Progetto di cultura sarda Istituto Magistrale “Benedetto Croce”, Oristano Coordinamento della prof.ssa Putzolu Maria Rita Classi 3a A, 4aA, 4aB, 5aA, 5aB del corso linguistico Anno scolastico 2008/2009 "Influenza catalano-aragonese nella lingua e nella cultura sarda" Il progetto”Influenza catalano-aragonese nella lingua e nella cultura sarda” ha avuto come scopo principale quello di stimolare negli alunni la riflessione sulla propria identità culturale e linguistica e la conoscenza dei valori della propria tradizione. Il lavoro svolto in due mesi e mezzo, ha coinvolto, con grande interesse, tre gruppi di alunni del Liceo Linguistico, la III A, la IV A, tre alunni della IV B e otto alunni della V B. Abbiamo iniziato il progetto partendo dall’analisi storica della dominazione catalano-aragonese in tutta la Sardegna, in particolare di Cagliari e di Alghero, proseguendo poi con un accurato studio ed una analisi puntuale di numerose parole sarde (specialmente le campidanesi) che hanno un’origine catalana o spagnola. Infine abbiamo analizzato, con particolare interesse, tutto ciò che è rimasto di tale dominazione nei monumenti, nelle case, nelle chiese, nella cucina, nei canti, nei riti religiosi e nelle tradizioni popolari sarde. La realizzazione del progetto ha avuto inizio con una ricerca in rete di documenti e immagini, seguita da uno studio approfondito di testi di Linguistica Sarda ed è terminata con lo sviluppo di una serie di fotografie di chiese, monumenti e palazzi scattate durante le visite guidate al centro storico di Alghero, di Cagliari e all’Archivio Storico di Studi Sardi di Cagliari. Numerose , infatti, sono le testimonianze risalenti alla dominazione catalano-aragonese presenti in queste città. Ad Alghero abbiamo ammirato il Palazzo d’Albis, il Palazzo Machin, la Cattedrale, la Chiesa di S. Francesco, le mura e le varie Torri. A Cagliari abbiamo visitato il Castello con la Torre dell’Elefante, il Palazzo Vicergio, la Chiesa della Speranza, il Bastione e il ghetto degli Ebrei. Particolarmente interessante è stata la visita guidata all’Archivio Storico di Studi Sardi, dove le archiviste dopo averci fatto una vera e propria lezione di storia, di arte e di cultura sarda, ci hanno consentito di fotografare preziosi sigilli e documenti antichi scritti in catalano. Tutto il materiale raccolto ed elaborato ha consentito la realizzazione di questa tesina. Nel 1323 inizia l’occupazione Aragonese della Sardegna La conquista Aragonese della Sardegna parte da lontano. Nel 1282 Pietro III d’Aragona viene chiamato, dopo i Vespri, in aiuto dai Siciliani che si erano ribellati al regime tirrenico di Carlo II d’Angiò. Gli Aragona assumono il controllo della Sicilia, che mantengono fino al 1295 quando papa Bonifacio VIII ottiene la firma del trattato di Anagni, in base al quale Giacomo II d’Aragona cede la Sicilia a Carlo II d’Angiò e ne ottiene in cambio i feudi di Sardegna e di Corsica. I siciliani si sentono traditi e, non volendo rinunciare alla loro autonomia, dichiarano decaduto Giacomo II ed eleggono al trono il fratello Federico che assume il nome di Federico II di Sicilia, con grande smacco per Bonifacio VIII che, l’anno successivo, crea il Regnum Sardiniae Corsicae e lo concede in feudo a Giacomo II sperando che questi ne prenda possesso e possa, partendo da qui, riprendere anche la Sicilia. La Chiesa Romana esercitava il diritto di istituire regni sostenendo che tale facoltà gli derivasse dalla donazione di Costantino che, morendo, avrebbe lasciato alla Chiesa la città di Roma e le province occidentali. Questo diritto fu chiamato “Costitutum Costantini”, si rivelò un falso storico e fu applicato a prescindere dalla realtà Sarda, che forse non interessava alla Chiesa. L’arrivo in Sardegna degli Aragonesi Il regno degli Aragona occupava i territori della Spagna Orientale, che comprendono le attuali province di Aragona, Catalogna e Valencia. I Catalano Aragonesi sbarcano in Sardegna a Palmas, a sud di San Giovanni Suergiu, al commando dell’infante Alfonso, primogenito del Re Giacomo II, dichiarando lo scopo di liberare l’Isola dall’opprimente presenza Pisana. Il 30 maggio 1323, Alfonso si unisce alle truppe di Ugone II di Arborea ed insieme assediano Iglesias, controllata da Ugolino della Gherardesca a cui era stata asegnata dopo lo smembramento del Giudicato di Cagliari. Presa la città occupano il Campidano e si avvicino a Cagliari, ponendo il quartier generale sul colle di Bonaria, schierando l’esercita in linea verso Quartu. I Pisani, quasi di sorpresa, fecero sbarcare un esercito nei pressi della spiaggia prospiciente l’abitato di Capoterra, che a tappe forzate di diresse verso Calari, costeggiando lo stagno di S.Gilla. L’esercito Aragonese si mosse andando in contro a quello Pisano. Lo scontro, in campo aperto, avvenne presso l’odierno abitato di Elmas, in località Autocisterna e finì con la vittoria degli Aragonesi che nello stesso tempo avevano distrutto le navi Pisane nelle acque prospicienti il Castello di Calari. Ai Pisani non rimase altro che firmare una pace con la quale cedevano tutti i territori del Cagliaritano e della Gallura tenendo solo Castrum Calari. Era il 17 giugno 1324 e il Regno di Sardegna prendeva corpo. Il Regno era formato dei territori dell’ex Giudicato di Calari e di Gallura e dell’enclave del comune di Sassari. Gli Aragonesi concludono l’occupazione del resto dell’Isola, che vedrà diversi tentativi di ribellione guidati dai Doria e dai Malaspina nel nord e dai Pisani nel sud. L’infante Alfonso torna in patria dalla Sardegna vittorioso, ma le basi su cui si fonda il suo successo non sono molto solide data l’ambiguità dei rapporti con il Giudicato di Arborea e a nord con i Doria e i Malaspina. Nel 1325 la ribellione di Sassari, controllato da Genova e dai Doria e Malaspina, convince Pisa a riprendere le armi e conquista il Castello di Cagliari che dovrà abbandonare nel 1326 per concederla agli Aragonesi che vi si insediano e cercano di Iberizzare al massimo le istituzioni. Dal 1330 al 1335 assistiamo alla guerra tra Aragona e Genova per il controllo del Mediterraneo Occidentale. Gli Aragonesi non riescono a controllare l’Isola nella quale invece aumenta l’opposizione dei Doria e dei Malaspina, quindi si vedendo ad affidare la difesa del territorio ai Giudici di Arborea, prima Pietro III, poi Mariano III. Negli anni che seguono assistiamo ad una nuova ribellione dei Doria nel 1347 domata con l’aiuto di Mariano IV d’Arborea. Il Mediterraneo occidentale in una carta del celebre Atlas Català del 1375 Regno di Sardegna 1692 (Frederic de Wit) Mariano IV inizia lo scontro con gli Aragonesi Mariano IV inizia ad estendere il suo controllo diretto sui territori Sardi ed arriva ad occupare un terzo dell’Isola, con la sola eccezione dei territori di Cagliari e Alghero. Quando la rocca di Cagliari, dopo lungo assedio, è ormai prossima alla resa, il Conte Catalano Bernardo Cabrera e riesce a bloccare le truppe del Giudicato di Arborea a Quartu. Nel 1354 Re Pietro IV il Cerimonioso sbarca in Sardegna con un ingente corpo di spedizione, piega Alghero dopo una sanguinosa ribellione, scaccia tutti gli abitanti e li sostituisce con coloni Catalani. Gli Arborea, sconfitti i Pisani e dichiaratisi vassalli di Aragona, per 25 anni accettarono la situazione per poi passare allo stato di guerra, decisa regolarmente dalla “Corona de Logu” (Parlamento). Era il 1353 e Mariano IV, a capo di un esercito mosse verso il sud dell’Isola, sconfiggendo verso Decimo Gherardo della Gherardesca, vassallo del re d’Aragona e puntando verso Castrum Calari dove però fu fermato e costretto a ritirarsi verso Sanluri. A Nord Mariano IV alleato ai Doria conquistò Alghero per poi porre l’assedio a Sassari. Dopo l’intervento di una spedizione Aragonese, si giunse alla pace di Sanluri, l’11 luglio 1355 e la Sardegna ebbe un periodo di pace. La partita si riaprirà più tardi, per giungere al 1392 quando tutta la Sardegna, ad accezione di Alghero e Castel di Cagliari, passò sotto il Giudicato di Arborea. Lo scontro prosegue con Eleonora d’ Arborea Mariano IV muore nella grande pestilenza del 1376, gli succede il fratello Ugone III che continua la guerra contro i Catalani Aragonesi i cui domini sono ormai ridotti alle sole città di Cagliari e Alghero, fino a che viene assassinato con l’unica figlia Benedetta in una congiura nel 1383. Il titolo passa a Federico, figlio minorenne di Eleonora d’Arborea, sorella di Ugone e di Brancaleone Doria. Inizia la lunga reggenza di Eleonora d’Arborea, il principale personaggio del Medioevo sardo, nota come la Giudicessa. Brancaleone Doria, che si trova in Catalogna alla morte di Ugone, viene imprigionato per indurre la moglie a restituire alla corona i territori Sardi occupati e portato prigioniero a Cagliari. Invece di pianificare un’offensiva contro l’alleato, Eleonora si dedica a rafforzare la propria autorità nel Giudicato non con la forza ma con una ferma politica di resistenza alla Corona di Aragona. Nel 1387 muoiono Federico d’Arborea e Pietro IV. Al primo succede il fratello minore Mariano V, sempre sotto la reggenza della madre Eleonora, al secondo il figlio Giovanni I che nel 1388 firma la seconda pace di Sanluri, con la quale Arborea deve rientrare nei confini del 1355 in cambio della libertà di Brancaleone Doria. Arborea rientra nei confini naturali ma la libertà non viene concessa. Liberato nel 1390, Brancaleone Doria, che fino all’incarcerazione aveva mantenuto un atteggiamento di relativa compiacenza verso la corona di Aragona, si mette al comando dell’esercito di Eleonora. Nel 1391 il malcontento della popolazione per il governo degli Aragonesi gli permette di riunire uno smisurato esercito, riuscendo a riconquistare in pochi mesi tutti i territori che Arborea aveva conquistato prima della pace. Gli Aragonesi sono nuovamente ridotti sotto Cagliari, Alghero, Longosardo (dove poi sorgerà Santa Teresa di Gallura), ai castelli di Quirra e Acquafreadda e alle zone circostanti. Nel 1392 Eleonora d’Arborea, promulga la Carta de Logu. Nel 1396 muore Giovanni I d’Aragona e le succede il fratello Martino Duca di Montotblanc, nel 1402 muore anche Eleonora d’Arborea, anch’essa a causa della peste. Le succede Mariano V mentre Brancaleone Doria prosegue nella guerra occupando nel 1406 anche il castello di Quirra. Si arrivò così al 1409 quando i catalani, sconfitta una flottiglia di navi Generosi che portavo aiuto al Giudicato di Arborea, distrussero l’esercito Giudicale presso Sanluri e più tardi conquistarono Oristano che, arrendendosi, consegnò automaticamente nelle mani degli Iberici tutti i territori giudicali tradizionali intorno ad Oristano; era il 29 marzo 1410. Guglielmo III di Narbona-Bas barattò, col Re d’Aragona Ferdinado I, la cessione venale dei suoi diritti di Giudice e conseguentemente dei territori già arborensi. La somma pattuita di 100.000 fiorino fu versata e così finì ingloriosamente il Giudicato di Arborea e con esso la speranza di libertà di tutti i Sardi che definitivamente furono soggetti agli Aragonesi. Matrimonio di Eleonora La madre Eleonora divenne la reggente. Il padre, Brancaleone Doria, nel tentativo di allearsi con gli Aragonesi, a causa delle lotte tra i giudicati, mentre si trovava a Barcellona, venne catturato e inviato a Cagliari nelle carceri di San Pancrazio. Eleonora cercò di trattare per tre anni e, quando ottenne la liberazione del marito, riprese le lotte contro gli Aragonesi. Seguirono 20 anni di lunghe lotte per espugnare le fortezze di Alghero e di Cagliari in