El Campanò
de San Giuseppe
2011
EL CAMPANÒ
DE SAN GIUSEPPE
Rivista di storia, letteratura, arte e curiosità
a cura della
Biblioteca intercomunale “Luigi Dal Ri” di Mori
2011
Foto di copertina: La chiesetta di Monte Albano in una foto dei primi del Novecento
Le pubblicità d’epoca intercalate nel testo sono tratte dal “Numero unico pro Banda
Sociale di Mori” pubblicato nel 1908
Editore:
Redazione presso:
Biblioteca intercomunale “Luigi Dal Ri” di Mori
Via Scuole n. 7 - Tel. 0464 916260 Fax 0464 910684
e-mail: [email protected]
In redazione:
Katia Angeli
Bruno Bertolini
Paola Caneppele
Marco Guidotto
Renato Mattei
Edoardo Tomasi
«El Campanò de San Giuseppe»
Anno XXVI - 2011
Aut. Tribunale di Rovereto n. 122 del 3.4.1986
Direttore responsabile:
Marco Guidotto
Fotocomposizione, fotolito e stampa:
La Grafica Srl - Mori (Tn)
Finito di stampare nel mese di ottobre 2011
Tiratura n. 800 copie
Per i numeri arretrati rivolgersi alla
Biblioteca “Luigi Dal Ri” di Mori
È aperta a tutti la collaborazione gratuita. La Redazione lascia agli Autori la responsabilità
delle opinioni e dei giudizi espressi. È fatto divieto di riprodurre, anche parzialmente,
articoli ed illustrazioni senza riferimento alla rivista e agli Autori.
II
PRESENTAZIONE
Nulla torna, ma tutto si somiglia.
Prendendo spunto da una delle migliaia “greguerías” di Ramón
Gómez de la Serna (1888-1963), geniale inventore di aforismi
stralunati quanto profondi, torna ancora una volta nelle case dei
moriani e degli ospiti della nostra borgata il nuovo numero del
Campanò.
La Pro Loco di Mori Val di Gresta ha creduto e crede fermamente nella ormai storica rivista che accompagna le principali
IHVWHGHOODFRPXQLWjÀQGDOHGqFRQYLQWDFKHGHEEDSURVHguire la propria attività in modo autonomo. Come preannunciato
nel precedente numero ha costituito una Commissione apposita
GD DIÀDQFDUH DO FROODXGDWR &RPLWDWR GL 5HGD]LRQH LO FXL WLPRQHqSDVVDWRGDXQ0DUFRDOO·DOWURSHULPRWLYLFKHLO'LUHWWRUH
UHVSRQVDELOHXVFHQWHVSHFLÀFDQHOO·HGLWRULDOHDVHJXLUH5LQJUDziamo Marco Torboli per l’impegno profuso in questi anni per
migliorare il Campanò e diamo il benvenuto ad un altro giovane
pubblicista, Marco Guidotto.
,QTXHVWRQXPHURFRQWUDGGLVWLQWRDQFKHGDXQDUDIÀQDWDFRSHUWLQDULFDYDWDGDXQDLQHGLWDIRWRJUDÀDXOWUDFHQWHQDULDSXEblichiamo in anteprima la riproduzione anastatica dello Statuto
GL TXHOOD FKH SRWUHPPR GHÀQLUH OD ´ELVQRQQDµ GHOO·DWWXDOH 3UR
Loco, ovvero la Società “Pro Mori”.
É un raro opuscolo (presente solo nella Biblioteca di Mori tra
OHROWUHFHQWRFROOHJDWHDO&DWDORJR%LEOLRJUDÀFR7UHQWLQRGLSRFKHSDJLQHVWDPSDWRGDOODWLSRJUDÀD0DOIDWWLGL0RULQHO
Interessante notare che tra gli scopi della neo costituita società
III
F·qTXHOORGLassumere direttamente od incoraggiare anche con
sussidi materiali, iniziative tendenti a dar luogo a pubbliche
feste, spettacoli, conferenze istruttive (escludendo assolutamente quelle politiche) ecc.
Purtroppo lo scoppio della guerra impedì lo sviluppo turistico
che era uno dei primari e lodevolissimi obiettivi della Società.
Segue un corposo articolo di Marta Villa dedicato al senso
della casa nelle culture del mondo con un excursus etimologico
VXOWHUPLQH´JDQ]qJDµWDQWRSHUULEDGLUHORVWUHWWROHJDPHGHO
Campanò con la nostra festa autunnale più rappresentativa.
I due nuovi componenti il Comitato di Redazione – Renato
Mattei e Bruno Bertolini – si occupano di antichi documenti relativi il primo ad un quaderno di conti manoscritto inerente la
gestione di un molino in Val di Gresta ed il secondo ad una supplica della frazione di Loppio per eliminare degli evidenti disagi
derivanti dalla stranissima divisione amministrativa del centro
abitato in ben tre Comuni diversi.
Dalla Val di Sole ci giunge una insolita segnalazione di una
prestigiosa trasferta a Malé della Banda Sociale di Mori nel lonWDQRDJRVWRGHOO·DUWLFRORqÀUPDWRGD5RPLQD=DQRQ
Poi due “quasi” inediti: un “passatempo” composto da ben
93 quartine in rima, probabilmente composto da un pressoché
sconosciuto poeta di Pannone ed una lista, sempre in rima, di
180 soprannomi di famiglie di questa zona, in una versione che
differisce leggermente da altre simili pubblicate anni addietro a
nome di altri autori.
Giovanni Berti, di Nago, torna ad occuparsi di un argomento
già affrontato su questa stessa rivista nel 2005 da Bruno Gentili ed aggiunge nuovi importanti elementi su un drammatico
IV
episodio di guerra aerea avvenuto il 6 febbraio 1945 nel cielo di
Rovereto.
Lo storico Lorenzo Baratter sintetizza quel che successe a
Mori il 21 settembre del 1947 in occasione di un affollatissimo
comizio dell’ASAR in Piazza Cal di Ponte, mentre Edoardo ToPDVLFKLXGHTXHVWRQXPHURFRQXQDSDQRUDPLFDIRWRJUDÀFDGL
locali pubblici un tempo molto frequentati ed oggi completamente trasformati o addirittura scomparsi.
'XQTXH´QRQWXWWRPDGLWXWWRµFRP·qRUPDLWUDGL]LRQHSHU
il Campanò.
Buona lettura e se avete degli argomenti da suggerire o notizie da precisare, siete pregati di rivolgervi ai recapiti della reda]LRQHVSHFLÀFDWLFRPHVHPSUHQHOOHSDJLQHSUHOLPLQDUL
Il Presidente della Pro Loco
Mori Val di Gresta
Flavio Bianchi
V
EDITORIALE
Questo numero de El Campanò de San Giuseppe arriva
QHOOHFDVHGHLPRULDQLHQRQVRORFRQXQDVHULHGLQRYLWjFKHq
opportuno porre all’attenzione dei lettori.
Innanzitutto la firma del nuovo Direttore responsabile, Marco
Guidotto, che mi succede e che certo saprà guidare al meglio la
rivista.
Lo ringrazio di aver accettato l’incarico, in un frangente che
mi vede impossibilitato a continuare l’incarico che mi era stato
affidato nel 2005 dall’allora presidente del Comitato Turistico
Locale, Michele Moscatelli.
1HOIUDWWHPSRLO&RPLWDWRVLqHYROXWRLQ3UR/RFR0RUL9DO
di Gresta, ed ha sapientemente raccolto l’eredità di conoscenze,
energie e competenze maturate in molti anni di intensa e proficua
attività.
,QTXHVWDIDVHGLFDPELDPHQWRDO&DPSDQzqVWDWDULFRQIHUPDWDODILGXFLDDQ]LVXULFKLHVWDGHOODUHGD]LRQHVWHVVDJOLqVWDWD
dimostrata in più occasioni la volontà di un rilancio editoriale.
A questo scopo, ma non solo, all’inizio del 2011 in seno alla Pro
/RFRqVWDWDLVWLWXLWDOD&RPPLVVLRQHFXOWXUDFXLKDQQRDGHULWR
un bel gruppo di moriani appassionati di storia e cultura locale,
apportando energie ed idee nuove.
Premesse queste condizioni, sono certo che tra le pagine di
questo periodico saranno scritte ancora e per molti anni le storie
di quella Mori che nessun altro altrimenti racconterebbe.
Permettemi infine di ringraziare la vera anima della rivista,
colui che - fortunatamente - rimane saldo al posto di coordinamento il Responsabile della biblioteca di Mori, Edoardo Tomasi.
1RQVRORELEOLRWHFDULRHJOLqSURIRQGRFRQRVFLWRUHGLTXHOODVWRULD
FKHQRQqVRORVFULWWDVXLOLEULPDFKHSHUPHDDQFKHGDLUDFFRQWL
VI
confidati per strada, custode della memoria della nostra borgata.
Vi posso assicurare che senza il suo prezioso contributo queste
pagine non andrebbero in stampa.
Concludo riprendendo uno stralcio di ciò che scrissi nel mio
SULPRHGLWRULDOHQHOTXHVWRqVHPSUHVWDWRLOQRVWURRELHWtivo, e sono certo continuerà ad esserlo.
©1HJOLXOWLPLOXVWULVLqDIIHUPDWRFRQLQVLVWHQ]DLOGHVLGHULRGL
riscoprire le origini. Sempre più autori hanno pubblicato libri e
sempre più riviste sono nate con l’intento di fermare quello che
il tempo altrimenti avrebbe lasciato irrimediabilmente scivolar
via. [...]
E mentre la penna, con un pizzico di malinconia, lascia il
posto al computer, quest’ultimo può divenire un fedele alleato
per imprimere, ed esprimere, pensieri e ricordi che altrimenti
andrebbero perduti.
È questo il fine ultimo di questa rivista, nata grazie all’impegno
di molti che credono che non tutto debba essere perduto, che
qualcosa di importante meriti di essere recuperato e ricordato.
[...]
Tra queste pagine trovano spazio testimonianze, immagini,
ricordi della nostra borgata, celate tra i bauli delle soffitte, sugli
scaffali delle memorie più intime, nelle menti di chi tra noi ha
vissuto più a lungo, e per questo ha molto da raccontare alle
generazioni più giovani.»
Marco Torboli
VII
IN QUESTO NUMERO
Statuto della Società “Pro Mori”
riproduzione anastatica del testo pubblicato nel 1914
GDOODWLSRJUDÀD0DOIDWWLGL0RUL
pag. 1
)DU´JDQ]qJDµLOVHQVRGHOODFDVDQHOOHFXOWXUHGHOPRQGR
di Marta Villa
pag. 7
Il mulino dei conti Castelbarco
Renato Mattei e Bruno Bertolini
pag. 17
Una trasferta davvero “luminosa”: importanti esibizioni della
Banda sociale di Mori a Malé nel 1899
di Romina Zanon
pag. 23
I soprannomi esistenti a Mori messi in rima
da Ettore Bertolini (“sorno”)
pag. 27
/DULXQLÀFD]LRQHGHOODIUD]LRQHGL/RSSLRHGHLFRPXQLGHOOD9DO
di Gresta
di Renato Mattei e Bruno Bertolini
pag. 31
“Passatempo”: un canzoniere della Val di Gresta
(tra)scritto? da Giovanni Terzi da Pannone
pag. 41
6 febbraio 1945, un episodio di guerra aerea nel cielo di Rovereto
a cura di Gianni Berti
pag. 61
I “fatti di Mori” del 21 settembre 1947
di Lorenzo Baratter
pag. 71
Ambienti scomparsi
di Edoardo Tomasi
pag. 83
1
2
3
4
5
FAR “GANZEGA”. IL SENSO DELLA
CASA NELLE CULTURE DEL MONDO
Marta Villa
Il termine Ganzega, che viene utilizzato nel dialetto veneto e
WUHQWLQRqDQFRUDGLLQFHUWDRULJLQHLQYHQH]LDQRSHUHVHPSLR
viene tradotto con allegrezza, la gioia che viene manifestata al
termine di un lavoro, soprattutto se impegnativo.
Nel Polesine la Ganzega era una vera e propria festa improvvisata nelle aie delle cascine quando un lavoro faticoso e importante veniva concluso. Alcuni etimologi la fanno derivare dal verbo
ODWLQRJDXGHUHWXWWDYLDQRQVLqDQFRUDWURYDWDXQDULVSRVWDGHÀnitiva. Siamo invece sicuri che in tutte queste tradizioni culturali
locali, la Ganzega sia una grande festa molto partecipata. Nella
zona della bassa padana veneta, intorno al Po, veniva organizzaWDLQGLYHUVLPRPHQWLGHOO·DQQRDJULFRORSHUODÀQHGHOODVSDQnocchiatura, della vendemmia, della raccolta delle barbabietole,
della mietitura e trebbiatura in piena estate. Soprattutto nella
cascine della provincia di Rovigo, ancora negli anni Cinquanta,
si preparava una celebrazione festosa con il contributo di tutti: il
padrone regalava salumi e vino e tutti i contadini portavano cibi
SUHSDUDWL LQ FDVD FKH YHQLYDQR FRQGLYLVL /D WHRULD HWQRJUDÀFD
YHGHLQTXHVWRHYHQWRFROOHWWLYRXQDVSHFLHGLVDFULÀFLRULGLVWULbutivo per la fatica svolta; la festa era sempre allietata da canti e
EDOOLJUD]LHDOODSUHVHQ]DGLYLROLQLHÀVDUPRQLFKH
Oltre a questo tipo di festa, e qui ci interessa maggiormente, la
Ganzega vedeva la sua presenza anche in ambito edile. Nei territori del Nord-Est d’Italia veniva sempre celebrato il termine dei
lavori di costruzione di una nuova casa, subito dopo la posatura e
il completamento del tetto.
In Friuli Venezia Giulia, in particolare nelle valli del Natisone,
per la festa al termine della collocazione del tetto, venivano cu-
7
Tenda beduina nel deserto del Sahara. Esempio di abitazione
di popolazioni nomadi.
FLQDWLLVWUXFFKLOHVVLXQGROFHGDOODGLIÀFLOHOXQJDHGHODERUDWD
preparazione che vedeva coinvolta tutta la famiglia e che veniva
offerto in un largo piatto posto al centro a tutti quelli che avevano
DLXWDWRGXUDQWHLOODYRURGLHGLÀFD]LRQH
In Veneto la festa della Ganzega aveva anche il nome di VanzeJDR=RQ]HJDWHUPLQLFKHRUDVRQRDQGDWLTXDVLFRPSOHWDPHQWH
SHUVLDQFKHQHOODSDUODWDGLDOHWWDOHPDVLJQLÀFDYDQRWXWWLLOPHdesimo evento: una grande cena a cui partecipavano tutti i muratori che avevano lavorato, dal capomastro ai manovali, insieme
DO SDGURQH GHOO·HGLÀFLR , SLDWWL VHUYLWL HUDQR TXHOOL WUDGL]LRQDOL
della cucina povera, accompagnati dall’immancabile polenta come
companatico e dal vino. Esisteva un proverbio molto popolare che
ricordava la sacra legge che vigeva nel cantiere: acqua ai muri e
vino ai muratori! Questa festa era quasi un diritto per i lavoratori:
8
YHQLYDSLDQLÀFDWDDQFRUDSULPDGHOODFRVWUX]LRQHGHOODFDVDHQHO
bilancio si provvedeva a prevedere una parte dei soldi per la sua
organizzazione. Era una festa molto importante: entrava quasi in
quella dimensione rituale scaramantica che da sempre ha visto la
FDVDHODVXDHGLÀFD]LRQHFRPHXQPRPHQWRFUXFLDOH
/·DELWDUH LQIDWWL ÀQ GDL WHPSL DQWLFKL SRUWDYD FRQ Vp GLYHUVH
pratiche che possono essere ascritte nella dimensione della ritualità: anche per la Ganzega accadeva infatti che prima della festa
si issasse sul tetto una frasca come bandiera che simboleggiava
ODVLPLOLWXGLQHIUDODFRVWUX]LRQHDUWLÀFLDOHGHOODFDVDHODFUHVFLWD
naturale dell’albero.
