Nel mondo degli affetti. Della creatività. Del benessere.
Anno XXVI - n° 2 - Ottobre 2009
Sped. Abb. Post. 70% - Filiale di Milano - TAXE PERCUE (Tassa Riscossa) Uff. CMP Roserio - MI
La Forza di Vivere
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La Forza
di Vivere
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Editoriale
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ho sempre creduto nella forza di attrazione dei pensieri e dei
sentimenti buoni.
Più il tempo passa e le esperienze si moltiplicano, più ottengo
conferma degli effetti positivi che i rapporti umani ben coltivati
costruiscono.
Sempre mi sorprendo quando guardo le difficoltà incontrate
giorno per giorno, anno per anno e vedo le insperate e straordinarie
soluzioni che ci hanno portato fin qui.
Se poi penso alle tante persone che sono passate dalla nostra
Associazione, la mia mente è attraversata da ricordi e da emozioni:
appaiono volti, esperienze, eventi…
Con ognuno di loro abbiamo intessuto un buon rapporto umano
ed è la fiducia e la generosità del cuore della gente che hanno concesso
vita e crescita ad Attivecomeprima.
Da ciò è scaturita quella forza armonica che ci accompagna
quotidianamente nell’aiutare pazienti e famigliari a vivere la malattia
nella vita e non la vita nella malattia.
A tutti gli auguri più belli e buona lettura.
Per tradizione, il Sindaco di Milano è
Presidente Onorario di ATTIVEcomeprima.
Ringraziamo i nostri collaboratori e fornitori per il contributo alla realizzazione e alla qualità di questa rivista.
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Pubblicazioni
Nel mondo degli affetti. Della creatività. Del benessere.
Anno XXVI - n° 1 - Maggio 2009
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Decido di vivere
La cura degli affetti
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La Forza
di Vivere
Cofanetto
di 10 opuscoli
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La Forza
di Vivere
10 opuscoli
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La terapia
di supporto di
medicina generale
in chemioterapia
oncologica
di Alberto Ricciuti
Edizione
FrancoAngeli
Lo spazio umano
tra malato e medico
Parlano medici,
pazienti,
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Il Pensiero Scientifico
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La forza di vivere
Per affrontare
con armonia
il cambiamento
di Ada Burrone
(in italiano
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Edizione
ATTIVEcomeprima
M’amo,
non m’amo
di Ada Burrone
(in italiano
e in inglese)
Edizione
ATTIVEcomeprima
Quando il medico
diventa paziente
La prima indagine in
Italia sui medici che
vivono o hanno vissuto
l’esperienza del cancro
a cura di
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Edizione FrancoAngeli
...e poi cambia
la vita
Parlano i medici
le donne
gli psicologi
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Edizione
FrancoAngeli/Self-help
CD musicale
Il canto dell’anima
con Antonella
Ruggiero
registrato dal vivo
nella Sala Verdi
del Conservatorio
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La danza
della vita
Le esperienze più
straordinarie della
mia esistenza
di Ada Burrone
(in italiano
e in inglese)
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FrancoAngeli
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Il gusto di vivere
di Ada Burrone e
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Edizione Oscar
guide Mondadori
Sommario
Periodico trimestrale
Anno XXVI - N° 2
Ottobre 2009
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Sandro Bajini
Hanno collaborato:
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Associazioni di Volontariato in Oncologia)
ATTIVEcomeprima aderisce
al movimento di opinione “Europa Donna”
Editoriale
pag. 03
Avventura
Come è bello recitare / Sandro Bajini
pag. 06
Vivere il cambiamento
Da paziente a collaboratrice / Paola Bertolotti
pag. 08
Il linguaggio degli affetti
Piccoli bulli evitabili / Stefano Gastaldi
pag. 10
Le vostre lettere
Cara Ada / Ada Burrone
pag. 12
Tra medico e paziente
Una preziosa alleanza / Cecilia Ranza
pag. 14
Nutrire il benessere
Un regalo per voi / Franco Berrino
Per una piacevole cena invernale / Franca Maffei
pag. 16
Grafologia
Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei
Maria Cristina Ferrario
pag. 22
Andar per erbe
Cardo / Giovannacarla Rolando
pag. 24
Benessere in movimento
Un cavallo... nel cassetto / Laura Pediani
pag. 26
Profili
Intervista a Lella Costa / Daniela Condorelli
pag. 28
Sapevate che? / Benedetta Giovannini
pag. 30
Letti e piaciuti
pag. 31
Noi con gli Altri
pag. 32
Attività 2010
pag. 35
Avventura
Come
è bello
recitare
6
Avete mai provato a recitare? Io sì. Se fossi un attore,
evidentemente questa risposta sarebbe cretina. Ma
non sono un attore, anche se in anni lontani ho scritto
e fatto rappresentare diverse cose per il teatro. Tuttavia sul palcoscenico, a recitare un testo qualsiasi, non
ero mai salito.
A farmici salire provvidero le circostanze. Non dico
in quale anno, per evitare malinconie. Vi basti sapere
che in quell’anno (ma sì, diciamolo, era il 1970) il
regista Fantasio Piccoli, che dirigeva il teatro San
Babila di Milano, mi incaricò di scrivere un testo per
le scuole, che rievocasse la vita e le opere di Carlo
Goldoni. Lo spettacolo non entrava nel cartellone
ufficiale, si sarebbe rappresentato al mattino per le
scuole milanesi, e doveva costare poco.
L’interpretazione era affidata ovviamente agli attori
minori della compagnia, dove per “minore” si intende
quell’attore che, talvolta bravissimo, non può sostenere le prime parti perché non ha fama sufficiente
né certe caratteristiche esteriori e vocali (ci vogliono
anche quelle; un attore di bassa statura non potrà
mai essere Agamennone).
Avevo con Fantasio un rapporto di amicizia. L’anno
precedente avevo tradotto due commedie per il suo
teatro, una di Shaw e una di Feydeau, che avevano
avuto successo, soprattutto per l’interpretazione di
formidabili attori come Renzo Ricci, Eva Magni ed Ernesto Calindri; ma devo ricordare anche le due attrici
giovani: Bedy Moratti, sorella dell’attuale presidente
dell’Internazionale (ovviamente, la squadra di calcio)
e Valeria Ciangottini, che di fatto debuttava in teatro
dopo la sua mitica comparsa nella Dolce vita di Fellini.
Mi misi all’opera e presentai il mio Processo a
Goldoni, dove il processo era quello che le antiche
“maschere” muovevano al riformatore Carlo Goldoni.
Vi erano ovviamente inserti di canovacci dell’Arte e
di opera goldoniane, i polemici interventi di Giuseppe
Baretti e di Carlo Gozzi, insomma una panoramica
storica che partecipata drammaticamente diventava
una “lezione” divertente.
Fantasio lodò il mio lavoro, ma nel pensare alle parti
si trovò subito in imbarazzo. Non vedeva fra gli attori
che aveva a disposizione chi potesse interpretare
Goldoni. Il personaggio appariva in scena ormai
vecchio mentre scriveva le sue Memorie. Gli avevo
affidato il compito del narratore, mentre la vicenda si
svolgeva in “flash back”. Il protagonista era lui, ma
la sua non era una grande parte. E del resto gli attori
disponibili avevano già una loro importante funzione
nello spettacolo.
Come fare? A un certo punto Fantasio mi disse:
“Perché Goldoni non lo fai tu?”.
Potete immaginare il mio stupore. Fantasio aggiunse
che non scherzava, che mi aveva sentito mentre
leggevo le cose mie e che era sicuro che avrei fatto
bene.
“Hai delle doti native di attore” mi disse. E aggiunse:
“Posso avere qualche dubbio su di te come drammaturgo; ma come attore mi dai il massimo affidamento”.
Come accade nelle proposte di matrimonio, mi lasciò
qualche giorno per pensarci. Ebbi anch’io la mia
“notte dell’Innominato”, poi con una incoscienza
che vorrei chiamare giovanile (ma non posso perché
avevo varcato da poco i quaranta) mandai ogni dubbio
al diavolo e dissi sì.
La mia avventura incominciò subito con le prove. E
fu davvero un’avventura perché mi consentì di fare
scoperte del tutto impreviste.
La prima cosa che appresi fu che non dovevo affatto “diventare un altro”. Mi convinsi ben presto che non dovevo “mettermi
nei panni di Goldoni”, perché era invece
Goldoni che si metteva nei panni miei. Non
aveva la minima importanza che egli fosse
nato più di due secoli prima. Avevo letto le
sue opere più importanti e qualcuna delle
sue meno note, e mi sembrava di averle
scritte io. E i fatti della sua vita erano
diventati fatti miei.
Naturalmente avevo bisogno dei suoi
Memoirs per sapere che cosa mi fosse
accaduto nel 1750; ma non perché quegli
eventi non mi riguardassero ma perché
dopo tanti anni li avevo, per così dire,
dimenticati. E quando scoprivo che cosa
avevo fatto e detto mi veniva da pensare: “AH, sì, ora ricordo”.
Che cosa dunque voleva dire, per
me, “recitare”? Adesso lo sapevo:
voleva dire “ricordare”. Ed ero io che
ricordavo, non lui. Lungi dal sentirmi
un altro, proprio nel “recitare” sentivo
di essere me stesso. Compresi allora
un fatto apparentemente paradossale: è
nella vita che si recita, non nel teatro. Nella
vita domina il relativo, e le circostanze ci
costringono ad assumere un ruolo. Non è
possibile avere rapporti sociali senza questa
“maschera”, come ci ricordò a suo tempo
Pirandello. E come sappiamo bene, per
ottenere determinati scopi, qualche volta un
individuo finge sentimenti che non ha.
Getty images - Laura Ronchi
In una sola situazione egli non può
fingere: quando recita sopra un palcoscenico un testo della letteratura
drammatica. L’attrice che presta la
sua voce a Giulietta sarebbe bugiarda soltanto se dicesse a Romeo
che non lo ama; ma non può.
Giulietta ama Romeo in eterno,
e non sono possibili dubbi: sta
scritto.
Recitando, ossia rivivendo, l’attrice
ha la possibilità, unica, di essere
finalmente sincera. Non avrà mai,
nella sua vita privata, un’occasione
migliore per dichiarare il proprio
amore a qualcuno con altrettanta
certezza; e sulla sincerità dei
sentimenti di Giulietta, e quindi dei
propri, è garante Shakespeare.
Compresi allora che il teatro
(grande o piccolo, può essere un
capolavoro drammatico o una
farsaccia) ha un grande potere
liberatorio e consente agli attori di
vincere le proprie nevrosi, come è
stato sostenuto.
Anche a me capitò la stessa cosa.
Mi sentivo leggero, ilare, puro in
tutti i sensi.
Le recite andarono bene, le scolaresche furono attente al di là del ragionevole (ne temevo le intemperanze).
Ma non è questo che importa. Avevo
attuato senza volerlo una psicoterapia
di cui avevo bisogno.
Sandro Bajini.
Medico, giornalista.
7
Vivere il cambiamento
Da paziente a
collaboratrice
8
Elena è una fiduciaria di Attivecomeprima.
Chi è una fiduciaria? È una donna che, vissuta
in prima persona l’esperienza del cancro, ha
iniziato e concluso il percorso di sostegno psicologico di gruppo nel quale ha potuto affrontare
ed elaborare emozioni e paure e che è riuscita a
dare alla vita un nuovo significato, a vivere l’oggi, non più imprigionata dalla paura dell’incognita del domani. Ed ha messo questa sua nuova
consapevolezza a disposizione di chi, come lei, ha
attraversato l’esperienza della malattia.
Elena vi parlerà di questo percorso e di come,
anche il caso, ma soprattutto le sue potenzialità
interiori, l’hanno portata a scegliere di mettersi
“dall’altra parte”.
Sono arrivata ad Attive nel ’99, a dicembre, accompagnata da un’amica-cugina che già conosceva Ada
e l’Associazione, ma il mio incontro con il cancro era
già avvenuto nel ‘93 con la malattia di mio marito che
si era conclusa nel modo più tragico, nel ‘96 con la
sua morte.
Mi sono ritrovata da sola a dover affrontare la vita,
dopo un matrimonio durato 28 anni e con due figli
di 26 e 22 anni. Il più grande già lavorava e conviveva, mentre il più giovane viveva ancora con me e
frequentava l’Università al Politecnico.
Anche il mio lavoro – ero segretaria in una grande
Azienda – non c’era più. L’Azienda aveva chiuso per
problemi economici.
Ecco, questo è stato il periodo più difficile della mia
vita.
Non vi sto a raccontare le mie peripezie, ma potete
immaginare quale possa essere stato il mio vivere, le
mie grandi paure nel dover affrontare il domani, non
solo il mio, ma anche quello dei miei figli, l’avvenire
dei miei genitori e di mio suocero che stavano scivolando sempre più nella vecchiaia e nella dipendenza
da me e dagli altri.
Nell’ottobre 1998, quando sono stata io ad ammalarmi di cancro al seno, ero davvero senza speranze e
vivevo l’angoscia più profonda.
Ho dovuto ricoverare i miei genitori in una Residenza
Sanitaria per Anziani, perché nel frattempo la loro
salute era ulteriormente peggiorata ed io non avevo
più le risorse fisiche per accudirli.
Questa è stata una decisione dolorosa della quale
ancor oggi sento il peso per non essere stata in grado
di risolverla altrimenti.
Tutte le mattine o quasi andavo a trovare i miei genitori per aiutarli a pranzo e per avere la certezza che
fossero seguiti nel modo migliore.
Anche per mio suocero c’è stato un grande cambiamento. Con mia cognata si è deciso il trasferimento a
Roma in modo che lui potesse vivere con la figlia ed
avere la famiglia accanto.
