Provincia di Bergamo
Settore Ambiente
Settore Urbanistica e Agricoltura
NOTE DI INDIRIZZO SULL’UTILIZZO
DEL COMPOST E
DEGLI EFFLUENTI ZOOTECNICI
IN AGRICOLTURA
SOMMARIO
PRESENTAZIONE .................................................................................................................. 2
INTRODUZIONE .................................................................................................................. 3
QUADRO NORMATIVO ....................................................................................................... 4
D.G.R. 5868 del 21 novembre 2007 ............................................................................. 5
Zone vulnerabili e non vulnerabili ................................................................................ 5
Dosi di applicazione ..................................................................................................... 6
REFLUO O EFFLUENTE ZOOTECNICO ................................................................................ 8
Uso agronomico degli effluenti di allevamento ........................................................... 13
Lo stoccaggio .............................................................................................................. 13
Tempi e modalità di distribuzione ............................................................................... 15
Quantità in distribuzione ............................................................................................ 16
Tecniche di gestione e trattamento degli effluenti di allevamento ................................ 20
Valorizzazione agroenergetica degli effluenti di allevamento ...................................... 22
Compostaggio degli effluenti di allevamento ............................................................... 24
AMMENDANTE COMPOSTATO O COMPOST DI QUALITÀ .............................................. 25
Modalità, dosi di impiego ed epoca di distribuzione ................................................... 25
Colture erbacee .......................................................................................................... 27
Frutticoltura ................................................................................................................ 27
Tappeti erbosi ornamentali, ricreativi e sportivi ........................................................... 28
Paesaggistica .............................................................................................................. 28
Il risanamento ambientale di siti degradati: la bioremedation ...................................... 28
L’ammendante compostato e il “Green Public Procurement” ...................................... 29
Alcune azioni che permettono di riconoscere ............................................................. 31
un ottimo ammendante compostato ............................................................................ 31
Il programma della rintracciabilità .............................................................................. 33
DIVIETI DI UTILIZZO .......................................................................................................... 35
ADEMPIMENTI AZIENDALI ................................................................................................ 37
CONTROLLO...................................................................................................................... 39
CONTATTI .......................................................................................................................... 40
1
PRESENTAZIONE
Storicamente c’è sempre stata una stretta connessione tra allevamento,
produzione di foraggi e coltivazione dei campi: l’utilizzo delle deiezioni degli
animali forniva il concime necessario per la produzione di un buon raccolto e
il mantenimento della fertilità del suolo.
Con l’agricoltura moderna, l’avvento della concimazione chimica e la
specializzazione degli indirizzi produttivi si è talvolta persa questa connessione, fino ad arrivare ad avere allevamenti “senza terra”. Un ostacolo a questo
“disaccoppiamento” è posto dalla produzione di reflui che, se non valorizzati
a scopo agronomico, diventano un rifiuto da smaltire, con tutti i problemi e i
costi che da ciò derivano. L’utilizzazione agronomica non è tuttavia da considerare solo come una modalità “efficiente ed economica” per “smaltire” i
reflui e nemmeno come una semplice alternativa alla fertilizzazione minerale:
è una forma di concimazione che, se attuata correttamente, tutela il suolo e le
sue caratteristiche biochimiche, fondamentali per garantire le produzioni nel
lungo periodo.
In tempi più recenti si è affermato anche l’utilizzo del compost. Il compost è un ammendante ottenuto dai rifiuti organici. La sua produzione e il suo
utilizzo si collocano nell’ambito delle politiche di attuazione della raccolta
differenziata, recupero, riutilizzo e valorizzazione dei rifiuti organici e delle
biomasse.
Per ottenere il massimo risultato dall’utilizzazione degli effluenti di allevamento e del compost bisogna però conoscerne le caratteristiche, porre
attenzione alle varie fasi di produzione, stoccaggio e distribuzione e calcolare
in modo corretto i quantitativi da distribuire.
Questa guida vuole essere uno strumento utile a fornire agli operatori
del settore e alle autorità locali indicazioni sul corretto impiego e sul migliore
utilizzo in agricoltura dei reflui zootecnici e del compost.
L’Assessore
all’Urbanistica e Agricoltura
Enrico Piccinelli
L’Assessore all’Ambiente
Pietro Romanò
2
INTRODUZIONE
Con questo documento, frutto della collaborazione del Settore Ambiente e
Settore Urbanistica e Agricoltura della Provincia di Bergamo con il Consorzio Italiano Compostatori (CIC) e della partecipazione del Dipartimento ARPA di Bergamo,
si vuole fornire il quadro di riferimento per l’utilizzo agronomico dei reflui zootecnici e del compost.
Si vuole inoltre promuovere l’utilizzo del compost anche nell’ambito del
“Green Public Procurement” (GPP) che rappresenta una modalità di acquisto delle
Pubbliche Amministrazioni che permette di ridurre gli impatti ambientali, legati ai
processi di produzione e di consumo.
3
QUADRO NORMATIVO
Il quadro normativo che regola l’utilizzo agronomico dei reflui zootecnici è piuttosto complesso e negli ultimi anni ha subito notevoli modifiche e aggiornamenti, tutti finalizzati a ridurre l’impatto ambientale delle attività di allevamento e, in particolare, a preservare le acque
dall’inquinamento da nitrati di origine agricola.
La norma che detta il quadro di riferimento e i principi fondamentali è la Direttiva 91/676/CEE,
conosciuta come “Direttiva Nitrati”.
A livello regionale la prima norma organica di settore è stata la L.R. 37/93 “Norme per il trattamento, la maturazione e l’utilizzo dei reflui zootecnici”; successivamente, a seguito dell’emanazione del Decreto Ministeriale del 7 aprile 2006,
la Regione Lombardia ha approvato il “Programma
d’Azione Nitrati” che, più volte integrato e modificato,
è stato approvato da ultimo con D.G.R. 5868 del 21
novembre 2007.
Anche l’utilizzo in agricoltura del compost è soggetto alle disposizioni dettate dal “Programma d’Azione
Nitrati” di cui alla sopra citata D.G.R. 5868 del 21
novembre 2007.
Recentemente è stato approvato il Piano Nazionale
Strategico Nitrati, documento che fornisce un quadro
complessivo delle problematiche connesse all’impatto
Inverno: campi arati dopo la distribuzione
della Direttiva Nitrati ed è orientato a favorire l’uso
autunnale dei reflui zootecnici
efficiente dell’azoto in agricoltura. Il Piano fornisce
anche un utile contributo alla chiarezza del quadro normativo per la gestione integrata degli
effluenti di allevamento e individua diverse tipologie di intervento finalizzate ad adeguare la
gestione aziendale alle restrizioni dettate dalla UE.
Va inoltre ricordato il Codice di Buona Pratica Agricola (CBPA), documento approvato con
Decreto Ministeriale nel 1999 e finalizzato ad ottimizzare la gestione dell’azoto attraverso
l’impiego di corrette pratiche agricole.
Il quadro normativo si integra con le norme nazionali in materia di tutela ambientale (D.Lgs. 3
aprile 2006 n. 152 - Norme in materia ambientale) e in materia di fertilizzanti (D.Lgs. 29 aprile
2010 n. 75 – Riordino e revisione della disciplina in materia di fertilizzanti, a norma dell’articolo 13 della legge 7 luglio 2009, n. 88).
4
D.G.R. 5868 del 21 novembre 2007
Il “Programma d’Azione Nitrati” disciplina i criteri e le norme tecniche generali che le aziende
agricole devono osservare per l’utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento, dei
fertilizzanti azotati, degli ammendanti e, comunque, di tutti gli apporti azotati.
La disciplina si differenzia a seconda che i terreni su cui si effettua l’utilizzo agronomico ricadano o meno in zona vulnerabile ai nitrati.
Zone vulnerabili e non vulnerabili
Il territorio regionale è suddiviso in zone vulnerabili (ZVN) e in zone non vulnerabili all’inquinamento da nitrati, con vincoli di gestione e possibilità di utilizzo diversi.
Ai sensi dell’art. 92 del D.Lgs. 152/2006 si considerano zone vulnerabili all’inquinamento da
nitrati quelle parti di territorio che scaricano direttamente o indirettamente composti azotati
in acque già inquinate (concentrazione di NO3 superiore a 50 mg/l
nelle acque dolci superficiali) o che
potrebbero esserlo in conseguenza
di tali scarichi.
L’individuazione delle zone vulnerabili tiene inoltre conto dei carichi
zootecnici (specie animali allevate,
intensità degli allevamenti e loro
tipologia, tipo dei reflui che ne derivano e modalità di applicazione
Campi con mais
al terreno, coltivazioni e fertilizzazioni in uso) nonché dei fattori ambientali che possono concorrere a determinare uno stato di
contaminazione.
La classificazione del territorio in zone vulnerabili e non vulnerabili attualmente in vigore in
Lombardia è quella definita dalla D.G.R. 3297 del 11 ottobre 2006.
I Comuni classificati come ZVN della provincia di Bergamo sono attualmente 49; i Comuni
della provincia parzialmente vulnerabili (fasce A e B del Piano di Assetto Idrogeologico)
sono 22.
5
PROVINCIA DI BERGAMO - ZONE VULNERABILI (in giallo)
Dosi di applicazione
I limiti quantitativi per la distribuzione a scopo agronomico degli effluenti di allevamento previsti dalla “Direttiva Nitrati” sono pari a:
• 170 kg di azoto/ettaro/anno “al campo” per le zone vulnerabili (il limite d’uso è comprensivo delle deiezioni degli animali al pascolo e degli eventuali fertilizzanti organici
derivanti dagli effluenti di allevamento e dalle acque reflue);
• 340 kg di azoto/ettaro/anno “al campo” per le zone non vulnerabili (il limite d’uso è
comprensivo delle deiezioni degli animali al pascolo).
Tali valori sono al netto delle perdite per volatilizzazione che si verificano nelle fasi di gestione
degli effluenti prima del loro utilizzo agronomico (nei ricoveri, durante le fasi di rimozione,
6
stoccaggio e trattamento), valutate mediamente nel 28% dell’azoto “escreto”, e sono da intendersi come valori medi aziendali.
Va però considerato che, in ogni caso, non si può distribuire più azoto rispetto ai fabbisogni
delle coltivazioni, anche se questo valore risultasse sensibilmente inferiore ai valori sopra citati: ad esempio in un campo coltivato a orzo, con una produzione stimata di 5,5 t/ha di sola
granella, la distribuzione massima coinciderà con l’azoto aspostato dalla coltura, pari a 100
kg di azoto efficiente/ettaro/anno.
Accanto al “limite normativo” esiste quindi un “limite agronomico” che deve essere comunque rispettato. Tale valore è determinato in base al criterio del “bilancio dell’azoto”: gli apporti
azotati complessivi (apportati dalle piogge, provenienti dalla mineralizzazione della sostanza
organica del terreno o dai residui colturali, apportati da fertilizzazioni organiche, da concimi
chimici, ecc.), tenuto conto dell’efficienza di utilizzazione da parte delle colture, non possono
superare le asportazioni delle colture effettuate.
