El Campanò de San Giuseppe 2011 EL CAMPANÒ DE SAN GIUSEPPE Rivista di storia, letteratura, arte e curiosità a cura della Biblioteca intercomunale “Luigi Dal Ri” di Mori 2011 Foto di copertina: La chiesetta di Monte Albano in una foto dei primi del Novecento Le pubblicità d’epoca intercalate nel testo sono tratte dal “Numero unico pro Banda Sociale di Mori” pubblicato nel 1908 Editore: Redazione presso: Biblioteca intercomunale “Luigi Dal Ri” di Mori Via Scuole n. 7 - Tel. 0464 916260 Fax 0464 910684 e-mail: [email protected] In redazione: Katia Angeli Bruno Bertolini Paola Caneppele Marco Guidotto Renato Mattei Edoardo Tomasi «El Campanò de San Giuseppe» Anno XXVI - 2011 Aut. Tribunale di Rovereto n. 122 del 3.4.1986 Direttore responsabile: Marco Guidotto Fotocomposizione, fotolito e stampa: La Grafica Srl - Mori (Tn) Finito di stampare nel mese di ottobre 2011 Tiratura n. 800 copie Per i numeri arretrati rivolgersi alla Biblioteca “Luigi Dal Ri” di Mori È aperta a tutti la collaborazione gratuita. La Redazione lascia agli Autori la responsabilità delle opinioni e dei giudizi espressi. È fatto divieto di riprodurre, anche parzialmente, articoli ed illustrazioni senza riferimento alla rivista e agli Autori. II PRESENTAZIONE Nulla torna, ma tutto si somiglia. Prendendo spunto da una delle migliaia “greguerías” di Ramón Gómez de la Serna (1888-1963), geniale inventore di aforismi stralunati quanto profondi, torna ancora una volta nelle case dei moriani e degli ospiti della nostra borgata il nuovo numero del Campanò. La Pro Loco di Mori Val di Gresta ha creduto e crede fermamente nella ormai storica rivista che accompagna le principali IHVWHGHOODFRPXQLWjÀQGDOHGqFRQYLQWDFKHGHEEDSURVHguire la propria attività in modo autonomo. Come preannunciato nel precedente numero ha costituito una Commissione apposita GD DIÀDQFDUH DO FROODXGDWR &RPLWDWR GL 5HGD]LRQH LO FXL WLPRQHqSDVVDWRGDXQ0DUFRDOO·DOWURSHULPRWLYLFKHLO'LUHWWRUH UHVSRQVDELOHXVFHQWHVSHFLÀFDQHOO·HGLWRULDOHDVHJXLUH5LQJUDziamo Marco Torboli per l’impegno profuso in questi anni per migliorare il Campanò e diamo il benvenuto ad un altro giovane pubblicista, Marco Guidotto. ,QTXHVWRQXPHURFRQWUDGGLVWLQWRDQFKHGDXQDUDIÀQDWDFRSHUWLQDULFDYDWDGDXQDLQHGLWDIRWRJUDÀDXOWUDFHQWHQDULDSXEblichiamo in anteprima la riproduzione anastatica dello Statuto GL TXHOOD FKH SRWUHPPR GHÀQLUH OD ´ELVQRQQDµ GHOO·DWWXDOH 3UR Loco, ovvero la Società “Pro Mori”. É un raro opuscolo (presente solo nella Biblioteca di Mori tra OHROWUHFHQWRFROOHJDWHDO&DWDORJR%LEOLRJUDÀFR7UHQWLQRGLSRFKHSDJLQHVWDPSDWRGDOODWLSRJUDÀD0DOIDWWLGL0RULQHO Interessante notare che tra gli scopi della neo costituita società III F·qTXHOORGLassumere direttamente od incoraggiare anche con sussidi materiali, iniziative tendenti a dar luogo a pubbliche feste, spettacoli, conferenze istruttive (escludendo assolutamente quelle politiche) ecc. Purtroppo lo scoppio della guerra impedì lo sviluppo turistico che era uno dei primari e lodevolissimi obiettivi della Società. Segue un corposo articolo di Marta Villa dedicato al senso della casa nelle culture del mondo con un excursus etimologico VXOWHUPLQH´JDQ]qJDµWDQWRSHUULEDGLUHORVWUHWWROHJDPHGHO Campanò con la nostra festa autunnale più rappresentativa. I due nuovi componenti il Comitato di Redazione – Renato Mattei e Bruno Bertolini – si occupano di antichi documenti relativi il primo ad un quaderno di conti manoscritto inerente la gestione di un molino in Val di Gresta ed il secondo ad una supplica della frazione di Loppio per eliminare degli evidenti disagi derivanti dalla stranissima divisione amministrativa del centro abitato in ben tre Comuni diversi. Dalla Val di Sole ci giunge una insolita segnalazione di una prestigiosa trasferta a Malé della Banda Sociale di Mori nel lonWDQRDJRVWRGHOO·DUWLFRORqÀUPDWRGD5RPLQD=DQRQ Poi due “quasi” inediti: un “passatempo” composto da ben 93 quartine in rima, probabilmente composto da un pressoché sconosciuto poeta di Pannone ed una lista, sempre in rima, di 180 soprannomi di famiglie di questa zona, in una versione che differisce leggermente da altre simili pubblicate anni addietro a nome di altri autori. Giovanni Berti, di Nago, torna ad occuparsi di un argomento già affrontato su questa stessa rivista nel 2005 da Bruno Gentili ed aggiunge nuovi importanti elementi su un drammatico IV episodio di guerra aerea avvenuto il 6 febbraio 1945 nel cielo di Rovereto. Lo storico Lorenzo Baratter sintetizza quel che successe a Mori il 21 settembre del 1947 in occasione di un affollatissimo comizio dell’ASAR in Piazza Cal di Ponte, mentre Edoardo ToPDVLFKLXGHTXHVWRQXPHURFRQXQDSDQRUDPLFDIRWRJUDÀFDGL locali pubblici un tempo molto frequentati ed oggi completamente trasformati o addirittura scomparsi. 'XQTXH´QRQWXWWRPDGLWXWWRµFRP·qRUPDLWUDGL]LRQHSHU il Campanò. Buona lettura e se avete degli argomenti da suggerire o notizie da precisare, siete pregati di rivolgervi ai recapiti della reda]LRQHVSHFLÀFDWLFRPHVHPSUHQHOOHSDJLQHSUHOLPLQDUL Il Presidente della Pro Loco Mori Val di Gresta Flavio Bianchi V EDITORIALE Questo numero de El Campanò de San Giuseppe arriva QHOOHFDVHGHLPRULDQLHQRQVRORFRQXQDVHULHGLQRYLWjFKHq opportuno porre all’attenzione dei lettori. Innanzitutto la firma del nuovo Direttore responsabile, Marco Guidotto, che mi succede e che certo saprà guidare al meglio la rivista. Lo ringrazio di aver accettato l’incarico, in un frangente che mi vede impossibilitato a continuare l’incarico che mi era stato affidato nel 2005 dall’allora presidente del Comitato Turistico Locale, Michele Moscatelli. 1HOIUDWWHPSRLO&RPLWDWRVLqHYROXWRLQ3UR/RFR0RUL9DO di Gresta, ed ha sapientemente raccolto l’eredità di conoscenze, energie e competenze maturate in molti anni di intensa e proficua attività. ,QTXHVWDIDVHGLFDPELDPHQWRDO&DPSDQzqVWDWDULFRQIHUPDWDODILGXFLDDQ]LVXULFKLHVWDGHOODUHGD]LRQHVWHVVDJOLqVWDWD dimostrata in più occasioni la volontà di un rilancio editoriale. A questo scopo, ma non solo, all’inizio del 2011 in seno alla Pro /RFRqVWDWDLVWLWXLWDOD&RPPLVVLRQHFXOWXUDFXLKDQQRDGHULWR un bel gruppo di moriani appassionati di storia e cultura locale, apportando energie ed idee nuove. Premesse queste condizioni, sono certo che tra le pagine di questo periodico saranno scritte ancora e per molti anni le storie di quella Mori che nessun altro altrimenti racconterebbe. Permettemi infine di ringraziare la vera anima della rivista, colui che - fortunatamente - rimane saldo al posto di coordinamento il Responsabile della biblioteca di Mori, Edoardo Tomasi. 1RQVRORELEOLRWHFDULRHJOLqSURIRQGRFRQRVFLWRUHGLTXHOODVWRULD FKHQRQqVRORVFULWWDVXLOLEULPDFKHSHUPHDDQFKHGDLUDFFRQWL VI confidati per strada, custode della memoria della nostra borgata. Vi posso assicurare che senza il suo prezioso contributo queste pagine non andrebbero in stampa. Concludo riprendendo uno stralcio di ciò che scrissi nel mio SULPRHGLWRULDOHQHOTXHVWRqVHPSUHVWDWRLOQRVWURRELHWtivo, e sono certo continuerà ad esserlo. ©1HJOLXOWLPLOXVWULVLqDIIHUPDWRFRQLQVLVWHQ]DLOGHVLGHULRGL riscoprire le origini. Sempre più autori hanno pubblicato libri e sempre più riviste sono nate con l’intento di fermare quello che il tempo altrimenti avrebbe lasciato irrimediabilmente scivolar via. [...] E mentre la penna, con un pizzico di malinconia, lascia il posto al computer, quest’ultimo può divenire un fedele alleato per imprimere, ed esprimere, pensieri e ricordi che altrimenti andrebbero perduti. È questo il fine ultimo di questa rivista, nata grazie all’impegno di molti che credono che non tutto debba essere perduto, che qualcosa di importante meriti di essere recuperato e ricordato. [...] Tra queste pagine trovano spazio testimonianze, immagini, ricordi della nostra borgata, celate tra i bauli delle soffitte, sugli scaffali delle memorie più intime, nelle menti di chi tra noi ha vissuto più a lungo, e per questo ha molto da raccontare alle generazioni più giovani.» Marco Torboli VII IN QUESTO NUMERO Statuto della Società “Pro Mori” riproduzione anastatica del testo pubblicato nel 1914 GDOODWLSRJUDÀD0DOIDWWLGL0RUL pag. 1 )DU´JDQ]qJDµLOVHQVRGHOODFDVDQHOOHFXOWXUHGHOPRQGR di Marta Villa pag. 7 Il mulino dei conti Castelbarco Renato Mattei e Bruno Bertolini pag. 17 Una trasferta davvero “luminosa”: importanti esibizioni della Banda sociale di Mori a Malé nel 1899 di Romina Zanon pag. 23 I soprannomi esistenti a Mori messi in rima da Ettore Bertolini (“sorno”) pag. 27 /DULXQLÀFD]LRQHGHOODIUD]LRQHGL/RSSLRHGHLFRPXQLGHOOD9DO di Gresta di Renato Mattei e Bruno Bertolini pag. 31 “Passatempo”: un canzoniere della Val di Gresta (tra)scritto? da Giovanni Terzi da Pannone pag. 41 6 febbraio 1945, un episodio di guerra aerea nel cielo di Rovereto a cura di Gianni Berti pag. 61 I “fatti di Mori” del 21 settembre 1947 di Lorenzo Baratter pag. 71 Ambienti scomparsi di Edoardo Tomasi pag. 83 1 2 3 4 5 FAR “GANZEGA”. IL SENSO DELLA CASA NELLE CULTURE DEL MONDO Marta Villa Il termine Ganzega, che viene utilizzato nel dialetto veneto e WUHQWLQRqDQFRUDGLLQFHUWDRULJLQHLQYHQH]LDQRSHUHVHPSLR viene tradotto con allegrezza, la gioia che viene manifestata al termine di un lavoro, soprattutto se impegnativo. Nel Polesine la Ganzega era una vera e propria festa improvvisata nelle aie delle cascine quando un lavoro faticoso e importante veniva concluso. Alcuni etimologi la fanno derivare dal verbo ODWLQRJDXGHUHWXWWDYLDQRQVLqDQFRUDWURYDWDXQDULVSRVWDGHÀnitiva. Siamo invece sicuri che in tutte queste tradizioni culturali locali, la Ganzega sia una grande festa molto partecipata. Nella zona della bassa padana veneta, intorno al Po, veniva organizzaWDLQGLYHUVLPRPHQWLGHOO·DQQRDJULFRORSHUODÀQHGHOODVSDQnocchiatura, della vendemmia, della raccolta delle barbabietole, della mietitura e trebbiatura in piena estate. Soprattutto nella cascine della provincia di Rovigo, ancora negli anni Cinquanta, si preparava una celebrazione festosa con il contributo di tutti: il padrone regalava salumi e vino e tutti i contadini portavano cibi SUHSDUDWL LQ FDVD FKH YHQLYDQR FRQGLYLVL /D WHRULD HWQRJUDÀFD YHGHLQTXHVWRHYHQWRFROOHWWLYRXQDVSHFLHGLVDFULÀFLRULGLVWULbutivo per la fatica svolta; la festa era sempre allietata da canti e EDOOLJUD]LHDOODSUHVHQ]DGLYLROLQLHÀVDUPRQLFKH Oltre a questo tipo di festa, e qui ci interessa maggiormente, la Ganzega vedeva la sua presenza anche in ambito edile. Nei territori del Nord-Est d’Italia veniva sempre celebrato il termine dei lavori di costruzione di una nuova casa, subito dopo la posatura e il completamento del tetto. In Friuli Venezia Giulia, in particolare nelle valli del Natisone, per la festa al termine della collocazione del tetto, venivano cu- 7 Tenda beduina nel deserto del Sahara. Esempio di abitazione di popolazioni nomadi. FLQDWLLVWUXFFKLOHVVLXQGROFHGDOODGLIÀFLOHOXQJDHGHODERUDWD preparazione che vedeva coinvolta tutta la famiglia e che veniva offerto in un largo piatto posto al centro a tutti quelli che avevano DLXWDWRGXUDQWHLOODYRURGLHGLÀFD]LRQH In Veneto la festa della Ganzega aveva anche il nome di VanzeJDR=RQ]HJDWHUPLQLFKHRUDVRQRDQGDWLTXDVLFRPSOHWDPHQWH SHUVLDQFKHQHOODSDUODWDGLDOHWWDOHPDVLJQLÀFDYDQRWXWWLLOPHdesimo evento: una grande cena a cui partecipavano tutti i muratori che avevano lavorato, dal capomastro ai manovali, insieme DO SDGURQH GHOO·HGLÀFLR , SLDWWL VHUYLWL HUDQR TXHOOL WUDGL]LRQDOL della cucina povera, accompagnati dall’immancabile polenta come companatico e dal vino. Esisteva un proverbio molto popolare che ricordava la sacra legge che vigeva nel cantiere: acqua ai muri e vino ai muratori! Questa festa era quasi un diritto per i lavoratori: 8 YHQLYDSLDQLÀFDWDDQFRUDSULPDGHOODFRVWUX]LRQHGHOODFDVDHQHO bilancio si provvedeva a prevedere una parte dei soldi per la sua organizzazione. Era una festa molto importante: entrava quasi in quella dimensione rituale scaramantica che da sempre ha visto la FDVDHODVXDHGLÀFD]LRQHFRPHXQPRPHQWRFUXFLDOH /·DELWDUH LQIDWWL ÀQ GDL WHPSL DQWLFKL SRUWDYD FRQ Vp GLYHUVH pratiche che possono essere ascritte nella dimensione della ritualità: anche per la Ganzega accadeva infatti che prima della festa si issasse sul tetto una frasca come bandiera che simboleggiava ODVLPLOLWXGLQHIUDODFRVWUX]LRQHDUWLÀFLDOHGHOODFDVDHODFUHVFLWD naturale dell’albero. Nei tempi più antichi i romani, per citare un esempio noto, inserivano delle monete tra i mattoni o tra le pietre dei muri come EXRQDXVSLFLRRLPPRODYDQRDQLPDOLLQVDFULÀFRHFRQLOORURVDQgue bagnavano la prima pietra delle fondamenta. 