LADOMENICA
DOMENICA 10 MARZO 2013
NUMERO 418
DIREPUBBLICA
CULT
“Sì, sono una femminista
qualcosa in contrario?”
Intervista esclusiva
a Sheryl Sandberg,
All’interno
la supermanager
che ha scritto un libro
per spiegare alle donne
come prendere il comando
La copertina
War Fiction,
la seconda
guerra civile
americana
EMILIANO MORREALE
e VITTORIO ZUCCONI
Il libro
Derek Walcott
il poeta
che si innamora
ogni giorno
FRANCO MARCOALDI
Straparlando
ANTONIO GNOLI
DISEGNO DI MASSIMO JATOSTI
FOTO ROBYN TWOMEY / CORBIS OUTLINE - ILLUSTRAZIONE: JOHN HENDRIX
Gennaro Sasso
“La filosofia
è sterile
ma necessaria”
L’opera
L’attualità
Erri De Luca
“Cenere e bellezza
il destino di Napoli”
ERRI DE LUCA
La storia
L’incredibile Adolfo
il fotoreporter
che beffava il Duce
MICHELE SMARGIASSI
ENRICO DEAGLIO
I
SAN FRANCISCO
l 20 febbraio scorso ho preso il treno per Menlo Park e di lì un
taxi per il quartier generale di Facebook nella famosa Silicon
Valley. Sheryl Sandberg, la numero due del gigante dei social
network, presentava un suo libro, in uscita internazionale il
12 marzo, a una ventina di giornalisti non americani. Consegnate le
bozze, previo “giuramento” di rispettare l’embargo, segue conferenza stampa, poi intervista one to onee infine visita al campus di Facebook. Tutto mi immaginavo, tranne che di diventare testimone di
un clamoroso caso politico-culturale-editoriale-filosofico-mondano che si sta sviluppando in questi giorni intorno al libro. Nessuno
lo ha ancora letto, ma sui giornali e sui blog americani sono ormai
dozzine gli interventi. Sheryl Sandberg è l’autrice del “manifesto
femminista” del Ventunesimo secolo o l’ultima arrivata donna in
carriera che straparla dall’alto di un paio di scarpe Prada? La paladina delle donne che lavorano o la privilegiata imboccata alla nascita
con un cucchiaio d’oro? L’iniziatrice di un movimento mezzo secolo dopo la Mistica della femminilità, il libro di Betty Friedan che segnò la fine della supremazia maschile in Occidente?
Edito da Knopf, il libro si chiama Lean in, Women, Work and the
Will to Lead. Tradotto in italiano per Mondadori: Facciamoci avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire, oltre duecento pagine di
cui una cinquantina di dettagliatissime note sulla discriminazione,
degne di una ricerca accademica. L’autrice ha una biografia da urlo.
Newyorchese, quarantaquattro anni, laurea in economia ad Harvard, capo gabinetto del ministro del tesoro di Clinton, Larry Summers (che sarà il suo mentore); è stata alla Banca Mondiale, nel ristretto cerchio di persone che trattò il salvataggio finanziario della
Russia di Boris Eltsin (all’epoca il suo ufficio — per un gioco di simulazione — calcolò anche quanto si sarebbe dovuto sborsare per tenere in vita lo zar nel 1917 ed evitare così settant’anni di comunismo,
concludendo che forse ne sarebbe valsa la pena).
(segue nelle pagine successive)
La tragedia
del potere
nella Venezia
di Verdi e Byron
GUIDO BARBIERI
L’arte
Il Museo
del mondo
l’atto erotico
di Correggio
MELANIA MAZZUCCO
Repubblica Nazionale
DOMENICA 10 MARZO 2013
LA DOMENICA
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La copertina
Lady Facebook
Ha quarantaquattro anni, due figli ed è il capo del più popolare tra i social network
Ora in un libro-manifesto in uscita in venti paesi, Italia compresa, la quinta donna
più potente del mondo ha deciso di spiegare alle altre come si fa ad avere successo
in una società ancora dominata dai maschi. “Cominciamo dal parcheggio
e dal tavolo delle riunioni...” racconta in questa intervista esclusiva
ENRICO DEAGLIO
(segue dalla copertina)
heryl Sandberg passa dal settore pubblico a quello privato
e nella transizione — la ragazza sa quando bisogna essere
choosy e quando no — lavora come istruttrice di aerobica
nelle palestre di Jane Fonda, con tanto di tutina luccicante; poi entra a Google e ne diventa la principale dirigente e
la prima produttrice di utili della società. Passa da questa a
Facebook (assunta nel 2008 da un ventitreenne Mark Zuckerberg che,
per età, potrebbe essere suo figlio), porta via a Google i migliori dirigenti, rimodella la società come responsabile dello sviluppo economico finanziario e gestisce la storica (e controversa) quotazione in
borsa della società. Stipendio attuale: trenta milioni di dollari l’anno.
Benefit: un cospicuo pacchetto di azioni della società. Effetto della sua
presenza ai vertici dell’industria elettronica: clamoroso.
È la prima donna ad avere potere in un mondo strutturalmente maschile. Vita privata: nata in una famiglia di ebrei russi newyorchesi con
l’adorazione per lo studio, padre chirurgo, madre insegnante e attivista dei diritti umani; marito medico, due figli di sette e cinque anni.
Quinta donna più potente del mondo secondo la rivista Forbes, dietro
a Hillary Clinton, Angela Merkel, Dilma Roussef, Sonia Gandhi, ma
prima di Michelle Obama. (La madre però le telefonò: «Io credo che
Michelle Obama sia sopra di te…»).
Il terzo elemento dell’evento è quella strana cosa che si chiama Facebook. Ci stanno attaccati un miliardo di persone, che ogni giorno si
scambiano 250 milioni di fotografie e 2,7 miliardi di commenti su
quello che cliccano (il famoso “mi piace”). Facebook è la più grande
banca dati per l’industria pubblicitaria e la politica. Ha fatto scoppiare la primavera araba? Dicono di sì. Ha deciso la rielezione di Obama?
Sicuramente sì.
A Menlo Park, il nuovo quartier generale dove lavorano duemila impiegati, lo stile è da campus sessantottino. Niente orari fissi, molti bar e
caffè, biciclette che girano, manifesti appesi sui muri (“non siamo consumatori, ma il popolo”; “la connessione è un diritto umano”, “l’importante è sbagliare”). C’è anche un muro dove tutti possono scrivere
quello che vogliono e, in cima, verso il soffitto, compare anche un
“Sheryl Sandberg sei il mio eroe!” ( mi giurerà che non l’ha scritto lei).
Lean in è al crocevia tra un libro di memorie di una donna di successo, un manifesto per l’emancipazione delle donne che lavorano e
una miniera di dati sulla discriminazione contro le donne: in casa, sul
lavoro, nella politica. Il “farsi avanti” del titolo si riferisce a una situazione che Sandberg ha visto mille volte. Sala riunioni di una grossa società, grande tavolo. «Prego, prendete posto» dice il padrone di casa.
Ed ecco che gli uomini si siedono al tavolo e le donne tendono ad accomodarsi sulle sedie accanto. Immagine-metafora di una diseguaglianza, ma anche di una paura introiettata dalle donne stesse. Quando si faranno avanti e si sederanno, con naturalezza, al centro del tavolo, allora si sarà abbattuto quell’invisibile soffitto di cristallo della discriminazione. Batterla, superarla, ottenere insieme migliori salari,
potere aziendale e una più giusta organizzazione dei diritti e doveri
nella vita famigliare è lo scopo del pamphlet che Sheryl Sandberg (insieme alle cinque giovani donne della neonata fondazione Lean in)
presenta in una sala riunioni gentilmente concessa da Facebook, di
cui lei è praticamente il capo supremo. Conversatrice brillante ed
esplicita, l’autrice indossa un tubino bianco e nero senza maniche su
scarpe tacco dodici. I capelli neri sono pettinati a caschetto ed è nota
una sua forte somiglianza con l’attrice Patricia Neal, quando era giovane. Il libro uscirà contemporaneamente in venti paesi («Non in
quelli islamici», precisa Sandberg. «È un libro adatto a situazioni in cui
i diritti di base delle donne sono già stati conquistati. Ma non dove non
si può votare o non si può guidare l’automobile»).
La mia prima domanda in privato è sull’impatto che pensa di ottenere con il suo libro.
Intende creare un movimento?
«La premessa è questa: le donne sono molto — moltissimo — escluse dalle posizioni di potere aziendale e io voglio fare qualcosa perché
questo finisca. Non penso che l’impatto possa avvenire con soluzioni
individuali; piuttosto sarà dovuto a tutte le donne che sono venute prima di me e alle donne e gli uomini che faranno dei cambiamenti reali
nelle loro vite. Io cerco di aumentare il dialogo e di cambiare obiettivo
del dibattito sulle donne. Basta discutere su quello che le donne non
possono fare. Parliamo invece di quello che possono fare».
Come spiega la discriminazione attuale?
«Le donne hanno sicuramente conquistato molto, i diritti di base,
quelli ottenuti dalle nostre madri. Ma poi si sono adattate. Non abbiamo più osato. In futuro, quando gli storici guarderanno gli ultimi
vent’anni, si chiederanno: come mai la marcia si è fermata? E non sapranno dare una spiegazione. Persino il salario-orario minimo per le
donne è aumentato di pochissimo. Nei consigli di amministrazione,
come alla guida dei governi, il numero di donne è ridicolo. Ma quello
che è più grave è che le donne hanno perso la voglia di arrivare in cima».