Io mi sentivo piena di dolore e di rabbia e incapace di
ritrovare il mio equilibrio.
È con questo “corredo” che sono arrivata ad Attive!
Ho cominciato a frequentare i gruppi di sostegno
mentre stavo facendo chemioterapia e ascoltare storie, poter condividere con altre persone i miei affanni,
mi ha consolato, mi ha dato speranza.
Sentivo, venendo in Associazione, di essere compresa; sentivo di poter cominciare a guardare in faccia il
dolore senza sentirmi annientata.
Quando finii il percorso dei gruppi, diedi ad Attive
la mia disponibilità per qualche lavoro che potesse
essere utile in Associazione. Ma era molto difficile
trovare il lavoro adatto a me.
Poi , mi capitò una “botta di fortuna”!
Ada mi chiese se volevo accettare un lavoro di
ricerca condotto dal CERGAS dell’Università Bocconi
sulla “Fatigue”. L’obiettivo della ricerca era di
“fotografare”, per la prima volta in Italia, la percezione della qualità della vita del paziente oncologico,
mettendo a confronto il punto di vista dei malati con
quello degli oncologi.
collaboratore
Elena Bertolina (a destra) con Ela Rossi.
ne
dell’associazio
l cancro
one colpite da
rs
pe
lle
de
e
no global
1973 a sosteg
Dalfid
uc
iaria dell’associazio
ne
Accettai subito ed ero felice,
come rapportarsi meglio
perché questo lavoro mi
con gli altri e questo
permetteva di rientrare nel
alleggerisce molto gli
campo lavorativo in cui
animi. Nei gruppi c’è chi
Dal 1973 a sostegn
avevo più competenze (dopo
si sente più appoggiata e
o globale delle pers
one colpite dal canc
anni di lavoro in Direzione
sostenuta
e chi più libera
ro
Medica di diverse Aziende) e
di esporre le proprie idee.
ritrovare nuovi interessi.
C’è sempre un aspetto
Questo è stato un lavoro bellissimo, che mi ha fatto cremolto importante, ed è la capacità dello psicologo che
scere e dato nuove opportunità alla mia vita.
conduce i gruppi, di percepire nel modo giusto l’animo
Ho conosciuto persone splendide, ho parlato con pazienti
delle donne e di aiutarle a vivere in modo più sereno le
sofferenti che mi hanno insegnato tanto. Ho trovato anche
proprie emozioni.
nuove amicizie.
Il mio lavoro è quello di trascrivere, silenziosamente, gli
Nel 2004 sono diventata Fiduciaria di Attive dopo un
interventi e le emozioni che di volta in volta vengono
periodo di formazione e poi mi fu proposto un nuovo laespressi, al fine di ottenere una relazione conclusiva che sia
voro: fare la recorder nei gruppi della Terapia degli Affetti.
testimonianza, per tutte le partecipanti, del percorso svolto.
Anche questa volta sentivo che era una grande opportuIl lavoro ad Attive mi ha dato la possibilità di capire cose di
nità e che non avrei dovuto farmela scappare, nonostante
me che non conoscevo; mi ha insegnato a non giudicarla paura di non essere all’altezza… Mi ha aiutato tanto
mi troppo severamente, a “tirar fuori “ le mie capacità, i
la mia amica e “collega” Lucia che svolge da tanti anni
miei desideri, a fare i conti con la mia vera identità; ad
questo lavoro.
accettare le mie sconfitte, a guardare al futuro con delle
Così è cominciato e continua da cinque anni ormai.
prospettive più ampie.
Cos’è la Terapia degli Affetti? È il gruppo che conclude il
Ho imparato a credere di più in me stessa, nelle mie
percorso iniziato con “Riprogettiamo l’Esistenza” e il “Derisorse (che ci sono ancora nonostante gli anni che passacido di Vivere”. È un percorso bellissimo, di venti incontri,
no…) a non vivere solo di ricordi.
che aiuta a capire meglio il cambiamento che inevitabilCerto, ho ancora le mie paure e sono tante, ma ora ne
mente arriva dopo la malattia, portando a vivere in modo
sono più consapevole e capace di non farmi più “prendere
più sereno il quotidiano.
alla gola” da esse. Capisco di avere davanti ancora
Nella Terapia degli Affetti non si parla solo della
molta strada da fare, ma c’è anche la voglia di
malattia, ma della vita, dei problemi di tutti i giorni, di
migliorarmi e obiettivi da raggiungere. Chissà…
9
Paola Bertolotti. Info
Psicologa
autoree psicoterapeuta.
Conduce in Associazione i gruppi di sostegno psicologico “Riprogettiamo l’esistenza” e “Decido di vivere”.
Il linguaggio degli affetti
Piccoli bulli
evitabili
Getty images - Laura Ronchi
10
Non sempre ce ne accorgiamo, ma i nostri figli, anche
quelli più piccoli, quelli che frequentano le scuole
elementari o sono a cavallo tra elementari e medie,
vivono immersi in un mondo in cui gli atti di bullismo
sono all’ordine del giorno.
Prepotenze occasionali e per molti continue, con
moltissimi casi di prevaricazioni “pesanti”.
Vi sono importanti differenze tra maschi e femmine,
sia nel modo di prevaricare, sia nel significato che si
attribuisce al gesto di prevaricazione, sia nella rappresentazione del bullo.
Tra i maschi prevalgono i fenomeni di aggressività
fisica, tra le femmine più sottili forme di violenza
psicologica; i maschi attribuiscono ai gesti di
prevaricazione il senso prevalente di testimoniare rabbia, forza, successo, mentre le
femmine vedono in questi gesti più una
manifestazione di tristezza, debolezza,
solitudine.
Le ragazze mostrano una maggiore “distanza” dalle azioni
di prepotenza rispetto ai maschi: denunciano di più,
reagiscono con sentimenti più negativi, hanno un’idea più
negativa del bullo. Le prepotenze sembrano intrecciarsi
con alcune dimensioni importanti dello sviluppo dell’identità maschile e femminile: i maschi esprimono con esse
il tentativo di manifestare la capacità di controllare
l’ambiente attraverso manifestazioni di forza (i prepotenti
sono spesso visti come ragazzi che ottengono quello che
vogliono), mentre le femmine le indirizzano molto di più
sul versante della competenza relazionale.
I gesti di prevaricazione appaiono inoltre associati in modo
evidente a una tendenza importante, sin da età ancor
molto precoci, ad assumere le insegne di ragazzi e ragazze più grandi. Il successo sociale, l’autonomia, la libertà
sono valori che presentano un “conto” salato a ragazzini
e ragazzine così giovani.
La prevaricazione appare quindi come il frutto di
un senso di inadeguatezza rispetto a richieste di
crescita troppo anticipate rispetto agli strumenti
reali a disposizione dei ragazzi. Queste richieste provengono dal mondo interno degli stessi
e potrebbero, vista la loro consistenza, derivare
dall’interiorizzazione di elementi culturali “diffusi”.
Vale a dire: è la cultura creata dal mondo degli adulti
che sembra richiedere eccessivamente ai piccoli di essere
adeguati, grandi, capaci.
Le prevaricazioni avvengono prevalentemente a scuola
e ciò non deve stupire: a questa età la scuola è infatti il
luogo di aggregazione per eccellenza. La scuola è infatti il
luogo in cui si sperimentano il confronto, la competizione,
il sentimento di successo o insuccesso, di adeguatezza o
inadeguatezza.
Esse avvengono in prevalenza negli spazi e nei momenti
in cui l’adulto non è direttamente presente. Tuttavia gli
adulti ne sono consapevoli e spesso cercano di arginarle
aumentando la sorveglianza o intervenendo con il peso
dell’autorità, ma ciò non sembra sortire un effetto completo ed efficace.
Infatti i gesti di bullismo derivano nelle loro manifestazioni
così precoci dal fatto che i piccoli sono spinti da ideali di
crescita stressanti e in parte ancora impossibili rispetto
agli strumenti a loro disposizione.
Quindi, se vogliamo porre un argine a questo segnale
di malessere dobbiamo essere in grado di frenare una
spinta eccessiva alla crescita e all’adeguatezza. Possiamo
dimostrare ai nostri figli, in primo luogo con le nostre
azioni personali, che la vita si può vivere felicemente e
con successo anche senza essere superman o wonder
woman.
Forse, aiutando loro, potremmo a nostra volta scoprire che
il senso del limite apre a panorami ricchi e insperati che
noi, come bolidi lanciati in autostrada verso mete lontane
e illusorie, non avremmo mai potuto conoscere.
11
Stefano
Gastaldi.
Info autore
Psicologo e psicoterapeuta. Conduce in Associazione il gruppo “La terapia degli affetti”.
Le vostre lettere
foto Paolo Liaci
a cura di Ada Burrone
Ho scelto di pubblicare il tuo scritto,
Angela cara; senza risposta
né commento perché parla da solo
al cuore di tutti.
Ti ringrazio e ti abbraccio
Nomadismo del cuore
Quando la vita è appesa a un filo,
quel filo diventa d’oro.
Tutte le vite sono attraversate da questa metafora – penso al mito greco
delle tre Parche - sebbene non si è
sempre coscienti, durante il tempo
della giovinezza o del benessere o
della progettualità, dell’universale
esperienza di precarietà così come
non si riesce sempre ad osservare
che quel filo d’oro disegna ricami.
12
L’ho inseguito a lungo in questi anni:
é stata la Vita stessa ad obbligarmi a
prenderne coscienza e, infine, negli
anni della malattia, ad aggrapparmi
ad esso come un bambino al suo
aquilone.
Inseguirlo mi ha reso nomade e in
cerca di continui segni e segnali per
afferrare la mia storia e non farmela
portar via dal non-senso, dalla depressione, dal senso di sconfitta.
Il nomadismo del cuore che mi ha
impedito di attaccarmi, non senza
lacerazioni, ai progetti avviati e ogni
volta dissolti a causa di una fragilità
fisica che poi è diventata malattia aggressiva e poi “presenza del rischio”
e mi ha condotto dunque sui sentieri
dell’abbandono e della fiducia.
Oggi contemplo degli splendidi
disegni che il filo ha elaborato tra un
evento e l’altro...e, dopo oltre trentacinque anni, ritrovo che la traccia
del filo porta ad un antico punto di
partenza, ad una antica domanda che
da bambina undicenne mi è sgorgata
dal cuore: cosa è mai Dio e cosa è
mai la Vita?
Sì, ho fatto, sto facendo esperienza
di Dio perché vivo la Vita e la guardo
fiorire anche nel deserto.
E nel deserto non ti aspetti certo
fiumi e cascate... eppure che gioia
quando un’oasi si apre alla vista e ti
viene incontro la speranza.
Ho dovuto camminare anni per capire
il valore della vita e la sua meraviglia.
Oggi che sono a rischio altissimo di
perderla in tempi che non dovrebbero
essere segnati mai da nessun dio per
una giovane madre con figli piccoli,
ebbene oggi essa mi appare straordinaria.
Gli orientali direbbero che la vedo
con il “terzo occhio”, i cristiani con
la “luce della Grazia”, gli atei con il
coraggio e la forza di un adulto.
Infatti così mi sento: un adulto, una
persona cresciuta che non ha bisogno
di rimuovere la coscienza dalla
Realtà. So bene quale sia la realtà di
un malato, il dolore di un bambino,
la fine di un progetto ma so che c’è
altro da conoscere e esplorare... il
nomade non mette su casa e non
definisce le mura e gli arredi.
Ecco, io non voglio proprio definire
nulla, neppure la morte.
Invece mi apro all’insondabile e al
rischio.
Ho sperimentato negli ultimi anni che
il filo d’oro conduce alla pienezza
dell’esperienza se lo lasci fare.
Non solo all’amore famigliare, di un
uomo o di un figlio, ma all’amore
gratuito dello sconosciuto.
Così seguendo le tracce, sono giunta
a costruire delle relazioni con molte
persone, attraverso la scrittura o semplicemente lasciando la porta aperta
alla relazione, con uomini e donne in
cerca del divino o pregne di divino,
con inaspettate presenze che mi hanno fatto regali solo ed essenzialmente
per generosità e voglia di vivere.
Se si guarda senza attenzione, l’incontro con gli altri sembra ordinario
se non un accidente o un urtare di
aminoacidi.
Costretta a volare con l’aquilone della
fragilità, esposta al grande dolore della
fine della vita, ho visto quegli stessi
uomini e quelle stesse donne come un
dono inestimabile da non perdere, in
mezzo agli “affari” del mondo.
Ho chiesto a loro, nel cuore, di diventare portatori di un messaggio.
E così, come dice Raimon Panikkar, lo
sconosciuto può essere un angelo.
Potrei raccontare tante avventure fatte
di incontri, parole scritte, libri regalati, inviti inaspettati... tutto è stato
rilegato in un filo, il mio filo e, in cui
emerge con chiara bellezza che le oasi
ci attendono ad ogni passo, ad ogni
cammino, nonostante il penare e il
perdurare della fatica e dell’arsura.
Quel che resta per me è quel filo
d’oro che lega tutti gli eventi e che
mi conduce, oggi lo comprendo, alla
chiarezza e alla percezione sana della
vita: ma qui ed ora non nell’eterno.
Anzi l’eterno non è un mio problema,
non mi riguarda, io sono una creatura
di finitudine: semmai riguarda un Dio
che vorrà farmene dono.
A me interessa la vita qui, dove sono
ora, viverla bene, viverla dignitosamente e rafforzarla di relazioni che mi
insegnino a resistere e mi accompagnino nell’esperienza.
Ed è la mia un’esperienza di guarigione.
E una richiesta che faccio ogni giorno
alla Vita.
