SALTERNUM
SEMESTRALE DI INFORMAZIONE STORICA, CULTURALE E ARCHEOLOGICA
A CURA DEL GRUPPO ARCHEOLOGICO SALERNITANO
REG. TRIB. DI SALERNO
N. 998 DEL 31/10/1997
ANNO XII - NUMERO 20-21
GENNAIO/DICEMBRE 2008
GABRIELLA D’HENRY
E D I TO R I A L E
Salerno e l’UNESCO
N
ell’anno 2000, il Comitato Scientifico
del Gruppo Archeologico Salernitano
decise di affrontare una prima analisi
di quel monumento civile di età longobarda,
inserito nel complesso religioso di S. Pietro a
Corte: l’ala sud del Palazzo di Arechi II, che
comprende l’Aula Palatina, individuata negli
anni Settanta dello scorso secolo e resa pubblica nel 1995. Vennero invitati a collaborare alla
pubblicazione San Pietro a Corte – recupero di
una memoria nella città di Salerno diversi studiosi, tra cui chi era intervenuto materialmente
sul complesso con la ricognizione e lo scavo, il
professor Paolo Peduto, docente di Archeologia
Medievale nella locale Università. L’iniziativa
culturale ebbe successo, ed alla presentazione
furono invitati due esperti del settore, i professori Carlo Bertelli e Paolo Delogu.
Questa iniziativa portò, in breve tempo, ad
una convenzione tra l’Istituto di Tutela (la
Soprintendenza per i Beni Architettonici) ed il
Gruppo Archeologico per la gestione del Bene e
la promozione di attività volte a valorizzare il
sito: ora la parte ipogea del monumento, debitamente restaurata e fornita di percorso didattico,
è aperta al pubblico e le visite guidate si tengono quasi giornalmente.
Nel 2002, il Gruppo Archeologico organizzò,
per soci e non soci, una gita di studio a Cividale
del Friuli per ammirare i reperti altomedioevali
nel centro del primo Ducato Longobardo, patria
d’origine sia di Arechi II che di Paolo Diacono, i
quali, alla sconfitta di re Desiderio da parte dei
Franchi, ebbero nel Sud, tra Salerno e Benevento,
un ruolo importante per la storia dei Longobardi
meridionali. Da questo incontro con le istituzioni
locali di Cividale nacque dapprima un’idea di
gemellaggio, che poi si concretò invece in
un’Associazione, la Federarcheo (Federazione
Italiana delle Associazioni Archeologiche) il cui
primo obiettivo era di rendere visibile e fruibile
l’apporto che ciascun insediamento longobardo
ha trasmesso nei singoli territori, dal punto di
vista storico, linguistico e della cultura materiale.
Questi sono gli antefatti ai recenti avvenimenti.
Nell’anno 2007 i Sindaci dei comuni di
Cividale e di Brescia presentano all’Unesco un
progetto intitolato Italia Langobardorum –
Centri di potere e di culto (568-774). La prima
sorpresa è la data: perché concludere il progetto al 774, quando, alla morte del re Desiderio, i
Principati del Sud, Capua, Benevento e Salerno,
sono tuttora vigili e fiorenti e portano avanti una
politica di difesa della loro identità? E perché
non prendere in considerazione centri come
Monza o Pavia?
La presentazione del Piano di Gestione del
sito Italia Langobardorum, che viene inviata per
l’iscrizione nella lista del Patrimonio Mondiale
dell’UNESCO, non può prescindere da un preliminare inquadramento che illustri e giustifichi le
motivazioni che hanno portato alla scelta dei
luoghi. Essi sono i seguenti:
- Cividale del Friuli (UD), l’area della Gastaldaga
con il c.d. Tempietto Longobardo e il complesso episcopale con i resti del Palazzo
Patriarcale;
- Brescia, il Monastero di san Salvatore – santa
Giulia;
- Castelseprio (VA), l’area del castrum con la
Torre di Torba e la chiesa extra-moenia di
santa Maria foris portas.
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senze altomedievali nel territorio campano, come
la Grotta di Olevano sul Tusciano e la chiesa di
s. Ambrogio di Montecorvino Rovella.
Nello stesso anno, il Gruppo Archeologico
Salernitano ha organizzato, in collaborazione con
l’Università degli Studi ed il Comune di Salerno,
il Convegno Il Popolo dei Longobardi meridionali. Testimonianze storiche ed architettoniche
(570-1076) per porre all’attenzione delle istituzioni locali la necessità di accelerare i tempi della
conclusione del restauro di s. Pietro a Corte e, nel
frattempo, evidenziare l’opportunità di organizzare visite guidate dell’intero complesso, comprese
le parti di recente ripristinate, allo scopo di valorizzarlo e farlo conoscere soprattutto ai principali fruitori, gli abitanti della città.
Purtroppo, nonostante un notevole successo
culturale dell’iniziativa, non è venuta nessuna
risposta né a livello locale né a livello ministeriale, e le presenze longobarde del Salernitano,
pur così cospicue, restano fuori dal progetto
UNESCO. Forse esso, nato con una certa approssimazione, non ha avuto né modo né tempo
d’essere approfondito, come dovrebbe essere
per una iniziativa di così importante significato;
e l’insieme, a nostro parere, pecca di scarsa professionalità.
Con il procedere dei lavori, si sentì l’esigenza
di estendere la ricerca (e si spera che l’esigenza
sia stata esclusivamente scientifica) anche ad
alcuni centri dell’Italia centro-meridionale:
- Spoleto (PG), la Basilica di san Salvatore;
- Campello (PG), il tempietto del Clitumno;
- Benevento, il complesso di santa Sofia, con la
chiesa, il chiostro e parte dell’Abbazia;
- Monte S. Angelo (FG), il Santuario di s.
Michele.
Ciò, al fine di comprendere in un unico sito
le maggiori testimonianze della cultura longobarda nel momento della loro massima capacità
espressiva.
Nel 2008, la Federarcheo ha organizzato ad
Udine e Cividale del Friuli, per il mese di marzo,
il primo Convegno Nazionale Le presenze longobarde in Italia, che si poneva come obiettivo il
far conoscere ai funzionari di coordinamento del
progetto altre e importanti presenze longobarde
sul territorio nazionale, da inserire negli itinerari previsti dal progetto stesso. Il Gruppo
Archeologico Salernitano vi partecipò presentando una relazione che metteva in risalto il
complesso monumentale di s. Pietro a Corte,
unico esempio in Europa di architettura palaziale di epoca longobarda, ed altre importanti pre-
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SARA ROTUNDI
Edilizia privata in Daunia
tra IV e II secolo a.C.
I
l presente contributo si propone di
analizzare le realtà insediative in
Daunia (fig. 1), in un periodo cronologico compreso tra il IV e il II secolo a. C.,
quando in questo territorio si avvertono
sostanziali cambiamenti.
Si assiste, infatti, in quasi tutti i centri qui
esaminati, alla nascita delle città. Dagli agglomerati di capanne sparsi in vaste aree e dagli
insediamenti formati da villaggi staccati e tra
loro autonomi, si giunge alla nascita di veri e
propri centri urbani, con la fondazione, in
alcuni casi, di fortificazioni che delimitano
un’area abbastanza circoscritta e molto spesso
l’antico abitato viene abbandonato per scegliere verosimilmente una posizione più favorevole1.
All’interno dell’area urbana viene realizzata
una viabilità più regolare e viene creato uno
spazio per la vita pubblica, civile e religiosa;
le case si uniscono in gruppo e in alcuni casi,
all’esterno, vengono abbellite da pavimenti a
ciottoli fluviali; le tombe continuano ad essere collocate anche all’interno dell’abitato,
lungo le vie principali e, probabilmente, in
spazi creati appositamente.
La tecnica costruttiva impiegata per la realizzazione delle costruzioni private si sviluppa in
stretta aderenza alla materia prima reperibile in
sito. Generalmente così era per tutte le abitazioni dell’Italia meridionale, dove si assiste
all’utilizzo, nelle fondazioni, di materiale variegato, dai ciottoli di varie forme e dimensioni, ai
blocchi di reimpiego, alle tegole, alle scorie di
fornace, pietre di calcare e così via. Si trattava
comunque di una tecnica costruttiva piuttosto
irregolare e molto povera.
Fig. 1 - Carta degli insediamenti dauni analizzati.
Fig. 2 - Lavello, loc. Casino. Ricostruzione grafica. (MAZZEI 1996).
Non è sempre facile ricostruire l’alzato di
una struttura poiché, per la maggior parte dei
casi, questo è costituito da materiale deperibile. Si può comunque ipotizzare la sua ricostruzione (fig. 2) attraverso resti che si sono conservati e anche le fonti letterarie possono darci
informazioni preziose al riguardo2.
Nelle case analizzate in Daunia sono stati
individuati tre tipi di elevato: in mattoni crudi
(fig. 3); in blocchi di terra cruda impostati direttamente sul terreno di base o su uno zoccolo di
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Fig. 3 - Formatura di mattoni nell’area in cui essiccheranno
(ADAM 1988).
Fig. 5 - Monte Bibele. Pali lignei lungo il perimetro e all’interno della casa per
sostenere la copertura e le pareti in materiale deperibile (VITALI 1991).
Fig. 4 - Schema ricostruttivo di un muro realizzato in opus craticium
(LAVIOSA 1970).
Fig. 6 - ‘Mazzapicchiatura’ del pisé all’interno di una cassaforma
(ADAM 1988).
pietra; con intelaiatura lignea tamponata da un
impasto di fango e argilla, impostata sullo zoccolo di fondazione (fig. 4).
Elevati in mattoni crudi sono presenti ad
Ascoli Satriano, in loc. Serpente; a Banzi, in loc.
Carbone; a Canne, in loc. Fontanella; a Lavello,
in loc. Casino e ad Ordona.
In alcuni casi, questi tipi di elevato venivano sorretti da un’intelaiatura lignea, che, oltre a
sostenere l’edificio, rinforzavano anche la
copertura.
A Canosa, in località San Martino, la copertura della struttura abitativa è in materiali leggeri e, dunque, il sostegno in mattoni crudi
potrebbe
essere
stato
sufficiente3.
Bisognerebbe capire se una struttura in mattoni crudi possa sostenere una copertura di tipo
pesante senza l’impiego di un’intelaiatura
lignea. Questa, infatti, potrebbe distribuire su
di sé il peso della copertura e irrigidire la muratura.
In epoca moderna esempi di case in soli
mattoni crudi che sorreggono un tetto in tegole sono presenti in Turchia e a Corfù4. Quindi,
è probabile che anche nel nostro caso, in mancanza di buche di palo nelle fondazioni, si
possa parlare di un elevato di questo tipo.
Elevati in blocchi di terra cruda sono presenti ad Arpi, in loc. Montarozzi; ad Ascoli
Satriano, in loc. Serpente; a Canosa in loc.
Madonna di Costantinopoli, in via Molise e in
loc. Costantinopoli; ad Ordona e a San Paolo di
Civitate, loc. Mezzana-Tratturo.
Anche in questo caso, è possibile rinvenire
lungo il perimetro della case, come ad Ordona,
buche per l’alloggiamento dei pali che contribuivano a sostenere la copertura costituita da
tegole5 (fig. 5).
Qualora non fossero stati rinvenuti i fori di
infissione nello zoccolo di fondazione, si
potrebbe pensare all’utilizzo di una muratura
cosiddetta in pisé 6. Essa è ottenuta versando un
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aggregato costituito da terra argillosa, acqua,
sgrassanti vegetali (paglia, erba secca, cenere)
o minerali (sabbia)7, entro casseforme realizzate con assi di legno che hanno la larghezza
dello zoccolo di fondazione su cui vengono
impostate. Man mano che il materiale viene
messo in opera, viene pestato e costipato, e più
specificamente battuto con il ‘mazzapicchio’,
una pesante mazza di legno (fig. 6). Una volta
essiccato il composto al sole, si rimuovono le
casseforme ripetendo l’operazione sia in senso
orizzontale che verticale. La muratura così ottenuta non necessita di pali che sorreggano la
copertura in materiale pesante perché ha una
buona capacità portante8. Questo sistema viene
utilizzato in tutti i paesi del Mediterraneo ed è
citato anche da Vitruvio9.
Il terzo tipo di elevato che ritroviamo nelle
case daunie è quello con intelaiatura lignea
tamponata da un impasto di fango e argilla,
impostata sullo zoccolo di fondazione. Esso è
presente nelle strutture di Canne, in loc.
Antenisi; a Lavello, in loc. S. Felice e Acropoli;
ad Ordona e a Salapia, nella villa di S. Vito.
Probabilmente si ritrova anche a Canosa, in loc.
S. Martino; a Lavello, in loc. Casino e in loc.
Carrozze e a Minervino, in loc. Corsi.
Successivamente, dopo aver messo in opera
l’alzato, le pareti venivano livellate con argilla e
rivestite di uno strato protettivo di intonaco composto di fango e paglia, talvolta completato in
superficie con uno strato di argilla fine diluito nell’acqua e a volte dipinto. Testimonianze di case
intonacate provengono, per esempio, da Arpi, in
loc. Montarozzi, dove in diversi ambienti sono
stati rinvenuti frammenti di intonaco. Un vano
presentava pareti in stile strutturale con basso
zoccolo azzurro e fascia sormontate con resti di
un’iscrizione, kyma lesbio, due fasce rosa orizzontali comprendenti fasce verticali parallele in
bruno, ovoli in celeste e bruno e motivo a gocce,
fascia nera e anthémion in nero; un altro ambiente, a Sud, mostrava uno zoccolo con ortostati di
colore rosso, fasce marmorizzate e su un architrave d’accesso un fregio con anthémion e incisioni
colorate in blu10.
Grazie agli estesi crolli, che caratterizzano
numerose aree, conosciamo anche le caratteristi-
che dei tetti. Le strutture analizzate mostrano sia
l’impiego di tegole in terracotta e coppi (fig. 7),
sia di materiale leggero come travi lignee, frasche, paglia e argilla.
Le funzioni principali del tetto erano quelle
di proteggere l’ambiente interno e anche i muri
di argilla cruda dall’umidità; essi dovevano essere quindi inclinati e presentare uno spiovente
sporgente rispetto all’elevato, per evitare che le
piogge danneggiassero le pareti costruite con
materiale deperibile.
Probabilmente, a partire dalla fine del V secolo a. C., in Daunia, le case vennero dotate quasi
esclusivamente di una copertura più consistente
e durevole, in tegole.
Difficile è invece constatare se lo spiovente
fosse unico o doppio. Se al centro dell’abitazione sono state rinvenute buche di palo per
l’alloggio dei pali di sostegno alla trave centrale, quasi sicuramente il tetto era a doppio spiovente.
Fig. 7 - Tegole piane, coppo semicircolare e coppo di colmo
(VITALI 1991).
Fig. 8 - Tetto a doppio spiovente. San Paolo di Civitate, loc. MezzanaTratturo (MAZZEI 2003).
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vano effettuate sul tetto, e di finestre in quelle
più recenti. L’apertura è chiamata opàion e veniva eseguita nel centro di una tegola e per mezzo
di uno sportello poteva essere chiusa o aperta15
(fig. 10).
La casa o l’edificio collettivo nel passaggio da
una struttura apparentemente precaria, realizzata
con pareti e alzato di materie vegetali, ad una
architettura più robusta per l’impiego di terra
cruda, si dota di un tetto ornato di terrecotte
architettoniche che oltre a caratterizzare la copertura dell’edificio, lo proteggevano16 (fig. 11).
I Greci le impiegavano soprattutto per la
copertura dei tetti degli edifici sacri, sia a scopo
decorativo che apotropaico. Quando poi, quest’usanza si diffuse nelle aree periferiche sia del
mondo greco-orientale che di quello greco-occidentale, si adattò alle differenti esigenze culturali dei centri indigeni e fu adottata da edifici funzionalmente differenti da quelli di origine, come
le case private17. L’impiego della decorazione
architettonica fittile rimase comunque legata ad
un’edilizia privilegiata e rivestì una particolare
valenza e un ruolo determinato.
Ed è l’enfatizzazione di lusso, fasto, prestigio delle nuove élites aristocratiche che si
vanno formando nel mondo indigeno daunio a
dare una chiave di lettura da proporre per capire la presenza, in siti indigeni, di numerose terrecotte architettoniche.
In Daunia la presenza di decorazioni architettoniche su edifici privati è attestata a partire
dalla fine del VI a. C. Tra gli elementi architettonici documentati, gli esemplari più numerosi
sono rappresentati dalle antefisse. Sono presenti, in particolare, quelle di tipo etrusco–campano (fig. 12) e circolare con testa di
Gorgone, di origine magno-greca18 (fig. 13).
Le antefisse di tipo etrusco-campano le troviamo, per lo più, ad Arpi, Lucera, San Paolo di
Civitate ed Ordona19 e il soggetto più comune è
a testa femminile nimbata.
Le versioni daunie del tipo etrusco-campano
riprendono modelli architettonici e decorativi
italici. Le relazioni culturali e geografiche,
insieme ad alcune particolarità tecniche, inducono ad individuare nelle botteghe capuane il
riferimento per le produzioni daunie20. Questi
Fig. 9 - Ascoli Satriano, loc. Serpente. Oikos 1. Ricostruzione grafica.
(FABBRI, OSANNA 2002).
Fig. 10 - Ipotesi ricostruttiva del tetto di una casa di V sec. a. C.
(GRECO 1991).
Un edificio rinvenuto ad Ascoli Satriano, in
loc. Serpente, doveva avere una copertura a
doppio spiovente, realizzata con tegole e
coppi11, così come per S. Paolo, in loc. Mezzana
Tratturo, dove i resti del crollo fanno ipotizzare
una soluzione architettonica con una copertura
di tegole piane e coppi a sezione semicircolare,
talvolta triangolare, con tettuccio spiovente
anche all’interno del frontone aperto12 (fig. 8).
Anche a Lavello, in loc. Acropoli, la copertura doveva essere a doppio spiovente, visto il
ritrovamento di un frammento di kalyptèr hegemón a sezione semicircolare13.
Il tetto a doppio spiovente doveva caratterizzare anche gli oikoi 1 e 2 di Ascoli Satriano,
in loc. Serpente, così come risulta dalla ricostruzione grafica14 (fig. 9).
La presenza, all’interno delle case, di focolari
per la cottura dei cibi, per l’illuminazione e per
il riscaldamento, doveva presupporre l’esistenza
nelle abitazioni aperture più antiche, che veni-
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contatti con l’area campana avvenivano, probabilmente, lungo l’asse fluviale costituito dai
fiumi Volturno, Calore, Tammaro, Fortore21.
Il tipo magno-greco, è attestato nel Melfese
(Banzi, Lavello), nei centri della Daunia interna, centro-meridionale (Ascoli Satriano,
Ordona) e anche a S. Paolo, Lucera, Arpi22.
Sicuramente, a partire dal VI a. C., con la
diffusione di questi esemplari di antefisse troviamo modelli estranei alla cultura daunia ed è
evidente l’immediato allontanamento dai
modelli stessi. Ci si trova, infatti, in Daunia, di
fronte ad originali esempi di un artigianato
indigeno in grado di realizzare creazioni autonome sulla base di un modello importato, arrivando alla produzione di tipi nuovi che possono definirsi dauni e sui quali si stabilisce una
vera e propria tradizione di artigianato locale23.
Per ciò che concerne le planimetrie, le case
analizzate presentano una notevole varietà che
sembra subire un’evoluzione, dal tipo più semplice, a pianta absidata, a quello più complesso, con più ambienti, ed è possibile trovare,
all’interno di uno stesso centro abitativo, una
diversa tipologia planimetrica.
La scelta di un tipo planimetrico specifico per
gli edifici a destinazione domestica può dipendere da vari fattori che possono essere culturali,
sociali, economici, da cui deriva l’impossibilità
di individuare una casa-tipo e la sua dipendenza da diverse variabili.
L’abitazione in muratura di forma absidata
potrebbe essere stata una delle prime attestazioni in ambito greco (fig. 14). Infatti, in
Grecia, a partire dall’VIII sec. a. C., la pianta
absidata viene utilizzata per impianti sacri e
profani, per magazzini e luoghi di riunione
della collettività24. Questo tipo di planimetria
sembrerebbe riprendere la forma delle antiche
capanne. In Daunia, nel periodo analizzato
sono state individuate due tipi di case di forma
absidata, a Canne, in loc. Antenisi e a Lavello,
in loc. Casino, entrambe datate alla metà del V
sec. a. C., con dimensioni intorno ai 30 mq.
L’abitazione a pianta quadrata sembra sia
stata, nella sua forma più elementare, la dimora delle classi più umili della società (fig. 15).
In Grecia questo tipo planimetrico si diffonde
Fig. 11 - Gocciolatoio a protome leonina (Museo Civico di Foggia).
Fig. 12 - Antefissa di tipo etrusco-campano con testa femminile, da Arpi
(Museo Civico di Foggia).
Fig. 13 - Antefissa di tipo magno-greco con Gorgonéion. (Museo Civico di
Foggia).
Fig. 14 - Planimetria Lavello, loc. Casino della casa absidata. (LISENO
2007).
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Fig. 15 - Ordona. Planimetria della casa a pianta quadrangolare.
(LISENO 2007).
Fig. 16 - Ordona. Planimetria della casa a pianta rettangolare.
(IKER 1995).
verso la fine dell’VIII sec. a. C.25. In realtà, la sola
planimetria non ci può fornire indicazioni sulla
condizione economica dei proprietari. In Grecia,
per esempio, esistevano oikoi di piccole dimensioni che appartenevano a personaggi ricchi.
Non esiste, dunque, una tipologia abitativa propria di un unico gruppo sociale, ma
l’attribuzione è data dal complesso di elementi
che insieme alla pianta caratterizzano
l’abitazione.
Le dimensioni di tali strutture abitative, che
ritroviamo ad Ordona, a Canosa, a Banzi, a
Canne, Lavello e Minervino, vanno dai 30 mq
circa ai 75 mq circa e sono tutte datate in un
arco cronologico compreso tra la fine del V ed
il IV sec. a. C.
Tra le strutture analizzate, la tipologia planimetrica più diffusa è quella a pianta rettangolare, preceduta o meno da vestibolo, che ritroviamo in quasi tutti i centri dauni considerati (fig.
16). Esse sono datate tra la fine del V e la fine del
IV sec. a. C. e hanno dimensioni che vanno dai 9
mq ai 230 mq circa.
L’unico edificio a pianta subcircolare è quello
di Canosa, loc. Costantinopoli, datato intorno al IV
sec. a. C., interpretato come vano per le abluzioni, ma non è possibile ricostruire le precise
dimensioni.
Un’altra tipologia individuata tra gli edifici considerati è quella a pianta complessa, con ambienti che si affacciano su un cortile scoperto (fig. 17).
Essa si riscontra ad Ascoli Satriano in loc.
Serpente, a Banzi in loc. Mancamasone, a Canne
in loc. Fontanella, a Canosa in loc. Toppicelli, a
Lavello in locc. Alicandro e Gravetta.
La maggior parte di tali strutture sono state
interpretate come abitazioni di carattere produttivo, non solo residenziale, in cui si svolgevano
mansioni specifiche. Le strutture sono datate tra IV
e III sec. a. C. e hanno un’estensione che va dai
130 mq ai 400 mq.
Come si può notare, si possono trovare strutture abitative di ampie metrature che fanno pensare alla presenza di gruppi rilevanti che, all’interno
di una compagine disorganica strutturalmente,
tende ad emergere e ad acquisire un elevato controllo sul resto della comunità che resta legata a
forme di economia primaria, con forme abitative
semplici, che ancora ben rispondono alle esigenze della società di cui sono espressione26.
A questo proposito, emblematico è il caso del
centro di Arpi, dove a partire dal 199227 è stata
esplorata una superficie di circa 780 mq di una
casa che doveva essere molto più estesa. L’edificio
di cui è possibile individuare il settore residenziale e un settore dei “servizi”, presentava un ricco
apparato decorativo parietale e pavimentale risalente alla fine del IV-III sec. a. C. che ha permesso di datare la seconda fase costruttiva della casa28.
La complessa articolazione planimetrica ben
testimonia l’alto livello sociale raggiunto dai suoi
abitanti. Alcuni vani interpretati come vani di
rappresentanza e di residenza, presentano ricchi
pavimenti in ciottoli e in tessere irregolari che
rivelano una qualità artistica nella quale
l’apporto ellenico è fondamentale. A Sud, infatti, è stata riconosciuta un’area scoperta dalla
quale, attraverso un accesso monumentale fiancheggiato da due lesene con cornici con kyma
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dorico in stucco, si accedeva ad un’altra corte.
Da qui, si accedeva ad un andrón (400 x 415)
orientato a Sud-Est, pavimentato con un mosaico in opus segmentatum con un émblema con
delfini (cm 184 x 220) convergenti verso una
palmetta e verso una testa di bue, e una soglia
(cm 110 x 140) con rosetta a sei petali bianchi
su fondo nero inscritta un cerchio delimitato da
una fascia a tessere nere e palmette angolari (fig.
18). Le pareti erano dipinte con fregi marmorizzati, mentre sull’architrave correva un anthémion inciso sullo stucco bianco. Di grande rilievo è anche il grande fregio di stucco bianco che
ornava l’esterno di un accesso all’andrón, decorato con una successione di palmette ottenute
con una fine incisione29 (fig.19).
Altri ambienti si riconoscono ad Est. Un grande vano (cm 520 x 520), probabilmente l’esedra,
orientato a Nord-Est, presentava uno splendido
mosaico in opus segmentatum (cm 400 x 450)
detto “dei Grifi e delle Pantere” poiché presentava quattro riquadri campiti da due coppie di
pantere e di leoni o grifi alternati su fondo bianco e nero con una testa di bue originata dal loro
accostamento (fig. 20). L’ambiente era preceduto da tre basi di colonne, di cui solo due sono
state rinvenute.
Un altro vano (cm 520 x 465) ad esso retrostante era pavimentato con un mosaico a ciottoli fluviali policromi (in situ; cm 480 x 250) decorato da cornici con motivi a meandri e serie di
rosette e palmette angolari che comprendono
un campo ricco di animali, domestici, selvatici e
fantastici (fig. 21).
È stato accertato che il patrimonio figurativo di
questi mosaici deriva dalla Grecia settentrionale,
attraverso la circolazione di cartoni o un diretto
coinvolgimento nella impostazione del pavimento, così come lascia pensare il mosaico dei grifi e
delle pantere. I confronti tra l’ambiente ellenico,
in particolare quello macedone, e la Daunia, derivano quasi sicuramente da un contatto molto
stretto con il mondo macedone-epirota30, nello
specifico, si ricordi la spedizione di Alessandro il
Molosso che, intorno al 333 a. C., ebbe un forte
controllo dei porti adriatici31, conquistò Siponto e
il porto di Arpi, dove venivano imbarcati i cereali
prodotti nel territorio della metropoli daunia32.
Fig. 17 - Ascoli, loc. Serpente. Planimetria della casa con più ambienti.
(FABBRI,OSANNA 2002).
Fig. 18 - Arpi, loc. Montarozzi, scavi 1994. Andrón mosaicato con delfini.
(MAZZEI 2004b).
Fig. 19 - Arpi, loc.Montarozzi. Frammento di stucco con motivi a
palmette. (MAZZEI 2000).
Fig. 20 - Arpi, loc. Montarozzi. scavi 1992. Mosaico denominato “dei grifi e delle
pantere”. (Museo Civico di Foggia), (MAZZEI 2004b).
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Fig. 21 - Arpi, loc. Montarozzi. Mosaico a ciottoli in situ (MAZZEI 1995a).
Fig. 22a - Arpi, loc. Montarozzi. Frammento di lastra del fregio fittile.
(MAZZEI 1997).
Ma il quadro culturale arpano risulta essere
molto più complesso, come, più in generale,
quello della Daunia centro-settentrionale, non
estraneo agli influssi provenienti dal mondo
etrusco-campano, con Capua in particolare33.
Lo dimostra il ritrovamento di una lastra di fregio fittile, con una scena di danza, nella quale si
conservano due figure femminili, ritrovate in due
posti differenti, e che faceva parte del materiale
di reimpiego della casa ellenistica (fig. 22 a,b).
Infatti, una lastra era stata utilizzata come zeppa
della porta di una tomba a grotticella; l’altra era
inserita nel muro di fondo di una grande fornace
appartenente all’impianto della casa ellenistica.
Nonostante i differenti luoghi di ritrovamento, le
due lastre sembrano combaciare34. I dati acquisiti inducono a riferire questo piccolo fregio di
sapore arcaico proprio all’ispirazione del centro
capuano.
Ma come è noto, l’adozione di un sistema
decorativo architettonico segnala le scelte politi-
co-culturali di una comunità. E il caso di Arpi,
per la presenza di antefisse nimbate35, insieme
all’acroterio a protome equina (fig. 23), come
già nel santuario del Regio Tratturo di Tiati36,
consolida la possibilità di individuare in Capua
il riferimento più vicino. Non solo, dunque, scelte o contatti individuali determinarono
l’importazione del singolo oggetto, ma si verificarono partecipazioni più complessive e consapevoli delle comunità daunie al modello di
architettura cultuale dettato in quei decenni dall’area campana.
Il ritrovamento delle decorazioni di Arpi apre
una nuova analisi sullo studio della pittura
parietale di primo ellenismo, che supera
l’esclusivo ambito del documento funerario e
figurato e prende in considerazione anche i
documenti relativi alla sfera domestica o pubblica e le decorazioni parietali più semplici. Infatti,
la pittura strutturale e/o a zone37, sembra quella
più diffusa in Puglia a partire dal III sec. a. C.,
soprattutto in ambito funerario: sempre ad Arpi,
la ritroviamo nell’ipogeo della Medusa, a
Canosa, negli interni degli ipogei Lagrasta I e
Barbarossa, ma anche a Ruvo, Rudiae, Gravina,
Egnazia, Messagne e Taranto 38.
Bisogna considerare che, certamente,
l’aristocrazia arpana di quel tempo, nelle costruzioni individuali, come tombe o case, ricalcava
in versione minore, ma in buona fedeltà, modelli greci, per la cui realizzazione, come per i
mosaici delle case di Montarozzi, non è da
escludere la partecipazione di artigiani ellenici.
È certo che non diversa doveva essere la
situazione nei centri vicini ad Arpi, come a
Salapia, Canosa o Lavello, dove è attestata
l’esistenza di élite locali profondamente ellenizzate, che, a partire dalla metà del IV sec. a. C.,
contribuirono in gran parte alla realizzazione di
case monumentali per le loro residenze, con
decorazioni, per quello che è giunto sino a noi,
di altissimo livello (fig. 24).
M. D. Marin così descriveva la decorazione
della parete dell’atrio della villa di S. Vito a
Salapia (fig. 25): dal basso verso l’alto, zoccolo
(bianco, grigio, azzurro), ortostati (rosso, giallo,
verde, viola, bruno con riquadri marmorizzati),
corsi orizzontali, motivo a meandro, filari oriz-
- 12 -
SARA ROTUNDI
zontali, semicolonnine. Essa, forse, doveva terminare con una cornice aggettante con dentelli
o con un fregio dorico in stucco. Questo tipo di
decorazione parietale imita la disposizione
architettonica della superficie del muro. Molti
esempi di essa si trovano, oltre che nelle case di
Delo, anche nelle tombe di Alessandria oscillanti fra III e inizi II sec. a. C., in particolare nella
Necropoli di Moustafa Pacha39, e in tombe ellenistiche della Russia meridionale40, e in tombe
apule del III sec. a. C.
La villa, precisamente, mostra una decorazione a zone già nella fase più evoluta, quando è
presente, nella parte superiore del muro,
l’imitazione della struttura isodoma mediante
linee incise, rilievo e policromia. Essa, dunque,
non può non proporsi come una tappa eccezionale nello sviluppo della pittura parietale che
confluirà nel primo stile, ma la decorazione delle
pareti della villa di Salapia è ancora interamente
mutuata dai sistemi strutturali ellenistici, come in
particolare è dall’ambiente alessandrino che deriva il motivo dell’imitazione dei marmi variegati.
Raccogliendo i dati relativi alle strutture indagate, si è articolato un quadro di insieme sulle
caratteristiche strutturali, planimetriche e funzionali di tali abitazioni: se attraverso il tempo si
notano cambiamenti nelle caratteristiche generali delle case, specie per ciò che riguarda la pianta, diverso è quanto si può dire per le tecniche
edilizie. Esse, a partire dalle prime costruzioni in
muratura, intorno al VI a. C., rimangono sostanzialmente le stesse. Così, ad una più articolata
organizzazione planimetrica di un’abitazione,
con due o più ambienti nel IV o III a. C., non
corrisponde un’evoluzione della tecnica di
costruzione rispetto all’epoca precedente.
Dunque, è evidente da queste considerazioni
che la Daunia, nel periodo preso in considerazione, risulta essere una realtà particolarmente
complessa, punto di incontro di varie culture,
ricca di apporti esterni e differenti, anche se si
dimostra una realtà non ancora ben definita a
causa, in particolare, dei pochi scavi sistematici
effettuati nella regione e, non da ultimo, il problema dello scavo clandestino che da sempre
colpisce, in particolar modo, questa regione e le
sue ricchezze.
Fig. 22b - Arpi, loc. Montarozzi. Ricostruzione grafica del fregio fittile
(MAZZEI 1997).
Fig. 23 s- Arpi. Protome fittile di cavallo (MAZZEI 2000).
Fig. 24 - Salapia.Villa di S.Vito. Frammento del fregio fittile del
compluvium (GIAMPIETRO 1975).
Fig. 25 - Salapia. Resti della villa di S.Vito (FOTO DA WEB).
- 13 -
SALTERNUM
NOTE
In particolare, l’intervento romano in Daunia investe entità
politiche già di per sé avviate a profonde trasformazioni e ne
favorisce lo sviluppo, accelerando e comunque condizionando decisamente la formazione dei centri urbani, la definizione
dei loro rapporti col territorio circostante, la delimitazione
delle aree di influenza di ciascuno di essi GRELLE 1993, pp.
15-31. In generale, sull’urbanizzazione dei centri dauni cfr
VOLPE 1990, pp. 36-40. Sui processi che investono la società
daunia tra la fine del IV-inizi III sec. a. C., nel confronto con
i Sanniti e con i Romani, LEPORE 1963, 107 sgg. Formazione
e consolidamento dei centri urbani sono analizzati da DE
JULIIS 1988, pp. 142 ss.
2
VITRUVIO, De Arch. 2, 8.
3
La casa è stata datata alla seconda metà del IV sec. a. C.
L’utilizzo di un tetto in materiali leggeri può essere collegato
ad un problema culturale, ovvero a modalità di trasformazione da leggersi in rottura con il passato. Ciò significa che
è possibile che i cambiamenti non siano sempre improvvisi,
ma che accanto a strutture di un certo rilievo, sia continuato
l’uso delle capanne o si siano affiancate realizzazioni che, a
elementi innovativi, univano i caratteri delle precedenti
abitazioni cfr LISENO 2007, pp. 80-81, 126-127. In alternativa,
si potrebbe ipotizzare che l’impiego di una copertura leggera
sia da ricollegare ad una diversa condizione economica e
sociale: MAZZEI 1996, p. 350; MAZZEI cds.
4
STOOP 1983, pp. 22 e 47, LISENO 2007, p. 79.
5
IKER 1995, pp. 57-58.
6
Tale termine non è attestato prima del 1562. DE VOS et ALII
1993, citato da ROTTOLI 1996, definisce tale modalità di
costruire equivalente al termine parietes fornacei di PLINIO,
Nat. Hist. 35, p. 48.
7
La composizione di fango, paglia/fieno è chiamata torchis,
(ROTTOLI 1996, p. 161).
8
Per la tecnica in pisé cfr. ADAM 1988, pp. 62-63. È possibile
che tale tecnica sia stata utilizzata per alcune strutture di
Ordona del V sec. a. C. Se così fosse, è attestato l’impiego antico di questa tecnica.
9
VITRUVIO, De Arch. 2, 1, 3.
10
MAZZEI 1995a, pp. 52-53, 192-193; EAD. 2000, 51; EAD.
2002, 74; EAD. 2004a, 248.
11
MAZZEI 1987, pp. 112-114, tav. XXX, 1-2; EAD. 1988a, 101108, figg. 7-8; FABBRI et ALII 2002, 23-106.
12
MAZZEI 2003, pp. 263-271, figg. 12-13.
13
TAGLIENTE 1991, p. 21, Tav. CII.
14
FABBRI et ALII 2002, fig. 61.
15
ÖSTENBERG 1975, p. 40, fig. 250; BARRA BAGNASCO 1990,
pp. 74; 79. Una tegola con opàion e sportello è stata rinvenuta in edificio di Monte Sannace (LISENO 2007, p. 82) e nella
«casa dei pythoi» a Serra di Vaglio: (GRECO 1991, pp. 55; 61).
16
Le terrecotte venivano posizionate nella parte terminale della
travatura lignea dei tetti a e, dunque, sensibile all’umidità
prodotta dalle intemperie.
17
DE JULIIS 1984, p. 152; ID. 1985, 10.
18
MAZZEI 1981, pp. 17-33; EAD. 1988b, pp. 77-78; EAD. 2003,
pp. 263-271.
19
MAZZEI 2003, p. 263; per Arpi: cfr MAZZEI 1981, tav. IX, 2;
X, 2; XI, 1; per Lucera Ibidem, tav. VIII, 1-2; IX, 1; X, 1; per
Ordona IKER 1995, fig. 29; per S. Paolo MAZZEI 2003, figg. 12.
20
Il tipo consueto in Daunia ha però il nimbo strigilato o baccellato visibilmente ridotto nelle sue dimensioni rispetto al
1
modello originale, mentre le varianti si colgono più facilmente
nel particolare dei volti iscritti nel nimbo e delle decorazioni
della base: MAZZEI 1981, pp. 19-20; EAD. 2003, 264.
21
Su tale itinerario si veda COLONNA 1974, p. 301; MAZZEI
1981, p. 28.
22
Per Lavello cfr TAGLIENTE 1991; Per Ascoli Satriano, FABBRI et ALII 2002, fig. 34; per Ordona IKER 1995, fig. 28. Per S.
Paolo cfr MAZZEI 2003, fig. 5.
23
MAZZEI 1981, 24.
24
Per un’ottima descrizione della pianta absidata, si veda
PESANDO 1989, p. 18 ss.
25
PESANDO 1989, pp. 45; RUSSO TAGLIENTE 1992, pp. 110.
26
Diverso è il caso di Ordona, maggiormente isolata dal
mondo esterno, con forme di economia agricola e pastorale,
dove non risulta l’emergere di alcun gruppo elitario prima
della fine del V sec. a. C.
27
Soprintendenza Archeologica della Puglia – 1992, 1994,
1995, 1997 – M. Mazzei. MAZZEI 1992; EAD. 1994a; EAD.
1995a; EAD. 1995b, pp. 46-47; EAD. 2000, pp. 41-56; EAD.
2004a, pp. 243-262.
28
Una fase precedente risale agli inizi del IV sec. a. C., che a
sua volta si impostò su un’area funeraria del VI-V sec. a. C.
ubicata sicuramente nelle vicinanze di un luogo di culto tardoarcaico: MAZZEI 1997, pp.153-159.
29
MAZZEI 2000, p. 55.
30
MAZZEI 2002, pp. 67-77 EAD. 2004a, pp. 257-258.
31
LIVIO, 8, 24, 4. In generale si fa riferimento a LOMBARDO
1987, 79.
32
IUST. 12, 2, 5. In generale, sui rapporti con il mondo macedone-epirota: MAZZEI, LIPPOLIS 1984, 185-211; MAZZEI
2004a, 243-262; GRELLE 1995, 55-57.
33
Su Capua BONGHI JOVINO 1990, 47, Ead. 1965, 23-25 e
BEDELLO TATA 1990, 8-13.
34
MAZZEI 2000, 41; EAD. 1997.
35
In generale, sulle antefisse cfr MAZZEI 1981.
36
Si tratta di elementi architettonici importanti per avanzare
l’ipotesi nei pressi dell’area della casa-palazzo di Arpi dell’esistenza di un edificio religioso di tipo etrusco-campano,
simile a quello ubicato lungo il Regio Tratturo L’Aquila-Foggia
presso l’antica Tiati (MAZZEI 1994b). Protome equina da
Arpi: Ead. 1997, 158, Ead. 2000, 50; per l’acroterio a protome
equina da Tiati: Ead. 1985, 263-283; ANTONACCI SANPAOLO 1999.
37
La questione tradizionale dello “stile strutturale” ha riguardato a lungo l’origine del cosiddetto Primo Stile, che secondo V.
Bruno, nel 1969, risale all’ambito greco. Infatti, esemplari greci
risalgono al V sec. a. C. in tombe di Olinto e nell’agorà di
Atene e al IV nelle case di Olinto e nell’heròon di Samotracia,
fino a conoscere una più diffusa attestazione in Grecia, nella
Russia meridionale e ad Alessandria (MAZZEI 1995a, p. 198).
La denominazione di decorazione parietale “a zone” si deve a
Thiersh 1904, che per primo individuò, a proposito della
tomba di Sidi Gaber, l’esistenza di un sistema decorativo anteriore al cosiddetto I stile pompeiano Thiersh 1904.
38
Per l’ipogeo della Medusa, Arpi: MAZZEI 1995a, 197-210; per
ipogei Lagrasta I e Barbarossa, Canosa: TINE’ BERTOCCHI
1964; MAZZEI 1995a, 184 nn. 20, 22; CASSANO 1996; Ruvo:
tb. 10; Egnazia: tb. 12 e 15; Taranto: tb. 37; Rudiae: tb. 72; per
Messagne: COCCHIARO 1988.
39
ANDRIANI 1958, p. 208, fig. 302.
40
ROSTOVTZEFF 1919, pp. 144 ss.
- 14 -
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- 16 -
MARCO AMBROGI
Centuriazione e coloni nel Vallo di Diano
Dall’Applicazione della Legge Agraria del 131 a.C. al periodo tardo-romano
- Prime ipotesi di ricerca -
N
il iucundius vidi Valle mea Dianense,
la citazione epigrafica, dal sapore sentimentale e gaio, fu espressa da
Domenico Pica dall’alto del Monte Rascini a
Sant’Arsenio, ove sorge il santuario della Beata
Vergine del Carmelo, in una tersa giornata di sole,
in cui la plaga lucana del Vallo di Diano appariva in tutta la sua bellezza. Da quell’alto monte, la
vallata si delinea geometrica e regolare, divisa nei
diversi appezzamenti di terreno dai multiformi
colori, segnata dalle tracce della storia e intrisa di
tanti episodi delle vicende cronologiche d’Italia,
più o meno significative. Con un po’ d’attenzione,
alle pendici della vasta plaga, ove il fondovalle
del fiume Tanagro si lega alle due catene montuose degli Alburni e della Maddalena, si possono ancora scorgere le tracce di un’operazione
sociale di forte spessore dell’età repubblicana
romana, che si formalizzò inizialmente in pochi
territori della penisola italiana, tra cui appunto la
vallata dianense. Le prime forme di assetto del
territorio e di assegnazione di lotti di terreno
agrario vanno sotto il nome di centuriazione e
costituiscono una delle principali valenze socioeconomiche dell’aspetto gestionale del territorio,
operate nel mondo romano. Questa sintesi storico-analitica intende analizzare quelle assegnazioni di terreno operate nel Vallo di Diano (allora
Campus Atinas) e nella contigua bassa Valle del
Tanagro e delinearne gli aspetti concreti e visibili, attraverso la cartografia, relativi alle linee storiche del prima, durante e dopo l’operazione agraria ed al reale riconoscimento dei segni presenti
attualmente sul territorio, atti a ricostruire, almeno in parte, l’assetto centuriato romano in questa
parte della Tertio Regio, Lucania et Bruttium del
mondo romano.
Il Vallo di Diano dal Monte Carmelo di Sant'Arsenio.
Il principio delle operazioni di centuriazione (disegno dell'autore).
- 17 -
SALTERNUM
Uno sguardo alla Valle del Tanagro in età
romana
Dopo secoli di amministrazione territoriale
greco-lucana, il Vallo di Diano e i territori contermini si presentavano, alle soglie della romanizzazione, con un assetto urbano e agrario del
tutto particolare: una serie di città, una volta
costituenti la Dodecapoli Lucana, cinte da pagi
e vici, piccole borgate sorte dalla terra, lontane
dai centri da cui dipendevano; un assetto molto
simile al Vallo di Diano odierno, con i suoi paesi
posti in alto e le loro frazioni a valle.
Ponte San Cono a Buccino (da una stampa del '700).
Con la dominazione romana gli antichi centri
divennero prefetture ed il territorio fu diviso
amministrativamente tra Volcei (attuale Buccino)
a Nord, Atina (Atena Lucana) e Cosilinum (nei
pressi di Padula) nel versante orientale del Vallo
di Diano e Tegianum1 (Teggiano) in quello occidentale. Nella convalle del Bussento, l’antica
Sontia lucana vegliava il passo verso il mare e la
colonia di Buxentum. La cura di queste città
avveniva tramite la nomina di prefetti incaricati
dell’amministrazione dei singoli centri, una sorta
di deduzione coloniale da Roma, pur se questi
erano civitates federatae (ostili ai Romani durante le guerre civili). All’azione militare di Roma
seguì quella economica, con la costruzione delle
strade, dei fori e con il riassetto del territorio
mediante la centuriazione. Non tutto il Vallo di
Diano fu però pianificato territorialmente. Infatti
la centuriatio agrorum avvenne su lunghe strisce di terreno percorse dalla via, mentre il centro del fondovalle rimaneva acquitrinoso per più
mesi durante l’anno. Al centro della politica
agraria di amministrazione delle conquiste di
Roma nel Vallo di Diano, venne realizzato un
foro nell’attuale sito di San Pietro di Polla, che
costituì oltre ad un punto di transito facilmente
accessibile dalle campagne, anche un interesse
per il passeggero che vi trovava conforto e sosta
in una delle sue cauponae disposte lungo la via.
Nella raccolta piazza arricchita da aedes publicae
l’agricoltore vi teneva mercato con le derrate da
vendere o acquistare. Con la Lex Palutia-Papiria
dell’89 a. C. che concedeva la cittadinanza romana, i centri della Valle del Tanagro divennero
Municipia e le vecchie prefetture che amministravano il territorio pubblico scomparvero.
Il sistema della divisione centuriata creò un
sistema misto di piccoli proprietari accanto ai
latifondisti, contro i quali si diresse la rivolta di
Spartaco (autunno del 73 a.C.), che, giunto nel
Forum Annii, lo saccheggiò e venne seguito da
numerosi schiavi provenienti dalla valle. Il
restauro di questo borgo fu forse realizzato da
Lucio Popilio Lenate al quale venne probabilmente dedicato, contribuendo a far perdere la
memoria del pretore Annio, primo suo fondatore, così come la storiografia recente ha dimostrato ampiamente. Nonostante la durezza della
politica accentratrice di Roma, la cultura indigena sopravvisse per più secoli: ancora nell’anno
89 a. C., infatti, l’osco ed il greco comparivano
nella lingua parlata e nei documenti ufficiali e
furono sostituiti tempo dopo dal solo latino. Per
il governo dei centri, sappiamo che a Volcei ed
Atina è attestato il quattuorvirato, mentre di
questo tipo d’amministrazione non si hanno
notizie per Cosilinum e Tegianum, pur se le
città divennero comunque autonome. Nell’età di
Nerone la cittadina di Tegianum fu tenuta in
grande considerazione dall’Imperatore che le
conferì il titolo (probabilmente solo onorifico) di
colonia, senza importarvi un contingente di ex
militi. Per ciò che concerne la Via Consolare, la
sua costituzione era di certo non agevole dal
punto di vista strutturale: di terra battuta e forse
rivestita di basoli solo nell’attraversamento dei
principali centri, costituì comunque un asse viario dei viaggi brevi, considerando i riferimenti
letterari dell’epoca, tra i quali quello di scarsa
considerazione nei suoi confronti, da parte del
- 18 -
MARCO AMBROGI
poeta Lucilio, che per un viaggio in Sicilia preferì la via del mare al posto della strada sdrucciolevole e fangosa. L’asse fu quindi “Via glarea
strata” ad impianto modesto anche se ebbe
l’onore di essere percorsa da illustri personaggi,
come il celebre oratore Cicerone, che pernottò
in casa di parenti ad Atina, nel corso del viaggio di esilio da Roma. La via era comunque ben
collegata ad altri assi minori, infatti alle Nares
Lucanae (attuale frazione dello Scorzo di
Sicignano degli Alburni) vi si innestava lo snodo
per Potentia e Grumentum (la via Herculia),
mentre altri ramuli la collegavano a Tegianum,
Atina e Cosilinum, con transito per
Marcellianum. Al sistema viario, restaurato in
età dioclezianea ed all’epoca di Gioviano, nella
seconda metà del IV sec. d. C. (secondo il riferimento epigrafico d’un miliario trovato tra
Atena e Sala Consilina), facevano da contraltare
i numerosi pagi e vici disseminati lungo la via o
nei pressi; sono documentati un villaggio (forse
Rustillanum) presso l’attuale borgata rurale di
Sant’Antuono di Polla ed i siti di Vicus
Mendicoleo e Caesariana. Tra i centri maggiori
del Campus Atinas (il Vallo di Diano in età
romana), vi fu dunque il Forum Anni (ricordato
nell’Epistolae, libro III, di Sallustio a proposito
della rivolta servile di Spartaco), dipendenza di
Volcei, dall’aspetto agricolo e boschivo, nel
quale era vivo il culto al dio Fauno ed era presente un tempio -nel 1955, durante uno scavo,
ne furono ritrovati i gradini del podio- ed il noto
mausoleo di Caio Utiano Rufo eretto dalla consorte Insteia Polla, sacerdotessa di Livia
Augusta. Il Forum Annii si poneva all’imbocco
della valle dopo il transito di altri tre pagi dipendenti da Volcei: Naranus, Transamunc (lanus)
ed Aequa (ra). La città di Atina, collocata nell’itinerario verso Sud successivamente a Forum
Annii, possedeva un foro lastricato e numerosi
edifici pubblici e di culto, descritti, anche se con
particolare enfasi e spirito municipalistico, dallo
storico Curto di Atena Lucana2 al quale comunque si devono molte delle notizie sulla città antica. Su Tegianum abbiamo poche note storiche
ed alcune rare testimonianze epigrafiche e scultoree che ci assicurano dell’esistenza di un teatro o odèon, di un tempio pagano (attribuito tra-
La Via
Annia
ricalcata
su una
carta
dell'IGM
degli anni
'30 del XX
secolo.