Nelle zone vulnerabili da nitrati il Programma
d’Azione Nitrati stabilisce inoltre:
• per tutti i fertilizzanti e gli ammendanti organici di derivazione non zootecnica (digestato, fertilizzanti azotati e i fanghi di depurazione come normati dal D.Lgs. 92/99) il
limite d’uso agronomico di 340 kg di azoto/
ettaro/anno;
• per quanto riguarda il digestato: se derivante
Box per allevamento suini da ingrasso
dalla fermentazione anaerobica di effluenti
di allevamento, il limite d’uso agronomico di 170 kg di azoto/ettaro/anno; se derivante
dalla fermentazione anaerobica di sola componente vegetale, il limite di 340 kg di azoto/
ettaro/anno.
Nelle zone non vulnerabili da nitrati il Programma d’Azione Nitrati stabilisce invece che il digestato, i fertilizzanti azotati, per entrambi se di origine organica non zootecinica, e i fanghi di
depurazione come normati dal D.Lgs. 92/99 possono essere utilizzati nel rispetto del bilancio
dell’azoto.
A settembre 2009 il Ministero dell’Ambiente ha presentato al Comitato “Nitrati” della Commissione UE richiesta di deroga.
La richiesta riguarda le regioni del bacino padano-veneto e prevede che, rispettando precise
condizioni, nelle zone vulnerabili da nitrati le aziende possano derogare al limite di 170 kg di
azoto/ettaro/anno sino ad un limite massimo di 250-280 kg di azoto/ettaro/anno.
7
REFLUO O EFFLUENTE ZOOTECNICO
Varie definizioni sono state adottate nel tempo dal legislatore per i reflui o effluenti zootecnici. La Legge Regionale 37/93, in modo sintetico e chiaro, denomina come reflui o effluenti i
residui organici di origine zootecnica e vegetale conseguenti all’esercizio dell’attività di allevamento. Il più recente Programma d’Azione Nitrati individua in modo più articolato le tipologie di effluente e dà delle definizioni più specifiche in funzione della specie allevata, delle
modalità di gestione dell’allevamento, delle caratteristiche dell’effluente.
Una prima differenziazione è fatta in base alla “consistenza” fisica dell’effluente, ossia tra:
• “materiali palabili”: letami e assimilati
• “materiali non palabili”: liquame e assimilati
Per palabile o non palabile si intende il materiale in grado o non in grado, se disposto in cumulo su platea, di mantenere la forma geometrica ad esso conferita.
LETAMI: effluenti di allevamento palabili provenienti da allevamenti che utilizzano la lettiera.
Il più diffuso e tradizionalmente conosciuto è il letame proveniente da allevamenti di bovini su
pavimento pieno e con lettiera di paglia, siano le bestie legate o a stabulazione libera.
Sono assimilate ai letami:
• le lettiere esauste di allevamenti avicunicoli (anche in questo caso l’allevamento è praticato su pavimento pieno)
• le deiezioni di avicunicoli rese palabili da processi di disidratazione naturali o artificiali
anche se non mescolate a lettiera
• gli altri tipi di effluente zootecnico sottoposto a trattamento di disidratazione e/o compostaggio
• le frazioni palabili, da destinarsi all’utilizzazione agronomica, frutto di processi di trattamento a cui sono stati sottoposti gli effluenti di allevamento, da soli o in miscela con
biomasse vegetali di origine agricola (es. separazione, centrifugazione).
LIQUAMI: effluenti di allevamento non palabili.
Rappresentano il tipo di refluo attualmente più diffuso perché prodotto dalle moderne tipologie di allevamento. Al fine di contenere i costi di gestione, esse prevedono che gli animali
siano allevati su pavimenti completamente o parzialmente fessurati e che deiezioni, acque di
8
lavaggio e perdite di abbeverata vengono raccolte in fosse sottostanti e da qui veicolate nelle
vasche di stoccaggio. La consistenza del materiale è quindi “liquida”.
Sono assimilati ai liquami:
• i liquidi di sgrondo di materiali palabili in fase di stoccaggio
• i liquidi di sgrondo di “accumuli di letame” (cioè di depositi temporanei di letami idonei
all’impiego effettuati i prossimità o sui terreni destinati all’utilizzazione)
• le deiezioni di avicunicoli con o senza lettiera, se non sufficientemente disidratate
• le frazioni non palabili, da destinarsi all’utilizzazione agronomica, provenienti da processi di trattamento a cui sono stati sottoposti gli effluenti di allevamento da soli o in
miscela con biomasse vegetali di origine agricola (es. separazione, centrifugazione)
• i liquidi di sgrondo dei foraggi insilati
• le acque di lavaggio di strutture, attrezzature, impianti zootecnici se mescolate a liquami
e destinate all’uso agronomico.
La corretta classificazione dell’effluente come materiale palabile o non palabile riveste molta
importanza ai fini della gestione aziendale in quanto la norma prevede modalità e tempi di
stoccaggio, condizioni di utilizzo, vincoli e divieti diversi per le due tipologie.
Un’altra classificazione degli effluenti di allevamento può essere fatta considerando le
caratteristiche chimiche rilevanti dal punto
di vista agronomico, come il tenore in azoto, fosforo e potassio. In questo caso le tipologie riscontrabili sono molto numerose
in quanto molte sono le variabili in gioco:
specie allevata, età dell’animale, indirizzo
produttivo (latte/carne), tipologia di stabulazione, tecniche gestionali.
Bovini: stalla con bufale da latte
Nelle tabelle n.1, 2 e 3 è riportata a solo
titolo esemplificativo la quantità di refluo prodotto e il suo tenore in azoto e fosforo per alcune tipologie di allevamento, in funzione del tipo di stabulazione e dell’età dell’animale (dati
estratti dall’Allegato n. 3 alla D.G.R. 5868/07).
Come si potrà notare, per alcuni tipi di stabulazione si ha produzione contemporanea sia di
letame che di liquame.
9
P2O5 AL CAMPO LIQUAME
(kg/t/anno)
N AL CAMPO TOTALE
(kg/t/anno)
P2O5 AL CAMPO TOTALE
(kg/t/anno)
101
104
101
104
suini
scrofe
(160 - 200 kg)
gestazione in box multiplo
senza corsia di defecazione
esterna - pavimento
parzialmente fessurato
44
101
104
101
suini
scrofe
160 - 200 kg
zona parto su lettiera integrale
(estesa a tutto il box)
0,4
1,1
1,3
suini
scrofe
(160 - 200 kg)
zona parto in gabbie
sopraelevate con fossa di
stoccaggio sottostante e
rimozione a fine ciclo
55
101
104
101
suini
lattonzoli
(7-30 kg)
box a pavimento pieno senza
corsia esterna di defecazione
- lavaggio con acqua ad alta
pressione
73
101
104
101
suini
lattonzoli
(7-30 kg)
box a pavimento parzilamente
fessurato senza corsia esterna
di defecazione
44
101
104
101
suini
lattonzoli
(7-30 kg)
box su lettiera
suini
accrescimento e
ingrasso
(31 -160 kg)
box a pavimento pieno senza
corsia esterna di defecazione
- lavaggio con acqua ad alta
pressione
73
101
suini
accrescimento e
ingrasso
(31 -160 kg)
box senza corsia esterna di
defecazione – pavimento
parzialmente fessurato
44
suini
accrescimento e
ingrasso
(31 -160 kg)
box senza corsia esterna di
defecazione – pavimento
totalmente fessurato
suini
accrescimento e
ingrasso
(31 -160 kg)
box su lettiera integrale
31,2
31,2
99,9
102,7
104
104
104
104
101
104
101
104
101
37
101
104
101
0,4
1,1
1,3
99,9
104
101
101
31,2
101
P2O5 AL CAMPO LETAME
(kg/t/anno)
N**** AL CAMPO***
LIQUAME (kg/t/anno)**
73
N AL CAMPO LETAME
(kg/t/anno)
LIQUAME
(mc/t/anno)*
gestazione in box multiplo
senza corsia di defecazione
esterna - pavimento pieno,
lavaggio ad alta pressione
LETAME
(mc/t/anno)
CATEGORIA
suini
scrofe
(160 - 200 kg)
TIPOLOGIA
STABULAZIONE
SPECIE
TABELLA N. 1 - SUINI
102,7
101
* mc/t/anno: metri cubi di liquame o letame prodotto da una tonnellata di peso vivo allevato in un anno
** kg/t/anno: chilogrammi di azoto (N) o fosforo (P2O5) prodotto da una tonnellata di peso vivo allevato in un anno
*** al campo: ossia calcolato al netto delle perdite durante le fasi di stoccaggio e distribuzione
**** N: si intende il tenore di azoto disponibile al campo, ossia al netto delle perdite di NH3 per emissioni in atmosfera, stimabili intorno al 28%
10
104
N**** AL CAMPO***
LIQUAME (kg/t/anno)**
P2O5 AL CAMPO LIQUAME
(kg/t/anno)
LETAME
(mc/t/anno)
N AL CAMPO LETAME
(kg/t/anno)
stabulazione libera su
lettiera permanente
14,6
62
19,4
45
76
bovini da
latte
vacche da latte
(600 kg)
stabulazione libera su
cuccetta senza paglia
33
138
79
bovini da
latte
vacche da latte
(600 kg)
stabulazione libera su
cuccetta con paglia
(groppa a groppa)
20
85
40,5
bovini da
latte
rimonta vacche da
latte
(300 kg)
stabulazione libera su
cuccetta senza paglia
26
120
79
bovini da
latte
rimonta vacche da
latte
(300 kg)
stabulazione libera su
cuccetta con paglia
(groppa a groppa)
16
61
42,3
13,9
59
bovini da
latte
vitelli
(100 kg)
svezzamento vitelli su
lettiera (0 - 6 mesi)
4
20
6,6
43,7
bovini da
carne
bovini da ingrasso
(12 - 24 mesi)
stabulazione libera con
paglia totale
4
12
8,9
bovini da
carne
bovini da ingrasso
(12 - 24 mesi)
stabulazione libera su
lettiera inclinata
4
12
bovini da
carne
bovini da ingrasso
(6 - 12 mesi)
stabulazione fissa su
lettiera
5
gabbie singole o
bovini da
multiple sopraelevate
vitelli a carne bianca
carne
con lavaggio a bassa
pressione
59,6
138
79
138
79
138
79
120
79
36,7
120
79
100
72,4
120
79
30,6
72
68,1
84
77
7,2
38,8
72
69,8
84
77
18
11
29,9
66
66
84
77
91
67
79
67
79
gabbie singole o
bovini da
multiple su fessurato
vitelli a carne bianca
carne
senza acqua di
lavaggio
27
67
79
67
79
stabulazione fissa con
bovini da
vitelli a carne bianca
paglia
carne
40
12
34,8
67
79
tipologia
stabulazione
P2O5 AL CAMPO TOTALE
(kg/t/anno)
LIQUAME (mc/t/anno)*
vacche da latte
(600 kg)
N AL CAMPO TOTALE
(kg/t/anno)
CATEGORIA
bovini da
latte
P2O5 AL CAMPO LETAME
(kg/t/anno)
SPECIE
TABELLA N. 2 - BOVINI DA LATTE E CARNE
19
50,8
53
55
38,5
44,2
* mc/t/anno: metri cubi di liquame o letame prodotto da una tonnellata di peso vivo allevato in un anno
** kg/t/anno: chilogrammi di azoto (N) o fosforo (P2O5) prodotto da una tonnellata di peso vivo allevato in un anno
*** al campo: ossia calcolato al netto delle perdite durante le fasi di stoccaggio e distribuzione
**** N: si intende il tenore di azoto disponibile al campo, ossia al netto delle perdite di NH3 per emissioni in atmosfera, stimabili intorno al 28%
11
LETAME
(mc/t/anno)
N AL CAMPO LETAME
(kg/t/anno)
P2O5 AL CAMPO LETAME
(kg/t/anno)
N AL CAMPO TOTALE
(kg/t/anno)
P2O5 AL CAMPO TOTALE
(kg/t/anno)
P2O5 AL CAMPO LIQUAME
(kg/t/anno)
N**** AL CAMPO*** LIQUAME (kg/t/
anno)**
LIQUAME (mc/t/anno)*
230
238,5
230
238,5
CATEGORIA
19
SPECIE
TIPOLOGIA
STABULAZIONE
TABELLA N. 3 - AVICOLI
avicoli
galline
ovaiole
in batteria di gabbie con tecniche
di predisidratazione (nastri
ventilati)
avicoli
galline
ovaiole
in batteria di gabbie senza
tecniche di predisidratazione
avicoli
galline
ovaiole
a terra con fessurato (posatoio)
totale o parziale e disidratazione
della pollina nella fossa sottostante
0,15
18
230
avicoli
polli da
carne
a terra con uso di lettiera (numero
cicli/anno 4,5)
1,2
13,5
avicoli
tacchini
a terra con uso di lettiera (maschi numero cicli/anno 2,0)
0,9
avicoli
tacchini
a terra con uso di lettiera (femmine
- numero cicli/anno 3,0)
0,9
0,05
22
230
238,5
230
238,5
238,5
230
238,5
250
319
250
319
15,1
165
319
165
319
15,1
169
319
169
319
* mc/t/anno: metri cubi di liquame o letame prodotto da una tonnellata di peso vivo allevato in un anno
** kg/t/anno: chilogrammi di azoto (N) o fosforo (P2O5) prodotto da una tonnellata di peso vivo allevato in un anno
*** al campo: ossia calcolato al netto delle perdite durante le fasi di stoccaggio e distribuzione
**** N: si intende il tenore di azoto disponibile al campo, ossia al netto delle perdite di NH3 per emissioni in atmosfera, stimabili intorno al 28%
12
Uso agronomico degli effluenti di allevamento
L’uso agronomico è senz’altro il miglior mezzo per valorizzare gli effluenti di allevamento in
quanto, come cita l’art.2 della D.G.R. 5868/07, “con l’utilizzazione agronomica degli effluenti
di allevamento si ottiene il ricircolo della sostanza organica e dei nutrienti in essa contenuti
con effetti ammendanti sul terreno e fertilizzanti sulle colture ed un miglioramento della produttività dei terreni”.
