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Anche per questo vogliamo mettere su – in brevissimo tempo – una videoinchiesta
che faccia sentire la voce dei lavoratori. Perciò chiediamo a tutti voi semplicemente
di farvi intervistare. Dovrete rispondere ad una semplice domanda: cosa ne pensate
dell’attacco all’articolo 18? Potete anche mandarci brevi messaggi tramite mail o su
FB, noi pubblicheremo tutto. Una volta terminata questa videoinchiesta, che
speriamo sia ripresa in tutta Italia, la faremo girare ovunque, su tutti i canali che
troviamo, per rompere questo muro di silenzio. Per mettere in campo con tutti quelli
che ci stanno una serie di iniziative di confronto e di lotta che sappiano coinvolgere
la maggior parte della popolazione.
Presto, perché di tempo ce n’è rimasto poco… Ma li abbiamo sconfitti già una volta
possiamo farlo ancora!
2
27
utilizzare il sindacato come possibile "luogo" per far vivere vertenze e in generale la
difesa degli interessi dei lavoratori.
Perché bisogna mobilitarsi?
Se come dicevamo prima ci sono ancora dei margini, cioè non è vero che ci
dobbiamo per forza “sacrificare” noi, il dato da trarne è che bisogna subito
impegnarsi. Questa è una certezza: più ci impegneremo, più gli daremo filo da
torcere, meno perderemo. Devono recuperare produttività, devono attrarre
investimenti, ma, se riusciamo a mettere un argine, i soldi per fare queste cose li
andranno a prendere altrove.
Ancora una volta la stessa borghesia ci insegna come fare: quando a rischio ci sono i
suoi interessi, si mobilita unitariamente, in maniera fortissima, a livello
internazionale, pensando al suo interesse complessivo, come classe. Anche noi
dobbiamo fare così: difendere tutto il salario (sia quello diretto, che quello indiretto –
cioè i servizi sociali – che quello differito – cioè le pensioni) e tutti i diritti che ci
sono rimaste. Ma non per “conservarli” per pochi, ma per allargarli anche a chi non
ne ha! Questo vuol dire pensare a “noi” come classe: mettere davanti a tutto gli
interessi collettivi e non della propria generazione, della singola categoria,
compartimento, azienda o addirittura del singolo individuo!
1) Pensioni
5
2) Ammortizzatori sociali
11
3) Flessibilità in entrata
15
3.1 Il contratto di APPRENDISTATO
15
3.2 Agenzie per il lavoro e lavoro in somministrazione
18
4) Flessibilità in uscita (articolo 18)
Come farlo?
È evidente che non possiamo aspettare i tempi, le concertazioni e le finte partenze
dei sindacati o “subire” le scadenze rituali. Dobbiamo iniziare da subito ad
organizzarci, direttamente, indipendentemente dalle appartenenze. Dobbiamo stare
in tutte le mobilitazioni in difesa dell’articolo 18, appoggiare tutti i momenti di
possibile ricomposizione. Nonostante la riforma dell’articolo 18 sia solo UN aspetto
della riforma del lavoro, per l’importanza che riveste è LA questione su cui tutti
dovremmo lavorare nelle prossime settimane. Anche perché il Governo ci detta i
tempi: un mese e i provvedimenti saranno approvati…
Nel nostro piccolo…
Secondo noi una delle prime cose da fare è prendere parola collettivamente, come
classe. Avete fatto caso che tutti – padroni, economisti, giornalisti, politici, dirigenti
sindacali – stanno parlando dell’articolo 18, tranne noi, gli unici che subiranno queste
misure? Non solo: in questi mesi la voce dei lavoratori è stata fatta sparire. Il nostro
primo compito è di farla sentire, di portarla nel dibattito pubblico. Sia per fare
arrivare il messaggio alla nostra controparte, per dirgli che non siamo addormentati e
cercare di spaventarli un po’ - in fondo sono codardi... Sia per fare pressione sulle
dirigenze locali dei sindacati e fargli capire che sull’articolo 18 devono fare casino. Se
iniziamo a dire chiaro e tondo quello che ne pensiamo, altri lavoratori prenderanno
coraggio e ci seguiranno!
26
3
21
allo “stadio finale”, non è vero che o facciamo queste riforme o l’Italia è destinata a
fallire. L’Italia è uno dei paesi più ricchi al mondo, che ha enormi rendite e patrimoni
familiari, che ha un’evasione fiscale di 140 miliardi l’anno, che ha tantissime storture
che possono essere corrette senza toccare sempre i soliti. Se il governo avesse voluto
stimolare la "crescita" senza necessariamente colpire sempre i lavoratori, avrebbe
potuto, per esempio, incominciare dal recupero di parte dell’evasione – senza
nemmeno darla ai lavoratori o spenderla in misure sociali! – ma usandola per ridurre
il cuneo fiscale, cioè quella parte di soldi che le imprese versano in tasse. Il lavoratore
avrebbe avuto così la stessa busta paga e gli stessi diritti, l’imprenditore avrebbe
guadagnato invece margini più alti e sarebbe stato incentivato ad investire... non è un
caso che questa proposta venga anche dagli ambiti liberali più progressisti!
Certo, alla lunga anche questa misura non risolverebbe nulla, come dimostrano i
paesi capitalisticamente “avanzati”: alla fine si deve sempre cercare di sfruttare al
massimo il lavoro e quindi ricomincerebbe la competizione verso il basso. Ma quello
che è certo è che oggi le strade non sono chiuse, non è vero che “o si fa così o
altrimenti siamo tutti morti”. Semmai il problema è che i padroni ed i politici non
vogliono puntare a recuperare l’evasione tassando, commercianti, palazzinari, ordini
professionali etc, perché temono di perdere quel consenso. Sanno che questi ceti
arroganti, spesso mafiosi, sono loro “fratelli” e sono anche pronti a difendere i loro
privilegi in ogni modo. “Esagerare” nel recupero dell’evasione creerebbe un
sovvertimento ingestibile. Meglio dare altre mazzate al proletariato, no?
