Sommario aprile 2012 Rubriche 17 rItaglI 21 l’o l SServatore romano che noia a Palermo... quando non si vota di Gaetano Savatteri 23 Il venDItore DI PenSIerI quando i bambini vanno all’inferno di Aldo Sarullo 128 PIzzInI Attualità 24 Il caSo Pedofilia nella chiesa, l’indagine si allarga di Antonio Condorelli 28 UnIverSItà il libro mastro dell’inchiesta sugli esami truccati di Riccardo Lo Verso 36 Il caSo l’aPPartamento di lombardo: le fatture? non si trovano di Antonio Condorelli 40 DoSSIer una Pioggia di consulenti Per giamPilieri di Accursio Sabella e Antonio Condorelli 46 ammInIStratIve tutti gli uomini dei candidati di Roberto Puglisi 12 s - il magazine che guarda dentro la cronaca 52 PolItIca ecco chi finanzia i senatori di Antonio Condorelli 64 l’IntervISta simone cimino: “i 110 giorni che mi hanno cambiato la vita” di Eliana Marino 68 catanIa la versione di scaccia: “io, esPulso Per aver detto troPPi no” di Antonio Condorelli 90 traPanI una chiesa svenduta come fosse un garage di Riccardo Lo Verso 94 agrIgento far West licata di Andrea Cottone Mafia 100 DoSSIer i soliti noti di Riccardo Lo Verso 106 la StorIa trofei di caccia di Riccardo Lo Verso 108 l’InchIeSta l’imPero di carmelo Patti nel mirino della dia di Riccardo Lo Verso 114 traPanI nomi, aPPalti e affari: il raPPorto che scuote la città di Rino Giacalone 118 l’IntervISta marcello viola: “l’ombra di messina denaro dietro gli attentati” di Riccardo Lo Verso 122 agrIgento a mare con falsone di Riccardo Lo Verso 130 v! il magazine che guarda dentro la cronaca - s 13 Il magazIne che guarda dentro la cronaca Anno 6, numero 48 – Aprile 2012 Registrazione Tribunale di Palermo n. 5 del 04.01.2008 Società editrice novantacento s.r.l. Redazione, via Rosolino Pilo, 11 90139 Palermo telefono 091.7308921 fax 091.7826420 www.livesicilia.it [email protected] tipografia Officine grafiche riunite Cosentino e Pezzino Via Prospero Favier, 10 – Palermo Distribuzione AENNE Press spa - Agenzia Nangano via Cavaliere Antonino Nangano, 2 Ficarazzi (Pa) Promoeditor - via G. G. Sirtori 25 Palermo Direttore responsabile Francesco Foresta concessionaria pubblicitaria Novantacento s.r.l. 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E s’era congratulato con il giovane presidente del Coni, che il Terzo polo aveva strappato (o così all’epoca era parso) all’amico Francesco Cascio. Lui e Nino Lo Presti erano stati convocati in un secondo momento, altri e non Aricò erano stati in Fli a promuovere l’operazione. A Palermo Aricò e Costa erano rientrati con lo stesso aereo, da alleati di ferro, volando sulle ali dell’entusiasmo. Era il 9 febbraio. Trenta giorni dopo, il 10 marzo, le braccia aperte di Costa al vecchio amico Cascio e ad Angelino Alfano innescavano la reazione a catena che nel giro di 48 ore portava alla candidatura a sindaco dello stesso Aricò contro Costa. Le cose della vita. E al referendum della Caronia “a sorpresa” vince il sì Alla fine ce l’ha fatta. Contro tutte le attese. Marianna Caronia ha approfittato della conferenza stampa di lancio della sua candidatura per dare la notizia meno prevedibile della storia: le persone che sono andate sul suo sito o si sono presentate nel suo camper promozionale a votare al “referendum” sull’opportunità di una candidatura a primo cittadino, inaspettatamente, hanno detto sì. La Caronia, però, non ha fornito le percentuali: si sa, perché l’ha rivelato la stessa candidata, che i votanti sono stati 40 mila, ma non quanti siano stati i “no”. Sarebbe interessante per gli amanti della statistica. 16 s - il magazine che guarda dentro la cronaca Toh, chi si rivede Alla festa per Ferrandelli spunta Manlio Mele A volte ritornano. Chi è andato alla festa di Fabrizio Ferrandelli nella lunga notte dei risultati delle primarie del centrosinistra ha notato fra chi si stringeva attorno al candidato vincitore una vecchia conoscenza della politica: si tratta dell’ex deputato della Rete Manlio Mele, oggi vicino alla corrente Innovazioni del Pd. Ma Mele è anche zio della moglie dell’assessore alla Sanità Massimo Russo, che per le elezioni palermitane sta pensando a una lista da schierare a sostegno di un altro candidato, il terzopolista Alessandro Aricò. Dalle parti del Pd, però, tagliano corto: “Mele – dicono – è un esponente del partito”. Pappalardo l’ardito Nello spettacolo dai contorni circensi della campagna elettorale palermitana, le sue reprimende non sono passate inosservate. Il generale dei carabinieri Antonio Pappalardo, candidato sindaco di Palermo, ne ha per tutti, dai “candidati poppanti” ai capipartito “nordisti”. Il paragone più ardito, però, scappa di bocca al focoso generale quando parla di Rita Borsellino: “È come se Schumacher morisse e mettessero sua sorella a guidare in un gran premio”. Un filino sopra le righe, anche al netto degli scongiuri di Schumy. il magazine che guarda dentro la cronaca - s 17 rItaglI rItaglI soldi pubblici, ma azienda privata e la Fondazione Federico II assume per chiamata diretta Assunti per chiamata diretta da un ente privato, ma “foraggiato” ampiamente da soldi pubblici. È il caso di cinque dipendenti della Fondazione Federico II, assunti a tempo indeterminato nel novembre scorso dopo qualche anno di contratti a termine. La faccenda è tornata d’attualità durante un’udienza per il processo a carico dell’ex direttore generale della Fondazione, Alberto Acierno. In quell’occasione, è stato sentito anche il presidente dell’Ars Francesco Cascio che ha confermato l’assunzione, da parte della Fondazione “costola” dell’Assemblea regionale, di cinque lavoratori “per chiamata diretta”. Ma chi sono questi lavoratori? I loro nomi si ritrovano in un verbale del Consiglio di presidenza dell’Ars. I cinque assunti direttamente dalla Fondazione sono Renata Provvidenza Bologna, Yulieta Bon, Luca De Gaetano, Piera Puleo, Giuseppe Trapani. “Con riferimento, infine – si legge infatti nel documento – ai cinque lavoratori il cui contratto ad intermittenza si conclude il giorno 05/11/2011, non essendo possibile procedere ad ulteriori rinnovi, il Direttore generale propone l’assunzione a tempo indeterminato a parità di inquadramento e di costo”. Le mansioni svolte da questi dipendenti riguardano soprattutto i servizi di accoglienza, sbigliettamento e accompagnamento dei turisti. Per conto di quella Fondazione privata che solo nel 2011 ha ricevuto dall’Ars, bilancio alla mano, mezzo milione di euro. A.S. l’erg cede Il Passo aI russI C’è sempre più Russia nell’energia siciliana. La Erg ha, infatti, venduto un altro venti per cento della raffineria Isab di Priolo alla Lukoil, già titolare del sessanta per cento. Con il risultato che la partecipazione di Lukoil nell’impianto siciliano è salita all’80%, mentre Erg mantiene il 20%. La Erg, dunque, si disimpegna dallo stabilimento siracusano. Comunque, un ottimo affare per la famiglia Garrone visto che Lukoil ha pagato le azioni 400 milioni di euro. Ora rimane un ultimo venti per cento di azioni, ma anche qui, se gli impegni presi verranno rispettati, si procederà con la vendita entro la fine del 2013. A quel punto, la Lukoil sarà interamente proprietaria della Isab e la Erg dirà definitivamente addio alla raffinazione. 18 s - il magazine che guarda dentro la cronaca Il caso caf? È nato in sicilia Per scoprire la presunta truffa all’inps, sono partiti dalla sicilia. l’inchiesta sullo scandalo sulle dichiarazioni isee che sarebbero state chieste anche dai morti ha preso il via da un caf siciliano: secondo l’espresso si tratterebbe del caf fiap srl unipersonale, che il 7 ottobre 2008 avrebbe registrato la richiesta di un uomo morto un mese prima. alla fine delle ricerche, ad andarci di mezzo è stato sopratutto un caf di fiumedinisi, in provincia di messina: le dichiarazioni false sarebbero 5.493, una cifra che lo porterebbe fra i dieci caf con più dichiarazioni ritenute false. Il magistrato de Francisco sotto la mannaia di monti era stato chiamato meno di un anno fa, ma per lui l’avventura da consulente è finita con la deberlusconizzazione di Palazzo chigi. È stato un siciliano uno dei simboli – in negativo – della rincorsa ai risparmi targata monti: ermanno de francisco, componente del cga, da maggio a dicembre dell’anno scorso è stato consulente del segretariato generale della presidenza del consiglio, con un costo di 32 mila euro in otto mesi. Poi sull’incarico si è abbattuta la mannaia del premier bocconiano, seguita dalle polemiche per un compenso – 4 mila euro lordi al mese – che si somma al già sostanzioso stipendio da magistrato. alla faccia della crisi. Com’è andata a finire la nave dell’arpa? dopo un anno è ancora ferma ill nuovo commissario dell’ dell’arpa salvatore cocina sembra allargare le braccia: “io sono arrivato a ottobre, e ho trovato questa situazione”. la “situazione”, in realtà, è identica da due anni e mezzo. da a quando l’l’arpa e la regione hanno annunciato il varo della “galatea”, nave oceanografica ipertecnologica, che avrebbe dovuto verificare la salute dei nostri mari, acquistata per un milione e mezzo di euro. era il 22 luglio del 2009 quando la nave fu varata. ma da allora, non s’è mossa dal porticciolo della cala di Palermo. esattamente un anno fa, “s” aveva raccontato questa vi- cenda, che, però, sembrava a un passo dalla soluzione, con l’affidamento della gestione a un’azienda calabrese, la nautilus. dopo meno di un anno, però, l’l’arpa ha risolto il contratto con la ditta. un contratto biennale, da 662 mila euro. “ci siamo trovati di fronte – spiega cocina – a gravi inadempimenti della nautilus, che ha aggirato le norme antiriciclaggio”. la società, da noi contattata, ha preferito non replicare. ll’ultima speranza, adesso è “in una convenzione – conclude cocina ocina – che l’l’arpa sta stipulando con la capitaneria di porto, e che non costerà un euro alla regione”. a.s. rettifiCa giuseppe scozzari non ha ricevuto soldi da di Vincenzo nel numero di “s” di novembre - nell’articolo pubblicato a pagina 72, dal titolo “di vincenzo fa nomi e cognomi” - per un errore di digitazione è stato inserito anche il nome di giuseppe scozzari fra i beneficiari dei finanziamenti di cui Pietro di vincenzo ha parlato di fronte ai magistrati di caltanissetta. nell’articolo si faceva l’elenco dei nomi sottoposto all’ingegner Pietro di vincenzo che, a seconda se avesse dato contributi o meno, rispondeva “sì” o “no”. quando è stata data lettura del nominativo “giuseppe scozzari”, di vincenzo ha prima detto “sì”, correggendosi immediatamente dopo in un “no”. erroneamente nel servizio è stato pubblicato un “sì”. dell’errore ci scusiamo con i lettori e con il diretto interessato che, tra l’altro, si è distinto nella sua attività nella commissione parlamentare antimafia della Xii e Xiii legislatura. ato to rifiuti di messina, ruggeri indagato per peculato Qualcuno giura che anche questa volta ne uscirà a testa alta. Il commissario liquidatore dell’Ato 3, Antonio Ruggeri (nella foto), è finito sotto indagine per peculato. Il nome Ruggeri, anche capo di gabinetto al Comune di Messina, è finito in un’inchiesta sull’utilizzo di una vettura di servizio dell’Ato per andare a Falcone, luogo in cui trascorre la villeggiatura estiva. La sezione di polizia giudiziaria della polizia ha ascoltato le dichiarazioni di alcuni dipendenti dell’Ato3 su quella ventina di viaggi effettuati ad agosto 2011 da Antonio Ruggeri. Tutti effettuati con un’auto di servizio, una Fiat Bravo, sul tratto autostradale Messina-Falcone, andata e ritorno. Lui, Ruggeri, si difende. “L’auto di servizio? L’ho usata solo per motivi istituzionali”, ha detto. E ancora: “Svolgo la funzione di commissario liquidatore della società a titolo gratuito”. Eppure, nei dati dei compensi degli amministratori pubblicati su inter, alla voce Ato 