LA REDENZIONE DAL TEMPO
Ai margini di Laudario crociato,
un poemetto di Domenico Corradini Broussard
di Giuseppe Limone
Fascinoso e forte, questo poemetto di Domenico Corradini Broussard.
Complesso. Metamorfico. Puro. A più balze e a più strati, come una scogliera
corallina. Luminoso e ricco di lingue, come una costiera. Carico di mondi e di
storie, come un eroe antico venuto dal futuro. La sua forza è il suo enigma; il suo
enigma, la sua forza.
Si tratta di un unico fiume di versi, a più incastri e a più falde. Dove un’unica
energia sommersa, a molteplici spettri e colori, sollecita senza sosta il lettore verso
un impegno a scavare. Ne nasce un itinerario complesso di figure tornanti a livelli
diversi di significazione. Come in un percorso di montagna, quando le medesime
immagini appaiono rideclinate secondo i nuovi giochi del sole verso l’aria che è
pura. Ne nasce un universo delicato e caldo, intarsiato di tracce, istoriato di
memorie, consegnato – in un percorso a più gradi – a stalagmiti e stalattiti
millenarie, che guidano vigorosamente, a spirali, verso un’unica luce.
Poesia forte, poesia cólta, poesia originaria. In parziale dissenso dal giudizio
formulato sul risvolto del volumetto (“Una poesia cólta, non una poesia di cuore),
sostengo che questa voce poetica è invece, a tutto tondo, poesia di cuore. E lo dico
provocatoriamente, in nome di un impegno per la poesia che merita, oggi più che
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mai, i suoi quarti di nobiltà. Non c’è mai stato un tempo, come il nostro, così
bisognoso di poesia. Di poesia, non di poesie. Poesia alta. Poesia pensante. Poesia
vera.
Non si fraintenda. E’ chiaro, in proposito, che l’alternativa implicata nel
giudizio appena citato (‘poesia cólta, non poesia di cuore’) intende a giusta ragione
garantirsi e garantire la qualità di una voce poetica come questa – di questa voce
poetica – dalla confusione con quelle diffuse forme di stenterellismo effusivo fatto
di romanticherie surgelate. Non si tratta di rifiutare il ‘cuore’, ma le cocottes del
cuore. Le coquetteries da salotto, dalle maniglie e dalle angosce tutte d’oro.
Ma, quando si tratta di poesia vera, di questa precisazione di salvaguardia
(‘poesia cólta, non di cuore’) non si avverte il bisogno. Tanto meno in una poesia
come questa, in cui l’asse dell’ispirazione originaria, centrato in un ideale e reale
dialogo assoluto ‘io-tu’, appare quello d’inscrivere la storia dell’ ‘io’ e del ‘tu’, fin
dalle scaturigini del testo, lungo l’itinerario di una consunzione radicale che
trabocchi fino all’orizzonte in cui di quell’ ‘io’ e di quel ‘tu’ non ci sia – alla fine –
altra traccia se non quella dell’intera storia del mondo e dell’essere. Si tratta di
raggiungere il luogo – il cruciale luogo – in cui si vive la felice e radicale
ambiguità – ontologica ambiguità – per la quale il dialogo fra l’ ‘io’ e il ‘tu’ è
l’intera memoria dell’essere, proprio nella stessa misura in cui l’intera memoria
dell’essere è il dialogo fra il mio ‘io’ e il tuo ‘tu’. La poesia vera non effonde
lamentazioni ruffiane, ma consuma in immagini mute la sostanza lirica delle cose,
che è la parola delle cose. La poesia non parla, fa parlare. Ossia, parla alla seconda
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potenza. Anche alla terza e quarta, quando è grande poesia. Il suo non è il luogo del
cuore osceno – del cuore tutto esposto sulla scena – ma il luogo in cui questo cuore
si consuma nelle pietre e nelle storie del mondo, facendole parlare come stelle.
Pietre e stelle. Non c’è ideologia più intimistica di quella che separa il cuore dal
mondo, fosse pure in nome del mondo contro il cuore. Il ‘cuore’ di Pascal non è il
mero ‘sentimento’ acquistato al boulevard delle lacrime, ma l’intuizione
intelligente di un ‘tutto’ che del Tutto custodisce il senso e nel Tutto ha dimora.
Potremmo dire che nella tessitura della poesia – nel logos segreto del suo
operare – s’incrociano, sempre, almeno due dimensioni essenziali: il locutorio che
essa dice e l’illocutorio che essa fa. La poesia, prima che dire, fa. E dice, oltre che
nel suo dire, nel suo fare.