Insomma, l’esperimento per il Governo e Confindustria ora è quello di vedere:
quanto li riusciamo a fottere prima che si ribellino? Fino adesso sembra che gli stia
andando bene…
Lo scenario che ci possiamo aspettare
Senza una forte mobilitazione popolare contro questo governo, si delineerà questa
soluzione di compromesso, drammatica per i lavoratori. Si eliminerà cioè l’articolo
18 per i nuovi assunti o, come pare sia emerso dal presunto incontro tra Monti e
Camusso, per i neo-stabilizzati (almeno per i primi 3 o 4 anni) e per le nuove aziende
(start-up e investimenti esteri), il che non cambia di molto la sostanza. In questo
modo, gradualmente, questa tutela andrà a sparire, si metterà un muro fra le
generazioni, per cui i “vecchi” non si mobiliteranno perché tanto non vengono
toccati e i “nuovi” non protesteranno perché o sono affamati di lavoro (magari sono
impiegati con contratti precari quindi per loro non cambia nulla) o perché una tutela
del genere non l’hanno mai conosciuta e non sanno nemmeno che si può avere.
Questo permetterebbe al governo di non portare a fondo lo scontro sociale, e ai
sindacati di dire che loro non hanno eliminato l’articolo 18, ma magari lo hanno
semplicemente “congelato”. Anche se sul medio e lungo periodo saranno destinati a
scomparire, o meglio a trasformarsi completamente in agenzie di servizi tipo CAF e
Patronato, ipotecando definitivamente la possibilità che qualcuno riesca ancora ad
4
25
pagati nulla e cacciati fuori in qualsiasi momento, non sorprende affatto che qualche
indice di occupazione possa aumentare!
Oggi le controversie legate all’articolo 18 non sono molte. Secondo gli ultimi dati
forniti dall'Istat, riferiti al 2006, parliamo di circa 8.651, di cui circa la metà – dopo
anni di spese – si concludevano a favore del lavoratore, il quale peraltro non
rientrava quasi mai in fabbrica, perché sapeva che il datore di lavoro avrebbe cercato
di ostacolarlo in ogni modo. Ma se l’articolo 18 venisse abolito, gli scrupoli dei
padroni ad imbarcarsi in una lunga causa e in spese di avvocati scomparirebbero
subito…
L’altro motivo: quello ideologico
Esiste anche un altro motivo per cui si vuole abolire l’articolo 18, ed è ideologico. Il
Governo e la borghesia italiana vogliono dimostrare all’Unione europea ed ai
capitalisti stranieri che in Italia si può venire a investire, perché oramai i lavoratori
non contano nulla, non fanno più paura, sono più mansueti delle pecore. Vogliono
anche intimorirci per le battaglie future, e dare ai lavoratori una sonora sconfitta su
una delle poche mobilitazioni vincenti di questi anni, quella del 2002. Per loro è un
totem da distruggere, che ha un enorme valore simbolico. E per farlo sono disposti a
mobilitare ogni risorsa, a pagare opinionisti, politici, sindacalisti.
Inoltre l’abolizione dell’articolo 18 risponde ad un’altra necessità padronale:
eliminare dalle aziende ogni personalità ribelle ed ogni avanguardia di lotta. Il
messaggio deve essere semplice: appena rompi le palle, su orari, condizioni di lavoro,
diritti etc, sei fuori. Al padrone basta buttare fuori dieci persone pagando un
indennizzo per avere una fabbrica pacificata e disciplinata.
Morale della favola…
La morale della favola è che inaccettabile assumere come piano di discussione quello
dei padroni. Quando si parla di “crescita” dobbiamo sempre intendere “profitto dei
padroni attraverso la crescita dello sfruttamento”. Una volta assunto questo piano,
infatti, hanno sempre ragione loro. Questo è stato ed è ancora l’errore dei sindacati
confederali, che ormai non riescono più a strappare neanche le briciole! Se ci si
mette su questa strada, di compromessi al ribasso e di inciuci, l’unico risultato è la
sconfitta ed un progressivo imbarbarimento. Uno scenario in cui saremo tutti in
guerra contro tutti, e solo per sopravvivere.
Ci sono altre strade!
Ora, posto che gli interessi di capitale e lavoro sono sempre inconciliabili, e che i
margini di ogni ipotesi di “riforma” di questo sistema si stanno esaurendo (infatti
con i patti di stabilità, l’impossibilità di fare politiche sociali ed espansive, il
commissariamento dell’UE, che politiche alternative si possono mai fare?) i padroni
ci stanno dicendo un sacco di stronzate. Non siamo - come ci vogliono far credere 24
1. PENSIONI
La controriforma delle pensioni, realizzata tra dicembre 2011 e gennaio 2012 (ma, in
realtà, ancora in atto!1), è stato il primo grande tassello dell’attuale trasformazione
regressiva del mondo del lavoro. Il governo “tecnico” (baroni universitari,
amministratori delegati e rappresentanti istituzionali dei grandi capitali nostrani e
internazionali) l’ha realizzata per soddisfare le richieste del capitale europeo
preoccupato dalla crisi iniziata nel 2007. Certo, abbiamo già assistito a molte
modifiche del sistema pensionistico –
Amato (1992), Dini (1995), Maroni
(2004), Prodi (2007), Berlusconi (2009;
2010) – che hanno più o meno
lentamente corroso i diritti di chi lavora
una vita e vorrebbe passare gli ultimi
anni a “gustarsi i frutti” delle sue fatiche.
Ma la crisi attuale non permette più che
ai lavoratori sia concesso questo lusso,
perché il capitale non guadagna quasi
nulla dai pensionati vecchio stile. Ecco,
allora, la necessità di introdurre forti
restrizioni nell’ordinamento vigente.
UN PO’ DI STORIA
Dalla riforma Dini, 1995, in Italia
esistono due modelli per calcolare la
retribuzione pensionistica.
