Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Istituto Superiore
di Formazione Insegnanti Yoga
ISFIY di Milano
corso 2004/2008
Titolo della tesi
Yamā e Niyamā :
Lo yoga nella vita di tutti i giorni
Stefano Toso
Candidato
Relatore
Stefano Toso
Piera Scarabelli e Massimo Vinti
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Tesi ISFY Milano anno 2008
Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Yama e Niyama:
Niyama:
Lo yoga nella vita di tutti i giorni
Autore
Relatori
Stefano Toso
: Stefano Toso
: Piera Scarabelli e Massimo Vinti
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Tesi ISFY Milano anno 2008
Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Introduzione
Sono un uomo occidentale, vivo in una cittadina italiana e come tutti affronto situazioni per le
quali non sempre mi sento disposto e preparato. Capitano pertanto anche a me momenti di
crisi, di dolore, che offuscano la spensieratezza infantile di cui ho goduto. In quei momenti
più volte ho tentato di comprendere la causa profonda del malessere, più volte ho cercato
rifugio nella famiglia, nella musica, negli amici, nel lavoro, nella lettura di testi più o meno
ispirati, ecc..
Iniziai ad essere allievo di Yoga nel dicembre 1999 senza alcun desiderio di visioni mistiche,
ma spinto sempre dallo stesso motivo di sempre: essere al timone della mia vita, comprendere
appieno la causa del dolore senza farmi travolgere dagli eventi. Così quando sentii parlare di
Yama e Niyama, di comportamenti , di ciò che può essere utile per migliorare la propria vita
quotidiana, il mio interesse crebbe. D’altra parte quale miglior meta può sognare un
occidentale, che non sia il migliorare la qualità del proprio vivere ?
Non ho la presunzione di conoscere tutto dell’argomento, e meno ancora penso di esser
padrone di questi strumenti in ogni istante della mia vita! Intendo anzi sfruttare questa
occasione (lo scrivere un testo) per approfondire sia la conoscenza e sia l’esperienza pratica
di questi “precetti” che vengono messi da Patañjali alla base dello Yoga.
Yama e Niyama sono i primi 2 a‰ga (o membra) dell’ Astā‰ga Yoga, o “Yoga in otto
membra”, sistema codificato da Patañjali negli Yoga Sūtra, un testo il cui scopo è quello di
indicare la via verso la liberazione (kaivalya) dalla causa della sofferenza. Yama e Niyama
rappresentano basi di ineguagliabile solidità in quanto non dettate da pure teorie elaborate
secondo chissà quale filosofia, ma maturate -in linea con tutto lo Yoga stesso - tramite
l’osservazione del reale e l’esperienza personale.
Se lo scopo dello Yoga è l’unione armoniosa a tutti i livelli (del corpo con la mente e con lo
spirito, degli uni con gli altri e con la vita), allora partire con il piede giusto è importante
affinché i passi successivi abbiano senso, in modo che le āsana non siano contorsionismo da
palestra, che prāŠāyāma non sia una serie strana di respirazioni, che la meditazione non sia
forzarsi a star seduti, magari pensando ad altro , con le gambe doloranti e sognando chissà
quale visione..
Afferma Iyengar in “Teoria e pratica dello Yoga” : «Praticare le āsana senza le basi di Yama e
Niyama è pura acrobazia» .
Dallo Yoga ho ricevuto sinora in dono il senso di integrazione e comunione tra ciò che
profondamente sono con gli atri e con la vita
La mia sfida di portare questi insegnamenti nella mia vita di tutti i giorni non è certo una
strada in discesa. Molte volte è facile ricadere nei solchi mentali create da abitudini erronee,
dimenticarsi della propria “Sādhana” (mezzo adeguato al conseguimento di un dato fine),
allettati nel momento da soluzioni non etiche ma che offrono spesso una scorciatoia ai
problemi che si incontrano. Molte volte perciò è facile scoraggiarsi, demotivarsi e peggio
ancora negare a sé stessi ciò che si è profondamente vissuto con lo Yoga. In questi momenti
gli argini di Yama e Niyama, o comportamento etico, sono di aiuto impareggiabile. Essi sono
le fondamenta, ciò che nel Vangelo secondo Matteo (MT 7,25) è così esposto:
« E’ venuta la pioggia, sono straripati i fiumi,
i venti hanno soffiato con violenza contro quella casa
ma essa non è crollata
Stefano Toso
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perché le sue fondamenta erano sulla roccia »
Matteo (MT 7,25)
Note formali su questo documento
Causa limitatezza del sistema informatico mi trovo costretto in certi casi ad omettere alcuni
segni grafici particolari, tipici della traslitterazione diacritica della lingua sanscrita (es. il punto
sotto il carattere o la barra sopra ad esso). Ho utilizzato il set di caratteri Sanskrit-Garmond,
che però comprende solo alcuni caratteri, escludendone altri (es : il punto sotto la “m” utile in
parole come Samtosa).Pertanto non sempre mi è stato possibile riportare le parole
correttamente. L’alternativa sarebbe stata avventurarsi nel tentare di inserire nuovi set di
caratteri non compresi tra gli standard del programma Microsoft Word, ma ciò causerebbe
problemi anche a coloro che dovranno leggere poi il documento.
Per verificare la corretta traslitterazione delle parole mi sono affidato a due testi alquanto noti
ai praticanti:
La ‘Enciclopedia dello Yoga ’ del professor Stefano Piano
‘La scienza dello Yoga ’ di I.K.Taimni
Tuttavia alcuni termini non sono presenti in questi testi (es ‘Shank Prakshalana’) e pertanto li
riporterò nella forma a me nota.
Mi scuso sinceramente per le imprecisioni nel presente testo
Stefano Toso
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Yama e Niyama
La necessità di codificare delle regole di vita tali da permettere all’individuo una evoluzione
verso il fine supremo dell’unione con il Dio , personale o impersonale che sia, non è peculiare
dello Yoga, ma comune a molte tradizioni, soprattutto religiose. Si pensi ad esempio ai dieci
comandamenti della tradizione cristiana.
Tuttavia ciò che caratterizza a mio avviso Yama e Niyama è la loro attinenza pratica: essi
derivano non dalla necessità di attenersi ad un culto religioso, ma dall’osservazione della vera
Natura dell’uomo. In altre parole lo Yoga propone un approccio “scientifico” alla vita, una
sperimentazione del Sé durante la quale ciò che conta è l’essere presenti e consapevoli. I
saggi scoprirono che il frutto di questo approccio è la conoscenza profonda della natura di se
stessi e di tutto ciò che li circondava. Essi pertanto compresero le leggi profonde di questa
Natura (o Dharma) e tentarono di codificare quali atteggiamenti portano ad essa e quali
vanno in direzione opposta (Adharma).
Basandoci sui testi classici della tradizione va detto che questo sforzo di codifica ha portato a
risultati con sfumature diverse: gli Yoga Sūtra di Patañjali codificano 5 Yama e 5 Niyama,
mentre ad esempio l’Uddhava-Gītā ne conta 12 per ognuno di essi.
Le parole Yama e Niyama derivano entrambe dalla radice ‘yam’ che significa ‘limitare,
contenere, controllare ’.
Patañjali ha fatto un percorso dall’esterno all’interno e mette per primo Yama , cioè i 5
precetti che l’adepto dovrebbe avere chiaro non solo durante la pratica ma in tutto l’arco della
sua giornata. Essi rappresentano le regole da osservare nel rapporto con gli altri e sono: la
non-violenza, l’attenersi alla Verità, il non-desiderare cose altrui, la continenza e l’assenza di
desiderio di possesso. Sono regole che devono essere rispettate sempre ed in ogni occasione
I Niyama regolano invece il rapporto con se stessi da ogni punto di vista (psichico, fisico e
spirituale). Se gli Yama indicano ciò che non si deve fare, e pertanto vengono chiamate
“astinenze”, questi indicano invece ciò che è meglio fare, non appena possibile, e vengono
detti pertanto “osservanze”. Esse sono: la purezza, l’appagamento, l’ascesi, lo studio dei testi
sacri e l’abbandono al Signore.
Detto questo il lettore obbietterà che tali norme non sono affatto facili da mettere in atto.
Personalmente sono d’accordo con lui. Osservo altresì che il significato di ‘yam’ (contenere) è
simile a ‘yug’ (aggiogare) da cui deriva la parola Yoga. Questo ci dice che il percorso dello
yoga è il percorso del guerriero e richiede determinazione e sacrifici. Non è per chi si arrende
alla prima difficoltà. Taimni dice: «Esistono 2 tipi di yoga: inferiore e superiore. Quello
inferiore ha per oggetto lo sviluppo di certe facoltà psichiche e di poteri sopranormali, e a
questo scopo la moralità trascendente implicata nello Yama-Niyama non è affatto
necessaria; anzi, essa opera come remora perché determina conflitto interiore ed impedisce
allo yogi di procedere nella sua ricerca di potenza ed ambizioni personali». Prosegue
definendola la “via della mano sinistra” : chi la persegue ad un livello iniziale può essere una
persona egocentrica ma innocua (del tipo «guardatemi come faccio bene quest’āsana! »);
avanzando poi si presterà ad attività dubbie , fino a diventare una persona apparentemente
“per bene” in realtà in grado di possedere facoltà assai sviluppate (siddhi) che utilizzerà al
soddisfacimento del proprio ego, altrettanto sviluppato.
Così lo yoga senza tali fondamenta non porta al Samādhi ma al gonfiarsi dell’ego. Purtroppo ai
giorni nostri si assiste quotidianamente ad uno yoga inteso prevalentemente come āsana e
prāŠāyāma: se tali pratiche vengono isolate dal contesto inteso da Patañjali, esse si
inaridiranno e diventeranno tuttalpiù dei salutistici esercizi fisici e di respirazione. Non solo :
così facendo il modello di insegnante yoga che viene presentato al pubblico in varie riviste è
più simile a quello di un contorsionista vegetariano sorridente che a quella di un saggio, e
mancherà di attrarre chi sente il desiderio di un cammino evolutivo.
Stefano Toso
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Yama e Niyama sono del tutto incompatibili con tali modelli perché essenzialmente a mio
avviso richiedono :
- una presa di coscienza reale della nostra situazione attuale: i nostri atteggiamenti
desideri, paure,ecc..
- accettare tutto ciò, ma in maniera non remissiva
- cambiare il proprio stile di vita, non per soddisfare il proprio ego (o il proprio
istruttore) ma per un fine più elevato.
-
“Lo scopo è la vita,
Lo yoga è un mezzo “
Lo Yoga è nato con l’intento di soddisfare la più grande ambizione dell’essere umano: la
beatitudine (o estasi, o Samādhi,ecc..). Esso non è una pratica, ma uno stato interiore che la
coscienza individuale (o Ātman) assume quando si riconosce nella Coscienza Universale (o
Dio, o Brahman).
Qual’è invece lo stato in cui mi trovo io, e penso, la stragrande maggioranza delle persone ?
Ognuno di noi sperimenta quotidianamente diversi stati d’animo, belli o brutti. Desideriamo
prolungare quelli belli ed eliminare quelli spiacevoli. Per eliminare questi ultimi ci costruiamo
delle barriere, le quali però ci attenuano anche le sensazioni piacevoli. A mio avviso molti
vivono così, “sanza ‘nfamia e sanza lode”, in un mondo in cui all’arrivo di una crisi si cerca la
distrazione. In una fase iniziale si rimane tutto sommato piacevolmente “ovattati”, ma questo
meccanismo di non-ascolto dei propri turbamenti non fa altro che acutizzarli, creandoci sensi
di colpa dai quali nuovamente tentiamo di fuggire cercando però ancora riparo nelle
distrazioni, dalle quali finiamo per dipendere (cibo, alcol, fumo, ma anche televisione,
internet, lavoro eccessivo, sesso , ecc..). Questo tipo di “anestetici” finisce per toglierci la
consapevolezza di ciò che noi siamo realmente, perdiamo la fiducia in noi stessi e nei nostri
obbiettivi che, a questo punto si legano indissolubilmente al possedere tutte queste “droghe”.
Quel che è peggio è che questo avviene in modo sistematico graduale e silenzioso. L’errore a
monte di tutto questo è nel cercare fuori di sé ciò che si può trovare dentro, ma che non
ricordiamo più di avere. E questo ci porta a non essere in noi stessi , e una persona “fuori di
sé” si definisce pazza ! Ma è una pazzia capace di mettere la nostra malconcia coscienza nel
congelatore e farci vivere in uno stato di apatia e di insensibilità. Ecco perché Gesù disse
«Lascia che siano i morti a seppellire i loro morti». Ecco perché i buddisti paragonano la nostra
situazione a quella di una casa che va in fiamme. Siamo come morti, viviamo in una realtà
virtuale in cui pensiamo di agire ma in realtà rispondiamo passivamente a stimoli esterni. E
scoprirlo e riconoscerlo è doloroso e imbarazzante, perché significa mettersi in discussione,
piangere per i propri errori e decidere di accettare una disciplina che non promette sconti ne’
scorciatoie, quale è l’ Astā‰ga Yoga.
Y.S. 2,16: «Ogni futura sofferenza può e deve essere evitata»
Questo sūtra è per me motivo di speranza e di impegno. Ho scelto di partire da qui perché
ritengo obbiettivo comune a tutti avere una vita senza sofferenze.
Per comprendere appieno occorre far riferimento alla teoria di causa ed effetto. Le nostre
sofferenze attuali (e in parte future) sono generate da cause che si sono verificate in passato,
come lance già scagliate da un arco e pronte a colpirci. Patañjali, dicendo “futura” indica che
non possiamo agire sulla sofferenza passata, e neanche su quella presente, in quanto effetto
Stefano Toso
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di una causa passata. Non possiamo cancellare le cause, ma possiamo fare un lavoro di
prevenzione per evitare di seminare sofferenze future, e di vigilanza per far si che le cause
passate non trovino sbocco nell’esistenza attuale. A questo scopo ritengo che Yama e Niyama
siano realmente insostituibili.
La dottrina a cui fa riferimento è quella del karman, nella quale per ora non mi addentro.
Trovo però più utile sapere come questo maestro identifica la sofferenza e la causa. Per
quest’ultima il sūtra successivo è chiaro:
Y.S. 2,17: «La sovrapposizione dello spettatore(drastr) con lo spettacolo
è la causa da evitare»
“Drastr” è il testimone, la coscienza, o essenza, o spirito. E’ una parola che si incontra subito
negli Yoga Sūtra (1,3).E’ ciò che emerge quando i vortici mentali si estinguono. La nostra vita
è come un film molto avvincente, piena di emozioni piacevoli e spiacevoli, le quali entrambe
ci coinvolgono totalmente. A quel punto non ci rendiamo conto di ciò che circonda lo
schermo, non siamo neanche consapevoli di essere seduti a guardare delle immagini su una
parete!
Siamo convinti di essere il personaggio principale della storia. Poi capita che il film finisce, si
riaccendono le luci e si torna alla propria identità. Ma durante il film non si pensa “io sono qui
è sto guardando un film”.
Il personaggio del film è la nostra personalità, quella che abbiamo costruito per affrontare gli
altri e la vita nel gioco della manifestazione (prakrti), ma noi siamo Purusa, lo spettatore, lo
spirito perfetto e immutabile
Ora però è tempo di conoscere la sofferenza (non intendo qui farvela provare!!). Patañjali
presenta il concetto di “kleśa” o afflizioni all’inizio della seconda sezione degli Yoga Sūtra,
cioè nel Sādhana-Pada, il capitolo dedicato agli allievi meno evoluti, con la mente più
instabile rispetto a quelli a cui è destinato il capitolo 1 (Samādhi-Pada). L’autore dedica ben 13
sūtra consecutivi a partire dal 2,2 per introdurli, spiegare la loro natura , come estinguerli e
cosa causano. Desidero tuttavia sviscerare qui solo da 2,2 a 2,9, lasciando i restanti ad altre
occasioni.
Y.S. 2,2: «(Il Kriyā Yoga) serve ad attenuare i Kleśa e a realizzare il
Samādhi»
Per Kriyā Yoga si intende «lo Yoga che è azione». Non intendo trattare ora questo argomento,
perché troppo esteso e rischierebbe di fuorviarmi dall’obiettivo prefissatomi. Basti comunque
sapere che esso è fondato sui medesimi principi che costituiscono gli ultimi 3 Niyama: l’ascesi,
lo studio delle scritture e l’abbandono al Signore (YS 2,1). Anche se le sfumature possono
essere diverse.
Qui si dice che il duplice scopo di questa pratica è quello sia di realizzare il Samādhi, ma
anche quello, un po’ più alla portata dei comuni mortali, di attenuare queste afflizioni.
Attenuare non significa sopprimere, e questo perché il Kriyā Yoga si espleta nello stesso
campo di battaglia dove crescono i kleśa, cioè l’azione. In altre parole una mano non può
afferrare sé stessa, un occhio non può vedere sé stesso. Ma il Kriyā Yoga può attenuare i kleśa
per permetterci di scoprire la nostra vera natura.
Stefano Toso
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Y.S. 2,3: «L’ignorare la Verità(AVIDYĀ), il senso dell’egoismo(ASMITĀ),
l’attaccamento (RĀGA) e l’avversione(DVE ±A), e la sete di vivere
(ABHINIVEŚA) costituiscono i kleśa »
L’origine dei kleśa è essenzialmente in AVIDYĀ, che è l’ignoranza intesa non in senso
culturale, ma nel non conoscere profondamente chi ognuno di noi è. Molte sono le volte in
cui ci identifichiamo nei vari ruoli che interpretiamo nella nostra vita, al punto che è del tutto
normale dire «Sono un professore» , «Sono un operaio», ecc.. dimentichi del fatto che tutto ciò
è solo un ruolo. In altri momenti ci identifichiamo con le nostre sensazioni: «Sono depresso»,
«Sono stanco», «Sono felice», ecc..Da questa particolare forma derivano le altre 4.
I kleśa vengono dette anche “maculazioni” e non possono essere considerati delle vere e
proprie vrtti, in quanto rappresentano più delle impurità che delle oscillazioni mentali.
Y.S. 2,4: « AVIDYĀ è il campo(KSETRA) in cui si sviluppano gli altri kleśa,
siano essi latenti, attenuati, temporaneamente interrotti o pienamente
manifesti»
Y.S. 2,5: « AVIDYĀ è il prendere per eterno, puro, felicità e Ātman (il Sé)
ciò che invece è rispettivamente non-eterno, impuro, infelicità e nonĀtman »
Questi 2 sūtra ci spiegano essenzialmente la causa della nostre sofferenze: i 5 kleśa illustrati
prima hanno loro radice comune nel primo, AVIDYĀ, il quale altro non è che un errore
madornale: (oggi diremmo «scambiare lucciole per lanterne»). La parola viene tradotta con il
termine generico di ‘ignoranza’, ma la radice ‘vid’ della parola VIDYĀ (di cui AVIDYĀ
rappresenta l’opposto) significa ‘visione’, ‘vedere’, e indica più un processo di intuizione,
illuminazione, una presa di coscienza istantanea. Non si tratta perciò di ignoranza culturale,
ma di non sentire dentro di sé alcuna risposta alla domanda «chi sono io?» (e magari neanche
porsela!) e alle domande che ne conseguirebbero («perché esisto?», «chi sono gli altri?», ecc..).
Questo kleśa è talmente forte da essere di fondamento agli altri quattro, che insieme ad esso
genereranno una catena di cause ed effetti che a loro volta andranno ad alimentare i kleśa
stessi.
Si parla inoltre di quattro stati in cui si può trovare un kleśa: nello stato latente esso è un seme,
pronto a germogliare quando se ne presenta l’occasione . Nello stato attenuato esso non è
forte e può essere contrastato tramite la ‘meditazione sugli opposti ’, coltivando quindi
atteggiamenti in grado di ridurli. Nello stato ‘temporaneamente ridotto ‘ esso si intreccia con
altri kleśa e si generano due forze opposte che si annullano. Infine lo stato ‘pienamente
manifesto ’ è quello in cui il kleśa si sta esprimendo.
Per comprendere la gravità dell’errore generato da AVIDYĀ pensiamo alla nostra vita, in
particolare in termini di spazio e di tempo. Gli studi di astronomia dimostrano che
nell’universo fino ad ora conosciuto esistono migliaia di galassie, ed una di esse è la nostra . Il
nostro sole, che pure è una enorme sfera infuocata, al confrontato ad essa non è altro che un
insignificante pulviscolo attorno al quale ruotano alcuni “detriti” ancora più piccoli. Uno di
essi, la Terra, ospita oceani, montagne, fiumi, ecc.. L’uomo in confronto e questi ultimi è un
granello di sabbia in una spiaggia sconfinata. Ma nonostante ciò il nostro atteggiamento molte
volte è di una superbia inaudita. Crediamo di essere i padroni del pianeta, lo deturpiamo e
non ci rendiamo conto di essere come formichine impazzite che sfidano un vulcano. Il clima
ultimamente non è impazzito, i matti siamo noi, con il nostro volerci sentire importanti, al
centro del mondo.
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Se osservassimo lo spazio infinitesimale scopriremmo poi molte altre cose: innanzitutto che la
materia in sé non esiste! Non è altro che una forma di energia ‘congelata’. Il nostro corpo è
energia!E per giunta intelligente (non siamo una massa informe di scariche elettriche, ma una
energia capace di organizzarsi e manifestarsi in modi articolati, come ad es. il corpo umano) A
livello atomico si perdono i confini tra le cose, si comprende che esiste una continuità tra me,
l’aria che respiro, la scrivania che ho ora davanti, ecc.. Quante volte invece ci consideriamo
limitati al nostro corpo materiale e ragioniamo egoisticamente dicendoci «Io sono io e degli
altri non mi importa!» ?
