Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Numero 226 22 Dicembre 2015 69 Pagine Superbike Dal 2016 gara 1 si correrà al sabato Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Prova storica Guzzi V7 vs Harley 883 vs Triumph Bonnie Prova Montesa Cota 300RR Una versione pronto gara della moto campione del mondo | PROVA SU STRADA | HONDA AFRICA TWIN CRF 1000L da Pag. 02 a Pag. 13 All’Interno NEWS: Yamaha Motor: 270 novità entro il 2018 | Kawasaki ZRX 1200 DAEG 2016 | N. Cereghini Buon anno alla mia moto! | M. Clarke Le mitiche gare su strada | MOTOGP: Più sicurezza nell’abbigliamento Honda Africa Twin CRF 1000L PREGI Qualità complessiva e guida DIFETTI Cerchi non tubeless Prezzi da 12.400 € PROVA SU STRADA HONDA AFRICA TWIN CRF 1000L Ci siamo! Eccoci in Sud Africa, dove abbiamo provato la maxi enduro più attesa dell’anno. La CRF 1000L ha un motore dolcissimo e tanto equilibrio sia su strada che fuori. Ecco come va di Andrea Perfetti 2 3 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Media C i siamo, possiamo finalmente raccontarvi come si comporta la nuova Africa Twin su strada. In un giorno abbiamo percorso circa 300 km, compreso un tratto di sterrato molto veloce (chiuso al traffico). Vi raccontiamo subito la parte dinamica, perché della moto sapete già tutto (e se avete qualche dubbio, qui sotto trovate le info tecniche e sugli allestimenti. Sono riassunte anche nel video girato a EICMA e riportato in questa prova). Promessa mantenuta: la CRF mille è facile e con un bilanciamento generale invidiabile. I 95 cavalli non spaventano, c’è tanta fluidità a partire dai regimi più bassi. Zero vibrazioni e un’ottima protezione dall’aria sono le prime qualità che emergono sui lunghissimi rettilinei del Sudafrica. L’Africa Twin però 4 del clacson posto sopra quello degli indicatori di direzione: quando lo si cerca, spesso si finisce col mettere la freccia e viceversa. Acceleratore, freni e frizione sono molto morbidi e il cambio a sei marce è spaziato correttamente: in sesta a 130 km/h il motore riposa a 4.200 giri. Su strada il consumo medio del nostro test è stato superiore ai 20 km/l. Il bicilindrico riprende senza strappi da duemila giri e allunga senza vibrazioni fino a ottomila giri. Ha un’erogazione soprattutto regolare; non ci sono botte di coppia ad esaltare il pilota, ma tanta dolcezza che ti conquista poco alla volta e ti fa venire voglia di guidare. Proprio come la vecchia Africa Twin. Qualcuno potrebbe desiderare più carattere ai medi, ma forse non sarebbe più l’Africa Twin che abbiamo imparato a conoscere e amare in tutti questi anni. La maxi enduro della Honda anche oggi piace perché ha un equilibrio unico, che fa venire voglia di saltare in sella e partire. Non dovete stupirvi: il Prove responsabile dei collaudi della CRF1000L risponde al nome di Kudoh San, lo stesso ingegnere che si occupò oltre 25 anni fa della leggendaria RC30. Rispetto al passato (alla XRV 750) è migliorata ovviamente in tutto: ora ci sono le prestazioni (33 cavalli in più, a parità di peso!) e la frenata è finalmente adeguata alla moto. Il salto in avanti - tanto per dare qualche riferimento ai numerosi motociclisti che ancora oggi guidano un’Africa Twin - è epocale in tema di comfort. La nuova 1000 non vibra e tiene senza problemi velocità medie elevatissime (anche di oltre 160 km/h). La velocità massima indicata è di 215 km/h (quella effettiva supera di poco i 200). Ma la cosa più importante è che si mostra ospitale anche col passeggero, che ha una sella ben imbottita e un maniglione molto comodo da impugnare (ma anche scomodo da scavalcare quando si sale a bordo). Su strada la CRF è molto maneggevole e la ruota anteriore da 21”, pur piace ancora prima, a motore spento. Il merito va innanzitutto al maestro che l’ha disegnata, l’italianissimo Maurizio Carbonara. Non nasconde le sue ottime finiture. È fatta bene, come ti aspetti da una Honda made in Japan. I comandi sono belli (guardate ad esempio la leva del freno in alluminio), le pedane del passeggero sono curate e si smontano facilmente e la qualità complessiva è semplicemente ottima. La strumentazione è completamente digitale e si legge bene anche col sole; solo la barra del contagiri sulle prime non è molto intuitiva. Ci sono tutte le informazioni utili in viaggio, la marcia inserita e la temperatura esterna. L’Africa Twin porta al debutto blocchetti elettrici inediti. Quello di sinistra è molto affollato (soprattutto nella versione DCT, dove ospita i tasti del cambio), ma nel complesso risulta intuitivo. Continuiamo invece a non gradire il pulsante 5 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica soluzione preferire quindi? E’ una questione di gusti; di certo possiamo ora dirvi che sia il DCT che il sei marce classico funzionano molto bene. Allestimenti, prezzo e dotazioni Siete degli africanisti della prima ora? Ecco, nel video qui sotto troverete tutte le info sulla nuova Africa Twin. La CRF 1000L è proposta in tre diverse versioni: standard, ABS e DCT-ABS. Per tutte c’è una solida base comune: propulsore bicilindrico parallelo capace di 95cv/70kW di potenza massima a 7.500 giri e 98Nm come picco di coppia a 6.000 giri, telaio a semi-doppia culla in acciaio, sospensioni a lunga escursione e cerchi da 21 e 18” rispettivamente all’avantreno e al retrotreno. I tagliandi sono a 1.000, 12.000, 24.000 km (e poi ogni 12.000). La garanzia è di 4 anni. Lo stesso spirito della prima Africa Twin NXR 650 Nata per recuperare il ruolo di riferimento ricoperto una volta dalle varie Africa Twin XRV 650 aumentando l’effetto giroscopico e quindi l’inerzia, non limita l’agilità della moto nello stretto. Anzi. L’Africona si guida col pensiero e sopporta anche andature molto brillanti. In questo è aiutata dalle ottime sospensioni Showa e dai Dunlop Trailmax di primo equipaggiamento. La prima parte di escursione della forcella è morbida, un pelo cedevole, ma consente di ammortizzare le botte tipiche del fuoristrada. La seconda parte dà invece parecchio sostegno e tollera anche le decelerazioni brusche e sportive. Ci è piaciuta anche la frenata, tipicamente Honda: ha un attacco poco aggressivo, ma si gestisce bene la potenza. L’ABS escludibile solo dietro è poi una gran cosa quando si lascia l’asfalto per lo sterrato. E sullo sterrato l’Africa Twin compie una magia. Si lascia guidare con la stessa precisione della XRV 750. In piedi il controllo della moto è 6 Prove e 750, la CRF 1000L è stata pensata per offrire il meglio sulle lunghe percorrenze tanto sull’asfalto quanto in fuoristrada. Meccanicamente non ha quasi nulla da spartire con le vecchie Africone, eppure si percepisce immediatamente lo stesso spirito dell’antenata, con una bella impronta fuoristradistica. Se infatti il precedente propulsore XRV affondava le sue radici nel tranquillo bicilindrico custom della serie VT, l’attuale bicilindrico in linea da 1000 cc deriva – lo dice il nome stesso – dai CRF-R cross ed enduro, da cui mutua diverse soluzioni orientate al massimo contenimento degli ingombri (fondamentale, soprattutto in altezza, per offrire una luce a terra adeguata alle ambizioni fuoristradistiche dell’Africa Twin). Spicca su tutto la testata con distribuzione Unicam e la lubrificazione a carter umido, soluzioni mutuate dalle moto da cross che hanno vinto il mondiale MX2 2015 con Tim Gajser. L’accensione viene affidata a un sistema a doppia candela, che migliora la combustione a tutti i regimi, mentre la fasatura dell’albero motore è a 270°. Qualunque preoccupazione in davvero perfetto e la moto risulta molto stretta tra le gambe. Anche col controllo di trazione disinserito, l’Africa dona tanta sicurezza proprio in virtù della ciclistica intuitiva e del motore così lineare. In un attimo si raggiungono velocità impressionanti, ma il feeling di guida resta sempre elevato. Il cambio DCT della CRF 1000L presenta un’interessante evoluzione. E’ adatto al fuoristrada (grazie anche alla funzione G, che limita l’intervento delle frizioni) e ha ben 4 modalità automatiche (D, S1, S2, S3). All’atto pratico funziona in modo preciso. E’ molto rapido nel cambi di marcia e nel turismo come in città semplifica parecchio la guida. Piace anche nell’offroad, dove dà un consistente aiuto nelle partenze sulle salite più ripide. Rispetto alla versione con cambio tradizionale si avverte il peso in più nei cambi di direzione, anche se in modo trascurabile. Quale 7 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito materia di vibrazioni viene dissipata dall’adozione di ben due contralberi, uno dei quali comanda le pompe di olio e acqua. Cambio tradizionale o DCT Sulla versione standard il cambio allunga la lista delle soluzioni mutuate dalle CRF da cross, con cui condivide il sistema di azionamento. La frizione è assistita dall’antisaltellamento per evitare bloccaggi indesiderati del retrotreno nelle scalate più cattive. La versione DCT propone invece il già apprezzato cambio a doppia frizione in un’inedita declinazione con funzionalità off-road. Una primizia assoluta per il settore delle maxi enduro, che rappresenta il giusto coronamento per un vecchio pallino Honda: proprio lei aveva 8 Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica infatti sperimentato un’unità basata sul sistema Badalini (che la Casa di Tokyo utilizza fin dallo scooter Juno del 1961) sulla CR 250R Automatic schierata nel campionato cross All-Japan 1991. In questa più recente versione il cambio a doppia frizione Honda DCT offre come sempre la possibilità di scegliere fra la modalità manuale (MT – Manual Transmission) in cui il pilota controlla il cambio attraverso le palette al manubrio, sia due modalità automatiche (D – Drive ed S – Sport) completamente gestite dalla centralina. La modalità D bilancia efficienza e comfort, mentre la S, che mette invece l’accento sulle prestazioni, è per la prima volta gestibile secondo tre diverse strategie denominate S1, S2 ed S3. Un’ulteriore possibilità viene dalla nuova funzionalità G, dedicata al fuoristrada più impegnativo. Attivabile da un tasto separato e posizionato sul lato destro del cupolino, a prescindere dalla modalità e strategia scelta, mette al primo posto trazione e motricità riducendo l’intervento della frizione durante i cambi marcia. Il tutto è coadiuvato da un sensore che comunica alla centralina di controllo DCT l’inclinazione della moto, informazione sulla cui base il sistema può decidere con maggior precisione il momento migliore per effettuare la cambiata. Ciclistica tradizionale e leggera Il telaio è un’unità in acciaio a semi-doppia culla. Le sospensioni sono Showa pluriregolabili, con una forcella rovesciata