1906-2006: CENTENARIO DELLA CGIL 1906-2006: CENTENARIO DELLA CGIL Spediz. in abb. post. - Tab. C, art. 2/C – Art. 1 comma 2 - Art. 2 comma 1 d.l. 23-12-2003/ n. 353 - G.U. 29-12-2003 - Filiale R.E. - Tassa pagata taxe perçue - Anno XXXVII - N. 8 - Ottobre-Novembre 2006 - In caso di mancato recapito rinviare all'Ufficio P.T. di Reggio Emilia detentore del conto per restituzione al mittente che si impegna a pagare la relativa tariffa. NOTIZIARIO MENSILE del Comitato Provinciale Associazione Nazionale Partigiani d'Italia di Reggio Emilia Sommario pag. pag. – La Fiom reggiana e la modernità. Intervista a Valerio Bondi, segretario Fiom, a cura di Glauco Bertani ................. 3 29; La finestra sul cortile, di Nicoletta Gemmi 30; L’informazione sanitaria. Le risposte del prof. Enzo Iori 31; Conoscere gli altri, di Riccardo Bertani 32; Reggio che parla…, di Glauco Bertani 33. *** – I Nostri lutti ......................................................................... 35 – Tra i libri che dormono. Ricordo di Giuseppe Carretti ......... 6 – Pippo Mazzini e Rossana Rossanda, di a.z. ........................... 7 – Bice Bertani dalla Resistenza alla ricostruzione democratica, di Adriano Catellani ....................................................... 8 – Anniversari .......................................................................... 36 – Per la continuità e lo sviluppo dell’Istituto Cervi. I documenti dell’Anpi e del “Cervi” .............................................. 10 – Paolo Nori, “Noi farem la vendetta”, di Alessandro Carri .. 41 – “Piccole donne crescono”, di Eletta Bertani ........................ 12 – La non violenza è la vera forza contro gli osceni rigurgiti fascisti, di Alfredo Gianolio ............................................. 13 – Reggio-Albacete. O.k. per l’arte ma per la storia e memoria niente?, di a.z. ................................................................. 14 – Padre Camillo De Piaz: una vita senza frontiere, di Ireneo Ferrari .................................................................................. 15 – Lo stile di sua Altezza, di g.b. ............................................. 18 – Finalmente luce dopo sessant’anni di rimozione sulle persecuzioni antisemite nel bresciano, di Antonio Zambonelli 19 – I diritti umani nel mondo, di Bruno Bertolaso .................... 20 – Una bella pubblicazione della comunità ebraica di Modena e Reggio, di a.z. .............................................................. 21 – Per un uso critico della memoria, di Francesco Paolella ..... 23 – Per la scomparsa di Norma Cagnoli, di Hermes Grappi ..... 25 *** Le rubriche Cittadini-Democrazia-Potere, di Claudio Ghiretti 26; Opinion leder, di Fabrizio “Taver” Tavernelli 27; Segnali di Pace, di Saverio Morselli 28; Primavera silenziosa, di Massimo Becchi 2 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 – Offerte .................................................................................. 39 In copertina: Fernand Léger, Les Constructeurs (définitif) - I Costruttori (definitivo), 1950, olio su tela, cm. 300x228. NOTIZIARIO A.N.P.I. Spedizione in abbonamento postale - Gruppo III - 70% Mensile del Comitato Provinciale Associazione Nazionale Partigiani d'Italia di Reggio Emilia e-mail: [email protected] Proprietario: Giacomo Notari Direttore: Antonio Zambonelli Comitato di redazione Eletta Bertani, Glauco Bertani, Ireo Lusuardi Collaboratori: Massimo Becchi, Riccardo Bertani, Bruno Bertolaso, Sandra Campanini, Nicoletta Gemmi, Enzo Iori, Enrico Lelli, Saverio Morselli, Fabrizio Tavernelli Registrazione Tribunale di Reggio Emilia n. 276 del 2 Marzo 1970 Stampa: Litograf 5 - Reggio Emilia Questo numero è stato chiuso in tipografia il 10 ottobre 2006 *** Per sostenere il “Notiziario”: BIPOP CARIRE, piazza del Monte (già Cesare Battisti) - Reggio Emilia c.c. bancario n. 11819 ABI 5437 CAB 12811 (specificare la causale). La Fiom reggiana e la modernità Intervista al segretario dei metalmeccanici Valerio Bondi Valerio Bondi, 31 anni, si è laureato nell’anno 2002 in Storia contemporanea presso l’Università di Bologna. A gennaio 2003 entra in Cgil come funzionario Nidil (Nuove identità di lavoro), categoria della quale diventa Segretario nell’ ottobre 2003. Ad ottobre 2004 entra nell’apparato della Fiom e ha operato nella zona di Reggio Emilia, seguendo aziende significative quali Ognibene, Comet, Omso, Moreali,Yabe, Interpump. Lei è molto giovane e le grandi lotte operaie dei ’70 non le ha vissuta direttamente. Una volta si pensava alla classe operaia come classe dirigente o generale, oggi sembra, invece, dispersa nella frantumazione sociale, dove ogni categoria appare come semplice difenditrice dei propri privilegi o della propria sopravvivenza economica. Le chiedo allora in quale funzione e prospettiva sociale vede il sindacato metalmeccanico e la categoria che rappresenta? La sua domanda contiene varie sollecitazioni, vari problemi e, mi obbliga ad una risposta articolata. Partiamo dalla frammentazione sociale e dal ruolo “generale” della classe operaia cui lei faceva riferimento. Quello della frantumazione sociale è un processo reale che oggi si presenta con caratteristiche particolari, ma questo fenomeno non rappresenta una dinamica sociale nuova, mai osservata in passato. La storia del movimento operaio – per entrare subito nel merito – è infatti il continuo tentativo di costruire elementi di unità, solidarietà e coalizione partendo da uno stato di differenza, di frantumazione, quando non di vero e proprio conflitto – perlomeno di interesse immediato – tra segmenti o gruppi di lavoratori. Il rapporto tra processi di scomposizione e istanze di ricomposizione non rappresenta, dunque, un elemento di novità assoluta, anche se i differenti caratteri che connotano la fase attuale sono assolutamente originali, almeno per quello che riguarda il loro intreccio e, tendono ad approfondire i fenomeni di cui stiamo parlando. Ne cito alcuni in maniera non esaustiva. Primo, una crescente condizione di individualizzazione e di solitudine del lavoratore dentro e di fronte alla propria condizione di lavoro; due un generale processo di impoverimento dei ceti a reddito fisso e una condizione dilagante di precarietà, dunque di aumen- tata ricattabilità. Terzo, la produzione negli ultimi vent’anni di una legislazione socialmente regressiva che si accompagna ad una dimensione dell’impresa sempre più complessa e sfuggente per non parlare, quarto, di una dimensione politica sempre più distante dalla condizione reale della società. Siamo di fronte quindi ad un problema “classico” ma con connotati differenti dalle fasi precedenti, che impone soluzioni innovative e non scontate all’interno di un contesto in cui esistono sempre minori sponde, politiche, culturali, di trasmissione di esperienza e di agire collettivo. Un problema “classico” dicevo, ma oltre che caratterizzato da lineamenti nuovi, anche calato in un contesto socialmente meno strutturato e quindi più esplosivo. Questo primo ragionamento ci permette di affrontare il secondo dei problemi che lei pone, cioè quello del soggetto generale. Oggi, sia a livello di senso comune che nel pensiero degli “specialisti”, ci troviamo sempre più spesso di fronte a descrizioni che seguono come un libro stampato due tipologie di ragionamento. Questi due filoni descrivono le dinamiche sociali più o meno così; da un lato al centro di tutto c’è l’impresa come unico centro motore di sviluppo, di creazione della ricchezza e come soggetto in grado di dettare il perimetro delle compatibilità sociali, cioè di quello che può o non può essere fatto (riguardo ad esempio ai sistemi di welfare, alla fiscalità, al mercato del lavoro, al rapporto tra pubblico e privato). Parallelamente, e spesso come esatto rovescio della medaglia, un discorso che teorizza l’impossibilità del soggetto collettivo, visto che saremmo in una fase in cui esisterebbero solo gli individui socialmente mobili, “fluidi”, dislocati su piani diversi e anche contradditori, tesi che assume come nocciolo costitutivo la impraticabilità delle forme con cui segmenti organizzati della società possono vincolare i cosiddetti “poteri forti” (politici, finanziari e del grande capitale di impresa). Mi scuso per lo schematismo del ragionamento, ma sono tesi che troviamo sia nella cultura politica liberista sia in ambienti più o meno raffinati del pensiero di sinistra. Ecco, io penso che questa descrizione sia riduttiva, un po’ forzata e un po’ unilaterale e, mi spingo a dire che in questi ultimi anni, per stringere il campo di osservazione, noi abbiamo notato il proliferare di movimenti sociali che contraddicono queste descrizioni. Mi riferisco a tutte quelle esperienze e quelle lotte che hanno avuto al centro il tema della soggettività del lavoro, delle compatibilità sociali e ambientali dello sviluppo, del governo locale e dei diritti civili, esperienze eterogenee che hanno manifestato comunque una irriducibilità dei soggetti individuali e collettivi a quella riduzione unilaterale o a quella presunta polverizzazione cui facevo riferimento in precedenza. Ritenendo che alla base di questi movimenti noi troviamo l’articolazione multiforme della contraddizione che esiste tra capitale e lavoro e che attraversa in maniera molto profonda la nostra epoca, ritengo si possa ancora oggi parlare di un ruolo generale per il mondo del lavoro. Ruolo generale che sicuramente non va inteso in senso tradizionale e che non può definirsi in maniera autosufficiente. Voglio dire per essere più esplicito che penso alla riproposizione di un “ruolo generale” per il movimento dei lavoratori come catalizzatore e momento potenziale di sintesi di tutto quanto si manifesta a livello sociale, come non riducibile e subordinato in buon ordine alla logica del mercato, dell’accumulazione e del capitale, dell’ordinamento dall’alto della condizione e della vita degli uomini e delle donne. Penso che il movimento dei lavoratori che si colloca al centro di questa contraddizione, possa essere portatore di un “punto di vista altro”, in quanto tale autonomo e negoziale, di un progetto che si connota su alcuni temi chiave che possono riconnettere temi e istanze a prima vista tra loro molto differenti. Mi riferisco al problema della soggettività che non può essere compressa oltre certi limiti, al problema delle facoltà di decisione e di controllo sui progetti di vita individuali e sui destini e fini dell’organizzazione collettiva, sulla dimensione dell’agire pubblico e della democrazia. Temi che rischiano di rimanere sconnessi, discontinui e impotenti senza porre la questione decisiva della possibilità del vincolo sociale alla potenza debordante del capitale, alla sua logica più elementare, creativa e distruttiva, che subordina all’interesse della sua riproduzione ed estensione la tenuta eco-sociale dei sistemi all’interno dei quali opera ed è soggetto. Ho cercato di tratteggiare in maniera rapida contraddizioni e possibili punti di ripartenza, ma visto che non vivo su Marte, mi NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 3 è molto chiaro come attualmente la posizione delle organizzazioni sociali sia di estrema difficoltà e di retroguardia. Proprio per questo motivo, infatti, non credo che esistano grandi scenari di futuro per un sindacato che non sappia mettere al centro del suo progetto di società la titolarità di decisione e di intervento diretta dei soggetti che rappresenta e che, questa debba accompagnarsi ad una radicale autonomia di elaborazione e ad un vero investimento sul terreno dell’agire democratico, al suo interno, nel vincolo di rappresentanza e verso l’esterno. A questo proposito, sfiorando solamente il terzo tema che lei mi sottopone, penso che l’esperienza della Fiom dopo il 1995 rappresenti un tentativo felice di coniugare istanza sindacale specifica e collegamento di questa propria azione con i temi dell’interesse generale, riprendendo l’istanza del sindacato generale capace di lottare per sé, e attraverso sé, di porre le basi per l’avanzamento anche dell’altro da sé. Cito a titolo di esempio e, chiudo su questo punto, la battaglia vissuta coerentemente sulla difesa del reddito e contro l’impoverimento del salario, la lotta contro la precarietà del lavoro, la sanzione del diritto dei lavoratori e delle lavoratrici di decidere in maniera vincolante su gli atti e sui percorsi che ne determinano la condizione. A Reggio qual è la realtà operaia alla luce del sempre maggior numero di “stranieri” che vivono e lavorano in provincia? Qual è la reale incidenza del sindacato che ha, come si legge nel vostro sito web, oltre 13.000 iscritti? Per ragionare con qualche numero alla mano posso dirle che il 20 percento di iscritti alla Fiom provinciale è rappresentato da lavoratori stranieri e che la realtà operaia della nostra provincia stratifica una composizione molto eterogenea, sia per provenienza geografica che anagrafica e, di portato di esperienza. A ciò si sommino bagagli professionali molto diversificati tra loro, fatti di elevata specializzazione e, magari nello stesso segmento produttivo, di contenuti estremamente poveri. Per fare un “quadro sociologico” della forza lavoro della nostra provincia posso dirle che essa stratifica varie fasi di immigrazione sia interna che esterna, che vede una gran massa di giovani sia ai livelli impiegati che operai e che, presenta condizioni di lavoro, di salario e di capacità negoziale molto diversificate tra le diverse aziende. Potremmo citare come esempio la differenziazione che attraversa trasversalmente tutti i settori tra piccola e mediogrande industria, oppure tra artigianato e industria, che vivono nello stesso contesto economico, situazioni che non sono assimilabili. Detto questo in premessa, lei mi chiede della reale incidenza della nostra organizzazione in un contesto nel quale, quello di Reggio Emilia, noi esprimia4 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 mo una certa forza non solo numerica, ma anche come capacità e qualità di intervento. Non starò ad indicarle i nostri punti di forza che sono, credo, abbastanza noti, ma le richiamerò i punti di sofferenza o quelli molto determinanti sui quali stiamo cercando di costruire una iniziativa in prospettiva. Innanzitutto, per rimanere al merito della domanda che lei mi pone, sulla questione dell’immigrazione abbiamo ancora ad oggi un grave ritardo nella capacità di leggere e di agire tutte le implicazioni del rapporto tra condizione operaia e “status” migrante della forza lavoro, se e quale portato “in più” di contraddizione e di bisogni porta con sé. Secondo, stiamo cercando di riappropriarci di una sapere sindacale andato un po’ perduto, quella capacità di intervento, non solo su aspetti come il salario o l’inquadramento, ma sugli aspetti che più incidono sulla condizione di lavoro, quali tempi, ritmi, metodi di organizzazione del lavoro, sicurezza, orari e quant’altro. Terzo, il problema di essere con gli strumenti contrattuali di cui disponiamo, generali e articolati nelle singole realtà, soggetto di innovazione dentro le imprese ponendo come elemento di discussione temi quali le politiche industriali e di prodotto, la localizzazione territoriale degli investimenti, il tema della struttura di impresa – in primis sulla regolamentazione degli appalti e delle esternalizzazioni – parlando, infine, di formazione, di sviluppo delle professionalità e di mobilità delle carriere. Rimane da ricostruire invece, integralmente, un rapporto di rappresentanza, politico e contrattuale, con una vastissima area del mondo impiegato che oggi non si riconosce in noi sia per problemi di percezione della propria condizione sia per deficit, presumo, della nostra proposta e del nostro intervento su questa realtà sempre più preponderante all’interno delle fabbriche del nostro territorio. Infine, penso ci sia uno spazio da riguadagnare e da ritematizzare, che riguarda il rapporto tra azione sindacale dentro la fabbrica e capacità di intervento della nostra organizzazione sul territorio, a livello generale e confederale, essendo estremamente intrecciata la trama dei bisogni tra condizione di lavoro e condizione di vita più generalmente intesa (temi della mobilità, della salute, del welfare, della casa, della produzione culturale e della apertura e agibilità degli spazi pubblici e di aggregazione). Qual è il rapporto con il padronato e con le altre categorie dei lavoratori? Forse è solo un mito ma mi pare che un tempo la solidarietà fra lavoratori fosse molto più diffusa, quasi istituzionale direi. Mi sbaglio? Il rapporto con il sistema delle imprese reggiane è un rapporto dialettico e complicato che non manca di asprezza, ma che cerchiamo di mantenere sulla base di una impostazione di rispetto per chi fa impresa sul nostro territorio e si pone come agente di sviluppo da un lato, ma che dall’altro, risponde ad una nostra profonda e radicata autonomia di valutazione e di punto di vista. Sul piano del risultato contrattuale posso dire che nella nostra provincia siamo presenti e negoziamo in maniera molto estesa e con connotati spesso di tutto rispetto. Pensi che solo nel 2006 abbiamo chiuso più di 50 contratti aziendali per più di 7500 addetti. Sulla qualità del rapporto con il padronato, per non sviare, non posso negarle che esistono assieme a tante soluzioni positive anche forti elementi di tensione. Questi sono riconducibili a due ordini di motivi e anche su questo punto dovrò essere un po’ riduttivo per problemi di economia del discorso. Il primo lo ricondurrei a caratteri generali, visto che la Confindustria in questi anni – e in special modo Federmeccanica – ha spesso impostato linee guida di orientamento politico fortemente “antisindacali”, rivendicando per l’impresa una titolarità sempre più vasta a decidere, al controllo e alla disponibilità unilaterale di organizzazione della prestazione lavorativa, definendo al contempo per il sindacato un ruolo adattativo, di semplice gestione delle ricadute di tali scelte. La Fiom a tutti i suoi livelli si è opposta con forza a tale disegno e la reazione delle imprese e delle associazioni datoriali è stata molto pesante, arrivando alla firma separata – senza la Fiom che è il sindacato maggiormente rappresentativo nella categoria – di più intese sia nazionali che all’interno di grandi aziende. È del tutto evidente che a fronte di questo stato di cose la nostra risposta è stata altrettanto dura, e questo scontro arrivato sino a inizio 2006 con la firma unitaria del contratto nazionale, ha sedimentato problemi e lacerazioni. Il secondo motivo di fondo ha caratteri meno contingenti e investe la questione del potere. Contrattare significa, infatti, mettere in discussione una struttura di potere data dentro l’impresa e che questo è un nervo sempre molto scoperto e che crea grandi resistenze. Negli ultimi decenni è poi cresciuto un modello di gestione dell’impresa e delle relazioni che l’impresa intrattiene – non solo col sindacato ma con tutto lo spettro della complessità esterna – che fatica sempre più a tematizzare la presenza dei due soggetti e delle loro istanze dentro i luoghi della produzione, quello del capitale e quello del lavoro di cui ho parlato, dimensione culturale e dell’agire che non semplifica i rapporti. Ciò detto e, senza voler sminuire quanto ho affermato, la mole della contrattazione sviluppata a Reggio Emilia sta anche a dimostrare che le soluzioni negoziali, quando si parte da posizioni chiare e distinte, esistono e possono essere ricercate e costruite e che, anche le situazioni di conflitto fanno parte dell’insieme dialettico e della struttura del confronto, dei processi di trasformazione sociale e di vitalità del tessuto democratico. Ho letto dalla sua scheda biografica che è laureato in Storia contemporanea. È vero che sono decenni che molti funzionari sindacali non vengono più dalla “produzione”, ma il fatto che un “intellettuale” certificato si trovi a dirigere il sindacato operaio per eccellenza colpisce per l’apparente contraddizione. Può aggiungere particolari all’essenziale curriculum riportato nella scheda per far conoscere ai nostri lettori come si è trovato a dirigere la Fiom provinciale? L’apparato politico e tecnico della Fiom di Reggio Emilia proviene quasi integralmente dalla produzione, direi totalmente ad esclusione del sottoscritto. Al nostro interno, oggi, convivono poi esperienze lavorative eterogenee e gradi di formazione scolastica/esperienza molto differenti. Posso dirle, a conferma di quanto detto, che nel contesto dell’intera Cgil reggiana il canale di selezione dei quadri sindacali è di gran lunga ancora il bacino delle realtà produttive. Per quanto riguarda la mia esperienza personale, io ho fatto un percorso di studi fino alla laurea e ho fatto esperienze dirette nei cosiddetti movimenti, studentesco, antirazzista e sui temi della globalizzazione. Questi percorsi di esperienza politico-sociale e il percorso di studio e di ricerca che ho seguito, mi hanno spesso fatto intrecciare rapporti con il sindacato, che per me ha sempre rappresentato un soggetto di grande interesse e un luogo di scambio e di confronto decisivo. Questo rapporto durato nel tempo, con alti e bassi, mi ha poi offerto una possibilità di esperienza interna, che all’inizio non doveva essere strutturale, ma che poi ha sedimentato, ritengo dando buoni frutti sia per me che per l’organizzazione nella quale milito. Devo aggiungere che la mia condizione personale di provenienza è quella di una famiglia e di una realtà operaia e che io, ho sempre pensato che il mio saper fare che è assolutamente parziale, andasse comunque speso nel tentativo di creare condizioni di maggior giustizia sociale e di promozione delle istanze e dei punti di vista del mondo del lavoro, che in una battuta andasse restituito alla condizione e alla gente dalla quale io provengo e di cui faccio parte, indipendentemente dai percorsi fatti. Da ultimo lei vede una contraddizione tra percorso intellettuale e impegno sindacale che nella fase attuale è facilmente verificabile, ma che invece nella storia del sindacato non rappresenta un fatto sconosciuto. Senza bisogno di scomodare esempi verso i quali sarei inadeguato, posso dirle che a livello generale, quando il sindacato può e ha potuto beneficiare di questo apporto degli “intellettuali”, si sono create sinergie e condizioni di innovazione della linea politica e rivendicativa, complicazione e ripensamento dei punti di vista che, non possono che farmi valutare positivamente la commistione e la ricerca di esperienze diverse dentro l’organizzazione, di nuove corrispondenze da ricercare e alimentare tra esperienza di fabbrica e segmenti della cultura, esterni o internalizzati che siano. Grazie di questa breve chiacchierata e dello spazio che avete voluto dedicarci. Ciao a tutti voi e a chi vorrà qui leggerci e leggere un po’ della nostra esperienza e del nostro tentativo quotidiano di esserci e restarci. a cura di Glauco Bertani Fini incerto tra Fiuggi e Predappio Stimatissimo presidente, amici e compagni partigiani, che Gianfranco Fini avesse le idee perlomeno confuse sulla storia ed in particolare quella che riguarda il fascismo, come del resto la stragrande maggioranza dei suoi camerati, non sorprende affatto. Tuttavia il capo della destra italiana, periodicamente non manca di ricordarcelo con sparate di ogni genere. Prima definisce il duce come più grande statista del secolo appena concluso, poi ritratta e dice che una cosa simile non la ripeterebbe più ed infine fa esplodere l’ira dei colonnelli con l’ormai famoso “fascismo male assoluto”. A questo punto si pensava che l’excursus storico di Fini fosse terminato, invece intervenendo ad un convegno di Alleanza nazionale sull’immigrazione (notizia Ansa del 25 settembre 2006), se ne esce con una nuova infelice idiozia, che qui riporto: “l’Europa è stata un elemento di civilizzazione, e non tutte le pagine del colonialismo sono negative: se pensiamo a come sono ridotte oggi l’Etiopia, la Somalia e la Libia e a come stavano sotto l’Italia, credo che ci debba essere una rivalutazione del ruolo italiano in quei paesi. Credo che questa pagina di storia sarà riscritta”. Ed in che modo intenderebbe riscriverla, così come hanno più volte tentato di fare con la storia della Resistenza? Ci risiamo, come al solito Fini dimentica, o meglio, fa finta di dimenticare le responsabilità del fascismo nel colonialismo in Africa, ma anche in Grecia ed in Albania, insensate ed assurde guerre di aggressione volute da Mussolini per appagare la sua onnipotente megalomania; nient’altro che il preludio alla rovinosa e disastrosa entrata in guerra al fianco dei nazisti, che gettarono il Paese nella miseria, nella catastrofe e nella distruzione più completa. Le parole di Fini sono quanto di più retorico e propagandistico ci si potesse attendere da un nostalgico fascista, altro che civiltà e benessere; ciò che rimane di quella vergognosa pagina di storia italiana, sono decenni di persecuzioni ed esecuzioni contro le popolazioni libiche ed eritree, violenze sulle donne, l’illusione di un impero di cartapesta, il miraggio di nuove terre per il sottoproletariato italiano affamato dal fascismo, ma soprattutto e per la prima volta nella storia, l’uso delle armi chimiche contro quei popoli aggrediti. Gli slogan e la propaganda fascista per fortuna sono il brutto ricordo di un’epoca a cui probabilmente Fini vorrebbe ancora partecipare, per cui nel colonialismo fascista non c’è nulla da riscrivere, se non quanto sia stato disastroso non solo per i popoli che vennero oppressi e violentati, ma purtroppo anche per gli italiani che con quella subdola propaganda furono mandati a morire senza la parvenza di una decente organizzazione militare. Fini domandi a Berlusconi di intercedere per lui presso Gheddafi e vada a rendersi conto di persona di quale sia il sentimento che nutrono ancora oggi i libici nei confronti di noi italiani. Fini venga a Reggio ad incontrare il partigiano Walter Egidio Baraldi, che partecipò alla guerra d’Africa prima di aderire alla Resistenza, il quale sarà certamente felice di raccontargli la realtà del colonialismo e di quali fossero le condizioni dei nostri soldati in quell’inferno. Lo domandi Fini ai reduci di quella assurda campagna di espansione, ne troverà tanti, pronti ad insegnargli quella storia che non conosce. Alessandro Fontanesi NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 5 Tra i libri che dormono “..si vive sempre, se lasci nel tempo un po’ di te. Si vive ancora, non più negli occhi, ma dentro i cuori..” Queste semplici parole, probabilmente di una canzone, sono poeticamente vere. Fino a che si ha la fortuna di condividere il tempo di vita con le persone, si è come sopra un rullo che corre, arriva, a volte rallenta e si ferma, ma sul quale si è, senza scelta. È il rullo della quotidianità, delle piccole e grandi cose, delle idee condivise e magari non capite, dei conflitti, delle gioie, dei passati e dei futuri. Quando si è tutti insieme su quel nastro viaggiante, le cose sono comuni, vicine, rimandabili, rimediabili. E spesso scontate, normali nel loro esserci. Succede però, che nel tempo di uno schiudere di fiori, qualcuno scende da quel nastro, si toglie dall’incedere regolare dei giorni, dei mesi, degli anni. Cosa rimane? Il rullo è crudele, ha un fondo sabbioso, e in base al peso che abbiamo si lascia leggermente deformare, imprimere. Lasciamo il segno. Non è un peso corporeo, ma un peso sociale, non è un valore numerico, ma qualitativo. Tutti abbiamo un peso sociale, è quello che ci fa conoscere, è quello che ci fa imparare, sbagliare, confrontare, cercare, decidere. È l’insieme delle nostre azioni e delle nostre idee, delle nostre relazioni e delle nostre emozioni, è quello che siamo o che pensiamo di essere. Avremo sempre chi ricorderà queste cose, una carezza, un rimprovero, una casa, un modo di dire; pezzi di identità personale depositati un po’ ovunque. Ma c’è anche chi, per come ha impostato la sua vita, viene ricordato in più maniere. Perché può esserci un’identità privata, un’identità pubblica, un’identità politica. Questo è il caso di mio nonno, per molti il comandante Carretti, per noi, la sua famiglia, era anche il nonno “Peppo”. Perché dico “anche” e non “soprattutto”? Perché se dicessi soprattutto, direi una cosa non vera. Perché lui era una persona “per gli altri”, e in quegli “altri”, ovviamente, anche noi. Ma non “soprattutto” noi. Questo potrà far storcere il naso a qualche ben pensante che ha come caposaldo sociale il concetto di “famiglia fortino”, dove chi è dentro ha più diritto di chi sta fuori. Per mio nonno non era così, e questo era il suo grande pregio. Certo, ha sempre avuto a cuore il “dentro”, si è sempre battuto a modo suo, mai invadendo, per far girare bene la ruota famigliare. Ma allo stesso modo, lo ha fatto per il “fuori”, quel fuori troppe volte maltrattato dalle persone e dagli eventi tragici. Che fosse lasciare tutto per difendere sui monti la dignità e la libertà, contro chi le ha prima calpestate e poi vendute all’estero. Che fosse non dormire la notte per riuscire a dare un sorriso ai bambini sfortunati del terzo mondo. Che fosse essere in prima linea, con addosso i suoi messaggi di pace e speranza, in quei luoghi dove la voglia di cambiare si grida e si cerca, e la si continua a cercare anche l’indomani, quando le luci della festa sono spente. Perché mio nonno, il meglio di sé lo dava a luci spente. Gli applausi e i complimenti li riceveva nelle situazioni pubbliche, ma la “sostanza” L’ultima foto. Dario fra i suoi libri una settimana prima del ricovero in ospedale. 