Sommario
aprile 2012
Rubriche
17 rItaglI
21 l’o
l SServatore romano
che noia a Palermo...
quando non si vota
di Gaetano Savatteri
23 Il venDItore DI PenSIerI
quando i bambini vanno all’inferno
di Aldo Sarullo
128 PIzzInI
Attualità
24 Il caSo
Pedofilia nella chiesa,
l’indagine si allarga
di Antonio Condorelli
28 UnIverSItà
il libro mastro dell’inchiesta
sugli esami truccati
di Riccardo Lo Verso
36 Il caSo
l’aPPartamento di lombardo:
le fatture? non si trovano
di Antonio Condorelli
40 DoSSIer
una Pioggia di consulenti
Per giamPilieri
di Accursio Sabella
e Antonio Condorelli
46 ammInIStratIve
tutti gli uomini dei candidati
di Roberto Puglisi
12
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
52 PolItIca
ecco chi finanzia i senatori
di Antonio Condorelli
64 l’IntervISta
simone cimino: “i 110 giorni
che mi hanno cambiato la vita”
di Eliana Marino
68 catanIa
la versione di scaccia: “io, esPulso
Per aver detto troPPi no”
di Antonio Condorelli
90 traPanI
una chiesa svenduta
come fosse un garage
di Riccardo Lo Verso
94 agrIgento
far West licata
di Andrea Cottone
Mafia
100 DoSSIer
i soliti noti
di Riccardo Lo Verso
106 la StorIa
trofei di caccia
di Riccardo Lo Verso
108 l’InchIeSta
l’imPero di carmelo Patti
nel mirino della dia
di Riccardo Lo Verso
114 traPanI
nomi, aPPalti e affari:
il raPPorto che scuote la città
di Rino Giacalone
118 l’IntervISta
marcello viola: “l’ombra
di messina denaro dietro
gli attentati”
di Riccardo Lo Verso
122 agrIgento
a mare con falsone
di Riccardo Lo Verso
130 v!
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
13
Il magazIne
che guarda
dentro la cronaca
Anno 6, numero 48 – Aprile 2012
Registrazione Tribunale di Palermo n. 5
del 04.01.2008
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t
testi
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Eliana Marino, Roberto Puglisi,
Claudio Reale, Accursio Sabella,
Aldo Sarullo, Gaetano Savatteri,
Patrizia Vita.
art director
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Alessandro Fiore
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s - il magazine che guarda dentro la cronaca
novantacento è iscritta nel registro
degli operatori di comunicazione
al numero 13854
Questa azienda aderisce
alla campagna
di Addiopizzo “Contro
il pizzo cambia i consumi”
Questa azienda è iscritta
a Confindustria Palermo
arretrati da richiedere in redazione € 6,00
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
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Ritagli
Alleati in cielo, rivali in terra
Alessandro aricò e massimo costa
Al momento dell’investitura romana di Massimo Costa davanti a Fini
e Casini, Alessandro Aricò c’era. E
s’era congratulato con il giovane
presidente del Coni, che il Terzo polo
aveva strappato (o così all’epoca era
parso) all’amico Francesco Cascio.
Lui e Nino Lo Presti erano stati convocati in un secondo momento, altri
e non Aricò erano stati in Fli a promuovere l’operazione. A Palermo
Aricò e Costa erano rientrati con lo
stesso aereo, da alleati di ferro, volando sulle ali dell’entusiasmo. Era
il 9 febbraio. Trenta giorni dopo, il
10 marzo, le braccia aperte di Costa
al vecchio amico Cascio e ad Angelino Alfano innescavano la reazione a
catena che nel giro di 48 ore portava alla candidatura a sindaco dello
stesso Aricò contro Costa. Le cose
della vita.
E al referendum
della Caronia
“a sorpresa”
vince il sì
Alla fine ce l’ha fatta. Contro tutte le attese.
Marianna Caronia ha approfittato della conferenza stampa di lancio della sua candidatura
per dare la notizia meno prevedibile della storia: le persone che sono andate sul suo sito o si
sono presentate nel suo camper promozionale
a votare al “referendum” sull’opportunità di
una candidatura a primo cittadino, inaspettatamente, hanno detto sì. La Caronia, però,
non ha fornito le percentuali: si sa, perché l’ha
rivelato la stessa candidata, che i votanti sono
stati 40 mila, ma non quanti siano stati i “no”.
Sarebbe interessante per gli amanti della statistica.
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s - il magazine che guarda dentro la cronaca
Toh, chi si rivede
Alla festa per Ferrandelli
spunta Manlio Mele
A volte ritornano. Chi è andato
alla festa di Fabrizio Ferrandelli
nella lunga notte dei risultati delle primarie del centrosinistra ha
notato fra chi si stringeva attorno
al candidato vincitore una vecchia
conoscenza della politica: si tratta
dell’ex deputato della Rete Manlio Mele, oggi
vicino alla corrente Innovazioni del Pd. Ma
Mele è anche zio della moglie dell’assessore
alla Sanità Massimo Russo, che per le elezioni palermitane sta pensando a una lista da
schierare a sostegno di un altro candidato, il
terzopolista Alessandro Aricò. Dalle parti del
Pd, però, tagliano corto: “Mele – dicono – è un
esponente del partito”.
Pappalardo l’ardito
Nello spettacolo dai contorni circensi della campagna elettorale palermitana, le sue reprimende non
sono passate inosservate. Il generale
dei carabinieri Antonio Pappalardo,
candidato sindaco di Palermo, ne ha
per tutti, dai “candidati poppanti”
ai capipartito “nordisti”. Il paragone più ardito, però, scappa di bocca
al focoso generale quando parla di
Rita Borsellino: “È come se Schumacher morisse e mettessero sua sorella
a guidare in un gran premio”. Un
filino sopra le righe, anche al netto
degli scongiuri di Schumy.
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
17
rItaglI
rItaglI
soldi pubblici, ma azienda privata
e la Fondazione Federico II
assume per chiamata diretta
Assunti per chiamata diretta da un ente privato, ma “foraggiato” ampiamente
da soldi pubblici. È il caso di cinque dipendenti della Fondazione Federico
II, assunti a tempo indeterminato nel novembre scorso dopo qualche anno di
contratti a termine. La faccenda è tornata d’attualità durante un’udienza per il
processo a carico dell’ex direttore generale della Fondazione, Alberto Acierno.
In quell’occasione, è stato sentito
anche il presidente dell’Ars Francesco Cascio che ha confermato
l’assunzione, da parte della Fondazione “costola” dell’Assemblea
regionale, di cinque lavoratori “per chiamata diretta”. Ma chi sono questi
lavoratori? I loro nomi si ritrovano in un verbale del Consiglio di presidenza
dell’Ars. I cinque assunti direttamente dalla Fondazione sono Renata Provvidenza Bologna, Yulieta Bon, Luca De Gaetano, Piera Puleo, Giuseppe Trapani.
“Con riferimento, infine – si legge infatti nel documento – ai cinque lavoratori il cui contratto ad intermittenza si conclude il giorno 05/11/2011, non
essendo possibile procedere ad ulteriori rinnovi, il Direttore generale propone
l’assunzione a tempo indeterminato a parità di inquadramento e di costo”. Le
mansioni svolte da questi dipendenti riguardano soprattutto i servizi di accoglienza, sbigliettamento e accompagnamento dei turisti. Per conto di quella
Fondazione privata che solo nel 2011 ha ricevuto dall’Ars, bilancio alla mano,
mezzo milione di euro.
A.S.
l’erg cede Il Passo aI russI
C’è sempre più Russia nell’energia siciliana.
La Erg ha, infatti, venduto un altro venti per
cento della raffineria Isab di Priolo alla Lukoil, già titolare del sessanta per cento. Con
il risultato che la partecipazione di Lukoil
nell’impianto siciliano è salita all’80%, mentre Erg mantiene il 20%. La Erg, dunque, si
disimpegna dallo stabilimento siracusano.
Comunque, un ottimo affare per la famiglia
Garrone visto che Lukoil ha pagato le azioni
400 milioni di euro. Ora rimane un ultimo
venti per cento di azioni, ma anche qui, se
gli impegni presi verranno rispettati, si procederà con la vendita entro la fine del 2013.
A quel punto, la Lukoil sarà interamente
proprietaria della Isab e la Erg dirà definitivamente addio alla raffinazione.
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s - il magazine che guarda dentro la cronaca
Il caso caf?
È nato in sicilia
Per scoprire la presunta truffa all’inps,
sono partiti dalla sicilia. l’inchiesta sullo
scandalo sulle dichiarazioni isee che sarebbero state chieste anche dai morti ha
preso il via da un caf siciliano: secondo
l’espresso si tratterebbe del caf fiap srl
unipersonale, che il 7 ottobre 2008 avrebbe registrato la richiesta di un uomo morto un mese prima. alla fine delle ricerche,
ad andarci di mezzo è stato sopratutto un
caf di fiumedinisi, in provincia di messina:
le dichiarazioni false sarebbero 5.493, una
cifra che lo porterebbe fra i dieci caf con
più dichiarazioni ritenute false.
Il magistrato
de Francisco
sotto la mannaia
di monti
era stato chiamato meno di un
anno fa, ma per lui l’avventura da
consulente è finita con la deberlusconizzazione di Palazzo chigi. È
stato un siciliano uno dei simboli – in
negativo – della rincorsa ai risparmi
targata monti: ermanno de francisco,
componente del cga, da maggio a
dicembre dell’anno scorso è stato
consulente del segretariato generale
della presidenza del consiglio, con un
costo di 32 mila euro in otto mesi. Poi
sull’incarico si è abbattuta la mannaia del premier bocconiano, seguita
dalle polemiche per un compenso
– 4 mila euro lordi al mese – che si
somma al già sostanzioso stipendio
da magistrato. alla faccia della crisi.
Com’è andata a finire
la nave dell’arpa?
dopo un anno è ancora ferma
ill nuovo commissario dell’
dell’arpa salvatore
cocina sembra allargare le braccia: “io sono
arrivato a ottobre, e ho trovato questa situazione”. la “situazione”, in realtà, è identica
da due anni e mezzo. da
a quando l’l’arpa e la
regione hanno annunciato il varo della “galatea”, nave oceanografica ipertecnologica, che
avrebbe dovuto verificare la salute dei nostri
mari, acquistata per un milione e mezzo di
euro. era il 22 luglio del 2009 quando la nave
fu varata. ma da allora, non s’è mossa dal porticciolo della cala di Palermo. esattamente
un anno fa, “s” aveva raccontato questa vi-
cenda, che, però, sembrava a un passo dalla
soluzione, con l’affidamento della gestione a
un’azienda calabrese, la nautilus. dopo meno
di un anno, però, l’l’arpa ha risolto il contratto
con la ditta. un contratto biennale, da 662
mila euro. “ci siamo trovati di fronte – spiega
cocina – a gravi inadempimenti della nautilus, che ha aggirato le norme antiriciclaggio”.
la società, da noi contattata, ha preferito non
replicare. ll’ultima speranza, adesso è “in una
convenzione – conclude cocina
ocina – che l’l’arpa
sta stipulando con la capitaneria di porto, e
che non costerà un euro alla regione”.
a.s.
rettifiCa
giuseppe scozzari non ha ricevuto soldi da di Vincenzo
nel numero di “s” di novembre - nell’articolo pubblicato a pagina 72, dal titolo “di
vincenzo fa nomi e cognomi” - per un errore di digitazione è stato inserito anche il
nome di giuseppe scozzari fra i beneficiari dei finanziamenti di cui Pietro di vincenzo ha parlato di fronte ai magistrati di caltanissetta. nell’articolo si faceva l’elenco
dei nomi sottoposto all’ingegner Pietro di vincenzo che, a
seconda se avesse dato contributi o meno, rispondeva “sì” o
“no”. quando è stata data lettura del nominativo “giuseppe
scozzari”, di vincenzo ha prima detto “sì”, correggendosi immediatamente dopo in un “no”. erroneamente nel servizio è
stato pubblicato un “sì”. dell’errore ci scusiamo con i lettori e
con il diretto interessato che, tra l’altro, si è distinto nella sua
attività nella commissione parlamentare antimafia della Xii
e Xiii legislatura.
ato
to rifiuti di messina,
ruggeri indagato
per peculato
Qualcuno giura che anche questa
volta ne uscirà a testa alta. Il commissario liquidatore dell’Ato 3, Antonio
Ruggeri (nella foto), è finito sotto indagine per peculato. Il nome Ruggeri,
anche capo di gabinetto al Comune
di Messina, è finito in un’inchiesta
sull’utilizzo di una vettura di servizio
dell’Ato per andare a Falcone, luogo
in cui trascorre la villeggiatura estiva.
La sezione di polizia giudiziaria della
polizia ha ascoltato le dichiarazioni di
alcuni dipendenti dell’Ato3 su quella
ventina di viaggi effettuati ad agosto
2011 da Antonio Ruggeri. Tutti effettuati con un’auto di servizio, una
Fiat Bravo, sul tratto autostradale
Messina-Falcone, andata e ritorno.
Lui, Ruggeri, si difende. “L’auto di
servizio? L’ho usata solo per motivi
istituzionali”, ha detto. E ancora:
“Svolgo la funzione di commissario
liquidatore della società a titolo gratuito”. Eppure, nei dati dei compensi
degli amministratori pubblicati su
inter, alla voce Ato 3 si parla di un
compenso di 19.438 euro lordi per il
commissario. Ruggeri, che ha ricevuto
varie nomine dal sindaco Giuseppe
Buzzanca (coordinatore dell’ufficio
commissariale per l’emergenza alluvione, componente della commissione di
vigilanza sui locali di pubblico spettacolo e direttore del polo catastale) è
sotto inchiesta anche per la gestione
dei “servizi aggiuntivi” di competenza
dell’Ato 3. Il procedimento è ancora
in corso. E intanto il sostituto procuratore Camillo Falvo mira alla società:
ha aperto un fascicolo sulle cosiddette
“carriere facili e veloci” all’Ato 3, nel
periodo in cui a dirigerla c’era proprio
Ruggeri.
Patrizia Vita
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
19
L’osservatore romano | di Gaetano Savatteri
C
Che noia
a Palermo…
quando
non si vota
he spettacolo le elezioni a Palermo. A seguire le primarie del Pd già si prova un brivido di emozione pensando a quello che potrà riservare il voto amministrativo. In queste occasioni Palermo dà sempre il meglio
e il peggio di sé: indiscrezioni, accuse, sospetti, colpi
di scena, giravolte, alleanze, intrighi. Non si può perdere una
sola puntata, ogni giorno ha la sua sorpresa, quello che leggete
oggi (perfino questo articolo) domani cambia e si trasforma.
Prendete Massimo Costa, ad esempio. Una sera lo abbiamo lasciato che era il candidato di punta del Terzo Polo, appoggiato
dall’Mpa di Raffaele Lombardo, il giovane ariete che avrebbe
infilzato d’un colpo gli imbarazzati amici di Diego Cammarata. Ebbene, la mattina dopo abbiamo scoperto che era il nome
prescelto dal Pdl. Com’è stato? Cos’è successo?
Le elezioni a Palermo sono la cuccagna di chi ama i retroscena.
Sono il paradiso dei complottisti. Il nirvana dei furbi. Dietrologi, pettegoli e impiccioni sguazzano nel loro mare. Gli altri,
quelli come me, restano sempre un po’ interdetti, con la bocca
aperta. Ma poi basta scendere al caffè e incontrare uno di quelli
che la sanno lunga, allora ti spiega che è tutto normale, che era
assolutamente prevedibile, che sei un cretino se non avevi ancora capito che le cose sarebbero andate in questo modo. Ecco
che si spalancano scenari vertiginosi.
Non siamo ancora in campagna elettorale e già le emozioni
si sprecano. Bisognerà comunque consigliare ai protagonisti di
risparmiarsi, perché sarebbe un peccato vederli arrivare spompati al voto, dopo una stagione così intensa da sembrare la masculiata del Festino. I primi botti forti con le primarie del Pd.
Le esperienze di Milano, Napoli e Genova lasciavano intuire la
sorpresa: Rita Borsellino, sostenuta dall’alleanza di Vasto Pd-
Idv-Sel, aveva ricevuto il solito bacio avvelenato di tutti i candidati ufficiali. Certo, è stato un sopracciò scoprire che nelle urne
aveva raccolto solo un terzo di tutti i voti delle primarie. Ma la
vittoria di Fabrizio Ferrandelli, via, chi se la sarebbe aspettata? Nemmeno un guru scafato come Giorgio Gori, ex direttore
di Canale 5, consulente elettorale di Davide Faraone, lo aveva
messo nel conto. Anche lui è rimasto sorpreso, quando ha visto
i festeggiamenti del giovane outsider.
Vabbè, fin qui sarebbe nulla. Ma non si erano ancora contate
tutte le schede che già cominciavano le accuse sui brogli: Rita
Borsellino e Leoluca Orlando contestavano il voto delle primarie. Qualcuno sussurrava che il governatore Raffaele Lombardo avesse tirato la volata a Ferrandelli, mandando gente sua a
votare ai gazebo. L’antimafia militante si spaccava: una parte
con Ferrandelli, un’altra con Borsellino.
Siamo a Palermo. E dunque il palazzo di giustizia non resta a
guardare. La Procura apre un fascicolo sulle primarie. Ma non
sono vere elezioni, si chiedono in molti, come si fa a indagare? È
come indagare su una tombolata in famiglia, per stabilire se chi
estrae i numeri nasconde il 77 nel polsino per favorire il nipote
prediletto. È come indagare sui brogli per l’elezione a governatore di un circolo del Rotary.
È come indagare sulle elezioni Le elezioni non si sono
del capitano di una squadra di ancora svolte e sono già
calcetto. Un partito in fondo è sotto indagine. Che spettacolo:
un’associazione privata di libe- candidati, partiti, voti, schede,
ri cittadini, sia pure a rilevanza brogli, polemiche, inchieste,
costituzionale, che ha le sue vincitori e sconfitti.
regole e i suoi strumenti di con- Manca un mese ed è già
trollo. Il procuratore Messineo
successo quasi di tutto
precisa che si indaga sull’ipotesi di incetta di certificati elettorali da parte di una supporter di
Ferrandelli e che l’ipotesi sta in piedi perché le primarie sono
preliminari e preparatorie ad elezioni già fissate.
Che spettacolo le elezioni a Palermo. Ancora non si sono svolte
e sono già sotto indagine. Che spettacolo: candidati, partiti, voti,
schede, brogli, polemiche, inchieste, vincitori, sconfitti. Manca
più di un mese ed è già successo quasi di tutto. A Palermo si
addice la stagione elettorale. Poi, a maggio si voterà, qualcuno
verrà eletto, diventerà sindaco. E di colpo tutto sarà finito. Finiranno le promesse. Finiranno le accuse. Finiranno le inchieste.
E si ricomincerà con i soliti vecchi problemi di sempre. Che
noia a Palermo quando non si vota. 
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
21
il venditore di pensieri | di Aldo Sarullo
QUANDO
I BAMBINI
VANNO
ALL’INFERNO
A
veva sette anni quel bimbo ed aveva già ricevuto la Prima Comunione. Un po’ in anticipo, certo, ma i suoi genitori s’erano convinti
che fosse pronto. Per lui un solo rammarico:
l’abito grigio invece della tanto sognata divisa
da comandante di nave. I rudimenti del catechismo gli
erano stati somministrati da una brava signora, attenta
a dare gli elementi comprensibili a quell’età infantile. Seguendo con scrupolo le prescrizioni ricevute, il bimbo si
apprestò alla seconda Comunione andando a confessare
preventivamente i propri peccati. Qualche cattiva parola, qualche bugia, un paio di malanimi nei confronti del
padre e, con voce tremula, numerosi atti impuri. Il che
equivaleva a fornicare, ma egli li chiamò meno sontuosamente atti impuri perché fornicare gli dava una sensazione di prurito da insetti. “Che hai detto?” gli gridò
piano il vecchio prete sempre sbuffante per un cronico reflusso esofageo, “che hai detto?”. “A-aatti impuri” balbettò il piccolo penitente e il
prete gridò: “atti impuri!” e risuonò come
la maledizione urlata da Giovanni Battista contro la lussuriosa Salomè. Il bimbo
aggiunse: “Co-così mi hanno detto...”. E
l’altro: Via, vai via! Non ti assolvo. Via!”.
Di corsa a casa, perché piangere per strada non era virile. La madre stentò a capire le sue parole tra i singhiozzi, poi rise.
Prima rise, poi gli chiese dolce e seria: “Che
vuol dire atti impuri?”. “Quando mi tocco la
pipì... e io me la tocco...” concluse il piccolo, cioè
io. Mia madre rise di nuovo, poi si scurì: “E non
ti ha assolto... Gino - disse a mio padre che
ascoltava con rispettosa distrazione - io vado
in chiesa per spiegare a quello lì il peccato di chi scandalizza i bambini”. E lo fece.
Non a tutti càpita la fortuna di una maledizione tempestiva. E sono rimasto grato a quel povero prete perché
mi aprì uno scenario vantaggioso: il ripensamento sulle
nostre certezze. Ovviamente imparai a tempo debito e
con soddisfazione il sostanziale significato della condanna subita a sette anni, ma appresi da subito che non dovevo fidarmi, neanche delle parole e dei concetti che mi
apparivano semplici, comuni, condivisi. Appresi quanto
sia faticosamente opportuno essere professionisti della
vita, non soltanto in relazione alla classificazione degli
atti impuri, ma soprattutto
in ogni altro argomento o
circostanza che mi avesse
Noi palermitani
indotto ad una definizione
a maggio esprimeremo
e cioè ad un giudizio. Noi
un giudizio
palermitani a maggio esprie, chiamandolo voto,
meremo un giudizio e, chiadichiareremo
mandolo voto, dichiareremo segretamente una scelta.
segretamente una scelta.
Lo faremo portando in caLo faremo portando
bina le nostre convinzioni,
in cabina le nostre
confidando nella conoscenconvinzioni, confidando
za che abbiamo dei fatti e
nella conoscenza
sicuri delle parole che li deche abbiamo dei fatti
finiscono. Già, i fatti. Già,
le parole. Riteniamo i primi
e sicuri delle parole
veri, le seconde appropriate.
che li definiscono
Quindi crederemo di potere giudicare, di potere
esprimere il nostro
voto stimabilmente. A me capitò di votare
per gli atti impuri, ma di non sapere di che
cosa stessi parlando. Oggi, in fondo, come
ieri il segreto del confessionale, il segreto
dell’urna non offre maggiori garanzie. Ma
a sette anni si ha il diritto d’essere disinformati e di fidarsi del sentito dire. Dopo no.
Dopo si rischia di non potere invocare l’età
e di doversi rassegnare a sapersi colpevoli
per una scelta creduta consapevole, stùpidi
per raggiunti limiti d’età. 
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
23
Attualità | Il caso
L’
Pedofilia
nella chiesa
L’indagine
si allarga
Dopo le rivelazioni di “S” la procura di Catania
ha aperto un fascicolo. E adesso gli inquirenti
stanno verificando due nuovi casi:
se accertati non sarebbero prescritti
di Antonio Condorelli
24
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
indagine si allarga. Lo “riflettere e ritirarsi in meditazione”,
scandalo sui presunti casi come gli ha chiesto Raspanti con
di pedofilia nella chiesa una lettera. Il sacerdote, adesso, si è
ad Acireale, rivelato da trasferito lontano da Acireale.
“S” nello scorso numero, Le reazioni nella cittadina alle falde
ha portato a un fascicolo della pro- dell’Etna, però, sono state di grancura di Catania affidato al pubblico de tensione. Una troupe di giornaliministero Marisa Scavo e al nucleo sti di Rei Tv, emittente locale della
anti-pedofilia della polizia guida- provincia di Catania, ha denunciato
to da Marcello La Bella. Adesso le di essere stata aggredita da alcuni
attenzioni degli investigatori sono fedeli irritati per l’attenzione riserpuntate su nuovi casi
vata dai media al loro
più recenti di quelli riparroco. In più, a metà
velati da “S”: casi che
marzo, ad Acireale è
non sono ancora caduarrivato anche un voti sotto la tagliola della
lantino anonimo che
prescrizione. Gli inveattacca frontalmente
stigatori, infatti, hanno
il vescovo Raspanti.
puntato le attenzioni su
Intimidazioni e veleni
due ragazzini vicini al
che adesso la Procura
sacerdote al centro delsta rileggendo alla luce
lo scandalo, per verifidei memoriali di alcucare se abbiano subìto don carlo chiarenza
ne presunte vittime di
abusi. Nel frattempo,
don Carlo.
oltre ad acquisire le registrazioni Oltre ai fantasmi del passato, ai ripubblicate da “S”, i magistrati han- cordi atroci degli abusi subiti anche
no sentito una ragazza che sostiene a Cassone, dove don Carlo ha in
di essere stata violentata.
uso una casa accanto a quella degli
In più, adesso l’inchiesta è centrata scout, “Teo”, così lo chiamano gli
su un nome. Quello del sacerdote, amici, ha raccontato di aver dovurivelato dalla vittima in una confe- to superare il silenzio di molti acesi.
renza stampa organizzata a Roma Eppure, fra i documenti pubblicati
dall’associazione “La caramella da “S”, oltre alla registrazione delbuona”, che aveva raccolto le de- la voce del sacerdote che ammettenunce. La vittima ha rivelato anche va un rapporto sessuale, c’era anche
il proprio, di nome: si chiama Teo- una lettera che sarebbe stata scritta
doro Pulvirenti e ormai vive lontano di pugno da don Chiarenza durante
da Acireale. “Il prete che ha abusato una gita con le Acli: da adolescente,
di me quando era appena adolescen- Teo si era fidanzato con una ragazte – ha detto Pulvirenti – è don Carlo zina e il sacerdote sarebbe andato su
Chiarenza, decano della Basilica di tutte le furie, parlando di “furiosi e
Acireale”.
ripetuti tradimenti tedeschi”. Salvo
Rimosso il prete
Dopo la pubblicazione dell’inchiesta di “S”, don Chiarenza, che può
fregiarsi del titolo di monsignore, è
stato rimosso dal vescovo di Acireale Antonino Raspanti. Già poche
ore dopo l’uscita della rivista il sacerdote non era più in servizio nella
sua chiesa abituale, formalmente per
Il sacerdote è stato rimosso
dal vescovo Antonino Raspanti
e si è trasferito lontano
da Acireale. Ma intanto
la presunta vittima ha rivelato
il suo nome: si tratta
di don Carlo Chiarenza
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
25
Attualità | Il caso
poi chiudere con “potrei mangiarti
tutto. Un bacio Furioso... don Carlo”.
Silenzi, ma anche solidarietà. “In
questo momento – spiega Teodoro Pulvirenti – vorrei essere a casa,
dalla mia famiglia dalla quale ho
avuto un grande supporto. Sono stati al mio fianco e, quando parlo di
famiglia, parlo di quella allargata,
i tanti amici che si sono fatti sentire. Nei forum, su Facebook, in tanti
commenti lasciati in diversi siti. Li
ringrazio, per l’amore e il supporto
che mi stanno dando. Gente che non
vedo da anni e che oggi mi infonde
coraggio. È un grande regalo quello
che mi stanno facendo”.
L’inchiesta si allarga
Nei primi giorni, il Pm Marisa Scavo ha ricostruito i contorni della
vicenda, acquisendo l’inchiesta di
“S”, i video pubblicati da LiveSicilia.it, le registrazioni integrali del sacerdote e i memoriali delle presunte
vittime. Adesso l’indagine è passata
alla fase due: gli investigatori hanno
analizzato le frequentazioni recenti
del sacerdote e i tabulati telefonici,
per capire se vi siano stati contatti
“pericolosi” con altri bambini. I casi
Gli investigatori hanno
anche acquisito i tabulati
telefonici del sacerdote.
Durante la registrazione
pubblicata da “S” nello scorso
numero il prete avrebbe
ricevuto la telefonata
di un bambino
sui quali si puntano le attenzioni
del pool di investigatori sono due: i
magistrati, adesso, vogliono vederci
chiaro e sentiranno i minorenni interessati. Intanto, c’è un altro elemento
balzato all’occhio degli investigatori: durante la conversazione con don
Carlo registrata da Teodoro il sacerdote ha ricevuto una telefonata con
addebito e poi ha richiamato. Secondo i racconti di Teodoro, dall’altra
parte della cornetta si sentiva la voce
di un bambino, che ha comunicato
al prete di essere a casa.
dobbiamo avere paura. Non c’è nulla
da temere, non c’è niente di cui vergognarsi. Per questo lancio un appello a
venir fuori perché ci sono tante altre
vittime. Rivolgetevi a ‘La Caramella
buona’, agli investigatori, agli inquirenti”. Anche perché su questo punto
Teodoro batte a lungo: lui non sarebbe
l’unica vittima. “Non sono l’unico, che
si sappia – dice –. È per questo che lancio un appello affinché vengano fuori
le altre vittime. Io ho voluto fermare
quest’uomo che continua a portare i
ragazzini al mare, in montagna, a cena.
Quante ancora ne deve fare?”.
Per lui, la rivelazione dei presunti abusi
è stata una liberazione: “Mi sento me-
glio – dice – Sono venuti fuori i miei
pensieri e la mia sofferenza, è come se il
mio dolore fosse sceso in piazza. Adesso la verità è fuori e forse ci sarà giustizia. Una gioia che non si può spiegare
a parole”. E a proposito di chi bolla le
sue accuse come “invenzioni”, Teodoro
parla di “cecità, o meglio, cecità voluta.
Ho riconosciuto alcune delle persone
che hanno commentato la notizia su
Facebook. La gente, in alcuni casi, parla così perché ha paura delle indagini
e di rimanerci coinvolto. Gente che sa
e che non ha mai parlato. Per questo
getta fango su di me ma io sono pronto a tutto, non ho paura di niente e di
nessuno”.
Quel dolore, Teodoro, l’ha tenuto dentro per troppi anni. Acireale però l’ha
portata sempre nel cuore, ancor di più
l’affetto verso la madre. Per i traguardi professionali conseguiti, negli anni
scorsi, Teodoro Pulvirenti ha ricevuto
il premio “Aci Galatea”, un prestigioso
riconoscimento perché da ricercatore
ha scoperto importanti cure contro il
cancro al cervello.
Teodoro, mentre “S” va in stampa,
Teodoro Pulvirenti, il ragazzo
che ha denunciato i presunti
abusi, esce allo scoperto:
“Non sono l’unico, che si sappia.
È per questo che lancio
un appello affinché vengano
fuori le altre storie”
sarà sentito dagli investigatori per
raccontare la sua parte della storia.
