LADOMENICA DOMENICA 10 MARZO 2013 NUMERO 418 DIREPUBBLICA CULT “Sì, sono una femminista qualcosa in contrario?” Intervista esclusiva a Sheryl Sandberg, All’interno la supermanager che ha scritto un libro per spiegare alle donne come prendere il comando La copertina War Fiction, la seconda guerra civile americana EMILIANO MORREALE e VITTORIO ZUCCONI Il libro Derek Walcott il poeta che si innamora ogni giorno FRANCO MARCOALDI Straparlando ANTONIO GNOLI DISEGNO DI MASSIMO JATOSTI FOTO ROBYN TWOMEY / CORBIS OUTLINE - ILLUSTRAZIONE: JOHN HENDRIX Gennaro Sasso “La filosofia è sterile ma necessaria” L’opera L’attualità Erri De Luca “Cenere e bellezza il destino di Napoli” ERRI DE LUCA La storia L’incredibile Adolfo il fotoreporter che beffava il Duce MICHELE SMARGIASSI ENRICO DEAGLIO I SAN FRANCISCO l 20 febbraio scorso ho preso il treno per Menlo Park e di lì un taxi per il quartier generale di Facebook nella famosa Silicon Valley. Sheryl Sandberg, la numero due del gigante dei social network, presentava un suo libro, in uscita internazionale il 12 marzo, a una ventina di giornalisti non americani. Consegnate le bozze, previo “giuramento” di rispettare l’embargo, segue conferenza stampa, poi intervista one to onee infine visita al campus di Facebook. Tutto mi immaginavo, tranne che di diventare testimone di un clamoroso caso politico-culturale-editoriale-filosofico-mondano che si sta sviluppando in questi giorni intorno al libro. Nessuno lo ha ancora letto, ma sui giornali e sui blog americani sono ormai dozzine gli interventi. Sheryl Sandberg è l’autrice del “manifesto femminista” del Ventunesimo secolo o l’ultima arrivata donna in carriera che straparla dall’alto di un paio di scarpe Prada? La paladina delle donne che lavorano o la privilegiata imboccata alla nascita con un cucchiaio d’oro? L’iniziatrice di un movimento mezzo secolo dopo la Mistica della femminilità, il libro di Betty Friedan che segnò la fine della supremazia maschile in Occidente? Edito da Knopf, il libro si chiama Lean in, Women, Work and the Will to Lead. Tradotto in italiano per Mondadori: Facciamoci avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire, oltre duecento pagine di cui una cinquantina di dettagliatissime note sulla discriminazione, degne di una ricerca accademica. L’autrice ha una biografia da urlo. Newyorchese, quarantaquattro anni, laurea in economia ad Harvard, capo gabinetto del ministro del tesoro di Clinton, Larry Summers (che sarà il suo mentore); è stata alla Banca Mondiale, nel ristretto cerchio di persone che trattò il salvataggio finanziario della Russia di Boris Eltsin (all’epoca il suo ufficio — per un gioco di simulazione — calcolò anche quanto si sarebbe dovuto sborsare per tenere in vita lo zar nel 1917 ed evitare così settant’anni di comunismo, concludendo che forse ne sarebbe valsa la pena). (segue nelle pagine successive) La tragedia del potere nella Venezia di Verdi e Byron GUIDO BARBIERI L’arte Il Museo del mondo l’atto erotico di Correggio MELANIA MAZZUCCO Repubblica Nazionale DOMENICA 10 MARZO 2013 LA DOMENICA ■ 30 La copertina Lady Facebook Ha quarantaquattro anni, due figli ed è il capo del più popolare tra i social network Ora in un libro-manifesto in uscita in venti paesi, Italia compresa, la quinta donna più potente del mondo ha deciso di spiegare alle altre come si fa ad avere successo in una società ancora dominata dai maschi. “Cominciamo dal parcheggio e dal tavolo delle riunioni...” racconta in questa intervista esclusiva ENRICO DEAGLIO (segue dalla copertina) heryl Sandberg passa dal settore pubblico a quello privato e nella transizione — la ragazza sa quando bisogna essere choosy e quando no — lavora come istruttrice di aerobica nelle palestre di Jane Fonda, con tanto di tutina luccicante; poi entra a Google e ne diventa la principale dirigente e la prima produttrice di utili della società. Passa da questa a Facebook (assunta nel 2008 da un ventitreenne Mark Zuckerberg che, per età, potrebbe essere suo figlio), porta via a Google i migliori dirigenti, rimodella la società come responsabile dello sviluppo economico finanziario e gestisce la storica (e controversa) quotazione in borsa della società. Stipendio attuale: trenta milioni di dollari l’anno. Benefit: un cospicuo pacchetto di azioni della società. Effetto della sua presenza ai vertici dell’industria elettronica: clamoroso. È la prima donna ad avere potere in un mondo strutturalmente maschile. Vita privata: nata in una famiglia di ebrei russi newyorchesi con l’adorazione per lo studio, padre chirurgo, madre insegnante e attivista dei diritti umani; marito medico, due figli di sette e cinque anni. Quinta donna più potente del mondo secondo la rivista Forbes, dietro a Hillary Clinton, Angela Merkel, Dilma Roussef, Sonia Gandhi, ma prima di Michelle Obama. (La madre però le telefonò: «Io credo che Michelle Obama sia sopra di te…»). Il terzo elemento dell’evento è quella strana cosa che si chiama Facebook. Ci stanno attaccati un miliardo di persone, che ogni giorno si scambiano 250 milioni di fotografie e 2,7 miliardi di commenti su quello che cliccano (il famoso “mi piace”). Facebook è la più grande banca dati per l’industria pubblicitaria e la politica. Ha fatto scoppiare la primavera araba? Dicono di sì. Ha deciso la rielezione di Obama? Sicuramente sì. A Menlo Park, il nuovo quartier generale dove lavorano duemila impiegati, lo stile è da campus sessantottino. Niente orari fissi, molti bar e caffè, biciclette che girano, manifesti appesi sui muri (“non siamo consumatori, ma il popolo”; “la connessione è un diritto umano”, “l’importante è sbagliare”). C’è anche un muro dove tutti possono scrivere quello che vogliono e, in cima, verso il soffitto, compare anche un “Sheryl Sandberg sei il mio eroe!” ( mi giurerà che non l’ha scritto lei). Lean in è al crocevia tra un libro di memorie di una donna di successo, un manifesto per l’emancipazione delle donne che lavorano e una miniera di dati sulla discriminazione contro le donne: in casa, sul lavoro, nella politica. Il “farsi avanti” del titolo si riferisce a una situazione che Sandberg ha visto mille volte. Sala riunioni di una grossa società, grande tavolo. «Prego, prendete posto» dice il padrone di casa. Ed ecco che gli uomini si siedono al tavolo e le donne tendono ad accomodarsi sulle sedie accanto. Immagine-metafora di una diseguaglianza, ma anche di una paura introiettata dalle donne stesse. Quando si faranno avanti e si sederanno, con naturalezza, al centro del tavolo, allora si sarà abbattuto quell’invisibile soffitto di cristallo della discriminazione. Batterla, superarla, ottenere insieme migliori salari, potere aziendale e una più giusta organizzazione dei diritti e doveri nella vita famigliare è lo scopo del pamphlet che Sheryl Sandberg (insieme alle cinque giovani donne della neonata fondazione Lean in) presenta in una sala riunioni gentilmente concessa da Facebook, di cui lei è praticamente il capo supremo. Conversatrice brillante ed esplicita, l’autrice indossa un tubino bianco e nero senza maniche su scarpe tacco dodici. I capelli neri sono pettinati a caschetto ed è nota una sua forte somiglianza con l’attrice Patricia Neal, quando era giovane. Il libro uscirà contemporaneamente in venti paesi («Non in quelli islamici», precisa Sandberg. «È un libro adatto a situazioni in cui i diritti di base delle donne sono già stati conquistati. Ma non dove non si può votare o non si può guidare l’automobile»). La mia prima domanda in privato è sull’impatto che pensa di ottenere con il suo libro. Intende creare un movimento? «La premessa è questa: le donne sono molto — moltissimo — escluse dalle posizioni di potere aziendale e io voglio fare qualcosa perché questo finisca. Non penso che l’impatto possa avvenire con soluzioni individuali; piuttosto sarà dovuto a tutte le donne che sono venute prima di me e alle donne e gli uomini che faranno dei cambiamenti reali nelle loro vite. Io cerco di aumentare il dialogo e di cambiare obiettivo del dibattito sulle donne. Basta discutere su quello che le donne non possono fare. Parliamo invece di quello che possono fare». Come spiega la discriminazione attuale? «Le donne hanno sicuramente conquistato molto, i diritti di base, quelli ottenuti dalle nostre madri. Ma poi si sono adattate. Non abbiamo più osato. In futuro, quando gli storici guarderanno gli ultimi vent’anni, si chiederanno: come mai la marcia si è fermata? E non sapranno dare una spiegazione. Persino il salario-orario minimo per le donne è aumentato di pochissimo. Nei consigli di amministrazione, come alla guida dei governi, il numero di donne è ridicolo. Ma quello che è più grave è che le donne hanno perso la voglia di arrivare in cima». Lei sostiene che la radice è culturale… «Sì, gli esempi sono infiniti. Una donna che ha una buona carriera viene definitiva “troppo aggressiva”, o “troppo ambiziosa” mentre di un uomo questo non si dice. Le donne sono indotte a rinunciare ai po- S sti migliori perché devono tornare a casa ad accudire