Perché l’impiego agronomico sia efficiente, dia cioè i risultati sperati, e perché non si trasformi
in fonte di inquinamento, è necessario che l’azienda agricola analizzi con attenzione ogni fase
del percorso che il refluo segue per arrivare dalla stalla al campo, passando attraverso la fase
essenziale dello stoccaggio.
Ciascun passaggio deve essere gestito correttamente e il processo complessivo deve
poter essere “governato” al meglio al fine di
ottimizzare la resa in campo.
Lo stoccaggio
La fase di stoccaggio è essenziale in quanto
consente agli effluenti di subire un processo
di stabilizzazione e di essere “conservati” in
modo idoneo garantendo così un loro corretto impiego (periodi stagionali favorevoli,
colture pronte ad utilizzarli).
L’efficienza agronomica nell’utilizzo dei
nutrienti è infatti correlata al periodo di distribuzione: i migliori risultati si riscontrano
distribuendo l’effluente in primavera o comunque in corrispondenza dell’attività vegetativa delle piante.
Vascone con liquami
È quindi fondamentale avere a disposizione
degli stoccaggi adeguati per garantire il rispetto del calendario di distribuzione programmato.
Le strutture di stoccaggio sono differenti a seconda del tipo di refluo, palabile o meno, e della
funzione, se di prima raccolta o di accumulo.
LETAMI: le strutture di stabulazione dove si produce letame sono quelle a pavimento pieno, di
solito con distribuzione di materiale da lettiera (paglia, segatura, etc..) per assorbire i liquidi.
Lo stoccaggio del letame (e più in generale dei materiali palabili) va effettuato su platea, coperta o meno, delimitata da cordolo o muro perimetrale di contenimento con possibilità di
accesso ai mezzi meccanici. La platea deve avere una pavimentazione impermeabile ed essere
13
dotata di strutture di raccolta dei percolati (pozzettone). Il dimensionamento della platea va
fatto garantendo una capacità di stoccaggio non inferiore al volume di letame prodotto in 90
giorni.
Sono considerate utili al fine del calcolo della capacità di stoccaggio le superfici della lettiera
permanente e, nel caso delle galline ovaiole, le “fosse profonde” dei ricoveri a due piani e le
fosse sottostanti i pavimenti fessurati nell’allevamento a terra. In questi casi, se il ciclo di allevamento lo permette, tutto il periodo di stoccaggio può svolgersi nei ricoveri.
Negli altri casi la lettiera viene asportata ad intervalli regolari, in modo da garantire l’igiene
dell’allevamento, pertanto il periodo di stoccaggio deve essere completato in platea; da qui
poi il letame sarà trasportato in campo per l’utilizzo diretto o per un ulteriore fase di stoccaggio
temporaneo, ossia fino a che ne sia possibile la distribuzione.
L’accumulo temporaneo in campo è ammesso solo dopo uno stoccaggio di almeno 90 giorni;
fanno eccezione gli allevamenti avicoli a ciclo produttivo inferiore a 90 giorni, le cui lettiere
possono essere stoccate al termine del ciclo produttivo sottoforma di cumuli in campo.
I cumuli possono permanere in campo per un periodo non superiore a 90 giorni, devono essere dimensionati in relazione alle necessità delle colture praticate sui terreni circostanti e non
possono essere ripetuti nello stesso luogo nell’ambito della medesima annata agraria.
Devono inoltre essere realizzati in modo tale da evitare di essere fonte di inquinamento per la
fuoriuscita di percolati e da garantire le necessarie condizioni microaerobiche all’interno della
massa.
È fatto divieto di realizzare l’accumulo temporaneo di letami a meno di 5 m dalle scoline, a
meno di 30 m dalle sponde dei corpi d’acqua superficiali e a meno di 40 m dalle sponde dei
laghi.
LIQUAMI: questi effluenti non palabili devono necessariamente essere stoccati in vasche.
La produzione di liquame avviene generalmente in allevamenti dove gli animali vengono allevati su pavimento completamente o parzialmente fessurato, al di sotto del quale si trovano le
fosse di raccolta delle deiezioni, delle acque di lavaggio e delle perdite di abbeverata. Dalle
fosse sottogrigliato il refluo viene pompato, o defluisce per gravità, verso le vasche di accumulo. Naturalmente deve essere garantita l’assoluta impermeabilità del fondo e delle pareti di
tutte le vasche e nel dimensionamento, per le vasche senza copertura, deve essere previsto un
franco di sicurezza di 30 cm per le acque piovane incidenti; gli stoccaggi devono inoltre poter
accogliere, ove previsto, anche le eventuali acque di lavaggio delle strutture, degli impianti e
delle attrezzature zootecniche.
È invece necessario prevedere l’esclusione delle acque bianche provenienti da tetti e tettoie
nonché delle acque provenienti da aree non connesse all’allevamento.
Per il dimensionamento delle vasche vanno tenuti in considerazioni vari fattori tra cui la specie
allevata, l’indirizzo produttivo (carne, latte), l’ordinamento colturale (tipo di colture e rotazioni
praticate):
14
• la capacità di stoccaggio non deve essere inferiore al volume prodotto in 180 giorni;
fanno eccezione le aziende di bovini da latte, bufalini, equini e ovicaprini con assetti
colturali che prevedono la presenza di pascoli o prati o erbai e cereali autunno-vernini,
per le quali il volume di stoccaggio minimo deve essere di almeno 120 giorni
• per le aziende che producono almeno 6.000 kg di azoto/anno, nel caso di costruzione di
nuove strutture di stoccaggio o di ampliamento di quelle esistenti, deve essere previsto il
frazionamento dello stoccaggio in almeno due bacini per garantire un più alto livello di
stabilizzazione dei liquami
• eccetto che per le aziende situate in comuni di montagna, nelle strutture di nuova realizzazione, siano esse nuovi allevamenti o ampliamenti, le fosse sottogrigliato non possono
essere considerate utili ai fini del calcolo dei volumi di stoccaggio necessari; tali strutture
devono cioè servire solo per la veicolazione dell’effluente.
Le aziende che producono oltre a liquame anche piccole quantità di letame, possono evitare
di realizzare platee trattando il letame come un effluente non palabile, ossia stoccandolo nelle
vasche di accumulo; in questo caso i tempi di stoccaggio sono equiparati a quelli del liquame.
Tempi e modalità di distribuzione
Tutti i reflui zootecnici possono essere distribuiti solo dopo il periodo minimo di stoccaggio
previsto dalla normativa: i letami vengono sparsi con carri spandiletame di capacità di carico
normalmente variabile tra 3 e 12 tonnellate mentre per i liquami si usano carribotte dotati di
pompe idrauliche centrifughe e capacità di carico variabile tra le 4 e le 30 tonnellate.
In entrambi i casi la tecnologia sta mettendo a disposizione mezzi sempre più capaci per ridurre il numero di viaggi dall’azienda al campo.
Altra modalità di distribuzione è la fertirrigazione, ossia l’applicazione al suolo effettuata mediante l’abbinamento dell’irrigazione
con la fertilizzazione, attraverso l’addizione controllata alle acque di irrigazione di quote più o meno rilevanti
di liquame. La miscela viene poi distribuita utilizzando rotolone e irrigatore
semovente oppure per scorrimento, facendo tracimare il canale adacquatore
in cui si è immesso il liquame.
Gli studi hanno dimostrato che, per migliorare l’efficienza della distribuzione
Carrobotte per la distribuzione del liquame
e ridurre la quantità di perdite per percolazione, va preferita una distribuzione il più a ridosso possibile alla semina, ossia al momento in cui i vegetali coltivati cominceranno ad utilizzare le sostanze distribuite.
15
La normativa vigente vieta gli spandimenti con irrigatori a lunga gittata, la distribuzione da
strada a bordo campo e l’utilizzo di tubazioni o manichette di irrigazione a bocca libera.