Se pensiamo in termini di tempo comprenderemmo che la nostra vita ha una durata
infinitesimale se paragonata alle ere geologiche, o alla vita del nostro pianeta. Viaggiando alla
velocità della luce , in una vita riusciremmo ad uscire dal sistema solare, ma non arriveremmo
neanche alla stella più vicina! Nonostante questo viviamo come se fossimo immortali ! Come
se la morte riguardasse solo gli altri !
Questa cappa di ‘māyā ‘ (illusione) che tiene prigioniero il nostro spirito pertanto è forte, e
trae forza dal fatto che ci identifichiamo con le nostre percezioni esteriori legate ai cinque
sensi, molto più che con il Purusa. AVIDYĀ infatti è ciò che ci spinge a cercare nella materia
quella felicità, quella purezza, quella eterna gioia che è di Purusa soltanto.
La prima vittima di AVIDYĀ è la percezione della nostra stessa coscienza.
Y.S. 2,6: « ASMITĀ (egoismo) nasce dalla erronea identificazione della
facoltà del veggente con quella della visione »
Si parla qui di due facoltà: Purusa è la facoltà della consapevolezza, buddhi è la facoltà
attraverso la quale si diventa consapevoli. In pratica questo kleśa non ci fa distinguere il
veicolo dal guidatore, con la conseguenza di identificarci con il veicolo (come se fossero le
automobili a guidarsi da sole!) . Faccio un percorso dal grossolano al sottile, cioè dal piano
fisico a quello mentale : siamo abituati ad identificarci con il nostro corpo, diciamo «io vedo»,
«io parlo»,«io tocco», ecc.. dimenticandoci che chi parla, vede e tocca non siamo noi, ma il
nostro corpo. Poi diciamo «io penso», «io approvo/disapprovo», ecc.. identificandoci con il
nostro pensare (ricordate «Cogito ergo sum» ?) e non con «questa mente ora pensa». Questa
confusione riversata all’esterno del corpo porta poi al concetto di «mio»: “la mia casa”, “la mia
macchina”, “il mio lavoro”, ma anche “la mia compagna”. Questo tipo di
identificazioni ,apparentemente innocue, ci porta a dover invece preoccuparci della loro
stessa sussistenza: perciò diventiamo gelosi e possessivi, e guai se qualcuno fa apprezzamenti
alla nostra compagna, riga la nostra auto, ecc.. Ci identifichiamo con il corpo che trattiamo
come oggetto da mostrare. Il suo declino naturale è perciò un trauma e così diventiamo facile
bersaglio di venditori di creme o prodotti pseudo-dietetici capaci solo a danneggiarci
ulteriormente. Ci identifichiamo con i nostri ruoli: professionali (dottore, avvocato, muratore,
ecc..), familiari (brava mogliettina, padre di famiglia, single, ecc..) , caratteriali (preciso,
creativo, intelligente, pratico, ecc..) , religiosi (cristiano, islamico, buddista, ateo, ecc..), ecc. e
facciamo dipendere la nostra felicità da tutte queste cose.
L’esempio massimo di ciò che per me significa abbandonare l’ego è nella vita stessa di
RamaŠa Maharshi, il santo che a sedici anni – spinto da un forte impulso spirituale – decise
di abbandonare casa ed andare a meditare sul sacro monte AruŠācala, dove trascorse il resto
della sua vita possedendo solo un perizoma ed una ciotola. All’atto di abbandonare casa
scrisse : «Io sono andato da questo luogo per cercare mio Padre come Egli comanda.
E’ un’impresa degna. Pertanto nessuno si addolori per ciò che questo ha fatto. E’
inutile spendere denaro per cercare questo».
Stefano Toso
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Nella prima frase si identifica con “io”, l’anima individuale, il figlio, che va a cercare il Padre.
Ma nelle frasi successive si indica in modo impersonale usando “questo”. Non c’è la firma.
L’ego si è dissolto !
Y.S. 2,7: « RĀGA (attaccamento) è l’attrazione che segue (l’esperienza de)
il piacere »
Sono convinto che noi tutti aneliamo ad un’esperienza di felicità. Anche chi decide di togliersi
la vita credo che tutto sommato – in modo del tutto erroneo – lo faccia con la speranza quanto
meno di non soffrire.
Succede però che quando AVIDYĀ e ASMITĀ si sono radicate (e questa è la condizione di
noi tutti, salvo forse alcune persone al mondo), questo desiderio di felicità lo portiamo
all’esterno, cercando cioè il piacere dei sensi. Vaghiamo perciò alla ricerca di qualcosa che
possa darci anche una temporanea soddisfazione: divoriamo più cibo di quanto ci necessita,
alla ricerca di chissà quali sapori, riempiamo la “nostra” casa di oggetti inutili (e chi dispone la
merce nei supermercati sa bene che le cose superflue devono essere poste in modo evidente
e facilmente accessibile, per tentarci ulteriormente), cerchiamo chissà quali esperienze
amorose, prodezze sessuali, abbiamo bisogno di più soldi, vogliamo il successo immediato
(anche nello yoga!). E quando questa esperienza ci ha gratificato tendiamo a ripeterla.
Tutto sommato non è un meccanismo così sconosciuto: è lo stesso della tossicodipendenza !
Y.S. 2,8: «Quella repulsione che accompagna il dolore è DVE ±A »
Quando lessi questo sūtra rimasi perplesso: come, la repulsione al dolore è una fonte di
afflizione (kleśa) ? Dovremmo perciò desiderare il dolore ? Mi pareva un concetto un po’
sadomasochistico ! Compresi il mio errore solo collegando DVE ±A a RĀGA: essi sono i due
lati di una stessa medaglia, i due aspetti di una stessa forza.
Non ricordo chi fu a dire «Non hai legami più forti che verso le cose contro cui combatti! ».
Alla luce di ciò ora mi è più chiaro: se un’esperienza viene giudicata negativa si tenderà a non
ripetere nè quella, nè quelle che riteniamo simili. La nostra mente è come un rasoio sempre
più affilato, che separa in bello/brutto, bene/male, giusto/sbagliato andando sempre più nel
dettaglio . Questo crea un substrato in base al quale, al presentarsi di una nuova esperienza,
possiamo decidere se provarla o meno. E’ un pre-giudizio. Il ripetersi di questo meccanismo
porta a creare dei “solchi mentali”, percorsi preferenziali verso cui la nostra mente viaggia
“con il pilota automatico”. Questo però ci porta a chiuderci a molte esperienze, nel (vano)
tentativo di non soffrire. Viviamo ovattati, confinati dalla nostra mente. Entriamo in conflitto
con ciò che riteniamo doloroso e con tutto ciò che crediamo lo generi (pregiudizio). Se
identifichiamo quest’ultimo con una persona, un’attività , uno schieramento politico che
odiamo , saremo costretti a seguirne le mosse incessantemente, a controllarne ogni azione, a
parteggiare per schieramenti opposti.
E dove ci sono schieramenti c’è un confine.
E dove c’è un confine presto o tardi c’è (o ci sarà) una guerra.
Y.S. 2,9: «L’attaccamento alla vita (ABHINIVEŚA) è una predisposizione
innata, radicata perfino nel dotto »
Stefano Toso
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L’attaccamento alla vita è il desiderio di immortalità. Sotto un’altra angolatura è la paura della
morte. E’ un istinto primordiale dettato – dice Vyāsa – dalle esperienze di morte delle vite
precedenti. Patañjali aggiunge che essa è radicata anche nella persona che ha acquisito una
grande conoscenza intellettuale, sottintendendo che una pura cultura dello yoga senza una
esperienza diretta non porta ad alcun frutto.
Essa è il frutto dei kleśa precedenti, figlia del desiderio di provare tutti i piaceri possibili
(RĀGA) ed evitare ciò che ci fa più paura: la morte fisica (DVE ±A).
Sperimentare lo Yoga nella quotidianità.
Nel mio breve percorso, fin ora in qualità di allievo, ho incontrato due grosse trappole:
• Partire dalle āsana e vivere una pratica puramente fisica, dimenticando così il vero
obiettivo dello Yoga (la realizzazione del Sè). I benefici fisici apportati dalle āsana
rischiano pertanto di essere controbilanciati da una percezione puramente fisica di sé (Io
sono il mio corpo), portando ad una cura maniacale della propria salute. Chi riesce
fisicamente ad assumere la postura richiesta con agilità (non è il mio caso!) rischia di
ritenersi erroneamente un buon praticante, e magari uno yogi. In realtà è preda di
ASMITĀ, e rendersi conto di ciò sarà per lui difficile quanto doloroso
• Capita a volte che la seduta (di āsana, prāŠāyāma o meditazione, ecc..) sia stata proficua, e
che alcuni abbiano sperimentato stati di benessere o abbiano preso coscienza di una parte
di se stessi. Al termine della pratica però si chiedono “Come fare ora a portare ciò che ho
vissuto all’esterno ? Qui mi trovo in un ambiente ‘protetto’, adatto a far emergere
liberamente ciò che ho dentro, ma fuori di qui le cose cambiano!”. A mio avviso i precetti
di Yama e Niyama sono la risposta a questa domanda.
Gandhi diceva di ‘sperimentare’ questi precetti, suggerendo un atteggiamento di curiosità
quasi scientifica, per vedere come la propria vita cambiava. Ma ci vuole un po’ di coraggio (e
cautela): la cavia di questi esperimenti è la nostra stessa vita. Occorre perciò essere
disponibili, mettersi in gioco, osare.
I benefici che se ne traggono possono essere notevoli: praticando la non-violenza verso
colleghi di lavoro a noi ostili, essi non si sentiranno più minacciati da noi. A volte iniziano ad
essere più aperti nei nostri confronti, rivelandoci la causa vera della loro ostilità. Impariamo
così a notare anche nostri eventuali atteggiamenti errati, ad ammetterli sinceramente. Creiamo
un ambiente più veritiero, otteniamo più collaborazione e collaboriamo più volentieri. E le
nostre 8 ore di lavoro diventano meno stressanti. Ciò richiede disponibilità, ma vale la pena
fare dei tentativi.
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Yama – Le astinenze - Il rapporto con gli altri
La radice ‘yam’, come detto, significa ‘limitare, contenere, controllare ’. In particolare gli
Yama regolano il rapporto con gli altri, indicando la strada per entrare in armonia con il
mondo circostante. Sono regole che, a detta di Patañjali (YS 2,31) possono essere soggette a
limitazioni dovute alla casta, al luogo, al tempo ed alle circostanze. Il già citato Gandhi, , le cui
opere ed i cui pensieri raccolti in libri quali “Teoria e pratica della non-violenza” o “La mia vita
per la libertà” sono di base in diverse asserzioni in questo documento, ha una visione
leggermente diversa in questo punto, in quanto non condividendo il concetto stesso di casta,
limitava codeste possibili eccezioni a fattori di luogo, tempo e circostanze: ne è la prova la sua
partecipazione attiva a diversi conflitti, pur opponendosi ad ogni forma di violenza.
Ciò dovrebbe far riflettere sul reale concetto di libertà: noi molto spesso ci consideriamo
‘dipendenti’ dagli altri, dalla società, ecc.. e questa dipendenza , vissuta come un peso, ci fa
desiderare di essere ‘liberati’ dalle varie catene che ci costringono ad agire in modo che
riteniamo non conforme ai nostri desideri. Ci fa sognare cioè questa ‘libertà’ come sinonimo di
indipendenza da tutto ciò che ci circonda. Ma può realmente essere così ? Esiste realmente
qualcuno, o anche on oggetto, indipendente, autonomo al 100% rispetto al mondo che lo
circonda ? Anche un sasso ha bisogno di un terreno su cui appoggiarsi, anch’esso ha avuto
bisogno di leggi della natura con cui venir creato. Nessun essere può realmente sopravvivere
senza il resto del Creato, con cui deve entrare in relazione. La cosiddetta ‘indipendenza’ altro
non è che un ennesimo inganno del kleśa ASMITĀ (“Io sono io, gli altri non mi riguardano”).
La vera necessità non è tanto quella di svincolarsi da ciò che ci circonda, ma di armonizzare i
rapporti con ciò che vi è all’esterno. In altre parole, non credo di identificare la ‘libertà’ né
nella ‘dipendenza’, né nella ‘indipendenza’, ma in una corretta ‘interdipendenza’ verso gli altri
e verso il mondo.
Più semplicemente, una famosa frase dice : “La mia libertà finisce dove inizia quella degli
altri!”
Mi si obietterà che non si può entrare in una corretta relazione con il mondo esterno se non si
è prima fatta chiarezza in sé stessi. Ritengo questo in parte vero (ed in questo gli Niyama sono
un valido supporto), ma è pur vero che è altrettanto impossibile far pace in se stessi e litigare
con il mondo intero ! In realtà ogni Yama, ogni Niyama, così come ogni ‘a‰ga’ (membro) dello
Yoga di Patañjali altro non è che una facciata di un diamante intero; da qualunque lato si
intenda iniziare il percorso esso attirerà via via tutti gli altri, come le perle di una collana.
Passerei pertanto ad analizzare ognuno dei singoli Yama, partendo per ognuno di essi dal
relativo sūtra di Patañjali. Per quanto riguarda Ahimsā e Satya in particolare, prego affinchè
l’esempio e le parole di Gandhi mi illuminino sul percorso. Mi sorprende notare come molti
considerino Gandhi solo come apostolo della non-violenza e non come egli ebbe a definirsi
“un appassionato ricercatore della Verità (Satya), la quale altro non è che un sinonimo di Dio” .
Questa definizione la credo molto più veritiera di quelle dategli sia di chi lo ha osteggiato (‘un
sedizioso avvocatuccio, un fachiro che sale seminudo le scale del palazzo vicereale’
(W.Churchill)), sia di chi lo ha ammirato (“Le future generazioni stenteranno a credere che un
uomo di siffatta statura morale sia passato in carne ed ossa sulla terra” (A.Einstein)).
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Yama – Le astinenze - Il rapporto con gli altri – Il Grande Voto
Qui vorrei tentare una sintesi del significato dei 5 Yama:
_
Ahimsa
Ahimsa
:
la nonnon-violenza
Essere umile
Non imporre le proprie convinzioni ad
altri
Rispettare gli altri e i loro punti di vista
Satya
:
La Verità
Non essere in recitazione
Le cose così come sono
Vivere qui ed ora
Non manipolare la Verità
Vivere nel rispetto della Verità
Verità
Asteya
:
L’onestà
Rinunciare all’appropriazione disonesta
(di cose, persone, ruoli sociali, ecc..)
Brahmacharya
:
La castità
L’utilizzo corretto delle proprie ener
energie
L’esperto dell’assoluto
Una attitudine di moderazione davanti
a tutte le cose
Aparigraha
:
La nonnon-possessività
Il nonnon-accumulare
Rinunciare al superfluo
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Ahimsā – La non-violenza
Y.S. 2,35: «Una volta radicata in lui la non-violenza, cessa ogni ostilità»
«Tutti i santi e i venerabili del passato, del presente e
del futuro ,tutti dicono, annunciano, proclamano e dichiarano :
Non uccidere, né maltrattare, né ingiuriare, né tormentare,
né perseguitare nessuna specie di creatura,
nessuna specie di animale, né alcun essere di nessuna sorta.
Ecco il punto, eterno e costante principio della religione
proclamato dai saggi che comprendono il mondo!».
Ayaramgasūtra, tradizione Jainista, III sec. d.C.
“Primum non nocere” direbbe Ippocrate, e guarda caso, Ahimsā è il primo “precetto” del
primo anga del Rāja Yoga.
Ma perché è così importante da essere messa al primo posto ? Cosa compare al cessare di ogni
ostilità ? Secondo Gandhi la Ahimsā era il mezzo per arrivare a fare l’esperienza della Verità (o
Satya) che, nella sua condivisibile concezione “è Dio, e Dio è Verità”. Egli narra che un
sincero ricercatore della Verità si porse la domanda “Devo mostrare pazienza nei confronti di
coloro che mi creano delle difficoltà o devo distruggerli ?”. Egli comprese che chi distruggeva
non compiva alcun passo avanti: il primo atto di distruzione gli fece capire che il nemico era
dentro di lui e non fuori. Chi invece mostrava pazienza e tolleranza imparava ad entrare in
reale contatto con gli altri.
Una ‘corretta sofferenza’: ecco cosa scrisse Gandhi a proposito della sua scoperta dell’
Ahimsā: “Mi trovai di fronte all’alternativa tra l’aderire anch’io alla violenza o trovare un altro
metodo per risolvere la crisi e far cessare l’ingiustizia, e allora mi venne in mente l’idea di
rifiutare di obbedire alle leggi discriminatorie, affrontando per questo anche la prigione.
Nacque così l’equivalente morale della guerra...la ragione non è sufficiente ad assicurare cose
di fondamentale importanza per gli uomini, che devono essere conquistate attraverso la
sofferenza. La sofferenza è la legge dell’umanità, così come la guerra è la legge della giungla.
Ma la sofferenza è infinitamente più potente della legge della giungla!..quando volete
ottenere qualcosa di veramente importante non dovete soddisfare solamente la
ragione, ma toccare i cuori!”.
Gandhi però aggiunse “Ma se dobbiamo sopportare i ladri non dobbiamo sopportare il
danno”, in altre parole la non-violenza non è subire passivamente ma agire in modo da
ricondurre il ladro sulla “retta via”, evitando che compia altri danni. Si potrà intuire che la cosa
non è facile, occorre realmente impegnarsi con tutte le forze. Essa richiede e sviluppa in noi
qualità quali il perdono, la capacità di soffrire, il controllo dei nostri istinti aggressivi, la
capacità di “porgere l’altra guancia” che Gesù insegnava. La pace è ancora oggi una conquista
che molti popoli sognano. In situazioni di guerra nulla realmente può fiorire se non il dolore,
l’odio ed il risentimento. E l’eliminazione della violenza fisica è solo il primo gradino dell’
Ahimsā
.
In Italia per nostra fortuna, non ci troviamo a vivere grandi conflitti sociali. Tuttavia viviamo
giornalmente piccole violenze quotidiane, quando siamo in preda a scatti di ira, quando
usiamo le parole per ferire, per vendicarci di qualche torto subito, ecc.. Siamo cioè preda di
“riflessi condizionati”, schemi mentali (es “occhio per occhio, dente per dente”) che abbiamo
appreso, che più volte abbiamo applicato, senza quasi renderci conto del danno che creiamo,
ma che ormai chiamiamo ‘il nostro carattere ’ quindi immodificabile. Eppure cambiare si può,
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
con uno sforzo e riconoscendo umilmente i nostri errori. L’ Ahimsā a mio avviso nasce proprio
dall’umiltà, dal perdonare se stessi e gli altri, dal non voler imporre la propria opinione.
Occorre la disponibilità ad accettare il proprio buio, a riconoscere le proprie miserie.
Ne saremmo i primi a beneficiare. Capita infatti che rivolgiamo la violenza verso noi stessi,
forzando il nostro corpo ad essere ciò che non è naturale (pensiamo a quanti si sono rovinati
per scarsa o eccessiva attività fisica, ai casi di doping, ma anche alle persone che sacrificano la
propria salute in nome di un modello di bellezza irreale, finendo per essere preda di anoressia,
bulimia, ecc.. non ho inventato io il termine ‘malattia psico-somatica ’ di cui molta gente soffre
e di cui è inconsciamente responsabile), forzando i nostri sensi ad esperienze negative (film
violenti, musiche a volume eccessivo, l’alcol e le droghe con le ripercussioni sul corpo ed
anche sulla mente). Avere un atteggiamento di non-violenza ci permette di essere più presenti
a ciò che ci accade e non più schiavi di errate abitudini, e ciò ci dà la forza e la fiducia in noi
stessi per proseguire questa difficile ma emozionante strada.
Ma il vero significato di Ahimsā è ancora più alto: Gandhi dice “Al centro della non-violenza
sta una forza spontanea. Ahimsā significa “amore” nel senso paolino , e qualcosa di ancor
più forte dell’”amore” definito da san Paolo, anche se sono convinto che la bella definizione
di san Paolo è valida per tutti gli scopi pratici. L’ Ahimsā include tutto il creato, e non solo il
genere umano. Nella lingua inglese la parola “amore” ha altri significati, e dunque sono
stato costretto ad usare un termine negativo”. Tale attitudine si può a mio avviso descrivere
con la parola yajña cioè “un atto diretto al bene degli altri compiuto senza alcun desiderio di
ricompensa materiale o spirituale. Il termine “atto” deve essere inteso nel suo senso più vasto,
e oltre all’azione vera e propria comprende anche il pensiero e la parola. Per “altri” si
intende non soltanto l’umanità ma tutti gli esseri viventi”.
Alla luce di ciò si comprende meglio il comandamento di Gesù:
«Ama il tuo prossimo come te stesso»
Essa ci induce a:
1. conoscere noi stessi (altrimenti come potremmo amare ciò che non conosciamo?)
2. ad amare noi stessi (Ahimsā verso il nostro intero essere (corpo, mente e spirito))
3. conoscere l’altro essere umano, accettandone le diversità
4. ad amare gli altri (tutti, indistintamente) ad iniziare da ciò che ci è più vicino, ed
abbandonando atteggiamenti ipocriti (di chi dice “Io amo il mondo” e poi litiga con la
famiglia! )
Ma come applicare quest’aurea regola ? Non sempre la vita ci offre occasioni agevoli alla nonviolenza; anzi, a volte ci troviamo a dover scegliere tra due forme di violenza. Come decidere ?