Il modello retributivo, il cui scopo, interno
all’idea di un welfare generalizzato, era garantire a tutti i lavoratori di poter passare
gli ultimi anni di vita liberamente e con un tenore di vita dignitoso. Per questo,
l’importo della pensione era calcolato facendo la media delle retribuzioni (o dei
redditi, per i lavoratori autonomi) degli ultimi anni di lavoro. Per questo, esisteva la
differenza tra pensione di anzianità (o, pensione anticipata) e pensione di vecchiaia: si
aveva diritto alla prima una volta raggiunti un numero di anni di contributi
indipendentemente dall’età anagrafica (leggi, una persona che avesse iniziato a
lavorare a 15 anni poteva andare in pensione prima di una che avesse iniziato a 25)
1
Si pensi all’indizione del 2012 come “Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della
solidarietà tra le generazioni” e al relativo “Libro bianco sulle pensioni”, che spinge
ulteriormente lungo la linea dura delle riforme già attuate.
(http://www.coordinamentorsu.it/doc/altri2012/0000_librobianco_ue.pdf;
http://www.coordinamentorsu.it/doc/altri2012/2012_0304_librobiancopensioni.htm).
5
oppure con l’adempimento di due parametri complementari (età più anni di
contributi); la seconda scattava col raggiungimento di una soglia di età (65 anni per
gli uomini e 60 per le donne).
Il modello contributivo2 cambia il sistema di calcolo della pensione e incide sulla
possibilità di usufruire della pensione di anzianità. Il principio sul quale si basa può
essere sintetizzato in tre punti:
- ognuno riceve in maniera rateizzata solo e unicamente quel che ha concretamente
versato (leggi, viene meno l’idea di equità sociale);
- è necessario che i lavoratori lavorino di più, per cui devono andare in pensione più
tardi;
- i mercati richiedono che il denaro destinato alle pensioni e al Tfr (trattamento di
fine rapporto), che nel vecchio modello rimane parzialmente bloccato, rientri nelle
dinamiche di mercato così da aumentare la liquidità a disposizione degli scambi
finanziari.
Sulla base di queste linee guida:
• la pensione di anzianità viene erogata solo al raggiungimento di una quota – età
più anni di contributi (minimo 35) – che aumenta progressivamente (95 nel 2009,
96 nel 2011)3. In alternativa, l’anzianità viene raggiunta con almeno 40 anni di
contribuzione, che aumenta progressivamente. Infine, si accede alla pensione di
vecchiaia a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne (che aumenta
progressivamente ogni tre anni). In tutti i casi, l’aumento viene calcolato, per via
statistica, presumendo un miglioramento delle aspettative di vita.
Paradossalmente, se queste aspettative dovessero peggiorare è esplicitamente
escluso che vi sia una riduzione;
• il valore della quota mensile della pensione è calcolato sulla quantità di denaro
realmente accantonata durante la vita lavorativa e sul numero delle mensilità
ipotizzate in base alle aspettative di vita (ma di fatto superandole: nei prospetti un
lavoratore “consuma” la somma totale versata oltre gli ottant’anni mentre
l’aspettativa di vita attuale è di 78 anni).
2
Esiste anche il cosiddetto modello misto o pro rata, che riguarda quei lavoratori che, al 31
dicembre 1995, non avevano maturato ancora 18 anni di contributi pur avendo iniziato a
lavorare col regime pensionistico retributivo. La riforma Dini prevede che questi lavoratori
ricevano una pensione calcolata in parte col sistema retributivo (per i contributi fino al 1995)
e in parte col sistema contributivo (dal 1996 in poi).
3 Le cifre fin qui riportate e quelle citate nel proseguo riguardano i lavoratori dipendenti. Per i
lavoratori autonomi vale lo stesso modello ma cambiano le cifre.
6
Il governo Monti è espressione del grande padronato italiano e va a braccetto con
Confindustria. Tutti questi soggetti premono per cancellare l’articolo 18 dicendo che
il “mercato del lavoro” va riformato perché “non funziona” e dicono che se si fanno
queste riforme l’Italia ricomincia a crescere. Questa affermazione viene ripetuta
ovunque, ma viene sempre lasciata nel vago, non si spiega mai quale sia il
meccanismo che dovrebbe portare alla crescita. Nel frattempo cercano di mettere
contro i lavoratori “non tutelati” e i “tutelati” come se fosse colpa dei “vecchi”
lavoratori se i “giovani” stanno così male.
Da parte loro i sindacati dicono che “non è vero”, che levare l’articolo 18 non serve
alla crescita, salvo poi incontrare ogni due secondi il governo e affermare che sono
disposti a trattare. Non dicono così ai loro iscritti l’amara verità:
1. che le politiche prima di concertazione poi di vera e propria sottomissione di cui
sono stati complici negli ultimi decenni hanno causato questa debolezza dei
lavoratori nel rivendicare i propri diritti;
2. che nel sistema capitalistico il lavoro è esattamente come una merce. Una merce
di cui oggi, in tempi di crisi e disoccupazione, c’è abbondante offerta. Quindi
questa merce, per essere acquistata dai capitalisti, deve o costare di meno (cioè il
lavoratore deve essere pagato meno) o essere più produttiva (cioè il lavoratore
deve lavorare più intensivamente, secondo ritmi più veloci).
In questo senso il primo motivo per cui i padroni vogliono abolire l’articolo 18 è
tutto materiale. La sua abolizione inciderebbe tantissimo sulla produttività. Se posso
licenziarti, quando diventi vecchio o non produci come io ti dico di fare, ti ricatterò:
se non vuoi essere cacciato accetterai qualsiasi condizione. Anche perché la maggior
parte dei lavori di oggi non necessita di chissà quale formazione particolare (sia in
fabbrica che negli uffici, che nella logistica o in un call center). E la gente è disposta a
tutto pur di lavorare. L’unico limite oggi trovato dai padroni è nella contrattazione
nazionale, nelle forme del diritto e nelle leggi strappate quando i lavoratori erano più
forti. Ma quello che è stato fatto in questi anni sui giovani che entravano nel mercato
del lavoro andava già nel senso di abbassare il costo del lavoro per le aziende, e
proprio con la complicità dei sindacati!
I padroni infatti si muovono su tutto il pianeta per cercare il posto dove si possano
pagare di meno i lavoratori e farli lavorare di più. Il costo del lavoro è per loro la
prima spesa che incide sui profitti: tagliarla diventa essenziale, anche a costo di
andare fino in Cina! Fra l’altro il costo del lavoro non è come quello delle macchine,
che si ammortizza nel tempo: è sempre un costo vivo, che ogni mese va retribuito.