Il Vallo di Diano in età romana (carta dell'autore).
dizionalmente ad Esculapio) e di un circuito di
mura con porte, di cui rimane quella
dell’Annunziata, all’ingresso meridionale dell’attuale paese. Sulle mura romane possediamo una
preziosa testimonianza di un cronista del ‘600, il
frate agostiniano Luca Mandelli di Teggiano, che
le descrisse nella sua celebre opera sulla Lucania
sconosciuta. Nel territorio dell’antico Ager
Tegianensis ancora sussistono due ponti di età
romana, benché rifatti in età medioevale e
moderna, e numerosi siti archeologici di pagi,
tra cui quello della località San Marzano (nel
comune di San Pietro al Tanagro) che potrebbe
- 19 -
SALTERNUM
restituire, al vaglio dei resti fortuiti ritrovati negli
scorsi anni (monete e frammenti fittili), interessanti testimonianze del suo passato. Nel versante meridionale dell’ager sono venute alla luce
negli anni passati alcune domus nel territorio di
Sassano e di Padula, che dimostrano la straordinaria policentricità del territorio, nonostante
l’impaludamento costante della plaga dianense
in quel punto. Il sito che meglio offre oggi pro-
Pianta di Cosilinum lucana e romana.
Disegno dell'assetto centuriato romano.
spettive archeologiche allettanti è quello di
Cosilinum3, nota in primis da un’epigrafe che
nomina un Curator rei publicae Cosilinatium e
da testimonianze su una torre di età repubblicana costruita da M. Minazio Sabino, di una recinzione di un lucus (boschetto sacro) e della ricostruzione in età imperiale di una porticus
Herculis da parte di M. Vehilio Primo (il curator
prima nominato). Da Cosilinum dipendeva il
sobborgo di Marcellianum posto lungo la Via
Consolare, il cui toponimo4 parrebbe riferirsi
all’età di Costantino (esattamente al papa
Marcello I); più che di un pago dovette trattarsi
di un villaggio sparso.
Il riassetto del territorio
Iniziare un discorso storico sulla centuriazione graccana nel Vallo di Diano equivale innanzitutto a stabilirne la derivazione, almeno in termini topografici, dalla via Regio-Capuam. Un
termine fondamentale nell’indicazione delle
tappe poste lungo l’asse viario romano è costituito dal Lapis Pollae, l’iscrizione ubicata in località San Pietro di Polla e riportante le principali
città site lungo la via e le distanze tra esse. Uno
dei primi riferimenti alla via si ritrova nel 1603
in Gruter5 che colloca l’iscrizione presso
un’osteria (probabilmente la Taverna del Passo)
indicandone il ritrovamento possibile in villa S.
Petri proxima ossia nel sobborgo di Polla, in
località San Pietro6. Il Mommsen, nella sua
monumentale opera (Corpus Inscriptionum
Latinarum) sulle iscrizioni latine, raccolse la
notizia, di sapore schiettamente campanilistico,
sul ritrovamento del Lapis Pollae nel tenimento
di Atena, nota che ha ravvivato nei secoli la rivalità sulle origini antiche di questo paese nei confronti di Polla; in realtà l’epigrafe rimase murata
sulla facciata della casa colonica di Polla (antica
Taverna del Passo) fino al 1934, quando l’Ente
per le Antichità della provincia di Salerno la collocò su un cippo dal profilo schiettamente
monumentale, qual ricordo ai passanti7. La
numerazione delle città e le loro distanze presentò comunque delle imperfezioni di calcolo
già all’origine: alcuni numeri furono infatti modificati direttamente sul posto, ad esempio quelli
relativi al calcolo in miglia da Cosentia a
- 20 -
MARCO AMBROGI
Valentia ed alle successive stazioni8. Sul significato dell’epigrafe e sulla dibattuta questione del
pretore e del luogo di cui si narra nel testo, mi
soffermerò oltre, ma basti ribadire che una delle
tesi più accreditate vede la costruzione del
Forum Annii lì dove sorgeva la lapide, oltre al
dato di per sé molto significativo che il monumento pare esser coevo alla strada, costruita
sullo scorcio del II sec. a. C.9. A ciò bisogna
aggiungere che nel Vallo di Diano non esisteva
solamente la via Regio-Capuam, ma vi confluivano anche altre strade di passaggio o ve ne terminavano altre secondarie. A conferma di ciò
credo utile inserire un passo dello storico locale
Curcio-Rubertini:
“Nell’allineare il Tanagro da Tegiano a Polla fu scoperta attraverso il nuovo canale, alquanti metri
sotto l’attuale livello della Valle, l’antica via romana
che da Pesto metteva ad Atina e si congiungeva
all’altro ramo che veniva per la Valle del Tanagro
bene definire le particolarità di questo tipo di
assegnazione agraria. La centuria, il cui nome
presuppone una suddivisione in cento parti e
quindi in prima analisi l’attribuzione a cento
cittadini, ha alla base della sua modularità
l’heredium, ossia il lotto trasmissibile per
eredità. In effetti la centuriazione venne
applicata per organizzare la vita associata di una
nuova comunità che si insediava su un territorio
conquistato
o
acquisito,
preparando
l’occupazione stabile di una zona con
l’insediamento sia nei centri urbanizzati che
nelle campagne: un’esigenza dapprima tecnicopolitica, poi divenuta schiettamente sociale con
la migliore redistribuzione della ricchezza12. La
proposta agraria di Tiberio Sempronio Gracco
dell’anno 133 a. C., aveva quale intenzione
primigenia, quella di recuperare nelle aree
centro-meridionali italiane l’agro pubblico,
occupato legalmente o meno dai ceti possidenti
romani e italici, per una migliore redistribuzione
da Salerno.
Questa scoperta naturalmente fa pensare che il livello della Valle dianese più anticamente doveva essere assai più basso dell’attuale e che la Valle si è
andata man mano colmando coi materiali portativi dalle continue alluvioni e dai torrenti che scendono giù dai versanti laterali, dalla catena degli
Alburni a destra e da quella della Maddalena a
sinistra.10
La strada descritta dallo storico dovrebbe
coincidere con l’antico transito, in uso già
dall’età dei Greci, che passava per il Vallo di
Diano attraversando il Tanagro tra Polla ed
Atena Lucana. Nell’anno 133 a. C. venne
approvata la Lex Sempronia Agraria con la
distribuzione di appezzamenti di terreno ai
coloni e la conseguente frammentazione
dell’ager publicus: a questa seguì la Lex Agraria
di Caio Gracco nel 123 a.C., che però non ebbe
assegnazioni di terreno; in questo frangente si
deve collocare il primo impianto del Forum,
intitolato a Popilio (o ad Annio), che il Marzullo
deduce dall’Itinerario Antoniniano, dalla Tavola
Peutingeriana e dall’Anonimo Ravennate11.
Prima di affrontare un discorso analitico sulla
storia della centuriazione nel Vallo di Diano è
Carta dei ritrovamenti dei termini graccani.
in piccoli lotti ai proprietari, al fine di ricostruire
la classe dei contadini; in effetti la situazione
delineata fino a quei tempi proponeva un
modello agrario di grandi aziende agricole che
occupavano la parte maggiore dell’agro
pubblico coltivabile, affiancando alle poche
colture il pascolo, più remunerativo13. In
quest’ottica va compreso l’assetto territoriale e
sociale che si profilò agli occhi del ribelle
Spartaco e del ministro Cassiodoro, secoli dopo,
che nel Vallo di Diano ebbero modo di osservare
le grandi estensioni di terreno dei latifondi, in
mano a pochi proprietari. La centuriazione
- 21 -
SALTERNUM
graccana nel Vallo di Diano, pur avendo un
ruolo basilare nell’assetto del territorio agricolo,
osservabile ancora oggi, costituì a livello sociale
una meteora di speranza per i piccoli proprietari,
che
nel
tempo
di
qualche
secolo
dall’applicazione della Legge Agraria, videro
ristabilire una situazione di occupazione terriera
pregressa. Per ciò che concerne l’applicazione
della Legge dei Gracchi, si voleva ricostruire, nel
Meridione d’Italia, l’assetto già dato in Cisalpina,
con le piccole aziende unifamiliari a coltura
mista, autosufficienti o tali. Alla luce dei
rinvenimenti attuali potremmo dire, per casualità
o forse per reale congiuntura degli accadimenti
storici, che il Vallo di Diano fu un territorio
L'Elogium di Polla.
Sezione del ponte di Polla (da documenti dell'Archivio di Stato di
Salerno).
preferito e sperimentale per la riforma graccana;
in effetti molti dei termini lapidei della prima
centuriazione sono stati ritrovati in questa zona
o in aree contermini, il che dimostra che almeno
in origine la vallata del Tanagro conobbe le
prime suddivisioni graccane, anche se poi, sul
terreno centuriato vi si impiantò la grande
azienda (o meglio vi ritornò), sfruttando in effetti
l’organizzazione agrimensoria del terreno
precedentemente realizzata con finalità opposte.
Principi e metodi della centuriazione
La finalità della centuriazione14 prende avvio
sostanzialmente dalla politica di ricompense in
terreni ai veterani cesariani, triumvirali e poi
augustei (alcuni di origine cisalpina) che sistemò
al Nord ed al Centro-sud, decine di migliaia di
soldati; questi dopo lunghi anni di servizio reso
a Roma durante le guerre civili, ritrovavano nel
ritorno alla terra le radici della cultura del fondo
di proprietà15. Con l’originaria politica di assegnazione, si creavano nuovi poli di attrazione
per le popolazioni locali e la maggiore controllabilità dei centri urbani esistenti; in questo
modo promuovendo la romanizzazione si risolvevano le situazioni critiche delle zone pericolose, un nuovo modo di razionalizzare la politica
e l’amministrazione dell’esercizio del potere,
sistemando la natura dei luoghi e valorizzando
economicamente le risorse del territorio con
innovazione di tecniche di conduzione agraria16.
In quest’ottica va compresa la fondazione del
foro di Polla, che ebbe il merito di attrarre i
coloni e gli indigeni dal punto di vista sociale e
mercantile. Per ciò che concerne la suddivisione
metrica delle centurie possiamo osservare in primis che l’orientamento di queste era costante e
preciso, con linee planimetriche ortogonali ed
una metratura basata sull’unità e sui moduli
romani, principalmente l’actus di 120 piedi; il
venir meno di uno di questi fattori nello studio
dell’assetto centuriato conduce a falsi problemi
per la ricostruzione dei reticoli della centuriazione, le cosiddette perticae, il sistema base delle
delimitazioni romane17. La misura delle centurie
nello studio attuale non ha però una definizione
rigidamente delineata, infatti i moduli spesso
variano dai 703 ai 705 metri per le primitive cen-
- 22 -
MARCO AMBROGI
turiazioni (dal III al I secolo a. C.) ai 706-710
metri per le centuriazioni della fine della
Repubblica e dell’Impero18. Con le suddivisioni
centuriate si passa così dal paesaggio naturale
primigenio al paesaggio “misurato”, dei primi
insediamenti stabili, del disboscamento e della
razionalizzazione del suolo. Da questo principio
potremmo affermare con certezza che i primi a
realizzare questa modifica del paesaggio, almeno in Italia, non furono i Romani, bensì i coloni
della Magna Grecia. Infatti le primitive forme di
suddivisione agraria si sono rinvenute a
Metapontum, colonia greca dello Ionio, con la
creazione di lotti allungati in modo perpendicolare alla linea di costa, entro le foci dei fiumi
Bradano, Basento, Cavone e Agri e tra le città di
Metapontum ed Eraclea19. Quindi anche se il termine centuriazione è tipicamente latino, le città
della Magna Grecia adottarono in precedenza
un sistema di divisione del territorio analogo e
non è da escludere che anche nel Vallo di
Diano, quando si parla degli esperimenti di
bonifica da parte delle popolazioni locali, siano
avvenuti tentativi razionali di suddivisione del
terreno agricolo. I Romani poi esemplificarono
le esperienze greche, applicando le suddivisioni
agrarie al territorio italiano ed europeo. Oggi il
caso meglio studiato di centuriazione è quello
che riguarda la Pianura Padana, perché offre
un’originalità di impianto, poco modificato successivamente all’epoca dei Romani e ben conservato fino ad oggi. La base delle operazioni di
suddivisione dall’estrema razionalità era comunque preceduta da una ritualità del tutto particolare che presupponeva la conoscenza della suddivisione religiosa del cielo (templum) secondo
l’esperienza etrusca: il nord era definito pars
postica, mentre il meridione pars antica; l’est
era considerato familiaris, l’ovest hostilis. I coloni (colonus dal latino colere, coltivare) nel corso
dell’insediamento su un territorio, erano considerati dei veri e propri militari, per cui le spese
rientravano in quelle dell’esercito romano20. Alla
suddivisione tipicamente italica per strigae et
scamnae (lotti rettangolari) si sostituì ben presto
la forma di partizione quadrangolare con le singole aliquote di assegnazione, definite acceptae
o sortes, per mezzo dei limiti intercisivi (linee
separatorie) ossia i confini tra le proprietà atti
anche al passaggio degli scoli delle acque.
Questi limites intercisivi (ai cui angoli erano
posti i clusarii ossia i termini di chiusura della
centuria) avevano la stessa direzione dei decumani ed erano realizzati con muretti, fossati o
filari. Spesso la geomorfologia del territorio, non
ben interpretata inizialmente, finiva col modificare l’assetto stesso della centuriazione o, secondo altre versioni, le riassegnazioni ad altri coloni modificavano la sistemazione precedente:
queste tracce sono spesso visibili nella moderna
cartografia o nelle vedute aeree. Gli assi di un
sistema centuriato venivano influenzati dal corso
dei fiumi, dalla linea costiera e dall’aspetto geofisico in generale di un territorio, poche volte
invece da una strada di lungo percorso, che
spesso si limitava a interrompere l’assetto di partizione, anche per evitare elevate spese di
costruzione della via stessa (ponti, rilevati e trincee erano le opere stradali più onerose) in zone
con terreno cedevole o roccioso.
Lo gnomone e la determinazione del Nord.
L'actus e la sua determinazione.
- 23 -
SALTERNUM
Le operazioni degli agrimensori ci vengono
descritte in vari testi, anche se le fonti più attendibili e precise sono quelle di Igino Gromatico,
con il Corpus Agrimensorum e di Vitruvio con il
De Architettura. Suddividere il territorio non era
impresa facile, soprattutto quando la quadratura
di alcune aree imponeva il superamento di
quote o dislivelli, come nel caso della fluminis
varatio o della coltellatio, le due operazioni che
prevedevano il superamento di un fiume o di
parti collinose. Alla conferma dei punti di suddivisione venivano posti i termini graccani: cilindri
di selce o pietra alti 4 piedi (a volte 4 piedi e
mezzo) e del diametro di 1 piede (o un piede e
mezzo), infissi nel terreno per due piedi e
mezzo. Nella parte superiore dei termini era
inciso il decussis che indicava la direzione del
limes, oltre alla definizione del centro della pertica con l’indicazione della posizione corrispondente a determinati cardi e decumani. Sul bordo
La groma ed il suo utilizzo.
Le subsecivae (da un testo antico riportato nel Catalogo della Mostra
sulla centuriazione di Modena).
il termine presentava una scrittura in corrispondenza del decussis superiore con l’indicazione
degli autori della limitazione. Alcuni termini
venivano realizzati in legno (quercia, ginepro,
olivo), mentre altri erano muti; quelli di età
neroniana o traianea erano di forma parallelopipeda. Nei termini campani figurano i Tresviri
Agris Iudicandis Adsignandis (gli autori della
limitazione) i cui nomi sono incisi sul bordo del
cilindro. La figura dei tresviri presuppone anche
l’operazione delicata del sorteggio dei lotti e
della loro registrazione ai fini fiscali, fase finale
di una sequenza che poneva le sue basi nei riti
di fondazione ad opera degli auguri. Una volta
assegnati i lotti di terreno, la manutenzione di
questi comportava la creazione di opere accessorie quali le fossae finales o communes (di confine), riempite di ghiaia o vimini intrecciati e
pareggiati con terra. Lo scolo delle acque era
assicurato dalle canabulae e dalle novercae,
rispettivamente le cunette di scolo per prosciugare i campi acquitrinosi ed i canaletti costruiti
con embrici e coppi per lo scolo delle acque nei
campi sottostanti. La manutenzione di entrambi
era affidata ai singoli proprietari, l’intasamento
per trascuratezza o per mancata pulizia, che
comportavano inondazioni e guasti ai terreni,
erano inadempienze gravi al pari della violazione delle linee di confine. Alcune parti del territorio in zone acquitrinose o impervie non erano
centuriate, i cosiddetti subseciva costituivano
così delle enclave tra territori centuriati e ci
offrono un’immagine reale della situazione
riscontrabile nel Vallo di Diano in età
Repubblicana, con il fondovalle in adiacenza al
fiume ancora parzialmente bonificato. Nella centuriazione della Valle del Tanagro appare di fondamentale importanza il foro di Polla, quale raccordo ed attrazione per i coloni viritani (da viritim: singoli assegnatari) che erano veterani dell’esercito (a riposo) stabilitisi in zone già pacificate (in aree di frontiera pericolose non avrebbero potuto difendersi da soli) in coabitazione
con i coloni di origine diversa (romani, latini,
alleati, ecc.). L’ager publicus poteva essere concesso in uso dallo Stato ai privati o per la coltivazione o per il pascolo, con il pagamento di un
canone; questo è ciò che avveniva nei primi
- 24 -
MARCO AMBROGI
tempi delle assegnazioni, poi fu lo stesso Stato a
porre dei limiti, perché si stava assumendo una
dimensione di scarsa e precaria equità fiscale,
con aumento preoccupante delle dimensioni di
aziende agricole ed un ampliamento dell’allevamento transumante: i due fattori contribuivano a
far declinare la piccola proprietà, proletarizzando i ceti contadini. Con la proposta di Tiberio
Gracco del 133 a. C. si mirava al recupero dell’ager publicus arabile occupato dai ricchi privati oltre i limiti imposti dalla legge, nel tentativo
di ridistribuirlo ai piccoli proprietari nei lotti. Il
fine era quello di ricreare una classe sociale da
cui trarre soldati per Roma. L’amplissimo processo della ristrutturazione agrimensoria dei terreni
partì così proprio dall’Italia centro-meridionale,
anche se poi finì con l’assumere un significato di
tipo eversivo: Caio Gracco andò oltre le mire del
fratello Tiberio e fallì nell’impresa originaria. Di
quel lodevole progetto rimasero comunque i
fondamenti agrari della partizione, la quale è
oggi ravvisabile, in territori come il Vallo di
Diano, oltre che dalle tracce catastali e cartografiche, da una serie di toponimi presenti sul territorio. Le contrade “Barra”, “Palazza”,
“Limitone”, solo per fare un esempio, rinvenibili nelle campagne di Polla, Atena Lucana, Sala
Consilina e Padula, sono parte di quel grande
progetto dei Gracchi che qui nella vallata del
Tanagro ebbe grande risonanza. Altrove, dove
lo studio della centuriazione è ben definito, gli
indicativi di verifica dell’assetto centuriato si
basano sui prediali (da praedia, fondi) che terminano in –ano o –anum o dai nomi di gentes.
Se inizialmente divenire ager publicus era per
un territorio una severa punizione di Roma, con
la demanializzazione da parte dello Stato e il
pagamento del vectigal (imposta), questa forma
di razionalizzazione del territorio assunse, tramite la centuriazione, una forma di governo di tipo
sociale ed economico dalle forti valenze21.
Prime indagini storiche
Delineare una storia della centuriazione nel
Vallo di Diano e nei territori limitrofi non è opera
semplice, perché lo studio va integrato con i
riferimenti topografici, che spesso sono labili e
poco chiari; se poi inseriamo nel nostro discorso
le tracce della ripartizione agraria della prima
metà del Novecento, avvenuta nel Vallo di
Diano, il mosaico ricostruttivo della divisione
agraria romana si fa ancora più complesso.
Secondo la tabella miliare di Polla, l’ager
publicus, prima occupato dai pastores, fu ceduto
agli aratores22; questa definizione accompagna
anche il riferimento al foro costruito nei pressi
della tabella, il che equivale ad introdurre un
altro aspetto della storia urbanistica romana,
quello della costruzione dei vici attorno ai fora
anche per provvedere alla manutenzione della
stessa via militare in costruzione, da parte dei
L'angolo inferiore destro del Lapis Pollae con l'indicazione del foro.
possessori dei lotti di terreno23. Questa scelta
avvenne a scapito dei federati italici, a cui fu
precluso il vantaggio di nuove divisioni ed a
favore dei cittadini romani, anche se Popilio (?)
aveva assegnato le distribuzioni lungo il Tanagro
a beneficio dei federati24. Su questo riferimento
dovrebbe basarsi l’assunto di vari studiosi, tra
cui Elena D’Alto25 sulla presenza in Atina di
famiglie il cui nome è tipico delle genti laziali.
Non meraviglia quindi che Volcei ed Atina, pur
essendo civitates foederatae e possedendo, quali
prefecturae, la civitas sine suffragio, videro
privarsi della possibilità dell’assegnazione dei
lotti di terreno in contiguità della via26. Le
frequenti condizioni di scarsa fiducia verso
Roma o l’essenza stessa della bellicosità dei
Lucani, costituì un probabile pretesto per la
privazione di un diritto importante per gli
indigeni, di ripartire le nuove terre centuriate tra
i coloni forestieri. All’interno dell’assetto
- 25 -
SALTERNUM
strada consolare a Tito Annio Lusco, console nel
153 a. C. La difficoltà delle ricerche su questa
tematica si origina innanzitutto dalla confusione
tra il Forum Popili della Tabula Peutingeriana e
il Forum Anni citato in altri itineraria romani31.
In questa località giunse Spartaco trovandovi
occasione per colpire i proprietari delle estese
possessioni fondiarie e attrarre gli schiavi
scontenti. Il foro si trovava allora nell’ager di
Volcei ed in Campo Atinati, ma dipendente
amministrativamente dalla prima città.
La villa rustica romana di Atena-Brienza in un disegno dell'autore.
L'edificio era un tipico esempio di costruzione rurale nell'agro
centuriato di media estensione.
centuriato ebbe molta importanza la costruzione
del foro, sul quale venne posta in bella mostra e
sormontata dalla statua del costruttore della via,
l’Elogium. In effetti nei fora sorgevano vari
piedistalli con le statue di illustri personaggi con
gli elogi delle loro imprese, prova ne è anche
l’appellativo ad Statuam presente nella pietra
miliare di Polla, che doveva indicare la presenza
di una scultura, forse lo stesso Popilio, a un
punto intermedio della strada da lui fatta
costruire. In effetti l’iscrizione di Polla è anche
un’autocelebrazione del costruttore della via in
uno dei siti archeologici identificato con il pagus
forensis, citato nel titolo epigrafico di Volcei del
323 d. C. (In effetti il foro dell’elogio dovrebbe
corrispondere con certezza al pagus citato
nell’iscrizione murata alla base del castello
medioevale di Buccino)27. La presenza del foro
di Polla costituiva anche uno snodo viario per
l’intera alta Valle del Tanagro; difatti la via che,
andando verso sud-ovest, attraversava il ponte
insistente, oggi come allora, sul fiume Tanagro,
costituiva un ramulus verso il municipium di
Tegianum ed attraversava i territori degli attuali
paesi di Sant’Arsenio, San Pietro al Tanagro. Del
tracciato alternativo, di cui fa menzione, anche
se in forma di ipotesi, il Marzullo28 ne ho fornito
un’ipotesi nel mio lavoro su Sant’Arsenio29, che
prevede una ripartizione centuriata anche
nell’agro del paese, ai confini con Polla. Sul
forum un contributo fondamentale di studio è
stato offerto da Vittorio Bracco30 con la
rivendicazione (ripetuta spesso in altri suoi
scritti) della paternità dell’Elogium e quindi della
I toponimi ed i termini graccani
I termini graccani in Italia Meridionale
riportati dallo studio del Marzullo sono otto in
totale e tre provengono dal territorio del
Tanagro; le colonnine erano degli strumenti utili
all’indicazione delle centurie nelle assegnazioni
dei triumviri e le tre dell’area tanagrina sono
del 131 a. C.; quella di Sala Consilina, descritta
anche dal Mommsen nel Corpus Inscriptionum
Latinarum, è senza indicazione gromatica ossia
senza le coordinate della sua posizione
originaria32. Dall’analisi topografica e dalla
presenza di un ulteriore termine graccano, il sito
centuriato di Sicignano degli Alburni risulta di
particolare importanza per la definizione
dell’assetto agrario delle microaree pianeggianti,
valido esempio per la definizione di tracciati e
suddivisioni agronomiche anche in piccoli
pianori montani contigui al Vallo di Diano33. Nel
1929 il Marzullo rinvenne a Zuppino, frazione di
Sicignano degli Alburni, in località S. Andrea, un
termine graccano riportante ancora il vertice
con l’indicazione gromatica: D XIII – K I, ossia
tredicesimo decumano e primo cardo, che
formavano l’angolo esterno di una centuria; il
termine dalle dimensioni di 0,61 metri di altezza
per 0,55 metri di diametro, coincideva con
l’assetto classico del sistema di orientazione che
prevedeva il cardo rivolto da est ad ovest e
coincidente con la strada34. Ancora oggi la
ricerca sulle assegnazioni graccane, dopo
interessanti studi sull’argomento, pone alcune
incertezze sui limiti ed i momenti delle
ripartizioni35. Il termine di Sicignano, quando fu
ritrovato, era l’ottavo dell’intero territorio italico.
Degli altri sette termini ritrovati all’epoca del
- 26 -
MARCO AMBROGI
Marzullo in area campano-lucana (altri si
rinvennero nel Piceno), tre provenivano
dall’agro di Aeclanum e Compsa e sono datati al
129 a. C. secondo il Mommsen e al 123 secondo
il Carcopino; due fanno riferimento all’area
campana di Sant’Angelo in Formis e Capo di
Conca (nell’antico territorio di Suessula) ed altri
due provengono dalla Lucania: Polla e Sala
Consilina36. Sappiamo bene che a questi,
almeno in Lucania sono da aggiungere i termini
di Auletta, Atena Lucana ed un altro di Sala
Consilina. Mentre i termini apuli sono a confine
delle possessiones veteres (tra l’agro pubblico e
quello privato), quelli campani e lucani invece
dividono l’agro centuriato (assegnazioni
coloniarie o viritane), cioè sono dei termini
posti agli angoli delle centurie per delimitare i
confini e le posizioni rispetto alle altre centurie,
comprese nell’ager divisus et adsignatus con
indicazioni gromatiche incise sugli stessi
termini. I riferimenti graccani della Campania e
della Lucania del 131 a. C. sono da attribuire ai
triumviri Caio Sempronio Gracco e Publio
Licinio
Crasso,
dimostrando
l’intera
applicazione della Lex Sempronia Agraria del
133 a. C. in queste aree. Solo i territori
campano-lucani hanno restituito termini che
attestano le assegnazioni di Caio Gracco
nell’applicazione della legge del fratello Tiberio,
operazione, che come abbiamo già accennato
portò a nefaste conseguenze per il tribuno, che
si scontrò con il partito conservatore degli
optimates ossia i ricchi latifondisti dell’ordine
senatorio e consolare e venne ucciso37. Una
citazione del tutto particolare sulle limitazioni
della centuriazione è quella del Pais, nel Liber
Coloniarum:
“IN PROVINCIA LUCANIA PREFECTURAE,
ITER POPULO NON DEBETUR./ VULCEIANA, PESTANA, POTENTINA, ATENAS
ET CONSILINE, TEGENENSIS. QUADRATE CENTURIAE IN IUGERA N. CC./ GRUMENTINA. LIMITIBUS GRACCANIS QUADRATIS IN IUGERA N. CC. DECIUMANUS
IN ORIENTE, KARDO IN MERIDIANO./
VELIENSIS. ACTUS N. XQ PER XXV.”38
Da questo riferimento desumiamo le forme
delle centurie. Infatti, nel territorio delle valli del
Tanagro, anche i possedimenti delle prefetture
con 200 iugeri di assegnazioni in una centuria,
equivale al sistema base della partizione
gromatica. Lo studio del Pais rivela che le
prefetture non erano costituite da territori
dipendenti dalle colonie o dai municipia, ma da
località e territori in cui vi era la giurisdizione di
un praefectus inviato dal praetor urbanus ad
esercitare la giurisdizione in paesi e città di cives
romani sine suffragio39. Ciò proverebbe il fatto
che i diversi orientamenti centuriati rinvenibili
Il termine
graccano di Polla.
Il termine
graccano di Atena
Lucana (Museo
Nazionale di
Napoli).
nel Vallo di Diano ed in genere nell’area del
Tanagro, debbono essere interpretati come
appartenenti a diversi sistemi di partizione,
all’interno dei limiti amministrativi delle
prefetture. Con questo non mi riferisco solo
all’evidente cambio di direzione della via
consolare e della centuriazione tra lo Scorzo ed
il Vallo di Diano, ma anche al leggero
spostamento (orografico e cartografico) che si ha
nell’analisi delle tracce di centuriazione tra i
territori di Forum Anni (dipendente da Volcei il
- 27 -
SALTERNUM
cui territorio confinava amministrativamente con
Paestum ad occidente e con Atina a
mezzogiorno), Atina e Cosilinum, per non
parlare di Tegianum, che si trova sull’altra
sponda del Tanagro. Il termine di Zuppino è uno
dei pochi con indicazione gromatica che precisa
in modo esplicito il suo posizionamento
all’interno del sistema di pia. In effetti nell’ager
centuriatus la ripartizione avveniva solo
nell’agro pubblico per poi poterlo assegnare in
modo viritano o coloniario, da parte di magistrati
a cui era demandata l’adsignatio in virtù di una
legge agraria o coloniale. L’agro centuriato era
poi solo in parte assegnato; infatti l’esiguità dei
coloni in determinati territori, rispetto alla vastità
della colonia stessa, potevano far scaturire una
limitata partizione agraria, così come avvenne
per le adisgnationes viritariae (cioè individuali),
che estesero il suolo utile all’agricoltura in modo
superiore ai pochi agricoltori presenti sui
territori interessati40. Sul sistema di orientazione i
gromatici preferirono orientare il cardine in
direzione nord-sud, anche se altri sistemi
posizionarono il cardine diretto verso est-ovest.
Questa seconda scelta per il Mommsen è la più
antica e riferibile all’età dei Gracchi; poteva
perciò capitare che due territori limitrofi,
soprattutto in aree con orografia accentuata,
avessero sistemi di orientazione diversa. Anche
se per Frontino porre il cardine a mezzogiorno
ed il decumano a oriente era contra ragionem, il
territorio di Grumentum adottò proprio tale
scelta41. Secondo il sistema di partizione dei 200
iugeri (50 ettari circa) della Lucania e nella
testimonianza diretta di ritrovamento del termine
graccano, lo studio di Guariglia e Panebianco
offre uno spaccato chiaro ed esaustivo del
posizionamento secondo i cardini ed i decumani
della centuriazione dell’area di Zuppino e di
parte del Vallo di Diano. Il ritrovamento del
termine di Sicignano dimostra l’esistenza di un
assetto centuriato ben strutturato ed ampio
anche in una zona accidentata. La località di
Zuppino corrisponde alle Nares Lucanae citate
da Cicerone nella lettera scritta ad Attico nel
momento dell’esilio. In questo territorio non fu
possibile delimitare una centuria quadrata di 200
iugeri, ma fu eseguito un subsicivium, ossia una
centuria dimidiata per il passaggio della via
pubblica42. La strada seguiva la direzione del
cardine massimo o si identificava con esso,
probabilmente gli agrimensori in questo
territorio si sono serviti della via stessa come
cardine massimo per comodità, in analogia ad
altre zone d’Italia. L’Alburno segnava ad oriente
il confine della prefettura di Paestum, quindi il
termine era in una delle ultime centurie di
Volcei. La precisione dello studio di Guariglia e
Panebianco rivela che la distanza tra il sito del
rinvenimento (13° decumano) ed il punto in cui
la via per superare il Tanagro volge a sud, ne
perde l’orientamento diventandone decumano e
determina esattamente 13 centurie43. Nel 1936-37
fu ritrovato il termine di Sala Consilina nelle
vicinanze della chiesa di San Sebastiano, a nordovest dell’abitato. Il documento era stato già
segnalato dal Mommsen: “Sotto Sala, alla via
consolare, contrada Barro, sotto al casino dei
Sabini verso Padula” (lo stesso forse del Brunn
che vi lesse …INI…/III. VIR. A/). Il termine
ritrovato nel 1936 era completamente nascosto
in un angolo, prospiciente la Via Nazionale, di
un muro di cinta di un fondo privato, in situ ed
orientato. Per questo termine (anche se il posto
indicato era diverso) il Mommsen riportò
l’indicazione dedicatoria di questo termine:
C. Sempronius ti. f. grac./ AP. CLAVDius c.
f. polc./ P. LICINIVS. p. f. cras./ III. VIR. A.
I. A.44
che riporta il nome dei tresviri, i quali con
Caio Gracco nel 131 a. C. operarono le assegnazioni. Ci troviamo in questo caso con un orientazione simile a quella di Volcei, dato che il termine riporta la posizione del 5° cardine a sinistra e
del decumano massimo. Altri dati importanti,
secondo quanto sopra riportato (riferimento del
Pais) è che in Lucania le vie costituite dai limites
non erano aperte al pubblico, tranne che agli
actuarii. un assetto con limites indicativi e non
praticabili. Il tracciato della Regio-Capuam seguiva qui la statale SS. 19 delle Calabrie ed il ritrovamento avvenne in una via vicinale. Con il termine di Atena Lucana (ritrovato nell’anno 1897 ed a
- 28 -
MARCO AMBROGI
cui manca l’indicazione del decumano) conservato al Museo Nazionale di Napoli, ci troviamo di
fronte ad un assetto centuriato ben definito con
l’esatto collocamento dei due termini (settimo
cardine per il termine di Atena). Tra i due termini esistevano sette centurie ultra cardinem e 5
citra cardinem, il territorio della prefettura di
Atina seguiva quasi lo stesso sistema di orientazione di Volcei perché la via separava le due prefetture e quindi non vi era confusione tra i due
territori. La via poi costituiva il decumano massimo nel Campo Atinate e il limite di distanza tra i
due termini veniva ad essere di 550 piedi, ossia la
quarta parte della lunghezza dell’intero limite del
lotto (acceptum); due centurie erano quindi divise in quattro lotti rettangolari di 50 iugeri ciascuno. Il riferimento costituisce la prima indicazione
della misura assegnata dalla Legge Agraria nel
133 a. C. La differenza dai 550 piedi ai 600 previsti è definita dal fatto che i lotti prossimi alle larghe strade erano di minore estensione, ossia vi
venivano detratte le larghezze della strada pubblica. Dunque nel Vallo di Diano i lotti previsti
erano quadrati di 50 iugeri (circa 12,5 ettari), così
come nel resto della Lucania romana, a differenza di quanto detto dal Mommsen, che ne aveva
indicato l’estensione a 30 iugeri, indicazione
ripresa da tutti gli altri studiosi che avevano
seguito le sue note storico-archeologiche45.
La casistica.
Le prime ipotesi di ricerca miranti ad una
ricostruzione integrale dell’assetto centuriato del
Vallo di Diano e della Valle del Tanagro in generale, pongono le basi di una ricerca analitica per
singole fasi e luoghi, (al centro del presente
scritto). Una veduta globale, pur se con tutti i
limiti della ricerca storica cartografica, può venire alla luce dopo anni di studio e di applicazioni su carta dei principi e dei metodi della centuriazione. In questa prima analisi sono stati
affrontati alcuni casi che costituiscono i primi
tasselli di un più ampio mosaico ricostruttivo. Le
aree prese in esame sono quelle di Sicignano
degli Alburni ed esattamente della contrada
Scorzo, di Polla, del tratto tra Atena Lucana e
Sala Consilina e del conseguente tratto verso
Padula. In altri lavori46 dello scrivente si è
Tracce di centuriazione nell'area del forum.
affrontata anche l’analisi di assetti centuriati
nell’Ager Tegianensis ed in modo particolare
nelle zone di contrada Pozzo (tra Sant’Arsenio e
Polla) e contrada San Marzano (a San Pietro al
Tanagro), che hanno restituito interessanti spunti per ulteriori ricerche di approfondimento. Il
primo territorio della Valle del Tanagro che
l’antico visitatore ritrovava nel percorso verso
sud della Consolare, erano le Nares Lucanae,
nelle quali i Romani diedero avvio alle prime
esecuzioni di partizione agraria. Nello studio su
base aerofotogrammetrica in scala 1:25.000, il
primo impatto che si ha nell’analisi delle tracce
è quello di una molteplicità di orientamenti
degli assi ortogonali, che fanno prevedere diverse redistribuzioni di territorio, infatti nell’area a
nord del valico dello Scorzo, nel punto in cui la
mappa indica la contrada “Corticelle”, il tracciato segue un andamento nord-est/sud-ovest,
mentre poco oltre la borgata dello Scorzo, verso
est, gli assi sono perfettamente orientati nordsud. Altre tracce in mappa nel camminamento
verso est, indicano diversi scarti di orientamento, presupponendo il tracciato viario quale asse
preferenziale. La mancanza di unitarietà potrebbe esser supplita da uno studio accentrato su
cartografia in scala 1:10.000, che definirebbe in
modo certo la consequenzialità delle tracce in
un unico disegno unitario. Di certo è che nel
tratto a nord dello Scorzo lo scarto eccessivo di
orientazione rimanda alla supposizione che tale
area potrebbe rientrare nella prefettura di
Paestum, anziché in quella di Volcei (alla quale
si uniformano le altre tracce secondo le orientazioni), confermando quanto ipotizzato prece-
- 29 -
SALTERNUM
Tracce ortogonali di centurie nell'area del forum.
Teggiano (SA) contrada San Marco, foto area.
Agro centuriato tra Sala Consilina e Padula (SA). Foto area che
evidenzia a dx l’area di Marcellianum.
dentemente attraverso le indagini di Marzullo,
Panebianco e Guariglia. La mancanza del termine ritrovato dall’illustre archeologo Marzullo
negli anni ’30 nel suo sito originario47, non consente al momento di accertare la posizione dei
limites, dell’orientazione della centuriazione e di
eventuali subsecivae di separazione48 tra i limites
stessi, che in un territorio dall’orografia acciden-
tata come questo, non sempre possono essere
rispettati. Tra l’area delle Nares ed il Forum,
come abbiamo visto, la via Consolare subiva un
deciso scarto di percorrenza passando dal cardo
massimo a un decumano. Se allo Scorzo la via
costituisce l’elemento più indicativo della partizione centuriata, non è lo stesso caso nel Vallo
di Diano, dove in alcuni punti la strada non
tiene conto dell’ortogonalità dei limites.
Nonostante i due territori citati appartenessero
alla prefettura di Volcei, l’orografia del territorio
e i forti dislivelli, oltre alla posizione del nord
geografico diverso per l’assialità delle due vallate, condizionarono l’orientazione, che all’inizio
del Vallo di Diano si presenta con i cardi ed i
decumani orientati verso Nord nord-est e Sud
sud-ovest. Nell’analisi della carta catastale in
scala 1:10000 è evidente che i laterculi di centuria (la quarta parte) ebbero assegnazioni singole o forse furono generati da accorpamenti di
divisioni più piccole, infatti, tranne che per
l’area del Forum in cui si registra una maggiore
presenza di tracce ortogonali a breve distanza, la
maggioranza delle linee di studio sulla cartografia segue un passo medio di circa un quarto di
laterculus. L’area presa in esame è quella che si
pone tra la partizione agraria di epoca fascista
ed i primi rilievi della Maddalena, occupando la
fascia pedemontana in cui furono impiantati
anche i centri minori della vallata ed i pagi. Un
esempio di ciò è l’attuale borgo di Sant’Antuono
che la tradizione storica pone sulle vestigia di
Rustillanum. Uno studio approfondito si è rivolto all’area del borgo San Pietro di Polla, che
sorge sull’antico Forum Anni. In effetti non solo
le tracce catastali, ma anche quelle viarie indicano la presenza di un ben congegnato assetto
quadrangolare, evidente dalla carta 1:10.000
catastale e 1:25.000 aerofotogrammetrica. La Via
Consolare incrocia ad angolo retto la stradina
che dalla chiesa di San Pietro (davanti alla quale
fu ritrovato il podio con scalinata di un tempio)
scende giù verso il moderno abitato di Polla e
va a congiungersi in modo perfetto al ponte di
origine romana che scavalca il fiume Tanagro.
La parcellizzazione catastale ed il sistema viario
indicano con certezza i limiti dell’antico foro,
che probabilmente ebbe ad occupare un later-
- 30 -
MARCO AMBROGI
culus di centuria integrandosi perfettamente con
il sistema centuriato dell’agro contermine. Ci troveremmo, se le ipotesi fossero valide, in quella
particolare condizione di continuità tra città ed
agro centuriato, per cui l’area urbana è perfettamente inserita nel reticolo agrario; i limites della
centuriazione avrebbero così i decumani coincidenti con le direttrici di collegamento tra la parte
rurale ed il polo urbano. L’area dell’estensione
del forum ci proverrebbe anche dalla presenza
del mausoleo di Gaio Uziano Rufo (esterno all’abitato in quanto monumento funerario) posto
(nel sito) ad nord-ovest del forum. Una prova
certa dell’orientazione esatta è data anche dal
ritrovamento recente di un tratto di strada, emerso nel corso dei lavori di ampliamento per
l’ammodernamento dell’autostrada SalernoReggio Calabria. Il pezzo di strada lastricato in
basoli di pietra di media dimensione (in cui si
vedono persino i segni di usura lasciati dai carri)
che il Bracco riporta al secolo XVIII49, ricalca un
tratto viario più antico, che risulta parallelo al
sistema centuriato delineato e perpendicolare
alla Via Consolare (attuale Strada Statale n. 19
delle Calabrie). La via potrebbe essere un limes,
anche in considerazione della sua larghezza
(che risulta) di circa 2 metri (8 palmi), misura
vicina agli 8 piedi previsti per le via pubbliche e
private delle centurie. Lo scarto evidente dell’orientazione delle centurie tra Polla ed Atena è
una prova ulteriore che il confine attuale tra i
due paesi segnava i limiti delle prefetture di Atina
e Volcei. In quest’area i toponimi rurali sono un
ottimo indice della presenza storica di centuriazione, infatti ricorrono qui termini quali “Limitone”,
“Barra”, “Limite del Pozzo”, “Taverna”, evidenti
segni “scritti” della partizione agraria di epoca
romana. Per ciò che concerne l’orientazione, ci
troviamo qui in presenza di assi diretti verso
ovest/nord-ovest con scarto di molti gradi nel
goniometro orientativo di riferimento. Due
microaree di studio, una posta a nord dell’abitato di Atena Lucana Scalo ed uno a sud, hanno
rivelato (su carta catastale 1:10.000) rispettivamente una partizione in un laterculus di lunghe
strisce di terreno (forse ripartizioni di epoche
successive, probabilmente longobarde) e di evidenti actus quadrati, regolari e di buon numero,
che proverebbero le primitive assegnazioni
graccane. La partizione agraria cambia ancora
orientazione nei territori di Padula, rimanendo
costante in quello di Sala Consilina, evidente
segno dell’altro limite di prefettura tra Atina e
Cosilinum. In microaree di studio sotto gli abitati di Sala e Padula ricorrono ancora le partizioni in lunghe strisce di terreno, che rimandano
ancora alla dominazione longobarda delle con-
Tracce centuriate in agro di Sala Consilina.
Padula (SA). Assetto centuriato nei pressi della Certosa di San Lorenzo
trade, che frazionò ulteriormente il territorio
diviso in epoca romana. Mentre nella maggior
parte dei casi la Via Consolare non segue
l’allineamento dei decumani delle centurie, nell’area posta tra il confine di Atena Lucana con
Sala Consilina (in luogo prossimo al ritrovamento del termine graccano sopra descritto) la strada Regio-Capuam costituisce il riferimento più
importante per lo studio delle centurie e prova
che essa ne fu decumano massimo. Tale affermazione viene condivisa anche in analogia a
- 31 -
SALTERNUM
Tracce nell'area della certosa di San Lorenzo.
Centuriazione a San Marzano di San Pietro al Tanagro.
Tracce centuriate allo Scorzo.
quanto riportato negli studi di Guariglia e
Panebianco, che in riferimento al termine graccano (non più in sito) estratto da un muro in
contrada San Sebastiano di Sala, ipotizzano in
questo punto l’assetto centuriato con la via
quale asse maggiore. Sappiamo bene dagli studi
del Bracco (La Valle del Tanagro durante l’età
romana) che la via non costituì l’asse maggiore
della centuriazione per tutto il Vallo di Diano,
sia in conseguenza di una prassi, resa evidente
anche da studi in altri territori d’Italia, che dalla
poca economicità che una tale scelta poteva
comportare;
infatti come già detto,
l’adattamento di una via consolare alle condizioni del terreno, condizionavano pesantemente i
costi, con la realizzazione di viadotti e infrastrutture di contenimento, dalla difficile resa e manutenzione. Anche per l’area di Marcellianum
siamo in presenza di tracce evidenti di partizione ortogonale, anche se tali indicazioni proprio
in contiguità al battistero di San Giovanni in
Fonte si fanno rade o scompaiono, segno che la
frequentazione dell’area in età medioevale cancellò in modo quasi definitivo le tracce più antiche. Il ritrovamento di un tratto di strada romana50 (non lastricato ma in terreno battuto), lungo
la via detta del Procaccia, proprio alle spalle del
battistero, conferma sulla carta la presenza dell’orientazione centuriata stabilita, in analogia al
territorio contermine.
Ricostruzione dell’assetto centuriato
La centuriazione nel Vallo di Diano avvenne
sui due versanti della valle, seguendo le linee di
pendenza del terreno ed i valloni delle acque.
La sua disposizione è orientata in posizione
nord-ovest/ sud-est nel tratto compreso tra Polla
e Sant’Antuono, territorio che faceva anticamente parte di Volcei, leggermente ripiegata verso
nord nel resto della vallata. La sua estensione si
allargava al territorio collinare dei versanti scendendo fino a lambire i terreni paludosi, mentre
dalle colline si estendeva in pochi punti su piccoli rilievi. In questi casi per la suddivisione del
territorio centuriato si procedeva al metodo
della coltellatio. Tratti di centurie, soprattutto
dove il terreno era più accentuato in rilievi,
erano lasciate al pascolo oppure erano solamen-
- 32 -
MARCO AMBROGI
te divise in quattro quadranti di centuria. Da
queste prime indicazioni su tasselli di un mosaico più ampio, dovrebbe partire il principio di
una ricerca storico-archeologica ampliata, che
veda non solo le istituzioni competenti, ma
anche gli studiosi, affrontare un campo della
ricerca storica che fino ad ora ha dato belle speranze ma pochi risultati. L’abbandono alle paludi della centuriazione, nel periodo tardoromano
ed altomedioevale, coincise con il degrado del
territorio stesso, la forza centripeta dei nuovi
agglomerati medioevali trasformarono il reticolato quadrato dell’assetto romano in quello a stella di forma medioevale. Con la “cattura” dei
limites sia da parte dei nuovi centri sorti in quei
secoli, sia con i monasteri, i villaggi o le chiese
importanti, che assunsero la funzione di nuovi
poli aggregativi civili e sociali, si persero molte
delle tracce del periodo romano. Ancora
nell’Alto Medioevo, il funzionario di corte
Cassiodoro, presente alla fiera di San Cipriano di
Marcellianum poteva osservare gli estesi latifondi della vallata dianense, segno che i grandi
appezzamenti di terreno avevano allora del tutto
ricompreso, entro i loro limiti, le estensioni del
progetto graccano originario della centuriazione.
Nonostante ciò ancora oggi nei nomi, ma
soprattutto nelle forme del nostro paesaggio,
l’impronta datagli dalla centuriazione costituisce
un aspetto prevalente da salvaguardare e studiare, alla luce non solo delle nuove tecniche di
indagine di fotogrammetria aerea, ma anche
dalle basi di conoscenza acquisite nel corso
degli anni in altri territori interessati dalla centuriazione, in Italia e nelle antiche aree dell’impero romano.
Foto aerea dell’area centuriata tra Atena Lucana e Sala Consilina (SA).
- 33 -
SALTERNUM
NOTE
Per i riferimenti alla città di Teggiano in età romana ed
alle sue scoperte, pur con i dovuti riguardi storiografici
d’attendibilità, cfr. S. Macchiaroli, Diano e l’omonima sua
Valle, Ricerche storico-archeologiche, Napoli 1868, ristampa
anastatica - con L’ambone della cattedrale di Diano, Napoli
1874 - Teggiano 1995.
2
CURTO, Notizie storiche sulla distrutta città di Atinum lucana, Sala Consilina 1901.
3
Uno studio completo sui materiali epigrafici e sulle evidenze dell’antica città è M.C. GALLO, La riscoperta di
Cosilinum, Associazione Carthusianova, Salerno 2004.
Approfondimenti su Cosilinum ed in generale sul Vallo di
Diano in età romana si possono trarre dal catalogo a cura
di M. ROMITO, Vecchi scavi, nuovi studi, sul Museo
Archeologico Provinciale della Lucania Occidentale nella
Certosa di San Lorenzo, edito a cura della Provincia di
Salerno. In particolare si rimanda per la tipologia delle
domus e delle ville di campagna a p. 121 e ss; 147 e ss. con
gli studi sui ritrovamenti di strutture familiari in contrada
“San Cristoforo” e “Campana”.
4
Sulle note della descrizione della Valle del Tanagro in età
romana la fonte è: V. BRACCO, La Valle del Tanagro durante l’età romana, Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei,
Anno CCCLIX 1962, Memorie, Serie VIII – Volume X, fascicolo 6, Roma 1962, pp. 428 - 480. Altri riferimenti di interesse per la globale comprensione delle vicende delle valli
del Tanagro in età romana sono in A. FRASCHETTI, Età romana, le vicende storiche, in AA.VV., Storia del Vallo di Diano,
vol. I, Età antica, Salerno1981, pp. 201 e segg. Per l’analisi
epigrafica dei termini il rimando è: V. BRACCO, Inscriptiones
Italiae, Volumen III – Regio III, Unione Accademica
Nazionale, Roma 1974, p. 159 e segg.
5
GRUTER, Inscriptiones antiquae totius orbis Romani etc.,
Heidelberg 1603, tratto da A. Marzullo, L’Elogium di Polla,
la via Popilia e l’applicazione della lex Sempronia agraria
del 133 a.C., Salerno 1937, p. 4.
6
A. Marzullo, L’Elogium…, op. cit., pag. 4.
7
Ibidem; l’autore è dell’avviso che l’epigrafe sia stata
ritrovata in loco e non ad Atena.
8
A. Marzullo, L’Elogium…, cit., p. 5. La lastra misura 0,70 x
0,74 m ed era incassata nel monumento antico scomparso.
9
Ibidem, p. 6. Il nome del personaggio elogiato e la sua
carica, secondo il Marzullo, dovevano essere a lettere più
grandi in un’altra parte della base onoraria, dispersa.
10
F. CURCIO RUBERTINI, Origini e vicende storiche di Polla nel
Salernitano,Sala Consilina 1911, pp. 228 - 229.