6 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 nasceva e si concretizzava nelle ore solitarie dei suoi “bunker”, all’ombra rassicurante dei suoi tanti libri, ovvero l’altra sua famiglia. Che voglia di persone come lui, in mezzo a questo pot-pourri di gente pronta a tutto per una misera seggiolina alla quale inchiodarsi, smaniosa di luce e vetrine. È un anno che è sceso dal nastro. È un anno che non c’è più, negli occhi. Ed è da un anno che scoppia nei cuori di chi, come noi, ascolta ogni tanto il rumore del silenzio aggirarsi fra i suoi libri che dormono. Ci saranno ricordi ufficiali, ci saranno articoli e discorsi. È giusto così, quando una persona è “per gli altri”, lo è per sempre. Noi ti salutiamo come facevamo la domenica tra il telegiornale e i cappelletti della nonna. Ciao Nonno. La tua famiglia Il 2 ottobre, primo anniversario della morte di Giuseppe Carretti, il nostro “Dario” è stato commemorato nel cimitero di Cadelbosco, il paese di cui fu amato Sindaco, alla presenza dei Familiari e di un folto pubblico di compagni e di estimatori dell’ex Presidente dell’Anpi provinciale. Commosse parole di ricordo sono state pronunciate dal Sindaco di Cadelbosco, Silvana Cavalchi. L’Anpi provinciale era rappresentata dal vice presidente Orio Vergalli e da Maria Cervi. Il Comitato cittadino di Reggio da Ghiacci, Soragni, Cavazzini e Fani. Pippo Mazzini e Rossana Rossanda Su queste pagine abbiamo apprezzato la bella recensione di Eletta Bertani all’autobiografia di Rossana Rossanda La ragazza del secolo scorso. Confesso di non avere ancora letto il libro. Ma la recensione mi ha fatto ricordare una bella foto di Rossanda che mi fu consegnata anni addietro da Pippo Mazzini (al quale la foto stessa è dedicata) in una delle sue ricorrenti visite all’Istituto storico Resistenza, ogni volta consegnandomi brandelli dei suoi ricordi autobiografici. Ma siccome forse pochi a Reggio sanno chi era Pippo Mazzini, merita che ne faccia qualche cenno. All’anagrafe faceva Giuseppe, ma per far cessare le telefonate tipo: “Sono Garibaldi, allora la facciamo ‘st’Italietta?”, optò per il diminutivo abbandonando, ovunque meno che nei documenti ufficiali, il nome legale. Nato a Reggio il 9 maggio 1909, vi è morto nell’agosto 1999. Figlio di Angelo (economo dell’Ospedale di Santa Maria Nuova, socialista e amico fraterno di Camillo Prampolini) e di Giulia Prampolini. Da studente fu amico, tra gli altri, del giovane Valdo Magnani, futuro segretario del Pci reggiano, assieme al quale compì talvolta gite in bicicletta fino a Casina. Diplomato ragioniere, nella Reggio fascistizzata dei primi anni Trenta “segnato” per le sue idee politiche, se ne andò a Milano (1932) dove trovò impiego alla Cassa di Risparmio delle province lombarde (Cariplo). A Milano Pippo riuscì a non prendere mai la tessera del Fascio, il che all’epoca poteva anche costituire un rischio. Nel 1930 aveva prestato servizio militare come sottotenente a Firenze, dove, scrive in un suo memoriale “conobbi un uomo straordinario amico di mia sorella Raimonda, Giorgio La Pira”. La quale Raimonda sarà poi protagonista della resistenza cattolica a Reggio, a fian- Una bella immagine di Pippo Mazzini negli ultimi anni. co della prof.ssa Lina Cecchini. Nel 1938, entrate in vigore le leggi antisemite, spulciò tutti i nomi ebraici di correntisti presso la Cariplo e fece molte telefonate anonime per avvertire del rischio di congelamento dei depositi. Richiamato alle armi agli inizi del 1943, era ancora sottotenente, e dopo il 25 luglio, con la caduta del fascismo, ricevette un messaggio “inneggiante alla pace”, da Giovanni Zibordi, che morirà di lì a poco, e che era uno dei compagni di fede socialista del padre. Con l’armistizio dell’8 settembre Pippo fu uno dei tanti che tornarono a casa indossando abiti civili, nel caso specifico avuti dalla suore del convento fiorentino attiguo alla caserma. E qui vennero, sono ancora parole di Pippo “i tempi più difficili ma anche più esaltanti della mia lunga esistenza”, come scrisse nel 1992 qui a Reggio, dove era tornato a trascorrere l’ultima fase della sua esistenza. Entrato in contatto con i servizi alleati anglo-americani, e con il Cln Alta Italia, Ecco la foto di Rossana Rossanda. Sul retro la dedica autografa: “A Pippo, amico di una vita, una fotografia che mi somiglia, con mamma (nella foto alle spalle) e gatto, che è seduto davanti, anche se di qualche anno fa!”. Buon 1998 Rossana ebbe a compiere una fitta serie di missioni tra Milano, Como, Varese, Bergamo, Brescia e varie località dell’Emilia, muovendosi con documenti falsi, e sotto il nome di Vincenzo Amato. A guerra finita Pippo fu prima a disposizione del Cln Alta Italia, poi funzionario del Pci (al quale aveva aderito durante la Resistenza) con vari incarichi a livello internazionale. Nella Milano del dopoguerra , e in particolare negli ambienti della Casa della cultura, ebbe con Rossana Rossanda (che della Casa fu segretaria fino al 1963) una consuetudine punteggiata anche da tempestosi dibattiti (come nell’“indimenticabile 1956” dell’invasione sovietica dell’Ungheria). Su tante vicende della sua esistenza Pippo ha scritto memoriali in vari fascicoli che lui stesso consegnò a Istoreco tra fine anni Ottanta e primi Novanta. Di Istoreco si ricordò anche nel testamento, lasciando alcuni libri e documenti. Nel testamento confermò altresì la propria fede comunista, nonostante tutto. Sulla lapide del loculo in cui riposano le sue ceneri, nel cimitero di Rivalta, spicca una falce e martello. Accanto al suo loculo, quello della sorella Raimonda (1911-1979), alla quale fu sempre molto legato, nonostante le diverse visioni del mondo: comunista Pippo, di profonda fede cattolica Raimonda. Quando, anni addietro, si tenne a Reggio un convegno di studi su Valdo Magnani, Pippo consegnò una sua testimonianza scritta relativa ai rapporti fra lui e Valdo, dalla giovinezza fino agli anni difficili dei “magnacucchi”. Non mi pare sia stata poi pubblicata negli atti del convegno stesso. Meriterebbe di essere presa in mano, assieme alle altre pagine autobiografiche di Pippo Mazzini, per ripercorrere, attraverso i ricordi di una vita, uno spaccato di storia del Novecento dagli anni Venti ai Novanta (a.z.) Carta d’identità falsa usata da Pippo durante la Resistenza. NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 7 Bice Bertani dalla Resistenza alla ricostruzione democratica Nella mattina di sabato 23 settembre si è svolta a Villa Sesso la cerimonia ufficiale per l’intitolazione della variante alla Statale 63 al nome di Bice Bertani, partigiana della 77a Brigata Sap, e appassionata protagonista della Ricostruzione democratica. Alla cerimonia erano presenti: il sindaco di Reggio Delrio e il vice Ferretti, l’assessore Carla Colzi, il presidente dell’Anpi Giacomo Notari, la presidente della Provincia Sonia Masini, il presidente della 8a Circoscrizione Mezzetti, nonché, con le insegnanti, le classi 4a e 5a delle scuole elementari della frazione. Nel pomeriggio, alle ore 16, altra festosa cerimonia presso la scuola materna, all’insegna di un “Benvenuti alla scuola della Bice”. Domenica 24, in un pomeriggio soleggiato e quasi ancora estivo, si è compiuta la “Biciclettata insieme” dedicata all’impegno sociale della Bice. Alla cerimonia del 23 l’orazione commemorativa è stata pronunciata da Adriano Catellani. Siamo lieti di pubblicarne il testo, dal quale emerge la bella figura di una donna che, nata nel 1924, ha profuso il suo impegno civile fino alla fine della sua vita. Sono lieto di essere stato designato per ricordare oggi a noi tutti, una figura esemplare. Grazie quindi all’Amministrazione comunale e provinciale che qui sono rappresentate al loro massimo livello, per avere colto la volontà nata dentro alla Scuola comunale per l’infanzia di Villa Sesso (e fatta propria poi da altre associazioni e forze politiche locali) di intitolare un’importante arteria di Villa Sesso alla nostra cara concittadina Bice Bertani, scomparsa alcuni anni or sono. Grazie inoltre anche all’8a Circoscrizione che si è fatta parte diligente ad affrettare tale scelta. Chi era Bice Bertani? Eccone il profilo: Bice Bertani nasce nel 1921 da famiglia povera (il padre, Paolino, che si era specializzato con un corso d’infermiere, non riuscirà a svolgere la sua professione, perché rifiuta l’iscrizione al partito fascista; sarà comunque un buon calzolaio), frequenta le scuole superiori “commerciali” dove consegue il diploma di segretaria d’azienda ed opererà per oltre trent’anni presso la ditta “Marzi” di Reggio Emilia. A vent’anni aveva già vissuto le ingiustizie e le preoccupazioni di un’Europa in guerra a cui l’Italia di allora, fascista, aveva partecipato. Dopo l’8 settembre 1943, poco più che 8 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 Il sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio, mentre pronuncia il suo discorso nell’ambito della manifestazione del 23 settembre. Un momento della cerimonia ufficiale per l’intitolazione della variante alla Statale 63 al nome di Bice Bertani Davoli. ventenne, partecipa alla formazione dei primi movimenti clandestini e partigiani, diventandone staffetta di collegamento tra gruppi che operano nella provincia. Passa momenti di paura e di preoccupazioni di fronte alla strage che colpisce le famiglie Manfredi e Miselli che con altri 16 partigiani locali vengono fucilate a Villa Sesso. La sua attività di staffetta partigiana la costringe ad allontanarsi da Villa Sesso; trova rifugio a Fosdondo da parenti e là continuerà ad essere operativa nella clandestinità. Finita la lotta armata con la vittoria delle forze antifasciste e partigiane, è alla testa dei primi movimenti femminili organizzati che lottano per la costituzione della Repubblica contro la Monarchia, causa delle tragedie passate, per il voto alle donne, che sino ad allora non potevano esercitarlo (quest’anno ricorre il 60° di quella importante conquista). Nel 1945, è assieme ad altre donne nei primi movimenti femminili che chiedono a gran voce il diritto di voto alle donne, ma anche la costituzione dei primi asili infantili, che erano da tempo l’obiettivo delle donne nella Resistenza. Obiettivo pienamente centrato con la costituzione del primo asilo infantile nel 1945. La bella cartolina prodotta per l’occasione. (Disegno di Umberto Quadri). Sfogliando i numerosi documenti che Bice ci ha lasciato, è molto evidente la fatica compiuta per raggiungere questi obiettivi. Assieme a tante altre donne della nostra frazione realizza l’apertura di un asilo infantile, dentro alla attuale scuola elementare, con la soddisfazione di tante famiglie che vedono coronato il sogno di un futuro migliore per i loro figli. Ma la soddisfazione durò soltanto alcuni mesi, perché la provvisorietà dei locali occupati costringerà ad un primo trasloco presso l’edificio che oggi ospita l’ufficio postale, che comunque come sede di un asilo sarà ancora provvisorio. In tanta precarietà e difficoltà, l’unica cosa certa rimane la ferma volontà del Comitato, che, costituitosi nel 1945, continua a battersi tra mille difficoltà economiche per dare ospitalità ad oltre 45 bambini. Dai documenti accessibili a tutti per la lettura (messi a disposizione dal fratello Ermes) emerge che il Comitato annovera anche nuove protagoniste, tra le quali Rosa Galeotti in Boni, altra figura storica nelle politiche per l’infanzia, che promuovono tante iniziative di auto-finanziamento. Va a raccogliere legna dai contadini, dà vita a cento iniziative perché ai ragazzi non manchi anche quel “piatto di minestra” e perché i ragazzi, come si evince dagli scritti, possano essere tolti dalla strada e ricevere la protezione adeguata, mentre i genitori sono al lavoro. L’appoggio delle Amministrazioni comunali di allora spesso c’era, ma meno spesso c’erano le risorse economiche; ci sono però i sostegni morali e politici tanto che il Comune di Reggio Emilia già nel 1960 si dichiara attento e disponibile ad aiutare questi asili che si dibattono tra mille difficoltà economiche. Voglio qui ricordare lo stretto rapporto con gli amministratori locali, in particola- re il sindaco Renzo Bonazzi, gli assessori Loretta Giaroni, Lidia Greci, Velia Vallini, Eletta Bertani ed ancora Enrico Lelli e nel prosieguo anche Loris Malaguzzi, che tanto diedero al sostegno umano ed ideale, perché queste strutture nate così spontaneamente dopo la lotta di Liberazione trovassero il giusto ed adeguato alveo dentro alle Amministrazioni comunali. Quello che oggi si dà così per scontato, con l’ottimo livello raggiunto dalle nostre scuole materne, allora era conquista sudata e le donne, con Bice in testa, ne sono state le protagoniste. Oggi credo giusto vada a loro il nostro ringraziamento per gli sforzi epici compiuti. Bice Bertani è autentica figura democratica che destinò la propria vita alla conquista di diritti in favore delle donne e contro le ingiustizie della società di allora. Bice fu una grande figura, un fulgido esempio di come pur in tempi difficili, si operava per il sociale. Non si negava mai a nessuno, anzi si offriva per aiutare chi ne aveva bisogno. Il ricordo ed il cordoglio per la sua scomparsa è stato egregiamente espresso da Giuseppe Carretti (presidente Anpi) nel giorno della Sua scomparsa alla vigilia di Pasqua del 2000: “Bice era di tutti, e sapeva di appartenere a tutta la gente; questo era per Lei motivo di profonda gioia ed orgoglio. Quando parlava della scuola materna di Sesso, fondata, finanziata, gestita nell’immediato dopoguerra dalle donne dell’Udi, e della quale era stata una delle fondatrici, i suoi occhi brillavano come stelle nel cielo dalla soddisfazione…”. Vorrei chiudere questo mio breve ricordo di Bice, senza retorica, senza fronzoli, senza giri di parole tediose che Lei non avrebbe voluto, ma nel salutare e ringraziare la scuola materna del Botteghino, (che tanto si è prodigata) nel ringraziare le Amministrazioni comunali e provinciali, assieme alla 8a Circoscrizione, credo giusto ringraziare anche il fratello Ermes, la nipote Elsa (oggi qui con noi) che ci hanno offerto la loro disponibilità ad accedere all’archivio che Bice ha lasciato e che sono stati a loro volta, autori di una bellissima cartolina. Ora chiudo davvero, ma nel farlo permettetemi ancora una seconda citazione di Giuseppe Carretti, così come chiuse la sua orazione funebre in quella triste giornata: “Nell’esempio di vita che tu ci lasci, splende una luce che illumina, per oggi e per sempre, il cammino della speranza”. In questa frase pronunciata da un suo caro amico quale era Giuseppe Carretti, sembra di ritrovare in Lei e nel percorso compiuto tratti di spiritualità, pur dentro ad un animo profondamente laico come era Bice. Grazie Bice per ciò che ci hai insegnato, faremo di tutto perché il tuo esempio sia trasmesso alle nuove generazioni. Adriano Catellani NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 9 Per la continuità e lo sviluppo dell’Istituto Cervi Dopo le notizie contraddittorie apparse sulla stampa locale circa l’elezione di Rossella Cantoni a presidente del “Cervi”, la segreteria dell’Anpi provinciale ha deliberato di pubblicare, nella loro integrità, i seguenti documenti. 1 - Lettera del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto ai Soci e agli Organi del medesimo 2 - Comunicato della Presidenza dell’Anpi provinciale dell’8 agosto 3 - Documento conclusivo della riunione di Segreteria dell’Anpi provinciale sul punto all’O.d.g. relativo al rinnovo della Presidenza del Cervi. Lettera del Consiglio dell’Istituto Cervi, 7 agosto 2006 Reggio Emilia, 07 agosto 2006 Ai Signori Soci e loro delegati Ai Signori membri della Presidenza Onoraria Ai Signori componenti il Consiglio di Amministrazione Al Signor Presidente e ai membri del Collegio dei Revisori dei Conti Al Signor Presidente e ai membri del Comitato dei Probiviri Cari amici, il giorno 2 agosto 2006 si è riunito il Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Alcide Cervi. Si è trattato della prima riunione dopo che la nuova formazione del Consiglio era stata approvata nella riunione conclusiva della Assemblea dei Soci del giorno 8 luglio 2006. Considerando la fase importante che sta vivendo l’Istituto, alla vigilia della apertura fra l’altro dell’edificio che a lato di Casa Cervi conserverà la Biblioteca Emilio Sereni e l’Archivio dei movimenti contadini, e il lavoro buono che in questa direzione ha svolto il Consiglio uscente, l’Assemblea ha deciso di riconfermare la vecchia compagine, fatte salve alcune variazioni. Da subito il Consiglio ha espresso la necessità di lavorare in continuità con le linee scientifiche, politiche e culturali impostate dal Presidente uscente Ugo Benassi, al quale in 12 anni di presidenza del Cervi si deve la conquista di obiettivi importantissimi per il consolidamento dell’Istituto e del suo Museo in Gattatico a livello nazionale ed europeo, e, anche, la conferma dell’identità del Museo Cervi come ‘istituzione’ della memoria e della storia contemporanea, visitata nel 2004 dal Presidente della Repubblica Ciampi, e sei mesi prima dal Presidente della Camera on. Casini. Una volta verificata la mancanza di di10 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 sponibilità da parte di Ugo Benassi a proseguire nel ruolo di Presidente dell’Istituto, il Consiglio ha deciso di optare per una soluzione interna alla questione della successione al Presidente uscente. Ieri pomeriggio, dunque, all’unanimità, con l’astensione del Presidente uscente sen. Ugo Benassi, il consiglio ha eletto a Presidente dell’Istituto il consigliere Rossella Cantoni, sindaco di Gattatico. Vicepresidente per la Provincia è stato eletto Bruno Bernazzali; vicepresidente per la Confederazione Italiana Agricoltori (Cia) è stato eletto Alberto Gherpelli. Rimane ancora da nominare il terzo vicepresidente, espressione dell’Anpi, altro Socio Fondatore dell’Istituto insieme a Provincia di Reggio Emilia, Cia e Comune di Gattatico, socio fondatore, quest’ultimo, che ha espresso il Presidente. Per la nomina del terzo vicepresidente, si attendono le indicazioni del Presidente dell’Anpi Provinciale. Anche i vicepresidenti sono stati votati all’unanimità, con l’astensione del Presidente uscente, sen Ugo Benassi. Come primo atto, il Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Alcide Cervi desidera esprimere grande riconoscenza nei confronti del Presidente uscente sen. Ugo Benassi per l’autorevole ruolo di guida dell’Istituto esercitato, come volontario, in questi 12 anni, nel corso dei quali il prestigio e l’importanza storico-culturale dell’Istituto e del Museo Cervi sono cresciuti, a tal punto da farne un punto di riferimento nazionale tra i luoghi di memoria e gli enti di ricerca storica. Agendo con rigore e generosità, Ugo Benassi è stato tra i principali artefici del risanamento e del rilancio dell’Istituto Cervi, facendolo diventare una realtà solida e catalizzatrice di investimenti da parte di istituzioni pubbliche ed enti economici anche di livello nazionale, gettando le basi per una trasformazione strutturale dell’Istituto stesso verso le sfide politiche e culturali del futuro. Per questi motivi, e per lo spessore umano e culturale che ha connotato la conduzione di Ugo Benassi in tutti questi anni, il Consiglio di Amministrazione è consapevole di aver ereditato un Istituto forte e vitale. Pertanto è con orgoglio e gratitudine che si intende proseguire sulla strada tracciata dal Presidente uscente, con l’auspicio che egli possa continuare a dare il suo contributo alla vita dell’Istituto e alla scena politica e culturale della città e della provincia. Il Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Alcide Cervi Comunicato Presidenza Anpi provinciale, 8 agosto 2006 L’ufficio di Presidenza dell’Anpi provinciale di Reggio Emilia in riferimento alle molte notizie apparse sulla stampa locale in relazione alla sostituzione del sen. Ugo Benassi da Presidente dell’Istituto “Alcide Cervi” e alla elezione a Presidente della dott.ssa Rossella Cantoni, sindaco di Gattatico, già vice Presidente dell’Istituto medesimo da molti anni, ricorda a tutti che la stessa elezione è avvenuta con voto palese e unanime da parte di tutto il Consiglio con le sole astensioni della dott.ssa Cantoni e del sen. Benassi, il quale ultimo rimane tuttavia consigliere dell’Istituto. L’Anpi di Reggio Emilia, federazione locale dell’Anpi nazionale, che è tra i soci fondatori, considera da sempre l’Istituto “Cervi” uno dei simboli più alti, assieme agli oltre 600 partigiani reggiani Segreteria Anpi provinciale, 4 ottobre 2006 La segreteria dell’Anpi provinciale di Reggio Emilia, riunita nella giornata di mercoledì 4 ottobre, fa proprio il documento dell’Ufficio di Presidenza dell’Associazione diramato l’8 agosto u.s. e relativo alla elezione della dott.ssa Rossella Cantoni a Presidente dell’Istituto “Alcide Cervi” in sostituzione del Sen. Ugo Benassi, il cui mandato era giunto a scadenza statutaria. Presa visione del comunicato del Consiglio di amministrazione del “Cervi” diramato all’indomani della elezione della dott.ssa Cantoni, si associa al suo contenuto e rinnova vivo apprezzamento per il lavoro svolto dal sen. Benassi lungo i 12 anni di presidenza, riconoscendone il forte impegno personale, lo spirito di innovazione, la collaborazione con i componenti del Consiglio nell’assumere delle decisioni finalizzate ad un costante consolidamen- to del ruolo storico-culturale e dell’immagine dell’Istituto e del Museo Cervi, in Italia e non solo, fino a raggiungere risultati di eccellenza. auspica la prosecuzione dell’impegno del sen. Benassi, quale componente del nuovo Consiglio, ove potrà svolgere un ruolo consono alle capacità sempre dimostrate e alle competenze acquisite e in una logica di continuità nell’innovazione e nella valorizzazione delle esperienze maturate. Esprime Stima e fiducia nei confronti di Rossella Cantoni, nella certezza che agirà nella prospettiva di un ulteriore rafforzamento degli obbiettivi dell’Istituto, nello spirito della promozione delle memorie individuali e collettive della Resistenza e della difesa dei suoi valori fondativi che la nostra Costituzione recepisce e tutela e che sono alla base dell’impegno dell’Anpi come dell’Istituto Cervi. Il libro di Elisabetta Montanari, della cui presentazione scrive Eletta Bertani nella pagina seguente, è in questi giorni nelle librerie cittadine. caduti, della lotta del popolo italiano per la libertà. L’Istituto “Cervi”, grazie all’impegno e alla lungimiranza dei suoi Soci e Amministratori, e negli ultimi anni sotto la guida attenta del sen. Benassi, è diventato uno dei punti di riferimento per la storia del Novecento e della Resistenza italiana ed europea. Rischiare di offuscare questo grande valore simbolico e storico con poco serene considerazioni apparse sulla stampa, significa non considerare le cose per quello che sono e non tener conto degli atti legittimi del Consiglio di amministrazione del “Cervi”. L’Anpi reggiana considera poi ingeneroso e sbagliato il giudizio che è stato espresso su Maria Cervi, consigliera dell’Istituto stesso, che in tutto il periodo della presidenza Benassi si è prodigata senza risparmio e con totale dedizione, in una sorta di missione nelle province italiane per fare conoscere Casa Cervi e reclutando decine di prestigiosi Soci all’Istituto tra le amministrazioni delle principali città del Paese, contribuendo inoltre a far affluire decine di migliaia di visitatori alla Casa dei Campi Rossi. L’Istituto “Cervi”, grazie alla Provincia di Reggio, alla Regione Emilia-Romagna e allo Stato (col primo Governo di centro sinistra) e ad altri enti e soggetti, ha potuto fare forti investimenti tali da presentare oggi un patrimonio immobiliare notevole e adeguato ai nuovi impegni che dovrà affrontare, specie per la valorizzazione del patrimonio bibliografico e documentario del lascito di Emilio Sereni e per l’entrata in funzione del Parco ambientale. L’Anpi invita tutti, soci, amministratori e quanti tengono alla gloriosa pagina della nostra Resistenza, a guardare ai fatti con maggiore serenità e soprattutto con rinnovato impegno. Siamo certi che tutti i reggiani di buona volontà, la Provincia, i Comuni, la Regione e tutta la realtà imprenditoriale, sapranno contribuire a superare eventuali difficoltà, per custodire e sviluppare questo grande santuario laico, Casa Cervi, che la storia del Novecento ha consegnato alla nostra terra. Infine l’Anpi, ribadendo il proprio ringraziamento al sen. Ugo Benassi per l’apporto positivo dato per lunghi anni, formula fraterni auguri di buon lavoro alla dott.ssa Cantoni che assume la guida del “Cervi”, per una felice coincidenza, nel 60° del voto alle donne italiane. Giacomo Notari, Presidente Peppino Catellani Orio Vergalli, Vice Presidenti NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 11 “Piccole donne crescono: memorie di donne della pianura reggiana” Presentata a Festa Reggio la tesi di laurea di Elisabetta Montanari Nel 60° anniversario del voto alle donne, giustamente FestaReggio ha dedicato alcune iniziative alla memoria e alla riflessione sul processo storico che ha portato le donne italiane a conquistare quel diritto fondamentale di cittadinanza. Nella sala dibattiti adiacente alla Libreria è stata allestita l’interessante Mostra, curata dall’Anpi di Fabbrico col patrocinio del Comune, per ricordare il lungo cammino che nel ’900 ha portato le donne alla conquista del voto e dei diritti sanciti nella Costituzione. E nella stessa sala è stata presentata il 10 settembre scorso la tesi di laurea di una giovane e valente storica, Elisabetta Montanari, dal significativo titolo Piccole donne crescono: memorie di donne della Pianura Reggiana, una tesi che ripercorre appunto questo cammino nello specifico contesto di alcuni comuni reggiani, attraverso una ricca documentazione e soprattutto attraverso le testimonianze dirette delle donne. Come ha ricordato chi scrive, coordinatrice dell’incontro, “questa tesi di laurea rappresenta una novità nella storiografia della Resistenza, perché è tra le prime ricerche sul periodo dal 1930 al 1945 a porre al centro le donne, le loro scelte, le loro motivazioni, i loro sentimenti, i loro valori. Quindi le donne non più sullo sfondo, ma protagoniste, un nuovo soggetto storico. Una ricerca, che ha fatto da battistrada ad un filone nuovo della ricerca storica, quello sulla “Resistenza civile”, la “Resistenza senz’armi”, di cui le donne sono state al centro. Un filone che si sta arricchendo giorno per giorno del contributo di molte giovani storiche (vedi il Convegno nazionale promosso dall’Istituto Cervi e dall’associazione nazionale delle storiche) e dell’apporto diretto delle autobiografie e delle testimonianze di molte protagoniste di quel periodo e che ci auguriamo sia di stimolo per ulteriori lavori”. Laura Artioli, nello spiegare le ragioni che l’hanno spinta ad accettare la proposta dell’Anpi di fare da “curatrice” della pubblicazione della tesi, ed i criteri che l’hanno ispirata, ha detto di essere stata molto colpita dalla “mano leggera e ferma insieme con cui Elisabetta ha tessuto il complesso lavoro di ricostruzione storica. Un lavoro, il suo, figlio di 60 anni di cultura delle donne”; Laura ha tolto per la pubblicazione ciò che non era essenziale, per “fare uscire l’anima del lavoro” di Elisabetta. Sono rimaste le “voci” delle donne, che raccontano come un fiume in piena. È una “partitura di voci”, in cui si raccontano le partigiane, le mondine, le contadine, le casalinghe, le suore, anche le donne fasciste, le ausiliarie della Rsi. Si parte dagli anni Trenta, dalla vita delle donne durante il regime, nella guerra, si raccontano i diversi destini, le diverse scelte; gli strappi della politica nel dopoguerra, l’uscita delle cattoliche dall’Udi. E c’è sempre, nella differenza dei singoli vissuti, il sentimento di pietà per il nemico. Sono raccontate e si raccontano tutte le donne, anche quelle che stavano dall’altra parte. Esce chiaro chi aveva ragione e chi aveva torto, ma resta la pietà. Laura Artioli ha voluto sottolineare che attraverso questo universo di microstorie, attraverso le biografie e le autobiografie di tante donne in carne ed ossa la storia ha acquistato in umanità e, come ha detto il recente Convegno internazionale delle filosofe, tenutosi a Roma, il “pensiero dell’esperienza” delle donne, acquista forza di trasformazione del reale. A partire da sé, le donne legano il dire, il pensare, al vissuto, all’esperienza reale. Un momento della presentazione del libro. Da sinistra: Laura Artioli, Eletta Bertani, Maria Cervi, Massimilla Rinaldi, Elisabetta Montanari. 