mano agli Iberici. Nel frattempo Eleonora cercò di amministrare saggiamente il suo popolo, infatti fece promulgare la Carta de Logu. Morì nel 1402 a causa di un’ epidemia di peste. La Carta de Logu Per la Carta de Logu, non si può negare l'apertura alla modernità di talune norme e la saggezza giuridica che contiene elementi della tradizione romano-canonica, di quella bizantina, della giurisprudenza bolognese e del pensiero dei glossatori della stessa cultura curiale catalana, soprattutto dell'elaborazione giuridica locale delle consuetudini sarde compiute dal diritto sardo di tipo municipale. I sovrani di Arborea, nel reagire ai tentativi di infeudazione aragonese, emanarono una nuova disciplina giuridica nei loro territori, che pure erano in uno stato di perenne agitazione politica. Tale legislazione si segnalò come la componente di una più vasta politica tesa allo sviluppo dello stato arborense e fu nettamente avanzata rispetto alle legislazioni giuridiche ed amministrative del tempo. Eleonora dimostrò con la sua reggenza di voler uscire dal medioevo puntando anche sulla liberazione dei servi, "i lieros", e di voler adibire alla propria lotta di tipo nazionale, oltre alle truppe mercenarie, quelle costituite dai suoi concittadini. Si tratta del periodo in cui dalla storia antica si passa a quella medievale e in cui il concetto di Sardegna territoriale sta per mutare in quello statuale, con l'Isola divisa in varie entità politiche sovrane. I quattro regni giudicali di Càlari, Torres, Gallura e Arborea, sono complesse singolari costruzioni istituzionali, insolite nell'Europa del Mille. Piuttosto che da elementi preesistenti, essi sembrano avere origine dalla "capacità dei Sardi, liberi da dominazioni straniere ad autogestirsi" mediante forme complesse quali quelle del sistema curatoriale, l'amministrazione assembleare delle "coronas de logu". Le prerogative regie giudicali, che non sono riscontrabili in nessun territorio continentale di formazione bizantina o barbarica, hanno una connotazione tale da togliere importanza alla matrice di provenienza e ne fa una originale organizzazione di governo. Tra i giudicati sardi, solo quello di Arborea si propose di costruire una nazione tutta sarda. Come tutti gli stati centrali, l'Arborea dovette sempre combattere per non soccombere alle pressioni degli stati confinanti. Uno dei caratteri della sua guerra fu quello di essere di preferenza offensiva, piuttosto che difensiva, e di concepire una politica di conquista cercando di svolgere un ruolo propulsivo che riuscisse ad aggregare intorno a sé anche le energie locali degli altri giudicati. Gli altri giudicati non seppero recepire quelle istanze e le compresero solo quando le popolazioni che erano diventate suddite del Regno di Sardegna e Corsica dei Catalano-Aragonesi si resero conto del disagio provocato dal loro dominio e si unirono all'Arborea per realizzare per la prima volta nella storia dell'Isola, uno Stato tutto Sardo basato sulla volontà del Popolo, ovvero dell'antica Nazione Sarda, sotto le insegne dell'albero deradicato (stemma arborense). Una conquista difficile Quando Giacomo II di Catalogna- Aragona intraprese la conquista della Sardegna lo fece con la convinzione che l’isola sarebbe stata una fonte di ricchezza per la sua corona. Essa costituiva una tappa determinante nella realizzazione di una politica di espansione mediterranea verso il vicino oriente. Furono valutate in maniera eccessiva ,forse,le risorse sarde e le rendite che Pisa ne traeva. Fu realtà la guerra per ottenere la sottomissione totale dell’isola durarono quasi un secolo e costarono molte vite e molto denaro. Allo stesso tempo le rendite che l’isola doveva produrre svanirono a causa dei costi della guerra. Ma sicuramente il costo diretto delle operazioni militari,anche se alto,non è commisurabile a quello indiretto. Infatti l’instabilità politica dell’isola provocò l’insicurezza delle rotte marittime di tutto il Mediterraneo occidentale e quindi danni incalcolabili al commercio catalano,che in teoria avrebbe dovuto trarre beneficio dalla conquista di un isola così ben situata dal punto di vista strategico. La scoperta poi delle nuove terre occidentali oltre il mare,chiamate prima Indie poi Americhe,tolsero all’isola ogni importanza. Il consolidamento della presenza nell’isola L’amministrazione della Sardegna è affidata a un Governatore generale. Vengono nominati prelati spagnoli limitando la presenza degli ordini religiosi italiani. Nei territori sottratti alla repubblica di Pisa viene instaurato un regime feudale, affidando piccoli feudi agli Aragonesi che avevano appoggiato l’infante Alfonso,con l’obbligo di risiederci e di difendere il territorio in nome del re di Aragona,e con successione ereditaria per linea maschile; obbligo al quale molti verranno meno rientrando in patria ed affidando il feudo ai loro procuratori. Nel castello di Cagliari,e successivamente anche a Sassari,vengono trasferite famiglie Aragonesi, catalane e valenzane con diritto di eleggere un consiglio ed una giunta in rappresentanza delle diverse classi sociali viene imposto un controllo diretto sull’attività economica. Le miniere dell’iglesiente dipendono direttamente dal re e ad Iglesias viene aperta una zecca dove confluisce tutta la produzione argentiera. Le saline dipendono anch’esse dal re i cui appaltatori sfruttano pesantemente la popolazione locale. Tutto il commercio del grano converge su Cagliari ed è controllato dalle famiglie majorchine e catalane Canjelles, Tomich, Aymerich. Gli Aragona inseriscono nel loro stemma l’effige dei quattro mori a rappresentare il loro dominio sulla Sardegna. 1. 2. 3. 4. Sigillo re Giacomo II, seduto in trono con in mano i simboli del potere. Sigillo re Alfonso il Benigno Sigillo raffigurante il re Pietro il Cerimonioso Pietro il Cerimonioso raffigurato su un cavallo al galoppo Dagli Aragona alla dominazione Spagnola Nel 1469, Isabella di Castiglia sposa Ferdinando d’Aragona iniziando l’unificazione del regno di Aragona con quello di Castiglia che verrà condotta a termine dieci anni dopo da parte di Ferdinando il Cattolico, con la nascita del regno di Spagna. La Sardegna passa sotto il domino Spagnolo e vi resta, con alterne vicende, sino al 1708. L’ultimo tentativo di indipendenza condotto da Leonardo de Alagon Leonardo de Alagon, quarto e ultimo marchese di Oristano, nasce nel 1436 da Don Artaldo Alagon y Luna e da Donna Benedetta Cubello, discendente dal marchese di Oristano Leonardo Cubello. Nel 1470 eredita i feudi e il titolo dello zio materno Salvatore Cubello, morto senza eredi diretti. Leonardo Alagon, forte della discendenza dai giudici di Arborea, si ribella al vicerè Nicolò Carroz, si mette alla testa di un esercito di oristanesi e riaccendendo lo spirito nazionalista mai completamente sopito ed i sogni di un isola sotto l’egida arborense. Lo scontro avviene nel 1470 ad Uras e vede l’esercito del vicerè costretto a rifugiarsi a Cagliari. Nel 1474 si raggiunge ad Urgelles una pace vantaggiosa per l’Alagon, ma successivamente re Ferdinando I d’Aragona accoglie le recriminazioni del Carroz e nell’ottobre del 1477 emana una sentenza di morte per l’intera famiglia Argon. Ne nasce una nuova rivolta che sfocia nella sanguinosa battaglia di Macomer nel 1478, nella quale i sardi ribelli vengono sconfitti e tra i molto muore anche Artale de Alagon, figlio maggiore del marchese, che mentre tenta la fuga per mare verso Genova viene tradito e consegnato agli Aragonesi che lo conducono in catene a Valenza dove muore nel 1494. Dopo la sconfitta del marchese Leonardo de Alagon nella battaglia di Macomer, il marchesato di Arborea e la contea del Goceano passano sotto il dominio Aragonese e vengono incorporati nel patrimonio regio. È la fine dell’indipendenza della Sardegna. La dominazione Spagnola La Sardegna costituisce una zona periferica dell’impero, segue quindi un periodo di forte abbandono da parte della corona Spagnola, più interessata alle vicende del Nuovo Mondo e disinteressata a quelle del Mediterraneo. Le lotte feudali tra gli eredi dei Giudicati e l’incuria dei vicerè Spagnoli indeboliscono fortemente l’isola. Il catalano e il castigliano diventano le lingue ufficiali, mentre nelle campagne si continua a parlare il sardo. I tentativi di sbarco francesi Il periodo di relativa pace viene turbato, durante la guerra tra Carlo V di Spagna e Francesco I di Francia, quando nel 1527 l’isola subisce addirittura l’incursione delle truppe francesi con l’assedio di Castelsardo e l’occupazione ed il saccheggio di Sassari. Cagliari viene trasformata in una piazzaforte dalla quale partono le spedizione di Carlo V nel 1535 contro Tunisi e nel 1541 conto Algeri. Nel corso della guerra dei trent’anni si assiste a un secondo tentativo di sbarco francese nel 1637 a Oristano, contrastato dalla popolazione locale. 1. Copia sigillo maggiore dei consiglieri del Castello di Cagliari (epoca catalana) 2. Capolettera di una pergamena di uno stemma della città di Cagliari 3. Rappresentazione settecentesca dello stemma di Cagliari 4. Stemma di Cagliari inciso nella chiave della città offerta a Carlo V nel 1535 Il sistema difensivo delle 105 torri costiere In questi anni la Sardegna viene fatta oggetto di nuove e frequenti incursione barbaresche, tanto che nel 1571 Filippo II ordina che sui litorali venga costruita una cinta di torri di guardia, dislocate strategicamente a vista tra loro per consentire un sistema di avvistamento e segnalazione contro le incursioni barbaresche, ma la soluzione si dimostra poco efficace. Ne furono costruite un centinaio, in posizione elevata sui promontori e in vista l’una dell’altra per poter trasmettere i segnali e controllare il litorale. Le torri più piccole servivano per le segnalazioni, le più grandi erano munite di cannoni e servivano anche per la difesa si accedeva alla torre tramite una scala retrattile di cordame, attraverso un'unica apertura situata ad alcuni metri da terra. Attualmente ne restano un ottantina, alcune delle quali adibite a sedi di mostre temporanee e a luoghi di riunione. Quartiere Castello Castello (Castéddu 'e susu in lingua sarda) è il principale dei quattro quartieri storici della città di Cagliari. Sorge in posizione preminente, su un colle calcareo, a circa cento metri sul livello del mare. I Pisani fondarono questo quartiere nel XIII secolo, lo fortificarono, dotandolo di mura, torri e bastioni e vi trasferirono le sedi del potere civile, militare e religioso dalla decaduta capitale giudicale di Santa Igia. Nel 1327 venne occupato dagli Aragonesi, di conseguenza ai Pisani si sostituirono man mano ufficiali di governo, feudatari, mercanti ed artigiani iberici. Tra la fine del 500 e l’inizio del 600, gli Spagnoli fecero perfezionare le mura, mediante baluardi e bastioni, adeguati alle nuove tecniche belliche. Catello divenne, in tale periodo la sede dei più importanti uffici e delle più alte magistrature del regno di Sardegna, che faceva parte della Corona di Spagna. Vi si svilupparono iniziative culturali, come la prima tipografia, aperta a metà del secolo XVI e nel XVIII la fonazione del collegio degli Scolopi e l’istituzione dell’università. La villa di Bonaria Se la città di Cagliari, uno dei primi e principali obbiettivi della conquista, ebbe nel 1327 il suo statuto municipale pressoché simile a quello di Barcellona analogo riconoscimento ebbe due anni prima il borgo di Bonaria. Sulla collina che ancora oggi porta questo nome, si erano attestati fin dal 1323 gli assedianti di Cagliari. Venuta