Mariuccia Nulli
variazioni di un tema
Mariuccia Nulli
variazioni di un tema
Talento e ambiente
Tino Bino
Non so dire se esiste una relazione tra il talento e l’ambiente.
Ma so di certo che chi passa tanta parte della vita con un luogo sa
di dovergli almeno una piccola parte della sua visione del mondo.
Da anni mi capita di incrociare Mariuccia Nulli che percorre,
con la lena di un alienamento, il bordo del lago nelle ore del mattino, quando il luogo è ancora un’identità non contaminata dagli
intralci di una ospitalità eccessiva e la giornata conserva la luce
vigorosa delle ore giovanili, carica di promesse che saranno presto opacizate.
La poesia è solo dentro la dura prosa quotidiana, va colta per
frammenti, per spazi ed epifanie che solo chi conserva la lievità
e la curiosità dell’innocenza riesce a carpire e svelare.
I1 mio debito personale (del lettore che guarda le tele senza gli
strumenti critici del giudizio professionale) verso Mariuccia Nulli sta tutto qui: nella visione di un paesaggio felice che ti illude,
essendo anche il tuo, di guadagnare, per il suo tramite, lo stesso
sentimento.
Mi ha sempre stupito nelle “nature” – (ho in mente una straordinaria “stella di Natale” dal biancore luminoso di neve e d’allegria) – e nei paesaggi lacustri di Mariuccia Nulli la solarità festosa, i colori allegri, l’atmosfera pulita, la magia del racconto dentro il quale le cose hanno la sospensione di una attesa, la trasfigurazione di una fiaba.
Non ho sottomano la biografia compiuta di Mariuccia Nulli: non
so se le “gabbie” vengono prima o dopo il paesaggio, non so se appartengono solo alla memoria triste di un’esperienza personale
drammatica.
Ma le vedo, oltre il simbolo e le metafore, con lo stesso desiderio
di scoprire la verità nelle cose e delle cose.
Anche la ripetitività del soggetto, l’iterazione, il ripercorrere
tante volte gli stessi gesti, non mi appare una sorta di ossessione
da cui liberarsi, ma la ricerca di un segreto che va svelato, un
suggerimento da inseguire fino, un pensiero da esplorare nelle infinite geometrie che lo compongono.
Che è poi la misura di un carattere forte, di un temperamento
“liberal’’, di una cultura non posticcia; di chi, anche in pittura,
fa le cose con passione e generosità senza cercarvi a tutti i costi
un risultato.
Cercando di sottrarsi, attraverso il sentimento dell’arte, al caos
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dominante dell’universo, all’indeterminazione ed alla proditorietà dei tempi, depositando davanti alla tela da riempire, le proprie allergie ed i propri scompensi, per sentirsi sulla strada del
rifugio, del ritorno che è poi l’obiettivo vero di ogni viaggio della mente.
E senza rinunciare mai ad una sorta di mordace ironia, qualche
volta di disincanto proprio di chi teme di sapere come va a finire
lo spettacolo, ma non rinuncia al gusto di assistervi.
A ben vedere, mi pare di ritrovare nei quadri di Mariuccia Nulli
i caratteri e le attitudini di una stagione civile, piena di vita e di
intelligenza mai accodata al corteo dei tempi, tanto meno a quello di oggi, arrogante e frettoloso che manifesta ogni giorno di più
il deficit delle sole virtù che servono al tragitto: l’umiltà, la tolleranza, la solidarietà e l’allegria.
Infine, non posso certificare che i quadri qui esposti suggeriscono in chi li guarda queste mie stesse suggestioni, e credo di sapere peraltro che Mariuccia diffida di una cosa sopratutto: il lascito di messaggi, la dispensa di prediche non richieste.
Del resto io non ho rappresentanze da esercitare, solo una gratitudine individuale che voglio e posso testimoniare.
