IL COMPLESSO NURAGICO
DI LU BRANDALI
E I MONUMENTI ARCHEOLOGICI
DI SANTA TERESA GALLURA
In copertina
Capo Testa, località Capicciolu. Area sulla quale insistono
i resti dell’insediamento di età romana a ridosso delle cave.
Editor Susy Lella
Impaginazione Stefania Marras
ISBN 88-7138-384-2
© Copyright 2005 by Carlo Delfino editore, Via Caniga 29/B, Sassari
SARDEGNA ARCHEOLOGICA
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Guide e Itinerari
Il complesso nuragico di LU BRANDALI
e i monumenti archeologici di
Angela Antona
SANTA TERESA GALLURA
Carlo Delfino editore
Il territorio di Santa Teresa Gallura
Le vicende storiche e culturali che si sono succedute nel territorio
di Santa Teresa Gallura sono strettamente legate a due degli aspetti
caratterizzanti di quest’ultimo: da un lato la dislocazione geografica
nell’estremo Nord della Sardegna; dall’altro il binomio inscindibile
granito-mare in questa parte di Gallura dove la Sardegna inizia... o
finisce.
Per chi viene dal mare navigando lungo le costa della Corsica,
doppiato a ponente il Capo di Fenu o a levante la Punta Sperone,
vede il promontorio granitico peninsulare di Capo Testa stagliato
all’orizzonte. Proteso a chiudere le Bocche di Bonifacio verso il mare
di Sardegna, raccoglie di quest’ultimo le forti mareggiate di maestrale che, provenendo dal Golfo del Leone senza trovare ostacoli, scaricano il vigore delle loro onde sulle scogliere, erodendone le basi in
forme bizzarre che stuzzicano spesso la fantasia. Procedendo da
Ovest verso levante, se ne vedono gli effetti nelle altrettanto singolari ed imponenti morfologie della piccola penisola di Municca, dello
scoglio di Municchedda, della Punta Falcone e degli isolotti della
Marmorata. Gli energici processi erosivi si attenuano invece nelle
rade più ridossate della Barcaccia, Cala Sambuco, Valle dell’Erica ed
ancora di più nella profonda ria di Porto Pozzo, dove l’attenuarsi dell’intensità delle mareggiate consente che il verde della macchia
mediterranea arrivi fino a lambire l’acqua.
Chi raggiunge, invece, Santa Teresa Gallura dall’entroterra osserva la morfologia varia del suo territorio: discrete estensioni piane e
verdeggianti, chiuse, nel quadrante Sud, dalle alture granitiche che
preludono alle maggiori altitudini del Monte Limbara. Verso Nord, le
chine in graduale obliquità del tavolato roccioso culminante a 44
metri sul livello del mare accolgono il centro abitato. Il lungo rettilineo che si diparte dal punto di confluenza di diramazioni delle principali arterie stradali sarde offre subito alla vista il paese, con l’impianto urbanistico del centro storico, caratterizzato dall’intersecarsi
delle strade secondo linee ortogonali, in un ordine rigoroso purtroppo tradito dallo sviluppo dei quartieri di recente costruzione.
Giungendo quindi alla punta estrema dell’abitato, si gode di uno
degli spettacoli naturali più affascinanti dei quali la Gallura è prodi-
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ga. Qui sono coniugati, in un equilibrio sorprendente, l’imponenza
maestosa delle formazioni granitiche con la dinamicità del mare
quando questo, con tutto il suo vigore, si abbatte su di esse coi frangenti schiumosi della tempesta o quando, calmo, accarezza le rive
della Rena Bianca coi riflessi argentati dell’acqua cristallina. In questa condizione, lo sciacquettio fra gli scogli affioranti delle numerose cale e calette dà la sensazione di un chiacchiericcio sommesso in
questo teatro spettacolare.
Il senso di grande armonia che si sprigiona dai caotici ammassi
levigati dal mare e dagli imponenti promontori granitici dalle pareti
nude che si elevano nella linea costiera come nell’entroterra, si accresce ancora se si osserva il mutare dei loro colori, dal grigio chiarissimo al turchino, dal rosa all’arancio quando il sole fa risplendere i
quarzi, le miche e i feldspati della roccia, fino al grigio-violaceo
denso nelle ore dell’oscurità.
Fig. 1. Uno scorcio delle Bocche di Bonifacio: in primo piano la penisola di
Municca, frequentata fin da età nuragica; la Corsica sullo sfondo.
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LINEA CRONOLOGICA E STORICA
La Preistoria
La posizione a vedetta delle Bocche di Bonifacio, le possibilità di
approdo offerte dalle cale a ridosso ora dai venti di Levante, ora da
quelli di Ponente, danno subito ragione della lunga storia dell’antropizzazione di questo territorio, attraverso processi a tratti condivisi
dalle due principali isole frontaliere. È incisa nei fondali di quel braccio di mare, infatti, anche la stretta unità geologica della Sardegna e
della Corsica, fra le quali l’ultima glaciazione ha finito di tracciare il
“ponte” d’acqua al quale sono legate le vicende umane almeno della
parte settentrionale sarda e meridionale corsa.
Partendo dalla preistoria più remota, non è improbabile che possano
ancora celarsi in questo territorio testimonianze dell’arrivo dell’uomo
sull’isola. La sua presenza è documentata, a partire da almeno 500.000
anni fa, nella piana dell’Anglona, regione separata dalla Gallura dal
corso di uno dei principali fiumi sardi: il Coghinas. La presunta provenienza dalla penisola italiana sembrerebbe testimoniata anche dalla
fauna che accompagna il primo popolamento. Questo sarebbe giunto in
Sardegna attraverso le isole dell’arcipelago toscano, all’epoca unite
alla terraferma peninsulare e separate dal massiccio sardo-corso da uno
specchio d’acqua facilmente attraversabile. Tra Sardegna e Corsica,
poi, le piccole isole dell’ arcipelago di La Maddalena e di quello francese di Lavezzi, disseminate nel panorama azzurro che si domina da
Santa Teresa, costituiscono la parte oggi emersa di un territorio che,
fino a non più di 20.000 anni fa, si trovava in un assetto di continuità
con le attuali aree costiere delle due isole principali.
Fig. 2. Carta dei siti archeologici di Santa Teresa citati nel testo. 1. Cava di
età romana, località Cala di L’Ea; 2. Cava di età romana, località Cala Spinosa; 3. Cava di età romana, località Li Petri Taddati; 4. Cava di età romana, località Capicciolu; 5. Tombe paleocristiane “ad arcosolio”, Istmo di
Ponente; 6. Complesso nuragico, località Lu Brandali; 7. Complesso nuragico, località La Testa; 8. Complesso nuragico, località Vigna Marina; 9. Struttura nuragica e cava romana, località Municca; 10. Cava di età romana,
località Punta Falcone; 11. Cava di età romana, Isole Marmorata; 12. Nuraghe, località Stirritoggiu; 13. Nuraghe, località La Colba.
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Fig. 3. Il massiccio sardo-corso
e l’arcipelago toscano con
l’indicazione della linea di
costa nei momenti di massima
regressione marina.
Il progressivo innalzamento del livello del mare ha cancellato il passaggio percorribile a piedi fino a 8-9 mila anni fa, individuato alla
profondità reale di circa 60 metri, lungo la paleo-linea di costa segnata
da Punta Paganetto, Spargiotto, la Secca di Budelli e le isole di Lavezzi, unite senza soluzione di continuità fino al Capo Pertusato.
Istmi di collegamento tra le porzioni granitiche emerse, lagune e
stagni sulla terraferma hanno facilitato all’epoca la frequentazione
umana, in situazioni ambientali ideali per piccole comunità che basavano la propria sopravvivenza sulla raccolta dei frutti della terra e del
mare. I siti di insediamento fino ad ora individuati sul litorale settentrionale sardo e su quello meridionale corso, rispettivamente da
Punta Sardegna (Palau) a Porto Leccio (Aglientu) e da Capo di Fenu
a Sant’Amanza, attestano anche un’attività di scambio. È infatti
documentata, a partire dal IX millennio a.C., la diffusione extrainsulare dell’ossidiana sarda; a quest’epoca datano gli strati più antichi di
Araguina-Sennola (Bonifacio), in un riparo naturale ubicato nelle
spettacolari falesie calcaree prospicienti il mare delle Bocche.
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L’Età Neolitica
Il progressivo mutamento della morfologia del paesaggio non ha
interrotto lo stretto legame fra le due isole. I rapporti culturali stabilitisi sin dalle fasi più antiche del VII-VI millennio a.C. si intensificano durante tutta l’età neolitica, fino alle fasi mature del IV millennio a.C. Ai dati stratigrafici provenienti dalla località corsa suddetta,
si aggiungono i rinvenimenti di manufatti in ossidiana e in selce di
provenienza sarda a Longone e Pertusato. A queste si accompagnano
ceramiche decorate col bordo delle conchiglie, tipiche del Neolitico
Antico e presenti anche sul litorale gallurese.
Nel territorio teresino tracce ancora labili, ma qualificanti, attestano fino ad ora la frequentazione più intensa attorno al IV millennio
a.C. nella zona di Terra Vecchia, di Porto Quadro, della Marmorata e
infine di Coluccia, dove l’habitat doveva offrire condizioni ideali per
pratiche di vita improntate ad una maggiore stanzialità.
Infatti, l’attività materiale di piccole società sedentarie a base
economica agricola si legge attraverso i frammenti ceramici decorati nella sintassi tipica della cultura di Ozieri, tra il 3500 e circa il
2750 a.C. Insieme ad essi, strumenti e schegge di lavorazione di
ossidiana del Monte Arci (Oristano) e di selce dell’Anglona fanno
riconoscere in questi siti un ruolo di particolare rilievo. Essi vengono infatti ad aggiungersi al folto gruppo delle località costiere e
delle isole antistanti, che attribuiscono alla Gallura un ruolo dinamico nell’ambito della circolazione transmarina dell’ossidiana e
della selce. Di qui, infatti, dovevano passare le rotte attraverso le
quali le due materie prime raggiungevano la Corsica, per poi varcare il breve tratto del Tirreno ed essere infine diffuse in Toscana,
in Emilia, in Liguria e in Veneto. Fuori dai confini italiani, i rinvenimenti di strumenti in materiale litico sardo riguardano l’area pirenaica della Francia e della Spagna.
È forse da imputare a qualche lacuna nella ricerca se non si sono
ancora individuate, nel territorio di Santa Teresa, tracce del diffondersi, nel corso del Neolitico Medio, del fenomeno megalitico di
impronta europea che ha dato origine, nella vicina zona di Arzachena, alla necropoli di Li Muri. Quest’ultima, caratterizzata da tombe
composte da una cista litica contornata da una serie di circoli con-
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Fig. 4. Carta di diffusione dell’ossidiana.
Fig. 5. Strumenti di ossidiana da Cala Villamarina (Isola di Santo Stefano,
Arcipelago di La Maddalena).
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centrici di pietre, trova forti affinità, se non analogie, in monumenti
dello stesso tipo della Corsica e della Francia Meridionale. Sono più
consistenti, invece, gli indizi relativi alla diffusione dell’aspetto
megalitico funerario del Neolitico Recente, indicato dai resti di qualche dolmen.
Il sincronismo culturale e cronologico del megalitismo in Gallura
e Corsica fa ipotizzare, con sufficienti margini di certezza, che proprio il braccio di mare delle Bocche di Bonifacio possa aver rappresentato un trait d’union fra le due isole, nell’ambito di attività di
scambio delle quali il territorio teresino doveva essere attivamente
partecipe.
L’Età del Rame e del Bronzo Antico
Il ruolo di cerniera fra la Sardegna e le regioni transmarine ha continuato a persistere anche col procedere dei tempi, in quadri di sempre più accentuata dinamicità del bacino occidentale del Mediterraneo. La ricca stratigrafia restituita da un tafone ubicato a ridosso della
spiaggia di Cala Corsara, sull’isola di Spargi, ha offerto la sequenza
della frequentazione delle rotte galluresi dal Neolitico Antico (6.0004500 a.C.) fino al Bronzo Antico (2000-1700 a.C.). Insieme a queste
testimonianze marine, la presenza delle culture calcolitiche nell’entroterra, la loro linea di diffusione da Nord a Sud, le forti similitudini tra architetture galluresi, corse e francesi confermerebbero il ruolo
suddetto. Soprattutto nei primi secoli del II millennio a.C., villaggi
ubicati in punti dominanti ampi tratti di territorio, difesi da poderose
murature, denunciano in entrambe le isole l’istanza fortificatoria
degli insediamenti. A documentarli sono i numerosi siti ubicati sulle
emergenze granitiche più elevate, le cui difese naturali, conferite
dalla loro conformazione e posizione, sono ulteriormente accentuate
dalla costruzione di grosse muraglie congiungenti spuntoni rocciosi.
All’interno delle aree fortificate si sviluppano i villaggi, costituiti
soprattutto da abitazioni in tafoni, le cavità tipiche del granito, esito
di diverse forme di erosione naturale.
Nello stesso momento, esempi di architettura funeraria mostrano
ancora il forte rapporto fra le due opposte sponde delle Bocche: quel-
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la megalitica delle allées couvèrtes, e, insieme, l’uso durevole delle
sepolture in tafone. Sembra da riferirsi al primo tipo di tomba, originario della Francia pirenaica e mediato attraverso la Corsica, una
struttura situata sul limite costiero prospiciente il porto di Santa Teresa, in località Muzzeddu. Solo lo scavo scientifico potrà precisarne le
caratteristiche architettoniche e la cronologia. Al momento, i resti
emergenti dal terreno fanno intravedere un corridoio delimitato a
lastre infisse verticalmente, similmente ad altri esempi noti nel resto
della Sardegna settentrionale e trasformati, in età nuragica, in tombe
di giganti.
L’Età Nuragica
È intorno alla metà del II millennio a.C., cioè durante il decorrere
dell’età del Bronzo Medio, che viene comunemente fissato l’inizio
della civiltà nuragica. Il proliferare del tipo di costruzione dal quale
deriva il nome, il nuraghe, ha interessato anche il territorio di Santa
Teresa Gallura, dove la civiltà nuragica è attestata dalle sponde del
mare alla fascia più periferica dell’entroterra.
La maggiore rilevanza numerica dei siti di insediamento rispetto
all’età precedente è individuabile soprattutto in ragioni di carattere
economico. Il potenziamento delle attività pastorali e di allevamento
si evince dall’intensificarsi dell’insediamento sia in aree pianeggianti
che su margini rilevati, o sui promontori rocciosi che bordano l’ospitale piana affacciata sulle Bocche di Bonifacio. Accanto all’interesse
per le aree adatte alla pratica della pastorizia, è anche evidente quello
per estensioni territoriali idonee all’esercizio di attività agricole.
Fedele ai canoni della logica insediativa dell’età nuragica in tutta
l’isola, sono evidenti anche qui le risposte ad esigenze di avvistamento e di controllo degli ambiti territoriali. Queste possono dedursi
dalla disposizione complessiva dei nuraghi, a corona rispetto alla
distesa piana affacciata sul mare, in una evidente istanza di difesa
delle sue risorse: i boschi, i pascoli, le coltivazioni, che dovevano
garantire la sopravvivenza ed il progredire delle comunità stanziate
nel “cantone” più settentrionale della Sardegna nuragica.
Inoltre, antichi pregiudizi che avevano affievolito, quando non
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negato, il rapporto di quest’ultima col mare sono stati ormai superati dagli studi più recenti. Nella dislocazione dei nuraghi della fascia
costiera di Santa Teresa e del suo immediato entroterra si percepisce,
in modo piuttosto convincente, la vocazione anche marinara delle
società insediate su questo territorio, che si traduce in un controllo
degli approdi sia diretto che a distanza.