a mancare, infatti, ogni possibilità di attacco frontale in tempi brevi alle imprendibili fortificazioni della città pisana sita nel castello, nacque a Bonaria un’ insediamento stabile protetto da muraglie e apprestamenti vari, proprio di fronte all’ imponente mole del Castello. Era , quello, il primo nucleo di una comunità destinata ben presto ad assumere il carattere di vera e propria città, soprattutto perché, dopo i soldati, non erano tardati ad arrivare artigiani e modesti mercanti iberici. Durante i primi tre anni dell’ assedio, quel centro assunse una importanza sempre maggiore. La realtà della situazione che non faceva presumere mutamenti immediati, suggerì a Giacomo II di riconoscere ufficialmente la villa di Bonaria come territorio aragonese a tutti gli effetti e a concederle, il 1°Agosto del 1325, uno speciale statuto municipale, che ricalcava quello in vigore a Barcellona, perciò per la prima volta istituzioni catalano-aragonesi venivano introdotte in Sardegna, dando in tal modo inizio alla sostituzione di quelle precedenti. L’occupazione Catalana nella città di Alghero La città fu fondata nel XII secolo dalla famiglia genovese dei Doria, espugnata dai Pisani nel 1283, e riconquistata, con la battaglia di Meloria del 6 agosto 1284, poi ceduta definitivamente agli Aragonesi nel 1354. Le continue insurrezione ed i tumulti fomentati dalla famiglia dei Doria, che non si rassegnavano alla perdita del dominio, ostacolavano la completa espansione spagnola. Nel 1336 successe al trono d’Aragona Pietro IV al quale fu subito chiaro come l’occupazione della città fosse strategicamente indispensabile per il dominio su tutta l’isola. Intorno alla metà del 1300 decise perciò di intraprendere una spedizione per conquistare definitivamente Alghero. Lo scontro avvenne il 26 agosto a Porto Ponte, contro la flotta Genovese, grazie alle forze Veneziane, che si erano alleate con gli Aragonesi, i Genovesi furono sconfitti. Le possenti fortificazioni protessero comunque la città per quattro giorni fino a quando il Parlamento Aragonese decise di proporre che, in cambio della resa, fosse concesso il rispetto della popolazione, gli usi e le franchigie, e che i Doria potessero abbandonare incolumi la città, appena entrato in città, però, Bernardo Cabrera occupò le fortificazioni e diede avvio ad una politica di soprusi e di violenze, sicuro di avere definitivamente sconfitto il nemico partì per Cagliari, ma gli Algheresi riuscirono a sopraffare i soldati rimasti a presidiare la guarnigione, avendo la meglio. Contemporaneamente altre città Sarde insorsero perché i delegati reali, opprimevano le popolazioni con pesanti tasse. Bernardo Cabrera fu costretto a rientrare in Catalogna; il re decise, di guidare personalmente una flotta, l’esercito Aragonese si trovò così in difficoltà sia per la scarsità di viveri sia per le malattie che colpirono i soldati. Allora si decise di stipulare un patto nel quale era previsto che gli antichi abitanti, lasciassero la città con tutti i loro averi. Anche in questa circostanza, però, appena entrati in città gli Aragonesi portarono desolazione e morte. Furono perciò, predisposte nuove fortificazioni in modo tale da rendere la città il più importante riferimento militare per li Spagnoli in Sardegna. Due anni più tardi i Genovesi tentarono inutilmente, la riconquista della città, ma la compattezza della popolazione, ormai completamente Catalana, quindi fedele alla patria ed al re Pietro, contribuì al fallimento dell’impresa. Nel 1372 il re Aragonese, temendo nuove ribellioni causate dal malcontento della popolazione, ordinò l’esclusione da Alghero di tutta la popolazione originaria, con l’obbligo di vendere i propri beni e di lasciare la città. Il provvedimento, mantenuto sino al regno di Carlo V stabiliva che in città fossero ammessi solo catalani e Aragonesi; e per chi si trovasse li per affari, c’era l’obbligo di abbandonarla al tramonto in tal modo essa restò abitata quasi esclusivamente da immigrati Catalani. Nel 1479 successe al trono di Aragona Ferdinando II, che sposando Isabella di Pastiglia riunificò i due domini: la Pastiglia e l’Aragona. In tal modo la Sardegna divenne Spagnola, passando poi al dominio Austriaco. Il trattato di Londra del 1718, la fece diventare infine possedimento Sabaudo dal 1720. Torre degli ebrei eretta nel sec. XIV Resti della loggia o del mercato dove si svolgevano i traffici tra la città e la terraferma catalana Alghero Ad Alghero numerose sono le testimonianze risalenti alla dominazione catalana-aragonese prima e spagnola poi. Il Palazzo D’Albis è un esempio di architettura catalano-aragonese del ‘500, con bifore e monofore. Nell’ottobre del 1514 il palazzo ospitò l’imperatore Carlo V con le sue “masnade”. Sembra che dal balcone del palazzo l’imperatore abbia salutato gli algheresi con la frase “Estode todos caballeros”. Palazzo d'Albis Lo storico Palazzo De Ferrera, passato poi alla famiglia D’Albis, fu sede stabile del governatore della città e residenza provvisoria dei vicerè di Sardegna, i quali, prima di insediarsi a Cagliari, prestavano giuramento nella Cattedrale di Alghero. Il Palazzo Machin fu costruito dal vescovo algherese Ambrogio Machin, per la sua famiglia, nella prima metà del ‘600. Ancora intatto nel suo aspetto originario, si può ammirare il bel portale rinascimentale e le finestre in stile gotico-aragonese. Palazzo Machin La Torre de L’Esperò Reial Costruita nella prima metà del secolo XVI, forse sul luogo di un’altra torre quattrocentesca, pure a pianta circolare. Costituiva uno dei baluardi della cinta di Alghero. Misura un’altezza di 30 metri sul livello del mare di cui 23 metri partono da terra. Anche la larghezza esterna misura 23 metri. Nello spessore delle mura di ben 5.5 metri, è ricavata la scala elicoidale che permette l’accesso all’ambiente superiore. La sala terrena è un bell’esempio di architettura catalano-aragonese del ‘500. La torre de L'Espeirò Reial La Torre di Sant Joan Già denominata “Torre di Mezzo”, rispondeva ad una rilevante funzione strategico-militare e difensiva, permettendo un rapido collegamento, tramite cortine, con la Torre del Portal e con quella de L’Esperò Reial. Situata a ridosso dell’imponente avamposto di Montalban, la massiccia costruzione presenta una volta con nervature a raggiera. La torre fu ridimensionata con molta probabilità nel terzo decennio del ‘700: la sua porta d’ingresso era originaria alla base del piano superiore, al quale si accedeva per mezzo di una galleria, che attraversava il muro della cortina. La Torre del Portal venne costruita a spese della ricchissima Aljama di Alghero (comunità ebraica). Lo Portal Reial era uno dei due ingressi della cinta muraria. Munita di ponte levatoio, la torre sorgeva davanti ad un medievale fossato artificiale, nel pian terreno è rimarcabile la volta a pietra squadrata ed il rilievo dello stemma catalano. Il Palazzo de Carcassona Eretto verso la fine del XV secolo, fu abitato dalla facoltosa famiglia ebraica dei Carcassona, originaria della Linguadoca, che espresse personaggi di rilievo tra i quali Antonio Angelo, considerato, nel ‘500, uno dei più importanti giusperiti del suo tempo. Uniche presenze delle antiche origini catalane sono il portale con lunghi conci a ventaglio (dovelles) che si dipartono da una cornice continua, e i resti di tre bifore gotico-catalane archiacute con cortina traforata. Chiesa della Misericordia Costruita nel 1662 per opera della confraternita Gonfalone. I recenti lavori di restauro non hanno modificato le strutture architettoniche primitive, di cui il campanile, in stile coloniale spagnolo, è un interessante esempio. In questa chiesa vi è un prezioso Cristo in legno del secolo XVI e alcuni quadri di scuola fiamminga. Chiesa San Michele Edificata nel 1612, in stile barocco, grazie a Gilbert Ferret, un capitano algherese dell’esercito spagnolo, si possono ammirare altari del 1678. Cagliari La Chiesa di Nostra Signora della Speranza, comunemente nota come Chiesa della Speranza, si trova a Cagliari, nello storico quartiere Castello, in via Duomo. Cenni storici La piccola chiesa, adiacente al Duomo, è la cappella gentilizia della nobile famiglia Aymerich, Marchesi di Laconi, il cui palazzo, poco distante, venne devastato dai bombardamenti del 1943, che ne lasciarono in piedi solo le mura perimetrali, ancora esistenti. Non si conosce la data precisa di edificazione della chiesa, comunque avvenuta tra il XV e il XVI secolo. Una indicazione preziosa ci viene dallo stemma degli Aymerich, scolpito sopra il portale, recante l'aquila bicipite, concessa alla famiglia solo nel 1535 da Carlo V; il tempio quindi potrebbe essere stato edificato Chiesa di Nostra Signora della Speranza o restaurato posteriormente a tale data. La chiesa della Speranza è anche legata alla storia del parlamento sardo nel periodo della dominazione spagnola, infatti proprio in questo edificio si riuniva uno dei tre Stamenti (bracci) del parlamento, lo Stamento militare o nobiliare. Anticamente e sino alla metà del XX secolo, dal 16 dicembre di ogni anno, gli esponenti delle famiglie nobili di Castello si riunivano nella cappella degli Aymerich per celebrare la novena di Natale. Inoltre, il 18 dicembre, nella chiesa ancora oggi si venera una statua seicentesca di Nostra Signora della Speranza, anch'essa proprietà degli Aymerich, raffigurante la Madonna incinta, in attesa di Gesù (esperanza, in spagnolo, significa anche attesa). Si tratta di un culto portato a Cagliari appunto dagli spagnoli, anticamente tanto sentito in città, al punto che la Carrer de la Seu (via della Sede, la Cattedrale), l'odierna via Duomo, dove sorge la chiesa, era nota ai cagliaritani come sa ruga de sa Speranza, la via della Speranza. Fatta eccezione per il giorno in cui si festeggia la titolare, il già citato 18 dicembre, e altre sporadiche occasioni, la chiesa della Speranza è di norma chiusa (sorte che la accomuna alle altre chiese di Castello, esclusa la Cattedrale). L'edificio è in stile gotico - catalano, abbastanza semplice ma con alcuni elementi di interesse. Il prospetto principale della chiesa è a terminale piatto, con un piccolo campanile a vela sul lato sinistro. Il portale è strombato verso l'interno, sovrastato da un arco gotico con modanatura liscia. Poco sopra si aprono due finestrelle quadrangolari, al centro delle quali si trova lo stemma in pietra del casato degli Aymerich. L'interno presenta un'unica aula rettangolare senza abside, con tre cappelle sul lato destro. La volta dell'aula è costituita da una crociera completa al centro e da due mezze crociere agli estremi, con costoloni. Le volte delle cappelle laterali, a pianta rettangolare, sono a crociere complete, sempre costolonate. Proprio queste volte ogivali conferiscono grande suggestione all'interno del piccolo edificio. Santuario di Bonaria Il colle di Bonaria è situato a sud-est di Cagliari. Nel 1324 il re Alfonso di Aragona vi pose il suo accampamento per conquistare la città di Cagliari e vi fece costruire un castello fortificato e una chiesa. Nel 1335 il re fece donazione della chiesa ai frati dell'Ordine di Nostra Signora della Mercede per costruirvi un convento, che ancora abitano. L'Ordine di N.S. della Mercede fu fondato in Spagna, a Barcellona, nel 1218 da S.Pietro Nolasco per liberare i cristiani schiavi. Tanti sventurati furono così liberati e restituiti alle loro famiglie. In seguito l'apostolato dei Mercedari si sviluppò secondo le esigenze dei tempi ma sempre in linea col suo impegno di liberazione integrale