SALTERNUM SEMESTRALE DI INFORMAZIONE STORICA, CULTURALE E ARCHEOLOGICA A CURA DEL GRUPPO ARCHEOLOGICO SALERNITANO REG. TRIB. DI SALERNO N. 998 DEL 31/10/1997 ANNO XII - NUMERO 20-21 GENNAIO/DICEMBRE 2008 GABRIELLA D’HENRY E D I TO R I A L E Salerno e l’UNESCO N ell’anno 2000, il Comitato Scientifico del Gruppo Archeologico Salernitano decise di affrontare una prima analisi di quel monumento civile di età longobarda, inserito nel complesso religioso di S. Pietro a Corte: l’ala sud del Palazzo di Arechi II, che comprende l’Aula Palatina, individuata negli anni Settanta dello scorso secolo e resa pubblica nel 1995. Vennero invitati a collaborare alla pubblicazione San Pietro a Corte – recupero di una memoria nella città di Salerno diversi studiosi, tra cui chi era intervenuto materialmente sul complesso con la ricognizione e lo scavo, il professor Paolo Peduto, docente di Archeologia Medievale nella locale Università. L’iniziativa culturale ebbe successo, ed alla presentazione furono invitati due esperti del settore, i professori Carlo Bertelli e Paolo Delogu. Questa iniziativa portò, in breve tempo, ad una convenzione tra l’Istituto di Tutela (la Soprintendenza per i Beni Architettonici) ed il Gruppo Archeologico per la gestione del Bene e la promozione di attività volte a valorizzare il sito: ora la parte ipogea del monumento, debitamente restaurata e fornita di percorso didattico, è aperta al pubblico e le visite guidate si tengono quasi giornalmente. Nel 2002, il Gruppo Archeologico organizzò, per soci e non soci, una gita di studio a Cividale del Friuli per ammirare i reperti altomedioevali nel centro del primo Ducato Longobardo, patria d’origine sia di Arechi II che di Paolo Diacono, i quali, alla sconfitta di re Desiderio da parte dei Franchi, ebbero nel Sud, tra Salerno e Benevento, un ruolo importante per la storia dei Longobardi meridionali. Da questo incontro con le istituzioni locali di Cividale nacque dapprima un’idea di gemellaggio, che poi si concretò invece in un’Associazione, la Federarcheo (Federazione Italiana delle Associazioni Archeologiche) il cui primo obiettivo era di rendere visibile e fruibile l’apporto che ciascun insediamento longobardo ha trasmesso nei singoli territori, dal punto di vista storico, linguistico e della cultura materiale. Questi sono gli antefatti ai recenti avvenimenti. Nell’anno 2007 i Sindaci dei comuni di Cividale e di Brescia presentano all’Unesco un progetto intitolato Italia Langobardorum – Centri di potere e di culto (568-774). La prima sorpresa è la data: perché concludere il progetto al 774, quando, alla morte del re Desiderio, i Principati del Sud, Capua, Benevento e Salerno, sono tuttora vigili e fiorenti e portano avanti una politica di difesa della loro identità? E perché non prendere in considerazione centri come Monza o Pavia? La presentazione del Piano di Gestione del sito Italia Langobardorum, che viene inviata per l’iscrizione nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, non può prescindere da un preliminare inquadramento che illustri e giustifichi le motivazioni che hanno portato alla scelta dei luoghi. Essi sono i seguenti: - Cividale del Friuli (UD), l’area della Gastaldaga con il c.d. Tempietto Longobardo e il complesso episcopale con i resti del Palazzo Patriarcale; - Brescia, il Monastero di san Salvatore – santa Giulia; - Castelseprio (VA), l’area del castrum con la Torre di Torba e la chiesa extra-moenia di santa Maria foris portas. -3- SALTERNUM senze altomedievali nel territorio campano, come la Grotta di Olevano sul Tusciano e la chiesa di s. Ambrogio di Montecorvino Rovella. Nello stesso anno, il Gruppo Archeologico Salernitano ha organizzato, in collaborazione con l’Università degli Studi ed il Comune di Salerno, il Convegno Il Popolo dei Longobardi meridionali. Testimonianze storiche ed architettoniche (570-1076) per porre all’attenzione delle istituzioni locali la necessità di accelerare i tempi della conclusione del restauro di s. Pietro a Corte e, nel frattempo, evidenziare l’opportunità di organizzare visite guidate dell’intero complesso, comprese le parti di recente ripristinate, allo scopo di valorizzarlo e farlo conoscere soprattutto ai principali fruitori, gli abitanti della città. Purtroppo, nonostante un notevole successo culturale dell’iniziativa, non è venuta nessuna risposta né a livello locale né a livello ministeriale, e le presenze longobarde del Salernitano, pur così cospicue, restano fuori dal progetto UNESCO. Forse esso, nato con una certa approssimazione, non ha avuto né modo né tempo d’essere approfondito, come dovrebbe essere per una iniziativa di così importante significato; e l’insieme, a nostro parere, pecca di scarsa professionalità. Con il procedere dei lavori, si sentì l’esigenza di estendere la ricerca (e si spera che l’esigenza sia stata esclusivamente scientifica) anche ad alcuni centri dell’Italia centro-meridionale: - Spoleto (PG), la Basilica di san Salvatore; - Campello (PG), il tempietto del Clitumno; - Benevento, il complesso di santa Sofia, con la chiesa, il chiostro e parte dell’Abbazia; - Monte S. Angelo (FG), il Santuario di s. Michele. Ciò, al fine di comprendere in un unico sito le maggiori testimonianze della cultura longobarda nel momento della loro massima capacità espressiva. Nel 2008, la Federarcheo ha organizzato ad Udine e Cividale del Friuli, per il mese di marzo, il primo Convegno Nazionale Le presenze longobarde in Italia, che si poneva come obiettivo il far conoscere ai funzionari di coordinamento del progetto altre e importanti presenze longobarde sul territorio nazionale, da inserire negli itinerari previsti dal progetto stesso. Il Gruppo Archeologico Salernitano vi partecipò presentando una relazione che metteva in risalto il complesso monumentale di s. Pietro a Corte, unico esempio in Europa di architettura palaziale di epoca longobarda, ed altre importanti pre- -4- SARA ROTUNDI Edilizia privata in Daunia tra IV e II secolo a.C. I l presente contributo si propone di analizzare le realtà insediative in Daunia (fig. 1), in un periodo cronologico compreso tra il IV e il II secolo a. C., quando in questo territorio si avvertono sostanziali cambiamenti. Si assiste, infatti, in quasi tutti i centri qui esaminati, alla nascita delle città. Dagli agglomerati di capanne sparsi in vaste aree e dagli insediamenti formati da villaggi staccati e tra loro autonomi, si giunge alla nascita di veri e propri centri urbani, con la fondazione, in alcuni casi, di fortificazioni che delimitano un’area abbastanza circoscritta e molto spesso l’antico abitato viene abbandonato per scegliere verosimilmente una posizione più favorevole1. All’interno dell’area urbana viene realizzata una viabilità più regolare e viene creato uno spazio per la vita pubblica, civile e religiosa; le case si uniscono in gruppo e in alcuni casi, all’esterno, vengono abbellite da pavimenti a ciottoli fluviali; le tombe continuano ad essere collocate anche all’interno dell’abitato, lungo le vie principali e, probabilmente, in spazi creati appositamente. La tecnica costruttiva impiegata per la realizzazione delle costruzioni private si sviluppa in stretta aderenza alla materia prima reperibile in sito. Generalmente così era per tutte le abitazioni dell’Italia meridionale, dove si assiste all’utilizzo, nelle fondazioni, di materiale variegato, dai ciottoli di varie forme e dimensioni, ai blocchi di reimpiego, alle tegole, alle scorie di fornace, pietre di calcare e così via. Si trattava comunque di una tecnica costruttiva piuttosto irregolare e molto povera. Fig. 1 - Carta degli insediamenti dauni analizzati. Fig. 2 - Lavello, loc. Casino. Ricostruzione grafica. (MAZZEI 1996). Non è sempre facile ricostruire l’alzato di una struttura poiché, per la maggior parte dei casi, questo è costituito da materiale deperibile. Si può comunque ipotizzare la sua ricostruzione (fig. 2) attraverso resti che si sono conservati e anche le fonti letterarie possono darci informazioni preziose al riguardo2. Nelle case analizzate in Daunia sono stati individuati tre tipi di elevato: in mattoni crudi (fig. 3); in blocchi di terra cruda impostati direttamente sul terreno di base o su uno zoccolo di -5- SALTERNUM Fig. 3 - Formatura di mattoni nell’area in cui essiccheranno (ADAM 1988). Fig. 5 - Monte Bibele. Pali lignei lungo il perimetro e all’interno della casa per sostenere la copertura e le pareti in materiale deperibile (VITALI 1991). Fig. 4 - Schema ricostruttivo di un muro realizzato in opus craticium (LAVIOSA 1970). Fig. 6 - ‘Mazzapicchiatura’ del pisé all’interno di una cassaforma (ADAM 1988). pietra; con intelaiatura lignea tamponata da un impasto di fango e argilla, impostata sullo zoccolo di fondazione (fig. 4). Elevati in mattoni crudi sono presenti ad Ascoli Satriano, in loc. Serpente; a Banzi, in loc. Carbone; a Canne, in loc. Fontanella; a Lavello, in loc. Casino e ad Ordona. In alcuni casi, questi tipi di elevato venivano sorretti da un’intelaiatura lignea, che, oltre a sostenere l’edificio, rinforzavano anche la copertura. A Canosa, in località San Martino, la copertura della struttura abitativa è in materiali leggeri e, dunque, il sostegno in mattoni crudi potrebbe essere stato sufficiente3. Bisognerebbe capire se una struttura in mattoni crudi possa sostenere una copertura di tipo pesante senza l’impiego di un’intelaiatura lignea. Questa, infatti, potrebbe distribuire su di sé il peso della copertura e irrigidire la muratura. In epoca moderna esempi di case in soli mattoni crudi che sorreggono un tetto in tegole sono presenti in Turchia e a Corfù4. Quindi, è probabile che anche nel nostro caso, in mancanza di buche di palo nelle fondazioni, si possa parlare di un elevato di questo tipo. Elevati in blocchi di terra cruda sono presenti ad Arpi, in loc. Montarozzi; ad Ascoli Satriano, in loc. Serpente; a Canosa in loc. Madonna di Costantinopoli, in via Molise e in loc. Costantinopoli; ad Ordona e a San Paolo di Civitate, loc. Mezzana-Tratturo. Anche in questo caso, è possibile rinvenire lungo il perimetro della case, come ad Ordona, buche per l’alloggiamento dei pali che contribuivano a sostenere la copertura costituita da tegole5 (fig. 5). Qualora non fossero stati rinvenuti i fori di infissione nello zoccolo di fondazione, si potrebbe pensare all’utilizzo di una muratura cosiddetta in pisé 6. Essa è ottenuta versando un -6- SARA ROTUNDI aggregato costituito da terra argillosa, acqua, sgrassanti vegetali (paglia, erba secca, cenere) o minerali (sabbia)7, entro casseforme realizzate con assi di legno che hanno la larghezza dello zoccolo di fondazione su cui vengono impostate. Man mano che il materiale viene messo in opera, viene pestato e costipato, e più specificamente battuto con il ‘mazzapicchio’, una pesante mazza di legno (fig. 6). Una volta essiccato il composto al sole, si rimuovono le casseforme ripetendo l’operazione sia in senso orizzontale che verticale. La muratura così ottenuta non necessita di pali che sorreggano la copertura in materiale pesante perché ha una buona capacità portante8. Questo sistema viene utilizzato in tutti i paesi del Mediterraneo ed è citato anche da Vitruvio9. Il terzo tipo di elevato che ritroviamo nelle case daunie è quello con intelaiatura lignea tamponata da un impasto di fango e argilla, impostata sullo zoccolo di fondazione. Esso è presente nelle strutture di Canne, in loc. Antenisi; a Lavello, in loc. S. Felice e Acropoli; ad Ordona e a Salapia, nella villa di S. Vito. Probabilmente si ritrova anche a Canosa, in loc. S. Martino; a Lavello, in loc. Casino e in loc. Carrozze e a Minervino, in loc. Corsi. Successivamente, dopo aver messo in opera l’alzato, le pareti venivano livellate con argilla e rivestite di uno strato protettivo di intonaco composto di fango e paglia, talvolta completato in superficie con uno strato di argilla fine diluito nell’acqua e a volte dipinto. Testimonianze di case intonacate provengono, per esempio, da Arpi, in loc. Montarozzi, dove in diversi ambienti sono stati rinvenuti frammenti di intonaco. Un vano presentava pareti in stile strutturale con basso zoccolo azzurro e fascia sormontate con resti di un’iscrizione, kyma lesbio, due fasce rosa orizzontali comprendenti fasce verticali parallele in bruno, ovoli in celeste e bruno e motivo a gocce, fascia nera e anthémion in nero; un altro ambiente, a Sud, mostrava uno zoccolo con ortostati di colore rosso, fasce marmorizzate e su un architrave d’accesso un fregio con anthémion e incisioni colorate in blu10. Grazie agli estesi crolli, che caratterizzano numerose aree, conosciamo anche le caratteristi- che dei tetti. Le strutture analizzate mostrano sia l’impiego di tegole in terracotta e coppi (fig. 7), sia di materiale leggero come travi lignee, frasche, paglia e argilla. Le funzioni principali del tetto erano quelle di proteggere l’ambiente interno e anche i muri di argilla cruda dall’umidità; essi dovevano essere quindi inclinati e presentare uno spiovente sporgente rispetto all’elevato, per evitare che le piogge danneggiassero le pareti costruite con materiale deperibile. Probabilmente, a partire dalla fine del V secolo a. C., in Daunia, le case vennero dotate quasi esclusivamente di una copertura più consistente e durevole, in tegole. Difficile è invece constatare se lo spiovente fosse unico o doppio. Se al centro dell’abitazione sono state rinvenute buche di palo per l’alloggio dei pali di sostegno alla trave centrale, quasi sicuramente il tetto era a doppio spiovente. Fig. 7 - Tegole piane, coppo semicircolare e coppo di colmo (VITALI 1991). Fig. 8 - Tetto a doppio spiovente. San Paolo di Civitate, loc. MezzanaTratturo (MAZZEI 2003). -7- SALTERNUM vano effettuate sul tetto, e di finestre in quelle più recenti. L’apertura è chiamata opàion e veniva eseguita nel centro di una tegola e per mezzo di uno sportello poteva essere chiusa o aperta15 (fig. 10). La casa o l’edificio collettivo nel passaggio da una struttura apparentemente precaria, realizzata con pareti e alzato di materie vegetali, ad una architettura più robusta per l’impiego di terra cruda, si dota di un tetto ornato di terrecotte architettoniche che oltre a caratterizzare la copertura dell’edificio, lo proteggevano16 (fig. 11). I Greci le impiegavano soprattutto per la copertura dei tetti degli edifici sacri, sia a scopo decorativo che apotropaico. Quando poi, quest’usanza si diffuse nelle aree periferiche sia del mondo greco-orientale che di quello greco-occidentale, si adattò alle differenti esigenze culturali dei centri indigeni e fu adottata da edifici funzionalmente differenti da quelli di origine, come le case private17. L’impiego della decorazione architettonica fittile rimase comunque legata ad un’edilizia privilegiata e rivestì una particolare valenza e un ruolo determinato. Ed è l’enfatizzazione di lusso, fasto, prestigio delle nuove élites aristocratiche che si vanno formando nel mondo indigeno daunio a dare una chiave di lettura da proporre per capire la presenza, in siti indigeni, di numerose terrecotte architettoniche. In Daunia la presenza di decorazioni architettoniche su edifici privati è attestata a partire dalla fine del VI a. C. Tra gli elementi architettonici documentati, gli esemplari più numerosi sono rappresentati dalle antefisse. Sono presenti, in particolare, quelle di tipo etrusco–campano (fig. 12) e circolare con testa di Gorgone, di origine magno-greca18 (fig. 13). Le antefisse di tipo etrusco-campano le troviamo, per lo più, ad Arpi, Lucera, San Paolo di Civitate ed Ordona19 e il soggetto più comune è a testa femminile nimbata. Le versioni daunie del tipo etrusco-campano riprendono modelli architettonici e decorativi italici. Le relazioni culturali e geografiche, insieme ad alcune particolarità tecniche, inducono ad individuare nelle botteghe capuane il riferimento per le produzioni daunie20. Questi Fig. 9 - Ascoli Satriano, loc. Serpente. Oikos 1. Ricostruzione grafica. (FABBRI, OSANNA 2002). Fig. 10 - Ipotesi ricostruttiva del tetto di una casa di V sec. a. C. (GRECO 1991). Un edificio rinvenuto ad Ascoli Satriano, in loc. Serpente, doveva avere una copertura a doppio spiovente, realizzata con tegole e coppi11, così come per S. Paolo, in loc. Mezzana Tratturo, dove i resti del crollo fanno ipotizzare una soluzione architettonica con una copertura di tegole piane e coppi a sezione semicircolare, talvolta triangolare, con tettuccio spiovente anche all’interno del frontone aperto12 (fig. 8). Anche a Lavello, in loc. Acropoli, la copertura doveva essere a doppio spiovente, visto il ritrovamento di un frammento di kalyptèr hegemón a sezione semicircolare13. Il tetto a doppio spiovente doveva caratterizzare anche gli oikoi 1 e 2 di Ascoli Satriano, in loc. Serpente, così come risulta dalla ricostruzione grafica14 (fig. 9). La presenza, all’interno delle case, di focolari per la cottura dei cibi, per l’illuminazione e per il riscaldamento, doveva presupporre l’esistenza nelle abitazioni aperture più antiche, che veni- -8- SARA ROTUNDI contatti con l’area campana avvenivano, probabilmente, lungo l’asse fluviale costituito dai fiumi Volturno, Calore, Tammaro, Fortore21. Il tipo magno-greco, è attestato nel Melfese (Banzi, Lavello), nei centri della Daunia interna, centro-meridionale (Ascoli Satriano, Ordona) e anche a S. Paolo, Lucera, Arpi22. Sicuramente, a partire dal VI a. C., con la diffusione di questi esemplari di antefisse troviamo modelli estranei alla cultura daunia ed è evidente l’immediato allontanamento dai modelli stessi. Ci si trova, infatti, in Daunia, di fronte ad originali esempi di un artigianato indigeno in grado di realizzare creazioni autonome sulla base di un modello importato, arrivando alla produzione di tipi nuovi che possono definirsi dauni e sui quali si stabilisce una vera e propria tradizione di artigianato locale23. Per ciò che concerne le planimetrie, le case analizzate presentano una notevole varietà che sembra subire un’evoluzione, dal tipo più semplice, a pianta absidata, a quello più complesso, con più ambienti, ed è possibile trovare, all’interno di uno stesso centro abitativo, una diversa tipologia planimetrica. La scelta di un tipo planimetrico specifico per gli edifici a destinazione domestica può dipendere da vari fattori che possono essere culturali, sociali, economici, da cui deriva l’impossibilità di individuare una casa-tipo e la sua dipendenza da diverse variabili. L’abitazione in muratura di forma absidata potrebbe essere stata una delle prime attestazioni in ambito greco (fig. 14). Infatti, in Grecia, a partire dall’VIII sec. a. C., la pianta absidata viene utilizzata per impianti sacri e profani, per magazzini e luoghi di riunione della collettività24. Questo tipo di planimetria sembrerebbe riprendere la forma delle antiche capanne. In Daunia, nel periodo analizzato sono state individuate due tipi di case di forma absidata, a Canne, in loc. Antenisi e a Lavello, in loc. Casino, entrambe datate alla metà del V sec. a. C., con dimensioni intorno ai 30 mq. L’abitazione a pianta quadrata sembra sia stata, nella sua forma più elementare, la dimora delle classi più umili della società (fig. 15). In Grecia questo tipo planimetrico si diffonde Fig. 11 - Gocciolatoio a protome leonina (Museo Civico di Foggia). Fig. 12 - Antefissa di tipo etrusco-campano con testa femminile, da Arpi (Museo Civico di Foggia). Fig. 13 - Antefissa di tipo magno-greco con Gorgonéion. (Museo Civico di Foggia). Fig. 14 - Planimetria Lavello, loc. Casino della casa absidata. (LISENO 2007). -9- SALTERNUM Fig. 15 - Ordona. Planimetria della casa a pianta quadrangolare. (LISENO 2007). Fig. 16 - Ordona. Planimetria della casa a pianta rettangolare. (IKER 1995). verso la fine dell’VIII sec. a. C.25. In realtà, la sola planimetria non ci può fornire indicazioni sulla condizione economica dei proprietari. In Grecia, per esempio, esistevano oikoi di piccole dimensioni che appartenevano a personaggi ricchi. Non esiste, dunque, una tipologia abitativa propria di un unico gruppo sociale, ma l’attribuzione è data dal complesso di elementi che insieme alla pianta caratterizzano l’abitazione. Le dimensioni di tali strutture abitative, che ritroviamo ad Ordona, a Canosa, a Banzi, a Canne, Lavello e Minervino, vanno dai 30 mq circa ai 75 mq circa e sono tutte datate in un arco cronologico compreso tra la fine del V ed il IV sec. a. C. Tra le strutture analizzate, la tipologia planimetrica più diffusa è quella a pianta rettangolare, preceduta o meno da vestibolo, che ritroviamo in quasi tutti i centri dauni considerati (fig. 16). Esse sono datate tra la fine del V e la fine del IV sec. a. C. e hanno dimensioni che vanno dai 9 mq ai 230 mq circa. L’unico edificio a pianta subcircolare è quello di Canosa, loc. Costantinopoli, datato intorno al IV sec. a. C., interpretato come vano per le abluzioni, ma non è possibile ricostruire le precise dimensioni. Un’altra tipologia individuata tra gli edifici considerati è quella a pianta complessa, con ambienti che si affacciano su un cortile scoperto (fig. 17). Essa si riscontra ad Ascoli Satriano in loc. Serpente, a Banzi in loc. Mancamasone, a Canne in loc. Fontanella, a Canosa in loc. Toppicelli, a Lavello in locc. Alicandro e Gravetta. La maggior parte di tali strutture sono state interpretate come abitazioni di carattere produttivo, non solo residenziale, in cui si svolgevano mansioni specifiche. Le strutture sono datate tra IV e III sec. a. C. e hanno un’estensione che va dai 130 mq ai 400 mq. Come si può notare, si possono trovare strutture abitative di ampie metrature che fanno pensare alla presenza di gruppi rilevanti che, all’interno di una compagine disorganica strutturalmente, tende ad emergere e ad acquisire un elevato controllo sul resto della comunità che resta legata a forme di economia primaria, con forme abitative semplici, che ancora ben rispondono alle esigenze della società di cui sono espressione26. A questo proposito, emblematico è il caso del centro di Arpi, dove a partire dal 199227 è stata esplorata una superficie di circa 780 mq di una casa che doveva essere molto più estesa. L’edificio di cui è possibile individuare il settore residenziale e un settore dei “servizi”, presentava un ricco apparato decorativo parietale e pavimentale risalente alla fine del IV-III sec. a. C. che ha permesso di datare la seconda fase costruttiva della casa28. La complessa articolazione planimetrica ben testimonia l’alto livello sociale raggiunto dai suoi abitanti. Alcuni vani interpretati come vani di rappresentanza e di residenza, presentano ricchi pavimenti in ciottoli e in tessere irregolari che rivelano una qualità artistica nella quale l’apporto ellenico è fondamentale. A Sud, infatti, è stata riconosciuta un’area scoperta dalla quale, attraverso un accesso monumentale fiancheggiato da due lesene con cornici con kyma - 10 - SARA ROTUNDI dorico in stucco, si accedeva ad un’altra corte. Da qui, si accedeva ad un andrón (400 x 415) orientato a Sud-Est, pavimentato con un mosaico in opus segmentatum con un émblema con delfini (cm 184 x 220) convergenti verso una palmetta e verso una testa di bue, e una soglia (cm 110 x 140) con rosetta a sei petali bianchi su fondo nero inscritta un cerchio delimitato da una fascia a tessere nere e palmette angolari (fig. 18). Le pareti erano dipinte con fregi marmorizzati, mentre sull’architrave correva un anthémion inciso sullo stucco bianco. Di grande rilievo è anche il grande fregio di stucco bianco che ornava l’esterno di un accesso all’andrón, decorato con una successione di palmette ottenute con una fine incisione29 (fig.19). Altri ambienti si riconoscono ad Est. Un grande vano (cm 520 x 520), probabilmente l’esedra, orientato a Nord-Est, presentava uno splendido mosaico in opus segmentatum (cm 400 x 450) detto “dei Grifi e delle Pantere” poiché presentava quattro riquadri campiti da due coppie di pantere e di leoni o grifi alternati su fondo bianco e nero con una testa di bue originata dal loro accostamento (fig. 20). L’ambiente era preceduto da tre basi di colonne, di cui solo due sono state rinvenute. Un altro vano (cm 520 x 465) ad esso retrostante era pavimentato con un mosaico a ciottoli fluviali policromi (in situ; cm 480 x 250) decorato da cornici con motivi a meandri e serie di rosette e palmette angolari che comprendono un campo ricco di animali, domestici, selvatici e fantastici (fig. 21). È stato accertato che il patrimonio figurativo di questi mosaici deriva dalla Grecia settentrionale, attraverso la circolazione di cartoni o un diretto coinvolgimento nella impostazione del pavimento, così come lascia pensare il mosaico dei grifi e delle pantere. I confronti tra l’ambiente ellenico, in particolare quello macedone, e la Daunia, derivano quasi sicuramente da un contatto molto stretto con il mondo macedone-epirota30, nello specifico, si ricordi la spedizione di Alessandro il Molosso che, intorno al 333 a. C., ebbe un forte controllo dei porti adriatici31, conquistò Siponto e il porto di Arpi, dove venivano imbarcati i cereali prodotti nel territorio della metropoli daunia32. Fig. 17 - Ascoli, loc. Serpente. Planimetria della casa con più ambienti. (FABBRI,OSANNA 2002). Fig. 18 - Arpi, loc. Montarozzi, scavi 1994. Andrón mosaicato con delfini. (MAZZEI 2004b). Fig. 19 - Arpi, loc.Montarozzi. Frammento di stucco con motivi a palmette. (MAZZEI 2000). Fig. 20 - Arpi, loc. Montarozzi. scavi 1992. Mosaico denominato “dei grifi e delle pantere”. (Museo Civico di Foggia), (MAZZEI 2004b). - 11 - SALTERNUM Fig. 21 - Arpi, loc. Montarozzi. Mosaico a ciottoli in situ (MAZZEI 1995a). Fig. 22a - Arpi, loc. Montarozzi. Frammento di lastra del fregio fittile. (MAZZEI 1997). Ma il quadro culturale arpano risulta essere molto più complesso, come, più in generale, quello della Daunia centro-settentrionale, non estraneo agli influssi provenienti dal mondo etrusco-campano, con Capua in particolare33. Lo dimostra il ritrovamento di una lastra di fregio fittile, con una scena di danza, nella quale si conservano due figure femminili, ritrovate in due posti differenti, e che faceva parte del materiale di reimpiego della casa ellenistica (fig. 22 a,b). Infatti, una lastra era stata utilizzata come zeppa della porta di una tomba a grotticella; l’altra era inserita nel muro di fondo di una grande fornace appartenente all’impianto della casa ellenistica. Nonostante i differenti luoghi di ritrovamento, le due lastre sembrano combaciare34. I dati acquisiti inducono a riferire questo piccolo fregio di sapore arcaico proprio all’ispirazione del centro capuano. Ma come è noto, l’adozione di un sistema decorativo architettonico segnala le scelte politi- co-culturali di una comunità. E il caso di Arpi, per la presenza di antefisse nimbate35, insieme all’acroterio a protome equina (fig. 23), come già nel santuario del Regio Tratturo di Tiati36, consolida la possibilità di individuare in Capua il riferimento più vicino. Non solo, dunque, scelte o contatti individuali determinarono l’importazione del singolo oggetto, ma si verificarono partecipazioni più complessive e consapevoli delle comunità daunie al modello di architettura cultuale dettato in quei decenni dall’area campana. Il ritrovamento delle decorazioni di Arpi apre una nuova analisi sullo studio della pittura parietale di primo ellenismo, che supera l’esclusivo ambito del documento funerario e figurato e prende in considerazione anche i documenti relativi alla sfera domestica o pubblica e le decorazioni parietali più semplici. Infatti, la pittura strutturale e/o a zone37, sembra quella più diffusa in Puglia a partire dal III sec. a. C., soprattutto in ambito funerario: sempre ad Arpi, la ritroviamo nell’ipogeo della Medusa, a Canosa, negli interni degli ipogei Lagrasta I e Barbarossa, ma anche a Ruvo, Rudiae, Gravina, Egnazia, Messagne e Taranto 38. Bisogna considerare che, certamente, l’aristocrazia arpana di quel tempo, nelle costruzioni individuali, come tombe o case, ricalcava in versione minore, ma in buona fedeltà, modelli greci, per la cui realizzazione, come per i mosaici delle case di Montarozzi, non è da escludere la partecipazione di artigiani ellenici. È certo che non diversa doveva essere la situazione nei centri vicini ad Arpi, come a Salapia, Canosa o Lavello, dove è attestata l’esistenza di élite locali profondamente ellenizzate, che, a partire dalla metà del IV sec. a. C., contribuirono in gran parte alla realizzazione di case monumentali per le loro residenze, con decorazioni, per quello che è giunto sino a noi, di altissimo livello (fig. 24). M. D. Marin così descriveva la decorazione della parete dell’atrio della villa di S. Vito a Salapia (fig. 25): dal basso verso l’alto, zoccolo (bianco, grigio, azzurro), ortostati (rosso, giallo, verde, viola, bruno con riquadri marmorizzati), corsi orizzontali, motivo a meandro, filari oriz- - 12 - SARA ROTUNDI zontali, semicolonnine. Essa, forse, doveva terminare con una cornice aggettante con dentelli o con un fregio dorico in stucco. Questo tipo di decorazione parietale imita la disposizione architettonica della superficie del muro. Molti esempi di essa si trovano, oltre che nelle case di Delo, anche nelle tombe di Alessandria oscillanti fra III e inizi II sec. a. C., in particolare nella Necropoli di Moustafa Pacha39, e in tombe ellenistiche della Russia meridionale40, e in tombe apule del III sec. a. C. La villa, precisamente, mostra una decorazione a zone già nella fase più evoluta, quando è presente, nella parte superiore del muro, l’imitazione della struttura isodoma mediante linee incise, rilievo e policromia. Essa, dunque, non può non proporsi come una tappa eccezionale nello sviluppo della pittura parietale che confluirà nel primo stile, ma la decorazione delle pareti della villa di Salapia è ancora interamente mutuata dai sistemi strutturali ellenistici, come in particolare è dall’ambiente alessandrino che deriva il motivo dell’imitazione dei marmi variegati. Raccogliendo i dati relativi alle strutture indagate, si è articolato un quadro di insieme sulle caratteristiche strutturali, planimetriche e funzionali di tali abitazioni: se attraverso il tempo si notano cambiamenti nelle caratteristiche generali delle case, specie per ciò che riguarda la pianta, diverso è quanto si può dire per le tecniche edilizie. Esse, a partire dalle prime costruzioni in muratura, intorno al VI a. C., rimangono sostanzialmente le stesse. Così, ad una più articolata organizzazione planimetrica di un’abitazione, con due o più ambienti nel IV o III a. C., non corrisponde un’evoluzione della tecnica di costruzione rispetto all’epoca precedente. Dunque, è evidente da queste considerazioni che la Daunia, nel periodo preso in considerazione, risulta essere una realtà particolarmente complessa, punto di incontro di varie culture, ricca di apporti esterni e differenti, anche se si dimostra una realtà non ancora ben definita a causa, in particolare, dei pochi scavi sistematici effettuati nella regione e, non da ultimo, il problema dello scavo clandestino che da sempre colpisce, in particolar modo, questa regione e le sue ricchezze. Fig. 22b - Arpi, loc. Montarozzi. Ricostruzione grafica del fregio fittile (MAZZEI 1997). Fig. 23 s- Arpi. Protome fittile di cavallo (MAZZEI 2000). Fig. 24 - Salapia.Villa di S.Vito. Frammento del fregio fittile del compluvium (GIAMPIETRO 1975). Fig. 25 - Salapia. Resti della villa di S.Vito (FOTO DA WEB). - 13 - SALTERNUM NOTE In particolare, l’intervento romano in Daunia investe entità politiche già di per sé avviate a profonde trasformazioni e ne favorisce lo sviluppo, accelerando e comunque condizionando decisamente la formazione dei centri urbani, la definizione dei loro rapporti col territorio circostante, la delimitazione delle aree di influenza di ciascuno di essi GRELLE 1993, pp. 15-31. In generale, sull’urbanizzazione dei centri dauni cfr VOLPE 1990, pp. 36-40. Sui processi che investono la società daunia tra la fine del IV-inizi III sec. a. C., nel confronto con i Sanniti e con i Romani, LEPORE 1963, 107 sgg. Formazione e consolidamento dei centri urbani sono analizzati da DE JULIIS 1988, pp. 142 ss. 2 VITRUVIO, De Arch. 2, 8. 3 La casa è stata datata alla seconda metà del IV sec. a. C. L’utilizzo di un tetto in materiali leggeri può essere collegato ad un problema culturale, ovvero a modalità di trasformazione da leggersi in rottura con il passato. Ciò significa che è possibile che i cambiamenti non siano sempre improvvisi, ma che accanto a strutture di un certo rilievo, sia continuato l’uso delle capanne o si siano affiancate realizzazioni che, a elementi innovativi, univano i caratteri delle precedenti abitazioni cfr LISENO 2007, pp. 80-81, 126-127. In alternativa, si potrebbe ipotizzare che l’impiego di una copertura leggera sia da ricollegare ad una diversa condizione economica e sociale: MAZZEI 1996, p. 350; MAZZEI cds. 4 STOOP 1983, pp. 22 e 47, LISENO 2007, p. 79. 5 IKER 1995, pp. 57-58. 6 Tale termine non è attestato prima del 1562. DE VOS et ALII 1993, citato da ROTTOLI 1996, definisce tale modalità di costruire equivalente al termine parietes fornacei di PLINIO, Nat. Hist. 35, p. 48. 7 La composizione di fango, paglia/fieno è chiamata torchis, (ROTTOLI 1996, p. 161). 8 Per la tecnica in pisé cfr. ADAM 1988, pp. 62-63. È possibile che tale tecnica sia stata utilizzata per alcune strutture di Ordona del V sec. a. C. Se così fosse, è attestato l’impiego antico di questa tecnica. 9 VITRUVIO, De Arch. 2, 1, 3. 10 MAZZEI 1995a, pp. 52-53, 192-193; EAD. 2000, 51; EAD. 2002, 74; EAD. 2004a, 248. 11 MAZZEI 1987, pp. 112-114, tav. XXX, 1-2; EAD. 1988a, 101108, figg. 7-8; FABBRI et ALII 2002, 23-106. 12 MAZZEI 2003, pp. 263-271, figg. 12-13. 13 TAGLIENTE 1991, p. 21, Tav. CII. 14 FABBRI et ALII 2002, fig. 61. 15 ÖSTENBERG 1975, p. 40, fig. 250; BARRA BAGNASCO 1990, pp. 74; 79. Una tegola con opàion e sportello è stata rinvenuta in edificio di Monte Sannace (LISENO 2007, p. 82) e nella «casa dei pythoi» a Serra di Vaglio: (GRECO 1991, pp. 55; 61). 16 Le terrecotte venivano posizionate nella parte terminale della travatura lignea dei tetti a e, dunque, sensibile all’umidità prodotta dalle intemperie. 17 DE JULIIS 1984, p. 152; ID. 1985, 10. 18 MAZZEI 1981, pp. 17-33; EAD. 1988b, pp. 77-78; EAD. 2003, pp. 263-271. 19 MAZZEI 2003, p. 263; per Arpi: cfr MAZZEI 1981, tav. IX, 2; X, 2; XI, 1; per Lucera Ibidem, tav. VIII, 1-2; IX, 1; X, 1; per Ordona IKER 1995, fig. 29; per S. Paolo MAZZEI 2003, figg. 12. 20 Il tipo consueto in Daunia ha però il nimbo strigilato o baccellato visibilmente ridotto nelle sue dimensioni rispetto al 1 modello originale, mentre le varianti si colgono più facilmente nel particolare dei volti iscritti nel nimbo e delle decorazioni della base: MAZZEI 1981, pp. 19-20; EAD. 2003, 264. 21 Su tale itinerario si veda COLONNA 1974, p. 301; MAZZEI 1981, p. 28. 22 Per Lavello cfr TAGLIENTE 1991; Per Ascoli Satriano, FABBRI et ALII 2002, fig. 34; per Ordona IKER 1995, fig. 28. Per S. Paolo cfr MAZZEI 2003, fig. 5. 23 MAZZEI 1981, 24. 24 Per un’ottima descrizione della pianta absidata, si veda PESANDO 1989, p. 18 ss. 25 PESANDO 1989, pp. 45; RUSSO TAGLIENTE 1992, pp. 110. 26 Diverso è il caso di Ordona, maggiormente isolata dal mondo esterno, con forme di economia agricola e pastorale, dove non risulta l’emergere di alcun gruppo elitario prima della fine del V sec. a. C. 27 Soprintendenza Archeologica della Puglia – 1992, 1994, 1995, 1997 – M. Mazzei. MAZZEI 1992; EAD. 1994a; EAD. 1995a; EAD. 1995b, pp. 46-47; EAD. 2000, pp. 41-56; EAD. 2004a, pp. 243-262. 28 Una fase precedente risale agli inizi del IV sec. a. C., che a sua volta si impostò su un’area funeraria del VI-V sec. a. C. ubicata sicuramente nelle vicinanze di un luogo di culto tardoarcaico: MAZZEI 1997, pp.153-159. 29 MAZZEI 2000, p. 55. 30 MAZZEI 2002, pp. 67-77 EAD. 2004a, pp. 257-258. 31 LIVIO, 8, 24, 4. In generale si fa riferimento a LOMBARDO 1987, 79. 32 IUST. 12, 2, 5. In generale, sui rapporti con il mondo macedone-epirota: MAZZEI, LIPPOLIS 1984, 185-211; MAZZEI 2004a, 243-262; GRELLE 1995, 55-57. 33 Su Capua BONGHI JOVINO 1990, 47, Ead. 1965, 23-25 e BEDELLO TATA 1990, 8-13. 34 MAZZEI 2000, 41; EAD. 1997. 35 In generale, sulle antefisse cfr MAZZEI 1981. 36 Si tratta di elementi architettonici importanti per avanzare l’ipotesi nei pressi dell’area della casa-palazzo di Arpi dell’esistenza di un edificio religioso di tipo etrusco-campano, simile a quello ubicato lungo il Regio Tratturo L’Aquila-Foggia presso l’antica Tiati (MAZZEI 1994b). Protome equina da Arpi: Ead. 1997, 158, Ead. 2000, 50; per l’acroterio a protome equina da Tiati: Ead. 1985, 263-283; ANTONACCI SANPAOLO 1999. 37 La questione tradizionale dello “stile strutturale” ha riguardato a lungo l’origine del cosiddetto Primo Stile, che secondo V. Bruno, nel 1969, risale all’ambito greco. Infatti, esemplari greci risalgono al V sec. a. C. in tombe di Olinto e nell’agorà di Atene e al IV nelle case di Olinto e nell’heròon di Samotracia, fino a conoscere una più diffusa attestazione in Grecia, nella Russia meridionale e ad Alessandria (MAZZEI 1995a, p. 198). La denominazione di decorazione parietale “a zone” si deve a Thiersh 1904, che per primo individuò, a proposito della tomba di Sidi Gaber, l’esistenza di un sistema decorativo anteriore al cosiddetto I stile pompeiano Thiersh 1904. 38 Per l’ipogeo della Medusa, Arpi: MAZZEI 1995a, 197-210; per ipogei Lagrasta I e Barbarossa, Canosa: TINE’ BERTOCCHI 1964; MAZZEI 1995a, 184 nn. 20, 22; CASSANO 1996; Ruvo: tb. 10; Egnazia: tb. 12 e 15; Taranto: tb. 37; Rudiae: tb. 72; per Messagne: COCCHIARO 1988. 39 ANDRIANI 1958, p. 208, fig. 302. 40 ROSTOVTZEFF 1919, pp. 144 ss. - 14 - SARA ROTUNDI ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE ADAM 1988 ADAM J. P., L’arte di costruire presso i Romani. Materiali e tecniche, Milano 1984. ANDRIANI 1958 ANDRIANI A., A.V. 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Da quell’alto monte, la vallata si delinea geometrica e regolare, divisa nei diversi appezzamenti di terreno dai multiformi colori, segnata dalle tracce della storia e intrisa di tanti episodi delle vicende cronologiche d’Italia, più o meno significative. Con un po’ d’attenzione, alle pendici della vasta plaga, ove il fondovalle del fiume Tanagro si lega alle due catene montuose degli Alburni e della Maddalena, si possono ancora scorgere le tracce di un’operazione sociale di forte spessore dell’età repubblicana romana, che si formalizzò inizialmente in pochi territori della penisola italiana, tra cui appunto la vallata dianense. Le prime forme di assetto del territorio e di assegnazione di lotti di terreno agrario vanno sotto il nome di centuriazione e costituiscono una delle principali valenze socioeconomiche dell’aspetto gestionale del territorio, operate nel mondo romano. Questa sintesi storico-analitica intende analizzare quelle assegnazioni di terreno operate nel Vallo di Diano (allora Campus Atinas) e nella contigua bassa Valle del Tanagro e delinearne gli aspetti concreti e visibili, attraverso la cartografia, relativi alle linee storiche del prima, durante e dopo l’operazione agraria ed al reale riconoscimento dei segni presenti attualmente sul territorio, atti a ricostruire, almeno in parte, l’assetto centuriato romano in questa parte della Tertio Regio, Lucania et Bruttium del mondo romano. Il Vallo di Diano dal Monte Carmelo di Sant'Arsenio. Il principio delle operazioni di centuriazione (disegno dell'autore). - 17 - SALTERNUM Uno sguardo alla Valle del Tanagro in età romana Dopo secoli di amministrazione territoriale greco-lucana, il Vallo di Diano e i territori contermini si presentavano, alle soglie della romanizzazione, con un assetto urbano e agrario del tutto particolare: una serie di città, una volta costituenti la Dodecapoli Lucana, cinte da pagi e vici, piccole borgate sorte dalla terra, lontane dai centri da cui dipendevano; un assetto molto simile al Vallo di Diano odierno, con i suoi paesi posti in alto e le loro frazioni a valle. Ponte San Cono a Buccino (da una stampa del '700). Con la dominazione romana gli antichi centri divennero prefetture ed il territorio fu diviso amministrativamente tra Volcei (attuale Buccino) a Nord, Atina (Atena Lucana) e Cosilinum (nei pressi di Padula) nel versante orientale del Vallo di Diano e Tegianum1 (Teggiano) in quello occidentale. Nella convalle del Bussento, l’antica Sontia lucana vegliava il passo verso il mare e la colonia di Buxentum. La cura di queste città avveniva tramite la nomina di prefetti incaricati dell’amministrazione dei singoli centri, una sorta di deduzione coloniale da Roma, pur se questi erano civitates federatae (ostili ai Romani durante le guerre civili). All’azione militare di Roma seguì quella economica, con la costruzione delle strade, dei fori e con il riassetto del territorio mediante la centuriazione. Non tutto il Vallo di Diano fu però pianificato territorialmente. Infatti la centuriatio agrorum avvenne su lunghe strisce di terreno percorse dalla via, mentre il centro del fondovalle rimaneva acquitrinoso per più mesi durante l’anno. Al centro della politica agraria di amministrazione delle conquiste di Roma nel Vallo di Diano, venne realizzato un foro nell’attuale sito di San Pietro di Polla, che costituì oltre ad un punto di transito facilmente accessibile dalle campagne, anche un interesse per il passeggero che vi trovava conforto e sosta in una delle sue cauponae disposte lungo la via. Nella raccolta piazza arricchita da aedes publicae l’agricoltore vi teneva mercato con le derrate da vendere o acquistare. Con la Lex Palutia-Papiria dell’89 a. C. che concedeva la cittadinanza romana, i centri della Valle del Tanagro divennero Municipia e le vecchie prefetture che amministravano il territorio pubblico scomparvero. Il sistema della divisione centuriata creò un sistema misto di piccoli proprietari accanto ai latifondisti, contro i quali si diresse la rivolta di Spartaco (autunno del 73 a.C.), che, giunto nel Forum Annii, lo saccheggiò e venne seguito da numerosi schiavi provenienti dalla valle. Il restauro di questo borgo fu forse realizzato da Lucio Popilio Lenate al quale venne probabilmente dedicato, contribuendo a far perdere la memoria del pretore Annio, primo suo fondatore, così come la storiografia recente ha dimostrato ampiamente. Nonostante la durezza della politica accentratrice di Roma, la cultura indigena sopravvisse per più secoli: ancora nell’anno 89 a. C., infatti, l’osco ed il greco comparivano nella lingua parlata e nei documenti ufficiali e furono sostituiti tempo dopo dal solo latino. Per il governo dei centri, sappiamo che a Volcei ed Atina è attestato il quattuorvirato, mentre di questo tipo d’amministrazione non si hanno notizie per Cosilinum e Tegianum, pur se le città divennero comunque autonome. Nell’età di Nerone la cittadina di Tegianum fu tenuta in grande considerazione dall’Imperatore che le conferì il titolo (probabilmente solo onorifico) di colonia, senza importarvi un contingente di ex militi. Per ciò che concerne la Via Consolare, la sua costituzione era di certo non agevole dal punto di vista strutturale: di terra battuta e forse rivestita di basoli solo nell’attraversamento dei principali centri, costituì comunque un asse viario dei viaggi brevi, considerando i riferimenti letterari dell’epoca, tra i quali quello di scarsa considerazione nei suoi confronti, da parte del - 18 - MARCO AMBROGI poeta Lucilio, che per un viaggio in Sicilia preferì la via del mare al posto della strada sdrucciolevole e fangosa. L’asse fu quindi “Via glarea strata” ad impianto modesto anche se ebbe l’onore di essere percorsa da illustri personaggi, come il celebre oratore Cicerone, che pernottò in casa di parenti ad Atina, nel corso del viaggio di esilio da Roma. La via era comunque ben collegata ad altri assi minori, infatti alle Nares Lucanae (attuale frazione dello Scorzo di Sicignano degli Alburni) vi si innestava lo snodo per Potentia e Grumentum (la via Herculia), mentre altri ramuli la collegavano a Tegianum, Atina e Cosilinum, con transito per Marcellianum. Al sistema viario, restaurato in età dioclezianea ed all’epoca di Gioviano, nella seconda metà del IV sec. d. C. (secondo il riferimento epigrafico d’un miliario trovato tra Atena e Sala Consilina), facevano da contraltare i numerosi pagi e vici disseminati lungo la via o nei pressi; sono documentati un villaggio (forse Rustillanum) presso l’attuale borgata rurale di Sant’Antuono di Polla ed i siti di Vicus Mendicoleo e Caesariana. Tra i centri maggiori del Campus Atinas (il Vallo di Diano in età romana), vi fu dunque il Forum Anni (ricordato nell’Epistolae, libro III, di Sallustio a proposito della rivolta servile di Spartaco), dipendenza di Volcei, dall’aspetto agricolo e boschivo, nel quale era vivo il culto al dio Fauno ed era presente un tempio -nel 1955, durante uno scavo, ne furono ritrovati i gradini del podio- ed il noto mausoleo di Caio Utiano Rufo eretto dalla consorte Insteia Polla, sacerdotessa di Livia Augusta. Il Forum Annii si poneva all’imbocco della valle dopo il transito di altri tre pagi dipendenti da Volcei: Naranus, Transamunc (lanus) ed Aequa (ra). La città di Atina, collocata nell’itinerario verso Sud successivamente a Forum Annii, possedeva un foro lastricato e numerosi edifici pubblici e di culto, descritti, anche se con particolare enfasi e spirito municipalistico, dallo storico Curto di Atena Lucana2 al quale comunque si devono molte delle notizie sulla città antica. Su Tegianum abbiamo poche note storiche ed alcune rare testimonianze epigrafiche e scultoree che ci assicurano dell’esistenza di un teatro o odèon, di un tempio pagano (attribuito tra- La Via Annia ricalcata su una carta dell'IGM degli anni '30 del XX secolo. Il Vallo di Diano in età romana (carta dell'autore). dizionalmente ad Esculapio) e di un circuito di mura con porte, di cui rimane quella dell’Annunziata, all’ingresso meridionale dell’attuale paese. Sulle mura romane possediamo una preziosa testimonianza di un cronista del ‘600, il frate agostiniano Luca Mandelli di Teggiano, che le descrisse nella sua celebre opera sulla Lucania sconosciuta. Nel territorio dell’antico Ager Tegianensis ancora sussistono due ponti di età romana, benché rifatti in età medioevale e moderna, e numerosi siti archeologici di pagi, tra cui quello della località San Marzano (nel comune di San Pietro al Tanagro) che potrebbe - 19 - SALTERNUM restituire, al vaglio dei resti fortuiti ritrovati negli scorsi anni (monete e frammenti fittili), interessanti testimonianze del suo passato. Nel versante meridionale dell’ager sono venute alla luce negli anni passati alcune domus nel territorio di Sassano e di Padula, che dimostrano la straordinaria policentricità del territorio, nonostante l’impaludamento costante della plaga dianense in quel punto. Il sito che meglio offre oggi pro- Pianta di Cosilinum lucana e romana. Disegno dell'assetto centuriato romano. spettive archeologiche allettanti è quello di Cosilinum3, nota in primis da un’epigrafe che nomina un Curator rei publicae Cosilinatium e da testimonianze su una torre di età repubblicana costruita da M. Minazio Sabino, di una recinzione di un lucus (boschetto sacro) e della ricostruzione in età imperiale di una porticus Herculis da parte di M. Vehilio Primo (il curator prima nominato). Da Cosilinum dipendeva il sobborgo di Marcellianum posto lungo la Via Consolare, il cui toponimo4 parrebbe riferirsi all’età di Costantino (esattamente al papa Marcello I); più che di un pago dovette