Occorre fare una precisazione: il termine “himsā” (violenza) di cui Ahimsā ne rappresenta
l’opposto, indica causare sofferenza per ira, per un fine egoistico o per desiderio di far del
male. Qualora un pazzo armato decidesse di uccidere le persone che incontra sarebbe nostro
dovere ucciderlo, compiendo un atto caritatevole sia nei confronti della società (a cui
abbiamo evitato ulteriori perdite umane) sia nei confronti del pazzo stesso, impedendogli di
compiere ulteriori violenze. L’atto di Ahimsā, come il sacrificio di una vita umana – inclusa la
propria – deve essere fatto in assenza di altri mezzi pacifici e deve portare il maggior beneficio
possibile al maggior numero di persone. Per chiarire quanto detto riporto il pensiero del
Mahātma (“Young India”, 4/11/1926):
1. E’ impossibile mantenere in vita il proprio corpo senza distruggere altri corpi
2. Tutti sono costretti a distruggere qualche vita
a. Per sostentare il proprio corpo
b. Per proteggere coloro che sono affidati alla loro custodia
c. A volte nell’interesse stesso di coloro che vengono privati della vita
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
3. I casi 2a e 2b comportano himsā, in maggiore o minore misura. Il caso 2c non
comporta himsā, e dunque rientra nell’ Ahimsā. L’himsā nei casi 2a e 2b è inevitabile
4. Colui che intende praticare l’ Ahimsā deve dunque commettere l’himsā contemplato
nei casi 2a e 2b nella minor misura possibile, soltanto quando è inevitabile, dopo una
completa e matura riflessione e dopo aver esaurito tutti i mezzi per evitarlo.
Questo può farci intuire che, per esempio, Gandhi fosse a favore dell’eutanasia. Egli disse che
la violenza è la legge dell’istinto animale dell’uomo, la non-violenza è la legge dello Spirito.
Un esempio pratico di questi concetti può tradursi anche nella scelta di una alimentazione
sempre più vegetariana. Studi recenti dimostrano che il consumo di carne (per noi innaturale,
visto che il nostro apparato digerente è più simile a quello di una mucca che a quello di un
carnivoro) ci fa assumere un atteggiamento più istintuale e più violento. Si è inoltre notato che
anche i vegetali hanno una loro sensibilità. Occorre perciò avere una certa cautela, garantire
la sopravvivenza della pianta, preferendo i cereali (che si raccolgono al termine del ciclo
vitale) o la frutta matura
Ahimsā nell’approccio alle pratiche Yoga
Chiarisco che per ‘pratiche Yoga’ intendo tutte le pratiche di una seduta di Yoga. Anche e
soprattutto in questi momenti attenersi ad Ahimsā è indispensabile: “primum non nocere” è la
regola base se vogliamo aver beneficio dalla pratica.
Molto spesso però capita che:
• Si chieda al proprio corpo più di quanto possa dare, con la conseguenza che tutta
la pratica diventi una lotta contro se stessi. Occorre conoscere i propri limiti fisici,
accettarli ed arrivare a compromessi
• Si chieda anche alla propria mente ciò che non può dare in un determinato
momento. Ci sediamo in meditazione e veniamo sopraffatti da continue immagini
mentali. E più tentiamo di allontanarle e più esse ci sopraffanno. Finiamo così per
ingaggiare una lotta con la nostra mente. Ahimsā è riconoscere umilmente il
proprio stato mentale e com-prenderlo (accettarlo con il cuore per capirne il
significato) per poi trascenderlo
• Si inizia la pratica senza aver ‘staccato la spina ’ dai problemi della giornata: così
facendo si perde totalmente il beneficio maggiore della pratica, che non è stata
realmente percepita: la presenza cosciente. Inoltre tutte le tensioni della giornata
confluiscono nella pratica (se ho litigato con il mondo intero difficilmente riuscirò
ad essere calmo e rilassato!)
• Anche gli effetti sulla sfera spirituale (maggior distensione, felicità) rischiano di
venir spazzati via in un attimo se la nostra attitudine nella vita è violenta.
• Una attitudine violenta genera un atteggiamento rigido. Un atteggiamento rigido si
traduce in un corpo rigido. Si può passare attraverso l’uso delle āsana per indurre
uno stato d’animo più flessibile, morbido, che conduca ad Ahimsā. Ritengo a tale
scopo che le tecniche di rilassamento e scioglimento muscolare siano più adatte.
Non ritengo idoneo far praticare es. āsana particolarmente energizzanti a persone
violente, in quanto non sarebbero in grado di dirigere l’energia accumulata verso
fini evolutivi.
• Un atteggiamento violento genera inutili tensioni anche all’interno del gruppo di
partecipanti e verso l’insegnante. A spese di tutti.
Ahimsā perciò spinge a non aspettare ad essere amato, ma ad amare per primo. A fare il primo
passo. E a ricambiare generosamente ogni gesto amorevole, come dice il noto proverbio:
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
«Tutto ciò che non viene donato, va perduto»
o come cita Gandhi:
“Per una ciotola d’acqua offri un buon pasto
Ad un gentile benvenuto inchinati con ardore;
Per una semplice monetina restituisci oro;
Se la vita vuoi salva, non salvaguardarti.
Così osserva le parole del saggio;
Ogni minimo favore ricompensa dieci volte.
Ma i veri nobili sanno che tutti gli uomini sono uguali,
E lietamente ricambiano col bene il male ricevuto”
(strofa didattica gujarati citata da Gandhi)
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Satya – La Verità
Y.S. 2,36: «Quando la Verità è radicata in lui , egli diviene padrone del
frutto dell’azione»
Questo sūtra ha dato adito ad alcune delle interpretazioni più fantasiose, secondo le quali chi
ottiene la perfetta padronanza di questo Yama è in grado di modificare gli eventi a proprio
piacimento. Questo, a mio avviso presupporrebbe l’esistenza di un proprio ego cha si
contrappone alle leggi naturali, mentre credo che uno degli scopi di Satya sia la distruzione di
tale ego: la persona saldamente orientata nella Verità ha sviluppato e purificato la propria
mente al punto tale che essa rispecchia senza sforzo la mente universale. La sua buddhi (o
intelletto, intuito) è talmente sviluppata da saper esattamente percepire gli eventi e di
prevederne le conseguenza con estrema precisione. E’ un concetto tutto sommato non
lontano da noi: ogni previsione scientifica è tanto più precisa quanto maggiori sono i dati a
disposizione (si pensi al notevole progresso delle previsioni meteorologiche). Il praticante,
applicando sempre maggiormente Satya svilupperà quella Buddhi che nella dottrina Sāmkhya
è che la più raffinata espressione della sostanza primordiale (o Prakrti) in cui si specchia la
coscienza (o Purusa).
Abbiamo visto come tra i frutti di Ahimsā vi sia anche l’umiltà e l’assenza di giudizio: esse
sono a mio avviso ingredienti indispensabili per iniziare a praticare questo precetto. Un
atteggiamento superbo o punitivo si scontrerebbe immediatamente al presentarsi di una verità
scomoda che ci riguarda.
Per iniziare questo percorso suggerisco di individuare i momenti in cui non siamo nella Verità
e le cause.
Iniziamo dalla falsità verbale: diciamo menzogne per vari motivi , ad esempio:
• Involontariamente, per una erronea percezione o per ignoranza
• Per proprio tornaconto (egoismo)
• Per paura di non essere accettati dagli altri (evitare l’emarginazione, l’esclusione da un
gruppo)
• Per ‘coerenza’ con un ruolo che abbiamo (es. l’insegnante che , non sapendo qualcosa
della sua materia, la inventa di sana pianta!)
Essere veri significa accettarsi per ciò che si è ! Ma chi siamo realmente ? Nella vita assumiamo
vari ruoli, interpretiamo diverse parti come attori di teatro. Il problema non sono queste
maschere in sé, ma il fatto che ci siamo messi a fare gli attori 24 ore su 24, identificandoci con
il ruolo e scordandoci tutto ciò che sta fuori dal palcoscenico.
Satya prende mosse dalla “disidentificazione” con questi ruoli che tanto amiamo prendere.
Eccone alcuni:
• La professione : “Io sono l’ingegnere..,l’avvocato,il giudice, il medico, l’operaio, ecc..
• I titoli onorifici : Cavaliere, Commendatore,ecc..
• Il ruolo familiare : Il padre, la madre, la moglie, il figlio, lo zio, il nipote, il nonno, ecc..
• Il ruolo con gli altri : l’amico del cuore, il giullare, il contestatore, la vittima, il
carnefice
Ed anche con:
• L’insegnante di Yoga, il guru illuminato !!
Questo insieme di maschere con cui abbiamo a che fare in ogni momento costituiscono ciò
che definiamo personalità.
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Siamo talmente identificati con essa da cambiare anche il timbro della nostra stessa voce: chi
anche solo per un attimo è andato oltre alle proprie usuali identificazioni ha notato di avere
una voce diversa che non era abituato a sentire!
Ecco una definizione di tale parola dal vocabolario Zingarelli:
personalità : ciò che attiene alla persona come figura, carattere e condizione.
Ciò che “contorna”. Mentre la nostra essenza:
essenza
: ciò che una cosa è
In sanscrito il termine “sat” da cui deriva Satya significa proprio “ciò che è”
Essere nella Verità significa anche vivere il presente, qui ed ora, cioè:
• Abbandonare il passato (rancori, frustrazioni, ecc..)
• Abbandonare il futuro (desideri, aspettative,ecc..)
• Non essere in recitazione
• Non manipolare le situazioni
• Accettarsi per come si è realmente, pregi e difetti ..
• Accettare ciò che ci sta accadendo e che non abbiamo potuto/voluto modificare
• Abbandonare “il mito”: non vivere in conflitto tra ciò che sono e ciò che vorrei/avrei
voluto essere
Ogni pratica, quale più quale meno, conduce inevitabilmente alla Verità, in quanto stimola la
auto-osservazione non-giudicante. Tuttavia desidero citarne alcune:
• La meditazione sul koan “Chi sono io?”
• Yoga Nidrā
• Dhyāna
Perchè Satya negli Yoga Sūtra è stato menzionato dopo Ahimsā ? Secondo molti testi la Verità
non deve essere un mezzo per causare violenza ad altri, in altre parole Ahimsā deve essere di
importanza prioritaria. (Se prima vedo una persona dirigersi in un luogo e poi un’altra con un
coltello in mano mi chiede se ho visto la persona di prima, dovrei dirle la verità? Credo di no).
Qui non si tratta ovviamente solo di violenza fisica, ma anche psicologica: se ad una persona
con seri problemi psicologici viene rivelata una verità scomoda e dolorosa che non è in grado
di accettare le creeremmo una sofferenza peraltro inutile. Se prima stentava a superare le
proprie difficoltà ora gliene avremmo create di maggiori. Eppure quante volte siamo andati da
qualcuno (il capo, il padre, ecc..) con la voglia di “dirle in faccia” quello che pensiamo di Lei,
magari cogliendo nel segno qualche suo difetto, ma con la rabbia nel cuore ? La persona che
si sente minacciata non è messa in condizioni per potersi guardare dentro con serenità, e
questo la porta a non accogliere le parole dette, per quanto esatte possano essere state!
Occorre perciò che anche nella comunicazione vi sia un atteggiamento non-violento.
Gandhi si è spinto più in là! Egli si sforzò tutta la vita a raggiungere la Verità: per lui Satya era
il fine, non un mezzo. E Dio era Verità , anzi
“La Verità è Dio”
«Nella realtà nulla è o esiste tranne la Verità. E’ per questo che Sat o Verità è il nome giusto
da dare a Dio. Infatti è più corretto dire che la Verità è Dio che non che Dio è Verità. Ma
poiché non possiamo fare a meno di un sovrano o di un generale, definizioni di Dio come
“Re dei Re” o “Onnipossente” sono e rimarranno di uso corrente»
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Seppure egli abbia più volte definito Ahimsā “il mezzo per raggiungere Satya” , leggendo
“Teoria e Pratica della non-violenza” al capitolo “Fini e mezzi” mi è sembrato implicito il
riferimento ad altri Yama e Niyama:
«L’identificazione con ogni altro essere vivente è impossibile senza auto-purificazione [Śauca];
senza auto-purificazione l’osservanza della legge dell’ Ahimsā rimane un vuoto sogno; Dio
[che è Verità] non può essere mai realizzato da chi non ha un cuore puro. . . Per raggiungere
la perfetta purezza si deve divenire assolutamente liberi da passioni nei pensieri nelle parole
nelle azioni; ci si deve sollevare al di sopra del dissidio tra amore e odio, tra attrazione e
repulsione. . .Vincere le passioni sottili mi sembra di gran lunga più difficile che conquistare
il mondo con la forza delle armi . . .Da quando sono tornato in India ho avuto una
continua esperienza delle passioni assopite che si celano dentro di me..[Brahmacharia?] »
Gli indiani definiscono Dio anche come Sat Cit Ānanda: “Sat” come già detto significa “essere”,
ed è anche alla radice della parola Satya, che quindi indica la realtà profonda del creato, oltre
ad ogni definizione. Ma dove c’è Verità c’è anche consapevolezza (Cit): una consapevolezza
che non fosse basata su tale verità non può essere reale, non può quindi generare una vera
conoscenza. E poi, una falsa conoscenza genera paure, mentre una conoscenza profonda e
reale dissipa il buio dell’ignoranza e ci permette di vivere con più serenità e fiducia. In tale
condizione siamo consapevoli di tutto ed il dolore non ha posto. Vi può essere solo
beatitudine (Ānanda). Anche il Vangelo di Giovanni(8,32) ribadisce questo:
«Quando conoscerete la Verità,
la Verità vi renderà liberi »
Giovanni(8,32)
La Verità nell’approccio alle sedute
Non ho la pretesa qui né di essere completo (ho ancora molte cose da imparare!), né di
sentirmi al di sopra di chi ricade in questi errori. Voglio solo esporre alcune personali
osservazioni. Mi sono chiesto: in che modo questo precetto viene disatteso durante una
pratica di Yoga ? Ecco, io credo di non essere nella Verità quando:
• (da allievo)
o tendo ad eseguire posture “da rivista”, forzando il mio corpo oltre i suoi limiti.
In quel momento non accetto la realtà del mio corpo ed inseguo un mito (il
fisico snello in fotografia)
o Penso a priori di non potercela fare (condizionamento da esperienze passate)
o Mi creo delle aspettative dalla pratica (es. «Medito così mi sentirò in pace») che
vengono puntualmente disattese dal mio stesso atteggiamento, con il risultato
che:
Non ho ottenuto ciò che desideravo (“la pace” o “l’illuminazione” in casi
più gravi!)
Non ho accolto ciò che invece è accaduto, troppo preso dal voler
assecondare un desiderio
o Non comunico né a me stesso né all’istruttore i disagi, le incomprensioni, i
fallimenti che ho vissuto durante la pratica. I motivi possono essere diversi. A
volte si ha semplicemente paura di sentirsi una pecora nera, una nota stonata in
un coro. In ogni caso il risultato è un rapporto falso con l’istruttore - che
oltretutto non viene quindi messo in grado di capire se ciò che ha proposto ha
funzionato o no (e se ha fatto un errore lo continuerà a ripetere!) - , ed anche
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
con i compagni di corso, con i quali si dovrebbe tentare di instaurare un
rapporto sincero e sereno
Credo che questi siano altri possibili errori a cui potrò andare incontro in qualità di istruttore:
o Ritenersi al di sopra dei propri allievi
o Ritenersi “arrivato”, credendo di sapere
o Non scusarsi con gli allievi dei propri errori
o Aspettarsi la gratitudine, il plauso, l’approvazione altrui
o Atteggiarsi “da guru illuminato” anche all’esterno
o Ritenere il momento dell’insegnamento distaccato dalla propria vita e ritenere
pertanto che i propri difetti non emergano durante la pratica dell’insegnamento
o Snaturare l’insegnamento dello Yoga per farlo aderire ad una visione egoistica.
Penso sia naturale trasmettere lo Yoga secondo la propria esperienza, ma
evitando eccessi e distinguendo bene il proprio vissuto da ciò che dicono le
tradizioni, verso le quali dimostrare rispetto.
La mia esperienza
In sintesi quello che ho capito è che si può parlare di ciò che si sà (già questo sarebbe un
buon traguardo da non dare per scontato!) ma si trasmette ciò che si è ! Ciò che abbiamo
realmente interiorizzato , e che ci ha trasformato ed ha trasformato il nostro modo di
percepire il mondo, al di là di ogni ragionamento: questo noi possiamo trasmettere.
Ciò che è fiorito in noi , spande il suo profumo attorno a noi.
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Asteya – Non rubare – L’onestà
Y.S. 2,37: «Quando si è fermamente stabiliti nell’onestà , ogni specie di
gemma si presenta (allo yogi)»
: «Quando (lo yogi) non desidera più appropriarsi indebitamente di
nulla , compaiono attorno a lui ogni specie di gioielli»
Cosa significa questo sūtra? Che lo yogi che ha raggiunto la più alta onestà viene
ricoperto di ori e gemme preziose? E se si, che se ne farebbe ?
A mio avviso questo sūtra va ad intaccare alcuni dei nostri più forti condizionamenti:
o l’avere come fonte di felicità
o il desiderio di sopraffazione (“mors tua vita mea”).
Tutti noi sperimentiamo quotidianamente il rapporto con diversi oggetti, o con persone,
ricavandone delle sensazioni, piacevoli o spiacevoli, le quali ci fanno istintivamente
desiderare se ripetere l’esperienza o meno. In particolare la sensazione piacevole ci induce a
desiderare nuovamente quell’oggetto che diviene per noi il simbolo della felicità Non è solo
questo il punto. Il fatto è che come animali siamo legati anche ad un forte istinto di
sopravvivenza, che ci ha indotto sempre a salvaguardare la nostra vita ed i nostri averi a
discapito dell’animale (o uomo) che ci stava accanto. Questo istinto ci ha fatto vedere noi
stessi e gli altri come posti in una gerarchia in cui chi più possiede comanda ed è il più felice
e chi meno possiede è più infelice. In questa ottica distorta, il piacere legato all’oggetto viene
ampliato dal piacere di sentirsi privilegiato rispetto agli altri (“Io ce l’ho e tu no! Tie!” si diceva
da piccoli), con la conseguenza di scatenare una guerra con gli altri fatta di invidie reciproche
il cui unico vero risultato è quello di separarci dall’altro, che diventa per noi un concorrente.
Tentiamo perciò di indebolire il concorrente con ogni mezzo possibile e nello stesso tempo
cerchiamo di salvaguardare il nostro patrimonio. In questo conflitto la nostra mente è
focalizzata su come ottenere con il minimo sforzo i vari oggetti che desideriamo (non solo
oggetti, ma anche persone, idee, ruoli sociali, ecc..) . Il furto è una tentazione forte in quanto
ci offre una scorciatoia per ottenere ciò che vogliamo senza faticare. Ma se un furto fatto per
estrema reale necessità può anche essere comprensibile (chi ruba una mela perché sta
morendo di fame!), un furto fatto per i suddetti motivi genera in noi un senso di colpa con il
quale ci dobbiamo rapportare: la coscienza sa bene quali sono le nostre reali intenzioni
(anche quando non abbiamo le possibilità di metterle in pratica) e ci comunica che esse non
sono in armonia con il nostro essere e con il Dharma.
Si potrebbe obiettare che molti di noi non rubano, pertanto questo precetto lo
padroneggiano già. Sicuri ? Anche qui passando dal grossolano al sottile, esistono varie forme
di furto: dall’appropriazione di idee altrui (che spacciamo per nostre), di parole lette in
qualche libro e proposte nelle tesi come farina del nostro sacco (spero questa non sia un
esempio!), all’accettare compensi non previsti solo per aver svolto il proprio lavoro, al non
impegnarsi nel proprio lavoro pretendendo lo stipendio (venir pagato per ciò che non
abbiamo fatto nei termini concordati è un furto di energie: quante volte impugniamo i nostri
diritti e facciamo orecchio da mercante di fronte ai nostri doveri?). E’ qui a mio avviso che
Asteya si lega a Satya (Verità) ed il suo significato di “non rubare” si trascolora nella parola
“Onestà”.
