Cento Anni di Servizio
Il Rotary al servizio dei giovani
Cittadini della Provincia di
Bologna
Iniziativa del Gruppo Felsineo in occasione della
celebrazione del Centenario della Fondazione del
Rotary Club (1905 - 2005)
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L’uso virtuoso delle risorse:
il Rotary al servizio dei
giovani Cittadini della
Provincia di Bologna
Iniziativa del Gruppo Felsineo in occasione della
celebrazione del Centenario della Fondazione del
Rotary Club (1905 - 2005)
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Il Rotary Club
• Una grande realtà volta allo sviluppo
dell’etica professionale ed al servizio della
Comunità (Stefano Pileri)
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Domande:
1.
2.
3.
4.
5.
Che cos’è il Rotary?
Qual è il suo scopo?
Qual è la sua storia?
Che cosa fa per i giovani?
Qual è il fine di questo
quaderno?
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Impariamo a conoscere il Rotary
A cura di Stefano Pileri
Presidente Rotary Club Bologna
Professore Ordinario di Anatomia Patologica – Università di Bologna
1. Un motore che non si ferma mai
Il Rotary International è un'organizzazione mondiale che raccoglie in oltre 29.000 Club sparsi
in 160 Paesi 1,2 milioni di uomini e donne, con posizioni di rilievo nel campo degli affari e
delle professioni, che si dedicano a servizi umanitari. In tutto il Mondo, i Rotary Club si
incontrano settimanalmente e sono apolitici, aconfessionali ed aperti ad ogni cultura, razza e
credo.
2. Servire al di là di sé stessi
Lo Scopo del Rotary è quello di diffondere l'ideale del servire, inteso come motore e
propulsore di ogni attività. In particolare, esso si propone di:
1° promuovere e sviluppare relazioni amichevoli fra i propri membri per renderli meglio atti a
servire l'interesse generale;
2° informare ai princìpi della più alta rettitudine la pratica degli affari e delle professioni;
3° orientare l'attività privata, professionale e pubblica di ogni membro del club al concetto di
servizio;
4° propagare la comprensione reciproca, la buona volontà e la pace fra nazione e nazione mediante
il diffondersi nel mondo di relazioni amichevoli fra persone esercitanti le più svariate attività
economiche e professionali, unite nel comune proposito e nella volontà di servire.
3. Un secolo di servizio
Il primo club di servizio del mondo, il Rotary Club di Chicago, Illinois, USA, fu fondato il 23
Febbraio 1905 da Paul P. Harris, un avvocato che voleva recuperare in un club di professionisti
quello spirito di amicizia che aveva provato in gioventù nelle piccole città del New England. Il
nome "Rotary" ebbe origine dall'abitudine iniziale di ritrovarsi a rotazione negli uffici dei soci.
Negli anni seguenti la popolarità del Rotary si diffuse rapidamente in tutti gli Stati Uniti; furono
fondati Club in tutto il Paese, da San Francisco a New York. Nel 1921 i Rotary Club erano presenti
in tutti i Continenti e l'anno seguente l'organizzazione adottò il nome di Rotary International.
Di pari passo con la crescita del Rotary, la sua missione cominciò a espandersi al di là dei servizi
legati alle conoscenze professionali e sociali dei membri del club. I Rotariani iniziarono a unire le
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loro risorse e le loro capacità per contribuire al servizio a favore delle necessità della comunità. La
consacrazione dell'organizzazione a questo ideale si esprime nel motto: Service Above Self.
Durante e dopo la II Guerra Mondiale, i Rotariani si dedicarono sempre più alla promozione della
comprensione fra i popoli. Il congresso del Rotary tenuto a Londra nel 1942 pose le basi dello
sviluppo dell'Organizzazione Educativa, Scientifica e Culturale delle Nazioni Unite (UNESCO).
Un fondo di dotazione, costituito dai Rotariani nel 1917 "per fare del bene nel mondo", divenne nel
1928 un ente no-profit conosciuto come Fondazione Rotary. Alla scomparsa di Paul Harris,
avvenuta nel 1947, fu lanciato il primo programma della Fondazione, ora noto come
"Ambassadorial Scholarships". Attualmente le contribuzioni annuali alla Fondazione Rotary
superano la cifra di 80 milioni di dollari e finanziano una grande quantità di "humanitarian grants" e
di "educational programs" in tutto il mondo.
Nel 1985 il Rotary si assunse lo storico impegno di immunizzare tutti i bambini del mondo dalla
poliomielite entro il 2005, agendo il collaborazione con organizzazioni non governative e governi
nazionali. Con il suo programma PolioPlus, il Rotary è il maggior contribuente privato alla
campagna di eradicazione della poliomielite, con un impegno totale di oltre mezzo miliardo di
dollari. I Rotariani hanno mobilitato centinaia di migliaia di volontari ed immunizzato più di un
miliardo di bambini in tutto il mondo.
All'approssimarsi dell'inizio del 21° secolo, il Rotary si è impegnato per venire incontro alle mutate
necessità della società, indirizzando i propri sforzi verso il degrado ambientale, l'analfabetismo, la
fame nel mondo ed i bambini a rischio.
4. Pone i giovani al centro dei propri interessi
Quali leader delle loro comunità, i Rotariani di tutto il mondo si impegnano per aiutare i
giovani a ben preparare il loro futuro.
Un impegno di lunga data a favore dei giovani
Nel 1919, solo 14 anni dopo la fondazione del Rotary, i Rotariani dell'Ohio avevano già istituito la
"Società dell'Ohio per il Fanciullo Invalido", da cui prese il via una società di carattere nazionale a
favore dei bambini ammalati. Nel 1923, i Rotariani del Giappone costruirono a Tokyo, con l'aiuto di
Rotariani di tutto il mondo, un orfanotrofio per i giovani rimasti senza casa per via d’un terremoto.
Il servizio a favore della gioventù è stato il filo conduttore nella storia del Rotary, come attestato dal
motto "Ogni Rotariano dev'essere d'esempio ai giovani", approvato nel 1949.
Attività educative
La Fondazione Rotary del Rotary International è la più vasta fonte di borse internazionali di
studio finanziate da privati. Ogni anno, circa 1.300 studenti trascorrono 12 mesi in una scuola
superiore od in una università estera, quali ambasciatori dell'amicizia rotariana. Circa 7.000 studenti
di scuole secondarie, fra i 15 e i 19 anni d'età, si recano in visita o per studi in un altro Paese grazie
al Programma dello Scambio dei Giovani. I partecipanti vengono ospitati in case di Rotariani, il che
permette loro di conoscere lo stile di vita, i costumi e la cultura di un altro Paese.
Spesso, i Rotary Club forniscono ai giovani bisognosi libri di testo ed altri sussidi didattici di prima
necessità. Così, ad esempio, gli allievi delle elementari di Klana (Croazia) imparano ad
utilizzare il computer con materiale elettronico donato loro dai Rotariani locali e dai
Rotariani della Florida. Per mezzo del computer, i piccoli studiano materie come l'inglese, la
matematica, le scienze, la storia e la geografia e si esercitano nell'arte grafica e nella lettura di libri.
I giovani e la salute
I Rotary club provvedono alle cure mediche primarie dei giovani mediante sovvenzioni della
Fondazione Rotary. Grazie a una di tali sovvenzioni, i Rotariani dell'Honduras hanno costruito
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un centro in cui vengono fornite cure mediche ed istruzione a ragazzi, fino all'età di 16 anni,
abbandonati e già lavoratori, dando loro la possibilità di specializzarsi in corsi di artigianato e
mettendo a loro fianco altri giovani perché li seguano nei loro progressi. In Guatemala, con una
Sovvenzione 3-H (Health, Hunger and Humanity = Salute, fame e umanità) si è svolto un corso di
igiene ed alimentazione per donne appena divenute madri, mentre, in Nuova Zelanda, il Rotary
Club di Newmarket ha reso possibili 3 corsi di tirocinio pratico in cliniche pediatriche per
interessare più studenti di medicina a specializzarsi in pediatria.
Per la formazione dei leader di domani
Molti programmi sponsorizzati dal Rotary aiutano i giovani a continuare la tradizione del
servizio rotariano e della sua funzione di guida in seno alle comunità locali: ad esempio,
l'Interact (per studenti di scuole medio-superiori) ed il Rotaract (per giovani adulti fra i 18 e i 30
anni d'età).
Molti progetti di servizio Interact e Rotaract sono rivolti a tematiche di grande interesse per i
giovani, come l'AIDS, la protezione dell'ambiente, la mancanza di alloggi, la pace urbana e la
prevenzione antidroga.
Per mezzo del Programma RYLA (Rotary Youth Leadership Award = Incontri di studio rotariani
per la formazione dei giovani alla leadership) - aperto a giovani fra i 14 e i 30 anni d'età - i distretti
del Rotary organizzano dei corsi di orientamento professionale e di perfezionamento delle proprie
capacità.
L'importanza della pace fra i giovani
I Rotary club lanciano in tutto il mondo progetti volti ad arginare la violenza, affrontando
problemi direttamente interessanti la vita nelle città e i giovani, quali: la mancanza di lavoro e
di abitazioni, il consumo della droga e l'assenza di validi modelli di comportamento a cui
ispirarsi. Ad esempio, i Rotariani irlandesi hanno sviluppato il Programma "Amici per sempre",
volto a costruire ponti d'amicizia fra gli adolescenti cattolici e protestanti dell'Irlanda del Nord. Il
Rotary Club di Los Angeles ha “adottato” un quartiere infestato da gang e, d’intesa con la
polizia locale, ha aiutato a costruire un centro ricreativo per i giovani, dove vengono organizzati
per loro corsi di formazione professionale.
5. Il Rotary al servizio dei giovani Cittadini della
Provincia di Bologna
Il Rotary International annovera 9 Club nell’area Felsinea (Bologna, Bologna Est, Bologna
Ovest, Bologna Nord, Bologna Sud, Bologna Valle dell’Idice, Bologna Carducci, Bologna
Valle del Savena e Bologna Valle del Samoggia), per un totale di circa 750 Soci.
Da tempo, i 9 Club collaborano in iniziative rivolte alla Comunità locale, fra le quali possono essere
ricordate: i premi di Laurea, l’acquisto dei defibrillatori per i diversi Quartieri della Città di Bologna
e la visita ai Musei Universitari. In occasione del Centenario della fondazione dell’Associazione,
essi hanno sviluppato diversi progetti, dei quali uno si è concretizzato nel presente quaderno.
Obiettivo del progetto
Realizzare un manuale scritto da Esperti dei 9 Rotary Club, capace di favorire l’uso “virtuoso”
delle risorse presso gli studenti delle Scuole Medie inferiori e superiori della Provincia di
Bologna le rispettive famiglie.
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Attualità
Gli studi condotti a livello internazionale dimostrano come il futuro dell’Umanità sia legato ad
una più razionale utilizzazione delle risorse comuni (acque, energia, eco-sistemi, etc.),
unitamente ad una riduzione nell’emissione dei potenziali inquinanti (quali, ad esempio, le
polveri fini). Fra gli effetti più temibili della mancata regolamentazione nell’uso delle risorse, si
pongono: l’aumento della temperatura della Terra, l’innalzamento del livello dei mari, lo
scioglimento di parte dei ghiacci polari ed il cambiamento del clima, con la comparsa di fenomeni
naturali incontrollabili e devastanti ed il restringimento delle aree coltivabili.
A ciò si aggiunge l’allungamento della vita media, che comporta la comparsa di nuove
patologie e disabilità, con il conseguente drammatico aumento degli oneri sociali.
Tali problematiche hanno ingenerato atteggiamenti pessimistici, che hanno dominato la scena per
oltre un trentennio. In realtà, le analisi attuali portano a conclusioni diverse, anche se non invitano
ad abbassare il livello di guardia:
1) nessun Ente pubblico o privato può da solo risolvere i problemi presenti, esistendo l’assoluta
necessità del coinvolgimento, sia del Cittadino che del volontariato,
2) mentre le attività industriali sono del tutto controllabili, non altrettanto può dirsi del
comportamento individuale.
Di qui, la necessità di impegno etico, informazione corretta e formazione a tutti i livelli, per
stimolare l’adozione di stili di vita, volti al raggiungimento di un modello di sviluppo
sostenibile, rispettoso della vita dell’individuo e delle esigenze della collettività.