trattarsi di un villaggio sparso. Il riassetto del territorio Iniziare un discorso storico sulla centuriazione graccana nel Vallo di Diano equivale innanzitutto a stabilirne la derivazione, almeno in termini topografici, dalla via Regio-Capuam. Un termine fondamentale nell’indicazione delle tappe poste lungo l’asse viario romano è costituito dal Lapis Pollae, l’iscrizione ubicata in località San Pietro di Polla e riportante le principali città site lungo la via e le distanze tra esse. Uno dei primi riferimenti alla via si ritrova nel 1603 in Gruter5 che colloca l’iscrizione presso un’osteria (probabilmente la Taverna del Passo) indicandone il ritrovamento possibile in villa S. Petri proxima ossia nel sobborgo di Polla, in località San Pietro6. Il Mommsen, nella sua monumentale opera (Corpus Inscriptionum Latinarum) sulle iscrizioni latine, raccolse la notizia, di sapore schiettamente campanilistico, sul ritrovamento del Lapis Pollae nel tenimento di Atena, nota che ha ravvivato nei secoli la rivalità sulle origini antiche di questo paese nei confronti di Polla; in realtà l’epigrafe rimase murata sulla facciata della casa colonica di Polla (antica Taverna del Passo) fino al 1934, quando l’Ente per le Antichità della provincia di Salerno la collocò su un cippo dal profilo schiettamente monumentale, qual ricordo ai passanti7. La numerazione delle città e le loro distanze presentò comunque delle imperfezioni di calcolo già all’origine: alcuni numeri furono infatti modificati direttamente sul posto, ad esempio quelli relativi al calcolo in miglia da Cosentia a - 20 - MARCO AMBROGI Valentia ed alle successive stazioni8. Sul significato dell’epigrafe e sulla dibattuta questione del pretore e del luogo di cui si narra nel testo, mi soffermerò oltre, ma basti ribadire che una delle tesi più accreditate vede la costruzione del Forum Annii lì dove sorgeva la lapide, oltre al dato di per sé molto significativo che il monumento pare esser coevo alla strada, costruita sullo scorcio del II sec. a. C.9. A ciò bisogna aggiungere che nel Vallo di Diano non esisteva solamente la via Regio-Capuam, ma vi confluivano anche altre strade di passaggio o ve ne terminavano altre secondarie. A conferma di ciò credo utile inserire un passo dello storico locale Curcio-Rubertini: “Nell’allineare il Tanagro da Tegiano a Polla fu scoperta attraverso il nuovo canale, alquanti metri sotto l’attuale livello della Valle, l’antica via romana che da Pesto metteva ad Atina e si congiungeva all’altro ramo che veniva per la Valle del Tanagro bene definire le particolarità di questo tipo di assegnazione agraria. La centuria, il cui nome presuppone una suddivisione in cento parti e quindi in prima analisi l’attribuzione a cento cittadini, ha alla base della sua modularità l’heredium, ossia il lotto trasmissibile per eredità. In effetti la centuriazione venne applicata per organizzare la vita associata di una nuova comunità che si insediava su un territorio conquistato o acquisito, preparando l’occupazione stabile di una zona con l’insediamento sia nei centri urbanizzati che nelle campagne: un’esigenza dapprima tecnicopolitica, poi divenuta schiettamente sociale con la migliore redistribuzione della ricchezza12. La proposta agraria di Tiberio Sempronio Gracco dell’anno 133 a. C., aveva quale intenzione primigenia, quella di recuperare nelle aree centro-meridionali italiane l’agro pubblico, occupato legalmente o meno dai ceti possidenti romani e italici, per una migliore redistribuzione da Salerno. Questa scoperta naturalmente fa pensare che il livello della Valle dianese più anticamente doveva essere assai più basso dell’attuale e che la Valle si è andata man mano colmando coi materiali portativi dalle continue alluvioni e dai torrenti che scendono giù dai versanti laterali, dalla catena degli Alburni a destra e da quella della Maddalena a sinistra.10 La strada descritta dallo storico dovrebbe coincidere con l’antico transito, in uso già dall’età dei Greci, che passava per il Vallo di Diano attraversando il Tanagro tra Polla ed Atena Lucana. Nell’anno 133 a. C. venne approvata la Lex Sempronia Agraria con la distribuzione di appezzamenti di terreno ai coloni e la conseguente frammentazione dell’ager publicus: a questa seguì la Lex Agraria di Caio Gracco nel 123 a.C., che però non ebbe assegnazioni di terreno; in questo frangente si deve collocare il primo impianto del Forum, intitolato a Popilio (o ad Annio), che il Marzullo deduce dall’Itinerario Antoniniano, dalla Tavola Peutingeriana e dall’Anonimo Ravennate11. Prima di affrontare un discorso analitico sulla storia della centuriazione nel Vallo di Diano è Carta dei ritrovamenti dei termini graccani. in piccoli lotti ai proprietari, al fine di ricostruire la classe dei contadini; in effetti la situazione delineata fino a quei tempi proponeva un modello agrario di grandi aziende agricole che occupavano la parte maggiore dell’agro pubblico coltivabile, affiancando alle poche colture il pascolo, più remunerativo13. In quest’ottica va compreso l’assetto territoriale e sociale che si profilò agli occhi del ribelle Spartaco e del ministro Cassiodoro, secoli dopo, che nel Vallo di Diano ebbero modo di osservare le grandi estensioni di terreno dei latifondi, in mano a pochi proprietari. La centuriazione - 21 - SALTERNUM graccana nel Vallo di Diano, pur avendo un ruolo basilare nell’assetto del territorio agricolo, osservabile ancora oggi, costituì a livello sociale una meteora di speranza per i piccoli proprietari, che nel tempo di qualche secolo dall’applicazione della Legge Agraria, videro ristabilire una situazione di occupazione terriera pregressa. Per ciò che concerne l’applicazione della Legge dei Gracchi, si voleva ricostruire, nel Meridione d’Italia, l’assetto già dato in Cisalpina, con le piccole aziende unifamiliari a coltura mista, autosufficienti o tali. Alla luce dei rinvenimenti attuali potremmo dire, per casualità o forse per reale congiuntura degli accadimenti storici, che il Vallo di Diano fu un territorio L'Elogium di Polla. Sezione del ponte di Polla (da documenti dell'Archivio di Stato di Salerno). preferito e sperimentale per la riforma graccana; in effetti molti dei termini lapidei della prima centuriazione sono stati ritrovati in questa zona o in aree contermini, il che dimostra che almeno in origine la vallata del Tanagro conobbe le prime suddivisioni graccane, anche se poi, sul terreno centuriato vi si impiantò la grande azienda (o meglio vi ritornò), sfruttando in effetti l’organizzazione agrimensoria del terreno precedentemente realizzata con finalità opposte. Principi e metodi della centuriazione La finalità della centuriazione14 prende avvio sostanzialmente dalla politica di ricompense in terreni ai veterani cesariani, triumvirali e poi augustei (alcuni di origine cisalpina) che sistemò al Nord ed al Centro-sud, decine di migliaia di soldati; questi dopo lunghi anni di servizio reso a Roma durante le guerre civili, ritrovavano nel ritorno alla terra le radici della cultura del fondo di proprietà15. Con l’originaria politica di assegnazione, si creavano nuovi poli di attrazione per le popolazioni locali e la maggiore controllabilità dei centri urbani esistenti; in questo modo promuovendo la romanizzazione si risolvevano le situazioni critiche delle zone pericolose, un nuovo modo di razionalizzare la politica e l’amministrazione dell’esercizio del potere, sistemando la natura dei luoghi e valorizzando economicamente le risorse del territorio con innovazione di tecniche di conduzione agraria16. In quest’ottica va compresa la fondazione del foro di Polla, che ebbe il merito di attrarre i coloni e gli indigeni dal punto di vista sociale e mercantile. Per ciò che concerne la suddivisione metrica delle centurie possiamo osservare in primis che l’orientamento di queste era costante e preciso, con linee planimetriche ortogonali ed una metratura basata sull’unità e sui moduli romani, principalmente l’actus di 120 piedi; il venir meno di uno di questi fattori nello studio dell’assetto centuriato conduce a falsi problemi per la ricostruzione dei reticoli della centuriazione, le cosiddette perticae, il sistema base delle delimitazioni romane17. La misura delle centurie nello studio attuale non ha però una definizione rigidamente delineata, infatti i moduli spesso variano dai 703 ai 705 metri per le primitive cen- - 22 - MARCO AMBROGI turiazioni (dal III al I secolo a. C.) ai 706-710 metri per le centuriazioni della fine della Repubblica e dell’Impero18. Con le suddivisioni centuriate si passa così dal paesaggio naturale primigenio al paesaggio “misurato”, dei primi insediamenti stabili, del disboscamento e della razionalizzazione del suolo. Da questo principio potremmo affermare con certezza che i primi a realizzare questa modifica del paesaggio, almeno in Italia, non furono i Romani, bensì i coloni della Magna Grecia. Infatti le primitive forme di suddivisione agraria si sono rinvenute a Metapontum, colonia greca dello Ionio, con la creazione di lotti allungati in modo perpendicolare alla linea di costa, entro le foci dei fiumi Bradano, Basento, Cavone e Agri e tra le città di Metapontum ed Eraclea19. Quindi anche se il termine centuriazione è tipicamente latino, le città della Magna Grecia adottarono in precedenza un sistema di divisione del territorio analogo e non è da escludere che anche nel Vallo di Diano, quando si parla degli esperimenti di bonifica da parte delle popolazioni locali, siano avvenuti tentativi razionali di suddivisione del terreno agricolo. I Romani poi esemplificarono le esperienze greche, applicando le suddivisioni agrarie al territorio italiano ed europeo. Oggi il caso meglio studiato di centuriazione è quello che riguarda la Pianura Padana, perché offre un’originalità di impianto, poco modificato successivamente all’epoca dei Romani e ben conservato fino ad oggi. La base delle operazioni di suddivisione dall’estrema razionalità era comunque preceduta da una ritualità del tutto particolare che presupponeva la conoscenza della suddivisione religiosa del cielo (templum) secondo l’esperienza etrusca: il nord era definito pars postica, mentre il meridione pars antica; l’est era considerato familiaris, l’ovest hostilis. I coloni (colonus dal latino colere, coltivare) nel corso dell’insediamento su un territorio, erano considerati dei veri e propri militari, per cui le spese rientravano in quelle dell’esercito romano20. Alla suddivisione tipicamente italica per strigae et scamnae (lotti rettangolari) si sostituì ben presto la forma di partizione quadrangolare con le singole aliquote di assegnazione, definite acceptae o sortes, per mezzo dei limiti intercisivi (linee separatorie) ossia i confini tra le proprietà atti anche al passaggio degli scoli delle acque. Questi limites intercisivi (ai cui angoli erano posti i clusarii ossia i termini di chiusura della centuria) avevano la stessa direzione dei decumani ed erano realizzati con muretti, fossati o filari. Spesso la geomorfologia del territorio, non ben interpretata inizialmente, finiva col modificare l’assetto stesso della centuriazione o, secondo altre versioni, le riassegnazioni ad altri coloni modificavano la sistemazione precedente: queste tracce sono spesso visibili nella moderna cartografia o nelle vedute aeree. Gli assi di un sistema centuriato venivano influenzati dal corso dei fiumi, dalla linea costiera e dall’aspetto geofisico in generale di un territorio, poche volte invece da una strada di lungo percorso, che spesso si limitava a interrompere l’assetto di partizione, anche per evitare elevate spese di costruzione della via stessa (ponti, rilevati e trincee erano le opere stradali più onerose) in zone con terreno cedevole o roccioso. Lo gnomone e la determinazione del Nord. L'actus e la sua determinazione. - 23 - SALTERNUM Le operazioni degli agrimensori ci vengono descritte in vari testi, anche se le fonti più attendibili e precise sono quelle di Igino Gromatico, con il Corpus Agrimensorum e di Vitruvio con il De Architettura. Suddividere il territorio non era impresa facile, soprattutto quando la quadratura di alcune aree imponeva il superamento di quote o dislivelli, come nel caso della fluminis varatio o della coltellatio, le due operazioni che prevedevano il superamento di un fiume o di parti collinose. Alla conferma dei punti di suddivisione venivano posti i termini graccani: cilindri di selce o pietra alti 4 piedi (a volte 4 piedi e mezzo) e del diametro di 1 piede (o un piede e mezzo), infissi nel terreno per due piedi e mezzo. Nella parte superiore dei termini era inciso il decussis che indicava la direzione del limes, oltre alla definizione del centro della pertica con l’indicazione della posizione corrispondente a determinati cardi e decumani. Sul bordo La groma ed il suo utilizzo. Le subsecivae (da un testo antico riportato nel Catalogo della Mostra sulla centuriazione di Modena). il termine presentava una scrittura in corrispondenza del decussis superiore con l’indicazione degli autori della limitazione. Alcuni termini venivano realizzati in legno (quercia, ginepro, olivo), mentre altri erano muti; quelli di età neroniana o traianea erano di forma parallelopipeda. Nei termini campani figurano i Tresviri Agris Iudicandis Adsignandis (gli autori della limitazione) i cui nomi sono incisi sul bordo del cilindro. La figura dei tresviri presuppone anche l’operazione delicata del sorteggio dei lotti e della loro registrazione ai fini fiscali, fase finale di una sequenza che poneva le sue basi nei riti di fondazione ad opera degli auguri. Una volta assegnati i lotti di terreno, la manutenzione di questi comportava la creazione di opere accessorie quali le fossae finales o communes (di confine), riempite di ghiaia o vimini intrecciati e pareggiati con terra. Lo scolo delle acque era assicurato dalle canabulae e dalle novercae, rispettivamente le cunette di scolo per prosciugare i campi acquitrinosi ed i canaletti costruiti con embrici e coppi per lo scolo delle acque nei campi sottostanti. La manutenzione di entrambi era affidata ai singoli proprietari, l’intasamento per trascuratezza o per mancata pulizia, che comportavano inondazioni e guasti ai terreni, erano inadempienze gravi al pari della violazione delle linee di confine. Alcune parti del territorio in zone acquitrinose o impervie non erano centuriate, i cosiddetti subseciva costituivano così delle enclave tra territori centuriati e ci offrono un’immagine reale della situazione riscontrabile nel Vallo di Diano in età Repubblicana, con il fondovalle in adiacenza al fiume ancora parzialmente bonificato. Nella centuriazione della Valle del Tanagro appare di fondamentale importanza il foro di Polla, quale raccordo ed attrazione per i coloni viritani (da viritim: singoli assegnatari) che erano veterani dell’esercito (a riposo) stabilitisi in zone già pacificate (in aree di frontiera pericolose non avrebbero potuto difendersi da soli) in coabitazione con i coloni di origine diversa (romani, latini, alleati, ecc.). L’ager publicus poteva essere concesso in uso dallo Stato ai privati o per la coltivazione o per il pascolo, con il pagamento di un canone; questo è ciò che avveniva nei primi - 24 - MARCO AMBROGI tempi delle assegnazioni, poi fu lo stesso Stato a porre dei limiti, perché si stava assumendo una dimensione di scarsa e precaria equità fiscale, con aumento preoccupante delle dimensioni di aziende agricole ed un ampliamento dell’allevamento transumante: i due fattori contribuivano a far declinare la piccola proprietà, proletarizzando i ceti contadini. Con la proposta di Tiberio Gracco del 133 a. C. si mirava al recupero dell’ager publicus arabile occupato dai ricchi privati oltre i limiti imposti dalla legge, nel tentativo di ridistribuirlo ai piccoli proprietari nei lotti. Il fine era quello di ricreare una classe sociale da cui trarre soldati per Roma. L’amplissimo processo della ristrutturazione agrimensoria dei terreni partì così proprio dall’Italia centro-meridionale, anche se poi finì con l’assumere un significato di tipo eversivo: Caio Gracco andò oltre le mire del fratello Tiberio e fallì nell’impresa originaria. Di quel lodevole progetto rimasero comunque i fondamenti agrari della partizione, la quale è oggi ravvisabile, in territori come il Vallo di Diano, oltre che dalle tracce catastali e cartografiche, da una serie di toponimi presenti sul territorio. Le contrade “Barra”, “Palazza”, “Limitone”, solo per fare un esempio, rinvenibili nelle campagne di Polla, Atena Lucana, Sala Consilina e Padula, sono parte di quel grande progetto dei Gracchi che qui nella vallata del Tanagro ebbe grande risonanza. Altrove, dove lo studio della centuriazione è ben definito, gli indicativi di verifica dell’assetto centuriato si basano sui prediali (da praedia, fondi) che terminano in –ano o –anum o dai nomi di gentes. Se inizialmente divenire ager publicus era per un territorio una severa punizione di Roma, con la demanializzazione da parte dello Stato e il pagamento del vectigal (imposta), questa forma di razionalizzazione del territorio assunse, tramite la centuriazione, una forma di governo di tipo sociale ed economico dalle forti valenze21. Prime indagini storiche Delineare una storia della centuriazione nel Vallo di Diano e nei territori limitrofi non è opera semplice, perché lo studio va integrato con i riferimenti topografici, che spesso sono labili e poco chiari; se poi inseriamo nel nostro discorso le tracce della ripartizione agraria della prima metà del Novecento, avvenuta nel Vallo di Diano, il mosaico ricostruttivo della divisione agraria romana si fa ancora più complesso. Secondo la tabella miliare di Polla, l’ager publicus, prima occupato dai pastores, fu ceduto agli aratores22; questa definizione accompagna anche il riferimento al foro costruito nei pressi della tabella, il che equivale ad introdurre un altro aspetto della storia urbanistica romana, quello della costruzione dei vici attorno ai fora anche per provvedere alla manutenzione della stessa via militare in costruzione, da parte dei L'angolo inferiore destro del Lapis Pollae con l'indicazione del foro. possessori dei lotti di terreno23. Questa scelta avvenne a scapito dei federati italici, a cui fu precluso il vantaggio di nuove divisioni ed a favore dei cittadini romani, anche se Popilio (?) aveva assegnato le distribuzioni lungo il Tanagro a beneficio dei federati24. Su questo riferimento dovrebbe basarsi l’assunto di vari studiosi, tra cui Elena D’Alto25 sulla presenza in Atina di famiglie il cui nome è tipico delle genti laziali. Non meraviglia quindi che Volcei ed Atina, pur essendo civitates foederatae e possedendo, quali prefecturae, la civitas sine suffragio, videro privarsi della possibilità dell’assegnazione dei lotti di terreno in contiguità della via26. Le frequenti condizioni di scarsa fiducia verso Roma o l’essenza stessa della bellicosità dei Lucani, costituì un probabile pretesto per la privazione di un diritto importante per gli indigeni, di ripartire le nuove terre centuriate tra i coloni forestieri. All’interno dell’assetto - 25 - SALTERNUM strada consolare a Tito Annio Lusco, console nel 153 a. C. La difficoltà delle ricerche su questa tematica si origina innanzitutto dalla confusione tra il Forum Popili della Tabula Peutingeriana e il Forum Anni citato in altri itineraria romani31. In questa località giunse Spartaco trovandovi occasione per colpire i proprietari delle estese possessioni fondiarie e attrarre gli schiavi scontenti. Il foro si trovava allora nell’ager di Volcei ed in Campo Atinati, ma dipendente amministrativamente dalla prima città. La villa rustica romana di Atena-Brienza in un disegno dell'autore. L'edificio era un tipico esempio di costruzione rurale nell'agro centuriato di media estensione. centuriato ebbe molta importanza la costruzione del foro, sul quale venne posta in bella mostra e sormontata dalla statua del costruttore della via, l’Elogium. In effetti nei fora sorgevano vari piedistalli con le statue di illustri personaggi con gli elogi delle loro imprese, prova ne è anche l’appellativo ad Statuam presente nella pietra miliare di Polla, che doveva indicare la presenza di una scultura, forse lo stesso Popilio, a un punto intermedio della strada da lui fatta costruire. In effetti l’iscrizione di Polla è anche un’autocelebrazione del costruttore della via in uno dei siti archeologici identificato con il pagus forensis, citato nel titolo epigrafico di Volcei del 323 d. C. (In effetti il foro dell’elogio dovrebbe corrispondere con certezza al pagus citato nell’iscrizione murata alla base del castello medioevale di Buccino)27. La presenza del foro di Polla costituiva anche uno snodo viario per l’intera alta Valle del Tanagro; difatti la via che, andando verso sud-ovest, attraversava il ponte insistente, oggi come allora, sul fiume Tanagro, costituiva un ramulus verso il municipium di Tegianum ed attraversava i territori degli attuali paesi di Sant’Arsenio, San Pietro al Tanagro. Del tracciato alternativo, di cui fa menzione, anche se in forma di ipotesi, il Marzullo28 ne ho fornito un’ipotesi nel mio lavoro su Sant’Arsenio29, che prevede una ripartizione centuriata anche nell’agro del paese, ai confini con Polla. Sul forum un contributo fondamentale di studio è stato offerto da Vittorio Bracco30 con la rivendicazione (ripetuta spesso in altri suoi scritti) della paternità dell’Elogium e quindi della I toponimi ed i termini graccani I termini graccani in Italia Meridionale riportati dallo studio del Marzullo sono otto in totale e tre provengono dal territorio del Tanagro; le colonnine erano degli strumenti utili all’indicazione delle centurie nelle assegnazioni dei triumviri e le tre dell’area tanagrina sono del 131 a. C.; quella di Sala Consilina, descritta anche dal Mommsen nel Corpus Inscriptionum Latinarum, è senza indicazione gromatica ossia senza le coordinate della sua posizione originaria32. Dall’analisi topografica e dalla presenza di un ulteriore termine graccano, il sito centuriato di Sicignano degli Alburni risulta di particolare importanza per la definizione dell’assetto agrario delle microaree pianeggianti, valido esempio per la definizione di tracciati e suddivisioni agronomiche anche in piccoli pianori montani contigui al Vallo di Diano33. Nel 1929 il Marzullo rinvenne a Zuppino, frazione di Sicignano degli Alburni, in località S. Andrea, un termine graccano riportante ancora il vertice con l’indicazione gromatica: D XIII – K I, ossia tredicesimo decumano e primo cardo, che formavano l’angolo esterno di una centuria; il termine dalle dimensioni di 0,61 metri di altezza per 0,55 metri di diametro, coincideva con l’assetto classico del sistema di orientazione che prevedeva il cardo rivolto da est ad ovest e coincidente con la strada34. Ancora oggi la ricerca sulle assegnazioni graccane, dopo interessanti studi sull’argomento, pone alcune incertezze sui limiti ed i momenti delle ripartizioni35. Il termine di Sicignano, quando fu ritrovato, era l’ottavo dell’intero territorio italico. Degli altri sette termini ritrovati all’epoca del - 26 - MARCO AMBROGI Marzullo in area campano-lucana (altri si rinvennero nel Piceno), tre provenivano dall’agro di Aeclanum e Compsa e sono datati al 129 a. C. secondo il Mommsen e al 123 secondo il Carcopino; due fanno riferimento all’area campana di Sant’Angelo in Formis e Capo di Conca (nell’antico territorio di Suessula) ed altri due provengono dalla Lucania: Polla e Sala Consilina36. Sappiamo bene che a questi, almeno in Lucania sono da aggiungere i termini di Auletta, Atena Lucana ed un altro di Sala Consilina. Mentre i termini apuli sono a confine delle possessiones veteres (tra l’agro pubblico e quello privato), quelli campani e lucani invece dividono l’agro centuriato (assegnazioni coloniarie o viritane), cioè sono dei termini posti agli angoli delle centurie per delimitare i confini e le posizioni rispetto alle altre centurie, comprese nell’ager divisus et adsignatus con indicazioni gromatiche incise sugli stessi termini. I riferimenti graccani della Campania e della Lucania del 131 a. C. sono da attribuire ai triumviri Caio Sempronio Gracco e Publio Licinio Crasso, dimostrando l’intera applicazione della Lex Sempronia Agraria del 133 a. C. in queste aree. Solo i territori campano-lucani hanno restituito termini che attestano le assegnazioni di Caio Gracco nell’applicazione della legge del fratello Tiberio, operazione, che come abbiamo già accennato portò a nefaste conseguenze per il tribuno, che si scontrò con il partito conservatore degli optimates ossia i ricchi latifondisti dell’ordine senatorio e consolare e venne ucciso37. Una citazione del tutto particolare sulle limitazioni della centuriazione è quella del Pais, nel Liber Coloniarum: “IN PROVINCIA LUCANIA PREFECTURAE, ITER POPULO NON DEBETUR./ VULCEIANA, PESTANA, POTENTINA, ATENAS ET CONSILINE, TEGENENSIS. QUADRATE CENTURIAE IN IUGERA N. CC./ GRUMENTINA. LIMITIBUS GRACCANIS QUADRATIS IN IUGERA N. CC. DECIUMANUS IN ORIENTE, KARDO IN MERIDIANO./ VELIENSIS. ACTUS N. XQ PER XXV.”38 Da questo riferimento desumiamo le forme delle centurie. Infatti, nel territorio delle valli del Tanagro, anche i possedimenti delle prefetture con 200 iugeri di assegnazioni in una centuria, equivale al sistema base della partizione gromatica. Lo studio del Pais rivela che le prefetture non erano costituite da territori dipendenti dalle colonie o dai municipia, ma da località e territori in cui vi era la giurisdizione di un praefectus inviato dal praetor urbanus ad esercitare la giurisdizione in paesi e città di cives romani sine suffragio39. Ciò proverebbe il fatto che i diversi orientamenti centuriati rinvenibili Il termine graccano di Polla. Il termine graccano di Atena Lucana (Museo Nazionale di Napoli). nel Vallo di Diano ed in genere nell’area del Tanagro, debbono essere interpretati come appartenenti a diversi sistemi di partizione, all’interno dei limiti amministrativi delle prefetture. Con questo non mi riferisco solo all’evidente cambio di direzione della via consolare e della centuriazione tra lo Scorzo ed il Vallo di Diano, ma anche al leggero spostamento (orografico e cartografico) che si ha nell’analisi delle tracce di centuriazione tra i territori di Forum Anni (dipendente da Volcei il - 27 - SALTERNUM cui territorio confinava amministrativamente con Paestum ad occidente e con Atina a mezzogiorno), Atina e Cosilinum, per non parlare di Tegianum, che si trova sull’altra sponda del Tanagro. Il termine di Zuppino è uno dei pochi con indicazione gromatica che precisa in modo esplicito il suo posizionamento all’interno del sistema di pia. In effetti nell’ager centuriatus la ripartizione avveniva solo nell’agro pubblico per poi poterlo assegnare in modo viritano o coloniario, da parte di magistrati a cui era demandata l’adsignatio in virtù di una legge agraria o coloniale. L’agro centuriato era poi solo in parte assegnato; infatti l’esiguità dei coloni in determinati territori, rispetto alla vastità della colonia stessa, potevano far scaturire una limitata partizione agraria, così come avvenne per le adisgnationes viritariae (cioè individuali), che estesero il suolo utile all’agricoltura in modo superiore ai pochi agricoltori presenti sui territori interessati40. Sul sistema di orientazione i gromatici preferirono orientare il cardine in direzione nord-sud, anche se altri sistemi posizionarono il cardine diretto verso est-ovest. Questa seconda scelta per il Mommsen è la più antica e riferibile all’età dei Gracchi; poteva perciò capitare che due territori limitrofi, soprattutto in aree con orografia accentuata, avessero sistemi di orientazione diversa. Anche se per Frontino porre il cardine a mezzogiorno ed il decumano a oriente era contra ragionem, il territorio di Grumentum adottò proprio tale scelta41. Secondo il sistema di partizione dei 200 iugeri (50 ettari circa) della Lucania e nella testimonianza diretta di ritrovamento del termine graccano, lo studio di Guariglia e Panebianco offre uno spaccato chiaro ed esaustivo del posizionamento secondo i cardini ed i decumani della centuriazione dell’area di Zuppino e di parte del Vallo di Diano. Il ritrovamento del termine di Sicignano dimostra l’esistenza di un assetto centuriato ben strutturato ed ampio anche in una zona accidentata. La località di Zuppino corrisponde alle Nares Lucanae citate da Cicerone nella lettera scritta ad Attico nel momento dell’esilio. In questo territorio non fu possibile delimitare una centuria quadrata di 200 iugeri, ma fu eseguito un subsicivium, ossia una centuria dimidiata per il passaggio della via pubblica42. La strada seguiva la direzione del cardine massimo o si identificava con esso, probabilmente gli agrimensori in questo territorio si sono serviti della via stessa come cardine massimo per comodità, in analogia ad altre zone d’Italia. L’Alburno segnava ad oriente il confine della prefettura di Paestum, quindi il termine era in una delle ultime centurie di Volcei. La precisione dello studio di Guariglia e Panebianco rivela che la distanza tra il sito del rinvenimento (13° decumano) ed il punto in cui la via per superare il Tanagro volge a sud, ne perde l’orientamento diventandone decumano e determina esattamente 13 centurie43. Nel 1936-37 fu ritrovato il termine di Sala Consilina nelle vicinanze della chiesa di San Sebastiano, a nordovest dell’abitato. Il documento era stato già segnalato dal Mommsen: “Sotto Sala, alla via consolare, contrada Barro, sotto al casino dei Sabini verso Padula” (lo stesso forse del Brunn che vi lesse …INI…/III. VIR. A/). Il termine ritrovato nel 1936 era completamente nascosto in un angolo, prospiciente la Via Nazionale, di un muro di cinta di un fondo privato, in situ ed orientato. Per questo termine (anche se il posto indicato era diverso) il Mommsen riportò l’indicazione dedicatoria di questo termine: C. Sempronius ti. f. grac./ AP. CLAVDius c. f. polc./ P. LICINIVS. p. f. cras./ III. VIR. A. I. A.44 che riporta il nome dei tresviri, i quali con Caio Gracco nel 131 a. C. operarono le assegnazioni. Ci troviamo in questo caso con un orientazione simile a quella di Volcei, dato che il termine riporta la posizione del 5° cardine a sinistra e del decumano massimo. Altri dati importanti, secondo quanto sopra riportato (riferimento del Pais) è che in Lucania le vie costituite dai limites non erano aperte al pubblico, tranne che agli actuarii. un assetto con limites indicativi e non praticabili. Il tracciato della Regio-Capuam seguiva qui la statale SS. 19 delle Calabrie ed il ritrovamento avvenne in una via vicinale. Con il termine di Atena Lucana (ritrovato nell’anno 1897 ed a - 28 - MARCO AMBROGI cui manca l’indicazione del decumano) conservato al Museo Nazionale di Napoli, ci troviamo di fronte ad un assetto centuriato ben definito con l’esatto collocamento dei due termini (settimo cardine per il termine di Atena). Tra i due termini esistevano sette centurie ultra cardinem e 5 citra cardinem, il territorio della prefettura di Atina seguiva quasi lo stesso sistema di orientazione di Volcei perché la via separava le due prefetture e quindi non vi era confusione tra i due territori. La via poi costituiva il decumano massimo nel Campo Atinate e il limite di distanza tra i due termini veniva ad essere di 550 piedi, ossia la quarta parte della lunghezza dell’intero limite del lotto (acceptum); due centurie erano quindi divise in quattro lotti rettangolari di 50 iugeri ciascuno. Il riferimento costituisce la prima indicazione della misura assegnata dalla Legge Agraria nel 133 a. C. La differenza dai 550 piedi ai 600 previsti è definita dal fatto che i lotti prossimi alle larghe strade erano di minore estensione, ossia vi venivano detratte le larghezze della strada pubblica. Dunque nel Vallo di Diano i lotti previsti erano quadrati di 50 iugeri (circa 12,5 ettari), così come nel resto della Lucania romana, a differenza di quanto detto dal Mommsen, che ne aveva indicato l’estensione a 30 iugeri, indicazione ripresa da tutti gli altri studiosi che avevano seguito le sue note storico-archeologiche45. La casistica. Le prime ipotesi di ricerca miranti ad una ricostruzione integrale dell’assetto centuriato del Vallo di Diano e della Valle del Tanagro in generale, pongono le basi di una ricerca analitica per singole fasi e luoghi, (al centro del presente scritto). Una veduta globale, pur se con tutti i limiti della ricerca storica cartografica, può venire alla luce dopo anni di studio e di applicazioni su carta dei principi e dei metodi della centuriazione. In questa prima analisi sono stati affrontati alcuni casi che costituiscono i primi tasselli di un più ampio mosaico ricostruttivo. Le aree prese in esame sono quelle di Sicignano degli Alburni ed esattamente della contrada Scorzo, di Polla, del tratto tra Atena Lucana e Sala Consilina e del conseguente tratto verso Padula. In altri lavori46 dello scrivente si è Tracce di centuriazione nell'area del forum. affrontata anche l’analisi di assetti centuriati nell’Ager Tegianensis ed in modo particolare nelle zone di contrada Pozzo (tra Sant’Arsenio e Polla) e contrada San Marzano (a San Pietro al Tanagro), che hanno restituito interessanti spunti per ulteriori ricerche di approfondimento. Il primo territorio della Valle del Tanagro che l’antico visitatore ritrovava nel percorso verso sud della Consolare, erano le Nares Lucanae, nelle quali i Romani diedero avvio alle prime esecuzioni di partizione agraria. Nello studio su base aerofotogrammetrica in scala 1:25.000, il primo impatto che si ha nell’analisi delle tracce è quello di una molteplicità di orientamenti degli assi ortogonali, che fanno prevedere diverse redistribuzioni di territorio, infatti nell’area a nord del valico dello Scorzo, nel punto in cui la mappa indica la contrada “Corticelle”, il tracciato segue un andamento nord-est/sud-ovest, mentre poco oltre la borgata dello Scorzo, verso est, gli assi sono perfettamente orientati nordsud. Altre tracce in mappa nel camminamento verso est, indicano diversi scarti di orientamento, presupponendo il tracciato viario quale asse preferenziale. La mancanza di unitarietà potrebbe esser supplita da uno studio accentrato su cartografia in scala 1:10.000, che definirebbe in modo certo la consequenzialità delle tracce in un unico disegno unitario. Di certo è che nel tratto a nord dello Scorzo lo scarto eccessivo di orientazione rimanda alla supposizione che tale area potrebbe rientrare nella prefettura di Paestum, anziché in quella di Volcei (alla quale si uniformano le altre tracce secondo le orientazioni), confermando quanto ipotizzato prece- - 29 - SALTERNUM Tracce ortogonali di centurie nell'area del forum. Teggiano (SA) contrada San Marco, foto area. Agro centuriato tra Sala Consilina e Padula (SA). Foto area che evidenzia a dx l’area di Marcellianum. dentemente attraverso le indagini di Marzullo, Panebianco e Guariglia. La mancanza del termine ritrovato dall’illustre archeologo Marzullo negli anni ’30 nel suo sito originario47, non consente al momento di accertare la posizione dei limites, dell’orientazione della centuriazione e di eventuali subsecivae di separazione48 tra i limites stessi, che in un territorio dall’orografia acciden- tata come questo, non sempre possono essere rispettati. Tra l’area delle Nares ed il Forum, come abbiamo visto, la via Consolare subiva un deciso scarto di percorrenza passando dal cardo massimo a un decumano. Se allo Scorzo la via costituisce l’elemento più indicativo della partizione centuriata, non è lo stesso caso nel Vallo di Diano, dove in alcuni punti la strada non tiene conto dell’ortogonalità dei limites. Nonostante i due territori citati appartenessero alla prefettura di Volcei, l’orografia del territorio e i forti dislivelli, oltre alla posizione del nord geografico diverso per l’assialità delle due vallate, condizionarono l’orientazione, che all’inizio del Vallo di Diano si presenta con i cardi ed i decumani orientati verso Nord nord-est e Sud sud-ovest. Nell’analisi della carta catastale in scala 1:10000 è evidente che i laterculi di centuria (la quarta parte) ebbero assegnazioni singole o forse furono generati da accorpamenti di divisioni più piccole, infatti, tranne che per l’area del Forum in cui si registra una maggiore presenza di tracce ortogonali a breve distanza, la maggioranza delle linee di studio sulla cartografia segue un passo medio di circa un quarto di laterculus. L’area presa in esame è quella che si pone tra la partizione agraria di epoca fascista ed i primi rilievi della Maddalena, occupando la fascia pedemontana in cui furono impiantati anche i centri minori della vallata ed i pagi. Un esempio di ciò è l’attuale borgo di Sant’Antuono che la tradizione storica pone sulle vestigia di Rustillanum. Uno studio approfondito si è rivolto all’area del borgo San Pietro di Polla, che sorge sull’antico Forum Anni. In effetti non solo le tracce catastali, ma anche quelle viarie indicano la presenza di un ben congegnato assetto quadrangolare, evidente dalla carta 1:10.000 catastale e 1:25.000 aerofotogrammetrica. La Via Consolare incrocia ad angolo retto la stradina che dalla chiesa di San Pietro (davanti alla quale fu ritrovato il podio con scalinata di un tempio) scende giù verso il moderno abitato di Polla e va a congiungersi in modo perfetto al ponte di origine romana che scavalca il fiume Tanagro. La parcellizzazione catastale ed il sistema viario indicano con certezza i limiti dell’antico foro, che probabilmente ebbe ad occupare un later- - 30 - MARCO AMBROGI culus di centuria integrandosi perfettamente con il sistema centuriato dell’agro contermine. Ci troveremmo, se le ipotesi fossero valide, in quella particolare condizione di continuità tra città ed agro centuriato, per cui l’area urbana è perfettamente inserita nel reticolo agrario; i limites della centuriazione avrebbero così i decumani coincidenti con le direttrici di collegamento tra la parte rurale ed il polo urbano. L’area dell’estensione del forum ci proverrebbe anche dalla presenza del mausoleo di Gaio Uziano Rufo (esterno all’abitato in quanto monumento funerario) posto (nel sito) ad nord-ovest del forum. Una prova certa dell’orientazione esatta è data anche dal ritrovamento recente di un tratto di strada, emerso nel corso dei lavori di ampliamento per l’ammodernamento dell’autostrada SalernoReggio Calabria. Il pezzo di strada lastricato in basoli di pietra di media dimensione (in cui si vedono persino i segni di usura lasciati dai carri) che il Bracco riporta al secolo XVIII49, ricalca un tratto viario più antico, che risulta parallelo al sistema centuriato delineato e perpendicolare alla Via Consolare (attuale Strada Statale n. 19 delle Calabrie). La via potrebbe essere un limes, anche in considerazione della sua larghezza (che risulta) di circa 2 metri (8 palmi), misura vicina agli 8 piedi previsti per le via pubbliche e private delle centurie. Lo scarto evidente dell’orientazione delle centurie tra Polla ed Atena è una prova ulteriore che il confine attuale tra i due paesi segnava i limiti delle prefetture di Atina e Volcei. In quest’area i toponimi rurali sono un ottimo indice della presenza storica di centuriazione, infatti ricorrono qui termini quali “Limitone”, “Barra”, “Limite del Pozzo”, “Taverna”, evidenti segni “scritti” della partizione agraria di epoca romana. Per ciò che concerne l’orientazione, ci troviamo qui in presenza di assi diretti verso ovest/nord-ovest con scarto di molti gradi nel goniometro orientativo di riferimento. Due microaree di studio, una posta a nord dell’abitato di Atena Lucana Scalo ed uno a sud, hanno rivelato (su carta catastale 1:10.000) rispettivamente una partizione in un laterculus di lunghe strisce di terreno (forse ripartizioni di epoche successive, probabilmente longobarde) e di evidenti actus quadrati, regolari e di buon numero, che proverebbero le primitive assegnazioni graccane. La partizione agraria cambia ancora orientazione nei territori di Padula, rimanendo costante in quello di Sala Consilina, evidente segno dell’altro limite di prefettura tra Atina e Cosilinum. In microaree di studio sotto gli abitati di Sala e Padula ricorrono ancora le partizioni in lunghe strisce di terreno, che rimandano ancora alla dominazione longobarda delle con- Tracce centuriate in agro di Sala Consilina. Padula (SA). Assetto centuriato nei pressi della Certosa di San Lorenzo trade, che frazionò ulteriormente il territorio diviso in epoca romana. Mentre nella maggior parte dei casi la Via Consolare non segue l’allineamento dei decumani delle centurie, nell’area posta tra il confine di Atena Lucana con Sala Consilina (in luogo prossimo al ritrovamento del termine graccano sopra descritto) la strada Regio-Capuam costituisce il riferimento più importante per lo studio delle centurie e prova che essa ne fu decumano massimo. Tale affermazione viene condivisa anche in analogia a - 31 - SALTERNUM Tracce nell'area della certosa di San Lorenzo. Centuriazione a San Marzano di San Pietro al Tanagro. Tracce centuriate allo Scorzo. quanto riportato negli studi di Guariglia e Panebianco, che in riferimento al termine graccano (non più in sito) estratto da un muro in contrada San Sebastiano di Sala, ipotizzano in questo punto l’assetto centuriato con la via quale asse maggiore. Sappiamo bene dagli studi del Bracco (La Valle del Tanagro durante l’età romana) che la via non costituì l’asse maggiore della centuriazione per tutto il Vallo di Diano, sia in conseguenza di una prassi, resa evidente anche da studi in altri territori d’Italia, che dalla poca economicità che una tale scelta poteva comportare; infatti come già detto, l’adattamento di una via consolare alle condizioni del terreno, condizionavano pesantemente i costi, con la realizzazione di viadotti e infrastrutture di contenimento, dalla difficile resa e manutenzione. Anche per l’area di Marcellianum siamo in presenza di tracce evidenti di partizione ortogonale, anche se tali indicazioni proprio in contiguità al battistero di San Giovanni in Fonte si fanno rade o scompaiono, segno che la frequentazione dell’area in età medioevale cancellò in modo quasi definitivo le tracce più antiche. Il ritrovamento di un tratto di strada romana50 (non lastricato ma in terreno battuto), lungo la via detta del Procaccia, proprio alle spalle del battistero, conferma sulla carta la presenza dell’orientazione centuriata stabilita, in analogia al territorio contermine. Ricostruzione dell’assetto centuriato La centuriazione nel Vallo di Diano avvenne sui due versanti della valle, seguendo le linee di pendenza del terreno ed i valloni delle acque. La sua disposizione è orientata in posizione nord-ovest/ sud-est nel tratto compreso tra Polla e Sant’Antuono, territorio che faceva anticamente parte di Volcei, leggermente ripiegata verso nord nel resto della vallata. La sua estensione si allargava al territorio collinare dei versanti scendendo fino a lambire i terreni paludosi, mentre dalle colline si estendeva in pochi punti su piccoli rilievi. In questi casi per la suddivisione del territorio centuriato si procedeva al metodo della coltellatio. Tratti di centurie, soprattutto dove il terreno era più accentuato in rilievi, erano lasciate al pascolo oppure erano solamen- - 32 - MARCO AMBROGI te divise in quattro quadranti di centuria. Da queste prime indicazioni su tasselli di un mosaico più ampio, dovrebbe partire il principio di una ricerca storico-archeologica ampliata, che veda non solo le istituzioni competenti, ma anche gli studiosi, affrontare un campo della ricerca storica che fino ad ora ha dato belle speranze ma pochi risultati. L’abbandono alle paludi della centuriazione, nel periodo tardoromano ed altomedioevale, coincise con il degrado del territorio stesso, la forza centripeta dei nuovi agglomerati medioevali trasformarono il reticolato quadrato dell’assetto romano in quello a stella di forma medioevale. Con la “cattura” dei limites sia da parte dei nuovi centri sorti in quei secoli, sia con i monasteri, i villaggi o le chiese importanti, che assunsero la funzione di nuovi poli aggregativi civili e sociali, si persero molte delle tracce del periodo romano. Ancora nell’Alto Medioevo, il funzionario di corte Cassiodoro, presente alla fiera di San Cipriano di Marcellianum poteva osservare gli estesi latifondi della vallata dianense, segno che i grandi appezzamenti di terreno avevano allora del tutto ricompreso, entro i loro limiti, le estensioni del progetto graccano originario della centuriazione. Nonostante ciò ancora oggi nei nomi, ma soprattutto nelle forme del nostro paesaggio, l’impronta datagli dalla centuriazione costituisce un aspetto prevalente da salvaguardare e studiare, alla luce non solo delle nuove tecniche di indagine di fotogrammetria aerea, ma anche dalle basi di conoscenza acquisite nel corso degli anni in altri territori interessati dalla centuriazione, in Italia e nelle antiche aree dell’impero romano. Foto aerea dell’area centuriata tra Atena Lucana e Sala Consilina (SA). - 33 - SALTERNUM NOTE Per i riferimenti alla città di Teggiano in età romana ed alle sue scoperte, pur con i dovuti riguardi storiografici d’attendibilità, cfr. S. Macchiaroli, Diano e l’omonima sua Valle, Ricerche storico-archeologiche, Napoli 1868, ristampa anastatica - con L’ambone della cattedrale di Diano, Napoli 1874 - Teggiano 1995. 2 CURTO, Notizie storiche sulla distrutta città di Atinum lucana, Sala Consilina 1901. 3 Uno studio completo sui materiali epigrafici e sulle evidenze dell’antica città è M.C. GALLO, La riscoperta di Cosilinum, Associazione Carthusianova, Salerno 2004. Approfondimenti su Cosilinum ed in generale sul Vallo di Diano in età romana si possono trarre dal catalogo a cura di M. ROMITO, Vecchi scavi, nuovi studi, sul Museo Archeologico Provinciale della Lucania Occidentale nella Certosa di San Lorenzo, edito a cura della Provincia di Salerno. In particolare si rimanda per la tipologia delle domus e delle ville di campagna a p. 121 e ss; 147 e ss. con gli studi sui ritrovamenti di strutture familiari in contrada “San Cristoforo” e “Campana”. 4 Sulle note della descrizione della Valle del Tanagro in età romana la fonte è: V. BRACCO, La Valle del Tanagro durante l’età romana, Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei, Anno CCCLIX 1962, Memorie, Serie VIII – Volume X, fascicolo 6, Roma 1962, pp. 428 - 480. Altri riferimenti di interesse per la globale comprensione delle vicende delle valli del Tanagro in età romana sono in A. FRASCHETTI, Età romana, le vicende storiche, in AA.VV., Storia del Vallo di Diano, vol. I, Età antica, Salerno1981, pp. 201 e segg. Per l’analisi epigrafica dei termini il rimando è: V. BRACCO, Inscriptiones Italiae, Volumen III – Regio III, Unione Accademica Nazionale, Roma 1974, p. 159 e segg. 5 GRUTER, Inscriptiones antiquae totius orbis Romani etc., Heidelberg 1603, tratto da A. Marzullo, L’Elogium di Polla, la via Popilia e l’applicazione della lex Sempronia agraria del 133 a.C., Salerno 1937, p. 4. 6 A. Marzullo, L’Elogium…, op. cit., pag. 4. 7 Ibidem; l’autore è dell’avviso che l’epigrafe sia stata ritrovata in loco e non ad Atena. 8 A. Marzullo, L’Elogium…, cit., p. 5. La lastra misura 0,70 x 0,74 m ed era incassata nel monumento antico scomparso. 9 Ibidem, p. 6. Il nome del personaggio elogiato e la sua carica, secondo il Marzullo, dovevano essere a lettere più grandi in un’altra parte della base onoraria, dispersa. 10 F. CURCIO RUBERTINI, Origini e vicende storiche di Polla nel Salernitano,Sala Consilina 1911, pp. 228 - 229. 