dell'uomo dalle schiavitù fisiche e spirituali.Anche i religiosi di Bonaria, aiutati dai volontari e benefattori dell'epoca, effettuarono varie redenzioni di schiavi. Nel 1370 un veliero partito dalla Spagna è sorpreso da una furiosa tempesta. Tutto il carico viene gettato in mare, tra cui una pesante cassa, ma appena questa tocca le acque, miracolosamente il mare si calma e torna la bonaccia. La cassa si dirige verso il porto di Bonaria, dove viene aperta dai religiosi: contiene una meravigliosa statua della Madonna, in legno di carrubo, che sorregge il bambino nella mano sinistra e nella mano destra ha una candela accesa. Subito la devozione della Madonna di Bonaria si diffonde nell'isola e nel mondo, specie tra i marinai che la invocano come loro protettrice. Per devozione alla Vergine di Bonaria i conquistadores diedero il nome alla capitale dell'Argentina: Buenos Aires. S. Pio X, il 13 settembre 1907, proclamò la Madonna di Bonaria Patrona Massima della Sardegna. Il Papa Paolo VI onorò con la sua presenza le celebrazioni del sesto centenario, il 24 aprile 1970. Il Papa Giovanni Paolo II venne pellegrino a Bonaria il 20 ottobre 1985. Lo Scudo dei quattro mori Stemma Regnum Sardiniae 1620 nel quale sono presenti lo scudo dei quattro mori e quello della città di Cagliari Una delle più significative testimonianze culturali della presenza iberica in terra sarda è costituita dallo scudo dei quattro mori, oggi stemma officiale della Regione autonoma della Sardegna che l’ha adottato il 19 giugno 1950. L’adozione è stata sancita con decreto del Presidente della Repubblica italiana nel 1952. Lo scudo, di forma ovale, è cosi composto:croce rossa di S. Giorgio in campo bianco o argento, avente nei cantoni quattro teste nere di mori, rivolte a sinistra di chi guarda, con gl’occhi coperti da bende bianche legate agli occipiti. Lo stemma comparve nell’isola sullo scorcio del XVI secolo; la sua prima attestazione finora nota è rilevabile nel frontespizio dei Capitols de Cort del Stament militar de Sardenya, pubblicati a Cagliari nel 1590 da Perre Joan Arquer come riedizione dell’omonima opera curata da Francesc Bellit nel 1571. Lo scudo qui presente raffigura le teste dei mori con gli occhi liberi ed aperti mentre le bende sono disegnate sulla fronte, mentre la variante della benda sugli occhi comparve soltanto in epoca sabauda, nella seconda metà del settecento. Lo scudo sardo tradizionale raffigurava, dunque, i mori con le bende sulla fronte (sinonimo di corone secondo la simbologia araldica) ed era del tutto identico allo scudo che, nella stessa epoca, veniva attribuito al regno d’Aragona. Giova subito precisare che lo scudo dei quattro mori comparve per la prima volta, in assoluto, all’ epoca del re catalano-aragonese Pietro il Grande (1276-85). Circa la sua origine, fu avanzata, sullo scorcio del XV secolo, una teoria in base alla quale lo stemma sarebbe stato creato dal re Pietro I d’Aragona (1094-1104)per celebrare la smagliante vittoria riportata sui mori ad Alcoraz (1096) , in conseguenza della quale fu riconquistata la città di Huesca. Nell’ ottocento, sotto l’ influenza del romanticismo, la teoria subì un’ evoluzione e si vollero identificare nei mori i quattro giudicati sardi vittoriosi sugl’ arabi. Lo stemma assunse, così, il valore ideale di simbolo tutto sardo, nato in dei pochi periodi storici in cui la Sardegna non fu soggetta a dominazioni straniere. La variante della benda sugl’occhi, che si era intanto affermata, ben si adattava alla nuova ipotesi, in quanto pareva voler mettere in evidenza lo stato schiavitù degli arabi sconfitti. Sulla base di questa teoria, ancora ufficialmente seguita nell’ isola, lo stemma è stato adottato dal Partito Sardo d’ Azione(1920) e dalla Regione Autonoma della Sardegna. I quattro mori con la benda sulla fronte XVII sec. del cartografo Frederick de Wit Stemma Regnum Sardiniae epoca sabauda (i mori compaiono con gli occhi bendati) Le grandi dinastie sardo-catalane La presenza di famiglie catalane in Sardegna, inizia nel XII secolo, in particolare nei secoli in cui la Sardegna apparteneva ai Re d’Aragona e poi ai Re di Spagna. Ci furono diverse famiglie nobili, di mercanti e artigiani che si stabilirono nelle città sarde in particolare a Cagliari e ad Alghero. Questa emigrazione è ancora oggi testimoniata dai diversi cognomi di origine catalana presenti nell’isola come ad esempio Roich, Garau, Pons, Cardona, Cervera, Simon, Brau, Masia, Pau ecc.ecc. Anche i nomi di santi e culti mariani popolari in Catalogna sono usati dal popolo sardo, a volte nella forma derivata direttamente da quella catalana: Aleixi (Aleix), Bardili (Baldiri), ecc. per di più, alcuni di questi santi e di questi culti entrano a far parte della devozione e perfino della toponimia sarda maggiore e minore: Monserrato, La Mercede, ecc. Un’importante famiglia catalana che raggiunse le massime cariche politiche in Sardegna fu quella dei Cervellò, imparentata con i conti di Barcellona. Altre famiglie importanti come quella di Cervellò fu quella dei Cervera, Centelles discendente dai primi conquistatori della catalogna. Anche il casato catalano degli Eril ebbe la sua importanza acquistando i feudi di Gesico, Goni, Samassi, Samatzai, Ussana. Infine tra le grandi famiglie, ci fu anche quella dei Folch de Cardona che si riteneva discendente dal conte d’Anjou; Ramon de Cardona prese parte alla spedizione in Sardigna nel 1323 fu governatore generale della Sardegna dal 1329 al 1336 e feudatario di Asuni, Nureci ed Ossi. Scudo della famiglia sardo-catalana Satrilla Elementi linguistici catalani e spagnoli nella lingua sarda La Sardegna pone da sempre numerosi interrogativi al visitatore. Il suo isolamento geografico in mezzo al Mediterraneo occidentale è certamente all'origine della sua peculiarità naturalistica e culturale. In quest' ultima rientra certamente la lingua, uno dei primi elementi caratteristici di differenza che il visitatore coglie dopo aver messo piede in Sardegna. La lingua sarda è ancora di uso corrente nell'isola, per quanto i sardi parlino generalmente un italiano corretto. Il sardo non ha una stretta parentela con alcun dialetto della penisola italiana e conserva caratteristiche di grande originalità tra gli idiomi neolatini. Esiste inoltre una tradizione scritta documentale che risale all'epoca giudicale, dopo la fine dell'influenza bizantina. Ciò induce gli studiosi a considerare il sardo una lingua. L'analisi del lessico sardo rivela le stratificazioni linguistiche che si sono succedute nell'isola e fornisce una misura di quali tra esse abbiano lasciato l'impronta più forte. Il fondo latino è prevalente rispetto a tutti, tant'è che il sardo è considerato una delle lingue romanze più fedeli all'origine comune latina. Scarsi appaiono invece gli apporti che possono essere fatti risalire al punico, al greco e al bizantino, al germanico, all'arabo. Le altre lingue dalle quali il sardo ha attinto abbondantemente sono il catalano, lo spagnolo e l'italiano. L'elemento catalano-spagnolo deve essere fatto risalire alla lunga dominazione spagnola della Sardegna, durata cinque secoli dal XIV al XVIII secolo. I conquistatori iberici erano aragonesi, la cui lingua ufficiale fu fino al XV secolo il catalano. Quando le corone di Aragona e di Castiglia si riunirono nel 1479, la lingua ufficiale del nuovo regno divenne lo spagnolo. Nell'isola sarda, tuttavia, l'uso del catalano continuò e solo nel XVII secolo lo spagnolo cominciò a diffondersi, ciò per il particolare conservatorismo linguistico della Sardegna, dovuto certamente al suo isolamento geografico. La lingua catalana si diffuse presto nelle città,soprattutto a Cagliari,dove prima insieme al dialetto indigeno mai completamente spodestato, si parlava l’italiano introdotto dai pisani,come attestano le numerose voci dell’antico toscano che esistono tuttora in sardo. Già nel 1337 si pubblicavano in catalano i decreti del governatore(veguer) diretti ai funzionari amministratori. Il catalano si parlava soprattutto nelle città, mentre nei villaggi si continuava a parlare il sardo,come ce lo attesta Sigismondo Arquer nella sua “Sardiniae brevis istoria et descriptio”. Nel 1565 “ Estamentos ”, riuniti a Cagliari chiesero che gli statuti di Iglesias,Bosa e Sassari fino ad ora arredati in italiano si traducessero al “Sardo o Catàlan” e il vice re D. Alvaro de madrigal propose la traduzione in catalano che fu autorizzata con un decreto reale di Filippo II in data 22 giugno 1565.L’uso del catalano non cessò neanche dopo la riunione delle due corone di Aragona e di Castiglia (1469). Il vice re da questa data in poi tranne in pochi casi non erano catalani,continuarono a pubblicare i “ pregones” come prima in lingua catalana. I catalanismi e spagnolismi del sardo sono ancora abbastanza numerosi e, se se ne volesse stendere un elenco, questo riuscirebbe assai lungo. Molti,specialmente quelli che designano oggetti concreti, sono talmente radicati che difficilmente spariranno. Nomi come “ventàna”, “bartsòlu”, “bardùffula”, non si considerano più nomi forestieri. Se la sedia si chiama in tutto il campidano e nelle Barbagie “kadìra” =cat. cadira, per un sardo questa è semplicemente una variante del log. “kadrèa”, superstite del lat. “cathedra”. Arte del fabbro e del magnano Ferréri, camp. (fabbro) = cat. ferrer Mariskalì, camp. (maniscalco)= spagn. cat. mariscal (oggi per lo più maniskalku) Mànca, camp. (mantice) = arag. mancha, cat. manxa Tuvéra, camp. (tubo del mantice) = cat. tobera (de la manxa del fornal) Karagòlu , camp. (morsa, strettoio) = cat. caragol Mol’a , camp. (molla) = cat. molla Klavéra , camp. (chiodaia, strumento per fare la capocchia ai chiodi) = spagn. cat. clavera Filéra , camp. (trafila) = cat. filera “hilera para estirar en hilos los metales” Frontissa, camp. (cerniera, cardine) = cat. frontissa Groffali, camp. (arpione, cardine), dal cat. golf(o) Cernera, camp. (cerniera) = cat. xarnera Arrebrois , camp. rust. (i chiodi delle ruote piene) = cat. reblò Passadore , -i , camp. (paletto, stanghetta) = spagn. cat. passador Arremaccai, camp. (ribadire) = spagn. remachar Kardiggai, camp. (arroventare il ferro) = spagn. caldear (una “herradura”); Impavonai, impobonai, camp. (imbrunire il ferro, damaschinare) = spagn. pavonar, empavonar “dar pavon al hierro o al acero” Intusai , camp. (rivoltare il taglio ai ferri delle forbici) = cat. Entorxar L’arte del falegname Fusteri, camp. (falegname)= cat. Fuster Prana, camp. (pialla)= cat. plana Piga, camp. (bietta che preme sulla pialla e la sicura) cat.= Pitja Appiggai, camp. (unire), cat.= Pitjar Burrumballa, camp. (truciolo), cat.= Burumballa Biga, camp. (trave)= cat.= Biga Capai, camp. (segare legname sottilmente)= cat. Xapar Inkasai, camp. (combaciare)= cat.= Encaixar, encajar Laurai, camp. (appianare) spagn.= Labrar Intriskiai, camp. (torcere i denti alla sega), cat.= Entrascar Burdugil’u, cagl. (sega lunga), spagn.= verduguillo L’ arte del calzolaio Sabatteri, camp. (calzolaio)= cat. Sabater Sabbatta, camp. (scarpa)= cat. Sabata Sapatas, cagl. (scarpa)= spagn. Zapata Krapittas, ital. (scarpa) Botta, camp. (stivale)= cat.-spagn. Bota Sandalia, camp. (sandalo)=cat.-spagn. Sandalia Tiga, camp. (gambale dello stivale)= cat. Tija Skembellu, camp. (pedana del calzolaio)= cat. Escambell Trapanti, camp. (strumento per fare i buchi nelle scarpe)= cat. Trepant Remuntare, ai. camp. (rimontare le scarpe)= cat.