E quale può essere mai questo ‘luogo’ – nel luogo che è la poesia – se non è
il simbolico? E’ il territorio simbolico, infatti, quello in cui la struttura sedimentaria
dell’essere affiora a gradi diversi di percezioni e di vite. E affiora senza tregua. In
luminosità di materie, in corruscari di fuochi, in istoriarsi di giochi, in emersioni di
fondali luminosi, in fughe di ricordi e di amori – tutti percorsi senza fine. Una
poesia vera non parla per ectoplasmi confessionali, ma per impasti e per pietre.
Ed è appunto in un tale contesto che questa poesia si snoda. Per strati e per
blocchi. In giochi di crocevia. In ritorni. In intarsii. In striature sui graniti di un
tempo che si è emancipato dal tempo nel momento stesso in cui mostra le stimmate
vissute per questa sua redenzione.
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Strati e blocchi, quindi. Strati a diverse profondità. Che pure continuamente
s’invertono in ordine e grado, proiettandosi in correnti convettive mirate alla luce.
Rovesciandosi nelle forme. Rimescolandosi nei mosaici. Ricollocandosi nelle trame
dei fondali. Scambiandosi superficie e profondità. Non solo di strati si tratta.
Blocchi di immaginari a tronconi compaiono e scompaiono a tempo. Si
annunciano, si stagliano, affondano e sempre ritornano, reintersecandosi ancora. In
altri nessi. In altre invenzioni. In nuovi giochi di ricomposizione senza fine.
E’ catturabile, forse, a ben vedere, in questa poesia, – come in un leitmotiv
bisbigliato (‘…ma la saggezza era nel bisbiglio/ delle anguille fra i canneti’1) – una
parola, un’immagine, una figura, un’idea che nella sua voce poetica torna, in una
quasi subliminale confessione di sé. E’ l’idea del ‘crociato’. Innumerevoli volte
tornante, come in una spirale, la parola ‘crociata’ appare, qui, in più luoghi e in più
guise – in ogni dove disseminando i fuochi della sua polisemia, come in attesa
dell’incendio che ne avvampi. Si guardi con attenzione. La dedica è a J., ‘cuore di
croce’ (p. 5). Un appello è: ‘sorgi sulla mia bandiera crociata’ (p. 15). Cruciale è il
momento in cui ‘gli sguardi s’incrociarono per la prima volta’ (p. 16). E ancora:
‘Fra lenzuola scivolose di seta/ riposano in quiete devota/ cuori di croce e di carne e
di sangue’ (p. 17). ‘Venne il sole./ E le croci di Cristo/ sollevate contro il cielo …’
(p. 19). ‘Erano d’oro le corone,/ di ferro i chiodi delle croci’ (p. 23). ‘…un
calendario pieno di croci/ e ogni giorno una croce nuova’ (p. 27). ‘C’è un filo/ che
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Domenico Corradini Broussard, Laudario crociato, Passigli, Firenze, 2000, p. 12.
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fra noi tesse discorsi./ Doniamolo al carpentiere della casa accanto./Anche lui ha
bisogno,/ perché le travi s’incrocino/ d’un filo robusto/…/ e indichi dove
inchiodare/ una trave sull’altra,/ e sulle travi incrociate …’/ (p. 35). ‘… la pregavo
di proteggermi/ sui crocicchi della vita …’ (pp. 40-41). ‘… la lavagna era una porta
liscia/ sul mondo delle croci’ (p. 59). E il poemetto ricorda: ‘Quando ero cavaliere
alle crociate …’ (p. 21). Tutta la vita è un incrociarsi di mani (p. 35). Fatto di
intersezioni. Di giunture (p. 11). Di contaminazioni. Di impasti. Di Madonne e
Medee. Di rêveries provenzali e di legni tibetani. E anche il titolo dice: ‘Laudario
crociato’.
Perché questo ritorno al ‘crociato’? E’ il quesito che, forse, può costituire una
traccia, un vettore, una spia in direzione della domanda essenziale. E’ la domanda
che in questa voce poetica vive: ‘A chi è affidato il segreto dell’esistenza?’ (p. 23).