C’è una danza nel mondo che va
dall’India all’America di Yogananda, ad
un piccolo villaggio del Salvador, nelle
stanze laiche di amici inglesi, ai mo-
nasteri della Sicilia e dell’Umbria, alle
parrocchie vive della Puglia, alle piccole chiese sparse nel nordest d’Italia,
nel cuore vivo della rete e degli amici
incontrati per caso, una danza che
alza all’unisono una voce di richiesta e
di preghiera: guarire Angela.
Lo chiedo a tutti, con un sorriso, con
allegria: aiutatemi a mettere in moto
l’energia che “muove le stelle” come
direbbe Dante, energia che sono arrivata a chiedere anche ad amici africani, rifugiati eritrei, persino ai poveri
che avrebbero molto da chiedere.
La mia guarigione è insieme a loro
perché tutti riscopriamo la voglia di
amare e di riconoscere il valore di ciò
che abbiamo.
Il nomadismo del cuore mi ha portato
il mondo.
Volando appesa all’aquilone della fragilità, ho conosciuto la leggerezza... ci
muove la brezza leggera dello Spirito...
Angela Altieri - Roma
13
Per i vostri quesiti vi ricordiamo i nostri recapiti:
ATTIVEcomeprima via Livigno, 3 - 20158 Milano Tel 026889647 mail: [email protected]
Per parlare con Ada potete telefonare il lunedì e il mercoledì dalle h. 14 alle h. 17,00. Tra medico e paziente
Una
preziosa
alleanza
Roberto Labianca è da anni un amico e un
interlocutore importante per i progetti e il lavoro
di Attivecomeprima.
Roberto Labianca dirige l’Unità Operativa
di Oncologia medica agli Ospedali Riuniti di
Bergamo. Presidente dell’Associazione Italiana
di Oncologia Medica (Aiom) nel biennio 20032005, Labianca ha senza dubbio contribuito
a tracciare la nuova strada dell’oncologia, fatta
di farmaci migliori e di terapie meglio adattabili
alle diverse situazioni, ma soprattutto di una
rinnovata attenzione al paziente come persona.
Un cammino non più eludibile, a fronte di una
certezza: il coinvolgimento corretto del malato
contribuisce alla migliore riuscita della
terapia nelle fasi acute e diventa il filo
conduttore di un’alleanza in grado
di sostenere nel migliore dei modi
il paziente in tutte le fasi successive.
Ed è proprio questo nodo cruciale
dell’assistenza oncologica attuale
e futura che approfondiamo
con lui.
Professor Labianca, è indubbio che oggi il numero di
pazienti oncologici che riesce a convivere per molti
anni con la malattia sia cresciuto. Sono persone che
vivono la condizione di malattia all’interno di una
vita il più possibile completa, fatta di lavoro, affetti,
socialità. Quanto questa nuova realtà ha cambiato il
giudizio clinico dell’oncologo e la sua relazione con
il paziente?
Il risultato positivo di terapie che davvero permettono a
molti pazienti di vivere più a lungo e li mettono in grado
di convivere per anni con la loro malattia pone al medico
un dovere: garantire vicinanza e continuità di riferimento.
Attenzione, però: è necessario trovare il giusto equilibrio,
evitando di creare ansia nel paziente con una presenza
troppo incombente, fatta di follow-up intensivo ed esami
ravvicinati. Anche la letteratura, del resto, dimostra che si
tratta di un atteggiamento che non porta vantaggi neppure
al risultato clinico. L’aiuto vero a una persona che ha trovato sul proprio cammino la malattia oncologica è invece
l’incoraggiamento sereno a seguire il più possibile attività
normali. In questo senso bisogna educare subito anche i
giovani oncologi, che si affacciano alla professione con un
bagaglio tecnico, di diagnostica, terapia e monitoraggio
molto più agguerrito di un tempo: è senz’altro entusiasmante per un medico poter contare su una migliore
prospettiva terapeutica, ma l’aspetto relazionale, l’ascolto
di ansie, dubbi o anche racconti di piccola quotidianità è
indispensabile.
L’ascolto è fondamentale, anche perché il paziente
non è più così disarmato come un tempo. Informati,
desiderosi di capire, di poter esprimere esigenze non
emerse nel colloquio clinico, di entrare appieno nel
processo decisionale sul percorso di cura sono esperienza quotidiana. Proprio di fronte a questo nuovo
malato, quali sono le difficoltà per l’oncologo nel
trovare il giusto bilancio tra terapia e cura globale
della persona?
Il rischio che corre l’oncologia attuale non è solo quello
di privilegiare un tecnicismo, che pure offre risorse fino a
pochi anni fa insperabili. Il diaframma che può ostacolare
le opportunità di dialogo sta anche nell’appesantimento
burocratico-amministrativo attuale, che erode i tempi
di visita. Quasi mai una prima visita, per esempio, può
disporre di quell’ora e più che vorremmo dedicare. Inoltre,
oggi esami e controlli descrivono in modo sempre più
dettagliato la situazione di un “paziente-organismo”, ma
valutare il reale significato di tutti inevitabilmente riduce il
tempo dedicabile al “paziente-persona”. Non solo: sarebbe più che opportuno poter coinvolgere i pazienti anche
nella ricerca clinica indipendente, chiamarli a discutere
i nuovi farmaci. Tutto nell’ottica di una loro sempre più
consapevole presenza e centralità.
Il punto centrale resta quindi la definizione della
modalità migliore per rendere realtà l’approccio
globale a tutti i malati oncologici. È evidente che
il traguardo non si può tagliare se non si cerca di
adeguare l’intero management del paziente. Qual è
la situazione italiana a questo riguardo? Quali sono
i problemi e le difficoltà degli oncologi e quali le
carenze strutturali per arrivare davvero a gestire il
paziente in questo orizzonte globale?
Una premessa è fondamentale: nel nostro paese la
disponibilità di farmaci specifici, di tecniche diagnostiche,
chirurgiche, radioterapiche è buona. Non soffriamo le
carenze evidenti in altre nazioni. Con tutto ciò, è chiaro
che i costi crescenti e le procedure richieste per il rispetto
dell’appropriatezza delle cure non snelliscono né facilitano
il versante tecnico della cura. Inoltre, anche l’oncologia
soffre problemi di organico. Senza dimenticare il precariato, che a volte ostacola la possibilità di formare in modo
specifico e completo i medici, o che li fa mancare quando
si pensava di poter contare su di loro. Le difficoltà quindi
ci sono, ma i pazienti vengono curati tutti, al contrario di
quanto accade in altri paesi. Certo, è una situazione che
dovrebbe e potrebbe essere migliorata, ripensando anche
all’apporto di competenze esterne qualificate.
In questo senso, molte Onlus lavorano da anni,
anche se in modo diversificato, per dare sul territorio accoglienza e risposta ai bisogni espressi dalle
persone colpite dal cancro. In effetti, è grazie a loro,
con Attivecomeprima a capofila, che è emersa la
necessità dell’approccio globale. A questo punto,
però, sarebbe necessario sistematizzare le metodologie e i servizi di supporto, per renderli fruibili da
tutti i pazienti. Farne cioè parte integrante delle cure.
Come si potrebbero creare sinergie riconosciute e
condivise tra il mondo medico e quello del volontariato oncologico? Si può pensare a una rete coerente
di servizi che contribuisca a far sentire il paziente
curato come soggetto e non come solo portatore di
malattia?
Il riconoscimento del ruolo del volontariato da parte degli
oncologi è unanime. Non si tratta solo di apprezzare il
sostegno, al malato e ai familiari, ma anche la capacità di
essere promotori di fund raising, senza cui molte iniziative
(per esempio: borse di studio) o anche molta strumentazione non sarebbero disponibili. Non solo: queste
organizzazioni ci fanno capire quali sono le esigenze del
paziente, al di là delle terapie in sé e per sé, quali sono le
sue insoddisfazioni, i bisogni ai quali non abbiamo saputo
rispondere, spesso proprio per quella mancanza di tempo,
o di preparazione specifica, o di organico, a cui facevo
cenno prima. Nell’assistenza non dobbiamo mai accontentarci e queste associazioni ci aiutano a fare che sia
così. Certo è che manca ancora del tutto una sistematizzazione delle procedure. Non esistono linee di comportamento condivise, che sarebbero invece essenziali per
creare una rete strutturale a misura di territorio, alla quale
oncologi e pazienti potrebbero affidarsi, ottimizzando
tempi di assistenza, utilizzo delle risorse umane e
risultati.
Cecilia
Info autore
Ranza.
Giornalista.
15
Nutrire il benessere
Un regalo per voi
Uno strumento utile
e capace di rispondere
alle tante domande che,
quotidianamente,
ci sentiamo rivolgere
sul modo più giusto
di alimentarsi.
Questo testo fa parte della
collana dei dieci opuscoli
“La forza di vivere”.
16
Quale debba essere il cibo dell’uomo ce lo
dice la Bibbia, quando al sesto giorno della
creazione Dio dice: “Vi do tutte le piante con
i loro semi… così avrete il vostro cibo”
(Genesi 1-23). La Bibbia riferisce anche del
primo grande esperimento sull’alimentazione
dell’uomo: il giovane Daniele e altri rampolli
di nobili famiglie di Israele erano stati fatti
prigionieri da Nabucodonosor, il quale voleva
però che fossero trattati con tutti i riguardi e
ordinò ad Asfenez, l’eunuco di corte, che
fossero nutriti con il cibo e il vino del re.
Daniele e i suoi compagni si rifiutarono e
pretesero acqua, cereali e legumi, com’erano
abituati, e rassicurarono Asfenez, che temeva
di incorrere nell’ira del tiranno, dicendogli che
facesse la prova, e che li avrebbe visti più
belli e più forti degli stessi figli del re. I popoli
della terra hanno sempre saputo, da quando
gli dei hanno loro insegnato a coltivare i
campi, che cereali e legumi sono l’alimento
base dell’uomo. Nelle Americhe ancora oggi i
poveri mangiano tortillas e fagioli neri, in Nord
Africa semola di grano (il cuscus) e ceci, in
Africa nera miglio e arachidi, in Oriente riso e
soia, e anche da noi riso e lenticchie o pasta
e fagioli. I cereali, purché mangiati nella loro
integralità, associati ai legumi e ad una certa
quota di semi oleosi e di verdure, e
occasionalmente a cibo animale, offrono una
perfetta combinazione alimentare, con la
giusta quantità di carboidrati, che ci
garantiscono una costante disponibilità di
energia per la vita quotidiana, di proteine
complete di tutti gli aminoacidi indispensabili
per il ricambio delle strutture cellulari, di
grassi di buona qualità, che assicurano il
funzionamento di complessi sistemi biofisici e
biochimici che controllano l’equilibrio
dell’organismo, di fibre indigeribili che
nutrono migliaia di miliardi di microbi che
convivono nel nostro intestino contribuendo
alla nostra nutrizione e alla nostra salute, di
vitamine, di sali minerali che da un lato sono
indispensabili al corretto svolgimento di
reazioni chimiche vitali e dall’altro ci
proteggono da sostanze tossiche estranee o
prodotte dal nostro stesso metabolismo. Nei
paesi occidentali ricchi, lo stile alimentare si è
progressivamente discostato da questo
schema tradizionale dell’alimentazione
dell’uomo per privilegiare cibi che un tempo
erano mangiati solo eccezionalmente, come
molti cibi animali (carni e latticini), o che non
erano neanche conosciuti, come lo zucchero,
le farine raffinate (come si riesce a ottenerle
solo con le macchine moderne), gli oli
raffinati (estratti chimicamente dai semi o dai
frutti oleosi), o che addirittura non esistono in
natura (come le margarine). Questo modo di
mangiare sempre più “ricco” di calorie, di
zuccheri, di grassi e di proteine animali, ma
in realtà “povero” di alimenti naturalmente
completi, ha contribuito grandemente allo
sviluppo delle malattie tipiche dei paesi
ricchi: l’obesità, la stitichezza, il diabete,
l’ipertensione, l’osteoporosi, l’ipertrofia
prostatica, l’aterosclerosi, l’infarto del
miocardio, le demenze senili, e molti tumori.
L’uomo, in realtà, ha sempre mangiato anche
cibo animale, ma se si eccettuano alcuni
popoli nomadi, o quelli che vivono in condizioni ambientali estreme per freddo o per
altitudine, sono ben pochi gli esempi di
alimentazione tradizionale con un’alta quota
di cibo animale. Anche il latte, che oggi in
Occidente è alimento quotidiano, dai più era
consumato solo occasionalmente, perché non
poteva essere conservato ed era facile
veicolo di infezioni. È stato solo alcuni
decenni dopo la scoperta della pastorizzazione, in pratica dopo la prima guerra mondiale,
che ha cominciato ad essere distribuito nelle
città. Ma molti popoli ancor oggi non bevono
più latte dopo lo svezzamento. La cultura
medica, giustamente preoccupata del grave
stato di denutrizione che imperversava nelle
nostre campagne e nei quartieri popolari delle
città nei primi decenni del secolo, ha avuto un
ruolo importante nella promozione del cibo
animale, e la disponibilità di latte e di carne,
insieme al miglioramento delle condizioni
igieniche delle abitazioni, ha contribuito a
migliorare lo stato nutrizionale e a difenderci
dalle malattie infettive. Ma poi siamo andati
troppo avanti su questa strada e il consumo
di cibi animali e di cibi raffinati è entrato in
una spirale di interessi produttivi e
commerciali che ha completamente
sovvertito le tradizioni alimentari dell’uomo.