Rimanendo sempre focalizzati sugli oggetti che desideriamo e sugli altri, precludiamo
la nostra mente ad obiettivi più puri, non ottenebrati dai desideri. Ecco perché nello Yoga
esistono pratiche di depurazione fisica e mentale: non è una sorta di autopunizione, ma è
rendere la propria mente limpida da poter rispecchiare in essa la mente universale. In una
società come la nostra, in cui l’istinto di sopraffazione – che abbiamo camuffato con parole
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
come “concorrenza” o “competizione” – ci ha portato a casi patologici (in Giappone alcuni
studenti si sono suicidati perché arrivati secondi ad un esame!), l’applicazione di questo sūtra
è utile quanto difficile. Per fare ciò occorre capire bene cosa significhi Asteya o, al contrario ,
cosa significa il suo opposto: rubare. In effetti si possono rubare oggetti, ma anche parole,
atteggiamenti, modi di dire, idee, ecc.. Vorrei provare ad esaminare alcune forme di furto:
• Rubare oggetti
• Non rubare per mancanza di occasioni o possibilità (pur avendone l’intenzione)
• Non rubare per paura di una punizione (ed essere perciò disonesti quando siamo fuori
controllo)
• Ingannare: usare la propria astuzia e le proprie conoscenze per derubare (anche
legalmente) la gente
• L’invidia: il desiderio represso di qualcosa di altri
• L’imitazione comportamentale (modi di vestire, parlare, ecc..) da parte di chi non ha
una solida personalità
• Derubare lo Stato (es. evasione fiscale)
• Utilizzare a fini personali mezzi e strumenti del posto in cui si lavora
• Accettare compensi ulteriori (bustarelle) per aver semplicemente svolto il proprio
lavoro
• Negligenza: non mettere a disposizione le proprie capacità pretendendo lo stesso
compenso pattuito
• Richiedere un compenso più alto del dovuto per il proprio lavoro, favoriti dal proprio
ruolo sociale (es. medico) e/o in accordo con chi esercita la stessa professione (es.
accordi tra società assicurative o banche per alzare in contemporanea le tariffe)
• Indurre o richiedere al negoziante nostro amico uno sconto in nome del legame di
amicizia
• Approvare o non contrastare un furto altrui
• Appropriarsi di un consenso immeritato, ostentando una nobiltà d’animo. Per questo
si possono anche compiere buone azioni, ma non se ne coglierà realmente il frutto e
sarà il proprio ego a gonfiarsi. A tal proposito ricordo quanto dice il Vangelo a
proposito dell’azione disinteressata:
«Quando dunque fai l’elemosina,
non suonar la tromba davanti a te,
come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e per le strade
per essere lodati dagli uomini.
Ma quando fai l’elemosina,
non sappia la tua sinistra
quello che fa la destra,
cosicché la tua elemosina sia fatta in segreto,
e il Padre tuo che vede nel segreto,
te ne darà ricompensa.»
Matteo 6,2
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Il frutto dell’applicazione di questo precetto è a mio avviso il vero gioiello, una
generosità disinteressata, ben spiegata nella Gītā nel passo che segue:
«Colui che compie l’opera che deve compiere,
senza prendere in considerazione il frutto dell’opera,
quegli è il vero rinunciante,
quegli è il vero yogin,
non colui che non accende il fuoco sacro
e non compie i riti.»
B. Gītā 6,1
Asteya durante le sedute
Non ho la pretesa qui né di essere completo (ho ancora molte cose da imparare!), né di
sentirmi al di sopra di chi ricade in questi errori. Voglio solo esporre alcune personali
osservazioni. Mi sono chiesto: in che modo questo precetto viene disatteso durante una
pratica di Yoga ? Ecco, io credo che si disattenda Asteya quando:
• (da allievo)
o si cercano sotterfugi vari nel versamento del compenso agli istruttori, tentando –
per il medesimo prezzo – di ottenere maggiori prestazioni. L’istruttore d’altra
parte deve chiarire bene (Satya) tutti gli aspetti fiscali (i costi dei vari corsi)
o si finge una sicurezza su argomenti che in realtà ci sono oscuri, per ottenere un
consenso dagli istruttori
o si cerca di attirare l’attenzione a se (es. con lunghi ed inutili discorsi) al fine di
“rubare il palcoscenico” ed il tempo agli altri ed alla pratica
o Non si riconoscono meriti/colpe dell’istruttore e dei compagni (“se la pratica ha
dato frutto è per merito/colpa mia!!”)
Credo che questi siano altri possibili errori a cui si può andare incontro in qualità di istruttore:
o Utilizzare il proprio “carisma” (se lo si ha verso allievi particolarmente
influenzabili) a fini egoistici
o Utilizzare la credibilità della propria posizione di istruttore per dire tutto ciò che
ci passa per la testa
o Spacciare per proprie considerazioni gli insegnamenti altrui
o Aspettarsi la gratitudine, il plauso, l’approvazione altrui (cogliere il frutto
dell’azione)
o Non si riconoscono i meriti ed i progressi degli allievi (che nella falsa gerarchia
amiamo ritenere al di sotto, in modo da poterli dominare)
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Brahmacharya – L’esperto dell’assoluto
Y.S. 2,38: «Quando si è fermamente stabiliti nella continenza sessuale si
ottiene vigore»
Qui si parla nello specifico dell’energia sessuale, ed in pratica si invita a non disperdere
questa energia per trarne da essa il vigore che serve alla crescita spirituale del sādhaka
(praticante). Nella tradizione indiana questo è esteso a tutto ciò che genera piacere dei sensi.
Il Brahmacārin è colui che conduce una vita di castità rinuncia e meditazione.
Inutile negarlo: quello della castità sessuale è uno scoglio enorme che solo pochi
saprebbero superare nel modo corretto. La nostra è una società “sensuale”, che ci induce più
volte a soddisfare ogni piacere che ci passa per la testa: siamo bombardati con ogni mezzo da
messaggi pubblicitari che ci inducono ad acquistare qualunque cosa , che utilizzano in forme
sempre più raffinate anche il sesso come mezzo di “adescamento” (“Fate l’amore con il
sapore!” ad esempio!), volendoci ad ogni costo indurre a credere che se non acquistiamo quel
tale prodotto siamo “out” cioè emarginati , e questa è una ulteriore leva. Ogni cosa deve
sembrare a portata di mano, ogni cosa è concessa, con il risultato che le nostre case (anche la
mia!) sono spesso sommerse di oggetti inutili. Intere equipe di persone studiano i
comportamenti degli esseri umani nei negozi con il solo scopo di indurli a spendere il più
possibile, (decidendo ad esempio, di riporre i beni di prima necessità dalla parte opposta
all’entrata, ponendo in rilievo la merce che si vuol smaltire, ecc..). Il semplice invito ad
astenersi dal piacere dei sensi pare a molti anacronistico, degno di una mentalità ottusa e
retrograda. Parole come castità o astinenza paiono appartenere ad un triste passato.
Basterebbe solo riflettere un attimo: quanto sprechiamo? Quanti soldi gettiamo per semplici
piaceri? Quanti animali dobbiamo ancora uccidere per farne borse di lusso? Quanta acqua
potremo ancora inquinare con i nostri rifiuti? Il pianeta stesso ci sta dando forti segnali, e ad
un certo punto dirà basta a modo suo!
In rapporto al sesso, o meglio al desiderio (kāma, cioè brama, desiderio) la tradizione
indiana ha avuto nei secoli diversi punti di vista, che tenterei ora di sintetizzare:
1. castità assoluta
: Per le Upanisad antiche,( e per il buddismo ) kāma è
disastrosa e velenosa .Essa ostacola l’unione tra Ātman e Brahman
2. intermedia : induismo classico e dottrina del trivarga (tre fini dell’esistenza).
Finito l’ammaestramento (1mo fine), fruire dei piaceri della sessualità è sacro.
Poi ci si dedica alla carriera ed infine alla ricerca spirituale. Un quarto fine, non
obbligatorio, è quello del rinunziante o sannyāsin. In ogni caso la tradizione
narra molte storie di asceti che, non avendo pienamente vissuto le prime fasi
della vita e volendo diventare subito sannyāsin sono stati poi facile preda di
fanciulle che li hanno fatti innamorare di sé
3. favorevole se usati per scopi evolutivi
: il Tantrismo (corrente filosofica
trasversale alle grandi religioni dell’India) considera l’eros ed il piacere come la
via maestra per accedere alla conoscenza ed alla liberazione . Ma non è un
piacere fine a se stesso. L’energia sessuale deve essere sublimata a fini superiori.
Inoltre esso usa tecniche estremamente trasgressive (si pensi alla tecnica detta
“delle 5 M”) allo scopo di metterci in crisi, bucare quella corazza che chiamiamo
personalità e con cui ci identifichiamo, e rivelarci che siamo uniti a Dio.
Ritengo che tutti questi punti di visita, per quanto diversi tra loro, sottendano due necessità: il
distacco dal piacere/dispiacere e la sublimazione dell’energia sessuale (o meglio dell’energia
che non disperdiamo nella voluttà). In particolare:
1. il distacco dal piacere/dispiacere
: riconoscere il potere illusorio di Māyā e non
collegare la propria felicità a ciò che è impermanente e illusorio. Qui non intendo il
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
distacco dal piacere (o dal dispiacere) in sé, ma dal desiderio (o repulsione) che essi
generano e con le quali ci avvinghiano. Dal momento che possediamo organi di senso
è inevitabile venire a contatto con oggetti, persone ,situazioni, ecc.. ed essi ci daranno
sensazioni piacevoli o spiacevoli. Ma quando l’esperienza termina, se è stata piacevole
tenderemo a trattenerla o a reiterarla, se è stata spiacevole tenderemmo a scacciarla o
evitarla. Questo ci lega ad essa e porta la nostra attenzione fuori di noi. Anche le
esperienze spiacevoli: per evitare qualcosa dobbiamo sempre essere vigili (un
proverbio dice “Non ci sono cose che ti legano tanto, come quelle che combatti” !) . In
sintesi questo è il significato della parola vairāgya (“consapevolezza della perfetta
padronanza dei desideri da parte di chi ha cessato di anelare ad oggetti visibili o non
visibili” Y.S. 1,15).
Quali sono queste forme di attaccamento ? Me ne vengono in mente alcune:
• il sesso (vissuto come puro atto fisico)
• le droghe
• l’alcol
• il cibo
• l’informazione (televisione, internet, giornali,ecc..)
2. sublimazione dell’energia: la stessa energia che si esprime nella sessualità e che
utilizziamo nel rincorrere i vari piaceri della vita non va soffocata, ma sublimata, cioè
concentrata verso la ricerca interiore. Essa quindi deve essere orientata verso i cakra
più alti. Chi, percorrendo questa strada vive il Brahmacharya con tristezza, non ha
compreso che esso significa sacrificare un piacere temporaneo a favore di una gioia
perenne e imperitura.
Credo nell’importanza della gradualità nell’affrontare ogni pratica. Pertanto non ritengo
raccomandabile astenersi dai piaceri da un giorno all’altro, ma imparare ad imporsi delle
rinunce adeguate. Credo che il primo passo che occorre fare è riconoscere le proprie
dipendenze e sviluppare una presenza sincera quando ci concediamo un piacere (es. “sto
mangiando dei dolci perché ho bisogno di dolcezza”, senza inventarsi scuse). Mantenendo la
coscienza viva su ciò che facciamo si dovrebbe arrivare ad un atteggiamento di
moderazione di fronte a tutte le cose, e ciò è a mio avviso l’essenza di questo Yama..
Anche a proposito dell’energia sessuale, ritengo indispensabile un atteggiamento graduale.
Brahmacharya non è esclusivamente per gli scapoli. San Paolo disse (Lettera ai Romani):
«Meglio sposarsi che ardere»
In effetti se non si è in grado di sublimare l’energia sessuale che si trattiene essa può
esprimersi in modo violento e innaturale (come purtroppo testimoniano i casi di pedofilia
registrati tra i nostri preti).
Credo anche che sarà più stabile nel Brahmacharya colui che ha esperimentato le varie forme
di piacere ed è riuscito ad affrancarsene. In altri termini:
Non si può rinunciare a ciò che non si ha mai posseduto
Brahmacharya durante le sedute
Il controllo e la risalita dell’energia è un argomento molto caro allo yoga. Esistono diverse
pratiche che agiscono in tal senso, innanzitutto rinforzando la zona pelvica e gli organi
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adiacenti ed in secondo luogo orientando l’energia verso l’alto. Il cakra di riferimento di
queste pratiche è mūlādhāra cakra (mūla=base, adhāra=sostegno).Il perineo, cioè la zona tra
l’ano e i genitali , funge da sostegno alla parte inferiore del tronco: esso deve garantire solidità
e tonicità. Mantenere in tonicità questa fascia muscolare significa non soffrire di prolasso o di
incontinenza. Tale zona rappresenta un vero secondo diaframma, ed anch’essa si dilata e
contrae durante la respirazione. Essendo perciò legato all’atto respiratorio esso è soggetto
anche alle variazioni neurovegetative legate a tensioni emotive (collera paura e frustrazione
portano a vasocostrizione, gioia e allegria a vasodilatazione). Ecco alcune pratiche molto utili
a dominare questa zona:
• Bandha
: mūla bandha
• Mudrā : aśvinī mudrā, vajrolī mudrā, viparītakaraŠī, mahā mudrā, mahā bheda mudrā
• āsana :
o tutte le āsana capovolte in quanto favoriscono una naturale risalita degli sfinteri
anali
o mūlabandhāsana e tutte le posizioni in cui si preme sul perineo
o brahmacharyāsana
Queste sono tecniche che possono aiutare nel Brahmacharya solo se sostenute da una chiara
volontà !
Brahmacharya: la mia piccola esperienza
Certo non mi posso definire un rinunciante, mi sento ancora molto soggiogato al piacere dei
sensi, e la castità genererebbe in me più frustrazione e repressione che altro, visto che non
sarei in grado di gestire la mia energia. Ma qualche passo in là l’ho fatto.
Nei rapporti sessuali ho profondamente imparato una cosa: essi possono essere vissuti in
maniera egoistica, solo come sfoghi fisici, come uno scarico di tensioni. Oppure possono
diventare un’occasione per fondersi con l’altra persona, con il desiderio di donarsi totalmente
all’altro, con l’attenzione interamente rivolta verso l’altro. Vivendo con consapevolezza il
significato di ogni attimo ho compreso , per esempio, che spogliarsi è un gesto con il quale ho
imparato a mostrarmi per come sono e ad accettare la mia compagna per quella che è. Allora
l’incontro non è solo più fisico, ma è un incontro di sguardi , di respiri, una comunione
sincera di corpi il cui scopo è quello di unire le proprie anime senza riserve. E quando questo
avviene un’ondata di gioia erompe dal cuore, lasciando sgorgare sorrisi e lacrime. Si ha per un
po’ la sensazione di poter amare tutto e tutti, una gioia luminosa che non puoi esprimere
“solo” con un “Ti amo”. Sarebbe più giusto un “Io amo”, o forse “Ora sono l’Amore”. Questo
stato d’animo mi ha profondamente cambiato, donandomi serenità ed equilibrio, e facendomi
scorgere quella capacità di amare e di lasciarmi vivere che pensavo fossero sopite o inesistenti
in me. Per questo ritengo che al mio livello Brahmacharya sia l’utilizzare l’energia sessuale
non per un piacere egoistico, ma a fini evolutivi, imparando a scorgere nell’unione amorosa
con il partner l’amore vero e incondizionato verso il mondo e verso Dio. Il giorno in cui
questo stato d’animo diverrà più usuale per me, forse non avrò più bisogno dell’atto sessuale
e la castità arriverà in modo naturale, come un regalo divino e non come un sacrificio. Ma per
ora questa è la mia situazione, che accetto.
Stefano Toso
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Aparigraha – la non-possessività
Y.S. 2,39: «Quando la non possessività viene rinsaldata, sorge la
conoscenza del “come” e del “perché” dell’esistenza»
A leggerlo così questo sūtra può risultare veramente enigmatico. Perché tramite la nonpossessività si dovrebbe arrivare al “come” e al “perché” dell’esistenza? In realtà il termine
usato è janma- kathamtā che indica qualcosa come “conoscenza delle nostre precedenti
esistenze”. Qui occorre fare riferimento al dualismo essenza /personalità, o se preferite,
Purusa/Prakrti, ed al concetto di reincarnazione. La personalità è per sua natura transitoria,
nasce e termina ad ogni nuova esistenza, come il corpo fisico, e non può perciò conservare
memoria delle esistenze precedenti. L’essenza è invece eterna e possiede una registrazione
permanente delle impressioni vissute attraverso le varie esistenze. Lo yogi nel perfezionare
aparigraha allenta i legami della personalità, identificando se stesso non negli oggetti o nelle
esperienze quotidiane che questa le riserva, ma nella natura stessa della propria essenza.
Riconoscendosi in essa egli fa trasparire ai livelli più grossolani, cioè alla personalità, le
impressioni presenti nell’ essenza. Così la personalità finisce per divenire consapevole delle
esperienze vissute in vite precedenti, le cui impressioni erano “memorizzate” nell’essenza.
Ciò ci fa comprendere l’importanza di vivere consapevolmente, con presenza e quindi
con pienezza le esperienze anche più ordinarie, penetrando nei recessi più profondi di noi
stessi e della vita. Ciò che rende straordinaria un’esperienza non è altro che l’intensità con cui
la viviamo. Possiamo passare attraverso diverse esperienze, ma se le viviamo con superficialità
non ne trarremo beneficio.
Cosa significa in pratica Aparigraha ? Esso in realtà non è tanto il rinunciare a
possedere qualcosa, in quanto per poter vivere abbiamo bisogno almeno di alcune cose
(anche chi conduce una vita monastica possiede almeno una veste ed una ciotola per le
elemosine!). E’ piuttosto il rinunciare al legarsi a ciò che si possiede. Possediamo oggetti, ma
anche idee, ruoli, e persino crediamo di possedere persone ! Le esperienze che ne traiamo ci
generano sensazioni di piacere e questo ci induce a voler mantenere ciò che possediamo, alla
paura di perderlo ed al desiderio di possederne in maggior quantità. Ecco alcuni dei nostri
legami che potremmo imparare ad allentare:
• il corpo: è bene curarlo imparando però ad accettare le malattie, la sua naturale
decadenza e la morte. Nella nostra società mi pare invece che si tenda a non
voler accettare tutto ciò: viviamo come se fossimo immortali, ci spalmiamo
creme anti-rughe e pretendiamo a cinquanta anni di avere il fisico di un
ventenne! La Gītā dice
«Dell’uomo che è nato certa è in verità la morte; e certa è la rinascita per
quello che è morto. Di conseguenza, da ciò che è inevitabile non devi tu
trarre motivo di angoscia»
B. Gītā 2,27
•
•
Stefano Toso
Il denaro: è il mezzo con cui possiamo avere oggetti, e sembra non bastare mai:
in realtà lo utilizziamo spesso in malo modo: si pensi a quanti si sono rovinati al
casinò, a quante volte si è usciti da un supermercato con il doppio di ciò che si
pensava di acquistare, spesso con oggetti che una volta a casa non abbiamo mai
usato. Eppure qualcuno ha detto “Tutto ciò che non va donato è perduto”
Il cibo: quante volte abbiamo “gli occhi più grandi della pancia” e le nostre
dispense piene, con la conseguenza ulteriore che tutto ciò che abbiamo in
eccesso o finisce nella nostra pancia o nella spazzatura (a discapito di quanti
non possono permettersi un tozzo di pane) !
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•
•
gli oggetti: si pensi ai vestiti “di marca”, alla paura che ci righino la macchina,
ecc..
i propri ruoli: nel lavoro, nella famiglia (molte volte ci si presenta con la
qualifica (professore, avvocato, ecc..) o dicendo “sono un padre si famiglia”,
ecc.. persino sulle lapidi)
Questi ed altri legami esercitano una forza attrattiva in quanto noi, preda del kleśa ASMITĀ,
identifichiamo la nostra felicità con il piacere di avere. La seguente novella mostra a mio
avviso molto chiaramente tale forza:
“Le sette giare d’oro”
“Un barbiere stava passando sotto un albero infestato dagli spiriti quando udì una
voce dire: « Ti piacerebbe avere le sette giare d’oro? ». Si guardò intorno e non vide
nessuno. Ma la sua avidità era stata solleticata, così rispose ansiosamente: «Si,
certo» . «Allora va’ subito a casa», disse la voce. «Le troverai là».
Il barbiere fece tutta la strada di corsa. Infatti c’erano le sette giare tutte piene
d’oro, tranne una che era piena solo a metà. Il barbiere non poteva tollerare il
pensiero di avere una giara piena a metà. Si sentiva violentemente spinto a
riempirla, altrimenti non avrebbe potuto essere felice.
Fece fondere tutti i gioielli della famiglia in monete d’oro e le versò nella giara
mezza piena.
Ma la giara rimase piena a metà proprio come era prima. Era esasperante!
Cominciò a risparmiare e a far economia e a fare la fame lui e la sua famiglia.
Invano.
Per quanto oro mettesse nella giara, quella rimaneva piena a metà.
Così un giorno pregò il re di aumentargli lo stipendio. Lo stipendio gli fu
raddoppiato. E riprese la lotta per riempire la giara. Iniziò persino a mendicare.
La giara divorava ogni moneta d’oro che veniva gettata in essa e rimaneva
cocciutamente piena a metà.
Il re notò l’aspetto miserevole ed affamato del barbiere. «Che c’è che non va? » ,gli
chiese. «Eri così felice e contento quando il tuo stipendio era più basso. Ora ti è
stato raddoppiato e tu sei lacero e avvilito. Non sarà che hai con te le sette giare
d’oro ? » .
Il barbiere rimase sbalordito: «Chi ve l’ha detto maestà?», domandò.
Il re rise. «Ma questi sono ovviamente i sintomi della persona a cui lo spirito offre
le sette giare. Una volta le ha offerte a me. Io chiesi se il denaro si poteva spendere
o se doveva solo essere accumulato. Egli svanì senza una parola. Quel denaro non
si può spendere. Porta solo con sé l’obbligo di accumulare. Và e restituiscilo
immediatamente allo spirito e sarai felice »”.
(citazione da “Il canto degli uccelli” di Anthony de Mello, Ed Paoline)
Mi chiedo se il barbiere ha restituito le sette giare, o se magari durante il tragitto lo spirito lo
avesse tentato insinuando nella sua mente qualche dubbio sulla sincerità del re..