Lei sostiene che la radice è culturale…
«Sì, gli esempi sono infiniti. Una donna che ha una buona carriera
viene definitiva “troppo aggressiva”, o “troppo ambiziosa” mentre di
un uomo questo non si dice. Le donne sono indotte a rinunciare ai po-
S
sti migliori perché devono tornare a casa ad accudire i figli. (A proposito: sarebbe bene che le aziende mettessero a disposizione delle donne incinte i parcheggi più vicini all’entrata, tanto per cominciare). Alle elementari i bambini maschi dicono “voglio diventare presidente”,
le bambine lo dicono assai meno. I giochi elettronici stessi sono concepiti per una visione maschile del potere. Ancora? Nella fase di documentazione per il libro abbiamo cercato un film con una protagonista
femminile che comandi e che abbia una normale vita familiare. Ebbene, non lo abbiamo trovato. Ho una figlia piccola che ha un amichetto. Un giorno era triste perché tutti e due vogliono fare gli astronauti e però si vogliono anche sposare, e quindi lei ha dovuto rinunciare. “Perché proprio tu?” le ho chiesto. E lei mi ha detto: “Qualcuno
deve stare a casa con i bambini, e mi sa che quella sono io”. Io credo
che occorra riaprire il discorso su tutto ciò… A partire dal linguaggio.
Se una donna comanda, è bossy, prepotente. Se a comandare è un uomo, è un leader. Non va bene».
Effettivamente dico sempre a mia moglie che tende a essere un po’
bossy quando siamo in cucina…
«Lei si sbaglia, e farebbe bene a cambiare linguaggio. Sua moglie è
leader in cucina. Gli uomini dovranno abituarsi a tante cose; per
esempio al fatto che le mogli guadagnino più dei mariti. Negli Stati
Uniti succede nel trenta per cento delle famiglie, in Italia è già il diciotto. Dovranno abituarsi a una diversa divisione dei compiti. Curiosamente, oggi il tipo di famiglia che ha la più giusta ripartizione delle mansioni famigliari, soprattutto per quanto riguarda i figli, è la famiglia omosessuale, sia quella formata da due maschi, sia quella formata da due femmine. Nella famiglia tradizionale invece la donna lavora molto più dell’uomo».
Lei a che ora esce dall’ufficio?
(Ride). «Alle 17,30. In effetti quando l’ho detto in un’intervista, non
mi aspettavo di creare uno sconquasso, e invece sulla Rete se ne è discusso per settimane. “Sandberg fa bene o fa male a uscire alle 17,30?”,
“Che coraggio! Se ne va alle 17,30!” Io esco alle 17,30 perché voglio andare a casa e stare un po’ con i miei figli; e non credo che la politica de-
Sheryl Sandberg
Signore, siete pronte
a prendere il potere?
‘‘
Femminista
Se me lo avessero chiesto vent’anni fa
avrei detto di no. Ma oggi sì, mi definisco
una femminista. E ne vado orgogliosa
Leader
Se una donna comanda è “bossy”,
prepotente. Se a comandare è un uomo
si dice invece che è un “leader”
Sfide
Quando Mark Zuckerberg mi assunse
glielo dissi chiaro: lo sai che molta gente
non gradirà affatto, vero? Accettò la sfida
Repubblica Nazionale
DOMENICA 10 MARZO 2013
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IL LIBRO
Facciamoci avanti
Le donne, il lavoro
e la voglia di riuscire
di Sheryl Sandberg,
edito in Italia
da Mondadori
nella collana
Strade Blu
(264 pagine,
17 euro)
sarà in libreria
dal 12 marzo
con una prefazione
di Daniela Riccardi
FOTO CONTRASTO
gli straordinari obbligatori (specie se applicata alla donne) sia saggia.
Penso che le persone dovrebbero essere pagate per la qualità del lavoro, non per la quantità. Peraltro lo diceva anche Colin Powell, che era
il nostro segretario di Stato».
Lei ha esperienza di comando e di gestione sia nel pubblico che nel
privato. La leadership femminile a che cosa porta?
«Oh, su questo abbiamo parecchi dati. In generale si può davvero
dire: women do it better, le donne lo sanno fare meglio. I programmi
gestiti da donne funzionano meglio, sia in termini di risultati che di
tempo per raggiungerli. Le donne nei posti di comando ottengono migliori condizioni di flessibilità sul lavoro. Vengono assunte e valorizzate più donne nel management intermedio e infine, in generale, diminuisce il gap salariale tra uomo e donna. Tutto questo, secondo me,
non solo è molto buono per le donne, ma è molto buono per le aziende. Aziende che, peraltro, conoscono già il potere delle donne come
consumatrici. Per esempio, già oggi il parere delle donne è determinante nella scelta dell’acquisto di una certa automobile o di un certo
computer. Le donne hanno un grande potere sugli strumenti che vengono prodotti e su come questi possono essere usati. Altro esempio: le
donne, che sono la maggioranza degli utenti di Facebook, lo usano in
maniera differente dagli uomini».
Con il suo libro, lei, esattamente, che cosa vuole ottenere?
«Lo scopo è di provocare un’azione, sì, un movimento. Su due fronti: il primo è il recupero dell’autostima delle donne, della loro ambizione, che le porti a non rinunciare in partenza a ottenere dei ruoli di
comando. Il secondo è il cambiamento dell’establishment aziendale.
Quando Mark mi assunse (Mark Zuckerberg, il capo di Facebook ndr),
glielo dissi chiaramente: “Tu lo sai che stai accettando una sfida, vero?
Tu lo sai che molta gente non gradirà affatto, vero?”. E anche adesso
sono sicura che l’iniziativa di Lean in provocherà delle resistenze. Ma
cosa possono fare? Non possono mica spararci…».
“Farsi avanti” diventerà una parola d’ordine, un nuovo sindacato?
«Per adesso diventa una fondazione, contattabile all’indirizzo
[email protected]. Immagino proprio che i social network le daranno
una grande spinta. Lo scopo è di
raccogliere dati, storie e condividere esperienze utili all’avanNata a: Washington nel 1969, cresce a New York
zamento delle donne. Non solo
Famiglia: genitori ebrei di origine russa,
storie aziendali. Le prime che
padre chirurgo, madre insegnante
diffonderemo saranno storie di
Vita privata: divorziata e risposata
donne che ce l’hanno fatta, cocon un medico, ha due figli (7 e 5 anni)
me Ursula Burns, amministratore delegato di Xerox, nata in
Studi: laurea in Economia ad Harvard nel 1991
una casa popolare con tre svanCurriculum vitae:
taggi: “nera, povera e bambiconsulente della Banca Mondiale
na”. O storie di coraggio: una
consulente della McKinsey & Company
donna ventenne che ha avuto il
istruttrice di aerobica (con Jane Fonda)
coraggio di far arrestare il suo
capo di gabinetto del ministro del tesoro
stupratore. Poi storie di vertendi Clinton fino al 2000
ze concluse bene; esempi di
successo: vogliamo dare struvicepresidente per le vendite online
menti, notizie utili alle donne
di Google fino al 2007
per negoziare meglio la propria
membro dei consigli d’amministrazione
posizione e per vincere. Questo
di Starbucks e Walt Disney Company
vale sia sul posto di lavoro che in
direttore operativo di Facebook dal 2008
casa. L’anno scorso ho tenuto
Stipendio: 30 milioni di dollari all’anno
una conferenza su questi temi
alla Ted University: ebbe un
Orario di lavoro: 8-17.30
successo straordinario. E forse
Segni particolari: quinta donna più potente
la cosa che mi fece più piacere fu
al mondo nella classifica di Forbes
la mail di una dottoressa di Boston cui avevano offerto una
bella opportunità di lavoro ed
era indecisa, per via dei bambini. Mi scrisse che l’avevo convinta, aveva accettato e aveva scritto una lista della spesa per il marito: le cose che
d’ora in poi avrebbe dovuto fare lui».
Lei si definisce una femminista?
«Adesso sì, e con orgoglio. Ma se me lo avessero chiesto vent’anni fa
avrei detto di no, come credo molte altre giovani donne americane che
godevano dei diritti conquistati, ma allo stesso tempo non volevano
essere etichettate con lo stereotipo della donna arrabbiata che brucia
il reggiseno. Credo di non essere stata abbastanza coraggiosa. Credo
anche però che quindici anni di osservazione della realtà del lavoro mi
abbiano reso consapevole della verità del femminismo tradizionale:
le donne non godono di una reale uguaglianza, e non godono di reali
pari opportunità».
Sono ormai passati venti giorni dalla presentazione di Lean in, l’embargo è stato rispettato, ma il “caso Sheryl Sandberg” è già scoppiato.
Il dibattito sul femminismo ha ricevuto una improvvisa fiammata. La
signora Sandberg è al centro dell’attenzione, e così i suoi progetti. È indicata alternativamente come la nuova Betty Friedan o come una Paris Hilton che gioca sulla pelle delle donne per la sua personale carriera. Credo che, per una volta, il merito del successo mediatico del libro
sia da dividere, perlomeno a metà, tra l’ufficio stampa e il contenuto.
Il nervo era sensibile: una donna, un libretto e un social network l’hanno toccato, provocando un grande urlo.
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Repubblica Nazionale
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LA DOMENICA
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L’attualità
Terra mia
Un palazzo che crolla. Brucia la Città della scienza. Attraverso
le ultime cronache uno scrittore racconta la sua metropoli:
“È fondata sul vuoto, si dissangua da sola della sua bellezza
Eppure guardatela: nonostante tutto è ancora là,
e si scuote di dosso la polvere e l’insulto”
NAPOLI
SANTA CHIARA
Il chiostro maiolicato del monastero celebrato dalla famosa
canzone. In alto, nella foto grande, il Centro direzionale
progettato da Kenzo Tange e completato nel 1995
Cartoline
sopra la cenere
ERRI DE LUCA
i vuole che Napoli sia sud, secondo
una suddivisione del mondo che
prevede più sud che nord. Non sono
uguali tra loro i punti cardinali applicati in terra, anche di est ce n’è di
più. Scavalcando l’equatore il sud si
annette l’Africa, risale il mare, assorbe Sicilia,
Puglia, Calabria e sbarca fino alle porte di Roma,
dove stabilì i suoi confini la Cassa del Mezzogiorno. Ma anziché a un meridione d’Italia, Napoli appartiene al centro del Mediterraneo. Sta
nel suo ombelico vulcanico, è sismica, tufacea,
friabile, flegrea.