L’incrociarsi è, certo, un evento. Dalle molte possibili forme. C’è la parola
che s’incrocia con l’altra, come nelle parole crociate. C’è l’incrociarsi dei fatti,
delle coincidenze, dei ruoli, dei luoghi, delle spade. Ma l’incrociarsi è anche il
viaggio. E l’imbattersi. Il pericolo, il ‘per-ire’, l’ ‘Erfahren’, il ‘peril’. L’incrociarsi
è il possibile incontro che può farsi, nel suo silenzio, parola. O il luogo di un
‘fondersi’, di un ‘confondersi’, di una fusione nucleare, di un sintetizzarsi felice. O
il topico luogo che può farsi, per concentrazione di forze, centro, sede nevralgica,
punto, groviglio, meta di risparmio energetico, nodo di accumulazione e potenza
che contrae intensioni di forza in un corpo conciso. L’incrociarsi può essere il
luogo d’un rito. Ma è anche collisione, tessitura, scontro, possibile abbraccio,
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dramma, sintesi religiosa, preghiera. Non solo. L’incrociarsi può essere luogo
dell’immaginario storico collettivo: i Crociati. O il crocicchio in cui Edipo uccide il
padre. Oil luogo salutare in cui, traversate di colpo in più punti tutte le crune del
pericolo, possiedi in un pugno alla fine l’incontro che ti salva. E il ‘crociato’ è la
parola che, alla ulteriore potenza, è l’incrocio e il sigillo di tutti i suoi significati.
Quella che li accumula in sé a un livello energetico superiore.
In una poesia come questa, che tocca consapevolmente il terreno lunare del
simbolico, qui, dopo mille fuochi sparsi nel testo dall’inconscio intelligente del
poeta, l’incendio è alle porte.
La vita ama nascondersi. E queste pagine sembrano tutte attraversate dalla
falda di un segreto pensiero. A chi è affidato l’enigma dell’esistenza? (p. 23). E’
nell’amore che affiora la domanda essenziale. Il problema è durare. Lo si chiede
alla vita. E, nella vita, al suo momento più alto. All’amore. ‘Ma l’amore dura
eternamente?/ O dura soltanto nel ricordo?’ (p. 21; anche p. 22, p. 31, pp. 32-33, p.
34, p. 38, p. 42, p. 59). Interrogazione che l’amore rivolge a sé stesso. Domanda
cruciale. E’ solo il ricordo, quindi, la fragile rivincita di quel mortale che custodisce
l’immortale? ‘Perché le cose divengono?’ (p. 22). Che è dei nostri gesti e momenti?
Delle nostre cose? Del mio cucchiaio e del mio bricco? (p. 26). ‘Ditemi se
appartengono al niente/ o bussano già alle sue porte’ (p. 18). Come ‘redimersi dal
tempo’? (p. 27). Come resistere al blocco che ci divora? (p. 22). Non c’entra niente
l’uomo nella storia del Cosmo? (p. 31). E’ egli ‘solo un punto d’un ricamo’? (p.
31).
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Si torna, quindi, ossessivamente, al quesito. A chi è affidato l’enigma
dell’esistenza? All’‘istante’? No. Non si tratta di trovare ‘l’istante assoluto/ che
sugli altri istanti s’innalza con superbia’ (pp. 12-13). Si tratta di trovare, invece, ‘il
tempo dell’esodo/ che è tornato a Dio/ per rimanergli accanto’ (p. 13). Un tempo
d’esodo che non è nostalgia (p. 53). E chi ama lo sa: ‘Tu sola mi sei essenziale/
nello stupore dell’attesa,/sulla soglia di questa stanza/dove l’ansia dell’eterno/vince
la nostalgia delle ore…’(p. 53).
Questo tempo dell’esodo non è nostalgia perché il suo tempo va a ritroso.
Questo tempo dell’esodo non è nostalgia, perché compie il duro lavoro, segnato di
memorie e di attese, di una sua consumazione pura fino a quell’azzerarsi preciso
che è accanto all’Origine. E’ stare ‘sulla soglia del tempo alle porte del cielo’ (p. 9).
Noi torniamo all’origine. Come farfalle alla luce. Come salmoni alla sorgente (p.
55). Ed è in questo luogo che può accadere la scoperta incendiaria: ‘Solo noi
custodiamo/ il segreto per sorridere/dinanzi agli imperi in rovina’ (p. 17). Un
segreto che si conquista in due, nel luogo celato dal vivere in due: ‘E il sorriso
resiste/ nel chiudersi delle tue labbra’ (p. 17). Perché ‘la vita travolge la vita/ ma
non le alte montagne,/ non i volti a noi familiari/ che arrestano l’altalena dei
giorni/e lasciano il vaniloquio del mondo/ al batticuore inessenziale/ del nascere e
morire’ (p. 28). E perché ‘Tu sola mi sei essenziale/ perché io son dentro le tue
ossa/ e fuori non sarei,/ sarei il nulla primordiale, il nulla che nel nulla si dissolve,/
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sarei il segno dell’assenza,/ l’arabico segno dell’aritmetica/ che chiude il vuoto nel
suo cerchio’ (p. 52).
E’ nel luogo del Due – del Dialogo come ‘logos a due’ – che emerge l’Uno.
Come volume a più facce. Come Argo dai mille occhi. Come aporema essenziale.