i figli. (A proposito: sarebbe bene che le aziende mettessero a disposizione delle donne incinte i parcheggi più vicini all’entrata, tanto per cominciare). Alle elementari i bambini maschi dicono “voglio diventare presidente”, le bambine lo dicono assai meno. I giochi elettronici stessi sono concepiti per una visione maschile del potere. Ancora? Nella fase di documentazione per il libro abbiamo cercato un film con una protagonista femminile che comandi e che abbia una normale vita familiare. Ebbene, non lo abbiamo trovato. Ho una figlia piccola che ha un amichetto. Un giorno era triste perché tutti e due vogliono fare gli astronauti e però si vogliono anche sposare, e quindi lei ha dovuto rinunciare. “Perché proprio tu?” le ho chiesto. E lei mi ha detto: “Qualcuno deve stare a casa con i bambini, e mi sa che quella sono io”. Io credo che occorra riaprire il discorso su tutto ciò… A partire dal linguaggio. Se una donna comanda, è bossy, prepotente. Se a comandare è un uomo, è un leader. Non va bene». Effettivamente dico sempre a mia moglie che tende a essere un po’ bossy quando siamo in cucina… «Lei si sbaglia, e farebbe bene a cambiare linguaggio. Sua moglie è leader in cucina. Gli uomini dovranno abituarsi a tante cose; per esempio al fatto che le mogli guadagnino più dei mariti. Negli Stati Uniti succede nel trenta per cento delle famiglie, in Italia è già il diciotto. Dovranno abituarsi a una diversa divisione dei compiti. Curiosamente, oggi il tipo di famiglia che ha la più giusta ripartizione delle mansioni famigliari, soprattutto per quanto riguarda i figli, è la famiglia omosessuale, sia quella formata da due maschi, sia quella formata da due femmine. Nella famiglia tradizionale invece la donna lavora molto più dell’uomo». Lei a che ora esce dall’ufficio? (Ride). «Alle 17,30. In effetti quando l’ho detto in un’intervista, non mi aspettavo di creare uno sconquasso, e invece sulla Rete se ne è discusso per settimane. “Sandberg fa bene o fa male a uscire alle 17,30?”, “Che coraggio! Se ne va alle 17,30!” Io esco alle 17,30 perché voglio andare a casa e stare un po’ con i miei figli; e non credo che la politica de- Sheryl Sandberg Signore, siete pronte a prendere il potere? ‘‘ Femminista Se me lo avessero chiesto vent’anni fa avrei detto di no. Ma oggi sì, mi definisco una femminista. E ne vado orgogliosa Leader Se una donna comanda è “bossy”, prepotente. Se a comandare è un uomo si dice invece che è un “leader” Sfide Quando Mark Zuckerberg mi assunse glielo dissi chiaro: lo sai che molta gente non gradirà affatto, vero? Accettò la sfida Repubblica Nazionale DOMENICA 10 MARZO 2013 ■ 31 IL LIBRO Facciamoci avanti Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire di Sheryl Sandberg, edito in Italia da Mondadori nella collana Strade Blu (264 pagine, 17 euro) sarà in libreria dal 12 marzo con una prefazione di Daniela Riccardi FOTO CONTRASTO gli straordinari obbligatori (specie se applicata alla donne) sia saggia. Penso che le persone dovrebbero essere pagate per la qualità del lavoro, non per la quantità. Peraltro lo diceva anche Colin Powell, che era il nostro segretario di Stato». Lei ha esperienza di comando e di gestione sia nel pubblico che nel privato. La leadership femminile a che cosa porta? «Oh, su questo abbiamo parecchi dati. In generale si può davvero dire: women do it better, le donne lo sanno fare meglio. I programmi gestiti da donne funzionano meglio, sia in termini di risultati che di tempo per raggiungerli. Le donne nei posti di comando ottengono migliori condizioni di flessibilità sul lavoro. Vengono assunte e valorizzate più donne nel management intermedio e infine, in generale, diminuisce il gap salariale tra uomo e donna. Tutto questo, secondo me, non solo è molto buono per le donne, ma è molto buono per le aziende. Aziende che, peraltro, conoscono già il potere delle donne come consumatrici. Per esempio, già oggi il parere delle donne è determinante nella scelta dell’acquisto di una certa automobile o di un certo computer. Le donne hanno un grande potere sugli strumenti che vengono prodotti e su come questi possono essere usati. Altro esempio: le donne, che sono la maggioranza degli utenti di Facebook, lo usano in maniera differente dagli uomini». Con il suo libro, lei, esattamente, che cosa vuole ottenere? «Lo scopo è di provocare un’azione, sì, un movimento. Su due fronti: il primo è il recupero dell’autostima delle donne, della loro ambizione, che le porti a non rinunciare in partenza a ottenere dei ruoli di comando. Il secondo è il cambiamento dell’establishment aziendale. Quando Mark mi assunse (Mark Zuckerberg, il capo di Facebook ndr), glielo dissi chiaramente: “Tu lo sai che stai accettando una sfida, vero? Tu lo sai che molta gente non gradirà affatto, vero?”. E anche adesso sono sicura che l’iniziativa di Lean in provocherà delle resistenze. Ma cosa possono fare? Non possono mica spararci…». “Farsi avanti” diventerà una parola d’ordine, un nuovo sindacato? «Per adesso diventa una fondazione, contattabile all’indirizzo [email protected]. Immagino proprio che i social network le daranno una grande spinta. Lo scopo è di raccogliere dati, storie e condividere esperienze utili all’avanNata a: Washington nel 1969, cresce a New York zamento delle donne. Non solo Famiglia: genitori ebrei di origine russa, storie aziendali. Le prime che padre chirurgo, madre insegnante diffonderemo saranno storie di Vita privata: divorziata e risposata donne che ce l’hanno fatta, cocon un medico, ha due figli (7 e 5 anni) me Ursula Burns, amministratore delegato di Xerox, nata in Studi: laurea in Economia ad Harvard nel 1991 una casa popolare con tre svanCurriculum vitae: taggi: “nera, povera e bambiconsulente della Banca Mondiale na”. O storie di coraggio: una consulente della McKinsey & Company donna ventenne che ha avuto il istruttrice di aerobica (con Jane Fonda) coraggio di far arrestare il suo capo di gabinetto del ministro del tesoro stupratore. Poi storie di vertendi Clinton fino al 2000 ze concluse bene; esempi di successo: vogliamo dare struvicepresidente per le vendite online menti, notizie utili alle donne di Google fino al 2007 per negoziare meglio la propria membro dei consigli d’amministrazione posizione e per vincere. Questo di Starbucks e Walt Disney Company vale sia sul posto di lavoro che in direttore operativo di Facebook dal 2008 casa. L’anno scorso ho tenuto Stipendio: 30 milioni di dollari all’anno una conferenza su questi temi alla Ted University: ebbe un Orario di lavoro: 8-17.30 successo straordinario. E forse Segni particolari: quinta donna più potente la cosa che mi fece più piacere fu al mondo nella classifica di Forbes la mail di una dottoressa di Boston cui avevano offerto una bella opportunità di lavoro ed era indecisa, per via dei bambini. Mi scrisse che l’avevo convinta, aveva accettato e aveva scritto una lista della spesa per il marito: le cose che d’ora in poi avrebbe dovuto fare lui». Lei si definisce una femminista? «Adesso sì, e con orgoglio. Ma se me lo avessero chiesto vent’anni fa avrei detto di no, come credo molte altre giovani donne americane che godevano dei diritti conquistati, ma allo stesso tempo non volevano essere etichettate con lo stereotipo della donna arrabbiata che brucia il reggiseno. Credo di non essere stata abbastanza coraggiosa. Credo anche però che quindici anni di osservazione della realtà del lavoro mi abbiano reso consapevole della verità del femminismo tradizionale: le donne non godono di una reale uguaglianza, e non godono di reali pari opportunità». Sono ormai passati venti giorni dalla presentazione di Lean in, l’embargo è stato rispettato, ma il “caso Sheryl Sandberg” è già scoppiato. Il dibattito sul femminismo ha ricevuto una improvvisa fiammata. La signora Sandberg è al centro dell’attenzione, e così i suoi progetti. È indicata alternativamente come la nuova Betty Friedan o come una Paris Hilton che gioca sulla pelle delle donne per la sua personale carriera. Credo che, per una volta, il merito del successo mediatico del libro sia da dividere, perlomeno a metà, tra l’ufficio stampa e il contenuto. Il nervo era sensibile: una donna, un libretto e un social network l’hanno toccato, provocando un grande urlo. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 10 MARZO 2013 LA DOMENICA ■ 32 L’attualità Terra mia Un palazzo che crolla. Brucia la Città della scienza. Attraverso le ultime cronache uno scrittore racconta la sua metropoli: “È fondata sul vuoto, si dissangua da sola della sua bellezza Eppure guardatela: nonostante tutto è ancora là, e si scuote di dosso la polvere e l’insulto” NAPOLI SANTA CHIARA Il chiostro maiolicato del monastero celebrato dalla famosa canzone. In alto, nella foto grande, il Centro direzionale progettato da Kenzo Tange e completato nel 1995 Cartoline sopra la cenere ERRI DE LUCA i vuole che Napoli sia sud, secondo una suddivisione del mondo che prevede più sud che nord. Non sono uguali tra loro i punti cardinali applicati in terra, anche di est ce n’è di più. Scavalcando l’equatore il sud si annette l’Africa, risale il mare, assorbe Sicilia, Puglia, Calabria e sbarca fino alle porte di Roma, dove stabilì i suoi confini la Cassa del Mezzogiorno. Ma anziché a un meridione d’Italia, Napoli appartiene al centro del Mediterraneo. Sta nel suo ombelico vulcanico, è sismica, tufacea, friabile, flegrea. Sotto la sua crosta, brulicante della più alta densità umana di Europa, si estendono cavità gigantesche, opera di estrazione del suo materiale di costruzione, fin dal tempo dei Greci. La città è così distesa sulle camere d’aria di un immenso alveare. Come Venezia è fondata sull’acqua, Napoli è fondata sul vuoto. Spesso affiora in superficie, il vuoto, in forma di voragini spalancate all’improvviso. Sotto la pianta del piede la città è una botola pronta a scattare. Perciò Napoli è doppia, gremita sopra e sgombera di sotto. Questo spiega il sistema nervoso dei suoi cittadini, deciso dalla geologia. Sotto la maschera c’è il labirinto. I lavori di scavo della metropolitana si inoltrano nelle viscere aggrovigliate della storia incontrando stagni marini, cisterne, piscine, budelli, gallerie. Non sanno di violare organi interni di un organismo vivente né hanno lo scrupolo e la premura dell’archeologia. Affondano trivelle e scombinano assetti sopra i quali si è appoggiata la città. In un film western degli anni Settanta un villaggio di minatori collassa perché scavato sotto dai cunicoli dei cercatori d’oro. Non succederà così alla città allenata da millenni di cedimenti. Per via di erosioni, scavi, scossoni, eruzioni Napoli rivela la sua costante fragilità tellurica, soggetta più che altrove agli sgambetti della legge di gravità. Dai suoi tetti sono state spalate ceneri di Vesuvio in fiamme, perciò a buon titolo il santo protettore del luogo è specialista in vulcanologia. La sua statua portata in spalla contro il fronte lavico, fornì prove da domatore. Gennaro è un santo da trincea. Stabilito questo assetto, ecco in pochi giorni due notizie opposte che confermano la precarietà del luogo: il crollo di un’ala S SAN DOMENICO MAGGIORE Lo splendido complesso conventuale viene ora restituito alla città dopo dieci anni di lavori. L’obelisco al centro della piazza fu eretto tra il 1657 e il 1737 di palazzo sull’elegante Riviera di Chiaia e l’incendio di un edificio nuovo nell’area di espansione della città futura. Il solenne titolo di Città della scienza poco si addice al titolo di un edificio e di un luogo che ha seminato i suoi migliori scienziati nei laboratori del mondo. Città della scienza fuiuta, fuggita, sarebbe titolo più completo a definire. È stato bruciato questo Centro e se la cava a stento anche la città della Filosofia, rappresentata dal nobile istituto di Montedidio. Dolosi entrambi i danni, non c’entra stavolta qualche forza schiacciante di natura, interviene invece la concreta manomissione, più o meno volontaria. Essa fa parte di un accertato istinto di autolesionismo locale. Nessuno, delle dozzine di eserciti stranieri, accampati poco e molto dentro Napoli nel corso dei millenni, l’ha danneggiata quanto l’arrembaggio edilizio, denunziato dal film Le mani sulla cittàe proseguito con le Vele di Secondigliano. Quelle sì andrebbero schiantate, lasciandone una sola a esempio d’infamia urbanistica, da studiare in una nuova branca dedicata all’architettura criminale. Andrebbero schiantate come sono state abbattute con esplosivo le torri della siderurgia a oriente della città, crolli benefici. Nessuno maledice Napoli più del suo cittadino che la sporca con esibizione di strafottenza pubblica. Napoli si dissangua da sola della sua bellezza. Ma esistono fiori di campo che, distrattamente calpestati, tornano a rimettersi in piedi, perché spinti dalle radici da una forza di bellezza. Quella di Napoli riaffiora altrettanto ostinata. Ecco a singolo esempio l’enorme complesso di San Domenico Maggiore, oggi restituito alla città, a dimostrazione di uno spirito di contraddizione dello spreco, dell’oltraggio dell’incuria. Napoli si regge su una energia di bellezza inesaurita. «Me fa paura ‘e ce turnà» dice una strofa di Munasterio ‘e Santa Chiara. Invece che paura, a me sgomenta la richiesta di scriverne in seguito a qualche fatto di cronaca, che aggiunge il suo granello di denigrazione sul piatto della bilancia. E mi viene voglia costante di aggiungere qualcosa a contrappeso sopra l’altro piatto. Anche stavolta lo spirito è lo stesso. Napoli è luogo che ne ha passate così tante, eppure è ancora là, invincibile a scuotersi di dosso la polvere, la cenere, l’insulto, raddrizzando la sua corolla di fiore di campo. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 10 MARZO 2013 ■ 33 PORTA CAPUANA PLEBISCITO Voluta nel 1484 dal re Ferdinando d’Aragona, accanto ha due massicce torri che affiancano l’arco di trionfo: sono dette dell’Onore e della Virtù. Qui a lato la cupola del Gesù Vecchio L’emiciclo di san Francesco di Paola nel luogo simbolo del “rinascimento” bassoliniano: dopo anni in cui la piazza venne usata come parcheggio fu l’ex sindaco a volerla pedonalizzare LE FOTOGRAFIE Le immagini di queste pagine sono tratte da Napoli dal cielo dell’architetto catanese Giuseppe Anfuso (Edizioni Lussografica, 464 pagine, 100 euro). Dello stesso autore anche Catania dal cielo (2005) e Palermo dal cielo (2010) PIAZZA DANTE MONTECALVARIO Il Foro Carolino fu ideato da Vanvitelli come cornice alla statua di Carlo III. La statua non venne mai realizzata. Al suo posto, nel 1872, fu collocato il monumento a Dante Alighieri Accanto alla cupola della chiesa dell’Immacolata Concezione a Montecalvario, nel cuore dei Quartieri spagnoli, spunta un terrazzino con ombrellone, tavolo e sedie e sdraio Repubblica Nazionale DOMENICA 10 MARZO 2013 LA DOMENICA ■ 34 La storia Pionieri ADOLFO PORRY-PASTOREL (1888 - 1960) Fotografo Ovunque Tutto MICHELE SMARGIASSI otografo? Macché, di più. Fotonnivoro, fotonnipresente, fotossessionato. Si favoleggia abbia lasciato un archivio di nove milioni di scatti. «Adolfo PorryPastorel, FOT» faceva stampare sui biglietti da visita, non un’abbreviazione bensì un acronimo: «Fotografa Ovunque Tutto». Lo aveva fatto incidere anche sulla cassa degli orologi che donava ai vigili, così quando c’era qualche “avvenimento di cronaca” quelli guardavano l’ora per il verbale, si ricordavano di lui, gli telefonavano e lui piombava lì prima di tutti per fare lo scoop. Lo abbiamo avuto anche noi un grandissimo fotoreporter, perfino prima degli americani che il fotoreportage l’hanno inventato. Proprio mentre Weegee the Famousfaceva lo stesso nella New York dei gangster, Porry-Pastorel s’aggirava nella Roma dei mariuoli su un furgone rosso in cui aveva allestito una camera oscura, per non perdere tempo. Forse perfino prima di Robert Capa si era procurato una Leica, intuendo che il futuro del fotogiornalismo stava nell’agilità e nella velocità. Lo abbiamo avuto anche noi, e lo abbiamo sprecato. Soffocato, come tante altre cose, sotto la cappa affumicata del ventennio fascista, talento inutile in un’Italietta rimasta ai margini del fotoreportage mondiale proprio negli anni in cui diventava adulto e ruggente. Ma una vita geniale non è mai davvero sprecata, ed ecco che una biografia vivace e a tratti romanzata, condotta su materiali inediti dalla giornalista Vania Colasanti (Scatto matto, Marsilio) ce la restituisce, almeno come personaggio narrato, in attesa che qualcuno gli renda, con una auspicabile grande mostra, il posto che gli spetta nella storia del fotogiornalismo italiano. Servirà un posto lungo e stretto... «Temerario spilungone» lo apostrofò nientemeno che il primo ministro Giovanni Giolitti. Figlio di bersagliere, allampanato, ammiccante, sempre senza cappello, s’infilava come un diavolo dappertutto, nei palazzi del potere come nei cortei delle proteste, ancor prima della Prima guerra, e spesso e volentieri le prendeva belle sode dai poliziotti, anche questo un buon cinquant’anni prima dei paparazzi. Amico di famiglia, il direttore di La Vita Ottorino Raimondi lo aveva assunto dicendogli di scrivere come se fotografasse, ma lui pensò che fosse meglio fotogra- F Immortalò il Duce sulle nevi e sulla mietitrice, ma pure mentre faceva pipì dietro un cespuglio Il primo fotoreporter italiano usava perfino i piccioni viaggiatori per fare uno scoop Ora un libro ne racconta la vita avventurosa FOT A sinistra, il retro dello specchietto dell’Agenzia Vedo che Porry regalava alle signore per farsi pubblicità: al centro la scritta “FOT”, “Fotografa Ovunque Tutto” A destra, il fotoreporter con i suoi piccioni viaggiatori Nella pagina accanto, al centro, la demolizione nel rione di Borgo a Roma per l’apertura della futura via della Conciliazione GUERRA E PACE Da sinistra: le Camicie nere si imbarcano sul piroscafo Saturnia per la guerra d’Etiopia; la piena del Tevere e la via Salaria allagata alle porte della città; una coppia va a sposarsi in tandem Repubblica Nazionale DOMENICA 10 MARZO 2013 ■ 35 MATTEOTTI MUSSOLINI A sinistra, tre scatti