Sotto la sua crosta, brulicante della più alta
densità umana di Europa, si estendono cavità
gigantesche, opera di estrazione del suo materiale di costruzione, fin dal tempo dei Greci. La
città è così distesa sulle camere d’aria di un immenso alveare.
Come Venezia è fondata sull’acqua, Napoli è
fondata sul vuoto. Spesso affiora in superficie, il
vuoto, in forma di voragini spalancate all’improvviso. Sotto la pianta del piede la città è una
botola pronta a scattare. Perciò Napoli è doppia,
gremita sopra e sgombera di sotto. Questo spiega il sistema nervoso dei suoi cittadini, deciso
dalla geologia. Sotto la maschera c’è il labirinto.
I lavori di scavo della metropolitana si inoltrano nelle viscere aggrovigliate della storia incontrando stagni marini, cisterne, piscine, budelli, gallerie. Non sanno di violare organi interni di un organismo vivente né hanno lo scrupolo e la premura dell’archeologia. Affondano trivelle e scombinano assetti sopra i quali si è appoggiata la città.
In un film western degli anni Settanta un villaggio di minatori collassa perché scavato sotto
dai cunicoli dei cercatori d’oro. Non succederà
così alla città allenata da millenni di cedimenti.
Per via di erosioni, scavi, scossoni, eruzioni Napoli rivela la sua costante fragilità tellurica, soggetta più che altrove agli sgambetti della legge di
gravità.
Dai suoi tetti sono state spalate ceneri di Vesuvio in fiamme, perciò a buon titolo il santo
protettore del luogo è specialista in vulcanologia. La sua statua portata in spalla contro il fronte lavico, fornì prove da domatore. Gennaro è un
santo da trincea. Stabilito questo assetto, ecco
in pochi giorni due notizie opposte che confermano la precarietà del luogo: il crollo di un’ala
S
SAN DOMENICO MAGGIORE
Lo splendido complesso conventuale viene ora restituito
alla città dopo dieci anni di lavori. L’obelisco al centro
della piazza fu eretto tra il 1657 e il 1737
di palazzo sull’elegante Riviera di Chiaia e l’incendio di un edificio nuovo nell’area di espansione della città futura. Il solenne titolo di Città
della scienza poco si addice al titolo di un edificio e di un luogo che ha seminato i suoi migliori
scienziati nei laboratori del mondo. Città della
scienza fuiuta, fuggita, sarebbe titolo più completo a definire. È stato bruciato questo Centro
e se la cava a stento anche la città della Filosofia,
rappresentata dal nobile istituto di Montedidio.
Dolosi entrambi i danni, non c’entra stavolta
qualche forza schiacciante di natura, interviene
invece la concreta manomissione, più o meno
volontaria. Essa fa parte di un accertato istinto
di autolesionismo locale. Nessuno, delle dozzine di eserciti stranieri, accampati poco e molto
dentro Napoli nel corso dei millenni, l’ha danneggiata quanto l’arrembaggio edilizio, denunziato dal film Le mani sulla cittàe proseguito con
le Vele di Secondigliano. Quelle sì andrebbero
schiantate, lasciandone una sola a esempio
d’infamia urbanistica, da studiare in una nuova
branca dedicata all’architettura criminale. Andrebbero schiantate come sono state abbattute
con esplosivo le torri della siderurgia a oriente
della città, crolli benefici. Nessuno maledice
Napoli più del suo cittadino che la sporca con
esibizione di strafottenza pubblica.
Napoli si dissangua da sola della sua bellezza.
Ma esistono fiori di campo che, distrattamente
calpestati, tornano a rimettersi in piedi, perché
spinti dalle radici da una forza di bellezza. Quella di Napoli riaffiora altrettanto ostinata. Ecco a
singolo esempio l’enorme complesso di San
Domenico Maggiore, oggi restituito alla città, a
dimostrazione di uno spirito di contraddizione
dello spreco, dell’oltraggio dell’incuria. Napoli
si regge su una energia di bellezza inesaurita.
«Me fa paura ‘e ce turnà» dice una strofa di
Munasterio ‘e Santa Chiara. Invece che paura, a
me sgomenta la richiesta di scriverne in seguito
a qualche fatto di cronaca, che aggiunge il suo
granello di denigrazione sul piatto della bilancia. E mi viene voglia costante di aggiungere
qualcosa a contrappeso sopra l’altro piatto. Anche stavolta lo spirito è lo stesso. Napoli è luogo
che ne ha passate così tante, eppure è ancora là,
invincibile a scuotersi di dosso la polvere, la cenere, l’insulto, raddrizzando la sua corolla di
fiore di campo.
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Repubblica Nazionale
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PORTA CAPUANA
PLEBISCITO
Voluta nel 1484 dal re Ferdinando d’Aragona, accanto
ha due massicce torri che affiancano l’arco di trionfo: sono dette
dell’Onore e della Virtù. Qui a lato la cupola del Gesù Vecchio
L’emiciclo di san Francesco di Paola nel luogo simbolo
del “rinascimento” bassoliniano: dopo anni in cui la piazza venne
usata come parcheggio fu l’ex sindaco a volerla pedonalizzare
LE FOTOGRAFIE
Le immagini di queste pagine
sono tratte da Napoli dal cielo
dell’architetto catanese
Giuseppe Anfuso (Edizioni
Lussografica, 464 pagine,
100 euro). Dello stesso autore
anche Catania dal cielo (2005)
e Palermo dal cielo (2010)
PIAZZA DANTE
MONTECALVARIO
Il Foro Carolino fu ideato da Vanvitelli come cornice alla statua
di Carlo III. La statua non venne mai realizzata. Al suo posto,
nel 1872, fu collocato il monumento a Dante Alighieri
Accanto alla cupola della chiesa dell’Immacolata Concezione
a Montecalvario, nel cuore dei Quartieri spagnoli, spunta
un terrazzino con ombrellone, tavolo e sedie e sdraio
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LA DOMENICA
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La storia
Pionieri
ADOLFO PORRY-PASTOREL (1888 - 1960)
Fotografo Ovunque Tutto
MICHELE SMARGIASSI
otografo? Macché, di più. Fotonnivoro, fotonnipresente, fotossessionato.
Si favoleggia abbia lasciato un archivio
di nove milioni di scatti. «Adolfo PorryPastorel, FOT» faceva stampare sui biglietti da visita, non un’abbreviazione
bensì un acronimo: «Fotografa Ovunque Tutto».
Lo aveva fatto incidere anche sulla cassa degli orologi che donava ai vigili, così quando c’era qualche
“avvenimento di cronaca” quelli guardavano l’ora
per il verbale, si ricordavano di lui, gli telefonavano
e lui piombava lì prima di tutti per fare lo scoop.
Lo abbiamo avuto anche noi un grandissimo fotoreporter, perfino prima degli americani che il fotoreportage l’hanno inventato. Proprio mentre
Weegee the Famousfaceva lo stesso nella New York
dei gangster, Porry-Pastorel s’aggirava nella Roma
dei mariuoli su un furgone rosso in cui aveva allestito una camera oscura, per non perdere tempo. Forse perfino prima di Robert Capa si
era procurato una Leica, intuendo
che il futuro del fotogiornalismo
stava nell’agilità e nella velocità.
Lo abbiamo avuto anche
noi, e lo abbiamo sprecato.
Soffocato, come tante altre cose, sotto la cappa affumicata del ventennio
fascista, talento inutile
in un’Italietta rimasta
ai margini del fotoreportage mondiale proprio negli anni in cui diventava adulto e ruggente. Ma una vita geniale non è mai davvero
sprecata, ed ecco che una
biografia vivace e a tratti
romanzata, condotta su
materiali inediti dalla giornalista Vania Colasanti (Scatto
matto, Marsilio) ce la restituisce,
almeno come personaggio narrato,
in attesa che qualcuno gli renda, con una
auspicabile grande mostra, il posto che gli spetta nella storia del fotogiornalismo italiano.
Servirà un posto lungo e stretto... «Temerario
spilungone» lo apostrofò nientemeno che il primo
ministro Giovanni Giolitti. Figlio di bersagliere, allampanato, ammiccante, sempre senza cappello,
s’infilava come un diavolo dappertutto, nei palazzi del potere come nei cortei delle proteste, ancor
prima della Prima guerra, e spesso e volentieri le
prendeva belle sode dai poliziotti, anche questo un
buon cinquant’anni prima dei paparazzi. Amico di
famiglia, il direttore di La Vita Ottorino Raimondi
lo aveva assunto dicendogli di scrivere come se fotografasse, ma lui pensò che fosse meglio fotogra-
F
Immortalò il Duce
sulle nevi e sulla mietitrice,
ma pure mentre faceva pipì
dietro un cespuglio
Il primo fotoreporter
italiano usava perfino
i piccioni viaggiatori
per fare uno scoop
Ora un libro ne racconta
la vita avventurosa
FOT
A sinistra, il retro
dello specchietto
dell’Agenzia Vedo
che Porry regalava
alle signore per farsi
pubblicità: al centro
la scritta “FOT”,
“Fotografa Ovunque Tutto”
A destra, il fotoreporter
con i suoi piccioni viaggiatori
Nella pagina accanto, al centro,
la demolizione nel rione di Borgo
a Roma per l’apertura della futura
via della Conciliazione
GUERRA E PACE
Da sinistra:
le Camicie nere
si imbarcano
sul piroscafo
Saturnia
per la guerra
d’Etiopia; la piena
del Tevere e la via
Salaria allagata
alle porte della città;
una coppia
va a sposarsi
in tandem
Repubblica Nazionale
DOMENICA 10 MARZO 2013
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MATTEOTTI
MUSSOLINI
A sinistra, tre scatti
realizzati da Porry Pastorel in occasione
dell’inchiesta
sull’omicidio Matteotti
Sono tratti dal libro
di Stefano Caretti
Il delitto Matteotti:
storia e memoria
(Lacaita)
Sotto, la prima pagina del Giornale
d’Italia del 12 aprile 1915
con la foto in cui Porry-Pastorel
immortala l’arresto di Mussolini
in piazza Barberini. A destra, il Duce
in piazza del Popolo a una sfilata
fascista dopo la marcia su Roma
Sotto, a Cogne nel 1939
Mussolini visita le miniere
fare come se scrivesse: raccontando il più possibile di una storia in un colpo solo. Irrequieto, ingovernabile, dopo aver reso Il Giornale d’Italiail quotidiano «fotografico» italiano diventò il nostro primo freelance: chiamò la sua agenzia Vedo (Visioni
Editoriali Diffuse Ovunque: gli piacevano le sigle),
un’impresa all’avanguardia con segretarie, archivio efficientissimo e una masnada di stringer, diremmo oggi, ragazzini da spedire in giro a pedate
con una fotocamera al collo e un solo dovere: arrivare prima degli altri.