Intanto, però, qualcosa è già successo: “La rimozione di don Chiarenza
– dice – è una prima soddisfazione.
Immagino che la gente abbia inventato scuse per giustificare l’assenza
del sacerdote, ma la Curia ha dato
un primo segnale prendendo questa
decisione. Hanno in mano tutto: oltre alle nostre denunce ci sono molte
lettere vecchie. Non credo che il vescovo abbia altro potere. Spero che
il Vaticano si muova coerentemente
con quanto postulato dal Papa”. Intanto, qualcosa si muove. Il silenzio
sugli innocenti è stato spezzato. 
Parla Teodoro
Il ragazzo che ha denunciato il sacerdote, intanto, ha lanciato un appello
perché le eventuali altre vittime vengano allo scoperto: “Noi – ha detto – non
siamo i colpevoli, siamo le vittime e non
Un momento delle registrazioni pubblicati da “S” e LiveSicilia
26
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
27
Attualità | Università
Il libro mastro
dell’inchiesta
sugli esami truccati
Così si “scavalcavano” le materie a Economia, Ingegneria
e Giurisprudenza. Ecco le intercettazioni e i “pizzini” che hanno fatto
emergere l’attività di un’organizzazione che avrebbe manomesso
il sistema informatico dell’Ateneo palermitano
di Riccardo Lo Verso
28
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
I
recordman sono tre studenti
di Economia e Commercio.
Davide Di Salvo, Giuseppe Lo
Buono e Caterina Guddo si
sarebbero laureati, rispettivamente, con 25, 19 e 12 esami
taroccati. O meglio, mai sostenuti.
Secondo la ricostruzione della Procura di Palermo, un esame costava una cifra compresa fra mille e
1.500 euro. A seconda della facoltà.
Architettura e Ingegneria erano più
“economiche” di Economia. Qualcuno avrebbe fatto risparmiare a
decine di ragazzi anni di studio e
sudore accedendo nel cervellone
elettronico dell’Università di Palermo e caricando una raffica di materie nei piani di studio. Quel qualcuno avrebbe il nome e il volto di
tre dipendenti infedeli dell’Ateneo:
Rosalba Volpicelli, Ignazio Giuliet-
to e Adriana Paola Cardella. I primi
due sono finiti agli arresti domiciliari. La Procura voleva arrestare
anche la Cardella, ma il giudice per
le indagini preliminari Riccardo
Ricciardi ha respinto la richiesta
per l’ex vicaria della segreteria di
Economia. Il fatto che l’università
l’avesse già licenziata le ha evitato
il carcere. I suoi due colleghi erano
stati sospesi per due mesi e dieci
giorni. Ai domiciliari è finito pure
un ex studente di Economia, Francesco Giaconia, 28 anni.
E proprio ad Economia erano iscritti gli studenti a cui viene contestata la maggior parte di irregolarità.
Oltre ai tre “recordman”, l’elenco
prosegue con Giuseppe Ciciliato
(11 esami), Andrea Tomasello (7
esami), Gioacchino Di Franco (6
esami), Walter Graziani (5 esami).
Le intercettazioni
hanno portato a due
inchieste: una della procura
e una interna voluta
dal rettore Lagalla.
Tre i dipendenti dell’Ateneo
sotto accusa: Rosalba
Volpicelli, Ignazio Giulietto
e Adriana Paola Cardella.
I primi due sono finiti
ai domiciliari
Presunte irregolarità sono state riscontrate anche ad Architettura e
Ingegneria. La lista degli indagati si
completa con gli ex studenti Alberto Curzi, Giuseppe Gennuso, Riccardo Lo Giudice, Andrea Tomasello, Carlo Gaglio, Alessia Mattina,
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
29
Attualità | Università
sostituti Sergio Demontis e Amelia
Luise. Hanno sottovalutato il fatto
che degli accessi nel sistema informatico, tutti eseguiti con password,
resta una traccia indelebile. Che
probabilmente mai avrebbe fatto
scattare il sospetto degli investigatori. A questo ci ha pensato la Vol-
picelli che denunciò ai poliziotti di
essere stata avvicinata e minacciata da alcuni studenti universitari.
Fu il la alle indagini che arrivarono ad una prima svolta quando il
marito di una studentessa ammise
che la moglie “nel mese di aprile del
2010 aveva versato a tale Giaconia
Il rettore: “I controlli attuali
sono impossibili da aggirare”
Silvia Como, dirigente della sezione reati
contro la pubblica amministrazione
della Squadra mobile
La Procura voleva
arrestare anche
la Cardella,
ma il gip Riccardo Ricciardi
ha respinto la richiesta.
Ai domiciliari anche
l’ex studente
Francesco Giaconia
Francesca Pizzo, Alessandra Giattina, Ilenia Messina, Claudia Vitello,
Serena Lo Cicero, Paolo Coviello,
Alessio Signorelli, Simona Viola,
Riccardo Della Vecchia, Alexandra
Rita Ntonopoulos, Marilena Tusa,
Francesco Pirrone, Felice Ferraro,
Sabrina Tonolini. Per tutti le accuse
sono accesso abusivo al sistema informatico, frode informatica e falsità ideologica.
Un avviso di garanzia era stato no-
30
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
Il rettore Roberto Lagalla
da sinistra: Rosalba volpicelli e ignazio giulietto, dipendenti della segreteria
dell’ateneo, e l’ex studente francesco giaconia. in alto la facoltà di economia
tificato anche ad Alessandro Alfano, fratello di Angelino, ex ministro
della Giustizia e attuale segretario
del Pdl, che subito dopo la pubblicazione del suo nome aveva deciso
di dimettersi dalla carica di segretario generale di Unioncamere Sicilia.
Alfano si è laureato in Economia
nel 2009 e sotto la lente di ingrandimento erano finiti tre esami del
suo piano di studi: Matematica generale, Diritto privato ed Economia
e gestione degli intermediari finanziari. Non si trovavano i verbali di
esame che adesso sono spuntati e la
sua posizione, al momento, sembra
chiarita.
Gli indagati non avevano fatto i
conti con il lavoro certosino degli
agenti della sezione reati contro
la pubblica amministrazione coordinati da Silvia Como. E così è
scattata l’inchiesta del procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dei
Tutto iniziò nel 2010. Una studentessa presentò la domanda di laurea, autocertificando di avere sostenuto alcuni esami. Ma nella domanda non c’erano gli statini
cartacei. A quel punto scattò un controllo: secondo l’università, le prove non erano
state sostenute. Pochi mesi dopo, a settembre, Adriana Paola Cardella ammise di
avere caricato irregolarmente alcuni esami e fu licenziata, mentre Rosalba Volpicelli e Ignazio Giulietto furono sospesi da servizio e retribuzione per due mesi e poi
reintegrati in altre funzioni, fuori dalle segreterie e senza uso di password.
A quel punto, il rettore Roberto Lagalla si presentò in procura. Era il 21 settembre
2010. “Appena abbiamo acquisito elementi di rilevanza penale – spiega il numero
uno dell’ateneo - siamo stati noi a rimettere le carte ai magistrati. Contestualmente, abbiamo adottato i provvedimenti disciplinari nei confronti degli stessi
dipendenti che oggi sono destinatari delle misure cautelari”. Naturale che adesso
Lagalla sia soddisfatto: “Rinnoviamo il nostro rispetto alla magistratura – aggiunge il rettore – alla quale ribadiamo la disponibilità a tenere aperto qualsiasi
canale di collaborazione, impegnati come siamo in un processo di trasparenza e di
rifondazione della struttura universitaria”. Anche perché il rettore vuol far passare
un messaggio: “Studenti e famiglie – dice – devono sapere che il sistema di controlli incrociati che adesso abbiamo istituito non consente a nessuno di aggirare le
procedure e garantisce massima legittimità e trasparenza”.
Francesco la somma di 3.500 euro
in contanti da lei stessa prelevati da
un conto corrente postale cointestato con la madre, in cambio della
registrazione al sistema informatico
dell’Università degli ultimi tre esami”. Nel cassetto della segreteria
dell’impiegata universitaria sono
stati sequestrati alcuni appunti. Ci
sono nomi, date di nascita, numeri
di matricola, indicazioni di materie,
messaggi di gratitudine. Una sfilza
di indicazioni su cui sono ancora in
corso gli accertamenti della polizia.
Potrebbero servire a identificare altri studenti che hanno approfittato
del sistema illecito di attribuzione
di esami mai sostenuti.
Avviate le due inchieste, una della
Procura e l’altra dell’Ateneo, voluta dal rettore Roberto Lagalla, gli
indagati hanno commesso un altro
errore. Hanno parlato troppo. I
loro telefoni erano sotto controllo.
Dall’analisi delle conversazioni è
emerso il ruolo di intermediazione
di Francesco Giaconia con la Volpicelli e la Cardella, ma anche con
Un avviso di garanzia
era stato notificato anche
ad Alessandro Alfano,
fratello del segretario del Pdl
Angelino. I verbali di tre esami
di Alfano, laureato in Economia
nel 2009, non si trovavano.
Ma ora sono spuntati e la sua
posizione sembra chiarita
una sfilza di colleghi pronti a tutto,
anche a pagare, per velocizzare la
propria carriera universitaria.
Il 29 marzo 2010 la madre della
studentessa Alexandra Rita Ntonopoulos contatta Giaconia per chiedergli: “Una soluzione non si deve
trovare...”. La bomba è ormai scoppiata. La ragazza è già stata sentita
dall’autorità giudiziaria. E Giaconia
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
31
Attualità | Università
Il la alle indagini dato
dalle dichiarazioni del marito
di una studentessa che ammise
che la moglie “ad aprile 2010
aveva versato a tale Giaconia
Francesco la somma di 3.500
euro in contanti in cambio
della registrazione al sistema
informatico dell’Università
degli ultimi tre esami”
le spiega: “…c’è una lettera presentata al rettore col mio nome, non
capisco perché… è stata una signora che ha fatto il mio nome per trovare un capro espiatorio… e quindi
devo trovare una soluzione pure
per me… la devo trovare per tutti e
due sia perché Alessandra è ignara
dei fatti sia perché io non c’entro
niente in questa... in queste situazioni che hanno combinato loro…
Intanto, lei, la signora, è stata licenziata… Io qui cerco di trovare
un’altra soluzione, il primo dei due
che ha una novità si faccia sentire o
io o lei”. Sono i giorni che seguono
le dichiarazioni della Cardella, appellata come “la signora”, davanti
alla Commissione di inchiesta sugli
esami caricati nel cervellone elettronico dell’Ateneo. La mamma vuole sapere quali materie siano state
invalidate: “Francè, scusami, dobbiamo capire quali sono le materie
perché se io dico tutte e sei... allora.
Mi spiego? Questo a me interessa…
se tu potessi vedere quali sono”. La
donna, temendo che la figlia sarà al
più presto chiamata a giustificare le
presunte irregolarità avrebbe tentato di sapere in anticipo quali contestazioni le avrebbero mosso. La
situazione è preoccupante come la
stessa Alexandra confida alla nonna: “La signora il lavoro lo ha fatto
male, per ora l’hanno licenziata e
sono finite tutte cose... ma il problema mio... ma il problema mio non
è che lei ha finito, è che adesso non
32
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
mi fanno laureare più... se mi fanno
laureare quest’estate... buono... se
no me ne vado, che devo fare, nonna?... qua mi hanno detto che per
ora ci sono tutte cose imbrogliate”.
Il 23 settembre Giaconia la rassicura. Sta cercando una strada per
mettere le cose a posto e ne parla
con un amico che Alexandra le passa al telefono: “…io dal canto mio
per risolvere la cosa mia e la cosa
sua mi sto preoccupando di trova-
re pure una strada, perché ancora
la signora non ho avuto modo di
incontrarla… quindi non ho avuto
modo ancora di parlare con lei, di
conseguenza mi stavo preoccupando pure del fatto di capire per vie
traverse quali erano le quattro cose
che risultano perfette, e le altre che
non risultano corrette, almeno per
avere le idee più chiare, mi segui?”.
Il 25 settembre la ragazza invia un
sms a Giaconia. Ha capito che lo
stratagemma è stato scoperto. La
sua laurea è a rischio e quantomeno vuole recuperare i soldi già
sborsati: “Fra pensami ogni tanto e
soprattutto ricorda tra 2 settimane
torno a casa e devo portare qualcosa con me, almeno la metà, guarda
un po’ tu. Anche 5 ma devo, quindi
o me li dai tu oppure organizzati”.
Alexandra deve tornare in Grecia.
Vorrebbe la metà dei soldi visto che
il caricamento degli esami non è andato a buon fine.
La prova dell’accordo arriva da
un’altra
telefonata.
Giaconia:
“Prenditi questo appunto… Statica
e Scienze delle costruzioni”. Sono
effettivamente due delle otto materie di cui è stata accertata la registrazione fasulla. Le richieste di denaro diventano incessanti. Sempre
via sms: “Ciao amico,volevo ricordarti che ormai che parto che non
ho più impegni preparami le 5 bottiglie di vino x mio padre... Organizzati, prendile da casa tuo o vedi
tu, importante che me le prepari...
No fra io domani parto e non ce
possibilità! Entro stasera li prendi
da te e me le porti ste cazzo di bottiglie. Tu avrai anche problemi di
lavoro ma mi sa tanto che non capisci questo problema. Io ti capisco
ma entro stasera”. Giaconia prende
tempo, ma si tradisce: “…non posso fare che mandarteli per posta
queste bottiglie di vino… mi mandi
una mail con tutti gli estremi… e io
provvedo di .. cioè per me è indifferente Alessandra… perché, scusami,
anche online te lo posso fare… On
in queste pagine gli appunti
sequestrati dagli investigatori
line per posta”. Difficile spedire il
vino online. Secondo gli investigatori, stanno parlando
E l’indagine si ingrossa:
di denaro. Come connel cassetto della segreteria
fermerebbe il testo di
dell’impiegata universitaria
un successivo messagsono stati sequestrati alcuni appunti. gio: “Mi raccomando domani puntuale
Ci sono nomi, date di nascita,
perché quando tu mi
numeri di matricola, indicazioni
hai chiesto i dolci li
di materie, messaggi di gratitudine
hai avuti subito NOI
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
33
Attualità | Università
ASPETTIAMO da tanto questi vini
e domani e l’ultimo giorno disponibile che hai poi inizia la festa e sarà
tardi.ale”. Poi aggiunge: “E che
devo fare io? Aspettare che ti pagano la macchina? Aspettare quando
ti deciderai a recuperarli dalla signora? Che cazzo 3 settimane che
ci prendi in giro”.
I soldi non arrivano e i poliziotti che
pedinano Giaconia assistono all’aggressione subita da quest’ultimo.
Viene preso a schiaffi da Salvatore
Di Maggio e Giuseppe Morreale. I
tre forniscono versioni differenti.
Morreale racconta di avere richiesto un finanziamento avvalendosi
della consulenza di Giaconia che nel
frattempo ha iniziato a collaborare
con un commercialista. Di Maggio
parla di problemi di donne; Giaconia di questioni finanziarie legate al
suo nuovo lavoro.
Giaconia non si sarebbe occupato
di esami. Era diventato un punto di
riferimento per molte altre pratiche
universitarie. Indicativa è la conversazione con Francesco Abbate,
papà di uno studente. Giaconia gli
fa sapere che il relatore della tesi
del figlio non potrà riceverli il giorno successivo. La notizia manda su
tutte le furie Abbate: “...Tu… non
ti scordare che ti sei preso 20.000
euro di mio figlio per il fatto diciamo dell’Università… non te lo scordare… tu e Michele… tu non sai
come ti va a finire ancora…”.
Chi è il Michele tirato in ballo? Gli
investigatori si limitano a segnalare
che Giaconia è stato fermato dalla polizia, tre volte tra il 2006 e il
2008, in compagnia di Michele Siino. Quest’ultimo, assieme al fratello Angelo, lavorava alla facoltà di
Giurisprudenza alla fine degli anni
Novanta. Furono trasferiti quando
scoppiò lo scandalo per la falsificazione di uno statino di esame. Abbate sbotta: “...Come non ha rubato
niente a nessuno?..non ti sei preso
ventimila euro… per amicizia con i
34
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
professori… di qua e di là...? Non
è che ti pare che… te la fidi tu solo
di andare dalla polizia… dai carabinieri… pure gli altri ci possono
andare… perché… uno esce pazzo
e gli altri ci vanno pure..”. In ballo
c’è anche l’iscrizione del figlio alla
laurea specialistica in Scienza della
Formazione. Il ragazzo non è stato
ammesso e Abbate insiste con Giaconia: “...Devi vedere tu…. di andare là… all’Università Francè…
mi devi fare tu questa cortesia…
quello che c’è… problemi non c’è
n’è… anche economicamente… ti
voglio dire di… di fare…qualsiasi… senza problema… tu gli parli
bello chiaro… non ti preoccupare… quello che costa costa... te l’ho
detto problemi non ce né… lo hai
capito anche quello che ti voglio
dire io... giusto?”. Alla fine, scrivono gli inquirenti, il figlio di Abbate
otterrà l’iscrizione ad un altro corso specialistico, diverso da quello
inizialmente individuato.
Altre conversazioni intercettate
sono quelle fra Walter Graziani,
studente di Economia che ha chiesto il trasferimento a Roma. Anche
il curriculum di Graziani sarebbe viziato da alcune irregolarità.
Giaconia: “…Un altro paio e così
via si… si possono mettere, prima
della trasmissione della pratica,
della… prima della delibera…”.
L’obiettivo di Giaconia è caricare
alcuni esami prima del trasferimento: “Domani mattina, tu dammi il numero che mi organizzo,
così loro nel frattempo… caricano
quello che devono caricare eh…
dimmi tu, così ci liberiamo di tutte
cose…”.
L’inchiesta offre uno spaccato desolante. La punta di un iceberg,
l’ha definita il procuratore aggiunto Leonardo Agueci. Un riferimento esplicito al fatto che le indagini
proseguono. Chissà quante lauree
ottenute senza fatica e a suon di
soldi dovranno essere scoperte. 
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
35
Attualità | Il caso
La visura catastale sull’immobile. in apertura L’edificio che ospita
l’appartamento a disposizione di Raffaele Lombardo a Roma
L’appartamento
di Lombardo
Le fatture? Non si trovano
Il presidente della Regione ha un appartamento
a disposizione a Roma. La ristrutturazione è avvenuta nel 2009,
ma a Palazzo d’Orléans non c’è traccia della contabilità
di Antonio Condorelli
36
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
“A
Roma dormo nel
pied-à-terre realizzato all’ultimo
piano del palazzo
della
Regione”.
Quando Raffaele Lombardo lo diceva il 7 ottobre del 2011 a Livesicilia,
era appena scoppiato lo “scandalo”,
uno dei tanti, sulle spese pazze della
Regione. E nello scandalo era finito
l’acquisto di un fornetto elettrico da
quasi 2 mila euro, che il presidente
aveva iniziato a cercare carico di un
fervore di autonomistica trasparenza. Nell’appartamento romano “ho
chiesto se c’era questo fornetto continuava il presidente – e mi hanno risposto che l’unico disponibile
è un regalo. A questo punto faremo
un’indagine”.
Sparito il fornetto da nababbi restava però, e resta, l’appartamento per
le trasferte romane del presidente,
la cui ristrutturazione è stata curata
dal suo amico di vecchia data, Tuccio D’Urso, nominato dirigente della
sede romana della Regione prima di
finire a rappresentare l’Italia come
agente diplomatico all’Italrap. Intraprendente e senza peli sulla lingua,
D’Urso è noto alle falde dell’Etna
per aver diretto l’ufficio speciale
Emergenza traffico che aveva come
commissario Umberto Scapagnini,
il medico dei miracoli di Silvio Berlusconi. Scapagnini deve aver trasmesso un po’ di poteri paranormali
anche a D’Urso, che è riuscito a realizzare l’appartamento presidenziale
Sull’immobile, che ha
una superficie di 80 metri
quadrati, non risultano
modifiche catastali dal 1991.
Nel frattempo, però,
è stato realizzato
un “doppio ingresso
anche indipendente,
bagno e divano letto”
nel 2009 senza che catastalmente
risultino modifiche sullo stabile regionale “a partire dal 1991”.
Ma non basta. Il presidente, durante
le trasferte nella Capitale, dorme in
un appartamento-studio che per la
trasparente e rigorosa sicula burocrazia praticamente non esiste. Quattro mesi di telefonate, sopralluoghi,
richieste di accesso agli atti ad ogni
stato e grado degli uffici regionali
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
37
attualità | Il caSo
secondo tuccIo d’urso,
che all’ePoca sI occuPa
PaV
Pa
aVa
Va
deglI uFFIcI romanI,
la rIstrutturazIone – dIchIarata
come manutenzIone ordInarIa –
È costata “al massImo
800 euro al metro quadrato”
nella sede romana
“l’appartamento?
non si può vedere”
situata a un centinaio di metri dalla
stazione t
termini, la sede di rappresentanza della regione di via marghera è il
biglietto da visita dell’amministrazione
guidata da raffaele lombardo. un
grande portone e un lungo corridoio
tirato a lucido con scale e pareti alte
cinque metri. sulla destra c’è l’atrio
che porta nelle stanze del potere, in
fondo invece splende il giardino in cui si
affaccia la finestrella dell’appartamento
in uso al presidente della regione: prato
verde, un limone e un pesco con tanto di
fiori rosa. “s” può arrivare sino a questo
punto, oltre che nella stanza dell’architetto la rosa. il nuovo appartamento
presidenziale non può essere visitato
né fotografato “per motivi di sicurezza”,
spiega il dirigente della sede romana.
il corridoio si trova tra il portone d’ingresso con apertura rigorosamente verso
l’interno e il portone in ferro battuto
che domina il giardino. quest’ultimo,
però, è chiuso a chiave. le stanze sono
dotate di porte in legno senza maniglie
antipanico. estintori, questi sconosciuti.
la sala conferenze ha una webcam sperimentale installata da sicilia e-servizi.
funziona? “sì - risponde la rosa – ma
solo quando c’è il tecnico”.
hanno prodotto, in serie, le dichiarazioni dei massimi vertici dell’amministrazione secondo le quali: è certo perché lo dice D’Urso ad “S” - che la
ristrutturazione dell’appartamento
del presidente è costata poco meno
di 100 mila euro. Per il resto, poche
certezze: non c’è traccia innanzitutto delle gare d’appalto, perché la
Regione non ne conosce l’esistenza,
né ci sono pezze d’appoggio della
rendicontazione delle spese, come
hanno detto a chiare lettere i vertici
della ragioneria generale sia a Palermo che a Roma. Difficile anche scoprire chi abbia effettuato i lavori e
quindi se abbia ottenuto concessioni edilizie. Di certo c’è, invece, quel
documento, rilasciato dall’Agenzia
del Territorio: nessuna modifica allo
stabile è stata dichiarata dal 1991 a
oggi.
Ma c’è di più. Antonella La Rosa,
dirigente della sede romana della
Regione, non è in grado di fornire neanche il certificato di agibilità
dell’edificio, che essendo un ufficio
pubblico dovrebbe avere uscite antipanico in caso di roghi. “Se qui
scoppia un incendio – dice la dirigente regionale – facciamo la fine
del sorcio”.
il Presidente della regione raffaele lombardo
Parla tuccio D’Urso
Nel gennaio 2011 è stato nominato
agente diplomatico alle dipendenze
della Farnesina, ma fino ad allora era a
carico della Regione. Ma il filo che lega
Tuccio D’Urso e Raffaele Lombardo è
rimasto saldo. La loro amicizia viene
da lontano, visto che D’Urso è cognato
di Vito Scalia, democristiano segretario
nazionale della Cisl che ha iniziato alla
politica il giovane Raffaele. Dai tempi
della segreteria di Scalia, l’amicizia tra
D’Urso e Lombardo non è mai finita
e quando “Tuccio” è stato chiamato a
dirigere la sede romana della Regione,
ha “trovato casa” all’amico Raffaele. E
se l’appartamento non c’era, attraverso
una “manutenzione ordinaria” come
38
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
ama definirla D’Urso, spunta l’appar
l’appartamento con “doppio ingresso anche
indipendente, bagno e divano letto”.
Un immobile non enorme: “È grande circa 80 metri quadrati - continua
D’Urso – ed è costato al massimo 800
euro al metro quadrato in un’area in
cui un appartamento vale almeno dieci
volte tanto”. Secondo D’Urso, l’appar
l’appar-
tamento in uso al presidente è stato
ricavato grazie a una “manutenzione
ordinaria di un annesso allo stabile
della Regione che era invaso dai topi e
noi abbiamo recuperato”. Chi ha effettuato i lavori di ristrutturazione? “Stia
tranquillo - assicura D’Urso - A Roma
e Palermo hanno tutta la documentazione”. E invece niente.
roma chiama Palermo
“Noi non abbiamo idea di quanti
soldi siano stati spesi né di chi ha eseguito i lavori dell’appartamento del
la risPosta della ragioneria generale:
“i lavori di ristrutturazione non sono stati
curati da questo diPartimento,
Partimento, bensì
P
dal diPartimento
P
Partimento
affari eXtraregionali
di roma”. che Però non ne sa nulla
presidente della Regione”. L’architetto Antonella La Rosa, dirigente della
sede romana, in un primo momento
consiglia ad “S” di “contattare la ragioneria generale siciliana per ottenere copia delle determinazioni di spesa
con relative fatture”. Già, se i documenti non sono a Roma, dovranno
essere a Palermo. “Solo loro - assicura il dirigente La Rosa - potrebbero
avere questo tipo di materiale”.
Detto fatto. Vincenzo Emanuele,
quando sono stati avviati gli accertamenti era ragioniere generale della
Regione, è stato disponibile sin dal
primo momento e nel giro di pochi
giorni ha controllato da cima a fondo
tutta la documentazione in possesso
della ragioneria generale. Cioè niente.
“I lavori di ristrutturazione - ha scritto Emanuele - non sono stati curati
da questo Dipartimento, bensì dal
Dipartimento Affari Extraregionali
di Roma”. Dall’ufficio, cioè, diretto
dall’architetto La Rosa. La palla torna a Roma.
A quel punto l’unica soluzione era
incontrare la dirigente nel suo ufficio della Capitale. “Ve lo ribadisco
- esordisce La Rosa nella stanza al
piano terra di via Marghera -. Io non
ho idea di quanti soldi siano stati spesi, né sono in grado di dirvi se queste
opere hanno una concessione edilizia
o se questi locali sono agibili e a nor
nor-
ma di legge”. C’è un’altra opzione:
“Chiamate Maria Francesca Campagna - insiste l’architetto La Rosa
-. Lei deve avere almeno le fatture”.
Detto fatto, la telefonata avviene direttamente nella sede romana della
Regione.
Maria Francesca Campagna è dirigente responsabile della ragioneria
della Presidenza e Funzione pubblica
siciliana. Chiamata al telefono, taglia
corto: “Io sono il direttore della Ragioneria - dice ad “S” - non ho nulla
a che vedere con l’amministrazione
che ha ordinato le spese e disposto
Per I documentI scatta
Il rImPallo Fra glI uFFIcI:
Per ragIonerIa generale,
dIPart
IP Imento aFFar
IPart
aFF I
extraregIonalI e ragIonerIa
della PresIdenza le carte
sono In mano ad altrI
i lavori. Rappresento un organo di
controllo”. Domanda: “Come organo di controllo cosa ha controllato?
Secondo Antonella La Rosa, il suo
ufficio è in possesso di tutta la documentazione”. Risposta netta: “Ma
sta scherzando? - tuona la Campagna
-. Non lo sa la La Rosa e lo dovrei
sapere io?”. Fine della partita: dei documenti non c’è traccia. Almeno fino
al prossimo rimpallo. 
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39
Attualità | dossier
stano o costeranno alle casse pubbliche fino alla fine di ottobre del 2012
circa 420 mila euro. Che si aggiungono a quelli già spesi negli anni passati. Una cifra complessiva che supera
il milione di euro in due anni e mezzo. Tirati fuori da un bacino di fondi
complessivi che sfiora i 160 milioni
di euro. Soldi non sufficienti, secondo
la presidenza della Regione: “I fondi
necessari – diceva il presidente Raffaele Lombardo alla fine del 2011
- potrebbero essere prelevati dalle
accise sulla benzina e destinati esclusivamente al dissesto idrogeologico,
non solo per la Sicilia, ma per tutte
le regioni che hanno vissuto questi
drammi”. Il problema è, però, che di
quei soldi già investiti, nel Messinese,
sidente del Consiglio dei ministri che
il 10 ottobre ha disposto “misure urgenti ed indifferibili di interesse pubblico”. In quel contesto, il presidente
della Regione Raffaele Lombardo ha
assunto il ruolo di commissario delegato per gestire l’emergenza. E in
questa qualità è autorizzato “ad avvalersi di figure professionali aventi
specifiche competenze nelle materie
di interesse riportate nelle ordinanze
di attuazione degli interventi posti a
favore delle popolazioni disastrate”.
“Specifiche competenze”
Ora, il problema, in alcuni casi, è
legato proprio a quelle “specifiche
competenze”. Perché quelle di Francesco Micali, ad esempio, hanno fat-
Ma dei risultati ottenuti
da questi esperti esterni
non c’è traccia, nonostante
una delibera che impone
la pubblicazione
delle relazioni finali
Una pioggia
di consulenti
per Giampilieri
nella cura dei rapporti con le organizzazioni e con i cittadini dei paesi
colpiti dal nubifragio”. Insomma, sul
consulente organista, non è proprio il
caso di rinfocolare polemiche “strumentali”.
Per la ricostruzione delle zone alluvionate del Messinese,
la Regione s’è affidata a un gran numero di “esperti”,
costati oltre un milione di euro. Ma le opere sono ferme
di Accursio Sabella
U
na pioggia di consulenze per limitare i danni del
nubifragio. Una pioggia
di “esperti” mandati dalla
Regione a sistemare i danni provocati oltre due anni e mezzo fa dalla calamità che ha colpito
40
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
Giampilieri, San Fratello, Messina.
Ma cosa abbiano fatto questi consulenti, finora, non è ancora chiaro. E
non lo è per un semplice fatto: perché
l’amministrazione regionale, contravvenendo a una propria delibera, non
ha mai pubblicato le relazioni finali
di questi esperti. Come quelle di tutti
gli altri, a dire il vero. Così, bisogna
basarsi sulla fiducia.