all’avantreno e Prove monoammortizzatore con registro precarico remoto a comando idraulico. I freni sono Nissin, con pinze radiali a 4 pistoncini e dischi flottanti da 310mm con profilo a margherita, assistiti nella versione ABS e DCT-ABS da un sistema antibloccaggio escludibile sulla ruota posteriore. Completa il quadro della dotazione elettronica il controllo di trazione HSTC (Honda Selectable Torque Control) configurabile su tre livelli d’intervento oppure escludibile per l’uso in fuoristrada. I cerchi, come avevamo anticipato, sono a raggi rispettivamente da 21 e 18” all’avantreno e retrotreno calzanti pneumatici 90/90-21 e 150/70-18 come sulle offroad specialistiche – le misure sono le stesse impiegate dalla CRF450 Rally. Il serbatoio offre una capienza di 18,8 litri 9 10 11 Casco AGV Giacca e pantaloni Dainese Guanti Dainese Stivali Dainese Paraschiena Dainese SCHEDA TECNICA Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica ABBIGLIAMENTO Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Prove Honda Africa Twin 12.400 euro Cilindrata 998 cc Tempi 4 Cilindri 2 Raffreddamento a liquido Avviamento elettrico Alimentazione iniezione Frizione multidisco Potenza 95 cv - 70 kw - 7.500 rpm Coppia 98 nm - 6.000 rpm Emissioni Euro 3 Numero marce 6 Capacità serbatoio carburante 18,8 lt ABS No Pneumatico anteriore 90/90-R21” Pneumatico posteriore 150/70-R18” Peso a secco 208 Kg per un’autonomia stimata attorno ai 400km. La sella è regolabile su due diverse altezze (850 oppure 870mm) e il peso complessivo,a secco, è contenuto in 208 kg per la versione standard. Tutte le versioni di CRF 1000L Africa Twin saranno vendute in quattro colorazioni: CRF Dakar Rally, HRC Tricolour, Silver, Black, tutte con gruppi ottici a LED. I prezzi partono da 12.400 euro della versione standard e arrivano fino ai 14.350 euro della versione ABS-DCT in colorazione Rally e tricolore. 12 13 Montesa Cota 300RR PREGI Ciclistica e sospensioni DIFETTI Peso Prezzo 9.690 € PROVA TRIAL MONTESA COTA 300RR Montesa perfeziona la 4RT con una versione pronto gara della moto campione del mondo. Cresce la cilindrata, si affina nei dettagli e si allinea all’evoluzione tecnica del trial moderno di Andrea Buschi 14 15 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Prove Media G iusto una settimana prima della prova di questo affascinante mezzo, il suo pilota ufficiale Toni Bou, il cannibale del Trial, conquistava la sua nona corona iridata consecutiva. Corona che sommata alle nove del campionato indoor portano a 18 i titoli mondiali Montesa COTA 4T nel Trial. Tutto ciò (oltre alla smisurata dote del catalano) è sinonimo dell’efficienza Montesa, garante di scelte meccaniche sempre sofisticate ma consapevoli, nel rispetto di quel principio di affidabilità tanto caro ai costruttori del sol levante - Honda è la proprietaria del blasonatissimo marchio iberico. Parallelamente alla super speciale motocicletta ufficiale, sogno di molti appassionati, è quindi arrivata quest’anno alla vendita una versione che molto avvicina la special del Team Repsol ufficiale. 16 La Cota 300RR special edition è figlia infatti di quel reparto sviluppo Montesa Spagna che negli ultimi anni ha fornito mezzi semi-ufficiali a piloti del calibro di Alfredo Gomez (Campione Mondiale Junior 2012 ed ora Endurista estremo), di Francesc Moret (vice campione Mondiale Junior 2013), ed attualmente al servizio del forte pilota Svedese Eddie Karlsson (Campione Europeo 2013 e 10° classificato world pro 2015). Quindi una moto blasonata, di cilindrata adeguata, attrezzata dei migliori accessori presenti sul mercato ed altamente competitiva anche nella versione non HRC. Nel dettaglio, per comparti, ecco dove Montesa è intervenuta nei cambiamenti. Il motore in questa versione subisce un ulteriore incremento di cilindrata che lo porta a 289cc. Come spiegato dai tecnici Montesa in sede di presentazione, l’incremento di cilindrata non ha riguardato solo l’alesaggio, ma ha comportato un completo ridimensionamento dei carter, a causa dell’aumentata corsa dell’albero di manovella; quindi, parallelamente a questo, è stata adottata una pompa del carburante più grande e potente, per poter sostenere la maggior cubatura. Sempre efficace e migliorato ulteriormente anche il sistema di decompressione interno ai carter, utilizzato per eliminare il fastidioso effetto del freno motore tipico nei modelli 4t. Apprezzabile e decisamente percepibile la differenza tra le due mappature (1-2) di questa unità motrice, una indirizzata a un utilizzo su terreni viscidi e l’altra su terreni asciutti con molto grip. Ancora una volta il telaio nelle sue misure vitali non cambia. Universalmente riconosciuto nel mondo del Trial come il migliore complesso telaio/ sospensioni, la Cota 300RR cambia il comparto anteriore ed acquisisce la modernissima forcella Tech, in alluminio con steli da 39 mm, nella sua versione migliore, che fa dimagrire la RR di altri due chili; mentre dietro mantiene l’ammortizzatore Showa in una nuova versione con doppia regolazione in compressione e distensione. Vengono arretrate leggermente le pedane poggiapiedi, sempre dell’ottimo modello S3 regolabile con appoggio largo. Da sottolineare anche i nuovi mozzi in alluminio più robusti e leggeri, e la nuova pinza a doppio pistoncino della Braketec. Decisamente aggressiva e fascinosa la nuova veste estetica. Pur mantenendo il design usuale, figlio dell’aggiornamento 2014, il colore nero del telaio e le sovrastrutture rosse regalano a questa limited edition il fascino della moto da gara. Tutto è curato nel dettaglio, dai coperchi rossi delle pompe freno e frizione all’oro delle splendide forcelle Tech (prodotto italiano di altissimo livello che avrebbe certamente meritato delle piastre ricavate dal pieno). Concludono l’elenco dei 17 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine loro nuovo alloggiamento, contribuiscono a dare un che di familiare all’impostazione di guida di questa nuova Cota. In movimento apprezziamo subito la maggior leggerezza dell’anteriore, che mantiene però grande stabilità grazie alla taratura millimetrica della nuova Tech; anche il posteriore regala una piacevole sensazione di leggerezza, e la nuova versione dello Showa è decisamente all’altezza della situazione con la sua perfetta scorrevolezza ed un’idraulica che garantisce la ben nota ed apprezzata stabilità. In movimento la 300RR gioca le sue carte migliori, regalando solidità e precisione di guida che rappresentano ancora un riferimento per la disciplina. Solo rallentando l’azione (per inciso, i freni, specie l’anteriore, si distinguono per modulabilità e potenza) ci ricordiamo che questa moto rispetto alle rivali paga due chili di differenza, diiventando leggermente più pesante nella componenti d’eccezione le protezioni in carbonio di marmitta e carter frizione, che contribuiscono, insieme alla grafica, a regalare un’immagine realmente racing a questa splendida versione. Come va Per la presentazione di questa nuova versione della famiglia Cota, Montesa ci ha portato nel cuore della Spagna trialistica, ovvero la Catalunya nei dintorni di Barcellona. Più precisamente, per la prova dinamica saliamo sopra Tona in una splendida area autorizzata di proprietà di un ricco appassionato trialista, già sede peraltro della prova di Campionato Mondiale 2009. Rinfresco e foto di rito con i piloti ufficiali Honda Bou, Fujinami e Busto oltre al Montesista Karlsson, che ci illustrano dinamicamente le potenzialità di queste nuove Cota 300, e siamo pronti per i 18 Prove guida. Cerchiamo tre ostacoli di riferimento che ci possano fornire i feedback necessari al giudizio dinamico, e li troviamo rapidamente. Gradino: come nei precedenti modelli, nell’affrontare questo ostacolo si apprezza la spinta del mono Showa soprattutto in fase di stacco da terra e successivo atterraggio sulla sommità del gradino. In questo particolare frangente la moto, grazie alla perfetta reazione della forcella in compressione, dimostra una stabilità eccezionale. Il motore aiuta moltissimo nella partenza, durante la fase di stacco frizione fa sentire tutta la sua coppia spingendo vigorosamente la moto sopra l’ostacolo. In chiusura di gas, il ridotto freno motore mi sorprende, siamo quasi a livello di un 2T. Da sottolineare la tangibile differenza nell’utilizzo della mappatura power rispetto alla rain: la risposta nel primo caso è decisamente aggressiva. Curva: nella più classica tradizione Montesa, nostri venti minuti di prova. Ci viene assegnata dal mitico Didac Cercos (storico minder di Toni Bou) la numero tre utilizzata nella dimostrazione precedente al giovanissimo talento Jaime Busto. La moto, già calda, parte immediatamente senza problemi avendo cura come sempre di spingere la leva senza scalciare. Risulta chiaro fin dal primo scoppio l’aumento di cilindrata, il motore ha chiaramente un suono più pieno. Dirigendoci verso l’area di allenamento abbiamo la prima occasione di provare il cambio, ed anche in questo caso la maggior cilindrata trasmette un evidente aumento di coppia e potenza percepibile in tutte le marce. Prima di entrare nel vivo del test controlliamo la posizione di leve e manubrio, che sono per la verità già settate al meglio grazie alla piega del manubrio Renthal, da sempre il nostro preferito. Anche le pedane poggiapiedi, con il 19 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito ciclistica e sospensioni “spianano” le difficoltà. Come detto, la moto si comporta in modo molto efficace se in movimento, quasi a voler sposare il regolamento del Mondiale, permettendomi di uscire senza problemi da una serie di curve decisamente strette ed in contropendenza. Il motore, con la sua maggior forza motrice, permette l’utilizzo delle prime tre marce a velocità relativamente relativa bassa, caratteristica utile a farmi percorrere l’arco di curva ad un regime minimo di giri con la marcia più adeguata al terreno, sempre controllato da una frizione ineccepibile. Apprezzabilissima la scelta di utilizzare pneumatici Michelin X11, certamente più adatti alle caratteristiche dinamiche e di peso del mezzo, rispetto ai più leggeri ma ballerini X-Light. Salita-discesa: anche in salita la maggiore potenza a disposizione si fa sentire. Il propulsore ha più “schiena” 20 Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Prove su tutta la linea e l’allungo è caratterizzato dalla aumentata dotazione di cavalli. Le potenzialità di questa moto in salita le avevo già notate durante il Campionato Mondiale osservando il suo pilota Karlsson spesso in vantaggio in situazioni di ostacoli alti in sequenza, dove l’erogazione di potenza garantiva ogni volta di