1906-2006: CENTENARIO DELLA CGIL
1906-2006: CENTENARIO DELLA CGIL
Spediz. in abb. post. - Tab. C, art. 2/C – Art. 1 comma 2 - Art. 2 comma 1 d.l. 23-12-2003/ n. 353 - G.U. 29-12-2003 - Filiale R.E. - Tassa pagata taxe perçue - Anno XXXVII - N. 8 - Ottobre-Novembre 2006 - In caso di mancato recapito rinviare all'Ufficio P.T. di Reggio Emilia detentore del conto per restituzione al mittente che si impegna a pagare la relativa tariffa.
NOTIZIARIO
MENSILE del Comitato Provinciale Associazione Nazionale Partigiani d'Italia di Reggio Emilia
Sommario
pag.
pag.
– La Fiom reggiana e la modernità. Intervista a Valerio
Bondi, segretario Fiom, a cura di Glauco Bertani ................. 3
29; La finestra sul cortile, di Nicoletta Gemmi 30; L’informazione sanitaria. Le risposte del prof. Enzo Iori 31; Conoscere gli altri,
di Riccardo Bertani 32; Reggio che parla…, di Glauco Bertani 33.
***
– I Nostri lutti ......................................................................... 35
– Tra i libri che dormono. Ricordo di Giuseppe Carretti ......... 6
– Pippo Mazzini e Rossana Rossanda, di a.z. ........................... 7
– Bice Bertani dalla Resistenza alla ricostruzione democratica, di Adriano Catellani ....................................................... 8
– Anniversari .......................................................................... 36
– Per la continuità e lo sviluppo dell’Istituto Cervi. I documenti dell’Anpi e del “Cervi” .............................................. 10
– Paolo Nori, “Noi farem la vendetta”, di Alessandro Carri .. 41
– “Piccole donne crescono”, di Eletta Bertani ........................ 12
– La non violenza è la vera forza contro gli osceni rigurgiti fascisti, di Alfredo Gianolio ............................................. 13
– Reggio-Albacete. O.k. per l’arte ma per la storia e memoria niente?, di a.z. ................................................................. 14
– Padre Camillo De Piaz: una vita senza frontiere, di Ireneo
Ferrari .................................................................................. 15
– Lo stile di sua Altezza, di g.b. ............................................. 18
– Finalmente luce dopo sessant’anni di rimozione sulle persecuzioni antisemite nel bresciano, di Antonio Zambonelli 19
– I diritti umani nel mondo, di Bruno Bertolaso .................... 20
– Una bella pubblicazione della comunità ebraica di Modena e Reggio, di a.z. .............................................................. 21
– Per un uso critico della memoria, di Francesco Paolella ..... 23
– Per la scomparsa di Norma Cagnoli, di Hermes Grappi ..... 25
***
Le rubriche
Cittadini-Democrazia-Potere, di Claudio Ghiretti 26; Opinion
leder, di Fabrizio “Taver” Tavernelli 27; Segnali di Pace, di
Saverio Morselli 28; Primavera silenziosa, di Massimo Becchi
2 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
– Offerte .................................................................................. 39
In copertina: Fernand Léger, Les Constructeurs (définitif) - I
Costruttori (definitivo), 1950, olio su tela, cm. 300x228.
NOTIZIARIO A.N.P.I.
Spedizione in abbonamento postale - Gruppo III - 70%
Mensile del Comitato Provinciale
Associazione Nazionale Partigiani d'Italia di Reggio Emilia
e-mail: [email protected]
Proprietario: Giacomo Notari
Direttore: Antonio Zambonelli
Comitato di redazione
Eletta Bertani, Glauco Bertani, Ireo Lusuardi
Collaboratori: Massimo Becchi, Riccardo Bertani, Bruno Bertolaso,
Sandra Campanini, Nicoletta Gemmi, Enzo Iori, Enrico Lelli,
Saverio Morselli, Fabrizio Tavernelli
Registrazione Tribunale di Reggio Emilia n. 276 del 2 Marzo 1970
Stampa: Litograf 5 - Reggio Emilia
Questo numero è stato chiuso in tipografia il 10 ottobre 2006
***
Per sostenere il “Notiziario”:
BIPOP CARIRE, piazza del Monte (già Cesare Battisti) - Reggio Emilia
c.c. bancario n. 11819 ABI 5437 CAB 12811 (specificare la causale).
La Fiom reggiana e la modernità
Intervista al segretario dei metalmeccanici Valerio Bondi
Valerio Bondi, 31 anni, si è laureato
nell’anno 2002 in Storia contemporanea presso l’Università di Bologna.
A gennaio 2003 entra in Cgil come
funzionario Nidil (Nuove identità di
lavoro), categoria della quale diventa
Segretario nell’ ottobre 2003.
Ad ottobre 2004 entra nell’apparato
della Fiom e ha operato nella zona di
Reggio Emilia, seguendo aziende significative quali Ognibene, Comet,
Omso, Moreali,Yabe, Interpump.
Lei è molto giovane e le grandi lotte operaie dei ’70 non le ha vissuta direttamente.
Una volta si pensava alla classe operaia
come classe dirigente o generale, oggi
sembra, invece, dispersa nella frantumazione sociale, dove ogni categoria appare
come semplice difenditrice dei propri privilegi o della propria sopravvivenza economica. Le chiedo allora in quale funzione
e prospettiva sociale vede il sindacato
metalmeccanico e la categoria che rappresenta?
La sua domanda contiene varie sollecitazioni, vari problemi e, mi obbliga ad una
risposta articolata. Partiamo dalla
frammentazione sociale e dal ruolo “generale” della classe operaia cui lei faceva
riferimento. Quello della frantumazione
sociale è un processo reale che oggi si
presenta con caratteristiche particolari, ma
questo fenomeno non rappresenta una dinamica sociale nuova, mai osservata in
passato. La storia del movimento operaio
– per entrare subito nel merito – è infatti il
continuo tentativo di costruire elementi di
unità, solidarietà e coalizione partendo da
uno stato di differenza, di frantumazione,
quando non di vero e proprio conflitto –
perlomeno di interesse immediato – tra
segmenti o gruppi di lavoratori. Il rapporto
tra processi di scomposizione e istanze di
ricomposizione non rappresenta, dunque,
un elemento di novità assoluta, anche se i
differenti caratteri che connotano la fase
attuale sono assolutamente originali, almeno per quello che riguarda il loro intreccio e, tendono ad approfondire i fenomeni
di cui stiamo parlando. Ne cito alcuni in
maniera non esaustiva. Primo, una crescente condizione di individualizzazione e
di solitudine del lavoratore dentro e di
fronte alla propria condizione di lavoro;
due un generale processo di impoverimento dei ceti a reddito fisso e una condizione
dilagante di precarietà, dunque di aumen-
tata ricattabilità. Terzo, la produzione negli ultimi vent’anni di una legislazione
socialmente regressiva che si accompagna
ad una dimensione dell’impresa sempre
più complessa e sfuggente per non parlare,
quarto, di una dimensione politica sempre
più distante dalla condizione reale della
società. Siamo di fronte quindi ad un problema “classico” ma con connotati differenti dalle fasi precedenti, che impone
soluzioni innovative e non scontate all’interno di un contesto in cui esistono sempre
minori sponde, politiche, culturali, di trasmissione di esperienza e di agire collettivo. Un problema “classico” dicevo, ma
oltre che caratterizzato da lineamenti nuovi, anche calato in un contesto socialmente
meno strutturato e quindi più esplosivo.
Questo primo ragionamento ci permette di
affrontare il secondo dei problemi che lei
pone, cioè quello del soggetto generale.
Oggi, sia a livello di senso comune che nel
pensiero degli “specialisti”, ci troviamo
sempre più spesso di fronte a descrizioni
che seguono come un libro stampato due
tipologie di ragionamento. Questi due filoni descrivono le dinamiche sociali più o
meno così; da un lato al centro di tutto c’è
l’impresa come unico centro motore di
sviluppo, di creazione della ricchezza e
come soggetto in grado di dettare il perimetro delle compatibilità sociali, cioè di
quello che può o non può essere fatto
(riguardo ad esempio ai sistemi di welfare,
alla fiscalità, al mercato del lavoro, al
rapporto tra pubblico e privato). Parallelamente, e spesso come esatto rovescio della
medaglia, un discorso che teorizza l’impossibilità del soggetto collettivo, visto
che saremmo in una fase in cui esisterebbero solo gli individui socialmente mobili,
“fluidi”, dislocati su piani diversi e anche
contradditori, tesi che assume come nocciolo costitutivo la impraticabilità delle
forme con cui segmenti organizzati della
società possono vincolare i cosiddetti “poteri forti” (politici, finanziari e del grande
capitale di impresa). Mi scuso per lo
schematismo del ragionamento, ma sono
tesi che troviamo sia nella cultura politica
liberista sia in ambienti più o meno raffinati del pensiero di sinistra. Ecco, io penso
che questa descrizione sia riduttiva, un po’
forzata e un po’ unilaterale e, mi spingo a
dire che in questi ultimi anni, per stringere
il campo di osservazione, noi abbiamo
notato il proliferare di movimenti sociali
che contraddicono queste descrizioni. Mi
riferisco a tutte quelle esperienze e quelle
lotte che hanno avuto al centro il tema
della soggettività del lavoro, delle compatibilità sociali e ambientali dello sviluppo,
del governo locale e dei diritti civili, esperienze eterogenee che hanno manifestato
comunque una irriducibilità dei soggetti
individuali e collettivi a quella riduzione
unilaterale o a quella presunta polverizzazione cui facevo riferimento in precedenza. Ritenendo che alla base di questi
movimenti noi troviamo l’articolazione
multiforme della contraddizione che esiste tra capitale e lavoro e che attraversa in
maniera molto profonda la nostra epoca,
ritengo si possa ancora oggi parlare di un
ruolo generale per il mondo del lavoro.
Ruolo generale che sicuramente non va
inteso in senso tradizionale e che non può
definirsi in maniera autosufficiente. Voglio dire per essere più esplicito che penso
alla riproposizione di un “ruolo generale”
per il movimento dei lavoratori come
catalizzatore e momento potenziale di sintesi di tutto quanto si manifesta a livello
sociale, come non riducibile e subordinato
in buon ordine alla logica del mercato,
dell’accumulazione e del capitale, dell’ordinamento dall’alto della condizione e della
vita degli uomini e delle donne. Penso che
il movimento dei lavoratori che si colloca
al centro di questa contraddizione, possa
essere portatore di un “punto di vista altro”, in quanto tale autonomo e negoziale,
di un progetto che si connota su alcuni temi
chiave che possono riconnettere temi e
istanze a prima vista tra loro molto differenti. Mi riferisco al problema della soggettività che non può essere compressa
oltre certi limiti, al problema delle facoltà
di decisione e di controllo sui progetti di
vita individuali e sui destini e fini dell’organizzazione collettiva, sulla dimensione
dell’agire pubblico e della democrazia.
Temi che rischiano di rimanere sconnessi,
discontinui e impotenti senza porre la questione decisiva della possibilità del vincolo sociale alla potenza debordante del capitale, alla sua logica più elementare,
creativa e distruttiva, che subordina all’interesse della sua riproduzione ed estensione la tenuta eco-sociale dei sistemi all’interno dei quali opera ed è soggetto. Ho
cercato di tratteggiare in maniera rapida
contraddizioni e possibili punti di ripartenza, ma visto che non vivo su Marte, mi
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 3
è molto chiaro come attualmente la posizione delle organizzazioni sociali sia di
estrema difficoltà e di retroguardia. Proprio per questo motivo, infatti, non credo
che esistano grandi scenari di futuro per un
sindacato che non sappia mettere al centro
del suo progetto di società la titolarità di
decisione e di intervento diretta dei soggetti che rappresenta e che, questa debba
accompagnarsi ad una radicale autonomia
di elaborazione e ad un vero investimento
sul terreno dell’agire democratico, al suo
interno, nel vincolo di rappresentanza e
verso l’esterno. A questo proposito, sfiorando solamente il terzo tema che lei mi
sottopone, penso che l’esperienza della
Fiom dopo il 1995 rappresenti un tentativo
felice di coniugare istanza sindacale specifica e collegamento di questa propria
azione con i temi dell’interesse generale,
riprendendo l’istanza del sindacato generale capace di lottare per sé, e attraverso sé,
di porre le basi per l’avanzamento anche
dell’altro da sé. Cito a titolo di esempio e,
chiudo su questo punto, la battaglia vissuta
coerentemente sulla difesa del reddito e
contro l’impoverimento del salario, la lotta contro la precarietà del lavoro, la sanzione del diritto dei lavoratori e delle lavoratrici di decidere in maniera vincolante su
gli atti e sui percorsi che ne determinano la
condizione.
A Reggio qual è la realtà operaia alla luce
del sempre maggior numero di “stranieri” che vivono e lavorano in provincia?
Qual è la reale incidenza del sindacato
che ha, come si legge nel vostro sito web,
oltre 13.000 iscritti?
Per ragionare con qualche numero alla
mano posso dirle che il 20 percento di
iscritti alla Fiom provinciale è rappresentato da lavoratori stranieri e che la realtà
operaia della nostra provincia stratifica
una composizione molto eterogenea, sia
per provenienza geografica che anagrafica
e, di portato di esperienza. A ciò si sommino bagagli professionali molto diversificati tra loro, fatti di elevata specializzazione
e, magari nello stesso segmento produttivo, di contenuti estremamente poveri. Per
fare un “quadro sociologico” della forza
lavoro della nostra provincia posso dirle
che essa stratifica varie fasi di immigrazione sia interna che esterna, che vede una
gran massa di giovani sia ai livelli impiegati che operai e che, presenta condizioni
di lavoro, di salario e di capacità negoziale
molto diversificate tra le diverse aziende.
Potremmo citare come esempio la
differenziazione che attraversa trasversalmente tutti i settori tra piccola e mediogrande industria, oppure tra artigianato e
industria, che vivono nello stesso contesto
economico, situazioni che non sono
assimilabili. Detto questo in premessa, lei
mi chiede della reale incidenza della nostra organizzazione in un contesto nel quale, quello di Reggio Emilia, noi esprimia4 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
mo una certa forza non solo numerica, ma
anche come capacità e qualità di intervento. Non starò ad indicarle i nostri punti di
forza che sono, credo, abbastanza noti, ma
le richiamerò i punti di sofferenza o quelli
molto determinanti sui quali stiamo cercando di costruire una iniziativa in prospettiva. Innanzitutto, per rimanere al
merito della domanda che lei mi pone,
sulla questione dell’immigrazione abbiamo ancora ad oggi un grave ritardo nella
capacità di leggere e di agire tutte le implicazioni del rapporto tra condizione operaia e “status” migrante della forza lavoro, se
e quale portato “in più” di contraddizione
e di bisogni porta con sé. Secondo, stiamo
cercando di riappropriarci di una sapere
sindacale andato un po’ perduto, quella
capacità di intervento, non solo su aspetti
come il salario o l’inquadramento, ma
sugli aspetti che più incidono sulla condizione di lavoro, quali tempi, ritmi, metodi
di organizzazione del lavoro, sicurezza,
orari e quant’altro. Terzo, il problema di
essere con gli strumenti contrattuali di cui
disponiamo, generali e articolati nelle singole realtà, soggetto di innovazione dentro
le imprese ponendo come elemento di
discussione temi quali le politiche industriali e di prodotto, la localizzazione territoriale degli investimenti, il tema della
struttura di impresa – in primis sulla
regolamentazione degli appalti e delle
esternalizzazioni – parlando, infine, di formazione, di sviluppo delle professionalità
e di mobilità delle carriere. Rimane da
ricostruire invece, integralmente, un rapporto di rappresentanza, politico e contrattuale, con una vastissima area del mondo
impiegato che oggi non si riconosce in noi
sia per problemi di percezione della propria condizione sia per deficit, presumo,
della nostra proposta e del nostro intervento su questa realtà sempre più
preponderante all’interno delle fabbriche
del nostro territorio. Infine, penso ci sia
uno spazio da riguadagnare e da
ritematizzare, che riguarda il rapporto tra
azione sindacale dentro la fabbrica e capacità di intervento della nostra organizzazione sul territorio, a livello generale e
confederale, essendo estremamente intrecciata la trama dei bisogni tra condizione di
lavoro e condizione di vita più generalmente intesa (temi della mobilità, della
salute, del welfare, della casa, della produzione culturale e della apertura e agibilità
degli spazi pubblici e di aggregazione).
Qual è il rapporto con il padronato e con
le altre categorie dei lavoratori? Forse è
solo un mito ma mi pare che un tempo la
solidarietà fra lavoratori fosse molto più
diffusa, quasi istituzionale direi. Mi sbaglio?
Il rapporto con il sistema delle imprese
reggiane è un rapporto dialettico e complicato che non manca di asprezza, ma che
cerchiamo di mantenere sulla base di una
impostazione di rispetto per chi fa impresa
sul nostro territorio e si pone come agente
di sviluppo da un lato, ma che dall’altro,
risponde ad una nostra profonda e radicata
autonomia di valutazione e di punto di
vista. Sul piano del risultato contrattuale
posso dire che nella nostra provincia siamo presenti e negoziamo in maniera molto
estesa e con connotati spesso di tutto rispetto. Pensi che solo nel 2006 abbiamo
chiuso più di 50 contratti aziendali per più
di 7500 addetti. Sulla qualità del rapporto
con il padronato, per non sviare, non posso
negarle che esistono assieme a tante soluzioni positive anche forti elementi di tensione. Questi sono riconducibili a due ordini di motivi e anche su questo punto
dovrò essere un po’ riduttivo per problemi
di economia del discorso. Il primo lo
ricondurrei a caratteri generali, visto che la
Confindustria in questi anni – e in special
modo Federmeccanica – ha spesso impostato linee guida di orientamento politico
fortemente “antisindacali”, rivendicando
per l’impresa una titolarità sempre più
vasta a decidere, al controllo e alla disponibilità unilaterale di organizzazione della
prestazione lavorativa, definendo al
contempo per il sindacato un ruolo
adattativo, di semplice gestione delle ricadute di tali scelte. La Fiom a tutti i suoi
livelli si è opposta con forza a tale disegno
e la reazione delle imprese e delle associazioni datoriali è stata molto pesante, arrivando alla firma separata – senza la Fiom
che è il sindacato maggiormente rappresentativo nella categoria – di più intese sia
nazionali che all’interno di grandi aziende. È del tutto evidente che a fronte di
questo stato di cose la nostra risposta è
stata altrettanto dura, e questo scontro arrivato sino a inizio 2006 con la firma
unitaria del contratto nazionale, ha sedimentato problemi e lacerazioni. Il secondo
motivo di fondo ha caratteri meno contingenti e investe la questione del potere.
Contrattare significa, infatti, mettere in discussione una struttura di potere data dentro
l’impresa e che questo è un nervo sempre
molto scoperto e che crea grandi resistenze.
Negli ultimi decenni è poi cresciuto un
modello di gestione dell’impresa e delle
relazioni che l’impresa intrattiene – non
solo col sindacato ma con tutto lo spettro
della complessità esterna – che fatica sempre più a tematizzare la presenza dei due
soggetti e delle loro istanze dentro i luoghi
della produzione, quello del capitale e quello del lavoro di cui ho parlato, dimensione
culturale e dell’agire che non semplifica i
rapporti. Ciò detto e, senza voler sminuire
quanto ho affermato, la mole della contrattazione sviluppata a Reggio Emilia sta anche a dimostrare che le soluzioni negoziali,
quando si parte da posizioni chiare e distinte, esistono e possono essere ricercate e
costruite e che, anche le situazioni di conflitto fanno parte dell’insieme dialettico e
della struttura del confronto, dei processi di
trasformazione sociale e di vitalità del tessuto democratico.
Ho letto dalla sua scheda biografica che è
laureato in Storia contemporanea. È vero
che sono decenni che molti funzionari sindacali non vengono più dalla “produzione”, ma il fatto che un “intellettuale” certificato si trovi a dirigere il sindacato operaio per eccellenza colpisce per l’apparente contraddizione. Può aggiungere particolari all’essenziale curriculum riportato nella scheda per far conoscere ai nostri
lettori come si è trovato a dirigere la Fiom
provinciale?
L’apparato politico e tecnico della Fiom di
Reggio Emilia proviene quasi integralmente dalla produzione, direi totalmente ad
esclusione del sottoscritto. Al nostro interno, oggi, convivono poi esperienze lavorative eterogenee e gradi di formazione scolastica/esperienza molto differenti. Posso dirle, a conferma di quanto detto, che nel
contesto dell’intera Cgil reggiana il canale
di selezione dei quadri sindacali è di gran
lunga ancora il bacino delle realtà produttive. Per quanto riguarda la mia esperienza
personale, io ho fatto un percorso di studi
fino alla laurea e ho fatto esperienze dirette
nei cosiddetti movimenti, studentesco,
antirazzista e sui temi della globalizzazione.
Questi percorsi di esperienza politico-sociale e il percorso di studio e di ricerca che
ho seguito, mi hanno spesso fatto intrecciare rapporti con il sindacato, che per me ha
sempre rappresentato un soggetto di grande
interesse e un luogo di scambio e di confronto decisivo. Questo rapporto durato nel
tempo, con alti e bassi, mi ha poi offerto una
possibilità di esperienza interna, che all’inizio non doveva essere strutturale, ma che
poi ha sedimentato, ritengo dando buoni
frutti sia per me che per l’organizzazione
nella quale milito. Devo aggiungere che la
mia condizione personale di provenienza è
quella di una famiglia e di una realtà operaia
e che io, ho sempre pensato che il mio saper
fare che è assolutamente parziale, andasse
comunque speso nel tentativo di creare
condizioni di maggior giustizia sociale e di
promozione delle istanze e dei punti di vista
del mondo del lavoro, che in una battuta
andasse restituito alla condizione e alla
gente dalla quale io provengo e di cui faccio
parte, indipendentemente dai percorsi fatti.
Da ultimo lei vede una contraddizione tra
percorso intellettuale e impegno sindacale
che nella fase attuale è facilmente
verificabile, ma che invece nella storia del
sindacato non rappresenta un fatto sconosciuto. Senza bisogno di scomodare esempi verso i quali sarei inadeguato, posso
dirle che a livello generale, quando il sindacato può e ha potuto beneficiare di questo apporto degli “intellettuali”, si sono
create sinergie e condizioni di innovazione della linea politica e rivendicativa, complicazione e ripensamento dei punti di
vista che, non possono che farmi valutare
positivamente la commistione e la ricerca
di esperienze diverse dentro l’organizzazione, di nuove corrispondenze da ricercare e alimentare tra esperienza di fabbrica e
segmenti della cultura, esterni o
internalizzati che siano.
Grazie di questa breve chiacchierata e dello
spazio che avete voluto dedicarci. Ciao a
tutti voi e a chi vorrà qui leggerci e leggere
un po’ della nostra esperienza e del nostro
tentativo quotidiano di esserci e restarci.
a cura di Glauco Bertani
Fini incerto tra Fiuggi e Predappio
Stimatissimo presidente, amici e compagni partigiani, che Gianfranco Fini avesse le idee
perlomeno confuse sulla storia ed in particolare quella che riguarda il fascismo, come del
resto la stragrande maggioranza dei suoi camerati, non sorprende affatto.
Tuttavia il capo della destra italiana, periodicamente non manca di ricordarcelo con
sparate di ogni genere.
Prima definisce il duce come più grande statista del secolo appena concluso, poi ritratta e
dice che una cosa simile non la ripeterebbe più ed infine fa esplodere l’ira dei colonnelli
con l’ormai famoso “fascismo male assoluto”. A questo punto si pensava che l’excursus
storico di Fini fosse terminato, invece intervenendo ad un convegno di Alleanza nazionale
sull’immigrazione (notizia Ansa del 25 settembre 2006), se ne esce con una nuova infelice
idiozia, che qui riporto: “l’Europa è stata un elemento di civilizzazione, e non tutte le pagine
del colonialismo sono negative: se pensiamo a come sono ridotte oggi l’Etiopia, la Somalia
e la Libia e a come stavano sotto l’Italia, credo che ci debba essere una rivalutazione del
ruolo italiano in quei paesi. Credo che questa pagina di storia sarà riscritta”.
Ed in che modo intenderebbe riscriverla, così come hanno più volte tentato di fare con
la storia della Resistenza?
Ci risiamo, come al solito Fini dimentica, o meglio, fa finta di dimenticare le responsabilità del fascismo nel colonialismo in Africa, ma anche in Grecia ed in Albania,
insensate ed assurde guerre di aggressione volute da Mussolini per appagare la sua
onnipotente megalomania; nient’altro che il preludio alla rovinosa e disastrosa entrata
in guerra al fianco dei nazisti, che gettarono il Paese nella miseria, nella catastrofe e nella
distruzione più completa.
Le parole di Fini sono quanto di più retorico e propagandistico ci si potesse attendere da
un nostalgico fascista, altro che civiltà e benessere; ciò che rimane di quella vergognosa
pagina di storia italiana, sono decenni di persecuzioni ed esecuzioni contro le popolazioni
libiche ed eritree, violenze sulle donne, l’illusione di un impero di cartapesta, il miraggio
di nuove terre per il sottoproletariato italiano affamato dal fascismo, ma soprattutto e per
la prima volta nella storia, l’uso delle armi chimiche contro quei popoli aggrediti. Gli slogan
e la propaganda fascista per fortuna sono il brutto ricordo di un’epoca a cui probabilmente
Fini vorrebbe ancora partecipare, per cui nel colonialismo fascista non c’è nulla da
riscrivere, se non quanto sia stato disastroso non solo per i popoli che vennero oppressi e
violentati, ma purtroppo anche per gli italiani che con quella subdola propaganda furono
mandati a morire senza la parvenza di una decente organizzazione militare. Fini domandi
a Berlusconi di intercedere per lui presso Gheddafi e vada a rendersi conto di persona di
quale sia il sentimento che nutrono ancora oggi i libici nei confronti di noi italiani. Fini
venga a Reggio ad incontrare il partigiano Walter Egidio Baraldi, che partecipò alla guerra
d’Africa prima di aderire alla Resistenza, il quale sarà certamente felice di raccontargli la
realtà del colonialismo e di quali fossero le condizioni dei nostri soldati in quell’inferno.
Lo domandi Fini ai reduci di quella assurda campagna di espansione, ne troverà tanti,
pronti ad insegnargli quella storia che non conosce.
Alessandro Fontanesi
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 5
Tra i libri che dormono
“..si vive sempre, se lasci nel tempo un po’
di te. Si vive ancora, non più negli occhi,
ma dentro i cuori..”
Queste semplici parole, probabilmente di
una canzone, sono poeticamente vere. Fino
a che si ha la fortuna di condividere il
tempo di vita con le persone, si è come
sopra un rullo che corre, arriva, a volte
rallenta e si ferma, ma sul quale si è, senza
scelta. È il rullo della quotidianità, delle
piccole e grandi cose, delle idee condivise
e magari non capite, dei conflitti, delle
gioie, dei passati e dei futuri. Quando si è
tutti insieme su quel nastro viaggiante, le
cose sono comuni, vicine, rimandabili,
rimediabili. E spesso scontate, normali nel
loro esserci. Succede però, che nel tempo
di uno schiudere di fiori, qualcuno scende
da quel nastro, si toglie dall’incedere regolare dei giorni, dei mesi, degli anni. Cosa
rimane? Il rullo è crudele, ha un fondo
sabbioso, e in base al peso che abbiamo si
lascia leggermente deformare, imprimere.
Lasciamo il segno. Non è un peso corporeo, ma un peso sociale, non è un valore
numerico, ma qualitativo.
Tutti abbiamo un peso sociale, è quello
che ci fa conoscere, è quello che ci fa
imparare, sbagliare, confrontare, cercare,
decidere. È l’insieme delle nostre azioni e
delle nostre idee, delle nostre relazioni e
delle nostre emozioni, è quello che siamo
o che pensiamo di essere. Avremo sempre
chi ricorderà queste cose, una carezza, un
rimprovero, una casa, un modo di dire;
pezzi di identità personale depositati un
po’ ovunque. Ma c’è anche chi, per come
ha impostato la sua vita, viene ricordato in
più maniere. Perché può esserci un’identità privata, un’identità pubblica, un’identità politica. Questo è il caso di mio nonno,
per molti il comandante Carretti, per noi,
la sua famiglia, era anche il nonno “Peppo”.
Perché dico “anche” e non “soprattutto”?
Perché se dicessi soprattutto, direi una
cosa non vera. Perché lui era una persona
“per gli altri”, e in quegli “altri”, ovviamente, anche noi. Ma non “soprattutto”
noi. Questo potrà far storcere il naso a
qualche ben pensante che ha come caposaldo sociale il concetto di “famiglia
fortino”, dove chi è dentro ha più diritto di
chi sta fuori. Per mio nonno non era così,
e questo era il suo grande pregio.
Certo, ha sempre avuto a cuore il “dentro”,
si è sempre battuto a modo suo, mai invadendo, per far girare bene la ruota famigliare.
Ma allo stesso modo, lo ha fatto per il
“fuori”, quel fuori troppe volte maltrattato
dalle persone e dagli eventi tragici.
Che fosse lasciare tutto per difendere sui
monti la dignità e la libertà, contro chi le ha
prima calpestate e poi vendute all’estero.
