica del nome Lucia: la
“santa della luce”, venerata come protettrice della vista, per una tarda leggenda che vuole le
venissero strappati gli occhi.
La chiesa è coperta da volta a botte e presenta un’unica navata, pianta spesso prediletta nelle chiese
annesse a complessi monastici perché simbolo della povertà dell’Ordine. Le pareti verso il
monastero, in alto, mostrano le grate attraverso le quali le monache partecipavano alla
Celebrazione Liturgica; quelle nel presbiterio si aprono sul coro. Nulla rimane della preesistente
struttura cinquecentesca. Nel 1780 un incendio distrugge la costruzione: brucia l’organo, parte del
soffitto e della chiesa; la tela di S. Lucia, che oggi si trova sopra l’altare, subisce gravi danni.
13
Nel 1867 è esumata la salma di Suor Maria Giuseppa Campita, morta in odore di santità nel 1858, e
traslata in uno scavo, sotto il pavimento della chiesa, presso l’altare della Maddalena; su una delle
quadrelle di marmo che formano il pavimento sono incise le lettere S.M.G.C.
Nel 1880, in occasione del XIV centenario della nascita di San Benedetto, padre del monachesimo
occidentale, fondatore del monastero di Montecassino, si procede ad un restauro della chiesa
affidando al pittore Andrea Monti la tinteggiatura delle pareti e il loro ornamento con stucchi e
dorature. A questa data risalgono il pavimento in marmo e le tele disposte sulle pareti,
commissionate al pittore Pietro Gagliardi, i cui soggetti sono tratti dalla Vita di San Benedetto da
Norcia scritta dal discepolo Papa San Gregorio Magno.
Dall’entrata procedendo verso l’altare:
-
1sn: San Benedetto e re Totila, tempera su tela dei nipoti del pittore Pietro Gagliardi,
Francesco e Giovanni Gagliardi.
Nel 542 d.C. Totila percorreva l’Italia alla volta di Roma. Giunto a Montecassino gli parlano del dono
della profezia di San Benedetto. Il re se ne vuole accertare personalmente. Chiama un servo di nome Riggo, lo
veste da re, gli dà per corteo i suoi stessi conti con scudieri e valletti e lo manda al monastero ordinandogli di
andare come se fosse il re, presentandosi al santo per provarne lo spirito profetico. Benedetto, non appena vede
il corteo, grida al servo: «Queste vesti non sono tue; rendile a chi te le ha date».27
-
1dx: San Benedetto che risuscita un fanciullo, tempera su tela di Francesco e Giovanni
Gagliardi.
Nel paese di Montecassino si era diffusa la fama della santità di Benedetto. Un giorno si presenta al
monastero un contadino a invocare il Santo affinchè resusciti il figlio morto. All’insistenza del padre il monaco
risponde: «Come posso io resuscitare tuo figlio? Queste cose le fanno i Santi!… Signore, non guardare i miei
peccati ma la fede di quest’uomo che ti prega. Rendi a questo corpo l’anima che gli hai tolto». Alla presenza di
tutti, il bambino inizia a tremare.28
-
2sn: San Benedetto consegna la Regola a Santa Scolastica, 1879, olio su tela di Pietro
Gagliardi, altare di San Benedetto.
Santa Scolastica è la sorella di Benedetto, fondatrice dell’ordine femminile delle monache Benedettine. La
Regola benedettina, brevemente sintetizzata dalla frase Ora et labora, è adottata dalla maggior parte dei
monasteri occidentali ed impone la vita cenobitica, il lavoro manuale, la rinuncia alla proprietà personale.
-
2dx: Deposizione con la Vergine, S. Maria Maddalena e S. Giovanni Evangelista, 1880, olio
su tela di Pietro Gagliardi, altare della Maddalena.
3sn: Il Transito di San Benedetto, tempera su tela di Francesco e Giovanni Gagliardi.
«L’anno della morte, conversando con lui alcuni discepoli, dice loro in segretezza che in quello stesso
anno, nel tale giorno, sarebbe passato da questa vita. Mancando sei giorni a quello indicato, si fa aprire il
sepolcro, e subito lo prende un’ardentissima febbre. Aggravandosi sempre più, il sesto giorno, portato
nell’oratorio, riceve l’Eucarestia. In piedi, in mezzo ai discepoli che lo sorreggevano, alzate le mani al cielo,
muore fra le loro preghiere. Il giorno stesso due monaci hanno la stessa visione: vedono un immenso tappeto
disteso su due spalliere di lumi, che da Montecassino saliva verso il cielo». 29
-
3dx: San Benedetto eremita, tempera su tela di Francesco e Giovanni Gagliardi.