E Porry (per gli amici) questo lo sapeva fare meglio di tutti. «Gran fama di dritto» secondo il suo allievo Tazio Secchiaroli, futuro re dei paparazzi, faceva imbestialire i concorrenti dell’Istituto Luce
incollando di soppiatto francobolli sui loro obiettivi. E li batteva sempre sul tempo. Durante le manovre navali organizzate per impressionare Hitler,
a Napoli, nel ’38, speravano che almeno lì, in mare
aperto, non potesse fregarli: la telefoto non era ancora stata inventata (quando accadrà, Porry sarà il
primo a usarla). E invece no, avrebbero dovuto
guardare cosa aveva dentro la valigia di vimini che
portò a bordo. Venti piccioni viaggiatori. Li aveva
già usati nel Carso. Scattò, finse un malore, andò in
cabina, sviluppò, stampò, infilò i negativi nelle capsuline, «lanciò le immagini nell’aria» e quando
tornò in porto le sue foto erano già in edicola.
Dodici anni prima, sempre su una nave, Porry
aveva avvicinato il Duce per consegnargli un rullino esposto, dicendogli (racconta o immagina la
biografa): «Ironiche sì, irriverenti mai». C’erano gli
scatti rubati del poco marziale mal di mare del
grande condottiero. E qui forse sta una risposta al
mistero del loro rapporto: il dittatore e il fotografo
non si sopportavano, non riuscivano a evitarsi,
però forse si rispettavano. Benito non gli perdonò
mai lo scatto, celeberrimo, del suo arresto durante
un comizio interventista del 1915: il futuro Duce
preso per la collottola da un poliziotto, come un
monello. Quando se lo vedeva attorno sbottava infastidito, perché sapeva che quello stangone non
l’avrebbe mollato, neppure dietro i cespugli dove
un giorno, durante le manovre militari in Irpinia, si
era appartato, perché anche ai dittatori ogni tanto
scappa. Ma eccolo lì Porry con l’occhio al mirino:
«Ah si? E allora adesso fotografami anche questo...», seguì gesto eloquente. La relativa fotografia
non pare sia mai stata rintracciata. «Sempre il solito fotografo!», gli disse un giorno del ’24 Mussolini,
e Porry lo rimbeccò: «Sempre il solito presidente
del consiglio!», che a pensarci bene era una battuta
da finire in villeggiatura a Gaeta per decenni.
Invece no, Porry lavorò indisturbato per tutto il
Ventennio. Lui, che aveva fatto il servizio più pericoloso che si potesse immaginare in quegli anni: la
fotocronaca del ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti. Glielo aveva chiesto Velia, vedova
del parlamentare socialista assassinato. Un reportage straordinario, di un dinamismo sconosciuto
IL LIBRO
Scatto matto. La stravagante vita di Adolfo Porry-Pastorel,
il padre dei fotoreporter italiani di Vania Colasanti (Marsilio,
120 pagine più inserto fotografico di 32 pagine, 15 euro)
sarà in libreria da mercoledì 13 marzo: le foto in queste
pagine sono tratte dal libro e dagli Archivi Farabola
alla cultura visuale italiana: le macchine dei carabinieri che corrono sulle strade polverose, i sopralluoghi dei magistrati, il ritrovamento della giacca
insanguinata, il recupero pietoso della salma, Turati e Treves convocati per il riconoscimento, la simulazione giudiziaria del rapimento: alcune immagini apparvero nei giornali antifascisti dell’epoca, ma l’intera sequenza restò, come un memento
privato, nell’album istoriato d’oro custodito dagli
eredi e riemerso solo qualche anno fa in una mostra curata dallo storico Stefano Caretti.
Nonostante questo, la Vedo lavorò intensamente, nel Ventennio, pur sotto l’implacabile mannaia
della censura di regime, meticolosissima nella costruzione e nella tutela dell’immagine del Duce.
Molti scatti di Porry oggi ci appaiono scopertamente ironici se non caricaturali: ecco un Mussolini a Cogne, infagottato in una cerata da minatore,
pinguino impacciato con una spassosa berretta a
falde; eccolo mentre passa in rivista le truppe in una
attillata divisa bianca, gesto lezioso della mano destra, quasi un passo da ballerino, altro che imperiali
virilità. Alcune inquadrature sembrano pensate
per svelare la costruzione di un mito di cartapesta,
come l’immagine del Duce mietitore, per la battaglia del grano. La verità è che gran parte di queste
fotografie rischiose e imbarazzanti non apparvero
mai sulle pagine dei giornali italiani. Ma Porry aveva ottimi clienti stranieri, e qualche foto non protocollare espatriò, beffardamente commentata
dai giornali della perfida Albione.
E tuttavia, neppure questo sospetto di intelligenza col nemico sembra aver procurato troppi
guai all’impertinente Porry. Che all’occorrenza sapeva fornire anche immagini perfette per la propaganda e il culto della personalità: pose statuarie, gesti invincibili di fronte a folle oceaniche eccetera eccetera. Chi fu dunque Porry? Un frondista ingenuo
che sfotteva facendo finta di niente, un abile giocatore su due tavoli, un antifascista mascherato, quasi foscoliano, che «temprando lo scettro ai regnatori, gli allor ne sfronda», o un italiano affascinato
come tanti dall’uomo della Provvidenza? Un po’
tutte le cose, forse: come l’Italia intera. Fu anche un
uomo piegato dal dolore per la perdita del figlio sul
fronte russo, fu un coraggioso produttore di passaporti falsi per i partigiani, e infine fu un sindaco, nel
dopoguerra, quando si stufò della sua ultima vocazione di fotografo delle star di Cinecittà e lasciò mestiere e archivi al discepolo Tullio Farabola. Fu eletto primo cittadino del paesino di Castel San Pietro,
sui colli romani, nella lista dei monarchici, e lì morì
nel 1960. Il suo ultimo scoop fu convincere Luigi
Comencini a girarvi Pane amore e fantasia. Prima
dell’arrivo di Lollobrigida, De Sica e troupe mise al
sicuro i maiali, patrimonio del paese, in un recinto
confortevole che ribattezzò Porcopoli (e finì fotografato su Life). Diceva che «anche un maiale ha bisogno di affetto».
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VIP
Altri scatti
di Porry-Pastorel:
da sinistra, Gina
Lollobrigida sul set
di Pane, amore
e fantasia a Castel
San Pietro nel ’53;
il pugile Primo Carnera
in bici alla stazione
Termini nel 1939;
il trio Lescano
ai microfoni dell’Eiar
Repubblica Nazionale
LA DOMENICA
DOMENICA 10 MARZO 2013
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Spettacoli
Cambiare musica
L’onda colorata
che rivoluzionò il rock
nei ’70 è lunga: dalla PFM
al Banco del Mutuo Soccorso
il successo delle vecchie band
italiane continua all’estero,
mentre da noi restano un cult
Quarant’anni suonati
e portati ancora bene
FLAVIO BRIGHENTI
Ai tempi del boom
l rock italiano degli anni Settanta
consuma la sua rivincita sulla storia
che voleva seppellirlo. La Premiata
Forneria Marconi si è rigenerata decuplicando i progetti creativi. Sui
nostri palchi offre il repertorio originale e rinnova gli arrangiamenti per le opere dell’amato compagno di imprese Fabrizio De André, ha realizzato un’opera rock
(Dracula), musica strumentale per il cinema (Stati di immaginazione), persino una
rivisitazione dei compositori classici
(Beethoven, Mozart, Verdi, Rossini...) ripensati come ispiratori del gruppo (PFM in
Classic). Negli ultimi anni ha affrontato lunghi tour: Giappone, Usa, Brasile, Canada, e
il prossimo autunno si esibirà in Argentina.
Il boom della Premiata, affrancata dalla
dimensione del rock progressivo, ha riaperto paradossalmente proprio quel fronte di vecchi eroi. Tra Stati Uniti ed Estremo
Oriente hanno suonato negli ultimi anni
Banco del Mutuo Soccorso, Osanna, Trip,
Orme, Balletto di Bronzo, De Scalzi & Di Palo (con la sigla La Storia New Trolls), Ut New
Trolls (quelli di Gianni Belleno), addirittura i Pooh dell’epoca Parsifal. E dal 24 al 26
aprile, Tokyo ospiterà le esibizioni di Formula 3, Rovescio della Medaglia, il riformato Museo Rosenbach (prima formazione di Giancarlo Golzi dei Matia Bazar, che
a breve pubblicherà un disco nuovo),
Maxophone.
L’Oriente ha sempre amato il Made in
Italy dei Settanta, e il rock progressivo fa
audience pure da noi. Lo dimostrano il
boom delle Prog Exhibition romane — tra
eventi live, dischi e dvd sfiziosi —, ma anche il rinnovamento messo in atto da nuovi guru talentuosi, primo fra tutti Fabio
Zuffanti con le sue tante creature, dai Finisterre alla Maschera di cera.
Eppure, quarant’anni dopo, c’è ancora
parecchia gente che non ha proprio capito cosa fosse, il rock progressivo. E perché
i gruppi — che in Italia chiamavamo complessi — si accanissero in tutta Europa a
massacrare la formula della canzone da tre
minuti (strofa-ritornello-strofa) per applicarsi a quel magma sonoro che a volte suonava cerebrale, a volte popolare, classicheggiante, barocco o romantico. A volte
folk, oppure fitto di germogli psichedelici
o tempestato di hard rock brutale. E spesso tutte queste cose insieme, secondo
contaminazioni sempre più folli.
