Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Istituto Superiore di Formazione Insegnanti Yoga ISFIY di Milano corso 2004/2008 Titolo della tesi Yamā e Niyamā : Lo yoga nella vita di tutti i giorni Stefano Toso Candidato Relatore Stefano Toso Piera Scarabelli e Massimo Vinti Pagina 1 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Yama e Niyama: Niyama: Lo yoga nella vita di tutti i giorni Autore Relatori Stefano Toso : Stefano Toso : Piera Scarabelli e Massimo Vinti Pagina 2 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Introduzione Sono un uomo occidentale, vivo in una cittadina italiana e come tutti affronto situazioni per le quali non sempre mi sento disposto e preparato. Capitano pertanto anche a me momenti di crisi, di dolore, che offuscano la spensieratezza infantile di cui ho goduto. In quei momenti più volte ho tentato di comprendere la causa profonda del malessere, più volte ho cercato rifugio nella famiglia, nella musica, negli amici, nel lavoro, nella lettura di testi più o meno ispirati, ecc.. Iniziai ad essere allievo di Yoga nel dicembre 1999 senza alcun desiderio di visioni mistiche, ma spinto sempre dallo stesso motivo di sempre: essere al timone della mia vita, comprendere appieno la causa del dolore senza farmi travolgere dagli eventi. Così quando sentii parlare di Yama e Niyama, di comportamenti , di ciò che può essere utile per migliorare la propria vita quotidiana, il mio interesse crebbe. D’altra parte quale miglior meta può sognare un occidentale, che non sia il migliorare la qualità del proprio vivere ? Non ho la presunzione di conoscere tutto dell’argomento, e meno ancora penso di esser padrone di questi strumenti in ogni istante della mia vita! Intendo anzi sfruttare questa occasione (lo scrivere un testo) per approfondire sia la conoscenza e sia l’esperienza pratica di questi “precetti” che vengono messi da Patañjali alla base dello Yoga. Yama e Niyama sono i primi 2 a‰ga (o membra) dell’ Astā‰ga Yoga, o “Yoga in otto membra”, sistema codificato da Patañjali negli Yoga Sūtra, un testo il cui scopo è quello di indicare la via verso la liberazione (kaivalya) dalla causa della sofferenza. Yama e Niyama rappresentano basi di ineguagliabile solidità in quanto non dettate da pure teorie elaborate secondo chissà quale filosofia, ma maturate -in linea con tutto lo Yoga stesso - tramite l’osservazione del reale e l’esperienza personale. Se lo scopo dello Yoga è l’unione armoniosa a tutti i livelli (del corpo con la mente e con lo spirito, degli uni con gli altri e con la vita), allora partire con il piede giusto è importante affinché i passi successivi abbiano senso, in modo che le āsana non siano contorsionismo da palestra, che prāŠāyāma non sia una serie strana di respirazioni, che la meditazione non sia forzarsi a star seduti, magari pensando ad altro , con le gambe doloranti e sognando chissà quale visione.. Afferma Iyengar in “Teoria e pratica dello Yoga” : «Praticare le āsana senza le basi di Yama e Niyama è pura acrobazia» . Dallo Yoga ho ricevuto sinora in dono il senso di integrazione e comunione tra ciò che profondamente sono con gli atri e con la vita La mia sfida di portare questi insegnamenti nella mia vita di tutti i giorni non è certo una strada in discesa. Molte volte è facile ricadere nei solchi mentali create da abitudini erronee, dimenticarsi della propria “Sādhana” (mezzo adeguato al conseguimento di un dato fine), allettati nel momento da soluzioni non etiche ma che offrono spesso una scorciatoia ai problemi che si incontrano. Molte volte perciò è facile scoraggiarsi, demotivarsi e peggio ancora negare a sé stessi ciò che si è profondamente vissuto con lo Yoga. In questi momenti gli argini di Yama e Niyama, o comportamento etico, sono di aiuto impareggiabile. Essi sono le fondamenta, ciò che nel Vangelo secondo Matteo (MT 7,25) è così esposto: « E’ venuta la pioggia, sono straripati i fiumi, i venti hanno soffiato con violenza contro quella casa ma essa non è crollata Stefano Toso Pagina 3 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni perché le sue fondamenta erano sulla roccia » Matteo (MT 7,25) Note formali su questo documento Causa limitatezza del sistema informatico mi trovo costretto in certi casi ad omettere alcuni segni grafici particolari, tipici della traslitterazione diacritica della lingua sanscrita (es. il punto sotto il carattere o la barra sopra ad esso). Ho utilizzato il set di caratteri Sanskrit-Garmond, che però comprende solo alcuni caratteri, escludendone altri (es : il punto sotto la “m” utile in parole come Samtosa).Pertanto non sempre mi è stato possibile riportare le parole correttamente. L’alternativa sarebbe stata avventurarsi nel tentare di inserire nuovi set di caratteri non compresi tra gli standard del programma Microsoft Word, ma ciò causerebbe problemi anche a coloro che dovranno leggere poi il documento. Per verificare la corretta traslitterazione delle parole mi sono affidato a due testi alquanto noti ai praticanti: La ‘Enciclopedia dello Yoga ’ del professor Stefano Piano ‘La scienza dello Yoga ’ di I.K.Taimni Tuttavia alcuni termini non sono presenti in questi testi (es ‘Shank Prakshalana’) e pertanto li riporterò nella forma a me nota. Mi scuso sinceramente per le imprecisioni nel presente testo Stefano Toso Pagina 4 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Yama e Niyama La necessità di codificare delle regole di vita tali da permettere all’individuo una evoluzione verso il fine supremo dell’unione con il Dio , personale o impersonale che sia, non è peculiare dello Yoga, ma comune a molte tradizioni, soprattutto religiose. Si pensi ad esempio ai dieci comandamenti della tradizione cristiana. Tuttavia ciò che caratterizza a mio avviso Yama e Niyama è la loro attinenza pratica: essi derivano non dalla necessità di attenersi ad un culto religioso, ma dall’osservazione della vera Natura dell’uomo. In altre parole lo Yoga propone un approccio “scientifico” alla vita, una sperimentazione del Sé durante la quale ciò che conta è l’essere presenti e consapevoli. I saggi scoprirono che il frutto di questo approccio è la conoscenza profonda della natura di se stessi e di tutto ciò che li circondava. Essi pertanto compresero le leggi profonde di questa Natura (o Dharma) e tentarono di codificare quali atteggiamenti portano ad essa e quali vanno in direzione opposta (Adharma). Basandoci sui testi classici della tradizione va detto che questo sforzo di codifica ha portato a risultati con sfumature diverse: gli Yoga Sūtra di Patañjali codificano 5 Yama e 5 Niyama, mentre ad esempio l’Uddhava-Gītā ne conta 12 per ognuno di essi. Le parole Yama e Niyama derivano entrambe dalla radice ‘yam’ che significa ‘limitare, contenere, controllare ’. Patañjali ha fatto un percorso dall’esterno all’interno e mette per primo Yama , cioè i 5 precetti che l’adepto dovrebbe avere chiaro non solo durante la pratica ma in tutto l’arco della sua giornata. Essi rappresentano le regole da osservare nel rapporto con gli altri e sono: la non-violenza, l’attenersi alla Verità, il non-desiderare cose altrui, la continenza e l’assenza di desiderio di possesso. Sono regole che devono essere rispettate sempre ed in ogni occasione I Niyama regolano invece il rapporto con se stessi da ogni punto di vista (psichico, fisico e spirituale). Se gli Yama indicano ciò che non si deve fare, e pertanto vengono chiamate “astinenze”, questi indicano invece ciò che è meglio fare, non appena possibile, e vengono detti pertanto “osservanze”. Esse sono: la purezza, l’appagamento, l’ascesi, lo studio dei testi sacri e l’abbandono al Signore. Detto questo il lettore obbietterà che tali norme non sono affatto facili da mettere in atto. Personalmente sono d’accordo con lui. Osservo altresì che il significato di ‘yam’ (contenere) è simile a ‘yug’ (aggiogare) da cui deriva la parola Yoga. Questo ci dice che il percorso dello yoga è il percorso del guerriero e richiede determinazione e sacrifici. Non è per chi si arrende alla prima difficoltà. Taimni dice: «Esistono 2 tipi di yoga: inferiore e superiore. Quello inferiore ha per oggetto lo sviluppo di certe facoltà psichiche e di poteri sopranormali, e a questo scopo la moralità trascendente implicata nello Yama-Niyama non è affatto necessaria; anzi, essa opera come remora perché determina conflitto interiore ed impedisce allo yogi di procedere nella sua ricerca di potenza ed ambizioni personali». Prosegue definendola la “via della mano sinistra” : chi la persegue ad un livello iniziale può essere una persona egocentrica ma innocua (del tipo «guardatemi come faccio bene quest’āsana! »); avanzando poi si presterà ad attività dubbie , fino a diventare una persona apparentemente “per bene” in realtà in grado di possedere facoltà assai sviluppate (siddhi) che utilizzerà al soddisfacimento del proprio ego, altrettanto sviluppato. Così lo yoga senza tali fondamenta non porta al Samādhi ma al gonfiarsi dell’ego. Purtroppo ai giorni nostri si assiste quotidianamente ad uno yoga inteso prevalentemente come āsana e prāŠāyāma: se tali pratiche vengono isolate dal contesto inteso da Patañjali, esse si inaridiranno e diventeranno tuttalpiù dei salutistici esercizi fisici e di respirazione. Non solo : così facendo il modello di insegnante yoga che viene presentato al pubblico in varie riviste è più simile a quello di un contorsionista vegetariano sorridente che a quella di un saggio, e mancherà di attrarre chi sente il desiderio di un cammino evolutivo. Stefano Toso Pagina 5 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Yama e Niyama sono del tutto incompatibili con tali modelli perché essenzialmente a mio avviso richiedono : - una presa di coscienza reale della nostra situazione attuale: i nostri atteggiamenti desideri, paure,ecc.. - accettare tutto ciò, ma in maniera non remissiva - cambiare il proprio stile di vita, non per soddisfare il proprio ego (o il proprio istruttore) ma per un fine più elevato. - “Lo scopo è la vita, Lo yoga è un mezzo “ Lo Yoga è nato con l’intento di soddisfare la più grande ambizione dell’essere umano: la beatitudine (o estasi, o Samādhi,ecc..). Esso non è una pratica, ma uno stato interiore che la coscienza individuale (o Ātman) assume quando si riconosce nella Coscienza Universale (o Dio, o Brahman). Qual’è invece lo stato in cui mi trovo io, e penso, la stragrande maggioranza delle persone ? Ognuno di noi sperimenta quotidianamente diversi stati d’animo, belli o brutti. Desideriamo prolungare quelli belli ed eliminare quelli spiacevoli. Per eliminare questi ultimi ci costruiamo delle barriere, le quali però ci attenuano anche le sensazioni piacevoli. A mio avviso molti vivono così, “sanza ‘nfamia e sanza lode”, in un mondo in cui all’arrivo di una crisi si cerca la distrazione. In una fase iniziale si rimane tutto sommato piacevolmente “ovattati”, ma questo meccanismo di non-ascolto dei propri turbamenti non fa altro che acutizzarli, creandoci sensi di colpa dai quali nuovamente tentiamo di fuggire cercando però ancora riparo nelle distrazioni, dalle quali finiamo per dipendere (cibo, alcol, fumo, ma anche televisione, internet, lavoro eccessivo, sesso , ecc..). Questo tipo di “anestetici” finisce per toglierci la consapevolezza di ciò che noi siamo realmente, perdiamo la fiducia in noi stessi e nei nostri obbiettivi che, a questo punto si legano indissolubilmente al possedere tutte queste “droghe”. Quel che è peggio è che questo avviene in modo sistematico graduale e silenzioso. L’errore a monte di tutto questo è nel cercare fuori di sé ciò che si può trovare dentro, ma che non ricordiamo più di avere. E questo ci porta a non essere in noi stessi , e una persona “fuori di sé” si definisce pazza ! Ma è una pazzia capace di mettere la nostra malconcia coscienza nel congelatore e farci vivere in uno stato di apatia e di insensibilità. Ecco perché Gesù disse «Lascia che siano i morti a seppellire i loro morti». Ecco perché i buddisti paragonano la nostra situazione a quella di una casa che va in fiamme. Siamo come morti, viviamo in una realtà virtuale in cui pensiamo di agire ma in realtà rispondiamo passivamente a stimoli esterni. E scoprirlo e riconoscerlo è doloroso e imbarazzante, perché significa mettersi in discussione, piangere per i propri errori e decidere di accettare una disciplina che non promette sconti ne’ scorciatoie, quale è l’ Astā‰ga Yoga. Y.S. 2,16: «Ogni futura sofferenza può e deve essere evitata» Questo sūtra è per me motivo di speranza e di impegno. Ho scelto di partire da qui perché ritengo obbiettivo comune a tutti avere una vita senza sofferenze. Per comprendere appieno occorre far riferimento alla teoria di causa ed effetto. Le nostre sofferenze attuali (e in parte future) sono generate da cause che si sono verificate in passato, come lance già scagliate da un arco e pronte a colpirci. Patañjali, dicendo “futura” indica che non possiamo agire sulla sofferenza passata, e neanche su quella presente, in quanto effetto Stefano Toso Pagina 6 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni di una causa passata. Non possiamo cancellare le cause, ma possiamo fare un lavoro di prevenzione per evitare di seminare sofferenze future, e di vigilanza per far si che le cause passate non trovino sbocco nell’esistenza attuale. A questo scopo ritengo che Yama e Niyama siano realmente insostituibili. La dottrina a cui fa riferimento è quella del karman, nella quale per ora non mi addentro. Trovo però più utile sapere come questo maestro identifica la sofferenza e la causa. Per quest’ultima il sūtra successivo è chiaro: Y.S. 2,17: «La sovrapposizione dello spettatore(drastr) con lo spettacolo è la causa da evitare» “Drastr” è il testimone, la coscienza, o essenza, o spirito. E’ una parola che si incontra subito negli Yoga Sūtra (1,3).E’ ciò che emerge quando i vortici mentali si estinguono. La nostra vita è come un film molto avvincente, piena di emozioni piacevoli e spiacevoli, le quali entrambe ci coinvolgono totalmente. A quel punto non ci rendiamo conto di ciò che circonda lo schermo, non siamo neanche consapevoli di essere seduti a guardare delle immagini su una parete! Siamo convinti di essere il personaggio principale della storia. Poi capita che il film finisce, si riaccendono le luci e si torna alla propria identità. Ma durante il film non si pensa “io sono qui è sto guardando un film”. Il personaggio del film è la nostra personalità, quella che abbiamo costruito per affrontare gli altri e la vita nel gioco della manifestazione (prakrti), ma noi siamo Purusa, lo spettatore, lo spirito perfetto e immutabile Ora però è tempo di conoscere la sofferenza (non intendo qui farvela provare!!). Patañjali presenta il concetto di “kleśa” o afflizioni all’inizio della seconda sezione degli Yoga Sūtra, cioè nel Sādhana-Pada, il capitolo dedicato agli allievi meno evoluti, con la mente più instabile rispetto a quelli a cui è destinato il capitolo 1 (Samādhi-Pada). L’autore dedica ben 13 sūtra consecutivi a partire dal 2,2 per introdurli, spiegare la loro natura , come estinguerli e cosa causano. Desidero tuttavia sviscerare qui solo da 2,2 a 2,9, lasciando i restanti ad altre occasioni. Y.S. 2,2: «(Il Kriyā Yoga) serve ad attenuare i Kleśa e a realizzare il Samādhi» Per Kriyā Yoga si intende «lo Yoga che è azione». Non intendo trattare ora questo argomento, perché troppo esteso e rischierebbe di fuorviarmi dall’obiettivo prefissatomi. Basti comunque sapere che esso è fondato sui medesimi principi che costituiscono gli ultimi 3 Niyama: l’ascesi, lo studio delle scritture e l’abbandono al Signore (YS 2,1). Anche se le sfumature possono essere diverse. Qui si dice che il duplice scopo di questa pratica è quello sia di realizzare il Samādhi, ma anche quello, un po’ più alla portata dei comuni mortali, di attenuare queste afflizioni. Attenuare non significa sopprimere, e questo perché il Kriyā Yoga si espleta nello stesso campo di battaglia dove crescono i kleśa, cioè l’azione. In altre parole una mano non può afferrare sé stessa, un occhio non può vedere sé stesso. Ma il Kriyā Yoga può attenuare i kleśa per permetterci di scoprire la nostra vera natura. Stefano Toso Pagina 7 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Y.S. 2,3: «L’ignorare la Verità(AVIDYĀ), il senso dell’egoismo(ASMITĀ), l’attaccamento (RĀGA) e l’avversione(DVE ±A), e la sete di vivere (ABHINIVEŚA) costituiscono i kleśa » L’origine dei kleśa è essenzialmente in AVIDYĀ, che è l’ignoranza intesa non in senso culturale, ma nel non conoscere profondamente chi ognuno di noi è. Molte sono le volte in cui ci identifichiamo nei vari ruoli che interpretiamo nella nostra vita, al punto che è del tutto normale dire «Sono un professore» , «Sono un operaio», ecc.. dimentichi del fatto che tutto ciò è solo un ruolo. In altri momenti ci identifichiamo con le nostre sensazioni: «Sono depresso», «Sono stanco», «Sono felice», ecc..Da questa particolare forma derivano le altre 4. I kleśa vengono dette anche “maculazioni” e non possono essere considerati delle vere e proprie vrtti, in quanto rappresentano più delle impurità che delle oscillazioni mentali. Y.S. 2,4: « AVIDYĀ è il campo(KSETRA) in cui si sviluppano gli altri kleśa, siano essi latenti, attenuati, temporaneamente interrotti o pienamente manifesti» Y.S. 2,5: « AVIDYĀ è il prendere per eterno, puro, felicità e Ātman (il Sé) ciò che invece è rispettivamente non-eterno, impuro, infelicità e nonĀtman » Questi 2 sūtra ci spiegano essenzialmente la causa della nostre sofferenze: i 5 kleśa illustrati prima hanno loro radice comune nel primo, AVIDYĀ, il quale altro non è che un errore madornale: (oggi diremmo «scambiare lucciole per lanterne»). La parola viene tradotta con il termine generico di ‘ignoranza’, ma la radice ‘vid’ della parola VIDYĀ (di cui AVIDYĀ rappresenta l’opposto) significa ‘visione’, ‘vedere’, e indica più un processo di intuizione, illuminazione, una presa di coscienza istantanea. Non si tratta perciò di ignoranza culturale, ma di non sentire dentro di sé alcuna risposta alla domanda «chi sono io?» (e magari neanche porsela!) e alle domande che ne conseguirebbero («perché esisto?», «chi sono gli altri?», ecc..). Questo kleśa è talmente forte da essere di fondamento agli altri quattro, che insieme ad esso genereranno una catena di cause ed effetti che a loro volta andranno ad alimentare i kleśa stessi. Si parla inoltre di quattro stati in cui si può trovare un kleśa: nello stato latente esso è un seme, pronto a germogliare quando se ne presenta l’occasione . Nello stato attenuato esso non è forte e può essere contrastato tramite la ‘meditazione sugli opposti ’, coltivando quindi atteggiamenti in grado di ridurli. Nello stato ‘temporaneamente ridotto ‘ esso si intreccia con altri kleśa e si generano due forze opposte che si annullano. Infine lo stato ‘pienamente manifesto ’ è quello in cui il kleśa si sta esprimendo. Per comprendere la gravità dell’errore generato da AVIDYĀ pensiamo alla nostra vita, in particolare in termini di spazio e di tempo. Gli studi di astronomia dimostrano che nell’universo fino ad ora conosciuto esistono migliaia di galassie, ed una di esse è la nostra . Il nostro sole, che pure è una enorme sfera infuocata, al confrontato ad essa non è altro che un insignificante pulviscolo attorno al quale ruotano alcuni “detriti” ancora più piccoli. Uno di essi, la Terra, ospita oceani, montagne, fiumi, ecc.. L’uomo in confronto e questi ultimi è un granello di sabbia in una spiaggia sconfinata. Ma nonostante ciò il nostro atteggiamento molte volte è di una superbia inaudita. Crediamo di essere i padroni del pianeta, lo deturpiamo e non ci rendiamo conto di essere come formichine impazzite che sfidano un vulcano. Il clima ultimamente non è impazzito, i matti siamo noi, con il nostro volerci sentire importanti, al centro del mondo. Stefano Toso Pagina 8 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Se osservassimo lo spazio infinitesimale scopriremmo poi molte altre cose: innanzitutto che la materia in sé non esiste! Non è altro che una forma di energia ‘congelata’. Il nostro corpo è energia!E per giunta intelligente (non siamo una massa informe di scariche elettriche, ma una energia capace di organizzarsi e manifestarsi in modi articolati, come ad es. il corpo umano) A livello atomico si perdono i confini tra le cose, si comprende che esiste una continuità tra me, l’aria che respiro, la scrivania che ho ora davanti, ecc.. Quante