Non vogliamo certo sostenere che si stava
meglio quando si stava peggio, quando c’era
la fame e la povertà, ma piuttosto che la
nostra ricchezza ci consentirebbe una varietà
di dieta sufficiente a soddisfare appieno sia le
nostre esigenze fisiologiche e nutrizionali sia
il piacere della buona tavola senza
sovraccaricarci di prodotti animali e di cibi
impoveriti dai trattamenti industriali, che solo
il plagio della pubblicità televisiva riesce a
farci sembrare buoni. Noi medici oggi siamo
ricchissimi di conoscenze biologiche e
farmacologiche, ma paradossalmente
sappiamo sempre meno di nutrizione e
abbiamo non poche responsabilità
nell’impoverimento della nostra alimentazione
“ricca”. Molte convinzioni su cui basiamo le
nostre prescrizioni dietetiche preventive non
sono che pregiudizi, derivanti da una lettura
superficiale della composizione chimica degli
alimenti, e da una visione troppo semplicistica dell’infinita complessità della natura e
dell’organismo umano. Analizziamo ad
esempio alcune raccomandazioni comuni: i
latticini per prevenire l’osteoporosi in
menopausa, la carne nel primo anno di vita
per prevenire l’anemia, le margarine e gli oli di
semi per ridurre il colesterolo, le vitamine per
prevenire il cancro. Verso i 50 anni di età le
ovaie terminano la loro funzione per la
riproduzione e smettono di produrre
ciclicamente gli ormoni sessuali femminili, le
cui funzioni includono anche quella di
mantenere una buona nutrizione di vari organi
e tessuti fra cui le ossa. Al sopraggiungere
della menopausa, specie nei primi anni, le
ossa diminuiscono considerevolmente il loro
contenuto di calcio e tendono a farsi più deboli
e fragili (osteoporosi). Pare logico, quindi,
raccomandare, a questa età (ma anche prima,
per non arrivare alla menopausa con poche
riserve), un abbondante apporto di calcio con
la dieta. Poiché il latte e i formaggi sono
alimenti ricchissimi di calcio molti medici
raccomandano di mangiare tanto formaggio.
Quel che dovremmo sapere, però, è che la
principale causa alimentare di osteoporosi non
è la carenza di calcio, bensì l’eccesso di
proteine animali. Le proteine animali sono più
acide di quelle vegetali e tendono ad
acidificare il sangue. L’organismo è molto
attento a mantenere un livello di acidità
controllato perché ogni squilibrio avrebbe gravi
conseguenze. Non appena le sostanze acide
assorbite con gli alimenti superano la capacità
di controllo dei bicarbonati presenti nel
sangue, l’osso libera dei sali basici di calcio
per tamponare l’eccesso di acidità. I tanto
reclamizzati latticini sono certo ricchi di calcio,
ma sono anche un concentrato di proteine
animali. Non esiste un solo studio che abbia
documentato che una dieta ricca di latticini in
menopausa sia utile ad aumentare la densità
ossea e a prevenire le fratture osteoporotiche.
Alcuni studi hanno addirittura riscontrato che
la frequenza di fratture in menopausa è tanto
maggiore quanto è maggiore il consumo di
carne e di latticini. Naturalmente rimane logico
garantire un sufficiente apporto alimentare di
calcio, purché non provenga solo dai latticini.
Ne sono ricchissimi vari semi, soprattutto il
sesamo, ma anche le mandorle, i broccoli, il
pesce (soprattutto i pesci piccoli e le zuppe di
pesce dove si mangiano anche le lische), il
pane integrale a lievitazione naturale, i legumi.
Da decenni i pediatri insegnano alle mamme
che nel secondo semestre di vita, dopo lo
svezzamento, i bambini devono mangiare
omogeneizzati o liofilizzati di carne allo scopo
di prevenire l’anemia da carenza di ferro. I
bambini non sono d’accordo ma non hanno
voce in capitolo. La raccomandazione si basa
su studi condotti negli anni ‘40, nei quali era
stato accuratamente misurato il contenuto di
ferro alla nascita e il contenuto di ferro nei
bambini di un anno, e calcolato quindi il
fabbisogno di ferro alimentare nel primo anno
di vita. Studi successivi (condotti in soggetti
adulti) dimostrarono che il ferro del latte e dei
vegetali è meno assorbibile che non il ferro
della carne. Si concluse che l’unico modo per
garantire ai divezzi la quantità di ferro
sufficiente al fabbisogno nel primo anno di vita
è di nutrirli con 50 grammi di carne al giorno.
Questi calcoli sono stati accuratamente
trascritti nelle successive generazioni dei
trattati di pediatria e nella pubblicità degli
omogeneizzati dimenticando di riferire che,
negli esperimenti originali, i bambini in cui si
era valutata la quantità di ferro all’età di un
anno non avevano mangiato carne. Evidentemente i neonati e i divezzi hanno ben altre
risorse di quelle che credono i pediatri e il loro
intestino è capace di assorbire molto più ferro
dal latte e dalle pappe di verdure e cereali di
quanto prescritto dalla scienza accademica. Le
nostre bisnonne lo hanno sempre saputo: se il
buon Dio avesse voluto che i divezzi
mangiassero carne avrebbe fatto loro crescere
i denti. È difficile dire quanto male abbiamo
fatto ai nostri bambini con questa dieta forzata,
ma certamente questa pratica ha contribuito
alla diffusione del mito dell’alimentazione
carnea. La carne è certamente un ottimo
alimento, ma l’aumento del consumo di carne,
in particolare di carni rosse, è uno dei fattori
che ha contribuito a far aumentare l’incidenza
di molte malattie frequenti nelle popolazioni
occidentali, come l’aterosclerosi, l’ipertensio-
ne, il cancro dell’intestino. Un grande studio
epidemiologico iniziato negli anni ’50, condotto
in sette paesi del mondo a diversa incidenza di
malattie di cuore, dalla Finlandia, ad altissima
incidenza, all’Italia, ad incidenza relativamente
bassa, a Creta, dove il rischio era bassissimo,
dimostrò che la dieta mediterranea, basata su
cereali, verdure, legumi e, come principale
fonte di grassi, olio di oliva, era associata a
bassi livelli di colesterolo nel sangue e
proteggeva dall’angina pectoris e dall’infarto.
Negli anni successivi si dimostrò che mentre i
grassi della carne bovina e dei latticini (i
cosiddetti grassi saturi) fanno aumentare il
livello di colesterolo nel sangue, gli oli di semi
(contenenti grassi poli-insaturi) lo fanno
abbassare. Anche in Italia e in Grecia i
cardiologi cominciarono a raccomandare oli di
semi e margarine, raccomandazione subito
amplificata dagli interessi commerciali, senza
considerare che l’olio di oliva aveva
praticamente lo stesso effetto sul colesterolo. I
semi oleaginosi sono un ottimo alimento, ma
gli oli di semi normalmente consumati, sono
stati depauperati di molte sostanze potenzialmente protettive presenti nei semi, fra cui
buona parte della vitamina E, e nel processo di
produzione delle margarine si formano acidi
grassi particolari, inesistenti in natura,
fortemente sospettati di aumentare, invece
che diminuire, il rischio di infarto e di cancro.
Le principali conoscenze che la scienza
medica ha potuto solidamente confermare, in
decenni di ricerche cliniche ed epidemiologiche sul ruolo dell’alimentazione nella genesi
delle malattie croniche che caratterizzano il
mondo moderno, si possono riassumere in
poche raccomandazioni preventive: più cereali
integrali, legumi, verdura e frutta fresca, meno
zuccheri, cereali raffinati, carni, latticini, grassi
animali, e alimenti conservati. A partire dagli
anni ‘70, numerose ricerche epidemiologiche,
che hanno coinvolto centinaia di migliaia di
persone e studiato decine di migliaia di casi di
tumore, hanno confermato, al di là di ogni
ragionevole dubbio, che chi mangia più
verdure si ammala meno di cancro rispetto a
chi mangia poche verdure. Ciò vale in
particolare per i tumori dell’apparato
respiratorio e digerente. Un forte fumatore ha
un rischio fino a venti volte superiore di
ammalarsi di cancro polmonare rispetto a un
non fumatore, ma mangiando quotidianamente verdure può dimezzare il suo rischio (che
rimane però molto alto se non smette di
fumare). Le verdure e i cibi vegetali proteggo-
17
18
no probabilmente attraverso numerosi
meccanismi, ma il più importante (o almeno il
più studiato) è legato al contenuto di sostanze
antiossidanti, fra cui vitamina C, vitamina E,
beta-carotene (precursore della vitamina A) e
altri carotenoidi, vari polifenoli e composti
solforati, che impediscono l’attivazione di
molte sostanze cancerogene e proteggono le
strutture cellulari e lo stesso DNA dall’aggressione di sostanze ossidanti che si generano
nei normali processi metabolici. L’osservazione che l’insorgenza del cancro del polmone
nei fumatori sembrava contrastata soprattutto
da verdura e frutta ad alto contenuto di
beta-carotene (di cui sono ricchissime le
carote e tutta la verdura gialla e rossa, ma
anche la verdura verde scura), ha fatto
sorgere l’ipotesi che lo stesso effetto si
potesse ottenere con alte dosi farmacologiche di beta-carotene e ha condotto ad
esperimenti preventivi i cui risultati sono stati
drammatici. In Finlandia, trentamila volontari,
forti fumatori, sono stati suddivisi a caso in
quattro gruppi di circa 7500 persone
ciascuno: un gruppo avrebbe preso
quotidianamente una pillola con 25 mg di
beta-carotene, un gruppo una pillola di
alfa-tocoferolo (vitamina E), un gruppo una
pillola contenente entrambe le sostanze e un
gruppo una pillola placebo (cioè senza
nessuna vitamina). Lo studio era condotto in
doppio cieco, in modo che né i partecipanti
né i medici incaricati della loro sorveglianza
sapessero chi stava prendendo cosa, ma un
comitato etico aveva accesso ai codici e
teneva sotto controllo l’operazione. Lo studio
fu interrotto dopo otto anni, quando fu chiaro
che, contrariamente all’atteso, il beta-carotene era associato a una frequenza maggiore
(del 18%) di carcinoma polmonare. Anche
l’infarto era aumentato in chi prendeva la
pillola di beta-carotene, mentre in chi
prendeva vitamina E erano più frequenti le
emorragie cerebrali. Decine di studi di
chemioprevenzione, condotti somministrando
pillole di questa o quella vitamina o cocktail di
vitamine e sali minerali potenzialmente
preventivi, hanno dato risultati deludenti.
Anche gli studi che hanno cercato di
prevenire i polipi e il cancro dell’intestino
somministrando preparati vari di crusca o
altre fibre vegetali sono stati fallimentari.
Questi risultati sono solo apparentemente in
contrasto con gli studi epidemiologici che
hanno mostrato un minor rischio di malattia
in chi ha una dieta ricca di fibre, di vitamine,
e di altri nutrienti essenziali. Essi indicano
semplicemente che non siamo in grado di
catturare in una pillola la meravigliosa
complessità della natura, e che corriamo dei
rischi in particolare quando usiamo dosi alte
rispetto a quanto l’uomo può assumere col
cibo. Perché la prevenzione non è come la
tossicologia: se usiamo un veleno, più alta è
la dose maggiore sarà l’effetto, ma se una
sostanza fa bene non è detto che continui a
far bene se ne assumiamo in grandi quantità.