I prodromi della rivoluzione
Aretha Franklin
e Duke Ellington
cantavano dal vivo
con Carmen Villani
I
Oggi i superstiti
dei New Trolls
si contendono il marchio
provenivano dai tardi anni Sessanta,
preannunciati dal magnifico incrocio stilistico del Sgt. Pepper beatlesiano (1967) e
dal terremoto psichedelico (Pink Floyd)
che aveva messo il sale sulla coda del
blues e del beat. Ma il vero manifesto del
«prog» fu In The Court of The Crimson
King (1969) della banda Fripp. Anche in
Italia qualcosa s’era mosso, con le avventurose esperienze psico/beat di Chetro &
Co e delle Stelle di Mario Schifano, il collettivo pensato dall’artista, celebre per i
suoi dipinti di figure astrali, come una
sorta di Factory warholiana. Poi, agli albori dei Settanta, si diffuse il rifiuto della
forma-canzone e la convinzione che il 33
giri non dovesse più svilupparsi come
somma di singoli brani, ma come un’unica storia. Spesso di ispirazione mitologica, filosofica, fantasy. L’oggetto disco
aspirava alla stessa nobiltà o spregiudicatezza di un libro o di un dipinto. E non è un
caso che studi fotografici e di design specializzato affermassero il proprio marchio di fabbrica sulle copertine dei dischi
«prog», ormai associato al concetto di Art
rock. Nel suo piccolo, anche in Italia, con
svariate immagini d’autore: Mazzieri,
Convertino, Adelchi, Crepax e Pazienza.
Adesso arriva in libreria Volo magico. Storia illustrata del rock progressivo italiano
di Franco Brizi (Arcana) che ricostruisce
quell’epopea caotica di imprese, bluff e
flop capace oggi di suscitare larghi sorrisi
e rivelare contraddizioni enormi.
Gran disordine sotto il cielo. Nella locandina di Palermo Pop ’70 finiscono accanto Aretha Franklin e Carmen Villani,
Duke Ellington e Little Tony, Brian Auger
e Nino Ferrer, Johnny Hallyday e i Ricchi
e Poveri... (Ciao 2001, la bibbia dell’epo-
ca, enfatizza nel titolo: «A Palermo come
all’Isola di Wight!»). Intanto sul versante
sociale si vivono i tumulti e le utopie della generazione post sessantottina, capaci
di trasformare un «normale» festival rock
in un capitolo della memoria antagonista. Come il Festival di Ballabio (Lecco)
del 25 e 26 settembre 1971 organizzato
dalla rivista underground Re Nudo, che
inaugura la stagione dei festival del proletariato giovanile, dove si balla e si sballa senza pagare alcun biglietto. «Facciamo che il tempo libero diventi liberato»,
recita uno degli slogan più amati: diecimila ragazzi armati di sacco a pelo, tanto
entusiasmo e pochi quattrini — buffet a
prezzi “politici” — si accampano tra i boschi, chiacchierano, fumano, fanno all’amore, dormono, suonano i bonghi, e a
turno si spingono vicino al palco per applaudire Claudio Rocchi o ammirare
estasiati i virtuosismi del chitarrista Bambi Fossati, leader dei Garybaldi. L’importante è essere lì.
L’ebbrezza da successo che deriva da
quegli irripetibili, scoppiettanti Settanta,
genera brutti scherzi. Pensiamo ai New
Trolls, nemiciamici da decenni. Furono
pionieri del concept album quando nel
1968 pubblicarono Senza orario, senza
bandiera, testi del poeta anarchico Riccardo Mannerini e supervisione del giovane De Andrè. Furono ancora pionieri
con il Concerto Grosso del 1971 che distillava echi di Hendrix, Jethro Tull, Deep
Purple e sinfonismo orchestrale, disco
concepito con Luis Bacalov, futuro premio Oscar per le musiche di Il postino. Poi
si frantumarono in più rivoli, guerreggiando tra di loro per avere in esclusiva il
nome New Trolls. Il tribunale ha sentenziato che quel marchio può essere utilizzato solo se torneranno insieme Belleno,
Belloni e De Scalzi. Intanto sui muri cittadini potreste imbattervi nei manifesti che
annunciano i concerti di La Storia New
Trolls (De Scalzi e Di Palo), Il Mito New
Trolls (Belloni e Usai), Ut New Trolls (Belleno e Salvi, è appena uscito il loro nuovo
album Do Ut Des). E non basta: ora c’è una
nuova denominazione, per un progetto
esclusivamente discografico, il Concerto
Grosso N.3 con Bacalov. Partecipano
quasi tutti i migliori: Belleno, D’Adamo,
De Scalzi, Di Palo. Ma quel «quasi» fa la
differenza, e allora il progetto si chiama
La Leggenda New Trolls. Senza (auto) celebrazione non c’è Troll che tenga.
MEMORABILIA
In questa pagina
dall’alto, i manifesti
dei Saint Just (1973);
Alan Sorrenti (1972);
Genco Puro & Co.
(1972); Hellua Xenium
(1973); Area (1974)
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Repubblica Nazionale
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POSTER
Ci suicidammo
per eccesso di note
MAURO PAGANI
anascita del rock progressivo coincide con la nascita del primo rock autenticamente europeo.
Per la prima volta, dopo lunghi anni di prevalente influenza americana, nasce un genere le cui fonti
ispirative principali — le scale, il tipo di composizioni,
le strutture — fanno riferimento alla cultura sonora europea, alle radici della musica classica e popolare.
È un’occasione unica, per tutta l’Europa e per noi
italiani in particolare. Nel giro di due, tre anni, nascono centinaia di gruppi che fanno riferimento al rock
progressivo, e come Premiata Forneria Marconi ci ritroviamo a suonare in raduni affollati in maniera anche grottesca: sessanta o settanta gruppi che condividono un palco, tutti con nomi fantasiosi, magari accomunati dal vizio di partire con assoli strumentali
lunghissimi...
I detrattori sostengono che per troppi anni abbiamo
vissuto immersi in un mondo favolistico, poco interessato alla realtà sociale. In realtà il ’68 in Italia è arrivato
più tardi, ma si è protratto più a lungo, rispetto ad altri
paesi. Da quell’ambiente socialmente vivo e politicamente impegnato, molti gruppi del prog hanno tratto
beneficio sul piano ispirativo e pratico: le occasioni per
suonare erano innumerevoli, festival e festivalini nascevano un po’ ovunque, senza dimenticare quell’enorme circuito alternativo e insieme “ufficiale” che
erano le Feste dell’Unità. Internet non esisteva, ma c’erano milioni di giovani con le antenne accese: il prog ha
brillato di vita e vivacità perché la realtà sociale in cui si
muoveva aveva l’anima accesa. Artisticamente, il prog
si è suicidato per eccesso di note. Ci è parso così bello
assaporare una libertà creativa senza limiti, che abbiamo suonato troppo, riempiendo esageratamente di
note la musica, assecondando magari l’ambizione di
chi in fondo voleva essere un musicista classico…
Ripenso anche al primo tour della PFM negli Usa,
nel 1974, dove, a volte, ci capitò di condividere il palco con gente molto più «pesante» di noi, tipo Foghat,
Peter Frampton, Bad Company, Blue Oyster Cult. Noi
arrivavamo lì con i flautini e all’inizio il pubblico era
quantomeno un po’ spaesato, ma alla fine portavamo
sempre a casa la pelle: in fondo, eravamo bei rockettari anche noi e capivamo al volo quand’era il caso di
spingere con brani tipo Celebration trascurando i
“lenti rinascimentali”. E comunque, più suonavamo
“italiani”, più eravamo vincenti. Ma l’abbiamo capito dopo... Critica e pubblico ci acclamarono. E trovammo anche fan segreti, per esempio Ahmet Ertegün, fondatore dell’Atlantic Records, produttore di
John Coltrane, Led Zeppelin e mille altri. Il quartiere
generale della PFM a L.A. era vicino a Sunset Boulevard. Alle sette di sera Ertegün chiudeva il suo ufficio,
lasciava fuori file di aspiranti artisti, e si presentava
puntuale da noi: prima condivideva chiacchiere e
spaghetti, poi ci raggiungeva ai concerti.
L
IL LIBRO
Volo magico. Storia
illustrata del rock
progressivo italiano
(Arcana, 600 pagine,
75 euro) sarà in libreria
dal 18 marzo. Il cofanetto,
formato 25x29, è a cura
di Franco Brizi, esperto
e collezionista di memorabilia prog
Con prefazione del cantautore Claudio
Rocchi, ex Stormy Six, ha anche
una minuziosa discografia. In queste
pagine alcuni dei materiali che illustrano
il volume: copertine di riviste, locandine,
manifesti, poster, articoli d’epoca
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Da sinistra
in senso orario
le Orme (1970);
Banco del Mutuo
Soccorso (1972);
Gli Alluminogeni
(1971); Franco
Battiato (1972);
Luciano Basso
(1977);
gli Alberomotore
(1974) e i Latte
e Miele (1972)
Tutte le immagini
provengono
dagli archivi
degli autori
BAND
Sopra,
i Nomadi
in un manifesto
del 1971
Qui accanto,
gli Osanna
nel 1971
A sinistra,
Ivan Graziani
sul retro
di copertina
della rivista
Nuovo
Sound
nel ’76
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LA DOMENICA
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Next
PIATTAFORME
Inquilini 2.0
Arduino
Minicomputer
da 20 euro inventato
da Massimo Banzi
che consente
di programmare
l’azione di un oggetto
Paraimpu
Made in Cagliari
consente di collegare
oggetti, strumenti
e persone per creare
il proprio “Internet
delle cose”
Il tostapane che stampa il meteo sul toast, il termostato
che si adegua alle nostre abitudini, la pianta
che manda un tweet se è secca e la lavatrice
che avvisa via sms quando ha finito
La casa sarà sempre
più intelligente
Grazie anche
alla tecnologia
italiana
Medicine
Il sistema integrato
nel mobiletto dei medicinali
sa quale farmaco
si deve assumere
e quando: avvisa anche
attraverso tv o cellulare
Cosm
Servizio online
che permette
di collegare alla rete
i dati ottenuti
dai sensori per creare
delle applicazioni
Lavatrice
Landruino: da laundry,
lavatrice, più Arduino
È un pannello di controllo
fai-da-te che ti avvisa
via Internet quando i panni
sono lavati
RICCARDO LUNA
Lampadina
osa avranno mai da dirsi il frigorifero e la lavatrice? E perché il tostapane dovrebbe parlare con la macchina del caffè? Questa storia
della casa intelligente non ha mai veramente attecchito. Nonostante decine di milioni
di euro spesi in comunicazione dalle multinazionali, un alone di sarcastica diffidenza ha sempre circondato il lancio di ogni nuovo mirabolante prodotto. Ma
le cose sono improvvisamente cambiate la scorsa estate.