Certo, da alcuni dati si può sempre
partire. Sono quelli riferiti ai numeri
di queste consulenze. Che, solo per
considerare quelle tuttora vigenti, co-
il giovanissimo esperto è diventato
un consulente della Regione dopo
aver conseguito la maturità classica
al Don Bosco di Messina ed essersi
iscritto alla facoltà di Giurisprudenza
nella città dello Stretto. Micali è stato
chiamato per occuparsi dell’organizzazione della sede operativa di Messina, per curare “l’informazione alla
cittadinanza nelle zone alluvionate”
e per la progettazione della ripresa
economica e sociale del territorio,
per un totale di circa 50 mila euro
in un anno e mezzo. Ma la Regione,
anche attraverso le parole del presidente Lombardo, ha fatto “quadrato” attorno al consulente-pianista:
“Un giovane che ha dato una grande
mano – ha spiegato il governatore –
non si scorgono particolari effetti. La
ricostruzione va a rilento. Nonostante la pletora di esperti.
La possibilità di avvalersi di consulenti per la gestione dell’emergenza
nel Messinese del primo ottobre del
2009, è legata all’ordinanza del pre-
to molto discutere. Classe 1988, tra
le precedenti esperienze lavorative
nel curriculum vanta di essersi occupato di “Pianobar per serate e organista per matrimoni su richiesta”.
Ad appena 23 anni, insomma, come
“S” ha raccontato già nei mesi scorsi,
L’ex gabinettista di Lombardo
Per Angela Fundarò, invece, dopo
una precedente esperienza in attività
di comunicazione per la protezione
civile, è arrivato l’incarico di occuparsi “di informazione e recepimento delle istanze dei Comitati di Base
presenti nei territori interessati dagli
eventi alluvionali; raccordo tra l’ufficio commissariale e i diversi soggetti
attuatori degli interventi; coordinamento dei rapporti con gli organi
d’informazione circa le attività poste
in essere dal commissario delegato”.
Nel curriculum della Fundarò, spicca la presidenza, tra il 2006 e il 2008
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
41
Attualità | dossier
Chi paga Giampilieri
Per la ricostruzione di Giampilieri sono arrivati fondi dal Ministero dell’Ambiente (20
milioni), dal Fondo della Protezione Civile (20 milioni), dai fondi Fas relativi alla
programmazione 2007/2013 (65 milioni), dall’Apq (24 milioni) e dal decreto-legge n.
225 del 2010 (5 milioni), per un totale di 134 milioni di euro. Ai quali vanno sommati i 24
milioni transitati dall’assessorato al Territorio. I primi interventi sono serviti per gestire
l’emergenza, dalla rimozione dei sassi e dei detriti lungo i tratti di strade statali inagibili,
al contenimento delle frane, dalle realizzazioni dei nuovi impianti di raccolta delle acque
bianche al consolidamento dei costoni rocciosi lungo la statale 114, dalla messa in sicurezza di interi tratti autostradali, fino alla sistemazione dei bacini di fiumi e torrenti.
Solo i contratti ancora
vigenti, costeranno
alle casse pubbliche
oltre 420 mila euro,
fino a ottobre del 2012.
Tra questi, quello
a Francesco Micali,
con esperienze come
“pianista di piano bar”
di un club vicino al Rotary e la “patente per mezzi della Croce Rossa”.
Dopo una prima consulenza da 22
mila euro, per lei l’ultimo contratto
è una collaborazione coordinata e
continuativa da duemila euro lordi
al mese, fino al 31 ottobre prossimo.
Alla fine del 2012, insomma, la sua
42
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
consulenza sarà costata complessivamente circa 40 mila euro. Ma Angela Fundarò da anni “sfiora” l’amministrazione regionale in qualità di
esterno. E che il rapporto col governatore sia di totale fiducia, è provato
anche dal fatto che la consulente venne chiamata da Lombardo nel suo
gabinetto fin dall’insediamento da
presidente della Regione (esperienza
che durò però pochi mesi). La Fundarò, poi, tra le altre cose, nel 2010 fu
anche incaricata dall’allora assessore
ai Beni Culturali Gaetano Armao di
collaborare al “found raising” per le
celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Un contratto
da “co.co.co.” per poco meno di duemila euro mensili (1.846 euro) fino a
ottobre è toccato invece a Gabriele
Amato. Per lui nessuna laurea, ma un
diploma di perito. Si occuperà di “Innovazione tecnologica, coordinamento del sistema informatico, gestione
banche dati e rete informatica”. E dal
2010 al 2011 per lui erano già stati
stanziati quasi 34 mila euro.
Duemila euro al mese per oltre dieci
mesi, sino ad ottobre 2012, anche per
due architetti: Felice Zaccone e Da-
rio Maria Rocco La Fauci. Per loro
una consulenza in “Progettazione di
opere pubbliche ed edilizia residenziale”. Entrambi sono intervenuti o
interverranno in zone che conoscono
bene: Zaccone infatti in passato ha
già costruito a Giampilieri, mentre
La Fauci è nativo di Saponara. Per
entrambi, tra il 2010 e il 2011 ecco
36 mila euro in consulenze.
Tra i consulenti chiamati a gestire
l’emergenza-Giampilieri, poi, c’è anche
un ex segretario generale del Comune
di Milazzo, ora in pensione. Si tratta di
Calogero Sirna, 65 anni compiuti. E un
Alcuni consulenti
per Giampilieri hanno
accumulato, in due anni
e mezzo, somme superiori
ai 100 mila euro: è il caso
di Nicola Casagli, Michele
Navarra, Enrico Foti
e Michele Maugeri
incarico per il “supporto amministrativo al soggetto attuatore relativamente
all’assegnazione di sistemazione allogiativa alternativa per la popolazione
evacuata, gestione amministrativo-contabile del rimborso spese ed assistenza
alla popolazione”. Per lui, nove mesi
e mezzo di lavoro (fino all’ottobre del
2012), per un compenso di 24.166,66
euro. Che si aggiungono ai 36 mila
euro dell’anno scorso.
giampilieri: un particolare della montagna
senza reti. a sinistra il torrente a monte
Consulenti da oltre centomila euro
Incarichi da quasi 49 mila euro per
dieci mesi di lavoro, invece, sono andati a quattro esperti. E in uno di questi casi, la Regione ha deciso di pescare persino in Toscana. Nicola Casagli
è un architetto, originario di Livorno
e docente all’Università di Firenze. La
scelta è ricaduta su di lui, anche, immaginiamo, per la sua esperienza nel
“Gruppo nazionale per la difesa dalle catastrofi idrogeologiche”. Un po’
meno “affine” al compito per cui è
stato chiamato, invece, risulta un’altra delle esperienze nel curriculum
del docente, quella riguardante la
sua partecipazione, vent’anni fa, alla
“Scuola di guerra aerea di Firenze”.
Anche per lui si stratta di una proroga: la sua vecchia consulenza gli aveva già fruttato 55 mila euro.
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
43
attualità | DoSSIer
giampilieri 18 mesi dopo
“il paese sta morendo”
Anche per Michele Navarra, Enrico
Foti e Michele Maugeri l’ultimo contratto supera i 48 mila euro. Navar
Navarra, 48 anni, tra le altre cose, ha anche
esposto alla Biennale di Venezia. Docente nella facoltà di architettura di
Siracusa (che fa capo all’Università di
Catania), è stato chiamato a occuparsi
di “architettura, pianificazione degli
interventi relativi al ripristino degli
edifici distrutti o danneggiati, progettazione urbanistica”. Per la cifra di
48.333,33 euro, appunto. Una cifra
che lo porterà a sforare, in poco meno
di due anni, i 100 mila euro complessivi.
Nuova conferma anche per il docente
e ingegnere Enrico Foti. Nativo di Riposto, è consulente per le zone alluvionate dall’ottobre 2009. Anche per lui,
incarico da 48.300 euro per dieci mesi
di lavoro, che si aggiunge a quello da
59 mila guadagnato l’anno precedente. Le mansioni? “Attività progettuali
per il riassetto idrogeologico delle aree
alluvionate, dei corsi d’acqua”. Grande esperienza e prestigioso curriculum
per il professore dell’Università di Catania Michele Maugeri, 67 anni compiuti a luglio. Anche per lui, nuova
proroga da 48 mila euro e rotti: Maugeri infatti è consulente della Regione
dal 13 novembre del 2010, quando fu
chiamato con un compenso da quasi
58 mila euro.
gli ultimi incarichi, a fine 2011
Gli ultimi contratti in ordine di tempo, sempre a duemila euro al mese
fino a ottobre, sono andati a quattro
ingegneri (Antonio Ferraro, Erminia
Raciti, Vincenzo Maria Nicolosi e
Cinzia La Rocca) e a un geologo, Ro-
44
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
angelo rIzzo con Il bar sullo sFondo
un grande container sul ponte che attraversa il torrente segna la linea di confine
tra i lavori a monte, che avevano l’obiettivo di canalizzare le acque ma non sono
mai iniziati, e quelli a valle, iniziati e abbandonati. quel container è lì sin dal primo momento. inizialmente ospitava la
Protezione civile, adesso accoglie quello
che resta del bar di angelo rizzo.
il bar e una macelleria sono gli unici presìdi
della piazza. dei numerosi consulenti non
c’è traccia a mezzogiorno, ma in compenso i lavori di canalizzazione hanno consegnato alla cittadinanza un fiume monco
dell’argine sinistro e zoppo dell’argine destro che si interrompe dopo un centinaio di
metri. con le ultime piogge i detriti sono
scesi a valle e hanno travolto tutto. “le
ruspe - racconta rizzo ad ‘s’ - sono sparite
da un giorno all’altro e i lavori sono fermi
ormai da tempo. il paradosso è che hanno
iniziato a lavorare nella parte bassa, senza
intervenire a monte, e si è intasato tutto
con la sabbia portata dall’acqua”.
i lavori procedono a rilento. “siamo preoccupati – dice rizzo –. le attività commer-
sario Caminiti. Per loro, tra il 2010
e il 2011, compensi complessivi che
vanno dai 26 mila ai 38 mila euro a
testa. E fanno 420 mila euro in un
ciali sono sparite, sta morendo il paese”.
con il sussidio del primo anno, gli abitanti
di giampilieri hanno pagato le tasse. ma
adesso, davanti alla macelleria transennata, rizzo si interroga sul futuro. “un mese
fa sono venuti in pompa magna. dicevano
che dovevano iniziare i lavori del troncone
centrale di giampilieri, quello che è stato
devastato e che dopo un anno è rimasto
abbandonato. hanno fatto le fotografie
con i giornalisti mentre indossavano giubbini gialli e gli elmetti, hanno transennato
tutto e sono spariti. una grande comparsata, i lavori non sono ancora iniziati”.
un anno dopo la tragedia, il cuore del paese, quello che è stato travolto dalla valanga
di fango, non è ancora sicuro. la montagna
che sovrasta le abitazioni distrutte è l’unica
a non essere coperta da reti e tralicci. “le
strade e le arterie del centro storico – osserva rizzo – sembrano bombardate. a volte
mi sembra di essere a beirut. ma no: sono a
giampilieri, sicilia, italia”. antonio condorelli
guarda il video
su www.livesicilia .it
anno. Più di un milione in due anni.
Una pioggia di consulenti, che non
ha fatto dimenticare il diluvio di due
anni fa. 
Attualità | Amministrative
Tutti gli uomini
dei candidati
Dietro gli aspiranti sindaci di palermo c’è una pletora di uomini e donne
pronti ad ogni sacrificio per sostenerli. Ecco chi sono
di Roberto Puglisi
foto©Giorgia Fusi e Alessandra Rosciglione
alessandro aricò
tommaso dragotto
I
n largo Villaura 27 c’è un palazzo grigiastro che pare una decalcomania del Ministero dell’Amore. Nessuna indicazione. L’ascensore è un moderno montacarichi
cigolante. I sopravvissuti raccontano
che è solito fermarsi due volte su dieci. Prima di affrontarlo, è consigliabile
munirsi di tranquillanti e di una coron-
46
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
Marianna caronia
massimo costa
fabrizio ferrandelli
riccardo nuti
cina di rosario. L’ascensoraccio sale per
un’attesa che sembra infinita. Dodicesimo piano. Una freccia sobria con una
parola sopra. “Dragotto”.
Comincia qui il viaggio tra le squadre
che si contendono il noto gioco a premi: “Chi vuole fare il sindaco di Palermo”. Al fortunato vincitore spetteranno anni carichi di ansia, notti col sudo-
re nelle mani gelate, quintali di paura e
conti bucati. Qui si tratteggia il popolo
minuto che c’è dietro ogni aspirante
primo cittadino. Non tutti gli uomini
e le donne che partecipano alla lotteria al fianco del loro cavaliere bardato
di armi e corazza – sorpresi in un paio
di giorni di marzo e quindi con buona
parte del destino ancora nella mente
degli dei – sono stati immortalati nel
ritratto. Ci sono quelli che – di riffa o
di raffa – si riferiscono a candidati più
visibili di altri.
Tommaso Dragotto, dunque, è l’ospite del dodicesimo piano nel Ministero
dell’Amore di largo Villaura, in procinto di abbandono per accomodamento
in una più agevole sede. Apre la porta
Giulia Noera che snocciola subito l’organigramma del competitor di Impresa
Palermo. “Io sono addetto stampa –
spiega Giulia – Walter Giannò si occupa del web, Alessandro Di Girolamo è
il capo della segreteria”. Sono le facce
occulte e in carne e ossa della campagna elettorale. L’avanzata di faccioni
cartacei è progressiva e inesorabile. E
si sa che i condottieri cartellonati non
sudano, non parlano, non smarriscono
un capello. Oltre le quinte, trovi i volti umanissimi di chi per passione, per
guadagno, per speranza di sistemazione – o per tutti gli ingredienti mescolati con differente dosaggio – manda
avanti un nome, incrociando le dita. A
casa Dragotto Giulia Noera narra di
sé: “Ho quarantacinque anni, sono psicologa e avrei di che vivere di mio. Non
conoscevo Tommaso Dragotto e ritenevo che fosse un uomo brusco, come
qualche volta appare. Invece è una persona di grande sensibilità, attenta ai bisognosi. Da mesi finanzia un pulmino
di disabili. Gli vogliono bene in molti.
Nella sua azienda ha pure una palestra
per dipendenti”. Avvertenza per il lettore. Nel cammino tra uno staff e l’altro
abbiamo annotato giudizi entusiastici
degli arruolati per i rispettivi ammiragli e velenosi borbottii sui comandanti
di altre flotte. Normale. Ma abbiamo
colto anche una speranza sincera, più
che un barlume di impegno, qualcosa
che somiglia a un chiarore tenue prima
dell’alba.
Esce Giulia, entra Alessandro Di Girolamo, trentotto anni, perito assicurativo, capo della segreteria del “dottor
Tommaso”. Il capo della segreteria è il
fante schierato col fucile della propaganda carico sull’immenso confine del-
giulia noera e alessandro di girolamo
A curare l’ufficio stampa
di Tommaso Dragotto
è Giulia Noera, affiancata
da Walter Giannò
che si occupa del web
e da Alessandro
Di Girolamo, capo
della segreteria
la scheda e dell’urna. È colui che blandisce, intrattiene e organizza. E, all’occorrenza, riceve schiaffoni non suoi.
Alessandro spiega: “Sono impegnato
perché non mi fido della vecchia politica. Basta vedere il pasticcio che il centrosinistra ha combinato alle primarie.
Un difetto del dottor Dragotto? Una
caratteristica che confina con il pregio.
È particolarmente esigente. Qua vengono in tanti a chiedere di tutto”. Interviene Giulia che vigila con attenzione:
“Il dottore Dragotto vuole fare mettere
sulla sua scrivania lo slogan: ‘Non si
vendono posti di lavoro’. E prima o poi
lo farà”. Un imbuto di stanze con i progetti dragottiani. Dall’ultima stanza,
ecco Marcella Cannariato Dragotto,
consorte dell’imprenditore in corsa. Si
lamenta con grazia: “Dicono che mio
marito è vecchio. Sarà vecchio uno che
corre ogni mattina, che divora venti vasche di piscina e che ha idee brillanti,
o sono decrepiti gli altri?”. Frase conclusiva. Si scende con una moderata
preoccupazione dal palazzaccio grigio.
L’ascensore, per fortuna, funziona.
Il sestante indica la rotta per il secondo appuntamento. Via Sampolo 56. A
casa di Beppe Grillo e del Movimento
Cinque Stelle. Beppe Grillo non c’è. C’è
Riccardo Nuti, il sindaco proposto dai
grillini. Al primo piano in cima a una
scala ripida il quartiere generale della
rivoluzione. Una saletta. Gli adepti del
comico genovese assiepati in una prova
di assemblea ateniese. È il fiore all’occhiello dei Cinque Stelle che si riassume
in un ritornello: democrazia, democrazia, democrazia.
C’è Loredana Lupo, trentacinque anni,
pollice verde e agronoma. Si presenta:
“Sono volontaria, vegetariana e cammino in bicicletta. La bici è un must.
Cosa voglio? Semplicemente, la rinail magazine che guarda dentro la cronaca - s
47
Attualità | Amministrative
Riccardo Nuti
schiera tra gli altri
l’agronoma Loredana Lupo,
il mediatore civile
Emilia Testai, l’avvocato
Francesco Menallo
e le addette stampa
Dalila Nesci e Azzurra
Cancelleri
1
3
2
1) Emilia testai 2) francesco menallo
3) azzurra cancelleri 4) dalila nesci
scita della politica. Mi impegno per
tutto, dai banchetti al resto. La nostra
organizzazione è orizzontale, non gerarchica”. Giulia Di Vita, ventisette anni,
si occupa di disabilità. Sussurra la sua
storia: “Ho una sorella diversamente
abile”. Dal sorriso caldo, si capisce che
Giulia condivide il peso con la leggerezza del suo amorevole altruismo e che
l’impegno nasce dall’approccio positivo
col mondo, non soltanto dal suo fardello personale. “Sono ingegnere gestionale – spiega – anche io voglio cambiare
qualcosa”. Nella mini-agorà del Movimento, a corolla, intorno a Riccardo
Nuti, la discussione si vivacizza. Emilia
Testai, trentacinque anni, mediatore civile con una laurea in Lettere moderne:
“La chiave è la cultura che conduce alla
bellezza. Il risorgimento parte da lì”.
Francesco Menallo, cinquantaquattro
anni, avvocato e polemista, è il guardia-
48
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
4
no che riconduce l’utopia nel cavo della
realtà. Non smorza l’impeto, lo asseconda. Lo contestualizza: “Vengo dall’esperienza di Legambiente e dei Verdi. Ho fiducia per l’approdo politico dei grillini.
Chi è Beppe Grillo? È un comico serio.
Voi giornalisti lo dipingete spesso come
un dittatore che stabilisce una linea indiscutibile. Non è mai così. Si partecipa e
si valuta insieme”. Democrazia, democrazia, democrazia. La venticinquenne
Dalila Nesci è una delle due addette
stampa. Viene dalla Calabria, da Tropea. È in Sicilia per puntellare il movimento nella sfida delle elezioni. “Studio
pure giurisprudenza, non so ancora cosa
sarò da grande”. L’altra comunicatrice è
Azzurra Cancelleri, acquartierata sulla
ridotta di Facebook, ventisette anni, trapiantata a Palermo da Caltanissetta, ha
visto sbocciare a casa sua l’ardore grillino. “Abbiamo risolto un problema di
rifiuti e di civiltà grazie a lui. Da allora lo
seguo, mi piace, è diverso”. “Un comico
serio”, ripete l’avvocato Menallo. E tutti
ridono.
Poi c’è Giovanni Pellerito ed è davvero
un altro discorso. La trama mordace
del “comico Giuseppe Grillo” – secondo la definizione caustica di Eugenio
Scalfari – è già alle spalle. Si intravvede
il nuovo approdo. Lo scintillante Nautilus del Pdl, la casa, il rifugio, il salottone buonissimo di Massimo Costa, a
piazza Sturzo. E c’è davvero Giovanni
Pellerito. Scrivono, tra le righe, di lui
che sia il guru della comunicazione
dell’ex presidente del Coni. Riferiscono
che sia stato lui l’artefice della conferenza stampa aggressiva d’impatto, il
cocktail di esordio a colpi di peccatori
da redimere, muscoli del viso tesi allo
spasimo e frasi sparate a scatti come
dalla bocca di una mitraglia.
Scarni cenni di biografia raccattati qua
è là. “Johnny” Pellerito, uno che dà del
tu all’America e che ha letto Tocqueville, un economista. Uno che si esprime
con una caratteristica neolingua tra il
siculo e lo yankee e passa con nonchalance dal “cumpà” al “brother”. L’artefice delle ultime avventure di Miccichè e di Grande Sud. Soprattutto, un
personaggio a fondo multiplo. Non sai
mai quando dice: questo non dirlo, per
quale ragione lo dica. Se spera che si
dica o che non si dica affatto. È uno
scioglilingua e se uno lo capisce, si avvicina alla verità. Ogni tanto, il “guru”
soddisfa l’esigenza di decollare dalle
contingenze plebee. Si isola per ascoltare “la sua musica”. Si rilassa e chiacchiera: “Non siamo preoccupati per
il sette maggio. Per l’otto. Il problema
sorgerà dopo per chi governerà. Le parole d’ordine sono: sussidiarietà e solidarietà. Tutti fanno tutto, io posso pure
cambiare la lampadina, se è necessario.
Vogliamo guardare oltre l’orizzonte,
verso altri mondi”. Come mai questa
partenza a razzo con Massimo Costa
nelle vesti di problem solver, corsaro
dei sette mari e superman insieme?
Guru Pellerito, mica avrà sbagliato
qualche calcolo rendendo la simpatia
antipatica? “Intanto non sono un guru
– ridacchia lui – . Io e Massimo ragioniamo su ogni aspetto, ci integriamo.
Deve mostrarsi aggressivo e concentrato come un pilota un quarto d’ora
prima della partenza del Gran Premio.
Se sei moscio, c’è qualcosa che non
funziona. Lo ripeto: ci completiamo. Io
sono figlio di tipografo, lui di ferroviere. Proveniamo dalla cultura del sacrificio. La mia massima preferita? Occorre essere un po’ paranoici per vincere”.
Nella retrovia del Nautilus, su una
lavagnetta, i motti pelleriteschi: “Non
possiamo perdere” e cosucce simili. A
naso, si respira un’aria tra il mistico e
l’entusiasta. Un ottimismo che tracima
e coinvolge pure lo scodinzolante Rafa,
un canuzzo trovatello che ha assunto
le insegne di mascotte del gruppo. Se
lo passano tipo palla (siamo o non
siamo in un recinto simil-sportivo?) le
bellissime ragazze dello staff di Costa.
Una precisa: “Siamo tutte fidanzatissime o sposate”. Oltretutto, intelligenti,
laureate e con master nel curriculum.
I perditempo girino al largo. A Costaland, Giovanni Villino, trentatré anni,
è il capo ufficio stampa. Il resto della
squadra: Adriano Frinchi, trent’anni,
Giuseppe Urso, trentuno, Daniela Ciranni, ventisei, Monica Longo, ventisei,
Roberto Rizzuto, trentenne. Giovanna
Inzinzola, ventisette anni, è la coordinatrice “impareggiabile”. Li interroghi
e spiegano che si fidano di “Massimo”
ciecamente. Proviamo a insinuare un
dubbio diabolico nel tempio dell’aspirazione alla perfezione. Possibile che
‘sto Costa non abbia un difettuccio,
una questione aperta, un’angolazione
difficile? Si fissano, smarriti, nelle palle
degli occhi. Giuseppe afferra il coraggio
a due mani: “Ecco, bè... È un lavoratore instancabile, oltre ogni immaginazione e spinge tutti”. Finale con foto di
gruppo più cane felice e massimamente
scodinzolante.
A Casa Aricò, in via Archimede 190,
stanno tinteggiando le pareti, col giallo
e col blu. Sono partiti dopo per le note
vicissitudini. Strofinacci di qua, scope di
là. Scrupolosi inservienti levigano i pavimenti. Alessandro Teri, trentaquattro
anni, governa le leve del sito e sorve-
più opportuno su tutto ciò che riguarda la città di Palermo; nella sua coralità
Rosalio rimane un blog non schierato e
non aderente strettamente all’opinione
del suo singolo autore, ospite o commentatore. Ciò nonostante ho deciso
liberamente di procedere nel modo che
vi ho già detto, anche per stroncare
eventuali insinuazioni sul nascere”.
Intorno a un tavolo, il candidato Alessandro Aricò e una fetta della sua
compagine di sostegno: Carlo Alberto
Sausa, trentasette anni, Paolo Russo,
trentasei anni, Roberta Montemagno,
trent’anni, Angelo Pizzuto, quarantatré
1
Un capitolo a parte merita
Giovanni Pellerito,
il guru della comunicazione
scelto da Massimo Costa:
è lui l’artefice
della conferenza stampa
d’esordio, che ha fatto
discutere fan e avversari
2
glia internet. Tony Siino, trentacinque
anni, è il re della “web strategy”. Siino
è pure l’inventore di Rosalio, fortunato
blog sperimentale di Palermo. Siino ha,
di recente, scritto su Rosalio: “È arrivato il momento di ‘congelarmi’ come 3
autore di post sulla politica su Rosalio 1) giovanni pellerito 2) giovanni villino
almeno fino al prossimo primo turno 3) giovanna inzinzola
elettorale. Sono nuovamente coinvolto
nelle campagne elettorali online, per anni. Non ci sono, ma contano eccome:
un candidato sindaco, per una lista e Filippo Pace, capo ufficio stampa di
per più candidati alle prossime elezioni. Futuro e Libertà, e Vito Orlando, semAnche stavolta si tratta di una mia libe- plicemente “lo stratega”. Più o meno il
ra scelta e continuerò a parlare di poli- colpo d’occhio è lo stesso. Ottimismo
tica qui nei commenti. Da un punto di più ottimismo: “Lavoriamo in amicizia
vista del format del blog Rosalio nulla – dice Carlo Alberto Sausa, il cui papà
mi vieterebbe di pubblicare riflessioni è un noto galantuomo fedele alla mopolitiche, neanche nella mia attuale narchia –. Non c’è una leadership, vale
condizione. Ciascun autore di questo il gruppo”. Torna la metafora elettrica:
blog è libero di postare ciò che ritiene “Chiunque può cambiare una lampadiil magazine che guarda dentro la cronaca - s
49
Attualità | Amministrative
1
na”. Non avete paura del gap provocato da una gara iniziata in ritardo? “La
distanza l’abbiamo già colmata – ne è
sicuro Paolo Russo – e il centrosinistra,
con le sue polemiche, ci aiuta”. “Siamo
tutti amici di Alessandro – insiste Sausa
– lo sosteniamo perché lo apprezziamo
per come è. Sappiamo chi è e come si
comporta. È quasi un discorso in famiglia”. E chi è Aricò? Risponde l’interessato: “Sono un politico e non lo nego.
Non corteggio l’antipolitica. La politica la faccio tutto l’anno, ogni giorno,
ogni minuto”. Rinviene a Casa Aricò
l’insinuazione da avvocato
del diavolo. Nessun difettuccio? Niente? Neanche uno?
Replica Sausa che è l’io narrante del gruppo: “Cinicamente, direi che Alessandro
è troppo buono e si stanca.
Si occupa di tutti e risponde
a tutti. Troppo amico, troppo impegnato. Non stacca
mai”. Roberta Montemagno affianca il candidato da
anni. Ha una specializzazione sul versante internazionale: “Sto con Alessandro
perché l’ho visto in azione.
So come si comporta”. “Il
rischio di diventare sindaco
di Palermo? – si interroga
Aricò – Un politico lo ac- 5
cetta. Semmai il rischio è dei
cittadini, per il loro futuro. Il pericolo
di sbagliare e di affondare”. Al piano
di sotto, nel frattempo, hanno già iniziato una mega-opera di pulizia dello
scalone centrale.
Attraversando la strada, si entra nel
barometro complesso del centrosinistra. Tuoni, fulmini e saette. Via Siracusa numero 10, da Fabrizio Ferrandelli.
Alessia Cannizzaro, trentun anni, si
divide tra i compiti di addetto stampa
e factotum. Le ferite delle primarie, nel
doppio giorno di marzo, sono aperte.
Esordio bellicoso: “C’è qualcuno che
non sa cos’è la coerenza”. Giorgio
Schultze, cinquantacinque anni, è più
esplicito: “Qualcuno, cioè Orlando,
50
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
2
2
1
3
4
1) Roberta Montemagno
2) angelo pizzuto
3) paolo russo
4) tony siino
5) Carlo Alberto Sausa
dovrà chiedere scusa per certe scelte
sconsiderate”. Chissà come sarà il tempo, superato l’acquazzone. Schultze è
un meneghino che si è già stropicciato
a Milano, alla corte di Giuliano Pisapia. È l’architrave del sistema solare
ferrandelliano. La sua è una professione di fede: “Qualcosa sta mutando, c’è insubordinazione popolare. La
gente è insofferente ai diktat dei partiti.
Non ama le decisioni calate dall’alto.
Fabrizio Ferrandelli sarà la sorpresa
del sette maggio come lo è stato per le
primarie. Lo sottovalutano? È un bel
vantaggio, resteranno a bocca spalancata”. La trentacinquenne Patrizia Felice spiega di non essersi mai impegnata
A casa Aricò ci sono
alessandro Teri, Tony Siino,
Carlo Alberto Sausa,
Paolo Russo, Roberta
Montemagno e Angelo
Pizzuto. In squadra
anche i giornalisti Filippo
Pace e Vito Orlando
in politica. Finora: “Ho perso il lavoro
e sono qui, liberamente, perché siamo
volontari. Sono arrabbiata, anzi incazzata. Desidero credere in un futuro
migliore. Non ho altre possibilità. Penso che dobbiamo risolvere il dramma
della mia generazione”. Gaetano Di
Napoli si sbatte l’anima in lungo e in
largo. Ha la freschezza dei suoi ventun
anni e studia per diventare educatore
di comunità. “Arrivo dall’esperienza di
Ubuntu, del territorio e del centro sociale. La politica sincera è una battaglia
sul campo. Fabrizio non è un accentratore. Le decisioni sono collettive e, se è
il caso, sa compiere un passo indietro.
Certo, vuole sempre sapere quello che
I Ferrandelli-boys
ripetono come un mantra:
“Fabrizio sarà la sorpresa”.