Nei tempi più antichi i romani, per citare un esempio noto, inserivano delle monete tra i mattoni o tra le pietre dei muri come
EXRQDXVSLFLRRLPPRODYDQRDQLPDOLLQVDFULÀFRHFRQLOORURVDQgue bagnavano la prima pietra delle fondamenta.
6LD OD SUDWLFD GL IDUH IHVWD DO WHUPLQH GHOO·HGLÀFD]LRQH VLD OD
dedicazione a divinità o l’aspersione con il sangue, elemento viviÀFDQWHSHUHFFHOOHQ]DRODEHQHGL]LRQHSULPDGHOO·LQL]LRGHOODFRstruzione o i diversi elementi inseriti durante il procedere stanno
D VLJQLÀFDUH FKH OD FDVD H OD VXD SURWH]LRQH q VLFXUDPHQWH XQ
HOHPHQWRHVWUHPDPHQWHVLJQLÀFDWLYRSHUJOLHVVHULXPDQL
Non solo la nostra cultura occidentale vede nell’abitazione un luogo
FDULFR GL VLJQLÀFDWL PD LQ TXDVL WXWWH OH FXOWXUH GHO PRQGR O·DELWDUH
porta con sé pratiche e interpretazioni tramandate per tradizione.
Possiamo fare una breve rassegna nei cinque continenti per
trovare riti e festeggiamenti simili al nostro far ganzega e modalità vicine di percepire lo spazio casalingo.
La casa viene rappresentata come una emanazione del corSR GHOO·XRPR H YLHQH DQWURSRPRUÀ]]DWD VHFRQGR OD GHÀQL]LRQH
di Cardona1´LOWHWWRqODWHVWDGHOODFDVDO·HQWUDWDQHqODERFFD
gli elementi portanti verticali ne sono i piedi o le gambe” (CarGRQD S /D FDVD q OD SULPD PDQLIHVWD]LRQH HYLGHQWH
1
´/·HVHPSLRSLVLJQLÀFDWLYRqRIIHUWRGDOO·DQWURSRPRUÀVPRGHOODFDVD$XQSULPROLYHOOR
HOHPHQWDUHGLSDUWL]LRQHO·DELWD]LRQHSXzHVVHUHYLVWDFRPHXQFRUSRVHPSOLÀFDWRµ&DUdona, 1985, p. 48).
9
QHOOD HVSHULHQ]D VSD]LDOH XPDQD FKH SHUPHWWH GL GHÀQLUH XQ
FRQÀQHWUDXQGHQWURSURWHWWLYRHPDWHUQRHGXQIXRULRVWLOH
HSHULFRORVR/·DELWD]LRQHGXQTXHqIRQGDPHQWDOHSHUFKpSHUmette all’essere umano di creare un proprio spazio delimitato e
VHSDUDWRFKHSHUPHWWDODQDVFLWDGLXQDGLVWLQ]LRQHWUDFLzFKHq
LQWHUQRHFLzFKHQRQORq,OSDVVRVXFFHVVLYRQHOO·DQWURSRORJLD
della percezione del paesaggio, sarà dato dal raggruppamento
di tante case a formare il villaggio: in questo caso l’interno sarà
GDWRGDLPXULGLFRQÀQHHO·HVWHUQRVHOYDJJLRHLQVLFXURGDOOD
foresta. Subito di seguito abbiamo una connotazione morale deJOLVSD]LODFDVDRLOYLOODJJLRGHÀQLVFRQRFLzFKHqEXRQRSHUFKpqQRVWURHFLzFKHqPDOYDJLRLOIXRULGLQRLO·DOWURGDQRLLO
diverso.
Nelle case huave (Messico)2, l’interno dell’abitazione viene
descritto come un ventre delimitato dalla fascia delle pareti ed
ogni sezione della casa viene descritta come una parte del copro
umano; anche per i Cuna (Panama)3O·LGHQWLÀFD]LRQHFROYHQWUH
qVRWWROLQHDWDGDOODGHÀQL]LRQHGDWDDOODWUDYHSRUWDQWHFKLDPDWD
satepir ossia bocca del ventre. Simili percezioni sono possedute
anche da popoli nomadi del deserto, i quali posizionano le proprie tende (beduini della Giordania meridionale) secondo una
predisposizione spaziale legata alla spazialità corporea. Sempre
2
L’etnia huave vive nell’istmo di Tehuantepec, nel sud-est dello stato di Oaxaca (MessiFRVXOODODFRVWDGHOJROIRGL7HKXDQWHSHFHVXOOD/DJXQD6XSHULRUH,OQRPHKXDYHqXQ
HVRQLPRLPSRVWRGDJOL]DSRWHFKLHVLJQLÀFDJHQWHFKHLPSXWULGLVFHQHOO·DFTXDUDJLRQSHU
FXLJOLLQGLJHQLKXDYHVLULÀXWDQRGLLPSLHJDUORSHUULIHULUVLDORURVWHVVL3UHIHULVFRQRFKLDPDUVLSLXWWRVWRPHURLNRRWVHVSUHVVLRQHFKHWUDGRWWDOHWWHUDOPHQWHVLJQLÀFD´LYHULQRLµ
3
I Cuna (noti anche come Kuna, Tule, Cuna-Cuna o Indiani di San Blas) sono un popolo
di lingua chibcha di circa 20.000 unità che abitano nelle isole San Blas, al largo della costa
orientale del Panamá, e nelle foreste colombiane dell’interno. Nelle comunità del continente
LOPRGHOORWUDGL]LRQDOHGLLQVHGLDPHQWRqOXQJRLÀXPL/HDELWD]LRQLQRQVRQRUDJJUXSSDWH
PDVHSDUDWH*HQHUDOPHQWHF·qXQEUHYHVHQWLHURWUDODFDVDHODULYD*OLLQVHGLDPHQWL
sono circondati dalla giungla recisa in modo netto; i campi per l’agricoltura sono distanti
dalle case. Nella società dei Cuna discendenza, eredità e successione avvengono in linea
materna. Gli uomini detengono l’autorità, particolarmente nella sfera pubblica, ma sempre
in virtù di uno status ottenuto per discendenza matrilineare.
10
Tipico paesaggio urbanizzato dalla popolazione Ladakhi in India.
LSLODVWULRLSDOLYHQJRQRLGHQWLÀFDWLFRQOHJDPEHSRLFKpVRUreggono la costruzione e ne sono gli elminti più forti e maschili.
$OSURSULRLQWHUQRODFDVDKDGHJOLVSD]LGHOLPLWDWLHEHQGHÀniti che vengono a loro volta indicati con nominazioni di genere.
Presso i Barasana (Colombia – Brasile)4, ad esempio, la casa
YLHQHGLYLVDLQGXHSDUWLTXHOODYLFLQDDOÀXPHRDQWHULRUHKD
FRQQRWD]LRQLPDVFKLOLHTXHOODRSSRVWDDOÀXPHKDDWWULEXWLIHPminili. Lo stesso accade per gli arabi del Sudan dove l’entrata
maschile immette nel ventre della casa femminile.
La casa presso i Ladakhi (India)5, invece, segue un orientaPHQWRJHRJUDÀFROHSRUWHVLDSURQRWXWWHYHUVRHVWFKHVHFRQGR
ODORURLQWHUSUHWD]LRQHqXQDGLUH]LRQHEHQHYRODHUDVVLFXUDQWH
le pareti posteriori si trovano ad ovest, direzione invece malva4
I Barasana sono un gruppo etnico della Colombia e del Brasile con una popolazione
stimata in circa 1.000 individui.
5
,O/DGDNKqXQDGLYLVLRQHGHOORVWDWRIHGHUDWRLQGLDQRGL-DPPXH.DVKPLUGLFLUFD
SRFRSLGLDELWDQWL,OVXRFDSROXRJRq/HKODGLYLVLRQHGHO/DGDNKFRPSUHQGH
LGLVWUHWWLGL.DUJLOH/HK/DUHJLRQHGHO/DGDNKqUDFFKLXVDWUDOHFDWHQHPRQWXRVHGHO
.DUDNRUXPHGHOO·+LPDOD\D/DSRSROD]LRQHqFRPSRVWDSHUSRFRSLGHOODPHWjGDEXGGLVWL
ed il resto da musulmani sciiti, con una piccola minoranza di induisti.
11
gia e nefasta: i letti allora seguiranno simile orientamento con
la testata ad est. I piedi, posti sempre ad ovest durante il sonno,
si caricano di energia negativa e di sfortuna, proprio per questo
motivo secondo la regola di comportamento dettata dalla cultura tradizionale di questo popolo non si devono mai puntare i
piedi contro qualcuno e nemmeno indicare con i piedi le immagini sacre o il focolare domestico: in cucina i Ladakhi siedono
sempre a gambe incrociate.
La casa anche nella tradizione della Cabila (Algeria), studiaWDGD3LHUUH%RXUGLHXqXQOXRJRPROWRLPSRUWDQWHHGHQVRGL
senso: il suo interno infatti ha la forma rettangolare divisa da un
PXURDYLVWDSHULVXRLGXHWHU]L/DSDUWHSLODUJDqULVHUYDta agli uomini, l’altra agli animali. Ogni parete ha un suo nome
peculiare: abbiamo quindi il muro del telaio, il muro dell’alWRLOSULQFLSDOHLOPXURGHOODSRUWDqGHWWRPXURGHOVRQQRR
dell’oscurità o della fanciulla o della tomba. Le quattro mura si
suddividono ulteriormente in coppie di opposti, quella della luce
e delle tenebre e quella dell’alto e del basso. All’interno la casa
qSRLGLYLVDLQSDUWHEDVVDXPLGDHRVFXUDGRYHYHQJRQRULSRVWH
tutte quelle cose che sono relative alla crudezza, all’essere ancora verdi o acerbe, all’animalità e alla naturalità e un parta alta,
nobile e luminosa, riservata ai maschi e agli ospiti6.
Se ci spostiamo in Camerun troviamo invece che l’appellativo di casa, ma questo accade anche in moltissime altre culture
GHO PRQGR YLHQH GDWR DG XQ HGLÀFLR PROWR JUDQGH H VSD]LRVR
che accoglie il potere e gli uomini che lo esercitano, divenendo
un luogo chiave dell’identità collettiva. A Bandjoun, una chef-
6
“Tali relazioni di opposizione si esprimono attraverso tutto un insieme di indizi convergenti
che le fondano ricevendo al contempo da esse il proprio senso. È davanti al telaio che si
IDVHGHUHO·LQYLWDWRFKHVLYXROHRQRUDUHTDEHOYHUERFKHVLJQLÀFDDQFKHVWDUHGLIURQWHH
VWDUHGLIURQWHDOO·HVW4XDQGRVLqVWDWLDFFROWLPDOHVLXVDGLUH©0LKDIDWWRVHGHUHGDYDQWL
DOVXRPXURGHOO·RVFXULWjFRPHLQXQDWRPEDª,OPXURGHOO·RVFXULWjqDQFKHFKLDPDWRPXUR
GHOPDODWRHO·HVSUHVVLRQHVWDUHSUHVVRLOPXURVLJQLÀFDHVVHUHPDODWRHSHUHVWHQVLRQHLQ
ozio: vi si pone infatti il giaciglio del malato soprattutto in inverno” (Bourdieu, 2003, p. 55).
12
ferie7 bamileke, la casa della felicità o casa del popolo (nemo)
q XQD FRVWUX]LRQH PROWR VHPSOLFH PD PROWR VLJQLÀFDWLYD SHUcepita anche in questo caso come il vero ventre della comunità
e luogo dove si svolgono le riunioni del “consiglio dei nove”, organo politico e religioso che aiuta il fo (re) a governare. “Quel
FKHRFFRUUHVRWWROLQHDUHqFKHLOUXRORGHOnemoQRQqOLPLWDWRD
rappresentare questa unione: esso contribuisce effettivamente
a realizzarla attraverso lo sforzo collettivo e il lavoro richiesti
SHUODVXDHGLÀFD]LRQH,QTXHVWRPRGRLOnemo diventa una casa
costruita dal popolo e per il popolo: nessuno deve essere escluso
e da ciascuno ci si aspetta che vi prenda parte, lavorandovi in
prima persona o attraverso offerte in natura e in denaro” (Bargna, 2007, p. 106). In particolare sono da notare i pali della casa,
istoriati e scolpiti dagli artisti più importanti del luogo, che delimitano una specie di porticato. Fino a pochi anni fa questi pali
rappresentavano gli antenati, manifestazione evidente per coniugare il potere regnante con il passato e la tradizione; nel 2001
DOFXQLGLTXHVWLYHQQHURVRVWLWXLWLFRQUDIÀJXUD]LRQLPRGHUQHGL
famosi personaggi politici, religiosi e dello spettacolo.
Rimanendo in Africa, ricordiamo che gli Ombiasi in Madagascar realizzano degli amuleti chiamati “Ody”. Questi sono composti da vari tipi di materiali come corna di zebù, piante, perle,
SH]]LGLOHJQRHVRQRLPSLHJDWLSHUDXPHQWDUHODIRU]DÀVLFDH
mentale del possessore ad esempio in relazione ad attività importanti quali la costruzione della casa o l’incontro con spiriti
malvagi incarnati in persone malintenzionate.
Come abbiamo visto in questo breve viaggio tra le culture del
PRQGRODFDVDUDSSUHVHQWDLQ,WDOLDHDOWURYHXQOXRJRÀVLFRH
7
/DFKHIIHULHqXQWHUULWRULRJRYHUQDWRGDXQFDSRWUDGL]LRQDOH4XHVWLRFFXSDDQFRUDXQ
UXRORLPSRUWDQWHQHOODYLWDGHOOHHWQLH(JOLqFRQWHPSRUDQHDPHQWHJDUDQWHGHOO·DXWRULWj
consuetudinaria, religiosa e spirituale. Si trovano, ancora oggi, in Camerun un certo numero di territori posti sotto l’autorità di capi tradizionali, situati soprattutto nella regione
occidentale, intorno a Bamenda e Foumban. Tra i più interessanti, occorre ricordare quelli
di Bandjoun, Bangwa e Bafut. I villaggi tradizionali si trovano a nord del paese, nella
regione dei monti Mandara.
13
Cameroun. Chefferie bamileke di Bandjoun.
Nemo (Casa della felicità o Casa del popolo).
simbolico importante nella vita quotidiana e per questo viene
rivestita di ritualità legate alla sua protezione, alla buona riuVFLWDGHOO·LPSUHVDHGLÀFDWRULDHDOVXRPDQWHQLPHQWR7DOLIHVWH
tradizionali sono nella società occidentale andate perse a causa
dell’urbanizzazione progressiva e della scomparsa del mondo
rurale e contadino. Rimangono comunque nella memoria culWXUDOH FRPH WUDWWR GLVWLQWLYR GL XQD LGHQWLWj VSHFLÀFD O·HYHQWR
IHVWLYRDFFRPXQDOHFXOWXUHPDODSUDWLFDHODULWXDOLWjVSHFLÀFD
vedono delle differenze in ogni gruppo e vanno a costruire un
mosaico interessante e poliedrico da proteggere e tutelare.