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L’Uomo
• Il recupero degli sprechi (Andrea Segrè)
• La sicurezza stradale (Sandro Munari)
• La salute (Claudio Borghi)
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Domande:
1. Può essere utile lo spreco?
2. Cos’è il mercato dell’ultimo
minuto?
3. Che valore ha il mercato
dell’ultimo minuto?
4. Come funziona?
5. Dove si fa e quanto si
raccoglie?
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Trasformiamo gli sprechi in risorse: il
Last Minute Market
A cura di Andrea Segrè
Socio del Rotary Club Bologna Ovest
Direttore del Dipartimento di Economia e Ingegneria Agrarie; Professore
Ordinario di Politica Agraria – Università di Bologna
Ideatore dei progetti “Last Minute Market”
1. Sì, se gestito in maniera virtuosa
Consumiamo per vivere o viviamo per consumare? Oggi è difficile dare una risposta a questa
domanda. Continuiamo a comprare e più compriamo, più gettiamo via, con sempre maggior
leggerezza. Tanto che ogni giorno cresce il peso dei rifiuti e la quantità di merce gettata via soltanto
perché ritenuta non più commerciabile. Montagne di prodotti, alimentari e non, vengono
distrutti: uno spreco colossale di risorse, un danno ambientale gravissimo, un sistema a lungo
andare insostenibile.
Ma lo spreco, almeno in parte, si può evitare? O, meglio, può essere utile? Sì, e qui si racconta come.
Partendo da un’analisi dello spreco nei suoi aspetti economici, sociali e ambientali, un gruppo di
giovani laureati in Scienze agrarie dell’Università di Bologna ha attivato un sistema virtuoso
che recupera gli “scarti” facendoli arrivare direttamente sulla tavola dei più bisognosi. Il
meccanismo è semplice. Le imprese alimentari - dagli ipermercati ai bar - risparmiano sui costi dello
smaltimento, gli enti assistenziali ricevono cibo gratuitamente mentre tutti noi viviamo in un
ambiente più sano. Su queste basi è nato il primo mercato dell’ultimo minuto, Last Minute
Market: il cibo della solidarietà.
Nelle azioni di recupero sono poi entrati in gioco anche i prodotti non alimentari. Dapprima i
libri che, oltre agli enti e associazioni che già ricevono il cibo, vengono destinati in gran parte alle
comunità italiane all’estero (Last Minute Book: il libro della solidarietà). In futuro, si spera, grazie
ad un disegno di legge in corso di discussione in Parlamento (Legge anti-sprechi), altri beni
(pannolini, detersivi, giocattoli…) andranno a completare l’assistenza a chi ne ha bisogno. Infine è in
fase di studio il Last Minute Harvest: il raccolto della solidarietà, per non sprecare la frutta e la
verdura che si lascia incolta nei campi perché i costi di produzione sono superiori ai prezzi di
vendita.
Questi “mercati dell’ultimo minuto” - altri se ne potranno aggiungere via via che le idee maturano e
l’esperienza procede - promuovendo un’azione di sviluppo sostenibile offrono beni e servizi,
diffondono valori etici e di legame, innescano un’economia solidale che pone la gratuità e il dare al
centro del suo operato.
2. E’ un mercato particolare, il cui fine è l’impiego in
tempo utile del bene deperibile.
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Cerchiamo innanzi tutto di spiegare cos’è il Last Minute Market. È un mercato un po’ particolare
dove per favorire gli indigenti, gli ultimi appunto, non bisogna sprecare neppure un minuto e
neanche un prodotto. E che ha un obiettivo piuttosto ambizioso: trasformare lo spreco in risorsa,
almeno per qualcuno. Consiste nel recupero dei beni alimentari, rimasti invenduti per le ragioni
più varie (una data di scadenza ravvicinata, la confezione danneggiata), ma ancora
perfettamente salubri. Viene concepito come fornitura di un servizio: per chi li produce
(involontariamente e accidentalmente), cioè le imprese commerciali, per chi li consuma, i bisognosi
attraverso gli enti di assistenza, per le istituzioni pubbliche (comuni, province, regioni, aziende
sanitarie locali) e le società di smaltimento rifiuti, che ne conseguono benefici indiretti, sociali ed
ambientali: diminuisce infatti il flusso di rifiuti in discarica e migliora l’assistenza alle persone
svantaggiate.
In pratica, quando attivato, il Last Minute Market permette di coniugare a livello territoriale le
esigenze delle imprese for profit e degli enti no profit promuovendo nel contempo un’azione
tipicamente di sviluppo sostenibile locale, con ricadute positive a livello ambientale, economico e
sociale. Il sistema si può anche leggere anche così: il mondo for profit rappresenta l’offerta di beni
invenduti, quello no profit esercita invece la domanda degli stessi beni. Rispetto allo schema classico
dell’economia di mercato c’è però una differenza: non ci sono i prezzi perché lo scambio fra
offerta e domanda è gratuito, avviene attraverso un dono, uno scambio senza contropartita
monetaria.
Ma vediamo ora più in dettaglio i vantaggi degli stakeholders, i cosiddetti portatori di interesse, che
poi sono i veri e propri attori dell’iniziativa. È importante capire (e far capire) quali sono i vantaggi
per ciascuno, altrimenti, se qualcuno ci rimette, il sistema non “gira” e non si può avviare.
Le attività commerciali, che donano i prodotti invenduti, riducono i costi di smaltimento di
rifiuti, hanno la possibilità di trarre vantaggi di natura fiscale, ottimizzare la logistica dei
prodotti che non riescono a vendere, aumentare la visibilità sul territorio dove operano
partecipando ad un’iniziativa di elevato valore etico e morale.
La pubblica amministrazione a vari livelli (quartieri, comuni, province, regioni, aziende
sanitarie locali) e le società di smaltimento rifiuti riscontrano importanti effetti positivi nel
territorio in cui operano: diminuiscono i prodotti nelle discariche, migliorano la qualità
dell’assistenza fornita a persone svantaggiate e alle associazioni che curano animali randagi (una
parte degli alimenti recuperati non può più essere consumata dall’uomo e va dunque agli animali di
affezione).
In particolare le amministrazioni comunali possono integrare il progetto con la cosiddetta Tariffa di
Igiene Ambientale (si paga in funzione di quanto si getta via e non più della superficie) concedendo
uno sconto alle attività commerciali in proporzione alla quantità di beni recuperati e non più smaltiti
come rifiuti. Possono inoltre razionalizzare e migliorare la gestione di fondi destinata agli enti di
assistenza, avendo a disposizione una risorsa aggiuntiva (derivante dai beni invenduti recuperati) a
costi unitari molto bassi.
Le associazioni e gli enti caritativi beneficiari ricevono gratuitamente prodotti di elevato valore
nutrizionale (frutta, verdura, latte, carne) ed hanno la possibilità non solo di migliorare la
dieta alimentare degli assistiti ma anche di investire i fondi risparmiati (dal mancato acquisto)
comperando altri beni (bicicletta, personal computer) o fornendo altri servizi (dentista, lezioni
di musica).
3. Attiva una rete solidale, dinamica e stabile tra
profit e non profit.
La cosa interessante, che risulta dall’esperienza di attivazione del Last Minute Market, è che nel
territorio si attiva una rete solidale, dinamica e stabile, tra mondo profit e non profit, formata da
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solide interazioni e scambi di beni e valori attraverso il dono. Il che fa assumere al bene invenduto,
che cioè ha perso il suo valore economico-commerciale sostituendolo con un altro di carattere socioassistenziale, un valore addizionale, quello di relazione. In altre parole il bene invenduto pur
avendo perso il suo valore originario, quello economico-commerciale, acquista altri due valori:
quello socio-assistenziale e quello di relazione o di legame, che rendono bene il senso
dell’azione intrapresa. Nello scambio senza contropartita attraverso il dono non entrano in gioco
dunque soltanto valutazioni di utilità e convenienza economica.
Ma non è tutto. Perché l’iniziativa permette non solo di sopperire alle necessità materiali dei più
indigenti, ma assume anche un’interessante valenza educativa nella sensibilizzazione
dell’opinione pubblica alle problematiche dello spreco. L’obiettivo “ultimo” di Last Minute
Market è infatti di contribuire alla riduzione dello spreco, in tutte le sue forme, essendo un caso
paradigmatico di azione “anti-spreco”. E proprio in questa direzione si inquadra il progetto di Legge
anti-sprechi, ispirato al lavoro sul campo di Last Minute Market e recentemente presentato alla
Camera dei Deputati (ddl n° 4878) e in Senato (ddl n° 2910) al fine di poter recuperare l’intera
gamma di prodotti non alimentari (estendendo a questi i benefici fiscali già possibili per i prodotti
alimentari) in modo da fornire un’assistenza ai bisognosi a 360 gradi.
4. Grazie al volontariato ed alla disponibilità.
Last Minute Market, che è un organizzazione fondata da un gruppo di ex studenti della Facoltà di
Agraria dell’Università di Bologna, mette in rete gli stakeholders predisponendo dei moduli
applicativi che permettono, concretamente, di recuperare a fini benefici i beni invenduti ancora
perfettamente utilizzabili. Nello specifico si tratta di tutta la gamma dei beni alimentari (deperibili e
a lunga scadenza) e, fra i beni non alimentari, i libri (in attesa della Legge anti-sprechi).
Nel Last Minute Market si predispongono tutti gli elementi per poter attivare il recupero dei beni
invenduti attraverso una “cabina di regia” capace di coordinare e fornire tutte le competenze
necessarie per rendere il recupero dei prodotti invenduti sicuro ed efficiente, applicando dei moduli
che contengono dei protocolli fiscali-amministrativi, igienico-sanitari e logistico-organizzativi già
testati in diverse situazioni. Da notare che il sistema adottato permette di evitare l’utilizzo di
strutture logistiche aggiuntive (magazzini, frigoriferi, mezzi di trasporto) riducendo così al
minimo i costi di gestione e l’impatto ambientale.
Nei moduli applicativi di Last Minute Market non viene esclusa nessuna tipologia di attività
commerciale - dalla grande struttura distributiva (ipermercato) al piccolo negozio di alimentari di
vicinato, al bar e alla pasticceria per arrivare alla mensa industriale - potenziale offerente di prodotti
invenduti. Così come vengono coinvolti tutti gli enti caritativi e le associazioni che assistono
indigenti e animali e quindi in grado di esercitare una domanda di prodotti invenduti. Il
criterio adottato è quello della prossimità: l’azione di recupero è legata al territorio, o meglio ad
un modulo territoriale dove si concentrano tutti gli stakeholders sopra descritti, facendo in modo di
ridurre al massimo due variabili fondamentali: lo spazio e il tempo. Detto altrimenti i prodotti
invenduti si raccolgono e poi consumano nelle vicinanze del luogo stesso dove si trovano
fisicamente eliminando la necessità di dotarsi di qualsiasi struttura aggiuntiva per il trasporto o la
conservazione dei prodotti come appena sottolineato.
5. In 7 Città Italiane, assistendo centinaia di
bisognosi ogni giorno.
Dopo la fase di studio iniziata nel 1998 e quella sperimentale avviata a partire dal 2000, i progetti
Last Minute Market si stanno estendendo. Attualmente sono attivi a Bologna e provincia, Ferrara
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e provincia, Modena, Verona, Empoli, Montecatini, Firenze. I risultati sono diversi in funzione
dell’applicazione territoriale, che varia da caso a caso. Per avere un’idea di quanto si recupera, ecco i
dati reali delle esperienze in corso a Bologna (su un’unica grande struttura distributiva) e a Ferrara
(avviato con esercizi più piccoli nel tessuto urbano). A Bologna nel periodo gennaio-dicembre
2003 sono state recuperate 140 tonnellate (peso netto) di prodotti, di cui: 66% ortofrutta, 15%
carne, 11% scatolame e altri prodotti confezionati, 5% latticini e 3% pane e pasticceria. Il
70% dei prodotti recuperati è stato destinato all’alimentazione umana (98 tonnellate), il resto
agli animali. Queste quantità hanno fornito giornalmente alimenti destinati ad una media di
circa 300 assistiti e 300-500 animali d’affezione (dati relativi al progetto avviato con Coop
Adriatica presso l’ipermercato Ipercoop Centronova di Castenaso, Bologna). A Ferrara nel periodo
dicembre 2003 - settembre 2004 sono stati recuperati circa 18.000 kg di prodotti alimentari
permettendo di recuperare ogni giorno, mediamente, 100 kg di alimenti per fornire circa 150 pasti
ogni giorno (dati relativi al progetto avviato nel Comune di Ferrara).