Monti, Confindustria e gli altri borghesi hanno ragione a dire che bisogna “levare le
rigidità” per attrarre investimenti e dare lavoro. Solo che quello che non dicono è
che il prezzo da pagare è lo schiavismo! Una volta che in giro ci sono gli schiavi,
23
del danno (mensilità perse più un indennizzo di 15 mesi). Questa possibilità è stata
pensata per consentire al lavoratore di evitare di dover tornare in un ambiente
lavorativo che potrebbe essere ostile.
Quanti lavoratori tutela?
Al momento attuale l’articolo 18 copre circa il 65,5% dei lavoratori dipendenti9.
Ovvero, su quasi 12 milioni di operai e impiegati presenti in Italia, quasi 7,8 milioni
possono beneficiare di questa tutela. È ancora poco, se si pensa che altri milioni di
lavoratori - in particolare immigrati e giovani - non beneficiano di questa tutela,
perché lavorando a nero, con contratti precari, ricattati fino a firmare le “dimissioni
in bianco” al momento dell’assunzione, sono esposti all’arbitrio del datore di lavoro
che li licenzia quando vuole. Ma è una misura importante, di civiltà, che riguarda la
maggior parte dei lavoratori italiani e dovrebbe semmai essere estesa a quelli che non
ce l’hanno, perché ancora più sfruttati.
Le menzogne che ci stanno raccontando
In questi mesi padroni, giornalisti interessati e politici hanno sostenuto che il
problema dell’Italia è la “rigidità”, ovvero che non si può licenziare facilmente.
Fermo restando che la crisi italiana dipende sia da una crisi del capitalismo a livello
internazionale, sia da altri motivi (corruzione e cattiva gestione del denaro pubblico,
incapacità del nostro sistema di competere, speculazioni etc), e non è certo
responsabilità dei lavoratori, questa è una vera e propria menzogna! Il licenziamento
per “motivi economici” esiste dal 1966. Un’azienda in crisi può sempre licenziare il
lavoratore. Anche un’azienda che tramite l’acquisto di macchinari ha bisogno di
meno lavoratori, li può licenziare. Si chiama “giustificato motivo oggettivo”, ma deve
essere dimostrato dal datore di lavoro davanti ad un giudice. Questo per evitare
imbrogli delle aziende, già frequentissimi (“finte” crisi, cessione di rami di impresa,
“scatole cinesi” etc).
Esiste poi anche il “giustificato motivo soggettivo”, ovvero la possibilità del padrone
di licenziare un lavoratore perché assenteista (cioè se non si presenta al lavoro senza
fondati motivi medici) o insubordinato (se si rifiuta sistematicamente di seguire le
mansioni per cui è stato assunto)... Quindi i datori di lavoro già hanno tutti gli
strumenti di cui dispongono per fare funzionare bene le proprie imprese, o no?
Il non-detto dei padroni e di CGIL-CISL-UIL: perché vogliono togliere
l’articolo 18?
Vediamo un esempio. Un lavoratore dipendente che a 30 anni guadagni 30.000€
lordi, abbia iniziato a lavorare a 26 anni, lavorerà ininterrottamente per 40 anni fino
ai 65 (in quest’ipotesi il sistema contributivo è avvantaggiato poiché ipotizza
versamenti ininterrotti per un’intera vita lavorativa), riceva un aumento di
retribuzione annua dell’1%: con il sistema retributivo, a fronte di una retribuzione a
65 anni superiore a 42.000 € (3.500€ mensili), otterrebbe una prestazione
pensionistica di poco superiore a 32.000€ (2.700€ mensili c.a), cioè il 76,02% del
valore della retribuzione dell’ultimo periodo. Con il sistema contributivo
(considerando una media del Pil degli ultimi 5 anni allo 0,6%) la prestazione
pensionistica ammonterebbe a 29.384€ (2.400€ mensili), cioè il 69,14%. Se
ipotiziamo una crescita professionale del 3% annuo (e non più dell’1%), a fronte di
una retribuzione a 65 anni di 84.415€ (7.000€ mensili), la prestazione pensionistica
col sistema contributivo diventa di soli 41.264€ (3.400€ mensili), cioè del 48,88%
dell’ultima retribuzione.
• il lavoratore “può” lasciare il montante del Tfr all’azienda oppure trasferirlo a
Fondi pensione privati (negoziali, aperti, piani individuali pensionistici…), che lo
gestiscono operando in borsa. Come dimostra l’esempio precedente, in realtà non c’è
niente da scegliere: il nuovo modello, fornendo una pensione statale non solo
insufficiente al tenore di vita precedente ma, spesso, vicina alla soglia di povertà,
costringe di fatto il lavoratore a investire parte del proprio stipendio (differito e
corrente) nei Fondi pensione.
LA CONTRORIFORMA MONTI-FORNERO
Le modifiche del governo Monti non intaccano il modello contributivo ma
introducono elementi fortemente peggiorativi.
Cambiamenti
Sistema: dal 1° gennaio 2012 il contributivo diventa l’unico sistema vigente (vale,
quindi, anche per chi era ancora sottoposto al metodo retributivo)
Pensioni di anzianità: sostanziale cancellazione di questa tipologia (che prende il
nome di pensione anticipata) con l’innalzamento progressivo dell’età. Viene
eliminato il criterio delle quote e rimane il solo criterio del raggiungimento di 41 anni
e un mese per le donne e 42 anni e 1 mese per gli uomini. Criteri che aumentano con
il miglioramento delle speranze di vita (calcolo biennale e non più triennale). Anche
in questi casi, chi va in pensione prima dei 60 anni viene penalizzato con un
decurtamento del 2% della quota calcolata; chi va prima dei 62 con un decurtamento
dell’1%. Il risultato è che alcuni lavoratori si troveranno a dover lavorare fino a 7
anni in più.