11 A. MARZULLO, L’Elogium…, op. cit., pag. 8,9. In effetti nel 132 a.C. è effettivamente esistito il console P. Popilius C. f. Laenas; con l’operazione della Legge Agraria, l’Ager Publicus, allora, incolto venne tolto ai latifondisti e distribuito agli agricoltori per l’impianto di nuove colture. L’autore riporta due riferimenti storici importanti: IL CARDINALI negli Studi Graccani, ritiene che i triumviri abbiano avuto potere di distinguere la proprietà privata dall’Ager Publicus e per farne le misurazioni e le distribuzioni di terre demaniali, mentre IL CARCOPINO nei suoi Autour de Graques, Parigi 1928 (p. 219 e ss.) accerta che la distribuzione dell’Ager con forme dell’Adsignatio fosse di pertinenza della commissione triumvirale. Ibidem sopra, pp. 10 - 11. 1 12 Misurare la terra: centuriazione e coloni nel mondo romano, Nuova ed. aggiornata, Modena 2003, p. 23. L’interessante testo, alla base degli studi sulla centuriazione, riprende un primo catalogo, edito nel 1984 riferito ad una Mostra organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Modena, in coordinazione con il locale Museo Civico. 13 Ibidem, p. 25. 14 La descrizione dei metodi di centuriazione è desunta dalla dispensa del corso di Analisi della città e del territorio del prof. Giampiero Calza (Analisi del paesaggio agrario: la centuriazione), Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, Campus Bovisa, a.a. 2000-2001. Le note, con approfondimenti sul Vallo di Diano sono state riportate nella tesi di laurea dello scrivente, relatore il prof. Calza dal titolo Il Vallo di Diano, morfologia e fasi insediative, Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, a.a. 20022003. 15 Misurare la terra…, cit., p. 26. 16 Ibidem. 17 Ibidem, p. 40. 18 Ibidem. 19 Ibidem, p. 75. 20 Ibidem, p. 81. 21 Misurare la terra…, op. cit., per tutto ciò che concerne le indicazioni e gli spunti sulle forme e sui metodi della centuriazione. 22 A. Marzullo, L’Elogium…, op. cit., p. 11. 23 Ibidem, p. 12. 24 Ibidem 25 E. D’ALTO, Atena antica, Salerno 1985. 26 A. MARZULLO, L’Elogium…, cit., p. 12 - 13. 27 Ibidem, pp. 25 - 26; 35. Per ciò che concerne il foro di Polla. Per le stazioni della via Consolare cfr. ibidem, pag. 30 28 A. MARZULLO, L’Elogium…, cit., p. 32. 29 M. AMBROGI, Sant’Arsenio tra Medioevo ed età moderna, Sala Consilina 2006, primo capitolo. Nell’agro di San Pietro al Tanagro, in località San Marzano, il ritrovamento di frammenti di vaso con impresso il simbolo della Trinacria, fa supporre anche in loco la presenza di un villaggio o di una necropoli, che ebbe vita fino alla guerra medioevale del Vespro. 30 V. BRACCO, Il luogo di Forum Anni (In margine all’Elogium di Polla), estratto dal volume unico 1965-66 dell’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, Roma 1966. 31 Ibidem, pag. 153. 32 A. Marzullo, L’Elogium…, op. cit., pag. 13 e 14. Un altro termine fu rinvenuto ad Atena Lucana, mentre quello di Sicignano fu ritrovato dallo stesso Marzullo, così come l’altro di San Pietro di Polla.(nell’anno di scrittura del testo di riferimento). Il termine di San Pietro era senza iscrizione ed indicava i lotti (sortes o acceptae) assegnati all’interno di una centuria a ciascun agricoltore, secondo la previsione di larghi conferimenti di terreno a questa categoria di lavoratori. Ibidem, pag. 18. 33 Tra i paesi di Polla ed Atena Lucana, ma in territorio di Brienza, un vecchio sito di scavo archeologico, ha restituito le fondazioni di una villa rustica romana, di cui ebbi modo di parlarne nell’anno 2004 in “La villa rustica romana di Atena Lucana”, in Il Saggio, Anno IX, n. 95, febbraio 2004, pag. 7. - 34 - MARCO AMBROGI L’area tra Sala e Padula. In evidenza i segni ortogonali secondo il metodo francese. L'area tra Sala e Padula nella carta al 25.000 Sovrapposizione aerofotogrammetrico-centurie Grafico del reticolo centuriato. - 35 - SALTERNUM A. Marzullo, L’Elogium…, op. cit., pag. 14. La centuria dello Scorzo in questo caso era posta sul cardine massimo, sulla Via Popilia. Ibidem, pag. 31. 35 E. Guariglia-V. Panebianco, Termini graccani rinvenuti nell’antica Lucania, Salerno 1937, pag. 39. Le parole cippo e termine sono spesso confuse tra di loro, ma il primo è riferibile ad un monumento sepolcrale con iscrizione funebre o a uno dei segni a confine del sepolcro, l’altro invece è riferibile al confine agrario e territoriale. Ibidem, pag. 39, nota 2. 36 Ibidem pag. 40. 37 Ibidem, pag. 40 e segg., per i riferimenti ai termini ed alla loro collocazione. 38 Pais, Liber Coloniarum, I, pag. 209, 4L, pag. 1, riportato in E. Guariglia-V. Panebianco, Termini graccani, op. cit., pag. 42. 39 E. Guariglia-V. Panebianco, Termini graccani, op. cit., pag. 43. 40 Ibidem. 41 Ibidem, pag. 48, nota 2 e 3. 42 Ibidem, pag. 56 e 57. 43 Ibidem, pag. 57 e 58. 44 Ibidem, pag. 59 e 60. Gli autori correggono la dicitura in questo modo: C. Semp Ronius TI. f./ AP. CLAVDIUS C. F./ P. LICINIVS. P. F./ III. VIR. A. I. A. 45 E. Guariglia-V. Panebianco, Termini graccani…, op. cit., pag. 61-72 per tutto ciò che concerne i termini di Atena e di Sala Consilina. 34 Vedi nota 27. La conferma della mancanza del termine, trafugato, mi è stata data dal dott. Felice Pastore, direttore del Gruppo Archeologico Salernitano, al quale va il mio ringraziamento per il supporto alla presente iniziativa di pubblicazione del testo. Del Gruppo Archeologico Salernitano è anche un interessante studio sull’Archeodromo della Lucania Occidentale, ricco di immagini e spunti originali per una comprensione integrale della storia romana delle valli del Tanagro. 48 Sulla questione del subsicivium è d’accordo, per l’area di Scorzo, anche il Bracco, anche se inquadra il fenomeno come ritaglio di un assetto centuriato (V. BRACCO, Sicignano in età romana, in Appunti e documenti per la storia del territorio di Sicignano degli Alburni, a cura di C. CARLONE e F. MOTTOLA, Salerno 1988, p. 21. 49 V. BRACCO, D’una strada del Settecento tornata alla luce nelle campagne di Polla, in “Rassegna Storica Salernitana”, n. 44, Salerno 2005, pp. 237-243. 50 Il riferimento è ad un Convegno tenutosi in giugno a Padula, durante il quale sono stati presi in esame i primi ritrovamenti archeologici eseguiti dalla Soprintendenza di Salerno a cura della dott.ssa Anna Di Santo. 46 47 - 36 - NICOLA FIERRO Il tumulo di Caligola a Bisaccia A gli inizi del 1779 da Bisaccia fu inviato al re Ferdinando di Borbone il seguente esposto anonimo: «S(acra) R(egale) M(aestà )Sig(no)re I particolari cittadini della Città di Bisaccia, provincia di Montefusco, supplicando esponcono alla M(aestà) V(ostra), come da c(irca) tre Mesi addietro nel tenimento, o sia in un territorio del Secondo Eletto dell’Uni(versi)tà della me(desi)ma Città, chiamato Lorenzo, fu ritrovato una iscrizione in lingua latina col Tumolo, entro di cui vi stavano pezzi preziosi di antichità, e la dett’iscrizione dice così: Cajus Calicola quartus Romanorum Imperator confossus iacet, con altre parole, che al p(resen)te non si ricordono, benché in detta Città si sono fatte le copie, e tradotte per intero. Tutto ciò è publico, e trattandosi di antichità di un Tumolo d’un quarto de’ Imperatori de’ Romani douea il detto Amministratore [...] presente alla M(aestà) V(ostra), e si approfittato del tutto, e tuttavia smaltisce i pezzi antichi, e che sono di gran valore. E perciò V(ostra) M(aestà) potrà degnarsi se lo stima di ordinare al Preside Provinciale di Montefusco che appuri, o facci appurare il fatto notorio p(er) altro riscuotersi li pezzi antichi coll’iscrizione da chi li tiene, e rimettersi il tutto nel Vostro Regal Moseo, ut Deus...». L’esposto suddetto fu passato alla segreteria della Casa Reale, retta allora da Giuseppe Beccadelli Bologna, marchese della Sambuca. La segreteria, stando alla prassi burocratica, provvide a farne un ampio riassunto su carta, ora lacera e marcia, conservata nell’Archivio di Napoli. L’esposto fu riassunto in questi termini: «I particolari Cittadini di Bisaccia Prov(inci)a di Montefusco» Bisaccia Con memoriale non sottoscritto espongono di Pezzi di antichità [...] essersi due mesi addietro trovato in un territorio [...] del Secondo Eletto dell’Università di d(ett)a [...] Alla.... Città di Bisaccia un Tumolo entro di cui stavansi [...] venga in forma [...] pezzi preziosi di Antichità e sopra [...] valida [...] lo stesso un’ iscrizione latina d [...] none, cioè: Cajus Calicola quartus Romanorum [...] Imperator confossus jacet, [...] 2 / 19 Marzo 79 [...] do [...] [...] L’a [...] ma che asserisce trovarsi trascritta per intero, e correrne varie copie per quella Città. Dice inoltre che il soprano(mina)to Eletto in vece di di dare conto al Sovrano di questo ritrovamento se n’era approfittato per sé, con smaltirne diversi pezzi di gran valore. Conchiude proponendo di darsi gli ordini al Preside di Montefusco di appurare la verità, e farne relazione per potersi da S(ua) M(aestà) risolvere quel che più gli sarà in aggrado». La doppia data (2/19 Marzo 79), apposta in calce al documento sta forse a indicare che, per disposizione del Ministro, il 2 marzo fu fatto il riassunto del memoriale, ma questo solo il 19 marzo fu spedito all’università (= Comune) di Bisaccia. Non fu incaricato, a quanto pare, il Preside Provinciale di Montefusco di svolgere una inchiesta sul ritrovamento, ma furono chieste informazioni direttamente al Sindaco di Bisaccia, che allora era Errico Zicola. Dagli atti notarili del 1779, depositati presso l’Archivio Storico di Avellino, risulta che gli amministratori - 37 - SALTERNUM Fig. 1 - Gaio Cesare Augusto Germanico, detto Caligola, in età giovanile. Fig. 2 - Gaio Cesare Augusto Germanico, detto Caligola, in un ritratto ufficiale. del Comune nel 1779 erano: il Sindaco, il «Magnifico Errico Zicola», Francesco Ascanio Maffei (1° Eletto), Francesco Giuseppe Cafazzo (2° Eletto), Francesco Tartaglia (3° Eletto), Carmine Morano (4° Eletto). Il fascicoletto relativo alla tomba di Caligola termina col memoriale inviato al Sindaco di Bisaccia. Quale fu la risposta del Sindaco alla richiesta del Re? Poteva il Sindaco mettere sotto accusa il secondo Eletto, suo diretto collaboratore? Probabilmente, il Sindaco di Bisaccia rispose che si trattava di voci false, rassicurando il Re che era una calunnia, era fango gettato su Francesco Giuseppe Cafazzo, secondo Eletto e probabilmente prese le difese del suo collaboratore. Il secondo Eletto, forse grazie al tesoro di Caligola, riuscì a mettere tutto a tacere. Devo questo documento alla cortesia dell’archeologo dott. Carlo G. Franciosi, che ringrazio vivamente. Quando mi consegnò in fotocopia il curioso documento, che aveva scoperto nell’Archivio di Napoli, rimasi perplesso e pen- sai subito a un tiro mancino contro il secondo Eletto di Bisaccia. Avviai contemporaneamente una indagine sulla vita e la morte di Caligola e una ricerca direttamente sul luogo menzionato nel memoriale. Ma a Bisaccia dove si trovava il luogo detto ‘Lorenzo?’ Il compianto geom.Vito Spatuzza, tecnico comunale, mi disse che si trattava di Valle Lorenzo, detto in dialetto “Valavrienze”, dietro il monte Calvario. Effettuai allora un sopralluogo nella zona, accompagnato da Tonino Santoli, esperto conoscitore del luogo. Penetrammo nel bosco di valle Lorenzo; ci aprivamo la strada a guisa di cinghiali: il bosco, fitto di vegetazione, non ci consentiva di vedere neppure dove mettevamo i piedi. Eravamo assillati da grossi tafàni, da cui a stento ci difendevamo a colpi di frasche roteate intorno alla testa. Spostavamo pietrame, frasche, rovi pungenti: con mazze, usate come clave, abbattevamo i rovi che ci sbarravano il passo. Non cercavamo il tesoro di Caligola: speravamo solo di trovare l’epigrafe, cioè quella testimo- - 38 - NICOLA FIERRO nianza che poteva conferire a Bisaccia l’onore di aver donato all’imperatore Caligola l’ultima dimora. Osservammo attentamente anche tutte le pareti di una masseria, sormontata da una croce arrugginita. L’epigrafe poteva essere finita in qualche muro: poteva essere stata usata come stipite, come soglia. Ma il corpo del reato non c’era. L’epigrafe era stata distrutta o era stata interrata nel bosco da Francesco Giuseppe Cafazzo? L’anonimo informatore del re chiede il recupero dei reperti: «ordinare al Preside Provinciale di Montefusco che appuri, o facci appurare il fatto notorio p(er) altro riscuotersi li pezzi antichi coll’iscrizione da chi li tiene, e rimettersi il tutto nel Vostro Regal Moseo, ut Deus...». Ecco, ora vi racconto anche il risultato della ricerca storica. Ma vediamo prima chi era Caligola e alla fine esamineremo come la sua tomba possa essere finita segretamente a Bisaccia. Il padre si chiamava Germanico, figlio di Claudio Druso. Adottato dallo zio Tiberio, era un uomo prestigioso, simbolo di coraggio e di valentía militare. Pur essendo ancora minorenne, per cinque anni era stato questore; aveva rivestito anche la carica di console. Germanico godeva il favore dello zio imperatore, dei cittadini e soprattutto dell’esercito. Egli aveva sposato Agrippina, la figlia maggiore di Vipsanio Agrippa, una donna dalla tempra di ferro. Era stato un matrimonio felice, allietato da ben nove figli. Morti tre figli, ne sopravvissero tre femmine e tre maschi: l’ultimo si chiamava Caio Giulio Cesare (il futuro Caligola). Era nato il 31 agosto dell’anno 12 d.C.; Svetonio sostiene che Caio Cesare fosse nato ad Anzio. Altri storici sono concordi nel dire che era nato in Gallia. Infatti Germanico, il padre di Caio Cesare, era stato inviato in Gallia verso la fine del 12 d.C. da Tiberio per sedare una pericolosa rivolta dell’esercito. Non era un compito facile. La moglie, che aveva deciso di seguirlo, aveva portato con sé tutti i figli: Agrippina, Giulia Livilla, Drusilla, Nerone (da non confondere col futuro imperatore), Druso e il piccolo Caio Cesare. Due legioni (la I e la XX), stanziate lungo il basso corso del Reno, in assenza di Germanico, avevano tru- Fig. 3 - Sesterzio di Caligola, recto. Fig. 4 - Sesterzio di Caligola, verso. cidato gli ufficiali e fatte prigioniere le loro famiglie. I soldati in rivolta minacciavano di sterminare anche le famiglie degli ufficiali, se non fossero state accolte le loro richieste. A questo punto Agrippina, la moglie di Germanico, compì un gesto leggendario. Balzata su un cavallo e, fattosi consegnare il piccolo Caio Cesare, percorse gli accampamenti: mostrando il figlio, esortò i soldati a fare scempio anche di quel bambino indifeso. Il gesto di Agrippina servì a portare alla ragione i soldati ammutinati, anche - 39 - SALTERNUM Fig. 5 - Albero genealogico della famiglia Giulio-Claudia. i più scalmanati. Germanico, appena tornato, riprese il controllo della disperata situazione. Egli, in un suo irruente discorso, aveva minacciato le dimissioni e il ritorno alla vita privata. In caso di ulteriore disubbidienza, egli aveva detto ai soldati ammutinati che il giorno successivo avrebbe lasciato l’accampamento con moglie e figli. I soldati, già colpiti dalla mossa coraggiosa di Agrippina, si erano messi a gridare «Caligola! Caligola!» Era questo il nomignolo affibbiato al piccolo Caio Cesare, figlio di Germanico e di Agrippina. “Caligola”, derivato da caliga, significa: “piccolo sandalo”. I soldati calzavano rudi sandali di cuoio (caligae). Anche Caio Cesare, vestito da piccolo soldato, aveva piccole calzature militari. Sgambettando tra i soldati, era diventato la mascotte, l’idolo portafortuna di tutti i militari. Lo chiamavano perciò, scherzosamente, Caligola. Questa storiella, narrata da Aurelio Vittore, è stata ripresa da tutti gli storici antichi. L’imperatore Tiberio paventava che la sedizione militare scoppiata in Germania si potesse propagare anche agli altri corpi militari e temeva soprattutto la popolarità di Germanico, che aveva adottato. Germanico, richiamato a Roma e onorato con uno splendido trionfo, fu inviato da Tiberio in Siria. In quella provincia, turbolenta e pericolosa, c’era in atto un conflitto tra Artabano, re della Media, e Vonono, re dei Parti, filoromano. In tal modo l’imperatore Tiberio si era sbarazzato di Germanico, molto amato dal popolo e dal Senato. Questi aveva obbedito ed era partito di malavoglia per il fronte della Siria. Era l’anno 18 d.C. In quella pericolosa provincia, le due mogli dei consoli, inviati in Siria, erano venute a diverbio: Agrippina, moglie di Germanico, e Planchina, consorte dell’altro console Pisone, non andavano d’accordo e la lite aveva coinvolto anche i due uomini. Germanico che si era momentaneamente recato in Egitto, tornato in Siria aveva trovato padrone assoluto del campo il suo collega Pisone. Avendo reagito alla tracotanza del collega, era scoppiata una nuova lite. In realtà era stata un’abile mossa di Tiberio per farli eliminare a vicenda. Infatti, il 19 ottobre del 19 d.C. Germanico fu trovato morto: una morte improvvisa che fu attribuita a un colpo apoplettico. Forse era stato avvelenato. La morte di Germanico aveva sollevato un’ondata generale di commozione e di cordoglio. Il sospetto per questa morte improvvisa, cadde ovviamente sul console Pisone, ma Tacito ritiene Tiberio il vero responsabile della sua morte. Pisone, sicuramente estraneo al delitto, sospettato anche dalla moglie, non sopportando la calunnia, si era suicidato. Tiberio si era così sbarazzato del suo successore, ma ora non riusciva a nascondere la sua ostilità neppure verso Agrippina, vedova di Germanico, e verso i suoi figli. La coraggiosa donna, rimasta sola, portò le ceneri di suo marito a Roma, dove fece celebrare dei funerali che sono rimasti famosi nelle pagine della storia. Agrippina, moglie di Germanico e madre di Caligola, considerava Tiberio il vero responsabile della morte del marito: lo diceva in giro apertamente. L’aristocrazia, il Senato e buona parte della plebe era dalla sua parte. Nel 24 d. C., Nerone, il più amato figlio di Agrippina, si era ammalato: si temeva che fosse un’altra mossa di Tiberio. Il fatto aveva sollevato un’enorme emozione popolare. Tiberio, temendo di essere travolto dalla collera popolare, aveva allontanato da Roma Agrippina e due dei suoi figli: Druso e Nerone, appena guarito. Aveva anche perseguitato tutti quelli che a Roma simpatizzavano per Agrippina. Tiberio per calmare l’opposizione generale aveva cominciato a rivolgere la sua attenzione al piccolo Caio Cesare, detto Caligola. Egli per un anno circa era stato affidato alle cure di Livia, moglie di Augusto e madre di Tiberio. Morta Livia nel 29 d. C., all’ età - 40 - NICOLA FIERRO di 83 anni, di Caio Cesare, rimasto solo, si volle occupare Tiberio. Il giovane fu chiamato a Capri, dove il vecchio Tiberio aveva fissato la sua dorata dimora. Qui nella sua reggia vivevano i rampolli dell’aristocrazia romana, illustri ostaggi, figli di senatori e di amici dell’imperatore. Si sussurrava che il giovane Caligola fosse il candidato alla successione dell’imperatore. Il giovane, che aveva 21 anni, a Roma aveva saputo accattivarsi la simpatia popolare quando aveva tenuto il discorso funebre in onore della bisnonna Livia Augusta. Il giovane mostrava molta deferenza verso Tiberio: sembrava il suo migliore servitore. Svetonio ci presenta Caligola, fin da giovane, come persona che amava gli spettacoli violenti, le torture, le esecuzioni capitali; era un tipo che andava anche in giro camuffato con parrucche, con vestiti strani per non farsi riconoscere. Frequentava taverne e bordelli. Amava la recitazione, la danza, il canto, ed era amico intimo di Agrippa, un giovane coetaneo, noto per stravizi e dissipazioni, nipote di Erode il Grande, il quale era il capo indiscusso di tutti gli scioperati che gozzovigliavano nella reggia di Tiberio. A costui l’imperatore aveva raccomandato il nipote, Tiberio Gemello, che aveva appena 14 anni. Si può immaginare quali precetti Agrippa abbia insegnato all’ingenuo nipote di Tiberio. A Capri viveva anche Tiberio Claudio Druso, singolare personaggio. Era un tipo particolare: non era interessato ai piaceri materiali della vita, ma si occupava solo di pergamene e codici. Dotato di buona indole, Claudio, tipo schivo e solitario, era un intellettuale. In quella reggia, frequentata da giovani frivoli e libertini, il giovane era considerato quasi un imbecille. Questo giovane sarebbe stato poi il saggio imperatore Claudio. Nessuno lo prendeva in seria considerazione: quindi non rischiava di essere fatto fuori. Caligola, invece, era tutto il contrario: in lui c’era un’astuzia innata e uno sdoppiamento di personalità. Aveva sposato Giunia Claudilla, figlia di Marco Silano, una donna di altissimo lignaggio. Il popolo romano, ignaro di tutti i retroscena di Capri, voleva, al posto di Tiberio, Caligola, figlio di Germanico. L’unico che poteva rovinarne la carriera era proprio Tiberio, ma il furbo giovane dimostrava ossequio e deferenza verso il vecchio imperatore. Intanto a Capri fiorivano incredibili pettegolezzi su Caligola. Si diceva che avesse rapporti sessuali con le sorelle e convivesse abitualmente con Drusilla. Erano vere o false queste dicerie? o erano voci dirette a screditare Caligola e favorire Tiberio Gemello, nipote di Tiberio, come futuro imperatore? Tiberio aveva insignito Caligola, ancora minorenne, di tutti gli onori della vita pubblica. La preferenza, che Tiberio mostrava verso di lui suscitava invidia a corte. Il giovane, invece, era convinto che l’Imperatore, avendolo chiamato a Capri, volesse tenerlo d’occhio: temeva che Tiberio, accusato di aver eliminato il padre Germanico, volesse far fuori anche lui. Intanto, Caligola era rimasto vedovo: la giovane moglie, Giunia Claudilla, era morta di parto. Ormai libero, egli aveva cominciato a corteggiare Ennia Nevia, moglie di Macrone, prefetto del pretorio. Le aveva promesso di sposarla una volta diventato Imperatore: le aveva fatto, pare, una dichiarazione scritta munita di sigillo. Qual era il suo vero intento? Sta di fatto che la donna aveva convinto il marito Macrone a sostenere a corte il giovane Caligola come successore di Tiberio. Unico ostacolo sulla strada di Caligola verso la carica imperiale era Tiberio Gemello. Caligola nutriva odio verso il presunto rivale; Tiberio, intuito quest’odio sotterraneo tra i due, avrebbe esclamato: «Tu uccidi questo, un altro farà fuori te...» (Occides tu hunc, te aliud...). Il 18 marzo del 37 d. C. l’imperatore Tiberio era morto. Il liberto Macrone, giunto a Roma, varcò la soglia del Senato: era latore del testamento del defunto imperatore. Caligola lo aveva munito di permesso speciale per poter entrare nel Senato. Ai liberti infatti era per legge proibito mettere piede nell’augusto consesso. Macrone lesse il testamento: Tiberio aveva lasciato ai suoi due coeredi, Caligola e Tiberio Gemello, un miliardo e settecentomila sesterzi da dividere in parti uguali. Il testamento lasciava aperto il problema della successione: arbitro della scelta era il Senato. La notizia si era diffusa rapidamente nell’Urbe. La plebe tumultuava: voleva acclamare imperatore Caligola, figlio di Germanico. Il Senato, pressato dalla folla e da Macrone, dichiarò nullo il testamento di Tiberio. Caligola - 41 - SALTERNUM fu dichiarato unico erede di tutte le sostanze e fu scelto come Imperatore. Il giovane, lasciata la dorata residenza di Capri e giunto nella capitale con tutta la famiglia, attraversò la città tra due ali di folla in festa. Era accompagnato anche dall’amico Agrippa. Caligola pronunciò l’orazione funebre in onore di Tiberio, dimostrando di essere un abile maestro di oratoria. Promise di restaurare a Roma i Fasti Augustei; promise anche che avrebbe avuto riguardo verso il giovane Tiberio Gemello e che lui, Caligola, lo avrebbe protetto come un padre affettuoso. Ma, intanto, la gente cominciava a notare il suo aspetto strano: aveva la testa pelata, il collo e le gambe molto sottili, un corpo peloso. Caligola, molto permaloso, non sopportava critiche al suo aspetto fisico e chiunque ne osava far riferimento veniva condannato a morte. «Ad arte - scrive Svetonio - rendeva più brutto il suo viso, già orrido e tetro per natura, studiando davanti allo specchio espressioni che ispirassero terrore e orrore». La sua salute mentale e fisica fu sempre più squilibrata. Soffriva di epilessia fin da bambino, da giovane era talmente ammalato che a volte non riusciva a reggersi in piedi. Si diceva che sua moglie Cesonia gli avesse propinato un filtro amatorio per ridurlo alla pazzia. Il suo abbigliamento fu sempre eccentrico. Usava abiti e scarpe che non avevano nulla di romano, di umano e di virile. Indossava mantelli ricamati coperti di gemme sopra tuniche a maniche lunghe, coperte di braccialetti. Si faceva vedere in pubblico con la barba dorata, tenendo in mano, come un dio, un fulmine, oppure un tridente o un caduceo. Si travestiva a volte anche da Venere. Portava abitualmente, anche prima della spedizione militare in Germania, le insegne del trionfo. Qualche volta indossò anche la corazza di Alessandro Magno, che aveva fatto togliere dal suo sepolcro. Disprezzava la letteratura, ma tenne in gran conto l’eloquenza: aveva una prontezza meravigliosa nel perorare qualsiasi causa. Parlava a voce alta, specie quando era in collera. Disprezzava le composizioni eleganti, come quelle di Seneca. Si esercitava in arti diverse con molto impegno: ora come gladiatore, ora come auriga, ora come ballerino e cantore. Dispensava favori a coloro per cui sentiva simpatia. Baciava il pantomimo Mnestre: se qualcuno faceva anche un minimo rumore mentre questi ballava, lo flagellava con le proprie mani. Nelle gare del circo, Caligola parteggiava per il partito verde e spesso rimaneva a cena nelle stalle. Durante una gozzoviglia regalò due milioni di sesterzi a un auriga che si chiamava Eutico. Aveva un cavallo di nome Incitato; la notte precedente la gara, per far riposare bene il suo cavallo, Caligola obbligava tutti i vicini a stare zitti e non far il minimo rumore. Il cavallo aveva una scuderia di marmo, una mangiatoia di avorio, gualdrappe di porpora, finimenti ingemmati e perfino una casa e parecchi servi. Si dice, scrive Svetonio, che volesse persino nominarlo senatore. Intanto, per il suo strano comportamento, intorno alla figura di Caligola cominciarono a fiorire orribili dicerie. Gli storici, d’altra parte, non furono benevoli con questo giovane Imperatore. Cresciuto alla corte di Tiberio, Caligola, che non godeva buona fama, era ritenuto più crudele del defunto Imperatore. Dapprima fu considerato principe magnanimo, ma in seguito imperatore crudele. Una volta sola si interessò di questioni militari. Fece i preparativi per una spedizione in Germania: radunò in fretta e furia, con estrema severità, legioni e truppe ausiliarie. Fece riunire in quantità mai viste ogni genere di approvvigionamenti, e si mise in viaggio. Ma questo viaggio risultò essere una farsa. A questo punto, sono necessarie alcune considerazioni sul curioso documento rinvenuto nell’Archivio di Napoli. Poiché il memoriale non è firmato, poteva trattarsi di una calunnia. Nell’esposto inviato al Re, l’anonimo informatore, evidenzia chiaramente che non aveva avuto una conoscenza diretta dell’iscrizione in lingua latina, ma aveva riferito “per sentito dire”: «...la detta iscrizione dice così: Cajus Calicola quartus Romanorum Imperator confossus iacet, con altre parole, che al pr(esen)te non si ricordono, benché in detta Città si sono fatte le copie, e tradotte per intero». D’altra parte, se l’autore dell’esposto avesse avuto conoscenza diretta dell’iscrizione, sicuramente avrebbe trascritto il testo epigrafico esat- - 42 - NICOLA FIERRO to. L’epigrafe indica Caligola come quarto imperatore: il testo doveva citare nella prima parte il prenome, il nome e il soprannome; dovevano esserci anche sigle di difficile lettura e abbreviazioni risolte male. L’autore dell’anonimo esposto finge di non masticare bene né il latino, né la lingua italiana: scrive di proposito: «esponcono» (invece di espongono), «Calicola» (invece di Caligola) e «ricordono» (invece di ricordano). Sicuramente era un nemico o avversario politico di Francesco Giuseppe Cafazzo. L’epigrafe funeraria, come è riferita nell’esposto, non rientra nello stile epigrafico in uso in epoca imperiale: la valutazione dell’iscrizione, così come è riferita nel memoriale, non conferisce molta credibilità all’ informatore. Tuttavia la curiosa notizia non va sottovalutata. L’imperatore si chiamava ufficialmente Caio Giulio Cesare Germanico: Caligola era il nomignolo confidenziale affibbiatogli da bambino. Anche Svetonio titola la biografia di questo imperatore ‘Caligola’. È probabile che sulla tomba dell’imperatore assassinato sia stato scritto, dopo il prenome e il nome, anche il suo nomignolo. Le sorelle, come vedremo, avevano cremato il suo corpo. Svetonio (Caligola, XV) ci racconta che Gaio Cesare, appena eletto imperatore, «...andò immediatamente a Pandaria e a Ponza, a cercare le ceneri di sua madre e del fratello, imbarcandosi nonostante il tempo orribile per meglio far risaltare la sua pietà filiale. Quivi, avvicinatosi con sommo rispetto alle spoglie, le racchiuse nelle urne con le proprie mani, e, con pompa non meno teatrale, le riportò fino ad Ostia, e poi fino a Roma, risalendo il Tevere, con una bireme sulla quale aveva issato le sue insegne; quindi in pieno giorno e tra una gran folla le fece trasportare al Mausoleo su due barelle dai membri più eminenti dell’ordine equestre». Da questo passo si apprende che nella prima età imperiale, dopo la cremazione, i resti mortali venivano deposti nelle urne e sistemate nel mausoleo di famiglia. L’anonimo informatore del Re nel memoriale parla di tumulo: si riferisce evidentemente, se la notizia è vera, a un monumento funerario, in cui sarebbe stata racchiusa l’urna di Caligola. Verso la fine del Settecento il termine tumulo indicava una tomba, un sepolcro, un monumento funerario. Ma c’è da chiedersi: perché i resti mortali di Caligola non furono tumulati nel mausoleo di famiglia a Roma? Come mai l’urna cineraria di Caligola sarebbe finita a Valle Lorenzo di Bisaccia? Le circostanze della morte violenta di Caligola sono narrate da vari storici, ma il racconto più completo e attendibile è quello di Caio Svetonio Tranquillo (Caligola, LVIII- LIX): «Il nono giorno prima delle calende di febbraio, verso l’ora settima, era incerto se recarsi a pranzo, sentendosi lo stomaco ancora appesantito per quanto aveva mangiato il giorno precedente; alla fine si alzò, ma solo in seguito alle pressioni dei suoi amici. In una galleria che doveva attraversare, alcuni ragazzi di nobile famiglia, che aveva fatto venire dall’Asia perché si esibissero sulla scena, stavano facendo le prove per lo spettacolo; si fermò un momento a guardarli e incoraggiarli, e, se il loro capo non lo avesse avvertito che avevano freddo, avrebbe voluto tornare indietro e far rappresentare lo spettacolo. Da questo momento sulle circostanze del sua morte vi sono due versioni diverse: alcuni dicono che, mentre stava parlando coi ragazzi, Cherea lo ferì gravemente alla nuca, con un colpo di taglio della spada, esclamando: «Colpisci!» (hoc age), e che quindi il tribuno Cornelio Sabino, l’altro congiurato, lo trafisse al petto. Secondo altri, invece, Sabino, dopo aver fatto allontanare la folla da alcuni centurioni al corrente della congiura, gli aveva chiesto, secondo l’uso militare, la parola d’ordine, e quando Caio aveva risposto: «Giove», Cherea gridando: «Pigliati questo» (Accipe ratum) gli aveva fracassato la mascella mentre si voltava. Caduto a terra con le membra contratte, e mentre continuava a gridare: «Sono vivo», gli altri lo finirono con trenta ferite. Infatti, la parola d’ordine per tutti era: «Ancora!» (Repete!). Qualcuno lo colpì anche al basso ventre. Al primo rumore i portatori della sua lettiga accorsero in aiuto, armati di bastoni, e accorsero anche le guardie germaniche, che uccisero alcuni degli attentatori e alcuni senatori assolutamente estranei al fatto. - 43 - SALTERNUM Visse ventinove anni e fu imperatore per tre anni, dieci mesi e otto giorni. Il suo cadavere trasportato di nascosto nei giardini di Lamia, fu posto sopra un rogo improvvisato e poi sepolto, semicombusto, sotto un leggero strato di zolle erbose. Le sorelle, quando tornarono dall’esilio, lo disseppellirono per cremarlo. È certo che, prima che ciò avvenisse, i custodi di quel giardino furono spaventati dagli spettri, e gli abitanti della casa dove era stato ucciso furono terrorizzati ogni notte fino a quando essa non fu distrutta da un incendio. Assieme a lui fu uccisa sua moglie Cesonia, trafitta dalla spada di un centurione, e sua figlia, sfracellata contro una parete». La notizia della sua morte non fu creduta vera, ma si sospettava che l’avesse fatta spargere lo stesso Caligola per sapere quale fosse l’opinione della gente nei suoi confronti. Il Senato era unanime nel voler ripristinare la libertà. La Curia fu convocata in Campidoglio. Qualcuno, al momento di esprimere il suo parere, propose perfino di condannare la memoria dei Cesari e di demolirne i templi. Sappiamo da Svetonio che il cadavere di Caligola fu cremato. Ma dove fu nascosta l’urna cineraria che conteneva i suoi resti combusti? A Roma spirava aria avversa: si chiedeva anche la condanna della memoria (damnatio memoriae) di Caligola. In questa situazione, Caligola dove ebbe la sepoltura? Svetonio non lo dice. A Roma c’era il Mausoleo della sua famiglia e qui, come è noto, riposavano la madre e il fratello. L’urna di Caligola dovette essere portata fuori Roma per evitare l’ira dei suoi nemici, in quanto correva il rischio di essere distrutta. Svetonio, ben informato, dice che nel Senato c’era stata una proposta esplicita di demolire perfino i templi dei Cesari, antenati di Caligola, vale a dire di Giulio Cesare (100-44 a.C.), di Ottaviano Augusto (63 a.C. - 14 d.C.) e di Tiberio (41 a.C.- 37 d.C.). Si può capire qual era il clima politico in quel momento a Roma: l’odio era tale che si voleva condannare la memoria di tutti i Cesari e demolire anche i loro templi. In questo clima arroventato anche l’urna di Caligola sicuramente sarebbe stata fatta a pezzi. Perciò, il suo cadavere, dopo un rogo improvvisato, non fu portato nel Mausoleo della sua famiglia, ma in segreto fu inumato nei giardini di Lamia. Sappiamo da varie fonti storiche che quei famosi giardini si trovavano fuori delle mura serviane, sull’Esquilino. Il sito preciso è incerto: è sicuro però che si trovavano accanto ai giardini di Mecenate. I giardini di Lamia, progettati dal noto Elio Lamia (Orazio, Carme I, 26 ; III, 17), nel I sec. erano diventati proprietà dell’Imperatore e furono la residenza preferita di Caligola che, qui ebbe provvisoria sepoltura. Le sue ceneri erano evidentemente custodite e presidiate. Si volle evitare che la sua tomba, una volta esposta al pubblico, fosse fatta a pezzi dai suoi nemici inferociti. E allora si pensò di nascondere nei giardini, luogo sicuro, i suoi resti mortali: le sorelle avrebbero provveduto a dargli altrove una definitiva e segreta sepoltura. Ma ciò che fa ritenere vera la notizia settecentesca è la testimonianza precisa di Pasquale Palmese (1801-1882), canonico e cancelliere della Curia Vescovile di Lacedonia, sicuramente attendibile: riguarda la tomba di Lucio Lamia. Probabilmente era il figlio di Elio Lamia, progettista e arredatore di famosi giardini. L’autore delle Notizie storiche-cronologiche di Lacedonia, Napoli, 1876, p. 22, ci dà questa preziosa informazione: «Nel 1853 al luogo detto Lamia, un villano scovrì un maestoso sarcofago con gran pezzo di coverchio scritto. Era questo il monumento di Lucio Lamia, di cui parla Cicerone nella difesa di Sestio. Il Lamia fu condannato all’esilio, ut ad Urbae (Romae) abesset millia passum ducenta, e tanta è la distanza da Roma a Lacedonia. Il barbaro villano, non avendovi trovato tesoro, franse il tutto, e dei pezzi ne fece calce. Che sacrilegio!». Evidentemente il sarcofago doveva essere di marmo. È noto che la calce migliore si ricava dai marmi cotti in fornace. Nell’agro di Lacedonia, in contrada Calaggio, c’è effettivamente ancora oggi una contrada detta Lamia. Nel 58 a.C., a Roma i consoli in carica erano Lucio Calpurnio Pisone Cesonino e Aulo Gabinio. Il primo aveva appoggiato l’azione di Clodio ai danni di Cicerone e perciò da quest’ultimo fu particolarmente odiato; il secondo, Aulo Gabinio, che era stato tribuno della plebe nel 67 - 44 - NICOLA FIERRO a.C. e pretore nel 61, nel 58, in veste di console, aveva tenuto alla plebe un discorso incendiario annunciando che era scoccata l’ora della vendetta degli amici di Catilina contro Cicerone. I due consoli in carica, Gabinio e Pisone, eletti dal partito democratico, erano nemici implacabili di Cicerone, partigiano del partito aristocratico. Cicerone nell’arringa Pro Sestio (XII, 28-29) aveva urlato con rabbia contro il console Gabinio queste parole: «Ma udite ciò che egli ha fatto: in quello stesso comizio bandì da Roma Lucio Lamia, che per la intimità che mi legava al padre suo amava me più di ogni altro e per la patria avrebbe con gioia incontrato la morte, ordinandogli di allontanarsi dalla città non meno di duecentomila passi, per aver ardito di intercedere per un cittadino, un benemerito cittadino, per un amico, per la patria stessa». Cicerone, che si riteneva cittadino benemerito e padre della patria, nell’arringa Pro Sestio, aveva accusato il console Gabinio di aver cacciato da Roma Lucio Lamia. L’espulsione da Roma (relegatio), era una pena molto meno grave dell’esilio. Essa comportava l’allontanamento da Roma per un tempo determinato e a una certa distanza, senza perdita dei diritti politici. E Lucio Lama, partigiano e ammiratore di Cicerone, condannato all’espulsione, doveva allontanarsi da Roma almeno 200 miglia. Due dati consentono oggi di localizzare l’esatto luogo dove egli fu confinato: il sarcofago di Lucio Lamia, rinvenuto in località Lamia di Lacedonia, e la distanza, indicata da Cicerone. Egli non menziona la località, dove l’amico fu relegato nel 58 a.C.: evidentemente non era autorizzato neppure a nominare quel luogo, compreso nell’agro di Conza. E Conza era una delle dodici colonie maledette dal Senato (Tito Livio, XXVII, 10): aveva tradito Roma nella guerra annibalica ospitando Magone, fratello di Annibale. Il Senato, nel 210 a.C., aveva adottato un provvedimento punitivo: aveva proibito a chiunque di menzionare anche il nome delle città che avevano tradito Roma ed erano passate dalla parte di Annibale. La stazione Subromula (l’attuale fontana dei Serroni di Bisaccia), compresa nel vasto territorio di Conza, posta lungo il tracciato della via Appia, distava da Roma esattamente 200 miglia. Infatti, negli itinerari di epoca romana, risultano chiaramente queste distanze: Roma - Capua 132 miglia; Capua-Benevento: 32 miglia; Benevento - Subromula (Serroni di Bisaccia) : 36 miglia. La distanza esatta tra Roma e Subromula è 200 miglia (= 397 km). Lucio Lamia, una volta condannato alla relegatio aveva scelto evidentemente un luogo abbastanza comodo, ubicato sulla via Appia, tra Subromula e Aquilonia (Lacedonia); da qui poteva stare a contatto epistolare con amici e familiari: nella mansio di Subromola ogni giorno poteva conoscere tutti gli avvenimenti che si verificavano a Roma. Lucio Lamia, cavaliere romano, non aveva problemi finanziari. Egli apparteneva all’ordine equestre (ordo equester), una classe sociale composta di ricchi proprietari, latifondisti, uomini d’affari, banchieri, pubblicani. L’organizzazione dei cavalieri, fondata da Servio Tullio, godeva notevoli privilegi. Essi avevano diritto al “cavallo pubblico”: lo Stato era obbligato a fornire loro il cavallo e a mantenerlo. Essi erano obbligati a prestare servizio militare nella cavalleria per dieci anni e, nei comizi centuriati, formavano 18 centurie equestri. Sin dal III sec. a.C., il cavaliere per essere iscritto all’ordine, doveva non solo possedere un censo consistente di almeno 400 sesterzi annui, ma doveva essere selezionato dai censori in carica. E Lucio Lamia, cacciato da Roma dal console Gabinio nel 58 a.C., doveva essere molto ricco. Anche se era stato espulso da Roma e confinato, godeva di tutti i diritti politici: poteva acquistare proprietà, latifondi, boschi anche nel luogo di soggiorno obbligato. L’aristocrazia di primo grado erano i Patrizi. L’ordine equestre, classe sociale di secondo grado, aveva diritto anche a due segni onorifici e distintivi: l’anello d’oro (anulus aureus) e la toga bianca (trabea), orlata con una striscia di porpora. Ogni anno il 15 luglio l’ordine equestre celebrava la sua festa: i cavalieri si esibivano in una fastosa parata (transvectio equitum). Il cavaliere Lucio Lamia, membro di questa classe sociale, munito di buone risorse finanziarie, evidentemente aveva acquistato nei due antichi centri sannitici (Subromula e Aquilonia) notevoli proprietà fondiarie. Il podere più consistente doveva trovarsi - 45 - SALTERNUM nell’agro di Lacedonia, nella valle del Calaggio, nella località che si chiama ancora oggi ‘Lamia’. Doveva avere un’altra proprietà terriera a Valle Lorenzo, in agro di Bisaccia: qui, infatti, nel 1779 fu scoperta la tomba di Caligola. Affezionatosi alla zona dove era stato confinato, Lucio Lamia, se dobbiamo credere a Pasquale Palmese, aveva scelto nella valle del Calaggio, come luogo di sepoltura, un suo fondo agricolo che ancora oggi porta il suo nome. I suoi resti mortali riposavano in «un maestoso sarcofago con gran pezzo di coverchio scritto». Gli eredi di quel Lucio Lamia dovevano avere ancora proprietà terriere a Lacedonia e a Bisaccia quando l’imperatore Caligola fu assassinato (4 gennaio del 41 d.C.). Dunque, le sorelle di Caligola, considerato il clima politico ostile esistente a Roma in quel momento, avevano preferito portare lontano dalla Città l’urna cineraria dell’imperatore assassinato e l’avevano nascosta nella proprietà Lamia, sita a Subromula, distante 200 miglia da Roma. Se è attendibile la denuncia anonima, inviata al Re nel 1779, il “tumolo” di Caligola doveva contenere solo l’urna cineraria. L’urna di Caligola non poteva essere di terracotta: doveva essere d’oro o d’argento. La denuncia anonima non può essere considerata una pura invenzione o una calunnia: vi sono vari dati concomitanti. Il redattore chiaramente non è un testimone oculare: ha raccolto dalla voce del popolo un nucleo di un fatto, di un fatto reale amplificato e distorto dalle dicerie. In paese correvano anche copie dell’iscrizione latina che conteneva «altre parole che al presente non si ricordono». Le epigrafi funerarie latine, come è noto, contenevano sigle o abbreviazioni: erano queste le parole che non si «ricordono»? Anche il soprannome dell’Imperatore assassinato fu letto male: Calicola invece di Caligola. Nella lettura di una epigrafe latina è facile confondere una G con una C. Dunque questa potrebbe essere la vera storia di Caligola, un personaggio stravagante che a causa delle sue stranezze non poteva vivere a lungo nonostante nei primi tempi del suo regno avesse amministrato con giudizio l’Impero. Se questa ricostruzione delle vicende storiche è esatta, Caligola avrebbe dunque avuto la sua segreta sepoltura a Bisaccia, in località Valle Lorenzo, che distava 200 miglia da Roma. - 46 - PIETRO CRIVELLI Costantino: l’uomo e l’immagine L a cultura occidentale si è formata sotto l’influsso particolarmente forte del Cristianesimo e questo è avvenuto indipendentemente dalle personali convinzioni religiose dei singoli ed anche dalle diverse posizioni confessionali che il credo cristiano ha assunto nel corso del tempo. Cattolici, Anglicani, Luterani, sono tutti Cristiani con una comune origine. Le differenziazioni che si sono verificate successivamente non hanno avuto alcuna influenza apprezzabile per quanto concerne l’evoluzione di una cultura che si è sviluppata partendo da un unico ceppo. Ciò posto, sembra evidente l’importanza di quell’Imperatore che ha in qualche modo ufficializzato la religione cristiana. La figura di Costantino nel corso dei secoli si è venuta formando su basi leggendarie più che storiche. Gli scrittori dell’epoca, piuttosto agiografi che storici, si sono adoperati a rivestire la figura di questo Imperatore degli aspetti più idonei alla celebrazione del primo principe cristiano, attribuendogli qualità e meriti che, dal punto di vista dello storico autentico, sono per lo meno dubbi. L’esaltazione del personaggio fu avviata molto presto, addirittura quando era ancora in vita. E’ evidente che la liberazione dei Cristiani dai dolori delle ancora scottanti persecuzioni di Diocleziano e di Galerio non poteva altro che giovare all’immagine di questo Imperatore che li aveva sollevati da tanta sofferenza. Si cominciò perciò ad affermare l’idea di un Imperatore buono, giusto e soprattutto cristiano. Alcune circostanze politiche e religiose contribuirono ad accrescerne il prestigio, in vita ed anche dopo il decesso. In questa glorificazione dell’uomo le Fig. 1 - Roma. Museo Capitolino.Testa Colossale di Costantino. esagerazioni e le invenzioni hanno avuto una parte preponderante e si sono sedimentate nel tempo; riprese acriticamente dagli scrittori suoi contemporanei e da quelli immediatamente successivi, sono giunte fino ai nostri tempi in un intreccio piuttosto complesso che rende difficile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. D’altra parte non bisogna dimenticare che gli scrittori cristiani di quel periodo avevano a cuore non l’opera storica in sé, ma la difesa e la diffusione del Cristianesimo e che pertanto si avvalevano d’ogni mezzo che riuscisse utile a questo scopo, sorvolando sulla veridicità di quanto affermavano, ma dando per certo ciò che era invece solo nei loro desideri di ferventi cristiani; oppure raccogliendo in maniera assolutamente acritica tutti i racconti che circolavano in quel periodo, in cui si favoleggiava di miraco- - 47 - SALTERNUM clima di desiderio di acquisire personalità eminenti l’Imperatore che aveva effettivamente legalizzato il Cristianesimo doveva per forza trovare una collocazione privilegiata, ma per fare questo la sua immagine doveva essere ripulita, mondandola di quanto potesse nuocere alla sua piena accettazione. Fig. 2 - Roma. Arco di Costantino. Rilievo dell'adlocutio. Fig. 3 - Roma. Arco di Costatntino. Rilievo del congiarium. li o di martìri mai avvenuti. Si sa che le masse popolari sono un terreno fertile ove possono facilmente crescere e diffondersi notizie non sempre fondate. Già ai Cristiani del V e del VI secolo la figura di Costantino era apparsa in una luce non totalmente limpida e verosimilmente per questo sostituirono gradatamente la figura autentica dell’Imperatore con una convenzionale più adatta al ruolo che gli era stato riconosciuto. Non è neppure improbabile che contemporaneamente si affermasse quel disinteresse, se non proprio il rifiuto, verso il personaggio reale che ha portato a trascurare dapprima e a dimenticare poi gran parte della letteratura storica che lo riguardava. È innegabile che il Cristianesimo, nella sua ansia d’affermazione, ha cercato d’inserire fra i suoi seguaci un certo numero di personaggi di rilievo. Si cominciò con Virgilio, indicandolo come un autore che aveva profetizzato la venuta del Salvatore. Si continuò con Seneca, inventando un preteso contatto epistolare con S. Paolo: e così fino ad immaginare una conversione di Filippo l’Arabo (244 al 249). In questo Nei limiti della necessaria brevità di questo lavoro, cercherò di fare luce sulla figura storica di questo primo Imperatore cristiano. Non si conosce con certezza l’anno in cui nacque, da Costanzo Cloro e da Elena, Flavio