Dati e informazioni sulle modalità applicative dei “mercati dell’ultimo minuto” e sui risultati ottenuti
si trovano in: A. Segrè, Lo spreco utile. Il libro del cibo solidale. Trasformare lo spreco in risorsa
con i Last Minute Market: Food & Book, Pendragon editore, Bologna, 2004 e in A. Segrè e L.
Falasconi, Abbondanza e scarsità nelle economie sviluppate. Per una valorizzazione sostenibile dei
prodotti alimentari invenduti, FrancoAngeli, Milano, 2002. L’evoluzione operativa dei progetti può
essere seguita sul sito www.lastminutemarket.org e www.lastminutebook.net.
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Domande:
1. E’ la sicurezza stradale un
problema sociale?
2. Che cosa c’insegna la storia?
3. Dovrebbe la sicurezza
stradale essere materia di
studio?
4. Quanto conta l’uomo?
5. Una politica repressiva o
preventiva?
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La sicurezza stradale
A cura di Sandro Munari
Socio del Rotary Club Bologna Sud
Campione del Mondo Rally nel 1977, Campione Italiano Rally nel 1967 e
1969, Vincitore di 4 Rally di Montecarlo (1972, 1975, 1976, 1977) ,
Vincitore della Targa Florio nel 1972, Vincitore del Tour de France nel
1974.
Responsabile della Scuola di Guida Sicura “Munari for Mercedes-Benz”
1. E’ un problema di rilevanza pari alla guerra
E’ uno dei grossi problemi che affliggono la nostra società in maniera molto pesante. Troppe sono
ancora le vittime, in particolare giovani, che rimangono sull’asfalto delle nostre strade.
Tutti immaginiamo di saper guidare bene, tutti pensiamo che la nostra fantastica vettura riesca ad
evitarci qualsiasi incidente, ma non è così, purtroppo non è per niente così.
E’ triste dirlo proprio in questo momento di essere in guerra, in una brutta guerra: 50.000
morti, oltre 1,7 milioni di feriti e il 2% del PIL perduto. Questo è il tragico bilancio annuale
degli incidenti stradali nella Comunità Europea. Sono i dati dell’ADOC, Associazione per la
Difesa e l’Orientamento dei Consumatori, che ovviamente ha sollecitato l’adozione da parte di tutti
gli stati membri della comunità di più efficaci contromisure per combattere questa temibile piaga.
La super tecnologia e l’elettronica insomma, non bastano: secondo alcune stime si calcola che
nel corso del XX secolo, proprio per gli incidenti automobilistici, in tutto il mondo ci siano
stati 30 milioni di morti. Scusatemi il tono duro, ma è fortemente voluto perché spero serva ad
attirare la vostra attenzione su questo argomento, coinvolgendovi in un dibattito esplorativo e
costruttivo.
La conoscenza è la base della nostra vita e questo della sicurezza stradale purtroppo è ancora un
settore inesplorato.
2. L’insufficienza di quanto finora fatto
Da più di un secolo dalla nascita della prima automobile, abbiamo assistito a grandi evoluzioni
tecniche nei veicoli con motori a scoppio, seguiti poi da importanti miglioramenti relativi alla
sicurezza attiva e passiva e, di pari passo, è migliorata anche la viabilità sia ordinaria che
autostradale. Nel frattempo si sviluppavano strumenti come l’autovelox, laser, ecc.. che dovevano
reprimere gli automobilisti esuberanti. Ciò nonostante all’inizio del terzo millennio, non siamo
ancora riusciti a fermare o limitare gli incidenti stradali. Questo significa che tutto quello che
è stato fatto fino ad ora non è sufficiente.
3. Sin dalle Scuole Elementari
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Quella della sicurezza stradale è una materia che deve essere inserita nei programmi
scolastici, coinvolgendo i ragazzi fin dalle elementari. Gli argomenti trattati dovranno essere
appropriati alle differenti fasce d’età. Solo così i ragazzi cresceranno con la consapevolezza
dell’importanza di un forte concetto della sicurezza in senso generale e dei rischi ai quali
possono andare incontro in qualsiasi fase della loro vita.
Arriveranno al momento di conseguire la patente con la cultura idonea che gli consentirà di guidare
in maniera corretta e rispettare così le norme che regolano la circolazione, rispettando in maniera
tangibile la propria a l’altrui vita.
Questo è un programma che richiede molto tempo e grossi investimenti; bisogna preparare il
corpo dei docenti e le strutture necessarie, perché possa un giorno stabilizzarsi e dare i suoi frutti.
D’altra parte anche allo stato attuale i costi sociali relativi agli incidenti stradali sono ingenti,
con la differenza che, nel primo caso si spenderebbero dei soldi ma salveremmo delle vite
umane, nel secondo spendiamo soldi e basta.
4. E’ il fattore determinante
Non possiamo parlare quindi di sicurezza stradale e di codice della strada, se escludiamo l’aspetto
più importante di qualsiasi provvedimento venga approvato.
C’è un elemento che fino ad ora non è stato preso in seria considerazione, pur essendo il principale
indiziato e che io considero il più importante e, quindi quello a cui dedicare la maggiore attenzione:
l’uomo. Le statistiche ci dicono che la quasi totalità degli incidenti stradali avvengono per
colpa del conducente, quindi è inutile che ci si adoperi per rendere le strade e le vetture più
sicure (la sicurezza totale non esiste) quando tutto questo può essere vanificato dalla più
banale delle nostre distrazioni. Gli strumenti accessori a bordo, come radio, telefonino, radar
satellitare, e chi più ne ha più ne metta, sono utili se utilizzati in maniera adeguata, altrimenti
contribuiscono sicuramente ad incrementare i rischi.
Serve un programma d’informazione e formazione che entri nelle scuole di ogni ordine e grado e
che ci segua fino a quando avremo conseguito la patente ed oltre.
L’esempio scolastico calza a pennello: non si può andare all’università se prima non siamo passati
dalle scuole inferiori, per cui non possiamo pensare di guidare bene un mezzo che non si conosce o
per sentito dire: saremo sempre un pericolo per tutti. Quindi è indispensabile creare una struttura a
livello nazionale che si occupi della formazione de futuri (e non) automobilisti, attraverso dei
programmi curati da persone esperte e capaci.
5. Prevenire è meglio che curare
Non possiamo pensare che non si tenga conto di questo fondamentale aspetto, saremmo sempre al
punto di partenza. Sono d’accordo che costa meno reprimere che prevenire, ma alla lunga
quest’ultima soluzione salverà delle vite umane, la prima purtroppo ci ha già dato una
risposta.
Mi sia consentita una riflessione che può sembrare banale e cinica: “quando un giovane di 20 anni
muore, bisogna attenderne altrettanti, prima che possa essere rimpiazzato”.
Non sono provvedimenti drastici, ma solo necessari. Oggi la stragrande maggioranza delle vetture
sono piene zeppe di elettronica, sono cioè in grado di fare tutto, o quasi, da sé.
Questo non basta. Ad esempio, tutti pensiamo che l’ABS serva ad aiutarci a fermarci prima,
riducendo i tempi di frenata. Non è così: questo sistema ci consente di frenare con decisione, anche
su superfici con grado di aderenza differenziata, contribuendo a mantenere nella giusta direzione di
marcia il veicolo, anche in curva.
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Tuttavia, la realtà d’oggi è fatta ancora di cinture non allacciate, scarsa conoscenza
dell’influenza negativa dell’alcol e della droga sulla guida, scarsa conoscenza delle tecniche di
guida e della dinamica di un veicolo in movimento.
Il tutto può essere riassunto in due parole:
CONOSCENZA = PREVENZIONE
Solo così potremo realmente salvare delle vite umane!
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Domande:
1. Qual è la posizione del
Rotary nei confronti della
salute ?
2. Che ruolo può svolgere?
3. Con quali strumenti?
4. Come si rapporta ai giovani?
5. Con quale intento?
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La integrità della salute ed i giovani: un
investimento per il futuro.
A cura di Claudio Borghi
Socio del Rotary Club Bologna Ovest
Professore Associato di Medicina Interna – Università di Bologna
1. Un attento osservatore del bisogno di salute della
società
Tra gli elementi insostituibili che contribuiscono a definire Il concetto di società ad ogni latitudine
ed in ogni continente, una posizione di assoluto rilievo è quella occupata dalla salvaguardia fisica e
morale degli individui che la compongono. In particolare, mentre agli aspetti di natura morale va
riferita la possibilità di promuovere regole condivise di convivenza reciproca, alla preservazione
della integrità fisica è affidata la probabilità di sopravvivenza della stessa società e la sua
evoluzione in proiezione futura. In questa ottica il concetto di salute è inevitabilmente un valore
primario in quanto condiziona non solo la qualità della vita del singolo individuo, ma anche
l’atteggiamento globale della comunità stessa relativamente alle scelte necessarie per proteggere lo
stato di salute nel soggetto sano o per restituire la efficienza fisica nel paziente malato.
Il Rotary si propone di contribuire a tale essenziale processo sfruttando la sua presenza
capillare nella società con la finalità di percepire le necessità in ambito di protezione della
integrità fisica e morale e di promuovere e divulgare la attuazione di strategie di protezione
della salute che siano pianificate sulla base delle più aggiornate conoscenze e adeguate alle
risorse umane e finanziarie disponibili per renderle operative.
2. Educare ad una coscienza della salute ad ampio
raggio
In questa ottica l’intervento del Rotary a favore della salute può naturalmente esplicarsi in multiple
direzioni efficaci e complementari che obbediscano comunque ad una logica strategica di base con
finalità educative e mai coercitive. La prima necessità è certamente quella di rafforzare la
coscienza circa la importanza del concetto di prevenzione il quale, in una ottica di protezione
della salute pubblica, rappresenta lo strumento di maggiore efficacia in quanto indirizzato
precocemente nei confronti dei fattori di rischio ed applicabile nella popolazione su larga scala.
Intuitivamente le strategie di prevenzione, qualunque esse siano, risultano tanto più efficaci quanto
più precocemente sono applicate alla popolazione esposta al rischio ed in particolare quanto più
risultano percepite come semplici modificazioni dello stile di vita traducibili in semplici
aggiustamenti del nostro vivere quotidiano. Scopo della attività Rotariana è quello di
promuovere tali attegiamenti preventivi e contemporaneamente sensibilizzare la coscienza per
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evitare ogni comportamento a rischio. In particolare tale atteggiamento risulta di grande
importanza nella popolazione di soggetti giovani che risultano più recalcitranti ad una disciplina
salutistica applicata in senso stretto, ma nei quali la prevenzione risulta prospetticamente più
efficace alla luce della assenza di patologia conclamata e della maggiore capacità di modificare in
senso favorevole la eventuale presenza di condizioni di rischio ancora solo potenziali.
Accanto alla sensibilizzazione nei confronti delle strategie preventive, la presenza rotariana deve
tuttavia contribuire a promuovere anche una coscienza ed attuazione di quelle strategie
terapeutiche efficaci che siano in grado di promuovere la salute nella popolazione riducendo
l’impatto negativo delle malattie e proteggendo la capacità innata del soggetto di vivere in
modo soddisfacente per sé e per la società in cui opera. Quest’ultima strategia di protezione della
salute implica tuttavia un passaggio attraverso una condizione di malattia che nella logica di
intervento ideale dovrebbe essere evitata attraverso un rafforzamento delle strategie di prevenzione
efficace.
Scopo del Rotary è appunto quello di contribuire a fare si che la prevenzione possa avere il
sopravvento sulle malattie attraverso una attività educativa incessante ed indirizzata a tutte le sue
componenti della società civile.
3. Una costante presenza al servizio della società
La storia del Rotary è costellata di interventi a favore della salute pubblica spesso finalizzati a
coprire quelle aree di intervento nelle quali è difficile ipotizzare un intervento pubblico troppo
condizionato dalle risorse disponibili e dalla necessità di provvedere solo alle necessità di base. Per
contro la incessante attività rotariana si è invece distinta in una opera di costante supporto a quei
provvedimenti di utilità comune che sia pure dichiaratamente efficaci, non poteveno essere
oggetto di intervento pubblico. In particolare sono innumerevoli gli esempi di situazioni nelle quali
la capacità rotariana di percepire la realtà ed il suo divenire hanno permesso di promuovere
interventi nell’ambito della salute pubblica risultati poi essenziali ed adottati ad ampio spettro
dalla società e dalla istituzioni (vedi.l’installazione di postazioni pubbliche dotate di defibrillatori).