12 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 E nel raccontare il mondo le donne lo ripensano attraverso, appunto, il sapere dell’esperienza. Come le tante donne che popolano il lavoro di Elisabetta Montanari e che, vivendo la loro vita, hanno fatto la storia. Maria Cervi, che ha assistito e seguito Elisabetta nel suo lavoro, ha ricordato come esso ha coinciso con la scelta delle donne dell’Anpi di impegnarsi perché finalmente venisse raccontata la storia delle donne, di tutte le donne, superando così il misconoscimento e il mancato riconoscimento sul loro ruolo nella Resistenza che per tanti anni ha pesato. Maria ha ricordato che per questa ragione si è battuta perché anche nella storia della famiglia Cervi emergesse di più il ruolo di Genoeffa e delle donne della famiglia. “Dobbiamo gratitudine a questa ragazza che ha cercato di raccontare la storia delle donne, di tutte le donne a Reggio, anche la storia delle “altre donne”, ha detto Maria. E, ricordando la propria esperienza in giro per l’Italia a parlare ai giovani, ha insistito sul fatto che i giovani non sono indifferenti, hanno bisogno di punti di riferimento. Raccontare, fare memoria, non è un fatto di “protagonismo”, è un atto di generosità e di responsabilità e col 60° si è fatto un passo in avanti importante, che, come dimostra questa tesi, va continuato. Milla Rinaldi ha potuto, a partire dalle ultime parole di Maria Cervi, parlare di come si sta proseguendo in questo lavoro di ricostruzione della storia delle donne, illustrando il progetto coordinato dalla Provincia di Reggio Emilia su sollecitazione delle donne dell’Anpi, Alpi e con la partecipazione dell’Istituto Cervi, Istoreco, Cgil, Cisl, Uil. Il progetto, di cui già il “Notiziario Anpi” si è occupato, vuole appunto colmare un ritardo che ancora pesa, portando avanti un lavoro di ricostruzione e di censimento sul territorio di tutto quanto già si è prodotto nella ricerca sul ruolo delle donne e arricchendo ed integrando l’esistente con la raccolta di nuove testimonianze, con la produzione di nuove ricerche rivolte ammettere in luce il ruolo che le donne hanno avuto, dalla Resistenza e anche nel periodo della ricostruzione nel dopoguerra. Lo scopo è quello di coinvolgere direttamente le nuove generazioni, nella ricostruzione della storia delle donne, impegnando le scuole, anche col supporto di materiale predisposto ad hoc, come ad esempio un quaderno didattico sul tema prodotto di recente. È anche così che si può realizzare quel passaggio di testimone tra generazioni che resta l’obiettivo fondamentale del progetto. Concludendo l’incontro, Elisabetta Montanari, autrice della tesi, ha ricordato di essersi ispirata nel suo lavoro all’importante libro di Anna Bravo ed Annamaria Bruzzone La Resistenza taciuta. È stata spinta dall’esigenza di conoscere e raccontare il “non detto della guerra e della Resistenza” e dal desiderio di cercare un modo diverso di fare la storia, in cui avessero piena dignità anche i sentimenti e le emozioni. Era consapevole che delle donne non si parlava e le si erano aperte nuove curiosi- tà. Intervistare le tante donne della tesi le ha permesso di conoscere un universo femminile sconosciuto e ha capito che a Reggio mancava qualcosa di simile. Ha voluto così sperimentare un modo nuovo di fare storia e in questo è stata incoraggiata e sostenuta dal prof. Giorgio Vecchio, che ha curato anche la presentazione del libro. “Dovevo fare qualcosa per le donne reggiane – dice Elisabetta – ed entrando nelle loro case ho trovato in loro una disponibilità infinita. Mi hanno accolto, mi hanno dato fiducia e raccontando hanno pianto, riso, si sono commosse. E, tornando a casa dopo averle ascoltate, ero fiera ed orgogliosa, perché avevano avuto fiducia in me. Toccava a me raccogliere l’eredità e trasmetterla: un vero e proprio tesoro”. Queste parole di Elisabetta sintetizzano lo spirito con cui ha lavorato, il rispetto e la sensibilità con cui si è avvicinata a quel mondo sconosciuto. Grazie a lei ora lo possiamo conoscere meglio. Per questo vi invitiamo a leggere il libro che per iniziativa dell’Anpi, col contributo della Fondazione Manodori, uscirà a giorni nella collana Libri di “Ricerche Storiche”. Eletta Bertani Sui “fatti di Milano” del marzo scorso La non violenza è la vera forza contro gli osceni rigurgiti fascisti Scorrendo le carte processuali, relative alla causa penale contro i giovani che l’11 marzo scorso, a Milano, con una “contromanifestazione” avevano cercato di impedire un corteo di “Fiamma Tricolore”, se ne ricava una strana impressione. Ci si chiede, innanzi tutto, in che paese viviamo. Sembra impossibile possa essere l’Italia la cui costituzione, nell’art. XII delle norme transitorie e finali, recita: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Al fine di rendere tale divieto applicabile in concreto e affinché sul punto il dettato costituzionale sia non programmatico ma precettivo, sono state emanate successivamente la legge 3 dicembre 1947 n. 1546 e la legge 20 giugno 1952 n. 645, che contengono norme di attuazione di quelle transitorie e finali. Le sanzioni previste, per chi persegue la ricostituzione anche di semplici gruppi che mirano alla riesumazione del fascismo, sono pesantissime, andando da 5 a 12 anni di reclusione e da euro 1032 a euro 10329 di multa. Essendo evidente che il gruppo denominato “Fiamma Tricolore” apertamente si richiama all’ideologia fascista, della quale auspica il ripristino, rifiutando l’abluzione di Fiuggi, il corteo avrebbe dovuto essere ufficialmente vietato e represso, per cui non vi sarebbe stata la necessità di un intervento giovanile, in supplenza di un carente pubblico potere. Si è assistito poi alla degenerazione della legittima manifestazione antifascista per l’entrata in scena di elementi provocatori che, con violenze e atti di teppismo, hanno, inconsciamente o volontariamente, prestato un indecoroso servizio a favore proprio di quei neofascisti che si sarebbe dovuto contrastare in modo pacifico. In un’annotazione della Questura di Milano del medesimo giorno si descrive una situazione che ci riporta indietro ai tempi di Radezky: “Sono state spostate di peso alcune autovetture, parcheggiate al lato della strada, posizionandole di traverso per poi incendiarle... È stato danneggiato il ristorante Mc Donald... ordinato il lancio di lacrimogeni... lancio di oggetti e bottiglie Molotov”. La repressione è stata durissima, anch’essa degna del feldmaresciallo austriaco e ha colpito indiscriminatamente anche giovani estranei a quei deprecabili atti di violenza, solo perché si trovavano casualmente nei pressi. Pesantissime le imputazioni, relative a una sequela di delitti che vanno dalla devastazione e saccheggio (art. 419 cp), all’incendio (423), al danneggiamento pluriaggravato (635 n. 1 e 3), con l’aggiunta di altre numerose aggravanti, tutte ipotesi che prevedono pene a numerosi anni di reclusione. Degli otto reggiani incarcerati per quasi cinque mesi, Lorenzo Tusberti di Rio Saliceto, Ida Cappuccio di Reggio e Sara Pasini di Correggio, sono stati assolti. Pasquale Cappuccio, fratello di Ida, Marcello Montanari di Reggio, Fabio Lunghi di Cavriago, Nicola Vacca di Rio Saliceto e Ivan Minardi di Correggio, tutti difesi dall’avv. Vainer Burani, tranne Ivan Minardi, difeso dall’avv. Enrica Sassi sono stati condannati a quattro anni con la concessione degli arresti domiciliari. Si prospetta per essi, grazie all’indulto, l’estinzione di 3 anni di pena e considerando che già hanno trascorsi in carcere quasi 5 mesi, che possano risolvere la loro situazione processuale senza eccessivi indugi. Non è il caso di nasconderci che i fatti contestati fossero di particolare gravità, ma ciò che ha reso la situazione di particolare pesantezza, è stata l’estensione dell’imputazione a giovani che quelle violenze essi non solo non avevano volute, ma avevano deprecato. Sono stati chiamati a rispenderne anche se non vi avevano concretamente partecipato, presumendo un “concorso morale”. Queste considerazioni non tendono a sminuire la gravità delle violenze, esplose peraltro anche contro chi era estraneo alla manifestazione di Movimento Sociale – Forza Nuova, proprietari di autovetture parcheggiate nei paraggi, gestori di negozi, e, anche, appartenenti alle forze dell’ordine, alcuni dei quali sono dovuti ricorrere alle cure del Pronto Soccorso. Lavoratori anch’essi, cui, senza scomodare Pier Paolo Pasolini, è doveroso esprimere la nostra solidarietà. È stato un fatto increscioso dal quale non è arduo trarre, per così dire, una morale e un insegnamento. Rigurgiti neofascisti non si combattono con la violenza, che non fa, in definitiva, che dare ad essi fiato, attribuendo loro quell’importanza che non meritano. Il ricorso alla violenza appare come un’ammissione di debolezza, di incapacità a far valere le proprie ragioni attraverso le istanze democratiche di massa. La non-violenza dimostra di essere, nelle condizioni storiche attuali, la vera forza, l’unica percorribile e vincente. Ascoltiamo le parole pronunciate da Rosa Piro, che ha avuto il figlio Davide ucciso da fascisti di quartiere. La sera del 16 marzo 2003, lo hanno mortalmente inchiodato con due coltellate. “Mi dispiace se alcuni se la prenderanno con me – ha dichiarato – ma credo sia mio diritto dire che le nostre idee si portano avanti in maniera determinata e chiara... Da mamma e da antifascista dico: manteniamo sempre la calma, non lasciamoci prendere dalle trappole, dalle provocazioni. Ho un figlio ucciso dai fascisti, ma resto una convinta sostenitrice della non-violenza”. Alfredo Gianolio NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 13 Reggio-Albacete. O.k. per l’arte ma per storia e memoria niente? O fare qualcosa magari nel ricordo di Fortunato Nevicati, Assessore provinciale nel 1921, caduto alla difesa di Madrid Apprendendo dalla stampa locale di una mostra, qui a Reggio, di giovani artisti albacetegni, ho anche appreso che la nostra provincia è gemellata con quella di Albacete, capoluogo della regione Castiglia/La Mancha. Ora Albacete, l’araba AlBasit, che fino a una decina di anni fa aveva ancora una fisionomia, appunto, araba, con la sue casette basse, bianche, dal tetto a terrazza, è stata anche, dall’ottobre 1936, sede del quartier generale delle Brigate internazionali sotto la guida dell’italiano Luigi Longo e del francese André Marty. Molti dei 62 reggiani che furono volontari antifranchisti in terra di Spagna sono passati da Albacete. Quando ci andai, nel 1996, in occasione del 60° della guerra civile, ebbi ad incontrare un signore che, sapendomi italiano, mi cantò “bandiera rossa”. Mi disse che l’aveva appresa, bambino di dieci anni, dai volontari italiani, e che però non sapeva cosa volesse dire l’espressione “alla riscossa”. Glielo dissi, e ne fu contento. Aveva sciolto l’enigma linguistico dopo sessant’anni. Albacete conserva anche archivi di grande interesse relativi alla presenza degli “internacionales”. Dieci anni or sono vi venne allestita una mostra assai ben fatta di immagini e documenti. Ora, essendo questo 2006, per decisione del Parlamento spagnolo, “Anno della Memoria” della Guerra civile, e di valorizzazione di quella tradizione democratica che fu schiacciata dal franchismo aiutato da Hitler e Mussolini, mi chiedo se non sarebbe il caso di mettere in cantiere anche una qualche iniziativa in merito. Magari a partire dal ricordo di Fortunato Nevicati (detto Fortuné), che fu Assessore provinciale a Reggio nel 1921, e che cadde alla difesa di Madrid il 23 novembre 1936. Ho chiesto all’Amministrazione provinciale se esistano progetti in merito. Nessuno ne sapeva nulla. Il 14 ottobre 1936 Nevicati giungeva ad Albacete con un contingente di 500 volontari partiti dalla Gare d’Austerlitz di Parigi. Dopo alcuni giorni è al fronte con la XII Brigata (Doce Brigada bandera de gloria, cantavano), come sergente mitragliere, e si distingue nei combattimenti al Cerro de los Angeles. Poi sul fronte di Madrid, dove, dal 16 al 23 novembre si svolgono sanguinose battaglie corpo a corpo. Di quei combattimenti, e delle ultime ore di Nevicati, fu protagonista e testimone lo stesso Luigi Longo che così narra l’ultimo sfortunato attacco alla “casina rossa”: “I 14 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 garibaldini, sorpresi dalla violenta reazione nemica, … si buttano lungo la scarpata, dal cui orlo continuano a fare fuoco e a gettare bombe contro la casa... al fianco mio, irrigidito dalla morte, con un foro proprio in mezzo alla fronte, giace Nevicati”. Erano le cinque della sera, proprio come le “terribles cinco de la tarde” cantate da Garcia Lorca nel Compianto per la morte del torero Ignacio. Il 23 novembre 2006, settantesimo anniversario della morte in combattimento di Nevicati è molto vicino. Perché non realizzare un’iniziativa, coinvolgendo magari le scuole superiori di Reggio e di Albacete, per mantener vivo il ricordo di un legame tra le due città e i due popoli nel segno di un ideale di giustizia e libertà? Antonio Zambonelli Lapide in memoria di Fortunato Nevicati collocata nell’atrio del Palazzo della Provincia. Su Albacete, riportiamo di seguito (tradotto in italiano) un brano dal libro di Francisco Fuster, La Guerra. Las Brigadas internacionales Albacete, 1985. Quando Albacete fu un’autentica Babele della Mancha All’apparire della guerra, la città cambiò completamente. Il discreto provincialismo precedente, caratterizzato da una vita grigiastra e monotona, cambiò di colpo. Ben presto la città si familiarizzò con una moltitudine di lingue diverse, che mai erano state udite dai suoi abitanti, con canzoni esotiche sconosciute, con inni proletari di tutti i paesi del mondo. Con la guerra, e soprattutto con l’arrivo delle Brigate internazionali, Albacete aveva rotto l’incanto tiepido e addormentante della vita provinciale degli anni di pace. In sostanza Albacete cambiò, in pochi giorni, la sua fisionomia secolare convertendosi da “sonnolenta città agricola di provincia” (come la qualificò il comunista italiano Luigi Longo), in un fer- vido centro di preparazione militare, dove si organizzava tutto l’esercito popolare, dove confluivano uomini di tutte le razze e nazionalità e dove per le strade potevano ascoltarsi tutte le lingue del mondo. Nelle Brigate internazionali, la cui base era in Albacete, c’erano americani del nord e del sud, europei, asiatici, africani, australiani…Tutti i continenti, razze e popoli erano rappresentati. Benché predominassero gli uomini di razza bianca, tuttavia potevano vedersi, di tanto in tanto, uomini di razza nera, bruna e gialla. Insomma, uomini provenienti da più di 70 paesi attuali del mondo, e ciò giustifica l’appellativo di “Babele della Mancha” che si diede in quei giorni alla città di Albacete. Quotidiano di Albacete. Reca la data del 15 ottobre 1936. Titolo su tutta la pagina: “È preferibile essere vedove di eroi che mogli di codardi” – dice la Pasionaria. [Dolores Ibarruri, NdR] Padre Camillo De Piaz: una vita senza frontiere Il nome dell’autore, Giuseppe Gozzini, è ben noto a chi, come me, ha assolto agli obblighi di leva a metà anni Sessanta. Nel 1962, Gozzini, chiamato alle armi, rifiuta di indossare la divisa per le sue idee antimilitariste. È il primo caso in Italia di obiezione di coscienza di un cattolico. La condanna di Gozzini (a sei mesi di carcere senza condizionale) suscita vasta risonanza: in sua difesa intervengono coraggiosamente, pagando di persona, due autorevoli preti toscani, padre Ernesto Balducci e don Lorenzo Milani. Nel 1964, padre Balducci è condannato a otto mesi di reclusione. Un anno dopo, con una lettera a “Rinascita”, don Milani insorge aspramente contro le posizioni sostenute dai cappellani militari toscani in congedo, per i quali l’obiezione di coscienza, “estranea al comandamento cristiano dell’amore, è solo espressione di viltà”. Portato in giudizio, siamo nel 1966, don Milani è assolto. L’obiezione di coscienza sarà riconosciuta in una legge dello Stato italiano del 1972. Questo libro di Gozzini, una biografia antologica di padre Camillo de Piaz, ci offre una narrazione appassionata degli eventi che hanno segnato le più importanti scelte di vita degli uomini e delle donne che, come padre Camillo, si avvicinano ora al traguardo dei novant’anni. È costruito su una trama incalzante di rinvii, rievocazioni e rimeditazioni. Continuamente sommosso e scomposto è il disegno di una sequenza temporale ordinata dei fatti e dei drammi, delle svolte e dei ripiegamenti che hanno movimentato la storia del Novecento e il suo prolungamento a questi primi anni del nuovo secolo. Il tempo è reso circolare, si rincorre e sovrappone intorno ad un asse tematico dominante: le idee e le battaglie attraverso cui si è radicata e dispiegata l’ispirazione religiosa di padre Camillo in un intreccio strettissimo con la sua avventura umana, con le tappe di un percorso culturale e politico di straordinaria vitalità e coerenza. Camillo De Piaz nasce nel 1918 a Madonna di Tirano in Valtellina, sul confine svizzero. La sua casa era a pochi passi dal santuario. Il padre, falegname e poi ferroviere, vecchio socialista e pacifista, muore prematuramente. All’educazione del piccolo Camillo provvedono le cure della mamma ma anche la vicinanza della Madonna del santuario, una presenza misteriosa e avvincente che gli “colpisce direttamente il cuore”. Finite le elementari nel 1929, Camillo entra nello studentato dei Servi di Maria a Monte Berico, nel Vicentino. E qui incontra un ragazzino, Giuseppe, più grande di lui di un anno, che Giuseppe Gozzini, Sulla frontiera. Camillo De Piaz. La resistenza, il Concilio ed oltre, Libri Scheiwiller, Milano 2006, pp. 254. diventerà suo amico fraterno, il compagno di preghiere, di speranze e di lotte di una vita. Finiti i cinque anni di ginnasio (che lasciano ricordi indelebili di gran fame e freddo), e dopo un anno di noviziato nel convento di Isola Vicentina, Camillo, con l’inseparabile Giuseppe, entra nell’Ordine dei Servi di Maria. Giuseppe da allora sarà conosciuto come padre David (Davide) Maria Turoldo. Agli anni di liceo nel convento di S. Elena a Venezia (“anche lì non si mangiava”), seguono quelli trascorsi da Camillo al seminario teologico internazionale dell’Ordine a Roma. L’ambiente è vivo e stimolante, gli studi impegnativi e proficui, ma i rapporti interpersonali in qualche caso sono difficili. Alcuni episodi spiacevoli mettono a dura prova la refrattarietà del giovane frate alle regole severe del seminario: il maestro assistente va a frugare nei suoi cassetti e, tra altri testi poco raccomandabili ad un aspirante al sacerdozio, trova addirittura L’origine della specie di Darwin, che allora era all’Indice… Finisce che Camillo viene espulso e trasferito a Monte Berico. Qui ritrova padre Davide. Nel 1941, Camillo e Davide sono ordinati sacerdoti e assegnati al convento di San Carlo a Milano per iscriversi all’Università Cattolica. Sono già cominciati gli anni terribili della guerra. L’itinerario spirituale ed umano di padre Camillo è profondamente radicato nella storia dell’Ordine dei Servi di Maria, una “frateria” che nasce nel Duecento in To- scana, il secolo dei liberi Comuni e della fioritura del Dolce Stil Novo. I padri fondatori costituivano una delle numerose compagnie di Laudesi, che componevano e cantavano “laudi” in segno di devozione alla Madonna. Perseguivano ideali di fraternità e solidarietà. Erano dei contemplativi capaci di stare in mezzo agli uomini, fuori dalle grandi chiese e dalla tradizione delle liturgie istituzionali. Erano frati, fratelli, non più i monaci radicati nel feudalesimo, né i chierici che nasceranno con la Controriforma. La naturalezza, l’amicizia, la laicità sono i tratti distintivi, di visione e di vita comunitaria, che hanno segnato l’origine e la storia dell’Ordine. Nella quale spicca la figura potente, “l’ombra dell’antitridentino Sarpi, il religioso e laico fra Paolo, il più grande dei veneziani, com’è stato definito…”, l’autore di quella Istoria del Concilio di Trento, scritta nei primi anni del Seicento, di intonazione duramente anticurialista, che tanta eco ebbe per secoli in tutta Europa. Nel convento servita di San Carlo, in una riunione di fine gennaio 1944, alla quale partecipano Eugenio Curiel, Gillo Pontecorvo, Dino Del Bo, Alberto Grandi e Camillo De Piaz, nasce il Fronte della Gioventù, l’organizzazione unitaria dei giovani comunisti, cattolici, socialisti e liberali impegnati nella Resistenza. Intensa e affettuosa è l’amicizia di padre Camillo per il comunista Eugenio Curiel: Camillo apprezza il suo valore di studioso, la sua serietà politica, il rigore dell’impegno ideale, l’umile stile di vita. Tanti anni dopo dirà di lui: “Eugenio era più cristiano di me”. Curiel, a 32 anni, è assassinato dalle brigate nere a Milano, per strada, nel febbraio 1945, due mesi prima della Liberazione. Nel 1973 Enrico Berlinguer consegna la medaglia del Premio Curiel a padre Camillo, “sacerdote e militante antifascista”. Il Fronte della Gioventù continua fino alle soglie degli anni Cinquanta: è il primo degli organismi di massa di autogoverno nati dalla Resistenza ad andare in pezzi per le insanabili divergenze tra le diverse componenti politiche. Nel clima post-resistenziale di ripresa della vita politica, nel settembre 1945 esce il primo numero di un settimanale, “L’Uomo”, cui collaborano sia padre Davide che padre Camillo. È diretto da Dino Del Bo, Mario Apollonio e Gustavo Bontadini. Il settimanale ha vita breve, esce per un anno, ma costituisce un’esperienza di notevole rilievo culturale: sulle sue pagine si succedono interventi su questioni politiche ma anche riflessioni su temi etico-religiosi che risentono dell’influenza di due eminenti NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 15 filosofi francesi, Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier. Di breve durata è anche la storia del Movimento dei cattolici comunisti, fondato da Franco Rodano, Adriano Ossicini, Felice Balbo e altri antifascisti. Gozzini afferma che il Movimento resta ancora oggi uno dei punti più alti nell’analisi del rapporto tra fede e politica, cristianesimo e marxismo. Padre Camillo incontra per la prima volta Felice Balbo a Milano nell’autunno 1945. Quell’incontro si trasforma in amicizia profonda, propiziata dal sodalizio che Camillo aveva con i compagni di lotta dell’area lombarda “che si chiamavano col nome, allora temerario, di cattolici comunisti…”. Un’esperienza inimmaginabile fuori dal contesto delle spinte ideali generate dalla Resistenza è la Corsia dei Servi, uno dei centri più significativi della ricostruzione culturale e democratica della Milano del dopoguerra. La Corsia è centro di cultura, libreria, casa editrice (uno dei primi libri pubblicati è l’Agonia della Chiesa del cardinale Suhard, arcivescovo di Parigi), bollettino di informazione su conferenze e novità editoriali. È punto di raccordo delle esperienze più innovative, coraggiose e culturalmente qualificate del pensiero politico, sociale e religioso che si sviluppano intorno agli anni Cinquanta. “È cassa di risonanza delle voci più schiette e compromesse del cattolicesimo italiano”. Della Corsia padre Camillo è animatore instancabile e autorevole. Gozzini rievoca con belle parole il clima della libreria. “Spazio fisicamente piccolo, ma spiritualmente immenso, la Corsia è stata una grande centrale di amicizia. Lì dentro tirava un’aria nuova. Era anzi, nella calma apparente di quel luogo silenzioso, un vento impetuoso che bastava per tutte le vele, per traghettarti dove volevi, soprattutto per andare contro vento”. Venti devastanti soffiano però in altra direzione e con ben più alta intensità. Padre Camillo e padre Davide guardano con simpatia alla sinistra cattolica di Dossetti, La Pira e Lazzati (“c’era lì dentro il meglio del cattolicesimo sociale antifascista e antiborghese”) e sono al fianco di preti “scomodi” come don Primo Mazzolari e don Zeno Saltini. Ma la vittoria della Democrazia cristiana alle elezioni del 18 aprile 1948 porta il segno della campagna di odio anticomunista scatenata dai Comitati civici di Luigi Gedda, un fanatico integralista. È il trionfo di una visione e di una pratica basate su una nefasta “contaminazione partitico-ecclesiastica”. Sono gli anni del pontificato di Pio XII. E nel luglio 1949 la Congregazione del Sant’Uffizio commina la scomunica ai partiti marxisti e anche a quanti li votino o li sostengano in qualunque modo. Contro i preti ritenuti sovversivi comincia, da parte della gerarchia ecclesiastica, un’azione pesante di pressione ed emarginazione attraverso il ricorso ad “ostracismi di volta in volta subdoli o 16 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 aperti”. È colpita e scardinata la splendida esperienza comunitaria di Nomadelfia, voluta da don Zeno Saltini, la città “dell’amore fraterno”, nata nell’ex campo di concentramento di Fossoli, dove