11
A. MARZULLO, L’Elogium…, op. cit., pag. 8,9. In effetti nel
132 a.C. è effettivamente esistito il console P. Popilius C. f.
Laenas; con l’operazione della Legge Agraria, l’Ager
Publicus, allora, incolto venne tolto ai latifondisti e distribuito agli agricoltori per l’impianto di nuove colture.
L’autore riporta due riferimenti storici importanti: IL
CARDINALI negli Studi Graccani, ritiene che i triumviri
abbiano avuto potere di distinguere la proprietà privata
dall’Ager Publicus e per farne le misurazioni e le distribuzioni di terre demaniali, mentre IL CARCOPINO nei suoi
Autour de Graques, Parigi 1928 (p. 219 e ss.) accerta che
la distribuzione dell’Ager con forme dell’Adsignatio fosse di
pertinenza della commissione triumvirale. Ibidem sopra,
pp. 10 - 11.
1
12
Misurare la terra: centuriazione e coloni nel mondo
romano, Nuova ed. aggiornata, Modena 2003, p. 23.
L’interessante testo, alla base degli studi sulla centuriazione,
riprende un primo catalogo, edito nel 1984 riferito ad una
Mostra organizzata dall’Assessorato alla Cultura del
Comune di Modena, in coordinazione con il locale Museo
Civico.
13
Ibidem, p. 25.
14
La descrizione dei metodi di centuriazione è desunta
dalla dispensa del corso di Analisi della città e del territorio del prof. Giampiero Calza (Analisi del paesaggio
agrario: la centuriazione), Politecnico di Milano, Facoltà di
Architettura, Campus Bovisa, a.a. 2000-2001. Le note, con
approfondimenti sul Vallo di Diano sono state riportate
nella tesi di laurea dello scrivente, relatore il prof. Calza dal
titolo Il Vallo di Diano, morfologia e fasi insediative,
Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, a.a. 20022003.
15
Misurare la terra…, cit., p. 26.
16
Ibidem.
17
Ibidem, p. 40.
18
Ibidem.
19
Ibidem, p. 75.
20
Ibidem, p. 81.
21
Misurare la terra…, op. cit., per tutto ciò che concerne
le indicazioni e gli spunti sulle forme e sui metodi della
centuriazione.
22
A. Marzullo, L’Elogium…, op. cit., p. 11.
23
Ibidem, p. 12.
24
Ibidem
25
E. D’ALTO, Atena antica, Salerno 1985.
26
A. MARZULLO, L’Elogium…, cit., p. 12 - 13.
27
Ibidem, pp. 25 - 26; 35. Per ciò che concerne il foro di
Polla. Per le stazioni della via Consolare cfr. ibidem, pag.
30
28
A. MARZULLO, L’Elogium…, cit., p. 32.
29
M. AMBROGI, Sant’Arsenio tra Medioevo ed età moderna,
Sala Consilina 2006, primo capitolo. Nell’agro di San Pietro
al Tanagro, in località San Marzano, il ritrovamento di frammenti di vaso con impresso il simbolo della Trinacria, fa
supporre anche in loco la presenza di un villaggio o di una
necropoli, che ebbe vita fino alla guerra medioevale del
Vespro.
30
V. BRACCO, Il luogo di Forum Anni (In margine all’Elogium
di Polla), estratto dal volume unico 1965-66 dell’Archivio
Storico per la Calabria e la Lucania, Roma 1966.
31
Ibidem, pag. 153.
32
A. Marzullo, L’Elogium…, op. cit., pag. 13 e 14. Un altro
termine fu rinvenuto ad Atena Lucana, mentre quello di
Sicignano fu ritrovato dallo stesso Marzullo, così come
l’altro di San Pietro di Polla.(nell’anno di scrittura del testo
di riferimento). Il termine di San Pietro era senza iscrizione
ed indicava i lotti (sortes o acceptae) assegnati all’interno di
una centuria a ciascun agricoltore, secondo la previsione di
larghi conferimenti di terreno a questa categoria di lavoratori. Ibidem, pag. 18.
33
Tra i paesi di Polla ed Atena Lucana, ma in territorio di
Brienza, un vecchio sito di scavo archeologico, ha restituito le fondazioni di una villa rustica romana, di cui ebbi
modo di parlarne nell’anno 2004 in “La villa rustica romana
di Atena Lucana”, in Il Saggio, Anno IX, n. 95, febbraio
2004, pag. 7.
- 34 -
MARCO AMBROGI
L’area tra Sala e Padula. In evidenza i segni ortogonali secondo il
metodo francese.
L'area tra Sala e Padula nella carta al 25.000
Sovrapposizione aerofotogrammetrico-centurie
Grafico del reticolo centuriato.
- 35 -
SALTERNUM
A. Marzullo, L’Elogium…, op. cit., pag. 14. La centuria
dello Scorzo in questo caso era posta sul cardine massimo,
sulla Via Popilia. Ibidem, pag. 31.
35
E. Guariglia-V. Panebianco, Termini graccani rinvenuti
nell’antica Lucania, Salerno 1937, pag. 39. Le parole cippo e
termine sono spesso confuse tra di loro, ma il primo è riferibile ad un monumento sepolcrale con iscrizione funebre o a
uno dei segni a confine del sepolcro, l’altro invece è riferibile
al confine agrario e territoriale. Ibidem, pag. 39, nota 2.
36
Ibidem pag. 40.
37
Ibidem, pag. 40 e segg., per i riferimenti ai termini ed alla
loro collocazione.
38
Pais, Liber Coloniarum, I, pag. 209, 4L, pag. 1, riportato
in E. Guariglia-V. Panebianco, Termini graccani, op. cit.,
pag. 42.
39
E. Guariglia-V. Panebianco, Termini graccani, op. cit.,
pag. 43.
40
Ibidem.
41
Ibidem, pag. 48, nota 2 e 3.
42
Ibidem, pag. 56 e 57.
43
Ibidem, pag. 57 e 58.
44
Ibidem, pag. 59 e 60. Gli autori correggono la dicitura in
questo modo: C. Semp Ronius TI. f./ AP. CLAVDIUS C. F./
P. LICINIVS. P. F./ III. VIR. A. I. A.
45
E. Guariglia-V. Panebianco, Termini graccani…, op. cit.,
pag. 61-72 per tutto ciò che concerne i termini di Atena e
di Sala Consilina.
34
Vedi nota 27.
La conferma della mancanza del termine, trafugato, mi è
stata data dal dott. Felice Pastore, direttore del Gruppo
Archeologico Salernitano, al quale va il mio ringraziamento per il supporto alla presente iniziativa di pubblicazione
del testo. Del Gruppo Archeologico Salernitano è anche un
interessante studio sull’Archeodromo della Lucania
Occidentale, ricco di immagini e spunti originali per una
comprensione integrale della storia romana delle valli del
Tanagro.
48
Sulla questione del subsicivium è d’accordo, per l’area di
Scorzo, anche il Bracco, anche se inquadra il fenomeno
come ritaglio di un assetto centuriato (V. BRACCO, Sicignano
in età romana, in Appunti e documenti per la storia del territorio di Sicignano degli Alburni, a cura di C. CARLONE e F.
MOTTOLA, Salerno 1988, p. 21.
49
V. BRACCO, D’una strada del Settecento tornata alla luce
nelle campagne di Polla, in “Rassegna Storica Salernitana”,
n. 44, Salerno 2005, pp. 237-243.
50
Il riferimento è ad un Convegno tenutosi in giugno a
Padula, durante il quale sono stati presi in esame i primi
ritrovamenti archeologici eseguiti dalla Soprintendenza di
Salerno a cura della dott.ssa Anna Di Santo.
46
47
- 36 -
NICOLA FIERRO
Il tumulo di Caligola a Bisaccia
A
gli inizi del 1779 da Bisaccia fu inviato
al re Ferdinando di Borbone il
seguente esposto anonimo:
«S(acra) R(egale) M(aestà )Sig(no)re
I particolari cittadini della Città di Bisaccia,
provincia di Montefusco, supplicando esponcono alla M(aestà) V(ostra), come da c(irca) tre
Mesi addietro nel tenimento, o sia in un territorio del Secondo Eletto dell’Uni(versi)tà della
me(desi)ma Città, chiamato Lorenzo, fu ritrovato una iscrizione in lingua latina col
Tumolo, entro di cui vi stavano pezzi preziosi
di antichità, e la dett’iscrizione dice così: Cajus
Calicola quartus Romanorum Imperator confossus iacet, con altre parole, che al p(resen)te
non si ricordono, benché in detta Città si sono
fatte le copie, e tradotte per intero. Tutto ciò è
publico, e trattandosi di antichità di un
Tumolo d’un quarto de’ Imperatori de’ Romani
douea il detto Amministratore [...] presente alla
M(aestà) V(ostra), e si approfittato del tutto, e
tuttavia smaltisce i pezzi antichi, e che sono di
gran valore. E perciò V(ostra) M(aestà) potrà
degnarsi se lo stima di ordinare al Preside
Provinciale di Montefusco che appuri, o facci
appurare il fatto notorio p(er) altro riscuotersi
li pezzi antichi coll’iscrizione da chi li tiene, e
rimettersi il tutto nel Vostro Regal Moseo, ut
Deus...». L’esposto suddetto fu passato alla
segreteria della Casa Reale, retta allora da
Giuseppe Beccadelli Bologna, marchese della
Sambuca. La segreteria, stando alla prassi burocratica, provvide a farne un ampio riassunto su
carta, ora lacera e marcia, conservata
nell’Archivio di Napoli. L’esposto fu riassunto
in questi termini:
«I particolari Cittadini di Bisaccia Prov(inci)a
di Montefusco»
Bisaccia
Con memoriale non sottoscritto espongono
di Pezzi di antichità [...] essersi due mesi addietro trovato in un territorio [...] del Secondo
Eletto dell’Università di d(ett)a [...]
Alla.... Città di Bisaccia un Tumolo entro di
cui stavansi [...] venga in forma [...] pezzi preziosi di Antichità e sopra [...] valida [...] lo stesso un’ iscrizione latina d [...] none, cioè: Cajus
Calicola quartus Romanorum [...] Imperator
confossus jacet, [...]
2 / 19 Marzo 79 [...] do [...]
[...] L’a [...]
ma che asserisce trovarsi trascritta per intero,
e correrne varie copie per quella Città. Dice
inoltre che il soprano(mina)to Eletto in vece di
di dare conto al Sovrano di questo ritrovamento
se n’era approfittato per sé, con smaltirne diversi pezzi di gran valore. Conchiude proponendo
di darsi gli ordini al Preside di Montefusco di
appurare la verità, e farne relazione per potersi
da S(ua) M(aestà) risolvere quel che più gli sarà
in aggrado».
La doppia data (2/19 Marzo 79), apposta in
calce al documento sta forse a indicare che, per
disposizione del Ministro, il 2 marzo fu fatto il
riassunto del memoriale, ma questo solo il 19
marzo fu spedito all’università (= Comune) di
Bisaccia. Non fu incaricato, a quanto pare, il
Preside Provinciale di Montefusco di svolgere
una inchiesta sul ritrovamento, ma furono chieste informazioni direttamente al Sindaco di
Bisaccia, che allora era Errico Zicola. Dagli atti
notarili del 1779, depositati presso l’Archivio
Storico di Avellino, risulta che gli amministratori
- 37 -
SALTERNUM
Fig. 1 - Gaio Cesare Augusto Germanico, detto Caligola, in età giovanile.
Fig. 2 - Gaio Cesare Augusto Germanico, detto Caligola, in un ritratto
ufficiale.
del Comune nel 1779 erano: il Sindaco, il
«Magnifico Errico Zicola», Francesco Ascanio
Maffei (1° Eletto), Francesco Giuseppe Cafazzo
(2° Eletto), Francesco Tartaglia (3° Eletto),
Carmine Morano (4° Eletto). Il fascicoletto relativo alla tomba di Caligola termina col memoriale inviato al Sindaco di Bisaccia. Quale fu la
risposta del Sindaco alla richiesta del Re? Poteva
il Sindaco mettere sotto accusa il secondo Eletto,
suo diretto collaboratore?
Probabilmente, il Sindaco di Bisaccia rispose
che si trattava di voci false, rassicurando il Re
che era una calunnia, era fango gettato su
Francesco Giuseppe Cafazzo, secondo Eletto e
probabilmente prese le difese del suo collaboratore. Il secondo Eletto, forse grazie al tesoro di
Caligola, riuscì a mettere tutto a tacere.
Devo questo documento alla cortesia dell’archeologo dott. Carlo G. Franciosi, che ringrazio
vivamente. Quando mi consegnò in fotocopia il
curioso documento, che aveva scoperto
nell’Archivio di Napoli, rimasi perplesso e pen-
sai subito a un tiro mancino contro il secondo
Eletto di Bisaccia. Avviai contemporaneamente
una indagine sulla vita e la morte di Caligola e
una ricerca direttamente sul luogo menzionato
nel memoriale. Ma a Bisaccia dove si trovava il
luogo detto ‘Lorenzo?’ Il compianto geom.Vito
Spatuzza, tecnico comunale, mi disse che si trattava di Valle Lorenzo, detto in dialetto
“Valavrienze”, dietro il monte Calvario. Effettuai
allora un sopralluogo nella zona, accompagnato
da Tonino Santoli, esperto conoscitore del
luogo. Penetrammo nel bosco di valle Lorenzo;
ci aprivamo la strada a guisa di cinghiali: il
bosco, fitto di vegetazione, non ci consentiva di
vedere neppure dove mettevamo i piedi.
Eravamo assillati da grossi tafàni, da cui a stento ci difendevamo a colpi di frasche roteate
intorno alla testa. Spostavamo pietrame, frasche,
rovi pungenti: con mazze, usate come clave,
abbattevamo i rovi che ci sbarravano il passo.
Non cercavamo il tesoro di Caligola: speravamo
solo di trovare l’epigrafe, cioè quella testimo-
- 38 -
NICOLA FIERRO
nianza che poteva conferire a Bisaccia l’onore di
aver donato all’imperatore Caligola l’ultima
dimora. Osservammo attentamente anche tutte
le pareti di una masseria, sormontata da una
croce arrugginita. L’epigrafe poteva essere finita
in qualche muro: poteva essere stata usata come
stipite, come soglia. Ma il corpo del reato non
c’era. L’epigrafe era stata distrutta o era stata
interrata nel bosco da Francesco Giuseppe
Cafazzo? L’anonimo informatore del re chiede il
recupero dei reperti: «ordinare al Preside
Provinciale di Montefusco che appuri, o facci
appurare il fatto notorio p(er) altro riscuotersi li
pezzi antichi coll’iscrizione da chi li tiene, e
rimettersi il tutto nel Vostro Regal Moseo, ut
Deus...».
Ecco, ora vi racconto anche il risultato della
ricerca storica.
Ma vediamo prima chi era Caligola e alla fine
esamineremo come la sua tomba possa essere
finita segretamente a Bisaccia.
Il padre si chiamava Germanico, figlio di
Claudio Druso. Adottato dallo zio Tiberio, era
un uomo prestigioso, simbolo di coraggio e di
valentía militare. Pur essendo ancora minorenne, per cinque anni era stato questore; aveva
rivestito anche la carica di console. Germanico
godeva il favore dello zio imperatore, dei cittadini e soprattutto dell’esercito. Egli aveva sposato Agrippina, la figlia maggiore di Vipsanio
Agrippa, una donna dalla tempra di ferro. Era
stato un matrimonio felice, allietato da ben nove
figli. Morti tre figli, ne sopravvissero tre femmine e tre maschi: l’ultimo si chiamava Caio Giulio
Cesare (il futuro Caligola). Era nato il 31 agosto
dell’anno 12 d.C.; Svetonio sostiene che Caio
Cesare fosse nato ad Anzio. Altri storici sono
concordi nel dire che era nato in Gallia. Infatti
Germanico, il padre di Caio Cesare, era stato
inviato in Gallia verso la fine del 12 d.C. da
Tiberio per sedare una pericolosa rivolta dell’esercito. Non era un compito facile. La moglie,
che aveva deciso di seguirlo, aveva portato con
sé tutti i figli: Agrippina, Giulia Livilla, Drusilla,
Nerone (da non confondere col futuro imperatore), Druso e il piccolo Caio Cesare. Due legioni (la I e la XX), stanziate lungo il basso corso
del Reno, in assenza di Germanico, avevano tru-
Fig. 3 - Sesterzio di Caligola, recto.
Fig. 4 - Sesterzio di Caligola, verso.
cidato gli ufficiali e fatte prigioniere le loro famiglie. I soldati in rivolta minacciavano di sterminare anche le famiglie degli ufficiali, se non fossero state accolte le loro richieste. A questo
punto Agrippina, la moglie di Germanico, compì
un gesto leggendario. Balzata su un cavallo e,
fattosi consegnare il piccolo Caio Cesare, percorse gli accampamenti: mostrando il figlio,
esortò i soldati a fare scempio anche di quel
bambino indifeso. Il gesto di Agrippina servì a
portare alla ragione i soldati ammutinati, anche
- 39 -
SALTERNUM
Fig. 5 - Albero genealogico della famiglia Giulio-Claudia.
i più scalmanati. Germanico, appena tornato,
riprese il controllo della disperata situazione.
Egli, in un suo irruente discorso, aveva minacciato le dimissioni e il ritorno alla vita privata. In
caso di ulteriore disubbidienza, egli aveva detto
ai soldati ammutinati che il giorno successivo
avrebbe lasciato l’accampamento con moglie e
figli. I soldati, già colpiti dalla mossa coraggiosa
di Agrippina, si erano messi a gridare «Caligola!
Caligola!» Era questo il nomignolo affibbiato al
piccolo Caio Cesare, figlio di Germanico e di
Agrippina. “Caligola”, derivato da caliga, significa: “piccolo sandalo”. I soldati calzavano rudi
sandali di cuoio (caligae). Anche Caio Cesare,
vestito da piccolo soldato, aveva piccole calzature militari. Sgambettando tra i soldati, era
diventato la mascotte, l’idolo portafortuna di
tutti i militari. Lo chiamavano perciò, scherzosamente, Caligola. Questa storiella, narrata da
Aurelio Vittore, è stata ripresa da tutti gli storici
antichi.
L’imperatore Tiberio paventava che la sedizione militare scoppiata in Germania si potesse
propagare anche agli altri corpi militari e temeva soprattutto la popolarità di Germanico, che
aveva adottato. Germanico, richiamato a Roma e
onorato con uno splendido trionfo, fu inviato da
Tiberio in Siria. In quella provincia, turbolenta e
pericolosa, c’era in atto un conflitto tra
Artabano, re della Media, e Vonono, re dei Parti,
filoromano. In tal modo l’imperatore Tiberio si
era sbarazzato di Germanico, molto amato dal
popolo e dal Senato. Questi aveva obbedito ed
era partito di malavoglia per il fronte della Siria.
Era l’anno 18 d.C. In quella pericolosa provincia, le due mogli dei consoli, inviati in Siria,
erano venute a diverbio: Agrippina, moglie di
Germanico, e Planchina, consorte dell’altro console Pisone, non andavano d’accordo e la lite
aveva coinvolto anche i due uomini. Germanico
che si era momentaneamente recato in Egitto,
tornato in Siria aveva trovato padrone assoluto
del campo il suo collega Pisone. Avendo reagito
alla tracotanza del collega, era scoppiata una
nuova lite. In realtà era stata un’abile mossa di
Tiberio per farli eliminare a vicenda. Infatti, il 19
ottobre del 19 d.C. Germanico fu trovato morto:
una morte improvvisa che fu attribuita a un
colpo apoplettico. Forse era stato avvelenato. La
morte di Germanico aveva sollevato un’ondata
generale di commozione e di cordoglio. Il sospetto per questa morte improvvisa, cadde ovviamente sul console Pisone, ma Tacito ritiene Tiberio il
vero responsabile della sua morte. Pisone, sicuramente estraneo al delitto, sospettato anche dalla
moglie, non sopportando la calunnia, si era suicidato. Tiberio si era così sbarazzato del suo successore, ma ora non riusciva a nascondere la sua
ostilità neppure verso Agrippina, vedova di
Germanico, e verso i suoi figli. La coraggiosa
donna, rimasta sola, portò le ceneri di suo marito
a Roma, dove fece celebrare dei funerali che sono
rimasti famosi nelle pagine della storia.
Agrippina, moglie di Germanico e madre di
Caligola, considerava Tiberio il vero responsabile
della morte del marito: lo diceva in giro apertamente. L’aristocrazia, il Senato e buona parte della
plebe era dalla sua parte. Nel 24 d. C., Nerone, il
più amato figlio di Agrippina, si era ammalato: si
temeva che fosse un’altra mossa di Tiberio. Il fatto
aveva sollevato un’enorme emozione popolare.
Tiberio, temendo di essere travolto dalla collera
popolare, aveva allontanato da Roma Agrippina e
due dei suoi figli: Druso e Nerone, appena guarito. Aveva anche perseguitato tutti quelli che a
Roma simpatizzavano per Agrippina. Tiberio per
calmare l’opposizione generale aveva cominciato
a rivolgere la sua attenzione al piccolo Caio
Cesare, detto Caligola. Egli per un anno circa era
stato affidato alle cure di Livia, moglie di Augusto
e madre di Tiberio. Morta Livia nel 29 d. C., all’ età
- 40 -
NICOLA FIERRO
di 83 anni, di Caio Cesare, rimasto solo, si volle
occupare Tiberio. Il giovane fu chiamato a Capri,
dove il vecchio Tiberio aveva fissato la sua dorata dimora. Qui nella sua reggia vivevano i rampolli dell’aristocrazia romana, illustri ostaggi, figli di
senatori e di amici dell’imperatore. Si sussurrava
che il giovane Caligola fosse il candidato alla successione dell’imperatore. Il giovane, che aveva 21
anni, a Roma aveva saputo accattivarsi la simpatia
popolare quando aveva tenuto il discorso funebre
in onore della bisnonna Livia Augusta. Il giovane
mostrava molta deferenza verso Tiberio: sembrava il suo migliore servitore.
Svetonio ci presenta Caligola, fin da giovane,
come persona che amava gli spettacoli violenti,
le torture, le esecuzioni capitali; era un tipo che
andava anche in giro camuffato con parrucche,
con vestiti strani per non farsi riconoscere.
Frequentava taverne e bordelli. Amava la recitazione, la danza, il canto, ed era amico intimo di
Agrippa, un giovane coetaneo, noto per stravizi
e dissipazioni, nipote di Erode il Grande, il
quale era il capo indiscusso di tutti gli scioperati che gozzovigliavano nella reggia di Tiberio. A
costui l’imperatore aveva raccomandato il nipote, Tiberio Gemello, che aveva appena 14 anni.
Si può immaginare quali precetti Agrippa abbia
insegnato all’ingenuo nipote di Tiberio. A Capri
viveva anche Tiberio Claudio Druso, singolare
personaggio. Era un tipo particolare: non era
interessato ai piaceri materiali della vita, ma si
occupava solo di pergamene e codici. Dotato di
buona indole, Claudio, tipo schivo e solitario,
era un intellettuale. In quella reggia, frequentata
da giovani frivoli e libertini, il giovane era considerato quasi un imbecille. Questo giovane
sarebbe stato poi il saggio imperatore Claudio.
Nessuno lo prendeva in seria considerazione:
quindi non rischiava di essere fatto fuori.
Caligola, invece, era tutto il contrario: in lui c’era
un’astuzia innata e uno sdoppiamento di personalità. Aveva sposato Giunia Claudilla, figlia di
Marco Silano, una donna di altissimo lignaggio.
Il popolo romano, ignaro di tutti i retroscena di
Capri, voleva, al posto di Tiberio, Caligola,
figlio di Germanico. L’unico che poteva rovinarne la carriera era proprio Tiberio, ma il furbo
giovane dimostrava ossequio e deferenza verso
il vecchio imperatore. Intanto a Capri fiorivano
incredibili pettegolezzi su Caligola. Si diceva che
avesse rapporti sessuali con le sorelle e convivesse abitualmente con Drusilla. Erano vere o
false queste dicerie? o erano voci dirette a screditare Caligola e favorire Tiberio Gemello, nipote di Tiberio, come futuro imperatore? Tiberio
aveva insignito Caligola, ancora minorenne, di
tutti gli onori della vita pubblica. La preferenza,
che Tiberio mostrava verso di lui suscitava invidia a corte. Il giovane, invece, era convinto che
l’Imperatore, avendolo chiamato a Capri, volesse tenerlo d’occhio: temeva che Tiberio, accusato di aver eliminato il padre Germanico, volesse
far fuori anche lui. Intanto, Caligola era rimasto
vedovo: la giovane moglie, Giunia Claudilla, era
morta di parto. Ormai libero, egli aveva cominciato a corteggiare Ennia Nevia, moglie di
Macrone, prefetto del pretorio. Le aveva promesso di sposarla una volta diventato
Imperatore: le aveva fatto, pare, una dichiarazione scritta munita di sigillo. Qual era il suo vero
intento? Sta di fatto che la donna aveva convinto il marito Macrone a sostenere a corte il giovane Caligola come successore di Tiberio. Unico
ostacolo sulla strada di Caligola verso la carica
imperiale era Tiberio Gemello. Caligola nutriva
odio verso il presunto rivale; Tiberio, intuito
quest’odio sotterraneo tra i due, avrebbe esclamato: «Tu uccidi questo, un altro farà fuori te...»
(Occides tu hunc, te aliud...).
Il 18 marzo del 37 d. C. l’imperatore Tiberio
era morto. Il liberto Macrone, giunto a Roma,
varcò la soglia del Senato: era latore del testamento del defunto imperatore. Caligola lo aveva
munito di permesso speciale per poter entrare
nel Senato. Ai liberti infatti era per legge proibito mettere piede nell’augusto consesso. Macrone
lesse il testamento: Tiberio aveva lasciato ai suoi
due coeredi, Caligola e Tiberio Gemello, un
miliardo e settecentomila sesterzi da dividere in
parti uguali. Il testamento lasciava aperto il problema della successione: arbitro della scelta era
il Senato. La notizia si era diffusa rapidamente
nell’Urbe. La plebe tumultuava: voleva acclamare imperatore Caligola, figlio di Germanico. Il
Senato, pressato dalla folla e da Macrone,
dichiarò nullo il testamento di Tiberio. Caligola
- 41 -
SALTERNUM
fu dichiarato unico erede di tutte le sostanze e
fu scelto come Imperatore. Il giovane, lasciata la
dorata residenza di Capri e giunto nella capitale
con tutta la famiglia, attraversò la città tra due ali
di folla in festa. Era accompagnato anche dall’amico Agrippa. Caligola pronunciò l’orazione
funebre in onore di Tiberio, dimostrando di
essere un abile maestro di oratoria. Promise di
restaurare a Roma i Fasti Augustei; promise
anche che avrebbe avuto riguardo verso il giovane Tiberio Gemello e che lui, Caligola, lo
avrebbe protetto come un padre affettuoso. Ma,
intanto, la gente cominciava a notare il suo
aspetto strano: aveva la testa pelata, il collo e le
gambe molto sottili, un corpo peloso. Caligola,
molto permaloso, non sopportava critiche al suo
aspetto fisico e chiunque ne osava far riferimento veniva condannato a morte. «Ad arte - scrive
Svetonio - rendeva più brutto il suo viso, già
orrido e tetro per natura, studiando davanti allo
specchio espressioni che ispirassero terrore e
orrore». La sua salute mentale e fisica fu sempre
più squilibrata. Soffriva di epilessia fin da bambino, da giovane era talmente ammalato che a
volte non riusciva a reggersi in piedi. Si diceva
che sua moglie Cesonia gli avesse propinato un
filtro amatorio per ridurlo alla pazzia. Il suo
abbigliamento fu sempre eccentrico. Usava abiti
e scarpe che non avevano nulla di romano, di
umano e di virile. Indossava mantelli ricamati
coperti di gemme sopra tuniche a maniche lunghe, coperte di braccialetti. Si faceva vedere in
pubblico con la barba dorata, tenendo in mano,
come un dio, un fulmine, oppure un tridente o
un caduceo. Si travestiva a volte anche da
Venere. Portava abitualmente, anche prima della
spedizione militare in Germania, le insegne del
trionfo. Qualche volta indossò anche la corazza
di Alessandro Magno, che aveva fatto togliere
dal suo sepolcro.
Disprezzava la letteratura, ma tenne in gran
conto l’eloquenza: aveva una prontezza meravigliosa nel perorare qualsiasi causa. Parlava a
voce alta, specie quando era in collera.
Disprezzava le composizioni eleganti, come
quelle di Seneca. Si esercitava in arti diverse con
molto impegno: ora come gladiatore, ora come
auriga, ora come ballerino e cantore.
Dispensava favori a coloro per cui sentiva simpatia. Baciava il pantomimo Mnestre: se qualcuno
faceva anche un minimo rumore mentre questi
ballava, lo flagellava con le proprie mani. Nelle
gare del circo, Caligola parteggiava per il partito
verde e spesso rimaneva a cena nelle stalle.
Durante una gozzoviglia regalò due milioni di
sesterzi a un auriga che si chiamava Eutico. Aveva
un cavallo di nome Incitato; la notte precedente
la gara, per far riposare bene il suo cavallo,
Caligola obbligava tutti i vicini a stare zitti e non
far il minimo rumore. Il cavallo aveva una scuderia di marmo, una mangiatoia di avorio, gualdrappe di porpora, finimenti ingemmati e perfino una
casa e parecchi servi. Si dice, scrive Svetonio, che
volesse persino nominarlo senatore.
Intanto, per il suo strano comportamento,
intorno alla figura di Caligola cominciarono a
fiorire orribili dicerie. Gli storici, d’altra parte,
non furono benevoli con questo giovane
Imperatore. Cresciuto alla corte di Tiberio,
Caligola, che non godeva buona fama, era ritenuto più crudele del defunto Imperatore.
Dapprima fu considerato principe magnanimo,
ma in seguito imperatore crudele.
Una volta sola si interessò di questioni militari. Fece i preparativi per una spedizione in
Germania: radunò in fretta e furia, con estrema
severità, legioni e truppe ausiliarie. Fece riunire
in quantità mai viste ogni genere di approvvigionamenti, e si mise in viaggio. Ma questo viaggio
risultò essere una farsa.
A questo punto, sono necessarie alcune considerazioni sul curioso documento rinvenuto
nell’Archivio di Napoli.
Poiché il memoriale non è firmato, poteva
trattarsi di una calunnia. Nell’esposto inviato al
Re, l’anonimo informatore, evidenzia chiaramente che non aveva avuto una conoscenza
diretta dell’iscrizione in lingua latina, ma aveva
riferito “per sentito dire”: «...la detta iscrizione
dice così: Cajus Calicola quartus Romanorum
Imperator confossus iacet, con altre parole, che
al pr(esen)te non si ricordono, benché in detta
Città si sono fatte le copie, e tradotte per intero».
D’altra parte, se l’autore dell’esposto avesse
avuto conoscenza diretta dell’iscrizione, sicuramente avrebbe trascritto il testo epigrafico esat-
- 42 -
NICOLA FIERRO
to. L’epigrafe indica Caligola come quarto imperatore: il testo doveva citare nella prima parte il
prenome, il nome e il soprannome; dovevano
esserci anche sigle di difficile lettura e abbreviazioni risolte male. L’autore dell’anonimo esposto
finge di non masticare bene né il latino, né la
lingua italiana: scrive di proposito: «esponcono»
(invece di espongono), «Calicola» (invece di
Caligola) e «ricordono» (invece di ricordano).
Sicuramente era un nemico o avversario politico
di Francesco Giuseppe Cafazzo.
L’epigrafe funeraria, come è riferita nell’esposto, non rientra nello stile epigrafico in uso in
epoca imperiale: la valutazione dell’iscrizione,
così come è riferita nel memoriale, non conferisce molta credibilità all’ informatore. Tuttavia la
curiosa notizia non va sottovalutata.
L’imperatore si chiamava ufficialmente Caio
Giulio Cesare Germanico: Caligola era il nomignolo confidenziale affibbiatogli da bambino.
Anche Svetonio titola la biografia di questo
imperatore ‘Caligola’.
È probabile che sulla tomba dell’imperatore
assassinato sia stato scritto, dopo il prenome e il
nome, anche il suo nomignolo. Le sorelle, come
vedremo, avevano cremato il suo corpo.
Svetonio (Caligola, XV) ci racconta che Gaio
Cesare, appena eletto imperatore, «...andò
immediatamente a Pandaria e a Ponza, a cercare
le ceneri di sua madre e del fratello,
imbarcandosi nonostante il tempo orribile per
meglio far risaltare la sua pietà filiale. Quivi,
avvicinatosi con sommo rispetto alle spoglie, le
racchiuse nelle urne con le proprie mani, e, con
pompa non meno teatrale, le riportò fino ad
Ostia, e poi fino a Roma, risalendo il Tevere, con
una bireme sulla quale aveva issato le sue
insegne; quindi in pieno giorno e tra una gran
folla le fece trasportare al Mausoleo su due
barelle dai membri più eminenti dell’ordine
equestre». Da questo passo si apprende che nella
prima età imperiale, dopo la cremazione, i resti
mortali venivano deposti nelle urne e sistemate
nel mausoleo di famiglia.
L’anonimo informatore del Re nel memoriale
parla di tumulo: si riferisce evidentemente, se la
notizia è vera, a un monumento funerario, in cui
sarebbe stata racchiusa l’urna di Caligola. Verso
la fine del Settecento il termine tumulo indicava
una tomba, un sepolcro, un monumento
funerario. Ma c’è da chiedersi: perché i resti
mortali di Caligola non furono tumulati nel
mausoleo di famiglia a Roma? Come mai l’urna
cineraria di Caligola sarebbe finita a Valle
Lorenzo di Bisaccia?
Le circostanze della morte violenta di
Caligola sono narrate da vari storici, ma il racconto più completo e attendibile è quello di
Caio Svetonio Tranquillo (Caligola, LVIII- LIX):
«Il nono giorno prima delle calende di febbraio,
verso l’ora settima, era incerto se recarsi a pranzo, sentendosi lo stomaco ancora appesantito
per quanto aveva mangiato il giorno precedente; alla fine si alzò, ma solo in seguito alle pressioni dei suoi amici. In una galleria che doveva
attraversare, alcuni ragazzi di nobile famiglia,
che aveva fatto venire dall’Asia perché si esibissero sulla scena, stavano facendo le prove per lo
spettacolo; si fermò un momento a guardarli e
incoraggiarli, e, se il loro capo non lo avesse
avvertito che avevano freddo, avrebbe voluto
tornare indietro e far rappresentare lo spettacolo. Da questo momento sulle circostanze del sua
morte vi sono due versioni diverse: alcuni dicono che, mentre stava parlando coi ragazzi,
Cherea lo ferì gravemente alla nuca, con un
colpo di taglio della spada, esclamando:
«Colpisci!» (hoc age), e che quindi il tribuno
Cornelio Sabino, l’altro congiurato, lo trafisse al
petto. Secondo altri, invece, Sabino, dopo aver
fatto allontanare la folla da alcuni centurioni al
corrente della congiura, gli aveva chiesto, secondo l’uso militare, la parola d’ordine, e quando
Caio aveva risposto: «Giove», Cherea gridando:
«Pigliati questo» (Accipe ratum) gli aveva fracassato la mascella mentre si voltava. Caduto a terra
con le membra contratte, e mentre continuava a
gridare: «Sono vivo», gli altri lo finirono con trenta ferite. Infatti, la parola d’ordine per tutti era:
«Ancora!» (Repete!). Qualcuno lo colpì anche al
basso ventre.
Al primo rumore i portatori della sua lettiga
accorsero in aiuto, armati di bastoni, e accorsero anche le guardie germaniche, che uccisero
alcuni degli attentatori e alcuni senatori assolutamente estranei al fatto.
- 43 -
SALTERNUM
Visse ventinove anni e fu imperatore per tre
anni, dieci mesi e otto giorni. Il suo cadavere
trasportato di nascosto nei giardini di Lamia, fu
posto sopra un rogo improvvisato e poi sepolto,
semicombusto, sotto un leggero strato di zolle
erbose. Le sorelle, quando tornarono dall’esilio,
lo disseppellirono per cremarlo. È certo che,
prima che ciò avvenisse, i custodi di quel giardino furono spaventati dagli spettri, e gli abitanti
della casa dove era stato ucciso furono terrorizzati ogni notte fino a quando essa non fu distrutta da un incendio. Assieme a lui fu uccisa sua
moglie Cesonia, trafitta dalla spada di un centurione, e sua figlia, sfracellata contro una parete».
La notizia della sua morte non fu creduta
vera, ma si sospettava che l’avesse fatta spargere lo stesso Caligola per sapere quale fosse
l’opinione della gente nei suoi confronti. Il
Senato era unanime nel voler ripristinare la
libertà. La Curia fu convocata in Campidoglio.
Qualcuno, al momento di esprimere il suo parere, propose perfino di condannare la memoria
dei Cesari e di demolirne i templi.
Sappiamo da Svetonio che il cadavere di
Caligola fu cremato. Ma dove fu nascosta l’urna
cineraria che conteneva i suoi resti combusti? A
Roma spirava aria avversa: si chiedeva anche la
condanna della memoria (damnatio memoriae)
di Caligola. In questa situazione, Caligola dove
ebbe la sepoltura?
Svetonio non lo dice. A Roma c’era il
Mausoleo della sua famiglia e qui, come è noto,
riposavano la madre e il fratello. L’urna di
Caligola dovette essere portata fuori Roma per
evitare l’ira dei suoi nemici, in quanto correva il
rischio di essere distrutta. Svetonio, ben informato, dice che nel Senato c’era stata una proposta esplicita di demolire perfino i templi dei
Cesari, antenati di Caligola, vale a dire di Giulio
Cesare (100-44 a.C.), di Ottaviano Augusto (63
a.C. - 14 d.C.) e di Tiberio (41 a.C.- 37 d.C.). Si
può capire qual era il clima politico in quel
momento a Roma: l’odio era tale che si voleva
condannare la memoria di tutti i Cesari e demolire anche i loro templi. In questo clima arroventato anche l’urna di Caligola sicuramente sarebbe stata fatta a pezzi. Perciò, il suo cadavere,
dopo un rogo improvvisato, non fu portato nel
Mausoleo della sua famiglia, ma in segreto fu
inumato nei giardini di Lamia. Sappiamo da
varie fonti storiche che quei famosi giardini si
trovavano fuori delle mura serviane,
sull’Esquilino. Il sito preciso è incerto: è sicuro
però che si trovavano accanto ai giardini di
Mecenate. I giardini di Lamia, progettati dal noto
Elio Lamia (Orazio, Carme I, 26 ; III, 17), nel I
sec. erano diventati proprietà dell’Imperatore e
furono la residenza preferita di Caligola che, qui
ebbe provvisoria sepoltura. Le sue ceneri erano
evidentemente custodite e presidiate. Si volle
evitare che la sua tomba, una volta esposta al
pubblico, fosse fatta a pezzi dai suoi nemici
inferociti. E allora si pensò di nascondere nei
giardini, luogo sicuro, i suoi resti mortali: le
sorelle avrebbero provveduto a dargli altrove
una definitiva e segreta sepoltura.
Ma ciò che fa ritenere vera la notizia settecentesca è la testimonianza precisa di Pasquale
Palmese (1801-1882), canonico e cancelliere della
Curia Vescovile di Lacedonia, sicuramente attendibile: riguarda la tomba di Lucio Lamia.
Probabilmente era il figlio di Elio Lamia, progettista e arredatore di famosi giardini. L’autore delle
Notizie storiche-cronologiche di Lacedonia,
Napoli, 1876, p. 22, ci dà questa preziosa informazione: «Nel 1853 al luogo detto Lamia, un villano scovrì un maestoso sarcofago con gran
pezzo di coverchio scritto. Era questo il monumento di Lucio Lamia, di cui parla Cicerone nella
difesa di Sestio. Il Lamia fu condannato all’esilio,
ut ad Urbae (Romae) abesset millia passum
ducenta, e tanta è la distanza da Roma a
Lacedonia. Il barbaro villano, non avendovi trovato tesoro, franse il tutto, e dei pezzi ne fece
calce. Che sacrilegio!».
Evidentemente il sarcofago doveva essere di
marmo. È noto che la calce migliore si ricava dai
marmi cotti in fornace. Nell’agro di Lacedonia,
in contrada Calaggio, c’è effettivamente ancora
oggi una contrada detta Lamia.
Nel 58 a.C., a Roma i consoli in carica erano
Lucio Calpurnio Pisone Cesonino e Aulo
Gabinio. Il primo aveva appoggiato l’azione di
Clodio ai danni di Cicerone e perciò da quest’ultimo fu particolarmente odiato; il secondo, Aulo
Gabinio, che era stato tribuno della plebe nel 67
- 44 -
NICOLA FIERRO
a.C. e pretore nel 61, nel 58, in veste di console, aveva tenuto alla plebe un discorso incendiario annunciando che era scoccata l’ora della
vendetta degli amici di Catilina contro Cicerone.
I due consoli in carica, Gabinio e Pisone, eletti
dal partito democratico, erano nemici implacabili di Cicerone, partigiano del partito aristocratico. Cicerone nell’arringa Pro Sestio (XII, 28-29)
aveva urlato con rabbia contro il console
Gabinio queste parole: «Ma udite ciò che egli ha
fatto: in quello stesso comizio bandì da Roma
Lucio Lamia, che per la intimità che mi legava al
padre suo amava me più di ogni altro e per la
patria avrebbe con gioia incontrato la morte,
ordinandogli di allontanarsi dalla città non meno
di duecentomila passi, per aver ardito di intercedere per un cittadino, un benemerito cittadino,
per un amico, per la patria stessa».
Cicerone, che si riteneva cittadino benemerito
e padre della patria, nell’arringa Pro Sestio, aveva
accusato il console Gabinio di aver cacciato da
Roma Lucio Lamia. L’espulsione da Roma (relegatio), era una pena molto meno grave dell’esilio.
Essa comportava l’allontanamento da Roma per
un tempo determinato e a una certa distanza,
senza perdita dei diritti politici. E Lucio Lama,
partigiano e ammiratore di Cicerone, condannato all’espulsione, doveva allontanarsi da Roma
almeno 200 miglia. Due dati consentono oggi di
localizzare l’esatto luogo dove egli fu confinato:
il sarcofago di Lucio Lamia, rinvenuto in località
Lamia di Lacedonia, e la distanza, indicata da
Cicerone. Egli non menziona la località, dove
l’amico fu relegato nel 58 a.C.: evidentemente
non era autorizzato neppure a nominare quel
luogo, compreso nell’agro di Conza. E Conza
era una delle dodici colonie maledette dal
Senato (Tito Livio, XXVII, 10): aveva tradito
Roma nella guerra annibalica ospitando
Magone, fratello di Annibale. Il Senato, nel 210
a.C., aveva adottato un provvedimento punitivo:
aveva proibito a chiunque di menzionare anche
il nome delle città che avevano tradito Roma ed
erano passate dalla parte di Annibale. La stazione Subromula (l’attuale fontana dei Serroni di
Bisaccia), compresa nel vasto territorio di
Conza, posta lungo il tracciato della via Appia,
distava da Roma esattamente 200 miglia. Infatti,
negli itinerari di epoca romana, risultano chiaramente queste distanze: Roma - Capua 132
miglia; Capua-Benevento: 32 miglia; Benevento
- Subromula (Serroni di Bisaccia) : 36 miglia. La
distanza esatta tra Roma e Subromula è 200
miglia (= 397 km). Lucio Lamia, una volta condannato alla relegatio aveva scelto evidentemente un luogo abbastanza comodo, ubicato sulla
via Appia, tra Subromula e Aquilonia
(Lacedonia); da qui poteva stare a contatto epistolare con amici e familiari: nella mansio di
Subromola ogni giorno poteva conoscere tutti
gli avvenimenti che si verificavano a Roma.
Lucio Lamia, cavaliere romano, non aveva problemi finanziari. Egli apparteneva all’ordine
equestre (ordo equester), una classe sociale
composta di ricchi proprietari, latifondisti, uomini d’affari, banchieri, pubblicani.
L’organizzazione dei cavalieri, fondata da
Servio Tullio, godeva notevoli privilegi. Essi
avevano diritto al “cavallo pubblico”: lo Stato era
obbligato a fornire loro il cavallo e a mantenerlo. Essi erano obbligati a prestare servizio militare nella cavalleria per dieci anni e, nei comizi
centuriati, formavano 18 centurie equestri. Sin
dal III sec. a.C., il cavaliere per essere iscritto
all’ordine, doveva non solo possedere un censo
consistente di almeno 400 sesterzi annui, ma
doveva essere selezionato dai censori in carica.
E Lucio Lamia, cacciato da Roma dal console
Gabinio nel 58 a.C., doveva essere molto ricco.
Anche se era stato espulso da Roma e confinato, godeva di tutti i diritti politici: poteva acquistare proprietà, latifondi, boschi anche nel luogo
di soggiorno obbligato. L’aristocrazia di primo
grado erano i Patrizi. L’ordine equestre, classe
sociale di secondo grado, aveva diritto anche a
due segni onorifici e distintivi: l’anello d’oro
(anulus aureus) e la toga bianca (trabea), orlata con una striscia di porpora. Ogni anno il 15
luglio l’ordine equestre celebrava la sua festa: i
cavalieri si esibivano in una fastosa parata
(transvectio equitum). Il cavaliere Lucio Lamia,
membro di questa classe sociale, munito di
buone risorse finanziarie, evidentemente aveva
acquistato nei due antichi centri sannitici
(Subromula e Aquilonia) notevoli proprietà fondiarie. Il podere più consistente doveva trovarsi
- 45 -
SALTERNUM
nell’agro di Lacedonia, nella valle del Calaggio,
nella località che si chiama ancora oggi ‘Lamia’.
Doveva avere un’altra proprietà terriera a Valle
Lorenzo, in agro di Bisaccia: qui, infatti, nel
1779 fu scoperta la tomba di Caligola.
Affezionatosi alla zona dove era stato confinato,
Lucio Lamia, se dobbiamo credere a Pasquale
Palmese, aveva scelto nella valle del Calaggio,
come luogo di sepoltura, un suo fondo agricolo
che ancora oggi porta il suo nome. I suoi resti
mortali riposavano in «un maestoso sarcofago
con gran pezzo di coverchio scritto». Gli eredi di
quel Lucio Lamia dovevano avere ancora proprietà terriere a Lacedonia e a Bisaccia quando
l’imperatore Caligola fu assassinato (4 gennaio
del 41 d.C.). Dunque, le sorelle di Caligola, considerato il clima politico ostile esistente a Roma in
quel momento, avevano preferito portare lontano
dalla Città l’urna cineraria dell’imperatore assassinato e l’avevano nascosta nella proprietà Lamia,
sita a Subromula, distante 200 miglia da Roma. Se
è attendibile la denuncia anonima, inviata al Re
nel 1779, il “tumolo” di Caligola doveva contenere solo l’urna cineraria. L’urna di Caligola non
poteva essere di terracotta: doveva essere d’oro
o d’argento. La denuncia anonima non può
essere considerata una pura invenzione o una
calunnia: vi sono vari dati concomitanti. Il redattore chiaramente non è un testimone oculare: ha
raccolto dalla voce del popolo un nucleo di un
fatto, di un fatto reale amplificato e distorto dalle
dicerie. In paese correvano anche copie dell’iscrizione latina che conteneva «altre parole che
al presente non si ricordono». Le epigrafi funerarie latine, come è noto, contenevano sigle o
abbreviazioni: erano queste le parole che non si
«ricordono»?
Anche
il
soprannome
dell’Imperatore assassinato fu letto male:
Calicola invece di Caligola. Nella lettura di una
epigrafe latina è facile confondere una G con
una C.
Dunque questa potrebbe essere la vera storia
di Caligola, un personaggio stravagante che a
causa delle sue stranezze non poteva vivere a
lungo nonostante nei primi tempi del suo regno
avesse amministrato con giudizio l’Impero. Se
questa ricostruzione delle vicende storiche è
esatta, Caligola avrebbe dunque avuto la sua
segreta sepoltura a Bisaccia, in località Valle
Lorenzo, che distava 200 miglia da Roma.
- 46 -
PIETRO CRIVELLI
Costantino:
l’uomo e l’immagine
L
a cultura occidentale si è formata sotto
l’influsso particolarmente forte del
Cristianesimo e questo è avvenuto indipendentemente dalle personali convinzioni religiose dei singoli ed anche dalle diverse posizioni confessionali che il credo cristiano ha assunto nel corso del tempo. Cattolici, Anglicani,
Luterani, sono tutti Cristiani con una comune
origine. Le differenziazioni che si sono verificate successivamente non hanno avuto alcuna
influenza apprezzabile per quanto concerne
l’evoluzione di una cultura che si è sviluppata
partendo da un unico ceppo. Ciò posto, sembra
evidente l’importanza di quell’Imperatore che ha
in qualche modo ufficializzato la religione cristiana.
La figura di Costantino nel corso dei secoli si
è venuta formando su basi leggendarie più che
storiche. Gli scrittori dell’epoca, piuttosto agiografi che storici, si sono adoperati a rivestire la
figura di questo Imperatore degli aspetti più idonei alla celebrazione del primo principe cristiano, attribuendogli qualità e meriti che, dal punto
di vista dello storico autentico, sono per lo
meno dubbi.
L’esaltazione del personaggio fu avviata
molto presto, addirittura quando era ancora in
vita. E’ evidente che la liberazione dei Cristiani
dai dolori delle ancora scottanti persecuzioni di
Diocleziano e di Galerio non poteva altro che
giovare all’immagine di questo Imperatore che li
aveva sollevati da tanta sofferenza. Si cominciò
perciò ad affermare l’idea di un Imperatore
buono, giusto e soprattutto cristiano. Alcune circostanze politiche e religiose contribuirono ad
accrescerne il prestigio, in vita ed anche dopo il
decesso. In questa glorificazione dell’uomo le
Fig. 1 - Roma. Museo Capitolino.Testa Colossale di Costantino.
esagerazioni e le invenzioni hanno avuto una
parte preponderante e si sono sedimentate nel
tempo; riprese acriticamente dagli scrittori suoi
contemporanei e da quelli immediatamente successivi, sono giunte fino ai nostri tempi in un
intreccio piuttosto complesso che rende difficile
distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è.
D’altra parte non bisogna dimenticare che gli
scrittori cristiani di quel periodo avevano a
cuore non l’opera storica in sé, ma la difesa e la
diffusione del Cristianesimo e che pertanto si
avvalevano d’ogni mezzo che riuscisse utile a
questo scopo, sorvolando sulla veridicità di
quanto affermavano, ma dando per certo ciò
che era invece solo nei loro desideri di ferventi
cristiani; oppure raccogliendo in maniera assolutamente acritica tutti i racconti che circolavano
in quel periodo, in cui si favoleggiava di miraco-
- 47 -
SALTERNUM
clima di desiderio di acquisire personalità eminenti l’Imperatore che aveva effettivamente
legalizzato il Cristianesimo doveva per forza trovare una collocazione privilegiata, ma per fare
questo la sua immagine doveva essere ripulita,
mondandola di quanto potesse nuocere alla sua
piena accettazione.