Tra gli interventi più efficaci vanno ricordate le campagne finalizzate a debellare le malattie
epidemiche quali la poliomielite, nei cui confronti il Rotary si è fatto promotore di un intervento
indirizzato soprattutto alla raccolta di fondi per quei paesi lontani da noi nei quali il problema è
ancora endemico dimostrando ancora una volta come la sua funzione sia soprattutto quella di
servire al di la di se stessi. Indipendentemente dai grandi interventi su scala nazionale ed
internazionale, la storia rotariana è ricca di interventi promossi dai singoli Club e rivolti
direttamente alla persona o ad un gruppo ristretto di individuai incapaci di fronteggiare il
problema sanitario per carenza di mezzi o di riferimenti ai quali indirizzarsi nei cui confronti il
Rotary si è fatto carico di un supporto di intermediazione insostituibile.
La storia del Rotary in ambito sanitario è quindi soprattutto l’esempio di come, il concetto di base di
un ideale di servizio, possa trovare la sua espressione nella società e rappresentare un elemento
integrante delle strategie pubbliche finalizzate al progresso ed alla conservazione di uno dei beni più
preziosi.
4. Si propone di educare i giovani al rispetto della
salute
Nell’ambito dei diversi aspetti finalizzati a preservare la integrità del concetto di salute nella nostra
società il Rotary si propone un ambizioso progetto di intervento educativo indirizzato alle classi
di età più giovani. In particolare tra le finalità da perseguire una di quelle più rilevanti è
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rappresentata dalla lotta serrata nei confronti di tutti quei fattori, correggibili, che sono in grado di
influire negativamente sul concetto di salute sia in maniera diretta sia promuovendo la espressione
di fattori di rischio attraverso la adozione di comportamenti abitudinariamente dannosi o
semplicementi scorretti. In pratica gran parte delle strategie di difesa della salute pubblica sono
necessariamente affidate alla capacità di fare comprendere alla popolazione più giovane quanto il
loro destino futuro e quello della comunità di cui fanno parte, dipenda dalla loro propensione ad
adottare comportamenti e stili di vita che non risultino potenzialmente dannosi nel breve
termine e che possano, per contro, tradursi in un miglioramento delle loro condizioni di vita in quel
futuro che a loro può sembrare lontano, ma che debbono essere in grado di costruire con adeguato
anticipo. In questa ottica al di la dei consigli strettamente “tecnici” ed oggetto della medicina
tradizionale, è necessario agire in modo precipuo attraverso interventi di tipo educazionale che,
promuovendo la condivisione di una logica razionale, permettano alla popolazione giovane di
comprendere le motivazioni di quegli interventi preventivi che oggi possono apparire “repressivi” e
“proibizionistici”, ma che domani rappresenteranno il patrimonio sul quale essi potranno costruire
le proprie aspettative in termini umani, sociali ed economici.
5. Fornire suggerimenti pratici ed efficaci per un
futuro migliore
In primo luogo una strategia di protezione della salute non può prescindere dalla attuazione di una
serie di interventi specifici nei confronti di alcuni dei fattori che oggi, più di altri, possono rivelarsi
potenzialmente pericolosi sia nell’immediato che in prospettiva.
In primo luogo il fumo di sigaretta che rappresenta un fattore di rischio rilevante per quanto
riguarda le malattie cardiovascolari e respiratorie, ma risulta direttamente o indirettamente coinvolto
anche nello sviluppo di altre condizioni cliniche talora di rilevante gravità. La abitudine al fumo
coinvolge una fetta considerevole della popolazione giovane del nostro paese nella quale la
ripresa dell’abitudine al fumo sembra essere soprattutto la conseguenza della attribuzione alla
sigaretta di un significato gestuale e di comunicazione sociale. Ciò significa che una strategia di
prevenzione attuata ad ampio spettro sulla popolazione giovane deve avvalersi di un intervento che
permetta di allargare il livello di conoscenze in merito ai danni che il fumo può provocare e sia
inoltre in grado di identificare e correggere quei comportamenti compulsivi che sono spesso alla
base del ricorso al consumo (spesso esagerato) di sigarette.
Un secondo aspetto di grande rilevanza preventiva che coinvolge strettamente la popolazione
giovanile è certamente rappresentato dalla limitazione della assunzione di bevande alcoliche. Il
ruolo dell’alcool nell’ambito della società moderna è indubbiamente, oggi più che mai,
contraddittorio oscillando tra messaggi che suggeriscono come la assunzione di una modica quantità
dello stesso possa esercitare un effetto favorevole ed evidenze contrarie relative agli effetti
oltremodo negativi di un suo consumo eccessivo. La assunzione esagerata di bevande alcoliche
comporta sia un rischio imminente, legato alla marcata riduzione della reattività psicologica e
fisica soprattutto in situazioni ad elevato pericolo potenziale (es.guida di un mezzo di trasporto) sia
un rischio potenziale conseguente agli effetti deleteri dell’alcool in termini di malattie generali (es.
apparato cardiovascolare, fegato, ecc.) Il problema della prevenzione del consumo di alcolici,
assume ancora una volta grande importanza se rapportato al significato sociale che spesso viene
attribuito a tale gesto (”Social drinking”) e che conduce al consumo di quantità spesso eccessive di
bevande alcoliche assunte in un periodo di tempo relativamente breve (il sabato sera o durante il
week-end) con conseguente incremento dei possibili effetti pericolosi. Analogamente a quanto
ipotizzato per il fumo, si ritiene che il problema della assunzione di alcool potrebbe trovare una sua
soluzione in un intervento educativo integrato che non solo sottolinei i rischi legati a tale
abitudine, ma anche informi sulla natura
transitoria dell’effetto euforizzante che è
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immancabilmente seguito da una riduzione del livello di attenzione e della capacità di interagire con
l’ambiente circostante.
Il discorso proposto per fumo ed alcool è maggiormente valido nel caso dei soggetti che fossero
attratti dalla assunzione di sostanza nocive di varia natura (“droghe”) finalizzate ad
incrementare il proprio livello di interazione sociale. Esse, infatti, sono in grado di concentrare
amplificandoli tutti gli svantaggi indicati in precedenza e rappresentano oggi una grave minaccia
alla integrità della salute sociale in quanto il loro uso coinvolge negativamente porzioni non
trascurabili della popolazione giovanile con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti soprattutto
nella cronaca giornalistica del fine settimana.
Ovviamente, la salvaguardia della salute in ambito comunitario non si basa solo ed esclusivamente
su aspetti di tipo proibizionistico e repressivo, ma anche e soprattutto sulla adozione di
comportamenti vantaggiosi soprattutto in ambito alimentare e di attività fisica. Questo aspetto è
stato ripetutamente stigmatizzato soprattutto alla luce delle osservazioni epidemiologiche che
dimostrano un incremento progressivo della incidenza di sovrappeso ed obesità che coinvolge
anche la popolazione giovanile e che, inevitabilmente, condurrà, se non si interviene
adeguatamente, ad un incremento parallelo del numero di pazienti affetti da malattie cardiovascolari
e diabete. In questa ottica le strategie educazionali applicate alla popolazione adolescente
sembrano potere essere, ancora una volta, l’arma vincente di una politica di salvaguardia della
salute pubblica.
Quali possono essere gli strumenti di tale approccio didattico-educazionale? Inevitabilmente
quelli che sostengono maggiormente il tessuto di relazioni interpersonali e attraverso i quali il
messaggio riesce a raggiungere anche gli strati più periferici e refrattari della popolazione e cioè la
famiglia e la scuola. La prima attraverso una attenta gestione delle dinamiche di affetto e
rispetto reciproco che utilizzi l’esempio di vita personale ed il dialogo confidente come strumento
di prevenzione, mentre alla scuola è naturalmente affidato il compito strettamente didattico di
fare comprendere le ragioni che indirizzano verso alcune scelte talora apparentemente coercitive.
Insieme alle istituzioni, un ruolo sostanziale nella comprensione delle dinamiche di salvaguardia
della salute potrebbe e dovrebbe venire dal contributo dei “media” , i quali sono godono di una
diffusione pressoché ubiquitaria e di una considerazione addirittura eccessiva presso ampi strati
della popolazione giovanile e per questo motivo potrebbero fornire un aiuto ed un supporto
insostituibili.
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L’Ambiente
• L’acqua (Leopolda Boschetti)
• L’aria (Gian Paolo Salvioli)
• L’energia (Stefano Aldrovandi)
• L’agricoltura (Roberto Piazza)
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Domande:
1. E’ vero che l’acqua è una
risorsa scarsa?
2. C’è crisi dell’acqua in Italia?
3. Che cosa fa la Pubblica
Amministrazione per l’acqua?
4. E tutti noi che cosa possiamo
fare per l’acqua?
5. Lo sapevate che …?
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L'acqua, una risorsa vitale
A cura di Leopolda Boschetti
Prefetto del Rotary Club Bologna
Direttore Generale dell’Ambiente della Regione Emilia-Romagna
1. L'acqua non è una risorsa infinita.
L’acqua è un prezioso bene comune, l’accesso ad essa è un diritto universale ed inalienabile. I
modi del suo consumo, per poterne assicurare continuità e salubrità, devono ispirarsi all’uso
razionale e sostenibile. L’acqua è vita, prima che una risorsa primaria, prima che un bene
economico, e per questo il suo valore non può essere misurato solo in termini economici. Il
nostro è il “Pianeta blu”, perché composto per la gran parte di acqua. Anche se solo una
piccolissima parte di questa può essere utilizzata per le necessità dell’uomo, l’acqua è presente,
direttamente o indirettamente, in tutte le nostre attività. Ma avere a disposizione tutta l’acqua che
serve non è facile, e soprattutto non sarà sempre possibile.
I numeri che orbitano intorno all'acqua parlano chiaro e sono oggi impressionanti. Numeri legati
non solo all'uomo e alle sue dirette necessità di disporre di acqua, ma anche agli ecosistemi naturali
e a tutti gli altri esseri viventi. Si ritiene che la biodiversità dei fiumi e torrenti, dei laghi e delle
zone umide sia diminuita del 50% negli ultimi trent'anni: in altre parole, metà degli organismi
vegetali ed animali che vivono in questi ambienti non è più presente o sta rischiando l'estinzione.
Sembra che all'uomo non vada tanto meglio: in media ogni abitante del Pianeta attualmente
consuma il doppio di acqua rispetto all'inizio del '900 e, globalmente, il consumo mondiale di
acqua è quasi decuplicato nell'arco di un solo secolo. Ancora più impressionante, se non
paradossale, oggi più di un miliardo e mezzo di persone non ha accesso all'acqua potabile: solo per
fare due esempi, in Zambia il 73% dell'intera popolazione, in Burkina Faso si arriva al 78%. Si
stima che in meno di 20 anni questo numero potrebbe diventare ancora più drammatico: in futuro
ben tre miliardi e mezzo di persone potrebbero infatti non disporre di acqua sicura.
I primi a pagare per quest'allarmante situazione sono gli innocenti e i più deboli, i bambini. Ogni
anno ne muoiono quasi cinque milioni per "colpa" dell'acqua: acqua sporca, inquinata, portatrice di
malattie. Questi bambini non hanno accesso ad acqua sana e potabile: i servizi sanitari in molte
realtà del Terzo Mondo non esistono, e l'unica fonte di acqua diventa paradossalmente una
condanna a morte. Dall'altra parte del Pianeta, assurdamente, un bambino di un Paese
industrializzato consuma acqua da 30 a 50 volte in più rispetto ad un bambino di un Paese disagiato.
Un cittadino nordamericano utilizza fino a 1.700 metri cubi di acqua l'anno, quando in Africa la
media è di soli 250 metri cubi. La Commissione Mondiale per l'acqua ha indicato in 40 litri al
giorno a persona la quantità minima per soddisfare i bisogni essenziali di un individuo, per vivere
dignitosamente: con questa quantità di acqua, un cittadino italiano può fare una doccia (veloce...), o
una lavastoviglie (almeno a pieno carico?!), oppure si lava i denti senza chiudere il rubinetto. Per
altri popoli, questa quantità di acqua rappresenta l'unica disponibile per intere settimane, e per tutti
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gli usi necessari. Un consumo quindi spesso "sprecone", poco attento e rispettoso, decisamente
imbarazzante. Una parte del Pianeta appare profondamente invalidata dalla povertà di acqua, e le
conseguenti minacce allo sviluppo sostenibile, alla salute, alla difesa dell'ambiente e, non per
ultima, alla pace appaiono evidenti e pericolose.