6LD OD SUDWLFD GL IDUH IHVWD DO WHUPLQH GHOO·HGLÀFD]LRQH VLD OD dedicazione a divinità o l’aspersione con il sangue, elemento viviÀFDQWHSHUHFFHOOHQ]DRODEHQHGL]LRQHSULPDGHOO·LQL]LRGHOODFRstruzione o i diversi elementi inseriti durante il procedere stanno D VLJQLÀFDUH FKH OD FDVD H OD VXD SURWH]LRQH q VLFXUDPHQWH XQ HOHPHQWRHVWUHPDPHQWHVLJQLÀFDWLYRSHUJOLHVVHULXPDQL Non solo la nostra cultura occidentale vede nell’abitazione un luogo FDULFR GL VLJQLÀFDWL PD LQ TXDVL WXWWH OH FXOWXUH GHO PRQGR O·DELWDUH porta con sé pratiche e interpretazioni tramandate per tradizione. Possiamo fare una breve rassegna nei cinque continenti per trovare riti e festeggiamenti simili al nostro far ganzega e modalità vicine di percepire lo spazio casalingo. La casa viene rappresentata come una emanazione del corSR GHOO·XRPR H YLHQH DQWURSRPRUÀ]]DWD VHFRQGR OD GHÀQL]LRQH di Cardona1´LOWHWWRqODWHVWDGHOODFDVDO·HQWUDWDQHqODERFFD gli elementi portanti verticali ne sono i piedi o le gambe” (CarGRQD S /D FDVD q OD SULPD PDQLIHVWD]LRQH HYLGHQWH 1 ´/·HVHPSLRSLVLJQLÀFDWLYRqRIIHUWRGDOO·DQWURSRPRUÀVPRGHOODFDVD$XQSULPROLYHOOR HOHPHQWDUHGLSDUWL]LRQHO·DELWD]LRQHSXzHVVHUHYLVWDFRPHXQFRUSRVHPSOLÀFDWRµ&DUdona, 1985, p. 48). 9 QHOOD HVSHULHQ]D VSD]LDOH XPDQD FKH SHUPHWWH GL GHÀQLUH XQ FRQÀQHWUDXQGHQWURSURWHWWLYRHPDWHUQRHGXQIXRULRVWLOH HSHULFRORVR/·DELWD]LRQHGXQTXHqIRQGDPHQWDOHSHUFKpSHUmette all’essere umano di creare un proprio spazio delimitato e VHSDUDWRFKHSHUPHWWDODQDVFLWDGLXQDGLVWLQ]LRQHWUDFLzFKHq LQWHUQRHFLzFKHQRQORq,OSDVVRVXFFHVVLYRQHOO·DQWURSRORJLD della percezione del paesaggio, sarà dato dal raggruppamento di tante case a formare il villaggio: in questo caso l’interno sarà GDWRGDLPXULGLFRQÀQHHO·HVWHUQRVHOYDJJLRHLQVLFXURGDOOD foresta. Subito di seguito abbiamo una connotazione morale deJOLVSD]LODFDVDRLOYLOODJJLRGHÀQLVFRQRFLzFKHqEXRQRSHUFKpqQRVWURHFLzFKHqPDOYDJLRLOIXRULGLQRLO·DOWURGDQRLLO diverso. Nelle case huave (Messico)2, l’interno dell’abitazione viene descritto come un ventre delimitato dalla fascia delle pareti ed ogni sezione della casa viene descritta come una parte del copro umano; anche per i Cuna (Panama)3O·LGHQWLÀFD]LRQHFROYHQWUH qVRWWROLQHDWDGDOODGHÀQL]LRQHGDWDDOODWUDYHSRUWDQWHFKLDPDWD satepir ossia bocca del ventre. Simili percezioni sono possedute anche da popoli nomadi del deserto, i quali posizionano le proprie tende (beduini della Giordania meridionale) secondo una predisposizione spaziale legata alla spazialità corporea. Sempre 2 L’etnia huave vive nell’istmo di Tehuantepec, nel sud-est dello stato di Oaxaca (MessiFRVXOODODFRVWDGHOJROIRGL7HKXDQWHSHFHVXOOD/DJXQD6XSHULRUH,OQRPHKXDYHqXQ HVRQLPRLPSRVWRGDJOL]DSRWHFKLHVLJQLÀFDJHQWHFKHLPSXWULGLVFHQHOO·DFTXDUDJLRQSHU FXLJOLLQGLJHQLKXDYHVLULÀXWDQRGLLPSLHJDUORSHUULIHULUVLDORURVWHVVL3UHIHULVFRQRFKLDPDUVLSLXWWRVWRPHURLNRRWVHVSUHVVLRQHFKHWUDGRWWDOHWWHUDOPHQWHVLJQLÀFD´LYHULQRLµ 3 I Cuna (noti anche come Kuna, Tule, Cuna-Cuna o Indiani di San Blas) sono un popolo di lingua chibcha di circa 20.000 unità che abitano nelle isole San Blas, al largo della costa orientale del Panamá, e nelle foreste colombiane dell’interno. Nelle comunità del continente LOPRGHOORWUDGL]LRQDOHGLLQVHGLDPHQWRqOXQJRLÀXPL/HDELWD]LRQLQRQVRQRUDJJUXSSDWH PDVHSDUDWH*HQHUDOPHQWHF·qXQEUHYHVHQWLHURWUDODFDVDHODULYD*OLLQVHGLDPHQWL sono circondati dalla giungla recisa in modo netto; i campi per l’agricoltura sono distanti dalle case. Nella società dei Cuna discendenza, eredità e successione avvengono in linea materna. Gli uomini detengono l’autorità, particolarmente nella sfera pubblica, ma sempre in virtù di uno status ottenuto per discendenza matrilineare. 10 Tipico paesaggio urbanizzato dalla popolazione Ladakhi in India. LSLODVWULRLSDOLYHQJRQRLGHQWLÀFDWLFRQOHJDPEHSRLFKpVRUreggono la costruzione e ne sono gli elminti più forti e maschili. $OSURSULRLQWHUQRODFDVDKDGHJOLVSD]LGHOLPLWDWLHEHQGHÀniti che vengono a loro volta indicati con nominazioni di genere. Presso i Barasana (Colombia – Brasile)4, ad esempio, la casa YLHQHGLYLVDLQGXHSDUWLTXHOODYLFLQDDOÀXPHRDQWHULRUHKD FRQQRWD]LRQLPDVFKLOLHTXHOODRSSRVWDDOÀXPHKDDWWULEXWLIHPminili. Lo stesso accade per gli arabi del Sudan dove l’entrata maschile immette nel ventre della casa femminile. La casa presso i Ladakhi (India)5, invece, segue un orientaPHQWRJHRJUDÀFROHSRUWHVLDSURQRWXWWHYHUVRHVWFKHVHFRQGR ODORURLQWHUSUHWD]LRQHqXQDGLUH]LRQHEHQHYRODHUDVVLFXUDQWH le pareti posteriori si trovano ad ovest, direzione invece malva4 I Barasana sono un gruppo etnico della Colombia e del Brasile con una popolazione stimata in circa 1.000 individui. 5 ,O/DGDNKqXQDGLYLVLRQHGHOORVWDWRIHGHUDWRLQGLDQRGL-DPPXH.DVKPLUGLFLUFD SRFRSLGLDELWDQWL,OVXRFDSROXRJRq/HKODGLYLVLRQHGHO/DGDNKFRPSUHQGH LGLVWUHWWLGL.DUJLOH/HK/DUHJLRQHGHO/DGDNKqUDFFKLXVDWUDOHFDWHQHPRQWXRVHGHO .DUDNRUXPHGHOO·+LPDOD\D/DSRSROD]LRQHqFRPSRVWDSHUSRFRSLGHOODPHWjGDEXGGLVWL ed il resto da musulmani sciiti, con una piccola minoranza di induisti. 11 gia e nefasta: i letti allora seguiranno simile orientamento con la testata ad est. I piedi, posti sempre ad ovest durante il sonno, si caricano di energia negativa e di sfortuna, proprio per questo motivo secondo la regola di comportamento dettata dalla cultura tradizionale di questo popolo non si devono mai puntare i piedi contro qualcuno e nemmeno indicare con i piedi le immagini sacre o il focolare domestico: in cucina i Ladakhi siedono sempre a gambe incrociate. La casa anche nella tradizione della Cabila (Algeria), studiaWDGD3LHUUH%RXUGLHXqXQOXRJRPROWRLPSRUWDQWHHGHQVRGL senso: il suo interno infatti ha la forma rettangolare divisa da un PXURDYLVWDSHULVXRLGXHWHU]L/DSDUWHSLODUJDqULVHUYDta agli uomini, l’altra agli animali. Ogni parete ha un suo nome peculiare: abbiamo quindi il muro del telaio, il muro dell’alWRLOSULQFLSDOHLOPXURGHOODSRUWDqGHWWRPXURGHOVRQQRR dell’oscurità o della fanciulla o della tomba. Le quattro mura si suddividono ulteriormente in coppie di opposti, quella della luce e delle tenebre e quella dell’alto e del basso. All’interno la casa qSRLGLYLVDLQSDUWHEDVVDXPLGDHRVFXUDGRYHYHQJRQRULSRVWH tutte quelle cose che sono relative alla crudezza, all’essere ancora verdi o acerbe, all’animalità e alla naturalità e un parta alta, nobile e luminosa, riservata ai maschi e agli ospiti6. Se ci spostiamo in Camerun troviamo invece che l’appellativo di casa, ma questo accade anche in moltissime altre culture GHO PRQGR YLHQH GDWR DG XQ HGLÀFLR PROWR JUDQGH H VSD]LRVR che accoglie il potere e gli uomini che lo esercitano, divenendo un luogo chiave dell’identità collettiva. A Bandjoun, una chef- 6 “Tali relazioni di opposizione si esprimono attraverso tutto un insieme di indizi convergenti che le fondano ricevendo al contempo da esse il proprio senso. È davanti al telaio che si IDVHGHUHO·LQYLWDWRFKHVLYXROHRQRUDUHTDEHOYHUERFKHVLJQLÀFDDQFKHVWDUHGLIURQWHH VWDUHGLIURQWHDOO·HVW4XDQGRVLqVWDWLDFFROWLPDOHVLXVDGLUH©0LKDIDWWRVHGHUHGDYDQWL DOVXRPXURGHOO·RVFXULWjFRPHLQXQDWRPEDª,OPXURGHOO·RVFXULWjqDQFKHFKLDPDWRPXUR GHOPDODWRHO·HVSUHVVLRQHVWDUHSUHVVRLOPXURVLJQLÀFDHVVHUHPDODWRHSHUHVWHQVLRQHLQ ozio: vi si pone infatti il giaciglio del malato soprattutto in inverno” (Bourdieu, 2003, p. 55). 12 ferie7 bamileke, la casa della felicità o casa del popolo (nemo) q XQD FRVWUX]LRQH PROWR VHPSOLFH PD PROWR VLJQLÀFDWLYD SHUcepita anche in questo caso come il vero ventre della comunità e luogo dove si svolgono le riunioni del “consiglio dei nove”, organo politico e religioso che aiuta il fo (re) a governare. “Quel FKHRFFRUUHVRWWROLQHDUHqFKHLOUXRORGHOnemoQRQqOLPLWDWRD rappresentare questa unione: esso contribuisce effettivamente a realizzarla attraverso lo sforzo collettivo e il lavoro richiesti SHUODVXDHGLÀFD]LRQH,QTXHVWRPRGRLOnemo diventa una casa costruita dal popolo e per il popolo: nessuno deve essere escluso e da ciascuno ci si aspetta che vi prenda parte, lavorandovi in prima persona o attraverso offerte in natura e in denaro” (Bargna, 2007, p. 106). In particolare sono da notare i pali della casa, istoriati e scolpiti dagli artisti più importanti del luogo, che delimitano una specie di porticato. Fino a pochi anni fa questi pali rappresentavano gli antenati, manifestazione evidente per coniugare il potere regnante con il passato e la tradizione; nel 2001 DOFXQLGLTXHVWLYHQQHURVRVWLWXLWLFRQUDIÀJXUD]LRQLPRGHUQHGL famosi personaggi politici, religiosi e dello spettacolo. Rimanendo in Africa, ricordiamo che gli Ombiasi in Madagascar realizzano degli amuleti chiamati “Ody”. Questi sono composti da vari tipi di materiali come corna di zebù, piante, perle, SH]]LGLOHJQRHVRQRLPSLHJDWLSHUDXPHQWDUHODIRU]DÀVLFDH mentale del possessore ad esempio in relazione ad attività importanti quali la costruzione della casa o l’incontro con spiriti malvagi incarnati in persone malintenzionate. Come abbiamo visto in questo breve viaggio tra le culture del PRQGRODFDVDUDSSUHVHQWDLQ,WDOLDHDOWURYHXQOXRJRÀVLFRH 7 /DFKHIIHULHqXQWHUULWRULRJRYHUQDWRGDXQFDSRWUDGL]LRQDOH4XHVWLRFFXSDDQFRUDXQ UXRORLPSRUWDQWHQHOODYLWDGHOOHHWQLH(JOLqFRQWHPSRUDQHDPHQWHJDUDQWHGHOO·DXWRULWj consuetudinaria, religiosa e spirituale. Si trovano, ancora oggi, in Camerun un certo numero di territori posti sotto l’autorità di capi tradizionali, situati soprattutto nella regione occidentale, intorno a Bamenda e Foumban. Tra i più interessanti, occorre ricordare quelli di Bandjoun, Bangwa e Bafut. I villaggi tradizionali si trovano a nord del paese, nella regione dei monti Mandara. 13 Cameroun. Chefferie bamileke di Bandjoun. Nemo (Casa della felicità o Casa del popolo). simbolico importante nella vita quotidiana e per questo viene rivestita di ritualità legate alla sua protezione, alla buona riuVFLWDGHOO·LPSUHVDHGLÀFDWRULDHDOVXRPDQWHQLPHQWR7DOLIHVWH tradizionali sono nella società occidentale andate perse a causa dell’urbanizzazione progressiva e della scomparsa del mondo rurale e contadino. Rimangono comunque nella memoria culWXUDOH FRPH WUDWWR GLVWLQWLYR GL XQD LGHQWLWj VSHFLÀFD O·HYHQWR IHVWLYRDFFRPXQDOHFXOWXUHPDODSUDWLFDHODULWXDOLWjVSHFLÀFD vedono delle differenze in ogni gruppo e vanno a costruire un mosaico interessante e poliedrico da proteggere e tutelare. 14 1RWD%LEOLRJUDÀFD Bargna, I., Arte africana-DND%RRN Bargna, I., Giovani lupi dalle lunghe zanne in M. C. Ciminelli (a cura di), Immagini in opera, Liguori Editore Napoli 2007. Bourdieu, P., Per una teoria della pratica, Cortina Editore Milano 2003. Cardona, G. R., I sei lati del mondo, Editori Laterza Bari 1985. Cocchiara, G., Storia del folklore in Europa, Bollati Boringhieri Torino 1971. Cocchiara, G., Storia del folklore in Italia, Sellerio Editore Palermo 1981. Crepaldi, C., Ganzega, Minelliana Editore Rovigo 2003. +XJK²-RQHV&'DOÀXPHGLODWWH, Franco Angeli Milano 1983. Marconi, P., La città come forma simbolica, Bulloni Roma 1973. 15 16 IL MULINO DEI CONTI CASTELBARCO Renato Mattei e Bruno Bertolini Da quando l’uomo per procurarsi di che nutrirsi iniziò a coltivare anche la terra i cereali divennero una delle più preziose IRQWLGLVRVWHQWDPHQWR8QXOWHULRUHVDOWRGLTXDOLWjVLYHULÀFz nel momento in cui egli imparò a frantumare i chicchi per farne della farina da usare nella confezione dei cibi cotti. Nel corso GHLYDULVHFROLTXHVWHWHFQLFKHVLSHUIH]LRQDURQRÀQRDGDUULYDUH alla costruzione dei mulini i quali sorsero numerosi lungo i corsi d’acqua sfruttando la forza motrice della stessa allo scopo di far funzionare i vari congegni adatti alla macinazione delle grana- Sullo sfondo l’attuale casa Benoni a Valle S. Felice, un tempo sede del mulino Castelbarco. In primo piano l’agenda con le annotazioni stilate tra il 1815 ed il 1878 dagli amministratori del mulino. 