realizzati da Porry Pastorel in occasione dell’inchiesta sull’omicidio Matteotti Sono tratti dal libro di Stefano Caretti Il delitto Matteotti: storia e memoria (Lacaita) Sotto, la prima pagina del Giornale d’Italia del 12 aprile 1915 con la foto in cui Porry-Pastorel immortala l’arresto di Mussolini in piazza Barberini. A destra, il Duce in piazza del Popolo a una sfilata fascista dopo la marcia su Roma Sotto, a Cogne nel 1939 Mussolini visita le miniere fare come se scrivesse: raccontando il più possibile di una storia in un colpo solo. Irrequieto, ingovernabile, dopo aver reso Il Giornale d’Italiail quotidiano «fotografico» italiano diventò il nostro primo freelance: chiamò la sua agenzia Vedo (Visioni Editoriali Diffuse Ovunque: gli piacevano le sigle), un’impresa all’avanguardia con segretarie, archivio efficientissimo e una masnada di stringer, diremmo oggi, ragazzini da spedire in giro a pedate con una fotocamera al collo e un solo dovere: arrivare prima degli altri. E Porry (per gli amici) questo lo sapeva fare meglio di tutti. «Gran fama di dritto» secondo il suo allievo Tazio Secchiaroli, futuro re dei paparazzi, faceva imbestialire i concorrenti dell’Istituto Luce incollando di soppiatto francobolli sui loro obiettivi. E li batteva sempre sul tempo. Durante le manovre navali organizzate per impressionare Hitler, a Napoli, nel ’38, speravano che almeno lì, in mare aperto, non potesse fregarli: la telefoto non era ancora stata inventata (quando accadrà, Porry sarà il primo a usarla). E invece no, avrebbero dovuto guardare cosa aveva dentro la valigia di vimini che portò a bordo. Venti piccioni viaggiatori. Li aveva già usati nel Carso. Scattò, finse un malore, andò in cabina, sviluppò, stampò, infilò i negativi nelle capsuline, «lanciò le immagini nell’aria» e quando tornò in porto le sue foto erano già in edicola. Dodici anni prima, sempre su una nave, Porry aveva avvicinato il Duce per consegnargli un rullino esposto, dicendogli (racconta o immagina la biografa): «Ironiche sì, irriverenti mai». C’erano gli scatti rubati del poco marziale mal di mare del grande condottiero. E qui forse sta una risposta al mistero del loro rapporto: il dittatore e il fotografo non si sopportavano, non riuscivano a evitarsi, però forse si rispettavano. Benito non gli perdonò mai lo scatto, celeberrimo, del suo arresto durante un comizio interventista del 1915: il futuro Duce preso per la collottola da un poliziotto, come un monello. Quando se lo vedeva attorno sbottava infastidito, perché sapeva che quello stangone non l’avrebbe mollato, neppure dietro i cespugli dove un giorno, durante le manovre militari in Irpinia, si era appartato, perché anche ai dittatori ogni tanto scappa. Ma eccolo lì Porry con l’occhio al mirino: «Ah si? E allora adesso fotografami anche questo...», seguì gesto eloquente. La relativa fotografia non pare sia mai stata rintracciata. «Sempre il solito fotografo!», gli disse un giorno del ’24 Mussolini, e Porry lo rimbeccò: «Sempre il solito presidente del consiglio!», che a pensarci bene era una battuta da finire in villeggiatura a Gaeta per decenni. Invece no, Porry lavorò indisturbato per tutto il Ventennio. Lui, che aveva fatto il servizio più pericoloso che si potesse immaginare in quegli anni: la fotocronaca del ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti. Glielo aveva chiesto Velia, vedova del parlamentare socialista assassinato. Un reportage straordinario, di un dinamismo sconosciuto IL LIBRO Scatto matto. La stravagante vita di Adolfo Porry-Pastorel, il padre dei fotoreporter italiani di Vania Colasanti (Marsilio, 120 pagine più inserto fotografico di 32 pagine, 15 euro) sarà in libreria da mercoledì 13 marzo: le foto in queste pagine sono tratte dal libro e dagli Archivi Farabola alla cultura visuale italiana: le macchine dei carabinieri che corrono sulle strade polverose, i sopralluoghi dei magistrati, il ritrovamento della giacca insanguinata, il recupero pietoso della salma, Turati e Treves convocati per il riconoscimento, la simulazione giudiziaria del rapimento: alcune immagini apparvero nei giornali antifascisti dell’epoca, ma l’intera sequenza restò, come un memento privato, nell’album istoriato d’oro custodito dagli eredi e riemerso solo qualche anno fa in una mostra curata dallo storico Stefano Caretti. Nonostante questo, la Vedo lavorò intensamente, nel Ventennio, pur sotto l’implacabile mannaia della censura di regime, meticolosissima nella costruzione e nella tutela dell’immagine del Duce. Molti scatti di Porry oggi ci appaiono scopertamente ironici se non caricaturali: ecco un Mussolini a Cogne, infagottato in una cerata da minatore, pinguino impacciato con una spassosa berretta a falde; eccolo mentre passa in rivista le truppe in una attillata divisa bianca, gesto lezioso della mano destra, quasi un passo da ballerino, altro che imperiali virilità. Alcune inquadrature sembrano pensate per svelare la costruzione di un mito di cartapesta, come l’immagine del Duce mietitore, per la battaglia del grano. La verità è che gran parte di queste fotografie rischiose e imbarazzanti non apparvero mai sulle pagine dei giornali italiani. Ma Porry aveva ottimi clienti stranieri, e qualche foto non protocollare espatriò, beffardamente commentata dai giornali della perfida Albione. E tuttavia, neppure questo sospetto di intelligenza col nemico sembra aver procurato troppi guai all’impertinente Porry. Che all’occorrenza sapeva fornire anche immagini perfette per la propaganda e il culto della personalità: pose statuarie, gesti invincibili di fronte a folle oceaniche eccetera eccetera. Chi fu dunque Porry? Un frondista ingenuo che sfotteva facendo finta di niente, un abile giocatore su due tavoli, un antifascista mascherato, quasi foscoliano, che «temprando lo scettro ai regnatori, gli allor ne sfronda», o un italiano affascinato come tanti dall’uomo della Provvidenza? Un po’ tutte le cose, forse: come l’Italia intera. Fu anche un uomo piegato dal dolore per la perdita del figlio sul fronte russo, fu un coraggioso produttore di passaporti falsi per i partigiani, e infine fu un sindaco, nel dopoguerra, quando si stufò della sua ultima vocazione di fotografo delle star di Cinecittà e lasciò mestiere e archivi al discepolo Tullio Farabola. Fu eletto primo cittadino del paesino di Castel San Pietro, sui colli romani, nella lista dei monarchici, e lì morì nel 1960. Il suo ultimo scoop fu convincere Luigi Comencini a girarvi Pane amore e fantasia. Prima dell’arrivo di Lollobrigida, De Sica e troupe mise al sicuro i maiali, patrimonio del paese, in un recinto confortevole che ribattezzò Porcopoli (e finì fotografato su Life). Diceva che «anche un maiale ha bisogno di affetto». © RIPRODUZIONE RISERVATA VIP Altri scatti di Porry-Pastorel: da sinistra, Gina Lollobrigida sul set di Pane, amore e fantasia a Castel San Pietro nel ’53; il pugile Primo Carnera in bici alla stazione Termini nel 1939; il trio Lescano ai microfoni dell’Eiar Repubblica Nazionale LA DOMENICA DOMENICA 10 MARZO 2013 ■ 36 Spettacoli Cambiare musica L’onda colorata che rivoluzionò il rock nei ’70 è lunga: dalla PFM al Banco del Mutuo Soccorso il successo delle vecchie band italiane continua all’estero, mentre da noi restano un cult Quarant’anni suonati e portati ancora bene FLAVIO BRIGHENTI Ai tempi del boom l rock italiano degli anni Settanta consuma la sua rivincita sulla storia che voleva seppellirlo. La Premiata Forneria Marconi si è rigenerata decuplicando i progetti creativi. Sui nostri palchi offre il repertorio originale e rinnova gli arrangiamenti per le opere dell’amato compagno di imprese Fabrizio De André, ha realizzato un’opera rock (Dracula), musica strumentale per il cinema (Stati di immaginazione), persino una rivisitazione dei compositori classici (Beethoven, Mozart, Verdi, Rossini...) ripensati come ispiratori del gruppo (PFM in Classic). Negli ultimi anni ha affrontato lunghi tour: Giappone, Usa, Brasile, Canada, e il prossimo autunno si esibirà in Argentina. Il boom della Premiata, affrancata dalla dimensione del rock progressivo, ha riaperto paradossalmente proprio quel fronte di vecchi eroi. Tra Stati Uniti ed Estremo Oriente hanno suonato negli ultimi anni Banco del Mutuo Soccorso, Osanna, Trip, Orme, Balletto di Bronzo, De Scalzi & Di Palo (con la sigla La Storia New Trolls), Ut New Trolls (quelli di Gianni Belleno), addirittura i Pooh dell’epoca Parsifal. E dal 24 al 26 aprile, Tokyo ospiterà le esibizioni di Formula 3, Rovescio della Medaglia, il riformato Museo Rosenbach (prima formazione di Giancarlo Golzi dei Matia Bazar, che a breve pubblicherà un disco nuovo), Maxophone. L’Oriente ha sempre amato il Made in Italy dei Settanta, e il rock progressivo fa audience pure da noi. Lo dimostrano il boom delle Prog Exhibition romane — tra eventi live, dischi e dvd sfiziosi —, ma anche il rinnovamento messo in atto da nuovi guru talentuosi, primo fra tutti Fabio Zuffanti con le sue tante creature, dai Finisterre alla Maschera di cera. Eppure, quarant’anni