La più grande sconfitta della medicina
nutrizionale è probabilmente l’obesità, che
nonostante un’infinità di ricerche per trovare
farmaci e diete efficaci, continua ad
aumentare, e gli obesi che riescono a
dimagrire quasi inevitabilmente recidivano e
tornano ad essere grassi. E chi è sovrappeso
si ammala di più di malattie di cuore, di
diabete, e di molti tumori. In teoria per
dimagrire è sufficiente mangiare poco: la
scienza dell’alimentazione vorrebbe che per
ogni sette calorie a cui si rinuncia a tavola si
dovrebbe perdere un grammo di ciccia, ma in
realtà le cose sono più complicate. Da che
mondo è mondo, l’uomo si è sempre scontrato con il problema della fame, ma solo da
pochi decenni sta scontrandosi con il
problema di aver troppo da mangiare. La
nostra fisiologia, quindi non è attrezzata per
difenderci dall’obesità. Quando perdiamo
peso, anzi, l’organismo mette subito in atto
degli automatismi protettivi che cercano di
impedirci di perderne ulteriormente:
inavvertitamente tendiamo a ridurre il
dispendio energetico riducendo l’attività
fisica, producendo meno calore, migliorando
l’efficienza metabolica. È come se l’organismo si preparasse al peggio, al rischio di
carestia. Infatti, chi si mette seriamente a
dieta, in genere riesce a perdere anche molti
chili in pochi giorni ma poi, pur continuando a
mangiare la stessa dieta ipocalorica, non
dimagrisce più, e per mantenere il peso
raggiunto deve mangiare meno di chi quel
peso l’ha sempre avuto; almeno fino a
quando l’organismo non si sarà assestato ad
un altro livello di equilibrio, ma ciò può
richiedere molto tempo. Sono soprattutto i
grassi che fanno ingrassare, ma anche chi
mangia molti zuccheri e farine raffinate
ingrassa, perché gli zuccheri fanno
aumentare i livelli ematici di insulina, che se
da un lato fa sì che gli zuccheri vengano
bruciati, dall’altro favorisce l’immagazzinamento dei grassi in eccesso nel tessuto
adiposo. I cibi integrali invece aiutano chi
vuole dimagrire, perché da un lato le fibre
che contengono, rigonfiandosi nello stomaco
e nell’intestino, danno un maggior senso di
sazietà, e dall’altro favoriscono un assorbimento lento e graduale degli zuccheri,
prevenendo cadute dei livelli di glucosio nel
sangue (la glicemia) che farebbero
aumentare il senso di fame. Per dimagrire e
mantenersi snelli, quindi, non c’è bisogno di
far la fame né di rinunciare ai piaceri della
tavola, ma occorre rieducare il gusto
(riscoprire i gusti semplici), mettersi a
mangiare bene e non smettere più. È utile
cominciare riscoprendo le ricette della dieta
mediterranea povera, variando molto però i
menu. Se a colazione piace il latte, un giorno
si potrà mangiare latte di mucca, ma gli altri
giorni latte di soia (per abituarsi al gusto è
consigliabile mescolarlo con un succo di
frutta, o di carota, o con il muesli o con i
fiocchi di cereali), latte di mandorle, latte di
riso o di avena, con pane integrale, marmellate senza zucchero, farinata di ceci, frutta
fresca e secca. A pranzo si può iniziare con
una zuppa, o d’estate con un’insalata, che
può essere ogni giorno diversa, e far seguire
una pasta o un riso integrale con le verdure
(la pasta e il riso ci forniranno gli zuccheri da
bruciare per tutto il resto del giorno). A cena
sarà bene invece fornire un po’ più di
proteine, ad esempio un piatto di cereali e
legumi integrali, oppure raffinati sotto forma
di seitan e tofu, oppure pesce, più raramente
uova, o carne (meglio bianca), o formaggio
fresco; il tutto accompagnato da verdure
(poco) cotte o zuppa di verdure. Meglio non
mangiare la frutta a fine pasto (che può
fermentare e rallentare la digestione), ma
possiamo mangiarne fra i pasti o prima dei
pasti. Questi principi alimentari aiuteranno a
prevenire e a curare innumerevoli disturbi
intestinali e squilibri metabolici e ormonali
che caratterizzano l’uomo contemporaneo. E
molto probabilmente aiuteranno a prevenire
molti tumori. Con il Fondo Mondiale per la
Ricerca sul Cancro (WCRF), la cui missione è
di promuovere la prevenzione primaria dei
tumori anche attraverso la buona alimentazione, abbiamo recentemente concluso un
grande lavoro di revisione di tutti gli studi
scientifici sul rapporto fra alimentazione e
tumori (www.dietandcancerreport.org). Vi
hanno contribuito oltre 100 ricercatori,
epidemiologi e biologi, di una ventina di centri
di ricerca fra i più prestigiosi del mondo. Le
conclusioni sono riassunte nelle 10
raccomandazioni che concludono questo
scritto. Di tutti i fattori che si sono dimostrati
associati ad un maggior rischio di cancro,
quello più solidamente dimostrato è il
soprappeso: le persone grasse si ammalano di
più di tumori della mammella, dell’endometrio,
del rene, dell’esofago, dell’intestino, del
pancreas, e della cistifellea. Di qui la prima
raccomandazione di mantenersi snelli per tutta
la vita e di evitare i cibi ricchi di grassi e di
zuccheri, del tipo di quelli dei fast food. La vita
sedentaria è un’altra causa importante di
obesità, ma è una causa di cancro anche
indipendentemente dall’obesità: le persone
sedentarie si ammalano di più di cancro
dell’intestino, della mammella, dell’endometrio, e forse anche del pancreas e del polmone.
Altri fattori che un gran numero di studi
coerentemente indicano come cause
importanti di cancro includono: il consumo di
bevande alcoliche, associato ai tumori del cavo
orale, della faringe, della laringe, dell’intestino,
del fegato e della mammella; il consumo di
carni rosse, soprattutto di carni conservate,
associato soprattutto al cancro dell’intestino,
ma probabilmente anche ai tumori dello
stomaco, e sospettato per i tumori dell’esofago, del pancreas, del polmone e della prostata;
il consumo elevato di sale e di cibi conservati
sotto sale, associati al cancro dello stomaco; il
consumo elevato di calcio, probabilmente
associato al cancro della prostata; il consumo
di cereali e legumi contaminati da muffe
cancerogene, responsabili del cancro del
fegato; la contaminazione con arsenico
dell’acqua da bere, responsabile di tumori del
polmone e della pelle; il consumo di
supplementi contenenti beta-carotene ad alte
dosi, che fanno aumentare l’incidenza di
cancro del polmone nei fumatori. Sul latte e i
latticini e, in generale, sui grassi animali gli
studi sono molto contrastanti e non conclusivi:
il consumo di latte sembrerebbe ridurre i
tumori dell’intestino, che sarebbero però
aumentati dal consumo di formaggi, e un
consumo elevato di grassi aumenterebbe sia i
tumori del polmone che i tumori della
mammella; si tratta di aumenti di rischio
modesti ma, data l’elevata frequenza di questi
tumori, tutt’altro che trascurabili.
Raccomandazioni WCRF 2007:
1) mantenersi snelli per tutta la vita;
2) mantenersi fisicamente attivi tutti i giorni.
Almeno mezz’ora al giorno di un impegno
fisico pari a una camminata veloce;
3) limitare il consumo di alimenti ad alta
densità calorica ed evitare il consumo di
bevande zuccherate;
4) basare la propria alimentazione prevalentemente su cibi di provenienza vegetale,
con cereali non industrialmente raffinati e
legumi in ogni pasto e un’ampia varietà di
verdure non amidacee e di frutta;
5) limitare il consumo di carni rosse ed
evitare il consumo di carni conservate. Chi
è abituato a mangiare carni rosse, non
superi 500 grammi alla settimana;
6) limitare il consumo di bevande alcoliche.
Chi ne consuma si limiti ad un bicchiere di
vino (o una lattina di birra) al giorno per le
donne e due per gli uomini;
7) limitare il consumo di sale (non più di 5 g
al giorno) e di cibi conservati sotto sale, ed
evitare cibi contaminati da muffe;
8) assicurarsi un apporto sufficiente di tutti
i nutrienti essenziali attraverso il cibo.
Di qui l’importanza della varietà.
L’assunzione di vitamine o minerali a scopo
preventivo è invece sconsigliata;
9) allattare i bambini al seno per almeno
sei mesi;
10)nei limiti dei pochi studi disponibili sulla
prevenzione delle recidive, queste
raccomandazioni valgono anche per
i malati di cancro.
COMUNQUE NON FARE USO DI TABACCO.
Dopo una serie di grandi studi che ci hanno
permesso di identificare i fattori ormonali e
metabolici che favoriscono il cancro della
mammella, dal 1996 l’Istituto Nazionale dei
Tumori di Milano ha iniziato una serie di
esperimenti alimentari - il progetto DIANA allo scopo di ridurre il rischio di ammalarsi
delle donne che hanno questi fattori di rischio
e di ridurre le recidive in chi si è già ammalata.
Centinaia di donne volontarie che hanno
modificato la loro alimentazione in seguito ai
nostri corsi di cucina ci hanno permesso di dimostrare che è effettivamente possibile ridurre
nel sangue gli alti livelli di ormoni sessuali e di
fattori di crescita che promuovono lo sviluppo
del cancro. Gli studi DIANA sono iniziati a Milano presso la sede di Attivecomeprima, sono
continuati presso il Campus di Cascina Rosa
dell’Istituto dei Tumori, e continuano oggi con
la collaborazione di altri centri in Piemonte,
Umbria, Abruzzo, Campania, Basilicata e
Sicilia. Le informazioni sui progetti DIANA e
sui corsi di cucina di Cascina Rosa si trovano
sul sito dell’Istituto Tumori di Milano cliccando
sull’immagine di Cascina Rosa. Nei progetti
DIANA abbiamo utilizzato anche alimenti
non comunemente consumati dalla maggioranza degli Italiani, come il pane integrale a
lievitazione naturale (talvolta con l’aggiunta di
semi di lino), il grano saraceno (sotto forma
di polenta o di pasta), il seitan (un prodotto a
base di glutine di frumento che si può cucinare in tutti i modi con cui si cucina la carne),
varie alghe marine (un tempo consumate
anche dalle nostre popolazioni costiere ma di
cui si è persa la tradizione, sono integratori
naturali di vitamine e sali minerali, facilitano il
funzionamento della tiroide e quindi aiutano a
dimagrire; si usano comunemente nelle insalate, nelle zuppe e per la cottura dei legumi), i
fiocchi d’avena (per farne biscotti o il porridge,
con acqua o latte di cereali o di soia; anch’essi
rallentano l’assorbimento degli zuccheri), l’olio
di sesamo per friggere (perché resiste all’alta
temperatura), i fagioli azuki (la cosiddetta soia
rossa, che si usa anche per preparare dolci a
basso indice glicemico), i fagioli mung (la cosiddetta soia verde da cui si ricavano i comuni
germogli di soia) e molti prodotti tradizionali di
soia, di consumo abituale nei paesi orientali
(il miso e il tamari giapponesi, il tofu cinese, il
tempeh indonesiano, e il latte di soia da usare
in cucina al posto del latte bovino), occasionalmente i germogli (di grano, di soia e di altri
semi, ricchissimi di vitamine), il fungo shiitake
(lentinus edodes, noto per le sue proprietà diuretiche e ipocolesterolemizzanti), in primavera
il tarassaco (l’insalata matta dei prati) e in inverno il topinambur (attenzione che fa gonfiare
la pancia di chi non è abituato), perchè aiutano
lo sviluppo dei germi intestinali capaci di
digerire le fibre vegetali, il daikon (che aiuta ad
abbassare il colesterolo e a sciogliere i depositi di grasso), e come bevande il latte di cereali
(di riso, di avena) o di mandorle, il the bancha
(the invecchiato tre anni che non contiene più
teina) e occasionalmente il the mu (ricco di
15 erbe orientali, compreso il gingseng). Nel
progetto DIANA, tuttavia, utilizziamo comunemente anche i piatti tradizionali della cucina
povera mediterranea: pasta e fagioli, pasta e
ceci, pasta con le fave, orecchiette con le cime
di rapa, pasta con i broccoli e con ogni tipo di
verdura, riso (integrale) con i carciofi, polenta
(di mais e saraceno) con lenticchie e funghi,
zuppa di farro, minestrone d’orzo, ribollita
di pane e cavolo nero, pasta con le vongole,
zuppa di pesce (il brodetto marchigiano o il
caciucco toscano), e tutte le ricette siciliane di
pesce azzurro.
Franco Berrino.
Info autore
Epidemiologo.
Direttore Dipartimento Medicina Preventiva e Predittiva dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano.
19
Per una
piacevole
cena
invernale
di Franca Maffei
20
Stufato di fagioli
neri
Vellutata di porri
Tortino di miglio
al forno
Mattonella con
crema alla nocciola
per 4 - 6 persone.
per 4 - 6 persone.
per 4 - 6 persone.
per 6-8 persone
200 g di fagioli secchi neri,
una cipolla e mezza, due
carote, due gambi di sedano,
2 cucchiai di salsa di soia,
2 cucchiai di olio extra
vergine di oliva, sale marino
integrale, un paio di cucchiai
di passata di pomodoro e
un peperoncino piccante
(facoltativo).
1 litro di brodo preparato
con dado vegetale (naturalmente senza glutammato), 3
porri, una piccola patata, 1
cucchiaio di farina tipo 1 o 2,
prezzemolo tritato, pepe.
1 tazza e mezzo di miglio
decorticato, 3 tazze abbondanti d’acqua, una cipolla,
poco olio extravergine di
oliva, poco sale marino integrale, una manciata di pan
grattato, un paio di cucchiai
di salsa di soia.
200 g di biscotti secchi tipo
novellini, 1 litro di latte
di soia, 4 cucchiai di caffè
d’orzo solubile, 1 cucchiaio
di cacao amaro, 2 cucchiai
di agar agar (alga addensante), 1 cucchiaio scarso
di maizena, 4 cucchiai di
malto di grano (oppure altro
dolcificante, escludendo comunque lo zucchero bianco),
3 cucchiai colmi di crema di
nocciole, una tazza grande di
caffè forte, un pizzico di sale
Mettete i fagioli in ammollo per 12
ore. Buttate l’acqua di ammollo,
cuocete i legumi a pressione per
venti minuti/mezz’ora in abbondante
acqua, con una carota, mezza
cipolla, un gambo di sedano.
Nel frattempo iniziate a soffriggere
in un po’ d’olio una cipolla tagliata
a rondelle, insaporitela con la salsa
di soia. Proseguite aggiungendo il
sedano a pezzettini e la carota a
dadolini o grattugiata.
Rimestate e dopo un poco togliete
con la schiumarola i fagioli cotti
dalla pentola a pressione e uniteli
al soffritto (le verdure usate per
cuocere i fagioli - importanti per
favorire la digestione dei legumi
stessi - le utilizzerete in altro modo).
Aggiungete eventualmente anche la
passata e il peperoncino.
Mescolate, aggiustate di sale e
proseguite la cottura dello stufato
finché i fagioli saranno veramente
ben cotti e i sapori amalgamati.
Per rendere la preparazione più brodosa e morbida, potete schiacciare
con la forchetta una parte dei legumi e di tanto in tanto aggiungere un
po‘ d‘acqua in cottura .
Kcal 205 per 4, Kcal 135 per 6
Affettate i porri e cuoceteli nel brodo
finché sono teneri.
Cuocete a parte in acqua anche la
patata (con la buccia se è biologica,
altrimenti senza).
Con un frullatore ad immersione,
frullate insieme i porri nel loro brodo
e la patata sbucciata e schiacciata.
Assaggiate e aggiustate di sapidità
con un po’ di salsa di soia o di sale
speziato o una punta di cucchiaio di
miso; eventualmente pepate.
Se volete una vellutata più densa,
stemperate un cucchiaio di farina in
un po‘ di liquido ed aggiungetela al
brodo; mescolate e cuocete ancora
per qualche minuto.
Servite con prezzemolo tritato.
Calorie a porzione: Kcal 75 per 4,
Kcal 50 per 6
Preparate un soffritto con la cipolla
tagliata a rondelle e un po’ d’olio,
unite il miglio sciacquato (non serve
ammollo) e fatelo insaporire velocemente rimestando un poco.
Coprite d’acqua e salate.
Quando bolle, abbassate la fiamma
e cuocete a pentola coperta per
mezz’ora.