Valerio Costantino. Probabilmente fu nel 280. Visse dapprima alla corte di Diocleziano e poi seguì il padre in Britannia. Alla morte di questo fu acclamato imperatore dalle legioni, ma la sua nomina non fu riconosciuta da Galerio, che a Diocleziano era succeduto. Si alleò pertanto con Massimiano e, per dare maggiore consistenza all’alleanza, ne sposò la figlia Fausta. Venuto in sospetto che il suocero gli congiurasse contro, non esitò ad imprigionarlo ed a farlo uccidere. Correva l’anno 311 e in quello stesso tempo venne a morte Galerio. Il sistema tetrarchico instaurato da Diocleziano in quella circostanza entrò in crisi e si venne allo scontro armato con Massimino e Massenzio, da una parte, e Costantino e Licinio, dall’altra. Dopo la battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre 311), nel corso della quale perse la vita Massenzio, fu riconosciuto “Augusto” dal Senato. Non fidandosi più dei Pretoriani, che in passato avevano fornito di sé prove non positive, ma che soprattutto nella battaglia di Ponte Milvio avevano combattuto dalla parte di Massenzio, ne sciolse il corpo. Alla morte di Massimino ebbe Licinio come collega nella carica di “Augusto”. Naturalmente fra i due la situazione ben presto degenerò fino a che nel settembre del 324 Licinio, definitivamente sconfitto a Crisopoli, fu messo a morte e Costantino rimase unico Imperatore. E’ noto a tutti che Costantino, con l’Editto di Milano del 313, concesse ai Cristiani libertà di culto. Invece è meno noto che, prima di lui, nell’aprile del 311, la stessa cosa era stata fatta dal suo predecessore Galerio. Questi, come si è - 48 - PIETRO CRIVELLI detto, era succeduto a Diocleziano e si ritiene che sia stato proprio lui, in quanto fieramente avverso al Cristianesimo, quando era il “Cesare” di Diocleziano, ad influire sul suo “Augusto” per spingerlo ad attuare la persecuzione anticristiana. Il suo atteggiamento però cambiò radicalmente nel momento in cui, affetto da cancrena e disperando di ogni altro soccorso, si rivolse al Dio dei Cristiani per un estremo tentativo di salvarsi la vita. Morirà circa un mese dopo. Lo scrittore L. Cecilio Lattanzio (250 – 320 ca.) fu autore, fra le altre, dell’opera De mortibus persecutorum, in cui narra la fine tragica e dolorosa di tutti coloro che perseguitarono gli adepti della nuova religione, a cominciare da Nerone. Qui descrive in termini alquanto crudi la malattia e le sofferenze di Galerio. Il racconto è così vivido e forte, in contrasto con lo stile più pacato delle altre opere dello stesso autore, che addirittura ne è stata messa in dubbio l’attribuzione. La malattia e l’eventuale, anche se improbabile, conversione di Galerio dovettero avere una certa risonanza fra i Cristiani del IV secolo, forse proprio per effetto dell’opera ascritta a Lattanzio. Certo è che una malattia simile a quella che aveva colpito Galerio venne, dalla leggenda, attribuita a Costantino, si parlò di lebbra, e si raccontò che i medici, naturalmente pagani, gli prescrissero dei bagni di sangue. Sarebbero stati così raccolti tremila bambini destinati ad essere sacrificati per curare l’imperatore. L’orrore per il massacro e la disperazione delle madri dei piccoli fecero desistere Costantino da una simile terapia. Si appellò invece al papa Silvestro, da lui stesso in precedenza perseguitato, e chiese di essere battezzato; ricevuto il salvifico sacramento, guarì miracolosamente. E’ possibile che la presunta malattia di Costantino sia stata solo una eco di quella che condusse a morte il suo predecessore. Ho parlato di invenzioni ed esagerazioni: quella appena citata ne è un esempio, ma se ne trovano molte altre, soprattutto perché dobbiamo purtroppo lamentare la perdita della maggior parte dei lavori storiografici di attendibili autori dell’epoca costantiniana. Quei primi tredici libri perduti dell’opera di Ammiano Marcellino forse sarebbero stati da soli sufficienti a diradare ed a chiari- Fig. 4 - Costantino, testa colossale. Roma, palazzo dei Conservatori. re i dubbi che avvolgono ancora gli avvenimenti che qui interessano. Il racconto della malattia e della guarigione di Costantino ci viene da uno scrittore del XIV secolo, Andrea Mangabotti, detto da Barberino, autore dei Reali di Francia e del Guerrin Meschino, ma sicuramente era una leggenda già nota e diffusa da molto tempo, forse da riportare ad un periodo antecedente a quando venne elaborato il famoso falso del Constitutum Constantini redatto presumibilmente verso la metà dell’VIII secolo e che a quella leggenda in qualche modo si riconnette. Forse la falsificazione nacque in qualche monastero (secondo il Fuhrmann a Saint-Denis) durante il pontificato di papa Adriano I. Una contraffazione che fu tuttavia ritenuta autentica da tutti, anche da coloro contro i quali era stata elaborata e che da quella venivano danneggiati, fino a che Lorenzo Valla, umanista del XV secolo, non ne fece giustizia, dimostrandone in modo inequivocabile la falsità. Naturalmente la Chiesa e le sue gerarchie cercarono di opporsi in tutti i modi alla diffusione dell’opera del Valla ed è significativo il fatto che questa De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio, già composta nel 1440, potè essere pubblicata solo nel 1517, ben settantasette anni dopo, in un Paese protestante, e che fu posta all’Indice dei libri proibiti nel corso del Concilio di Trento. E’ interessante osservare che non la malattia che aveva colpito Costantino, ma la cura della stessa ebbe una certa risonanza nel Medioevo - 49 - SALTERNUM Fig. 5/6 - Roma. Museo Capitolino. Frammenti di statua colossale in bronzo. perché si ritrova in altri racconti riferiti a personaggi immaginari. La Leggenda del povero Enrico era cantata dai menestrelli nelle corti principesche della Germania medievale: si trattava della storia di un principe giovane e bello, di nome Enrico, fidanzato con una principessa, Elsie, il quale improvvisamente contrasse la lebbra. Deperì al punto che tutti, vedendolo in condizioni disperate, cominciarono a chiamarlo “il povero Enrico”. Una notte l’infermo sognò il diavolo in persona, che gli suggerì di rivolgersi ai medici della Scuola Salernitana e gli predisse la guarigione qualora avesse fatto un bagno nel sangue di una vergine che si fosse offerta di morire per lui volontariamente. Elsie si offrì subito, ma Enrico volle ascoltare il parere dei medici. Giunto a Salerno, per prima cosa si recò in Cattedrale per pregare sulla tomba di S. Matteo e qui guarì miracolosamente. La “cura del sangue” che a Costantino era stata suggerita dai medici pagani al povero Enrico fu indicata direttamente dal diavolo ed in entrambi i casi la guarigione avvenne per un intervento soprannaturale. In questa leggenda, c’è un riferimento alla Cattedrale di Salerno che potrebbe fornire un’indicazione approssimativa del periodo in cui è stata elaborata. Certamente in periodo normanno o svevo o ancora successivo. Ho accennato a questo racconto perché mi sembra che indichi in modo sufficientemente chiaro in quale labirinto di narrazioni più o meno fantasiose si debba districare colui che intenda chiarire alcuni argomenti storici, non poco documentati, ma tramandati in maniera confusa. Ben diversa da quella presentata dagli autori cristiani è la figura dell’Imperatore quale emerge dall’esegesi storica. Costantino e la sua famiglia erano da lungo tempo fedeli del Dio Sole, che in quell’epoca riuniva in sé i culti di Mitra e di Apollo, in una commistione di paganesimo e di religione misterica, e le sua pretesa conversione interiore non ebbe luogo almeno fino al 318, visto che la monetazione del periodo recava ancora l’immagine di quella divinità. Quando la sua carica imperiale venne riconosciuta dal Senato Romano, egli assunse, come tutti i suoi predecessori, la funzione di Pontifex Maximus, che lo rendeva capo religioso dell’Impero per ciò che riguardava la religione ufficiale dello Stato, e si limitò a delegare ad altre persone gli atti liturgici connessi con la carica religiosa del culto pagano. Poi, con disin- - 50 - PIETRO CRIVELLI volta sicurezza, estese la sua azione di controllo anche alla Chiesa cristiana, certamente facilitato da un lato dall’organizzazione della stessa, ancora carente in quanto appena uscita dalla semiclandestinità, e dall’altro dal sentimento di riconoscenza nei suoi confronti che gli derivava dall’essere stato colui che le aveva finalmente aperto un futuro nuovo di tranquillità e di sicurezza. In questa sua straordinaria veste di garante e tutore della Chiesa Costantino si sentì in diritto di convocare il concilio di Arelate (Arles) che condannò i Donatisti (314) e successivamente quello di Nicea con la condanna degli Ariani (325). Per di più, al secondo partecipò personalmente, anche se non era stato ancora battezzato – ciò forse avverrà dodici anni dopo, per opera di Eusebio di Nicomedia, vescovo ariano – e questo fa pensare che l’unica sua credenziale per partecipare ai lavori fosse appunto quella che poteva derivargli dall’essere l’Imperatore Pontefice Massimo. Sembrerebbe che da Arles, ove non fu presente, a Nicea, dove invece lo fu e con una certa autorità, si sia sviluppata una progressiva affermazione della sua personalità anche in campo religioso. Nondimeno bisogna chiedersi come sia avvenuto che Costantino abbia scelto di legarsi in qualche modo alla causa cristiana per il perseguimento dei propri fini. Anzitutto sarà bene osservare la situazione del Cristianesimo al tempo della persecuzione dioclezianea. Le condizioni esistenti nella parte orientale dell’Impero erano notevolmente diverse da quella della parte occidentale. Se ad Oriente la nuova religione si era ampiamente diffusa e radicata in tutti gli strati della popolazione, non altrettanto poteva dirsi per il Nord e per l’Occidente, ove il proselitismo era ancora agli inizi e quindi non ingenerava le stesse preoccupazioni di destabilizzazione che avevano mosso Diocleziano e Galerio. Inoltre lo zelo religioso, pagano, di questi ultimi era molto maggiore di quello che ispirava Costantino e, prima di lui, suo padre Costanzo Cloro. Entrambi fedeli del dio Sole, essi erano già preparati al monoteismo. Perciò un’altra religione monoteistica non poteva avere sulle loro coscienze lo stesso impatto sconcertante che Fig. 7 - Roma. Chiesa dei Quattro Santi Coronati. Papa Silvestro guarisce Costantino dalla lebbra. Fig. 8 - Costantino basilica dei quattro Santi Coronati a Roma. invece avvertiva chi era aduso ad un pantheon particolarmente esteso, fatto di divinità maggiori e minori e di altre entità non chiaramente collocabili nel contesto religioso generale. Ne consegue che agli inizi del IV secolo i Cristiani erano ancora una minoranza numericamente non trascurabile, ma neppure di rilevanza tale da poter muovere in modo significativo gli equilibri politici. Quasi certamente non raggiungevano neppure il venti per cento della popolazione dell’Impero Romano, tuttavia c’erano alcune cose che li distinguevano dagli altri. Innanzi tutto erano concentrati soprattutto nelle città più importanti e popolose, nei luoghi appunto in cui si formava il pensiero politico della cittadinanza, e poi, a differenza dei Pagani, sempre meno convinti, essi erano sinceramente e profondamente credenti nella loro nuova religione. Per di più erano distribuiti fra tutte le classi sociali ed - 51 - SALTERNUM erano in continua espansione. E’ noto che anche il potere più assoluto ha bisogno del consenso popolare per avere una vita tranquilla, se non necessariamente al momento della sua formazione, certamente dopo, e fra un consenso tiepido ed uno caloroso c’è una profonda differenza. Avere dalla propria parte gente convinta o addirittura entusiasta di dare un valido sostegno all’uomo che li aveva sottratti alla clandestinità ed alle persecuzioni era un colpo da maestro nello scenario politico dell’epoca. Che i suoi sostenitori fossero seguaci di Ario o di chiunque altro, nel panorama religioso di quel periodo era una cosa che all’Imperatore interessava poco ed infatti da principio non se ne curò. Cominciò a preoccuparsi quando il contrasto, prima fra i Donatisti ed i Cattolici e poi fra questi e gli Ariani, assunse delle dimensioni tali da divenire fonte di conflitti che potevano degenerare dal piano puramente dottrinale fino ad avere una portata politica e giungere chissà dove. Fu allora che, forte dell’autorità imperiale e di Pontefice Massimo, convocò dapprima il Concilio di Arles e poi quello di Nicea. Rimettendosi alle decisioni dei vescovi, allontanò dalla sua persona ogni sospetto di appoggiare l’una o l’altra parte. Va però osservato che, pur rispettando formalmente le decisioni dei Padri Conciliari, non intraprese alcuna azione contro gli Ariani dichiarati eretici, e tuttavia presenti in gran numero nella penisola balcanica, in Asia Minore ed in Egitto, con i quali invece conservò ottimi rapporti fino a farsi battezzare da un vescovo ariano. La struttura verticistica della Chiesa fu un altro elemento che convinse Costantino al grande passo dell’apertura al Cristianesimo. La gerarchia ecclesiastica, la forte autorità dei vescovi sul clero e sui fedeli, l’ossequio profondo e sentito di questi nei confronti delle personalità religiose furono tutte considerazioni che certamente egli ebbe ben presenti e che lo determinarono ulteriormente, qualora ve ne fosse stato bisogno, a rompere con un passato di secoli. Fu pertanto generoso verso la Chiesa, ma soprattutto verso gli ecclesiatici che, con un editto, furono esentati dalle imposte. La sua scelta si dimostrò più che indovinata, dal momento che tuttora sia la Chiesa Ortodossa, sia quella Russa, lo annovera- no fra i Santi. Suo interesse precipuo fu solo quello di avere l’appoggio dei Cristiani in genere senza andare troppo per il sottile e senza lasciarsi invischiare in dispute teologiche. Quanto sia stato attento in questa sua politica di ricerca di consenso è dimostrato dal fatto che non negò assolutamente la sua benevolenza agli Ebrei, limitandosi ad evitare che potessero assumere degli atteggiamenti anticristiani. Del pari non adottò alcuna misura che potesse essere di nocumento ai Pagani. Anzi, Zosimo, storico greco della fine del V secolo, d’ispirazione pagana e autore di una Storia Nuova (Ιστορία νέα), racconta (II,30-35) la fondazione di Costantinopoli e la costruzione dell’ippodromo, del tempio dei Diòscuri e del Foro, in cui pose due templi, l’uno dedicato a Rea – la titanide madre degli dei che, in epoca romana era considerata una divinità della terra e assimilata a Cibele - e l’altro alla Fortuna di Roma. Tutti sanno quanto i Cristiani aborrissero gli spettacoli circensi e quanto invece gli stessi entusiasmassero il popolo pagano, pertanto una concessione a questo, anche di carattere religioso, era quanto mai opportuna. Come si vede il comportamento di Costantino non fu certo tale da potersi considerare contrario al paganesimo. Questo atteggiamento si riscontrerà solo più tardi nella politica di Teodosio I. A differenza del nipote Giuliano, detto l’Apostata, non aveva alle spalle una cultura che gli consentisse disquisizioni di carattere filosofico. Era un soldato, con i piedi ben piantati a terra, cinico ed egoista quanto bastava per liberarsi, anche in modo cruento, di chi poteva in qualche modo infastidirlo, non esclusi il suocero, moglie, figlio e nipote. La sua sagacia di principe tuttavia non si spinse fino a prevedere che cosa sarebbe accaduto dopo la sua morte, quando si sarebbe presentato il problema della successione, che portò con sé un orribile strascico di uccisioni fra consanguinei. Sarebbe un errore però vedere questo Imperatore sotto una luce esclusivamente negativa, così come sarebbe un altro errore valutare i comportamenti di un uomo vissuto millesettecento anni or sono con il metro attuale. Costantino era semplicemente un - 52 - PIETRO CRIVELLI uomo del suo tempo, che agiva secondo la mentalità dell’epoca, differenziandosi dagli altri solo per una più accentuata manifestazione del suo carattere che, in fondo, era quella che gli aveva permesso di raggiungere l’Impero. Ad ogni modo la sua opera politica servì a ridare respiro ad un Impero in affanno. Il concilio di Arles, appena ricordato, non si limitò alla conferma della condanna del vescovo rigorista Donato, ma, cosa particolarmente importante, stabilì la liceità per i Cristiani di partecipare attivamente alla vita politica dello Stato1, minacciando altresì di scomunica i soldati cristiani che eventualmente intendessero disertare dalle legioni imperiali in nome del principio della non violenza. Era un radicale cambiamento di posizione rispetto agli assunti precedenti, particolarmente utile a Costantino che, proprio allora, si accingeva alla lotta contro Licinio. Logicamente la sua attività di monarca non poteva non tenere conto delle difficoltà di carattere economico e monetario che, oramai, da secoli affliggevano lo stato romano. Gli Imperatori precedenti avevano affrontato il problema tentando la difesa della moneta in modo forzoso e non realistico. La crisi famosa del III secolo fu, in larga parte, una crisi economica, legata a quella del denarius, e gli Imperatori dell’epoca non seppero vedere altra possibilità di tamponare la falla diversa da quella di sostenerlo ad ogni costo2. Diocleziano (edictum de pretiis) aveva con tutte le sue forze tentato di difendere il valore della moneta di rame, un valore che invece il mercato aveva dimostrato indifendibile. Agendo così non faceva altro che ripercorrere la stessa strada dei suoi predecessori, che tutti indistintamente avevano difeso il denarius con la forza della legge e non con la legge dell’economia. E ciò forse era dovuto al forte sentimento della tradizione romana per cui quella moneta di rame simboleggiava la res publica che passava nelle mani di tutti, patrizi o plebei, liberi o servi, e pertanto andava difesa ad oltranza. La sua azione più incisiva fu rivolta all’attuazione di una grande riforma fiscale creando un sistema di imposizione che sarebbe durato per secoli3, ma quella riforma poteva solo, nel breve periodo, dare respiro alle finanze statali, mentre, a lungo termine avrebbe reso asfittica l’economia, cosa puntualmente avveratasi, senza peraltro agire minimamente sulla moneta che, in realtà, era l’ammalato che si doveva curare. Il già citato Lattanzio afferma che “c’erano più stipendiati statali che contribuenti. Enormi imposizioni fiscali consumavano le forze dei contadini; quindi i campi erano abbandonati e il terreno coltivabile si trasformava in deserto.”4. Chiaramente l’affermazione di quest’Autore deve essere presa con molta circospezione in quanto avverso a Diocleziano e la stessa opera da cui è tratta non è la migliore garanzia d’imparzialità. Tuttavia sappiamo da altre fonti che effettivamente la pressione fiscale aveva raggiunto livelli eccessivi. Costantino fu il primo a capire che la via della protezione caparbia ed ostinata non era più percorribile e perciò abbandonò la difesa del denarius di rame e lo lasciò al suo valore effettivo in rapporto al solidus aureo. La soluzione costantiniana del problema monetario fu realistica, ma devastante allo stesso tempo, anche perché giunta tardivamente rispetto al necessario. Il denarius perse in un solo colpo pressoché totalmente il suo potere d’acquisto e quelle fasce sociali medio basse che avevano affidato e ancora affidavano la loro economia quasi esclusivamente a quella moneta, essendo quelle auree e argentee nelle mani prevalentemente dei ceti sociali più elevati, si ritrovarono da un momento all’altro nella povertà più assoluta. Per contro, coloro che possedevano e avevano tesaurizzato la moneta d’oro divennero gli unici detentori della ricchezza e pertanto i soli che potevano in qualche modo accedere alle leve della politica statale. Il divario economico fra i ceti più elevati e gli strati meno abbienti della popolazione, già prima notevole, diventava improvvisamente una voragine senza fondo. Ma ancora, in seguito alla constatazione che si andava sempre di più diffondendo il disamore per le cariche pubbliche, per la prima volta venne stabilito per legge che i decurioni che amministravano le municipalità automaticamente trasmettevano la loro carica per eredità ai loro - 53 - SALTERNUM discendenti e, analogamente, agli appartenenti a quasi tutte le categorie mercantili ed artigianali era vietato di cambiare professione5. Era una forma di cristallizzazione della società, un avvenimento che farà sentire a lungo i suoi effetti riducendo considerevolmente il numero di coloro che, per posizione economica, e, di conseguenza sociale, potevano aspirare ad incarichi di rilievo e quindi concentrerà maggiormente il potere nel Palazzo allontanando quasi del tutto i pericoli esterni di sovversione. Negli anni successivi, tutti i rivolgimenti nasceranno e si svilupperanno prevalentemente all’interno della famiglia imperiale. Naturalmente non possiamo sapere se anche questo sia stato calcolato da Costantino. Tuttavia la rottura politica, oltre che religiosa, con l’impero precedente non poteva essere più netta. Cancellata la Tetrarchia voluta da Diocleziano, Costantino riaffermò il principio monarchico. L’evoluzione politica era perfettamente in linea con il personaggio. Così come avevano fatto molti suoi predecessori anche Costantino volle il suo arco trionfale, molto simile a quello di Settimio Severo; Esso venne decorato con diversi rilievi recuperati da edifici risalenti ai tempi di imperatori precedenti, soprattutto Traiano, Adriano e Marco Aurelio. È questa una delle prime manifestazioni di reimpiego di materiale di spoglio, che diverranno sempre più frequenti nei secoli successivi. In campo religioso iniziò una notevole attività di edificazione di luoghi culto cristiani ed è in questo periodo che s’impone la pianta basilicale delle chiese, struttura architettonica che assolveva egregiamente allo scopo di convogliare gli sguardi e l’attenzione dei convenuti verso l’abside e verso l’altare ove si celebravano i riti e da dove l’officiante parlava all’assemblea dei fedeli. Contemporaneamente all’espansione dell’architettura religiosa cristiana, si registra un rallentamento costante di quella profana che, dopo Teodosio I (morto nel 395), cessa quasi del tutto. Non archi trionfali né terme, poche anche le statue. Il declino della Romanità è oramai in atto. NOTE 1 4 2 5 Joseph Vogt, Il Declino di Roma Milano 1965 p. 117 Santo Mazzarino, L’Impero romano, Roma-Bari 1986. 3 Joseph Vogt, Op. Cit., p. 95. - 54 - Lattanzio, De Mortibus Persecutorum 7.3. Joseph Vogt, Op. Cit., p. 123 MARIA AMORUSO Gli affreschi di Pompei e le forme di degrado I l sito archeologico di Pompei, sin dai primi momenti della sua scoperta, ha suscitato un grande interesse tra gli studiosi e gli appassionati per l’immensa quantità di reperti riportati alla luce. Gli oggetti di uso quotidiano, i monili, le monete, gli scheletri degli abitanti della città e le stesse abitazioni sono considerati, nel loro insieme, un esempio unico al mondo. Inoltre, a rendere ancor più celebre questo sito, sono stati gli affreschi con le loro varietà stilistiche, la grande quantità di pigmenti utilizzati e i numerosi e minuziosi dettagli decorativi. Queste pitture sono state oggetto di svariati studi che hanno permesso la loro interpretazione e la loro conoscenza a livello strutturale ma hanno anche subito nel corso dei secoli molti traumi in seguito a distacchi e trattamenti sperimentali (tra l’ altro con esito negativo) per la loro conservazione. L’unione di questi fattori, ad altri di tipo naturale o indotti dall’uomo, hanno creato una situazione conservativa molto problematica, che ha visto comparire sugli affreschi una vasta gamma di forme di degrado che nel corso degli anni hanno compromesso, in modo anche irreversibile, lo stato di salute delle pitture. La tecnica dell’affresco Questa tecnica era ben nota fin dall’antichità, ma nel corso dei secoli ha subito qualche cambiamento. In epoca romana la superficie pittorica si preparava stendendo ben sei strati di materiale diverso su di un supporto. I primi tre strati costituiti complessivamente da malta di calce e arena, andavano a formare un unico blocco che prende il nome di “arriccio”. Gli altri tre strati erano composti da calce e polvere di marmo sempre più raffinata e, sull’ultimo, si applicavano i colori. I Fig. 1 - Sezione trasversale della struttura di un affresco di epoca romana. primi due strati di calce e polvere di marmo sono detti “intonaco”; l’ultimo, su cui sono applicati i pigmenti, prende il nome di “strato pittorico”. Il processo che permetteva la formazione di una superficie pittorica compatta e resistente, consisteva nella trasformazione dell’Idrossido di Calcio [Ca (OH)2] in Carbonato di Calcio (Ca CO3). Sull’Idrossido di Calcio ancora fresco veniva steso il pigmento. A questo punto aveva inizio il processo di carbonatazione, dovuto al contatto con l’anidride carbonica (CO2) nell’aria e la perdita di acqua (H2O): Ca (OH)2 + CO2 - Ca CO3 + H2O. Il processo di presa, ovvero l’indurimento della miscela per carbonatazione, è dovuto alla cristallizzazione lenta del carbonato di calcio neoformato, che genera una tessitura microcristallina coerente. La conoscenza dei materiali L’esatta conoscenza della tecnica pittorica e soprattutto dei materiali utilizzati permette di comprendere i meccanismi che nel tempo possono provocare le trasformazioni nell’affresco. - 55 - SALTERNUM Le cause e le forme del degrado La situazione attuale delle pitture pompeiane permette di individuare una vasta gamma di forme di degrado e di tipo alterativo. La varietà è dovuta principalmente alle differenti cause che hanno indotto alla loro formazione. 1- Le cause fisiche Le cause principali sono di tipo fisico; esse sono strettamente collegate alle caratteristiche della materia prima e ne comportano di conseguenza modificazioni a livello strutturale. Tra esse le più dannose sono legate all’umidità e all’acqua che, circolando nella parete genera fenomeni di evaporazione, condensazione e disgregazione della materia per il trasporto dei sali che, risalendo in superficie, distruggono con le efflorescenze la superficie pittorica. L’acqua inoltre genera anche lo scioglimento della calce, che in seguito a varie reazioni chimiche risale in superficie e si deposita sullo strato pittorico sotto forma di bicarbonato di calcio, formando una patina che nasconde completamente la decorazione pittorica. Anche la luce influisce negativamente sulla conservazione dell’affresco, generando alterazioni cromatiche nei pigmenti e alterazioni strutturali nei leganti pittorici. È da ricordare ancora l’azione del vento, che provoca l’erosione della superficie, della polvere che, depositandosi, oscura, e delle vibrazioni che possono generare distacchi tra la superficie di intonaco e il supporto murario, con probabili cadute. Fig. 2 - Casa degli Amorini dorati – Cubicolo. Rigonfiamento della pellicola pittorica. Fig. 3 - Casa del Giardino d’ Ercole – Cubicolo. Distacco della pellicola pittorica. La calce, che è la materia prima con cui viene realizzato l’affresco, ha uno specifico valore per la densità e la porosità, e risponde con specifiche reazioni alle sollecitazioni meccaniche e termiche. L’esatta conoscenza di queste caratteristiche permette di interpretare le risposte del materiale a determinate sollecitazioni e di comprendere i meccanismi che hanno indotto il materiale a reagire in quel modo preciso. Ovviamente risulta fondamentale anche la conoscenza di tutti i fattori e di tutte le cause che possono in qualche modo influenzare la corretta conservazione dell’affresco e quindi modificarne le caratteristiche originali. 2 - Le cause biologiche Le cause del degrado biologico possono essere divise in macroscopiche e microscopiche. Il primo tipo va individuato nelle radici delle piante che possono infilarsi fin dentro le pareti dei muri. La loro crescita costante provoca una frattura delle murature che genera il sollevamento e la caduta dell’intonaco. Fanno parte della stessa categoria anche gli escrementi degli uccelli che, estremamente acidi, causano un erosione chimica della superficie più esterna della parete. Per quanto riguarda le cause microscopiche, ad essa è associata l’azione dannosa di funghi, - 56 - MARIA AMORUSO batteri, alghe e licheni. L’acqua è la fonte principale per il loro sviluppo e il mantenimento di una vita biologica; questo organismi detti “biodeteriogeni”, generano nel manufatto danni di tipo fisico per l’azione meccanica che esercitano durante la loro crescita, e danni di tipo chimico per la produzione di sostanze metaboliche acide e quindi aggressive. I più dannosi sono i funghi microscopici che, quando iniziano la loro azione, sono invisibili ad occhio nudo ma, quando poi se ne osservano i danni, è praticamente impossibile porvi un rimedio. Le alghe invece sono visibili sull’intonaco e creano zone circoscritte o estese di colore nero o verde, e provocano, oltre che un danno estetico, anche un indebolimento della malta superficiale. I licheni, che si comportano come le alghe, generano alterazioni più evidenti e di tipo crostoso; la loro rimozione implica spesso anche l’asportazione di parte del film pittorico. Infine ci sono i batteri, che svolgono azioni diverse in base al loro ceppo di appartenenza. 3 - Le cause chimiche Oltre ai danni generati da cause chimiche dovute a fattori naturali, oggi si riconoscono delle cause chimiche di tipo antropico, strettamente legate all’inquinamento atmosferico prodotto dall’uomo. Ovviamente, le manifestazioni del degrado generate da queste cause si osservano più rapidamente sui muri esterni che su quelli interni. I danni principali sono dovuti all’aumento di sostanze gassose aggressive nell’atmosfera, quali l’anidride carbonica (CO2), l’anidride solforosa (SO2), gli ossidi di azoto (NO2) e gli idrocarburi, che hanno accelerato il processo di degrado dei materiali. L’anidride carbonica presente nell’atmosfera come suo costituente oggi va considerata come elemento inquinante poiché ha raggiunto concentrazioni molto elevate. Ancora una volta, è l’acqua a contribuire al degrado degli affreschi poiché, essa è il principale elemento di raccolta e concentrazione degli inquinanti atmosferici, li incontra nei suoi movimenti e li porta in contatto con le superfici su cui essi incideranno. Fig. 4 - Casa del Principe di Napoli – Tablino. Caduta della pellicola pittorica. Fig. 5 - Fullonica di Stephanus. 4 - Le cause antropiche Sono intesi come danni causati dall’uomo tutte le conseguenze che si sono sviluppate in seguito alle azioni di tipo conservativo. In passato spesso capitava che il restauratore, nel tentativo di recuperare gli affreschi imbiancati, raschiasse grossolanamente e con strumenti non - 57 - SALTERNUM Fig. 6 - Casa del Giardino d’ Ercole – Efflorescenze saline. Fig. 7 - Terme stabiane – Parete est del portico. Distacco e caduta dei vari strati pittorici. Fig. 8 - Casa della Venere in conchiglia – Atrio. Formazione di alghe su di una parete esterna. adeguati la superficie pittorica, che di seguito è rimasta danneggiata. Era ancora peggiore la soluzione che si applicava per eliminare le patine bianche dagli affreschi. Infatti veniva utilizzato un composto acido che aveva le capacità di disgregare il carbonato di calcio; così eliminava il velo bianco ma, penetrando in profondità, intaccava anche la malta. Venivano impiegati anche moltissimi prodotti organici per operazioni di restauro, ma che in realtà erano facilmente degradabili e recavano danni alla superficie pittorica e favorivano la formazione di muffe. Furono utilizzati numerosi prodotti poco sperimentati e con l’avvento della chimica, intorno al 1950, i polimeri organici di sintesi che però hanno creato ulteriori danni, come la formazione di pellicole lucide impermeabili e gommose, che hanno alterato la superficie cromatica ma non hanno bloccato i processi di degrado. Su numerosi affreschi pompeiani conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli sono osservabili i vari danni che sono stati provocati nel corso degli anni da personale inesperto, che si improvvisava restauratore e creatore di miscugli pericolosi, che hanno arrecato danni irreparabili all’affresco e in alcuni casi la loro completa distruzione. Infine, tra le cause antropiche va inserita anche la presenza giornaliera dei turisti che con veri e propri atti vandalici creano incisioni sulla superficie degli affreschi e abbandonano tra le abitazioni e le strade del sito numerosi rifiuti. Conclusione Attraverso un attento esame di tutte le forme di degrado riscontrate a Pompei, si può dedurre che i danni principali sono causati dall’umidità e quindi dall’acqua e dagli agenti biologici. Le macchie più scure sulle pareti indicano esplicitamente la presenza di umidità, mentre altre forme di degrado come le efflorescenze e le patine sono la testimonianza dei processi chimici e fisici avvenuti successivamente al passaggio dell’acqua nella parete, che ha compromesso la stabilità chimica e fisica della calce provocando un suo scioglimento, con la conseguente formazione di patine e una risalita di sali in superficie. L’umidità che si riscontra nel sito in alcuni casi Fig. 9 - Fullonica di Stephanus. Formazione di licheni. - 58 - MARIA AMORUSO proviene dal suolo, e in altri casi penetra probabilmente attraverso le coperture e, per infiltrazione, attraverso la parete esterna della muratura, che ha perso ormai ogni forma di rivestimento e mostra alle intemperie la sua parte più porosa, costituita da mattoni e malta. Per quanto riguarda le forme di degrado biologico, la formazione di alghe e licheni si riscontra in particolar modo su affreschi che non posseggono coperture di alcun genere. Gli escrementi di colombo invece, paradossalmente si individuano all’interno delle abitazioni o comunque su affreschi coperti da tettoie. È probabile quindi che questi uccelli si introducano all’interno delle abitazioni nelle ore notturne. Anche se in una percentuale inferiore, le altre forme di degrado individuate sono altrettanto serie e dannose per l’affresco. In conclusione, si può affermare che l’80% circa delle pitture di Pompei non godono di buona salute, mentre il restante 20% comprende un gruppo di abitazioni aperte al pubblico da pochissimi anni e quindi da poco restaurate, e abitazioni che riscuotono molto successo tra i turisti come il Lupanare, che ha subito un recente restauro e la Villa dei Misteri, che possiede intere stanze chiuse e quindi inaccessibili al pubblico, dove ci sono affreschi meravigliosi. Sarebbe opportuno intervenire in tempi brevi sull’intera area archeologica per preservare ciò che resta di queste splendide opere, poiché la condizione attuale del loro stato di conservazione potrebbe condurre nel giro di alcuni anni alla loro definitiva scomparsa. Fig. 10 - Casa degli Amorini dorati – Vestibolo d’ingresso dell’ambiente i. Alterazione cromatica. Fig.11 - Casa degli Amorini dorati – Peristilio f. Escrementi di colombo. - 59 - SALTERNUM Un particolare ringraziamento va al Prof. Ciro Piccioli, che mi ha guidato nella realizzazione della Tesi di laurea da cui è stato tratto questo articolo. BIBLIOGRAFIA Fig. 12 - Casa degli Amorini dorati – Peristilio. Alterazione cromatica dovuta al passaggio di sostanze inquinanti. Fig. 13 - Fullonica di Stephanus – Ambiente g. Incisioni realizzate dai turisti sulla superficie dell’affresco. Artists pigments, 1986, 3 Voll., R. L. FELLER ed., New York, Oxford University Press. Restauri archeologici a Pompei e Ercolano, 2004, in “Restauro” n° 165-166. CANGIANO DE AZVEDO M., 1966, s.v. Affresco, in Enciclopedia dell'Arte Antica. Vol. I, pp. 100-102. CAIROLI GIULIANI F., 2004. L'edilizia nell'antichità, Roma. CAMPANELLA L. et altri, 2007, Chimica per l' arte, Bologna. D'ALCONZO P., 2002, Picturae excisae: conservazione e restauro dei dipinti murali ercolanesi e pompeiani tra XVII e XIX secolo. 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La ricerca sulle vernici dal primo 800 all'Unità. “Atti del Convegno Internazionale di studi: Storia del restauro dei dipinti a Napoli e nel Regno nel XIX secolo”. Napoli, Museo di Capodimonte, 14-16 ottobre 1999, pp. 127-135. Fig. 14 - Casa dei Ceii – ambiente. - 60 - MARA LUCIANI La figura di Venere nei mosaici romani della Tunisia. Uno studio iconografico N ell’immaginario collettivo, Venere è da sempre vista come dea dell’amore e della bellezza. In realtà il suo ruolo fu ben più ampio ed articolato di quanto si pensi. La sua nascita risale a tempi molto antichi, collegandosi a miti orientali e a divinità come Isthar1, nota in Occidente con il nome di Astarte2. Presso i Greci prese il nome di Afrodite, con cui si identificherà successivamente il culto romano di Venere. Viene presentata come dea nata dalla spuma del mare, da cui deriva il nome greco (αφρός3 ‘spuma’) . Il mito4 narra che la dea nacque dal cranio di Urano, dopo che fu gettato in mare dal figlio Crono; formandosi in mezzo alle onde, sarebbe poi uscita dalle acque nei pressi dell’isola di Cipro. Secondo una diversa versione del mito5, sarebbe nata in una conchiglia che fu portata nell’isola di Citera. Nel mondo latino era una divinità secondaria del pantheon romano, che acquisì maggior rilievo con l’influenza greca, tanto da identificarla con Afrodite stessa. Il ruolo che svolse fu quello di dea della fertilità e della fecondità, origine della vita, ma anche quello di protettrice della navigazione. La sua venerazione a mano a mano si arricchì di nuovi attributi e forme. Tra questi, Scipione Africano introdusse il culto di Venere Genitrice, che ebbe larghissima diffusione per l’appoggio dato da parte di Cesare, che vi affiancò quello di Venere Vincitrice. Silla la scelse come propria patrona, mentre Cesare promosse il suo culto legando la sua discendenza a quella di Enea, che il mito riporta come figlio di Venere stessa. Svolse in tal modo anche un ruolo politico. Il concetto di Venus fu messo in relazione anche con l’ambiente magico-religioso, ad indicare una divinità benevola e propizia, costatando il Fig. 1a - Particolare della ‘Toletta di Venere’ da Leptis Minor (fine II sec. d.C.). Fig. 1b - Particolare della ‘Toletta di Venere’ da Leptis Minor - Amorini sulla barca. collegamento fra il suo nome e i termini venia (‘grazia’) e venenum (‘fascino magico’). Le sue tante rappresentazioni la vedono nuda in atteggiamento provocatorio, simbolo di seduzione. Le province romane del Nord-Africa conobbero una grande prosperità, che permise loro di acquistare maggior risalto tramite la costruzione di monumenti pubblici e le elaborate decorazioni delle case private. L’uso del mosaico si diffuse tra le città, fino a raggiungere il suo apice tra il II e III secolo d.C. - 61 - SALTERNUM Fig. 2 - ‘Toletta di Venere’ da Oudna (III sec. d.C.). Fig. 3 - “Trionfo di Venere” da Bulla Regia (seconda meta del III sec. d.C.). Venere fu una divinità molto popolare fra gli africani, poiché in lei riscoprivano Astarte, la grande dea della fertilità e della fecondità che avevano adorato nel periodo pre-romano6. In Tunisia la dea appare ritratta come una divinità popolare, in rappresentazioni formali e ieratiche7. Il periodo è quello che va dal II sec. d.C. fino a quello bizantino. In Africa, la dea interveniva anche nel valorizzare i doni naturali con il trucco e l’ornamento ed è proprio per questo motivo che i mosaicisti africani l’hanno spesso rappresentata durante la sua toletta. Questa serie iconografica è ampiamente diffusa nei mosaici della Tunisia, nei quali la dea si trova spesso in posizione frontale, in piedi, nuda e affiancata da due amorini mentre le porgono degli oggetti per agghindarla. La sua nudità era sia un rituale che un simbolo di seduzione. La dea è chiamata Anadiomene quando viene rappresentata uscente dall’acqua. Il tema prevede tre accessori: lo specchio, la corona o ghirlanda di fiori e un cofanetto di gioielli8. I mosaici più rappresentativi provengono da El-Jem (III sec. d.C.; ora al Museo di Sousse), da Leptis Minor (fine II sec. d.C.; ora al Museo della città) e da Thuburbo Majus (III d.C.; ora al Museo del Bardo). In quello da El-Jem, Venere appare come la dea della terra, il cui potere benefico e di fecondazione è rinforzato dalla rappresentazione delle stagioni, come personificazioni dell’energia creativa della natura poste ai lati della scena principale9. Quello da Leptis Minor (Figg. 1a-1b), che ricopriva il pavimento di un triclinio, presenta la dea nella sua toletta circondata da amorini su barche intenti ad attraccare dopo la pesca o a salpare per raggiungere il mare aperto. Il mosaico descriveva le attività che probabilmente si svolgevano durante il giorno nel porto della città, dove doveva risiedere il proprietario che lo aveva commissionato10. Un mosaico che fa eccezione è quello proviene da Oudna (Fig. 2) dove la dea non è più affiancata da amorini, ma da Ninfe che svuotano conchiglie piene d’acqua. La scritta in basso Industri è probabilmente il nome del proprietario della casa da dove viene il mosaico o la firma del mosaicista11. Nel repertorio africano, venne recepito anche il tema del trionfo, che affonda le sue radici nella tradizione italica di I e II secolo d.C., anche se con l’apporto di modifiche proprie e con la creazione di varianti12. Tale soggetto si diffuse anche in Oriente13, anche se con minor fortuna che in Africa. Gli artisti del Nord-Africa presentano spesso il trionfo della dea. Solitamente appare nuda o semicoperta da un velo, seduta, e con un drappo che le vola sopra la testa. Il più antico mosaico, datato alla seconda metà del III d.C., proviene da Bulla Regia (Fig. 3; in situ), dove la dea è seduta sopra il dorso di mostri marini, mentre viene incoronata da amorini con una ghirlanda. La dea è cinta da un’aureola, probabilmente per un rifacimento più tardo, come si ritrova anche in due mosaici - 62 - MARA LUCIANI da Timgad (Numidia)14. Il mosaico da Cartagine (Fig. 4; ora al Museo del Bardo), datato agli inizi del IV d.C., mostra la dea sopra un’isola, affiancata da barche con musicisti e danzatori, mentre si incorona15. Un altro mosaico proveniente da Ellès (Fig. 5; ora al Museo del Bardo), datato agli inizi del IV d.C., la vede incoronata da due centauri-femmina che hanno la sua stessa fisionomia, mentre nella zona superiore si trovano due cavalli con i loro rispettivi nomi. La corona che le centauri-femmina pongono sulla sua testa sarà una corona che ricompensa una quadriga vincitrice al momento dei giochi celebrati in onore della dea stessa. Sopra la testa della dea e delle due centauri-femmina si legge l’iscrizione: Polystefanus rationis est Archeus, che riporta i nomi degli altri due cavalli che facevano parte della quadriga. Questa rappresentazione si richiama al mondo dei giochi del circo, con la presenza anche della palma, simbolo di vittoria. L’associazione di Venere con il circo fa pensare che i giochi fossero organizzati durante la festa della dea stessa, che era celebrata con molto fervore nella regione di Ellès e nelle vicine città di Mactar e Sicca Veneria. Tra i suoi molti poteri, infatti, la dea portava fortuna nelle gare dei cavalli garantendo la vittoria16. Come si nota, la corona destinata a Venere può essere portata da amorini, da Centauri-femmina o dalla dea stessa, ed ha spesso lo stesso aspetto delle corone date ai vincitori nelle gare di cavalli e di carri, ma può essere sostituita anche con un drappo (Timgad) o una ghirlanda (Ellès, Bulla Regia). Gli amorini nel mosaico da Cartagine sono sostituiti con dei musicisti, in quello da Ellès scompaiono completamente. Il tema del Trionfo non è caratterizzato solo dall’incoronamento della dea, ma anche dalla presenza della conchiglia, che richiama il mito della nascita di Venere. Lo schema è stato studiato ed interpretato dalla studiosa Sabrina Toso17, che ha proposto una nuova classificazione iconografica del trionfo di Venere, basandosi sul confronto con altre classi di materiali e sulle suggestioni fornite dalle fonti letterarie, purtroppo scarse. Esse18 comunque attestano l’esistenza di due miti, confermando lo stretto rapporto della dea con il mare e con la conchiglia, come eredità della Afrodite greca. Fig. 4 - Perticolare dell' “Incoronamento di Venere” da Cartagine (Fine IV sec. d.C.). Fig. 5 - “Incoronamento di Venere” da Elles (inizi IV sec. d.C.). Il primo riguarda la nascita di Venere19, il secondo la transvectio20 , dove la conchiglia diventa il mezzo di trasporto della dea per i suoi viaggi in mare. Il tema della nascita di Venere dalla conchiglia ha dato origine a schemi iconografici differenti. Un solo mosaico è stato attribuito con certezza a questo tema: un pavimento del IV secolo d.C. da Hemsworth21, in Inghilterra, dove la dea è stante, davanti alla conchiglia che si apre a ventaglio alle sue spalle. Il tema della transvectio, già noto in ambito - 63 - SALTERNUM Fig. 6 - Trionfo di Venere da Cartagine (390-400 d.C.). greco, ha invece sviluppato un nuovo schema iconografico in età romana, attestato nel mondo italico a partire dal I sec. d.C. Lo si trova in due pitture pompeiane, dove la dea appare distesa nella sua conchiglia, appoggiata su un gomito, mentre nell’altra mano tiene un velo gonfiato dal vento; le gambe sono incrociate: una distesa e allungata, mentre l’altra si piega dietro di essa. Questa iconografia si diffonde tra il II e il III secolo d.C., nelle province occidentali (Gallia e Spagna) nell’ambito del mosaico pavimentale. Notando la poca differenziazione con l’iconografia utilizzata dal modello proposto dalla pittura, la Toso ipotizza l’esistenza di un prototipo comune da cui dipendono le varie raffigurazioni. Mentre la figura della dea rimane invariata, cambia il rapporto con la conchiglia (che serve sia da sfondo che da cornice) e l’orientamento della composizione. Nascita e transvectio, pur condividendo gli stessi elementi (conchiglia e dea), rimangono estranee non solo dal punto di vista del tema, ma anche da quello dello schema alle raffigurazioni del cd. Trionfo, in cui la dea è rappresentata seduta in una conchiglia sostenuta da due mostri marini che fungono da portatori, o è sorretta da essi posti in simmetria araldica. Il Picard ha riconosciuto lo schema nel mosaico africano22, ma probabilmente questo schema fu una creazione di epoca romana e di carattere prettamente figurativo, considerato il silenzio delle fonti letterarie, tranne che per brevi accenni23. In seguito, gli studiosi lo hanno considerato una creazione degli ateliers africani di II-III sec. d.C., in vista della preponderanza nel mosaico africano24. Tuttavia, esistono dei precedenti, come una pittura di Ercolano in cui due centauri affrontati sostengono una conchiglia vuota. L’associazione di Venere con la conchiglia è attestata nel cinerario urbano di Albius Graptus25, della prima metà del I sec. d.C. e in una serie di sarcofagi severiani di produzione romana, dove la dea sostituisce il busto del defunto. Ma in questi materiali l’iconografia di Venere rimane molto distante da quella utilizzata in ambito musivo. È quindi importante la testimonianza della lastra marmorea conservata a Palazzo Mattei26, di età adrianea, dove la dea conserva i caratteri dell’archetipo: è seduta a gambe incrociate su una conchiglia di piccole dimensioni, con braccia sollevate e piegate, nel tipico gesto dell’Anadiomene. La conchiglia è sorretta da due Tritoni (uno anziano con barba e uno giovane) che guardano la dea. Sulle loro code, due Eroti reggono gli accessori per la sua toletta. In età tardo-antica, tale iconografia viene assunta nel repertorio dell’aristocrazia urbana, caricata di una forte valenza autorappresentativa, come ci dimostrano le argenterie del tesoro dell’Esquilino e i medaglioni in bronzo della cd. Tensa Capitolina27, dove la dea è rappresentata con iconografia simile a quella musiva. Per il mosaico si cita il pavimento policromo dei Dioscuri da Ostia28. Da queste testimonianze si evince che il luogo di nascita di questa iconografia tra il I e II sec. d.C. sia da situare al centro dell’impero: da qui si irradierà nelle province. Nella parte orientale dell’impero gli esempi sono due: il pavimento da Shahba-Philippopolis29 della metà del III sec. d.C. e il più tardo mosaico da Alicarnasso di fine IV sec. d.C.30. In Africa le attestazioni sono moltissime e si può vedere come gli ateliers africani, pur non avendo creato questo soggetto, l’hanno però reso proprio, rielaborandolo profondamente. Da queste considerazioni la Toso31, nel suo saggio sul trionfo di Venere, ha concepito tre varianti dello schema che presenta la dea seduta: 1. con conchiglia retta da amorini; senza portatori 2. senza conchiglia, con mostri marini in qualità di portatori; 3. con conchiglia retta da mostri marini. - 64 - MARA LUCIANI Nel secondo gruppo la conchiglia scompare per una precisa scelta iconografica. La sua mancanza è una caratteristica prettamente africana, che non ritorna altrove, neanche nelle altre classi di materiali. A questo gruppo appartengono i mosaici da Bulla Regia32, Ippona33 e Khenchela34, che si distribuiscono nel corso del III-IV secolo d.C. La Ghedini35, nel suo intervento su un mosaico di Ostia, afferma che i primi due schemi sono i più antichi e possono essere definiti africani poiché sconosciuti fuori dell’area maghrebina. Il terzo gruppo è quello più vicino al modello italico, da cui si differenzia per l’accentuazione della conchiglia che si dilata per fare da sfondo alla dea e dalla presenza dello specchio. Questi mosaici, immediatamente successivi a quelli del secondo gruppo (fine IV-VI secolo d.C.), recuperano tutti gli elementi dell’archetipo: la dea, la conchiglia, i portatori. Ma la lettura è qui diversa: Venere è isolata in una grande conchiglia, come si vede nella casa dei sacra a Cartagine (Fig. 6; datato al 390-400 d.C., ora si trova al Museo del Bardo), nella casa della zona del Tennis Club di Cherchel, nel frigidario di Setif e nella casa dell’Asinus Nica di Djemila36. Questo gruppo condivide con il secondo altre varianti: i Tritoni sono spesso sostituiti da un altro tipo di mostri marini, gli Ictiocentauri, in cui si alternano zampe di crostacei o ali alle zampe anteriori equine, per rompere la simmetria. Con l’andar del tempo le scene si fanno sempre più ricche e variate: eroti, pesci, Nereidi, mostri marini, pescatori si contendono lo spazio, invaso dalle sempre più fitte onde del mare. Il trionfo, inoltre, non presenta necessariamente una corona sopra la testa della dea, ma a volte viene sostituito da un ombrello tenuto da un amorino (frigidario di Setif). Il tema del corteo di Venere ha assunto un carattere trionfale in Africa, anche se i suoi modelli sono abbastanza ristretti. Blanchard-Lemée37 a proposito di un mosaico di Djemila, sostiene che nel mosaico da Cherchel38 le Nereidi appaiono con la stessa atti- tudine della dea: il loro corpo è un po’ meno inclinato indietro e meno ancheggiante, con le braccia libere, come mostra anche il mosaico d’Arione di Piazza Armerina39. Per i pescatori sulle barche, si parla di un repertorio tradizionale di decori delle fontane, un uso largamente diffuso in Africa. La loro collocazione potrebbe avere un ruolo di riempimento o di localizzazione geografica40. I musicisti e i danzatori sopra le barche, secondo Blanchard-Lemée, appartengono a domini iconografici diversi, tra i quali uno di essi riguarderebbe i monumenti funerari. Lo studio è stato fatto da M. B. Andreae41, che vi vedeva la rappresentazione del viaggio dei morti. Questo viaggio prendeva le forme di quello di Venere verso Cipro. Il porto poi, era il punto d’arrivo del viaggio della vita: a Djemila troviamo anche un punto di partenza, popolato da figure della realtà quotidiana. La rappresentazione del mare è tipica della produzione africana e si ritrova in quattro diverse tipologie: linee parallele interrotte da brevi tratti verticali; linee parallele a zig-zag; linee a zig-zag; linee a zigzag alternate a linee orizzontali. La tradizione italica e occidentale invece, presenta una diversa rappresentazione del mare con linee parallele ed orizzontali, linee orizzontali alternate a linee disposte a 90° o linee parallele dalle quali si dipartono brevi tratti verticali. E’ interessante notare come i vari elementi si contaminino fra loro, rendendo spesso complicata l’identificazione dei soggetti. Il percorso così compiuto dal cd. Trionfo di Venere è letto secondo un modello centro/periferia,42 dove il centro è Roma, da dove poi si diffondono le innovazioni in aree periferiche. L’Africa è la periferia che non riesce a diventare nuovo centro ma che elabora gli impulsi in modo originale per il proprio “consumo” interno43. Gli schemi iconografici dei mosaici di Venere in Tunisia riprendendo modelli romani, vengono poi modificati con l’aggiunta di nuovi elementi, costituendo una tipologia tutta africana. - 65 - SALTERNUM NOTE Principale divinità del pantheon assiro-babilonese e sumerico, era dea dell’amore e della guerra. 