Fra i semplici luoghi di avvistamento e di controllo sul mare si
possono citare i resti di una struttura circolare, posizionata sul punto
più elevato del penisolotto di Municca (Fig. 2, 5), in prossimità del
brevissimo istmo segnato dall’emergere di una piccola serie di scogli
che l’alta marea spesso copre, dando l’aspetto di isola alla piccola e
verde lingua di terra. Ulteriori conferme della pratica del mare in
quell’epoca sono offerte da un’àncora di pietra conservata presso il
Museo G.A. Sanna di Sassari, le cui caratteristiche sono riconducibili ai tipi in uso durante l’Età del Bronzo. A questa si aggiungono altri
esempi dei quali si hanno spesso notizie, relativi ad ancore di pietra
Fig. 6. Santa Teresa Gallura. Penisola di Municca. Al centro, resti della struttura nuragica di avvistamento.
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Fig. 7. Ricostruzione ideale di una imbarcazione nuragica.
“Cantiere navale nuragico, con artigiani affaccendati a “cucire” l’una
all’altra le tavole con un sistema di “tenoni e mortase”, impermeabilizzato
poi con la calafatura a base di resine e stoppacci. Lo scafo veniva poi rinforzato inchiodandovi all’interno i madieri e i paramezzali, mentre la grande
protome, saldamente assicurata al dritto di prua con cordami, doveva avere
la funzione di controbilanciare il peso dello scafo, assicurandone la gallegiabilità. È vero che non sono ancora stati trovati resti lignei di navi nuragiche,
ma è invece ricchissima la documentazione delle navicelle di bronzo che confermano in ogni particolare, compreso il fondo piatto per le forme più arcaiche, quello che si conosce sulle più antiche tecniche di costruzione navale nel
Mediterraneo.”
di forma trapezoidale con angoli smussati, provviste di un foro sul
lato minore. A volte sono presenti anche due perforazioni sulla parte
inferiore, atte all’inserimento di due elementi di legno che dovevano
garantire l’ancoraggio al fondale marino.
Sembra da riferirsi ad una forma di controllo del mare a distanza,
oltre che a quello del territorio, anche l’ubicazione di alcuni nuraghi
dai quali la vista spazia sulla distesa marina ad essi prospiciente e
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Fig. 8. “Dal cantiere al varo. Le alte sponde traforate, di legno o di giunchi
intrecciati potevano costituire una protezione per i rematori o anche per il
carico”.
sulle vie di penetrazione dal litorale verso l’entroterra. I nuraghi di
Lu Brandali (Fig. 2, 6), di La Testa (Fig. 2, 7), di Vigna Marina (Fig.
2, 8) possono rappresentare esempi di una loro valenza anche in questo senso.
Relativamente all’architettura, bisogna richiamare i due tipi fondamentali noti ai quali sono riconducibili i nuraghi in tutta l’isola: da
un lato quello “a tholos”, dall’altro quello “a corridoio”. Il primo è
caratterizzato, nella sua forma più semplice, da edifici di pianta circolare ed alzato troncoconico, con i vani coperti a “falsa cupola”
(tholos), sovrapposti gli uni agli altri e raccordati da una scala che
corre nello spessore murario sino a sfociare nel terrazzo. Questo
coronava sempre i nuraghi; sporgeva rispetto alla muratura sottostante dell’edificio, poggiando su mensoloni di pietra che potevano
reggere, a loro volta, una fascia di pavimentazione in robusto legno.
Nella forma complessa, ossia composta da più torri, quella centrale è contornata da un bastione che ingloba nel suo svolgimento un
numero variabile di torri. Sia la scala che il corridoio che collega i
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diversi ambienti, e che corre all’interno del bastione, hanno le volte
coperte ad ogiva, secondo gli stessi princìpi statici sui quali si regge
la falsa cupola: contrariamente a quanto accade nell’arco e nella
cupola, lo scarico dei pesi avviene verso l’esterno della struttura
invece che verso il centro.
Inoltre, i nuraghi a tholos impostano sulla verticalità la distribuzione degli spazi coperti a falsa cupola, raggiungendo così altezze
anche notevoli che consentivano un’ampia visione del territorio.
Il secondo tipo di nuraghe, ossia quello “a corridoio”, è così detto
fondamentalmente per la presenza di corridoi più o meno numerosi,
più o meno lunghi o tortuosi coperti, come gli angusti vani che vi si
aprono, a lastroni piani. Caratterizzante è anche l’eccentricità dei
vani, diversamente distribuiti rispetto allo sviluppo dell’edificio.
Come in gran parte della Gallura, anche nel territorio teresino l’architettura dei nuraghi è caratterizzata da interessanti esempi di commistione dei due tipi: convivono cioè, nello stesso monumento, ampi
vani chiusi a falsa cupola e stretti corridoi a copertura tabulare. Per
di più, forse a causa del loro adattamento alla morfologia delle emergenze rocciose sulle quali sono ubicati, i nuraghi galluresi esulano
dall’irrinunciabile sviluppo geometrico del nuraghe “a tholos”, dove
la torre principale è posta rigorosamente al centro rispetto alle torri
laterali che le si addossano attorno. Inoltre, benché a caratterizzare il
nuraghe “a corridoio” sia anche il suo profilo tozzo rispetto e all’altezza notevole del nuraghe “a tholos”, in questa zona è l’ubicazione
sulle emergenze granitiche a dare slancio alle strutture, ma soprattutto a garantire una delle finalità imprescindibili del nuraghe: il dominio del territorio. Anche la tecnica muraria risente della commistione
suddetta: conci squadrati, disposti a filari regolari, sussistono accanto a porzioni murarie che impiegano blocchi appena sbozzati, quando non utilizzati nella loro forma naturale. Emerge in proposito un
particolare tecnico fondamentale che distingue la muratura isodoma
o subquadrata dei nuraghi “a tholos” di tipo canonico rispetto a quella poligonale degli edifici a corridoio. Nel primo, i blocchi di pietra
sono disposti in regolari cerchi concentrici che gradualmente si
restringono a formare la falsa cupola, fino a chiudersi con una lastra
unica. Nel secondo, blocchi di varia forma e pezzatura si sovrappogono secondo linee oblique che vanno a determinare forme triango-
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lari che si intersecano, si affiancano, si compenetrano, nella composizione di un equilibrio statico perfetto. La sensazione di casualità,
quasi di “disordine” nella mancanza di filari compiuti è solo apparente; dietro di essa si nasconde, in realtà, una conoscenza considerevole della scomposizione delle forze e dello scarico dei pesi: cognizioni statiche, cioè, di notevole levatura ed impegno.
Un aspetto non trascurabile riguarda il valore dei monumenti dell’ambito teresino nei rapporti fra la civiltà nuragica e la contemporanea civiltà delle “torri” della Corsica. I risultati delle ricerche nell’una e nell’altra suggeriscono lo sviluppo sincronico dei due fenomeni
culturali almeno nelle loro fasi più antiche, evidenziando le affinità
sia nei modelli insediativi, sia nell’architettura. In riferimento a questa, le similitudini si ritrovano soprattutto fra torri e nuraghi a corridoio: nella comune dislocazione sulle formazioni granitiche, nel
peculiare sfruttamento delle loro articolazioni per crearvi piccoli vani
o corridoi, nella tecnica muraria in prevalenza ciclopica-poligonale,
nel sistema tabulare delle coperture. Anche nel versante corso, l’espediente dell’ubicazione aggiunge imponenza e visibilità alle
costruzioni dall’aspetto tozzo e massiccio, punti di riferimento per le
piccole comunità stanziate in semplici villaggi. In questi, come in
Gallura, convivono capanne in muratura accanto a semplici dimore
ricavate nelle numerose cavità naturali (i tafoni) che il granito offre,
e che l’idioma locale indica col nome di “conchi”.
Nel territorio teresino, sono presenti eloquenti esempi nei complessi di Lu Brandali, di La Colba e di Saltara. In quest’ultima località, un vero e proprio villaggio sotto roccia offre le testimonianze
dell’uso continuato da età nuragica fino ai primi decenni del ’900,
con destinazioni d’uso simili nelle diverse epoche: abitazioni, ripostigli, stalle, luoghi di sepoltura. In relazione all’insediamento in età
nuragica, nella parte più elevata del sito di Saltara, appoggiati su uno
spuntone granitico, sono anche presenti i resti di una struttura circolare, costruita a pietre di non grandi dimensioni. Si tratta di uno degli
esempi particolarmente frequenti sia in Gallura che in Corsica, dove
riempimenti artificiali degli spazi fra i trovanti granitici, integrati da
semplici strutture murarie, sfruttano la morfologia della roccia facendo di essa la parte portante della costruzione. Questo espediente sopperisce alle difficoltà oggettive per la creazione di manufatti ben più
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Fig. 9. Villaggio nuragico Lu Brandali. Particolare della tecnica muraria a
filari orizzontali.
complessi, che avrebbe richiesto l’impiego di forze-lavoro di entità
consistente, delle quali gruppi sociali numericamente contenuti,
come quelli galluresi, non potevano disporre. Nel risultato, l’altura
granitica finisce per rivestire una delle funzioni principali rispettivamente del “nuraghe” sardo e della “torre” corsa: quella d’avvistamento e di controllo dei quali si è detto in precedenza. Ma non mancano in essi anche i vani utilizzabili, costituiti dai tafoni presenti nella
roccia madre.
Si può dire che il perpetuarsi dell’uso dei tafoni anche in età pienamente storica rappresenti un elemento caratterizzante del forte substrato comune alle due isole, tanto da aver portato alcuni ad ipotizzare, forse un po’ enfaticamente, una peculiare “cultura dei tafoni” che
persiste e si evolve accanto ai fenomeni di più generale coinvolgimento nelle due regioni.
In proposito, sono comuni ad esse anche molti miti e leggende,
nate nella tradizione a seguito del rinvenimento di suppellettili della
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vita quotidiana nei tafoni d’abitazione e di ossa umane in quelli meno
felici per esposizione e dimensioni, e pertanto destinati alle sepolture. In entrambe le regioni si racconta, infatti, che mosche micidiali,
talvolta dall’aspetto mostruoso, pronte a seminare morte con le loro
punture, avessero costretto gli abitanti del luogo a cercare riparo
negli anfratti del granito.
In Gallura era la “musca machedda” (la mosca maghella), a volte
piccola e di colore rosso, altre volte grande come la testa di un bue,
che volando gettava terrore col fragore delle ali. Gli uomini, nel tentativo di sfuggirla, si rifugiavano nei tafoni, dove morivano di fame
o di sete. Non avevano sorte migliore coloro i quali subivano la puntura micidiale del terribile insetto quando questo riusciva a raggiungerli dentro le grotte, poiché cadevano in un sonno mortale.
In Corsica, l’origine della mosca assassina è legata a fatti e personaggi appartenenti alla storia. Si racconta, infatti, che Orso Alemanno, capo depravato dei genovesi di Bonifacio (fine XIV-inizi XV
secolo), uso ad esercitare il “diritto di prima notte” sulle spose dei
vassalli, fosse stato ucciso da un tal Piobbetta, promesso sposo di una
delle vittime. Ad un anno dalla morte, dalla tomba di Orso sarebbe
scappata una mosca che nell’arco di dieci anni avrebbe assunto le
dimensioni di un bue e seminato terrore e morte con le sue unghie.
Col suo alito fetido, che disseccava le piante, raggiungeva ed uccideva gli uomini che, nel tentativo di sottrarsi a morte sicura, si sarebbero rifugiati negli anfratti rocciosi. Ancora una volta sarebbe stato
Piobbetta ad uccidere il nemico con l’aiuto di un medico pisano, ma
sarebbe morto a sua volta per non essersi immunizzato a sufficienza
contro gli effetti letali dell’assalto della mosca.
Verso la Storia
Sono ancora poche le conoscenze relative alle vicende culturali
delle fasi più tarde della civiltà nuragica nel territorio teresino. Gli
elementi che provengono dagli scavi ancora in corso nel sito di Lu
Brandali aiutano nella ricostruzione delle fasi di insediamento fino
agli inizi dell’Età del Ferro, nel IX secolo a.C.
Non si conoscono, fino ad ora, elementi che consentano di stabili-
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re quale sia stata l’evoluzione delle popolazioni stanziate in questo
capo estremo dell’isola, né si dispone di dati utili ad accertare se la
veicolazione dei commerci fenici possa essere passata anche per questo territorio. Peraltro, il dinamico quadro delle civiltà e degli eventi
che interessarono in quest’epoca il Tirreno centro-settentrionale autorizza a ritenere che questa parte del litorale, con le numerose possibilità di approdo, possa aver avuto un ruolo nell’ambito della navigazione. Necessariamente, tra l’VIII ed il VI a.C., dovevano passare
per le Bocche di Bonifacio le rotte di cabotaggio dirette verso il
Mediterraneo occidentale, attraverso le quali i commercianti fenici
raggiungevano la Corsica e, nel versante Est di questa, il braccio di
mare sul quale di affacciavano gli Etruschi.
I Fenici resteranno incontrastati padroni del mare fino a quando,
verso il 630 a.C. non si introdurranno i Focei (greci provenienti dalla
costa turca), che affermeranno la loro presenza con la fondazione, fra
le colonie del Mediterraneo occidentale, di quella di Massalìa (Marsiglia) nel 600 a.C. e di Alalìa (o Aleria), nel versante di levante della
Corsica, nel 575 a.C. Sarà la battaglia del Mare Sardonio, nel 535
a.C., con la sconfitta dei Focei ad opera della coalizione etrusco-cartaginese a stabilire nuovi equilibri, con i Cartaginesi assestati in Sardegna, gli Etruschi in Corsica ed i Greci in fuga verso la Campania.
I rinvenimenti di anfore etrusche e greche nei fondali di Lavezzi e
di ceramica attica in quelli di Budelli attestano, ancora nel VI e V
secolo a.C., la frequentazione e l’importanza del “canale” di Bonifacio: il pericoloso Taphros per i Greci di Siracusa che, successivamente alla battaglia del Mare Sardonio, dovevano avere su di esso un
ruolo non ancora chiarito. È certo che il loro tentativo di contendere
agli Etruschi il dominio sulla Corsica, fu subito stroncato da questi
ultimi con l’invio dalla madre patria di principi militari dei quali si
sono rinvenute ad Alalìa le tombe.
La notorietà delle Bocche di Bonifacio nell’epoca della quale si
parla è confermata anche da fonti specifiche: il tratto di mare è citato nel Periplo dello pseudo-Scilace, considerato il primo portolano
del Mediterraneo e risalente, nella sua redazione originaria, al VI
secolo a.C. Il tragitto Sardegna-Corsica è qui fissato a “1/3 di giorno”, corripondente a 166,6 stadi, equivalenti a 26,8 chilometri. Si
deve perciò ipotizzare che la distanza possa riferirsi a due porti atti-
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Fig. 10. La Battaglia del Mare Sardonio in una ricostruzione ideale.
vi in età arcaica, dei quali quello sardo potrebbe forse essere riconosciuto nel fiordo portuale di Longone, quello corso nel golfo di
Sant’Amanza, noto come Portus Siracusanus.
Il plausibile coinvolgimento, in qualche modo, della Gallura
costiera nel suddetto dinamico mondo tirrenico si sta delineando
attraverso indizi sempre più numerosi. Le recenti scoperte ad Olbia
di ceramiche fenice e greche stanno documentando uno stanziamento fenicio, perdurato dalla metà dell’VIII alla metà del VII secolo
a.C. e caduto poi in mano greca, probabilmente proprio dei Focei al
momento del loro avvento nel Mediterraneo Occidentale, verso il
630 a.C. Non potrà sorprendere quindi se qualche influenza possa
essere derivata al substrato culturale locale dai contatti con le civiltà
suddette. Di questa situazione, anche nel territorio in questione si
possono cogliere “segnali” riferibili a rapporti esterni più consistenti
di quanto non sia apparso fino ad ora. In questo senso occupa un
posto di particolare importanza una statuetta di bronzo, proveniente
dal territorio di Santa Teresa ed esposta nelle vetrine del Museo G.A.
23
Fig. 11. Santa Teresa Gallura.
Statuetta di bronzo da
località ignota.