A volte, quando si prova tale attrazione, basterebbe riflettere sul vero motivo che ci porta a
desiderare quell’oggetto, e si verrebbe a prendere atto di alcuni aspetti di sé forse spiacevoli
ma che devono essere portati in evidenza (Es: si potrebbe dire “desidero il vestito di marca
perché mi fa sentire forte con gli altri, non mi fa sentire la paura di essere giudicato, ecc..”) per
essere gradualmente distrutti dalla coscienza che invece sa che la vera felicità non è in ciò che
si ha ma in ciò che si è.
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Essere distaccati non significa diventare apatici e pigri. E’ piuttosto un atteggiamento di
equanimità. Un apatico si rifugia dalla vita ed evita ogni esperienza, mentre qui è richiesta una
intensa e vigilante consapevolezza durante ogni atto ed una lieta rinuncia ai frutti della azione,
che vanno offerti.
Occorre imparare a mollare la presa, ad affidarci con fiducia alla Provvidenza, come esortano
le parole che seguono
«Perciò vi dico: - Non preoccupatevi troppo del cibo che vi
serve per vivere o del vestito che vi serve per coprirvi. La vita
infatti è più importante del cibo e il corpo è più importante
del vestito. Osservate i corvi: non seminano e non raccolgono,
non hanno né dispensa, né granaio, eppure Dio li nutre.
Ebbene, voi valete molto più degli uccelli! E chi di voi con
tutte le sue preoccupazioni può vivere un giorno in più di
quello che è stabilito? Se dunque voi non potete fare neppure
così poco, perché vi preoccupate per il resto? Osservate come
crescono i fiori dei campi: non lavorano e non si fanno
vestiti, eppure vi assicuro che nemmeno il re Salomone, con
tutta la sua ricchezza, ha mai avuto un vestito così bello. Se
dunque Dio rende così belli i fiori dei campi, che oggi ci sono
e il giorno dopo vengono bruciati, a maggior ragione
procurerà un vestito a voi, gente di poca fede! Perciò, non
state sempre in ansia nel cercare che cosa mangerete o che
cosa berrete: sono gli altri, quelli che non conoscono Dio, a
cercare sempre tutte queste cose. Voi invece avete un Padre
che sa bene tutto quello di cui avete bisogno. Cercate
piuttosto il regno di Dio, e tutto il resto Dio ve lo darà in più »
Luca 12,22-31
Una ulteriore esortazione ad allentare i legami con la personalità, e ad identificarci con
l’essenza è la seguente:
«Non accumulate ricchezze in questo mondo. Qui i tarli e la
ruggine distruggono ogni cosa e i ladri vengono e portano via.
Accumulate piuttosto le vostre ricchezze in cielo. Là i tarli e la
ruggine non le distruggono e i ladri non vanno a rubare.
Perché dove sono le tue ricchezze, là c’è anche il tuo cuore »
Matteo 6,19-21
Aparigraha durante le sedute
Non ho la pretesa qui né di essere completo (ho ancora molte cose da imparare!), né di
sentirmi al di sopra di chi ricade in questi errori. Voglio solo esporre alcune personali
osservazioni. Mi sono chiesto: in che modo questo precetto viene disatteso durante una
pratica di Yoga ? Ecco, io credo che si disattenda Aparigraha quando:
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•
•
Si tende ad “accumulare pratiche” riempiendo la propria seduta di āsana, ma senza
viverne in realtà nessuna
Si accumulano conoscenze teoriche senza accompagnarle con esperienze pratiche, per
puro diletto pseudo-intellettuale
Ritengo che per vivere Aparigraha si potrebbe:
• Dare importanza al respiro, in particolare all’espiro, momento legato all’abbandono
• Praticare senza l’ambizione di voler arrivare a pose “da rivista”, con l’idea di “avercela
fatta” e quindi di “andare oltre” ! Si potrebbero in realtà apprendere poche semplici
āsana basilari ed usare un atteggiamento di curiosità ed attenzione, scoprendo ogni
volta nuove sensazioni.
• Se si guida una meditazione o si pratica da soli, chiedersi più volte “Chi/Cosa tiene le
chiavi della mia felicità ?”. Ascoltare la risposta del proprio cuore, dopodichè nelle
respirazioni successive focalizzarsi durante l’inspiro sull’essere presenti (qui e ora) e
durante l’espiro decidere di abbandonare tale legame dicendo “espiro, lo lascio
andare”
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Niyama – Le osservanze - Il rapporto con se stessi
Se il Sūtra 2,31 elenca gli Yama chiamandoli nel loro insieme “Il grande voto”, ecco che il
Sūtra 2,32 elenca gli Niyama:
Śauca
:
la purezza
Essere in armonia con se stessi
Samtosa
:
l’appagamento
la contentezza
la gioia priva di oggetto
Tapas
:
l’austerità
L’intensità della motivazione
Lo sforzo cosciente su di sé
L’ardore (fuoco di brace)
Svādhyāya
:
Studio dei testi sacri
Studio di se stessi
Ritornare alla propria vera natura
Ÿśvara PraŠidh
Pra idhāna
idh na
:
abbandono (alla propria coscienza)
coscienza)
Deporre ai piedi del Signore
Lasciare l’ego
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Sebbene Yama e Niyama abbiano la finalità comune di mutare il carattere del praticante, essi
differiscono sotto molti aspetti: i primi sono rivolti al rapporto con il mondo esterno ,
rappresentano essenzialmente i divieti (non-violenza, non-rubare, non-accumulare, ecc..), ed
indicano come reagire agli eventi della vita. Sono attitudini da applicare quando se ne
presenta l’occasione: ciò significa che possono rimanere inoperanti se le condizioni esterne
per la loro applicazione non si presentano.
Diversamente da questi, gli Niyama sono pratiche da eseguire regolarmente,
indipendentemente dalle circostanze esterne, ed indicano l’attitudine interiore del sādhaka.
Esse indicano attitudini, azioni (e non reazioni) da compiere, e non sono condizionati da
eventi esterni. Sono iniziative da prendere verso se stessi al fine della propria evoluzione
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Śauca – La purezza
Śauca indica ‘purezza’. Ma cos’è la purezza? Se fossi un saggio illuminato direi subito
come san Paolo: “Omnia munda mundi” cioè “Tutto è puro per i puri” . Agli occhi di una
persona pura di cuore tutto il mondo è manifestazione divina (o Prakrti, secondo il Sāmkhya) ,
non esiste qualcosa che può essere realmente definito impuro. Perciò il termine “purezza”
deve essere posto in relazione con l’obiettivo che si vuole raggiungere: un capello in un
ingranaggio è considerato una impurità, ma mai ci sogneremmo di considerarlo tale quando è
sulla nostra testa ! Se il nostro obiettivo yogico è l’evoluzione, da un piano meramente
istintuale ad uno spirituale fino alla moksa (liberazione dal ciclo delle rinascite) allora vanno
purificati tutti i mezzi con cui intraprendere questo lungo viaggio. Vanno cioè eliminati dai
“veicoli” tutti gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento della meta . Ciò che va
purificato sono pertanto il corpo, la mente, le emozioni, i pensieri ed anche le facoltà spirituali.
Il tutto per permetterci di guardare attraverso tali “veicoli”, alla scoperta del conducente di
tutti questi mezzi, cioè il Sé, la nostra vera natura (secondo Stefano Piano il Sé è : “il nucleo
essenziale di ogni essere vivente e, in particolare, di ogni persona umana, la sua vera natura
identica a quella dell’Essere supremo o della suprema Realtà” (Enciclopedia dello Yoga)).
Śauca indica pertanto la necessità di depurare e mantenere puri nel tempo i mezzi che questa
vita ci offre, ad iniziare dal più grossolano: il corpo. Il Sūtra 2,40 indica specificatamente:
Y.S. 2,40: «Dalla
purezza fisica (sorge) il disgusto per il proprio corpo e la riluttanza a
stare in contatto fisico con gli altri»
Questo sūtra mi ha sorpreso non poco: se è indubbio che Patañjali sia un illuminato, ed
un puro, come può parlare di ‘disgusto’ e ‘riluttanza’ ? Mi affido perciò al commento di Taimni:
“La bellezza fisica ha proverbialmente lo spessore della pelle, e dietro quella pelle null’altro vi
è se non una massa di carne, ossa ed ogni specie di secrezioni e di prodotti di rifiuto che
risvegliano disgusto nella nostra mente quando fuoriescono dal corpo...Con la purificazione
ordinaria del corpo fisico ci rendiamo più sensibili e cominciamo a vedere le cose nella loro
vera luce. La pulizia è in gran parte una questione di sensibilità. . . Così questo sentimento di
disgusto nei riguardi del proprio corpo, che si sviluppa quando esso viene purificato, non
significa nulla più che l’essere divenuti sensibili quanto basta a vedere le cose quali
realmente sono”. Lungi dal voler confutare le parole di Taimni (non sentendomi sicuramente
all’altezza di farlo), ma con l’intenzione di manifestare la mia (limitata) visione dell’argomento,
credo che più che di disgusto si dovrebbe parlare di una ‘presa di coscienza dei limiti del
mezzo (il corpo)’. In altre parole lo yogin, purificando il corpo, realizza che esso è
impermanente, destinato ad impurità , a malattie e a morte. Allora non identificherà certo se
stesso con il proprio corpo, nè desidererà il contatto con altri corpi, ritenendoli anch’essi
impuri. Questo non significa però che egli debba mortificare il proprio corpo (come
purtroppo è avvenuto in passato nella nostra tradizione religiosa), né che non debba provare
meraviglia e stupore per ciò che la scienza scopre ogni giorno sul corpo umano. Se così fosse,
se egli non portasse rispetto per questo mezzo di cui ha scoperto i limiti, materie come āsana
e prāŠāyāma non avrebbero senso e si tramuterebbero in una guerra contro il proprio fisico.
Il rapporto con il proprio corpo può a mio avviso essere efficacemente paragonato al
rapporto che un musicista ha con il proprio strumento: esso serve e va curato ed accordato
non per essere esposto in vetrina, ma affinché la musica affiori. Come nella poesia Zen che
segue:
Quando sarai vuoto come un flauto di bambù
il Creatore accostando le labbra
suonerà attraverso di te
una melodia meravigliosa
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Qui ‘vuoto’ è sinonimo di ‘puro’.
Come si ottiene la purezza del corpo? Penso che prima di ricercare chissà quali metodi
della tradizione orientale sarà meglio citare quelli che già conosciamo:
• Il lavaggio del corpo: Igea era la dea greca della salute e dell’equilibrio fisico.
E’ facile pensare che già a quei tempi si era intuito che la salute fisica poteva
nettamente migliorare se si seguivano alcune norme igieniche, la prima delle
quali era lavarsi. Ma non sempre questa idea ha prevalso: fino ad alcuni secoli fa
anche tra i nobili era usanza non lavarsi e coprire gli odori del corpo sporco con
profumi intensi. Fino a che si (ri)scoprì che molte malattie potevano essere
quasi debellate con l’utilizzo di semplici norme igieniche, quali quelle di lavare
il proprio corpo, gli attrezzi da cucina, la propria casa, ecc.. Oggi per molti di
noi queste abitudini sono assodate, tutti abbiamo un bagno nella nostra casa, e
forse non ricordiamo che questa è stata una conquista durata molti secoli.
Lavarsi fa bene, a patto che lo si faccia con cognizione: lavarsi troppo spesso
elimina quella parte della flora batterica presente sulla pelle che impedisce ai
microbi cattivi di penetrare. Inoltre occorre fare attenzione al detergente che si
usa: occorre evitare eccessiva tensioattività (schiumosità), profumi troppo acuti
o sostanze prodotte per sintesi chimica, che espongono al rischio di reazioni
allergiche,
• L’alimentazione: mi colpisce quanto siamo superficiali nel considerare il
nostro corpo: intraprendiamo diete pensando solo al peso, senza chiederci quali
sostanze dovremmo eliminare, stressiamo il nostro corpo con abbuffate, magari
in ristoranti esotici, dopodichè tentiamo disperatamente di ritornare in linea
facendolo correre per le strade cittadine come un pazzo. Una corretta
alimentazione penso che sia il maggior toccasana con cui disintossicarci.
Secondo la tradizione dello yoga, i cibi possono essere divisi in tre categorie:
o Tamasici
: cibi che apportano torpore fisico e spirituale, ignoranza,
attaccamento e mancanza di potere, e sono: cibi troppo cotti, alcol e
carne, i cibi amari, salati, aspri, dolorosi , dannosi o di difficile digestione:
sono i cibi dell’ignoranza
o Rajasici
: cibi molto conditi, speziati, forti, piccanti, bevande gassate,
caffè, the : essi apportano nervosismo, irritabilità, aggressività e
insoddisfazione: sono i cibi della passione
o Sattvici
: cibi che apportano felicità, buona salute, lunga vita e
piacevolezza dell’esistere. Sono nutrienti, teneri, gradevoli: frutta,
verdura, il latte e i suoi derivati: sono i cibi della virtù
E’ ovvio che i cibi da preferire sono quelli sattvici. Inoltre occorre considerare
l’importanza della masticazione: essa permette al cibo di essere pre-digerito
dalla bocca, che ne percepisce ogni gusto e tramite la saliva rende il cibo più
digeribile allo stomaco, che pertanto non viene stressato. Inoltre la masticazione
ci aiuta ad evitare altri errori tipici:
• ingerire cibi troppo caldi o troppo freddi
• mangiare in fretta
Un’ultima parola la spenderei esortando a controllare la qualità di ciò che
acquistiamo ed alle modalità di conservazione: purtroppo il mercato è
sommerso di cibi che sono tutt’altro che naturali: yogurt senza reali fermenti vivi,
frutta e verdura che hanno subito trattamenti con sostanze chimiche, cereali
geneticamente modificati (es. mais), ecc.. Purtroppo occorre fare molta
attenzione, andare alla ricerca della genuinità per quanto ci è possibile.
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Tra i metodi di purificazione più noti e potenti che lo Yoga mette a disposizione
sicuramente ci sono gli ±atKarman o ±atKriyā (letteralmente le ‘6 azioni purificatrici ’).
Essi sono:
1. Dhauti
: “pulizia” di svariate parti del corpo. Comprende.
a. Antar-Dhauti
: pulizia con aria (Vātasāra), acqua(Varisāra) , fuoco
(Agnisāra) e Bahiskrta (purificazione dello stomaco con aria)
b. Danta-Dhauti
: pulizia dei denti ed in generale dell’apparato di
masticazione, delle orecchie e dei seni frontali
c. Hrd-Dhauti
: pulizia del(la zona del) cuore. Comprende pulizia di:
i. esofago(DaЁa)
ii. stomaco tramite l’ingestione di acqua (Vamana)
iii. stomaco usando garze (Vastra)
d. Mūla - sodhana : lavaggio del retto: con ripetute abluzioni o tramite il dito
medio
2. Basti
: lavacro addominale con acqua o a secco
3. Neti
: pulizia delle vie nasali: può essere fatta con acqua salata (Jala
neti) o con un filo (Sūtra Neti)
4. Nauli (o laulikī) : scuotimento dello stomaco da una parte all’altra del corpo
5. Trātaka
: fissazione dello sguardo su un oggetto fino a che gli occhi
iniziano a lacrimare
6. Kapālabhāti (o Balabhati): lucentezza del cranio : è una tecnica respiratoria che
implica la risalita rapida e ripetuta del diaframma tramite un espiro attivo ed un
inspiro passivo, rilassato. Permette un maggior afflusso di sangue in particolare
nella zona cerebrale (da cui il nome) e addominale.
Queste tecniche lavorano su diverse parti interne del corpo, in particolare sul apparato
digerente. Esse inoltre hanno la peculiarità di decondizionare la parte involontaria del
sistema nervoso, che è quella collegata agli istinti di sopravvivenza, legata alla sfera
emotiva e psichica più arcaica, che quindi impariamo a conoscere e controllare.
Agendo direttamente all’interno del corpo molte di queste tecniche sono però assai
delicate ed occorre l’assistenza di una guida esperta che sia in grado di evitarci
spiacevoli incidenti.
La purificazione del corpo ci fornisce la base per eliminare le impurità della nostra
mente. Si dice infatti:
“Mens sana in corpore sano”
Le pratiche di purificazione mentale sono più ardue da affrontare: molti di noi,
sentendo parlare di pulizia mentale, pensano a qualche forma di ‘lavaggio del cervello ’ vista
in qualche film o letta chissà dove, in cui il paziente perde la sua personalità ed obbedisce
ciecamente agli ordini del ‘dottore’ Questo perché confondiamo la nostra identità con i
pensieri della nostra mente. Noi non siamo la nostra mente: essa è un organo che ci è stato
donato alla nascita, ed è pure soggetta a corruzione e impurità. Ma siamo talmente identificati
con quest’organo che riteniamo queste ‘incrostazioni mentali ’ come parte di noi, perché
da troppi anni ci conviviamo. In realtà esse non hanno nulla a che fare con noi: sono nate a
causa di esperienze più o meno traumatiche che in quel momento non siamo stati in grado di
Stefano Toso
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vivere e comprendere appieno. La nostra personalità non ha ‘digerito’ fino in fondo
l’esperienza e ne ha tratto inconsciamente delle deduzioni sbagliate. Molte delle nostre fobie
sono dovute ad esperienze traumatiche del passato vissute da noi (o a volte comunicateci da
altri e che ci hanno colpito) in maniera incompleta: così per esempio, aver assistito ad una
morte per annegamento durante l’infanzia ci può portare in età adulta ad avere paura
dell’acqua alta.
Io ritengo che il punto di partenza se si vuole fare una corretta pratica di pulizia
mentale è di comprendere fermamente che cambiare i nostri pensieri, le nostre fissazioni, si
può. Occorre certo un ardore continuo (Tapas) in tale pratica, ma i risultati si avranno, anche
se solitamente non sono immediati e tangibili come per la purificazione del corpo.
La pulizia avviene tramite un processo sistematico di rimozione di pensieri ed
emozioni di basso livello e la loro sostituzione con pensieri più elevati. Questo porta ad una
alterazione delle normali tendenze vibratorie della nostra mente. “Una mente pura prova
emozioni e pensieri puri e le riesce difficile intrattenersi su pensieri ed emozioni non
desiderabili” (Taimni). Per fare ciò occorre a mio avviso una dose di umiltà che ci permetta di
riconoscere bene quali sono i pensieri e le emozioni di cui è preda la nostra mente e di cui
vogliamo disfarci, E’ un processo di trasformazione, e non è pertanto un processo indolore.
Ma ne vale la pena.
Un altro grande aiuto può venirci dalla pratica dei MANTRA, parola il cui significato
letterale è “Strumento per pensare”. Essi infatti sono una tecnica per imparare a usare
correttamente la mente, liberandola da emozioni negative su cui troppo spesso non abbiamo
il potere. Essa utilizza il suono per catturare la mente e distoglierla dai suoi continui assilli,
riportandola in una condizione di pace ed equilibrio. Non un suono a caso (seppure anche la
musica ha in sé potenzialità liberatorie enormi), ma l’utilizzo di particolari sillabe capaci di
evocare in noi determinati stati di coscienza.
Un'altra valida pratica per la pulizia mentale è la tecnica di “Antar Mouna”, parola il cui
significato è “Silenzio Interiore” . La pratica si sviluppa inizialmente con lo stato di Pratyāhāra
(ritiro dei sensi) .Si osserva il flusso spontaneo di pensieri ed immagini che attraversa la nostra
mente. Lasciamo perciò libero l’inconscio di manifestarsi. In un secondo tempo richiamiamo
volontariamente alla mente un pensiero o una immagine che ci ha fortemente turbato: non la
giudichiamo, ma la osserviamo in modo neutrale. Essa verrà “digerita” dalla nostra coscienza
che, prendendone semplicemente atto, purificherà la mente liberando l’energia in essa
racchiusa sotto forma di dolore. Raggiunto un certo grado di purificazione, si notano se
esistono pensieri o immagini ricorrenti , li si osserva per un po’ di tempo e poi li si cancella
volontariamente. In ultima analisi rimangono pensieri residui che si provvederà a cancellare
con un ultimo atto di volontà.
Alla luce di quanto sopra veniamo al secondo sūtra dedicato a questo Niyama :
Y.S. 2,41: «Dalla
purezza mentale (nasce) la purezza del sattva, l’atteggiamento lieto ed
amorevole, la concentrazione, il controllo dei sensi e la capacità della visione del Sè»
La parola sattva riporta nuovamente al concetto dei guŠa (che preferisco non
approfondire qui per questioni di spazio). Come abbiamo fatto con il corpo, anche qui si
tratta di alimentare la nostra mente con l’elemento sattva, cioè con ciò che si avvicina
maggiormente alla purezza, abbandonando progressivamente pensieri tamasici e rajasici.
Potenziando sattva portiamo perciò la nostra mente in uno stato di calmo equilibrio. A mio
avviso la mente in questo stato è paragonabile ad un lago di montagna, le cui acque calme,
non più turbate da pensieri e desideri, ci permettono di osservare in profondità la nostra vera
natura. Prendere atto di questo, avere una chiara visione sia di chi siamo veramente – la
nostra vera essenza al di là di ogni definizione – e comprendere il funzionamento reale della
nostra mente – che a questo punto vediamo realmente e non più offuscata da false
Stefano Toso
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identificazioni – significa avere i mezzi migliori per orientare noi stessi, per far si che le nostre
scelte e la nostra vita non siano più dettare da false necessità o dalla cupidigia dei sensi, ma
che siano in reale armonia con noi stessi e con la realtà. In altre parole scoprire e correggere
le nostre “distorsioni mentali” porta la nostra personalità ad avvicinarsi sempre più alla nostra
essenza e a non vivere più situazioni di conflitto interiore. Questa raggiunta pace muta il
nostro atteggiamento che diventa sempre più lieto, disponibile, realmente amorevole e che
porta a sempre maggiore capacità di concentrazione, visto che gli ostacoli mentali sono stati
ripuliti. L’energia che veniva trattenuta dalle nostre ‘incrostazioni mentali ’, può venire ora
liberata per scopi evolutivi.