dopo, c’è ancora parecchia gente che non ha proprio capito cosa fosse, il rock progressivo. E perché i gruppi — che in Italia chiamavamo complessi — si accanissero in tutta Europa a massacrare la formula della canzone da tre minuti (strofa-ritornello-strofa) per applicarsi a quel magma sonoro che a volte suonava cerebrale, a volte popolare, classicheggiante, barocco o romantico. A volte folk, oppure fitto di germogli psichedelici o tempestato di hard rock brutale. E spesso tutte queste cose insieme, secondo contaminazioni sempre più folli. I prodromi della rivoluzione Aretha Franklin e Duke Ellington cantavano dal vivo con Carmen Villani I Oggi i superstiti dei New Trolls si contendono il marchio provenivano dai tardi anni Sessanta, preannunciati dal magnifico incrocio stilistico del Sgt. Pepper beatlesiano (1967) e dal terremoto psichedelico (Pink Floyd) che aveva messo il sale sulla coda del blues e del beat. Ma il vero manifesto del «prog» fu In The Court of The Crimson King (1969) della banda Fripp. Anche in Italia qualcosa s’era mosso, con le avventurose esperienze psico/beat di Chetro & Co e delle Stelle di Mario Schifano, il collettivo pensato dall’artista, celebre per i suoi dipinti di figure astrali, come una sorta di Factory warholiana. Poi, agli albori dei Settanta, si diffuse il rifiuto della forma-canzone e la convinzione che il 33 giri non dovesse più svilupparsi come somma di singoli brani, ma come un’unica storia. Spesso di ispirazione mitologica, filosofica, fantasy. L’oggetto disco aspirava alla stessa nobiltà o spregiudicatezza di un libro o di un dipinto. E non è un caso che studi fotografici e di design specializzato affermassero il proprio marchio di fabbrica sulle copertine dei dischi «prog», ormai associato al concetto di Art rock. Nel suo piccolo, anche in Italia, con svariate immagini d’autore: Mazzieri, Convertino, Adelchi, Crepax e Pazienza. Adesso arriva in libreria Volo magico. Storia illustrata del rock progressivo italiano di Franco Brizi (Arcana) che ricostruisce quell’epopea caotica di imprese, bluff e flop capace oggi di suscitare larghi sorrisi e rivelare contraddizioni enormi. Gran disordine sotto il cielo. Nella locandina di Palermo Pop ’70 finiscono accanto Aretha Franklin e Carmen Villani, Duke Ellington e Little Tony, Brian Auger e Nino Ferrer, Johnny Hallyday e i Ricchi e Poveri... (Ciao 2001, la bibbia dell’epo- ca, enfatizza nel titolo: «A Palermo come all’Isola di Wight!»). Intanto sul versante sociale si vivono i tumulti e le utopie della generazione post sessantottina, capaci di trasformare un «normale» festival rock in un capitolo della memoria antagonista. Come il Festival di Ballabio (Lecco) del 25 e 26 settembre 1971 organizzato dalla rivista underground Re Nudo, che inaugura la stagione dei festival del proletariato giovanile, dove si balla e si sballa senza pagare alcun biglietto. «Facciamo che il tempo libero diventi liberato», recita uno degli slogan più amati: diecimila ragazzi armati di sacco a pelo, tanto entusiasmo e pochi quattrini — buffet a prezzi “politici” — si accampano tra i boschi, chiacchierano, fumano, fanno all’amore, dormono, suonano i bonghi, e a turno si spingono vicino al palco per applaudire Claudio Rocchi o ammirare estasiati i virtuosismi del chitarrista Bambi Fossati, leader dei Garybaldi. L’importante è essere lì. L’ebbrezza da successo che deriva da quegli irripetibili, scoppiettanti Settanta, genera brutti scherzi. Pensiamo ai New Trolls, nemiciamici da decenni. Furono pionieri del concept album quando nel 1968 pubblicarono Senza orario, senza bandiera, testi del poeta anarchico Riccardo Mannerini e supervisione del giovane De Andrè. Furono ancora pionieri con il Concerto Grosso del 1971 che distillava echi di Hendrix, Jethro Tull, Deep Purple e sinfonismo orchestrale, disco concepito con Luis Bacalov, futuro premio Oscar per le musiche di Il postino. Poi si frantumarono in più rivoli, guerreggiando tra di loro per avere in esclusiva il nome New Trolls. Il tribunale ha sentenziato che quel marchio può essere utilizzato solo se torneranno insieme Belleno, Belloni e De Scalzi. Intanto sui muri cittadini potreste imbattervi nei manifesti che annunciano i concerti di La Storia New Trolls (De Scalzi e Di Palo), Il Mito New Trolls (Belloni e Usai), Ut New Trolls (Belleno e Salvi, è appena uscito il loro nuovo album Do Ut Des). E non basta: ora c’è una nuova denominazione, per un progetto esclusivamente discografico, il Concerto Grosso N.3 con Bacalov. Partecipano quasi tutti i migliori: Belleno, D’Adamo, De Scalzi, Di Palo. Ma quel «quasi» fa la differenza, e allora il progetto si chiama La Leggenda New Trolls. Senza (auto) celebrazione non c’è Troll che tenga. MEMORABILIA In questa pagina dall’alto, i manifesti dei Saint Just (1973); Alan Sorrenti (1972); Genco Puro & Co. (1972); Hellua Xenium (1973); Area (1974) © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale ■ 37 POSTER Ci suicidammo per eccesso di note MAURO PAGANI anascita del rock progressivo coincide con la nascita del primo rock autenticamente europeo. Per la prima volta, dopo lunghi anni di prevalente influenza americana, nasce un genere le cui fonti ispirative principali — le scale, il tipo di composizioni, le strutture — fanno riferimento alla cultura sonora europea, alle radici della musica classica e popolare. È un’occasione unica, per tutta l’Europa e per noi italiani in particolare. Nel giro di due, tre anni, nascono centinaia di gruppi che fanno riferimento al rock progressivo, e come Premiata Forneria Marconi ci ritroviamo a suonare in raduni affollati in maniera anche grottesca: sessanta o settanta gruppi che condividono un palco, tutti con nomi fantasiosi, magari accomunati dal vizio di partire con assoli strumentali lunghissimi... I detrattori sostengono che per troppi anni abbiamo vissuto immersi in un mondo favolistico, poco interessato alla realtà sociale. In realtà il ’68 in Italia è arrivato più tardi, ma si è protratto più a lungo, rispetto ad altri paesi. Da quell’ambiente socialmente vivo e politicamente impegnato, molti gruppi del prog hanno tratto beneficio sul piano ispirativo e pratico: le occasioni per suonare erano innumerevoli, festival e festivalini nascevano un po’ ovunque, senza dimenticare quell’enorme circuito alternativo e insieme “ufficiale” che erano le Feste dell’Unità. Internet non esisteva, ma c’erano milioni di giovani con le antenne accese: il prog ha brillato di vita e vivacità perché la realtà sociale in cui si muoveva aveva l’anima accesa. Artisticamente, il prog si è suicidato per eccesso di note. Ci è parso così bello assaporare una libertà creativa senza limiti, che abbiamo suonato troppo, riempiendo esageratamente di note la musica, assecondando magari l’ambizione di chi in fondo voleva essere un musicista classico… Ripenso anche al primo tour della PFM negli Usa, nel 1974, dove, a volte, ci capitò di condividere il palco con gente molto più «pesante» di noi, tipo Foghat, Peter Frampton, Bad Company, Blue Oyster Cult. Noi arrivavamo lì con i flautini e all’inizio il pubblico era quantomeno un po’ spaesato, ma alla fine portavamo sempre a casa la pelle: in fondo, eravamo bei rockettari anche noi e capivamo al volo quand’era il caso di spingere con brani tipo Celebration trascurando i “lenti rinascimentali”. E comunque, più suonavamo “italiani”, più eravamo vincenti. Ma l’abbiamo capito dopo... Critica e pubblico ci acclamarono. E trovammo anche fan segreti, per esempio Ahmet Ertegün, fondatore dell’Atlantic Records, produttore di John Coltrane, Led Zeppelin e mille altri. Il quartiere generale della PFM a L.A. era vicino a Sunset Boulevard. Alle sette di sera Ertegün chiudeva il suo ufficio, lasciava fuori file di aspiranti artisti, e si presentava puntuale da noi: prima condivideva chiacchiere e spaghetti, poi ci raggiungeva ai concerti. L IL LIBRO Volo magico. Storia illustrata del rock progressivo italiano (Arcana, 600 pagine, 75 euro) sarà in libreria dal 18 marzo. Il cofanetto, formato 25x29, è a cura di Franco Brizi, esperto e collezionista di memorabilia prog Con prefazione del cantautore Claudio Rocchi, ex Stormy Six, ha anche una minuziosa discografia. In queste pagine alcuni dei materiali che illustrano il volume: copertine di riviste, locandine, manifesti, poster, articoli d’epoca © RIPRODUZIONE RISERVATA Da sinistra in senso orario le Orme (1970); Banco del Mutuo Soccorso (1972); Gli Alluminogeni (1971); Franco Battiato (1972); Luciano Basso (1977); gli Alberomotore (1974) e i Latte e Miele (1972) Tutte le immagini provengono dagli archivi degli autori BAND Sopra, i Nomadi in un manifesto del 1971 Qui accanto, gli Osanna nel 1971 A sinistra, Ivan Graziani sul retro di copertina della rivista Nuovo Sound nel ’76 Repubblica Nazionale DOMENICA 10 MARZO 2013 LA DOMENICA ■ 38 Next PIATTAFORME Inquilini 2.0 Arduino Minicomputer da 20 euro inventato da Massimo Banzi che consente di programmare l’azione di un oggetto Paraimpu Made in Cagliari consente di collegare