-spagn. Remontar Mollu, camp. (modello di scarpa dei calzolai)= cat. Mollo Kordoneras, camp. (lacci delle scarpe)= cat. Cordoneras Takkone, camp. (tacco)= spagn. Tacon Arte muratoria Pikkaberdéri, camp. (muratore) = cat. Picapedrer Manòbra, manorba, camp.(manovale del muratore) = cat. Spagn. Manovre Arregòla, camp. (quadrello, mattone) = cat. Rajola (rrezòle) Argàmassa, camp. (malta, calce macerata) = cat. Spagn. Argamassa Gìsu, camp. (gesso) = cat. Guix Bròssa, camp. (calcinaccio) = cat. Brossa , spagn. Broza Cimbria , camp. (centinia) = spagn. Ant. Cimbria spagn. Mod. cimbra; cat. Cindria Boveda, bovida, camp. ( volta) = spagn. Boveda Tsimbòriu , camp (cupola) =spagn. Cimborio , cat. Cimbori Tapiu, camp.(muro di terra) = spagn. cat. Tapiar, tapia. Gurnìsa, grunisa, camp.(“cornice del tetto) spagn. cat. Cornisa Pan’àda, camp. (t. de piccaperderi) (pendio del tetto) dal cat. Pany “en front , parte de un edifici” Inkroamentu, camp. “architrave” ; incroadu “architravato” dal cat. Croar, encrohar Frisu camp. (fregio) = spagn. Friso; cat. Fris Guttas, camp. (campanelle, gocciole) = spagn. Gotas “pequeno adorno conico de bajo de triglifo” Fusellu “ camp. (str de piccaperderi ) ( grua) = cat. Fusell Gavetta camp. ( vassoio del muratore) = cat. Gavetta, gabetta “ receptacle de fusta per a portar guix, argamassa etc.” Skùda, camp. (t. de piccaperderi) (martello dentato) = spagn. cat. Escoda “esp. De martillo con corte en ambos lados” Tsivéra, camp. (barella per portar pietre) = cat.civera Arrebussai, camp. –are (intonacare), = cat. arrebossar Arte del sarto e della sarta Drappéri, log. (sarto) = cat. Draper. Plànca, pranca, camp. (ferro da stiro) = spagn. Plancha, cat. Planxa Prencai, camp. (stirare) = spagn. Planchar, cat. Planxar Reputai, camp. (impuntire) = cat. Repuntar Skottai, camp. (scollare un vestito) = cat. Escotar Trapai, camp. (straforare la tela) = spagn. Trepar Kossu dess’ agu, camp. (cruna) = spagn. Ojo de la aguja Capi vestiario e oggetti di moda Miga, camp. (calza)= cat. Mitja Peunku, piunku, camp. (calzettino)= cat. Pehuc Kambusu, camp. (cuffia dei bimbi)= cat. Cambuix Karetta, log. (cuffia)= spagn. Careta Bonnettu, camp. (berretto)= cat. Bonet Montera, log. (berretto di pelle)= spagn. Montera Barritta, berretta, camp. (berretto)= cat. Barretta Barriola, camp. (berretto tondo)= cat. barriola Sombreri, camp. ( cappello)= spagn. Sombrero Kottil’a, camp. (busto)= spagn. Cotilla Longarina, log. (tabarro con maniche lunghe)= spagn. Anguarina Sobretodo, camp. (palandrano)= spagn. Sobretodo Torcigil’a, camp. (colletto alto della camicia del costume da uomo)= cat. Leciuguilla Korbata, camp. (cravatta)= cat.- spagn. Corbata Mukadore, i camp. (fazzoletto)= cat. Mocador Devantali, davantali, camp. (grembuile)= spagn. Devantal Polanias, camp. (pizzi dei polsi del costume da donna)= cat. Polayna Randa, camp. (merletto)= spagn. Randa Trinca, camp. (cintura dei calzoni)= spagn. trincha Vetta, camp. (nastro)=spagn. Veta Afforru, camp. (fodera)= cat.-spagn. Aborro Tavellas, camp. (pieghe delle gonne)= cat. Tavella Vora, camp. (orlo)= cat. Vora Trau, camp. (occhiello)= cat. Trau Traseris, camp. (falde di dietro di una veste)= cat. Traser Vocaboli che designano panni e stoffe Brokkadil’u, camp. (qualità di broccato)= spagn. Brocadillo Kadissu, camp. (drappo di lana)= spagn. Cadiz Kappiccola, camp. (stoffa di seta)= spagn. Capichola Ispolinu, log. (tela di seta tessuta di fili d’oro o d’agento)= spagn. Espolin Panna, camp. (velluto di cotone)= cat. Panna Pelfa, camp. (felpa)= cat. Pelfa Tanau, camp. (vestito di mezzo lutto)= cat. Tanat Tertsiupelu, camp. (velluto)=spagn. Terciopelo Matalaffu, camp. (materasso)= cat. Matalaf Frassada, camp. (coperta di lana)= cat. Flassada Krocca, camp. (trapunta)= spagn. Colta Manta, camp. (coperta di lana pesante)= cat.-spagn. Manta. Tappissu, camp. (tappeto)= cat.-spagn. tapiz Travesseri, camp. (guanciale lungo)= cat. Traverser Kosinera, camp. (federa)= cat. Coixinera Termini relativi all’ acconciatura dei capelli e della barba Afaitai, camp. (fare la barba)=spagn. afeitar Arrullai, camp. (arricciare i capelli)= cat. Rullar Bigotis, camp. (baffi)= spagn. bigotes Kabeliera, camp. (chioma)=spagn. cabelera Repilai, camp. (fare il contrappelo)= cat. Repelar Termini catalani e spagnoli di uso quotidiano Suttea, camp. (terrazza)= spagn. azotea Is bassus, camp. (sotterranei delle case)= spagn. bajos Stankus, camp. (tabacchino)=spagn. estanco Paradas, camp. (banchi nelle strade dove si vendono dolci)= cat. Parada Karapigna, camp. (sorbetto)= spagn. garapina Iskorkas, camp. (dolce di mandorle)= spagn. alcorza Gueffus, camp. (dolce di mandorle)= spagn. huevos Mantegada, camp. (focaccia)= spagn. mantecada Is pirikkittus, camp. (dolci rotondi)= spagn. periquillo Arrialis, camp. (monete di due cent.)=spagn. real Pettas, camp. (monete di cinquanta cent.)= cat. Pessa Durus, camp. (moneta di cinque lire)= spagn. duro Mertsei, samartsei, camp. (voi-lei)= spagn. sumerced Missen’ori, camp. (signore)= spagn. mi senor Missen’ora, camp. (signora)= spagn. mi senora Vustei, fustei, camp. (voi-lei)= spagn. vuestra merced Adiosu, camp. (arrivederci)= spagn. adiòs Pesame, i, camp. (condoglianze)= spagn. pesame Casa e cucina Kapponada, camp. (manicaretto con pesce,olive e capperi)= cat. Caponada Kassola, camp. (piatto con carne e pesce)=cat. Cassola Kaldu, camp. (brodo)= spagn.-cat. Caldo Lepudrida, camp. (minestra di carne con prosciutto e legumi)= cat.-spagn. olla podrida Andarinos,us, camp. (gnoccherelli tortigliati)= spagn. andarines Findeos, camp.(fidelini)=spagn. fideos Impanada, camp. (pasticcio di anguille o carne e patate)= spagn. empanada Arrosu, camp. (riso)= spagn. arroz Fiambre, camp. (arrosto freddo)= spagn. fiambre Flan, cagl. (crema solida)= spagn. flan Mokka, camp. (intestini)=cat. Moca Skabeccu, camp. (pesce marinato)=spagn. escabeche Leu, camp. (polmine del bue)= cat. Lleu Postri, camp. (dolci o frutta)= spagn. postre Utensili di cucina e da tavola Saffatta, camp. (vassoio)= cat. Safata Calderone, camp. (paiolo)= spagn. calderon Vinagrera, binagrera, camp. (acetoliera)=spagn. vinagrera Tassa, camp. (bicchiere)= cat. Tassa Kuccerinu, camp. (cucchiaino)= spagn. cucharon Kuccaroni, camp. (cucchiaio)= spagn. cucharon Kullera, camp. (cucchiaio)= cat. Cullera Pittseri, camp. (brocca)= cat. Pitser Oggetti della vita domestica Kuppa, camp. (braciere)= spagn.-cat. Copa Stufil’a, camp. (scaldapiedi)= spagn. estufilla Lantja, camp. (lampada per l’olio)= cat. Llantia Testu, camp. (vaso da fiori)= cat. Test Kalasu, camp. (cassetto)=cat. Calais Parastaggu, camp. (scaffale)= cat. Parastatge Trastos, camp. (masserizia di casa)= spagn. trastos Parti della casa Aposentu, camp. (camera, stanza)= spagn. aposento Desvanu, camp. (camera, soffitta)= spagn. desvan Patiu, camp. (cortile delle case)= spagn. patio Replanu, camp. (pianerottolo)= cat. Repla Su porcu, camp. (portico)= spagn. porche Nomi di pesci e di frutti di mare Ancova, camp. (acciuga)=spagn. anchova Arana, camp. (pesce ragno)=cat. Aranya Arengo, camp. (aringa)=cat. Arench Bakkaliari, camp. (baccalà)= cat. Bacallà Basuku, camp. (pagello)= cat. Besuc Kalamari, camp. (calamari, seppia)= spagn. calamar Lissa, camp. (muggine)= cat. Llissa Macconi, camp. (ghiozzo)=cat. Maxon Mussola, camp. (palombo)= cat. Mussola Mudzulu, camp. (capitone)= spagn. mujol Orinel’a, camp. (razza grande)= cat. Orenella Pagellu, camp. (pagello)= cat. Pagell Palaya, camp. (sogliola)=cat. Pelaia Piskau, camp. (muggine)=spagn. pescado Surellu, camp. (specie di sgombro)= cat. Surell Ostioni, camp. (ostrica)=spagn. ostinon Piante ornamentali e erbe per la cucina Affrabika, Frabika, camp. (basilico) = cat. Alfàbrega Dondiegu, camp. ( specie di gelsomino) = spagn. Dondiego Doradil’a, log. (specie di felce) = spagn. Doradilla Fartsia, camp. (capelvenere) = cat. Falsia Gravellu, camp. (garofano) = cat. Clavell, spagn. Clavel Gassintu, camp. (giacinto) = spagn. Jacinto Romaninu, camp. (rosmarino) = cat. Romanì Tulipani, camp. (tulipano) = spagn. Tulipàn Mattafaluga, camp. (anice) = cat. Matafaluga Karabassa, log. (zucca) = cat. Carabassa Sindria, camp. (cocomero) = cat. Sindria Nomi di uccelli Kardanera, camp. (cardellino) = cat. Cardanera Passarellu, camp. (fanello) = cat. Passarell Vartsia, camp. (rondone) = cat. Farzia Verdarolu, camp. (verdone) = cat. Verderol Gavina, camp. (gabbiano) = cat. Gavina Termini riferiti alla medicina Kallentura camp. (febbre) = spagn. Calentura L’aga, camp. (ulcera) = spagn. Llaga Amorranas, camp. (emorroidi) = spagn. Almorranas Kimbaras, camp (dissenteria) = cat. Cambras, spagn. ant. Camaras Pigotta, camp. (vaiuolo) = cat. Pigota Porceddanas, camp. (scrofole) = cat. Porcellanas Poaga, camp. (podagra) = cat. Poagra Regla, camp. ( mestruo) = cat. Regla Kutis, camp. (epidermide) = spagn. Cutis Gala, camp. (supposta) = spagn. Cala Bassinu, camp. ( cantaro) = spagn. Bacin Sangria, camp. (salasso) = spagn/ cat. Sangria (Ar)resfriau,camp. ( raffreddore) = spagn. Resfriar, Resfrio Bardaisi, camp. ( paralizzarsi) = spagn/ cat.Baldar Rekkrakkaisi, camp. ( storcersi un piede) = cat. Recalcarse Intelai, camp. ( offuscarsi gli occhi) = cat. Entelarse Lacinu, camp. ( garza) = spagn. Lechino Levadora, camp. ( levatrice) = cat. Llevadora Pronomi e avverbi Kini?, camp. ( chi) = cat. Quin Aici, camp. (così) = cat. Aixi Aundi, camp. ( dove) = cat. Ahont Propiu, camp. ( stesso, medesimo) = spagn. Proprio Modi di dire Gettai una kucarada, camp. (mettere il suo parere in una cosa) = spagn. Meter una cucharada Tokkai sa borta, camp. (bussare alla porta) = spagn. Tocar a la puerta Tokkai sa campana, camp. (suonare la campana) = spagn. Tocar a la campana Pigai grokkoriga, camp. (avere un rifiuto in amore, essere bocciati all’esame) = spagn. Llevar Calabazas Segai sa gonka, camp. ( dar fastidio) = spagn. Romper la cabeza a alguien Non donainci, camp. ( non badarci) = spagn. No he dado en esto Donai korda, camp. ( caricare l’orologio) = spagn. Dar cuerda Sonaisi su nasu, camp. ( soffiarsi il naso) = spagn. Sonarse Gei ddu greu, camp. (naturalmente) = spagn. Ya lo creo Kantu barbaridadi, camp. (ma è incredibile) = spagn. Que barbaridad! Essiri di malu sanguini, camp. ( essere senza grazia) = spagn. Tener mala sangre Stai, camp. (essere del parere) = spagn. Estoy que Settsiri,camp. (parlando di vestiti) = spagn. Sentarse Kustu bistiri ddi settsiri beni, camp.( questo vestito gli sta bene) = spagn. Este vestido le sienta bien Provai beni o mali, camp.