Su Kickstarter è apparso il progetto Smart Things: i promotori chiedevano soldi per costruire una piattaforma
che consentisse a chiunque di collegare con dei sensori i
vari oggetti della casa per poterli controllare in ogni momento, da ogni luogo via web. L’Internet delle cose, di cui
tanto di parla, anzi l’Internet della casa visto che parliamo
di elettrodomestici e dintorni. Una proposta così aveva altissime possibilità di cadere nel vuoto e invece in poche
settimane ha raccolto un milione 209 mila 423 dollari. Ai
quali in dicembre se ne sono aggiunti altri tre da parte di
un pool di investitori tra cui figura anche l’attore Ashton
Kutcher, l’ex di Demi Moore. Non male se si pensa che tutto nasce in seguito a un weekend sfortunato: Alex Hawkinson, 40 anni, informatico e neuroscienziato, era andato in
Le lampadine a led Hue
di Philips creano
un sistema di illuminazione
wireless intelligente
controllato dall’iPhone
mediante un’app
C
Videocontrollo
Per controllare i bambini
(e la babysitter) anche
quando si è fuori: lo Smart
Baby Monitor con video
ad alta risoluzione
e suono nitido
Colorado presso una casa di famiglia e aveva trovato un
mezzo disastro, impianto elettrico rotto e tubi dell’acqua
bruciati. Possibile che non ci fosse un modo per essere avvertiti in casi simili? E così si è messo a sviluppare Smart
Things: un kit da 299 dollari con il quale chiunque può rendere “intelligenti” ovvero “smart” gli oggetti della casa e
controllarli con un clic del proprio telefonino. I primi kit
sono in consegna in questi giorni.
Il successo di Smart Things è tutt’altro che isolato.
Solo su Kickstarter nei mesi scorsi sono stati finanziati decine di progetti legati in qualche modo all’Internet della casa. Il caso più clamoroso è Lifx,
una lampadina intelligente che si collega al wifi,
cambia colore e si controlla con un telefonino: ha
riscosso un milione e 300 mila dollari, è stato prodotta e messa in vendita a 69 dollari a esemplare ed
è subito andata esaurita. Ma hanno avuto un impatto commerciale notevole anche Twine, un sensore che ti avvisa via mail e sms cosa stanno facendo gli oggetti della casa; Air Quality Egg, un aggeggio che monitora
la qualità dell’aria di un ambiente e che avvia delle conversazioni tematiche sui social network; e Jamy, un tostapane che ti stampa sul pane croccante anche le
previsioni del tempo aggiornate e geolocalizzate.
Piante
Plantduino: plant, pianta,
più Arduino. È un sistema
che regola acqua
e temperatura della serra
Manda un alert via tweet
quando è ora di innaffiare
Gatto
L’Ardu-lettiera per gatti
registra quante volte
le ventole sono state
attivate, dice se bisogna
pulire i filtri e ha uno spray
automatico dopo ogni uso
Repubblica Nazionale
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GLOSSARIO
Anti-sisma
Dispositivo inventato
da un ragazzino cileno
di 14 anni sopravvissuto
a un sisma. Quando
c’è un allarme, manda
immediatamente un tweet
Open source
Smart house
È una filosofia che prevede
la pubblicazione del codice
di programmazione
con cui sono scritte
le applicazioni e gli strumenti
tecnologici. Così facendo tutti
possono migliorare il prodotto
Sono le case intelligenti,
ovvero quelle in cui i vari
elettrodomestici sono
collegati fra loro e alla rete
in modo da essere regolabili
al limite anche
con il proprio telefonino
IOT
Makers
Acronimo di Internet of Things:
l’Internet delle cose
Gli oggetti collegati alla Rete
consentiranno di analizzare
informazioni in tempo reale
per avere un pianeta
più intelligente
Sono gli inventori di questo
secolo, i nuovi artigiani
che progettano il futuro:
ultima generazione di creativi
che uniscono cultura digitale,
competenze elettroniche
e passione per l’innovazione
Crowdfunding
Il sistema preferito utilizzato
per trovare finanziamenti
per realizzare i propri
progetti di smart home:
nel 2012 sono tutti,
o quasi, partiti
dalla piattaforma Kickstarter
Stampante
Si può stampare ovunque
e in qualunque momento:
basta inviare
un messaggio all’indirizzo
e-mail della stampante
web connected
Anti-vip
Il silenziatore anticelebrità
è un telecomando
che imposta il televisore
in modalità silenziosa
se si parla di personaggi
famosi sgraditi
Se tutte queste storie vi sembrano soltanto gadget per
impallinati della tecnologia, sentite questa. Alla fine del
2001 un ex dirigente di Apple, Tony Fadell, ha lanciato un
prodotto che sulla carta non poteva essere meno sexy: un
termostato. Solo che Nest è un termostato intelligente
(oltre che molto bello, del resto Fadell ha progettato e realizzato l’iPod): impara dalle nostre abitudini, sa quando
ci svegliamo e quando torniamo dall’ufficio la sera, e sa a
che temperatura vogliamo trovare la casa. Si vende online, anche attraverso il sito della Apple, a 250 dollari e in
questo momento se ne vendono quasi cinquantamila al
mese. Motivo per cui i Nest Labs hanno una valutazione
di ottocento milioni di dollari e sono considerati la startup dell’anno.
Tutto questo fermento creativo si alimenta dell’entusiasmo di una nuova generazione di “smanettoni” che si
divertono a trovare nuovi modi di collegare fra loro gli oggetti della casa in maniera intelligente. Lo strumento principe di questa ondata di innovazione si chiama Arduino,
un minicomputer inventato a Ivrea qualche anno fa da un
ingegnere mancato, Massimo Banzi, e che sta diventando
lo standard mondiale con il quale fare progetti “smart”.
Per due ragioni: una schedina Arduino costa appena venti euro ed è facile da usare anche per chi conosce solo i rudimenti della elettronica.
In Rete è pieno di progetti di smart-home basati su Ar-
Tv con webcam
Con webcam integrata
questa tv di ultima
generazione consente
di controllare cosa
avviene in casa (anche
con dipositivi Android)
Doorbot
Un video-campanello,
che collegandosi senza fili
a smartphone o tablet,
permette di interagire
con chiunque si presenti
alla porta di casa
‘‘
Ormai non abbiamo
più bisogno
del permesso
di nessuno per fare
delle cose meravigliose
Massimo Banzi
Fondatore di Arduino
Termostato
Se ne vendono 50mila
al mese: impara quando
ti svegli, quando vai
a dormire e quale
temperatura vuoi in casa
Si regola col telefonino
duino: dalla mangiatoia che riconosce quale dei due gatti
ha davanti e seleziona il cibo più adatto a ciascuno; alla
pianta che manda un tweet quando la terra è secca e così
via. E proprio domani la community di Arduino fa un
grande passo avanti: grazie all’accordo con il colosso della telefonia Telefonica, tutte le schede Arduino avranno la
possibilità di collegarsi alla rete GSM e quindi sarà facilissimo impostare il proprio Internet della casa in modo da
ricevere una telefonata o un sms appena un sensore
raggiunge una certa soglia.
Una delle piattaforme migliori per farsi da soli
progetti di questo tipo è made in Italy, anzi made in Cagliari: Paraimpu è un progetto del Centro Ricerche Sardegna 4. Consente di connettere e gestire in maniera affidabile e facile qualsiasi tipo di oggetto dotato di connessione permettendo di sviluppare applicazioni con i dati ottenuti in tempo reale. Obiettivi: il risparmio energetico; le informazioni sul meteo e il traffico; ma anche
servizi gestiti collettivamente. Come nel caso di Jardimpu,
un sistema di giardinaggio social in streaming live sul
web che permette a chiunque di conoscere le condizioni delle piante e di prendersene cura, innaffiandole a distanza. Con un semplice tweet.