9
http://www.cgiamestre.com/2012/02/articolo-18-interessa-solo-il-3-delle-imprese-matutela-il-65-dei-dipendenti-italiani/
22
Pensioni di vecchiaia: requisiti più elevati e severi. Dal 1° gennaio 2012, l’età di
7
pensionamento è fissata per tutti i lavoratori dipendenti e autonomi e per le
dipendenti del settore pubblico a 66 anni4 diventando così il sistema pensionistico
attualmente più rigido d’Europa5.
Quello che tutti si dimenticano di ricordarci:
1. Le pensioni ricevono normalmente un adeguamento legato al valore ufficiale
(sempre inferiore a quello reale) dell’inflazione dell’anno precedente. Monti ha
bloccato questo adeguamento tranne che per le pensioni inferiori ai 1000 euro.
Dato, però, che le pensioni funzionano sempre più come “salvagente” famigliare
per far fronte alla crisi, il mancato adeguamento comporta una reale perdita di
capacità d’acquisto delle famiglie.
2. Sono state introdotte delle penalizzazioni di fatto. a) In passato si potevano
riscattare gli anni di studi per raggiungere il limite per la pensione. Attualmente il
riscatto è diventato più oneroso raggiungendo somme che possono arrivare ai
100.000€ e quegli anni non sono evitano di subire le penalizzazioni per il
pensionamento anticipato. b) Si è accentuata l’interpretazione restrittiva delle
deroghe (lavori usuranti, invalidità…) ai criteri generali per il pensionamento6. c)
Non ci sono direttive sui criteri di applicazione della riforma ai lavoratori
extracomunitari rimpatriati, coloro, cioè, che hanno lavorato una vita in Italia e
sono tornati nella vecchiaia al loro Paese di origine. Attualmente vige solo una
interpretazione giurisprudenziale peggiorativa, secondo la quale anche a loro
devono essere semplicemente applicate le nuove norme.
3. Molte imprese, soprattutto di medie e grandi dimensioni, hanno approfittato della
crisi per cercare di spostare all’estero la produzione o ottenere agevolazioni e
incentivi dallo Stato. In questo processo, si è creata una massa di c.d. «esodati»,
cioè di lavoratori che sono entrati in cassa integrazione o che ha accettato
incentivi per uscire dall’azienda nella certezza che da lì a poco, con le norme in
vigore fino al 4 dicembre 2011, sarebbero andati in pensione. La riforma non li
esenta dai nuovi criteri, per cui si ritrovano o si ritroveranno semplicemente
disoccupati almeno 70.000 lavoratori e in questo calcolo, sono esclusi gli accordi
post 4 dicembre come quelli di Termini Imerese e Irisbus.
4
http://snipurl.com/22t14wb
Belgio, Danimarca, Germania, Regno Unito, Spagna: 65 anni (uomini e per lo più anche le
donne); Francia 62 anni.
6http://www.cgil.it/Archivio/Welfare/politicheprevidenziali%5CRiforma_pensioni_circolar
e_INPS_n.35-2012.pdf
5
8
4. FLESSIBILITÀ IN USCITA
Tutto quello che avreste voluto sapere sull’articolo 18
(e che nessuno vi ha detto perchè non gli conveniva)
in castigliano su kaosenlared.net
(traducido por Zeistar - [email protected])
Ci stanno provando ancora
una volta. Quello che non
riuscì a fare Berlusconi nel
2002 prova adesso a farlo
Monti. Approfittando della
“crisi”, del consenso al governo
di tutte le forze politiche, del
momento di smarrimento in
larga parte della popolazione
italiana, Monti cerca di abolire
l’articolo 18. Contro questo
attacco, che sta andando avanti
da mesi e che si concretizzerà a
breve nella “riforma del
mercato del lavoro” che il governo vuole chiudere per fine marzo, dobbiamo mobilitarci ad ogni costo.
Ne va del nostro futuro e della nostra dignità. Ma per opporci con efficacia dobbiamo capire bene
qual è la posta in gioco. Infatti sia da parte dei padroni che dei sindacati confederali è stata fatta
molta disinformazione sul tema. Vediamo bene perché e come stanno davvero le cose.
Partiamo dall’inizio: cos’è l’articolo 18?
L’articolo 18 è un articolo dello “Statuto dei lavoratori”, la legge che regola le norme
sul lavoro, approvata nel 1970, in un momento in cui i lavoratori erano abbastanza
forti da imporre ai padroni ed allo Stato il rispetto di alcuni loro diritti. L’articolo 18
regola la “reintegrazione sul posto di lavoro”: nelle aziende con più di 15 dipendenti,
in caso di licenziamento illegittimo (cioè ingiustificato, effettuato senza
comunicazione dei motivi o per discriminazione), si può fare causa al proprio datore
di lavoro. Se viene appurato che si è stati licenziati senza “giusta causa”, l’articolo
dispone che il lavoratore sia reintegrato nel posto di lavoro e recuperi le mensilità
perse (cioè i soldi dello stipendio che avrebbe ricevuto se non fosse stato licenziato).
In alternativa allo stesso lavoratore è concessa la facoltà di optare per il risarcimento
21
• GRUPPO C: comprende i lavoratori qualificati e d’ordine che eseguono il lavoro
sotto la guida ed il controllo di altri.
Il livello specifico di inquadramento del lavoratore in costanza di missione è invece
quello previsto dal CCNL dell’utilizzatore. Per il lavoratore che ha maturato con la
stessa agenzia per il lavoro un’attività lavorativa complessiva di 42 mesi anche non
consecutivi è prevista la trasformazione del contratto di lavoro in contratto di
somministrazione a tempo indeterminato.
Le Agenzie per il lavoro agiscono da sostituti d’imposta. Operano tutte le trattenute
previdenziali (i contributi vengono versati all'INPS) e fiscali direttamente in busta
paga.
In caso di infortunio sul lavoro esiste una cassa per i lavoratori in somministrazione
presso l'INAIL.
4. Infine, non tutti sanno che esistono diverse casse previdenziali (INPS per i
dipendenti privati; INPDAP per gli statali; di categoria per alcune professioni).