Ed è nel luogo del Due – del dialogo, quindi, – che può emergere il ‘nome’, il
proprio nome, quello che custodisce il mistero della propria identità. E’ custodire i
nomi, infatti, l’impresa essenziale (p. 10, p. 13, p. 14). Solo essa cattura e salda il
rapporto fra la singola voce e l’eterno. Il Tutto è fatto di Punti. E ogni Punto è già
Tutto. Leibniz, forse, non è mai stato tanto vicino.
Ma ciò significa anche la complessa fragilità d’ogni punto, perché ogni punto
è un crinale: punto di equilibrio mai fermo nell’equilibrio conflittuale del mondo
(p. 9, p. 31). E storia di questo conflitto (p. 19). Come nell’equilibrio delle stelle (p.
9).
Ne nasce il complesso gioco dell’essere: l’itinerario di ogni vissuto, il
mestiere di ogni vivere il senso. Bisogna rispondere, forse, con ‘la vita chiostrale
del viandante’ (p. 22), se si sa, al tempo medesimo, evitare ‘il delirio dell’orgoglio’
(p. 30).
In questa precarietà noi, smarriti, scegliamo (p. 18, p. 53). Se superiamo lo
smarrimento, scegliamo (p. 18). Se superiamo il terrore, scegliamo (p. 22, p. 53).
‘Scegliendomi ti sei scelta. Scegliendoti mi sono scelto’ (p. 53). E’ all’incrocio
degli sguardi che nasce l’individuazione delle identità. Che sono rami di una stessa
pianta. Dove si scopre non la dualità nell’Unità, ma l’immemoriale Unità. Il luogo
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in cui tutto già era intrecciato e in cui il singolo nome vive la sua autoconsistenza
come una prospettiva precisa vissuta da dentro. Vissuto non illusorio, ma reale.
Come nella roccia sono fuse in modo indistinto scaglie a più colori (p. 53). Come il
minerale è nel vegetale e il vegetale è nell’umano (p. 32).
Ma le identità sono da sempre. E da sempre vivono la storia. Esse hanno
attraversato tutte le storie. Anche una tunica d’amore, panno grezzo, ha una storia –
‘è’ una storia: e fu ‘saio con cintolo di corda/ tolto a un frate benedicente,/morto fra
elmi e scudi,/ mentre cercava soldati/ per l’ultima preghiera’ (p. 19). Ogni cosa è
una storia di memorie. E ogni memoria, storia di altre memorie. Ogni traccia è un
mosaico di tracce. Così, ogni singolo. Tutto l’immaginale del mondo è un predicato
del suo essere: ma anche il suo essere è, di quell’immenso immaginale, l’essenziale
predicato.
Tutti vivemmo in ogni dove: e in ogni dove siamo noi a vivere adesso.
Tutto era all’inizio. ‘L’equilibrio del mondo cominciò/ nell’attimo trionfante
della creazione,/ quando eri incomparabilmente bella’ (p. 31). Tutto è un miracolo
di equilibrio (p. 9). Unica possibile risposta: l’amore. Moriremo, ma innamorati
moriremo (p. 15).
E la poesia, quando è vera poesia, è terreno elettivo per un sondaggio mirato
nell’energia della ‘poiesis’. La poesia, infatti, nasce da un mondo di gesti che
aprono dimensioni diverse e congiunte. La poesia è, nel mondo simbolico, un
solido. A tre dimensioni. Che sono le dimensioni istituite dal dire poetico.
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Non a caso il testo parla di ‘spigoli’ e di ‘Euclide’. Il poeta è un Euclide
nascosto, che lavora con materiali preziosi, nella lussuria dell’oscurità.
Quali, in questo mondo euclideo, le strategie della poiesis?
A. Nella prima dimensione, la poesia, l’atto poetico è un dire di ciò che è. Di
ciò che è e che, essendo, precede il suo dire. I linguisti direbbero che è un
locutorio. Dice i luoghi della cultura e della memoria. Dice i luoghi dell’essere.
Dice i luoghi che precedono il suo dire per reinvestirli in nuova luce. Qui, essa
inscena. Un luogo assoluto, ma gravido di memoria. Punti d’incontro. Storie.
Drammi. Pire di fuoco. Città. Vibrano fuochi omerici e balenìi foscoliani. Blocchi
d’immagini tornano continuamente in più giri (il ‘girare’ è uno dei leitmotiv segreti
del testo) a ricostituire nuovi mosaici d’insieme. La poesia corradiniana sa di essere
‘plurilingue’. A più voci. A più spettri. A più colori. A ‘virate circolari’ di luci (p.