2 Divinità fenicia messa in relazione con la vita della natura e della vegetazione. 3 Platone, Cratilo 406. 4 Esiodo, Teogonia 188. 5 Eliano, De Natura animalium 14.28. 6 Mosaics of roman Africa 1996, pp.147-153. 7 DUNBABIN 1999, pp.101-129. 8 Mosaics of roman Africa, 1996, p.150. 9 FOUCHER 1960; YACOUB 1995; DUNBABIN 1978. 10 YACOUB 1995; DUNBABIN 1978. 11 YACOUB 1995; DUNBABIN 1978. AA.VV. 2003. 12 GHEDINI 1995, pp. 301-307; TOSO 1995, pp. 293-300. 13 Il mosaico di Shahba-Philippopolis ne è un esempio. 14 DUNBABIN 1978, pp. 125-127, pl. 129. 15 POINSSOT-LANTIER 1924; Karthago 1999; YACOUB 1995; DUNBABIN 1978. 16 Mosaics of roman Africa 1996, p. 150; YACOUB 1995; DUNBABIN 1978. 17 TOSO 1995, pp. 293-300. 18 Plauto, LIGDAMO, STAZIO e PAOLO DIACONO. 19 Plauto, Rudens. 20 Ligdamo, Stazio e Paolo Diacono. 1 RAINEY 1973, pp. 93-94; HINKS 1933, n. 33, pp. 99-100. PICARD 1941-46, pp. 43-108. 23 Lucano Dial. mar., 15,3; APULEIO, met., 4,31. 24 BLANCHARD-LEMÉE 1975, pp. 73-75; DUNBABIN 1978, pp. 154159. 25 MUSTILLI 1939, p. 29. 26 GUERRINI 1982 , pp. 161-163. 27 STÄHLIN 1906, p. 355. 28 DUNBABIN 1978, p. 215. 29 BALTY 1977, pp. 16-18. 30 HINKS 1933, n. 52a, pp. 131-132. 31 TOSO 1995. 32 DUNBABIN 1978, pp. 43-44; 154-158. 33 DUNBABIN 1978, pp. 154-158. 34 DUNBABIN 1978, pp .154-158. 35 GHEDINI 1995, pp. 301-307. 36 BLANCHARD-LEMÉE 1975, pp. 61-84, pl.I-II. 37 Ibidem. 38 LASSUS 1962, p.184. 39 GENTILI 1959, pl.XXXVII, fig. 9. 40 BLANCHARD-LEMÉE 1975, pl. XI-XII, a. 41 ANDREAE 1963, pp. 131-162, pl. 72 - 80. 42 Il modello era stato proposto da SETTIS 1988, pp. 135-176; TOSO 1995. 43 TOSO 1995. 21 22 - 66 - MARA LUCIANI BIBLIOGRAFIA ALEXANDER-ENNAIFER, 1987: ALEXANDER, M.A. e ENNAIFER, M. Corpus des mosaïques de Tunisie. Thuburbo Majus, le mosaïques dans la region ouest, vol. 2, Tunisi. AA.VV. 1977: AA.VV., Le ruines de Bulla Regia, Parigi. 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RM= Mitteilungen des Deutschen archäologischen Instituts – Römische Abteilung. - 67 - ADRIANO CAFFARO – GIUSEPPE FALANGA Arte, paesaggio e devozione nella costiera amalfitana. Testimonianze del secondo Quattrocento I l palermitano Pietro Ranzano, già vescovo di Lucera, precettore del secondogenito di Ferrante, Giovanni d’Aragona, visitò la Costiera Amalfitana tra il 1477 ed il 1480, al tempo in cui ricopriva la carica di Vicario generale all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Nei suoi Annales omnium temporum, il Ranzano offre un’interessante descrizione del paesaggio costiero, affascinato dall’ameno aspetto della natura e dalla ricchezza delle architetture civili e religiose: «Et, quod in primis accedit locorum pulchritudini et amœnitati, magnificis ædibus sunt cuncta cospicua suis abitatę colonis, quę, cum continenter porrigantur, unius largissimę urbis aspectum offerunt navigantibus»1. A colpire la sua sensibilità è la compresenza armoniosa di elementi fisici e culturali, che contribuisce a fare della Costiera Amalfitana un ambiente variegato. Le osservazioni del frate domenicano non si discostano invero da quelle di altri forestieri in transito lungo la costiera tra il ‘400 ed il ‘500, come il Biondo2 e l’Alberti3, anch’essi attratti dalla straordinarietà del paesaggio. Dalle loro relazioni si evince la costante attenzione rivolta anche alla componente religioso-devozionale del luogo. Il Ranzano stesso ci confida il suo disappunto per non aver potuto visionare le reliquie di Sant’Andrea, custodite nel Duomo di Amalfi, a causa della resistenza oppostagli dal padre guardiano. Già sul finire del XV secolo la costiera amalfitana doveva dunque presentarsi allo sguardo di religiosi, studiosi e mercanti come un singolare complesso paesaggistico, in cui le tracce d’arte sacra, disseminate nel territorio, contribuivano non poco ad esaltare la bellezza naturale Fig. 1 - Napoli. Museo di S. Martino. A. Arcuccio. Natività. del sito, tanto da costituire tutt’oggi preziose spie del secolare processo di compenetrazione tra il paesaggio e la devozione. Nella tavola della “Natività” (fig. 1), attribuita da Raffaello Causa ad Angiolillo Arcuccio, oggi custodita al Museo Nazionale di San Martino insieme al dipinto della “Resurrezione”, ritroviamo una significativa testimonianza di questa originale associazione di devozione e paesaggio per il tramite dell’arte4. Il dipinto, realizzato nel secondo quattrocento, offre un suggestivo resoconto visivo dell’influenza allora esercitata dalla percezione degli edifici sacri e civili nella caratterizzazione pittorica del paesaggio. Arcuccio non ritrae la città di Salerno nella sua estensione, preferisce suggerirne uno scorcio e citarne gli emblemi, ossia la Cattedrale, simbolo del potere ecclesiale, ed il Castello Arechi, emblema del potere regale. Al di là di questi riferimenti storico-urbanistici, a destare interesse è tuttavia l’assetto paesaggistico, il contesto geografico fedelmente ritratto - 69 - SALTERNUM nelle sue componenti naturali, vedi i Monti Lattari, insieme agli indizi strutturali, vedi la via diretta a Vietri, che tutt’oggi apre la strada costiera a chi parte da Salerno. Nel dipinto, il paesaggio partecipa della devozione religiosa, integra con la varietà dei suoi elementi la disposizione corale degli angeli posti in alto sulla capanna. Il paesaggio diviene cioè il ‘luogo’ della devozione, come sembra del resto voler suggerire lo stesso Arcuccio, abile nell’aprire a mo’ di sipario la parete di fondo della capanna, invitando lo sguardo dello spettatore a spostarsi dalla Sacra Famiglia in primo piano alla scena paesaggistica sullo sfondo. Da quest’opera alle coeve testimonianze pittoriche con soggetto sacro presenti in costiera il passo è breve, per via del comune substrato religioso e culturale che finisce con l’avvicinarle l’una all’altra anche sotto l’aspetto iconografico e stilistico. Dalle pale agli affreschi cambia il supporto materiale e la tecnica pittorica, varia la cultura artistica che sorresse l’ispirazione ed orientò la mano dei loro autori, ma resta costante il ‘tratto’ devozionale, il comune riferimento alle usanze cultuali praticate nei vari siti. Gli inediti affreschi della Chiesa di San Martino a Ravello e della Chiesa di Santa Maria a Castro di Vettica Maggiore, insieme alle argenterie custodite oggi nel Museo del Duomo di Ravello e di Amalfi, seppur distanziate in aree diverse della costa, attestano la complessità di un assetto territoriale diversificato da apporti culturali esterni, ma reso omogeneo proprio dalla proliferazione di forme devozionali ricorrenti, che trovarono singolare espressione nell’arte del secondo Quattrocento. Tali testimonianze costellano un arco cronologico che potremmo definire ‘mediano’ rispetto ai due secoli dell’infeudazione del Ducato di Amalfi. Durante il sessantennio aragonese, Amalfi mantenne, anche se in modo precario, rapporti di natura commerciale con Napoli che, sin dall’età angioina, esercitò un ruolo primario per l’elaborazione delle correnti artistiche fiamminghe e catalane, divenendo centro di smistamento anche per gli artisti provenienti dal Nord e dal Centro Italia, nonché polo diffusore di stili e ten- denze attestate nelle opere pervenute al Sud grazie alla politica d’acquisti favorita da Alfonso il Magnanimo. La proliferazione di opere pittoriche quanto di argenti sacri nelle chiese della costiera sembra testimoniare, pur non senza problematicità, questa continuità di scambi tra il Ducato di Amalfi e la capitale del Regno5. Dell’antico monastero benedettino di San Trifone a Ravello, già citato in un documento del 1011, oggi resta soltanto la chiesa, intitolata a San Martino, a tre navate, con interessante campanile romanico6. Al centro dell’abside, in fondo alla navata sinistra, v’è un affresco (fig. 2), il cui autore è ignoto: esso ritrae la Vergine col Bambino in trono, da identificare con probabilità nel soggetto della Madonna dell’Arco. L’opera versa purtroppo in condizioni precarie, tali da ritenere opportuno un intervento di restauro: una lunga frattura taglia sul lato sinistro la superficie dipinta, già compromessa da numerose tracce di calce, colate durante la recente intonacatura delle mura (fig. 3). L’impianto iconografico è con facilità ricondotto a soluzioni già adottate in numerose tavole del secondo Quattrocento. Tutt’oggi qualche devoto del posto riconosce in quell’effigie il ritratto della Madonna dell’Arco, perpetuando ancora oggi una devozione attestata nella relazione di una visita pastorale effettuata da Mons. Bernardino Panicola il 25 aprile 1665, nella quale il vescovo cita il dipinto di “Sancta Marie de Arco”. Stando alle informazioni forniteci da Imperato7, il presule, intenzionato a riparare la chiesa, da decenni versante in cattive condizioni, comandò che venissero eseguiti alcuni lavori e dunque di coprire l’affresco, forse già allora ridotto in cattivo stato, non trovando fortunatamente quel comando esecuzione alcuna, come s’evince da una successiva relazione pastorale del 1694. Un remoto vincolo, se non di natura stilistica, ma iconografica, potrebbe legarlo dunque all’affresco realizzato intorno al 14708, - e più probabilmente ritoccato dal pittore Agostino Tesauro intorno al 1519-209 nell’originaria edicola quattrocentesca di Pomigliano d’Arco, divenuta centro propulsore del culto mariano in tutta la Campania col susseguirsi a quei tempi dei primi miracoli10. - 70 - ADRIANO CAFFARO La Vergine nell’affresco ravellese è in trono, vestita di rosso, con testa e spalle coperte da un manto blu che, nell’avvolgerle le ginocchia, appare in basso puntellato di fiori gialli stilizzati. Mentre col braccio sinistro regge il Bambino, alzato in piedi sulle gambe della Madre, col braccio destro mostra una melagrana, simbolo della Resurrezione. Il volto, ritratto con agili tocchi di grazia, smorza, insieme al vivace impianto coloristico della visione, la ieraticità della posizione frontale. Eguale imponenza caratterizza la figura del Bambino, ritratto nudo con al collo soltanto una collana di grossi grani rossi, forse coralli, dalla quale pende il ciondolo della croce, prefigurazione della Passione. Colpisce l’intensità dello sguardo e la naturale posizione, che lo coglie con le mani indicanti il particolare della melagrana. Questo dettaglio avvicina l’affresco ad altre opere della Costiera in cui è ritratto lo stesso frutto, come nella pala della Vergine in trono tra il profeta Elia e San Bartolomeo della Chiesa di Sant’Elia a Furore, attribuita dal Bologna al capuano Angelo Antonelli e datata al 1479, ma anche nel Trittico nella chiesa di S. Maria delle Grazie di Pogerola, databile alla fine del XV secolo11. Su entrambi i lati, al di sopra delle due figure, compaiono inoltre due piccoli angeli, in corrispondenza simmetrica, nell’atto di incoronare la Vergine: la corona e la parte alta del capo della Vergine sono oggi illeggibili. In basso, un fascio di nubi chiude la quinta, occupata sullo sfondo dal grande trono ligneo. Il disegno, rinforzato da agili contorni neri, denota un’esecuzione rapida e disinvolta: ne risultano valorizzate le sagome, con effetti di vivace pittoricismo, in linea con lo stile ‘sintetico’ proprio della vulgata popolare, che ritroviamo confermata a Ravello, con tratti stilistici affini, nell’affresco della Vergine con Bambino, oggi malridotto sull’altare della vicinissima Chiesa di Sant’Angelo dell’Ospedale12. Lasciando Ravello, proseguendo lungo la costa oltre Amalfi e Furore fino a Praiano, risalendo le pendici del Monte S. Angelo, che s’eleva sulla valle della Fontanella di Vettica Maggiore, si giunge al complesso di S. Maria a Castro, un tempo abitato dai Padri Domenicani, – GIUSEPPE FALANGA Fig. 2 - Ravello. Chiesa di S. Martino. Madonna con Bambino, particolare. Fig. 3 - Ravello. Chiesa di S. Martino. Madonna con Bambino. oggi sede di una ristretta comunità di Frati Francescani Riformati13. Nella chiesa adiacente al cenobio di San Domenico, ritroviamo un’altra significativa testimonianza del rinascimento costiero, un affresco dipinto da autore ignoto, occupante l’intera abside di sinistra14 (fig. 4). Si tratta di una composizione tardo-quattrocentesca, dall’interessante articolazione scenografica che, nell’arricchirsi di numerose figure e di motivi decorativi, non manca di ribadire la solenne centralità delle figure sacre: in alto, nella calotta absidale, quella del Cristo Pantocrator; in basso, quella della Vergine in trono col Bambino tra due Santi. L’opera è stata restaurata nel 1994 con numerosi interventi, tesi innanzitutto a consolidare il sostegno murario, provato dalle vicissitudini del tempo e dal sisma del 1980. Tutt’oggi una lunga crepa attraversa in senso longitudinale la superficie dipinta e la calotta absidale. È possibile tuttavia effettuare una lettura globale dell’opera, dal momento che l’altare settecentesco in stucco, che un tempo copriva il registro inferiore della parete dipinta, è stato opportunamente asportato in fase di restauro, lasciando emergere le figure e le loro interessanti fisionomie. A colpire lo sguardo del visitatore è innanzitutto la vivacità coloristica delle figure, che arricchisce l’ampia orchestrazione scenica, ben calibrata con gli innovativi valori plastici delle forme. Il registro inferiore, sebbene rovinato in parti simmetricamente opposte, venute meno con l’asporto dell’altare stesso, è occupato dal grup- - 71 - SALTERNUM po centrale della Vergine col Bambino, incorniciato dalla corte angelica ed inquadrato da un baldacchino dalle forme classicheggianti, rievocanti moduli albertiani (fig. 5). Il rapporto tra le figure ed il trono centrale restituisce una solu- Fig. 4 - Vettica Maggiore. Chiesa di S. Maria a Castro. Affresco absidale. Fig. 5 - Vettica Maggiore. Chiesa di S. Maria a Castro. Madonna con Bambino tra gli Angeli, particolare. Fig. 6 - Vettica Maggiore. Chiesa di S. Maria a Castro. Santo a sinistra, particolare. Fig. 7 - Vettica Maggiore. Chiesa di S. Maria a Castro. Madonna con Bambino, particolare. Fig. 8 - Vettica Maggiore. Chiesa di S. Maria a Castro. Santo a destra, particolare. Fig. 9 - Vettica Maggiore. Chiesa di S. Maria a Castro. Cristo Pantocrator, particolare. zione che tradisce la cultura prospettica del suo autore e rimanda ad altri casi locali attestanti, a partire dagli ultimi anni del sesto decennio, formule di derivazione pierfrancescana, come la già citata pala della Vergine in trono tra il profeta Elia e San Bartolomeo di Furore. Sulla sinistra si staglia maestosa la figura di un evangelista, forse San Luca, nell’atto di scrivere il Sacro Libro (fig. 6). Alla sua destra, compare un esile albero con frutti, tra i cui rami v’è un cartiglio recante una scritta in latino di difficile decifrazione. Ai suoi piedi s’apre un corteo di fedeli, ossia una processione di figure a mezzo busto, con abiti tipici quattrocenteschi, coi volti in ossequiosa compostezza, tra i quali non è improbabile che si nasconda il ritratto del committente o di un benefattore del luogo. È questo particolare a rimarcare ancora una volta il sentimento di devozione mariana già espresso nell’affresco ravellese, tanto diffuso tra gli abitanti della Costiera, a quanto pare supportato da una pratica liturgica popolare – dagli ex voto alle processioni - che trova qui una sua ‘elevazione’ nel pretesto compositivo costituito dalla stupenda corte degli angeli. Due di questi incoronano la Vergine; maggior fascino esercitano gli altri otto ai suoi lati, tra i quali due ritratti mentre suonano il liuto, con pose e fattezze che rivelano un’esperta ripresa di iconografie angeliche diffuse in area umbro-marchigiana15. La plasticità dei volti ritratti nel gruppo centrale e la piena volumetria delle masse, che in particolare definisce le eleganti figure della Vergine e del Bambino (fig. 7), suggeriscono una modalità espressiva tipica dei pittori attivi nella cerchia toscana dei masoliniani, ovvero una traduzione di remoti referti che sembra trovar credito nella cura dei valori plastici e dei dettagli anatomici e che tuttavia va qualificandosi in modo più convincente tenendo conto di un più incisivo intervento di matrice umbro-marchigiana, che influenza la scelta di gusto fondamentale e che pone l’opera in linea con i coevi esiti maturati tra Perugia e Camerino, dei quali giunge eco in costiera grazie alla mediazione di Giovanni da Gaeta, pittore dapprima attivo in Terra di Lavoro, poi nel Principato Citra dopo la metà del secolo. Formatosi nell’ambiente tardo- - 72 - ADRIANO CAFFARO gotico partenopeo, sensibile al nuovo linguaggio di pittori marchigiani come Giacomo di Nicola da Recanati16 e Bartolomeo di Tommaso17, Giovanni da Gaeta resta una presenza significativa per gli artisti attivi in costiera: la sua opera potette agevolare l’importazione di nuove proposte dall’area interna alla costa tirrenica, favorendo ulteriori commistioni col gusto iberico, come sembrano attestare l’Incoronazione della Vergine e Santi Antonio da Padova e Bernardino da Siena nella vicina Maiori ed il Trittico di San Michele Arcangelo a Cava dei Tirreni18. Sulla base di tali riferimenti, l’opera di Vettica potrebbe pertanto essere datata dopo gli anni settanta del XV secolo, quando ormai è assestato lo scambio tra la cultura meridionale e le tendenze umbro-marchigiane e quando la cura pierfranceschiana dello spazio e della forma comincia più decisa a penetrare anche in ambito provinciale. Nell’affresco, alla destra del trono compare inoltre un’altra figura (fig. 8), di controversa identificazione: forse San Nicola, forse san Biagio o San Gennaro, ad ogni modo un vescovo, come ben si deduce dai paramenti sacri che indossa: la mitra, i guanti, il pastorale. La probabilità che si tratti di S. Nicola è suffragata da preesistenti testimonianze cultuali, fra tutte quelle degli affreschi di Maiori nell’abbazia medievale di Santa Maria de Olearia19, venerato del resto il Santo in costiera come protettore dei naviganti. D’altro canto, proprio S. Gennaro è il Protettore di Vettica e a lui è dedicata l’antica chiesa parrocchiale. Non di secondario interesse sono infine i motivi floreali che adornano le due colonne del baldacchino, dettagli che completano l’eleganza ‘cortese’ già tradotta in pittura dallo stile fiorito che permea di sé l’intera visione. Nella calotta, si staglia maestosa la figura del Cristo Pantocrator, recante il Sacro Libro (fig. 9). Sulla sinistra, la figura di San Pietro, sulla destra quella di San Paolo, entrambe ritratte coi tradizionali attributi iconografici, sorretti alcuni anche da due angeli ai fianchi del Cristo. Nel complesso, l’opera testimonia il grado di penetrazione in costiera delle più consolidate solu- – GIUSEPPE FALANGA zioni pittoriche definite nei centri ‘maggiori’ della penisola, come prova l’assunzione di moduli stilistici ricorrenti nei più lontani ambiti centro-settentrionali e nei più vicini ambienti della corte napoletana, riproponendo la sintesi tra quelle formule italiane e le originarie fonti valenzane e fiandro-borgognone accreditate da tempo nella capitale aragonese. L’affresco, più dell’altro rinvenuto nella chiesa di San Martino a Ravello, testimonia un rapporto devozionale espresso dall’ignoto artista con una sapienza tecnica ed una sensibilità estetica che concorrono a generare un contesto compositivo ed iconografico ‘complesso’, contrassegnato da uno stile alto, connesso ad una tipologia ampiamente diffusa che lo rende diverso ormai da quello che un altro ignoto pittore espresse nell’affresco cosiddetto de “La Madonna dei Pescatori”, per la chiesa della S. Annunziata a Minori, presumibilmente agli inizi del XV secolo. Già in quest’ultimo è possibile tuttavia rilevare una significativa sintesi di arte, devozione e paesaggio, sebbene tale associazione vada declinandosi con una resa pittorica scevra d’effetti naturalistici, per via di una schematizzazione formale che, nell’ingenuità popolare che s’affida a segni essenziali, pur lascia intendere un certo allineamento alla serie delle più note opere prodotte a Napoli nel primo Quattrocento. Alla stilizzazione degli alberi coi limoni sullo sfondo – registrati, sarebbe il caso di dire, come “prodotti tipici” del luogo – fa da contrappunto il ritratto della Vergine Soccorrevole, più dettagliato nei lineamenti, curato con una sensibilità stilistica tale da distinguere l’intera figura dalle altre20. La preziosità dei dettagli iconografici contribuisce a connotare l’affresco di Vettica Maggiore come un momento singolare quanto significativo dell’articolato processo di affinamento stilistico della pittura sacra che va svolgendosi in Costiera nel transito dall’epoca medievale a quella moderna, nel passaggio dall’imperante koinè flandro-borgognona all’assimilazione, nell’avanzato Quattrocento, di tendenze estetiche proprie di una rinnovata cultura umanistica. Nell’affresco di Santa Maria a Castro è tuttavia riscontrabile una difformità compositiva che - 73 - SALTERNUM Fig. 10 - Ravello. Ex Cattedrale di S. Maria Assunta. Croce - Base di reliquiario. Fig. 11 - Pianillo di Agerola. Chiesa di S. Pietro Apostolo. Croce processionale. Fig. 12 - Pianillo di Agerola. Municipio. Sala Consiliare. Croce processionale. indurrebbe ad ipotizzare, per alcune sue parti, tempi diversi di realizzazione se non addirittura l’intervento di autori diversi, come sembrerebbe attestare la divergenza stilistica ravvisabile tra il registro inferiore e quello superiore. La definizione classicheggiante delle figure in basso, che assicura alla visione un generale carattere ‘aulico’, contrasta infatti col grado di elementarità che invece caratterizza le figure superiori, in particolare quella del Cristo, le cui fattezze rivelano una più marcata stilizzazione, eco di una tarda iconografia bizantina. A destare curiosità sono tra l’altro alcuni particolari compositivi e materiali: vedi il mancato coordinamento tra le due scene, giustapposte senza armonico rapporto; vedi l’affiorare di brani isolati della visione, frammenti sparsi di un impianto scenico precedente, soprattutto laddove s’innestava un tempo l’altare settecentesco, come quello del pastorale o della mitra della figura a destra, cui è stata sovrapposta, come in un palinsesto, la nuova immagine del Santo. Al di là dei valori pittorici, l’affresco di S. Maria a Castro interessa per alcuni indizi relativi anche agli arredi sacri del XV secolo, dal momento che taluni particolari consentono un rapido rimando a preziose opere in argento del vasto repertorio che oggi arricchisce il Tesoro Sacro della Costiera. Se si considera la croce processionale ritratta in basso a sinistra, la ferula vescovile ed ancora la mitra del presunto San Nicola ritratto a destra, si comprende quanto sia agevolata la corrispondenza tra la pittura e gli oggetti di argento di provenienza napoletana, la cui produzione proprio nel XV secolo vive una stagione felice. Grazie ai Lipinsky21, cui si deve la redazione del vasto inventario degli argenti presenti in varie chiese della Costiera, possiamo oggi operare facili raffronti e constatare che la croce processionale dipinta in basso, col Cristo già morto, accoglie una tipologia essenziale molto diffusa tra le croci d’altare del rinascimento costiero, come prova il rimando alla semplicità della croce tardocinquecentesca che un tempo costituiva la base del reliquiario proveniente dall’ex Cattedrale di S. Maria Assunta a Ravello22 (fig. 10). Una composizione più articolata ed arricchita da iconografie di altri Santi, secondo un modello diffuso dall’Abruzzo fino in Calabria, presenta invece la croce argentea per processioni, proveniente dalla Chiesa Parrocchiale di S. Pietro Apostolo di Pianillo ad Agerola (fig. 11), e l’altra custodita presso la Sala Consiliare di quel Municipio, entrambe del XV secolo, forse provenienti da Napoli23 (fig. 12). Agli anni compresi tra il 1449 ed il 1460 va inoltre datato il reliquiario della S. Croce della Cattedrale amalfitana24 (fig. 13), esemplare impreziosito dal contorno di piccole foglie di vite e dai medaglioni quadrilobi sulle testate di entrambi i lati, nei quali sono ritratti vari Santi, con tipologia fedele a quella delle “Vere Crucis”, tanto da fornire prova eloquente dei contatti di committenza stretti nel Quattrocento con l’ambiente catalano. Nel frammento emergente sul lato destro dell’affresco di Vettica Maggiore, è ben visibile una parte della ferula vescovile, decorata all’estremità superiore da una piccola figura, che rimanda - 74 - ADRIANO CAFFARO a soluzioni simili attestate in alcune opere costiere anche nei periodi successivi, come quella del secolo XVIII, appartenente al tesoro dell’Arciconfraternita del SS. Sacramento di Minori, recante la piccola effigie di S. Trofimena25 (fig. 14) o quella di più recente fattura, custodita ad Amalfi, il cui riccio è ornato di elegante fogliame, recante in piano la figura di S. Andrea in trono26 (fig. 15). Al 1471 risale infine il reliquiario di San Lorenzo Martire27 (fig. 16), lavorato in argento dorato. Il nodo è rifinito con decorazioni vegetali e la teca è contornata da un merletto di foglie: l’opera testimonia il preziosismo gotico che contraddistinse l’arte orafa al tempo degli Aragonesi. Nel periodo dell’infeudazione, il Ducato di Amalfi va dunque configurandosi sotto il profilo artistico come un territorio eterogeneo, per via della compresenza di pittori ed artigiani di estrazione culturale diversa, nelle cui opere trovano espressione tanto la devozione popolare quanto forme più alte di religiosità. A rinforzare questa eterogeneità è la concorrenza di influenze stilistiche esterne, captate grazie alla mediazione aragonese sia dal più vasto ambito europeo sia dai centri italiani attivi in ambito umbro-marchigiano e sul versante nord-adriatico. La molteplicità di questi fattori concorre a delineare il quadro artistico del rinascimento locale che, sul finire del Quattrocento, soltanto con la discesa al Sud del veronese Cristoforo Scacco28, avrebbe integrato alternative più solide alle prime istanze iberiche e fiamminghe per assumere una fisionomia culturale più precisa, fino ad allinearsi agli emergenti casi italiani, preparandosi in tal modo a recepire le novità della rivoluzione raffaellesca, innescata a Salerno di lì a qualche anno da Andrea Sabatini29. – GIUSEPPE FALANGA Fig. 13 - Amalfi. Cattedrale di S. Andrea Apostolo. Reliquiario della S. Croce. Fig. 14 - Minori. Ex Cattedrale di S.Trofimena. Ferula vescovile. Fig. 15 - Amalfi. Cattedrale di S. Andrea Apostolo. Ferula vescovile. Fig. 16 - Ravello. Ex Cattedrale di S. Maria Assunta. Reliquiario di S. Lorenzo Martire. - 75 - SALTERNUM Relazione scritta in occasione del Convegno di Studi “L’infeudazione del Ducato di Amalfi: dai Sanseverino ai Piccolomini” organizzato dal Centro di Cultura e Storia amalfitana e tenuto presso la Sala della Biblioteca Comunale di Amalfi dal 2 al 4 aprile 2003. NOTE B. FIGLIUOLO, Una inedita descrizione quattrocentesca di Amalfi, in “Rassegna Storica Salernitana”, Salerno, Società Salernitana Storia Patria, n. 13, VII, 1990, pp. 259-264. 2 F. BIONDO, Italia illustrata, pp.293-422, opera edita nel 1531 a Basilea insieme con Roma triumphante e Roma instaurata. 3 L. ALBERTI, Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti ad essa, Bologna, 1550. 4 Il pittore Angiolillo Arcuccio fu attivo a Napoli tra il 1464 ed il 1492. Esposta al Museo di San Martino (inv. 118-119, 1870), l’opera citata è catalogata con attribuzione ad “Ignoto maestro catalano del secolo XV”, ritenuto uno degli scomparti di un polittico perduto. Una prima pubblicazione del dipinto, con riferimento al paesaggio della Costiera, è in: A. CAFFARO - G. GARGANO, Costiera amalfitana. Guida storico-artistica, Salerno, Palladio, 1978, p. 6. Per l’attribuzione ad Arcuccio, cfr. R. CAUSA, Angiolillo Arcuccio, in “Proporzioni”, III, 1950, pp.99-110. Su Arcuccio in generale, cfr.: P. LEONE DE CASTRIS, (a cura di), Quattrocento Aragonese. La pittura a Napoli al tempo di Alfonso e Ferrante d’Aragona (Comune di Napoli – Ministero per i Beni Culturali – Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Napoli e provincia). Napoli, Electa, 1997, p. 34. 5 A. P. FIORILLO, Due tavole quattrocentesche (Note sulla cultura artistica nel Ducato di Amalfi nel XV secolo), in “Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana. Amalfi”, VII, 1987, n. 13-14, pp.129-147. Più in generale: F. BOLOGNA, Napoli e le rotte mediterranee della pittura da Alfonso il Magnanimo a Ferdinando il Cattolico, Napoli, Società Napoletana Storia Patria, 1977, VIII, p. 278. 6 A. CAFFARO, La Chiesa di S. Martino di Ravello e il Campanile di S. Maria della lama di Scala. Estratto da “Rassegna Storica Salernitana”. Salerno, Società Salernitana Storia Patria, XXXIII, 1972, p. 3 (3-11). Ed anche: A. SCANNAPIECO, Inediti affreschi medievali nel territorio dell’antico Ducato di Amalfi (secc. XI - XV). Tesi di laurea in Storia dell’arte medievale, relatore prof. Adriano Caffaro, correlatore prof. Gerardo Pecci. Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Salerno, A.A. 20002001, p. 62. 7 G. IMPERATO, Vita religiosa nella costa di Amalfi, Monasteri, conventi e confraternite, Salerno, Palladio, 1981, p.488, nn.29-32, fl. 55, “Liber visitationis factae per Ill. mum et Rev.mum D.num F. Michaelem M. Bonsium (…) anno 1617”. L’affresco, occupante una superficie rettangolare ritagliata sulla parete absidale, è alto m 1.39,5 ed è largo m 1.17,5. Così specifica Imperato in nota: «Il Vescovo comanda che sia sequestrata una parte delle rendite al fine di provvedere per un’altra immagine nuova, del calice e di altre cose necessarie per la celebrazione della Messa, che si celebra nei giorni festivi e due volte 1 nei feriali». E ancora: «Avendo riscontrato che nell’altare è “quadam pictura Sancte Marie de Arco”, [il vescovo] dà ordine di rimuoverla, forse perché malandata». In riferimento alla successiva visita pastorale del 28 agosto 1694, Imperato infine commenta: «La visita è senza alcuna numerazione. Vi si legge che gli ordini, precedentemente dati, non sono stati eseguiti […]». 8 R. PENNA - P. TOSCHI, Le tavolette votive della Madonna dell’Arco, Cava dei Tirreni, 1971, p. 47. Vedere anche N. D’ANTONIO, Gli ex voto dipinti e il rituale dei fujenti a Madonna dell’Arco, Cava dei Tirreni, Di Mauro Editore, 1979, pp.7-19. 9 Per la datazione dell’affresco di Pomigliano al secondo decennio del Cinquecento e per l’attribuzione ad Agostino Tesauro, cfr.: C. CELANO, Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli, Napoli, 1692, ed. moderna 1970, III, p. 2068; P. GIUSTI – P. LEONE DE CASTRIS, Pittura del Cinquecento a Napoli, Napoli, Electa, 1988, pp. 279-281. 10 L’intervento era finalizzato a migliorare lo stato dell’effigie miracolosa, dipinta già agli inizi del XV secolo in contrada dell’Arco, intorno alla quale sarebbe poi stato eretto nel 1592-3 il noto Santuario di Pomigliano d’Arco. L’iconografia in questione troverà poi conferma nei significativi motivi attestati nella serie degli ex-voto prodotti in epoche successive. 11 F. BOLOGNA, Opere d’arte nel Salernitano dal XII al XVIII secolo, Napoli, Soprintendenza alle Gallerie, 1955, p. 13. Ma anche: ID., Napoli e le rotte mediterranee…, op. cit., pp. 117-118. Una prima datazione posticipava l’opera al 1482, in base a: M. CAMERA, Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII, Salerno, 1876, vol. I, p. 660. Vedi inoltre: L. G. KALBY, Classicismo e Maniera nell’officina meridionale, Salerno, Società Editrice Salernitana, 1975, p. 9-10 – tav. IV. Per la pala di Pogerola, cfr.: A. P. FIORILLO, Due tavole quattrocentesche …, op. cit., p.133. 12 A. CAFFARO, La chiesa di S. Angelo dell’Ospedale di Ravello in “Rassegna Storica Salernitana”, Salerno, Società Salernitana di Storia Patria, anno XXXIV, 1972, p.7 (5-10). 13 G. IMPERATO, Vita religiosa nella costa di Amalfi…, op. cit., pp. 255-258. Vedi anche: M. CAMERA, Memorie…, op. cit., 1881, vol. II, p. 581. 14 A. SCANNAPIECO, Inediti affreschi medievali…, op. cit., p. 72. L’affresco, esteso lungo l’intera superficie absidale, è alto m 4.28 e largo 2.50. 15 Per una generale trattazione della materia, cfr.: R. BATTISTINI, La pittura del Quattrocento nelle Marche, in La pittura in Italia. Il Quattrocento, Milano, Electa, 1986, tomo secondo, pp. 384-413. 16 G. VITALINI SACCONI, Una proposta per Giacomo di Nicola da Recanati, in “Paragone”, n. 277, 1973, pp. 63-45. 17 M. SENSI, Documenti per Bartolomeo di Tommaso da Foligno, in “Paragone”, n. 325, 1977, pp. 103-156. 18 Su Giovanni da Gaeta: F. BOLOGNA, Opere d’arte nel Salernitano…, op. cit., pp. 38-39, 79; vedi anche: F. NAVARRO, La pittura a Napoli e nel Meridione del Quattrocento, in La pittura in Italia. Il Quattrocento, Milano, Electa, 1986, tomo secondo, pp. 457-458. Per le tavole di Maiori, attribuite al di Gaeta, cfr.: A. P. FIORILLO, Due tavole quattrocentesche…, op. cit., p.135-141. Sul - 76 - ADRIANO CAFFARO contribuito offerto dal pittore nel Salernitano vedi anche: A. BRACA, Rinascimento e Manierismo a Salerno, in Salerno in età moderna, a cura di A. Placanica, Pratola Serra, Elio Selino Editore, 2001, pp. 233-247. In generale, sugli influssi umbro-marchigiani nella pittura meridionale, risultano ancora utili i primi spunti offerti da F. ABBATE, La pittura in Campania prima di Colantonio, in “Storia di Napoli”, Napoli, E.S.I., 1974, vol. IV – tomo I, p. 503. Inoltre, una presenza marchigiana - con riferimento al pittore Giovanni Boccati – è riscontrata anche nella già citata pala di Pogerola: vedi nota 11. 19 A. CAFFARO, Insediamenti rupestri del Ducato di Amalfi. Dipartimento di analisi delle componenti culturali del territorio. Università degli Studi di Salerno. Salerno, 1986, pp. 12-22. Ed anche: ID., L’eremitismo e il monachesimo nel salernitano. Luoghi e strutture, Salerno, FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano, 1996, pp. 33-46. 20 A. CAFFARO, Insediamenti rupestri…, op. cit., p. 30. Ed anche: Id., L’eremitismo…, op. cit., pp. 59-64. Sull’affresco di Minori, vedi pure: A. BRACA, Indagini sul patrimonio artistico di Minori, in “Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana”, Amalfi, anno VI (XVI intera serie), 1996, p.184. 21 A. E L. LIPINSKY, Il Tesoro sacro della costiera amalfitana, a cura di Nicola Franciosa, Amalfi, Centro di Cultura e Storia Amalfitana, 1989, pp. 200. – GIUSEPPE FALANGA Ibidem p. 152.s Ibidem p. 89. 24 Ibidem pp. 113-114. 25 Ibidem p. 142. 26 Ibidem pp. 102-103. 27 E. SALMERI, Interventi sei-settecenteschi nel Duomo di Ravello attraverso documenti inediti. Tesi di Laurea in Storia dell’arte moderna, relatore prof. Maria De Rosa, correlatore prof. Adriano Caffaro. Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Salerno, A.A. 19971998, pp. 166-167. 28 Su Cristoforo Scacco in generale, cfr.: F. BOLOGNA, Opere d’arte nel Salernitano…, op. cit., p. 45 ed anche: La pittura in Italia. Il Quattrocento, Milano, Electa, 1986, tomo secondo. In particolare, sugli apporti del pittore veronese nel Sud, vedi: L. G. KALBY, Classicismo e Maniera…, op. cit., pp. 15-20. 29 Varia è la bibliografia su Andrea Sabatini. Cfr., tra gli altri: G. PREVITALI, (a cura di) Andrea da Salerno nel Rinascimento meridionale. Catalogo della mostra alla Certosa di Padula. Firenze, 1986. E ancora: L. G. KALBY, Classicismo e Maniera…, op. cit., pp. 42-56; P. GIUSTI – P. LEONE DE CASTRIS, Pittura del Cinquecento…, op. cit., pp. 87-186. 