14
1RWD%LEOLRJUDÀFD
Bargna, I., Arte africana-DND%RRN
Bargna, I., Giovani lupi dalle lunghe zanne in M. C. Ciminelli
(a cura di), Immagini in opera, Liguori Editore Napoli 2007.
Bourdieu, P., Per una teoria della pratica, Cortina Editore Milano 2003.
Cardona, G. R., I sei lati del mondo, Editori Laterza Bari 1985.
Cocchiara, G., Storia del folklore in Europa, Bollati Boringhieri
Torino 1971.
Cocchiara, G., Storia del folklore in Italia, Sellerio Editore Palermo 1981.
Crepaldi, C., Ganzega, Minelliana Editore Rovigo 2003.
+XJK²-RQHV&'DOÀXPHGLODWWH, Franco Angeli Milano 1983.
Marconi, P., La città come forma simbolica, Bulloni Roma 1973.
15
16
IL MULINO DEI CONTI
CASTELBARCO
Renato Mattei e Bruno Bertolini
Da quando l’uomo per procurarsi di che nutrirsi iniziò a coltivare anche la terra i cereali divennero una delle più preziose
IRQWLGLVRVWHQWDPHQWR8QXOWHULRUHVDOWRGLTXDOLWjVLYHULÀFz
nel momento in cui egli imparò a frantumare i chicchi per farne
della farina da usare nella confezione dei cibi cotti. Nel corso
GHLYDULVHFROLTXHVWHWHFQLFKHVLSHUIH]LRQDURQRÀQRDGDUULYDUH
alla costruzione dei mulini i quali sorsero numerosi lungo i corsi
d’acqua sfruttando la forza motrice della stessa allo scopo di far
funzionare i vari congegni adatti alla macinazione delle grana-
Sullo sfondo l’attuale casa Benoni a Valle S. Felice, un tempo sede del mulino
Castelbarco. In primo piano l’agenda con le annotazioni stilate tra il 1815 ed
il 1878 dagli amministratori del mulino.
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glie. Queste rivoluzionarie strutture diedero un forte impulso al
consumo della farina tanto da collocarle ai primi posti dell’attività economica del tempo. L’alto reddito da esse ricavato stuzzicò
le capacità imprenditoriali delle famiglie abbienti che ne divennero proprietarie esclusive.
Anche la Nobile famiglia dei Castelbarco non sfuggì a questa
scelta e lungo il rio Cameras ed il rio Gresta, che attraversavano
la loro proprietà, collocarono diverse di queste attività.
Recentemente, per merito di Bruno Bertolini appassionato di
ULFHUFKHVWRULFKHVLqYHQXWLLQSRVVHVVRGLXQDJHQGDQHOODTXDOHVRQRULSRUWDWLJOLLQWURLWLSHUO·DIÀWWRGHOPXOLQRGL9DOOH6DQ
)HOLFH,QHVVDVRQRUHJLVWUDWLSXUHO·DIÀWWRGLWHUUHQLGLFDQWLQH
e le entrate per la fornitura di foglia di gelso ed altro e comprende il periodo che va dal 3 gennaio 1815 al 22 giugno 1878.
Il mulino in oggetto di proprietà dei conti di Castelbarco era
ubicato nella casa, ora di proprietà Benoni, sulla cui facciata
spicca tuttora lo stemma con il leone rampante della nobile famiglia.
A quel tempo i Castelbarco dimoravano a Milano e tornavano
nella loro proprietà a Loppio solo durante il periodo di caccia
ÀQRDOO·QRYHPEUHGDWDGHOODFKLXVXUDGHOO·DQQRDJUDULRHGHL
relativi conti colonici. Il fatto di non risiedere nella loro proprietà locale, per tutelare i propri interessi, li obbligava a nominare
un’amministratore cosa questa rilevata dalla lettura delle varie
pagine dell’agenda. Le annotazioni iniziano dal gennaio 1815 ma
VRORFRQLOJHQQDLRWURYLDPRODSULPDÀUPDLQFDOFHDOOD
UHJLVWUD]LRQHGHJOLLQWURLWLHGqTXHOODGL)UDQFHVFR%HQRQLFKH
ODPDQWLHQHÀQRDOIHEEUDLR$OXLVXEHQWUDSRL)LOLSSR
$ORWWLÀQRDOPDJJLRLOTXDOHDYROWHVLÀUPDFRPH$JHQWH &DVWHOEDUFR 1HO VL WURYD OD GRSSLD ÀUPD GHOO·$ORWWL H
GL*LXVHSSH*LRYDQQLQLTXHVW·XOWLPRVLÀUPDGDVRORSXUHLO
IHEEUDLRHLOVHWWHPEUHSHUÀQLUHFRQLOGLFHPEUH
1858 la cui annotazione sancisce l’ uscita di scena dei Castelbarco e la proprietà del mulino passa alla Lega di Arco. Per tutto
18
TXHVWRSHULRGRO·DIÀWWXDULRq$QWRQLR*REELFKHVLSUHVXPHQRQ
DYHVVHÀJOLSHUFKpLQWDOXQLDQQLQHOGLVEULJRGHLSURSULREEOLghi, veniva sostituito dal nipote Cristoforo il quale troviamo
come responsabile unico pure nel 1864 quando si concretizza il
cambio di proprietà. Per soddisfare la curiosità dei lettori traVFULYLDPR DOFXQL GHL GDWL SL VLJQLÀFDWLYL VHJQDWL QHOO· DJHQGD
,QGDWDJHQQDLRO·LPSRUWRGHOO·DIÀWWRDQQXRGHOPXOLQRq
VWDELOLWRLQ´DEXVLYLÀRULQLµ
,QDJJLXQWDDTXHVWDVRPPDFLVRQRXOWHULRULÀRULQLGL´UHgalìe”, usanza questa che a quel tempo era molto di moda e poteva venir soddisfatta in denaro liquido o con derrate alimentari
quali capretti, capponi, uova, dolciumi, questi ultimi da consegnare in determinate ricorrenze ed a volte addirittura cotte e
pronte per il consumo. Sbirciando tra le varie pagine notiamo
altre novità; il 20 gennaio 1846 per la prima volta, il nipote Cristoforo “Paga a nome dello zio Antonio per conto del suo debito
DEXVLYL ÀRULQL GLFR ÀRULQL QRYDQWD RWWR H WURQL TXDUDQWD
otto”. Il 10 aprile del 1833 per la fornitura di 50 “moreri” (gelsi)
VLWURYDO·DGGHELWRGLÀRULQLQHOHVLQRWDLOSDJDPHQWRGLXQD´VRPDGLJLDORµSDULDÀRULQLHSHUJLRUQDWHGL
ODYRURÀRULQL
Nel luglio del 1846 dodici sacchi di foglia di gelso usata per
´DOOHYDUHLEDFKLGDVHWDµqDGGHELWDWDÀRULQL8QDVSHVD
GLÀRULQLqVHJQDWDQHOOXJOLRGHOHULJXDUGDO·DPPRdernamento fatto allo stabile del mulino, vista la piccola somma
pensiamo sia stato un lavoro di poco conto.
Altri incassi li troviamo in varie pagine e riguardano i campi
LQORFDOLWj*UHVSqUSHUO·LPSRUWRDQQXRGLÀRULQLHODFDQWLQD
DIÀWWDWDDÀRULQL&LVRQRLQROWUHUHFXSHURFUHGLWLSHUVDFchi di foglia di gelso nel 1856 e di altri 47 sacchi dell’anno 1847
FRQO·LQFDVVRWRWDOHGLÀRULQL
7XWWLLSDJDPHQWLDYYHQLYDQRTXDVLVHPSUHLQDEXVLYLÀRULQL
DXVWULDFLPDQHO··YHQJRQRXVDWLLÀRULQLLQEDQFRQRWH
YLHQQHVLGHLTXDOLYDOHYDQRFRPHÀRULQLDEXVLYL
19
Nel concludere questa breve esposizione di dati trascriviamo l’ultima registrazione riguardante la gestione Castelbarco
“Loppio 30 ottobre 1858 Gobbi Cristoforo mugnaio di Valle ha
SDJDWRLQFRQWRÀWWLGRYXWLDTXHVWDDPPLQLVWUD]LRQHLQRURDEXVLYLÀRULQLGLFRÀRULQLQRYDQWD´*LXVµ*LRYDQQLQL
'RSR TXHVWD GDWD ÀQR DO QRQ VL WURYDQR DOWUL FRQWHJJL
e dalla prima annotazione si evidenzia l’esistenza di un contenzioso giudiziario presso la pretura di Mori ed il passaggio di proprietà del mulino alla Lega di Arco. Per favorirne la lettura si
trascrive la pagina riportante questi fatti “Cristoforo Gobbi alla
/HJDGL$UFRSDJzRJJLGuÀRULQLGLHFLHIIHWWLYLSH]]LG·RURGD
YHQWLIUDQFKLDÀRULQLµDXVWUO·XQRFKHSRUWRLQDFFUHGLto ed acconto dell’importo cessomi dal concorso dei creditori di
Domenico Comandela di Ciedris pretura di Mori in dipenden]DGLVXEEDIÀWWDQ]DGHOPLRPXOLQRHGRUWLDOOD6HJDSURDQQR
186tre /64 quatro” A. Luterotti.
La contabilità tenuta dal Luterotti prosegue puntualmente
anno dopo anno per concludersi il 22 giugno 1878. Durante queVWLDQQLWXWWRLOGRYXWRqSDJDWRVHPSUHLQSH]]LG·RUR
Da quanto sopra esposto si può desumere lo scrupolo con cui
veniva tenuta la registrazione riuscendo nel contempo a condensare 63 anni di contabilità in un’unica piccola agenda.
Pensiamo in tempi recenti quanta carta sarebbe andata sprecata.
20
30 ottobre 1858: ultima annotazione riguardante la proprietà Castelbarco ,
firmata dall’amministratore Giuseppe Giovannini
21
In data 29 maggio 1864 la proprietà del mulino passa dai conti Castelbarco
alla Lega di Arco
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UNA TRASFERTA DAVVERO
“LUMINOSA”:
IMPORTANTI ESIBIZIONI DELLA
BANDA SOCIALE DI MORI A MALE’
NEL 1899
Romina Zanon
Come si può evincere dall’Archivio comunale di Malè e dai quotidiani dell’epoca, la Banda Sociale di Mori venne chiamata a
suonare a Malè, in Val di Sole, il 19 e 20 agosto 1899, in occasione
di due eventi pregnanti per la storia di quel paese: l’inaugurazione della luce elettrica, installata, in pochi mesi, dalla Ditta
Belloni & Gadda di Milano sotto la guida dell’ingegner Rinaldo
Negri, e il XXVII Congresso estivo della SAT, allora presieduta
da Silvio Dorigoni, il quale inviò una lettera, datata 27 agosto
DOSRGHVWjGL*LR%DWWD6OXFFDSHUHVSULPHUHLQÀQLWDJUDtitudine alla “gentile e patriottica Malè”.
In un articolo dell’Alto Adige del 21-22 agosto 1899 si legge:
0DOq DJRVWR ² 8Q JDLR WULSXGLR DQLPD OH YLH ÀQ GDO
mattino, e la folla cresce di mano in mano che si avvicinano le ore vespertine, folla curiosa e folla affaccendata negli
ultimi preparativi di festa, un via vai multicolore che serSHJJLDDYDQ]DUHWURFHGHRQGDYLYHQWHGLÀXPDQDDJLWDWD
/D FLYLFD EDQGD GL 0RUL JLXQWD ÀQ GDOOH SULPH RUH GHO
mattino, numerosa ed appariscente nella bella divisa, percorse le vie accompagnata dai nostri pompieri, splendidi
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anch’essi nella bella uniforme, quando verso le 4 era indetWDODFHULPRQLDGHOODEHQHGL]LRQHDOO·RIÀFLQDHOHWWULFDFKH
mollemente adagiata sulla sponda del Rabbies, attendeva
TXHVWRPRPHQWRGHOO·LQDXJXUD]LRQHRIÀFLDOHSHUVDHWWDUHOD
splendida luce nelle vie della borgata. (…)
Intanto si fa sera, e le vie sono splendide di luce bianca,
diafana, intensa, che illumina come raggi di sole. Quattro
grandi globi ad arco, di forza straordinaria, proiettano bagliori sorprendenti sopra un’onda di popolo, che fa ressa intorno alla banda, di cui gode con compiacente entusiasmo
le svariate melodie. (…)
Malè, 20 agosto. – Una bellissima giornata canicolare, ma
ULQIUHVFDWD GDOOD ÀQH EUH]]D PRQWDQLQD FKH PDL QRQ FL
manca, è preludio alla festa dei nostri alpinisti tridentini.
(…)
Buonumore, discorsi, brindisi, musica con inni ispirati al
VHQWLPHQWRQD]LRQDOHXQDJHQWLOHÀJOLROHWWDFKHUHFLWzXQD
poesia d’occasione, tutto quel che poteva concorrere a rendere il trattenimento geniale concorse col massimo successo e
la massima generale soddisfazione. (…)
È giunta la sera, una comitiva di alpinisti sono partiti per
trovarsi all’alba della dimane pronti al luogo di partenza
per le escursioni ai ghiacciai; molti sono rimasti e la banda
e la splendida luce elettrica attirarono una folla straordinaria nelle vie e nelle piazze. (…)
'LIÀFLOHVWDELOLUHLOPRWLYRFKHKDVSLQWRLPDOHWDQLDGLQYLWDUH
il corpo bandistico di Mori e, viceversa, il gruppo strumentale
DGDFFHWWDUHGLUHFDUVLQHOFDSROXRJRVRODQGURDOO·HSRFDGLIÀFLOmente raggiungibile per l’assenza di un trasporto su rotaia.
L’unica supposizione che si può avanzare sta nel fatto che
Alessandro Buffato, l’allora primo ispettore del Corpo dei Vigili
GHO )XRFR GL 0DOq H SHUVRQD PROWR DWWLYD QHOOD YLWD FXOWXUDOH
della borgata, prima di trasferirsi in Val di Sole, era titolare di
24
XQDULQRPDWDERWWHJDGLRUDIRD5RYHUHWRHTXLQGLqSUREDELOH
FKHVLDVWDWDVXDO·LGHDGLLQYLWDUHODEDQGDLQTXHVWLRQHDOÀQH
di mantenere vivi i rapporti con la città in cui aveva vissuto per
molti anni.
2VVHUYDQGRO·LPPDJLQHDOOHJDWDUDIÀJXUDQWHODFHULPRQLDGL
inaugurazione dell’illuminazione pubblica del 19 agosto, si può
supporre che la banda di Mori, come suggerisce l’uniforme bianca con cintura nera tipica dei pompieri, si esibì in osmosi con il
Corpo dei Vigili del Fuoco dello stesso paese, cosa abbastanza
diffusa per i corpi musicali dell’epoca.
Ho parlato di presumibile in quanto, in lontananza, sembra
di scorgere degli alti “chepì” (cappelli) piumati bianchi che, in
quegli anni, costituivano una parte della tipica divisa della banda di Mori.