3 si parla di un compenso di 19.438 euro lordi per il commissario. Ruggeri, che ha ricevuto varie nomine dal sindaco Giuseppe Buzzanca (coordinatore dell’ufficio commissariale per l’emergenza alluvione, componente della commissione di vigilanza sui locali di pubblico spettacolo e direttore del polo catastale) è sotto inchiesta anche per la gestione dei “servizi aggiuntivi” di competenza dell’Ato 3. Il procedimento è ancora in corso. E intanto il sostituto procuratore Camillo Falvo mira alla società: ha aperto un fascicolo sulle cosiddette “carriere facili e veloci” all’Ato 3, nel periodo in cui a dirigerla c’era proprio Ruggeri. Patrizia Vita il magazine che guarda dentro la cronaca - s 19 L’osservatore romano | di Gaetano Savatteri C Che noia a Palermo… quando non si vota he spettacolo le elezioni a Palermo. A seguire le primarie del Pd già si prova un brivido di emozione pensando a quello che potrà riservare il voto amministrativo. In queste occasioni Palermo dà sempre il meglio e il peggio di sé: indiscrezioni, accuse, sospetti, colpi di scena, giravolte, alleanze, intrighi. Non si può perdere una sola puntata, ogni giorno ha la sua sorpresa, quello che leggete oggi (perfino questo articolo) domani cambia e si trasforma. Prendete Massimo Costa, ad esempio. Una sera lo abbiamo lasciato che era il candidato di punta del Terzo Polo, appoggiato dall’Mpa di Raffaele Lombardo, il giovane ariete che avrebbe infilzato d’un colpo gli imbarazzati amici di Diego Cammarata. Ebbene, la mattina dopo abbiamo scoperto che era il nome prescelto dal Pdl. Com’è stato? Cos’è successo? Le elezioni a Palermo sono la cuccagna di chi ama i retroscena. Sono il paradiso dei complottisti. Il nirvana dei furbi. Dietrologi, pettegoli e impiccioni sguazzano nel loro mare. Gli altri, quelli come me, restano sempre un po’ interdetti, con la bocca aperta. Ma poi basta scendere al caffè e incontrare uno di quelli che la sanno lunga, allora ti spiega che è tutto normale, che era assolutamente prevedibile, che sei un cretino se non avevi ancora capito che le cose sarebbero andate in questo modo. Ecco che si spalancano scenari vertiginosi. Non siamo ancora in campagna elettorale e già le emozioni si sprecano. Bisognerà comunque consigliare ai protagonisti di risparmiarsi, perché sarebbe un peccato vederli arrivare spompati al voto, dopo una stagione così intensa da sembrare la masculiata del Festino. I primi botti forti con le primarie del Pd. Le esperienze di Milano, Napoli e Genova lasciavano intuire la sorpresa: Rita Borsellino, sostenuta dall’alleanza di Vasto Pd- Idv-Sel, aveva ricevuto il solito bacio avvelenato di tutti i candidati ufficiali. Certo, è stato un sopracciò scoprire che nelle urne aveva raccolto solo un terzo di tutti i voti delle primarie. Ma la vittoria di Fabrizio Ferrandelli, via, chi se la sarebbe aspettata? Nemmeno un guru scafato come Giorgio Gori, ex direttore di Canale 5, consulente elettorale di Davide Faraone, lo aveva messo nel conto. Anche lui è rimasto sorpreso, quando ha visto i festeggiamenti del giovane outsider. Vabbè, fin qui sarebbe nulla. Ma non si erano ancora contate tutte le schede che già cominciavano le accuse sui brogli: Rita Borsellino e Leoluca Orlando contestavano il voto delle primarie. Qualcuno sussurrava che il governatore Raffaele Lombardo avesse tirato la volata a Ferrandelli, mandando gente sua a votare ai gazebo. L’antimafia militante si spaccava: una parte con Ferrandelli, un’altra con Borsellino. Siamo a Palermo. E dunque il palazzo di giustizia non resta a guardare. La Procura apre un fascicolo sulle primarie. Ma non sono vere elezioni, si chiedono in molti, come si fa a indagare? È come indagare su una tombolata in famiglia, per stabilire se chi estrae i numeri nasconde il 77 nel polsino per favorire il nipote prediletto. È come indagare sui brogli per l’elezione a governatore di un circolo del Rotary. È come indagare sulle elezioni Le elezioni non si sono del capitano di una squadra di ancora svolte e sono già calcetto. Un partito in fondo è sotto indagine. Che spettacolo: un’associazione privata di libe- candidati, partiti, voti, schede, ri cittadini, sia pure a rilevanza brogli, polemiche, inchieste, costituzionale, che ha le sue vincitori e sconfitti. regole e i suoi strumenti di con- Manca un mese ed è già trollo. Il procuratore Messineo successo quasi di tutto precisa che si indaga sull’ipotesi di incetta di certificati elettorali da parte di una supporter di Ferrandelli e che l’ipotesi sta in piedi perché le primarie sono preliminari e preparatorie ad elezioni già fissate. Che spettacolo le elezioni a Palermo. Ancora non si sono svolte e sono già sotto indagine. Che spettacolo: candidati, partiti, voti, schede, brogli, polemiche, inchieste, vincitori, sconfitti. Manca più di un mese ed è già successo quasi di tutto. A Palermo si addice la stagione elettorale. Poi, a maggio si voterà, qualcuno verrà eletto, diventerà sindaco. E di colpo tutto sarà finito. Finiranno le promesse. Finiranno le accuse. Finiranno le inchieste. E si ricomincerà con i soliti vecchi problemi di sempre. Che noia a Palermo quando non si vota. il magazine che guarda dentro la cronaca - s 21 il venditore di pensieri | di Aldo Sarullo QUANDO I BAMBINI VANNO ALL’INFERNO A veva sette anni quel bimbo ed aveva già ricevuto la Prima Comunione. Un po’ in anticipo, certo, ma i suoi genitori s’erano convinti che fosse pronto. Per lui un solo rammarico: l’abito grigio invece della tanto sognata divisa da comandante di nave. I rudimenti del catechismo gli erano stati somministrati da una brava signora, attenta a dare gli elementi comprensibili a quell’età infantile. Seguendo con scrupolo le prescrizioni ricevute, il bimbo si apprestò alla seconda Comunione andando a confessare preventivamente i propri peccati. Qualche cattiva parola, qualche bugia, un paio di malanimi nei confronti del padre e, con voce tremula, numerosi atti impuri. Il che equivaleva a fornicare, ma egli li chiamò meno sontuosamente atti impuri perché fornicare gli dava una sensazione di prurito da insetti. “Che hai detto?” gli gridò piano il vecchio prete sempre sbuffante per un cronico reflusso esofageo, “che hai detto?”. “A-aatti impuri” balbettò il piccolo penitente e il prete gridò: “atti impuri!” e risuonò come la maledizione urlata da Giovanni Battista contro la lussuriosa Salomè. Il bimbo aggiunse: “Co-così mi hanno detto...”. E l’altro: Via, vai via! Non ti assolvo. Via!”. Di corsa a casa, perché piangere per strada non era virile. La madre stentò a capire le sue parole tra i singhiozzi, poi rise. Prima rise, poi gli chiese dolce e seria: “Che vuol dire atti impuri?”. “Quando mi tocco la pipì... e io me la tocco...” concluse il piccolo, cioè io. Mia madre rise di nuovo, poi si scurì: “E non ti ha assolto... Gino - disse a mio padre che ascoltava con rispettosa distrazione - io vado in chiesa per spiegare a quello lì il peccato di chi scandalizza i bambini”. E lo fece. Non a tutti càpita la fortuna di una maledizione tempestiva. E sono rimasto grato a quel povero prete perché mi aprì uno scenario vantaggioso: il ripensamento sulle nostre certezze. Ovviamente imparai a tempo debito e con soddisfazione il sostanziale significato della condanna subita a sette anni, ma appresi da subito che non dovevo fidarmi, neanche delle parole e dei concetti che mi apparivano semplici, comuni, condivisi. Appresi quanto sia faticosamente opportuno essere professionisti della vita, non soltanto in relazione alla classificazione degli atti impuri, ma soprattutto in ogni altro argomento o circostanza che mi avesse Noi palermitani indotto ad una definizione a maggio esprimeremo e cioè ad un giudizio. Noi un giudizio palermitani a maggio esprie, chiamandolo voto, meremo un giudizio e, chiadichiareremo mandolo voto, dichiareremo segretamente una scelta. segretamente una scelta. Lo faremo portando in caLo faremo portando bina le nostre convinzioni, in cabina le nostre confidando nella conoscenconvinzioni, confidando za che abbiamo dei fatti e nella conoscenza sicuri delle parole che li deche abbiamo dei fatti finiscono. Già, i fatti. Già, le parole. Riteniamo i primi e sicuri delle parole veri, le seconde appropriate. che li definiscono Quindi crederemo di potere giudicare, di potere esprimere il nostro voto stimabilmente. A me capitò di votare per gli atti impuri, ma di non sapere di che cosa stessi parlando. Oggi, in fondo, come ieri il segreto del confessionale, il segreto dell’urna non offre maggiori garanzie. Ma a sette anni si ha il diritto d’essere disinformati e di fidarsi del sentito dire. Dopo no. Dopo si rischia di non potere invocare l’età e di doversi rassegnare a sapersi colpevoli per una scelta creduta consapevole, stùpidi per raggiunti limiti d’età. il magazine che guarda dentro la cronaca - s 23 Attualità | Il caso L’ Pedofilia nella chiesa L’indagine si allarga Dopo le rivelazioni di “S” la procura di Catania ha aperto un fascicolo. E adesso gli inquirenti stanno verificando due nuovi casi: se accertati non sarebbero prescritti di Antonio Condorelli 24 s - il magazine che guarda dentro la cronaca indagine si allarga. Lo “riflettere e ritirarsi in meditazione”, scandalo sui presunti casi come gli ha chiesto Raspanti con di pedofilia nella chiesa una lettera. Il sacerdote, adesso, si è ad Acireale, rivelato da trasferito lontano da Acireale. “S” nello scorso numero, Le reazioni nella cittadina alle falde ha portato a un fascicolo della pro- dell’Etna, però, sono state di grancura di Catania affidato al pubblico de tensione. Una troupe di giornaliministero Marisa Scavo e al nucleo sti di Rei Tv, emittente locale della anti-pedofilia della polizia guida- provincia di Catania, ha denunciato to da Marcello La Bella. Adesso le di essere stata aggredita da alcuni attenzioni degli investigatori sono fedeli irritati per l’attenzione riserpuntate su nuovi casi vata dai media al loro più recenti di quelli riparroco. In più, a metà velati da “S”: casi che marzo, ad Acireale è non sono ancora caduarrivato anche un voti sotto la tagliola della lantino anonimo che prescrizione. Gli inveattacca frontalmente stigatori, infatti, hanno il vescovo Raspanti. puntato le attenzioni su Intimidazioni e veleni due ragazzini vicini al che adesso la Procura sacerdote al centro delsta rileggendo alla luce lo scandalo, per verifidei memoriali di alcucare se abbiano subìto don carlo chiarenza ne presunte vittime di abusi. Nel frattempo, don Carlo. oltre ad acquisire le registrazioni Oltre ai fantasmi del passato, ai ripubblicate da “S”, i magistrati han- cordi atroci degli abusi subiti anche no sentito una ragazza che sostiene a Cassone, dove don Carlo ha in di essere stata violentata. uso una casa accanto a quella degli In più, adesso l’inchiesta è centrata scout, “Teo”, così lo chiamano gli su un nome. Quello del sacerdote, amici, ha raccontato di aver dovurivelato dalla vittima in una confe- to superare il silenzio di molti acesi. renza stampa organizzata a Roma Eppure, fra i documenti pubblicati dall’associazione “La caramella da “S”, oltre alla registrazione delbuona”, che aveva raccolto le de- la voce del sacerdote che ammettenunce. La vittima ha rivelato anche va un rapporto sessuale, c’era anche il proprio, di nome: si chiama Teo- una lettera che sarebbe stata scritta doro Pulvirenti e ormai vive lontano di pugno da don Chiarenza durante da Acireale. “Il prete che ha abusato una gita con le Acli: da adolescente, di me quando era appena adolescen- Teo si era fidanzato con una ragazte – ha detto Pulvirenti – è don Carlo zina e il sacerdote sarebbe andato su Chiarenza, decano della Basilica di tutte le furie, parlando di “furiosi e Acireale”. ripetuti tradimenti tedeschi”. Salvo Rimosso il