Che fosse non dormire la notte per riuscire
a dare un sorriso ai bambini sfortunati del
terzo mondo. Che fosse essere in prima
linea, con addosso i suoi messaggi di pace
e speranza, in quei luoghi dove la voglia di
cambiare si grida e si cerca, e la si continua
a cercare anche l’indomani, quando le luci
della festa sono spente. Perché mio nonno,
il meglio di sé lo dava a luci spente. Gli
applausi e i complimenti li riceveva nelle
situazioni pubbliche, ma la “sostanza”
L’ultima foto. Dario fra i suoi libri una settimana prima del ricovero in ospedale.
6 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
nasceva e si concretizzava nelle ore solitarie dei suoi “bunker”, all’ombra rassicurante dei suoi tanti libri, ovvero l’altra sua
famiglia. Che voglia di persone come lui,
in mezzo a questo pot-pourri di gente pronta
a tutto per una misera seggiolina alla quale
inchiodarsi, smaniosa di luce e vetrine. È
un anno che è sceso dal nastro. È un anno
che non c’è più, negli occhi. Ed è da un
anno che scoppia nei cuori di chi, come
noi, ascolta ogni tanto il rumore del silenzio aggirarsi fra i suoi libri che dormono.
Ci saranno ricordi ufficiali, ci saranno
articoli e discorsi. È giusto così, quando
una persona è “per gli altri”, lo è per
sempre. Noi ti salutiamo come facevamo
la domenica tra il telegiornale e i cappelletti
della nonna. Ciao Nonno.
La tua famiglia
Il 2 ottobre, primo anniversario della morte di Giuseppe Carretti, il nostro “Dario” è stato commemorato
nel cimitero di Cadelbosco, il paese
di cui fu amato Sindaco, alla presenza dei Familiari e di un folto pubblico
di compagni e di estimatori dell’ex
Presidente dell’Anpi provinciale.
Commosse parole di ricordo sono
state pronunciate dal Sindaco di
Cadelbosco, Silvana Cavalchi.
L’Anpi provinciale era rappresentata dal vice presidente Orio Vergalli e
da Maria Cervi.
Il Comitato cittadino di Reggio da
Ghiacci, Soragni, Cavazzini e Fani.
Pippo Mazzini e Rossana Rossanda
Su queste pagine abbiamo apprezzato la
bella recensione di Eletta Bertani all’autobiografia di Rossana Rossanda La ragazza
del secolo scorso. Confesso di non avere
ancora letto il libro. Ma la recensione mi
ha fatto ricordare una bella foto di Rossanda
che mi fu consegnata anni addietro da
Pippo Mazzini (al quale la foto stessa è
dedicata) in una delle sue ricorrenti visite
all’Istituto storico Resistenza, ogni volta
consegnandomi brandelli dei suoi ricordi
autobiografici.
Ma siccome forse pochi a Reggio sanno
chi era Pippo Mazzini, merita che ne faccia qualche cenno. All’anagrafe faceva
Giuseppe, ma per far cessare le telefonate
tipo: “Sono Garibaldi, allora la facciamo
‘st’Italietta?”, optò per il diminutivo abbandonando, ovunque meno che nei documenti ufficiali, il nome legale.
Nato a Reggio il 9 maggio 1909, vi è morto
nell’agosto 1999. Figlio di Angelo (economo dell’Ospedale di Santa Maria Nuova, socialista e amico fraterno di Camillo
Prampolini) e di Giulia Prampolini.
Da studente fu amico, tra gli altri, del
giovane Valdo Magnani, futuro segretario
del Pci reggiano, assieme al quale compì
talvolta gite in bicicletta fino a Casina.
Diplomato ragioniere, nella Reggio
fascistizzata dei primi anni Trenta “segnato” per le sue idee politiche, se ne andò a
Milano (1932) dove trovò impiego alla
Cassa di Risparmio delle province
lombarde (Cariplo). A Milano Pippo riuscì a non prendere mai la tessera del Fascio, il che all’epoca poteva anche costituire un rischio.
Nel 1930 aveva prestato servizio militare
come sottotenente a Firenze, dove, scrive
in un suo memoriale “conobbi un uomo
straordinario amico di mia sorella
Raimonda, Giorgio La Pira”.
La quale Raimonda sarà poi protagonista
della resistenza cattolica a Reggio, a fian-
Una bella immagine di Pippo Mazzini negli
ultimi anni.
co della prof.ssa Lina Cecchini.
Nel 1938, entrate in vigore le leggi
antisemite, spulciò tutti i nomi ebraici di
correntisti presso la Cariplo e fece molte
telefonate anonime per avvertire del rischio di congelamento dei depositi.
Richiamato alle armi agli inizi del 1943,
era ancora sottotenente, e dopo il 25 luglio,
con la caduta del fascismo, ricevette un
messaggio “inneggiante alla pace”, da
Giovanni Zibordi, che morirà di lì a poco,
e che era uno dei compagni di fede socialista del padre.
Con l’armistizio dell’8 settembre Pippo fu
uno dei tanti che tornarono a casa indossando abiti civili, nel caso specifico avuti
dalla suore del convento fiorentino attiguo
alla caserma.
E qui vennero, sono ancora parole di Pippo
“i tempi più difficili ma anche più esaltanti
della mia lunga esistenza”, come scrisse
nel 1992 qui a Reggio, dove era tornato a
trascorrere l’ultima fase della sua esistenza.
Entrato in contatto con i servizi alleati
anglo-americani, e con il Cln Alta Italia,
Ecco la foto di Rossana Rossanda. Sul retro la dedica autografa: “A
Pippo, amico di una vita, una fotografia che mi somiglia, con mamma
(nella foto alle spalle) e gatto, che è seduto davanti, anche se di
qualche anno fa!”.
Buon 1998
Rossana
ebbe a compiere una fitta serie di missioni
tra Milano, Como, Varese, Bergamo, Brescia e varie località dell’Emilia, muovendosi con documenti falsi, e sotto il nome di
Vincenzo Amato.
A guerra finita Pippo fu prima a disposizione del Cln Alta Italia, poi funzionario
del Pci (al quale aveva aderito durante la
Resistenza) con vari incarichi a livello
internazionale.
Nella Milano del dopoguerra , e in particolare negli ambienti della Casa della cultura,
ebbe con Rossana Rossanda (che della Casa
fu segretaria fino al 1963) una consuetudine
punteggiata anche da tempestosi dibattiti
(come nell’“indimenticabile 1956” dell’invasione sovietica dell’Ungheria).
Su tante vicende della sua esistenza Pippo
ha scritto memoriali in vari fascicoli che
lui stesso consegnò a Istoreco tra fine anni
Ottanta e primi Novanta. Di Istoreco si
ricordò anche nel testamento, lasciando
alcuni libri e documenti. Nel testamento
confermò altresì la propria fede comunista, nonostante tutto. Sulla lapide del loculo
in cui riposano le sue ceneri, nel cimitero
di Rivalta, spicca una falce e martello.
Accanto al suo loculo, quello della sorella
Raimonda (1911-1979), alla quale fu sempre molto legato, nonostante le diverse
visioni del mondo: comunista Pippo, di
profonda fede cattolica Raimonda.
Quando, anni addietro, si tenne a Reggio
un convegno di studi su Valdo Magnani,
Pippo consegnò una sua testimonianza
scritta relativa ai rapporti fra lui e Valdo,
dalla giovinezza fino agli anni difficili dei
“magnacucchi”. Non mi pare sia stata poi
pubblicata negli atti del convegno stesso.
Meriterebbe di essere presa in mano, assieme alle altre pagine autobiografiche di
Pippo Mazzini, per ripercorrere, attraverso i ricordi di una vita, uno spaccato di
storia del Novecento dagli anni Venti ai
Novanta (a.z.)
Carta d’identità falsa usata da Pippo durante la Resistenza.
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 7
Bice Bertani dalla Resistenza
alla ricostruzione democratica
Nella mattina di sabato 23 settembre si è
svolta a Villa Sesso la cerimonia ufficiale
per l’intitolazione della variante alla Statale 63 al nome di Bice Bertani, partigiana della 77a Brigata Sap, e appassionata
protagonista della Ricostruzione democratica.
Alla cerimonia erano presenti: il sindaco
di Reggio Delrio e il vice Ferretti, l’assessore Carla Colzi, il presidente dell’Anpi
Giacomo Notari, la presidente della Provincia Sonia Masini, il presidente della 8a
Circoscrizione Mezzetti, nonché, con le
insegnanti, le classi 4a e 5a delle scuole
elementari della frazione.
Nel pomeriggio, alle ore 16, altra festosa
cerimonia presso la scuola materna, all’insegna di un “Benvenuti alla scuola
della Bice”.
Domenica 24, in un pomeriggio soleggiato
e quasi ancora estivo, si è compiuta la
“Biciclettata insieme” dedicata all’impegno sociale della Bice.
Alla cerimonia del 23 l’orazione commemorativa è stata pronunciata da Adriano
Catellani. Siamo lieti di pubblicarne il
testo, dal quale emerge la bella figura di
una donna che, nata nel 1924, ha profuso
il suo impegno civile fino alla fine della
sua vita.
Sono lieto di essere stato designato per
ricordare oggi a noi tutti, una figura esemplare. Grazie quindi all’Amministrazione
comunale e provinciale che qui sono rappresentate al loro massimo livello, per
avere colto la volontà nata dentro alla
Scuola comunale per l’infanzia di Villa
Sesso (e fatta propria poi da altre associazioni e forze politiche locali) di intitolare
un’importante arteria di Villa Sesso alla
nostra cara concittadina Bice Bertani,
scomparsa alcuni anni or sono.
Grazie inoltre anche all’8a Circoscrizione
che si è fatta parte diligente ad affrettare
tale scelta.
Chi era Bice Bertani? Eccone il profilo:
Bice Bertani nasce nel 1921 da famiglia
povera (il padre, Paolino, che si era specializzato con un corso d’infermiere, non
riuscirà a svolgere la sua professione, perché rifiuta l’iscrizione al partito fascista;
sarà comunque un buon calzolaio), frequenta le scuole superiori “commerciali”
dove consegue il diploma di segretaria
d’azienda ed opererà per oltre trent’anni
presso la ditta “Marzi” di Reggio Emilia.
A vent’anni aveva già vissuto le ingiustizie e le preoccupazioni di un’Europa in
guerra a cui l’Italia di allora, fascista, aveva partecipato.
Dopo l’8 settembre 1943, poco più che
8 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
Il sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio, mentre pronuncia il suo discorso nell’ambito
della manifestazione del 23 settembre.
Un momento della cerimonia ufficiale per l’intitolazione della variante alla Statale 63 al nome
di Bice Bertani Davoli.
ventenne, partecipa alla formazione dei
primi movimenti clandestini e partigiani,
diventandone staffetta di collegamento tra
gruppi che operano nella provincia. Passa
momenti di paura e di preoccupazioni di
fronte alla strage che colpisce le famiglie
Manfredi e Miselli che con altri 16 partigiani locali vengono fucilate a Villa Sesso.
La sua attività di staffetta partigiana la
costringe ad allontanarsi da Villa Sesso;
trova rifugio a Fosdondo da parenti e là
continuerà ad essere operativa nella clandestinità.
Finita la lotta armata con la vittoria delle
forze antifasciste e partigiane, è alla testa
dei primi movimenti femminili organizzati che lottano per la costituzione della
Repubblica contro la Monarchia, causa
delle tragedie passate, per il voto alle donne, che sino ad allora non potevano esercitarlo (quest’anno ricorre il 60° di quella
importante conquista).
Nel 1945, è assieme ad altre donne nei
primi movimenti femminili che chiedono
a gran voce il diritto di voto alle donne, ma
anche la costituzione dei primi asili infantili, che erano da tempo l’obiettivo delle
donne nella Resistenza.
Obiettivo pienamente centrato con la costituzione del primo asilo infantile nel 1945.
La bella cartolina prodotta per l’occasione. (Disegno di Umberto Quadri).
Sfogliando i numerosi documenti che Bice
ci ha lasciato, è molto evidente la fatica
compiuta per raggiungere questi obiettivi.
Assieme a tante altre donne della nostra
frazione realizza l’apertura di un asilo infantile, dentro alla attuale scuola elementare, con la soddisfazione di tante famiglie
che vedono coronato il sogno di un futuro
migliore per i loro figli. Ma la soddisfazione durò soltanto alcuni mesi, perché la
provvisorietà dei locali occupati costringerà ad un primo trasloco presso l’edificio
che oggi ospita l’ufficio postale, che comunque come sede di un asilo sarà ancora
provvisorio.
In tanta precarietà e difficoltà, l’unica cosa
certa rimane la ferma volontà del Comitato, che, costituitosi nel 1945, continua a
battersi tra mille difficoltà economiche
per dare ospitalità ad oltre 45 bambini.
Dai documenti accessibili a tutti per la
lettura (messi a disposizione dal fratello
Ermes) emerge che il Comitato annovera
anche nuove protagoniste, tra le quali Rosa
Galeotti in Boni, altra figura storica nelle
politiche per l’infanzia, che promuovono
tante iniziative di auto-finanziamento. Va
a raccogliere legna dai contadini, dà vita a
cento iniziative perché ai ragazzi non manchi anche quel “piatto di minestra” e perché i ragazzi, come si evince dagli scritti,
possano essere tolti dalla strada e ricevere
la protezione adeguata, mentre i genitori
sono al lavoro.
L’appoggio delle Amministrazioni comunali di allora spesso c’era, ma meno spesso
c’erano le risorse economiche; ci sono
però i sostegni morali e politici tanto che il
Comune di Reggio Emilia già nel 1960 si
dichiara attento e disponibile ad aiutare
questi asili che si dibattono tra mille difficoltà economiche.
Voglio qui ricordare lo stretto rapporto
con gli amministratori locali, in particola-
re il sindaco Renzo Bonazzi, gli assessori
Loretta Giaroni, Lidia Greci, Velia Vallini,
Eletta Bertani ed ancora Enrico Lelli e nel
prosieguo anche Loris Malaguzzi, che tanto diedero al sostegno umano ed ideale,
perché queste strutture nate così spontaneamente dopo la lotta di Liberazione trovassero il giusto ed adeguato alveo dentro
alle Amministrazioni comunali.
Quello che oggi si dà così per scontato, con
l’ottimo livello raggiunto dalle nostre scuole materne, allora era conquista sudata e le
donne, con Bice in testa, ne sono state le
protagoniste. Oggi credo giusto vada a
loro il nostro ringraziamento per gli sforzi
epici compiuti.
Bice Bertani è autentica figura democratica che destinò la propria vita alla conquista
di diritti in favore delle donne e contro le
ingiustizie della società di allora.
Bice fu una grande figura, un fulgido esempio di come pur in tempi difficili, si operava per il sociale. Non si negava mai a
nessuno, anzi si offriva per aiutare chi ne
aveva bisogno.
Il ricordo ed il cordoglio per la sua scomparsa è stato egregiamente espresso da
Giuseppe Carretti (presidente Anpi) nel
giorno della Sua scomparsa alla vigilia di
Pasqua del 2000: “Bice era di tutti, e sapeva di appartenere a tutta la gente; questo
era per Lei motivo di profonda gioia ed
orgoglio. Quando parlava della scuola
materna di Sesso, fondata, finanziata, gestita nell’immediato dopoguerra dalle donne dell’Udi, e della quale era stata una
delle fondatrici, i suoi occhi brillavano
come stelle nel cielo dalla soddisfazione…”.
Vorrei chiudere questo mio breve ricordo
di Bice, senza retorica, senza fronzoli,
senza giri di parole tediose che Lei non
avrebbe voluto, ma nel salutare e ringraziare la scuola materna del Botteghino,
(che tanto si è prodigata) nel ringraziare le
Amministrazioni comunali e provinciali,
assieme alla 8a Circoscrizione, credo giusto ringraziare anche il fratello Ermes, la
nipote Elsa (oggi qui con noi) che ci hanno
offerto la loro disponibilità ad accedere
all’archivio che Bice ha lasciato e che sono
stati a loro volta, autori di una bellissima
cartolina. Ora chiudo davvero, ma nel farlo permettetemi ancora una seconda citazione di Giuseppe Carretti, così come chiuse la sua orazione funebre in quella triste
giornata: “Nell’esempio di vita che tu ci
lasci, splende una luce che illumina, per
oggi e per sempre, il cammino della speranza”. In questa frase pronunciata da un
suo caro amico quale era Giuseppe Carretti, sembra di ritrovare in Lei e nel percorso
compiuto tratti di spiritualità, pur dentro
ad un animo profondamente laico come
era Bice.
Grazie Bice per ciò che ci hai insegnato,
faremo di tutto perché il tuo esempio sia
trasmesso alle nuove generazioni.
Adriano Catellani
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 9
Per la continuità e lo sviluppo
dell’Istituto Cervi
Dopo le notizie contraddittorie apparse sulla stampa locale circa
l’elezione di Rossella Cantoni a presidente del “Cervi”, la
segreteria dell’Anpi provinciale ha deliberato di pubblicare,
nella loro integrità, i seguenti documenti.
1 - Lettera del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto ai Soci
e agli Organi del medesimo
2 - Comunicato della Presidenza dell’Anpi provinciale dell’8 agosto
3 - Documento conclusivo della riunione di Segreteria dell’Anpi
provinciale sul punto all’O.d.g. relativo al rinnovo della Presidenza del Cervi.
Lettera del Consiglio
dell’Istituto Cervi, 7 agosto 2006
Reggio Emilia, 07 agosto 2006
Ai Signori Soci e loro delegati
Ai Signori membri della Presidenza
Onoraria
Ai Signori componenti il Consiglio
di Amministrazione
Al Signor Presidente e ai membri
del Collegio dei Revisori dei Conti
Al Signor Presidente e ai membri
del Comitato dei Probiviri
Cari amici,
il giorno 2 agosto 2006 si è riunito il
Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Alcide Cervi. Si è trattato della prima
riunione dopo che la nuova formazione
del Consiglio era stata approvata nella
riunione conclusiva della Assemblea dei
Soci del giorno 8 luglio 2006.
Considerando la fase importante che sta
vivendo l’Istituto, alla vigilia della apertura fra l’altro dell’edificio che a lato di
Casa Cervi conserverà la Biblioteca
Emilio Sereni e l’Archivio dei movimenti contadini, e il lavoro buono che in
questa direzione ha svolto il Consiglio
uscente, l’Assemblea ha deciso di
riconfermare la vecchia compagine, fatte salve alcune variazioni.
Da subito il Consiglio ha espresso la
necessità di lavorare in continuità con le
linee scientifiche, politiche e culturali
impostate dal Presidente uscente Ugo
Benassi, al quale in 12 anni di presidenza del Cervi si deve la conquista di
obiettivi importantissimi per il consolidamento dell’Istituto e del suo Museo in
Gattatico a livello nazionale ed europeo,
e, anche, la conferma dell’identità del
Museo Cervi come ‘istituzione’ della
memoria e della storia contemporanea,
visitata nel 2004 dal Presidente della
Repubblica Ciampi, e sei mesi prima dal
Presidente della Camera on. Casini.
Una volta verificata la mancanza di di10 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
sponibilità da parte di Ugo Benassi a
proseguire nel ruolo di Presidente dell’Istituto, il Consiglio ha deciso di optare
per una soluzione interna alla questione
della successione al Presidente uscente.
Ieri pomeriggio, dunque, all’unanimità,
con l’astensione del Presidente uscente
sen. Ugo Benassi, il consiglio ha eletto a
Presidente dell’Istituto il consigliere
Rossella Cantoni, sindaco di Gattatico.
Vicepresidente per la Provincia è stato
eletto Bruno Bernazzali; vicepresidente
per la Confederazione Italiana Agricoltori (Cia) è stato eletto Alberto Gherpelli.
Rimane ancora da nominare il terzo
vicepresidente, espressione dell’Anpi,
altro Socio Fondatore dell’Istituto insieme a Provincia di Reggio Emilia, Cia e
Comune di Gattatico, socio fondatore,
quest’ultimo, che ha espresso il Presidente. Per la nomina del terzo
vicepresidente, si attendono le indicazioni del Presidente dell’Anpi Provinciale. Anche i vicepresidenti sono stati
votati all’unanimità, con l’astensione del
Presidente uscente, sen Ugo Benassi.
Come primo atto, il Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Alcide Cervi desidera esprimere grande riconoscenza
nei confronti del Presidente uscente sen.
Ugo Benassi per l’autorevole ruolo di
guida dell’Istituto esercitato, come volontario, in questi 12 anni, nel corso dei
quali il prestigio e l’importanza
storico-culturale dell’Istituto e del Museo Cervi sono cresciuti, a tal punto da
farne un punto di riferimento nazionale
tra i luoghi di memoria e gli enti di
ricerca storica.
Agendo con rigore e generosità, Ugo
Benassi è stato tra i principali artefici del
risanamento e del rilancio dell’Istituto
Cervi, facendolo diventare una realtà
solida e catalizzatrice di investimenti da
parte di istituzioni pubbliche ed enti
economici anche di livello nazionale,
gettando le basi per una trasformazione
strutturale dell’Istituto stesso verso le
sfide politiche e culturali del futuro.
Per questi motivi, e per lo spessore umano e culturale che ha connotato la
conduzione di Ugo Benassi in tutti questi anni, il Consiglio di Amministrazione è consapevole di aver ereditato un
Istituto forte e vitale. Pertanto è con
orgoglio e gratitudine che si intende
proseguire sulla strada tracciata dal Presidente uscente, con l’auspicio che egli
possa continuare a dare il suo contributo
alla vita dell’Istituto e alla scena politica
e culturale della città e della provincia.
Il Consiglio di Amministrazione
dell’Istituto Alcide Cervi
Comunicato Presidenza Anpi
provinciale, 8 agosto 2006
L’ufficio di Presidenza dell’Anpi provinciale di Reggio Emilia in riferimento
alle molte notizie apparse sulla stampa
locale in relazione alla sostituzione del
sen. Ugo Benassi da Presidente dell’Istituto “Alcide Cervi” e alla elezione a
Presidente della dott.ssa Rossella Cantoni, sindaco di Gattatico, già vice Presidente dell’Istituto medesimo da molti
anni, ricorda a tutti che la stessa elezione
è avvenuta con voto palese e unanime da
parte di tutto il Consiglio con le sole
astensioni della dott.ssa Cantoni e del
sen. Benassi, il quale ultimo rimane tuttavia consigliere dell’Istituto.
L’Anpi di Reggio Emilia, federazione
locale dell’Anpi nazionale, che è tra i
soci fondatori, considera da sempre l’Istituto “Cervi” uno dei simboli più alti,
assieme agli oltre 600 partigiani reggiani
Segreteria Anpi provinciale,
4 ottobre 2006
La segreteria dell’Anpi provinciale di
Reggio Emilia, riunita nella giornata di
mercoledì 4 ottobre, fa proprio il documento dell’Ufficio di Presidenza dell’Associazione diramato l’8 agosto u.s.
e relativo alla elezione della dott.ssa
Rossella Cantoni a Presidente dell’Istituto “Alcide Cervi” in sostituzione del
Sen. Ugo Benassi, il cui mandato era
giunto a scadenza statutaria.
Presa visione del comunicato del Consiglio di amministrazione del “Cervi” diramato all’indomani della elezione della
dott.ssa Cantoni, si associa al suo contenuto e
rinnova
vivo apprezzamento per il lavoro svolto
dal sen. Benassi lungo i 12 anni di presidenza, riconoscendone il forte impegno
personale, lo spirito di innovazione, la
collaborazione con i componenti del
Consiglio nell’assumere delle decisioni
finalizzate ad un costante consolidamen-
to del ruolo storico-culturale e dell’immagine dell’Istituto e del Museo Cervi,
in Italia e non solo, fino a raggiungere
risultati di eccellenza.
auspica
la prosecuzione dell’impegno del sen.
Benassi, quale componente del nuovo
Consiglio, ove potrà svolgere un ruolo
consono alle capacità sempre dimostrate
e alle competenze acquisite e in una
logica di continuità nell’innovazione e
nella valorizzazione delle esperienze
maturate.
Esprime
Stima e fiducia nei confronti di Rossella
Cantoni, nella certezza che agirà nella
prospettiva di un ulteriore rafforzamento degli obbiettivi dell’Istituto, nello spirito della promozione delle memorie individuali e collettive della Resistenza e
della difesa dei suoi valori fondativi che
la nostra Costituzione recepisce e tutela
e che sono alla base dell’impegno
dell’Anpi come dell’Istituto Cervi.
Il libro di Elisabetta Montanari, della cui presentazione scrive Eletta
Bertani nella pagina seguente, è in questi giorni nelle librerie cittadine.
caduti, della lotta del popolo italiano per
la libertà.
L’Istituto “Cervi”, grazie all’impegno e
alla lungimiranza dei suoi Soci e Amministratori, e negli ultimi anni sotto la
guida attenta del sen. Benassi, è diventato uno dei punti di riferimento per la
storia del Novecento e della Resistenza
italiana ed europea.
Rischiare di offuscare questo grande valore simbolico e storico con poco serene
considerazioni apparse sulla stampa, significa non considerare le cose per quello che sono e non tener conto degli atti
legittimi del Consiglio di amministrazione del “Cervi”.
L’Anpi reggiana considera poi ingeneroso
e sbagliato il giudizio che è stato espresso
su Maria Cervi, consigliera dell’Istituto
stesso, che in tutto il periodo della presidenza Benassi si è prodigata senza risparmio e con totale dedizione, in una sorta di
missione nelle province italiane per fare
conoscere Casa Cervi e reclutando decine di prestigiosi Soci all’Istituto tra le
amministrazioni delle principali città del
Paese, contribuendo inoltre a far affluire
decine di migliaia di visitatori alla Casa
dei Campi Rossi.
L’Istituto “Cervi”, grazie alla Provincia
di Reggio, alla Regione Emilia-Romagna
e allo Stato (col primo Governo di centro
sinistra) e ad altri enti e soggetti, ha
potuto fare forti investimenti tali da presentare oggi un patrimonio immobiliare
notevole e adeguato ai nuovi impegni
che dovrà affrontare, specie per la
valorizzazione del patrimonio bibliografico e documentario del lascito di Emilio
Sereni e per l’entrata in funzione del
Parco ambientale.
L’Anpi invita tutti, soci, amministratori
e quanti tengono alla gloriosa pagina
della nostra Resistenza, a guardare ai
fatti con maggiore serenità e soprattutto
con rinnovato impegno.
Siamo certi che tutti i reggiani di buona
volontà, la Provincia, i Comuni, la Regione e tutta la realtà imprenditoriale,
sapranno contribuire a superare eventuali difficoltà, per custodire e sviluppare questo grande santuario laico, Casa
Cervi, che la storia del Novecento ha
consegnato alla nostra terra.
Infine l’Anpi, ribadendo il proprio ringraziamento al sen. Ugo Benassi per
l’apporto positivo dato per lunghi anni,
formula fraterni auguri di buon lavoro
alla dott.ssa Cantoni che assume la guida
del “Cervi”, per una felice coincidenza,
nel 60° del voto alle donne italiane.
Giacomo Notari, Presidente
Peppino Catellani
Orio Vergalli, Vice Presidenti
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 11
“Piccole donne crescono: memorie
di donne della pianura reggiana”
Presentata a Festa Reggio la tesi di laurea di Elisabetta Montanari
Nel 60° anniversario del voto alle donne,
giustamente FestaReggio ha dedicato alcune iniziative alla memoria e alla riflessione sul processo storico che ha portato le
donne italiane a conquistare quel diritto
fondamentale di cittadinanza.
Nella sala dibattiti adiacente alla Libreria
è stata allestita l’interessante Mostra, curata dall’Anpi di Fabbrico col patrocinio
del Comune, per ricordare il lungo cammino che nel ’900 ha portato le donne alla
conquista del voto e dei diritti sanciti nella
Costituzione.
E nella stessa sala è stata presentata il 10
settembre scorso la tesi di laurea di una
giovane e valente storica, Elisabetta Montanari, dal significativo titolo Piccole donne crescono: memorie di donne della Pianura Reggiana, una tesi che ripercorre
appunto questo cammino nello specifico
contesto di alcuni comuni reggiani, attraverso una ricca documentazione e soprattutto attraverso le testimonianze dirette
delle donne.
Come ha ricordato chi scrive, coordinatrice dell’incontro, “questa tesi di laurea rappresenta una novità nella storiografia della
Resistenza, perché è tra le prime ricerche
sul periodo dal 1930 al 1945 a porre al
centro le donne, le loro scelte, le loro
motivazioni, i loro sentimenti, i loro valori. Quindi le donne non più sullo sfondo,
ma protagoniste, un nuovo soggetto storico. Una ricerca, che ha fatto da battistrada
ad un filone nuovo della ricerca storica,
quello sulla “Resistenza civile”, la “Resistenza senz’armi”, di cui le donne sono
state al centro. Un filone che si sta arricchendo giorno per giorno del contributo di
molte giovani storiche (vedi il Convegno
nazionale promosso dall’Istituto Cervi e
dall’associazione nazionale delle storiche)
e dell’apporto diretto delle autobiografie e
delle testimonianze di molte protagoniste
di quel periodo e che ci auguriamo sia di
stimolo per ulteriori lavori”.
Laura Artioli, nello spiegare le ragioni che
l’hanno spinta ad accettare la proposta
dell’Anpi di fare da “curatrice” della pubblicazione della tesi, ed i criteri che l’hanno
ispirata, ha detto di essere stata molto colpita dalla “mano leggera e ferma insieme con
cui Elisabetta ha tessuto il complesso lavoro di ricostruzione storica. Un lavoro, il suo,
figlio di 60 anni di cultura delle donne”;
Laura ha tolto per la pubblicazione ciò che
non era essenziale, per “fare uscire l’anima
del lavoro” di Elisabetta.