Fra i sostenitori
di Marianna Caronia,
Patrizia Paesano
è la “generalessa”
della comunicazione
quarantasette anni, è la generalessa della comunicazione. L’affiancano Nadia
Palazzolo, ventinove anni, coetanea di
Dario Giliberti, e la trentenne Stella Belliotti. Nella stanza della candidata del
Pid, Simona Castiglione, quarant’anni,
ingegnere ambientale. Incinta. Non è
3 spaventata dallo stress, col bimbo in
grembo? “No. Ho conosciuto Marian1) Giorgio Schultze
na nel 2008. Avevamo un pasticcio
2) Serena Antioco
da risolvere all’Arpa. Lei ha mostrato
3) Alessia Cannizzaro
4) Patrizia Felice
una competenza fuori dal comune e
4
una grande capacità di fare. Credo che
l’abbiano bloccata. La politica peggioè successo. Il suo difetto? L’assenza re si esercita nel non fare fare. Talvolta
di delega”. Concetto corroborato da Marianna si arrabbia, però nasce tutto
Lena La Barbera, trentun anni: “Lo ac- dalla passione, dal tenerci alle cose”.
compagno continuamente. Mi prendo- Giuseppe Iones, ventotto anni, manda
no in giro e mi sfottono: sei la seconda avanti la segreteria: “Incontro la dispemoglie di Fabrizio. Noto ogni giorno la razione di Palermo in ogni momento. I
forza che riesce a mettere nel territorio, palermitani chiedono lavoro, chiedono
a contatto con gli elettori. Pure io sono una soluzione, un’ancora di salvezza. E
convinta che il 7 maggio ci sarà una sor- mi tocca spiegare pazientemente che noi
presa. Siamo quasi 50, continuamente
in movimento”. Serena Antioco, ventiMa per le candidature
sette anni, è esperta di tecnica pubblicic’è tempo fino all’11 aprile
taria. Dal punto di vista del marketing
Nel momento in cui “S” va in stampa,
com’è il politico Ferrandelli? Le basta
una frase: “Non è ingabbiabile”. L’anaoltre ai candidati citati in queste pagine,
lisi si amplia: “Vedrete che lo spontaneia Palermo sono già in campo Giuseppe
smo pagherà”. In via Siracusa 10, come
Mauro, Antonio Pappalardo, Rossella Accaraltrove, l’orario è continuato, secondo
do e Gioacchino Basile. Ma i giochi sono
i ritmi dettati dalla campagna. Dalla
ancora aperti. Per avere la rosa completa
mattina presto, fino a notte fonda.
dei candidati, infatti, bisognerà aspettare
L’ultimo posto da visitare è l’accampal’11 aprile, ultimo giorno utile per presentare
mento agguerrito di una signora. Male liste per sindaci e consiglieri comunali. Il
rianna Caronia ha sistemato le tende
primo giorno per presentare le candidature,
in via Notarbartolo, all’angolo con via
invece, è il 6 aprile. Esattamente un mese
Libertà, nell’ex sede del Coni. Sarà un
dopo, il 6 e il 7 maggio, i siciliani saranno
sintomo del destino? Patrizia Paesano,
chiamati alle urne.
non garantiamo nessuno. Che odiamo
il voto di scambio. E che l’unica è riparare davvero le cose, avviare un circolo
virtuoso che possa rappresentare una
garanzia per ciascuno”. Lei, Marianna,
è ottimista come gli altri: “Vedo in giro
un bisogno acuto di svolta. Vado per
strada, cammino, stringo mani. Dappertutto mi imbatto in una città che
ha rivalutato la necessità di sperare”.
Fotona conclusiva. Tante donne – nello
staff ci sono in aggiunta Roberta Gambino, Valeria Cimino e Ivana Piombino
– in piedi. Giuseppe Iones accovacciato. Marianna Caronia scherza: “Abbiamo messo gli uomini in ginocchio”, lei,
oltre a Rossella Accardo unica donna
di un’aspra battaglia prevalentemente
maschile. Una guerra che si combatte
tra laser, effetti speciali e facce spaziali, abbellite da quintali di ritocchi, nei
cieli di Palermo. Ma è sulla terra che il
popolo minuto corre di qua e di là, in
cerca del domani. Chissà che la politica
schietta non stia rinascendo sul serio,
sulle spalle di quelli che sudano. E che
sanno cambiare una lampadina. 
1
2
1) Giuseppe Iones
2) Nadia Palazzolo
3) Simona Castiglione
3
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
51
Attualità | Politica
Imprese, cittadini
e associazioni
Ecco chi finanzia
i senatori
La legge impone ai candidati
di documentare i contributi ricevuti
in campagna elettorale.
E fra un contributo e l’altro
spuntano molte sorprese
di Antonio Condorelli
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s - il magazine che guarda dentro la cronaca
S
ono singoli cittadini, imprese, associazioni. E ciascuno di loro contribuisce
con pochi spiccioli o con
diverse migliaia di euro.
Nel giro d’affari delle elezioni non ci sono solo i contributi
elettorali riconosciuti dallo Stato ai
partiti, finiti nell’occhio del ciclone
dopo il caso di Luigi Lusi, l’ex tesoriere della Margherita accusato di
aver sottratto i fondi al suo partito:
fra le voci di finanziamento per le
campagne elettorali, infatti, ci sono
anche i contributi dei privati, che
per legge devono essere documentati
e depositati in corte d’Appello. “S”
ha raccolto i dati che i senatori eletti
in Sicilia nel 2008 hanno dichiarato.
Eccoli tutti.
Chi finanzia i democratici
Fra le fila del Partito democratico, il
caso più singolare è quello di Nino Papania: il politico trapanese, infatti, ha
dichiarato di aver ricevuto cinquemila
euro dalla Eolo costruzioni, l’azienda
di proprietà di Vito Nicastri che l’anno
successivo sarebbe finita sotto sequestro. Nicastri è sospettato di rapporti
con Matteo Messina Denaro e oggetto
di un sequestro da 1,5 miliardi di euro.
Ma Papania, che ha dichiarato questo
finanziamento alla luce del sole, non
ha difficoltà a difendere il contributo:
“Nicastri – spiega – è a piede libero. È
stato oggetto soltanto di un sequestro
preventivo”. Oltre alla Eolo costruzioni, nell’elenco di Papania ci sono i mille
euro di Salvatore Raspanti, i duemila di
Francesco Ciccia, i 3.000 di Giuseppe
Scibilia, i tremila del sindaco di Alcamo
Giacomo Scala e i tremila di Castrenze Papania. Chiudono l’elenco Nicola
Rizzo con 700 euro, Dario Ciccia con
duemila, Michele Ruvolo con mille,
Francesco Adragna con mille, Manlio Calvaruso con 1.050, il segretario
provinciale del Pd Baldo Gucciardi con
1.500, Rosario Cottone con 1.070 e
Ignazio Maltese con 700.
Singolare anche il caso di Enzo Bianco:
1
Gaetano Licari di Catenanuova (250),
Giovanni Surianiti di Troina (600), Antonio Raimondo (350), Aldo Nigido di
Calascibetta (150) e il leonfortese Antonino Di Leonforte (402,60). Non si
contano pranzi e cene e pubblicità sulle
testate locali. Solo spese e zero finanziamenti invece per Giuseppe Lumia,
che ha documentato i 250 euro dati al
mandatario Paolo Calabrese per “facchinaggio e diffusione materiali elettorali”, i 150 dati a Enzo Vivirito con la
l’ex ministro dell’Interno, che ha scelto
il revisore dei conti del Comune di Catania Massimo Rosso come mandatario, insomma come persona chiamata
a documentare i movimenti di denaro,
ha dichiarato spese per 10.364,20,
mentre i fondi ricevuti sono molti di
più. A finanziare l’ex sindaco di Catania ci sono i 5 mila euro versati dagli
edili di Confindustria Catania, i 3 mila
della Merid Spa di Gioacchino Russo,
che gestisce anche la Funivia dell’Etna,
e i 49 mila di una società denominata
“Fosso della Mola srl”, poi incorporata
nel gruppo Ghella, colosso degli appalti pubblici guidato da Giandomenico
Ghella, vicepresidente dell’Ance.
Si è autofinanziata invece Anna Maria
Serafini, moglie di Piero Fassino eletta in Sicilia, che come mandatario ha
nominato Maria Fasolo, a sua volta
moglie del capogruppo all’Ars Antonello Cracolici. I 15 mila euro della sua
campagna elettorale vengono dalle sue
tasche, e fra le spese ci sono affitti di
appartamenti in residence e alberghi, il
noleggio di un’auto, un paio di voli Roma-Palermo e un rinfresco da 550 euro
alla Tonnara Florio. Autofinanziamento anche per Costantino Garraffa, che
ha nominato come mandatario Simone
In casa Pd Papania ha ricevuto
5 mila euro da Vito Nicastri,
ritenuto vicino a Messina
Denaro. Bianco ottiene fondi
da Confindustria e dal patron
della Funivia dell’Etna.
Finocchiaro finanziata
dalla Tecnis
Di Stefano e ha dichiarato contributi
personali per 10 mila euro e spese per
6.507,33, fra le quali rientrano manifesti e rinfreschi. Chiude l’elenco degli autofinanziati Benedetto Adragna, che ha
coperto di tasca propria una manifestazione al Grand Hotel dei Templi (1.700
euro) e i manifesti (3.265,60 euro).
2
3
1) Anna Finocchiaro
2) Enzo Bianco
3) Nino Papania
Molto più corposo il fascicolo di Mirello Crisafulli, che ha documentato
con scrupolo un gran numero di prestazioni occasionali: Stefano Rizzo
(600 euro), Antonio Contello di Assoro (500), Vincenzo Lacchiana di
Aidone (400), Gaetano Tirrito di Enna
(300), Santo Messina di Cerami (300),
Salvatore Arena di Valguarnera (400),
Filippo Scavuzzo di Sperlinga (250),
Massimiliano Colaianni di Villarosa
(300), Domenico Scavuzzo di Villadoro
(400), Salvatore Ferrigni di Barrafranca
(600), Filippo Grassia di Agira (400),
stessa motivazione e gli 8.533 alla Fabbrica creativa per materiale elettorale.
L’ultimo dato riguarda invece una senatrice di spicco che nel 2008 è stata
eletta fuori dalla Sicilia. Si tratta della
capogruppo del Pd Anna Finocchiaro,
che però nel 2006 aveva dichiarato di
aver ricevuto fondi dalla Tecnis di Concetto Bosco Lo Giudice, Mimmo Costanzo e Santo Campione, quest’ultimo
già braccio destro del cavaliere del lavoro Mario Rendo.
E Schifani fa beneficenza
Il Pdl si apre con il presidente del Senato Renato Schifani, che ha dichiarato
contributi per 86.500 euro dei quali
30.610,89 sono risultati non spesi e
sono stati girati, dopo la fine della campagna elettorale, al Comitato familiari
delle vittime di Mineo e ad associazioni di beneficenza. Tra i finanziatori di
Schifani fa la parte del leone la Snai,
che ha versato 50 mila euro. Nell’eleno anche la clinica “La Maddalena” di
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
53
Attualità | Politica
4
Palermo con 25 mila euro, la Dedalus
spa con 10 mila. Infine ci sono Giuseppe Scalzo (mille euro) e Gioacchino
Castronovo (500 euro). Schifani è anche uno dei pochi a pagare il mandatario, che ha ricevuto 14.400 euro. Tra
le spese spiccano 20.800 euro alla Art
and sound di Lercara Friddi, 12 mila
all’Oasi di Lercara Friddi e seimila al
ristorante Panoramica di Baida.
Decisamente più economica la campagna elettorale di Domenico Nania, che
ha speso solo mille euro per il carburante. Cifre basse anche per il sindaco
di Catania Raffaele Stancanelli, che ha
versato 9 mila euro di tasca propria e
ha ricevuto 2.500 euro dalla Sti spa di
Pinerolo. Tra le spese, quelle per la pubblicità su La Sicilia, un pernottamento
all’hotel Excelsior per Maurizio Gasparri e l’uso per un giorno del Teatro
Tenda di Virlinzi. Molto di meno è costata la campagna elettorale di Simona
Vicari: per lei 2.400 euro per la realizzazione di un sito e 120 di sms.
Si torna a cifre alte quando si parla invece di Tonino D’Alì. L’ex presidente
della Provincia di Trapani si è autofinanziato per 34.500 euro. Tra le spese
rendicontate 2.839 euro il 3 aprile e
1.040 nei giorni successivi, principalmente per aperitivi, pubblicità elettorali e versamenti a Forza Italia. Curioso
però che un versamento di 20 mila
euro faccia la sua comparsa sul conto
corrente destinato alla campagna elettorale il 14 aprile 2008, ultimo giorno
con le urne aperte.
Fra i candidati autofinanziati c’è anche
Bruno Alicata, che ha pagato di tasca
propria i manifesti (820 euro), alcune
riprese video (208), l’allestimento del
comitato elettorale (1.300) e le affissioni (2.548). Come lui anche Antonino Battaglia, che si è autofinanziato
per 5.000 euro. Spese di tasca propria
anche per Roberto Centaro, che ha
indicato costi per 30.200 euro per la
stampa del materiale pubblicitario,
per i banchetti e per la pubblicità sulle
principali emittenti della provincia di
Siracusa. Chiude l’elenco degli autofi-
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s - il magazine che guarda dentro la cronaca
Schifani ha donato
in beneficenza i soldi
non spesi. Vizzini
finanziato da Carlo Sorci
e dagli editori di Trm.
Ma il re dei contributi
nel Pdl è Pino Firrarello:
ha ricevuto oltre
130 mila euro
palermitana dei rifiuti all’epoca presieduta da Galioto.
La carica dei centristi
Totò Cuffaro ha nominato come mandatario un nome noto della finanza
come Marcello Massinelli. Nell’elenco dei finanziatori i 50 mila euro della
Immobiliare Monte Mare di Andrea
Maurizio Zamparini, figlio del patron
del Palermo, 25 mila della Sielt Immobiliare, 5.000 dalla Musumeci costruzioni generali e 2.500 dalla Rossini di
Massinelli. Nell’elenco anche 15.000
euro da “persone fisiche” non identificate e 4.174 segnati come “servizi provenienti da persone fisiche”. Sul conto
1
2
5
nanziati Salvo Fleres, che ha messo a
disposizione 22.962,79 euro dandone 1.300 alla tipografia Eurografica, 3
620 a Computer line, 5.616 a Grafica
Tre, 6.844 alla Tipografia Trombetta per, 2.000 per volantinaggio, 1.300 per
e 5.844 in due tranche alla Rapida- la stampa di volantini e manifesti alla
Eurografica di Palermo, un forfait per
graf.
Grandi numeri e grandi nomi, invece, il carburante e alcune cene al ristorante
per l’ex pidiellino Carlo Vizzini. A fi- Capricci Siciliani di Roma.
nanziarlo ci sono la Finanziaria Immo- Molto più imponente la mole di docubiliare srl del potentissimo Carlo Sorci menti presentata da Pino Firrarello: fra
(5.000 euro), la Pubblimed dei Rappa, i suoi finanziatori lo “Studio tecnico
editori di Trm (10.000), la Almura spa associato Ingg. G. M. D. da St. Mineo e
(5.000 euro) e la Games srl. Lungo Scaraviglieri” (10 mila euro), lo studio
l’elenco dei collaboratori: Francesca Li Cassarino Castelli (5.000 euro in due
Vigni (2.750), Antonio Sanvarlo (550), tranche), Maurizio Cassarino (2.500),
Giancarlo Ruscello (3.000), Emilio la Medical Ti (5 mila euro), un colosso
Ametrano (2.800), Antonino Santange- dei servizi di assistenza medica come
lo (1.400), Achille Felli (1.491), Cateri- Medicair Italia (20 mila in due tranna Capraro (833,49) e Renato Campisi che), la RussottFinance della famiglia
(3.000). Mario Francesco Ferrara, inve- Russotti di Messina (40 mila in due
ce, ha dichiarato spese per 4.940 euro, tranche), lo “Studio tecnico associato
dei quali 500 per il noleggio di un cam- Ingg. G. M.” (10 mila), la Mec spa (40
6
1) renato schifani
2) carlo vizzini
3) pino firrarello
4) fabio giambrone
5) totò cuffaro
6) giampiero d’alia
mila), Daniele Scalisi (mille), la “Laboratori e ricerche srl” (mille) e una generica voce “altre banche fuori provincia” per 3 mila euro. I fondi sono stati
spesi fino all’ultimo centesimo.
Chiude l’elenco un ex pidiellino oggi
all’Udc, Enzo Galioto: attraverso una
sottoscrizione sono arrivati 500 euro a
testa da Antonino Morvillo, Aldo Serraino, Nicola Gervasi, Fabrizio Leone,
Maria Concetta Codiglione e Orazio
Colimberti. Degno di una sottolineatura quest’ultimo nome: Colimberti era
direttore generale dell’Amia, l’azienda
numerosi passaggi con la Monte Mare,
che il 18 e il 22 marzo 2008 riceve due
tranche da 100 mila euro, il 22 marzo gira 100 mila euro a Cuffaro e il 3
aprile fa avere altri 50 mila euro al candidato. Maria Giuseppa Castiglione,
subentrata a Cuffaro dopo la condanna, ha invece rendicontato solo spese:
1.064 euro alle Arti grafiche Corrao
per volantini e 640 al Delfino Beach
hotel per una manifestazione.
Autofinanziamento anche per lo scomparso Totò Cintola, che ha versato
12.917 euro e ha speso i soldi per gli
Cuffaro ha messo agli atti
finanziamenti dalla Immobiliare
Monte Mare, che risulta intestata
al figlio di Zamparini.
Gianpiero D’Alia ottiene fondi
dalla Caronte e dall’imprenditore
della sanità Giovanni Pizzo.
Zero spese per Giambrone
spot su Telejato (2.000 euro), la cancelleria e le spese forfettarie (5.193 euro).
A Cintola è subentrato Sebastiano Burgaretta Aparo, che ha speso 8.783,93
euro per “propaganda”, 3.830 per
“diffusione del materiale”, 8.980 per
“presentazione candidatura” e 800
euro di “personale”, ma non ha allegato fatture.
Nomi illustri anche per il leader regionale dell’Udc Gianpiero D’Alia, che ha
dichiarato contributi per 52.000 euro
e spese per 42.087,84. A finanziarlo l’emergente della sanità messinese
Giovanni Pizzo (5.000 euro), la Cappellanni spa, guidata ai tempi da Pizzo
e da Grazia Romano (10 mila euro),
la Tecnogest srl (10 mila), la Caronte,
che gestisce i traghetti sullo Stretto (10
mila euro) e Luigi Gullo (2.000). Tra le
spese rendicontate ci sono la cena conviviale alla cooperativa Baglio (2.550
euro), un rinfresco a Santa Teresa di
Riva e numerosi collaboratori: Viviana
Capparelli (4.200), Giuseppe Manganaro (700), Basilio Lupica (700), Massimo Bennati (500), Fabrizia Nuccio
(500) e Vittoria Capillo (750). Infine,
in zona Mpa, c’è Giovanni Pistorio: la
sua campagna elettorale è stata finanziata dall’Ance con 5 mila euro, 4.160
dei quali sono stati usati per stampare
materiale e 720 euro sono andati al
Tourist Hotel.
Mancano all’appello gli ultimi quattro senatori: si tratta di Fabio Giambrone (Idv), Antonello Antinoro
(Udc), Vincenzo Oliva (Mpa) e Nino
Strano (Pdl), che non hanno documentato alcun movimento in entrata
o in uscita. 
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Attualità | L’intervista
Simone Cimino
I 110 giorni
che mi hanno
cambiato la vita
Parla il finanziere finito in carcere e poi ai domiciliari
per manipolazione del mercato: “Tutto è cominciato
quando un articolo del ‘Corriere della Sera’ ha indicato me
al centro di un risiko finanziario. Poi è arrivato
il commissariamento, e in 4 mesi ho perso tutto”
di Eliana Marino
E
se l’arbitro avesse sbagliato e il cartellino
rosso fosse stato troppo severo? Se si fosse
trattato di rilievi da
“giallo”? Simone Cimino, il cinquantenne agrigentino,
fondatore di Cape spa, che dallo
scorso anno è nel mirino della magistratura, non si dà pace. Ripensa
a quel giorno che non potrà più
dimenticare. Erano le 6,20 del primo giugno di un anno fa. Quattro
persone bussano alla sua porta: tre
64
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
uomini e una donna. Sono finanzieri. Gli dicono di vestirsi. Deve
seguirli. “Non riuscivo a crederci –
dice Cimino – mi stavano arrestando”. Un altro nome della finanza
coinvolto in operazioni spericolate. Per lui l’accusa è di “ostacolo
all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza” e “manipolazione
del mercato” in relazione
alle operazioni di Cape
Live. In particolare, gli
inquirenti gli conte-
“Il 29 luglio 2011
il mio gruppo è stato
svuotato: in un colpo
sono spariti 415 milioni
di euro, 7 milioni di euro
di commissioni annue,
30 dipendenti diretti,
40 partecipate, un miliardo
di euro di fatturato,
7.100 dipendenti indiretti,
80% di investitori
istituzionali esteri”
stano un bond convertibile emesso
nel 2009 per raccogliere 50 milioni: ne racimola all’inizio solo 14,
per poi raddoppiare l’incasso grazie
all’intervento della sconosciuta banca belga Degroof.
I soldi raccolti in Borsa, però, invece di rianimare Cape Live, restano
presso la banca belga, investiti in un
fondo monetario dell’istituto che per
tre quarti è sottoscritto dalla stessa
Cape Live e che, per più della metà,
investe proprio in obbligazioni di
Cape Live. Insomma, di fatto, era
la stessa società di Cimino ad aver
rimpinguato (con 10 milioni) l’altrimenti deludente sottoscrizione delle
proprie obbligazioni. Secondo l’accusa quindi il manager siciliano, che
nel 2009 si era imposto come uno
degli imprenditori pronti a scendere in pista nella riconversione dello
stabilimento Fiat di Termini Imerese,
avrebbe “in concorso con altri membri del cda e con Jean Louis Jaumin
(ex dirigente dell’istituto bancario
Degroof, ndr), tenuto una condotta idonea a incidere sensibilmente
sul prezzo delle azioni ordinarie di
Cape Live e sul prezzo dell’obbligazione convertibile emessa dalla stessa Cape Live”.
Accuse che Cimino rispedisce al mitil magazine che guarda dentro la cronaca - s
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Attualità | L’intervista
tente: “Abbiamo dimostrato, in sede di
Riesame, che la banca Degroof è stata
vittima essa stessa di Jaumin che ‘montò’ la raccolta, come ha confessato durante l’interrogatorio, per non far chiudere la filiale svizzera che gestiva. In
particolare, creò un veicolo finanziario
che investì nelle obbligazioni Cape Live
e di altri dieci ignari clienti”. Quindi rilancia: “Mi chiedo, dunque, se l’arbitro
avesse sbagliato? Se il market abuse fosse inesistente? Chi potrà farmi tornare
indietro? Il mio patrimonio si è dissolto
come neve al sole. Per non parlare della
mia reputazione”. È molto provato il
giovane che, con una laurea alla Bocconi in mano e una borsa di studio alla
New York University, è riuscito in poco
tempo a ritagliarsi un posto di primo
piano nel gotha della finanza. E con
queste credenziali è tornato in Sicilia
costituendo, con la Regione, una sgr, la
Cape Regione siciliana, con la quale è
entrato nel capitale di imprese isolane e
con la quale avrebbe dovuto rilevare il
sito di Termini presentando il progetto
“Sunny car in a Sunny Region”.
Qualcosa, però, deve evidentemente
essergli sfuggita di mano: “Il progetto
per Termini mi ha dato una sovraesposizione mediatica che non avevo
calcolato e che di certo non mi ha giovato. Ma se dovessi stabilire il punto
d’inizio di questa storia non potrei che
partire da un pezzo del Corriere della Sera, che associava il mio nome a
quello di Boselli”, dice. Era l’aprile del
2010 e il quotidiano milanese pubblicò un articolo dal titolo “Gli intrecci di
Centrobanca”, nel quale ricostruiva le
strategie dell’istituto corporate di Ubi,
sottolineando come Centrobanca fosse
stata assai vicina alla famiglia Burani
(la Burani Designer Holding è finita in
amministrazione straordinaria e i vertici sono stati accusati di bancarotta
fraudolenta continuata e aggravata,
ndr) grazie all’amicizia con il presidente di Centrobanca, Mario Boselli. “Un
intreccio finanziario che – scriveva il
quotidiano – nasce attorno alla Marioboselli Holding, legata anche al finan-
66
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
In mezzo a tutto questo c’è stato anche
il carcere. Due giorni a San Vittore e
28 ai domiciliari. I ricordi sono nitidi.
“Quando i finanzieri vennero a prendermi, mi dissero che avrei potuto fare
due telefonate e così chiamai subito un
mio amico avvocato (non avevo neanche un penalista) e la mia compagna.
Mi portarono in caserma, dove rimasi
circa due ore. Lì mi presero per la prima
volta le impronte digitali. Poi il trasferimento in carcere. Durante la strada da
via Filzi (dove hanno sede le Fiamme
Gialle, ndr) a San Vittore ho odiato
Milano, la città che mi aveva dato tanto e che adesso mi toglieva tutto”.
Quindi l’arrivo a San Vittore. “Mi
chiedono: è la prima volta? Quindi
mi prendono nuovamente le impronte
digitali e mi fanno spogliare completamente per perquisirmi. Ecco, questa
ziere Simone Cimino, gestore di fondi
di private equity con il sogno di conquistare Termini Imerese”. E, sempre
secondo la ricostruzione del Corriere,
Centrobanca avrebbe finanziato sia i
Burani sia Cimino in molte iniziative.
“Tutto iniziò da lì – ribadisce Cimino
–; dopo quell’articolo Bankitalia diede
il via a un minuziosissimo lavoro di
indagine sulle mie società. Lavoro che
non ha fatto scoprire nulla su Boselli,
ma che ha portato a una decisione totalmente inattesa: il commissariamento
della Cape Natixis (società di gestione
del risparmio creata nel 2003 grazie
all’alleanza con la banca francese, ndr)
per presunte violazioni amministrative
e gravi irregolarità. Il 29 luglio (data di
assegnazione dei fondi ex Cape Natixis Sgr, 415 milioni di euro, 7 milioni
di euro di commissioni annue, 30 dipendenti diretti, 40 partecipate, un
miliardo di euro di fatturato, 7.100
dipendenti indiretti, 80% di investitori
istituzionali esteri, ndr) il gruppo da me
fondato è stato ‘svuotato’”. Centodieci giorni in tutto. “Un lasso di tempo
brevissimo – continua il manager –
sufficiente ad annientare una carriera
Uno dei suoi compagni
di cella era accusato
di 72 omicidi, l’altro di spaccio.
“Comunque mi accolsero bene.
A questo punto, però,
non avevo più certezza
di nulla, non sapevo quanto
sarei rimasto dentro
e il pensiero è devastante”
imprenditoriale nella finanza d’impresa (la mia), il futuro di 30 dipendenti,
a mettere a repentaglio le continuità
aziendali di molte partecipate (il periodo non era dei migliori per l’economia
e la finanza), a creare scompiglio nei
manager soci delle partecipate stesse
(in poco tempo sono stati sostituiti 120
posti di sindaci nei collegi, sono state
Una seconda vita
per Cape Regione
siciliana
cambiate oltre 50 cariche di consiglieri
nelle società, sono state bloccate le strategie, è stato rallentato ogni processo
decisionale), e a dar vita a veri e propri
problemi giuridici non ancora risolti (il
cambio di sgr ha creato pretese di terzi
in merito al non rispetto delle prelazioni statutarie, configurandosi come un
change of control, con cause pendenti nei tribunali civili e penali richieste
alla mia ex sgr). Senza calcolare i danni
sulla quotata Cape Live spa e alla seconda sgr, posta di fatto in liquidazione volontaria su pressante richiesta di
Bankitalia”.
Potrebbe esserci una seconda chance per
il Fondo Cape Regione Siciliana, il primo
Fondo chiuso di private equity costituito
da Cape Regione Siciliana sgr (la società di
gestione del risparmio costituita nel 2006
da Cape con una quota del 51 per cento e
dalla Regione siciliana con il 49 per cento)
travolto dall’ondata che ha sommerso l’intero pianeta Cimino.
Il progetto al quale sta lavorando l’assessore regionale all’Economia, Gaetano Armao, è infatti quello di far acquisire all’ex
Irfis, oggi trasformata in società finanziaria
interamente pubblica con denominazione
Irfis FinSicilia, la partecipazione del socio
privato. L’Irfis, che in questo modo si doterebbe anche di una società di gestione
del risparmio, ha già firmato un preliminare con il commissario liquidatore di Cape,
Massimo Mustarelli. Ma la conditio sine qua
non è che Bankitalia revochi il commissariamento. La palla quindi è ferma a Palazzo
Koch. E sui tempi non è dato sapere.
è una di quelle cose che non potrò
mai dimenticare. Mi fanno prendere
coperta e lenzuola e mi portano nel
Raggio terzo”. Qui, la cella, una stanza due metri e mezzo per quattro e i
compagni. Due: un medico accusato
di 72 omicidi e un giovane in cella per
detenzione e spaccio di hashish. “Comunque mi accolsero bene. A questo
punto, però, non avevo più certezza di
nulla, non sapevo quanto sarei rimasto
dentro e il pensiero è devastante”. Lui
non ne aveva idea, ma in realtà in cella
sarebbe rimasto soltanto due giorni. Il
3 giugno, dopo un colloquio con il giu-
Dopo due giorni di carcere,
i domiciliari e dopo meno
di un mese, la libertà. Cimino
resta indagato, ma accusa:
“Invece del cartellino rosso
avrebbero dovuto darmi
il giallo”. Ora lavora
per la Hp group, una società
che in passato aveva salvato
dal fallimento
dice per le udienze preliminari, Maria
Vicidomini, arriva la sorpresa. “Quel
giorno vennero a trovarmi per la prima
volta i miei legali e subito dopo il gip a
cui raccontai la mia storia. Ricordo che
quando mi domandò che lavoro facessi risposi ‘il disoccupato’ perché ormai
la mia reputazione è distrutta e nel mio
lavoro questo è un lusso che non ci si
può permettere. Mi consegnò i faldoni
con le accuse e le 5 mila intercettazioni telefoniche in 5 mesi a mio carico.
Erano le 10 del mattino. Alle 18 i secondini vennero in cella e dissero ‘Cimino liberante’. Non potevo crederci.
Pensi che avevo già fatto la spesa con i
miei compagni di cella per tutta la settimana. Tra l’altro, per fare passare il
tempo mi ero portato una montagna di
libri in inglese di finanza e avevo anche
iniziato a scrivere un libro, Lo Scippo,
che non ho ancora finito e che non so
ancora come finirà”.