salire galleggiando letteralmente sugli ostacoli. Anche in discesa la moto si comporta con sicurezza, grazie all’ottimo lavoro delle sospensioni ed ai freni sempre all’altezza della situazione in termini di potenza e modulabilità. Conclusione Con la Montesa Cota 300RR, l’azienda spagnola di proprietà Honda, completa idealmente l’offerta ai potenziali clienti 4T, andando a coprire con questo affascinante modello l’area del 21 22 23 24 Montesa Cota 4RT 300 RR 9.690 euro Cilindrata 288 cc Tempi 4 Cilindri 1 Raffreddamento a liquido Avviamento a pedale Frizione multidisco Coppia 3 kgm - 26 nm - 8.500 rpm Emissioni Euro 3 Capacità serbatoio carburante 1,9 lt ABS No Pneumatico anteriore 80/100 21” Pneumatico posteriore 120/100 18” Peso a secco 72 Kg ABBIGLIAMENTO trialista con DNA corsaiolo. La 300RR rappresenta lo stato dell’arte che Montesa può offrire oggi. Scordiamoci la replica della moto di Toni, poiché la filosofia Honda impone standard di durata che non sarebbero garantiti dalla specialissima made in HRC. E godiamoci quindi questa ottima versione ready to race, con caratteristiche d’eccezione che garantiscono una reale e comprovata competitività sui più difficili percorsi di gara. Largo quindi ai piloti fan del 4T con una buona disponibilità economica, visto che la special Montesa alza fino alla soglia dei 10.000 euro il prezzo d’acquisto. Prove Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica SCHEDA TECNICA Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Casco: HEBO TRIAL Maglia: HEBO linea Trial 2015 Pantaloni: HEBO linea Trial 2015 Guanti: HEBO linea Trial 2015 Stivali: TCX linea Trial 2015 25 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine ha da poco messo in vendita la nuova edizione della 2016 della ZRX 1200 DAEG, equipaggiata con il noto motore a quattro cilindri in linea ulteriormente affinato. E’ un bialbero 16 valvole raffreddato a liquido da 110 cavalli (e con coppia massima di 10,9 kgm a 6000 giri) racchiuso in un classico telaio a doppia culla in tubi di acciaio. Tradizionale anche il resto della ciclistica, con tanto di forcella telescopica, coppia di ammortizzatori posteriori Ohlins a serbatoio separato, forcellone tubolare con capriata di rinforzo inferiore, freni con profilo a margherita e ruota da 17 pollici. Il peso è di 246 kg e questo dato denuncia News il tipo di progetto altrettanto tradizionale e poco spinto nel contenimento degli ingombri e dei pesi. Ma la cosa non è critica in sé quando si pensa al resto delle modern classic ora in vendita. Perché nel fiorire di tante proposte che guardano al passato anche una superbike dei tempi andati potrebbe forse trovare spazio anche da noi. Che ne dite? La ZRX 1200 DAEG resta per il momento confinata in Giappone, dove costa 1.172.880 yen nella versione base (circa 8.900 euro) e 1.317.600 yen (10.000 euro tondi) nella Special Edition, limitata a 400 unità, visibile in queste foto e che andrà in vendita a inizio 2016. KAWASAKI ZRX 1200 DAEG 2016 In Italia la superbike replica rétro ZRX 1200R non è più in vendita, ma in Giappone è stata addirittura rinnovata per la stagione 2016. E c’è anche in versione Limited Edition I l filone delle superbike replica della prima ora, quelle che si rifacevano alle quattro cilindri schierate nel campionato AMA statunitense a cavallo fra anni Settanta e Ottanta, ha avuto una discreta diffusione in Italia verso la fine degli anni Novanta e i primi del Duemila. 26 Kawasaki è stata una delle più attiva del settore proponendo la serie ZRX, prima 1100 e poi 1200, in tre allestimenti: naked, S e R. Poi il successo delle naked della serie Z ha rimpiazzato le ZRX, ma non in Giappone dove questo genere di moto continua a essere molto apprezzato. Kawasaki 27 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine anni fa e soprattutto superiori ai dati ottenuti nel 2007, ovvero prima della recessione, grazie all’incremento delle vendite in India, Indonesia e nel sud est asiatico. Nei mercati sviluppati, come Europa e Usa, la strategia è stata di espansione dalla proposta dei modelli entry level a quelli di punta cercando di attrarre nuovi motociclisti e di fidelizzare gli appassionati del marchio. Il nuovo piano 2015-2018 prevede il raggiungimento di 180 miliardi di yen (1,35 miliardi di euro) come risultato operativo nel 2018. Soltanto la parte moto punta a raggiungere un aumento di fatturato di 250 miliardi di yen e di 37 miliardi nel risultato operativo. Si tratta di previsioni basate News sulla ripresa dei mercati emergenti e su quella in atto in alcuni dei tradizionali mercati occidentali. Nulla è stato naturalmente detto a riguardo delle novità. Ma da quanto si è visto a Eicma, e da come Yamaha si sta muovendo in Asia, alcune linee di sviluppo si intravvedono: una ulteriore espansione della gamma MT da 125 (vedi la 03) ad almeno 1.000 cc (come la recente MT-10). Si sa che la serie delle modern classiche crescerà e che anche i multiruota faranno lo stesso assieme ai veicoli elettrici. Senza contare che l’automobile Sports Ride, il concept presentato al Salone di Tokyo, non è destinato a restare un esercizio di stile. YAMAHA MOTOR 270 NOVITÀ ENTRO IL 2018 di Maurizio Gissi | La società giapponese ha presentato il nuovo piano industriale per i prossimi tre anni: si vedranno 270 nuovi prodotti, moto comprese, nei prossimi tre anni I l numero fa impressione, anche se riguarda l’intera attività di Yamaha Motor Company. Nei prossimi tre anni la marca giapponese presenterà 270 novità contro le 250 del triennio 2012-2015. E’ quanto è annunciato nel nuovo piano industriale che prosegue la strategia introdotta nel triennio precedente. Se va osservato che nel periodo 2010-2012 – al culmine della crisi globale - Yamaha aveva visto le proprie perdite salire a 60 miliardi di yen e aveva visto 28 tagliare un migliaio di posti di lavoro, nel triennio successivo gli affari sono andati decisamente meglio. Le sue diverse divisioni (moto, scooter, motoslitte, motori marini, quad, multiruota e bici a pedalata assistita) hanno visto l’introduzione di 250 nuovi prodotti. L’anno fiscale in corso si chiuderà con la previsione di un fatturato netto di 1,65 trilioni di yen (circa 12,5 miliardi di euro) e un utile operativo pari a 950 milioni di euro. Sono risultati migliori delle previsioni fatte tre 29 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Media che Harley-Davidson e Triumph hanno presentato succose novità riguardanti proprio i modelli protagonisti di quel test multiplo di bicilindriche reffreddate ad aria. Moto che curiosamente, ma solo casualmente, erano tutte tre di un bel bianco candido: la V7, in effetti, era nata esclusivamente così, mentre le altre due in quei giorni non erano disponibili in altre colorazioni, nei parchi stampa di Harley e Triumph. A Eicma 2015, della Guzzi erano presenti rispettivamente due nuove versioni col motore maggiorato a 850 cc, ovvero le V9 Bobber e Roamer; della Sportster c’era l’Iron sostanziosamente ritoccata, con nuove ruote, ergonomia e sospensioni molto migliorati; mentre allo stand Triumph abbiamo appreso che la mitica Bonneville T100 ha dovuto inchinarsi all’Euro-4 e, di conseguenza, al raffreddamento a liquido, presentandosi con le rivoluzionate T120 (con motori da 1200 anziché 865 cc), mentre la Bonneville standard ora si chiama Street Twin, e monta il nuovo motore da 900 cc. Prova storica Ma andiamo a vedere, per pura curiosità, anche le differenze di prezzo tra le protagoniste della comparativa che vi proponiamo, rispetto alle loro equivalenti versioni 2016. Bene, nel 2007 la V7 Classic costava 8.300 Euro, franco concessionario; la Sporster 883 L ne costava 8.400 e la Bonneville 8.250 Euro (entrambe c.i.m.). Oggi, la V7 che costa meno è la Stone, in listino a 8.670 Euro, mentre la Special ne costa 9.070, sempre franco concessionario; l’attuale Harley 883 Superlow costa da 10.100 a 10.600 Euro secondo la colorazione (mentre la nuova Iron va da 10.200 a 10.500 euro) e la Triumph Street Twin ne costa 8.700 (f.c.). Ed ora, se vi va, eccovi di seguito il resoconto di questo pacifico e ancora attualissimo confronto tra una Guzzi, un’Harley ed una Triumph ben note agli appassionati del genere. Una nota: ci perdonerete se le foto, tratte come al solito da fonte cartacea, non sono impeccabili…. Buona lettura! GUZZI V7 VS HARLEY 883 VS TRIUMPH BONNIE di Maurizio Tanca | I marchi sui serbatoi di queste moto, messi insieme, sommano tre secoli di storia del motociclismo. La nuova V7 Classic si confronta con 883 e Bonneville, cioè le sue più logiche concorrenti a livello di prestazioni e prezzi. Le analogie tra loro sono parecchie R ovistando nel mio piccolo “giacimento” di prove effettuate in passato, sono incappato in questa comparativa che, in effetti, proprio storica non è, visto che risale al non lontanissimo 2008, e che vede l’allora nuovissima Moto Guzzi V7 Classic confrontarsi con l’Harley-Davidson Sportster 30 883 Low e la Triumph Bonneville standard (che fino all’anno precedente era ancora alimentata da un paio di carburatori). Tuttavia abbiamo pensato che questo articolo ci possa stare ugualmente in questo contesto, specie dopo un’edizione dell’Eicma milanese - svoltasi alla fine dello scorso novembre - dove sia Moto Guzzi 31 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine escursione più lunga di 23 mm, che mantengono il sistema di precarico delle molle a doppia ghiera stile racing, decisamente poco pratico per una moto utilitaria. Cosa non mi piace di questa Classic? Beh, intanto la carrozzeria è tutta di plastica, mentre le moto di questo genere secondo me dovrebbero essere rivestite di sano metallo. E poi, il guzzista doc criticherà certamente l’assenza dal serbatoio della mitica aquila di Mandello! E quel cablaggio bruttino da vedere, sotto la strumentazione? Breva e Nevada sono molto più ordinate, li sotto... Ma veniamo alle altre due carismatiche protagoniste di questo nostro test: non potevano che essere l’Harley-Davidson 883 e la Triumph Bonneville, non credete? Si, lo so che esiste anche la Ducati GT 1000: però le nostre tre viaggiano poco oltre gli 8.000 euro, mentre la GT, più grossa e potente, ne costa 10.000 netti... A parte la comune veste bianca - volutamente l’unica Moto Guzzi V7 Classic vs Harley-Davidson 883 Low vs Triumph Bonneville E’ qui la Storia? I marchi sui serbatoi di queste moto, messi insieme, sommano tre secoli di storia del motociclismo. La nuova V7 Classic si confronta con 883 e Bonneville, cioè le sue più logiche concorrenti a livello di prestazioni e prezzi. Le analogie tra loro sono parecchie. L’arrivo in redazione della Moto Guzzi V7 Classic ci ha presto portato ad alcune riflessioni. Innanzitutto, le persone che si sono fermate a esaminarla incuriosite sono state parecchie, come del resto le domande che, andandoci in giro in città, ci siamo sentiti rivolgere. “Complimenti, sembra nuova!” mi dice in milanese un tipo dal finestrino dell’auto. “Ah, questa è quella che hanno fatto per sostituire il Falcone?” (giuro che non è uno scherzo, ce l’ha chiesto un vigile urbano seriamente...). 