«Nato di nobile famiglia a Norcia, era stato messo a scuola in Roma, ma vedendo che a molti quelli studi
erano tanto veleno, si ritrae inorridito dalla scienza del mondo e, rinunciato a ogni cosa, indossa l’abito della
penitenza. Desiderando più le tribolazioni che le lodi degli uomini, si mette alla ricerca di un luogo deserto e lo
trova in Subiaco. Un monaco chiamato Romano, sentito il desiderio del giovane di servire Dio in solitudine, gli
dona l’abito da monaco e per cella una grotta non lontana dal suo monastero. Poichè dal monastero alla grotta
non c’era via che scendesse, a causa di un’altissima rupe che le stava sopra, a carponi si avvicinava alla cima di
quelle rocce e, con una corda, calava fino alla bocca dell’antro un po’ di pane che aveva potuto sottrarre al suo
proprio cibo. Il diavolo, indispettito dalla carità dell’uno e dalle penitenze dell’altro, spezza la corda. Il Signore
gli manderà allora, ogni giorno, pane e carne per mezzo di un corvo, attributo caratteristico del Santo». 30
27
GREGORIO MAGNO 1954 p. 87.
GREGORIO MAGNO 1954 p. 108.
29
GREGORIO MAGNO 1954 p. 115-116.
30
GREGORIO MAGNO 1954 p. 59-63.
28
14
Sull’altare maggiore della chiesa di S. Lucia è oggi posto un quadro raffigurante la Santa titolare
della chiesa. Originariamente qui si trovava un quadro con la Pietà del pittore cornetano Monaldo,
dipinto realizzato per la chiesa del monastero delle Benedettine nel 1540 e del quale si sono perdute
le tracce. Alcuni suppongono che Maria Crocifissa Costantini, lasciando nel 1771 il monastero delle
Benedettine per fondare il monastero delle Passioniste, possa aver ricevuto anche la tavola di
Monaldo tra i doni delle consorelle per l’allestimento del nuovo monastero; dopo i disordini
conseguenti all’occupazione dei monasteri da parte delle truppe napoleoniche, la tavola risulta
dispersa.31
La pala d’altare raffigurante S. Lucia si trovava un tempo in Cornu Evangelii.32 Durante
l’incendio del 1780 subisce gravi danni: del quadro si salva solo la parte centrale. Nel 1839 il pittore
Antonio Merolli interviene con un restauro integrativo riportando la tela alla grandezza della sede
creata nel frontale dell’altare, aggiungendo delle parti nuove, rappresentanti colonne e panneggi.
Nel 1975 il restauratore Rocco Ventura la riportava alle dimensioni originarie.33 La tela è attribuita
alla Scuola Bolognese di Guido Reni del sec. XVII.34
31
BALDUINI 1985, pp. 215.
I termini in Cornu Evangelii e in Cornu Epistulae indicano rispettivamente gli altari alla destra e alla sinistra del
celebrante, ovvero alla sinistra e alla destra del fedele.
33
Cfr. BALDUINI 1985 p.219.
34
In CICERCHIA 1990 p. 161 la tela è attribuita al pittore viterbese G. Francesco Romanelli.
32
15
Pietro Gagliardi
Protagonista della decorazione pittorica della chiesa di Santa Lucia, Pietro Gagliardi nasce a Roma,
il 9 agosto del 1809. Studia inizialmente architettura ma ben presto si dedica alla pittura
frequentando i corsi dell’Accademia di S. Luca, allievo di maestri quali Vincenzo Camuccini e
Tommaso Minardi. La sua arte è caratterizzata dal recupero neoclassico dell’antico, da
reminescenze barocche ma è influenzata dalla confraternita dei Nazareni, formatasi a Roma nel
1810, il cui programma prevedeva il recupero della semplicità stilistica e dello schietto sentimento
della natura degli artisti prima di Raffaello, premessa alla formulazione del Purismo Italiano e alla
ripresa della pittura a fresco. Lavora prevalentemente in ambito romano: al Belvedere di Frascati,
nella villa Torlonia a Castel Gandolfo, nel casino dell’Aurora Ludovisi, nel palazzo SangermanoRappini di Arpino. Nel 1847 completa la decorazione ad affresco della chiesa di San Giacomo degli
Schiavoni e tra il 1854 e il 1868 realizza la decorazione della chiesa di Sant’Agostino. Membro
della Congregazione dei Virtuosi del Pantheon dal 1857, più volte è eletto presidente e reggente dal