17 glie. Queste rivoluzionarie strutture diedero un forte impulso al consumo della farina tanto da collocarle ai primi posti dell’attività economica del tempo. L’alto reddito da esse ricavato stuzzicò le capacità imprenditoriali delle famiglie abbienti che ne divennero proprietarie esclusive. Anche la Nobile famiglia dei Castelbarco non sfuggì a questa scelta e lungo il rio Cameras ed il rio Gresta, che attraversavano la loro proprietà, collocarono diverse di queste attività. Recentemente, per merito di Bruno Bertolini appassionato di ULFHUFKHVWRULFKHVLqYHQXWLLQSRVVHVVRGLXQDJHQGDQHOODTXDOHVRQRULSRUWDWLJOLLQWURLWLSHUO·DIÀWWRGHOPXOLQRGL9DOOH6DQ )HOLFH,QHVVDVRQRUHJLVWUDWLSXUHO·DIÀWWRGLWHUUHQLGLFDQWLQH e le entrate per la fornitura di foglia di gelso ed altro e comprende il periodo che va dal 3 gennaio 1815 al 22 giugno 1878. Il mulino in oggetto di proprietà dei conti di Castelbarco era ubicato nella casa, ora di proprietà Benoni, sulla cui facciata spicca tuttora lo stemma con il leone rampante della nobile famiglia. A quel tempo i Castelbarco dimoravano a Milano e tornavano nella loro proprietà a Loppio solo durante il periodo di caccia ÀQRDOO·QRYHPEUHGDWDGHOODFKLXVXUDGHOO·DQQRDJUDULRHGHL relativi conti colonici. Il fatto di non risiedere nella loro proprietà locale, per tutelare i propri interessi, li obbligava a nominare un’amministratore cosa questa rilevata dalla lettura delle varie pagine dell’agenda. Le annotazioni iniziano dal gennaio 1815 ma VRORFRQLOJHQQDLRWURYLDPRODSULPDÀUPDLQFDOFHDOOD UHJLVWUD]LRQHGHJOLLQWURLWLHGqTXHOODGL)UDQFHVFR%HQRQLFKH ODPDQWLHQHÀQRDOIHEEUDLR$OXLVXEHQWUDSRL)LOLSSR $ORWWLÀQRDOPDJJLRLOTXDOHDYROWHVLÀUPDFRPH$JHQWH &DVWHOEDUFR 1HO VL WURYD OD GRSSLD ÀUPD GHOO·$ORWWL H GL*LXVHSSH*LRYDQQLQLTXHVW·XOWLPRVLÀUPDGDVRORSXUHLO IHEEUDLRHLOVHWWHPEUHSHUÀQLUHFRQLOGLFHPEUH 1858 la cui annotazione sancisce l’ uscita di scena dei Castelbarco e la proprietà del mulino passa alla Lega di Arco. Per tutto 18 TXHVWRSHULRGRO·DIÀWWXDULRq$QWRQLR*REELFKHVLSUHVXPHQRQ DYHVVHÀJOLSHUFKpLQWDOXQLDQQLQHOGLVEULJRGHLSURSULREEOLghi, veniva sostituito dal nipote Cristoforo il quale troviamo come responsabile unico pure nel 1864 quando si concretizza il cambio di proprietà. Per soddisfare la curiosità dei lettori traVFULYLDPR DOFXQL GHL GDWL SL VLJQLÀFDWLYL VHJQDWL QHOO· DJHQGD ,QGDWDJHQQDLRO·LPSRUWRGHOO·DIÀWWRDQQXRGHOPXOLQRq VWDELOLWRLQ´DEXVLYLÀRULQLµ ,QDJJLXQWDDTXHVWDVRPPDFLVRQRXOWHULRULÀRULQLGL´UHgalìe”, usanza questa che a quel tempo era molto di moda e poteva venir soddisfatta in denaro liquido o con derrate alimentari quali capretti, capponi, uova, dolciumi, questi ultimi da consegnare in determinate ricorrenze ed a volte addirittura cotte e pronte per il consumo. Sbirciando tra le varie pagine notiamo altre novità; il 20 gennaio 1846 per la prima volta, il nipote Cristoforo “Paga a nome dello zio Antonio per conto del suo debito DEXVLYL ÀRULQL GLFR ÀRULQL QRYDQWD RWWR H WURQL TXDUDQWD otto”. Il 10 aprile del 1833 per la fornitura di 50 “moreri” (gelsi) VLWURYDO·DGGHELWRGLÀRULQLQHOHVLQRWDLOSDJDPHQWRGLXQD´VRPDGLJLDORµSDULDÀRULQLHSHUJLRUQDWHGL ODYRURÀRULQL Nel luglio del 1846 dodici sacchi di foglia di gelso usata per ´DOOHYDUHLEDFKLGDVHWDµqDGGHELWDWDÀRULQL8QDVSHVD GLÀRULQLqVHJQDWDQHOOXJOLRGHOHULJXDUGDO·DPPRdernamento fatto allo stabile del mulino, vista la piccola somma pensiamo sia stato un lavoro di poco conto. Altri incassi li troviamo in varie pagine e riguardano i campi LQORFDOLWj*UHVSqUSHUO·LPSRUWRDQQXRGLÀRULQLHODFDQWLQD DIÀWWDWDDÀRULQL&LVRQRLQROWUHUHFXSHURFUHGLWLSHUVDFchi di foglia di gelso nel 1856 e di altri 47 sacchi dell’anno 1847 FRQO·LQFDVVRWRWDOHGLÀRULQL 7XWWLLSDJDPHQWLDYYHQLYDQRTXDVLVHPSUHLQDEXVLYLÀRULQL DXVWULDFLPDQHO··YHQJRQRXVDWLLÀRULQLLQEDQFRQRWH YLHQQHVLGHLTXDOLYDOHYDQRFRPHÀRULQLDEXVLYL 19 Nel concludere questa breve esposizione di dati trascriviamo l’ultima registrazione riguardante la gestione Castelbarco “Loppio 30 ottobre 1858 Gobbi Cristoforo mugnaio di Valle ha SDJDWRLQFRQWRÀWWLGRYXWLDTXHVWDDPPLQLVWUD]LRQHLQRURDEXVLYLÀRULQLGLFRÀRULQLQRYDQWD´*LXVµ*LRYDQQLQL 'RSR TXHVWD GDWD ÀQR DO QRQ VL WURYDQR DOWUL FRQWHJJL e dalla prima annotazione si evidenzia l’esistenza di un contenzioso giudiziario presso la pretura di Mori ed il passaggio di proprietà del mulino alla Lega di Arco. Per favorirne la lettura si trascrive la pagina riportante questi fatti “Cristoforo Gobbi alla /HJDGL$UFRSDJzRJJLGuÀRULQLGLHFLHIIHWWLYLSH]]LG·RURGD YHQWLIUDQFKLDÀRULQLµDXVWUO·XQRFKHSRUWRLQDFFUHGLto ed acconto dell’importo cessomi dal concorso dei creditori di Domenico Comandela di Ciedris pretura di Mori in dipenden]DGLVXEEDIÀWWDQ]DGHOPLRPXOLQRHGRUWLDOOD6HJDSURDQQR 186tre /64 quatro” A. Luterotti. La contabilità tenuta dal Luterotti prosegue puntualmente anno dopo anno per concludersi il 22 giugno 1878. Durante queVWLDQQLWXWWRLOGRYXWRqSDJDWRVHPSUHLQSH]]LG·RUR Da quanto sopra esposto si può desumere lo scrupolo con cui veniva tenuta la registrazione riuscendo nel contempo a condensare 63 anni di contabilità in un’unica piccola agenda. Pensiamo in tempi recenti quanta carta sarebbe andata sprecata. 20 30 ottobre 1858: ultima annotazione riguardante la proprietà Castelbarco , firmata dall’amministratore Giuseppe Giovannini 21 In data 29 maggio 1864 la proprietà del mulino passa dai conti Castelbarco alla Lega di Arco 22 UNA TRASFERTA DAVVERO “LUMINOSA”: IMPORTANTI ESIBIZIONI DELLA BANDA SOCIALE DI MORI A MALE’ NEL 1899 Romina Zanon Come si può evincere dall’Archivio comunale di Malè e dai quotidiani dell’epoca, la Banda Sociale di Mori venne chiamata a suonare a Malè, in Val di Sole, il 19 e 20 agosto 1899, in occasione di due eventi pregnanti per la storia di quel paese: l’inaugurazione della luce elettrica, installata, in pochi mesi, dalla Ditta Belloni & Gadda di Milano sotto la guida dell’ingegner Rinaldo Negri, e il XXVII Congresso estivo della SAT, allora presieduta da Silvio Dorigoni, il quale inviò una lettera, datata 27 agosto DOSRGHVWjGL*LR%DWWD6OXFFDSHUHVSULPHUHLQÀQLWDJUDtitudine alla “gentile e patriottica Malè”. In un articolo dell’Alto Adige del 21-22 agosto 1899 si legge: 0DOq DJRVWR ² 8Q JDLR WULSXGLR DQLPD OH YLH ÀQ GDO mattino, e la folla cresce di mano in mano che si avvicinano le ore vespertine, folla curiosa e folla affaccendata negli ultimi preparativi di festa, un via vai multicolore che serSHJJLDDYDQ]DUHWURFHGHRQGDYLYHQWHGLÀXPDQDDJLWDWD /D FLYLFD EDQGD GL 0RUL JLXQWD ÀQ GDOOH SULPH RUH GHO mattino, numerosa ed appariscente nella bella divisa, percorse le vie accompagnata dai nostri pompieri, splendidi 23 anch’essi nella bella uniforme, quando verso le 4 era indetWDODFHULPRQLDGHOODEHQHGL]LRQHDOO·RIÀFLQDHOHWWULFDFKH mollemente adagiata sulla sponda del Rabbies, attendeva TXHVWRPRPHQWRGHOO·LQDXJXUD]LRQHRIÀFLDOHSHUVDHWWDUHOD splendida luce nelle vie della borgata. (…) Intanto si fa sera, e le vie sono splendide di luce bianca, diafana, intensa, che illumina come raggi di sole. Quattro grandi globi ad arco, di forza straordinaria, proiettano bagliori sorprendenti sopra un’onda di popolo, che fa ressa intorno alla banda, di cui gode con compiacente entusiasmo le svariate melodie. (…) Malè, 20 agosto. – Una bellissima giornata canicolare, ma ULQIUHVFDWD GDOOD ÀQH EUH]]D PRQWDQLQD FKH PDL QRQ FL manca, è preludio alla festa dei nostri alpinisti tridentini. (…) Buonumore, discorsi, brindisi, musica con inni ispirati al VHQWLPHQWRQD]LRQDOHXQDJHQWLOHÀJOLROHWWDFKHUHFLWzXQD poesia d’occasione, tutto quel che poteva concorrere a rendere il trattenimento geniale concorse col massimo successo e la massima generale soddisfazione. (…) È giunta la sera, una comitiva di alpinisti sono partiti per trovarsi all’alba della dimane pronti al luogo di partenza per le escursioni ai ghiacciai; molti sono rimasti e la banda e la splendida luce elettrica attirarono una folla straordinaria nelle vie e nelle piazze. (…) 'LIÀFLOHVWDELOLUHLOPRWLYRFKHKDVSLQWRLPDOHWDQLDGLQYLWDUH il corpo bandistico di Mori e, viceversa, il gruppo strumentale DGDFFHWWDUHGLUHFDUVLQHOFDSROXRJRVRODQGURDOO·HSRFDGLIÀFLOmente raggiungibile per l’assenza di un trasporto su rotaia. L’unica supposizione che si può avanzare sta nel fatto che Alessandro Buffato, l’allora primo ispettore del Corpo dei Vigili GHO )XRFR GL 0DOq H SHUVRQD PROWR DWWLYD QHOOD YLWD FXOWXUDOH della borgata, prima di trasferirsi in Val di Sole, era titolare di 24 XQDULQRPDWDERWWHJDGLRUDIRD5RYHUHWRHTXLQGLqSUREDELOH FKHVLDVWDWDVXDO·LGHDGLLQYLWDUHODEDQGDLQTXHVWLRQHDOÀQH di mantenere vivi i rapporti con la città in cui aveva vissuto per molti anni. 2VVHUYDQGRO·LPPDJLQHDOOHJDWDUDIÀJXUDQWHODFHULPRQLDGL inaugurazione dell’illuminazione pubblica del 19 agosto, si può supporre che la banda di Mori, come suggerisce l’uniforme bianca con cintura nera tipica dei pompieri, si esibì in osmosi con il Corpo dei Vigili del Fuoco dello stesso paese, cosa abbastanza diffusa per i corpi musicali dell’epoca. Ho parlato di presumibile in quanto, in lontananza, sembra di scorgere degli alti “chepì” (cappelli) piumati bianchi che, in quegli anni, costituivano una parte della tipica divisa della banda di Mori. L’ipotesi appena espressa sembra, comunque, la meno probabile, sia perché i documenti consultati riportano notizie ri- 25 guardanti l’esibizione di un solo gruppo bandistico, sia perché nell’articolo sopra citato la banda viene descritta come “numeURVDHGDSSDULVFHQWHQHOODEHOODGLYLVDµFLRqFRQXQDGLYLVDFKLDra che spicca tra gli abiti scuri dei partecipanti), ed “accompagnata dai nostri pompieri” che infatti si possono scorgere nella ORURYHVWHXIÀFLDOHDOÀDQFRGHLVXRQDWRUL ,QTXDOVLDVLPRGRVLDQRDQGDWHOHFRVHqFHUWRFKHLOJUXSSR strumentale di Mori, i cui “concenti dell’inno a Trento e dell’inno a Trieste si alternavano in quei giorni con frequenza”, contribuì a far annoverare tra i fasti del capoluogo solandro le due importanti celebrazioni dell’agosto 1899. 26 I SOPRANNOMI ESISTENTI A MORI MESSI IN RIMA da Ettore Bertolini (“sorno”) Nelle piccole comunità un tempo erano frequenti i casi di omonimia e per distinguere le persone che magari oltre al medesimo nome e cognome erano pure parenti tra loro o nate lo stesso anno, si ricorreva a dei soprannomi. Molti di questi curiosi soprannomi sono tuttora utilizzati a Mori e sembrano resistere al tempo che passa. La versione che qui pubblichiamo - trascritta dalla fotocopia di un manoscritto anonimo portato chissà quando in Biblioteca - potrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere stata composta da Ettore Bertolini (classe 1909) ed è leggermente diversa da quella attribuita a Bruno Cattoi riportata dal prof. Dal Ri QHO VXR OLEUR ´0RUL QRWH VWRULFKH GDOOH RULJLQL DOOD ÀQH GHOOD Ia guerra mondiale”. Va inoltre confrontata e completata con l’elenco di soprannomi raccolti da Romana Chizzola, Giuseppe Marocchi e Guido Boninsegna pubblicato nel 1973 sulla rivista “I Quattro Vicariati e le zone limitrofe”. Sarebbe interessante sapere se i Canaregi avevano radici in quel di Venezia e da dove derivino i “colombina” piuttosto che i “rambot”, o perché i “zipega” siano stati sostituiti dai “caraco”, ma è compito arduo. I termini in rosso differiscono leggermente o sono aggiunti rispetto alle due versioni sopra citate. (NdR) 27 Dormi grazia paoletta onti stralio e moletta. sperandio raza gradela canarola zene e picena. zento pele naneti droati pastori giovi e giovati. lenzima besagni castioni gioghi giogheti e gioghoni. sàro andrigheti raneri spocheri struca e raveri. canali marini ÀRUHOR pignatela ciencio e castelo. miro magi stefenel ÀIDOXVHQWHEDWLVWHO canaregi sorni poina talpineri neni e tontina. bozol caregheta fereri brago braghini e scarperi. mòz toti menega poldo brincoi e sbrega. poci bibi EHUHWWD carleti tanzio nepi e tarpeti. zanco neti casoni grigoi piana e minconi. FDUDFR macia canevela michelmoro pele e nanela. tibele pòlo angelim bortolot nemol e zalim. 28 bavera barberi barberei lampo ERUJKHVL e romanei. rosso cicca manenti seco dedo e marocheti JKHVWRQLDEDQLEDJKHWWLVDFKHW HPDURFKHW magri foietta gerla cheo giazera e zerla. zorz boschi caramela OX]LDÀFLRHSLJQDWHOD nadài nadalini popil migola migolet e strasi. bazani bazanoni catina michelot michelazi e colombina. fredigandi mòri cagrandi marogna delana e galanti. sbetega còa bressanel adami manara e maibel. mesura cioc angelom ciòro pivot e fasolom. zamaria mondo dotrina pipaldo monco e destriga. EUXJRLVWUDOLRSLFLHQDHWDFR pister ziac polentini matana picoi caldani e postini. tachi vizenzi ghiel dusi simoni e vedel. 