32 Prova storica disponibile, nel caso della Guzzi - queste tre classiche di analogie ne hanno parecchie: intanto, portano sui serbatoi marchi onusti di gloria, con alle spalle rispettivamente con 106 anni per l’inglese (la cui prima moto nacque nel 1902), 105 l’Harley e 87 anni la Casa di Mandello; e poi sono moto che si prestano molto a personalizzazioni con accessori più o meno sfiziosi, e sono senza dubbio poco impegnative da usare, per chiunque. Moto pure ed essenziali, senza troppi orpeIli estetico-tecnologici, tutte e tre con motori bicilindrici raffreddati ad aria con testate a due valvole, cambi a cinque marce, frizioni a cavo e uno scarico per cilindro. Hanno telai tradizionali a culla in tubi d’acciaio, normali forcelle senza regolazioni e due semplici ammortizzatori posteriori regolabili solo in precarico. Hanno le ruote a raggi (non tubeless, purtroppo...), con le anteriori più alte delle posteriori e due freni a disco, uno “Ah, finalmente l’hanno rifatta!”, chiosa un altro signore sulla sessantina. Rifatta? Ma che cosa? Tutto ciò ci ha ulteriormente confermato che in giro c’è un sacco di gente che di moto capisce ben poco, ma che comunque ama parlare a vanvera. Ma mi ha anche convinto che in Moto Guzzi hanno avuto una bella pensata creando questa piacevole moto rètro, che evidentemente attira l’attenzione: ha un bel vestito bianco, con bande nere e filetti rossi, come l’aveva la celebre “mucca”, la V7 Special del ‘69; ma il suo stile è più filante, vicino a quello della mitica V7 Sport, della quale ricalca il serbatoio, più o meno. La V7 Classic, in realtà, non è che la Breva 750 rivestita ad hoc, e con cerchi a raggi anziché anziché in lega pressofusi: cambiano solo le misure della ruota anteriore - che qui è da 2,50x18” con gomma da 100/90 anziché da 3,00x17” gommata 110/80 (misure esattamente uguali a quelle della posteriore, sulla vecchia V7 Sport!) - e gli ammortizzatori, con 33 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine davanti e uno dietro. “Filosoficamente” parlando, variano invece le disposizioni dei cilindri e il modo di trasmettere potenze - non certo travolgenti alle rispettive ruote posteriori: abbiamo quindi cilindri verticali paralleli frontemarcia con trasmissione finale a catena per l’inglese; a V longitudinale di 45° con finale a cinghia dentata per l’americanina e a V trasversale di 90°, ovviamente con trasmissione ad albero cardanico, per l’italiana. La quale è anche la più piccola a livello di cilindrata, e inferiore come potenza e coppia dichiarate. Ma la V7 è anche nettamente la più leggera, sia sulla carta che nella pratica, coi suoi 182 kg a secco contro i 205 della Bonnie e i ben 251 della 883. La Triumph Bonneville, che negli anni ‘60 fu una delle sportive di riferimento, oggi è una elegante e tranquilla motocicletta da utilizzo quotidiano, sufficientemente comoda e con prestazioni più che dignitose. Delle tre, peraltro, è la più potente, e vanta anche un buon picco di coppia: 7 kgm, esattamente come l’883, che però li eroga ben 2.000 giri più in basso. La Bonneville è ben fatta, e certamente affascinante, non solo per chi in passato ne possedette una, o per chi poteva solamente sognarsela (tipo il sottoscritto, ma meglio così, vien da dire col senno di poi, visti i guai congeniti che a quei tempi affliggevano le moto inglesi...), ma anche per un neofita attratto dal vintage. Sarà anche una mia mania, però mi scoccia abbastanza trovare anche qui parafanghi e fianchetti in plastica, mentre il serbatoio per fortuna è metallico. Di questa affascinante lady britannica non riesco a sopportare il blocchetto della chiave di accensione piazzato sul supporto sinistro del faro: io lo eliminerei senza pensarci un attimo, perché sembra posticcio, è scomodo da raggiungere e, se si usa un portachiavi, questo sventolerà fastidiosamente per tutto il tempo. Trovo brutti anche i due tubi tronchi posteriori del telaio che sbucano da sotto la sella, e sorvolo sull’antico bloccasterzo Neiman piazzato sul cannotto, che tanto vale non usare. Non trovo inoltre alcun perché all’assenza del pulsante di lampeggio, assente peraltro anche sull’Harley. 34 Prova storica Che comunque (grazie al cielo!) è fatta tutta di metallo. E si sente, vien da dire, quando la si manovra a motore spento, soprattutto per via di quel massiccio blocco motore che però è posto così in basso che al peso, una volta in movimento, non ci si fa più caso. Anche la “piccola” Harley è un bell’oggetto, che qui compare nella versione più “bassa” di tutte perchè... era l’unica disponibile nel parco-stampa di Harley-Davidson Italia: in pratica, la XL883L (L come “Low”) ha la sella a soli 64 cm da terra, contro i 67 della versione custom, i 69 della standard ed i 71 della roadster. Sella che peraltro è rigorosamente monoposto, quindi, nel caso, bisognerà spendere dei soldini in più (cioè circa 330 euro) per montare sellino posteriore e relative pedane. Da notare che anche le 883 hanno di serie l’antifurto elettronico che si attiva appena ci si allontana con la chiave in tasca, e si riattiva quando ci si riavvicina (sempre che si abbia la chiave con sé, naturalmente..). Difficile che in sella all’Harley-Davidson 883 ci si senta apostrofare con domande ingenue come può capitare sulla V7 Classic: la piccola Sportster è in giro da una vita, la gente ormai è abituata a vederla e i curiosi difficilmente azzardano ipotesi che non riguardino, come al solito, il prezzo. Solo gli Harleysti molto esperti sono in grado di distinguere un modello recente da uno di dieci o più anni addietro, se tenuto come si deve. E questo è uno dei pregi di questa moto, e uno dei motivi per cui mantiene buone quotazioni sul mercato dell’usato. Le Harley, infatti, dai primissimi anni Ottanta ad oggi hanno visto il loro carisma rafforzarsi sempre più, mentre il marchio Triumph è praticamente resuscitato dall’oblio più recentemente. Tant’è che in sella alla Bonnie mi è capitato di sentirmi ancora chiedere dal solito curioso: “Ma è la vecchia o la nuova?”. È stato divertente realizzare questo servizio in giro per Milano alla ricerca di adeguate ambientazioni fotografiche, in una caldissima giornata di giugno. Tre belle moto, semplici e candide, con in sella tre individui bardati da motard, sono state una sorta di carta moschicida per i curiosi, a partire dal vigile 35 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine filo delle testate. La posizione di guida è decisamente naturale, la sella - asportabile, ma con poco spazio sotto - non è morbidissima ma ci si sta digntosamente comodi, anche in due, se di corporatura media: per le taglie forti, invece, lo spazio diventa scarsino. Della V7 ho apprezzato le sospensioni, non troppo morbide ma buone incassatrici anche sul pavè cittadino, e i freni, potenti e ben modulabili nonostante il comando anteriore sia un po’ “gommoso”, ma non duro da usare. Tutti i comandi sono morbidi, sulla Guzzi, dai freni alla frizione, dal gas al cambio: quest’ultimo pecca per l’escursione lunghetta del pedale, e a volte si impunta in seconda andando piano, ma normalmente è silenzioso e scorrevole sia salendo di rapporto che in scalata, anche non usando la frizione. Il motore, si sa, non è un mostro ingovernabile, e proprio per questo è adatto anche ai principianti. Ovviamente c’è chi si chiede perché non sia stato usato quello della Breva 850, ma questa è un’altra moto, più leggera, agile urbano in bicicletta che ci ha visti armeggiare davanti ad un bel muro di mattoni (da usare come sfondo fotografico) per poi sbottare con quella perla di domanda sul Falcone… Nonostante il caldo, comunque, ci siamo divertiti andandocene a spasso con queste moto, anche se Gianluigi, il nostro collega spilungone, sembrava sempre in sella a dei cinquantini. Lui sceglierebbe la Guzzi, che trova la più divertente in generale; della Triumph ha gradito molto la posizione di guida, che ritiene la più comoda delle tre, mentre dell’Harley predilige la personalità del motore. Fabio invece sarebbe indeciso se comprarsi la V7 o la Bonnie: della prima preferisce le qualità dinamiche, che la rendono la più divertente da 36 Prova storica e sbarazzina; e anche se non ha certamente un tiro strappa-braccia ai bassi regimi, il “piccolo” V2 ha un suo buon perché: è piacevolmente silenzioso e dignitosamente elastico, e per andarci tranquillamente a spasso basta lasciarlo correre giocando con le marce. Se invece gli si vuol proprio tirare il collo, oltre i 5.000 giri inizia a vibrare abbastanza, anche se poi, salendo con i giri, la cosa si fa meno noiosa. Ma agli alti regimi, in quinta, siamo già sui 170 orari indicati, e senza parabrezza, si sa, si fatica a guidare eretti (oltre ad essere a rischio di ritiro patente, ovviamente). Se in sella alla V7 vien subito voglia di “giocare”, l’approccio con la Bonneville invece è più pacioso: la sella è più morbida (e anche di una buona spanna più lunga), si siede più in basso di 3 cm buoni ma con le gambe meno angolate, probabilmente grazie alle pedane un po’ più basse, e il manubrio, abbastanza ampio tra le mani, aiuta a gestire meglio il maggior peso concentrato sull’avantreno: la Bonneville pesa più della Guzzi, il guidare in maniera briosa; dell’inglese invece apprezza la gran dolcezza e la fluidità del motore ai bassi regimi, e le sospensioni meno rigide; dell’Harley gli piace molto lo stile fascinoso, ma le qualità dinamiche non lo entusiasmano, al di là del fatto che qui non si possa piegare come si vorrebbe. Per quanto mi riguarda, anch’io trovo la nuova V7 molto divertente (come la stessa Breva 750, del resto): è compatta, leggera e agile da portare in giro in ogni frangente, dalla città alle strade di collina, dove c’è da divertirsi a piegare con ben poco impegno, contando su una ciclistica facile e immediatamente confidenziale: in questo caso, è facile ritrovarsi presto seduti tutti in avanti, contro al serbatoio, con le ginocchia a 37 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Prova storica aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb bicilindrico Triumph è più massiccio, più lungo e sembra più vicino alla ruota anteriore, che di per sè è anche più alta. L’avantreno della classica