volte invece ci consideriamo limitati al nostro corpo materiale e ragioniamo egoisticamente dicendoci «Io sono io e degli altri non mi importa!» ? Se pensiamo in termini di tempo comprenderemmo che la nostra vita ha una durata infinitesimale se paragonata alle ere geologiche, o alla vita del nostro pianeta. Viaggiando alla velocità della luce , in una vita riusciremmo ad uscire dal sistema solare, ma non arriveremmo neanche alla stella più vicina! Nonostante questo viviamo come se fossimo immortali ! Come se la morte riguardasse solo gli altri ! Questa cappa di ‘māyā ‘ (illusione) che tiene prigioniero il nostro spirito pertanto è forte, e trae forza dal fatto che ci identifichiamo con le nostre percezioni esteriori legate ai cinque sensi, molto più che con il Purusa. AVIDYĀ infatti è ciò che ci spinge a cercare nella materia quella felicità, quella purezza, quella eterna gioia che è di Purusa soltanto. La prima vittima di AVIDYĀ è la percezione della nostra stessa coscienza. Y.S. 2,6: « ASMITĀ (egoismo) nasce dalla erronea identificazione della facoltà del veggente con quella della visione » Si parla qui di due facoltà: Purusa è la facoltà della consapevolezza, buddhi è la facoltà attraverso la quale si diventa consapevoli. In pratica questo kleśa non ci fa distinguere il veicolo dal guidatore, con la conseguenza di identificarci con il veicolo (come se fossero le automobili a guidarsi da sole!) . Faccio un percorso dal grossolano al sottile, cioè dal piano fisico a quello mentale : siamo abituati ad identificarci con il nostro corpo, diciamo «io vedo», «io parlo»,«io tocco», ecc.. dimenticandoci che chi parla, vede e tocca non siamo noi, ma il nostro corpo. Poi diciamo «io penso», «io approvo/disapprovo», ecc.. identificandoci con il nostro pensare (ricordate «Cogito ergo sum» ?) e non con «questa mente ora pensa». Questa confusione riversata all’esterno del corpo porta poi al concetto di «mio»: “la mia casa”, “la mia macchina”, “il mio lavoro”, ma anche “la mia compagna”. Questo tipo di identificazioni ,apparentemente innocue, ci porta a dover invece preoccuparci della loro stessa sussistenza: perciò diventiamo gelosi e possessivi, e guai se qualcuno fa apprezzamenti alla nostra compagna, riga la nostra auto, ecc.. Ci identifichiamo con il corpo che trattiamo come oggetto da mostrare. Il suo declino naturale è perciò un trauma e così diventiamo facile bersaglio di venditori di creme o prodotti pseudo-dietetici capaci solo a danneggiarci ulteriormente. Ci identifichiamo con i nostri ruoli: professionali (dottore, avvocato, muratore, ecc..), familiari (brava mogliettina, padre di famiglia, single, ecc..) , caratteriali (preciso, creativo, intelligente, pratico, ecc..) , religiosi (cristiano, islamico, buddista, ateo, ecc..), ecc. e facciamo dipendere la nostra felicità da tutte queste cose. L’esempio massimo di ciò che per me significa abbandonare l’ego è nella vita stessa di RamaŠa Maharshi, il santo che a sedici anni – spinto da un forte impulso spirituale – decise di abbandonare casa ed andare a meditare sul sacro monte AruŠācala, dove trascorse il resto della sua vita possedendo solo un perizoma ed una ciotola. All’atto di abbandonare casa scrisse : «Io sono andato da questo luogo per cercare mio Padre come Egli comanda. E’ un’impresa degna. Pertanto nessuno si addolori per ciò che questo ha fatto. E’ inutile spendere denaro per cercare questo». Stefano Toso Pagina 9 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Nella prima frase si identifica con “io”, l’anima individuale, il figlio, che va a cercare il Padre. Ma nelle frasi successive si indica in modo impersonale usando “questo”. Non c’è la firma. L’ego si è dissolto ! Y.S. 2,7: « RĀGA (attaccamento) è l’attrazione che segue (l’esperienza de) il piacere » Sono convinto che noi tutti aneliamo ad un’esperienza di felicità. Anche chi decide di togliersi la vita credo che tutto sommato – in modo del tutto erroneo – lo faccia con la speranza quanto meno di non soffrire. Succede però che quando AVIDYĀ e ASMITĀ si sono radicate (e questa è la condizione di noi tutti, salvo forse alcune persone al mondo), questo desiderio di felicità lo portiamo all’esterno, cercando cioè il piacere dei sensi. Vaghiamo perciò alla ricerca di qualcosa che possa darci anche una temporanea soddisfazione: divoriamo più cibo di quanto ci necessita, alla ricerca di chissà quali sapori, riempiamo la “nostra” casa di oggetti inutili (e chi dispone la merce nei supermercati sa bene che le cose superflue devono essere poste in modo evidente e facilmente accessibile, per tentarci ulteriormente), cerchiamo chissà quali esperienze amorose, prodezze sessuali, abbiamo bisogno di più soldi, vogliamo il successo immediato (anche nello yoga!). E quando questa esperienza ci ha gratificato tendiamo a ripeterla. Tutto sommato non è un meccanismo così sconosciuto: è lo stesso della tossicodipendenza ! Y.S. 2,8: «Quella repulsione che accompagna il dolore è DVE ±A » Quando lessi questo sūtra rimasi perplesso: come, la repulsione al dolore è una fonte di afflizione (kleśa) ? Dovremmo perciò desiderare il dolore ? Mi pareva un concetto un po’ sadomasochistico ! Compresi il mio errore solo collegando DVE ±A a RĀGA: essi sono i due lati di una stessa medaglia, i due aspetti di una stessa forza. Non ricordo chi fu a dire «Non hai legami più forti che verso le cose contro cui combatti! ». Alla luce di ciò ora mi è più chiaro: se un’esperienza viene giudicata negativa si tenderà a non ripetere nè quella, nè quelle che riteniamo simili. La nostra mente è come un rasoio sempre più affilato, che separa in bello/brutto, bene/male, giusto/sbagliato andando sempre più nel dettaglio . Questo crea un substrato in base al quale, al presentarsi di una nuova esperienza, possiamo decidere se provarla o meno. E’ un pre-giudizio. Il ripetersi di questo meccanismo porta a creare dei “solchi mentali”, percorsi preferenziali verso cui la nostra mente viaggia “con il pilota automatico”. Questo però ci porta a chiuderci a molte esperienze, nel (vano) tentativo di non soffrire. Viviamo ovattati, confinati dalla nostra mente. Entriamo in conflitto con ciò che riteniamo doloroso e con tutto ciò che crediamo lo generi (pregiudizio). Se identifichiamo quest’ultimo con una persona, un’attività , uno schieramento politico che odiamo , saremo costretti a seguirne le mosse incessantemente, a controllarne ogni azione, a parteggiare per schieramenti opposti. E dove ci sono schieramenti c’è un confine. E dove c’è un confine presto o tardi c’è (o ci sarà) una guerra. Y.S. 2,9: «L’attaccamento alla vita (ABHINIVEŚA) è una predisposizione innata, radicata perfino nel dotto » Stefano Toso Pagina 10 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni L’attaccamento alla vita è il desiderio di immortalità. Sotto un’altra angolatura è la paura della morte. E’ un istinto primordiale dettato – dice Vyāsa – dalle esperienze di morte delle vite precedenti. Patañjali aggiunge che essa è radicata anche nella persona che ha acquisito una grande conoscenza intellettuale, sottintendendo che una pura cultura dello yoga senza una esperienza diretta non porta ad alcun frutto. Essa è il frutto dei kleśa precedenti, figlia del desiderio di provare tutti i piaceri possibili (RĀGA) ed evitare ciò che ci fa più paura: la morte fisica (DVE ±A). Sperimentare lo Yoga nella quotidianità. Nel mio breve percorso, fin ora in qualità di allievo, ho incontrato due grosse trappole: • Partire dalle āsana e vivere una pratica puramente fisica, dimenticando così il vero obiettivo dello Yoga (la realizzazione del Sè). I benefici fisici apportati dalle āsana rischiano pertanto di essere controbilanciati da una percezione puramente fisica di sé (Io sono il mio corpo), portando ad una cura maniacale della propria salute. Chi riesce fisicamente ad assumere la postura richiesta con agilità (non è il mio caso!) rischia di ritenersi erroneamente un buon praticante, e magari uno yogi. In realtà è preda di ASMITĀ, e rendersi conto di ciò sarà per lui difficile quanto doloroso • Capita a volte che la seduta (di āsana, prāŠāyāma o meditazione, ecc..) sia stata proficua, e che alcuni abbiano sperimentato stati di benessere o abbiano preso coscienza di una parte di se stessi. Al termine della pratica però si chiedono “Come fare ora a portare ciò che ho vissuto all’esterno ? Qui mi trovo in un ambiente ‘protetto’, adatto a far emergere liberamente ciò che ho dentro, ma fuori di qui le cose cambiano!”. A mio avviso i precetti di Yama e Niyama sono la risposta a questa domanda. Gandhi diceva di ‘sperimentare’ questi precetti, suggerendo un atteggiamento di curiosità quasi scientifica, per vedere come la propria vita cambiava. Ma ci vuole un po’ di coraggio (e cautela): la cavia di questi esperimenti è la nostra stessa vita. Occorre perciò essere disponibili, mettersi in gioco, osare. I benefici che se ne traggono possono essere notevoli: praticando la non-violenza verso colleghi di lavoro a noi ostili, essi non si sentiranno più minacciati da noi. A volte iniziano ad essere più aperti nei nostri confronti, rivelandoci la causa vera della loro ostilità. Impariamo così a notare anche nostri eventuali atteggiamenti errati, ad ammetterli sinceramente. Creiamo un ambiente più veritiero, otteniamo più collaborazione e collaboriamo più volentieri. E le nostre 8 ore di lavoro diventano meno stressanti. Ciò richiede disponibilità, ma vale la pena fare dei tentativi. Stefano Toso Pagina 11 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Yama – Le astinenze - Il rapporto con gli altri La radice ‘yam’, come detto, significa ‘limitare, contenere, controllare ’. In particolare gli Yama regolano il rapporto con gli altri, indicando la strada per entrare in armonia con il mondo circostante. Sono regole che, a detta di Patañjali (YS 2,31) possono essere soggette a limitazioni dovute alla casta, al luogo, al tempo ed alle circostanze. Il già citato Gandhi, , le cui opere ed i cui pensieri raccolti in libri quali “Teoria e pratica della non-violenza” o “La mia vita per la libertà” sono di base in diverse asserzioni in questo documento, ha una visione leggermente diversa in questo punto, in quanto non condividendo il concetto stesso di casta, limitava codeste possibili eccezioni a fattori di luogo, tempo e circostanze: ne è la prova la sua partecipazione attiva a diversi conflitti, pur opponendosi ad ogni forma di violenza. Ciò dovrebbe far riflettere sul reale concetto di libertà: noi molto spesso ci consideriamo ‘dipendenti’ dagli altri, dalla società, ecc.. e questa dipendenza , vissuta come un peso, ci fa desiderare di essere ‘liberati’ dalle varie catene che ci costringono ad agire in modo che riteniamo non conforme ai nostri desideri. Ci fa sognare cioè questa ‘libertà’ come sinonimo di indipendenza da tutto ciò che ci circonda. Ma può realmente essere così ? Esiste realmente qualcuno, o anche on oggetto, indipendente, autonomo al 100% rispetto al mondo che lo circonda ? Anche un sasso ha bisogno di un terreno su cui appoggiarsi, anch’esso ha avuto bisogno di leggi della natura con cui venir creato. Nessun essere può realmente sopravvivere senza il resto del Creato, con cui deve entrare in relazione. La cosiddetta ‘indipendenza’ altro non è che un ennesimo inganno del kleśa ASMITĀ (“Io sono io, gli altri non mi riguardano”). La vera necessità non è tanto quella di svincolarsi da ciò che ci circonda, ma di armonizzare i rapporti con ciò che vi è all’esterno. In altre parole, non credo di identificare la ‘libertà’ né nella ‘dipendenza’, né nella ‘indipendenza’, ma in una corretta ‘interdipendenza’ verso gli altri e verso il mondo. Più semplicemente, una famosa frase dice : “La mia libertà finisce dove inizia quella degli altri!” Mi si obietterà che non si può entrare in una corretta relazione con il mondo esterno se non si è prima fatta chiarezza in sé stessi. Ritengo questo in parte vero (ed in questo gli Niyama sono un valido supporto), ma è pur vero che è altrettanto impossibile far pace in se stessi e litigare con il mondo intero ! In realtà ogni Yama, ogni Niyama, così come ogni ‘a‰ga’ (membro) dello Yoga di Patañjali altro non è che una facciata di un diamante intero; da qualunque lato si intenda iniziare il percorso esso attirerà via via tutti gli altri, come le perle di una collana. Passerei pertanto ad analizzare ognuno dei singoli Yama, partendo per ognuno di essi dal relativo sūtra di Patañjali. Per quanto riguarda Ahimsā e Satya in particolare, prego affinchè l’esempio e le parole di Gandhi mi illuminino sul percorso. Mi sorprende notare come molti considerino Gandhi solo come apostolo della non-violenza e non come egli ebbe a definirsi “un appassionato ricercatore della Verità (Satya), la quale altro non è che un sinonimo di Dio” . Questa definizione la credo molto più veritiera di quelle dategli sia di chi lo ha osteggiato (‘un sedizioso avvocatuccio, un fachiro che sale seminudo le scale del palazzo vicereale’ (W.Churchill)), sia di chi lo ha ammirato (“Le future generazioni stenteranno a credere che un uomo di siffatta statura morale sia passato in carne ed ossa sulla terra” (A.Einstein)). Stefano Toso Pagina 12 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Yama – Le astinenze - Il rapporto con gli altri – Il Grande Voto Qui vorrei tentare una sintesi del significato dei 5 Yama: _ Ahimsa Ahimsa : la nonnon-violenza Essere umile Non imporre le proprie convinzioni ad altri Rispettare gli altri e i loro punti di vista Satya : La Verità Non essere in recitazione Le cose così come sono Vivere qui ed ora Non manipolare la Verità Vivere nel rispetto della Verità Verità Asteya : L’onestà Rinunciare all’appropriazione disonesta (di cose, persone, ruoli sociali, ecc..) Brahmacharya : La castità L’utilizzo corretto delle proprie ener energie L’esperto dell’assoluto Una attitudine di moderazione davanti a tutte le cose Aparigraha : La nonnon-possessività Il nonnon-accumulare Rinunciare al superfluo Stefano Toso Pagina 13 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Ahimsā – La non-violenza Y.S. 2,35: «Una volta radicata in lui la non-violenza, cessa ogni ostilità» «Tutti i santi e i venerabili del passato, del presente e del futuro ,tutti dicono, annunciano, proclamano e dichiarano : Non uccidere, né maltrattare, né ingiuriare, né tormentare, né perseguitare nessuna specie di creatura, nessuna specie di animale, né alcun essere di nessuna sorta. Ecco il punto, eterno e costante principio della religione proclamato dai saggi che comprendono il mondo!». Ayaramgasūtra, tradizione Jainista, III sec. d.C. “Primum non nocere” direbbe Ippocrate, e guarda caso, Ahimsā è il primo “precetto” del primo anga del Rāja Yoga. Ma perché è così importante da essere messa al primo posto ? Cosa compare al cessare di ogni ostilità ? Secondo Gandhi la Ahimsā era il mezzo per arrivare a fare l’esperienza della Verità (o Satya) che, nella sua condivisibile concezione “è Dio, e Dio è Verità”. Egli narra che un sincero ricercatore della Verità si porse la domanda “Devo mostrare pazienza nei confronti di coloro che mi creano delle difficoltà o devo distruggerli ?”. Egli comprese che chi distruggeva non compiva alcun passo avanti: il primo atto di distruzione gli fece capire che il nemico era dentro di lui e non fuori. Chi invece mostrava pazienza e tolleranza imparava ad entrare in reale contatto con gli altri. Una ‘corretta sofferenza’: ecco cosa scrisse Gandhi a proposito della sua scoperta dell’ Ahimsā: “Mi trovai di fronte all’alternativa tra l’aderire anch’io alla violenza o trovare un altro metodo per risolvere la crisi e far cessare l’ingiustizia, e allora mi venne in mente l’idea di rifiutare di obbedire alle leggi discriminatorie, affrontando per questo anche la prigione. Nacque così l’equivalente morale della guerra...la ragione non è sufficiente ad assicurare cose di fondamentale importanza per gli uomini, che devono essere conquistate attraverso la sofferenza. La sofferenza è la legge dell’umanità, così come la guerra è la legge della giungla. Ma la sofferenza è infinitamente più potente della legge della giungla!..quando volete ottenere qualcosa di veramente importante non dovete soddisfare solamente la ragione, ma toccare i cuori!”. Gandhi però aggiunse “Ma se dobbiamo sopportare i ladri non dobbiamo sopportare il danno”, in altre parole la non-violenza non è subire passivamente ma agire in modo da ricondurre il ladro sulla “retta via”, evitando che compia altri danni. Si potrà intuire che la cosa non è facile, occorre realmente impegnarsi con tutte le forze. Essa richiede e sviluppa in noi qualità quali il perdono, la capacità di soffrire, il controllo dei nostri istinti aggressivi, la capacità di “porgere l’altra guancia” che Gesù insegnava. La pace è ancora oggi una conquista che molti popoli sognano. In situazioni di guerra nulla realmente può fiorire se non il dolore, l’odio ed il risentimento. E l’eliminazione della violenza fisica è solo il primo gradino dell’ Ahimsā . In Italia per nostra fortuna, non ci troviamo a vivere grandi conflitti sociali. Tuttavia viviamo giornalmente piccole violenze quotidiane, quando siamo in preda a scatti di ira, quando usiamo le parole per ferire, per vendicarci di qualche torto subito, ecc.. Siamo cioè preda di “riflessi condizionati”, schemi mentali (es “occhio per occhio, dente per dente”) che abbiamo appreso, che più volte abbiamo applicato, senza quasi renderci conto del danno che creiamo, ma che ormai chiamiamo ‘il nostro carattere ’ quindi immodificabile. Eppure cambiare si può, Stefano Toso Pagina 14 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni con uno sforzo e riconoscendo umilmente i nostri errori. L’ Ahimsā a mio avviso nasce proprio dall’umiltà, dal perdonare se stessi e gli altri, dal non voler imporre la propria opinione. Occorre la disponibilità ad accettare il proprio buio, a riconoscere le proprie miserie. Ne saremmo i primi a beneficiare. Capita infatti che rivolgiamo la violenza verso noi stessi, forzando il nostro corpo ad essere ciò che non è naturale (pensiamo a quanti si sono rovinati per scarsa o eccessiva attività fisica, ai casi di doping, ma anche alle persone che sacrificano la propria salute in nome di un modello di bellezza irreale, finendo per essere preda di anoressia, bulimia, ecc.. non ho inventato io il termine ‘malattia psico-somatica ’ di cui molta gente soffre e di cui è inconsciamente responsabile), forzando i nostri sensi ad esperienze negative (film violenti, musiche a volume eccessivo, l’alcol e le droghe con le ripercussioni sul corpo ed anche sulla mente). Avere un atteggiamento di non-violenza ci permette di essere più presenti a ciò che ci accade e non più schiavi di errate abitudini, e ciò ci dà la forza e la fiducia in noi stessi per proseguire questa difficile ma emozionante strada. Ma il vero significato di Ahimsā è ancora più alto: Gandhi dice “Al centro della non-violenza sta una forza spontanea. Ahimsā significa “amore” nel senso paolino , e qualcosa di ancor più forte dell’”amore” definito da san Paolo, anche se sono convinto che la bella definizione di san Paolo è valida per tutti gli scopi pratici. L’ Ahimsā include tutto il creato, e non solo il genere umano. Nella lingua inglese la parola “amore” ha altri significati, e dunque sono stato costretto ad usare un termine negativo”. Tale attitudine si può a mio avviso descrivere con la parola yajña cioè “un atto diretto al bene degli altri compiuto senza alcun desiderio di ricompensa materiale o spirituale. Il termine “atto” deve essere inteso nel suo senso più vasto, e oltre all’azione vera e propria comprende anche il pensiero e la parola. Per “altri” si intende non soltanto l’umanità ma tutti gli esseri viventi”. Alla luce di ciò si comprende meglio il comandamento di Gesù: «Ama il tuo prossimo come te stesso» Essa ci induce a: 1. conoscere noi stessi (altrimenti come potremmo amare ciò che non conosciamo?) 