29 borti scafeta ramboti veza maleco e gianoti. mòre strusi catarini zarantoni maza e badili. corvato ragnoti mosconi galina galinoni e zorzoni. merlo uselim paserot lumazi quaia e quaiot. ÀQH [probabile compilatore: Bertolini Ettore (nato il 12/06/1909)] 30 LA RIUNIFICAZIONE DELLA FRAZIONE DI LOPPIO E DEI COMUNI DELLA VALLE DI GRESTA. Renato Mattei e Bruno Bertolini Attualmente viviamo in un epoca in cui i costi per amministrare le nostre comunità diventano sempre più gravosi. I piccoli comuni composti per lo più da poche centinaia di persone, GDWHOHSURSULHVFDUVHHQWUDWHWULEXWDULHVLWURYDQRLQGLIÀFROWj sempre maggiori nel garantire i servizi di cui la popolazione ha bisogno. Per rendere sostenibile alle sempre più dissanguate casse comunali, il far fronte agli obblighi costituzionali l’unica YLDGDSHUFRUUHUHqLOFRQVRU]LRRO·XQLÀFD]LRQHIUDOHYDULHFRmunità. Nell’intento di raggiungere questo obiettivo taluni paesi chiedono con sempre maggior insistenza di poter aggregarsi ad altri comuni o addirittura ad altre provincie. Di recente SRVVLDPRFLWDUHDGHVHPSLRLOFDVRSRVLWLYRGLULXQLÀFD]LRQHGHL sei comuni della Valle di Ledro. Se invece torniamo a ritroso nel tempo antecedente la prima guerra mondiale la nostra zona presentava una situazione in contrasto con questa logica. La Val di Gresta divisa in tanti comuni quanti erano i paesi della valle VWHVVD FLRq IDFHYDQR FRPXQL D Vq 9DOOH 0DQ]DQR 1RPHVLQR Pannone, Varano, Chienis e Ronzo. È pur vero che a quel tempo le piccole amministrazioni comunali dovevano sostenere poche spese perché erano rappresentate dal solo Capocomune però LQFRQVLGHUD]LRQHGHOOHORURHVLJXHGLVSRQLELOLWjÀQDQ]LDULHDOOH genti amministrate erano assicurati molto meno servizi di adesso. La frazione di Loppio se pur interamente di proprietà dei Conti di Castelbarco, ad esclusione dei masi di Maraschino e Palù vedeva il proprio territorio appartenere nientemeno a tre 31 Mappa della divisione catastale di Loppio e della Val di Gresta fino al 30 dicembre 1923 (elaborazione grafica di Bruno Bertolini) comuni differenti, quali Valle, Brentonico e Mori. Era parte del comune di Valle il territorio a nord dell’attuale strada provinciale con la Cà Rossa , il Maso Piantino , il palazzo dei conti Castelbarco con le sue pertinenze, la Contràà , la Chiesa, la casetta dei SHVFDWRULGHWWDDQFKH&DIIq+DXVHGLOODJRVWHVVR,OWHUULWRULRD VXGGHOORVWUDGRQHSDUWHQGRGDOFRQÀQHFROFRPXQHGL1DJRÀQR DOODVWUDGDGHOO·$VVODTXDOHFRQÀQDFRQO·H[IUDQWRLRGHOODGLWWD Mecca, comprendente la casa al lago detta dei Dusi, le tre case dei Cetterini nei pressi di Castel Verde ora diroccate a causa della prima guerra mondiale, la grande casa di fronte alla chiesa chiamata la Fabbrica, la casa del Casòm che sorgeva nei pressi del canile “Paradise” di proprietà Tranquillini, anch’essa scomparsa durante gli eventi bellici 1914-’18 , apparteneva al comune di Brentonico. La parte ad est della frazione partendo dalla strada dell’Ass andando verso Mori con il maso Maraschino, le Casine, i mulini del Còa e del Donis (tutti due non più esistenti), ed il maso Palù era incorporata nel comune di Mori. Le due ultime porzioni di territorio della frazione trovandosi nei comuni di Mori e Brentonico facevano pure parte integrante dei Quattro Vicariati. Possiamo immaginare quale disagio creava agli abitanti della IUD]LRQH TXHVWD VLQJRODUH IUDQWXPD]LRQH DQDJUDÀFD H FDWDVWDle. Basti pensare all’applicazione della legge e delle tasse, alla tutela della salute, all’intervento della levatrice nel momento del parto, visto che allora tutti nascevano all’interno della propria abitazione, al disbrigo delle pratiche burocratiche le quali spesso vedevano sovrapporsi interessi di più amministrazioni comunali. Uno dei problemi era creato dai ricorrenti passaggi delle truppe che logicamente a quei tempi si spostavano a piedi e vedeva la gente abitante lungo il percorso da esse seguito REEOLJDWD D IRUQLUHORUR ÀHQRSHU JOLDQLPDOL YHWWRYDJOLHSHU L soldati ed a volte il posto per il riposo notturno. Di quest’ultiPRDYYHQLPHQWRODSRSROD]LRQHHUDDYYLVDWDSHUWHPSRDIÀQFKp potesse organizzarsi ma la particolare situazione della frazione 33 di Loppio a volte creava dei contrattempi tanto da trovarsi così impreparati fomentando incomprensioni ed attriti fra i residenti e i militari stessi. La Chiesa stessa, se pur di proprietà dei Conti di Castelbarco, trovandosi a nord dello stradone era soggetta alla parrocchia di Valle e questa situazione creava lungaggini burocratiche che a volte rasentavano l’assurdo. Chi aveva la residenza negli altri due comuni abitando anche di fronte alla Chiesa dell’altra parte della strada volendo celebrare nella stessa matrimoni battesimi ed altri riti religiosi , si vedeva costretto a chiedere le necessarie autorizzazioni alla parrocchia di Valle pena la nullità degli atti compiuti. $GGLULWWXUDSXUHLGHIXQWLHUDQRVHSROWLÀQRDOLQFLPLteri diversi, a Valle quelli residenti in quel comune ed a Mori tutti gli altri. Il tutto era aggravato dalla distanza da percorrere SHUDUULYDUHDJOLXIÀFLFRPXQDOLLQSDUWLFRODUHTXHOOLGL9DOOHH GL %UHQWRQLFR GLIÀFROWRVL GD UDJJLXQJHUVL FRO PDOWHPSR H QHL rigidi mesi invernali. Tutto questo disagio fece maturare nella gente la consapevolezza che solo con l’aggregazione ad un solo comune, che per comodità e vicinanza venne individuato in quello di Mori, si poteva arrivare a superare questa gravosa burocrazia. Riunita in un assemblea la popolazione locale si decise di redigere una supplica in cui erano evidenziati i gravi disagi derivanti da questa a dir poco anomala situazione e nel contempo veniva chiesto alle autorità competenti di mettere in essere i provvedimenti necessari per risolverla. Vennero votate le persone che in rappresentanza dei residenWLGRYHYDQRÀUPDUHLOGRFXPHQWRHVVHULVXOWDURQRHVVHUH'RQ Giacomo Riolfatti facente funzione di curatore d’anime, il signor Ettore Pavoni amministratore dei Conti di Castelbarco, il che fa pensare che anch’essi fossero d’accordo, il signor Clemente Dalpiaz al tempo gestore del bar e del negozio di alimentari e JHQHULPLVWLHGLQÀQHLOVLJQRU9DOHQWLQR&LDJKLULWHQXWRLOSL rappresentativo fra i mezzadri della contea. 34 Il documento venne inviato, il 27 dicembre 1913, all’onorevole Dieta Provinciale di Innsbruck, non si ha notizia se ad esso venne data risposta. Forse lo scoppio della prima guerra mondiale avvenuto da li a pochi mesi fu la causa della caduta nel dimenticatoio della questione sollevata nella supplica. $ ÀQH FRQÁLWWR DQFKH SUHVVR OD SRSROD]LRQH GL /RSSLR FKH nel contempo aveva cambiato nazionalità passando dall’Austria all’Italia e alle prese con i gravi impegni per la ricostruzione GHLGDQQLFDXVDWLGDOFRQÁLWWR·LOSUREOHPDULXQLÀFD]LRQH passò in secondo piano. Tutto si risolse cinque anni dopo con il Regio Decreto del 30 dicembre 1923 N. 3251 che stabiliva “L’aggregazione al comune di Mori del comune di Valle San Felice e della parte della frazione di Loppio appartenente al comune di Brentonico.” Con questo atto la popolazione locale vedeva concludersi positivamente una questione iniziata esattamente dieci anni prima. Con Regio Decreto del 30 dicembre 1923 N. 3252 venivano soppressi tutti i comuni della Valle di Gresta e costituito il comune unico di Pannone con le frazioni di Manzano, Nomesino, Varano, Chienis e Ronzo. La Chiesa di Loppio rimaneva ancora subordinata alla parrocchia di Valle San Felice e solo dopo ulteriori venti anni, nei primi anni ’40, passava sotto la giurisdizione della parrocchia di Mori. Di recente grazie alla gentile disponibilità del Sign. Fabio %HUWROXVVLGHOOD%LEOLRWHFD&LYLFD*7DUWDURWWLGL5RYHUHWRVLq potuto visionare la supplica inviata alla Dieta di Innsbruck nel lontano dicembre 1913. Il documento dono del Sign. Valeriano Malfatti si trova depositato presso l’archivio storico della biblioWHFDVWHVVDFRQODVHJQDWXUD%&50V$IÀQFKpVHQH possa prendere visione ne trascriviamo integralmente il testo. 35 Oggetto: popolazione di Loppio, supplica distacco dai comuni di Brentonico e Valle e aggregazione a Mori. I sottoscritti per sé e quali mandatari di tutta la Popolazione di Loppio, inoltrano a cod. On. Dieta provinciale il presente ricorso col quale si permettono di insistere nel sostenere le ragioni di vero e reale interesse pubblico pelle quali s’impone la necessità di staccare Loppio dai comuni politici di Valle e di Brentonico per aggregarlo a Mori. Per provare come Loppio attualmente non può nell’appartenenza suddivisa fra i tre comuni di Brentonico, Valle e Mori, conseguire l’ordinamento delle attribuzioni proprie e delegate DIÀGDWH DO &RPXQH SROLWLFR VHFRQGR LO GLVSRVWR GHO SDUDJUDIR 27 del Regolamento comunale, basterà far presente a codesta eccelsa Dieta come i servizi Sanitario, di Ostetricia, di Igiene, Scolastico e Mortuario lascino tutto a desiderare inquantoché, distando la frazione di Loppio oltre due ore di faticoso cammino per strade mulattiere, molte volte impraticabili, specie d’inverno, dalle sedi comunali di Brentonico e di Valle, ben facilmente si comprende come questi servizi, di imprescindibile QHFHVVLWjVLDQRLQVXIÀFLHQWLSHUQRQGLUHDVVROXWDPHQWHPDQcanti, tanto che non poche persone sono morte senza il conforto della visita medica e donne partorienti senza l’assistenza della levatrice, calamità queste dovute alla impossibilità di poter avere in tempo i reclamati soccorsi. E ciò che si dice di questi servizi di assoluta necessità, si puo ripetere anche degli altri che la popolazione di Loppio ha pure diritto di avere dal Comune cui appartiene a mente del §34 e §37 del Regolamento comunale, quali sarebbero gli affari militari, industriali, di culto ed agricoli e di polizia locale mentre tutte queste necessità verrebbero facilmente conseguite, se Loppio fosse unito esclusivamente a Mori, da cui dista ben poco, data la comodità della strada Imperiale e Ferrata che a questa comune lo allaccia direttamente, dimodoché in meno 36 di mezz’ora e con tutta comodità ed economia, la popolazione di Loppio potrebbe accedere al capoluogo del comune, anche con mezzi propri, essendo Loppio con Mori in zona perfettamente pianeggiante. Aggiungasi poi che in un luogo di passaggio come Loppio collocato sulla via maestra che da Rovereto conduce direttamente a Riva e che forma quindi l’unica comunicazione della Valled’Adige colla valle del Sarca e il vicino Regno d’Italia vi è estremo bisogno di ordinamenti occorrenti all’esercizio della polizia locale che attualmente, toccando ciò al compito del distante comune di Brentonico, sono del tutto trascurati a sommo danno della popolazione che soffre per le molestie degli accattoni e degli sfaccendati. Anche in riguardo alla legge d’acquartieramento militare, sussiste nel luogo di Loppio, al passaggio di truppe il più gran disordine, non venendo la popolazione da parte dell’autorità militare, avvisata per tempo sebbene la popolazione di Loppio abbia sempre fatto del suo meglio per accontentare il militare di passaggio. È cosi ovvio ed intuitivo, l’interesse pubblico che deriverebbe dal provvedimento che Loppio invoca, che basta rivolgere il pensiero alla condizione intollerabile dei servizi di indiscutibile necessità sopra citati, che i comuni di Valle e di Brentonico possono offrire a Loppio, data la loro distanza e ubicazione montuosa, anche se fossero animati delle più buone intenzioni, mentre è cosi facile persuadersi, come Loppio potrebbe essere lodevolmente provveduto dei detti servizi, reclamati ancor più dai tempi moderni e progrediti, che a cod. eccelsa Dieta non debbono occorrere ulteriori prove. Il distacco di Loppio da Brentonico e Valle e l’annessione a Mori metterà la popolazione di Loppio in condizioni di poter anche godere delle prestazioni che il §27 del Reg.com. conferisce, e cosi potrà anche attendere facilmente al disbrigo personale degli affari contemplati nella competenza dell’Autorità capitanale, come pure per le vertenze in sede giudiziale, ventilazioni ereditarie, rilievi giudiziari e affari di tutela, tutti 37 vantaggi che l’appartenenza al Comune di Mori si renderanno manifesti e che attualmente invece coll’appartenenza a tre comunità anche pel forte disagio della lontananza e posizione montuosa delle sedi comunali di Valle e Brentonico, mancano completamente. In casi poi di incendi e calamità pubbliche non essendo come oggi stanno le cose in Loppio nulla provveduto, vi sarebbe anche da tenere i più sinistri guai. Si permettono poi i sottoscritti di far ancor presente a codesta Onor. Dieta che non è a meravigliarsi se le rappresentanze di Brentonico e di Valle si mostrano indifferenti e contrarie per questa proposta, giacché detti comuni non hanno che a guadagnare da questa intollerabile stato di cose, inquanto che essi esigono le steore e senza far nulla o ben poco per Loppio. Si pone anche a considerazione il fatto che Loppio essendo antichissimo feudo della nobile casa dei Conti Castelbarco, una volta Signori dei Quattro Vicariati di Brentonico, Mori Ala e $YLR HEEH ÀQR DOOD FRVWLWX]LRQH GHL &RPXQL XQ FROOHJDPHQWR con Mori sede più prossima del Vicario dei detti Conti. ËTXLQGLFROODSLYLYDÀGXFLDQHOVHQQRQHOFXRUHGLFRGHVWD Provvida Eccelsa Assemblea che i sottoscritti, quali mandatari dell’intiera popolazione di Loppio, attendono l’invocata approvazione del §1 del Regolamento comunale, pel distacco della Frazione di Loppio dai comuni di Valle e Brentonico e l’aggregazione al comune di Mori, ed in quest’attesa ringraziano sentitamente e si sottoscrivono. I mandatari eletti dalla popolazione di Loppio: Prete Giacomo Riolfatti f.f.di Curator d’anime. Ciaghi Valentino. Ettore Pavoni. Clemente Dalpiaz. 