Sanna di Sassari (Fig. 11). Si tratta di una vecchia acquisizione, purtroppo giunta senza indicazioni specifiche del luogo di rinvenimento
e di dati ad esso relativi, priva dunque di elementi di lettura del contesto culturale nel quale il bronzetto è nato. Considerazioni ed ipotesi, tuttavia, sono state possibili sulla base dello stile inequivocabile
che caratterizza il manufatto. L’iconografia raffigura un personaggio
nudo, pervenuto privo della testa, che reca in mano un volatile (una
colomba o un gallo). La resa dei particolari anatomici quali i glutei
pronunciati, insieme alla posizione stante del personaggio, caratterizzano la scultura. Queste peculiarità richiamano moduli stilistici di
periodo arcaico, fusi con lo stile semplice tipico della produzione
artistica di impronta locale.
La piccola scultura, che costituisce uno dei pochissimi reperti che
testimoniano una fase della tarda età nuragica in questa zona, attesterebbe dunque un’influenza della produzione artistica greco-etrusca su quella nuragica, sintomo di contatti tra un mondo nuragico
ancora energico ed i popoli dei grandi eventi dei primi secoli della
Storia del Mediterraneo occidentale.
Il riscontro politico di una situazione di autonomia in questo scorcio
24
della civiltà nuragica si può forse cogliere negli echi di una notizia di
Pausania (X, 17,8), il quale riferisce che i Corsi abitanti della Gallura
non furono sottomessi dai Cartaginesi. Tale autonomia sarebbe durata,
secondo accreditati studi, fino alla metà del VI secolo a.C.
Non si può escludere, dunque, che anche in questo territorio piccole società nuragiche siano sopravvissute in autonomia fino a questa data, magari anche in un rapporto fecondo con la dinamicità dei
commerci fenici, greci ed etruschi.
Nulla sappiamo dell’evolversi della vita nel territorio in questione
nei secoli successivi, quando nella restante parte della Sardegna si
assiste, a partire dalla fine del VI secolo a.C., alla lenta acculturazione alla civiltà di Cartagine. La penisola di Capo Testa ed il fiordo di
Longone hanno raccontato, fino ad ora, solo l’assimilazione feconda
ed inesorabile alla civiltà di Roma.
Tra Cartagine e Roma
Come è noto, i Cartaginesi esercitarono un saldo controllo sulla
Sardegna, o almeno sulle sue coste, dal 509 a.C. A quest’epoca data,
infatti, il primo trattato tra Roma e Cartagine che getta luce sui rapporti tra le due potenze mediterranee sul finire del VI secolo a.C. Se
Cartagine si impegnava a non arrecare danno alcuno alle città laziali
controllate da Roma, i Romani avrebbero considerato interdetta la
navigazione lungo le coste mediterranee dell’Africa occidentale e
avrebbero limitato i contatti commerciali con la Sardegna sulla base
di precise disposizioni previste dal patto.
Con il secondo trattato, che le fonti datano al 348 a.C., Cartagine
cercò di arginare i cresciuti interessi di Roma sul mare includendo la
Sardegna e la Libia nella zona “proibita”, estromessa cioè dal commercio romano ed etrusco.
L’antagonismo latente tra Roma e Cartagine, sfociato in conflitto
aperto, porterà nel 238 a.C., all’indomani della conclusione della
prima guerra punica, alla conquista della Sardegna da parte di Roma.
L’occupazione romana fu incoraggiata dal malcontento delle antiche
colonie fenicie di Sardegna nei confronti della politica economica di
Cartagine. Tuttavia è d’obbligo precisare che le aspre rivolte dei
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Sardi contro l’imposizione del dominio romano non interessarono, se
non episodicamente, le città sardo-puniche della costa, costrette a
riconoscere la realtà della nuova conquista ed ad accettarne le dure
imposizioni: l’economia latifondista di base cerealicola voluta da
Cartagine, ed ereditata da Roma, aveva portato ad una progressiva
integrazione culturale tra l’elemento autoctono e quello esterno. La
“resistenza” dei Sardi celebrata dalle fonti, talvolta con accenti enfatici, interessò invece le popolazioni dell’interno, la cui indipendenza
politica Cartagine era stata costretta a rispettare. Queste praticavano,
su pascoli ancora in gran parte comuni, un’economia a base pastorale che vedevano minacciata dalla continua avanzata delle colture
cerealicole. La monocoltura del grano provocò infatti il progressivo
abbandono delle altre produzioni, limitò i commerci e determinò una
subordinazione economica e sociale.
Tra gli episodi di rivolta contro Roma che talvolta, accogliendo le
insistenze di Cartagine, coinvolsero anche le città sardo-puniche, è
emblematico il bellum sardum del 215 a.C. Le figure dei protagonisti,
Ampsicora, Iosto e il cartaginese Annone, confermano che si trattò di
un’alleanza tra indigeni e Punici: la rivolta sortì un esito negativo per
questi ultimi a favore di una grande vittoria sugli insorti ottenuta da Tito
Manlio Torquato. Il dominio di Roma sulla Sardegna andò comunque
stabilizzandosi a costo di interventi repressivi da parte dei reparti ausiliari e della flotta da guerra. Fu fondamentale per Roma la realizzazione di una rete stradale efficiente, utile strumento di penetrazione capillare nelle zone più interne e meno accessibili dell’isola.
Nel lungo arco temporale che precede l’arrivo dei Romani la Gallura appare, nelle fonti scritte come nei dati archeologici, un’area
solo parzialmente interessata dalla frequentazione punica: soltanto il
versante costiero, infatti, toccato dalle rotte commerciali, restituisce
tracce dell’insediamento. La zona interna, invece, per quanto noto
fino ad oggi, non sembra aver ricevuto ripercussioni economiche,
sociali e culturali tali da far ipotizzare un popolamento consistente.
Unica macroscopica eccezione è ancora una volta la città di Olbia.
Questa, esaurita la fase greca durata fino alla fine del VI secolo a.C.
dopo aver conosciuto nel V secolo un momento di crisi, se non di
abbandono, alla metà del IV secolo a.C. vede sorgere, ad opera di
Cartagine, un centro urbano di tipo coloniale. Questo, funzionale
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soprattutto al controllo della costa e delle rotte, rispondeva anche
all’esigenza di far rispettare il trattato con Roma e ad arginare le mire
dell’espansionismo di quest’ultima ed anche di quello siracusano
sulla Sardegna.
L’Età Romana
Meglio documentate sono le fasi che riguardano l’occupazione
romana della Gallura. All’inizio della prima guerra punica sono attestate le rotte di cabotaggio praticate nel canale delle Bocche di Bonifacio (Fretum Gallicum, ossia lo stretto delle rotte per la Gallia) e i
collegamenti tra la Corsica e la Sardegna, la cui distanza è fissata dall’Itinerario Antoniniano Marittimo, una sorta di Portolano dell’Impero, in 90 stadi (circa 8 miglia). Si ha testimonianza, in età repubblicana, dello sbarco di truppe legionarie ad Olbia per garantire il collegamento del porto con le antiche colonie fenicio-puniche della
costa occidentale della Sardegna, passate sotto il dominio di Roma.
Durante l’età imperiale è attestata la presenza in Gallura di reparti
militari ausiliari al fine di sedare le continue rivolte dei Corsi e dei
Balari, ricordati dalle fonti tra i populi celeberrimi che si resero protagonisti della “resistenza” alla conquista romana.
La frequentazione romana nel territorio di Santa Teresa Gallura è
testimoniata in primo luogo dai riferimenti alla rete stradale, contenuti nell’Itinerario Antoniniano – un’opera geografica riferita all’inizio del III secolo d.C. – e dalle coordinate che il geografo Tolomeo
(100-178 d.C.) offre per l’indicazione dei siti. L’imprecisione delle
fonti a disposizione, progressivamente emendate con i dati archeologici ed epigrafici, determina a tutt’oggi il perdurare di perplessità che
riguardano l’identificazione delle diverse stazioni citate in entrambe
le fonti. Prima fra queste è la localizzazione di Tibula con il suo
porto, di importanza fondamentale essendo il punto di partenza di
almeno quattro arterie stradali: una strada costiera Tibula-Sulci, la
direttissima per Olbia (per compendium), la costiera orientale per
Calares ed un’altra strada interna ugualmente per quest’ultima città.
A Santa Teresa sono state localizzate tre distinte stazioni: Tibula,
Portus Tibulae e Longone.
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Diversi indizi hanno spinto a localizzare Tibula a Capo Testa: fra
questi, principalmente la notizia del geografo Tolomeo che colloca i
Tibulati nella Sardegna settentrionale. Insieme a questa, l’indicazione del sito è sostenuta dal ritrovamento, nella penisola suddetta, di
una iscrizione incisa su un cippo funerario: un epitafio con dedica
agli Dei Mani in ricordo di Cornelia Tibullesia, morta all’età di 23
anni, sepolta dai genitori Claudius Amarantus e Cornelia Venusta.
Tuttavia, sussistono ancora dubbi fra gli studiosi su una simile collocazione di Tibula. Infatti, l’indicazione, negli itinerari stradali, di
un’altra strada direttissima che collegava Portus Tibulae con Olbia,
distinta dalla strada costiera, recentemente ha indotto alcuni a collocare Tibula a Castelsardo. Ad indurre nella supposizione sarebbero
proprio le coordinate riportate dal geografo Tolomeo. A conforto di
questa ipotesi è espressa anche l’osservazione che Tibullesia sarebbe
piuttosto da interpretarsi come cognomen, col significato di “originaria di Tibula”.
Secondo recenti pareri, andrebbe invece riconosciuto in Capo
Testa l’Errebantium Promontorium, citato da Tolomeo come punto
più vicino alla Corsica e pertanto sarebbe qui da collocarsi Longone.
Questa possibilità sarebbe confermata dal fatto che proviene dalla
zona dell’istmo di collegamento alla terraferma una lastra funeraria
di marmo sulla quale è inciso l’epitafio che Haelia Annia dedica a sua
madre Haelia Victoria Longonensis, dove Longonensis sarebbe da
ritenersi quale determinazione etnica, ossia indicativa della comunità
locale d’appartenenza.
A prescindere dalla dibattuta localizzazione dei toponimi, la realtà
delle testimonianze materiali della civiltà romana nel territorio di
Santa Teresa ne documenta la grande importanza, corrispondente alle
ragioni primarie dell’insediamento: da un lato la posizione che consentiva il controllo delle rotte fra la penisola italiana e le province
occidentali, principale motivo della romanizzazione dell’estremo
Nord della Sardegna; dall’altro, le fiorenti attività di coltivazione
delle cave di granito che vi si svolgevano.
A dimostrare la densa frequentazione di queste rotte, soprattutto
nell’ambito dei traffici commerciali fra la penisola italiana e la
Spagna, sono i numerosi relitti individuati nei fondali attorno a
Capo Testa e, in generale, nelle Bocche di Bonifacio, dominate dal
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celeberrimo relitto di Spargi. Sono numerosi i carichi e le ancore
di piombo e legno che indicano l’affondamento di navi onerarie
nel pericoloso e temuto braccio di mare, dove il vigore delle burrasche di Ponente e di Grecale spesso non ha consentito loro di
doppiare Capo Testa.
Di un naufragio del I secolo a.C. si sono individuate le testimonianze nel carico di una nave che l’energia delle onde e la forza dei
venti avevano spinto verso la costa fino a farla infrangere a 500 metri
dalla scogliera. Il suo carico, costituito da barrette di ferro e lingotti
di stagno, adagiato a 28 metri di profondità, doveva essere preziosissimo per i committenti dell’epoca; ma non lo è stato meno per gli
archeologi che lo hanno scoperto ed in parte recuperato nel 1978. Dei
lingotti si conosce l’esatta provenienza dalle miniere della Spagna
Sud-orientale (Carthago Nova) ed i nomi di chi aveva il controllo o
la proprietà delle medesime: nel nostro caso, la facoltosa gens Atellia, come si legge nei bolli impressi sui piombi. Un altro oggetto ha
dato ulteriore interesse alla scoperta: un elmo di bronzo assai frammentario, forse uno dei tanti che doveva far parte della dotazione di
Fig. 12. Capo Testa, località Capicciolu. Area sulla quale insistono i resti dell’insediamento di età romana a ridosso delle cave.
29
bordo, analogamente a quanto riscontrato in numerosi altri relitti di
navi onerarie contemporanei a quello teresino.
Non è escluso, infatti, che le navi con carichi preziosi richiedessero una protezione militare armata durante la navigazione non certo
sicura del Mediterraneo. Conferme ulteriori alla pratica della rotta
delle Bocche è arrivata nel 1999, quando è stato recuperato in pochi
metri d’acqua, ad una cinquantina di metri dagli arenili di Rena
Majore (Aglientu) un altro carico composto da una grande quantità di
lingotti e pani di piombo proveniente dalla spagnola Sierra Morena.
Alcuni dei lingotti sono decorati a rilievo con leonesse e gladiatori.
Del carico, presumibilmente diretto alle officine fusorie laziali, facevano parte anche quattro ciste, sempre in piombo, istoriate con figure di leoni e di quadrighe ed un certo numero di panelle di piombo e
di altri manufatti.
Di essi, il gruppo più omogeneo è composto da 62 lingotti provenienti dalla Sierra Morena. Anche in questo caso è il bollo a dichiarare la proprietà imperiale delle miniere: “Augusti Caesaris Germanicus”. L’indicazione è valida anche per una cronologia precisa del-
Fig. 13. Capo Testa, spiaggia dei coralli. Rampa di carico e molo di attracco
di età romana.
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l’affondamento, avvenuto fra il 27 a.C. ed il 14 d.C.: la prima data si
riferisce infatti all’anno di attribuzione del titolo di Augustus all’imperatore Ottaviano, la seconda a quella della sua morte.
Dell’affondamento della nave col suo pesante carico è stato possibile ipotizzare anche la dinamica, dalla quale traspare il tentativo
disperato dell’imbarcazione, in grave difficoltà, di tentare lo spiaggiamento sfruttando il movimento costante dell’onda che la scarrocciava con vigore. Ma ormai in prossimità della riva, l’impatto in
velocità col fondale roccioso è stato ben superiore al solo prodursi di
una falla, tanto da frantumare completamente l’imbarcazione, perdendo il pesante carico così come era disposto nella stiva. I frangenti e le correnti devono avere pensato poi a spazzare via le parti smembrate dello scafo; di esso non si è trovato nessun frammento nell’amplissimo raggio indagato attorno.
I transiti nelle Bocche sono certamente all’origine della frequentazione anche del fiordo di Santa Teresa. È infatti attestato nella breve
collina che chiude l’odierno molo di ponente, un aggregato abitativo
indiziato dalla presenza di sepolture e dai resti di un impianto terma-
Fig. 14. Capo Testa. Cava di età romana di Capicciolu con fusti di colonne
semilavorate.
31
le. Le ragioni di tale stanziamento si individuano nella logica che
caratterizza l’insediamento romano nella zona, funzionale alle attività che si svolgevano nel luogo; nel caso specifico, un approdo del
quale forse le successive frequentazioni hanno cancellato o forse solo
obliterato le tracce.
Ad uno specifico ambito cultuale, invece, sembrerebbero da
riferirsi i resti di strutture individuati in località Buoncammino. Al
di sotto della chiesa attuale, infatti, i resti di una costruzione rettilinea con ingresso ad Est, nella quale erano impiegate anche colonne di calcare, sarebbero riconducibili ad un edificio di culto di età
romana. La sua presenza, insieme a quella di altre costruzioni
situate ad una decina di metri attorno alla chiesa, fa supporre l’esistenza di un santuario extraurbano che, dato il toponimo di Buoncammino e l’ubicazione topografica, doveva trovarsi a poca
distanza dai tracciati viari romani che facevano capo al centro di
Fig. 15. Capo Testa, cava di età romana di Cala Spinosa. Esiti del sistema di
taglio a gradoni.
32
Tibula. La funzione sacra del luogo sembra essersi mantenuta
anche in età altomedievale e tramandata nella tradizione fino ai
nostri giorni.
L’Età Medioevale e oltre
Pur nella limitatezza degli elementi disponibili, non si hanno dubbi
ad affermare che l’insediamento nel territorio di Santa Teresa, con
alterne fasi di maggiore o minore densità, possa essere perdurato fino
all’Alto Medioevo senza soluzione di continuità.