2. ad amare noi stessi (Ahimsā verso il nostro intero essere (corpo, mente e spirito)) 3. conoscere l’altro essere umano, accettandone le diversità 4. ad amare gli altri (tutti, indistintamente) ad iniziare da ciò che ci è più vicino, ed abbandonando atteggiamenti ipocriti (di chi dice “Io amo il mondo” e poi litiga con la famiglia! ) Ma come applicare quest’aurea regola ? Non sempre la vita ci offre occasioni agevoli alla nonviolenza; anzi, a volte ci troviamo a dover scegliere tra due forme di violenza. Come decidere ? Occorre fare una precisazione: il termine “himsā” (violenza) di cui Ahimsā ne rappresenta l’opposto, indica causare sofferenza per ira, per un fine egoistico o per desiderio di far del male. Qualora un pazzo armato decidesse di uccidere le persone che incontra sarebbe nostro dovere ucciderlo, compiendo un atto caritatevole sia nei confronti della società (a cui abbiamo evitato ulteriori perdite umane) sia nei confronti del pazzo stesso, impedendogli di compiere ulteriori violenze. L’atto di Ahimsā, come il sacrificio di una vita umana – inclusa la propria – deve essere fatto in assenza di altri mezzi pacifici e deve portare il maggior beneficio possibile al maggior numero di persone. Per chiarire quanto detto riporto il pensiero del Mahātma (“Young India”, 4/11/1926): 1. E’ impossibile mantenere in vita il proprio corpo senza distruggere altri corpi 2. Tutti sono costretti a distruggere qualche vita a. Per sostentare il proprio corpo b. Per proteggere coloro che sono affidati alla loro custodia c. A volte nell’interesse stesso di coloro che vengono privati della vita Stefano Toso Pagina 15 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni 3. I casi 2a e 2b comportano himsā, in maggiore o minore misura. Il caso 2c non comporta himsā, e dunque rientra nell’ Ahimsā. L’himsā nei casi 2a e 2b è inevitabile 4. Colui che intende praticare l’ Ahimsā deve dunque commettere l’himsā contemplato nei casi 2a e 2b nella minor misura possibile, soltanto quando è inevitabile, dopo una completa e matura riflessione e dopo aver esaurito tutti i mezzi per evitarlo. Questo può farci intuire che, per esempio, Gandhi fosse a favore dell’eutanasia. Egli disse che la violenza è la legge dell’istinto animale dell’uomo, la non-violenza è la legge dello Spirito. Un esempio pratico di questi concetti può tradursi anche nella scelta di una alimentazione sempre più vegetariana. Studi recenti dimostrano che il consumo di carne (per noi innaturale, visto che il nostro apparato digerente è più simile a quello di una mucca che a quello di un carnivoro) ci fa assumere un atteggiamento più istintuale e più violento. Si è inoltre notato che anche i vegetali hanno una loro sensibilità. Occorre perciò avere una certa cautela, garantire la sopravvivenza della pianta, preferendo i cereali (che si raccolgono al termine del ciclo vitale) o la frutta matura Ahimsā nell’approccio alle pratiche Yoga Chiarisco che per ‘pratiche Yoga’ intendo tutte le pratiche di una seduta di Yoga. Anche e soprattutto in questi momenti attenersi ad Ahimsā è indispensabile: “primum non nocere” è la regola base se vogliamo aver beneficio dalla pratica. Molto spesso però capita che: • Si chieda al proprio corpo più di quanto possa dare, con la conseguenza che tutta la pratica diventi una lotta contro se stessi. Occorre conoscere i propri limiti fisici, accettarli ed arrivare a compromessi • Si chieda anche alla propria mente ciò che non può dare in un determinato momento. Ci sediamo in meditazione e veniamo sopraffatti da continue immagini mentali. E più tentiamo di allontanarle e più esse ci sopraffanno. Finiamo così per ingaggiare una lotta con la nostra mente. Ahimsā è riconoscere umilmente il proprio stato mentale e com-prenderlo (accettarlo con il cuore per capirne il significato) per poi trascenderlo • Si inizia la pratica senza aver ‘staccato la spina ’ dai problemi della giornata: così facendo si perde totalmente il beneficio maggiore della pratica, che non è stata realmente percepita: la presenza cosciente. Inoltre tutte le tensioni della giornata confluiscono nella pratica (se ho litigato con il mondo intero difficilmente riuscirò ad essere calmo e rilassato!) • Anche gli effetti sulla sfera spirituale (maggior distensione, felicità) rischiano di venir spazzati via in un attimo se la nostra attitudine nella vita è violenta. • Una attitudine violenta genera un atteggiamento rigido. Un atteggiamento rigido si traduce in un corpo rigido. Si può passare attraverso l’uso delle āsana per indurre uno stato d’animo più flessibile, morbido, che conduca ad Ahimsā. Ritengo a tale scopo che le tecniche di rilassamento e scioglimento muscolare siano più adatte. Non ritengo idoneo far praticare es. āsana particolarmente energizzanti a persone violente, in quanto non sarebbero in grado di dirigere l’energia accumulata verso fini evolutivi. • Un atteggiamento violento genera inutili tensioni anche all’interno del gruppo di partecipanti e verso l’insegnante. A spese di tutti. Ahimsā perciò spinge a non aspettare ad essere amato, ma ad amare per primo. A fare il primo passo. E a ricambiare generosamente ogni gesto amorevole, come dice il noto proverbio: Stefano Toso Pagina 16 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni «Tutto ciò che non viene donato, va perduto» o come cita Gandhi: “Per una ciotola d’acqua offri un buon pasto Ad un gentile benvenuto inchinati con ardore; Per una semplice monetina restituisci oro; Se la vita vuoi salva, non salvaguardarti. Così osserva le parole del saggio; Ogni minimo favore ricompensa dieci volte. Ma i veri nobili sanno che tutti gli uomini sono uguali, E lietamente ricambiano col bene il male ricevuto” (strofa didattica gujarati citata da Gandhi) Stefano Toso Pagina 17 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Satya – La Verità Y.S. 2,36: «Quando la Verità è radicata in lui , egli diviene padrone del frutto dell’azione» Questo sūtra ha dato adito ad alcune delle interpretazioni più fantasiose, secondo le quali chi ottiene la perfetta padronanza di questo Yama è in grado di modificare gli eventi a proprio piacimento. Questo, a mio avviso presupporrebbe l’esistenza di un proprio ego cha si contrappone alle leggi naturali, mentre credo che uno degli scopi di Satya sia la distruzione di tale ego: la persona saldamente orientata nella Verità ha sviluppato e purificato la propria mente al punto tale che essa rispecchia senza sforzo la mente universale. La sua buddhi (o intelletto, intuito) è talmente sviluppata da saper esattamente percepire gli eventi e di prevederne le conseguenza con estrema precisione. E’ un concetto tutto sommato non lontano da noi: ogni previsione scientifica è tanto più precisa quanto maggiori sono i dati a disposizione (si pensi al notevole progresso delle previsioni meteorologiche). Il praticante, applicando sempre maggiormente Satya svilupperà quella Buddhi che nella dottrina Sāmkhya è che la più raffinata espressione della sostanza primordiale (o Prakrti) in cui si specchia la coscienza (o Purusa). Abbiamo visto come tra i frutti di Ahimsā vi sia anche l’umiltà e l’assenza di giudizio: esse sono a mio avviso ingredienti indispensabili per iniziare a praticare questo precetto. Un atteggiamento superbo o punitivo si scontrerebbe immediatamente al presentarsi di una verità scomoda che ci riguarda. Per iniziare questo percorso suggerisco di individuare i momenti in cui non siamo nella Verità e le cause. Iniziamo dalla falsità verbale: diciamo menzogne per vari motivi , ad esempio: • Involontariamente, per una erronea percezione o per ignoranza • Per proprio tornaconto (egoismo) • Per paura di non essere accettati dagli altri (evitare l’emarginazione, l’esclusione da un gruppo) • Per ‘coerenza’ con un ruolo che abbiamo (es. l’insegnante che , non sapendo qualcosa della sua materia, la inventa di sana pianta!) Essere veri significa accettarsi per ciò che si è ! Ma chi siamo realmente ? Nella vita assumiamo vari ruoli, interpretiamo diverse parti come attori di teatro. Il problema non sono queste maschere in sé, ma il fatto che ci siamo messi a fare gli attori 24 ore su 24, identificandoci con il ruolo e scordandoci tutto ciò che sta fuori dal palcoscenico. Satya prende mosse dalla “disidentificazione” con questi ruoli che tanto amiamo prendere. Eccone alcuni: • La professione : “Io sono l’ingegnere..,l’avvocato,il giudice, il medico, l’operaio, ecc.. • I titoli onorifici : Cavaliere, Commendatore,ecc.. • Il ruolo familiare : Il padre, la madre, la moglie, il figlio, lo zio, il nipote, il nonno, ecc.. • Il ruolo con gli altri : l’amico del cuore, il giullare, il contestatore, la vittima, il carnefice Ed anche con: • L’insegnante di Yoga, il guru illuminato !! Questo insieme di maschere con cui abbiamo a che fare in ogni momento costituiscono ciò che definiamo personalità. Stefano Toso Pagina 18 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Siamo talmente identificati con essa da cambiare anche il timbro della nostra stessa voce: chi anche solo per un attimo è andato oltre alle proprie usuali identificazioni ha notato di avere una voce diversa che non era abituato a sentire! Ecco una definizione di tale parola dal vocabolario Zingarelli: personalità : ciò che attiene alla persona come figura, carattere e condizione. Ciò che “contorna”. Mentre la nostra essenza: essenza : ciò che una cosa è In sanscrito il termine “sat” da cui deriva Satya significa proprio “ciò che è” Essere nella Verità significa anche vivere il presente, qui ed ora, cioè: • Abbandonare il passato (rancori, frustrazioni, ecc..) • Abbandonare il futuro (desideri, aspettative,ecc..) • Non essere in recitazione • Non manipolare le situazioni • Accettarsi per come si è realmente, pregi e difetti .. • Accettare ciò che ci sta accadendo e che non abbiamo potuto/voluto modificare • Abbandonare “il mito”: non vivere in conflitto tra ciò che sono e ciò che vorrei/avrei voluto essere Ogni pratica, quale più quale meno, conduce inevitabilmente alla Verità, in quanto stimola la auto-osservazione non-giudicante. Tuttavia desidero citarne alcune: • La meditazione sul koan “Chi sono io?” • Yoga Nidrā • Dhyāna Perchè Satya negli Yoga Sūtra è stato menzionato dopo Ahimsā ? Secondo molti testi la Verità non deve essere un mezzo per causare violenza ad altri, in altre parole Ahimsā deve essere di importanza prioritaria. (Se prima vedo una persona dirigersi in un luogo e poi un’altra con un coltello in mano mi chiede se ho visto la persona di prima, dovrei dirle la verità? Credo di no). Qui non si tratta ovviamente solo di violenza fisica, ma anche psicologica: se ad una persona con seri problemi psicologici viene rivelata una verità scomoda e dolorosa che non è in grado di accettare le creeremmo una sofferenza peraltro inutile. Se prima stentava a superare le proprie difficoltà ora gliene avremmo create di maggiori. Eppure quante volte siamo andati da qualcuno (il capo, il padre, ecc..) con la voglia di “dirle in faccia” quello che pensiamo di Lei, magari cogliendo nel segno qualche suo difetto, ma con la rabbia nel cuore ? La persona che si sente minacciata non è messa in condizioni per potersi guardare dentro con serenità, e questo la porta a non accogliere le parole dette, per quanto esatte possano essere state! Occorre perciò che anche nella comunicazione vi sia un atteggiamento non-violento. Gandhi si è spinto più in là! Egli si sforzò tutta la vita a raggiungere la Verità: per lui Satya era il fine, non un mezzo. E Dio era Verità , anzi “La Verità è Dio” «Nella realtà nulla è o esiste tranne la Verità. E’ per questo che Sat o Verità è il nome giusto da dare a Dio. Infatti è più corretto dire che la Verità è Dio che non che Dio è Verità. Ma poiché non possiamo fare a meno di un sovrano o di un generale, definizioni di Dio come “Re dei Re” o “Onnipossente” sono e rimarranno di uso corrente» Stefano Toso Pagina 19 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Seppure egli abbia più volte definito Ahimsā “il mezzo per raggiungere Satya” , leggendo “Teoria e Pratica della non-violenza” al capitolo “Fini e mezzi” mi è sembrato implicito il riferimento ad altri Yama e Niyama: «L’identificazione con ogni altro essere vivente è impossibile senza auto-purificazione [Śauca]; senza auto-purificazione l’osservanza della legge dell’ Ahimsā rimane un vuoto sogno; Dio [che è Verità] non può essere mai realizzato da chi non ha un cuore puro. . . Per raggiungere la perfetta purezza si deve divenire assolutamente liberi da passioni nei pensieri nelle parole nelle azioni; ci si deve sollevare al di sopra del dissidio tra amore e odio, tra attrazione e repulsione. . .Vincere le passioni sottili mi sembra di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi . . .Da quando sono tornato in India ho avuto una continua esperienza delle passioni assopite che si celano dentro di me..[Brahmacharia?] » Gli indiani definiscono Dio anche come Sat Cit Ānanda: “Sat” come già detto significa “essere”, ed è anche alla radice della parola Satya, che quindi indica la realtà profonda del creato, oltre ad ogni definizione. Ma dove c’è Verità c’è anche consapevolezza (Cit): una consapevolezza che non fosse basata su tale verità non può essere reale, non può quindi generare una vera conoscenza. E poi, una falsa conoscenza genera paure, mentre una conoscenza profonda e reale dissipa il buio dell’ignoranza e ci permette di vivere con più serenità e fiducia. In tale condizione siamo consapevoli di tutto ed il dolore non ha posto. Vi può essere solo beatitudine (Ānanda). Anche il Vangelo di Giovanni(8,32) ribadisce questo: «Quando conoscerete la Verità, la Verità vi renderà liberi » Giovanni(8,32) La Verità nell’approccio alle sedute Non ho la pretesa qui né di essere completo (ho ancora molte cose da imparare!), né di sentirmi al di sopra di chi ricade in questi errori. Voglio solo esporre alcune personali osservazioni. Mi sono chiesto: in che modo questo precetto viene disatteso durante una pratica di Yoga ? Ecco, io credo di non essere nella Verità quando: • (da allievo) o tendo ad eseguire posture “da rivista”, forzando il mio corpo oltre i suoi limiti. In quel momento non accetto la realtà del mio corpo ed inseguo un mito (il fisico snello in fotografia) o Penso a priori di non potercela fare (condizionamento da esperienze passate) o Mi creo delle aspettative dalla pratica (es. «Medito così mi sentirò in pace») che vengono puntualmente disattese dal mio stesso atteggiamento, con il risultato che: Non ho ottenuto ciò che desideravo (“la pace” o “l’illuminazione” in casi più gravi!) Non ho accolto ciò che invece è accaduto, troppo preso dal voler assecondare un desiderio o Non comunico né a me stesso né all’istruttore i disagi, le incomprensioni, i fallimenti che ho vissuto durante la pratica. I motivi possono essere diversi. A volte si ha semplicemente paura di sentirsi una pecora nera, una nota stonata in un coro. In ogni caso il risultato è un rapporto falso con l’istruttore - che oltretutto non viene quindi messo in grado di capire se ciò che ha proposto ha funzionato o no (e se ha fatto un errore lo continuerà a ripetere!) - , ed anche Stefano Toso Pagina 20 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni con i compagni di corso, con i quali si dovrebbe tentare di instaurare un rapporto sincero e sereno Credo che questi siano altri possibili errori a cui potrò andare incontro in qualità di istruttore: o Ritenersi al di sopra dei propri allievi o Ritenersi “arrivato”, credendo di sapere o Non scusarsi con gli allievi dei propri errori o Aspettarsi la gratitudine, il plauso, l’approvazione altrui o Atteggiarsi “da guru illuminato” anche all’esterno o Ritenere il momento dell’insegnamento distaccato dalla propria vita e ritenere pertanto che i propri difetti non emergano durante la pratica dell’insegnamento o Snaturare l’insegnamento dello Yoga per farlo aderire ad una visione egoistica. Penso sia naturale trasmettere lo Yoga secondo la propria esperienza, ma evitando eccessi e distinguendo bene il proprio vissuto da ciò che dicono le tradizioni, verso le quali dimostrare rispetto. La mia esperienza In sintesi quello che ho capito è che si può parlare di ciò che si sà (già questo sarebbe un buon traguardo da non dare per scontato!) ma si trasmette ciò che si è ! Ciò che abbiamo realmente interiorizzato , e che ci ha trasformato ed ha trasformato il nostro modo di percepire il mondo, al di là di ogni ragionamento: questo noi possiamo trasmettere. Ciò che è fiorito in noi , spande il suo profumo attorno a noi. Stefano Toso Pagina 21 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Asteya – Non rubare – L’onestà Y.S. 2,37: «Quando si è fermamente stabiliti nell’onestà , ogni specie di gemma si presenta (allo yogi)» : «Quando (lo yogi) non desidera più appropriarsi indebitamente di nulla , compaiono attorno a lui ogni specie di gioielli» Cosa significa questo sūtra? Che lo yogi che ha raggiunto la più alta onestà viene ricoperto di ori e gemme preziose? E se si, che se ne farebbe ? A mio avviso questo sūtra va ad intaccare alcuni dei nostri più forti condizionamenti: o l’avere come fonte di felicità o il desiderio di sopraffazione (“mors tua vita mea”). Tutti noi sperimentiamo quotidianamente il rapporto con diversi oggetti, o con persone, ricavandone delle sensazioni, piacevoli o spiacevoli, le quali ci fanno istintivamente desiderare se ripetere l’esperienza o meno. In particolare la sensazione piacevole ci induce a desiderare nuovamente quell’oggetto che diviene per noi il simbolo della felicità Non è solo questo il punto. Il fatto è che come animali siamo legati anche ad un forte istinto di sopravvivenza, che ci ha indotto sempre a salvaguardare la nostra vita ed i nostri averi a discapito dell’animale (o uomo) che ci stava accanto. Questo istinto ci ha fatto vedere noi stessi e gli altri come posti in una gerarchia in cui chi più possiede comanda ed è il più felice e chi meno possiede è più infelice. In questa ottica distorta, il piacere legato all’oggetto viene ampliato dal piacere di sentirsi privilegiato rispetto agli altri (“Io ce l’ho e tu no! Tie!” si diceva da piccoli), con la conseguenza di scatenare una guerra con gli altri fatta di invidie reciproche il cui unico vero risultato è quello di separarci dall’altro, che diventa per noi un concorrente. Tentiamo perciò di indebolire il concorrente con ogni mezzo possibile e nello stesso tempo cerchiamo di salvaguardare il nostro patrimonio. In questo conflitto la nostra mente è focalizzata su come ottenere con il minimo sforzo i vari oggetti che desideriamo (non solo oggetti, ma anche persone, idee, ruoli sociali, ecc..) . Il furto è una tentazione forte in quanto ci offre una scorciatoia per ottenere ciò che vogliamo senza faticare. Ma se un furto fatto per estrema reale necessità può anche essere comprensibile (chi ruba una mela perché sta morendo di fame!), un furto fatto per i suddetti motivi genera in noi un senso di colpa con il quale ci dobbiamo rapportare: la coscienza sa bene quali sono le nostre reali intenzioni (anche quando non abbiamo le possibilità di metterle in pratica) e ci comunica che esse non sono in armonia con il nostro essere e con il Dharma. Si potrebbe obiettare che molti di noi non rubano, pertanto questo precetto lo padroneggiano già. Sicuri ? Anche qui passando dal grossolano al sottile, esistono varie forme di furto: dall’appropriazione di idee altrui (che spacciamo per nostre), di parole lette in qualche libro e proposte nelle tesi come farina del nostro sacco (spero questa non sia un esempio!), all’accettare compensi non previsti solo per aver svolto il proprio lavoro, al non impegnarsi nel proprio lavoro pretendendo lo stipendio (venir pagato per ciò che non abbiamo fatto nei termini concordati è un furto di energie: quante volte impugniamo i nostri diritti e facciamo orecchio da mercante di fronte ai nostri doveri?). E’ qui a mio avviso che Asteya si lega a Satya (Verità) ed il suo significato di “non rubare” si trascolora nella parola “Onestà”. Rimanendo sempre focalizzati sugli oggetti che desideriamo e sugli altri, precludiamo la nostra mente ad obiettivi più puri, non ottenebrati dai desideri. Ecco perché nello Yoga esistono pratiche di depurazione fisica e mentale: non è una sorta di autopunizione, ma è rendere la propria mente limpida da poter rispecchiare in essa la mente universale. In una società come la nostra, in cui l’istinto di sopraffazione – che abbiamo camuffato con parole Stefano Toso Pagina 22 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni come “concorrenza” o “competizione” – ci ha portato a casi patologici (in Giappone alcuni studenti si sono suicidati perché arrivati secondi ad un esame!), l’applicazione di questo sūtra è utile quanto difficile. Per fare ciò occorre capire bene cosa significhi Asteya o, al contrario , cosa significa il suo opposto: rubare. In effetti si possono rubare oggetti, ma anche parole, atteggiamenti, modi di