È invece consigliato lo spandimento superficiale a bassa pressione associato a interramento
entro le 12 ore o l’iniezione diretta nel suolo.
La distribuzione di refluo in copertura, ottima perché massimizza l’efficienza agronomica
dell’intervento e riduce i rischi di percolazione, presenta problemi tecnici essendo di facile
esecuzione solo nei prati dopo lo sfalcio; la distribuzione in copertura è comunque vietata
nelle tre settimane precedenti lo sfalcio e su coltivazioni in atto destinate direttamente all’alimentazione umana.
In fase di distribuzione va inoltre attentamente considerato l’aspetto relativo alla produzione di
odori, aspetto delicato soprattutto in zone ad elevato grado di urbanizzazione, caso ricorrente
nella pianura bergamasca. La misura più efficace per ridurre l’impatto olfattivo è l’interramento
immediato mediante aratura o altre tecniche di interramento; l’interramento è inoltre efficace
per ridurre l’emissione in atmosfera di ammoniaca.
Va naturalmente evitata la distribuzione in campo di liquami e letami non completamente
maturi, molto più odorigeni.
Quantità in distribuzione
Prima di distribuire i reflui è importante valutare la quantità di effluente che si andrà a spandere in funzione della coltura praticata.
Il quantitativo di azoto (e quindi di effluente) che è possibile distribuire è determinato in base
al metodo del “bilancio azotato”.
Gli apporti azotati derivanti dalle diverse fonti (apporti naturali, disponibilità di azoto derivante da precessioni colturali, fertilizzazioni organiche e chimiche), tenuto conto dell’efficienza
di utilizzo dell’azoto, non devono superare le asportazioni delle colture.
Per ogni coltura effettuata nell’anno si considerano i seguenti apporti azotati:
• azoto atmosferico (10 kg/ettaro/anno);
• azoto proveniente dalla mineralizzazione della sostanza organica del terreno (15 kg/
ettaro/anno per ogni punto percentuale di S.O. del terreno);
• nel caso del letame, la forza vecchia, o disponibilità di azoto frutto della concimazione
dell’anno precedente (calcolata nel 30% dell’azoto distribuito);
• precessione colturale (apporti variabili a seconda della coltura attuata e dei relativi residui lasciti in campo).
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L’efficienza (alta – media – bassa) dell’azoto degli effluenti dipende soprattutto dall’epoca di
distribuzione in relazione alle colture attuate; deve comunque essere garantita a scala aziendale un’efficienza non inferiore ai valori di efficienza “media” definiti dalle tabelle 1/a e 1/b
dell’Allegato 3 alla D.G.R. 5868/07.
Si riporta a titolo esemplificativo la tabella 4 che indica le asportazioni di azoto delle colture
più diffuse nella realtà bergamasca.
A questo dato è stato affiancato un valore indicativo che esprime la quantità (mc/ha) di liquame o letame necessari a soddisfare le esigenze dei vegetali; il tenore in azoto degli effluenti
considerati è relativo ad alcune delle categorie di animali indicate nelle tabelle 1, 2 e 3; si è
considerata un’efficienza media dell’azoto negli effluenti pari al 50% e, per semplicità, non si
è qui tenuto conto delle altre voci del “bilancio azotato” specificate in precedenza.
Indipendentemente dai fabbisogni colturali si ricorda che nelle zone vulnerabili è possibile
distribuire con i reflui zootecnici fino a 170 kg di azoto/ettaro/anno al campo e nelle zone
non vulnerabili fino a 340 kg di azoto/ettaro/anno al campo, pertanto può essere necessario
ricorrere anche alla concimazione chimica (tabella 5).
Nota la quantità di azoto che mediamente è presente in un metro cubo di letame o liquame,
l’efficienza media aziendale degli effluenti distribuiti e i fabbisogni delle singole colture, è
semplice calcolare quanto refluo portare sui vari appezzamenti e a quanti viaggi con carrobotte o spandiletame corrisponde la distribuzione di tali quantitativi.
Circa la densità degli effluenti, quella del liquame è approssimabile a quella dell’acqua (1 mc
= 1 t), mentre la densità del letame maturo è approssimabile a 0,75 t/mc, con variazioni anche
significative in relazione al quantitativo di materiale da lettiera utilizzato.
Per le aziende tenute alla predisposizione del PUA, è possibile attraverso tale documento
individuare per ciascuna Unità Gestionale il quantitativo di prodotto (mc/ha) da spandere in
base al calendario di distribuzione programmato.
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DESCRIZIONE
GRUPPO COLTURA
RESA
(t/ha)
TIPOLOGIA
COLTIVAZIONE
ASPORTAZIONI
AZOTO
(kg/ettaro)
LETAME
BOVINO
(mc/ettaro)
POLLINA
(mc/ettaro)
LIQUAME BOVINO
(mc/ettaro)
LIQUAME SUINO
(mc/ettaro)
TABELLA N. 4
ASPORTAZIONI COLTURE E COPERTURA FABBISOGNI CON SOLI EFFLUENTI
(ipotesi teorica in base al limite “agronomico”)
mais
10
granella
200,00
166
34
96
134
mais
10
granella e stocchi
280,00
234
46
134
186
silomais
60
276,00
230
46
132
184
grano tenero
5
granella
115,00
96
20
54
76
grano tenero
5
granella e paglia
139,00
116
22
66
92
triticale
4,5
granella
81,00
68
14
38
54
triticale
4,5
granella e paglia
118,35
98
20
56
78
orzo
5,5
granella
99,00
82
16
48
66
orzo
5,5
granella e paglia
121,55
102
20
58
82
erba medica (*)
10
248,00
0
0
0
0
prato stabile
4
impianto
78,80
66
14
38
52
prato stabile
6
produzione
118,20
98
20
56
78
erbaio di graminacee
8
loglio fieno
208,00
174
34
100
138
Tipologie di refluo utilizzate per il calcolo:
letame bovino prodotto da bovini da ingrasso a stabulazione libera su paglia totale: 2,4 kg N/mc letame
pollina prodotta da galline ovaiole in gabbie con tecniche di predisidratazione: 12,1 kg N/mc pollina
liquame bovino prodotto da vacche da latte a stabulazione libera con cuccette senza paglia: 4,2 kg N/mc liquame
liquame suino prodotto da suini da ingrasso in box multiplo su pavimento fessurato: 3,0 kg N/mc liquame
efficienza media dell’azoto considerata: 50%
(*) nei casi in cui se ne verifichi la necessità è possibile ricorrere alla fertilizzazione, con esclusione del primo anno
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ZVN
ZO
ZVN
ZO
ZVN
LIQUAME SUINO
(mc/ettaro)
LIQUAME BOVINO
(mc/ettaro)
POLLINA
(mc/ettaro)
LETAME
BOVINO
(mc/ettaro)
ASPORTAZIONI
AZOTO
(kg/ettaro)
TIPOLOGIA
COLTIVAZIONE
DESCRIZIONE
GRUPPO COLTURA
TABELLA N. 5
ASPORTAZIONI COLTURE E QUANTITATIVO DI EFFLUENTI DISTRIBUIBILE
(limite “normativo” vincolante)
ZO ZVN ZO
mais
granella
200,00
71
142
14
28
40
80
56
112
mais
granella e stocchi
280,00
71
142
14
28
40
80
56
112
276,00
71
142
14
28
40
80
56
112
silomais
grano tenero
granella
115,00
71
142
14
28
40
80
56
112
grano tenero
granella e paglia
139,00
71
142
14
28
40
80
56
112
triticale
granella
81,00
71
142
14
28
40
80
56
112
triticale
granella e paglia
118,35
71
142
14
28
40
80
56
112
orzo
granella
99,00
71
142
14
28
40
80
56
112
orzo
granella e paglia
121,55
71
142
14
28
40
80
56
112
248,00
71
142
14
28
40
80
56
112
erba medica (*)
prato stabile
impianto
78,80
71
142
14
28
40
80
56
112
prato stabile
produzione
118,20
71
142
14
28
40
80
56
112
erbaio di
graminacee
loglio fieno
208,00
71
142
14
28
40
80
56
112
Tipologie di refluo utilizzate per il calcolo:
letame bovino prodotto da bovini da ingrasso a stabulazione libera su paglia totale: 2,4 kg N/mc letame
pollina prodotta da galline ovaiole in gabbie con tecniche di predisidratazione: 12,1 kg N/mc pollina
liquame bovino prodotto da vacche da latte a stabulazione libera con cuccette senza paglia: 4,2 kg N/mc liquame
liquame suino prodotto da suini da ingrasso in box multiplo su pavimento fessurato: 3,0 kg N/mc liquame
(*) nei casi in cui se ne verifichi la necessità è possibile ricorrere alla fertilizzazione, con esclusione del primo anno
ZVN: zona vulnerabile da nitrati (max 170 kg N/ha/anno)
ZO: zona ordinaria (non vulnerabile da nitrati : max 340 kg N/ha/anno )
19
Tecniche di gestione e trattamento degli effluenti di allevamento
Il quadro delineato dal “Programma di azione nitrati” impone la valutazione di modelli gestionali e di soluzioni tecnologiche che consentano di affrontare l’adeguamento alle normative,
mantenendo nel contempo la sostenibilità economica delle aziende.
Tale esigenza è evidente soprattutto
nelle aree in cui molte aziende si trovano a dover gestire un esubero di reflui rispetto alla possibilità di una loro
idonea utilizzazione agronomica.
Situazioni critiche si evidenziano in
particolare in ambiti territoriali in cui
l’evoluzione strutturale delle aziende e del comparto zootecnico nel suo
complesso hanno portato ad una forte
concentrazione di allevamenti a lato di
Cumulo temporaneo di letame non a norma
una progressiva riduzione di territorio
agricolo disponibile, soprattutto a causa della diffusa urbanizzazione.
Le possibili strategie d’intervento per gestire questa situazione, senza dover ricorrere alla riduzione dei capi allevati, passano attraverso:
• l’adozione di tecniche gestionali mirate al contenimento dell’azoto negli effluenti,
• l’individuazione di nuovi terreni su cui poter distribuire a scopo agronomico i reflui zootecnici, soluzione cui si accompagnano i costi gestionali dovuti al trasporto del materiale
anche ad elevate distanze,
• la riduzione del tenore di azoto nei reflui, utilizzando i trattamenti biologici e/o fisicochimici oggi disponibili.
RAZIONE ALIMENTARE: intervenendo sulla razione proteica fornita agli animali è possibile
ridurre l’azoto escreto; le proteine distribuite in eccesso rispetto ai limiti fisiologici di assimilazione dell’animale vengono infatti eliminate attraverso le deiezioni, aumentando il loro tenore
di azoto.
Va quindi attentamente valutata la razione alimentare, calcolandone con attenzione tutte le
componenti per ottimizzarla.
TRATTAMENTI a cui sottoporre i reflui zootecnici, in particolare il liquame, per razionalizzarne la gestione o per ridurne il tenore di azoto. Si riportano di seguito i principali trattamenti
finalizzati ad ottimizzare la gestione degli effluenti di allevamento.