38 39 “PASSATEMPO” UN CANZONIERE DELLA VAL DI GRESTA (tra)scritto? da Giovanni Terzi da Pannone Grazie alla segnalazione di Vittorina Rizzi ed Eleonora Ramielli, da diversi anni punti di riferimento della nostra rivista per quanto riguarda la Valle di Gresta, possiamo pubblicare la trascrizione di un canzoniere in rima, un tempo ben noto e recitato a memoria dagli anziani della valle. Lo possiamo considerare una sorta di patrimonio collettivo di quella gente ma il tempo rischiava di offuscare il ricordo di Giovanni Terzi, probabile autore delle strofe che seguono. Descrivono lo strazio e gli stenti patiti dai profughi grestani (e non solo quelli) quando dovettero abbandonare in fretta e furia le loro case e cose per sfuggire agli orrori della grande guerra. Dopo un lungo e penoso viaggio in treno, ammassati come bestie arrivarono a Mitterndorf, dove VDUDQQRFRVWUHWWLDYLYHUHLQEDUDFFKHPDOVDQH,OWHVWRqWUDWto dalla fotocopia di un quaderno appartenuto a Iginio Gentili, messo a disposizione di Vittorina ed Eleonora per gentile concessione dei suoi familiari. Sono davvero scarse le notizie su Giovanni Terzi: si sa che era nato a Pannone nel 1857 e per via della sua bassa statura (si dice che fosse alto circa 1 metro e venti) era stato soprannominato “nanéto”. Prima dello scoppio della guerra, Giovanni Terzi aveva trovato impiego quale commesso nel negozio Grisi presso Valle San Felice, in casa Romani. Al pari degli abitanti di quella 41 FKHVDUjFKLDPDWDOD´]RQDQHUDµIXVIROODWRDÀQHPDJJLR e trasportato su carri bestiame verso nord, in direzione Boemia o Moravia. L’esodo biblico ispirò la vena poetica del nostro, che scrisse (o trascrisse) ben 93 quartine in poco più di un mese, tra il maggio ed il 30 giugno 1915, stando almeno alle date che comSDLRQRWUDOHVWURIH8QDYROWDÀQLWDODJXHUUDHWRUQDWRDFDVD lavorò tra il 1923 ed il 1924 quale sostituto magazziniere alla Famiglia Cooperativa di Valle San Felice. Poi fu addetto alla vendita di pane per conto di Santo Gelmini, ma si dedicò anche alla comunità, occupandosi della gestione della biblioteca parrocchiale e facendo parte del coro del paese. A Valle San Felice abitò sempre presso la famiglia di Elmo Romani. Gli ultimi anni di vita li trascorse alla Casa di riposo a Mori, ove fu sempre benvoluto da tutti. Giovanni Terzi morì nel 1936, lasciandoci però il dubbio che fosse davvero lui il vero o unico autore del “Passatempo”. Non abbiamo certezza assoluta che sia esclusivamente farina del suo sacco in quanto uno scritto molto simile, ma con una VWURIDÀQDOHLQSLqVWDWRWURYDWRLQXQGLDULRPDQRVFULWWRGL Maria Ferrari da Besagno (1895-1976) e pubblicato nel volume che inaugurò la collana NEROVERDE della Biblioteca comunale di Mori nell’ormai lontano 1989. Per maggiori informazioQLHQRWHVWLOLVWLFKHVLULQYLDDTXDQWRVSHFLÀFDWRGDOSURI$OGR Miorelli appunto nella nota introduttiva pubblicata da p. 74 a p. 76 del suddetto volume intitolato “Senzza una metta, senzza destinazzione: diari, ricordi, testimonianze di profughi trentini LQHVLOLRµ&·qGDGLUHFKHOHGDWHFKHFRPSDLRQRQHO testo di Giovanni sono antecedenti a quelle di Maria, ma potrebbe essere un caso. Nella trascrizione che segue, effettuata da Katia Angeli e relativa alla versione di Giovanni Terzi sono evidenziate le parti discordanti con la versione di Maria Ferrari, trascritta da Aldo Miorelli. 42 In breve ve voi contar El viaz che me toca de far, Dal me paes, i ma scacia E qui a Miterdorf i ma mena. Voi dir che no l’e tempi da scherzar I ghe na en goso tutti da pensar. Ma per pasar en poch la malinconia O’ pensa de far zo sta poesia. 0LVFXVHUHVHODqVFULWWDSURSULPDO Fat zo sti versi ala papagal Ma poeta non som mai sta’ Nemem poesie no o mai stampa. (…) Per cagiom de quei Taliani Gran balosi e zarlatani Avem dovest col nòs fagòt Scampar anca noi de tròt. Quei Salandra e quei Sonino, E vol per forza el nos Trentino. E vegnirlo a ciapar Col canom a gueregiar. Quei birbanti di traditori I voria comandar lori Ma i nostri bravi caciatori Saran sempre i caciatori. Che i vegna pur su quei bruti Italiani Se i ga omeni da amazar Che li Austriachi coi Prusiani Li farano ben tremar. 43 Coi Salandra e coi Sonini Farem corde per i violini Coi Cadorni e Bazzilai Farem corde per i stivai. Anche i nosi siori Trentini Gran canaglie e birichini Eqnai zo da quei Taliani Per farse anca lori Capitani. I neva n’torno a predicar, Che coi todeschi noi vol pu star. Che sotto questi sem maltratai, Come le bestie bastonai. Ma questi siori trentini traditori I voria proprio comandar lori, E far come stiani Sotto ai barbari Castelani. I voria tegnir schiava la pora zent, Farla laorar per poch e gnent. E farli tutti tribular E barbaramente martorizar. Molti paesi e zita Nel nos TrentiPqVWDVJRPEUD Ma quela genta traditora La manderem tutta in malora. Quei trentini traditori, Coi taliani a scartezar, Dai nostri bravi caciatori Li faremo fusilar. 44 Se cole sgrife i poden ciapar Atroci pene ghe farem provar. I tormenterem pian piam bql bql A cavarghe i oci e anca la pql. Da questa guera sem rovinai, I omeni boni i e tuti soldai. Ferii, morti e de sasinai, E tanti e tanti anca de malai. Eco i vantagi che i a acquista, Con questa guera, che i a taca. Dani enormi i na recà, Sangue e vitime en quantita. Le guere de sti ani Le feva pur dei gran dani. Ma confront ala present, se pol dir FKHO·qUDJQHQW. Questa guera atuale, E’ sanguinosa e micidiale, /q un castigo generale, Come el diluvio universale. O cristiani benedetti: Su metiamoci tuti uniti, E preghiamo Idio del cel Che’l cesa presto stoÁDJHO. Facciamo un atto di dolore, Per i pasati nostri eror, Con en fermo proponiment De no casgarghe mai pu dent. 45 Preghiamo con serieta, Che il Signor avra pieta Sarem mesi in liberta. Che la paze el mandera Del me viaz non vo dit ancor nient, Ve domando scusa e compatiment. Ma se gavere la bonta, Ve dirò tut come le sta. Ai ventido del mes pasa E vegnu l’ordine aspresante De nar tuti via a alistante E anca el nòs paes. La dovu nar via despres. /q sta tut na disperaziom Per quela pòra popolaziom Noi saeva pu cosa far E anca dove nar. Chi coreva ala staziom E na par su da Gardum Lera tut na confusiom Con nesuna direziom. I na menai ala sbaralia Chi en Boemia e chi en Moravia I na menai a dindolom Tuti persi a scarmenom. Alcuni capi de famiglia Ne sem fermai li lostes. 46 Per comedar la mobilia E altri afari del paes. En zinquanta sarem stai, Nel nos paes ancor fermai. Ma sempre erem sorveliai. Dale guardie dei soldai. For dal paes no se podeva nar Le guardie no le laseva pasar Ghe voleva la carta de legitimaziom 'DQDUSHUÀPYLDD%XVRP Per otto di ne sem fermai Nel nòs paes enpresonai Erem tanto martorizai, Come i poveri condanai. Alla sera poi del ventoto Ne sem mesi a far comploto Avem deciso col nòs fagotel De nar via anca noi da sto bordel. Ai ventinove de matina A buon ora ne sem alzai Con una buona colazioncina En quaranta uniti sem marciai. Cole nòse carte de legitimaziom Sem nai dala strada de Busom. E con en paso piam pianim, Sem pasai dal mas del Piantim. 47 Mappa tratta dall'opuscolo "Rovereto e la Vallallagarina in guerra" (Numero straordinario della rivista "Trentino", giugno 1933). Si noti l'evidenza data alla località "Piantino" Sem nai da Mori e for dal Mosam, Perche ferma i eva el tram. E anca el pont de Ravazom, /qra batu a svoltolom. A mez di sem arivai a Roveredo, Tuti con sule spale el nos coredo. Erem molto stracolai Molto seai e anca famai. Chi la bira chi el zifom, Avem bevu li ala staziom, En tochet de pam e de formai En poch la fam ne sem cavai. =inque ore avem dovu aspetar, Che vegna l’ora de montar. E de star fermi ala staziom, EUHPVJLRQÀFRPH‘n balom. Con quei da Sach e Valarseri, Da Folgaria e Trembeleni, I na mesi en compagnia Su na longa ferovia Ale quatro i na nvagonai, Nei vagoni dei animai Come fusem dei bestioni Da menar fora a quei todesconi. I a scominzia ancora li A tratarne mal cosi. Con pu avanti che sem nai Sempre pu mal i na tratai. 50 =irca domili saren stai Ge sta de quei che i na contai, Lera na longa procesiom, Tuta piena la staziom. Ale quatro la sa po’ enviaavia, Quela longa ferovia E cosi pian, piam, bql, bql, Sem pasai da Matarel. Sem pasai da Vila e da Calliam, Dala zita de Trent e da Bolzam, Li a Bolzam i na pò fermai, E per tuti i vagoni visitai. Quei omeni boni da laorar I la fati tuti desmontar A far trincqe i li a mandai Per la defesa dei soldai. Molto mqsti e pasionai, Tuti quanti sem restai, Chi pianzeva, chi urleva, Ma a quei todeschi no ghe importeva. A chi el papa, a chi el fradel, A chi el zio, a chi el putql A qualche dona el so òm o so cugna, (QÀQHDWXWLTXDOFKHGXPJKHVWDURED Un ora dopo de sto bordql I na enviaivia piam, piam, bql bql, E quande Dio a volqst Sem arivai a Franzelfest. 51 En questa staziom molto incrociata Avem fat nora de fermata Paseva treni de soldai, De ferii e de malai. 'RSRqpasa do treni de soldai =o nel Tirolo i li a mandai De austriaci e de prusiani, A dar contro a quei taliani. Prima che parta la ferata El Signor na dat la grazia De veder i nosi compatrioti, E consegnarghe i so fagoti. I em basai e saludai, I nosi pòri sfortunai, che sule trincqe i a dovu nar, Per el governo a lavorar. Lq sta en dolor tanto amar A doverne separar Ma a quei zuchi todesconi No ghe n porteva dei coioni. I na tolt i omeni boni da laorar, Sani e forti per guadagnar, Sem restai li come i mugoni, Tutti a pianzer e sospirar. Fra i pianti e i sospir E vegnu l’ora de partir I a dat foch ala ferovia E con comot la sa nviàvia. 52 Lipoi i vagoni i lì a serai Gherem dentro molto frasai Chi en tera, chi postai, Ne sem tuti endromenzai. A pasar el Brener quela not Em pati en fret de bòt Ala staziom di Insbruch che sem estai Erem tuti quanti engiazai. Chi po’ sperevem de ciapar la colaziom Da quela zent li ala staziom Ma a nesum ghem fat peca A quei bruti tipi la. Chi la bira, chi ‘l ‘cafq Em bevu a star OLPSq Chi en grestel en toch de pam Ne avem cava enpoch la fam. Po’ li subit, sem montai Su quel pegro de tranvai E a Beszofen sem po arivai E li tuti quanti UHÀ]LDL Avem ciapa la colaziom Da quella zent a l’astaziom I na dat del pam en quantita Cafe e bira a sazieta. Gavem fat pena a quella zent Che ÀPFKHYLYHUHPi gaverem en ment Se a quei siori no gavesem fat pecà, Forse la pql gaveresem zonta. 53 Quando sem stai a Salisburg Sem restai li come i sambuch A veder sta grant iluminaziom For per tuta quela bela staziom. Li zerto se credeva de desmontar, Che el nòs viazet el fus termina Ma i na fat tant enrabiar A no lasarne desmontar. I na dit che bisogna Nar en Boemia a desmontar Che le nòse famiglie troverem, E tuti contenti resterem. Ma quei todeschi i na burlai E a Mitterdorf i na menai. Sem arivai li che l’era nòt Ala staziom de quel picol paesot. El pareva de aver fat prest A far sto grant e lonch viazet O che i credeva che n’treno no fusem mai stai Ma per questa volta anca stufai. En viaza zinquanta ore Su quel treno dale bore Noi saeva pu n‘do nar Per farne desmontar. Per do ore i a continua A menarne en qua e ‘n’la I feva vegnir la spiza ai denti A veder sti movimenti. 