Dal quel 3 giugno passano altri 28
giorni di domiciliari. “Il primo luglio
– continua – finalmente, sono uscito
di casa. Ma forse sarebbe stato meglio
restare dentro. La delusione è stata forte. Dei 40 dipendenti diretti, settemila
indiretti, 150 investitori, non c’era più
nessuno. Nessuno che mi cercasse o mi
parlasse. Ero diventato un intoccabile.
E quelle 5 mila intercettazioni facevano
paura a tutti”. Intanto il 29 luglio il fondo Cape Natixis venne ceduto a titolo
gratuito a Opera Sgr “e io dovetti fare
i conti con la decisione delle banche di
revocarmi ogni forma di finanziamento, ragion per cui Cape spa, lo scorso
settembre, è stata posta in liquidazione
volontaria per evitare di fallire”.
Dal 15 settembre Simone Cimino lavora per un’azienda di Agrigento che in
passato aveva salvato dal fallimento,
la Hp group. Frequenta giurisprudenza a Palermo (“Ho già sostenuto due
esami, superati con un 25 e un 28”,
dice con un sorriso) e attende di sapere
come finirà la sua vicenda giudiziaria:
continua infatti a essere un indagato
perché il pm ha richiesto un’estensione
dell’indagine di sei mesi. Ma soprattutto continua a farsi le stesse domande:
“Se l’arbitro avesse sbagliato e il cartellino rosso (il commissariamento) fosse
stato troppo severo, se si fosse trattato
di rilievi da ‘giallo’? Se il market abuse
presunto fosse inesistente? E se il provvedimento di sospensione conseguente
per la Cape Regione Siciliana Sgr spa
fosse stato eccessivo?”. Tanti “se” e
una certezza: le ultime pagine del suo
libro sono ancora tutte da scrivere. 
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
67
Attualità | Catania
“H
o trascorso gran
parte del mio percorso imprenditoriale all’interno
delle associazioni
degli industriali. La motivazione
ufficiale della mia cacciata da Confindustria Catania, per ‘carenza di
affectio societatis’, è una bufala.
Sono stato fatto fuori perché ho detto troppi no e a un certo punto ero
diventato scomodo per il sistema
Confindustria”. Dopo tre anni di silenzio l’imprenditore catanese Fabio
Scaccia decide di raccontare a “S” la
sua versione sullo scontro nell’organizzazione degli industriali.
Quando parla, Scaccia – manager
della Finderm, un’azienda farmaceutica con 150 dipendenti e 20 milioni di euro di fatturato – guarda
“La lettera a ivan lo bello? Era lunga ed è stata firmata
da tutto il gruppo dirigente. Ma la stampa la stravolse,
puntando sul termine provocatorio ‘monotematico’.
Fui fatto fuori per lasciare il posto a Ennio Virlinzi”
all’orizzonte lo splendido mare che
si infrange sugli scogli di Ognina,
l’unica cosa che ancora condivide
con il suo vicino di casa ed ex amico
Ivan Lo Bello. “È vero – dice -, abita
vicino a me, ma abbiamo due idee
diverse del ruolo degli imprenditori”. C’è stato, però, un momento in
cui Lo Bello e Scaccia, che oggi ha
44 anni e due figli, andavano d’accordo. “Sì, c’è stato – ammette Scaccia -. Quando sono riuscito a essere
determinante per la sua elezione.
Finché lui si ricandida per il secondo
mandato io dico che Catania a mag-
gio sarà al suo fianco per l’elezione.
Noi volevamo un’azione molto incentrata sulle istanze che tutelavano
il territorio etneo. Di tutta risposta,
quando Lo Bello andò a fare i giri
per presentare il programma, non
venne a Catania. A quel punto scrissi una lettera...”.
Una lettera che riempì le pagine dei
giornali. “Quella lettera era stata
firmata da tutto il gruppo dirigente
– dice Scaccia - ed è stata stravolta
sulla stampa estraendo da un lungo
contesto soltanto il termine provocatorio ‘monotematico’, che non si
riferiva all’azione importante di Lo
Bello nel contrasto alla mafia, ma
Le aziende
dell’imprenditore
catanese
Universo
Scaccia
La versione di Scaccia L’imprenditore
“Io, fatto fuori
da Confindustria
perché ho detto
troppi ‘no’”
68
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
allontanato
dall’organizzazione
degli industriali
rompe il silenzio
dopo tre anni:
“Sono stato espulso
perché ero
diventato scomodo
per il sistema”
di Antonio Condorelli
Finderm Farmaceutici è specializzata nel
settore della ginecologia e cura il confezionamento terminale di integratori
alimentari (Doppel, Temmler, Special
Product Lines) ma anche la produzione
e commercializzazione di medicinali e
prodotti parafarmaceutici.
LJPharma si occupa prevalentemente di
prodotti parafarmaceutici e del confezionamento e commercializzazione dei
prodotti della Farve.
Banco Farmacia è la ditta individuale
costituita da Fabio Scaccia nel 1988 che
inizialmente si occupava di concessione
e rivendita di prodotti farmaceutici.
Adesso gestisce le parafarmacie dei
principali centri commerciali catanesi.
l’imprenditore catanese fabio scaccia
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
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attualità | catanIa
“all’InIzIo Io e lo bello
andaVVamo
andaV
amo d’accordo,
ma Per Il secondo mandato
non È neanche Venuto
a catanIa. non mI Interessa
F PolemIca ma Penso
Far
che adesso stIaa aaVendo modo
dI aPPrezzare le qualItà
dI antonello montante...”
alla complessiva gestione di quel
biennio all’interno di Confindustria.
Dieci delegati non votarono per lui.
Poi arrivarono i probiviri di Confindustria e io fui fatto fuori per lasciare il posto a Ennio Virlinzi”.
Il “modello Scaccia”
A Catania molti chiamano ancora
Fabio Scaccia “il Presidente”. Poco
importa che la sua esperienza alla
guida della sezione catanese di Confindustria si sia conclusa tre anni addietro dopo il braccio di ferro con
Ivan Lo Bello e l’espulsione per carenza di “affectio societatis”. Ci tiene a precisarlo: “L’associazione degli
industriali non doveva essere la solita
associazione di pochi, dei soliti quattro. Confindustria non poteva essere
un’associazione autoreferenziale. Io
a 38 anni sono diventato presidente
non dei giovani, ma degli industriali,
e siamo riusciti a far crescere, oltre
alle aziende, il territorio”.
Il ricordo dell’ex presidente assume i
toni dell’idillio. “Non posso mai dimenticare la mia elezione alla guida
della Confindustria catanese - racconta a ‘S’ - e l’inizio del percorso
che ha consentito agli imprenditori
di fornire il proprio contributo alla
città mettendo da parte la politica.
Erano gli anni della Catania in stato
di dissesto. Confindustria divenne la
prima realtà per numero di iscritti.
Palermo e Ragusa non totalizzavano
i nostri tesserati”. Erano gli anni fra
il 2005 e il 2007: “Eravamo autore-
70
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
il Presidente di confindustria sicilia ivan lo bello.
voli perché affidabili in quello che
dicevamo, senza interessi personali,
non ricattabili – spiega Scaccia -. A
un certo punto sono entrate in ballo nomine e politica: imprenditori
importanti ricoprivano cariche importanti. Per esempio all’aeroporto
mettemmo il presidente Alfio Torrisi, ma durò 3 mesi. Normalmente gli
enti vengono amministrati dal primo
dei non eletti: io ho tentato di scardinare questo sistema e per questo
ho pagato un prezzo molto alto. Nel
frattempo sono cambiati i vertici nazionali, con l’arrivo della Marcegaglia e di Garrone, e le scelte in Sicilia
sono state influenzate e la mancanza
di dialogo tra me e Lo Bello è aumentata sino alla rottura”. Rotture
che, ovviamente, portano con sé veleni: “Non mi interessa far polemica
- dice Scaccia - ma penso che adesso
stia avendo modo di apprezzare le
qualità di Antonello Montante...”.
Attualità | Catania
Cosa
pensa di...
Raffaele Lombardo “Un uomo che ha un compito
molto difficile”
Pino Firrarello “Su che cosa lo dovrei giudicare?”
Giuseppe Castiglione “Un ragazzo che ha tanta
buona volontà che non sempre si traduce
in cose importanti e concrete”
Ivan Lo Bello “No comment”
Anna Finocchiaro “Eccellente a Roma,
un po’ meno a Catania”
Mario Ciancio “No comment”
Domenico Bonaccorsi di Reburdone “No comment”
Raffaele Stancanelli “Prova a mettercela tutta”
Lino Leanza “Simpatico”
Giuseppe Berretta “Simpatico”
Giovanni Salvi “Ispira fiducia”
Vincenzo D’Agata “Simpatico”
Andrea Vecchio “No comment”
Antonello Montante “Tanto furbo quanto capace”
Antonello Cracolici “Non lo conosco”
Rita Borsellino “Persona che stimo molto”
Sonia Alfano “Persona che stimo moltissimo”
Orazio Licandro “Persona per bene”
Enzo Bianco “Un buon passato ma non lo vedo come
prossimo sindaco di Catania”
Nello Musumeci “Capace ma poco fortunato”
Emma Marcegaglia “Non mi è simpatica”
Squinzi o Bombassei? “Squinzi”
72
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
La svolta dopo la rottura
“Quando è finita la mia presidenza
di Confindustria, il bombardamento
della stampa mi ha demonizzato, c’è
stato un momento in cui tutta questa pubblicità negativa mi discreditava. Da quel momento ho serrato le
fila, i ragazzi si sono messi a lavorare
e in tre anni abbiamo raddoppiato
il fatturato. Qualcuno sperava che
mi sarei sciolto come neve al sole.
Mi dispiace per lui”. Dopo la rottura Scaccia si rimbocca le maniche
e insieme ai collaboratori di sempre rilancia l’azienda creata più di
vent’anni addietro “per passione”.
Parla da manager: “Poco più che diciottenne inizio a fare l’informatore
medico-scientifico per una piccola
azienda. Continuo a lavorare nei
settori della dermatologia e dell’oncologia. Divento ‘Area manager’ e
lancio i sistemi impiantabili per chemioterapia: siamo stati tra i primi
in Italia. A 28 anni colgo al volo la
rivoluzione del settore farmaceutico,
puntando sulla ginecologia-ostetricia e sviluppando dispositivi medici
interessanti”. Era il periodo in cui si
iniziava a parlare dei “Medical devices europei”: molti prodotti escono
dalla fascia “A”, i “topici” diventano
a pagamento e Scaccia punta sulla
qualità. Adesso l’imprenditore raccoglie i frutti. “A 17 anni di distanza
stiamo iniziando a internazionalizzare. La Finderfarm è l’unica azienda a capitale totalmente italiano che
riesce a competere con le multinazionali più agguerrite”. La domanda,
però, è naturale. Si è fatta polemica
sull’aggettivo “monotematico” dopo
la svolta anti-racket: qualcuno si è
mai presentato in azienda a chiedere
il pizzo? Fabio Scaccia è netto: “No,
a me no, mai, forse perché non sono
molto invitante come persona. Non
penso che la prenderei molto bene
e io posso dirlo a testa alta e senza
ombre. Girate la stessa domanda ad
alcuni dirigenti ‘antimafia’ di Confindustria, vedete cosa rispondono...
“Appena eletto ho espulso
151 imprese che avevano dati
incompleti o irregolarità
nella presentazione
dei bilanci. L’azione forte
di trasparenza e legalità
la porto nel cuore”
Appena eletto ho espulso 151 imprese che avevano dati incompleti o
irregolarità nella presentazione dei
bilanci. L’azione forte di trasparenza
e legalità la porto nel cuore”.
Il futuro secondo Scaccia
Il futuro, per Fabio Scaccia, è fatto
di buona politica. “La politica in
Sicilia dovrebbe fare uno scatto in
avanti – dice l’imprenditore catanese
–. Ci vorrebbero dei politici in grado
di favorire la meritocrazia ed essere
determinanti per la crescita del territorio”. Il presente, invece, secondo
Scaccia non è fatto di buone pratiche: “Ci sono troppe lotte – afferma
– e questa regione adesso si trova in
forte difficoltà anche e soprattutto a
causa dell’enorme presenza di mafia
e illegalità a tutti i livelli”. La politica, del resto, secondo Scaccia non
dev’essere fatta di schieramenti. Se
gli si chiede se il suo cuore batta a
sinistra o a destra, lui glissa: “Il mio
cuore batte dove ci sono le persone
capaci. Ci sono persone buone a destra e a sinistra”.
Poi, ovviamente, il futuro è la sua
famiglia. Sua moglie Orsola, di Modica - “L’ho conosciuta a una festa
ed è scoppiata subito la scintilla. Ci
siamo rivisti dopo nove mesi e non
ci siamo lasciati più”, racconta – e
i due bambini, nati due anni dopo
l’inizio della convivenza. “I miei figli
stanno crescendo – afferma –. Il mio
augurio è che possano affrontare
sempre a testa alta le varie difficoltà
della vita, senza scendere mai a compromessi”. 
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Attualità | Trapani
Una chiesa
svenduta
come fosse
un garage
Una trentina di immobili DELLA CURIA
al centro dell’inchiesta, coordinata
dal procuratore Marcello Viola, che vede
coinvolto l’ex direttore amministrativo
Ninni Treppiedi, sospeso a divinis dall’incarico
di Riccardo Lo Verso
S
i può vendere una chiesa
spacciandola per un vecchio
garage? Non è la trama di
un film di Totò e Peppino,
ma la storia di una vicenda
giudiziaria i cui contorni, man mano
che le indagini vanno avanti, si fanno sempre più nitidi.
Protagonista di un vorticoso intreccio di affari è il sacerdote Ninni
Treppiedi, 36 anni, sospeso a divinis dall'incarico di direttore amministrativo della Curia di Trapani.
È indagato per ricettazione, furto,
calunnia, frode informatica e falso
ideologico. Secondo l'accusa, Trep-
90
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
piedi avrebbe trasferito a familiari
e amici, anche loro sotto inchiesta,
grosse somme di denaro dai conti
correnti delle parrocchie che gestiva ad Alcamo e Calatafimi. Ma
c'è di più. Molto di più. L'indagine,
coordinata dal procuratore Marcello Viola e dal sostituto Paolo Di
Sciuva, affidata al nucleo di Polizia
tributaria della Guardia di finanza,
sta passando al setaccio una raffica
di proprietà ecclesiastiche. Una trentina in tutto tra terreni, case, chiese
e persino un monastero. C'è il sospetto che sia stata organizzata una
cessione fraudolenta di beni della
Per gli inquirenti sarebbe
stata organizzata
una cessione fraudolenta
degli immobili della Chiesa,
aggirando le regole del diritto
canonico che prevedono
una licenza del vescovo
per i beni di valore
inferiore al milione di euro
chiesa trapanese, aggirando le regole
del diritto canonico.
In soldoni, la legge prevede che per
vendere o cedere un bene della Chiesa, se il valore non supera il milione
di euro, serve una licenza vescovile.
Sforato questo tetto occorre il via
libera dalla Santa Sede. La cessione
di un bene, fatto raro negli ambienti
ecclesiastici, all'inizio trovò giustificazione a Trapani nelle necessità
di ripianare alcuni debiti. Solo che,
secondo gli investigatori, di fatto
avrebbe dato il là ad un giro di affari illeciti. L'iter per ottenere la licenza vescovile è piuttosto lungo.
Al termine dei passaggi burocratici
gli uffici amministrativi della Curia
hanno inviato le pratiche al vescovo
di Trapani, Francesco Miccichè, per
la firma. Firma presente
negli atti sequestrati dalla
Finanza che ha fatto visita
negli studi di diversi notai.
Rogiti su cui si addensa
più di un sospetto. Ci sono
deleghe e licenze vescovili
in fotocopia. La firma di
Miccichè è uguale in più
documenti, come se qualcuno l'avesse riprodotta
al computer con uno scanner. Il vescovo si è sempre definito all'oscuro di
tutto. Le trame illecite, ha
detto il presule convocato
in Procura in veste di perNinni treppiedi ex direttore
amministrativo della curia di trapani.
a sinistra, la chiesa di santa maria del rosario
Confermata
la sospensione
di padre Treppiedi
Confermata la sospensione a divinis di
Ninni Treppiedi. La notizia è stata divulgata a metà mese da monsignor Liborio
Palmieri, vicario generale della diocesi di
Trapani: “Questa curia vescovile – scrive il
vicario di monsignor Micciché – ha avuto
comunicazione ufficiale da parte della
Santa Sede che il ricorso presentato da
don Antonino Treppiedi contro il decreto
della sua sospensione a divinis, emesso
dal vescovo di Trapani in data 16 aprile
2011, è stato rigettato. In conseguenza di
ciò don Antonino Treppiedi rimane vincolato dalla censura e per tanto sospeso
da tutti gli atti della potestà di ordine e
dall’esercizio di qualsiasi incarico o ufficio
ecclesiastico”.
sona informata sui fatti, sono state
ordite alle sue spalle. Sulla sua estraneità alla vicenda ci sarebbero pochi
dubbi.
Il capitolo delle vendite è il più sorprendente dell'intera inchiesta. Tra i
beni di cui la Chiesa si è privata c'è
anche la chiesa Maria Santissima di
Custonaci nell'omonima
strada di Trapani. Un piccolo edificio religioso nel
cuore della vecchia città.
Ci si arriva lasciandosi alle
spalle la zona del Porto e
percorrendo un dedalo di
vie strette. La facciata è
stata restaurata. Un intervento che dovrebbe risalire a poco tempo fa. Anche
il portone di ingresso è in
perfetto stato. È chiuso,
però. Impossibile varcare
la soglia di ingresso per
verificare le condizioni
della chiesa all'interno.
Non sembra di avere di
fronte un garage, per giunta dismesso, come risulterebbe dalle carte delil magazine che guarda dentro la cronaca - s
91
attualità | traPanI
tra I benI VendutI c’È anche
la chIesa marIa santIssIma
dI custonacI nell’omonIma
strada dI traPan
P I.
Pan
un PIccolo edIFIcIo relIgIoso
nel cuore della VecchIa cIttà
la vendita sequestrate dai finanzieri.
Il valore storico e religioso sembra
fuori discussione come attesta il
cartello giallo apposto dall'Azienda
provinciale del Turismo.
Da Trapani ad Alcamo, dove gli investigatori si sono concentrati sulle
vicende del monastero dell'Angelo
custode. Anche qui siamo in pieno
centro storico, ma stavolta l'edificio
è monumentale. Si estende per quasi
un intero isolato a pochi passi dalla
piazza del palazzo di città. Treppiedi avrebbe ricevuto in donazione
il monastero nella veste di parroco.
Contemporaneamente, però, sarebbe stato nominato erede unico
dalle due anziane suore che vivono
nell'edificio. Sulle vicende del Monastero, che ha un valore catastale
superiore a due milioni di euro, è intervenuta la Santa Sede. Il Vaticano
ha annullato la pratica che avrebbe
consentito a Treppiedi di mettere le
mani sulla proprietà del bene.
Attorno a Calatafimi si estendono
i terreni messi in vendita durante
la gestione amministrativa di Treppiedi. Ettari ed ettari di proprietà
nelle contrade Cappuccini, Sciortino
e Vanella, e nella zona del Castello
Eufemio ai cui piedi la tradizione
vuole sia sorto il primo nucleo abitato di Calatafimi. La cessione di
questi beni avrebbe fruttato più di
un milione di euro. Almeno così
risulterebbe dai rogiti. I contratti,
però, non sono masi stati depositati
in Curia. Parte dei soldi sarebbero
serviti per restaurare la chiesa del
la chIesa marIa santIssIma dI custonacI
a traPan
P I. a destra, Il VescoVo dI traPan
Pan
P I
Pan
Francesco mIccIchÈ e Il monastero
delle monache benedettIne dI alcamo
92
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
Giubilo. E la restante somma? Una
buona fetta, circa duecento mila
euro, risulterebbe transitata sul conto corrente personale di Treppiedi.
C'è pure una strana coincidenza al
vaglio degli investigatori. L'impresa
che ha eseguito il restauro è la stessa che ha lavorato nella villa della
famiglia Treppiedi. Chi la conosce
sostiene che si tratti di una mega
struttura nella zona di Paceco dove
dovrebbero essere stati rinvenuti oggetti di valore storico-artistico. Un
edificio sfarzoso che cozzerebbe con
gli introiti della famiglia Treppiedi. I
movimenti di denaro sospetti hanno
fatto scattare le contromisure della
Finanza che ha sequestrato preventivamente la casa canonica della
Chiesa Santa Maria del Rosario a
pochi passi dal corso principale di
Alcamo. In questo caso l'attività degli investigatori si palesa nel cartello
del sequestro nella palazzina di due
piani alle spalle della chiesa.
C'è, però, la mole di lavoro che va
avanti da mesi sottotraccia. Certamente è la più interessante. A cominciare dall'analisi dei documenti
contenuti nella valigia sequestrata
a un uomo considerato “molto vi-
e a “s” treppiedi disse:
“Fiducia nella magistratura”
“naturalmente, per quanto di competenza in questa
vicenda della Procura, sono fiducioso nei confronti
della magistratura”. È stata quella la difesa di don
ninni treppiedi, che si è sfogato con “s” in un’intervista pubblicata alla fine dell’estate: “non ho avuto
alcuna competenza sulla vicenda legata alla fusione
di auxilium e campanile – ha detto treppiedi -. come
sacerdote devo obbedienza al vescovo ma in questa
vicenda purtroppo chi ne sta soffrendo maggiormente è la chiesa di trapani che si ritrova smarrita. non ho intenzione di scagliarmi contro
nessuno, meno che mai contro il vescovo”
cino” a Treppiedi. In Procura le bocche sono cucite. Ce n'è abbastanza
per alimentare la spy story con tanto
di lettere minatorie nei confronti di
monsignor Miccichè contro cui sarebbe stata organizzata una campagna
mediatica per screditarne l'operato.
Alcuni mesi fa spuntò pure una lettera che il prelato avrebbe indirizzato al faccendiere Luigi Bisignani
protagonista dell'inchiesta sulla cosiddetta P4 che fa tremare i palazzi
del potere romano. Fu solo l'ultima
tappa di una girandola di voci e accuse, mai riscontrate, che hanno cucito addosso al vescovo gli scomodi
panni di indagato per la sparizione
di oltre un milione della Curia. Soldi
che gli sarebbero serviti per comprare ville per sé e i familiari. Tutto
falso. Falsa come la voce che circola
da un po' e vuole Micciché vicino a
subire un provvedimento disciplinare dall'alto per la gestione dei beni
della Chiesa trapanese targata Treppiedi? 
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
93
Attualità | Agrigento
gang diretta da Angelo Consagra e
dalla famiglia Amato (Ottavio, Angelo e Vincenzo). O quasi: solo di
fronte ad Angelo Candiano (secondo le indagini considerato “uomo di
rispetto”) e Bartolo Consagra hanno
preferito scendere a patti, lasciando
che si aggiudicassero un bene di loro
interesse. E, quando doveva sconfinare o si trovava in situazioni critiche, Angelo Consagra andava a far
visita a Nunzio Cavallo di Butera,
per gli inquirenti “vicino alla stidda di Gela”, con cui si consultava e
chiedeva l’autorizzazione a procedere. Ora, però, sono stati tutti arrestati e su di loro pesano ben 44 capi
d’accusa.
Far
West
Licata
Armi,
violenze,
minacce
e aste truccate:
ecco la mega-inchiesta
sulla banda che avrebbe
seminato il terrore
nel centro
della provincia
di Agrigento
H
di Andrea Cottone
anno messo a ferro e
fuoco Licata, imponendo il terrore come
metodo. Erano spietati, determinati e in
grado di controllare il
territorio. Ecco la “gang” di Licata,
finita in carcere alla fine di febbraio
nell’operazione “Aut aut” del nucleo
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s - il magazine che guarda dentro la cronaca
Tribunale di Agrigento. nella pagina a fianco L’aggiunto Ignazio Fonzo, che ha coordinato l’indagine
operativo dei carabinieri, coordinata dall’aggiunto della procura di
Agrigento, Ignazio Fonzo, con i sostituti Lucia Brescia e Andrea Bianchi. L’attività principale del gruppo
riguardava le aste giudiziarie, settore
in cui avevano imposto una sorta di
monopolio con la forza dell’intimidazione. E, per essere “efficace”, il
gruppo si è dotato di un arsenale di
tutto rispetto, anche se non tutte le
armi sono state recuperate nella retata, visto che la banda sapeva come
nasconderle, prediligendo i campi
coltivati a fichi d’india, le cui foglie
si prestano a occultarle. Inoltre, secondo le indagini, trafficavano in
armi e in droga. Non aveva limiti la
Armati fino ai denti
Cartucce, filettature, percussori, polvere da sparo, pistole semiautomatiche e anche fucili a pompa. L’arsenale a disposizione della banda è
sterminato. E del resto, è uno degli
argomenti più ricorrenti dei discorsi
fra i componenti, che si dimostrano
specializzati nel settore, capaci anche
di fare delle modifiche e distinguere
fra pallottole buone e cattive. Così,
nelle campagne di Licata, giocano ai
gangster, sparando ai segnali stradali, a sagome improvvisate e anche a
due poveri cani, per valutare l’impatto delle munizioni. “La ‘canuzza’...
quella grossa... proprio non si vedeva – commenta Angelo Amato con
Consagra – si vedeva solo che aveva
un punto bianco, qua nella fronte,
come l’ho vista arrivare, ‘bum’, ha
preso e subito si è ribaltata”. Mentre per quanto riguarda il secondo,
“ho sentito proprio che si è riversato
a terra... sai ho sentito proprio che
ha fatto ‘badabum’... e scalciava...
quella minchia di cane non si poteva
tenere... lui che era pure legato, non
lo potevo sbagliare”.
Erano pericolosi con quelle armi.
“Non gli ho sparato in faccia in
mezzo alla piazza perché lo sai cosa
è stato? Per un soffio”, racconta
Amato a proposito di una banale
lite. Ma il giro d’armi serviva anche
a far cassa: “La 22 la vuoi? Hai visto che bella? Da tiro... ah... sembra
piccola... (…) ah prendi 1.000 euro e
me li dai, te la provi... te la prendi”.
Ma mille euro sembravano troppi a
Gerlando Di Carlo, che chiedeva a
Vincenzo Amato un fucile a pompa.
“Noo che c’entra – risponde - ottocento euro me li... altrimenti te
la prendi e quando c’è l’hai me li
dai... per un giovane che lavora cosa
sono... il fucile a pompa non te lo
do”.
C’era un far west a Licata. Gli investigatori se ne accorgono ascoltando le conversazioni degli indagati.
Massimo Russello chiede in prestito
una pistola a Vincenzo Amato: qualcuno l’aveva deriso pubblicamente
e, quindi, meritava di morire. “Lì
davanti, sai quante persone ha fatto
ridere?”. L’altro, però, lo riporta alla
ragione: “Ma vedi che trenta anni di
galera sono... stai attento”. Russello
si autocensura: meglio non prendere
la pistola, altrimenti l’avrebbe usata.
Si parla di 357 Magnum, 44 Colt, e
tale era la confidenza in materia che
arrivano a chiamare un’arma “bocconcino”. Gli investigatori seguono
le evoluzioni, tengono d’occhio i bersagli dichiarati dal gruppo e quando
uno di questi, un avvocato, rischia
seriamente, decidono di intervenire.
Gli arrestati avrebbero fatto
largo uso di armi,
esercitandosi sui cani:
“Come l’ho vista arrivare,
‘bum’, ha preso e subito
si è ribaltata”. Ma avrebbero
ipotizzato anche omicidi:
“Ma vedi che trenta anni
di galera sono... stai attento”
Gli indagati parlano di una “tenaglia” da consegnare ad Angelo Consagra. La mattina del 15 aprile 2010
Consagra e Angelo Amato, fratello
di Vincenzo, si incontrano in corso
Umberto, a Licata. Il secondo ha
in mano la scatola di un cellulare. I
due si salutano ed entrano in un bar.
All’uscita la scatola del telefonino è
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
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Attualità | Agrigento
in mano a Consagra: lo scambio è avvenuto. I carabinieri bloccano Consagra e nella scatola trovano una pistola semiautomatica Walter P22 con
dieci cartucce e cane armato.
Angelo Amato, invece, alla vista della scena sale in macchina e sgomma,
scappando ad alta velocità. Risulterà irraggiungibile, particolare di cui
si vanterà in una successiva intercettazione: “Non appena ho visto che
quelli si sono diretti verso di me a
correre, gli sono scappato che mi
hanno chiamato, mi sono messo
sopra la macchina sono scappato e
sono andato via... e sono andato a
fare 5 giorni di latitanza... che scadendo le 48 ore scadeva la flagranza
e non mi potevano arrestare questi
disgraziati”.
L’affare più importante,
però, sarebbe stata
la compravendita di immobili
alle aste giudiziarie.
Con tanto di minacce:
“Tu ‘a casa non t’accatti,
perché n’accattamo natri”
Tutte le aste sotto controllo
L’ultimo bersaglio preso di mira dalla
banda, l’avvocato Giuseppe Peritore,
apre un vasto capitolo che esplica la
vera potenza della banda. Perché le
armi erano anche uno strumento per
il raggiungimento di un altro fine: il
monopolio sulle aste giudiziarie, la
cui persecuzione portava ad “effetti
collaterali” chiamati estorsione, minaccia, intimidazione, violenza. Gli
inquirenti hanno ricostruito almeno
6 episodi, tutti egualmente violenti
e dimostrativi della potenza della
gang, che appaiono come la classica
punta dell’iceberg.
Domenico e Nicolò Cuttitta se la sono
vista brutta. Nonostante gli fosse stato “consigliato” di non partecipare
ad alcune aste, per far calare il prezzo, si erano aggiudicati alcuni immo-
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s - il magazine che guarda dentro la cronaca
bili. Per sanare la posizione, allora,
sarebbe stato chiesto loro di cedere
un appartamento ad Angelo Amato.
Consagra avrebbe caldeggiato la cessione: “Sunnu a gente tinta, bisogna
accuntintarli”. Poi Ottavio Amato
avrebbe minacciato Nicolò Cuttitta e
la sera dell’asta, l’8 aprile 2009, il deposito della famiglia Cuttitta è andato
in fiamme. Poca roba: l’incendio di alcune cassette di legno. Ma un segnale.
Pochi giorni dopo arriva l’assunzione
di una persona, che sarebbe stata “raccomandata” da Angelo Consagra.