prete Dopo la pubblicazione dell’inchiesta di “S”, don Chiarenza, che può fregiarsi del titolo di monsignore, è stato rimosso dal vescovo di Acireale Antonino Raspanti. Già poche ore dopo l’uscita della rivista il sacerdote non era più in servizio nella sua chiesa abituale, formalmente per Il sacerdote è stato rimosso dal vescovo Antonino Raspanti e si è trasferito lontano da Acireale. Ma intanto la presunta vittima ha rivelato il suo nome: si tratta di don Carlo Chiarenza il magazine che guarda dentro la cronaca - s 25 Attualità | Il caso poi chiudere con “potrei mangiarti tutto. Un bacio Furioso... don Carlo”. Silenzi, ma anche solidarietà. “In questo momento – spiega Teodoro Pulvirenti – vorrei essere a casa, dalla mia famiglia dalla quale ho avuto un grande supporto. Sono stati al mio fianco e, quando parlo di famiglia, parlo di quella allargata, i tanti amici che si sono fatti sentire. Nei forum, su Facebook, in tanti commenti lasciati in diversi siti. Li ringrazio, per l’amore e il supporto che mi stanno dando. Gente che non vedo da anni e che oggi mi infonde coraggio. È un grande regalo quello che mi stanno facendo”. L’inchiesta si allarga Nei primi giorni, il Pm Marisa Scavo ha ricostruito i contorni della vicenda, acquisendo l’inchiesta di “S”, i video pubblicati da LiveSicilia.it, le registrazioni integrali del sacerdote e i memoriali delle presunte vittime. Adesso l’indagine è passata alla fase due: gli investigatori hanno analizzato le frequentazioni recenti del sacerdote e i tabulati telefonici, per capire se vi siano stati contatti “pericolosi” con altri bambini. I casi Gli investigatori hanno anche acquisito i tabulati telefonici del sacerdote. Durante la registrazione pubblicata da “S” nello scorso numero il prete avrebbe ricevuto la telefonata di un bambino sui quali si puntano le attenzioni del pool di investigatori sono due: i magistrati, adesso, vogliono vederci chiaro e sentiranno i minorenni interessati. Intanto, c’è un altro elemento balzato all’occhio degli investigatori: durante la conversazione con don Carlo registrata da Teodoro il sacerdote ha ricevuto una telefonata con addebito e poi ha richiamato. Secondo i racconti di Teodoro, dall’altra parte della cornetta si sentiva la voce di un bambino, che ha comunicato al prete di essere a casa. dobbiamo avere paura. Non c’è nulla da temere, non c’è niente di cui vergognarsi. Per questo lancio un appello a venir fuori perché ci sono tante altre vittime. Rivolgetevi a ‘La Caramella buona’, agli investigatori, agli inquirenti”. Anche perché su questo punto Teodoro batte a lungo: lui non sarebbe l’unica vittima. “Non sono l’unico, che si sappia – dice –. È per questo che lancio un appello affinché vengano fuori le altre vittime. Io ho voluto fermare quest’uomo che continua a portare i ragazzini al mare, in montagna, a cena. Quante ancora ne deve fare?”. Per lui, la rivelazione dei presunti abusi è stata una liberazione: “Mi sento me- glio – dice – Sono venuti fuori i miei pensieri e la mia sofferenza, è come se il mio dolore fosse sceso in piazza. Adesso la verità è fuori e forse ci sarà giustizia. Una gioia che non si può spiegare a parole”. E a proposito di chi bolla le sue accuse come “invenzioni”, Teodoro parla di “cecità, o meglio, cecità voluta. Ho riconosciuto alcune delle persone che hanno commentato la notizia su Facebook. La gente, in alcuni casi, parla così perché ha paura delle indagini e di rimanerci coinvolto. Gente che sa e che non ha mai parlato. Per questo getta fango su di me ma io sono pronto a tutto, non ho paura di niente e di nessuno”. Quel dolore, Teodoro, l’ha tenuto dentro per troppi anni. Acireale però l’ha portata sempre nel cuore, ancor di più l’affetto verso la madre. Per i traguardi professionali conseguiti, negli anni scorsi, Teodoro Pulvirenti ha ricevuto il premio “Aci Galatea”, un prestigioso riconoscimento perché da ricercatore ha scoperto importanti cure contro il cancro al cervello. Teodoro, mentre “S” va in stampa, Teodoro Pulvirenti, il ragazzo che ha denunciato i presunti abusi, esce allo scoperto: “Non sono l’unico, che si sappia. È per questo che lancio un appello affinché vengano fuori le altre storie” sarà sentito dagli investigatori per raccontare la sua parte della storia. Intanto, però, qualcosa è già successo: “La rimozione di don Chiarenza – dice – è una prima soddisfazione. Immagino che la gente abbia inventato scuse per giustificare l’assenza del sacerdote, ma la Curia ha dato un primo segnale prendendo questa decisione. Hanno in mano tutto: oltre alle nostre denunce ci sono molte lettere vecchie. Non credo che il vescovo abbia altro potere. Spero che il Vaticano si muova coerentemente con quanto postulato dal Papa”. Intanto, qualcosa si muove. Il silenzio sugli innocenti è stato spezzato. Parla Teodoro Il ragazzo che ha denunciato il sacerdote, intanto, ha lanciato un appello perché le eventuali altre vittime vengano allo scoperto: “Noi – ha detto – non siamo i colpevoli, siamo le vittime e non Un momento delle registrazioni pubblicati da “S” e LiveSicilia 26 s - il magazine che guarda dentro la cronaca il magazine che guarda dentro la cronaca - s 27 Attualità | Università Il libro mastro dell’inchiesta sugli esami truccati Così si “scavalcavano” le materie a Economia, Ingegneria e Giurisprudenza. Ecco le intercettazioni e i “pizzini” che hanno fatto emergere l’attività di un’organizzazione che avrebbe manomesso il sistema informatico dell’Ateneo palermitano di Riccardo Lo Verso 28 s - il magazine che guarda dentro la cronaca I recordman sono tre studenti di Economia e Commercio. Davide Di Salvo, Giuseppe Lo Buono e Caterina Guddo si sarebbero laureati, rispettivamente, con 25, 19 e 12 esami taroccati. O meglio, mai sostenuti. Secondo la ricostruzione della Procura di Palermo, un esame costava una cifra compresa fra mille e 1.500 euro. A seconda della facoltà. Architettura e Ingegneria erano più “economiche” di Economia. Qualcuno avrebbe fatto risparmiare a decine di ragazzi anni di studio e sudore accedendo nel cervellone elettronico dell’Università di Palermo e caricando una raffica di materie nei piani di studio. Quel qualcuno avrebbe il nome e il volto di tre dipendenti infedeli dell’Ateneo: Rosalba Volpicelli, Ignazio Giuliet- to e Adriana Paola Cardella. I primi due sono finiti agli arresti domiciliari. La Procura voleva arrestare anche la Cardella, ma il giudice per le indagini preliminari Riccardo Ricciardi ha respinto la richiesta per l’ex vicaria della segreteria di Economia. Il fatto che l’università l’avesse già licenziata le ha evitato il carcere. I suoi due colleghi erano stati sospesi per due mesi e dieci giorni. Ai domiciliari è finito pure un ex studente di Economia, Francesco Giaconia, 28 anni. E proprio ad Economia erano iscritti gli studenti a cui viene contestata la maggior parte di irregolarità. Oltre ai tre “recordman”, l’elenco prosegue con Giuseppe Ciciliato (11 esami), Andrea Tomasello (7 esami), Gioacchino Di Franco (6 esami), Walter Graziani (5 esami). Le intercettazioni hanno portato a due inchieste: una della procura e una interna voluta dal rettore Lagalla. Tre i dipendenti dell’Ateneo sotto accusa: Rosalba Volpicelli, Ignazio Giulietto e Adriana Paola Cardella. I primi due sono finiti ai domiciliari Presunte irregolarità sono state riscontrate anche ad Architettura e Ingegneria. La lista degli indagati si completa con gli ex studenti Alberto Curzi, Giuseppe Gennuso, Riccardo Lo Giudice, Andrea Tomasello, Carlo Gaglio, Alessia Mattina, il magazine che guarda dentro la cronaca - s 29 Attualità | Università sostituti Sergio Demontis e Amelia Luise. Hanno sottovalutato il fatto che degli accessi nel sistema informatico, tutti eseguiti con password, resta una traccia indelebile. Che probabilmente mai avrebbe fatto scattare il sospetto degli investigatori. A questo ci ha pensato la Vol- picelli che denunciò ai poliziotti di essere stata avvicinata e minacciata da alcuni studenti universitari. Fu il la alle indagini che arrivarono ad una prima svolta quando il marito di una studentessa ammise che la moglie “nel mese di aprile del 2010 aveva versato a tale Giaconia Il rettore: “I controlli attuali sono impossibili da aggirare” Silvia Como, dirigente della sezione reati contro la pubblica amministrazione della Squadra mobile La Procura voleva arrestare anche la Cardella, ma il gip Riccardo Ricciardi ha respinto la richiesta. Ai domiciliari anche l’ex studente Francesco Giaconia Francesca Pizzo, Alessandra Giattina, Ilenia Messina, Claudia Vitello, Serena Lo Cicero, Paolo Coviello, Alessio Signorelli, Simona Viola, Riccardo Della Vecchia, Alexandra Rita Ntonopoulos, Marilena Tusa, Francesco Pirrone, Felice Ferraro, Sabrina Tonolini. Per tutti le accuse sono accesso abusivo al sistema informatico, frode informatica e falsità ideologica. Un avviso di garanzia era stato no- 30 s - il magazine che guarda dentro la cronaca Il rettore Roberto Lagalla da sinistra: Rosalba volpicelli e ignazio giulietto, dipendenti della segreteria dell’ateneo, e l’ex studente francesco giaconia. in alto la facoltà di economia tificato anche ad Alessandro Alfano, fratello di Angelino, ex ministro della Giustizia e attuale segretario del Pdl, che subito dopo la pubblicazione del suo nome aveva deciso di dimettersi dalla carica di segretario generale di Unioncamere Sicilia. Alfano si è laureato in Economia nel 2009 e sotto la lente di ingrandimento erano finiti tre esami del suo piano di studi: Matematica generale, Diritto privato ed Economia e gestione degli intermediari finanziari. Non si trovavano i verbali di esame che adesso sono spuntati e la sua posizione, al momento, sembra chiarita. Gli indagati non avevano fatto i conti con il lavoro certosino degli agenti della sezione reati contro la pubblica amministrazione coordinati da Silvia Como. E così è scattata l’inchiesta del procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dei Tutto iniziò nel 2010. Una studentessa presentò la domanda di laurea, autocertificando di avere sostenuto alcuni esami. Ma nella domanda non c’erano gli statini cartacei. A quel punto scattò un controllo: secondo l’università, le prove non erano state sostenute. Pochi mesi dopo, a settembre, Adriana Paola Cardella ammise di avere caricato irregolarmente alcuni esami e fu licenziata, mentre Rosalba Volpicelli e Ignazio Giulietto furono sospesi da servizio e retribuzione per due mesi e poi reintegrati in altre funzioni, fuori dalle segreterie e senza uso di password. A quel punto, il rettore Roberto Lagalla si presentò in procura. Era il 21 settembre 2010. “Appena abbiamo acquisito elementi di rilevanza penale – spiega il numero uno dell’ateneo - siamo stati noi a rimettere le carte ai magistrati. Contestualmente, abbiamo adottato i provvedimenti disciplinari nei confronti degli stessi dipendenti che oggi sono destinatari delle misure cautelari”. Naturale che adesso Lagalla sia soddisfatto: “Rinnoviamo il nostro rispetto alla magistratura – aggiunge il rettore – alla quale ribadiamo la disponibilità a tenere aperto qualsiasi canale di collaborazione, impegnati come siamo in un processo di trasparenza e di rifondazione della struttura universitaria”. Anche perché il rettore vuol far passare un messaggio: “Studenti e famiglie – dice – devono sapere che il sistema di controlli incrociati che adesso abbiamo istituito non consente a nessuno di aggirare le procedure e garantisce massima legittimità e trasparenza”. Francesco la somma di 3.500 euro in contanti da lei stessa prelevati da un conto corrente postale cointestato con la madre, in cambio della registrazione al sistema informatico dell’Università degli ultimi tre esami”. Nel cassetto della segreteria dell’impiegata universitaria sono stati sequestrati alcuni appunti. Ci sono nomi, date di nascita, numeri di matricola, indicazioni di materie, messaggi di gratitudine. Una sfilza di indicazioni su cui sono ancora in corso gli accertamenti della polizia. Potrebbero servire a identificare altri studenti che hanno approfittato del sistema illecito di attribuzione di esami mai sostenuti. Avviate le due inchieste, una della Procura e l’altra dell’Ateneo, voluta dal rettore Roberto Lagalla, gli indagati hanno commesso un altro errore. Hanno parlato troppo. I loro telefoni erano sotto controllo. Dall’analisi delle conversazioni è emerso il ruolo di intermediazione di Francesco Giaconia con la Volpicelli e la Cardella, ma anche con Un avviso di garanzia era stato notificato anche ad Alessandro Alfano, fratello del segretario del Pdl Angelino. I verbali di tre esami di Alfano, laureato in Economia nel 2009, non si trovavano. Ma ora sono spuntati e la sua posizione sembra chiarita una sfilza di colleghi pronti a tutto, anche a pagare, per velocizzare la propria carriera universitaria. Il 29 marzo 2010 la madre della studentessa Alexandra Rita Ntonopoulos contatta Giaconia per chiedergli: “Una soluzione non si deve trovare...”