dire, idee, ecc.. Vorrei provare ad esaminare alcune forme di furto: • Rubare oggetti • Non rubare per mancanza di occasioni o possibilità (pur avendone l’intenzione) • Non rubare per paura di una punizione (ed essere perciò disonesti quando siamo fuori controllo) • Ingannare: usare la propria astuzia e le proprie conoscenze per derubare (anche legalmente) la gente • L’invidia: il desiderio represso di qualcosa di altri • L’imitazione comportamentale (modi di vestire, parlare, ecc..) da parte di chi non ha una solida personalità • Derubare lo Stato (es. evasione fiscale) • Utilizzare a fini personali mezzi e strumenti del posto in cui si lavora • Accettare compensi ulteriori (bustarelle) per aver semplicemente svolto il proprio lavoro • Negligenza: non mettere a disposizione le proprie capacità pretendendo lo stesso compenso pattuito • Richiedere un compenso più alto del dovuto per il proprio lavoro, favoriti dal proprio ruolo sociale (es. medico) e/o in accordo con chi esercita la stessa professione (es. accordi tra società assicurative o banche per alzare in contemporanea le tariffe) • Indurre o richiedere al negoziante nostro amico uno sconto in nome del legame di amicizia • Approvare o non contrastare un furto altrui • Appropriarsi di un consenso immeritato, ostentando una nobiltà d’animo. Per questo si possono anche compiere buone azioni, ma non se ne coglierà realmente il frutto e sarà il proprio ego a gonfiarsi. A tal proposito ricordo quanto dice il Vangelo a proposito dell’azione disinteressata: «Quando dunque fai l’elemosina, non suonar la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e per le strade per essere lodati dagli uomini. Ma quando fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quello che fa la destra, cosicché la tua elemosina sia fatta in segreto, e il Padre tuo che vede nel segreto, te ne darà ricompensa.» Matteo 6,2 Stefano Toso Pagina 23 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Il frutto dell’applicazione di questo precetto è a mio avviso il vero gioiello, una generosità disinteressata, ben spiegata nella Gītā nel passo che segue: «Colui che compie l’opera che deve compiere, senza prendere in considerazione il frutto dell’opera, quegli è il vero rinunciante, quegli è il vero yogin, non colui che non accende il fuoco sacro e non compie i riti.» B. Gītā 6,1 Asteya durante le sedute Non ho la pretesa qui né di essere completo (ho ancora molte cose da imparare!), né di sentirmi al di sopra di chi ricade in questi errori. Voglio solo esporre alcune personali osservazioni. Mi sono chiesto: in che modo questo precetto viene disatteso durante una pratica di Yoga ? Ecco, io credo che si disattenda Asteya quando: • (da allievo) o si cercano sotterfugi vari nel versamento del compenso agli istruttori, tentando – per il medesimo prezzo – di ottenere maggiori prestazioni. L’istruttore d’altra parte deve chiarire bene (Satya) tutti gli aspetti fiscali (i costi dei vari corsi) o si finge una sicurezza su argomenti che in realtà ci sono oscuri, per ottenere un consenso dagli istruttori o si cerca di attirare l’attenzione a se (es. con lunghi ed inutili discorsi) al fine di “rubare il palcoscenico” ed il tempo agli altri ed alla pratica o Non si riconoscono meriti/colpe dell’istruttore e dei compagni (“se la pratica ha dato frutto è per merito/colpa mia!!”) Credo che questi siano altri possibili errori a cui si può andare incontro in qualità di istruttore: o Utilizzare il proprio “carisma” (se lo si ha verso allievi particolarmente influenzabili) a fini egoistici o Utilizzare la credibilità della propria posizione di istruttore per dire tutto ciò che ci passa per la testa o Spacciare per proprie considerazioni gli insegnamenti altrui o Aspettarsi la gratitudine, il plauso, l’approvazione altrui (cogliere il frutto dell’azione) o Non si riconoscono i meriti ed i progressi degli allievi (che nella falsa gerarchia amiamo ritenere al di sotto, in modo da poterli dominare) Stefano Toso Pagina 24 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Brahmacharya – L’esperto dell’assoluto Y.S. 2,38: «Quando si è fermamente stabiliti nella continenza sessuale si ottiene vigore» Qui si parla nello specifico dell’energia sessuale, ed in pratica si invita a non disperdere questa energia per trarne da essa il vigore che serve alla crescita spirituale del sādhaka (praticante). Nella tradizione indiana questo è esteso a tutto ciò che genera piacere dei sensi. Il Brahmacārin è colui che conduce una vita di castità rinuncia e meditazione. Inutile negarlo: quello della castità sessuale è uno scoglio enorme che solo pochi saprebbero superare nel modo corretto. La nostra è una società “sensuale”, che ci induce più volte a soddisfare ogni piacere che ci passa per la testa: siamo bombardati con ogni mezzo da messaggi pubblicitari che ci inducono ad acquistare qualunque cosa , che utilizzano in forme sempre più raffinate anche il sesso come mezzo di “adescamento” (“Fate l’amore con il sapore!” ad esempio!), volendoci ad ogni costo indurre a credere che se non acquistiamo quel tale prodotto siamo “out” cioè emarginati , e questa è una ulteriore leva. Ogni cosa deve sembrare a portata di mano, ogni cosa è concessa, con il risultato che le nostre case (anche la mia!) sono spesso sommerse di oggetti inutili. Intere equipe di persone studiano i comportamenti degli esseri umani nei negozi con il solo scopo di indurli a spendere il più possibile, (decidendo ad esempio, di riporre i beni di prima necessità dalla parte opposta all’entrata, ponendo in rilievo la merce che si vuol smaltire, ecc..). Il semplice invito ad astenersi dal piacere dei sensi pare a molti anacronistico, degno di una mentalità ottusa e retrograda. Parole come castità o astinenza paiono appartenere ad un triste passato. Basterebbe solo riflettere un attimo: quanto sprechiamo? Quanti soldi gettiamo per semplici piaceri? Quanti animali dobbiamo ancora uccidere per farne borse di lusso? Quanta acqua potremo ancora inquinare con i nostri rifiuti? Il pianeta stesso ci sta dando forti segnali, e ad un certo punto dirà basta a modo suo! In rapporto al sesso, o meglio al desiderio (kāma, cioè brama, desiderio) la tradizione indiana ha avuto nei secoli diversi punti di vista, che tenterei ora di sintetizzare: 1. castità assoluta : Per le Upanisad antiche,( e per il buddismo ) kāma è disastrosa e velenosa .Essa ostacola l’unione tra Ātman e Brahman 2. intermedia : induismo classico e dottrina del trivarga (tre fini dell’esistenza). Finito l’ammaestramento (1mo fine), fruire dei piaceri della sessualità è sacro. Poi ci si dedica alla carriera ed infine alla ricerca spirituale. Un quarto fine, non obbligatorio, è quello del rinunziante o sannyāsin. In ogni caso la tradizione narra molte storie di asceti che, non avendo pienamente vissuto le prime fasi della vita e volendo diventare subito sannyāsin sono stati poi facile preda di fanciulle che li hanno fatti innamorare di sé 3. favorevole se usati per scopi evolutivi : il Tantrismo (corrente filosofica trasversale alle grandi religioni dell’India) considera l’eros ed il piacere come la via maestra per accedere alla conoscenza ed alla liberazione . Ma non è un piacere fine a se stesso. L’energia sessuale deve essere sublimata a fini superiori. Inoltre esso usa tecniche estremamente trasgressive (si pensi alla tecnica detta “delle 5 M”) allo scopo di metterci in crisi, bucare quella corazza che chiamiamo personalità e con cui ci identifichiamo, e rivelarci che siamo uniti a Dio. Ritengo che tutti questi punti di visita, per quanto diversi tra loro, sottendano due necessità: il distacco dal piacere/dispiacere e la sublimazione dell’energia sessuale (o meglio dell’energia che non disperdiamo nella voluttà). In particolare: 1. il distacco dal piacere/dispiacere : riconoscere il potere illusorio di Māyā e non collegare la propria felicità a ciò che è impermanente e illusorio. Qui non intendo il Stefano Toso Pagina 25 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni distacco dal piacere (o dal dispiacere) in sé, ma dal desiderio (o repulsione) che essi generano e con le quali ci avvinghiano. Dal momento che possediamo organi di senso è inevitabile venire a contatto con oggetti, persone ,situazioni, ecc.. ed essi ci daranno sensazioni piacevoli o spiacevoli. Ma quando l’esperienza termina, se è stata piacevole tenderemo a trattenerla o a reiterarla, se è stata spiacevole tenderemmo a scacciarla o evitarla. Questo ci lega ad essa e porta la nostra attenzione fuori di noi. Anche le esperienze spiacevoli: per evitare qualcosa dobbiamo sempre essere vigili (un proverbio dice “Non ci sono cose che ti legano tanto, come quelle che combatti” !) . In sintesi questo è il significato della parola vairāgya (“consapevolezza della perfetta padronanza dei desideri da parte di chi ha cessato di anelare ad oggetti visibili o non visibili” Y.S. 1,15). Quali sono queste forme di attaccamento ? Me ne vengono in mente alcune: • il sesso (vissuto come puro atto fisico) • le droghe • l’alcol • il cibo • l’informazione (televisione, internet, giornali,ecc..) 2. sublimazione dell’energia: la stessa energia che si esprime nella sessualità e che utilizziamo nel rincorrere i vari piaceri della vita non va soffocata, ma sublimata, cioè concentrata verso la ricerca interiore. Essa quindi deve essere orientata verso i cakra più alti. Chi, percorrendo questa strada vive il Brahmacharya con tristezza, non ha compreso che esso significa sacrificare un piacere temporaneo a favore di una gioia perenne e imperitura. Credo nell’importanza della gradualità nell’affrontare ogni pratica. Pertanto non ritengo raccomandabile astenersi dai piaceri da un giorno all’altro, ma imparare ad imporsi delle rinunce adeguate. Credo che il primo passo che occorre fare è riconoscere le proprie dipendenze e sviluppare una presenza sincera quando ci concediamo un piacere (es. “sto mangiando dei dolci perché ho bisogno di dolcezza”, senza inventarsi scuse). Mantenendo la coscienza viva su ciò che facciamo si dovrebbe arrivare ad un atteggiamento di moderazione di fronte a tutte le cose, e ciò è a mio avviso l’essenza di questo Yama.. Anche a proposito dell’energia sessuale, ritengo indispensabile un atteggiamento graduale. Brahmacharya non è esclusivamente per gli scapoli. San Paolo disse (Lettera ai Romani): «Meglio sposarsi che ardere» In effetti se non si è in grado di sublimare l’energia sessuale che si trattiene essa può esprimersi in modo violento e innaturale (come purtroppo testimoniano i casi di pedofilia registrati tra i nostri preti). Credo anche che sarà più stabile nel Brahmacharya colui che ha esperimentato le varie forme di piacere ed è riuscito ad affrancarsene. In altri termini: Non si può rinunciare a ciò che non si ha mai posseduto Brahmacharya durante le sedute Il controllo e la risalita dell’energia è un argomento molto caro allo yoga. Esistono diverse pratiche che agiscono in tal senso, innanzitutto rinforzando la zona pelvica e gli organi Stefano Toso Pagina 26 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni adiacenti ed in secondo luogo orientando l’energia verso l’alto. Il cakra di riferimento di queste pratiche è mūlādhāra cakra (mūla=base, adhāra=sostegno).Il perineo, cioè la zona tra l’ano e i genitali , funge da sostegno alla parte inferiore del tronco: esso deve garantire solidità e tonicità. Mantenere in tonicità questa fascia muscolare significa non soffrire di prolasso o di incontinenza. Tale zona rappresenta un vero secondo diaframma, ed anch’essa si dilata e contrae durante la respirazione. Essendo perciò legato all’atto respiratorio esso è soggetto anche alle variazioni neurovegetative legate a tensioni emotive (collera paura e frustrazione portano a vasocostrizione, gioia e allegria a vasodilatazione). Ecco alcune pratiche molto utili a dominare questa zona: • Bandha : mūla bandha • Mudrā : aśvinī mudrā, vajrolī mudrā, viparītakaraŠī, mahā mudrā, mahā bheda mudrā • āsana : o tutte le āsana capovolte in quanto favoriscono una naturale risalita degli sfinteri anali o mūlabandhāsana e tutte le posizioni in cui si preme sul perineo o brahmacharyāsana Queste sono tecniche che possono aiutare nel Brahmacharya solo se sostenute da una chiara volontà ! Brahmacharya: la mia piccola esperienza Certo non mi posso definire un rinunciante, mi sento ancora molto soggiogato al piacere dei sensi, e la castità genererebbe in me più frustrazione e repressione che altro, visto che non sarei in grado di gestire la mia energia. Ma qualche passo in là l’ho fatto. Nei rapporti sessuali ho profondamente imparato una cosa: essi possono essere vissuti in maniera egoistica, solo come sfoghi fisici, come uno scarico di tensioni. Oppure possono diventare un’occasione per fondersi con l’altra persona, con il desiderio di donarsi totalmente all’altro, con l’attenzione interamente rivolta verso l’altro. Vivendo con consapevolezza il significato di ogni attimo ho compreso , per esempio, che spogliarsi è un gesto con il quale ho imparato a mostrarmi per come sono e ad accettare la mia compagna per quella che è. Allora l’incontro non è solo più fisico, ma è un incontro di sguardi , di respiri, una comunione sincera di corpi il cui scopo è quello di unire le proprie anime senza riserve. E quando questo avviene un’ondata di gioia erompe dal cuore, lasciando sgorgare sorrisi e lacrime. Si ha per un po’ la sensazione di poter amare tutto e tutti, una gioia luminosa che non puoi esprimere “solo” con un “Ti amo”. Sarebbe più giusto un “Io amo”, o forse “Ora sono l’Amore”. Questo stato d’animo mi ha profondamente cambiato, donandomi serenità ed equilibrio, e facendomi scorgere quella capacità di amare e di lasciarmi vivere che pensavo fossero sopite o inesistenti in me. Per questo ritengo che al mio livello Brahmacharya sia l’utilizzare l’energia sessuale non per un piacere egoistico, ma a fini evolutivi, imparando a scorgere nell’unione amorosa con il partner l’amore vero e incondizionato verso il mondo e verso Dio. Il giorno in cui questo stato d’animo diverrà più usuale per me, forse non avrò più bisogno dell’atto sessuale e la castità arriverà in modo naturale, come un regalo divino e non come un sacrificio. Ma per ora questa è la mia situazione, che accetto. Stefano Toso Pagina 27 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Aparigraha – la non-possessività Y.S. 2,39: «Quando la non possessività viene rinsaldata, sorge la conoscenza del “come” e del “perché” dell’esistenza» A leggerlo così questo sūtra può risultare veramente enigmatico. Perché tramite la nonpossessività si dovrebbe arrivare al “come” e al “perché” dell’esistenza? In realtà il termine usato è janma- kathamtā che indica qualcosa come “conoscenza delle nostre precedenti esistenze”. Qui occorre fare riferimento al dualismo essenza /personalità, o se preferite, Purusa/Prakrti, ed al concetto di reincarnazione. La personalità è per sua natura transitoria, nasce e termina ad ogni nuova esistenza, come il corpo fisico, e non può perciò conservare memoria delle esistenze precedenti. L’essenza è invece eterna e possiede una registrazione permanente delle impressioni vissute attraverso le varie esistenze. Lo yogi nel perfezionare aparigraha allenta i legami della personalità, identificando se stesso non negli oggetti o nelle esperienze quotidiane che questa le riserva, ma nella natura stessa della propria essenza. Riconoscendosi in essa egli fa trasparire ai livelli più grossolani, cioè alla personalità, le impressioni presenti nell’ essenza. Così la personalità finisce per divenire consapevole delle esperienze vissute in vite precedenti, le cui impressioni erano “memorizzate” nell’essenza. Ciò ci fa comprendere l’importanza di vivere consapevolmente, con presenza e quindi con pienezza le esperienze anche più ordinarie, penetrando nei recessi più profondi di noi stessi e della vita. Ciò che rende straordinaria un’esperienza non è altro che l’intensità con cui la viviamo. Possiamo passare attraverso diverse esperienze, ma se le viviamo con superficialità non ne trarremo beneficio. Cosa significa in pratica Aparigraha ? Esso in realtà non è tanto il rinunciare a possedere qualcosa, in quanto per poter vivere abbiamo bisogno almeno di alcune cose (anche chi conduce una vita monastica possiede almeno una veste ed una ciotola per le elemosine!). E’ piuttosto il rinunciare al legarsi a ciò che si possiede. Possediamo oggetti, ma anche idee, ruoli, e persino crediamo di possedere persone ! Le esperienze che ne traiamo ci generano sensazioni di piacere e questo ci induce a voler mantenere ciò che possediamo, alla paura di perderlo ed al desiderio di possederne in maggior quantità. Ecco alcuni dei nostri legami che potremmo imparare ad allentare: • il corpo: è bene curarlo imparando però ad accettare le malattie, la sua naturale decadenza e la morte. Nella nostra società mi pare invece che si tenda a non voler accettare tutto ciò: viviamo come se fossimo immortali, ci spalmiamo creme anti-rughe e pretendiamo a cinquanta anni di avere il fisico di un ventenne! La Gītā dice «Dell’uomo che è nato certa è in verità la morte; e certa è la rinascita per quello che è morto. Di conseguenza, da ciò che è inevitabile non devi tu trarre motivo di angoscia» B. Gītā 2,27 • • Stefano Toso Il denaro: è il mezzo con cui possiamo avere oggetti, e sembra non bastare mai: in realtà lo utilizziamo spesso in malo modo: si pensi a quanti si sono rovinati al casinò, a quante volte si è usciti da un supermercato con il doppio di ciò che si pensava di acquistare, spesso con oggetti che una volta a casa non abbiamo mai usato. Eppure qualcuno ha detto “Tutto ciò che non va donato è perduto” Il cibo: quante volte abbiamo “gli occhi più grandi della pancia” e le nostre dispense piene, con la conseguenza ulteriore che tutto ciò che abbiamo in eccesso o finisce nella nostra pancia o nella spazzatura (a discapito di quanti non possono permettersi un tozzo di pane) ! Pagina 28 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni • • gli oggetti: si pensi ai vestiti “di marca”, alla paura che ci righino la macchina, ecc.. i propri ruoli: nel lavoro, nella famiglia (molte volte ci si presenta con la qualifica (professore, avvocato, ecc..) o dicendo “sono un padre si famiglia”, ecc.. persino sulle lapidi) Questi ed altri legami esercitano una forza attrattiva in quanto noi, preda del kleśa ASMITĀ, identifichiamo la nostra felicità con il piacere di avere. La seguente novella mostra a mio avviso molto chiaramente tale forza: “Le sette giare d’oro” “Un barbiere stava passando sotto un albero infestato dagli spiriti quando udì una voce dire: « Ti piacerebbe avere le sette giare d’oro? ». Si guardò intorno e non vide nessuno. Ma la sua avidità era stata solleticata, così rispose ansiosamente: «Si, certo» . «Allora va’ subito a casa», disse la voce. «Le troverai là». Il barbiere fece tutta la strada di corsa. Infatti c’erano le sette giare tutte piene d’oro, tranne una che era piena solo a metà. Il barbiere non poteva tollerare il pensiero di avere una giara piena a metà. Si sentiva violentemente spinto a riempirla, altrimenti non avrebbe potuto essere felice. Fece fondere tutti i gioielli della famiglia in monete d’oro e le versò nella giara mezza piena. Ma la giara rimase piena a metà proprio come era prima. Era esasperante! Cominciò a risparmiare e a far economia e a fare la fame lui e la sua famiglia. Invano. Per quanto oro mettesse nella giara, quella rimaneva piena a metà. Così un giorno pregò il re di aumentargli lo stipendio. Lo stipendio gli fu raddoppiato. E riprese la lotta per riempire la giara. Iniziò persino a mendicare. La giara divorava ogni moneta d’oro che veniva gettata in essa e rimaneva cocciutamente piena a metà. Il re notò l’aspetto miserevole ed affamato del barbiere. «Che c’è che non va? » ,gli chiese. «Eri così felice e contento quando il tuo stipendio era più basso. Ora ti è stato raddoppiato e tu sei lacero e avvilito. Non sarà che hai con te le sette giare d’oro ? » . Il barbiere rimase sbalordito: «Chi ve l’ha detto maestà?», domandò. Il re rise. «Ma questi sono ovviamente i sintomi della persona a cui lo spirito offre le sette giare. Una volta le ha offerte a me. Io chiesi se il denaro si poteva spendere o se doveva solo essere accumulato. Egli svanì senza una parola. Quel denaro non si può spendere. Porta solo con sé l’obbligo di accumulare. Và e restituiscilo immediatamente allo spirito e