Sono rimaste le “voci” delle donne, che
raccontano come un fiume in piena. È una
“partitura di voci”, in cui si raccontano le
partigiane, le mondine, le contadine, le
casalinghe, le suore, anche le donne fasciste, le ausiliarie della Rsi.
Si parte dagli anni Trenta, dalla vita delle
donne durante il regime, nella guerra, si
raccontano i diversi destini, le diverse scelte; gli strappi della politica nel dopoguerra, l’uscita delle cattoliche dall’Udi. E c’è
sempre, nella differenza dei singoli vissuti, il sentimento di pietà per il nemico.
Sono raccontate e si raccontano tutte le
donne, anche quelle che stavano dall’altra
parte. Esce chiaro chi aveva ragione e chi
aveva torto, ma resta la pietà.
Laura Artioli ha voluto sottolineare che
attraverso questo universo di microstorie,
attraverso le biografie e le autobiografie di
tante donne in carne ed ossa la storia ha
acquistato in umanità e, come ha detto il
recente Convegno internazionale delle filosofe, tenutosi a Roma, il “pensiero dell’esperienza” delle donne, acquista forza
di trasformazione del reale. A partire da sé,
le donne legano il dire, il pensare, al vissuto, all’esperienza reale.
Un momento della presentazione del libro. Da sinistra: Laura Artioli, Eletta Bertani, Maria
Cervi, Massimilla Rinaldi, Elisabetta Montanari.
12 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
E nel raccontare il mondo le donne lo ripensano attraverso, appunto, il sapere dell’esperienza. Come le tante donne che popolano il
lavoro di Elisabetta Montanari e che, vivendo la loro vita, hanno fatto la storia.
Maria Cervi, che ha assistito e seguito
Elisabetta nel suo lavoro, ha ricordato come
esso ha coinciso con la scelta delle donne
dell’Anpi di impegnarsi perché finalmente venisse raccontata la storia delle donne,
di tutte le donne, superando così il
misconoscimento e il mancato riconoscimento sul loro ruolo nella Resistenza che
per tanti anni ha pesato.
Maria ha ricordato che per questa ragione
si è battuta perché anche nella storia della
famiglia Cervi emergesse di più il ruolo di
Genoeffa e delle donne della famiglia.
“Dobbiamo gratitudine a questa ragazza
che ha cercato di raccontare la storia delle
donne, di tutte le donne a Reggio, anche la
storia delle “altre donne”, ha detto Maria.
E, ricordando la propria esperienza in giro
per l’Italia a parlare ai giovani, ha insistito
sul fatto che i giovani non sono indifferenti, hanno bisogno di punti di riferimento.
Raccontare, fare memoria, non è un fatto
di “protagonismo”, è un atto di generosità
e di responsabilità e col 60° si è fatto un
passo in avanti importante, che, come dimostra questa tesi, va continuato.
Milla Rinaldi ha potuto, a partire dalle
ultime parole di Maria Cervi, parlare di
come si sta proseguendo in questo lavoro
di ricostruzione della storia delle donne,
illustrando il progetto coordinato dalla
Provincia di Reggio Emilia su sollecitazione delle donne dell’Anpi, Alpi e con la
partecipazione dell’Istituto Cervi, Istoreco,
Cgil, Cisl, Uil.
Il progetto, di cui già il “Notiziario Anpi”
si è occupato, vuole appunto colmare un
ritardo che ancora pesa, portando avanti
un lavoro di ricostruzione e di censimento
sul territorio di tutto quanto già si è prodotto nella ricerca sul ruolo delle donne e
arricchendo ed integrando l’esistente con
la raccolta di nuove testimonianze, con la
produzione di nuove ricerche rivolte ammettere in luce il ruolo che le donne hanno
avuto, dalla Resistenza e anche nel periodo della ricostruzione nel dopoguerra.
Lo scopo è quello di coinvolgere direttamente le nuove generazioni, nella ricostruzione della storia delle donne, impegnando le scuole, anche col supporto di
materiale predisposto ad hoc, come ad
esempio un quaderno didattico sul tema
prodotto di recente.
È anche così che si può realizzare quel
passaggio di testimone tra generazioni che
resta l’obiettivo fondamentale del progetto.
Concludendo l’incontro, Elisabetta Montanari, autrice della tesi, ha ricordato di
essersi ispirata nel suo lavoro all’importante libro di Anna Bravo ed Annamaria
Bruzzone La Resistenza taciuta.
È stata spinta dall’esigenza di conoscere e
raccontare il “non detto della guerra e della
Resistenza” e dal desiderio di cercare un
modo diverso di fare la storia, in cui avessero piena dignità anche i sentimenti e le
emozioni.
Era consapevole che delle donne non si
parlava e le si erano aperte nuove curiosi-
tà. Intervistare le tante donne della tesi le
ha permesso di conoscere un universo
femminile sconosciuto e ha capito che a
Reggio mancava qualcosa di simile.
Ha voluto così sperimentare un modo nuovo di fare storia e in questo è stata incoraggiata e sostenuta dal prof. Giorgio Vecchio, che ha curato anche la presentazione
del libro.
“Dovevo fare qualcosa per le donne
reggiane – dice Elisabetta – ed entrando
nelle loro case ho trovato in loro una disponibilità infinita. Mi hanno accolto, mi hanno dato fiducia e raccontando hanno pianto, riso, si sono commosse. E, tornando a
casa dopo averle ascoltate, ero fiera ed
orgogliosa, perché avevano avuto fiducia
in me. Toccava a me raccogliere l’eredità
e trasmetterla: un vero e proprio tesoro”.
Queste parole di Elisabetta sintetizzano lo
spirito con cui ha lavorato, il rispetto e la
sensibilità con cui si è avvicinata a quel
mondo sconosciuto.
Grazie a lei ora lo possiamo conoscere
meglio. Per questo vi invitiamo a leggere
il libro che per iniziativa dell’Anpi, col
contributo della Fondazione Manodori,
uscirà a giorni nella collana Libri di “Ricerche Storiche”.
Eletta Bertani
Sui “fatti di Milano” del marzo scorso
La non violenza è la vera forza
contro gli osceni rigurgiti fascisti
Scorrendo le carte processuali, relative alla causa penale contro i
giovani che l’11 marzo scorso, a Milano, con una
“contromanifestazione” avevano cercato di impedire un corteo di
“Fiamma Tricolore”, se ne ricava una strana impressione. Ci si
chiede, innanzi tutto, in che paese viviamo. Sembra impossibile
possa essere l’Italia la cui costituzione, nell’art. XII delle norme
transitorie e finali, recita: “È vietata la riorganizzazione, sotto
qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Al fine di rendere
tale divieto applicabile in concreto e affinché sul punto il dettato
costituzionale sia non programmatico ma precettivo, sono state
emanate successivamente la legge 3 dicembre 1947 n. 1546 e la
legge 20 giugno 1952 n. 645, che contengono norme di attuazione
di quelle transitorie e finali. Le sanzioni previste, per chi persegue
la ricostituzione anche di semplici gruppi che mirano alla
riesumazione del fascismo, sono pesantissime, andando da 5 a 12
anni di reclusione e da euro 1032 a euro 10329 di multa.
Essendo evidente che il gruppo denominato “Fiamma Tricolore”
apertamente si richiama all’ideologia fascista, della quale auspica
il ripristino, rifiutando l’abluzione di Fiuggi, il corteo avrebbe
dovuto essere ufficialmente vietato e represso, per cui non vi
sarebbe stata la necessità di un intervento giovanile, in supplenza
di un carente pubblico potere.
Si è assistito poi alla degenerazione della legittima manifestazione
antifascista per l’entrata in scena di elementi provocatori che, con
violenze e atti di teppismo, hanno, inconsciamente o volontariamente, prestato un indecoroso servizio a favore proprio di quei
neofascisti che si sarebbe dovuto contrastare in modo pacifico.
In un’annotazione della Questura di Milano del medesimo giorno
si descrive una situazione che ci riporta indietro ai tempi di
Radezky: “Sono state spostate di peso alcune autovetture, parcheggiate al lato della strada, posizionandole di traverso per poi incendiarle... È stato danneggiato il ristorante Mc Donald... ordinato il
lancio di lacrimogeni... lancio di oggetti e bottiglie Molotov”.
La repressione è stata durissima, anch’essa degna del
feldmaresciallo austriaco e ha colpito indiscriminatamente anche
giovani estranei a quei deprecabili atti di violenza, solo perché si
trovavano casualmente nei pressi.
Pesantissime le imputazioni, relative a una sequela di delitti che
vanno dalla devastazione e saccheggio (art. 419 cp), all’incendio
(423), al danneggiamento pluriaggravato (635 n. 1 e 3), con
l’aggiunta di altre numerose aggravanti, tutte ipotesi che prevedono pene a numerosi anni di reclusione.
Degli otto reggiani incarcerati per quasi cinque mesi, Lorenzo
Tusberti di Rio Saliceto, Ida Cappuccio di Reggio e Sara Pasini
di Correggio, sono stati assolti. Pasquale Cappuccio, fratello di
Ida, Marcello Montanari di Reggio, Fabio Lunghi di Cavriago,
Nicola Vacca di Rio Saliceto e Ivan Minardi di Correggio, tutti
difesi dall’avv. Vainer Burani, tranne Ivan Minardi, difeso dall’avv.
Enrica Sassi sono stati condannati a quattro anni con la concessione degli arresti domiciliari. Si prospetta per essi, grazie all’indulto, l’estinzione di 3 anni di pena e considerando che già hanno
trascorsi in carcere quasi 5 mesi, che possano risolvere la loro
situazione processuale senza eccessivi indugi.
Non è il caso di nasconderci che i fatti contestati fossero di
particolare gravità, ma ciò che ha reso la situazione di particolare
pesantezza, è stata l’estensione dell’imputazione a giovani che
quelle violenze essi non solo non avevano volute, ma avevano
deprecato. Sono stati chiamati a rispenderne anche se non vi
avevano concretamente partecipato, presumendo un “concorso
morale”.
Queste considerazioni non tendono a sminuire la gravità delle
violenze, esplose peraltro anche contro chi era estraneo alla
manifestazione di Movimento Sociale – Forza Nuova, proprietari
di autovetture parcheggiate nei paraggi, gestori di negozi, e,
anche, appartenenti alle forze dell’ordine, alcuni dei quali sono
dovuti ricorrere alle cure del Pronto Soccorso. Lavoratori anch’essi, cui, senza scomodare Pier Paolo Pasolini, è doveroso
esprimere la nostra solidarietà. È stato un fatto increscioso dal
quale non è arduo trarre, per così dire, una morale e un insegnamento. Rigurgiti neofascisti non si combattono con la violenza,
che non fa, in definitiva, che dare ad essi fiato, attribuendo loro
quell’importanza che non meritano. Il ricorso alla violenza appare come un’ammissione di debolezza, di incapacità a far valere le
proprie ragioni attraverso le istanze democratiche di massa. La
non-violenza dimostra di essere, nelle condizioni storiche attuali,
la vera forza, l’unica percorribile e vincente.
Ascoltiamo le parole pronunciate da Rosa Piro, che ha avuto il
figlio Davide ucciso da fascisti di quartiere. La sera del 16 marzo
2003, lo hanno mortalmente inchiodato con due coltellate. “Mi
dispiace se alcuni se la prenderanno con me – ha dichiarato – ma
credo sia mio diritto dire che le nostre idee si portano avanti in
maniera determinata e chiara... Da mamma e da antifascista dico:
manteniamo sempre la calma, non lasciamoci prendere dalle
trappole, dalle provocazioni. Ho un figlio ucciso dai fascisti, ma
resto una convinta sostenitrice della non-violenza”.
Alfredo Gianolio
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 13
Reggio-Albacete. O.k. per l’arte
ma per storia e memoria niente?
O fare qualcosa magari nel ricordo di Fortunato Nevicati,
Assessore provinciale nel 1921, caduto alla difesa di Madrid
Apprendendo dalla stampa locale di una
mostra, qui a Reggio, di giovani artisti
albacetegni, ho anche appreso che la nostra provincia è gemellata con quella di
Albacete, capoluogo della regione Castiglia/La Mancha. Ora Albacete, l’araba AlBasit, che fino a una decina di anni fa
aveva ancora una fisionomia, appunto,
araba, con la sue casette basse, bianche,
dal tetto a terrazza, è stata anche, dall’ottobre 1936, sede del quartier generale delle
Brigate internazionali sotto la guida dell’italiano Luigi Longo e del francese André
Marty. Molti dei 62 reggiani che furono
volontari antifranchisti in terra di Spagna
sono passati da Albacete. Quando ci andai,
nel 1996, in occasione del 60° della guerra
civile, ebbi ad incontrare un signore che,
sapendomi italiano, mi cantò “bandiera
rossa”. Mi disse che l’aveva appresa, bambino di dieci anni, dai volontari italiani, e
che però non sapeva cosa volesse dire
l’espressione “alla riscossa”. Glielo dissi,
e ne fu contento. Aveva sciolto l’enigma
linguistico dopo sessant’anni.
Albacete conserva anche archivi di grande
interesse relativi alla presenza degli
“internacionales”. Dieci anni or sono vi
venne allestita una mostra assai ben fatta
di immagini e documenti.
Ora, essendo questo 2006, per decisione
del Parlamento spagnolo, “Anno della
Memoria” della Guerra civile, e di
valorizzazione di quella tradizione democratica che fu schiacciata dal franchismo
aiutato da Hitler e Mussolini, mi chiedo se
non sarebbe il caso di mettere in cantiere
anche una qualche iniziativa in merito.
Magari a partire dal ricordo di Fortunato
Nevicati (detto Fortuné), che fu Assessore
provinciale a Reggio nel 1921, e che cadde
alla difesa di Madrid il 23 novembre 1936.
Ho chiesto all’Amministrazione provinciale se esistano progetti in merito. Nessuno ne sapeva nulla.
Il 14 ottobre 1936 Nevicati giungeva ad
Albacete con un contingente di 500 volontari partiti dalla Gare d’Austerlitz di Parigi. Dopo alcuni giorni è al fronte con la XII
Brigata (Doce Brigada bandera de gloria,
cantavano), come sergente mitragliere, e
si distingue nei combattimenti al Cerro de
los Angeles. Poi sul fronte di Madrid,
dove, dal 16 al 23 novembre si svolgono
sanguinose battaglie corpo a corpo.
Di quei combattimenti, e delle ultime ore di
Nevicati, fu protagonista e testimone lo
stesso Luigi Longo che così narra l’ultimo
sfortunato attacco alla “casina rossa”: “I
14 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
garibaldini, sorpresi dalla violenta reazione
nemica, … si buttano lungo la scarpata, dal
cui orlo continuano a fare fuoco e a gettare
bombe contro la casa... al fianco mio, irrigidito dalla morte, con un foro proprio in
mezzo alla fronte, giace Nevicati”.
Erano le cinque della sera, proprio come le
“terribles cinco de la tarde” cantate da
Garcia Lorca nel Compianto per la morte
del torero Ignacio.
Il 23 novembre 2006, settantesimo anniversario della morte in combattimento di
Nevicati è molto vicino. Perché non realizzare un’iniziativa, coinvolgendo magari le
scuole superiori di Reggio e di Albacete,
per mantener vivo il ricordo di un legame
tra le due città e i due popoli nel segno di
un ideale di giustizia e libertà?
Antonio Zambonelli
Lapide in memoria di Fortunato Nevicati collocata nell’atrio del Palazzo della Provincia.
Su Albacete, riportiamo di seguito (tradotto in italiano) un brano dal libro di
Francisco Fuster, La Guerra. Las Brigadas internacionales Albacete, 1985.
Quando Albacete fu un’autentica
Babele della Mancha
All’apparire della guerra, la città cambiò
completamente. Il discreto provincialismo
precedente, caratterizzato da una vita
grigiastra e monotona, cambiò di colpo.
Ben presto la città si familiarizzò con una
moltitudine di lingue diverse, che mai erano state udite dai suoi abitanti, con canzoni
esotiche sconosciute, con inni proletari di
tutti i paesi del mondo. Con la guerra, e
soprattutto con l’arrivo delle Brigate internazionali, Albacete aveva rotto l’incanto
tiepido e addormentante della vita provinciale degli anni di pace. In sostanza Albacete
cambiò, in pochi giorni, la sua fisionomia
secolare convertendosi da “sonnolenta città
agricola di provincia” (come la qualificò il
comunista italiano Luigi Longo), in un fer-
vido centro di preparazione militare, dove
si organizzava tutto l’esercito popolare, dove
confluivano uomini di tutte le razze e nazionalità e dove per le strade potevano ascoltarsi tutte le lingue del mondo. Nelle Brigate internazionali, la cui base era in Albacete,
c’erano americani del nord e del sud, europei, asiatici, africani, australiani…Tutti i
continenti, razze e popoli erano rappresentati. Benché predominassero gli uomini di
razza bianca, tuttavia potevano vedersi, di
tanto in tanto, uomini di razza nera, bruna e
gialla. Insomma, uomini provenienti da più
di 70 paesi attuali del mondo, e ciò giustifica l’appellativo di “Babele della Mancha”
che si diede in quei giorni alla città di
Albacete.
Quotidiano di Albacete. Reca la data del 15 ottobre 1936. Titolo su tutta la pagina: “È preferibile essere vedove di eroi che mogli di codardi” – dice la Pasionaria. [Dolores Ibarruri, NdR]
Padre Camillo De Piaz:
una vita senza frontiere
Il nome dell’autore, Giuseppe Gozzini, è
ben noto a chi, come me, ha assolto agli
obblighi di leva a metà anni Sessanta. Nel
1962, Gozzini, chiamato alle armi, rifiuta
di indossare la divisa per le sue idee
antimilitariste. È il primo caso in Italia di
obiezione di coscienza di un cattolico. La
condanna di Gozzini (a sei mesi di carcere
senza condizionale) suscita vasta risonanza: in sua difesa intervengono coraggiosamente, pagando di persona, due autorevoli
preti toscani, padre Ernesto Balducci e don
Lorenzo Milani. Nel 1964, padre Balducci
è condannato a otto mesi di reclusione. Un
anno dopo, con una lettera a “Rinascita”,
don Milani insorge aspramente contro le
posizioni sostenute dai cappellani militari
toscani in congedo, per i quali l’obiezione
di coscienza, “estranea al comandamento
cristiano dell’amore, è solo espressione di
viltà”. Portato in giudizio, siamo nel 1966,
don Milani è assolto. L’obiezione di coscienza sarà riconosciuta in una legge dello Stato italiano del 1972.
Questo libro di Gozzini, una biografia
antologica di padre Camillo de Piaz, ci
offre una narrazione appassionata degli
eventi che hanno segnato le più importanti
scelte di vita degli uomini e delle donne
che, come padre Camillo, si avvicinano
ora al traguardo dei novant’anni. È costruito su una trama incalzante di rinvii, rievocazioni e rimeditazioni. Continuamente
sommosso e scomposto è il disegno di una
sequenza temporale ordinata dei fatti e dei
drammi, delle svolte e dei ripiegamenti
che hanno movimentato la storia del Novecento e il suo prolungamento a questi
primi anni del nuovo secolo. Il tempo è
reso circolare, si rincorre e sovrappone
intorno ad un asse tematico dominante: le
idee e le battaglie attraverso cui si è radicata e dispiegata l’ispirazione religiosa di
padre Camillo in un intreccio strettissimo
con la sua avventura umana, con le tappe
di un percorso culturale e politico di straordinaria vitalità e coerenza.
Camillo De Piaz nasce nel 1918 a Madonna di Tirano in Valtellina, sul confine
svizzero. La sua casa era a pochi passi dal
santuario. Il padre, falegname e poi ferroviere, vecchio socialista e pacifista, muore
prematuramente. All’educazione del piccolo Camillo provvedono le cure della
mamma ma anche la vicinanza della Madonna del santuario, una presenza misteriosa e avvincente che gli “colpisce direttamente il cuore”. Finite le elementari nel
1929, Camillo entra nello studentato dei
Servi di Maria a Monte Berico, nel
Vicentino. E qui incontra un ragazzino,
Giuseppe, più grande di lui di un anno, che
Giuseppe Gozzini, Sulla frontiera. Camillo
De Piaz. La resistenza, il Concilio ed oltre,
Libri Scheiwiller, Milano 2006, pp. 254.
diventerà suo amico fraterno, il compagno
di preghiere, di speranze e di lotte di una
vita. Finiti i cinque anni di ginnasio (che
lasciano ricordi indelebili di gran fame e
freddo), e dopo un anno di noviziato nel
convento di Isola Vicentina, Camillo, con
l’inseparabile Giuseppe, entra nell’Ordine dei Servi di Maria. Giuseppe da allora
sarà conosciuto come padre David (Davide) Maria Turoldo.
Agli anni di liceo nel convento di S. Elena
a Venezia (“anche lì non si mangiava”),
seguono quelli trascorsi da Camillo al seminario teologico internazionale dell’Ordine a Roma. L’ambiente è vivo e stimolante, gli studi impegnativi e proficui, ma
i rapporti interpersonali in qualche caso
sono difficili. Alcuni episodi spiacevoli
mettono a dura prova la refrattarietà del
giovane frate alle regole severe del seminario: il maestro assistente va a frugare nei
suoi cassetti e, tra altri testi poco raccomandabili ad un aspirante al sacerdozio, trova
addirittura L’origine della specie di
Darwin, che allora era all’Indice… Finisce che Camillo viene espulso e trasferito
a Monte Berico. Qui ritrova padre Davide.
Nel 1941, Camillo e Davide sono ordinati
sacerdoti e assegnati al convento di San
Carlo a Milano per iscriversi all’Università Cattolica. Sono già cominciati gli anni
terribili della guerra.
L’itinerario spirituale ed umano di padre
Camillo è profondamente radicato nella
storia dell’Ordine dei Servi di Maria, una
“frateria” che nasce nel Duecento in To-
scana, il secolo dei liberi Comuni e della
fioritura del Dolce Stil Novo. I padri
fondatori costituivano una delle numerose
compagnie di Laudesi, che componevano
e cantavano “laudi” in segno di devozione
alla Madonna. Perseguivano ideali di
fraternità e solidarietà. Erano dei contemplativi capaci di stare in mezzo agli uomini, fuori dalle grandi chiese e dalla tradizione delle liturgie istituzionali. Erano frati, fratelli, non più i monaci radicati nel
feudalesimo, né i chierici che nasceranno
con la Controriforma. La naturalezza,
l’amicizia, la laicità sono i tratti distintivi,
di visione e di vita comunitaria, che hanno
segnato l’origine e la storia dell’Ordine.
Nella quale spicca la figura potente, “l’ombra dell’antitridentino Sarpi, il religioso e
laico fra Paolo, il più grande dei veneziani,
com’è stato definito…”, l’autore di quella
Istoria del Concilio di Trento, scritta nei
primi anni del Seicento, di intonazione
duramente anticurialista, che tanta eco ebbe
per secoli in tutta Europa.
Nel convento servita di San Carlo, in una
riunione di fine gennaio 1944, alla quale
partecipano Eugenio Curiel, Gillo
Pontecorvo, Dino Del Bo, Alberto Grandi
e Camillo De Piaz, nasce il Fronte della
Gioventù, l’organizzazione unitaria dei
giovani comunisti, cattolici, socialisti e
liberali impegnati nella Resistenza. Intensa e affettuosa è l’amicizia di padre Camillo
per il comunista Eugenio Curiel: Camillo
apprezza il suo valore di studioso, la sua
serietà politica, il rigore dell’impegno ideale, l’umile stile di vita. Tanti anni dopo dirà
di lui: “Eugenio era più cristiano di me”.
Curiel, a 32 anni, è assassinato dalle brigate nere a Milano, per strada, nel febbraio
1945, due mesi prima della Liberazione.
Nel 1973 Enrico Berlinguer consegna la
medaglia del Premio Curiel a padre
Camillo, “sacerdote e militante antifascista”. Il Fronte della Gioventù continua
fino alle soglie degli anni Cinquanta: è il
primo degli organismi di massa di autogoverno nati dalla Resistenza ad andare in
pezzi per le insanabili divergenze tra le
diverse componenti politiche.
Nel clima post-resistenziale di ripresa della
vita politica, nel settembre 1945 esce il
primo numero di un settimanale, “L’Uomo”, cui collaborano sia padre Davide che
padre Camillo. È diretto da Dino Del Bo,
Mario Apollonio e Gustavo Bontadini. Il
settimanale ha vita breve, esce per un anno,
ma costituisce un’esperienza di notevole
rilievo culturale: sulle sue pagine si succedono interventi su questioni politiche ma
anche riflessioni su temi etico-religiosi che
risentono dell’influenza di due eminenti
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 15
filosofi francesi, Jacques Maritain ed
Emmanuel Mounier. Di breve durata è anche la storia del Movimento dei cattolici
comunisti, fondato da Franco Rodano,
Adriano Ossicini, Felice Balbo e altri
antifascisti. Gozzini afferma che il Movimento resta ancora oggi uno dei punti più
alti nell’analisi del rapporto tra fede e politica, cristianesimo e marxismo. Padre
Camillo incontra per la prima volta Felice
Balbo a Milano nell’autunno 1945. Quell’incontro si trasforma in amicizia profonda, propiziata dal sodalizio che Camillo
aveva con i compagni di lotta dell’area
lombarda “che si chiamavano col nome,
allora temerario, di cattolici comunisti…”.
Un’esperienza inimmaginabile fuori dal
contesto delle spinte ideali generate dalla
Resistenza è la Corsia dei Servi, uno dei
centri più significativi della ricostruzione
culturale e democratica della Milano del
dopoguerra. La Corsia è centro di cultura,
libreria, casa editrice (uno dei primi libri
pubblicati è l’Agonia della Chiesa del cardinale Suhard, arcivescovo di Parigi), bollettino di informazione su conferenze e
novità editoriali. È punto di raccordo delle
esperienze più innovative, coraggiose e
culturalmente qualificate del pensiero politico, sociale e religioso che si sviluppano
intorno agli anni Cinquanta. “È cassa di
risonanza delle voci più schiette e compromesse del cattolicesimo italiano”. Della
Corsia padre Camillo è animatore instancabile e autorevole. Gozzini rievoca con belle
parole il clima della libreria. “Spazio fisicamente piccolo, ma spiritualmente immenso, la Corsia è stata una grande centrale di
amicizia. Lì dentro tirava un’aria nuova.
Era anzi, nella calma apparente di quel
luogo silenzioso, un vento impetuoso che
bastava per tutte le vele, per traghettarti
dove volevi, soprattutto per andare contro
vento”.
Venti devastanti soffiano però in altra direzione e con ben più alta intensità. Padre
Camillo e padre Davide guardano con simpatia alla sinistra cattolica di Dossetti, La
Pira e Lazzati (“c’era lì dentro il meglio del
cattolicesimo sociale antifascista e
antiborghese”) e sono al fianco di preti
“scomodi” come don Primo Mazzolari e
don Zeno Saltini. Ma la vittoria della Democrazia cristiana alle elezioni del 18 aprile
1948 porta il segno della campagna di odio
anticomunista scatenata dai Comitati civici di Luigi Gedda, un fanatico integralista.
È il trionfo di una visione e di una pratica
basate su una nefasta “contaminazione
partitico-ecclesiastica”. Sono gli anni del
pontificato di Pio XII. E nel luglio 1949 la
Congregazione del Sant’Uffizio commina
la scomunica ai partiti marxisti e anche a
quanti li votino o li sostengano in qualunque modo. Contro i preti ritenuti sovversivi comincia, da parte della gerarchia ecclesiastica, un’azione pesante di pressione ed
emarginazione attraverso il ricorso ad
“ostracismi di volta in volta subdoli o
16 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
aperti”. È colpita e scardinata la splendida
esperienza comunitaria di Nomadelfia,
voluta da don Zeno Saltini, la città “dell’amore fraterno”, nata nell’ex campo di
concentramento di Fossoli, dove ancora
erano visibili i segni dell’orrore e della
persecuzione, per ospitare bambini abbandonati e dare loro una famiglia. L’onorevole Scelba (un nome che i più anziani
associano alle camionette della polizia)
propone di ristrutturare Nomadelfia, escludendo don Zeno, e trasformarla in Opera
pia. Nel 1952 don Zeno, per ordine del
Sant’Uffizio, è definitivamente allontanato. Dopo tanti anni, i bambini di quella
comunità riprendono la via dei brefotrofi.
Subito dopo tocca a padre Davide. Il comando dato dal Sant’Uffizio ai superiori
dell’Ordine dei Servi è: “Fatelo circolare”.
Padre Davide va in giro per il mondo,
essendogli stato proibito di rimettere piede in Italia. Camillo e Davide continuano
a incontrarsi: a Chiasso o in altre località di
frontiera. Ma l’eresia ambrosiana deve
essere stroncata. Tocca dunque anche a
padre Camillo. Nel 1957 è cacciato da
Milano, ancora per ordine del Sant’Uffizio.
Neanche il cardinale Montini, arcivescovo di Milano, riesce a salvarlo.