. La bomba è ormai scoppiata. La ragazza è già stata sentita dall’autorità giudiziaria. E Giaconia il magazine che guarda dentro la cronaca - s 31 Attualità | Università Il la alle indagini dato dalle dichiarazioni del marito di una studentessa che ammise che la moglie “ad aprile 2010 aveva versato a tale Giaconia Francesco la somma di 3.500 euro in contanti in cambio della registrazione al sistema informatico dell’Università degli ultimi tre esami” le spiega: “…c’è una lettera presentata al rettore col mio nome, non capisco perché… è stata una signora che ha fatto il mio nome per trovare un capro espiatorio… e quindi devo trovare una soluzione pure per me… la devo trovare per tutti e due sia perché Alessandra è ignara dei fatti sia perché io non c’entro niente in questa... in queste situazioni che hanno combinato loro… Intanto, lei, la signora, è stata licenziata… Io qui cerco di trovare un’altra soluzione, il primo dei due che ha una novità si faccia sentire o io o lei”. Sono i giorni che seguono le dichiarazioni della Cardella, appellata come “la signora”, davanti alla Commissione di inchiesta sugli esami caricati nel cervellone elettronico dell’Ateneo. La mamma vuole sapere quali materie siano state invalidate: “Francè, scusami, dobbiamo capire quali sono le materie perché se io dico tutte e sei... allora. Mi spiego? Questo a me interessa… se tu potessi vedere quali sono”. La donna, temendo che la figlia sarà al più presto chiamata a giustificare le presunte irregolarità avrebbe tentato di sapere in anticipo quali contestazioni le avrebbero mosso. La situazione è preoccupante come la stessa Alexandra confida alla nonna: “La signora il lavoro lo ha fatto male, per ora l’hanno licenziata e sono finite tutte cose... ma il problema mio... ma il problema mio non è che lei ha finito, è che adesso non 32 s - il magazine che guarda dentro la cronaca mi fanno laureare più... se mi fanno laureare quest’estate... buono... se no me ne vado, che devo fare, nonna?... qua mi hanno detto che per ora ci sono tutte cose imbrogliate”. Il 23 settembre Giaconia la rassicura. Sta cercando una strada per mettere le cose a posto e ne parla con un amico che Alexandra le passa al telefono: “…io dal canto mio per risolvere la cosa mia e la cosa sua mi sto preoccupando di trova- re pure una strada, perché ancora la signora non ho avuto modo di incontrarla… quindi non ho avuto modo ancora di parlare con lei, di conseguenza mi stavo preoccupando pure del fatto di capire per vie traverse quali erano le quattro cose che risultano perfette, e le altre che non risultano corrette, almeno per avere le idee più chiare, mi segui?”. Il 25 settembre la ragazza invia un sms a Giaconia. Ha capito che lo stratagemma è stato scoperto. La sua laurea è a rischio e quantomeno vuole recuperare i soldi già sborsati: “Fra pensami ogni tanto e soprattutto ricorda tra 2 settimane torno a casa e devo portare qualcosa con me, almeno la metà, guarda un po’ tu. Anche 5 ma devo, quindi o me li dai tu oppure organizzati”. Alexandra deve tornare in Grecia. Vorrebbe la metà dei soldi visto che il caricamento degli esami non è andato a buon fine. La prova dell’accordo arriva da un’altra telefonata. Giaconia: “Prenditi questo appunto… Statica e Scienze delle costruzioni”. Sono effettivamente due delle otto materie di cui è stata accertata la registrazione fasulla. Le richieste di denaro diventano incessanti. Sempre via sms: “Ciao amico,volevo ricordarti che ormai che parto che non ho più impegni preparami le 5 bottiglie di vino x mio padre... Organizzati, prendile da casa tuo o vedi tu, importante che me le prepari... No fra io domani parto e non ce possibilità! Entro stasera li prendi da te e me le porti ste cazzo di bottiglie. Tu avrai anche problemi di lavoro ma mi sa tanto che non capisci questo problema. Io ti capisco ma entro stasera”. Giaconia prende tempo, ma si tradisce: “…non posso fare che mandarteli per posta queste bottiglie di vino… mi mandi una mail con tutti gli estremi… e io provvedo di .. cioè per me è indifferente Alessandra… perché, scusami, anche online te lo posso fare… On in queste pagine gli appunti sequestrati dagli investigatori line per posta”. Difficile spedire il vino online. Secondo gli investigatori, stanno parlando E l’indagine si ingrossa: di denaro. Come connel cassetto della segreteria fermerebbe il testo di dell’impiegata universitaria un successivo messagsono stati sequestrati alcuni appunti. gio: “Mi raccomando domani puntuale Ci sono nomi, date di nascita, perché quando tu mi numeri di matricola, indicazioni hai chiesto i dolci li di materie, messaggi di gratitudine hai avuti subito NOI il magazine che guarda dentro la cronaca - s 33 Attualità | Università ASPETTIAMO da tanto questi vini e domani e l’ultimo giorno disponibile che hai poi inizia la festa e sarà tardi.ale”. Poi aggiunge: “E che devo fare io? Aspettare che ti pagano la macchina? Aspettare quando ti deciderai a recuperarli dalla signora? Che cazzo 3 settimane che ci prendi in giro”. I soldi non arrivano e i poliziotti che pedinano Giaconia assistono all’aggressione subita da quest’ultimo. Viene preso a schiaffi da Salvatore Di Maggio e Giuseppe Morreale. I tre forniscono versioni differenti. Morreale racconta di avere richiesto un finanziamento avvalendosi della consulenza di Giaconia che nel frattempo ha iniziato a collaborare con un commercialista. Di Maggio parla di problemi di donne; Giaconia di questioni finanziarie legate al suo nuovo lavoro. Giaconia non si sarebbe occupato di esami. Era diventato un punto di riferimento per molte altre pratiche universitarie. Indicativa è la conversazione con Francesco Abbate, papà di uno studente. Giaconia gli fa sapere che il relatore della tesi del figlio non potrà riceverli il giorno successivo. La notizia manda su tutte le furie Abbate: “...Tu… non ti scordare che ti sei preso 20.000 euro di mio figlio per il fatto diciamo dell’Università… non te lo scordare… tu e Michele… tu non sai come ti va a finire ancora…”. Chi è il Michele tirato in ballo? Gli investigatori si limitano a segnalare che Giaconia è stato fermato dalla polizia, tre volte tra il 2006 e il 2008, in compagnia di Michele Siino. Quest’ultimo, assieme al fratello Angelo, lavorava alla facoltà di Giurisprudenza alla fine degli anni Novanta. Furono trasferiti quando scoppiò lo scandalo per la falsificazione di uno statino di esame. Abbate sbotta: “...Come non ha rubato niente a nessuno?..non ti sei preso ventimila euro… per amicizia con i 34 s - il magazine che guarda dentro la cronaca professori… di qua e di là...? Non è che ti pare che… te la fidi tu solo di andare dalla polizia… dai carabinieri… pure gli altri ci possono andare… perché… uno esce pazzo e gli altri ci vanno pure..”. In ballo c’è anche l’iscrizione del figlio alla laurea specialistica in Scienza della Formazione. Il ragazzo non è stato ammesso e Abbate insiste con Giaconia: “...Devi vedere tu…. di andare là… all’Università Francè… mi devi fare tu questa cortesia… quello che c’è… problemi non c’è n’è… anche economicamente… ti voglio dire di… di fare…qualsiasi… senza problema… tu gli parli bello chiaro… non ti preoccupare… quello che costa costa... te l’ho detto problemi non ce né… lo hai capito anche quello che ti voglio dire io... giusto?”. Alla fine, scrivono gli inquirenti, il figlio di Abbate otterrà l’iscrizione ad un altro corso specialistico, diverso da quello inizialmente individuato. Altre conversazioni intercettate sono quelle fra Walter Graziani, studente di Economia che ha chiesto il trasferimento a Roma. Anche il curriculum di Graziani sarebbe viziato da alcune irregolarità. Giaconia: “…Un altro paio e così via si… si possono mettere, prima della trasmissione della pratica, della… prima della delibera…”. L’obiettivo di Giaconia è caricare alcuni esami prima del trasferimento: “Domani mattina, tu dammi il numero che mi organizzo, così loro nel frattempo… caricano quello che devono caricare eh… dimmi tu, così ci liberiamo di tutte cose…”. L’inchiesta offre uno spaccato desolante. La punta di un iceberg, l’ha definita il procuratore aggiunto Leonardo Agueci. Un riferimento esplicito al fatto che le indagini proseguono. Chissà quante lauree ottenute senza fatica e a suon di soldi dovranno essere scoperte. il magazine che guarda dentro la cronaca - s 35 Attualità | Il caso La visura catastale sull’immobile. in apertura L’edificio che ospita l’appartamento a disposizione di Raffaele Lombardo a Roma L’appartamento di Lombardo Le fatture? Non si trovano Il presidente della Regione ha un appartamento a disposizione a Roma. La ristrutturazione è avvenuta nel 2009, ma a Palazzo d’Orléans non c’è traccia della contabilità di Antonio Condorelli 36 s - il magazine che guarda dentro la cronaca “A Roma dormo nel pied-à-terre realizzato all’ultimo piano del palazzo della Regione”. Quando Raffaele Lombardo lo diceva il 7 ottobre del 2011 a Livesicilia, era appena scoppiato lo “scandalo”, uno dei tanti, sulle spese pazze della Regione. E nello scandalo era finito l’acquisto di un fornetto elettrico da quasi 2 mila euro, che il presidente aveva iniziato a cercare carico di un fervore di autonomistica trasparenza. Nell’appartamento romano “ho chiesto se c’era questo fornetto continuava il presidente – e mi hanno risposto che l’unico disponibile è un regalo. A questo punto faremo un’indagine”. Sparito il fornetto da nababbi restava però, e resta, l’appartamento per le trasferte romane del presidente, la cui ristrutturazione è stata curata dal suo amico di vecchia data, Tuccio D’Urso, nominato dirigente della sede romana della Regione prima di finire a rappresentare l’Italia come agente diplomatico all’Italrap. Intraprendente e senza peli sulla lingua, D’Urso è noto alle falde dell’Etna per aver diretto l’ufficio speciale Emergenza traffico che aveva come commissario Umberto Scapagnini, il medico dei miracoli di Silvio Berlusconi. Scapagnini deve aver trasmesso un po’ di poteri paranormali anche a D’Urso, che è riuscito a realizzare l’appartamento presidenziale Sull’immobile, che ha una superficie di 80 metri quadrati, non risultano modifiche catastali dal 1991. Nel frattempo, però, è stato realizzato un “doppio ingresso anche indipendente, bagno e divano letto” nel 2009 senza che catastalmente risultino modifiche sullo stabile regionale “a partire dal 1991”. Ma non basta. Il presidente, durante le trasferte nella Capitale, dorme in un appartamento-studio che per la trasparente e rigorosa sicula burocrazia praticamente non esiste. Quattro