( far bene o male) = spagn. Probar bien Con l’amministrazione catalana e spagnola furono introdotti in Sardegna anche i termini ad essa attinenti. I documenti dell’epoca contengono termini che, cessate le istituzioni spagnole, sono andati in disuso. Termini Amministrativi “sìndiku”, log. camp. (sindaco) = spagn. sìndico, cat. sìndic; “abogau”, camp. (avvocato) = spagn. abogado; “albasea”, camp. (esecutore testamentario) = spagn. albacea; “arguttsinu”, log. camp. (aguzzino, custode degli ergastoli) = spagn. alguacil, cat. Algotzil; “eréu”, log., camp. (erede) = spagn. heredero, cat. hereu; “reggidore”, (consigliere municipale) = spagn. regidor; “visurrei”, log., cmp. (vicerè) = spagn. ant. visorrey; “buttsinu, boccinu”, log.; “bugginu” camp. (boia,carnefice) = cat. Botxi, butxi (a Cagliari si usa oggi anche per diavolo) “magestade”, log; camp. “magestadi” (re, maestà) = spagn. majestad; “autu” log. camp. (atto pubblico) = spagn. auto; “finka” log. camp. (ipoteca, beni) = spagn. cat. finca; “imbarcare, imbarcai” log. camp. (sequestrare) = spagn. embargar; “mota”, camp. (rata, quota) = cat. Mota; “pletare, poetai” (litigare) = spagn. pleito, pleitar; cat. plet; “renda” camp. (rendita) = spagn. renta; cat. renda; “sikutai” camp; “sukutai” camp. Oristano (sequestrare) = spagn ejecutar; “tacca” cam. (tassa, dazio) = spagn. talla; cat. tatxa; “duana” log. camp. (tariffa doganale) = spagn. cat. Aduana, duana. Termini ecclesiastici “s’inkontru” camp. (incontro) = spagn. el encuentro; “is germendadis” camp. (le confraternite) = cat. germandat; “obispu” camp. (vescovo) = spagn. obispo; “mongu” camp. (monaco) = spagn. monje; cat. monxe; “monga” camp. (monaca) = cat. monxe; “para” camp. (frate) = cat. para; “arrettori” camp. (parroco) = cat. rector; “novissiu” camp. (novizio) = spagn. novicio; “is filigresus” camp. (parrocchiani) = spagn. cat. feligrès; “guventu” camp. (convento) = cat. covent “monasteriu” camp. (monastero) = spagn. monasterio; “arba” camp. (camice dei sacerdoti) = spagn. alba; “arminu” log., “arminiu” camp. (pelle di ermellino) = deriva dallo spagnolo arminio; “tokka” log. camp. (velo delle monache) = spagn. toca; “trona” log. camp. (pulpito) = cat. trona; “dosel” log., “doseliu” camp. (baldacchino) = spagn. dosel; “retaulu” camp. (tavola dipinta dell’altare) = spagn. retablo; “niccu” log. camp. (nicchia) = spagn. nicha; “skaparatu” camp. (piccola nicchia contenente reliquie) = spagn. escaparate; “umíl’ adéri” log. (genuflessorio) = spagn. Umilladero; “krisméra” (vasetto per olii sacri) = spagn. cat. crismera; “pikka” camp. ( vasetto d’ acqua benedetta) = cat. pica d’ aigua beneita; “isópu” camp. (aspersorio) = spagn. hisopo; “arroséri” cagl. (rosario) = cat. roser; “matrákka” log. Camp. (le tabelle che si suonano nelle chiese durante la settimana santa) = spagn. cat. matraca; “baúllu” camp. ( feretro, cassa da morto) = spagn. cat. baúl; “lósa” log. camp. ( lastra, lapide della tomba) = spagn. losa, cat. llosa; “ciriu, siriu” log. camp. (cero, grossa candela di cera) = spagn. cirio; “tsiríl’a” log. (cerino, stoppino, cera filata che si usa nelle chiese) = spagn. cerilla; “aráña” camp. (lampadario delle chiese) = spagn. araña, cat. aranya; “resare, rasare,” log. ; “arresai” camp. (pregare) = spagn. rezar; “oliare” nuor. , log. ; “ oliai” camp. ( ungere con l’olio santo) = cat. oliar; nello stesso senso si usa “pernuliai” camp. (olio santo, estrema unzione) = cat. pernoliar; “nasiméntu” camp. ( presepe di Natale) = spagn. nacimiento; “konfirmatsióne,-i” log. camp. (conferma Cresima) = spagn. confirmación, cat. -ó; “gósos” log. ( composizione metrica in onore della Vergine e dei Santi) = spagn. gozos; cat. goigs; “sepultai” camp. ( seppellire) = spagn. cat. sepultar; “kalavéra” camp. (teschio di morto) = spagn. calavera; “sa dì de is fináus” camp. (il giorno dei morti) = spagn. dia de los finados; “interramortos” log. (becchino) = cat. enterramorts; “kandelera” camp. (candelora) = cat. candelera; “luttsiférru” camp. (Lucifero) = spagn. cat. Lucifer; “Belléi” camp. (Betlemme) = spagn. Belén; “fillóru” camp. (figlioccio) = cat. fillol “hijo de pila, ahijado”. Nomi di battesimo di origine catalana “Alési” (Alessio) = cat. Aleix; “Badili” (Baldirio) = cat. Bartomeo; “Brai” (Biaggio) = cat. Blai; “Gordi” (Giorgio) = cat. Jordi; “Pirikku” (Pietrino) = spagn. Perico; “Luisu” (Luigi) = cat. spagn. Luis; “Milanu” (Emilio) = spagn. Millan; “Eloy, Loy” (Eligio) = cat. Eloy; “Vissente” (Vincenzo) = spagn. Vicente. Nomi di uso comune “Ventànas” (finestra) = spagn.ventana “fastiggai” (fare all’amore) = cat.festejar “istimare,stimai (amare) = cat.estimar “su lasu” (collana) = spagn.lazo Il catalano di Alghero L’algherese è riconosciuto come uno dei dialetti della lingua catalana,a sua volta appartenente, come lo spagnolo e l’italiano,alle lingue romanze;continua ad essere utilizzato come parlata corrente,anche se l’emigrazione e lo sviluppo del turismo hanno contribuito a rompere l’isolamento e a destinarlo alla comunicazione famigliare. Pur non essendo codificata,la variante algherese prende a modello la grafia catalana. La fine del dominio spagnolo sulla Sardegna,nei primi anni del XVIII secolo,non ha impedito ad Alghero di mantenere i contatti con la Catatonia; tanto che la lingua minoritaria è stata utilizzata in città anche quando in Spagna l’unità politica aveva elevato il casigliano a lingua ufficiale,considerando il catalano un dialetto. Il catalano ad Alghero è parlato approssimativamente da 20.000 persone,su un totale di 40.000 abitanti,ha ottenuto il riconoscimento di lingua minoritaria dello Stato italiano con la Legge 15/10/ 1999, n.482. La legislazione regionale della Sardegna(L.R. 15/10/1999,n.26 “Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna”) prevede forme di tutela linguistica che tuttavia non si sono ancora concretizzate. Non esiste un regolare insegnamento della lingua catalana ad Alghero; Alcune iniziative sperimentali sono state intraprese nell’ambito dell’educazione primaria e secondaria (al di fuori del regolare orario di lezione).Esistono,invece,specifici corsi destinati agli adulti. Nella pubblica amministrazione il suo utilizzo è attualmente scarso,mentre nella produzione letteraria,nella toponomastica e nella vita culturale locale è sicuramente notevole; molto diffusa è la rivista bimestrale “L’Alguer”, interamente redatta in catalano,alcuni altri periodici e qualche stazione radio sono bilingui. La Chiesa cattolica,sino alla fine del 1700, ha redatto in catalano la documentazione d’archivio dell’amministrazione episcopale e del capitolo della Cattedrale,quando successivamente venne vietata fu sostituita con il latino da un decreto vescovile. La storia della minoranza catalana conferma che è stata la Chiesa ad aver contribuito in modo importante alla conservazione della lingua,anche in ambito non strettamente religioso,infatti fino ai primi anni di questo secolo,tra le condizioni che permettevano di operare come titolare della parrocchia,di Alghero, vi era quella della buona conoscenza della lingua minoritaria,anche il catechismo veniva insegnato in algherese. Attualmente la lingua è utilizzata in occasione di cerimonie religiose solenni. Alcuni sacerdoti, dal 1980,hanno ottenuto dal vescovo di celebrare una messa domenicale in catalano. La regione Sardegna ha previsto inoltre la possibilità dell’insegnamento nelle scuole elementari,sia pure a titolo sperimentale;il comune di Alghero,avvalendosi di giovani professori di lingua catalana,organizza corsi per lo studio della lingua. Caratteristiche del catalano algherese Rispetto al catalano “standard” si rivelano alcune differenze nel lessico e nella pronuncia dovute alla sua arcaicità o alle differenti influenze esterne: - Gli articoli in Lo/Los (pron. lu/lus) e La/Les ( pron.la/las) per il catalano El/Els, La/Les; - Sostituzione di L in R( port=polt, sard=sald, persona= palsona, corda= colda, portal= pultal, Sardenya= Saldenya), fenomeno comune nel Nord Sardegna al sardo logudorese settentrionale, al sassarese e al gallurese; - La sostituzione di RL in L (parlar= palà); - Rotacismo L in R (blanc=branc, plana = prana, clau=crau, vular= vurà, placa=praca, ungla=ungra, plena=prena, Barceloneta= Balzaruneta, vila= vira, escola= ascora), come anche in sassarese; - Sostituzione anche della D in R (cada=cara, vida=vira, bleda=brera, roda=rora; - Pronuncia in -ә- della atona( persona=pәlzona) fenomeno comune al dominio catalano orientale; anche in posizione finale, dove per esempio dà luogo al cambio RE=RA( escriure=escriura); - Pronuncia in U della O atona (portal= pultal); - R muta in posizione finale (saber=sabè, L’Alguer=L’Alguè) come nei dialetti catalani orientali; - La conservazione della V come fonema distinto da B, similmente al catalano delle Baleari e al valenciano; - La trasformazione della E in I( estiu=istiu, vestir=vistì; - La semplificazione dell’esito finale NY in N e LL/LY in L (any=an, cavall=caval); - Arcaismo in alcune parole ( “espada” per “espasa” “pareixer” per “semblar”); - Utilizzo di termini differenti dal catalano standard anche per influenza castigliana, sarda e italiana: “iglesia” al posto di “esglesia”,”eba” per “egua”, “fortuna “ per “sort”, “lletra” per “carta”, “fatxa” per “cara”. La maggior parte di queste particolarità di pronuncia dialettale non viene convenzionalmente riportata nella lingua scritta, che adotta spesso le regole di trascrizione del catalano ufficiale. Libro degli statuti del 1674, redatto in catalano del gremio dei conciatori di Cagliari Una carta della rubrica del Llibre vert, libro degli statuti seicenteschi del gremio dei bottai I Retabli Retablo è una parola di origine catalana derivante, a sua volta, dal latino “retrotabula altaris,” cioè tavola sistemata dietro l’altare. Si tratta di opere pittoriche a più scomparti raccordati da cornici e dipinti a tempera, spesso con fondi d’oro, che raffigurano le storie del santo a cui è dedicato. La loro diffusione in Sardegna è conseguente alla conquista catalano-aragonese (XIV sec.). In Sardegna ne vennero dipinti più di cento e nel ‘500 a Cagliari nacque perfino la scuola di Stampace, appartenente a una famiglia intera, quella dei Cavaro. Queste pale d’altare inizialmente venivano inviate dalla Spagna o realizzate da artisti iberici residenti nell’isola, ma in un secondo momento, specie nel XVI secolo, uscirono dalle botteghe di pittori sardi, che seppero dare vita ad uno stile eclettico e affascinante. Il retablo del Presepio, opera di pittore anonimo Poesia e canti popolari La passione per la poesia ha in Sardegna una diffusione e un peso antropologico paragonabile a pochi altri ambiti dell’attività umana nell’isola. Per un verso parlare di poesia per musica in Sardegna significa parlare di tutte le forme di canto tradizionale.I testi verbali che vengono intonati nell’ambito di generi come il canto a chitarra logudorese e gallurese o nel canto a tenore, ad esempio, appartengono al patrimonio di poesia concepita dal Settecento in poi. Ma parlare di poesia cantata significa anche parlare delle tradizioni di poesia d’improvvisazione come i diversi tipi di “canzonis”diffusi nell’area meridionale dell’isola, con scopi satirici o diffamatori. Ad esse aggiungiamo i “goccius,” cantati in occasione di solennità sacre; le “Anninnias,”canti per addormentare i bambini; gli “attittidos,”canti di lamentazione funebre; i “cantus a s’opu e i “lairellellara,”cantati durante il lavoro; i “trallallera” cantati in occasione delle feste; infine la poesia improvvisata e cantata come gara poetica ad opera di professionisti nelle feste religiose, considerata la punta di diamante della poesia sarda. I Goigs I goigs costituiscono il genere più caratteristico del repertorio di canti popolari catalani. Sono canti religiosi che tessono le lodi di Gesù Cristo, della Vergine e dei Santi, allo stesso tempo chiedono, quasi sempre in forma di evocazione, tutta una serie di favori, che vanno dalla protezione per le persone o per il bestiame al buon esito dei raccolti. Di solito si cantano collettivamente in occasione di pellegrinaggi, processioni, novene, feste del santo Patrono. Si tratta di un genere semi popolare, pervenuto a noi per tradizione orale ed anche, fin dal Cinquecento, attraverso la stampa. Così, nei secoli di decadenza del catalano, i goigs rappresentarono per una buona par della popolazione l’unica occasione di leggere in catalano, anche se alcuni esemplari conservati sono scritti in castigliano o in una lingua ibrida. Dall’inizio del XVIII secolo e con la sola eccezione degli algheresi, i goigs sardi sono scritti nella lingua dell’isola. Si tratta di goigs che, accanto alle invocazioni comuni a tutto il mondo cristiano, hanno anche