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Le gabbie di Mariuccia
Maurizio Bernardelli Curuz
Non m’accontentavo di pensare che le gabbie di Mariuccia Nulli
- che pur traggono origine simbolica dalla dura prigionia nel lager - esaurissero il discorso entro una scolastica disquisizione
sulla bellezza d’essere liberi e sulla drammatica esperienza della
cattività: ero certo che ci fosse qualcos’altro, al di là dell’esperienza segnante della prigionia, al di là del discorso civile per il
quale la pittrice, plurisegnalata e decorata, viveva in questa
stretta classificazione d’autrice di messaggi morali, chiusi entro
sbarre libertarie, lei così autenticamente libera e grintosa, poco
celebrativa fino ad essere rabbiosa e sterzante rispetto alle convenzioni (e ben lontana, in ogni caso, dai tic delle suffragette isteriche degli anni della contestazione, che dipingevano croste in sovra-tono soltanto per onorare l’etica, la politica, e, ahinoi, le
magnifiche sorti e progressive). Mariuccia Nulli è prima di tutto
un pittore. Non voglio usare il termine pittrice, non per un bizantinismo semantico, quanto perchè, troppo spesso, con la parola pittrice sembra di dischiudere l’ orizzonte stilistico di un
sentire minore, tutto ottocentesco, consegnato ad acquerelli e
vecchi ricami di signorine borghesi, alla ricerca perenne del pittoresco -. Nel dire “pittore” intendo quindi affermare che in lei i
valori formali sono centrali e che comunque non vivono in rapporto di soggiacenza rispetto al significato attribuito all’opera.
Affermare che Nulli è un’artista intellettuale, sposta forzosamente l’attenzione dalla tela al messaggio e sottrae forza ai valori estetici che, a nostro giudizio, raggiungono l’apice proprio nella sezione delle gabbie. Nel modo supremo di attorcere pittoricamente fili di luce e ferri sopraffini non sta quindi soltanto il discorso estremo e apodittico sul rapporto tra la bellezza della libertà - il cielo azzurro e quel mare di sciolto cobalto sul quale
s’arriccia l’aria gaudiosa del mattino - e la durezza della prigionia macerata, ma un modo di raccontare in pittura che ha di per
sè valori formali ed espressivi di rilievo, tutti compresi in una
cornice di attenzione rispetto alla modernità. La Nulli, semmai
volessimo indicare le categorie estensive del suo messaggio, pone
a scandaglio il pensiero del Novecento (cfr. “Nascita di un’idea”,
olio, 90x120). Racconta di un secolo che scopre lo strutturalismo
- secondo il quale i fenomeni non vanno considerati isolatamente
gli uni dagli altri, ma come elementi di una gabbia, di una di una
struttura che ne garantisce il funzionamento -, mette in luce le
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sconclusionate eppur rigide architetture dell’ideologia, e in “Babele” - olio su tavola del 1997 - sottolinea l’impossibilità di riportare tutto a regole fisse, per proclamare quindi la necessità di
assumere una chiave anti-ideologica per l’ interpretazione della
realtà, con quell’ironia, quel sarcasmo che domina, ad esempio,
la monade leibniziana ed esistenzialista de “La coppia” - olio su
tela 1997 - nella quale la reale incapacità di comunicazione tra
individui si traduce nell’arruffio delle sbarrette, in un tÍte a tÍte
che diviene rumoroso scontro di sbarrette. Ironia che è cifra ricorrente dell’artista e che riscontriamo nel quadro “Dominio”
(1985) nel quale un pesante cupolone - che immaginiamo originariamente utilizzato da un volatile patrizio vestito da multicolore
lacchè - schiaccia con il suo peso le casette sghimbesce d’uccelli
da richiamo, che ne escono squinternate e lasse, come smembrate da un sussulto tellurico. All’interno del percorso delle gabbie
possiamo notare un mutamento - e non solo formale - che si profila a cavallo tra gli anni Ottanta - fino al 1985 - e gli anni Novanta. Se infatti nel primo periodo i titoli delle opere alludevano
con una certa insistenza all’orizzonte politico - “Memoria del lager”, 1975 opera prima, per un concorso nazionale commemorativo, “Il giorno della Liberazione”, 1976, “Rosso e nero”, 1981,
la comicissima “Alternativa” che presenta due gabbie, una poggiata al basamento e l’altra ribaltata sulla punta, nonchè i magrittiani “Unanimità, 1989, e “Applaudire” - a partire dal 198485 si assiste a un uso delle gabbie come elementi strutturali paeseggistici - “La cattedrale sommersa”, 1984, “Giardini sotto la
pioggia” 1991, e la leopardiana “Siepe” 1996, o il caldo “Crepuscolo dai colori levantini, 1997 - oppure come giochi d’evocazione di tragitti umani - dalla gabbia colombiana di Palos alle ingabbiature del Mondo nuovo, in “Cinquecento anni dopo”-. Nè
va dimenticata, nell’ambito della seduzione strutturalista che
colpisce Mariuccia Nulli, il dipinto “Le strutture della memoria”,
nel quale la psiche individuale appare come il magazzino di un
vecchio capanno di caccia dominato dal misto odore ruggine, di
polveri e di piume, angolo nel quale i ricordi, le sinapsi e i neuroni - che appaiono nella forma di casucce di richiami - stanno
affastellati secondo l’apparente disordine del capire, del memorizzare e del dimenticare.