Dichiarano l’appartenenza ad un ambito altomedioevale le numerose sepolture giacenti al di sotto e nelle immediate adiacenze della
chiesa di Buoncammino, insieme a frammenti di ceramica acroma e
qualche oggetto metallico ivi rinvenuti in occasione di alcuni son-
Fig. 16. Santa Teresa Gallura, Chiesa di Buoncammino. La continuità del
culto da epoca romana è attestata da resti di strutture murarie e tombe sotto
le fondazioni della chiesa attuale e attorno ad essa.
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daggi. La presenza delle sepolture costituisce l’indizio evidente della
continuità del culto e forse di una redazione altomedioevale della
chiesa, purtroppo completamente cancellata dalla costruzione di
quella moderna.
A Capo Testa, invece, confermano lo stanziamento nel territorio
nel VI secolo d.C. i resti di due tombe ad arcosolio (originariamente
almeno 4), scavate nella scogliera calcarea a ponente dell’istmo (Fig.
2, 5). Appena percettibile nell’intradosso dell’arco un’incisione,
ormai fortemente degradata, di una croce equilatera a terminazioni
espanse indica con sufficiente certezza l’attribuzione cronologica.
Delle alterne vicende dei secoli successivi che portarono tutto il Nord
Sardegna ad un netto declino, ha certamente risentito anche il litorale teresino. Questo vedrà il suo risveglio di “vedetta” delle Bocche
quando il contrastato dominio fra le Repubbliche marinare di Pisa e
Genova troverà un campo d’azione nella Sardegna dei Giudicati. Il
toponimo medioevale di Longona ha la sua prima attestazione pro-
Fig. 17. Santa Teresa Gallura. Località Terra Vecchia, Castello di Longonsardo.
34
Fig. 18. Località Terra Vecchia. Castello di Longonsardo, torre di San Giorgio.
Fig. 19. Località Terra Vecchia, Castello di Longonsardo. Pianta.
35
prio nel Liber Maiolichinus de gestis Pisanorum illustribus, poema
della prima metà del XII secolo. Alla stessa epoca risale la compilazione della carta araba redatta fra il 1139 e il 1154 da Al Idrisi, geografo islamico al servizio di Ruggero di Sicilia, che indica in
Qal.m.rah il topononimo dal quale si diparte il tragitto più breve per
raggiungere la Corsica dalla Sardegna, manifestando l’ottima conoscenza delle Bocche e delle terre che vi si affacciano.
Sarà la costruzione del castello di Longonsardo, situato nella costa
di levante all’ingresso del porto, a riconfermare nel XIV secolo l’importanza strategica in funzione di quel passo di mare. Il possesso
della fortezza fu oggetto di lotta accanita tra il piccolo regno sardo
del Giudicato d’Arborea e i Catalano-Aragonesi del regno di Sardegna e Corsica, teatro di articolate vicissitudini e di trattati alterni fra
i due contendenti. I pochi resti oggi visibili del castello testimoniano
ancora l’imponenza e la solidità della costruzione, edificata tra il
1363 e il 1376 da Mariano IV d’Arborea, fratello di Eleonora, ma non
rendono sufficiente giustizia all’importantissima funzione militare
che rivestiva insieme al suo fiordo. Basti pensare che fu il porto di
Longonsardo la base della flotta di galee con la quale Ugone d’Arborea esercitava la guerra di corsa contro le navi catalane che transitavano per le Bocche o che costeggiavano la Sardegna settentrionale.
Le mire degli spagnoli, però, dovettero ben presto farsi sentire.
Conquistato il possesso del castello nel 1388, fra alterne vicende e
tentativi da parte degli Arborea di reimpadronirsene, il castello rimase nelle mani catalano-aragonesi fino al 1410, per tornare in quelle
arborensi per circa un decennio. Il tentativo estremo, ma vano, di non
far cadere nel possesso di questi ultimi la fortezza, di importanza
strategica ineguagliabile, si evince anche dalla richiesta della Giudicessa d’Arborea di distruggerla qualora i Sardi fossero stati costretti
a cederla per concludere la pace. Il 1420 ne vede ancora il possesso
da parte dei catalano-aragonesi. In quello stesso anno, Alfonso V
detto il Magnanimo vi soggiornò in preparazione del vano tentativo
di conquista della Corsica, soggetta alla signoria genovese.
Il momento della fine del castello di Longonsardo fu segnato, nel
1422, da un attacco da parte di una flotta genovese al comando del
generale Francesco Spinola, che si risolse col saccheggio della fortezza e del suo borgo. Le ingenti spese che sarebbero state necessa-
36
Fig. 20. Santa Teresa Gallura. Torre spagnola di Longonsardo.
rie per un’adeguata difesa e manutenzione indussero il re Alfonso V,
l’anno successivo, alla distruzione definitiva del complesso fortificato, in una situazione di ormai sedate ostilità tra la Sardegna giudicale e il Regno catalano-aragonese. Il sicuro rifugio del fiordo divenne
preda di corsari e contrabbandieri fino a quando, nel 1587, per volere del re Filippo II di Spagna e degli Stati Generali Sardi, verrà
costruita la torre di Longonsardo per arginare la situazione e riprendere il controllo delle Bocche di Bonifacio.
È storia recente, infine, quella che dà ragione della catena di fortezze e batterie lungo i litorali affacciati sul Canale a documentare
l’impostazione moderna e contemporanea della strategia militare nel
Mediterraneo, nell’ambito della quale il territorio di Santa Teresa fu
attivo protagonista fino al secondo conflitto mondiale.
37
AREE E MONUMENTI ARCHEOLOGICI
Nuraghi, villaggi, tombe di giganti, ripari abitativi e sepolture
negli anfratti e nei tafoni del granito costituiscono i monumenti nuragici diffusi nel territorio di Santa Teresa Gallura. Noti in circa una
ventina di località, sono testimoni di un sistema di insediamento sia
in estesi agglomerati abitativi, sia in schemi insediativi di tipo sparso, a garanzia di una diffusione capillare della civiltà nuragica in relazione al controllo del territorio e delle sue risorse.
Negli agglomerati di maggiore consistenza, si nota un comune
schema insediativo, rappresentato da un villaggio di capanne su
terreno lievemente obliquo, dominato dalla presenza di un’altura
al culmine della quale è in genere ubicata una struttura di avvistamento o un nuraghe vero e proprio. Tale schema è rispecchiato nel
complesso di Lu Brandali (Fig. 2, 6) di Vigna Marina (Fig. 2, 8),
di La Testa (Fig. 2, 7), di Stirritogghju (Fig. 2, 12) e di La Colba
(Fig. 2, 13).
Da pochi anni, grazie all’accresciuta coscienza comune che non
ristagna nell’effimero, ma ricerca ed esalta valori sui quali si fonda il
modo di essere dei galluresi, del loro habitat, della loro cultura, qualcuno di questi siti è oggetto di scavo e valorizzazione. Solo alcuni
dunque, al momento attuale, sono visitabili; ad altri si può talvolta
accedere con il permesso dei proprietari dei terreni che generalmente, ottemperanti al senso di accoglienza e di disponibilità che caratterizza i galluresi, consentono la visita.
Sono invece liberamente visitabili le cave di età romana, le cui
testimonianze sono facilmente raggiungibili sia da terra che da mare,
essendo ubicate, come si è detto, sulle scogliere.
IL COMPLESSO DI LU BRANDALI
All’uscita del paese, imboccata la litoranea per Castelsardo, si
svolta nel primo incrocio a destra (strada bianca).
Procedendo per circa un chilometro, giunti all’altezza di una cabina elettrica, si svolta ancora a destra e si procede fino a raggiungere il deposito d’acqua che serve il villaggio di Santa Reparata.
38
Fig. 21. Santa Teresa Gallura. Complesso nuragico Lu Brandali. Pianta
generale.
39
Noto dalla fine degli anni ’60 grazie alla ricerca condotta da
Michele Careddu durante l’elaborazione della sua tesi di laurea, l’insediamento nuragico di Lu Brandali è sviluppato lungo le pendici di
un promontorio granitico e sulla piana che gli si stende attorno. Nella
sua planimetria generale, l’insediamento risulta molto articolato:
comprende infatti un nuraghe (Fig. 21, 1) circondato da almeno un
antemurale provvisto di diverse torri (Fig. 21, 3 e 4), un villaggio di
capanne (Fig. 21, 5) e ripari sotto roccia, una tomba di giganti (Fig.
21, 6) e numerose sepolture in tafone.
L’esteso complesso fa parte di una ben più ampia unità territoriale
sulla quale dichiara la sua posizione di privilegio quando, raggiunta
la parte più elevata del nuraghe, la vista spazia su tutta la piana chiusa da alture granitiche di discreta altitudine da Sud a Sud-Est, e sulla
vasta distesa marina che la circonda. Lo sguardo, infatti, si perde
dalle prospicienti Bocche di Bonifacio fino alle estensioni di mare
aperto verso il golfo dell’Asinara, quest’ultima chiaramente visibile
insieme all’isola Piana nelle giornate più terse.
Fig. 22. Promontorio di Lu Brandali visto da Sud.
40
Nella parte a terra, le alture con i nuraghi di Vigna Marina, Stirritoggju, La Colba, La Testa e Saltara, con i villaggi ad essi pertinenti,
segnano i limiti dell’esteso ambito territoriale del quale Lu Brandali
fa parte. Tale ambito si presenta costellato anche di siti d’abitazione
di piccola estensione, in un sistema di insediamento sparso che trova
giustificazione nel controllo e nell’utilizzazione delle risorse locali.
Il nuraghe (Fig. 21, 1)
È costruito su un promontorio granitico cupoliforme del quale
sfrutta la conformazione inglobandolo nelle strutture. Ancora coperto dai crolli delle sue murature, richiama nel complesso le caratteristiche più sopra evidenziate: una commistione di elementi fra nuraghe “a corridoio” e nuraghe “a tholos”.
Di quest’ultimo ricalca anche il sistema di difesa complessiva,
articolando il suo svolgimento in una parte centrale comprendente il
nuraghe vero e proprio, con la torre principale situata nel punto di
massima elevazione ed almeno una cortina di antemurale che si svolge attorno, provvista di diverse torri.
L’accesso all’area fortificata avveniva attraverso un ingresso monumentale (Fig. 21, 2), aperto nel versante Nord-Ovest di tale cortina e
costruito a ridosso di uno spuntone roccioso al quale l’opera muraria si
appoggia. Questa, adattandosi alla morfologia del luogo, ingloba nel
suo svolgersi ampi affioramenti di roccia, sfruttando talvolta i punti di
particolare elevazione per posizionarvi una torre di avvistamento come
quella visibile a sinistra dell’ingresso (Fig. 21, 3).
Un’altra delle torri dell’antemurale (Fig. 21, 4), posta a Sud della
precedente, è stata ristrutturata in età post-medioevale, con l’aggiunta di un rifascio murario esterno e di uno interno, che ha trasformato
la costruzione in una camera seminterrata. La colorazione rossa delle
pareti del vano, nonché l’aspetto e la consistenza della malta d’argilla usata come legante, fanno intuire una prolungata esposizione al
calore. Queste caratteristiche, insieme alla quantità numerosa di pietrame calcareo che ricopre la superficie, costituiscono le testimonianze della trasformazione della torre in fornace per la produzione
di calce. Non sorprende la presenza di un simile manufatto in questo
41
Fig. 23. Complesso nuragico Lu Brandali. Ingresso all’area fortificata.
luogo se si considera che, nella logica del fornaciaio, ha certamente
prevalso la comodità di poter utilizzare, con poche modifiche, una
struttura bell’e fatta. L’abbondante disponibilità sul posto di legname
indispensabile per la cottura del calcare può avere ulteriormente agevolato la scelta. Non bisogna certo pensare ad una produzione di
calce in grosse quantità, ma solo utile al fabbisogno contingente,
visto che la materia prima doveva consistere nei limitati affioramenti di calcare presenti sul posto sporadicamente ed impiegati anche
nelle costruzioni nuragiche. Non è improbabile, anzi, che la confusione e lo sconquasso di certi crolli che si riscontrano fra i resti
archeologici siano in parte dovuti alla selezione del materiale operata dai fornaciai.
L’enorme distesa dei crolli del nuraghe e degli edifici che lo contornavano non consente ancora di leggere lo sviluppo degli ambienti
presenti nell’ampio spazio racchiuso all’interno della cinta dell’antemurale; tuttavia la loro presenza è intuibile dalle porzioni murarie
che emergono fra i crolli.
42
Fig. 24. Complesso di Lu Brandali. La torre sud dell’antenurale ristrutturata
in età storica ed adibita a fornace.
Pur nel generale stato di rovina, si avverte comunque la maestosità
del nuraghe. Resti murari della torre principale che doveva ergersi,
senza alcuna fondazione, sulla piattaforma granitica superiore, sono
stati per di più riadattati durante il secondo conflitto mondiale per posizionarvi una vedetta militare. Quel che attualmente si può intuire è una
notevole articolazione della costruzione che, sfruttando il progredire
delle quote della formazione rocciosa, doveva svilupparsi su piani sfalsati. Un simile svolgimento è confermato dalla presenza, nel versante
Sud, di una scala o forse di una rampa ascendente, della quale si segue
l’andamento per alcuni metri. Non si conoscono, però, né il punto di
partenza né lo svolgimento a causa dei crolli che li hanno obliterati. L’unico punto visibile è la parte d’arrivo che sfocia nel versante Sud-Est
della piattaforma superiore del promontorio su cui sorgeva la torre principale. Tale spazio deve aver avuto una parte importante nelle attività
della vita del nuraghe: costituisce infatti un terrazzo naturale che guarda il mare da Ovest a Sud e la distesa della terraferma fino ad Est. Inol-
43
Fig. 25. Complesso di
Lu Brandali. Passaggio
tra due spuntoni di roccia
che dà l’accesso
all’area di tafoni.
Fig. 26. Villaggio di
Lu Brandali. Planimetria
della parte del villaggio
oggetto di scavo.
tre, secondo la logica dei nuraghi “a corridoio”, non è improbabile che
vi fosse ubicato anche qualche ambiente parzialmente chiuso.
Guardando nel versante esposto verso Ovest si notano anche, ad
una quota leggermente inferiore, alcuni filari di muratura poderosa,
indizio dell’originaria presenza di almeno un’altra torre quasi interamente rovinata a valle. Nello stesso versante, i trovanti granitici che
caratterizzano il sottostante terreno in declivio nascondono numerosi
anfratti e tafoni che i nuragici hanno spesso riservato alle sepolture.
Il villaggio (Fig. 21, 5)
Il villaggio si sviluppa all’esterno dell’area fortificata, lungo i
declivi della breve altura e nella parte pianeggiante che si estende nei
quadranti da Est a Sud del complesso. La consistente estensione e
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strutturazione dell’insediamento fanno capire il graduale accrescersi
e mutare nello svolgersi della sua vita. Le prospezioni effettuate dal
citato Michele Careddu nel 1967 hanno portato alla descrizione di
ben 36 capanne e di 18 tafoni, oggi raggiungibili e visibili solo in
parte a causa della folta e bellissima vegetazione di euforbie, di ginestre, di cisti e lentischi che li ricopre. Allo stato attuale, è ben visibile invece un certo numero di capanne e diverse porzioni murarie dall’andamento irregolare che racchiudono altri spazi di vita. Ad esse si
aggiunge un rilevante numero di tafoni ed anfratti aperti fra gli
ammassi granitici, utilizzati come ripari ed abitazione, secondo le
consuetudini peculiari della Gallura nuragica. Questi sono situati
negli scoscesi versanti Ovest e Sud-Ovest del promontorio; vi si
accede attraverso un suggestivo passaggio ad arco fra due spuntoni di
roccia, posto a destra dell’ingresso alla suddetta area fortificata.