• SEPARAZIONE SOLIDO-LIQUIDO: il trattamento adotta tecniche per la rimozione delle
particelle di diversa granulometria sospese nell’effluente in modo da rendere sia la com-
20
ponente liquida che la frazione solida più facili da gestire; in particolare la componente
separata palabile può essere trasportata in modo più agevole.
• RIMOZIONE BIOLOGICA DELL’AZOTO (NITRO-DENITRO): è un trattamento che consente di abbattere l’azoto contenuto negli effluenti, liberando in atmosfera fino al 70-80%
dell’azoto in ingresso all’impianto. Percentuali di rendimento anche maggiori si possono
attenere in relazione all’obiettivo che si intende raggiungere: dalla semplice riduzione, più
o meno spinta, del carico organico e azotato, fino alla depurazione completa con possibilità di scarico in acque superficiali. In sintesi il processo necessita di due fasi: la prima,
detta di nitrificazione, avviene in ambiente aerobico ad opera di batteri che trasformano
l’ammoniaca (NH4), forma in cui l’azoto è principalmente presente nei reflui, dapprima
in nitriti (NO2) e poi in nitrati (NO3); nella seconda fase i nitrati vengono trasformati, ad
opera di altri batteri che operano in ambiente anaerobico, in azoto molecolare (N2) che
si disperde in atmosfera. La realizzazione di questi impianti (costituiti da più vasche,
pompe idrauliche, agitatori, aereatori, etc…) è però costosa e la loro gestione necessita
di personale specializzato e di un controllo costante di tutte le fasi. Un’interessante applicazione di questa tecnologia è costituita dai reattori SBR (Sequencing Batch Reactors)
che consentono il trattamento biologico a flusso discontinuo. Sono impianti costituiti
generalmente da uno o due bacini in cui hanno luogo i processi di ossidazione biologica
e di sedimentazione; le fasi del processo sono condotte in tempi diversi, variando ciclicamente le condizioni operative dell’impianto. Un altro aspetto da considerare adottando
sistemi biologici di trattamento è la possibile presenza di antibiotici negli effluenti da
trattare. Gli antibiotici, forniti agli animali in alcune fasi del ciclo di allevamento, se in
eccesso, vengono infatti eliminati attraverso le deiezioni; quando queste giungono alle
vasche di trattamento, il farmaco agisce sui batteri che dovrebbero depurare il refluo,
con conseguente mancata efficienza del processo. Infine anche le condizioni climatiche
(troppo caldo o troppo freddo) possono influire sul buon funzionamento dell’impianto di
trattamento: è quindi fondamentale un attento e continuo
monitoraggio delle condizioni operative.
• STRIPPAGGIO: è una tecnica
che consente un trattamento
conservativo dell’azoto che
viene separato, concentrato e può essere facilmente
trasportato e utilizzato fuori
dell’azienda. Si tratta di un
Distribuzione localizzata di digestato in copertura su mais
21
processo chimico che si basa sull’aggiunta ai reflui di soda caustica, fino a portare il
pH a valori di 11-11,5. In queste condizioni l’ammoniaca, che è debolmente basica, si
trasforma in gas; questo viene poi convogliato e messo in contatto con una soluzione di
acido solforico. Si ottiene quindi del solfato ammonico liquido o, per precipitazione, del
sale ammonico. L’abbattimento del tenore di azoto con la tecnica dello strippaggio varia
tra il 60 e l’80% circa, perché nitrati e composti azotati organici non vengono coinvolti
nella reazione. La tecnica è consolidata dal punto di vista del processo in quanto ampiamente utilizzata in altri settori; non è ancora pienamente sperimentata per il trattamento
degli effluenti di allevamento.
• FITODEPURAZIONE: è un sistema di depurazione naturale che utilizza la capacità di
specifiche essenze vegetali di assorbire elementi nutritivi. Il sistema, che può presentare
diverse varianti applicative, prevede sostanzialmente la realizzazione di una laguna interrata e impermeabilizzata, al cui interno si deposita uno strato di circa 70-75
cm di ghiaia o altro materiale inerte di
diversa granulometria, in cui vengono
monte della laguna va realizzata una
fossa settica tipo Imhoff e un pozzetto
filtrante, mentre messe a dimora delle
specie vegetali macrofite, solitamente
Phragmites Australis e la Typha latifolia. Il processo depurativo passa attraverso l’attività radicale dei vegetali e
quella microbica di ingenti colonie di
Particolare dei solchi di distribuzione
batteri che si sviluppano all’interno del
substrato. A valle deve essere previsto
un pozzetto collettore per il deflusso delle acque depurate. Le acque possono essere riutilizzate come acque non potabili o, se i parametri analitici delle stesse garantiscono il
rispetto dei limiti normativi, possono essere immesse in corso idrico superficiale. I pregi
di questa metodologia sono i bassi costi di gestione, una manutenzione semplice, la
mancata produzione di fanghi e odori, il basso impatto ambientale; il principale svantaggio è che l’installazione richiede spazi considerevoli, pertanto la fitodepurazione si
adatta bene solo a piccole utenze e ad allevamenti di ridotte dimensioni.
VALORIZZAZIONE AGROENERGETICA DEGLI EFFLUENTI DI ALLEVAMENTO
Gli impianti di digestione anaerobica con produzione di biogas, anche se non hanno un effetto
diretto sul contenuto di azoto dei liquami, possono costituire un elemento importante nella
gestione dei reflui zootecnici.
22
All’uscita dall’impianto di digestione gli effluenti risultano stabilizzati, la formazione di odori è notevolmente ridotta, l’azoto ha subito un
processo di mineralizzazione ed è
presente prevalentemente in forma
ammoniacale, più prontamente utilizzabile.
La produzione di energia da fonte rinnovabile costituisce l’altro
aspetto che rende interessante e di
Ovini al pascolo: forme di agricoltura estensiva riducono il
sempre maggior attualità la digeproblema dei nitrati
stione anaerobica degli effluenti di
allevamento, in quanto fonte integrativa di reddito per l’azienda agricola.
Per ottenere energia si sfrutta l’attività biologica di microrganismi (batteri) che porta alla produzione del biogas, composto principalmente da metano (dal 50 all’80% a seconda della natura
del materiale utilizzato) e anidride carbonica. Il biogas poi può venire utilizzato direttamente
come combustibile per riscaldamento o per produrre energia elettrica attraverso gruppi elettrogeni azionati da motori a scoppio.
Il processo prevede che il refluo, generalmente dopo aver subito un trattamento di separazione
solido-liquido, venga immesso in appositi silos ove avviene la digestione; per aumentare l’efficienza del processo possono essere aggiunte al liquame altre componenti (colture energetiche
come il mais o il sorgo, residui vegetali quali paglia, altre biomasse di diversa natura).
Al termine del processo, il digestato, nel rispetto delle specifiche norme che ne disciplinano
l’impiego, può venire utilizzato a scopo agronomico nei campi, non avendo perso nessuna
delle proprietà fertilizzanti ed essendo anzi un prodotto migliorato dal punto di vista della
gestione agronomica.
Come già detto, il processo di digestione non abbatte il tenore di azoto: va anzi evidenziato
che l’utilizzo di biomasse aggiunte può determinare un aumento del quantitativo di azoto finale che deve poter essere gestito nel rispetto dei limiti normativi.
Molto interessante l’utilizzo di impianti combinati per la rimozione dell’azoto e la produzione
di energia, in grado di contenere i costi di gestione per i processi di abbattimento dell’azoto.
La realizzazione di questi impianti deve comunque essere sempre valutata attentamente, sia
per l’impegno tecnico della gestione (necessità di professionalità specifiche, monitoraggio e
manutenzione costanti), sia dal punto di vista economico.
Per questi motivi, nel caso di aziende che non siano di dimensioni sufficienti o non abbaino
sufficiente capacità economica, diventa interessante valutare la possibilità aderire ad impianti
consortili di trattamento.
23
COMPOSTAGGIO DEGLI EFFLUENTI DI ALLEVAMENTO
Tra i trattamenti possibili sugli effluenti di allevamento vi è il compostaggio, processo che si
realizza attraverso la degradazione biologica o bio-ossidazione (digestione aerobica) del substrato.
Il prodotto finale viene tipicamente valorizzato come ammendante organico che può essere
immesso sul mercato dei fertilizzanti.
Più diffusamente utilizzato per la gestione dei reflui palabili o delle frazioni solide del separato solido-liquido, il processo di compostaggio può essere applicato anche ad effluenti non
palabili, attraverso processi che prevedono la miscelazione ai liquami di materiale legnocellulosico.
La corretta conduzione del trattamento richiede adeguate soluzioni impiantistiche, opportuna
scelta dei substrati da miscelare all’effluente e corretta valutazione del quantitativo necessario,
adeguata durata del processo di trattamento.
24
AMMENDANTE COMPOSTATO O COMPOST DI QUALITÀ
L’art. 183 del D.Lgs. 3 aprile 2006 n. 152 definisce:
t) compost da rifiuti: prodotto ottenuto dal compostaggio della frazione organica dei rifiuti urbani nel rispetto di apposite norme tecniche finalizzate a definirne contenuti e usi compatibili
con la tutela ambientale e sanitaria e, in particolare, a definirne i gradi di qualità;
u) compost di qualità: prodotto, ottenuto dal compostaggio di rifiuti organici raccolti separatamente, che rispetti i requisiti e le caratteristiche stabilite dall’allegato 2 del decreto legislativo
n. 217 del 2006 e successive modifiche e integrazioni (oggi decreto legislativo n. 75 del
2010).
L’allegato 2 del D.Lgs. 29 aprile 2010 n. 75
Riordino e revisione della disciplina in materia
di fertilizzanti, anorma dell’articolo 13 della
legge 7 luglio 2009, n. 88 è relativo agli ammendanti: “materiali da aggiungere al suolo
in situ, principalmente per conservarne o migliorarne le caratteristiche fisiche e/o l’attività
biologica”.
La legislazione individua tra gli ammendanti
i seguenti prodotti:
• Ammendante compostato verde (ACV): prodotto ottenuto attraverso un processo controllato di trasformazione e stabilizzazione di rifiuti organici che possono essere costituiti da
scarti di manutenzione del verde ornamentale, altri materiali vegetali come sanse vergini
(disoleate o meno) od esauste, residui delle colture, altri rifiuti di origine vegetale.
• Ammendante compostato misto (ACM): prodotto ottenuto attraverso un processo controllato di trasformazione e stabilizzazione di rifiuti organici che possono essere costituiti dalla frazione organica degli RSU proveniente da raccolta differenziata, da rifiuti di
origine animale compresi liquami zootecnici, da rifiuti di attività agro-industriali e da
lavorazione del legno e del tessile naturale non trattati, da reflui e fanghi, nonché dalle
matrici previste per l’ammendante compostato verde.