oggetti, strumenti e persone per creare il proprio “Internet delle cose” Il tostapane che stampa il meteo sul toast, il termostato che si adegua alle nostre abitudini, la pianta che manda un tweet se è secca e la lavatrice che avvisa via sms quando ha finito La casa sarà sempre più intelligente Grazie anche alla tecnologia italiana Medicine Il sistema integrato nel mobiletto dei medicinali sa quale farmaco si deve assumere e quando: avvisa anche attraverso tv o cellulare Cosm Servizio online che permette di collegare alla rete i dati ottenuti dai sensori per creare delle applicazioni Lavatrice Landruino: da laundry, lavatrice, più Arduino È un pannello di controllo fai-da-te che ti avvisa via Internet quando i panni sono lavati RICCARDO LUNA Lampadina osa avranno mai da dirsi il frigorifero e la lavatrice? E perché il tostapane dovrebbe parlare con la macchina del caffè? Questa storia della casa intelligente non ha mai veramente attecchito. Nonostante decine di milioni di euro spesi in comunicazione dalle multinazionali, un alone di sarcastica diffidenza ha sempre circondato il lancio di ogni nuovo mirabolante prodotto. Ma le cose sono improvvisamente cambiate la scorsa estate. Su Kickstarter è apparso il progetto Smart Things: i promotori chiedevano soldi per costruire una piattaforma che consentisse a chiunque di collegare con dei sensori i vari oggetti della casa per poterli controllare in ogni momento, da ogni luogo via web. L’Internet delle cose, di cui tanto di parla, anzi l’Internet della casa visto che parliamo di elettrodomestici e dintorni. Una proposta così aveva altissime possibilità di cadere nel vuoto e invece in poche settimane ha raccolto un milione 209 mila 423 dollari. Ai quali in dicembre se ne sono aggiunti altri tre da parte di un pool di investitori tra cui figura anche l’attore Ashton Kutcher, l’ex di Demi Moore. Non male se si pensa che tutto nasce in seguito a un weekend sfortunato: Alex Hawkinson, 40 anni, informatico e neuroscienziato, era andato in Le lampadine a led Hue di Philips creano un sistema di illuminazione wireless intelligente controllato dall’iPhone mediante un’app C Videocontrollo Per controllare i bambini (e la babysitter) anche quando si è fuori: lo Smart Baby Monitor con video ad alta risoluzione e suono nitido Colorado presso una casa di famiglia e aveva trovato un mezzo disastro, impianto elettrico rotto e tubi dell’acqua bruciati. Possibile che non ci fosse un modo per essere avvertiti in casi simili? E così si è messo a sviluppare Smart Things: un kit da 299 dollari con il quale chiunque può rendere “intelligenti” ovvero “smart” gli oggetti della casa e controllarli con un clic del proprio telefonino. I primi kit sono in consegna in questi giorni. Il successo di Smart Things è tutt’altro che isolato. Solo su Kickstarter nei mesi scorsi sono stati finanziati decine di progetti legati in qualche modo all’Internet della casa. Il caso più clamoroso è Lifx, una lampadina intelligente che si collega al wifi, cambia colore e si controlla con un telefonino: ha riscosso un milione e 300 mila dollari, è stato prodotta e messa in vendita a 69 dollari a esemplare ed è subito andata esaurita. Ma hanno avuto un impatto commerciale notevole anche Twine, un sensore che ti avvisa via mail e sms cosa stanno facendo gli oggetti della casa; Air Quality Egg, un aggeggio che monitora la qualità dell’aria di un ambiente e che avvia delle conversazioni tematiche sui social network; e Jamy, un tostapane che ti stampa sul pane croccante anche le previsioni del tempo aggiornate e geolocalizzate. Piante Plantduino: plant, pianta, più Arduino. È un sistema che regola acqua e temperatura della serra Manda un alert via tweet quando è ora di innaffiare Gatto L’Ardu-lettiera per gatti registra quante volte le ventole sono state attivate, dice se bisogna pulire i filtri e ha uno spray automatico dopo ogni uso Repubblica Nazionale DOMENICA 10 MARZO 2013 ■ 39 GLOSSARIO Anti-sisma Dispositivo inventato da un ragazzino cileno di 14 anni sopravvissuto a un sisma. Quando c’è un allarme, manda immediatamente un tweet Open source Smart house È una filosofia che prevede la pubblicazione del codice di programmazione con cui sono scritte le applicazioni e gli strumenti tecnologici. Così facendo tutti possono migliorare il prodotto Sono le case intelligenti, ovvero quelle in cui i vari elettrodomestici sono collegati fra loro e alla rete in modo da essere regolabili al limite anche con il proprio telefonino IOT Makers Acronimo di Internet of Things: l’Internet delle cose Gli oggetti collegati alla Rete consentiranno di analizzare informazioni in tempo reale per avere un pianeta più intelligente Sono gli inventori di questo secolo, i nuovi artigiani che progettano il futuro: ultima generazione di creativi che uniscono cultura digitale, competenze elettroniche e passione per l’innovazione Crowdfunding Il sistema preferito utilizzato per trovare finanziamenti per realizzare i propri progetti di smart home: nel 2012 sono tutti, o quasi, partiti dalla piattaforma Kickstarter Stampante Si può stampare ovunque e in qualunque momento: basta inviare un messaggio all’indirizzo e-mail della stampante web connected Anti-vip Il silenziatore anticelebrità è un telecomando che imposta il televisore in modalità silenziosa se si parla di personaggi famosi sgraditi Se tutte queste storie vi sembrano soltanto gadget per impallinati della tecnologia, sentite questa. Alla fine del 2001 un ex dirigente di Apple, Tony Fadell, ha lanciato un prodotto che sulla carta non poteva essere meno sexy: un termostato. Solo che Nest è un termostato intelligente (oltre che molto bello, del resto Fadell ha progettato e realizzato l’iPod): impara dalle nostre abitudini, sa quando ci svegliamo e quando torniamo dall’ufficio la sera, e sa a che temperatura vogliamo trovare la casa. Si vende online, anche attraverso il sito della Apple, a 250 dollari e in questo momento se ne vendono quasi cinquantamila al mese. Motivo per cui i Nest Labs hanno una valutazione di ottocento milioni di dollari e sono considerati la startup dell’anno. Tutto questo fermento creativo si alimenta dell’entusiasmo di una nuova generazione di “smanettoni” che si divertono a trovare nuovi modi di collegare fra loro gli oggetti della casa in maniera intelligente. Lo strumento principe di questa ondata di innovazione si chiama Arduino, un minicomputer inventato a Ivrea qualche anno fa da un ingegnere mancato, Massimo Banzi, e che sta diventando lo standard mondiale con il quale fare progetti “smart”. Per due ragioni: una schedina Arduino costa appena venti euro ed è facile da usare anche per chi conosce solo i rudimenti della elettronica. In Rete è pieno di progetti di smart-home basati su Ar- Tv con webcam Con webcam integrata questa tv di ultima generazione consente di controllare cosa avviene in casa (anche con dipositivi Android) Doorbot Un video-campanello, che collegandosi senza fili a smartphone o tablet, permette di interagire con chiunque si presenti alla porta di casa ‘‘ Ormai non abbiamo più bisogno del permesso di nessuno per fare delle cose meravigliose Massimo Banzi Fondatore di Arduino Termostato Se ne vendono 50mila al mese: impara quando ti svegli, quando vai a dormire e quale temperatura vuoi in casa Si regola col telefonino duino: dalla mangiatoia che riconosce quale dei due gatti ha davanti e seleziona il cibo più adatto a ciascuno; alla pianta che manda un tweet quando la terra è secca e così via. E proprio domani la community di Arduino fa un grande passo avanti: grazie all’accordo con il colosso della telefonia Telefonica, tutte le schede Arduino avranno la possibilità di collegarsi alla rete GSM e quindi sarà facilissimo impostare il proprio Internet della casa in modo da ricevere una telefonata o un sms appena un sensore raggiunge una certa soglia. Una delle piattaforme migliori per farsi da soli progetti di questo tipo è made in Italy, anzi made in Cagliari: Paraimpu è un progetto del Centro Ricerche Sardegna 4. Consente di connettere e gestire in maniera affidabile e facile qualsiasi tipo di oggetto dotato di connessione permettendo di sviluppare applicazioni con i dati ottenuti in tempo reale. Obiettivi: il risparmio energetico; le informazioni sul meteo e il traffico; ma anche servizi gestiti collettivamente. Come nel caso di Jardimpu, un sistema di giardinaggio social in streaming live sul web che permette a chiunque di conoscere le condizioni delle piante e di prendersene cura, innaffiandole a distanza. Con un semplice tweet. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 10 MARZO 2013 LA DOMENICA ■ 40 I sapori Dal cous cous ai pomodori ripieni, dal pollo al curry alle lasagne o fave e cicoria Un po’ per dieta, un po’ per crisi, ecco come far convivere in una sola portata il pranzo di una volta: antipasto, primo, secondo Concentrati e contorno. Senza correre il rischio di cadere nell’eresia o nel riciclo Macco di fave Polenta e cicoria e brasato Pomodori ripieni Piadina farcita Pasta e fagioli Fave (i meno calorici tra i legumi lessati) e cicoria, passate e servite con una forchettata d’erbe (bietole, spinaci...) sbollentate e spadellate Carichi di vitamine e licopene, si farciscono con proteine – carne, formaggio, pesce, legumi – e verdure. Carboidrati (pane, riso, patate) a parte In equilibrio goloso, la cialda di acqua, farina e strutto, avvolge lo squacquerone, formaggio fresco leggermente acidulo, e la rucola Maltagliati, pasta mista, di semola o all’uovo, bollita nel brodo di cottura (allungato) dei legumi In Campania piace il raddoppio di proteine con le cozze Cotta e addensata, la farina di mais, priva di glutine, accompagna per tradizione la carne bovina stufata con il vino rosso Meglio se con verdure Agnello con purè aromatizzato all’aglio Unico utto in una volta. Come in un concentrato di golosità e nutrimento, un perimetro di pochi centimetri quadrati raccoglie la summa golosa di cibi che altrimenti sarebbero cadenzati in sequenza più o meno classica: antipasto, primo e secondo, carboidrati e proteine abbracciati. È il miracolo goloso del piatto unico, terminale obbligato di milioni di pasti (preferibilmente pranzi, in coincidenza con la pausa lavorativa) preparati e serviti ogni giorno da una parte all’altra d’Italia. La connotazione geografica è importante, perché se nel resto del mondo pasta e riso — spesso protagonisti del monopiatto — sono concepiti a mo’ di complementi alimentari, quindi facilmente associabili a questo o quell’ingrediente, qui l’abbinamento richiede maestria per evitare l’eresia gastronomica. Questione di tecnica e di fantasia, ma anche di clima. Mentre l’inverno si porta appresso le stimmate del freddo da combattere a suon di pasti caldi e strutturati (che il piatto unico quasi sempre mortifica e banalizza), i prodromi della primavera mettono addosso la voglia di cibi freschi — primizie d’orto, cereali integrali, condimenti lievi — più semplici da incastonare in mosaici appetitosi. Certo, il rischio del banale e del dozzinale è dietro l’angolo, come sempre succede assemblando alimenti diversi: basti pensare a certe pasticciatissime insalate di riso o all’avvilente mediocrità di quelle miste. Più di tutto, contano le materie prime. Mischiare una cucchiaiata T La semola, incocciata (sgranata e lavorata), si porta a cottura in acqua o con brodi aromatizzati Verdure a tocchetti, pesce o carne per accompagnare Riso e curry di pollo Riso varietà Basmati (orientale lungo), cotto incoperchiato. Pollo spadellato col curry, rifinito con latte. A fuoco spento, pezzetti di mandorle e cumino Riso pilaf al gelsomino con pollo arrosto in crosta di sale Piatto LICIA GRANELLO Cous cous Tutto insieme appassionatamente di mais in scatola, utilizzare la (finta) mozzarella in panetti, aggiungere salse o pezzi di pollo scadente, è un modo deprimente e sbagliato di pensare il monopiatto. Allo stesso modo, saltare in padella il riso avanzato, affiancarlo a dei tocchetti di formaggio e a un ciuffo di valeriana assomiglia più al riciclo, — normale nella cucina di casa, deprecabile in un ristoro pubblico — che a un’idea compiuta di pasto. Entrambi approcci riduttivi, che impoveriscono assai l’idea originaria del «tutto in un piatto», esaltata da campionesse della cucina regionale come lasagne, polenta coi formaggi o minutaglia con fagioli e cozze, ricetta capace di far convivere pasta, legumi e molluschi in un solo, memorabile mestolo di minestra. In compenso, quando gli ingredienti sono ben scelti e il cuoco ha la mano felice, il piatto unico può assurgere a gioiellino gourmand, equilibrato e godibilissimo, in grado di fronteggiare perfino gli effetti della crisi economica in campo alimentare. Non a caso, le due tipologie di ristorazione che meglio lo interpretano sono tapas bar (cucina a base di crostini importata dalla Spagna) e pizzerie in versione d’autore. Fette di pane o impasto steso, poco importa: a fare la differenza è l’incontro magico — figlio della tradizione, della contaminazione etnica o di un’intuizione — tra ingredienti apparentemente distanti, a volte perfino antitetici, e invece in perfetta armonia, dalla pizza San Marzano, mozzarella di bufala, ricotta e salame napoletano di Enzo Coccia (La Notizia, Napoli), al crostino con vongole, zenzero, pepe di Caienna e limone di Albert Adrià (Tickets, Barcellona). In caso di appetito robusto, raddoppiare la dose con una fetta di Sacher. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 10 MARZO 2013 ■ 41 A tavola Dopo la grande abbuffata l’ipocrisia del buffet STEFANO BARTEZZAGHI icordo ancor, con melanconica nettezza, la prima volta che un amico mi propose: «Ci vediamo e mangiamo una cosa». Si interessava anche di design, quindi sulle prime mi preoccupai. Poi capii. A differenza di me (sono passati molti anni) era già nell’età della minacciata prominenza addominale e il modo di dire, che scoprii presto assai diffuso, pretendeva di coniugare la convivialità della mensa con la sobrietà del fitness, le ragioni del dietologo e quelle del buon umore. Da «cosa» nasce cosa: ben presto incominciò l’epoca e l’epica (parole che forse derivano entrambe da «epa») dei «piattini», degli spuntini, degli eufemismi della tavola. Prima funzionava al contrario: per appariva informali si andava in «pizzeria»; ci si spartiva una focaccia come antipasto e alibi, e poi si faceva un pasto completo, primo, secondo, contorno, dessert. Adesso si va invece al ristorante e si prende un «piatto unico», o un unico piatto: siamo quasi alla vergogna di mangiare, e quando ci arriveremo sarà realizzata metà della profezia del grande Luis Buñuel, in una celebre scena del Fantasma della libertà. A pranzo il piattino scaldato al microonde al baretto. La milanese schiscètta (gavetta ermetica a scomparti, per il pranzo di mezzogiorno dei lavoratori) è sostituita dal contenitore di plastica con insalata o altra saluberrima vivanda, da accompagnare con uno yogurt tenuto in fresco sul davanzale. Di sera, happy houre apericènaperpetuano l’equivoco. A casa, c’è chi è arrivato al vassoio davanti alla tv, ma fra tovagliette, spizzichi, assaggini, sfizietti e altri diminutivi (che spesso diminuiscono solo la parola, e non la «cosa») di fatto la tavola imbandita sembra prossima a diventare una sorta di tabù. Dalla Grande bouffe siamo passati a ipocriti buffet. A continuare a ingrassarci deve essere qualcos’altro, forse l’aria. R Lasagne Fish&chips Pasta, carne e latticini in un mix tradizionale e irresistibile I nutrizionisti incoraggiano la versione vegetariana, con il pesto (o la besciamella) e dadolata di verdure Cibo veloce per antonomasia, il classico cartoccio di crocchette di merluzzo e chips. Al posto delle patate, però, si possono anche friggere carote, finocchi o zucchine Farro e gamberi Il farro, grano antico e rustico, da cucinare come un riso, bollito o tirato a cottura (farrotto) Insieme, crostacei scottati e dadini di sedano o zucchine © RIPRODUZIONE RISERVATA Maiale allo zenzero con lenticchie e fagiolini Linguine con asparagi e ricotta affumicata alle nocciole GLI INDIRIZZI LA RICETTA Pizza, polenta e baccalà Ingredienti per 4 persone Bollire il pesce in acqua aromatizzata e spinarlo, lavorarlo caldo con un pizzico di zucchero e sale aggiungendo olio all’aglio e di vinacciolo. Cuocere la polenta e farla riposare 12 ore in frigo. Con una frusta, inserire la crema in una sacca da pasticcere. Formare 8 palline, coprire con carta da forno e schiacciare per farne delle cialde, da infornare 40’ a 140°. Spezzettare le spugnole, caramellarle in padella con olio, aglio, sale e pepe. Tagliare a metà i pomodorini, disporli su una placca da forno con poco zucchero, sale e olio. Cuocere un’ora a 100°. Disporre sulla pasta stesa le spugnole, il fior di latte e infornare. Tagliare la pizza in 8 parti: su ogni spicchio disporre una quenelle di baccalà, la cialda di mais e il pomodorino confit. Olio e pepe TORINO MILANO ROMA RISTORANTE CONSORZIO Via Monte di Pietà 23 Tel. 011-2767661 Chiuso sabato a pranzo e domenica, piatto unico da 8 euro PONT DE FERR Ripa di Porta Ticinese 55 Tel. 02-89406277 Sempre aperto, piatto unico da 8 euro NO.AU Piazza di Montevecchio 16 Tel. 06-45652770 Chiuso lunedì, piatto unico da 9 euro LE VITEL ÉTONNÉ Via San Francesco da Paola 4 Tel. 011-8124621 Chiuso domenica sera e lunedì, piatto unico da 10 euro JOIA KITCHEN Via Panfilo Castaldi 18 Tel. 02-29522124 Chiuso sab. a pranzo e domenica, piatto unico da 12 euro FELICE A TESTACCIO Via Mastro Giorgio 29 Tel. 06-5746800 Senza chiusura, piatto unico da 10 euro GATTÒ Via Castelmorrone 10 Tel. 02-70006870 Chiuso domenica, piatto unico da 10 euro ASSAGGI D’AUTORE Via dei Lucchesi 28 Tel. 06-6990949 Chiuso lunedì sera, piatto unico da 10 euro ✃ Simone Padoan, patron del ristorante “I Tigli” di San Bonifacio, Verona, ha reinventato la pizza come base golosa per piatti creativi e squisiti, come la ricetta ideata per i lettori di Repubblica 270 g. di pasta a fermentazione naturale 90 g. di fior di latte a cubetti 140 g. di baccalà; 70 g. di spugnole 