22 23 - 77 - LINDA AURICCHIO Il territorio tra Sele ed Alento nel periodo tardoantico ed altomedievale I fiumi Sele ed Alento - posti nella parte meridionale della Provincia di Salerno costituivano in origine, secondo molti studiosi, i limiti territoriali dell’area cilentana, oggi oggetto di una forte promozione e valorizzazione1 (Fig. 1). E’ stato a lungo dibattuto il valore da attribuire al toponimo ‘Cilento’, comparso per la prima volta in un atto di donazione del X secolo2: tra le interpretazioni più interessanti è da segnalare quella di N. Acocella, che ritenne il termine legato in origine al centro fortificato posto sulla sommità del Monte Stella, ricordato dalle fonti come Castellum Cilenti, sorto in periodo bizantino ma rivitalizzato con i Longobardi3 (Fig. 2). Secondo P. Ebner4, esso indicava invece un’area estesa lungo un centro abitato. A ciò rimanda infatti l’etimologia stessa del nome Cilento, da cis-Alentum, ovvero al di qua dell’Alento, in una visuale territoriale che partiva da Cava o Salerno. Il toponimo, nato quindi alla fine del X secolo intorno ad un luogo ben definito - il Monte della Stella- dal secolo XI sino al XVI venne ad individuare tutto il territorio compreso tra i fiumi Solofrone, a Sud di Paestum, ed Alento, per poi definire - dalla prima metà del ‘700 - l’area che dall’antica diocesi pestana andava fino al Sele, nell’interno fino alle falde degli Alburni, verso Sud fino a Sapri. Entro quest’area si svilupparono le due realtà principali del periodo greco-romano, Poseidonia - Paestum5 ed Elea - Velia6. Gli insediamenti del periodo tardoantico ed altomedievale, si svilupparono lungo le vie di comunicazione, naturali o frutto di attività antro- Fig. 1 Il territorio compreso tra il Sele, il suo affluente Calore (Nord-Est) e l’Alento (Sud). Fig. 2 Monte della Stella (SA). Resti della fortificazione nota come Castellum Cilenti. pica. Esisteva infatti un tracciato naturale, utilizzato dal periodo romano a tutto il medioevo che, inoltrandosi tra le colline che chiudono la piana pestana a Sud-Est, superava la sella di S. Maria di Finocchito - punto fondamentale di passaggio delle strade dirette verso l’alto corso dell’Alento, tra i comuni di Ogliastro Cilento e Cicerale - e discendeva verso la valle sottostante, raggiungendo l’Alento e seguendone il corso fino a Velia. Tale percorso naturale era detto de Alento, de Cilento o Varco Cilentano7, ricordato con qualche variante in un documento del 9948, che descriveva il tragitto che dalla piana del Sele giungeva, valicando il corso del Testene, alla - 79 - SALTERNUM Fig. 3 - Il territorio da Salernum a Buxentum. I principali tracciati viari (da MILLER 1964). Fig. 4 - Agropoli. Iscrizione funeraria di Petrus, VI sec.d.C. sinistra del torrente La Mola, toccava il villaggio di Luculo e si inoltrava verso Monteforte ed i centri che premevano sull’alto corso dell’Alento (Fig. 3). I resti monumentali del villaggio di Luculo9 sono stati individuati nel 1982 nel Comune di Cicerale, circa 1 Km a Nord della frazione Santa Lucia: parte dei muri perimetrali di abitazioni realizzate a secco, una vasca destinata alla raccolta delle acque ed un tratto di circa 100 m. della strada lastricata che si innestava verso l’interno, seguendo il corso del torrente La Mola10, nonché il toponimo, rendono evidente l’origine antica del centro, frequentato per tutto l’altomedioevo11. Il territorio cilentano era toccato anche dalla Via Annia, detta Popilia12, terzo ramo della Via Appia che collegava Capua con Reggio. Durante il III secolo d.C. il suo tracciato variò: dopo l’attraversamento del Sele - verosimilmente in prossimità di Ponte Barizzo (Comune di Capaccio) - seguiva il corso del fiume Calore e si immetteva nel Vallo di Diano, riprendendo poi il vecchio percorso13. Tale strada fu utilizzata per tutto il Medioevo e, proprio presso Ponte Barizzo, scavi archeologici condotti nel 1983 individuarono la presenza di una plebs baptismalis, con funzioni battesimali e cimiteriali, con un fonte battesimale, quadrilobato internamente e circolare esternamente, databile tra VI e VII secolo. Tali strutture sorsero sull’area che già dal II-I sec. a.C. era occupata da una villa rustica in cui si producevano vino ed olio14. Il fiume Sele costituì per il mondo antico un’ulteriore via di comunicazione nonché di delimitazione territoriale a favore degli insediamenti, come attestano i rinvenimenti archeologici e le testimonianze letterarie. L’Anonimo Ravennate (VII secolo), nell’elenco delle città costiere tirreniche, fa riferimento a Velia, Paestum, Silarum15; il Silarum potrebbe essere messo in relazione con il Portus Alburnus ricordato da Lucilio («…hinc Silari ad flumen portumque Alburnum»)16 ed anche da Probo che fa riferimento al Portus e ad una taberna posta nei suoi pressi17- ed il portus maris del XII secolo. Tra i numerosi approdi presenti lungo il corso del Sele, definiti porti dalle carte medievali, deve essere annoverato quello collegato alla curtis S. Viti de Siler, localizzata nell’area di Santa Cecilia di Eboli, menzionata in un documento del 106718. L’area circostante l’attuale chiesa dedicata a San Vito è stata oggetto di indagini archeologiche, successive al rinvenimento di frammenti ceramici datati dal V secolo a.C. al VI d.C.19. Lo scavo dell’area - estesa circa 2 ettari - portò alla luce cinque fasi di vita del complesso, a partire dai livelli romani. I resti evidenziati hanno confermato l’ipotesi dell’esistenza nel V-VI secolo d.C. di un luogo di culto costituito da varie strutture, simili per posizione ed orientamento a quello attuale: la curtis S. Viti de Siler20. - 80 - LINDA AURICCHIO La figura di San Vito, ricordato negli Acta Santorum come Vitus lucanus, martire dioclezianeo del 304-30521, i frequenti riferimenti al fiume Sele, il radicamento del culto del Santo nel luogo e la presenza della chiesa dedicatagli, le cui prime fasi costruttive risalgono al V-VI secolo, rendono verosimile la storia narrata dagli Acta e plausibile la collocazione delle spoglie del Santo in questi luoghi. Per l’estensione e per la posizione del borgo di San Vito, è stata avanzata l’ipotesi che si trattasse di un vero e proprio centro di smistamento delle mercanzie che giungevano dalla Piana del Sele, un porto fluviale al quale confluivano, come alla maida di Ponte Barizzo, le arterie stradali della pianura pestana22. L’Anonimo Ravennate, che sembra riprendere itinerari romani del IV sec. d.C., descrive anche un’unica via litoranea che da Salerno, dopo Paestum, prosegue lungo la costa per Velia: tra questi due siti pone il villaggio di Ercula23. Stando ai materiali rinvenuti, tale vicus romano, sviluppatosi alla foce del fiume Testene, ebbe una continuità insediativa dal I sec. a.C. al V-VI d.C. I resti del borgo marittimo, dotato di un porto, furono utilizzati come sepolcreto nel VIVII secolo, dopo che gli abitanti si trasferirono presso il promontorio di Agropoli24, dove fu edificata la chiesa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo25. La necropoli altomedievale, rinvenuta nel 1976, era composta da 21 sepolture multiple con modesti corredi funebri. Per le deposizioni vennero utilizzati materiali più antichi, come un sarcofago dionisiaco, e l’epigrafe funeraria dedicata ad un [Pet]rus, che visse 18 anni. La presenza dell’indizione, la formula di coniuratio ed i caratteri epigrafici, fanno propendere per una datazione al VI secolo26; l’epigrafe rappresenta la più antica testimonianza del Cristianesimo ad Agropoli, lasciando intuire la presenza nelle vicinanze di una chiesa cimiteriale, forse collocabile nell’edificio termale di età romana27 (Fig. 4). Il centro di Ercula dovette rivestire un’importanza fondamentale dal punto di vista commerciale, come testimonia la sua collocazione alla foce del Testene e presso la biforcazione della strada costiera: il ramo viario principale, superato il fiume, toccava Agropoli e poi, con il nome di strada di S. Paolo, procedeva a Sud-Est verso il promontorio di Vatolla; quello secondario era diretto verso la Lucania Occidentale. Punto fondamentale della viabilità era costi- Fig. 5 Paestum, area dell'Athenaion. Strutture attribuite alla residenza episcopale (MAIURI 1951). Fig. 6 Paestum. Pianta della Chiesa della SS. Annunziata. In grigio le strutture di V e VI sec.; In nero quelle dell’XIXII sec. tuito dal Varco Cilentano, percorso stradale che dal guado del fiume Solofrone risaliva da Nord le prime colline del massiccio del Cilento e collegava da tempi remoti la piana del Sele con la piana velina. Nella traslazione di S. Matteo apostolo ed evangelista28 viene narrato il tragitto effettuato dal vescovo di Capaccio per recuperare le spoglie dell’evangelista custodite a Velia, testimoniando la ripresa dei contatti e dei traffici tra le popolazioni locali; Giovanni, «que in illo tempo- - 81 - SALTERNUM Fig. 7 - Altavilla Silentina (Sa). Planimetria dell'area di San Lorenzo (da PEDUTO 1984). re sedis pestane presulatum tenebat»29, attraversò il casale di Ruticinum (Rutino), sfiorò Ogliastro e toccò Eredita, diretto verso Velia. La situazione di Paestum tra tardoantico ed altomedioevo appare più vitale di quanto sinora ipotizzato: i rilievi effettuati dal Maiuri tra il 1929 e 1939 documentano la presenza di strutture attribuite ad un complesso vescovile, realizzato nell’area circostante l’Athenaion, costituito da abitazioni in materiale di spoglio, con muri perimetrali addossati al tempio e sepolture poste all’interno della città ed ai piedi delle mura30; tale complesso fu abbandonato a partire dalla metà del secolo X31. La non lontana chiesa dell’Annunziata, realizzata intorno al V-VI secolo, avrebbe svolto la funzione di chiesa cimiteriale32 (Fig. 5). Tale chiesa, rinnovata alla fine del XII, costituita da un’unica aula absidata eretta con materiali di spoglio, era fornita di un quadriportico con fusti di colonne doriche sui lati. In periodo romanico, con la realizzazione delle due absidi laterali, venne ridotta l’abside precedente33. Al corpo della chiesa era annesso a Sud-Est un edificio battesimale, di cui si rinvennero tracce murarie ed un frammento di intonaco affrescato (Fig. 6). La presenza di spazi abitativi a Nord-Ovest del Foro - successivi al V secolo - il rinvenimento di una fossa granaria dall’area dell’Ekklesiasterion, che ha restituito materiali d’uso databili al VII-VIII secolo, ed un sistema di canalizzazione delle acque d’epoca tarda34, attestano come il resto della città non fu abbandonato. Nel periodo tardoantico si ebbero tuttavia diverse forme di occupazione dello spazio urbano, con l’uso di seppellire i defunti intra muros, in aree - come quella del Foro - prima caratterizzate da una diversa destinazione d’uso. Alla fine del VI secolo, come testimonia una lettera di papa Gregorio Magno35, il vescovo di Paestum, Felice, fu costretto a rifugiarsi ad Agropoli - verosimilmente per evitare le angherie dei Longobardi, nuovi invasori - che divenne così la nuova sede dell’Episcopato, nella forma di centro fortificato bizantino, un Kastron con caratteristica pianta rettangolare. Presso Altavilla Silentina, in località San Lorenzo, scavi archeologici condotti nel 1977 hanno restituito i muri perimetrali di due chiese, di cui una battesimale, un ambiente porticato e l’area cimiteriale, occupata da 147 sepolture. Il complesso ebbe due fasi di vita, la prima dalla fine del VI a tutto il VII-VIII secolo; la seconda nei secoli XI-XII. Gli ambienti del nucleo originario furono adattati a battistero, cui successivamente fu aggiunto un vano absidato, dando luogo ad una seconda chiesa, la plebana, con verosimile funzione cimiteriale, nell’ambito della cura animarum. Il villaggio di San Lorenzo faceva parte di una serie di insediamenti sparsi sul territorio, il cui centro più importante doveva esser presso Castelluccio, come testimonierebbero i resti di un’abitazione, di un battistero e di una tomba, più vari frammenti di tegole. L’attribuzione di questo complesso alla fase Bizantina o Longobarda è però difficile, data la commistione degli elementi36 (Fig. 7). Alla luce delle conoscenze finora raggiunte, il credo religioso risulta quindi presente in quest’area a partire dalla metà del IV secolo37, mentre è dal VI secolo che si ha testimonianza di ple- - 82 - LINDA AURICCHIO bes baptismales, veri e propri centri di aggregazione demica in virtù delle loro prerogative di amministrazione dei sacramenti e di seppellimento dei defunti. Scavi archeologici presso Cerrina di Altavilla Silentina, ancora in corso, hanno permesso di individuare resti di un fonte battesimale di datazione incerta, che viene ad affiancarsi ai precedenti nel quadro di un’occupazione cristiana del territorio attuatasi con sistematicità a partire dal VI secolo. Sul monte Calpazio, nel Comune di Capaccio, nello spiazzo antistante il Santuario della Madonna del Granato (costruito nel XII secolo), scavi archeologici condotti dall’Università di Salerno nel periodo 1973-1979 hanno portato al rinvenimento di una chiesa a tre navate e tre absidi assegnabile all’VIII secolo, di cui si conserva parte degli affreschi; e di un nucleo insediativo che si sviluppa ai piedi del castello, nel cosiddetto “Orto della Mennola”, che consta di due fasi abitative, di cui una altomedievale. Se dunque la situazione insediativa per il periodo tardoantico, legata alla presenza di edifici religiosi, risulta più chiara per le aree comprese lungo il corso del Sele, la documentazio- ne di strutture sorte più a Sud, lungo la costa o comunque lungo gli assi fluviali, inizia dalla fine del IX secolo, come testimonia il ricordo del monastero di Santa Maria de Gulia, presso San Marco di Castellabate, eretto verosimilmente in concomitanza con l’allontanamento dei Saraceni da Agropoli, o San Mango o San Primo di Cannicchio, precedenti al X secolo. In seguito alle varie vicissitudini storiche, il popolamento di tal territorio ha avuto alterne vicende, con una netta differenziazione tra i centri posti lungo il litorale e quelli dell’interno: la fascia costiera fu vitale quasi senza soluzione di continuità fino all’arrivo dei Saraceni; successivamente si formarono insediamenti in zone più interne, come Eredita ed Ogliastro, in concomitanza con l’attività dei monaci precavensi o basiliani che, tra i secoli IX ed XI, intorno a chiese e conventi, crearono nuovi poli di aggregazione per le genti che fuggivano dalle coste. Nuove e più approfondite indagini sarebbero comunque necessarie per giungere ad una comprensione maggiore della realtà insediativa di tale area, nel quadro di una conoscenza più articolata di un periodo storico caratterizzato da profonde trasformazioni. - 83 - SALTERNUM Testo tratto dalla propria Tesi di Laurea in Scienze dei Beni Culturali, Università degli Studi di Salerno, a.a. 2006/2007 (Relatore: Prof.ssa C. Lambert, Correlatore: Prof.ssa E. Mugione). NOTE Il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano è stato istituito con legge quadro n. 394 del 6/12/1991, per comprensivi 181.000 ettari di area protetta. 2 Codex Diplomaticus Cavensis, II, 222, gennaio 963. 3 ACOCELLA 1961, p. 16. Ricognizioni effettuate nel 1989 - 90 hanno segnalato la presenza, sulla vetta di questo monte, di ceramica acroma di uso comune e di tegole medievali, messe in relazione al castellum cilenti citato nei documenti medievali (GRECO 1992, p. 83). 4 EBNER 1979, p. 50 ss. 5 La bibliografia sulla città di Poseidonia-Paestum è molto vasta. Cfr in part. LONGO 1999; GRECO E.- LONGO 2000; TORELLI 1999. 6 JOHANNOWSKY 1987; GRECO 1975, pp. 81 - 145. 7 CANTALUPO - LA GRECA 1989, p. 670. 8 CDC, III, 17, anno 994. 9 Il villaggio di Lucolo (da luculus, piccolo bosco), situato nell’attuale località Santa Lucia, era posizionato al centro di una vallata chiusa da alte colline ed aperta solo a Nord, verso il Solofrone. Fu a Lucolo che nel 1246 pose il campo imperiale Federico II di Svevia, assediando i baroni ribelli chiusi nella rocca di Capaccio; nell’inviare alcune lettere a vari regnanti, le datò da Santa Lucia, toponimo che già allora indicava il luogo in alternativa a Lucolo. CANTALUPO - LA GRECA 1989, p. 670. 10 GRECO 1992, p. 58. Il lastricato è costituito da basoli di calcare di dimensioni irregolari; essa è fiancheggiata da un muro di contenimento realizzato con pietre di arenaria locale. Il taglio dei basoli e la tecnica a secco fanno supporre una datazione medievale, confermata da un documento della Badia di Cava (CDC, III, 17) del 994 che la menziona, mentre un documento successivo ricorda una fiera locale, indicativa della posizione geografica del villaggio. 11 EBNER 1982, II, pp. 127 - 128. 12 MILLER 1964. Realizzata per volere di Tito Annio Rufo, console nel 128 a.C., fu successivamente attribuita al console Publio Popilio Lenate. 13 CANTALUPO- LA GRECA 1989, p. 855. 14 PEDUTO 1999, pp. 371 - 378. 15 Anonymus Ravennas, IV, 34, v. 2. 16 Lucilio, III, 126. 1 Probo, III, 146,149. Documento in cui si afferma la sua restituzione all’Arcivescovo di Salerno, Alfano, insieme ad altri beni usurpati, da papa Alessandro II (DE ROSSI 1995, p. 158). 19 PEDUTO 2001, p. 73. La chiesa di San Vito si trovava presso l’alveo del fiume; la distanza attuale si deve a modifiche attuate tra XIII e XIV secolo, al tempo di Carlo III d’Angiò, in seguito ad inondazioni. 20 MELLO 2001, p. 93. 21 AA.SS. Iunii, III, 1867, p. 502. 22 LEONE - VITOLO 1982, p. 453. 23 Da alcuni studiosi Ercula viene identificato come S. Marco di Agropoli, da altri come S. Marco di Castellabate. Per l’identificazione del sito, ARCURI 1992, p. 20; FIAMMENGHI 1985, p. 277. 24 CANTALUPO - LA GRECA 1989, p. 681. 25 La chiesa dei SS. Pietro e Paolo, ricordata già da Gregorio Magno in una lettera del 593, ha subito nel corso del tempo notevoli modifiche ed acquisizioni (CANTALUPO - LA GRECA, 1989, p. 641). 26 LAMBERT 2004, pp. 100 - 101; EADEM 2007, pp. 958 - 959. 27 Il testo dell’iscrizione, mutila nella parte sinistra in seguito ad un taglio ben visibile, riporta, oltre ai dati riguardanti il defunto, una preghiera rivolta ai sacerdoti affinché nessuno violi la sepoltura in nome di Dio (MELLO 2001, pp. 7475). 28 ACOCELLA 1961, pp. 28 - 29, secondo il quale l’autore del racconto sarebbe stato lo stesso del Chronicon Salernitanum, ovvero un monaco del monastero di San Benedetto di Salerno. 29 CDC, I, 253. 30 MAIURI 1951, pp. 63-69. L’A. non individuò subito l’attribuzione delle strutture ad un complesso vescovile. 31 PEDUTO 2000, p. 67. 32 PEDUTO 1984, p. 70. Per quanto concerne tale attribuzione, è da segnalare la differente interpretazione del De Rosa (DE ROSA 1968, p. 182). 33 Dall’abside centrale vennero alla luce frammenti di affresco databili al IX secolo, mentre un altro lacerto rivela la figura di un angelo, datato al XIII secolo, successivo quindi all’ampliamento (PEDUTO 1984, p. 71). 34 DE BONIS 2005, p. 399; Poseidonia- Paestum II, pp. 34 37, 64-65. 35 GREGORII MAGNI OPERA, p. 326. Secondo Pasquale Natella, il sito di Agropoli era meglio indicato per affrontare la stagione estiva, giacchè probabilmente i Longobardi arrivarono solo successivamente nella piana (NATELLA 1984, p. 19). 36 PEDUTO 1984, pp. 29 - 78. 37 Testimonianza interessante è data dalle Tabulae Patronatus di Paestum (MELLO – VOZA 1968, pp. 176 - 177). 17 18 - 84 - LINDA AURICCHIO BIBLIOGRAFIA E FONTI ANONIMO RAVENNATE, Cosmographia, vol. 2, ed. J. Schnetz, Berlino 1929, rist. 1990. GREGORII MAGNI OPERA, Registrum Epistularum, I-III, edidit Dh. Norberg, Roma, 1996. LUCILIO, C. Lucilii Carmina reliquiae, ed. F. Marx, Lipsia, 1904. PROBO,Georgiche Virgiliane, ed. H. Hagen, Teubner 1902. *** ACOCELLA N. 1961, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, sec. X-XI, struttura amministrativa e agricola, in Salerno medievale ed altri saggi, Napoli 1971, pp. 321-487. ARCURI F. 1992, Agropoli. Il suo territorio nell’antichità, Salerno. CANTALUPO P. - LA GRECA A. 1989, Storia delle Terre del Cilento Antico 2 voll., Acciaroli (SA). DE BONIS R. 2005, Paestum: proposte di lettura del paesaggio urbano tra IV e VI secolo, in Le città Campane fra Tarda Antichità e Alto Medioevo, a cura di G. VITOLO, Centro Interuniversitario per la storia delle città Campane nel Medioevo, Salerno, pp. 393 - 412. DE ROSA G. 1968, La chiesa della Santissima Annunziata a Paestum, in “Rivista di Studi Salernitani”, 2, Roma, pp. 313. DE ROSSI G. 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CIPRIANI, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza Archeologica per le Province di Salerno, Avellino e Benevento, Museo Archeologico di Paestum, (Sa). - 85 - MARIANNA MELFI Il territorio picentino tra Tarda antichità e Medioevo. Lineamenti storici ed archeologici L a denominazione generica di “Territorio Picentino” identifica un’ampia regione alla periferia orientale di Salerno, che comprende sia una porzione della fertile piana del Sele, a Sud, che i primi rilievi dei Monti Picentini, con i quali confina a Nord e che la separano dall’Irpinia. Questo comparto, molto variegato da un punto di vista geomorfologico – pianeggiante, collinare e montuoso -, è delimitato e attraversato da diversi fiumi1, alimentati dalle sorgenti poste su tale catena, che costituì fin da epoca preistorica il fulcro intorno al quale si formarono i primi stanziamenti umani (fig.1). Per quanto riguarda la rete viaria, si è certi che a partire dal II sec. a.C., il percorso principale che interessava queste zone era la via consolare Annia-Popilia, un prolungamento della via Appia, che collegava Capua a Reggio Calabria; l’ipotesi più accreditata è che essa, superato il centro di Salerno, passasse per Picentia costituendo il decumano della città, superata la quale continuava fino a Polla ed oltre. Nella località di S. Leonardo - Fuorni da essa si distaccava un percorso litoraneo che conduceva fino a Paestum2 (fig.2). Osservando la Tabula Peutingeriana3 si nota inoltre che all’asse passante per Salerno e Picentia si collegava un’altra arteria, probabilmente un prolungamento della via Appia che collegava Capua a Benevento e quest’ultima ad Avellino e all’alta valle dell’Irno, indi al territorio Picentino (fig.3). La designazione di questa zona, già ricordata da Plinio il Vecchio come Ager Picentinus4, ma con un’estensione maggiore di quella attuale, va fatta risalire al III sec. a.C., quando i Romani diedero vita ad un centro chiamato Picentia, costituito con il trasferimento di un gruppo di Picenti Fig. 1 Territorio Picentino. In evidenza i Comuni citati nel testo. Fig. 2 Territorio Picentino. Ricostruzione dei tracciati viari antichi. Fig. 3 - Tabula Peutingeriana. Stralcio con Picentia. dell’Adriatico dopo la conquista delle loro terre (269 - 268 a.C.). La nuova città fu poi distrutta dai suoi stessi fondatori per aver parteggiato per Annibale durante la seconda guerra Punica e gli abitanti vennero costretti a vivere sparsi per vil- - 87 - SALTERNUM Fig. 4 - S. Cipriano Picentino.Villa romana con impianto termale (I-VI sec. d.C.). Fig. 5 - Pontecagnano. Officina vetraria (III - V sec. d.C.). Fig. 6 - Pontecagnano. Strutture con fornaci vetrarie (III - V sec. d.C.). Fig. 7 - Giffoni Valle Piana. Tempietto di Ercole (I sec. a.C. - III sec. d. C.). laggi5; Picentia continuò tuttavia ad esistere anche dopo questo episodio, poiché è ricordata ancora da fonti tarde6. Circa l’ubicazione di Picentia gli studiosi non sono stati sempre concordi: alcuni ne hanno proposto la localizzazione a S. Maria a Vico, in territorio di Giffoni Valle Piana7, ma le indagini e gli scavi condotti a partire dagli anni 19891992 hanno permesso di identificarla nel sito antico di Pontecagnano: il centro di Età repubblicana occupa solo una parte di quello della fase precedente etrusco-campana ed è caratterizzato da un impianto urbano organizzato su assi viari ortogonali che definivano gli isolati. Esso non si esaurisce con il periodo romano, poiché i materiali dimostrano una continuità di frequentazione per l’ampio arco cronologico compreso tra il IV sec. a.C. e il V-VI sec. d.C.8. Durante tali secoli si verificarono però vari cambiamenti non solo nell’area dell’abitato, ma anche nel territorio circostante della piana e dell’entroterra collinare. Già a partire dalla fine dell’Età repubblicana (fine II-I sec. a.C.), ma specialmente a partire dal I sec. d.C., nella fascia costiera da Salerno al Sele e nelle zone pedemontane e a mezza costa dei monti Picentini si assiste al sorgere di ville rustiche, connesse prevalentemente allo sfruttamento agricolo del territorio9, che in alcuni casi continuano a vivere sino al III-IV sec. d.C. e alle quali, nelle fasi più tarde, spesso erano legati nuclei di sepolture10. Uno di questi complessi è stato individuato nell’attuale comune di San Cipriano Picentino: nel 1974 uno scavo d’emergenza in loc. Pozzilli, a Sud della centrale piazza Umberto I, portò alla luce delle strutture riferibili all’impianto di una villa con annesse strutture termali, ove si rinvennero diversi reperti mobili databili ad epoca imperiale (I-II secolo d.C.). Gli scavi nell’area continuarono a più riprese negli anni 1995 e 199711 e restituirono alcuni ambienti con resti di rivestimenti marmorei, tracce di affreschi, tessere musive, manufatti scultorei in marmo e tufo grigio, lucerne tardoantiche, fondi di calici in vetro, monili femminili, monete con la raffigurazione della civetta che sottolineano la ricchezza del luogo e i rapporti commerciali con i centri più vitali del Mediterraneo (fig.4). Nell’area urbana di Picentia, a partire dalla fine del II secolo e poi nel III d.C., l’abitato si restrinse intorno alla sua strada principale: alcuni edifici andarono in rovina e le tombe invasero gli spazi privati. A questo periodo sono da riferire anche alcuni alloggiamenti di attrezzature per la lavorazione dell’olio o del vino e officine destinate alla produzione del vetro. Nel IVV sec. d.C. nella stessa area si impiantò un’ulteriore officina, alla quale sono pertinenti una fossa di scarico riempita con frammenti di vetro e alcuni pani di pasta vitrea; nell’area adiacente, al di sopra dei crolli delle fasi precedenti, ricompattati, si creò un’ampia area libera destinata agli impianti produttivi veri e propri (fornaci, piani di lavorazione),12 (figg. 5-6). - 88 - MARIANNA MELFI Sono state individuate inoltre due distinte aree di necropoli pertinenti l’abitato: una in località Magazzeno, sulla fascia costiera, che in base ai materiali sembrerebbe in uso a partire dagli inizi del II sec. d.C. sino almeno alla prima metà del III sec. d.C. e un’altra a ridosso del fiume Picentino, sulla riva sinistra, immediatamente a Sud della S.S. 18, che attraversa l’attuale centro abitato di Pontecagnano in prop. Colucci13; la datazione degli oggetti che compongono i corredi consente di inquadrare quest’ultima necropoli in un arco cronologico che va dal II al IV sec. d.C.14. Alla luce di queste evidenze, a partire dal IIIII sec. d.C. sembra emergere un’organizzazione insediativa non più basata su un unico centro urbano, come probabilmente doveva essere in epoca medio e tardo - repubblicana, ma su una serie di piccoli centri (vici) disposti lungo l’asse di percorrenza Salernum-Picentia, all’interno di un vasto territorio ormai controllato amministrativamente da Salernum15. Nell’area dell’abitato è documentata un’ulteriore fase di occupazione per il periodo altomedievale (VI-VII sec. d.C.): l’ambiente già destinato alla lavorazione del vetro (IV-V sec.), interessato da un crollo, fu colmato da uno scarico di tegole, la cui superficie venne regolarizzata con uno strato di malta, che ha restituito frammenti di ceramica a bande. All’esterno dei muri nord e ovest di tale ambiente sono state rinvenute due sepolture, ricavate nei crolli delle strutture tardo repubblicane: la prima, di un bambino, aveva come corredo una brocchetta di ceramica listata e un pendaglio costituito da un dente di cinghiale; la seconda, alla cappuccina, databile probabilmente nel VII sec. d.C., conteneva un pettine d’avorio16. Ad un periodo posteriore al VI sec. d.C. appartiene anche un nucleo di sepolture nell’ex proprietà Tortora, a Nord-Est del campo sportivo, connesse ad un’area con fosse granarie e di scarico17. Le ridotte evidenze archeologiche pertinenti al passaggio tra Tardoantico e Altomedioevo nella zona dell’antica Picentia e delle zone limitrofe si limitano quindi a poche sepolture e portano ad ipotizzare che nella pianura esistessero gruppi ridotti di abitanti, che vivevano nelle Fig. 8 - Giffoni Valle Piana.Tempietto di Ercole, epigrafe musiva (III sec. d.C.). Fig. 9 - Giffoni Valle Piana. Castello e borgo di Terravecchia. strutture preesistenti rimaneggiate, mentre il resto della popolazione avrebbe trovato riparo tra le colline retrostanti, naturalmente protette e facilmente difendibili, dando vita a dei modesti villaggi. Una spia di questo tipo di stanziamento vicanico potrebbe essere rappresentato dal toponimo Santa Maria ‘a Vico’, località nell’entroterra di Pontecagnano. Nella zona collinare del territorio le evidenze archeologiche riconducibili al periodo in esame risultano ancora più sporadiche e frammentarie. Il primo nucleo di quello che sarà il Comune di Giffoni Valle Piana sembra essersi sviluppato intorno ad un possedimento fondiario di età romana: in località Campo, un piccolo edificio identificato come tempietto dedicato ad Ercole18 (figg.7-8), costruito intorno al I sec. a.C. e restaurato intorno al III sec. d.C., ed altre strutture murarie in opera incerta e sepolture databili in età tardoantica-altomedievale19 rendono probabile la sua connessione originaria con un fondo appartenente ad un possessor romano; l’area sarebbe stata abbandonata all’indomani dell’arrivo dei Longobardi, quando fu privilegiata la vicina area della collina di Terravecchia, sulla quale venne costruito un castello fortificato, intorno al quale si sviluppò successivamente un borgo con due chiese, racchiuso a sua volta da una cinta muraria20 (fig. 9). A circa 4 km, a ridosso del centro di Pontecagnano, è situata la località di S. Maria a Vico, interessata da un’ininterrotta continuità insediativa dalla fine dell’VIII al IV-III sec. a. C. Successivamente il sito fu probabilmente sede di un vicus romano; dopo una lunga cesura segnata da secoli di abbandono, nel luogo venne eretta una chiesa a croce greca databile al VI sec. d.C. (fig.10-11), che utilizza materiali di spo- - 89 - SALTERNUM Fig. 10 - Giffoni Valle Piana. Chiesa di S. Maria a Vico, pianta e sezione. Fig. 11- Giffoni Valle Piana. Chiesa di S. Maria a Vico. Fig. 12 - Giffoni Valle Piana. Chiesa di S. Maria a Vico, paliotto d’altare (VI sec. d.C.). glio21. Pertinente a tale edificio di culto è un paliotto d’altare in marmo i cui elementi iconografici orientano per una datazione al VI sec. d.C. (fig. 12)22. Le evidenze relative alla cristianizzazione del territorio sono singolarmente rare: se si eccettua il caso della chiesa di S. Maria a Vico, di cui non è chiara la funzione originaria – forse un martyrium –, nessuna altra traccia archeologica né epigrafica attesta una presenza stabile di una comunità cristiana. Il fatto contrasta con quanto documentato nella non lontana pianura pestana, con il territorio gravitante intorno alla città di Salerno, o, ancora, con il contiguo settore settentrionale dei Monti Picentini, ma nella sua valutazione si deve tener conto, oltre che della occasionalità delle ricerche in un territorio potenzialmente assai più ricco di quanto finora emerso, anche della diversa natura insediativa di quest’area, connotata solo episodicamente dal fatto urbano, cui generalmente sono da ascrivere i manufatti epigrafici. Una presenza significativa di edifici di culto nell’area studiata sembra verificarsi a partire dalla piena età longobarda, cui vanno riferiti una serie di fondazioni principesche assegnabili al X-XI sec. ed alcune attestazioni di agiotoponimi e chiese intitolate al S. Salvatore, a S. Michele e a S. Giorgio. La penetrazione di gruppi Longobardi nel territorio della valle del Picentino e del Tusciano dovette avvenire intorno alla metà dell’VIII sec., dopo il loro stanziamento nel salernitano. Più tardi, in seguito alla decennale guerra che provocò la rottura dell’unità politica della Langobardia Minor (839-849), si verificò la divisione dell’antico Ducato di Benevento nei due Principati antagonisti di Benevento e Salerno. Dal testo della Radelgisi et Siginulfi divisio ducatus Beneventani si evincono alcune informazioni sulla geografia storica della regione: la spartizione del dominio dei Longobardi meridionali tra i due nuovi Principati appare come cessione da parte di Radelchi a Siconolfo di un certo numero di gastaldati. Nel trattato, la maggior parte della regione dei monti Picentini - che allora comprendeva anche alcuni territori che oggi appartengono all’Avellinese - fu divisa tra i quattro gastaldati di Salerno, Rota, Montella e Conza e assegnata al nuovo Principato di Salerno; settori settentrionali di questo comparto sconfinavano però nel dominio dei principi beneventani. Il versante meridionale dei monti Picentini, solcato dalle valli dell’Irno, del Fuorni, del Picentino e del Tusciano, che si estendeva verso Oriente fino al corso del Sele, includendo Eboli e Campagna, era compreso nel vasto gastaldato di Salerno. Castiglione, Fuorni, Giffoni, Montecorvino, Olevano erano in finibus salernitanis. Il corso del Sele, che già nell’antichità aveva segnato il confine tra l’Ager Picentinus e la Lucania, costituiva la frontiera tra il gastaldati di Salerno e la Lucania longobarda. Le pendici orientali dei monti Picentini, digradanti dalle vette del Cervialto e del Polveracchio verso l’alto corso del Sele, erano nel dominio dei gastaldi e conti di Conza; il versante occidentale dei monti, invece, ricadeva nel gastaldato di Rota. - 90 - MARIANNA MELFI Le carte medievali documentano la presenza nel territorio Picentino degli sculdahis, ufficiali di rango inferiore, che alle dipendenze dei gastaldi amministravano i centri minori (loca, vici); la toponomastica fornisce alcune tracce di insediamenti longobardi con le voci fara, sala, harimann. Documenti altomedievali attestano che nel IX sec., accanto ai possedimenti del fisco principesco longobardo, vi era un forte dominio fondiario dell’abbazia di S. Vincenzo al Volturno sia nel territorio di Olevano sul Tusciano (ricordato come locus Tuscianus), che in quello di Giffoni valle Piana (ricordato come fines Stricturiae)23. Ad Olevano esso era ordinato attraverso due poli amministrativi e produttivi rappresentati dalla cella di S. Vincenzo e una curtis di grandi dimensioni (fig.13), i cui resti sono ancora visibili tra le due frazioni di Monticelli e Ariano; tale complesso fu con molta probabilità costruito sulle strutture di una precedente villa rustica di età romana, della quale sussistono ampi tratti murari di opera incerta. A Giffoni, invece, il possesso volturnense era attestato dalla cella di S. Vincenzo, nei pressi del fiume Picentino, e, non lontano dal torrente Rienna, dalla chiesetta di S. Ambrogio, databile tra IX e X sec. (fig.14)24. L’esistenza di fondazioni principesche nella zona è dimostrata da un documento del 1049, con il quale il principe Guaimario IV procede alla spartizione del patrimonio con i due fratelli Guido e Pandolfo; si tratta della più antica attestazione dell’insediamento di S. Cipriano Picentino, allora chiamato “Venera”, e della chiesa dedicata al martire cartaginese Cipriano: tra i vari beni che vengono divisi è infatti ricordato un terreno arbustato con castagneto que est super ecclesia sancti Cipriani in loco Venera que est coniucta ad viam que Benebentana dicitur25. Nel luogo detto “Venera” lo stesso principe Guaimario IV o forse suo padre, avevano dunque fondato una chiesa dedicandola a S. Cipriano, che nel volgere di pochi anni darà il nome a tutto il territorio imponendosi sull’antica denominazione: in un documento del marzo 1064 si trova già chiaramente espresso il Vicus Sancti Cipriani26. Diverse chiese di proprietà del principe non risultano tuttavia divise negli atti del 1049: è il caso di S. Cipriano stessa e di S. Vito (nell’odierno comune di Montecorvino Pugliano), edificata su di una collina nell’estremo lembo occidentale del territorio de Loco Tusciano, per la quale, al pari della chiesa di S. Cipriano, si presume una fondazione principesca. In entrambi i casi gli heredes succeduti nel possesso delle cappel- Fig. 13 - Olevano sul Tusciano. Curtis di S. Maria, pianta (da PEDUTO 1990). Fig. 14- Montecorvino Rovella, loc. Occiano. Chiesa di S. Ambrogio (X-XI sec.). Fig. 15 - S. Cipriano Picentino. Pianta della chiesa medievale sottostante alle strutture ottocentesche. le ai loro diretti fondatori conservano pari diritti e figurano quali domini communi delle chiese. A S. Cipriano Picentino, nel corso di scavi eseguiti negli anni 1989 e 1993-1994 nell’odierna chiesa ottocentesca, sono emerse altre strutture con pavimentazioni precedenti e le fondazioni della chiesa ricordata nel 1049, in particolare, una delle tre absidi (fig.15), con sottostanti resti di muri romani ad una quota corrispondente ad un impianto termale del I-II sec. d.C.; ciò prova che la chiesa medievale fu costruita in diretta continuità insediativa con le strutture di età romana imperiale. L’area, che conserva ancora i resti del complesso termale, è posta in asse con la chiesa, ad una distanza di 50 m circa. I risultati degli scavi fanno ipotizzare che - 91 - SALTERNUM Fig. 16 - Montecorvino Pugliano, loc. S.Vito. Chiesa di S.Vito, catino absidale. tra la chiesa del 1049 e quella attuale si siano sovrapposte almeno due o tre pavimentazioni; cospicui sono stati inoltre i ritrovamenti: oltre ad ossa umane, frammenti di pavimentazioni in maiolica, laterizi da costruzione, reperti fittili e ceramica sigillata africana, vetri colorati, stucchi, affreschi e marmi. La Chiesa di S. Vito è situata su una piccola collina da cui domina l’abitato dell’omonima frazione. Della struttura originaria, ad aula unica, attualmente rimane soltanto la piccola abside rivolta ad Est, decorata nell’intradosso da un pregevole affresco raffigurante l’Ascensione e con l’arco realizzato in blocchi di tufo alternato a listature di mattoni (fig.16), analoga a quella impiegata nella non lontana chiesa di S. Ambrogio ad Occiano; il resto dell’edificio è completamente ristrutturato e presenta anche un orientamento diverso (NordSud) da quello antico (Est-Ovest). Tra IX e X sec. si datano i primi documenti pertinenti a Castiglione del Genovesi: dal più antico di essi veniamo a conoscenza che già nell’877 vi esisteva un fiorente abitato servito da buone strade pubbliche e con territorio variamente coltivato, il pagus in finibus Salerni di Castelione27. Nell’ambito del X sec. sembrano avere origine anche i centri di Capitignano e Prepezzano di Giffoni sei Casali; il primo è ricordato in un documento della fine del X sec. con la chiesa di S. Martino, intorno alla quale si sviluppò il borgo medievale, le cui strutture sono in parte inglobate negli edifici moderni; il secondo, ricordato a partire dall’anno Mille e nel corso del Medioevo avanzato, con la chiesa di S. Nicola28, presenta continuità di vita fino ai nostri giorni. In seguito alla conquista normanna del principato di Salerno (1077) e nel corso del XII sec., nel territorio Picentino vennero creati piccoli feudi concessi in cambio del servizio militare a diversi militi, i cui nomi sono ricordati nel Catalogus Baronum29. Tale documento consente di conoscere per la prima volta la classe dirigente che esercitò il potere economico, politico e militare nell’area dove persistevano anche i grandi proprietari terrieri già presenti in epoca longobarda: i Monasteri salernitani di S. Giorgio e di S. Benedetto, l’Arcivescovo di Salerno e l’Abbazia di Cava. Nel 1167 il feudo di Montecorvino fu concesso all’Arcivescovo di Salerno Romualdo II Guarna: in un diploma si specifica che Montecorvino era sito nelle vicinanze di Salerno, e si nomina il castello distrutto nel trentennio precedente30. Nel Catalogus Baronum si ha anche la prima notizia certa di S. Mango; in questa fonte è ricordato Filippo Guarna come signore di tale feudo, già tenuto da Ruggero Sancti Magni31. Nel 1179 Filippo è menzionato come dominus castri S. Magni e nel 1183 come dominus castelli Sancti Magni32. Del castello - oggi detto Castel Merola o del Merlo -, la cui tipologia dell’impianto suggerisce una datazione alla fine dell’XI-XII sec.33, non restano che pochi ruderi di una torre-donjon (fig.17), edificata con conci irregolari di calcare carsico, situata sulla sommità del monte S. Magno (585 m s.l.m.), tra i monti Tobenna e - 92 - MARIANNA MELFI Stella. Il fortilizio ebbe notevole importanza nelle vicende politiche del Medioevo, in quanto parte del sistema orientale di difesa dell’antico Principato di Salerno. Al pari di S. Mango, anche Castiglione doveva appartenere in quegli anni a qualche esponente dell’influente famiglia Guarna. Successivamente, Federico II ordinò la demolizione dei castelli costruiti da privati sulle loro terre e si appropriò di quelli edificati su suolo pubblico, per ottenere un pieno controllo sui governi cittadini autonomi, ribadendo la soggezione delle comunità urbane al governo centrale, già perseguita dai re Normanni. Egli prese sotto la sua protezione la chiesa salernitana retta da Niccolò Aiello e confermò la maggior parte dei privilegi e beni che essa possedeva, quali i villaggi di Olevano, Montecorvino ed altri ancora presso Giffoni. Il giovane imperatore nominò i provisores dei castelli del Principato e diede loro istruzioni relativamente al numero dei servienti di ciascun castello, ai compensi da corrispondere loro ed alle eventuali riparazioni da farsi. In tale elenco è incluso anche il castello di Giffoni34. Nel 1247 papa Innocenzo IV lo concesse in feudo al fedele e devoto Pandolfo da Fasanella ed a i suoi successori35. A questo periodo è riconducibile la cinta muraria a cortine merlate che circonda il castello di Terravecchia (450 m s.l.m.), che mostra inalterate le caratteristiche dell’architettura sveva, con la presenza di merlature e con feritoie e torrette atte alla difesa piombante. In seguito all’emanazione delle Constitutiones melfitane nel 1231, il territorio giffonese fu diviso in tre Università: verso Mezzogiorno, Giffoni Valle Piana, costituita da 22 casali; verso Oriente, Gauro, oggi appartenente al Comune di Montecorvino Rovella e Fig. 17 S. Mango Piemonte. Castel Merlo. Fig. 18 Olevano sul Tusciano. Castello. verso Occidente, l’Universitas Sex Casalium, comprendente originariamente i casales di Ausa, Belvedere, Bissido, Capitignano, Prepezzano e Sieti36. Nonostante la conferma di molti privilegi alla chiesa salernitana, Federico II le confiscò il castrum Olibani (fig.18), concedendolo in custodia al suo consigliere più fidato, Ermanno di Salza Maestro dei Cavalieri Teutonici di Gerusalemme37; dopo la morte di quest’ultimo nel 1239, il castrum venne affidato a Roderio de Rotonda38. In questo periodo la popolazione, prima stanziata all’interno delle mura, si spostò progressivamente nei casali sottostanti il castello e tra le colline. Solo nel 1255 il castrum Olibani verrà restituito all’arcivescovo di Salerno39. - 93 - SALTERNUM *Il presente studio sintetizza i risultati di una Tesi di Laurea triennale in Scienze dei Beni Culturali, Università degli Studi di Salerno a.a. 2006-2007 (Relatore: prof.ssa C. Lambert; Correlatore: prof. P. Peduto). NOTE Il principale è il Picentino (lungo 24 km) che nasce ai piedi del Monte Acellica (1.660 m), attraversa Giffoni e si getta nel Tirreno presso Pontecagnano; altro fiume importante è il Tusciano (lungo 37 km), che delimita la regione verso Est (FONDI 1962, p. 40; BONIFACIO 2006, pp. 236-237). 2 ROSSI 2006, p. 253. 3 Tabula Peutingeriana (seg. VI, 5). 4 Plinio, Naturalis Historia III, 70 (CERCHIAI 1995, pp. 16-17; GIGLIO 2001, pp. 122-123). 5 Strabone, Geografia,V, 4, 13; GIGLIO 2001. 6 Silio Italico, Punica VIII, 577-579; Floro, Epitomata de Tito Livio II, 6, 11; Tabula Peutingeriana (seg. VI, 5); Itinerario Ravennate, IV, 34; Stefano di Bisanzio, Etnicá, 523, 11. 7 Atti Amina 1984, p. 255. 8 CINQUANTAQUATTRO 1999, pp. 123-124. 9 GIGLIO 2005, pp. 317-318. 10 PONTRANDOLFO-GRECO 1997, p. 15. 11 PALMIERI 1994-1995, pp. 11-13; PALMIERI 2002, pp. 57-61. 12 CINQUANTAQUATTRO 1999, pp. 153-155. 13 GIGLIO 2005, pp. 301-349. 14 GIGLIO 2005, p. 302. 15 GIGLIO 2005, p. 320. 16 CINQUANTAQUATTRO 1999, p. 165 (n. 45); GIGLIO 2005, p. 315. 1 CINQUANTAQUATTRO 1999, p. 170 (n. 292). LAGI 1992, pp. 814-815; CANTALUPO 1989, pp. 7-13. 19 LAGI 1992, pp. 814-816. 20 D’AMBROSI 1992, pp. 127-128. 21 VENDITTI 1967, pp. 560-562; PEDUTO 1982, p. 444; CINQUANTAQUATTRO 2001, p. 99. 22 LAMBERT 2005, pp. 47-48. 23 Chronicon Vulturnense, I, p. 232; DI MURO 2001, 9 108. 24 VISENTIN 2000-2001, p. 17-171. 25 CDC, VII, p. 96. E’ molto probabile che tale via sia da identificare con un sentiero poco battuto, che attualmente congiunge Castiglione con Calvanico e poi si allaccia alla S.N. per Avellino e Benevento. 26 CDC, VIII, 297. 27 Si tratta di quattro pergamene dell’Archivio della S.S. Trinità di Cava (appartenenti originariamente a S. Massimo di Salerno) degli anni 877, 905, 912 e 913. I documenti sono riportati in CIOFFI 1974, pp. 126-127. 28 CRISCI 2001, pp. 15-16 29 JAMISON 1972, p. 96, 98, 100; CUOZZO 1984, pp. 532-533. 30 JAMISON 1972, p. 83. 31 IDEM, Ibidem. 32 CUOZZO 1984, p. 131; CAFFARO 1996, p. 113. 33 SANTORO 2005, pp. 118-122. 34 CARUCCI 1931, I, p. 134, 159. 35 CARUCCI 1931, I, p. 224. 36 ALFANO-BASSO 2000, p. 176. 37 CDC, I, p. 242. 38 CDC, I, p. 172. 37 CDC, I, p. 242. 17 18 - 94 - MARIANNA MELFI FONTI E BIBLIOGRAFIA Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni, a c. di V. Federici, in Fonti per la storia d’Italia, LXIII, Istituto storico per il Medioevo, Roma 1925. 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Se è vero che l’abbondanza di risorse minerarie del continente europeo ha segnato le sue fortune sin dall’antichità, accompagnandosi con un progresso tecnologico rapido e costante, allo stesso tempo è altrettanto vero che a partire dal III secolo d.C. «in Europa la produzione di metallo cominciò a diminuire. Sulle prime si trattò probabilmente di una diminu- Fig. 2 - BIRINGUCCIO, De la Pirotechnia, lib. III, p. 44v. zione modesta, ma che si protrasse per centinaia di anni. Dalla fine del secolo VI sino alla fine del X, i minerali furono aveva in Occidente furono abbandonate. Esse estratti da profondità molto minori di quelle che scomparvero dalla vista degli abitanti dei villagspesso erano state raggiunte nell’età classica. Si gi locali, per essere riscoperte soltanto durante affermarono metodi più primitivi di sfruttamengli ultimi cento anni dai moderni archeologi nel to delle miniere. Scomparvero i lunghi pozzi che corso dei loro scavi. Con il declino della popotalora potevano raggiungere, come quelli scavalazione europea, che iniziò dopo il secolo III, ti nei pressi di Cartagena in Spagna, profondità con la decadenza delle città che l’accompagnò, di 500 o 600 piedi. Scomparvero anche – sepolti con la contrazione del commercio e la riduziodai detriti – i pozzi profondi 40 piedi o più, che ne della superficie coltivata, i discendenti dei erano stati piuttosto comuni durante il secolo II. vecchi abitanti e gli invasori germanici che si Le più grandiose miniere che l’Impero romano insediarono fra di loro si accontentarono di quei - 97 - SALTERNUM Fig. 3 - BIRINGUCCIO, De la Pirotechnia, lib. III, p. 58. Fig. 4 - BIRINGUCCIO, De la Pirotechnia, lib.VI, p. 83v. minerali che si potevano ottenere nei pressi dei villaggi, per lo più dai resti di vecchie opere minerarie che erano accessibili senza scavare pozzi. Gli sforzi volti a trovare nuovi filoni a notevoli profondità cessarono1». L’abbandono delle miniere e la relativa diminuzione di produzione e consumo di minerali si accompagnano inevitabilmente con il secolare declino dell’agricoltura e del sistema economico nel suo complesso, fenomeni questi che contraddistinguono la storia europea dalla caduta dell’Impero Romano fino alla rivoluzione dei prezzi del XII e XIII secolo. La domanda di ferro già in età carolingia, tuttavia, sia da parte del settore agricolo che di quello militare, viene in qualche misura soddisfatta grazie alla maggior facilità d’estrazione del prodotto e alle tecnologie più semplici e meno costose utilizzate in quest’opera, sia, infine, per l’essere una delle principali merci movimentate dalla ripresa degli scambi commerciali tra aree anche distanti tra loro, come per esempio tra Venezia e il Levante. Sulla base di ciò è sostenibile che, all’incirca nell’VIII secolo d.C., si sia registrata una ripresa di questo settore e lo sfruttamento di questa risorsa in particolare2. Successivamente l’aumento della lavorazione di ferro nel corso del secolo seguente, inizialmente limitata alla regione delle Alpi orientali, dà impulso e il via, nella seconda metà del secolo X, a una più intensa e generalizzata attività mineraria e metallurgica, soprattutto in Germania, dove vengono aperte parecchie nuove miniere; ancora in seguito, nei secoli XI e XII, l’attività mineraria si concentra principalmente lungo tutto il settore alpino. «Nello Harz, nei Vosgi, nel Giura, e specialmente nelle Alpi orientali, la lavorazione dell’oro, dell’argento, del piombo, del rame e del ferro, acquistò importanza. Dopo la metà del secolo XII il progresso si intensificò e il nuovo interesse per l’attività mineraria si estese ad altre regioni. Il primo grande periodo della storia mineraria iniziò per i popoli occidentali attorno al 1170, con la scoperta dei ricchi minerali argentiferi di Freiberg in Sassonia. Esso continuò fino al secolo XIV3». I motivi alla base di questa che può essere definita a tutti gli effetti una fase di espansione vanno ricercati sicuramente nell’incremento demografico accompagnato dallo sviluppo delle coltivazioni, aumento delle manifatture e dell’artigianato più in generale e, infine, nella ripresa dei traffici commerciali4. È comunque l’agricoltura nel suo complesso che costituisce una domanda fondamentale per il settore dell’estrazione mineraria e della lavorazione dei metalli. Si diffonde in fretta, a fronte della penuria di ricchezza e della scarsità di moneta circolante, la proprietà degli strumenti di metallo proprio grazie alla diminuzione dei costi del ferro. - 98 - VALDO D’ARIENZO Si registra in tutta Europa la diffusione dei ferri di cavallo, dei finimenti di carri, degli aratri e di numerosi altri strumenti - per esempio falci, vomeri, forbici, tenaglie, martelli e chiavi – che stimolano e fanno rapidamente crescere i lavoranti addetti al settore metallurgico. La controprova è fornita dal moltiplicarsi nelle diverse regioni continentali dei cognomi che indicano o sono legati a tale attività: Smith in Fig. 5 - BIRINGUCCIO, De la Pirotechnia, lib. X, p. 162. Inghilterra, Schmidt o Schmied in Germania, Ferrer o Ferrero in Spagna, Ferreira in Portogallo, Ferrier in Francia, Ferrari o Ferraro e ancora Fabbri o Fabbris in Italia5. Parallelamente al proliferare di questi artigiani, quasi sempre operai non specializzati, anche il mondo del lavoro legato all’estrazione cresce allo stesso modo, utilizzando il più delle volte tecniche e strumenti dei secoli precedenti6. L’importanza degli attrezzi agricoli da lavoro e della qualità non sempre all’altezza delle aspettative della domanda viene testimoniata da un’opera di carattere enciclopedico, pubblicata in Fig. 6 - GARZONI,TAV. 3. Italia alla fine del Cinquecento, nella quale, con una certa dose di minerarie lungo le valli e i monti interessati dalironia, vengono denunziati i trucchi e le piccole l’opera avviata e, per l’altro, il rapido accumularfrodi commesse dai fabbri: «I vizi che possono si di capitali da investire nelle attività più reddicommettere sono questi, che tal volta vendono tizie sostenute dalla domanda crescente; il ralschiuma di ferro per ferro ottimo; tal volta lentamento, se non l’arresto, dello spoglio ingannano nel peso i contadini massimamente; boschivo accompagnato da una contrazione dele talora mettono tanta cara la robba che il villal’accumulazione del capitale e dalla conseguenno per una zappa o per una falce bisogna che te diminuzione degli investimenti produce impegni le calze, la guardina, il giuppone e fino 7 appunto l’effetto di rallentare le estrazioni minealle mutande ». rarie e la lavorazione dei metalli. A tutto ciò, Successivamente alla fase di espansione, gli occorre ricordare, si associa l’arretratezza delle equilibri creatisi tra domanda e offerta tendono tecniche estrattive che, nonostante tutto, aveva a rompersi e il settore minerario entra in crisi. In accompagnato i secoli XII e XIII. La crisi, tranne realtà l’attività di disboscamento aveva favorito che per alcune aree come la Boemia e la per un verso l’affiorare in superfice di fonti - 99 - SALTERNUM Fig. 7 - BIRINGUCCIO, De la Pirotechnia, frontespizio. Franconia orientale, diventa del tutto evidente già nei primi decenni del Trecento8. «La prosperità delle industrie minerarie e metallurgiche era legata a quella generale. La depressione dell’attività mineraria era in parte un riflesso delle perturbazioni economiche e politiche che affliggevano la maggior parte dell’Europa. Dopo almeno due secoli di crescita eccezionalmente rapida, la popolazione cresceva lentamente, o si manteneva addirittura stazionaria9». A quel punto i ridotti capitali disponibili per i pochi investimenti si concentrano quasi esclusivamente sull’estrazione e la lavorazione dell’argento10, fenomeno questo strettamente legato all’esigenza continentale di aumentare lo stock monetario circolante al fine di riprendere la crescita interrottasi bruscamente e il cui crollo coincide con la diffusione dell’epidemia di “peste nera” che abbatte drasticamente la popolazione, producendo una serie di effetti negativi sul trend economico. La crisi, inoltre, spinge gli sperimenta- tori a perfezionare le tecniche più che a scoprire nuovi giacimenti nel quadro di studi, osservazioni e innovazioni che caratterizeranno soprattutto il secolo successivo. Già nella seconda metà del Quattrocento, tuttavia, si apre una nuova fase di espansione che, ancora una volta, si accompagna con la ripresa dell’economia europea nel suo complesso. Lo sfruttamento delle miniere diventa occasione di ricerca e sperimentazione, in cui intellettuali ed esperti prestano la loro opera; tra i principali Biringuccio (1480-1540), Paracelso (1493-1541) e Agricola (1494-1555), i quali