La mia piccola esperienza con Śauca : Shank Prakshalana
Dopo qualche anno di pratica, a seguito anche di alcuni lievi disturbi che
stagionalmente colpivano il mio intestino, decisi di tentare la pratica di Shank Prakshalana ,
che significa ‘lavaggio completo (prakshalana) della conchiglia (Shankha)’ (è detta anche
‘Varisāra Dhauti’ cioè ‘purificazione con acqua ’). Ne parlai con il mio istruttore, che si rese
disponibile ad assistermi e a darmi i consigli.
Lo scopo è essenzialmente quello di ripulire l’intestino(la conchiglia) ingerendo una
miscela dosata di acqua un po’ calda e sale (5 o 6 grammi per litro). Il sale serve ad evitare che
l’acqua venga assorbita dalle mucose per osmosi e riversata nel canale urinario.
L’intestino contiene la maggior parte delle impurità del corpo, sostanze che non sono
state né assimilate né espulse e che pertanto favoriscono lo sviluppo di batteri nocivi al corpo.
La tecnica: essenzialmente consiste nell’eseguire cicli in cui si ingerisce l’acqua,
dopodichè, eseguendo dinamicamente alcuni movimenti si facilita il passaggio di questa dallo
stomaco al duodeno, intestino,ecc.. fino all’espulsione dall’ano. Gli esercizi non sono
particolarmente complicati, anzi sono alla portata della maggioranza dei praticanti; ma vanno
conosciuti e praticati bene qualche giorno prima di intraprendere la tecnica. Personalmente
ho trovato utile anche imparare la tecnica di Vamana Dhauti che può essere utile in caso di
fallimento (non si sa mai). Occorre attenersi scrupolosamente alle indicazioni fornite nei
manuali: stiamo ripulendo il corpo dall’interno, è ciò è molto delicato. Il mio riferimento è
stato “Perfeziono lo Yoga” di Andrè Van Lysebeth, ma ho dato un’occhiata anche a “šsana
PrāŠa Mūla Bandha” di Satyānanda. Occorre iniziare a digiuno, preferibilmente al mattino, in
un giorno in cui si possa non prendere impegni, un giorno di riposo vero. I periodi annuali
più indicati sono all’inizio della stagione fredda e di quella calda (autunno e primavera).
L’ambiente deve essere confortevole, e non stressante. Durante la giornata non vanno
eseguite altre pratiche intense oltre a quelle previste (nessuna āsana eccetto śavāsana a fine
dell’esercizio, evitando di addormentarsi) . Per l’alimentazione ho seguito i consigli degli
autori citati precedentemente: a circa tre quarti d’ora dopo la fine dell’esercizio ho assunto il
riso bianco e lenticchie lessati e con burro: il riso fornisce carboidrati e ricrea il muco
intestinale, le lenticchie sono facilmente digeribili e danno proteine , il burro chiarificato per
rivestire le pareti intestinali.
Ad ogni ciclo bevevo uno o due bicchieri poi velocemente partendo sempre prima da
sinistra e poi da destra ho eseguito 8 volte in sequenza: tiryaka tadāsana, kati cakrāsana,
tiryaka bhuja‰gāsana, udarakarshanāsana. La prima volta che ho eseguito l’esercizio non mi
sono bastate le 6 volte e ho dovuto proseguire fino a circa 10 prima di avere effetti.
Non sono mai arrivato fino alla totale chiarezza dell’acqua. Ho preferito fermarmi
ritenendo opportuno non esagerare vista la mia poca esperienza.
Le difficoltà: per alcuni bere acqua calda salata è talmente disgustoso da rendere
impossibile la pratica. La maggiore difficoltà l’ho incontrata la seconda volta ,quando ho
tentato questa pratica da solo: avevo probabilmente usato acqua poco salata, la mia pratica è
fallita ed ho dovuto usare Vamana Dhauti (quella sì che mi è riuscita!) per liberarmi dell’acqua.
Stefano Toso
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Inoltre ho faticato a resistere alla tentazione di non bere dopo la pratica. Una ulteriore
difficoltà si è presentata nell’attenersi nei giorni successivi alla dieta prescritta: trattenersi dai
propri vizi alimentari non è stato facile.
Il premio è però notevole: la sensazione di pulizia, di far qualcosa di buono per il
corpo, una maggiore leggerezza sono i frutti della pratica, che porta soprattutto ad una salute
più stabile ed una presa di coscienza di quanto il nostro corpo ed in particolare l’apparato
digerente sia delicato ed importante. Ho capito che esso non può essere insultato in eterno
con cibi inadatti , in eccesso , mal preparati o poco masticati.
Stefano Toso
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Samtosa – l’appagamento
Y.S. 2,41: «La suprema felicità (deriva) dall’accontentarsi»
Questo mi porta alla mente il nostro famoso detto popolare “Chi si accontenta
gode”.
Va qui però precisato che il godimento di cui si parla non è di tipo materiale:
noi siamo spesso attratti da oggetti, persone che ci affascinano, ruoli che sogniamo di
interpretare, ecc.. Leghiamo la nostra felicità al soddisfacimento delle nostre ambizioni,
alla realizzazione dei nostri sogni, dal più piccolo (l’oggetto visto al negozio – magari
del tutto superfluo – che decidiamo di acquistare, e che poi finisce magari dimenticato
in qualche angolo della casa) al più grande (i desideri di fama, successo, della carriera,
ecc..). Si potrebbe obiettare « Non è lecito avere delle aspirazioni, delle aspettative?
».Penso che il punto non sia questo. Il fatto è che se la stima di noi stessi, il nostro amor
proprio dipendesse da un obbiettivo esterno saremmo in balia della sorte e potrebbe
andarci male. E ci sentiremmo dei falliti, ed invidieremmo chi è riuscito nell’impresa da
noi mancata. Oppure potrebbe andarci bene. Peccato però che la sensazione di
godimento materiale non è eterna, ed allora la nostra mente avrà creato un altro
desiderio, ancora più grande ed ambizioso. E prima o poi falliamo. Forse solo allora, in
un attimo di lucidità potremmo comprendere il nostro errore: AVIDYĀ. Abbiamo
preso per eterno, puro e buono ciò che non lo è, abbiamo ricercato la felicità
all’esterno di noi, quando era in noi. Era lì, ferma eterna e pulsante. Ma siamo talmente
abituati al movimento che fatichiamo a tollerare ciò che è immobile. La nostra mente,
come il nostro occhio, si trova più a suo agio con ciò che si muove, con le novità. Essa
pone tanta attenzione al gabbiano da non far caso al cielo sullo sfondo. Ecco perché
sono necessari Pratyāhāra, ecco perché si chiudono gli occhi durante le pratiche:
occorre invertire la tendenza, cercare la felicità all’interno di se stessi. Questo sūtra
dice che per essere felici occorre accontentarsi, rinunciare a legarsi a tutti i desideri che
la mente produce.
Si potrebbe però obiettare « Ma questo non ci porta forse ad una vita mesta e
misera? ». Rispondo citando ciò che rispose RamaŠa Maharshi a chi gli disse che aveva
intenzione di lasciare il lavoro per rimanere costantemente con il grande Maestro:
« ..non è necessario né dimetterti dal tuo impiego né fuggire da casa. La
rinuncia non implica un apparente spogliarsi degli abiti, dei legami familiari,
della casa, eccetera, ma la rinuncia ai desideri, agli effetti ed agli attaccamenti.
Non c’è bisogno di abbandonare il tuo impiego, ma soltanto di abbandonarti a
Dio, colui che porta i pesi di tutti. Chi rinuncia ai desideri, in effetti si fonde
nel mondo ed espande il suo amore all’intero universo... ..Quando giunge
questa espansione non sente di fuggire da casa, ma di cadere come un frutto
maturo cade da un albero. Fino ad allora sarebbe una follia lasciare la propria
casa ed il proprio impiego»
(“R.Maharshi ed il suo insegnamento: Sii ciò che sei” di David Godman, ed. “Il
punto d’incontro” )
Secondo me qualunque pratica conduce alla continua e costante esperienza del Sé , di
ciò che siamo nel profondo. Questa esperienza è fondamentale. Senza di essa si possono
vivere stati di assenza di desideri dove crederemmo di aver trovato una pace, ma è solo
un’illusoria tregua della mente. In realtà la nostra mente inconscia nasconde ulteriori desideri
a volte fortissimi, e la mente conscia, non percependoli con chiarezza ci fa vivere in uno stato
di scontentezza apparentemente immotivata. (« Hai tutto, non ti manca nulla, perchè quella
faccia triste? » Mi è capitato più volte di sentire questo tipo di discorsi). Penso che non sia un
Stefano Toso
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caso se questo Niyama segua a Śauca: siamo come un lago in fondo al quale vi è un tesoro
luccicante: il lavoro di purificazione ai vari livelli (fisico, mentale, emotivo e spirituale) ci
conduce alla chiarezza interiore e ci permette di vedere all’interno di noi stessi così come
l’aver calmato la superficie del lago dalle increspature (che in questo caso sono i nostri
turbamenti mentali causati dai kleśa) ci permette di vedere il fondale. Maggiore è la calma
delle acque e maggiore sarà il luccichio del tesoro che proverrà dal fondale. Il ricercatore che
avrà trovato questo tesoro sarà appagato, non sentirà più il bisogno di cercare in giro. E’
giunto a destinazione, è tornato a casa.
Pertanto dire che la suprema felicità deriva dall’accontentarsi non implica un
atteggiamento fatalista (come potrebbe suggerire una superficiale lettura). Anzi , l’aver
scoperto la vera fonte della felicità porta anche dei cambiamenti naturali nella vita. Il nostro
mutato atteggiamento non ci fa più avere paura di sbagliare, ma ci permette di osservare con
più serenità ed obbiettività ciò che abbiamo davanti. Ci è più chiaro ciò che viviamo e
possiamo intuire ciò a cui andremo incontro, così ci prepareremo meglio e prenderemo più
sagge decisioni. Non siamo più una ruota scentrata che faceva fatica a muoversi. Sono lontani
i tempi in cui la nostra vita sembrava legata al fato: ora siamo seduti al centro di noi stessi,
abbiamo le redini dei nostri sensi ben salde, e guidiamo la vita con più facilità verso la meta,
poiché siamo in pace. Questa sensazione di appagamento, di ‘gioia immotivabile ‘ fa si che
molti dei nostri atteggiamenti negativi scompaiano senza sforzo, come un frutto maturo cade
dall’albero. Come nel seguente racconto citato da Antony De Mello (“Il canto degli uccelli” Ed.
Paoline) intitolato
“Non cambiare”
Per anni sono stato un nevrotico.
Ero ansioso depresso ed egoista.
E tutti continuavano a dirmi di cambiare
E tutti continuavano a dirmi quanto fossi nevrotico
E io mi risentivo con loro, ed ero d’accordo con loro,
e volevo cambiare, ma non ci riuscivo, per quanto mi sforzassi
Ciò che mi faceva più male era che anche il mio migliore amico continuava a
dirmi
quanto fossi nevrotico
Anche lui continuava a insistere che cambiassi
E io ero d’accordo anche con lui,
e non riuscivo ad avercela con lui
E mi sentivo così impotente ed intrappolato
Poi, un giorno, mi disse:
« Non cambiare. Rimani come sei. Non importa se cambi o no .
Io ti amo così come sei; non posso fare a meno di amarti»
Quelle parole suonarono come una musica per le mie orecchie.
« Non cambiare. Non cambiare. Non cambiare! Ti amo»
E mi rilassai
E mi sentii vivo.
E . . . .oh meraviglia delle meraviglie...cambiai !
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Cosa si può fare per andare verso Samtosa ? Da dove partire ? Vorrei tentare di dare una
risposta:
•
•
•
Accettare i propri limiti e le proprie debolezze. Con questo intendo dire:
o Osservare se stessi senza darsi voti né giudizi, senza fare confronti con altri
o Ammettere i propri difetti, le proprie debolezze senza tentare di giustificarsi
o Farsi carico delle conseguenze dei propri difetti, accettando il tutto senza
sconti
Lavorare su di sé con costanza e coscienza. Non sarà un miracolo a portarci verso la
pace interiore, ma un cammino lungo e consapevole.
Seguire una pratica: in particolare la meditazione che, come dice Patañjali in 2,11:
«Le loro (dei kleśa) modificazioni attive possono venir soppresse dalla
meditazione»
•
Cambiare si può ! Occorre aver voglia e coraggio di cambiare. Ciò sembrerebbe
cozzare con quanto detto sopra (« Se è appagamento allora dovrei essere contento
di quello che sono. Quindi perché cambiare? ») . Samtosa è l’appagamento che
nasce dalla coscienza del “Chi sono io”. E’ una esperienza continua .Quando non
c’è ancora questa esperienza si rischia di confondere Samtosa con un appagamento
“di comodo” dettato più dall’inerzia e dalla paura a conoscere se stessi. Samtosa
non conduce mai a sentirsi sazi della “coscienza di Sé” ma ci affranca dalla
dipendenza dal piacere dei sensi . Nel racconto citato sopra il cambiamento è
avvenuto da sé quando la lotta ha lasciato il posto all’accettazione dei propri limiti
(“E mi rilassai”) e questa ha condotto all’esperienza profonda (“E mi sentii vivo”).
Trovando pace in se stessi il difetto scompare da sé .
Samtosa durante le sedute
Non ho la pretesa qui né di essere completo (ho ancora molte cose da imparare!), né di
sentirmi al di sopra di chi ricade in questi errori. Voglio solo esporre alcune personali
osservazioni. Mi sono chiesto: in che modo questo precetto viene disatteso durante una
pratica di Yoga ? Ecco, io credo che si non si viva Samtosa quando:
•
Si tende ad “accumulare pratiche” riempiendo la propria seduta di āsana, ma senza
viverne in realtà nessuna
•
Si cerchi la competizione con i propri compagni di corso, o per “emergere” dal gruppo
•
Si pretendano che la pratica faccia miracoli, senza un reale impegno: è il caso di chi
frequenta saltuariamente le lezioni e con scarso impegno, e pretenda però a fine anno di
ottenere gli stessi risultati di chi è stato diligente, non accettando l’equazione
o “scarso impegno” = “scarso risultato”
•
Si viva con risentimento i limiti del proprio corpo, tentando di praticare āsana inadatte
(è il caso di allievi con forti problemi fisici che tentano āsana particolarmente difficoltose
fisicamente )
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
•
•
•
Si pretenda che l’istruttore conduca le pratiche che tanto ci piacciono, senza “accettare
quel che passa il convento”
Si vivano le pratiche in uno stato di insoddisfazione (“Dovrei impegnarmi di più”,
“Potrebbe essere meglio”, “L’altra volta l’avevo vissuta bene”, ecc..)
Si viva ogni pratica focalizzandosi sulle proprie sofferenze in modo lamentoso.
Credo che Samtosa si manifesti quando:
•
•
•
Si accetti qualunque forma di pratica, senza preferenze
Si viva ogni pratica con un atteggiamento di contentezza (perfetta letizia), magari con un
leggero sorriso , come molte volte viene ricordato agli allievi
Si riesce con facilità a vivere una pratica con calma ed immobilità, accettando gli eventuali
fastidi, ma senza che essi creino turbamenti
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Iniziare il percorso graduale dello Yoga con il piede
giusto!
La parola “Sādhana”, usata da Patañjali per definire il secondo capitolo degli Yoga Sūtra
(Sādhana Pada), definisce un percorso graduale che conduce inesorabilmente alla meta dello
Yoga. E’ però un percorso che si adatta di più al nostro stile di vita odierno, attivo, ed alle
nostre menti alquanto volubili. Presenta lo Yoga dell’azione, o Kriyā Yoga, fermo restando
che qui il concetto di “azione” non è solo quello di un puro gesto: anche il pensiero, lo studio
di sé e dei testi della tradizione fanno parte di questo capitolo, che tratta il “karma-mārga”, in
antitesi (ma non in contrapposizione) con il jñāna-mārga, ovvero lo yoga della ‘conoscenza’.
Ciò che mi ha colpito è che il “Sādhana Pada” inizia così:
Y.S. 2,1: «L’ascesi (Tapas), lo studio di sé (Svādhyāya) e l’abbandono al
Signore (Ÿśvara PraŠidhāna) costituiscono il Kriyā Yoga(lo yoga
preliminare)»
Perché definire tutto il Kriyā Yoga con gli ultimi 3 Niyama, cioè con una parte di una parte del
Kriyā Yoga stesso ? L‘ho scoperto osservando me stesso ed i miei compagni nei primi anni di
pratica. Le difficoltà che osservavo in ognuno di noi erano grosso modo le seguenti:
1. Incostanza, mancanza di una volontà continua nel tempo: molti iniziano con
entusiasmo e fervore, sembrano voler bruciare le tappe...e poi spariscono! Tutto
inspiegabilmente sembra non interessarli più. Pensavano di raggiungere la meta dello
Yoga in un anno, e quando si trovano a capire che probabilmente neanche una vita
può loro bastare, se ne vanno delusi in cerca di altro.
2. Idee poco chiare, mente confusa, dubbi: lo Yoga appare loro una pratica di salute
fisica o una disciplina esoterica ed anche un po’ chic (l’icona classica del santone
indiano pieno di incensi..e di sé). Ancora poco o nulla sanno dell’impostazione
filosofica e delle profonde conoscenze che, in vari aspetti della vita gli Yogi hanno
scoperto.
3. Incapacità ad abbandonarsi, diffidenza, mancanza di apertura all’esperienza: credo che
lasciarsi andare, essere disposti al rischio che una pratica risvegli emozioni negative
che abbiamo tentato in tutti i modi di reprimere, non sia cosa da tutti. Più volte, di
fronte a qualche crisi, la tentazione a mollare tutto è forte.
Trovo perciò molto onesto che Patañjali avvisi il neofita di coltivare da subito quelle attitudini
che possono contrastare le tendenze negative di cui sopra. Ed esse corrispondono
rispettivamente a:
1. Tapas
2. Svādhyāya
3. Ÿśvara PraŠidhāna
: ascesi, austerità, volontà costante
: studio dei testi sacri ma anche studio di Sé
: abbandono al Signore (Ÿśvara nella tradizione indiana)
Per Patañjali questi sono la base per una autodisciplina che permetta di iniziare a vivere i vari
aspetti dello Yoga, tra cui anche questi Niyama stessi, che vengono spiegati con più
profondità più in là nel percorso (YS 2,43-44-45) .
La loro correlazione è altrettanto interessante: il praticante deve sentire in sé l’ardore, il
desiderio costante evolutivo, una spinta interiore . Questo ‘calore’ (Tapas) necessità però di
essere direzionato verso scopi evolutivi, per evitare che venga disperso in mille rivoli. Per
questo egli, utilizzando le tecniche ed ascoltando le sagge parole dei testi sacri, deve
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
intraprendere lo studio di sé, la scoperta della sua vera identità (Svādhyāya). Solo quando sarà
consapevole di sé e dei limiti della propria individualità egli potrà donarsi totalmente al
Signore (Ÿśvara PraŠidhāna), e rinascere. Non prima.
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Tapas – Il ‘fuoco di brace’
Y.S. 2,43: «All’ascesi (Tapas) segue la rimozione delle impurità e la
perfezione dei sensi e del corpo»
Tapas viene tradotto con termini diversi, che a volte appaiono distanti tra loro: ascesi,
austerità, volontà, ecc..In realtà, l’origine della parola Tapas è ‘calore’. L’immagine è quella del
calore che serve a forgiare i minerali grezzi quali l’oro, a depurarli, per estrarne oro puro.
Questa immagine ci aiuta a chiarire i diversi aspetti di Tapas: il ‘minerale grezzo’ su cui
dobbiamo lavorare siamo noi stessi, o meglio, il nostro corpo ed i nostri sensi. Il ‘fuoco’ di
trasformazione è quella stessa energia vitale che ci ha portato ad intraprendere il cammino
dello yoga e che va alimentata con la pratica. Massimo Vinti l’ha felicemente definita un
“fuoco di brace” «..è un calore interiore esercitato in modo moderato ma continuo, simile a
quello prodotto dalla chioccia per schiudere le uova: un calore che nasce da uno sforzo
costante, fondato su una determinazione incrollabile ma priva di grandi slanci che
tenderebbero ad esaurirsi in breve tempo.Non serve calore eccessivo, ma non sono ammesse
cadute di tono.Tapas è l’energia, l’entusiasmo, la determinazione, la pazienza, la costanza,
la tenacia con cui si persegue l’obiettivo; è calma e forza allo stesso tempo, è libertà e
indipendenza dalle vicissitudini esterne, è volontà inflessibile e maturità d’intenti» (rivista
Yoga FIY N 46). Senza questo ‘fuoco’ nessuna evoluzione può avere inizio.