Modalità, dosi di impiego ed epoca di distribuzione
L’ammendante può essere impiegato nelle colture cerealicole-foraggere, in orticoltura, in frutticoltura ed in generale nelle colture in pieno campo; tuttavia alcune caratteristiche determinano la possibilità di impiego più ampio. Se si prevede l’impiego nel settore florovivaisico
(giardinaggio, colture in vaso, ecc.), come per qualsiasi ammendante ricco in elementi nutritivi, non è consigliabile l’utilizzo in purezza e a diretto contatto con le radici o con i semi, ma
25
è preferibile mescolarlo con adeguate quantità di
substrato, come terricci, torba, sabbia o semplicemente terreno.
In generale per tutte le colture erbacee in pieno
campo ed in orticoltura le dosi consigliate si aggirano sui 15-25 t/ha (150-250 q/ha); nella seguente
tabella è indicato l’apporto in nutrienti in relazione alle dosi di un ammendante tipico con caratteristiche medie posto a confronto con l’apporto di
una media letamazione.
APPORTI NUTRITIVI CON 10 Q.LI DI COMPOST E DI LETAME
Acqua
(kg/t)
Sost. secca
(Kg/t)
Sost.
organica
(Kg/t)
Azoto
(Kg/t)
Fosforo
(Kg P2O5/t)
Potassio
(Kg K2O/t)
Letame vaccino
750
250
192
5,5
6,6
6,0
Compost da
scarti verdi
500
500
220
5,5
2,5
2
Compost da
scarti alimentari
500
500
250
9
7
6,5
Compost da
fanghi
500
500
245
9
10,5
3,5
Per quanto riguarda l’epoca di distribuzione sul terreno è stato osservato che sulle colture si
ottengono i migliori risultati con distribuzione del compost alle dosi consigliate prima della
semina, alla fine dell’inverno, procedendo subito dopo con l’aratura (vangatura, fresatura) per
incorporare l’ammendante al terreno ed evitare le perdite di elementi nutritivi cui seguono le
lavorazioni di affinamento e la preparazione del letto di semina. Le dosi indicate corrispondono (dato che il compost contiene meno acqua del letame) ad un apporto di 250-350 q/ha di
letame; dunque, in termini di apporto in nutrienti, l’impiego di compost alle dosi consigliate
corrisponde ad una buona letamazione: in considerazione dell’alto contenuto in fosforo, in
caso di impiego del compost, non sono generalmente necessarie integrazioni con concimi
fosfatici, mentre è consigliabile solo un limitato apporto aggiuntivo di potassio per colture con
elevato asporto di tale elemento.
La distribuzione in campo va effettuata con anticipo rispetto alla messa a dimora dell’impianto
o all’inizio della stagione vegetativa della coltura. L’ammendante deve, inoltre, essere mescolato uniformemente con lo strato utile del terreno durante le lavorazioni.
26
COLTURE ERBACEE
Principali benefici del compost di qualità:
•
•
•
•
•
migliore lavorabilità del terreno;
maggior ritenzione idrica in suoli leggeri;
maggior porosità e permeabilità in suoli argillosi;
fissazione e rilascio lento e graduale degli elementi nutritivi.
positivi effetti agroambientali (contribuisce a prevenire la desertificazione e l’erosione
del suolo, favorisce la fissazione temporanea di carbonio a livello del suolo);
• effetti repressivi sull’insorgenza di marciumi di radice e colletto;
• apporto al suolo di meso e microelementi utili alla vita vegetale;
• diminuzione del contenuto di nitrati nelle foglie di ortaggi destinati al consumo fresco.
Coltura praticata
Dose media
di compost di qualità
Tecnica di applicazione
Colture da rinnovo
150-250 q.li/ha
in presemina alla lavorazione principale
Foraggere avvicendate
150-200 q.li/ha
in presemina alla lavorazione principale
Orticole
150-200 q.li/ha
in presemina o pre-trapianto alla lavorazione
principale
Cereali autunno vernini*
100-150 t/ha
in presemina alla lavorazione principale
*I cereali autunno-vernini hanno in generale una limitata propensione a valorizzare l’apporto di sostanza organica
Per l’azoto gli apporti sono praticamente uguali a quelli adottati con l’uso del letame e quindi,
non vanno modificate le integrazioni con concimi minerali azotati; mentre non sono necessarie integrazioni con concimi fosfatici e potassici, tranne quelle normalmente somministrate in
modo localizzato, vicino alle radici, per favorire le prime fasi di sviluppo delle piantine.
FRUTTICOLTURA
L’uso del prodotto è particolarmente utile in fase di impianto di un frutteto o di singole piante
da frutto: sono consigliate dosi di 350 q/ha di ammendante di cui l’85-90% su tutta la superficie prima delle lavorazioni profonde (scasso, aratura) ed il 10-15% mescolato con il terreno,
localizzato nelle buche nella messa a dimora delle piante.
In frutti-viticoltura, contemporaneamente alla distribuzione a spaglio dell’ammendante è necessaria un’integrazione con 100 kg/ha di fosforo, (per es. integrati con 5 q/ha di perfosfato
minerale e 12 q/ha di solfato potassico); nei frutteti familiari è interessante la cenere come
integratore potassico (300 g/mq).
Negli anni successivi a quello di impianto, l’ammendante può essere usato come pacciamante
per limitare lo sviluppo di erbe infestanti; è necessario distribuire 8- 10 cm di prodotto alla
base delle piante o sulla fila. Ovviamente questo intervento consente l’apporto di nutrienti e
di sostanza organica in relazione alle dosi impiegate.
27
TAPPETI ERBOSI ORNAMENTALI, RICREATIVI E SPORTIVI
Le caratteristiche dell’ammendante, ed in particolare:
• la granulometria del prodotto (che rende più facile le lavorazioni del terreno favorendo
così l’emergenza omogenea delle piantine anche quando si usano semi piccoli);
• la totale assenza di semi infestanti germinabili;
• l’assenza di odori sgradevoli anche durante la distribuzione;
• l’apporto di sostanza organica e nutrienti, lo rendono particolarmente indicato per l’impianto e la conduzione di prati ornamentali e sportivi. All’impianto, prima dell’aratura o
della fresatura del terreno, si consiglia la distribuzione di 250 q/ha di prodotto, integrate
con 4 q/ha di solfato potassico, oppure di 8 q/ha di cenere. Negli anni successivi, ogni
anno, prima della fine dell’inverno, si consiglia la distribuzione di 100 q/ha di ammendante e di 2,5 q/ha di solfato ammonico; a seguire si effettua una leggera erpicatura per favorire l’interramento
e una rullatura per rincalzare le piantine scalzate dal
gelo.
PAESAGGISTICA
A livello paesaggistico le applicazioni di sostanza organica al suolo sono effettuate per varie ragioni: si passa
dall’arricchimento di sostanza organica per le terre di
coltivo impoverite, alla costruzione di substrati di semina per tappeti erbosi, al ricarico di sostanza organica
per la manutenzione di tappeti erbosi. Ciò presuppone
caratteristiche differenziate per stabilità, maturità, pezzatura e contenuto in elementi nutritivi e caratteristiche
specifiche in funzione dell’impiego.
Nei ricarichi di sostanza organica su terreni vergini e su
terre di coltivo riportate, ai fertilizzanti organici è richiesta essenzialmente una funzione ammendante (apporto di sostanza organica umificata). Per gli impieghi del compost a diretto contatto con semi o radici, come letto di semina per l’insediamento e la rigenerazione di tappeti
erbosi, o come materiale per il riempimento di buche di piantagione viene richiesto materiale
con un grado di maturità elevato. Per gli impieghi a carattere “estensivo” (per esempio nelle
concimazioni di fondo) non è invece richiesta una maturazione spinta del compost, mentre
assume importanza primaria il contenuto e il rapporto tra elementi della fertilità. Un tipico
esempio di grande intervento paesaggistico è l’applicazione di compost su aree adiacenti le
strade.
IL RISANAMENTO AMBIENTALE DI SITI DEGRADATI: LA BIOREMEDATION
Oltre gli impieghi tradizionali nel settore agricolo e florovivaistico, il compost può essere
28
impiegato valorizzandone alcune proprietà agronomiche generali e specifiche. La
particolare ricchezza di batteri e funghi
e la conseguente elevata attività microbica rendono il compost idoneo ad alcuni
impieghi non convenzionali e legati alle
operazioni di disinquinamento e bonifica
ambientale identificate con il termine inglese bioremedation.
L’aggiunta di compost a suoli contaminati,
accelera la degradazione dei contaminanti organici e contribuisce alla progressiva
diminuzione della tossicità dei siti inquinati.
La funzione del compost nel determinare un positivo effetto sulle condizioni generali del suolo
e in alcuni ambiti specifici è da ricercarsi nella ricchezza della popolazione microbica che,
vivendo a carico della sostanza organica, trova nel compost un substrato idoneo alla crescita e
allo sviluppo, contribuendo così alla degradazione microbica delle componenti indesiderate.
L’ammendante compostato e il “Green Public Procurement”
Il “Green Public Procurement” (GPP) è una modalità di acquisto rivolta alle Pubbliche Amministrazioni che permette ridurre gli impatti ambientali, legati ai processi di produzione e di
consumo. La strategia degli Acquisti Verdi è nata all’interno delle nuove politiche ambientali
promosse negli ultimi anni dall’Unione Europea, che si è posta come obiettivo quello di sviluppare una maggiore sostenibilità ambientale e di conciliare una crescita economica sempre
più spinta con l’esigenza di conservare e rispettare le risorse naturali.
Uno dei più significativi provvedimenti normativi a livello nazionale sul GPP è il Decreto del
Ministero dell’Ambiente n. 203/2003 che ha introdotto l’obbligo per tutti gli enti pubblici e
le società a prevalente capitale pubblico, di approvvigionarsi con manufatti e beni iscritti al
Repertorio del Riciclaggio e realizzati con materiale riciclato proveniente dal post consumo, in
misura pari ad almeno il 30% del proprio fabbisogno annuale. Tra i prodotti che rientrano negli
“acquisti verdi” c’è anche l’Ammendante compostato così come definito dal D.Lgs. 217/06
(oggi D.Lgs. 75/10).
Nel 2008, con Decreto Interministeriale dell’11 aprile, è stato adottato il Piano d’azione per
la sostenibilità ambientale dei consumi della pubblica amministrazione meglio definito come
Piano d’Azione Nazionale sul Green Public Procurement o PAN GPP.
In questo documento sono state adottate le indicazioni dell’Unione europea nelle Comunicazioni sul Consumo e Produzione Sostenibile (COM (2008) 397) e sul GPP (COM (2008) 400),
entrambe adottate dal Consiglio della Ue.
Sono individuate undici categorie di prodotti e servizi che possono essere oggetto di “acquisti
29
verdi” da parte della Pubblica Amministrazione, fra le quali anche la categoria “Servizi urbani
e al territorio”.
Con il Decreto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM)
del 12 ottobre 2009, pubblicato sulla GU n. 261 del 9 novembre 2009, sono stati definiti i
“criteri minimi per l’acquisto di Ammendanti”.