britannica, in sostanza, è più pesante, più solidamente appoggiato all’asfalto, e la moto va guidata con più determinazione rispetto alla V7. Lungi dal sostenere che si fatichi ad andare in giro con la celebre inglesotta, moto piacevolissima da portare a spasso con limitato impegno, con una ciclistica solida e piuttosto confortevole, sebbene gli ammortizzatori in verità siano un po’ secchi sulle buche. La Triumph è la dolcezza fatta moto. Il suo motore, fasato a 360°, frulla regolare e silenzioso, trasmette ben poche vibrazioni ed eroga la sua coppia con pacata fermezza, senza picchi o colpi di coda, aiutato da un cambio altrettanto piacevole e da una frizione morbida da gestire. Una moto tranquilla, capace anche di veleggiare sui 190 orari, che non è mica poco, ma decisamente più a suo agio ad andature più normali. Volendo passare dal trotto al galoppo sul 38 misto, qui si piega un po’ meno che con la Guzzi, e la ciclistica, causa anche la ruota anteriore da 19”, è decisamente più sottosterzante, quindi richiede una guida più calibrata; ma freni e gomme sono a posto e il freno-motore è sostanzioso, quindi è solo questione di prendere le giuste misure per tenere un buon ritmo. Chi ha conosciuto le vecchie Bonnie Made in Meriden ed è in vena di revival, insomma, troverà magari meno carattere e molta più pacatezza, ma anche un’efficacia globale, inutile dirlo, letteralmente di un altro pianeta. E ci mancherebbe altro... L’Harley-Davidson 883, altra compagna di giochi di questo servizio, in effetti è la più criticabile del gruppo. Tuttavia ha sempre un suo perché. È un po’ come il mio adorato gattone, tale Bubba: mi devasta i cuscini (e non solo) con le unghie, poi viene lì a sfregarsi facendo le fusa e leccandomi il naso, e io non riesco proprio ad arrabbiarmi. Con la 883 è un po’ così. Per esempio, noi abbiamo usato la versione Low che, bassa com’è, a sinistra striscia a terra con la stampella laterale solo facendo inversione di marcia, a destra non ne parliamo, nemmeno. “Si, però c’è anche la normale, chi è più alta sotto e si piega un po’ di più...” giustifico subito la cosa. Il manubrio ha una piega che costringe i polsi a una presa innaturale. “Si, però si può cambiare, ce ne sono talmente tanti in catalogo..”. Il motore emana parecchio caldo .”Si, ma non è certo l’unico! E poi questa è un’Harley, mica paglia, ed è così carina...”. La 883 comunque piace sempre, specie alle ragazze, anche se onestamente è la moto meno versatile di questo simpatico terzetto. La Low, oltretutto, è pure monoposto, e senza pedane posteriori. “Si, però si può trasformare facilmente in biposto….” Eccoci di nuovo! Ma com’è la 883, dinamicamente parlando? Che sia la più pesante è ormai assodato. Però il peso è molto in basso, quindi intimorisce meno e facilita la guida anche ai meno navigati. L’avantreno è pesantino anche qui, ma la piccola Sportster (che comunque come dimensioni e peso è esattamente uguale, per esempio, alla sorellona Nightster 1200) vanta una guidabilità insospettabile, una verve che invoglia presto a guidare con molta più disinvoltura di quanto sia possibile, e se a sinistra si consuma la stampella, a destra sono le povere marmitte a pagar pegno, se si insiste a esagerare. La Low, quindi, lasciamola ai principianti, e per andare in giro tranquillamente prendiamoci la 883 standard, o la più grintosa R. La posizione in sella alla nostra bianca Harley è curiosa: manubrio a parte, le ginocchia rimangono alte e molto piegate, rendendo gli spilungoni davvero buffi da vedere. E poi, quel il piccolo serbatoio a goccia da 12,5 litri è impossibile da stringere tra le gambe, complici anche il filtro dell’aria sporgente e le pedane abbastanza larghe. Quanto alle sospensioni, la forcella è soffice, contrariamente gli ammortizzatori, davvero troppo secchi sullo sconnesso (per non dire direi letali, in questo caso). La frizione è piacevolmente morbida, mentre la grossa leva del freno anteriore va 39 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Prova storica aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb strizzata per bene per decelerare dignitosamente. Il discone posteriore e il sostanzioso freno motore, comunque, aiutano notevolmente nel caso ci si abbandoni a qualche sparatina. Anche il bicilindrico 883 è un motore sostanzialmente dolce, e in questo contesto è il più favorito dalla coppia motrice - 7 kgm, a soli 3.750 giri - che ti porta a spasso col suo rilassante, inconfondibile borbottio asincrono (il celebre e brevettato “potato potato”, come viene definito oltreoceano). II cambio, migliorato nelle ultime versioni, non è comunque da riferimento a livello di scorrevolezza, e rimane un po’ duretto, specie barcamendandosi nel traffico cittadino. Contesto in cui, peraltro, la poco ingombrante 883 si trova peraltro decisamente a suo agio. Ma questa moto apparentemente da bar e da brunch con gli amici ha un carisma tale che ti fa venir voglia di usarla anche più ad ampio raggio: piccolo parabrezza, due borse morbide, una sella verosimile per l’uso anche in coppia (almeno una Badlander, se non addirittura una King & Queen, pedanine posteriori…), e via. Ricordandosi però che il serbatoio non è poi così capiente… 40 41 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Per diverso tempo, subito dopo la guerra, la corsa in salita che si svolgeva sulla via Trionfale a Roma ha goduto di notevole popolarità. Questo è Ettore Villa su Gilera 500 nella edizione del 1948 COME ERAVAMO LE MITICHE GARE SU STRADA di Massimo Clarke | Dopo la seconda guerra mondiale la maggior parte delle competizioni si è svolta su percorsi stradali o nei circuiti cittadini. Vennero organizzate nuove categorie, debuttarono gli Juniores e gli anni Cinquanta divenerro famosi per le mitiche gare su strada P er lungo tempo, dopo il termine della seconda guerra mondiale, la maggior parte delle competizioni motociclistiche si è svolta su percorsi stradali o su circuiti cittadini. E, se si escludono quelle nate specificamente per correre ai massimi livelli, cioè nei Gran Premi, anche le moto erano molto “umane”, dato che in molti casi derivavano da modelli di serie. Poiché però i regolamenti 42 lo hanno a lungo permesso, c’erano anche quelle sviluppate per questo tipo di competizioni, più semplici delle GP ma dotate comunque di una tecnica assai raffinata. Per diversi anni per queste moto c’è stata una classe diversa, in ciascuna cilindrata, per differenziarle da quelle che realmente erano ricavate da modelli destinati al normale impiego stradale. A condurle erano in genere piloti giovani o in possesso di una licenza Scarica l’APP del Magazine Tecnica e storia Le Ducati GS, plurivittoriose nelle classi 100 e 125, erano note come “Marianne”. Apparse nel 1955, avevano la distribuzione monoalbero con comando ad alberello e coppie coniche e molle a spillo che lavoravano allo scoperto di livello immediatamente inferiore a quello massimo (con il quale si poteva gareggiare nei Gran Premi). Cioè i “seconda categoria”, che in seguito sarebbero diventati gli Juniores. Con la ripresa postbellica sono nate nuove classi, che sono andate ad aggiungersi a quelle tradizionali, che fondamentalmente erano la 250 e la 500. La passione faceva sì che si corresse anche con mezzi semplicissimi e dal costo estremamente ridotto, come le biciclette dotate di motore ausiliario. E che si gareggiasse un po’ dappertutto, anche su percorsi per i quali oggi sarebbe inimmaginabile pensare a un impiego del genere, se non a piedi o in bicicletta! Per fare qualche esempio, a Bologna si correva all’interno dei Giardini Margherita e nella salita all’Osservanza. A Roma era famosa la corsa in salita a Monte Mario che si svolgeva sulla parte iniziale della via Trionfale, con arrivo al Belsito. Discretamente impiegati, anche se non in misura paragonabile a quella degli anni Dieci e degli anni Venti, erano anche i velodromi, soprattutto per le gare delle “bicimotore”. La nascita del Motomondiale Sul finire degli anni Quaranta la situazione ha iniziato a cambiare. Era nato il Campionato Mondiale e le competizioni stradali, numerosissime, iniziavano a svolgersi su percorsi più veloci e adatti alle aumentate prestazioni delle moto. Nel 1950 è ripresa la famosissima Milano-Taranto, gara su lunga distanza che per le moto costituiva ciò che la Mille Miglia era per le auto. Tre anni dopo ad essa si è aggiunta un’altra competizione stradale destinata a diventare leggendaria; denominata Giro Motociclistico d’Italia, era addirittura a tappe. Alla prima edizione hanno partecipato ben 377 piloti; le moto erano suddivise in tre categorie di cilindrata, ovvero 75, 125 e 175. L’anno seguente è arrivata anche la classe 100. Queste due gare erano seguitissime e avevano 43 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb Scarica l’APP del Magazine degli anni Sessanta. A porre fine all’epoca d’oro delle gare stradali sulle lunghe distanze è stata la tragedia di Guidizzolo, presso Mantova, avvenuta nella Mille Miglia del 1957, nella quale a causa della uscita di strada della Ferrari di De Portago hanno perso la vita ben 12 persone. Quell’anno il Motogiro si era già corso ma la Milano-Taranto è stata immediatamente cancellata. Sul finire degli anni Cinquanta si stava affermando una nuova classe, che prevedeva moto di 50 cm3 (parallelamente stavano perdendo via via importanza le 75). Nel giro di qualche anno la sua importanza sarebbe risultata tale da farla riconoscere dalla Tecnica e storia FIM e farla quindi diventare protagonista anche nel campionato mondiale. In Italia godevano di una popolarità crescente le corse in salita, semplici da organizzare e relativamente sicure, date anche le relativamente ridotte velocità in gioco, consentivano ai piloti di parteciparvi con una spesa modesta. Molte avevano rilevanza più che altro locale (si correva proprio vicino a casa), mentre altre stavano acquisendo una notevole importanza a livello nazionale. Nel 1959 la Federazione Motociclistica ha istituito il Campionato Italiano della Montagna aprendo un nuovo importante capitolo nella storia del nostro sport. Un concorrente si appresta a tagliare il traguardo in sella alla sua Morini 175 nella massacrante Milano-Taranto Se negli anni Cinquanta in Italia si correva un po’ dappertutto, spesso su circuiti più o meno improvvisati come le circonvallazioni cittadine, non è che in certe altre nazioni le cose andassero molto diversamente. Qui siamo a Cannes durante una gara riservata alle 175 una straordinaria importanza anche sotto l’aspetto commerciale in quanto i risultati ottenuti dai modelli delle varie case potevano influenzare notevolmente le vendite. Di