Peritore, invece, il 30 settembre
2009 trova sull’uscio di casa la testa mozzata di un coniglio con due
proiettili calibro 22 e un messaggio,
“per l’avvocato Peritore”. La sua
colpa? Aver fatto ricorso contro
un’asta vinta da Angelo Consagra,
assecondando gli interessi del suo
gli arrestati
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1) Alessio gueli 2) angelo amato 3) angelo antona 4) angelo consagra
5) gaetano castagna 6) antonio oliveri 7) angelo massaro
8) antonio cannizzaro 9) gerlando di carlo 10) ignazio claudio catania
11) giuseppe lombardo 12) michele vedda 13) vincenzo amato
14) ottavio giuseppe amato 15) orazio candiano
cliente, la Banca Popolare Sant’An- gra, a quel punto, avrebbe accettato la pistola a casa nostra a fare minacgelo. “Nun mettiri ‘ndo mezzu stig- di aggiudicarsi l’immobile per poi ce... adesso ve la esco io la pistola”.
ghi e cavigghi”, l’aveva avvertito rivenderlo ai due coniugi.
In ogni caso, tornato a casa del nonConsagra. Il 28 dicembre 2009 La situazione degenera. Un’ulteriore no, Bonfissuto avrebbe ricevuto la
tocca all’avvocato Antonio Ragu- mediazione viene tentata da Clau- visita dei tre Amato. “Il più grande
sa vedere la propria auto andare a dio Bellia, che però viene “punito” a dei due fratelli, Angelo, teneva una
fuoco. Anche lui rappresentava uno colpi di bastone in testa. Terranova mano alla cintola, quasi a nascondedei ricorrenti.
subisce la rappresaglia di Consagra: re una pistola con la quale cercava
Le intimidazioni sarebbero state “È meglio che nun partecipa nuddu di intimorirmi”, racconta Bonfissuun metodo diffuso. Giuseppe Rizzo all’asta, scordati la casa e la cosa non to aggiungendo di essere stato pree Anna Gibaldi, ad esempio, han- finisce ca (…) mi mannasti i cristia- so a calci e pugni dai fratelli Amato
no subìto l’incendio della porta di ni”, avrebbe detto. Alla fine, grazie che avrebbero anche minacciato di
casa, in piena notte, il giorno prima all’intermediazione di Cannizzaro, dar fuoco alla casa. Il referto medidi un’asta alla quale, seconco parla di “lesione cranica,
do le indagini, avrebbe parcon ferita a stella in regione
Chi si opponeva alla legge della banda
tecipato Angelo Consagra.
occipitale e piccola ferita lasarebbe stato picchiato selvaggiamente. cero-contusa in regione occiI due coniugi, nonostante
avessero manifestato intepitale e contusione escoriata
“Se chiamate i carabinieri vedete
resse, ma per altri motivi,
sinistro”. Giuseppe
che a tutti in faccia vi sparo... vi ammazzo zigomo
non si sono presentati. E
Fichera aggiunge che uno dei
a tutti... muori l’hai capito?”
quando l’asta non interessafratelli Amato “estraeva una
va a Consagra? In quel caso
pistola che portava alla cinta
sarebbe stata chiesta una tangente si riesce a trovare un accordo. Con- e gliela puntava per farlo stare ferdi 50 mila euro per non far parte- sagra si aggiudica l’asta tramite il ni- mo”.
cipare altri alla gara. Un “no” alla pote Gerlando Di Carlo - tra l’altro A quel punto la ricostruzione prosegue
tangente sarebbe stato punito: in intimidendo anche un poliziotto - che con le intercettazioni, in cui si parla di
un caso, il giorno dell’incanto, sono però fa slittare la conclusione dell’af- prendere “quella piccola”, intendenstati presentati rialzi impossibili da fare in favore dei coniugi. Poi lo arre- do, secondo le indagini, una calibro
stano e la palla passa a Di Carlo che 7,65. La situazione precipita. Vincenzo
battere.
I signori delle aste non si facevano tiene sotto scacco i coniugi, cui prima Amato, intercettato, avrebbe tentato di
scrupoli. Calogero Terranova e Car- chiede un affitto esoso con valore re- convincere Angelo ad andare in ospemela Licata, ad esempio, volevano troattivo e poi fa pervenire l’ordine dale per farsi refertare a sua volta. E si
riacquistare la casa in cui vivevano, di sfratto.
sente una minaccia rivolta da Vincenzo
finita all’asta. Consapevoli della siAmato a qualcuno: “Se chiamate i catuazione, si sarebbero rivolti a Con- Le violenze e le visite a Gela
rabinieri vedete che a tutti in faccia vi
sagra, che avrebbe chiesto 10 mila Giuseppe Fichera aveva un box in affit- sparo... vi ammazzo a tutti (…) muori
euro per non partecipare. Il giorno to da Giuseppe Bonvissuto, cognato di l’hai capito?”. Ottavio Amato, intanto,
dell’asta Consagra avrebbe detto Ottavio Amato. Gli Amato, però, rivo- avrebbe invitato i propri familiari a
chiaramente “tu ‘a casa non t’accat- levano quel locale. Ed è bastato un pre- non allontanarsi da Licata per testimoti, perché n’accattamo natri”. Nella testo per passare all’azione. Secondo niare a loro favore e avrebbe tentato di
vicenda intervengono due personag- Alessandro Bonfissuto, nipote di Fiche- nascondere le armi.
gi noti alle forze dell’ordine che si ra, Ottavio, Angelo e Vincenzo Amato A quel punto Giuseppe e Giulio Bonfanno garanti di una tangente da 5 si sarebbero presentati dal nonno mi- vissuto si presentano in caserma. Nel
mila euro da pagare a Consagra per nacciandolo, facendo intuire di essere trambusto Ottavio e Angelo Amato
evitare rialzi. I coniugi, tramite il fi- armati, per farsi dare le chiavi del lo- vengono fermati dalla polizia, ma
glio, si aggiudicano l’asta ma non cale. Allora Bonfissuto sarebbe andato nell’auto non ci sono armi. Alla fine,
riescono a pagare tutto in tempo. dagli Amato per chiedere spiegazioni però, vengono rilasciati. È a questo
e sarebbe stato cacciato via. Secondo punto che Angelo Consagra va da
Così la casa va di nuovo all’asta.
A questo punto, però, i due han- una telefonata intercettata, però, Bon- Nunzio Cavallo, il presunto “stidno paura di partecipare. Viene così fissuto si sarebbe presentato armato di daro”. Un contatto, ma non l’unico.
chiamato in ballo per una media- una pistola giocattolo e avrebbe detto: Nel far west di Licata i rapporti con
zione Antonio Cannizzaro. Consa- “Vi pare di giusto che siete venuti con Gela sono preziosi. 
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
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maFIa
i soliti noti
valtUr
castelVetrano:
l’ImPero dI carmelo PattI
nel mIrIno della dda
rePortage
I cImelI dI caccIa
della catturandI
dI Palermo
traPanI
aPPaltI e aFFarI
ecco Il raPPorto
che scuote una cIttà
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
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Mafia | Dossier
I soliti noti
Non solo Giulio Caporrimo: nelle retate di mafia
spuntano sempre personaggi che in galera ci erano
già stati, con la stessa accusa o con imputazioni
legate all’attività di Cosa nostra. Ecco chi sono
Benedetto Capizzi, arrestato
nell’operazione Perseo
con l’accusa di aver tentato
di rifondare la Cupola, doveva
scontare un ergastolo. Giuseppe
Scaduto, suo alleato, era stato
invece in cella per droga
1
di Riccardo Lo Verso
G
iulio Caporrimo non ha
perso tempo. Si è fatto la galera in silenzio e
appena ha rimesso piede
in libertà gli sono toccati i gradi di reggente del
mandamento di San Lorenzo. Neppure i carabinieri, però, sono
rimasti a guardare. Gli stavano
alle calcagna, certi com’erano
che sarebbe tornato subito in
gioco. C’avevano azzeccato. Alla
fine dell’anno scorso Caporrimo
è tornato in carcere. La sua storia
conferma che da Cosa nostra si
esce solo da morti. Oppure pentendosi. Caporrimo è la conferma che esiste una mafia dei soliti
noti. Basta scorrere l’elenco delle
principali operazioni di polizia
degli ultimi anni per scoprire che
i mafiosi mantengono spesso la
caratteristica dell’irredimibilità.
Un’analisi a campione delle carte processuali ci consegna uno
spaccato inquietante.
Cominciamo dal dicembre del 2008.
Operazione Perseo. Finiscono in
carcere un centinaio di persone, fra
boss, uomini d’onore e semplici picciotti. Cosa nostra vuole aprire una
100
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
nuova stagione. E chi c’è alla testa
del progetto? Benedetto Capizzi, capomandamento di Villagrazia. Un
ergastolano agli arresti domiciliari.
Il carcere a vita gli era stato inflitto,
assieme al boss di Altofonte Mimmo
Raccuglia, per l’omicidio di un auto-
trasportatore del paese in provincia
di Palermo che a Raccuglia ha dato
i natali. A febbraio, dieci mesi prima
che lo riarrestassero, era riuscito a
farsi scarcerare spacciandosi per malato. Nell’operazione di pacificazio-
ne dei clan mafiosi, Capizzi strizzava
l’occhio alle famiglie della provincia.
A fargli da sponda c’era Giuseppe
Scaduto, anziano capomafia di Bagheria. Mai chiamato a rispondere
per reato di mafia, Scaduto è stato
condannato per traffico di droga ed
era tornato libero il 26 giugno
2007, dopo un lungo periodo
di detenzione. Un altro che in
carcere c’è rimasto parecchio è
Giovanni Lipari, punto di riferimento a Porta Nuova. Troppo
anziano per stare in una cella,
ma non per comandare. Anche
lui è tornato in carcere nel blitz
Perseo. Così come Giuseppe
Calvaruso (condannato per mafia nel 2000), Luigi Caravello
(condannato nel 2007), Paolo
Bellino (condannato nel 2009
per danneggiamento ai danni di
un imprenditore), Franco Bonomo (condannato nel 2004), Gioacchino Mineo (scarcerato nel
2000 dopo avere trascorso sei anni
e otto mesi in carcere), Pietro Calvo (oggi considerato reggente della
famiglia di Belmonte Mezzagno, era
stato arrestato ai tempi in cui faceva l’autista di Michele Greco, ma la
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1) Benedetto Capizzi 2) giuseppe scaduto 3) gregorio agrigento
4) gerlando alberti 5) alberto raccuglia 6) rodolfo allicate
7) antonino sacco 8) antonino vitamia 9) francesco paolo barone 10) paolo bellino
nella pagina precedente, giulio caporrimo in un fotogramma
tratto dall'inchiesta "araba fenice"
sua scalata è proseguita), Gregorio
Agrigento (condannato per mafia
nel ‘97). L’elenco prosegue con Gerlando Alberti, u paccarè, recentemente
scomparso a 84 anni, Francesco Paolo
Barone, Giuseppe Greco, Giuseppe Lo
Verde, Salvatore Milano, Ludovico e
Rosario Sansone. Tutta gente già condannata e arrestata di nuovo.
Tra le operazioni più significative del
2008 va inserita anche quella denominata Michelangelo. I carabinieri azzerarono il mandamento della Noce impegnato nella tradizionale riscossione
del pizzo e nel traffico di droga. Tra gli
arrestati c’era anche Enrico Di Grusa,
scarcerato poco prima del blitz dopo
dieci anni trascorsi in cella. Per cosa?
Mafia e droga: gli stessi reati per cui
scattò il nuovo ordine di arresto. Volto
noto era pure quello di Giovanni Giordano, già condannato alla fine degli
anni Novanta.
Due mesi dopo gli investigatori si spostano nel mandamento di Resuttana.
Nell’operazione Eos spicca il nome
di Stefano Fidanzati, fratello del capomafia Gaetano, uno che in galera
c’è rimasto a lungo. Nel 1990 Stefano
Fidanzati era stato condannato a sedici anni al maxiprocesso. E poi c’è
Carmelo Militano. Un caso davvero
particolare il suo. Militano stava per
finire di scontare una condanna a otto
anni e si era già portato avanti con il
lavoro. Nei colloqui in carcere programmava cosa fare una volta libero.
Si è beccato una nuova condanna.
Altra operazione, stessa situazione.
I soliti noti si ripresentano anche
nel corso del blitz Paesan Blues. Nel
marzo 2010 emerge, ancora forte, il
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
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Mafia | Dossier
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Diversi anche gli imputati
del maxiprocesso riarrestati
negli ultimi anni. Da Stefano
Fidanzati a Giovanni Lo Verde
e Vincenzo Savoca. Ma dopo
avere scontato la condanna
erano tornati in attività
legame fra le famiglie mafiose americane e quelle siciliane. In particolare
con i boss di Santa Maria del Gesù. In
carcere tornano, tra gli altri, i fratelli
Gianpaolo e Gioacchino Corso che
avevano già scontato rispettivamente quattro anni e mezzo e sei anni di
carcere. Più lunga la detenzione di
Pietro Pilo (17 anni) mentre spetta
a Giovanni Lo Verde la palma d’oro
per la maggiore anzianità di servizio:
già nel 1987 era stato condannato al
maxiprocesso. In manette pure Giuseppe Lo Bocchiaro, libero dopo una
3
lunga condanna per l’omicidio di
Pietro Marchese avvenuto nel carcere dell’Ucciardone nel 1982.
A proposito di mafia siculo-americana. Due anni prima di Paesan Blues,
nel febbraio 2008, l’operazione Old
Bridge aveva minato il vecchio ponte
lungo il quale viaggiavano fiumi di
cocaina. Tra i volti siciliani dell’operazione c’era quello di Giuseppe
Brunettini, condannato nel 2006 a
tre anni e mezzo per avere fornito,
dieci anni prima, un covo all’allora
latitante Gaspare Spatuzza. Già nel
2002 gli erano stati inflitti tre anni
e quattro mesi. Altri personaggi con
precedenti penali erano Nicola Di
Salvo (il giorno in cui è stato arrestato era sorvegliato speciale, prima
– nel decennio 1982-1992 – era stato latitante per faccende di droga)
e Vincenzo Savoca (condannato nel
maxiprocesso, è rimasto in carcere
dal 1990 al 1996).
4
Nel luglio scorso è finito in carcere
un altro pezzo grosso: Michele Armanno, indicato come capomafia
del mandamento di Pagliarelli. Arrestato nel 1998 era tornato in libertà
il 7 ottobre 2009. Tutti aspettavano
la sua scarcerazione, mafiosi e investigatori, certi com’erano che avrebbe ripreso in mano il potere. Anche
il genero, Filippo Annatelli, reggente
di corso Calatafimi, merita una citazione. Arrestato nel blitz Gotha, assolto in primo grado e condannato
in appello, nel frattempo si era dato
alla latitanza, interrotta nel febbraio
del 2009.
E siamo alle operazioni più recenti.
Dicembre 2011. A Porta Nuova comanda Calogero Lo Presti, per tutti
è lo zio Pietro, da qui il nome Pedro
dato dai carabinieri al blitz. Anche
lui è una vecchia conoscenza. Condannato nel 2005 per droga, cinque
mesi prima del nuovo arresto era
1) stefano fidanzati 2) giovanni lo verde 3) vincenzo savoca 4) francesco bonomo
5) giuseppe brunettini 6) giuseppe calvaruso 7) pietro calvo 8) luigi caravello
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diventato un semplice sorvegliato
speciale in grado di muoversi liberamente e di dettare gli ordini al clan.
In carcere finisce pure Rodolfo Allicate, soggetto vicino all’entourage
del capomafia Gianni Nicchi, nonché elemento di spicco della famiglia
mafiosa di Ballarò, alle dipendenze
di Massimo Mulè. Era stato arrestato nel maggio 2009 nell’ambito
dell’operazione Cerbero e scarcerato
il 5 giugno successivo. Nel febbraio
2010 subisce la misura di prevenzione del sequestro dei beni e viene condannato a otto anni e undici mesi per
mafia. Nonostante il verdetto rientra
a pieno titolo nel clan avvicinandosi
ai due nuovi capi: Tommaso Di Giovanni e Nicola Milano. Entrambi
hanno conosciuto il carcere. Per la
verità, Milano, dopo avere scontato
tre anni, era stato assolto nel processo Gotha e scarcerato. Anche il
fratello di Tommaso, Gregorio Di
3
Giovanni, detto Reuccio, arrestato
nel luglio 2010, era già stato condannato a sette anni.
A proposito di Gotha. Nel blitz spiccava la figura di dominus incontrastato di Nino Rotolo, capomafia di
Pagliarelli. Il padrino era stato arrestato nel 1989 a Roma insieme al
boss di Porta Nuova Pippo Calò. Dal
1999 si trovava ai domiciliari, anche
lui per motivi di salute grazie alla
compiacenza di alcuni medici. Nel
2006 la polizia frenò con il suo arresto la guerra che stava per scatenarsi
contro i Lo Piccolo. Anche i boss di
San Lorenzo vantano un solito noto
in famiglia: Calogero Lo Piccolo prima di rifinire in carcere nel 2008 era
già stato condannato per mafia. Un
passo indietro: insieme a Caporrimo
era finito in carcere Antonino Vitamia che aveva già scontato una condanna per avere favorito la latitanza
del boss di San Lorenzo.
4
Un caso particolare è quello
di Carmelo Militano: avrebbe
riorganizzato il “lavoro”
negli ultimi giorni di carcere.
“Attesa” anche la scarcerazione
di Michele Armanno: “picciotti”
e forze dell’ordine sapevano
che sarebbe tornato all’opera
Una delle ultime risposte dello Stato
si è concentrata invece sul mandamento di Brancaccio. E qui la schiera dei volti noti è davvero nutrita. A
cominciare da Nunzia Graviano, sorella di Filippo e Giuseppe, arrestata
nel 1999, condannata con sentenza
definitiva nel 2003 e tornata in carcere nel novembre scorso. Ci sono
poi Cesare Lupo (condannato nel
2002 per mafia ed estorsione, scarcerato, riarrestato nel 2005 e ora
di nuovo in cella); Antonino Sacco
1) michele armanno 2)carmelo militano 3) cesare lupo 4) gianpaolo corso
5) tommaso di giovanni 6) nicola di salvo 7) filippo annatelli 8) filippo marcello tutino
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1) nino rotolo 2) calogero lo piccolo 3)gioacchino mineo 4) nicola milano
5) ignazio melodia 6) salvatore milano 7) pietro pilo 8) rosario sansone
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1) salvatore davì 2) giuseppe lo bocchiaro 3) giovanni giordano 4) nunzia graviano
5) giuseppe greco 6) ignazio mannino 7) gregorio di giovanni 8) gioacchino corso
9) giovanni lipari 10) calogero lo presti 11) giuseppe lo verde 12) diego melodia
Ma in carcere non si resta
neanche per omicidio:
oltre al caso di Capizzi,
anche Salvatore Davì
e Giuseppe Lo Bocchiaro
erano tornati in attività
dopo avere scontato la pena
per avere ucciso qualcuno
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s - il magazine che guarda dentro la cronaca
(condannato due volte con sentenza
definitiva tra il 2001 e il 2007. Detenuto fino a maggio 2006. Di nuovo
in carcere da maggio 2009 ad ottobre 2010); Filippo Marcello Tutino
(condannato per mafia nel 1999 e nel
2002, da un paio d’anni era in libertà vigilata); Alberto Raccuglia (con
una condanna definitiva alle spalle,
è stato sorvegliato speciale). Sempre
a novembre scorso è stato arrestato
Ignazio Mannino, uomo d’onore della famiglia di Torretta. È stato coinvolto nell’indagine Iron Tower che
gli è costata una condanna emessa
dall’autorità giudiziaria americana a
17 anni e sei mesi di reclusione per
traffico di sostanze stupefacenti tra
la Sicilia e gli Stati Uniti.
Le cose non cambiano se ci si sposta
un po’ più lontano dal capoluogo regionale. Alcuni esempi: l’operazione
che nel 2008 ha colpito il mandamento di Alcamo il cui capo è Diego Melodia, arrestato per la prima
volta nel 2001, nel 2005 sottoposto
a misura di prevenzione e infine riarrestato nel 2008. Era già stato condannato per mafia un altro Melodia,
Nicolò. Così come Lorenzo Greco
che nel 2004 aveva finito di scontare
una condanna a cinque anni e otto
mesi.
La mafia che domina fra Carini e
Torretta ci consegna gli esempi di
Angelo Antonino Pipitone, arrestato
nel luglio 2009, che era stato scarcerato nel 2001 dopo avere espiato
una condanna a tredici anni e quattro mesi. Salvatore Davì, invece,
prima di farsi riarrestare, in carcere
c’era rimasto 25 anni per l’omicidio
dell’agente Gaetano Cappiello, assassinato nel 1975. È tornato in libertà nel 2003. Ed infine, Vincenzo
Curulli che è stato condannato nel
2004 a 6 anni, 3 mesi.
Di certo quello che ha fatto
più “carriera” è stato
Nino Rotolo: quando
fu riarrestato, nel 2006,
stava per scatenare
una guerra contro
i Lo Piccolo. E il figlio
di “Totuccio il Barone”,
Calogero, aveva già
una condanna all’attivo
Si tratta di un lungo elenco di esempi. Un elenco stilato per difetto da
cui vengono esclusi coloro che hanno precedenti penali non legati alla
mafia. Rapine, truffe, danneggiamenti, violenze: se dovessimo considerare anche questi reati la stragrande maggioranza degli arrestati degli
ultimi anni meriterebbe una citazione, in grassetto, nell’elenco dei “soliti noti”. 
Ma per la guerra alla mafia
servono armi più efficaci
L’argomento, nelle conversazioni con i commercianti alle prese con una richiesta di pizzo, è tutto
sommato ricorrente: “Poi quelli tornano. Vanno in
galera, va bene, ma prima o poi sono liberi”. È un
argomento che chi assiste con entusiasmo alla
rivolta al pizzo che sta animando la Sicilia deve
rifiutare, ribattendo – fra l’altro, va precisato, senza
mentire – che lo Stato è vigile, è presente. Che i
benefici riconosciuti dalla legge a chi denuncia sono
evidenti, che sono rarissimi e poco violenti i casi di
ritorsioni nei confronti di chi si è ribellato.
Eppure, l’inchiesta di Riccardo Lo Verso che pubblichiamo in queste pagine mostra che quell’argomento,
il ritorno di “quelli”, non è un’eventualità rara. Segno
che la legislazione antimafia non riesce a essere pienamente efficace, segno che non si riesce a garantire
la certezza di una pena severissima nei confronti di chi
sceglie l’anti-Stato. Da Cosa nostra, rilevava Tommaso
Buscetta, si esce da morti o da pentiti: la rieducazione
del detenuto, fine altissimo della giustizia, è dunque
in questo caso difficile da applicare. È giunto il tempo
di calcare di più la mano. C’è una guerra, lì fuori. C’è
bisogno delle armi migliori. C. R.
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
105
maFia | la StorIa
trofei
di caccia
I
trofei riempiono la stanza al
secondo piano della squadra
mobile di Palermo. Trofei di
guerra in un luogo simbolo
della lotta alla mafia. È la
stanza del capo della Catturandi. La sezione è quella dei poliziotti che danno la caccia ai latitanti. A indicare la strada ci pensa un vecchio fucile da caccia. Lo
hanno trovato durante un blitz in
106
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
uno dei tanti casolari sperduti nelle campagna palermitane. Nuccio
Incognito, capo della Catturandi
fino al 2007, ha voluto che venisse
chiuso in una teca di vetro. Quel
fucile è diventato la bussola per
tutti coloro che vengono chiamati
a dirigere la Catturandi. Chi arriva
in quella stanza sa bene, infatti, di
essere innanzitutto un cacciatore.
Lo sapeva Incognito che ha arre-
Il maglIone
DI mImmo raccUglIa
nella stanza
del caPo della catturandI
I cImelI della rIcerca
deI latItantI: Il maglIone
dI raccuglIa, Il casco
dI nIcchI e moltI altrI.
“s” Ve lI mostra
In esclusIVa
IV
IVa
di riccardo lo verso
v
Il caSco
DI gIannI nIcchI
Il FUcIle
che ha Dato Il vIa
alla collezIone
stato Salvatore e Sandro Lo PiccoPicco
lo. E lo sapeva pure Mario Bignone. Ha fatto in tempo a godersi la
soddisfazione, sua e dei suoi uomini, di arrestare Mimmo Raccuglia
Il PrImo cImelIo Fu
un VecchIo FucIle da caccIa.
IncognIto lo Volle tenere
Per rIcordare aI suoI uomInI
la loro natura dI caccIatorI.
PoI bIgnone ha esteso
la collezIone. ora tocca
a mInIssale aggIungere
l’oggetto PIù atteso:
un rIcordo della cattura
dI messIna denaro
e Gianni Nicchi. A pochi giorni di
distanza l’uno dall’altro. Poi, un
male incurabile ha avuto la meglio
sullo sbirro con il maglione. Così
lo ha soprannominato un giornalista. Lui lo sapeva. E la definizione
lo faceva sorridere. Il cronista ci
aveva azzeccato.
Bignone se n’è andato. Restano i
suoi trofei. Resta il maglione rosso
con due righe bianche. Lo indos-
sava Raccuglia al momento dell’irruzione dei poliziotti nell’appartamento di via Cabasino a Calatafimi. Il capomafia di Altofonte mangiava noccioline davanti alla tv.
Alla parete è appeso anche il casco
grigio che Nicchi indossava la sera
prima dell’arresto. Gli agenti lo
avevano seguito negli spostamenti
da un pub ad una pizzeria e infine
nella casa al secondo piano di via
Filippo Juvara dove lo avrebbero
ammanettato all’indomani.
Il trofeo più recente accanto a quello più antico: il bastone di Benedetto Spera. Su quel pezzo di legno
il boss di Belmonte Mezzagno scaricava gli acciacchi della malattia
anche il giorno del blitz. Il 30 gennaio 2001 i poliziotti della Mobile
lo scovarono, dopo nove anni di
latitanza, in un casolare nelle campagne di Mezzojuso. Il capo della
Catturandi allora era Renato Cortese, l’uomo che cinque anni dopo
avrebbe messo le manette ai polsi
di Bernardo Provenzano.
l’artIcolo
DI Un’eDIzIone
StraorDInarIa DI S
IncornIcIato
Per rIcorDare
marIo BIgnone
C’è ancora posto nelle pareti della
stanza al secondo piano degli uffici di piazza della Vittoria. Tocca
all’attuale capo della Catturandi,
Gianfranco Minissale, riempirlo
con il prossimo cimelio. Di chi se
non di Matteo Messina Denaro? Il
padrino di Castelvetrano è l’ultimo
dei grandi latitanti di Cosa nostra.
Gli danno la caccia i poliziotti della sezione Criminalità organizzata
della Mobile, i colleghi di Trapani
e quelli del Servizio centrale operativo della polizia. Gli stessi che
hanno partecipato all’arresto di
Raccuglia e Nicchi. Serve un nuovo cimelio da aggiungere alla collezione. E c’è una dedica pronta per
Mario Bignone. Il suo sguardo, appeso alla parete tra i trofei, sembra
non chiedere altro. 
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
107
mafia | L’inchiesta
Una fortuna
da 5 miliardi di euro
riconducibile
al patron della Valtur
sotto osservazione
degli investigatori.
Il 20 aprile al via
il processo che dirà
se dietro il patrimonio
del settantottenne
di Castelvetrano
c’è il superlatitante
Messina Denaro
di Riccardo Lo Verso
108
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
L’impero
di Carmelo Patti
nel mirino
della Dia
C
osa c’è dietro l’impero di
Carmelo Patti, patron della
Valtur? La sola capacità di
un uomo che da manovale è
diventato titolare di una delle più grosse imprese turistiche d’Italia? Oppure, come sostiene la Dia di
Palermo, Matteo Messina Denaro?
Le risposte arriveranno dal processo
che inizierà il 20 aprile davanti alla
sezione Misure di prevenzione del
Tribunale di Trapani. La Dia aveva
sollecitato il sequestro del patrimonio di Patti, stimato in 5 miliardi. Il
Tribunale ha respinto la richiesta,
ritenendo necessario iniziare il processo. Gli investigatori hanno ricostruito l’assetto di decine di società.
Scandagliato conti correnti e libri
contabili attraverso 40 anni. Alla
fine sono giunti alla conclusione che
gli originari redditi della famiglia
Patti non potevano bastare, da soli,
a dare il via alla costruzione dell’impero miliardario. Patti potrebbe essere il referente e il prestanome di
Messina Denaro, che a Castelvetrano è nato come il settantottenne imprenditore. Accuse pesanti e ancora
tutte da dimostrare.
Le perquisizioni
Proviamo a ricostruire il filo investigativo. Il 12 marzo 2010 la Dda di Palermo perquisisce le case di 28 persone. I
magistrati danno la caccia a Messina
Denaro. Cercano spunti investigativi utili a casa di Lorenza Santangelo,
mamma del latitante; nell’abitazione
di Francesca Anna Maria Alagna, la
donna che ha dato un figlio al boss, e
del fratello di quest’ultima, Michele; in
casa delle sorelle di Diabolik: Rosalia,
Giovanna, Bice Maria; nell’abitazione
di Maria Mesi, un tempo compagna
La Dia aveva sollecitato
l’immediato sequestro
dei beni di Patti.
Ma il Tribunale
ha respinto la richiesta
ritenendo necessario
il processo in cui
accusa e difesa
si daranno battaglia
del padrino; di Filippo Guttadauro,
cognato di Messina Denaro, residente
a Bagheria; di Maria Fasulo, moglie di
Giuseppe Grigoli, il re dei supermercati considerato il braccio economico
del latitante. Tra le case perquisite ci
sono le residenze di una sfilza di mafiosi, e c’è pure quella di Patti, indagato perché sospettato di avere favorito
la latitanza del boss.
Il manovale che divenne ricco
Di strada Patti ne ha fatta parecchia
dai giorni della partenza, assieme alla
Il murales dedicato a Matteo Messina Denaro.
in apertura Carmelo Patti
moglie Elisabetta Pocorobba, per un
paesino della provincia di Pavia. Una
stagione di grandi difficoltà. Patti aveva provato a mettere su una fabbrica
di bobine da vendere alla Fiat. Gli era
andata male. Al suo arrivo a Robbio
si lancia nel settore dell’abbigliamento
col padre. Anche stavolta l’avventura
finisce male. E così Patti si ritrova a fare
il venditore ambulante di tessuti. Il 25
giugno 1962 il Tribunale di Trapani lo
dichiara fallito. Sarà riabilitato dal Tribunale di Marsala nel 1993. Nel 1967
la prima svolta: a Robbio, Patti costituisce la Cablelettra per la lavorazione di
cavi in rame. Gli anni successivi, fino al
1969, sono segnati dall’acquisto di una
serie di beni, soprattutto terreni. Undici
milioni di lire di sperequazione tra redditi e investimenti che fanno drizzare
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
109
maFia | l’InchIeSta
partecipato al gioco, contribuendo a
fare disperdere le tracce del denaro.