L’appartenenza a una di queste dipende dal lavoro autonomo praticato o dalla
ragione sociale della società di cui si è dipendente. Per cui, p.e., un dipendente
delle Poste o di Ipost è passato dall’INPDAP all’INPS senza poter scegliere né
evitarlo. La riforma prevede che ogni ricongiunzione contributiva (leggi, il passaggio
da una cassa all’altra) deve essere onerosa (leggi, costosa e tutta a carico del
lavoratore) non solo quando sia migliorativa (come secondo la normativa
precedente) ma anche quando sia peggiorativa. In questo quadro finiscono tutti
quelli che sono stati “privatizzati” (municipalizzate, Telecom, Alitalia…),
scorporati, esternalizzati, riassunti da newco (Fiat). Finiscono, a dispetto di ogni
propaganda del governo, proprio i giovani che, “dovendo abituarsi a cambiare
spesso lavoro”, quando andranno in pensione dovranno anche pagare la
ricongiunzione di lavori svolti in società diverse, magari con periodi a partita iva e
sicuramente con periodi di disoccupazione7.
Alla fine degli anni Novanta sono nati gli enti bilaterali: enti privati costituiti dai
sindacati (confederali in quanto firmatari di accordi) e dai datori di lavoro per
disposizioni di legge o contrattuali nell’ambito di determinati settori di lavoro. Sono
paritetici perché i rappresentanti dei lavoratori e quelli dei datori di lavoro sono in
numero eguale tra loro. I loro scopi possono essere di varia natura. Ebitemp è l’ente
bilaterale di “emanazione contrattuale”: Infatti la sua costituzione è stata decisa nel
1998 con il primo contratto nazionale dei lavoratori temporanei. È interamente
finanziato dalle Agenzie per il lavoro, con un contributo pari allo 0,20% delle
retribuzioni corrisposte ai lavoratori in somministrazione dalle Agenzie per il lavoro.
Eroga ai lavoratori somministrati una serie di prestazioni sociali integrative:
Integrazioni in caso di infortunio; tutela sanitaria; prestiti personali; sostegno alla
maternità e contributo per asilo nido; sostegno al reddito in caso di disoccupazione;
contributo per mobilità territoriale.
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http://www.coordinamentorsu.it/doc/altri2012/2012_0222_piccioni.htm
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Tale CCNL regolamenta la parte normativa del rapporto di lavoro tra lavoratore
somministrato e Agenzia per il lavoro. Il contratto tra Agenzia per il lavoro e
lavoratore contiene tutte le indicazioni riguardanti il lavoro che si andrà a svolgere
(dove si effettuerà la prestazione, la durata della missione, gli orari di lavoro richiesti,
la retribuzione spettante, le misure di sicurezza previste con la consegna dello
specifico modulo).
Il contratto di lavoro individuale può essere a tempo determinato (la stragrande
maggioranza: il rapporto di lavoro cessa con il cessare della missione) o a tempo
indeterminato. Il periodo di lavoro presso un'azienda non può superare i dodici
mesi, a prescindere dal tipo di contratto che lega il lavoratore all'agenzia per il lavoro.
L'agenzia per il lavoro può proporre al lavoratore occupazioni entro un raggio di 50
km (o 60 minuti di tempo per raggiungerlo con i mezzi pubblici) dal luogo di
residenza del lavoratore.
L'agenzia, inoltre, ha la possibilità di proporre al lavoratore impieghi e mansioni di
livello inferiore rispetto all'ultima occupazione svolta (in caso di contratto a tempo
indeterminato coll'agenzia per il lavoro, il rifiuto da parte del lavoratore può portare
sanzioni fino al licenziamento).
La somministrazione di lavoro è ammessa “a fronte di ragioni di carattere tecnico,
produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili all’ordinaria attività
dell’utilizzatore” (art. 20 comma 4 D.L.vo 276/03), così come previsto per il
contratto termine. Le percentuali di utilizzo del lavoro in somministrazione rispetto
ai contratti a tempo indeterminato utilizzati dall’azienda sono indicate nei contratti
collettivi nazionali delle imprese utilizzatrici.
Non si può ricorrere alla somministrazione di lavoro:
• per la sostituzione di lavoratori in sciopero
• nelle imprese in cui si sia proceduto nei sei mesi precedenti a licenziamenti
collettivi o nelle unità produttive in cui siano in atto interventi di cassa
integrazione guadagni per lavoratori addetti alle stesse mansioni a cui si riferisce il
contratto.
La classificazione unica dei lavoratori in somministrazione nel loro CCNL è
costituita da 3 grandi aree in relazione ai diversi contenuti professionali ed è utile a
determinare i periodi di prova, preavviso ed i riferimenti di carattere più generale:
• GRUPPO A: comprende i lavoratori di elevato contenuto professionale, quali
dirigenti, quadri, impiegati direttivi;
• GRUPPO B: comprende i lavoratori di concetto, operai specializzati
caratterizzati da autonomia operativa, ma non decisionale;
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• possibilità di deroghe al contratto che comportino una diminuzione dei giorni
di ferie, un prolungamento dell’orario di lavoro e una diminuzione del buono
pasto
2. AMMORTIZZATORI SOCIALI
Alla fine, com’era prevedibile, anche
l’ultima maschera ideologica è stata
gettata. Dopo mesi passati a ripetere
che questa riforma sarebbe stata
ispirata da “criteri universalistici” e
che avrebbe addirittura “contrastato la
precarietà”, con la (contro)riforma
degli ammortizzatori sociali si
completa il disegno tracciato in
autunno con l’attacco alle pensioni e
definito una volta per tutte dallo
smantellamento dell’art.18. Quel che è
certo infatti è che continueranno ad
essere completamente tagliati fuori dai
nuovi strumenti di sostegno al reddito
quel milione di co.co.pro., associati in
partecipazione, occasionali e co.co.co.
statali che di cui tanto ci si è riempito
3.2 Agenzie per il lavoro e lavoro in somministrazione
Le “agenzie per il lavoro” nascono nel 2003 con la legge 267 (detta “legge Biagi” dal
nome del suo estensore, governo di centro-destra con Berlusconi premier) e
sostituiscono, in continuità con la stessa filosofia di attacco al “posto fisso” e alla
stabilità dei lavoratori, le “agenzie per il lavoro interinale” istituite nel 1997 con la
legge 196 (Treu, governo di centro-sinistra con Prodi premier).