L’ipotesi appena espressa sembra, comunque, la meno probabile, sia perché i documenti consultati riportano notizie ri-
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guardanti l’esibizione di un solo gruppo bandistico, sia perché
nell’articolo sopra citato la banda viene descritta come “numeURVDHGDSSDULVFHQWHQHOODEHOODGLYLVDµFLRqFRQXQDGLYLVDFKLDra che spicca tra gli abiti scuri dei partecipanti), ed “accompagnata dai nostri pompieri” che infatti si possono scorgere nella
ORURYHVWHXIÀFLDOHDOÀDQFRGHLVXRQDWRUL
,QTXDOVLDVLPRGRVLDQRDQGDWHOHFRVHqFHUWRFKHLOJUXSSR
strumentale di Mori, i cui “concenti dell’inno a Trento e dell’inno a Trieste si alternavano in quei giorni con frequenza”, contribuì a far annoverare tra i fasti del capoluogo solandro le due
importanti celebrazioni dell’agosto 1899.
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I SOPRANNOMI ESISTENTI A MORI
MESSI IN RIMA
da Ettore Bertolini (“sorno”)
Nelle piccole comunità un tempo erano frequenti i casi di
omonimia e per distinguere le persone che magari oltre al
medesimo nome e cognome erano pure parenti tra loro o nate
lo stesso anno, si ricorreva a dei soprannomi. Molti di questi
curiosi soprannomi sono tuttora utilizzati a Mori e sembrano
resistere al tempo che passa.
La versione che qui pubblichiamo - trascritta dalla fotocopia di
un manoscritto anonimo portato chissà quando in Biblioteca
- potrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere stata composta
da Ettore Bertolini (classe 1909) ed è leggermente diversa da
quella attribuita a Bruno Cattoi riportata dal prof. Dal Ri
QHO VXR OLEUR ´0RUL QRWH VWRULFKH GDOOH RULJLQL DOOD ÀQH GHOOD
Ia guerra mondiale”. Va inoltre confrontata e completata con
l’elenco di soprannomi raccolti da Romana Chizzola, Giuseppe
Marocchi e Guido Boninsegna pubblicato nel 1973 sulla rivista
“I Quattro Vicariati e le zone limitrofe”.
Sarebbe interessante sapere se i Canaregi avevano radici in
quel di Venezia e da dove derivino i “colombina” piuttosto
che i “rambot”, o perché i “zipega” siano stati sostituiti dai
“caraco”, ma è compito arduo. I termini in rosso differiscono
leggermente o sono aggiunti rispetto alle due versioni sopra
citate.
(NdR)
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Dormi grazia paoletta
onti stralio e moletta.
sperandio raza gradela
canarola zene e picena.
zento pele naneti droati
pastori giovi e giovati.
lenzima besagni castioni
gioghi giogheti e gioghoni.
sàro andrigheti raneri
spocheri struca e raveri.
canali marini ÀRUHOR
pignatela ciencio e castelo.
miro magi stefenel
ÀIDOXVHQWHEDWLVWHO
canaregi sorni poina
talpineri neni e tontina.
bozol caregheta fereri
brago braghini e scarperi.
mòz toti menega
poldo brincoi e sbrega.
poci bibi EHUHWWD carleti
tanzio nepi e tarpeti.
zanco neti casoni
grigoi piana e minconi.
FDUDFR macia canevela
michelmoro pele e nanela.
tibele pòlo angelim
bortolot nemol e zalim.
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bavera barberi barberei
lampo ERUJKHVL e romanei.
rosso cicca manenti
seco dedo e marocheti
JKHVWRQLDEDQLEDJKHWWLVDFKHW
HPDURFKHW
magri foietta gerla
cheo giazera e zerla.
zorz boschi caramela
OX]LDÀFLRHSLJQDWHOD
nadài nadalini popil
migola migolet e strasi.
bazani bazanoni catina
michelot michelazi e colombina.
fredigandi mòri cagrandi
marogna delana e galanti.
sbetega còa bressanel
adami manara e maibel.
mesura cioc angelom
ciòro pivot e fasolom.
zamaria mondo dotrina
pipaldo monco e destriga.
EUXJRLVWUDOLRSLFLHQDHWDFR
pister ziac polentini matana
picoi caldani e postini.
tachi vizenzi ghiel
dusi simoni e vedel.
29
borti scafeta ramboti
veza maleco e gianoti.
mòre strusi catarini
zarantoni maza e badili.
corvato ragnoti mosconi
galina galinoni e zorzoni.
merlo uselim paserot
lumazi quaia e quaiot.
ÀQH
[probabile compilatore: Bertolini Ettore (nato il 12/06/1909)]
30
LA RIUNIFICAZIONE DELLA
FRAZIONE DI LOPPIO
E DEI COMUNI
DELLA VALLE DI GRESTA.
Renato Mattei e Bruno Bertolini
Attualmente viviamo in un epoca in cui i costi per amministrare le nostre comunità diventano sempre più gravosi. I piccoli comuni composti per lo più da poche centinaia di persone,
GDWHOHSURSULHVFDUVHHQWUDWHWULEXWDULHVLWURYDQRLQGLIÀFROWj
sempre maggiori nel garantire i servizi di cui la popolazione ha
bisogno. Per rendere sostenibile alle sempre più dissanguate
casse comunali, il far fronte agli obblighi costituzionali l’unica
YLDGDSHUFRUUHUHqLOFRQVRU]LRRO·XQLÀFD]LRQHIUDOHYDULHFRmunità. Nell’intento di raggiungere questo obiettivo taluni paesi chiedono con sempre maggior insistenza di poter aggregarsi ad altri comuni o addirittura ad altre provincie. Di recente
SRVVLDPRFLWDUHDGHVHPSLRLOFDVRSRVLWLYRGLULXQLÀFD]LRQHGHL
sei comuni della Valle di Ledro. Se invece torniamo a ritroso
nel tempo antecedente la prima guerra mondiale la nostra zona
presentava una situazione in contrasto con questa logica. La Val
di Gresta divisa in tanti comuni quanti erano i paesi della valle
VWHVVD FLRq IDFHYDQR FRPXQL D Vq 9DOOH 0DQ]DQR 1RPHVLQR
Pannone, Varano, Chienis e Ronzo. È pur vero che a quel tempo
le piccole amministrazioni comunali dovevano sostenere poche
spese perché erano rappresentate dal solo Capocomune però
LQFRQVLGHUD]LRQHGHOOHORURHVLJXHGLVSRQLELOLWjÀQDQ]LDULHDOOH
genti amministrate erano assicurati molto meno servizi di adesso. La frazione di Loppio se pur interamente di proprietà dei
Conti di Castelbarco, ad esclusione dei masi di Maraschino e
Palù vedeva il proprio territorio appartenere nientemeno a tre
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Mappa della divisione catastale di Loppio e della Val di Gresta
fino al 30 dicembre 1923
(elaborazione grafica di Bruno Bertolini)
comuni differenti, quali Valle, Brentonico e Mori. Era parte del
comune di Valle il territorio a nord dell’attuale strada provinciale con la Cà Rossa , il Maso Piantino , il palazzo dei conti Castelbarco con le sue pertinenze, la Contràà , la Chiesa, la casetta dei
SHVFDWRULGHWWDDQFKH&DIIq+DXVHGLOODJRVWHVVR,OWHUULWRULRD
VXGGHOORVWUDGRQHSDUWHQGRGDOFRQÀQHFROFRPXQHGL1DJRÀQR
DOODVWUDGDGHOO·$VVODTXDOHFRQÀQDFRQO·H[IUDQWRLRGHOODGLWWD
Mecca, comprendente la casa al lago detta dei Dusi, le tre case
dei Cetterini nei pressi di Castel Verde ora diroccate a causa
della prima guerra mondiale, la grande casa di fronte alla chiesa
chiamata la Fabbrica, la casa del Casòm che sorgeva nei pressi
del canile “Paradise” di proprietà Tranquillini, anch’essa scomparsa durante gli eventi bellici 1914-’18 , apparteneva al comune di Brentonico. La parte ad est della frazione partendo dalla
strada dell’Ass andando verso Mori con il maso Maraschino, le
Casine, i mulini del Còa e del Donis (tutti due non più esistenti),
ed il maso Palù era incorporata nel comune di Mori.
Le due ultime porzioni di territorio della frazione trovandosi
nei comuni di Mori e Brentonico facevano pure parte integrante
dei Quattro Vicariati.
Possiamo immaginare quale disagio creava agli abitanti della
IUD]LRQH TXHVWD VLQJRODUH IUDQWXPD]LRQH DQDJUDÀFD H FDWDVWDle. Basti pensare all’applicazione della legge e delle tasse, alla
tutela della salute, all’intervento della levatrice nel momento
del parto, visto che allora tutti nascevano all’interno della propria abitazione, al disbrigo delle pratiche burocratiche le quali
spesso vedevano sovrapporsi interessi di più amministrazioni
comunali. Uno dei problemi era creato dai ricorrenti passaggi
delle truppe che logicamente a quei tempi si spostavano a piedi e vedeva la gente abitante lungo il percorso da esse seguito
REEOLJDWD D IRUQLUHORUR ÀHQRSHU JOLDQLPDOL YHWWRYDJOLHSHU L
soldati ed a volte il posto per il riposo notturno. Di quest’ultiPRDYYHQLPHQWRODSRSROD]LRQHHUDDYYLVDWDSHUWHPSRDIÀQFKp
potesse organizzarsi ma la particolare situazione della frazione
33
di Loppio a volte creava dei contrattempi tanto da trovarsi così
impreparati fomentando incomprensioni ed attriti fra i residenti e i militari stessi.
La Chiesa stessa, se pur di proprietà dei Conti di Castelbarco, trovandosi a nord dello stradone era soggetta alla parrocchia
di Valle e questa situazione creava lungaggini burocratiche che a
volte rasentavano l’assurdo. Chi aveva la residenza negli altri due
comuni abitando anche di fronte alla Chiesa dell’altra parte della
strada volendo celebrare nella stessa matrimoni battesimi ed altri
riti religiosi , si vedeva costretto a chiedere le necessarie autorizzazioni alla parrocchia di Valle pena la nullità degli atti compiuti.
$GGLULWWXUDSXUHLGHIXQWLHUDQRVHSROWLÀQRDOLQFLPLteri diversi, a Valle quelli residenti in quel comune ed a Mori
tutti gli altri. Il tutto era aggravato dalla distanza da percorrere
SHUDUULYDUHDJOLXIÀFLFRPXQDOLLQSDUWLFRODUHTXHOOLGL9DOOHH
GL %UHQWRQLFR GLIÀFROWRVL GD UDJJLXQJHUVL FRO PDOWHPSR H QHL
rigidi mesi invernali.
Tutto questo disagio fece maturare nella gente la consapevolezza che solo con l’aggregazione ad un solo comune, che per comodità e vicinanza venne individuato in quello di Mori, si poteva
arrivare a superare questa gravosa burocrazia. Riunita in un
assemblea la popolazione locale si decise di redigere una supplica in cui erano evidenziati i gravi disagi derivanti da questa a
dir poco anomala situazione e nel contempo veniva chiesto alle
autorità competenti di mettere in essere i provvedimenti necessari per risolverla.
Vennero votate le persone che in rappresentanza dei residenWLGRYHYDQRÀUPDUHLOGRFXPHQWRHVVHULVXOWDURQRHVVHUH'RQ
Giacomo Riolfatti facente funzione di curatore d’anime, il signor
Ettore Pavoni amministratore dei Conti di Castelbarco, il che
fa pensare che anch’essi fossero d’accordo, il signor Clemente
Dalpiaz al tempo gestore del bar e del negozio di alimentari e
JHQHULPLVWLHGLQÀQHLOVLJQRU9DOHQWLQR&LDJKLULWHQXWRLOSL
rappresentativo fra i mezzadri della contea.
34
Il documento venne inviato, il 27 dicembre 1913, all’onorevole
Dieta Provinciale di Innsbruck, non si ha notizia se ad esso venne data risposta.
Forse lo scoppio della prima guerra mondiale avvenuto da
li a pochi mesi fu la causa della caduta nel dimenticatoio della
questione sollevata nella supplica.
$ ÀQH FRQÁLWWR DQFKH SUHVVR OD SRSROD]LRQH GL /RSSLR FKH
nel contempo aveva cambiato nazionalità passando dall’Austria
all’Italia e alle prese con i gravi impegni per la ricostruzione
GHLGDQQLFDXVDWLGDOFRQÁLWWR·LOSUREOHPDULXQLÀFD]LRQH
passò in secondo piano.
Tutto si risolse cinque anni dopo con il Regio Decreto del 30
dicembre 1923 N. 3251 che stabiliva “L’aggregazione al comune
di Mori del comune di Valle San Felice e della parte della frazione di Loppio appartenente al comune di Brentonico.”
Con questo atto la popolazione locale vedeva concludersi positivamente una questione iniziata esattamente dieci anni prima. Con Regio Decreto del 30 dicembre 1923 N. 3252 venivano
soppressi tutti i comuni della Valle di Gresta e costituito il comune unico di Pannone con le frazioni di Manzano, Nomesino,
Varano, Chienis e Ronzo.
La Chiesa di Loppio rimaneva ancora subordinata alla parrocchia di Valle San Felice e solo dopo ulteriori venti anni, nei
primi anni ’40, passava sotto la giurisdizione della parrocchia di
Mori.
Di recente grazie alla gentile disponibilità del Sign. Fabio
%HUWROXVVLGHOOD%LEOLRWHFD&LYLFD*7DUWDURWWLGL5RYHUHWRVLq
potuto visionare la supplica inviata alla Dieta di Innsbruck nel
lontano dicembre 1913. Il documento dono del Sign. Valeriano
Malfatti si trova depositato presso l’archivio storico della biblioWHFDVWHVVDFRQODVHJQDWXUD%&50V$IÀQFKpVHQH
possa prendere visione ne trascriviamo integralmente il testo.
35
Oggetto: popolazione di Loppio, supplica distacco dai comuni
di Brentonico e Valle e aggregazione a Mori.
I sottoscritti per sé e quali mandatari di tutta la Popolazione
di Loppio, inoltrano a cod. On. Dieta provinciale il presente
ricorso col quale si permettono di insistere nel sostenere le ragioni di vero e reale interesse pubblico pelle quali s’impone la
necessità di staccare Loppio dai comuni politici di Valle e di
Brentonico per aggregarlo a Mori.
Per provare come Loppio attualmente non può nell’appartenenza suddivisa fra i tre comuni di Brentonico, Valle e Mori,
conseguire l’ordinamento delle attribuzioni proprie e delegate
DIÀGDWH DO &RPXQH SROLWLFR VHFRQGR LO GLVSRVWR GHO SDUDJUDIR
27 del Regolamento comunale, basterà far presente a codesta
eccelsa Dieta come i servizi Sanitario, di Ostetricia, di Igiene,
Scolastico e Mortuario lascino tutto a desiderare inquantoché,
distando la frazione di Loppio oltre due ore di faticoso cammino per strade mulattiere, molte volte impraticabili, specie
d’inverno, dalle sedi comunali di Brentonico e di Valle, ben facilmente si comprende come questi servizi, di imprescindibile
QHFHVVLWjVLDQRLQVXIÀFLHQWLSHUQRQGLUHDVVROXWDPHQWHPDQcanti, tanto che non poche persone sono morte senza il conforto
della visita medica e donne partorienti senza l’assistenza della
levatrice, calamità queste dovute alla impossibilità di poter
avere in tempo i reclamati soccorsi.