sarai felice »”. (citazione da “Il canto degli uccelli” di Anthony de Mello, Ed Paoline) Mi chiedo se il barbiere ha restituito le sette giare, o se magari durante il tragitto lo spirito lo avesse tentato insinuando nella sua mente qualche dubbio sulla sincerità del re.. A volte, quando si prova tale attrazione, basterebbe riflettere sul vero motivo che ci porta a desiderare quell’oggetto, e si verrebbe a prendere atto di alcuni aspetti di sé forse spiacevoli ma che devono essere portati in evidenza (Es: si potrebbe dire “desidero il vestito di marca perché mi fa sentire forte con gli altri, non mi fa sentire la paura di essere giudicato, ecc..”) per essere gradualmente distrutti dalla coscienza che invece sa che la vera felicità non è in ciò che si ha ma in ciò che si è. Stefano Toso Pagina 29 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Essere distaccati non significa diventare apatici e pigri. E’ piuttosto un atteggiamento di equanimità. Un apatico si rifugia dalla vita ed evita ogni esperienza, mentre qui è richiesta una intensa e vigilante consapevolezza durante ogni atto ed una lieta rinuncia ai frutti della azione, che vanno offerti. Occorre imparare a mollare la presa, ad affidarci con fiducia alla Provvidenza, come esortano le parole che seguono «Perciò vi dico: - Non preoccupatevi troppo del cibo che vi serve per vivere o del vestito che vi serve per coprirvi. La vita infatti è più importante del cibo e il corpo è più importante del vestito. Osservate i corvi: non seminano e non raccolgono, non hanno né dispensa, né granaio, eppure Dio li nutre. Ebbene, voi valete molto più degli uccelli! E chi di voi con tutte le sue preoccupazioni può vivere un giorno in più di quello che è stabilito? Se dunque voi non potete fare neppure così poco, perché vi preoccupate per il resto? Osservate come crescono i fiori dei campi: non lavorano e non si fanno vestiti, eppure vi assicuro che nemmeno il re Salomone, con tutta la sua ricchezza, ha mai avuto un vestito così bello. Se dunque Dio rende così belli i fiori dei campi, che oggi ci sono e il giorno dopo vengono bruciati, a maggior ragione procurerà un vestito a voi, gente di poca fede! Perciò, non state sempre in ansia nel cercare che cosa mangerete o che cosa berrete: sono gli altri, quelli che non conoscono Dio, a cercare sempre tutte queste cose. Voi invece avete un Padre che sa bene tutto quello di cui avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio, e tutto il resto Dio ve lo darà in più » Luca 12,22-31 Una ulteriore esortazione ad allentare i legami con la personalità, e ad identificarci con l’essenza è la seguente: «Non accumulate ricchezze in questo mondo. Qui i tarli e la ruggine distruggono ogni cosa e i ladri vengono e portano via. Accumulate piuttosto le vostre ricchezze in cielo. Là i tarli e la ruggine non le distruggono e i ladri non vanno a rubare. Perché dove sono le tue ricchezze, là c’è anche il tuo cuore » Matteo 6,19-21 Aparigraha durante le sedute Non ho la pretesa qui né di essere completo (ho ancora molte cose da imparare!), né di sentirmi al di sopra di chi ricade in questi errori. Voglio solo esporre alcune personali osservazioni. Mi sono chiesto: in che modo questo precetto viene disatteso durante una pratica di Yoga ? Ecco, io credo che si disattenda Aparigraha quando: Stefano Toso Pagina 30 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni • • Si tende ad “accumulare pratiche” riempiendo la propria seduta di āsana, ma senza viverne in realtà nessuna Si accumulano conoscenze teoriche senza accompagnarle con esperienze pratiche, per puro diletto pseudo-intellettuale Ritengo che per vivere Aparigraha si potrebbe: • Dare importanza al respiro, in particolare all’espiro, momento legato all’abbandono • Praticare senza l’ambizione di voler arrivare a pose “da rivista”, con l’idea di “avercela fatta” e quindi di “andare oltre” ! Si potrebbero in realtà apprendere poche semplici āsana basilari ed usare un atteggiamento di curiosità ed attenzione, scoprendo ogni volta nuove sensazioni. • Se si guida una meditazione o si pratica da soli, chiedersi più volte “Chi/Cosa tiene le chiavi della mia felicità ?”. Ascoltare la risposta del proprio cuore, dopodichè nelle respirazioni successive focalizzarsi durante l’inspiro sull’essere presenti (qui e ora) e durante l’espiro decidere di abbandonare tale legame dicendo “espiro, lo lascio andare” Stefano Toso Pagina 31 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Niyama – Le osservanze - Il rapporto con se stessi Se il Sūtra 2,31 elenca gli Yama chiamandoli nel loro insieme “Il grande voto”, ecco che il Sūtra 2,32 elenca gli Niyama: Śauca : la purezza Essere in armonia con se stessi Samtosa : l’appagamento la contentezza la gioia priva di oggetto Tapas : l’austerità L’intensità della motivazione Lo sforzo cosciente su di sé L’ardore (fuoco di brace) Svādhyāya : Studio dei testi sacri Studio di se stessi Ritornare alla propria vera natura Ÿśvara PraŠidh Pra idhāna idh na : abbandono (alla propria coscienza) coscienza) Deporre ai piedi del Signore Lasciare l’ego Stefano Toso Pagina 32 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Sebbene Yama e Niyama abbiano la finalità comune di mutare il carattere del praticante, essi differiscono sotto molti aspetti: i primi sono rivolti al rapporto con il mondo esterno , rappresentano essenzialmente i divieti (non-violenza, non-rubare, non-accumulare, ecc..), ed indicano come reagire agli eventi della vita. Sono attitudini da applicare quando se ne presenta l’occasione: ciò significa che possono rimanere inoperanti se le condizioni esterne per la loro applicazione non si presentano. Diversamente da questi, gli Niyama sono pratiche da eseguire regolarmente, indipendentemente dalle circostanze esterne, ed indicano l’attitudine interiore del sādhaka. Esse indicano attitudini, azioni (e non reazioni) da compiere, e non sono condizionati da eventi esterni. Sono iniziative da prendere verso se stessi al fine della propria evoluzione Stefano Toso Pagina 33 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Śauca – La purezza Śauca indica ‘purezza’. Ma cos’è la purezza? Se fossi un saggio illuminato direi subito come san Paolo: “Omnia munda mundi” cioè “Tutto è puro per i puri” . Agli occhi di una persona pura di cuore tutto il mondo è manifestazione divina (o Prakrti, secondo il Sāmkhya) , non esiste qualcosa che può essere realmente definito impuro. Perciò il termine “purezza” deve essere posto in relazione con l’obiettivo che si vuole raggiungere: un capello in un ingranaggio è considerato una impurità, ma mai ci sogneremmo di considerarlo tale quando è sulla nostra testa ! Se il nostro obiettivo yogico è l’evoluzione, da un piano meramente istintuale ad uno spirituale fino alla moksa (liberazione dal ciclo delle rinascite) allora vanno purificati tutti i mezzi con cui intraprendere questo lungo viaggio. Vanno cioè eliminati dai “veicoli” tutti gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento della meta . Ciò che va purificato sono pertanto il corpo, la mente, le emozioni, i pensieri ed anche le facoltà spirituali. Il tutto per permetterci di guardare attraverso tali “veicoli”, alla scoperta del conducente di tutti questi mezzi, cioè il Sé, la nostra vera natura (secondo Stefano Piano il Sé è : “il nucleo essenziale di ogni essere vivente e, in particolare, di ogni persona umana, la sua vera natura identica a quella dell’Essere supremo o della suprema Realtà” (Enciclopedia dello Yoga)). Śauca indica pertanto la necessità di depurare e mantenere puri nel tempo i mezzi che questa vita ci offre, ad iniziare dal più grossolano: il corpo. Il Sūtra 2,40 indica specificatamente: Y.S. 2,40: «Dalla purezza fisica (sorge) il disgusto per il proprio corpo e la riluttanza a stare in contatto fisico con gli altri» Questo sūtra mi ha sorpreso non poco: se è indubbio che Patañjali sia un illuminato, ed un puro, come può parlare di ‘disgusto’ e ‘riluttanza’ ? Mi affido perciò al commento di Taimni: “La bellezza fisica ha proverbialmente lo spessore della pelle, e dietro quella pelle null’altro vi è se non una massa di carne, ossa ed ogni specie di secrezioni e di prodotti di rifiuto che risvegliano disgusto nella nostra mente quando fuoriescono dal corpo...Con la purificazione ordinaria del corpo fisico ci rendiamo più sensibili e cominciamo a vedere le cose nella loro vera luce. La pulizia è in gran parte una questione di sensibilità. . . Così questo sentimento di disgusto nei riguardi del proprio corpo, che si sviluppa quando esso viene purificato, non significa nulla più che l’essere divenuti sensibili quanto basta a vedere le cose quali realmente sono”. Lungi dal voler confutare le parole di Taimni (non sentendomi sicuramente all’altezza di farlo), ma con l’intenzione di manifestare la mia (limitata) visione dell’argomento, credo che più che di disgusto si dovrebbe parlare di una ‘presa di coscienza dei limiti del mezzo (il corpo)’. In altre parole lo yogin, purificando il corpo, realizza che esso è impermanente, destinato ad impurità , a malattie e a morte. Allora non identificherà certo se stesso con il proprio corpo, nè desidererà il contatto con altri corpi, ritenendoli anch’essi impuri. Questo non significa però che egli debba mortificare il proprio corpo (come purtroppo è avvenuto in passato nella nostra tradizione religiosa), né che non debba provare meraviglia e stupore per ciò che la scienza scopre ogni giorno sul corpo umano. Se così fosse, se egli non portasse rispetto per questo mezzo di cui ha scoperto i limiti, materie come āsana e prāŠāyāma non avrebbero senso e si tramuterebbero in una guerra contro il proprio fisico. Il rapporto con il proprio corpo può a mio avviso essere efficacemente paragonato al rapporto che un musicista ha con il proprio strumento: esso serve e va curato ed accordato non per essere esposto in vetrina, ma affinché la musica affiori. Come nella poesia Zen che segue: Quando sarai vuoto come un flauto di bambù il Creatore accostando le labbra suonerà attraverso di te una melodia meravigliosa Stefano Toso Pagina 34 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Qui ‘vuoto’ è sinonimo di ‘puro’. Come si ottiene la purezza del corpo? Penso che prima di ricercare chissà quali metodi della tradizione orientale sarà meglio citare quelli che già conosciamo: • Il lavaggio del corpo: Igea era la dea greca della salute e dell’equilibrio fisico. E’ facile pensare che già a quei tempi si era intuito che la salute fisica poteva nettamente migliorare se si seguivano alcune norme igieniche, la prima delle quali era lavarsi. Ma non sempre questa idea ha prevalso: fino ad alcuni secoli fa anche tra i nobili era usanza non lavarsi e coprire gli odori del corpo sporco con profumi intensi. Fino a che si (ri)scoprì che molte malattie potevano essere quasi debellate con l’utilizzo di semplici norme igieniche, quali quelle di lavare il proprio corpo, gli attrezzi da cucina, la propria casa, ecc.. Oggi per molti di noi queste abitudini sono assodate, tutti abbiamo un bagno nella nostra casa, e forse non ricordiamo che questa è stata una conquista durata molti secoli. Lavarsi fa bene, a patto che lo si faccia con cognizione: lavarsi troppo spesso elimina quella parte della flora batterica presente sulla pelle che impedisce ai microbi cattivi di penetrare. Inoltre occorre fare attenzione al detergente che si usa: occorre evitare eccessiva tensioattività (schiumosità), profumi troppo acuti o sostanze prodotte per sintesi chimica, che espongono al rischio di reazioni allergiche, • L’alimentazione: mi colpisce quanto siamo superficiali nel considerare il nostro corpo: intraprendiamo diete pensando solo al peso, senza chiederci quali sostanze dovremmo eliminare, stressiamo il nostro corpo con abbuffate, magari in ristoranti esotici, dopodichè tentiamo disperatamente di ritornare in linea facendolo correre per le strade cittadine come un pazzo. Una corretta alimentazione penso che sia il maggior toccasana con cui disintossicarci. Secondo la tradizione dello yoga, i cibi possono essere divisi in tre categorie: o Tamasici : cibi che apportano torpore fisico e spirituale, ignoranza, attaccamento e mancanza di potere, e sono: cibi troppo cotti, alcol e carne, i cibi amari, salati, aspri, dolorosi , dannosi o di difficile digestione: sono i cibi dell’ignoranza o Rajasici : cibi molto conditi, speziati, forti, piccanti, bevande gassate, caffè, the : essi apportano nervosismo, irritabilità, aggressività e insoddisfazione: sono i cibi della passione o Sattvici : cibi che apportano felicità, buona salute, lunga vita e piacevolezza dell’esistere. Sono nutrienti, teneri, gradevoli: frutta, verdura, il latte e i suoi derivati: sono i cibi della virtù E’ ovvio che i cibi da preferire sono quelli sattvici. Inoltre occorre considerare l’importanza della masticazione: essa permette al cibo di essere pre-digerito dalla bocca, che ne percepisce ogni gusto e tramite la saliva rende il cibo più digeribile allo stomaco, che pertanto non viene stressato. Inoltre la masticazione ci aiuta ad evitare altri errori tipici: • ingerire cibi troppo caldi o troppo freddi • mangiare in fretta Un’ultima parola la spenderei esortando a controllare la qualità di ciò che acquistiamo ed alle modalità di conservazione: purtroppo il mercato è sommerso di cibi che sono tutt’altro che naturali: yogurt senza reali fermenti vivi, frutta e verdura che hanno subito trattamenti con sostanze chimiche, cereali geneticamente modificati (es. mais), ecc.. Purtroppo occorre fare molta attenzione, andare alla ricerca della genuinità per quanto ci è possibile. Stefano Toso Pagina 35 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Tra i metodi di purificazione più noti e potenti che lo Yoga mette a disposizione sicuramente ci sono gli ±atKarman o ±atKriyā (letteralmente le ‘6 azioni purificatrici ’). Essi sono: 1. Dhauti : “pulizia” di svariate parti del corpo. Comprende. a. Antar-Dhauti : pulizia con aria (Vātasāra), acqua(Varisāra) , fuoco (Agnisāra) e Bahiskrta (purificazione dello stomaco con aria) b. Danta-Dhauti : pulizia dei denti ed in generale dell’apparato di masticazione, delle orecchie e dei seni frontali c. Hrd-Dhauti : pulizia del(la zona del) cuore. Comprende pulizia di: i. esofago(DaŠa) ii. stomaco tramite l’ingestione di acqua (Vamana) iii. stomaco usando garze (Vastra) d. Mūla - sodhana : lavaggio del retto: con ripetute abluzioni o tramite il dito medio 2. Basti : lavacro addominale con acqua o a secco 3. Neti : pulizia delle vie nasali: può essere fatta con acqua salata (Jala neti) o con un filo (Sūtra Neti) 4. Nauli (o laulikī) : scuotimento dello stomaco da una parte all’altra del corpo 5. Trātaka : fissazione dello sguardo su un oggetto fino a che gli occhi iniziano a lacrimare 6. Kapālabhāti (o Balabhati): lucentezza del cranio : è una tecnica respiratoria che implica la risalita rapida e ripetuta del diaframma tramite un espiro attivo ed un inspiro passivo, rilassato. Permette un maggior afflusso di sangue in particolare nella zona cerebrale (da cui il nome) e addominale. Queste tecniche lavorano su diverse parti interne del corpo, in particolare sul apparato digerente. Esse inoltre hanno la peculiarità di decondizionare la parte involontaria del sistema nervoso, che è quella collegata agli istinti di sopravvivenza, legata alla sfera emotiva e psichica più arcaica, che quindi impariamo a conoscere e controllare. Agendo direttamente all’interno del corpo molte di queste tecniche sono però assai delicate ed occorre l’assistenza di una guida esperta che sia in grado di evitarci spiacevoli incidenti. La purificazione del corpo ci fornisce la base per eliminare le impurità della nostra mente. Si dice infatti: “Mens sana in corpore sano” Le pratiche di purificazione mentale sono più ardue da affrontare: molti di noi, sentendo parlare di pulizia mentale, pensano a qualche forma di ‘lavaggio del cervello ’ vista in qualche film o letta chissà dove, in cui il paziente perde la sua personalità ed obbedisce ciecamente agli ordini del ‘dottore’ Questo perché confondiamo la nostra identità con i pensieri della nostra mente. Noi non siamo la nostra mente: essa è un organo che ci è stato donato alla nascita, ed è pure soggetta a corruzione e impurità. Ma siamo talmente identificati con quest’organo che riteniamo queste ‘incrostazioni mentali ’ come parte di noi, perché da troppi anni ci conviviamo. In realtà esse non hanno nulla a che fare con noi: sono nate a causa di esperienze più o meno traumatiche che in quel momento non siamo stati in grado di Stefano Toso Pagina 36 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni vivere e comprendere appieno. La nostra personalità non ha ‘digerito’ fino in fondo l’esperienza e ne ha tratto inconsciamente delle deduzioni sbagliate. Molte delle nostre fobie sono dovute ad esperienze traumatiche del passato vissute da noi (o a volte comunicateci da altri e che ci hanno colpito) in maniera incompleta: così per esempio, aver assistito ad una morte per annegamento durante l’infanzia ci può portare in età adulta ad avere paura dell’acqua alta. Io ritengo che il punto di partenza se si vuole fare una corretta pratica di pulizia mentale è di comprendere fermamente che cambiare i nostri pensieri, le nostre fissazioni, si può. Occorre certo un ardore continuo (Tapas) in tale pratica, ma i risultati si avranno, anche se solitamente non sono immediati e tangibili come per la purificazione del corpo. La pulizia avviene tramite un processo sistematico di rimozione di pensieri ed emozioni di basso livello e la loro sostituzione con pensieri più elevati. Questo porta ad una alterazione delle normali tendenze vibratorie della nostra mente. “Una mente pura prova emozioni e pensieri puri e le riesce difficile intrattenersi su pensieri ed emozioni non desiderabili” (Taimni). Per fare ciò occorre a mio avviso una dose di umiltà che ci permetta di riconoscere bene quali sono i pensieri e le emozioni di cui è preda la nostra mente e di cui vogliamo disfarci, E’ un processo di trasformazione, e non è pertanto un processo indolore. Ma ne vale la pena. Un altro grande aiuto può venirci dalla pratica dei MANTRA, parola il cui significato letterale è “Strumento per pensare”. Essi infatti sono una tecnica per imparare a usare correttamente la mente, liberandola da emozioni negative su cui troppo spesso non abbiamo il potere. Essa utilizza il suono per catturare la mente e distoglierla dai suoi continui assilli, riportandola in una condizione di pace ed equilibrio. Non un suono a caso (seppure anche la musica ha in sé potenzialità liberatorie enormi), ma l’utilizzo di particolari sillabe capaci di evocare in noi determinati stati di coscienza. Un'altra valida pratica per la pulizia mentale è la tecnica di “Antar Mouna”, parola il cui significato è “Silenzio Interiore” . La pratica si sviluppa inizialmente con lo stato di Pratyāhāra (ritiro dei sensi) .Si osserva il flusso spontaneo di pensieri ed immagini che attraversa la nostra mente. Lasciamo perciò libero l’inconscio di manifestarsi. In un secondo tempo richiamiamo volontariamente alla mente un pensiero o una immagine che ci ha fortemente turbato: non la giudichiamo, ma la osserviamo in modo neutrale. Essa verrà “digerita” dalla nostra coscienza che, prendendone semplicemente atto, purificherà la mente liberando l’energia in essa racchiusa sotto forma di dolore. Raggiunto un certo grado di purificazione, si notano se esistono pensieri o immagini ricorrenti , li si osserva per un po’ di tempo e poi li si cancella volontariamente. In ultima analisi rimangono pensieri residui che si provvederà a cancellare con un ultimo atto di volontà. Alla luce di quanto sopra veniamo al secondo sūtra dedicato a questo Niyama : Y.S. 2,41: «Dalla purezza mentale (nasce) la purezza del sattva, l’atteggiamento lieto ed amorevole, la concentrazione, il controllo dei sensi e la capacità della visione del Sè» La parola sattva riporta nuovamente al concetto dei guŠa (che preferisco non approfondire qui per questioni di spazio). Come abbiamo fatto con il corpo, anche qui si tratta di alimentare la nostra mente con l’elemento sattva, cioè con ciò che si avvicina maggiormente alla purezza, abbandonando progressivamente pensieri tamasici e rajasici. Potenziando sattva portiamo perciò la nostra mente in uno stato di calmo equilibrio. A mio avviso la mente in questo stato è paragonabile ad un lago di montagna, le cui