Le Agenzie per il Lavoro svolgono attività di somministrazione, intermediazione,
ricerca e selezione del personale e attività di supporto alla ricollocazione
professionale. Attività svolte per collegare e raccordare pubblico e privato al fine del
collocamento dei lavoratori –completamente liberalizzato con la soppressione dei
vecchi Uffici di collocamento e delle relative liste di collocamento – in un mercato
del lavoro aperto e concorrenziale.
La peculiarità risiede nel rapporto di lavoro che diviene così trilaterale: un
somministratore (agenzia per il lavoro) invia in missione un lavoratore presso una
impresa “utilizzatrice” attraverso un contratto di somministrazione di manodopera. I
soggetti coinvolti:
la bocca in questi mesi8.
Il contratto tra l’Agenzia per il Lavoro e l’Impresa utilizzatrice è un contratto
commerciale; quello tra Agenzia per il Lavoro e il prestatore di lavoro è un contratto
di lavoro.
Il lavoro in somministrazione ha un proprio Contratto Collettivo Nazionale di
Lavoro, che viene firmato dall’associazione di categoria delle Agenzie per il lavoro
(Assolavoro) e dai sindacati dei lavoratori somministrati (Nidil-Cgil, Alai-Cisl, CpoUil (l'ultimo rinnovo risale al 2008).
Basta dare uno sguardo a queste tabelle per farsi un’idea di quanto va a perderci in
termini assoluti chi rimane senza lavoro
• Il nuovo istituto previsto, l’Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASPI), spazza
via in un sol colpo l’indennità di mobilità, la cassa integrazione straordinaria per
cessazione di attività e l’indennità di disoccupazione, prendendo elementi da
ognuno di questi e riducendone nei fatti le prestazioni complessive. Ma andiamo
con ordine. I requisiti sono gli stessi della indennità di disoccupazione ordinaria:
due anni di anzianità assicurativa e almeno 52 settimane lavorate nel biennio
precedente.
• Per quanto riguarda gli importi il nuovo strumento concederà cifre analoghe a
quelle previste dalla mobilità per le retribuzioni fino a 1200 euro, per poi superare
leggermente quest’ultime e raggiungere dai 2200 euro a salire i livelli assicurati
adesso dall’indennità di disoccupazione ordinaria. Peccato che la durata
complessiva dell’intervento sarà abbattuta notevolmente.
8http://www.repubblica.it/economia/2012/03/25/news/precari_quasi_un_milione_esclusi_
dall_assegno_di_disoccupazione-32158922/?ref=HREA-1
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• Apprendistato per l'acquisizione di un diploma o per percorsi di alta formazione
per i giovani tra i 18 e 29 anni;
Indennità di mobilità (cancellata):
Età del lavoratore
Azienda del centro-nord
Azienda del Mezzogiorno
Fino a 40 anni
12 mesi
24 mesi
Dai 40 ai 50
24 mesi
36 mesi
Dai 50 in avanti
36 mesi
48 mesi
Assicurazione sociale per l’impiego (ASPI):
Età del lavoratore
A regime (2017)
Fino a 54
12 mesi
55 e oltre
18 mesi
Aggiungiamo pure che adesso in molti casi la mobilità scatta dopo un periodo di
cassa integrazione straordinaria per cessata attività (24 mesi prorogabili fino 2 volte
per 12 mesi) che con questa riforma verrà fatta scomparire e che in ogni caso, il
lavoratore che esce dal mercato del lavoro, perderà quel vantaggio alla ricollocazione
assicurato dall’iscrizione nelle liste di mobilità.
Inoltre si prevede la creazione di Fondi di solidarietà che vanno a sostituire
parzialmente la cassa integrazione in deroga (quella per l’aziende escluse dalla cassa
integrazione ordinaria). Il loro finanziamento però dipenderà anche dai contributi dei
lavoratori (per 1/3, i restanti 2/3 a carico dell’azienda).
La disciplina del contratto di apprendistato e' rimessa ad appositi accordi
interconfederali ovvero ai contratti collettivi di lavoro stipulati a livello
nazionale da associazioni dei datori e prestatori di lavoro comparativamente
più rappresentative sul piano nazionale.
In breve, quali sono i vantaggi per i padroni nell’applicare questa forma contrattuale?
• aliquota contributiva ridotta al 10%, o addirittura pari a zero per i primi 3 anni
di contratto di apprendistato, come previsto in base alle nuove norme per le
imprese fino a 9 dipendenti;
• possibilità di “sotto-inquadramento”, cioè di inquadrare l’apprendista con 2
livelli in meno rispetto ai lavoratori ordinari che svolgono le stesse
mansioni, con una conseguente riduzione della retribuzione in base al minore
livello assegnato (o, in alternativa, retribuzione in misura percentuale);
• terminato il periodo di formazione (generalmente pari a 3 anni), possibilità di:
a) continuare il rapporto senza dare alcuna comunicazione e fruendo ancora,
per l’anno successivo altermine dell’apprendistato, dei benefici contributivi
previsti per tale contratto;
b)
recedere dal rapporto senza addurre alcuna motivazione (salvo rispetto dei
termini di preavviso stabiliti dal contratto);
• i lavoratori con contratti “precari” rimangono fuori dalle tutele per chi
perde il lavoro, proprio come è stato fino ad oggi;
• i requisiti di accesso all’Assicurazione Sociale per l’Impiego, restano
analoghi a quelli odierni, continuando a lasciare fuori anche i lavoratori a tempo
determinato che hanno cambiato più lavori, o più semplicemente che hanno
cambiato spesso il loro contratto, anche se da anni svolgono le stesse mansioni;
• esclusione degli apprendisti dal computo dell’organico richiesto in base alle
norme sul lavoro (gli apprendisti non sono calcolati ai fini della verifica del
superamento dei 15 dipendenti da parte dell’impresa).