E ciò che si dice di questi servizi di assoluta necessità, si puo
ripetere anche degli altri che la popolazione di Loppio ha pure
diritto di avere dal Comune cui appartiene a mente del §34 e
§37 del Regolamento comunale, quali sarebbero gli affari militari, industriali, di culto ed agricoli e di polizia locale mentre tutte queste necessità verrebbero facilmente conseguite, se
Loppio fosse unito esclusivamente a Mori, da cui dista ben
poco, data la comodità della strada Imperiale e Ferrata che a
questa comune lo allaccia direttamente, dimodoché in meno
36
di mezz’ora e con tutta comodità ed economia, la popolazione
di Loppio potrebbe accedere al capoluogo del comune, anche
con mezzi propri, essendo Loppio con Mori in zona perfettamente pianeggiante. Aggiungasi poi che in un luogo di passaggio come Loppio collocato sulla via maestra che da Rovereto
conduce direttamente a Riva e che forma quindi l’unica comunicazione della Valled’Adige colla valle del Sarca e il vicino
Regno d’Italia vi è estremo bisogno di ordinamenti occorrenti
all’esercizio della polizia locale che attualmente, toccando ciò
al compito del distante comune di Brentonico, sono del tutto
trascurati a sommo danno della popolazione che soffre per le
molestie degli accattoni e degli sfaccendati. Anche in riguardo
alla legge d’acquartieramento militare, sussiste nel luogo di
Loppio, al passaggio di truppe il più gran disordine, non venendo la popolazione da parte dell’autorità militare, avvisata
per tempo sebbene la popolazione di Loppio abbia sempre fatto
del suo meglio per accontentare il militare di passaggio.
È cosi ovvio ed intuitivo, l’interesse pubblico che deriverebbe
dal provvedimento che Loppio invoca, che basta rivolgere il
pensiero alla condizione intollerabile dei servizi di indiscutibile necessità sopra citati, che i comuni di Valle e di Brentonico possono offrire a Loppio, data la loro distanza e ubicazione
montuosa, anche se fossero animati delle più buone intenzioni,
mentre è cosi facile persuadersi, come Loppio potrebbe essere
lodevolmente provveduto dei detti servizi, reclamati ancor più
dai tempi moderni e progrediti, che a cod. eccelsa Dieta non
debbono occorrere ulteriori prove.
Il distacco di Loppio da Brentonico e Valle e l’annessione a
Mori metterà la popolazione di Loppio in condizioni di poter
anche godere delle prestazioni che il §27 del Reg.com. conferisce, e cosi potrà anche attendere facilmente al disbrigo personale degli affari contemplati nella competenza dell’Autorità
capitanale, come pure per le vertenze in sede giudiziale, ventilazioni ereditarie, rilievi giudiziari e affari di tutela, tutti
37
vantaggi che l’appartenenza al Comune di Mori si renderanno
manifesti e che attualmente invece coll’appartenenza a tre comunità anche pel forte disagio della lontananza e posizione
montuosa delle sedi comunali di Valle e Brentonico, mancano
completamente.
In casi poi di incendi e calamità pubbliche non essendo come
oggi stanno le cose in Loppio nulla provveduto, vi sarebbe anche da tenere i più sinistri guai.
Si permettono poi i sottoscritti di far ancor presente a codesta
Onor. Dieta che non è a meravigliarsi se le rappresentanze di
Brentonico e di Valle si mostrano indifferenti e contrarie per
questa proposta, giacché detti comuni non hanno che a guadagnare da questa intollerabile stato di cose, inquanto che essi
esigono le steore e senza far nulla o ben poco per Loppio.
Si pone anche a considerazione il fatto che Loppio essendo antichissimo feudo della nobile casa dei Conti Castelbarco, una
volta Signori dei Quattro Vicariati di Brentonico, Mori Ala e
$YLR HEEH ÀQR DOOD FRVWLWX]LRQH GHL &RPXQL XQ FROOHJDPHQWR
con Mori sede più prossima del Vicario dei detti Conti.
ËTXLQGLFROODSLYLYDÀGXFLDQHOVHQQRQHOFXRUHGLFRGHVWD
Provvida Eccelsa Assemblea che i sottoscritti, quali mandatari
dell’intiera popolazione di Loppio, attendono l’invocata approvazione del §1 del Regolamento comunale, pel distacco della
Frazione di Loppio dai comuni di Valle e Brentonico e l’aggregazione al comune di Mori, ed in quest’attesa ringraziano
sentitamente e si sottoscrivono.
I mandatari eletti dalla popolazione di Loppio:
Prete Giacomo Riolfatti f.f.di Curator d’anime. Ciaghi Valentino.
Ettore Pavoni. Clemente Dalpiaz.
38
39
“PASSATEMPO”
UN CANZONIERE DELLA VAL DI
GRESTA
(tra)scritto? da Giovanni Terzi
da Pannone
Grazie alla segnalazione di Vittorina Rizzi ed Eleonora Ramielli, da diversi anni punti di riferimento della nostra rivista per
quanto riguarda la Valle di Gresta, possiamo pubblicare la trascrizione di un canzoniere in rima, un tempo ben noto e recitato
a memoria dagli anziani della valle. Lo possiamo considerare
una sorta di patrimonio collettivo di quella gente ma il tempo
rischiava di offuscare il ricordo di Giovanni Terzi, probabile autore delle strofe che seguono. Descrivono lo strazio e gli stenti
patiti dai profughi grestani (e non solo quelli) quando dovettero
abbandonare in fretta e furia le loro case e cose per sfuggire agli
orrori della grande guerra. Dopo un lungo e penoso viaggio in
treno, ammassati come bestie arrivarono a Mitterndorf, dove
VDUDQQRFRVWUHWWLDYLYHUHLQEDUDFFKHPDOVDQH,OWHVWRqWUDWto dalla fotocopia di un quaderno appartenuto a Iginio Gentili,
messo a disposizione di Vittorina ed Eleonora per gentile concessione dei suoi familiari.
Sono davvero scarse le notizie su Giovanni Terzi: si sa che
era nato a Pannone nel 1857 e per via della sua bassa statura (si
dice che fosse alto circa 1 metro e venti) era stato soprannominato “nanéto”. Prima dello scoppio della guerra, Giovanni Terzi
aveva trovato impiego quale commesso nel negozio Grisi presso
Valle San Felice, in casa Romani. Al pari degli abitanti di quella
41
FKHVDUjFKLDPDWDOD´]RQDQHUDµIXVIROODWRDÀQHPDJJLR
e trasportato su carri bestiame verso nord, in direzione Boemia
o Moravia. L’esodo biblico ispirò la vena poetica del nostro, che
scrisse (o trascrisse) ben 93 quartine in poco più di un mese, tra
il maggio ed il 30 giugno 1915, stando almeno alle date che comSDLRQRWUDOHVWURIH8QDYROWDÀQLWDODJXHUUDHWRUQDWRDFDVD
lavorò tra il 1923 ed il 1924 quale sostituto magazziniere alla
Famiglia Cooperativa di Valle San Felice. Poi fu addetto alla
vendita di pane per conto di Santo Gelmini, ma si dedicò anche
alla comunità, occupandosi della gestione della biblioteca parrocchiale e facendo parte del coro del paese. A Valle San Felice
abitò sempre presso la famiglia di Elmo Romani.
Gli ultimi anni di vita li trascorse alla Casa di riposo a Mori,
ove fu sempre benvoluto da tutti.
Giovanni Terzi morì nel 1936, lasciandoci però il dubbio che
fosse davvero lui il vero o unico autore del “Passatempo”.
Non abbiamo certezza assoluta che sia esclusivamente farina
del suo sacco in quanto uno scritto molto simile, ma con una
VWURIDÀQDOHLQSLqVWDWRWURYDWRLQXQGLDULRPDQRVFULWWRGL
Maria Ferrari da Besagno (1895-1976) e pubblicato nel volume
che inaugurò la collana NEROVERDE della Biblioteca comunale di Mori nell’ormai lontano 1989. Per maggiori informazioQLHQRWHVWLOLVWLFKHVLULQYLDDTXDQWRVSHFLÀFDWRGDOSURI$OGR
Miorelli appunto nella nota introduttiva pubblicata da p. 74 a
p. 76 del suddetto volume intitolato “Senzza una metta, senzza
destinazzione: diari, ricordi, testimonianze di profughi trentini
LQHVLOLRµ&·qGDGLUHFKHOHGDWHFKHFRPSDLRQRQHO
testo di Giovanni sono antecedenti a quelle di Maria, ma potrebbe essere un caso.
Nella trascrizione che segue, effettuata da Katia Angeli e relativa alla versione di Giovanni Terzi sono evidenziate le parti
discordanti con la versione di Maria Ferrari, trascritta da Aldo
Miorelli.
42
In breve ve voi contar
El viaz che me toca de far,
Dal me paes, i ma scacia
E qui a Miterdorf i ma mena.
Voi dir che no l’e tempi da scherzar
I ghe na en goso tutti da pensar.
Ma per pasar en poch la malinconia
O’ pensa de far zo sta poesia.
0LVFXVHUHVHODqVFULWWDSURSULPDO
Fat zo sti versi ala papagal
Ma poeta non som mai sta’
Nemem poesie no o mai stampa.
(…)
Per cagiom de quei Taliani
Gran balosi e zarlatani
Avem dovest col nòs fagòt
Scampar anca noi de tròt.
Quei Salandra e quei Sonino,
E vol per forza el nos Trentino.
E vegnirlo a ciapar
Col canom a gueregiar.
Quei birbanti di traditori
I voria comandar lori
Ma i nostri bravi caciatori
Saran sempre i caciatori.
Che i vegna pur su quei bruti Italiani
Se i ga omeni da amazar
Che li Austriachi coi Prusiani
Li farano ben tremar.
43
Coi Salandra e coi Sonini
Farem corde per i violini
Coi Cadorni e Bazzilai
Farem corde per i stivai.
Anche i nosi siori Trentini
Gran canaglie e birichini
Eqnai zo da quei Taliani
Per farse anca lori Capitani.
I neva n’torno a predicar,
Che coi todeschi noi vol pu star.
Che sotto questi sem maltratai,
Come le bestie bastonai.
Ma questi siori trentini traditori
I voria proprio comandar lori,
E far come stiani
Sotto ai barbari Castelani.
I voria tegnir schiava la pora zent,
Farla laorar per poch e gnent.
E farli tutti tribular
E barbaramente martorizar.
Molti paesi e zita
Nel nos TrentiPqVWDVJRPEUD
Ma quela genta traditora
La manderem tutta in malora.
Quei trentini traditori,
Coi taliani a scartezar,
Dai nostri bravi caciatori
Li faremo fusilar.
44
Se cole sgrife i poden ciapar
Atroci pene ghe farem provar.
I tormenterem pian piam bql bql
A cavarghe i oci e anca la pql.
Da questa guera sem rovinai,
I omeni boni i e tuti soldai.
Ferii, morti e de sasinai,
E tanti e tanti anca de malai.
Eco i vantagi che i a acquista,
Con questa guera, che i a taca.
Dani enormi i na recà,
Sangue e vitime en quantita.
Le guere de sti ani
Le feva pur dei gran dani.
Ma confront ala present,
se pol dir FKHO·qUDJQHQW.
Questa guera atuale,
E’ sanguinosa e micidiale,
/q un castigo generale,
Come el diluvio universale.
O cristiani benedetti:
Su metiamoci tuti uniti,
E preghiamo Idio del cel
Che’l cesa presto stoÁDJHO.
Facciamo un atto di dolore,
Per i pasati nostri eror,
Con en fermo proponiment
De no casgarghe mai pu dent.
45
Preghiamo con serieta,
Che il Signor avra pieta
Sarem mesi in liberta.
Che la paze el mandera
Del me viaz non vo dit ancor nient,
Ve domando scusa e compatiment.
Ma se gavere la bonta,
Ve dirò tut come le sta.
Ai ventido del mes pasa
E vegnu l’ordine aspresante
De nar tuti via a alistante
E anca el nòs paes. La dovu
nar via despres.
/q sta tut na disperaziom
Per quela pòra popolaziom
Noi saeva pu cosa far
E anca dove nar.
Chi coreva ala staziom
E na par su da Gardum
Lera tut na confusiom
Con nesuna direziom.
I na menai ala sbaralia
Chi en Boemia e chi en Moravia
I na menai a dindolom
Tuti persi a scarmenom.
Alcuni capi de famiglia
Ne sem fermai li lostes.
46
Per comedar la mobilia
E altri afari del paes.
En zinquanta sarem stai,
Nel nos paes ancor fermai.
Ma sempre erem sorveliai.
Dale guardie dei soldai.
For dal paes no se podeva nar
Le guardie no le laseva pasar
Ghe voleva la carta de legitimaziom
'DQDUSHUÀPYLDD%XVRP
Per otto di ne sem fermai
Nel nòs paes enpresonai
Erem tanto martorizai,
Come i poveri condanai.
Alla sera poi del ventoto
Ne sem mesi a far comploto
Avem deciso col nòs fagotel
De nar via anca noi da sto bordel.
Ai ventinove de matina
A buon ora ne sem alzai
Con una buona colazioncina
En quaranta uniti sem marciai.
Cole nòse carte de legitimaziom
Sem nai dala strada de Busom.
E con en paso piam pianim,
Sem pasai dal mas del Piantim.
47
Mappa tratta dall'opuscolo "Rovereto
e la Vallallagarina in guerra"
(Numero straordinario della rivista
"Trentino", giugno 1933).
Si noti l'evidenza data alla località
"Piantino"
Sem nai da Mori e for dal Mosam,
Perche ferma i eva el tram.
E anca el pont de Ravazom,
/qra batu a svoltolom.
A mez di sem arivai a Roveredo,
Tuti con sule spale el nos coredo.
Erem molto stracolai
Molto seai e anca famai.
Chi la bira chi el zifom,
Avem bevu li ala staziom,
En tochet de pam e de formai
En poch la fam ne sem cavai.
=inque ore avem dovu aspetar,
Che vegna l’ora de montar.
E de star fermi ala staziom,
EUHPVJLRQÀFRPH‘n balom.
Con quei da Sach e Valarseri,
Da Folgaria e Trembeleni,
I na mesi en compagnia
Su na longa ferovia
Ale quatro i na nvagonai,
Nei vagoni dei animai
Come fusem dei bestioni
Da menar fora a quei todesconi.
I a scominzia ancora li
A tratarne mal cosi.
Con pu avanti che sem nai
Sempre pu mal i na tratai.
50
=irca domili saren stai
Ge sta de quei che i na contai,
Lera na longa procesiom,
Tuta piena la staziom.
Ale quatro la sa po’ enviaavia,
Quela longa ferovia
E cosi pian, piam, bql, bql,
Sem pasai da Matarel.
Sem pasai da Vila e da Calliam,
Dala zita de Trent e da Bolzam,
Li a Bolzam i na pò fermai,
E per tuti i vagoni visitai.
Quei omeni boni da laorar
I la fati tuti desmontar
A far trincqe i li a mandai
Per la defesa dei soldai.
Molto mqsti e pasionai,
Tuti quanti sem restai,
Chi pianzeva, chi urleva,
Ma a quei todeschi no ghe importeva.
A chi el papa, a chi el fradel,
A chi el zio, a chi el putql
A qualche dona el so òm o so cugna,
(QÀQHDWXWLTXDOFKHGXPJKHVWDURED
Un ora dopo de sto bordql
I na enviaivia piam, piam, bql bql,
E quande Dio a volqst
Sem arivai a Franzelfest.
51
En questa staziom molto incrociata
Avem fat nora de fermata
Paseva treni de soldai,
De ferii e de malai.