Lasciate gonfiare qualche minuto,
quindi trasferite il miglio cotto in una
casseruola rettangolare da forno,
oliata e spolverata con pan grattato.
Compattate bene il miglio e pennellatelo in superficie con 2 cucchiai
di salsa di soia diluiti in altrettanta
acqua ( o, se ne disponete, copritelo
con una spolverata di lievito maltato
che insaporisce piacevolmente la
preparazione).
Infornate a 180’ finché si sarà
formata una crosticina colorita.
Servite il tortino caldo o tiepido
suddiviso in porzioni tracciate
regolarmente sulla superficie.
Kcal 285 per 4, Kcal 190 per 6
Mescolate il caffè solubile al latte di
soia, quindi aggiungete l’agar agar
sciolto in poco liquido.
Accendete il fuoco e fate bollire
dolcemente 5 minuti, sempre
rimestando.
Togliete dal fuoco e aggiungete la
crema di nocciole, un pizzico di sale,
il cacao e il malto.
Fate sobbollire ancora una alcuni
minuti, facendo attenzione che,
schiumando, la preparazione non
trabocchi dall’orlo della pentola.
Sciogliete la maizena in poca acqua,
aggiungetela alla crema e rimestate
finchè inizia a rapprendere, quindi
togliete dal fuoco.
Preparate un caffè forte e inzuppate
i biscotti disposti sul fondo di uno
stampo rettangolare.
Coprite con la crema alla nocciola
ed infine spolverate la mattonella
con poco cacao amaro aiutandovi
con un colino.
Lasciate rapprendere completamente e riponete in frigo prima di servire.
Kcal 275 per 6, Kcal 205 per 8
Franca Maffei. Si occupa di educazione alimentare
sia in relazione alle diverse età evolutive che al benessere e alla salute.
21
Dimmi come scrivi
e ti dirò chi sei
Care amiche e cari amici, troverete il mio parere sulla vostra personalità esclusivamente
sulla rivista. Sono sufficienti 20 righe, scritte su foglio bianco A4, firmate con nome, cognome
e inviate presso l’Associazione. Il vostro anonimato sarà rispettato. A presto! Cristina
22
Cara
Floriana,
questa volta si è verificata
un’eccezione e ho letto il tuo
scritto, mentre di solito, mi
astengo dal farlo per non essere
Cara
Anna,
hai una scrittura piccola e, a volte, molto
piccola, indicativa di intelligenza, curiosità,
interesse ed attenzione per tutto quanto ti
circonda, ma anche di facile autocritica e
influenzata in alcun modo.
di sottomissione alle regole.
In ogni caso devo dirti che, come è ovvio sia, la tua gra-
La tua educazione e la tua famiglia d’origine hanno
fia rispecchia perfettamente il tuo stato d’animo.
tuttora una notevole importanza nelle tue scelte di vita e
Sei, per natura, una donna concreta, coi piedi piantati
tu, pur essendo una donna positiva, con il desiderio di
per terra, realista, capace di inserirti in modo collabora-
realizzare le proprie aspirazioni, ti lasci un po’ condizio-
tivo nell’ambiente in cui vivi, dinamica e anche pronta a
nare e non sempre raggiungi gli obiettivi.
fare fronte all’imprevisto.
Si nota in te una tendenza a lasciarti andare, a non
Non ci sono inoltre nella tua scrittura, segni indicativi di
mantenere viva la forza di portare avanti ciò in cui credi,
traumi o difficoltà che tu non sia stata in grado di supe-
forse perché la fiducia nelle tue capacità non riesce a
rare, eppure si nota una forma di sfiducia, di appren-
mantenersi costante.
sione, un timore di non essere all’altezza che ti porta
Penso dovresti affrontare gli eventi con maggior decisio-
a sentirti debole, a manifestare un senso di inferiorità
ne, contando sui tuoi talenti, senza esitazioni e ripensa-
che, a mio parere, non ti appartiene.
menti, riponendo più fiducia negli altri ed imparando ad
Tutto questo si evince da numerosi segni che sono in
esternare, senza timore, il tuo pensiero, i tuoi sentimen-
netto contrasto tra loro.
ti e le tue emozioni.
Sei preoccupata, ti lasci prendere da stati di malinconia
Non essere sospettosa nei confronti del tuo prossimo
e perdi la serenità, ma non ne hai alcun motivo.
e cerca di avere meno impazienza, di ponderare seria-
Come donna, sei desiderosa di affetto e capace di gran-
mente le possibili scelte e, una volta fatte, di credere
di sentimenti e di riconoscenza, ma non dimenticare
nelle decisioni prese, impegnandoti a realizzare i tuoi
che l’affetto e le cose belle della vita te le meriti, tutte.
progetti con la certezza di potercela fare.
Tira fuori quella parte di te capace di affermarsi, di
Hai l’intelligenza e la volontà per superare le eventuali
vivere con sano equilibrio le proprie parti emotive e
difficoltà, devi solo ascoltarti di più, volerti più bene e
razionali, mostrati per quello che sei: una donna positiva
concederti il diritto di realizzare ciò che desideri.
che conosce il valore della vita, che rispetta se stessa
Vedrai che la grinta per ottenere ciò che vuoi, non ti
e gli altri.
verrà a mancare.
Non lasciarti andare alla paura, non cedere alla sfiducia
Auguri e un abbraccio
e al pessimismo perché le grandi gioie sono un dono
sempre meritato, che va accolto aprendo il cuore e
guardando al futuro con la consapevolezza che un sentimento d’amore “nuovo” è dispensatore di grande forza
e sa vincere su ogni paura.
I miei auguri più affettuosi e un grandissimo abbraccio.
L’analisi grafologica non è fine a se stessa, è uno strumento
in più nel nostro percorso personale e mi farebbe piacere
ricevere ancora notizie da chi mi scrive.
Maria Cristina Ferrario.
Grafologa e psicologa.
23
Andar per erbe
Cardo
Carduus
Getty images - Laura Ronchi
24
Nemo me impune lacessit (Nessuno mi disturba
impunemente) è il motto dell’Ordine inglese di
S. Andrea, che ha per insegna il Cardo, nome con il
quale comunemente si definiscono quelle piante che
pungono. Tra i cardi officinali è particolarmente noto
il Cardo santo o benedetto (Cnicus benedictus) che si
trova disseminato in tutti i luoghi incolti della nostra
penisola.
È una pianta annua a fusto eretto, angoloso, con i
rami divaricati, le foglie grandi, coriacee, di colore
verde pallido e i fiori gialli.
Fiorisce all’inizio dell’estate, epoca in cui deve essere
raccolto, ripulito e fatto seccare all’ombra.
Si utilizzano tutte le parti della pianta , che ha un sapore amaro e un odore debole che tuttavia scompare
con l’essiccazione.
I suoi componenti sono: la benidictina e la cnicina;
una piccola quantità di olio essenziale; tannino; una
sostanza dotata di attività antibiotica non definita;
vitamine e sali minerali.
Si racconta che Federico III fosse torturato da una
persistente emicrania, dalla quale guarì grazie
al decotto di Cardo, che si prepara facendo bollire
10-15 g di parti secche in 500 g di acqua per una
ventina di minuti e filtrando poi accuratamente.
L’azione specifica del Cardo santo è quella tonico-digestiva. Esso non agisce tanto sulla mucosa gastrica
quanto sul simpatico.
Per stimolare l’appetito prima dei pasti si beve un
bicchierino di vino di Cardo ottenuto macerando 20 g
di fiori e foglie seccate in 950 g di vino Malaga,
filtrando e lasciando riposare per alcuni giorni; per lo
stesso uso si prepara la tintura con 20 g di sommità
fiorite in 200 g di alcool a 60° per otto giorni.
La polvere ottenuta dalle parti seccate si usa come
antisettico e cicatrizzante.
Analoghe proprietà terapeutiche ha il Cardo mariano
(Silbyum marianum), pianta tipica delle regioni mediterranee, diffusa nei terreni incolti dell’Italia centrale,
meridionale e nelle Isole.
È più raro trovarlo nell’Italia settentrionale, malgrado si sia esteso fino al nord dell’Europa.
Tra i cardi questa è la specie più importante dal
punto di vista ornamentale; essa viene coltivata tra le
piante da giardino per la sua vigorosa vegetazione e
la bella fioritura.
Il Cardo mariano è una pianta robusta con capolini
color porpora, ben protetti dalle brattee dell’involucro
che si presentano ricurve e accuratamente spinose
alle estremità.
Le foglie, che sono grandi, verdi e brillanti, presentano
vicino alle nervature delle macchie bianche.
La leggenda dice che sono gocce di latte cadute dal
seno della Madonna mentre fuggiva per sottrarre
Gesù alla strage degli innocenti, ordinata da re Erode.
I costituenti del Cardo mariano sono: silimarina e
tiramina, istamina, un principio amaro e un olio
essenziale.
Da sempre, con le foglie giovani si fanno insalate;
per le minestre invece si cuociono in acqua, con altri
ortaggi, le radici e i capolini.
Il Cardo mariano, che è stato soppiantato dal Cardo
santo, attualmente ha ripreso quota nella farmacopea.
Di recente è stato provato che possiede principi attivi
molto efficaci per la buona funzionalità epatica.
In omeopatia si usa contro i disturbi delle vie biliari
e per la cura della sciatica.
Il Cardo mariano, che non ha odore, ha un sapore
simile a quello del carciofo.
Per preparare l’infuso si lascia riposare a lungo un
cucchiaino di frutti per ogni tazza di acqua bollente.
Se ne assume poi una prima del pasto principale e
un’altra mezz’ora prima di andare a letto.
Il Cardo dei Lanaioli (Dipsacus Fullonum), chiamato
così perché i ricettacoli dei suoi capolini venivano
adoperati per cardare la lana, è meno conosciuto e
poco usato.
Se ne utilizzano le radici essiccate e la polvere è un
buon ritrovato in caso di acne e per i problemi della
pelle in genere.
Nemo me impune lacessit, dunque. Ma che dire
dell’asino che è ghiotto di cardi e non si accorge neppure delle spine? Il segreto starà nella sua indifferenza o nella sua, altrettanto proverbiale, pazienza...
E ai nostri “pazienti lettori” buon Natale
e buon anno!
Giovannacarla Rolando.
Cultrice di medicina naturale.
25
Benessere in movimento
Un cavallo...
nel cassetto
“La sensibilità non è una prerogativa dell’uomo.
Spesso anche gli animali sanno proporcela, in un dialogo
muto e profondo. Basta saperli ascoltare nell’umiltà con la
quale si offrono. Molte volte sono gli animali, ed il cavallo
in particolare, a colmare la solitudine dell’uomo quando
altri esseri umani non sono riusciti a riscaldargli il cuore.”
Vincenzo Muccioli
Ho sempre amato gli animali, ed era quasi dato per
scontato che mi sarei avvicinata ad uno sport che mi
avrebbe portata a stretto contatto con loro. Sono nata
in Scozia, dove andando per la campagna, i cavalli
sono ovunque. In ogni prato, oltre a mucche e pecore,
ci sono dei cavalli.
Mi ricordo che, quando ero molto piccola, mio fratello
maggiore, mi portò da una sua amica che aveva un
cavallo. A distanza di cinquant’anni me lo ricordo
perfettamente: un grigio chiamato Bruin. Quando
mi misero in groppa fu subito amore. Era così alto!
Non aveva una sella e potevo sentire il suo calore, il
suo respiro, la sua forza, i passi lenti e rassicuranti.
Ancora oggi mi ricordo le sensazioni, gli odori, le mie
emozioni. Poi mio fratello mi portò a casa e per tutti
questa esperienza finì lì.
Ma non per me.
Mi ero innamorata. La bellezza ed il senso di fierezza
e libertà che questo essere esprimeva, mi avevano
stregata. Parlavo di cavalli, leggevo libri sui cavalli,
disegnavo cavalli; il cancello di casa lo trasformavo, usando delle corde per redini, in un magnifico
destriero e io andavo alla conquista di improbabili
avventure, sperando che qualcuno si sarebbe accorto della mia passione.
Allora la mia paghetta era di dieci scellini e al maneggio più vicino bastavano solo per le passeggiate, non
per le lezioni che costavano dodici scellini e mezzo.
Decisi per le passeggiate, mi insegnerà il pony!
Dunque ecco che mi presento in jeans e maglietta,
pronta per la mia prima passeggiata, che, con qualche interruzione, sarebbe durata tutta la mia vita.
Devo dire che i proprietari del maneggio erano delle
persone serie e in cambio di qualche aiutino mi davano un occhiata e tanti suggerimenti, e pian pianino
sono riuscita a godermi le prime cavalcate.
Ho avuto due cavalli quand’ero in Inghilterra, ma poi,
quando io e mio marito siamo venuti a vivere in Italia,
ho appeso gli stivali al chiodo. Tenere un cavallo qui
era veramente troppo costoso per le nostre tasche.
Ma poi, dopo qualche anno e trovato un lavoro, ecco
un nuovo membro delle famiglia: Leisha una cavalla
belga che è rimasta con me fino all’anno scorso,
quando è morta, all’età di 26 anni.
L’andare a cavallo è un modo meraviglioso di godersi
la natura. Ogni stagione ha la sua bellezza e i percorsi
che seguiamo mutano lentamente davanti ai nostri
occhi e sotto gli zoccoli dei nostri amici. E poi si ha
una vista privilegiata; dall’alto si vede molto di più.
Siete mai passati davanti a delle mura intorno a quello
Laura con Laisha durante la chemio (feb 2002)
che immaginate sia un bellissimo giardino? Beh, dal
cavallo spesso si riescono a vedere questi gioielli
nascosti e il cavallo spesso ci permette di passare
dove a noi umani è impedito l’accesso. Si incontrano
animali che di solito non si fidano di noi, ma che sono
meno spaventati perché siamo in compagnia di un
loro simile e non scappano subito al nostro arrivo.