ancora erano visibili i segni dell’orrore e della persecuzione, per ospitare bambini abbandonati e dare loro una famiglia. L’onorevole Scelba (un nome che i più anziani associano alle camionette della polizia) propone di ristrutturare Nomadelfia, escludendo don Zeno, e trasformarla in Opera pia. Nel 1952 don Zeno, per ordine del Sant’Uffizio, è definitivamente allontanato. Dopo tanti anni, i bambini di quella comunità riprendono la via dei brefotrofi. Subito dopo tocca a padre Davide. Il comando dato dal Sant’Uffizio ai superiori dell’Ordine dei Servi è: “Fatelo circolare”. Padre Davide va in giro per il mondo, essendogli stato proibito di rimettere piede in Italia. Camillo e Davide continuano a incontrarsi: a Chiasso o in altre località di frontiera. Ma l’eresia ambrosiana deve essere stroncata. Tocca dunque anche a padre Camillo. Nel 1957 è cacciato da Milano, ancora per ordine del Sant’Uffizio. Neanche il cardinale Montini, arcivescovo di Milano, riesce a salvarlo. Roncalli diventa papa l’anno dopo e comincia con lui quel periodo esaltante che culmina con l’indizione del concilio ecumenico Vaticano II e la promulgazione dell’enciclica Pacem in terris. “Per quel che mi riguarda”, commenta padre Camillo, “a me basta e avanza che alla fine ci abbia dato ragione un papa come Giovanni XXIII”. Gli ultimi cinquant’anni di vita di padre Camillo sono riepilogati efficacemente in un passo, che trascrivo per esteso, della recensione del libro di Gozzini che Corrado Stajano ha scritto per “l’Unità” (16 giugno 2006). “Tornò a Madonna di Tirano dov’è nato. La Chiesa e la società, anche nel suo caso, non hanno avuto cura dello spreco di preziose risorse intellettuali. In questo mezzo secolo padre Camillo ha lavorato, ha predicato, ha reso testimonianza cristiana, si è sempre schierato nelle scelte civili dalla parte della giustizia e della libertà, dalla strage di Piazza Fontana e dalla morte di Pinelli fino ad oggi. Senza mai tradire la sua Chiesa. Ha mantenuto i rapporti con gli altri, con i laici senza fede, con gli intellettuali di rango, con gli ultimi. Vive in un convento, davanti alla basilica, dove giocava da bambino”. Niente sapevo di padre Camillo fino a pochi anni fa. Me ne parlavano colleghi dell’Università, qui a Parma, Gilberto Gandolfi, zoologo, e Sandro Bonardi, studioso di preistoria. Gilberto in Valtellina ci va ogni anno per impegni professionali e anche per ritrovare amici di gioventù; Sandro è sospinto a Madonna di Tirano dal bisogno di cercare risposte agli assilli di una sua inquieta religiosità. Ma è da questo libro di Gozzini che ho imparato a conoscere padre Camillo. E a volergli bene. Senza mai averlo incontrato. Anzitutto per lo stile appartato, la sua propensione a non esibire le cose della fede, a non nominarle invano (“un comandamento da riscoprire per il nostro tempo così oscenamente verboso”). E per la radicalità ed essenzialità del suo pensiero, vivificato da un’esperienza ricchissima di incontri, di amicizie, di coinvolgimenti drammatici, ma rielaborato e rivissuto austeramente e criticamente nel silenzio. “In padre Davide il pensiero si sviluppa per sovrabbondanza di immagini, in padre Camillo per fervida concentrazione…”. Ma proprio Davide gli dirà: “Tu hai più fiducia di me nella ricchezza delle nostre povere parole…”. Padre Camillo ci trasmette un messaggio di liberazione e di salvezza ancorato all’essenza della parola evangelica. “Ogni vita invisibile, sepolta, rinnegata, inespressa, tenuta schiava nel mondo si risveglierà ed esulterà se ogni cristiano saprà valicare le montagne che lo separano dal prossimo… È solo cercando e comunicando che il cristiano arricchisce e nutre se stesso, mentre arricchisce e nutre gli altri… Certi arroccamenti, certi integralismi sono l’esatto opposto di ciò che l’incarnazione (Dio che si è fatto uomo per salvarci) vuole significare”. Nel crogiolo della Resistenza, “con tutto quel fermentare ed esplodere di speranze, quel disgelo inebriante, quella vita piena”, e negli anni fervidi del Concilio vaticano II e della Pacem in terris, le montagne sono state valicate. Gli uomini, credenti ed atei, si sono parlati e si sono ascoltati, sono diventati compagni, hanno capito che si dovevano attraversare e cancellare le frontiere che li avevano per tanto tempo divisi. La visione che ci consegna padre Camillo è quella di una comunità mondiale liberata da barriere ideologiche insensate, da clericalismi e anticlericalismi che mortificano le culture e alimentano meccanismi brutali di emarginazione economica e sociale di una parte così grande degli abitanti di questo pianeta. Il dialogo, l’ascolto, il travalicamento delle montagne e delle frontiere sono il metodo e lo strumento per dar corpo a questa visione, per affrontare una sfida così alta, oggi più che mai, in un tempo in cui tendono a radicalizzarsi anche più duramente i conflitti tra i popoli e ad estendersi le tendenze degli individui a isolarsi, ad evitare forme impegnative di partecipazione e di responsabilità civile. A questo metodo padre Camillo si è costantemente attenuto cercando in particolare un rapporto intenso e fertile con gli amici atei. “Con loro”, scrive, “mi sento legato da un sentimento, oggi così pericolante e disperso, di una comunanza di destino umano che per me è anche religioso”. Ma l’incontro tra un cattolico ed un ateo è anche un’occasione preziosa per far parlare insieme il credente e il non credente che convivono dentro ciascuno di noi. Il dialogo deve costruirsi sulle opere, sui fatti, sulle testimonianze. Non certamente sulla propaganda e l’oziosità di una querelle astrusa come quella accesa dal dibattito sulle “radici cristiane”. Padre Camillo ha in mente l’inveramento pratico del cristianesimo nel progetto ambizioso della costruzione di un mondo di pace e di giustizia. Su questa terra. E trova parole aspre per condannare la deriva clericale della politica e della cultura che tende a ridurre l’esperienza della fede a una sorta di religione civile, presidiata da atei devoti e credenti senza fede, come garanzia di una moralità pubblica capace di garantire rispettabilità e consenso. E tuttavia quel messaggio forte, di speranza e di salvezza, credo debba anzitutto riattivare la sensibilità umana e spirituale e la tensione civile di persone e forze politiche che, in linea storica, sono gli eredi dei movimenti che hanno alimentato di idee e passione le stagioni della Resistenza e del Concilio. Un’inchiesta condotta recentemente da Simonetta Fiori sul silenzio dei cattolici democratici (la Repubblica, 12 e 13 luglio 2006) mette in luce gli effetti pesanti della stretta autoritaria della Chiesa sul libero dispiegarsi delle voci più autorevoli della cultura cattolica, ma anche l’irritazione e il disagio per l’emergere a sinistra di espressioni di rozzo anticlericalismo. “La difficoltà del dialogo con la sinistra radicale è una componente non trascurabile dell’attuale impaccio dei cattolici”, scrive la Fio- ri nel secondo dei due articoli, dal titolo emblematico “Se il dialogo muore a sinistra”. Mi limito a dire, sommariamente, che, leggendo le “rimeditazioni” di padre Camillo, così fresche, libere e vigorose, mi sono chiesto se possano ancora essere di stimolo per dare slancio e progettualità a un nuovo movimento di cattolici dissenzienti, ma anche per far uscire questa sinistra (non solo quella radicale) dalla presente condizione di spaesamento e smemoratatezza. Chiudo citando un passo del libro, che a me è parso particolarmente incisivo, in cui padre Camillo, intervistato da Gozzini, chiama in causa l’ecologia, una disciplina scientifica che personalmente coltivo da sempre e che mi ha aiutato a capire come siano inestricabilmente avvinti i processi delle dinamiche naturali e i percorsi della storia delle comunità umane. Dal suo ritiro di Madonna di Tirano Camillo ha meditato sulla forza di questa idea e la propone laicamente, con immediatezza e lucidità, come oggetto di ricerca da affrontare con un approccio problematico, critico, aperto. Nelle righe che seguono torna il tema delle frontiere invisibili che attraversano ciascuno di noi: vi leggo, ancora, l’invito al dialogo come esperienza da condurre con un lavoro paziente di testa e di cuore, di amore e intelligenza. Per ritrovarci, ricostruirci. Alla fine, per dare a ciascuno di noi, a tutti gli uomini di questa terra, la Dopo il viaggio a Montignoso per rendere omaggio alla memoria del comandante Miro, il presidente Notari ha inviato alla vedova signora Lciana, la seguente lettera. Reggio Emilia 21 settembre 2006 Carissima Signora Luciana, le confesso che sono ancora vinto dalla commozione tornando col pensiero alla visita, sia pure fugace, sulla tomba di Miro. Rivedo il vecchio Ramis che accarezza con le mani il volto del Comandante delle formazioni partigiane reggiane. Sono lieto che mi sia stata data l’occasione di compiere questa doverosa missione, che anche il vecchio e compianto presidente Giuseppe Carretti Dario avrebbe tanto desiderato realizzare. Nel salutarci ci siamo riproposti di incontrarci a Ligonchio. Spero vivamente che ciò possa accadere presto. Ritornare nella vecchia Predare, che fu fonte di vita per tante famiglie immigrate. Il vecchio binario che alleviò tante fatiche ai partigiani andava conservato come reperto della nostra storia ancora ben viva nella nostra memoria. Le sono ancora grato per la gentile e calda accoglienza, anche a nome di tutti i partigiani che componevano la delegazione. Unisco i saluti più cari di Osvaldo Salvarani Aldo, che fu amico fraterno di Miro nel lungo e duro periodo passato in montagna, un’amicizia che idealmente continua tuttora. Le stringo forte la mano a nome di tutte le partigiane e di tutti i partigiani di Reggio Emilia. Grazie di nuovo. Giacomo Notari Alla presente allego il libro di Antonio Greppi, I Sette Fratelli, con introduzione del sen. Ugo Benassi, Sindaco emerito di Reggio Emilia. speranza di stare meglio, di vivere bene. “Si va facendo sempre più strada in me la convinzione che una delle frontiere più difficili da superare, perché sta dentro di noi, è quella che separa i beni ambientali da quelli immateriali. Ma il nostro habitat non è forse dato dall’insieme (che non è semplice giustapposizione) degli uni e degli altri? L’averli dissociati, mentre ha aperto il varco e offerto via libera a ogni sorta di manipolazione (la forma attuale del dominio), ha reso schizofrenica, mentalmente e psichicamente, la nostra società. E mi domando se non è da qui che viene il malessere, se non è di questo che soffriamo, cioè di questa incapacità di coniugare l’uno e l’altro polo di una stessa indivisa, benché non indistinta, realtà: l’amore e il sesso, la vita e la morte, o Dio e il mondo e le sue creature, il sacro e il profano. Per non parlare dell’incapacità diffusa e crescente di sentire, o pensare, la propria identità se non in termini opposti: o di resa incondizionata o di rigetto delle identità altrui, con identici risultati di impoverimento, isterilimento, sclerosi”. Ireneo Ferrari L’autore, docente al Dipartimento di Scienze ambientali dell’Università di Parma, è nato nel comune reggiano di Cadelbosco, a Villa Seta, dove fin da ragazzo apprezzò nel “braciant ed la Séda” Giuseppe Carretti, un autentico maestro di vita. Le associazioni partigiane reggiane in visita alla tomba del partigiano Riccardo Cocconi Una delegazione di partigiani reggiani guidata dal presidente dell’Anpi Giacomo Notari, in rappresentanza anche delle associazioni partigiane cattoliche (Alpi-Apc), si è recata a Montignoso, provincia di Massa, a rendere omaggio alla tomba di Riccardo Cocconi. La delegazione reggiana è stata accolta dalla vedova Luciana, dalla figlia Elena e dal nipote Daniel. Nel piccolo cimitero di Montignoso è stata ricordata la figura di Cocconi che aveva aderito alla Resistenza all’inizio del 1944, quando salì in montagna assieme al compaesano campeginese Didimo Ferrari Eros. Ferito in combattimento nella battaglia di Cerrè Sologno (15 marzo 1944), fu nominato, nel giugno successivo, comandante delle formazioni partigiane della montagna e dal settembre dello stesso anno assunse l’incarico di vice comandante del Comando unico, quando cioè insieme alle formazioni garibaldine si formarono le Fiamme Verdi, di ispirazioni cattolica. Nel dopoguerra aderì al partito comunista e fu coinvolto nella vicenda di Valdo Magna-ni. Per la sua posizione fu espulso dal Pci nel feb-braio 1951. In se-guito a tale vicende si allontanò da Reggio e andò a vivere insieme alla famiglia a Monti-gnoso dove si spense nel 1980 all’età di 68 anni. Da sinistra: Brenno Orlandini, Peppino Catellani, Giacomo Notari, Osvaldo Predieri, Renzo Braglia, Elena Cocconi, Daniel Andrade, Luciana Cocconi, Annita Malavasi. NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 17 Il Gruppo Giovani Ricercatori Reggiani di Istoreco È nato di recente, coordinato da Mirco Carrattieri, vicedirettore di “RS”, su mandato del Direttivo di Istoreco, il Gruppo giovani ricercatori reggiani (Ggrr). Il Gruppo giovani ricercatori reggiani intende imperniare la propria attività su un programma di studi che nel prossimo triennio (2006-2009) sarà articolato nel Progetto “Giorno” (Giovani a Reggio nel Novecento). “A sostegno e a margine del lavoro di ricerca vero e proprio – afferma Carrattieri – il gruppo si propone di operare su altri tre piani: formazione interna, collaborazione con ISTORECO, promo- zione culturale. Trattandosi di una iniziativa sperimentale, essa rimane comunque aperta ad altri sviluppi a seconda delle adesioni raccolte e del reperimento di sponsor e partner adeguati”. Il Gruppo giovani ricercatori reggiani ha presso Istoreco la propria sede e sono in corso di definizione le modalità di partecipazione dei giovani alla rivista e al sito dell’Istituto (www.istoreco.re.it). Per informazioni e chiarimenti si prega di contattare: Mirco Carrattieri (coordinatore): 339-1459817 [email protected]; Elisa Bonini (responsabile P.R.): 333-6729563 [email protected] o la segreteria di Istoreco: 0522- 437324 [email protected] Presentazione del progetto “Giovani a Reggio nel Novecento” il 3 settembre a FestaReggio. Da sinistra: Ettore Borghi, Mirko Tutino, Elisa Bonini, Mirco Carrattieri. Il pubblico presente in sala. Lo stile di sua Altezza Eh, sì! l’abbiamo scampata proprio bella. Vittorio Emanule IV (?) re d’Italia! E noi saremmo stati i suoi sudditi. È vero che nell’Italia di oggi i degni di lui sono tanti, e non avrebbero certo sfigurato davanti al loro sssssssire in fatto di qualità morali. Io spero che chi aveva votato in Parlamento per il rientro dei Savoia in Italia provi ora un poco di vergogna e sensi colpa verso la nostra bella Costituzione e verso quella parte di italiani che vive e lavora onestamente. In Italia, però, il senso di vergogna latita e chissà come avranno reagito coloro 18 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 che hanno reputato “storicamente” superato l’ostracismo verso la centenaria dinastia Savoia quando hanno letto: “Anche se io avevo torto... devo dire che li ho fregati”. È la frase intercettata da una microscopia collocata nella cella del carcere di Potenza dove Vittorio Emanuele IV di Savoia era detenuto (giugno 2006) con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e al falso e di sfruttamento della prostituzione. Il sssssssire, con l’eleganza e lo stile che lo contraddistinge, si riferiva ai giudici francesi che lo avevano assolto per la vicenda del giovane tedesco Dirk Hamer, ferito mortalmente da un colpo di fucile sparato dal mancato sssssssovrano il 18 agosto 1978 nell’Isola corsa di Cavallo. Sua ‘Altezza’ prosegue poi: “Eccezionale, poi ha... venti testimoni e si sono affacciate tante di quelle personalità pubbliche. E... è stato... il procuratore aveva chiesto 5 anni e 6 mesi. Ero sicuro di vincere. Ero piu’ che sicuro”; “Io ho sparato un colpo così e un colpo in giù, ma il colpo è andato in questa direzione, è andato qui e ha preso la gamba sua, che era... steso, passando attraverso la carlinga”. Una “pallottola trenta zero tre”. Parole di uno che in materia di armi se ne intende. “La vita di Vittorio Emanuele è segnata da scandali che vanno oltre il gossip. Negli anni ’70 viene indagato prima dalla pretura di Venezia per traffico internazionale di armi (il giudice è Carlo Mastelloni); poi è la prefettura di Trento che apre un caso (seguito dal giudice Carlo Palermo) che poi viene trasferito alla pretura di Roma, a causa delle connotazioni e implicazioni politiche che assume. Il caso verrà poi insabbiato”. (http://biografie.leonardo.it/ biografia.htm?BioID=1374&biografia= Vittorio+Emanuele+di+Savoia). Così, invece, Anna Maria Merlo sul “Manifesto”: “Nel ’91, nelle lunghe udienze, era ben chiaro che non c’era nessuna volontà di condannare un personaggio che trafficava in armi e quindi poteva aver avuto a che fare con le autorità della Francia, paese grande produttore di armamenti”, (12-Settembre-2006). Che aggiungere? (g.b.) Finalmente luce dopo sessant’anni di rimozione sulle persecuzioni antisemite nel bresciano Marino Ruzzenenti, La capitale della RSI e la Shoah. La persecuzione degli Ebrei nel Bresciano (1938-1945), GAM ed., 2006, pp. 232, Euro 15. In 232 dense e documentatissime pagine l’A. ricostruisce con puntigliosa pecisione le vicende delle persecuzioni antisemite in provincia di Brescia dalle leggi razziali del 1938 all’invio, ad opera di solerti collaboratori repubblichini dei nazisti, di 26 ebrei nei campi di sterminio. Diversi dei quali, inviati prima al campo di transito di Fossoli di Carpi, salirono sul treno per Auschwitz il 22 febbraio 1944. Lo stesso treno su cui viaggiarono Primo Levi e i dieci ebrei reggiani passati poi “per il camino”. Si tratta, credo di non sbagliare affermandolo, del più ampio studio sull’argomento prodotto in Italia relativamente alla situazione di una provincia. Il tema antisemitismo fascista e sue conseguenze tragiche, era rimasto, come ben spiega e documenta Ruzzenenti, qualcosa di rimosso in tutti i decenni del dopoguerra. E forse non è un caso che in diverse chiese del Bresciano si conservi ancora, offerta alla venerazione dei fedeli, l’immagine di “San Simonino”, immagine che ci rimanda ad un tragico falso del secolo XIV in base al quale in area germanica e nell’Italia settentrionale si scatenarono feroci aggressioni agli ebrei in forza dell’accusa, poi ripetuta nell’est europeo e nel Medio Oriente anche sul finire del secolo XIX, di usare sangue di cristiani per impastare le azzime pasquali. Di un antigiudaismo cattolico di matrice religiosa, in area bresciana, l’A. fornisce documentazione anche relativamente al sostegno dato alle leggi razziste del fascismo da intellettuali della locale casa editrice La Scuola, sotto l’influenza di padre Agostino Gemelli, rettore dell’Università cattolica di Milano, che a proposito delle leggi razziste del 1938 plaudì al “Duce d’Italia, che un’alta ed augusta voce ha chiamato impareggiabile” (p. 26). Ciò che comunque non impedì, a singoli sacerdoti e monache bresciani, nel periodo delle deportazioni nei campi di sterminio, di dare ospitalità ed aiuto ad ebrei sottraendoli alla caccia dei fascisti repubblichini al servizio degli occupanti nazisti (pp. 100,101). Ma Ruzzenenti segue con scrupolosa attenzione le vicende personali di decine e decine di ebrei, poi “sommersi o salvati”, presenti sul territorio, compresa la dott. Ruth Wasser (p. 53, 79, 115), a noi ben nota perché, sopravvissuta ad Auschwitz dove era stata deportata col convoglio dei dieci reggiani e di Primo Levi, ebbe nel dopoguerra a testimoniare dell’immediato avvio alle camere a gas della reggiana Beatrice Ravà ved. Rietti e delle sue due figlie Iole e Ilma, al momento della “selezione” sulla Judenrampe. Ricostruita nei dettagli anche la vicenda di Alberto Della Volta (e della sua famiglia), “l’eroe di Auschwitz, il primo ebreo catturato a Brescia dai fascisti” (p. 73 e segg.), cioè l’amico fraterno a cui Primo Levi dedica molte pagine in Se questo è un uomo. Protagonista di primo piano, nel collaborazionismo e nella caccia agli ebrei, risulta essere stato il questore Candrilli, assai attivo anche nella repressione antipartigiana, condannato a morte nel dopoguerra dalla C.A.S. (sentenza eseguita) e che l’instancabile Pansa, nel suo Il sangue dei vinti, “annovera tra le vittime della vendetta dei vincitori”(p. 185). Ma nella capitale della Rsi fece la sua apparizione anche il famigerato Priebke, giunto sul posto per sovrintendere alla repressione antipartigiana facendo in tempo ad occuparsi altresì dei pochi ebrei sfuggiti alla caccia del solerte questore Candrilli e dei diversi bresciani che con lui collaborarono a diversi livelli di responsabilità. Priebke, che poté andarsene tranquillamente dall’Italia, nel ’45, con un “attestato di buona condotta del vescovo di Brescia mons. Tredici”, poi in Argentina per la ben nota “Via dei conventi”, vescovo Alois Hudal adiuvante (p. 185). Gli ebrei, apprendiamo dalle prime pagine del libro, comunità importane nel medio evo, erano stati espulsi da Brescia nel 1572, in ottemperanza alla bolla papale Cum nimis absurdum del 1555. Famiglie ebraiche erano tornate dopo l’Unità d’Italia, inserendosi perfettamente nella vita sociale, come peraltro nel resto dell’Italia uscita dal Risorgimento. Ma una vera Comunità non si era più ricostituita. Nel 1938 settantacinque ebrei bresciani erano iscritti alla Comunità di Mantova (ma sul territorio se ne aggiunsero diversi altri sfollati, causa guerra e bombardamenti, dalle grandi città nei paesi attorno al Garda). Nel 1945 erano rimasti venti. I sopravvissuti, dopo la Liberazione, trovandosi “alle prese con il contrastato ritorno alla normalità, ripiegarono in un doloroso silenzio” (p. 187). Tra i molti meriti di questo denso studio di Ruzzenenti, non ultimo quello di contribuire a ragionare, sulla scorta di una vasta documentazione, sulla tesi defeliciana del carattere bonario dell’antisemitismo fascista italiano. “È vero […] – scrive l’A. in modo quasi conclusivo (p. 192) – vi furono anche italiani impegnati a sostenere, nascondere, proteggere gli ebrei, rischiando di persona. Tuttavia questo raggio di luce acquista la sua valenza più vera se si ha la forza di guardare nell’abisso in cui anche noi italiani, guidati dal fascismo, fummo condotti”. Antonio Zambonelli Marino Ruzzenenti vive a Brescia dove insegna italiano e storia negli Istituti superiori. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Il movimento operaio bresciano nella Resistenza, Ed.Riuniti, 1975; con altri, Gastone Sclavi e la stagione dei Consigli, in “Studi bresciani”, Fondazione Micheletti; A come ambiente. Corso di educazione ambientale, La Nuova Italia, 1998; Un secolo di cloro e…PCB; L’Italia sotto i rifiuti (entrambi, 2001 e 2004, con Jaka Book, Milano). NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 19 I diritti umani nel mondo e in Italia Nel rapporto annuale 2005 di Amnesty International viene presa in esame la situazione dei diritti umani in 150 Paesi. Il risultato di tale esame, evidenziato in centinaia di pagine, dal titolo Un bicchiere mezzo pieno, è sinceramente sconfortante. Diffuse in tutto il mondo si rilevano violazioni delle libertà fondamentali, censura, arresti, torture, repressioni politiche e giudiziarie, pena di morte, abusi che coinvolgono dittature ma anche Stati democratici. La denuncia più forte si riferisce alle crisi in corso nelle aree più povere della Terra, prima fra queste la regione sudanese del Darfur, dove a causa della guerra civile si contano già 180.000 morti e 2,5 milioni di profughi. “Il mancato rispetto dei diritti umani anche da parte dei Paesi occidentali – sottolinea il segretario generale di Amnesty Irene Khan – rende più difficile l’azione verso Stati quali Colombia ed Uzbekistan, nei quali l’antiterrorismo viene usato per giustificare la repressione degli oppositori”. In nome della lotta al terrorismo si verificano ovunque gravi illeciti: maltrattamenti nel carcere americano di Guantanamo, abusi nelle prigioni di Baghdad e Abu Ghraib, migliaia di civili morti per uso eccessivo della forza in Iraq e Afghanistan, detenzioni illegali, centinaia di trasferimenti segreti di prigionieri nel periodo 2001-2005. “In Paesi ove tali persone rischiano seriamente oppure vengono semplicemente trasferiti come merce di scambio in una sorta di – subappalto della tortura – 1500 voli di aerei negli Usa hanno transitato in porti e cieli europei. In siffatto contesto l’Europa è stata colpevolmente assente ed implicata anche nel trasferimento di quattordici prigionieri, sei dei quali verso Paesi in cui sono stati torturati”. Tra le molte località europee, toccate dai voli della Cia per trasferire e detenere persone in segreto o consegnarle ad altri Paesi – su cui è in corso un’inchiesta del Consiglio d’Europa e del Parlamento europeo – compaiono anche l’aeroporto di Pisa e quello di Roma Ciampino. A tale proposito è d’uopo ricordare il coinvolgimento del governo Berlusconi nel rapimento da parte di agenti Cia dell’iman Abu Omar, coinvolgimento che il ministro di allora Giovanardi sostenne in Parlamento l’assoluta non conoscenza dell’operazione da parte del governo e dei servizi segreti italiani. L’inevitabile smentita venne dalla Procura di Milano, che a seguito di accurate indagini, dispose l’arresto di Marco Mancini, vicecapo del controspionaggio 20 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 del Sismi e del generale Gustavo Pignoro, per il reato di concorso in sequestro di persona, rinnovando, nel contempo, la richiesta di estradizione per 26 agenti della Cia che parteciparono al rapimento dell’iman. A nulla sono servite le dichiarazioni del generale Nicolò Pollari, direttore del Sismi, per il quale il servizio segreto italiano non ebbe nessun ruolo nel rapimento. Il Rapporto Amnesty segnala ancora la mancanza in Italia di una normativa organica sull’asilo politico e critica la legge antiterrorismo del luglio 2005, che ha modificato le norme italiane sull’espulsione per motivi di sicurezza dello Stato, facilitando così l’allontanamento di un qualsiasi cittadino straniero. L’Italia inoltre viene considerata “colpevole” di non avere inserito ancora il reato di tortura nel codice penale mentre considera preoccupante l’aumento di denunce per la violazione dei diritti umani nei Centri di permanenza temporanea degli immigrati. Sul banco degli imputati finiscono quattro dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu e cioè Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina e Russia, due dei quali, Cina e Russia, sono paradossalmente entrati in qualità di membri nel nuovo Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Da ricordare che la precedente Commissione era stata sciolta, in seguito alle critiche internazionali a causa della sua composizione, che vedeva al suo interno molti Stati responsabili di abusi, tra i quali i due citati sopra. Per gli Usa le accuse di Amnesty si concentrano sulla detenzione di migliaia di persone in Iraq, in Afghanistan ed a Guantanamo (di cui si chiede la chiusura) e sulla scomparsa di altri prigionieri in una rete segreta di prigioni, che la Cia gestisce in vari Paesi. Crimini sono addebitati anche alle milizie irachene ed alla coalizione internazionale con “un uso della forza che calpesta i diritti umani ogni giorno sia a Baghdad che a Kabul. Dalle forze di sicurezza del nuovo Iraq sono comprovate torture e maltrattamenti con metodi disumani, come la sospensione per le braccia, le bruciature di sigarette, le scosse elettriche”. Il Rapporto di Amnesty accusa il premier britannico Blair per le norme anti-terrorismo, varate prima e dopo gli attentati del luglio 2005 a Londra, dal momento che le