mesi di telefonate, sopralluoghi, richieste di accesso agli atti ad ogni stato e grado degli uffici regionali il magazine che guarda dentro la cronaca - s 37 attualità | Il caSo secondo tuccIo d’urso, che all’ePoca sI occuPa PaV Pa aVa Va deglI uFFIcI romanI, la rIstrutturazIone – dIchIarata come manutenzIone ordInarIa – È costata “al massImo 800 euro al metro quadrato” nella sede romana “l’appartamento? non si può vedere” situata a un centinaio di metri dalla stazione t termini, la sede di rappresentanza della regione di via marghera è il biglietto da visita dell’amministrazione guidata da raffaele lombardo. un grande portone e un lungo corridoio tirato a lucido con scale e pareti alte cinque metri. sulla destra c’è l’atrio che porta nelle stanze del potere, in fondo invece splende il giardino in cui si affaccia la finestrella dell’appartamento in uso al presidente della regione: prato verde, un limone e un pesco con tanto di fiori rosa. “s” può arrivare sino a questo punto, oltre che nella stanza dell’architetto la rosa. il nuovo appartamento presidenziale non può essere visitato né fotografato “per motivi di sicurezza”, spiega il dirigente della sede romana. il corridoio si trova tra il portone d’ingresso con apertura rigorosamente verso l’interno e il portone in ferro battuto che domina il giardino. quest’ultimo, però, è chiuso a chiave. le stanze sono dotate di porte in legno senza maniglie antipanico. estintori, questi sconosciuti. la sala conferenze ha una webcam sperimentale installata da sicilia e-servizi. funziona? “sì - risponde la rosa – ma solo quando c’è il tecnico”. hanno prodotto, in serie, le dichiarazioni dei massimi vertici dell’amministrazione secondo le quali: è certo perché lo dice D’Urso ad “S” - che la ristrutturazione dell’appartamento del presidente è costata poco meno di 100 mila euro. Per il resto, poche certezze: non c’è traccia innanzitutto delle gare d’appalto, perché la Regione non ne conosce l’esistenza, né ci sono pezze d’appoggio della rendicontazione delle spese, come hanno detto a chiare lettere i vertici della ragioneria generale sia a Palermo che a Roma. Difficile anche scoprire chi abbia effettuato i lavori e quindi se abbia ottenuto concessioni edilizie. Di certo c’è, invece, quel documento, rilasciato dall’Agenzia del Territorio: nessuna modifica allo stabile è stata dichiarata dal 1991 a oggi. Ma c’è di più. Antonella La Rosa, dirigente della sede romana della Regione, non è in grado di fornire neanche il certificato di agibilità dell’edificio, che essendo un ufficio pubblico dovrebbe avere uscite antipanico in caso di roghi. “Se qui scoppia un incendio – dice la dirigente regionale – facciamo la fine del sorcio”. il Presidente della regione raffaele lombardo Parla tuccio D’Urso Nel gennaio 2011 è stato nominato agente diplomatico alle dipendenze della Farnesina, ma fino ad allora era a carico della Regione. Ma il filo che lega Tuccio D’Urso e Raffaele Lombardo è rimasto saldo. La loro amicizia viene da lontano, visto che D’Urso è cognato di Vito Scalia, democristiano segretario nazionale della Cisl che ha iniziato alla politica il giovane Raffaele. Dai tempi della segreteria di Scalia, l’amicizia tra D’Urso e Lombardo non è mai finita e quando “Tuccio” è stato chiamato a dirigere la sede romana della Regione, ha “trovato casa” all’amico Raffaele. E se l’appartamento non c’era, attraverso una “manutenzione ordinaria” come 38 s - il magazine che guarda dentro la cronaca ama definirla D’Urso, spunta l’appar l’appartamento con “doppio ingresso anche indipendente, bagno e divano letto”. Un immobile non enorme: “È grande circa 80 metri quadrati - continua D’Urso – ed è costato al massimo 800 euro al metro quadrato in un’area in cui un appartamento vale almeno dieci volte tanto”. Secondo D’Urso, l’appar l’appar- tamento in uso al presidente è stato ricavato grazie a una “manutenzione ordinaria di un annesso allo stabile della Regione che era invaso dai topi e noi abbiamo recuperato”. Chi ha effettuato i lavori di ristrutturazione? “Stia tranquillo - assicura D’Urso - A Roma e Palermo hanno tutta la documentazione”. E invece niente. roma chiama Palermo “Noi non abbiamo idea di quanti soldi siano stati spesi né di chi ha eseguito i lavori dell’appartamento del la risPosta della ragioneria generale: “i lavori di ristrutturazione non sono stati curati da questo diPartimento, Partimento, bensì P dal diPartimento P Partimento affari eXtraregionali di roma”. che Però non ne sa nulla presidente della Regione”. L’architetto Antonella La Rosa, dirigente della sede romana, in un primo momento consiglia ad “S” di “contattare la ragioneria generale siciliana per ottenere copia delle determinazioni di spesa con relative fatture”. Già, se i documenti non sono a Roma, dovranno essere a Palermo. “Solo loro - assicura il dirigente La Rosa - potrebbero avere questo tipo di materiale”. Detto fatto. Vincenzo Emanuele, quando sono stati avviati gli accertamenti era ragioniere generale della Regione, è stato disponibile sin dal primo momento e nel giro di pochi giorni ha controllato da cima a fondo tutta la documentazione in possesso della ragioneria generale. Cioè niente. “I lavori di ristrutturazione - ha scritto Emanuele - non sono stati curati da questo Dipartimento, bensì dal Dipartimento Affari Extraregionali di Roma”. Dall’ufficio, cioè, diretto dall’architetto La Rosa. La palla torna a Roma. A quel punto l’unica soluzione era incontrare la dirigente nel suo ufficio della Capitale. “Ve lo ribadisco - esordisce La Rosa nella stanza al piano terra di via Marghera -. Io non ho idea di quanti soldi siano stati spesi, né sono in grado di dirvi se queste opere hanno una concessione edilizia o se questi locali sono agibili e a nor nor- ma di legge”. C’è un’altra opzione: “Chiamate Maria Francesca Campagna - insiste l’architetto La Rosa -. Lei deve avere almeno le fatture”. Detto fatto, la telefonata avviene direttamente nella sede romana della Regione. Maria Francesca Campagna è dirigente responsabile della ragioneria della Presidenza e Funzione pubblica siciliana. Chiamata al telefono, taglia corto: “Io sono il direttore della Ragioneria - dice ad “S” - non ho nulla a che vedere con l’amministrazione che ha ordinato le spese e disposto Per I documentI scatta Il rImPallo Fra glI uFFIcI: Per ragIonerIa generale, dIPart IP Imento aFFar IPart aFF I extraregIonalI e ragIonerIa della PresIdenza le carte sono In mano ad altrI i lavori. Rappresento un organo di controllo”. Domanda: “Come organo di controllo cosa ha controllato? Secondo Antonella La Rosa, il suo ufficio è in possesso di tutta la documentazione”. Risposta netta: “Ma sta scherzando? - tuona la Campagna -. Non lo sa la La Rosa e lo dovrei sapere io?”. Fine della partita: dei documenti non c’è traccia. Almeno fino al prossimo rimpallo. guarda il video su www.livesicilia .it il magazine che guarda dentro la cronaca - s 39 Attualità | dossier stano o costeranno alle casse pubbliche fino alla fine di ottobre del 2012 circa 420 mila euro. Che si aggiungono a quelli già spesi negli anni passati. Una cifra complessiva che supera il milione di euro in due anni e mezzo. Tirati fuori da un bacino di fondi complessivi che sfiora i 160 milioni di euro. Soldi non sufficienti, secondo la presidenza della Regione: “I fondi necessari – diceva il presidente Raffaele Lombardo alla fine del 2011 - potrebbero essere prelevati dalle accise sulla benzina e destinati esclusivamente al dissesto idrogeologico, non solo per la Sicilia, ma per tutte le regioni che hanno vissuto questi drammi”. Il problema è, però, che di quei soldi già investiti, nel Messinese, sidente del Consiglio dei ministri che il 10 ottobre ha disposto “misure urgenti ed indifferibili di interesse pubblico”. In quel contesto, il presidente della Regione Raffaele Lombardo ha assunto il ruolo di commissario delegato per gestire l’emergenza. E in questa qualità è autorizzato “ad avvalersi di figure professionali aventi specifiche competenze nelle materie di interesse riportate nelle ordinanze di attuazione degli interventi posti a favore delle popolazioni disastrate”. “Specifiche competenze” Ora, il problema, in alcuni casi, è legato proprio a quelle “specifiche competenze”. Perché quelle di Francesco Micali, ad esempio, hanno fat- Ma dei risultati ottenuti da questi esperti esterni non c’è traccia, nonostante una delibera che impone la pubblicazione delle relazioni finali Una pioggia di consulenti per Giampilieri nella cura dei rapporti con le organizzazioni e con i cittadini dei paesi colpiti dal nubifragio”. Insomma, sul consulente organista, non è proprio il caso di rinfocolare polemiche “strumentali”. Per la ricostruzione delle zone alluvionate del Messinese, la Regione s’è affidata a un gran numero di “esperti”, costati oltre un milione di euro. Ma le opere sono ferme di Accursio Sabella U na pioggia di consulenze per limitare i danni del nubifragio. Una pioggia di “esperti” mandati dalla Regione a sistemare i danni provocati oltre due anni e mezzo fa dalla calamità che ha colpito 40 s - il magazine che guarda dentro la cronaca Giampilieri, San Fratello, Messina. Ma cosa abbiano fatto questi consulenti, finora, non è ancora chiaro. E non lo è per un semplice fatto: perché l’amministrazione regionale, contravvenendo a una propria delibera, non ha mai pubblicato le relazioni finali di questi esperti. Come quelle di tutti gli altri, a dire il vero. Così, bisogna basarsi sulla fiducia. Certo, da alcuni dati si può sempre partire. Sono quelli riferiti ai numeri di queste consulenze. Che, solo per considerare quelle tuttora vigenti, co- il giovanissimo esperto è diventato un consulente della Regione dopo aver conseguito la maturità classica al Don Bosco di Messina ed essersi iscritto alla facoltà di Giurisprudenza nella città dello Stretto. Micali è stato chiamato per occuparsi dell’organizzazione della sede operativa di Messina, per curare “l’informazione alla cittadinanza nelle zone alluvionate” e per la progettazione della ripresa economica e sociale del territorio, per un totale di circa 50 mila euro in un anno e mezzo. Ma la Regione, anche attraverso le parole del presidente Lombardo, ha fatto “quadrato” attorno al consulente-pianista: “Un giovane che ha dato una grande mano – ha spiegato il governatore – non si scorgono particolari effetti. La ricostruzione va a rilento. Nonostante la pletora di esperti. La possibilità di avvalersi di consulenti per la gestione dell’emergenza nel Messinese del primo ottobre del 2009, è legata all’ordinanza del pre- to molto discutere. Classe 1988, tra le precedenti esperienze lavorative nel curriculum vanta di essersi occupato di “Pianobar per serate e organista per matrimoni su richiesta”. Ad appena 23 anni, insomma, come “S” ha raccontato già nei mesi scorsi, L’ex gabinettista di Lombardo Per Angela Fundarò, invece, dopo una precedente esperienza in attività di comunicazione per la protezione civile, è arrivato l’incarico di occuparsi “di informazione e recepimento delle istanze dei Comitati di Base presenti nei territori interessati dagli eventi alluvionali; raccordo tra l’ufficio commissariale e i diversi soggetti attuatori degli interventi; coordinamento dei rapporti con gli organi d’informazione circa le attività poste in essere dal commissario delegato”. Nel curriculum della Fundarò, spicca la presidenza, tra il 2006 e il 2008 il magazine che guarda dentro la cronaca - s 41 Attualità | dossier Chi paga Giampilieri Per la ricostruzione di Giampilieri sono arrivati fondi dal Ministero dell’Ambiente (20 milioni), dal Fondo della Protezione Civile (20 milioni), dai fondi Fas relativi alla programmazione 2007/2013 (65 milioni), dall’Apq (24 milioni) e dal decreto-legge n. 