Roncalli diventa papa l’anno dopo e comincia con lui quel periodo esaltante che
culmina con l’indizione del concilio
ecumenico Vaticano II e la promulgazione
dell’enciclica Pacem in terris. “Per quel
che mi riguarda”, commenta padre Camillo,
“a me basta e avanza che alla fine ci abbia
dato ragione un papa come Giovanni
XXIII”. Gli ultimi cinquant’anni di vita di
padre Camillo sono riepilogati efficacemente in un passo, che trascrivo per esteso,
della recensione del libro di Gozzini che
Corrado Stajano ha scritto per “l’Unità”
(16 giugno 2006). “Tornò a Madonna di
Tirano dov’è nato. La Chiesa e la società,
anche nel suo caso, non hanno avuto cura
dello spreco di preziose risorse intellettuali. In questo mezzo secolo padre Camillo
ha lavorato, ha predicato, ha reso testimonianza cristiana, si è sempre schierato nelle scelte civili dalla parte della giustizia e
della libertà, dalla strage di Piazza Fontana
e dalla morte di Pinelli fino ad oggi. Senza
mai tradire la sua Chiesa. Ha mantenuto i
rapporti con gli altri, con i laici senza fede,
con gli intellettuali di rango, con gli ultimi.
Vive in un convento, davanti alla basilica,
dove giocava da bambino”.
Niente sapevo di padre Camillo fino a
pochi anni fa. Me ne parlavano colleghi
dell’Università, qui a Parma, Gilberto
Gandolfi, zoologo, e Sandro Bonardi, studioso di preistoria. Gilberto in Valtellina
ci va ogni anno per impegni professionali
e anche per ritrovare amici di gioventù;
Sandro è sospinto a Madonna di Tirano dal
bisogno di cercare risposte agli assilli di
una sua inquieta religiosità. Ma è da questo libro di Gozzini che ho imparato a
conoscere padre Camillo. E a volergli bene.
Senza mai averlo incontrato. Anzitutto per
lo stile appartato, la sua propensione a non
esibire le cose della fede, a non nominarle
invano (“un comandamento da riscoprire
per il nostro tempo così oscenamente verboso”). E per la radicalità ed essenzialità
del suo pensiero, vivificato da un’esperienza ricchissima di incontri, di amicizie,
di coinvolgimenti drammatici, ma
rielaborato e rivissuto austeramente e criticamente nel silenzio. “In padre Davide il
pensiero si sviluppa per sovrabbondanza
di immagini, in padre Camillo per fervida
concentrazione…”. Ma proprio Davide gli
dirà: “Tu hai più fiducia di me nella ricchezza delle nostre povere parole…”.
Padre Camillo ci trasmette un messaggio
di liberazione e di salvezza ancorato all’essenza della parola evangelica. “Ogni
vita invisibile, sepolta, rinnegata,
inespressa, tenuta schiava nel mondo si
risveglierà ed esulterà se ogni cristiano
saprà valicare le montagne che lo separano
dal prossimo… È solo cercando e comunicando che il cristiano arricchisce e nutre se
stesso, mentre arricchisce e nutre gli altri… Certi arroccamenti, certi integralismi
sono l’esatto opposto di ciò che l’incarnazione (Dio che si è fatto uomo per salvarci)
vuole significare”. Nel crogiolo della Resistenza, “con tutto quel fermentare ed
esplodere di speranze, quel disgelo inebriante, quella vita piena”, e negli anni
fervidi del Concilio vaticano II e della
Pacem in terris, le montagne sono state
valicate. Gli uomini, credenti ed atei, si
sono parlati e si sono ascoltati, sono diventati compagni, hanno capito che si dovevano attraversare e cancellare le frontiere
che li avevano per tanto tempo divisi.
La visione che ci consegna padre Camillo
è quella di una comunità mondiale liberata
da barriere ideologiche insensate, da
clericalismi e anticlericalismi che mortificano le culture e alimentano meccanismi
brutali di emarginazione economica e sociale di una parte così grande degli abitanti
di questo pianeta. Il dialogo, l’ascolto, il
travalicamento delle montagne e delle frontiere sono il metodo e lo strumento per dar
corpo a questa visione, per affrontare una
sfida così alta, oggi più che mai, in un
tempo in cui tendono a radicalizzarsi anche più duramente i conflitti tra i popoli e
ad estendersi le tendenze degli individui a
isolarsi, ad evitare forme impegnative di
partecipazione e di responsabilità civile. A
questo metodo padre Camillo si è costantemente attenuto cercando in particolare
un rapporto intenso e fertile con gli amici
atei. “Con loro”, scrive, “mi sento legato
da un sentimento, oggi così pericolante e
disperso, di una comunanza di destino
umano che per me è anche religioso”. Ma
l’incontro tra un cattolico ed un ateo è
anche un’occasione preziosa per far parlare insieme il credente e il non credente che
convivono dentro ciascuno di noi.
Il dialogo deve costruirsi sulle opere, sui
fatti, sulle testimonianze. Non certamente
sulla propaganda e l’oziosità di una querelle
astrusa come quella accesa dal dibattito
sulle “radici cristiane”. Padre Camillo ha
in mente l’inveramento pratico del cristianesimo nel progetto ambizioso della costruzione di un mondo di pace e di giustizia. Su questa terra. E trova parole aspre
per condannare la deriva clericale della
politica e della cultura che tende a ridurre
l’esperienza della fede a una sorta di religione civile, presidiata da atei devoti e
credenti senza fede, come garanzia di una
moralità pubblica capace di garantire rispettabilità e consenso. E tuttavia quel
messaggio forte, di speranza e di salvezza,
credo debba anzitutto riattivare la sensibilità umana e spirituale e la tensione civile
di persone e forze politiche che, in linea
storica, sono gli eredi dei movimenti che
hanno alimentato di idee e passione le
stagioni della Resistenza e del Concilio.
Un’inchiesta condotta recentemente da
Simonetta Fiori sul silenzio dei cattolici
democratici (la Repubblica, 12 e 13 luglio
2006) mette in luce gli effetti pesanti della
stretta autoritaria della Chiesa sul libero
dispiegarsi delle voci più autorevoli della
cultura cattolica, ma anche l’irritazione e il
disagio per l’emergere a sinistra di espressioni di rozzo anticlericalismo. “La difficoltà del dialogo con la sinistra radicale è
una componente non trascurabile dell’attuale impaccio dei cattolici”, scrive la Fio-
ri nel secondo dei due articoli, dal titolo
emblematico “Se il dialogo muore a sinistra”. Mi limito a dire, sommariamente,
che, leggendo le “rimeditazioni” di padre
Camillo, così fresche, libere e vigorose, mi
sono chiesto se possano ancora essere di
stimolo per dare slancio e progettualità a
un nuovo movimento di cattolici
dissenzienti, ma anche per far uscire questa sinistra (non solo quella radicale) dalla
presente condizione di spaesamento e
smemoratatezza.
Chiudo citando un passo del libro, che a
me è parso particolarmente incisivo, in cui
padre Camillo, intervistato da Gozzini,
chiama in causa l’ecologia, una disciplina
scientifica che personalmente coltivo da
sempre e che mi ha aiutato a capire come
siano inestricabilmente avvinti i processi
delle dinamiche naturali e i percorsi della
storia delle comunità umane. Dal suo ritiro
di Madonna di Tirano Camillo ha meditato
sulla forza di questa idea e la propone
laicamente, con immediatezza e lucidità,
come oggetto di ricerca da affrontare con
un approccio problematico, critico, aperto. Nelle righe che seguono torna il tema
delle frontiere invisibili che attraversano
ciascuno di noi: vi leggo, ancora, l’invito
al dialogo come esperienza da condurre
con un lavoro paziente di testa e di cuore,
di amore e intelligenza. Per ritrovarci,
ricostruirci. Alla fine, per dare a ciascuno
di noi, a tutti gli uomini di questa terra, la
Dopo il viaggio a Montignoso per rendere omaggio alla
memoria del comandante Miro, il presidente Notari ha inviato
alla vedova signora Lciana, la seguente lettera.
Reggio Emilia 21 settembre 2006
Carissima Signora Luciana, le confesso che sono ancora vinto
dalla commozione tornando col pensiero alla visita, sia pure
fugace, sulla tomba di Miro.
Rivedo il vecchio Ramis che accarezza con le mani il volto del
Comandante delle formazioni partigiane reggiane.
Sono lieto che mi sia stata data l’occasione di compiere questa
doverosa missione, che anche il vecchio e compianto presidente Giuseppe Carretti Dario avrebbe tanto desiderato realizzare.
Nel salutarci ci siamo riproposti di incontrarci a Ligonchio.
Spero vivamente che ciò possa accadere presto. Ritornare
nella vecchia Predare, che fu fonte di vita per tante famiglie
immigrate. Il vecchio binario che alleviò tante fatiche ai
partigiani andava conservato come reperto della nostra storia
ancora ben viva nella nostra memoria.
Le sono ancora grato per la gentile e calda accoglienza, anche
a nome di tutti i partigiani che componevano la delegazione.
Unisco i saluti più cari di Osvaldo Salvarani Aldo, che fu
amico fraterno di Miro nel lungo e duro periodo passato in
montagna, un’amicizia che idealmente continua tuttora.
Le stringo forte la mano a nome di tutte le partigiane e di tutti
i partigiani di Reggio Emilia.
Grazie di nuovo.
Giacomo Notari
Alla presente allego il libro di Antonio Greppi, I Sette Fratelli,
con introduzione del sen. Ugo Benassi, Sindaco emerito di
Reggio Emilia.
speranza di stare meglio, di vivere bene.
“Si va facendo sempre più strada in me la
convinzione che una delle frontiere più
difficili da superare, perché sta dentro di
noi, è quella che separa i beni ambientali da
quelli immateriali. Ma il nostro habitat non
è forse dato dall’insieme (che non è semplice giustapposizione) degli uni e degli altri?
L’averli dissociati, mentre ha aperto il varco e offerto via libera a ogni sorta di manipolazione (la forma attuale del dominio), ha
reso schizofrenica, mentalmente e
psichicamente, la nostra società. E mi domando se non è da qui che viene il malessere, se non è di questo che soffriamo, cioè di
questa incapacità di coniugare l’uno e l’altro polo di una stessa indivisa, benché non
indistinta, realtà: l’amore e il sesso, la vita
e la morte, o Dio e il mondo e le sue creature,
il sacro e il profano. Per non parlare dell’incapacità diffusa e crescente di sentire, o
pensare, la propria identità se non in termini
opposti: o di resa incondizionata o di rigetto
delle identità altrui, con identici risultati di
impoverimento, isterilimento, sclerosi”.
Ireneo Ferrari
L’autore, docente al Dipartimento di
Scienze ambientali dell’Università di
Parma, è nato nel comune reggiano di
Cadelbosco, a Villa Seta, dove fin da ragazzo apprezzò nel “braciant ed la Séda”
Giuseppe Carretti, un autentico maestro di vita.
Le associazioni partigiane reggiane in visita
alla tomba del partigiano Riccardo Cocconi
Una delegazione di partigiani reggiani guidata dal presidente dell’Anpi
Giacomo Notari, in rappresentanza anche delle associazioni partigiane cattoliche (Alpi-Apc), si è recata a Montignoso, provincia di
Massa, a rendere omaggio alla tomba di Riccardo Cocconi. La
delegazione reggiana è stata accolta dalla vedova Luciana, dalla
figlia Elena e dal nipote Daniel.
Nel piccolo cimitero di Montignoso è stata ricordata la figura di
Cocconi che aveva aderito alla Resistenza all’inizio del 1944, quando
salì in montagna assieme al compaesano campeginese Didimo Ferrari
Eros. Ferito in combattimento nella battaglia di Cerrè Sologno (15
marzo 1944), fu nominato, nel giugno successivo, comandante delle
formazioni partigiane della montagna e dal settembre dello stesso
anno assunse l’incarico di vice comandante del Comando unico,
quando cioè insieme alle formazioni garibaldine si formarono le
Fiamme Verdi, di ispirazioni cattolica.
Nel dopoguerra aderì al partito comunista e fu coinvolto nella vicenda
di Valdo Magna-ni. Per la sua posizione fu espulso dal Pci nel feb-braio
1951. In se-guito a tale vicende si allontanò da Reggio e andò a vivere
insieme alla famiglia a Monti-gnoso dove si spense nel 1980
all’età di 68 anni.
Da sinistra: Brenno Orlandini, Peppino Catellani,
Giacomo Notari, Osvaldo Predieri, Renzo Braglia,
Elena Cocconi, Daniel Andrade, Luciana Cocconi,
Annita Malavasi.
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 17
Il Gruppo Giovani Ricercatori
Reggiani di Istoreco
È nato di recente, coordinato da Mirco Carrattieri, vicedirettore di
“RS”, su mandato del Direttivo di Istoreco, il Gruppo giovani
ricercatori reggiani (Ggrr).
Il Gruppo giovani ricercatori reggiani intende imperniare la
propria attività su un programma di studi che nel prossimo
triennio (2006-2009) sarà articolato nel Progetto “Giorno” (Giovani a Reggio nel Novecento).
“A sostegno e a margine del lavoro di ricerca vero e proprio –
afferma Carrattieri – il gruppo si propone di operare su altri tre
piani: formazione interna, collaborazione con ISTORECO, promo-
zione culturale. Trattandosi di una iniziativa sperimentale, essa
rimane comunque aperta ad altri sviluppi a seconda delle adesioni
raccolte e del reperimento di sponsor e partner adeguati”.
Il Gruppo giovani ricercatori reggiani ha presso Istoreco la propria
sede e sono in corso di definizione le modalità di partecipazione dei
giovani alla rivista e al sito dell’Istituto (www.istoreco.re.it).
Per informazioni e chiarimenti si prega di contattare: Mirco
Carrattieri (coordinatore): 339-1459817 [email protected]; Elisa
Bonini (responsabile P.R.): 333-6729563 [email protected]
o la segreteria di Istoreco: 0522- 437324 [email protected]
Presentazione del progetto “Giovani a Reggio nel Novecento” il 3
settembre a FestaReggio. Da sinistra: Ettore Borghi, Mirko Tutino,
Elisa Bonini, Mirco Carrattieri.
Il pubblico presente in sala.
Lo stile di sua Altezza
Eh, sì! l’abbiamo scampata proprio bella.
Vittorio Emanule IV (?) re d’Italia! E noi
saremmo stati i suoi sudditi. È vero che
nell’Italia di oggi i degni di lui sono tanti,
e non avrebbero certo sfigurato davanti al
loro sssssssire in fatto di qualità morali. Io
spero che chi aveva votato in Parlamento
per il rientro dei Savoia in Italia provi ora
un poco di vergogna e sensi colpa verso la
nostra bella Costituzione e verso quella
parte di italiani che vive e lavora onestamente. In Italia, però, il senso di vergogna
latita e chissà come avranno reagito coloro
18 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
che hanno reputato “storicamente” superato l’ostracismo verso la centenaria dinastia Savoia quando hanno letto: “Anche se
io avevo torto... devo dire che li ho fregati”. È la frase intercettata da una
microscopia collocata nella cella del carcere di Potenza dove Vittorio Emanuele
IV di Savoia era detenuto (giugno 2006)
con l’accusa di associazione per delinquere
finalizzata alla corruzione e al falso e di
sfruttamento della prostituzione. Il
sssssssire, con l’eleganza e lo stile che lo
contraddistinge, si riferiva ai giudici francesi che lo avevano assolto per la vicenda
del giovane tedesco Dirk Hamer, ferito
mortalmente da un colpo di fucile sparato
dal mancato sssssssovrano il 18 agosto
1978 nell’Isola corsa di Cavallo.
Sua ‘Altezza’ prosegue poi: “Eccezionale,
poi ha... venti testimoni e si sono affacciate tante di quelle personalità pubbliche.
E... è stato... il procuratore aveva chiesto 5
anni e 6 mesi. Ero sicuro di vincere. Ero
piu’ che sicuro”; “Io ho sparato un colpo
così e un colpo in giù, ma il colpo è andato
in questa direzione, è andato qui e ha preso
la gamba sua, che era... steso, passando
attraverso la carlinga”. Una “pallottola
trenta zero tre”. Parole di uno che in materia di armi se ne intende.
“La vita di Vittorio Emanuele è segnata da
scandali che vanno oltre il gossip. Negli
anni ’70 viene indagato prima dalla pretura
di Venezia per traffico internazionale di
armi (il giudice è Carlo Mastelloni); poi è
la prefettura di Trento che apre un caso
(seguito dal giudice Carlo Palermo) che
poi viene trasferito alla pretura di Roma, a
causa delle connotazioni e implicazioni
politiche che assume. Il caso verrà poi
insabbiato”. (http://biografie.leonardo.it/
biografia.htm?BioID=1374&biografia=
Vittorio+Emanuele+di+Savoia).
Così, invece, Anna Maria Merlo sul “Manifesto”: “Nel ’91, nelle lunghe udienze,
era ben chiaro che non c’era nessuna volontà di condannare un personaggio che
trafficava in armi e quindi poteva aver
avuto a che fare con le autorità della Francia, paese grande produttore di armamenti”, (12-Settembre-2006).
Che aggiungere? (g.b.)
Finalmente luce dopo sessant’anni di rimozione
sulle persecuzioni antisemite nel bresciano
Marino Ruzzenenti, La capitale della
RSI e la Shoah. La persecuzione degli
Ebrei nel Bresciano (1938-1945), GAM
ed., 2006, pp. 232, Euro 15.
In 232 dense e documentatissime pagine
l’A. ricostruisce con puntigliosa pecisione
le vicende delle persecuzioni antisemite
in provincia di Brescia dalle leggi razziali
del 1938 all’invio, ad opera di solerti
collaboratori repubblichini dei nazisti, di
26 ebrei nei campi di sterminio. Diversi
dei quali, inviati prima al campo di transito di Fossoli di Carpi, salirono sul treno
per Auschwitz il 22 febbraio 1944. Lo
stesso treno su cui viaggiarono Primo
Levi e i dieci ebrei reggiani passati poi
“per il camino”.
Si tratta, credo di non sbagliare affermandolo, del più ampio studio sull’argomento prodotto in Italia relativamente alla
situazione di una provincia.
Il tema antisemitismo fascista e sue conseguenze tragiche, era rimasto, come
ben spiega e documenta Ruzzenenti,
qualcosa di rimosso in tutti i decenni del
dopoguerra. E forse non è un caso che in
diverse chiese del Bresciano si conservi
ancora, offerta alla venerazione dei fedeli, l’immagine di “San Simonino”, immagine che ci rimanda ad un tragico
falso del secolo XIV in base al quale in
area germanica e nell’Italia settentrionale si scatenarono feroci aggressioni agli
ebrei in forza dell’accusa, poi ripetuta
nell’est europeo e nel Medio Oriente
anche sul finire del secolo XIX, di usare
sangue di cristiani per impastare le
azzime pasquali.
Di un antigiudaismo cattolico di matrice
religiosa, in area bresciana, l’A. fornisce
documentazione anche relativamente al
sostegno dato alle leggi razziste del fascismo da intellettuali della locale casa editrice La Scuola, sotto l’influenza di padre
Agostino Gemelli, rettore dell’Università cattolica di Milano, che a proposito
delle leggi razziste del 1938 plaudì al
“Duce d’Italia, che un’alta ed augusta
voce ha chiamato impareggiabile” (p. 26).
Ciò che comunque non impedì, a singoli
sacerdoti e monache bresciani, nel periodo delle deportazioni nei campi di sterminio, di dare ospitalità ed aiuto ad ebrei
sottraendoli alla caccia dei fascisti
repubblichini al servizio degli occupanti
nazisti (pp. 100,101).
Ma Ruzzenenti segue con scrupolosa
attenzione le vicende personali di decine
e decine di ebrei, poi “sommersi o salvati”, presenti sul territorio, compresa la
dott. Ruth Wasser (p. 53, 79, 115), a noi
ben nota perché, sopravvissuta ad
Auschwitz dove era stata deportata col
convoglio dei dieci reggiani e di Primo
Levi, ebbe nel dopoguerra a testimoniare dell’immediato avvio alle camere a
gas della reggiana Beatrice Ravà ved.
Rietti e delle sue due figlie Iole e Ilma, al
momento della “selezione” sulla
Judenrampe. Ricostruita nei dettagli
anche la vicenda di Alberto Della Volta
(e della sua famiglia), “l’eroe di
Auschwitz, il primo ebreo catturato a
Brescia dai fascisti” (p. 73 e segg.), cioè
l’amico fraterno a cui Primo Levi dedica
molte pagine in Se questo è un uomo.
Protagonista di primo piano, nel collaborazionismo e nella caccia agli ebrei, risulta essere stato il questore Candrilli, assai
attivo anche nella repressione
antipartigiana, condannato a morte nel
dopoguerra dalla C.A.S. (sentenza eseguita) e che l’instancabile Pansa, nel suo
Il sangue dei vinti, “annovera tra le vittime della vendetta dei vincitori”(p. 185).
Ma nella capitale della Rsi fece la sua
apparizione anche il famigerato Priebke,
giunto sul posto per sovrintendere alla
repressione antipartigiana facendo in tempo ad occuparsi altresì dei pochi ebrei
sfuggiti alla caccia del solerte questore
Candrilli e dei diversi bresciani che con
lui collaborarono a diversi livelli di responsabilità. Priebke, che poté andarsene
tranquillamente dall’Italia, nel ’45, con
un “attestato di buona condotta del vescovo di Brescia mons. Tredici”, poi in Argentina per la ben nota “Via dei conventi”, vescovo Alois Hudal adiuvante (p.
185).
Gli ebrei, apprendiamo dalle prime pagine del libro, comunità importane nel medio evo, erano stati espulsi da Brescia nel
1572, in ottemperanza alla bolla papale
Cum nimis absurdum del 1555.
Famiglie ebraiche erano tornate dopo
l’Unità d’Italia, inserendosi perfettamente nella vita sociale, come peraltro nel
resto dell’Italia uscita dal Risorgimento.
Ma una vera Comunità non si era più
ricostituita. Nel 1938 settantacinque ebrei
bresciani erano iscritti alla Comunità di
Mantova (ma sul territorio se ne aggiunsero diversi altri sfollati, causa guerra e
bombardamenti, dalle grandi città nei
paesi attorno al Garda). Nel 1945 erano
rimasti venti. I sopravvissuti, dopo la
Liberazione, trovandosi “alle prese con
il contrastato ritorno alla normalità, ripiegarono in un doloroso silenzio” (p.
187).
Tra i molti meriti di questo denso studio di
Ruzzenenti, non ultimo quello di contribuire a ragionare, sulla scorta di una vasta
documentazione, sulla tesi defeliciana del
carattere bonario dell’antisemitismo fascista italiano.
“È vero […] – scrive l’A. in modo quasi
conclusivo (p. 192) – vi furono anche
italiani impegnati a sostenere, nascondere, proteggere gli ebrei, rischiando di persona. Tuttavia questo raggio di luce acquista la sua valenza più vera se si ha la
forza di guardare nell’abisso in cui anche
noi italiani, guidati dal fascismo, fummo
condotti”.
Antonio Zambonelli
Marino Ruzzenenti vive a Brescia dove
insegna italiano e storia negli Istituti
superiori. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Il movimento operaio bresciano nella Resistenza, Ed.Riuniti,
1975; con altri, Gastone Sclavi e la
stagione dei Consigli, in “Studi bresciani”, Fondazione Micheletti; A
come ambiente. Corso di educazione
ambientale, La Nuova Italia, 1998;
Un secolo di cloro e…PCB; L’Italia
sotto i rifiuti (entrambi, 2001 e 2004,
con Jaka Book, Milano).
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 19
I diritti umani nel mondo e in Italia
Nel rapporto annuale 2005 di Amnesty
International viene presa in esame la
situazione dei diritti umani in 150 Paesi.
Il risultato di tale esame, evidenziato in
centinaia di pagine, dal titolo Un bicchiere mezzo pieno, è sinceramente
sconfortante. Diffuse in tutto il mondo si
rilevano violazioni delle libertà fondamentali, censura, arresti, torture, repressioni politiche e giudiziarie, pena di morte, abusi che coinvolgono dittature ma
anche Stati democratici.
La denuncia più forte si riferisce alle crisi
in corso nelle aree più povere della Terra,
prima fra queste la regione sudanese del
Darfur, dove a causa della guerra civile si
contano già 180.000 morti e 2,5 milioni
di profughi. “Il mancato rispetto dei diritti umani anche da parte dei Paesi occidentali – sottolinea il segretario generale
di Amnesty Irene Khan – rende più difficile l’azione verso Stati quali Colombia
ed Uzbekistan, nei quali l’antiterrorismo
viene usato per giustificare la repressione degli oppositori”.
In nome della lotta al terrorismo si verificano ovunque gravi illeciti: maltrattamenti nel carcere americano di
Guantanamo, abusi nelle prigioni di
Baghdad e Abu Ghraib, migliaia di civili
morti per uso eccessivo della forza in
Iraq e Afghanistan, detenzioni illegali,
centinaia di trasferimenti segreti di prigionieri nel periodo 2001-2005. “In Paesi ove tali persone rischiano seriamente
oppure vengono semplicemente trasferiti come merce di scambio in una sorta di
– subappalto della tortura – 1500 voli di
aerei negli Usa hanno transitato in porti
e cieli europei. In siffatto contesto l’Europa è stata colpevolmente assente ed
implicata anche nel trasferimento di quattordici prigionieri, sei dei quali verso
Paesi in cui sono stati torturati”.
Tra le molte località europee, toccate dai
voli della Cia per trasferire e detenere
persone in segreto o consegnarle ad altri
Paesi – su cui è in corso un’inchiesta del
Consiglio d’Europa e del Parlamento
europeo – compaiono anche l’aeroporto
di Pisa e quello di Roma Ciampino.
A tale proposito è d’uopo ricordare il
coinvolgimento del governo Berlusconi
nel rapimento da parte di agenti Cia
dell’iman Abu Omar, coinvolgimento
che il ministro di allora Giovanardi sostenne in Parlamento l’assoluta non conoscenza dell’operazione da parte del
governo e dei servizi segreti italiani.
L’inevitabile smentita venne dalla Procura di Milano, che a seguito di accurate
indagini, dispose l’arresto di Marco
Mancini, vicecapo del controspionaggio
20 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
del Sismi e del generale Gustavo Pignoro,
per il reato di concorso in sequestro di
persona, rinnovando, nel contempo, la
richiesta di estradizione per 26 agenti
della Cia che parteciparono al rapimento
dell’iman. A nulla sono servite le dichiarazioni del generale Nicolò Pollari, direttore del Sismi, per il quale il servizio
segreto italiano non ebbe nessun ruolo
nel rapimento.
Il Rapporto Amnesty segnala ancora la
mancanza in Italia di una normativa organica sull’asilo politico e critica la legge antiterrorismo del luglio 2005, che ha
modificato le norme italiane sull’espulsione per motivi di sicurezza dello Stato,
facilitando così l’allontanamento di un
qualsiasi cittadino straniero.
L’Italia inoltre viene considerata “colpevole” di non avere inserito ancora il reato
di tortura nel codice penale mentre considera preoccupante l’aumento di denunce per la violazione dei diritti umani
nei Centri di permanenza temporanea
degli immigrati.
Sul banco degli imputati finiscono quattro dei cinque membri permanenti del
Consiglio di sicurezza dell’Onu e cioè
Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina e Russia, due dei quali, Cina e Russia, sono
paradossalmente entrati in qualità di
membri nel nuovo Consiglio dei diritti
umani dell’Onu.
Da ricordare che la precedente Commissione era stata sciolta, in seguito alle
critiche internazionali a causa della sua
composizione, che vedeva al suo interno
molti Stati responsabili di abusi, tra i
quali i due citati sopra.
Per gli Usa le accuse di Amnesty si
concentrano sulla detenzione di migliaia
di persone in Iraq, in Afghanistan ed a
Guantanamo (di cui si chiede la chiusura) e sulla scomparsa di altri prigionieri
in una rete segreta di prigioni, che la Cia
gestisce in vari Paesi. Crimini sono addebitati anche alle milizie irachene ed
alla coalizione internazionale con “un
uso della forza che calpesta i diritti umani ogni giorno sia a Baghdad che a Kabul.
Dalle forze di sicurezza del nuovo Iraq
sono comprovate torture e maltrattamenti
con metodi disumani, come la sospensione per le braccia, le bruciature di sigarette, le scosse elettriche”.
Il Rapporto di Amnesty accusa il premier
britannico Blair per le norme anti-terrorismo, varate prima e dopo gli attentati
del luglio 2005 a Londra, dal momento
che le stesse hanno imposto severe restrizioni dei diritti umani, a persone sospettate in base a documenti riservati non resi
pubblici.
Per quanto si riferisce alla Cina si constata come la crescita economica del Paese
non vada di pari passo con la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Amnesty si appella alla Unione Europea affinché la
stessa mantenga l’embargo sulle armi,
fino a quando Pechino non faccia “concessioni importanti” su questo fronte.
Alla Russia si imputano nuovi “crimini
di guerra” in Cecenia.
Le grandi potenze vengono accusate di
non essersi adeguatamente impegnate
per risolvere la tensione in Israele e nei
territori arabi occupati. Peraltro anche il
governo di Israele non può fingere di non
vedere le violazioni, esercitate dalle sue
forze di sicurezza e dai suoi coloni a
danno del popolo palestinese.
Le statistiche riportate nel Rapporto
Amnesty per il 2005 sono tragicamente
eloquenti: in 22 Paesi sono state eseguite
2148 condanne a morte e pronunciate
5186 sentenze capitali; sono 104 i Paesi
coinvolti in maltrattamenti e torture da
parte di forze di sicurezza, di polizia e di
altri pubblici ufficiali; 21 i Paesi in cui
maltrattamenti e torture sono avvenuti
ad opera di gruppi armati.