Le capanne in muratura si estendono invece nel versante più
solatìo, da Est a Sud, anch’esse in gran parte ancora prigioniere
della vegetazione rigogliosa. Alcune di esse situate ad Est dell’area
fortificata sono state oggetto di scavo archeologico. I semplici edi-
45
Fig. 27. Ricostruzione ideale di una capanna nuragica di Lu Brandali.
fici posti in luce (Fig. 26) appaiono qui costruiti in piccoli raggruppamenti privi di simmetria, l’uno tangente all’altro o separati da
stretti passaggi che, come quello che si insinua fra le capanne 2 e 4,
possono chiudersi a vicolo cieco, richiamando situazioni frequenti
nei numerosi villaggi nuragici noti nel resto della Sardegna.
Pur in linea con gli schemi propri del mondo nuragico, emerge la
peculiarità costruttiva consolidata della regione: adattate alla morfologia del terreno, le costruzioni si sviluppano, infatti, in muratura a doppio paramento, legata a malta di fango, appoggiate agli affioramenti
rocciosi spesso inglobati nelle strutture. Tagli ortogonali, presenti talvolta sulla roccia madre, indicano i piani di stacco dai quali sono stati
spesso tratti i blocchi per la costruzione delle capanne in aggiunta al
pietrame sporadico, di diversa pezzatura, raccolto sul posto.
Proprio a causa dell’adattamento alle caratteristiche morfologiche
del terreno, le capanne non hanno forme omogenee, benché prevalga
la tendenza all’andamento curvilineo dei perimetri, con pareti in
aggetto più o meno accentuato. Di conseguenza, anche le coperture
dei vani dovevano essere condizionate dal disomogeneo sviluppo
planimetrico, costituite da elementi vegetali poggiati su travi e tra-
46
Fig. 28. Ricostruzione ideale di una capanna nuragica di Lu Brandali.
Sezione.
vetti, che hanno lasciato le loro impronte sui resti dell’intonaco in
malta di argilla che li ricopriva.
All’interno delle capanne, piani di calpestio in terra battuta si
alternano a tratti pavimentali costituiti dagli affioramenti del bancone di roccia al quale ciascun edificio si appoggia.
La concatenazione degli ambienti lascia intravedere modifiche
intervenute su di essi nel corso della vita del villaggio; diverse ristrutturazioni sono infatti attestate da evidenti sovrapposizioni murarie,
esito di una nuova distribuzione degli spazi. In rapporto a questi, è
evidente soprattutto una certa organizzazione articolata dei vani. Ad
ambienti ampi, ideali per il soggiornarvi, si aggregano, infatti, altri di
minori dimensioni, spesso destinati ad usi specifici. In qualcuno di
essi è possibile riconoscere l’esercizio di piccoli laboratori domestici, quali la fabbricazione di forme ceramiche da cucina cui le donne
di ciascun gruppo familiare dovevano provvedere.
Grazie ai risultati degli scavi ancora in corso, si dispone anche di
numerose informazioni relative all’economia dell’articolata società
che viveva a Lu Brandali fra il XIV ed il IX secolo a.C. Le attività di
tipo agropastorale dovevano costituirne la base, garantendo almeno il
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fabbisogno alimentare. Infatti, grossi contenitori per la conservazione di derrate rappresentano gli indizi di pratiche agricole che potevano agevolmente svolgersi nelle discrete estensioni pianeggianti che il
territorio circostante offriva. Immagini di vita agricola sono suggerite anche dal ritrovamento di elementi di falcetti in ossidiana con i
quali si doveva provvedere alla mietitura delle spighe, cui doveva
seguire, dopo la battitura, la conservazione del grano nei suddetti
capienti contenitori.
A documentare pratiche pastorali sono invece i recipienti per la
cottura e la lavorazione del latte: bollilatte con o senza listello interno, atti a sostenere un coperchio provvisto di fori, insieme a scodelle multiforate, utilizzate per la fabbricazione del formaggio. Questi
elementi vanno considerati anche in relazione alla presenza di recinti per animali annessi al villaggio, secondo abitudini consolidate nel
tempo che vedevano la custodia delle greggi o delle giumenta non
lontano dalle abitazioni.
Fig. 29. Villaggio nuragico di
Lu Brandali. Capanna 1
in corso di scavo.
48
Garantita dalle suddette attività, ed integrata con i prodotti del
mare, anche l’alimentazione doveva essere varia e completa. Ad attestarla sono i recipienti per la cottura dei cibi: spiane per le focacce,
spesso decorate da un’impressione a stuoia o a pettine profondamente impresso nell’argilla fresca, che dovevano lasciare l’impronta sul
pane. Tegami di dimensioni diverse, recipienti a bollitoio provvisti di
ampie anse e prese contrapposte, grosse ciotole ed olle da fuoco attestano la bollitura e la cottura in genere di certi alimenti, che doveva
avvenire a contatto indiretto con le braci, nei recipienti suddetti poggiati su sostegni a ferro di cavallo in terracotta. Altri supporti di
forma trapezoidale, provvisti di fori, dovevano sostenere gli spiedi
con le carni accanto al fuoco.
Gli avanzi di pasto accumulati in piccole discariche individuate
all’esterno di ciascuna capanna hanno documentato i tipi di cibi consumati. Ossa di bovini, di ovocraprini e di uccelli attestano la consumazione di queste specie animali; in aggiunta, valve di conchiglie,
soprattutto di patelle, e resti ossei di pesci, fra le quali la mascella di
un’orata, fanno dedurre la varietà alimentare degli abitanti di Lu
Brandali: dai prodotti agropastorali a quelli provenienti dalla caccia,
dalla pesca, dalla raccolta sulle rive del mare e sulla scogliera.
Capanna 1 (Fig. 26, 1)
L’edificio fa parte di un insieme di capanne costruite l’una tangente all’altra. La struttura è costituita da una muratura a doppio
paramento di blocchi di granito appena sbozzati e di altri utilizzati
allo stato naturale, disposti a filari irregolari e con l’uso di malta di
fango a riempire gli interstizi fra le pietre. Sulla base della quantità
dei crolli rinvenuti e dell’aggetto delle pareti si calcola che la loro
altezza originaria dovesse essere fra m 2,20 e m 2,30. Il tetto conico
doveva invece essere retto da una serie di travi disposte a raggiera,
cui erano legati altri elementi lignei fissati trasversalmente. Questi
davano sostegno ad una sorta di incannicciato, costituito da fasci di
cannette palustri saldamente legati fra di loro, convergenti verso il
centro e ricoperti da un intonaco in malta d’argilla che ne assicurava
la coibentazione. L’isolamento della capanna era inoltre garantito
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dalla disposizione, sull’esterno del tetto, di altri fasci di vegetali sui
quali erano appoggiate serie di piccole lastre di pietra calcarea che ne
preservavano la stabilità contro il vento (Figg. 27 e 28).
L’ingresso è aperto a Sud-Est, attualmente ingombro di un olivastro che, con la forza lenta delle sue radici, ha divelto gli stipiti e traslato l’architrave. All’interno del vano, l’originale piano di calpestìo
è caratterizzato da una pavimetazione in terra battuta che integra l’affioramento del banco di roccia naturale sul quale l’edificio si appoggia. All’esterno, sia sul lato Ovest che su quello Nord, lacerti di muri
inglobati nel perimetro della capanna costituiscono i resti di strutture
preesistenti sui quali la costruzione in questione si è impiantata.
I dati stratigrafici emersi consentono di attribuire all’età del Bronzo Recente la costruzione della capanna, mentre i livelli ultimi di utilizzazione non oltrepassano l’età del Bronzo Finale. Conferme a questa datazione provengono anche da un’area di discarica dei “rifiuti”
della capanna, individuata all’esterno della parte Nord di quest’ultima, dove i frammenti di una ricca tipologia di forme ceramiche fanno
riferire alle fasi suddette la formazione dei diversi livelli.
Provengono dai crolli esterni a questa capanna anche due manufatti di particolare interesse, utili alla conferma dell’ultima fase cronologica suddetta: un pugnaletto di bronzo con costolatura centrale
(Fig. 33), ottenuto dalla lama di una precedente spada di bronzo ed
un frammento di matrice di fusione in steatite, successivamente riutilizzata per altre funzioni non determinabili.
Vano C (Fig. 26, 6)
Nello spazio compreso fra le capanne 1 e 2, a Nord-Est di quest’ultima, è ricavato un vano le cui pareti sono in gran parte costituite dal banco di roccia; soltanto quella Sud è costruita in muratura a
filari di pietre di modeste dimensioni. Anche il piano pavimentale è
costituito dall’affioramento della roccia nel quale si notano ampi
tagli effettuati sfruttando le fessurazioni naturali del granito. Numerosi frammenti di intonaco argilloso concotto dall’esposizione al
calore, con le impronte dei vegetali disposti a fasci, rappresentano i
resti della copertura. In questo caso, vista la forma planimetrica irre-
50
golare del vano, non si può escludere la presenza di un tetto a falda,
pur con l’utilizzazione degli stessi materiali visti nella capanna precedente.
La particolarità di questo vano consiste anche nella situazione che
si è osservata al momento dello scavo. Infatti, la terra che ricopriva
soprattutto la parte centrale del piano di calpestìo si presentava particolarmente grassa e carboniosa, con frammenti ceramici che per
effetto di una prolungata esposizione al calore avevano subito una
disidratazione totale. Il loro aspetto, dunque, appariva poroso e leggero, simile a quello della pietra pomice.
Inoltre, fra i materiali rinvenuti, insieme a frammenti ceramici propri
di forme che non si discostano da quelle delle altre capanne, un frammento di vaso con un versatoio sull’orlo, vasca bassa a parete convessa, di spessore consistente, potrebbe essere pertinente ad un crogiuolo.
Purtroppo, la situazione degli strati sconvolti dalle radici e dalle
manomissioni avvenute nel corso dei secoli non consentono ipotesi
sostenibili in relazione alla destinazione d’uso di questo vano. Gli
elementi raccolti autorizzano, però, a riconoscervi almeno l’esercizio
di attività che richiedevano un prolungato uso del fuoco.
Capanna 2 (Fig. 26, 3)
Situata a Sud-Est della precedente, fa parte di un insieme di quattro ambienti, quasi un piccolo isolato, che si aprono su un cortiletto
di disimpegno comune, in posizione diametralmente opposta. Questa
capanna è ben leggibile nel suo perimetro piuttosto irregolare, determinato soprattutto dall’adattamento della costruzione alla morfologia
del sito. Quest’ultimo aspetto ha consentito in generale, in questo villaggio, il posizionamento delle strutture abitative o destinate ad attività particolari su ristretti spazi piani, ricavati fra gli affioramenti granitici.
L’inserimento di spuntoni di roccia nelle strutture risulta pertanto
una particolarità di queste capanne. Anche questa costruzione ingloba, infatti, uno spuntone granitico che, con l’aggiunta di alcuni filari
di pietre, doveva offrire l’appoggio ad una parte degli elementi di
legno che sorreggevano la copertura. Quest’ultima, pur non esulando
51
Fig. 30.
Villaggio
nuragico di
Lu Brandali.
Capanna 1,
particolare di
una vaschetta
addossata alla
muratura
interna.
fondamentalmente dalla diffusa tipologia conica, doveva essere
alquanto irregolare vista la poca omogeneità della pianta del vano,
caratterizzata dal profilo retto-curvilineo delle pareti, leggermente
aggettanti verso l’interno.
Il vano presenta una certa organizzazione degli spazi: alla base del
muro perimetrale, nel lato Ovest, è presente una vaschetta delimitata
da conci di pietra, lastricata sul fondo; un’altra si nota nella parte Est
del vano, mentre nella parte Sud, lo scavo ha fatto notare i resti di
un’area di focolare.
I risultati delle indagini in questa capanna hanno consentito di ipotizzare un’attività di vita di particolare interesse: quella della fabbricazione di recipienti di terracotta. Ad una simile attività fa pensare,
infatti, l’insieme dei materiali rinvenuti, ed in particolare l’individuazione di almeno due tipi di argilla accumulati all’interno del vano:
uno di materiale non depurato, l’altro depurato. Il primo, in quantità
considerevole, era contenuto all’interno di una delle vaschette ed
entro uno spazio ben delimitato, nel quale è parso di poter ipotizzare
l’originaria esistenza di un piano di lavoro. Il secondo consisteva in
grumi di argilla sottilissima, di color ocra o rosso vivo, fortemente
52
Fig. 31. Villaggio nuragico di Lu Brandali. Capanna 2: ciotola in fase di
scavo.
Fig. 32. Villaggio nuragico di Lu Brandali.Strumento di bronzo dalla capanna 2.
53
colorante, probabilmente residuo del materiale depurato che veniva
distribuito sulle superfici dei vasi prima della loro cottura.
Dallo stesso vano, provengono ciottoli di fiume che, normalmente, venivano utilizzati per la lisciatura delle superfici dei vasi, insieme a stecche e spatole di legno che non si sono conservate, ma delle
quali si riconosce l’uso nei lievi solchi presenti sulle ceramiche. Inoltre, una piccola massa di sabbia ricca di elementi di quarzite, rinvenuta in prossimità di una delle due vaschette potrebbe ricondurre,
insieme a diversi pestelli provenienti dallo stesso contesto, ad un
momento della lavorazione della ceramica: la preparazione del
digrassante, indispensabile per rafforzare la resistenza dell’impasto
durante la cottura. Nel caso specifico, come si evince dall’osservazione delle ceramiche, queste erano fabbricate in argille locali, con
Fig. 33. Villaggio nuragico di
Lu Brandali. Pugnaletto di bronzo.
54
l’aggiunta di feldspati e di quarzo ridotti in piccoli frantumi.
La quantità e la qualità dei materiali rinvenuti, insieme alla limitatezza degli spazi utili non fanno pensare, naturalmente, ad un laboratorio di ampia produttività, ma solo ad una destinazione familiare
delle ceramiche prodotte o comunque, ad uso di una ristretta cerchia
di abitanti, probabilmente lo stesso clan familiare che viveva in questo isolato di capanne.
Oltre ad una ricca tipologia di frammenti ceramici, proviene da
questa capanna anche un manufatto di bronzo, che per le caratteristiche della sua forma appare di funzione incerta (Fig. 32).
Capanna 4 (Fig. 26, 4)
Le strutture di questo vano non si discostano per tipo costruttivo
dalle capanne precedenti, ricalcando anche l’espediente dell’utilizzazione del banco di roccia al quale si appoggiano. Dalla forma di quest’ultimo è infatti condizionato anche lo svolgimento planimetrico
della capanna, caratterizzato da tratti curvilinei delle pareti alternati
a porzioni rettilinee. Anche il tipo di copertura non si doveva discostare da quello delle precedenti, come portano ad ipotizzare gli esiti
del suo crollo: frammenti dell’intonaco argilloso che ricopriva le
parti vegetali e che hanno lasciato su di esso le impronte, nonché la
serie di lastre di pietra calcarea che teneva salda la copertura all’alzato murario. Dell’affioramento roccioso, la capanna sfrutta anche un
particolare della conformazione: una concavità situata nell’angolo
Nord-Ovest, esito dei processi naturali di erosione della roccia
madre. La piccola “grotticella” assolve qui la funzione di nicchia o
piccolo ripostiglio aperto all’interno del vano, idoneo probabilmente
alla conservazione di oggetti particolari dei quali non si è però rinvenuta traccia in posto. Magari si trattava di alimenti, avendo questa
capanna restituito una quantità considerevole di materiali ceramici
che si riconducono ad attività di vita quotidiana di chi abitava nell’isolato.
A ridosso della parete Sud-Est della capanna, condividendo con la
medesima questa parte della struttura, è costruito un altro piccolo
ambiente (vano e, Fig. 26, 7), il più piccolo dei quattro facenti parte
55
dell’isolato in questione. L’ingresso si apre, come quello dei restanti
vani, sul disimpegno comune. Le dimensioni ridotte fanno pensare
che possa trattarsi di un ambiente cui era affidata una destinazione
specifica, ma la frammentarietà ed esiguità degli elementi dei quali si
dispone non sono sufficienti a determinarne la funzione. Tuttavia,
desta particolare interesse il rinvenimento all’interno del vano di una
brocchetta askoide; questa forma ceramica rappresenta infatti una
classe di pregio particolare nell’ambito dei manufatti nuragici.