54 Finalmente i sa pò stufai De nar su e zo con quel tranvai. AlDÀm i a avert l’usera Tuti pronti sem stai a tera. A vegnir for dai vagoni Ne sbutonevem a gran butoni No vedevem l’ora de sortir Per trovarne el posto da dormir. Lera tut na ribeliom For per tuta la staziom El pareva en formigher A veder sto gran gazer. L’era ormai, nòt e strof, Che erem ancora a Miterdorf E i na dit ancor domam Monterem de nof sul tram. I na menai en den gran casom Done e òmeni tuti a misiom I na metu i paioni en tera Come i soldai quando i e’ ‘n guera. Tuta la nòt sem stai svegliai Gnanca um de ’n dromenzai. No se podeva nesum dormir, Dal gran gazqr che i feva sentir. Ala matina ne sem alzai Tuti pronti e preparai Per nar de nof al’astaziom A prepararne n’ del vagom. 55 Ma nesumqYHJQXDGLU CKHO·qRUDGHSDUWLU E sem restai li come encantai Come i sambuchi e i papagai. I nela fata bela quei signori Perche i comanda propri lori I na dit che l’ordine l’e cosi E che bisogna che stente li. Avelii e pasionai Cosi tuti sem restai Sem propri castigai Come i pori condanai. Chisa quant la durera La condana de star qua (QÀPFKHODJXHUDQRODÀQLUD No narem zerto a ca. Su coragio cari amici Faciam pure stoVDFULÀ]L Che vegnera quel momentin Che narem zo en del nòs Trentim. Per nar a tor el managio I na fat la tesera e l’orario I neva tuti a bataliom Senza nesuna direziom. Se neva rento en den cabiotim Ognuno voleva eser el prim Se vegniva fora martorizai Cole coste peste e i pei schizai. 56 La matina da colaziom I ne deva na picola raziom En quart de pagnoca col Wq Giusto asa da star en pq. A mezo dì na menestrina Conzaa da magro e pochetina En menestrim de riseta E acqua calda e farina. Ala sera na scarsa zena En menestrim de minestra De bisi duri e fasoleti Che i feva trombetar e far dei peti. Sa pò unit le done a zigar “Con quel managio no se pol star “Che i voia creser la porziom E farlo en poch anca pu bom. El di drio i ga remedia Qualcos meio se la ciapa I a cresu la poziom en migolim Che se steva na sgianda pu benim. Ma chi quant la durera De eser condanai qua? Se no i ne mete prest en liberta Tuti sepolti vegnirem qua. Preghiamo tutti Idio del cel Che cessiSUHVWRVWRÁDJqO E preghiamo con serieta Che la pace ci mandera. 57 Quando sara fenì sta guera Narem zo n’ la nosa tera Inalzeremo la bandiera Dela paze e del perdom. Ma quel paes de Miterdorf, El gaverem per aricort. El tegnirem sempre a ment Fin a lultimo moment. EcRÀQLWDODSRHVLD No ste averghe malinconia. Stente alegri en compagnia Che la paze tornera. (…) Mitendorf 30-6-1915 58 59 6 FEBBRAIO 1945, UN EPISODIO DI GUERRA AEREA NEL CIELO DI ROVERETO a cura di Giovanni Berti Su questa rivista, nell’anno 2005, apparve un interessante FRQWULEXWRDÀUPDGHOVLJQRU%UXQR*HQWLOLULJXDUGDQWHODYLcenda del bombardiere americano precipitato sul monte Brugnolo, in Val di Gresta, nei primi mesi del 1945, dopo che era stato colpito dalla contraerea di Rovereto. Il racconto era però WXWWR LPSRVWDWR VXO ÀOR GHL ULFRUGL VHQ]D O·DSSRUWR GL QHVVXQD fonte documentaria che potesse permettere una ricostruzione precisa e circostanziata con date e nomi. Oggi invece, quella drammatica vicenda di sessantasei anni fa, possiamo ricondurla entra una data certa e riportarla con precisione di fatti, circostanze e nomi dei, loro malgrado, protagonisti. 4XHVWR q VWDWR UHVR SRVVLELOH VROR JUD]LH DO OXQJR ODYRUR GL appassionata ricerca svolto dal dottor Enrico Tonello di Ala. Il dottor Tonello era un ragazzino di appena dodici anni quando il 5 novembre 1944 assistette alla caduta di un bombardiere americano colpito da caccia italiani presso Ala. Quel ricordo lo ha seguito per tutta la vita e qualche anno fa ha voluto provare, riuscendoci, a ricostruirne la vicenda assieme a quelle di altri aerei precipitati in Val Lagarina negli ultimi mesi di guerra. La vicenda oggetto di questa ricerca ebbe luogo il 6 febbraio 1945 e l’aereo caduto sul monte Brugnolo era un bombardieUH%-0LWFKHOOERPEDUGLHUHPHGLRELPRWRUHFRVWUXLWRGDOOD “North American” e considerato come uno dei migliori del conÁLWWRQHOODVXDFDWHJRULD,OVRSUDQQRPH´0LWFKHOOµJOLIXGDWR in onore del generale Billy Mitchell, uno dei primi sostenitori dell’utilizzo della forza aerea per scopi militari. L’apparecchio 61 Un B-25 in fase di decollo dall’aeroporto di Solenzara in Corsica. era decollato, assieme ad altri sedici, nella mattinata di quel martedì 6 febbraio, dall’aeroporto di Solenzara, nella Corsica orientale. Dal dicembre 1943 l’isola era infatti diventata una delle principali basi di partenza dei bombardieri americani per le loro missioni nel nord Italia e in Germania. La squadriglia apparteneva al 321° Bombardment Group, 447a squadra e quel giorno l’obiettivo da distruggere era il ponte ferroviario di Rovereto. L’apparecchio caduto sul Brugnolo era contrassegnato dal numero 43-36240 mentre il nomignolo che gli era stato DIÀEELDWRGDOO·HTXLSDJJLRHVFULWWRVXOODFDUOLQJDHUD´0D\EHµ Equipaggio che quella mattina era composto dai seguenti sette aviatori: Pilota Co-pilota Navigatore Bombardiere Motorista tenente Earl H. Remmel tenente Leslie T. Speer tenente Harlan Norval Tulley tenente Franklin Lloyd Darrell sergente Isidore Ifshin 62 Addetto radio Mitragliere sergente Bernard R. Guild sergente Silas Alfred Barrett Lo stormo di bombardieri arrivò sopra Rovereto, dove doveva sganciare il suo carico di distruzione, circa alle 13, ad un’altezza di 10.500 piedi. La Flak di Rovereto era però all’erta e riuscì a colpire duro e preciso. Tre furono gli aerei centrati e, secondo ODGHSRVL]LRQHGHOFDSLWDQR0DXULFH-:LJLQWRQSLORWDGLXQR degli aerei facenti parte della missione, proprio i tre elementi di testa. Ciò causò negli aerei che seguivano una grande confusione e l’abbandono dell’ordine di volo. Nessun osservatore, VHFRQGRLOFDSLWDQR:LJLQWRQHUDLQJUDGRGLGDUHXQUHVRFRQWR completo di quanto successe ai tre bombardieri colpiti causa il disordine venutosi a creare. Quello che si riscontra dal rapporto XIÀFLDOHGHOODPLVVLRQHqFKHXQRIXYLVWRDQGDUHYHUVRRYHVWHIX segnalato l’ultima volta sopra Arco, mentre un altro si schiantò, senza vittime fra i membri dell’equipaggio, che furono tutti fatti prigionieri, sui monti ad est di Rovereto. Il “Maybe” invece, secondo la testimonianza di Robert Cubbage, addetto radio a bordo di un altro bombardiere della formazione, fu colpito ad uno dei motori e virò a sinistra perdendo quota. Egli vide cinque paracadute aprirsi in rapida sequenza, SULPDXQRSRLGXHHGLQÀQHDOWULGXHÀQRDTXDQGRO·DHUHRVL schiantò su una montagna a nord del lago di Garda. Il rapporWRVWLODWRDJXHUUDÀQLWDFRQODWHVWLPRQLDQ]DGHOWHQHWH7XOOH\ uno dei membri dell’equipaggio del “Maybe”, rende noto che il bombardiere, il motorista e il navigatore si lanciarono per primi in quest’ordine della botola del carrello anteriore mentre l’addetto radio e il mitragliere si lanciarono subito dopo dalla botola centrale. Tutti presero terra su di una montagna a circa cinque miglia dall’obiettivo. L’ordine di lancio fu dato dal pilota tenente Remmel quando l’aereo iniziò a precipitare e questo avvenne circa un minuto dopo essere giunti sull’obbiettivo. In un gesto estremo di coraggio e altruismo i piloti Remmel e Speer, per 63 Il sergente Isidore Ifshin accanto alla mitragliatrice di un B-25. mantenere l’aereo in assetto di volo e consentire all’equipaggio di lanciarsi, perirono nello schianto sul monte Brugnolo1. Quello che avvenne poi, con il recupero dei corpi dei due piloti e l’assalWRGHLYDOOLJLDQLDOODFDUFDVVDGHOO·DHUHRqJLjVWDWRQDUUDWRQHO lavoro del 2005 ed a quello rimandiamo il lettore. Si riporta invece un brano delle memorie dell’aviatore Bernard R. Guild, addetto radio del B-25 abbattuto, che lo stesso inviò qualche anno fa al dottor Odorico Tonello, il quale a sua volta era riuscito a contattarlo nell’ambito delle sue ricerche: “Ricordo molto bene la mia 57ma missione! Avevo passato la notte precedente pensando come sarebbe stato bello non 1 Vedi sito internet: www.57thbombwing.com/index2.php 64 volare per un paio di giorni. Ma non fu così. Io ero uno dei tre cosiddetti Lead (radio operatore-gunner) nel 447° BS e ci alternavamo a turno. Il 6 febbraio 1945, all’alba, il portavoce del gruppo viene nella mia tenda per cercarmi. C’erano altri VHL HOHPHQWL TXDOLÀFDWL PD QRQ FRPH PH 0L IX GHWWR FKH LO sergente M. – tornato di recente da Napoli – aveva avuto un disturbo che lo rendeva inidoneo al volo e che io dovevo prendere il suo posto. Come cominciai a vestirmi per il volo mi venne una sorta di presentimento. Presi tutte le mie cose personali e pregai i miei compagni che, se non fossi tornato, le mandassero a casa mia da mia madre. Tutti si misero a ridere. Andando DOEULHÀQJ²QRQDYHYRWHPSRSHULOFLER²YLGL0HQWUDUHQHOOD mia tenda. “Mi spiace Buzz” mi disse. Notai una espressione particolare sul suo viso, perché lui aveva appena saputo qual era l’obiettivo mentre io ancora non lo sapevo (ndc: le missioni su Rovereto erano molto temute dagli equipaggi per la forte reazione antiaerea. In Vallunga, sopra Rovereto, vi erano 8 pezzi da 90). “Ok M. – dissi – vorrà dire che mi sari debitore, me se io non dovessi tornare ti inseguirò come un fantasma per il resto della tua vita”. Quando però seppi che l’obiettivo di quel giorno era lo scalo ferroviario di Rovereto, capii perché M. fu esonerato dal partire. Io non avevo mai volato prima con questo equipaggio: il pilota era Remmel, co-pilota Speer. Non ricordo il nome del navigatore e del bombardiere ma uno dei due era Darrell, motorista era Isfhin, tail- gunner era Barrett mentre io ero radiogunner. Eravamo un equipaggio molto esperto, con molte missioni all’attivo. L’aereo era un B25-J. Ricordo che i nostri aerei erano carichi ciascuno con otto bombe da 500 libbre. Quando abbiamo colpito il bersaglio volavamo a 11.200 piedi (circa 3.000 metri). Ricordo ciò perché osservai l’altimetro sulla paratia del bomb bay. Erano le 13 e l’aereo era giusto nel “bomb run” (ndc: si chiama così il tragitto ultimo immediatamente priPDGHOORVJDQFLRTXDQGRQRQSRVVRQRSLHVVHUHPRGLÀFDWHYH- 65 locità, quota e direzione), ma noi non avevamo ancora sganciato. La Flak fu sollecita, intensa e precisa. Era così vicina che se ne sentiva l’odore. Prendemmo un colpo diretto nel motore VLQLVWUR FKH IX VFDO]DWR GDOOD VXD VHGH (UDYDPR LQ ÀDPPH Remmel gridò: bail out!! Non ci fu bisogno di ripetere . Ricordo che Barrett e io siamo balzati fuori dalla botola posteriore, ma non potei capire se gli altri fossero invece usciti dalla parte anteriore. Remmel e Speer precipitarono con l’aereo. Questo accadde allora e ciò da allora lascia un profondo rimpianto e orgoglio per questi due piloti che hanno letteralmente VDFULÀFDWR OH ORUR YLWH SHU SLORWDUH XQ YHOLYROR LQJRYHUQDELOH UHQGHQGRORVWDELOHLOWHPSRVXIÀFLHQWHDQRLSHUODVFLDUHO·DHUHR LQÀDPPH/RURQRQVDUDQQRPDLGLPHQWLFDWL1RLHUDYDPR così bassi che il mio paracadute oscillò tre volte e mi trovai nella neve alta sulle alpi italiane. Raccolsi il mio paracadute e lo nascosi nella neve. Scendevo dai monti aprendomi una via nella neve molto alta. Non sapevo dove stavo andando ma speravo di dirigermi verso la Svizzera. Improvvisamente una squadra di tredici tedeschi sciatori mi arrestò tenendomi sotto il tiro delle loro armi. Il comandante del plotone mi disse in LQJOHVH´3HUWHODJXHUUDqÀQLWDµ(IXFRVu,QFRQWUDLJOLDOWUL membri dell’equipaggio superstiti in un piccolo paese chiamato Mori dove ci alloggiarono in un granaio. Per offrire anche la visione di chi stava dall’altra parte della barricata proponiamo un frammento delle memorie di guerra dell’architetto Gino de Bonetti (classe 1924) di Nago che lo stesso ha gentilmente messo a disposizione per questa ricerca. Così egli ricorda l’inverno 1944/45 quando, inquadrato nella Flak di Rovereto, contribuì con ogni probabilità all’abbattimento del B-25 precipitato sul Brugnolo: ..”Prima di presentare domanda per la polizia trentina