1888. Disperse sono andate le tele per i sipari dei Teatri Argentina di Roma e Unione di Viterbo.
Muore in Francia nel 1890.
Il nipote Giovanni si specializza in soggetti religiosi e agiografici, trattati secondo un’iconografia
tradizionale. La firma di quest’ultimo, insieme a quella del fratello Francesco, appare in una
dichiarazione del 1913 attestante il pagamento di lire 2.000, effettuato da Eulalia Moroni per quattro
tempere dipinte nella chiesa di Santa Lucia, commissionate nel 1880.
San Benedetto eremita
16
San Benedetto e re Totila, re degli Ostrogoti dal 541 al 552
San Benedetto resuscita un fanciullo
17
San Benedetto e Santa Scolastica
Transito di San Benedetto
18
Deposizione dalla Croce
Il coro
Nelle chiese cristiane il Coro è lo spazio dietro l’abside riservato ai cantori; poiché in questo
caso si tratta di un complesso monastico, vi si accede dalla clausura, al primo piano. È un’aula
quadrata con volta a vela. Tre lati sono occupati da un coro ligneo realizzato nel 1752, come
richiesto dal Vescovo dopo una visita apostolica. Sono ben visibili le grate attraverso le quali le
monache partecipavano alla Celebrazione Eucaristica. Ai lati dell’altare troviamo pregevoli tele
della fine del ‘700, da alcuni attribuite35 alla scuola di Vincenzo Camuccini: Pietà con S. Giovanni e
la Maddalena e San Benedetto che intercede presso la Vergine. Sulla sinistra dell’altare è la teca
con gli strumenti della penitenza di suor Maria Giuseppa Campita, morta in concetto di santità nel
1858, sepolta nella Chiesa di S. Lucia presso l’altare della Maddalena: cilicio, disciplina di ferro,
catenella, sigillo con nome di Gesù.
Antica fotografia del Coro
35
Cfr. CICERCHIA 1990 p. 161
19
Dipinti del Coro, San Benedetto intercede presso la Vergine
Dipinti del Coro, deposizione
20
La scuola
La tradizione benedettina vede spesso scuole annesse ai complessi monastici: alcuni passi
della Regola di san Benedetto fanno esplicito riferimento ai giovani e danno indicazioni sul modo di
correggere le loro mancanze.36
La presenza di educande all’interno del monastero è documentata fin dal 1727.37 Nel 1880 il
Regio Provveditore autorizza l’apertura della scuola privata Elementare femminile38 e nel 1917 il
monastero ottiene l’approvazione per ricevere, nella scuola elementare interna, anche bambine
esterne.39 Documenti attestano che nel 1918-19 il complesso ospitava la scuola Media e
Complementare40. Nel 1923, con l’aggregazione della comunità al monastero benedettino di
Milano, la finalità educativa riceve nuovo impulso: il monastero lombardo, infatti, fondato nel
1892,41 interpretava il lavoro delle religiose come opera educativa e prevedeva, fin dal primitivo
progetto, un braccio distinto destinato alla scuola.
Legalmente riconosciuto nel 194042, trasformato in Liceo Socio-Psico-Pedagogico nel 1992
è stato parificato nel 2000.
36
Regola di San Benedetto (30).
Archivio Monastico, faldone n. 21, Atto Capitolare del 1727.
38
Archivio Monastico, faldone n. 21, 1880.
39
Archivio Monastico, faldone n. 21, 1917.
40
Archivio Monastico, faldone n. 21.
41
SPINELLI 1980, p. 21.