La combinazione uomo-cavallo si chiama binomio.
È quella relazione speciale che si viene a creare
tra due esseri così diversi. Quando questa alchimia
funziona, il cavallo ed il suo cavaliere possono arrivare
a un’eccellenza che non potrebbero mai raggiungere
da soli. Questa è cosa da grandi campioni, ma tra
cavallo e cavaliere, quando c’è amore e rispetto, si
può raggiungere un’intesa che va oltre le parole.
Quel nitrire quando riconosce i tuoi passi arrivare
in scuderia, il separarsi dal branco per venire a farti
un saluto, il perdonare tutti i tuoi sbagli e farti salire
ancora… queste cose per me non hanno prezzo.
Non riesco a capire quelle persone che dopo tanti
anni passati insieme a un cavallo lo scambiano per
uno più giovane. Lo rottamano come si fa con una
vecchia automobile.
Ma non è un auto, un mezzo qualsiasi di locomozione.
È un essere senziente, che prova affetto e dolore
come noi, come il nostro cane, o il nostro micio.
Una delle cose che temevo di più quando ho iniziato
la chemioterapia era non potere andare a vedere i
cavalli. Mi dicevano che avrei dovuto vedere come
stavo, e io mi immaginavo chiusa in casa, o uscire
solo con la mascherina.
Invece grazie a Dio, non è andata così e, anche
se non montavo, potevo almeno passare del
tempo con loro. Questo è stato fondamentale
per me, come il supporto di tutti coloro che mi
sono stati vicini. Sono sicura che stare intorno ai
cavalli sia stato una medicina per me, una specie
di ippoterapia oncologica!
Durante gli incontri di gruppo ad Attivecomeprima,
ho confidato che il mio sogno nel cassetto sarebbe
stato fare le gare ippiche e non la turista a cavallo.
Era una meta che tenevo presente, la luce in fondo al
tunnel. Poi arriva il momento in cui finisci la chemio,
finisci la radioterapia, finiscono gli incontri di Attive
e torni alla vita normale. Vai al lavoro, non vai più a
cavallo. Leisha è vecchia e il lavoro mi riempie la vita.
Rimango in contatto con Attive, ma il sogno rimane lì,
dimenticato, nel cassetto.
Poi, un giorno dovendo stare a casa per una brutta
influenza, rifletto, rifletto, rifletto.
Sono in remissione, mi è stata data un’altra chance… e cosa faccio? Lavoro e basta... Cosi ripenso al
mio sogno e lo tiro fuori dal cassetto. Ho il coraggio
di metterlo in atto, di provare? Devo farlo, per farlo
devo agire e agisco scrivendo ad Ada, promettendole
di impegnarmi non solo per me stessa, ma per tutte
le donne colpite dal cancro al seno. Per ricordare loro
di tirare fuori quei sogni dimenticati, per usare quel
tempo di cui siamo diventate consapevoli per fare
qualcosa che dia un senso alla nostra vita.
E lei non mi delude. Mi risponde subito, mi incoraggia
e mi sprona a realizzare questo sogno. E io ci provo.
Ci sto ancora provando.
Fino ad ora ho fatto cinque gare e in una sono arrivata
terza! Quella coccarda l’ho mandata ad Ada, perché mi sembrava il miglior modo per dire grazie.
Per dire grazie, perché senza di loro il mio sogno
sarebbe rimasto chiuso nel cassetto.
Laura Pediani.
Nel 2002 ha partecipato ai gruppi di sostegno psicologico in Associazione.
27
Profili
e contributo di
Con il patrocinio
Salute
Cultura
La forza
i vivere
d
come antidoto
aLLa paura
5 ottobre 2008 ore 20.30
Teatro Carcano
, 63
Corso di Porta Romana
Milano
Serata di cultura
e spettacolo
Modera:
Jocelyn
Carlo Gargiulo
Conduce:
intervengono:
Franco Cerri
Umberto Galimberti
Valentina Cortese
Marina Negri
Gianni Fantoni
Willy Pasini
Ornella Vanoni
nti
Sandro Spinsa
Federico Zecchin
esi
Umberto Veron
a
lo Landi di Chiavenn
re alla Salute Giampao
Interviene l’Assesso
Si ringrazia:
o
da 35 anni offriam
e alla
un sostegno global
cancro
persona colpita dal
688 96 47
a esaurimento posti.
del 3 ottobre Tel. 02
Ingresso gratuito fino
entro le ore 13.00
della partecipazione
– e-mail: segreteria
@attive.org
È gradita la conferma
Era insieme a noi
sul palcoscenico
del Teatro Carcano.
ad arricchire
i festeggiamenti
del nostro 35°.
28
Lella
Costa
Prima di essere un’attrice riconosciuta, Lella Costa è
una donna di grande cultura, una madre attenta, un’intellettuale acuta. Incontrarla, non dal buio di una platea,
sedotte dall’ironia e dalla profondità dei suoi monologhi,
ma a tu per tu su un divano all’ultimo piano di un grattacielo milanese, è un’esperienza densa di significato.
Come dense di significato le sue parole quando le chiedo cosa può cambiare una vita. Cos’ha cambiato la sua.
E lei non ci pensa un attimo. “Riconoscere le proprie
attitudini e i propri talenti può cambiarti l’esistenza. Nel
bene e nel male. La consapevolezza, anche nell’errore,
è la chiave di svolta di una vita”.
Partiamo da qui, allora. Dal tuo talento. Come lo
hai riconosciuto?
In modo forse anomalo, certamente tardivo. Non avevo
il sacro fuoco del teatro, come accade ad alcuni. Frequentavo l’Università, stavo già lavorando. Mi è capitato
di fare dei giochi di ruolo e di scoprirne il piacere. Un
piacere che è sfociato nell’iscrizione all’Accademia dei
filodrammatici e poi nel lavoro della mia vita.
E così sei diventata attrice e autrice dei testi che
interpreti
Diventare autrice ha significato inglobare la mia vita
nella mia grande passione. E per questo mi reputo
una privilegiata. Da monologante posso mettere nei
miei testi tutto ciò che mi sta a cuore, le storie che mi
appartengono e mi convincono.
Spesso, per le tue interpretazioni, attingi al passato: la Traviata, l’Amleto.
Dopo tremila anni di teatro, è difficile che io possa
proporre qualcosa di nuovo. La Traviata è la mercificazione dei talenti delle donne; l’Amleto l’assunzione di
responsabilità rispetto alle scelte. E poi c’è Orfeo ed
Euridice, una storia che mi colpisce sempre. Lui smuove
mari e monti per riprendersi l’amata e poi la perde per
un niente. Perché si gira a guardarla.
Una sventatezza tutta umana dettata dalla paura, ogni
volta che una persona che ci sta a cuore va altrove, che
non ci sia più posto per noi.
È ciò che accade anche di fronte a un’esperienza di
malattia. L’uomo è spesso incapace di stare a fianco
della persona rinnovata dalla malattia, più forte oppure
più fragile, sicuramente diversa e con priorità cambiate.
Così quella di Orfeo è una dichiarazione di impotenza,
una testimonianza dell’incapacità maschile di fare i
conti con il cambiamento.
Qual è stato per te il vero cambiamento, il ribaltamento delle priorità?
come sia sottile la linea di confine tra giusto e sbagliato,
ti dà la misura dell’infinita diversità dei punti di vista,
una diversità che nel mio lavoro è determinante. L’ironia
stessa del resto ti aiuta a vedere le cose da altri punti
di vista.
Cosa ti fa rilassare davvero?
Dopo il palcoscenico, il posto in cui sto meglio è il mare,
su un gozzo al largo delle Cinque Terre, quando spengo
il motore e rimango in silenzio, a recuperare l’intimità di
tempi umani.
Tempi frenetici, quelli del teatro, come li concili
con la tua vita privata?
Ho sempre cercato di tornare a casa la sera, anche se
era tardissimo. Non per le mie figlie, ma per me stessa.
È per se stessi del resto che si fanno i figli, non per loro.
Dovremmo chiedere scusa di questo. Non so quali conti
mi presenteranno le mie figlie, non si può supplire a
tutto quello di cui loro pensano di aver bisogno.
Il tuo lavoro più bello, quello in cui più ti ritrovi?
Le mie figlie. I figli ti resettano le priorità. Io ho tre figlie,
le due più piccole sono arrivate dopo due gravidanze
interrotte per malformazioni gravi; eventi in cui ho sperimentato per la prima volta la perdita di quel senso di
invulnerabilità tipico da una generazione, la mia, per cui
l’adolescenza non finiva mai. La nascita delle mie figlie
è stato un risarcimento straordinario, forse immeritato.
La cosa più bella che ho scritto è Stanca di guerra.
Partendo dai conflitti parlo della relazione madre figlia,
della separazione dai propri figli e di quanto faccia male,
come ogni separazione. Ma anche dell’importanza di incoraggiarli ad andare per il mondo sperando che rimanga
qualcosa di quel patrimonio condiviso fin dalla nascita.
Qual è l’insegnamento dell’esperienza della perdita
Le persone mi fermano per strada, si avvicinano a fine
spettacolo, mi parlano. Amo le relazioni dal vivo, non mi
sono cimentata in quelle virtuali anche perché so che
non riuscirei a rispondere a tutti. Ho però una rubrica
sulla rivista A, una bella palestra di comunicazione,
l’occasione per occuparsi del femminile e avere stimoli,
spunti.
Ho vissuto il dolore di una gravidanza interrotta, ho
perso persone care ad età in cui non ti viene neanche in
mente che si possa morire.
La gestione della malattia è un percorso delicato, fatto
di millimetri dopo millimetri. E non hai il diritto di rifiutarti di parlare della fine della vita a chi te lo chiede. Glielo
devi per amore. Così la malattia dell’altro ti insegna
a non voler essere protagonista. Non dimentichiamo
che il dolore altrui è un dolore a metà. Un dolore che ti
insegna, è spaventoso che ce ne sia bisogno, quanto
sia precario quello che hai. Che ti insegna a gioire ogni
volta che non sei malato, che i tuoi figli cadono solo
dalla bicicletta.
Oggi, subito dopo quest’intervista, andrai a parlare
all’Istituto di pena milanese San Vittore. Perché il
carcere?
Il carcere è un luogo straordinario dove chiunque ricopra un incarico pubblico dovrebbe fare un giro. Andarci
per me è stata una di quelle microscelte minuscole che
ti cambiano ben più delle macroscelte. È un luogo in cui
alle parole si richiede un’esattezza estrema. In cui ogni
parola acquista importanza e devi renderne conto.
Fuori, al contrario, c’è uno sperpero verbale.
E la contiguità con queste persone ti fa percepire
Com’è il tuo rapporto con il pubblico, con la gente?
Ti reputi una persona appagata?
Ho una famiglia, ho ancora i genitori, stiamo tutti bene.
L’unica cosa che mi manca davvero è la sensazione
che questo mio benestare non possa essere condiviso
di più. Mi manca la certezza di un mondo che sappia
avere cura.
Poi però vado a leggere Jane Austen in una palestra
dell’hinterland milanese e faccio pace con questo
Paese. Anche se quando ne esco assisto, amareggiata, allo sfarfallio di vite perse dietro ad una presunta
visibilità, in realtà dietro all’effimero totale. E pericoloso.
La confusione tra essere ed avere, tra mezzi e fini è al
culmine. A lasciarci le penne, a pagarne il prezzo più
amaro saranno i più deboli. Le più deboli.
Ci offri un consiglio di lettura?
“La piazza del diamante” di Mercé Rodoreda.
È un bel regalo da farsi.
Daniela Condorelli.
Giornalista.
Dedicato ai pazienti
durante la chemioterapia
Il supporto
di medicina
generale
SST (Systemic Support
Therapy)
Condotto da
Alberto Ricciuti - medico
La terapia sistemica di supporto (SST) di medicina
generale aiuta a prevenire gli effetti collaterali delle
terapie oncologiche favorendo i processi auto-riparativi
e difensivi dell’organismo che queste spesso indeboliscono. Rafforzare l’organismo sostenendo al meglio la sua
autonomia, consente di trarre i migliori vantaggi dalle
stesse terapie oncologiche e di preservare un alto livello
di autonomia personale e di qualità della vita.
Gli incontri si terranno
il martedì
su appuntamento
Per informazioni e iscrizioni
telefonare al numero 02 6889647
Sapevate che?
a cura di Benedetta Giovannini
consulente enogastronoma
R La biancheria ha delle macchie di ruggine, come farle
scomparire? Dopo aver intriso ben bene la macchia con
succo di limone bisogna esporre il capo al sole. Se le macchie persistono aggiungere al limone che avrete leggermente scaldato del sale da cucina. Dopo risciacquare il capo
con abbondante acqua.
R Dobbiamo riporre i costumi da bagno ed altri indumenti
elastici? Per far sì che si mantengano morbidi bisogna far
bollire per qualche minuto una manciata di crusca in un
paio di litri d’acqua e, una volta raffreddata, immergervi tutti
gli indumenti. Riacquisteranno elasticità e morbidezza.
R Ti sei accorta che alcuni dei tuoi attrezzi si sono ossidati,
per rimediare metterli in un recipiente di plastica e versarci
sopra un po’ di cola fino a coprire l’attrezzo o gli attrezzi.
Lasciare in ammollo fino a quando i resti dell’ossido saranno spariti.
R Non eliminare l’acqua ottenuta dalla bollitura delle patate.
Una volta fredda, è ottima per innaffiare le tue piante.
Contiene, infatti, oligoelementi che saranno utili sia per il
loro nutrimento sia per la loro bellezza.