avevo subito una seconda visita di leva, questa volta da parte della Wermacht, con esito “Valido per la prima linea”. Dopo un corso d’istruzione accelerato io e gli altri chiamati dai tedeschi 66 Rovereto, gennaio 1945. Lancio di bombe al fosforo contro gli addetti della Flak. (appartenevamo a diverse classi di età, un paio erano sposati) fummo incorporati nella 73ma Compagnia della Luftwaffe, in un reparto addetto agli impianti fumogeni (Nebel Gerete) disposti lungo la linea ferroviaria del Brennero da Marco a Isera. Io con altri sei commilitoni fummo sistemati in una casa privata di Lizzana, al comando di un sergente maggiore dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana, certo Corona, piemontese, e di un tedesco, l’obergefreiter Hoss, un richiamato più che cinquantenne. Nel dicembre 1944 ero peraltro trasferito, per punizione, alle batterie leggere da 20 mm del reparto antiaereo della Compagnia che si trovava presso la Villa Botta in Val lunga, sopra Rovereto… Nella batteria contraerea la vita era ben diversa, la mitragliera pesante Scotti a nostra disposizione era affossata in una 67 buca circolare profonda quasi due metri ed era sistemata a non più di dieci metri dal cannone 88 mm antiaereo della 4a batteria. In tutto erano sedici pezzi semiautomatici ultimo modello a cadenza accelerata che abbaiavano tutti assieme. Subimmo trentasei bombardamenti, dei quali una dozzina diretti proprio contro di noi, fra dicembre 1944 e febbraio 1945. Furono abbattuti tre caccia e diversi bombardieri del tipo “Mitchell”. Vicino a noi il cannone della 4a batteria fu tagliato a metà da una bomba e vi furono tre o quattro morti”. (SHUÀQLUHODGHVFUL]LRQHGLFLzFKHSURYDURQRFRORURFKHLQ quel giorno erano sotto le bombe in alcune righe tratte dal diario del roveretano Umberto Tomazzoni2: “6 febbraio – Giornata di tragedia: bombardamento intenso su tutta la valle, con uno sgancio furibondo su Lizzanella. L’allarme è stato dato verso le 12.30. Mezz’ora dopo era avvenuta la tragedia. Dalla cantina abbiamo sentito la violenta reazione della contraerea. L’arrivo dei caccia che hanno mitragliato e sganciato prezzo Lizzanella. Arrivo dei bombardieri e sganci lontani (Mori stazione), poi più vicini (ponte della ferrovia), poi un furioso scoppio seguito da una pioggia di sassi, di calcinacci, di schegge: Lizzanella. Siamo in cantina, impressionati e smarriti. Arrivo di una frotta di bambini che urlano: ci hanno bombardato la casa e ci sono sotto i morti. Esco di casa con un piccone, assieme ai soldati, ci sono ancora i bombardieri. Fumo che acceca, odore di polvere, case distrutte dietro la chiesa. Accorrere di volonterosi per aiutare i sepolti sotto le macerie. Il pubblico cresce, io vado su e giù un po’ perplesso. Momenti in cui torno a casa. Sinistramenti su vasta scala. Lavoro di scavo, quattro sepolti son salvi, ne manFDQRDOWULTXDWWUR7HVWDIUDVWRUQDWDGDXQ·LQÀQLWjGLFRVH9Rglia di piangere, ma sforzo di volontà per resistere. I quattro 2 Cfr. A. Rossaro, Diario 1943-45, p. 93, a cura di Maria Beatrice Marzani e Fabrizio Rasera, Mori 1993. 68 che non rispondono all’appello sono morti. Si estraggono uno DOODYROWD&RPPR]LRQHLQÀQLWD,PSUHVVLRQHLQFDQFHOODELOHGL una mamma che tiene in braccio una bambina, tutte e due piegate dal peso delle macerie. Il cadavere della mamma ha segni evidenti di terrore. Salme ricomposte in pace nella chiesa. Giovanni che spazza la chiesa e mette in ordine le bare”. Anno 2010. Il canotto in dotazione al B-25 precipitato sul Brugnolo ancora conservato in una casa di Ronzo Chienis. 69 I “FATTI DI MORI” DEL 21 SETTEMBRE 1947 Lorenzo Baratter Ho accolto volentieri l’invito a raccontare, pur in sintesi, un episodio importante della storia della lotta dei trentini per l’ottenimento dell’Autonomia regionale, accaduto a Mori nell’autunno di quasi sessantacinque anni fa. Ho messo quindi a disposizione le pagine che seguono, estratte dal mio volume “Storia dell’ASAR (1945-1948)” (Egon, Rovereto, 2009), nel quale è ricostruita la storia, affascinante e complessa, dell’Associazione Studi Autonomistici Regionali (ASAR), che invito a leggere per comprendere il senso e la storia della rivendicazione della nostra gente in favore dell’Autonomia subito dopo la seconda guerra mondiale. Il 21 settembre 1947 l’ASAR – movimento che era nato nell’estate del 1945 a Trento e che già raccoglieva oltre 100.000 iscritti in tutte le valli trentine, rivendicando “l’autonomia regionale integrale da Ala al Brennero, dentro l’Italia repubblicana” – decise di organizzare a Mori un incontro popolare attraverso il quale si voleva rinsaldare l’alleanza con la Südtiroler Volkspartei (SVP), il partito di maggioranza sudtirolese, nella IDVHGHOLFDWDGLGHÀQL]LRQHD5RPDGHJOL6WDWXWLSHUOH5HJLRQL autonome. L’ASAR era il risultato di una fortissima spinta poSRODUHHPHUVDLPPHGLDWDPHQWHGRSRODFRQFOXVLRQHGHOFRQÁLWto in tutte le valli della Provincia. In un clima di grande tensione – non dimentichiamo che il nazionalismo era ancora molto forte e idee come “autonomia” R ´IHGHUDOLVPRµ EHQFKq DPSLDPHQWH GHVLGHUDWH GDOOD SRSROD- 71 zione locale, erano guardate con un certo sospetto – le grandi potenzialità, anche politiche, della giornata del 21 settembre YHQQHURYDQLÀFDWHGDHSLVRGLDOODUPDQWLLQFXLOHIRU]HGLSROL]LD ebbero un ruolo di primo piano. La conseguenza fu non solo di bloccare una realizzazione del principale obiettivo politico del PRYLPHQWR²VDQFLUHXQDFFRUGRXIÀFLDOHFRQOD693²PDDQFKH di avviare un’azione di delegittimazione e discredito. 4XHOOD©PRQWDWXUDSROLWLFDHSROL]LHVFDª²GLIÀFLOHVXOODEDVH dei documenti e delle ricostruzioni, pensare in modo diverso – dimostra ancora oggi l’enorme fragilità e provvisorietà del nascente Stato democratico. La sensazione, allo sguardo di chi RVVHUYDGDORQWDQRTXHJOLDQQLqFKHXQDSDUWHGHOSRWHUHQRQ fosse ancora del tutto immune rispetto a certe pratiche tipiche del vicino Ventennio. Una premessa: l’asarino Italo Guelmi era stato informato da diversi abitanti di Mori che la notte precedente, lungo le vie di Mori, era stato notato uno strano movimento di ombre, di individui che – secchio e pennello alla mano – avevano riempito le vie del paese di scritte. Alcuni videro degli ex repubblichini fascisti mentre si davano da fare con scale e pennelli per imbrattare Mori di scritte anti autonomiste o issare nella piazza bandiere italiane. In altri casi questi nemici dell’ASAR adottavano un vecchio sistema: realizzavano, sui muri ma anche sulle strade dei paesi e delle città, scritte che allo sguardo dei passanti dovevano apparire come compiute dagli autonomisti: frasi ingiuriose da cui emergeva un estremismo (leggi: separatismo) che in realtà non apparteneva alla stragrande maggioranza degli uomini dell’ASAR. Con questo tipo di «controinformazione» l’opinione pubblica più moderata, pur disposta a favore dell’ASAR, ne prendeva sempre più le distanze. Molti anni dopo, nel 1978, Valentino Chiocchetti dichiarò: «Per me, testimone oculare e attore non ultimo, [quelle scritte] furono una montatura politico poliziesca molto bene orchestrata. Nel momento in cui accadevano quei fatti il movimento 72 asarino era assalito da tutte le parti: la stampa ne calunniava gli scopi, i partiti lo insidiavano per ragioni evidenti, alcuni dei suoi capi erano già stati messi a tacere, in quell’aurora di democrazia… Stava per fallire non un grande movimento, ma una grande idea: quella della comprensione supernazionale». Chiocchetti aveva notato che in occasione della manifestazione di Mori erano comparse sia scritte inneggianti all’Italia sia scritte a carattere separatista o hitleriano. Benché in apparenza contrapposte, parevano essere state effettuate dalle medesime persone: «A me alcune, anche opposte, sembravano scritte dalla stessa mano e con lo stesso colore», fece osservare Chiocchetti. (SSXUH L PDQLIHVWL XIÀFLDOL GHJOL DXWRQRPLVWL SHU O·DGXQDWD di Mori del 21 settembre 1947 lasciavano trasparire lo spirito GHPRFUDWLFR H SDFLÀFR GHOOD PDQLIHVWD]LRQH ©,QWHUYHQLWH QXmerosi e disciplinati», era scritto. Gli stessi cartelli avvertivano che alla manifestazione avrebbero partecipato sia membri dell’ASAR sia dell’esecutivo della SVP e che l’adunata stessa sa- 73 rebbe servita anche per far nascere «quella piena comprensione di programmi e idee che noi abbiamo sempre auspicata per il bene della Regione». L’ASAR, da sempre, lottava per costruire vincoli di amicizia sincera fra Trento e Bolzano; era quello che allora veniva chiamato lo “spirito di concordia regionale”. Oltre ai dirigenti dell’ASAR era prevista la partecipazione di membri dell’esecutivo della SVP accompagnati dal corpo bandistico di Termeno in costume tirolese. Il 9 settembre la direzione del gruppo di Mori scrisse a tutti gli altri gruppi per invitarli a partecipare, data anche l’importanza del momento: «Siamo alla vigilia di avvenimenti decisivi e ogni assenza può pregiudicare le nostre posizioni, conquistate con l’accanita lotta di due anni. Quest’avvicinamento, proprio nel nostro paese, dei due gruppi etnici che formano la nostra Regione, sia la prima pietra della collaborazione futura. Partecipate quindi in massa, senza intemperanze di nessun genere, senza grida, né bandiere, né scritte». La manifestazione di Mori si aprì con il saluto del presidente del gruppo di Mori, Mario Chizzola, e con l’intervento del presidente dell’ASAR, Silvio Bortolotti. Nel frattempo tra la folla era comparsa una bandiera che in qualche modo ricordava l’antico vessillo del Tirolo, issata da alcuni militanti. Non era affatto una novità, dato che già nelle manifestazioni di massa di Trento erano comparse, a quanto riferisce la cronaca, diverse di queste bandiere. Le portavano persone che volevano esprimere un sentimento di appartenenza nazionale all’Austria che, nel bene e nel male, aveva segnato l’esistenza di molti dei presenti. Solo nel 1919, infatti, il Trentino fu annesso al Regno d’Italia, dopo la conferenza di Pace. /HIRU]HGHOO·RUGLQHQRQVLHUDQRPDLRSSRVWHÀQRDGDOORUD all’esposizione di bandiere tirolesi. Invece quel giorno a Mori c’era una presenza massiccia di forze dell’ordine – polizia, carabinieri, esercito – schierate in atteggiamento quasi bellico e con evidente provocazione nei confronti dei manifestanti, animati da LQWHQWLSDFLÀFL$GXQFHUWRSXQWRXQ©PDQLSRORªGLFDUDELQLHUL 74 partì all’assalto della folla per strappare la bandiera «tirolese». La provocazione era evidente. Come era naturale e prevedibile ne seguì un piccolo parapiglia che si concluse con l’arresto di un asarino, portato via dai militari dell’Arma. Chiocchetti scese dal palco per cercare di calmare gli animi delle due parti e convincere i portatori della bandiera ad «ammainarla». Ma ormai era troppo tardi. La manifestazione non si fermò. I sudtirolesi Ebner e Volgger presero la parola. A proposito di «bandiere» Toni Ebner dichiarò dinnanzi al pubblico di aver «già avuto un’altra volta l’onore di rappresentare il popolo sudtirolese ad un raduno di asarini a Trento. Anche quella volta la bandiera c’era, vi erano 20 mila persone e la bandiera non la levarono». Le parole di Ebner furono interrotte dal lungo applauso degli astanti. «Questi applausi», concluse il futuro deputato sudtirolese, «non sono rivolti a me come persona, ma al popolo tirolese e sono una garanzia della volontà di collaborazione.» Volgger disse nel suo intervento che quella manifestazione aveva un valore di importanza storica per l’avvicinamento dei due popoli, «dato che dopo trent’anni per la prima volta una EDQGD WLUROHVH q HQWUDWD QHO 7UHQWLQRª ,O ULIHULPHQWR HUD DOOD banda di Termeno, la quale lo stesso giorno, prima di suonare a Mori, aveva suonato anche in altri paesi della Vallagarina: «Noi tirolesi e trentini abbiamo avuto cento anni di collaborazione e DPLFL]LDGD%RUJKHWWRDO%UHQQHURO·$GLJHFRUUHYDSDFLÀFRHFL sentivamo tutti fratelli». Nei giorni successivi il segretario Remo Defant, che a sua volta aveva preso la parola durante il comizio di Mori, stigmatizzò il comportamento della polizia durante i fatti di Mori, auspicando la nascita di una polizia regionale. Subito dopo Defant venne accusato dalle autorità di avere usato parole offensive durante il comizio del 21 