2. La cattiva "salute" dell'acqua in Italia.
Nel nostro Paese non mancano i problemi legati all'acqua, e le contraddizioni sono spesso
sconcertanti. L'Italia ha di per sé abbondanza di acqua, ma sono altrettanto abbondanti i casi di
cattiva gestione della risorsa (fiumi e laghi, falde acquifere), che causano frequentemente gravi
crisi idriche ed eventi alluvionali. Deteniamo il record in Europa per il consumo di acqua, e
siamo al terzo posto nel mondo con più di 1.000 metri cubi pro capite annui: più di noi, solo gli
Stati Uniti e il Canada. Eppure siamo dei "consumatori" di acqua incredibili: consumiamo quasi
otto volte l'acqua usata in Gran Bretagna, dieci volte quella dei danesi e tre volte quella degli
svedesi o irlandesi. Le perdite di acqua dalle condutture acquedottistiche sono ingenti, ed in talune
realtà locali superano il 50-60%: questo vuole dire che, dopo avere raccolto e reso l'acqua potabile
attraverso costosi processi e trattamenti, se ne butta via più della metà. Una conseguenza è che un
terzo degli italiani non ha regolare accesso all'acqua potabile, nonostante i lauti prelievi di acqua dai
fiumi e dalle falde sotterranee. Il nostro Paese è un grande sprecone di acqua, ed il cattivo uso di
questa risorsa nei settori civile, industriale e agricolo, è il principale colpevole della tanta acqua
utilizzata male o sprecata inutilmente.
3. L'impegno per l'acqua della Regione EmiliaRomagna e degli Enti locali.
La Regione Emilia-Romagna ha disegnato sul proprio territorio scenari di risparmio e scenari
infrastrutturali, ponendo l’accento sulla preservazione della qualità e della quantità dell’acqua,
in un binomio che è assolutamente inscindibile. La priorità è consumare meno e meglio, per
garantire questa risorsa a tutti, oggi e domani: per questo, la Regione Emilia-Romagna ha di recente
sviluppato il “Programma di conservazione e risparmio della risorsa acqua”. L’obiettivo di tale
programma è consentire una gestione più sostenibile della risorsa idrica, contribuendo ad
ottimizzare gli investimenti necessari per il potenziamento delle infrastrutture, e a promuovere,
diffondere ed applicare politiche di conservazione e risparmio in tutti i settori idroesigenti.
Tale programma si avvale di una serie di strumenti normativi, economici e di pianificazione, e si
propone di realizzare una serie di azioni volte a ridurre i consumi di acqua in ambito agricolo,
industriale e civile.
Alcune importanti iniziative volte al risparmio trovano nel Piano di Tutela delle Acque, lo
strumento amministrativo di pianificazione richiesto dal D.Lgs 152/99 (e successive modifiche) e
da poco approvato dalla Regione nella sua prima versione istituzionale (“Documento preliminare”),
una prima concreta espressione. Tra le principali azioni, un progetto che prevede l'erogazione di
incentivi per la rottamazione dei vecchi impianti di irrigazione, molto dispendiosi dal punto di
vista dei consumi, e la loro sostituzione con sistemi più moderni ed efficienti, che promuovano allo
stesso tempo l'adozione da parte degli agricoltori di buone pratiche colturali. Sono inoltre in corso
anche progetti pilota, sempre in campo agricolo, come quello per il riutilizzo a scopo irriguo dei
reflui del depuratore di Mancasale (Reggio Emilia), e il Piano di conservazione per l'uso ottimale
dell'acqua nei territori dei Consorzi di bonifica Parmigiana-Moglia-Secchia e Bentivoglio-Enza, in
Provincia di Reggio e Modena. Una prima esperienza concreta di risparmio in ambito domestico
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dell'acqua è partita con il Progetto "Bagnacavallo", in Provincia di Ravenna. Promossa dalla
Regione Emilia-Romagna in collaborazione con Legambiente ed altri partner, questa iniziativa,
prima in Italia, coinvolge le 3.817 famiglie (oltre 8.700 persone) del centro storico del Comune di
Bagnacavallo. Ad esse è stato distribuito gratuitamente uno speciale "kit" per il risparmio dell'acqua
(frangigetto e riduttore di flusso), oltre ad una serie di consigli utili per consumare meno acqua. Il
risparmio così ottenuto, a fine progetto sarà messo a confronto con i consumi di un analogo
campione di famiglie, per verificare concretamente quanta acqua è possibile risparmiare grazie
all'uso di semplici dispositivi tecnici e adottando piccole attenzioni quotidiane. Un'altra iniziativa di
grande importanza è "Acqua, risparmio vitale", la campagna regionale di informazione e
educazione al risparmio. L'obiettivo di questa campagna è ridurre gli sprechi di acqua tra le pareti di
casa, fornendo dieci buoni consigli alla portata di tutti, dall’utilizzo dei diversi dispositivi per il
risparmio idrico in commercio (regolatori di flusso per i water, frangigetto per i rubinetti, etc.), alle
tante “buone pratiche” da mettere in atto quotidianamente (usare lavatrici e lavastoviglie sempre a
pieno carico, chiudere il rubinetto mentre ci laviamo i denti o facciamo lo shampoo, etc.). La
campagna si avvale di molti strumenti: un opuscolo inviato a tutte le famiglie, spot televisivi e
radiofonici, un segnalibro, uno speciale sito internet www.acquarisparmiovitale.it, inserzioni sulla
stampa, e locandine per scuole, sale d’attesa e spazi aperti al pubblico di Asl, Comuni, Province e
Uffici pubblici. La campagna prevede inoltre un bando per sostenere progetti di educazione
ambientale sull’acqua nelle scuole, ed è anche associata ad un´iniziativa di solidarietà: si
quantificherà l´acqua risparmiata per trasformarla in progetti di cooperazione nel sud del mondo,
dove la sua mancanza assume aspetti drammatici.
4. Il futuro dell'acqua è nel suo valore: aiutiamola a
riconquistarlo!
La crisi idrica non è invincibile, e tutti noi cittadini ed abitanti di questo Pianeta possiamo fare
qualcosa per restituire all'acqua il suo valore vitale, in rispetto della stessa, delle altre persone e di
tutti gli organismi viventi. Per affrontarla adeguatamente è fondamentale una nuova
consapevolezza del ruolo di questa risorsa per la vita e lo sviluppo dell'uomo e della Natura. Il
compito del cittadino, della famiglia, dei giovani risulta cruciale e determinante per consumare
meno acqua, e consumarla meglio. L'applicazione di tecniche e tecnologie a basso consumo idrico
è senza dubbio importante, ma senza l'attiva partecipazione delle persone, dei singoli individui,
non è sufficiente per raggiungere e consolidare un obiettivo di riduzione dei consumi. Lo spreco e le
"cattive" abitudini d'uso sono i primi nemici da sconfiggere, per potere restituire all'acqua il proprio
valore e pregio: la svalutazione di questo bene è infatti la premessa principale del suo spreco.
Pochi sanno inoltre che sprecare acqua vuole anche dire sprecare energia. La produzione dell'acqua
calda in casa comporta un consumo diretto di gas o elettricità. Inoltre il pompaggio dell'acqua nella
rete idrica richiede anch'esso un dispendio energetico non indifferente. Secondo recenti stime, ben il
25-30% del consumo energetico complessivo all'interno di un'abitazione è legato al consumo di
acqua. Risparmiare acqua porta quindi ad un doppio beneficio, perché non solo si riduce il consumo
dell'acqua stessa, ma anche del gas e dell'elettricità, con conseguente risparmio per l'ambiente ma
anche per il portafoglio.
La conservazione dell’acqua deve essere il concetto guida per una gestione sostenibile delle
risorse idriche. L'acqua non può essere sfruttata in modo incondizionato, ma deve essere
amministrata in modo attento ed intelligente all’interno del ciclo della Natura e conservata per le
generazioni future. Per fare in modo che questa rimanga utilizzabile anche in futuro e affinché essa
possa assolvere le sue funzioni ecologiche, non dobbiamo consumarne più di quella che è in grado
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di rigenerarsi naturalmente all’interno del suo ciclo, dobbiamo eliminare o ridurre al massimo
l'immissione di inquinanti, dobbiamo risparmiare attraverso idee e tecniche innovative volte a
limitare lo spreco e il cattivo uso, dobbiamo sviluppare una nuova consapevolezza, assumerci le
nostre responsabilità e riflettere sulle abitudini di consumo.
Ciò significa riconoscere che un minore consumo di acqua può dare un valore aggiunto alla
Natura, alla qualità della nostra vita e a quella delle generazioni future. A causa della crescente
complessità degli usi e della gestione delle risorse idriche, un uso sostenibile dell’acqua richiede
una forte presa di coscienza da parte di tutti noi, e la disponibilità a collaborare insieme per
risparmiare e per proteggere questa risorsa. Un antico proverbio inca ci ricorda, in modo chiaro e
simpatico, cosa vuole dire veramente uso sostenibile: "La rana non berrà mai tutta l'acqua dello
stagno in cui vive".
5. Alcuni (bizzarri) numeri dell'acqua
-
Per fare un bagno in vasca si consumano mediamente fra i 120 e i 160 litri di acqua.
-
Per fare una doccia di 5 minuti se ne consumano dai 75 ai 90 litri.
-
Per una doccia di 3 minuti: dai 35 ai 50 litri.
-
Ogni volta che scarichiamo la cassetta del gabinetto: 9-16 litri.
-
Ogni volta che ci laviamo le mani: 1,4 litri.
-
Per lavarsi i denti lasciando scorrere l’acqua: 30 litri.
-
Per lavarsi i denti senza lasciar scorrere l’acqua: 2 litri.
-
Per bere e cucinare: circa 6 litri al giorno a persona.
-
Per lavare i piatti a mano: 20 litri.
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Per un carico di lavastoviglie: 30-40 litri.
-
Per un carico di lavatrice: 60-80 litri.
-
Per lavare l’auto (utilizzando il tubo di gomma): 800 litri.
-
Un rubinetto che gocciola: 5 litri al giorno.
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Per produrre una Coca-Cola: 75 litri.
-
Per produrre un hamburger: 4.550 litri.
-
Per produrre il cotone di una maglietta: 1.800 litri.
-
Per produrre il cotone di un paio di blue jeans: 8.200 litri.
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Domande:
1. Qual è l’importanza che si
deve dare all’inquinamento
dell’aria per la nostra salute?
2. Quali sono le sostanze
inquinanti più importanti?
3. Come conciliare progresso e
salubrità ambientale?
4. Quanto gioca il coinvolgimento dei Cittadini?
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Prevenzione dell’inquinamento dell’aria
A cura di Gian Paolo Salvioli
Past-President del Rotary Club Bologna
Professore Ordinario di Pediatria – Università di Bologna
Già Assessore alla Sanità ed Ambiente del Comune di Bologna
1. L’inquinamento dell’aria è un effettivo pericolo
L’aria, insieme ad altri fattori quali il clima, l’alimentazione, l’acqua e le condizioni socioeconomiche, rappresenta un elemento di fondamentale importanza per la vita, oggi inserito nel
termine omnicomprensivo di “ambiente”.
E’ noto come l’ambiente abbia importanti implicazioni sulla nostra vita, interagendo sulle
condizioni di salute. In particolare, le sostanze contenute nell’aria vengono con questa introdotte
nell’organismo: di queste, mentre l’ossigeno svolge una funzione essenziale per la respirazione e
per gli scambi a livello cellulare, altre possono sia interferire con il metabolismo cellulare, che
agire direttamente sulle vie respiratorie e/o sulla cute, con effetti irritanti. Ricerche recenti
condotte in vivo ed in laboratorio hanno, inoltre, dimostrato come molte di queste sostanze possano
abbiamo un potenziale effetto cancerogeno, che si estrinseca innanzi tutto a livello dell’apparato
respiratorio. E’, tuttavia, provato che l’effetto mutageno non si limita a quest’ultimo apparato,
potendo essere ugualmente colpiti gli organi emopoietici e riproduttivi.