'RSRqpasa do treni de soldai
=o nel Tirolo i li a mandai
De austriaci e de prusiani,
A dar contro a quei taliani.
Prima che parta la ferata
El Signor na dat la grazia
De veder i nosi compatrioti,
E consegnarghe i so fagoti.
I em basai e saludai,
I nosi pòri sfortunai,
che sule trincqe i a dovu nar,
Per el governo a lavorar.
Lq sta en dolor tanto amar
A doverne separar
Ma a quei zuchi todesconi
No ghe n porteva dei coioni.
I na tolt i omeni boni da laorar,
Sani e forti per guadagnar,
Sem restai li come i mugoni,
Tutti a pianzer e sospirar.
Fra i pianti e i sospir
E vegnu l’ora de partir
I a dat foch ala ferovia
E con comot la sa nviàvia.
52
Lipoi i vagoni i lì a serai
Gherem dentro molto frasai
Chi en tera, chi postai,
Ne sem tuti endromenzai.
A pasar el Brener quela not
Em pati en fret de bòt
Ala staziom di Insbruch che sem estai
Erem tuti quanti engiazai.
Chi po’ sperevem de ciapar la colaziom
Da quela zent li ala staziom
Ma a nesum ghem fat peca
A quei bruti tipi la.
Chi la bira, chi ‘l ‘cafq
Em bevu a star OLPSq
Chi en grestel en toch de pam
Ne avem cava enpoch la fam.
Po’ li subit, sem montai
Su quel pegro de tranvai
E a Beszofen sem po arivai
E li tuti quanti UHÀ]LDL
Avem ciapa la colaziom
Da quella zent a l’astaziom
I na dat del pam en quantita
Cafe e bira a sazieta.
Gavem fat pena a quella zent
Che ÀPFKHYLYHUHPi gaverem en ment
Se a quei siori no gavesem fat pecà,
Forse la pql gaveresem zonta.
53
Quando sem stai a Salisburg
Sem restai li come i sambuch
A veder sta grant iluminaziom
For per tuta quela bela staziom.
Li zerto se credeva de desmontar,
Che el nòs viazet el fus termina
Ma i na fat tant enrabiar
A no lasarne desmontar.
I na dit che bisogna
Nar en Boemia a desmontar
Che le nòse famiglie troverem,
E tuti contenti resterem.
Ma quei todeschi i na burlai
E a Mitterdorf i na menai.
Sem arivai li che l’era nòt
Ala staziom de quel picol paesot.
El pareva de aver fat prest
A far sto grant e lonch viazet
O che i credeva che n’treno no fusem mai stai
Ma per questa volta anca stufai.
En viaza zinquanta ore
Su quel treno dale bore
Noi saeva pu n‘do nar
Per farne desmontar.
Per do ore i a continua
A menarne en qua e ‘n’la
I feva vegnir la spiza ai denti
A veder sti movimenti.
54
Finalmente i sa pò stufai
De nar su e zo con quel tranvai.
AlDÀm i a avert l’usera
Tuti pronti sem stai a tera.
A vegnir for dai vagoni
Ne sbutonevem a gran butoni
No vedevem l’ora de sortir
Per trovarne el posto da dormir.
Lera tut na ribeliom
For per tuta la staziom
El pareva en formigher
A veder sto gran gazer.
L’era ormai, nòt e strof,
Che erem ancora a Miterdorf
E i na dit ancor domam
Monterem de nof sul tram.
I na menai en den gran casom
Done e òmeni tuti a misiom
I na metu i paioni en tera
Come i soldai quando i e’ ‘n guera.
Tuta la nòt sem stai svegliai
Gnanca um de ’n dromenzai.
No se podeva nesum dormir,
Dal gran gazqr che i feva sentir.
Ala matina ne sem alzai
Tuti pronti e preparai
Per nar de nof al’astaziom
A prepararne n’ del vagom.
55
Ma nesumqYHJQXDGLU
CKHO·qRUDGHSDUWLU
E sem restai li come encantai
Come i sambuchi e i papagai.
I nela fata bela quei signori
Perche i comanda propri lori
I na dit che l’ordine l’e cosi
E che bisogna che stente li.
Avelii e pasionai
Cosi tuti sem restai
Sem propri castigai
Come i pori condanai.
Chisa quant la durera
La condana de star qua
(QÀPFKHODJXHUDQRODÀQLUD
No narem zerto a ca.
Su coragio cari amici
Faciam pure stoVDFULÀ]L
Che vegnera quel momentin
Che narem zo en del nòs Trentim.
Per nar a tor el managio
I na fat la tesera e l’orario
I neva tuti a bataliom
Senza nesuna direziom.
Se neva rento en den cabiotim
Ognuno voleva eser el prim
Se vegniva fora martorizai
Cole coste peste e i pei schizai.
56
La matina da colaziom
I ne deva na picola raziom
En quart de pagnoca col Wq
Giusto asa da star en pq.
A mezo dì na menestrina
Conzaa da magro e pochetina
En menestrim de riseta
E acqua calda e farina.
Ala sera na scarsa zena
En menestrim de minestra
De bisi duri e fasoleti
Che i feva trombetar e far dei peti.
Sa pò unit le done a zigar
“Con quel managio no se pol star
“Che i voia creser la porziom
E farlo en poch anca pu bom.
El di drio i ga remedia
Qualcos meio se la ciapa
I a cresu la poziom en migolim
Che se steva na sgianda pu benim.
Ma chi quant la durera
De eser condanai qua?
Se no i ne mete prest en liberta
Tuti sepolti vegnirem qua.
Preghiamo tutti Idio del cel
Che cessiSUHVWRVWRÁDJqO
E preghiamo con serieta
Che la pace ci mandera.
57
Quando sara fenì sta guera
Narem zo n’ la nosa tera
Inalzeremo la bandiera
Dela paze e del perdom.
Ma quel paes de Miterdorf,
El gaverem per aricort.
El tegnirem sempre a ment
Fin a lultimo moment.
EcRÀQLWDODSRHVLD
No ste averghe malinconia.
Stente alegri en compagnia
Che la paze tornera.
(…)
Mitendorf 30-6-1915
58
59
6 FEBBRAIO 1945, UN EPISODIO
DI GUERRA AEREA NEL CIELO DI
ROVERETO
a cura di Giovanni Berti
Su questa rivista, nell’anno 2005, apparve un interessante
FRQWULEXWRDÀUPDGHOVLJQRU%UXQR*HQWLOLULJXDUGDQWHODYLcenda del bombardiere americano precipitato sul monte Brugnolo, in Val di Gresta, nei primi mesi del 1945, dopo che era
stato colpito dalla contraerea di Rovereto. Il racconto era però
WXWWR LPSRVWDWR VXO ÀOR GHL ULFRUGL VHQ]D O·DSSRUWR GL QHVVXQD
fonte documentaria che potesse permettere una ricostruzione
precisa e circostanziata con date e nomi. Oggi invece, quella
drammatica vicenda di sessantasei anni fa, possiamo ricondurla
entra una data certa e riportarla con precisione di fatti, circostanze e nomi dei, loro malgrado, protagonisti.
4XHVWR q VWDWR UHVR SRVVLELOH VROR JUD]LH DO OXQJR ODYRUR GL
appassionata ricerca svolto dal dottor Enrico Tonello di Ala. Il
dottor Tonello era un ragazzino di appena dodici anni quando il
5 novembre 1944 assistette alla caduta di un bombardiere americano colpito da caccia italiani presso Ala. Quel ricordo lo ha
seguito per tutta la vita e qualche anno fa ha voluto provare,
riuscendoci, a ricostruirne la vicenda assieme a quelle di altri
aerei precipitati in Val Lagarina negli ultimi mesi di guerra.
La vicenda oggetto di questa ricerca ebbe luogo il 6 febbraio
1945 e l’aereo caduto sul monte Brugnolo era un bombardieUH%-0LWFKHOOERPEDUGLHUHPHGLRELPRWRUHFRVWUXLWRGDOOD
“North American” e considerato come uno dei migliori del conÁLWWRQHOODVXDFDWHJRULD,OVRSUDQQRPH´0LWFKHOOµJOLIXGDWR
in onore del generale Billy Mitchell, uno dei primi sostenitori
dell’utilizzo della forza aerea per scopi militari. L’apparecchio
61
Un B-25 in fase di decollo dall’aeroporto di Solenzara in Corsica.
era decollato, assieme ad altri sedici, nella mattinata di quel
martedì 6 febbraio, dall’aeroporto di Solenzara, nella Corsica
orientale. Dal dicembre 1943 l’isola era infatti diventata una
delle principali basi di partenza dei bombardieri americani per
le loro missioni nel nord Italia e in Germania. La squadriglia
apparteneva al 321° Bombardment Group, 447a squadra e quel
giorno l’obiettivo da distruggere era il ponte ferroviario di Rovereto. L’apparecchio caduto sul Brugnolo era contrassegnato dal numero 43-36240 mentre il nomignolo che gli era stato
DIÀEELDWRGDOO·HTXLSDJJLRHVFULWWRVXOODFDUOLQJDHUD´0D\EHµ
Equipaggio che quella mattina era composto dai seguenti sette
aviatori:
Pilota
Co-pilota
Navigatore
Bombardiere
Motorista
tenente Earl H. Remmel
tenente Leslie T. Speer
tenente Harlan Norval Tulley
tenente Franklin Lloyd Darrell
sergente Isidore Ifshin
62
Addetto radio
Mitragliere
sergente Bernard R. Guild
sergente Silas Alfred Barrett
Lo stormo di bombardieri arrivò sopra Rovereto, dove doveva
sganciare il suo carico di distruzione, circa alle 13, ad un’altezza
di 10.500 piedi. La Flak di Rovereto era però all’erta e riuscì a
colpire duro e preciso. Tre furono gli aerei centrati e, secondo
ODGHSRVL]LRQHGHOFDSLWDQR0DXULFH-:LJLQWRQSLORWDGLXQR
degli aerei facenti parte della missione, proprio i tre elementi
di testa. Ciò causò negli aerei che seguivano una grande confusione e l’abbandono dell’ordine di volo. Nessun osservatore,
VHFRQGRLOFDSLWDQR:LJLQWRQHUDLQJUDGRGLGDUHXQUHVRFRQWR
completo di quanto successe ai tre bombardieri colpiti causa il
disordine venutosi a creare. Quello che si riscontra dal rapporto
XIÀFLDOHGHOODPLVVLRQHqFKHXQRIXYLVWRDQGDUHYHUVRRYHVWHIX
segnalato l’ultima volta sopra Arco, mentre un altro si schiantò,
senza vittime fra i membri dell’equipaggio, che furono tutti fatti
prigionieri, sui monti ad est di Rovereto.
Il “Maybe” invece, secondo la testimonianza di Robert Cubbage, addetto radio a bordo di un altro bombardiere della formazione, fu colpito ad uno dei motori e virò a sinistra perdendo
quota. Egli vide cinque paracadute aprirsi in rapida sequenza,
SULPDXQRSRLGXHHGLQÀQHDOWULGXHÀQRDTXDQGRO·DHUHRVL
schiantò su una montagna a nord del lago di Garda. Il rapporWRVWLODWRDJXHUUDÀQLWDFRQODWHVWLPRQLDQ]DGHOWHQHWH7XOOH\
uno dei membri dell’equipaggio del “Maybe”, rende noto che il
bombardiere, il motorista e il navigatore si lanciarono per primi
in quest’ordine della botola del carrello anteriore mentre l’addetto radio e il mitragliere si lanciarono subito dopo dalla botola
centrale. Tutti presero terra su di una montagna a circa cinque
miglia dall’obiettivo. L’ordine di lancio fu dato dal pilota tenente
Remmel quando l’aereo iniziò a precipitare e questo avvenne
circa un minuto dopo essere giunti sull’obbiettivo. In un gesto
estremo di coraggio e altruismo i piloti Remmel e Speer, per
63
Il sergente Isidore Ifshin accanto alla mitragliatrice di un B-25.
mantenere l’aereo in assetto di volo e consentire all’equipaggio
di lanciarsi, perirono nello schianto sul monte Brugnolo1. Quello
che avvenne poi, con il recupero dei corpi dei due piloti e l’assalWRGHLYDOOLJLDQLDOODFDUFDVVDGHOO·DHUHRqJLjVWDWRQDUUDWRQHO
lavoro del 2005 ed a quello rimandiamo il lettore.
Si riporta invece un brano delle memorie dell’aviatore Bernard R. Guild, addetto radio del B-25 abbattuto, che lo stesso
inviò qualche anno fa al dottor Odorico Tonello, il quale a sua
volta era riuscito a contattarlo nell’ambito delle sue ricerche:
“Ricordo molto bene la mia 57ma missione! Avevo passato la notte precedente pensando come sarebbe stato bello non
1
Vedi sito internet: www.57thbombwing.com/index2.php
64
volare per un paio di giorni. Ma non fu così. Io ero uno dei
tre cosiddetti Lead (radio operatore-gunner) nel 447° BS e ci
alternavamo a turno. Il 6 febbraio 1945, all’alba, il portavoce
del gruppo viene nella mia tenda per cercarmi. C’erano altri
VHL HOHPHQWL TXDOLÀFDWL PD QRQ FRPH PH 0L IX GHWWR FKH LO
sergente M. – tornato di recente da Napoli – aveva avuto un
disturbo che lo rendeva inidoneo al volo e che io dovevo prendere il suo posto. Come cominciai a vestirmi per il volo mi venne
una sorta di presentimento. Presi tutte le mie cose personali e
pregai i miei compagni che, se non fossi tornato, le mandassero a casa mia da mia madre. Tutti si misero a ridere. Andando
DOEULHÀQJ²QRQDYHYRWHPSRSHULOFLER²YLGL0HQWUDUHQHOOD
mia tenda. “Mi spiace Buzz” mi disse. Notai una espressione
particolare sul suo viso, perché lui aveva appena saputo qual
era l’obiettivo mentre io ancora non lo sapevo (ndc: le missioni
su Rovereto erano molto temute dagli equipaggi per la forte reazione antiaerea. In Vallunga, sopra Rovereto, vi erano 8 pezzi
da 90). “Ok M. – dissi – vorrà dire che mi sari debitore, me se io
non dovessi tornare ti inseguirò come un fantasma per il resto
della tua vita”.
Quando però seppi che l’obiettivo di quel giorno era lo scalo
ferroviario di Rovereto, capii perché M. fu esonerato dal partire. Io non avevo mai volato prima con questo equipaggio: il
pilota era Remmel, co-pilota Speer. Non ricordo il nome del
navigatore e del bombardiere ma uno dei due era Darrell, motorista era Isfhin, tail- gunner era Barrett mentre io ero radiogunner. Eravamo un equipaggio molto esperto, con molte missioni all’attivo. L’aereo era un B25-J. Ricordo che i nostri aerei
erano carichi ciascuno con otto bombe da 500 libbre. Quando
abbiamo colpito il bersaglio volavamo a 11.200 piedi (circa
3.000 metri). Ricordo ciò perché osservai l’altimetro sulla paratia del bomb bay. Erano le 13 e l’aereo era giusto nel “bomb
run” (ndc: si chiama così il tragitto ultimo immediatamente priPDGHOORVJDQFLRTXDQGRQRQSRVVRQRSLHVVHUHPRGLÀFDWHYH-
65
locità, quota e direzione), ma noi non avevamo ancora sganciato. La Flak fu sollecita, intensa e precisa. Era così vicina che
se ne sentiva l’odore. Prendemmo un colpo diretto nel motore
VLQLVWUR FKH IX VFDO]DWR GDOOD VXD VHGH (UDYDPR LQ ÀDPPH
Remmel gridò: bail out!! Non ci fu bisogno di ripetere . Ricordo che Barrett e io siamo balzati fuori dalla botola posteriore,
ma non potei capire se gli altri fossero invece usciti dalla parte
anteriore. Remmel e Speer precipitarono con l’aereo.