acque calme, non più turbate da pensieri e desideri, ci permettono di osservare in profondità la nostra vera natura. Prendere atto di questo, avere una chiara visione sia di chi siamo veramente – la nostra vera essenza al di là di ogni definizione – e comprendere il funzionamento reale della nostra mente – che a questo punto vediamo realmente e non più offuscata da false Stefano Toso Pagina 37 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni identificazioni – significa avere i mezzi migliori per orientare noi stessi, per far si che le nostre scelte e la nostra vita non siano più dettare da false necessità o dalla cupidigia dei sensi, ma che siano in reale armonia con noi stessi e con la realtà. In altre parole scoprire e correggere le nostre “distorsioni mentali” porta la nostra personalità ad avvicinarsi sempre più alla nostra essenza e a non vivere più situazioni di conflitto interiore. Questa raggiunta pace muta il nostro atteggiamento che diventa sempre più lieto, disponibile, realmente amorevole e che porta a sempre maggiore capacità di concentrazione, visto che gli ostacoli mentali sono stati ripuliti. L’energia che veniva trattenuta dalle nostre ‘incrostazioni mentali ’, può venire ora liberata per scopi evolutivi. La mia piccola esperienza con Śauca : Shank Prakshalana Dopo qualche anno di pratica, a seguito anche di alcuni lievi disturbi che stagionalmente colpivano il mio intestino, decisi di tentare la pratica di Shank Prakshalana , che significa ‘lavaggio completo (prakshalana) della conchiglia (Shankha)’ (è detta anche ‘Varisāra Dhauti’ cioè ‘purificazione con acqua ’). Ne parlai con il mio istruttore, che si rese disponibile ad assistermi e a darmi i consigli. Lo scopo è essenzialmente quello di ripulire l’intestino(la conchiglia) ingerendo una miscela dosata di acqua un po’ calda e sale (5 o 6 grammi per litro). Il sale serve ad evitare che l’acqua venga assorbita dalle mucose per osmosi e riversata nel canale urinario. L’intestino contiene la maggior parte delle impurità del corpo, sostanze che non sono state né assimilate né espulse e che pertanto favoriscono lo sviluppo di batteri nocivi al corpo. La tecnica: essenzialmente consiste nell’eseguire cicli in cui si ingerisce l’acqua, dopodichè, eseguendo dinamicamente alcuni movimenti si facilita il passaggio di questa dallo stomaco al duodeno, intestino,ecc.. fino all’espulsione dall’ano. Gli esercizi non sono particolarmente complicati, anzi sono alla portata della maggioranza dei praticanti; ma vanno conosciuti e praticati bene qualche giorno prima di intraprendere la tecnica. Personalmente ho trovato utile anche imparare la tecnica di Vamana Dhauti che può essere utile in caso di fallimento (non si sa mai). Occorre attenersi scrupolosamente alle indicazioni fornite nei manuali: stiamo ripulendo il corpo dall’interno, è ciò è molto delicato. Il mio riferimento è stato “Perfeziono lo Yoga” di Andrè Van Lysebeth, ma ho dato un’occhiata anche a “šsana PrāŠa Mūla Bandha” di Satyānanda. Occorre iniziare a digiuno, preferibilmente al mattino, in un giorno in cui si possa non prendere impegni, un giorno di riposo vero. I periodi annuali più indicati sono all’inizio della stagione fredda e di quella calda (autunno e primavera). L’ambiente deve essere confortevole, e non stressante. Durante la giornata non vanno eseguite altre pratiche intense oltre a quelle previste (nessuna āsana eccetto śavāsana a fine dell’esercizio, evitando di addormentarsi) . Per l’alimentazione ho seguito i consigli degli autori citati precedentemente: a circa tre quarti d’ora dopo la fine dell’esercizio ho assunto il riso bianco e lenticchie lessati e con burro: il riso fornisce carboidrati e ricrea il muco intestinale, le lenticchie sono facilmente digeribili e danno proteine , il burro chiarificato per rivestire le pareti intestinali. Ad ogni ciclo bevevo uno o due bicchieri poi velocemente partendo sempre prima da sinistra e poi da destra ho eseguito 8 volte in sequenza: tiryaka tadāsana, kati cakrāsana, tiryaka bhuja‰gāsana, udarakarshanāsana. La prima volta che ho eseguito l’esercizio non mi sono bastate le 6 volte e ho dovuto proseguire fino a circa 10 prima di avere effetti. Non sono mai arrivato fino alla totale chiarezza dell’acqua. Ho preferito fermarmi ritenendo opportuno non esagerare vista la mia poca esperienza. Le difficoltà: per alcuni bere acqua calda salata è talmente disgustoso da rendere impossibile la pratica. La maggiore difficoltà l’ho incontrata la seconda volta ,quando ho tentato questa pratica da solo: avevo probabilmente usato acqua poco salata, la mia pratica è fallita ed ho dovuto usare Vamana Dhauti (quella sì che mi è riuscita!) per liberarmi dell’acqua. Stefano Toso Pagina 38 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Inoltre ho faticato a resistere alla tentazione di non bere dopo la pratica. Una ulteriore difficoltà si è presentata nell’attenersi nei giorni successivi alla dieta prescritta: trattenersi dai propri vizi alimentari non è stato facile. Il premio è però notevole: la sensazione di pulizia, di far qualcosa di buono per il corpo, una maggiore leggerezza sono i frutti della pratica, che porta soprattutto ad una salute più stabile ed una presa di coscienza di quanto il nostro corpo ed in particolare l’apparato digerente sia delicato ed importante. Ho capito che esso non può essere insultato in eterno con cibi inadatti , in eccesso , mal preparati o poco masticati. Stefano Toso Pagina 39 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Samtosa – l’appagamento Y.S. 2,41: «La suprema felicità (deriva) dall’accontentarsi» Questo mi porta alla mente il nostro famoso detto popolare “Chi si accontenta gode”. Va qui però precisato che il godimento di cui si parla non è di tipo materiale: noi siamo spesso attratti da oggetti, persone che ci affascinano, ruoli che sogniamo di interpretare, ecc.. Leghiamo la nostra felicità al soddisfacimento delle nostre ambizioni, alla realizzazione dei nostri sogni, dal più piccolo (l’oggetto visto al negozio – magari del tutto superfluo – che decidiamo di acquistare, e che poi finisce magari dimenticato in qualche angolo della casa) al più grande (i desideri di fama, successo, della carriera, ecc..). Si potrebbe obiettare « Non è lecito avere delle aspirazioni, delle aspettative? ».Penso che il punto non sia questo. Il fatto è che se la stima di noi stessi, il nostro amor proprio dipendesse da un obbiettivo esterno saremmo in balia della sorte e potrebbe andarci male. E ci sentiremmo dei falliti, ed invidieremmo chi è riuscito nell’impresa da noi mancata. Oppure potrebbe andarci bene. Peccato però che la sensazione di godimento materiale non è eterna, ed allora la nostra mente avrà creato un altro desiderio, ancora più grande ed ambizioso. E prima o poi falliamo. Forse solo allora, in un attimo di lucidità potremmo comprendere il nostro errore: AVIDYĀ. Abbiamo preso per eterno, puro e buono ciò che non lo è, abbiamo ricercato la felicità all’esterno di noi, quando era in noi. Era lì, ferma eterna e pulsante. Ma siamo talmente abituati al movimento che fatichiamo a tollerare ciò che è immobile. La nostra mente, come il nostro occhio, si trova più a suo agio con ciò che si muove, con le novità. Essa pone tanta attenzione al gabbiano da non far caso al cielo sullo sfondo. Ecco perché sono necessari Pratyāhāra, ecco perché si chiudono gli occhi durante le pratiche: occorre invertire la tendenza, cercare la felicità all’interno di se stessi. Questo sūtra dice che per essere felici occorre accontentarsi, rinunciare a legarsi a tutti i desideri che la mente produce. Si potrebbe però obiettare « Ma questo non ci porta forse ad una vita mesta e misera? ». Rispondo citando ciò che rispose RamaŠa Maharshi a chi gli disse che aveva intenzione di lasciare il lavoro per rimanere costantemente con il grande Maestro: « ..non è necessario né dimetterti dal tuo impiego né fuggire da casa. La rinuncia non implica un apparente spogliarsi degli abiti, dei legami familiari, della casa, eccetera, ma la rinuncia ai desideri, agli effetti ed agli attaccamenti. Non c’è bisogno di abbandonare il tuo impiego, ma soltanto di abbandonarti a Dio, colui che porta i pesi di tutti. Chi rinuncia ai desideri, in effetti si fonde nel mondo ed espande il suo amore all’intero universo... ..Quando giunge questa espansione non sente di fuggire da casa, ma di cadere come un frutto maturo cade da un albero. Fino ad allora sarebbe una follia lasciare la propria casa ed il proprio impiego» (“R.Maharshi ed il suo insegnamento: Sii ciò che sei” di David Godman, ed. “Il punto d’incontro” ) Secondo me qualunque pratica conduce alla continua e costante esperienza del Sé , di ciò che siamo nel profondo. Questa esperienza è fondamentale. Senza di essa si possono vivere stati di assenza di desideri dove crederemmo di aver trovato una pace, ma è solo un’illusoria tregua della mente. In realtà la nostra mente inconscia nasconde ulteriori desideri a volte fortissimi, e la mente conscia, non percependoli con chiarezza ci fa vivere in uno stato di scontentezza apparentemente immotivata. (« Hai tutto, non ti manca nulla, perchè quella faccia triste? » Mi è capitato più volte di sentire questo tipo di discorsi). Penso che non sia un Stefano Toso Pagina 40 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni caso se questo Niyama segua a Śauca: siamo come un lago in fondo al quale vi è un tesoro luccicante: il lavoro di purificazione ai vari livelli (fisico, mentale, emotivo e spirituale) ci conduce alla chiarezza interiore e ci permette di vedere all’interno di noi stessi così come l’aver calmato la superficie del lago dalle increspature (che in questo caso sono i nostri turbamenti mentali causati dai kleśa) ci permette di vedere il fondale. Maggiore è la calma delle acque e maggiore sarà il luccichio del tesoro che proverrà dal fondale. Il ricercatore che avrà trovato questo tesoro sarà appagato, non sentirà più il bisogno di cercare in giro. E’ giunto a destinazione, è tornato a casa. Pertanto dire che la suprema felicità deriva dall’accontentarsi non implica un atteggiamento fatalista (come potrebbe suggerire una superficiale lettura). Anzi , l’aver scoperto la vera fonte della felicità porta anche dei cambiamenti naturali nella vita. Il nostro mutato atteggiamento non ci fa più avere paura di sbagliare, ma ci permette di osservare con più serenità ed obbiettività ciò che abbiamo davanti. Ci è più chiaro ciò che viviamo e possiamo intuire ciò a cui andremo incontro, così ci prepareremo meglio e prenderemo più sagge decisioni. Non siamo più una ruota scentrata che faceva fatica a muoversi. Sono lontani i tempi in cui la nostra vita sembrava legata al fato: ora siamo seduti al centro di noi stessi, abbiamo le redini dei nostri sensi ben salde, e guidiamo la vita con più facilità verso la meta, poiché siamo in pace. Questa sensazione di appagamento, di ‘gioia immotivabile ‘ fa si che molti dei nostri atteggiamenti negativi scompaiano senza sforzo, come un frutto maturo cade dall’albero. Come nel seguente racconto citato da Antony De Mello (“Il canto degli uccelli” Ed. Paoline) intitolato “Non cambiare” Per anni sono stato un nevrotico. Ero ansioso depresso ed egoista. E tutti continuavano a dirmi di cambiare E tutti continuavano a dirmi quanto fossi nevrotico E io mi risentivo con loro, ed ero d’accordo con loro, e volevo cambiare, ma non ci riuscivo, per quanto mi sforzassi Ciò che mi faceva più male era che anche il mio migliore amico continuava a dirmi quanto fossi nevrotico Anche lui continuava a insistere che cambiassi E io ero d’accordo anche con lui, e non riuscivo ad avercela con lui E mi sentivo così impotente ed intrappolato Poi, un giorno, mi disse: « Non cambiare. Rimani come sei. Non importa se cambi o no . Io ti amo così come sei; non posso fare a meno di amarti» Quelle parole suonarono come una musica per le mie orecchie. « Non cambiare. Non cambiare. Non cambiare! Ti amo» E mi rilassai E mi sentii vivo. E . . . .oh meraviglia delle meraviglie...cambiai ! Stefano Toso Pagina 41 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Cosa si può fare per andare verso Samtosa ? Da dove partire ? Vorrei tentare di dare una risposta: • • • Accettare i propri limiti e le proprie debolezze. Con questo intendo dire: o Osservare se stessi senza darsi voti né giudizi, senza fare confronti con altri o Ammettere i propri difetti, le proprie debolezze senza tentare di giustificarsi o Farsi carico delle conseguenze dei propri difetti, accettando il tutto senza sconti Lavorare su di sé con costanza e coscienza. Non sarà un miracolo a portarci verso la pace interiore, ma un cammino lungo e consapevole. Seguire una pratica: in particolare la meditazione che, come dice Patañjali in 2,11: «Le loro (dei kleśa) modificazioni attive possono venir soppresse dalla meditazione» • Cambiare si può ! Occorre aver voglia e coraggio di cambiare. Ciò sembrerebbe cozzare con quanto detto sopra (« Se è appagamento allora dovrei essere contento di quello che sono. Quindi perché cambiare? ») . Samtosa è l’appagamento che nasce dalla coscienza del “Chi sono io”. E’ una esperienza continua .Quando non c’è ancora questa esperienza si rischia di confondere Samtosa con un appagamento “di comodo” dettato più dall’inerzia e dalla paura a conoscere se stessi. Samtosa non conduce mai a sentirsi sazi della “coscienza di Sé” ma ci affranca dalla dipendenza dal piacere dei sensi . Nel racconto citato sopra il cambiamento è avvenuto da sé quando la lotta ha lasciato il posto all’accettazione dei propri limiti (“E mi rilassai”) e questa ha condotto all’esperienza profonda (“E mi sentii vivo”). Trovando pace in se stessi il difetto scompare da sé . Samtosa durante le sedute Non ho la pretesa qui né di essere completo (ho ancora molte cose da imparare!), né di sentirmi al di sopra di chi ricade in questi errori. Voglio solo esporre alcune personali osservazioni. Mi sono chiesto: in che modo questo precetto viene disatteso durante una pratica di Yoga ? Ecco, io credo che si non si viva Samtosa quando: • Si tende ad “accumulare pratiche” riempiendo la propria seduta di āsana, ma senza viverne in realtà nessuna • Si cerchi la competizione con i propri compagni di corso, o per “emergere” dal gruppo • Si pretendano che la pratica faccia miracoli, senza un reale impegno: è il caso di chi frequenta saltuariamente le lezioni e con scarso impegno, e pretenda però a fine anno di ottenere gli stessi risultati di chi è stato diligente, non accettando l’equazione o “scarso impegno” = “scarso risultato” • Si viva con risentimento i limiti del proprio corpo, tentando di praticare āsana inadatte (è il caso di allievi con forti problemi fisici che tentano āsana particolarmente difficoltose fisicamente ) Stefano Toso Pagina 42 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni • • • Si pretenda che l’istruttore conduca le pratiche che tanto ci piacciono, senza “accettare quel che passa il convento” Si vivano le pratiche in uno stato di insoddisfazione (“Dovrei impegnarmi di più”, “Potrebbe essere meglio”, “L’altra volta l’avevo vissuta bene”, ecc..) Si viva ogni pratica focalizzandosi sulle proprie sofferenze in modo lamentoso. Credo che Samtosa si manifesti quando: • • • Si accetti qualunque forma di pratica, senza preferenze Si viva ogni pratica con un atteggiamento di contentezza (perfetta letizia), magari con un leggero sorriso , come molte volte viene ricordato agli allievi Si riesce con facilità a vivere una pratica con calma ed immobilità, accettando gli eventuali fastidi, ma senza che essi creino turbamenti Stefano Toso Pagina 43 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Iniziare il percorso graduale dello Yoga con il piede giusto! La parola “Sādhana”, usata da Patañjali per definire il secondo capitolo degli Yoga Sūtra (Sādhana Pada), definisce un percorso graduale che conduce inesorabilmente alla meta dello Yoga. E’ però un percorso che si adatta di più al nostro stile di vita odierno, attivo, ed alle nostre menti alquanto volubili. Presenta lo Yoga dell’azione, o Kriyā Yoga, fermo restando che qui il concetto di “azione” non è solo quello di un puro gesto: anche il pensiero, lo studio di sé e dei testi della tradizione fanno parte di questo capitolo, che tratta il “karma-mārga”, in antitesi (ma non in contrapposizione) con il jñāna-mārga, ovvero lo yoga della ‘conoscenza’. Ciò che mi ha colpito è che il “Sādhana Pada” inizia così: Y.S. 2,1: «L’ascesi (Tapas), lo studio di sé (Svādhyāya) e l’abbandono al Signore (Ÿśvara PraŠidhāna) costituiscono il Kriyā Yoga(lo yoga preliminare)» Perché definire tutto il Kriyā Yoga con gli ultimi 3 Niyama, cioè con una parte di una parte del Kriyā Yoga stesso ? L‘ho scoperto osservando me stesso ed i miei compagni nei primi anni di pratica. Le difficoltà che osservavo in ognuno di noi erano grosso modo le seguenti: 1. Incostanza, mancanza di una volontà continua nel tempo: molti iniziano con entusiasmo e fervore, sembrano voler bruciare le tappe...e poi spariscono! Tutto inspiegabilmente sembra non interessarli più. Pensavano di raggiungere la meta dello Yoga in un anno, e quando si trovano a capire che probabilmente neanche una vita può loro bastare, se ne vanno delusi in cerca di altro. 2. Idee poco chiare, mente confusa, dubbi: lo Yoga appare loro una pratica di salute fisica o una disciplina esoterica ed anche un po’ chic (l’icona classica del santone indiano pieno di incensi..e di sé). Ancora poco o nulla sanno dell’impostazione filosofica e delle profonde conoscenze che, in vari aspetti della vita gli Yogi hanno scoperto. 3. Incapacità ad abbandonarsi, diffidenza, mancanza di apertura all’esperienza: credo che lasciarsi andare, essere disposti al rischio che una pratica risvegli emozioni negative che abbiamo tentato in tutti i modi di reprimere, non sia cosa da tutti. Più volte, di fronte a qualche crisi, la tentazione a mollare tutto è forte. Trovo perciò molto onesto che Patañjali avvisi il neofita di coltivare da subito quelle attitudini che possono contrastare le tendenze negative di cui sopra. Ed esse corrispondono rispettivamente a: 1. Tapas 2. Svādhyāya 3. Ÿśvara PraŠidhāna : ascesi, austerità, volontà costante : studio dei testi sacri ma anche studio di Sé : abbandono al Signore (Ÿśvara nella tradizione indiana) Per Patañjali questi sono la base per una autodisciplina che permetta di iniziare a vivere i vari aspetti dello Yoga, tra cui anche questi Niyama stessi, che vengono spiegati con più profondità più in là nel percorso (YS 2,43-44-45) . La loro correlazione è altrettanto interessante: il praticante deve sentire in sé l’ardore, il desiderio costante evolutivo, una spinta interiore . Questo ‘calore’ (Tapas) necessità però di essere direzionato verso scopi evolutivi, per evitare che venga disperso in mille rivoli. Per questo egli, utilizzando le tecniche ed ascoltando le sagge parole dei testi sacri, deve Stefano Toso Pagina 44 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni intraprendere lo studio di sé, la scoperta della sua vera identità (Svādhyāya). Solo quando sarà consapevole di sé e dei limiti della propria individualità egli potrà donarsi totalmente al Signore (Ÿśvara PraŠidhāna), e rinascere. Non prima. Stefano Toso Pagina 45 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Tapas – Il ‘fuoco di brace’ Y.S. 2,43: «All’ascesi (Tapas) segue la rimozione delle impurità e la perfezione dei sensi e del corpo» Tapas viene tradotto con termini diversi, che a volte appaiono distanti tra loro: ascesi, austerità, volontà, ecc..In realtà, l’origine della parola Tapas è ‘calore’. L’immagine è quella del calore che serve a forgiare i minerali grezzi quali l’oro, a depurarli, per estrarne oro puro. Questa immagine ci aiuta a chiarire i diversi aspetti di Tapas: il ‘minerale grezzo’ su cui dobbiamo lavorare siamo noi stessi, o meglio, il nostro corpo ed i nostri sensi. Il ‘fuoco’ di trasformazione è quella stessa energia vitale che ci ha portato ad intraprendere il cammino dello yoga e che va alimentata con la pratica. Massimo Vinti l’ha felicemente definita un “fuoco di brace” «..