27). Non solo. Essa sa di operare con materiali ontologici duri che ne precedono la
forza. E’, appunto, il luogo del locutorio, che parte da ciò che è, come suo materiale
prezioso.
Tre strategie sono catturabili qui, attraverso la metodica cólta delle
intersezioni.
1. La strategia delle rêveries che corrono il fiume del testo. Il loro ricorso
continuo è la venatura del tempo che ci essenzia.
2. La strategia delle storie. La loro anafora insistita appare all’attacco di ogni
strofe. Dagli uomini che si dettero alla caccia (p. 32) ai delfini (p. 32) agl’imperi (p.
10
23, p. 24, pp. 54-55) ai crociati a quell’ ‘odio [che] celebrava i misteri della fede’
(p. 20) a Danzica e a Praga (p. 55), siamo attraversati da mondi che sono parti di
noi. ‘Il mondo ha resistito agli schiaffi/ degli imperatori di Roma e Bisanzio,/ alle
stravaganze dei potenti,/ alle rassegnazioni colpevoli,/ ai silenzi ingiustificati,/ ai
visi che hanno porto l’altra guancia./Ha resistito alle ceneri di Auschwitz/
trasformando grida e sangue/ in assolute cantiche d’osanna./ Tutti tutti/ ci tiene nel
suo becco una fenice’ (pp. 24-25).
3. La strategia delle città. La loro anafora tornante contrassegna di timbri e di
toni diversi l’architettura della memoria. Dolori e gioie, così, in una mappa
interminata, urbanizzano gli spazi del vissuto.
B. Nella seconda dimensione, l’atto poetico è un dire ciò che, nel dire,
istituisce. I linguisti direbbero che è un illocutorio. E’ l’atto tetico del creatore che,
dicendo, istituisce. E’ l’atto sintattico dell’artista che costruisce il suo mondo,
gravido di blocchi e di strati.
Due strategie sono catturabili qui, attraverso la metodica delle intersezioni.
1. La strategia dei blocchi. Blocchi di colori e d’immagini a composizione
mutante (il califfo, il fior di magnolia, i nastri, le montagne, i colori, etc.2), strisce
di versi corrono nella pagina tornando in nuove guise, in mosaici rinati, in incroci
diversi. Faglie uguali vanno a ricreare sempre nuovi continenti. Reiterano le
permanenze di un mondo sempre diverso ed uguale. Grandi storie s’intersecano a
2
Vedi p. 11, p. 13, p. 21; p. 19, p. 37, p. 51, p. 62; p. 15, p. 69; p. 18, p. 34, etc.
11
microstorie, vicende d’imperi a ricordi del quotidiano, scansioni di terra e di sangue
a rêveries della psiche.
2. La strategia degli strati. Strati di materiali molteplici si alternano nelle
profondità. Dove – indifferentemente – può dirsi che l’io è lo strato antico
dell’essere, ma, al tempo stesso, che l’essere è lo strato antico dell’io. Quindi, ci si
domanda: è l’io che occulta l’essere o è l’essere che occulta l’io? Tutte e due le
forme e nessuna. La sapienza poetica è vivere questa indistinzione assoluta come
essenziale.
C. Nella terza dimensione, l’atto poetico, nel suo dire e nel suo fare
combinati, apre lo spazio all’attesa. Esso evoca. Apre la radura messianica
all’estasi adveniente. Le dimensioni del dire e del fare non avrebbero forza alcuna
se non concorressero, appunto, a istituire i confini di questo spazio, in cui possa
emergere finalmente l’energia che fu evocata. La poesia, dopo aver detto e fatto,
attende e lascia che questa sua opera spalanchi lo spazio a ciò che de profundis
chiede di essere liberato. Lascia che, in questa attesa, possa alla fine essere
l’emersione dell’invocato.
Ma la vera poesia sa, a questo punto, aprire una quarta dimensione. E’ quella
in cui il volume poetico complessivamente liberato sospende. Sospende figure.
Luoghi. Racconti. Significati. Sospende la storia di una domanda che, precipitata in
strutture, evoca storie possibili di possibili risposte.
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Ma la poesia non sarebbe poesia se fosse mero tracciato di pensieri. Essa si
regge e sostanzia, invece, nel corpo del suo tessuto linguistico, nella storia dei suoi
atti. Fatta di bianchi e di neri. Di pause e di parole. Di storie e di memorie. Di
culture e di vissuti. Di frantumi d’amori e di tracce.
Due strategie sono catturabili qui, attraverso la metodica delle intersezioni.
1. La strategia dei colori (p. 9, p. 10, p. 11, p. 61, p. 64, p. 69). Il bianco,
l’azzurro, il castano, il verde, il rosso. L’Oriente. Sono i colori come luoghi ritmati
del bisbiglio e del grido.