L’opera di Nulli presenta almeno tre filoni. Il primo - quello più
consistente e dotato della più alta forza rappresentativa - è appunto focalizzato sulle gabbie. Il secondo si collega al paesaggio
e risulta un settore più contenuto, riferibile a quella pittura en
plein air che ha caratterizzato gli esordi della pittrice e che risulta tuttora una consuetudine amorosa con il colore, colto dal
vivo, al di là degli spazi dell’atelier. Infine segnaliamo la sezione
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grafica per la quale, specie in passato, l’artista ha lavorato con
particolare efficacia. Ed è appunto la grafica, il segno netto, inciso, bulinato ad essere sempre centrale nelle tele o nelle tavole
dall’iseana, fin nella più matura esperienza pittorica che risulta
permeata, sotto il profilo tecnico, da un insieme non volutamente stemperato di tracce grafiche e di colore. Nulli costruisce infatti le gabbie - e gli stessi paesaggi - utilizzando il pennello come
una matita, creando cioè il reticolo o il retablo nel quale, con una
sorta di delicatezza musiva o con una più vigorosa esplosione
cromatica, assesta e fa crescere l’opera.
“Ho iniziato a disegnare da bambina - racconta la Nulli - Mio padre, quando avevo dieci anni, mi mandava a lezione da un geometra. All’ora di matematica, riempivo i fogli di segni, e, nei pomeriggi più lunghi, scappavo in montagna per dipingere o scendevo sulla riva del lago con le mie tele. Là c’era il vecchio pittore Camplani. Ci confrontavamo, davanti ai cavalletti. Poi venne
l’altro maestro, Enrico Antonioli, fratello del mio futuro marito.
Finito il liceo, avrei voluto iscrivermi all’accademia di Belle arti,
ma mio padre giudicò sconveniente questo mio progetto. Allora
optai per architettura e poi completai i miei studi in una facoltà
umanistica. Intanto disegnavo e dipingevo. Dipingevo anche per
il mio fidanzato, mandandogli al fronte piccoli paesaggi, che erano particolarmente attesi. La mia, insomma è stata una formazione non contrassegnata dall’accademica, ma caratterizzata comunque da tutti i passaggi tecnici tradizionali. Dal 1945 in poi ho
frequentato i corsi dell’AAB. Ritengo che notevole sia stato, a livello di confronto e di orientamento, il rapporto artistico con il
pittore Blasco. E poi, in modo forsennato, compulsavo i libri di
storia dell’arte. Tra i grandissimi del Novecento ho sempre avuto una preferenza per Georges Braque. Per lungo tempo ho lavorato all’incisione, che ritengo sia sempre una buona palestra”.
Ecco perchè le gabbie rappresentano la sintesi finale tra la passione per il disegno e la passione pittorica, per il tratto nero e l’esplosione colorista, in un continuo interloquire di modalità
espressive, senza interventi coprenti, assegnando ad entrambe le
partiture la possibilità di un fitto dialogo, purchè l’una non elida l’altra, come avviene generalmente in pittura, ma affinchè restino colloquialmente accostate.
Mariuccia Nulli percorre così una strada nuova, che è sintesi tra
il figurativo e l’astratto. Poichè la gabbia ha pure una forma riconoscibile ma pare dissolversi e riapparire in un concreto farsi
e sfarsi dei colori, per diventare qualcosa d’informalmente diverso da sè.
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Tavole
Quelle gabbie quante cose mi dicono!
Per me la creazione è tutta una gabbia che
l’uomo dovrebbe utilizzare per uscirne.
Da bambino, ricordo un merlo che sapeva
fischiare magnificamente tante canzoni...
Mi spiegarono il fatto straordinario,
dicendomi che era il miracolo della gabbia.
Da allora ho sempre dato il primo posto
alla gabbia nella scala dei valori nel senso
che ho sempre considerato necessario vivere
in gabbia per poterne uscire. Aggiungo che
ho sempre ritenuto importante trascendere
dal di dentro il razionale delle gabbie.