è un calore interiore esercitato in modo moderato ma continuo, simile a quello prodotto dalla chioccia per schiudere le uova: un calore che nasce da uno sforzo costante, fondato su una determinazione incrollabile ma priva di grandi slanci che tenderebbero ad esaurirsi in breve tempo.Non serve calore eccessivo, ma non sono ammesse cadute di tono.Tapas è l’energia, l’entusiasmo, la determinazione, la pazienza, la costanza, la tenacia con cui si persegue l’obiettivo; è calma e forza allo stesso tempo, è libertà e indipendenza dalle vicissitudini esterne, è volontà inflessibile e maturità d’intenti» (rivista Yoga FIY N 46). Senza questo ‘fuoco’ nessuna evoluzione può avere inizio. Lo scopo indicato dal sūtra è chiaro: purificare e perfezionare il corpo e gli organi di senso. Perché ? Perché siamo sempre totalmente identificati con essi: in altre parole siamo molto abituati a soddisfare ogni minimo capriccio del nostro corpo o della nostra mente: molti di noi non saltano mai un pranzo che ‘devono’ terminare con un caffè. E poi c’è l’appuntamento fisso con il telegiornale, la radio, ecc.. Nessuna rinuncia ! Siamo in perenne ricerca del comfort, e parole come sacrificio o rinuncia ci paiono ormai fuori moda, retaggio di un oscuro passato. Fortunatamente a volte il destino ci pone degli ostacoli per superare i quali occorre far ricorso alla nostra costanza e volontà:penso agli sportivi che si sottopongono ad allenamenti continui in vista di gare importanti, o a studenti in vista di esami (anche di yoga!). Ho imparato che questa forza di volontà segue la stessa regola della forza fisica: essa va crescendo se viene esercitata. E’ un ‘muscolo interiore ’ . Nello Yoga tale muscolo deve essere esercitato al fine di perfezionare i sensi ed il corpo. Qui ‘perfezionare’ significa permettere al praticante di distinguere la coscienza individuale dal suo veicolo , cioè il corpo ed i sensi. Tale purificazione anche in vista del Niyama successivo, Svādhyāya, lo studio di Sé. L’allievo deve perciò sottoporsi a continue prove che fortifichino Tapas: in talune ,ad esempio, potrebbe venir rinchiuso bendato in un labirinto avendo con sé una sola brocca di acqua, con il rischio di morire di fame o di sete. Oppure sdraiarsi tra quattro fuochi accesi a mezzogiorno. In ogni caso la scelta di tali esercizi deve essere formulata ricordando che: • Gli esercizi devono essere di difficoltà graduale: i più semplici al fine di risvegliare la forza di volontà, i successivi allo scopo di disidentificarsi dal corpo fisico • Non devono puntare alla debilitazione parziale o totale (morte) dell’individuo e del suo corpo fisico. Ricordiamoci sempre di usare Ahimsā verso noi stessi , Tapas non è sadomasochismo! • Devono asservire ad uno scopo evolutivo. In India a volte si formulano i voti più straordinari, quali quello di mantenere un braccio alzato per un certo numero di mesi o di anni anche se diventa secco. Essi vengono definiti dalle scuole di yoga più serie ‘asurici’, cioè demoniaci. Il principiante potrà partire osservando i tre Tapas principali, per proseguire nel suo cammino di purificazione e giungere all’esperienza del Sé. Essi sono: Stefano Toso Pagina 46 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni • • • Tapas Fisico : Venerazione degli dei, dei maestri e dei saggi, purezza, rettitudine, continenza, astensione dalla violenza Tapas Verbale : discorsi che non causino turbamento, sinceri, piacevoli e benefici. La pratica della recitazione sacra, ad esempio. Tapas Mentale . serenità di spirito, silenzio, autocontrollo, purezza d’animo Il praticante sperimenterà progressivamente Tapas attraverso 3 stadi principali: 1. Dominio dei sensi : il sādhaka non percepirà più gli oggetti dei sensi come qualcosa di desiderabile, e ciò lo porterà con più facilità ad entrare in se stesso 2. Dominio del corpo : portando Tapas nella pratica (di āsana, ad esempio) il praticante supera i condizionamenti sensoriali: freddo-caldo, piacere-dolore, pesantezza-leggerezza, contrazione-rilassamento. Egli sviluppa uno stato di osservazione distaccata ed oggettiva, che lo porta ad andare oltre ad ogni dualismo (YS 2,48 «Da ciò, la mancanza di attacchi da parte delle coppie di opposti» ) 3. Dominio della mente : meditando sugli opposti si padroneggiano emozioni quali collera, gelosia, ansia, dolore, ecc.. trasformando l’energia che esse racchiudono in energia positiva Tapas durante le sedute Non ho la pretesa qui né di essere completo (ho ancora molte cose da imparare!), né di sentirmi al di sopra di chi ricade in questi errori. Voglio solo esporre alcune personali osservazioni. Mi sono posto varie domande a cui ho tentato di dare possibili risposte. 1. Quali sono i segnali che indicano la assenza di Tapas ? a. Frequentazione sporadica dei corsi (es.:partecipando a sedute effettuate durante gli ultimi Mondiali di calcio ho potuto verificare il calo di affluenze) b. Mancanza di entusiasmo per la pratica, eseguita con atteggiamento passivo c. Posture fiacche, (es: seduti con schiena curva), nonostante la giornata non sia stata particolarmente faticosa d. Tendenza all’assopimento (salvo stanchezza dovuta alla giornata) e. Nessuna propensione ad imparare cose nuove (anche da parte degli insegnanti, che così rischiano di insegnare sempre le stesse cose) f. Nessuna propensione a sperimentare pratiche che possano in qualche modo ‘destabilizzare’ la nostra routine quotidiana, che possano mettere in crisi i nostri ‘schemi mentali ’ 2. Quali sono i segnali che invece denotano la presenza di Tapas? a. Frequentazione continua e costante dei corsi, nonostante gli ostacoli interiori ed esteriori che incontriamo quotidianamente b. Capacità a sopportare i piccoli dolori fisici che possono sorgere durante il mantenimento di una āsana. Chi insegna deve eventualmente comprendere e correggere l’allievo che, per eccesso di ardore, sta forzando la postura c. Disponibilità ad affrontare le crisi: anche qui occorre che la guida sia in grado di riconoscere e correggere l’allievo che non è ancora pronto. In ogni caso ritengo che sia essenziale che l’allievo impari a conoscere i propri limiti fisiciemotivi-mentali, e che sperimenti questi limiti, integrandone le esperienze. Questo percorso porta a spostare sempre più in là tali limiti. Ciò non deve però portarci ad una forma di Stefano Toso Pagina 47 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni autocompiaciuto esibizionismo, ma ad una sempre maggior presa di coscienza di noi stessi, del nostro valore e delle nostre reali possibilità evolutive. Cito una frase celebre di Nietsche per focalizzare questo: “Ciò che non ti uccide, ti fortifica” Una mia piccola esperienza Sperimentando nel tempo questo Niyama ho vissuto qualcosa che mi ha cambiato: ho capito che l’idea che avevo avuto di me stesso e delle mie potenzialità fino ad allora era sbagliata! Non avevo avuto grande stima di me! Non praticavo affatto a casa e ciò creava dei sensi di colpa verso me stesso e gli altri (gli insegnanti in particolare). Quando non ne potei più di tale situazione mi imposi di praticare tutte le mattine sūryanamaskāra per una settimana. La pratica mi ha portato a scoprire una determinazione, una forza interiore che non sapevo di avere. Questa stessa forza mi ha spronato a proseguire e , nel tempo, a fare scelte coraggiose ed impegnative (come, ad esempio, frequentare questo corso ed iniziare a fare l’esperienza di istruttore). Potrei dire per l’esperienza che ho fino ora, che prendere atto della propria volontà (e dei risultati) rafforza la volontà stessa. In un certo senso Tapas genera Tapas. Stefano Toso Pagina 48 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Svādhyāya – lo studio di Sè Y.S. 2,44: «Dallo studio di Sé/dei testi sacri deriva l’unione con la divinità desiderata» Come detto in precedenza, ai nostri giorni mi pare che lo Yoga venga visto dai massmedia come una pratica essenzialmente salutistica, atta a migliorare l’uomo sotto l’aspetto psicofisico. Già per questo potremmo essere grati agli antichi rsi. Ma sappiamo che questo è solo un aspetto di questa meravigliosa disciplina. Molte persone che frequentano i primi corsi di Yoga poco o nulla sanno dell’aspetto filosofico che è alla base. Taluni hanno già sentito il Sūtra 1,2 “Yogaś citta-vrtti-nirodhaƒ”, ma poco sanno degli altri Yoga-Sūtra, della filosofia Sāmkhya, dei Veda, ecc.. D’altra parte l’allievo il più delle volte ha motivazioni iniziali più pratiche che non la speculazione filosofica: si è iscritto per rimediare al classico dolore alle lombari, o per trovar sollievo ad una vita stressante. Talvolta ha letto qualche libro altamente ispirato (es. la “Autobiografia di uno Yogi” di Paramhamsa Yogānanda) che ha stimolato la sua curiosità. Ma in genere gli aspetti filosofici vengono poco trattati, soprattutto agli inizi. Svādhyāya viene usualmente tradotto come “Studio dei testi sacri”. Noi allievi dobbiamo cioè familiarizzare con le scritture che sono alla base dello Yoga: gli Yoga-Sūtra, la Bahagavad Gītā, la Hatha Yoga Pradīpikā, le Upanisad, ecc.. devono essere comprese, si devono scolpire nelle nostre menti, e non solo: il loro studio non deve essere vissuto come un obbligo ma come una naturale curiosità dettata da una innata sete di conoscenza . Con un atteggiamento di disponibilità ed apertura possiamo accogliere il messaggio profondo di questi testi. Non dobbiamo cioè fermarci ad una pura conoscenza mnemonica: un erudito potrebbe impararli meglio di noi. Questo nostro sapere non deve rimanere chiuso in un cassetto della nostra mente, ma deve essere ‘com-preso’, cioè ‘preso con sé, anche nel cuore. E’ un sapere che va non solo capito ma meditato. Per arrivare a questo l’unica strada possibile è – a mio avviso – farne esperienza diretta nella vita quotidiana. Solo così possiamo comprendere il reale valore di questi testi: essi sono stati e sono tuttora forgiati dall’esperienza diretta di molte altre persone prima di noi. E chiedono di essere messi alla prova, per poter essere parola viva. Si dice in modo efficace: «Nessuno si è mai ubriacato per aver compreso intellettualmente la parola VINO » (A. De Mello “Il canto degli uccelli”) Qui penso nascano alcuni problemi: mettere in pratica tali parole è difficile! Io più volte ho la sensazione frustrante del fallimento, in quanto esse mi mettono di fronte ai miei limiti, al mio egoismo, ai condizionamenti che ho subito durante gli anni e che hanno strutturato una personalità con i suoi difetti e le sue qualità. La presa di coscienza sempre più approfondita anche dei lati oscuri di noi stessi è però un ineguagliabile momento di crescita che richiede coraggio e abnegazione: si abbandonano le maschere, le identificazioni, i falsi miti. Occorre far leva su Abhyāsa - la pratica (di viveka, del discernere) - e Vairāgya (il distacco) per percorrere questa via e comprendere realmente noi stessi. Ecco perché il significato letterale della parola ‘Svādhyāya’ non è ‘studio dei testi sacri ’ . Infatti : • sva : è un prefisso riflessivo, che indica ‘verso se stessi’ • dhya : è la radice di parole come dhyāna, ed indica meditazione • ya : la ripetizione dell’ultima sillaba indica la reiterazione, il ripetersi Stefano Toso Pagina 49 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Si deduce allora che questo Niyama indichi una meditazione, una osservazione continua di sé stessi. Ecco perché si traduce come ‘studio di sé’ , e ciò non è in contrasto con la definizione iniziale di ‘studio dei testi sacri ’. Il praticante fa infatti un percorso dall’esterno (i testi) all’interno (il sé), dal superficiale (lettura erudita) al profondo (meditazione). Solo quando sarà totalmente immerso nella meditazione profonda ed avrà contattato dentro sé stesso la fonte di ogni vera conoscenza egli potrà abbandonare i testi, che diventeranno allora meno importanti. Testi e pratiche sono a mio avviso paragonabili al dito che indica la Luna: una volta che il praticante ha scorto la Luna la sua attenzione deve essere rivolta ad essa e non al dito, che ha avuto la funzione importante di indicarla. Per determinare un corretto stato di concentrazione si possono usare dei mantra, che armonizzano la coscienza portandola ai livelli superiori. Il sādhaka può scegliere il mantra che gli si addice: • • Bīja Mantra : mantra con seme, cioè sillabe il cui significato si ritiene possa essere o una vibrazione sonora, o un assonanza con il nome di una divinità, o un suono onomatopeico (imitazione dei suoni naturali, es tic tac), o una modifica al nome di una divinità fatta per non proferirne il nome direttamente (una forma scaramantica di rispetto) Il Gāyatrī Mantra : è il mantra dei ¬gVeda. Eccolo: Oˆ Bhūr Bhuvaƒ Svaƒ Tat Savitur - Varenyam Bargho Devasya Dhimahi Dhiyo Yo Nah Prachodayat Si esegue all’alba e al tramonto, ripetendola almeno 3 volte. Migliora l’intelletto ed altre funzioni. Non ha una vera e propria traduzione in quanto il suo potere è nella vibrazione sonora delle sillabe. Il suo significato approssimativo può però essere: “Oˆ, saluto alle sfere terrestri, dello spazio e del cielo. Meditiamo lo spirito luminoso del divino Creatore che è degno di adorazione. Possa Egli dirigere le nostre menti” • • Il praŠava O¤ : la mistica sillaba capace di rievocare la totalità del divino. I Japa : consiste nella ripetizione continua, quasi mormorata, di preghiere, o dei nomi di Dio (108, 1000 ed anche 1008), o brani di testi sacri Quando la mente è interiorizzata e focalizzata, la pratica di Svādhyāya prosegue con l’osservazione di sé, la meditazione profonda. Ma come avviene tale passaggio? Ce ne rendiamo conto quando, ad esempio , ci troviamo ad essere consapevoli del nostro respiro anche al di fuori della seduta di Yoga, cioè quando questa osservazione diventa spontanea. Allora si diventa consapevoli dei propri stati interiori, delle proprie qualità e difetti. Questo non sempre è piacevole, anzi! C’è il rischio forte che non si accettino i propri limiti, e che questo rifiuto instauri un processo di auto-inganno . E un po’ la politica dello struzzo : ci si aggrappa disperatamente ad una immagine stereotipata di se stessi che poco ha a che fare con il reale! Ma come superare questo? Beh, io direi forse.. • Perdonando e imparando a non giudicare se stessi e gli altri (in realtà usiamo lo stesso metro nel fare questo) • Diventando testimone di sé stesso: fintanto che ci identifichiamo con colui che agisce saremo in balia delle nostre vrtti. Impariamo tramite l’ascolto del respiro, le āsana, la meditazione, ecc.. ad osservare noi stessi da una posizione neutrale e rilassata. Stefano Toso Pagina 50 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Mantenendo questa attitudine possiamo osservare ciò che emerge dal nostro inconscio. Più siamo capaci a stare in questa attitudine e più il nostro inconscio si rivelerà. Non serve perciò reagire, ma ascoltare profondamente, accettando ogni emozione, pensiero, paura come un cielo accetta le nuvole! Svādhyāya durante le sedute Non ho la pretesa qui né di essere completo (ho ancora molte cose da imparare!), né di sentirmi al di sopra di chi ricade in errore. Voglio solo esporre alcune domande e cercare di darne le risposte. • • Quali sono i segnali che indicano la assenza di Svādhyāya ? o Forme di evasione durante la pratica. Es: Non ascoltare le proprie sensazioni Osservare gli altri Fare a gara per dimostrare agli altri di essere ‘il più bravo ’ Non ascoltare ciò che viene detto dall’istruttore o dai compagni o Focalizzarsi sull’esecuzione degli esercizi tralasciando il tempo per la loro percezione o Evitare qualsiasi lettura sullo Yoga, la meditazione, ecc (per pigrizia, per convinzioni culturali, religiosi, ecc..). Va bene che “Vale più un grammo di pratica che un chilo di teoria” (S.Chidananda) , ma un poco di teoria non guasta.. o Mancanza di sintonia tra ciò che si ritiene di essere e ciò che il corpo (la gestualità , la postura, ecc..) comunicano (es.: ritenere di essere rilassato ed aggrottare la fronte) Quali suggerimenti possono essere rivolti agli allievi per lo studio di Sé durante la seduta? o Inserire citazioni dei testi sacri per incuriosire gli allievi o Invitare gli allievi a leggere i testi base dello Yoga e a metterli in pratica in ogni ambito o Sviluppare una concentrazione sempre maggiore in ogni esercizio: ogni āsana, prāŠāyāma, mudrā, ecc.. hanno senso solo se ne osserviamo gli effetti o Rivolgere l’attenzione all’interno di sé , andando sempre più in profondità e diventando osservatore distaccato di se stessi. Un atteggiamento oggettivo, simile a quello di uno scienziato. o Non rifiutare le pratiche che possono mettere in crisi le proprie convinzioni: esse possono aiutarci a demolire i nostri schemi mentali e farci scorgere qualcosa della nostra vera natura. Ogni ostacolo che incontriamo deve essere comunque commisurato con le nostre possibilità di superarlo o Eseguire le pratiche dei mantra menzionate precedentemente Stefano Toso Pagina 51 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Ÿśvara PraŠidhāna – l’abbandono al Signore Y.S. 2,45: «Per mezzo dell’abbandono al Signore (Ÿśvara PraŠidhāna) si ottiene la perfezione del Samādhi» Chi è Ÿśvara? Ogni grande religione ha sentito la necessita di ricondurre il molteplice all’uno, ad una unica sostanza che è Dio , al di là di qualunque forma lo si voglia chiamare: Brahmā, VisŠu, ecc.. Egli non può in realtà essere rappresentato, in quanto non ha forma, è soggiacente a qualunque forma ed al di là di ogni possibile definizione. Nella tradizione dello yoga tantrico esso è chiamato ParamaŚiva (o ParamaVisŠu..), letteralmente “Śiva supremo” (o Shakti suprema, visto che in esso i principi maschile e femminile sono perfettamente fusi).Questo concetto è espresso anche nella Bibbia: «Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre ce l’ha fatto conoscere» (Giovanni 1,18) Scendendo dall’uno al molteplice si incontra Sada Śiva (Sada=eterno) in cui si inizia a delineare una separazione tra soggettività ed oggettività. Tuttavia anche questo principio è qualcosa di difficilmente afferrabile per le nostre menti che sono abituate alle forme, alle dualità. Ÿśvara è perciò il grado successivo (verso il molteplice), e corrisponde a quello che nella nostra tradizione è “il Signore”, il quale si divide a sua volta nella Trimurti e cioè: 1. Brahmā : il Creatore (nella nostra tradizione è “il Padre”) 2. VisŠu : il Conservatore (colui che mantiene) (nella nostra tradizione è “il Figlio”) 3. Śiva : il Dissolutore (nella nostra tradizione è “Lo Spirito Santo”) In questo sūtra si parla di abbandono: in alcune traduzioni si è usato ‘rassegnazione’, ma a mio avviso questa parola può trarre in inganno: solitamente, ed in particolare di fronte alle calamità, si possono avere diversi atteggiamenti nei confronti del divino. Una di queste è una forma di rassegnazione fatalista e passiva, tipica di molti di noi e di certo migliore di chi invece impreca contro Dio. Non è però questo l’atteggiamento di cui parla questo sūtra: esso indica infatti che l’obiettivo che si raggiunge è il Samādhi stesso, e ciò non avviene con il subire passivamente, in modo fantozziano ogni evento della vita. Esso ha invece a mio avviso una duplice connotazione: • Abbandono del proprio ego • Offerta incondizionata di se stessi al Signore Ÿśvara PraŠidhāna punta direttamente a distruggere uno dei kleśa più forti: ASMITĀ, cioè ‘la singolarità dell’io’ (definizione di Taimni). Secondo la tradizione Sāmkhya, quest’ultimo illude il Purusa (o coscienza individuale) inducendolo ad identificarsi con ciò che non è, cioè i suoi ‘veicoli’: il corpo, la mente, ed i sensi. Ÿśvara PraŠidhāna mira a distruggere questa identificazione, e sembra dirci «Tu non sei il tuo corpo, né i tuoi sensi. Tu sei Lui(Ÿśvara), e Lui è te». La riscoperta di questa identità porta come immediata conseguenza l’abbandono dell’ego, che a questo punto non ha più presa su di noi, e con esso cade la sofferenza che esso ci induce. Questo esercizio parte con una affermazione molto presente anche nella nostra tradizione: «..sia fatta la tua volontà..» ..e non la mia ! Stefano Toso Pagina 52 di 58 (preghiera del “Padre Nostro”) Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Ricordo che, come ultimo Niyama, è il coronamento dei precedenti, ed in particolare dei 2 che lo hanno preceduto. Infatti se Tapas indicava l’ardore, la volontà di ascesi verso il divino, e Svādhyāya la scoperta di Sé attraverso anche l’uso dei testi sacri, al praticante è chiesto di fare un gesto ulteriore di completamento del lavoro svolto sino ad ora: offrire il frutto dell’opera stessa, cioè Sé stesso, abbandonando ogni pretesa egoistica. «In Me solamente riponi l’animo tuo; in Me fa che il tuo intelletto dimori. Allora vivrai in Me e Io in te. Non devi avere dubbi su questa unione fra Me e te per mezzo dell'amore». Bhagavad Gītā, XII-8 Abbandonare l’ego richiede sicuramente uno sforzo continuo e costante (Tapas) ed una conoscenza di se stessi e di ciò che si vuole abbandonare (Svādhyāya). E’ anche vero però che l’amore stesso per Dio, ed il sentirsi uniti a Lui e di Lui figli, evoca in noi stessi una forza – quella dell’Amore incondizionato – che può rappresentare una via diretta verso il fine ultimo dello Yoga. E’ la via della devozione, o Bhakti Yoga, alternativa al Astā‰ga Yoga, adatta a chi – sentendo già fortemente in se questo amore verso Dio – non ha nessuna difficoltà a subordinare la propria volontà a Lui. In ogni caso, qualunque sia il percorso intrapreso, ciò che viene chiesto è di abbandonare l’identificazione con il nostro ego. Questo perché la prima cosa che l’ego desidera quando compie un azione, è di poterne coglierne i frutti . Esso vuole farci ragionare con i concetti di ‘mio’, ‘tuo’, facendoci credere di essere noi (la nostra personalità) i protagonisti, facendoci pensare “Io ho fatto questo,.. Io ho fatto quello”.. Quello del rinunciare ai frutti delle azioni è un concetto alquanto ricorrente nella Bahagavad Gītā. Cito alcuni esempi: 2,47 «Tu hai un diritto particolare all’azione, ma in nessun caso un diritto ai suoi frutti; non essere come uno che dipende dal frutto del karma; e non sia in te neanche attaccamento alcuno alla non-azione» 2,51 «I saggi che, rinunciando al frutto, prodotto dal loro agire, realizzano l’unione del loro spirito (con l’essenza divina del mondo) , dal legame delle nascite liberati, raggiungono una condizione stabile (o dimora) al di là di ogni male». 