conseguenza i costruttori erano particolarmente agguerriti e schieravano fior di squadre ufficiali, con moto ottimamente preparate. Data l’importanza della posta in palio, alcuni modelli venivano sviluppati specificamente per essere impiegati in queste competizioni. Le celebri “Marianne” della Ducati progettate dall’ing. Fabio Taglioni, che hanno esordito nel 1955 trionfando nelle loro classi di cilindrata, sono nate proprio per consentire alla casa bolognese di imporsi in queste massacranti maratone stradali. Per quanto riguarda le moto che derivavano da tranquilli modelli di serie già da tempo in produzione, vanno ricordate almeno le piccole ma veloci Laverda e Capriolo 75, la 44 Benelli Leoncino 125 e le versioni da corsa delle 175 Morini, Bianchi e Parilla. La classe regina? La 175 Nella Milano-Taranto correvano pure le 250 e le 500, ma da noi sotto l’aspetto commerciale e tecnico la classe regina tutto sommato era la 175, nella quale gareggiavano moto di elevato livello, in grado di fornire prestazioni straordinarie. La Morini Settebello, nata come stradale supersportiva nella prima metà degli anni Cinquanta, ha continuato ad essere grande protagonista della scena agonistica per tutto il decennio successivo. La Bianchi Tonale ha conquistato una serie di record mondiali sulla pista di Monza, oltre a un gran numero di vittorie nelle gare stradali, e la Parilla 175 si è evoluta in una 250 che ha ottenuto risultati eclatanti negli USA all’inizio 45 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine raddoppiata. Proprio oggi è arrivata Carla, direttamente dall’Italia, e sarà la modellista che lavorerà qui in pianta stabile, nel nuovo laboratorio “a vista” posto verso il retro dello store». Maggiori dettagli, anche commerciali, me li ha dati Shelli Bohrer, che è la Retail Coordinator North America, ovvero si occupa di tutti i D-Store americani. «La ristrutturazione del D-Store Orange County è il primo passo voluto dalla nuova proprietà ed allinea il look del negozio a quanto già si vede in Europa ed Asia, dove il marchio Dainese sta registrando una espansione incredibile. Nei prossimi mesi provvederemo alla ristrutturazione degli altri D-Store a San Francisco e Chicago, mentre a brevissimo apriremo la nuova location di Orlando in Florida, nello stesso complesso che ospita l’ACE Cafè». RIDE IN THE USA DAINESE E L’ITALIA OLTRE OCEANO Che criterio è stato seguito nel ridisegnare lo store? «Oltre a guadagnare maggior spazio spostando gli uffici, il concetto di base era dare maggiore visibilità ai prodotti. Per questo abbiamo optato per pareti e soffitti scuri che facessero da sfondo uniforme sul quale gli espositori - molto minimalisti ed industrial” NdA - spiccassero. L’illuminazione è stata organizzata con molta cura, con On the road un occhio quasi fotografico. Adesso ogni capo o gruppo di prodotti ha un suo faretto dedicato che lo isola dal contesto ed attira immediatamente l’occhio del cliente». Commercialmente quale sarà la strada che Dainese percorrerà nel futuro? «A livello di D-Store stiamo cercando nuove location nelle città più importanti, prima tra tutte New York. Il D-Store nei nostri piani non è solamente un punto di vendita ma anche una showroom dove vedere e toccare con mano i nostri prodotti: ogni store ha le sue caratteristiche specifiche, tarate sul mercato a cui si rivolge. Qui a Los Angeles trattiamo principalmente la gamma moto e bici, a Chicago, dove tra l’altro le moto sono fortissime, abbiamo anche la linea neve, mentre a San Francisco abbiamo fatto debuttare la nostra linea dedicata all’equitazione, un mercato di nicchia molto esigente ed esclusivo che ci sta dando grandi soddisfazioni». Manterrete la distribuzione tradizionale? «Certo, abbiamo molti negozi indipendenti di altissimo livello che da anni investono nel marchio e questa collaborazione continuerà e si rafforzerà nel futuro». di Pietro Ambrosioni | Il marchio italiano rilancia lo store di Orange County in California e nei prossimi mesi quelli delle altre sedi USA V enerdì scorso sono andato alla reinaugurazione del Dainese D-Store a Costa Mesa, nel cuore della famosa Orange County qui in California. L’occasione era di quelle importanti perché il negozio pilota di Dainese è stato completamente ridisegnato e segna il primo visibile cambiamento voluto dalla nuova proprietà del gruppo. All’evento erano presenti molti personaggi di spicco, tra i quali Eddy Lawson (che ha pure fatto 46 qualche acquisto!), Scott Russell e Nicky Hayden. Una prima infarinatura riguardo ai cambiamenti me l’ha data Chris Jonnum, personaggio leggendario del giornalismo americano e responsabile dell’ufficio stampa di Dainese USA: «Rispetto alla vecchia configurazione è cambiato molto. Gli uffici che erano nel retro del negozio sono stati spostati all’interno della sede Dainese, che dista poco lontano da qui, e ora la metratura riservata all’esposizione e alla vendita è quasi 47 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito NICO CEREGHINI BUON ANNO ALLA MIA MOTO! E anche alle vostre! Che facciano il 2016 senza inconvenienti, che i tempi sono magri. Noi le tratteremo bene di sicuro: abbiamo tanto affetto per loro e poi non hanno alcun difetto Media C iao a tutti! Questa volta voglio fare un augurio speciale di buon anno: alla mia moto. Perché se lo merita, perché le voglio bene e perché una cosa è certa: l’anno lo deve fare tutto intero; e bisogna pure che non patisca il minimo guaio perché, con i chiari di luna che ci sono, nel budget 2016 vedo soltanto tre voci al capitolo “moto”: benzina, olio, e massimo un 48 Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica treno di gomme se proprio si dovrà. Bisogna che vi racconti qualcosa di lei, e sono sicuro che vi ci ritroverete anche se avete nel box una moto molto diversa. Perché tutti noi siamo uguali, ci affezioniamo alla nostra cavalcatura d’acciaio e ci abituiamo ai suoi difetti; anzi, di più, li trasformiamo in pregi perché, secondo la mia modesta opinione, i limiti congeniti di una moto la qualificano proprio, forse ancora più delle qualità. L’erogazione piena ci piace moltissimo, eppure magari rimpiangiamo la scorbutica 250 due tempi di tanti anni fa. Càpita un po’ come con un cagnolino che abbiamo in casa: se è di una razza docile che non abbaia mai lo troviamo rilassante, è proprio un piacere averlo; se invece è nervosetto e abbaia tanto, meglio, perché ci tiene allegri e magari dissuade i malintenzionati. La mia è una bella motorona bicilindrica con quasi 50.000 chilometri sul tachimetro, una BMW RT terz’ultima generazione acquistata nel 2008. Comfort eccezionale, gran bella guida, pieghe a volontà senza mai graffiare l’asfalto, erogazione corposa. I difetti di questa crucca li conoscono tutti: occorre abituarsi al peso un po’ elevato sull’avantreno, e soprattutto il cambio è lento, ed è rumoroso specialmente in scalata. Ci credete? Dopo tutta questa strada la mia RT ha il cambio più meraviglioso di tutta la galassia. Dovreste sentirla quando la spingo con un po’ di brio sulle strade di montagna. Lei mi concede il privilegio di non usare la leva della frizione, né in progressione né in scalata: i rapporti entrano dolci come un coltello nel burro e senza il minimo click. La corsa abbondante della leva, e la lentezza del cambio, col tempo sono entrati nei miei meccanismi di guida come se non avessi aspettato altro per tutta la vita, come se anche i miei piedi fossero stati progettati dall’ufficio tecnico della BMW a Monaco di Baviera. Più tiro le marce e meglio funziona, la frizione potrebbe proprio non esistere per me, e la massima soddisfazione è scalare terza/seconda e seconda/prima a moto inclinata e senza la minima variazione di assetto. Neanche il DCT della Honda, ammesso che lo si possa trasferire su una BMW, saprebbe far meglio. In città, quando non mi spingo oltre i 2.000 giri, la manovra è un po’ più delicata e qualche volta, lo Editoriale ammetto, preferisco usare la frizione. Ma rumori nessuno, perché il mio cambio ed io siamo ormai, più che amici, simbiotici. E infine– e qui il merito è tedesco- la mia è forse l’unica moto che non fa quel brutto “stlock” all’inserimento della prima da fermo. Al semaforo io metto la prima aspettando il verde e non si sente il minimo tic. Una gioia ogni volta. Un suzukista, che qui di fianco a me sta facendo la stessa manovra con uno stlock che si sente in tutta la città, addirittura fa uno scatto in avanti di almeno cinque centimetri. Eppure -lo guardo apposta- ha la faccia più felice del mondo. Che vi dicevo poco fa sui difetti della nostra moto che diventano pregi? C’è chi lo ama proprio, quel suono dell’innesto. Buon anno alla mia e a tutte le vostre moto! MA RUMORI NESSUNO, PERCHÉ IL MIO CAMBIO ED IO SIAMO ORMAI, PIÙ CHE AMICI, SIMBIOTICI. 49 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine un certo livello sono ben più avanti in quanto a requisiti in questo senso. La modifica regolamentare va quindi in due direzioni per quanto riguarda l’abbigliamento –dei caschi parleremo più avanti, ma il lavoro è ad uno stadio assolutamente embrionale. La prima è l’istituzione di nome minime di sicurezza relativamente a materiali e tecniche costruttive (per esempio quelle delle cuciture, o del posizionamento e ritenzione delle protezioni) impiegati nell’abbigliamento tecnico. La base di partenza è naturalmente quella del materiale normalmente in vendita, con l’obiettivo però di arrivare a specifiche di qualità superiore. La seconda consiste nell’istituzione di un registro di controllo dell’abbigliamento e di una dotazione minima per ciascun pilota. Dalla prima gara del 2016 in avanti, ciascun pilota dovrà disporre di almeno due kit completi (tuta, casco, guanti, stivali e protezioni) che verranno punzonati e registrati in un logbook gestito dai commissari della federazione. In caso di caduta, l’abbigliamento verrà ispezionato e si stabilirà se MotoGP è possibile continuare ad impiegarlo o se invece è necessario sostituirlo. In questo secondo caso il pilota dovrà indossare il secondo kit, o non gli verrà permesso di entrare in pista. Nel caso della MotoGP la situazione non era particolarmente deficitaria quanto a sicurezza, ma nelle categorie inferiori pare si sia verificato più volte di vedere piloti di secondo piano entrare in pista con tute, guanti e stivali rattoppati alla bell’e meglio perché avevano finito il materiale o perché magari volevano conservare la tuta intonsa per la gara di domenica, quando le telecamere inquadrano gli sponsor... La reale novità in questo punto sta nella facoltà che avranno i commissari di impedire l’ingresso in pista a chi non disporrà di