Questo accadde allora e ciò da allora lascia un profondo rimpianto e orgoglio per questi due piloti che hanno letteralmente
VDFULÀFDWR OH ORUR YLWH SHU SLORWDUH XQ YHOLYROR LQJRYHUQDELOH
UHQGHQGRORVWDELOHLOWHPSRVXIÀFLHQWHDQRLSHUODVFLDUHO·DHUHR
LQÀDPPH/RURQRQVDUDQQRPDLGLPHQWLFDWL1RLHUDYDPR
così bassi che il mio paracadute oscillò tre volte e mi trovai
nella neve alta sulle alpi italiane. Raccolsi il mio paracadute e lo nascosi nella neve. Scendevo dai monti aprendomi una
via nella neve molto alta. Non sapevo dove stavo andando ma
speravo di dirigermi verso la Svizzera. Improvvisamente una
squadra di tredici tedeschi sciatori mi arrestò tenendomi sotto
il tiro delle loro armi. Il comandante del plotone mi disse in
LQJOHVH´3HUWHODJXHUUDqÀQLWDµ(IXFRVu,QFRQWUDLJOLDOWUL
membri dell’equipaggio superstiti in un piccolo paese chiamato Mori dove ci alloggiarono in un granaio.
Per offrire anche la visione di chi stava dall’altra parte della
barricata proponiamo un frammento delle memorie di guerra
dell’architetto Gino de Bonetti (classe 1924) di Nago che lo stesso ha gentilmente messo a disposizione per questa ricerca. Così
egli ricorda l’inverno 1944/45 quando, inquadrato nella Flak di
Rovereto, contribuì con ogni probabilità all’abbattimento del
B-25 precipitato sul Brugnolo:
..”Prima di presentare domanda per la polizia trentina avevo subito una seconda visita di leva, questa volta da parte della Wermacht, con esito “Valido per la prima linea”. Dopo un
corso d’istruzione accelerato io e gli altri chiamati dai tedeschi
66
Rovereto, gennaio 1945. Lancio di bombe al fosforo
contro gli addetti della Flak.
(appartenevamo a diverse classi di età, un paio erano sposati) fummo incorporati nella 73ma Compagnia della Luftwaffe,
in un reparto addetto agli impianti fumogeni (Nebel Gerete)
disposti lungo la linea ferroviaria del Brennero da Marco a
Isera. Io con altri sei commilitoni fummo sistemati in una
casa privata di Lizzana, al comando di un sergente maggiore
dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana, certo Corona,
piemontese, e di un tedesco, l’obergefreiter Hoss, un richiamato più che cinquantenne. Nel dicembre 1944 ero peraltro trasferito, per punizione, alle batterie leggere da 20 mm del reparto
antiaereo della Compagnia che si trovava presso la Villa Botta
in Val lunga, sopra Rovereto…
Nella batteria contraerea la vita era ben diversa, la mitragliera pesante Scotti a nostra disposizione era affossata in una
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buca circolare profonda quasi due metri ed era sistemata a non
più di dieci metri dal cannone 88 mm antiaereo della 4a batteria. In tutto erano sedici pezzi semiautomatici ultimo modello
a cadenza accelerata che abbaiavano tutti assieme. Subimmo
trentasei bombardamenti, dei quali una dozzina diretti proprio contro di noi, fra dicembre 1944 e febbraio 1945. Furono
abbattuti tre caccia e diversi bombardieri del tipo “Mitchell”.
Vicino a noi il cannone della 4a batteria fu tagliato a metà da
una bomba e vi furono tre o quattro morti”.
(SHUÀQLUHODGHVFUL]LRQHGLFLzFKHSURYDURQRFRORURFKHLQ
quel giorno erano sotto le bombe in alcune righe tratte dal diario del roveretano Umberto Tomazzoni2:
“6 febbraio – Giornata di tragedia: bombardamento intenso
su tutta la valle, con uno sgancio furibondo su Lizzanella. L’allarme è stato dato verso le 12.30. Mezz’ora dopo era avvenuta
la tragedia. Dalla cantina abbiamo sentito la violenta reazione
della contraerea. L’arrivo dei caccia che hanno mitragliato e
sganciato prezzo Lizzanella. Arrivo dei bombardieri e sganci
lontani (Mori stazione), poi più vicini (ponte della ferrovia),
poi un furioso scoppio seguito da una pioggia di sassi, di calcinacci, di schegge: Lizzanella. Siamo in cantina, impressionati
e smarriti. Arrivo di una frotta di bambini che urlano: ci hanno bombardato la casa e ci sono sotto i morti.
Esco di casa con un piccone, assieme ai soldati, ci sono ancora i bombardieri. Fumo che acceca, odore di polvere, case distrutte dietro la chiesa. Accorrere di volonterosi per aiutare i
sepolti sotto le macerie. Il pubblico cresce, io vado su e giù un
po’ perplesso. Momenti in cui torno a casa. Sinistramenti su
vasta scala. Lavoro di scavo, quattro sepolti son salvi, ne manFDQRDOWULTXDWWUR7HVWDIUDVWRUQDWDGDXQ·LQÀQLWjGLFRVH9Rglia di piangere, ma sforzo di volontà per resistere. I quattro
2
Cfr. A. Rossaro, Diario 1943-45, p. 93, a cura di Maria Beatrice Marzani e Fabrizio
Rasera, Mori 1993.
68
che non rispondono all’appello sono morti. Si estraggono uno
DOODYROWD&RPPR]LRQHLQÀQLWD,PSUHVVLRQHLQFDQFHOODELOHGL
una mamma che tiene in braccio una bambina, tutte e due piegate dal peso delle macerie. Il cadavere della mamma ha segni
evidenti di terrore. Salme ricomposte in pace nella chiesa. Giovanni che spazza la chiesa e mette in ordine le bare”.
Anno 2010. Il canotto in dotazione al B-25 precipitato sul Brugnolo ancora
conservato in una casa di Ronzo Chienis.
69
I “FATTI DI MORI” DEL
21 SETTEMBRE 1947
Lorenzo Baratter
Ho accolto volentieri l’invito a raccontare, pur in sintesi, un
episodio importante della storia della lotta dei trentini per l’ottenimento dell’Autonomia regionale, accaduto a Mori nell’autunno di quasi sessantacinque anni fa. Ho messo quindi a disposizione le pagine che seguono, estratte dal mio volume “Storia dell’ASAR (1945-1948)” (Egon, Rovereto, 2009), nel quale è
ricostruita la storia, affascinante e complessa, dell’Associazione Studi Autonomistici Regionali (ASAR), che invito a leggere
per comprendere il senso e la storia della rivendicazione della
nostra gente in favore dell’Autonomia subito dopo la seconda
guerra mondiale.
Il 21 settembre 1947 l’ASAR – movimento che era nato
nell’estate del 1945 a Trento e che già raccoglieva oltre 100.000
iscritti in tutte le valli trentine, rivendicando “l’autonomia regionale integrale da Ala al Brennero, dentro l’Italia repubblicana” – decise di organizzare a Mori un incontro popolare attraverso il quale si voleva rinsaldare l’alleanza con la Südtiroler
Volkspartei (SVP), il partito di maggioranza sudtirolese, nella
IDVHGHOLFDWDGLGHÀQL]LRQHD5RPDGHJOL6WDWXWLSHUOH5HJLRQL
autonome. L’ASAR era il risultato di una fortissima spinta poSRODUHHPHUVDLPPHGLDWDPHQWHGRSRODFRQFOXVLRQHGHOFRQÁLWto in tutte le valli della Provincia.
In un clima di grande tensione – non dimentichiamo che il
nazionalismo era ancora molto forte e idee come “autonomia”
R ´IHGHUDOLVPRµ EHQFKq DPSLDPHQWH GHVLGHUDWH GDOOD SRSROD-
71
zione locale, erano guardate con un certo sospetto – le grandi
potenzialità, anche politiche, della giornata del 21 settembre
YHQQHURYDQLÀFDWHGDHSLVRGLDOODUPDQWLLQFXLOHIRU]HGLSROL]LD
ebbero un ruolo di primo piano. La conseguenza fu non solo di
bloccare una realizzazione del principale obiettivo politico del
PRYLPHQWR²VDQFLUHXQDFFRUGRXIÀFLDOHFRQOD693²PDDQFKH
di avviare un’azione di delegittimazione e discredito.
4XHOOD©PRQWDWXUDSROLWLFDHSROL]LHVFDª²GLIÀFLOHVXOODEDVH
dei documenti e delle ricostruzioni, pensare in modo diverso –
dimostra ancora oggi l’enorme fragilità e provvisorietà del nascente Stato democratico. La sensazione, allo sguardo di chi
RVVHUYDGDORQWDQRTXHJOLDQQLqFKHXQDSDUWHGHOSRWHUHQRQ
fosse ancora del tutto immune rispetto a certe pratiche tipiche
del vicino Ventennio.
Una premessa: l’asarino Italo Guelmi era stato informato da
diversi abitanti di Mori che la notte precedente, lungo le vie di
Mori, era stato notato uno strano movimento di ombre, di individui che – secchio e pennello alla mano – avevano riempito le vie
del paese di scritte. Alcuni videro degli ex repubblichini fascisti
mentre si davano da fare con scale e pennelli per imbrattare
Mori di scritte anti autonomiste o issare nella piazza bandiere italiane. In altri casi questi nemici dell’ASAR adottavano un
vecchio sistema: realizzavano, sui muri ma anche sulle strade
dei paesi e delle città, scritte che allo sguardo dei passanti dovevano apparire come compiute dagli autonomisti: frasi ingiuriose
da cui emergeva un estremismo (leggi: separatismo) che in realtà non apparteneva alla stragrande maggioranza degli uomini
dell’ASAR. Con questo tipo di «controinformazione» l’opinione pubblica più moderata, pur disposta a favore dell’ASAR, ne
prendeva sempre più le distanze.
Molti anni dopo, nel 1978, Valentino Chiocchetti dichiarò:
«Per me, testimone oculare e attore non ultimo, [quelle scritte] furono una montatura politico poliziesca molto bene orchestrata. Nel momento in cui accadevano quei fatti il movimento
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asarino era assalito da tutte le parti: la stampa ne calunniava gli
scopi, i partiti lo insidiavano per ragioni evidenti, alcuni dei suoi
capi erano già stati messi a tacere, in quell’aurora di democrazia… Stava per fallire non un grande movimento, ma una grande idea: quella della comprensione supernazionale».
Chiocchetti aveva notato che in occasione della manifestazione di Mori erano comparse sia scritte inneggianti all’Italia sia
scritte a carattere separatista o hitleriano. Benché in apparenza
contrapposte, parevano essere state effettuate dalle medesime
persone: «A me alcune, anche opposte, sembravano scritte dalla
stessa mano e con lo stesso colore», fece osservare Chiocchetti.
(SSXUH L PDQLIHVWL XIÀFLDOL GHJOL DXWRQRPLVWL SHU O·DGXQDWD
di Mori del 21 settembre 1947 lasciavano trasparire lo spirito
GHPRFUDWLFR H SDFLÀFR GHOOD PDQLIHVWD]LRQH ©,QWHUYHQLWH QXmerosi e disciplinati», era scritto. Gli stessi cartelli avvertivano che alla manifestazione avrebbero partecipato sia membri
dell’ASAR sia dell’esecutivo della SVP e che l’adunata stessa sa-
73
rebbe servita anche per far nascere «quella piena comprensione
di programmi e idee che noi abbiamo sempre auspicata per il
bene della Regione». L’ASAR, da sempre, lottava per costruire
vincoli di amicizia sincera fra Trento e Bolzano; era quello che
allora veniva chiamato lo “spirito di concordia regionale”.
Oltre ai dirigenti dell’ASAR era prevista la partecipazione di
membri dell’esecutivo della SVP accompagnati dal corpo bandistico di Termeno in costume tirolese. Il 9 settembre la direzione
del gruppo di Mori scrisse a tutti gli altri gruppi per invitarli a
partecipare, data anche l’importanza del momento: «Siamo alla
vigilia di avvenimenti decisivi e ogni assenza può pregiudicare
le nostre posizioni, conquistate con l’accanita lotta di due anni.
Quest’avvicinamento, proprio nel nostro paese, dei due gruppi
etnici che formano la nostra Regione, sia la prima pietra della
collaborazione futura. Partecipate quindi in massa, senza intemperanze di nessun genere, senza grida, né bandiere, né scritte».
La manifestazione di Mori si aprì con il saluto del presidente
del gruppo di Mori, Mario Chizzola, e con l’intervento del presidente dell’ASAR, Silvio Bortolotti.
Nel frattempo tra la folla era comparsa una bandiera che in
qualche modo ricordava l’antico vessillo del Tirolo, issata da
alcuni militanti. Non era affatto una novità, dato che già nelle manifestazioni di massa di Trento erano comparse, a quanto
riferisce la cronaca, diverse di queste bandiere. Le portavano
persone che volevano esprimere un sentimento di appartenenza nazionale all’Austria che, nel bene e nel male, aveva segnato
l’esistenza di molti dei presenti. Solo nel 1919, infatti, il Trentino fu annesso al Regno d’Italia, dopo la conferenza di Pace.
/HIRU]HGHOO·RUGLQHQRQVLHUDQRPDLRSSRVWHÀQRDGDOORUD
all’esposizione di bandiere tirolesi. Invece quel giorno a Mori
c’era una presenza massiccia di forze dell’ordine – polizia, carabinieri, esercito – schierate in atteggiamento quasi bellico e con
evidente provocazione nei confronti dei manifestanti, animati da
LQWHQWLSDFLÀFL$GXQFHUWRSXQWRXQ©PDQLSRORªGLFDUDELQLHUL
74
partì all’assalto della folla per strappare la bandiera «tirolese».
La provocazione era evidente. Come era naturale e prevedibile
ne seguì un piccolo parapiglia che si concluse con l’arresto di un
asarino, portato via dai militari dell’Arma. Chiocchetti scese dal
palco per cercare di calmare gli animi delle due parti e convincere i portatori della bandiera ad «ammainarla». Ma ormai era
troppo tardi.
La manifestazione non si fermò. I sudtirolesi Ebner e Volgger presero la parola. A proposito di «bandiere» Toni Ebner
dichiarò dinnanzi al pubblico di aver «già avuto un’altra volta
l’onore di rappresentare il popolo sudtirolese ad un raduno di
asarini a Trento. Anche quella volta la bandiera c’era, vi erano
20 mila persone e la bandiera non la levarono».
Le parole di Ebner furono interrotte dal lungo applauso degli
astanti. «Questi applausi», concluse il futuro deputato sudtirolese, «non sono rivolti a me come persona, ma al popolo tirolese e
sono una garanzia della volontà di collaborazione.»
Volgger disse nel suo intervento che quella manifestazione
aveva un valore di importanza storica per l’avvicinamento dei
due popoli, «dato che dopo trent’anni per la prima volta una
EDQGD WLUROHVH q HQWUDWD QHO 7UHQWLQRª ,O ULIHULPHQWR HUD DOOD
banda di Termeno, la quale lo stesso giorno, prima di suonare a
Mori, aveva suonato anche in altri paesi della Vallagarina: «Noi
tirolesi e trentini abbiamo avuto cento anni di collaborazione e
DPLFL]LDGD%RUJKHWWRDO%UHQQHURO·$GLJHFRUUHYDSDFLÀFRHFL
sentivamo tutti fratelli».