3,30 «Abbandonando a me le opere tue, con la mente fissa al Primo Sé, libero da desideri, esente da egoismo, combatti, libero da (codesta tua) febbre» Abbandonato l’ego le azioni che compieremo in seguito saranno ‘niskāma karma’ , cioè non genereranno conseguenze. In altre parole non dovremo scontarne gli effetti L’ego è responsabile di una visione distorta di noi stessi, degli altri, e della nostra vita. Prendere atto di questo significa riconoscere che ci siamo creati con il tempo modi di pensare ed abitudini del tutto errati. Ÿśvara PraŠidhāna ci invita ad abbandonare perciò i nostri ‘solchi mentali ’, le nostre false certezze, la nostra ‘routine interiore ’. Occorre osare con noi stessi, ed avere lo spirito di un avventuriero, osare metterci in discussione su chi siamo realmente, disidentificandoci dai nostri ruoli sociali (l’impiegato, l’operaio, ecc..) famigliari (la madre, il nonno, ecc..) , dagli aggettivi che ci siamo dati con il tempo (socievole, diffidente, intelligente, ecc..). Tra coloro che hanno intrapreso il cammino dello Yoga credo vi sia una certa confusione su un punto: alcuni, ritenendo la mente responsabile di queste erronee identificazioni, credono che si debba sopprimere ogni pensiero. Secondo me ciò è tanto sbagliato quanto impossibile da effettuarsi: la mente è un nostro organo molto evoluto grazie al quale possiamo sopravvivere. Non possiamo farne a meno. Ma essa deve essere soggetta alla nostra coscienza Stefano Toso Pagina 53 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni tramite la volontà. Ciò che dobbiamo sopprimere non è la mente stessa, ma le sue alterazioni, cioè le sue ‘vrtti’, come scritto nell’ormai noto sūtra 1,2 “Yogaś citta-vrtti-nirodhaƒ” I mezzi: ritengo che il mezzo principe per praticare Ÿśvara PraŠidhāna sia la preghiera. Ciascuno può attingere alla propria tradizione o ad altre. I più creativi possono anche inventarne di proprie. Ciò che conta maggiormente è l’attitudine, la disposizione d’animo con cui si prega. Una preghiera recitata con l’attenzione altrove (come spesso si vede nelle nostre chiese), volta solo a far bella mostra di se stessi, è a parer mio inutile, se non talvolta ipocrita. Eppure Gesù stesso diceva «Tu invece, quando vuoi pregare, entra in camera tua e chiudi la porta. Poi prega Dio, presente anche in quel luogo nascosto. E Dio, tuo Padre, che vede anche ciò che è nascosto, ti darà la ricompensa» (Matteo 6,6). Nasce perciò da un intento di unione amorevole con Dio, come nell’esempio seguente: «O Dio di luce, fa che le tue dita luminose suonino tutte le note della mia vita, affinché possano fondersi in un solo canto di armonia e di amore» (P. Yogānanda – Riflessi dell’anima) Quando l’intento si sarà realizzato e il praticante sentirà la propria unione con Dio, dal suo cuore potranno fiorire preghiere come questa «Io sono l’Immutabile, io sono l’Infinito, non un piccolo essere mortale fatto di ossa che si spezzano e di un corpo destinato a morire. Io sono l’Infinito immutabile e immortale» (P. Yogānanda – Riflessi dell’anima) Ÿśvara PraŠidhāna durante le sedute Non ho la pretesa qui né di essere completo (ho ancora molte cose da imparare!), né di sentirmi al di sopra di chi ricade in errore. Voglio solo esporre alcune domande e cercare di darne le risposte. Abbandono è una parola che riecheggia molto durante la seduta. Per quanto sia la cosa apparentemente più semplice, in realtà molte persone faticano a lasciarsi andare. L’abbandono ha varie sfaccettature: 1. L’abbandono fisico: il rilassamento del corpo 2. L’abbandono delle tensioni emotive dal punto di vista fisico. Ci si può aiutare focalizzandosi sull’espiro ed aumentandone la durata rispetto all’inspiro 3. Abbandonare il vissuto giornaliero: cambiarsi il vestito prima della seduta, spegnere il telefonino, chiudere gli occhi, sono gesti simbolici con cui ‘stacchiamo la spina ‘. Ritengo buona cosa (far) prendere atto di questo 4. La non-rigidità mentale : accettare chi vede le cose diversamente e non pre-giudicare 5. L’abbandono delle proprie aspettative e convinzioni . a. Accettare l’imprevisto i. da parte dell’allievo (la pratica non è quella che si aspettava) ii. da parte dell’istruttore 1. non aspettarsi allievi accondiscendenti Stefano Toso Pagina 54 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni 2. non voler far fare a tutti i costi la pratica che si aveva pensato, ma adattarsi al momento presente b. Essere disponibili alle nuove esperienze Mi piace ricordare che il fine ultimo della seduta (e dello Yoga) non deve essere puramente fisico, ma usiamo il corpo per esplorare dentro di noi, per fare esperienza di ciò che siamo profondamente. Non ricordare questo significa, a mio avviso, snaturare lo Yoga. Stefano Toso Pagina 55 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Conclusioni Si potrebbe dire che, secondo Patañjali, solo ora si può iniziare con la pratica di āsana! Patañjali ha infatti posto Yama e Niyama all’inizio nei suoi Yoga Sūtra Io però sono tra chi crede che ognuno degli 8 a‰ga dello Yoga possa in sé portare alla meta . Un esempio di ciò è Gandhi, la cui illuminata vita è di esempio al mondo. Pur non avendo praticata alcuna āsana egli credo che abbia vissuto il concetto più profondo di Yoga: l’unione con il divino e con gli altri. In questa tesi ho provato ad introdurre momenti inerenti alla seduta di yoga, con lo scopo di portare nel concreto principi etici assai alti, che altrimenti rischierebbero di rimanere pura teoria, avulsa dalla vita quotidiana. Nel fare questo sicuramente ci saranno state delle approssimazioni, talvolta il lettore potrà addurre obiezioni peraltro esatte e che accoglierei volentieri. Spero tuttavia che si apprezzi questa necessità: purtroppo nella teoria siamo tutti molto bravi, ma ciò che più conta è la pratica. E la pratica va portata nella vita quotidiana: in altre parole Yama e Niyama offrono la possibilità di vivere lo Yoga durante tutta la giornata, e non solo nel breve spazio di una seduta. Molte volte al termine di una seduta si sente dire cose come “Ho vissuto dei bei momenti di abbandono, mi sentivo felice.. ora però devo tornare a casa, e mi aspettano i miei soliti problemi..!”. Questo rischia di invalidare i benefici della pratica, facendo perdere fiducia nello Yoga. Non ho né l’intenzione né la possibilità di appartarmi dalla vita quotidiana: il mondo ha bisogno anche del mio pur modesto contributo e io non voglio ora negarglielo. La mia Sādhana è nella vita quotidiana, nel non essere aggressivo con gli altri, nel cercare di essere sincero, equo, comprensivo, ecc.. Yama e Niyama sono i mezzi per questa Sādhana, come le āsana lo sono per il corpo. Si può affermare che mettere in pratica tutto questo è difficile. Vero! Ma vale la pena provarci. In altre parole credo che sia fondamentale un atteggiamento di disponibilità : solo una persona ricettiva può imparare e crescere. Yama e Niyama diventano allora veri, in quanto sperimentati, con coscienza e attenzione. Disponibili a cosa ? A metterci in gioco: le nostre convinzioni, le nostre manie.il nostro stile di vita! Questo non significa avere la certezza di non fare più errori. La strada è molto lunga ed irta di ostacoli. Come fare a non sfiduciarsi ? Secondo me occorre sapersi perdonare come Gesù ci aveva insegnato “Tu perdona settanta volte sette!” : riconoscere i propri errori e pentirsene apre la strada alla consapevolezza: nell’errore sono contenuti molti insegnamenti che vengono persi se non accettiamo di sbagliare. Chi si sfiducia non siamo noi, ma il nostro ego, che desidera solo successi. Gli errori invece sono trampolini di lancio per migliorare se stessi: occorre viverli appieno, trarne tutto il succo del loro insegnamento e trascenderli. Se rifiutiamo di bere questo ‘amaro calice ’, esso ci verrà offerto alla prossima occasione L’invito al lettore è pertanto a sperimentare. Quando a Gesù fu chiesto “Dove abiti?” egli non diede dotte spiegazioni ma disse semplicemente: «Venite Stefano Toso e vedrete!» Pagina 56 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Ringraziamenti Vorrei qui ringraziare quanti mi sono stati di aiuto per la mia formazione e per la stesura di questo testo: • I miei istruttori : Andrea e Donatella Corsini , che hanno saputo guidarmi attraverso i miei momenti di crisi • I relatori Piera Scartabelli e Massimo Vinti per la loro disponibilità e pazienza • La mia compagna Giusy, che mi ha assistito con affetto • I maestri di ogni tempo e latitudine. Possano essi aiutarci in ogni momento della vita O¤ Śānti Stefano Toso Pagina 57 di 58 Tesi ISFY Milano anno 2008 Yama e Niyama – Lo Yoga nella vita di tutti i giorni Bibliografia Per la stesura della tesi mi sono avvalso dell’aiuto dei testi che riporto qui sotto, nonché delle dispense delle lezioni dell’ISFY di Milano dei primi 3 anni. Ho citato anche alcuni proverbi, dei quali talvolta purtroppo non ricordo l’autore (se ce ne è stato uno). L’elenco è ordinato in base alla sequenza con cui i testi sono stati citati nella tesi. Autore Titolo Editore B.K.S.Iyengar Vari Stefano Piano Mediterranee LDC-ABU-SEI Promolibri-Magnanelli I.K.Taimni Teoria e pratica dello Yoga La Bibbia interconfessionle Enciclopedia dello Yoga La scienza dello Yoga - commento agli Yoga Sūtra di Patañjali Mohandas Karamchand Gandhi La mia vita per la libertà Universale Tascabile Newton Mohandas Karamchand Gandhi Teoria e pratica della non-violenza Einaudi Mimesis Ubaldini T.M.P.Mahadevan Anthony de Mello Andrè Van Lysebeth Patañjali - Yoga Sūtra Bhagavad Gītā RamaŠa Maharshi - Il saggio di AruŠācala Il canto degli uccelli Perfeziono lo Yoga Swami Satyānanda Saraswati šsana PrāŠa Mūla Bandha Satyānanda Ashram Italia David Godman Massimo Vinti RamaŠa Maharshi ed il suo insegnamento: Sii ciò che sei Tapas e fuoco di brace Il punto d’incontro rivista Yoga FIY N 46 Riflessi dell’anima Self-Realization Fellowship Piera Scarabelli e Massimo Vinti Sarvepalli Radhakrishan Paramhamsa Yogānanda Stefano Toso Pagina 58 di 58 Ubaldini Mediterranee Paoline Mursia Tesi ISFY Milano anno 2008 Ahimsa Pratica del 30 – 3 -2008 Stefano Toso Pratica del 30 Marzo 2008 sul tema della non-violenza Motivazioni: Terminata la stesura della tesi su Yama e Niyama, è nata in me la voglia di poter condividere e confrontarmi su ciò che avevo appena esposto. L’idea era quella però di provare a trasmettere non una serie di nozioni sul tema (anche se ritengo possano essere importanti), ma quanto quella di poter vivere insieme almeno uno degli aspetti di Yama o Niyama. Ne parlai con Andrea e Donatella, i miei insegnanti, chiedendo loro se era possibile coinvolgere gli allievi in questo mio esperimento. Si dimostrarono ben lieti e mi sono stati di aiuto nel cercare di consigliarmi su cosa fare. Pensai di proporre proprio il primo Yama, Ahimsa, convinto come sono che oggi la nonviolenza possa essere un vero de-condizionamento ad una attitudine mentale aggressiva e competitiva sempre più presente nella nostra società, un vero toccasana. E’ un ideale francamente molto alto per le mie capacità, e ammetto di aver avuto una certa presunzione nel voler provare a condurre una simile pratica. Ma a volte la voglia di mettersi in gioco mi fa intendere che è meglio rischiare che lasciare intentato. La risposta al mio invito è stata particolarmente generosa: una quindicina di persone hanno deciso di aiutarmi mettendosi a disposizione per questo esperimento. Non solo: quando ho chiesto loro di mettere per iscritto la loro esperienza, hanno accettato ed hanno scritto con sincerità ciò che hanno vissuto. Sento di volerli ringraziare! Luogo della pratica : Laboratorio di Yoga (di Biella) Data e ora : Domenica 30 Marzo 2008 dalle ore 10:00 alle ore 17:00 Partecipanti : Circa 15 persone di età media 30/40 anni molta parte dei quali già con almeno un anno di pratica alle spalle (molti con diversi anni) Iter della pratica : 1. Spiegazione teorica (1h circa) a. Dove si collocano Yama e Niyama nell’Asthanga Yoga b. Basi generali di Yama e Niyama c. Spiegazione breve di ogni singolo Yama e Niyama con alcuni esempi d. Approfondimento su Ahimsa e. L’atteggiamento di Ahimsa riportato nella pratica della giornata (essenzialmente asana) 2. Pratica di asana (Parte 1) con diverse fasi (2h circa) : a. Presa di coscienza del respiro b. Scioglimento delle tensioni muscolari (schiena) c. Concentrazione selettiva della propria energia d. Estensioni/ flessioni laterali per l’apertura del torace e. Ascolto delle sensazioni con presa di coscienza di i. tensioni fisiche ii. tensioni emotive iii. tensioni mentali f. Lunga fase di asana per lo sblocco delle tensioni (es: Shimhasana(Leone) ) accompagnata in alcuni casi dalla emissione di vocali legate alla parte fisica (ed emotiva) su cui si stava lavorando Pagina 1 di 8 Ahimsa Pratica del 30 – 3 -2008 Stefano Toso g. Ascolto finale delle sensazioni 3. Pausa con pranzo leggero al sacco (1h) 4. Approfondimento teorico (0h45’ circa) su: a. Ahimsa : significato profondo, con letture tratte da Ghandi e citate nella tesi b. Breve spiegazione sul questionario c. Lettura di una parte di “Governa il tuo destino nell’anno nuovo” tratta da “L’eterna ricerca dell’uomo” di Paramhansa Yogananda, allo scopo di alimentare ed indirizzare lo spirito degli allievi durante i momenti di crisi 5. Ripetizione del Mantra “OM” circolare, con ascolto del proprio suono (0h30’ circa) 6. Pratica (Parte 2) (1h45’, circa) rivolta a: a. la presa di coscienza e lo sblocco delle proprie tensioni, con sviluppo “creativo” b. Ascolto di cosa c’è oltre le proprie tensioni – Asana di apertura del cuore c. Pratiche in coppia ed in gruppo, per entrare in relazione con l’altro essere umano 7. Compilazione del questionario (1h circa) Pagina 2 di 8 Ahimsa Pratica del 30 – 3 -2008 Pagina 3 di 8 Stefano Toso Ahimsa Pratica del 30 – 3 -2008 Pagina 4 di 8 Stefano Toso Ahimsa Pratica del 30 – 3 -2008 Pagina 5 di 8 Stefano Toso Ahimsa Pratica del 30 – 3 -2008 Pagina 6 di 8 Stefano Toso Ahimsa Pratica del 30 – 3 -2008 Stefano Toso Un questionario con i risultati della pratica Allo scopo di aver un resoconto di ciò che si è vissuto con la pratica ho chiesto ad ogni partecipante di rispondere per iscritto alle seguenti domande. Ho specificato loro di lasciare il questionario anonimo, in modo da garantire la privatezza della loro risposta e permetterli così di esporre con sincerità il loro vissuto. Ad ogni domanda le risposte sono state molto simili per la maggior parte del gruppo, seppure ognuno con proprie modalità espressive. Ecco le domande ed una sintesi delle risposte che ho tentato di fare: 1) In che modo risenti della violenza altrui (fisica/psicologica/verbale) ? La quasi totalità risente della violenza verbale e psicologica, alla quale reagisce o con altrettanta o rinchiudendosi “a riccio”. Alcuni si sentono giudicati (male) e manipolati. In ogni caso il frutto è un senso di colpa (autoaccusarsi della rabbia altrui, di non aver reagito, aver reagito con violenza) 2) Usi violenza verso gli altri/le cose ? In che modo ? Chi più chi meno tutti usano violenza verso le cose (scaraventandole o rompendole). Per le altre forme cito una delle risposte, che mi pare sintetizzi le altre: << Impongo a volte le mie idee ed i miei modi di agire come più “giusti”. Fisicamente quando provo rabbia guido la macchina in maniera aggressiva mettendomi a volte a rischio>>. 3) Usi violenza verso te stesso ? In che modo? “Giudizio a volte esasperato”. Questa risposta si riflette in molte altre ricevute: ognuno sembra avere un “mito”, un modello da raggiungere, che in sé è “perfetto”, ma che irrimediabilmente genera una lotta interiore, con numerosi sensi di colpa. Inoltre altri hanno ammesso sinceramente: bevo, fumo e mangio in modo irregolare.! 4) Quali emozioni nascondi quando usi violenza (paura, rabbia, sensi di colpa, ecc..) ? Le più “gettonate”: rabbia, paura (di soffrire, di sentirsi inadeguati), sensi di colpa. 5) Durante la pratica si è manifestata in te la violenza? E come ? Tutte le asana dinamiche. In particolare la pratica “del Leone” e dell’Ascia si sono rivelate le più utili per far uscire le negatività represse, sebbene il “ruggito” del Leone abbia spaventato qualcuno. L’ “asana creativa” ha permesso invece ad altri di prender coscienza della violenza che si manifesta in loro come “chiusura”. Altri hanno sentito tensioni in alcune parti del corpo 6) Sei riuscito ad andare oltre? E in che modo ? Alcuni dicono di averle “vomitate”, “buttate fuori” o di aver pianto. Per molti sono state le asana dinamiche, “di scarico” (es. Leone). Inoltre anche l’attenzione al respiro, in particolare l’espiro, è stata importante, come nella seguente risposta: Pagina 7 di 8 Ahimsa Pratica del 30 – 3 -2008 Stefano Toso <<Sono riuscita ad andare oltre osservandomi ed accogliendo il mio ego. Ho usato l’espiro come mezzo per deporre >>. 7) Quale è il tuo stato interiore alla fine della pratica ? (descrivi la tua esperienza) Pace (e questo conferma il sutra quando dice che “cessa ogni ostilità”), senso di libertà, leggerezza e rilassamento. Con qualche fatica, data la dinamicità della pratica (es. non tutti sono abituati a portare fuori la voce) Le ultime 3 risposte possono essere condensate nella seguente, che ho ricevuto come risposta n.5 << Ho sentito notevolmente il senso di violenza e rabbia, soprattutto nella posizione del Leone. La rabbia nei miei confronti cresceva dentro ed è uscita violentemente. Ho pianto ed il pianto mi ha lavata. Mi sono sentita davvero liberata, anche quando avevamo “l’ascia in mano” le sensazioni di rabbia erano forti ma subito si sono trasformate in forza di volontà e consapevolezza nel perdono. Mi sono perdonata per quello che mi sono fatta. Ho perdonato quella parte di me che non accetto e che ho capito che fa parte di me e non devo reprimerla ma vederla per quello che è, e cioè il buio cha ho dentro. Ma “questa non sono io”. Decido di dedicarmi a me stessa. A chi sono io.>> 8) (Samkalpa). Cosa puoi fare in concreto per vivere la non-violenza nella tua vita quotidiana? Ci sono vizi che vuoi abbandonare, o buone abitudini che vuoi prendere ? Tenevo particolarmente a questa risposta, convinto come sono che le pratiche hanno un senso solo se portate nella quotidianità. Le risposte sono state: maggiore apertura, non giudicare sé stesso e gli altri, amare ed amarsi per ciò che si è. I vizi da abbandonare sono stati la ipercriticità, la sregolatezza nel cibo ed altri. Le buone abitudini: la voglia di sorridere, di aprirsi, la voglia di fare una pratica quotidiana (wow!). In particolare mi ha colpito chi ha scritto <<fare qualcosa per migliorare la mia attenzione verso Madre Terra cercando di sensibilizzare gli altri. Credo che recuperare un rapporto atavico di rispetto verso nostra Madre Terra sia il primo passo per poi avere rispetto di sé stessi e del prossimo >>. Pagina 8 di 8