2. La strategia delle riprese. Le parole, le immagini, le figure che tornano, si
ripresentano a giro, ma diversamente incastonate nella tessitura (i nastri, il fior di
magnolia, il califfo, il battre le pavé, gli anelli, le montagne, gl’imperi …) . Non si
tratta di semplice gioco retorico. Le riprese segnalano e sostanziano la
contemporaneità di tutte le pagine (‘surgite surgite’….’surgite’ … ‘Sorgi
colomba’: p. 9, p. 14, p. 68). Ma, al tempo stesso, il loro volume. A più lingue e
dimensioni.
Tutto il gioco dei pensieri e dei luoghi culturali, quindi, deve farsi colori,
ritmi, forme: sostanza consumata nella pagina del testo e del mondo. E deve farlo
attraverso le sue strategie: le mutazioni dei ritmi, gl’intrecci e le connessioni di
strofe – attraverso una giuntura progressiva a spirale3.
3
Vedi pp. 65 ss. E, in proposito, sub nota n. 7.
13
Quattro momenti, quattro fasi del poemetto si annunciano, come altrettante
sue frasi. Si aprono, qui, le scene della memoria. I luoghi del segreto. Le culture.
Le città. Fino all’apertura del prologo all’inno finale (‘tu sola mi sei essenziale’).
Fino allo slancio del testo verso il delta dell’immaginario conclusivo.
Tre modelli vi sono catturabili.
1. L’intenzione della lauda (p. 7, etc), fra l’idea stilnovista e il canto
religioso.
2. Il ritmo del Cantico dei Cantici (‘Sorgi colomba’ … ‘Con pazienza
t’invoco: Sorgi dall’Oriente luminoso/ come una colomba dai monti,/ i
tuoi occhi sono uve di Smirne,/ sorgi col tuo sigillo nel mio cuore …’4).
3. La strategia interlocutoria della Signora delle vigne di Ghiannis Ritsos –
rivolta, come è noto, alla Grecia (‘mia Degna Signora’, ‘mia Degna
Signora’’mia Degna Signora’5).
Si tratta di strategie retoriche. Di strategie metriche. Di strategie stilistiche.
Ma di strategie non fini a sé stesse, perché piene di pensiero.
Vediamone alcuni punti. L’ ‘io-tu’ s’inscrive nel Tutto e del Tutto è una
costante da sempre. Quale, la modalità stilistica attraverso cui questa prospettiva si
dà? Sono i ricorsi all’accusativo alla greca (p. 23, p. 26. p. 69). Sono l’allusione
all’ablativo assoluto (p. 38). Sono il riferimento ai deponenti intransitivi (p. 60).
Tutto concorre a un risultato espressivo in cui il mero soggettivismo intimista sia
superato.
4
5
Vedi pp. 14-15.
Vedi p. 11, p. 29, p. 54, etc.
14
Ma, d’altra parte, l’immortale Tutto non dissolve i suoi nomi. Esso non può
non restare dentro il gesto perenne del custodire i nomi. I nomi dei singoli. Come
nella strategia dello sciamano, il Tutto deve poter conservare quei nomi (p. 10).
Come gli albatri che gli uomini un giorno hanno sepolto nella creta. ‘Ma quegli
uccelli sono tornati’ (p. 33). Come in una strategia che penetri l’istante nel Tutto,
bisogna centrare il pietrisco scagliato nell’aria, ‘sgretolandolo in miliardi di luci’
(pp. 16-17). Luci che sono, in quel Tutto, i nostri personalissimi nomi. ‘Scintille
dell’eterno’ (p. 26). Angeli e Messaggeri del Tutto. In un Tutto che non può non
conservare per sempre le loro postille. Noi nomi siamo un pastiche dell’essere, e
l’Essere è un pastiche di nomi. Non illusori, ma veri.
E’ solo in questo clima di suprema coscienza del Tutto che cessa la paura.
L’anafora insistita di tutti i primi versi di ogni strofa lo commenta con solennità.
Come trovare l’accesso a questo luogo? Un ingresso nel circuito del Tutto è
l’amore. L’amore è l’Amore, perché l’Amore è l’amore. E’ la doppia condizione
d’amore, che è domanda e risposta. Domanda segreta – e bisogno vissuto come
precisa risposta alla propria domanda immortale. Quell’amore che al suo ‘tu’ può
dittare: ‘…perché mi tenevi la mano/ ti sentisti nuovamente viva’ (p. 21). L’amore!
Spogliato delle sue scorie intimistiche. Dipinto sui fondali del cosmo come graffìti
dell’Eternità.
Il vissuto, nel punto apicale del dialogo d’amore, appartiene all’eterno.