Mons. Giovanni Antonioli
Triangolo rosso = politici
Triangolo giallo = ebrei
Triangolo verde = ostaggi
Memoria del Lager, 1975
olio su tela, cm. 60 x 80
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Liberazione, 1980
olio su tavola, cm. 70 x 100
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Rosso e nero, 1981
olio su tavola, cm. 100 x 70
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Unanimità, 1983
olio su tela, cm. 100 x 70
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Applaudire! 1983
olio su tela, cm. 100 x 70
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L’alternativa, 1988
olio su tavola, cm. 100 x 70
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La cattedrale sommersa, 1984
olio su tela, cm. 100 x 70
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Dominio, 1985
olio su tela, cm. 100 x 70
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Lancio di che? Di un’astronave?
Di un prodotto nel mercato?
Di un’idea?
Il dipinto vuol dare
l’immagine astratta
di un preparativo
senza indicare il contenuto
o lo scopo della preparazione:
affidare il concetto
del fare
al nascere delle strutture
in linee e in colori,
al profilarsi delle ombre
e dei vuoti e delle incertezze
che sottolineano
l’affanno
di ogni preparativo.
Preparativi di lancio, 1986
olio su tavola, cm. 120 x 100
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Autunno millenovecentoottantanove
olio su tela, cm. 100 x 70
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“O Deliàs, la dea
vidi, e la cetra della dea: con fila
sottili e lunghe come strie di pioggia
tessuta in cielo; iridescenti al sole”.
(G. Pascoli)
La pioggia, 1991
olio su tela, cm. 100 x 70
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La spelonca di Platone, 1990
olio su tavola, cm. 100 x 70
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Palos, 1992
olio su tela, cm. 70 x 100
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Terra! 500 anni dopo, 1992
olio su tavola, cm. 100 x 70
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...e questa siepe
che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte
il guardo esclude...
(G. Leopardi)
La siepe, 1996
olio su tela, cm. 120 x 100
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Babele, 1997
olio su tavola, cm. 110 x 90
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Crepuscolo, 1997
olio tecnica mista su tavola, cm. 110 x 90
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La coppia, 1997
olio su tela, cm. 100 x 70
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È errato contrapporre il passato al presente
semplicemente come ciò che è stato a ciò che
è, come l’assenza alla presenza.
Il passato è sempre presente in noi e
riviverlo significa farlo essere, il chè è ben
visibile nella memoria: “Meminisse est esse”.
Così nella mia memoria, accanto ad eventi e
a persone, annovero, come forze
alimentatrici del mio pensare e del mio
immaginare, le strutture del ricordare. Le
strutture legano gli elementi del ricordo in
nessi imperativi e vincolanti.
Così, quando ho voluto prendere più
precisamente coscienza di queste strutture
che reco dentro di me, mi sono trovata di
fronte gabbie e croci.
Le gabbie: strutture scheletriche, prigioni
con le mura di fili, pronte ad aprirsi per il
recupero della libertà; ma chi sa mai?
Intanto si spiegano verso l’alto come tramite
tra la terra e il cielo, tra il non essere e
l’essere.
Le croci: strutture del pianto ma anche
della speranza, tant’è che emergono dallo
sfondo del verde e il loro silenzio è il ritmo
di una regolarità musicale appena
accennata, per non essere invadente.
Strutture della memoria, 1997
olio su tavola, cm. 100 x 70
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Ulivi, 1988
olio su tavola, cm. 50 x 70
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Torbiera d’autunno, 1995
olio su tela, cm. 70 x 60
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Il cementificio, 1997
olio su tela, cm. 60 x 100
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Eucalipti (Calabria), 1997
olio su tela, cm. 60 x 80
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I rimorchiatori
olio su tela, cm. 60 x 80
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Mariuccia Nulli
Vive e lavora a Iseo, dove è nata.
Laureata in filosofia si è dedicata in particolare allo studio della
storia dell’Arte. Per la sua formazione artistica, oltre
all’influenza di maestri e scuole è stato determinante il
richiamo, e quasi la costrizione, ad indagare interrogandosi, col
segno figurativo sulle vicende da lei stessa vissute nella grande
tragedia della seconda guerra mondiale. Esordiente al premio
Brescia nel 1953, ha via via intensificato la sua produzione
artistica, raccolta in mostre personali e collettive in Italia ed
all’estero e vanta affermazioni in esposizioni importanti:
prestigioso fra tutti il primo premio ottenuto nel concorso
internazionale “Riviera del Conero” di Ancona.
I motivi ispiratori della sua pittura sono il paesaggio (specie
quello del prediletto Sebino), la natura morta e il ritratto e la
composizione avente come soggetto la gabbia.
Qui, come evidenzia il critico E. Cassa Salvi “Mariuccia Nulli ha
condensato le sue esperienze di rara intensità umana
esistenziale, in un’unica immagine di evidente significato
metaforico: la gabbia”.