stesse hanno imposto severe restrizioni dei diritti umani, a persone sospettate in base a documenti riservati non resi pubblici. Per quanto si riferisce alla Cina si constata come la crescita economica del Paese non vada di pari passo con la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Amnesty si appella alla Unione Europea affinché la stessa mantenga l’embargo sulle armi, fino a quando Pechino non faccia “concessioni importanti” su questo fronte. Alla Russia si imputano nuovi “crimini di guerra” in Cecenia. Le grandi potenze vengono accusate di non essersi adeguatamente impegnate per risolvere la tensione in Israele e nei territori arabi occupati. Peraltro anche il governo di Israele non può fingere di non vedere le violazioni, esercitate dalle sue forze di sicurezza e dai suoi coloni a danno del popolo palestinese. Le statistiche riportate nel Rapporto Amnesty per il 2005 sono tragicamente eloquenti: in 22 Paesi sono state eseguite 2148 condanne a morte e pronunciate 5186 sentenze capitali; sono 104 i Paesi coinvolti in maltrattamenti e torture da parte di forze di sicurezza, di polizia e di altri pubblici ufficiali; 21 i Paesi in cui maltrattamenti e torture sono avvenuti ad opera di gruppi armati. L’Italia spende per la sicurezza il doppio di quanto si spendeva negli “anni di piombo”: nel 2001 la spesa statale per la Difesa e l’ordine pubblico ammontava a 38.954 milioni di euro, mentre nel 2004 la stessa era aumentata a 43.497 milioni di euro. Le forze di polizia in Italia ammontano a 342.000 unità (110 mila poliziotti, 115 mila carabinieri, 67 mila finanzieri, 43 mila agenti di custodi, 6700 guardie forestali). Tale esercito può essere una garanzia per la tutela dei diritti umani? Per essere considerata uno Stato di diritto l’Italia deve: 1) Dare seguito alla riforma del 1977 dei servizi segreti e della polizia (Sisde, Sismi, Ceis e Ris) così come già annunciato dal governo Prodi; 2) Il nuovo comitato parlamentare di controllo sui servizi Copaco, deve proporre al più presto opportune determinazione in proposito; 3) per quanto si riferisce poi alla difesa mondiale dei diritti l’Italia deve svolgere un ruolo di supporto e di attiva sollecitazione per i lavori del Comitato Onu dei diritti umani, tenendo presenti la parole del ministro degli Esteri D’Ale-ma: “Sono talmente occidentale che ritengo che l’Occidente debba parlare ad alta voce sui diritti umani. Se tace, se si sente costretto a tacere, significa che c’è qualcosa che non funziona, che va cambiato”. Bruno Bertolaso 3 settembre: giornata della cultura ebraica Una bella pubblicazione della comunità di Modena e Reggio Il 3 settembre scorso si è celebrata con successo la Giornata europea della cultura ebraica nei Territori estensi (ex ducato di Modena e Reggio), territori che quest’anno sono stati i capifila, in Italia, tra le oltre 50 località nazionali che hanno preso parte all’iniziativa istituita dal Consiglio d’Europa e attuata, in Italia, dall’Unione delle comunità ebraiche. Visite guidate a sinagoghe, cimiteri ebraici, antichi quartieri un tempo ghetti, mostre, hanno avuto luogo nei due capoluoghi di provincia come nelle località minori: Finale Emilia e Carpi, per Modena, Correggio per Reggio Emilia. Nella nostra città, in mattinata, la visita alla sinagoga di Via dell’Aquila, in fase di restauro definitivo, è avvenuta alla presenza di varie autorità tra cui il sindaco Delrio, l’on. Maino Marchi, la presidente della Provincia Sonia Masini, l’assessore Marcello Stecco. Particolarmente significativa la partecipazione di Driss Guessous, responsabile del centro islamico di Via Monari, che nell’occasione ha avuto un amichevole incontro con la prof. Alberta Sacerdoti, ebrea reggiana originaria di Padova, la quale è stata in gran parte l’artefice del successo della giornata. Centinaia di persone hanno visitato la sinagoga, e un folto pubblico, nel tardo pomeriggio, ha seguito il concerto di canti sinagogali nel cortile dell’Archivio di Stato, praticamente nell’angolo nord ovest del vecchio ghetto ebraico cittadino. Ed è proprio nel benemerito Istituto diretto dal dott. Badini che si conserva, da un secolo, il ricco e prezioso archivio della comunità ebraica reggiana. Nella circostanza la Comunità ebraica di Modena e Reggio ha dato alle stampe una bella pubblicazione tesa ad illustrare, con agili saggi e splendide immagini a colori, i luoghi ebraici dell’antico ducato: Modena, Reggio, Correggio,Scandiano, Carpi, Finale Emilia (che ha il più antico cimitero israelitico della regione). Ottimo lavoro in complesso. Spiace dover rilevare disomogeneità nelle bibliografie citate in fondo al volume, a danno di Reggio Emilia. Mentre compaiono, giustamente e correttamente, ben 12 riferimenti bibliografici per Finale Emilia (MO), 15 titoli per Carpi, 9 per Modena, 3 per Correggio, 2 per Scandiano ce ne sono soltanto 5 per Reggio (di cui tre “ellittici”), nessuno per Novellara ( che peraltro non è inserita negli “itinerari”). Ci permettiamo qui di indicare ciò che manca relativamente a Reggio, o che avrebbe dovuto essere segnalato in modo completo, in coerenza con le indicazioni relative a tutte le altre località. E questa costituisce, crediamo di poter dire, una carenza di editing. Infatti manca per Reggio: ANTONIO ZAMBONELLI, Sanità e assistenza nella comunità ebraica di Reggio Emilia (1631-1856), in “Bollettino storico reggiano” [da p.149 a p. 167], n. 94, 1997. Un momento del cordiale incontro, nella vecchia sinagoga di Reggio, tra l’ebrea Alberta Sacerdoti e il musulmano Driss Guessous, responsabile del Centro islamico di Via Monari. Al centro l’assessore Marcello Stecco; sullo sfondo l’on. Ds Maino Marchi. (Si noti che un lavoro analogo, di S. ARIETI, del 1999, è giustamente segnalato per Modena) A.Z., Ebrei reggiani tra leggi razziali e Shoah, in “Ricerche storiche” [da p. 9 a 133], nn. 91-92, 2001. GIULIO BUSI, Anania Coen editore e letterato ebreo tra Sette e Ottocento, Aisg, Bologna, 1992 AA.VV., Gli ebrei a Reggio nell’Età contemporanea. Tra cultura e impegno civile, in “Ricerche storiche”, n. 73, 1993, fascicolo speciale dedicato agli Atti del Convegno di studi storici sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica. Alla comunità e ai luoghi ebraici di Novellara non è stato dato spazio, eppure esiste una bibliografia che avrebbe potuto essere utilizzata allo scopo: A.Z., Notizie su di un popolo a parte. Ebrei a Novellara dal XV al XX secolo, in I Gonzaga a Novellara, [da p. 191 a 217], Atti del Convegno di studi storici svoltosi il 28.10.1995. A.Z., Giovanni Felice nato ebreo, battezzato di nascosto e sottratto alla famiglia (1587), in “L’Almanacco”, n. 36, 2001 [da p. 119 a 126]. Manca in “Sugli ebrei nel Ducato estense”: ARON LEONE DE LEONI, La Nazione ebraica spagnolo portoghese negli stati estensi, Luisé, Rimini, 1992. Da notare che la bibliografia mancante poteva essere agevolmente desunta dalla rivista “Ricerche Storiche” nn. 91-92, sopra citata. Per quanto riguarda le pagine del saggio dedicato a Reggio non posso esimermi, anche perché sono citato tra quanti vengono ringraziati per “la collaborazione e la disponibilità”, dal formulare i seguenti rilievi: A pag. 79 e 81 trovo scritto Kiriat Shmell. Ora, chi ha letto le mie “pagine ebraiche”, (o consultato una carta geografica di Israele) avrà notato che la località presso Haifa in cui è stato trasferito l’Aron della Sinagoga di Reggio si chiama Kiriat Shmuel (Shmuel significa Samuele). A pag. 83 l’incipit dell’atto di fede ebraico stilato da Maimonide risulta essere Anì Ma’amim anziché Anì Ma’amin. Quisquiglie se si vuole, ma poiché risulto coinvolto (ma sono in realtà soltanto ampiamente utilizzato), ci tengo alle precisazioni. A pag. 75 una didascalia segnala un NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 21 “Documento riguardante l’archivio di Israel Bassani”. In realtà si tratta di un documento “presente” nell’Archivio de quo, ma “riguardante” il progetto, come si legge nella scritta in ebraico nel cartiglio, per la “Casa dell’Assemblea [ Beit ha knesset, cioè sinagoga] per il matroneo superiore. Anni 5522 [=1762 e.v.]”. Segnalo che la riproduzione fotografica dell’immagine relativa, un bel disegno acquarellato, l’avevo messa, qualche anno fa, tra molte altre, nella mostra sulla presenza ebraica a Reggio curata da Istoreco, e collocata per qualche tempo nell’atrio della sinagoga. Tra l’altro mi piacerebbe sapere dove sia andata a finire quella mostra nel frattempo…Ma questo non c’entra con il volume di cui ci stiamo occupando. Ciò detto, la descrizione che Alberta Sacerdoti fa dei luoghi ebraici di Reggio risulta comunque senz’altro utile trat- tandosi di una “Guida storico turistica”. Per Modena abbiamo addirittura un affettuoso e coinvolgente pellegrinaggio (con qualche rischio di sovrabbondanza) nel tempo e nello spazio ad opera di Luisa Modena, che ci fa rivivere luoghi e atmosfere di un mondo ebraico al quale l’autrice appartiene ed al quale ha già dedicato vari studi (ricordo il suo pregevole volume Il dialetto del ghetto di Modena e dintorni) (a.z.). Õ Progetto, del 1762, per l’erezione del matroneo nella sinagoga di Via dell’Aquila. Ó Copertina del bel volume dedicato ai luoghi ebraici di Modena e Reggio. La campana del partigiano Cefalonia: una sentenza assurda Il comunicato di Istoreco Una comitiva, con una forte componente femminile, è giunta in pullman da La notizia dell’archiviazione del procedimento penale dell’ex sottotenente Ottmar Mühlhauser imputato per la strage di Cefalonia non può che lasciare sbigottiti e increduli. Dopo 63 anni dall’eccidio la disposizione della Procura di Monaco di Baviera è l’ultima tappa di un percorso che ha condotto all’impunità dei responsabili e ad una inammissibile riscrittura della storia. Considerare infatti i militari della divisione Acqui alla stregua di disertori non solo costituisce una affermazione fattualmente assurda ma insulta la memoria e la dignità di quelle migliaia di soldati e ufficiali italiano che scelsero, legittimamente, di non deporre le armi e di combattere contro le truppe tedesche, realizzando, come sottolineò il Presidente Ciampi nel 2001, il primo atto di Resistenza nazionale. Come, oltre che a Cefalonia, si verificò in tanti altri luoghi dove militari italiani persero la loro vita in un’impossibile, generoso, tentativo di contrastare il nemico. Senza dimenticare gli oltre 600.000 militari che scelsero la non collaborazione Una simile sentenza non può passare sotto silenzio e le nostre istituzioni dovrebbero farsi carico di denunciare, nelle sedi opportune, questo atto di sostanziale ingiustizia, considerato anche come nessun governo italiano abbia mai ritenuto opportuno costituirsi parte civile nel procedimento contro il sottotenente Mühlhauser, reo confesso dell’eccidio. 22 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 Alessandria a Castelnovo Monti, nell’estate scorsa, per rendere omaggio al monumento alle donne della Resistenza e per visitare la fonderia Capanni, dove a suo tempo è stata fusa “Aurora. La campana del partigiano”, collocata nel comune di Perloz (in provincia di Aosta), uno dei principali centri della lotta di liberazione nella Vallée. A Perloz, attorno a Bono Bandery, si formò uno dei primi gruppi della resistenza nel dicembre 1943. I partigiani di Perloz e dei comuni limitrofi costituirono poi la 3ª Brigata Lys, partecipando in prima fila a tutte le principali operazioni militari nella Bassa Valle. Il 4 novembre 1995 al comune di Perloz è stata conferita la medaglia di bronzo al valor militare “Per l’indomita lotta della popolazione intera contro i nazifascisti”. “Aurora”, il nome dato alla campana, vuole ricordare Aurora Wuillerminaz, partigiana a Cogne, torturata e uccisa dai fascisti assieme ad alcuni suoi compagni il 16 ottobre 1944. A Castelnovo gli amici di Alessandria, accompagnati dalla Sindaca della città piemontese, hanno lasciato in omaggio una copia in miniatura della Campana “Aurora”e sono stati ricevuti in Municipio dall’assessore Maioli affiancato dal presidente del-l’Anpi Giacomo Notari. La Campana “Aurora” che si trova a Marine Perloz (AO) quale ricordo del primo gesto di ribellione contro il nazifascismo. Per un uso critico della memoria Queste brevi riflessioni traggono spunto da un libro, appena pubblicato in Italia dall’editore Ombre Corte di Verona, Il passato: istruzioni per l’uso, a firma di Enzo Traverso, studioso italiano trapiantato ad Amiens (Francia). La parola memoria, specie in Occidente, è a dir poco “inflazionata”. Tutto, della storia del secolo Ventesimo, sembra meritevole di essere ricordato, di dover divenire oggetto della nostra “memoria collettiva”. A dire il vero, non mancano casi (anche clamorosi, a ben vedere) di “dimenticanze”, di rimozioni. È qui appena il caso di accennare ai crimini del colonialismo italiano, o al genocidio degli armeni, così come, a dire il vero, il silenzio e l’indifferenza sono stati l’atteggiamento costante per parecchi decenni da parte della memoria ufficiale europea (ma, in particolar modo, italiana) nei confronti della Shoah, la distruzione del popolo ebraico. Oggi possiamo dire che l’Europa non ha imboccato la strada dell’oblio dello sterminio. Il rischio, semmai, è quello (ma ormai si tratta più di una realtà che di un’eventualità) di un eccesso di memoria (Todorov ha scritto dieci anni fa un libretto, Gli abusi della memoria, ancora oggi utilissimo). Eccesso di memoria significa neutralizzare il potenziale critico che la memoria di eventi terribili, come appunto la Shoah, possiede in sé. Eccesso della memoria significa consegnare il passato, la memoria dell’oppressione, ai musei, ai memoriali, ai monumenti (di cui non si può certo negare l’efficacia), neutralizzando in questo modo l’appello per la giustizia, per la libertà e la liberazione degli uomini. Proprio la memoria della Shoah rappresenta bene il paradigma del passaggio, in Italia come in tutto l’Occidente (e, in primis, negli Stati Uniti), da una memoria debole ad una forte. Dice Traverso: “Vi sono memorie ufficiali, istituzionalizzate, protette dagli Stati e memorie sotterranee, nascoste o perseguitate” (51). Oggi il ricordo della Shoah è divenuto una sorta di religione civile, secolare, che impegna, con i suoi dogmi (l’unicità e l’incomprensibilità dello sterminio) ed i suoi santi (le vittime-testimoni), tutto il mondo civilizzato. Lo impegna a ricordare, ma sempre più nel segno della retorica, piuttosto che nell’uso non-conformistico (cioè critico) della memoria del e nel presente. La Shoah, a partire dagli anni Sessanta, ma soprattutto negli anni Novanta, da quando, cioè, essa è divenuta oggetto delle mire dell’industria culturale (Hollywood) e del turismo di massa della memoria, è divenuta protagonista assoluta, venendo a colmare una colpevole lacuna in gran parte del discorso politico-istituzionale. Auschwitz (l’inferno dello sterminio) ha preso il posto di Buchenwald (il campo dei deportati politici) nella coscienza storica occidentale. Eppure questa attenzione può, addirittura, nascondere pratiche restauratrici. Vediamo qualche esempio. Oggi la Shoah è divenuta “oggetto di culto” negli Stati Uniti. Dopo decenni (per evidenti ragioni politiche) di assoluto oblio, oggi in America dominano, a vari livelli, gli Holocaust studies, mentre non si avverte la necessità di riconoscere tragedie, opera americana, quali il genocidio degli indiani o la tratta degli schiavi dall’Africa. Ha, senza dubbio, ragione Susan Sontag, grande scrittrice americana, da poco scomparsa, quando, nel suo ultimo libro, Davanti al dolore degli altri, nota l’irriducibile irresponsabilità delle istituzioni americane. La memoria della Shoah non sfugge alla banalità della retorica ed è, anzi, funzionale ad un discorso pienamente conservatore. Il ricordo si riduce ad una forma di narcisismo compassionevole, di autocelebrazione (ed un caso eclatante si ha ormai ogni anno con il ricordo degli attentati dell’Undici settembre). Lo stesso Traverso ricorda le celebrazioni per il Sessantesimo della Liberazione dei cancelli di Auschwitz: “Non credo di essere il solo ad aver provato un certo disagio guardando le immagini di Dick Cheney, Jack Straw e Silvio Berlusconi ad Auschwitz. La loro presenza sembrava inviarci un messaggio rassicurante, ma in fondo apologetico, consistente nel vedere il nazismo come una legittimazione in negativo dell’Occidente liberale considerato come il migliore dei mondi” (80). Se è indubbiamente vero che è necessaria la massima cautela nell’allestire paragoni fra eventi storici, paragoni che, in alcuni casi, faticano ad occultare malcelati pregiudizi (anche di matrice antisemita), cosicché sono chiare l’esagerazione e l’imprecisione nell’identificare Auschwitz con Guantanamo o nell’affermare che la politica israeliana ricalchi quella nazista, non si può, d’altra parte, ignorare la notevole efficacia che la memoria della violenza nazista può avere per opporsi alla violenza presente. Basterà qui un esempio. Pierre Vidal-Naquet paragonò i massacri nella guerra d’Algeria ad Auschwitz. È evidente la sproporzione, l’errore sostanziale. Eppure, in quel contesto (la Francia del 1960), l’immagine del Lager era assai azzeccata nel denunciare l’oppressione e nel rilanciare la necessità di lottare per un’alternativa. In una formula, si tratta di riprendere la lezione di Adorno ed Horkheimer, i quali, si sono interrogati (si pensi ad un libro come Dialettica dell’illuminismo) sui legami profondi fra nazismo ed Occidente. Non è lecito, proprio alla luce di Auschwitz, relegare quel regime oltre i confini della nostra civiltà, quasi fosse un’eccezione alla regola del progresso. Due ultime considerazioni. Un diverso uso, critico, della memoria non deve cercare di attualizzare ad ogni costo il passato. È del tutto evidente che i Cpt (i Centri di permanenza temporanea) per clandestini non sono, almeno nelle intenzioni, Lager. Eppure rappresentano la riedizione di tanti presupposti (culturali, ideologici, economici) che hanno consentito il “successo” dei Lager. I Cpt sono luoghi dove esplode il non-diritto, proprio come i luoghi di detenzione (e poi di assassinio) degli ebrei nell’Europa di 60 e 70 anni fa. Sono stati pensati per contenere individui che non godono della protezione di alcuna legge, uomini superflui (anche se poi impiegati in tante nostre realtà lavorative) e, proprio per questo, invisibili ed indifendibili. Volendo poi consigliare un’ulteriore lettura sul tema, vogliamo citare un romanzo che ha ormai 30 anni, W o il ricordo d’infanzia, di George Perec, pubblicato l’anno scorso da Einaudi. È un doppio racconto alternato: da una parte i ricordi dell’autore, allora bambino ebreo, orfano nella Francia in guerra, dall’altra una storia immaginaria, la descrizione di W, società totalitaria, localizzata nell’America del sud. Così conclude Perec il libro: “Ho dimenticato le ragioni che, all’età di dodici anni, mi hanno spinto a scegliere la Terra del Fuoco per impiantarci W; a dare un’estrema risonanza al mio fantasma ci hanno pensato i fascisti di Pinochet: oggi, parecchi isolotti della Terra del Fuoco sono campi di deportazione” (187). Francesco Paolella NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 23 Un libro di Ugo Pellini sui giardini pubblici di Reggio Presentazíone La restituzione alla città dei Giardini Pubblici costituisce una delle priorità decise dall’Amministrazione comunale di Reggio Emilia, sin dall’inizio del mandato amministrativo. Ad ottobre avanzato, solo tre mesi dopo l’insediamento della nuova Giunta di Graziano Delrio, in una straordinaria mattinata di sole caldo, nonostante l’inverno alle porte, i giardini pubblici di Reggio sono stati riaperti, dopo un lungo e laborioso intervento di risistemazione secondo il progetto originario. Simbolicamente, sullo sfondo di un albero di altissimo pregio, il Cedro del Libano, palcoscenico naturale del teatro della natura che vive nel cuore della città, i giardini sono stati restituiti alla popolazione che li ha sempre amati e frequentati, sin dalle origini. In quella stessa mattinata, amministratori e cittadini siamo stati guidati lungo quegli itinerari, magistralmente descritti in questo volume, che confidiamo possano essere riproposti e la cui pubblicazione siamo certi potrà costituire non solo un prezioso strumento conoscitivo, bensì una vera e propria guida alla fruizione. Ricordo di Angelo Brindani Angelo Brindani è morto a 80 anni il 28 agosto u.s., Con lui è venuta a mancare una bella figura di socialista, di uomo gentile, del quale molti, di varie parti politiche, hanno un grato ricordo. Militante nel Psiup dal 1964 al 1972, passato successivamente al Psi, era stato consigliere comunale a Reggio ai tempi di Giulio Fantuzzi sindaco, ricoprendo anche l’incarico di assessore al patrimonio. Ma Brindani fu soprattutto, per decenni, “la voce” di Reggio. Suoi furono per tanti anni gli annunci al Teatro municipale, così come durante le partite della “Reggiana”. La sua calda voce, educata anche attraverso esperienze teatrali, fu altresì prestata a documentari cinematografici. Ne ricordo direttamente uno, quello di Franco Cigarini dal titolo “Chiesa in Acquabona”. L’Anpi reggiana esprime sentite condoglianze ai familiari (a.z.). Il 2 giugno u.s., in significativo legame con il 60° della Repubblica nata dalla Resistenza, gli amici dell’Anpi di Brescia hanno inaugurato, con il patrocinio della Provincia e dei comuni di Bovezzo, Nave e Caino, il monumento ai partigiani caduti nella Valle del Garza. Nella foto, in primo piano sulla destra, il reggiano, da anni trasferitosi a Brescia, Ermanno Redeghieri, grazie al quale è ormai diventata tradizione consolidata la presenza bresciana alla commemorazione del 7 luglio Sessanta, legando insieme idealmente la strage di Piazza Fontana al sacrificio dei Morti di Reggio Emilia. Nel nome degli ideali di una Resistenza che è continuata, e che continua, anche dopo il 25 aprile 1945. 24 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 Ripercorrendo arte, storia e valorizzando gli aspetti naturalistici, estetici e monumentali, i diversi contributi affrontano profili specifici, da quello storico a quello più didattico dell’itinerario artistico, botanico e dell’avifauna. Schede delle piante e degli uccelli, accompagnate da immagini, arricchiscono il volume consentendo non solo di comprendere l’importanza di questo straordinario polmone verde che ripulisce l’aria della città, bensì di apprezzare il valore straordinario di ogni albero e fiore. E di fronte all’imponenza e alla maestosità degli alberi storici non si può non riflettere sulla lungimiranza dei generosi cittadini reggiani che hanno saputo conservare, in tutto lo splendore, questo insostituibile patrimonio. Pinuccia Montanari Assessore all’Ambiente, Città Sostenibile e Verde Cinica stupidità contro D’Alema “Se non ne avesse parlato lui durante l’incontro di FestaReggio nessuno nella nostra città si era accorto del manifesto fatto affiggere da Alleanza nazionale che, con irridente e cinica stupidità, voleva censurare il viaggio di D’Alema a Beirut il 14 agosto scorso. Siamo andati a vederlo e francamente ci sono cadute le braccia. Se la polemica politica deve scendere a questi livelli vuol dire proprio che si è raschiato il fondo del barile dell’intelligenza” (Umberto Bonafini, “Il Giornale di Reggio”, 7 settembre 06) Per la scomparsa di Norma Cagnoli Pubblichiamo l’orazione funebre di Hermes Grappi alle esequie della compagna di Giannetto Magnanini, Norma Cagnoli, deceduta il 19 agosto u.s. Noi siamo qui, oggi, tristemente riuniti per porre il nostro affettuoso e doloroso ultimo saluto alla nostra cara amica e compagna Norma Cagnoli. Pure siamo qui a manifestare la nostra condogliente solidarietà alla figlia Milly, al marito Giannetto, al genero ed ai nipoti. Per vincere la umana, commossa, emozione, sono costretto – mio malgrado – a ricorrere alla lettura dei miei sinceri e spontanei sentimenti che non vengono affatto leniti dalla scrittura. È indubbio che la vita, le lotte, le esperienze, le speranze e le delusioni di Norma rappresentino, in modo paradigmatico, l’esistenza e l’esperienza di una donna semplice, di modeste condizioni economiche che ha attraversato tre quarti del Novecento, armata della propria intelligenza e buon senso. Con il proprio impegno sociale e politicosindacale, Norma ha contribuito al riscatto, delle condizioni di allora, delle donne italiane e dunque ha concretamente lottato per l’emancipazione femminile. Operaia al pennellificio Agazzani, antifascista e partigiana, aderì giovanissima, nella clandestinità, al gruppo “Difesa delle donne” e poi al Pci; Norma ha partecipato a molte lotte sindacali, politiche, sociali del secolo scorso e con determinazione ed amore ha sostenuto Giannetto nel suo lungo e apprezzabile percorso politico ed amministrativo. Norma, dunque, nella sua laboriosa vita ha attraversato molti ponti, ha portato molti pesi; si è nutrita di speranze ed illusioni e subìto anche delusioni. Se sfogliamo il libro della vita di Norma, nitidamente scorgiamo che Ella ha attraversato il suo presente non solo con operosità, amore per Milly e Giannetto, ma anche animata da determinazione, concretezza, pazienza, carattere, saldamente ancorata ai principi veri, profondi, della solidarietà, della giustizia sociale, della speranza di un mondo migliore. Se è vero che la vita dei morti sta nella memoria dei vivi…ebbene Norma sii certa che, per quel tempo che ci è concesso, … ti ricorderemo sempre con affetto e stima. Vi sono molti privilegi che con la morte si lasciano in eredità. Quando scompare una donna come Norma vi è un tesoro che si inabissa e solo la memoria può recuperarlo, sia pure parzialmente. Ai nipoti mi permetto di ricordare che nel tesoro della vita passata dalla loro nonna vi è la ricchezza per il loro presente. Sappiano che non esiste apprendistato al dolore. Quando colpisce abbiamo tutti da imparare. Possiamo solo intuire quello di Milly e Giannetto. Noi, però, possiamo solo offrirvi la nostra umana solidarietà e amicizia sincera. Hermes Grappi Università del tempo libero IV anno – 2006-2007 Narratori contemporanei Illusioni e delusioni in alcuni testi Docente Prof.ssa Alba Rosa Paganelli 16 ottobre 2006 Giorgio Bassani: “La lunga notte del ‘43” 23 ottobre 2006 Giorgio Bassani: “Gli occhiali d’oro” 30 ottobre 2006 Vitaliano Brancati: “Gli anni perduti” 6 novembre 2006 Khaled Hosseini: “Il cacciatore di aquiloni” 13 novembre 2006 Melania Mazzucco: “Un giorno perfetto” Il Cinema Italiano negli anni del Miracolo economico docente prof. Tullio Masoni 20 novembre 2006: Un’estate violenta di V. Zurlini (1959) 27 novembre 2006: La lunga notte del ‘43 di F. Vancini (1960) 4 dicembre 2006: La ragazza con la valigia di V. Zurlini (1961) 11 dicembre 2006: La Parmigiana di A. Pietrangeli (1963) 18 dicembre 2006: Prima della Rivoluzione di B. Bertolucci (1964) Comune di Bibbiano Assessorato alla Cultura 22 gennaio 2007 Prevenzione degli incidenti domestici, con particolare riferimento alla custodia dei bambini docente: dott.ssa Daniela Novelli della Comunità di Pediatria dell’Asl di R.E. 29 gennaio 2007 Il Canale di Bibbiano nella vicenda economica e sociale della gente della Val d’Enza docente Orio Vergalli del direttivo dell’Anpi 5 febbraio 2007 Fine del colonialismo. Il mondo degli Stati indipendenti e la Guerra Fredda 1947-1989 docente Loris Bottazzi, presidente Anpi Bibbiano 12 febbraio 2007 Disuguaglianze economiche e sociali degli Stati del mondo globalizzato di oggi docente Loris Bottazzi, presidente Anpi Bibbiano Storia delle religioni docente prof. Renzo Barazzoni 19 febbraio 2007: Il senso del sacro nella preistoria 26 febbraio 2007: La religione egizia Problemi