Come? “Negoziando alcuni assegni
ricevuti e rendendo impossibile risalire al loro effettivo impiego”. Tra i negoziatori degli assegni spicca il nome
di Michele Alagna, uomo di fiducia
di Patti e suo referente a Castelvetrano dopo esserne stato il commercialista. Sarà lui a seguire la procedura
di acquisizione del complesso Punta
Fanfalo a Favignana. Michele è fratello di Franca Anna Maria Alagna,
la donna che ha reso padre Messina
Denaro e che vive con la madre del
latitante. Una vicenda che il collaboratore Vicenzo Sinacori dice di
le antenne degli investigatori. Le cose
non cambiano nel decennio successivo.
I redditi dichiarati fra il 1970 e il 1979
non giustificherebbero la trasformazione della Cablelettra in una società
per azioni con un conferimento di 31
milioni di capitale, diviso fra Patti e la
moglie. Il capitale nel 1977 sale a 70
milioni e a 200 nel 1980. Tra il 1990
e il 1999 si registra la scalata di Patti
nel settore alberghiero che si concretizza nell’acquisizione della Valtur e nella
partecipazione alle società Mediterraneo Villages, Costa Verde, Sotim, Santo
Stefano e Kamarina Beach.
Una colossale frode fiscale
L’impero è consolidato. Patti è uno
degli imprenditori più potenti del settore turistico. Potente sì, ma sempre
legato a Castelvetrano. Per chi indaga non siamo di fronte all’emigrante
che, “consolidata una posizione economica in altra zona d’Italia, torna
al paese d’origine per trascorrervi un
periodo di ferie”.
La conferma arriverebbe dalla vicenda che coinvolge Patti e una serie di
soggetti collegati ad ambienti “conti-
110
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
l’lIndagIne È Part
P Ita a marzo
del 2010, quando la dda
dI Palermo ha bussato
alla Porta dI 28 Persone.
tra le case PerquIsIte
cI sono le resIdenze
dI una sFIlza dI maFIosI
e c’È Pure quella
dI carmelo PattI, Indagato
Perché sosPettato
dI aV
a er FaVorIto
la latItanza dI dIabolIk
gui od organici alla famiglia mafiosa
capeggiata da Messina Denaro”. Si
tratta di una “colossale frode fiscale” organizzata nel territorio belicino
che inizia alla Cable Sud, azienda di
Castelvetrano, amministrata da Patti,
che risulterà decisiva nella sua scalata
economica. L’inchiesta parte da una
verifica fiscale dei finanzieri che nel
1998 fanno le pulci ai conti dell’impresa che, attraverso la consorella
Cablelettra, fornisce i cavi allo stabilimento Fiat di Termini e ad altre fabbriche del Lingotto. La Cablelettra ha
ottenuto dalla casa torinese l’appalto
per la predisposizione dei componen-
ti elettrici da installare sulle macchine
e affida il cablaggio alla Cable Sud.
Quest’ultima si appoggia ad una serie di ditte sub fornitrici. Tutte di Castelvetrano. Alcune chiudono dopo
avere emesso una serie di fatture in
favore dell’impresa madre. Fatture
per miliardi di lire che le sub fornitrici non erano tenute a trascrivere
nei libri contabili. Una volta cessata
l’attività avrebbero omesso di versare l’Iva. La Cable Sud avrebbe avuto
l’interesse a ricevere le fatture e a sua
volta ne avrebbe emesse nei confronti
della consorella Cablelettra. Più costi
figurano in bilancio e meno tasse si
pagano. I finanzieri scoprono, per un
solo biennio, un’evasione fiscale per
35 miliardi di lire. Le imprese pagano e l’Erario chiude la vertenza. Il
processo per truffa allo Stato, così, si
chiude con un’assoluzione.
I negoziatori in odore di mafia
Ma chi sono i personaggi coinvolti nel
meccanismo fiscale? La Dia li definisce “contigui o in qualche modo vicini alla famiglia mafiosa capeggiata
da Messina Denaro”. Tutti avrebbero
conoscere bene. Messina Denaro gli
avrebbe confidato “che si sarebbe incontrato con la sua fidanzata a nome
Franca per fare un figlio essendo sua
precisa intenzione instaurare un rapporto di stabile convivenza, lontano
da Castelvetrano”.
Durate i controlli dell’ottobre del
1998 i finanzieri sequestrano in casa
di Patti alcune agende con nomi e
numeri telefonici. Tra questi c’è quello di “Forte Paolo Ip”. È la pompa di
benzina allo svincolo autostradale di
Castelvetrano della A29 di proprietà
della moglie di Paolo Forte, un personaggio arrestato nel ‘96 con l’accusa di avere favorito la latitanza di
Messina Denaro. Un altro numero
di telefono risulta intestato alla Calcestruzzi Belice di Rosario Cascio,
a cui hanno sequestrato i beni per
mafia.
Altro soggetto chiave del sistema
della Cable Sud, secondo gli investigatori, è Filippo Sammartano, anche
lui di Castelvetrano, arrestato nel
2010 nell’ambito dell’inchiesta Golem 2, una delle tante che hanno cercato di fare terra bruciata attorno al
latitante. Tra i negoziatori degli assegni ci sono pure Giovanni Stallone,
Giovanni Risalvato, Aldo Luppino e
Lorenzo Cimarosa. Tutta gente coinvolta in inchieste antimafia.
l’affare di Favignana
Nel 1998, la famiglia Patti porta a ter
termine l’affare Punta Fanfalo. Il 13 ottobre di quell’anno la Desi Immobiliare di Castelvetrano, costituita 2 anni
prima, si aggiudica l’asta fallimentare
del Tribunale e acquista il complesso
turistico-alberghiero per 10 miliardi,
battendo l’offerta della Marcegaglia
Turismo. Il 6 aprile 1999 la Desi Immobiliare trasferisce la proprietà, per
9 miliardi e 220 milioni di lire più
Iva, alla romana Mediterraneo Villages il cui presidente del cda è Patti.
La Dia segnala, però, “alcune criticità
nell’intero affare”. A cominciare dal
fatto che la società Desi Immobiliare
aveva “ridotte capacità economiche e
anche tecniche” (l’amministratrice era
Desi Ingrasciotta, allora appena ventunenne) ed era riconducibile a Lorenzo Ingrasciotta ritenuto contiguo
alla famiglia di Castelvetrano. I soldi
utilizzati dalla Mediterraneo Villages
per portare a termine l’affare sarebbero saltati fuori da una serie di operazioni finanziarie che coinvolgerebbero
alcune imprese già emerse nella frode
contestata alla Cable Sud. I 9 miliardi
e 220 milioni risulterebbero per altro
già pagati prima ancora che venisse
stilato l’atto di vendita, nonostante
dall’esame dei conti non risultino tracce del pagamento.
dIchIarato Fall
F Ito nel 1962
dal trIbunale dI traPan
P I,
Pan
PattI rIcomIncIa la sua VIta
a robbIo doVe costItuIsce
la cablelettra
Per
er la la
laVorazIone
dI caVI
ca In rame. InIzIa
da quI la sua scalata:
In PochI annI Il caPItale
della socIetà arrIVa
IV
IVa
a 200 mIlIonI e nel 1990
acquIsIsce la Valtur
Anche l’asta non convince gli investigatori. La Punta Fanfalo srl, poi
dichiarata fallita, era partecipata, per
il 50%, dalla Società Azionaria Costruzioni ed Appalti con sede legale
a Palermo presso lo studio del ragioniere Pino Mandalari, commercialista
di Totò Riina. C’è di più: l’asta era
andata deserta 5 volte fra il 1989 e il
1998. Alla seconda chiamata era per
pervenuta un’offerta della San Francesco
srl: 5 miliardi e 100 milioni. Il giudice
delegato, però, la rigettò considerandola inferiore ad un quarto del valore
complessivo del bene in vendita. La
conclusione a cui sono giunti gli investigatori è che nell’asta del 13 ottobre
1998 i soldi per l’acquisto sarebbero
stati messi a disposizione dalla Cablelettra che, attraverso la Cabla Sud, li
avrebbe messi nelle mani di Michele
Alagna. E da lui alla Desi Immobiliare che si aggiudica l’asta battendo
l’agguerrita concorrenza della Marcegaglia Turismo. L’uomo della Marcegaglia presente all’asta, che si vide superare un’offerta di 8,6 miliardi, giura
di aver visto qualcuno suggerire alla
giovane Ingrasciotta cosa fare.
Patti e i pentiti
Ad ingrossare il fascicolo Patti hanno
contribuito anche i pentiti. Davanti
alla procura di Napoli, nel luglio del
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
111
mafia | L’inchiesta
Nel 1998 la Cable Sud,
consorella della Cablelettra,
amministrata da Patti,
è al centro di un’inchiesta
per frode fiscale alla quale
partecipano con il ruolo
di negoziatori personaggi
che secondo i pm sono “contigui
o in qualche modo vicini
alla famiglia capeggiata
da Messina Denaro”
‘99, rende dichiarazioni Angelo Siino,
il ministro dei Lavori pubblici di Cosa
nostra. L’inchiesta è quella che coinvolge Nicola e Salvatore Spinello, accusati
di fare parte di un’associazione segreta.
Siino riferisce che Salvatore Spinello
“mi parlava sempre di Carmelo Patti
di Palermo, titolare di una ditta di cablaggi che, a dire di Spinello, forniva
ricambi alla Fiat indicandomelo come
un personaggio in ascesa economica.
Mi fu riferito da Spinello che Patti era
un massone. Più volte ho visto Spinello
insieme a Carmelo Patti, che, peraltro,
io già conoscevo come persona legata
alla mafia di Castelvetrano. Questo
Patti, in un breve arco di tempo, partendo praticamente dal nulla, ha acquisito una rilevante posizione economica
diventando presidente della Valtur e
della Gesap, società operante all’aeroporto di Palermo”.
Tre anni e il nome di Patti fa capolino a Palermo nelle dichiarazioni di
Nino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano. Il 12 novembre
2002 attribuisce il ruolo di collegamento fra le cosche trapanesi e quelle palermitane a Francesco Messina,
soprannominato mastro Ciccio. Il
30 maggio 1997 Messina era stato
trovato cadavere: suicidio in stato di
latitanza, dicevano le informative di
allora. Era legato al boss mazarese
Mariano Agate ed era inserito nella
loggia massonica Stella d’oriente. “È
possibile che Provenzano abbia avuto
qualche contatto sporadico imprenditoriale ad alto livello con personaggi di Trapani? Per esempio le faccio
il nome, Carmelo Patti?”, gli chiede
il pm e Giuffrè risponde: “Cioè è un
nome, perché noi quando parliamo,
cioè, se ricordo bene la Valtur… cioè
è un nome che a livello nazionale ha
la sua importanza. Non mi ricordo se
si parlava di discorsi di villeggiatura...
mastro Ciccio diceva ‘chistu l’avemu
nte manu’. Mastro Ciccio aveva nelle mani a Patti. Io se ricordo bene, ci
sono discorsi che ho fatto con mastro Ciccio, può anche darsi che c’era
nell’occasione Provenzano presente,
non lo abbia ad escludere signor procuratore”. “È possibile che sia stato
Provenzano a parlarle della Valtur
piuttosto che Mastro Ciccio?”. Giuffrè: “Sì, vede signor procuratore, non
è che Provenzano come le ho detto in
altre circostanze, era tanto felice di
parlare dei discorsi di interesse economici suoi. Io su questo discorso ne ho
sentito dire appositamente che l’avevano nelle mani loro, però… può anche darsi che diciamo che sia stato un
discorso… che parlando di discorsi”.
Pm: “Vediamo se riesco a sollecitare la
sua memoria. Lei ha mai sentito parlare a Provenzano o a Riina o a qualcuno di loro, gli interessi che loro avevano per esempio per acquistare villaggi
turistici o nella zona di Mazara o a
San Vito Lo Capo?”. Giuffrè: “Aspetti, mi viene in mente un discorso, nella
Società, barche e i villaggi
Tutti i beni a rischio sequestro
Beni immobili, società, conti correnti: i beni che potrebbero essere sequestrati appartengono a Carmelo Patti, alla moglie Elisabetta Pocorobba e ai figli Giovanni e Paola. Un elenco sterminato. Eccolo.
Partecipazioni societarie
Axel holding, Finanziaria Cable, Valtur, Cablelettra. La Cablelettra, a
sua volta, detiene partecipazioni in Selca, Cable international del Lussemburgo, Cablelettra do Brasil, Cablelettra Tunisia, Cablelettra Iberia,
Cablaterm di Patti Carmelo & c. E ancora: Cablacar, Elettro moduli di
Buffolino Maria Lucia & C, ditta individuale Patti Carmelo. Il 50% del
capitale della Co.Invest. Il 59% della Finanziaria Cable srl e della Finanziaria turistica srl a cui risultano intestati i seguenti beni: agenzie
a Firenze, Milano, Marocco, Costa d’Avorio e Tunisia; albergo a Gressan
(Aosta), albero a Ostuni (Brindisi), albergo a Simeri Crichi (Catanzaro),
albergo a Vieste (Foggia), villaggio turistico a Isola Capo Rizzuto (Reggio Calabria), villaggio turistico a Pollina, agenzia a Roma, villaggio a
112
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
zona di Finale di Pollina c’è qualche
villaggio della Valtur? Non è che sia
facile diciamo… aspettate due minuti
per riordinare le idee. C’è una persona
molto vicina a Provenzano che a Finale di Pollina al Villaggio Valtur… ecco,
ora ci arrivo… Pinella, Pinello, questo
Pinello che noi abbiamo parlato ci ha
diverse… in diverse circostanze se ne
andava a passare l’estate con la propria famiglia… e appositamente parlando di questo discorso suo, Valtur,
è venuto che avevano degli ascendenti
diciamo su questa società, e trovandomi a sua volta assieme al Provenzano
quando era… ‘ma tu ti diverti, te ne
vai alla Valtur…’ e lui in quel discorso
disse, ‘ma se tu hai interesse?’. ‘No, per
carità, io non ho interesse di ste cose
di gruppo, che stanno tutti assieme’.
(Lui disse) ‘sti discorsi li abbiamo nelle
mani e ci possiamo benissimo arrivare’”. Pm: “Quindi, questo è uno di
Cosa Nostra questo Pino Pinello?”.
Giuffrè: “E sì”. Pm: “Quindi in sostanza se ho capito bene, il Pino Pinello usufruiva della Valtur di Finale
di Pollina?”. Giuffrè: “E non solo,
veda, aggiungo un altro discorso.
Stu discorso è uscito casualmente
Il 13 ottobre 1998 la Desi Immobiliare di Castelvetrano
si aggiudica all’asta per 10 miliardi Punta Fanfalo
a Favignana. Nel 1999 vende il villaggio per 9,22 miliardi
alla Mediterraneo Villages presieduta da Patti.
Per gli investigatori la Desi era riconducibile a Lorenzo
Ingrasciotta, ritenuto contiguo alla famiglia mafiosa
fuori, perché in quella circostanza…
siamo negli anni… è un’avventura…
Nel ’98, ’99, c’è Totuccio Rinella
che si trova pure in questo villaggio
a passarsi da latitante l’estate... E si
incontra con… cioè, sono vicini di
casa... Totuccio lo sa che io con Pino
Pinello sono molto intimo, nel momento in cui prima vede la bambina
e poi vede la moglie giustamente ha
paura, si para diciamo noi, poi vede
a lui, mi riconosce entrano in contatto e tutti e due mi fanno sapere
che sono in contatto e che sono in
villeggiatura. Da questo discorso
e dai discorsi successivi, viene fuori il discorso di Pino Pinello che ha
la casa, cioè, un appartamento, non
so di che cosa si tratta”. Pm: “E ne
parlate con Provenzano all’epoca?”.
Giuffrè: “Ne abbiamo successiva-
La Maddalena (Sassari), villaggio in località Golfo Aranci (Sassari),
albergo ad Alghero (Sassari), albergo a Mezzana (Trento), albergo al
Sestriere (Torino), albergo Punta Fanfalo a Favignana, villaggio a Nicotera (Catanzaro).
Le stesse società hanno partecipazioni nelle estere Kevinco (Uruguay),
Valtur Hellas (Atene), Valtur Maldives (Isola Gasfinolhu); Valtur Tatil
(Istanbul), Blue Horizon, (Belle Mare Flacq); Valtur Developpement
(Agadir), Valtur Egypt (Sharm el Sheik), Valtur do Brazil (Rio de Janeiro), Valtur Mexico (Cancun).
A rischio sequestro il 59% della Mediterraneo Villages spa, già Castelfranco uno srl. Il 50% della Costa Verde srl con sede a Vigevano. Ed
ancora: Med Legno srl di Campobello di Mazara, Olio & Oliva srl di Castelvetrano. Il 50% del capitale sociale Holding Turistica Italiana srl di
Vigevano. Il 60% del capitale della Immobiliare Milano 5 srl. Il 50% del
capitale della Fin.pa. srl di Milano. Scv con sede a Menzel Jemil, (Tunisia). Il 50% della Ponti e strutture Sardegna srl. Il 50% della Consultur
srl di Vigevano. Il 50% della Svilam srl, società per lo sviluppo turistico
di Lampedusa con sede a Roma. Il 29% della Sicav srl, società internazionale costruzioni alberghi e villaggi con sede a Roma. Il 29% della So-
mente parlato assieme, dice ‘se tu
poi ci vuoi andare se è… stu discorso della Valtur l’abbiamo noi nelle
mani’, (gli dissi) ‘Io vi ringrazio, stu
discorso di affollamento, manco a
parlarne, io voglio stare per i fatti
miei’”. Pm: “Ma questo, scusi, glielo
dice Provenzano allora, no?”. Giuffrè: “Sì”.
La replica. Che non c’è
Abbiamo ripetutamente tentato, senza successo, di avere una replica da
Patti. Agli atti del Tribunale risulta
la nomina di un difensore d’ufficio,
l’avvocato Giuseppina Montericcio
di Trapani alla quale abbiamo chiesto la versione dei fatti dal punto di
vista del suo assistito. Il legale, però,
si è limitata a dichiarare che non conosce gli atti del processo. 
cietà Immobiliare M.M. srl di Firenze.
Il 50% della Villaggio degli atleti srl
di Roma. Il 50% della Villaggio di
Marilleva srl.
Quote sociali della Fimec Srl di Vigevano. Ditta individuale Patti Paola
di Castelvetrano. Quota del capitale
L’albergo Punta Fanfalo di Favignana.
della S.m.a. srl, sistemi modulari per a fianco la spiaggia del villaggio Valtur di Pollina
autoveicoli di Castelvetrano. Il 35%
del capitale detenuto nella Castelgandolfo spa. Il 50% della A.p. Consulting srl di Milano. Immobiliare 23
srl di Milano. Quote della Holding turistica italiana srl con sede a Vigevano. Il 29% della Società consortile edil Magliana 89 di Roma.
Beni immobili
Decine di terreni, magazzini, case e fabbricati a Robbio, Castelvetrano,
Campobello di Mazara, Triscina e Tre Fontane. Macchine, fuoristrada e
un’imbarcazione denominata Valtur Bahia, ormeggiata nella banchina del porto di Mazara del Vallo.
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
113
maFia | traPanI
nomi,
omi,
appalti
e affari
Il rapporto
che scuote
una città
ecco Il nuoVo Faldone
conFluIto nell’IndagIne
su tonIno d’alì: cosa nostra
aVrebbe InFluenzato
16 oPere PubblIche
Fra Il 1999 e Il 2003.
e Il senatore, Per l’accusa,
a rebbe FFatto da snodo
aV
di rino giacalone
114
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
B
irrittella Antonino, imprenditore, mafioso, reo
confesso. Cacciatori Paolo, imprenditore. Cascia
Salvatore, ingegnere capo
della Provincia, beccato ad un controllo di polizia con appresso le buste
di una gara di appalto che dovevano
trovarsi chiuse in cassaforte. Candela Salvatore, imprenditore. Castelli
Francesco, imprenditore. Castelli
Giovanni, imprenditore. Consigli
Giovanni, imprenditore. E poi tanti
altri nomi: Tommaso Coppola, condannato per mafia e appalti pilotati,
Domenico Cutrale, Domenico e Pietro Funaro, Vito Giacalone, Giovanbattista Grillo, Francesco Grimaldi,
Calogero e Raffaele Guercia, Michele Martines, Michele Mazzara,
Graziano Menozzi, Francesco e Vincenzo Morici, Francesco Nicosia, Sebastiano Orlando, Francesco Pace,
Francesco Paolo Palermo, Lamberto
Perugini, Francesco Placenza, Ignazio Sanges, Antonino Scimemi, Vincenzo Scuderi, Antonino Spezia.
Sono i nomi confluiti nella complessa inchiesta della squadra mobile di
Trapani che riguarda quattro anni di
appalti in provincia di Trapani: quelli per la provinciale Trapani Bonagia
Valderice (2000), per la provinciale Vita Domingo Celso (2000), per
la provinciale Passofondo (2000),
per la provinciale Lentina San Vito
(2000), per la provinciale Salinella
La Pietra (2000), per i lavori presso l’istituto Geometri di Trapani
(1999), per la provinciale Ballotta
Fulgatore (2001), per la provinciale Ericina Difani (2001), per la costruzione della galleria Scindo Passo
Favignana (2000), per la provinciale
Collura Cuddia Zafferana Perino
(2000), per la strada Torre di Mezzo
Marausa Birgi Malopasso (2001),
per la strada ex comunità montana Serrementa (2001), per la strada
di accesso al Kartodromo Kinisia
(2002), per l’elettrificazione di contrada Abita di Gibellina (2003), per
la Funivia Trapani-Erice (2003) e
per la ristrutturazione di piazza san
Francesco di Paola a Salemi (2001).
Sullo sfondo, secondo l’accusa, la regia mafiosa.
Nomi e appalti provengono dal rapporto di indagine condotto dalla
squadra mobile di Trapani che è andato sotto il nome di Mafia e Appal-
fronti dell’ex sottosegretario all’Interno, oggi presidente della commissione Ambiente del Senato, senatore
Tonino D’Alì. Lui, stando al rapporto, avrebbe in comune la “frequentazione” con alcuni degli imprenditori
denunciati. Lui, il senatore, secondo
l’accusa, avrebbe dato un preciso apporto politico alla rete di imprenditori, un sostegno, una coperta di insospettabilità.
Dentro quel voluminoso
faldone è raccontata la
storia più recente delle relazioni criminali intercorse nel Trapanese tra mafia,
imprese e politica. Storia
di oggi perché i nomi che
si scorrono tra i denunciati e quelli
comunque coinvolti sono i nomi di
trapanesi che col potere continuano
ad andare a braccetto. È la storia di
un potere che secondo l’accusa non
ha mai cambiato regista, Matteo
Messina Denaro.
Il boss di Castelvetrano, 50 anni ad
aprile, latitante da 19 anni, è il soggetto che ha fatto cambiare pelle a
Cosa nostra, con le mani sporche del
sangue di tanti morti ammazzati, e
ha cominciato, con le stesse mani, a
gestire appalti, imprese, società, holding commerciali, a contare denaro, tanto denaro. Oggi la sua mafia
è quella che sa sparare quando c’è
bisogno di sparare, e sa votare bene
quando c’è bisogno di votare per il
suo bene. È la storia della mafia trapanese sotto il regno degli ultimi due
capi mandamento. Prima Vincenzo Virga, arrestato dopo sette anni
di latitanza nel 2001, capo di Cosa
nostra a Trapani dai primi anni ’80,
oggi in carcere a scontare ergastoli
per decine di delitti, sotto processo
per l’omicidio di Mauro Rostagno,
reso povero dallo Stato che gli ha
confiscato ogni possedimento e che
adesso gli deve anche pagare gli avvocati difensori. Poi Francesco Pace,
arrestato praticamente in diretta
dalla squadra mobile nell’esercizio
secondo I magIstratI, al Posto
del PIzzo, la maFIaa aaVrebbe chIesto
aglI ImPrendItorI una sorta
dI “quota dI IscrIzIone annuale”
Per accedere aI “serVIzI”
ti terza fase. Sono seicento pagine di
rapporto giudiziario che la Procura
distrettuale antimafia di Palermo ha
presentato al gup Giovanni Francolini, il giudice che deve decidere se
accogliere o meno la richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno
in associazione mafiosa che la Dda
palermitana ha presentato nei conIl suPerboss dI castelV
astel etrano
astelV
matteo messIna denaro. In aPertura
Il PresIdente della commIssIone ambIente
del senato, tonIno d’alì
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
115
mafia | Trapani
delle funzioni di capo del “tavolino”
che si occupava di grandi appalti e
grandi eventi. È la storia che arriva a
toccare le stanze della politica.
Non per altro il voluminoso rapporto è finito nei documenti dell’inchiesta su D’Alì. A lui sono da ricondurre, secondo i magistrati, i collegamenti con alcuni degli imprenditori
che avrebbero fatto affari grazie alla
politica e alla mafia. A lui, ancora
secondo i pm, sono da ricondurre
alcuni degli imprenditori denuncia-
L’impresa che si aggiudicava
l’appalto doveva pagare
tra il 2 e il 3 per cento
del valore del lavoro,
ma c’era uno sconto
per chi accettava forniture
“raccomandate”. E poi
c’erano le tangenti
per i funzionari
ti. Da ricondurre già solo per il fatto che la frequentazione è nata nei
salotti buoni della società trapanese,
quella che una volta diceva che la
mafia non esisteva.
L’inventore del sistema di connessione tra mafia, politica e impresa
sarebbe stato proprio Vincenzo Virga, che aveva a sua disposizione una
corte nutrita di imprenditori. Sotto
di lui nacque il comitato di affari.
La mafia trapanese ha avuto sempre
una peculiarità, quella di anticipare
addirittura le novità della politica e
delle pubbliche amministrazioni: e
così la Cosa nostra delineata dall’inchiesta è una mafia che organizzava
conferenze di servizio permanenti
per rilasciare “nulla osta” dell’antiStato, seduta allo stesso tavolo con
politici e imprenditori spregiudicati.
A Trapani Cosa nostra avrebbe anche gestito una sorta di sportello
unico delle imprese: un’entità cui
116
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
Il pm Andrea Tarondo
pagare una tassa di iscrizione per
poter usufruire di una serie di servizi. Un’evoluzione radicale rispetto al
sistema del pizzo messa a fuoco dal
pm Andrea Tarondo, uno dei magistrati più impegnati nella lotta al
malaffare, alle cosche mafiose e alla
corruzione, secondo il quale più che
di pizzo, nel Trapanese, si tratterebbe di una vera quota associativa a
Cosa nostra.
Un sistema alla rovescia. Se oggi
Confindustria scopre la necessità di
espellere le imprese che fanno parte del sistema illegale, dall’inchiesta emerge una pratica opposta da
parte della mafia: una sorta di “car-
tellino rosso” a uso di Cosa nostra,
che espelleva dal sistema illegale le
imprese che volevano rispettare le
regole. Tanto più che adesso, ancora
stando alla ricostruzione dei pm, i
boss trapanesi hanno studiato il metodo per truccare gli appalti senza
dare nell’occhio.
Il “regno” di Vincenzo Virga è stato
infuocato nel vero senso della parola. Non si contano quanti sono stati
gli attentati incendiari per costringere le imprese a sottostare alle regole,
a rinnovare il pagamento della quota
associativa, ad ubbidire al “re dei coccodrilli” (così veniva chiamato “u zu
Vicenzo Virga”). Coccodrilli tutti, lui
ed i figli, Pietro e Franco, non avrebbero lasciato nulla agli altri se non le
briciole.
Con l’arrivo di Francesco Pace le cose
cambiano. È Matteo Messina Denaro
che lo vuole quale successore di Virga, è Matteo Messina Denaro che gli
trasmette l’ultimo insegnamento, la
sommersione di Cosa nostra. Pace è
tanto sicuro di sé che non ha remore
un giorno a presentarsi ad un altro imprenditore dicendogli che lui è “il capo
mandamento”. Poi, durante il processo che alla fine lo vedrà condannato,
disperatamente tentò di trasformare
quelle parole in “capo condominio”,
ma i magistrati non gli diedero retta:
un capo condominio non si occupa di
appalti da aggiudicare, pizzo da estorcere, forniture da imporre. La magistratura ha ricostruito il circuito degli
affari. E nella terza fase del rapporto
mafia e appalti è finita una delle parti
più consistenti di questi affari: appalti
che sarebbero stati pilotati per decine
di miliardi delle vecchie lire.
Don Ciccio Pace manteneva il controllo della cupola di imprenditori
della quale facevano parte Nino Spezia, oggi in carcere, Nino Birrittella,
l’unico che ha deciso di sganciarsi dal
malaffare mafioso, e Tommaso Coppola, un imprenditore di Valderice
intercettato mentre chiedeva al nipote
di mandare saluti a politici e impren-
ditori (salvo poi dire ai giudici che si
trattava di uno scherzo) e di ricordare
ad alcuni di questi ultimi, come Francesco Morici, che era in galera anche
per lui.
Don Ciccio Pace in tasca teneva una
sorta di tariffario, da buon imprenditore. Diceva quali erano le cifre
da corrispondere all’organizzazione
mafiosa: l’impresa che si aggiudicava l’appalto doveva pagare tra il 2 e
il 3 per cento del valore del lavoro e
don Ciccio applicava lo sconto solo
se l’impresa che si aggiudicava i lavori
per le forniture preferiva rivolgersi ad
altre imprese “raccomandate”. Non
era però l’unico costo: l’impresa, secondo l’accusa, poi doveva pagare le
tangenti ai funzionari pubblici che assicuravano i loro servizi.
Uno tra quelli più attivi a mettersi a
disposizione secondo il rapporto investigativo fu Salvatore Cascia di Salemi. Di lui uno degli indagati, che ha
deciso di collaborare, il funzionario
Vito Giacalone, ha detto: “Cascia mi
diceva che era nel cuore della presidente (Giulia Adamo era all’epoca
presidente della Provincia, ndr) ed
era ben voluto dal segretario generale
Provenzano... mi fece capire che era
in quel posto perché doveva garantire
certi equilibri e mi riferì che era molto
amico dell’onorevole Pino Giammarinaro (assolto da un’accusa di mafia,
ma di recente oggetto di una nuova
richiesta di sorveglianza speciale, ndr)
dicendomi che lui non aveva rinnegato tale amicizia come invece tanti altri
avevano fatto... a frequentare l’ufficio di Cascia alla Provincia erano in
particolare gli imprenditori Nino Scimemi di Salemi, soggetto autorevole
attorno al quale si muovevano altri
imprenditori, ricevuti da Cascia erano
in particolare anche gli imprenditori
Castelli, Fileccia, e Saladino Melchiorre (quest’ultimo arrestato poi per le
indagini su mafia ed eolico, ndr)”.