2. I prodotti della combustione e le polveri fini
Nell’attuale società che ha messo l’attività industriale e l’automobile al centro del suo sviluppo, le
sostanze inquinanti sono elevatissime: fra queste, l’anidride carbonica, il benzene, i gas derivati
dalla combustione degli idrocarburi e le polveri fini, in concentrazione molto spesso superiore
alle soglie di sicurezza stabilite dagli organismi internazionali, in primis l’Organizzazione Mondiale
della Sanità (OMS).
Il clima stesso può aggravare la situazione: nella stagione calda, aumenta ad esempio la
concentrazione di ozono, sostanza nociva soprattutto per i bambini e gli anziani, oltre che per i
soggetti portatori di malattie croniche invalidanti, quali le cardiopatie, le forme asmatiche, etc. A
partire dall’estate del 2003, anche in relazione all’effetto serra presente nell’atmosfera, si sono
registrate “ondate di calore”, con temperature molto elevate, particolarmente mal tollerate per gli
alti tassi di umidità, che aggravano l’effetto nocivo dell’inquinamento, specie nei centri urbani nel
quali questo raggiunge tassi elevati.
Tornando all’analisi delle cause di inquinamento atmosferico, oltre all’elevato numero di
autovetture circolanti, che fa dell’Italia il paese più motorizzato d’Europa, grande importanza
riveste anche la forte espansione dei motocicli, la quale costituisce una caratteristica peculiare del
nostro Paese ed alla quale sono in massima parte imputabili gli elevati tassi di benzene nell’aria.
Notevole interesse rivestono alcune ricerche tese a dimostrare gli effetti dannosi dei gas di scarico
dei motori a scoppio su categorie a rischio, quali i vigili urbani. Si tratta in particolare di indagini
svolte in Italia (a Genova, nel 1994 e nel 1997) ed in Cina (a Lanzhou e Shangai, nel 1988 e nel
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2000, rispettivamente), Paese quest’ultimo oggi considerato come uno dei più inquinati al Mondo.
Tali indagini hanno mostrato a livello del sistema linfocitario della popolazione esaminata un
significativo incremento nel numero di “micronuclei”, che rappresentano un efficace indicatore di
esposizione agli agenti tossici. Il fenomeno è risultato correlato ai valori percentuali di benzene,
idrocarburi policiclici aromatici, polveri fini, etc. Nella lettura dei risultati, si è tenuto anche conto
dell’eventuale esposizione ad altri fattori di rischio non strettamente ambientali, fra i quali il fumo
di sigaretta, che rappresenta una ben nota causa di tumore delle vie respiratorie, non solo nel
fumatore, ma anche nel cosiddetto fumatore “passivo”.
3. Dandoci e rispettando delle regole intelligenti
Da queste brevi note introduttive emerge una problematica, che appassiona tutti i cittadini, sia quelli
più motivati nella tutela dell’ambiente che quelli preposti alla salvaguardia della salute della
comunità, amministratori e politici: cioè, la stridente contraddizione fra le esigenze del
progresso e quelle della salute e della vivibilità, specie negli ambienti urbani.
E’ necessario intervenire, mediando fra le diverse esigenza, dando tuttavia priorità alla
salvaguardia della salute, anche in assenza di definitive evidenze su alcuni presunti effetti
dannosi, sulla base di un corretto, ma non esasperato concetto di precauzione.
L’introduzione di limitazioni al traffico urbano degli autoveicoli e dei motocicli,
l’incentivazione all’uso dei mezzi pubblici, con la sostituzione di quelli più obsoleti con altri
moderni meno inquinanti che utilizzino o la forza elettrica o carburanti ecocompatibili, quali il gas
metano, la creazione di parcheggi adeguati e, soprattutto, il coinvolgimento dei cittadini e delle
varie associazioni di volontariato debbono produrre un effetto sinergico, che attraverso
l’educazione e la responsabilizzazione di tutti, dei giovani in particolare, porti a limitare l’uso
improprio del mezzo privato. Rilevate è al riguardo è l’osservazione effettuata in alcune grandi
città, secondo la quale il traffico urbano subisce un aumento eclatante in coincidenza con gli orari di
apertura e di chiusura delle scuole, aumento al quale corrisponde un altrettanto drammatico
innalzamento dell’inquinamento dell’aria. Se ciò si combina con il preoccupante incremento del
numero di bambini e giovani in soprappeso o, addirittura, obesi (circa il 30% ed il 15%
rispettivamente, secondo le rilevazioni di qualificate Società scientifiche), riconducibile alla totale
assenza di movimento, oltre che ad una non corretta alimentazione, è facile comprendere come
sarebbe assolutamente opportuno abituare la popolazione in età pediatrico- adolescenziale a
recarsi a scuole a piedi o in bicicletta.
Nella disamina delle cause di polluzione di sostanze nocive nell’aria, non può essere dimenticato
l’effetto inquinante degli impianti di riscaldamento. Se è vero che il metano rappresenta il
combustibile più ampiamente utilizzato dai singoli cittadini in molte città del Nord Italia, è altresì
evidente che gli impianti di più grosse dimensioni continuano ad utilizzare il gasolio, che
contribuisce all’immissione nell’ambiente di polveri fini. Da ciò discende la necessità che tutti gli
impianti siano annualmente controllati e forniti di adeguata certificazione, cioè di un “bollino blu,
analogo a quello che viene rilasciato agli autoveicoli, previo controllo dei gas di scarico.
4. E’ fondamentale: l’unione fa la forza!
Da quanto esposto, emerge che, pur esistendo un certo grado di adattamento del nostro corpo al
continuo mutare delle situazioni ambientali, anche in senso negativo, l’efficace prevenzione
dell’inquinamento atmosferico e delle sue negative ricadute sulla salute dell’uomo costituisce
un impegno morale civile di basilare importanza. Tale obiettivo non può essere raggiunto
attraverso una politica basata sull’introduzione di divieti, ma deve fondarsi sul
coinvolgimento di tutti cittadini, affinché con convinzione adottino ed osservino stili di vita, che
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consentano da un lato il progresso e dall’altro la salvaguardia della nostra specie e dell’ambiente per
le future generazioni.
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Domande:
1. Che cos’è l’energia ?
2. Perché è così importante ?
3. Quando si ebbe la prima crisi
energetica e come venne risolta ?
4. E’ un problema di equilibrio ?
5. Anche i rifiuti hanno valore ?
6. Cosa possiamo fare noi oggi ?
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Energia ed ambiente
A cura di Stefano Aldrovandi
Socio del Rotary Club Bologna Est
Amministratore Delegato della Società Hera S.p.A.
Presidente della Fondazione della Banca del Monte di Bologna e Ravenna
Amministratore Unico-Busi S.p.A.
1. La capacità di compiere lavoro
Il termine Energia, dal greco energheia, viene introdotto, nella letteratura scientifica, ad
opera di Keplero nel tentativo di ricondurre ogni movimento dell’universo e ogni forza
presente in natura ad un’origine comune, mentre la sua definizione, comunemente adottata in
fisica, è “la capacità di compiere lavoro”. Si è soliti distinguere le fonti di energia in primarie e
secondarie: sono primarie, quelle fonti presenti in natura prima di avere subito una qualunque
trasformazione; sono secondarie quelle che derivano da una trasformazione di quelle primarie.
Anche se le fonti primarie sono, in teoria, molte, con tale termine si intendono le fonti
effettivamente utilizzabili; quelle cioè che sono almeno concentrabili, indirizzabili, frazionabili,
continue e regolabili: una fonte di energia è tanto più pregiata quanto migliori sono queste sue
caratteristiche. Il sistema generale per ottenere energia utilizzabile è quello di trasformare l’energia
potenziale disponibile in energia cinetica. In alcuni casi, l’energia potenziale è sempre presente e
basta, per così dire, raccoglierla. In altri casi, l’energia potenziale è “nascosta” e deve essere resa
disponibile con mezzi più o meno sofisticati. La prima forma di energia che l’uomo si è
procurata è il lavoro fornito dai propri muscoli e da quelli degli animali. Le civiltà antiche
usarono le sorgenti naturali di energia per far muovere le navi a vela, i mulini a vento e ad acqua
ma, fino al XX secolo una parte rilevante dell’energia meccanica complessiva fu fornita dai muscoli
dell’uomo, anche nei paesi tecnologicamente più avanzati.
2. Perché è vita
Ogni forma di vita sulla terra dipende da processi di trasformazione dell’energia solare ed è
quindi riconducibile ai fenomeni di fusione nucleare che avvengono all’interno del Sole. La
stessa energia sviluppata dalle reazioni chimiche non è altro che energia a sua volta proveniente
dall’azione del Sole: è per così dire energia solare imprigionata in queste sostanze – attraverso i
processi biochimici che hanno portato alla formazione della legna, del carbone, e degli idrocarburi –
che viene poi liberata con la combustione. Tutti gli esseri viventi, uomo compreso, sono
impegnati in una continua lotta per assicurarsi l’energia disponibile, prendendola da quello
che sta loro intorno. Possiamo dire che le basi energetiche di un determinato ambiente sono di
primaria importanza per dare forma a una cultura, tant’è che le età più importanti della storia
sono state divise in base ai cambiamenti che le civiltà hanno introdotto per organizzare il loro
ambiente. La natura, spesso, è avara e gli uomini si sono spostati da un continente all’altro a causa
dell’esaurirsi, dopo secoli di utilizzo, di risorse locali di ogni genere. Questo tipo di lotta li ha
spinti a inventare nuove tecnologie, tra le quali due in particolare hanno comportato
fondamentali cambiamenti socio-economici: il controllo del fuoco e la macchina a vapore. Il
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controllo del fuoco è stata un’invenzione sicuramente straordinaria in quanto comporta una
trasformazione qualitativa dell’energia, è cioè la trasformazione dell’energia chimica dei materiali
combustibili in energia termica. Accanto al principio della conservazione dell’energia, il quale ci
dice, nella fisica classica, che una forma di energia si trasforma in un’altra, ma non si
distrugge, esiste il principio dell’irreversibilità (espresso dal secondo principio della
termodinamica) cioè dell’impossibilità di trasformare completamente energia termica in
energia meccanica. Non solo, ma in genere nelle trasformazioni tra l’una e l’altra forma di energia
una parte si trasforma sempre in calore e viene, come si dice, dissipata. Il calore rappresenta dunque
un’energia di secondo tipo o, come si diceva volgarmente, un’energia degradata. Questo concetto si
esprime dicendo che l’entropia dell’universo va crescendo, cioè, in altri termini, che con il
tempo tutta l’energia (ordinata) tende a trasformarsi in energia termica (disordinata). Questo
fenomeno, che ha fondamentalmente significato non solo fisico ma anche filosofico, è alla base
della struttura del nostro universo.
3. Nel XVIII secolo, con l’invenzione del vapore
Per secoli il legno è stato la sola fonte di potere calorico, tanto che con lo sviluppo industriale, che
ebbe luogo in Europa nel XVII secolo, le foreste cominciarono a scomparire a velocità crescente.
La tecnologia basata sul legno non disponeva più del carburante di base e il carbone, seppure già
noto come fonte di potere calorico, non poteva essere introdotto nell’industria. Le cave di carbone,
infatti, facilmente si allagavano e le fonti di energia allora disponibili per prosciugarle, non erano
adeguate. La crisi venne risolta dalla seconda invenzione cruciale: la macchina a vapore,
utilizzata per la prima volta nelle miniere in sostituzione dei cavalli (e da qui il nome di
cavallo-vapore). La cosiddetta rivoluzione industriale, in Inghilterra dapprima e in Europa poi, tra i
secoli XVIII e XIX, fu dovuta principalmente alla possibilità di trasformare in energia meccanica
l’energia termica prodotta dalla combustione della legna e del carbone fossile prima, e degli
idrocarburi poi. Nello stesso periodo, alle prime ruote ad acqua che sfruttavano da millenni
l’energia delle acque fluenti, la tecnica moderna sostituì macchine molto più perfezionate, che
permisero la trasformazione con buon rendimento dell’energia cinetica per muovere le filande o
follare la lana. La sostituzione del carbone alla legna condusse a nuovi metodi di produzione,
all’espansione delle industrie esistenti e allo sfruttamento di risorse naturali fino ad allora intatte. La
diffusione del carbone nel riscaldamento delle abitazioni britanniche, fu costante in tutto il seicento
e, nonostante la sporcizia e il cattivo odore, aveva introdotto un nuovo comfort nel clima umido e
freddo della Gran Bretagna. Pare che all’epoca, il riscaldamento a carbone superasse quello a legna
nel rapporto di 4 a 1. Mai in precedenza una grande nazione si era affidata alle risorse del sottosuolo
per il grosso del suo combustibile, ed aveva avviato quella intensa attività di estrazione, che
proseguirà fino ai giorni nostri con l’utilizzo del petrolio.