Fig. 2 - Roma. Arco di Costantino. Rilievo dell'adlocutio.
Fig. 3 - Roma. Arco di Costatntino. Rilievo del congiarium.
li o di martìri mai avvenuti. Si sa che le masse
popolari sono un terreno fertile ove possono
facilmente crescere e diffondersi notizie non
sempre fondate.
Già ai Cristiani del V e del VI secolo la figura di Costantino era apparsa in una luce non
totalmente limpida e verosimilmente per questo
sostituirono gradatamente la figura autentica
dell’Imperatore con una convenzionale più adatta al ruolo che gli era stato riconosciuto. Non è
neppure improbabile che contemporaneamente
si affermasse quel disinteresse, se non proprio il
rifiuto, verso il personaggio reale che ha portato a trascurare dapprima e a dimenticare poi
gran parte della letteratura storica che lo riguardava.
È innegabile che il Cristianesimo, nella sua
ansia d’affermazione, ha cercato d’inserire fra i
suoi seguaci un certo numero di personaggi di
rilievo. Si cominciò con Virgilio, indicandolo
come un autore che aveva profetizzato la venuta del Salvatore. Si continuò con Seneca, inventando un preteso contatto epistolare con S.
Paolo: e così fino ad immaginare una conversione di Filippo l’Arabo (244 al 249). In questo
Nei limiti della necessaria brevità di questo
lavoro, cercherò di fare luce sulla figura storica
di questo primo Imperatore cristiano.
Non si conosce con certezza l’anno in cui
nacque, da Costanzo Cloro e da Elena, Flavio
Valerio Costantino. Probabilmente fu nel 280.
Visse dapprima alla corte di Diocleziano e poi
seguì il padre in Britannia. Alla morte di questo
fu acclamato imperatore dalle legioni, ma la sua
nomina non fu riconosciuta da Galerio, che a
Diocleziano era succeduto. Si alleò pertanto con
Massimiano e, per dare maggiore consistenza
all’alleanza, ne sposò la figlia Fausta. Venuto in
sospetto che il suocero gli congiurasse contro,
non esitò ad imprigionarlo ed a farlo uccidere.
Correva l’anno 311 e in quello stesso tempo
venne a morte Galerio. Il sistema tetrarchico
instaurato da Diocleziano in quella circostanza
entrò in crisi e si venne allo scontro armato con
Massimino e Massenzio, da una parte, e
Costantino e Licinio, dall’altra. Dopo la battaglia
di Ponte Milvio (28 ottobre 311), nel corso della
quale perse la vita Massenzio, fu riconosciuto
“Augusto” dal Senato. Non fidandosi più dei
Pretoriani, che in passato avevano fornito di sé
prove non positive, ma che soprattutto nella battaglia di Ponte Milvio avevano combattuto dalla
parte di Massenzio, ne sciolse il corpo. Alla
morte di Massimino ebbe Licinio come collega
nella carica di “Augusto”. Naturalmente fra i due
la situazione ben presto degenerò fino a che nel
settembre del 324 Licinio, definitivamente sconfitto a Crisopoli, fu messo a morte e Costantino
rimase unico Imperatore.
E’ noto a tutti che Costantino, con l’Editto di
Milano del 313, concesse ai Cristiani libertà di
culto. Invece è meno noto che, prima di lui, nell’aprile del 311, la stessa cosa era stata fatta dal
suo predecessore Galerio. Questi, come si è
- 48 -
PIETRO CRIVELLI
detto, era succeduto a Diocleziano e si ritiene
che sia stato proprio lui, in quanto fieramente
avverso al Cristianesimo, quando era il “Cesare”
di Diocleziano, ad influire sul suo “Augusto” per
spingerlo ad attuare la persecuzione anticristiana. Il suo atteggiamento però cambiò radicalmente nel momento in cui, affetto da cancrena
e disperando di ogni altro soccorso, si rivolse al
Dio dei Cristiani per un estremo tentativo di salvarsi la vita. Morirà circa un mese dopo.
Lo scrittore L. Cecilio Lattanzio (250 – 320
ca.) fu autore, fra le altre, dell’opera De mortibus
persecutorum, in cui narra la fine tragica e dolorosa di tutti coloro che perseguitarono gli adepti della nuova religione, a cominciare da
Nerone. Qui descrive in termini alquanto crudi
la malattia e le sofferenze di Galerio. Il racconto è così vivido e forte, in contrasto con lo stile
più pacato delle altre opere dello stesso autore,
che addirittura ne è stata messa in dubbio
l’attribuzione. La malattia e l’eventuale, anche se
improbabile, conversione di Galerio dovettero
avere una certa risonanza fra i Cristiani del IV
secolo, forse proprio per effetto dell’opera
ascritta a Lattanzio. Certo è che una malattia
simile a quella che aveva colpito Galerio venne,
dalla leggenda, attribuita a Costantino, si parlò
di lebbra, e si raccontò che i medici, naturalmente pagani, gli prescrissero dei bagni di sangue. Sarebbero stati così raccolti tremila bambini destinati ad essere sacrificati per curare
l’imperatore. L’orrore per il massacro e la disperazione delle madri dei piccoli fecero desistere
Costantino da una simile terapia. Si appellò
invece al papa Silvestro, da lui stesso in precedenza perseguitato, e chiese di essere battezzato; ricevuto il salvifico sacramento, guarì miracolosamente. E’ possibile che la presunta malattia
di Costantino sia stata solo una eco di quella che
condusse a morte il suo predecessore. Ho parlato di invenzioni ed esagerazioni: quella appena
citata ne è un esempio, ma se ne trovano molte
altre, soprattutto perché dobbiamo purtroppo
lamentare la perdita della maggior parte dei
lavori storiografici di attendibili autori dell’epoca
costantiniana. Quei primi tredici libri perduti
dell’opera di Ammiano Marcellino forse sarebbero stati da soli sufficienti a diradare ed a chiari-
Fig. 4 - Costantino, testa
colossale. Roma, palazzo dei
Conservatori.
re i dubbi che avvolgono ancora gli avvenimenti che qui interessano.
Il racconto della malattia e della guarigione di
Costantino ci viene da uno scrittore del XIV
secolo, Andrea Mangabotti, detto da Barberino,
autore dei Reali di Francia e del Guerrin
Meschino, ma sicuramente era una leggenda già
nota e diffusa da molto tempo, forse da riportare ad un periodo antecedente a quando venne
elaborato il famoso falso del Constitutum
Constantini redatto presumibilmente verso la
metà dell’VIII secolo e che a quella leggenda in
qualche modo si riconnette. Forse la falsificazione nacque in qualche monastero (secondo il
Fuhrmann a Saint-Denis) durante il pontificato
di papa Adriano I. Una contraffazione che fu tuttavia ritenuta autentica da tutti, anche da coloro
contro i quali era stata elaborata e che da quella venivano danneggiati, fino a che Lorenzo
Valla, umanista del XV secolo, non ne fece giustizia, dimostrandone in modo inequivocabile la
falsità. Naturalmente la Chiesa e le sue gerarchie
cercarono di opporsi in tutti i modi alla diffusione dell’opera del Valla ed è significativo il fatto
che questa De falso credita et ementita
Constantini donatione declamatio, già composta nel 1440, potè essere pubblicata solo nel
1517, ben settantasette anni dopo, in un Paese
protestante, e che fu posta all’Indice dei libri
proibiti nel corso del Concilio di Trento.
E’ interessante osservare che non la malattia
che aveva colpito Costantino, ma la cura della
stessa ebbe una certa risonanza nel Medioevo
- 49 -
SALTERNUM
Fig. 5/6 - Roma. Museo Capitolino. Frammenti di statua colossale in
bronzo.
perché si ritrova in altri racconti riferiti a personaggi immaginari. La Leggenda del povero
Enrico era cantata dai menestrelli nelle corti
principesche della Germania medievale: si trattava della storia di un principe giovane e bello,
di nome Enrico, fidanzato con una principessa,
Elsie, il quale improvvisamente contrasse la lebbra. Deperì al punto che tutti, vedendolo in condizioni disperate, cominciarono a chiamarlo “il
povero Enrico”. Una notte l’infermo sognò il diavolo in persona, che gli suggerì di rivolgersi ai
medici della Scuola Salernitana e gli predisse la
guarigione qualora avesse fatto un bagno nel
sangue di una vergine che si fosse offerta di
morire per lui volontariamente. Elsie si offrì
subito, ma Enrico volle ascoltare il parere dei
medici. Giunto a Salerno, per prima cosa si recò
in Cattedrale per pregare sulla tomba di S.
Matteo e qui guarì miracolosamente. La “cura
del sangue” che a Costantino era stata suggerita
dai medici pagani al povero Enrico fu indicata
direttamente dal diavolo ed in entrambi i casi la
guarigione avvenne per un intervento soprannaturale. In questa leggenda, c’è un riferimento
alla Cattedrale di Salerno che potrebbe fornire
un’indicazione approssimativa del periodo in cui
è stata elaborata. Certamente in periodo normanno o svevo o ancora successivo. Ho accennato a questo racconto perché mi sembra che
indichi in modo sufficientemente chiaro in quale
labirinto di narrazioni più o meno fantasiose si
debba districare colui che intenda chiarire alcuni argomenti storici, non poco documentati, ma
tramandati in maniera confusa.
Ben diversa da quella presentata dagli autori
cristiani è la figura dell’Imperatore quale emerge
dall’esegesi storica. Costantino e la sua famiglia
erano da lungo tempo fedeli del Dio Sole, che
in quell’epoca riuniva in sé i culti di Mitra e di
Apollo, in una commistione di paganesimo e di
religione misterica, e le sua pretesa conversione
interiore non ebbe luogo almeno fino al 318,
visto che la monetazione del periodo recava
ancora l’immagine di quella divinità.
Quando la sua carica imperiale venne riconosciuta dal Senato Romano, egli assunse, come
tutti i suoi predecessori, la funzione di Pontifex
Maximus, che lo rendeva capo religioso
dell’Impero per ciò che riguardava la religione
ufficiale dello Stato, e si limitò a delegare ad
altre persone gli atti liturgici connessi con la
carica religiosa del culto pagano. Poi, con disin-
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PIETRO CRIVELLI
volta sicurezza, estese la sua azione di controllo
anche alla Chiesa cristiana, certamente facilitato
da un lato dall’organizzazione della stessa, ancora carente in quanto appena uscita dalla semiclandestinità, e dall’altro dal sentimento di riconoscenza nei suoi confronti che gli derivava dall’essere stato colui che le aveva finalmente aperto un futuro nuovo di tranquillità e di sicurezza.
In questa sua straordinaria veste di garante e
tutore della Chiesa Costantino si sentì in diritto
di convocare il concilio di Arelate (Arles) che
condannò i Donatisti (314) e successivamente
quello di Nicea con la condanna degli Ariani
(325). Per di più, al secondo partecipò personalmente, anche se non era stato ancora battezzato
– ciò forse avverrà dodici anni dopo, per opera
di Eusebio di Nicomedia, vescovo ariano – e
questo fa pensare che l’unica sua credenziale
per partecipare ai lavori fosse appunto quella
che poteva derivargli dall’essere l’Imperatore
Pontefice Massimo. Sembrerebbe che da Arles,
ove non fu presente, a Nicea, dove invece lo fu
e con una certa autorità, si sia sviluppata una
progressiva affermazione della sua personalità
anche in campo religioso. Nondimeno bisogna
chiedersi come sia avvenuto che Costantino
abbia scelto di legarsi in qualche modo alla
causa cristiana per il perseguimento dei propri
fini.
Anzitutto sarà bene osservare la situazione
del Cristianesimo al tempo della persecuzione
dioclezianea. Le condizioni esistenti nella parte
orientale dell’Impero erano notevolmente diverse da quella della parte occidentale. Se ad
Oriente la nuova religione si era ampiamente
diffusa e radicata in tutti gli strati della popolazione, non altrettanto poteva dirsi per il Nord e
per l’Occidente, ove il proselitismo era ancora
agli inizi e quindi non ingenerava le stesse
preoccupazioni di destabilizzazione che avevano mosso Diocleziano e Galerio. Inoltre lo zelo
religioso, pagano, di questi ultimi era molto
maggiore di quello che ispirava Costantino e,
prima di lui, suo padre Costanzo Cloro.
Entrambi fedeli del dio Sole, essi erano già preparati al monoteismo. Perciò un’altra religione
monoteistica non poteva avere sulle loro
coscienze lo stesso impatto sconcertante che
Fig. 7 - Roma. Chiesa dei Quattro Santi Coronati. Papa Silvestro guarisce
Costantino dalla lebbra.
Fig. 8 - Costantino basilica dei quattro
Santi Coronati a
Roma.
invece avvertiva chi era aduso ad un pantheon
particolarmente esteso, fatto di divinità maggiori e minori e di altre entità non chiaramente collocabili nel contesto religioso generale. Ne consegue che agli inizi del IV secolo i Cristiani
erano ancora una minoranza numericamente
non trascurabile, ma neppure di rilevanza tale
da poter muovere in modo significativo gli equilibri politici. Quasi certamente non raggiungevano neppure il venti per cento della popolazione
dell’Impero Romano, tuttavia c’erano alcune
cose che li distinguevano dagli altri. Innanzi
tutto erano concentrati soprattutto nelle città più
importanti e popolose, nei luoghi appunto in cui
si formava il pensiero politico della cittadinanza,
e poi, a differenza dei Pagani, sempre meno
convinti, essi erano sinceramente e profondamente credenti nella loro nuova religione. Per di
più erano distribuiti fra tutte le classi sociali ed
- 51 -
SALTERNUM
erano in continua espansione. E’ noto che anche
il potere più assoluto ha bisogno del consenso
popolare per avere una vita tranquilla, se non
necessariamente al momento della sua formazione, certamente dopo, e fra un consenso tiepido ed uno caloroso c’è una profonda differenza.
Avere dalla propria parte gente convinta o addirittura entusiasta di dare un valido sostegno
all’uomo che li aveva sottratti alla clandestinità
ed alle persecuzioni era un colpo da maestro
nello scenario politico dell’epoca. Che i suoi
sostenitori fossero seguaci di Ario o di chiunque
altro, nel panorama religioso di quel periodo era
una cosa che all’Imperatore interessava poco ed
infatti da principio non se ne curò. Cominciò a
preoccuparsi quando il contrasto, prima fra i
Donatisti ed i Cattolici e poi fra questi e gli
Ariani, assunse delle dimensioni tali da divenire
fonte di conflitti che potevano degenerare dal
piano puramente dottrinale fino ad avere una
portata politica e giungere chissà dove. Fu allora che, forte dell’autorità imperiale e di Pontefice
Massimo, convocò dapprima il Concilio di Arles
e poi quello di Nicea. Rimettendosi alle decisioni dei vescovi, allontanò dalla sua persona ogni
sospetto di appoggiare l’una o l’altra parte. Va
però osservato che, pur rispettando formalmente le decisioni dei Padri Conciliari, non intraprese alcuna azione contro gli Ariani dichiarati eretici, e tuttavia presenti in gran numero nella
penisola balcanica, in Asia Minore ed in Egitto,
con i quali invece conservò ottimi rapporti fino
a farsi battezzare da un vescovo ariano.
La struttura verticistica della Chiesa fu un
altro elemento che convinse Costantino al grande passo dell’apertura al Cristianesimo. La gerarchia ecclesiastica, la forte autorità dei vescovi sul
clero e sui fedeli, l’ossequio profondo e sentito
di questi nei confronti delle personalità religiose
furono tutte considerazioni che certamente egli
ebbe ben presenti e che lo determinarono ulteriormente, qualora ve ne fosse stato bisogno, a
rompere con un passato di secoli. Fu pertanto
generoso verso la Chiesa, ma soprattutto verso
gli ecclesiatici che, con un editto, furono esentati dalle imposte. La sua scelta si dimostrò più
che indovinata, dal momento che tuttora sia la
Chiesa Ortodossa, sia quella Russa, lo annovera-
no fra i Santi. Suo interesse precipuo fu solo
quello di avere l’appoggio dei Cristiani in genere senza andare troppo per il sottile e senza
lasciarsi invischiare in dispute teologiche.
Quanto sia stato attento in questa sua politica di ricerca di consenso è dimostrato dal fatto
che non negò assolutamente la sua benevolenza agli Ebrei, limitandosi ad evitare che potessero assumere degli atteggiamenti anticristiani. Del
pari non adottò alcuna misura che potesse essere di nocumento ai Pagani. Anzi, Zosimo, storico greco della fine del V secolo, d’ispirazione
pagana e autore di una Storia Nuova (Ιστορία
νέα), racconta (II,30-35) la fondazione di
Costantinopoli e la costruzione dell’ippodromo,
del tempio dei Diòscuri e del Foro, in cui pose
due templi, l’uno dedicato a Rea – la titanide
madre degli dei che, in epoca romana era considerata una divinità della terra e assimilata a
Cibele - e l’altro alla Fortuna di Roma. Tutti
sanno quanto i Cristiani aborrissero gli spettacoli circensi e quanto invece gli stessi entusiasmassero il popolo pagano, pertanto una concessione a questo, anche di carattere religioso, era
quanto mai opportuna. Come si vede il comportamento di Costantino non fu certo tale da
potersi considerare contrario al paganesimo.
Questo atteggiamento si riscontrerà solo più
tardi nella politica di Teodosio I.
A differenza del nipote Giuliano, detto
l’Apostata, non aveva alle spalle una cultura
che gli consentisse disquisizioni di carattere
filosofico. Era un soldato, con i piedi ben piantati a terra, cinico ed egoista quanto bastava
per liberarsi, anche in modo cruento, di chi
poteva in qualche modo infastidirlo, non esclusi il suocero, moglie, figlio e nipote. La sua
sagacia di principe tuttavia non si spinse fino a
prevedere che cosa sarebbe accaduto dopo la
sua morte, quando si sarebbe presentato il problema della successione, che portò con sé un
orribile strascico di uccisioni fra consanguinei.
Sarebbe un errore però vedere questo
Imperatore sotto una luce esclusivamente
negativa, così come sarebbe un altro errore
valutare i comportamenti di un uomo vissuto
millesettecento anni or sono con il metro
attuale. Costantino era semplicemente un
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PIETRO CRIVELLI
uomo del suo tempo, che agiva secondo la
mentalità dell’epoca, differenziandosi dagli
altri solo per una più accentuata manifestazione del suo carattere che, in fondo, era quella
che gli aveva permesso di raggiungere
l’Impero. Ad ogni modo la sua opera politica
servì a ridare respiro ad un Impero in affanno.
Il concilio di Arles, appena ricordato, non si
limitò alla conferma della condanna del vescovo rigorista Donato, ma, cosa particolarmente
importante, stabilì la liceità per i Cristiani di
partecipare attivamente alla vita politica dello
Stato1, minacciando altresì di scomunica i soldati cristiani che eventualmente intendessero
disertare dalle legioni imperiali in nome del
principio della non violenza. Era un radicale
cambiamento di posizione rispetto agli assunti
precedenti, particolarmente utile a Costantino
che, proprio allora, si accingeva alla lotta contro Licinio.
Logicamente la sua attività di monarca non
poteva non tenere conto delle difficoltà di
carattere economico e monetario che, oramai,
da secoli affliggevano lo stato romano. Gli
Imperatori precedenti avevano affrontato il
problema tentando la difesa della moneta in
modo forzoso e non realistico. La crisi famosa
del III secolo fu, in larga parte, una crisi economica, legata a quella del denarius, e gli
Imperatori dell’epoca non seppero vedere altra
possibilità di tamponare la falla diversa da
quella di sostenerlo ad ogni costo2. Diocleziano
(edictum de pretiis) aveva con tutte le sue forze
tentato di difendere il valore della moneta di
rame, un valore che invece il mercato aveva
dimostrato indifendibile. Agendo così non faceva altro che ripercorrere la stessa strada dei
suoi predecessori, che tutti indistintamente avevano difeso il denarius con la forza della legge
e non con la legge dell’economia. E ciò forse
era dovuto al forte sentimento della tradizione
romana per cui quella moneta di rame simboleggiava la res publica che passava nelle mani di
tutti, patrizi o plebei, liberi o servi, e pertanto
andava difesa ad oltranza. La sua azione più
incisiva fu rivolta all’attuazione di una grande
riforma fiscale creando un sistema di imposizione che sarebbe durato per secoli3, ma quella
riforma poteva solo, nel breve periodo, dare
respiro alle finanze statali, mentre, a lungo termine avrebbe reso asfittica l’economia, cosa
puntualmente avveratasi, senza peraltro agire
minimamente sulla moneta che, in realtà, era
l’ammalato che si doveva curare.
Il già citato Lattanzio afferma che “c’erano
più stipendiati statali che contribuenti. Enormi
imposizioni fiscali consumavano le forze dei
contadini; quindi i campi erano abbandonati e il
terreno coltivabile si trasformava in deserto.”4.
Chiaramente l’affermazione di quest’Autore
deve essere presa con molta circospezione in
quanto avverso a Diocleziano e la stessa opera
da cui è tratta non è la migliore garanzia
d’imparzialità. Tuttavia sappiamo da altre fonti
che effettivamente la pressione fiscale aveva
raggiunto livelli eccessivi.
Costantino fu il primo a capire che la via
della protezione caparbia ed ostinata non era
più percorribile e perciò abbandonò la difesa
del denarius di rame e lo lasciò al suo valore
effettivo in rapporto al solidus aureo. La soluzione costantiniana del problema monetario fu realistica, ma devastante allo stesso tempo, anche
perché giunta tardivamente rispetto al necessario. Il denarius perse in un solo colpo pressoché
totalmente il suo potere d’acquisto e quelle
fasce sociali medio basse che avevano affidato e
ancora affidavano la loro economia quasi esclusivamente a quella moneta, essendo quelle
auree e argentee nelle mani prevalentemente
dei ceti sociali più elevati, si ritrovarono da un
momento all’altro nella povertà più assoluta. Per
contro, coloro che possedevano e avevano
tesaurizzato la moneta d’oro divennero gli unici
detentori della ricchezza e pertanto i soli che
potevano in qualche modo accedere alle leve
della politica statale. Il divario economico fra i
ceti più elevati e gli strati meno abbienti della
popolazione, già prima notevole, diventava
improvvisamente una voragine senza fondo. Ma
ancora, in seguito alla constatazione che si
andava sempre di più diffondendo il disamore
per le cariche pubbliche, per la prima volta
venne stabilito per legge che i decurioni che
amministravano le municipalità automaticamente trasmettevano la loro carica per eredità ai loro
- 53 -
SALTERNUM
discendenti e, analogamente, agli appartenenti a
quasi tutte le categorie mercantili ed artigianali
era vietato di cambiare professione5. Era una
forma di cristallizzazione della società, un avvenimento che farà sentire a lungo i suoi effetti
riducendo considerevolmente il numero di coloro che, per posizione economica, e, di conseguenza sociale, potevano aspirare ad incarichi di
rilievo e quindi concentrerà maggiormente il
potere nel Palazzo allontanando quasi del tutto
i pericoli esterni di sovversione. Negli anni successivi, tutti i rivolgimenti nasceranno e si svilupperanno prevalentemente all’interno della
famiglia imperiale. Naturalmente non possiamo
sapere se anche questo sia stato calcolato da
Costantino. Tuttavia la rottura politica, oltre che
religiosa, con l’impero precedente non poteva
essere più netta. Cancellata la Tetrarchia voluta
da Diocleziano, Costantino riaffermò il principio
monarchico. L’evoluzione politica era perfettamente in linea con il personaggio.
Così come avevano fatto molti suoi predecessori anche Costantino volle il suo arco trionfale,
molto simile a quello di Settimio Severo; Esso
venne decorato con diversi rilievi recuperati da
edifici risalenti ai tempi di imperatori precedenti, soprattutto Traiano, Adriano e Marco Aurelio.
È questa una delle prime manifestazioni di reimpiego di materiale di spoglio, che diverranno
sempre più frequenti nei secoli successivi.
In campo religioso iniziò una notevole attività di edificazione di luoghi culto cristiani ed è in
questo periodo che s’impone la pianta basilicale delle chiese, struttura architettonica che assolveva egregiamente allo scopo di convogliare gli
sguardi e l’attenzione dei convenuti verso
l’abside e verso l’altare ove si celebravano i riti
e da dove l’officiante parlava all’assemblea dei
fedeli.
Contemporaneamente all’espansione dell’architettura religiosa cristiana, si registra un rallentamento costante di quella profana che, dopo
Teodosio I (morto nel 395), cessa quasi del
tutto. Non archi trionfali né terme, poche anche
le statue. Il declino della Romanità è oramai in
atto.
NOTE
1
4
2
5
Joseph Vogt, Il Declino di Roma Milano 1965 p. 117
Santo Mazzarino, L’Impero romano, Roma-Bari 1986.
3
Joseph Vogt, Op. Cit., p. 95.
- 54 -
Lattanzio, De Mortibus Persecutorum 7.3.
Joseph Vogt, Op. Cit., p. 123
MARIA AMORUSO
Gli affreschi di Pompei e le forme di degrado
I
l sito archeologico di Pompei, sin dai primi
momenti della sua scoperta, ha suscitato
un grande interesse tra gli studiosi e gli
appassionati per l’immensa quantità di reperti
riportati alla luce. Gli oggetti di uso quotidiano, i
monili, le monete, gli scheletri degli abitanti della
città e le stesse abitazioni sono considerati, nel loro
insieme, un esempio unico al mondo. Inoltre, a
rendere ancor più celebre questo sito, sono stati gli
affreschi con le loro varietà stilistiche, la grande
quantità di pigmenti utilizzati e i numerosi e minuziosi dettagli decorativi. Queste pitture sono state
oggetto di svariati studi che hanno permesso la loro
interpretazione e la loro conoscenza a livello strutturale ma hanno anche subito nel corso dei secoli
molti traumi in seguito a distacchi e trattamenti sperimentali (tra l’ altro con esito negativo) per la loro
conservazione.
L’unione di questi fattori, ad altri di tipo naturale o indotti dall’uomo, hanno creato una situazione conservativa molto problematica, che ha
visto comparire sugli affreschi una vasta gamma
di forme di degrado che nel corso degli anni
hanno compromesso, in modo anche irreversibile, lo stato di salute delle pitture.
La tecnica dell’affresco
Questa tecnica era ben nota fin dall’antichità,
ma nel corso dei secoli ha subito qualche cambiamento. In epoca romana la superficie pittorica si
preparava stendendo ben sei strati di materiale
diverso su di un supporto. I primi tre strati costituiti complessivamente da malta di calce e arena,
andavano a formare un unico blocco che prende
il nome di “arriccio”. Gli altri tre strati erano composti da calce e polvere di marmo sempre più
raffinata e, sull’ultimo, si applicavano i colori. I
Fig. 1 - Sezione trasversale della struttura di un affresco di epoca
romana.
primi due strati di calce e polvere di marmo sono
detti “intonaco”; l’ultimo, su cui sono applicati i
pigmenti, prende il nome di “strato pittorico”. Il
processo che permetteva la formazione di una
superficie pittorica compatta e resistente, consisteva nella trasformazione dell’Idrossido di Calcio
[Ca (OH)2] in Carbonato di Calcio (Ca CO3).
Sull’Idrossido di Calcio ancora fresco veniva steso
il pigmento. A questo punto aveva inizio il processo di carbonatazione, dovuto al contatto con
l’anidride carbonica (CO2) nell’aria e la perdita di
acqua (H2O): Ca (OH)2 + CO2 - Ca CO3 + H2O.
Il processo di presa, ovvero l’indurimento della
miscela per carbonatazione, è dovuto alla cristallizzazione lenta del carbonato di calcio neoformato, che genera una tessitura microcristallina
coerente.
La conoscenza dei materiali
L’esatta conoscenza della tecnica pittorica e
soprattutto dei materiali utilizzati permette di
comprendere i meccanismi che nel tempo possono provocare le trasformazioni nell’affresco.
- 55 -
SALTERNUM
Le cause e le forme del degrado
La situazione attuale delle pitture pompeiane
permette di individuare una vasta gamma di
forme di degrado e di tipo alterativo. La varietà
è dovuta principalmente alle differenti cause che
hanno indotto alla loro formazione.
1- Le cause fisiche
Le cause principali sono di tipo fisico; esse
sono strettamente collegate alle caratteristiche
della materia prima e ne comportano di conseguenza modificazioni a livello strutturale. Tra
esse le più dannose sono legate all’umidità e
all’acqua che, circolando nella parete genera
fenomeni di evaporazione, condensazione e
disgregazione della materia per il trasporto dei
sali che, risalendo in superficie, distruggono
con le efflorescenze la superficie pittorica.
L’acqua inoltre genera anche lo scioglimento
della calce, che in seguito a varie reazioni chimiche risale in superficie e si deposita sullo
strato pittorico sotto forma di bicarbonato di
calcio, formando una patina che nasconde
completamente la decorazione pittorica.
Anche la luce influisce negativamente sulla
conservazione dell’affresco, generando alterazioni cromatiche nei pigmenti e alterazioni
strutturali nei leganti pittorici.
È da ricordare ancora l’azione del vento, che
provoca l’erosione della superficie, della polvere che, depositandosi, oscura, e delle vibrazioni che possono generare distacchi tra la superficie di intonaco e il supporto murario, con
probabili cadute.
Fig. 2 - Casa degli Amorini dorati – Cubicolo. Rigonfiamento della
pellicola pittorica.
Fig. 3 - Casa del Giardino d’ Ercole – Cubicolo. Distacco della pellicola
pittorica.
La calce, che è la materia prima con cui viene
realizzato l’affresco, ha uno specifico valore per
la densità e la porosità, e risponde con specifiche reazioni alle sollecitazioni meccaniche e termiche. L’esatta conoscenza di queste caratteristiche permette di interpretare le risposte del materiale a determinate sollecitazioni e di comprendere i meccanismi che hanno indotto il materiale a reagire in quel modo preciso. Ovviamente
risulta fondamentale anche la conoscenza di
tutti i fattori e di tutte le cause che possono in
qualche modo influenzare la corretta conservazione dell’affresco e quindi modificarne le caratteristiche originali.
2 - Le cause biologiche
Le cause del degrado biologico possono essere divise in macroscopiche e microscopiche. Il
primo tipo va individuato nelle radici delle piante che possono infilarsi fin dentro le pareti dei
muri. La loro crescita costante provoca una frattura delle murature che genera il sollevamento e la
caduta dell’intonaco. Fanno parte della stessa
categoria anche gli escrementi degli uccelli che,
estremamente acidi, causano un erosione chimica della superficie più esterna della parete.
Per quanto riguarda le cause microscopiche,
ad essa è associata l’azione dannosa di funghi,
- 56 -
MARIA AMORUSO
batteri, alghe e licheni. L’acqua è la fonte principale per il loro sviluppo e il mantenimento di
una vita biologica; questo organismi detti “biodeteriogeni”, generano nel manufatto danni di
tipo fisico per l’azione meccanica che esercitano durante la loro crescita, e danni di tipo chimico per la produzione di sostanze metaboliche acide e quindi aggressive. I più dannosi
sono i funghi microscopici che, quando iniziano la loro azione, sono invisibili ad occhio
nudo ma, quando poi se ne osservano i danni,
è praticamente impossibile porvi un rimedio.
Le alghe invece sono visibili sull’intonaco e
creano zone circoscritte o estese di colore nero
o verde, e provocano, oltre che un danno estetico, anche un indebolimento della malta
superficiale. I licheni, che si comportano come
le alghe, generano alterazioni più evidenti e di
tipo crostoso; la loro rimozione implica spesso
anche l’asportazione di parte del film pittorico.
Infine ci sono i batteri, che svolgono azioni
diverse in base al loro ceppo di appartenenza.
3 - Le cause chimiche
Oltre ai danni generati da cause chimiche
dovute a fattori naturali, oggi si riconoscono
delle cause chimiche di tipo antropico, strettamente legate all’inquinamento atmosferico prodotto dall’uomo. Ovviamente, le manifestazioni
del degrado generate da queste cause si osservano più rapidamente sui muri esterni che su
quelli interni. I danni principali sono dovuti
all’aumento di sostanze gassose aggressive
nell’atmosfera, quali l’anidride carbonica
(CO2), l’anidride solforosa (SO2), gli ossidi di
azoto (NO2) e gli idrocarburi, che hanno accelerato il processo di degrado dei materiali.
L’anidride carbonica presente nell’atmosfera
come suo costituente oggi va considerata come
elemento inquinante poiché ha raggiunto concentrazioni molto elevate. Ancora una volta, è
l’acqua a contribuire al degrado degli affreschi
poiché, essa è il principale elemento di raccolta e concentrazione degli inquinanti atmosferici, li incontra nei suoi movimenti e li porta in
contatto con le superfici su cui essi incideranno.
Fig. 4 - Casa del Principe di Napoli – Tablino. Caduta della pellicola
pittorica.
Fig. 5 - Fullonica di Stephanus.
4 - Le cause antropiche
Sono intesi come danni causati dall’uomo
tutte le conseguenze che si sono sviluppate in
seguito alle azioni di tipo conservativo. In passato spesso capitava che il restauratore, nel tentativo di recuperare gli affreschi imbiancati,
raschiasse grossolanamente e con strumenti non
- 57 -
SALTERNUM
Fig. 6 - Casa del Giardino d’ Ercole – Efflorescenze saline.
Fig. 7 - Terme stabiane – Parete est del portico. Distacco e caduta dei
vari strati pittorici.
Fig. 8 - Casa della Venere in conchiglia – Atrio.
Formazione di alghe su di una parete esterna.
adeguati la superficie pittorica, che di seguito è
rimasta danneggiata. Era ancora peggiore la
soluzione che si applicava per eliminare le patine bianche dagli affreschi. Infatti veniva utilizzato un composto acido che aveva le capacità di
disgregare il carbonato di calcio; così eliminava
il velo bianco ma, penetrando in profondità,
intaccava anche la malta. Venivano impiegati
anche moltissimi prodotti organici per operazioni di restauro, ma che in realtà erano facilmente
degradabili e recavano danni alla superficie pittorica e favorivano la formazione di muffe.
Furono utilizzati numerosi prodotti poco sperimentati e con l’avvento della chimica, intorno al
1950, i polimeri organici di sintesi che però
hanno creato ulteriori danni, come la formazione di pellicole lucide impermeabili e gommose,
che hanno alterato la superficie cromatica ma
non hanno bloccato i processi di degrado.
Su numerosi affreschi pompeiani conservati
al Museo Archeologico Nazionale di Napoli
sono osservabili i vari danni che sono stati provocati nel corso degli anni da personale inesperto, che si improvvisava restauratore e creatore di
miscugli pericolosi, che hanno arrecato danni
irreparabili all’affresco e in alcuni casi la loro
completa distruzione.
Infine, tra le cause antropiche va inserita
anche la presenza giornaliera dei turisti che con
veri e propri atti vandalici creano incisioni sulla
superficie degli affreschi e abbandonano tra le
abitazioni e le strade del sito numerosi rifiuti.
Conclusione
Attraverso un attento esame di tutte le forme
di degrado riscontrate a Pompei, si può dedurre
che i danni principali sono causati dall’umidità e
quindi dall’acqua e dagli agenti biologici. Le
macchie più scure sulle pareti indicano esplicitamente la presenza di umidità, mentre altre
forme di degrado come le efflorescenze e le
patine sono la testimonianza dei processi chimici e fisici avvenuti successivamente al passaggio
dell’acqua nella parete, che ha compromesso la
stabilità chimica e fisica della calce provocando
un suo scioglimento, con la conseguente formazione di patine e una risalita di sali in superficie.
L’umidità che si riscontra nel sito in alcuni casi
Fig. 9 - Fullonica di Stephanus.
Formazione di licheni.
- 58 -
MARIA AMORUSO
proviene dal suolo, e in altri casi penetra probabilmente attraverso le coperture e, per infiltrazione, attraverso la parete esterna della muratura, che ha perso ormai ogni forma di rivestimento e mostra alle intemperie la sua parte più
porosa, costituita da mattoni e malta. Per quanto riguarda le forme di degrado biologico, la formazione di alghe e licheni si riscontra in particolar modo su affreschi che non posseggono
coperture di alcun genere. Gli escrementi di
colombo invece, paradossalmente si individuano all’interno delle abitazioni o comunque su
affreschi coperti da tettoie. È probabile quindi
che questi uccelli si introducano all’interno delle
abitazioni nelle ore notturne.
Anche se in una percentuale inferiore, le altre
forme di degrado individuate sono altrettanto
serie e dannose per l’affresco.
In conclusione, si può affermare che l’80%
circa delle pitture di Pompei non godono di
buona salute, mentre il restante 20% comprende
un gruppo di abitazioni aperte al pubblico da
pochissimi anni e quindi da poco restaurate, e
abitazioni che riscuotono molto successo tra i
turisti come il Lupanare, che ha subito un recente restauro e la Villa dei Misteri, che possiede
intere stanze chiuse e quindi inaccessibili al
pubblico, dove ci sono affreschi meravigliosi.
Sarebbe opportuno intervenire in tempi brevi
sull’intera area archeologica per preservare ciò
che resta di queste splendide opere, poiché la
condizione attuale del loro stato di conservazione potrebbe condurre nel giro di alcuni anni alla
loro definitiva scomparsa.
Fig. 10 - Casa degli Amorini dorati – Vestibolo d’ingresso dell’ambiente i.
Alterazione cromatica.
Fig.11 - Casa degli Amorini dorati – Peristilio f.
Escrementi di colombo.
- 59 -
SALTERNUM
Un particolare ringraziamento va al Prof. Ciro Piccioli, che
mi ha guidato nella realizzazione della Tesi di laurea da
cui è stato tratto questo articolo.
BIBLIOGRAFIA
Fig. 12 - Casa degli Amorini dorati – Peristilio.
Alterazione cromatica dovuta al passaggio di sostanze inquinanti.
Fig. 13 - Fullonica di Stephanus – Ambiente g.
Incisioni realizzate dai turisti sulla superficie dell’affresco.
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127-135.
Fig. 14 - Casa dei Ceii – ambiente.
- 60 -
MARA LUCIANI
La figura di Venere nei mosaici romani
della Tunisia. Uno studio iconografico
N
ell’immaginario collettivo, Venere è
da sempre vista come dea dell’amore
e della bellezza. In realtà il suo ruolo
fu ben più ampio ed articolato di quanto si
pensi. La sua nascita risale a tempi molto antichi, collegandosi a miti orientali e a divinità
come Isthar1, nota in Occidente con il nome di
Astarte2. Presso i Greci prese il nome di Afrodite,
con cui si identificherà successivamente il culto
romano di Venere. Viene presentata come dea
nata dalla spuma del mare, da cui deriva il nome
greco (αφρός3 ‘spuma’) . Il mito4 narra che la
dea nacque dal cranio di Urano, dopo che fu
gettato in mare dal figlio Crono; formandosi in
mezzo alle onde, sarebbe poi uscita dalle acque
nei pressi dell’isola di Cipro. Secondo una diversa versione del mito5, sarebbe nata in una conchiglia che fu portata nell’isola di Citera. Nel mondo
latino era una divinità secondaria del pantheon
romano, che acquisì maggior rilievo con
l’influenza greca, tanto da identificarla con
Afrodite stessa. Il ruolo che svolse fu quello di
dea della fertilità e della fecondità, origine della
vita, ma anche quello di protettrice della navigazione. La sua venerazione a mano a mano si
arricchì di nuovi attributi e forme. Tra questi,
Scipione Africano introdusse il culto di Venere
Genitrice, che ebbe larghissima diffusione per
l’appoggio dato da parte di Cesare, che vi affiancò quello di Venere Vincitrice. Silla la scelse come
propria patrona, mentre Cesare promosse il suo
culto legando la sua discendenza a quella di
Enea, che il mito riporta come figlio di Venere
stessa. Svolse in tal modo anche un ruolo politico. Il concetto di Venus fu messo in relazione
anche con l’ambiente magico-religioso, ad indicare una divinità benevola e propizia, costatando il
Fig. 1a - Particolare della ‘Toletta di Venere’ da Leptis Minor (fine II sec.
d.C.).
Fig. 1b - Particolare della ‘Toletta di Venere’ da Leptis Minor - Amorini
sulla barca.
collegamento fra il suo nome e i termini venia
(‘grazia’) e venenum (‘fascino magico’). Le sue
tante rappresentazioni la vedono nuda in atteggiamento provocatorio, simbolo di seduzione.
Le province romane del Nord-Africa conobbero una grande prosperità, che permise loro di
acquistare maggior risalto tramite la costruzione
di monumenti pubblici e le elaborate decorazioni delle case private. L’uso del mosaico si diffuse tra le città, fino a raggiungere il suo apice tra
il II e III secolo d.C.
- 61 -
SALTERNUM
Fig. 2 - ‘Toletta di Venere’ da Oudna (III sec. d.C.).
Fig. 3 - “Trionfo di Venere” da Bulla Regia (seconda meta del III sec. d.C.).
Venere fu una divinità molto popolare fra gli
africani, poiché in lei riscoprivano Astarte, la
grande dea della fertilità e della fecondità che
avevano adorato nel periodo pre-romano6. In
Tunisia la dea appare ritratta come una divinità
popolare, in rappresentazioni formali e
ieratiche7. Il periodo è quello che va dal II sec.
d.C. fino a quello bizantino. In Africa, la dea
interveniva anche nel valorizzare i doni naturali
con il trucco e l’ornamento ed è proprio per
questo motivo che i mosaicisti africani l’hanno
spesso rappresentata durante la sua toletta.
Questa serie iconografica è ampiamente diffusa
nei mosaici della Tunisia, nei quali la dea si
trova spesso in posizione frontale, in piedi, nuda
e affiancata da due amorini mentre le porgono
degli oggetti per agghindarla. La sua nudità era
sia un rituale che un simbolo di seduzione. La
dea è chiamata Anadiomene quando viene rappresentata uscente dall’acqua. Il tema prevede
tre accessori: lo specchio, la corona o ghirlanda
di fiori e un cofanetto di gioielli8. I mosaici più
rappresentativi provengono da El-Jem (III sec.
d.C.; ora al Museo di Sousse), da Leptis Minor
(fine II sec. d.C.; ora al Museo della città) e da
Thuburbo Majus (III d.C.; ora al Museo del
Bardo). In quello da El-Jem, Venere appare
come la dea della terra, il cui potere benefico e
di fecondazione è rinforzato dalla rappresentazione delle stagioni, come personificazioni dell’energia creativa della natura poste ai lati della
scena principale9. Quello da Leptis Minor (Figg.
1a-1b), che ricopriva il pavimento di un triclinio,
presenta la dea nella sua toletta circondata da
amorini su barche intenti ad attraccare dopo la
pesca o a salpare per raggiungere il mare aperto. Il mosaico descriveva le attività che probabilmente si svolgevano durante il giorno nel porto
della città, dove doveva risiedere il proprietario
che lo aveva commissionato10. Un mosaico che
fa eccezione è quello proviene da Oudna (Fig.
2) dove la dea non è più affiancata da amorini,
ma da Ninfe che svuotano conchiglie piene
d’acqua. La scritta in basso Industri è probabilmente il nome del proprietario della casa da
dove viene il mosaico o la firma del mosaicista11. Nel repertorio africano, venne recepito
anche il tema del trionfo, che affonda le sue
radici nella tradizione italica di I e II secolo d.C.,
anche se con l’apporto di modifiche proprie e
con la creazione di varianti12.
Tale soggetto si diffuse anche in Oriente13,
anche se con minor fortuna che in Africa. Gli
artisti del Nord-Africa presentano spesso il trionfo della dea. Solitamente appare nuda o semicoperta da un velo, seduta, e con un drappo che le
vola sopra la testa. Il più antico mosaico, datato
alla seconda metà del III d.C., proviene da Bulla
Regia (Fig. 3; in situ), dove la dea è seduta sopra
il dorso di mostri marini, mentre viene incoronata da amorini con una ghirlanda. La dea è cinta
da un’aureola, probabilmente per un rifacimento
più tardo, come si ritrova anche in due mosaici
- 62 -
MARA LUCIANI
da Timgad (Numidia)14. Il mosaico da Cartagine
(Fig. 4; ora al Museo del Bardo), datato agli inizi
del IV d.C., mostra la dea sopra un’isola, affiancata da barche con musicisti e danzatori, mentre
si incorona15. Un altro mosaico proveniente da
Ellès (Fig. 5; ora al Museo del Bardo), datato agli
inizi del IV d.C., la vede incoronata da due centauri-femmina che hanno la sua stessa fisionomia, mentre nella zona superiore si trovano due
cavalli con i loro rispettivi nomi. La corona che
le centauri-femmina pongono sulla sua testa sarà
una corona che ricompensa una quadriga vincitrice al momento dei giochi celebrati in onore
della dea stessa. Sopra la testa della dea e delle
due centauri-femmina si legge l’iscrizione:
Polystefanus rationis est Archeus, che riporta i
nomi degli altri due cavalli che facevano parte
della quadriga. Questa rappresentazione si
richiama al mondo dei giochi del circo, con la
presenza anche della palma, simbolo di vittoria.
L’associazione di Venere con il circo fa pensare
che i giochi fossero organizzati durante la festa
della dea stessa, che era celebrata con molto fervore nella regione di Ellès e nelle vicine città di
Mactar e Sicca Veneria. Tra i suoi molti poteri,
infatti, la dea portava fortuna nelle gare dei
cavalli garantendo la vittoria16. Come si nota, la
corona destinata a Venere può essere portata da
amorini, da Centauri-femmina o dalla dea stessa,
ed ha spesso lo stesso aspetto delle corone date
ai vincitori nelle gare di cavalli e di carri, ma può
essere sostituita anche con un drappo (Timgad)
o una ghirlanda (Ellès, Bulla Regia). Gli amorini
nel mosaico da Cartagine sono sostituiti con dei
musicisti, in quello da Ellès scompaiono completamente. Il tema del Trionfo non è caratterizzato
solo dall’incoronamento della dea, ma anche
dalla presenza della conchiglia, che richiama il
mito della nascita di Venere. Lo schema è stato
studiato ed interpretato dalla studiosa Sabrina
Toso17, che ha proposto una nuova classificazione iconografica del trionfo di Venere, basandosi
sul confronto con altre classi di materiali e sulle
suggestioni fornite dalle fonti letterarie, purtroppo scarse. Esse18 comunque attestano l’esistenza
di due miti, confermando lo stretto rapporto
della dea con il mare e con la conchiglia, come
eredità della Afrodite greca.
Fig. 4 - Perticolare dell' “Incoronamento di Venere” da Cartagine
(Fine IV sec. d.C.).
Fig. 5 - “Incoronamento di Venere” da Elles (inizi IV sec. d.C.).
Il primo riguarda la nascita di Venere19, il
secondo la transvectio20 , dove la conchiglia
diventa il mezzo di trasporto della dea per i suoi
viaggi in mare. Il tema della nascita di Venere
dalla conchiglia ha dato origine a schemi iconografici differenti. Un solo mosaico è stato attribuito con certezza a questo tema: un pavimento
del IV secolo d.C. da Hemsworth21, in
Inghilterra, dove la dea è stante, davanti alla
conchiglia che si apre a ventaglio alle sue spalle. Il tema della transvectio, già noto in ambito
- 63 -
SALTERNUM
Fig. 6 - Trionfo di Venere da Cartagine (390-400 d.C.).
greco, ha invece sviluppato un nuovo schema
iconografico in età romana, attestato nel mondo
italico a partire dal I sec. d.C. Lo si trova in due
pitture pompeiane, dove la dea appare distesa
nella sua conchiglia, appoggiata su un gomito,
mentre nell’altra mano tiene un velo gonfiato dal
vento; le gambe sono incrociate: una distesa e
allungata, mentre l’altra si piega dietro di essa.
Questa iconografia si diffonde tra il II e il III secolo d.C., nelle province occidentali (Gallia e
Spagna) nell’ambito del mosaico pavimentale.
Notando la poca differenziazione con
l’iconografia utilizzata dal modello proposto dalla
pittura, la Toso ipotizza l’esistenza di un prototipo comune da cui dipendono le varie raffigurazioni. Mentre la figura della dea rimane invariata,
cambia il rapporto con la conchiglia (che serve
sia da sfondo che da cornice) e l’orientamento
della composizione. Nascita e transvectio, pur
condividendo gli stessi elementi (conchiglia e
dea), rimangono estranee non solo dal punto di
vista del tema, ma anche da quello dello schema
alle raffigurazioni del cd. Trionfo, in cui la dea è
rappresentata seduta in una conchiglia sostenuta
da due mostri marini che fungono da portatori, o
è sorretta da essi posti in simmetria araldica. Il
Picard ha riconosciuto lo schema nel mosaico
africano22, ma probabilmente questo schema fu
una creazione di epoca romana e di carattere
prettamente figurativo, considerato il silenzio
delle fonti letterarie, tranne che per brevi accenni23. In seguito, gli studiosi lo hanno considerato
una creazione degli ateliers africani di II-III sec.
d.C., in vista della preponderanza nel mosaico
africano24. Tuttavia, esistono dei precedenti, come
una pittura di Ercolano in cui due centauri affrontati sostengono una conchiglia vuota.
L’associazione di Venere con la conchiglia è attestata nel cinerario urbano di Albius Graptus25,
della prima metà del I sec. d.C. e in una serie di
sarcofagi severiani di produzione romana, dove
la dea sostituisce il busto del defunto. Ma in questi materiali l’iconografia di Venere rimane molto
distante da quella utilizzata in ambito musivo.
È quindi importante la testimonianza della
lastra marmorea conservata a Palazzo Mattei26, di
età adrianea, dove la dea conserva i caratteri dell’archetipo: è seduta a gambe incrociate su una
conchiglia di piccole dimensioni, con braccia sollevate e piegate, nel tipico gesto dell’Anadiomene.
La conchiglia è sorretta da due Tritoni (uno anziano con barba e uno giovane) che guardano la
dea. Sulle loro code, due Eroti reggono gli accessori per la sua toletta. In età tardo-antica, tale iconografia viene assunta nel repertorio dell’aristocrazia urbana, caricata di una forte valenza autorappresentativa, come ci dimostrano le argenterie
del tesoro dell’Esquilino e i medaglioni in bronzo
della cd. Tensa Capitolina27, dove la dea è rappresentata con iconografia simile a quella musiva.