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DOMENICA 10 MARZO 2013
LA DOMENICA
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I sapori
Dal cous cous ai pomodori ripieni, dal pollo al curry alle lasagne o fave e cicoria
Un po’ per dieta, un po’ per crisi, ecco come far convivere
in una sola portata il pranzo di una volta: antipasto, primo, secondo
Concentrati
e contorno. Senza correre il rischio di cadere nell’eresia o nel riciclo
Macco di fave Polenta
e cicoria
e brasato
Pomodori
ripieni
Piadina
farcita
Pasta
e fagioli
Fave (i meno calorici
tra i legumi lessati)
e cicoria, passate
e servite
con una forchettata
d’erbe (bietole, spinaci...)
sbollentate e spadellate
Carichi di vitamine
e licopene, si farciscono
con proteine – carne,
formaggio, pesce, legumi
– e verdure. Carboidrati
(pane, riso, patate)
a parte
In equilibrio goloso,
la cialda di acqua, farina
e strutto, avvolge
lo squacquerone,
formaggio fresco
leggermente acidulo,
e la rucola
Maltagliati, pasta mista,
di semola o all’uovo,
bollita nel brodo di cottura
(allungato) dei legumi
In Campania piace
il raddoppio di proteine
con le cozze
Cotta e addensata,
la farina di mais, priva
di glutine, accompagna
per tradizione
la carne bovina stufata
con il vino rosso
Meglio se con verdure
Agnello con purè aromatizzato all’aglio
Unico
utto in una volta. Come in un concentrato di golosità e nutrimento, un perimetro
di pochi centimetri quadrati raccoglie la summa golosa di cibi che altrimenti sarebbero cadenzati in sequenza più o meno classica: antipasto, primo e secondo,
carboidrati e proteine abbracciati. È il miracolo goloso del piatto unico, terminale obbligato di milioni di pasti (preferibilmente pranzi, in coincidenza con la pausa lavorativa) preparati e serviti ogni giorno da una parte all’altra d’Italia. La connotazione geografica è importante, perché se nel resto del mondo pasta e riso — spesso protagonisti del monopiatto — sono concepiti a mo’ di complementi alimentari, quindi facilmente associabili a questo o quell’ingrediente, qui l’abbinamento richiede maestria per evitare l’eresia gastronomica. Questione di tecnica e di fantasia, ma anche di clima. Mentre l’inverno si porta appresso le stimmate del freddo da combattere a suon di pasti caldi e strutturati
(che il piatto unico quasi sempre mortifica e banalizza), i prodromi della primavera mettono
addosso la voglia di cibi freschi — primizie d’orto, cereali integrali, condimenti lievi — più semplici da incastonare in mosaici appetitosi.
Certo, il rischio del banale e del dozzinale è dietro l’angolo, come sempre succede assemblando alimenti diversi: basti pensare a certe pasticciatissime insalate di riso o all’avvilente
mediocrità di quelle miste. Più di tutto, contano le materie prime. Mischiare una cucchiaiata
T
La semola, incocciata
(sgranata e lavorata),
si porta a cottura
in acqua o con brodi
aromatizzati
Verdure a tocchetti,
pesce o carne
per accompagnare
Riso e curry
di pollo
Riso varietà Basmati
(orientale lungo), cotto
incoperchiato. Pollo
spadellato col curry,
rifinito con latte. A fuoco
spento, pezzetti
di mandorle e cumino
Riso pilaf al gelsomino con pollo arrosto in crosta di sale
Piatto
LICIA GRANELLO
Cous cous
Tutto insieme
appassionatamente
di mais in scatola, utilizzare la (finta) mozzarella in panetti, aggiungere salse o pezzi di pollo
scadente, è un modo deprimente e sbagliato di pensare il monopiatto. Allo stesso modo, saltare in padella il riso avanzato, affiancarlo a dei tocchetti di formaggio e a un ciuffo di valeriana assomiglia più al riciclo, — normale nella cucina di casa, deprecabile in un ristoro pubblico — che a un’idea compiuta di pasto. Entrambi approcci riduttivi, che impoveriscono assai
l’idea originaria del «tutto in un piatto», esaltata da campionesse della cucina regionale come
lasagne, polenta coi formaggi o minutaglia con fagioli e cozze, ricetta capace di far convivere
pasta, legumi e molluschi in un solo, memorabile mestolo di minestra.
In compenso, quando gli ingredienti sono ben scelti e il cuoco ha la mano felice, il piatto unico può assurgere a gioiellino gourmand, equilibrato e godibilissimo, in grado di fronteggiare
perfino gli effetti della crisi economica in campo alimentare. Non a caso, le due tipologie di ristorazione che meglio lo interpretano sono tapas bar (cucina a base di crostini importata dalla Spagna) e pizzerie in versione d’autore. Fette di pane o impasto steso, poco importa: a fare
la differenza è l’incontro magico — figlio della tradizione, della contaminazione etnica o di
un’intuizione — tra ingredienti apparentemente distanti, a volte perfino antitetici, e invece in
perfetta armonia, dalla pizza San Marzano, mozzarella di bufala, ricotta e salame napoletano
di Enzo Coccia (La Notizia, Napoli), al crostino con vongole, zenzero, pepe di Caienna e limone di Albert Adrià (Tickets, Barcellona). In caso di appetito robusto, raddoppiare la dose con
una fetta di Sacher.
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Repubblica Nazionale
DOMENICA 10 MARZO 2013
■ 41
A tavola
Dopo la grande abbuffata
l’ipocrisia del buffet
STEFANO BARTEZZAGHI
icordo ancor, con melanconica nettezza, la prima volta che un amico mi propose: «Ci vediamo
e mangiamo una cosa». Si interessava anche di design, quindi sulle prime mi preoccupai. Poi capii. A differenza di me (sono passati molti anni) era già nell’età della minacciata prominenza addominale e il modo di dire, che scoprii presto assai diffuso, pretendeva di coniugare la convivialità della mensa con la sobrietà del fitness, le ragioni del dietologo e quelle del buon umore.
Da «cosa» nasce cosa: ben presto incominciò l’epoca e l’epica (parole che forse derivano entrambe
da «epa») dei «piattini», degli spuntini, degli eufemismi della tavola. Prima funzionava al contrario: per
appariva informali si andava in «pizzeria»; ci si spartiva una focaccia come antipasto e alibi, e poi si faceva un pasto completo, primo, secondo, contorno, dessert. Adesso si va invece al ristorante e si prende un «piatto unico», o un unico piatto: siamo quasi alla vergogna di mangiare, e quando ci arriveremo
sarà realizzata metà della profezia del grande Luis Buñuel, in una celebre scena del Fantasma della libertà. A pranzo il piattino scaldato al microonde al baretto. La milanese schiscètta (gavetta ermetica a
scomparti, per il pranzo di mezzogiorno dei lavoratori) è sostituita dal contenitore di plastica con insalata o altra saluberrima vivanda, da accompagnare con uno yogurt tenuto in fresco sul davanzale. Di sera, happy houre apericènaperpetuano l’equivoco. A casa, c’è chi è arrivato al vassoio davanti alla tv, ma
fra tovagliette, spizzichi, assaggini, sfizietti e altri diminutivi (che spesso diminuiscono solo la parola, e
non la «cosa») di fatto la tavola imbandita sembra prossima a diventare una sorta di tabù. Dalla Grande
bouffe siamo passati a ipocriti buffet. A continuare a ingrassarci deve essere qualcos’altro, forse l’aria.
R
Lasagne
Fish&chips
Pasta, carne e latticini
in un mix tradizionale
e irresistibile
I nutrizionisti incoraggiano
la versione vegetariana,
con il pesto
(o la besciamella)
e dadolata di verdure
Cibo veloce
per antonomasia,
il classico cartoccio
di crocchette di merluzzo
e chips. Al posto
delle patate, però,
si possono anche friggere
carote, finocchi o zucchine
Farro
e gamberi
Il farro, grano antico
e rustico, da cucinare
come un riso, bollito
o tirato a cottura (farrotto)
Insieme, crostacei
scottati e dadini di sedano
o zucchine
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Maiale allo zenzero con lenticchie e fagiolini
Linguine con asparagi e ricotta affumicata alle nocciole
GLI INDIRIZZI
LA RICETTA
Pizza, polenta e baccalà
Ingredienti per 4 persone
Bollire il pesce in acqua aromatizzata e spinarlo,
lavorarlo caldo con un pizzico di zucchero e sale
aggiungendo olio all’aglio e di vinacciolo. Cuocere
la polenta e farla riposare 12 ore in frigo. Con una frusta,
inserire la crema in una sacca da pasticcere. Formare
8 palline, coprire con carta da forno e schiacciare per farne
delle cialde, da infornare 40’ a 140°. Spezzettare le spugnole,
caramellarle in padella con olio, aglio, sale e pepe. Tagliare a metà i pomodorini, disporli
su una placca da forno con poco zucchero, sale e olio. Cuocere un’ora a 100°. Disporre
sulla pasta stesa le spugnole, il fior di latte e infornare. Tagliare la pizza in 8 parti: su ogni
spicchio disporre una quenelle di baccalà, la cialda di mais e il pomodorino confit. Olio e pepe
TORINO
MILANO
ROMA
RISTORANTE CONSORZIO
Via Monte di Pietà 23
Tel. 011-2767661
Chiuso sabato a pranzo e domenica,
piatto unico da 8 euro
PONT DE FERR
Ripa di Porta Ticinese 55
Tel. 02-89406277
Sempre aperto,
piatto unico da 8 euro
NO.AU
Piazza di Montevecchio 16
Tel. 06-45652770
Chiuso lunedì,
piatto unico da 9 euro
LE VITEL ÉTONNÉ
Via San Francesco da Paola 4
Tel. 011-8124621
Chiuso domenica sera e lunedì,
piatto unico da 10 euro
JOIA KITCHEN
Via Panfilo Castaldi 18
Tel. 02-29522124
Chiuso sab. a pranzo e domenica,
piatto unico da 12 euro
FELICE A TESTACCIO
Via Mastro Giorgio 29
Tel. 06-5746800
Senza chiusura,
piatto unico da 10 euro
GATTÒ
Via Castelmorrone 10
Tel. 02-70006870
Chiuso domenica,
piatto unico da 10 euro
ASSAGGI D’AUTORE
Via dei Lucchesi 28
Tel. 06-6990949
Chiuso lunedì sera,
piatto unico da 10 euro
✃
Simone Padoan, patron
del ristorante “I Tigli”
di San Bonifacio, Verona,
ha reinventato la pizza come
base golosa per piatti creativi
e squisiti, come la ricetta ideata
per i lettori di Repubblica
270 g. di pasta a fermentazione naturale
90 g. di fior di latte a cubetti
140 g. di baccalà; 70 g. di spugnole
9 pomodorini; 1 spicchio di aglio in camicia
1 noce di burro; extravergine di oliva Biancolilla
80 g. di olio all’aglio; 200 g. di olio di vinacciolo
200 g. di farina di mais
sale di Maldon; pepe bianco
LA TABERNA LIBRARIA
Via Bogino 5
Tel. 011-8128028
Chiuso domenica,
piatto unico da 8 euro
Repubblica Nazionale
DOMENICA 10 MARZO 2013
LA DOMENICA
■ 42
L’incontro
Grandi vecchi
Tornato a recitare a ottantatré anni
dopo un decennio di stop seguito
alla morte della figlia, l’attore più
premiato d’Europa
racconta una vita fatta
di passioni: auto, donne,
teatro. E cinema:
Jean-Louis
Trintignant
“Su centotrenta
film ne salvo
una trentina
Il rimorso più grande?