225 del 2010 (5 milioni), per un totale di 134 milioni di euro. Ai quali vanno sommati i 24 milioni transitati dall’assessorato al Territorio. I primi interventi sono serviti per gestire l’emergenza, dalla rimozione dei sassi e dei detriti lungo i tratti di strade statali inagibili, al contenimento delle frane, dalle realizzazioni dei nuovi impianti di raccolta delle acque bianche al consolidamento dei costoni rocciosi lungo la statale 114, dalla messa in sicurezza di interi tratti autostradali, fino alla sistemazione dei bacini di fiumi e torrenti. Solo i contratti ancora vigenti, costeranno alle casse pubbliche oltre 420 mila euro, fino a ottobre del 2012. Tra questi, quello a Francesco Micali, con esperienze come “pianista di piano bar” di un club vicino al Rotary e la “patente per mezzi della Croce Rossa”. Dopo una prima consulenza da 22 mila euro, per lei l’ultimo contratto è una collaborazione coordinata e continuativa da duemila euro lordi al mese, fino al 31 ottobre prossimo. Alla fine del 2012, insomma, la sua 42 s - il magazine che guarda dentro la cronaca consulenza sarà costata complessivamente circa 40 mila euro. Ma Angela Fundarò da anni “sfiora” l’amministrazione regionale in qualità di esterno. E che il rapporto col governatore sia di totale fiducia, è provato anche dal fatto che la consulente venne chiamata da Lombardo nel suo gabinetto fin dall’insediamento da presidente della Regione (esperienza che durò però pochi mesi). La Fundarò, poi, tra le altre cose, nel 2010 fu anche incaricata dall’allora assessore ai Beni Culturali Gaetano Armao di collaborare al “found raising” per le celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Un contratto da “co.co.co.” per poco meno di duemila euro mensili (1.846 euro) fino a ottobre è toccato invece a Gabriele Amato. Per lui nessuna laurea, ma un diploma di perito. Si occuperà di “Innovazione tecnologica, coordinamento del sistema informatico, gestione banche dati e rete informatica”. E dal 2010 al 2011 per lui erano già stati stanziati quasi 34 mila euro. Duemila euro al mese per oltre dieci mesi, sino ad ottobre 2012, anche per due architetti: Felice Zaccone e Da- rio Maria Rocco La Fauci. Per loro una consulenza in “Progettazione di opere pubbliche ed edilizia residenziale”. Entrambi sono intervenuti o interverranno in zone che conoscono bene: Zaccone infatti in passato ha già costruito a Giampilieri, mentre La Fauci è nativo di Saponara. Per entrambi, tra il 2010 e il 2011 ecco 36 mila euro in consulenze. Tra i consulenti chiamati a gestire l’emergenza-Giampilieri, poi, c’è anche un ex segretario generale del Comune di Milazzo, ora in pensione. Si tratta di Calogero Sirna, 65 anni compiuti. E un Alcuni consulenti per Giampilieri hanno accumulato, in due anni e mezzo, somme superiori ai 100 mila euro: è il caso di Nicola Casagli, Michele Navarra, Enrico Foti e Michele Maugeri incarico per il “supporto amministrativo al soggetto attuatore relativamente all’assegnazione di sistemazione allogiativa alternativa per la popolazione evacuata, gestione amministrativo-contabile del rimborso spese ed assistenza alla popolazione”. Per lui, nove mesi e mezzo di lavoro (fino all’ottobre del 2012), per un compenso di 24.166,66 euro. Che si aggiungono ai 36 mila euro dell’anno scorso. giampilieri: un particolare della montagna senza reti. a sinistra il torrente a monte Consulenti da oltre centomila euro Incarichi da quasi 49 mila euro per dieci mesi di lavoro, invece, sono andati a quattro esperti. E in uno di questi casi, la Regione ha deciso di pescare persino in Toscana. Nicola Casagli è un architetto, originario di Livorno e docente all’Università di Firenze. La scelta è ricaduta su di lui, anche, immaginiamo, per la sua esperienza nel “Gruppo nazionale per la difesa dalle catastrofi idrogeologiche”. Un po’ meno “affine” al compito per cui è stato chiamato, invece, risulta un’altra delle esperienze nel curriculum del docente, quella riguardante la sua partecipazione, vent’anni fa, alla “Scuola di guerra aerea di Firenze”. Anche per lui si stratta di una proroga: la sua vecchia consulenza gli aveva già fruttato 55 mila euro. il magazine che guarda dentro la cronaca - s 43 attualità | DoSSIer giampilieri 18 mesi dopo “il paese sta morendo” Anche per Michele Navarra, Enrico Foti e Michele Maugeri l’ultimo contratto supera i 48 mila euro. Navar Navarra, 48 anni, tra le altre cose, ha anche esposto alla Biennale di Venezia. Docente nella facoltà di architettura di Siracusa (che fa capo all’Università di Catania), è stato chiamato a occuparsi di “architettura, pianificazione degli interventi relativi al ripristino degli edifici distrutti o danneggiati, progettazione urbanistica”. Per la cifra di 48.333,33 euro, appunto. Una cifra che lo porterà a sforare, in poco meno di due anni, i 100 mila euro complessivi. Nuova conferma anche per il docente e ingegnere Enrico Foti. Nativo di Riposto, è consulente per le zone alluvionate dall’ottobre 2009. Anche per lui, incarico da 48.300 euro per dieci mesi di lavoro, che si aggiunge a quello da 59 mila guadagnato l’anno precedente. Le mansioni? “Attività progettuali per il riassetto idrogeologico delle aree alluvionate, dei corsi d’acqua”. Grande esperienza e prestigioso curriculum per il professore dell’Università di Catania Michele Maugeri, 67 anni compiuti a luglio. Anche per lui, nuova proroga da 48 mila euro e rotti: Maugeri infatti è consulente della Regione dal 13 novembre del 2010, quando fu chiamato con un compenso da quasi 58 mila euro. gli ultimi incarichi, a fine 2011 Gli ultimi contratti in ordine di tempo, sempre a duemila euro al mese fino a ottobre, sono andati a quattro ingegneri (Antonio Ferraro, Erminia Raciti, Vincenzo Maria Nicolosi e Cinzia La Rocca) e a un geologo, Ro- 44 s - il magazine che guarda dentro la cronaca angelo rIzzo con Il bar sullo sFondo un grande container sul ponte che attraversa il torrente segna la linea di confine tra i lavori a monte, che avevano l’obiettivo di canalizzare le acque ma non sono mai iniziati, e quelli a valle, iniziati e abbandonati. quel container è lì sin dal primo momento. inizialmente ospitava la Protezione civile, adesso accoglie quello che resta del bar di angelo rizzo. il bar e una macelleria sono gli unici presìdi della piazza. dei numerosi consulenti non c’è traccia a mezzogiorno, ma in compenso i lavori di canalizzazione hanno consegnato alla cittadinanza un fiume monco dell’argine sinistro e zoppo dell’argine destro che si interrompe dopo un centinaio di metri. con le ultime piogge i detriti sono scesi a valle e hanno travolto tutto. “le ruspe - racconta rizzo ad ‘s’ - sono sparite da un giorno all’altro e i lavori sono fermi ormai da tempo. il paradosso è che hanno iniziato a lavorare nella parte bassa, senza intervenire a monte, e si è intasato tutto con la sabbia portata dall’acqua”. i lavori procedono a rilento. “siamo preoccupati – dice rizzo –. le attività commer- sario Caminiti. Per loro, tra il 2010 e il 2011, compensi complessivi che vanno dai 26 mila ai 38 mila euro a testa. E fanno 420 mila euro in un ciali sono sparite, sta morendo il paese”. con il sussidio del primo anno, gli abitanti di giampilieri hanno pagato le tasse. ma adesso, davanti alla macelleria transennata, rizzo si interroga sul futuro. “un mese fa sono venuti in pompa magna. dicevano che dovevano iniziare i lavori del troncone centrale di giampilieri, quello che è stato devastato e che dopo un anno è rimasto abbandonato. hanno fatto le fotografie con i giornalisti mentre indossavano giubbini gialli e gli elmetti, hanno transennato tutto e sono spariti. una grande comparsata, i lavori non sono ancora iniziati”. un anno dopo la tragedia, il cuore del paese, quello che è stato travolto dalla valanga di fango, non è ancora sicuro. la montagna che sovrasta le abitazioni distrutte è l’unica a non essere coperta da reti e tralicci. “le strade e le arterie del centro storico – osserva rizzo – sembrano bombardate. a volte mi sembra di essere a beirut. ma no: sono a giampilieri, sicilia, italia”. antonio condorelli guarda il video su www.livesicilia .it anno. Più di un milione in due anni. Una pioggia di consulenti, che non ha fatto dimenticare il diluvio di due anni fa. Attualità | Amministrative Tutti gli uomini dei candidati Dietro gli aspiranti sindaci di palermo c’è una pletora di uomini e donne pronti ad ogni sacrificio per sostenerli. Ecco chi sono di Roberto Puglisi foto©Giorgia Fusi e Alessandra Rosciglione alessandro aricò tommaso dragotto I n largo Villaura 27 c’è un palazzo grigiastro che pare una decalcomania del Ministero dell’Amore. Nessuna indicazione. L’ascensore è un moderno montacarichi cigolante. I sopravvissuti raccontano che è solito fermarsi due volte su dieci. Prima di affrontarlo, è consigliabile munirsi di tranquillanti e di una coron- 46 s - il magazine che guarda dentro la cronaca Marianna caronia massimo costa fabrizio ferrandelli riccardo nuti cina di rosario. L’ascensoraccio sale per un’attesa che sembra infinita. Dodicesimo piano. Una freccia sobria con una parola sopra. “Dragotto”. Comincia qui il viaggio tra le squadre che si contendono il noto gioco a premi: “Chi vuole fare il sindaco di Palermo”. Al fortunato vincitore spetteranno anni carichi di ansia, notti col sudo- re nelle mani gelate, quintali di paura e conti bucati. Qui si tratteggia il popolo minuto che c’è dietro ogni aspirante primo cittadino. Non tutti gli uomini e le donne che partecipano alla lotteria al fianco del loro cavaliere bardato di armi e corazza – sorpresi in un paio di giorni di marzo e quindi con buona parte del destino ancora nella mente degli dei – sono stati immortalati nel ritratto. Ci sono quelli che – di riffa o di raffa – si riferiscono a candidati più visibili di altri. Tommaso Dragotto, dunque, è l’ospite del dodicesimo piano nel Ministero dell’Amore di largo Villaura, in procinto di abbandono per accomodamento in una più agevole sede. Apre la porta Giulia Noera che snocciola subito l’organigramma del competitor di Impresa Palermo. “Io sono addetto stampa – spiega Giulia – Walter Giannò si occupa del web, Alessandro Di Girolamo è il capo della segreteria”. Sono le facce occulte e in carne e ossa della campagna elettorale. L’avanzata di faccioni cartacei è progressiva e inesorabile. E si sa che i condottieri cartellonati non sudano, non parlano, non smarriscono un capello. Oltre le quinte, trovi i volti umanissimi di chi per passione, per guadagno, per speranza di sistemazione – o per tutti gli ingredienti mescolati con differente dosaggio – manda avanti un nome, incrociando le dita. A casa Dragotto Giulia Noera narra di sé: “Ho quarantacinque anni, sono psicologa e avrei di che vivere di mio. Non conoscevo Tommaso Dragotto e ritenevo che fosse un uomo brusco, come qualche volta appare. Invece è una persona di grande sensibilità, attenta ai bisognosi. Da mesi finanzia un pulmino di disabili. Gli vogliono bene in molti. Nella sua azienda ha pure una palestra per dipendenti”. Avvertenza per il lettore. Nel cammino tra uno staff e l’altro abbiamo annotato giudizi entusiastici degli arruolati per i rispettivi ammiragli e velenosi borbottii sui comandanti di altre flotte. Normale. Ma abbiamo colto anche una speranza sincera, più che un barlume di impegno, qualcosa che somiglia a un chiarore tenue prima dell’alba. Esce Giulia, entra Alessandro Di Girolamo, trentotto anni, perito assicurativo, capo della segreteria del “dottor Tommaso”. Il capo della segreteria è il fante schierato col fucile della propaganda carico sull’immenso confine del- giulia noera e alessandro di girolamo A curare l’ufficio stampa di Tommaso Dragotto è Giulia Noera, affiancata da Walter Giannò che si occupa del web e da Alessandro Di Girolamo, capo della segreteria la scheda e dell’urna. È colui che blandisce, intrattiene e organizza. E, all’occorrenza, riceve schiaffoni non suoi. Alessandro spiega: “Sono impegnato perché non mi fido della vecchia politica. Basta vedere il pasticcio che il centrosinistra ha combinato alle primarie. Un difetto del dottor Dragotto? Una caratteristica che confina con il pregio. È particolarmente esigente. Qua vengono in tanti a chiedere di tutto”. Interviene Giulia che vigila con attenzione: “Il dottore Dragotto vuole fare mettere sulla sua scrivania lo slogan: ‘Non si vendono posti di lavoro’. E prima o poi lo farà”. Un imbuto di stanze con i progetti dragottiani. Dall’ultima stanza, ecco Marcella Cannariato Dragotto, consorte dell’imprenditore in corsa. Si lamenta con grazia: “Dicono che mio marito è vecchio. Sarà vecchio uno che corre ogni mattina, che divora venti vasche di piscina e che ha idee brillanti, o sono decrepiti gli altri?”