individuali. Storia Locale e 5 marzo 2007: Mitologia greco-latina Storia Contemporanea 12 marzo 2007: Brahamanesimo e Buddismo 15 gennaio 2007 19 marzo 2007: Ebraismo Il cittadino inerme nel sistema bancario italiano 26 marzo 2007: Islamismo docente: dott. Claudio Davoli della Federconsumatori di R.E. Iscrizione € 10,00 Tutti gli incontri si terranno di lunedì, alle ore 20,30 presso la Sala Polivalente del Cinema/Teatro Metropolis - Via Gramsci, 4 - Bibbiano Per informazioni: Nino Fantesini (tel. 0522 882869) - ore pasti. È possibile iscriversi direttamente nelle serate di lezione, anche a corso iniziato. NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 25 CITTADINI-DEMOCRAZIA-POTERE L’insicurezza: il nuovo disagio sociale dei reggiani La forte immigrazione, la rapidità con cui è avvenuta. La città non riesce ad integrare tutti, per questo cresce la domanda di sicurezza spiegano il disagio che si sta diffondendo fra i reggiani l’acutezza con cui il problema della sicurezza è stato sollevato. La città, nonostante la sua grande capacità non riesce ad integrare tutti. Il flusso dei nuovi cittadini è troppo forte e molti rimangono esclusi, diventando facile manodopera per attività malavitose. E così, la città è cambiata è i cittadini autoctoni avvertono un senso di spaesamento e cominciano a sentirsi stranieri a casa propria. In questo contesto, per avere paura e sentirsi insicuri, non è necessario che i crimini aumentino realmente. La solitudine e il senso di estraneità e quindi l’insicurezza, sono problemi sociali e come tali vanni affrontati. Il Comune, prima di ogni altra autorità, deve fare subito qualcosa e, soprattutto, non deve lasciare i cittadini soli. Claudio Ghiretti Che fare? La protesta dei cittadini richiede una risposta pronta da parte delle Autorità. Il Comune intervenga con un pacchetto di misure urgenti In città ci sono centinaia di persone che delinquono abitualmente, vivono di spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione e piccoli furti. Non è una realtà nascosta, è ben visibile e chiara a tutti. Ma c’è dell’altro. Ovunque si volga lo sguardo si vede il senso civico che arretra e non solo da parte degli stranieri, menefreghismo per i diritti degli altri, modi di vita degradati. Si prova un senso di spaesamento rispetto a certi luoghi della propria città. La rassicurante socialità di vicinato, con la quale siamo cresciuti, sembra essersi dissolta e al suo posto crescono senso d’insicurezza e inquietudine. Dunque, anche a Reggio, si fa strada un nuovo disagio sociale che si manifesta non solo sotto forma di richiesta di repressione nei confronti di chi delinque, ma anche come richiesta, alle autorità, di minore tolleranza nei confronti di chi disprezza le regole di convivenza civica più in generale. Il Sindaco, dopo le proteste dei cittadini, ha promesso “un giro di vite” contro la 26 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 criminalità. Tutte le forze dell’ordine si sono messe prontamente a disposizione e già si vedono i primi risultati. Nessuna persona di buon senso può ritenere il Sindaco, o le forze dell’ordine, responsabili di questa situazione. Parimenti, nessuno può sostenere che a Reggio vi sia una situazione criminale paragonabile a quella di alcune grandi città italiane come Napoli, Milano o anche la stessa Padova o Bologna. Le cause sono complesse e, sostanzialmente, diffuse in tutte le città italiane. Inoltre, purtroppo, l’eccessivo permissivismo delle leggi sembra fatto apposta per favorire chi le trasgredisce. I mezzi per affrontare un fenomeno di tale portata sono certamente insufficienti e anche i poteri del Comune sono scarsi. Ma quel che più conta è che questa Amministrazione, assuma la “questione sicurezza e rispetto delle regole civiche” fra le proprie priorità d’intervento. Ma come? Che fare? Adottando un “pacchetto” di misure sulla sicurezza dei cittadini che dica chiaro e tondo quel che l’Amministrazione intende fare. A mio, modestissimo, parere sono almeno 5 le politiche d’intervento da perseguire: 1 – anche la polizia municipale deve essere impiegata per la tutela della tranquillità e serenità dei cittadini; 2 – contrastare lo sfruttamento delle nuove povertà e l’indebito utilizzo e affollamento degli appartamenti, perseguendo anche i proprietari degli immobili; 3 – sollecitare il governo affinché le forze dell’ordine di Reggio abbiano mezzi e uomini per assolvere ai loro compiti (una Polizia che ha la stessa pianta organica del 1989 – come ha dichiarato l’ispettore Piscopo dello Siulp - non è una forza che possa garantire sicurezza adeguata ad una città cresciuta come Reggio) 4 – potenziare le capacità di vigilanza e controllo del Comune facendo ricorso anche a servizi di vigilanza privati; 5 – creare comitati in ogni luogo “caldo” della città” allo scopo coinvolgere i cittadini, i commercianti e le forze sociali, in uno sforzo di monitoraggio e rendicontazione. Affrontare la questione sicurezza come disagio sociale e quindi, creare una Unità Operativa che si occupi della serenità dei cittadini in grado di fornire loro un vero e proprio servizio sociale. Nessuno può ignorare che le cose saranno difficile, ma a maggior ragione, è importante spiegarlo ai cittadini, coinvolgendoli. Alla fine, capiranno e sentiranno, ancora una volta, il Comune dalla loro parte. Claudio Ghiretti OPINION LEDER Ladro di opinioni di Fabrizio "Taver" Tavernelli (Presidente Anpi Correggio) Un nuovo centro di documentazione sulla Resistenza e sull’Antifascismo a Correggio Domenica 15 ottobre sarà inaugurato il nuovo “Centro di Documentazione sulla Resistenza e sull’Antifascismo nel territorio di Correggio”. L’obiettivo del centro, che diventerà una sezione speciale della Biblioteca Comunale “G. Einaudi”, è quello di raccogliere, conservare e rendere fruibile quanta più documentazione possibile sull’antifascismo e sulla resistenza nel territorio. Gli utenti diretti di questo Fondo saranno i ricercatori che vedranno facilitate e probabilmente aumentate le possibilità e gli ambiti di ricerca. La scuola, invece, avrà la necessità di una mediazione al fine di rendere proficuo l’utilizzo di tale materiale a fini didattici (guide bibliografiche, percorsi o unità didattiche, ecc.), ma anche in questo caso aumenteranno le opportunità per un inserimento non retorico e ideologico di tali tematiche. Non va neppure trascurato l’obiettivo della raccolta e conservazione della documentazione, che corre il rischio di una rapida dispersione o addirittura di una irreparabile perdita legata all’inevitabile scomparsa dei protagonisti di tali processi storici. Nella costituzione del Centro hanno avuto un ruolo importante associazioni ed enti quali la sezione correggese dell’Anpi, Materiale Resistente, Istoreco, già in possesso di qualificate competenze e materiali preziosi in tali ambiti. Il lavoro di raccolta e catalogazione è avvenuto tramite collaborazioni esterne opportunamente coordinate dalla direzione della Biblioteca. L’implementazione del Fondo ha seguito fondamentalmente due direzioni: acquisizione di nuova documentazione (in originale o eventualmente in copia), tramite acquisto o donazione o altre forme di cessione, verificate di volta in volta, presso associazioni, enti e privati. In questo senso va rimarcato il valore del materiale riguardante il territorio o figure correggesi proveniente da Istoreco e dall’Anpi di Correggio. Notevole è inoltre il lavoro di ricerca, raccolta e conservazione svolto da Avio Pinotti che donando documenti, scritti e memorie ha arricchito il Fondo sulla Resistenza. L’altra direzione ha visto l’individuazione e inserimento (anche virtuale, cioè senza spostamenti fisici ma con registrazioni catalografiche) di tutto il materiale già esistente presso la Biblioteca e gli Archivi storici: libri collocati nella Sezione di storia locale, cartelle dell’Amp, libri e audiovisivi collocati a scaffali aperti, cartelle e registri dell’Archivio comunale. Del materiale acquisito sarà realizzato un catalogo speciale che sarà reso disponibile in un apposito sito internet. Vi saranno poi particolari modalità di consultazione ed eventuale riproduzione, rispettose delle caratteristiche fisiche dei documenti e di eventuali limitazioni imposte dai donatori o dalle leggi in materia. All’inaugurazione, presso la sala conferenze del Palazzo dei Principi prevista per le ore 11, interverranno il Sindaco Marzio Iotti e Germano Nicolini. Nel frattempo è già consultabile il sito internet http://resistenza.comune.correggio.re.it. Con la collaborazione di Viller Masoni (direttore Biblioteca “G. Einaudi” di Correggio) NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 27 SEGNALI DI PACE di Saverio Morselli – E così, come dichiarato ripetutamente in campagna elettorale dal centrosinistra, il contingente italiano in Iraq torna a casa. Gradualmente (ritiro completo entro l’anno), ma torna. Fin qui, come dire, tutto bene. Quello che sconcerta, semmai, sono i toni entusiastici e retorici usati dai vertici del governo per tracciare disinvoltamente il positivo bilancio della missione: ma come, non l’avevamo sempre aspramente avversata? Non era una figlia sciagurata di una altrettanto sciagurata scelta di coinvolgimento nella occupazione? A sentire il Ministro della Difesa Parisi, le cose non stavano proprio così: “Ho sempre rifiutato fin dall’inizio del mio mandato di considerare l’idea di un ritiro delle truppe italiane dall’Iraq. L’Italia non è un Paese che si ritira. L’Italia è un Paese che mantiene i suoi impegni e che completa le sue missioni. Ora il traguardo è tagliato”. Ma vè… E D’Alema, snocciolando i risultati dell’impegno italiano (13.000 poliziotti e 1700 soldati iracheni addestrati), arriva ad esaltare il sostegno determinante del contingente italiano “alla ricostituzione di una capacità autonoma delle autorità irachene nel campo della sicurezza”. Insomma, se la lingua italiana ha ancora un senso, si tende a dare assoluta legittimazione ad una scelta precedentemente giudicata negativa. Della serie: (forse) non era giusto andare, ma visto che siamo andati, applaudiamo al successo. Missione compiuta, alla faccia della coerenza. Ed allora, è del tutto normale che la destra sottolinei con sarcasmo tanta enfasi: se da una parte Forza Italia (Della Vedova) evidenzia “la mancanza di sobrietà e i paradossali trionfalismi nel passaggio di consegne all’esercito iracheno”, dall’altra il satanico La Russa si immagina “Parisi, D’Alema, Prodi e magari anche i girotondisti con elmetto, anfibi e tuta mimetica per giurare che senza di noi la democrazia in Iraq non sarebbe mai arrivata”. – La democrazia in Iraq… già. Ma quale sia la situazione reale di quel martoriato Paese nessuno lo dice. Certo, qualche trafiletto sulle quotidiane stragi terroristiche, qualche titolo sull’ottimismo di Bush sull’andamento della “guerra”. Ma là, che cosa sta veramente accadendo? Lo descrive, e credibilmente, Michael Schwarz (professore americano di sociologia alla Stony Brook University) sul sito internet “Tom Dispatch”, ripreso e tradotto sul sito Iraq” www.osservatorioIraq.it, cui rimandiamo per una più completa informazione. Ciò che Schwarz delinea è un autentico, drammatico fallimento, fatto di governo ine28 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 sistente, lontano anni luce dai poteri locali e dai territori suddivisi in base all’appartenenza etnico-religiosa, di un esercito nazionale non autonomo ma integrato nella forza di occupazione statunitense che, recentemente, non esita a mandarlo al massacro (meno morti americani, ma impressionante aumento di morti iracheni), terrorismo americano (città e villaggi sunniti distrutti, violazione e demolizione di abitazioni per sospetta connivenza con la resistenza), terrorismo sunnita di matrice Al Queda (autobombe a ripetizione), squadroni della morte sciiti, organizzati dagli stessi americani (vedi “Newsweek”, gennaio 2005). Ovvero: Iraq quale epicentro del terrorismo mondiale. La democrazia in Iraq, dicevamo. – Nel recente passato, abbiamo ritenuto giusto dare rilievo alle accuse di “terrorismo di Stato”, rivolte da Amnesty International ad Israele in relazione all’intervento militare in Libano. Correttezza vuole che la stessa attenzione valga per il rapporto che la stessa Amnesty ha realizzato sui deliberati attacchi di Hezbollah contro la popolazione civile israeliana.. Ebbene, durante il conflitto sono stati lanciati sul Nord di Israele circa 4000 razzi, che hanno ucciso 43 persone e ferito altre 33 e costretto migliaia di persone a cercare riparo nei rifugi o a fuggire. Molti di quei razzi, adeguatamente modificati, contenevano migliaia di biglie di metallo, con l’obiettivo evidente di causare il maggior numero di vittime tra i civili. Hezbollah, infine, ha esplicitamente dichiarato che questi attacchi erano da intendersi precisamente come una forma di rappresaglia per quelli del nemico contro la popolazione civile libanese. Quanto sopra si configura, per chi non lo sapesse, come grave violazione del diritto umanitario ed equivale a crimine di guerra. “Abbiamo ancora ventimila missili e fino ad ora abbiamo usato solo una minima parte dei nostri arsenali”, ha minacciato il leader Hezbollah Nasrallah davanti a un milione di persone urlanti. Il diritto umanitario, questo sconosciuto… – “Cosa ha portato di nuovo Maometto? Solo cose cattive e disumane come la direttiva di diffondere la sua fede per mezzo della spada”. Questa frase, pronunciata da Papa Ratzinger nel contesto di una più ampia citazione finalizzata a condannare l’esportazione della fede religiosa con la violenza, ha provocato lo sdegno in gran parte del mondo islamico. A solo otto mesi dall’ondata di proteste seguite alla pubblicazione da parte di un giornale danese di vignette sul profeta Maometto, la storia si ripete. Già allora, pur individuando nella crescita di un pericoloso Islam fondamentalista la ragione vera di tanta intolleranza, davamo atto di come la religione possa essere, per un musulmano, qualcosa di enormemente più coinvolgente di quanto non lo sia per un cristiano e che, quindi, occorresse tenere presente una diversa sensibilità religiosa. Lo ribadiamo anche oggi. Tuttavia, di fronte ad un’arroganza islamica che non accetta neppure le scuse (anche quando sarebbero sufficienti semplici chiarimenti), che chiede la ritrattazione di affermazioni ritenute “diffamatorie”; di fronte alle manifestazioni di popolo contro gli “infedeli” e le condanne senza appello dei governi arabi “moderati”; di fronte alla benzina che le stesse TV arabe El Arabya e El Jazeera continuano a gettare sul fuoco della protesta occorre mostrare fermezza e riaffermare che la comprensione delle ragioni altrui non può e non deve mai significare sudditanza all’intolleranza, alla imposizione, alle minacce. “Tutto ciò e triste ed inquietante nello stesso tempo”, ha detto Luis Pelatre, vicario apostolico di Istanbul. Perfettamente d’accordo. – “L’Italia è favorevole ad abolire l’embargo sulla vendita della armi alla Cina. L’embargo guarda più al passato che al presente ed è oggi una grande discriminazione”. Così parlò un incauto Romano Prodi durante la sua recente visita ufficiale nel grande Paese. L’embargo, per intenderci, è quello deciso dalla Unione europea dopo i fatti di Piazza Tienanmen e per la sistematica violazione dei diritti umani. Non poteva starsene zitto? Non poteva cogliere l’occasione di differenziarsi dalle precedenti ed analoghe dichiarazioni pronunciate da Berlusconi e da Ciampi? No, evidentemente non poteva. Troppo forti le pressioni delle aziende italiane produttrici, troppo appetibile il mercato cinese, troppo pericolosa la concorrenza di Francia e Germania. A dire il vero, la Cina non avrebbe bisogno di carri armati o di pistole europee, materiale che è già in grado di costruire da sola. Avrebbe bisogno, semmai, di sistemi d’arma tecnologicamente avanzati e di diversificare il suo parco fornitori, attualmente costituito al 95% dalla Russia. Ma il problema, in realtà, è politico: il superamento di quel paletto rappresentato dai diritti umani e la fine dell’embargo costituirebbero finalmente per la Cina la legittimazione internazionale a tutti gli effetti. “L’unione si impegna a che vi siano trasparenza e un più cogente rispetto delle disposizioni che impediscono il commercio delle armi in Paesi che violano i diritti umani o che siano collocati in aree di conflitto …”: così recitava il programma elettorale dell’Unione. Chissà se Prodi se lo ricorda. Primavera silenziosa di Massimo Becchi Navigando lungo il fiume Po e la sua gente Le piogge di metà agosto, oltre a rovinare le feste ai vacanzieri, hanno avuto il merito di permettere la navigazione del Po, non certamente per i grandi carichi, ma per il diportismo sì. Sono partito con un barchino di tre metri e un piccolo fuoribordo da Casale Monferrato, con l’obiettivo, in cinque giorni di arrivare sulle spiagge del Po di Maistra (il ramo verso Venezia). Non volendo fare una cronaca puntuale e precisa elencherò solo i fatti e le suggestioni di chi si trova “solo” in mezzo al fiume che a ben vedere è nel bel mezzo di uno dei bacini più antropizzati ed industrializzati del mondo. Ed è questo uno degli aspetti che ti colpisce maggiormente – non è la prima volta che faccio lunghi percorsi sul fiume – ovvero il trovarti in un paesaggio degno in alcuni tratti di un fiume tropicale, in perfetto silenzio, senza traccia di attività o impronta umana. La solitudine, il seguire il lento snodarsi del fiume e della sua corrente è quello che più resta impresso in chi lo naviga per turismo. Ma chi sono questi intrepidi navigatori? Io non ho incontrato nessuno, eccetto qualche pescatore di siluri, e qualche anziano che si passava qualche ora in barca. Ed era sconfortante, ma anche divertente, agli attracchi vedere l’espressione dei curiosi all’affermazione che ero partito da Casale Monferrato per andare a fare il bagno in mare. Del resto, a posteriori e a ben pensarci, voler scendere il Po è veramente da temerari. La parte alta da Casale Monferrato fino a Pavia (confluenza Ticino) è caratterizzata da un corso pieno di ostacoli, massi e da un regime delle acque torrentizio. È più il tempo passato a remare in 20 centimetri d’acqua che l’uso del fuoribordo, Il grande fiume. con grossi rischi sotto il ponte di Valenza (rischio di lasciarci il barchino per i rottami affioranti del vecchio ponte bombardato durante la seconda guerra mondiale). A Pavia inizia la segnaletica per la navigazione e l’acque che arriva al Po dal Tanaro, Sesia e Ticino gli conferiscono una portata e delle caratteristiche che possiamo definire nostrane. Prima di Piacenza a Castel San Giovanni l’Enel ha ben pensato di costruire uno sbarramento abusivo di traverso al fiume per fare arrivare l’acqua alla sua centrale, con il risultato che si passa in un’apertura di 3-4 metri fra i massi. Ma Piacenza è anche nota per la “solita” Enel che a Isola Serafini ha la sua centrale idroelettrica con la conca di navigazione inagibile da anni e quindi sei costretto a ricaricarti la barca in auto e proseguire su strada per Cremona. Da qui in poi bisogna solo essere pratici degli attracchi, altrimenti resti senza benzina nel bel mezzo di una golena del Po. Molti attracchi si contraddistinguono, infatti, per la mancanza di qualsivoglia traccia di servizio per il “povero” navigante, ovvero sali dall’imbarcadero e ti trovi una panchina ed un tavolo di legno e per quattro chilometri non vedi nessun centro abitato. Ma ormai pratico ho saltato queste amene località per dirigere sui più attrezzati Boretto, S. Benedetto Po e Porto Viro per chiudere a Bocca Sette fra il mare ed il Po di Maistra. Boretto merita una citazione a parte per il porto, quello commerciale, da pochissimi anni terminato. A vederlo da sopra, a parte le erbe che ormai ricoprono il piazzale, non rende l’idea che ha il navigante dal fiume, con una muraglia in cemento armato alta parecchi metri (complice il basso livello delle acque!) che si staglia nel fiume e ti accoglie come un cazzotto allo stomaco. Al di là delle dichiarazioni sul suo futuro utilizzo, mi chiedo chi mai realisticamente trasporterà merci su di un fiume dove si muovono solo qualche draga intenta a trasportare sabbia (le mie compagne di viaggio) e pescatori. Non abbiamo incontrato un solo trasporto merci in cinque giorni e dire che fino a Mantova il Po era navigabile. Ma, ci dicono gli anziani ben informati - e sempre vigile a sedere sulle rive del fiume – che ormai la gente si è disaffezionata al Fiume, la famiglia non viene più sulle spiagge di sabbia bianca come una volta e chi aveva la barca l’ha venduta o portata in secca. Questo spiega la mia solitudine sul Fiume: non esiste un concetto padano e nazionale della navigazioni merci sulle acque interne (i francesi già la praticavano ai tempi di Napoleone e oggi hanno 8000 km di canali navigabili) e le competenze sono frammentate fra una miriade di enti che si rimpallano le responsabilità (Aipo, Autorità di Bacino, Arni, Regioni, Province, Comuni) in un gioco che i cittadini ormai accettano con rassegnazione. E sorprende quando si scopre che non esiste neppure la navigazione turistica, visto che tre su quattro delle motonavi turistiche che facevano il tour fra Venezia e Cremona sono rientrare in nord Europa. Questo mi dicono i canottieri di Cremona (che si allenano spesso sui canali interni cremonesi pur avendo la sede sull’argine del Po) per l’escursione che l’acqua ha in pochi giorni, che rende il fiume simile ad un grosso torrente. Fino a 30-40 anni fa le acque del Po si potevano bere, oggi nessun capofamiglia porterebbe i suoi figli a fare il bagno nel fiume, dove gli scarichi industriale entrano direttamene attraverso grossi tubi. Così fra mancanza di servizi, cultura e volontà politica il Po è diventato il recettore degli scarichi liquidi ed in parte anche solidi padani, un luogo da cui rubare sabbia e prendere acqua, dimenticandosi di cosa ha causato l’urbanizzazione ed il dissesto idrogeologico sulla vita del fiume. Così chi scende – avventurandosi fra un ostacolo e l’altro – non può che prendere atto dell’oblio in cui è caduto il Grande Fiume, dimenticato e non più apprezzato dalla gente e buono solo a dare acque per l’irrigazione o pericoloso per le piene. NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 29 LA FINESTRA SUL CORTILE Attraverso lo specchio di Nicoletta Gemmi contare il coraggio, la solidarietà, che il popolo americano esibì in quei frangenti disperati. “Non è un’opera politica – ha precisato Stone a Venezia dove il film è stato presentato fuori concorso – se mai si può definire sociale, nel senso che esalta la virtù della classe operaia americana, a cui appartengono anche i poliziotti, la sola rimasta a sapere cosa significa la solidarietà umana. Non è di terrorismo che ho voluto parlare, ma della fragilità della vita, di come un evento inaspettato e immensamente tragico ti pone al confine tra la vita e la morte, ti costringe a servirti del coraggio per poterti salvare”. In realtà World Trade Center può essere anche un film altamente politico, dal momento in cui, Dio, Patria e Famiglia sono i baluardi portati in trionfo dal regista di Platoon. Comprensibile che una ferita di tale profondità faccia diventare un po’ ‘reazionari’. Di tutt’altro stile invece è composto lo sconvolgente documentario, della durata di quattro ore, di Spike Lee dedicato alla tragedia di New Orleans dopo il passaggio dell’uragano Katrina. When the leeves brokes, a requiem in four acts (Quando gli argini si ruppero, un requiem in quattro atti) porta nel titolo la tesi sposata da Lee a proposito di quello che è avvenuto in Louisiana. Ha affermato il regista di Inside Man a Venezia: “Bisogna ricordarsi che il vero problema non è stato Katrina. A devastare New Orleans è stata l’acqua causata dalla rottura degli argini, quindi la vera responsabilità è degli ingegneri, del ‘Genio Civile’. Il vero scandalo e il vero motivo per il quale è morta tanta gente sta anche nel fatto che non sono arrivati i soccorsi. Sono arrivati tardi e in maniera assolutamente insufficiente. L’Amministrazione Bush dovrà pagare per questo”. Purtroppo per ora, data la lunghezza del progetto e la sua genesi, il film di Lee è passato solo sul canale Hbo americano e da noi, se va bene, passerà su qualche canale satellitare. Ma esiste sempre il dvd, dove uscirà prossimamente, come pure un’altra serie televisiva politicamente impegnata K-Street (in Italia passa sul canale satellitare Cult), una serie di documentari che George Clooney ha realizzato insieme a Steven Soderbergh. K-Street è una via di Washington, dove le lobby modellano la politica americana, insomma dove centristudio indirizzano e consigliano, a peso quelli della politica. Non mancano Una scena del film Fascisti su Marte di Corradod’oro, Guzzanti. Il cinema è da sempre lo specchio dei tempi. Di quelli passati, futuri ma soprattutto presenti. Un presente ingombrante e terrificante come l’11 settembre 2001 ha richiesto cinque anni di attesa prima di arrivare sugli schermi cinematografici. Ora gli Stati Uniti portano al cinema l’immagine di un paese dominato dalla paura: paure collettive, disastri ecologici, il riscaldamento della terra (Una scomoda verità, documentario con l’ex vice-presidente Al Gore), il cibo inquinato, gli animali torturati, la terra immersa negli escrementi (Fast Food Nation di Richard Linklater di prossima uscita), la bomba atomica, l’esaurirsi del petrolio, la folla, la guerra, le stragi. Su tutte queste angosce, alle quali vanno sommate quelle individuali, domina incancellabile il grande terrore, quello scatenato l’11/09/2001 con l’attacco alle Torri Gemelle a New York. Ora il cinema sta cominciando ad elaborare questo lutto (per la guerra del Vietnam ci sono voluti dieci anni) e sono usciti i primi film dedicati alla tragedia. Il primo (se non si conta il film collettivo intitolato 11/09/01 del 2002) è stato Paul Greengrass, inglese, con United 93, la storia del quarto aereo dirottato l’11 settembre e che avrebbe dovuto schiantarsi sul Pentagono se non fosse che i passeggeri si sono ribellati e hanno evitato che i terroristi raggiungessero l’obiettivo. A costo della loro vita. In seguito, è arrivato sui nostri schermi da poche settimane, World Trade Center di Oliver Stone, la storia vera di due poliziotti del porto di NY che rimasero sotto le macerie della prima torre caduta per 24 ore prima che i soccorsi arrivassero a salvarli. Stone ha preferito partire da una storia chiamiamola ‘marginale’, senza offesa ovviamente, per rac- 30 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 di certo gli scandali e il gioco sporco, tanto che, quelli che hanno visto la serie, hanno detto che Clooney e Soderbergh bastonano il potere peggio di Michael Moore. A proposito di potere, anche l’ultimo film di Paolo Virzì, N (Io e Napoleone), sebbene sotto forma di commedia ha come tema il fascino che il potere esercita anche sui detrattori più implacabili. La storia è quella di Martino, giovane rivoluzionario fortemente antinapoleonico, che si ritroverà a lavorare per l’Imperatore e, nonostante il suo odio, non potrà non rimanere affascinato da questo grande stratega ormai sul viale del tramonto. Il denaro è l’altro vero strumento di potere, ed è il protagonista dell’ultimo film di Francesca Comencini, A casa nostra (dal 3 novembre al cinema). Un film corale, con un grande cast italiano che, spiega la regista, “Gira intorno al tema del denaro e sul fatto che i sentimenti, i desideri, i piaceri ormai siano considerati merce vendibile. Il denaro non è più il motore solo delle nostre vite professionali, ma anche del nostro privato”. La Comencini con il suo piglio da antropologa cineasta, amante