Capanna 3 (Fig. 26, 3)
Si tratta del maggiore degli edifici facenti parte dell’isolato in questione. Rispetto ai tre precedentemente descritti, si distingue da questi anche per le caratteristiche delle murature. La struttura è infatti
costruita con blocchi di maggiori proporzioni, disposti ad ordini di
muratura più regolari; pur in tecnica costruttiva a doppio paramento,
anche lo spessore murario risulta qui più consistente. Complessivamente, la tecnica costruttiva di questa grande capanna si avvicina
Fig. 34. Complesso nuragico Lu Brandali, capanne del villaggio in corso di
scavo.
56
maggiormente a quella propria delle torri dell’antemurale, piuttosto
che a quella riscontrabile nelle capanne.
Sulla base delle osservazioni che sono state possibili fino a questo
momento, sembrerebbe trattarsi di un edificio di più antica costruzione, al quale sarebbe stato aggiunto l’insieme delle tre capanne più
sopra descritte. In una simile ipotesi, visti anche i risultati che sono
emersi dagli scavi, non si può escludere che queste possano rappresentare una zona di lavorazione funzionale all’edificio principale,
rappresentato dalla capanna 3.
All’ipotesi di una anteriorità costruttiva di quest’ultima concorre
anche la presenza di resti murari pertinenti a strutture preesistenti,
sulle quali l’isolato risulta impiantato.
Per quanto si può dedurre dallo studio dei dati stratigrafici raccolti fino a questo momento e dalle caratteristiche dei materiali rinvenuti, le parti del villaggio fino ad ora indagate offrono dei termini
cronologici relativi all’espansione di quest’ultimo e alle fasi di vita
che vi si sono svolte: il tutto si può comprendere, per ora, fra l’età del
Bronzo Recente ed il primo Ferro, tra il XIV ed il IX secolo a.C.
La tomba di giganti (Fig. 21, 6)
Il monumento funerario è situato nella parte Sud-Est dell’insediamento, sul limite del piano in declivio nel quale, a brevissima distanza, trovano posto le ultime propaggini del villaggio.
Le caratteristiche della costruzione con pietre di grosse dimensioni hanno fatto sì che la tradizione attribuisse questo tipo di tomba a
leggendarie figure gigantesche. Si tratta, in realtà, della tomba del
villaggio o almeno di una parte di esso.
I pochi resti non rendono certo giustizia alla maestosità con la
quale questo monumento doveva imporsi sul territorio circostante,
quasi segnacolo della potenza ed importanza dell’insediamento al
quale era pertinente. Immaginandola nella sua completezza, prima
che intervenissero i crolli e che i blocchi granitici che la costituivano
venissero asportati, essa doveva imporsi alla vista con la monumentalità delle sue strutture: la facciata con l’area cerimoniale ad esedra
ed il corpo della tomba di forma allungata, con terminazione ad absi-
57
de semicircolare. Per quanto si può dedurre dalle strutture residue,
entrambe le parti del monumento erano costruite in muratura a filari.
Per questa caratteristica la tomba viene ascritta ad uno dei due tipi
noti: quello propriamente detto “nuragico”, rappresentato da tombe
con paramento murario di pietre disposte, appunto, a filari. L’altro
tipo è caratterizzato invece dalla facciata a lastroni infissi a coltello,
disposti ai lati della stele centrale, quest’ultima costituita da un unico
lastrone nel quale si apre il portello d’accesso alla camera sepolcrale. Anche il corridoio è a lastre verticali, rifasciato da un paramento
esterno, coperto da un tumulo di terra e pietre.
Dell’esedra si è conservato solo il filare di base del braccio destro,
sufficiente a testimoniare come la facciata con le due ali dell’area
cerimoniale dovesse innalzarsi in muratura, piuttosto che con i più
monumentali lastroni ortostatici. Inoltre, il filare che corre alla base
doveva dare sostegno ad un bancone, elemento spesso presente nelle
tombe di giganti.
La porzione dell’esedra di fronte all’ingresso della tomba è pavimentata con tre lastre piatte, mentre le parti restanti presentano una
sistemazione a pietre di piccole dimensioni, disposte in una sorta di
acciottolato divelto dalle radici dei lentischi e dalle arature del terreno. Si ha infatti notizia dell’esercizio di quest’ultima attività fino ai
primi anni ’60.
Relativamente al corpo, il residuo filare di fondazione del perimetro esterno è costituito da blocchi sbozzati di consistenti dimensioni;
su di esso doveva ergersi la muratura che si può immaginare a grossi blocchi di granito, di forme poligonali, con faccia a vista analogamente a quella del filare rimasto.
Una sistemazione di pietre disposte attorno al corpo della tomba
potrebbe costituire una sorta di contrafforte a sostegno della struttura in elevato. È infatti improbabile che possa trattarsi della base di un
tumulo di terra che dovesse coprire la tomba non avendo riscontrato,
al momento dello scavo, nessun altro indizio a favore della presenza
di un simile apparato. È verosimile, invece, che la struttura esterna
del monumento dovesse in questo caso essere in vista.
Meglio documentata è la parte interna del sepolcro. Aperto verso
Sud-Est, presenta l’ingresso delimitato da due stipiti disuguali fra di
loro, sui quali doveva poggiare un architrave simile al blocco oblungo
58
Fig. 35. Tomba di giganti di Lu Brandali.
Fig. 36. Tomba di giganti di Lu Brandali. Il corridoio funerario.
59
che oggi giace sulla parte sinistra all’esterno della tomba, talvolta erroneamente interpretato come menhir. La camera del sepolcro, di forma
trapezoidale (lunghezza m 6,10; larghezza m 1,10 e 0,85), residua per
soli due filari di muratura a doppio paramento, in blocchi squadrati.
Lo scavo della tomba, avvenuto negli anni ’80, ha fatto constatare
come la distruzione che ha interessato le murature non avesse invece
intaccato la parte del corridoio sepolcrale nella quale erano conservati i resti delle inumazioni nuragiche, insieme agli oggetti che le
accompagnavano. Infatti, l’interno della camera ha evidenziato, per
tutta la sua estensione, la presenza di inumati in deposizione primaria; i corpi degli individui, cioè, erano stati sepolti nella loro completezza, come si poteva chiaramente intuire dalle connessioni ossee
degli scheletri. Questa constatazione ha offerto un dato di rilevante
importanza, essendo stata qui documentata per la prima volta l’inumazione primaria nelle tombe di giganti. La rarità della conservazione delle ossa nella terra, infatti, aveva fino a quel momento indotto
nella conclusione che si trattasse di sole sepolture secondarie, successive, cioè, alla scarnificazione.
Rilevante è anche il numero degli inumati che si avvicina alla cinquantina. Verso il fondo della camera, invece, i resti scheletrici apparivano in un accumulo disordinato, nel quale è stato però ancora possibile riconoscere segmenti ossei in connessione. Si trattava, pertanto, di
una situazione “secondaria” originata, sempre in età nuragica, dalla
spinta dei resti scheletrici verso il fondo camera, al fine di creare spazio per nuove inumazioni. I materiali rinvenuti, sia ceramici che bronzei, hanno infatti confermato che entrambe le situazioni sono pertinenti all’utilizzazione esclusivamente nuragica della tomba.
La qualità e la quantità degli oggetti hanno fornito interessanti
indicazioni sotto diversi aspetti: da quello culturale a quello dei rituali, a quello sociale. Sobrie, quasi del tutto disadorne sono apparse,
infatti, le deposizioni accompagnate da pochi monili consistenti in
qualche vago d’ambra, questa ormai fortemente deteriorata, un pendaglio ed un anello di bronzo ed altri frammenti dello stesso materiale (Figg. 37-38). Alcuni di essi sono pertinenti ad un pugnaletto,
mentre altri frustoli potrebbero far parte di spilloni che dovevano
chiudere il sudario nel quale ciascun inumato doveva presumibilmente essere avvolto.
60
Fig. 37. Tomba di giganti di Lu Brandali: pendaglio in bronzo.
Fig. 38. Tomba di giganti di Lu Brandali: vaghi di collana ed ornamenti in
ambra.
61
Spunti interessanti sono offerti anche dalle ceramiche (Figg. 3940). Infatti, oltre a frammenti dispersi fra le ossa del fondo camera,
una ciotola carenata ed altre due di minori dimensioni, ritrovate in
prossimità dell’ingresso a ridosso degli stipiti, dovevano far parte di
un rituale comune: l’uso di deporre nella tomba offerte di cibo.
Anche i numerosi frammenti ceramici rinvenuti nell’esedra aiutano nella ricostruzione del culto in onore dei defunti. L’usanza della
deposizione di alimenti e della consumazione in quest’area di pasti
rituali collettivi è infatti testimoniata dalla presenza di tazze carenate, tegami dei quali alcuni decorati a pettine ed altre forme ceramiche
di uso comune. La dispersione dei frammenti nell’area non può non
far pensare al rito della frantumazione degli oggetti dopo il loro uso,
accertata in numerose situazioni.
I dati cronologici emersi dallo scavo, soprattutto sulla base dell’osservazione delle caratteristiche dei materiali ritrovati, offrono una forbice cronologica che bene si accorda con la vita e le vicissitudini del
villaggio cui è pertinente, riferendone la fondazione all’età del Bronzo
Recente del XIV secolo a.C. Riporta invece agli inizi dell’età del Bronzo Finale, entro il X secolo a.C., l’ultima utilizzazione della tomba.
Un aspetto di non poca importanza derivante dai dati della sepoltura
riguarda la società dell’epoca, caratterizzata da un forte senso della collettività e dell’uguaglianza di fronte alla morte. Questo si manifesta nell’uso della tomba comunitaria, dove trovano spazio individui di tutte le
età, di entrambi i sessi. Inoltre, sono assenti i corredi individuali che
avrebbero dovuto accompagnare gli inumati qualora vigesse la necessità di distinguerne l’appartenenza ad una speciale categoria sociale.
Invece, nessun simbolo di potere, nessun corredo vero e proprio, nessun oggetto di significato particolare distingue l’eventuale inumazione
di personaggi di rango nella tomba di giganti, benché sussista a Lu
Brandali una particolare situazione che pone degli interrogativi.
Oltre alla monumentale tomba di giganti, è annessa infatti allo
stesso villaggio una serie di sepolture in tafoni. Allineandosi alla consuetudine peculiare della Gallura, parecchie di queste cavità del granito delle quali si è detto prima, mal esposte o troppo anguste per usi
di vita quotidiana, conservano le tracce della loro utilizzazione come
tombe, custodendo ancora, dove non è arrivata la mano distruttiva dei
tombaroli, i resti delle inumazioni.
62
1
2
Fig. 39. Tomba di giganti di Lu Brandali: disegni di alcuni tipi di ciotole e
tazze carenate in terracotta. I numeri 1 e 2 provengono dal corridoio di sepoltura.
Fig. 40. Tomba di giganti di Lu Brandali: disegno di frammenti con decorazione a pettine rinvenuti nell’esedra.
63
Rituali di inumazione e caratteristiche delle ceramiche che componevano i corredi funerari si ripetono uguali anche in questi semplici sepolcri. È dimostrato così l’uso contemporaneo dei due tipi di
tombe, ma restano ancora nell’ombra del dubbio le ragioni che inducevano a privilegiare l’uno o l’altro sepolcro. Forse ragioni di etnìa?
O di lignaggio? E comunque, se di appartenenza ad una categoria
speciale della società, a quale? In tutti i casi, la varietà numerica e
qualitativa degli inumati in entrambi i tipi di sepolture, collettive in
quella monumentale, multiple nei tafoni, non consente distinzioni
particolari. Nessun elemento dimostra che la tomba di giganti fosse
riservata al capo del villaggio e alla sua famiglia e quella in tafone
alla gente semplice. Peraltro, la duplice e contemporanea tipologia di
tombe non si riscontra nella generalità della Sardegna nuragica a
dimostrare una distinzione sociale così rigorosa. Per di più, materiali e rituali di sepoltura non si differenziano affatto nei due tipi tombali, concorrendo a delineare una società di evoluta democrazia, dove
nessun elemento materiale di possesso neppure dopo la morte marca
la differenza fra ricchi e poveri, fra capi e servi. “L’essere”, non “l’avere” doveva distinguere infatti il capo del villaggio: “primo fra i
suoi simili”, ma portatore di prerogative speciali non distinguibili
materialmente e che per questo sfuggono ai nostri occhi soprattutto
se, come parrebbe, il suo corpo è sepolto fra “gli altri” del villaggio.
Un elemento fondamentale, però, e non da poco, marca la differenza fra la tomba monumentale e quelle sotto roccia: la presenza,
nella prima, dell’area cerimoniale nella quale si svolgeva il culto dei
morti anche successivamente al seppellimento. Testimonianze di un
simile rituale mancano, invece, nei tafoni, dove i resti delle offerte
sono limitati ai materiali deposti all’interno delle tombe al momento
dell’inumazione.
Il culto dei “trapassati”, dunque, o quello degli “antenati” non era
riservato a chi era sepolto nei tafoni? E, in definitiva, quale parte
della società, veniva affidata al grembo della terra senza la maestosità del monumento funebre a perpetuare il ricordo nel procedere del
tempo? E perché, benché degni, al momento della sepoltura, di rituali ed offerte analoghi a quelli riservati a coloro che erano sepolti nella
tomba di giganti, i defunti dei tafoni restavano privi del successivo
omaggio da parte dei viventi?
64
Fig. 41. Ricostruzione ideale di una tomba di giganti.
Legata al culto del seppellimento nella tomba di giganti è anche
una struttura circolare individuata ad una sessantina di metri a SudOvest di essa (Fig. 21, 7). Tale manufatto, costituito da blocchi di
pietra disposti di taglio – diversamente dalle strutture a doppio
paramento delle capanne – viene generalmente ascritto alla categoria dei circoli di “tipo B”, fino a qualche tempo fa ritenuti funzionali alla scarnificazione dei corpi. Accertata invece, come si è visto,
la deposizione primaria nelle tombe di Lu Brandali, si deve supporre una funzione diversa di quelle strutture, legata probabilmente a rituali che precedevano l’inumazione dei defunti nella tomba di
giganti. Si può pensare, ad esempio, all’ultimo omaggio reso al
defunto prima che venisse definitivamente affidato al grembo della
Madre Terra.
65
IL COMPLESSO DI LA TESTA
Dalla litoranea per Castelsardo, procedendo per 700 metri, si
svolta nel quarto incrocio a destra (strada bianca).
Superati due cancelli di delimitazione di proprietà privata (che
vanno richiusi!), si procede sul campo verso Sud.
È possibile solo la visita della tomba di giganti, con l’accordo dei
proprietari del terreno.
Procedendo per poco più di un chilometro sulla strada litoranea
che da Santa Teresa porta verso Castelsardo, svoltando su un sentiero segnalato sulla destra, si giunge all’insediamento nuragico di La
Testa (Fig. 2, 7). Questo appartiene allo stesso ambito territoriale del
quale fa parte il complesso di Lu Brandali, dal quale dista in linea
d’aria meno di un chilometro. Di quello ricalcala lo schema di insediamento, con un nuraghe posto su una cupola granitica, il villaggio
che gli si stende attorno ed una tomba di giganti. Inoltre, l’amenità
dei luoghi ricchi delle risorse naturali dichiarano, come nella generalità dei complessi nuragici, l’autonomia del fabbisogno utile almeno
alla sopravvivenza della comunità che vi abitava.
L’approvvigionamento idrico era garantito dal corso d’acqua a
carattere torrentizio del rio Li Lucianeddi che scorre nella gola delimitante il versante Sud del pianoro, per andare a sfociare, dopo un
tortuoso percorso, nella baia dalle acque cristalline di La Capannaccia (o Lu Capitanu), a Sud di Capo Testa.