L’Italia spende per la sicurezza il doppio
di quanto si spendeva negli “anni di
piombo”: nel 2001 la spesa statale per la
Difesa e l’ordine pubblico ammontava a
38.954 milioni di euro, mentre nel 2004
la stessa era aumentata a 43.497 milioni
di euro. Le forze di polizia in Italia ammontano a 342.000 unità (110 mila poliziotti, 115 mila carabinieri, 67 mila finanzieri, 43 mila agenti di custodi, 6700
guardie forestali). Tale esercito può essere una garanzia per la tutela dei diritti
umani?
Per essere considerata uno Stato di
diritto l’Italia deve: 1) Dare seguito
alla riforma del 1977 dei servizi segreti
e della polizia (Sisde, Sismi, Ceis e
Ris) così come già annunciato dal governo Prodi; 2) Il nuovo comitato parlamentare di controllo sui servizi
Copaco, deve proporre al più presto
opportune determinazione in proposito; 3) per quanto si riferisce poi alla
difesa mondiale dei diritti l’Italia deve
svolgere un ruolo di supporto e di attiva sollecitazione per i lavori del Comitato Onu dei diritti umani, tenendo presenti la parole del ministro degli Esteri
D’Ale-ma: “Sono talmente occidentale che ritengo che l’Occidente debba
parlare ad alta voce sui diritti umani.
Se tace, se si sente costretto a tacere,
significa che c’è qualcosa che non funziona, che va cambiato”.
Bruno Bertolaso
3 settembre: giornata della cultura ebraica
Una bella pubblicazione della
comunità di Modena e Reggio
Il 3 settembre scorso si è celebrata con
successo la Giornata europea della cultura
ebraica nei Territori estensi (ex ducato di
Modena e Reggio), territori che quest’anno sono stati i capifila, in Italia, tra le oltre
50 località nazionali che hanno preso parte
all’iniziativa istituita dal Consiglio d’Europa e attuata, in Italia, dall’Unione delle
comunità ebraiche. Visite guidate a sinagoghe, cimiteri ebraici, antichi quartieri
un tempo ghetti, mostre, hanno avuto luogo nei due capoluoghi di provincia come
nelle località minori: Finale Emilia e Carpi,
per Modena, Correggio per Reggio Emilia.
Nella nostra città, in mattinata, la visita
alla sinagoga di Via dell’Aquila, in fase di
restauro definitivo, è avvenuta alla presenza di varie autorità tra cui il sindaco Delrio,
l’on. Maino Marchi, la presidente della
Provincia Sonia Masini, l’assessore
Marcello Stecco. Particolarmente significativa la partecipazione di Driss Guessous,
responsabile del centro islamico di Via
Monari, che nell’occasione ha avuto un
amichevole incontro con la prof. Alberta
Sacerdoti, ebrea reggiana originaria di
Padova, la quale è stata in gran parte l’artefice del successo della giornata. Centinaia di persone hanno visitato la sinagoga,
e un folto pubblico, nel tardo pomeriggio,
ha seguito il concerto di canti sinagogali
nel cortile dell’Archivio di Stato, praticamente nell’angolo nord ovest del vecchio
ghetto ebraico cittadino. Ed è proprio nel
benemerito Istituto diretto dal dott. Badini
che si conserva, da un secolo, il ricco e
prezioso archivio della comunità ebraica
reggiana.
Nella circostanza la Comunità ebraica di
Modena e Reggio ha dato alle stampe una
bella pubblicazione tesa ad illustrare, con
agili saggi e splendide immagini a colori,
i luoghi ebraici dell’antico ducato: Modena, Reggio, Correggio,Scandiano, Carpi,
Finale Emilia (che ha il più antico cimitero
israelitico della regione).
Ottimo lavoro in complesso. Spiace dover
rilevare disomogeneità nelle bibliografie
citate in fondo al volume, a danno di Reggio
Emilia.
Mentre compaiono, giustamente e correttamente, ben 12 riferimenti bibliografici
per Finale Emilia (MO), 15 titoli per Carpi,
9 per Modena, 3 per Correggio, 2 per
Scandiano ce ne sono soltanto 5 per Reggio
(di cui tre “ellittici”), nessuno per Novellara
( che peraltro non è inserita negli “itinerari”).
Ci permettiamo qui di indicare ciò che
manca relativamente a Reggio, o che avrebbe dovuto essere segnalato in modo completo, in coerenza con le indicazioni relative a tutte le altre località. E questa costituisce, crediamo di poter dire, una carenza
di editing.
Infatti manca per Reggio:
ANTONIO ZAMBONELLI, Sanità e assistenza nella comunità ebraica di Reggio
Emilia (1631-1856), in “Bollettino storico
reggiano” [da p.149 a p. 167], n. 94, 1997.
Un momento del cordiale incontro, nella vecchia sinagoga di Reggio, tra l’ebrea Alberta
Sacerdoti e il musulmano Driss Guessous, responsabile del Centro islamico di Via Monari.
Al centro l’assessore Marcello Stecco; sullo sfondo l’on. Ds Maino Marchi.
(Si noti che un lavoro analogo, di S. ARIETI, del 1999, è giustamente segnalato per
Modena)
A.Z., Ebrei reggiani tra leggi razziali e
Shoah, in “Ricerche storiche” [da p. 9 a
133], nn. 91-92, 2001.
GIULIO BUSI, Anania Coen editore e
letterato ebreo tra Sette e Ottocento, Aisg,
Bologna, 1992
AA.VV., Gli ebrei a Reggio nell’Età contemporanea. Tra cultura e impegno civile,
in “Ricerche storiche”, n. 73, 1993, fascicolo speciale dedicato agli Atti del Convegno di studi storici sotto l’alto patronato
del Presidente della Repubblica.
Alla comunità e ai luoghi ebraici di
Novellara non è stato dato spazio, eppure
esiste una bibliografia che avrebbe potuto
essere utilizzata allo scopo:
A.Z., Notizie su di un popolo a parte.
Ebrei a Novellara dal XV al XX secolo, in
I Gonzaga a Novellara, [da p. 191 a 217],
Atti del Convegno di studi storici svoltosi
il 28.10.1995.
A.Z., Giovanni Felice nato ebreo, battezzato di nascosto e sottratto alla famiglia
(1587), in “L’Almanacco”, n. 36, 2001 [da
p. 119 a 126].
Manca in “Sugli ebrei nel Ducato estense”:
ARON LEONE DE LEONI, La Nazione
ebraica spagnolo portoghese negli stati
estensi, Luisé, Rimini, 1992.
Da notare che la bibliografia mancante
poteva essere agevolmente desunta dalla
rivista “Ricerche Storiche” nn. 91-92, sopra citata.
Per quanto riguarda le pagine del saggio
dedicato a Reggio non posso esimermi,
anche perché sono citato tra quanti vengono ringraziati per “la collaborazione e la
disponibilità”, dal formulare i seguenti
rilievi:
A pag. 79 e 81 trovo scritto Kiriat Shmell.
Ora, chi ha letto le mie “pagine ebraiche”,
(o consultato una carta geografica di Israele) avrà notato che la località presso Haifa
in cui è stato trasferito l’Aron della Sinagoga di Reggio si chiama Kiriat Shmuel
(Shmuel significa Samuele).
A pag. 83 l’incipit dell’atto di fede ebraico
stilato da Maimonide risulta essere Anì
Ma’amim anziché Anì Ma’amin.
Quisquiglie se si vuole, ma poiché risulto
coinvolto (ma sono in realtà soltanto ampiamente utilizzato), ci tengo alle
precisazioni.
A pag. 75 una didascalia segnala un
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 21
“Documento riguardante l’archivio di
Israel Bassani”. In realtà si tratta di un
documento “presente” nell’Archivio de
quo, ma “riguardante” il progetto, come
si legge nella scritta in ebraico nel
cartiglio, per la “Casa dell’Assemblea [
Beit ha knesset, cioè sinagoga] per il
matroneo superiore. Anni 5522 [=1762
e.v.]”. Segnalo che la riproduzione fotografica dell’immagine relativa, un bel
disegno acquarellato, l’avevo messa,
qualche anno fa, tra molte altre, nella
mostra sulla presenza ebraica a Reggio
curata da Istoreco, e collocata per qualche tempo nell’atrio della sinagoga. Tra
l’altro mi piacerebbe sapere dove sia
andata a finire quella mostra nel
frattempo…Ma questo non c’entra con
il volume di cui ci stiamo occupando.
Ciò detto, la descrizione che Alberta
Sacerdoti fa dei luoghi ebraici di Reggio
risulta comunque senz’altro utile trat-
tandosi di una “Guida storico turistica”.
Per Modena abbiamo addirittura un affettuoso e coinvolgente pellegrinaggio (con
qualche rischio di sovrabbondanza) nel
tempo e nello spazio ad opera di Luisa
Modena, che ci fa rivivere luoghi e atmosfere di un mondo ebraico al quale l’autrice appartiene ed al quale ha già dedicato
vari studi (ricordo il suo pregevole volume
Il dialetto del ghetto di Modena e dintorni)
(a.z.).
Õ Progetto, del 1762, per l’erezione del matroneo nella sinagoga di
Via dell’Aquila.
Ó Copertina del bel volume dedicato ai luoghi ebraici di Modena e
Reggio.
La campana del partigiano
Cefalonia:
una
sentenza
assurda
Il comunicato di Istoreco
Una comitiva, con una forte componente femminile, è giunta in pullman da
La notizia dell’archiviazione del procedimento penale dell’ex sottotenente Ottmar Mühlhauser imputato per la strage di Cefalonia non può che lasciare
sbigottiti e increduli.
Dopo 63 anni dall’eccidio la disposizione della Procura di Monaco di Baviera è l’ultima tappa di un
percorso che ha condotto all’impunità dei responsabili e ad una inammissibile riscrittura della storia.
Considerare infatti i militari della divisione Acqui
alla stregua di disertori non solo costituisce una
affermazione fattualmente assurda ma insulta la
memoria e la dignità di quelle migliaia di soldati e
ufficiali italiano che scelsero, legittimamente, di non
deporre le armi e di combattere contro le truppe
tedesche, realizzando, come sottolineò il Presidente
Ciampi nel 2001, il primo atto di Resistenza nazionale. Come, oltre che a Cefalonia, si verificò in tanti
altri luoghi dove militari italiani persero la loro vita
in un’impossibile, generoso, tentativo di contrastare
il nemico. Senza dimenticare gli oltre 600.000 militari che scelsero la non collaborazione
Una simile sentenza non può passare sotto silenzio e
le nostre istituzioni dovrebbero farsi carico di denunciare, nelle sedi opportune, questo atto di sostanziale
ingiustizia, considerato anche come nessun governo
italiano abbia mai ritenuto opportuno costituirsi parte civile nel procedimento contro il sottotenente
Mühlhauser, reo confesso dell’eccidio.
22 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
Alessandria a Castelnovo Monti, nell’estate scorsa, per rendere omaggio al
monumento alle donne della Resistenza e per visitare la fonderia Capanni,
dove a suo tempo è stata fusa “Aurora. La campana del partigiano”, collocata
nel comune di Perloz (in provincia di Aosta), uno dei principali centri della
lotta di liberazione nella Vallée. A Perloz, attorno a Bono Bandery, si formò
uno dei primi gruppi della resistenza nel dicembre 1943. I partigiani di Perloz
e dei comuni limitrofi costituirono poi la 3ª Brigata Lys, partecipando in prima
fila a tutte le principali operazioni militari nella Bassa Valle.
Il 4 novembre 1995 al comune di Perloz è stata conferita la medaglia di bronzo
al valor militare “Per l’indomita lotta della popolazione intera contro i
nazifascisti”.
“Aurora”, il nome dato alla campana, vuole ricordare Aurora Wuillerminaz,
partigiana a Cogne, torturata e uccisa dai fascisti assieme ad alcuni suoi
compagni il 16 ottobre 1944.
A Castelnovo gli amici di Alessandria, accompagnati dalla Sindaca della
città piemontese, hanno lasciato in omaggio una copia in miniatura della
Campana “Aurora”e sono stati ricevuti in Municipio dall’assessore Maioli
affiancato dal presidente del-l’Anpi Giacomo Notari.
La Campana “Aurora” che si trova a Marine Perloz (AO) quale ricordo del primo
gesto di ribellione contro il nazifascismo.
Per un uso critico della memoria
Queste brevi riflessioni traggono spunto
da un libro, appena pubblicato in Italia
dall’editore Ombre Corte di Verona, Il
passato: istruzioni per l’uso, a firma di
Enzo Traverso, studioso italiano trapiantato ad Amiens (Francia). La parola memoria, specie in Occidente, è a dir poco
“inflazionata”. Tutto, della storia del secolo Ventesimo, sembra meritevole di essere
ricordato, di dover divenire oggetto della
nostra “memoria collettiva”. A dire il vero,
non mancano casi (anche clamorosi, a ben
vedere) di “dimenticanze”, di rimozioni. È
qui appena il caso di accennare ai crimini
del colonialismo italiano, o al genocidio
degli armeni, così come, a dire il vero, il
silenzio e l’indifferenza sono stati l’atteggiamento costante per parecchi decenni da parte della memoria ufficiale europea (ma, in particolar modo, italiana) nei
confronti della Shoah, la distruzione del
popolo ebraico.
Oggi possiamo dire che l’Europa non ha
imboccato la strada dell’oblio dello sterminio. Il rischio, semmai, è quello (ma
ormai si tratta più di una realtà che di
un’eventualità) di un eccesso di memoria
(Todorov ha scritto dieci anni fa un libretto, Gli abusi della memoria, ancora oggi
utilissimo). Eccesso di memoria significa
neutralizzare il potenziale critico che la
memoria di eventi terribili, come appunto
la Shoah, possiede in sé. Eccesso della
memoria significa consegnare il passato,
la memoria dell’oppressione, ai musei, ai
memoriali, ai monumenti (di cui non si
può certo negare l’efficacia), neutralizzando in questo modo l’appello per la
giustizia, per la libertà e la liberazione
degli uomini.
Proprio la memoria della Shoah rappresenta bene il paradigma del passaggio, in
Italia come in tutto l’Occidente (e, in primis,
negli Stati Uniti), da una memoria debole
ad una forte. Dice Traverso: “Vi sono
memorie ufficiali, istituzionalizzate, protette dagli Stati e memorie sotterranee,
nascoste o perseguitate” (51). Oggi il ricordo della Shoah è divenuto una sorta di
religione civile, secolare, che impegna,
con i suoi dogmi (l’unicità e
l’incomprensibilità dello sterminio) ed i
suoi santi (le vittime-testimoni), tutto il
mondo civilizzato. Lo impegna a ricordare, ma sempre più nel segno della retorica,
piuttosto che nell’uso non-conformistico
(cioè critico) della memoria del e nel presente.
La Shoah, a partire dagli anni Sessanta, ma
soprattutto negli anni Novanta, da quando,
cioè, essa è divenuta oggetto delle mire
dell’industria culturale (Hollywood) e del
turismo di massa della memoria, è divenuta
protagonista assoluta, venendo a colmare
una colpevole lacuna in gran parte del discorso politico-istituzionale. Auschwitz
(l’inferno dello sterminio) ha preso il posto
di Buchenwald (il campo dei deportati politici) nella coscienza storica occidentale.
Eppure questa attenzione può, addirittura,
nascondere pratiche restauratrici. Vediamo qualche esempio. Oggi la Shoah è
divenuta “oggetto di culto” negli Stati
Uniti. Dopo decenni (per evidenti ragioni
politiche) di assoluto oblio, oggi in America dominano, a vari livelli, gli Holocaust
studies, mentre non si avverte la necessità
di riconoscere tragedie, opera americana,
quali il genocidio degli indiani o la tratta
degli schiavi dall’Africa. Ha, senza dubbio, ragione Susan Sontag, grande scrittrice americana, da poco scomparsa, quando,
nel suo ultimo libro, Davanti al dolore
degli altri, nota l’irriducibile irresponsabilità delle istituzioni americane. La memoria della Shoah non sfugge alla banalità
della retorica ed è, anzi, funzionale ad un
discorso pienamente conservatore. Il ricordo si riduce ad una forma di narcisismo
compassionevole, di autocelebrazione (ed
un caso eclatante si ha ormai ogni anno con
il ricordo degli attentati dell’Undici settembre). Lo stesso Traverso ricorda le
celebrazioni per il Sessantesimo della Liberazione dei cancelli di Auschwitz: “Non
credo di essere il solo ad aver provato un
certo disagio guardando le immagini di
Dick Cheney, Jack Straw e Silvio
Berlusconi ad Auschwitz. La loro presenza sembrava inviarci un messaggio rassicurante, ma in fondo apologetico, consistente nel vedere il nazismo come una
legittimazione in negativo dell’Occidente
liberale considerato come il migliore dei
mondi” (80).
Se è indubbiamente vero che è necessaria
la massima cautela nell’allestire paragoni
fra eventi storici, paragoni che, in alcuni
casi, faticano ad occultare malcelati pregiudizi (anche di matrice antisemita),
cosicché sono chiare l’esagerazione e l’imprecisione nell’identificare Auschwitz con
Guantanamo o nell’affermare che la politica israeliana ricalchi quella nazista, non
si può, d’altra parte, ignorare la notevole
efficacia che la memoria della violenza
nazista può avere per opporsi alla violenza
presente. Basterà qui un esempio. Pierre
Vidal-Naquet paragonò i massacri nella
guerra d’Algeria ad Auschwitz. È evidente la sproporzione, l’errore sostanziale.
Eppure, in quel contesto (la Francia del
1960), l’immagine del Lager era assai
azzeccata nel denunciare l’oppressione e
nel rilanciare la necessità di lottare per
un’alternativa.
In una formula, si tratta di riprendere la
lezione di Adorno ed Horkheimer, i quali,
si sono interrogati (si pensi ad un libro
come Dialettica dell’illuminismo) sui legami profondi fra nazismo ed Occidente.
Non è lecito, proprio alla luce di Auschwitz,
relegare quel regime oltre i confini della
nostra civiltà, quasi fosse un’eccezione
alla regola del progresso.
Due ultime considerazioni. Un diverso
uso, critico, della memoria non deve cercare di attualizzare ad ogni costo il passato. È del tutto evidente che i Cpt (i Centri
di permanenza temporanea) per clandestini non sono, almeno nelle intenzioni, Lager.
Eppure rappresentano la riedizione di tanti
presupposti (culturali, ideologici, economici) che hanno consentito il “successo”
dei Lager. I Cpt sono luoghi dove esplode
il non-diritto, proprio come i luoghi di
detenzione (e poi di assassinio) degli ebrei
nell’Europa di 60 e 70 anni fa. Sono stati
pensati per contenere individui che non
godono della protezione di alcuna legge,
uomini superflui (anche se poi impiegati
in tante nostre realtà lavorative) e, proprio
per questo, invisibili ed indifendibili.
Volendo poi consigliare un’ulteriore lettura sul tema, vogliamo citare un romanzo
che ha ormai 30 anni, W o il ricordo
d’infanzia, di George Perec, pubblicato
l’anno scorso da Einaudi. È un doppio
racconto alternato: da una parte i ricordi
dell’autore, allora bambino ebreo, orfano
nella Francia in guerra, dall’altra una storia immaginaria, la descrizione di W, società totalitaria, localizzata nell’America
del sud. Così conclude Perec il libro: “Ho
dimenticato le ragioni che, all’età di dodici
anni, mi hanno spinto a scegliere la Terra
del Fuoco per impiantarci W; a dare
un’estrema risonanza al mio fantasma ci
hanno pensato i fascisti di Pinochet: oggi,
parecchi isolotti della Terra del Fuoco
sono campi di deportazione” (187).
Francesco Paolella
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 23
Un libro di Ugo Pellini
sui giardini pubblici di Reggio
Presentazíone
La restituzione alla città dei Giardini Pubblici costituisce una delle priorità decise
dall’Amministrazione comunale di Reggio
Emilia, sin dall’inizio del mandato amministrativo. Ad ottobre avanzato, solo tre
mesi dopo l’insediamento della nuova
Giunta di Graziano Delrio, in una straordinaria mattinata di sole caldo, nonostante
l’inverno alle porte, i giardini pubblici di
Reggio sono stati riaperti, dopo un lungo e
laborioso intervento di risistemazione secondo il progetto originario.
Simbolicamente, sullo sfondo di un albero
di altissimo pregio, il Cedro del Libano,
palcoscenico naturale del teatro della natura che vive nel cuore della città, i giardini
sono stati restituiti alla popolazione che li
ha sempre amati e frequentati, sin dalle
origini. In quella stessa mattinata, amministratori e cittadini siamo stati guidati
lungo quegli itinerari, magistralmente descritti in questo volume, che confidiamo
possano essere riproposti e la cui pubblicazione siamo certi potrà costituire non
solo un prezioso strumento conoscitivo,
bensì una vera e propria guida alla fruizione.
Ricordo di Angelo Brindani
Angelo Brindani è morto a 80 anni il 28 agosto u.s., Con lui è venuta a mancare una
bella figura di socialista, di uomo gentile, del quale molti, di varie parti politiche,
hanno un grato ricordo.
Militante nel Psiup dal 1964 al 1972, passato successivamente al Psi, era stato
consigliere comunale a Reggio ai tempi di Giulio Fantuzzi sindaco, ricoprendo
anche l’incarico di assessore al patrimonio.
Ma Brindani fu soprattutto, per decenni, “la voce” di Reggio. Suoi furono per tanti
anni gli annunci al Teatro municipale, così come durante le partite della “Reggiana”.
La sua calda voce, educata anche attraverso esperienze teatrali, fu altresì prestata a
documentari cinematografici. Ne ricordo direttamente uno, quello di Franco Cigarini
dal titolo “Chiesa in Acquabona”.
L’Anpi reggiana esprime sentite condoglianze ai familiari (a.z.).
Il 2 giugno u.s., in significativo legame con il 60° della Repubblica nata dalla Resistenza, gli
amici dell’Anpi di Brescia hanno inaugurato, con il patrocinio della Provincia e dei comuni di
Bovezzo, Nave e Caino, il monumento ai partigiani caduti nella Valle del Garza. Nella foto, in
primo piano sulla destra, il reggiano, da anni trasferitosi a Brescia, Ermanno Redeghieri,
grazie al quale è ormai diventata tradizione consolidata la presenza bresciana alla commemorazione del 7 luglio Sessanta, legando insieme idealmente la strage di Piazza Fontana al
sacrificio dei Morti di Reggio Emilia. Nel nome degli ideali di una Resistenza che è continuata,
e che continua, anche dopo il 25 aprile 1945.
24 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
Ripercorrendo arte, storia e valorizzando
gli aspetti naturalistici, estetici e
monumentali, i diversi contributi affrontano profili specifici, da quello storico a
quello più didattico dell’itinerario artistico, botanico e dell’avifauna. Schede delle
piante e degli uccelli, accompagnate da
immagini, arricchiscono il volume consentendo non solo di comprendere l’importanza di questo straordinario polmone
verde che ripulisce l’aria della città, bensì
di apprezzare il valore straordinario di
ogni albero e fiore. E di fronte all’imponenza e alla maestosità degli alberi storici
non si può non riflettere sulla lungimiranza dei generosi cittadini reggiani che hanno saputo conservare, in tutto lo splendore, questo insostituibile patrimonio.
Pinuccia Montanari
Assessore all’Ambiente,
Città Sostenibile e Verde
Cinica stupidità
contro D’Alema
“Se non ne avesse parlato lui durante l’incontro di FestaReggio nessuno nella nostra città si era accorto del manifesto fatto
affiggere da Alleanza nazionale che, con
irridente e cinica stupidità, voleva censurare il viaggio di D’Alema a Beirut il 14
agosto scorso. Siamo andati a vederlo e
francamente ci sono cadute le braccia. Se
la polemica politica deve scendere a questi
livelli vuol dire proprio che si è raschiato
il fondo del barile dell’intelligenza”
(Umberto Bonafini, “Il Giornale di Reggio”, 7 settembre 06)
Per la scomparsa di Norma Cagnoli
Pubblichiamo l’orazione funebre di
Hermes Grappi alle esequie della compagna di Giannetto Magnanini, Norma
Cagnoli, deceduta il 19 agosto u.s.
Noi siamo qui, oggi, tristemente riuniti per
porre il nostro affettuoso e doloroso ultimo saluto alla nostra cara amica e compagna Norma Cagnoli.
Pure siamo qui a manifestare la nostra
condogliente solidarietà alla figlia Milly,
al marito Giannetto, al genero ed ai nipoti.
Per vincere la umana, commossa, emozione, sono costretto – mio malgrado – a
ricorrere alla lettura dei miei sinceri e
spontanei sentimenti che non vengono affatto leniti dalla scrittura.
È indubbio che la vita, le lotte, le esperienze, le speranze e le delusioni di Norma
rappresentino, in modo paradigmatico,
l’esistenza e l’esperienza di una donna
semplice, di modeste condizioni economiche che ha attraversato tre quarti del Novecento, armata della propria intelligenza e
buon senso.
Con il proprio impegno sociale e politicosindacale, Norma ha contribuito al riscatto, delle condizioni di allora, delle donne
italiane e dunque ha concretamente lottato
per l’emancipazione femminile.
Operaia al pennellificio Agazzani, antifascista e partigiana, aderì giovanissima, nella
clandestinità, al gruppo “Difesa delle donne” e poi al Pci; Norma ha partecipato a
molte lotte sindacali, politiche, sociali del
secolo scorso e con determinazione ed
amore ha sostenuto Giannetto nel suo lungo e apprezzabile percorso politico ed
amministrativo. Norma, dunque, nella sua
laboriosa vita ha attraversato molti ponti,
ha portato molti pesi; si è nutrita di speranze ed illusioni e subìto anche delusioni.
Se sfogliamo il libro della vita di Norma,
nitidamente scorgiamo che Ella ha attraversato il suo presente non solo con operosità, amore per Milly e Giannetto, ma
anche animata da determinazione, concretezza, pazienza, carattere, saldamente ancorata ai principi veri, profondi, della solidarietà, della giustizia sociale, della speranza di un mondo migliore.
Se è vero che la vita dei morti sta nella
memoria dei vivi…ebbene Norma sii certa che, per quel tempo che ci è concesso, …
ti ricorderemo sempre con affetto e stima.
Vi sono molti privilegi che con la morte si
lasciano in eredità. Quando scompare una
donna come Norma vi è un tesoro che si
inabissa e solo la memoria può recuperarlo,
sia pure parzialmente. Ai nipoti mi permetto di ricordare che nel tesoro della vita
passata dalla loro nonna vi è la ricchezza
per il loro presente.
Sappiano che non esiste apprendistato al
dolore. Quando colpisce abbiamo tutti da
imparare. Possiamo solo intuire quello di
Milly e Giannetto. Noi, però, possiamo
solo offrirvi la nostra umana solidarietà e
amicizia sincera.
Hermes Grappi
Università del tempo libero
IV anno – 2006-2007
Narratori contemporanei
Illusioni e delusioni in alcuni testi
Docente Prof.ssa Alba Rosa Paganelli
16 ottobre 2006
Giorgio Bassani: “La lunga notte del ‘43”
23 ottobre 2006
Giorgio Bassani: “Gli occhiali d’oro”
30 ottobre 2006
Vitaliano Brancati: “Gli anni perduti”
6 novembre 2006
Khaled Hosseini: “Il cacciatore di aquiloni”
13 novembre 2006
Melania Mazzucco: “Un giorno perfetto”
Il Cinema Italiano negli anni del Miracolo economico
docente prof. Tullio Masoni
20 novembre 2006: Un’estate violenta di V. Zurlini (1959)
27 novembre 2006: La lunga notte del ‘43 di F. Vancini (1960)
4 dicembre 2006: La ragazza con la valigia di V. Zurlini (1961)
11 dicembre 2006: La Parmigiana di A. Pietrangeli (1963)
18 dicembre 2006: Prima della Rivoluzione di B. Bertolucci (1964)
Comune di Bibbiano
Assessorato alla Cultura
22 gennaio 2007
Prevenzione degli incidenti domestici, con particolare
riferimento alla custodia dei bambini
docente: dott.ssa Daniela Novelli della Comunità di Pediatria
dell’Asl di R.E.
29 gennaio 2007
Il Canale di Bibbiano nella vicenda economica e sociale
della gente della Val d’Enza
docente Orio Vergalli del direttivo dell’Anpi
5 febbraio 2007
Fine del colonialismo. Il mondo degli Stati indipendenti
e la Guerra Fredda 1947-1989
docente Loris Bottazzi, presidente Anpi Bibbiano
12 febbraio 2007
Disuguaglianze economiche e sociali degli Stati del mondo
globalizzato di oggi
docente Loris Bottazzi, presidente Anpi Bibbiano
Storia delle religioni
docente prof. Renzo Barazzoni
19 febbraio 2007: Il senso del sacro nella preistoria
26 febbraio 2007: La religione egizia
Problemi individuali. Storia Locale e
5 marzo 2007: Mitologia greco-latina
Storia Contemporanea
12 marzo 2007: Brahamanesimo e Buddismo
15 gennaio 2007
19 marzo 2007: Ebraismo
Il cittadino inerme nel sistema bancario italiano
26
marzo 2007: Islamismo
docente: dott. Claudio Davoli della Federconsumatori di R.E.
Iscrizione € 10,00
Tutti gli incontri si terranno di lunedì, alle ore 20,30 presso la Sala Polivalente del Cinema/Teatro Metropolis - Via Gramsci, 4 - Bibbiano
Per informazioni: Nino Fantesini (tel. 0522 882869) - ore pasti.