4. Anche
Tutte le sorgenti di energia sono, in ultima analisi, naturali. E poiché il rinnovamento delle
risorse terrestri dipende, in massima parte, dal flusso energetico inviato dal sole sulla terra,
risulta fondamentale la capacità del nostro pianeta di assorbirlo e trasformarlo in altri tipi di
energia (es. energia chimica tramite la fotosintesi). Tale rinnovamento dipende, quindi, dalla
capacità della Terra, come sistema non isolato, di acquisire dal Sole energia “ordinata” espellendo
invece energia radiante “disordinata”. II mantenimento nel tempo dei servizi e della qualità dello
stock di risorse implica l’accettazione di alcune regole legate al riconoscimento dell'esistenza di un
limite alla capacità di sostenere la vita da parte dell'ambiente (la cosiddetta capacità di carico). Tali
regole, introdotte esplicitamente da Herman Daly richiedono che il tasso di consumo delle risorse
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rinnovabili non ecceda il tasso di ricostituzione assicurato dai sistemi naturali e che il tasso di
emissione degli inquinanti non superi la capacità dell'atmosfera, dell'acqua e del suolo di
assorbire e trasformare tali sostanze. L’adozione di tali regole presuppone un diverso livello di
attenzione nei confronti dell’ambiente sia per quanto concerne il prelievo di risorse che per quanto
concerne lo scarico dei rifiuti dei processi antropici. Anche questo tipo di sensibilità ha subito
un’evoluzione nel corso dei secoli. Prima del medioevo qualsiasi attività estrattiva era vista con
sfavore perché veniva considerata un furto o addirittura una sorta di violenza fatta alla terra. Per
quanto concerne, invece, il termine rifiuto, esso ha sempre avuto fin dai tempi più antichi una
connotazione negativa, anche se ogni processo biologico dà origine a prodotti residuali che non
rappresentano una perdita, bensì una ricchezza in quanto riciclabili fino a trarne elementi e materia
per i processi stessi. Anzi, si potrebbe sostenere che in natura non esistono rifiuti ma prodotti diversi
per finalità diverse, tutti con un preciso ruolo nell’ecosistema.
5. Sì: la loro gestione ha valore strategico
Mentre nelle strutture sociali in cui predominavano le attività agricole e pastorali, il rifiuto non
costituiva un problema ma una risorsa, lo sviluppo delle grandi civiltà cambiò in modo straordinario
l’organizzazione sociale, e i metodi di vita e fornì agli uomini i modelli culturali che ancora
permangono. Queste civiltà non alterarono, viceversa, gli equilibri esistenti tra attività umane e
ambiente naturale che era in grado di inglobare e trasformare agevolmente i pochi prodotti di
rifiuto. Peraltro l’attenzione per il recupero era sempre viva. E’ solo a partire dal XIX secolo che il
fenomeno diventa particolarmente complesso, tanto da richiedere disposizioni e regolamentazioni
sullo smaltimento dei rifiuti. Una prima conseguenza è la nascita dell’incenerimento industriale nel
Regno Unito tra il 1870 e il 1878. L’utilizzo del fuoco come sistema di smaltimento è tecnica
relativamente recente e per molto tempo (fino a qualche decennio fa) la combustione delle
immondizie scaricate in aree abbandonate veniva incoraggiata in quanto ritenuta buona soluzione
dal punto di vista igienico. Sebbene si trattasse di combustione incontrollata di materiali
indifferenziati e non sottoposti ad alcun criterio di selezione, quasi nessuno si preoccupava di
emissioni e di odori sgradevoli. Evidentemente, il potere catartico del fuoco, inteso come mezzo per
la purificazione dei corpi immondi, è retaggio primordiale del genere umano e per questo
inconsciamente accettato. Il graduale diffondersi della civiltà dei consumi comportò la necessità di
collocare i prodotti di scarto a costi e in quantitativi crescenti con evidenti impatti sull’ambiente e
sulla qualità della vita. Poiché le istanze di ordine igienico-ambientale e quelle di ordine socioeconomico sono strettamente connesse, nasce l’esigenza di contenere la produzione di rifiuti,
di recuperare le componenti ancora riutilizzabili e il contenuto energetico di ciò che non
risulta conveniente riciclare. Le attuali tecnologie consentono di bruciare i rifiuti non solo
tenendo sotto controllo tutte le emissioni potenzialmente inquinanti ma anche effettuando un
processo di vera e propria termovalorizzazione. E’ una visione globale che richiede un’attenta
politica di gestione in particolare per quanto riguarda il bilanciamento tra le due forme di recupero
(materiali ed energia ).
6. Essere coscienti dei problemi per adottare un
modello di sviluppo sostenibile
La radice da cui scaturiscono i nuovi indirizzi di politica ambientale, accettati da molti paesi e
organizzazioni internazionali, è il concetto di sviluppo sostenibile: “ modello di sviluppo in
grado di soddisfare i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere i bisogni delle
generazioni future.” Sulla base dei principi della sostenibilità sanciti durante la famosa conferenza
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mondiale sull’ambiente di Rio de Janeiro (1992) sono state individuate quattro strategie operative
(denominate le 4R): Riduzione delle quantità di rifiuti; Riutilizzo dei prodotti; Riciclaggio dei
materiali; Recupero di energia. Per la sostenibilità dello sviluppo è fondamentale il ruolo
interpretato dalla società, e quindi da tutti noi, a partire dal crescente livello tecnologico e di
conoscenza scientifica disponibile. Il rendimento energetico delle macchine fondamentali è
cresciuto di oltre quattro ordini di grandezza dall’inizio della rivoluzione industriale. Per il motore a
vapore e il suo successore, la turbina a vapore, il miglioramento totale è stato di oltre sei ordini di
grandezza. Poiché le attuali fonti non petrolifere e rinnovabili non hanno ancora raggiunto un livello
di efficienza, utilità e penetrazione nel mercato sufficiente a rispondere alla richiesta di energia, il
compito che ci troviamo di fronte è sfidante. Anche se il corretto uso delle risorse e l’abbandono
di stili di vita e di produzione eccessivamente impattanti sull’ambiente sono elementi
imprescindibili, la vera sfida rimane l’adozione di un modo di porsi di fronte alla realtà
equilibrato e consapevole. E nel considerare le prospettive di una qualsiasi nuova sorgente di
energia uno dei punti più importanti consiste sempre nel domandarsi quando potrà essere
utilizzabile: i tempi sono importanti almeno quanto la disponibilità.
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Domande:
1. Che cosa rappresenta Bologna
nell’attuale contesto agricolo?
2. Qual è la sua forza?
3. Quale ruolo ha rivestito?
4. Che cosa offre?
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La ricchezza culturale, sociale ed
economica di un territorio si mantiene,
solo se gli abitanti la coltivano giorno
dopo giorno e si rifiutano di ereditarla
gratuitamente
A cura di Roberto Piazza
Socio del Rotary Club Bologna Valle dell’Idice
Dottore in Agraria
Direttore dell’Associazione Commercianti Mercato Ortofrutticolo Bologna
(A.C.M.O.)
1. Una cerniera fra mondo rurale ed industriale
Strani personaggi questi bolognesi: in buona parte contadini (mezzadri e braccianti) all’inizio del
secolo scorso, si ritrovano dopo solo una cinquantina di anni, immediatamente dopo la seconda
guerra mondiale, ad essere inseriti in un comprensorio che vede nel terziario, nei servizi e
nell’industria di precisione, i momenti della cultura del lavoro fra i più avanzati e moderni d’Italia e
forse d’Europa. Ed è proprio il territorio della provincia di Bologna a fare da cerniera fra una
Romagna che sviluppa fino al paradossale sia la frutticoltura (pesche – albicocche – susine –
ciliegie – pere e mele) e i settori annessi, che il turismo (inventandosi oltre che le spiagge più
belle ed accoglienti, gli alberghi ed i luoghi di ritrovo e di svago sempre aperti in ogni stagione), ed
una Emilia che vede l’industria della ceramica (a Modena e Reggio), dei salumifici e dei
caseifici (da Bologna a Piacenza), della maglieria (Carpi) e della meccanica (con le grandi case
quali la Ferrari – Lamborghini – Maserati – Bugatti - Ducati – Malaguti, etc.) essere
all’avanguardia in Europa e nel mondo.
2. La memoria quale patrimonio per la lettura della
realtà quotidiana
Chi scrive, senza alcuna enfatizzazione, crede che questo popolo di ex contadini sia riuscito a
mantenere elevato il livello del proprio essere sociale e culturale, proprio perché non ha dimenticato
ed ha mantenuto nel proprio patrimonio genetico quelle che sono le regole generali che governano il
lavoro dei campi: il rispetto per la natura, l’amore per ogni pianta coltivata che si è
trasformato nell’amore per ogni motore prodotto, per ogni piastrella firmata, per ogni
granello di sabbia che con le scogliere artificiali si è riusciti a conquistare al mare, un lavoro
dei campi che vede ancora l’uomo essere protagonista della produzione agricola e impegnarsi
nel lavoro anche per venti e più ore consecutive ("perché gli asparagi si devono raccogliere anche
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la domenica e le pesche maturano anche di sabato, e le patate è meglio raccoglierle dalle cinque del
mattino a mezzogiorno e dalle diciassette alle ventidue perché è meno caldo e si possono conservare
meglio"). Quando Bologna ha concentrato su di sé gli interessi delle migliori intelligenze della
medicina e del diritto, ha visto immediatamente nascere e svilupparsi, nel proprio comprensorio,
importanti Istituti umanistici e una fantastica concentrazione di ospedali e cliniche specialistiche,
sia pubbliche che private, dove, come in campagna, un’urgenza viene risolta sia di notte che di
domenica, e, comunque, ogni qualvolta ce ne è bisogno.
Non posso dimenticare le parole di mio padre quando mi faceva notare che Bologna si è sempre
proposta come una città modello, indipendentemente dal governo politico della città. E
aggiungeva: "Non è poi tanto difficile amministrare un comprensorio dove la gente ha la
predisposizione a lavorare otto, dieci o dodici ore al giorno e a volte si dimentica di fare le ferie o di
farsi pagare gli straordinari, esattamente come succede in campagna!"
Ecco allora che il non aver mai tagliato definitivamente il cordone ombelicale con la cultura
contadina, ci ha portato, pur attraverso momenti anche difficili, ad essere pur sempre un punto di
riferimento sia per le altre province che per le altre città d’Italia, e, tornando ai lavori della terra, che
vedono ancora impegnati circa il 6 % della forza lavoro generale, questa cultura, coltivata giorno
dopo giorno e sulla quale noi stessi, i nostri padri e i nostri nonni, non si sono mai addormentati,
questa cultura è stata propedeutica per i successi di oggi, quando, per confermare quelli di ieri, nelle
nostre zone si coltivava la migliore canapa o le migliori varietà di riso. Sono ancora in molti a
ricordare le migliaia di persone che si ritrovavano a lavorare sull’una e sull’altra coltura, a mano, sia
per la mondatura del riso dalle erbacce infestanti, che per il trapianto delle stesse piantine, che per il
taglio e la lavorazione al macero della canapa. E più il lavoro era faticoso più cresceva l’attitudine
dei nostri nonni e dei nostri genitori a costruire sistemi organizzati, a costituirsi in "leghe" o
sindacati, a formare cooperative di braccianti per sottrarsi all’eccessivo sfruttamento della
manodopera e concordare dignitosamente il salario orario o giornaliero. Questo comprensorio, che
solo cinquanta anni fa avrebbe potuto chiamarsi : "terra di fatica", non ha visto le masse
contadine essere contrarie alle innovazioni tecnologiche portate anche dagli studi avanzati di
agronomi e meccanici discepoli di grandi professori universitari bolognesi, la lotta, a volte
anche dura, ha visto braccianti, mezzadri, affittuari e piccoli proprietari battersi per
l’affermazione dei diritti umani e per la conquista di quelle riforme sociali che in una
comunità moderna era logico trovassero la loro affermazione. D’altra parte, non può essere
taciuto che a fianco a latifondisti di stampo eccessivamente conservatore, è cresciuta nel tempo
anche una imprenditorialità illuminata, pronta a raccogliere le innovazioni tecnologiche e ad
impiegare la forza lavoro secondo sistemi agro-industriali fra i più avanzati al mondo.