42
Archivio Monastico, n. 21, Messaggero del Lazio 5 Giugno 1940: «Finalmente anche Tarquinia, mercè
l’interessamento più vivo della Superiora del locale Monastero delle Benedettine e Preside dell’Istituto Magistrale
annesso, ha ottenuto il riconoscimento legale degli studi per l’intero Corso Inferiore e Superiore, in modo che le alunne
inscritte possono dare gli esami nell’interno dell’Istituto come nelle Scuole Governative.(...)L’istituto ha annesso un
convitto per alunne interne, le quali vi ricevono ottima e signorile educazione».
37
21
La foresteria
«Gli ospiti che arrivano siano accolti tutti come se fossero Cristo, perchè Egli dirà un
giorno: Fui pellegrino e mi riceveste».43 In questo spirito il Monastero offre accoglienza a gruppi o
singoli in cerca di pace e di preghiera.
Elenco delle illustrazioni
1. Portico del primo chiostro del monastero di santa Lucia.
2. Chiostro dell’olivo.
3. «Prospetto esteriore della Chiesa di S. Giovanni dell’Isaro, o sia dell’Isola, diruta, per come
si trova nel corrente anno 1784. A Vestiggi forse del portico».
4. Panoramica dal terrapieno entro la doppia cinta muraria.
5. Pozzo del secondo chiostro del monastero di santa Lucia.
6. Pozzo del primo chiostro del monastero di santa Lucia.
7. Vialetto bordato da giardino nella zona del noviziato.
8. Scuola bolognese del sec. XVII Santa Lucia, Tarquinia, Chiesa di Santa Lucia.
9. Pietro Gagliardi, San Benedetto consegna della Regola a Santa Scolastica, olio su tela 1879,
Tarquinia, Chiesa di Santa Lucia.
10. Pietro Gagliardi, Deposizione, olio su tela 1880, Tarquinia, Chiesa di Santa Lucia.
11. San Benedetto e re Totila, tempera su tela dei fratelli Gagliardi, 1880, Tarquinia, Chiesa di
Santa Lucia.
12. San Benedetto resuscita un fanciullo, tempera su tela dei fratelli Gagliardi, 1880, Tarquinia,
Chiesa di Santa Lucia.
13. Transito di San Benedetto, tempera su tela dei fratelli Gagliardi, 1880, Tarquinia, Chiesa di
Santa Lucia.
14. San Benedetto eremita, tempera su tela dei fratelli Gagliardi, 1880, Tarquinia, Chiesa di
Santa Lucia.
15. Miracolo di San Benedetto, tela del soffitto della Chiesa di Santa Lucia.
16. Coro interno, gli stalli lignei del 1752.
17. Deposizione, autore anonimo, Tarquinia, coro interno.
18. San Benedetto intercede presso la Vergine, autore anonimo, Tarquinia, coro interno.
Bibliografia citata
Benedetti, I., Vita della serva di Dio sr. Giuseppa Maria Campita. Monaca professa benedettina del
monastero di S. Lucia in Tarquinia, Roma 1995.
Balduini, L., Il Pittore Monaldo civis cornetanus, Tarquinia 1985, pp. 215-227.
Cicerchia, P., Tarquinia Borgo medievale, Roma 1990, p. 161.
Cognet, L., Catherine Mectilde de Bar istitutrice delle Benedettine del SS. Sacramento. Il sapore do
Dio. Scritti spirituali 1652-1675, Milano 1977.
Daga, A., Tarquinia la città degli Etruschi, delle torri e delle chiese. Una storia lunga tremila anni,
a cura di Luigi Daga, Roma 1999.
43
Regola di San benedetto (53).
22
De Melas, A., Il monastero S. Lucia e la comunità delle monache Benedettine dalle origini al 1924,
Bollettino S.T.A.S. n. 17, Tarquinia 1988, pp. 63-76.
Dizionario Biografico degli Italiani, 51, p. 273-275, Catanzaro 1998.
Gregorio Magno, Vita e miracoli di San Benedetto, volgarizzata da Antonio Fiorini, Roma 1954.
Polidori, M., Croniche di Corneto, trascrizione a cura di A. R. Moschetti, Tarquinia 1977, p.
Spinelli, G., Attualità Benedettina in Lombardia. XV centenario della nascita di S. Benedetto: 4801980, numero unico, 1980.
Tiziani, G., Le fortificazioni di Tarquinia Medioevale (Corneto), Tarquinia 1985.
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Monastero Benedettine Tarq