. Frase conclusiva. Si scende con una moderata preoccupazione dal palazzaccio grigio. L’ascensore, per fortuna, funziona. Il sestante indica la rotta per il secondo appuntamento. Via Sampolo 56. A casa di Beppe Grillo e del Movimento Cinque Stelle. Beppe Grillo non c’è. C’è Riccardo Nuti, il sindaco proposto dai grillini. Al primo piano in cima a una scala ripida il quartiere generale della rivoluzione. Una saletta. Gli adepti del comico genovese assiepati in una prova di assemblea ateniese. È il fiore all’occhiello dei Cinque Stelle che si riassume in un ritornello: democrazia, democrazia, democrazia. C’è Loredana Lupo, trentacinque anni, pollice verde e agronoma. Si presenta: “Sono volontaria, vegetariana e cammino in bicicletta. La bici è un must. Cosa voglio? Semplicemente, la rinail magazine che guarda dentro la cronaca - s 47 Attualità | Amministrative Riccardo Nuti schiera tra gli altri l’agronoma Loredana Lupo, il mediatore civile Emilia Testai, l’avvocato Francesco Menallo e le addette stampa Dalila Nesci e Azzurra Cancelleri 1 3 2 1) Emilia testai 2) francesco menallo 3) azzurra cancelleri 4) dalila nesci scita della politica. Mi impegno per tutto, dai banchetti al resto. La nostra organizzazione è orizzontale, non gerarchica”. Giulia Di Vita, ventisette anni, si occupa di disabilità. Sussurra la sua storia: “Ho una sorella diversamente abile”. Dal sorriso caldo, si capisce che Giulia condivide il peso con la leggerezza del suo amorevole altruismo e che l’impegno nasce dall’approccio positivo col mondo, non soltanto dal suo fardello personale. “Sono ingegnere gestionale – spiega – anche io voglio cambiare qualcosa”. Nella mini-agorà del Movimento, a corolla, intorno a Riccardo Nuti, la discussione si vivacizza. Emilia Testai, trentacinque anni, mediatore civile con una laurea in Lettere moderne: “La chiave è la cultura che conduce alla bellezza. Il risorgimento parte da lì”. Francesco Menallo, cinquantaquattro anni, avvocato e polemista, è il guardia- 48 s - il magazine che guarda dentro la cronaca 4 no che riconduce l’utopia nel cavo della realtà. Non smorza l’impeto, lo asseconda. Lo contestualizza: “Vengo dall’esperienza di Legambiente e dei Verdi. Ho fiducia per l’approdo politico dei grillini. Chi è Beppe Grillo? È un comico serio. Voi giornalisti lo dipingete spesso come un dittatore che stabilisce una linea indiscutibile. Non è mai così. Si partecipa e si valuta insieme”. Democrazia, democrazia, democrazia. La venticinquenne Dalila Nesci è una delle due addette stampa. Viene dalla Calabria, da Tropea. È in Sicilia per puntellare il movimento nella sfida delle elezioni. “Studio pure giurisprudenza, non so ancora cosa sarò da grande”. L’altra comunicatrice è Azzurra Cancelleri, acquartierata sulla ridotta di Facebook, ventisette anni, trapiantata a Palermo da Caltanissetta, ha visto sbocciare a casa sua l’ardore grillino. “Abbiamo risolto un problema di rifiuti e di civiltà grazie a lui. Da allora lo seguo, mi piace, è diverso”. “Un comico serio”, ripete l’avvocato Menallo. E tutti ridono. Poi c’è Giovanni Pellerito ed è davvero un altro discorso. La trama mordace del “comico Giuseppe Grillo” – secondo la definizione caustica di Eugenio Scalfari – è già alle spalle. Si intravvede il nuovo approdo. Lo scintillante Nautilus del Pdl, la casa, il rifugio, il salottone buonissimo di Massimo Costa, a piazza Sturzo. E c’è davvero Giovanni Pellerito. Scrivono, tra le righe, di lui che sia il guru della comunicazione dell’ex presidente del Coni. Riferiscono che sia stato lui l’artefice della conferenza stampa aggressiva d’impatto, il cocktail di esordio a colpi di peccatori da redimere, muscoli del viso tesi allo spasimo e frasi sparate a scatti come dalla bocca di una mitraglia. Scarni cenni di biografia raccattati qua è là. “Johnny” Pellerito, uno che dà del tu all’America e che ha letto Tocqueville, un economista. Uno che si esprime con una caratteristica neolingua tra il siculo e lo yankee e passa con nonchalance dal “cumpà” al “brother”. L’artefice delle ultime avventure di Miccichè e di Grande Sud. Soprattutto, un personaggio a fondo multiplo. Non sai mai quando dice: questo non dirlo, per quale ragione lo dica. Se spera che si dica o che non si dica affatto. È uno scioglilingua e se uno lo capisce, si avvicina alla verità. Ogni tanto, il “guru” soddisfa l’esigenza di decollare dalle contingenze plebee. Si isola per ascoltare “la sua musica”. Si rilassa e chiacchiera: “Non siamo preoccupati per il sette maggio. Per l’otto. Il problema sorgerà dopo per chi governerà. Le parole d’ordine sono: sussidiarietà e solidarietà. Tutti fanno tutto, io posso pure cambiare la lampadina, se è necessario. Vogliamo guardare oltre l’orizzonte, verso altri mondi”. Come mai questa partenza a razzo con Massimo Costa nelle vesti di problem solver, corsaro dei sette mari e superman insieme? Guru Pellerito, mica avrà sbagliato qualche calcolo rendendo la simpatia antipatica? “Intanto non sono un guru – ridacchia lui – . Io e Massimo ragioniamo su ogni aspetto, ci integriamo. Deve mostrarsi aggressivo e concentrato come un pilota un quarto d’ora prima della partenza del Gran Premio. Se sei moscio, c’è qualcosa che non funziona. Lo ripeto: ci completiamo. Io sono figlio di tipografo, lui di ferroviere. Proveniamo dalla cultura del sacrificio. La mia massima preferita? Occorre essere un po’ paranoici per vincere”. Nella retrovia del Nautilus, su una lavagnetta, i motti pelleriteschi: “Non possiamo perdere” e cosucce simili. A naso, si respira un’aria tra il mistico e l’entusiasta. Un ottimismo che tracima e coinvolge pure lo scodinzolante Rafa, un canuzzo trovatello che ha assunto le insegne di mascotte del gruppo. Se lo passano tipo palla (siamo o non siamo in un recinto simil-sportivo?) le bellissime ragazze dello staff di Costa. Una precisa: “Siamo tutte fidanzatissime o sposate”. Oltretutto, intelligenti, laureate e con master nel curriculum. I perditempo girino al largo. A Costaland, Giovanni Villino, trentatré anni, è il capo ufficio stampa. Il resto della squadra: Adriano Frinchi, trent’anni, Giuseppe Urso, trentuno, Daniela Ciranni, ventisei, Monica Longo, ventisei, Roberto Rizzuto, trentenne. Giovanna Inzinzola, ventisette anni, è la coordinatrice “impareggiabile”. Li interroghi e spiegano che si fidano di “Massimo” ciecamente. Proviamo a insinuare un dubbio diabolico nel tempio dell’aspirazione alla perfezione. Possibile che ‘sto Costa non abbia un difettuccio, una questione aperta, un’angolazione difficile? Si fissano, smarriti, nelle palle degli occhi. Giuseppe afferra il coraggio a due mani: “Ecco, bè... È un lavoratore instancabile, oltre ogni immaginazione e spinge tutti”. Finale con foto di gruppo più cane felice e massimamente scodinzolante. A Casa Aricò, in via Archimede 190, stanno tinteggiando le pareti, col giallo e col blu. Sono partiti dopo per le note vicissitudini. Strofinacci di qua, scope di là. Scrupolosi inservienti levigano i pavimenti. Alessandro Teri, trentaquattro anni, governa le leve del sito e sorve- più opportuno su tutto ciò che riguarda la città di Palermo; nella sua coralità Rosalio rimane un blog non schierato e non aderente strettamente all’opinione del suo singolo autore, ospite o commentatore. Ciò nonostante ho deciso liberamente di procedere nel modo che vi ho già detto, anche per stroncare eventuali insinuazioni sul nascere”. Intorno a un tavolo, il candidato Alessandro Aricò e una fetta della sua compagine di sostegno: Carlo Alberto Sausa, trentasette anni, Paolo Russo, trentasei anni, Roberta Montemagno, trent’anni, Angelo Pizzuto, quarantatré 1 Un capitolo a parte merita Giovanni Pellerito, il guru della comunicazione scelto da Massimo Costa: è lui l’artefice della conferenza stampa d’esordio, che ha fatto discutere fan e avversari 2 glia internet. Tony Siino, trentacinque anni, è il re della “web strategy”. Siino è pure l’inventore di Rosalio, fortunato blog sperimentale di Palermo. Siino ha, di recente, scritto su Rosalio: “È arrivato il momento di ‘congelarmi’ come 3 autore di post sulla politica su Rosalio 1) giovanni pellerito 2) giovanni villino almeno fino al prossimo primo turno 3) giovanna inzinzola elettorale. Sono nuovamente coinvolto nelle campagne elettorali online, per anni. Non ci sono, ma contano eccome: un candidato sindaco, per una lista e Filippo Pace, capo ufficio stampa di per più candidati alle prossime elezioni. Futuro e Libertà, e Vito Orlando, semAnche stavolta si tratta di una mia libe- plicemente “lo stratega”. Più o meno il ra scelta e continuerò a parlare di poli- colpo d’occhio è lo stesso. Ottimismo tica qui nei commenti. Da un punto di più ottimismo: “Lavoriamo in amicizia vista del format del blog Rosalio nulla – dice Carlo Alberto Sausa, il cui papà mi vieterebbe di pubblicare riflessioni è un noto galantuomo fedele alla mopolitiche, neanche nella mia attuale narchia –. Non c’è una leadership, vale condizione. Ciascun autore di questo il gruppo”. Torna la metafora elettrica: blog è libero di postare ciò che ritiene “Chiunque può cambiare una lampadiil magazine che guarda dentro la cronaca - s 49 Attualità | Amministrative 1 na”. Non avete paura del gap provocato da una gara iniziata in ritardo? “La distanza l’abbiamo già colmata – ne è sicuro Paolo Russo – e il centrosinistra, con le sue polemiche, ci aiuta”. “Siamo tutti amici di Alessandro – insiste Sausa – lo sosteniamo perché lo apprezziamo per come è. Sappiamo chi è e come si comporta. È quasi un discorso in famiglia”. E chi è Aricò? Risponde l’interessato: “Sono un politico e non lo nego. Non corteggio l’antipolitica. La politica la faccio tutto l’anno, ogni giorno, ogni minuto”. Rinviene a Casa Aricò l’insinuazione da avvocato del diavolo. Nessun difettuccio? Niente? Neanche uno? Replica Sausa che è l’io narrante del gruppo: “Cinicamente, direi che Alessandro è troppo buono e si stanca. Si occupa di tutti e risponde a tutti. Troppo amico, troppo impegnato. Non stacca mai”. Roberta Montemagno affianca il candidato da anni. Ha una specializzazione sul versante internazionale: “Sto con Alessandro perché l’ho visto in azione. So come si comporta”. “Il rischio di diventare sindaco di Palermo? – si interroga Aricò – Un politico lo ac- 5 cetta. Semmai il rischio è dei cittadini, per il loro futuro. Il pericolo di sbagliare e di affondare”. Al piano di sotto, nel frattempo, hanno già iniziato una mega-opera di pulizia dello scalone centrale. Attraversando la strada, si entra nel barometro complesso del centrosinistra. Tuoni, fulmini e saette. Via Siracusa numero 10, da Fabrizio Ferrandelli. Alessia Cannizzaro, trentun anni, si divide tra i compiti di addetto stampa e factotum. Le ferite delle primarie, nel doppio giorno di marzo, sono aperte. Esordio bellicoso: “C’è