Fanno parte del complesso di La Testa i resti di un villaggio di
capanne circolari, guardato da un nuraghe posto su un’emergenza granitica, del quale si conservano pochi tratti di muratura. Di qui si poteva esercitare il controllo su tutta la piana circostante, senza trascurare
il passaggio che collega questa al mare. Ad ulteriore protezione dell’insediamento, semplici porzioni murarie integrano il cordone granitico naturale che cinge, verso Ovest, la distesa pianeggiante. Inoltre,
porzioni murarie poste ad integrare due affioramenti rocciosi delimitano uno spazio protetto del quale è incerto il significato.
Le caratteristiche complessive del sito, la disposizione e l’articolazione del villaggio documentano il fatto che una comunità piuttosto
numerosa debba avere qui condotto la propria vita in condizioni suf-
66
ficientemente agiate, disponendo di pascoli, di boschi, di terreni coltivabili sufficienti per lo sviluppo di un’economia di tipo agropastorale in progresso.
La tomba di giganti (Figg. 42-43)
Nel margine Sud del pianoro, prospiciente il corso d’acqua suddetto, si conservano i resti del sepolcro principale di questo villaggio:
una tomba di giganti. Distante circa 300 metri dal nuraghe, è costruita su un lieve affioramento di calcare miocenico, lo stesso che ricopre l’ossatura granitica del versante di ponenete dell’istmo di Capo
Testa insinuandosi, da Ovest ad Est, con un banco di modesta potenza che affiora in diversi punti dell’entroterra teresino.
La tomba di La Testa ha la particolarità di impiegare nella struttura diversi tipi di pietra: il granito, il calcare e l’arenaria. Del
monumento, si conserva il corpo rettangolare, terminante al fondo
in forma semicircolare, che racchiude al suo interno il corridoio di
sepoltura. Sulla fronte, due braccia di muratura ad andamento con-
Fig. 42. Tomba di giganti di La Testa.
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cavo descrivono l’esedra, l’area riservata al culto. Di questa si conserva il solo filare di base del braccio sinistro, due di quello destro,
entrambi coronati alla base da una sorta di bancone, particolare
non insolito nelle tombe di giganti. Un’altra caratteristica consiste
nell’espediente posto in atto per dare maestosità alla parte frontale: l’esedra, cioè, è sviluppata seguendo il naturale pendio del terreno, degradando dal centro verso i lati, creando un effetto di slancio verso l’alto della parte centrale nella quale si apre l’ingresso.
Tale espediente accentua il senso di monumentalità di questa
tomba che, originariamente, doveva avere una facciata costruita a
filari di pietre squadrate. Questo tipo architettonico è attribuito ad
un’epoca più recente rispetto a quelle tombe che presentano, nella
parte frontale, la stele, ossia la grande lastra verticale sulla quale è
generalmente scolpita a bassorilievo la rappresentazione simbolica
di una falsa porta.
Il corpo absidato della tomba è determinato alla base dal modellamento del rilievo calcareo sul quale il monumento è ubicato, ma del
primo è stata aumentata la potenza mediante l’aggiunta di pietrame
calcareo. A rafforzare la consistenza friabilissima della base, è stato
creato un piano artificiale di pietre granitiche atte ad accogliere la
struttura del corpo in blocchi di quest’ultimo tipo litico. In granito
sono anche i due grossi monoliti che fungono da stipiti d’ingresso,
mentre le pareti interne del corridoio di sepoltura, conservate per soli
due filari, proseguono in muratura in conci di calcare ben squadrati.
In uno stato quasi integro è il pavimento a lastre di granito.
Nulla sappiamo, invece, di quanto dovesse ergersi in elevato questa
struttura, non essendosi conservata nessuna traccia della copertura.
Al momento dello scavo archeologico, posavano sul pavimento,
disposti in senso orizzontale e in posizione distesa, i resti scheletrici
di circa un’ottantina di individui. Inoltre, come a Lu Brandali, la
parte finale del corridoio accoglieva una quantità di resti scheletrici
spinti verso il fondo per lasciare lo spazio a nuove inumazioni. L’indagine antropologica ha consentito di stabilire che i defunti, come a
Lu Brandali, venivano sepolti nella loro completezza, cioè in deposizione primaria, non presentando alcun segno di scarnificazione. È
stato possibile anche constatare l’ottimo stato fisico del quale godevano gli abitanti di La Testa: di statura medio-alta, avevano ossa
68
Fig. 43. Tomba di giganti di La Testa. Corridoio funerario.
robuste, con forti inserzioni muscolari, dentature sane come di chi è
ben nutrito, assolutamente prive di carie.
Pochi elementi culturali accompagnavano i resti umani: frammenti di
spilloni, forse pertinenti a sudari che dovevano avvolgere ciascun inumato, e qualche grano di collana in ambra. Gli oggetti presentano analogie con quelli di Lu Brandali, attestando la contemporaneità d’uso
delle due tombe. Immediatamente retrostante l’ingresso, una ciotola in
terracotta costituiva l’unico reperto ceramico rinvenuto all’interno della
tomba di La Testa. Non è improbabile che tale ciotola, come a Lu Brandali, fosse utilizzata per qualche rituale relativo al momento della sepoltura: forse l’offerta di un particolare alimento.
Nessun reperto, invece, è stato rinvenuto nell’esedra, dove peraltro
numerosi lavori di carattere agricolo, esercitati fino a qualche decennio
fa, avevano completamente stravolto lo stato del luogo ed asportato i
blocchi che facevano originariamente parte del monumento.
Di interesse particolare è la presenza, in questa tomba, dei resti di
una struttura circolare posta nella porzione destra dell’esedra. Si tratta, come nel caso di Lu Brandali, di un circolo di “tipo B”, questa
volta in rapporto fisico diretto con la tomba e le sue deposizioni pri-
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marie. Questa constatazione dà ulteriore forza all’ipotesi della destinazione di questo tipo di struttura alla pratica di rituali precedenti il
seppellimento, prospettata per il caso precedentemente descritto.
Gli elementi di cronologia relativa hanno consentito di attribuire
all’età del Bronzo Recente e Finale, tra il XIV e l’XI secolo a.C., l’utilizzazione di questo sepolcro.
LE CAVE DI ETÀ ROMANA
Nel versante Nord-Est dell’istmo, si percorre tutta la spiaggia e si
procede lungo il sentiero che costeggia la scogliera.
Il territorio di Santa Teresa conserva una delle più significative testimonianze dell’attività che costituiva il fulcro dell’ economia dell’età
romana nella zona: l’estrazione del granito. Divenuta vera e propria
risorsa economica dell’isola accanto alla coltivazione del grano che
andava a riempire i depositi di Roma, l’esercizio delle cave ha inciso
profondamente le scogliere nelle emergenze più maestose. La prossimità del mare rendeva facile, così, l’imbarco delle colonne che se ne
ricavavano per il trasporto verso il porto di Ostia. Di qui, la compattezza e l’eleganza cromatica del granito di Gallura andava ad arricchire
prestigiosi edifici pubblici e sontuose ville patrizie della città imperiale.
La penisola di Capo Testa (Fig. 2, 1, 2, 3, 4), quella di Municca
(Fig. 2, 9) alcune emergenze di Punta Falcone (Fig. 2, 10) e gli isolotti
della Marmorata (Fig. 2, 11) conservano le tracce dell’esercizio massiccio di questa attività, che ha dato origine anche ad insediamenti
stratificati per diversi secoli. Infatti, gli scavi effettuati a Capo Testa
hanno documentato due fasi della frequentazione romana: la prima
risalente alla fine dell’età repubblicana e della prima età imperiale, tra
il I secolo a.C. ed il I d.C. Questa è indicata da esigui resti pertinenti
a strutture di tipo abitativo, individuate in prossimità dell’istmo,
accompagnate da pochi frammenti ceramici e da una moneta dell’età
di Tiberio. La seconda, riferibile all’età imperiale avanzata, è compresa fra il II ed il IV secolo d.C. ed è attestata con uno sviluppo particolare dell’insediamento. Questo non era concentrato in un unico abitato, ma era articolato in vari agglomerati, funzionali alle attività che vi
70
si esercitavano. Uno era infatti localizzato in prossimità dell’istmo di
Capo Testa e probabilmente legato alle attività portuali degli approdi
della baia di levante e di quella di ponente, oggi indicate nelle carte I.
G. M. con i toponimi rispettivi di Santa Reparata (da non confondere
con l’insediamento turistico moderno che reca lo stesso nome) e La
Colba. Non è improbabile neppure che l’ubicazione di questa parte
dell’abitato sia dovuta anche ad una scelta strategica in funzione del
controllo dell’accesso da terra a Capo Testa.
Un altro agglomerato abitativo era ubicato lungo la fascia settentrionale della medesima penisola, a ridosso delle cave costiere di
Capicciolu (Fig. 2, 4), Li Petri Taddati (Fig. 2, 3), e Cala Spinosa
(Fig. 2, 2), dove dovevano risiedere le maestranze impiegate nelle
attività di estrazione del granito ed i funzionari della casa imperiale preposti al controllo dei cantieri. Notizie ottocentesche segnalavano resti di edifici con colonne e mosaici dei quali non è arrivata
Fig. 44. Capo Testa. Spiaggia di Levante: parte di colonna e blocchi di granito sugli esiti dei tagli a gradoni.
71
Fig. 45. Capo Testa. Cava di età romana di Cala Spinosa.
Fig. 46. Capo Testa. Cava di età romana di Capicciolu, Li Petri Taddati.
72
Fig. 47. Capo Testa. Cava di età romana di Li Petri Taddati. Si notano gli esiti
dei tagli sulla roccia madre e i manufatti semilavorati.
Fig. 48. Località Cala Spinosa, scarti di lavorazione e manufatti semilavorati e finiti.
73
ai nostri giorni, per quanto fino ad ora noto, nessuna traccia.
A ciascuno dei due abitati era pertinente una necropoli: quella del
primo era situata lungo la fascia di terra prossima all’istmo, sia sul
versante di levante che su quello di ponente, ed era caratterizzata dall’uso della semplice sepoltura in anfora, senza escludere in qualche
caso l’uso della tomba a cassone, come indicherebbe il rinvenimento
di un lastrone di calcare. Dall’area di questa necropoli, inoltre, proviene la base funeraria della quale si è detto più sopra, con dedica ad
Haelia Victoria Longonensis.
La necropoli relativa all’abitato settentrionale era invece ubicata
nella fascia di terreno retrostante la località Poltu Zinu e comprendeva prevalentemente sepolture in anfora, ma anche tombe “alla cappuccina” e a cassone. Non è imrpobabile che provenisse da questa
necropoli il citato cippo funerario con dedica a Cornelia Tibullesia,
casualmente individuato da un contadino, negli anni ’50 del secolo
scorso, fra le pietre di un muro a secco della zona.
Lungo il litorale e nello specchio d’acqua che lo bagna sono ben
visibili i segni dell’attività estrattiva e della lavorazione delle colon-
Fig. 49. Punta Falcone, La Marmorata. Esiti della cava di età romana di La
Marmorata. Sullo sfondo l’isolotto.
74
ne che prendevano forma sotto le mani esperte degli scalpellini.
Le bellissime e maestose formazioni rocciose che caratterizzano
i siti suddetti mostrano, in ottima evidenza, i sistemi di taglio e di
lavorazione del granito che hanno trasformato in pareti perfettamente rettilinee i profili originali delle formazioni granitiche. Il
sistema di sfruttamento usato era quello “a gradoni”; la roccia,
cioè, veniva tagliata gradualmente dall’alto verso il basso, fino a
spianare completamente la parte emergente. L’estrazione avveniva
per tagli ortogonali, praticati lungo i piani naturali di frattura propri del granito che, opportunamente sollecitati, consentono stacchi
netti delle porzioni di roccia. Ben visibili sono i tipici fori di inserzione dei cunei che hanno lasciato le loro impronte lungo i bordi e
sui piani naturali di stacco. Vi si possono riconoscere due tipi di
cunei utilizzati: uno di legno, per il distacco di grosse porzioni di
roccia dalle quali si dovevano trarre colonne e pilastri; un altro di
ferro, di dimensioni minori, da riferirsi ai cunei usati per ridurre
grossi blocchi o per squadrarli. Di essi, si può riconoscere l’uso
nelle serie allineate di piccoli fori di circa 3 centimetri di diametro,
Fig. 50. Capo Testa. Cavadi età romana di Li Petri Tadddati: esiti dei tagli
sulla roccia madre e scarti di lavorazione.
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presenti sui blocchi disseminati nelle diverse aree e sulla roccia
madre.
Lo stacco di ampie porzioni dai banchi naturali e la successiva
divisione dei blocchi avveniva infatti con l’inserimento di cunei in
piccole cavità praticate, con punteruolo e mazzetta, lungo le linee di
frattura. Con gli stessi strumenti, nella distanza fra un cuneo e l’altro,
veniva quindi praticata una serie di fori più piccoli in linea per definire il punto di rottura. Infine, un colpo violento di mazza sul cuneo
mediano provocava lo stacco del blocco.
Nel caso dei cunei di legno, una volta fatti penetrare all’interno dei
fori predisposti, venivano intrisi d’acqua fino a quando, ingrossandosi, davano origine alla frattura totale, quindi al distacco del blocco.
Monoliti giganteschi staccati dalla roccia madre, colonne semilavorate, capitelli ed elementi architettonici vari sono visibili in tutte le
cave citate. Da Capicciolu a Li Petri Taddati, e poi a Cala Spinosa, è
un susseguirsi di rocce spianate dai tagli, di pareti sulle quali sono
allineate le serie di fori che avrebbero dato origine ad altri blocchi se
l’operazione fosse stata portata a termine. Numerosi sono anche i
Fig. 51. Capo Testa. Cava di età romana di Li Petri Taddati.
76
Fig. 52. Capo Testa. Cava di età romana di Capicciolu.
77
Fig. 53. Capo Testa. Spiaggia di Levante. Fusti di colonne semilavorate.
Fig. 54. Capo Testa. Spiaggia di Levante: parte di colonna utilizzata come
bitta di ormeggio.
78
fusti di colonne non finite, altri tralasciati fra i blocchi di scarto perché mal riusciti; in altri ancora si nota la lavorazione conclusa, ma i
manufatti sono stati abbandonati perché spezzati nel corso delle operazioni di trasporto verso i punti d’imbarco sulle navi onerarie per
essere avviati verso Roma.
L’imbarco del materiale lavorato doveva avvenire nella Baia di
Santa Reparata e nelle cale attorno a Punta Acuta; in quella più prossima, conosciuta ora come “la spiaggia dei coralli”, è localizzato
anche un molo d’attracco attualmente in gran parte sommerso.
La qualità del granito di Capo Testa ha reso questo materiale particolarmente appetibile anche in età medioevale. La notizia è confermata, fra l’altro, da Vittorio Angius; questi, attingendo da fonti storiche, riferisce che nel 1162 un certo Cioneto, operaio pisano, per
volontà del giudice Costantino de Lacon, estrasse a Capo Testa, da
una cava attiva già in età romana, le colonne per la costruzione del
Duomo e del Battistero di Pisa.
Appartiene invece alle porte dei nostri giorni il tentativo di avvio
dell’estrazione del granito in un gigantesco trovante che chiude l’accesso verso Cala di L’Ea (Fig. 2, 1). Gli esiti del taglio presente sulla
pietra, ottenuto col sistema dei cunei di ferro, induce spesso alcuni ad
attribuire erroneamente ad età romana anche questo punto di cava. In
realtà, appartengono a cronache del primo ’900 le diatribe ed i conflitti per il possesso e la coltivazione di questa cava mai aperta, sfociati anche in episodi di sangue che hanno posto fine alla contesa.
L’enorme monolito di Cala di L’Ea resta così, con tutta la sua monumentale imponenza intaccata da un taglio, quasi a simbolo dello
sfruttamento, allora sostenibile, di una risorsa non rinnovabile.
L’uomo contemporaneo, in obbedienza alle logiche di un male
interpretato senso del progresso, ha depauperato, e talvolta irrimediabilmente compromesso, un paesaggio di inestimabile valore e
fascino, avvicinandosi con illogica bramosia a questo irricostituibile
aspetto del territorio.