• possibilità di finanziare i percorsi formativi aziendali degli apprendisti per il
tramite dei fondi paritetici interprofessionali;
• possibilità di prolungare il periodo di apprendistato in caso di malattia,
infortunio, maternità o altra causa di sospensione involontaria del rapporto,
superiore a trenta giorni, secondo quanto previsto dai contratti collettivi;
• posticipare il termine di maturazione dell’”anzianità”: per i lavoratori
apprendisti, l'anzianità utile ai fini della maturazione degli aumenti
periodici decorre dal momento del passaggio in qualifica;
• possibilità per di beneficiare dei contributi elargiti dalle Regioni per le
imprese che assumono lavoratori svantaggiati.
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Insomma, in base ai fatti sopra esposti, non si capisce in base a quale oscuro
principio questa riforma sarebbe utile per “estendere” le protezioni sociali a tutti
visto che:
Sono essenzialmente due le ragioni propugnate dagli estensori del contratto di
apprendistato:
• Gli importi dei nuovi “ammortizzatori sociali” saranno gli stessi ma
spalmati su un periodo notevolmente ridotto.
1. Il lavoratore una volta formato potrebbe licenziarsi e vendere la propria
professionalità ad un competitor;
2. Gli apprendisti sarebbero meno produttivi dei lavoratori con maggiore
esperienza;
Infine c’è un problema politico legato all’adozione dell’Aspi, la questione non
è, o comunque non soltanto, economica! L’Aspi è, nel quadro generale della
riforma, un’arma in più per governo e padroni per isolare i lavoratori nel
momento più difficile, quello in cui perdono o rischiano di perdere il loro posto di
lavoro.
Per quanto concerne il primo punto, è interessante notare come alla base di questa
affermazione ci sia l’idea che il lavoratore - al pari di un qualsiasi macchinario
o di un capannone - sia di proprietà del datore di lavoro. Secondo questo
malsano principio il fatto di acquisire competenze nell’espletamento delle proprie
mansioni renderebbe in qualche modo i dipendenti debitori nei confronti dei
rispettivi padroni giustificando così una retribuzione inferiore e la minore tutela.
La cosa si fa ancora più paradossale nel momento in cui, invece di rimanere su un
piano di discorso astratto, si prende in esame quella che è il reale campo di
applicazione di questa tipologia contrattuale. Infatti in particolare per quanto
riguarda l’apprendistato professionalizzante le figure previste dai percorsi
formativi sono quasi sempre relative a impieghi “comuni” con un modesto
valore aggiunto (operai, impiegati, commessi, cuochi etc.) tutti lavori dove la
mobilità tra aziende è praticamente nulla.
Infatti, prima di tutto, oggi, i lavoratori hanno materialmente più possibilità di
riavere presto il loro posto di lavoro (citiamo ad esempio, il diritto di prelazione che dura 6 mesi - vigente per i lavoratori in mobilità, che stabilisce che se l'azienda
vuole assumere nuovi lavoratori, deve dare la precedenza ai propri ex dipendenti
ancora iscritti alle liste di mobilità e che nel frattempo non abbiano trovato un altro
lavoro); ma soprattutto perché possono avere un’attitudine maggiore
nell’organizzarsi, lottare insieme per riavere il posto di lavoro, costringere
l’azienda stessa o le istituzioni ad una loro ricollocazione, come abbiamo visto
per le tante lotte dei lavoratori sul nostro territorio!
Con la riforma Fornero, invece, una volta perso il lavoro saremmo tutti, meno
tutelati, molto più isolati e con la paura costante di non trovare un lavoro dignitoso o
di non trovarlo affatto!
Allo stesso modo anche la presunta minore produttività degli apprendisti non regge
alla prova dei fatti, in quanto da sempre le aziende tendono a “rottamare” i
lavoratori più anziani per assumere i giovani che risultano maggiormente produttivi.
L’apprendistato in realtà ha come unico obiettivo quello di abbassare il costo
del lavoro, di diminuire le tutele e di disciplinare in ingresso i giovani
lavoratori.
La normativa di riferimento: l’apprendistato è regolato dal d.lgs. n. 167/2011 che ne
prevede tre tipologie:
• Apprendistato per l'espletamento del diritto-dovere di istruzione e formazione
destinato ai giovani tra i 15 e i 25 anni e finalizzato al conseguimento di una
qualifica di un diploma professionale;
• Apprendistato professionalizzante per il conseguimento di una qualificazione
attraverso una formazione sul lavoro e un apprendimento tecnico-professionale
per i giovani tra i 18 e 29 anni;
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3. FLESSIBILITÀ IN ENTRATA
3.1 Il contratto di APPRENDISTATO
Nella recente proposta di riforma del mercato del lavoro il governo Monti definisce
l’apprendistato come “il canale privilegiato di accesso dei giovani al mondo del lavoro”.
Pensiamo quindi che sia il caso di far un po’ di chiarezza su quella che al momento e ancora di più in futuro - sarà la forma contrattuale più utilizzata nel settore privato
per le nuove assunzioni.
DALLE ORIGINI AI GIORNI NOSTRI
E’ curioso notare come il governo Monti, che dell’innovazione e della
modernizzazione fa la sua bandiera, abbia deciso, paradossalmente, di utilizzare
come principale canale d’accesso al mondo del lavoro una forma contrattuale tipica
dell’epoca medievale. Infatti
l’apprendistato ha origine proprio
nell’Italia rinascimentale dove era
rigidamente normato e nella
sostanza, al pari di quanto accade
oggi, consentiva di sottopagare i
giovani che si avvicinavano al
lavoro. Ciò avveniva in virtù del
fatto che una volta entrati in
possesso del know how necessario
gli apprendisti potevano “mettersi
in proprio” e fare concorrenza al
precedente datore di lavoro.
Questo breve excursus storico
basterebbe da solo a spiegare
l’assurdità e la pretestuosità
dell’utilizzo dell’apprendistato nel
XXI secolo - provate voi a
immaginare un operaio del
comparto automotive che si
licenzia e crea una casa automobilistica o un bancario che rassegna le dimissioni e
fonda un istituto di credito - ma come ben sappiamo i padroni sono dei gran paraculi
e continuano a sostenere, contro ogni logica, la necessità di dover tutelare i propri
investimenti in capitale umano.
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