abbigliamento ancora in grado di proteggerli in caso di una successiva scivolata. Naturalmente il problema non si verifica per quanto riguarda i piloti di primo piano, quanto per quelli privati ed in forze ai team meno facoltosi, che soprattutto nelle trasferte extraeuropee in certi casi avevano il vizio di risparmiare sul peso del materiale MOTOMONDIALE PIÙ SICUREZZA NELL’ABBIGLIAMENTO di Edoardo Licciardello | Le modifiche apportate al regolamento per quanto riguarda la dotazione tecnica dei piloti introducono diverse misure per la sicurezza di questi ultimi. Cosa cambia nel dettaglio V i abbiamo parlato delle modifiche regolamentari della MotoGP di qualche giorno fa, lasciando in sospeso il discorso legato all’abbigliamento per mancanza di dettagli. Nel frattempo ci siamo informati un po’, scoprendo il perché e l’entità di queste variazioni regolamentari, che altro non fanno se non andare a sanare una situazione quasi incredibile in termini di… scarsa sicurezza imperante nel Motomondiale. Di fatto, la 50 massima serie della velocità fino ad oggi non prevedeva obblighi se non quelli imposti dalla Federazione (ovvero l’indossare una tuta di pelle, guanti, stivali e casco) senza però richiedere specifiche minime o prevedere controlli in materia. Per capirci, pare che diversi piloti della Moto3 ancora quest’anno corressero senza paraschiena: una situazione che ha del paradossale, soprattutto in considerazione del fatto che quasi tutte le serie nazionali (CIV compreso) di 51 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine spedito portando il minimo indispensabile. Potete facilmente immaginare cosa succede se alla prima gara del famoso “trittico pacifico” di fine stagione un pilota di questi scivola due volte… Per quanto riguarda i caschi il lavoro è allo stato embrionale. Al momento ci sono diversi gruppi di lavoro identificati in sede di Comunità Europea al lavoro per creare nuove normative sui caschi racing – ovviamente certificative e non omologative, un po’ come avviene negli USA con la SNELL – sulla falsariga di quanto in vigore per la produzione di serie. I risultati di questo lavoro, però, lo vedremo più avanti. 52 53 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Superbike DAL 2016 GARA 1 SI CORRERÀ AL SABATO di Carlo Baldi | Stravolto il week end di gare Superbike. Gara 1 e gara 2 si correranno alle 13.00, una al sabato e l’altra alla domenica L a Dorna continua a cambiare la Superbike con l’intento di renderla sempre più appetibile alle televisioni ed agli sponsor. In quest’ottica si inquadra l’ultima importante modifica al programma del weekend che per quanto riguarda la classe regina delle derivate prevede due soli turni di qualifica al venerdì, mentre il sabato diventa la giornata più importante, nella quale si disputeranno un turno di libere, le due Superpole e alle 13 gara 1. L’aver unito in una sola categoria Stock 600 e Supersport ha permesso agli organizzatori di avere più tempo a disposizione, per poter spalmare in modo più uniforme gli impegni della Superbike. Certo i tempi a disposizione dei piloti e dei tecnici nella giornata di sabato sono alquanto 54 ristretti (un ora e mezza circa tra la fine della Superpole 2 e gara 1) e una caduta potrebbe compromettere l’esito o addirittura la partecipazione alla prima gara. Giornata nettamente meno densa di impegni quella di domenica, nella quale si disputeranno solo il warm up e gara 2, sempre alle 13, l’orario migliore per le televisioni. Per quanto riguarda invece la Supersport il programma di questa nuova classe è lo stesso della Superbike e vengono introdotte le due Superpole 1 e 2 al sabato pomeriggio. Resta inalterato il programma della terza categoria, la Stock 1000, con due prove libere il venerdì, un turno di qualifiche il sabato e la gara la domenica, dopo la seconda della Superbike. 55 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine ed ha colto al volo la possibilità di rappresentare il punto di riferimento in pista, per uno dei più grandi produttori di moto al mondo. Dopo un primo test svoltosi a Jerez nel mese di novembre, la squadra italiana è tornata in pista a Vallelunga a metà Dicembre. Come sono andati i test di Vallelunga? «Nei precedenti test di Jerez avevamo raccolto alcune indicazioni dalle quali siamo ripartiti poi a Vallelunga. Sulla pista laziale abbiamo proseguito nel lavoro di adattamento delle moto ai nostri piloti. Il clima non è stato dei migliori, viste le temperature piuttosto basse, ma abbiamo comunque potuto raccogliere dati importanti, soprattutto per quanto riguarda il comportamento complessivo delle nostre moto». Come ti sono sembrati i tuoi nuovi piloti? «Markus Reiterberger ci ha stupito, come aveva d’altronde fatto anche a Jerez, portando a Superbike termine molti giri in 1’37”00. Certo dobbiamo considerare che lui la S 1000 RR la conosce già per averci corso e vinto, ma con quelle temperature non ci aspettavamo potesse essere così veloce. Anche Torres lo è stato. Jordi ha un modo diverso di lavorare, è cauto ed ha i suoi ritmi. Vuole capire tutto molto bene e quindi anche a Vallelunga ha proseguito nel lavoro di adattamento ad una moto che per lui è completamente nuova. Di certo hanno entrambi un grande margine di crescita e di miglioramento. Sono giovani e con un potenziale ancora tutto da scoprire. Per noi questo è uno stimolo in più e faremo del nostro meglio per permettere a due piloti giovani e talentuosi di esprimere il loro pieno potenziale». Solitamente in Superbike si tende a puntare su piloti esperti e conosciuti. «E’ vero, ma noi siamo contenti di accettare questa ulteriore sfida. D’altronde già in passato abbiamo puntato su giovani come Davide GENESIO BEVILACQUA “CON BMW PER TORNARE IN ALTO” di Carlo Baldi | Moto e piloti nuovi per il team Althea che vuole tornare a lottare per il titolo. Un team di valore supportato dalla casa, ecco la formula vincente di Genesio Bevilacqua che può contare anche su Jan Witteveen D opo aver conquistato il titolo mondiale nel 2011 con il senatore Carlos Checa e l’italiana Ducati il team Althea cambia completamente rotta e per tornare a lottare per le posizioni alte della classifica si affida alla tedesca BMW e a due piloti emergenti come Jordi Torres e Markus 56 Reiterberger. E’ la prima volta che la squadra di Genesio Bevilacqua non schiera una moto italiana (a parte la breve parentesi con Honda del 2008, quando il team si chiamava però Hannspree Honda Althea) e quindi l’accordo con BMW rappresenta un cambiamento epocale. Da bravo imprenditore Genesio ha messo a tacere il cuore 57 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Giugliano, che con noi è passato dalla stock ai vertici della Superbike. Siamo certi che sia Torres che Reiterberger faranno molto bene e stupiranno molti». E cosa ci puoi dire della moto? «La S 1000 RR è senza dubbio una grande moto con tutte le caratteristiche necessarie per diventare vincente. D’altronde per capire quanto sia elevato il suo potenziale basta guardare alla moto in versione stock. Il nostro Raffaele De Rosa, che disputerà la Superstock 1000 FIM Cup, ha già girato più velocemente di quanto non avesse fatto con la Panigale. E questo utilizzando praticamente una moto standard. La base di partenza è eccellente, ma per quanto riguarda la Superbike dovremo lavorare sull’assetto per 58 Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Superbike Althea e BMW. Un connubio che potrebbe portare a grandi risultati. «Stiamo lavorando per questo. Con la casa tedesca stiamo creando una sinergia importante. Il team non può fare quello che fa un’azienda, ma nello stesso tempo un’azienda non ha quel contatto diretto con la pista che invece ha una squadra. La casa tedesca consoce bene la propria moto e si impegnerà a sperimentare e a proseguire nello sviluppo in base alle nostre indicazioni e a quanto emergerà dai test e dalle gare, grazie al lavoro dei piloti e dei nostri tecnici. La nostra squadra ha capacità ed esperienza mentre a Monaco sono pronti ad aiutarci e a fornirci pieno supporto tecnico. A mio parere un team competitivo che lavora in autonomia ed è supportato da una casa ufficiale rappresenta la migliore soluzione per primeggiare nell’attuale Superbike». australiana è una pista che non richiede una ciclistica perfetta ed inoltre piace molto a Torres. Speriamo quindi di poter far bene già dalle prime due manche del campionato. Sappiamo che non sarà facile, ma in Australia il nostro obiettivo sarà il podio, mentre per il resto della stagione faremo di tutto per essere tra i protagonisti. Rappresentiamo una casa importante come BMW, abbiamo un team esperto e preparato e due piloti di talento, con una grande voglia di vincere. Perché non dovremmo puntare in alto?». Cosa ti aspetti dal 2016? Puoi considerarlo un anno di transizione visto che sarà la vostra prima stagione con BMW? «No, per noi il 2016 deve portare dei risultati. Abbiamo la possibilità di fare ancora dei test in modo da presentarci già competitivi al primo round del campionato a Phillip Island. Quella Sarete presenti anche nella Stock 1000. «Sì, proseguiremo il nostro impegno nella Superstock 1000 FIM Cup ed il nostro pilota sarà ancora Raffaele De Rosa. Crediamo molto in lui e grazie alle sue capacità ed alla competitività della nostra moto il nostro obiettivo è la vittoria del campionato». Qual è il ruolo di Jan Witteveen? «Witteveen ha un ruolo importante. Grazie alle sue conoscenze tecniche ed alla sua grande esperienza Jan potrà coordinare il lavoro dei nostri tecnici e fare da anello di congiunzione tra la squadra e la casa madre». trovare il giusto bilanciamento tra la potenza del motore ed una ciclistica che sia il più possibile agile». In BMW contano molto su di voi. «E noi su di loro. La casa madre sta proseguendo nello sviluppo del motore e della parte elettronica, mentre spetterà a noi sfruttare il potenziale della moto e raccogliere i frutti del loro lavoro. Ritengo che il pacchetto sia già competitivo, ma ci servirà del tempo per trovare il giusto bilanciamento e per mettere in terra tutti i cavalli della nostra moto, considerando anche la gestione dell’usura delle gomme. Lavoreremo molto sulle sospensioni assieme alla Ohlins e sapere di avere un’azienda come BMW alle nostre spalle ci da la serenità giusta per lavorare al meglio». 