Per il mosaico si cita il pavimento policromo dei
Dioscuri da Ostia28. Da queste testimonianze si
evince che il luogo di nascita di questa iconografia tra il I e II sec. d.C. sia da situare al centro dell’impero: da qui si irradierà nelle province. Nella
parte orientale dell’impero gli esempi sono due:
il pavimento da Shahba-Philippopolis29 della metà
del III sec. d.C. e il più tardo mosaico da
Alicarnasso di fine IV sec. d.C.30. In Africa le attestazioni sono moltissime e si può vedere come gli
ateliers africani, pur non avendo creato questo
soggetto, l’hanno però reso proprio, rielaborandolo profondamente. Da queste considerazioni la
Toso31, nel suo saggio sul trionfo di Venere, ha
concepito tre varianti dello schema che presenta
la dea seduta:
1. con conchiglia retta da amorini; senza portatori
2. senza conchiglia, con mostri marini in qualità di portatori;
3. con conchiglia retta da mostri marini.
- 64 -
MARA LUCIANI
Nel secondo gruppo la conchiglia scompare
per una precisa scelta iconografica. La sua mancanza è una caratteristica prettamente africana,
che non ritorna altrove, neanche nelle altre classi di materiali. A questo gruppo appartengono i
mosaici da Bulla Regia32, Ippona33 e Khenchela34,
che si distribuiscono nel corso del III-IV secolo
d.C. La Ghedini35, nel suo intervento su un
mosaico di Ostia, afferma che i primi due schemi sono i più antichi e possono essere definiti
africani poiché sconosciuti fuori dell’area maghrebina. Il terzo gruppo è quello più vicino al
modello italico, da cui si differenzia per
l’accentuazione della conchiglia che si dilata per
fare da sfondo alla dea e dalla presenza dello
specchio. Questi mosaici, immediatamente successivi a quelli del secondo gruppo (fine IV-VI
secolo d.C.), recuperano tutti gli elementi dell’archetipo: la dea, la conchiglia, i portatori. Ma
la lettura è qui diversa: Venere è isolata in una
grande conchiglia, come si vede nella casa dei
sacra a Cartagine (Fig. 6; datato al 390-400 d.C.,
ora si trova al Museo del Bardo), nella casa della
zona del Tennis Club di Cherchel, nel frigidario
di Setif e nella casa dell’Asinus Nica di Djemila36.
Questo gruppo condivide con il secondo altre
varianti: i Tritoni sono spesso sostituiti da un
altro tipo di mostri marini, gli Ictiocentauri, in
cui si alternano zampe di crostacei o ali alle
zampe anteriori equine, per rompere la simmetria. Con l’andar del tempo le scene si fanno
sempre più ricche e variate: eroti, pesci, Nereidi,
mostri marini, pescatori si contendono lo spazio,
invaso dalle sempre più fitte onde del mare. Il
trionfo, inoltre, non presenta necessariamente
una corona sopra la testa della dea, ma a volte
viene sostituito da un ombrello tenuto da un
amorino (frigidario di Setif). Il tema del corteo di
Venere ha assunto un carattere trionfale in
Africa, anche se i suoi modelli sono abbastanza
ristretti. Blanchard-Lemée37 a proposito di un
mosaico di Djemila, sostiene che nel mosaico da
Cherchel38 le Nereidi appaiono con la stessa atti-
tudine della dea: il loro corpo è un po’ meno
inclinato indietro e meno ancheggiante, con le
braccia libere, come mostra anche il mosaico
d’Arione di Piazza Armerina39. Per i pescatori
sulle barche, si parla di un repertorio tradizionale di decori delle fontane, un uso largamente diffuso in Africa. La loro collocazione potrebbe
avere un ruolo di riempimento o di localizzazione geografica40. I musicisti e i danzatori sopra le
barche, secondo Blanchard-Lemée, appartengono a domini iconografici diversi, tra i quali uno
di essi riguarderebbe i monumenti funerari. Lo
studio è stato fatto da M. B. Andreae41, che vi
vedeva la rappresentazione del viaggio dei
morti. Questo viaggio prendeva le forme di
quello di Venere verso Cipro. Il porto poi, era il
punto d’arrivo del viaggio della vita: a Djemila
troviamo anche un punto di partenza, popolato
da figure della realtà quotidiana. La rappresentazione del mare è tipica della produzione africana e si ritrova in quattro diverse tipologie: linee
parallele interrotte da brevi tratti verticali; linee
parallele a zig-zag; linee a zig-zag; linee a zigzag alternate a linee orizzontali.
La tradizione italica e occidentale invece, presenta una diversa rappresentazione del mare
con linee parallele ed orizzontali, linee orizzontali alternate a linee disposte a 90° o linee parallele dalle quali si dipartono brevi tratti verticali.
E’ interessante notare come i vari elementi si
contaminino fra loro, rendendo spesso complicata l’identificazione dei soggetti. Il percorso
così compiuto dal cd. Trionfo di Venere è letto
secondo un modello centro/periferia,42 dove il
centro è Roma, da dove poi si diffondono le
innovazioni in aree periferiche. L’Africa è la
periferia che non riesce a diventare nuovo centro ma che elabora gli impulsi in modo originale per il proprio “consumo” interno43. Gli schemi
iconografici dei mosaici di Venere in Tunisia
riprendendo modelli romani, vengono poi
modificati con l’aggiunta di nuovi elementi,
costituendo una tipologia tutta africana.
- 65 -
SALTERNUM
NOTE
Principale divinità del pantheon assiro-babilonese e sumerico, era dea dell’amore e della guerra.
2
Divinità fenicia messa in relazione con la vita della natura
e della vegetazione.
3
Platone, Cratilo 406.
4
Esiodo, Teogonia 188.
5
Eliano, De Natura animalium 14.28.
6
Mosaics of roman Africa 1996, pp.147-153.
7
DUNBABIN 1999, pp.101-129.
8
Mosaics of roman Africa, 1996, p.150.
9
FOUCHER 1960; YACOUB 1995; DUNBABIN 1978.
10
YACOUB 1995; DUNBABIN 1978.
11
YACOUB 1995; DUNBABIN 1978. AA.VV. 2003.
12
GHEDINI 1995, pp. 301-307; TOSO 1995, pp. 293-300.
13
Il mosaico di Shahba-Philippopolis ne è un esempio.
14
DUNBABIN 1978, pp. 125-127, pl. 129.
15
POINSSOT-LANTIER 1924; Karthago 1999; YACOUB 1995;
DUNBABIN 1978.
16
Mosaics of roman Africa 1996, p. 150; YACOUB 1995;
DUNBABIN 1978.
17
TOSO 1995, pp. 293-300.
18
Plauto, LIGDAMO, STAZIO e PAOLO DIACONO.
19
Plauto, Rudens.
20
Ligdamo, Stazio e Paolo Diacono.
1
RAINEY 1973, pp. 93-94; HINKS 1933, n. 33, pp. 99-100.
PICARD 1941-46, pp. 43-108.
23
Lucano Dial. mar., 15,3; APULEIO, met., 4,31.
24
BLANCHARD-LEMÉE 1975, pp. 73-75; DUNBABIN 1978, pp. 154159.
25
MUSTILLI 1939, p. 29.
26
GUERRINI 1982 , pp. 161-163.
27
STÄHLIN 1906, p. 355.
28
DUNBABIN 1978, p. 215.
29
BALTY 1977, pp. 16-18.
30
HINKS 1933, n. 52a, pp. 131-132.
31
TOSO 1995.
32
DUNBABIN 1978, pp. 43-44; 154-158.
33
DUNBABIN 1978, pp. 154-158.
34
DUNBABIN 1978, pp .154-158.
35
GHEDINI 1995, pp. 301-307.
36
BLANCHARD-LEMÉE 1975, pp. 61-84, pl.I-II.
37
Ibidem.
38
LASSUS 1962, p.184.
39
GENTILI 1959, pl.XXXVII, fig. 9.
40
BLANCHARD-LEMÉE 1975, pl. XI-XII, a.
41
ANDREAE 1963, pp. 131-162, pl. 72 - 80.
42
Il modello era stato proposto da SETTIS 1988, pp. 135-176;
TOSO 1995.
43
TOSO 1995.
21
22
- 66 -
MARA LUCIANI
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Grecia.
LIMC= Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae.
MonPiot= Monuments et mémoires de l’Académie des
inscriptions et Belles-Lettres.
RA= Revue Archéologique.
RM= Mitteilungen des Deutschen archäologischen Instituts
– Römische Abteilung.
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ADRIANO CAFFARO
–
GIUSEPPE FALANGA
Arte, paesaggio e devozione nella costiera amalfitana.
Testimonianze del secondo Quattrocento
I
l palermitano Pietro Ranzano, già vescovo
di Lucera, precettore del secondogenito di
Ferrante, Giovanni d’Aragona, visitò la
Costiera Amalfitana tra il 1477 ed il 1480, al
tempo in cui ricopriva la carica di Vicario generale all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei
Tirreni. Nei suoi Annales omnium temporum, il
Ranzano offre un’interessante descrizione del
paesaggio costiero, affascinato dall’ameno
aspetto della natura e dalla ricchezza delle architetture civili e religiose: «Et, quod in primis accedit locorum pulchritudini et amœnitati, magnificis ædibus sunt cuncta cospicua suis abitatę
colonis, quę, cum continenter porrigantur,
unius largissimę urbis aspectum offerunt navigantibus»1. A colpire la sua sensibilità è la compresenza armoniosa di elementi fisici e culturali, che contribuisce a fare della Costiera
Amalfitana un ambiente variegato.
Le osservazioni del frate domenicano non si
discostano invero da quelle di altri forestieri in
transito lungo la costiera tra il ‘400 ed il ‘500,
come il Biondo2 e l’Alberti3, anch’essi attratti
dalla straordinarietà del paesaggio. Dalle loro
relazioni si evince la costante attenzione rivolta
anche alla componente religioso-devozionale
del luogo. Il Ranzano stesso ci confida il suo disappunto per non aver potuto visionare le reliquie di Sant’Andrea, custodite nel Duomo di
Amalfi, a causa della resistenza oppostagli dal
padre guardiano.
Già sul finire del XV secolo la costiera amalfitana doveva dunque presentarsi allo sguardo
di religiosi, studiosi e mercanti come un singolare complesso paesaggistico, in cui le tracce
d’arte sacra, disseminate nel territorio, contribuivano non poco ad esaltare la bellezza naturale
Fig. 1 - Napoli. Museo di S. Martino.
A. Arcuccio. Natività.
del sito, tanto da costituire tutt’oggi preziose
spie del secolare processo di compenetrazione
tra il paesaggio e la devozione.
Nella tavola della “Natività” (fig. 1), attribuita
da Raffaello Causa ad Angiolillo Arcuccio, oggi
custodita al Museo Nazionale di San Martino
insieme al dipinto della “Resurrezione”, ritroviamo una significativa testimonianza di questa
originale associazione di devozione e paesaggio per il tramite dell’arte4.
Il dipinto, realizzato nel secondo quattrocento, offre un suggestivo resoconto visivo dell’influenza allora esercitata dalla percezione degli
edifici sacri e civili nella caratterizzazione pittorica del paesaggio. Arcuccio non ritrae la città di
Salerno nella sua estensione, preferisce suggerirne uno scorcio e citarne gli emblemi, ossia la
Cattedrale, simbolo del potere ecclesiale, ed il
Castello Arechi, emblema del potere regale. Al
di là di questi riferimenti storico-urbanistici, a
destare interesse è tuttavia l’assetto paesaggistico, il contesto geografico fedelmente ritratto
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SALTERNUM
nelle sue componenti naturali, vedi i Monti
Lattari, insieme agli indizi strutturali, vedi la via
diretta a Vietri, che tutt’oggi apre la strada
costiera a chi parte da Salerno.
Nel dipinto, il paesaggio partecipa della
devozione religiosa, integra con la varietà dei
suoi elementi la disposizione corale degli angeli posti in alto sulla capanna. Il paesaggio diviene cioè il ‘luogo’ della devozione, come sembra
del resto voler suggerire lo stesso Arcuccio,
abile nell’aprire a mo’ di sipario la parete di
fondo della capanna, invitando lo sguardo dello
spettatore a spostarsi dalla Sacra Famiglia in
primo piano alla scena paesaggistica sullo sfondo.
Da quest’opera alle coeve testimonianze pittoriche con soggetto sacro presenti in costiera il
passo è breve, per via del comune substrato religioso e culturale che finisce con l’avvicinarle
l’una all’altra anche sotto l’aspetto iconografico e
stilistico. Dalle pale agli affreschi cambia il supporto materiale e la tecnica pittorica, varia la cultura artistica che sorresse l’ispirazione ed orientò la mano dei loro autori, ma resta costante il
‘tratto’ devozionale, il comune riferimento alle
usanze cultuali praticate nei vari siti.
Gli inediti affreschi della Chiesa di San
Martino a Ravello e della Chiesa di Santa Maria
a Castro di Vettica Maggiore, insieme alle argenterie custodite oggi nel Museo del Duomo di
Ravello e di Amalfi, seppur distanziate in aree
diverse della costa, attestano la complessità di
un assetto territoriale diversificato da apporti
culturali esterni, ma reso omogeneo proprio
dalla proliferazione di forme devozionali ricorrenti, che trovarono singolare espressione nell’arte del secondo Quattrocento. Tali testimonianze costellano un arco cronologico che
potremmo definire ‘mediano’ rispetto ai due
secoli dell’infeudazione del Ducato di Amalfi.
Durante il sessantennio aragonese, Amalfi mantenne, anche se in modo precario, rapporti di
natura commerciale con Napoli che, sin dall’età
angioina, esercitò un ruolo primario per
l’elaborazione delle correnti artistiche fiamminghe e catalane, divenendo centro di smistamento anche per gli artisti provenienti dal Nord e dal
Centro Italia, nonché polo diffusore di stili e ten-
denze attestate nelle opere pervenute al Sud
grazie alla politica d’acquisti favorita da Alfonso
il Magnanimo. La proliferazione di opere pittoriche quanto di argenti sacri nelle chiese della
costiera sembra testimoniare, pur non senza
problematicità, questa continuità di scambi tra il
Ducato di Amalfi e la capitale del Regno5.
Dell’antico monastero benedettino di San
Trifone a Ravello, già citato in un documento del
1011, oggi resta soltanto la chiesa, intitolata a
San Martino, a tre navate, con interessante campanile romanico6.
Al centro dell’abside, in fondo alla navata
sinistra, v’è un affresco (fig. 2), il cui autore è
ignoto: esso ritrae la Vergine col Bambino in
trono, da identificare con probabilità nel soggetto della Madonna dell’Arco. L’opera versa purtroppo in condizioni precarie, tali da ritenere
opportuno un intervento di restauro: una lunga
frattura taglia sul lato sinistro la superficie dipinta, già compromessa da numerose tracce di
calce, colate durante la recente intonacatura
delle mura (fig. 3).
L’impianto iconografico è con facilità ricondotto a soluzioni già adottate in numerose tavole del
secondo Quattrocento. Tutt’oggi qualche devoto
del posto riconosce in quell’effigie il ritratto della
Madonna dell’Arco, perpetuando ancora oggi una
devozione attestata nella relazione di una visita
pastorale effettuata da Mons. Bernardino Panicola
il 25 aprile 1665, nella quale il vescovo cita il
dipinto di “Sancta Marie de Arco”. Stando alle
informazioni forniteci da Imperato7, il presule,
intenzionato a riparare la chiesa, da decenni versante in cattive condizioni, comandò che venissero eseguiti alcuni lavori e dunque di coprire
l’affresco, forse già allora ridotto in cattivo stato,
non trovando fortunatamente quel comando esecuzione alcuna, come s’evince da una successiva
relazione pastorale del 1694. Un remoto vincolo,
se non di natura stilistica, ma iconografica,
potrebbe legarlo dunque all’affresco realizzato
intorno al 14708, - e più probabilmente ritoccato
dal pittore Agostino Tesauro intorno al 1519-209 nell’originaria edicola quattrocentesca di
Pomigliano d’Arco, divenuta centro propulsore
del culto mariano in tutta la Campania col susseguirsi a quei tempi dei primi miracoli10.
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ADRIANO CAFFARO
La Vergine nell’affresco ravellese è in trono,
vestita di rosso, con testa e spalle coperte da un
manto blu che, nell’avvolgerle le ginocchia,
appare in basso puntellato di fiori gialli stilizzati. Mentre col braccio sinistro regge il Bambino,
alzato in piedi sulle gambe della Madre, col
braccio destro mostra una melagrana, simbolo
della Resurrezione. Il volto, ritratto con agili tocchi di grazia, smorza, insieme al vivace impianto coloristico della visione, la ieraticità della
posizione frontale. Eguale imponenza caratterizza la figura del Bambino, ritratto nudo con al
collo soltanto una collana di grossi grani rossi,
forse coralli, dalla quale pende il ciondolo della
croce, prefigurazione della Passione. Colpisce
l’intensità dello sguardo e la naturale posizione,
che lo coglie con le mani indicanti il particolare
della melagrana. Questo dettaglio avvicina
l’affresco ad altre opere della Costiera in cui è
ritratto lo stesso frutto, come nella pala della
Vergine in trono tra il profeta Elia e San
Bartolomeo della Chiesa di Sant’Elia a Furore,
attribuita dal Bologna al capuano Angelo
Antonelli e datata al 1479, ma anche nel Trittico
nella chiesa di S. Maria delle Grazie di Pogerola,
databile alla fine del XV secolo11.
Su entrambi i lati, al di sopra delle due figure, compaiono inoltre due piccoli angeli, in corrispondenza simmetrica, nell’atto di incoronare
la Vergine: la corona e la parte alta del capo
della Vergine sono oggi illeggibili. In basso, un
fascio di nubi chiude la quinta, occupata sullo
sfondo dal grande trono ligneo. Il disegno, rinforzato da agili contorni neri, denota
un’esecuzione rapida e disinvolta: ne risultano
valorizzate le sagome, con effetti di vivace pittoricismo, in linea con lo stile ‘sintetico’ proprio
della vulgata popolare, che ritroviamo confermata a Ravello, con tratti stilistici affini, nell’affresco della Vergine con Bambino, oggi malridotto sull’altare della vicinissima Chiesa di
Sant’Angelo dell’Ospedale12.
Lasciando Ravello, proseguendo lungo la
costa oltre Amalfi e Furore fino a Praiano, risalendo le pendici del Monte S. Angelo, che
s’eleva sulla valle della Fontanella di Vettica
Maggiore, si giunge al complesso di S. Maria a
Castro, un tempo abitato dai Padri Domenicani,
–
GIUSEPPE FALANGA
Fig. 2 - Ravello. Chiesa di S. Martino. Madonna con Bambino, particolare.
Fig. 3 - Ravello. Chiesa di S. Martino. Madonna con Bambino.
oggi sede di una ristretta comunità di Frati
Francescani Riformati13. Nella chiesa adiacente al
cenobio di San Domenico, ritroviamo un’altra
significativa testimonianza del rinascimento
costiero, un affresco dipinto da autore ignoto,
occupante l’intera abside di sinistra14 (fig. 4).
Si tratta di una composizione tardo-quattrocentesca, dall’interessante articolazione scenografica che, nell’arricchirsi di numerose figure e
di motivi decorativi, non manca di ribadire la
solenne centralità delle figure sacre: in alto,
nella calotta absidale, quella del Cristo
Pantocrator; in basso, quella della Vergine in
trono col Bambino tra due Santi.
L’opera è stata restaurata nel 1994 con numerosi interventi, tesi innanzitutto a consolidare il
sostegno murario, provato dalle vicissitudini del
tempo e dal sisma del 1980. Tutt’oggi una lunga
crepa attraversa in senso longitudinale la superficie dipinta e la calotta absidale. È possibile tuttavia effettuare una lettura globale dell’opera,
dal momento che l’altare settecentesco in stucco, che un tempo copriva il registro inferiore
della parete dipinta, è stato opportunamente
asportato in fase di restauro, lasciando emergere le figure e le loro interessanti fisionomie.
A colpire lo sguardo del visitatore è innanzitutto la vivacità coloristica delle figure, che arricchisce l’ampia orchestrazione scenica, ben calibrata con gli innovativi valori plastici delle
forme.
Il registro inferiore, sebbene rovinato in parti
simmetricamente opposte, venute meno con
l’asporto dell’altare stesso, è occupato dal grup-
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SALTERNUM
po centrale della Vergine col Bambino, incorniciato dalla corte angelica ed inquadrato da un
baldacchino dalle forme classicheggianti, rievocanti moduli albertiani (fig. 5). Il rapporto tra le
figure ed il trono centrale restituisce una solu-
Fig. 4 - Vettica Maggiore.
Chiesa di S. Maria a Castro.
Affresco absidale.
Fig. 5 - Vettica Maggiore. Chiesa di
S. Maria a Castro. Madonna con
Bambino tra gli Angeli, particolare.
Fig. 6 - Vettica Maggiore. Chiesa di S.
Maria a Castro. Santo a sinistra,
particolare.
Fig. 7 - Vettica Maggiore. Chiesa di S.
Maria a Castro. Madonna con Bambino,
particolare.
Fig. 8 - Vettica Maggiore.
Chiesa di S. Maria a Castro.
Santo a destra, particolare.
Fig. 9 - Vettica Maggiore.
Chiesa di S. Maria a Castro.
Cristo Pantocrator, particolare.
zione che tradisce la cultura prospettica del suo
autore e rimanda ad altri casi locali attestanti, a
partire dagli ultimi anni del sesto decennio, formule di derivazione pierfrancescana, come la
già citata pala della Vergine in trono tra il profeta Elia e San Bartolomeo di Furore.
Sulla sinistra si staglia maestosa la figura di
un evangelista, forse San Luca, nell’atto di scrivere il Sacro Libro (fig. 6). Alla sua destra, compare un esile albero con frutti, tra i cui rami v’è
un cartiglio recante una scritta in latino di difficile decifrazione. Ai suoi piedi s’apre un corteo
di fedeli, ossia una processione di figure a
mezzo busto, con abiti tipici quattrocenteschi,
coi volti in ossequiosa compostezza, tra i quali
non è improbabile che si nasconda il ritratto del
committente o di un benefattore del luogo. È
questo particolare a rimarcare ancora una volta
il sentimento di devozione mariana già espresso
nell’affresco ravellese, tanto diffuso tra gli abitanti della Costiera, a quanto pare supportato da
una pratica liturgica popolare – dagli ex voto
alle processioni - che trova qui una sua ‘elevazione’ nel pretesto compositivo costituito dalla
stupenda corte degli angeli. Due di questi incoronano la Vergine; maggior fascino esercitano gli
altri otto ai suoi lati, tra i quali due ritratti mentre suonano il liuto, con pose e fattezze che rivelano un’esperta ripresa di iconografie angeliche
diffuse in area umbro-marchigiana15.
La plasticità dei volti ritratti nel gruppo centrale e la piena volumetria delle masse, che in
particolare definisce le eleganti figure della
Vergine e del Bambino (fig. 7), suggeriscono
una modalità espressiva tipica dei pittori attivi
nella cerchia toscana dei masoliniani, ovvero
una traduzione di remoti referti che sembra trovar credito nella cura dei valori plastici e dei dettagli anatomici e che tuttavia va qualificandosi in
modo più convincente tenendo conto di un più
incisivo intervento di matrice umbro-marchigiana, che influenza la scelta di gusto fondamentale e che pone l’opera in linea con i coevi esiti
maturati tra Perugia e Camerino, dei quali giunge eco in costiera grazie alla mediazione di
Giovanni da Gaeta, pittore dapprima attivo in
Terra di Lavoro, poi nel Principato Citra dopo la
metà del secolo. Formatosi nell’ambiente tardo-
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ADRIANO CAFFARO
gotico partenopeo, sensibile al nuovo linguaggio di pittori marchigiani come Giacomo di
Nicola da Recanati16 e Bartolomeo di Tommaso17,
Giovanni da Gaeta resta una presenza significativa per gli artisti attivi in costiera: la sua opera
potette agevolare l’importazione di nuove proposte dall’area interna alla costa tirrenica, favorendo ulteriori commistioni col gusto iberico,
come sembrano attestare l’Incoronazione della
Vergine e
Santi
Antonio da Padova e
Bernardino da Siena nella vicina Maiori ed il
Trittico di San Michele Arcangelo a Cava dei
Tirreni18.
Sulla base di tali riferimenti, l’opera di Vettica
potrebbe pertanto essere datata dopo gli anni
settanta del XV secolo, quando ormai è assestato lo scambio tra la cultura meridionale e le tendenze umbro-marchigiane e quando la cura
pierfranceschiana dello spazio e della forma
comincia più decisa a penetrare anche in ambito provinciale.
Nell’affresco, alla destra del trono compare
inoltre un’altra figura (fig. 8), di controversa
identificazione: forse San Nicola, forse san
Biagio o San Gennaro, ad ogni modo un vescovo, come ben si deduce dai paramenti sacri che
indossa: la mitra, i guanti, il pastorale. La probabilità che si tratti di S. Nicola è suffragata da
preesistenti testimonianze cultuali, fra tutte quelle degli affreschi di Maiori nell’abbazia medievale di Santa Maria de Olearia19, venerato del resto
il Santo in costiera come protettore dei naviganti. D’altro canto, proprio S. Gennaro è il
Protettore di Vettica e a lui è dedicata l’antica
chiesa parrocchiale. Non di secondario interesse
sono infine i motivi floreali che adornano le due
colonne del baldacchino, dettagli che completano l’eleganza ‘cortese’ già tradotta in pittura
dallo stile fiorito che permea di sé l’intera visione.
Nella calotta, si staglia maestosa la figura del
Cristo Pantocrator, recante il Sacro Libro (fig. 9).
Sulla sinistra, la figura di San Pietro, sulla destra
quella di San Paolo, entrambe ritratte coi tradizionali attributi iconografici, sorretti alcuni
anche da due angeli ai fianchi del Cristo. Nel
complesso, l’opera testimonia il grado di penetrazione in costiera delle più consolidate solu-
–
GIUSEPPE FALANGA
zioni pittoriche definite nei centri ‘maggiori’
della penisola, come prova l’assunzione di
moduli stilistici ricorrenti nei più lontani ambiti
centro-settentrionali e nei più vicini ambienti
della corte napoletana, riproponendo la sintesi
tra quelle formule italiane e le originarie fonti
valenzane e fiandro-borgognone accreditate da
tempo nella capitale aragonese.
L’affresco, più dell’altro rinvenuto nella chiesa di San Martino a Ravello, testimonia un rapporto devozionale espresso dall’ignoto artista
con una sapienza tecnica ed una sensibilità estetica che concorrono a generare un contesto
compositivo ed iconografico ‘complesso’, contrassegnato da uno stile alto, connesso ad una
tipologia ampiamente diffusa che lo rende diverso ormai da quello che un altro ignoto pittore
espresse nell’affresco cosiddetto de “La
Madonna dei Pescatori”, per la chiesa della S.
Annunziata a Minori, presumibilmente agli inizi
del XV secolo. Già in quest’ultimo è possibile
tuttavia rilevare una significativa sintesi di arte,
devozione e paesaggio, sebbene tale associazione vada declinandosi con una resa pittorica scevra d’effetti naturalistici, per via di una schematizzazione formale che, nell’ingenuità popolare
che s’affida a segni essenziali, pur lascia intendere un certo allineamento alla serie delle più
note opere prodotte a Napoli nel primo
Quattrocento. Alla stilizzazione degli alberi coi
limoni sullo sfondo – registrati, sarebbe il caso
di dire, come “prodotti tipici” del luogo – fa da
contrappunto il ritratto della Vergine
Soccorrevole, più dettagliato nei lineamenti,
curato con una sensibilità stilistica tale da distinguere l’intera figura dalle altre20.
La preziosità dei dettagli iconografici contribuisce a connotare l’affresco di Vettica Maggiore
come un momento singolare quanto significativo dell’articolato processo di affinamento stilistico della pittura sacra che va svolgendosi in
Costiera nel transito dall’epoca medievale a
quella moderna, nel passaggio dall’imperante
koinè flandro-borgognona all’assimilazione, nell’avanzato Quattrocento, di tendenze estetiche
proprie di una rinnovata cultura umanistica.
Nell’affresco di Santa Maria a Castro è tuttavia
riscontrabile una difformità compositiva che
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SALTERNUM
Fig. 10 - Ravello. Ex Cattedrale di S. Maria Assunta.
Croce - Base di reliquiario.
Fig. 11 - Pianillo di Agerola. Chiesa di S. Pietro
Apostolo. Croce processionale.
Fig. 12 - Pianillo di Agerola. Municipio. Sala Consiliare.
Croce processionale.
indurrebbe ad ipotizzare, per alcune sue parti,
tempi diversi di realizzazione se non addirittura
l’intervento di autori diversi, come sembrerebbe
attestare la divergenza stilistica ravvisabile tra il
registro inferiore e quello superiore. La definizione classicheggiante delle figure in basso, che
assicura alla visione un generale carattere ‘aulico’, contrasta infatti col grado di elementarità
che invece caratterizza le figure superiori, in
particolare quella del Cristo, le cui fattezze rivelano una più marcata stilizzazione, eco di una
tarda iconografia bizantina.
A destare curiosità sono tra l’altro alcuni
particolari compositivi e materiali: vedi il mancato coordinamento tra le due scene, giustapposte senza armonico rapporto; vedi l’affiorare
di brani isolati della visione, frammenti sparsi
di un impianto scenico precedente, soprattutto
laddove s’innestava un tempo l’altare settecentesco, come quello del pastorale o della mitra
della figura a destra, cui è stata sovrapposta,
come in un palinsesto, la nuova immagine del
Santo.
Al di là dei valori pittorici, l’affresco di S.
Maria a Castro interessa per alcuni indizi relativi
anche agli arredi sacri del XV secolo, dal
momento che taluni particolari consentono un
rapido rimando a preziose opere in argento del
vasto repertorio che oggi arricchisce il Tesoro
Sacro della Costiera.
Se si considera la croce processionale ritratta
in basso a sinistra, la ferula vescovile ed ancora
la mitra del presunto San Nicola ritratto a destra,
si comprende quanto sia agevolata la corrispondenza tra la pittura e gli oggetti di argento di
provenienza napoletana, la cui produzione proprio nel XV secolo vive una stagione felice.
Grazie ai Lipinsky21, cui si deve la redazione
del vasto inventario degli argenti presenti in
varie chiese della Costiera, possiamo oggi operare facili raffronti e constatare che la croce processionale dipinta in basso, col Cristo già morto,
accoglie una tipologia essenziale molto diffusa
tra le croci d’altare del rinascimento costiero,
come prova il rimando alla semplicità della
croce tardocinquecentesca che un tempo costituiva la base del reliquiario proveniente dall’ex
Cattedrale di S. Maria Assunta a Ravello22 (fig.
10). Una composizione più articolata ed arricchita da iconografie di altri Santi, secondo un
modello diffuso dall’Abruzzo fino in Calabria,
presenta invece la croce argentea per processioni, proveniente dalla Chiesa Parrocchiale di S.
Pietro Apostolo di Pianillo ad Agerola (fig. 11),
e l’altra custodita presso la Sala Consiliare di
quel Municipio, entrambe del XV secolo, forse
provenienti da Napoli23 (fig. 12).
Agli anni compresi tra il 1449 ed il 1460 va
inoltre datato il reliquiario della S. Croce della
Cattedrale amalfitana24 (fig. 13), esemplare
impreziosito dal contorno di piccole foglie di
vite e dai medaglioni quadrilobi sulle testate di
entrambi i lati, nei quali sono ritratti vari Santi,
con tipologia fedele a quella delle “Vere Crucis”,
tanto da fornire prova eloquente dei contatti di
committenza stretti nel Quattrocento con
l’ambiente catalano.
Nel frammento emergente sul lato destro dell’affresco di Vettica Maggiore, è ben visibile una
parte della ferula vescovile, decorata all’estremità superiore da una piccola figura, che rimanda
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ADRIANO CAFFARO
a soluzioni simili attestate in alcune opere
costiere anche nei periodi successivi, come
quella del secolo XVIII, appartenente al tesoro
dell’Arciconfraternita del SS. Sacramento di
Minori, recante la piccola effigie di S.
Trofimena25 (fig. 14) o quella di più recente fattura, custodita ad Amalfi, il cui riccio è ornato di
elegante fogliame, recante in piano la figura di
S. Andrea in trono26 (fig. 15).
Al 1471 risale infine il reliquiario di San
Lorenzo Martire27 (fig. 16), lavorato in argento
dorato. Il nodo è rifinito con decorazioni vegetali e la teca è contornata da un merletto di
foglie: l’opera testimonia il preziosismo gotico
che contraddistinse l’arte orafa al tempo degli
Aragonesi.
Nel periodo dell’infeudazione, il Ducato di
Amalfi va dunque configurandosi sotto il profilo
artistico come un territorio eterogeneo, per via
della compresenza di pittori ed artigiani di estrazione culturale diversa, nelle cui opere trovano
espressione tanto la devozione popolare quanto
forme più alte di religiosità. A rinforzare questa
eterogeneità è la concorrenza di influenze stilistiche esterne, captate grazie alla mediazione
aragonese sia dal più vasto ambito europeo sia
dai centri italiani attivi in ambito umbro-marchigiano e sul versante nord-adriatico. La molteplicità di questi fattori concorre a delineare il quadro artistico del rinascimento locale che, sul finire del Quattrocento, soltanto con la discesa al
Sud del veronese Cristoforo Scacco28, avrebbe
integrato alternative più solide alle prime istanze iberiche e fiamminghe per assumere una
fisionomia culturale più precisa, fino ad allinearsi agli emergenti casi italiani, preparandosi in tal
modo a recepire le novità della rivoluzione raffaellesca, innescata a Salerno di lì a qualche
anno da Andrea Sabatini29.
–
GIUSEPPE FALANGA
Fig. 13 - Amalfi. Cattedrale di S. Andrea Apostolo. Reliquiario della S.
Croce.
Fig. 14 - Minori. Ex Cattedrale di S.Trofimena. Ferula vescovile.
Fig. 15 - Amalfi. Cattedrale di S. Andrea Apostolo. Ferula vescovile.
Fig. 16 - Ravello. Ex Cattedrale di S. Maria Assunta. Reliquiario di S.
Lorenzo Martire.
- 75 -
SALTERNUM
Relazione scritta in occasione del Convegno di Studi
“L’infeudazione del Ducato di Amalfi: dai Sanseverino ai
Piccolomini” organizzato dal Centro di Cultura e Storia
amalfitana e tenuto presso la Sala della Biblioteca
Comunale di Amalfi dal 2 al 4 aprile 2003.
NOTE
B. FIGLIUOLO, Una inedita descrizione quattrocentesca di
Amalfi, in “Rassegna Storica Salernitana”, Salerno, Società
Salernitana Storia Patria, n. 13, VII, 1990, pp. 259-264.
2
F. BIONDO, Italia illustrata, pp.293-422, opera edita nel
1531 a Basilea insieme con Roma triumphante e Roma
instaurata.
3
L. ALBERTI, Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti
ad essa, Bologna, 1550.
4
Il pittore Angiolillo Arcuccio fu attivo a Napoli tra il 1464
ed il 1492. Esposta al Museo di San Martino (inv. 118-119,
1870), l’opera citata è catalogata con attribuzione ad
“Ignoto maestro catalano del secolo XV”, ritenuto uno
degli scomparti di un polittico perduto. Una prima pubblicazione del dipinto, con riferimento al paesaggio della
Costiera, è in: A. CAFFARO - G. GARGANO, Costiera amalfitana. Guida storico-artistica, Salerno, Palladio, 1978, p. 6.
Per l’attribuzione ad Arcuccio, cfr. R. CAUSA, Angiolillo
Arcuccio, in “Proporzioni”, III, 1950, pp.99-110. Su
Arcuccio in generale, cfr.: P. LEONE DE CASTRIS, (a cura di),
Quattrocento Aragonese. La pittura a Napoli al tempo di
Alfonso e Ferrante d’Aragona (Comune di Napoli –
Ministero per i Beni Culturali – Soprintendenza ai Beni
Artistici e Storici di Napoli e provincia). Napoli, Electa,
1997, p. 34.
5
A. P. FIORILLO, Due tavole quattrocentesche (Note sulla
cultura artistica nel Ducato di Amalfi nel XV secolo), in
“Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana.
Amalfi”, VII, 1987, n. 13-14, pp.129-147. Più in generale:
F. BOLOGNA, Napoli e le rotte mediterranee della pittura da
Alfonso il Magnanimo a Ferdinando il Cattolico, Napoli,
Società Napoletana Storia Patria, 1977, VIII, p. 278.
6
A. CAFFARO, La Chiesa di S. Martino di Ravello e il
Campanile di S. Maria della lama di Scala. Estratto da
“Rassegna Storica Salernitana”. Salerno, Società
Salernitana Storia Patria, XXXIII, 1972, p. 3 (3-11). Ed
anche: A. SCANNAPIECO, Inediti affreschi medievali nel territorio dell’antico Ducato di Amalfi (secc. XI - XV). Tesi di
laurea in Storia dell’arte medievale, relatore prof. Adriano
Caffaro, correlatore prof. Gerardo Pecci. Facoltà di Lettere
e Filosofia, Università degli Studi di Salerno, A.A. 20002001, p. 62.
7
G. IMPERATO, Vita religiosa nella costa di Amalfi,
Monasteri, conventi e confraternite, Salerno, Palladio,
1981, p.488, nn.29-32, fl. 55, “Liber visitationis factae per
Ill. mum et Rev.mum D.num F. Michaelem M. Bonsium
(…) anno 1617”. L’affresco, occupante una superficie rettangolare ritagliata sulla parete absidale, è alto m 1.39,5
ed è largo m 1.17,5. Così specifica Imperato in nota: «Il
Vescovo comanda che sia sequestrata una parte delle rendite al fine di provvedere per un’altra immagine nuova,
del calice e di altre cose necessarie per la celebrazione
della Messa, che si celebra nei giorni festivi e due volte
1
nei feriali». E ancora: «Avendo riscontrato che nell’altare è
“quadam pictura Sancte Marie de Arco”, [il vescovo] dà
ordine di rimuoverla, forse perché malandata». In riferimento alla successiva visita pastorale del 28 agosto 1694,
Imperato infine commenta: «La visita è senza alcuna
numerazione. Vi si legge che gli ordini, precedentemente
dati, non sono stati eseguiti […]».
8
R. PENNA - P. TOSCHI, Le tavolette votive della Madonna
dell’Arco, Cava dei Tirreni, 1971, p. 47. Vedere anche N.
D’ANTONIO, Gli ex voto dipinti e il rituale dei fujenti a
Madonna dell’Arco, Cava dei Tirreni, Di Mauro Editore,
1979, pp.7-19.
9
Per la datazione dell’affresco di Pomigliano al secondo
decennio del Cinquecento e per l’attribuzione ad
Agostino Tesauro, cfr.: C. CELANO, Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli, Napoli, 1692,
ed. moderna 1970, III, p. 2068; P. GIUSTI – P. LEONE DE
CASTRIS, Pittura del Cinquecento a Napoli, Napoli, Electa,
1988, pp. 279-281.
10
L’intervento era finalizzato a migliorare lo stato dell’effigie miracolosa, dipinta già agli inizi del XV secolo in contrada dell’Arco, intorno alla quale sarebbe poi stato eretto nel 1592-3 il noto Santuario di Pomigliano d’Arco.
L’iconografia in questione troverà poi conferma nei significativi motivi attestati nella serie degli ex-voto prodotti in
epoche successive.
11
F. BOLOGNA, Opere d’arte nel Salernitano dal XII al XVIII
secolo, Napoli, Soprintendenza alle Gallerie, 1955, p. 13.
Ma anche: ID., Napoli e le rotte mediterranee…, op. cit.,
pp. 117-118. Una prima datazione posticipava l’opera al
1482, in base a: M. CAMERA, Memorie storico-diplomatiche
dell’antica città e ducato di Amalfi cronologicamente
ordinate e continuate sino al secolo XVIII, Salerno, 1876,
vol. I, p. 660. Vedi inoltre: L. G. KALBY, Classicismo e
Maniera nell’officina meridionale, Salerno, Società
Editrice Salernitana, 1975, p. 9-10 – tav. IV. Per la pala di
Pogerola, cfr.: A. P. FIORILLO, Due tavole quattrocentesche
…, op. cit., p.133.
12
A. CAFFARO, La chiesa di S. Angelo dell’Ospedale di
Ravello in “Rassegna Storica Salernitana”, Salerno, Società
Salernitana di Storia Patria, anno XXXIV, 1972, p.7 (5-10).
13
G. IMPERATO, Vita religiosa nella costa di Amalfi…, op.
cit., pp. 255-258. Vedi anche: M. CAMERA, Memorie…, op.
cit., 1881, vol. II, p. 581.
14
A. SCANNAPIECO, Inediti affreschi medievali…, op. cit., p.
72. L’affresco, esteso lungo l’intera superficie absidale, è
alto m 4.28 e largo 2.50.
15
Per una generale trattazione della materia, cfr.: R.
BATTISTINI, La pittura del Quattrocento nelle Marche, in La
pittura in Italia. Il Quattrocento, Milano, Electa, 1986,
tomo secondo, pp. 384-413.
16
G. VITALINI SACCONI, Una proposta per Giacomo di Nicola
da Recanati, in “Paragone”, n. 277, 1973, pp. 63-45.
17
M. SENSI, Documenti per Bartolomeo di Tommaso da
Foligno, in “Paragone”, n. 325, 1977, pp. 103-156.
18
Su Giovanni da Gaeta: F. BOLOGNA, Opere d’arte nel
Salernitano…, op. cit., pp. 38-39, 79; vedi anche: F.
NAVARRO, La pittura a Napoli e nel Meridione del
Quattrocento, in La pittura in Italia. Il Quattrocento,
Milano, Electa, 1986, tomo secondo, pp. 457-458. Per le
tavole di Maiori, attribuite al di Gaeta, cfr.: A. P. FIORILLO,
Due tavole quattrocentesche…, op. cit., p.135-141. Sul
- 76 -
ADRIANO CAFFARO
contribuito offerto dal pittore nel Salernitano vedi anche:
A. BRACA, Rinascimento e Manierismo a Salerno, in
Salerno in età moderna, a cura di A. Placanica, Pratola
Serra, Elio Selino Editore, 2001, pp. 233-247. In generale,
sugli influssi umbro-marchigiani nella pittura meridionale,
risultano ancora utili i primi spunti offerti da F. ABBATE, La
pittura in Campania prima di Colantonio, in “Storia di
Napoli”, Napoli, E.S.I., 1974, vol. IV – tomo I, p. 503.
Inoltre, una presenza marchigiana - con riferimento al pittore Giovanni Boccati – è riscontrata anche nella già citata pala di Pogerola: vedi nota 11.
19
A. CAFFARO, Insediamenti rupestri del Ducato di Amalfi.
Dipartimento di analisi delle componenti culturali del territorio. Università degli Studi di Salerno. Salerno, 1986,
pp. 12-22. Ed anche: ID., L’eremitismo e il monachesimo
nel salernitano. Luoghi e strutture, Salerno, FAI – Fondo
per l’Ambiente Italiano, 1996, pp. 33-46.
20
A. CAFFARO, Insediamenti rupestri…, op. cit., p. 30. Ed
anche: Id., L’eremitismo…, op. cit., pp. 59-64.
Sull’affresco di Minori, vedi pure: A. BRACA, Indagini sul
patrimonio artistico di Minori, in “Rassegna del Centro di
Cultura e Storia Amalfitana”, Amalfi, anno VI (XVI intera
serie), 1996, p.184.
21
A. E L. LIPINSKY, Il Tesoro sacro della costiera amalfitana,
a cura di Nicola Franciosa, Amalfi, Centro di Cultura e
Storia Amalfitana, 1989, pp. 200.
–
GIUSEPPE FALANGA
Ibidem p. 152.s
Ibidem p. 89.
24
Ibidem pp. 113-114.
25
Ibidem p. 142.
26
Ibidem pp. 102-103.
27
E. SALMERI, Interventi sei-settecenteschi nel Duomo di
Ravello attraverso documenti inediti. Tesi di Laurea in
Storia dell’arte moderna, relatore prof. Maria De Rosa,
correlatore prof. Adriano Caffaro. Facoltà di Lettere e
Filosofia, Università degli Studi di Salerno, A.A. 19971998, pp. 166-167.
28
Su Cristoforo Scacco in generale, cfr.: F. BOLOGNA, Opere
d’arte nel Salernitano…, op. cit., p. 45 ed anche: La pittura in Italia. Il Quattrocento, Milano, Electa, 1986, tomo
secondo. In particolare, sugli apporti del pittore veronese
nel Sud, vedi: L. G. KALBY, Classicismo e Maniera…, op.
cit., pp. 15-20.
29
Varia è la bibliografia su Andrea Sabatini. Cfr., tra gli
altri: G. PREVITALI, (a cura di) Andrea da Salerno nel
Rinascimento meridionale. Catalogo della mostra alla
Certosa di Padula. Firenze, 1986. E ancora: L. G. KALBY,
Classicismo e Maniera…, op. cit., pp. 42-56; P. GIUSTI – P.
LEONE DE CASTRIS, Pittura del Cinquecento…, op. cit., pp.
87-186.
22
23
- 77 -
LINDA AURICCHIO
Il territorio tra Sele ed Alento
nel periodo tardoantico ed altomedievale
I
fiumi Sele ed Alento - posti nella parte
meridionale della Provincia di Salerno costituivano in origine, secondo molti studiosi, i limiti territoriali dell’area cilentana, oggi
oggetto di una forte promozione e valorizzazione1 (Fig. 1).
E’ stato a lungo dibattuto il valore da attribuire al toponimo ‘Cilento’, comparso per la prima
volta in un atto di donazione del X secolo2: tra
le interpretazioni più interessanti è da segnalare
quella di N. Acocella, che ritenne il termine
legato in origine al centro fortificato posto sulla
sommità del Monte Stella, ricordato dalle fonti
come Castellum Cilenti, sorto in periodo bizantino ma rivitalizzato con i Longobardi3 (Fig. 2).
Secondo P. Ebner4, esso indicava invece un’area
estesa lungo un centro abitato. A ciò rimanda
infatti l’etimologia stessa del nome Cilento, da
cis-Alentum, ovvero al di qua dell’Alento, in una
visuale territoriale che partiva da Cava o
Salerno.
Il toponimo, nato quindi alla fine del X secolo intorno ad un luogo ben definito - il Monte
della Stella- dal secolo XI sino al XVI venne ad
individuare tutto il territorio compreso tra i fiumi
Solofrone, a Sud di Paestum, ed Alento, per poi
definire - dalla prima metà del ‘700 - l’area che
dall’antica diocesi pestana andava fino al Sele,
nell’interno fino alle falde degli Alburni, verso
Sud fino a Sapri.
Entro quest’area si svilupparono le due realtà principali del periodo greco-romano,
Poseidonia - Paestum5 ed Elea - Velia6.
Gli insediamenti del periodo tardoantico ed
altomedievale, si svilupparono lungo le vie di
comunicazione, naturali o frutto di attività antro-
Fig. 1 Il territorio
compreso tra il
Sele, il suo
affluente Calore
(Nord-Est) e
l’Alento (Sud).
Fig. 2 Monte della Stella
(SA). Resti della
fortificazione nota
come Castellum
Cilenti.
pica. Esisteva infatti un tracciato naturale, utilizzato dal periodo romano a tutto il medioevo
che, inoltrandosi tra le colline che chiudono la
piana pestana a Sud-Est, superava la sella di S.
Maria di Finocchito - punto fondamentale di
passaggio delle strade dirette verso l’alto corso
dell’Alento, tra i comuni di Ogliastro Cilento e
Cicerale - e discendeva verso la valle sottostante, raggiungendo l’Alento e seguendone il corso
fino a Velia. Tale percorso naturale era detto de
Alento, de Cilento o Varco Cilentano7, ricordato
con qualche variante in un documento del 9948,
che descriveva il tragitto che dalla piana del Sele
giungeva, valicando il corso del Testene, alla
- 79 -
SALTERNUM
Fig. 3 - Il territorio da Salernum a Buxentum. I principali tracciati viari (da
MILLER 1964).
Fig. 4 - Agropoli.
Iscrizione
funeraria di Petrus,
VI sec.d.C.
sinistra del torrente La Mola, toccava il villaggio
di Luculo e si inoltrava verso Monteforte ed i
centri che premevano sull’alto corso dell’Alento
(Fig. 3).
I resti monumentali del villaggio di Luculo9
sono stati individuati nel 1982 nel Comune di
Cicerale, circa 1 Km a Nord della frazione Santa
Lucia: parte dei muri perimetrali di abitazioni
realizzate a secco, una vasca destinata alla raccolta delle acque ed un tratto di circa 100 m.
della strada lastricata che si innestava verso
l’interno, seguendo il corso del torrente La
Mola10, nonché il toponimo, rendono evidente
l’origine antica del centro, frequentato per tutto
l’altomedioevo11.
Il territorio cilentano era toccato anche dalla
Via Annia, detta Popilia12, terzo ramo della Via
Appia che collegava Capua con Reggio. Durante
il III secolo d.C. il suo tracciato variò: dopo
l’attraversamento del Sele - verosimilmente in
prossimità di Ponte Barizzo (Comune di
Capaccio) - seguiva il corso del fiume Calore e
si immetteva nel Vallo di Diano, riprendendo
poi il vecchio percorso13. Tale strada fu utilizzata per tutto il Medioevo e, proprio presso Ponte
Barizzo, scavi archeologici condotti nel 1983
individuarono la presenza di una plebs baptismalis, con funzioni battesimali e cimiteriali, con
un fonte battesimale, quadrilobato internamente
e circolare esternamente, databile tra VI e VII
secolo. Tali strutture sorsero sull’area che già dal
II-I sec. a.C. era occupata da una villa rustica in
cui si producevano vino ed olio14.
Il fiume Sele costituì per il mondo antico
un’ulteriore via di comunicazione nonché di
delimitazione territoriale a favore degli insediamenti, come attestano i rinvenimenti archeologici e le testimonianze letterarie.
L’Anonimo Ravennate (VII secolo), nell’elenco delle città costiere tirreniche, fa riferimento a
Velia, Paestum, Silarum15; il Silarum potrebbe
essere messo in relazione con il Portus Alburnus
ricordato da Lucilio («…hinc Silari ad flumen
portumque Alburnum»)16 ed anche da Probo che fa riferimento al Portus e ad una taberna
posta nei suoi pressi17- ed il portus maris del XII
secolo.
Tra i numerosi approdi presenti lungo il corso
del Sele, definiti porti dalle carte medievali, deve
essere annoverato quello collegato alla curtis S.
Viti de Siler, localizzata nell’area di Santa Cecilia
di Eboli, menzionata in un documento del 106718.
L’area circostante l’attuale chiesa dedicata a San
Vito è stata oggetto di indagini archeologiche,
successive al rinvenimento di frammenti ceramici datati dal V secolo a.C. al VI d.C.19. Lo scavo
dell’area - estesa circa 2 ettari - portò alla luce
cinque fasi di vita del complesso, a partire dai
livelli romani. I resti evidenziati hanno confermato l’ipotesi dell’esistenza nel V-VI secolo d.C. di
un luogo di culto costituito da varie strutture,
simili per posizione ed orientamento a quello
attuale: la curtis S. Viti de Siler20.