È possibile iscriversi direttamente nelle serate di lezione, anche a corso iniziato.
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 25
CITTADINI-DEMOCRAZIA-POTERE
L’insicurezza: il nuovo disagio sociale dei reggiani
La forte immigrazione, la rapidità con cui è avvenuta. La città
non riesce ad integrare tutti, per questo cresce la domanda di sicurezza
spiegano il disagio che si sta diffondendo fra i reggiani l’acutezza
con cui il problema della sicurezza è stato sollevato. La città,
nonostante la sua grande capacità non riesce ad integrare tutti. Il
flusso dei nuovi cittadini è troppo forte e molti rimangono esclusi,
diventando facile manodopera per attività malavitose.
E così, la città è cambiata è i cittadini autoctoni avvertono un
senso di spaesamento e cominciano a sentirsi stranieri a casa
propria. In questo contesto, per avere paura e sentirsi insicuri, non
è necessario che i crimini aumentino realmente. La solitudine e il
senso di estraneità e quindi l’insicurezza, sono problemi sociali e
come tali vanni affrontati. Il Comune, prima di ogni altra autorità,
deve fare subito qualcosa e, soprattutto, non deve lasciare i
cittadini soli.
Claudio Ghiretti
Che fare?
La protesta dei cittadini richiede una risposta
pronta da parte delle Autorità. Il Comune intervenga con un pacchetto di misure urgenti
In città ci sono centinaia di persone che delinquono abitualmente, vivono di spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione
e piccoli furti. Non è una realtà nascosta, è ben visibile e chiara
a tutti. Ma c’è dell’altro. Ovunque si volga lo sguardo si vede il
senso civico che arretra e non solo da parte degli stranieri,
menefreghismo per i diritti degli altri, modi di vita degradati. Si
prova un senso di spaesamento rispetto a certi luoghi della
propria città. La rassicurante socialità di vicinato, con la quale
siamo cresciuti, sembra essersi dissolta e al suo posto crescono
senso d’insicurezza e inquietudine.
Dunque, anche a Reggio, si fa strada un nuovo disagio sociale
che si manifesta non solo sotto forma di richiesta di repressione
nei confronti di chi delinque, ma anche come richiesta, alle
autorità, di minore tolleranza nei confronti di chi disprezza le
regole di convivenza civica più in generale. Il Sindaco, dopo le
proteste dei cittadini, ha promesso “un giro di vite” contro la
26 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
criminalità. Tutte le forze dell’ordine si sono messe prontamente
a disposizione e già si vedono i primi risultati.
Nessuna persona di buon senso può ritenere il Sindaco, o le forze
dell’ordine, responsabili di questa situazione. Parimenti, nessuno può sostenere che a Reggio vi sia una situazione criminale
paragonabile a quella di alcune grandi città italiane come Napoli, Milano o anche la stessa Padova o Bologna. Le cause sono
complesse e, sostanzialmente, diffuse in tutte le città italiane.
Inoltre, purtroppo, l’eccessivo permissivismo delle leggi sembra fatto apposta per favorire chi le trasgredisce. I mezzi per
affrontare un fenomeno di tale portata sono certamente insufficienti e anche i poteri del Comune sono scarsi. Ma quel che più
conta è che questa Amministrazione, assuma la “questione
sicurezza e rispetto delle regole civiche” fra le proprie priorità
d’intervento.
Ma come? Che fare? Adottando un “pacchetto” di misure sulla
sicurezza dei cittadini che dica chiaro e tondo quel che l’Amministrazione intende fare.
A mio, modestissimo, parere sono almeno 5 le politiche d’intervento da perseguire:
1 – anche la polizia municipale deve essere impiegata per la
tutela della tranquillità e serenità dei cittadini;
2 – contrastare lo sfruttamento delle nuove povertà e l’indebito
utilizzo e affollamento degli appartamenti, perseguendo anche
i proprietari degli immobili;
3 – sollecitare il governo affinché le forze dell’ordine di Reggio
abbiano mezzi e uomini per assolvere ai loro compiti (una
Polizia che ha la stessa pianta organica del 1989 – come ha
dichiarato l’ispettore Piscopo dello Siulp - non è una forza che
possa garantire sicurezza adeguata ad una città cresciuta come
Reggio)
4 – potenziare le capacità di vigilanza e controllo del Comune
facendo ricorso anche a servizi di vigilanza privati;
5 – creare comitati in ogni luogo “caldo” della città” allo scopo
coinvolgere i cittadini, i commercianti e le forze sociali, in uno
sforzo di monitoraggio e rendicontazione.
Affrontare la questione sicurezza come disagio sociale e quindi,
creare una Unità Operativa che si occupi della serenità dei
cittadini in grado di fornire loro un vero e proprio servizio
sociale.
Nessuno può ignorare che le cose saranno difficile, ma a maggior ragione, è importante spiegarlo ai cittadini, coinvolgendoli.
Alla fine, capiranno e sentiranno, ancora una volta, il Comune
dalla loro parte.
Claudio Ghiretti
OPINION LEDER
Ladro di opinioni
di Fabrizio "Taver" Tavernelli (Presidente Anpi Correggio)
Un nuovo centro di documentazione
sulla Resistenza e sull’Antifascismo a Correggio
Domenica 15 ottobre sarà inaugurato il
nuovo “Centro di Documentazione sulla
Resistenza e sull’Antifascismo nel territorio di Correggio”. L’obiettivo del centro, che diventerà una sezione speciale
della Biblioteca Comunale “G. Einaudi”,
è quello di raccogliere, conservare e rendere fruibile quanta più documentazione
possibile sull’antifascismo e sulla resistenza nel territorio. Gli utenti diretti di
questo Fondo saranno i ricercatori che
vedranno facilitate e probabilmente aumentate le possibilità e gli ambiti di ricerca. La scuola, invece, avrà la necessità di
una mediazione al fine di rendere proficuo l’utilizzo di tale materiale a fini didattici (guide bibliografiche, percorsi o unità
didattiche, ecc.), ma anche in questo caso
aumenteranno le opportunità per un inserimento non retorico e ideologico di tali
tematiche. Non va neppure trascurato
l’obiettivo della raccolta e conservazione
della documentazione, che corre il rischio
di una rapida dispersione o addirittura di
una irreparabile perdita legata all’inevitabile scomparsa dei protagonisti di tali
processi storici. Nella costituzione del
Centro hanno avuto un ruolo importante
associazioni ed enti quali la sezione
correggese dell’Anpi, Materiale Resistente, Istoreco, già in possesso di qualificate
competenze e materiali preziosi in tali
ambiti. Il lavoro di raccolta e catalogazione è avvenuto tramite collaborazioni esterne opportunamente coordinate dalla direzione della Biblioteca. L’implementazione del Fondo ha seguito fondamentalmente due direzioni: acquisizione di
nuova documentazione (in originale o
eventualmente in copia), tramite acquisto
o donazione o altre forme di cessione,
verificate di volta in volta, presso associazioni, enti e privati. In questo senso va
rimarcato il valore del materiale riguardante il territorio o figure correggesi proveniente da Istoreco e dall’Anpi di
Correggio. Notevole è inoltre il lavoro di
ricerca, raccolta e conservazione svolto
da Avio Pinotti che donando documenti,
scritti e memorie ha arricchito il Fondo
sulla Resistenza. L’altra direzione ha visto l’individuazione e inserimento (anche
virtuale, cioè senza spostamenti fisici ma
con registrazioni catalografiche) di tutto
il materiale già esistente presso la Biblioteca e gli Archivi storici: libri collocati
nella Sezione di storia locale, cartelle
dell’Amp, libri e audiovisivi collocati a
scaffali aperti, cartelle e registri dell’Archivio comunale. Del materiale acquisito
sarà realizzato un catalogo speciale che
sarà reso disponibile in un apposito sito
internet. Vi saranno poi particolari modalità di consultazione ed eventuale riproduzione, rispettose delle caratteristiche fisiche dei documenti e di eventuali limitazioni imposte dai donatori o dalle leggi in
materia. All’inaugurazione, presso la sala
conferenze del Palazzo dei Principi prevista per le ore 11, interverranno il Sindaco
Marzio Iotti e Germano Nicolini. Nel frattempo è già consultabile il sito internet
http://resistenza.comune.correggio.re.it.
Con la collaborazione di Viller Masoni
(direttore Biblioteca “G. Einaudi” di
Correggio)
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 27
SEGNALI DI PACE
di Saverio Morselli
– E così, come dichiarato ripetutamente in
campagna elettorale dal centrosinistra, il
contingente italiano in Iraq torna a casa.
Gradualmente (ritiro completo entro l’anno), ma torna.
Fin qui, come dire, tutto bene. Quello che
sconcerta, semmai, sono i toni entusiastici
e retorici usati dai vertici del governo per
tracciare disinvoltamente il positivo bilancio della missione: ma come, non l’avevamo sempre aspramente avversata? Non
era una figlia sciagurata di una altrettanto
sciagurata scelta di coinvolgimento nella
occupazione?
A sentire il Ministro della Difesa Parisi, le
cose non stavano proprio così: “Ho sempre
rifiutato fin dall’inizio del mio mandato di
considerare l’idea di un ritiro delle truppe
italiane dall’Iraq. L’Italia non è un Paese
che si ritira. L’Italia è un Paese che mantiene i suoi impegni e che completa le sue
missioni. Ora il traguardo è tagliato”. Ma
vè…
E D’Alema, snocciolando i risultati dell’impegno italiano (13.000 poliziotti e 1700 soldati iracheni addestrati), arriva ad esaltare il
sostegno determinante del contingente italiano “alla ricostituzione di una capacità
autonoma delle autorità irachene nel campo
della sicurezza”.
Insomma, se la lingua italiana ha ancora un
senso, si tende a dare assoluta legittimazione
ad una scelta precedentemente giudicata negativa. Della serie: (forse) non era giusto
andare, ma visto che siamo andati, applaudiamo al successo.
Missione compiuta, alla faccia della coerenza.
Ed allora, è del tutto normale che la destra
sottolinei con sarcasmo tanta enfasi: se da
una parte Forza Italia (Della Vedova)
evidenzia “la mancanza di sobrietà e i paradossali trionfalismi nel passaggio di consegne all’esercito iracheno”, dall’altra il satanico La Russa si immagina “Parisi, D’Alema,
Prodi e magari anche i girotondisti con elmetto, anfibi e tuta mimetica per giurare che
senza di noi la democrazia in Iraq non sarebbe mai arrivata”.
– La democrazia in Iraq… già. Ma quale sia
la situazione reale di quel martoriato Paese
nessuno lo dice. Certo, qualche trafiletto
sulle quotidiane stragi terroristiche, qualche
titolo sull’ottimismo di Bush sull’andamento della “guerra”. Ma là, che cosa sta veramente accadendo?
Lo descrive, e credibilmente, Michael
Schwarz (professore americano di sociologia
alla Stony Brook University) sul sito internet
“Tom Dispatch”, ripreso e tradotto sul sito
Iraq” www.osservatorioIraq.it, cui rimandiamo per una più completa informazione.
Ciò che Schwarz delinea è un autentico,
drammatico fallimento, fatto di governo ine28 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
sistente, lontano anni luce dai poteri locali e
dai territori suddivisi in base all’appartenenza etnico-religiosa, di un esercito nazionale
non autonomo ma integrato nella forza di
occupazione statunitense che, recentemente, non esita a mandarlo al massacro (meno
morti americani, ma impressionante aumento
di morti iracheni), terrorismo americano (città e villaggi sunniti distrutti, violazione e
demolizione di abitazioni per sospetta connivenza con la resistenza), terrorismo sunnita
di matrice Al Queda (autobombe a ripetizione), squadroni della morte sciiti, organizzati
dagli stessi americani (vedi “Newsweek”,
gennaio 2005).
Ovvero: Iraq quale epicentro del terrorismo
mondiale.
La democrazia in Iraq, dicevamo.
– Nel recente passato, abbiamo ritenuto giusto dare rilievo alle accuse di “terrorismo di
Stato”, rivolte da Amnesty International ad
Israele in relazione all’intervento militare in
Libano.
Correttezza vuole che la stessa attenzione
valga per il rapporto che la stessa Amnesty
ha realizzato sui deliberati attacchi di
Hezbollah contro la popolazione civile israeliana..
Ebbene, durante il conflitto sono stati lanciati sul Nord di Israele circa 4000 razzi, che
hanno ucciso 43 persone e ferito altre 33 e
costretto migliaia di persone a cercare riparo
nei rifugi o a fuggire.
Molti di quei razzi, adeguatamente modificati, contenevano migliaia di biglie di metallo, con l’obiettivo evidente di causare il
maggior numero di vittime tra i civili.
Hezbollah, infine, ha esplicitamente dichiarato che questi attacchi erano da intendersi
precisamente come una forma di rappresaglia per quelli del nemico contro la popolazione civile libanese.
Quanto sopra si configura, per chi non lo
sapesse, come grave violazione del diritto
umanitario ed equivale a crimine di guerra.
“Abbiamo ancora ventimila missili e fino ad
ora abbiamo usato solo una minima parte dei
nostri arsenali”, ha minacciato il leader
Hezbollah Nasrallah davanti a un milione di
persone urlanti.
Il diritto umanitario, questo sconosciuto…
– “Cosa ha portato di nuovo Maometto?
Solo cose cattive e disumane come la direttiva di diffondere la sua fede per mezzo
della spada”. Questa frase, pronunciata da
Papa Ratzinger nel contesto di una più
ampia citazione finalizzata a condannare
l’esportazione della fede religiosa con la
violenza, ha provocato lo sdegno in gran
parte del mondo islamico. A solo otto mesi
dall’ondata di proteste seguite alla pubblicazione da parte di un giornale danese di
vignette sul profeta Maometto, la storia si
ripete.
Già allora, pur individuando nella crescita di
un pericoloso Islam fondamentalista la ragione vera di tanta intolleranza, davamo atto
di come la religione possa essere, per un
musulmano, qualcosa di enormemente più
coinvolgente di quanto non lo sia per un
cristiano e che, quindi, occorresse tenere
presente una diversa sensibilità religiosa.
Lo ribadiamo anche oggi.
Tuttavia, di fronte ad un’arroganza
islamica che non accetta neppure le scuse
(anche quando sarebbero sufficienti semplici chiarimenti), che chiede la ritrattazione di affermazioni ritenute “diffamatorie”; di fronte alle manifestazioni di popolo contro gli “infedeli” e le condanne senza appello dei governi arabi “moderati”;
di fronte alla benzina che le stesse TV
arabe El Arabya e El Jazeera continuano a
gettare sul fuoco della protesta occorre
mostrare fermezza e riaffermare che la
comprensione delle ragioni altrui non può
e non deve mai significare sudditanza all’intolleranza, alla imposizione, alle minacce.
“Tutto ciò e triste ed inquietante nello
stesso tempo”, ha detto Luis Pelatre, vicario apostolico di Istanbul. Perfettamente
d’accordo.
– “L’Italia è favorevole ad abolire l’embargo
sulla vendita della armi alla Cina. L’embargo
guarda più al passato che al presente ed è
oggi una grande discriminazione”.
Così parlò un incauto Romano Prodi durante la sua recente visita ufficiale nel grande
Paese.
L’embargo, per intenderci, è quello deciso
dalla Unione europea dopo i fatti di Piazza
Tienanmen e per la sistematica violazione
dei diritti umani.
Non poteva starsene zitto? Non poteva cogliere l’occasione di differenziarsi dalle precedenti ed analoghe dichiarazioni pronunciate da Berlusconi e da Ciampi?
No, evidentemente non poteva. Troppo forti
le pressioni delle aziende italiane produttrici, troppo appetibile il mercato cinese, troppo pericolosa la concorrenza di Francia e
Germania.
A dire il vero, la Cina non avrebbe bisogno
di carri armati o di pistole europee, materiale
che è già in grado di costruire da sola.
Avrebbe bisogno, semmai, di sistemi d’arma tecnologicamente avanzati e di diversificare il suo parco fornitori, attualmente
costituito al 95% dalla Russia.
Ma il problema, in realtà, è politico: il
superamento di quel paletto rappresentato
dai diritti umani e la fine dell’embargo
costituirebbero finalmente per la Cina la
legittimazione internazionale a tutti gli effetti.
“L’unione si impegna a che vi siano trasparenza e un più cogente rispetto delle disposizioni che impediscono il commercio delle armi in Paesi che violano i diritti umani
o che siano collocati in aree di conflitto
…”: così recitava il programma elettorale
dell’Unione.
Chissà se Prodi se lo ricorda.
Primavera silenziosa
di Massimo Becchi
Navigando lungo il fiume Po e la sua gente
Le piogge di metà agosto, oltre a rovinare
le feste ai vacanzieri, hanno avuto il merito
di permettere la navigazione del Po, non
certamente per i grandi carichi, ma per il
diportismo sì. Sono partito con un barchino
di tre metri e un piccolo fuoribordo da
Casale Monferrato, con l’obiettivo, in cinque giorni di arrivare sulle spiagge del Po
di Maistra (il ramo verso Venezia). Non
volendo fare una cronaca puntuale e precisa elencherò solo i fatti e le suggestioni di
chi si trova “solo” in mezzo al fiume che a
ben vedere è nel bel mezzo di uno dei
bacini più antropizzati ed industrializzati
del mondo. Ed è questo uno degli aspetti
che ti colpisce maggiormente – non è la
prima volta che faccio lunghi percorsi sul
fiume – ovvero il trovarti in un paesaggio
degno in alcuni tratti di un fiume tropicale,
in perfetto silenzio, senza traccia di attività
o impronta umana. La solitudine, il seguire il lento snodarsi del fiume e della sua
corrente è quello che più resta impresso in
chi lo naviga per turismo. Ma chi sono
questi intrepidi navigatori? Io non ho incontrato nessuno, eccetto qualche pescatore di siluri, e qualche anziano che si
passava qualche ora in barca. Ed era
sconfortante, ma anche divertente, agli
attracchi vedere l’espressione dei curiosi
all’affermazione che ero partito da Casale
Monferrato per andare a fare il bagno in
mare.
Del resto, a posteriori e a ben pensarci,
voler scendere il Po è veramente da temerari. La parte alta da Casale Monferrato
fino a Pavia (confluenza Ticino) è caratterizzata da un corso pieno di ostacoli, massi
e da un regime delle acque torrentizio. È
più il tempo passato a remare in 20 centimetri d’acqua che l’uso del fuoribordo,
Il grande fiume.
con grossi rischi sotto il ponte di Valenza
(rischio di lasciarci il barchino per i rottami affioranti del vecchio ponte bombardato durante la seconda guerra mondiale). A
Pavia inizia la segnaletica per la navigazione e l’acque che arriva al Po dal Tanaro,
Sesia e Ticino gli conferiscono una portata
e delle caratteristiche che possiamo definire nostrane. Prima di Piacenza a Castel
San Giovanni l’Enel ha ben pensato di
costruire uno sbarramento abusivo di traverso al fiume per fare arrivare l’acqua alla
sua centrale, con il risultato che si passa in
un’apertura di 3-4 metri fra i massi. Ma
Piacenza è anche nota per la “solita” Enel
che a Isola Serafini ha la sua centrale
idroelettrica con la conca di navigazione
inagibile da anni e quindi sei costretto a
ricaricarti la barca in auto e proseguire su
strada per Cremona. Da qui in poi bisogna
solo essere pratici degli attracchi, altrimenti resti senza benzina nel bel mezzo di
una golena del Po. Molti attracchi si
contraddistinguono, infatti, per la mancanza di qualsivoglia traccia di servizio
per il “povero” navigante, ovvero sali dall’imbarcadero e ti trovi una panchina ed un
tavolo di legno e per quattro chilometri
non vedi nessun centro abitato.
Ma ormai pratico ho saltato queste amene
località per dirigere sui più attrezzati
Boretto, S. Benedetto Po e Porto Viro per
chiudere a Bocca Sette fra il mare ed il Po
di Maistra.
Boretto merita una citazione a parte per il
porto, quello commerciale, da pochissimi
anni terminato. A vederlo da sopra, a parte
le erbe che ormai ricoprono il piazzale,
non rende l’idea che ha il navigante dal
fiume, con una muraglia in cemento armato alta parecchi metri (complice il basso
livello delle acque!) che si staglia nel fiume e ti accoglie come un cazzotto allo
stomaco. Al di là delle dichiarazioni sul
suo futuro utilizzo, mi chiedo chi mai
realisticamente trasporterà merci su di un
fiume dove si muovono solo qualche draga intenta a trasportare sabbia (le mie
compagne di viaggio) e pescatori. Non
abbiamo incontrato un solo trasporto merci in cinque giorni e dire che fino a Mantova
il Po era navigabile. Ma, ci dicono gli
anziani ben informati - e sempre vigile a
sedere sulle rive del fiume – che ormai la
gente si è disaffezionata al Fiume, la famiglia non viene più sulle spiagge di sabbia
bianca come una volta e chi aveva la barca
l’ha venduta o portata in secca. Questo
spiega la mia solitudine sul Fiume: non
esiste un concetto padano e nazionale della navigazioni merci sulle acque interne (i
francesi già la praticavano ai tempi di
Napoleone e oggi hanno 8000 km di canali
navigabili) e le competenze sono frammentate fra una miriade di enti che si
rimpallano le responsabilità (Aipo, Autorità di Bacino, Arni, Regioni, Province,
Comuni) in un gioco che i cittadini ormai
accettano con rassegnazione. E sorprende
quando si scopre che non esiste neppure la
navigazione turistica, visto che tre su quattro delle motonavi turistiche che facevano
il tour fra Venezia e Cremona sono rientrare in nord Europa. Questo mi dicono i
canottieri di Cremona (che si allenano
spesso sui canali interni cremonesi pur
avendo la sede sull’argine del Po) per
l’escursione che l’acqua ha in pochi giorni, che rende il fiume simile ad un grosso
torrente. Fino a 30-40 anni fa le acque del
Po si potevano bere, oggi nessun
capofamiglia porterebbe i suoi figli a fare
il bagno nel fiume, dove gli scarichi industriale entrano direttamene attraverso grossi
tubi. Così fra mancanza di servizi, cultura
e volontà politica il Po è diventato il
recettore degli scarichi liquidi ed in parte
anche solidi padani, un luogo da cui rubare
sabbia e prendere acqua, dimenticandosi
di cosa ha causato l’urbanizzazione ed il
dissesto idrogeologico sulla vita del fiume. Così chi scende – avventurandosi fra
un ostacolo e l’altro – non può che prendere atto dell’oblio in cui è caduto il Grande
Fiume, dimenticato e non più apprezzato
dalla gente e buono solo a dare acque per
l’irrigazione o pericoloso per le piene.
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 29
LA FINESTRA
SUL CORTILE
Attraverso lo specchio
di Nicoletta Gemmi
contare il coraggio, la solidarietà, che il
popolo americano esibì in quei frangenti
disperati. “Non è un’opera politica – ha
precisato Stone a Venezia dove il film è
stato presentato fuori concorso – se mai si
può definire sociale, nel senso che esalta la
virtù della classe operaia americana, a cui
appartengono anche i poliziotti, la sola
rimasta a sapere cosa significa la solidarietà umana. Non è di terrorismo che ho
voluto parlare, ma della fragilità della vita,
di come un evento inaspettato e immensamente tragico ti pone al confine tra la vita
e la morte, ti costringe a servirti del coraggio per poterti salvare”. In realtà World
Trade Center può essere anche un film
altamente politico, dal momento in cui,
Dio, Patria e Famiglia sono i baluardi
portati in trionfo dal regista di Platoon.
Comprensibile che una ferita di tale profondità faccia diventare un po’ ‘reazionari’. Di tutt’altro stile invece è composto lo
sconvolgente documentario, della durata
di quattro ore, di Spike Lee dedicato alla
tragedia di New Orleans dopo il passaggio
dell’uragano Katrina. When the leeves
brokes, a requiem in four acts (Quando gli
argini si ruppero, un requiem in quattro
atti) porta nel titolo la tesi sposata da Lee
a proposito di quello che è avvenuto in
Louisiana. Ha affermato il regista di Inside
Man a Venezia: “Bisogna ricordarsi che il
vero problema non è stato Katrina. A devastare New Orleans è stata l’acqua causata dalla rottura degli argini, quindi la vera
responsabilità è degli ingegneri, del ‘Genio Civile’. Il vero scandalo e il vero
motivo per il quale è morta tanta gente sta
anche nel fatto che non sono arrivati i
soccorsi. Sono arrivati tardi e in maniera
assolutamente insufficiente. L’Amministrazione Bush dovrà pagare per questo”.
Purtroppo per ora, data la lunghezza del
progetto e la sua genesi, il film di Lee è
passato solo sul canale Hbo americano e
da noi, se va bene, passerà su qualche
canale satellitare. Ma esiste sempre il dvd,
dove uscirà prossimamente, come pure
un’altra serie televisiva politicamente impegnata K-Street (in Italia passa sul canale
satellitare Cult), una serie di documentari
che George Clooney ha realizzato insieme
a Steven Soderbergh. K-Street è una via di
Washington, dove le lobby modellano la
politica americana, insomma dove centristudio indirizzano e consigliano, a peso
quelli della politica. Non mancano
Una scena del film Fascisti su Marte di Corradod’oro,
Guzzanti.
Il cinema è da sempre lo specchio dei
tempi. Di quelli passati, futuri ma soprattutto presenti. Un presente ingombrante e
terrificante come l’11 settembre 2001 ha
richiesto cinque anni di attesa prima di
arrivare sugli schermi cinematografici. Ora
gli Stati Uniti portano al cinema l’immagine di un paese dominato dalla paura: paure
collettive, disastri ecologici, il riscaldamento della terra (Una scomoda verità,
documentario con l’ex vice-presidente Al
Gore), il cibo inquinato, gli animali torturati, la terra immersa negli escrementi (Fast
Food Nation di Richard Linklater di prossima uscita), la bomba atomica, l’esaurirsi
del petrolio, la folla, la guerra, le stragi. Su
tutte queste angosce, alle quali vanno sommate quelle individuali, domina incancellabile il grande terrore, quello scatenato
l’11/09/2001 con l’attacco alle Torri Gemelle a New York. Ora il cinema sta cominciando ad elaborare questo lutto (per la
guerra del Vietnam ci sono voluti dieci
anni) e sono usciti i primi film dedicati alla
tragedia. Il primo (se non si conta il film
collettivo intitolato 11/09/01 del 2002) è
stato Paul Greengrass, inglese, con United
93, la storia del quarto aereo dirottato l’11
settembre e che avrebbe dovuto schiantarsi sul Pentagono se non fosse che i passeggeri si sono ribellati e hanno evitato che i
terroristi raggiungessero l’obiettivo. A
costo della loro vita. In seguito, è arrivato
sui nostri schermi da poche settimane,
World Trade Center di Oliver Stone, la
storia vera di due poliziotti del porto di NY
che rimasero sotto le macerie della prima
torre caduta per 24 ore prima che i soccorsi
arrivassero a salvarli. Stone ha preferito
partire da una storia chiamiamola ‘marginale’, senza offesa ovviamente, per rac-
30 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
di certo gli scandali e il gioco sporco, tanto
che, quelli che hanno visto la serie, hanno
detto che Clooney e Soderbergh bastonano il potere peggio di Michael Moore. A
proposito di potere, anche l’ultimo film di
Paolo Virzì, N (Io e Napoleone), sebbene
sotto forma di commedia ha come tema il
fascino che il potere esercita anche sui
detrattori più implacabili. La storia è quella di Martino, giovane rivoluzionario fortemente antinapoleonico, che si ritroverà a
lavorare per l’Imperatore e, nonostante il
suo odio, non potrà non rimanere affascinato da questo grande stratega ormai sul
viale del tramonto. Il denaro è l’altro vero
strumento di potere, ed è il protagonista
dell’ultimo film di Francesca Comencini,
A casa nostra (dal 3 novembre al cinema).
Un film corale, con un grande cast italiano
che, spiega la regista, “Gira intorno al
tema del denaro e sul fatto che i sentimenti,
i desideri, i piaceri ormai siano considerati
merce vendibile. Il denaro non è più il
motore solo delle nostre vite professionali,
ma anche del nostro privato”. La
Comencini con il suo piglio da antropologa
cineasta, amante del cinema impegnato di
grandi registi come Germi e Petri, per A
casa nostra ha avuto consulenti di rango
come Gianni Barbacetto, giornalista di
Diario, tra i massimi esperti di
Tangentopoli. Decisamente impegnato,
come i precedenti film Amores perros e 21
grammi, l’ultimo film di Alejandro
González Iñárritu, Babel (dal 27 ottobre
nei cinema), riflessione su come nulla accada per caso e su come le azioni di ognuno di noi si ripercuotano su altri esseri
umani. E impegnato anche Fascisti su
Marte di Corrado Guzzanti, straordinario
kolossal di fanta-revisionismo, come ama
definirlo il suo autore, in cui si raccontano,
con lo stile dei cinegiornali dell’epoca, le
gesta di un manipolo di Arditi, comandati
dal gerarca Barbagli, che nel maggio del
1939 partono alla conquista di Marte, “rosso pianeta bolscevico e traditor”. Fascisti
su Marte è l’evoluzione degli episodi tv
che facevano parte del programma “Il caso
Scafroglia”.
L’INFORMAZIONE SANITARIA
Le risposte del Prof. Enzo Iori
Arriva l’autunno. Si riparlerà senz’altro di
vaccinazioni antiinfluenzali. Perché alcuni
sono contrari alle vaccinazioni (mi pare
anche i Testimoni di Geova, se non sbaglio)? Ma chi non è contrario per motivi
religiosi, quali motivazioni fornisce? Grazie per quanto mi saprà dire.