79
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82
Glossario
Abealzu (Cultura di)
Cultura dell’Età del Rame della Sardegna.
Abside
Parte della chiesa cristiana, solitamente
semicircolare, alle spalle dell’altare. Nell’architettura nuragica indica il paramento
murario ad andamento concavo-convesso
della parte terminale del muro esterno delle
tombe di giganti o di altri edifici.
Allée converte
Sinonimo di tomba a galleria.
Aniconico
Detto di cippo non figurato.
Antemurale
La cinta esterna delle fortificazioni che racchiude al suo interno il mastio ed il bastione.
Architrave
Lungo e solido elemento costruttivo disposto orizzontalmente a reggere il peso di una
struttura muraria. Dicesi per il lastrone che
delimita in alto gli ingressi dei nuraghi. Una
serie di lastroni affiancati (copertura a piattabanda) si trova negli anditi d’ingresso di
certi nuraghi, o a chiudere in alto i corridoi
funerari delle tombe di giganti.
Askoide
Vaso a forma chiusa (brocca) imitante l’aslos.
Askos
Vaso di forma chiusa (brocca) atto a versare un liquido da un beccuccio o da un orlo
stretto.
Assise
Fila orizzontale di pietre di una struttura
muraria.
83
Atrio
I1 primo ingresso di qualunque edificio;
vestibolo.
Bancone (sedile)
Lunga “panca” costituita da vari blocci
accostati, che segue, in tutto o in parte, la
circonferenza interna del vano (camera del
nuraghe o capanna). È presente anche nelle
esedre delle tombe di giganti, con la duplice funzione di sostenere gli ortostati e di
costituire un punto d’appoggio per le offerte ai defunti.
Betilo
Pietra eretta, spesso lavorata, ritenuta essere “abitazione del dio”. I1 termine è di origine semitica (b th’el), ma in Sardegna è
usato sia riferito a manifestazioni delle culture prenuragiche, sia nuragiche e feniciopuniche.
Bilitico
Elemento formato da due pietre sovrapposte.
Bonnanaro
(Cultura di)
Cultura che caratterizza l’Età del Bronzo
Antico della Sardegna.
Calcolitico
È sinonimo di Età del Rame o Eneolitico.
Campaniforme
(Cultura di)
Cultura che prende il nome dalla forma
ceramica più caratterizzante, il bicchiere a
campana rovesciata. È diffusa nell’Europa
occidentale e centrale, dalla Scozia alla
Sicilia. I portatori di questo vaso diffusero
le tecniche della metallurgia del rame.
Carbonio 14
(datazione al)
Sistema di datazione assoluta, basato sulla
determinazione della radioattività residua del
Carbonio, per il calcolo del tempo trascorso
dalla morte di un organismo vivente. In
84
archeologia, questo metodo è usato per stabilire la data di un campione organico (legno,
osso, etc.) che si rinviene durante uno scavo.
Cardiale
Ceramica diffusa nel Neolitico Antico del
Mediterraneo, decorata mediante impressioni sull’argilla prima della cottura, con il
peristoma di una conchiglia (soprattutto il
cardium), secondo una tecnica detta,
appunto, cardiale.
Céntina
Elemento ligneo di supporto per la costruzione di un arco. In senso traslato il termine
è usato per indicare la cornice arcuata della
stele della tomba di giganti.
Chiusino
Lastra in pietra posta a sbarrare gli ingressi
nelle sepolture, siano esse domus de janas
(grotticelle funerarie) siano tombe di giganti.
Ciclopica
Dicesi della costruzione a secco con massi
(tecnica o architettura) irregolari, disposti a file (filari) orizzontali
sovrapposte.
Circolo di tipo A
Struttura funeraria del Neolitico Recente
costituita da una congerie di piccole pietre
disposte in cerchio a reggere il tumulo che
copriva una cista litica sepolcrale, posta al
centro.
Circolo di tipo B
Struttura circolare di età nuragica, forma da
un doppio paramento murario e fornita di
ingresso.
Cista (litica)
Struttura a forma di scatola formata da
lastre di pietra messe a coltello e adibita ad
uso funerario.
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Clactoniano
Industria di selci databili al Paleolitico inferiore e i cui manufatti consistono in schegge di selce lavorate.
Cultura
L’insieme delle attività umane rappresentate dai manufatti (cultura materiale) e dalle
credenze (culti, riti, etc.) proprie di una
società.
Dolmen
Tomba megalitica a camera, di pianta rettangolare o poligonale la cui copertura è,
nel primo caso, di lastroni affiancati e nel
secondo caso, di un grande lastrone spesso
circolare posto orizzontalmente.
Domus de janas
Letteralmente “casa delle fate”, indica le
tombe preistoriche sarde, d’età Neolitica e
Calcolitica, scavate nella roccia, spesso articolate in molti ambienti intercomunicanti.
Talvolta essi sono arricchiti da motivi simbolici dipinti o scolpiti (teste bovine, elementi
architettonici del tetto e delle pareti, etc.).
Dromos
Corridoio di accesso a camera funeraria, è
usato per elemento strutturale di grotticella
artificiale o sepoltura megalitica.
Eneolitico
Età del Rame, detto anche Calcolitico.
Esedra
Area sacra, prevalentemente semicircolare,
antistante la facciata delle tombe di giganti.
Facies
Falsa cupola
Aspetto particolare e distinto di una cultura.
Volta a base circolare, costituita da filari di
pietre in aggetto usata in Sardegna nelle
camere interne dei nuraghi o nei templi a
pozzo.
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Falsa porta
Simbolo della porta del regno dei morti,
nella tomba di giganti è simboleggiata
dalla stele con la sua cornice scolpita a
bassorilievo. Nelle domus de janas è rappresentata in un riquadro scolpito, dipinto
o inciso nelle pareti delle celle destinate ai
culti.
Feritoia
Stretta apertura verticale delle murature che
nei nuraghi si allarga verso l’interno; serviva per l’illuminazione e l’areazione di corridoi, celle, etc. Poteva anche essere utilizzata per la difesa della costruzione.
Filare
Allineamento di una fila orizzontale di pietre della muratura.
Finestrino di scarico
Vuoto lasciato nelle murature subito sopra
un architrave per evitare che il peso delle
medesime gravi sul centro dell’architrave
stesso, provocandone la rottura.
Fittile
Sinonimo di oggetto in terracotta, argilla, etc.
Inumazione
Rito funerario che implica la deposizione
del cadavere integro in una tomba. Sinonimo di sepoltura primaria.
Isodomo
Nell’architettura nuragica indica una struttura costituita da conci di pietra ben lavorati, disposti a filari orizzontali regolari.
Lingotto
Fusione di metallo in una forma specifica,
utilizzata per il commercio. Spesso il suo
peso è standard e ne è garantita la purezza.
Nella Sardegna nuragica i lingotti di rame
possono avere o forma piano-convessa, a
87
“panella”, oppure a “pelle di bue” (oxhide),
del tipo così detto cretese-cipriota.
Litico
Di pietra. Detto anche per l’industria su pietra (punte di freccia, di giavellotto, accette,
asce, oggetti d’ornamento quali grani di
collana, pendenti, bracciali, etc.).
Mastio
Nei nuraghi complessi, indica la torre principale, centrale, che generalmente sovrasta
in altezza il bastione che lo circonda e le
torri in esso inglobate.
Megalitico
Dicesi di opera muraria fatta con grandi
massi impiegati a secco, e cioè senza l’uso
di malta.
Megalitismo
Sistema costruttivo di grandi pietre proprio,
in Sardegna, di genti prenuragiche e nuragiche.
Megaton
Edificio di pianta rettangolare composto da
una camera principale preceduta da un
vestibolo. Al centro della sala principale si
trova un focolare. In Grecia il tipo compare
dai tempi del Neolitico; in Sardegna il termine è mediato dalla Grecia.
Menhir
Monolite di varia forma, assai spesso allungata, infitto verticalmente nel terreno ed
avente funzione sacrale o funeraria. Di difficile datazione, non è da confondersi con i
betili, di forma conica o troncoconica, e
attribuibili ad età nuragica. I menhir in Sardegna appartengono al mondo prenuragico.
Mensolone (o mensola) Elemento di sostegno, sporgente, in pietra o
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in legno, che coronava la sommità della
costruzione e serviva a reggere nei nuraghi
– e nei castelli in genere – gli sporti dei terrazzi delle torri e delle cortine.
Microlito
Utensile di piccole dimensioni ottenuto
dalla lavorazione di una lama o scheggia.
Presenta, talvolta, forma geometrica (triangoli, trapezi, semilune) ed era immanicato
in legno o osso. Il complesso di questi
oggetti è detto industria microlitica.
Modanatura
Listello che risalta dal piano e sottolinea
cornici architettoniche.
Monolite
Composto da una sola pietra.
Muratura a secco
Muro edificato con l’impiego di sole pietre
che si reggono in virtù del loro peso.
Necropoli
Letteralmente “città dei morti”. Ampia area
destinata a sepolture.
Neolitico
Letteralmente, Età della Pietra Nuova.
Dicesi per quell’età che vede il sorgere dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame, e che utilizza la pietra levigata per la
produzione di armi e strumenti.
Nuraghe a tholos
Edificio caratteristico della Sardegna costituito, nella sua forma più semplice, da una
torre troncoconica con vani circolari
sovrapposti e coperti da falsa volta ottenuta
con l’aggetto delle pietre delle pareti. I vani
sono raccordati fra loro da una scala elicoidale che corre all’interno della muratura.
La forma più complessa è costituita da una
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serie di torri (da una a cinque) che si
dispongono attorno ad una torre semplice
(mastio), unite fra loro da murature rettilinee o concavo-convesse. Un antemurale
formato da torri e cortine rettilinee circonda
il complesso.
Nuraghe a corridoio
Edificio simile al precedente, ma costituito
prevalentemente da corridoi di varia articolazione, spesso coperti da lastroni orizzontali affiancati. Vi si trovano anche ambienti
coperti a falsa volta.
Ogiva
Arco acuto che segue il profilo delle false
volte delle camere e di anditi dei nuraghi.
Ortostato
Larga pietra o lastra, disposta verticalmente.
Ossidiana
Vetro vulcanico, di colore grigio-nero, utilizzato nell’antichità per la fabbricazione di
armi e strumenti. In Sardegna ne sono assai
ricche le pendici del Monte Arci (Oristano),
da cui venıva commercializzata fino all’Italia centro-settentrionale, alla Corsica, alla
Francia.
Ozieri (Cultura di)
Cultura del Neolitico Recente della Sardegna.
Paleolitico
La più antica età dell’uomo, detta anche Età
della pietra scheggiata. Dicesi per quell’età
nella quale l’uomo viveva di un’economia
di raccolta (caccia, pesca, raccolta di tuberi
e frutti, etc.).
Paleosuolo
L’antico piano di calpestio.
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Panella
Sinonimo di lingotto di forma pianoconvessa.
Paramento murario
Aspetto costruttivo visibile della superficie
della muratura.
Piattabanda
Elemento costruttivo a forma di parallelepipedo, disposto orizzontalmente in una serie
numerosa che viene utilizzata per la copertura di anditi o vani che risultano così con
soffitto piano.
Pietra fitta
Detto anche menhir. Monolite infitto verticalmente nel terreno, con funzione sacrale o
funeraria.
Pozzo o fonte sacra
Edificio di età nuragica destinato al culto
delle acque.
Pseudocupola
Sinonimo di falsa cupola.
Ripostiglio
Insieme di materiale metallico (monete,
bronzi, metallo prezioso, etc.) depositato
sotto terra oppure occultato nelle murature.
Spesso il ripostiglio è racchiuso in un recipiente di terracotta.
Sa Turricula
(Cultura di)
Cultura degli inizi del Bronzo Medio della
Sardegna.
Selce
Roccia di origine sedimentaria o metamorfica, che si rinviene sotto forma di noduli o
liste. Nell’antichità costituiva materia prima
per la fabbricazione di utensili o armi.
Sepoltura primaria
La deposizione di un cadavere in un sepolcro, subito dopo la morte del soggetto. Può
essere, a seconda della posizione, una depo-
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sizione distesa, flessa (con le gambe ripiegate) o rannicchiata, supina o sul fianco.
Sepoltura secondaria
La deposizione delle sole ossa di un defunto, dopo la scarnificazione operata per esposizione, cremazione, etc.
Specchio
Parte piana di un elemento architettonico
ribassato rispetto ad una cornice.
Stele centinata
Grande lastra monolitica o bilitica, che
nelle tombe di giganti si erge al centro della
fronte del monumento. Sulla faccia anteriore, presenta una cornice scolpita a bassorilievo che segue, nella parte superiore, il
profilo arcuato; in quella inferiore, separata
da un listello orizzontale, definisce un
riquadro nel quale si apre il portello di
ingresso al vano di sepoltura.
Stratigrafia
Il sovrapporsi in un sito di depositi naturali
o artificiali. L’accumulo di rifiuti, documentato dai resti della cultura materiale o
da quelli di pasto, forma uno strato archeologico. Un temporaneo abbandono del sito
in questione è documentato da terra sterile.
Gli strati più bassi sono quelli più antichi,
mentre man mano che si sale ci si avvicina
sempre più alle epoche attuali.
Strato archeologico
L’accumulo dei rifiuti di un sito nel quale
l’uomo ha soggiornato forma uno strato
archeologico.
Tafone
Termine di origine corsa per indicare le
cavità naturali del granito dovute a processi
di erosione.
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Tholos
Vano o costruzione con copertura circolare
a falsa volta o falsa cupola ottenuta dal
restringimento progressivo del cerchio di
ciascun filare di pietre.
Torre
Costruzione tipica della Corsica Meridionale, a forma di torre, dell’Età del Bronzo
Medio e Recente; per le caratteristiche della
tecnica muraria impiegata è ritenuta affine
ai nuraghi.
Trilite
Struttura formata da due pietre ortostatiche,
spesso megalitiche, unite da una terza pietra
orizzontale, posta ad architrave, poggiata
sulle due precedenti.
Trovante
In geologia, massa rocciosa, più o meno
grande, originariamente inglobata all’interno di argille od altri tipi di rocce, senza
avere, apparentemente, alcun rapporto stratigrafico con esse.
Tumulo
Agglomerato di terra e pietre, spesso contenuto da una fila di massi, che ricopre le
sepolture megalitiche subaeree (dolmen,
allées couvertes, tombe di giganti, etc.) formando una collinetta.
Vestibolo (o atrio)
Spazio davanti all’ingresso di una costruzione.
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Fotografie e Disegni
Angela Antona: 5, 6, 9, 22, 23, 24, 25, 29, 30, 31, 32, 33, 34, 36, 42,
43.
Gianluigi Anedda: 46, 50, 51, 52, 53, 54.
Monica Azara: 27, 28.
Francesco Corni: 7, 8.
Gianni Petta: 1, 16, 17, 10, 41, 18, 20, 44, 47.
Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale: 12, 13, 14, 15, 35,
45, 47, 48.
Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province di Sassari e
Nuoro: 11 (Enrico Grixoni); 37, 38 (Ninucio Pileri); 21, 26 (Gianni
Pulina).
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Sommario
Il territorio di Santa Teresa Gallura
p.
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LINEA CRONOLOGICA E STORICA
La Preistoria
L’Età Neolitica
L’Età del Rame e del Bronzo Antico
L’Età Nuragica
Verso la Storia
Tra Cartagine e Roma
L’Età Romana
L’Età Medioevale e oltre
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33
AREE E MONUMENTI ARCHEOLOGICI
IL COMPLESSO DI LU BRANDALI
Il nuraghe
Il villaggio
Capanna 1
Vano C
Capanna 2
Capanna 4
Capanna 3
La tomba di giganti
IL COMPLESSO DI LA TESTA
La tomba di giganti
LE CAVE DI ETÀ ROMANA
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Bibliografia essenziale
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Glossario
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Finito di stampare nel mese di luglio 2005
presso A.G.E., Via P.R. Pirotta 20/22, Roma
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Il complesso nuragico di Lu Brandali e i