- 80 -
LINDA AURICCHIO
La figura di San Vito, ricordato negli Acta
Santorum come Vitus lucanus, martire dioclezianeo del 304-30521, i frequenti riferimenti al
fiume Sele, il radicamento del culto del Santo
nel luogo e la presenza della chiesa dedicatagli,
le cui prime fasi costruttive risalgono al V-VI
secolo, rendono verosimile la storia narrata dagli
Acta e plausibile la collocazione delle spoglie
del Santo in questi luoghi.
Per l’estensione e per la posizione del borgo
di San Vito, è stata avanzata l’ipotesi che si trattasse di un vero e proprio centro di smistamento delle mercanzie che giungevano dalla Piana
del Sele, un porto fluviale al quale confluivano,
come alla maida di Ponte Barizzo, le arterie
stradali della pianura pestana22.
L’Anonimo Ravennate, che sembra riprendere
itinerari romani del IV sec. d.C., descrive anche
un’unica via litoranea che da Salerno, dopo
Paestum, prosegue lungo la costa per Velia: tra
questi due siti pone il villaggio di Ercula23.
Stando ai materiali rinvenuti, tale vicus romano,
sviluppatosi alla foce del fiume Testene, ebbe
una continuità insediativa dal I sec. a.C. al V-VI
d.C. I resti del borgo marittimo, dotato di un
porto, furono utilizzati come sepolcreto nel VIVII secolo, dopo che gli abitanti si trasferirono
presso il promontorio di Agropoli24, dove fu edificata la chiesa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo25.
La necropoli altomedievale, rinvenuta nel 1976,
era composta da 21 sepolture multiple con
modesti corredi funebri. Per le deposizioni vennero utilizzati materiali più antichi, come un sarcofago dionisiaco, e l’epigrafe funeraria dedicata
ad un [Pet]rus, che visse 18 anni. La presenza
dell’indizione, la formula di coniuratio ed i caratteri epigrafici, fanno propendere per una datazione al VI secolo26; l’epigrafe rappresenta la più
antica testimonianza del Cristianesimo ad
Agropoli, lasciando intuire la presenza nelle vicinanze di una chiesa cimiteriale, forse collocabile
nell’edificio termale di età romana27 (Fig. 4).
Il centro di Ercula dovette rivestire
un’importanza fondamentale dal punto di vista
commerciale, come testimonia la sua collocazione alla foce del Testene e presso la biforcazione
della strada costiera: il ramo viario principale,
superato il fiume, toccava Agropoli e poi, con il
nome di strada di S. Paolo, procedeva a Sud-Est
verso il promontorio di Vatolla; quello secondario era diretto verso la Lucania Occidentale.
Punto fondamentale della viabilità era costi-
Fig. 5 Paestum, area
dell'Athenaion.
Strutture attribuite
alla residenza
episcopale (MAIURI
1951).
Fig. 6 Paestum. Pianta della
Chiesa della SS.
Annunziata. In grigio le
strutture di V e VI sec.;
In nero quelle dell’XIXII sec.
tuito dal Varco Cilentano, percorso stradale che
dal guado del fiume Solofrone risaliva da Nord
le prime colline del massiccio del Cilento e collegava da tempi remoti la piana del Sele con la
piana velina.
Nella traslazione di S. Matteo apostolo ed
evangelista28 viene narrato il tragitto effettuato
dal vescovo di Capaccio per recuperare le spoglie dell’evangelista custodite a Velia, testimoniando la ripresa dei contatti e dei traffici tra le
popolazioni locali; Giovanni, «que in illo tempo-
- 81 -
SALTERNUM
Fig. 7 - Altavilla Silentina (Sa). Planimetria dell'area di San Lorenzo (da
PEDUTO 1984).
re sedis pestane presulatum tenebat»29, attraversò
il casale di Ruticinum (Rutino), sfiorò Ogliastro
e toccò Eredita, diretto verso Velia.
La situazione di Paestum tra tardoantico ed
altomedioevo appare più vitale di quanto sinora
ipotizzato: i rilievi effettuati dal Maiuri tra il 1929
e 1939 documentano la presenza di strutture
attribuite ad un complesso vescovile, realizzato
nell’area circostante l’Athenaion, costituito da
abitazioni in materiale di spoglio, con muri perimetrali addossati al tempio e sepolture poste
all’interno della città ed ai piedi delle mura30; tale
complesso fu abbandonato a partire dalla metà
del secolo X31.
La non lontana chiesa dell’Annunziata, realizzata intorno al V-VI secolo, avrebbe svolto la
funzione di chiesa cimiteriale32 (Fig. 5). Tale
chiesa, rinnovata alla fine del XII, costituita da
un’unica aula absidata eretta con materiali di
spoglio, era fornita di un quadriportico con fusti
di colonne doriche sui lati. In periodo romanico,
con la realizzazione delle due absidi laterali,
venne ridotta l’abside precedente33. Al corpo
della chiesa era annesso a Sud-Est un edificio
battesimale, di cui si rinvennero tracce murarie
ed un frammento di intonaco affrescato (Fig. 6).
La presenza di spazi abitativi a Nord-Ovest
del Foro - successivi al V secolo - il rinvenimento di una fossa granaria dall’area
dell’Ekklesiasterion, che ha restituito materiali
d’uso databili al VII-VIII secolo, ed un sistema
di canalizzazione delle acque d’epoca tarda34,
attestano come il resto della città non fu abbandonato. Nel periodo tardoantico si ebbero tuttavia diverse forme di occupazione dello spazio
urbano, con l’uso di seppellire i defunti intra
muros, in aree - come quella del Foro - prima
caratterizzate da una diversa destinazione
d’uso. Alla fine del VI secolo, come testimonia
una lettera di papa Gregorio Magno35, il vescovo di Paestum, Felice, fu costretto a rifugiarsi
ad Agropoli - verosimilmente per evitare le
angherie dei Longobardi, nuovi invasori - che
divenne così la nuova sede dell’Episcopato,
nella forma di centro fortificato bizantino, un
Kastron con caratteristica pianta rettangolare.
Presso Altavilla Silentina, in località San
Lorenzo, scavi archeologici condotti nel 1977
hanno restituito i muri perimetrali di due chiese, di cui una battesimale, un ambiente porticato e l’area cimiteriale, occupata da 147 sepolture. Il complesso ebbe due fasi di vita, la prima
dalla fine del VI a tutto il VII-VIII secolo; la
seconda nei secoli XI-XII. Gli ambienti del
nucleo originario furono adattati a battistero,
cui successivamente fu aggiunto un vano absidato, dando luogo ad una seconda chiesa, la
plebana, con verosimile funzione cimiteriale,
nell’ambito della cura animarum. Il villaggio
di San Lorenzo faceva parte di una serie di
insediamenti sparsi sul territorio, il cui centro
più importante doveva esser presso
Castelluccio, come testimonierebbero i resti di
un’abitazione, di un battistero e di una tomba,
più vari frammenti di tegole. L’attribuzione di
questo complesso alla fase Bizantina o
Longobarda è però difficile, data la commistione degli elementi36 (Fig. 7).
Alla luce delle conoscenze finora raggiunte, il
credo religioso risulta quindi presente in quest’area a partire dalla metà del IV secolo37, mentre è dal VI secolo che si ha testimonianza di ple-
- 82 -
LINDA AURICCHIO
bes baptismales, veri e propri centri di aggregazione demica in virtù delle loro prerogative di
amministrazione dei sacramenti e di seppellimento dei defunti.
Scavi archeologici presso Cerrina di Altavilla
Silentina, ancora in corso, hanno permesso di
individuare resti di un fonte battesimale di datazione incerta, che viene ad affiancarsi ai precedenti nel quadro di un’occupazione cristiana del
territorio attuatasi con sistematicità a partire dal
VI secolo.
Sul monte Calpazio, nel Comune di Capaccio,
nello spiazzo antistante il Santuario della
Madonna del Granato (costruito nel XII secolo),
scavi archeologici condotti dall’Università di
Salerno nel periodo 1973-1979 hanno portato al
rinvenimento di una chiesa a tre navate e tre
absidi assegnabile all’VIII secolo, di cui si conserva parte degli affreschi; e di un nucleo insediativo che si sviluppa ai piedi del castello, nel
cosiddetto “Orto della Mennola”, che consta di
due fasi abitative, di cui una altomedievale.
Se dunque la situazione insediativa per il
periodo tardoantico, legata alla presenza di edifici religiosi, risulta più chiara per le aree comprese lungo il corso del Sele, la documentazio-
ne di strutture sorte più a Sud, lungo la costa o
comunque lungo gli assi fluviali, inizia dalla fine
del IX secolo, come testimonia il ricordo del
monastero di Santa Maria de Gulia, presso San
Marco di Castellabate, eretto verosimilmente in
concomitanza con l’allontanamento dei Saraceni
da Agropoli, o San Mango o San Primo di
Cannicchio, precedenti al X secolo.
In seguito alle varie vicissitudini storiche, il
popolamento di tal territorio ha avuto alterne
vicende, con una netta differenziazione tra i
centri posti lungo il litorale e quelli dell’interno:
la fascia costiera fu vitale quasi senza soluzione
di continuità fino all’arrivo dei Saraceni; successivamente si formarono insediamenti in zone
più interne, come Eredita ed Ogliastro, in concomitanza con l’attività dei monaci precavensi o
basiliani che, tra i secoli IX ed XI, intorno a
chiese e conventi, crearono nuovi poli di aggregazione per le genti che fuggivano dalle coste.
Nuove e più approfondite indagini sarebbero
comunque necessarie per giungere ad una comprensione maggiore della realtà insediativa di
tale area, nel quadro di una conoscenza più articolata di un periodo storico caratterizzato da
profonde trasformazioni.
- 83 -
SALTERNUM
Testo tratto dalla propria Tesi di Laurea in Scienze dei Beni
Culturali, Università degli Studi di Salerno, a.a. 2006/2007
(Relatore: Prof.ssa C. Lambert, Correlatore: Prof.ssa E.
Mugione).
NOTE
Il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano è stato istituito con legge quadro n. 394 del 6/12/1991, per comprensivi 181.000 ettari di area protetta.
2
Codex Diplomaticus Cavensis, II, 222, gennaio 963.
3
ACOCELLA 1961, p. 16. Ricognizioni effettuate nel 1989 - 90
hanno segnalato la presenza, sulla vetta di questo monte,
di ceramica acroma di uso comune e di tegole medievali,
messe in relazione al castellum cilenti citato nei documenti medievali (GRECO 1992, p. 83).
4
EBNER 1979, p. 50 ss.
5
La bibliografia sulla città di Poseidonia-Paestum è molto
vasta. Cfr in part. LONGO 1999; GRECO E.- LONGO 2000;
TORELLI 1999.
6
JOHANNOWSKY 1987; GRECO 1975, pp. 81 - 145.
7
CANTALUPO - LA GRECA 1989, p. 670.
8
CDC, III, 17, anno 994.
9
Il villaggio di Lucolo (da luculus, piccolo bosco), situato
nell’attuale località Santa Lucia, era posizionato al centro di
una vallata chiusa da alte colline ed aperta solo a Nord,
verso il Solofrone. Fu a Lucolo che nel 1246 pose il campo
imperiale Federico II di Svevia, assediando i baroni ribelli
chiusi nella rocca di Capaccio; nell’inviare alcune lettere a
vari regnanti, le datò da Santa Lucia, toponimo che già allora indicava il luogo in alternativa a Lucolo. CANTALUPO - LA
GRECA 1989, p. 670.
10
GRECO 1992, p. 58. Il lastricato è costituito da basoli di calcare di dimensioni irregolari; essa è fiancheggiata da un
muro di contenimento realizzato con pietre di arenaria
locale. Il taglio dei basoli e la tecnica a secco fanno supporre una datazione medievale, confermata da un documento della Badia di Cava (CDC, III, 17) del 994 che la
menziona, mentre un documento successivo ricorda una
fiera locale, indicativa della posizione geografica del villaggio.
11
EBNER 1982, II, pp. 127 - 128.
12
MILLER 1964. Realizzata per volere di Tito Annio Rufo,
console nel 128 a.C., fu successivamente attribuita al console Publio Popilio Lenate.
13
CANTALUPO- LA GRECA 1989, p. 855.
14
PEDUTO 1999, pp. 371 - 378.
15
Anonymus Ravennas, IV, 34, v. 2.
16
Lucilio, III, 126.
1
Probo, III, 146,149.
Documento in cui si afferma la
sua restituzione
all’Arcivescovo di Salerno, Alfano, insieme ad altri beni
usurpati, da papa Alessandro II (DE ROSSI 1995, p. 158).
19
PEDUTO 2001, p. 73. La chiesa di San Vito si trovava presso l’alveo del fiume; la distanza attuale si deve a modifiche
attuate tra XIII e XIV secolo, al tempo di Carlo III d’Angiò,
in seguito ad inondazioni.
20
MELLO 2001, p. 93.
21
AA.SS. Iunii, III, 1867, p. 502.
22
LEONE - VITOLO 1982, p. 453.
23
Da alcuni studiosi Ercula viene identificato come S. Marco
di Agropoli, da altri come S. Marco di Castellabate. Per
l’identificazione del sito, ARCURI 1992, p. 20; FIAMMENGHI
1985, p. 277.
24
CANTALUPO - LA GRECA 1989, p. 681.
25
La chiesa dei SS. Pietro e Paolo, ricordata già da Gregorio
Magno in una lettera del 593, ha subito nel corso del tempo
notevoli modifiche ed acquisizioni (CANTALUPO - LA GRECA,
1989, p. 641).
26
LAMBERT 2004, pp. 100 - 101; EADEM 2007, pp. 958 - 959.
27
Il testo dell’iscrizione, mutila nella parte sinistra in seguito ad un taglio ben visibile, riporta, oltre ai dati riguardanti il defunto, una preghiera rivolta ai sacerdoti affinché nessuno violi la sepoltura in nome di Dio (MELLO 2001, pp. 7475).
28
ACOCELLA 1961, pp. 28 - 29, secondo il quale l’autore del
racconto sarebbe stato lo stesso del Chronicon
Salernitanum, ovvero un monaco del monastero di San
Benedetto di Salerno.
29
CDC, I, 253.
30
MAIURI 1951, pp. 63-69. L’A. non individuò subito
l’attribuzione delle strutture ad un complesso vescovile.
31
PEDUTO 2000, p. 67.
32
PEDUTO 1984, p. 70. Per quanto concerne tale
attribuzione, è da segnalare la differente interpretazione
del De Rosa (DE ROSA 1968, p. 182).
33
Dall’abside centrale vennero alla luce frammenti di affresco databili al IX secolo, mentre un altro lacerto rivela la
figura di un angelo, datato al XIII secolo, successivo quindi all’ampliamento (PEDUTO 1984, p. 71).
34
DE BONIS 2005, p. 399; Poseidonia- Paestum II, pp. 34 37, 64-65.
35
GREGORII MAGNI OPERA, p. 326. Secondo Pasquale Natella,
il sito di Agropoli era meglio indicato per affrontare la stagione estiva, giacchè probabilmente i Longobardi
arrivarono solo successivamente nella piana (NATELLA 1984,
p. 19).
36
PEDUTO 1984, pp. 29 - 78.
37
Testimonianza interessante è data dalle Tabulae
Patronatus di Paestum (MELLO – VOZA 1968, pp. 176 - 177).
17
18
- 84 -
LINDA AURICCHIO
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- 85 -
MARIANNA MELFI
Il territorio picentino tra Tarda antichità e Medioevo.
Lineamenti storici ed archeologici
L
a denominazione generica di “Territorio
Picentino” identifica un’ampia regione
alla periferia orientale di Salerno, che
comprende sia una porzione della fertile piana
del Sele, a Sud, che i primi rilievi dei Monti
Picentini, con i quali confina a Nord e che la
separano dall’Irpinia. Questo comparto, molto
variegato da un punto di vista geomorfologico –
pianeggiante, collinare e montuoso -, è delimitato e attraversato da diversi fiumi1, alimentati
dalle sorgenti poste su tale catena, che costituì
fin da epoca preistorica il fulcro intorno al quale
si formarono i primi stanziamenti umani (fig.1).
Per quanto riguarda la rete viaria, si è certi che
a partire dal II sec. a.C., il percorso principale
che interessava queste zone era la via consolare
Annia-Popilia, un prolungamento della via
Appia, che collegava Capua a Reggio Calabria;
l’ipotesi più accreditata è che essa, superato il
centro di Salerno, passasse per Picentia costituendo il decumano della città, superata la quale
continuava fino a Polla ed oltre. Nella località di
S. Leonardo - Fuorni da essa si distaccava un
percorso litoraneo che conduceva fino a
Paestum2 (fig.2). Osservando la Tabula
Peutingeriana3 si nota inoltre che all’asse passante per Salerno e Picentia si collegava un’altra
arteria, probabilmente un prolungamento della
via Appia che collegava Capua a Benevento e
quest’ultima ad Avellino e all’alta valle dell’Irno,
indi al territorio Picentino (fig.3).
La designazione di questa zona, già ricordata
da Plinio il Vecchio come Ager Picentinus4, ma
con un’estensione maggiore di quella attuale, va
fatta risalire al III sec. a.C., quando i Romani diedero vita ad un centro chiamato Picentia, costituito con il trasferimento di un gruppo di Picenti
Fig. 1 Territorio
Picentino. In
evidenza i
Comuni
citati nel
testo.
Fig. 2 Territorio
Picentino.
Ricostruzione
dei tracciati
viari antichi.
Fig. 3 - Tabula Peutingeriana. Stralcio con Picentia.
dell’Adriatico dopo la conquista delle loro terre
(269 - 268 a.C.). La nuova città fu poi distrutta
dai suoi stessi fondatori per aver parteggiato per
Annibale durante la seconda guerra Punica e gli
abitanti vennero costretti a vivere sparsi per vil-
- 87 -
SALTERNUM
Fig. 4 - S. Cipriano Picentino.Villa romana con
impianto termale (I-VI sec. d.C.).
Fig. 5 - Pontecagnano. Officina vetraria (III - V
sec. d.C.).
Fig. 6 - Pontecagnano.
Strutture con fornaci vetrarie
(III - V sec. d.C.).
Fig. 7 - Giffoni Valle Piana.
Tempietto di Ercole (I sec.
a.C. - III sec. d. C.).
laggi5; Picentia continuò tuttavia ad esistere
anche dopo questo episodio, poiché è ricordata
ancora da fonti tarde6.
Circa l’ubicazione di Picentia gli studiosi non
sono stati sempre concordi: alcuni ne hanno
proposto la localizzazione a S. Maria a Vico, in
territorio di Giffoni Valle Piana7, ma le indagini
e gli scavi condotti a partire dagli anni 19891992 hanno permesso di identificarla nel sito
antico di Pontecagnano: il centro di Età repubblicana occupa solo una parte di quello della
fase precedente etrusco-campana ed è caratterizzato da un impianto urbano organizzato su
assi viari ortogonali che definivano gli isolati.
Esso non si esaurisce con il periodo romano,
poiché i materiali dimostrano una continuità di
frequentazione per l’ampio arco cronologico
compreso tra il IV sec. a.C. e il V-VI sec. d.C.8.
Durante tali secoli si verificarono però vari cambiamenti non solo nell’area dell’abitato, ma
anche nel territorio circostante della piana e
dell’entroterra collinare. Già a partire dalla fine
dell’Età repubblicana (fine II-I sec. a.C.), ma
specialmente a partire dal I sec. d.C., nella
fascia costiera da Salerno al Sele e nelle zone
pedemontane e a mezza costa dei monti
Picentini si assiste al sorgere di ville rustiche,
connesse prevalentemente allo sfruttamento
agricolo del territorio9, che in alcuni casi continuano a vivere sino al III-IV sec. d.C. e alle
quali, nelle fasi più tarde, spesso erano legati
nuclei di sepolture10. Uno di questi complessi è
stato individuato nell’attuale comune di San
Cipriano Picentino: nel 1974 uno scavo
d’emergenza in loc. Pozzilli, a Sud della centrale piazza Umberto I, portò alla luce delle strutture riferibili all’impianto di una villa con
annesse strutture termali, ove si rinvennero
diversi reperti mobili databili ad epoca imperiale (I-II secolo d.C.). Gli scavi nell’area continuarono a più riprese negli anni 1995 e 199711 e
restituirono alcuni ambienti con resti di rivestimenti marmorei, tracce di affreschi, tessere
musive, manufatti scultorei in marmo e tufo grigio, lucerne tardoantiche, fondi di calici in
vetro, monili femminili, monete con la raffigurazione della civetta che sottolineano la ricchezza del luogo e i rapporti commerciali con i centri più vitali del Mediterraneo (fig.4).
Nell’area urbana di Picentia, a partire dalla
fine del II secolo e poi nel III d.C., l’abitato si
restrinse intorno alla sua strada principale: alcuni edifici andarono in rovina e le tombe invasero gli spazi privati. A questo periodo sono da
riferire anche alcuni alloggiamenti di attrezzature per la lavorazione dell’olio o del vino e officine destinate alla produzione del vetro. Nel IVV sec. d.C. nella stessa area si impiantò
un’ulteriore officina, alla quale sono pertinenti
una fossa di scarico riempita con frammenti di
vetro e alcuni pani di pasta vitrea; nell’area
adiacente, al di sopra dei crolli delle fasi precedenti, ricompattati, si creò un’ampia area libera
destinata agli impianti produttivi veri e propri
(fornaci, piani di lavorazione),12 (figg. 5-6).
- 88 -
MARIANNA MELFI
Sono state individuate inoltre due distinte
aree di necropoli pertinenti l’abitato: una in
località Magazzeno, sulla fascia costiera, che in
base ai materiali sembrerebbe in uso a partire
dagli inizi del II sec. d.C. sino almeno alla prima
metà del III sec. d.C. e un’altra a ridosso del
fiume Picentino, sulla riva sinistra, immediatamente a Sud della S.S. 18, che attraversa l’attuale
centro abitato di Pontecagnano in prop.
Colucci13; la datazione degli oggetti che compongono i corredi consente di inquadrare quest’ultima necropoli in un arco cronologico che
va dal II al IV sec. d.C.14.
Alla luce di queste evidenze, a partire dal IIIII sec. d.C. sembra emergere un’organizzazione
insediativa non più basata su un unico centro
urbano, come probabilmente doveva essere in
epoca medio e tardo - repubblicana, ma su una
serie di piccoli centri (vici) disposti lungo l’asse
di percorrenza Salernum-Picentia, all’interno di
un vasto territorio ormai controllato amministrativamente da Salernum15. Nell’area dell’abitato è
documentata un’ulteriore fase di occupazione
per il periodo altomedievale (VI-VII sec. d.C.):
l’ambiente già destinato alla lavorazione del
vetro (IV-V sec.), interessato da un crollo, fu colmato da uno scarico di tegole, la cui superficie
venne regolarizzata con uno strato di malta, che
ha restituito frammenti di ceramica a bande.
All’esterno dei muri nord e ovest di tale ambiente sono state rinvenute due sepolture, ricavate
nei crolli delle strutture tardo repubblicane: la
prima, di un bambino, aveva come corredo una
brocchetta di ceramica listata e un pendaglio
costituito da un dente di cinghiale; la seconda,
alla cappuccina, databile probabilmente nel VII
sec. d.C., conteneva un pettine d’avorio16.
Ad un periodo posteriore al VI sec. d.C. appartiene anche un nucleo di sepolture nell’ex proprietà Tortora, a Nord-Est del campo sportivo,
connesse ad un’area con fosse granarie e di scarico17.
Le ridotte evidenze archeologiche pertinenti
al passaggio tra Tardoantico e Altomedioevo
nella zona dell’antica Picentia e delle zone limitrofe si limitano quindi a poche sepolture e portano ad ipotizzare che nella pianura esistessero
gruppi ridotti di abitanti, che vivevano nelle
Fig. 8 - Giffoni Valle Piana.Tempietto di Ercole, epigrafe musiva (III sec. d.C.).
Fig. 9 - Giffoni Valle Piana. Castello e borgo di Terravecchia.
strutture preesistenti rimaneggiate, mentre il
resto della popolazione avrebbe trovato riparo
tra le colline retrostanti, naturalmente protette e
facilmente difendibili, dando vita a dei modesti
villaggi. Una spia di questo tipo di stanziamento
vicanico potrebbe essere rappresentato dal
toponimo Santa Maria ‘a Vico’, località nell’entroterra di Pontecagnano.
Nella zona collinare del territorio le evidenze
archeologiche riconducibili al periodo in esame
risultano ancora più sporadiche e frammentarie.
Il primo nucleo di quello che sarà il Comune di
Giffoni Valle Piana sembra essersi sviluppato
intorno ad un possedimento fondiario di età
romana: in località Campo, un piccolo edificio
identificato come tempietto dedicato ad Ercole18
(figg.7-8), costruito intorno al I sec. a.C. e
restaurato intorno al III sec. d.C., ed altre strutture murarie in opera incerta e sepolture databili in età tardoantica-altomedievale19 rendono
probabile la sua connessione originaria con un
fondo appartenente ad un possessor romano;
l’area sarebbe stata abbandonata all’indomani
dell’arrivo dei Longobardi, quando fu privilegiata la vicina area della collina di Terravecchia,
sulla quale venne costruito un castello fortificato, intorno al quale si sviluppò successivamente
un borgo con due chiese, racchiuso a sua volta
da una cinta muraria20 (fig. 9).
A circa 4 km, a ridosso del centro di
Pontecagnano, è situata la località di S. Maria a
Vico, interessata da un’ininterrotta continuità
insediativa dalla fine dell’VIII al IV-III sec. a. C.
Successivamente il sito fu probabilmente sede di
un vicus romano; dopo una lunga cesura segnata da secoli di abbandono, nel luogo venne eretta una chiesa a croce greca databile al VI sec.
d.C. (fig.10-11), che utilizza materiali di spo-
- 89 -
SALTERNUM
Fig. 10 - Giffoni Valle Piana. Chiesa di S. Maria a Vico, pianta e sezione.
Fig. 11- Giffoni Valle Piana. Chiesa di S. Maria a Vico.
Fig. 12 - Giffoni Valle Piana. Chiesa di S. Maria a Vico, paliotto d’altare (VI
sec. d.C.).
glio21. Pertinente a tale edificio di culto è un
paliotto d’altare in marmo i cui elementi iconografici orientano per una datazione al VI sec.
d.C. (fig. 12)22.
Le evidenze relative alla cristianizzazione del
territorio sono singolarmente rare: se si eccettua il
caso della chiesa di S. Maria a Vico, di cui non è
chiara la funzione originaria – forse un martyrium
–, nessuna altra traccia archeologica né epigrafica
attesta una presenza stabile di una comunità cristiana. Il fatto contrasta con quanto documentato
nella non lontana pianura pestana, con il territorio gravitante intorno alla città di Salerno, o, ancora, con il contiguo settore settentrionale dei Monti
Picentini, ma nella sua valutazione si deve tener
conto, oltre che della occasionalità delle ricerche
in un territorio potenzialmente assai più ricco di
quanto finora emerso, anche della diversa natura
insediativa di quest’area, connotata solo episodicamente dal fatto urbano, cui generalmente sono
da ascrivere i manufatti epigrafici.
Una presenza significativa di edifici di culto
nell’area studiata sembra verificarsi a partire
dalla piena età longobarda, cui vanno riferiti una
serie di fondazioni principesche assegnabili al
X-XI sec. ed alcune attestazioni di agiotoponimi
e chiese intitolate al S. Salvatore, a S. Michele e
a S. Giorgio.
La penetrazione di gruppi Longobardi nel
territorio della valle del Picentino e del
Tusciano dovette avvenire intorno alla metà
dell’VIII sec., dopo il loro stanziamento nel
salernitano. Più tardi, in seguito alla decennale guerra che provocò la rottura dell’unità politica della Langobardia Minor (839-849), si
verificò la divisione dell’antico Ducato di
Benevento nei due Principati antagonisti di
Benevento e Salerno. Dal testo della Radelgisi
et Siginulfi divisio ducatus Beneventani si
evincono alcune informazioni sulla geografia
storica della regione: la spartizione del dominio dei Longobardi meridionali tra i due nuovi
Principati appare come cessione da parte di
Radelchi a Siconolfo di un certo numero di
gastaldati. Nel trattato, la maggior parte della
regione dei monti Picentini - che allora comprendeva anche alcuni territori che oggi appartengono all’Avellinese - fu divisa tra i quattro
gastaldati di Salerno, Rota, Montella e Conza e
assegnata al nuovo Principato di Salerno; settori settentrionali di questo comparto sconfinavano però nel dominio dei principi beneventani. Il versante meridionale dei monti Picentini,
solcato dalle valli dell’Irno, del Fuorni, del
Picentino e del Tusciano, che si estendeva
verso Oriente fino al corso del Sele, includendo Eboli e Campagna, era compreso nel vasto
gastaldato di Salerno. Castiglione, Fuorni,
Giffoni, Montecorvino, Olevano erano in finibus salernitanis. Il corso del Sele, che già nell’antichità aveva segnato il confine tra l’Ager
Picentinus e la Lucania, costituiva la frontiera
tra il gastaldati di Salerno e la Lucania longobarda. Le pendici orientali dei monti Picentini,
digradanti dalle vette del Cervialto e del
Polveracchio verso l’alto corso del Sele, erano
nel dominio dei gastaldi e conti di Conza; il
versante occidentale dei monti, invece, ricadeva nel gastaldato di Rota.
- 90 -
MARIANNA MELFI
Le carte medievali documentano la presenza
nel territorio Picentino degli sculdahis, ufficiali
di rango inferiore, che alle dipendenze dei
gastaldi amministravano i centri minori (loca,
vici); la toponomastica fornisce alcune tracce di
insediamenti longobardi con le voci fara, sala,
harimann.
Documenti altomedievali attestano che nel
IX sec., accanto ai possedimenti del fisco principesco longobardo, vi era un forte dominio
fondiario dell’abbazia di S. Vincenzo al Volturno
sia nel territorio di Olevano sul Tusciano (ricordato come locus Tuscianus), che in quello di
Giffoni valle Piana (ricordato come fines
Stricturiae)23. Ad Olevano esso era ordinato
attraverso due poli amministrativi e produttivi
rappresentati dalla cella di S. Vincenzo e una
curtis di grandi dimensioni (fig.13), i cui resti
sono ancora visibili tra le due frazioni di
Monticelli e Ariano; tale complesso fu con
molta probabilità costruito sulle strutture di una
precedente villa rustica di età romana, della
quale sussistono ampi tratti murari di opera
incerta. A Giffoni, invece, il possesso volturnense era attestato dalla cella di S. Vincenzo,
nei pressi del fiume Picentino, e, non lontano
dal torrente Rienna, dalla chiesetta di S.
Ambrogio, databile tra IX e X sec. (fig.14)24.
L’esistenza di fondazioni principesche nella
zona è dimostrata da un documento del 1049,
con il quale il principe Guaimario IV procede
alla spartizione del patrimonio con i due fratelli Guido e Pandolfo; si tratta della più antica
attestazione dell’insediamento di S. Cipriano
Picentino, allora chiamato “Venera”, e della
chiesa dedicata al martire cartaginese Cipriano:
tra i vari beni che vengono divisi è infatti ricordato un terreno arbustato con castagneto que
est super ecclesia sancti Cipriani in loco Venera
que est coniucta ad viam que Benebentana
dicitur25. Nel luogo detto “Venera” lo stesso
principe Guaimario IV o forse suo padre, avevano dunque fondato una chiesa dedicandola a
S. Cipriano, che nel volgere di pochi anni darà
il nome a tutto il territorio imponendosi sull’antica denominazione: in un documento del
marzo 1064 si trova già chiaramente espresso il
Vicus Sancti Cipriani26.
Diverse chiese di proprietà del principe non
risultano tuttavia divise negli atti del 1049: è il
caso di S. Cipriano stessa e di S. Vito (nell’odierno comune di Montecorvino Pugliano), edificata su di una collina nell’estremo lembo occidentale del territorio de Loco Tusciano, per la quale,
al pari della chiesa di S. Cipriano, si presume
una fondazione principesca. In entrambi i casi
gli heredes succeduti nel possesso delle cappel-
Fig. 13 - Olevano sul Tusciano. Curtis di S. Maria, pianta (da PEDUTO 1990).
Fig. 14- Montecorvino Rovella, loc. Occiano. Chiesa di S. Ambrogio
(X-XI sec.).
Fig. 15 - S. Cipriano Picentino. Pianta della chiesa medievale sottostante
alle strutture ottocentesche.
le ai loro diretti fondatori conservano pari diritti
e figurano quali domini communi delle chiese.
A S. Cipriano Picentino, nel corso di scavi
eseguiti negli anni 1989 e 1993-1994 nell’odierna chiesa ottocentesca, sono emerse altre strutture con pavimentazioni precedenti e le fondazioni della chiesa ricordata nel 1049, in particolare, una delle tre absidi (fig.15), con sottostanti resti di muri romani ad una quota corrispondente ad un impianto termale del I-II sec. d.C.;
ciò prova che la chiesa medievale fu costruita
in diretta continuità insediativa con le strutture
di età romana imperiale. L’area, che conserva
ancora i resti del complesso termale, è posta in
asse con la chiesa, ad una distanza di 50 m
circa. I risultati degli scavi fanno ipotizzare che
- 91 -
SALTERNUM
Fig. 16 - Montecorvino Pugliano, loc. S.Vito. Chiesa di S.Vito, catino
absidale.
tra la chiesa del 1049 e quella attuale si siano
sovrapposte almeno due o tre pavimentazioni;
cospicui sono stati inoltre i ritrovamenti: oltre
ad ossa umane, frammenti di pavimentazioni in
maiolica, laterizi da costruzione, reperti fittili e
ceramica sigillata africana, vetri colorati, stucchi, affreschi e marmi.
La Chiesa di S. Vito è situata su una piccola
collina da cui domina l’abitato dell’omonima
frazione. Della struttura originaria, ad aula
unica, attualmente rimane soltanto la piccola
abside rivolta ad Est, decorata nell’intradosso
da un pregevole affresco raffigurante
l’Ascensione e con l’arco realizzato in blocchi
di tufo alternato a listature di mattoni (fig.16),
analoga a quella impiegata nella non lontana
chiesa di S. Ambrogio ad Occiano; il resto dell’edificio è completamente ristrutturato e presenta anche un orientamento diverso (NordSud) da quello antico (Est-Ovest).
Tra IX e X sec. si datano i primi documenti
pertinenti a Castiglione del Genovesi: dal più
antico di essi veniamo a conoscenza che già
nell’877 vi esisteva un fiorente abitato servito da
buone strade pubbliche e con territorio variamente coltivato, il pagus in finibus Salerni di
Castelione27.
Nell’ambito del X sec. sembrano avere origine anche i centri di Capitignano e Prepezzano di
Giffoni sei Casali; il primo è ricordato in un
documento della fine del X sec. con la chiesa di
S. Martino, intorno alla quale si sviluppò il
borgo medievale, le cui strutture sono in parte
inglobate negli edifici moderni; il secondo,
ricordato a partire dall’anno Mille e nel corso del
Medioevo avanzato, con la chiesa di S. Nicola28,
presenta continuità di vita fino ai nostri giorni.
In seguito alla conquista normanna del principato di Salerno (1077) e nel corso del XII sec.,
nel territorio Picentino vennero creati piccoli
feudi concessi in cambio del servizio militare a
diversi militi, i cui nomi sono ricordati nel
Catalogus Baronum29. Tale documento consente
di conoscere per la prima volta la classe dirigente che esercitò il potere economico, politico e
militare nell’area dove persistevano anche i
grandi proprietari terrieri già presenti in epoca
longobarda: i Monasteri salernitani di S. Giorgio
e di S. Benedetto, l’Arcivescovo di Salerno e
l’Abbazia di Cava. Nel 1167 il feudo di
Montecorvino fu concesso all’Arcivescovo di
Salerno Romualdo II Guarna: in un diploma si
specifica che Montecorvino era sito nelle vicinanze di Salerno, e si nomina il castello distrutto nel trentennio precedente30.
Nel Catalogus Baronum si ha anche la prima
notizia certa di S. Mango; in questa fonte è ricordato Filippo Guarna come signore di tale feudo,
già tenuto da Ruggero Sancti Magni31. Nel 1179
Filippo è menzionato come dominus castri S.
Magni e nel 1183 come dominus castelli Sancti
Magni32. Del castello - oggi detto Castel Merola
o del Merlo -, la cui tipologia dell’impianto suggerisce una datazione alla fine dell’XI-XII sec.33,
non restano che pochi ruderi di una torre-donjon (fig.17), edificata con conci irregolari di calcare carsico, situata sulla sommità del monte S.
Magno (585 m s.l.m.), tra i monti Tobenna e
- 92 -
MARIANNA MELFI
Stella. Il fortilizio ebbe notevole importanza
nelle vicende politiche del Medioevo, in quanto
parte del sistema orientale di difesa dell’antico
Principato di Salerno.
Al pari di S. Mango, anche Castiglione doveva appartenere in quegli anni a qualche esponente
dell’influente
famiglia
Guarna.
Successivamente, Federico II ordinò la demolizione dei castelli costruiti da privati sulle loro
terre e si appropriò di quelli edificati su suolo
pubblico, per ottenere un pieno controllo sui
governi cittadini autonomi, ribadendo la soggezione delle comunità urbane al governo centrale, già perseguita dai re Normanni. Egli prese
sotto la sua protezione la chiesa salernitana retta
da Niccolò Aiello e confermò la maggior parte
dei privilegi e beni che essa possedeva, quali i
villaggi di Olevano, Montecorvino ed altri ancora presso Giffoni. Il giovane imperatore nominò
i provisores dei castelli del Principato e diede
loro istruzioni relativamente al numero dei servienti di ciascun castello, ai compensi da corrispondere loro ed alle eventuali riparazioni da
farsi. In tale elenco è incluso anche il castello di
Giffoni34. Nel 1247 papa Innocenzo IV lo concesse in feudo al fedele e devoto Pandolfo da
Fasanella ed a i suoi successori35.
A questo periodo è riconducibile la cinta
muraria a cortine merlate che circonda il castello di Terravecchia (450 m s.l.m.), che mostra
inalterate le caratteristiche dell’architettura
sveva, con la presenza di merlature e con feritoie e torrette atte alla difesa piombante.
In
seguito
all’emanazione
delle
Constitutiones melfitane nel 1231, il territorio
giffonese fu diviso in tre Università: verso
Mezzogiorno, Giffoni Valle Piana, costituita da
22 casali; verso Oriente, Gauro, oggi appartenente al Comune di Montecorvino Rovella e
Fig. 17 S. Mango Piemonte.
Castel Merlo.
Fig. 18 Olevano sul
Tusciano. Castello.
verso Occidente, l’Universitas Sex Casalium,
comprendente originariamente i casales di
Ausa, Belvedere, Bissido, Capitignano,
Prepezzano e Sieti36.
Nonostante la conferma di molti privilegi
alla chiesa salernitana, Federico II le confiscò il
castrum Olibani (fig.18), concedendolo in
custodia al suo consigliere più fidato, Ermanno
di Salza Maestro dei Cavalieri Teutonici di
Gerusalemme37; dopo la morte di quest’ultimo
nel 1239, il castrum venne affidato a Roderio
de Rotonda38. In questo periodo la popolazione, prima stanziata all’interno delle mura, si
spostò progressivamente nei casali sottostanti il
castello e tra le colline. Solo nel 1255 il castrum
Olibani verrà restituito all’arcivescovo di
Salerno39.
- 93 -
SALTERNUM
*Il presente studio sintetizza i risultati di una Tesi di Laurea
triennale in Scienze dei Beni Culturali, Università degli
Studi di Salerno a.a. 2006-2007 (Relatore: prof.ssa C.
Lambert; Correlatore: prof. P. Peduto).
NOTE
Il principale è il Picentino (lungo 24 km) che nasce ai
piedi del Monte Acellica (1.660 m), attraversa Giffoni e si
getta nel Tirreno presso Pontecagnano; altro fiume importante è il Tusciano (lungo 37 km), che delimita la regione
verso Est (FONDI 1962, p. 40; BONIFACIO 2006, pp. 236-237).
2
ROSSI 2006, p. 253.
3
Tabula Peutingeriana (seg. VI, 5).
4
Plinio, Naturalis Historia III, 70 (CERCHIAI 1995, pp. 16-17;
GIGLIO 2001, pp. 122-123).
5
Strabone, Geografia,V, 4, 13; GIGLIO 2001.
6
Silio Italico, Punica VIII, 577-579; Floro, Epitomata de Tito
Livio II, 6, 11; Tabula Peutingeriana (seg. VI, 5); Itinerario
Ravennate, IV, 34; Stefano di Bisanzio, Etnicá, 523, 11.
7
Atti Amina 1984, p. 255.
8
CINQUANTAQUATTRO 1999, pp. 123-124.
9
GIGLIO 2005, pp. 317-318.
10
PONTRANDOLFO-GRECO 1997, p. 15.
11
PALMIERI 1994-1995, pp. 11-13; PALMIERI 2002, pp. 57-61.
12
CINQUANTAQUATTRO 1999, pp. 153-155.
13
GIGLIO 2005, pp. 301-349.
14
GIGLIO 2005, p. 302.
15
GIGLIO 2005, p. 320.
16
CINQUANTAQUATTRO 1999, p. 165 (n. 45); GIGLIO 2005, p.
315.
1
CINQUANTAQUATTRO 1999, p. 170 (n. 292).
LAGI 1992, pp. 814-815; CANTALUPO 1989, pp. 7-13.
19
LAGI 1992, pp. 814-816.
20
D’AMBROSI 1992, pp. 127-128.
21
VENDITTI 1967, pp. 560-562; PEDUTO 1982, p. 444;
CINQUANTAQUATTRO 2001, p. 99.
22
LAMBERT 2005, pp. 47-48.
23
Chronicon Vulturnense, I, p. 232; DI MURO 2001, 9 108.
24
VISENTIN 2000-2001, p. 17-171.
25
CDC, VII, p. 96. E’ molto probabile che tale via sia da
identificare con un sentiero poco battuto, che attualmente
congiunge Castiglione con Calvanico e poi si allaccia alla
S.N. per Avellino e Benevento.
26
CDC, VIII, 297.
27
Si tratta di quattro pergamene dell’Archivio della S.S.
Trinità di Cava (appartenenti originariamente a S. Massimo
di Salerno) degli anni 877, 905, 912 e 913. I documenti
sono riportati in CIOFFI 1974, pp. 126-127.
28
CRISCI 2001, pp. 15-16
29
JAMISON 1972, p. 96, 98, 100; CUOZZO 1984, pp. 532-533.
30
JAMISON 1972, p. 83.
31
IDEM, Ibidem.
32
CUOZZO 1984, p. 131; CAFFARO 1996, p. 113.
33
SANTORO 2005, pp. 118-122.
34
CARUCCI 1931, I, p. 134, 159.
35
CARUCCI 1931, I, p. 224.
36
ALFANO-BASSO 2000, p. 176.
37
CDC, I, p. 242.
38
CDC, I, p. 172.
37
CDC, I, p. 242.
17
18
- 94 -
MARIANNA MELFI
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- 95 -
VALDO D’ARIENZO
Vannoccio Biringuccio e la metallurgia in Italia
nel XVI secolo
V
annoccio Biringuccio, nato
a Siena nel 1480 e attivo tra
il XV e il XVI secolo, vive
una fase della storia della metallurgia
per molti versi cruciale, contribuendo
attraverso la sua opera di osservazione e di studio, nonché di elaborazione teorica nel solco degli studi che
contemporaneamente vanno sviluppandosi in Europa e soprattutto in
Germania, a rivitalizzare un settore Fig. 1 - BIRINGUCCIO De la Pirotechnia, lib. I.
che nei secoli dell’Alto Medioevo
aveva vissuto un progressivo e inarrestabile declino.
Se è vero che l’abbondanza di
risorse minerarie del continente europeo ha segnato le sue fortune sin dall’antichità, accompagnandosi con un
progresso tecnologico rapido e
costante, allo stesso tempo è altrettanto vero che a partire dal III secolo d.C.
«in Europa la produzione di metallo
cominciò a diminuire. Sulle prime si
trattò probabilmente di una diminu- Fig. 2 - BIRINGUCCIO, De la Pirotechnia, lib. III, p. 44v.
zione modesta, ma che si protrasse
per centinaia di anni. Dalla fine del
secolo VI sino alla fine del X, i minerali furono
aveva in Occidente furono abbandonate. Esse
estratti da profondità molto minori di quelle che
scomparvero dalla vista degli abitanti dei villagspesso erano state raggiunte nell’età classica. Si
gi locali, per essere riscoperte soltanto durante
affermarono metodi più primitivi di sfruttamengli ultimi cento anni dai moderni archeologi nel
to delle miniere. Scomparvero i lunghi pozzi che
corso dei loro scavi. Con il declino della popotalora potevano raggiungere, come quelli scavalazione europea, che iniziò dopo il secolo III,
ti nei pressi di Cartagena in Spagna, profondità
con la decadenza delle città che l’accompagnò,
di 500 o 600 piedi. Scomparvero anche – sepolti
con la contrazione del commercio e la riduziodai detriti – i pozzi profondi 40 piedi o più, che
ne della superficie coltivata, i discendenti dei
erano stati piuttosto comuni durante il secolo II.
vecchi abitanti e gli invasori germanici che si
Le più grandiose miniere che l’Impero romano
insediarono fra di loro si accontentarono di quei
- 97 -
SALTERNUM
Fig. 3 - BIRINGUCCIO, De la Pirotechnia, lib. III, p. 58.
Fig. 4 - BIRINGUCCIO, De la Pirotechnia, lib.VI, p. 83v.
minerali che si potevano ottenere nei pressi dei
villaggi, per lo più dai resti di vecchie opere
minerarie che erano accessibili senza scavare
pozzi. Gli sforzi volti a trovare nuovi filoni a
notevoli profondità cessarono1».
L’abbandono delle miniere e la relativa diminuzione di produzione e consumo di minerali si
accompagnano inevitabilmente con il secolare
declino dell’agricoltura e del sistema economico
nel suo complesso, fenomeni questi che contraddistinguono la storia europea dalla caduta
dell’Impero Romano fino alla rivoluzione dei
prezzi del XII e XIII secolo. La domanda di ferro
già in età carolingia, tuttavia, sia da parte del settore agricolo che di quello militare, viene in
qualche misura soddisfatta grazie alla maggior
facilità d’estrazione del prodotto e alle tecnologie più semplici e meno costose utilizzate in
quest’opera, sia, infine, per l’essere una delle
principali merci movimentate dalla
ripresa degli scambi commerciali tra
aree anche distanti tra loro, come
per esempio tra Venezia e il Levante.
Sulla base di ciò è sostenibile che,
all’incirca nell’VIII secolo d.C., si sia
registrata una ripresa di questo settore e lo sfruttamento di questa
risorsa in particolare2.
Successivamente l’aumento della
lavorazione di ferro nel corso del secolo seguente, inizialmente limitata
alla regione delle Alpi orientali, dà
impulso e il via, nella seconda metà
del secolo X, a una più intensa e
generalizzata attività mineraria e
metallurgica,
soprattutto
in
Germania, dove vengono aperte
parecchie nuove miniere; ancora in
seguito, nei secoli XI e XII, l’attività
mineraria si concentra principalmente lungo tutto il settore alpino. «Nello
Harz, nei Vosgi, nel Giura, e specialmente nelle Alpi orientali, la lavorazione dell’oro, dell’argento, del
piombo, del rame e del ferro, acquistò importanza. Dopo la metà del
secolo XII il progresso si intensificò
e il nuovo interesse per l’attività
mineraria si estese ad altre regioni. Il primo
grande periodo della storia mineraria iniziò per
i popoli occidentali attorno al 1170, con la scoperta dei ricchi minerali argentiferi di Freiberg in
Sassonia. Esso continuò fino al secolo XIV3».
I motivi alla base di questa che può essere
definita a tutti gli effetti una fase di espansione
vanno ricercati sicuramente nell’incremento
demografico accompagnato dallo sviluppo delle
coltivazioni, aumento delle manifatture e dell’artigianato più in generale e, infine, nella ripresa
dei traffici commerciali4. È comunque
l’agricoltura nel suo complesso che costituisce
una domanda fondamentale per il settore dell’estrazione mineraria e della lavorazione dei
metalli. Si diffonde in fretta, a fronte della penuria di ricchezza e della scarsità di moneta circolante, la proprietà degli strumenti di metallo proprio grazie alla diminuzione dei costi del ferro.
- 98 -
VALDO D’ARIENZO
Si registra in tutta Europa la diffusione dei ferri di cavallo, dei finimenti di carri, degli aratri e di
numerosi altri strumenti - per
esempio falci, vomeri, forbici,
tenaglie, martelli e chiavi – che
stimolano e fanno rapidamente
crescere i lavoranti addetti al settore metallurgico. La controprova
è fornita dal moltiplicarsi nelle
diverse regioni continentali dei
cognomi che indicano o sono
legati a tale attività: Smith in Fig. 5 - BIRINGUCCIO, De la Pirotechnia, lib. X, p. 162.
Inghilterra, Schmidt o Schmied in
Germania, Ferrer o Ferrero in
Spagna, Ferreira in Portogallo,
Ferrier in Francia, Ferrari o
Ferraro e ancora Fabbri o Fabbris
in Italia5. Parallelamente al proliferare di questi artigiani, quasi sempre operai non specializzati,
anche il mondo del lavoro legato
all’estrazione cresce allo stesso
modo, utilizzando il più delle
volte tecniche e strumenti dei
secoli precedenti6.
L’importanza degli attrezzi
agricoli da lavoro e della qualità
non sempre all’altezza delle
aspettative della domanda viene
testimoniata da un’opera di carattere enciclopedico, pubblicata in Fig. 6 - GARZONI,TAV. 3.
Italia alla fine del Cinquecento,
nella quale, con una certa dose di
minerarie lungo le valli e i monti interessati dalironia, vengono denunziati i trucchi e le piccole
l’opera avviata e, per l’altro, il rapido accumularfrodi commesse dai fabbri: «I vizi che possono
si di capitali da investire nelle attività più reddicommettere sono questi, che tal volta vendono
tizie sostenute dalla domanda crescente; il ralschiuma di ferro per ferro ottimo; tal volta
lentamento, se non l’arresto, dello spoglio
ingannano nel peso i contadini massimamente;
boschivo accompagnato da una contrazione dele talora mettono tanta cara la robba che il villal’accumulazione del capitale e dalla conseguenno per una zappa o per una falce bisogna che
te diminuzione degli investimenti produce
impegni le calze, la guardina, il giuppone e fino
7
appunto l’effetto di rallentare le estrazioni minealle mutande ».
rarie e la lavorazione dei metalli. A tutto ciò,
Successivamente alla fase di espansione, gli
occorre ricordare, si associa l’arretratezza delle
equilibri creatisi tra domanda e offerta tendono
tecniche estrattive che, nonostante tutto, aveva
a rompersi e il settore minerario entra in crisi. In
accompagnato i secoli XII e XIII. La crisi, tranne
realtà l’attività di disboscamento aveva favorito
che per alcune aree come la Boemia e la
per un verso l’affiorare in superfice di fonti
- 99 -
SALTERNUM
Fig. 7 - BIRINGUCCIO, De la Pirotechnia, frontespizio.