Fernando B.
L’influenza è una malattia infettiva causa di
elevata morbilità ed anche mortalità in tutto
il mondo. Le morti attribuibili all’influenza
colpiscono persone e portatori di patologie
croniche.
L’influenza è dovuta a 3 virus: A-B-C (quest’ultimo colpisce raramente l’uomo) e dalle
loro varianti; questi virus hanno la instabilità
genetica e conseguentemente subiscono mutazioni. Esiste a livello mondiale un sistema di
sorveglianza che monitorizza la circolazione
dei virus per prevedere di anno in anno i ceppi
virali interessato al fine di preparare un vaccino efficace. I virus dell’influenza sono ubiquitari e l’infezione si trasmette per via aerea. La
vaccinazione è il mezzo migliore di prevenzione; è efficace nel 70-90% dei vaccinati.
Ogni vaccino antiinfluenzale comprende due
virus di tipo A e due di tipo B. La protezione
si instaura dopo circa 2 settimane dalla vaccinazione. È consigliabile vaccinarsi da metà
ottobre a metà novembre, pur rimanendo efficace anche se effettuata successivamente.
La vaccinazione viene consigliata alle persone dopo i 65 anni, a chi è affetto da patologie
croniche dell’apparato respiratorio (come gli
asmatici ed i bronchitici cronici), circolatorio,
uropoietico, ematologico, ai diabetici, in chi
ha carente produzione di anticorpi, in programma di importanti interventi chirurgici,
nel malassorbimento intestinale e nella fibrosi
cistica, ai bambini reumatici che assumano
prolungatamente acido acetilsalicilico; la vaccinazione è indicata anche al personale sanitario ed a chi lavora in comunità, o ai familiari
di soggetti a rischio.
Esistono tuttavia diverse controindicazioni alla
vaccinazione antiifluenzale, come la iper-sensibilità alle proteine dell’uovo (i ceppi virali
vengono cresciuti in embrioni di gallina) o ad
altri componenti del vaccino, la presenza di
alterata risposta immunitaria, come in seguito
a terapie immunosoppressive o nelle malattie
autoimmuni in fase attiva, (ad esempio durante una artrite reumatoide riacutizzata); inoltre
non va somministrato il vaccino in caso di
precedente reazione di ipersensibilità al medesimo o se sono comparsi sintomi neurologici; invece in caso di reazione locale è meglio
usare i vaccini subvironici; inoltre la vaccinazione antinfluenzale deve essere rinviata in
caso di malattia febbrile in atto, mentre malattie minori delle prime vie aeree non
controindicano in modo assoluto la vaccinazione; in gravidanza per maggiore sicurezza si
consiglia la somministrazione del vaccino all’inizio del terzo trimestre; importante co-
munque la valutazione del rapporto rischio/
beneficio da parte del medico curante; nello
stesso modo è da valutare attentamente il
rapporto rischio/beneficio nei disordini
immunitari; la sieropositività ad HIV non costituisce di per sé una controindicazione alla
vaccinazione antiinfluenzale, ma se vi sono
bassi valori di linfociti si potrebbe non evocare una risposta anticorpale protettiva.
Il vaccino antiinfluenzale è di solito ben tollerato, ma può avere effetti collaterali, come
arrossamento gonfiore dolenzia nel punto
d’iniezione, sintomi similinfluenzali, reazioni
allergiche come orticaria, asma, angioedema
(dovuti in genere ad ipersensibilità alle proteine dell’uovo); vengono anche segnalati disturbi neurologici, di cui tuttavia non è accertata la relazione col vaccino.
Caro professore, ho 74 anni e soffro di
stitichezza. Dopo avere provato molti possibili rimedi (purganti, ecc.) ne ho recentemente adottato uno, suggeritomi non da un
medico ma da un amico: da qualche mattina bevo, appena alzata, circa un litro di
acqua tiepida. Pochi minuti dopo aver finito vado in bagno e la cosa funziona. Come si
spiega la faccenda? Voglio dire, come mai i
purganti che prendevo prima non funzionavano e invece della semplice acqua tiepida sì?
Sono curiosa di capirci qualcosa. La ringrazio per la risposta.
Rachele B.
La stitichezza è la difficoltà o incapacità a
svuotare regolarmente l’intestino (meno di 2-3
evacuazioni la settimana); le feci sono piccole,
dure, difficili da espellere e si può avvertire un
senso di svuotamento incompleto del retto.
Nel mondo occidentale ne soffre circa il 20%
delle persone adulte, con prevalenza delle donne; è un disturbo che si intensifica con l’età.
La stitichezza può dipendere da svariate cause, quali scorrette abitudini alimentari (cibi
ricchi di calorie e proteine e poveri di fibre,
scarsa introduzione di liquidi), stile di vita
(mancanza di attività fisica con sedentarietà),
stress (l’intestino è infatti molto sensibile a
fattori emotivi), terapie farmacologiche.
La stitichezza è un disturbo dell’ultimo tratto
del tubo digerente; l’intestino è avvolto da
fasci muscolari che si muovono ritmicamente
e permettono il passaggio del contenuto intestinale fino alla ampolla rettale dove le feci
risiedono fino alla loro espulsione. Il tempo
medio di transito delle scorie nell’intestino e
di 26-34 ore.
La motricità del colon è regolata dal sistema
nervoso autonomo (simpatico e parasimpatico)
e sfugge al controllo della volontà, tranne che
nell’ultima fase della espulsione delle feci.
I meccanismi che aiutano la progressione delle feci sono di tipo riflesso; in quest’ambito il
riflesso gastro-colico produce, in seguito al
riempimento dello stomaco, un aumento della
attività contrattile del colon con spostamento
in avanti delle feci e questo spiega l’impulso
ad andare in bagno dopo aver assunto cibi o
bevande.
I movimenti dell’intestino sono infatti continui, ma diventano più vivaci nelle ore immediatamente successive ai pasti per effetto del
riflesso gastro-colico, che facilita dunque la
evacuazione nel periodo successivo ad
ingestione di cibo o liquidi; ed è per questo
motivo che tu, cara Rachele, ottieni una facilitazione al funzionamento intestinale dopo
avere bevuto una buona quantità di acqua
tiepida.
Il momento più favorevole alla evacuazione è
dunque quello dopo il pasto o dopo la prima
colazione; in tali momenti lavora meglio il
riflesso gastro-colico, caratterizzato da un aumento di motilità del colon sinistro in relazione alla distensione gastrica.
Ricorda comunque che contro la stipsi è utile
assumere alimenti ricchi di fibre (cereali integrali verdura e frutta), bere abbondantemente
(almeno 1,5-2 litri di acqua o altri liquidi al
giorno), fare un poco di attività fisica quotidiana (anche salire le scale a piedi o una
passeggiata), soddisfare lo stimolo dell’evacuazione quando lo si avverte poiché una
prolungata permanenza delle feci nell’intestino ne provoca il riassorbimento di acqua e
l’indurimento.
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 31
Il tragico destino dei letterati burjati
ai tempi della feroce repressione staliniana
Negli anni 1937-38 che segnarono il
periodo più violento della dittatura
staliniana, come successe in tutte le repubbliche dell’Urss, anche in Burjatia1,
si scatenò il cosiddetto “terrore di massa” voluto in particolare da Stalin,
Molotov e Zdanov, il cui intento era di
eliminare con ogni mezzo “quelle forze
conservatrici che minavano dall’interno
l’esistenza del nuovo stato sovietico”.
Nel caso di Burjatia, secondo i comunisti, il pericolo maggiore era costituito
dai letterati, i quali vennero accusati di
esprimere nelle loro opere idee nazionaliste e borghesi, nettamente contrarie
alle ideologie su cui si basava la costituzione sovietica.
Così con queste accuse, spesso fondate
sul solo sospetto, furono arrestati i migliori rappresentanti della letteratura
burjata di quei tempi, molti dei quali
dopo un breve processo sommario furono direttamente fucilati o spediti in un
qualche gulag in cui si persero le loro
tracce.
Una prova di ciò l’abbiamo anche leggendo la Storia della letteratura sovietica burjata, edita a Ulan Ude nel 1967,
nella quale sono stati dimenticati di proposito, o quando vengono citati appaiono sempre in forma falsata, i nomi di
quei tanti poeti, scrittori, filosofi, ecc.
che durante la feroce repressione
staliniana del 1937-38, furono fucilati o
comunque fisicamente eliminati.
Molte delle figure di questi letterati appaiono oggi completamente riabilitate,
perché ritenuti a loro tempo ingiustamente condannati.
Tra i letterati Burjati eliminati nel tragico periodo della repressione staliniana
figurano:
P. Dambinov (Solbon Tuja) (1892-1938).
Poeta, volto a cantare l’antico mondo
sciamanico della sua gente, ricco di
espressioni animistiche, feticiste e
totemiche, attraverso le quali traspare
tutto il carattere di questo indomito popolo nomade, tempratosi nella solitudine delle steppe asiatiche, dai sconfinati
orizzonti. Per tale motivo egli fu accusato di essere un panmongolista reazionario, quindi un elemento da eliminare.
Irolta Dampilon (1898-1938). Scrittore
che dal 1934, sino al suo arresto avvenuto nel 1937, era stato presidente degli
scrittori burjati. Fu fucilato con l’accusa
di cospirare contro il potere sovietico.
Agban Dorziev
(1854-1938). Filosofo,
ˇ
32 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
studioso di religione buddista. Nel 1937
fu arrestato per attività antisovietica, morì
in carcere agli inizi del 1938.
ˇ
Zyben Zamzarano
(1878-1938). Critico
letterario e noto studioso dl folklore
burjato-mongolo. Fu arrestato nel 1937
con l’accusa di appartenere ad un gruppo nazionalista borghese che operava
contro lo stato sovietico e per tale motivo fu condannato a cinque anni di carcere, ma dal 1938 non si seppe più nulla di
lui.
ˆ ˆ
Elbeg-Dorzi
ˇ Rincino (1888-1937). Poeta e pubblicista. Nel 1917-18, durante la
guerra civile, egli vi partecipò sotto
l’egida del partito socialista massimalista
e dopo la vittoria dei bolscevichi nelle
regioni della Siberia orientale fu nominato membro del Comitato rivoluzionario con sede a Cita. Nel 1937, Rincino
venne arrestato con l’accusa di svolgere
attività antisovietiche e per tale motivo
condannato alla fucilazione
Nel 1937, il partito comunista burjato,
riconoscendo che Rincino fu vittima di
false accuse, ne riammise alla memoria
la sua figura nel partito.
Zydenzal
ˇ Dondubon (Z. Don) (18981938). Figura eminente di scrittore, considerato uno dei fondatori della moderna
letteratura burjata. Fu arrestato nel 1937
con l’accusa si svolgere attività
antisovietica, venne fucilato nel 1938.
Essendo egli stato considerato quale un
“nemico del popolo”, dopo la sua morte
anche i suoi familiari furono perseguita-
ti. Infatti, nel 1951 fu arrestato Cingis,
uno dei suoi quattro figli, il quale fu
spedito in un gulag nella regione del
Magadan. Cingis fu liberato nel 1957 a
seguito dell’ondata liberatoria promossa da Krusciov.
Bato-Dalaj Togmutov (1905-1938).
Giornalista e critico letterario, condannato alla fucilazione per attività
antisovietica. Riabilitato nel 1957.
ˇ ˇ
Cojzil-Lhama
Bazaron (1876-1938). Poeta, condannato alla fucilazione per attività antisovietica.
Nikita Zandanov (1905-1938). Critico
letterario, condannato alla fucilazione
per attività antisovietica.
ˇ
Sanzi
(1902-1938). Critico letˇ Sirabon
terario, condannato alla fucilazione per
attività antisovietica.
Samandabadra (Bazar Baradin) (18781938). Drammaturgo e romanziere, condannato alla fucilazione per attività
antisovietica. La sua figura è stata riabilitata nel 1958.
Zigzit
ˇ Batozyrenov (1890-1938). Critico letterario e romanziere, condannato
alla fucilazione per attività antisovietica.
Dondok-Rincen Namzilon
(1892-1938).
ˇ
Poeta e drammaturgo, condannato alla
fucilazione per attività antisovietica. La
sua figura è stata riabilitata nel 1951.
Riccardo Bertani
(1) I Burjati sono un popolo di origine mongola la
maggior parte dei quali, ai tempi dell’Urss, viveva
nell’omonima repubblica Autonoma sovietica dei
Burjati.
ˇ
Amore nella steppa dei Burjati di Zirenzap
Sampilov (1893-1952).
Reggio che parla...
a cura di Glauco Bertani
“Signor direttore, dimenticanza? Nessuna
dimenticanza, nessuna opera compromessa perché scadono i termini. La notizia non
è un notizia” (Graziano Delrio, sindaco di
Reggio Emilia, dopo un articolo della
Gazzetta che accusava il comune di Reggio
di aver mandato “all’aria il precedente
Prg”)
“Nessuna opera pubblica è a rischio, nessun golpe contro il Prg, nessuna dimenticanza, né distrazione. Un allarmismo infondato” (Ugo Ferrari, assessore all’Urbanistica del comune di Reggio Emilia)
“I Ds chiedono a tutti gli assessori competenti i necessari chiarimenti” (Franco
Corradini, capogruppo Ds Consiglio comunale di Reggio Emilia sulla scadenza
dei vincoli previsti dal piano regolatore
della città e sulle opere pubbliche a rischio)
“I grandi errori della giunta precedente
sono stati due. Il primo un’urbanizzazione
selvaggia senza pensare di realizzare le
infrastrutture (ad esempio le strade) necessarie a sostenerla. […] Invece, com’era
accaduto nell’ultimo periodo della scorsa
legislatura, anche oggi, gli amministratori
sono chiusi alle richieste del consiglio
comunale e dei cittadini, e questo è il
secondo errore” (Carlo Baldi, Laboratorio
Baldi)
“Il municipio dovrebbe essere una casa di
vetro con le porte aperte ai cittadini. Tutti
dovrebbero avere la possibilità di dialogare con gli assessori e il sindaco. Purtroppo
tutto ciò non accade nemmeno quando ci
sono problemi rilevanti” (Mario Monducci,
Gente di Reggio)
“Avrei preferito che quei soldi fossero
investiti in qualcosa di utile. Lo vedo come
un simbolo dell’antidemocrazia” (Carlo
Baldi, sulle Vele di Calatrava)
“È un’opera faraonica alla vanagloria di
chi l’ha voluta. Non discuto il suo immenso valore architettonico ma avrei costruito
altri asili nido” (Mario Monducci sulle
Vele di Calatrava)
“Le persone per bene s’indignano quando
vedono che le istituzioni non prendono
provvedimenti contro i comportamenti
disonesti. Mi riferisco ad esempio al fatto
che ormai a Reggio siamo in pochissimi a
fare il biglietto dell’autobus ma nessuno
dice nulla a chi non lo fa” (Mario Monducci)
“Il laboratorio Baldi si è caratterizzato
come una lista che voleva ripercorrere le
orme di Guazzaloca e Ubaldi con una forte
connotazione “antipolitica”. Monducci
esprimeva il desiderio di uno sguardo al
passato più che la volontà di dare risposta
ad una città in forte mutamento. Dalle
dichiarazioni di questi giorni colgo soprattutto il loro essere contro singoli progetti
ma non vedo idee alternative sulla città.
Vedremo” (Franco Corradini, capogruppo
Ds consiglio comunale di Reggio Emilia)
“Non li temiamo perché il centrosinistra
deve temere solo se stesso. Se riusciremo
a costruire un progetto forte attorno all’Ulivo che tenga aperto il dialogo con i
cittadini non dovremo avere paura di nessuno” (Marco Prandi, capogruppo Margherita consiglio comunale di Reggio
Emilia)
“Non arriveranno più a prendere il 13
percento dei voti come nel 2004 perché nei
prossimi anni la politica ritornerà ai valori
che ispirano l’azione dei partiti tradizionali” (Matteo Sassi, capogruppo Prc consiglio comunale di Reggio Emilia)
“Questo centrosinistra ha dei problemi.
Credo ci sia il tempo per capire quali sono
e cercare di risolverli, anche con l’aiuto
delle liste civiche” (Matteo Riva capogruppo Pdci consiglio comunale di Reggio
Emilia)
“Il mio partito non si sente rappresentato
in questa maggioranza che non affronta
problemi gravi della città come quello
della sicurezza. Per ora mi limito a osservare con interesse il dialogo tra Baldi e
Monducci in attesa delle decisioni dei vertici del mio partito” (Emiliano Malato,
Udeur)
“Non mi arrendo: scriverò una lettera ufficiale ai vertici Rai per esprimere tutta la
mia disapprovazione per una decisione
davvero assurda e penalizzante. Gualtieri
è stata censurata dalla Rai […] Non ci si
comporta in questo modo, la fiction è stata
mandata in onda allo sbaraglio […] Non
può essere un caso. La netta sensazione è
che dietro alla sospensione della miniserie
ci sia ben altro che una questione di Auditel”
(Massimiliano Maestri, sindaco di Gualtieri, a proposito della sospensione di Giorni da Leone 2, con Luca Barbareschi)
“Il servizio pubblico televisivo deve essere al di sopra e al di fuori di tutte le dispute
politiche sul controllo della Rai e delle
nomine all’interno dell’Azienda. Dispiace vedere come nei riguardi dell’attore
Luca Barbareschi – attore non di
centrosinistra – si sia usato un metro di
giudizio che penalizza, oltre all’artista, la
società Rai e i contribuenti-abbonati, e in
più fa cadere pesanti ombre sulla libertà
della Rai stessa” (Angelo Alessandri, Lega
nord, nell’interrogazione presentata al
ministro delle Comunicazioni dopo la sospensione della messa in onda della
miniserie Giorni da leone 2)
“I tecnici dell’azienda Ausl dopo un
sopralluogo hanno riscontrato che non esiste traccia di materiale cancerogeno nelle
traversine e che tutto è ampiamente certificato” (Vincenzo Delmonte, sindaco di
Cavriago)
“Un sindaco non è un tecnico e non può
fare altro che attenersi a quanto dichiarato
dagli organi competenti, in questo caso
l’Ausl di Montecchio” (Vincenzo
Delmonte, dopo la smentita dell’Ausl di
Montecchio a proposito delle traversine
ferroviare Act).
“Non c’è assolutamente rischio per i cittadini. Su quelle traversine ci sono stati
diversi controlli. Le verifiche effettuate in
agosto, sia dall’Act sia dall’Ausl non hanno rilevato nessuno materiale cancerogeno.
L’unico problema era l’odore che emanavano, che era molto intenso. […] Non ho
fatto l’ordinanza di spostare le traversine
solamente perché, ribadisco, ci avevano
confermato che non c’era alcun pericolo e
abbiamo i documenti che lo testimoniano”
(Vincenzo Delmonte, sindaco di Cavriago)
“Mi dicono che sono traversine che devono essere installate in quel punto della
linea. Tuttavia le indicazioni Ausl e Arpa
sono chiare in base a quelle ho deciso
l’ordinanza di sgombero” (Sandro
Venturelli, sindaco di Bibbiano)
“Non si tratta di traversine cancerogene,
ma di elementi che possono risultare irritanti per le vie respiratorie. Sono da legno
imbevuto di olio di creosoto, che è classificato come elemento cancerogeno” (Gian
Luca Giovanardi, direttore del dipartimento
di sanità pubblica dell’Ausl)
“La Giareda è la festa dei reggiani. È qua
che si incontra la Reggio che ha voglia di
fare, la Reggio che prega con il suo vescoNOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 33
vo…” (Graziano Delrio, sindaco di Reggio
Emilia)
Delrio sul tema della sicurezza in centrostorico)
“Educare significa condurre progressivamente alla scoperta del progetto totale
sull’esistenza. Per riuscirci occorre meraviglia, passione, gioia. […] A volte mi
chiedo quanti genitori pensano di aver
fallito nel compiere il loro compito
educativo: rivolgetevi a Gesù e al suo
Spirito consolatore” (Adriano Caprioli,
vescovo di Reggio Emilia)
“Non sono accuse ma solo un richiamo:
nelle pieghe della leggi c’è la possibilità di
agire in modo diverso. Il mio è un invito
alla magistratura giudicante. […] Questo
sistema demoralizza e dimostra l’incapacità di arginare il fenomeno della criminalità diffusa” (Gennaro Gallo, questore di
Reggio Emilia)
“Ero a cena con mia figlia e abbiamo
cominciato a parlare di criminalità, lei mi
ha detto di avere molta paura specialmente
quando passa dai giardini e gli extracomunitari la guardano. Allora a fine cena
siamo andati a fare una passeggiata proprio ai giardini, alcuni stranieri le hanno
rivolto degli apprezzamenti. Non ha capito che volevano soltanto farle dei complimenti per questo le ho spiegato che è molto
più pericoloso chi a bordo di macchine
potenti mette a rischio la sua vita e quella
degli altri” (Graziano Delrio, nel corso del
dibattito sulla sicurezza “Tutta mia la città” a Festa Reggio 2006)
“La carenza di sicurezza e la criminalità in
aumento in via Roma e ai giardini sono
tutte balle. […] Dire che in quelle zone c’è
allarme delinquenza non è la verità” (Graziano Delrio, sempre a Festa Reggio)
“Per prevenire il crimine non serve avere
una questura che ha una carrozzeria di una
Ferrari se poi dentro c’è il motore di una
Cinquecento” (Luigi Piscopo, ispettore di
polizia, segretario Siulp)
“Il problema non è così evidente come
qualcuno vuole dipingerlo. Ripeto sono
tutte storie, sono tutte balle. Reggio non è
in mano alla criminalità. […] Se è vero che
la città non abbandonata alle bande, è vero
anche che in centro storico in questo momento servono più attenzione e più repressione” (Graziano Delrio)
“Io ho il realismo di sacerdote e di cittadino reggiano, essendo di Mancasale. Mi
sono rifatto alla mia esperienza in America Latina, dove alcuni preti hanno
imbracciato il fucile per portare avanti un
discorso di cambiamento sociale. Io non lo
feci, pur essendo tentato. La Chiesa è un
bell’annuncio, ma deve essere sempre attenta all’ambiente in cui è presente e interessarsi ai suoi problemi” (don Franco
Ranza, parroco di San Francesco - RE)
“Ho chiesto ascolto a nome della gente
affinché le decisioni vengano fatte scendere dall’alto. L’ho invitato a costruire un
rapporto vero con le persone” (don Franco Lanza dopo l’incontro con Graziano
34 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
“Il mio discorso è stato frainteso, i rapporti
con il tribunale sono stati e sono ottimi,
con alcuni magistrati c’è perfino amicizia.
Del resto i nostri compiti sono diversi,
lungi dai noi il ‘richiamare’ o bacchettare
i magistrati” (Gennaro Gallo, dopo l’incontro con Roberto Piscopo, presidente
del tribunale di Reggio)
“Il giudice non può adeguarsi al sentimento popolare più o meno rigido a seconda
dei momenti, ma deve applicare la legge”
(Roberto Piscopo)
“Purtroppo tutto ormai concorre a dire che
la sicurezza è in cima ai pensieri dei nostri
cittadini e nulla valgono i tentativi
negazionisti della realtà e men che meno le
sceneggiate del sindaco e del vice sindaco
per via Roma a mo’ degli agenti belli ed
eleganti di Miami Vice” (Mario Poli, capogruppo comunale Udc a Reggio Emila)
“Com’è possibile che le infrazioni e gli
ingressi di scooter e auto in centro vengano puniti sistematicamente dai sempre presenti vigili e invece, quando c’è bisogno
delle forze dell’ordine per la sicurezza non
si trovi nessuno?” (Giulio De Ruggeris e
Emanuele Cattabiani, movimento giovanile Laboratorio Baldi per Reggio)
“In relazione a ciò volevo solo segnalare
che anche nella città degli zar [San
Pietroburgo, NdR], dove i parchi sono per
antonomasia del “Popolo”, gli stessi sono
sempre recintati da cancellate (spesso di
assoluto livello artistico) e vengono chiusi
la notte, dopo un certo orario)” (Ennio
Ferrarini, “reporter” occasionale per “L’Informazione”)
“Il Governo sta lavorando a una Finanziaria che sarà incentrata su risanamento,
sviluppo ed equità fiscale. Purtroppo ereditiamo una zavorra, il debito pubblico,
che ci costringe ad assumerci le nostre
responsabilità per restituire competitività
al Paese. Non alzeremo l’età pensionabile
ma dobbiamo trovare un modo per dare
una pensione dignitosa ai tanti giovani che
sono sul mercato del lavoro con cnotratti
flessibili e atipici” (Maino Marchi, deputato Ds, a FestaReggio 2006)
“Pensiamoci un attimo. Tutto quello che
noi stiamo concedendo loro, viene concesso a noi nei Paesi islamici? Ci sono gli
stessi propositi di apertura?” (don Franco
Ranza)
“Per gli islamici il discorso del Papa è stato
come il cacio sui maccheroni; l’Islam è
una religione con la scimitarra, e chi la
segue cerca soltanto il bisticcio. […] Con
i musulmani [il dialogo] è del tutto inutile,
perché non c’è peggior sordo di chi non
vuol sentire […]. Di moderati nell’Islam
non ce ne sono” (don Gaetano Incerti)
“La conferenza [programmatica sulla sicurezza, NdR] sarebbe quel colpo di reni
che ci vuole per non vanificare gli sforzi e
l’impegno dei cittadini” (Marco Eboli,
presidente Alleanza nazionale di Reggio
Emilia)
“I reggiani vivono come minoranza in
luoghi dove sono nati. Ma i reggiani hanno
la ‘testa quadra’, sono abituati alle sfide e,
soprattutto, ad affrontare problemi e difficoltà. […] Le soluzioni non sono le
recinzioni, la sfida è più difficile: vogliamo includere e attivare risorse che diventino circoli virtuosi, contro la logica dell’indifferenza e della contrapposizione”
(Gina Pedroni, assessore alle Pari opportunità comune di Reggio Emilia)
“Cara Pedroni, i Reggiani purtroppo debbono subire questa realtà che voi continuate a favorire e i cui contraccolpi sono solo
all’inizio e si acuiranno tanto più continuerete a penalizzare chi la nostra società
l’ha costruita e resa modello di vita civile,
perché purtroppo per lei e la sua coalizione
il punto che fingete di non conoscere è che
chi è a Reggio per delinquere se ne stra-
marastoni 2006
“Anch’io non mi azzarderei ad andare al
parco alle 4 di notte o in altre zone se fossi
a piedi” (Laura Salsi, assessore alla Sicurezza del Comune di Reggio)
frega delle vostre dissertazioni politicoculturali” (Gabriele Fossa, capogruppo
della Lega Nord in Comune)
I NOSTRI LUTTI
LAURA
LUGLI
Il 28 agosto è mancata ai suoi cari Laura
Lugli in Margini di Rio Saliceto. Ricordandola con affetto a quanti la conobbero,
i cognati e le congnate Margini offrono
all’Anpi per mantenere vivo il suo ricordo
e la sua memoria.
FEDERICO
FRANZONI
(Primavera)
II 22 settembre 2006 è mancato all’affetto
dei suoi cari il maestro Federico Franzoni
Primavera di Scandiano. Aveva 89 anni.
Un Uomo schivo, stimato, modesto, di
poche parole dedito con passione al lavoro
e alla famiglia. Per tanti anni, fino alla
pensione, ha insegnato ed educato ragazzi
per diverse generazioni. Ma per chi lo ha
conosciuto giovane, nei momenti più difficili nella storia del nostro Paese, è stato
un personaggio fra i tanti.
Sin dal settembre 1943, lo vediamo impegnato con i giovani di San Ruffino, Orio
Istelli Bolero, Aldo Ferri, i f.lli Mattioli e
Aldo Curti ad organizzare la Resistenza e
ospitare in casa propria, correndo grandi
rischi, i militari sbandati dopo l’8 settembre
1943, per sfuggire alle grinfie dei tedeschi.
Uno di questi è citato in “RS” (la rivista
periodica di Istoreco) di alcuni anni fa. Si
chiamava Gesualdo Bufalino (ufficiale siciliano di Comiso) capitato malconcio a
Scandiano dopo 1’armistizio e ricoverato
poi al sanatorio di Scandiano. Scampato
alla morte, diventò un noto scrittore e nel
suo primo libro Diceria dell’untore parla
delle sue vicende scandianesi e in interviste
poi, cita sempre 1’amico maestro Federico.
Per le sue attività, essendo per Federico
diventato pericoloso restare in pianura, sale
in montagna inquadrato nella 26a Brig.ta
Garibaldi e nella sua scheda di “Partigiano
combattente” il nostro Maestro risulta esse-
re Intendente di Divisione col grado di
Tenente. Dopo la guerra esce il primo libro
a Scandiano La Resistenza nella 5° Zona e
gli autori sono: Bruno Lorenzelli resp. Cln
e primo Sindaco di Scandiano, il Maestro
Federico Franzoni e la giovane Prof.ssa.
Anna Lucentini.
L’Anpi di Scandiano a nome dei resistenti
tutti porge le più sentite condoglianze alla
moglie Palma, al figlio Luciano e famiglia.
La moglie Palma e i familiari ricordando con
affetto il loro Federico, ne onorano la memoria con una offerta al “Notiziario Anpi”.