59 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Ci sono differenze nella tua alimentazione che segui in inverno e durante il campionato? «Sì, perché durante il campionato devi mangiare di più, hai bisogno di un maggior numero di proteine per preservare l’energia altrimenti ti indebolisci e ti ammali. Prima dell’inizio del campionato l’alimentazione però varia di più, perché quando rimango fuori dall’Europa non ho il veicolo del team dove tengo il solito cibo». Cosa mangi il giorno della gara? «Di solito riso integrale, broccoli o altre verdure e salmone che contiene tanto Omega 3. Il pesce poi mantiene calmi…». A proposito dell’allenamento in palestra, ne fai molto durante l’inverno? «Tutti i giorni, parte dall’attività generale e aumento progressivamente il lavoro. Si costruisce lentamente la stabilità di base per poi passare alla rapidità ed esplosività, cercando di trovare la combinazione giusta tra equilibrio, agilità e resistenza. Non puoi fare tutto Motocross contemporaneamente, perché se parti con la cosa più tosta non raggiungi l’obbiettivo che ti sei posto. Durante la stagione delle gare invece vado in palestra ogni due giorni perché il tempo è molto meno e perché basta un lavoro di recupero e mantenimento, mentre l’allenamento in moto è strutturato come quando sono in gara». Ti alleni da solo o con un preparatore? «La maggior parte delle volte sono da solo, solo alcune volte mi alleno con il mio preparatore». Come integri l’allenamento in palestra? « Vado in bici, nuoto e corro a piedi ma solo off season, perché durante il campionato non c’è tempo per fare tutto». Quale frequenza cardiaca cerchi di raggiungere? «Dipende da quali sono i miei obiettivi. A volte devo simulare una gara e metto il massimo sforzo, a volte è un allenamento di mantenimento e faccio un lavoro lineare. Dipende COME SI ALLENANO I PILOTI DEL MONDIALE MXGP E MX2 di Massimo Zanzani | Anstie, Febvre e Gajser ci svelano tutti i segreti, o quasi, sulla loro preparazione fisica e alimentare prima e dopo il Mondiale Motocross A bbiamo chiesto a tre piloti del Mondiale Motocross, Max Anstie, Romain Febvre e Tim Gajser come si allenano prima e dopo la stagione di gare, quale tipo di alimentazione seguono e come si preparano mentalmente. Ecco svelati tutti i segreti per prepararsi e diventare dei campioni come loro. 60 Max Anstie Riguardo la nutrizione, segui qualche dieta? «Sì, sto molto attento a quello che mangio e curo l’alimentazione col mio preparatore. E se mangio bene mi sento bene, in particolare mangio molta quinoa, salmone, altro pesce e cose del genere». 61 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito completamente dal tipo di allenamento che abbiamo in programma». L’ultima domanda riguarda l’aspetto mentale: come ti prepari e quanto è importante? «Secondo me è molto importante perché nel nostro sport ritengo faccia fare la differenza, e da questo punto di vista penso di impegnarmi più di molti miei avversari. Cosa faccio in particolare però me lo tengo per me, se no tutti diventerebbero veloci e costanti!». Romain Febvre Romain ci sono differenze nella tua alimentazione durante l’inverno e durante il campionato? «Ogni anno faccio degli esami per vedere cosa posso mangiare e cosa devo evitare, ma in 62 Periodico elettronico di informazione motociclistica inverno non ho regole particolari e mangio quello che voglio. Durante il campionato invece cerco di mangiare il più sano possibile, grazie ai test so che posso mangiare una grande varietà di alimenti e così è più facile. Nel giorno della gara mangio pasta o riso e frutta, per esempio le banane». E durante la settimana? «Le stesse cose del giorno di gara. Ovviamente se abbiamo una sosta di due settimane ho meno ristrettezze, ma quando si avvicina il giorno della gara mangio pasta e riso più volte possibile». Come ti alleni in inverno e durante il campionato? «Nei mesi invernali sono molto in moto per i test e gli allenamenti, anche quattro o cinque volte a settimana, e per me sono fondamentali. E’ il Scarica l’APP del Magazine periodo in cui cerco di progredire in vista del campionato perché poi quando ho formato delle buone basi punto sul mantenerle tenendo il corpo in forma con bici e corsa. In inverno quindi faccio di tutto: molta palestra, bici, corsa, moto, è così che si costruisce la stagione». Vai in palestra anche nel periodo delle gare? «Si, ma ci vado ma molto meno, magari anche solo una volta alla settimana più per un lavoro di mantenimento perché preferisco bici e correre a piedi tre o quattro volte alla settimana. Durante l’allenamento mi concentro sulle gambe perché sulla moto dobbiamo stare sollevati per molto tempo, sulle braccia e sulle spalle perché l’inverno scorso ho avuto un infortunio e la muscolatura si era indebolita, così ho lavorato in particolare per rinforzarla». Motocross Hai un preparatore? «Quando ero nel team di Jacky Martens c’erano due preparatori e ho imparato molto da loro, ora sono motivato a sufficienza per allenarmi da solo anche perché credo di sapere cosa devo fare, mi gestisco meglio e riesco ugualmente a farmi delle buone basi. Non è escluso però che in futuro possa affidarmi di nuovo ad un allenatore». Hai detto che vai in bici e corri, niente nuoto quindi? «So che è veramente importante per la respirazione, ma non mi piace nuotare». Che distanza fai quando corri a piedi? «Dipende da cosa mi serve, durante il campionato corro meno ma a ritmo sostenuto mentre in inverno corro moltissimo ma più lentamente, 63 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Motocross aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb anche un’ora o un’ora e mezza. Se corro per un’ora a 10 km orari raggiungo le 130 pulsazioni». Qual è il più comune problema fisico riscontrato dai piloti di motocross? «Può essere qualsiasi cosa, perché il motocross non influisce solo su gambe o spalle ma coinvolge tutto il corpo, molti piloti ad esempio hanno problemi di indolenzimento agli avambracci. Sicuramente la parte più importante è la resistenza, il fiato, ma anche la preparazione di gambe e braccia è importante, quindi per me è tutto l’insieme». Qual è invece la parte del corpo più delicata da preparare? «La parte cardio, non è difficile ma ci vuole molto tempo. Per i muscoli la differenza si vede da una 64 settimana all’altra, la resistenza invece si costruisce lentamente e con molto lavoro. Serve anche una grande motivazione e ci si impiega quasi un anno». Hai mai pensato di correre una maratona? «No, ma mi piacerebbe ma non posso correre così tanto perché ho qualche dolorino alla schiena che mi viene quando vado troppo in bici. Adesso sono migliorato, ma correre troppo fa male alle ginocchia e alla schiena, la mezza maratona potrei correrla sicuramente ma 42 km per me sono troppi». Hai accennato all’indurimento degli avambracci, puoi spiegare come mai succede visto che un pilota ben allenato non dovrebbe aver questi problemi…. «Ogni pilota è differente, ad esempio io e il mio compagno di squadra Jeremy Van Horebeek anche se facessimo lo stesso tipo di allenamento potremmo avere risultati diversi per quanto riguarda questo problema. Non saprei, forse dipende anche dallo stress, è difficile sia capire quando sta per venirti, sia che cosa fare per farlo passare». Tim Gajser Oltre che fisicamente, un pilota deve essere preparato mentalmente. «E’ una cosa soggettiva, se conosci il tuo carattere sei già a buon punto. Per quanto mi riguarda credo di avere un carattere forte e anche molto caparbio, quando voglio ottenere qualcosa lavoro finché la ottengo, senza rinunciare. Se ho un obiettivo lo voglio raggiungere, e quando hai dei buoni risultati diventi più sicuro di te e vai sempre meglio. Ma la cosa più importante è l’avere o meno un carattere forte». Per quanto riguarda l’allenamento invernale invece? «Dipende da quanto è durata la stagione perché poi ci sono i test, dopodiché di solito mi riposo completamente per due settimane per ricaricare le batterie e a metà novembre ricomincio con l’allenamento facendo bici e pesi in palestra». Com’è la tua alimentazione prima e durante il campionato? «Mangio un po’ tutto, tranne fast food e cibo spazzatura. Mi alimento di più quando non corro, mentre i giorni di gara mangio pasta o riso, insalate e molta frutta». Durante il campionato fai le stesse cose? «No, nel periodo di gare devo mantenere la forma perché da gennaio sono molto di più in moto 65 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Motocross aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb e non si fa più palestra, magari solo un po’ di bici. Durante il campionato faccio sempre le stesse cose: mi alzo presto, vado in bici, torno a casa, doccia, mangio qualcosa poi vado in moto come se fosse un giorno di gara: prove libere e due manche da mezz’ora l’una più due giri. Finisco verso le quattro, torno a casa a riposare un po’, questa è la mia giornata, tutti i giorni». Vai anche a correre o vai solo in bici? «Faccio tutto, un giorno corro e un giorno vado in bici, è meglio cambiare un po’ perché sennò ti annoi. A piedi corro in media una decina di chilometri, in bici invece dipende se vado in pianura o in montagna. Ho degli amici al mio paese che sono dei bravi ciclisti ed bello avere compagnia, altrimenti ci si stufa». Ti alleni da solo o hai un preparatore? «Mi segue mio padre in tutto, è sia preparatore in palestra che quando mi alleno in moto». Controlli anche la frequenza cardiaca? «Quando spingo al massimo arrivo a 197 battiti, durante uno scatto veloce per cinque minuti, ma quando vado nomale rimango a circa 130». C’è qualche muscolo di cui ti occupi in particolare? «Faccio tutto quello che mi serve per essere in ottima forma. Mi piace avere delle gambe forti, e anche buone braccia. Oltre che dei begli addominali per le ragazze! Scherzi a parte, tutto il corpo è importante per il motocross». 66 Oltre ai muscoli fai qualcosa anche per tenere in forma la mente? «Anche sotto questo aspetto mi aiuta mio papà ma ho anche un dottore croato che mi fa consulenza. Parlo con entrambi quando sento che ho qualcosa che non va, e cerchiamo di fare degli aggiustamenti dove non mi sento sicuro». 67 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine EDITORE: CRM S.r.l., Via Melzo 9 - 20129 Milano P. Iva 11921100159 RESPONSABILE EDITORIALE Ippolito Fassati RESPONSABILE SVILUPPO EDITORIALE Andrea Perfetti CAPO REDATTORE Edoardo Licciardello REDAZIONE Maurizio Gissi Maurizio Tanca Cristina Bacchetti Marco Berti Thomas Bressani Aimone Dal Pozzo Francesco Paolillo COLLABORATORI Nico Cereghini Giovanni Zamagni Carlo Baldi Massimo Zanzani Piero Batini Antonio Gola Enrico De Vita Ottorino Piccinato Antonio Privitera Alfonso Rago Massimo Clarke Marco Delmastro Max Morri Federico Iozzi GRAFICA Thomas Bressani COPYRIGHT Tutto il materiale contenuto in Moto.it Magazine è oggetto di diritti esclusivi di CRM S.r.l. con sede in Milano, Via Melzo 9. 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