invocazioni importate dai Paesi catalani; è il caso della Madonna della Mercede: A sa terra ses benìa/ Po portai sa libertari/Consola s’umanidadi/De sa Mercede Maria/Raimundu de Pennaforti,/Splendri de Barcellona/Giacu Rei de Aragona,/De is morus nemigu forti;/Tent’hanti puru la sorti/De ddis cumparri Maria. Feste religioso-folkloristiche Evidenti tracce della dominazione spagnola si riscontrano soprattutto nelle feste religiosofolkloristiche come quella di Sant’Efisio, della Cavalcata di Sassari e del Redentore di Nuoro. La Sagra di Sant’Efisio La Sagra di Sant’Efisio che rappresenta la più grande e colorata processione del mondo, richiama ogni anno a Cagliari migliaia di turisti. All’inizio la sagra era una piccola processione che accompagnava il santo, composta esclusivamente dai confratelli dell’arciconfraternita, da alcuni miliziani a cavallo e, sempre a cavallo, dall’Alter Nos rappresentante del Sindaco e dal delegato dell’Arcivescovo. Con il passare degli anni, la sagra si è sempre più arricchita. Sono state inserite le traccas, carri da lavoro trainati da buoi, splendidamente addobbati, con i prodotti della terra, gli utensili della casa e i prodotti tipici della gastronomia. In seguito sono stati aggiunti i cavalieri, i gruppi in costume provenienti da tutta la Sardegna, che recitano e cantano le preghiere della tradizione, creando un clima veramente suggestivo. Tutto intorno il suono delle “Launeddas”, tipico strumento a fiato, che precede il passaggio del Santo, tra due ali di folla. A piedi da Cagliari, attraverso Sarroch, Villa San Pietro, Pula il cocchio con il Santo raggiunge Nora (30km). Il 4 maggio a tarda sera, in una festa allietata dai fuochi artificiali, il Santo rientra nella chiesetta di Santapace. La Cavalcata di Sassari La penultima domenica di maggio, a Sassari, è il giorno del grande appuntamento con il folklore sardo, si svolge infatti “La Cavalcata Sarda”. “La Cavalcata” è una splendida vetrina di costumi sardi, un vero e percorso attraverso l’isola, alla scoperta delle sue tradizioni. La Festa riunisce circa tremila partecipanti che sfilano a piedi e a cavallo per le vie della città, con gli antichi costumi (straordinari per bellezza, ricchezza, varietà di fogge, tessuti e gioielli). La manifestazione prevede esibizioni ippiche di grandi abilità equestre: pariglie, parezzas e ardia. La sera, e sino a notte inoltrata, si susseguono le gare tra i vari gruppi paesani, per i concorsi di canti, di suoni e di danze. In un solo giorno si possono così ammirare le tradizioni e i costumi dell’intera Sardegna. La sagra del Redentore La sagra del Redentore si tiene a Nuoro, sul monte Ortobene. Quest’ultimo fu uno tra i 20 monti scelti dal Vaticano per far erigere da Papa Leone III, in occasione del Giubileo del 1900, il monumento dedicato a Cristo Redentore. La statua in bronzo, alta circa 7 mt., fu inaugurata il 29 agosto del 1.901, e proprio in ricordo di questo evento, si celebra ogni anno quella considerata la “festa grande” dei nuoresi: La sagra del Redentore. Negli ultimi anni le manifestazioni civili sono state separate da quelle religiose, pertanto, la domenica che precede il 29 agosto ha luogo una grande sfilata di costumi tradizionali provenienti da tutta l’isola. La sfilata raggiunge il campo sportivo nel quale si festeggia e dove una giuria seleziona i gruppi folkloristici migliori, che prenderanno parte alla competizione finale della domenica successiva. La mattina del 29 agosto si celebra la vera e propria cerimonia religiosa. I fedeli si radunano di fronte alla Cattedrale per recarsi in pellegrinaggio fino alla statua del Redentore. Qui, sull’altare in granito, si celebra, poco prima di mezzogiorno, la Messa solenne. La cucina sarda La cucina sarda è figlia della storia dell’isola, posta al centro del Mediterraneo e crocevia dei maggiori traffici commerciali dal medioevo sino all’età moderna. Dapprima sotto il controllo di Genova e Pisa (soprattutto un controllo circoscritto delle città costiere) e poi a partire dalla prima metà del XIV secolo fino a tutto il XVI secolo, il Mediterraneo era ancora al centro del mondo e il controllo Aragonese prima e spagnolo poi fecero si che la Sardegna diventasse la tappa intermedia di tutte le rotte più importanti. Un grande crogiuolo di popoli e di merci che transitavano per i maggiori porti della Sardegna e che si fondevano con i prodotti locali, dando origine a interessanti e durature commistioni. I prodotti dell’entroterra erano tipicamente grano e formaggio, questo ultimo grazie all’abbondanza di sale (prodotto costosissimo a quel tempo) poteva essere commercializzato in abbondanza in mezza Europa proprio come succedaneo del sale. Nel campo gastronomico, la cucina sarda, influenzata dalla cucina spagnola e genovese, mette il pane al centro della tradizione culinaria. Lo si ritrova in tavola con nomi, forme e gusti diversi come il “pani tunnu”; oppure la “pizzuda” barbaricina, una focaccia triangolare, come il “tanconi”, pane smerlettato , e lo “zicchi” o pane “scaddatu”, rotondo e schiacciato, privo di mollica; il “carasau” o “carta da musica”, secco, sottilissimo che spesso è possibile ritrovare anche nei supermercati del continente. Di origine spagnola sono una zuppa di pesce tipica della zona di Cagliari, chiamata la “cassola”, e un'altra zuppa a base di pane raffermo che un tempo era il piatto dei galeotti della marineria spagnola il “mazzamorru”, anche lo “scabecciu” la marinatura nell’aceto che si riserva di solito ai muggini, viene dal catalano “escabet”. Agli spagnoli, ad esempio, si deve l’introduzione nell’isola dell’olio prodotto nella penisola Iberica, quello che oggi viene chiamato “ollu armanu”, nome dialettale che deriva probabilmente dallo spagnolo “hermano”, fratello. Sempre dagli spagnoli si fa derivare la ricetta delle “tacculas”, tordi che dopo essere stati bolliti vengono avvolti in foglie di mirto e chiusi in piccoli sacchetti di tela. Citiamo ancora la “cordula cun pisciuri”, dallo spagnolo corsero, agnello, e dal sardo pisciuri, cioè piselli. I “piricchitus” sono una delle testimonianze della dominazione Spagnola in Sardegna; sono, infatti, dei dolci di origine spagnola ma ormai talmente diffusi e presenti da tanto tempo nell’Isola (specialmente nella nostra zona, il Campidano, che più ha risentito dell’occupazione) che possono a buon diritto essere considerati come tipici sardi. Per quanto riguarda i vini possiamo menzionare il Torbato, assai pregiato e di origine Catalana, prodotto oggi nella zona di Alghero; il Vermentino, importato dalla Spagna, ha trovato la sua collocazione geografica nella zona della Gallura. Del Vermentino DOC, ne esistono due versioni: il Vermentino di Gallura, dal colore giallo paglierino, vino secco, con una gradazione che può essere di 12 o 14 gradi, a seconda che si tratti della versione normale o superiore; il Vermentino di Sardegna, più leggero del primo con un tasso d’alcool di 10,5 gradi; il Cannonau, vino più conosciuto della Sardegna, è ottenuto da un vitigno di probabile origine spagnola, maggiormente prodotto nella parte orientale dell’isola. Vino DOC, dal colore rosso rubino e dal sapore caldo, pieno e secco. I riti religiosi I riti della Settimana Santa in Sardegna La settimana santa in Sardegna è un’esperienza unica ed emozionante. Secolari tradizioni di origine spagnola si fondono con antichissime usanze misticoreligiose locali. Nella Sardegna tradizionale la festa della Pasqua (sa Pasca Manna) supera per importanza e solennità lo stesso Natale. Tradizioni molto antiche, campidanesi, logudoresi e barbaricine e forti influenze iberiche sono alla base di riti, processioni e momenti corali particolarmente sentiti, che richiamano fedeli e turisti in varie parti dell’isola. Risaltano soprattutto le processioni dei misteri e i riti de s’Iscravamentu e de s’Incontru. Un ruolo particolare svolgono le confraternite, che curano le sacre rappresentazioni, sfilano nei loro costumi ed eseguono i canti religiosi, spesso in latino e anche in sardo. Sono particolarmente importanti i riti che si svolgono a Cagliari, Iglesias, Bortigali, Bosa, Desulo, Dorgali, Laconi, Mamoiada, Oliena, Cuglieri, Santu Lussurgiu, Santa Giusta, Alghero, Castelsardo. Su Scravamentu-s’Iscravamentu Deposizione della croce di Cristo. Successivamente il simulacro viene portato in processione nel letto di morte seguito dalla Madonna Addolorata. S’Incontru Ha luogo il giorno di Pasqua, con l’incontro di due processioni recanti l’una il Cristo Risorto e l’altra la Madonna. I riti della Settimana Santa di Alghero Le manifestazioni della Settimana Santa algherese (Setmana Santa de l’Alguer) sono tra le più suggestive della Sardegna, per l’affascinante scenario del centro storico cittadino e per la forte impronta catalana dei riti che si ripetono immutati da secoli. Un ruolo centrale hanno i Germans Blancs (confraternita di N.S. della Misericordia) che dal XVII secolo organizzano le sacre rappresentazioni della passione. Ad essi la leggenda attribuisce il prodigioso recupero, nelle acque del porto cittadino, del bellissimo Cristo ligneo di fattura spagnola, che costituisce l’elemento centrale dei riti. La notte del Venerdì Santo, il Cristo morto, dopo il rito del Desclavament (discendimento) in Cattedrale è seguito per le vie della città dal grande corteo notturno dei confratelli, dalla folla dei fedeli che reggono i farols e dai cantori che intonano preghiere e musica, con antichi canti catalani e gosos in lingua sarda. Desclavament Il Desclavament (discendimento) del venerdì Santo è una cerimonia di grande impatto e con forti influenze catalane. Ha luogo nella Cattedrale. Quattro baroni in costume chiedono il permesso a Maria di avvicinarsi al Cristo. Portano guanti bianchi e con bende bianche, lentamente, saliti sulle scale poggiate alla croce, levano la corona di spine e i chiodi. Il Cristo viene poggiato delicatamente nella cassa (bressol, culla) e viene accompagnato in processione per le vie della città. Cristo ligneo Il recupero del Cristo fu nella realtà davvero avventuroso. Come risulta da documenti d’archivio, il 18 gennaio del 1606 il veliero Santa Maria di Montenero, con a bordo nobili, religiosi, militari e mercanti, salpò da Alicante diretto a Genova. In vista del golfo di Portoconte, l’imbarcazione, travolta da un fortunale, naufragò. Faceva parte del carico della nave una grande cassa contenente il crocefisso, che il proprietario, Nicola Busso di Varazze, non riuscì a salvare. La cassa fu recuperata per interessamento dell’arciprete Munoz ed il crocefisso fu trasferito ad Alghero, nel convento di S. Maria della Pietà dei Frati Minori Osservanti. Questi, trasferitisi in città nella Chiesa della Misericordia, lasciarono il crocefisso alla confraternita dopo la loro soppressione nel 1855. La Madonna di Monserrat La Madonna di Monserrat viene festeggiata la prima domenica dopo l’Ascensione. Non solo in Spagna, ma anche in Sardegna: a Tratalias, piccolo paese del Sulcis. Un paese con una storia recente molto particolare. Infatti, quasi trent’anni dopo la costruzione, negli anni ’50, della diga di Monte Pranu, il paese è stato costretto a migrare su un colle ricostruito dal nulla. A vederlo oggi sembra un paese senza storia, ma la realtà è un’ altra. Infatti, poco più a valle, ecco ancora in piedi le case del vecchio paese, ormai fantasma. Ma che custodisce un grande tesoro: la Cattedrale romanico-pisana dedicata alla Madonna di Monserrat. La Chiesa di Santa Maria La Chiesa di Santa Maria in Donigala è un edificio con