Giuseppe Campioli
Anpi di Scandiano
ALDO
ATTOLINI
(Tulein)
Il 13 agosto, al mattino presto, all’età di 84
anni, se ne è andato in pace con sé stesso e
con il mondo, all’ospedale di Correggio.
Ha raggiunto, dove vorranno lui e lei, sua
moglie Luciana Rossi, in quel posto dal 24
maggio 1993.
Aldo ha vissuto una vita piena di onestà e
di impegno, politico e sociale.
Ha partecipato alla Resistenza partigiana
contro il nazifascismo, pur non avendo
preso parte ad azioni militari e, nel dopoguerra, ha militato da subito nel Partito
comunista italiano che ha seguito nella sua
evoluzione politica dopo la caduta del
muro di Berlino, prima nel Pds e poi nei
Democratici di sinistra. Ha sempre sostenuto, politicamente ed economicamente,
il Partito a cui è stato iscritto da sempre,
dando il suo convinto contributo con un
impegno costante, fino agli ultimi giorni
della sua vita, per la buona riuscita delle
Feste dell’Unità. Tutti lo ricordano di servizio, alla sua non più giovane età di
84enne, al ristorante del pesce negli ultimi
due fine settimana della più recente Festa
di luglio 2006.
Aldo si è anche distinto, lo scriviamo per
seconda ma non per importanza, nella sua
attività professionale di pittore-imbianchino-decoratore, sempre improntata al
massimo dell’onestà, anche intellettuale,
e della correttezza nei rapporti con i colleghi e con i cittadini che hanno commissionato i lavori di tinteggio e decorazione
delle proprie case, alla storica Unione
pittori di Correggio e successivamente a
lui personalmente. Ricordiamo la bellezza e la pregevole esecuzione dei lavori, di
particolare rilevanza decorativa, eseguiti
nel Teatro comunale Bonifazio Asioli e
nello storico edifìcio di proprietà di Vittorio Cottafavi, lungo la strada verso Rio
Saliceto.
Vogliamo infine ricordare, perché la vita è
anche fatta di cose piacevoli, la sua attività
sportiva nel mondo del pallone, nella gloriosa Proitalia, che gli aveva affibbiato il
nomignolo di “milsa seca”, per la sua
instancabile capacità agonistica.
E con profondo affetto che la sezione
correggese dell’Anpi lo vuole ricordare e
porge le più sentite condoglianze ai figli
Flavio e Marco, alla nuora Lorenza, al
nipote Riccardo ed alla pronipotina Alessia
con la mamma Eleonora.
Per onorarne la memoria la famiglia ha
sottoscritto, insieme a parenti ed amiche e
amici, pro “Notiziario”, come il caro Aldo
ha sempre fatto.
Fabrizio Tavernelli
Presidente Anpi Correggio
***
In ricordo di Aldo Attolini i nipoti, i cognati e la cugina Ebe offrono pro “Notiziario” Anpi.
ANGELO
BERTANI
Il 14 settembre 2006 dopo anni di sofferenze è venuto a mancare all’affetto dei
suoi famigliari e degli amici intimi il Partigiano Angelo Bertani.
Stimato impiegato comunale, fu un dei
primi giovani a scegliere, nel 1944, la
strada della Resistenza. Alla fine delle
ostilità lo abbiamo sempre trovato impegnato nell’associazione Anpi e in quella
Auser del volontariato.
Lo ricorderemo per le eminenti qualità,
l’impegno politico e sociale e il senso di
altruismo che ha ispirato la sua esistenza.
Possa durare a lungo la memoria dell’amico scomparso, in segno di gratitudine e di
affetto. Giunga il nostro cordoglio alla
moglie Liliana, al figlio Eimo, alla nuora e
alle nipoti che con orgoglio spesso ricordava.
Anpi di Castelnovo Sotto
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 35
I NOSTRI LUTTI
REMO
BONAZZI
(Andrea)
OTELLO
SALSI
(Gino)
Il 22 settembre è deceduto, all’età di 92
anni, Remo Bonazzi, Andrea, partigiano
della 76ª Brigata Sap.
L’Anpi di Bibbiano ne onora la memoria
con un’offerta pro “Notiziario” Anpi.
Per un sostegno finanziario al
"NOTIZIARIO"
Tel. 0522/432991 (solo mattino)
Lunedì 28 agosto è deceduto il partigiano
Otello Salsi, Gino, di 94 anni. Da tre anni
era ospite, con la moglie, della casa di
riposo “Il Girasole” di Pieve |Modolena.
Con lui se n’è andata una delle più belle
figure della Resistenza reggiana. Gino fu
tra i primi “ribelli” sul nostro Appennino,
nella zona di Cervarezza, dove con Tullio
Correggi fornì appoggio ed aiuto ad Aldo
Cervi e alla sua squadra nell’autunno del
’43. Nato a Reggio (Villa Cavazzoli) l’11
giugno 1912, dopo l’8 settembre ’43, già
collegato al movimento clandestino antifascista, si era rifugiato sull’Appennino
dopo essere sfuggito fortunosamente all’arresto .
Commissario di distaccamento della 26ª
Brigata Garibaldi nella primavera del ’44,
ricoprì poi vari ruoli fino a quello di comandante della 144ª. Alla liberazione fu
congedato col grado di maggiore.
Negli anni del dopoguerra, e fino al
pensionamento, lavorò come postelegrafonico in zona montana. Vice sindaco di
Busana nel periodo della Ricostruzione
democratica, rimase sempre legato agli
ideali della Resistenza e all’Anpi.
L’Anpi e la nostra redazione rinnovano
fraterne condoglianze al figlio prof.
Giordano ed alla vedova Bruna Cresci.
ANNIVERSARI
ALDO
BALLABENI
(Aldino)
5° ANNIVERSARIO
Per il 5° anniversario della morte del Partigiano Aldo Ballabeni Aldino, la moglie
Norma e la figlia Fulvia sottoscrivono pro
“Notiziario”.
ROMEO
TAMBURINI
(Barba)
3° ANNIVERSARIO
Per il 3° anniversario della morte del marito Partigiano Romeo Tamburini, la moglie Vivalda Bondavalli e figli lo ricordano sottoscrivendo pro “Notiziario”.
36 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
WALTER
ROZZI
(Fritz)
3° ANNIVERSARIO
Il 3 settembre ricorreva il 3° anniversario
della scomparsa del Partigiano Walter
Rozzi Fritz. Lo ricordano con affetto e
amore la moglie Enrica Mussini, la figlia
Silvia, il genero, i nipoti che, per onorare i
suoi ideali, offrono pro “Notiziario”.
CESARINO
CATELLANI
6° ANNIVERSARIO
Il 16 settembre ricorreva il 6° anniversario
della morte del Partigiano Cesarino
Catellani, apparteneva alla 37a Gap (Gruppi d’azione partigiana). Lo ricordano con
amore e rimpianto la moglie Pierina Bisi,
e i figli Lina, Giorgio e Stefano, offrendo
pro “Notiziario”.
SEVERINO
MUSSINI
2° ANNIVERSARIO
Il 3 ottobre ricorreva il 2° anniversario
della scomparsa del Partigiano Severino
Mussini di Correggio. Lo ricordano con
immutato affetto la moglie Armida, i figli
Giuliano e Franco e sottoscrivono pro “Notiziario”.
Per ringraziare il “Notiziario
Anpi” per l’attenzione e la partecipazione nel ricordare i caduti del 7 luglio 1960, le famiglie
Farioli, Franchi, Reverberi,
Sezzi e Tondelli sottoscrivono
pro “Notiziario”.
ANNIVERSARI
GIUSEPPE
CARRETTI
(Dario)
1° ANNIVERSARIO
Il 2 ottobre scorso ricorreva il 1° anniversario della morte di Giuseppe Carretti
Dario. Le famiglie Carretti e Pioppi lo
ricordano con profondo rimpianto offrendo al suo “Notiziario” Anpi.
NINO
FERRETTI
(Grisco)
5° ANNIVERSARIO
Il 24 settembre ricorreva il 5° anniversario
della morte di Nino Ferretti Grisco di
Fabbrico. Il suo impegno politico e sociale, portato avanti sempre in modo semplice ma efficace per le giovani generazioni e
per tutti coloro che ne hanno raccolto il
testimone. La moglie Edda Gasparini, i
figli e i parenti tutti lo ricordano con tanto
affetto e sottoscrivono pro “Notiziario”.
OLIVIERO
CANEPARI
(Tom)
14° ANNIVERSARIO
Il 26 settembre ricorreva il 14° anniversario della scomparsa del partigiano Oliviero
Canepari Tom. La sua vita è stata dedicata
al lavoro e ad un impegno profondo per la
democrazia nel nostro Paese. Lo ricordano
con affetto la moglie Lide Vezzani, la
figlia, il figlio e i nipoti che sottoscrivono
pro “Notiziario”.
GIUSEPPE
SASSI
(Zor)
6° ANNIVERSARIO
Il 5 ottobre scorso ricorreva il 6° anniversario della morte di Giuseppe Sassi Zor,
Partigiano combattente e appartenente al
reparto di Polizia partigiana. La moglie
Olga e i figli, per onorarne la memoria,
sottoscrivono pro “Notiziario”.
DARIO
LUSUARDI
(Im)
4° ANNIVERSARIO
Il 27 ottobre ricorre il 4° anniversario della scomparsa del Partigiano Dario Lusuardi Im, appartenente alla 144a Brigata
Garibaldi
La moglie Clara Fregni, il figlio Walter e
la nuora Mara lo ricordano con immutato
affetto e per onorarne la memoria sottoscrivono pro “Notiziario”.
NEDO
BORCIANI
6° ANNIVERSARIO
Il 5 ottobre scorso ricorreva il 6° anniversario della scomparsa di Nedo Borciani,
deportato in Germania, poi segretario della Camera del Lavoro e Sindaco di Fabbrico, dirigente cooperativo e pubblico amministratore.
Lo ricordano con immutato affetto la moglie Vanda e i figli Elisabetta, Everardo e
Paolo, sottoscrivendo pro “Notiziario”.
FERNANDA BONACINI
FRANCO SERRI
4°ANNIVERSARIO
Nel mese di settembre di 4 anni fa cessavano di vivere a pochi giorni di distanza
l’uno dall’altro i coniugi Serri, lasciando
un vuoto incolmabile nella figlia e in tutta
la famiglia. Il ricordo e il rimpianto sono
sempre vivi. In loro memoria offrono pro
“Notiziario”.
DINO
MACCARI
(Aldo)
5° ANNIVERSARIO
Nel 5° anniversario della scomparsa del
Partigiano Dino Maccari Aldo, la moglie
Lolde, i figli e i nipoti lo ricordano con
immutato affetto e sottoscrivono pro “Notiziario”.
WALTER
CERVI
(Jago)
2°ANNIVERSARIO
Il 28 novembre ricorrere il secondo anniversario della scomparsa del Partigiano
Walter Cervi Jago.
Nel ricordarlo con immutato affetto, sottoscrivono al “Notiziario” in sua memoria,
la moglie Eletta, i figli Katia e Roberto, ed
i suoi adorati nipoti Simone, Alice e
Giorgia.
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 37
ANNIVERSARI
AFRO
BOCCALETTI
(Tim)
2° ANNIVERSARIO
Afro Boccaletti Tim, “Gambino” per gli
amici, Partigiano combattente nella 77a
Sap e nella 144a Brigata Garibaldi, era nato
a Campagnola Emilia nel dicembre 1917,
si trasferì negli anni ’55-56 a Fabbrico. È
deceduto nel dicembre 2004.
Un pensiero, un ricordo dovuto al personaggio coraggioso, intelligente e di grandi
sentimenti di amore e di rispetto dell’essere umano.
Tim nasce da famiglia contadina (mezzadri) in quel dicembre in cui il padre Vittorio muore nella Grande guerra 1915-18.
La madre, Angela Verzellesi, dopo alcuni
anni si accompagna con il fratello del
marito, Fortunato. Nel 1926, frequenta la
scuola elementare senza mai essere bocciato, con profitti lusinghieri, tanto che la
famiglia è decisa a fargli continuare gli
studi alle scuole superiori.
Afro è consapevole del sacrificio della
famiglia e si rende conto che la scuola
media è appannaggio non dei figli dei
mezzadri, braccianti od operai, ma di altre
categorie di borghesi benestanti, ecco il
suo maggior impegno a vincere ogni anno
la borsa di studio per alleggerire la famiglia del sacrificio economico-finanziario.
A 17 anni, agli esami di fine anno viene
bocciato, non per insufficienza nelle materie di studio, ma perché figlio di mezzadri. Venuto a conoscenza dell’ingiustizia
che si commetteva verso di lui, reagì
bruscamente nei confronti dei commissari di esami e di conseguenza fu espulso
dalla scuola.
Conosce lo spettro della disoccupazione,
soffre dell’umiliazione ricevuta. Viene
chiamato, per brevi periodi, come impiegato presso il municipio. Mantiene, comunque, sempre un buon rapporto con gli
amici d’infanzia, cioè con i figli di contadini, degli operai, dei braccianti e con i
coetanei vicini di casa, facendo della modestia un suo principio caratteriale.
La caduta del fascismo (25 luglio 1943) è
anche per lui una soddisfazione come per
tanti italiani, ma l’otto settembre ’43 si
sente preoccupato vedendo la rapida occupazione dell’esercito nazista di tutti i cen38 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
tri militari più importanti d’Italia, distruggendo senza pietà i focolai di resistenza.
Con la nascita della Repubblica sociale
italiana (la Repubblica di Salò), il primo
pensiero di Afro è quello di fuggire in
Svizzera (ma gli mancano i soldi), successivamente pensa di uscire dal gruppo di
impiegati comunali chiamati a costruire
una mini struttura della Rsi e delle brigate
nere locali.
Parlandone con suo cugino Galliano
Carretta e gli amici di sempre, Renato
Bolondi, Lino Battini, Andrea Zavaroni,
Vasco Guaitolini ed altri (promotori dell’esercito partigiano), lo convincono a restare e ad assumere la più importante carica, di Segretario comunale, con la
rassicurazione che in caso di pericolo sarebbe stato subito portato in salvo.
Tim presto si rende conto del grande impegno di responsabilità che ha assunto, con il
grande rischio di essere fucilato da una
parte o dall’altra. “Osa dire” che dal dicembre 1943 all’ottobre 1944 sono stati
per lui i giorni più difficili della sua vita. I
documenti più importanti dell’esercito
nazifascista, doveva mandarli ai partigiani, così come gli spostamenti militari e far
rispettare il bando di reclutamento dell’esercito della Rsi. Ciò significava che chi
non si presentava alla chiamata alle armi
veniva considerato un disertore o un ribelle e come tale poteva essere ucciso sul
posto. Oppure veniva arrestato un
famigliare e solo quando si presentava il
militare il congiunto veniva rilasciato.
Con Afro Boccaletti al presidio non è mai
avvenuta alcuna rappresaglia politica o
militare. Lo dobbiamo a Lui se tante rappresaglie non sono avvenute.
All’interno del presidio inizia, ad un certo
punto, la fase del sospetto. Allora, la notte
del 7 ottobre ’44 scatta il falso rapimento
e la consegna dell’intero presidio al comando partigiano della 77a Brigata Sap
“F.lli Manfredi”. La rappresaglia che ne
seguì, l’8 ottobre seguente (uccisione dei
Battini, Pietro e Silvio, l’incendio della
propria casa e di quella dei fratelli Poli e
altri) fu per lui un tormento, una sofferenza difficile da superare per lungo tempo.
Nei mesi dell’inverno ’44 in montagna gli
furono affidati compiti importanti e difficili, sempre risolti nel modo migliore,
accattivandosi i compagni.
Anche per Afro il dopoliberazione fu un
periodo storico di soddisfazioni, ma anche
di grande amarezze per la mancanza di una
vera democrazia, in cui doveva esserci una
vera e reale giustizia civile e militare, così
come sognavamo nei lunghi mesi di battaglia per la liberazione del popolo italiano.
Tim era persona dai profondi sentimenti
umani: il legame affettivo con la madre
Angela, con le sorelle Vitalina e Vittorina,
con la moglie Lina e il figlio Vittorio. La
sua famiglia, infatti, non l’ha mai lasciato
solo quando perse la “sua” Lina. Per me un
ricordo indimenticabile: le sette rose rosse
e una gialla offerte alla moglie Lina per il
suo 81° compleanno all’hotel “San
Bartolomeo a Mare” di Imperia di fronte a
oltre 100 persone. Conosciuto in tempi
difficili, ammirato per le sue scelte, dialogo infinito sui grandi temi fino agli ultimi
anni. Mai visto una volta arrabbiato, arrogante, offensivo. Il suo grande e forte
carattere lo esprimeva in silenzio, con tanto affetto e bontà.
Grazie Afro, noi Partigiani e amici siamo
orgogliosi di te e non ti dimenticheremo.
Gaetano Davolio
ANGIOLINO
MARGINI
(Tempesta)
6° ANNIVERSARIO
Il 15 novembre 2006 ricorre il 6° anniversario della scomparsa del partigiano
Angiolino Margini, Tempesta.
Lo ricordano con immutato affetto la moglie Adolfina, la figlia Luciana, la nuora, il
genero, i nipoti e i parenti tutti, offrono a
sostegno del “Notiziario”, lo strumento
informativo sui valori della Resistenza.
AGOSTINO
AZZALONI
ANNIVERSARIO
Nonostante siano passati più di 4 anni da
quando ci ha lasciato la mamma Ester, i
fratelli Alberto e Alfonsino con l’animo
colmo di tristezza lo ricordano con
immutato affetto e sperano che la sua immagine rimanga nella mente di quanti lo
hanno conosciuto e stimato.
A loro si uniscono anche i compagni del
direttivo dell’Anpi di San Martino in Rio.
OFFERTE
IL "NOTIZIARIO ANPI" E' UNA VOCE DELLA RESISTENZA E DELLA DEMOCRAZIA.
PER VIVERE HA BISOGNO DEL TUO AIUTO
– GLAUCO FERRETTI per ricordare il padre Nino ........ €
– RINA CARRETTI in memoria del fratello Giuseppe
Carretti “Dario” .............................................................. ”
– ENRICA MUSSINI per onorare il marito Walter
nel 3° anniversario della morte ....................................... ”
– GIOVANNI PIACENTINI a ricordo di Anna Iotti
Gibertoni ......................................................................... ”
– FAM. ATTOLINI – Correggio in memoria di Aldo
Attolini ............................................................................ ”
– CASE POPOLARI 25-27-29 Correggio in ricordo di
Aldo Attolini ................................................................... ”
– ITALINA DIACCI – LINA REDEGHIERI in memoria di Laura Lugli ............................................................ ”
– COGNATE e COGNATI MARGINI in ricordo
di Laura Lugli Margini ................................................... ”
– LIBERO CERVI ............................................................. ”
– BRUNO GRULLI e SILVANA POLETTI .................... ”
– FAM. ALEOTTI in memoria del partigiano Piero ......... ”
– SERGIO CATELLANI .................................................. ”
– CLAUDIO MACCARI e fam. a ricordo di Maccari
Dino “Aldo” ................................................................... ”
– SILVIA CANEPARI ...................................................... ”
– Fam. CARRETTI e PIOPPI nel 1°anniversario della
morte di Giuseppe Carretti “Dario” ................................ ”
– VANDA ANCESCHI coi figli ricorda Nedo Borciani
internato in Germania ..................................................... ”
– FEDELE TONDELLI in memoria del padre Ermes ...... ”
– CLARA FRENI, figlio e nuora onora il marito
Dario Lusuardi ................................................................ ”
– LIDE VEZZANI in memoria del marito Oliviero
Canepari .......................................................................... ”
– ILEANA SERRI per ricordare i genitori Franco
e Fernanda ...................................................................... ”
– FAM. SASSI in memoria del partigiano Giuseppe
Sassi “Zor” ..................................................................... ”
– LUCIANA FERRARI e fam. in ricordo del marito
dr. Riccardo Cocconi ...................................................... ”
– ALBERTINA BAGNACANI e fam. in memoria
di Renzo Cagossi ............................................................ ”
– LILIANA CORRADINI per ricordare Romeo
Tamburini ....................................................................... ”
– G. MONTANARI, S. LUSUARDI, G. RAZIERI
a ricordo di Giuseppe Rinaldini ...................................... ”
– ERNESTA NICOLINI in memoria del partigiano
Egidio Guerra ................................................................. ”
– NERINA ROSSI a sostegno dell’Anpi .......................... ”
– RITA DEPAUL – MI – per onorare il marito
Giustiniano Bellesia ....................................................... ”
– FAM. CESARINO CATELLANI .................................. ”
– SEVERINO MUSSINI ................................................... ”
– GAUDENZIO MONTANARI – Scandiano .................. ”
– G. CARLO MATTIOLI – Scandiano ............................. ”
– PALMA FRANZONI e fam. per ricordare Federico ..... ”
– MARIA PRANDI ........................................................... ”
– ANNA BORSOTTI ........................................................ ”
– GRUPPO SVEDESE di Reggio Children per
progetto Asilo in Palestina ............................................. ”
– VIVALDA BONDAVALLI per onorare il marito
Romeo Tamburini ........................................................... ”
– GRUPPO DIRIGENTE DELL’A.S.P.P.I: per
Asilo in Palestina ............................................................ ”
– geom. LOSAPIO per Asilo in Palestina ......................... ”
– ANDREA BRAGAZZI per Asilo in Palestina ............... ”
– NORMA CATELLANI in memoria del marito
Aldo Ballabeni ................................................................ ”
100,00
30,00
20,00
20,00
120,00
110,00
20,00
100,00
25,00
40,00
50,00
1000,00
50,00
20,00
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30,00
100,00
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25,00
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30,00
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50,00
15,00
25,00
100,00
30,00
– BRUNO FANI per onorare Giuseppe Carretti nel
1° anniversario della scomparsa ..................................... ”
– RENZO ZULIANI – Sez. Casalgrande in memoria di tutti i Caduti .......................................................... ”
– FRANCHI, FARIOLI, REVERBERI, TONDELLI,
SERRI fam. dei Caduti 7/7/1960 .................................... ”
– SEZ. CAMPAGNOLA per onorare la memoria di
Pietro e Livio Battini ...................................................... ”
– SEZ. Campagnola, Novellara, Fabbrico, Rio Saliceto
per sostegno .................................................................... ”
– NINO BACCARINI per ricordare il partigiano Andrea
Zavaroni caduto nel 1944 ............................................... ”
– NICOLA BRUGNOLI a sostegno notiziario ................. ”
– SEZ.CASALGRANDE sottoscrizione di amici
intervenuti a Marzabotto 1°/10 u.s. ................................ ”
20,00
300,00
150,00
70,00
30,00
25,00
50,00
80,00
Ricordo di Ivanno Gandolfi
Al momento di chiudere questo numero del “Notiziario”, mi ha
colpito la notizia della morte, a 76 anni, di Ivanno Gandolfi. Sulla
stampa locale è stato giustamente ricordato da diversi suoi compagni socialisti, sia come militante prima nel Psi poi nello Sdi, sia
come affermato commercialista da sempre anche legato al movimento cooperativo.
In questa affrettata e breve nota, voglio ripescare un lontano
ricordo legato alla mia adolescenza e al mio incontro col rag.
Gandolfi, che fu il mio primo “maestro di marxismo”. Eravamo
credo nel 1952, avevo sui 14 anni, e, per ragioni varie avendo
interrotto le scuole dopo la prima media, lavoravo come fattorino
alla Cooperativa muratori Reggio, presidente Ottavio Caleri,
segretario il rag. Lidio Fornaciari. Gandolfi, all’epoca poco più
che ventenne e neo-ragioniere, veniva negli uffici della Cooperativa per fare pratica in quella professione che poi lo avrebbe legato
per sempre alla cooperazione. Nelle pause pranzo io (abitando
non lontano dagli uffici di Via Puccini) ritornavo sul posto di
lavoro in anticipo mentre Gandolfi, che abitava a Cadelbosco,
aveva finito di mangiare un panino e cominciava a sciorinarmi le
sue lezioni che più o meno erano iniziate con il marxiano “La
storia delle società finora esistite è storia delle lotte di classe”. Il
Manifesto insomma, che non avevo ancora letto. Mi ero appassionato alla cosa, e prendevo furiosi appunti che forse giacciono
ancora in qualche ripostiglio di casa mia. Quelle lezioni lasciarono comunque il segno e mi fecero maturare curiosità e domande
alle quali cercai poi sempre, negli anni, di trovare risposte.
Fu anche quell’incontro che contribuì a farmi riprendere gli studi
regolari. Ivanno lo persi poi di vista. L’ho ritrovato negli ultimi
anni a vari convegni storici o a conferenze su argomenti attinenti
alle religioni. Occasioni nelle quali non ho mancato di ricordargli
la sua “colpa” di “cattivo maestro”. Ne sorrideva sornione.
Spesso stigmatizzava, da agnostico e laico rigoroso, le religioni
per la loro – secondo lui – funzione alienante. A volte lo faceva
anche brontolando ad alta voce mentre l’oratore stava parlando.
Ed io gli davo di gomito per indurlo ad abbassare la voce. Ho però
talvolta notato anche la sua amicizia, polemicamente affettuosa,
con preti ed esponenti del mondo cattolico.
Ai suoi familiari le commosse condoglianze mie personali e
quelle dell’Anpi (a.z.)
150,00
50,00
70,00
100,00
NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 39
È più dell’una dopo mezzanotte quando
Paolo Nori, alla Cavallerizza, gremita in
ogni ordine di posti, di giovani e ragazze,
finisce la lettura del suo libro: Noi la farem
vendetta. Un nuovo e prolungato applauso, con tutti in piedi, lo saluta e manifesta
così il suo apprezzamento più caloroso. Di
meglio non poteva accadere a conferma
del fatto che gli episodi più importanti
della storia possono essere rivissuti nel
presente, se bene documentati e raccontati. Si, è vero, come più commentatori hanno scritto, che Paolo Nori, per rendere più
efficace il suo discorso abbia preso a prestito Kierkegaard, famoso filosofo danese,
(a cui accenna più volte), ponendosi in un
rapporto di distacco, rispetto ai fatti che
racconta e indugiando su tanti particolari
del suo tempo, anche di carattere familiare, che hanno fatto spesso sorridere. Ha
voluto usare anche un modo di scrivere
volutamente “incolto”, lui che certamente
incolto non e. e ne ha data anche la spiegazione in due capitoletti, per dire che la
lingua degli incolti: “ce l’han solo loro... è
come se la creassero lì, sul posto... ogni
frase che dicono è come se dovessero fare
lo sforzo per scrivere un romanzo... le frasi
dei semincolti quando girano bene, ricordano l’ottava dell’Ariosto”. Io considero
tutto questo un omaggio sincero a tutti
quelli che lui rende protagonisti nel libro e
sono tanti, tantissimi: dai familiari ai testimoni di quel processo che fece seguito agli
avvenimenti del 7 luglio dei 1960, a coloro
che già hanno scritto di quei “fatti”, alle
dichiarazioni dei politici, ai partigiani
dell’Anpi con i quali si è voluto incontrare
e ai tanti dai quali ha raccolto anche solo
un sospiro, una parola, un gesto degno di
40 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006
“Noi farem la vendetta”
di Paolo Nori
nota. Il racconto di quel che avvenne il 7
Luglio fa sempre da sottofondo alla narrazione delle cose più impensate, anche quando parla delle differenze tra Reggio e Parma, dell’abisso che si è manifestato spesso
sul modo di pensare e di agire fra i cittadini
delle due province, per esplodere poi, in
tutta la sua drammaticità, negli ultimi capitoli con quell’epilogo “Da vento di Luglio”, che è di speranza, con l’affermazione che quelli del 7 Luglio non sono “morti
invano”. Noi la farem vendetta, prende lo
spunto da una delle canzoni “proletarie”
più note e molto popolari fino a qualche
anno fa. Una canzone del “futuro”, sostiene Nori, “per rispondere a chi ti fa del
male”, ma, aggiunge, la migliore punizione è “guardarlo e pensare che la tua punizione, ed essere quello che sei”.
Il libro poi, richiamandosi a Philip Cooke,
che ha scritto 7 Luglio 1960: Tambroni e la
repressione fallita, con la prefazione di
Luciano Canfora, oltre che’Adolfo Pepe,
che di quel periodo ha fatto un’analisi
storica minuziosa con la Cgil, per giungere
alla conclusione che quel momento – come
ricorda Nori – fu di reale “svolta” nella
politica italiana.
Di una svolta che ha consentito di
riaffermare tutto il valore della Costituzione italiana che si voleva far dimenticare, disattendendola. Ma purtroppo di
quel che accadde in quella storica gior-
nata a Reggio Emilia, a Genova e in tante
altre località d’Italia non si è fatta ancora
piena luce. Rimangono molte ombre:
perché tanta feroce reazione? Chi la volle e a quale scopo? Per questo è stata
chiesta – com’è ben noto – l’istituzione
di una commissione di indagine parlamentare che abbia il valore giuridico di
esaminare gli atti riservati della presidenza del Consiglio e del ministro dell’Interno e appurare le responsabilità di
quel che accadde.
Il libro di Paolo Nori parla chiara e, anche
per questo, ritengo che i tanti giovani presenti alla Cavallerizza abbiano saputo apprezzarlo, con tanta emozione e partecipazione nella consapevolezza di dovere stare
all’erta indifesa della Costituzione e per
chiedere che, dopo quarantasei anni, sia
resa giustizia ai caduti di Reggio Emilia
come chiedeva insistentemente mamma
Delfina.
Alessandro Carri
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1906-2006: centenario della cgil 1906-2006: centenario