Sono individuati i requisiti minimi che devono possedere gli Ammendanti Compostati per essere impiegati dalla Pubblica Amministrazione nelle operazioni di paesaggistica e giardinaggio
legate al verde (parchi, giardini, aree ricreative, sportive, ecc.). Pertanto le stazioni appaltanti
che introducono i “criteri ambientali minimi” nelle proprie procedure d’appalto sono in linea
con i principi del PAN GPP e contribuiscono a raggiungere gli obiettivi ambientali dallo stesso
definiti.
I criteri sono applicabili agli ammendanti del suolo, così come definiti all’art. 2 del D.Lgs.
75/10 “materiali da aggiungere al suolo in situ, principalmente per conservarne o migliorarne
le caratteristiche fisiche e/o chimiche e/o l’attività biologica”. In un secondo tempo è prevista
anche l’introduzione dei “substrati di coltivazione” inseriti nell’all. 4 del D.Lgs. 75/10.
I criteri sono applicabili (e integrabili) sia per appalti di fornitura (acquisto diretto di ammendanti) che in appalti di servizio che ne prevedano l’utilizzo (servizio di manutenzione di aree
verdi pubbliche e interventi di ripristino paesaggistico).
In linea con le indicazioni del PAN GPP e del Codice degli Appalti, le procedure di acquisto
verdi devono essere esperite con la modalità di aggiudicazione dell’offerta economicamente
più vantaggiosa. In tal modo infatti è possibile utilizzare ulteriori criteri ambientali, oltre a
quelli minimi, attribuendo ad essi un punteggio premiante calibrato sulle esigenze della stazione appaltante, indirizzando così i fornitori ad offrire i prodotti con le migliori prestazioni
ambientali presenti nel mercato.
La stazione appaltante potrà dunque utilizzare una o più specifiche tecniche e caratteristiche
migliorative (tra quelle di seguito definite) e/o integrarne altre a sua discrezione, avendo cura,
in questo caso, di effettuare un’adeguata analisi che supporti la sua decisione.
Tra le specifiche tecniche minime si rammenta che:
• il prodotto non deve contenere torba;
• la sostanza organica che contiene deve derivare dal trattamento e/o dal riutilizzo di rifiuti
organici.
I marchi dell’Ecolabel Europeo (Dec. CE 2006/799/CE), del Consorzio Italiano Compostatori o
i marchi pubblici nazionali/regionali che prevedano l’implementazione di un sistema di garanzia della qualità del prodotto, possono costituire mezzo di prova per attestare la rispondenza
ai requisiti richiesti.
Tra le specifiche tecniche migliorative viene riportata la rispondenza ai requisiti dell’Ecolabel.
Tra le condizioni di esecuzione l’appaltatore deve:
• fornire un’indicazione del lotto di produzione che consenta la rintracciabilità del prodotto. Il possesso dell’Ecolabel Europeo, del Marchio del Consorzio Italiano Compostatori
30
e i marchi pubblici nazionali/regionali che prevedano l’implementazione di un sistema
di rintracciabilità possono costituire mezzo di prova per attestare la rispondenza a tale
requisito;
• garantire l’interramento del prodotto sfuso; in aree urbane deve avvenire entro le 24 ore
dalla consegna in campo.
In definitiva si può concludere che si tratta di un documento che fornisce un ausilio alla stazione appaltante per la predisposizione di gare d’appalto per fornitura di beni e servizi che
contemplino l’impiego di Ammendante. Seguendo i principi della Unione Europea sono stati
privilegiati i materiali derivanti dalla trasformazione di scarti organici che abbiano assunto lo
status di prodotto; in Italia l’Ammendante Compostato è un fertilizzante (e quindi un prodotto
a tutti gli effetti) in quanto inserito tra gli Ammendanti nella normativa sui fertilizzanti (D.Lgs.
75/10). I criteri dell’Ecolabel sono identificati come criteri base per definire i requisiti tecnici
minimi; si sottolinea come anche i requisiti del Marchio nazionale messo a punto dal Consorzio Italiano Compostatori, che oggi annovera 33 “prodotti a marchio”, possa essere preso in
considerazione per garantire sia la qualità che la tracciabilità dell’ammendante.
Si auspica che gli “acquisti verdi” (di cui gli ammendanti ne costituiscono solo un esempio)
possano entrare a far parte delle forniture sia di beni che di servizi e che la domanda e l’offerta
possano incontrarsi con prodotti di elevata e garantita qualità.
Alcune azioni che permettono di riconoscere un ottimo ammendante compostato
• Controllare sempre l’etichetta dell’Amendante Compostato e, se il materiale è venduto
sfuso, chiedere al venditore la dichiarazione di conformità del prodotto con i criteri richiesti (decreto legislativo n. 75/10 allegato 2). La semplice dichiarazione di impianto
associato CIC rappresenta una ulteriore garanzia di serietà e di impegno al rispetto delle
normative vigenti;
• L’ammendante compostato (sia ACV che ACM) può essere idoneo all’impiego in agricoltura biologica; in tal caso il prodotto reca scritto sull’etichetta “consentito ijn agricoltura
biologica”; significa che è iscritto al Registro dei fertilizzanti per l’Agricoltura Biologica
ai sensi dell’allegato 13 del decreto legislativo n. 75/10 e ai sensi Reg. 834/07 e succ.
modd.);
• L’impianto di produzione di Ammendante ha adottato un programma di Tracciabilità del
prodotto ed ha eseguito, o sta eseguendo, le procedure di certificazione sia del prodotto
che della Tracciabilità;
• L’Ammendante Compostato è certificato con il Marchio di Qualità CIC; si tratta di un
Marchio di Qualità detenuto da diverse aziende operanti in’Italia (l’elenco dei prodotti
certificati è consultabile sul sito www.compost.it).
31
IL CONSORZIO ITALIANO COMPOSTATORI
Il CIC, Consorzio Italiano Compostatori, rappresenta le aziende, gli Enti e i professionisti che si
occupano della produzione di ammendanti compostati di qualità mediante compostaggio. Ad
oggi il CIC conta oltre 120 aziende associate in tutto il paese con una rappresentatività dell’intero comparto del 80%. Il CIC è l’unica associazione di filiera presente sulterritorio nazionale.
Il CIC ha istituito un Marchio di Qualità del Compost a cui aderiscono 35 aziende che producono circa 350.000 t/anno di ammendanti certificati (ca. il 30% del mercato italiano).
IL MARCHIO DI QUALITÀ DEL CIC
Le ragioni per le quali il Marchio CIC è stato creato prendono spunto dalla difficoltà in cui si
sono trovati di frequente gli utilizzatori (imprenditori agricoli, terricciatori, pubbliche amministrazioni, cittadini) nel reperire informazioni sulla qualità delle matrici utilizzate per “costruire” il compst e quindi sulla qualità dell’ammendante che ne deriva, con la conseguente
mancanza di garanzie dal punto di vista dell’origine e dei controlli. Il Marchio CIC prevede
una serie di verifiche sulla qualità che ne determina la sicurezza d’uso sia dal punto di vista
ambientale che agronomico.
Il rilascio del Marchio di Qualità prevede diverse fasi: dalla raccolta di dati ed informazioni
relative all’impianto di compostaggio (Fase preliminare), ai sopralluoghi e ai campionamenti
(Fase di Rilascio) che, se rispondenti ai requisiti individuati dal Regolamento, possono consentire all’azienda produttrice di utilizzare il logo del COMPOST CIC.
Dopo la fase di rilascio inizia una terza e ultima Fase di Mantenimento che ha lo scopo di
garantire, con una frequenza di campionamenti variabile in funzione dei quantitativi prodotti,
il monitoraggio costante della qualità delle partite immesse sul mercato.
Il programma di Certificazione del CIC è in continua evoluzione. A luglio 2010 si è conclusa
la quarta revisione del Regolamento (cfr. sito www.compost.it).
Tutte le informazioni relativi al Marchio di qualità, il Regolamento e il Comitato Qualità, sono
disponibili al sito www.compost.it.
32
Il programma della rintracciabilità
Gli imprenditori agricoli sanno benissimo come l’adozione di un sistema di rintracciabilità sia
ormai un elemento decisivo sul mercato per la sicurezza dell’origine di tutti gli elementi che
vanno a costruire la storia di un prodotto, sia che questo prodotto finisca sulla nostra tavola
o, come nel caso del compost, che si debba distribuire sui terreni per ottenere alimenti di
qualità.
Anche i Compostatori hanno compreso l’importanza di poter identificare tutte le fasi
produttive del compost e hanno deciso nel
2006 l’inserimento della Traccibilità per il
Compost di Qualità.
La Norma UNI 10939:2001 (Tracciabilità
nella Filiera Agroalimentare) definisce la rintracciabilità come “la capacita di ricostruire
la storia di un prodotto e delle sue trasformazioni attraverso informazioni di tipo documentale”. Le imprese scelgono la rintracciabilità non solo per conformarsi a norme cogenti cioè obbligatorie, ma soprattutto come
strategia di sviluppo per vari obbiettivi quali:
• dare una risposta alle preoccupazioni del mercato e dei consumatori;
• dotarsi di uno strumento di gestione interna del rischio, di coordinamento di filiera, di
vantaggio competitivo;
• migliorare il rapporto fra produttori e consumatori.
La ricostruzione del percorso delle matrici organiche (classificazione, provenienza, introduzione nella miscela, trattamento e tipo di prodotto finale) oltre che mirare al concetto di garanzia crea valore aggiunto all’ammendante compostato e assicura trasparenza nei confronti
dell’utilizzatore.
Il CIC a tale scopo, richiede come pre-requisito per il Marchio la tracciabilità dell’ammendante.
Le indicazioni di massima per impostare un programma di tracciabilità comprendono alcuni
elementi identificativi come per es. la provenienza delle matrici organiche, l’identificazione
del lotto produttivo, ecc.
Gli strumenti per garantire la Tracciabilità e la Rintracciabilità sono:
• un’Etichetta compilata in modo chiaro e trasparente;
• la creazione di un Certificato di Avvenuto Recupero (C.A.R.).
Si individua un PERIODO TRANSITORIO durante il quale il CIC effettua le necessarie verifiche
ed approfondimenti sui cicli produttivi con particolare riferimento a:
• provenienza delle matrici organiche;
• codice CER delle matrici costitutive del lotto;
33
• creazione di un lotto o partita di materiale (miscela) da avviare a trattamento;
• tempo di trattamento;
• tipo di vagliatura;
• definizione del lotto commerciale;
• vocazione o destinazione di utilizzo dell’ammendante compostato ottenuto.
Ai fini della tracciabilità, non è fondamentale individuare l’origine geografica o il luogo di
trasformazione e/o confezionamento del prodotto, ma il nome delle aziende che hanno partecipato alla produzione che ne sono direttamente responsabili.