introducono non solo uno spirito d’osservazione alla base della ricerca, tanto da poter parlare di un vero e proprio metodo nel campo della mineralogia e della tecnica di scavo ed estrazione, ma una riflessione di natura scientifica che realmente segna una sorta di spartiacque tra il Medioevo e la prima Età Moderna, contrapponendosi con la trasmissione orale dell’arte che contraddistingue l’età medievale. Allo stesso tempo, inoltre, si assiste a un netto miglioramento delle tecniche utilizzate e a una maggiore specializzazione del lavoro sia per quanto riguarda l’estrazione che per la lavorazione dei minerali. In Europa si intensificano le attività, soprattutto nelle regioni centrali, e si sfruttano nuovi minerali, in precedenza sottovalutati, come il cinabro e l’allume, così come s’intensifica la lavorazione dell’ottone per secoli passata in secondo piano11. L’introduzione nelle miniere di una tecnologia più avanzata, le nuove tecniche di costruzione dei condotti, il perfezionamento dei sistemi di ventilazione, il miglioramento dei metodi di drenaggio costituiscono i progressi più evidenti e importanti. Nel campo della lavorazione, poi, l’evoluzione dei forni e l’invenzione dell’altoforno rendono davvero moderna la lavorazione dei metalli, consentendo di realizzare un ciclo produttivo in cui viene in parte alleviato il peso del lavoro manuale, eccessivamente duro e faticoso, vengono limitati gli sprechi di materie prime e, infine, vengono abbassati sensibilmente i costi di produzione, quindi i prezzi dei prodotti finiti. Non è certo un caso se nell’opera di Biringuccio sono frequentissimi i criteri di economicità dei procedimenti di lavorazione e di razionalità nell’uso delle risorse. - 100 - VALDO D’ARIENZO Sulla durezza del lavoro dei fabbri le parole di Vannoccio sono estremamente chiare: «Molto fadigoso & assai piu che predetto e questo esercitio del fabro ferrario. Perche anchora esso cõtinuamente maneggia pesi gravi & sta alla faccia del fuocho della fucina assiduamente ritto per nõ potere altrimenti mollificare la durezza del ferro si nõ col mezzo di bene scaldarlo & bene bollirlo, nel qual luocho sempre cõ la persona s’agita hor con grandi & grosse tanaglie porgendo el ferro nel cuor del fuocho hor cavãdolo per vederlo & darvi sopra sabbione, tufo, o altra terra … talche glinfelici operanti mai come cõprendere potete gustar possano alcuna quiete, salvo la sera che dalla travagliosa & lõga giornata che per loro comincia al primo cantar del gallo al tutto stracchi, & tal volta senza curarsi di cena s’adormentano12». Il passo riportato viene ripreso pedissequamente da Tommaso Garzoni, autore, come detto in precedenza, di una fortunata enciclopedia dei mestieri, il quale attinge ampiamente dall’opera del Senese, proprio come in questo caso: «i miseri operanti gustar non possono alcuna quiete, salvo la sera, che dalla travagliosa e lunga giornata, che per lor comincia al primo canto del gallo, al tutto stracchi, e tal volta senza curarsi di cena, s’addormentano». La ripresa delle attività agricole e di quelle manifatturiere, accompagnate dalla domanda crescente di armi e cannoni (in ferro e ghisa) in un periodo durante il quale i conflitti bellici inaugurano una lunga e sanguinosa stagione della storia europea – e non solo – rilanciano prepotentemente l’industria metallurgica e gli stessi studi di settore. Non a caso nel trattato di Biringuccio i capitoli sulla costruzione delle armi da fuoco13 e sull’uso della polvere da sparo14 occupano un posto di particolare rilievo, facendone le fortune sia tra i contemporanei che tra i posteri. «Biringuccio viene considerato l’iniziatore della pratica di colare pieni i pezzi di artiglieria e quindi di trapanarli, per evitare gli inconvenienti, causati dal vecchio metodo, di fabbricare un nocciolo interno alla forma di fusione, metodo col quale raramente si riusciva ad ottenere un’anima esattamente concentrica con la super- ficie esterna. Per la trapanazione Biringuccio ideò un’alesatrice meccanica orizzontale munita di coltelli ed azionata dalla forza manuale o da quella idraulica. Per la fusione delle artiglierie Biringuccio dava grande importanza all’uso di una materozza allo scopo di raccogliere le scorie e i difetti di fusione, e all’aggiunta finale di stagno per evitare quella che i tecnici moderni chiamano segregazione inversa15». La trattatistica sulla mineralogia e sulla metallurgia prima del XVI secolo si basa essenzialmente sulle osservazioni aristoteliche, impiantate nella teorica e pratica medievale, e sulle poche opere prodotte; nel XII secolo il monaco tedesco Teofilo scrive la Schedula diversarum artium e il filosofo Alberto Magno il De rebus metallicis. Nei primi decenni del Cinquecento, a conferma del risveglio rinascimentale e dello stesso settore minerario-metallurgico dove il contributo di novità apportato da tutti i paesi continentali appare particolarmente significativo16, vengono stampati specie in Germania numerosi trattati: il Bergwerkbüchlein nel 1505 e il Probierbüchlein nel 1524. Sarà Georgius Agricola, nel 1530, col Bermannus, a introdurre la prima innovazione di rilievo del settore; seguiranno poi Biringuccio, nel 1540, col suo De la Pirotechnia e ancora Agricola, nel 1556, col De re metallica Libri XII a creare i nuovi principi scientifici che influenzeranno i decenni e i secoli a seguire. L’importanza maggiore di questi due autori, tuttavia, risiede non solo nel contenuto delle loro opere basate empiricamente sull’osservazione e sulla pratica17 ma anche, e soprattutto, nell’accoglimento e nella diffusione in tutta Europa delle loro idee. Le traduzioni della De la Pirotechnia e della De re metallica vengono approntate e pubblicate nel giro di pochissimi decenni, diffondendo quasi ovunque le tecniche e le innovazioni descritte nei due trattati. Il testo di Biringuccio, oltre a influenzare in maniera considerevole il De re metallica, registra una rapida e ampia circolazione: viene nel giro di pochi anni tradotto in spagnolo, francese e inglese in numerose edizioni18. Come si apprende dal manoscritto Storie senesi di Sigismondo Tizio, suo contemporaneo, Vannoccio Biringuccio nasce a Siena, dove - 101 - SALTERNUM viene battezzato il 20 ottobre del 1480, da Paolo, architetto, e Lucrezia di Bartolomeo. Il padre svolge la sua professione ricoprendo importanti cariche pubbliche, come quella di sovrintendente ai lavori stradali e architettonici della città. Le fortune dei Biringuccio e dello stesso Vannoccio sono legate a doppio filo con quelle dell’importante e potente famiglia dei Petrucci. Grazie a Pandolfo Petrucci, Vannoccio ha l’opportunità di viaggiare sia in Italia settentrionale che in Germania, dove inizia quell’opera di osservazione e di pratica nell’arte dell’estrazione e della lavorazione dei metalli che contraddistinguerà la sua opera e ne segnerà il successo. Già da giovanissimo lavora nelle miniere di ferro di Boccheggiano, di proprietà di Pandolfo Petrucci, e successivamente gli viene affidata la direzione di una miniera argentifera alle falde del Monte Avanzo in Carnia. Da lì ha l’opportunità di continuare a viaggiare in Germania, dove visita numerose miniere e ne studia i metodi d’estrazione utilizzati; si ferma in diversi centri minerari «come Sbozzo (Schwarz?), Pleiper (Bleiberg), Innsbruck, Halle, Arottinberg (Rottenberg)19». Agli inizi del XVI secolo, nel 1508, con lo scoppio della guerra tra Venezia e l’imperatore Massimiliano e con la chiusura delle miniere della Carnia, Vannoccio, prima di tornare nella natia Siena, sosta a Milano per visitare un forno usato per la lavorazione dell’ottone, approfondendo, in questo modo, le sue conoscenze su questo tipo di lega. Una volta tornato in patria e nominato dal suo mecenate Pandolfo sovrintendente delle miniere di Boccheggiano, Vannoccio introduce una serie di perfezionamenti tecnici nel sistema meccanico per l’azionamento di mantici attraverso un’unica ruota idraulica. A partire dal 1513 inizia a svolgere un ruolo di primo piano nella vita economica senese e, a conferma dello stretto legame con i Petrucci, viene nominato da borghese “operaio” della Camera, ossia armiere del Comune; nell’anno seguente ottiene l’appalto della zecca di Siena per 5 anni, ma nel 1515 viene accusato di alterazione della lega delle monete. Fugge a Roma nel 1516 e contemporaneamente viene condannato e messo al bando come traditore dalle autorità della Repubblica di Siena. Da Roma parte per Napoli e nel 1517 si reca in Sicilia; nel 1523 viene richiamato a Siena da Fabio Petrucci e gli vengono restituiti i beni sequestrati al momento della condanna. L’anno dopo, sempre usufruendo dell’appoggio della potentissima famiglia Petrucci, ottiene il privilegio di fabbricare salnitro in tutto il territorio della Repubblica. A seguito di una rivolta popolare è costretto di nuovo a scappare dalla sua città e nel luglio del 1526 lo si ritrova a dirigere l’artiglieria delle truppe fiorentine e papali che assediano Siena, a testimonianza delle conoscenze che deve aver maturato nel frattempo nel campo delle bocche da fuoco. Tra il 1526 e 1529 si trova ancora in Germania. Nel 1529 passa al servizio di Firenze, assediata dagli imperiali, ancora una volta impegnato nella fabbricazione delle artiglierie, «in tale occasione fuse quella grandissima colubrina con la culatta a testa di elefante20». Nel 1530, tornato a Siena, viene nominato architetto e capomastro dei lavori dell’Opera del Duomo. Nel 1534 ottiene dal pontefice l’incarico di “capitano dell’artiglieria e di fonditore”, ma 2 anni dopo non vi si era ancora recato a Roma, poi vi morirà, improvvisamente, nell’agosto del 1537. L’opera De la Pirotechnia, dedicata a Bernardino di Moncelesi di Salò, viene pubblicata a Venezia nel 1540. La struttura del volume è divisa in 10 libri. Il primo libro, di 8 capitoli, è dedicato alle miniere; il secondo, di 14 capitoli, è dedicato ai minerali; il terzo, di 10 capitoli, è dedicato alle estrazioni e lavorazioni; il quarto, di 7 capitoli, sulla lavorazione dell’oro e dell’argento; il quinto, di 4 capitoli, riguarda le leghe di metalli; il sesto, di 15 capitoli, sulla lavorazione del bronzo e in particolare sulla fusione delle artiglierie e delle campane; il settimo, di 9 capitoli, sui diversi tipi di fusione; l’ottavo, di 6 capitoli, sulle polveri da utilizzare; il nono, di 15 capitoli, sulle diverse arti riguardanti i metalli; il decimo, di 10 capitoli, sulla pirotecnia vera e propria. L’esperienza di Vannoccio, basata, come detto, su lunghi e frequenti viaggi all’estero in età giovanile alla fine del XV secolo, sta a testimoniare non solo la formazione empirica della - 102 - VALDO D’ARIENZO sue conoscenze ma anche l’interesse e l’acume della municipalità di Siena che si impegna a finanziarli. La quale Repubblica, già a partire dal XIII secolo, è intensamente impegnata nello sfruttamento delle “colline metallifere” (montagna pistoiese, Maremma, Elba, Casentino) site nel suo territorio così come in quello di Pisa e Volterra21. D’altra parte si può affermare che, soprattutto nel corso del Cinquecento e del Seicento, l’atteggiamento di sovrani e autorità nei confronti della ricerca e dello sfruttamento delle miniere muta radicalmente intensificando gli investimenti. I Medici di Firenze, in particolare Cosimo I, contano di realizzare alla metà del Cinquecento un vero e proprio «disegno mercantile», teso a unificare non solo territori divisi ma soprattutto un ciclo produttivo che va dall’estrazione del ferro alla sua lavorazione: «Si tratta … della risposta economica ad una variamente documentata crescita nella domanda internazionale di ferro che spinge in modo … incalzante Cosimo sulla via di una soluzione che è, in prima istanza, mercantile e, con una progressione abbastanza rapida, mercantile-imprenditoria- le22». La stessa presenza di Vannoccio alla Corte fiorentina nel 1529 sta proprio a dimostrare l’inversione di tendenza della politica medicea, fino al secolo precedente esclusa dalle attività minerarie della regione, e che nella seconda metà del Quattrocento, grazie all’intervento militare, conquista proprio i territori comprendenti le “colline metallifere”, avviando rapidamente il loro sfruttamento23. In questa occasione, quindi, emerge ancora una volta l’aspetto “tutto politico”, per certi versi opportunistico, di Biringuccio che mette la sua esperienza e la sua conoscenza al servizio del potere in una fase storica di forte espansione. La figura dello sperimentatore e dello studioso si cala, pertanto, nella realtà storica della sua epoca, mettendo a frutto quanto osservato ed elaborato nei suoi scritti. E tanto più vera è questa affermazione se si considerano i principi di razionalità ed economicità così spesso ricorrenti nelle sue pagine, quasi a voler sottolineare e ribadire le trasformazioni in atto nel mondo del lavoro nel contesto di espansione del capitalismo mercantile del XVI secolo. NOTE GARZONI 1996, p. 737. BIRINGUCCIO, lib. VI, capp. 5-9 e lib. VII, capp. 8 e 9. 15 BIRINGUCCIO, lib. X, capp. 2 e 3. 16 CARUGO 1977, p. xxi. 17 NEF 1982, p. 524. 18 CARUGO 1997, p. xv. 19 CHERCHI 1996, p. li. 20 CARUGO 1977, p. xiii. 21 CARUGO 1977, p. xii. 22 PAMPALONI 1999, P. 2. 23 MORELLI 1999, p. 2. 24 PAMPALONI 1999, p. 2. 1 13 2 14 NEF 1982, pp. 486-487. NEF 1982, p. 487. 3 NEF 1982, p. 489. 4 NEF, 1982, p. 491. 5 CAMERON-NEAL, 2002, p. 116. 6 NEF 1982, p. 519. 7 GARZONI 1996, p. 739. 8 NEF 1982, p. 513. 9 NEF 1982, p. 514. 10 NEF 1982, p. 518. 11 NEF 1982, p. 520. 12 BIRINGUCCIO, lib. IX, cap. 6, 136v. - 103 - SALTERNUM BIBLIOGRAFIA BIBLIOGRAFIA GENERALE BIRINGUCCIO, V. 1977: De la Pirotechnia, Il Polifilo, Milano [tit. or. De La Pirotechnia. Libri. X. Dove ampiamente si tratta non solo di ogni sorte & diversità di Miniere, ma anchora quanto si ricerca intorno à la prattica di quelle cose di quel che si appartiene a l’arte de la fusione over gitto de metalli come d’ogni altra cosa simile à questa. Composti per il S. Vanoccio Biringuccio Sennese, Curtio Navò e fratelli, Venezia MDXL]. CAMERON R. NEAL L. 2002: Storia economica del mondo. Dalla preistoria ad oggi, Il Mulino, Bologna [tit. or. A Concise Economic History of the World from Paleolithic Times to the Present, Oxford University Press, Oxford 1989] CARUGO A. 1977: Introduzione a BIRINGUCCIO, V. (1977): De la Pirotechnia, Il Polifilo, Milano, pp. xi-xxxi. CHERCHI P. 1996: Invito alla lettura della “Piazza”, in GARZONI T.1996, pp. xxi-lxvi. GARZONI T.1996: La piazza universale di tutte le professioni del mondo, Einaudi, Torino [I ed. G.B. Somasco, Venezia 1585]. MORELLI R. 1999: Salario e specializzazione: tentativo di analisi comparata nelle comunità minerario-metallurgiche della Toscana cinquecentesca, in CAVACIOCCHI S. 1999: (a cura di), Miniere e metallurgia. Secc. XIII-XVIII – Atti della XVIII Settimana di studi “F. Datini” di Prato, ed. in cd-rom NEF J.U. 1982: Le miniere e la metallurgia nella civiltà medievale, in POSTAN M.M. 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Riguardo alle epoche precedenti, diversi manufatti superstiti hanno conservato i nomi di alcuni magistri, la cui attività si svolgeva non lontano dall’attuale territorio avellinese. Dalla lettura dell’iscrizione presente sulla campana della Chiesa di S. Maria Maggiore di Mirabella Eclano è stato possibile attestare l’esistenza, per il XIII secolo, di un certo Pietro Teste <<mgr Petrus Teste>> da Gatha <<a.Gatha>> il quale fuse tale campana <<me fecit>> nell’anno 1274 <<anno incarnacione Domin + nostri Ihesucristi millesimo CCLXXIIII>>. <<A.Gata>> potrebbe indicare la vicina S. Agata dei Goti, cittadina in provincia di Benevento (figg. 1a -1b). Un gruppo di dieci campane prodotte tra il XV e il XVII secolo per il Santuario di Montevergine, e in esso conservate, testimoniano l’esistenza di ignote maestranze napoletane, la cui attività avrebbe interessato anche l’area avellinese. In realtà, la provenienza di tali fonditori si basa esclusivamente su ipotesi, a causa della mancanza assoluta di fonti. Della storia di queste campane poco si conosce anche all’interno dello stesso Santuario. Sui cartellini allegati agli esemplari maggiori si può leggere il numero di inventario, la data di fusione e la provenienza genericamente ‘meridionale’ delle fonderie che le hanno prodotte. Le ricerche effettuate sia tra i cataloghi dell’Archivio della Soprintendenza per i BAPPSAE di Salerno e Avellino, sia Fig. 1a- Campana della chiesa di S. Maria Maggiore in Mirabella Eclano. Fig. 1b Campana della chiesa di S. Maria Maggiore in Mirabella Eclano: particolare dell’epigrafe (1274). nell’Archivio di Montevergine, non hanno tuttavia consentito, finora, il recupero delle schede corrispondenti. Solo di una campana, quella presumibilmente più antica, si possiede una schedatura, dalla quale è stato possibile attingere qualche informazione: essa, che ha un diametro di cm 15 e un’altezza di cm 25, fu donata dal Cavalier Marzano alla Congrega Verginiana; fu fusa da un ignoto maestro napoletano nel XV secolo1 (fig. 2). Nessuna di queste campane reca inciso il nome del fonditore, né quello della sua città. - 105 - SALTERNUM Fig. 2 Santuario di Montevergine, campana fusa nel 1666. Fig. 3Santuario di Montevergine, campana fusa nel 1651. Solo due dei bronzi in questione, datati 1654 e 1666, presentano, oltre ad evidenti analogie di forma e di colore, le probabili iniziali del loro artefice: <<G. P.>>. Tali iniziali si prestano però a due diverse interpretazioni: esse potrebbero indicare il nome e il cognome di un unico fonditore, oppure i cognomi di due magistri, che avrebbero collaborato per la fusione di entrambe le campane (figg. 2 – 3). L’identificazione di questa sigla risulta compito arduo, ma le ricerche effettuate hanno messo in luce dati interessanti: nel 1636 è attestata la presenza della fonderia Pappalardo, che fuse una campana per la chiesa di S. Maria della Misericordia di Fontanarosa, poi rifusa nel 19792. Nel 1594 Giordano, fonditore napoletano, fuse una campana per la chiesa di Candida, paese legato al culto di Montevergine e alla stessa Istituzione3. Non a caso, l’esemplare in questione presenta proprio lo stemma del celebre Santuario. Le iniziali dei cognomi, la cronologia e la vicinanza territoriale sembrano, in qualche modo, collegare il Pappalardo e il Giordano agli esemplari in questione. Ritornando ai fonditori attivi nella provincia di Avellino tra il XVII e il XX secolo, i dati documentali disponibili permettono di affermare che la prima fonderia di campane che ha operato nell’Avellinese fu quella dei Tarantino, una tra le più antiche famiglie di Sant’Angelo dei Lombardi. Il laboratorio artigianale risulta in attività sin dal 1632 (fig. 4), ma le ricerche finora effettuate non hanno consentito di ritrovare, almeno in zona, manufatti di quel tempo attribuibili con certezza a tale fonderia. Del resto, gli innumerevoli terremoti che si sono succeduti in Irpinia hanno sicuramente contribuito a disperdere preziose testimonianze dell’arte fusoria. L’esame attento di una campana di piccole dimensioni, ritrovata a Sant’Angelo dei Lombardi in un deposito della Soprintendenza ai Beni Culturali, farebbe supporre che il bronzo in questione possa essere uno dei primi manufatti della fonderia Tarantino. L’esemplare, che si presenta con la superficie esterna alquanto consunta, è ancora perfettamente intonato. Il solo elemento identificativo riportato sulla campana è dato dall’incisione dell’anno di fusione, <<A.D. 1638>>, che si rileva, seppure abrasa, sulla spalla. La svasatura dell’orlo e le dimensioni sono consone ad altri manufatti realizzati in anni successivi dalla stessa fonderia e che si possono ritrovare in una tavola sinottica approntata da Fiore Tarantino nel 1798 e tramandata di generazione in generazione. Il carattere usato per l’unica incisione appare piuttosto incerto e decisamente poco professionale; ciò porta ad attribuirlo più ad un fonditore alla prime esperienze che non ad una collaudata fonderia. Il cartellino d’inventario che i rilevatori della Soprintendenza erano soliti allegare ai manufatti recuperati dopo il terremoto del 1980 è andato perduto e pertanto non si conosce l’esatta provenienza di questa campana. Le misure contenute (circa 25 cm di diametro ed altrettanti di altezza fino alla corona), indurrebbero a crederla appartenente, anche grazie a vecchie vedute fotografiche, alla seicentesca chiesa di San Nicola, nel centro storico di Sant’Angelo dei Lombardi. La prima campana ‘firmata’ di cui abbiamo conoscenza è quella che batteva le ore dell’oro- - 106 - GABRIELE D'APOLITO logio pubblico della torre adiacente alla chiesetta della Congregazione a Morra De Sanctis. Vi è incisa, insieme all’invocazione <<S. Maria ora pro nobis>> e la data <<A.D. 1706>>, il nome della fonderia <<Tarantino>>. Un interessante capitolo della storia di questa antica famiglia, ancora tutto da scrivere, è quello che riguarda la presenza dei nostri fonditori nella terra di Orsara (Foggia), dove sappiamo che nei primi decenni del ‘700 Giovan Battista Tarantino fuse delle campane. Ma in quell’Università risiedeva già Francesco Tarantino, un altro fonditore di origine santangiolese, mentre diversi toponimi possono attestare che la famiglia vi si era stabilita già da tempo. Una seconda fonderia operante a Sant’Angelo fu quella dei Ripandelli, seconda ai Tarantino per fondazione ma non per i successi che conseguì con i suoi maestosi bronzi, che andarono ad arricchire le torri campanarie di numerosissime chiese. Essa comparve dopo il terremoto del 1732, quando Saverio Ripandello di Candela (Foggia), discendente da illustre famiglia provenzale venuta in Italia con Carlo d’Angiò nel 1265, giunse a Sant’Angelo dei Lombardi forse per la ricostruzione e poco più di cinque anni dopo, il 27 aprile 1738, prese in sposa Antonia Fiore4. Si suppone che le due famiglie abbiano incrementato la fonderia di campane continuando nei secoli successivi a contrarre dei matrimoni tra di loro, per essere più uniti nel lavoro: nel registro dei morti5 degli anni 1851-1876 è annotata, in giorno 28 settembre 1862, la morte di Michele Antonio Ripandelli, di dieci anni, figlio di Nicola Ripandelli e Rosa Tarantino. A dimostrazione di ciò è il fatto che molte campane portano la firma delle due famiglie santangiolesi, come ad esempio quella che fu realizzata per la chiesa di San Marco Evangelista di Manocalzati <<Ripandelli et Tarantini artifices iterum funderunt A.D. 1851>>. In Irpinia, la collaborazione fra distinte famiglie di fonditori non è un caso raro, segno del reciproco rispetto professionale che vi era fra questa categoria di artigiani altamente specializzati. Nel corso del XIX secolo, periodo particolarmente felice per le fonderie santangiolesi, Fig. 4- Insegna pubblicitaria della ditta Tarantino (da FARIELLO 1991, p.54) che contò numerose commesse, altre famiglie di fonditori profusero la loro perizia, maturata presso le prime e più note officine dei Tarantino e dei Ripandelli, nella realizzazione delle campane che venivano richieste da molti paesi e città. Una di queste nuove famiglie di fonditori, i Verderosa, è attestata, in concorso con la fonderia Tarantino, nella realizzazione nel 1839 di una campana per il Duomo di Benevento6. Non si hanno dati precisi sull’attività di questa famiglia, anch’essa di Sant’Angelo dei Lombardi, e sul ruolo che essa svolgeva nell’ambito della produzione e del commercio di campane. L’unico documento pervenutoci è un contratto nel quale Giuseppe Verderosa fa una stima del prezzo che occorreva per la rifusione delle due campane della chiesa di S. Sossio, a Solofra7. Molto probabilmente in quegli anni Giuseppe Verderosa lavorava per la fonderia Rossi in qualità di perito, perché entrambe le campane furono opera dei Rossi. Questi ultimi, originari di Montoro, nel 1825 collaborarono con Fiore Tarantino per la realizzazione di un esemplare, ormai distrutto, per la chiesa di San Nicola di Bari a Volturara Irpina; l’allora magister della famiglia Rossi era Carmine. L’iscrizione della campana che si trova a Mugnano del Cardinale, sul campanile del Santuario di Santa Filomena, attesta, per il 1818, l’attività dei fonditori Gennaro e Carmine Rossi, i quali produssero detto esemplare a Montoro. È un dato di fatto, dunque, che i suddetti magistri avevano un impianto stabile per la produzione di campane proprio a Montoro. - 107 - SALTERNUM Non sappiamo chi sia stato il primo di questa famiglia ad apprendere l’arte fusoria; i dati finora in nostro possesso attestano l’attività di questi fonditori a partire dal 1817, anno in cui Gennaro prese impegno, con la chiesa di Sant’Andrea di Mercato Sanseverino (Salerno), per la fusione di una campana di Cantaia 188. Dal 1825 al 1856 non si hanno notizie circa la fonderia montorese la quale ritorna sullo ‘scenario’ della produzione nel 1857, con la fusione di due piccole campane per la chiesa di San Pietro a Resicco (Montoro) da parte di Filippo Rossi di Nola9; l’anno seguente ritroviamo il suo nome inciso sulle due campane della chiesa di S. Sossio, a Solofra. Nel 1883 la loro attività è attestata a San Cipriano Picentino (Salerno) grazie all’esemplare che scandisce tuttora i suoi rintocchi dal campanile della chiesa di San Giovanni Battista. L’ultimo esemplare Rossi, di cui si hanno notizie, è quello che Filippo fuse nel 1906 per la chiesa di San Pietro a Resicco. Otto anni prima, precisamente nel 1898, Filippo e suo figlio Bernardo di Nola fusero, sempre per San Pietro a Resicco, <<la più bella e grande campana di quella comunità>>; la fusione avvenne nel cortile antistante la cantina a quell’ epoca di proprietà di Pasquale Clemente10. La grandezza di questo evento fu tale che si tramandò la memoria persino del procedimento di produzione messo in atto per il bronzo in questione. Intorno agli anni Venti del Novecento la fonderia dei Ripandelli aveva cessato la propria attività. Gli ultimi ‘rivoli’ di questa arte li aveva fatti scorrere Gennaro Ripandelli, e sicuramente la campana dedicata a Sant’Antonio da Padova che egli fuse nel 1919 per la chiesa di Guardia dei Lombardi dovette essere uno degli ultimi bronzi ad uscire dalla sua fonderia, insieme a quella riparata nel 1922 per la Cattedrale di Nusco, la quale era stata realizzata nel 1880 dal padre Giuseppe. La secolare storia delle fonderie di Sant’Angelo dei Lombardi si concluse nel 1950, con la morte di Fiore Tarantino, ultimo di sei generazioni di fonditori. Il valente maestro fece appena in tempo a completare e consegnare una campana realizzata per la chiesa Madre di Aquilonia. Nell’officina restarono da completare diversi bronzi, taluni imponenti, che i familiari dovettero affidare a fonditori di altra regione. Quanto alla vastità dell’area servita dalle nostre fonderie, i Tarantino e i Ripandelli operarono a più largo raggio rispetto ai Rossi e ai Verderosa, la cui produzione ebbe per lo più un carattere locale. I primi, infatti, lavorarono nella Campania interna, nelle Puglie ed in Basilicata e, a partire dal XIX secolo, con il progredire dei mezzi di comunicazione, estesero la loro attività fino alla Sicilia11. La produzione Per ricostruire lo scenario in cui si è ambientata l’attività produttiva è utile ricordare che la fusione delle campane, seppur associata, sin dal IX secolo d. C., all’attività in fonderia, rimane spesso itinerante fino al XX secolo, sia per evitare trasporti faticosi, costosi e pericolosi per il manufatto, sia per consentire ai devoti di assistere all’entusiasmante spettacolo della fusione. Per questo gli strumenti di lavoro dovevano essere limitati e poco ingombranti e le strutture per il getto essere realizzate ogni volta ex novo. In merito all’attività itinerante, utili indicazioni possono trarsi da un appunto di Gennaro Ripandelli, nipote e collaboratore di Antonio, che si riporta integralmente: <<Venerdì nella sagrestia. L’anno 1882 il giorno 21 giugno partii da Sant’Angelo e giunsi a Galatina capoluogo del circondariato della Terra d’ Otranto con abitanti 18000 che giace in una pianura in cui io e mio padre (in realtà zio) abbiamo fatto due grandi campane una di cantaia 24 e mezzo e l’altra di cantaia 9 e mezzo e partiremo il 16 agosto>>12. Quanto all’attività stabile, i laboratori dei Tarantino e dei Ripandelli furono sempre di modeste dimensioni e, come da censimento statistico del 1889, annoveravano complessivamente <<n. 7 operai maschi adulti>>13, qualifica questa da intendersi spettante ai veri e propri artefici, con esclusione cioè del cosiddetto personale di fatica (manovali, portatori, legnaioli) che in numero variabile veniva reclutato secondo le necessità del lavoro da compiere. - 108 - GABRIELE D'APOLITO Per quanto concerne le tecniche e i modi di adeguata ai casi di fusione in loco16, è costituita produzione adoperati dalle fonderie avellinesi, da una camera inferiore, in cui viene posto il le uniche informazioni utili pervenuteci sono: 1) combustibile, connessa, tramite uno o più exauna tavola comparativa elaborata da Fiore latoi, ad una superiore, nella quale deve essere Tarantino nel 1798, sulla quale sono riportate le immesso il metallo da fondere. La camera supevarie misure cui il magister si atteneva per la riore è chiusa da una spina che, quando è ultiproduzione degli esemplari bronzei. Essa rapmata la fusione, viene spinta dal mandriale presenta l’espressione della conoscenza di Fiore cosicché il metallo possa riversarsi nel condotto in materia e, al contempo, attesta un metodo che connette il forno fusorio alla fornace della preordinato di lavoro, segno della lunga espeforma. Questa struttura deve essere realizzata rienza lavorativa di questa famiglia santangiolecon pietre refrattarie e può avere diverse varianse (fig. 5); 2) il procedimento di produzione del ti tipologiche a seconda delle maestranze che la bronzo che Filippo e suo figlio Bernardo Rossi realizzano17. di Nola fusero, nel 1898, per la chiesa di S.Pietro Quello di fonditore, come d’altronde qualsiaa Resicco, piccola frazione del comune di si altro mestiere artigianale, fa parte di un sisteMontoro Inferiore14. In pratica, <<su una tavola ma commerciale fatto di rapporti sociali, economici e politici. Pertanto, i dati riguardanti di legno venne eseguito il disegno delle linee l’espansione dell’azienda, i prezzi d’acquisto e di direttrici per la tornitura della forma. Su questa vendita e la tipologia dei committenti possono sagoma, fissata ad un palo di ferro, fu tornito il essere validi strumenti per un’indagine sul commaschio con argilla e terra grassa. Sopra di esso mercio del prodotto finito. La documentazione fu tornita una finta campana di creta, sulla cui avellinese, per ricchezza di dati d’archivio e per superficie furono disposti le belle iscrizioni in numero di esemplari conservati, si è rivelata parlatino e gli egregi ornati, il tutto eseguito, seconticolarmente interessante in tal senso, come si do l’antica tradizione in cera. Si procedette poi evince dall’allegata tabella, elaborata sulla base alla copertura di detta superficie con spessi stradi documenti del XVIII e XIX secolo. ti successivi di creta, stretti mediante legature; e così fu formata la cosiddetta camicia. La prima e forse la più importante fase dell’ approntamento della campana era quasi finita e si passò alla cottura con carbone di legna posto ad ardere nell’interno del maschio. Successivamente la camicia venne sfilata verticalmente dalla falsa campana di creta che fu demolita e tolta a pezzi. Ricollocando la camicia nella sua posizione primitiva, e dopo aver sistemato la colombina15 si ottenne il vuoto, nel quale fu colato il bronzo a riempire la forma della campana. Alcuni giorni dopo la fusione, tolto l’interrato e disfatta la camicia, apparve la campana greggia, che fu lucidata e levigata; l’opera venne portata a termine in circa due mesi>>. La fusione della campana venne eseguita con forno a riverbero riscaldato a legna. Questa tipologia di Fig. 5 – Tavola comparativa (1798) utilizzata da Fiore Tarantino per la progettazione delle forno fusorio, probabilmente più campane (da VESPASIANO 1995, p. 54). - 109 - SALTERNUM - 110 - GABRIELE D'APOLITO Il presente studio è stato elaborato sulla base della propria Tesi di Laurea Triennale in Beni Culturali, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli studi di Salerno (Relatore: prof.ssa C. Lambert; Correlatore: prof. P. Peduto). NOTE Archivio della Soprintendenza per i BAPPSAE di Salerno e Avellino, Catalogo, s.v. Montevergine. 2 GAMBINO 1980, p. 291. 3 GAMBINO 1997, p. 106. 4 Una nota particolare va fatta circa l’atto del matrimonio nel registro parrocchiale di quell’anno, in cui è scritto ‘Fiore’ dopo la cancellazione di ‘Tarantino’. Non si riesce a spiegare il motivo di tale correzione, sia perché Fiore è un cognome mai esistito a Sant’Angelo, sia perché i figli di Saverio vengono registrati, oltre che con il nome del padre, con il nome della madre, Antonia Tarantino. Si può dunque supporre che il primo Ripandelli abbia appreso la nuova arte dai suoi nuovi congiunti Tarantino. 5 Archivio parrocchiale di Sant’Angelo dei Lombardi, Registro dei morti, aa. 1851-1876 6 La campana reca l’iscrizione: <<REFECTA PRO QUINTA VICE MENSE SEPTEMBRIS A.D. MDCCCXXXIX VOCATE CAELUM/ CONSECRATE OMNES HABITATORES TERRAE/ 1 IN DOMUM DEI VOSTRI/ F.LLI TARANTINO ET IOSEPH VERDEROSA S. ANGELI LOMBARDORUM FECERUNT>>. 7 ASA, O.P. B.158, Carteggio SS. Corpo di Cristo, foglio non numerato. 8 CUOMO 1973, p. 133. 9 La mancanza di un’adeguata documentazione non ci permette di ricostruire appieno la vicenda di questa famiglia che, tra 1825 (anno in cui ne è attestata, per l’ultima volta, l’appartenenza al comune di Montoro) e 1857, si spostò nel nolano, dove continuò la sua attività. 10 FIORE 1974, p. 39. 11 VESPASIANO 1995, pp. 52-59. 12 FARIELLO 1991, p. 54 13 Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio-Statistica industriale del 1889, fascicolo XVIII (provincie di Avellino e Benevento), p. 26. 14 Il procedimento utilizzato per la fusione del bronzo è tratto dalla monografia di Pietro Ottavio Fiore (1974); quest’ultima si basa su testimonianze dirette. 15 La colombina è l’anello di ferro che regge il battaglio. 16 La fusione in questione è un esempio di attività itinerante; essa avvenne nel cortile antistante la cantina di proprietà, in quell’epoca, di Pasquale Clemente a Montoro Inferiore (FIORE 1974, p. 39). 17 I dati sulla fornace a riverbero sono tratti dallo scritto di Biringuccio (NERI 2006, p. 101). - 111 - SALTERNUM BIBLIOGRAFIA FONTI ARCHIVISTICI Archivio della Soprintendenza per i BAPPSAE di Salerno e Avellino, Catalogo, s.v. Montevergine. Archivio parrocchiale di Orsara, Libro dei battezzanti 1724 – 1753, tomo IV, fol. 28 Archivio parrocchiale di Sant’Angelo dei Lombardi, registro dei morti 1851-1876. Archivio storico dell’Abbazia di Montevergine, buste 123, 125. ASA, O.P. B.158, Carteggio SS Corpo di Cristo, foglio non numerato. Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio- Statistica industriale del 1889, fascicolo XVIII (provincie di Avellino e Benevento), p. 26. ASAV, busta 707, fasc. 2530. *** CUOMO G. 1973, Le leggi eversive nel secolo XIX e le vicende degli Ordini Religiosi della provincia di Principato Citeriore, Mercato S. Severino (SA). FARIELLO F. 1991, Le fonderie di campane di Sant’Angelo dei Lombardi in “Nuovo Meridionalismo”, n. 70-71-72, ottobre, pp. 53-55. GAMBINO N. 1980, Fontanarosa e la Madonna della Misericordia: appunti di storia religiosa, Lioni (AV). GAMBINO N. 1987, Candida: il Paese, la Storia, i Beni Culturali, Lioni (AV). FIORE P. O. 1974, Le campane della chiesa di S. Pietro a Resicco, Montoro (AV). NERI E. 2006, De campanis fundendis. La produzione di campane nel medioevo tra fonti scritte ed evidenze archeologiche, Milano. VESPASIANO M. 1995, L’antica arte di fondere campane a Sant’Angelo dei Lombardi, in “Civiltà Altirpina”, pp. 52-59. - 112 - LAURA MAGGIO Archeosud: notizie dagli scavi A nche quest’anno è stato connotato da una notevole eterogeneità di attività che hanno interessato il settore dei Beni Culturali nel suo complesso (cfr. Salternum, n. 18-19, 2007, pp. 131-132). Le iniziative di didattica, ricerca, valorizzazione e tutela degli uffici periferici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali hanno spaziato tra scavi, restauri, recuperi ed edizioni di ricerche pregresse che, in questa sede, ci si limita a sintetizzare per macroeventi, senza dimenticare che le attività quotidiane e più minute restano quelle più impegnative da fronteggiare da parte di uffici pubblici esautorati dalla mancanza congenita di risorse economiche e dal non meno grave deficit di personale, a fronte di un elevatissimo numero di specialisti, giovani e non più giovani, impiegato come ausilio esterno, senza garanzie di continuità lavorativa né minimi diritti sindacali. L’intero anno è stato attraversato da diverse occasioni di dibattito e confronto tra vecchie e nuove generazioni, essenzialmente determinate dalle associazioni di categoria degli archeologi, sempre più numerose, al fine di sollevare quantomeno la questione relativa al problematico inserimento nel mondo del lavoro di quanti hanno da tempo terminato gli studi nonché delle migliaia di studenti che popolano i numerosi Corsi di Laurea in Conservazione dei Beni culturali e Scienze dei Beni culturali, affiancati dai tantissimi master, corsi di perfezionamento, corsi di formazione e promozione territoriale che fioriscono, proponendosi quali fucine preparatorie per un’attività lavorativa che, sic stantibus rebus, non trova altro che sbocchi precari, occasionali ed affatto regolamentati, che di fatto Fig. 1. Roma, Casa di Augusto. La stanza delle maschere I sec. a.C. (dal sito www.repubblica.it) Fig. 2. Roma, abusivismo sull’Appia antica. (dal sito www.repubblica.it) impediscono qualsivoglia forma di programmazione del futuro lavorativo cui ciascuno aspira dopo anni ed anni di sacrificio e studio. In quest’ottica lo scorso giugno si è tenuta a Roma la 1a Manifestazione Nazionale degli Archeologi, promossa dall’Associazione Nazionale Archeologi, appoggiata anche dalla Confederazione Italiana Archeologi. Nette le proposte rivolte al Governo: 1) il riconoscimento della figura professionale dell’archeologo, a tutt’oggi neppure inserito nel nuovo Codice dei Beni Culturali; 2) l’istituzione di un registro nazionale degli archeologi (e degli altri professionisti dei Beni Culturali) presso il MiBAC; 3) l’istituzione presso il MiBAC di una Commissione per la definizione della figura professionale di archeologo (e delle figure profes- - 113 - SALTERNUM sionali vicine a quest’ultima) e per la gestione del registro, composta da esperti del Ministero, delle Università e rappresentanti delle categorie. Decisamente insufficiente il bando di concorso per 30 archeologi pubblicato sulla G.U. n. 56 dello scorso 18/07/2008, peraltro piuttosto frustrante per l’intera categoria, non essendo sottoposte a valutazione le competenze culturali e scientifiche maturate dai candidati: il curriculum personale, insomma, non serve ai fini del concorso. Un chiaro paradosso che se si contrappone nettamente a quanto avvenne lo scorso anno con il bando di concorso per Dirigente Archeologo, le cui procedure sono in corso in questi mesi, il cui titolo di accesso, invece, era il solo Diploma di laurea triennale. Dunque chi è l’archeologo in Italia? Chi assolve con una laurea breve l’incarico di Dirigente o chi, Specialista o Dottore di Ricerca che sia, diviene funzionario a prescindere da adeguate competenze maturate sul campo? Nel frattempo che la antica questione sia affrontata nelle sedi competenti si può dare una scorsa alle statistiche ufficiali pubblicate dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali rispetto alla quantità ed alla distribuzione delle iscrizioni pervenute al bando di concorso più recente: 5551 archeologi hanno prodotto domanda entro il 18 agosto scorso, a fronte dei 30 posti disponibili, e ben 128.604 persone si sono iscritte anche al bando pubblicato per la qualifica di assistente alla vigilanza presso il suddetto Ministero. Facile supporre che tra molte di queste domande siano confluite anche quelle degli studenti in possesso della laurea triennale o in procinto di conseguire nei prossimi mesi il titolo di specializzazione o dottorato richiesti, categorie di fatto escluse dal bando per funzionari. Il quadro desolante del rapporto tra offerta e domanda si evince nettamente dalla relativa tabella distributiva del rapporto tra posti disponibili in ciascuna regione e numero di domande presentate (fonte: sito internet MiBAC, Direzione Generale per l’organizzazione, l’innovazione, la formazione, la qualificazione professionale e le relazioni sindacali): Bando C - Archeologo Emilia Romagna Toscana Lombardia Puglia Piemonte Calabria Marche Veneto Sardegna Friuli Venezia Giulia Liguria TOTALI Posti 7 2 5 1 4 1 1 3 1 3 2 30 Domande 1389 1299 530 474 367 328 294 287 241 211 131 5551 Mala tempora currunt, se si considera al contempo che illustri istituzioni storiche nella nostra nazione sono a rischio chiusura per mancanza di fondi. E’ il caso dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (ISIAO), aperto con decreto del 1995 e posto sotto la diretta vigilanza del Ministero per gli Affari Esteri, frutto dell’accorpamento di due precedenti istituzioni, l’Istituto Italo-Africano e l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, fondati nel 1933; sorte non dissimile a quella dell’autorevolissima Scuola Archeologica Italiana di Atene (SAIA), che subendo un’ulteriore riduzione di fondi non riesce più a pagare neppure le docenze assegnate! Accanto a ciò si è intanto materializzata la querelle sollevata sul “Corriere della Sera” dello scorso 21 agosto, dove illustri architetti, filosofi e dirigenti ministeriali si sono confrontati sulla possibilità di limitare in modo significativo gli interventi di tutela del patrimonio archeologico, al fine di arginare il presunto eccessivo e continuo blocco di cantieri di edili e strutturali da parte dei cantieri di scavo archeologico; una visione inutilmente oppositiva rispetto a ciò che può essere risolto semplicemente dialogando tra istituzioni, applicando seriamente quanto già previsto, in materia di archeologia preventiva per esempio. L’ultimo casus belli, sollevato dall’impegno significativo di Italia Nostra, è il nuovo parcheggio del Pincio a Roma: settecento posti auto pre- - 114 - LAURA MAGGIO visti sul complesso monumentale del Valadier... dove in antico dovettero sorgere gli Orti di Lucullo... a discapito di un articolato edificio posto su più livelli, con 16 ambienti affrescati e mosaicati riconducibili al I sec. a.C. Non certo un unicum nella capitale, dove già in occasione del Giubileo si scardinarono resti interessantissimi sul Gianicolo, anche in quell’occasione a vantaggio di un parcheggio. Scelte politiche piuttosto ossimoriche e affatto coerenti dunque: a Roma, da un lato si distruggono le tracce di un passato glorioso - i mega park sulle rovine antiche ne sono un esempio, accanto allo scempio in fieri della regina viarum, l’Appia, assediata nel tratto romano dall’incontrastato abusivismo edilizioma dall’altro si scelgono ad emblema del proprio impegno nei confronti della tutela complessi e costosissimi restauri di edifici quali l’Ara Pacis, o la Casa di Augusto al Palatino, ubicata in corrispondenza di quella che dovette essere il Lupercale, la cavità dedicata al culto di Romolo e Remo, la notizia del rinvenimento della quale ha fatto il giro del mondo. Ma a Milano non è andata molto diversamente per la costruzione del grande parcheggio con box, al posto del cosiddetto “Cimitero dei Martiri” a ridosso della basilica di S. Ambrogio. A breve i lavori saranno ripresi a discapito della storicità del luogo. La pianificazione degli spazi urbani e della ridefinizione del traffico e della viabilità nelle aree centrali delle metropoli non può e non deve cercare una soluzione sostenendo l’uso dei mezzi di trasporto privati. Come in questo quadro si possa riuscire a sperare di fare ancora archeologia in modo serio e motivato credo dipenda dal binomio “professionalità e passione” che muove gli addetti ai lavori, pronti in nome della ricerca pura ad adeguarsi alle situazioni più complesse, salvando il salvabile all’interno di logiche economiche che inspiegabilmente entrano in rotta di collisione con quelle culturali e turistiche. Un aspetto questo che, invece, non è sfuggito agli Americani, i quali, più scaltramente, mirano a far fruttare le risorse culturali disponibili. Recente è la predisposizione di un enorme progetto di digitalizzazione del patrimonio librario mondiale, a partire dalla più grande biblioteca d’Europa: la Bodleian Library di Oxford. Si tratta di mettere in rete i circa 11 milioni di volumi, su finanziamento di una società privata - la Google, - che spera di ricavare incassi prodigiosi dal grosso giro di pubblicità che ne deriva. Ma sono già una ventina le biblioteche del mondo che hanno aderito. ‘Ricerca Libri’, questo il nome del progetto che si propone di supportare gli utenti nella ricerca di libri, in particolare di quelle opere che sarebbero altrimenti introvabili, come i libri fuori stampa. Altrettanto significativa è la partnership con gli editori, che possono mettere in rete tutti i loro cataloghi, inclusi proprio i libri fuori stampa. Il servizio è gratuito per tutti i livelli di utente e per quanto concerne i libri coperti da copyright, Google si limita a proporre qualche pagina che rimanda al link dell’editore o della libreria online per un eventuale acquisto; per quelli non coperti da copyright, la società consente di consultare l’intero volume. Non dissimile ma maggiormente legato alla conservazione del patrimonio librario locale è il progetto ‘Bibliofiles’, promosso dalla casa editrice foggiana ‘Claudio Grenzi Editore’. Una denominazione che volutamente gioca sul doppio significato, tra bibliofilia e libri contenuti in files appunto. Esso consiste nella raccolta di volumi antichi, rari ed introvabili, e nella loro digitalizzazione, mirando all’ambiziosa diffusione degli studi editi sulla Daunia antica e la Capitanata, a partire dai primi documenti dei viaggiatori del Cinquecento fino agli anni Cinquanta dello scorso secolo. Le edizioni in facsimile sono precedute da un saggio a cura di specialisti del settore, volto ad inquadrare gli aspetti più significativi del volume proposto: l’archeologia, le storie dei paesi, l’architettura monumentale e minore, i grandi interventi come la bonifica, la viabilità, le strutture portuali e le industrie. E ancora argomenti di attualità quali la tutela dell’ambiente, la botanica, la geologia, la produzione editoriale di viaggio e le guide alla scoperta dei tanti segreti custoditi da un territorio. - 115 - SALTERNUM Sitografia di riferimento www.archeologi.org http://books.google.com/books www.claudiogrenzi.it www.italianostra.it www.isiao.it http://www.parcoappiaantica.it www.patrimoniosos.it www.scuoladiatene.it - 116 - ROSALBA TRUONO IANNONE Appunti di viaggio: andar per Longobardi e…antichi siti I disagi della calura estiva di un rovente mese di luglio non hanno costituito un ostacolo per viaggiatori attenti ed appassionati nella ricerca di tracce lontane, lasciate da popoli diversi nell’antica terra di Calabria. Alleviati nelle fatiche del viaggio dal conforto di un’eccellente organizzazione e gratificati dalla cordiale accoglienza locale, i viaggiatori hanno potuto fruire dell’autorevole supporto culturale di guide eccezionali, quali quella del prof. Paolo Peduto e della prof.ssa Chiara