Franconia orientale, diventa del tutto evidente
già nei primi decenni del Trecento8. «La prosperità delle industrie minerarie e metallurgiche era
legata a quella generale. La depressione dell’attività mineraria era in parte un riflesso delle perturbazioni economiche e politiche che affliggevano la maggior parte dell’Europa. Dopo almeno due secoli di crescita eccezionalmente rapida, la popolazione cresceva lentamente, o si
manteneva addirittura stazionaria9». A quel
punto i ridotti capitali disponibili per i pochi
investimenti si concentrano quasi esclusivamente sull’estrazione e la lavorazione dell’argento10,
fenomeno questo strettamente legato all’esigenza continentale di aumentare lo stock monetario
circolante al fine di riprendere la crescita interrottasi bruscamente e il cui crollo coincide con
la diffusione dell’epidemia di “peste nera” che
abbatte drasticamente la popolazione, producendo una serie di effetti negativi sul trend economico. La crisi, inoltre, spinge gli sperimenta-
tori a perfezionare le tecniche più che a scoprire nuovi giacimenti nel quadro di studi, osservazioni e innovazioni che caratterizeranno soprattutto il secolo successivo.
Già nella seconda metà del Quattrocento, tuttavia, si apre una nuova fase di espansione che,
ancora una volta, si accompagna con la ripresa
dell’economia europea nel suo complesso. Lo
sfruttamento delle miniere diventa occasione di
ricerca e sperimentazione, in cui intellettuali ed
esperti prestano la loro opera; tra i principali
Biringuccio (1480-1540), Paracelso (1493-1541)
e Agricola (1494-1555), i quali introducono non
solo uno spirito d’osservazione alla base della
ricerca, tanto da poter parlare di un vero e proprio metodo nel campo della mineralogia e della
tecnica di scavo ed estrazione, ma una riflessione di natura scientifica che realmente segna una
sorta di spartiacque tra il Medioevo e la prima
Età Moderna, contrapponendosi con la trasmissione orale dell’arte che contraddistingue l’età
medievale. Allo stesso tempo, inoltre, si assiste a
un netto miglioramento delle tecniche utilizzate
e a una maggiore specializzazione del lavoro sia
per quanto riguarda l’estrazione che per la lavorazione dei minerali. In Europa si intensificano
le attività, soprattutto nelle regioni centrali, e si
sfruttano nuovi minerali, in precedenza sottovalutati, come il cinabro e l’allume, così come
s’intensifica la lavorazione dell’ottone per secoli
passata in secondo piano11. L’introduzione nelle
miniere di una tecnologia più avanzata, le
nuove tecniche di costruzione dei condotti, il
perfezionamento dei sistemi di ventilazione, il
miglioramento dei metodi di drenaggio costituiscono i progressi più evidenti e importanti.
Nel campo della lavorazione, poi, l’evoluzione
dei forni e l’invenzione dell’altoforno rendono
davvero moderna la lavorazione dei metalli, consentendo di realizzare un ciclo produttivo in cui
viene in parte alleviato il peso del lavoro manuale, eccessivamente duro e faticoso, vengono limitati gli sprechi di materie prime e, infine, vengono abbassati sensibilmente i costi di produzione,
quindi i prezzi dei prodotti finiti. Non è certo un
caso se nell’opera di Biringuccio sono frequentissimi i criteri di economicità dei procedimenti di
lavorazione e di razionalità nell’uso delle risorse.
- 100 -
VALDO D’ARIENZO
Sulla durezza del lavoro dei fabbri le parole
di Vannoccio sono estremamente chiare: «Molto
fadigoso & assai piu che predetto e questo
esercitio del fabro ferrario. Perche anchora
esso cõtinuamente maneggia pesi gravi & sta
alla faccia del fuocho della fucina assiduamente ritto per nõ potere altrimenti mollificare la
durezza del ferro si nõ col mezzo di bene scaldarlo & bene bollirlo, nel qual luocho sempre
cõ la persona s’agita hor con grandi & grosse
tanaglie porgendo el ferro nel cuor del fuocho
hor cavãdolo per vederlo & darvi sopra sabbione, tufo, o altra terra … talche glinfelici operanti mai come cõprendere potete gustar possano
alcuna quiete, salvo la sera che dalla travagliosa & lõga giornata che per loro comincia al
primo cantar del gallo al tutto stracchi, & tal
volta senza curarsi di cena s’adormentano12». Il
passo riportato viene ripreso pedissequamente
da Tommaso Garzoni, autore, come detto in
precedenza, di una fortunata enciclopedia dei
mestieri, il quale attinge ampiamente dall’opera del Senese, proprio come in questo caso: «i
miseri operanti gustar non possono alcuna
quiete, salvo la sera, che dalla travagliosa e
lunga giornata, che per lor comincia al primo
canto del gallo, al tutto stracchi, e tal volta
senza curarsi di cena, s’addormentano».
La ripresa delle attività agricole e di quelle
manifatturiere, accompagnate dalla domanda
crescente di armi e cannoni (in ferro e ghisa) in
un periodo durante il quale i conflitti bellici
inaugurano una lunga e sanguinosa stagione
della storia europea – e non solo – rilanciano
prepotentemente l’industria metallurgica e gli
stessi studi di settore. Non a caso nel trattato di
Biringuccio i capitoli sulla costruzione delle armi
da fuoco13 e sull’uso della polvere da sparo14
occupano un posto di particolare rilievo, facendone le fortune sia tra i contemporanei che tra i
posteri.
«Biringuccio viene considerato l’iniziatore
della pratica di colare pieni i pezzi di artiglieria
e quindi di trapanarli, per evitare gli inconvenienti, causati dal vecchio metodo, di fabbricare
un nocciolo interno alla forma di fusione, metodo col quale raramente si riusciva ad ottenere
un’anima esattamente concentrica con la super-
ficie esterna. Per la trapanazione Biringuccio
ideò un’alesatrice meccanica orizzontale munita
di coltelli ed azionata dalla forza manuale o da
quella idraulica. Per la fusione delle artiglierie
Biringuccio dava grande importanza all’uso di
una materozza allo scopo di raccogliere le scorie e i difetti di fusione, e all’aggiunta finale di
stagno per evitare quella che i tecnici moderni
chiamano segregazione inversa15». La trattatistica
sulla mineralogia e sulla metallurgia prima del
XVI secolo si basa essenzialmente sulle osservazioni aristoteliche, impiantate nella teorica e pratica medievale, e sulle poche opere prodotte;
nel XII secolo il monaco tedesco Teofilo scrive
la Schedula diversarum artium e il filosofo
Alberto Magno il De rebus metallicis. Nei primi
decenni del Cinquecento, a conferma del risveglio rinascimentale e dello stesso settore minerario-metallurgico dove il contributo di novità
apportato da tutti i paesi continentali appare
particolarmente significativo16, vengono stampati specie in Germania numerosi trattati: il
Bergwerkbüchlein nel 1505 e il Probierbüchlein
nel 1524. Sarà Georgius Agricola, nel 1530, col
Bermannus, a introdurre la prima innovazione
di rilievo del settore; seguiranno poi Biringuccio, nel 1540, col suo De la Pirotechnia e
ancora Agricola, nel 1556, col De re metallica
Libri XII a creare i nuovi principi scientifici che
influenzeranno i decenni e i secoli a seguire.
L’importanza maggiore di questi due autori,
tuttavia, risiede non solo nel contenuto delle
loro opere basate empiricamente sull’osservazione e sulla pratica17 ma anche, e soprattutto,
nell’accoglimento e nella diffusione in tutta
Europa delle loro idee. Le traduzioni della De la
Pirotechnia e della De re metallica vengono
approntate e pubblicate nel giro di pochissimi
decenni, diffondendo quasi ovunque le tecniche
e le innovazioni descritte nei due trattati. Il testo
di Biringuccio, oltre a influenzare in maniera
considerevole il De re metallica, registra una
rapida e ampia circolazione: viene nel giro di
pochi anni tradotto in spagnolo, francese e inglese in numerose edizioni18.
Come si apprende dal manoscritto Storie
senesi di Sigismondo Tizio, suo contemporaneo,
Vannoccio Biringuccio nasce a Siena, dove
- 101 -
SALTERNUM
viene battezzato il 20 ottobre del 1480, da Paolo,
architetto, e Lucrezia di Bartolomeo. Il padre
svolge la sua professione ricoprendo importanti
cariche pubbliche, come quella di sovrintendente ai lavori stradali e architettonici della città.
Le fortune dei Biringuccio e dello stesso
Vannoccio sono legate a doppio filo con quelle
dell’importante e potente famiglia dei Petrucci.
Grazie a Pandolfo Petrucci, Vannoccio ha
l’opportunità di viaggiare sia in Italia settentrionale che in Germania, dove inizia quell’opera di osservazione e di pratica nell’arte dell’estrazione e della lavorazione dei metalli che contraddistinguerà la sua opera e ne segnerà il successo. Già da giovanissimo lavora nelle miniere
di ferro di Boccheggiano, di proprietà di
Pandolfo Petrucci, e successivamente gli viene
affidata la direzione di una miniera argentifera
alle falde del Monte Avanzo in Carnia. Da lì ha
l’opportunità
di continuare a viaggiare in
Germania, dove visita numerose miniere e ne
studia i metodi d’estrazione utilizzati; si ferma in
diversi centri minerari «come Sbozzo (Schwarz?),
Pleiper (Bleiberg), Innsbruck, Halle, Arottinberg
(Rottenberg)19».
Agli inizi del XVI secolo, nel 1508, con lo
scoppio della guerra tra Venezia e l’imperatore
Massimiliano e con la chiusura delle miniere
della Carnia, Vannoccio, prima di tornare nella
natia Siena, sosta a Milano per visitare un forno
usato per la lavorazione dell’ottone, approfondendo, in questo modo, le sue conoscenze su
questo tipo di lega.
Una volta tornato in patria e nominato dal
suo mecenate Pandolfo sovrintendente delle
miniere di Boccheggiano, Vannoccio introduce
una serie di perfezionamenti tecnici nel sistema
meccanico per l’azionamento di mantici attraverso un’unica ruota idraulica. A partire dal 1513
inizia a svolgere un ruolo di primo piano nella
vita economica senese e, a conferma dello stretto legame con i Petrucci, viene nominato da
borghese “operaio” della Camera, ossia armiere
del Comune; nell’anno seguente ottiene
l’appalto della zecca di Siena per 5 anni, ma nel
1515 viene accusato di alterazione della lega
delle monete. Fugge a Roma nel 1516 e contemporaneamente viene condannato e messo al
bando come traditore dalle autorità della
Repubblica di Siena. Da Roma parte per Napoli
e nel 1517 si reca in Sicilia; nel 1523 viene
richiamato a Siena da Fabio Petrucci e gli vengono restituiti i beni sequestrati al momento
della condanna. L’anno dopo, sempre usufruendo dell’appoggio della potentissima famiglia
Petrucci, ottiene il privilegio di fabbricare salnitro in tutto il territorio della Repubblica. A seguito di una rivolta popolare è costretto di nuovo a
scappare dalla sua città e nel luglio del 1526 lo
si ritrova a dirigere l’artiglieria delle truppe fiorentine e papali che assediano Siena, a testimonianza delle conoscenze che deve aver maturato nel frattempo nel campo delle bocche da
fuoco. Tra il 1526 e 1529 si trova ancora in
Germania. Nel 1529 passa al servizio di Firenze,
assediata dagli imperiali, ancora una volta impegnato nella fabbricazione delle artiglierie, «in tale
occasione fuse quella grandissima colubrina con
la culatta a testa di elefante20». Nel 1530, tornato
a Siena, viene nominato architetto e capomastro
dei lavori dell’Opera del Duomo. Nel 1534 ottiene dal pontefice l’incarico di “capitano dell’artiglieria e di fonditore”, ma 2 anni dopo non vi si
era ancora recato a Roma, poi vi morirà, improvvisamente, nell’agosto del 1537.
L’opera De la Pirotechnia, dedicata a
Bernardino di Moncelesi di Salò, viene pubblicata a Venezia nel 1540.
La struttura del volume è divisa in 10 libri. Il
primo libro, di 8 capitoli, è dedicato alle miniere; il secondo, di 14 capitoli, è dedicato ai minerali; il terzo, di 10 capitoli, è dedicato alle estrazioni e lavorazioni; il quarto, di 7 capitoli, sulla
lavorazione dell’oro e dell’argento; il quinto, di
4 capitoli, riguarda le leghe di metalli; il sesto, di
15 capitoli, sulla lavorazione del bronzo e in
particolare sulla fusione delle artiglierie e delle
campane; il settimo, di 9 capitoli, sui diversi tipi
di fusione; l’ottavo, di 6 capitoli, sulle polveri da
utilizzare; il nono, di 15 capitoli, sulle diverse
arti riguardanti i metalli; il decimo, di 10 capitoli, sulla pirotecnia vera e propria.
L’esperienza di Vannoccio, basata, come
detto, su lunghi e frequenti viaggi all’estero in
età giovanile alla fine del XV secolo, sta a testimoniare non solo la formazione empirica della
- 102 -
VALDO D’ARIENZO
sue conoscenze ma anche l’interesse e l’acume
della municipalità di Siena che si impegna a
finanziarli. La quale Repubblica, già a partire dal
XIII secolo, è intensamente impegnata nello
sfruttamento delle “colline metallifere” (montagna pistoiese, Maremma, Elba, Casentino) site
nel suo territorio così come in quello di Pisa e
Volterra21. D’altra parte si può affermare che,
soprattutto nel corso del Cinquecento e del
Seicento, l’atteggiamento di sovrani e autorità
nei confronti della ricerca e dello sfruttamento
delle miniere muta radicalmente intensificando
gli investimenti. I Medici di Firenze, in particolare Cosimo I, contano di realizzare alla metà del
Cinquecento un vero e proprio «disegno mercantile», teso a unificare non solo territori divisi
ma soprattutto un ciclo produttivo che va dall’estrazione del ferro alla sua lavorazione: «Si tratta
… della risposta economica ad una variamente
documentata crescita nella domanda internazionale di ferro che spinge in modo … incalzante
Cosimo sulla via di una soluzione che è, in
prima istanza, mercantile e, con una progressione abbastanza rapida, mercantile-imprenditoria-
le22». La stessa presenza di Vannoccio alla Corte
fiorentina nel 1529 sta proprio a dimostrare
l’inversione di tendenza della politica medicea,
fino al secolo precedente esclusa dalle attività
minerarie della regione, e che nella seconda
metà del Quattrocento, grazie all’intervento militare, conquista proprio i territori comprendenti
le “colline metallifere”, avviando rapidamente il
loro sfruttamento23.
In questa occasione, quindi, emerge ancora
una volta l’aspetto “tutto politico”, per certi versi
opportunistico, di Biringuccio che mette la sua
esperienza e la sua conoscenza al servizio del
potere in una fase storica di forte espansione. La
figura dello sperimentatore e dello studioso si
cala, pertanto, nella realtà storica della sua
epoca, mettendo a frutto quanto osservato ed
elaborato nei suoi scritti. E tanto più vera è questa affermazione se si considerano i principi di
razionalità ed economicità così spesso ricorrenti
nelle sue pagine, quasi a voler sottolineare e
ribadire le trasformazioni in atto nel mondo del
lavoro nel contesto di espansione del capitalismo mercantile del XVI secolo.
NOTE
GARZONI 1996, p. 737.
BIRINGUCCIO, lib. VI, capp. 5-9 e lib. VII, capp. 8 e 9.
15
BIRINGUCCIO, lib. X, capp. 2 e 3.
16
CARUGO 1977, p. xxi.
17
NEF 1982, p. 524.
18
CARUGO 1997, p. xv.
19
CHERCHI 1996, p. li.
20
CARUGO 1977, p. xiii.
21
CARUGO 1977, p. xii.
22
PAMPALONI 1999, P. 2.
23
MORELLI 1999, p. 2.
24
PAMPALONI 1999, p. 2.
1
13
2
14
NEF 1982, pp. 486-487.
NEF 1982, p. 487.
3
NEF 1982, p. 489.
4
NEF, 1982, p. 491.
5
CAMERON-NEAL, 2002, p. 116.
6
NEF 1982, p. 519.
7
GARZONI 1996, p. 739.
8
NEF 1982, p. 513.
9
NEF 1982, p. 514.
10
NEF 1982, p. 518.
11
NEF 1982, p. 520.
12
BIRINGUCCIO, lib. IX, cap. 6, 136v.
- 103 -
SALTERNUM
BIBLIOGRAFIA
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anchora quanto si ricerca intorno à la prattica di quelle
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- 104 -
GABRIELE D'APOLITO
La produzione di campane nell’Avellinese
tra XIII e XX secolo
Nel corso dei secoli, in particolare tra il XVII
e il XX, la Provincia di Avellino ha ospitato un
numero non esiguo di famiglie di fonditori, stabili e itineranti, che hanno lavorato non solo nei
loro luoghi di origine ma anche nelle regioni
limitrofe. Riguardo alle epoche precedenti,
diversi manufatti superstiti hanno conservato i
nomi di alcuni magistri, la cui attività si svolgeva non lontano dall’attuale territorio avellinese.
Dalla lettura dell’iscrizione presente sulla
campana della Chiesa di S. Maria Maggiore di
Mirabella Eclano è stato possibile attestare
l’esistenza, per il XIII secolo, di un certo Pietro
Teste <<mgr Petrus Teste>> da Gatha
<<a.Gatha>> il quale fuse tale campana <<me
fecit>> nell’anno 1274 <<anno incarnacione
Domin + nostri Ihesucristi millesimo
CCLXXIIII>>. <<A.Gata>> potrebbe indicare la
vicina S. Agata dei Goti, cittadina in provincia di
Benevento (figg. 1a -1b).
Un gruppo di dieci campane prodotte tra il
XV e il XVII secolo per il Santuario di
Montevergine, e in esso conservate, testimoniano l’esistenza di ignote maestranze napoletane,
la cui attività avrebbe interessato anche l’area
avellinese.
In realtà, la provenienza di tali fonditori si
basa esclusivamente su ipotesi, a causa della
mancanza assoluta di fonti. Della storia di queste campane poco si conosce anche all’interno
dello stesso Santuario. Sui cartellini allegati agli
esemplari maggiori si può leggere il numero di
inventario, la data di fusione e la provenienza
genericamente ‘meridionale’ delle fonderie che
le hanno prodotte. Le ricerche effettuate sia tra i
cataloghi dell’Archivio della Soprintendenza per
i BAPPSAE di Salerno e Avellino, sia
Fig. 1a- Campana della chiesa di
S. Maria Maggiore in Mirabella
Eclano.
Fig. 1b Campana
della chiesa di
S. Maria
Maggiore in
Mirabella
Eclano:
particolare
dell’epigrafe
(1274).
nell’Archivio di Montevergine, non hanno tuttavia consentito, finora, il recupero delle schede
corrispondenti. Solo di una campana, quella
presumibilmente più antica, si possiede una
schedatura, dalla quale è stato possibile attingere qualche informazione: essa, che ha un diametro di cm 15 e un’altezza di cm 25, fu donata dal
Cavalier Marzano alla Congrega Verginiana; fu
fusa da un ignoto maestro napoletano nel XV
secolo1 (fig. 2).
Nessuna di queste campane reca inciso il
nome del fonditore, né quello della sua città.
- 105 -
SALTERNUM
Fig. 2 Santuario di
Montevergine,
campana fusa
nel 1666.
Fig. 3Santuario di
Montevergine,
campana fusa
nel 1651.
Solo due dei bronzi in questione, datati 1654 e
1666, presentano, oltre ad evidenti analogie di
forma e di colore, le probabili iniziali del loro
artefice: <<G. P.>>. Tali iniziali si prestano però
a due diverse interpretazioni: esse potrebbero
indicare il nome e il cognome di un unico fonditore, oppure i cognomi di due magistri, che
avrebbero collaborato per la fusione di entrambe le campane (figg. 2 – 3).
L’identificazione di questa sigla risulta compito arduo, ma le ricerche effettuate hanno messo
in luce dati interessanti: nel 1636 è attestata la
presenza della fonderia Pappalardo, che fuse
una campana per la chiesa di S. Maria della
Misericordia di Fontanarosa, poi rifusa nel 19792.
Nel 1594 Giordano, fonditore napoletano, fuse
una campana per la chiesa di Candida, paese
legato al culto di Montevergine e alla stessa
Istituzione3. Non a caso, l’esemplare in questione presenta proprio lo stemma del celebre
Santuario. Le iniziali dei cognomi, la cronologia
e la vicinanza territoriale sembrano, in qualche
modo, collegare il Pappalardo e il Giordano agli
esemplari in questione.
Ritornando ai fonditori attivi nella provincia
di Avellino tra il XVII e il XX secolo, i dati documentali disponibili permettono di affermare che
la prima fonderia di campane che ha operato
nell’Avellinese fu quella dei Tarantino, una tra
le più antiche famiglie di Sant’Angelo dei
Lombardi. Il laboratorio artigianale risulta in attività sin dal 1632 (fig. 4), ma le ricerche finora
effettuate non hanno consentito di ritrovare,
almeno in zona, manufatti di quel tempo attribuibili con certezza a tale fonderia.
Del resto, gli innumerevoli terremoti che si
sono succeduti in Irpinia hanno sicuramente
contribuito a disperdere preziose testimonianze
dell’arte fusoria.
L’esame attento di una campana di piccole
dimensioni, ritrovata a Sant’Angelo dei Lombardi
in un deposito della Soprintendenza ai Beni
Culturali, farebbe supporre che il bronzo in questione possa essere uno dei primi manufatti
della fonderia Tarantino. L’esemplare, che si
presenta con la superficie esterna alquanto consunta, è ancora perfettamente intonato. Il solo
elemento identificativo riportato sulla campana
è dato dall’incisione dell’anno di fusione, <<A.D.
1638>>, che si rileva, seppure abrasa, sulla spalla. La svasatura dell’orlo e le dimensioni sono
consone ad altri manufatti realizzati in anni successivi dalla stessa fonderia e che si possono
ritrovare in una tavola sinottica approntata da
Fiore Tarantino nel 1798 e tramandata di generazione in generazione. Il carattere usato per
l’unica incisione appare piuttosto incerto e decisamente poco professionale; ciò porta ad attribuirlo più ad un fonditore alla prime esperienze
che non ad una collaudata fonderia. Il cartellino
d’inventario che i rilevatori della Soprintendenza
erano soliti allegare ai manufatti recuperati dopo
il terremoto del 1980 è andato perduto e pertanto non si conosce l’esatta provenienza di questa
campana. Le misure contenute (circa 25 cm di
diametro ed altrettanti di altezza fino alla corona), indurrebbero a crederla appartenente,
anche grazie a vecchie vedute fotografiche, alla
seicentesca chiesa di San Nicola, nel centro storico di Sant’Angelo dei Lombardi.
La prima campana ‘firmata’ di cui abbiamo
conoscenza è quella che batteva le ore dell’oro-
- 106 -
GABRIELE D'APOLITO
logio pubblico della torre adiacente alla chiesetta della Congregazione a Morra De Sanctis. Vi è
incisa, insieme all’invocazione <<S. Maria ora
pro nobis>> e la data <<A.D. 1706>>, il nome
della fonderia <<Tarantino>>.
Un interessante capitolo della storia di questa
antica famiglia, ancora tutto da scrivere, è quello
che riguarda la presenza dei nostri fonditori nella
terra di Orsara (Foggia), dove sappiamo che nei
primi decenni del ‘700 Giovan Battista Tarantino
fuse delle campane. Ma in quell’Università risiedeva già Francesco Tarantino, un altro fonditore
di origine santangiolese, mentre diversi toponimi
possono attestare che la famiglia vi si era stabilita già da tempo.
Una seconda fonderia operante a
Sant’Angelo fu quella dei Ripandelli, seconda ai
Tarantino per fondazione ma non per i successi che conseguì con i suoi maestosi bronzi, che
andarono ad arricchire le torri campanarie di
numerosissime chiese. Essa comparve dopo il
terremoto del 1732, quando Saverio Ripandello
di Candela (Foggia), discendente da illustre
famiglia provenzale venuta in Italia con Carlo
d’Angiò nel 1265, giunse a Sant’Angelo dei
Lombardi forse per la ricostruzione e poco più
di cinque anni dopo, il 27 aprile 1738, prese in
sposa Antonia Fiore4. Si suppone che le due
famiglie abbiano incrementato la fonderia di
campane continuando nei secoli successivi a
contrarre dei matrimoni tra di loro, per essere
più uniti nel lavoro: nel registro dei morti5 degli
anni 1851-1876 è annotata, in giorno 28 settembre 1862, la morte di Michele Antonio
Ripandelli, di dieci anni, figlio di Nicola
Ripandelli e Rosa Tarantino. A dimostrazione di
ciò è il fatto che molte campane portano la
firma delle due famiglie santangiolesi, come ad
esempio quella che fu realizzata per la chiesa di
San Marco Evangelista di Manocalzati
<<Ripandelli et Tarantini artifices iterum funderunt A.D. 1851>>.
In Irpinia, la collaborazione fra distinte famiglie di fonditori non è un caso raro, segno del
reciproco rispetto professionale che vi era fra
questa categoria di artigiani altamente specializzati. Nel corso del XIX secolo, periodo particolarmente felice per le fonderie santangiolesi,
Fig. 4- Insegna pubblicitaria della ditta Tarantino (da FARIELLO 1991,
p.54)
che contò numerose commesse, altre famiglie
di fonditori profusero la loro perizia, maturata
presso le prime e più note officine dei
Tarantino e dei Ripandelli, nella realizzazione
delle campane che venivano richieste da molti
paesi e città. Una di queste nuove famiglie di
fonditori, i Verderosa, è attestata, in concorso
con la fonderia Tarantino, nella realizzazione
nel 1839 di una campana per il Duomo di
Benevento6. Non si hanno dati precisi sull’attività di questa famiglia, anch’essa di Sant’Angelo
dei Lombardi, e sul ruolo che essa svolgeva nell’ambito della produzione e del commercio di
campane. L’unico documento pervenutoci è un
contratto nel quale Giuseppe Verderosa fa una
stima del prezzo che occorreva per la rifusione
delle due campane della chiesa di S. Sossio, a
Solofra7. Molto probabilmente in quegli anni
Giuseppe Verderosa lavorava per la fonderia
Rossi in qualità di perito, perché entrambe le
campane furono opera dei Rossi.
Questi ultimi, originari di Montoro, nel 1825
collaborarono con Fiore Tarantino per la realizzazione di un esemplare, ormai distrutto, per la
chiesa di San Nicola di Bari a Volturara Irpina;
l’allora magister della famiglia Rossi era
Carmine. L’iscrizione della campana che si trova
a Mugnano del Cardinale, sul campanile del
Santuario di Santa Filomena, attesta, per il 1818,
l’attività dei fonditori Gennaro e Carmine Rossi,
i quali produssero detto esemplare a Montoro. È
un dato di fatto, dunque, che i suddetti magistri
avevano un impianto stabile per la produzione
di campane proprio a Montoro.
- 107 -
SALTERNUM
Non sappiamo chi sia stato il primo di questa
famiglia ad apprendere l’arte fusoria; i dati finora in nostro possesso attestano l’attività di questi
fonditori a partire dal 1817, anno in cui Gennaro
prese impegno, con la chiesa di Sant’Andrea di
Mercato Sanseverino (Salerno), per la fusione di
una campana di Cantaia 188.
Dal 1825 al 1856 non si hanno notizie circa la
fonderia montorese la quale ritorna sullo ‘scenario’ della produzione nel 1857, con la fusione di
due piccole campane per la chiesa di San Pietro
a Resicco (Montoro) da parte di Filippo Rossi di
Nola9; l’anno seguente ritroviamo il suo nome
inciso sulle due campane della chiesa di S.
Sossio, a Solofra.
Nel 1883 la loro attività è attestata a San
Cipriano Picentino (Salerno) grazie all’esemplare che scandisce tuttora i suoi rintocchi dal campanile della chiesa di San Giovanni Battista.
L’ultimo esemplare Rossi, di cui si hanno notizie,
è quello che Filippo fuse nel 1906 per la chiesa
di San Pietro a Resicco. Otto anni prima, precisamente nel 1898, Filippo e suo figlio Bernardo
di Nola fusero, sempre per San Pietro a Resicco,
<<la più bella e grande campana di quella
comunità>>; la fusione avvenne nel cortile antistante la cantina a quell’ epoca di proprietà di
Pasquale Clemente10. La grandezza di questo
evento fu tale che si tramandò la memoria persino del procedimento di produzione messo in
atto per il bronzo in questione.
Intorno agli anni Venti del Novecento la fonderia dei Ripandelli aveva cessato la propria attività. Gli ultimi ‘rivoli’ di questa arte li aveva fatti
scorrere Gennaro Ripandelli, e sicuramente la
campana dedicata a Sant’Antonio da Padova che
egli fuse nel 1919 per la chiesa di Guardia dei
Lombardi dovette essere uno degli ultimi bronzi
ad uscire dalla sua fonderia, insieme a quella
riparata nel 1922 per la Cattedrale di Nusco, la
quale era stata realizzata nel 1880 dal padre
Giuseppe.
La secolare storia delle fonderie di Sant’Angelo
dei Lombardi si concluse nel 1950, con la morte
di Fiore Tarantino, ultimo di sei generazioni di
fonditori. Il valente maestro fece appena in
tempo a completare e consegnare una campana
realizzata per la chiesa Madre di Aquilonia.
Nell’officina restarono da completare diversi
bronzi, taluni imponenti, che i familiari dovettero affidare a fonditori di altra regione.
Quanto alla vastità dell’area servita dalle
nostre fonderie, i Tarantino e i Ripandelli operarono a più largo raggio rispetto ai Rossi e ai
Verderosa, la cui produzione ebbe per lo più un
carattere locale. I primi, infatti, lavorarono nella
Campania interna, nelle Puglie ed in Basilicata e,
a partire dal XIX secolo, con il progredire dei
mezzi di comunicazione, estesero la loro attività
fino alla Sicilia11.
La produzione
Per ricostruire lo scenario in cui si è ambientata l’attività produttiva è utile ricordare che la
fusione delle campane, seppur associata, sin
dal IX secolo d. C., all’attività in fonderia, rimane spesso itinerante fino al XX secolo, sia per
evitare trasporti faticosi, costosi e pericolosi per
il manufatto, sia per consentire ai devoti di
assistere all’entusiasmante spettacolo della
fusione. Per questo gli strumenti di lavoro
dovevano essere limitati e poco ingombranti e
le strutture per il getto essere realizzate ogni
volta ex novo. In merito all’attività itinerante,
utili indicazioni possono trarsi da un appunto
di Gennaro Ripandelli, nipote e collaboratore
di Antonio, che si riporta integralmente:
<<Venerdì nella sagrestia. L’anno 1882 il giorno 21 giugno partii da Sant’Angelo e giunsi a
Galatina capoluogo del circondariato della
Terra d’ Otranto con abitanti 18000 che giace
in una pianura in cui io e mio padre (in realtà
zio) abbiamo fatto due grandi campane una di
cantaia 24 e mezzo e l’altra di cantaia 9 e
mezzo e partiremo il 16 agosto>>12.
Quanto all’attività stabile, i laboratori dei
Tarantino e dei Ripandelli furono sempre di
modeste dimensioni e, come da censimento
statistico del 1889, annoveravano complessivamente <<n. 7 operai maschi adulti>>13, qualifica questa da intendersi spettante ai veri e propri artefici, con esclusione cioè del cosiddetto
personale di fatica (manovali, portatori,
legnaioli) che in numero variabile veniva reclutato secondo le necessità del lavoro da compiere.
- 108 -
GABRIELE D'APOLITO
Per quanto concerne le tecniche e i modi di
adeguata ai casi di fusione in loco16, è costituita
produzione adoperati dalle fonderie avellinesi,
da una camera inferiore, in cui viene posto il
le uniche informazioni utili pervenuteci sono: 1)
combustibile, connessa, tramite uno o più exauna tavola comparativa elaborata da Fiore
latoi, ad una superiore, nella quale deve essere
Tarantino nel 1798, sulla quale sono riportate le
immesso il metallo da fondere. La camera supevarie misure cui il magister si atteneva per la
riore è chiusa da una spina che, quando è ultiproduzione degli esemplari bronzei. Essa rapmata la fusione, viene spinta dal mandriale
presenta l’espressione della conoscenza di Fiore
cosicché il metallo possa riversarsi nel condotto
in materia e, al contempo, attesta un metodo
che connette il forno fusorio alla fornace della
preordinato di lavoro, segno della lunga espeforma. Questa struttura deve essere realizzata
rienza lavorativa di questa famiglia santangiolecon pietre refrattarie e può avere diverse varianse (fig. 5); 2) il procedimento di produzione del
ti tipologiche a seconda delle maestranze che la
bronzo che Filippo e suo figlio Bernardo Rossi
realizzano17.
di Nola fusero, nel 1898, per la chiesa di S.Pietro
Quello di fonditore, come d’altronde qualsiaa Resicco, piccola frazione del comune di
si altro mestiere artigianale, fa parte di un sisteMontoro Inferiore14. In pratica, <<su una tavola
ma commerciale fatto di rapporti sociali, economici e politici. Pertanto, i dati riguardanti
di legno venne eseguito il disegno delle linee
l’espansione dell’azienda, i prezzi d’acquisto e di
direttrici per la tornitura della forma. Su questa
vendita e la tipologia dei committenti possono
sagoma, fissata ad un palo di ferro, fu tornito il
essere validi strumenti per un’indagine sul commaschio con argilla e terra grassa. Sopra di esso
mercio del prodotto finito. La documentazione
fu tornita una finta campana di creta, sulla cui
avellinese, per ricchezza di dati d’archivio e per
superficie furono disposti le belle iscrizioni in
numero di esemplari conservati, si è rivelata parlatino e gli egregi ornati, il tutto eseguito, seconticolarmente interessante in tal senso, come si
do l’antica tradizione in cera. Si procedette poi
evince dall’allegata tabella, elaborata sulla base
alla copertura di detta superficie con spessi stradi documenti del XVIII e XIX secolo.
ti successivi di creta, stretti mediante legature; e
così fu formata la cosiddetta camicia. La prima
e forse la più importante fase dell’ approntamento della campana era quasi finita e si passò alla
cottura con carbone di legna posto ad ardere
nell’interno del maschio. Successivamente la
camicia venne sfilata verticalmente dalla falsa
campana di creta che fu demolita e
tolta a pezzi. Ricollocando la camicia nella sua posizione primitiva, e
dopo aver sistemato la colombina15 si
ottenne il vuoto, nel quale fu colato
il bronzo a riempire la forma della
campana. Alcuni giorni dopo la
fusione, tolto l’interrato e disfatta la
camicia, apparve la campana greggia, che fu lucidata e levigata;
l’opera venne portata a termine in
circa due mesi>>.
La fusione della campana venne
eseguita con forno a riverbero riscaldato a legna. Questa tipologia di Fig. 5 – Tavola comparativa (1798) utilizzata da Fiore Tarantino per la progettazione delle
forno fusorio, probabilmente più campane (da VESPASIANO 1995, p. 54).
- 109 -
SALTERNUM
- 110 -
GABRIELE D'APOLITO
Il presente studio è stato elaborato sulla base della propria
Tesi di Laurea Triennale in Beni Culturali, Facoltà di
Lettere e Filosofia, Università degli studi di Salerno
(Relatore: prof.ssa C. Lambert; Correlatore: prof. P. Peduto).
NOTE
Archivio della Soprintendenza per i BAPPSAE di Salerno e
Avellino, Catalogo, s.v. Montevergine.
2
GAMBINO 1980, p. 291.
3
GAMBINO 1997, p. 106.
4
Una nota particolare va fatta circa l’atto del matrimonio
nel registro parrocchiale di quell’anno, in cui è scritto
‘Fiore’ dopo la cancellazione di ‘Tarantino’. Non si riesce a
spiegare il motivo di tale correzione, sia perché Fiore è un
cognome mai esistito a Sant’Angelo, sia perché i figli di
Saverio vengono registrati, oltre che con il nome del padre,
con il nome della madre, Antonia Tarantino. Si può dunque supporre che il primo Ripandelli abbia appreso la
nuova arte dai suoi nuovi congiunti Tarantino.
5
Archivio parrocchiale di Sant’Angelo dei Lombardi,
Registro dei morti, aa. 1851-1876
6
La campana reca l’iscrizione: <<REFECTA PRO QUINTA
VICE MENSE SEPTEMBRIS A.D. MDCCCXXXIX VOCATE
CAELUM/ CONSECRATE OMNES HABITATORES TERRAE/
1
IN DOMUM DEI VOSTRI/ F.LLI TARANTINO ET IOSEPH
VERDEROSA S. ANGELI LOMBARDORUM FECERUNT>>.
7
ASA, O.P. B.158, Carteggio SS. Corpo di Cristo, foglio non
numerato.
8
CUOMO 1973, p. 133.
9
La mancanza di un’adeguata documentazione non ci permette di ricostruire appieno la vicenda di questa famiglia
che, tra 1825 (anno in cui ne è attestata, per l’ultima volta,
l’appartenenza al comune di Montoro) e 1857, si spostò nel
nolano, dove continuò la sua attività.
10
FIORE 1974, p. 39.
11
VESPASIANO 1995, pp. 52-59.
12
FARIELLO 1991, p. 54
13
Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio-Statistica
industriale del 1889, fascicolo XVIII (provincie di Avellino
e Benevento), p. 26.
14
Il procedimento utilizzato per la fusione del bronzo è tratto dalla monografia di Pietro Ottavio Fiore (1974); quest’ultima si basa su testimonianze dirette.
15
La colombina è l’anello di ferro che regge il battaglio.
16
La fusione in questione è un esempio di attività itinerante; essa avvenne nel cortile antistante la cantina di proprietà, in quell’epoca, di Pasquale Clemente a Montoro
Inferiore (FIORE 1974, p. 39).
17
I dati sulla fornace a riverbero sono tratti dallo scritto di
Biringuccio (NERI 2006, p. 101).
- 111 -
SALTERNUM
BIBLIOGRAFIA
FONTI ARCHIVISTICI
Archivio della Soprintendenza per i BAPPSAE di Salerno e
Avellino, Catalogo, s.v. Montevergine.
Archivio parrocchiale di Orsara, Libro dei battezzanti 1724
– 1753, tomo IV, fol. 28
Archivio parrocchiale di Sant’Angelo dei Lombardi, registro
dei morti 1851-1876.
Archivio storico dell’Abbazia di Montevergine, buste 123,
125.
ASA, O.P. B.158, Carteggio SS Corpo di Cristo, foglio non
numerato.
Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio- Statistica
industriale del 1889, fascicolo XVIII (provincie di Avellino
e Benevento), p. 26.
ASAV, busta 707, fasc. 2530.
***
CUOMO G. 1973, Le leggi eversive nel secolo XIX e le vicende
degli Ordini Religiosi della provincia di Principato
Citeriore, Mercato S. Severino (SA).
FARIELLO F. 1991, Le fonderie di campane di Sant’Angelo dei
Lombardi in “Nuovo Meridionalismo”, n. 70-71-72, ottobre,
pp. 53-55.
GAMBINO N. 1980, Fontanarosa e la Madonna della
Misericordia: appunti di storia religiosa, Lioni (AV).
GAMBINO N. 1987, Candida: il Paese, la Storia, i Beni
Culturali, Lioni (AV).
FIORE P. O. 1974, Le campane della chiesa di S. Pietro a
Resicco, Montoro (AV).
NERI E. 2006, De campanis fundendis. La produzione di
campane nel medioevo tra fonti scritte ed evidenze archeologiche, Milano.
VESPASIANO M. 1995, L’antica arte di fondere campane a
Sant’Angelo dei Lombardi, in “Civiltà Altirpina”, pp. 52-59.
- 112 -
LAURA MAGGIO
Archeosud: notizie dagli scavi
A
nche quest’anno è stato connotato da
una notevole eterogeneità di attività
che hanno interessato il settore dei
Beni Culturali nel suo complesso (cfr.
Salternum, n. 18-19, 2007, pp. 131-132).
Le iniziative di didattica, ricerca, valorizzazione e tutela degli uffici periferici del Ministero
per i Beni e le Attività Culturali hanno spaziato
tra scavi, restauri, recuperi ed edizioni di ricerche pregresse che, in questa sede, ci si limita a
sintetizzare per macroeventi, senza dimenticare
che le attività quotidiane e più minute restano
quelle più impegnative da fronteggiare da parte
di uffici pubblici esautorati dalla mancanza congenita di risorse economiche e dal non meno
grave deficit di personale, a fronte di un elevatissimo numero di specialisti, giovani e non più
giovani, impiegato come ausilio esterno, senza
garanzie di continuità lavorativa né minimi diritti sindacali.
L’intero anno è stato attraversato da diverse
occasioni di dibattito e confronto tra vecchie e
nuove generazioni, essenzialmente determinate
dalle associazioni di categoria degli archeologi,
sempre più numerose, al fine di sollevare quantomeno la questione relativa al problematico
inserimento nel mondo del lavoro di quanti
hanno da tempo terminato gli studi nonché
delle migliaia di studenti che popolano i numerosi Corsi di Laurea in Conservazione dei Beni
culturali e Scienze dei Beni culturali, affiancati
dai tantissimi master, corsi di perfezionamento,
corsi di formazione e promozione territoriale
che fioriscono, proponendosi quali fucine preparatorie per un’attività lavorativa che, sic stantibus rebus, non trova altro che sbocchi precari,
occasionali ed affatto regolamentati, che di fatto
Fig. 1. Roma, Casa di
Augusto. La stanza delle
maschere I sec. a.C.
(dal sito www.repubblica.it)
Fig. 2. Roma, abusivismo
sull’Appia antica.
(dal sito www.repubblica.it)
impediscono qualsivoglia forma di programmazione del futuro lavorativo cui ciascuno aspira
dopo anni ed anni di sacrificio e studio.
In quest’ottica lo scorso giugno si è tenuta a
Roma la 1a Manifestazione Nazionale degli
Archeologi,
promossa
dall’Associazione
Nazionale Archeologi, appoggiata anche dalla
Confederazione Italiana Archeologi. Nette le
proposte rivolte al Governo:
1) il riconoscimento della figura professionale dell’archeologo, a tutt’oggi neppure inserito
nel nuovo Codice dei Beni Culturali;
2) l’istituzione di un registro nazionale degli
archeologi (e degli altri professionisti dei Beni
Culturali) presso il MiBAC;
3) l’istituzione presso il MiBAC di una
Commissione per la definizione della figura professionale di archeologo (e delle figure profes-
- 113 -
SALTERNUM
sionali vicine a quest’ultima) e per la gestione
del registro, composta da esperti del Ministero,
delle Università e rappresentanti delle categorie.
Decisamente insufficiente il bando di concorso per 30 archeologi pubblicato sulla G.U. n. 56
dello scorso 18/07/2008, peraltro piuttosto frustrante per l’intera categoria, non essendo sottoposte a valutazione le competenze culturali e
scientifiche maturate dai candidati: il curriculum
personale, insomma, non serve ai fini del concorso.
Un chiaro paradosso che se si contrappone
nettamente a quanto avvenne lo scorso anno
con il bando di concorso per Dirigente
Archeologo, le cui procedure sono in corso in
questi mesi, il cui titolo di accesso, invece, era il
solo Diploma di laurea triennale.
Dunque chi è l’archeologo in Italia? Chi
assolve con una laurea breve l’incarico di
Dirigente o chi, Specialista o Dottore di Ricerca
che sia, diviene funzionario a prescindere da
adeguate competenze maturate sul campo?
Nel frattempo che la antica questione sia
affrontata nelle sedi competenti si può dare una
scorsa alle statistiche ufficiali pubblicate dal
Ministero per i Beni e le Attività Culturali rispetto alla quantità ed alla distribuzione delle iscrizioni pervenute al bando di concorso più recente: 5551 archeologi hanno prodotto domanda
entro il 18 agosto scorso, a fronte dei 30 posti
disponibili, e ben 128.604 persone si sono iscritte anche al bando pubblicato per la qualifica di
assistente alla vigilanza presso il suddetto
Ministero.
Facile supporre che tra molte di queste
domande siano confluite anche quelle degli studenti in possesso della laurea triennale o in procinto di conseguire nei prossimi mesi il titolo di
specializzazione o dottorato richiesti, categorie
di fatto escluse dal bando per funzionari.
Il quadro desolante del rapporto tra offerta e
domanda si evince nettamente dalla relativa
tabella distributiva del rapporto tra posti disponibili in ciascuna regione e numero di domande
presentate (fonte: sito internet MiBAC,
Direzione Generale per l’organizzazione,
l’innovazione, la formazione, la qualificazione
professionale e le relazioni sindacali):
Bando C - Archeologo
Emilia Romagna
Toscana
Lombardia
Puglia
Piemonte
Calabria
Marche
Veneto
Sardegna
Friuli Venezia Giulia
Liguria
TOTALI
Posti
7
2
5
1
4
1
1
3
1
3
2
30
Domande
1389
1299
530
474
367
328
294
287
241
211
131
5551
Mala tempora currunt, se si considera al contempo che illustri istituzioni storiche nella nostra
nazione sono a rischio chiusura per mancanza
di fondi.
E’ il caso dell’Istituto Italiano per l’Africa e
l’Oriente (ISIAO), aperto con decreto del 1995 e
posto sotto la diretta vigilanza del Ministero per
gli Affari Esteri, frutto dell’accorpamento di due
precedenti istituzioni, l’Istituto Italo-Africano e
l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo
Oriente, fondati nel 1933; sorte non dissimile a
quella dell’autorevolissima Scuola Archeologica
Italiana di Atene (SAIA), che subendo
un’ulteriore riduzione di fondi non riesce più a
pagare neppure le docenze assegnate!
Accanto a ciò si è intanto materializzata la
querelle sollevata sul “Corriere della Sera” dello
scorso 21 agosto, dove illustri architetti, filosofi
e dirigenti ministeriali si sono confrontati sulla
possibilità di limitare in modo significativo gli
interventi di tutela del patrimonio archeologico,
al fine di arginare il presunto eccessivo e continuo blocco di cantieri di edili e strutturali da
parte dei cantieri di scavo archeologico; una
visione inutilmente oppositiva rispetto a ciò che
può essere risolto semplicemente dialogando tra
istituzioni, applicando seriamente quanto già
previsto, in materia di archeologia preventiva
per esempio.
L’ultimo casus belli, sollevato dall’impegno
significativo di Italia Nostra, è il nuovo parcheggio del Pincio a Roma: settecento posti auto pre-
- 114 -
LAURA MAGGIO
visti sul complesso monumentale del Valadier...
dove in antico dovettero sorgere gli Orti di
Lucullo... a discapito di un articolato edificio
posto su più livelli, con 16 ambienti affrescati e
mosaicati riconducibili al I sec. a.C.
Non certo un unicum nella capitale, dove già
in occasione del Giubileo si scardinarono resti
interessantissimi sul Gianicolo, anche in quell’occasione a vantaggio di un parcheggio.
Scelte politiche piuttosto ossimoriche e affatto coerenti dunque: a Roma, da un lato si
distruggono le tracce di un passato glorioso - i
mega park sulle rovine antiche ne sono un
esempio, accanto allo scempio in fieri della
regina viarum, l’Appia, assediata nel tratto
romano dall’incontrastato abusivismo edilizioma dall’altro si scelgono ad emblema del proprio impegno nei confronti della tutela complessi e costosissimi restauri di edifici quali l’Ara
Pacis, o la Casa di Augusto al Palatino, ubicata
in corrispondenza di quella che dovette essere il
Lupercale, la cavità dedicata al culto di Romolo
e Remo, la notizia del rinvenimento della quale
ha fatto il giro del mondo.
Ma a Milano non è andata molto diversamente per la costruzione del grande parcheggio con
box, al posto del cosiddetto “Cimitero dei
Martiri” a ridosso della basilica di S. Ambrogio.
A breve i lavori saranno ripresi a discapito della
storicità del luogo.
La pianificazione degli spazi urbani e della
ridefinizione del traffico e della viabilità nelle
aree centrali delle metropoli non può e non
deve cercare una soluzione sostenendo l’uso dei
mezzi di trasporto privati.
Come in questo quadro si possa riuscire a
sperare di fare ancora archeologia in modo serio
e motivato credo dipenda dal binomio “professionalità e passione” che muove gli addetti ai
lavori, pronti in nome della ricerca pura ad adeguarsi alle situazioni più complesse, salvando il
salvabile all’interno di logiche economiche che
inspiegabilmente entrano in rotta di collisione
con quelle culturali e turistiche.
Un aspetto questo che, invece, non è sfuggito agli Americani, i quali, più scaltramente, mirano a far fruttare le risorse culturali disponibili.
Recente è la predisposizione di un enorme progetto di digitalizzazione del patrimonio librario
mondiale, a partire dalla più grande biblioteca
d’Europa: la Bodleian Library di Oxford. Si tratta di mettere in rete i circa 11 milioni di volumi,
su finanziamento di una società privata - la
Google, - che spera di ricavare incassi prodigiosi dal grosso giro di pubblicità che ne deriva. Ma
sono già una ventina le biblioteche del mondo
che hanno aderito.
‘Ricerca Libri’, questo il nome del progetto
che si propone di supportare gli utenti nella
ricerca di libri, in particolare di quelle opere che
sarebbero altrimenti introvabili, come i libri fuori
stampa. Altrettanto significativa è la partnership
con gli editori, che possono mettere in rete tutti
i loro cataloghi, inclusi proprio i libri fuori stampa. Il servizio è gratuito per tutti i livelli di utente e per quanto concerne i libri coperti da copyright, Google si limita a proporre qualche pagina che rimanda al link dell’editore o della libreria online per un eventuale acquisto; per quelli
non coperti da copyright, la società consente di
consultare l’intero volume.
Non dissimile ma maggiormente legato alla
conservazione del patrimonio librario locale è il
progetto ‘Bibliofiles’, promosso dalla casa editrice foggiana ‘Claudio Grenzi Editore’. Una denominazione che volutamente gioca sul doppio
significato, tra bibliofilia e libri contenuti in files
appunto. Esso consiste nella raccolta di volumi
antichi, rari ed introvabili, e nella loro digitalizzazione, mirando all’ambiziosa diffusione degli
studi editi sulla Daunia antica e la Capitanata, a
partire dai primi documenti dei viaggiatori del
Cinquecento fino agli anni Cinquanta dello scorso secolo. Le edizioni in facsimile sono precedute da un saggio a cura di specialisti del settore,
volto ad inquadrare gli aspetti più significativi
del volume proposto: l’archeologia, le storie dei
paesi, l’architettura monumentale e minore, i
grandi interventi come la bonifica, la viabilità, le
strutture portuali e le industrie. E ancora argomenti di attualità quali la tutela dell’ambiente, la
botanica, la geologia, la produzione editoriale di
viaggio e le guide alla scoperta dei tanti segreti
custoditi da un territorio.