L’esiguità e la fragilità intrinseca dell’immagine stessa non
attenuano la drammaticità del tema, lo liberano, invece, dalle
insidie dell’enfasi, lo traducono in pungente confessione
allusiva, filtrata dalla luce di una delicata sensibilità pittorica.
TAPPE FONDAMENTALI DEL PERCORSO ARTISTICO A PARTIRE DAL 1970
Premio città di Garda - 1970
Premio città di Garda - 1971
Premio città di Peschiera - 1972
Premio nazionale “Cavalcaselle” Legnago - 1972
Premio nazionale “Monti di Terra Negra” Verona - 1973
Premio “Eva Arte ’73” Roma
XVI Concorso internazionale “Riviera del Conero” Ancona - 1974 - Primo premio
XVII conc. int. Riviera del Conero - Ancona - 1975 - Premio Ente Turismo
II Premio biennale - Agosti - Brescia
I Premio nazionale dell’Incisione - Milano
“La Donna nella Resistenza” - Milano - Sondrio - Ancona - Ravenna
Personale Galleria “L’Approdo” - Iseo - 1976
Premio internaz. “La Donna nell’Arte” - Firenze - 1977
Personale - Wiesbaden - Germania - 1978
XIV Grand Prix d’Art contemporain - Monaco Principato - 1979
Personale Galleria “La Tela” Iseo - 1980
Personale Galleria A.A.B. - Brescia - 1981
“Maggio culturale bresciano” - Galleria A.A.B. - Brescia
Esposizione della Federazione culturale internazionale femminile - Parigi - 1982
Esposizione della Federazione cult. femm. Treviri - 1983
Personale Castello di Marostica - Marostica
“Pace - violenza - condizione femminile” - Brescia - 1984
Personale - Galleria “Lo Scorpione” - Roma
“Arte Expo” - Palazzo dello sport - Brescia
Personale “Castello di Caterina Comaro” - Asolo - 1985
“Espressione donna” - Sale dell’ex Montenuovo di pietà - Brescia - 1986
Personale “Salone Municinale” - Sulzano
Internaz. di grafica - Galleria “La Viscontea” Rho - Milano
“Otto Marzo” (ass. art. Domina) - Brescia - 1987
Mostra dei cinque artisti premiati al concorso “Città di Lumezzane” - Lumezzane
“Arte e Natura” (ass. art. Domina) - Biblioteca Comunale - Verolanuova
“Dialogo con l’Ambiente” (mostra televisiva) - Brescia
“Incontro con il Disegno” - Galleria A.A.B. - Brescia - 1988
Personale “Cariati Superiore” - Cosenza - 1989
“Arte Donna” Galleria A.A.B. - Brescia
“La Natura morta come uno specchio di Alice”
Sale dell’ex Montenuovo di pietà- Brescia
Personale “Galleria Les chances de l’Art” - Bolzano - 1990
“Omaggio allo sport” C.O.N.I. - Brescia
“L’immagine e la sua metafora” Castello di S. Giorgio - Orzinuovi
“Villa Glisenti” - Villa Carcina - 1991
“Maggio culturale bresciano” “Le Vittime, la violenza, la pietà"
Sale dell’ex Montenuovo di pietà - Brescia
“La natura morta” Galleria Tadini - Lovere
“Pittori contemporanei bresciani” Palazzo Martinengo - Brescia - 1992
“L’Inconscia metafora dell’acqua” Galleria Ciovasso - Milano
“L’altra faccia della pittura” - Istituto internaz. di studi Piceni - Arcevia
“America” - Fondaz. Cristoforo Colombo - Genova
“America” - Galleria A.A.B. - Brescia
“3 Artisti a Iseo” - Iseo
“Pittori bresciani contemporanei” - Galleria A.A.B. - Brescia
“5 Incisori bresciani” - Saviore dell’Adamello
“Convivio"- Galleria U.C.A.I. - Brescia - 1994
“Verde” - Studio De Clemente, Brescia
“Valori” - Arte e sport - Palazzo Martinengo, Brescia - 1995
"Gli artisti per la A.A.B.” - Brescia.
Personale - Sale della Quadra - Iseo
“I colori delle stagioni” - Golf Hotel Franciacorta - Paratico
Finito di stampare
nel mese di novembre 1997
dalla tipolitografia
F. Apollonio & C. - Brescia
Fotografie di:
Federico Zuccoli - Iseo
Giulio Simoni - Bornato
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