Il no a Bertolucci. Ma me lo chiese
Marie: papà, se fai Ultimo Tango
a scuola mi prenderanno tutti in giro”
ono invecchiato,
eh?», si scusa
mentre scroscia
ancora l’applauso alla fine de Il grande silenzio, western di Sergio Corbucci del ’68, quando, a trentotto anni, continuava ad avere l’aria di ragazzo schivo e intimidito
del Sorpasso. Adesso che Amourcopre,
imperioso macigno rugoso, il suo cinema, da cui s’era allontanato dieci anni
fa, pare difficile agli spettatori della
personale a lui dedicata a Parigi fare il
legame tra il prima e il dopo di JeanLouis Trintignant. Tra Amour e gli altri
centotrenta film girati in un’eterna giovinezza, prima dello stop, prima della
diga: la morte tragica, appunto dieci
anni fa, dell’adorata figlia Marie.
Con l’abituale ritrosia, l’attore francese, a ottantatré anni il più vezzeggiato e premiato del cinema europeo,
smonta come un castello di carte il suo
passato in pellicola: «Su centotrenta titoli, di cui un quarto italiani, non più di
trenta sono da salvare», e quasi si scusa di nuovo. Affabile, all’uscita si lascia
prendere sottobraccio da chi l’aveva a
lungo intervistato quasi quarant’anni
fa sul set torinese di La donna della domenica: «Luigì Comencinì?», s’illumi-
‘‘
evento in Amour— dall’amore di sempre, sempre più esclusivo, il teatro.
In quest’aspro groviglio d’abbandoni e ripensamenti, d’addii e ritorni,
numerosi gli appuntamenti mancati,
non solo nel cinema: «È vero, quando
Coppola mi cercò per Apocalypse Now,
che mi avrebbe forse aperto una carriera in Usa, non avevo voglia di muovermi dalla Francia. E nemmeno
quando Spielberg mi volle per Incontri
ravvicinati del terzo tipo, nel ruolo che
poi è andato a François Truffaut. Provo più rimorsi, ma la scelta di Marlon
Brando è stata ottima, per Ultimo tango a Parigi, dove avevo anche dato una
mano a Bertolucci nella sceneggiatura. Ma mia figlia Marie, allora bambina
e già attenta lettrice degli script che ricevevo, mi aveva scongiurato: “Papà, a
scuola le mie compagne non finiranno
mai di prendermi in giro”. E io non ho
mai fatto nulla nella vita che potesse
dispiacere a mia figlia». Pure l’Italia,
Come i miei nonni
ora produco vino
E lo bevo, anche
Una sana
sbornia
non è meglio
di una lucida
mediocrità?
FOTO AP
«S
PARIGI
na il suo sguardo di spillo. «Che bei momenti, anche con Marcello Mastroianni. Dei quattro “colonnelli” della commedia all’italiana, era il più simpatico.
Molto intelligente, non intellettuale.
Gran seduttore, una bomba. Spariva
dopo due bisbigli con una bellona e, in
nemmeno un’ora, impresa compiuta.
Eravamo due cocciuti sul set, entrambi a ronzare attorno a Jacqueline Bisset, che però s’eclissava subito a fine riprese: “Dopo le dieci di sera non m’è
mai successo nulla di interessante”.
Forse una maliziosa provocazione».
Trintignant era allora nel pieno del
successo: dal film-Oscar Un uomo e
una donnadi Claude Lelouch a Z-L’orgia del poteredi Costa-Gavras («Era l’amante di mia moglie, ma non gliene ho
mai voluto, perché è una bella persona») a Il conformista di Bernardo Bertolucci («Il ruolo più bello della mia vita»). Ma già tentennava per un’altra
passione, le corse automobilistiche,
cui l’avevano soggiogato fin da piccolo gli exploit dello zio pilota Maurice. Si
abbandonerà ai circuiti, alternandoli
ai set, nella prima metà degli anni Ottanta: ulteriore sballottamento d’una
vita a strappi, scoscesa, interrotta. Gli
studi di giurisprudenza lasciati da un
giorno all’altro per buttarsi nel teatro,
folgorato da L’avaro diretto da Charles
Dullin. Il flirt rovente, nel ’56, sotto le
occhiate gelose di Roger Vadim, con
Brigitte Bardot — esordiente come lui
in E Dio creò la donna — crudelmente
spento da un interminabile servizio di
leva in Germania e un reclutamento
odioso nella guerra d’Algeria. Tre anni
dopo, ritorno agli schermi, che l’avevano già dimenticato, con la prima,
grande affermazione in Italia: Estate
violenta di Valerio Zurlini. Poi, cinema
e cinema, anche la peggiore serie B, italiana e francese, ma con ripetute fughe
nel teatro di qualità: «Negli intervalli
del Sorpasso, Vittorio Gassman e io trascorrevamo ore a parlare di Shakespeare: io recitavo l’Amleto in Francia,
lui lo stava mettendo in scena in Italia».
Anche i matrimoni a singhiozzo: l’ammaliante Stéphane Audran, poi moglie di Claude Chabrol; Nadine, poi sua
regista e madre di Marie; e, dai tempi
delle corse, la pilota Mariane Hoepfner. E poi vuoti improvvisi, incolmabili: il primo, la morte in culla a nove mesi della figlia Paulette, l’anno del
Conformista. Infine, l’ultimo strappo.
L’addio a un cinema divenuto seriale,
sostituito — fino alla riapparizione-
che l’ha a lungo adottato (Trintignant
l’italien è il bel documentario presentato in suo onore al Festival d’Annecy
nell’ottobre scorso), è stata talvolta
un’occasione persa: «Con il vostro
Paese ho avuto un rapporto privilegiato. Zurlini è stato per me un fratello
maggiore: a Roma abitavo da lui. La
mia Dolce Vita non è stata però Via Veneto, ma la trattoria “Da Otello”, dove
ci si ritrovava tutti, attori, registi, sceneggiatori. Spesso i film nascevano così, dalle battute, dalle chiacchiere. Una
volta, mentre si scherzava sul colpo finito male nel Rififi di Dassin, al commento “Noi ci saremmo fatti una spaghettata!”, Monicelli s’alzò di botto:
“La prendo io!”. Era l’idea dei Soliti
ignoti. Purtroppo tra i molti film che ho
girato da voi ho dovuto rinunciare a
C’eravamo tanto amatidi Ettore Scola,
dove sarei stato il professore intellettuale, e a Casanova, non tra i migliori
Fellini: non potevo impegnarmi per
un anno o più, senza sapere quando e
se l’avremmo girato. Ma lo sa che anche nel Sorpasso, diventato il mio logo
italiano, sono stato preso per puro caso? Doveva interpretarlo Jacques Perrin, altro francese allora onnipresente
nel vostro cinema. Le prime riprese,
nelle strade vuote di Roma a Ferragosto, furono effettuate con la sua controfigura. Quando lui dovette rinunciare chiamarono me, semplicemente
perché ero il più somigliante alla sua
controfigura».
Nei cinque anni in cui si dedicò professionalmente alle corse, girò tra
Francia e Italia ventitré film, quasi cinque all’anno (una media da Totò): tre
di Scola, tra cui La terrazza, l’ultimo
Truffaut di Finalmente domenica! e il
suo ultimo italiano, lo stupendo Colpire al cuore di Gianni Amelio con Laura
Morante. Una schermata trionfale al
confronto dei vergognosi piazzamenti su pista: settimo nell’81 alla 24 ore di
Spa Francorchamps, cinquantunesimo nell’82 al Rally di Montecarlo, quarantasettesimo nell’84... Masochismo
d’attore o sadismo di pilota? «E pensi
che ho anche rischiato di morire, in
due incidenti, di cui uno molto grave:
nell’80 alla 24 ore di Le Mans sono uscito di pista a 325 chilometri all’ora. Fortunatamente in un rettilineo. Scoppiò
la ruota posteriore sinistra. Sono rimbalzato sei volte sulle barriere di sicurezza, senza mai colpirle frontalmente. Ma è questo che mi è sempre piaciuto delle gare: è una guerra di nervi,
affronti una curva a tale o tal’altra velocità sapendo che è l’acceleratore a
guidare la macchina e non tu, tu non
puoi rallentare sennò è testacoda. Il
brivido è tutto lì. Ciò detto, non è che
fossi molto dotato per le corse. E poi ho
cominciato tardi, dopo i quaranta,
quando i piloti in genere smettono».
Profetico, dunque, il film di Dino Risi.
La vita come sorpasso, sempre definitivo quando è sfida con se stessi: un po’
come l’attore? «Essere attore significa
conservare un’anima infantile, continuare a entusiasmarsi, a meravigliarsi:
dunque, a superarsi. In questo, sono
sempre stato e sono rimasto, nonostante tutti gli strappi e i cambi di marcia, un attore». Talora, e lei l’ha capito
presto, sorpassarsi è fare marcia indietro? «Alla fine della mia vita sono tornato alle mie origini: i campi, le vigne.
Da una trentina d’anni vivo nella mia
casa a Uzès, nei dintorni di Avignone.
Nella mia famiglia, nessuno prima di
me era mai salito fino a Parigi. Era lontana, Parigi. Ci ho vissuto venticinque
anni. E poi ho rimesso radici nella mia
campagna, dove sono cresciuto e dove
mi sento meglio. Nipote e figlio di vignaioli, anch’io produco vino. Mi ci sono messo tardi, ma mi piace. Lo bevo,
anche, il vino: come il teatro, mi ha aiutato a vincere la timidezza. E poi: una
sana sbornia non è meglio d’una mediocre lucidità?».
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MARIO SERENELLINI
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