3. Un modello nella storia recente
Alla fine della seconda guerra mondiale, negli anni quarantacinque/cinquanta, la nostra provincia
vede ancora quasi il quaranta per cento della forza lavoro dedita all’agricoltura, una parte di questa
forza è però pronta a prendere il testimone per dirigere direttamente le aziende agricole, anche se
nate troppo piccole, in ogni caso si costituiscono: la "Coltivatori Diretti" o "Bonomiana", dal nome
del suo fondatore, e la "Confcoltivatori" che nasce dalla fusione della "Federmezzadri con
"Alleanza Contadini" e con "Unione Coltivatori Italiani" – oggi si chiama "C.I.A." - ovvero
"Confederazione Italia Agricoltori" che operano assieme alla "Unione Provinciale Agricoltori",
oggi denominata "Confagricoltura Bologna" (che rappresenta tradizionalmente le imprese di più
vasta superficie). Dagli anni cinquanta agli anni ottanta le organizzazioni degli agricoltori assumono
anche connotazioni politiche estremamente diverse, pur sempre richiamandosi ai principali partiti
dell’arco costituzionale, la "Coldiretti" aveva una matrice cattolica; la "C.I.A." si richiamava alla
sinistra sindacale e gli altri avevano una parentela politica che si poteva richiamare ad un
liberalismo democratico, o, comunque, ad una destra moderna e illuminata.
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Ancor oggi sono queste le principali forze imprenditoriali che si sono assunte la responsabilità
di fare della provincia di Bologna e dell’intera regione Emilia Romagna, in tutto il comparto
agroalimentare, la base colturale e culturale per produrre i migliori alimenti sia freschi che
trasformati.
In questa breve nota vengono richiamati alcuni prodotti ortofrutticoli che hanno trovato nella
provincia di Bologna un microclima favorevole alla loro coltivazione, non solo, hanno anche
trovato una popolazione che non si vergogna nello sporcarsi le mani di grasso meccanico, animale
o con i terreni argillosi di questi comprensori, una popolazione agricola e addetta ai servizi che si
preoccupa di produrre bene, per vendere bene una materia prima alimentare e che vede al
primo posto l’attenzione alla qualità igienico sanitaria di quanto si va a raccogliere sia sotto il
sole che sotto la pioggia, una popolazione che in buona parte ha mantenuto il proprio cordone
ombelicale unito alla cultura contadina, una popolazione che quando avverte che i giovani si
allontanano troppo dalla conoscenza delle stagioni, dei loro frutti, dei sapori e dei colori che sa dare
ancora la forte terra bolognese, torna, come nel caso di questa pubblicazione, a riproporre quelli
che sono i punti di forza del nostro sistema alimentare, che, come dicono i medici, è
fondamentale in quanto "noi siamo ciò che mangiamo"!
4. I prodotti D.O.C.
La pur sintetica descrizione di alcune specie prodotte sul nostro territorio, ci farà fare un salto nel
tempo e nello spazio, così come la storia degli uomini di tutte le cose appartiene al passato e al
presente, le virtù salutistiche dei nostri prodotti ci vengono da lontano, ma oggi le sappiamo
riconoscere ed apprezzare meglio.
Le pesche
In Italia siamo i primi produttori europei, in Emilia-Romagna siamo fra i primi in Italia, e, se
puntassimo con il compasso su Bologna e facessimo un arco congiungendo i limiti delle province di
Modena, Ferrara e Forlì, troveremmo un habitat dove da cento anni si producono pesche e nettarine
di altissima qualità, tanto da meritare l’ambito riconoscimento europeo di indicazione geografica
protetta (I.G.P.).
Le patate
La provincia di Bologna è diventata leader europea non tanto per la quantità di patate prodotte: due
milioni di quintali, ma per l’altissima qualità, ed è stata l’intelligenza degli agricoltori e dei tecnici
che li hanno assistiti, potremmo dire: "l’intelligenza espressa dal territorio", a portare i bolognesi,
primi e per ora unici nel mondo, a produrre le ormai famose patate arricchite al Selenio: le
Selenella. Dalle zone appenniniche e collinari di Castel d’Aiano, Zocca e Tolè, fino a quelle di
pianura da S. Giovanni in Persiceto a Budrio, da Medicina a S. Lazzaro di Savena, da Castenaso
fino a Castel S. Pietro e Imola, la patata di Bologna, ormai famosa, ha ottenuto la prestigiosa
denominazione di origine protetta (D.O.P.) che sta a significare che solo le patate prodotte e
confezionate nel comprensorio possono definirsi "di Bologna". La cultura del territorio, ha fatto
nascere e crescere anche una importante industria di trasformazione del prodotto, a Budrio, dove le
patate della provincia vengono anche trasformate in prefritte, gnocchi, purea, patatine al forno e
almeno altri venti tipi di sistemi per rispondere a tutte le esigenze e golosità del consumatore.
Le albicocche
E’ fra Bologna e Modena, oltre che sulla destra della Via Emilia andando verso Rimini, con il
baricentro nell’imolese (nelle terre del Santerno), che si coltivano e si raccolgono albicocche di
altissima qualità e che prendono il nome proprio dal comprensorio dove i migliori frutticoltori del
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mondo (non è un’esagerazione sottolinearlo) producono le ormai famose varietà: "Precoce di
Imola" , "Bella di Imola", "Reale di Imola", "Tonda di Tossignano", "Bella di Vignola".
Gli asparagi
Per quanto riguarda la coltivazione di questo prodotto, sembra che l’Italia sia stata divisa
letteralmente in due, seguendo idealmente la linea di confine tracciata dal fiume Po: in sintesi, e
fatte le opportune eccezioni, a nord del grande fiume si coltivano e si consumano gli asparagi
bianchi, a sud, fino alla Sicilia, si preferiscono quelli verdi. La disputa culinaria per decidere quale
dei due tipi sia il più saporito, va avanti da almeno cento anni, chi scrive, avendo il dovere di
portare al consumatore una informazione corretta, non ha dubbi che nella cucina del nord possa
trovare egregiamente posto la trasformazione e la preparazione dei turioni bianchi (ma anche quelli
verdi) nella cucina del centro e sud del Paese, si inseriscono indubbiamente meglio i turioni verdi;
di seguito, possiamo dire che la tradizione in questo caso fa da padrona, però non possiamo negare
un interesse crescente, anche nel nord Italia oltre che nel nord Europa, verso la coltivazione e il
relativo consumo dell’asparago verde, che oltre ad avere un aspetto più vicino alle attese
salutistiche della popolazione, è anche più facile da coltivare e da raccogliere. Si tenga presente che
gli asparagi si raccolgono ancora uno alla volta, a mano, o con macchine agevolatrici, che
consentono al raccoglitore di stare seduto anziché chinato dalle quattro alle otto ore al giorno, nel
periodo di raccolta, tutti i giorni, per quaranta o cinquanta giornate di seguito. E’ ovvio che per
consentire una migliore crescita di questo meraviglioso "germoglio", vengano preferiti terreni
sciolti o sabbiosi, e così la coltura si è molto diffusa, nella nostra regione, proprio nei litorali
ferraresi.
Le ciliegie
Tutta la provincia di Bologna, oltre che vasti territori della Romagna e del modenese, sono
interessati alla coltura del ciliegio, coltura difficile e delicata, in quanto è il momento della raccolta
(che incide nei costi generali per quasi il 50 %), a decidere di tutto l’andamento vegetativo di un
anno di coltivazione. Nel nostro territorio è ormai diventata famosa tutta la zona pedecollinare che
dal vignolese si prolunga fino alla porrettana in quanto si producono frutticini apprezzati in Italia e
all’estero (specie nel Regno Unito!) con varietà che sono passate alla storia per la loro sapidità, fra
queste ricordiamo: la "Mora di Vignola" e i famosi "duroni" che sono molto più graditi dai
consumatori delle zone settentrionali del Paese, troviamo ancora la "Ferrovia", la varietà
"Bigarreau", con una maturazione molto precoce, di seguito il "Durone di Vignola", il durone
"Dell’Anella" (con buccia rossa brillante), "l’Anellone di Vignola", il "Durone Nero I°" (a frutto
molto grosso e colore nero scuro anche nella polpa), il "Durone Nero II°" (simile al precedente ma
con polpa più rossa), il "Bigarreau", il durone "Della Marca".
Le cipolle
Sul territorio italiano, da sud a nord, si producono la bellezza di 5 milioni di quintali di cipolle e le
aree più interessate a questa coltura sono nell’ordine: l’Emilia-Romagna con circa 1.400.000 q.li (
30 % della produzione nazionale), seguono il Piemonte e il Veneto (che producono rispettivamente
il 16 %), Sicilia, Puglia e Campania si dividono equamente il rimanente 24 % (si tenga conto che un
4 % spetta alla Calabria per la produzione della "Rossa di Tropea").
In Emilia Romagna le zone che hanno espresso la migliore vocazione e tradizione produttiva sono i
comprensori di Parma, di Bologna (Medicina) e del ferrarese, particolare per la produzione di
cipolle semiprecoci e tardive, che, frigoconservate, sono raccolte nei mesi di giugno, luglio e agosto
e vendute fino ad aprile maggio dell’anno successivo. Talmente grande è l’attaccamento della gente
dei campi e non solo, a questa coltura, che a Medicina (BO) nel mese di luglio del 2004 è nata la
"Confraternita" della cipolla e i primi dieci confratelli nominati sono tutti personaggi che hanno
lavorato con soddisfazione in questo settore lasciando alla comunità medicinese un segno di
laboriosità e di attaccamento al loro territorio.
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Altri prodotti quali le pere, le mele, le fragole, le castagne, i marroni e tanti altri ancora sono ben
inseriti nel nostro territorio, però, infine, vorrei portare un solo esempio che non ha confronti al
mondo: venticinque anni fa si iniziò, proprio fra Bologna e Forlì, la coltivazione del kiwi (actinidia)
poi diffusasi in tutta Italia (Lazio, Veneto, Piemonte tec.), bene, nel giro di dieci anni siamo
diventati i primi produttori e i primi esportatori al mondo di questo meraviglioso prodotto, e, da
quindici anni a questa parte, nonostante la globalizzazione, abbiamo saputo mantenere, rafforzare e
confermare la prima posizione: nessuno al mondo ha saputo fare di meglio!!
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Questo fascicolo nasce da una proposta del Rotary Club Bologna,
prescelta e fatta propria dai nove Rotary Club Felsinei:
Bologna (Presidente: Stefano Pileri),
Bologna Carducci (Presidente: Raffaele Poluzzi),
Bologna Est (Presidente: Giancarlo Vivaldi),
Bologna Nord (Presidente: Giuseppe Castagnoli),
Bologna Ovest (Presidente: Antonio Rossi),
Bologna Sud (Presidente: Marco Predrazzi),
Bologna Valle del Samoggia (Presidente: Simona Malservisi),
Bologna Valle del Savena (Presidente: Giulio Caramaschi),
Bologna Valle dell’Idice (Presidente: Francesco Addarii),
che ne hanno permesso la realizzazione grazie alle competenze ed al
supporto economico dei propri Soci, affinché costituisse uno dei
progetti dell’annata 2004-2005, volti a celebrare il centenario della
fondazione del Rotary Club, avvenuta a Chicago il 23 febbraio del
1905 ad opera dell’Avv. Paul Harris.
Si ringraziano gli Amici che sono stati gli Autori dei contributi, i
Giornalisti Rotariani Francesco Baccilieri, Rosa Buono, Giuseppe
Castagnoli e Fabio Raffaelli che hanno dato il supporto della Loro
professionalità, il Governatore del Distretto 2070 Alviero Rampioni
ed i Suoi Assistenti, Andrea Magalotti e Francesco Baccilieri, che
hanno costantemente incoraggiato l’iniziativa.
La speranza è che il generoso impegno di Quanti sono stati coinvolti
nel progetto possa trasmettere ai Giovani la forza dell’ideale del
servire, unitamente all’attenzione che il Rotary Club nutre nei Loro
confronti, identificandoLi come il futuro vitale della nostra
Nazione.
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Paul Harris, fondatore del Rotary Club
Chicago, 23 febbraio 1905
Primo Interact, Ashland, Kentucky, USA 1930
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