forme gotiche costruito probabilmente su un anteriore impianto di una chiesa paleocristiana o bizantina. La Chiesa risulta ricostruita intorno al 1550 con le due antiche cappelle laterali in stile gotico-aragonese con crociere nervate attigue all’ abside, tre finestre, un portale ogivale decorato con capitelli di buona fattura artistica coronato da merlature aragonesi e da una torre campanaria di poco posteriore all’ edificio principale. La lunetta posta sulla sommità dell’ ogiva contiene l’ epigrafe attestante l’ ultimazione dei lavori nel 1642, durante il regno di Filippo IV di Spagna, sotto il pontificato di papa urbano VIII mentre era canonico a Donigala Luxorio Roger. La Chiesa di Santa Maria, rivolta ad oriente, ha l’ interno a navata unica con volta a botte e cappelle laterali ed è decorata con numerosi affreschi di pregevole fattura; interessante l’ altare ligneo in stile barocco ed il coro, sempre in legno risalente al XVIII secolo. Donigala e la festività di Santa Maria dell’otto settembre sono conosciute in tutta la Sardegna per la processione con i secolari ceri, che richiama un gran numero di fedeli in pellegrinaggio provenienti da Nurri e Dolianova. La festività è una delle più conosciute dell’ intera isola e i ceri sono il simbolo e il sinonimo di Donigala e di Santa Maria di Monserrat. Per questa particolarità unica alla delegazione del paese durante la festività di Sant’ Efisio viene riservato l’ onore di precedere immediatamente il santo. La Chiesa di San Teodoro La Chiesa di San Teodoro in Siurgus è stata edificata tra il XVI e il XVII secolo su un preesistente edificio bizantino. La Chiesa, rivolta ad oriente, è in stile gotico-catalano con una singola navata, volta a sesto acuto e archi trasversali che danno accesso a sei cappelle laterali, tre per parte. La navata è separata con una balaustra in marmo dal presbiterio, caratterizzato da una volta a crociera a costolonatura con gemma a pendula e da un altare policromo risalente al XVIII secolo. Nel basamento del campanile accanto all’edificio è ricavato il battistero, mentre il pulpito in marmo è di fattura recente. La facciata dell’edificio presenta pochi elementi decorativi, con un coronamento merlato, un rosone centrale e il portale incorniciato e ornato; nel sagrato invece è presente un monolite intarsiato risalente al periodo bizantino. La pianta del fabbricato rispetta le antiche regole che volevano le Chiese orientate verso Gerusalemme così che, entrando da ovest, simbolo del buio e del peccato, e procedendo attraverso la navata verso l’altare maggiore, l’uomo si avvicina alla luce della verità. Il culto del Santo si diffuse a partire dal VI secolo dopo il crollo del dominio vandalico ad opera dei bizantini. La tradizione popolare racconta che nel territorio ci fosse un insediamento di monaci ai quali si deve il culto del Santo a Siurgus. La casa aragonese Fu costruita alla fine del XVI sec. Ed abitata fino al 1978. Fu poi venduta dalla famiglia Sanna di Ghilarza al Comune di Fordongianus che ne curò il restauro, ultimato nel 1983. Essa è costituita da un corpo doppio, con quattro stanze posteriori, di cui una da sul cortile, e di tre anteriori, di cui da sul loggiato esterno. Il quale è stato creato come area ombreggiata per prendere il fresco nei mesi estivi ed è dotato di sedili in pietra. Il tetto è costruito da un’intelaiatura di legno, poi coperto da canne intrecciate. Sono caratteristici all’interno gli armadi a muro. Il cortile si trova sul retro ed è diviso da muretti in vari settori, come l’orto e la stalla, un ambiente ancora oggi coperto, dove si trova il portale che si apre su una strada secondaria e che veniva usato per far sostare i cavalli e i carri. L’altro ambiente, che oggi è scoperto, era probabilmente usato come fienile. La casa prende nome dagli elementi architettonici in stile gotico-aragonese che decorano porte e finestre, come la colonnine sottili e affiancati, i capitelli di forme cilindriche e l’arco inflesso .Il tipico materiale usato è la trachite rossa, grigia, o verde di cui Fordongianus è ricca e con cui viene costruita la maggior parte della abitazioni. La Sartiglia e la Sortilla Diffusa a partire dalla metà del Cinquecento in tutta Europa, ma diversamente attestata in Italia, in Spagna e in Francia, la «corsa degli anelli», detta in francese course de bagues, in spagnolo sortilla e in catalano sortija, pone il problema delle origini incerte della Sartiglia di Oristano. Una delle tante interpretazioni, avvalorata a partire dalla metà dell’Ottocento (ma mai discussa a fondo) vuole che la corsa degli anelli fosse un gioco equestre tradizionalmente praticato dai mori ed ereditato dagli spagnoli. Secondo alcuni studiosi la giostra sarebbe giunta in Sardegna in epoca giudicale tramite i donnicelli di Arborea educati alla Corte Aragonese. È sicuramente chiara però l’etimologia del nome: Sartiglia deriva appunto dallo spagnolo Sortija, che a sua volta ha origine dal latino Sorticula, che significa anello, ma anche Sors, fortuna. Infatti la gara è si una corsa all’anello, ma anche una festa dal profondo significato rituale nei confronti della sorte, con antiche reminiscenze di un antico rito agrario attraverso il quale i popoli del bacino Mediterraneo chiedevano agli dei la fertilità della terra e l’abbondanza del raccolto. Lo stesso termine Componidori trae origine dallo spagnolo Componedor, che designa il maestro di campo della corsa. Ciò nonostante alcuni studiosi non sono completamente convinti dell’origine spagnola della giostra; le loro tesi si basano su determinati documenti, questi sono in sintesi i riferimenti storici di particolare interesse: • Nei poemi medievali non esiste alcuna traccia della corsa degli anelli; • In Italia la corsa degli anelli è documentata sin dalla seconda metà del Trecento, precisamente dal 1370; • In Spagna le fonti storiche attestano la «Sortija» solo a partire dal 1460; • In Francia il primo riferimento esplicito a questo tipo di corse risale al 1547. Alla luce di questi dati, questi studiosi affermano che il radicarsi della corsa degli anelli, documentata ormai in tutta Europa nella metà del XVI secolo, è stato il risultato di una diffusione a partire dall’Italia, che oltre ad esserne la culla ne sarebbe anche il centro di irradiazione. La tesi più avvalorata resta comunque quella di un’importazione della giostra equestre dalla Spagna. Se infatti scaviamo tra le tante tradizioni spagnole, si nota sicuramente la notevole somiglianza della nostra Sartiglia con un’altra giostra equestre, che si corre nell’isola di Minorca, in Spagna: la Sortilla. Le somiglianze tra queste due giostre sono ancora oggi oggetto di appassionata riflessione e analisi storiografica e antropologica. È con il 1479 – anno della battaglia di Macomer che segna la caduta del Marchesato di Oristano e la conseguente annessione alla corona di Spagna – che probabilmente le due feste, già tanto simili nei processi rituali, si incontrano e si condizionano ulteriormente. Sartiglia e Sortilla sono come due gemelle: identica l’età, le motivazioni, l’anello, il cavallo, i cavalieri e la folla; inoltre sia laSortilla che la Sartiglia, organizzata dal Gremio dei Contadini, sono dedicate a San Giovanni. Ad Oristano la Sartiglia che si corre il Martedì, organizzata dal Gremio dei Falegnami, è dedicata a San Giuseppe. Osservando lo svolgimento della Sortilla, sono principalmente due le cose che riportano alla mente la Sartiglia di Oristano: la presenza di un «capo corsa», chiamato Caixier Senior, e di una «colonna sonora», tenuta da un personaggio chiamato Fabioler. Il Caixier Senior viene scelto solamente tra i nobili della città (come veniva fatto in passato per il Componidori) ed investe nella manifestazione una ingente somma di denaro proprio. Il suo abito costa una fortuna e può essere utilizzato solo per due volte consecutive. Il Fabioler è, come detto, una specie di colonna sonora. Egli batte su un rudimentale tamburo e soffia su uno stridente piffero per tutta la durata della manifestazione,potrebbe essere definito quasi un assemblato tra i tamburini e i trombettieri della Sartiglia. Una dovuta citazione merita il rito dell’uomo pecora: s’homo de bè. Egli è scelto tra una lista di candidati, tutti braccianti agricoli, che presentano la propria candidatura per onorare un voto. Il suo compito è quello di portare, per un’intera giornata, la domenica che precede il 24 giugno, un montone al quale sono dedicate tantissime cure. Il vello bianco del montone forma un tutt’uno con la mastruca (il mantello) dell’uomo, che lo porta sulle spalle, a piedi nudi. Questo rito si rivela quasi sempre fatale per l’animale che, dopo essere stato portato di casa in casa, come un santo in processione, tra spinte, toccate, sbalzi e sussulti, talvolta spira sulle spalle de s’homo de bè. Se però, oltre ai personaggi, andiamo ad analizzare tutti i riti e tutte le azioni che essi compiono, noteremo sicuramente molte altre analogie. Per esempio, su 120 cavalieri che possono correre, il Caixer Senior ne sceglie 13 che dovranno poi percorrere al galoppo la via per tre volte ciascuno, armati di un lungo stocco, in mezzo alla folla che si apre al loro passaggio, ma che subito si richiude alle spalle dell’uomo e del cavallo. Questi 120 cavalieri stanno in groppa ai propri cavalli dalle 2 del pomeriggio alle 4 del mattino, senza poter mai scendere dal proprio cavallo (nella Sartiglia quest’obbligo è imposto solo al Componidori). Ogni qualvolta un cavaliere coglie l’ambito anello, una banda musicale empieza a tocar (comincia a suonare) un brano assai gioioso detto Jaleo, tra gli incitamenti della folla tutta. Ma ciò che colpisce di più una persona estranea alla giostra, ciò che affascina di più, è il momento in cui il cavaliere si esibisce sul cavallo impennatosi, mentre la folla lo incita, lo sprona, lo provoca, lo tocca quasi fosse un portafortuna.A conti fatti però rimane sempre una differenza fondamentale tra le due giostre: la Sartiglia di Oristano appare meglio organizzata, mentre la Sortilla di Ciutadella rimane più religiosa e genuina.Mancano infatti transenne, tribune, addetti e rappresentanti di associazioni, cioè tutti quei personaggi che ad Oristano affollano la via Duomo. È probabilmente a causa del dominio spagnolo, oggetto di rancore e di sotterranea rivolta, che gli oristanesi trasformano la Sartiglia in festa popolare, affiancandola al Carnevale; per conservare alla memoria collettiva i fasti del Giudicato di Arborea. E con il carnevale appare ad Oristano la maschera: elemento ambiguo e surreale che, se da una parte distingue più di ogni altro la Sartiglia dalla festa minorchina, dall’altra ne evidenzia la dimensione di messa in scena laica, di teatro della storia. Hanno partecipato alla stesura di questo documento i seguenti alunni: CLASSE IVA, VA Casu Jessica Cominu Francesca Floridia Francesca Loddo Valeria Meli Giulia Melis Federica Meloni Laura Ortu Silvia Passiu Paola Piano Francesca Piras Anna Piras Michela Podda Laura Scanu Susanna Spanu Eleonora Spanu Silvia Soddu Marta Soru Egidio Uras Monica CLASSE IVB, VB Bella Carlotta Cadeddu Luca Carta Giulia Deonette Giorgia Graniti Giacomo Loi Laura Marcias Marzia Melis Federica Orrù Denise Puggioni Giulia Sanna Marilisa CLASSE IIIA Armas Sara Atzori Valentina Casu Roberta Deias Daniela Floris Flavia Garau Melania Macis Daniel Manunta Daniela Marongiu Laura Marongiu Patrizia Pala Valentina Pau Roberta Perre Noemi Pisu Alessia Porcu Francesco Schirru Paola Scintu Valentina Sireus Claudia