del cinema impegnato di grandi registi come Germi e Petri, per A casa nostra ha avuto consulenti di rango come Gianni Barbacetto, giornalista di Diario, tra i massimi esperti di Tangentopoli. Decisamente impegnato, come i precedenti film Amores perros e 21 grammi, l’ultimo film di Alejandro González Iñárritu, Babel (dal 27 ottobre nei cinema), riflessione su come nulla accada per caso e su come le azioni di ognuno di noi si ripercuotano su altri esseri umani. E impegnato anche Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti, straordinario kolossal di fanta-revisionismo, come ama definirlo il suo autore, in cui si raccontano, con lo stile dei cinegiornali dell’epoca, le gesta di un manipolo di Arditi, comandati dal gerarca Barbagli, che nel maggio del 1939 partono alla conquista di Marte, “rosso pianeta bolscevico e traditor”. Fascisti su Marte è l’evoluzione degli episodi tv che facevano parte del programma “Il caso Scafroglia”. L’INFORMAZIONE SANITARIA Le risposte del Prof. Enzo Iori Arriva l’autunno. Si riparlerà senz’altro di vaccinazioni antiinfluenzali. Perché alcuni sono contrari alle vaccinazioni (mi pare anche i Testimoni di Geova, se non sbaglio)? Ma chi non è contrario per motivi religiosi, quali motivazioni fornisce? Grazie per quanto mi saprà dire. Fernando B. L’influenza è una malattia infettiva causa di elevata morbilità ed anche mortalità in tutto il mondo. Le morti attribuibili all’influenza colpiscono persone e portatori di patologie croniche. L’influenza è dovuta a 3 virus: A-B-C (quest’ultimo colpisce raramente l’uomo) e dalle loro varianti; questi virus hanno la instabilità genetica e conseguentemente subiscono mutazioni. Esiste a livello mondiale un sistema di sorveglianza che monitorizza la circolazione dei virus per prevedere di anno in anno i ceppi virali interessato al fine di preparare un vaccino efficace. I virus dell’influenza sono ubiquitari e l’infezione si trasmette per via aerea. La vaccinazione è il mezzo migliore di prevenzione; è efficace nel 70-90% dei vaccinati. Ogni vaccino antiinfluenzale comprende due virus di tipo A e due di tipo B. La protezione si instaura dopo circa 2 settimane dalla vaccinazione. È consigliabile vaccinarsi da metà ottobre a metà novembre, pur rimanendo efficace anche se effettuata successivamente. La vaccinazione viene consigliata alle persone dopo i 65 anni, a chi è affetto da patologie croniche dell’apparato respiratorio (come gli asmatici ed i bronchitici cronici), circolatorio, uropoietico, ematologico, ai diabetici, in chi ha carente produzione di anticorpi, in programma di importanti interventi chirurgici, nel malassorbimento intestinale e nella fibrosi cistica, ai bambini reumatici che assumano prolungatamente acido acetilsalicilico; la vaccinazione è indicata anche al personale sanitario ed a chi lavora in comunità, o ai familiari di soggetti a rischio. Esistono tuttavia diverse controindicazioni alla vaccinazione antiifluenzale, come la iper-sensibilità alle proteine dell’uovo (i ceppi virali vengono cresciuti in embrioni di gallina) o ad altri componenti del vaccino, la presenza di alterata risposta immunitaria, come in seguito a terapie immunosoppressive o nelle malattie autoimmuni in fase attiva, (ad esempio durante una artrite reumatoide riacutizzata); inoltre non va somministrato il vaccino in caso di precedente reazione di ipersensibilità al medesimo o se sono comparsi sintomi neurologici; invece in caso di reazione locale è meglio usare i vaccini subvironici; inoltre la vaccinazione antinfluenzale deve essere rinviata in caso di malattia febbrile in atto, mentre malattie minori delle prime vie aeree non controindicano in modo assoluto la vaccinazione; in gravidanza per maggiore sicurezza si consiglia la somministrazione del vaccino all’inizio del terzo trimestre; importante co- munque la valutazione del rapporto rischio/ beneficio da parte del medico curante; nello stesso modo è da valutare attentamente il rapporto rischio/beneficio nei disordini immunitari; la sieropositività ad HIV non costituisce di per sé una controindicazione alla vaccinazione antiinfluenzale, ma se vi sono bassi valori di linfociti si potrebbe non evocare una risposta anticorpale protettiva. Il vaccino antiinfluenzale è di solito ben tollerato, ma può avere effetti collaterali, come arrossamento gonfiore dolenzia nel punto d’iniezione, sintomi similinfluenzali, reazioni allergiche come orticaria, asma, angioedema (dovuti in genere ad ipersensibilità alle proteine dell’uovo); vengono anche segnalati disturbi neurologici, di cui tuttavia non è accertata la relazione col vaccino. Caro professore, ho 74 anni e soffro di stitichezza. Dopo avere provato molti possibili rimedi (purganti, ecc.) ne ho recentemente adottato uno, suggeritomi non da un medico ma da un amico: da qualche mattina bevo, appena alzata, circa un litro di acqua tiepida. Pochi minuti dopo aver finito vado in bagno e la cosa funziona. Come si spiega la faccenda? Voglio dire, come mai i purganti che prendevo prima non funzionavano e invece della semplice acqua tiepida sì? Sono curiosa di capirci qualcosa. La ringrazio per la risposta. Rachele B. La stitichezza è la difficoltà o incapacità a svuotare regolarmente l’intestino (meno di 2-3 evacuazioni la settimana); le feci sono piccole, dure, difficili da espellere e si può avvertire un senso di svuotamento incompleto del retto. Nel mondo occidentale ne soffre circa il 20% delle persone adulte, con prevalenza delle donne; è un disturbo che si intensifica con l’età. La stitichezza può dipendere da svariate cause, quali scorrette abitudini alimentari (cibi ricchi di calorie e proteine e poveri di fibre, scarsa introduzione di liquidi), stile di vita (mancanza di attività fisica con sedentarietà), stress (l’intestino è infatti molto sensibile a fattori emotivi), terapie farmacologiche. La stitichezza è un disturbo dell’ultimo tratto del tubo digerente; l’intestino è avvolto da fasci muscolari che si muovono ritmicamente e permettono il passaggio del contenuto intestinale fino alla ampolla rettale dove le feci risiedono fino alla loro espulsione. Il tempo medio di transito delle scorie nell’intestino e di 26-34 ore. La motricità del colon è regolata dal sistema nervoso autonomo (simpatico e parasimpatico) e sfugge al controllo della volontà, tranne che nell’ultima fase della espulsione delle feci. I meccanismi che aiutano la progressione delle feci sono di tipo riflesso; in quest’ambito il riflesso gastro-colico produce, in seguito al riempimento dello stomaco, un aumento della attività contrattile del colon con spostamento in avanti delle feci e questo spiega l’impulso ad andare in bagno dopo aver assunto cibi o bevande. I movimenti dell’intestino sono infatti continui, ma diventano più vivaci nelle ore immediatamente successive ai pasti per effetto del riflesso gastro-colico, che facilita dunque la evacuazione nel periodo successivo ad ingestione di cibo o liquidi; ed è per questo motivo che tu, cara Rachele, ottieni una facilitazione al funzionamento intestinale dopo avere bevuto una buona quantità di acqua tiepida. Il momento più favorevole alla evacuazione è dunque quello dopo il pasto o dopo la prima colazione; in tali momenti lavora meglio il riflesso gastro-colico, caratterizzato da un aumento di motilità del colon sinistro in relazione alla distensione gastrica. Ricorda comunque che contro la stipsi è utile assumere alimenti ricchi di fibre (cereali integrali verdura e frutta), bere abbondantemente (almeno 1,5-2 litri di acqua o altri liquidi al giorno), fare un poco di attività fisica quotidiana (anche salire le scale a piedi o una passeggiata), soddisfare lo stimolo dell’evacuazione quando lo si avverte poiché una prolungata permanenza delle feci nell’intestino ne provoca il riassorbimento di acqua e l’indurimento. NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 31 Il tragico destino dei letterati burjati ai tempi della feroce repressione staliniana Negli anni 1937-38 che segnarono il periodo più violento della dittatura staliniana, come successe in tutte le repubbliche dell’Urss, anche in Burjatia1, si scatenò il cosiddetto “terrore di massa” voluto in particolare da Stalin, Molotov e Zdanov, il cui intento era di eliminare con ogni mezzo “quelle forze conservatrici che minavano dall’interno l’esistenza del nuovo stato sovietico”. Nel caso di Burjatia, secondo i comunisti, il pericolo maggiore era costituito dai letterati, i quali vennero accusati di esprimere nelle loro opere idee nazionaliste e borghesi, nettamente contrarie alle ideologie su cui si basava la costituzione sovietica. Così con queste accuse, spesso fondate sul solo sospetto, furono arrestati i migliori rappresentanti della letteratura burjata di quei tempi, molti dei quali dopo un breve processo sommario furono direttamente fucilati o spediti in un qualche gulag in cui si persero le loro tracce. Una prova di ciò l’abbiamo anche leggendo la Storia della letteratura sovietica burjata, edita a Ulan Ude nel 1967, nella quale sono stati dimenticati di proposito, o quando vengono citati appaiono sempre in forma falsata, i nomi di quei tanti poeti, scrittori, filosofi, ecc. che durante la feroce repressione staliniana del 1937-38, furono fucilati o comunque fisicamente eliminati. Molte delle figure di questi letterati appaiono oggi completamente riabilitate, perché ritenuti a loro tempo ingiustamente condannati. Tra i letterati Burjati eliminati nel tragico periodo della repressione staliniana figurano: P. Dambinov (Solbon Tuja) (1892-1938). Poeta, volto a cantare l’antico mondo sciamanico della sua gente, ricco di espressioni animistiche, feticiste e totemiche, attraverso le quali traspare tutto il carattere di questo indomito popolo nomade, tempratosi nella solitudine delle steppe asiatiche, dai sconfinati orizzonti. Per tale motivo egli fu accusato di essere un panmongolista reazionario, quindi un elemento da eliminare. Irolta Dampilon (1898-1938). Scrittore che dal 1934, sino al suo arresto avvenuto nel 1937, era stato presidente degli scrittori burjati. Fu fucilato con l’accusa di cospirare contro il potere sovietico. Agban Dorziev (1854-1938). Filosofo, ˇ 32 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 studioso di religione buddista. Nel 1937 fu arrestato per attività antisovietica, morì in carcere agli inizi del 1938. ˇ Zyben Zamzarano (1878-1938). Critico letterario e noto studioso dl folklore burjato-mongolo. Fu arrestato nel 1937 con l’accusa di appartenere ad un gruppo nazionalista borghese che operava contro lo stato sovietico e per tale motivo fu condannato a cinque anni di carcere, ma dal 1938 non si seppe più nulla di lui. ˆ ˆ Elbeg-Dorzi ˇ Rincino (1888-1937). Poeta e pubblicista. Nel 1917-18, durante la guerra civile, egli vi partecipò sotto l’egida del partito socialista massimalista e dopo la vittoria dei bolscevichi nelle regioni della Siberia orientale fu nominato membro del Comitato rivoluzionario con sede a Cita. Nel 1937, Rincino venne arrestato con l’accusa di svolgere attività antisovietiche e per tale motivo condannato alla fucilazione Nel 1937, il partito comunista burjato, riconoscendo che Rincino fu vittima di false accuse, ne riammise alla memoria la sua figura nel partito. Zydenzal ˇ Dondubon (Z. Don) (18981938). Figura eminente di scrittore, considerato uno dei fondatori della moderna letteratura burjata. Fu arrestato nel 1937 con l’accusa si svolgere attività antisovietica, venne fucilato nel 1938. Essendo egli stato considerato quale un “nemico del popolo”, dopo la sua morte anche i suoi familiari furono perseguita- ti. Infatti, nel 1951 fu arrestato Cingis, uno dei suoi quattro figli, il quale fu spedito in un gulag nella regione del Magadan. Cingis fu liberato nel 1957 a seguito dell’ondata liberatoria promossa da Krusciov. Bato-Dalaj Togmutov (1905-1938). Giornalista e critico letterario, condannato alla fucilazione per attività antisovietica. Riabilitato nel 1957. ˇ ˇ Cojzil-Lhama Bazaron (1876-1938). Poeta, condannato alla fucilazione per attività antisovietica. Nikita Zandanov (1905-1938). Critico letterario, condannato alla fucilazione per attività antisovietica. ˇ Sanzi (1902-1938). Critico letˇ Sirabon terario, condannato alla fucilazione per attività antisovietica. Samandabadra (Bazar Baradin) (18781938). Drammaturgo e romanziere, condannato alla fucilazione per attività antisovietica. La sua figura è stata riabilitata nel 1958. Zigzit ˇ Batozyrenov (1890-1938). Critico letterario e romanziere, condannato alla fucilazione per attività antisovietica. Dondok-Rincen Namzilon (1892-1938). ˇ Poeta e drammaturgo, condannato alla fucilazione per attività antisovietica. La sua figura è stata riabilitata nel 1951. Riccardo Bertani (1) I Burjati sono un popolo di origine mongola la maggior parte dei quali, ai tempi dell’Urss, viveva nell’omonima repubblica Autonoma sovietica dei Burjati. ˇ Amore nella steppa dei Burjati di Zirenzap Sampilov (1893-1952). Reggio che parla... a cura di Glauco Bertani “Signor direttore, dimenticanza? Nessuna dimenticanza, nessuna opera compromessa perché scadono i termini. La notizia non è un notizia” (Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia, dopo un articolo della Gazzetta che accusava il comune di Reggio di aver mandato “all’aria il precedente Prg”) “Nessuna opera pubblica è a rischio, nessun golpe contro il Prg, nessuna dimenticanza, né distrazione. Un allarmismo infondato” (Ugo Ferrari, assessore all’Urbanistica del comune di Reggio Emilia) “I Ds chiedono a tutti gli assessori competenti i necessari chiarimenti” (Franco Corradini, capogruppo Ds Consiglio comunale di Reggio Emilia sulla scadenza dei vincoli previsti dal piano regolatore della città e sulle opere pubbliche a rischio) “I grandi errori della giunta precedente sono stati due. Il primo un’urbanizzazione selvaggia senza pensare di realizzare le infrastrutture (ad esempio le strade) necessarie a sostenerla. […] Invece, com’era accaduto nell’ultimo periodo della scorsa legislatura, anche oggi, gli amministratori sono chiusi alle richieste del consiglio comunale e dei cittadini, e questo è il secondo errore” (Carlo Baldi, Laboratorio Baldi) “Il municipio dovrebbe essere una casa di vetro con le porte aperte ai cittadini. Tutti dovrebbero avere la possibilità di dialogare con gli assessori e il sindaco. Purtroppo tutto ciò non accade nemmeno quando ci sono problemi rilevanti” (Mario Monducci, Gente di Reggio) “Avrei preferito che quei soldi fossero investiti in qualcosa di utile. Lo vedo come un simbolo dell’antidemocrazia” (Carlo Baldi, sulle Vele di Calatrava) “È un’opera faraonica alla vanagloria di chi l’ha voluta. Non discuto il suo immenso valore architettonico ma avrei costruito altri asili nido” (Mario Monducci sulle Vele di Calatrava) “Le persone per bene s’indignano quando vedono che le istituzioni non prendono provvedimenti contro i comportamenti disonesti. Mi riferisco ad esempio al fatto che ormai a Reggio siamo in pochissimi a fare il biglietto dell’autobus ma nessuno dice nulla a chi non lo fa” (Mario Monducci) “Il laboratorio Baldi si è caratterizzato come una lista che voleva ripercorrere le orme di Guazzaloca e Ubaldi con una forte connotazione “antipolitica”. Monducci esprimeva il desiderio di uno sguardo al passato più che la volontà di dare risposta ad una città in forte mutamento. Dalle dichiarazioni di questi giorni colgo soprattutto il loro essere contro singoli progetti ma non vedo idee alternative sulla città. Vedremo” (Franco Corradini, capogruppo Ds consiglio comunale di Reggio Emilia) “Non li temiamo perché il centrosinistra deve temere solo se stesso. Se riusciremo a costruire un progetto forte attorno all’Ulivo che tenga aperto il dialogo con i cittadini non dovremo avere paura di nessuno” (Marco Prandi, capogruppo Margherita consiglio comunale di Reggio Emilia) “Non arriveranno più a prendere il 13 percento dei voti come nel 2004 perché nei prossimi anni la politica ritornerà ai valori che ispirano l’azione dei partiti tradizionali” (Matteo Sassi, capogruppo Prc consiglio comunale di Reggio Emilia) “Questo centrosinistra ha dei problemi. Credo ci sia il tempo per capire quali sono e cercare di risolverli, anche con l’aiuto delle liste civiche” (Matteo Riva capogruppo Pdci consiglio comunale di Reggio Emilia) “Il mio partito non si sente rappresentato in questa maggioranza che non affronta problemi gravi della città come quello della sicurezza. Per ora mi limito a osservare con interesse il dialogo tra Baldi e Monducci in attesa delle decisioni dei vertici del mio partito” (Emiliano Malato, Udeur) “Non mi arrendo: scriverò una lettera ufficiale ai vertici Rai per esprimere tutta la mia disapprovazione per una decisione davvero assurda e penalizzante. Gualtieri è stata censurata dalla Rai […] Non ci si comporta in questo modo, la fiction è stata mandata in onda allo sbaraglio […] Non può essere un caso. La netta sensazione è che dietro alla sospensione della miniserie ci sia ben altro che una questione di Auditel” (Massimiliano Maestri, sindaco di Gualtieri, a proposito della sospensione di Giorni da Leone 2, con Luca Barbareschi) “Il servizio pubblico televisivo deve essere al di sopra e al di fuori di tutte le dispute politiche sul controllo della Rai e delle nomine all’interno dell’Azienda. Dispiace vedere come nei riguardi dell’attore Luca Barbareschi – attore non di centrosinistra – si sia usato un metro di giudizio che penalizza, oltre all’artista, la società Rai e i contribuenti-abbonati, e in più fa cadere pesanti ombre sulla libertà della Rai stessa” (Angelo Alessandri, Lega nord, nell’interrogazione presentata al ministro delle Comunicazioni dopo la sospensione della messa in onda della miniserie Giorni da leone 2) “I tecnici dell’azienda Ausl dopo un sopralluogo hanno riscontrato che non esiste traccia di materiale cancerogeno nelle traversine e che tutto è ampiamente certificato” (Vincenzo Delmonte, sindaco di Cavriago) “Un sindaco non è un tecnico e non può fare altro che attenersi a quanto dichiarato dagli organi competenti, in questo caso l’Ausl di Montecchio” (Vincenzo Delmonte, dopo la smentita dell’Ausl di Montecchio a proposito delle traversine ferroviare Act). “Non c’è assolutamente rischio per i cittadini. Su quelle traversine ci sono stati diversi controlli. Le verifiche effettuate in agosto, sia dall’Act sia dall’Ausl non hanno rilevato nessuno materiale cancerogeno. L’unico problema era l’odore che emanavano, che era molto intenso. […] Non ho fatto l’ordinanza di spostare le traversine solamente perché, ribadisco, ci avevano confermato che non c’era alcun pericolo e abbiamo i documenti che lo testimoniano” (Vincenzo Delmonte, sindaco di Cavriago) “Mi dicono che sono traversine che devono essere installate in quel punto della linea. Tuttavia le indicazioni Ausl e Arpa sono chiare in base a quelle ho deciso l’ordinanza di sgombero” (Sandro Venturelli, sindaco di Bibbiano) “Non si tratta di traversine cancerogene, ma di elementi che possono risultare irritanti per le vie respiratorie. Sono da legno imbevuto di olio di creosoto, che è classificato come elemento cancerogeno” (Gian Luca Giovanardi, direttore del dipartimento di sanità pubblica dell’Ausl) “La Giareda è la festa dei reggiani. È qua che si incontra la Reggio che ha voglia di fare, la Reggio che prega con il suo vescoNOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 33 vo…” (Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia) Delrio sul tema della sicurezza in centrostorico) “Educare significa condurre progressivamente alla scoperta del progetto totale sull’esistenza. Per riuscirci occorre meraviglia, passione, gioia. […] A volte mi chiedo quanti genitori pensano di aver fallito nel compiere il loro compito educativo: rivolgetevi a Gesù e al suo Spirito consolatore” (Adriano Caprioli, vescovo di Reggio Emilia) “Non sono accuse ma solo un richiamo: nelle pieghe della leggi c’è la possibilità di agire in modo diverso. Il mio è un invito alla magistratura giudicante. […] Questo sistema demoralizza e dimostra l’incapacità di arginare il fenomeno della criminalità diffusa” (Gennaro Gallo, questore di Reggio Emilia) “Ero a cena con mia figlia e abbiamo cominciato a parlare di criminalità, lei mi ha detto di avere molta paura specialmente quando passa dai giardini e gli extracomunitari la guardano. Allora a fine cena siamo andati a fare una passeggiata proprio ai giardini, alcuni stranieri le hanno rivolto degli apprezzamenti. Non ha capito che volevano soltanto farle dei complimenti per questo le ho spiegato che è molto più pericoloso chi a bordo di macchine potenti mette a rischio la sua vita e quella degli altri” (Graziano Delrio, nel corso del dibattito sulla sicurezza “Tutta mia la città” a Festa Reggio 2006) “La carenza di sicurezza e la criminalità in aumento in via Roma e ai giardini sono tutte balle. […] Dire che in quelle zone c’è allarme delinquenza non è la verità” (Graziano Delrio, sempre a Festa Reggio) “Per prevenire il crimine non serve avere una questura che ha una carrozzeria di una Ferrari se poi dentro c’è il motore di una Cinquecento” (Luigi Piscopo, ispettore di polizia, segretario Siulp) “Il problema non è così evidente come qualcuno vuole dipingerlo. Ripeto sono tutte storie, sono tutte balle. Reggio non è in mano alla criminalità. […] Se è vero che la città non abbandonata alle bande, è vero anche che in centro storico in questo momento servono più attenzione e più repressione” (Graziano Delrio) “Io ho il realismo di sacerdote e di cittadino reggiano, essendo di Mancasale. Mi sono rifatto alla mia esperienza in America Latina, dove alcuni preti hanno imbracciato il fucile per portare avanti un discorso di cambiamento sociale. Io non lo feci, pur essendo tentato. La Chiesa è un bell’annuncio, ma deve essere sempre attenta all’ambiente in cui è presente e interessarsi ai suoi problemi” (don Franco Ranza, parroco di San Francesco - RE) “Ho chiesto ascolto a nome della gente affinché le decisioni vengano fatte scendere dall’alto. L’ho invitato a costruire un rapporto vero con le persone” (don Franco Lanza dopo l’incontro con Graziano 34 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 “Il mio discorso è stato frainteso, i rapporti con il tribunale sono stati e sono ottimi, con alcuni magistrati c’è perfino amicizia. Del resto i nostri compiti sono diversi, lungi dai noi il ‘richiamare’ o bacchettare i magistrati” (Gennaro Gallo, dopo l’incontro con Roberto Piscopo, presidente del tribunale di Reggio) “Il giudice non può adeguarsi al sentimento popolare più o meno rigido a seconda dei momenti, ma deve applicare la legge” (Roberto Piscopo) “Purtroppo tutto ormai concorre a dire che la sicurezza è in cima ai pensieri dei nostri cittadini e nulla valgono i tentativi negazionisti della realtà e men che meno le sceneggiate del sindaco e del vice sindaco per via Roma a mo’ degli agenti belli ed eleganti di Miami Vice” (Mario Poli, capogruppo comunale Udc a Reggio Emila) “Com’è possibile che le infrazioni e gli ingressi di scooter e auto in centro vengano puniti sistematicamente dai sempre presenti vigili e invece, quando c’è bisogno delle forze dell’ordine per la sicurezza non si trovi nessuno?” (Giulio De Ruggeris e Emanuele Cattabiani, movimento giovanile Laboratorio Baldi per Reggio) “In relazione a ciò volevo solo segnalare che anche nella città degli zar [San Pietroburgo, NdR], dove i parchi sono per antonomasia del “Popolo”, gli stessi sono sempre recintati da cancellate (spesso di assoluto livello artistico) e vengono chiusi la notte, dopo un certo orario)” (Ennio Ferrarini, “reporter” occasionale per “L’Informazione”) “Il Governo sta lavorando a una Finanziaria che sarà incentrata su risanamento, sviluppo ed equità fiscale. Purtroppo ereditiamo una zavorra, il debito pubblico, che ci costringe ad assumerci le nostre responsabilità per restituire competitività al Paese. Non alzeremo l’età pensionabile ma dobbiamo trovare un modo per dare una pensione dignitosa ai tanti giovani che sono sul mercato del lavoro con cnotratti flessibili e atipici” (Maino Marchi, deputato Ds, a FestaReggio 2006) “Pensiamoci un attimo. Tutto quello che noi stiamo concedendo loro, viene concesso a noi nei Paesi islamici? Ci sono gli stessi propositi di apertura?” (don Franco Ranza) “Per gli islamici il discorso del Papa è stato come il cacio sui maccheroni; l’Islam è una religione con la scimitarra, e chi la segue cerca soltanto il bisticcio. […] Con i musulmani [il dialogo] è del tutto inutile, perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire […]. Di moderati nell’Islam non ce ne sono” (don Gaetano Incerti) “La conferenza [programmatica sulla sicurezza, NdR] sarebbe quel colpo di reni che ci vuole per non vanificare gli sforzi e l’impegno dei cittadini” (Marco Eboli, presidente Alleanza nazionale di Reggio Emilia) “I reggiani vivono come minoranza in luoghi dove sono nati. Ma i reggiani hanno la ‘testa quadra’, sono abituati alle sfide e, soprattutto, ad affrontare problemi e difficoltà. […] Le soluzioni non sono le recinzioni, la sfida è più difficile: vogliamo includere e attivare risorse che diventino circoli virtuosi, contro la logica dell’indifferenza e della contrapposizione” (Gina Pedroni, assessore alle Pari opportunità comune di Reggio Emilia) “Cara Pedroni, i Reggiani purtroppo debbono subire questa realtà che voi continuate a favorire e i cui contraccolpi sono solo all’inizio e si acuiranno tanto più continuerete a penalizzare chi la nostra società l’ha costruita e resa modello di vita civile, perché purtroppo per lei e la sua coalizione il punto che fingete di non conoscere è che chi è a Reggio per delinquere se ne stra- marastoni 2006 “Anch’io non mi azzarderei ad andare al parco alle 4 di notte o in altre zone se fossi a piedi” (Laura Salsi, assessore alla Sicurezza del Comune di Reggio) frega delle vostre dissertazioni politicoculturali” (Gabriele Fossa, capogruppo della Lega Nord in Comune) I NOSTRI LUTTI LAURA LUGLI Il 28 agosto è mancata ai suoi cari Laura Lugli in Margini di Rio Saliceto. Ricordandola con affetto a quanti la conobbero, i cognati e le congnate Margini offrono all’Anpi per mantenere vivo il suo ricordo e la sua memoria. FEDERICO FRANZONI (Primavera) II 22 settembre 2006 è mancato all’affetto dei suoi cari il maestro Federico Franzoni Primavera di Scandiano. Aveva 89 anni. Un Uomo schivo, stimato, modesto, di poche parole dedito con passione al lavoro e alla famiglia. Per tanti anni, fino alla pensione, ha insegnato ed educato ragazzi per diverse generazioni. Ma per chi lo ha conosciuto giovane, nei momenti più difficili nella storia del nostro Paese, è stato un personaggio fra i tanti. Sin dal settembre 1943, lo vediamo impegnato con i giovani di San Ruffino, Orio Istelli Bolero, Aldo Ferri, i f.lli Mattioli e Aldo Curti ad organizzare la Resistenza e ospitare in casa propria, correndo grandi rischi, i militari sbandati dopo l’8 settembre 1943, per sfuggire alle grinfie dei tedeschi. Uno di questi è citato in “RS” (la rivista periodica di Istoreco) di alcuni anni fa. Si chiamava Gesualdo Bufalino (ufficiale siciliano di Comiso) capitato malconcio a Scandiano dopo 1’armistizio e ricoverato poi al sanatorio di Scandiano. Scampato alla morte, diventò un noto scrittore e nel suo primo libro Diceria dell’untore parla delle sue vicende scandianesi e in interviste poi, cita sempre 1’amico maestro Federico. Per le sue attività, essendo per Federico diventato pericoloso restare in pianura, sale in montagna inquadrato nella 26a Brig.ta Garibaldi e nella sua scheda di “Partigiano combattente” il nostro Maestro risulta esse- re Intendente di Divisione col grado di