- 115 -
SALTERNUM
Sitografia di riferimento
www.archeologi.org
http://books.google.com/books
www.claudiogrenzi.it
www.italianostra.it
www.isiao.it
http://www.parcoappiaantica.it
www.patrimoniosos.it
www.scuoladiatene.it
- 116 -
ROSALBA TRUONO IANNONE
Appunti di viaggio:
andar per Longobardi e…antichi siti
I
disagi della calura estiva di un
rovente mese di luglio non hanno
costituito un ostacolo per viaggiatori attenti ed appassionati nella ricerca
di tracce lontane, lasciate da popoli
diversi nell’antica terra di Calabria.
Alleviati nelle fatiche del viaggio dal conforto di un’eccellente organizzazione e gratificati
dalla cordiale accoglienza locale, i viaggiatori
hanno potuto fruire dell’autorevole supporto
culturale di guide eccezionali, quali quella del
prof. Paolo Peduto e della prof.ssa Chiara
Lambert, sempre prodighi di preziose informazioni, comunicate con rigorosa competenza in
un clima di umana cordialità (fig. 1).
L’incontro con questa terra bella e misteriosa è avvenuto sempre sulla spinta di uno spiccato interesse archeologico verso i popoli fondatori di vetuste civiltà, come Greci, Romani o
Longobardi.
Ed è a proposito di Longobardi che la
Mostra I Longobardi del Sud, allestita nel
moderno Museo del Presente a Rende, nella
città di Cosenza, vuole testimoniare, ulteriormente e se ancora ce ne fosse bisogno, la presenza, con testimonianze non scritte, della
Gens Langobardorum, spintasi sino alla punta
estrema del nostro antico stivale.
L’esposizione è particolarmente coinvolgente per il visitatore, poiché si tratta di una rassegna singolare che evoca, in modo del tutto
nuovo, le vicende storiche del popolo longobardo nel Sud dell’Italia. La sua originalità è
tutta contenuta nella lettura del percorso
mediante l’uso di mezzi multimediali, atti ad
attrarre ed informare lo spettatore. L’impiego
di video e di ricostruzioni virtuali, nonché di
Fig. 1 -
Fig. 2 -
giochi audiovisivi, sostituisce l’esposizione
diretta del reperto archeologico, in questo caso
raro ed essenziale (fig. 2).
L’affascinante racconto si snoda attraverso
cinque fasi, che vanno dalla migrazione longobarda nei territori del Ducato di Benevento alla
presentazione delle fonti storiche (fig. 3).;
dalla dimostrazione dei centri del potere
assunto nelle tre più importanti città longobarde - Capua, Benevento e Salerno - ad un’ampia
- 117 -
SALTERNUM
documentazione delle attività culturali svolte, e
ai siti fortificati, rinvenuti e studiati
E alla fine ecco apparire agli occhi emozionati del visitatore la spettacolare ricostruzione
della tomba di Campochiaro. E’ nell’ultima
sala, quella della ‘deposizione’ e della ‘memoria’, che si è al cospetto del reperto (fig. 4).: i
resti di un guerriero, deposto nella sua ultima
Fig. 3 -
Fig. 4 -
Fig. 5 -
dimora al fianco del suo cavallo, sul cui cranio
è ancora visibile il colpo infertogli dallo scramasax, tipica arma longobarda, perché fosse
sacrificato in onore del suo padrone defunto e
con lui dividesse, così come in vita, lo spazio
sepolcrale, secondo un tipico rituale.
È con questa immagine, di forte impatto
emotiva, che si chiude la felice esposizione,
concreto segno di tracce di una realtà storica
che non va sottovalutata, alla luce della quale
si aprono nuovi scenari storici e culturali, per
i quali il racconto storico andrebbe riveduto e
corretto.
Ora lungo il percorso dell’antica terra dei
Brutii, nella sua parte più stretta, sulla strada
che da Catanzaro Lido va al promontorio di
Stalettì, i viaggiatori curiosi, mossi dalla passione per l’archeologia, incuranti della canicola, si
aggirano tra maestosi olivi secolari, tra fichi,
gelsi e rovi selvatici; respirando gli effluvi del
gelsomino, sono alla scoperta delle vestigia
racchiuse nel Parco archeologico di Scolacium
(fig. 5), prezioso scrigno, che conserva i resti
della città greca di Skylletion e della successiva romana Scolacium. E’ qui che si vive il
fascino del lavoro dell’archeologo ed è qui che
la terra dovrà restituire ancora il suo racconto
delle origini ai presenti.
È per questo che sul volto abbrustolito dal
sole cocente del dott. Alfredo Ruga, giovane
archeologo, leggi la fatica del suo lavoro, subito cancellata dal sorriso dell’entusiasmo, dall’attesa fiduciosa del ritrovamento di una pietra narrante (fig. 6). E pietre narranti sono
quelle della piazza di un grande foro, del
Capitolium, del decumanus maximus, della
Basilica, della Curia, del Caesareum e di un
sacello; e pietre narranti sono quelle dell’ampia cavea del teatro romano, tale da poter
ospitare circa 3.500 spettatori.
Davanti alla statuaria poi, esposta nell’annesso museo, rinvenuta nelle aree di scavo del
foro e del teatro, si resta meravigliati dalla
grandezza dei personaggi togati (fig. 7).
Non senza brividi si calpestano questi resti,
se ne ammira il mistero, se ne immagina il
quotidiano scenario di quella lontana società.
- 118 -
ROSALBA TRUONO IANNONE
Dal grande parco, come a guardia di un
passato più antico, si erge quasi all’improvviso, col suo colore arancione, uno dei più significativi monumenti medievali della Calabria: la
basilica di Santa Maria della Roccella, edificata
probabilmente dai Normanni tra l’XI e il XII
secolo, che fa bella mostra della sua facciata e
delle sue absidi dai motivi bizantineggianti
(fig. 8).
A Scolacium, caposaldo politico-commerciale fondato da Caio Gracco nel 123-122 a.C.,
vide la luce nel VI secolo d.C. Cassiodoro,
ministro di Teodorico prima e di Atalarico poi
a Ravenna, intellettuale cosmopolita, che ritornato in tarda età in patria, fondò i famosi
monasteri di Vivarium e di Montecastello,
dove si praticarono cultura, preghiera e lavoro.
È sul promontorio di Stalettì che il viaggiatore può ritrovare le tracce concrete della presenza di questo personaggio illustre. In questo
sito, indicato come la tomba di Cassiodoro, tra
poveri ruderi abbandonati (figg. 9-10) si avverte la presenza austera del famoso ministro,
forse triste per la sua sorte politica, ma certamente fiero del legame con la propria terra,
che ora, simbolicamente, domina per sempre
dal suo sepolcro in una felice posizione (fig.
11).
Dal belvedere dello strapiombo è visibile
l’azzurro cristallino del mare calabro, che, tra il
profumo delle resine dei pini, bagna la costa
ionica della nostra Penisola (fig. 12).
Fig. 6/7 -
Fig. 8 -
Fig. 9 -
Fig. 10 -
- 119 -
SALTERNUM
Fig.11 -
Fig. 12 -
- 120 -
ROSALBA TRUONO IANNONE
Omaggio al Paleontologo
È ormai diventato un vero rito la visita che
ogni anno, nel mese di agosto, alcuni Soci del
G.A.S. rendono al sito archeologico di Atella
(PZ), per omaggiare la figura e l’opera meritoria
del prof. Edoardo Borzatti von Lowestern,
paleontologo e ricercatore instancabile.
A padroneggiare la scena tra il rumore dello
scavo prodotto dagli scalpellini della sua équipe
è lui: il professore Borzatti; è lui il grande protagonista più dell’elefante stesso che in epoca
preistorica ha calpestato quella sponda dell’antico paleolago. È lui il personaggio più affascinante che, con modi elegantemente cordiali ed
affabili, arricchisce con la consueta disponibilità
e capacità affabulatoria il visitatore ammirato e
meravigliato.
Il professore Borzatti, Direttore del
Laboratorio di Paleontologia Umana dell’Istituto
di Antropologia dell’Università di Firenze, racconta con modestia le novità sulle ultime ricerche che effettua per gran parte dell’anno in
Giordania, in pieno deserto. Nel mese di agosto,
poi, quando è libero dagli impegni istituzionali,
insieme ai suoi collaboratori è a lavorare in
Basilicata, con spirito di abnegazione. Nel bacino di Atella da più di un ventennio ha individuato la costa di un grande lago pliocenico. Qui
ha rinvenuto le tracce di un elefante preistorico,
il Paleoloxodon antiquus che gruppi di homo
erectus cacciavano con particolari sistemi di cattura.
Il professore Borzatti ha per primo scoperto
che circa 650-550.000 anni fa, lungo le rive del
lago - formatosi in seguito allo sbarramento del
corso del torrente Stroppito-Atella per il sollevamento dei terreni causato dall’attività vulcanica
del Vulture - gruppi umani esercitavano attività
Fig. 1 -
Fig. 2 -
venatorie adoperando armi ricavate da pietre
locali (choppers) se cacciavano l’elefante antico,
il bufalo, l’uro ed il cervo.
L’originalità della scoperta è nell’interpretazione del tipo di attività venatoria: questi animali, di grossa mole, venivano spinti con il lancio
di pietre, con fuochi ed urla nei pantani, dove
non avrebbero avuto più scampo, e dove la
morte sarebbe sopraggiunta per lo sfinimento
dovuto al tentativo di liberarsi dal fango.
- 121 -
SALTERNUM
Fig. 3 -
Ora l’insigne Paleontologo mostra e commenta i segni di questa sua scoperta e sembra
ancora emozionarsi davanti all’ultima meraviglia
della giornata di scavo: il ritrovamento di un
pugnale di corna di cervo.
Intanto il sole di agosto picchia forte tra il
profumo dei pini, piantati nei pressi del cimitero di Atella. Gli assistenti dell’équipe hanno concluso la loro giornata e con modestia l’esimio
nel gruppo è uno di loro: ma è un uomo da cui
apprendere tante lezioni di etica professionale,
di passione per lo studio e la scoperta, di curiosità per il mondo che ci circonda. Insomma, un
moderno Ulisse.
Fig. 4 -
- 122 -
CARLO G. FRANCIOSI
I ricordi delle colline di Cairano
“L
a strada statale n. 92, detta anche
“del Sele”, si snoda oggi lungo un
tracciato che con ogni probabilità
ripercorre l’antico itinerario che già in età protostorica univa le valli del Sele e dell’Ofanto: partendo dal retroterra tirrenico questa via, passando per Contursi, Oliveto Citra e Quaglietta, si
dirige verso la Sella di Conza (...) in un paesaggio dal profilo ovunque ondulato, già pochi chilometri oltre Quaglietta e appena superato il
Varco Appenninico, appare, in lontananza, più
alta di tutte, la collina su cui sorge Cairano, con
il suo curioso aggressivo aspetto di “mascella”
protesa verso il sottostante corso del fiume
Ofanto; ad essa corrisponde, sull’altra sponda
del fiume, verso Sud-ovest, la collina più bassa e
meno impervia, che ospita l’odierna Conza, da
identificarsi con la Compsa testimoniata dalle
fonti per l’età romana (...). L’abitato attuale di
Cairano (...) sorge sulle pendici orientali della
collina, là dove essa ha il profilo più dolce, che
digrada uniformemente verso la valle del fiume;
il versante ovest si presenta invece scosceso, terminando a picco sulla piana in cui scorre il torrente Orato (...), oltre il quale è visibile, ancora
più ad Ovest, l’altura di Andretta. L’aspetto del
paese moderno di Cairano non deve discostarsi
molto da quello che ebbe in epoca medievale:
l’insieme del “borgo” ordinato per terrazze, con
le case addossate alle case e l’intrico delle strette
vie che camminano a spirale, occupa tutto il
fianco della collina, ponendosi ai piedi del
castello, di cui oggi si intuiscono gli esigui resti e
che sorgeva nel punto più alto, a 806 metri di
altitudine. Degli ultimi avanzi di esso ha fatto
giustizia l’impianto del bianco orribile cubo dell’acquedotto pugliese, visibile da ogni lontano
punto, circondato da un ampio, silenzioso
recinto, che ne tutela l’onore.
L’economia del paese moderno è esclusivamente fondata sull’agricoltura, in un paesaggio
che sembrerebbe più adatto all’allevamento e
che paga, in questo senso, senza sua colpa, il
prezzo di scelte sbagliate, fatte molto tempo
addietro e molto lontano. Anche i prodotti agricoli, ricavati con fatica da una terra certo non
fertile, bastano poco più che alla sussistenza del
migliaio di persone che compongono la comunità. La scuola elementare, un bar e un solo negozio-emporio (che vende di tutto tranne la carne,
che nessuno potrebbe acquistare in misura tale
da giustificare l’esistenza di un centro di distribuzione, costituiscono la totalità dei ‘servizi’. Il
paese, per necessità privato per lungo tempo delle
sue energie giovani dalla massiccia emigrazione, le vede ora ritornare senza poter loro offrire
nulla più che al momento della partenza.
Dimenticato nella sua stessa terra, a sua volta
dimenticata, sarebbe ormai un paese morto se
non fosse per l’estrema vitalità della sua gente”.
Questa descrizione di Cairano, di Gianni
Bailo Modesti -, Cairano nell’età arcaica L’abitato e la necropoli, (Istituto Universitario
Orientale, Seminario di Studi del Mondo
Classico, Quaderno 1 degli “Annali” - Sez. di
archeologia e storia antica), Napoli 1980, comparve pochi mesi prima - e pochi mesi prima di
un’altra data che ha segnato in modo preciso
tutto il territorio e la storia degli Irpini; a leggerla, parrebbe trattarsi di una delle pagine dei
grandi
meridionalisti
d’origine
centrosettentrionale degli inizi del Novecento - con
una lucida meraviglia per le devastazioni del ter-
- 123 -
SALTERNUM
ritorio e con lo stupore per l’insensatezza dell’ignorare quei rimedi, ai quali avrebbe condotto
una corretta analisi delle caratteristiche dei luoghi (inutilmente, per tanti decenni, indicava,
ignorato, Manlio Rossi Doria, e non a caso
l’analisi che con i suoi collaboratori pubblicò
subito dopo la catastrofe, presso Einaudi, resta
ancora la migliore analisi dell’Irpinia subito
prima, ed anche già il maggior atto di accusa
verso chi, con ruoli politici apparentemente
opposti, ha poi distrutto il territorio e gli abitanti stessi negli anni seguenti. Oltre tutto,
l’interesse per un corretto uso del suolo fu uno
dei principali argomenti intorno a cui operò già
nel primo Ottocento la Società Economica
Irpina, uno dei momenti più alti nella storia di
questa Provincia).
Essa sembrerebbe scritta da uno dei tanti
intellettuali - meridionalisti ‘traditori’, che scendevano dal Nord, dal centro dell’Italia (capofila,
notoriamente, Carlo Levi, ma vanno ricordati
anche Umberto Zanotti Bianco ed altri esperti)
dei primi decenni del secolo; Gianni Bailo, all’epoca in cui scriveva queste pagine, era giovanissimo, poco più che trentenne, ma già da oltre
una decina di anni viveva ed operava nella
Campania meridionale. Di famiglia di origini
pavesi, lui stesso milanese, con alcuni colleghi
‘scese al Sud’ - e le motivazioni profonde erano
non solo culturali, ma anche, chiaramente, ‘politiche’ - ancor studente universitario, e lavorò
dapprima a Pontecagnano, poi, dal 1970 al 1972,
a Cairano - dove operò dopo Gabriella
Pescatori, che vi aveva scavato nel 1967 -, infine
ancora a Cairano, nel 1976, ed in quel medesimo periodo anche a Bisaccia. Fino a pochi mesi
fa, ha poi lavorato ancora a Pontecagnano, sullo
scavo - condotto, al suo solito, con rigore e sicurezza estremi - ed all’allestimento della sezione
a lui affidata del Museo Archeologico di
Pontecagnano, inaugurato un anno fa - un
museo raro per la chiarezza con cui sono presentati materiali ed anche problemi, così da
costituire punto di riferimento non eludibile per
chiunque voglia studiare la Campania e tutta
l’Italia meridionale in epoca antica.
Va precisato, però, che vuol dire quel ‘traditori’, che pare gettato lì a caso, qualche riga fa,
in modo anche oltraggioso. ‘Traditore’ - nel
senso etimologico - vuol dire che porta qualcosa da un’altra parte: nel caso specifico, pare ben
appropriato a quegl’intellettuali che, lasciando la
propria, comoda, situazione di origine (dunque,
‘tradendola’), talora costretti da situazioni esterne, e dovendo vivere in stretto contatto con le
situazioni meridionali, non cercavano d’isolarsi
in un mondo tranquillo, abbandonando con la
facile e comprensibile scusa della difficoltà di far
tutto da soli alla loro sorte gli abitanti di quelle
zone ma s’impegnavano con essi, cercavano di
suscitare energie culturali - che, naturalmente,
diventavano immediatamente energie ‘politiche’
(basta un solo riferimento, Scotellaro, forse
banale ma anch’esso non evitabile, e ricordare
quale sia stato il suo rapporto con la ‘Scuola di
Portici’), portando con sé nuove idee, fermenti,
notizia di altre esperienze (dunque, ‘traditori’,
cioè ‘apportatori’). Magari derisi dai loro antichi
colleghi, da coloro che continuavano a vivere
nelle loro originarie situazioni ‘comode’, presi
per illusi o per puri cercatori di emozioni forti e
di facili avventure: ma, con lo scorrere dei
decenni, essi hanno avuto una funzione estremamente importante, hanno lentamente germogliato, sono stati infine uno dei pochi anticorpi
che hanno salvato l’Irpinia da un disastro ancora maggiore, da quasi trent’anni: contro la ‘politica’ di alcuni illustri personaggi locali - ne ricordo uno importante, così importante che è
meglio tacerne il nome, che, agitando le mani in
aria con dita adunche, quasi ad arraffar miliardi
che piovessero dal cielo (durante un intervento
al Convegno dell’Istituto Gramsci, ad Avellino,
poche settimane dopo il terremoto), sottolineava come si dovesse comunque esser pronti e
veloci a raccogliere quanti più soldi fosse possibile - ed i risultati di quest’avviso si sono veduti, e si vedono sempre più a chi voglia girare in
Irpinia.
Bailo non ha mai tratto vantaggi dal suo
impegno nel Meridione. Abbandonato Milano,
dopo diversi anni, anche non facili, di lavoro
precario, si è trasferito per sempre a
Pontecagnano, vi ha messo su una famiglia
esemplare - con una moglie originaria di uno
dei quartieri (una volta) operai di Napoli, donna
- 124 -
CARLO G. FRANCIOSI
raffinatissima e decisa, con tre figli, con una
schiera in continuo aumento di cani e di micetti ospiti, che vi convivevano in perfetto accordo.
Spero non sia indelicato ricordare come proprio
in occasione d’uno scavo egli abbia incontrato la
sua compagna dell’intera vita (non è retorico, dir
così), all’epoca studentessa di Filologia dell’altro
Ateneo napoletano e volontaria partecipante
allo scavo. Bailo ‘aveva fatto’ il ‘68, alla Statale
di Milano; è stato rigoroso militante comunista;
poi fra i primi ambientalisti campani: certo, sono
tutte cose che oggi non sembrano più alla
moda, diventano quasi colpe gravi; ma Bailo
non ha mai fatto scelte ‘di moda’, e quelle che
ha fatto ha portato avanti, superando o inglobando le precedenti, sempre con rigore estremo:
queste scelte vanno, dunque, rispettate anche da
chi non le voglia condividere.
Ed era, ormai, da anni, uno strano settentrionale traslocatosi al Sud. Quando andava a trovar
la madre, passava prima da Napoli, da
Scaturchio, a far provviste di sfogliate e pastiere;
nell’intervallo pranzo, era inevitabile la
‘Margherita’, e noi colleghi a dileggiarlo, a dire
che avrebbe dovuto scegliere zuppe di verze o
cose del genere. Ma Gianni, sempre con il suo
accento milanese - che non ha mai perduto sottolineava come si dovesse, da ogni situazione, scegliere sempre il meglio. In tempi di devoluzioni, di separatismi, di ampolle d’acqua del
Po e di attacchi a tappeto ai meridionali, era uno
dei settentrionali (comunque, più numerosi di
quel che sembra, ci assicurava) che non volevano fare inopportune barricate: e lui stesso,
riprendendo una battuta da un film di non so
più quale comico, diceva esser ormai diventato
un ‘terrunciello’.
Ma è opportuno tornare all’attività scientifica
del dottor Giancarlo Bailo Modesti, detto Gianni:
da alcuni anni, insegnava Preistoria e protostoria
da noi, all’ “Orientale”, ma la sua carriera accademica non era stata certo quella che invece egli
avrebbe ampiamente meritato, superato nel suo
stesso settore da persone di livello culturale e
professionale assai minore (lo so, è un luogo
comune, ma questo è uno dei casi veri: per far
carriera, non bisogna avere titoli scientifici ed
aver mostrato impegno, bisogna essere sempre
Fig. 1 - Pontecagnano, Museo Archeologico Nazionale, “Tomba della
principessa” di Bisaccia (AV). Ricostruzione.
presenti, nei luoghi giusti, con le persone giuste;
cose queste che non rientravano nelle sue scelte, anzi erano l’opposto). Per questo motivo, ha
lasciato anche un numero non molto elevato di
allievi, più o meno diretti - quel che è peggio,
ora spesso in situazione di completa precarietà
occupazionale -, tutti peraltro accomunati dalla
serietà, dall’impegno e, soprattutto, dalla discrezione, tipiche del loro maestro; ma molte persone si sono formate, fra gli archeologi campani
che ora hanno fra i trenta ed i cinquant’anni, sui
cantieri diretti da Bailo. La caratteristica più
importante e più notevole di Bailo è però ancora un’altra, ed è cosa davvero rara. Bailo sapeva
parlare e scrivere, di cose non sempre facili come la preistoria o l’età arcaica delle popolazioni dell’Italia meridionale - in modo semplice,
lineare; preciso ma senza tecnicismi inutili (e,
dunque, ancor più inopportuni). Questa facilità
- 125 -
SALTERNUM
gli veniva, in parte, da quell’attività definibile
come ‘politica’ - movimento studentesco, partito
comunista, ambientalismo -; in parte, veniva dal
suo estremo esser razionale, mai una parola od
una frase più del necessario, mai dire qualcosa su
di un argomento che non conoscesse a fondo.
Un anno fa, girando col telecomando fra le
reti locali, pescai ‘Telediocesi Salerno’ - mi pare
si chiami così - che presentava l’appena inaugurato Museo di Pontecagnano. Diversi intervistati,
tutti impegnati più a citar meriti propri che i
risultati dei lavori sul terreno, presentati nel
Museo; il solito strazio, che spinge a cambiar
canale. Ma, d’un tratto, apparve Gianni. Poche
frasi, chiare, comprensibili, ed almeno un pezzo
di quel Museo fu certamente comprensibile a
chi seguiva quella rete televisiva, ai quali dei
meriti e delle carriere universitarie o ministeriali
altrui invece non interessava certamente nulla.
Ma c’è qualcosa di più vicino all’Irpinia: il fascicolo curato da Bailo (il terzo) della Storia illustrata di Avellino, che è il più chiaro dell’intera
serie; preceduto da una conferenza a Palazzo de
Conciliis, al Duomo, sullo stesso tema, e da altri
interventi in più circostanze, nel territorio. Ma
preceduto ancora dalla partecipazione di Bailo
alla Storia della Campania, pubblicata dapprima, a puntate, dalla “Voce della Campania”,
negli anni ‘70, e poi apparsa in volume prima
presso Guida, poi presso Teti; ed affiancato alla
cura scientifica di sezioni di alcune importanti
mostre, a Pontecagnano - dalla Seconda mostra
della preistoria e protostoria del Salernitano
(1974), L’Ultima Pietra, il Primo Metallo
(1993-94), sull’Eneolitico in Campania, e Prima
di Pithecusa (1999), sui più antichi rapporti culturali ed economici fra la Grecia e le popolazioni della Campania meridionale in epoca arcaica.
La seconda mostra ha costituito il precedente
d’un volume, scritto insieme ad un allievo
dell’“Orientale”, studioso di preistoria, volume
dedicato all’Età del Rame in Campania ed ai
relativi Villaggi dei morti, partendo da alcune
tombe scavate a Pontecagnano, ancora un volta
in modo esemplarmente inconsueto, ma estendendo poi l’esame a tutta la regione ed alle zone
attigue, mostrando anche una profonda conoscenza antropologica.
Questo volume s’apriva con un passo della
Recherche di Proust, «Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma avere nuovi
occhi», scelto come epigrafe. Bailo aveva anche
cercato terre ‘nuove’, per lui, ma soprattutto
aveva voluto legger tutto con occhi sempre
‘nuovi’, riprendendo, inconsapevolmente, i maggiori meridionalisti, e mostrando come il problema del Mezzogiorno non fosse ancora risolto. E,
certo, non lo è nemmeno ora, nonostante un
benessere di pura facciata diffuso qua e là, con
l’aggravarsi ancor maggiore che altrove di tutti
gl’irrisolti problemi che vengono dalla precarietà del lavoro, così che sempre più sta aumentando la diaspora dei nostri migliori giovani, emigranti nuovamente in tutt’Europa: mentre ci
angustiamo, cercando di evitare che altre persone, più sfortunate, vogliano trovare da noi quelle condizioni umane necessarie alla vita, e discutiamo, senza vergognarci, di barriere e di retate e di campi di concentramento, non ci accorgiamo che tutte le nostre migliori forze stanno
fuggendo. Gli autobus per Roma non sono solo
un mezzo comodo per una rapida visita alla
Capitale, anche se ormai non si usano più le
valigie legate con lo spago; e sarà solo per mantener vivi i legami con le famiglie, se molti di
loro torneranno qualche giorno, d’estate - trovando tutto chiuso tranne i bar, sbarrate le
(poche) strutture culturali locali, sì da scoraggiarne ancor più un’ipotesi di rientro, soprattutto per chi non ami i neomelodici napoletani, che
qui paiono costituire il massimo delle forme culturali da offrire al pubblico, intento a sgranocchiar noccioline.
Bailo ci ha lasciato, in questi giorni, dopo un
periodo di sofferte cure mediche, culminate con
un trapianto che sembrava andato bene e invece... Eppure nei momenti che le cure gli lasciavano liberi ha continuato a seguire l’ultimo suo
importante cantiere di scavo, quello dell’adeguamento della Salerno-Reggio Calabria, che invade
l’abitato preromano di Pontecagnano, ed a svolgere la sua attività d’insegnamento all’“Orientale”;
ma perché, in questa sede, non si è dato un riassunto dettagliato delle sue opere, della sua attività di ricerca? Perché sarebbe un errore: Bailo
dice le cose in modo talmente chiaro, che qual-
- 126 -
CARLO G. FRANCIOSI
siasi riassunto sarebbe render le cose più complesse. Basterà rinviare direttamente al fascicolo
della Storia illustrata, ricordato più sopra, od
ancor meglio al volume su Cairano; anzi, per
mostrar meglio chi fosse Bailo, raccontare come,
di questo libro, stampato in un buon numero di
copie, in Dipartimento ve ne fossero molte
ancora, e si progettasse - per ragioni di spazio di trasferirle in un qualche deposito, ad invecchiarvi tranquille. Gianni lo seppe, chiese ed
ottenne che una discreta quantità di copie potesse esser distribuita, con la collaborazione anche
del Museo e della Biblioteca Provinciale di
Avellino, alle biblioteche locali, a quelle scolastiche, ai cittadini dell’Alta Valle dell’Ofanto dovrebbe essercene ancora qualcuna, a disposizione delle strutture interessate; per lui, era fondamentale che i cittadini dell’Irpinia potessero
conoscere, come primi destinatari, i risultati
delle ricerche che aveva condotte - condotte utilizzando risorse pubbliche, per gli scavi e la
pubblicazione, e per Gianni Bailo il rispetto per
la cosa comune non era secondario.
“Ai ricordi delle colline” è la dedica posta da
Bailo Modesti al libro su Cairano; una frase,
breve e precisa, ma anche pudica, perché in
essa ricorda gli amici irpini, quelli antichi (altra
volta, ricordò come, con uno scavo, avesse
potuto avere «un incontro, finalmente a quattr’occhi, con le genti del Gaudo: un regalo grande»), ma soprattutto la Sua compagna, che per
lui fu davvero una principessa - un po’, come
quella di Bisaccia, indagata con perizia estrema
e ricostruita con pazienza e sicurezza, facendone anche eseguite una splendida ricostruzione
grafica (fig. 15 della Storia Illustrata), ricostruzione che, nelle recenti mostre sui Sanniti, ha
costituito uno dei punti di maggior richiamo.
Una vera principessa, sua moglie - una principessa non ex sanguine, di sangue, ma per virtù,
ex virtute, il che è ben più importante e difficile
-, una principessa a lui sempre vicina e delicatamente presente: ricambiata, per più di trent’anni, anche in questi ultimi tempi di pene, che lei
gli alleviò, insieme ai figli, che da entrambi
hanno preso molto.
Carlo G. Franciosi, dal Corriere di Avellino del 18
maggio 2008 p. 24.
Fig. 2 - Bisaccia (AV).
Tomba 66 del 5
agosto 1976.
Foto segnalata dal
socio Nicola Fierro a
cui la tomba era stata
dedicata.
- 127 -
SALTERNUM
Requiem per un Ministero
Q
ualche giorno fa era comparso, sul
quotidiano “L’Unità”, un articolo di
Vittorio Emiliani intitolato I Beni Culturali e lo
scippo Capitale. Comunicava una notizia molto
allarmante, confermata da un trafiletto, sempre
di Emiliani, pubblicato oggi, 14 ottobre 2008. Si
tratta di questo.
Il 3 ottobre scorso il Consiglio dei Ministri
ha approvato, come emendamento al Disegno
di Legge sul federalismo fiscale, un articolo
aggiuntivo col quale viene trasferita dallo Stato
al Comune di Roma (in futuro ‘Ente Roma
Capitale’) la «tutela dei beni storici, artistici,
ambientali e fluviali», senza neppure la “collaborazione” con il Ministero per i Beni Culturali
e Ambientali. Nel frattempo, al Ministero le
risorse finanziarie disponibili crolleranno da
625 a 73 milioni, giusto appena per pagare gli
stipendi e, forse, per tenere aperti i Musei.
L’emendamento è palesemente in contrasto
con l’articolo 9 della Costituzione Italiana che
recita: «La Repubblica promuove la sviluppo
della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e
artistico della Nazione».
Il nostro sistema di tutela del patrimonio
culturale, fin dalla prima bozza che risale addirittura a Raffaello, rimane un modello apprezzato ed imitato all’estero. I Soprintendenti, nonostante pressioni d’ogni genere, hanno quasi
sempre mantenuto autorevolezza e autonomia
di giudizio nei riguardi del potere politico. Ora,
si comincia con Roma e si continuerà con gli
8.000 e passa Comuni italiani, dove, come dice
Emiliani, «i controllati diverranno anche i controllori diretti».
Che vogliamo fare? Recitare un requiem per
il Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali?
Oltre al valore intrinseco di questi Beni, non si
era detto che essi rappresentano il nostro
petrolio?
Tutto il resto è silenzio.
GdH
- 128 -
FRANCESCO TORTORA
L’epigonion in un antico vaso greco
L
a tradizione narra che il primo esemplare aveva solo quattro corde e fu costruito da Epigonio, uno dei più celebri
musici dell’antichità, vissuto qualche decennio
prima di Omero. A distanza di diversi millenni
un gruppo di ricercatori del Conservatorio di
Salerno, che lavorano al progetto internazionale
Astra (Ancient Instruments Sound/Timbre
Reconstruction Application) sono riusciti a riprodurre virtualmente, grazie all’aiuto di un potente software, le note e i suoni dell’epigonion, uno
degli strumenti musicali più celebri nell’antica
Grecia.
L’epigonion era uno strumento di legno e la
sua forma ci è stata tramandata da diverse scoperte archeologiche (per lo più opere di pittura)
e passi letterari in cui poeti e scrittori dell’antichità descrivono questo singolare oggetto. Il suo
suono era molto simile a quello di strumenti
musicali moderni come l’arpa e il clavicembalo.
I ricercatori dell’Astra (il primo progetto internazionale che usa l’informatica per sviluppare
conoscenze archeologiche musicali) non avendo alcuno spartito del tempo (i brani musicali
nell’antica Grecia si conoscevano a memoria e si
tramandavano oralmente) hanno riprodotto con
questo strumento virtuale le note di uno spartito medievale. «L’idea era quella di suonare uno
strumento antico con brani che rispetto a esso si
possono definire recenti», spiega Domenico
Vicinanza, l’ideatore del progetto che oggi lavora a Cambridge, in Inghilterra, per il consorzio
europeo Dante, il provider che fornisce le infrastrutture ai ricercatori di Astra.
Le ricerche degli studiosi del gruppo Astra,
che sono coordinate dalla professoressa
Mariapaola Sorrentino del conservatorio di
Epigonion.
Epigonion.
Salerno, non termineranno qui: nei prossimi
anni essi tenteranno di ricreare i suoni prodotti
da altri due strumenti musicali usati dagli antichi
greci come il phorminx e la cithara. Il meccanismo per la riproduzione è noto tra gli studiosi
come «sintesi per modelli fisici»: l’idea di base è
usare equazioni matematiche e algoritmi che
riescano a descrivere virtualmente le forme dello
strumento, i materiali, le tecniche costruttive e
- 129 -
SALTERNUM
infine il modo in cui veniva suonato. Il professor Vicinanza sostiene che già l’aver ridato voce
alle melodie dell’epigonion è qualcosa di unico:
«Questo strumento è davvero importante per la
storia della musica. Basta immaginare che nell’antica Grecia era suonato in due diversi modi.
Alcuni musici pizzicavano le corde, mentre altri
le percuotevano con un martelletto. Oggi la
prima tecnica è alla base del suono dell’arpa,
mentre la seconda ha dato vita alle musiche del
salterio e più recentemente a quelle del pianoforte».
Oltre a restituire l’atmosfera musicale dei
tempi antichi, secondo il professor Vicinanza, la
conoscenza di questi strumenti ha un nobile fine
didattico: offrire gratuitamente agli studenti di
tutti i conservatori europei la possibilità di cono-
scere e di riprodurre questi suggestivi suoni. «È
un’importante progetto per noi e per i musicisti
e gli storici di tutto il mondo», commenta alla
stampa inglese Francesco Di Mattia, direttore del
Conservatorio di Salerno. «Per la prima volta
possiamo ascoltare melodie del passato, usando
dati precisi e non affidandoci alle supposizioni».
Ancora più entusiasta è il commento del professor La Rocca, dell’Infc di Catania, che si occupa
della gridificazione del progetto (l’adattamento
del software sulla rete internazionale): «In passato riprodurre musiche antiche era impossibile,
oggi invece le nuove tecnologie ci permettono
di trasformare le nostre ricerche in realtà».
- 130 -
Dall’articolo pubblicato sul Corriere della Sera
venerdì 5 settembre 2008
FELICE PASTORE
Fabio Maniscalco:
un esempio per le giovani generazioni
A
vevo invitato il prof. Fabio
Maniscalco, nella sua qualità di
Direttore dell’Osservatorio per la
Protezione dei Beni Culturali in Aree di
Crisi ISFORM, a darmi una mano nell’organizzare il Convegno Il Mediterraneo e i suoi
beni culturali in area di crisi, che i Gruppi
Archeologici d’Italia avrebbero presentato poi
a Paestum in occasione del decennale della
Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico
nell’autunno 2007. Non avevo mai conosciuto
di persona il professore; l’avevo contattato per
telefono appositamente per quella occasione,
quale specialista di tutela e salvaguardia dei
Beni culturali in zone a rischio bellico. Aveva
una voce tenue, però viva e dinamica, che
mascherava il momento difficile e di grande
sofferenza causato da una malattia anomala
contratta in terra straniera mentre compiva il
proprio dovere durante una missione archeologica di salvaguardia, pur consapevole del
rischio a cui andava incontro. Avevo tanto sperato che potesse essere presente a Paestum
quel sabato pomeriggio del 17 novembre 2007.
C’eravamo sentiti l’ultima volta un mese prima;
poi …il silenzio. La sua signora, Rosaria
Maniscalco, mi aveva comunicato che stava
molto male. Provai in quel momento una tristezza infinita, ma nello stesso tempo una rab-
Fabio Maniscalco
bia e un dolore dettati da una morte annunciata di un valoroso studioso, che stava lasciando
questo mondo per una nobile causa. Da lì a
poco l’Amico Fabio, così mi sento di definirlo,
ci ha lasciato. Durante il Convegno ho voluto
che nessuno, assolutamente, prendesse il suo
posto al tavolo dei relatori. Fabio doveva essere in mezzo a noi, con il suo sorriso, con la sua
dolcezza d’animo, come se in quel momento
potesse parlarci dei problemi che ancora oggi
affliggono i Beni culturali in area di crisi.
Addio, grande archeologo, ma soprattutto
grande uomo. Il tuo sacrificio non sarà mai
dimenticato e noi dei Gruppi Archeologici
d’Italia ti ricorderemo sempre nei nostri cuori.
FP
- 131 -
FELICE PASTORE E CHIARA LAMBERT
Il Complesso Monumentale di San Pietro a Corte,
recupero di geometrie sepolte nel centro storico
di Salerno
N
el centro di Salerno, in uno spazio urbano
che conserva ancora oggi il toponimo di
“Antica Corte”, si trovano le vestigia di un
magnifico palazzo di età longobarda (VIII sec.) che fu
la reggia principesca del duca di Benevento, Arechi II.
La ricerca archeologica, effettuata tra gli anni
Settanta e Ottanta del secolo scorso, ha messo in
evidenza un unicum di elevati murari riferibili ad
un edificio di architettura civile longobarda.
All’interno delle murature, in una delle sale
principesche pavimentate in opus sectile e decorate da mosaici parietali a tessere policrome e dorate, si spegneva il 26 agosto 787 una delle persone più illuminate dell’Alto Medioevo italiano e, in
particolare, della storia dei Longobardi, Arechi II, il
princeps gentis langobardorum che con accorto
ingegno politico, nonostante la disfatta inflitta nel
774 da Carlo Magno a Desiderio, assicurò al suo
popolo, per altri tre secoli, le condizioni di quasi
incontrastato dominio dell’Italia meridionale.
Alcune principali fonti storiche tracciano il profilo storico-politico del facundus duca-principe:
Quod logos et phisis moderansque quod ethica
pangit, omnia condiderat mentis in arce sue
(armonizzando le conoscenze filosofiche, scientifiche ed etiche, tutto aveva serbato nella roccaforte
della sua mente, PAOLO DIACONO dall’ epitaffio del
principe Arechi II - † 26 agosto 787).
Stirpe ducum regumque satus, formosus, validus, suabis, moderatus et acer, facundus, sapiens
(di stirpe ducale e discendente da re, bello, forte,
soave, equilibrato e ardente, eloquente, dotto, dal
Chronicon Salernitatum, c. 20).
Vir christianissimus, ac valide illustrissimus,
atque in rebus bellicis strenuissimus (uomo cristianissimo, e illustre assai, e valorosissimo nelle
imprese belliche, ERCHEMPERTO, Historia, c. 2).
Il citato, illustre personaggio, Paolo di
Warnefrido detto Diacono perché monacatosi a
Montecassino, alto dignitario della corte arechiana,
precettore di Adelperga, figlia di Desiderio e
moglie di Arechi II, e l’Anonimo del Chronicon
Salernitanum (sec. X) tramandano lo splendore
delle architetture ordinate per Salerno dal principe
che già a Benevento aveva fatto ampliare le mura
e costruire la chiesa di S. Sofia, chiesa Madre di
tutti i Longobardi meridionali. La rifondazione arechiana di Salerno scaturì da diverse esigenze politiche, strategiche ed economiche, fra le quali, non
ultima, dotare la regione di una seconda città ben
fortificata oltre Benevento, che resterà ancora capitale del vasto ducato meridionale fino all’849 allorquando avvenne di fatto la divisione del Ducato in
due Principati (Radelgisi et Siginulfi principum
divisio ducatus Beneventani).
A Salerno Arechi riprese le mura di difesa sulla
collina del Bonadies e per sé ed il suo governo
costruì un palatium a cavallo delle mura, verso il
mare, e vi pose la sua cappella privata dedicata ai
santi Pietro e Paolo.
In corrispondenza degli ambienti romani e tardoantichi sottostanti l’attuale piano stradale, fu
costruita la soprastante aula palatina del principe
Arechi II, retta da pilastri e semipilastri, che doveva svettare sull’intera città medievale. L’anonimo
autore del Chronicon Salernitanum tramanda che
Arechi “…Palaccium construxit et ibidem in aquilonis parte ecclesiam in honorem beatorum Petri et
Pauli instituit”, cioè costruì un palazzo e pose a
nord di esso una chiesa in onore dei santi beati
Pietro e Paolo.
Nel corso di recenti restauri, al di sotto degli
stucchi barocchi sono venute alla luce le geometrie sepolte di strutture longobarde, con finestre,
- 133 -
SALTERNUM
trifore e bifore, le quali sono state liberate dai
riempimenti di tamponatura recuperando totalmente l’intera parte nord e mettendo in luce apparati decorativi di pregevole fattura sulle pareti e sui
sottarchi. Tali resti monumentali si configurano
come uno dei principali documenti architettonici
della Salerno medievale e tra i documenti dell’architettura longobarda presenti in Europa, costituiscono un esempio unico di edificio palazziale.
All’interno dell’aula palatina, sulla parte alta
delle pareti, correva un fregio continuo di marmo
che recava incisi i versi composti da Paolo
Diacono per invocare la protezione di Cristo sull’opera e sulla persona di Arechi II (titulus).
L’epigrafe, realizzata con una tecnica che prevedeva l’inserimento di lettere in bronzo dorato, riproduce in maniera straordinaria l’uso romano proprio dei monumenti celebrativi, e adottò tuttavia
come unità di misura il piede longobardo. Nei
pezzi recuperati si legge, in perfetta capitale imperiale: […] GE DUC CLEME[NS] […] che nella lezione Ughelli, ripresa dal Dümmler con alcune correzioni e poi dal Neff, fanno parte dell’esametro
DUC, ET EDUC CLEMENS ARICHIS PIA SUSCIPE
VOTA mentre nella raccolta delle epigrafi salernitane, rimasta manoscritta, dell’erudito Luigi
Staibano realizzata intorno al 1875, è più correttamente riportato DUC AGE DUC. Staibano avrebbe
visto i resti del titulus accantonati, come si dice,
in un locale laterale della chiesa. Gli stessi resti epigrafici, durante la campagna di scavo degli anni
ottanta portata avanti dall’Università di Salerno Dipartimento latinità e medioevo, diretta dal prof
Paolo Peduto, furono fortunosamente visti e salvati dallo stesso prof. Peduto mentre erano destinati
a essere portati altrove, probabilmente in una discarica. Il rinvenimento fu comunicato dallo stesso
prof. alla dott.ssa Matilde Romito, allora funzionario della Soprintendenza archeologica di Salerno
che, recatasi sul posto, osservò e fotografò il frammento epigrafico. La dott.ssa Romito, dopo aver
consultato il libro dello Staibano, che conservava
gelosamente nella sua biblioteca, comunicò al
prof. Peduto l’eccezionale rinvenimento che aveva
fatto.
Una scoperta che in seguito avrebbe cambiato,
per la sua eccezionalità, il corso degli studi e delle
conoscenze che si erano avuti fino ad allora.
Un ulteriore legame con il mondo classico è
dato dal pavimento in opus sectile, del quale sono
state rinvenuti numerosi frammenti, che consentono la restituzione di un litostrato a figure geometriche che riprende il repertorio delle maestranze
romane (vedi copertina Salternum, nn. 20-21,
anno XII, edito G.A. Salernitano, anno 2008).
L’insieme degli elementi consente l’apertura di
una riflessione sui rapporti della cultura longobarda salernitana con l’antichità: ci si trova di fronte
ad eventi non occasionali, bensì a un recupero
consapevole di tecniche che evocano la cultura
classica, con un processo analogo a quello attuato
nello stesso volgere di anni dagli intellettuali e
dagli artigiani della corte di Carlo Magno, che negli
anni a seguire la conquista del regno longobardo
del nord e delle popolazioni che allora occupavano l’Europa occidentale ed orientale (Sassoni e
Avari), va indicato con il termine di “Rinascita carolingia”. La saggezza di un sovrano illuminato quale
fu Carlo Magno è stata di portare alla corte franca
i maggiori artisti e letterati del tempo, Alcuino di
York, Pietro da Pisa, Paolo Diacono e lo stesso
cantore delle sue gesta, Eginardo. Sorge, così,
spontanea la considerazione che anche alla corte
di Arechi II a Salerno, dove dimorò a lungo Paolo
Diacono prima di trasferirsi alla corte franca ad
Aquisgrana, si sia respirata un’analoga aria di rinnovamento di cui sembra fare testimonianza la
nascita della scrittura cosiddetta “beneventana”
quasi in concorrenza con la “minuscola carolingia”. Un altro esempio si trova nelle tecniche
costruttive del palazzo longobardo di Salerno che
va ad ispirarsi al modello teodoriciano di Ravenna
e detta i tempi e i modi per la reggia di
Aguisgrana, che viene costruita dopo che, nel 775,
le ambascerie franche sono giunte ed ospitate nel
palazzo arechiano di Salerno e dopo l’arrivo nel
776 nel regno franco di Paolo Diacono, trattenuto
in quel luogo fino al 779, anno in cui si ritira nel
monastero di Montecassino e scrive l’Historia
Langobardorum. L’adesione culturale da sottolineare toutcourt è che tutti e tre questi edifici si
ispirano ai modelli delle domus imperiali romane
di età tardo-antica.
Nel Complesso di S. Pietro a Corte i lavori di
consolidamento degli ambienti attualmente ipogei,
resi necessari a seguito del sisma del 1980, seguì la
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FELICE PASTORE E CHIARA LAMBERT
rimozione dei riempimenti formatisi a partire dalla
fine del XVI secolo, allorquando i livelli stradali
dell’età moderna erano già cresciuti di circa sei
metri rispetto al livello di frequentazione del VIIVIII secolo.
Fin dai primi interventi di restauro fu individuato un piano termale (frigidarium) del I-II sec.
d.C., successivamente occupato a partire dal V
secolo da un edificio di culto cristiano. Prima dell’intervento di Arechi, Salerno era già una città
piuttosto attiva, come si intuisce dalla circolazione
delle numerose monete gote e bizantine conservate nel Museo Archeologico Provinciale, con i conî
di Giustino I, di Giustiniano, di Atalarico e di
Eraclio. Ad esse vanno aggiunte le rare epigrafi del
V, VI e VII secolo, pertinenti all’uso cimiteriale
della prima chiesa, che chiariscono l’uso da parte
di famiglie di origine romana, greco-bizantina,
gota, come attestato dai nomi di Socrates,
Theodenanda, Eutychia, Verulus e Albulus..
La città, nonostante il susseguirsi di alluvioni la più antica è ricordata tra la fine del secolo IV e
gli inizi del V - è vitale già prima del 774, quando
Arechi II, costretto a riorganizzare i suoi domini
dopo il crollo del regno di Desiderio, decise di
farne uno dei punti cardini della ristrutturazione
economica del Ducato. Egli accolse i profughi dal
Nord, reliquias gentis Langobardorum, e diede
loro l’honor della comitiva, nobiliter et honorifice;
trovarono non più resti dispersi di un popolo
sconfitto, ma eredi di una stirpe da rinvigorire,
donò vallate e nuove terre da dissodare, costruen-
do al contempo monasteri e chiese dove manifestare la propria religiosità.
Ora le città del Ducato sarebbero diventate centri propulsori per l’economia e l’autonomia della
nazione sarebbe stata rinnovata. Tale risoluzione si
integrava nella tradizione politica di Bisanzio, dove
gli imperatori, fin dal termine della ormai lontana
guerra contro i Goti, avevano perseguito, con
alterna fortuna, la ristrutturazione dei centri urbani
delle province proprio per riorganizzarne il tessuto economico.
Da Paolo Diacono ad Erchemperto, a Leone
Ostiense, al Chronicon Salernitanum, l’esaltazione
dell’azione di structor di Arechi fu comune e continua e, allora come oggi, poteva essere emblematicamente riassunta dal Palatium, simbolo del
potere e della cultura dei Longobardi del Sud.
Il Gruppo Archeologico Salernitano, associazione ONLUS di volontariato per la valorizzazione e
la tutela dei beni culturali, dal 2001 gestisce il
Complesso monumentale in convenzione con il
Ministero dei BB.CC. - Soprintendenza per i
B.A.P.P.S.A.E. di Salerno e Avellino, e promoziona
e valorizza il sito attraverso manifestazioni, convegni, mostre e visite guidate ed è auspicabile che a
breve, quando verrà completato il restauro della
parte superiore del Complesso, l’antica aula del
trono possa diventare un degno spazio museale,
un antiquarium della cultura dei Longobardi del
Sud come già richiesto dalla nostra Associazione ai
vari Soprintendenti, e condiviso dal Comune di
Salerno e dalla locale Università degli Studi.
FONTI E BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Paolo Diacono e il Friuli altomedievale (secc. VI-X) 2001, Atti del
XV Congresso internazionale di studi sull’Alto
Medioevo (Cividale del Friuli – Bottenicco di Moimacco 1999),
Spoleto.
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sua interpretazione stratigrafica, in PEDUTO P. ( cur.)1988, Un
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Paolo Diacono e il Friuli altomedievale (secc. VI-X), Spoleto 2001.
DOROTEA MEMOLI APICELLA, Adelperga, (a cura della Società
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“I Longobardi del Sud”, cd-rom a cura della Soprintendenza
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CHONICON SALERNITANUM, Napoli 2002, a cura di MATARAZZO R. (trad.
con testo a fronte, introduz. e note).
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Paolo Diacono, “Rivista di Studi Salernitani”, 1, pp. 3-68.
BROZZI MARIO, CALDERINI CATE, ROTILI MARIO, L’Italia dei Longobardi,
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ERCHEMPERTO, Storia dei Longobardi (sec.IX) , a cura di Arturo
Carucci, postfazione di Claudio Azzara, Salerno Ripostes, 2004.
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Corte. Recupero di una memoria nella città di Salerno, Napoli,
pp. 87-132.
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Finito di stampare
nel mese di ottobre 2008
da Arti Grafiche Sud
Salerno
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