FAC SIMILE DELL’ETICHETTA
34
DIVIETI DI UTILIZZO
Si riportano di seguito i principali divieti di utilizzo degli effluenti di allevamento e del compost previsti dalla D.G.R. 5868/07. Dove non diversamente indicato i divieti sono validi sia in
zona vulnerabile da nitrati che in zona non vulnerabile:
1. rispetto ai corpi idrici naturali:
• per i letami: divieto di utilizzo a meno di 5 m dalle sponde dei corsi d’acqua superficiali
non significativi (in zona vulnerabile); a meno di 5 m dalle sponde dei corpi d’acqua
superficiali non significativi (in zona non vulnerabile); a meno di 10 m dalle sponde dei
corsi d’acqua superficiali significativi (in zona vulnerabile); a meno di 25 m dall’inizio
degli arenili per le acque lacuali (in zona vulnerabile); dall’inizio degli arenili per le acque lacuali (in zona non vulnerabile);
• per i liquami: divieto di utilizzo a meno di 10 m dalle sponde dei corpi d’acqua superficiali; a meno di 30 dall’inizio degli arenili per le acque lacuali (in zona vulnerabile);
dall’inizio degli arenili per le acque lacuali (in zona non vulnerabile);
• per il compost: divieto di utilizzo a meno di 5 m dalle sponde dei corsi d’acqua superficiali non significativi (in zona vulnerabile); a meno di 5 m dalle sponde dei corpi d’acqua
superficiali (in zona non vulnerabile); a meno di 10 m dalle sponde dei corsi d’acqua
superficiali significativi (in zona vulnerabile); a meno di 25 m dall’inizio degli arenili (in
zona vulnerabile); dall’inizio degli arenili (in zona non vulnerabile);
2. su terreni non interessati da attività agricola, fatta eccezione per le aree a verde pubblico
e privato e per le aree soggette a recupero e ripristino ambientale;
3. nei boschi, su terreni gelati, innevati, con falda affiorante, con frane in atto, saturi d’acqua (ad eccezione delle colture che richiedono la sommersione);
4. nei giorni di pioggia e in quelli immediatamente successivi;
5. in golena entro argine a meno che non venga distribuito nel periodo di magra e venga
interrato immediatamente;
6. divieto di utilizzo dei liquami:
• con irrigatori a lunga gittata, distribuzione da strada a bordo campo, distribuzione con
tubazioni o manichette di irrigazione a bocca libera (in zona vulnerabile);
• nei terreni con colture in atto destinate direttamente alla alimentazione umana;
• dopo l’impianto della coltura nelle aree adibite a parchi o giardini pubblici, campi da
gioco, utilizzate per ricreazione o destinate in genere ad uso pubblico;
• su colture foraggere nelle tre settimane precedenti lo sfalcio o il pascolamento;
• su terreni con pendenza media, riferita ad un’area aziendale omogenea, superiore al
10%; tale limite, in presenza di sistemazioni idraulico-agrarie o sulla base delle migliori
tecniche di spandimento riportate nel CBPA può essere incrementato al 20%;
• in prossimità di strade e di centri abitati, a meno che gli stessi non siano distribuiti con
35
tecniche atte a limitare l’emissione di odori sgradevoli o vengano immediatamente interrati;
• nelle aree di salvaguardia delle acque superficiali e sotterranee destinate al consumo
umano mediante di cui all’art. 94 del D.Lgs. 152/2006 (in zona vulnerabile).
Divieti temporali:
• per i letami:
in zona vulnerabile divieto di utilizzo dal 1 dicembre a fine febbraio;
in zona non vulnerabile divieto di utilizzo dal 1 dicembre al 28 febbraio con possibilità di
deroghe regionali;
• per i liquami: in zona vulnerabile divieto di utilizzo dal 1 novembre a fine febbraio;
in zona non vulnerabile divieto di utilizzo dal 1 dicembre al 28 febbraio con possibilità di
deroghe regionali;
• per il compost: in zona vulnerabile divieto di utilizzo dal 1 dicembre a fine febbraio;
in zona non vulnerabile divieto di utilizzo dal 1 dicembre al 28 febbraio con possibilità di
deroghe regionali.
36
ADEMPIMENTI AZIENDALI
Tutte le aziende agricole che producono e/o utilizzano a scopo agronomico effluenti di allevamento, eccetto quelle rientranti nei casi di esonero previsti dalla normativa, devono presentare al Comune in cui ha sede il centro aziendale una Comunicazione come da prospetti che
seguono.
Il Programma Operativo Aziendale (POA o POAs nella versione semplificata) contiene tutti i
dati aziendali (consistenza zootecnica, strutture di allevamento e stoccaggio, terreni e colture)
che consentono di elaborare un bilancio semplificato dell’azoto; nel bilancio devono essere
considerati tutti gli apporti azotati, sia provenienti da effluenti di allevamento che da fertilizzanti di diversa natura.
Adempimenti per aziende localizzate in zona vulnerabile
(con più del 50% dei terreni utilizzati a fini agronomici in zona vulnerabile)
Classe dimensionale*
Tipologia di comunicazione
Minore o uguale a 1.000 kg/anno
Aziende esonerate da Comunicazione
Da 1.001 a 3.000 kg/anno
POAs
Da 3.001 a 6.000 kg/anno
POA e PUAs
Superiore a 6.000 kg/anno
POA e PUA
* Le classi dimensionali sono definite in funzione dell’azoto al campo da effluente di allevamento prodotto e/o utilizzato
annualmente
Adempimenti per aziende localizzate in zona non vulnerabile
(con più del 50% dei terreni utilizzati a fini agronomici in zona non vulnerabile)
Classe dimensionale*
Tipologia di comunicazione
Minore o uguale a 3.000 kg/anno
Aziende esonerate da Comunicazione
Da 3.001 a 6.000 kg/anno
POAs
Superiore a 6.000 kg/anno
POA e PUAs
Allevamenti con più di 500 UBA (unità bovino adulto)
POA e PUA
* Le classi dimensionali sono definite in funzione dell’azoto al campo da effluente di allevamento prodotto e/o utilizzato
annualmente
37
Il POAs/POA ha validità 5 anni e deve essere aggiornato in caso di modifiche riguardanti la
tipologia, la quantità e le caratteristiche degli effluenti e delle acque reflue, nonché i terreni
utilizzati agronomicamente. Le eventuali modifiche se non sostanziali comportano l’aggiornamento del documento, se sostanziali comportano la ripresentazione del POAs/POA.
Il Piano di Utilizzazione Agronomica dei fertilizzanti (PUA o PUAs nella versione semplificata)
riporta tutte le informazioni inerenti la gestione agronomica degli effluenti di allevamento e
delle altre fonti di azoto, entrando nel dettaglio del loro utilizzo sulle singole particelle e per le
singole colture. Il primo anno di presentazione il documento deve essere redatto e sottoscritto
da un agronomo o perito agrario abilitato; deve poi essere annualmente aggiornato telematicamente.
POAs/POA e PUAs/PUA devono essere presentati secondo il modello e le indicazione dell’Allegato 3 alla D.G.R. 5868/07 utilizzando la procedura telematica a disposizione sul Sistema
Informativo Agricolo della Regione Lombardia (SIARL). Copie cartacee devono essere conservate presso l’azienda.
Le aziende non zootecniche che utilizzano fertilizzanti diversi dagli effluenti di allevamento
in quantità superiore a 3.000 kg/anno di azoto, se in zona vulnerabile, o a 6.000 kg/anno di
azoto, se in zona non vulnerabile, devono presentare il POA e il relativo PUAs; nel caso le
aziende localizzate in zona vulnerabile utilizzino più di 6.000 kg/anno di azoto deve essere
presentato il POA corredato dal PUA redatto in forma completa.
Le aziende avicole con oltre 40.000 posti di ovaiole/broilers e le aziende suinicole con oltre
2.000 posti di suini grassi (peso > 30 kg) o 750 posti scrofa devono inoltre acquisire Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) ai sensi del titolo III parte II del D.Lgs. 152/2006.
Il procedimento autorizzativo comporta un’attenta analisi della gestione aziendale nel suo
complesso e delle varie fonti di possibile inquinamento, prevedendo gli interventi atti ad eliminare o, qualora non sia possibile, ridurre le emissioni nell’aria, nell’acqua, nel suolo e la
produzione di rifiuti; vengono inoltre analizzati gli aspetti inerenti i consumi idrici ed energetici, l’impiego di materie prime, il rumore.
Autorità competente in materia di AIA è, per il territorio di competenza, la Provincia.
L’autorizzazione, salvo modifiche sostanziali, ha una durata di cinque anni (le recenti modifiche al D.Lgs. 152/2006 hanno fissato in 10 anni la durata dell’autorizzazione) e a scadenza
deve essere rinnovata; tutte le aziende autorizzate sono tenute a comunicare preventivamente
all’Autorità competente le modifiche relative all’impianto AIA.
L’azienda è tenuta alla predisposizione di un Piano di monitoraggio delle componenti ambientali e dello stato di applicazione del PUAs/PUA.
38
CONTROLLO
La vigilanza e il controllo sull’attuazione dell’intero sistema di trattamento, maturazione, stoccaggio e utilizzo degli effluenti di allevamento competono al Comune e sono effettuati dagli
organi da quest’ultimo incaricati.
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CONTATTI
Provincia di Bergamo
Via T. Tasso, 8 - 24121 Bergamo
Settore Ambiente
Via G. Camozzi, 95 - Passaggio Canonici Lateranensi, 10 - 24121 Bergamo
Tel. 035.387539 - Fax 035.387597
www.provincia.bergamo.it
Settore Urbanistica e Agricoltura
Via Fratelli Calvi, 10 - 24122 Bergamo
Tel. 035.387487 - Fax 035.387465
www.provincia.bergamo.it
Consorzio Italiano Compostatori
Sede tecnica: loc. Cascina Sofia – 20040 Cavenago Brianza (MB)
Tel 02.95019471 - Fax 02.95337098
Sede operativa: Via Cavour 183/a - 00184 Roma
Tel. 06.4875508/4740589 - Fax 06.4875513
www.compost.it - www.compostabile.com
ARPA Lombardia
Dipartimento di Bergamo
Via C. Maffei, 4 - 24100 BERGAMO
Tel. 035.4221711 - Fax 035.4221881
www.ita.arpalombardia.it
CREDITI
PROVINCIA DI BERGAMO – Assessorato all’Ambiente
Pietro Romanò – Assessore all’Ambiente
Claudio Confalonieri – Dirigente Settore Ambiente
Giorgio Novati – Funzionario Settore Ambiente
PROVINCIA DI BERGAMO – Assessorato all’Urbanistica e Agricoltura
Enrico Piccinelli – Assessore all’Urbanistica e Agricoltura
Giuseppe Epinati – Dirigente Settore Urbanistica e Agricoltura
M.Angela Bosio/Luca Cremaschi – Funzionari Settore Urbanistica e Agricoltura
Massimo Centemero – Direttore Tecnico C.I.C.
Stampato nel mese di dicembre 2010 dalla Stamperia Editrice Commerciale srl - Bergamo
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NOTE DI INDIRIZZO SULL`UTILIZZO DEL COMPOST E DEGLI