R Avete una caviglia dolorante a causa di una storta? Non
servirà a farvi guarire ma allevierà il dolore applicarci
impacchi di aceto caldo.
R Prima di riporre le sedie impagliate che cominciano a
cedere e non aspettare che siano completamente sfondate,
cosa che solitamente capita nel punto centrale della seduta,
bagnate abbondantemente tutto il sedile con acqua bollente
e fatelo asciugare possibilmente al sole.
R Per eliminare l’odore di candeggina dalle mani basta sfregarle con un po’ di ovatta imbevuta nell’aceto.
R Cucinare i cavoli comporta spesso lo sprigionarsi di uno
sgradevole e persistente odore che si fa sentire per tutta
la casa. A quest’inconveniente si può facilmente ovviare
mettendo sopra il coperchio della pentola uno strofinaccio
imbevuto con un po’ d’aceto che dovrà rimanervi fino a cottura ultimata.
R Avete una superficie chiara macchiata da un oggetto
rovente? Per togliere le bruciature strofinate con acqua
ossigenata le macchie.
R Avete maneggiato del peperoncino ed ora
vi bruciano le mani, per alleviare la noia
provate a bagnarle con alcol denaturato.
R Mettere dei pezzetti di gesso nella
scatola degli attrezzi serve ad
assorbire l’umidità ed evitare la
formazione di ruggine.
Per maggiori informazioni potete
consultare il libro:
“La terapia di supporto di medicina
generale in chemioterapia oncologica”
Verso un approccio sistemico alla fatigue
di Alberto Ricciuti
Prefazione di Umberto Veronesi
Edizioni FrancoAngeli
Nelle librerie
Letti e piaciuti
Cristina Wührer
SOPRAVVIVERE AL MARITO
QUANDO SI HA UN CANCRO
Edizioni Medicea
€ 10,00
Cristina Wührer, psicoterapeuta, lavora dal 1979 nei
reparti di oncologia, nel 2006 si ammala di cancro.
Dall’unione dell’esperienza personale e lavorativa nasce
questo manuale, dedicato alle pazienti, in cui descrive
con ironia alcune tipologie di mariti: il farfallone, il
narcisista, il fantasma, il crocerossino ecc. La lettura
di queste pagine, può essere d’aiuto per recuperare
continuità e senso d’identità alla vita di alcune donne
messa a dura prova da una malattia che forse può
essere affrontata con un sorriso in più.
Joe Vitale
THE KEY – La chiave
Edizioni Il Punto D’incontro
€ 14,90
The Key evidenzia le limitazioni inconsce che impediscono di ottenere ciò che si desidera nel lavoro, nella
salute e in ogni area della vita. L’autore, con questo
testo, svela una serie di metodi per attirare salute,
ricchezza, successo, felicità. Joe Vitale offre dieci
strategie per superare le idee e le opinioni che riducono
il potenziale di ognuno e attirano ciò che non si vuole
invece di ciò che realmente si desidera.
Paola Rossi
SI FA PRESTO
A DIRE CHEMIO
Cronaca di una
esperienza vissuta
(e di altro ancora)
Società Editrice Fiorentina
€ 8,00
È il diario di un viaggio, difficile e faticoso, all’interno
delle emozioni che la protagonista vive nel suo incontro
con il cancro e, in particolare, con la chemioterapia.
L’autrice ci porta a riflessioni che risultano essere
importanti per i medici, per gli infermieri, per i pazienti
e per le persone che non si pongono interrogativi sul
senso della perdita della salute. Temi principali: il
cancro come nemico invisibile, la necessità di umanizzazione simbolica del corpo e degli oggetti, che
sembra facilitare il riconoscimento del male dandogli
una fisionomia e, infine, il tema della comunicazione e
del riconoscimento dell’altro.
con
Noi
gli altri
12 maggio 2009
Conferenza Stampa
“La Forza di Vivere”
32
Terrazza Martini – Piazza Diaz 7, Milano
Intervento di Ada Burrone
“Chi ha avuto il cancro sa che il senso della vita
cambia.
Nella buona e nella cattiva sorte chi trova la forza
di entrare nella nuova realtà, attraversando la paura,
trasforma il vittimismo in padronanza e ha più energia
per vivere.
Oggi qui portiamo il frutto di un lungo e rigoroso
lavoro umano e scientifico, costruito negli anni, per
aiutare pazienti e famigliari a trovare questa forza.
Un lavoro iniziato trentasei anni fa e sviluppato in un
metodo di supporto globale con il quale i nostri
specialisti hanno ascoltato e sostenuto fino ad oggi
più di quarantamila persone.
Il risultato di questo lavoro riduce la sofferenza dei
pazienti e dei famigliari e si riflette positivamente sulla
società anche in termini di un più adeguato utilizzo
delle risorse sociali e sanitarie.
La nostra attività ha mobilitato l’interesse di organizzazioni e ospedali di tutta Italia con i quali abbiamo
sviluppato una rete di collegamenti operativi.
La pubblicazione che oggi presentiamo dal titolo
“La Forza di Vivere” è l’espressione di una nuova
cultura e contiene strumenti per meglio affrontare il
percorso di malattia e di vita.
Cultura e strumenti che abbiamo arricchito e consolidato con i nostri partner delle tre oncologie del
Network (Istituto Oncologico Marchigiano di Ancona,
Ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina di Roma e
Ospedale Molinette di Torino) all’interno di un progetto
finanziato dalla Fondazione Johnson & Johnson.
Nei prossimi giorni la pubblicazione verrà presentata
anche nelle tre rispettive città.
Mi conforta constatare quanto le Istituzioni siano
sempre più consapevoli che la cura della malattia
e la cura della persona sono due aspetti inscindibili
di un’azione con un solo fine: aiutare a vivere meglio
e di più.”
Nelle foto:
Giampaolo Landi di Chiavenna, Assessore alla Salute del Comune di Milano,
Massimiliano Finazzer Flory, Assessore alla Cultura del Comune di Milano,
Antonio Calbi, Direttore del settore Cultura del Comune di Milano,
Marino Pron, Direttore settore Salute del Comune di Milano,
Rita Amabile, Capo di Gabinetto del Sindaco di Milano,
Massimo Scaccabarozzi, Presidente della Fondazione Johnson & Johnson,
Francesca Merzagora, Presidente Onda,
Riccardo Legnani, Archivio Sisto Legnani,
Ada Burrone, Presidente di ATTIVEcomeprima Onlus,
Stefano Gastaldi, Presidente del Comitato Scientifico di ATTIVEcomeprima Onlus,
Alberto Ricciuti, Vicepresidente di Attivecomeprima Onlus,
Arianna Leccese, Segreteria di Attivecomeprima Onlus,
Alcuni rappresentanti dello staff di Attivecomeprima Onlus
TEATRI PER LA VITA
Il Comune di Milano e i Teatri milanesi
sostengono “Attivecomeprima”
Già lo scorso autunno il Comune di Milano ha collaborato
con successo alla realizzazione di una serata speciale
di “Attivecomeprima” presso il Teatro Carcano, in occasione dei 35 anni di attività.
“Teatri per la vita” è il nuovo progetto che viene ora
promosso dall’Assessorato alla Cultura insieme
all’Assessorato alla Salute a sostegno dell’associazione.
Nel corso della prossima stagione 2009/2010, infatti,
i teatri e le compagnie milanesi che lo vorranno potranno
accogliere nei foyer un punto informativo sull’attività di
“Attivecomeprima” e in alcuni casi devolvere anche una
percentuale dell’incasso di una serata di spettacolo.
Il progetto prevede occasioni diverse per sensibilizzare
i frequentatori delle sale cittadine ai temi relativi alla
salute, alla malattia, alla vita in generale, ai suoi momenti
felici e ai suoi momenti difficili.
Al momento hanno confermato la propria adesione
all’iniziativa: Teatro degli Arcimboldi, Teatro Arsenale,
Atir Teatro Ringhiera, Teatro del Buratto - Teatro Verdi,
Teatro Carcano, Teatro di Gianni e Cosetta Colla, Teatro
della Cooperativa, CRT, Crt Artificio, Teatro Dal Verme,
Teatro dell’Elfo, Associazione Grupporiani Carlo Colla e
figli, Teatro degli Incamminati, Teatro Libero, Teatro Litta,
Teatro Manzoni, Teatro Nuovo, Teatro Out Off, Teatro
Franco Parenti, Teatro San Babila, Teatro Smeraldo e
Teatro Ciak.
33
Ecco il volto
nuovo della
nostra sede
IL TUO CONTRIBUTO
ci darà più forza
per aiutare
Bonifico Bancario
IBAN
IT64 X030 6909 5180 0000 6409 190
SWIFT:
BCITIT33128 (Paesi Extraeuropei)
Banca Intesa-Sanpaolo, Agenzia 2128,
Viale Jenner 76, Milano
Bollettino di c/c Postale n. 11705209
Intestato a: ATTIVEcomeprima Onlus
Via Livigno 3 – 20158 Milano
Ringraziamo per il significativo contributo
alla ristrutturazione esterna della nostra sede:
• la Fondazione Fondiaria SAI con 100.000,00 Euro
• Pirelli RE Estate con 65.000,00 Euro
• Castelli RE con 40.000,00 Euro
Per saldare la spesa ci mancano ancora
100.000 Euro!
Ringraziamo anche, per averci aiutato a rinnovare e a rendere più accoglienti gli spazi interni:
• l’Impresa Edile Marchese
• la RG Imbiancature di Rossitto Giovanni
• Laura Romeo
• Luciano Cazzaniga
• Rita Mangano
Destinarci il 5 x 1000 è facilissimo e gratuito. Nella dichiarazione dei
redditi firma nel riquadro: “a sostegno delle organizzazioni non lucrative
di utilità sociale” e inserisci il codice fiscale di Attivecomeprima Onlus:
10801070151
L’8 per mille e il 5 per mille non sono in alternativa: puoi sceglierli entrambi.
Assegno intestato a:
ATTIVEcomeprima Onlus
Pay Pal attraverso il sito www.attive.org
“Le erogazioni liberali a favore di
ATTIVEcomeprima Onlus sono
deducibili/detraibili ai sensi di legge”
I nostri maggiori sostenitori 2008
Comune di Milano
Fondazione Johnson & Johnson
Fondazione CARIPLO
Avalon Real Estate
Avon Cosmetics
Banca Popolare di Milano
Bel Italia
Besozzi Elettrodomestici
Dompé Farmaceutici
Fondiaria SAI
Interbanca
Ipsen
JPMorgan
L’Oreal Italia
Morganceutical
Net Present Value
RE SpA
Roche
Shiseido
Svenson
Telecom Italia
Unicredit
Il nostro grazie va a loro e a quanti, anche con
piccoli contributi, sostengono il nostro lavoro.
Attività 2010
Accoglienza, ascolto,
orientamento e aiuto pratico
dal lunedì al giovedì ore 9/17,30
Armonizzazione mente corpo
attraverso la danza
lunedì ore 15,30/16,30
(Nicoletta Buchal medico/psicoterapeuta)
Consulenze telefoniche e in sede
di psicologi, medici ed altri esperti
dal lunedì al giovedì ore 10/16
Tecniche di Feldenkrais
martedì ore 16/17
(Marina Negri - fisioterapista)
“Primo incontro”
momento strutturato per le persone che
si rivolgono per la prima volta all’Associazione
martedì ore 15/17,30
(Felicita Bellomi – fiduciaria,
Manuela Provantini - psicologa clinica)
Tecniche di Hatha Yoga
lunedì, giovedì ore 10/11,
mercoledì ore 16/17
(Maria Grazia Unito - insegnante)
Gruppi di sostegno psicologico rivolti
a pazienti
lunedì, martedì e giovedì ore 14,30/16
(Paola Bertolotti, Stefano Gastaldi - psicologi
psicoterapeuti, Ada Burrone. Elena Bertolina,
Marina Negri, Lucia Totaro - fiduciarie)
Gruppi di sostegno psicologico per famigliari,
partner e persone vicine al paziente
lunedì ore 12,30/14
(Manuela Provantini - psicologa clinica
Oscar Manfrin - recorder)
Supporto di medicina generale
in chemioterapia
martedì e giovedì su appuntamento
(Alberto Ricciuti - medico)
Alimentazione e prevenzione
martedì ore 10/12
(Franco Berrino - epidemiologo,
esperto in alimentazione)
“Dottore si spogli”
i medici rispondono alle domande
su malattia e cure:
martedì e/o lunedì ore 15/17
(Massimo Callegari - chirurgo plastico,
Salvo Catania - chirurgo oncologo,
Giorgio Secreto - endocrinologo)
La prevenzione a tavola
corso teorico e pratico di alimentazione e salute
mercoledì ore 10/14,30
(esperti della Ricerca Diana)
Corso di creatività costruttiva
giovedì ore 14/17,30
(Vittorio Prina – designer)
L’arte di dipingere
giovedì ore 14,30/17,30
(Rita Mangano - pittrice)
Il Coro
martedì ore 16,15/17,30
(Arsene Duevi - musicista, compositore)
“La forza e il sorriso”
per migliorare la valorizzazione di sé
attraverso il trucco
lunedì ore 14,30/17
(esperte di estetica del viso del Progetto Unipro)
“Il tesoro nascosto”
incontro riservato a collaboratori e fiduciarie:
il primo mercoledì del mese ore 15/17,30
(Ada Burrone)
Giornate di formazione per psicologi,
medici , fiduciarie e altri operatori.
Progetti, studi e ricerche con
Università, Fondazioni, Aziende
Ospedaliere e Istituti di Ricerca.
“Ieri è storia,
domani è un mistero,
ma oggi è un dono,
è per questo che
lo chiamiamo presente.”
(Maestro Oogway)
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2009 n°2 - Attivecomeprima