Lo scopo indicato dal sūtra è chiaro: purificare e perfezionare il corpo e gli organi di
senso. Perché ? Perché siamo sempre totalmente identificati con essi: in altre parole siamo
molto abituati a soddisfare ogni minimo capriccio del nostro corpo o della nostra mente: molti
di noi non saltano mai un pranzo che ‘devono’ terminare con un caffè. E poi c’è
l’appuntamento fisso con il telegiornale, la radio, ecc.. Nessuna rinuncia ! Siamo in perenne
ricerca del comfort, e parole come sacrificio o rinuncia ci paiono ormai fuori moda, retaggio
di un oscuro passato. Fortunatamente a volte il destino ci pone degli ostacoli per superare i
quali occorre far ricorso alla nostra costanza e volontà:penso agli sportivi che si sottopongono
ad allenamenti continui in vista di gare importanti, o a studenti in vista di esami (anche di
yoga!). Ho imparato che questa forza di volontà segue la stessa regola della forza fisica: essa
va crescendo se viene esercitata. E’ un ‘muscolo interiore ’ . Nello Yoga tale muscolo deve
essere esercitato al fine di perfezionare i sensi ed il corpo. Qui ‘perfezionare’ significa
permettere al praticante di distinguere la coscienza individuale dal suo veicolo , cioè il corpo
ed i sensi. Tale purificazione anche in vista del Niyama successivo, Svādhyāya, lo studio di Sé.
L’allievo deve perciò sottoporsi a continue prove che fortifichino Tapas: in talune ,ad
esempio, potrebbe venir rinchiuso bendato in un labirinto avendo con sé una sola brocca di
acqua, con il rischio di morire di fame o di sete. Oppure sdraiarsi tra quattro fuochi accesi a
mezzogiorno. In ogni caso la scelta di tali esercizi deve essere formulata ricordando che:
• Gli esercizi devono essere di difficoltà graduale: i più semplici al fine di risvegliare la forza
di volontà, i successivi allo scopo di disidentificarsi dal corpo fisico
• Non devono puntare alla debilitazione parziale o totale (morte) dell’individuo e del suo
corpo fisico. Ricordiamoci sempre di usare Ahimsā verso noi stessi , Tapas non è
sadomasochismo!
• Devono asservire ad uno scopo evolutivo. In India a volte si formulano i voti più
straordinari, quali quello di mantenere un braccio alzato per un certo numero di mesi o di
anni anche se diventa secco. Essi vengono definiti dalle scuole di yoga più serie ‘asurici’,
cioè demoniaci.
Il principiante potrà partire osservando i tre Tapas principali, per proseguire nel suo cammino
di purificazione e giungere all’esperienza del Sé. Essi sono:
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
•
•
•
Tapas Fisico
: Venerazione degli dei, dei maestri e dei saggi, purezza, rettitudine,
continenza, astensione dalla violenza
Tapas Verbale : discorsi che non causino turbamento, sinceri, piacevoli e benefici. La
pratica della recitazione sacra, ad esempio.
Tapas Mentale . serenità di spirito, silenzio, autocontrollo, purezza d’animo
Il praticante sperimenterà progressivamente Tapas attraverso 3 stadi principali:
1. Dominio dei sensi
: il sādhaka non percepirà più gli oggetti dei sensi
come qualcosa di desiderabile, e ciò lo porterà con più facilità ad entrare in se
stesso
2. Dominio del corpo
: portando Tapas nella pratica (di āsana, ad esempio) il
praticante supera i condizionamenti sensoriali: freddo-caldo, piacere-dolore,
pesantezza-leggerezza, contrazione-rilassamento. Egli sviluppa uno stato di
osservazione distaccata ed oggettiva, che lo porta ad andare oltre ad ogni dualismo
(YS 2,48 «Da ciò, la mancanza di attacchi da parte delle coppie di opposti» )
3. Dominio della mente : meditando sugli opposti si padroneggiano emozioni quali
collera, gelosia, ansia, dolore, ecc.. trasformando l’energia che esse racchiudono in
energia positiva
Tapas durante le sedute
Non ho la pretesa qui né di essere completo (ho ancora molte cose da imparare!), né di
sentirmi al di sopra di chi ricade in questi errori. Voglio solo esporre alcune personali
osservazioni. Mi sono posto varie domande a cui ho tentato di dare possibili risposte.
1. Quali sono i segnali che indicano la assenza di Tapas ?
a. Frequentazione sporadica dei corsi (es.:partecipando a sedute effettuate
durante gli ultimi Mondiali di calcio ho potuto verificare il calo di affluenze)
b. Mancanza di entusiasmo per la pratica, eseguita con atteggiamento passivo
c. Posture fiacche, (es: seduti con schiena curva), nonostante la giornata non
sia stata particolarmente faticosa
d. Tendenza all’assopimento (salvo stanchezza dovuta alla giornata)
e. Nessuna propensione ad imparare cose nuove (anche da parte degli
insegnanti, che così rischiano di insegnare sempre le stesse cose)
f. Nessuna propensione a sperimentare pratiche che possano in qualche modo
‘destabilizzare’ la nostra routine quotidiana, che possano mettere in crisi i
nostri ‘schemi mentali ’
2. Quali sono i segnali che invece denotano la presenza di Tapas?
a. Frequentazione continua e costante dei corsi, nonostante gli ostacoli
interiori ed esteriori che incontriamo quotidianamente
b. Capacità a sopportare i piccoli dolori fisici che possono sorgere durante il
mantenimento di una āsana. Chi insegna deve eventualmente comprendere
e correggere l’allievo che, per eccesso di ardore, sta forzando la postura
c. Disponibilità ad affrontare le crisi: anche qui occorre che la guida sia in
grado di riconoscere e correggere l’allievo che non è ancora pronto.
In ogni caso ritengo che sia essenziale che l’allievo impari a conoscere i propri limiti fisiciemotivi-mentali, e che sperimenti questi limiti, integrandone le esperienze. Questo percorso
porta a spostare sempre più in là tali limiti. Ciò non deve però portarci ad una forma di
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autocompiaciuto esibizionismo, ma ad una sempre maggior presa di coscienza di noi stessi,
del nostro valore e delle nostre reali possibilità evolutive.
Cito una frase celebre di Nietsche per focalizzare questo:
“Ciò che non ti uccide, ti fortifica”
Una mia piccola esperienza
Sperimentando nel tempo questo Niyama ho vissuto qualcosa che mi ha cambiato: ho capito
che l’idea che avevo avuto di me stesso e delle mie potenzialità fino ad allora era sbagliata!
Non avevo avuto grande stima di me! Non praticavo affatto a casa e ciò creava dei sensi di
colpa verso me stesso e gli altri (gli insegnanti in particolare). Quando non ne potei più di tale
situazione mi imposi di praticare tutte le mattine sūryanamaskāra per una settimana. La
pratica mi ha portato a scoprire una determinazione, una forza interiore che non sapevo di
avere. Questa stessa forza mi ha spronato a proseguire e , nel tempo, a fare scelte coraggiose
ed impegnative (come, ad esempio, frequentare questo corso ed iniziare a fare l’esperienza di
istruttore). Potrei dire per l’esperienza che ho fino ora, che prendere atto della propria volontà
(e dei risultati) rafforza la volontà stessa. In un certo senso Tapas genera Tapas.
Stefano Toso
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Svādhyāya – lo studio di Sè
Y.S. 2,44: «Dallo studio di Sé/dei testi sacri deriva l’unione con la divinità
desiderata»
Come detto in precedenza, ai nostri giorni mi pare che lo Yoga venga visto dai massmedia come una pratica essenzialmente salutistica, atta a migliorare l’uomo sotto l’aspetto
psicofisico. Già per questo potremmo essere grati agli antichi rsi. Ma sappiamo che questo è
solo un aspetto di questa meravigliosa disciplina. Molte persone che frequentano i primi corsi
di Yoga poco o nulla sanno dell’aspetto filosofico che è alla base. Taluni hanno già sentito il
Sūtra 1,2 “Yogaś citta-vrtti-nirodhaƒ”, ma poco sanno degli altri Yoga-Sūtra, della filosofia
Sāmkhya, dei Veda, ecc.. D’altra parte l’allievo il più delle volte ha motivazioni iniziali più
pratiche che non la speculazione filosofica: si è iscritto per rimediare al classico dolore alle
lombari, o per trovar sollievo ad una vita stressante. Talvolta ha letto qualche libro altamente
ispirato (es. la “Autobiografia di uno Yogi” di Paramhamsa Yogānanda) che ha stimolato la
sua curiosità. Ma in genere gli aspetti filosofici vengono poco trattati, soprattutto agli inizi.
Svādhyāya viene usualmente tradotto come “Studio dei testi sacri”. Noi allievi dobbiamo
cioè familiarizzare con le scritture che sono alla base dello Yoga: gli Yoga-Sūtra, la Bahagavad
Gītā, la Hatha Yoga Pradīpikā, le Upanisad, ecc.. devono essere comprese, si devono scolpire
nelle nostre menti, e non solo: il loro studio non deve essere vissuto come un obbligo ma
come una naturale curiosità dettata da una innata sete di conoscenza . Con un atteggiamento
di disponibilità ed apertura possiamo accogliere il messaggio profondo di questi testi. Non
dobbiamo cioè fermarci ad una pura conoscenza mnemonica: un erudito potrebbe impararli
meglio di noi. Questo nostro sapere non deve rimanere chiuso in un cassetto della nostra
mente, ma deve essere ‘com-preso’, cioè ‘preso con sé, anche nel cuore. E’ un sapere che va
non solo capito ma meditato. Per arrivare a questo l’unica strada possibile è – a mio avviso –
farne esperienza diretta nella vita quotidiana. Solo così possiamo comprendere il reale valore
di questi testi: essi sono stati e sono tuttora forgiati dall’esperienza diretta di molte altre
persone prima di noi. E chiedono di essere messi alla prova, per poter essere parola viva. Si
dice in modo efficace:
«Nessuno si è mai ubriacato per aver compreso intellettualmente la
parola VINO »
(A. De Mello “Il canto degli uccelli”)
Qui penso nascano alcuni problemi: mettere in pratica tali parole è difficile! Io più
volte ho la sensazione frustrante del fallimento, in quanto esse mi mettono di fronte ai miei
limiti, al mio egoismo, ai condizionamenti che ho subito durante gli anni e che hanno
strutturato una personalità con i suoi difetti e le sue qualità. La presa di coscienza sempre più
approfondita anche dei lati oscuri di noi stessi è però un ineguagliabile momento di crescita
che richiede coraggio e abnegazione: si abbandonano le maschere, le identificazioni, i falsi
miti. Occorre far leva su Abhyāsa - la pratica (di viveka, del discernere) - e Vairāgya (il
distacco) per percorrere questa via e comprendere realmente noi stessi.
Ecco perché il significato letterale della parola ‘Svādhyāya’ non è ‘studio dei testi
sacri ’ . Infatti :
• sva
: è un prefisso riflessivo, che indica ‘verso se stessi’
• dhya
: è la radice di parole come dhyāna, ed indica meditazione
• ya
: la ripetizione dell’ultima sillaba indica la reiterazione, il ripetersi
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Si deduce allora che questo Niyama indichi una meditazione, una osservazione continua di sé
stessi. Ecco perché si traduce come ‘studio di sé’ , e ciò non è in contrasto con la definizione
iniziale di ‘studio dei testi sacri ’. Il praticante fa infatti un percorso dall’esterno (i testi)
all’interno (il sé), dal superficiale (lettura erudita) al profondo (meditazione). Solo quando
sarà totalmente immerso nella meditazione profonda ed avrà contattato dentro sé stesso la
fonte di ogni vera conoscenza egli potrà abbandonare i testi, che diventeranno allora meno
importanti. Testi e pratiche sono a mio avviso paragonabili al dito che indica la Luna: una
volta che il praticante ha scorto la Luna la sua attenzione deve essere rivolta ad essa e non al
dito, che ha avuto la funzione importante di indicarla.
Per determinare un corretto stato di concentrazione si possono usare dei mantra, che
armonizzano la coscienza portandola ai livelli superiori. Il sādhaka può scegliere il mantra
che gli si addice:
•
•
Bīja Mantra
: mantra con seme, cioè sillabe il cui significato si ritiene possa
essere o una vibrazione sonora, o un assonanza con il nome di una divinità, o un
suono onomatopeico (imitazione dei suoni naturali, es tic tac), o una modifica al
nome di una divinità fatta per non proferirne il nome direttamente (una forma
scaramantica di rispetto)
Il Gāyatrī Mantra : è il mantra dei ¬gVeda. Eccolo:
Oˆ Bhūr Bhuvaƒ Svaƒ
Tat Savitur - Varenyam
Bargho Devasya Dhimahi
Dhiyo Yo Nah Prachodayat
Si esegue all’alba e al tramonto, ripetendola almeno 3 volte. Migliora l’intelletto ed
altre funzioni. Non ha una vera e propria traduzione in quanto il suo potere è nella
vibrazione sonora delle sillabe. Il suo significato approssimativo può però essere:
“Oˆ, saluto alle sfere terrestri, dello spazio e del cielo. Meditiamo lo spirito luminoso
del divino Creatore che è degno di adorazione. Possa Egli dirigere le nostre menti”
•
•
Il praŠava O¤
: la mistica sillaba capace di rievocare la totalità del divino.
I Japa
: consiste nella ripetizione continua, quasi mormorata, di
preghiere, o dei nomi di Dio (108, 1000 ed anche 1008), o brani di testi sacri
Quando la mente è interiorizzata e focalizzata, la pratica di Svādhyāya prosegue con
l’osservazione di sé, la meditazione profonda. Ma come avviene tale passaggio? Ce ne
rendiamo conto quando, ad esempio , ci troviamo ad essere consapevoli del nostro respiro
anche al di fuori della seduta di Yoga, cioè quando questa osservazione diventa spontanea.
Allora si diventa consapevoli dei propri stati interiori, delle proprie qualità e difetti. Questo
non sempre è piacevole, anzi! C’è il rischio forte che non si accettino i propri limiti, e che
questo rifiuto instauri un processo di auto-inganno . E un po’ la politica dello struzzo : ci si
aggrappa disperatamente ad una immagine stereotipata di se stessi che poco ha a che fare con
il reale! Ma come superare questo? Beh, io direi forse..
• Perdonando e imparando a non giudicare se stessi e gli altri (in realtà usiamo lo stesso
metro nel fare questo)
• Diventando testimone di sé stesso: fintanto che ci identifichiamo con colui che agisce
saremo in balia delle nostre vrtti. Impariamo tramite l’ascolto del respiro, le āsana, la
meditazione, ecc.. ad osservare noi stessi da una posizione neutrale e rilassata.
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Mantenendo questa attitudine possiamo osservare ciò che emerge dal nostro inconscio.
Più siamo capaci a stare in questa attitudine e più il nostro inconscio si rivelerà. Non
serve perciò reagire, ma ascoltare profondamente, accettando ogni emozione,
pensiero, paura come un cielo accetta le nuvole!
Svādhyāya durante le sedute
Non ho la pretesa qui né di essere completo (ho ancora molte cose da imparare!), né di
sentirmi al di sopra di chi ricade in errore. Voglio solo esporre alcune domande e cercare di
darne le risposte.
•
•
Quali sono i segnali che indicano la assenza di Svādhyāya ?
o Forme di evasione durante la pratica. Es:
Non ascoltare le proprie sensazioni
Osservare gli altri
Fare a gara per dimostrare agli altri di essere ‘il più bravo ’
Non ascoltare ciò che viene detto dall’istruttore o dai compagni
o Focalizzarsi sull’esecuzione degli esercizi tralasciando il tempo per la loro
percezione
o Evitare qualsiasi lettura sullo Yoga, la meditazione, ecc (per pigrizia, per
convinzioni culturali, religiosi, ecc..). Va bene che “Vale più un grammo di
pratica che un chilo di teoria” (S.Chidananda) , ma un poco di teoria non
guasta..
o Mancanza di sintonia tra ciò che si ritiene di essere e ciò che il corpo (la
gestualità , la postura, ecc..) comunicano (es.: ritenere di essere rilassato ed
aggrottare la fronte)
Quali suggerimenti possono essere rivolti agli allievi per lo studio di Sé durante la
seduta?
o Inserire citazioni dei testi sacri per incuriosire gli allievi
o Invitare gli allievi a leggere i testi base dello Yoga e a metterli in pratica in ogni
ambito
o Sviluppare una concentrazione sempre maggiore in ogni esercizio: ogni āsana,
prāŠāyāma, mudrā, ecc.. hanno senso solo se ne osserviamo gli effetti
o Rivolgere l’attenzione all’interno di sé , andando sempre più in profondità e
diventando osservatore distaccato di se stessi. Un atteggiamento oggettivo,
simile a quello di uno scienziato.
o Non rifiutare le pratiche che possono mettere in crisi le proprie convinzioni:
esse possono aiutarci a demolire i nostri schemi mentali e farci scorgere
qualcosa della nostra vera natura. Ogni ostacolo che incontriamo deve essere
comunque commisurato con le nostre possibilità di superarlo
o Eseguire le pratiche dei mantra menzionate precedentemente
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Ÿśvara PraŠidhāna – l’abbandono al Signore
Y.S. 2,45: «Per mezzo dell’abbandono al Signore (Ÿśvara PraŠidhāna) si
ottiene la perfezione del Samādhi»
Chi è Ÿśvara? Ogni grande religione ha sentito la necessita di ricondurre il molteplice all’uno,
ad una unica sostanza che è Dio , al di là di qualunque forma lo si voglia chiamare: Brahmā,
VisŠu, ecc.. Egli non può in realtà essere rappresentato, in quanto non ha forma, è
soggiacente a qualunque forma ed al di là di ogni possibile definizione. Nella tradizione dello
yoga tantrico esso è chiamato ParamaŚiva (o ParamaVisŠu..), letteralmente “Śiva supremo” (o
Shakti suprema, visto che in esso i principi maschile e femminile sono perfettamente
fusi).Questo concetto è espresso anche nella Bibbia:
«Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre ce l’ha
fatto conoscere» (Giovanni 1,18)
Scendendo dall’uno al molteplice si incontra Sada Śiva (Sada=eterno) in cui si inizia a
delineare una separazione tra soggettività ed oggettività. Tuttavia anche questo principio è
qualcosa di difficilmente afferrabile per le nostre menti che sono abituate alle forme, alle
dualità. Ÿśvara è perciò il grado successivo (verso il molteplice), e corrisponde a quello che
nella nostra tradizione è “il Signore”, il quale si divide a sua volta nella Trimurti e cioè:
1. Brahmā
: il Creatore
(nella nostra tradizione è “il Padre”)
2. VisŠu
: il Conservatore (colui che mantiene) (nella nostra tradizione è “il Figlio”)
3. Śiva
: il Dissolutore
(nella nostra tradizione è “Lo Spirito Santo”)
In questo sūtra si parla di abbandono: in alcune traduzioni si è usato ‘rassegnazione’, ma a mio
avviso questa parola può trarre in inganno: solitamente, ed in particolare di fronte alle
calamità, si possono avere diversi atteggiamenti nei confronti del divino. Una di queste è una
forma di rassegnazione fatalista e passiva, tipica di molti di noi e di certo migliore di chi
invece impreca contro Dio. Non è però questo l’atteggiamento di cui parla questo sūtra: esso
indica infatti che l’obiettivo che si raggiunge è il Samādhi stesso, e ciò non avviene con il
subire passivamente, in modo fantozziano ogni evento della vita. Esso ha invece a mio avviso
una duplice connotazione:
• Abbandono del proprio ego
• Offerta incondizionata di se stessi al Signore
Ÿśvara PraŠidhāna punta direttamente a distruggere uno dei kleśa più forti: ASMITĀ, cioè ‘la
singolarità dell’io’ (definizione di Taimni). Secondo la tradizione Sāmkhya, quest’ultimo illude
il Purusa (o coscienza individuale) inducendolo ad identificarsi con ciò che non è, cioè i suoi
‘veicoli’: il corpo, la mente, ed i sensi. Ÿśvara PraŠidhāna mira a distruggere questa
identificazione, e sembra dirci «Tu non sei il tuo corpo, né i tuoi sensi. Tu sei Lui(Ÿśvara), e Lui
è te». La riscoperta di questa identità porta come immediata conseguenza l’abbandono
dell’ego, che a questo punto non ha più presa su di noi, e con esso cade la sofferenza che
esso ci induce.
Questo esercizio parte con una affermazione molto presente anche nella nostra tradizione:
«..sia fatta la tua volontà..»
..e non la mia !
Stefano Toso
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(preghiera del “Padre Nostro”)
Tesi ISFY Milano anno 2008
Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Ricordo che, come ultimo Niyama, è il coronamento dei precedenti, ed in particolare dei 2
che lo hanno preceduto. Infatti se Tapas indicava l’ardore, la volontà di ascesi verso il divino,
e Svādhyāya la scoperta di Sé attraverso anche l’uso dei testi sacri, al praticante è chiesto di
fare un gesto ulteriore di completamento del lavoro svolto sino ad ora: offrire il frutto
dell’opera stessa, cioè Sé stesso, abbandonando ogni pretesa egoistica.
«In Me solamente riponi l’animo tuo; in Me fa che il tuo intelletto dimori. Allora
vivrai in Me e Io in te. Non devi avere dubbi su questa unione fra Me e te per mezzo
dell'amore».