Una rete fitta per evitare che le gare
“andassero sole”: così l’imprenditore
Nino Scimemi definiva quelle gare
L’imprenditore-pentito Nino Birrittella
che si aggiudicavano senza interventi
illeciti. E chiamava “regali” le tangenti
che sarebbero state pagate a Cascia.
Scimemi non è personaggio di basso
rango. Di lui, fra gli altri, ha parlato
il pentito Salvatore Lanzalaco, che fu
arrestato nel 1993 assieme al suocero
di Scimemi, Ciro Caradonna. Lanzalaco ha messo in relazione Scimemi ai
famigerati esattori salemitani, i cugini
Nino e Ignazio Salvo, e ancora lo ha
indicato in rapporti con Pino Giammarinaro: “Fu Scimemi che me lo presentò”, ha raccontato il pentito.
La vicenda che fece venire a galla il
ruolo di Cascia e ciò che si muoveva
attorno a lui risale al 2 novembre del
2000 quando fu fermato mentre im-
Uno degli indagati,
il funzionario
Vito Giacalone, ha deciso
di collaborare.
E ha accusato l’ingegnere
capo della Provincia,
Salvatore Cascia:
“A frequentare
il suo ufficio erano
Nino Scimemi di Salemi
e gli imprenditori Castelli,
Fileccia, e Saladino
Melchiorre”
boccava l’autostrada per Palermo. La
polizia nella sua borsa trovò cinque
buste ancora sigillate della gara di appalto relativa alla provinciale per San
Vito Lo Capo. L’attività di Cascia da
tempo era intercettata, e quel posto
di blocco non era casuale. Cascia non
lo sapeva e così, quando tornò libero
dopo il verbale, si premurò, ripreso
dalle telecamere installate dalla polizia, di tornare in ufficio per fare sparire le prove della manipolazione degli
appalti. Al presidente della Provincia
Adamo e al segretario generale Provenzano relazionò dicendo che “a sua
insaputa quelle buste sigillate si trovavano nella sua borsa”. A sua insaputa.
In Italia le inchieste vanno così. 
Ma il senatore si difende:
“I Messina Denaro?
Ne ho subìto la presenza”
La prossima udienza per la richiesta di rinvio a giudizio del senatore D’Alì è fissata per l’11 maggio. Il
gip Francolini dovrà decidere sulla ammissione delle parti civili - Libera, associazioni antiracket di
Marsala, Mazara e Alcamo, centro Pio La Torre di Alcamo - e poi sciogliere le riserve sugli atti profitti da accusa e difesa. La difesa del senatore D’Alì è orientata verso la richiesta del rito abbreviato.
Rispetto alle accuse il parlamentare si è sempre difeso sostenendo la loro infondatezza in particolare a proposito di rapporti con imprenditori risultati vicini a Cosa nostra. A proposito dei rapporti
con la famiglia Messina Denaro di Castelvetrano nel ricostruire la parte storica di questi contatti ha
ricordato che si tratta di un legame ereditato e che la presenza come campieri è stata quasi subita.
Impossibile quindi secondo il senatore D’Alì parlare di complicità o contiguità
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
117
maFia | l’IntervISta
“l’ombra
ll’ombra di messina Denaro
dietro gli attentati
nel trapanese
rapanese”
Parla Il neoProcuratore
dI tra
raPan
P I marcello VIola:
Pan
“dIre che Il latItante
stIaa dIetro
d
a tutto rIschIa
dI aPP
PP Ire qualunquIsta,
PPar
dI certo sta dIetro
a tantIssIme cose.
lee IndagInI Patr
P ImonIalI
lo hanno dIsorIentato
d
e Forse glI ultImI ePIsodI
dI VIolenza
olenza Potrebbero essere
una conseguenza”
di riccardo lo verso
v
h
a fatto in tempo a spedire
in galera i mafiosi, vecchi e
nuovi, della cosca palermitana di San Lorenzo. C’era
anche la firma di Marcello
Viola nel provvedimento dello scorso
dicembre. Poi, si è insediato a capo
della procura di Trapani. Dal capocapo
luogo siciliano Viola porta con sé
anni di esperienza e lotta concreta a
Cosa nostra. Ed anche una capacità
di analisi degli intrecci criminali che
sa molto di investigation americana.
Non è un caso che nella sua carriera
si contino decine di successi contro le
organizzazioni che gestiscono i traffici
internazionali di droga.
118
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
Cominciamo dal suo recente passato.
Fino allo scorso dicembre lei è stato
pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Che
Procura ha lasciato?
“Ho avuto il piacere di confrontarmi
con tanti colleghi bravi. Ho conosciuto
più procuratori. Quando ero giudice
per le indagini preliminari c’era ancora Giancarlo Caselli. Poi, Piero Grasso.
Infine, ho fatto il pubblico ministero
con Francesco Messineo. Con un pizzico di orgoglio posso dire di avere
partecipato a momenti particolarmente significativi dell’azione di contrasto
alla mafia”. Voglio sottolineare la bellissima esperienza professionale e di
vita che ho avuto il privilegio di vivere,
in un ufficio che dà un grande senso
di appartenenza e che alla fine ti porti
dentro con orgoglio.
A Palermo, negli ultimi anni, non sono
mancate le tensioni in Procura.
“C’è chi parla di veleni, io le definisco
dinamiche forti e accese, mai sfociate in
scontro velenoso, spiegabili con la grandissima complessità e delicatezza dei
temi posti dalle indagini, in un ufficio
da sempre tradizionalmente impegnato
nelle più complesse e delicate indagini
in materia di criminalità mafiosa, con
le forti tensioni che inevitabilmente ne
derivano. I risultati, d’altra parte, sono
sempre stati eccellenti”.
Cosa nostra non è più la stessa di quando ha iniziato a fare il magistrato.
“L’ho vista cambiare e molto. Aveva
una forte connotazione militare e da
questo punto di vista possiamo dire che
si è indebolita. Ma la mafia si evolve, è
mutevole, molto più rapida ad adattarsi a ogni tipo di evenienza interna o
esterna all’organizzazione, alle esigenze
ed alle dinamiche economiche e sociali
di quanto siano altri apparati”.
Le connivenze con la politica sono,
però, una costante.
“I rapporti fra la mafia e politica ci
sono sempre stati. D’altronde la mafia
da sempre interloquisce con i poteri forti. Così come come quelli con la
borghesia. Anche in questo c’è stata
un’evoluzione. Lo dimostra la capacità
di infiltrazione nelle regioni del Nord
Italia e all’estero”.
Possiamo azzardare l’ipotesi che l’organizzazione sia giunta al capolinea,
indebolita dai continui arresti?
“Di certo c’è un problema di leader
leadership. Così come quello di reclutamento delle nuove leve che fa segnare un
abbassamento del livello “qualitativo”
dello spessore criminale, se così possiamo definirlo. L’arresto dei latitanti
rappresenta una forte riposta dello Stato e rappresenta un indebolimento per
ma l’allarme rIguarda anche
le elezIonI dI maggIo:
Per VIola “glI attentatI
Potrebbero essere legatI
all’aPProssImarsI
della tornata ammInIstratIVa
IV ”.
IVa
e sulle condIzIonI dI cosa
nostra dIce: “dI certo
c’È un Problema dI leadershIP
e reclutamento
delle nuoVe leVe”
Il boss dI castelV
astel etrano matteo messIna denaro.
astelV
In aPertura Il nuoVo Procuratore dI traPan
P I
Pan
marcello VIola
?
chI È marcello VIola
marcello viola è stato nominato procuratore di t
trapani dal plenum del csm
con 16 voti contro i 7 dell’altro candidato,
giuseppe fici. viola, 54 anni, era pubblico
ministero della direzione distrettuale
antimafia di Palermo. originario di
cammarata,
ammarata, nell’
nell’agrigentino, ha iniziato
la sua carriera in magistratura negli anni
‘80 come uditore dell’ufficio istruzione di
giovanni falcone.
È stato giudice istruttore a lanusei (nella
provincia dell’ogliastra) e pretore ad
a
avola.
a Palermo ha ricoperto prima l’incarico di gip e poi di sostituto procuratore,
firmando le più importanti indagini sulla
cosa nostra palermitana.
Cosa nostra. Potrei dire che l’organizzazione sta attraversando un momento
di grave difficoltà, ma non è un buon
motivo per abbassare la guardia”.
È vero, i latitanti finiscono in cella, ma i
vecchi capi tornano liberi, magari dopo
avere scontato la pena, e riprendono in
mano il potere.
“Non posso che confermare le sue
preoccupazioni. C’è un esempio che
ho riscontrato col mio lavoro. Ho indagato su Giulio Caporrimo (arrestato di recente e indicato come reggente
del mandamento di San Lorenzo, ndr),
che ha riportato pesanti condanne per
mafia ed estorsioni, e dopo la scarcerazione è tornato subito operativo, assumendo un ruolo di vertice nell’area
mafiosa di appartenenza”.
Non è disarmante per un magistrato?
“Innanzitutto è la conferma della validità della vecchia regola di Cosa nostra
che dall’organizzazione si esce in due
soli modi: con la morte o diventando
collaboratori di giustizia. È inutile negarlo: il problema c’è. Il rischio di trovarci di fronte i soliti noti è concreto.
Fortunatamente è stato in parte limitato dall’inasprimento delle pene. In
passato le condanne non sempre cor
coril magazine che guarda dentro la cronaca - s
119
Mafia | L’intervista
rispondevano alla gravità del fatto per
cui i mafiosi venivano processati”.
Da Palermo a Trapani, come cambia la
mafia?
“Cosa nostra trapanese ha una storia
e una struttura diversa da quella palermitana. Quando ero gip ho potuto
riscontrare che si tratta di una mafia
tradizionale, radicata nel territorio, e
per la quale vale il principio di appartenenza familiare. I legami di sangue
contano parecchio. Si era data un’organizzazione legata ai Corleonesi. Eppure, nonostante i forti legami con la
tradizione, è stata capace di modernizzarsi, di costruire rapporti con la politica e gli imprenditori”.
Alla luce dei suo primi mesi da procuratore come descriverebbe la situazione
trapanese?
“Vi è un’apparente pace, quasi uno stato di sonnolenza, ma è certo che sotto
ci sia un un groviglio di mille affari e
intrecci che ribollono. Come dite a Palermo, c’è rivugghiu”.
È Matteo Messina Denaro che ha imposto il torpore?
“È difficile dirlo anche perché non si
tratta di una mia competenza specifica. Le indagini sono coordinate dalla
Direzione distrettuale antimafia di Palermo che sta ben operando. Regola
vuole, però, che un capomafia stia nel
territorio se vuole controllarlo. La forza di Messina Denaro sta nel consenso
che ha costruito attorno a sé. È rappresentata dal carisma criminale che
ha acquisito negli anni. In un vecchio
provvedimento ricordo che c’era chi
sosteneva che Messina Denaro dovesse
essere adorato. E poi ci sono i benefici
economici che ha garantito al territorio. In una visione distorta della realtà
tutto questo fa acquisire consenso”.
Insomma, Messina Denaro c’è sempre
e comunque.
“Dire che il latitante stia dietro a tutto rischia di apparire qualunquista, di
certo sta dietro a tantissime cose. Le
indagini patrimoniali ed alcuni sequestri hanno colpito pesantemente i suoi
interessi e forse gli ultimi episodi di
120
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
Il responsabile nazionale legalità di Confindustria
Antonello Montante
violenza (alcuni attentati commessi in
provincia, ndr) potrebbero essere una
conseguenza dell’attacco ad alcune forme illecite di arricchimento da parte di
soggetti vicini al latitante . È una lettura possibile, come quella che lega gli
episodi all’approssimarsi della tornata
elettorale amministrativa”.
“È lodevole la proposta
di Antonello Montante
di creare un rating antimafia.
Diciamocelo francamente,
non tutti possono avere
la capacità di essere eroi
come lo è stato Libero Grassi.
Non possiamo neppure
pretenderlo, ma un po’
di coraggio quello sì”
Per anni si è cercato di accerchiare il
capomafia, arrestandone i fedelissimi e
colpendone i patrimoni. Proprio come
era avvenuto a Palermo per Bernardo
Provenzano. Da un po’ di tempo sembra che si punti direttamente alla cattura del latitante. Un cambiamento di
strategia?
“Guardi, non so se ci sia stato un
cambio di strategia. Anche perché la
competenza è della Dda di Palermo.
L’esperienza ci dice che lavorare facendo terra bruciata attorno al latitante alla fine paga”.
Lei prima ha fatto riferimento alle
infiltrazioni della mafia nella politica
citando l’approssimarsi delle elezioni
amministrative. La cronaca ci conferma che non mancano gli esempi di politici indagati perché considerati contigui a Cosa nostra. Cosa si può fare per
spezzare questo rapporto perverso?
“Non personalizzerei il ragionamento. Certamente ci sono infiltrazioni
nella politica, ma il problema non si
risolve condannando il singolo esponente. Dovrebbe occuparsene la politica stessa attraverso un controllo
serio delle candidature. Accade, però,
che alcuni condannati tornino in lizza. Allora tocca alla gente scegliere
bene al momento del voto. La verità
è che in molti guardano solo all’utilità
personale. Stessa cosa avviene per gli
imprenditori. Ci sono quelli mafiosi e
quelli che rifiutano la mafia. Su questo
fronte le scelte e la politica adottate da
Confindustria dovrebbero costituire
un esempio”.
Forse perché per alcuni imprenditori
strizzare l’occhio alla mafia è più conveniente.
“E infatti è lodevole la proposta di
Antonello Montante (responsabile
per la legalità di Confindustria, ndr)
di creare un rating antimafia per
premiare le aziende “virtuose”, che
adottano cioè codici e progetti di
legalità. Diciamocelo francamente,
non tutti possono avere la capacità
di essere eroi come lo è stato Libero
Grassi. Non possiamo neppure pretenderlo, ma un po’ di coraggio quello sì, si può chiedere. Anche perché
le associazioni di categoria offrono
ormai tutto il sostegno necessario”.
In conclusione e senza sfera di cristallo alla mano: la cattura di Messina Denaro è vicina?
“Bisogna essere positivi. C’è uno
sforzo investigativo enorme e i colleghi di Palermo stanno lavorando
bene. Bisogna pensare positivo”. 
maFia | agrIgento
un’InFormatIVa
IVa delle sezIonI crImInalItà organIzzata
IV
dI Palermo e agrIgento rIcostruIsce glI ultImI gIornI
da uccel dI bosco. Per collegare I nomI utente usatI
su skyPe daI suoI InterlocutorI, Però, serVe una rogatorIa
P
A mare con Falsone
esclusIVa. ecco le Foto InedIte della latItanza
dI “lInghI lInghI”: In sPIaggIa o In camPer
Poco PrIma dI essere arrestato. e daI Pen drIVe
sequestratI nel suo aPPartamento sPuntano
le tracce deI FIancheggIatorI
di riccardo lo verso
v
122
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
iena estate. Una bella
spiaggia dorata. E un
uomo che si fa fotografare in boxer. Scatti
di vita quotidiana. La
quotidianità di chi fa
finta di essere una persona normale e invece scappa da una condanna
all’ergastolo. L’uomo che si gode la
vacanza è Giuseppe Falsone. Le foto
sono del 2009, quando Falsone era
ancora l’imprendibile capo della
mafia agrigentina. La sua fuga, durata undici anni, si sarebbe conclusa
un anno dopo in un appartamento
a Marsiglia. Un’informativa delle sezioni Criminalità organizzata
delle squadre mobili di Palermo e
Agrigento ricostruisce le ultime fasi
della latitanza. Nell’appartamento
nel quale è stato catturato sono stati
trovati appunti, telefonini, computer
e pen drive pieni di nomi. Ne viene
fuori un intreccio di interessi su cui
sono ancora in corso le indagini.
I rifugi a marsiglia
Tra i documenti sequestrati a Falsone ci sono pure i contratti stipulati
con l’agenzia immobiliare Remj Terrazzi per l’affitto di alcuni appartamenti. Sono i rifugi dove ha vissuto
negli ultimi anni. Cambiava spesso
casa per evitare di dare punti di riferimento a chi dava la caccia. Fino
a luglio del 2009 aveva preso in affitto un immobile in rue Sainte 129.
Poi, dall’ottobre dello stesso anno e
fino al marzo 2013, ha traslocato tre
volte: rue D’Endoume 75, rue Condolle 10, rue de Freidland 5. Infine
l’ultimo covo, quello in cui è stato
arrestato, in boulevard Notre Dame.
Falsone ha sempre scelto il salotto
buono della città francese. Tutte le
case si trovano, infatti, nell’elegante
quartiere La Canabiere. Luogo simbolo di Marsiglia e del suo porto.
le utenze Skype
Un vero e proprio intreccio di comunicazione quello che Falsone ha intrattenuto durante la sua permanenza in terra francese. Utilizzava schede telefoniche internazionali ma era
soprattutto un grande appassionato
di Skype. La rete telematica offre un
una Foto dI Falsone In camPeggIo con una donna
scattata neglI ultImI gIornI della latItanza.
In aPertura la latItanza dorata dI Falsone.
alcune delle Foto scattate al mare, In una localItà
Francese non IndIVIduata, durante la latItanza
dI gIusePPe Falsone
vantaggio. Chi si iscrive sfugge alla
verifica dei dati immessi per registrare gli account. Fatta eccezione
per l’utente maluppila, identificato
in Carmelo Marotta, uno dei primi
presunti fiancheggiatori del latitante
ad essere stato identificato sol perché si è registrato in Italia, ci sono
una sfilza di nomi e password rimasti senza una vera identità.
L’elenco è lungo: giogio20091, dino.
zof maluppila, sabenedica (locazof,
lizzato ad Amburgo), anmaron
(sembrerebbe fare riferimento alla
Radiografica Costarricenze Amnet
Television con sede in Costa Rica),
enmaron (localizzato in Francia
nel distretto della Costa azzurra),
il magazine che guarda dentro la cronaca - s
123
maFia | agrIgento
vano4169, vivenzobaffo, tinojep,
jungfred66, zenlin26, fabrisandre.
andre. Alcuni di questi potrebbero
essere stati usati anche direttamente
dallo stesso Falsone. Yahoo Italia ha
fatto sapere che si tratta di account
gestiti dalla collegata francese della
società e dunque per svelare l’identità di chi li ha registrati ci vuole una
rogatoria internazionale. Per non
dimenticare i nomi dei suoi contatti
Falsone aveva l’abitudine di scriverli
in un bloc notes. Nei fogli ci sono
anche dei riferimenti a numeri e persone su cui si continua a indagare.
Sin d’ora sappiamo, però, che dietro
lo pseudonimo jungfred66 si celava
sicuramente lo stesso Falsone. Aveva
una fitta corrispondenza con l’utenza intestata a tinojep al quale chiede-
l
l’elenco
deI contattI
È lungo: gIogIo20091, dIno.
zoF, maluPPIla,
sabenedIca, anmaron,
enmaron, Vano4169,
V
VIVenzobaFFo, tInojeP,P,P
jungFred66, zenlIn26,
F Isandre.andre.
Fabr
e su un bloc notes
c’erano numerI e nomI
su cuI sI Indaga ancora
va notizie sull’invio di una cartolina.
In altre conversazioni tinojep viene
appellato come cugino. Secondo gli
investigatori, sarebbe il terminale
di una serie di soggetti, non ancora
identificati, che avrebbero protetto e
favorito la latitanza del capomafia
agrigentino.
Il 9 aprile 2010 Falsone scriveva a
tinojep: “Ti ringrazio per la risposta,
ti deve arrivare qualcosa di cui ho
estremo bisogno, ti prego di farmi
arrivare al più presto possibile questa cosa”. E il cugino rispondeva
124
s - il magazine che guarda dentro la cronaca
In queste due Pag
P Ine I FoglI dI bloc notes
suI qualI Falsone PrendeVa
VVa aPPuntI
qualche giorno dopo: “Scusa per il
ritardo, ti contatto tra due settimane, dovrei venire nella tua bella città.
Non venire qua fa molto freddo”.
Doveva trattarsi di qualcosa di davvero importante visto che Falsone
era incalzante: “Ho avuto conferma
che a tuo parente (come eravamo
rimasti) hanno consegnato da 15
giorni quello di cui ho bisogno con
urgenza, sono arrivato ad un estremo bisogno, interessati al più presto
e fai arrivare il più presto possibile”.
Il latitante era pressante: “Cugino,
ti ripeto che sono in una situazione
delicata e di estremo bisogno. Risolvi questa cosa e in questa settimana.
Falsone, Inoltre,
usaVVaa tre cellularI.
usaV
un VoIP,
IP, un nokIa
IP
e un alcatel da cuI
rIsultano decIne
dI teleFonate In entrata
e In uscIta. oltre a moltI sms.
e a “salV
sal bell” scrIVeVa:
salV
V
Va:
“chIamamI che cI VedIamo
PrIma che tu Part
P I...
sono a lIone”
Non sono in condizione di venire e
ho bisogno subito della cartolina,
sono arrivato che non respiro più se
non puoi tu chi può portare qui la
cartolina, ti invio un numero di telefono di una cabina telefonica, dimmi
quando mi chiami e mi farò trovare
lì”. Risposta: “Ti chiamo alle 17 e se
non rispondi alle 17 e 15 e così ogni
quarto dora fino a potere parlare
con te”.
I telefonini
Falsone utilizzava tre cellulari. Un
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maFia | agrIgento
Voip, un Nokia e un Alcatel da cui
risultano decine di telefonate in entrata e in uscita. Oltre a molti sms.
Si tratta di conversazioni definite
“commerciali”, probabilmente legate all’impresa edile che Falsone aveva attivato come copertura, ma anche di chiamate private. Tra le tante,
nell’informativa stilata dai poliziotti
diretti dal capo della sezione, Antonino De Santis, vengono segnalate
quelle con salvbell, pseudonimo di
Salvatore Bella. Tra i due c’è anche
uno scambio di messaggi. Il latitante si firmava gian. “Chiamami che ci
vediamo prima che tu parti... sono a
Lion aspetto che mi chiami”, scriveva
In un Pen drIVe I documentI
dI alcune Persone a cuI
a eVa
aV
V rubato l’IdentItà
Va
(Il Francese nIcolas Pete,
marIo PIno schIttone
dI caltabellotta,
gIusePPe sanFIlIPPo FrIttola
dI bIancaVI
anca lla, e I romanI
ancaVI
marIo bernardonI, Francesco
VIncI e darIo angeluccI)
e la Foto del PregIudIcato
gIusePPe Ferrera
l’a ocato gIoVann
l’aVV
V I castronoVo,
Vann
che dIFende gIusePPe Falsone
F
Falsone. Da un appunto sequestrato
dai poliziotti si scopre che salvbell
era rintracciabile a Lione, in Place
Fracisque Regaud. Gli investigatori
hanno incrociato i contatti telefonici
francesi con quelli italiani e hanno
scoperto che lo stesso salvbell era in
linea con alcune utenze intestate ai
fratelli Bella, nove in tutto. La famiglia Bella è originaria di Campobello
di Licata, dove alcuni continuano a
vivere. Molti componenti del nucleo
familiare sono emigrati in Francia.
Come si legge nell’informativa tra-
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smessa dalle squadre mobili di Palermo e Agrigento alla Procura del
capoluogo siciliano “l’analisi dei tabulati e i relativi accertamenti sono
ancora in corso”.
I pen drive
Giuseppe Falsone aveva una costante
esigenza di cambiare identità. Nei supporti informatici che sono stati trovati a
Marsiglia c’era una serie di file e documenti intestati alle persone a cui avrebbe rubato l’identità: il francese Nicolas
Pete, Mario Pino Schittone di Caltabel-
lotta, Giuseppe Sanfilippo Frittola di
Biancavilla, e i romani Mario Bernardoni, Francesco Vinci e Dario Angelucci.
Ad ogni persona corrispondevano una
carta d’identità o una patente prive della foto di riconoscimento. A Sanfilippo
Frittola era intestato il documento che
il latitante ha mostrato agli investigatori al momento dell’arresto. Sempre nel
pen drive Falsone conservava la foto di
Giuseppe Ferrera. Si tratta di un per
personaggio arrestato per furto, detenuto
ad Agrigento e scarcerato nell’agosto
del 2010. Un’informativa lo descrive
come “favoreggiatore, mediante l’intestazione fittizia di schede telefoniche e
auto, di una banda di slavi specializzati
in reati contro il patrimonio”. Ed ancora c’erano due fotografie che offrono
un’immagine di Falsone ben diversa da
quella conosciuta attraverso le vecchie
foto segnaletiche.
l
l’uomo
dalle mIlle FFacce: la Foto scattata
al momento dell’arresto e una dI quelle troVate
V
Vate
nel coVo. neglI ultImI gIornI della latItanza
l’asPetto dI Falsone, senza occhIalI né barba
e con qualche chIlo In meno, era cambIato.
nella Pag
P Ina a FIanco la Patente
P
Intestata
a jean-luc PIerre marIe ta
t FForeau troVata
V
Vata
nel coVo dI Falsone
le vacanze
Sapeva di essere braccato ma non rinunciava alle vacanze. Estive e invernali. Nel pen drive ci sono pure le immagini dei giorni trascorsi in una cittadina
balneare e a Pra Loup, località sciistica sulle Alpi francesi. Si vede Falsone
in spiaggia, sulle rive di un torrente,
in piscina e in camper abbracciato ad
una donna. Una presenza femminile
nel Pen drIVe cI sono Pure
le ImmagInI deI gIornI
trascorsI In una cIttadIna
balneare e a Pra louP,P,P
localItà scIIstIca sulle alPI
Frances
rancesII. sI Vede Falsone
In sPIaggIa, sulle rIVe
dI un torrente, In PIscIna
e In camPer abbraccIato
a una donna
costante. Si tratta della titolare di una
parrucchieria per uomo di Marsiglia.
Le foto della settimana bianca sono datate marzo 2009, mentre quelle al mare
sono dell’agosto dello stesso anno. Un
anno prima che finisse la latitanza dorata dell’ultimo capo della mafia agrigentina. 
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pizzini
“Gli uomini nuovi di Resuttana”
Quattro condanne in appello
Erano gli “uomini nuovi” del clan di Resuttana, decimato dagli arresti dei carabinieri.
Mario Napoli, Carlo Giannusa, Marcello Campagna
e Gioacchino Morisca sono
stati condannati in appello dopo avere scelto il rito
abbreviato in primo grado.
E sono state confermate
le pene inflitte per oltre 35
anni complessivi. A otto
anni e otto mesi sono stati
condannati Mario Napoli e
Carlo Giannusa, secondo le
indagini dirigenti del clan. Le altre condanne sono a carico di Gioacchino Morisca (7
anni e sei mesi) e Marcello Campagna (sei
anni). Il primo, detto anche “Totò India”, si
occupava principalmente
delle estorsioni con Mario
Napoli, nella cosca guidata
da Andrea Quatrosi. Anche
Marcello Campagna è uno
degli uomini del “pizzo”
anche se ufficialmente lavorava per la società che si
occupava della vigilanza e
della portineria nell’ospedale ”Casa del Sole”. Le
denunce dei commercianti
sono state determinanti. All’inchiesta “S”
ha dedicato un ampio servizio due anni fa.
Estorsioni di Carini
Chieste 3 condanne
Il pm Gaetano Paci ha chiesto dodici
anni di carcere ciascuno per Vito Failla e Giacomo Lo Duca e cinque anni
per Calogero Giovan Battista Passalacqua, capo della cosca di Carini,
in un processo per estorsioni. Passalacqua è accusato solo del tentativo di estorsione ai danni dell’imprenditore
Andrea Impastato, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine per essere stato
arrestato come favoreggiatore di Bernardo Provenzano. Il denaro, secondo
l’accusa, documentata da un articolo pubblicato su “S” due anni fa, veniva
richiesto da Failla e da Lo Duca. I boss non avrebbero imposto solo il pizzo
ma anche l’utilizzo di mezzi pesanti riconducibili ad una ditta di Carini per
realizzare le opere di scavo e di sbancamento. Prossima udienza il 12 aprile.
Riina jr va a Padova
Adesso è andato a Padova, come aveva annunciato tempo fa. Giuseppe
Salvatore Riina, terzo figlio del superboss mafioso Totò, ha ottenuto il sì alla
richiesta avanzata al tribunale Misure di prevenzione di Palermo per poter
continuare il regime di sorveglianza speciale in Veneto. Riina Junior, scarcerato ad ottobre dopo quasi nove anni, aveva già manifestato l’intenzione di
andare a Padova, a lavorare per una onlus. Ma il provvedimento aveva imposto il soggiorno a Corleone. Nel suo paese, però, come “S” aveva scritto in
un servizio pubblicato subito dopo la scarcerazione, il sindaco Nino Iannazzo
l’aveva dichiarato “persona non gradita”. Ma dalla Lega è arrivato subito uno
stop: “Il Nord - ha detto Umberto Bossi - reagisca con la pena di morte”.
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L’Architetto
parla al processo:
“Non ero nel libro paga
di Lo Piccolo”
“Ho avuto dei dispiaceri in famiglia
per questa storia, ma non ero nel
libro paga di Lo Piccolo”. Lo ha detto,
nelle dichiarazioni spontanee rese al
processo del quale è imputato con
l’accusa di essere stato il reggente del
mandamento mafioso di Tommaso
Natale, Giuseppe Liga, “l’Architetto” cui
“S” dedicò una copertina due anni fa.
Liga spiega la sua versione dei fatti su
un terreno destinato a una lottizzazione. Secondo l’accusa, lui avrebbe
minacciato i proprietari di concederlo
ad alcune cooperative con lo scopo di
realizzare abitazioni di edilizia popolare agevolata. Lui sostiene invece che il
padre dell’avvocato Marcello Trapani, il
titolare del terreno, avrebbe chiesto la
sua intermediazione con le stesse cooperative per far aumentare il prezzo di
vendita. Liga dice di aver “tutelato gli
interessi di un mio lontano parente” e
spiega alla corte anche i dettagli tecnici: “Il prezzo era di sessantamila lire al
metro quadro, la legge dice che si può
raddoppiare solo se si dimostra che è
l’unica fonte di reddito o di pertinenza
di un coltivatore diretto”.
il contromagazine | a cura di lavucciria.net
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