Nei giorni successivi il segretario Remo Defant, che a sua volta aveva preso la parola durante il comizio di Mori, stigmatizzò il
comportamento della polizia durante i fatti di Mori, auspicando
la nascita di una polizia regionale. Subito dopo Defant venne
accusato dalle autorità di avere usato parole offensive durante
il comizio del 21 settembre contro la polizia. Per questo il segretario dell’ASAR fu addirittura arrestato, benché tutti i presenti
testimoniassero la falsità delle accuse. Subito dopo l’arresto di
75
Defant e di altri, il 14 ottobre il movimento decise di far appendere un manifesto in tutti i paesi del Trentino. Le autorità ne
SURLELURQRO·DIÀVVLRQHHO·$6$5VLWURYzGXQTXHFRVWUHWWRDSXEblicarne il testo sulla prima pagine de “La nostra Autonomia”
(il settimanale dell’ASAR) del 21 ottobre: «Al popolo trentino!
Denunciamo all’opinione pubblica l’arresto del nostro segretario regionale Defant, del capo gruppo di Mori Mario Chizzola e
di altri asarini, arresti operati dopo 21 giorni dai cosiddetti fatti
di Mori. Noi contestiamo il fondamento delle accuse e abbiamo
piena certezza nel sereno giudizio della Magistratura. Deploriamo però che in base a una legge fascista siano stati privati della
libertà personale esponenti di una libera associazione democratica... Trentini! La nostra calma sia la prova della nostra forza e
della nostra maturità all’autogoverno».
In quella stessa edizione apparve un articolo dal titolo inequivocabile che per la prima volta avvertiva dell’esistenza di «un
piano per eliminare l’ASAR» e di manovre antiautonomiste che
erano in corso: «Da informazioni non ancora totalmente accer-
76
tate ci risulta l’esistenza di un vero e proprio piano per sciogliere il movimento autonomistico, proprio alla vigilia dell’autonomia, onde levare di mezzo un eventuale concorrente sul terreno politico ed economico e per diffondere forti interessi che
dispongono di appoggi e di monopoli al Centro. Tale piano mira
soprattutto a creare il dato di fatto per poter dichiarare illegale l’ulteriore esistenza dell’ASAR come fattore politico e dare
a tale provvedimento una parvenza di legalità, creando con la
provocazione premeditata il «casus iuris» che consenta agli interessati di uccidere il più forte e il più democratico movimento
della nostra Regione».
Insieme a Defant vennero arrestati anche il moriano Mario
Chizzola, Celestino Baldo di Villalagarina, Ruggero Piffer di
Besenello. Defant fu accusato di avere invitato, uso le parole
della magistratura di allora, «una folla di scalmanati in fermento» a «reagire all’operato legittimo di questa opponendo, occorrendo, le armi alle armi». Chizzola Mario fu arrestato per avere
«invitata la folla a recarsi alla caserma dei carabinieri per ottenere ad ogni costo la restituzione della bandiera e il rilascio di
un fermato». Celestino Baldo – che aveva anche l’aggravante di
essere «recidivo» – fu messo agli arresti per aver «fatto segno il
WHQHQWHGHLFDUDELQLHUL=DQFDQ*LRYDQQLGLVSLQWRQLSHURSSRUVL
DFKHLOGDWRXIÀFLDOHIDFHVVHDPPDLQDUHODEDQGLHUDWLUROHVHª
Ruggero Piffer per aver «usato violenza verso militari dell’Arma dei carabinieri onde opporsi a che i detti togliessero dalla
circolazione la bandiera tirolese di cui sopra».
Il 14 novembre 1947 Mario Chizzola diede le proprie dimissioni quale responsabile del gruppo di Mori, prendendo atto di
non poter «esercitare liberamente e pienamente» le proprie
mansioni direttive, «essendo in attesa di processo dopo i fatti di
Mori, pur avendo la coscienza di una ingiusta e falsa denuncia
rivoltami», «tenendo conto anche delle particolari situazioni famigliari e professionali». Il 2 gennaio 1948 il suo posto alla guida
dell’ASAR di Mori venne preso da Luigi Turella.
77
Chizzola fu interrogato il 14 ottobre 1947. Affermò che durante il suo intervento in piazza a Mori si era mantenuto equilibrato, «conformemente alla mia abitudine e carattere. Avrò
parlato si e no per 5 minuti come una semplice presentazione ed
un breve commento di chiusura dopo Defant». Escluse in modo
assoluto di avere pronunciato parole di incitamento alla violen]DDIÀQFKpIRVVHUHVWLWXLWDODEDQGLHUDHULODVFLDWRLOIHUPDWRDG
ogni costo.
Defant, durante l’interrogatorio del 15 ottobre, negò con forza ogni imputazione. Affermò di avere parlato solo due ore dopo
che era accaduto il fatto in oggetto, di essersi adoperato per una
SDFLÀFD]LRQHGHJOLDQLPLHGLDYHUHXVDWRGDOSDOFRSDUROHGLYHUse da quelle che gli venivano attribuite: «In quel periodo di due
ore sia io che il Prof. Chiocchetti abbiamo fatto opera di persuasione verso il portabandiera, quindi opera tutt’altro che di
incitamento. Quando poi ho preso la parola dopo il Chizzola ho
tenuto un discorso obiettivo pur criticando l’operato di chiunque
volesse contestare i diritti fondamentali di libertà... Mi riservo
di presentare a mia discolpa il testo quasi integrale del discorso. Indicherò nel più breve tempo possibile la maggior parte di
quelli che assistevano al comizio e al discorso e che hanno sentito le mie parole».
Sabato 25 ottobre furono scarcerati Defant, Chizzola e Baldo.
Va detto che in seguito ai «fatti di Mori» si scatenò una vera e
propria tempesta a mezzo stampa, con tentativo di totale denigrazione e delegittimazione del movimento. Sembrava tutto
creato ad arte ed in effetti l’operazione – se operazione vi fu –
ebbe notevole successo.
In quelle settimane “La nostra Autonomia” fu molto impegnata nel rispondere alle accuse (spesso infondate) che venivaQRVSDUDWHDUDIÀFDGDJOLDPELHQWLGHPRFULVWLDQLHOLEHUDOL7XWWL
FRORUR FKH SRWHYDQR DSSURÀWWDUH GHOOD VLWXD]LRQH OR IHFHUR Ë
YHUDPHQWHGLIÀFLOHQRQSHQVDUHFKHGLHWURVLWXD]LRQLFRPHTXHsta – che ebbe vasta eco sulla stampa locale e nazionale, con
78
pesante discredito degli autonomisti – non vi fosse il preciso disegno di annientamento del grande movimento popolare quale
era diventato l’ASAR.
Il sindaco di Mori fu interrogato il 18 ottobre. Scagionò Chizzola, di cui era vicino di casa: «Il giorno precedente al comizio
siamo stati insieme ed abbiamo convenuto di fare opera persuasiva perché non avvenissero incidenti. Il giorno del comizio il
Chizzola ha parlato brevemente. Non ho udito le parole “dobbiamo andare in caserma per ottenere ad ogni costo la restituzione della bandiera e il rilascio del fermato”. Posso assicurare
LQSLHQDFRVFLHQ]DFKHLO&KL]]RODqHOHPHQWRWHPSHUDWRGLDVVROXWDRQHVWjGLLQWHQWLFKHKDIDWWRVHPSUHRSHUDGLSDFLÀFD]LRQH
e dacché ha assunto la Presidenza dell’ASAR di Mori non sono
più apparse scritte ingiuriose».
Da allora, le tensioni e i controlli nei confronti dell’ASAR si
fecero sempre più serrati. Il movimento si sentiva in un cerWRVHQVR©DFFHUFKLDWRª8QFHUWR=DQFDQHOOD0DULRVFULVVHXQD
79
lettera alla direzione dell’ASAR per denunciare di essere stato
arrestato il 30 ottobre, in occasione del Giro Podistico di Trento,
portato in questura, aggredito e picchiato da un agente che lo
apostrofava con le seguenti frasi «Insegno io il vivere del mondo ai trentini», «Insegno io come si vive ai trentini asarini». «E
TXHVWRª FRQFOXGH =DQFDQHOOD QHOOD VXD GLFKLDUD]LRQH ÀUPDWD
«malgrado la mia dichiarazione di non essere un asarino».
I “fatti di Mori” e un’ulteriore serie complessa di azioni e operazioni politiche e giudiziarie tentarono in ogni modo di minare
le relazioni tra gli autonomisti trentini e quelli sudtirolesi per
favorire ad una devastazione interna di questo grande movimento politico, autonomista e trasversale, che fu l’ASAR. Dalle
sue ceneri, nel 1948, sarebbe nato il Partito del Popolo Trentino
Tirolese, con l’esperienza politica quarantennale di Enrico PruQHUHODQDVFLWDDOODÀQHGHJOLDQQL2WWDQWDGHOVHFRORVFRUVRGHO
3DUWLWR $XWRQRPLVWD 7UHQWLQR 7LUROHVH 0D QRQ q OD VHGH SHU
approfondire questi temi.
La storia dell’ASAR merita di essere riscoperta e approfonGLWDHFLLQYLWDDULÁHWWHUHVXOODVWRULDGHOODQRVWUD$XWRQRPLD
che abbiamo il diritto e il dovere di riscoprire dentro un nuovo processo di apprendimento della storia locale, di cui si sente
davvero un concreto bisogno, per consentire anche alle più giovani generazioni di non perdere i contatti con le radici storiche
della nostra terra.
Lorenzo Baratter è nato nel 1973 a Rovereto. È storico e autore
di numerose pubblicazioni di storia regionale, tra le quali si segnalano Le Dolomiti del Terzo Reich (2005), Storia dell’ASAR.
Associazione Studi Autonomistici Regionali (2009), Enrico
Pruner. Una vita per l’Autonomia (2011), L’Autonomia spieJDWDDLPLHLÀJOL
Vive a Pomarolo.
80
81
82
AMBIENTI SCOMPARSI
Edoardo Tomasi
In qualche zona periferica del Trentino “nar a l’ambiente”
VWDYDDVLJQLÀFDUHDQGDUHDOEDURFRPXQTXHLQXQORFDOHSXEblico per fare quattro chiacchiere o bere un bicchiere di vino
in compagnia. Giocando un po’ sull’ambivalenza del sostantivo,
proponiamo in questo numero alcune immagini d’epoca relative appunto a degli “ambienti” molto frequentati da chi ora ha
qualche anno in più sulle spalle. Sono istantanee di varia provenienza e qualità, ma che comunque conservano intatto il fascino
del tempo passato.
/HSULPHGXHLOOQHVRQRVXJJHVWLYHIRWRJUDÀHG·DXWRUH
che ritraggono la sala da pranzo del Ristorante Rosina, attuale
1
Biblioteca comunale Luigi Dal Ri, Fondo Parziani, lastra n. 24091
83
2
Biblioteca comunale Luigi Dal Ri, Fondo Parziani, lastra n. 24063
´9HFFKLD0RULµLQSLD]]D&DOGL3RQWH1RQqSUHFLVDWRO·DQQRLQ
FXL5XJJHUR3DU]LDQLVFDWWzTXHVWHIRWRJUDÀHPDGRYUHEEHUR
risalire agli anni ‘40 / ’50 del secolo scorso.
Nella successiva panoramica (ill. n. 3) tratta da una cartolina
d’epoca, viaggiata nel 1952, sono evidenziati a destra l’Albergo Italia ed a sinistra il “vecchio baracchino della stazioncina di
0RULµGHPROLWRQHOSULPRVHPHVWUHGHO7UDLGXHHGLÀFLVL
QRWDQRLPDHVWRVLDOEHULFKHRPEUHJJLDQRLO´SLD]]DOHGHOODÀHra” e un grande slargo (attuale piazzale Kennedy) attraversato
dallo “stradone” per il lago di Garda.
Segue (ill. n. 4) l’ingrandimento di una cartolina viaggiata nel
$OSRVWRGHOSLD]]DOHDOEHUDWRFKHRVSLWDYDLOIRURERDULRq
già sorto un popoloso rione di case I.N.A. Sulla sinistra le rovine
GHOOD´6LUHQDµ/DIRWRqGL*LRYLWD*ULJROOL/·$OEHUJR,WDOLDHYLdenziato col cerchio, venne acquistato nel 1971 dal signor Menotti
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3
4
85
5
6
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=DQROOLDOTXDOHVXEHQWUDURQRQHOLÀJOL/LYLR/LYLDH$QJHOR
Due inquadrature quasi simili ma distanziate negli anni: la
prima (ill. n. 5), più antica, mostra il rigoglioso glicine che s’era
DUUDPSLFDWRÀQVXOWHWWRGHOO·HGLÀFLRFHQWUDOH6XOO·HVWUHPDGHstra, oltre la statale, la casa che ospitava al piano terra la sede
della Guardia di Finanza. Fu poi acquistata dalla Cassa rurale
che la demolì nel 1975/76 per poi ricostruire ed ampliare la propria sede. L’Albergo Italia, un tempo di proprietà di Bernardino Caliari, era ubicato all’incrocio della Statale con l’attuale
via Terranera. Nell’altra foto (ill. n. 6), tratta da una cartolina
non viaggiata, (Grigolfoto di Mori), si nota la moderna struttura
dell’albergo, inaugurata nel 1958.
A seguire (ill. n. 7) l’imponente facciata dell’Albergo Italia in
una cartolina viaggiata nel 1959 (Fotocine, Trento). C’erano 100
posti letto distribuiti in 40 camere, tutte munite di servizi igieniFLFRVDUDUDLQTXHLWHPSL/DVXSHUÀFLHGLRJQLSLDQRHUDGLFLUca 400 metri quadrati. Nel maggio 1978 l’immobile e la licenza
furono venduti all’impresa edile Girardelli che l’anno seguente
ristrutturò completamente l’intero stabile.
/·$OEHUJR,WDOLDSURVHJXuO·DWWLYLWjSHUFLUFDXQYHQWHQQLRÀQR
ai primi anni dopo il 2000 per mutare poi nuovamente aspetto e
destinazione con quella che vediamo attualmente.
Molti “ex giovani” ricordano ancor oggi con nostalgia la frequentatissima discoteca nel sotterraneo, decorata con maestria
da pitture realizzate dal giovanissimo e già promettente artista
locale Mario Signorelli.
Chiudiamo questa ideale carrellata tra i locali pubblici di un
tempo ormai passato con una fugace puntata al passo San Giovanni, tra Loppio e Nago. Fino a poco tempo fa era possibile
scorgere l’inconfondibile sagoma dell’Albergo “al passo”, ora
non più. In attesa di vederlo rinascere dalle fondamenta, ecco
due cartoline a colori messe gentilmente a disposizione come le
altre da un collezionista, utente della nostra biblioteca.
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La prima (ill. n. 9) ritrae il primitivo nucleo della struttura,
con le caratteristiche agili colonnine che ritroviamo poi nella
successiva cartolina (ill. n. 10). Entrambe non sono viaggiate
ed il solo elemento che ci consente di abbozzare una datazione
SODXVLELOHqO·DVVHQ]D²QHOODSULPDGHO&RGLFHGLDYYLDPHQWR
postale, che invece compare nella seconda cartolina. Dato che il
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Documento (File "Campanò 2011