Bhagavad Gītā, XII-8
Abbandonare l’ego richiede sicuramente uno sforzo continuo e costante (Tapas) ed una
conoscenza di se stessi e di ciò che si vuole abbandonare (Svādhyāya). E’ anche vero però che
l’amore stesso per Dio, ed il sentirsi uniti a Lui e di Lui figli, evoca in noi stessi una forza –
quella dell’Amore incondizionato – che può rappresentare una via diretta verso il fine ultimo
dello Yoga. E’ la via della devozione, o Bhakti Yoga, alternativa al Astā‰ga Yoga, adatta a chi
– sentendo già fortemente in se questo amore verso Dio – non ha nessuna difficoltà a
subordinare la propria volontà a Lui.
In ogni caso, qualunque sia il percorso intrapreso, ciò che viene chiesto è di abbandonare
l’identificazione con il nostro ego. Questo perché la prima cosa che l’ego desidera quando
compie un azione, è di poterne coglierne i frutti . Esso vuole farci ragionare con i concetti di
‘mio’, ‘tuo’, facendoci credere di essere noi (la nostra personalità) i protagonisti, facendoci
pensare “Io ho fatto questo,.. Io ho fatto quello”..
Quello del rinunciare ai frutti delle azioni è un concetto alquanto ricorrente nella Bahagavad
Gītā. Cito alcuni esempi:
2,47 «Tu hai un diritto particolare all’azione, ma in nessun caso un diritto ai suoi
frutti; non essere come uno che dipende dal frutto del karma; e non sia in te
neanche attaccamento alcuno alla non-azione»
2,51 «I saggi che, rinunciando al frutto, prodotto dal loro agire, realizzano l’unione
del loro spirito (con l’essenza divina del mondo) , dal legame delle nascite liberati,
raggiungono una condizione stabile (o dimora) al di là di ogni male».
3,30 «Abbandonando a me le opere tue, con la mente fissa al Primo Sé, libero da
desideri, esente da egoismo, combatti, libero da (codesta tua) febbre»
Abbandonato l’ego le azioni che compieremo in seguito saranno ‘niskāma karma’ , cioè non
genereranno conseguenze. In altre parole non dovremo scontarne gli effetti
L’ego è responsabile di una visione distorta di noi stessi, degli altri, e della nostra vita.
Prendere atto di questo significa riconoscere che ci siamo creati con il tempo modi di pensare
ed abitudini del tutto errati. Ÿśvara PraŠidhāna ci invita ad abbandonare perciò i nostri ‘solchi
mentali ’, le nostre false certezze, la nostra ‘routine interiore ’. Occorre osare con noi stessi, ed
avere lo spirito di un avventuriero, osare metterci in discussione su chi siamo realmente,
disidentificandoci dai nostri ruoli sociali (l’impiegato, l’operaio, ecc..) famigliari (la madre, il
nonno, ecc..) , dagli aggettivi che ci siamo dati con il tempo (socievole, diffidente, intelligente,
ecc..).
Tra coloro che hanno intrapreso il cammino dello Yoga credo vi sia una certa confusione su
un punto: alcuni, ritenendo la mente responsabile di queste erronee identificazioni, credono
che si debba sopprimere ogni pensiero. Secondo me ciò è tanto sbagliato quanto impossibile
da effettuarsi: la mente è un nostro organo molto evoluto grazie al quale possiamo
sopravvivere. Non possiamo farne a meno. Ma essa deve essere soggetta alla nostra coscienza
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
tramite la volontà. Ciò che dobbiamo sopprimere non è la mente stessa, ma le sue alterazioni,
cioè le sue ‘vrtti’, come scritto nell’ormai noto sūtra 1,2 “Yogaś citta-vrtti-nirodhaƒ”
I mezzi: ritengo che il mezzo principe per praticare Ÿśvara PraŠidhāna sia la preghiera.
Ciascuno può attingere alla propria tradizione o ad altre. I più creativi possono anche
inventarne di proprie. Ciò che conta maggiormente è l’attitudine, la disposizione d’animo con
cui si prega. Una preghiera recitata con l’attenzione altrove (come spesso si vede nelle nostre
chiese), volta solo a far bella mostra di se stessi, è a parer mio inutile, se non talvolta ipocrita.
Eppure Gesù stesso diceva «Tu invece, quando vuoi pregare, entra in camera tua e chiudi la
porta. Poi prega Dio, presente anche in quel luogo nascosto. E Dio, tuo Padre, che vede anche
ciò che è nascosto, ti darà la ricompensa» (Matteo 6,6). Nasce perciò da un intento di unione
amorevole con Dio, come nell’esempio seguente:
«O Dio di luce, fa che le tue dita luminose
suonino tutte le note della mia vita,
affinché possano fondersi
in un solo canto di armonia e di amore»
(P. Yogānanda – Riflessi dell’anima)
Quando l’intento si sarà realizzato e il praticante sentirà la propria unione con Dio, dal suo
cuore potranno fiorire preghiere come questa
«Io sono l’Immutabile, io sono l’Infinito,
non un piccolo essere mortale fatto di ossa che si spezzano e di un corpo destinato
a morire.
Io sono l’Infinito immutabile e immortale»
(P. Yogānanda – Riflessi dell’anima)
Ÿśvara PraŠidhāna durante le sedute
Non ho la pretesa qui né di essere completo (ho ancora molte cose da imparare!), né di
sentirmi al di sopra di chi ricade in errore. Voglio solo esporre alcune domande e cercare di
darne le risposte.
Abbandono è una parola che riecheggia molto durante la seduta. Per quanto sia la cosa
apparentemente più semplice, in realtà molte persone faticano a lasciarsi andare.
L’abbandono ha varie sfaccettature:
1. L’abbandono fisico: il rilassamento del corpo
2. L’abbandono delle tensioni emotive dal punto di vista fisico. Ci si può aiutare
focalizzandosi sull’espiro ed aumentandone la durata rispetto all’inspiro
3. Abbandonare il vissuto giornaliero: cambiarsi il vestito prima della seduta, spegnere il
telefonino, chiudere gli occhi, sono gesti simbolici con cui ‘stacchiamo la spina ‘.
Ritengo buona cosa (far) prendere atto di questo
4. La non-rigidità mentale : accettare chi vede le cose diversamente e non pre-giudicare
5. L’abbandono delle proprie aspettative e convinzioni .
a. Accettare l’imprevisto
i. da parte dell’allievo (la pratica non è quella che si aspettava)
ii. da parte dell’istruttore
1. non aspettarsi allievi accondiscendenti
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2. non voler far fare a tutti i costi la pratica che si aveva pensato, ma
adattarsi al momento presente
b. Essere disponibili alle nuove esperienze
Mi piace ricordare che il fine ultimo della seduta (e dello Yoga) non deve essere puramente
fisico, ma usiamo il corpo per esplorare dentro di noi, per fare esperienza di ciò che siamo
profondamente. Non ricordare questo significa, a mio avviso, snaturare lo Yoga.
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Conclusioni
Si potrebbe dire che, secondo Patañjali, solo ora si può iniziare con la pratica di āsana!
Patañjali ha infatti posto Yama e Niyama all’inizio nei suoi Yoga Sūtra
Io però sono tra chi crede che ognuno degli 8 a‰ga dello Yoga possa in sé portare alla meta .
Un esempio di ciò è Gandhi, la cui illuminata vita è di esempio al mondo. Pur non avendo
praticata alcuna āsana egli credo che abbia vissuto il concetto più profondo di Yoga: l’unione
con il divino e con gli altri.
In questa tesi ho provato ad introdurre momenti inerenti alla seduta di yoga, con lo scopo di
portare nel concreto principi etici assai alti, che altrimenti rischierebbero di rimanere pura
teoria, avulsa dalla vita quotidiana. Nel fare questo sicuramente ci saranno state delle
approssimazioni, talvolta il lettore potrà addurre obiezioni peraltro esatte e che accoglierei
volentieri. Spero tuttavia che si apprezzi questa necessità: purtroppo nella teoria siamo tutti
molto bravi, ma ciò che più conta è la pratica. E la pratica va portata nella vita quotidiana: in
altre parole Yama e Niyama offrono la possibilità di vivere lo Yoga durante tutta la giornata, e
non solo nel breve spazio di una seduta. Molte volte al termine di una seduta si sente dire
cose come “Ho vissuto dei bei momenti di abbandono, mi sentivo felice.. ora però devo
tornare a casa, e mi aspettano i miei soliti problemi..!”. Questo rischia di invalidare i benefici
della pratica, facendo perdere fiducia nello Yoga.
Non ho né l’intenzione né la possibilità di appartarmi dalla vita quotidiana: il mondo ha
bisogno anche del mio pur modesto contributo e io non voglio ora negarglielo. La mia
Sādhana è nella vita quotidiana, nel non essere aggressivo con gli altri, nel cercare di essere
sincero, equo, comprensivo, ecc.. Yama e Niyama sono i mezzi per questa Sādhana, come le
āsana lo sono per il corpo.
Si può affermare che mettere in pratica tutto questo è difficile. Vero! Ma vale la pena provarci.
In altre parole credo che sia fondamentale un atteggiamento di disponibilità : solo una
persona ricettiva può imparare e crescere. Yama e Niyama diventano allora veri, in quanto
sperimentati, con coscienza e attenzione. Disponibili a cosa ? A metterci in gioco: le nostre
convinzioni, le nostre manie.il nostro stile di vita!
Questo non significa avere la certezza di non fare più errori. La strada è molto lunga ed irta di
ostacoli. Come fare a non sfiduciarsi ? Secondo me occorre sapersi perdonare come Gesù ci
aveva insegnato “Tu perdona settanta volte sette!” : riconoscere i propri errori e pentirsene
apre la strada alla consapevolezza: nell’errore sono contenuti molti insegnamenti che
vengono persi se non accettiamo di sbagliare. Chi si sfiducia non siamo noi, ma il nostro ego,
che desidera solo successi. Gli errori invece sono trampolini di lancio per migliorare se stessi:
occorre viverli appieno, trarne tutto il succo del loro insegnamento e trascenderli. Se
rifiutiamo di bere questo ‘amaro calice ’, esso ci verrà offerto alla prossima occasione
L’invito al lettore è pertanto a sperimentare. Quando a Gesù fu chiesto “Dove abiti?” egli non
diede dotte spiegazioni ma disse semplicemente:
«Venite
Stefano Toso
e vedrete!»
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Ringraziamenti
Vorrei qui ringraziare quanti mi sono stati di aiuto per la mia formazione e per la stesura di
questo testo:
• I miei istruttori : Andrea e Donatella Corsini , che hanno saputo guidarmi attraverso i
miei momenti di crisi
• I relatori Piera Scartabelli e Massimo Vinti per la loro disponibilità e pazienza
• La mia compagna Giusy, che mi ha assistito con affetto
• I maestri di ogni tempo e latitudine. Possano essi aiutarci in ogni momento della vita
O¤ Śānti
Stefano Toso
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Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni
Bibliografia
Per la stesura della tesi mi sono avvalso dell’aiuto dei testi che riporto qui sotto, nonché delle
dispense delle lezioni dell’ISFY di Milano dei primi 3 anni. Ho citato anche alcuni proverbi, dei
quali talvolta purtroppo non ricordo l’autore (se ce ne è stato uno).
L’elenco è ordinato in base alla sequenza con cui i testi sono stati citati nella tesi.
Autore
Titolo
Editore
B.K.S.Iyengar
Vari
Stefano Piano
Mediterranee
LDC-ABU-SEI
Promolibri-Magnanelli
I.K.Taimni
Teoria e pratica dello Yoga
La Bibbia interconfessionle
Enciclopedia dello Yoga
La scienza dello Yoga - commento agli
Yoga Sūtra di Patañjali
Mohandas Karamchand
Gandhi
La mia vita per la libertà
Universale Tascabile
Newton
Mohandas Karamchand
Gandhi
Teoria e pratica della non-violenza
Einaudi
Mimesis
Ubaldini
T.M.P.Mahadevan
Anthony de Mello
Andrè Van Lysebeth
Patañjali - Yoga Sūtra
Bhagavad Gītā
RamaŠa Maharshi - Il saggio di
AruŠācala
Il canto degli uccelli
Perfeziono lo Yoga
Swami Satyānanda
Saraswati
šsana PrāŠa Mūla Bandha
Satyānanda Ashram Italia
David Godman
Massimo Vinti
RamaŠa Maharshi ed il suo
insegnamento: Sii ciò che sei
Tapas e fuoco di brace
Il punto d’incontro
rivista Yoga FIY N 46
Riflessi dell’anima
Self-Realization
Fellowship
Piera Scarabelli e Massimo
Vinti
Sarvepalli Radhakrishan
Paramhamsa Yogānanda
Stefano Toso
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Ubaldini
Mediterranee
Paoline
Mursia
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Ahimsa
Pratica del 30 – 3 -2008
Stefano Toso
Pratica del 30 Marzo 2008 sul tema della non-violenza
Motivazioni:
Terminata la stesura della tesi su Yama e Niyama, è nata in me la voglia di poter
condividere e confrontarmi su ciò che avevo appena esposto. L’idea era quella però di
provare a trasmettere non una serie di nozioni sul tema (anche se ritengo possano essere
importanti), ma quanto quella di poter vivere insieme almeno uno degli aspetti di Yama
o Niyama. Ne parlai con Andrea e Donatella, i miei insegnanti, chiedendo loro se era
possibile coinvolgere gli allievi in questo mio esperimento.
Si dimostrarono ben lieti e mi sono stati di aiuto nel cercare di consigliarmi su cosa fare.
Pensai di proporre proprio il primo Yama, Ahimsa, convinto come sono che oggi la nonviolenza possa essere un vero de-condizionamento ad una attitudine mentale aggressiva
e competitiva sempre più presente nella nostra società, un vero toccasana.
E’ un ideale francamente molto alto per le mie capacità, e ammetto di aver avuto una certa
presunzione nel voler provare a condurre una simile pratica. Ma a volte la voglia di
mettersi in gioco mi fa intendere che è meglio rischiare che lasciare intentato.
La risposta al mio invito è stata particolarmente generosa: una quindicina di persone hanno
deciso di aiutarmi mettendosi a disposizione per questo esperimento. Non solo: quando
ho chiesto loro di mettere per iscritto la loro esperienza, hanno accettato ed hanno
scritto con sincerità ciò che hanno vissuto. Sento di volerli ringraziare!
Luogo della pratica
:
Laboratorio di Yoga (di Biella)
Data e ora
:
Domenica 30 Marzo 2008 dalle ore 10:00 alle ore 17:00
Partecipanti
:
Circa 15 persone di età media 30/40 anni molta parte dei
quali già con almeno un anno di pratica alle spalle (molti con diversi anni)
Iter della pratica :
1. Spiegazione teorica (1h circa)
a. Dove si collocano Yama e Niyama nell’Asthanga Yoga
b. Basi generali di Yama e Niyama
c. Spiegazione breve di ogni singolo Yama e Niyama con alcuni esempi
d. Approfondimento su Ahimsa
e. L’atteggiamento di Ahimsa riportato nella pratica della giornata (essenzialmente
asana)
2. Pratica di asana (Parte 1) con diverse fasi (2h circa) :
a. Presa di coscienza del respiro
b. Scioglimento delle tensioni muscolari (schiena)
c. Concentrazione selettiva della propria energia
d. Estensioni/ flessioni laterali per l’apertura del torace
e. Ascolto delle sensazioni con presa di coscienza di
i. tensioni fisiche
ii. tensioni emotive
iii. tensioni mentali
f. Lunga fase di asana per lo sblocco delle tensioni (es: Shimhasana(Leone) )
accompagnata in alcuni casi dalla emissione di vocali legate alla parte fisica (ed
emotiva) su cui si stava lavorando
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Ahimsa
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g. Ascolto finale delle sensazioni
3. Pausa con pranzo leggero al sacco (1h)
4. Approfondimento teorico (0h45’ circa) su:
a. Ahimsa : significato profondo, con letture tratte da Ghandi e citate nella tesi
b. Breve spiegazione sul questionario
c. Lettura di una parte di “Governa il tuo destino nell’anno nuovo” tratta da “L’eterna
ricerca dell’uomo” di Paramhansa Yogananda, allo scopo di alimentare ed indirizzare
lo spirito degli allievi durante i momenti di crisi
5. Ripetizione del Mantra “OM” circolare, con ascolto del proprio suono (0h30’ circa)
6. Pratica (Parte 2) (1h45’, circa) rivolta a:
a. la presa di coscienza e lo sblocco delle proprie tensioni, con sviluppo “creativo”
b. Ascolto di cosa c’è oltre le proprie tensioni – Asana di apertura del cuore
c. Pratiche in coppia ed in gruppo, per entrare in relazione con l’altro essere umano
7. Compilazione del questionario (1h circa)
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Un questionario con i risultati della pratica
Allo scopo di aver un resoconto di ciò che si è vissuto con la pratica ho chiesto ad ogni partecipante
di rispondere per iscritto alle seguenti domande. Ho specificato loro di lasciare il questionario
anonimo, in modo da garantire la privatezza della loro risposta e permetterli così di esporre con
sincerità il loro vissuto.
Ad ogni domanda le risposte sono state molto simili per la maggior parte del gruppo, seppure
ognuno con proprie modalità espressive.
Ecco le domande ed una sintesi delle risposte che ho tentato di fare:
1) In che modo risenti della violenza altrui (fisica/psicologica/verbale) ?
La quasi totalità risente della violenza verbale e psicologica, alla quale reagisce o con altrettanta o
rinchiudendosi “a riccio”. Alcuni si sentono giudicati (male) e manipolati. In ogni caso il frutto è un
senso di colpa (autoaccusarsi della rabbia altrui, di non aver reagito, aver reagito con violenza)
2) Usi violenza verso gli altri/le cose ? In che modo ?
Chi più chi meno tutti usano violenza verso le cose (scaraventandole o rompendole). Per le altre
forme cito una delle risposte, che mi pare sintetizzi le altre:
<< Impongo a volte le mie idee ed i miei modi di agire come più “giusti”. Fisicamente quando
provo rabbia guido la macchina in maniera aggressiva mettendomi a volte a rischio>>.
3) Usi violenza verso te stesso ? In che modo?
“Giudizio a volte esasperato”. Questa risposta si riflette in molte altre ricevute: ognuno sembra
avere un “mito”, un modello da raggiungere, che in sé è “perfetto”, ma che irrimediabilmente
genera una lotta interiore, con numerosi sensi di colpa.
Inoltre altri hanno ammesso sinceramente: bevo, fumo e mangio in modo irregolare.!
4) Quali emozioni nascondi quando usi violenza (paura, rabbia, sensi di colpa, ecc..) ?
Le più “gettonate”: rabbia, paura (di soffrire, di sentirsi inadeguati), sensi di colpa.
5) Durante la pratica si è manifestata in te la violenza? E come ?
Tutte le asana dinamiche. In particolare la pratica “del Leone” e dell’Ascia si sono rivelate le più
utili per far uscire le negatività represse, sebbene il “ruggito” del Leone abbia spaventato qualcuno.
L’ “asana creativa” ha permesso invece ad altri di prender coscienza della violenza che si manifesta
in loro come “chiusura”. Altri hanno sentito tensioni in alcune parti del corpo
6) Sei riuscito ad andare oltre? E in che modo ?
Alcuni dicono di averle “vomitate”, “buttate fuori” o di aver pianto. Per molti sono state le asana
dinamiche, “di scarico” (es. Leone). Inoltre anche l’attenzione al respiro, in particolare l’espiro, è
stata importante, come nella seguente risposta:
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<<Sono riuscita ad andare oltre osservandomi ed accogliendo il mio ego. Ho usato l’espiro come
mezzo per deporre >>.
7) Quale è il tuo stato interiore alla fine della pratica ? (descrivi la tua esperienza)
Pace (e questo conferma il sutra quando dice che “cessa ogni ostilità”), senso di libertà, leggerezza e
rilassamento. Con qualche fatica, data la dinamicità della pratica (es. non tutti sono abituati a
portare fuori la voce)
Le ultime 3 risposte possono essere condensate nella seguente, che ho ricevuto come risposta n.5
<< Ho sentito notevolmente il senso di violenza e rabbia, soprattutto nella posizione del Leone. La
rabbia nei miei confronti cresceva dentro ed è uscita violentemente. Ho pianto ed il pianto mi ha
lavata. Mi sono sentita davvero liberata, anche quando avevamo “l’ascia in mano” le sensazioni di
rabbia erano forti ma subito si sono trasformate in forza di volontà e consapevolezza nel perdono.
Mi sono perdonata per quello che mi sono fatta. Ho perdonato quella parte di me che non accetto e
che ho capito che fa parte di me e non devo reprimerla ma vederla per quello che è, e cioè il buio
cha ho dentro. Ma “questa non sono io”. Decido di dedicarmi a me stessa. A chi sono io.>>
8) (Samkalpa). Cosa puoi fare in concreto per vivere la non-violenza nella tua vita
quotidiana? Ci sono vizi che vuoi abbandonare, o buone abitudini che vuoi prendere ?
Tenevo particolarmente a questa risposta, convinto come sono che le pratiche hanno un senso solo
se portate nella quotidianità.
Le risposte sono state: maggiore apertura, non giudicare sé stesso e gli altri, amare ed amarsi per ciò
che si è. I vizi da abbandonare sono stati la ipercriticità, la sregolatezza nel cibo ed altri. Le buone
abitudini: la voglia di sorridere, di aprirsi, la voglia di fare una pratica quotidiana (wow!). In
particolare mi ha colpito chi ha scritto <<fare qualcosa per migliorare la mia attenzione verso
Madre Terra cercando di sensibilizzare gli altri. Credo che recuperare un rapporto atavico di rispetto
verso nostra Madre Terra sia il primo passo per poi avere rispetto di sé stessi e del prossimo >>.
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