settembre contro la polizia. Per questo il segretario dell’ASAR fu addirittura arrestato, benché tutti i presenti testimoniassero la falsità delle accuse. Subito dopo l’arresto di 75 Defant e di altri, il 14 ottobre il movimento decise di far appendere un manifesto in tutti i paesi del Trentino. Le autorità ne SURLELURQRO·DIÀVVLRQHHO·$6$5VLWURYzGXQTXHFRVWUHWWRDSXEblicarne il testo sulla prima pagine de “La nostra Autonomia” (il settimanale dell’ASAR) del 21 ottobre: «Al popolo trentino! Denunciamo all’opinione pubblica l’arresto del nostro segretario regionale Defant, del capo gruppo di Mori Mario Chizzola e di altri asarini, arresti operati dopo 21 giorni dai cosiddetti fatti di Mori. Noi contestiamo il fondamento delle accuse e abbiamo piena certezza nel sereno giudizio della Magistratura. Deploriamo però che in base a una legge fascista siano stati privati della libertà personale esponenti di una libera associazione democratica... Trentini! La nostra calma sia la prova della nostra forza e della nostra maturità all’autogoverno». In quella stessa edizione apparve un articolo dal titolo inequivocabile che per la prima volta avvertiva dell’esistenza di «un piano per eliminare l’ASAR» e di manovre antiautonomiste che erano in corso: «Da informazioni non ancora totalmente accer- 76 tate ci risulta l’esistenza di un vero e proprio piano per sciogliere il movimento autonomistico, proprio alla vigilia dell’autonomia, onde levare di mezzo un eventuale concorrente sul terreno politico ed economico e per diffondere forti interessi che dispongono di appoggi e di monopoli al Centro. Tale piano mira soprattutto a creare il dato di fatto per poter dichiarare illegale l’ulteriore esistenza dell’ASAR come fattore politico e dare a tale provvedimento una parvenza di legalità, creando con la provocazione premeditata il «casus iuris» che consenta agli interessati di uccidere il più forte e il più democratico movimento della nostra Regione». Insieme a Defant vennero arrestati anche il moriano Mario Chizzola, Celestino Baldo di Villalagarina, Ruggero Piffer di Besenello. Defant fu accusato di avere invitato, uso le parole della magistratura di allora, «una folla di scalmanati in fermento» a «reagire all’operato legittimo di questa opponendo, occorrendo, le armi alle armi». Chizzola Mario fu arrestato per avere «invitata la folla a recarsi alla caserma dei carabinieri per ottenere ad ogni costo la restituzione della bandiera e il rilascio di un fermato». Celestino Baldo – che aveva anche l’aggravante di essere «recidivo» – fu messo agli arresti per aver «fatto segno il WHQHQWHGHLFDUDELQLHUL=DQFDQ*LRYDQQLGLVSLQWRQLSHURSSRUVL DFKHLOGDWRXIÀFLDOHIDFHVVHDPPDLQDUHODEDQGLHUDWLUROHVHª Ruggero Piffer per aver «usato violenza verso militari dell’Arma dei carabinieri onde opporsi a che i detti togliessero dalla circolazione la bandiera tirolese di cui sopra». Il 14 novembre 1947 Mario Chizzola diede le proprie dimissioni quale responsabile del gruppo di Mori, prendendo atto di non poter «esercitare liberamente e pienamente» le proprie mansioni direttive, «essendo in attesa di processo dopo i fatti di Mori, pur avendo la coscienza di una ingiusta e falsa denuncia rivoltami», «tenendo conto anche delle particolari situazioni famigliari e professionali». Il 2 gennaio 1948 il suo posto alla guida dell’ASAR di Mori venne preso da Luigi Turella. 77 Chizzola fu interrogato il 14 ottobre 1947. Affermò che durante il suo intervento in piazza a Mori si era mantenuto equilibrato, «conformemente alla mia abitudine e carattere. Avrò parlato si e no per 5 minuti come una semplice presentazione ed un breve commento di chiusura dopo Defant». Escluse in modo assoluto di avere pronunciato parole di incitamento alla violen]DDIÀQFKpIRVVHUHVWLWXLWDODEDQGLHUDHULODVFLDWRLOIHUPDWRDG ogni costo. Defant, durante l’interrogatorio del 15 ottobre, negò con forza ogni imputazione. Affermò di avere parlato solo due ore dopo che era accaduto il fatto in oggetto, di essersi adoperato per una SDFLÀFD]LRQHGHJOLDQLPLHGLDYHUHXVDWRGDOSDOFRSDUROHGLYHUse da quelle che gli venivano attribuite: «In quel periodo di due ore sia io che il Prof. Chiocchetti abbiamo fatto opera di persuasione verso il portabandiera, quindi opera tutt’altro che di incitamento. Quando poi ho preso la parola dopo il Chizzola ho tenuto un discorso obiettivo pur criticando l’operato di chiunque volesse contestare i diritti fondamentali di libertà... Mi riservo di presentare a mia discolpa il testo quasi integrale del discorso. Indicherò nel più breve tempo possibile la maggior parte di quelli che assistevano al comizio e al discorso e che hanno sentito le mie parole». Sabato 25 ottobre furono scarcerati Defant, Chizzola e Baldo. Va detto che in seguito ai «fatti di Mori» si scatenò una vera e propria tempesta a mezzo stampa, con tentativo di totale denigrazione e delegittimazione del movimento. Sembrava tutto creato ad arte ed in effetti l’operazione – se operazione vi fu – ebbe notevole successo. In quelle settimane “La nostra Autonomia” fu molto impegnata nel rispondere alle accuse (spesso infondate) che venivaQRVSDUDWHDUDIÀFDGDJOLDPELHQWLGHPRFULVWLDQLHOLEHUDOL7XWWL FRORUR FKH SRWHYDQR DSSURÀWWDUH GHOOD VLWXD]LRQH OR IHFHUR Ë YHUDPHQWHGLIÀFLOHQRQSHQVDUHFKHGLHWURVLWXD]LRQLFRPHTXHsta – che ebbe vasta eco sulla stampa locale e nazionale, con 78 pesante discredito degli autonomisti – non vi fosse il preciso disegno di annientamento del grande movimento popolare quale era diventato l’ASAR. Il sindaco di Mori fu interrogato il 18 ottobre. Scagionò Chizzola, di cui era vicino di casa: «Il giorno precedente al comizio siamo stati insieme ed abbiamo convenuto di fare opera persuasiva perché non avvenissero incidenti. Il giorno del comizio il Chizzola ha parlato brevemente. Non ho udito le parole “dobbiamo andare in caserma per ottenere ad ogni costo la restituzione della bandiera e il rilascio del fermato”. Posso assicurare LQSLHQDFRVFLHQ]DFKHLO&KL]]RODqHOHPHQWRWHPSHUDWRGLDVVROXWDRQHVWjGLLQWHQWLFKHKDIDWWRVHPSUHRSHUDGLSDFLÀFD]LRQH e dacché ha assunto la Presidenza dell’ASAR di Mori non sono più apparse scritte ingiuriose». Da allora, le tensioni e i controlli nei confronti dell’ASAR si fecero sempre più serrati. Il movimento si sentiva in un cerWRVHQVR©DFFHUFKLDWRª8QFHUWR=DQFDQHOOD0DULRVFULVVHXQD 79 lettera alla direzione dell’ASAR per denunciare di essere stato arrestato il 30 ottobre, in occasione del Giro Podistico di Trento, portato in questura, aggredito e picchiato da un agente che lo apostrofava con le seguenti frasi «Insegno io il vivere del mondo ai trentini», «Insegno io come si vive ai trentini asarini». «E TXHVWRª FRQFOXGH =DQFDQHOOD QHOOD VXD GLFKLDUD]LRQH ÀUPDWD «malgrado la mia dichiarazione di non essere un asarino». I “fatti di Mori” e un’ulteriore serie complessa di azioni e operazioni politiche e giudiziarie tentarono in ogni modo di minare le relazioni tra gli autonomisti trentini e quelli sudtirolesi per favorire ad una devastazione interna di questo grande movimento politico, autonomista e trasversale, che fu l’ASAR. Dalle sue ceneri, nel 1948, sarebbe nato il Partito del Popolo Trentino Tirolese, con l’esperienza politica quarantennale di Enrico PruQHUHODQDVFLWDDOODÀQHGHJOLDQQL2WWDQWDGHOVHFRORVFRUVRGHO 3DUWLWR $XWRQRPLVWD 7UHQWLQR 7LUROHVH 0D QRQ q OD VHGH SHU approfondire questi temi. La storia dell’ASAR merita di essere riscoperta e approfonGLWDHFLLQYLWDDULÁHWWHUHVXOODVWRULDGHOODQRVWUD$XWRQRPLD che abbiamo il diritto e il dovere di riscoprire dentro un nuovo processo di apprendimento della storia locale, di cui si sente davvero un concreto bisogno, per consentire anche alle più giovani generazioni di non perdere i contatti con le radici storiche della nostra terra. Lorenzo Baratter è nato nel 1973 a Rovereto. È storico e autore di numerose pubblicazioni di storia regionale, tra le quali si segnalano Le Dolomiti del Terzo Reich (2005), Storia dell’ASAR. Associazione Studi Autonomistici Regionali (2009), Enrico Pruner. Una vita per l’Autonomia (2011), L’Autonomia spieJDWDDLPLHLÀJOL Vive a Pomarolo. 80 81 82 AMBIENTI SCOMPARSI Edoardo Tomasi In qualche zona periferica del Trentino “nar a l’ambiente” VWDYDDVLJQLÀFDUHDQGDUHDOEDURFRPXQTXHLQXQORFDOHSXEblico per fare quattro chiacchiere o bere un bicchiere di vino in compagnia. Giocando un po’ sull’ambivalenza del sostantivo, proponiamo in questo numero alcune immagini d’epoca relative appunto a degli “ambienti” molto frequentati da chi ora ha qualche anno in più sulle spalle. Sono istantanee di varia provenienza e qualità, ma che comunque conservano intatto il fascino del tempo passato. /HSULPHGXHLOOQHVRQRVXJJHVWLYHIRWRJUDÀHG·DXWRUH che ritraggono la sala da pranzo del Ristorante Rosina, attuale 1 Biblioteca comunale Luigi Dal Ri, Fondo Parziani, lastra n. 24091 83 2 Biblioteca comunale Luigi Dal Ri, Fondo Parziani, lastra n. 24063 ´9HFFKLD0RULµLQSLD]]D&DOGL3RQWH1RQqSUHFLVDWRO·DQQRLQ FXL5XJJHUR3DU]LDQLVFDWWzTXHVWHIRWRJUDÀHPDGRYUHEEHUR risalire agli anni ‘40 / ’50 del secolo scorso. Nella successiva panoramica (ill. n. 3) tratta da una cartolina d’epoca, viaggiata nel 1952, sono evidenziati a destra l’Albergo Italia ed a sinistra il “vecchio baracchino della stazioncina di 0RULµGHPROLWRQHOSULPRVHPHVWUHGHO7UDLGXHHGLÀFLVL QRWDQRLPDHVWRVLDOEHULFKHRPEUHJJLDQRLO´SLD]]DOHGHOODÀHra” e un grande slargo (attuale piazzale Kennedy) attraversato dallo “stradone” per il lago di Garda. Segue (ill. n. 4) l’ingrandimento di una cartolina viaggiata nel $OSRVWRGHOSLD]]DOHDOEHUDWRFKHRVSLWDYDLOIRURERDULRq già sorto un popoloso rione di case I.N.A. Sulla sinistra le rovine GHOOD´6LUHQDµ/DIRWRqGL*LRYLWD*ULJROOL/·$OEHUJR,WDOLDHYLdenziato col cerchio, venne acquistato nel 1971 dal signor Menotti 84 3 4 85 5 6 86 =DQROOLDOTXDOHVXEHQWUDURQRQHOLÀJOL/LYLR/LYLDH$QJHOR Due inquadrature quasi simili ma distanziate negli anni: la prima (ill. n. 5), più antica, mostra il rigoglioso glicine che s’era DUUDPSLFDWRÀQVXOWHWWRGHOO·HGLÀFLRFHQWUDOH6XOO·HVWUHPDGHstra, oltre la statale, la casa che ospitava al piano terra la sede della Guardia di Finanza. Fu poi acquistata dalla Cassa rurale che la demolì nel 1975/76 per poi ricostruire ed ampliare la propria sede. L’Albergo Italia, un tempo di proprietà di Bernardino Caliari, era ubicato all’incrocio della Statale con l’attuale via Terranera. Nell’altra foto (ill. n. 6), tratta da una cartolina non viaggiata, (Grigolfoto di Mori), si nota la moderna struttura dell’albergo, inaugurata nel 1958. A seguire (ill. n. 7) l’imponente facciata dell’Albergo Italia in una cartolina viaggiata nel 1959 (Fotocine, Trento). C’erano 100 posti letto distribuiti in 40 camere, tutte munite di servizi igieniFLFRVDUDUDLQTXHLWHPSL/DVXSHUÀFLHGLRJQLSLDQRHUDGLFLUca 400 metri quadrati. Nel maggio 1978 l’immobile e la licenza furono venduti all’impresa edile Girardelli che l’anno seguente ristrutturò completamente l’intero stabile. /·$OEHUJR,WDOLDSURVHJXuO·DWWLYLWjSHUFLUFDXQYHQWHQQLRÀQR ai primi anni dopo il 2000 per mutare poi nuovamente aspetto e destinazione con quella che vediamo attualmente. Molti “ex giovani” ricordano ancor oggi con nostalgia la frequentatissima discoteca nel sotterraneo, decorata con maestria da pitture realizzate dal giovanissimo e già promettente artista locale Mario Signorelli. Chiudiamo questa ideale carrellata tra i locali pubblici di un tempo ormai passato con una fugace puntata al passo San Giovanni, tra Loppio e Nago. Fino a poco tempo fa era possibile scorgere l’inconfondibile sagoma dell’Albergo “al passo”, ora non più. In attesa di vederlo rinascere dalle fondamenta, ecco due cartoline a colori messe gentilmente a disposizione come le altre da un collezionista, utente della nostra biblioteca. 87 7 8 88 La prima (ill. n. 9) ritrae il primitivo nucleo della struttura, con le caratteristiche agili colonnine che ritroviamo poi nella successiva cartolina (ill. n. 10). Entrambe non sono viaggiate ed il solo elemento che ci consente di abbozzare una datazione SODXVLELOHqO·DVVHQ]D²QHOODSULPDGHO&RGLFHGLDYYLDPHQWR postale, che invece compare nella seconda cartolina. Dato che il &$3qVWDWRLQWURGRWWRQHOLFRQWLVRQSUHVWRIDWWL 89 90 10 9 91