Lambert, sempre prodighi di preziose informazioni, comunicate con rigorosa competenza in un clima di umana cordialità (fig. 1). L’incontro con questa terra bella e misteriosa è avvenuto sempre sulla spinta di uno spiccato interesse archeologico verso i popoli fondatori di vetuste civiltà, come Greci, Romani o Longobardi. Ed è a proposito di Longobardi che la Mostra I Longobardi del Sud, allestita nel moderno Museo del Presente a Rende, nella città di Cosenza, vuole testimoniare, ulteriormente e se ancora ce ne fosse bisogno, la presenza, con testimonianze non scritte, della Gens Langobardorum, spintasi sino alla punta estrema del nostro antico stivale. L’esposizione è particolarmente coinvolgente per il visitatore, poiché si tratta di una rassegna singolare che evoca, in modo del tutto nuovo, le vicende storiche del popolo longobardo nel Sud dell’Italia. La sua originalità è tutta contenuta nella lettura del percorso mediante l’uso di mezzi multimediali, atti ad attrarre ed informare lo spettatore. L’impiego di video e di ricostruzioni virtuali, nonché di Fig. 1 - Fig. 2 - giochi audiovisivi, sostituisce l’esposizione diretta del reperto archeologico, in questo caso raro ed essenziale (fig. 2). L’affascinante racconto si snoda attraverso cinque fasi, che vanno dalla migrazione longobarda nei territori del Ducato di Benevento alla presentazione delle fonti storiche (fig. 3).; dalla dimostrazione dei centri del potere assunto nelle tre più importanti città longobarde - Capua, Benevento e Salerno - ad un’ampia - 117 - SALTERNUM documentazione delle attività culturali svolte, e ai siti fortificati, rinvenuti e studiati E alla fine ecco apparire agli occhi emozionati del visitatore la spettacolare ricostruzione della tomba di Campochiaro. E’ nell’ultima sala, quella della ‘deposizione’ e della ‘memoria’, che si è al cospetto del reperto (fig. 4).: i resti di un guerriero, deposto nella sua ultima Fig. 3 - Fig. 4 - Fig. 5 - dimora al fianco del suo cavallo, sul cui cranio è ancora visibile il colpo infertogli dallo scramasax, tipica arma longobarda, perché fosse sacrificato in onore del suo padrone defunto e con lui dividesse, così come in vita, lo spazio sepolcrale, secondo un tipico rituale. È con questa immagine, di forte impatto emotiva, che si chiude la felice esposizione, concreto segno di tracce di una realtà storica che non va sottovalutata, alla luce della quale si aprono nuovi scenari storici e culturali, per i quali il racconto storico andrebbe riveduto e corretto. Ora lungo il percorso dell’antica terra dei Brutii, nella sua parte più stretta, sulla strada che da Catanzaro Lido va al promontorio di Stalettì, i viaggiatori curiosi, mossi dalla passione per l’archeologia, incuranti della canicola, si aggirano tra maestosi olivi secolari, tra fichi, gelsi e rovi selvatici; respirando gli effluvi del gelsomino, sono alla scoperta delle vestigia racchiuse nel Parco archeologico di Scolacium (fig. 5), prezioso scrigno, che conserva i resti della città greca di Skylletion e della successiva romana Scolacium. E’ qui che si vive il fascino del lavoro dell’archeologo ed è qui che la terra dovrà restituire ancora il suo racconto delle origini ai presenti. È per questo che sul volto abbrustolito dal sole cocente del dott. Alfredo Ruga, giovane archeologo, leggi la fatica del suo lavoro, subito cancellata dal sorriso dell’entusiasmo, dall’attesa fiduciosa del ritrovamento di una pietra narrante (fig. 6). E pietre narranti sono quelle della piazza di un grande foro, del Capitolium, del decumanus maximus, della Basilica, della Curia, del Caesareum e di un sacello; e pietre narranti sono quelle dell’ampia cavea del teatro romano, tale da poter ospitare circa 3.500 spettatori. Davanti alla statuaria poi, esposta nell’annesso museo, rinvenuta nelle aree di scavo del foro e del teatro, si resta meravigliati dalla grandezza dei personaggi togati (fig. 7). Non senza brividi si calpestano questi resti, se ne ammira il mistero, se ne immagina il quotidiano scenario di quella lontana società. - 118 - ROSALBA TRUONO IANNONE Dal grande parco, come a guardia di un passato più antico, si erge quasi all’improvviso, col suo colore arancione, uno dei più significativi monumenti medievali della Calabria: la basilica di Santa Maria della Roccella, edificata probabilmente dai Normanni tra l’XI e il XII secolo, che fa bella mostra della sua facciata e delle sue absidi dai motivi bizantineggianti (fig. 8). A Scolacium, caposaldo politico-commerciale fondato da Caio Gracco nel 123-122 a.C., vide la luce nel VI secolo d.C. Cassiodoro, ministro di Teodorico prima e di Atalarico poi a Ravenna, intellettuale cosmopolita, che ritornato in tarda età in patria, fondò i famosi monasteri di Vivarium e di Montecastello, dove si praticarono cultura, preghiera e lavoro. È sul promontorio di Stalettì che il viaggiatore può ritrovare le tracce concrete della presenza di questo personaggio illustre. In questo sito, indicato come la tomba di Cassiodoro, tra poveri ruderi abbandonati (figg. 9-10) si avverte la presenza austera del famoso ministro, forse triste per la sua sorte politica, ma certamente fiero del legame con la propria terra, che ora, simbolicamente, domina per sempre dal suo sepolcro in una felice posizione (fig. 11). Dal belvedere dello strapiombo è visibile l’azzurro cristallino del mare calabro, che, tra il profumo delle resine dei pini, bagna la costa ionica della nostra Penisola (fig. 12). Fig. 6/7 - Fig. 8 - Fig. 9 - Fig. 10 - - 119 - SALTERNUM Fig.11 - Fig. 12 - - 120 - ROSALBA TRUONO IANNONE Omaggio al Paleontologo È ormai diventato un vero rito la visita che ogni anno, nel mese di agosto, alcuni Soci del G.A.S. rendono al sito archeologico di Atella (PZ), per omaggiare la figura e l’opera meritoria del prof. Edoardo Borzatti von Lowestern, paleontologo e ricercatore instancabile. A padroneggiare la scena tra il rumore dello scavo prodotto dagli scalpellini della sua équipe è lui: il professore Borzatti; è lui il grande protagonista più dell’elefante stesso che in epoca preistorica ha calpestato quella sponda dell’antico paleolago. È lui il personaggio più affascinante che, con modi elegantemente cordiali ed affabili, arricchisce con la consueta disponibilità e capacità affabulatoria il visitatore ammirato e meravigliato. Il professore Borzatti, Direttore del Laboratorio di Paleontologia Umana dell’Istituto di Antropologia dell’Università di Firenze, racconta con modestia le novità sulle ultime ricerche che effettua per gran parte dell’anno in Giordania, in pieno deserto. Nel mese di agosto, poi, quando è libero dagli impegni istituzionali, insieme ai suoi collaboratori è a lavorare in Basilicata, con spirito di abnegazione. Nel bacino di Atella da più di un ventennio ha individuato la costa di un grande lago pliocenico. Qui ha rinvenuto le tracce di un elefante preistorico, il Paleoloxodon antiquus che gruppi di homo erectus cacciavano con particolari sistemi di cattura. Il professore Borzatti ha per primo scoperto che circa 650-550.000 anni fa, lungo le rive del lago - formatosi in seguito allo sbarramento del corso del torrente Stroppito-Atella per il sollevamento dei terreni causato dall’attività vulcanica del Vulture - gruppi umani esercitavano attività Fig. 1 - Fig. 2 - venatorie adoperando armi ricavate da pietre locali (choppers) se cacciavano l’elefante antico, il bufalo, l’uro ed il cervo. L’originalità della scoperta è nell’interpretazione del tipo di attività venatoria: questi animali, di grossa mole, venivano spinti con il lancio di pietre, con fuochi ed urla nei pantani, dove non avrebbero avuto più scampo, e dove la morte sarebbe sopraggiunta per lo sfinimento dovuto al tentativo di liberarsi dal fango. - 121 - SALTERNUM Fig. 3 - Ora l’insigne Paleontologo mostra e commenta i segni di questa sua scoperta e sembra ancora emozionarsi davanti all’ultima meraviglia della giornata di scavo: il ritrovamento di un pugnale di corna di cervo. Intanto il sole di agosto picchia forte tra il profumo dei pini, piantati nei pressi del cimitero di Atella. Gli assistenti dell’équipe hanno concluso la loro giornata e con modestia l’esimio nel gruppo è uno di loro: ma è un uomo da cui apprendere tante lezioni di etica professionale, di passione per lo studio e la scoperta, di curiosità per il mondo che ci circonda. Insomma, un moderno Ulisse. Fig. 4 - - 122 - CARLO G. FRANCIOSI I ricordi delle colline di Cairano “L a strada statale n. 92, detta anche “del Sele”, si snoda oggi lungo un tracciato che con ogni probabilità ripercorre l’antico itinerario che già in età protostorica univa le valli del Sele e dell’Ofanto: partendo dal retroterra tirrenico questa via, passando per Contursi, Oliveto Citra e Quaglietta, si dirige verso la Sella di Conza (...) in un paesaggio dal profilo ovunque ondulato, già pochi chilometri oltre Quaglietta e appena superato il Varco Appenninico, appare, in lontananza, più alta di tutte, la collina su cui sorge Cairano, con il suo curioso aggressivo aspetto di “mascella” protesa verso il sottostante corso del fiume Ofanto; ad essa corrisponde, sull’altra sponda del fiume, verso Sud-ovest, la collina più bassa e meno impervia, che ospita l’odierna Conza, da identificarsi con la Compsa testimoniata dalle fonti per l’età romana (...). L’abitato attuale di Cairano (...) sorge sulle pendici orientali della collina, là dove essa ha il profilo più dolce, che digrada uniformemente verso la valle del fiume; il versante ovest si presenta invece scosceso, terminando a picco sulla piana in cui scorre il torrente Orato (...), oltre il quale è visibile, ancora più ad Ovest, l’altura di Andretta. L’aspetto del paese moderno di Cairano non deve discostarsi molto da quello che ebbe in epoca medievale: l’insieme del “borgo” ordinato per terrazze, con le case addossate alle case e l’intrico delle strette vie che camminano a spirale, occupa tutto il fianco della collina, ponendosi ai piedi del castello, di cui oggi si intuiscono gli esigui resti e che sorgeva nel punto più alto, a 806 metri di altitudine. Degli ultimi avanzi di esso ha fatto giustizia l’impianto del bianco orribile cubo dell’acquedotto pugliese, visibile da ogni lontano punto, circondato da un ampio, silenzioso recinto, che ne tutela l’onore. L’economia del paese moderno è esclusivamente fondata sull’agricoltura, in un paesaggio che sembrerebbe più adatto all’allevamento e che paga, in questo senso, senza sua colpa, il prezzo di scelte sbagliate, fatte molto tempo addietro e molto lontano. Anche i prodotti agricoli, ricavati con fatica da una terra certo non fertile, bastano poco più che alla sussistenza del migliaio di persone che compongono la comunità. La scuola elementare, un bar e un solo negozio-emporio (che vende di tutto tranne la carne, che nessuno potrebbe acquistare in misura tale da giustificare l’esistenza di un centro di distribuzione, costituiscono la totalità dei ‘servizi’. Il paese, per necessità privato per lungo tempo delle sue energie giovani dalla massiccia emigrazione, le vede ora ritornare senza poter loro offrire nulla più che al momento della partenza. Dimenticato nella sua stessa terra, a sua volta dimenticata, sarebbe ormai un paese morto se non fosse per l’estrema vitalità della sua gente”. Questa descrizione di Cairano, di Gianni Bailo Modesti -, Cairano nell’età arcaica L’abitato e la necropoli, (Istituto Universitario Orientale, Seminario di Studi del Mondo Classico, Quaderno 1 degli “Annali” - Sez. di archeologia e storia antica), Napoli 1980, comparve pochi mesi prima - e pochi mesi prima di un’altra data che ha segnato in modo preciso tutto il territorio e la storia degli Irpini; a leggerla, parrebbe trattarsi di una delle pagine dei grandi meridionalisti d’origine centrosettentrionale degli inizi del Novecento - con una lucida meraviglia per le devastazioni del ter- - 123 - SALTERNUM ritorio e con lo stupore per l’insensatezza dell’ignorare quei rimedi, ai quali avrebbe condotto una corretta analisi delle caratteristiche dei luoghi (inutilmente, per tanti decenni, indicava, ignorato, Manlio Rossi Doria, e non a caso l’analisi che con i suoi collaboratori pubblicò subito dopo la catastrofe, presso Einaudi, resta ancora la migliore analisi dell’Irpinia subito prima, ed anche già il maggior atto di accusa verso chi, con ruoli politici apparentemente opposti, ha poi distrutto il territorio e gli abitanti stessi negli anni seguenti. Oltre tutto, l’interesse per un corretto uso del suolo fu uno dei principali argomenti intorno a cui operò già nel primo Ottocento la Società Economica Irpina, uno dei momenti più alti nella storia di questa Provincia). Essa sembrerebbe scritta da uno dei tanti intellettuali - meridionalisti ‘traditori’, che scendevano dal Nord, dal centro dell’Italia (capofila, notoriamente, Carlo Levi, ma vanno ricordati anche Umberto Zanotti Bianco ed altri esperti) dei primi decenni del secolo; Gianni Bailo, all’epoca in cui scriveva queste pagine, era giovanissimo, poco più che trentenne, ma già da oltre una decina di anni viveva ed operava nella Campania meridionale. Di famiglia di origini pavesi, lui stesso milanese, con alcuni colleghi ‘scese al Sud’ - e le motivazioni profonde erano non solo culturali, ma anche, chiaramente, ‘politiche’ - ancor studente universitario, e lavorò dapprima a Pontecagnano, poi, dal 1970 al 1972, a Cairano - dove operò dopo Gabriella Pescatori, che vi aveva scavato nel 1967 -, infine ancora a Cairano, nel 1976, ed in quel medesimo periodo anche a Bisaccia. Fino a pochi mesi fa, ha poi lavorato ancora a Pontecagnano, sullo scavo - condotto, al suo solito, con rigore e sicurezza estremi - ed all’allestimento della sezione a lui affidata del Museo Archeologico di Pontecagnano, inaugurato un anno fa - un museo raro per la chiarezza con cui sono presentati materiali ed anche problemi, così da costituire punto di riferimento non eludibile per chiunque voglia studiare la Campania e tutta l’Italia meridionale in epoca antica. Va precisato, però, che vuol dire quel ‘traditori’, che pare gettato lì a caso, qualche riga fa, in modo anche oltraggioso. ‘Traditore’ - nel senso etimologico - vuol dire che porta qualcosa da un’altra parte: nel caso specifico, pare ben appropriato a quegl’intellettuali che, lasciando la propria, comoda, situazione di origine (dunque, ‘tradendola’), talora costretti da situazioni esterne, e dovendo vivere in stretto contatto con le situazioni meridionali, non cercavano d’isolarsi in un mondo tranquillo, abbandonando con la facile e comprensibile scusa della difficoltà di far tutto da soli alla loro sorte gli abitanti di quelle zone ma s’impegnavano con essi, cercavano di suscitare energie culturali - che, naturalmente, diventavano immediatamente energie ‘politiche’ (basta un solo riferimento, Scotellaro, forse banale ma anch’esso non evitabile, e ricordare quale sia stato il suo rapporto con la ‘Scuola di Portici’), portando con sé nuove idee, fermenti, notizia di altre esperienze (dunque, ‘traditori’, cioè ‘apportatori’). Magari derisi dai loro antichi colleghi, da coloro che continuavano a vivere nelle loro originarie situazioni ‘comode’, presi per illusi o per puri cercatori di emozioni forti e di facili avventure: ma, con lo scorrere dei decenni, essi hanno avuto una funzione estremamente importante, hanno lentamente germogliato, sono stati infine uno dei pochi anticorpi che hanno salvato l’Irpinia da un disastro ancora maggiore, da quasi trent’anni: contro la ‘politica’ di alcuni illustri personaggi locali - ne ricordo uno importante, così importante che è meglio tacerne il nome, che, agitando le mani in aria con dita adunche, quasi ad arraffar miliardi che piovessero dal cielo (durante un intervento al Convegno dell’Istituto Gramsci, ad Avellino, poche settimane dopo il terremoto), sottolineava come si dovesse comunque esser pronti e veloci a raccogliere quanti più soldi fosse possibile - ed i risultati di quest’avviso si sono veduti, e si vedono sempre più a chi voglia girare in Irpinia. Bailo non ha mai tratto vantaggi dal suo impegno nel Meridione. Abbandonato Milano, dopo diversi anni, anche non facili, di lavoro precario, si è trasferito per sempre a Pontecagnano, vi ha messo su una famiglia esemplare - con una moglie originaria di uno dei quartieri (una volta) operai di Napoli, donna - 124 - CARLO G. FRANCIOSI raffinatissima e decisa, con tre figli, con una schiera in continuo aumento di cani e di micetti ospiti, che vi convivevano in perfetto accordo. Spero non sia indelicato ricordare come proprio in occasione d’uno scavo egli abbia incontrato la sua compagna dell’intera vita (non è retorico, dir così), all’epoca studentessa di Filologia dell’altro Ateneo napoletano e volontaria partecipante allo scavo. Bailo ‘aveva fatto’ il ‘68, alla Statale di Milano; è stato rigoroso militante comunista; poi fra i primi ambientalisti campani: certo, sono tutte cose che oggi non sembrano più alla moda, diventano quasi colpe gravi; ma Bailo non ha mai fatto scelte ‘di moda’, e quelle che ha fatto ha portato avanti, superando o inglobando le precedenti, sempre con rigore estremo: queste scelte vanno, dunque, rispettate anche da chi non le voglia condividere. Ed era, ormai, da anni, uno strano settentrionale traslocatosi al Sud. Quando andava a trovar la madre, passava prima da Napoli, da Scaturchio, a far provviste di sfogliate e pastiere; nell’intervallo pranzo, era inevitabile la ‘Margherita’, e noi colleghi a dileggiarlo, a dire che avrebbe dovuto scegliere zuppe di verze o cose del genere. Ma Gianni, sempre con il suo accento milanese - che non ha mai perduto sottolineava come si dovesse, da ogni situazione, scegliere sempre il meglio. In tempi di devoluzioni, di separatismi, di ampolle d’acqua del Po e di attacchi a tappeto ai meridionali, era uno dei settentrionali (comunque, più numerosi di quel che sembra, ci assicurava) che non volevano fare inopportune barricate: e lui stesso, riprendendo una battuta da un film di non so più quale comico, diceva esser ormai diventato un ‘terrunciello’. Ma è opportuno tornare all’attività scientifica del dottor Giancarlo Bailo Modesti, detto Gianni: da alcuni anni, insegnava Preistoria e protostoria da noi, all’ “Orientale”, ma la sua carriera accademica non era stata certo quella che invece egli avrebbe ampiamente meritato, superato nel suo stesso settore da persone di livello culturale e professionale assai minore (lo so, è un luogo comune, ma questo è uno dei casi veri: per far carriera, non bisogna avere titoli scientifici ed aver mostrato impegno, bisogna essere sempre Fig. 1 - Pontecagnano, Museo Archeologico Nazionale, “Tomba della principessa” di Bisaccia (AV). Ricostruzione. presenti, nei luoghi giusti, con le persone giuste; cose queste che non rientravano nelle sue scelte, anzi erano l’opposto). Per questo motivo, ha lasciato anche un numero non molto elevato di allievi, più o meno diretti - quel che è peggio, ora spesso in situazione di completa precarietà occupazionale -, tutti peraltro accomunati dalla serietà, dall’impegno e, soprattutto, dalla discrezione, tipiche del loro maestro; ma molte persone si sono formate, fra gli archeologi campani che ora hanno fra i trenta ed i cinquant’anni, sui cantieri diretti da Bailo. La caratteristica più importante e più notevole di Bailo è però ancora un’altra, ed è cosa davvero rara. Bailo sapeva parlare e scrivere, di cose non sempre facili come la preistoria o l’età arcaica delle popolazioni dell’Italia meridionale - in modo semplice, lineare; preciso ma senza tecnicismi inutili (e, dunque, ancor più inopportuni). Questa facilità - 125 - SALTERNUM gli veniva, in parte, da quell’attività definibile come ‘politica’ - movimento studentesco, partito comunista, ambientalismo -; in parte, veniva dal suo estremo esser razionale, mai una parola od una frase più del necessario, mai dire qualcosa su di un argomento che non conoscesse a fondo. Un anno fa, girando col telecomando fra le reti locali, pescai ‘Telediocesi Salerno’ - mi pare si chiami così - che presentava l’appena inaugurato Museo di Pontecagnano. Diversi intervistati, tutti impegnati più a citar meriti propri che i risultati dei lavori sul terreno, presentati nel Museo; il solito strazio, che spinge a cambiar canale. Ma, d’un tratto, apparve Gianni. Poche frasi, chiare, comprensibili, ed almeno un pezzo di quel Museo fu certamente comprensibile a chi seguiva quella rete televisiva, ai quali dei meriti e delle carriere universitarie o ministeriali altrui invece non interessava certamente nulla. Ma c’è qualcosa di più vicino all’Irpinia: il fascicolo curato da Bailo (il terzo) della Storia illustrata di Avellino, che è il più chiaro dell’intera serie; preceduto da una conferenza a Palazzo de Conciliis, al Duomo, sullo stesso tema, e da altri interventi in più circostanze, nel territorio. Ma preceduto ancora dalla partecipazione di Bailo alla Storia della Campania, pubblicata dapprima, a puntate, dalla “Voce della Campania”, negli anni ‘70, e poi apparsa in volume prima presso Guida, poi presso Teti; ed affiancato alla cura scientifica di sezioni di alcune importanti mostre, a Pontecagnano - dalla Seconda mostra della preistoria e protostoria del Salernitano (1974), L’Ultima Pietra, il Primo Metallo (1993-94), sull’Eneolitico in Campania, e Prima di Pithecusa (1999), sui più antichi rapporti culturali ed economici fra la Grecia e le popolazioni della Campania meridionale in epoca arcaica. La seconda mostra ha costituito il precedente d’un volume, scritto insieme ad un allievo dell’“Orientale”, studioso di preistoria, volume dedicato all’Età del Rame in Campania ed ai relativi Villaggi dei morti, partendo da alcune tombe scavate a Pontecagnano, ancora un volta in modo esemplarmente inconsueto, ma estendendo poi l’esame a tutta la regione ed alle zone attigue, mostrando anche una profonda conoscenza antropologica. Questo volume s’apriva con un passo della Recherche di Proust, «Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi», scelto come epigrafe. Bailo aveva anche cercato terre ‘nuove’, per lui, ma soprattutto aveva voluto legger tutto con occhi sempre ‘nuovi’, riprendendo, inconsapevolmente, i maggiori meridionalisti, e mostrando come il problema del Mezzogiorno non fosse ancora risolto. E, certo, non lo è nemmeno ora, nonostante un benessere di pura facciata diffuso qua e là, con l’aggravarsi ancor maggiore che altrove di tutti gl’irrisolti problemi che vengono dalla precarietà del lavoro, così che sempre più sta aumentando la diaspora dei nostri migliori giovani, emigranti nuovamente in tutt’Europa: mentre ci angustiamo, cercando di evitare che altre persone, più sfortunate, vogliano trovare da noi quelle condizioni umane necessarie alla vita, e discutiamo, senza vergognarci, di barriere e di retate e di campi di concentramento, non ci accorgiamo che tutte le nostre migliori forze stanno fuggendo. Gli autobus per Roma non sono solo un mezzo comodo per una rapida visita alla Capitale, anche se ormai non si usano più le valigie legate con lo spago; e sarà solo per mantener vivi i legami con le famiglie, se molti di loro torneranno qualche giorno, d’estate - trovando tutto chiuso tranne i bar, sbarrate le (poche) strutture culturali locali, sì da scoraggiarne ancor più un’ipotesi di rientro, soprattutto per chi non ami i neomelodici napoletani, che qui paiono costituire il massimo delle forme culturali da offrire al pubblico, intento a sgranocchiar noccioline. Bailo ci ha lasciato, in questi giorni, dopo un periodo di sofferte cure mediche, culminate con un trapianto che sembrava andato bene e invece... Eppure nei momenti che le cure gli lasciavano liberi ha continuato a seguire l’ultimo suo importante cantiere di scavo, quello dell’adeguamento della Salerno-Reggio Calabria, che invade l’abitato preromano di Pontecagnano, ed a svolgere la sua attività d’insegnamento all’“Orientale”; ma perché, in questa sede, non si è dato un riassunto dettagliato delle sue opere, della sua attività di ricerca? Perché sarebbe un errore: Bailo dice le cose in modo talmente chiaro, che qual- - 126 - CARLO G. FRANCIOSI siasi riassunto sarebbe render le cose più complesse. Basterà rinviare direttamente al fascicolo della Storia illustrata, ricordato più sopra, od ancor meglio al volume su Cairano; anzi, per mostrar meglio chi fosse Bailo, raccontare come, di questo libro, stampato in un buon numero di copie, in Dipartimento ve ne fossero molte ancora, e si progettasse - per ragioni di spazio di trasferirle in un qualche deposito, ad invecchiarvi tranquille. Gianni lo seppe, chiese ed ottenne che una discreta quantità di copie potesse esser distribuita, con la collaborazione anche del Museo e della Biblioteca Provinciale di Avellino, alle biblioteche locali, a quelle scolastiche, ai cittadini dell’Alta Valle dell’Ofanto dovrebbe essercene ancora qualcuna, a disposizione delle strutture interessate; per lui, era fondamentale che i cittadini dell’Irpinia potessero conoscere, come primi destinatari, i risultati delle ricerche che aveva condotte - condotte utilizzando risorse pubbliche, per gli scavi e la pubblicazione, e per Gianni Bailo il rispetto per la cosa comune non era secondario. “Ai ricordi delle colline” è la dedica posta da Bailo Modesti al libro su Cairano; una frase, breve e precisa, ma anche pudica, perché in essa ricorda gli amici irpini, quelli antichi (altra volta, ricordò come, con uno scavo, avesse potuto avere «un incontro, finalmente a quattr’occhi, con le genti del Gaudo: un regalo grande»), ma soprattutto la Sua compagna, che per lui fu davvero una principessa - un po’, come quella di Bisaccia, indagata con perizia estrema e ricostruita con pazienza e sicurezza, facendone anche eseguite una splendida ricostruzione grafica (fig. 15 della Storia Illustrata), ricostruzione che, nelle recenti mostre sui Sanniti, ha costituito uno dei punti di maggior richiamo. Una vera principessa, sua moglie - una principessa non ex sanguine, di sangue, ma per virtù, ex virtute, il che è ben più importante e difficile -, una principessa a lui sempre vicina e delicatamente presente: ricambiata, per più di trent’anni, anche in questi ultimi tempi di pene, che lei gli alleviò, insieme ai figli, che da entrambi hanno preso molto. Carlo G. Franciosi, dal Corriere di Avellino del 18 maggio 2008 p. 24. Fig. 2 - Bisaccia (AV). Tomba 66 del 5 agosto 1976. Foto segnalata dal socio Nicola Fierro a cui la tomba era stata dedicata. - 127 - SALTERNUM Requiem per un Ministero Q ualche giorno fa era comparso, sul quotidiano “L’Unità”, un articolo di Vittorio Emiliani intitolato I Beni Culturali e lo scippo Capitale. Comunicava una notizia molto allarmante, confermata da un trafiletto, sempre di Emiliani, pubblicato oggi, 14 ottobre 2008. Si tratta di questo. Il 3 ottobre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato, come emendamento al Disegno di Legge sul federalismo fiscale, un articolo aggiuntivo col quale viene trasferita dallo Stato al Comune di Roma (in futuro ‘Ente Roma Capitale’) la «tutela dei beni storici, artistici, ambientali e fluviali», senza neppure la “collaborazione” con il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali. Nel frattempo, al Ministero le risorse finanziarie disponibili crolleranno da 625 a 73 milioni, giusto appena per pagare gli stipendi e, forse, per tenere aperti i Musei. L’emendamento è palesemente in contrasto con l’articolo 9 della Costituzione Italiana che recita: «La Repubblica promuove la sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Il nostro sistema di tutela del patrimonio culturale, fin dalla prima bozza che risale addirittura a Raffaello, rimane un modello apprezzato ed imitato all’estero. I Soprintendenti, nonostante pressioni d’ogni genere, hanno quasi sempre mantenuto autorevolezza e autonomia di giudizio nei riguardi del potere politico. Ora, si comincia con Roma e si continuerà con gli 8.000 e passa Comuni italiani, dove, come dice Emiliani, «i controllati diverranno anche i controllori diretti». Che vogliamo fare? Recitare un requiem per il Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali? Oltre al valore intrinseco di questi Beni, non si era detto che essi rappresentano il nostro petrolio? Tutto il resto è silenzio. GdH - 128 - FRANCESCO TORTORA L’epigonion in un antico vaso greco L a tradizione narra che il primo esemplare aveva solo quattro corde e fu costruito da Epigonio, uno dei più celebri musici dell’antichità, vissuto qualche decennio prima di Omero. A distanza di diversi millenni un gruppo di ricercatori del Conservatorio di Salerno, che lavorano al progetto internazionale Astra (Ancient Instruments Sound/Timbre Reconstruction Application) sono riusciti a riprodurre virtualmente, grazie all’aiuto di un potente software, le note e i suoni dell’epigonion, uno degli strumenti musicali più celebri nell’antica Grecia. L’epigonion era uno strumento di legno e la sua forma ci è stata tramandata da diverse scoperte archeologiche (per lo più opere di pittura) e passi letterari in cui poeti e scrittori dell’antichità descrivono questo singolare oggetto. Il suo suono era molto simile a quello di strumenti musicali moderni come l’arpa e il clavicembalo. I ricercatori dell’Astra (il primo progetto internazionale che usa l’informatica per sviluppare conoscenze archeologiche musicali) non avendo alcuno spartito del tempo (i brani musicali nell’antica Grecia si conoscevano a memoria e si tramandavano oralmente) hanno riprodotto con questo strumento virtuale le note di uno spartito medievale. «L’idea era quella di suonare uno strumento antico con brani che rispetto a esso si possono definire recenti», spiega Domenico Vicinanza, l’ideatore del progetto che oggi lavora a Cambridge, in Inghilterra, per il consorzio europeo Dante, il provider che fornisce le infrastrutture ai ricercatori di Astra. Le ricerche degli studiosi del gruppo Astra, che sono coordinate dalla professoressa Mariapaola Sorrentino del conservatorio di Epigonion. Epigonion. Salerno, non termineranno qui: nei prossimi anni essi tenteranno di ricreare i suoni prodotti da altri due strumenti musicali usati dagli antichi greci come il phorminx e la cithara. Il meccanismo per la riproduzione è noto tra gli studiosi come «sintesi per modelli fisici»: l’idea di base è usare equazioni matematiche e algoritmi che riescano a descrivere virtualmente le forme dello strumento, i materiali, le tecniche costruttive e - 129 - SALTERNUM infine il modo in cui veniva suonato. Il professor Vicinanza sostiene che già l’aver ridato voce alle melodie dell’epigonion è qualcosa di unico: «Questo strumento è davvero importante per la storia della musica. Basta immaginare che nell’antica Grecia era suonato in due diversi modi. Alcuni musici pizzicavano le corde, mentre altri le percuotevano con un martelletto. Oggi la prima tecnica è alla base del suono dell’arpa, mentre la seconda ha dato vita alle musiche del salterio e più recentemente a quelle del pianoforte». Oltre a restituire l’atmosfera musicale dei tempi antichi, secondo il professor Vicinanza, la conoscenza di questi strumenti ha un nobile fine didattico: offrire gratuitamente agli studenti di tutti i conservatori europei la possibilità di cono- scere e di riprodurre questi suggestivi suoni. «È un’importante progetto per noi e per i musicisti e gli storici di tutto il mondo», commenta alla stampa inglese Francesco Di Mattia, direttore del Conservatorio di Salerno. «Per la prima volta possiamo ascoltare melodie del passato, usando dati precisi e non affidandoci alle supposizioni». Ancora più entusiasta è il commento del professor La Rocca, dell’Infc di Catania, che si occupa della gridificazione del progetto (l’adattamento del software sulla rete internazionale): «In passato riprodurre musiche antiche era impossibile, oggi invece le nuove tecnologie ci permettono di trasformare le nostre ricerche in realtà». - 130 - Dall’articolo pubblicato sul Corriere della Sera venerdì 5 settembre 2008 FELICE PASTORE Fabio Maniscalco: un esempio per le giovani generazioni A vevo invitato il prof. Fabio Maniscalco, nella sua qualità di Direttore dell’Osservatorio per la Protezione dei Beni Culturali in Aree di Crisi ISFORM, a darmi una mano nell’organizzare il Convegno Il Mediterraneo e i suoi beni culturali in area di crisi, che i Gruppi Archeologici d’Italia avrebbero presentato poi a Paestum in occasione del decennale della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico nell’autunno 2007. Non avevo mai conosciuto di persona il professore; l’avevo contattato per telefono appositamente per quella occasione, quale specialista di tutela e salvaguardia dei Beni culturali in zone a rischio bellico. Aveva una voce tenue, però viva e dinamica, che mascherava il momento difficile e di grande sofferenza causato da una malattia anomala contratta in terra straniera mentre compiva il proprio dovere durante una missione archeologica di salvaguardia, pur consapevole del rischio a cui andava incontro. Avevo tanto sperato che potesse essere presente a Paestum quel sabato pomeriggio del 17 novembre 2007. C’eravamo sentiti l’ultima volta un mese prima; poi …il silenzio. La sua signora, Rosaria Maniscalco, mi aveva comunicato che stava molto male. Provai in quel momento una tristezza infinita, ma nello stesso tempo una rab- Fabio Maniscalco bia e un dolore dettati da una morte annunciata di un valoroso studioso, che stava lasciando questo mondo per una nobile causa. Da lì a poco l’Amico Fabio, così mi sento di definirlo, ci ha lasciato. Durante il Convegno ho voluto che nessuno, assolutamente, prendesse il suo posto al tavolo dei relatori. Fabio doveva essere in mezzo a noi, con il suo sorriso, con la sua dolcezza d’animo, come se in quel momento potesse parlarci dei problemi che ancora oggi affliggono i Beni culturali in area di crisi. Addio, grande archeologo, ma soprattutto grande uomo. Il tuo sacrificio non sarà mai dimenticato e noi dei Gruppi Archeologici d’Italia ti ricorderemo sempre nei nostri cuori. FP - 131 - FELICE PASTORE E CHIARA LAMBERT Il Complesso Monumentale di San Pietro a Corte, recupero di geometrie sepolte nel centro storico di Salerno N el centro di Salerno, in uno spazio urbano che conserva ancora oggi il toponimo di “Antica Corte”, si trovano le vestigia di un magnifico palazzo di età longobarda (VIII sec.) che fu la reggia principesca del duca di Benevento, Arechi II. La ricerca archeologica, effettuata tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, ha messo in evidenza un unicum di elevati murari riferibili ad un edificio di architettura civile longobarda. All’interno delle murature, in una delle sale principesche pavimentate in opus sectile e decorate da mosaici parietali a tessere policrome e dorate, si spegneva il 26 agosto 787 una delle persone più illuminate dell’Alto Medioevo italiano e, in particolare, della storia dei Longobardi, Arechi II, il princeps gentis langobardorum che con accorto ingegno politico, nonostante la disfatta inflitta nel 774 da Carlo Magno a Desiderio, assicurò al suo popolo, per altri tre secoli, le condizioni di quasi incontrastato dominio dell’Italia meridionale. Alcune principali fonti storiche tracciano il profilo storico-politico del facundus duca-principe: Quod logos et phisis moderansque quod ethica pangit, omnia condiderat mentis in arce sue (armonizzando le conoscenze filosofiche, scientifiche ed etiche, tutto aveva serbato nella roccaforte della sua mente, PAOLO DIACONO dall’ epitaffio del principe Arechi II - † 26 agosto 787). Stirpe ducum regumque satus, formosus, validus, suabis, moderatus et acer, facundus, sapiens (di stirpe ducale e discendente da re, bello, forte, soave, equilibrato e ardente, eloquente, dotto, dal Chronicon Salernitatum, c. 20). Vir christianissimus, ac valide illustrissimus, atque in rebus bellicis strenuissimus (uomo cristianissimo, e illustre assai, e valorosissimo nelle imprese belliche, ERCHEMPERTO, Historia, c. 2). Il citato, illustre personaggio, Paolo di Warnefrido detto Diacono perché monacatosi a Montecassino, alto dignitario della corte arechiana, precettore di Adelperga, figlia di Desiderio e moglie di Arechi II, e l’Anonimo del Chronicon Salernitanum (sec. X) tramandano lo splendore delle architetture ordinate per Salerno dal principe che già a Benevento aveva fatto ampliare le mura e costruire la chiesa di S. Sofia, chiesa Madre di tutti i Longobardi meridionali. La rifondazione arechiana di Salerno scaturì da diverse esigenze politiche, strategiche ed economiche, fra le quali, non ultima, dotare la regione di una seconda città ben fortificata oltre Benevento, che resterà ancora capitale del vasto ducato meridionale fino all’849 allorquando avvenne di fatto la divisione del Ducato in due Principati (Radelgisi et Siginulfi principum divisio ducatus Beneventani). A Salerno Arechi riprese le mura di difesa sulla collina del Bonadies e per sé ed il suo governo costruì un palatium a cavallo delle mura, verso il mare, e vi pose la sua cappella privata dedicata ai santi Pietro e Paolo. In corrispondenza degli ambienti romani e tardoantichi sottostanti l’attuale piano stradale, fu costruita la soprastante aula palatina del principe Arechi II, retta da pilastri e semipilastri, che doveva svettare sull’intera città medievale. L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum tramanda che Arechi “…Palaccium construxit et ibidem in aquilonis parte ecclesiam in honorem beatorum Petri et Pauli instituit”, cioè costruì un palazzo e pose a nord di esso una chiesa in onore dei santi beati Pietro e Paolo. Nel corso di recenti restauri, al di sotto degli stucchi barocchi sono venute alla luce le geometrie sepolte di strutture longobarde, con finestre, - 133 - SALTERNUM trifore e bifore, le quali sono state liberate dai riempimenti di tamponatura recuperando totalmente l’intera parte nord e mettendo in luce apparati decorativi di pregevole fattura sulle pareti e sui sottarchi. Tali resti monumentali si configurano come uno dei principali documenti architettonici della Salerno medievale e tra i documenti dell’architettura longobarda presenti in Europa, costituiscono un esempio unico di edificio palazziale. All’interno dell’aula palatina, sulla parte alta delle pareti, correva un fregio continuo di marmo che recava incisi i versi composti da Paolo Diacono per invocare la protezione di Cristo sull’opera e sulla persona di Arechi II (titulus). L’epigrafe, realizzata con una tecnica che prevedeva l’inserimento di lettere in bronzo dorato, riproduce in maniera straordinaria l’uso romano proprio dei monumenti celebrativi, e adottò tuttavia come unità di misura il piede longobardo. Nei pezzi recuperati si legge, in perfetta capitale imperiale: […] GE DUC CLEME[NS] […] che nella lezione Ughelli, ripresa dal Dümmler con alcune correzioni e poi dal Neff, fanno parte dell’esametro DUC, ET EDUC CLEMENS ARICHIS PIA SUSCIPE VOTA mentre nella raccolta delle epigrafi salernitane, rimasta manoscritta, dell’erudito Luigi Staibano realizzata intorno al 1875, è più correttamente riportato DUC AGE DUC. Staibano avrebbe visto i resti del titulus accantonati, come si dice, in un locale laterale della chiesa. Gli stessi resti epigrafici, durante la campagna di scavo degli anni ottanta portata avanti dall’Università di Salerno Dipartimento latinità e medioevo, diretta dal prof Paolo Peduto, furono fortunosamente visti e salvati dallo stesso prof. Peduto mentre erano destinati a essere portati altrove, probabilmente in una discarica. Il rinvenimento fu comunicato dallo stesso prof. alla dott.ssa Matilde Romito, allora funzionario della Soprintendenza archeologica di Salerno che, recatasi sul posto, osservò e fotografò il frammento epigrafico. La dott.ssa Romito, dopo aver consultato il libro dello Staibano, che conservava gelosamente nella sua biblioteca, comunicò al prof. Peduto l’eccezionale rinvenimento che aveva fatto. Una scoperta che in seguito avrebbe cambiato, per la sua eccezionalità, il corso degli studi e delle conoscenze che si erano avuti fino ad allora. Un ulteriore legame con il mondo classico è dato dal pavimento in opus sectile, del quale sono state rinvenuti numerosi frammenti, che consentono la restituzione di un litostrato a figure geometriche che riprende il repertorio delle maestranze romane (vedi copertina Salternum, nn. 20-21, anno XII, edito G.A. Salernitano, anno 2008). L’insieme degli elementi consente l’apertura di una riflessione sui rapporti della cultura longobarda salernitana con l’antichità: ci si trova di fronte ad eventi non occasionali, bensì a un recupero consapevole di tecniche che evocano la cultura classica, con un processo analogo a quello attuato nello stesso volgere di anni dagli intellettuali e dagli artigiani della corte di Carlo Magno, che negli anni a seguire la conquista del regno longobardo del nord e delle popolazioni che allora occupavano l’Europa occidentale ed orientale (Sassoni e Avari), va indicato con il termine di “Rinascita carolingia”. La saggezza di un sovrano illuminato quale fu Carlo Magno è stata di portare alla corte franca i maggiori artisti e letterati del tempo, Alcuino di York, Pietro da Pisa, Paolo Diacono e lo stesso cantore delle sue gesta, Eginardo. Sorge, così, spontanea la considerazione che anche alla corte di Arechi II a Salerno, dove dimorò a lungo Paolo Diacono prima di trasferirsi alla corte franca ad Aquisgrana, si sia respirata un’analoga aria di rinnovamento di cui sembra fare testimonianza la nascita della scrittura cosiddetta “beneventana” quasi in concorrenza con la “minuscola carolingia”. Un altro esempio si trova nelle tecniche costruttive del palazzo longobardo di Salerno che va ad ispirarsi al modello teodoriciano di Ravenna e detta i tempi e i modi per la reggia di Aguisgrana, che viene costruita dopo che, nel 775, le ambascerie franche sono giunte ed ospitate nel palazzo arechiano di Salerno e dopo l’arrivo nel 776 nel regno franco di Paolo Diacono, trattenuto in quel luogo fino al 779, anno in cui si ritira nel monastero di Montecassino e scrive l’Historia Langobardorum. L’adesione culturale da sottolineare toutcourt è che tutti e tre questi edifici si ispirano ai modelli delle domus imperiali romane di età tardo-antica. Nel Complesso di S. Pietro a Corte i lavori di consolidamento degli ambienti attualmente ipogei, resi necessari a seguito del sisma del 1980, seguì la - 134 - FELICE PASTORE E CHIARA LAMBERT rimozione dei riempimenti formatisi a partire dalla fine del XVI secolo, allorquando i livelli stradali dell’età moderna erano già cresciuti di circa sei metri rispetto al livello di frequentazione del VIIVIII secolo. Fin dai primi interventi di restauro fu individuato un piano termale (frigidarium) del I-II sec. d.C., successivamente occupato a partire dal V secolo da un edificio di culto cristiano. Prima dell’intervento di Arechi, Salerno era già una città piuttosto attiva, come si intuisce dalla circolazione delle numerose monete gote e bizantine conservate nel Museo Archeologico Provinciale, con i conî di Giustino I, di Giustiniano, di Atalarico e di Eraclio. Ad esse vanno aggiunte le rare epigrafi del V, VI e VII secolo, pertinenti all’uso cimiteriale della prima chiesa, che chiariscono l’uso da parte di famiglie di origine romana, greco-bizantina, gota, come attestato dai nomi di Socrates, Theodenanda, Eutychia, Verulus e Albulus.. La città, nonostante il susseguirsi di alluvioni la più antica è ricordata tra la fine del secolo IV e gli inizi del V - è vitale già prima del 774, quando Arechi II, costretto a riorganizzare i suoi domini dopo il crollo del regno di Desiderio, decise di farne uno dei punti cardini della ristrutturazione economica del Ducato. Egli accolse i profughi dal Nord, reliquias gentis Langobardorum, e diede loro l’honor della comitiva, nobiliter et honorifice; trovarono non più resti dispersi di un popolo sconfitto, ma eredi di una stirpe da rinvigorire, donò vallate e nuove terre da dissodare, costruen- do al contempo monasteri e chiese dove manifestare la propria religiosità. Ora le città del Ducato sarebbero diventate centri propulsori per l’economia e l’autonomia della nazione sarebbe stata rinnovata. Tale risoluzione si integrava nella tradizione politica di Bisanzio, dove gli imperatori, fin dal termine della ormai lontana guerra contro i Goti, avevano perseguito, con alterna fortuna, la ristrutturazione dei centri urbani delle province proprio per riorganizzarne il tessuto economico. Da Paolo Diacono ad Erchemperto, a Leone Ostiense, al Chronicon Salernitanum, l’esaltazione dell’azione di structor di Arechi fu comune e continua e, allora come oggi, poteva essere emblematicamente riassunta dal Palatium, simbolo del potere e della cultura dei Longobardi del Sud. Il Gruppo Archeologico Salernitano, associazione ONLUS di volontariato per la valorizzazione e la tutela dei beni culturali, dal 2001 gestisce il Complesso monumentale in convenzione con il Ministero dei BB.CC. - Soprintendenza per i B.A.P.P.S.A.E. di Salerno e Avellino, e promoziona e valorizza il sito attraverso manifestazioni, convegni, mostre e visite guidate ed è auspicabile che a breve, quando verrà completato il restauro della parte superiore del Complesso, l’antica aula del trono possa diventare un degno spazio museale, un antiquarium della cultura dei Longobardi del Sud come già richiesto dalla nostra Associazione ai vari Soprintendenti, e condiviso dal Comune di Salerno e dalla locale Università degli Studi. FONTI E BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Paolo Diacono e il Friuli altomedievale (secc. VI-X) 2001, Atti del XV Congresso internazionale di studi sull’Alto Medioevo (Cividale del Friuli – Bottenicco di Moimacco 1999), Spoleto. PEDUTO P. 1988, La costituzione del documento archeologico e la sua interpretazione stratigrafica, in PEDUTO P. ( cur.)1988, Un accesso alla storia di Salerno: stratigrafie e materiali dell’area palaziale longobarda, “Rassegna Storica Salernitana”, 10, pp. 928. IDEM 1998, Arechi II a Salerno: continuità e rinnovamento, “Rassegna Storica Salernitana”, n.s., 29, XV/1, pp. 7-28 . IDEM 2000, Salerno tra Bizantini e Longobardi, in Salerno antica e medievale, Salerno, pp. 105-113. IDEM 2001, Paolo Diacono e la cappella palatina di Salerno, in Paolo Diacono e il Friuli altomedievale (secc. VI-X), Spoleto 2001. DOROTEA MEMOLI APICELLA, Adelperga, (a cura della Società Salernitana di Storia Patria), Laveglia editore, 2004. “I Longobardi del Sud”, cd-rom a cura della Soprintendenza B.A.P.P.S.A.E. di Salerno e Avellino, 2004. CHONICON SALERNITANUM, Napoli 2002, a cura di MATARAZZO R. (trad. con testo a fronte, introduz. e note). *** ACOCELLA N. 1968, Le origini della Salerno medievale negli scritti di Paolo Diacono, “Rivista di Studi Salernitani”, 1, pp. 3-68. BROZZI MARIO, CALDERINI CATE, ROTILI MARIO, L’Italia dei Longobardi, Avvenire, Editoriale Jaca Book, Milano, 1980. DELOGU P.1977, Mito di una città meridionale (Salerno, secoli VIIIXI), Napoli. DI MURO A. 1996, La cultura artistica della Langobardia Minor nell’VIII secolo e la decorazione pavimentale e parietale della cappella palatina di Arechi II a Salerno, Napoli. ERCHEMPERTO, Storia dei Longobardi (sec.IX) , a cura di Arturo Carucci, postfazione di Claudio Azzara, Salerno Ripostes, 2004. NATELLA P. 2000, Palaccium et ecclesiam instituit. Storia del complesso longobardo di San Pietro a Corte di Salerno, in S. Pietro a Corte. Recupero di una memoria nella città di Salerno, Napoli, pp. 87-132. - 135 - Finito di stampare nel mese di ottobre 2008 da Arti Grafiche Sud Salerno