9 pomodorini; 1 spicchio di aglio in camicia 1 noce di burro; extravergine di oliva Biancolilla 80 g. di olio all’aglio; 200 g. di olio di vinacciolo 200 g. di farina di mais sale di Maldon; pepe bianco LA TABERNA LIBRARIA Via Bogino 5 Tel. 011-8128028 Chiuso domenica, piatto unico da 8 euro Repubblica Nazionale DOMENICA 10 MARZO 2013 LA DOMENICA ■ 42 L’incontro Grandi vecchi Tornato a recitare a ottantatré anni dopo un decennio di stop seguito alla morte della figlia, l’attore più premiato d’Europa racconta una vita fatta di passioni: auto, donne, teatro. E cinema: Jean-Louis Trintignant “Su centotrenta film ne salvo una trentina Il rimorso più grande? Il no a Bertolucci. Ma me lo chiese Marie: papà, se fai Ultimo Tango a scuola mi prenderanno tutti in giro” ono invecchiato, eh?», si scusa mentre scroscia ancora l’applauso alla fine de Il grande silenzio, western di Sergio Corbucci del ’68, quando, a trentotto anni, continuava ad avere l’aria di ragazzo schivo e intimidito del Sorpasso. Adesso che Amourcopre, imperioso macigno rugoso, il suo cinema, da cui s’era allontanato dieci anni fa, pare difficile agli spettatori della personale a lui dedicata a Parigi fare il legame tra il prima e il dopo di JeanLouis Trintignant. Tra Amour e gli altri centotrenta film girati in un’eterna giovinezza, prima dello stop, prima della diga: la morte tragica, appunto dieci anni fa, dell’adorata figlia Marie. Con l’abituale ritrosia, l’attore francese, a ottantatré anni il più vezzeggiato e premiato del cinema europeo, smonta come un castello di carte il suo passato in pellicola: «Su centotrenta titoli, di cui un quarto italiani, non più di trenta sono da salvare», e quasi si scusa di nuovo. Affabile, all’uscita si lascia prendere sottobraccio da chi l’aveva a lungo intervistato quasi quarant’anni fa sul set torinese di La donna della domenica: «Luigì Comencinì?», s’illumi- ‘‘ evento in Amour— dall’amore di sempre, sempre più esclusivo, il teatro. In quest’aspro groviglio d’abbandoni e ripensamenti, d’addii e ritorni, numerosi gli appuntamenti mancati, non solo nel cinema: «È vero, quando Coppola mi cercò per Apocalypse Now, che mi avrebbe forse aperto una carriera in Usa, non avevo voglia di muovermi dalla Francia. E nemmeno quando Spielberg mi volle per Incontri ravvicinati del terzo tipo, nel ruolo che poi è andato a François Truffaut. Provo più rimorsi, ma la scelta di Marlon Brando è stata ottima, per Ultimo tango a Parigi, dove avevo anche dato una mano a Bertolucci nella sceneggiatura. Ma mia figlia Marie, allora bambina e già attenta lettrice degli script che ricevevo, mi aveva scongiurato: “Papà, a scuola le mie compagne non finiranno mai di prendermi in giro”. E io non ho mai fatto nulla nella vita che potesse dispiacere a mia figlia». Pure l’Italia, Come i miei nonni ora produco vino E lo bevo, anche Una sana sbornia non è meglio di una lucida mediocrità? FOTO AP «S PARIGI na il suo sguardo di spillo. «Che bei momenti, anche con Marcello Mastroianni. Dei quattro “colonnelli” della commedia all’italiana, era il più simpatico. Molto intelligente, non intellettuale. Gran seduttore, una bomba. Spariva dopo due bisbigli con una bellona e, in nemmeno un’ora, impresa compiuta. Eravamo due cocciuti sul set, entrambi a ronzare attorno a Jacqueline Bisset, che però s’eclissava subito a fine riprese: “Dopo le dieci di sera non m’è mai successo nulla di interessante”. Forse una maliziosa provocazione». Trintignant era allora nel pieno del successo: dal film-Oscar Un uomo e una donnadi Claude Lelouch a Z-L’orgia del poteredi Costa-Gavras («Era l’amante di mia moglie, ma non gliene ho mai voluto, perché è una bella persona») a Il conformista di Bernardo Bertolucci («Il ruolo più bello della mia vita»). Ma già tentennava per un’altra passione, le corse automobilistiche, cui l’avevano soggiogato fin da piccolo gli exploit dello zio pilota Maurice. Si abbandonerà ai circuiti, alternandoli ai set, nella prima metà degli anni Ottanta: ulteriore sballottamento d’una vita a strappi, scoscesa, interrotta. Gli studi di giurisprudenza lasciati da un giorno all’altro per buttarsi nel teatro, folgorato da L’avaro diretto da Charles Dullin. Il flirt rovente, nel ’56, sotto le occhiate gelose di Roger Vadim, con Brigitte Bardot — esordiente come lui in E Dio creò la donna — crudelmente spento da un interminabile servizio di leva in Germania e un reclutamento odioso nella guerra d’Algeria. Tre anni dopo, ritorno agli schermi, che l’avevano già dimenticato, con la prima, grande affermazione in Italia: Estate violenta di Valerio Zurlini. Poi, cinema e cinema, anche la peggiore serie B, italiana e francese, ma con ripetute fughe nel teatro di qualità: «Negli intervalli del Sorpasso, Vittorio Gassman e io trascorrevamo ore a parlare di Shakespeare: io recitavo l’Amleto in Francia, lui lo stava mettendo in scena in Italia». Anche i matrimoni a singhiozzo: l’ammaliante Stéphane Audran, poi moglie di Claude Chabrol; Nadine, poi sua regista e madre di Marie; e, dai tempi delle corse, la pilota Mariane Hoepfner. E poi vuoti improvvisi, incolmabili: il primo, la morte in culla a nove mesi della figlia Paulette, l’anno del Conformista. Infine, l’ultimo strappo. L’addio a un cinema divenuto seriale, sostituito — fino alla riapparizione- che l’ha a lungo adottato (Trintignant l’italien è il bel documentario presentato in suo onore al Festival d’Annecy nell’ottobre scorso), è stata talvolta un’occasione persa: «Con il vostro Paese ho avuto un rapporto privilegiato. Zurlini è stato per me un fratello maggiore: a Roma abitavo da lui. La mia Dolce Vita non è stata però Via Veneto, ma la trattoria “Da Otello”, dove ci si ritrovava tutti, attori, registi, sceneggiatori. Spesso i film nascevano così, dalle battute, dalle chiacchiere. Una volta, mentre si scherzava sul colpo finito male nel Rififi di Dassin, al commento “Noi ci saremmo fatti una spaghettata!”, Monicelli s’alzò di botto: “La prendo io!”. Era l’idea dei Soliti ignoti. Purtroppo tra i molti film che ho girato da voi ho dovuto rinunciare a C’eravamo tanto amatidi Ettore Scola, dove sarei stato il professore intellettuale, e a Casanova, non tra i migliori Fellini: non potevo impegnarmi per un anno o più, senza sapere quando e se l’avremmo girato. Ma lo sa che anche nel Sorpasso, diventato il mio logo italiano, sono stato preso per puro caso? Doveva interpretarlo Jacques Perrin, altro francese allora onnipresente nel vostro cinema. Le prime riprese, nelle strade vuote di Roma a Ferragosto, furono effettuate con la sua controfigura. Quando lui dovette rinunciare chiamarono me, semplicemente perché ero il più somigliante alla sua controfigura». Nei cinque anni in cui si dedicò professionalmente alle corse, girò tra Francia e Italia ventitré film, quasi cinque all’anno (una media da Totò): tre di Scola, tra cui La terrazza, l’ultimo Truffaut di Finalmente domenica! e il suo ultimo italiano, lo stupendo Colpire al cuore di Gianni Amelio con Laura Morante. Una schermata trionfale al confronto dei vergognosi piazzamenti su pista: settimo nell’81 alla 24 ore di Spa Francorchamps, cinquantunesimo nell’82 al Rally di Montecarlo, quarantasettesimo nell’84... Masochismo d’attore o sadismo di pilota? «E pensi che ho anche rischiato di morire, in due incidenti, di cui uno molto grave: nell’80 alla 24 ore di Le Mans sono uscito di pista a 325 chilometri all’ora. Fortunatamente in un rettilineo. Scoppiò la ruota posteriore sinistra. Sono rimbalzato sei volte sulle barriere di sicurezza, senza mai colpirle frontalmente. Ma è questo che mi è sempre piaciuto delle gare: è una guerra di nervi, affronti una curva a tale o tal’altra velocità sapendo che è l’acceleratore a guidare la macchina e non tu, tu non puoi rallentare sennò è testacoda. Il brivido è tutto lì. Ciò detto, non è che fossi molto dotato per le corse. E poi ho cominciato tardi, dopo i quaranta, quando i piloti in genere smettono». Profetico, dunque, il film di Dino Risi. La vita come sorpasso, sempre definitivo quando è sfida con se stessi: un po’ come l’attore? «Essere attore significa conservare un’anima infantile, continuare a entusiasmarsi, a meravigliarsi: dunque, a superarsi. In questo, sono sempre stato e sono rimasto, nonostante tutti gli strappi e i cambi di marcia, un attore». Talora, e lei l’ha capito presto, sorpassarsi è fare marcia indietro? «Alla fine della mia vita sono tornato alle mie origini: i campi, le vigne. Da una trentina d’anni vivo nella mia casa a Uzès, nei dintorni di Avignone. Nella mia famiglia, nessuno prima di me era mai salito fino a Parigi. Era lontana, Parigi. Ci ho vissuto venticinque anni. E poi ho rimesso radici nella mia campagna, dove sono cresciuto e dove mi sento meglio. Nipote e figlio di vignaioli, anch’io produco vino. Mi ci sono messo tardi, ma mi piace. Lo bevo, anche, il vino: come il teatro, mi ha aiutato a vincere la timidezza. E poi: una sana sbornia non è meglio d’una mediocre lucidità?». © RIPRODUZIONE RISERVATA ‘‘ MARIO SERENELLINI Repubblica Nazionale