Perché l’eterno, nel punto apicale d’Amore, appartiene a ogni vissuto. Ogni
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momento è punto di tangenza con l’Eternità. Tutti ‘Ci tiene nel becco una fenice’
(p. 24 e p. 25). La questione della lingua d’amore è che è lingua dell’essere. Ed è
lingua in ogni essere. Qualibet redolet identitate nec cubat in ulla.
Qui, la figura tornante dell’anello esercita la sua cruciale gravitazione (p.
25), il suo significato senza fine. Ma, al tempo stesso, qui, repentinamente, il senso
della memoria trasmuta. La memoria, infatti, è il vero presente. E non perché sia
presente in noi laddove continuerebbe ad essere assente fuori di noi. Siamo al
cospetto di una sua metamorfosi radicale. Metamorfosi non solo in termini di senso
del tempo, ma di clima lirico di questa scoperta. E’ la scoperta della prossimità
assoluta del lontano temporale e del qui. Non solo. Perché, in questa memoria, non
è più il ‘passato’ a farsi ‘presente’, ma è il ‘presente’ a cessare di credere di essere
stato, un giorno, ‘passato’. Non c’è l’Inizio che si crede antico, ma l’Inizio che
s’accorge d’esser nuovo. Non c’è la tristezza densa dei suoi pesi, ma la gioia
immemoriale riemersa alla leggerezza dell’ora. Non la profondità del ricordo, ma
la scoperta del suo trillo nuovo.
C’è un’intuizione cruciale che dalla metamorfosi viene e attraverso la
metamorfosi si dà. Ognuno è incastonato nel tutto; il tutto, in ognuno. In ogni cosa
e in ogni momento, come in rocce a più colori, vive – variamente fusa e diffusa –
l’integrazione essenziale (p. 32).
Ma, se l’istante vero è il tempo dell’esodo e se questo tempo non è che il
miracoloso ritorno a quell’Inizio che da sempre è già qui, tutto il tempo dell’esodo
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non è che esodo verso il presente. Esodo in direzione del qui. Esodo verso il punto
terminale del noi. Risorti a questa nuova coscienza. Ora. Qui.
Non solo, quindi, ‘Tutto’ è all’inizio. Ma l’inizio è Tutto. Né basta. Perché
questo Inizio, che è Tutto, non è allora, ma ora. Esso erompe ora qui. All’altezza
della mia gioia presente. La ciocca di capelli che un giorno ti tagliai, non era: ‘è’ (p.
29). Lo squillo di gioia dei tuoi nastri rossi non era: ‘è’ (p. 69). L’inizio buca il
presente incrociandosi con noi – perché noi siamo da sempre all’inizio. Non solo.
Io sono da sempre tutte le figure della storia che in me, tra fuochi e sangue,
attraversano il tempo e si sono in me stratificate. All’altezza di questa gioia dei
colori, noi siamo tutti i colori e i ricordi che ci hanno attraversato. E tutte le figure
della storia sono noi, perché noi le abbiamo attraversate. Sulla verticale dell’ora,
l’Oriente ha, ora, la sua immortale maturità. Stando allo zenit di quel tempo che –
‘sole meridiano’ (p. 27) – non proietta più ombre sul selciato.
Tutto può procedere, ora, in vista dell’inno finale. Per la preparazione e
l’attesa del culmine cercato. Per fare largo a quell’inno che, covato nel testo fin
dall’origine – nel soffio leggero di tartarughe marine e di orche (p. 9) – può ora
straordinariamente stagliarsi nella sua luminosa purezza: ‘Tu sola mi sei
essenziale’ (p. 52 ss.).
La predisposizione delle forme e dei ritmi, corsa sui mille incroci del testo,
ora chiama – perché si sedimenti un’attesa. E la predisposizione e l’attesa corrono –
ora – lungo i solchi di un’anafora solenne, insistita: ‘Tu sola mi sei essenziale’ (p.
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52 ss.). Tutti i rivoli del dire poetico convergono all’unità di questa voce. Che si
presenta da sola – stavolta – nel verso che precede la strofe finale (p. 68).
Il dialogo nella presenza d’amore scioglie ogni bisogno (p. 68). La
redenzione dal tempo, ogni paura (p. 65 ss.). Non solo. Spalanca altro spazio. Là
dove emerge la straordinaria e lucente gioia dei nastri rossi. Quei nastri che erano,
nella corrente del testo, già apparsi, disseminati nel fiume. E che, qui, non più
‘erano’ (p. 69): ‘sono’ (p. 69). E non sono perché erano, ma erano perché sono.
Una gioia originaria ci è – ora qui – dentro. Come un vino rosso (p. 15).