Tenente. Dopo la guerra esce il primo libro a Scandiano La Resistenza nella 5° Zona e gli autori sono: Bruno Lorenzelli resp. Cln e primo Sindaco di Scandiano, il Maestro Federico Franzoni e la giovane Prof.ssa. Anna Lucentini. L’Anpi di Scandiano a nome dei resistenti tutti porge le più sentite condoglianze alla moglie Palma, al figlio Luciano e famiglia. La moglie Palma e i familiari ricordando con affetto il loro Federico, ne onorano la memoria con una offerta al “Notiziario Anpi”. Giuseppe Campioli Anpi di Scandiano ALDO ATTOLINI (Tulein) Il 13 agosto, al mattino presto, all’età di 84 anni, se ne è andato in pace con sé stesso e con il mondo, all’ospedale di Correggio. Ha raggiunto, dove vorranno lui e lei, sua moglie Luciana Rossi, in quel posto dal 24 maggio 1993. Aldo ha vissuto una vita piena di onestà e di impegno, politico e sociale. Ha partecipato alla Resistenza partigiana contro il nazifascismo, pur non avendo preso parte ad azioni militari e, nel dopoguerra, ha militato da subito nel Partito comunista italiano che ha seguito nella sua evoluzione politica dopo la caduta del muro di Berlino, prima nel Pds e poi nei Democratici di sinistra. Ha sempre sostenuto, politicamente ed economicamente, il Partito a cui è stato iscritto da sempre, dando il suo convinto contributo con un impegno costante, fino agli ultimi giorni della sua vita, per la buona riuscita delle Feste dell’Unità. Tutti lo ricordano di servizio, alla sua non più giovane età di 84enne, al ristorante del pesce negli ultimi due fine settimana della più recente Festa di luglio 2006. Aldo si è anche distinto, lo scriviamo per seconda ma non per importanza, nella sua attività professionale di pittore-imbianchino-decoratore, sempre improntata al massimo dell’onestà, anche intellettuale, e della correttezza nei rapporti con i colleghi e con i cittadini che hanno commissionato i lavori di tinteggio e decorazione delle proprie case, alla storica Unione pittori di Correggio e successivamente a lui personalmente. Ricordiamo la bellezza e la pregevole esecuzione dei lavori, di particolare rilevanza decorativa, eseguiti nel Teatro comunale Bonifazio Asioli e nello storico edifìcio di proprietà di Vittorio Cottafavi, lungo la strada verso Rio Saliceto. Vogliamo infine ricordare, perché la vita è anche fatta di cose piacevoli, la sua attività sportiva nel mondo del pallone, nella gloriosa Proitalia, che gli aveva affibbiato il nomignolo di “milsa seca”, per la sua instancabile capacità agonistica. E con profondo affetto che la sezione correggese dell’Anpi lo vuole ricordare e porge le più sentite condoglianze ai figli Flavio e Marco, alla nuora Lorenza, al nipote Riccardo ed alla pronipotina Alessia con la mamma Eleonora. Per onorarne la memoria la famiglia ha sottoscritto, insieme a parenti ed amiche e amici, pro “Notiziario”, come il caro Aldo ha sempre fatto. Fabrizio Tavernelli Presidente Anpi Correggio *** In ricordo di Aldo Attolini i nipoti, i cognati e la cugina Ebe offrono pro “Notiziario” Anpi. ANGELO BERTANI Il 14 settembre 2006 dopo anni di sofferenze è venuto a mancare all’affetto dei suoi famigliari e degli amici intimi il Partigiano Angelo Bertani. Stimato impiegato comunale, fu un dei primi giovani a scegliere, nel 1944, la strada della Resistenza. Alla fine delle ostilità lo abbiamo sempre trovato impegnato nell’associazione Anpi e in quella Auser del volontariato. Lo ricorderemo per le eminenti qualità, l’impegno politico e sociale e il senso di altruismo che ha ispirato la sua esistenza. Possa durare a lungo la memoria dell’amico scomparso, in segno di gratitudine e di affetto. Giunga il nostro cordoglio alla moglie Liliana, al figlio Eimo, alla nuora e alle nipoti che con orgoglio spesso ricordava. Anpi di Castelnovo Sotto NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 35 I NOSTRI LUTTI REMO BONAZZI (Andrea) OTELLO SALSI (Gino) Il 22 settembre è deceduto, all’età di 92 anni, Remo Bonazzi, Andrea, partigiano della 76ª Brigata Sap. L’Anpi di Bibbiano ne onora la memoria con un’offerta pro “Notiziario” Anpi. Per un sostegno finanziario al "NOTIZIARIO" Tel. 0522/432991 (solo mattino) Lunedì 28 agosto è deceduto il partigiano Otello Salsi, Gino, di 94 anni. Da tre anni era ospite, con la moglie, della casa di riposo “Il Girasole” di Pieve |Modolena. Con lui se n’è andata una delle più belle figure della Resistenza reggiana. Gino fu tra i primi “ribelli” sul nostro Appennino, nella zona di Cervarezza, dove con Tullio Correggi fornì appoggio ed aiuto ad Aldo Cervi e alla sua squadra nell’autunno del ’43. Nato a Reggio (Villa Cavazzoli) l’11 giugno 1912, dopo l’8 settembre ’43, già collegato al movimento clandestino antifascista, si era rifugiato sull’Appennino dopo essere sfuggito fortunosamente all’arresto . Commissario di distaccamento della 26ª Brigata Garibaldi nella primavera del ’44, ricoprì poi vari ruoli fino a quello di comandante della 144ª. Alla liberazione fu congedato col grado di maggiore. Negli anni del dopoguerra, e fino al pensionamento, lavorò come postelegrafonico in zona montana. Vice sindaco di Busana nel periodo della Ricostruzione democratica, rimase sempre legato agli ideali della Resistenza e all’Anpi. L’Anpi e la nostra redazione rinnovano fraterne condoglianze al figlio prof. Giordano ed alla vedova Bruna Cresci. ANNIVERSARI ALDO BALLABENI (Aldino) 5° ANNIVERSARIO Per il 5° anniversario della morte del Partigiano Aldo Ballabeni Aldino, la moglie Norma e la figlia Fulvia sottoscrivono pro “Notiziario”. ROMEO TAMBURINI (Barba) 3° ANNIVERSARIO Per il 3° anniversario della morte del marito Partigiano Romeo Tamburini, la moglie Vivalda Bondavalli e figli lo ricordano sottoscrivendo pro “Notiziario”. 36 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 WALTER ROZZI (Fritz) 3° ANNIVERSARIO Il 3 settembre ricorreva il 3° anniversario della scomparsa del Partigiano Walter Rozzi Fritz. Lo ricordano con affetto e amore la moglie Enrica Mussini, la figlia Silvia, il genero, i nipoti che, per onorare i suoi ideali, offrono pro “Notiziario”. CESARINO CATELLANI 6° ANNIVERSARIO Il 16 settembre ricorreva il 6° anniversario della morte del Partigiano Cesarino Catellani, apparteneva alla 37a Gap (Gruppi d’azione partigiana). Lo ricordano con amore e rimpianto la moglie Pierina Bisi, e i figli Lina, Giorgio e Stefano, offrendo pro “Notiziario”. SEVERINO MUSSINI 2° ANNIVERSARIO Il 3 ottobre ricorreva il 2° anniversario della scomparsa del Partigiano Severino Mussini di Correggio. Lo ricordano con immutato affetto la moglie Armida, i figli Giuliano e Franco e sottoscrivono pro “Notiziario”. Per ringraziare il “Notiziario Anpi” per l’attenzione e la partecipazione nel ricordare i caduti del 7 luglio 1960, le famiglie Farioli, Franchi, Reverberi, Sezzi e Tondelli sottoscrivono pro “Notiziario”. ANNIVERSARI GIUSEPPE CARRETTI (Dario) 1° ANNIVERSARIO Il 2 ottobre scorso ricorreva il 1° anniversario della morte di Giuseppe Carretti Dario. Le famiglie Carretti e Pioppi lo ricordano con profondo rimpianto offrendo al suo “Notiziario” Anpi. NINO FERRETTI (Grisco) 5° ANNIVERSARIO Il 24 settembre ricorreva il 5° anniversario della morte di Nino Ferretti Grisco di Fabbrico. Il suo impegno politico e sociale, portato avanti sempre in modo semplice ma efficace per le giovani generazioni e per tutti coloro che ne hanno raccolto il testimone. La moglie Edda Gasparini, i figli e i parenti tutti lo ricordano con tanto affetto e sottoscrivono pro “Notiziario”. OLIVIERO CANEPARI (Tom) 14° ANNIVERSARIO Il 26 settembre ricorreva il 14° anniversario della scomparsa del partigiano Oliviero Canepari Tom. La sua vita è stata dedicata al lavoro e ad un impegno profondo per la democrazia nel nostro Paese. Lo ricordano con affetto la moglie Lide Vezzani, la figlia, il figlio e i nipoti che sottoscrivono pro “Notiziario”. GIUSEPPE SASSI (Zor) 6° ANNIVERSARIO Il 5 ottobre scorso ricorreva il 6° anniversario della morte di Giuseppe Sassi Zor, Partigiano combattente e appartenente al reparto di Polizia partigiana. La moglie Olga e i figli, per onorarne la memoria, sottoscrivono pro “Notiziario”. DARIO LUSUARDI (Im) 4° ANNIVERSARIO Il 27 ottobre ricorre il 4° anniversario della scomparsa del Partigiano Dario Lusuardi Im, appartenente alla 144a Brigata Garibaldi La moglie Clara Fregni, il figlio Walter e la nuora Mara lo ricordano con immutato affetto e per onorarne la memoria sottoscrivono pro “Notiziario”. NEDO BORCIANI 6° ANNIVERSARIO Il 5 ottobre scorso ricorreva il 6° anniversario della scomparsa di Nedo Borciani, deportato in Germania, poi segretario della Camera del Lavoro e Sindaco di Fabbrico, dirigente cooperativo e pubblico amministratore. Lo ricordano con immutato affetto la moglie Vanda e i figli Elisabetta, Everardo e Paolo, sottoscrivendo pro “Notiziario”. FERNANDA BONACINI FRANCO SERRI 4°ANNIVERSARIO Nel mese di settembre di 4 anni fa cessavano di vivere a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro i coniugi Serri, lasciando un vuoto incolmabile nella figlia e in tutta la famiglia. Il ricordo e il rimpianto sono sempre vivi. In loro memoria offrono pro “Notiziario”. DINO MACCARI (Aldo) 5° ANNIVERSARIO Nel 5° anniversario della scomparsa del Partigiano Dino Maccari Aldo, la moglie Lolde, i figli e i nipoti lo ricordano con immutato affetto e sottoscrivono pro “Notiziario”. WALTER CERVI (Jago) 2°ANNIVERSARIO Il 28 novembre ricorrere il secondo anniversario della scomparsa del Partigiano Walter Cervi Jago. Nel ricordarlo con immutato affetto, sottoscrivono al “Notiziario” in sua memoria, la moglie Eletta, i figli Katia e Roberto, ed i suoi adorati nipoti Simone, Alice e Giorgia. NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 37 ANNIVERSARI AFRO BOCCALETTI (Tim) 2° ANNIVERSARIO Afro Boccaletti Tim, “Gambino” per gli amici, Partigiano combattente nella 77a Sap e nella 144a Brigata Garibaldi, era nato a Campagnola Emilia nel dicembre 1917, si trasferì negli anni ’55-56 a Fabbrico. È deceduto nel dicembre 2004. Un pensiero, un ricordo dovuto al personaggio coraggioso, intelligente e di grandi sentimenti di amore e di rispetto dell’essere umano. Tim nasce da famiglia contadina (mezzadri) in quel dicembre in cui il padre Vittorio muore nella Grande guerra 1915-18. La madre, Angela Verzellesi, dopo alcuni anni si accompagna con il fratello del marito, Fortunato. Nel 1926, frequenta la scuola elementare senza mai essere bocciato, con profitti lusinghieri, tanto che la famiglia è decisa a fargli continuare gli studi alle scuole superiori. Afro è consapevole del sacrificio della famiglia e si rende conto che la scuola media è appannaggio non dei figli dei mezzadri, braccianti od operai, ma di altre categorie di borghesi benestanti, ecco il suo maggior impegno a vincere ogni anno la borsa di studio per alleggerire la famiglia del sacrificio economico-finanziario. A 17 anni, agli esami di fine anno viene bocciato, non per insufficienza nelle materie di studio, ma perché figlio di mezzadri. Venuto a conoscenza dell’ingiustizia che si commetteva verso di lui, reagì bruscamente nei confronti dei commissari di esami e di conseguenza fu espulso dalla scuola. Conosce lo spettro della disoccupazione, soffre dell’umiliazione ricevuta. Viene chiamato, per brevi periodi, come impiegato presso il municipio. Mantiene, comunque, sempre un buon rapporto con gli amici d’infanzia, cioè con i figli di contadini, degli operai, dei braccianti e con i coetanei vicini di casa, facendo della modestia un suo principio caratteriale. La caduta del fascismo (25 luglio 1943) è anche per lui una soddisfazione come per tanti italiani, ma l’otto settembre ’43 si sente preoccupato vedendo la rapida occupazione dell’esercito nazista di tutti i cen38 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 tri militari più importanti d’Italia, distruggendo senza pietà i focolai di resistenza. Con la nascita della Repubblica sociale italiana (la Repubblica di Salò), il primo pensiero di Afro è quello di fuggire in Svizzera (ma gli mancano i soldi), successivamente pensa di uscire dal gruppo di impiegati comunali chiamati a costruire una mini struttura della Rsi e delle brigate nere locali. Parlandone con suo cugino Galliano Carretta e gli amici di sempre, Renato Bolondi, Lino Battini, Andrea Zavaroni, Vasco Guaitolini ed altri (promotori dell’esercito partigiano), lo convincono a restare e ad assumere la più importante carica, di Segretario comunale, con la rassicurazione che in caso di pericolo sarebbe stato subito portato in salvo. Tim presto si rende conto del grande impegno di responsabilità che ha assunto, con il grande rischio di essere fucilato da una parte o dall’altra. “Osa dire” che dal dicembre 1943 all’ottobre 1944 sono stati per lui i giorni più difficili della sua vita. I documenti più importanti dell’esercito nazifascista, doveva mandarli ai partigiani, così come gli spostamenti militari e far rispettare il bando di reclutamento dell’esercito della Rsi. Ciò significava che chi non si presentava alla chiamata alle armi veniva considerato un disertore o un ribelle e come tale poteva essere ucciso sul posto. Oppure veniva arrestato un famigliare e solo quando si presentava il militare il congiunto veniva rilasciato. Con Afro Boccaletti al presidio non è mai avvenuta alcuna rappresaglia politica o militare. Lo dobbiamo a Lui se tante rappresaglie non sono avvenute. All’interno del presidio inizia, ad un certo punto, la fase del sospetto. Allora, la notte del 7 ottobre ’44 scatta il falso rapimento e la consegna dell’intero presidio al comando partigiano della 77a Brigata Sap “F.lli Manfredi”. La rappresaglia che ne seguì, l’8 ottobre seguente (uccisione dei Battini, Pietro e Silvio, l’incendio della propria casa e di quella dei fratelli Poli e altri) fu per lui un tormento, una sofferenza difficile da superare per lungo tempo. Nei mesi dell’inverno ’44 in montagna gli furono affidati compiti importanti e difficili, sempre risolti nel modo migliore, accattivandosi i compagni. Anche per Afro il dopoliberazione fu un periodo storico di soddisfazioni, ma anche di grande amarezze per la mancanza di una vera democrazia, in cui doveva esserci una vera e reale giustizia civile e militare, così come sognavamo nei lunghi mesi di battaglia per la liberazione del popolo italiano. Tim era persona dai profondi sentimenti umani: il legame affettivo con la madre Angela, con le sorelle Vitalina e Vittorina, con la moglie Lina e il figlio Vittorio. La sua famiglia, infatti, non l’ha mai lasciato solo quando perse la “sua” Lina. Per me un ricordo indimenticabile: le sette rose rosse e una gialla offerte alla moglie Lina per il suo 81° compleanno all’hotel “San Bartolomeo a Mare” di Imperia di fronte a oltre 100 persone. Conosciuto in tempi difficili, ammirato per le sue scelte, dialogo infinito sui grandi temi fino agli ultimi anni. Mai visto una volta arrabbiato, arrogante, offensivo. Il suo grande e forte carattere lo esprimeva in silenzio, con tanto affetto e bontà. Grazie Afro, noi Partigiani e amici siamo orgogliosi di te e non ti dimenticheremo. Gaetano Davolio ANGIOLINO MARGINI (Tempesta) 6° ANNIVERSARIO Il 15 novembre 2006 ricorre il 6° anniversario della scomparsa del partigiano Angiolino Margini, Tempesta. Lo ricordano con immutato affetto la moglie Adolfina, la figlia Luciana, la nuora, il genero, i nipoti e i parenti tutti, offrono a sostegno del “Notiziario”, lo strumento informativo sui valori della Resistenza. AGOSTINO AZZALONI ANNIVERSARIO Nonostante siano passati più di 4 anni da quando ci ha lasciato la mamma Ester, i fratelli Alberto e Alfonsino con l’animo colmo di tristezza lo ricordano con immutato affetto e sperano che la sua immagine rimanga nella mente di quanti lo hanno conosciuto e stimato. A loro si uniscono anche i compagni del direttivo dell’Anpi di San Martino in Rio. OFFERTE IL "NOTIZIARIO ANPI" E' UNA VOCE DELLA RESISTENZA E DELLA DEMOCRAZIA. PER VIVERE HA BISOGNO DEL TUO AIUTO – GLAUCO FERRETTI per ricordare il padre Nino ........ € – RINA CARRETTI in memoria del fratello Giuseppe Carretti “Dario” .............................................................. ” – ENRICA MUSSINI per onorare il marito Walter nel 3° anniversario della morte ....................................... ” – GIOVANNI PIACENTINI a ricordo di Anna Iotti Gibertoni ......................................................................... ” – FAM. ATTOLINI – Correggio in memoria di Aldo Attolini ............................................................................ ” – CASE POPOLARI 25-27-29 Correggio in ricordo di Aldo Attolini ................................................................... ” – ITALINA DIACCI – LINA REDEGHIERI in memoria di Laura Lugli ............................................................ ” – COGNATE e COGNATI MARGINI in ricordo di Laura Lugli Margini ................................................... ” – LIBERO CERVI ............................................................. ” – BRUNO GRULLI e SILVANA POLETTI .................... ” – FAM. ALEOTTI in memoria del partigiano Piero ......... ” – SERGIO CATELLANI .................................................. ” – CLAUDIO MACCARI e fam. a ricordo di Maccari Dino “Aldo” ................................................................... ” – SILVIA CANEPARI ...................................................... ” – Fam. CARRETTI e PIOPPI nel 1°anniversario della morte di Giuseppe Carretti “Dario” ................................ ” – VANDA ANCESCHI coi figli ricorda Nedo Borciani internato in Germania ..................................................... ” – FEDELE TONDELLI in memoria del padre Ermes ...... ” – CLARA FRENI, figlio e nuora onora il marito Dario Lusuardi ................................................................ ” – LIDE VEZZANI in memoria del marito Oliviero Canepari .......................................................................... ” – ILEANA SERRI per ricordare i genitori Franco e Fernanda ...................................................................... ” – FAM. SASSI in memoria del partigiano Giuseppe Sassi “Zor” ..................................................................... ” – LUCIANA FERRARI e fam. in ricordo del marito dr. Riccardo Cocconi ...................................................... ” – ALBERTINA BAGNACANI e fam. in memoria di Renzo Cagossi ............................................................ ” – LILIANA CORRADINI per ricordare Romeo Tamburini ....................................................................... ” – G. MONTANARI, S. LUSUARDI, G. RAZIERI a ricordo di Giuseppe Rinaldini ...................................... ” – ERNESTA NICOLINI in memoria del partigiano Egidio Guerra ................................................................. ” – NERINA ROSSI a sostegno dell’Anpi .......................... ” – RITA DEPAUL – MI – per onorare il marito Giustiniano Bellesia ....................................................... ” – FAM. CESARINO CATELLANI .................................. ” – SEVERINO MUSSINI ................................................... ” – GAUDENZIO MONTANARI – Scandiano .................. ” – G. CARLO MATTIOLI – Scandiano ............................. ” – PALMA FRANZONI e fam. per ricordare Federico ..... ” – MARIA PRANDI ........................................................... ” – ANNA BORSOTTI ........................................................ ” – GRUPPO SVEDESE di Reggio Children per progetto Asilo in Palestina ............................................. ” – VIVALDA BONDAVALLI per onorare il marito Romeo Tamburini ........................................................... ” – GRUPPO DIRIGENTE DELL’A.S.P.P.I: per Asilo in Palestina ............................................................ ” – geom. LOSAPIO per Asilo in Palestina ......................... ” – ANDREA BRAGAZZI per Asilo in Palestina ............... ” – NORMA CATELLANI in memoria del marito Aldo Ballabeni ................................................................ ” 100,00 30,00 20,00 20,00 120,00 110,00 20,00 100,00 25,00 40,00 50,00 1000,00 50,00 20,00 200,00 50,00 100,00 50,00 50,00 100,00 30,00 100,00 200,00 25,00 100,00 20,00 10,00 50,00 50,00 50,00 30,00 20,00 50,00 15,00 25,00 100,00 30,00 – BRUNO FANI per onorare Giuseppe Carretti nel 1° anniversario della scomparsa ..................................... ” – RENZO ZULIANI – Sez. Casalgrande in memoria di tutti i Caduti .......................................................... ” – FRANCHI, FARIOLI, REVERBERI, TONDELLI, SERRI fam. dei Caduti 7/7/1960 .................................... ” – SEZ. CAMPAGNOLA per onorare la memoria di Pietro e Livio Battini ...................................................... ” – SEZ. Campagnola, Novellara, Fabbrico, Rio Saliceto per sostegno .................................................................... ” – NINO BACCARINI per ricordare il partigiano Andrea Zavaroni caduto nel 1944 ............................................... ” – NICOLA BRUGNOLI a sostegno notiziario ................. ” – SEZ.CASALGRANDE sottoscrizione di amici intervenuti a Marzabotto 1°/10 u.s. ................................ ” 20,00 300,00 150,00 70,00 30,00 25,00 50,00 80,00 Ricordo di Ivanno Gandolfi Al momento di chiudere questo numero del “Notiziario”, mi ha colpito la notizia della morte, a 76 anni, di Ivanno Gandolfi. Sulla stampa locale è stato giustamente ricordato da diversi suoi compagni socialisti, sia come militante prima nel Psi poi nello Sdi, sia come affermato commercialista da sempre anche legato al movimento cooperativo. In questa affrettata e breve nota, voglio ripescare un lontano ricordo legato alla mia adolescenza e al mio incontro col rag. Gandolfi, che fu il mio primo “maestro di marxismo”. Eravamo credo nel 1952, avevo sui 14 anni, e, per ragioni varie avendo interrotto le scuole dopo la prima media, lavoravo come fattorino alla Cooperativa muratori Reggio, presidente Ottavio Caleri, segretario il rag. Lidio Fornaciari. Gandolfi, all’epoca poco più che ventenne e neo-ragioniere, veniva negli uffici della Cooperativa per fare pratica in quella professione che poi lo avrebbe legato per sempre alla cooperazione. Nelle pause pranzo io (abitando non lontano dagli uffici di Via Puccini) ritornavo sul posto di lavoro in anticipo mentre Gandolfi, che abitava a Cadelbosco, aveva finito di mangiare un panino e cominciava a sciorinarmi le sue lezioni che più o meno erano iniziate con il marxiano “La storia delle società finora esistite è storia delle lotte di classe”. Il Manifesto insomma, che non avevo ancora letto. Mi ero appassionato alla cosa, e prendevo furiosi appunti che forse giacciono ancora in qualche ripostiglio di casa mia. Quelle lezioni lasciarono comunque il segno e mi fecero maturare curiosità e domande alle quali cercai poi sempre, negli anni, di trovare risposte. Fu anche quell’incontro che contribuì a farmi riprendere gli studi regolari. Ivanno lo persi poi di vista. L’ho ritrovato negli ultimi anni a vari convegni storici o a conferenze su argomenti attinenti alle religioni. Occasioni nelle quali non ho mancato di ricordargli la sua “colpa” di “cattivo maestro”. Ne sorrideva sornione. Spesso stigmatizzava, da agnostico e laico rigoroso, le religioni per la loro – secondo lui – funzione alienante. A volte lo faceva anche brontolando ad alta voce mentre l’oratore stava parlando. Ed io gli davo di gomito per indurlo ad abbassare la voce. Ho però talvolta notato anche la sua amicizia, polemicamente affettuosa, con preti ed esponenti del mondo cattolico. Ai suoi familiari le commosse condoglianze mie personali e quelle dell’Anpi (a.z.) 150,00 50,00 70,00 100,00 NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 - 39 È più dell’una dopo mezzanotte quando Paolo Nori, alla Cavallerizza, gremita in ogni ordine di posti, di giovani e ragazze, finisce la lettura del suo libro: Noi la farem vendetta. Un nuovo e prolungato applauso, con tutti in piedi, lo saluta e manifesta così il suo apprezzamento più caloroso. Di meglio non poteva accadere a conferma del fatto che gli episodi più importanti della storia possono essere rivissuti nel presente, se bene documentati e raccontati. Si, è vero, come più commentatori hanno scritto, che Paolo Nori, per rendere più efficace il suo discorso abbia preso a prestito Kierkegaard, famoso filosofo danese, (a cui accenna più volte), ponendosi in un rapporto di distacco, rispetto ai fatti che racconta e indugiando su tanti particolari del suo tempo, anche di carattere familiare, che hanno fatto spesso sorridere. Ha voluto usare anche un modo di scrivere volutamente “incolto”, lui che certamente incolto non e. e ne ha data anche la spiegazione in due capitoletti, per dire che la lingua degli incolti: “ce l’han solo loro... è come se la creassero lì, sul posto... ogni frase che dicono è come se dovessero fare lo sforzo per scrivere un romanzo... le frasi dei semincolti quando girano bene, ricordano l’ottava dell’Ariosto”. Io considero tutto questo un omaggio sincero a tutti quelli che lui rende protagonisti nel libro e sono tanti, tantissimi: dai familiari ai testimoni di quel processo che fece seguito agli avvenimenti del 7 luglio dei 1960, a coloro che già hanno scritto di quei “fatti”, alle dichiarazioni dei politici, ai partigiani dell’Anpi con i quali si è voluto incontrare e ai tanti dai quali ha raccolto anche solo un sospiro, una parola, un gesto degno di 40 - NOTIZIARIO ANPI - n. 8 - 2006 “Noi farem la vendetta” di Paolo Nori nota. Il racconto di quel che avvenne il 7 Luglio fa sempre da sottofondo alla narrazione delle cose più impensate, anche quando parla delle differenze tra Reggio e Parma, dell’abisso che si è manifestato spesso sul modo di pensare e di agire fra i cittadini delle due province, per esplodere poi, in tutta la sua drammaticità, negli ultimi capitoli con quell’epilogo “Da vento di Luglio”, che è di speranza, con l’affermazione che quelli del 7 Luglio non sono “morti invano”. Noi la farem vendetta, prende lo spunto da una delle canzoni “proletarie” più note e molto popolari fino a qualche anno fa. Una canzone del “futuro”, sostiene Nori, “per rispondere a chi ti fa del male”, ma, aggiunge, la migliore punizione è “guardarlo e pensare che la tua punizione, ed essere quello che sei”. Il libro poi, richiamandosi a Philip Cooke, che ha scritto 7 Luglio 1960: Tambroni e la repressione fallita, con la prefazione di Luciano Canfora, oltre che’Adolfo Pepe, che di quel periodo ha fatto un’analisi storica minuziosa con la Cgil, per giungere alla conclusione che quel momento – come ricorda Nori – fu di reale “svolta” nella politica italiana. Di una svolta che ha consentito di riaffermare tutto il valore della Costituzione italiana che si voleva far dimenticare, disattendendola. Ma purtroppo di quel che accadde in quella storica gior- nata a Reggio Emilia, a Genova e in tante altre località d’Italia non si è fatta ancora piena luce. Rimangono molte ombre: perché tanta feroce reazione? Chi la volle e a quale scopo? Per questo è stata chiesta – com’è ben noto – l’istituzione di una commissione di indagine parlamentare che abbia il valore giuridico di esaminare gli atti riservati della presidenza del Consiglio e del ministro dell’Interno e appurare le responsabilità di quel che accadde. Il libro di Paolo Nori parla chiara e, anche per questo, ritengo che i tanti giovani presenti alla Cavallerizza abbiano saputo apprezzarlo, con tanta emozione e partecipazione nella consapevolezza di dovere stare all’erta indifesa della Costituzione e per chiedere che, dopo quarantasei anni, sia resa giustizia ai caduti di Reggio Emilia come chiedeva insistentemente mamma Delfina. Alessandro Carri