Come una pigiatura di viti e di sangue (p. 65 e p.15). Come un incendio. Quella
gioia che, quando è vera, non può non accompagnarsi alla gloria: ‘Da giovane
comandavo un vascello con bianca bandiera a cinque croci/ nelle calanche giovani
califfi/ poi fui soldato dell’aria’ (pp. 68-69).
Ma il poeta sa che una gloria – forse, ogni gloria – ha, sottotraccia, le
stimmate del sacrificio. Ciò è detto altrove. Ma, come nel tempo del mondo, anche
nel tempo del testo mai c’è un ‘altrove’: ‘Dal mio trono intarsiato/ ordinai ai mille
uomini/ di vincere o morire/ cantando la mia gloria,/ un sostituto della felicità.
/Mille uomini morirono./ Ebbi la gloria ma rimasi solo …’ (pp. 21-22).
Il simbolo ha radici viscerali e oscure. Nel sacro. E il sacro è terribile e bello.
Dà la gioia vera, ma – sottotraccia – una potenza sacrificale la segna. Una vena di
lingue e colori. Una spirale di moti. Che la sospende nella divina Ubiquità.
Uscendo dalle altalene incantate fra il no e il sì, varcando il dramma infinito
delle incertezze perplesse, bisogna ora saper dire sì a questa gioia.
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Gioia, accompagnata da gloria. Quando una gioia è vera, inebria di gloria.
Perché essa ci sceglie e, scegliendoci, ci fa eletti. Ma questa gloria costa. Perché è
difficile ‘reggere le stelle’ (p. 17). Ma nulla potrà mai far sparire dalla corrente del
tempo – dalla corrente del testo – le montagne azzurre, il castano degli occhi, il
rosso pompeiano, il cristallo blu, i fazzoletti verdi, i nastri rossi, la bianca
giovinezza, l’alba plurilingue che fa sorgere e dà, a tutti per noi, la felice libertà.
In questa luce, la memoria muta improvvisamente – ora – significato e radice.
Non è più la bella, densa e dolorosa memoria – densa perché dolorosa, bella perché
densa. Essa è invece – attraverso il suo squillo di colore e di gloria – il presente
eterno, che è l’unica realtà.
Siamo condotti dal punto dell’istante al segmento dell’esodo. Dall’irruzione
della memoria alla letizia della felicità. Non c’è più l’epos e il lirico, perché ogni
lirico è epos. Lo dice, con martellante tono di gloria, il duplice endecasillabo felice
che apre la strofe finale: ‘Da giovane comandavo un vascello/ con bianca bandiera
a cinque croci’ (p. 68). Lo dice questa reiterazione di voce che giura l’essenziale
fino alla commozione in cui s’apre (‘Non ho paura … Non ho paura … Non ho
paura … Di niente ho paura/ se al mattino porti rugiada/ nel cavo delle mani …’6).
Lo dice quest’ansia beata di foce giunta al suo punto terminale. Lo dice, nel
rincorrersi dei versi, il gioco di nessi e agglutinazioni della strofe che segue,
intrecciata cogli ultimi lemmi della strofe che precede7. Lo dice, lungo l’attesa
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pp. 65-68.
Vedi: ‘cavaliere … cavalieri’ (p. 65); ‘girandole di circo … aggirarmi’ (p. 66); ‘dove…quando …. dove … quando’
(p.66); ‘scettro di legno … chiuso del pugno’ (p. 67); ‘spigoli … spigoli’ (p. 67); ‘carni … corpo’ (p. 68). E, stavolta
per contrasto, da ‘abyssus abyssum invocat’ (p. 68) il ‘Sorgi colomba’ (p. 68).
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messianica che si procinge all’approdo, il movimento dell’ultimo verso – un
senario –, espressione del ritmo progressivo di chi sta guadagnando la cima. Fino al
rallentamento nel ritmo più breve della conquista ultimativa.
Il cammino, ora, è compiuto. Radicandosi nel Punto d’Inizio. Nel Punto del
Tutto. Che erompe rapido e rosso – ora – al grado suo di presente. Al grado
originario del presente. Al grado dei nomi, che non possono essere perduti.
Solo nell’orizzonte di questa scoperta la memoria – ora – può riscoprire sé
stessa. Come fa la Lei di quel Tu a cui questi parla: ‘nel gelo dell’acqua riscopristi/
la festa delle parole’ (p. 21).
E’ la festa che il poeta ha da sempre nel cuore (p. 40). E il tempo – il kairòs –
è veramente maturo, adesso, per l’annuncio finale:
‘I tuoi nastri rossi fra i capelli
erano le mie insegne di gala
e sono il mio amore non detto
sul greto del giorno’.
Giuseppe Limone
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