qualcuno che non sa cos’è la coerenza”. Giorgio Schultze, cinquantacinque anni, è più esplicito: “Qualcuno, cioè Orlando, 50 s - il magazine che guarda dentro la cronaca 2 2 1 3 4 1) Roberta Montemagno 2) angelo pizzuto 3) paolo russo 4) tony siino 5) Carlo Alberto Sausa dovrà chiedere scusa per certe scelte sconsiderate”. Chissà come sarà il tempo, superato l’acquazzone. Schultze è un meneghino che si è già stropicciato a Milano, alla corte di Giuliano Pisapia. È l’architrave del sistema solare ferrandelliano. La sua è una professione di fede: “Qualcosa sta mutando, c’è insubordinazione popolare. La gente è insofferente ai diktat dei partiti. Non ama le decisioni calate dall’alto. Fabrizio Ferrandelli sarà la sorpresa del sette maggio come lo è stato per le primarie. Lo sottovalutano? È un bel vantaggio, resteranno a bocca spalancata”. La trentacinquenne Patrizia Felice spiega di non essersi mai impegnata A casa Aricò ci sono alessandro Teri, Tony Siino, Carlo Alberto Sausa, Paolo Russo, Roberta Montemagno e Angelo Pizzuto. In squadra anche i giornalisti Filippo Pace e Vito Orlando in politica. Finora: “Ho perso il lavoro e sono qui, liberamente, perché siamo volontari. Sono arrabbiata, anzi incazzata. Desidero credere in un futuro migliore. Non ho altre possibilità. Penso che dobbiamo risolvere il dramma della mia generazione”. Gaetano Di Napoli si sbatte l’anima in lungo e in largo. Ha la freschezza dei suoi ventun anni e studia per diventare educatore di comunità. “Arrivo dall’esperienza di Ubuntu, del territorio e del centro sociale. La politica sincera è una battaglia sul campo. Fabrizio non è un accentratore. Le decisioni sono collettive e, se è il caso, sa compiere un passo indietro. Certo, vuole sempre sapere quello che I Ferrandelli-boys ripetono come un mantra: “Fabrizio sarà la sorpresa”. Fra i sostenitori di Marianna Caronia, Patrizia Paesano è la “generalessa” della comunicazione quarantasette anni, è la generalessa della comunicazione. L’affiancano Nadia Palazzolo, ventinove anni, coetanea di Dario Giliberti, e la trentenne Stella Belliotti. Nella stanza della candidata del Pid, Simona Castiglione, quarant’anni, ingegnere ambientale. Incinta. Non è 3 spaventata dallo stress, col bimbo in grembo? “No. Ho conosciuto Marian1) Giorgio Schultze na nel 2008. Avevamo un pasticcio 2) Serena Antioco da risolvere all’Arpa. Lei ha mostrato 3) Alessia Cannizzaro 4) Patrizia Felice una competenza fuori dal comune e 4 una grande capacità di fare. Credo che l’abbiano bloccata. La politica peggioè successo. Il suo difetto? L’assenza re si esercita nel non fare fare. Talvolta di delega”. Concetto corroborato da Marianna si arrabbia, però nasce tutto Lena La Barbera, trentun anni: “Lo ac- dalla passione, dal tenerci alle cose”. compagno continuamente. Mi prendo- Giuseppe Iones, ventotto anni, manda no in giro e mi sfottono: sei la seconda avanti la segreteria: “Incontro la dispemoglie di Fabrizio. Noto ogni giorno la razione di Palermo in ogni momento. I forza che riesce a mettere nel territorio, palermitani chiedono lavoro, chiedono a contatto con gli elettori. Pure io sono una soluzione, un’ancora di salvezza. E convinta che il 7 maggio ci sarà una sor- mi tocca spiegare pazientemente che noi presa. Siamo quasi 50, continuamente in movimento”. Serena Antioco, ventiMa per le candidature sette anni, è esperta di tecnica pubblicic’è tempo fino all’11 aprile taria. Dal punto di vista del marketing Nel momento in cui “S” va in stampa, com’è il politico Ferrandelli? Le basta una frase: “Non è ingabbiabile”. L’anaoltre ai candidati citati in queste pagine, lisi si amplia: “Vedrete che lo spontaneia Palermo sono già in campo Giuseppe smo pagherà”. In via Siracusa 10, come Mauro, Antonio Pappalardo, Rossella Accaraltrove, l’orario è continuato, secondo do e Gioacchino Basile. Ma i giochi sono i ritmi dettati dalla campagna. Dalla ancora aperti. Per avere la rosa completa mattina presto, fino a notte fonda. dei candidati, infatti, bisognerà aspettare L’ultimo posto da visitare è l’accampal’11 aprile, ultimo giorno utile per presentare mento agguerrito di una signora. Male liste per sindaci e consiglieri comunali. Il rianna Caronia ha sistemato le tende primo giorno per presentare le candidature, in via Notarbartolo, all’angolo con via invece, è il 6 aprile. Esattamente un mese Libertà, nell’ex sede del Coni. Sarà un dopo, il 6 e il 7 maggio, i siciliani saranno sintomo del destino? Patrizia Paesano, chiamati alle urne. non garantiamo nessuno. Che odiamo il voto di scambio. E che l’unica è riparare davvero le cose, avviare un circolo virtuoso che possa rappresentare una garanzia per ciascuno”. Lei, Marianna, è ottimista come gli altri: “Vedo in giro un bisogno acuto di svolta. Vado per strada, cammino, stringo mani. Dappertutto mi imbatto in una città che ha rivalutato la necessità di sperare”. Fotona conclusiva. Tante donne – nello staff ci sono in aggiunta Roberta Gambino, Valeria Cimino e Ivana Piombino – in piedi. Giuseppe Iones accovacciato. Marianna Caronia scherza: “Abbiamo messo gli uomini in ginocchio”, lei, oltre a Rossella Accardo unica donna di un’aspra battaglia prevalentemente maschile. Una guerra che si combatte tra laser, effetti speciali e facce spaziali, abbellite da quintali di ritocchi, nei cieli di Palermo. Ma è sulla terra che il popolo minuto corre di qua e di là, in cerca del domani. Chissà che la politica schietta non stia rinascendo sul serio, sulle spalle di quelli che sudano. E che sanno cambiare una lampadina. 1 2 1) Giuseppe Iones 2) Nadia Palazzolo 3) Simona Castiglione 3 il magazine che guarda dentro la cronaca - s 51 Attualità | Politica Imprese, cittadini e associazioni Ecco chi finanzia i senatori La legge impone ai candidati di documentare i contributi ricevuti in campagna elettorale. E fra un contributo e l’altro spuntano molte sorprese di Antonio Condorelli 52 s - il magazine che guarda dentro la cronaca S ono singoli cittadini, imprese, associazioni. E ciascuno di loro contribuisce con pochi spiccioli o con diverse migliaia di euro. Nel giro d’affari delle elezioni non ci sono solo i contributi elettorali riconosciuti dallo Stato ai partiti, finiti nell’occhio del ciclone dopo il caso di Luigi Lusi, l’ex tesoriere della Margherita accusato di aver sottratto i fondi al suo partito: fra le voci di finanziamento per le campagne elettorali, infatti, ci sono anche i contributi dei privati, che per legge devono essere documentati e depositati in corte d’Appello. “S” ha raccolto i dati che i senatori eletti in Sicilia nel 2008 hanno dichiarato. Eccoli tutti. Chi finanzia i democratici Fra le fila del Partito democratico, il caso più singolare è quello di Nino Papania: il politico trapanese, infatti, ha dichiarato di aver ricevuto cinquemila euro dalla Eolo costruzioni, l’azienda di proprietà di Vito Nicastri che l’anno successivo sarebbe finita sotto sequestro. Nicastri è sospettato di rapporti con Matteo Messina Denaro e oggetto di un sequestro da 1,5 miliardi di euro. Ma Papania, che ha dichiarato questo finanziamento alla luce del sole, non ha difficoltà a difendere il contributo: “Nicastri – spiega – è a piede libero. È stato oggetto soltanto di un sequestro preventivo”. Oltre alla Eolo costruzioni, nell’elenco di Papania ci sono i mille euro di Salvatore Raspanti, i duemila di Francesco Ciccia, i 3.000 di Giuseppe Scibilia, i tremila del sindaco di Alcamo Giacomo Scala e i tremila di Castrenze Papania. Chiudono l’elenco Nicola Rizzo con 700 euro, Dario Ciccia con duemila, Michele Ruvolo con mille, Francesco Adragna con mille, Manlio Calvaruso con 1.050, il segretario provinciale del Pd Baldo Gucciardi con 1.500, Rosario Cottone con 1.070 e Ignazio Maltese con 700. Singolare anche il caso di Enzo Bianco: 1 Gaetano Licari di Catenanuova (250), Giovanni Surianiti di Troina (600), Antonio Raimondo (350), Aldo Nigido di Calascibetta (150) e il leonfortese Antonino Di Leonforte (402,60). Non si contano pranzi e cene e pubblicità sulle testate locali. Solo spese e zero finanziamenti invece per Giuseppe Lumia, che ha documentato i 250 euro dati al mandatario Paolo Calabrese per “facchinaggio e diffusione materiali elettorali”, i 150 dati a Enzo Vivirito con la l’ex ministro dell’Interno, che ha scelto il revisore dei conti del Comune di Catania Massimo Rosso come mandatario, insomma come persona chiamata a documentare i movimenti di denaro, ha dichiarato spese per 10.364,20, mentre i fondi ricevuti sono molti di più. A finanziare l’ex sindaco di Catania ci sono i 5 mila euro versati dagli edili di Confindustria Catania, i 3 mila della Merid Spa di Gioacchino Russo, che gestisce anche la Funivia dell’Etna, e i 49 mila di una società denominata “Fosso della Mola srl”, poi incorporata nel gruppo Ghella, colosso degli appalti pubblici guidato da Giandomenico Ghella, vicepresidente dell’Ance. Si è autofinanziata invece Anna Maria Serafini, moglie di Piero Fassino eletta in Sicilia, che come mandatario ha nominato Maria Fasolo, a sua volta moglie del capogruppo all’Ars Antonello Cracolici. I 15 mila euro della sua campagna elettorale vengono dalle sue tasche, e fra le spese ci sono affitti di appartamenti in residence e alberghi, il noleggio di un’auto, un paio di voli Roma-Palermo e un rinfresco da 550 euro alla Tonnara Florio. Autofinanziamento anche per Costantino Garraffa, che ha nominato come mandatario Simone In casa Pd Papania ha ricevuto 5 mila euro da Vito Nicastri, ritenuto vicino a Messina Denaro. Bianco ottiene fondi da Confindustria e dal patron della Funivia dell’Etna. Finocchiaro finanziata dalla Tecnis Di Stefano e ha dichiarato contributi personali per 10 mila euro e spese per 6.507,33, fra le quali rientrano manifesti e rinfreschi. Chiude l’elenco degli autofinanziati Benedetto Adragna, che ha coperto di tasca propria una manifestazione al Grand Hotel dei Templi (1.700 euro) e i manifesti (3.265,60 euro). 2 3 1) Anna Finocchiaro 2) Enzo Bianco 3) Nino Papania Molto più corposo il fascicolo di Mirello Crisafulli, che ha documentato con scrupolo un gran numero di prestazioni occasionali: Stefano Rizzo (600 euro), Antonio Contello di Assoro (500), Vincenzo Lacchiana di Aidone (400), Gaetano Tirrito di Enna (300), Santo Messina di Cerami (300), Salvatore Arena di Valguarnera (400), Filippo Scavuzzo di Sperlinga (250), Massimiliano Colaianni di Villarosa (300), Domenico Scavuzzo di Villadoro (400), Salvatore Ferrigni di Barrafranca (600), Filippo Grassia di Agira (400), stessa motivazione e gli 8.533 alla Fabbrica creativa per materiale elettorale. L’ultimo dato riguarda invece una senatrice di spicco che nel 2008 è stata eletta fuori dalla Sicilia. Si tratta della capogruppo del Pd Anna Finocchiaro, che però nel 2006 aveva dichiarato di aver ricevuto fondi dalla Tecnis di Concetto Bosco Lo Giudice, Mimmo Costanzo e Santo Campione, quest’ultimo già braccio destro del cavaliere del lavoro Mario Rendo. E Schifani fa beneficenza Il Pdl si apre con il presidente del Senato Renato Schifani, che ha dichiarato contributi per 86.500 euro dei quali 30.610,89 sono risultati non spesi e sono stati girati, dopo la fine della campagna elettorale, al Comitato familiari delle vittime di Mineo e ad associazioni di beneficenza. Tra i finanziatori di Schifani fa la parte del leone la Snai, che ha versato 50 mila euro. Nell’eleno anche la clinica “La Maddalena” di il magazine che guarda dentro la cronaca - s 53 Attualità | Politica 4 Palermo con 25 mila euro, la Dedalus spa con 10 mila. Infine ci sono Giuseppe Scalzo (mille euro) e Gioacchino Castronovo (500 euro). Schifani è anche uno dei pochi a pagare il mandatario, che ha ricevuto 14.400 euro. Tra le spese spiccano 20.800 euro alla Art and sound di Lercara Friddi, 12 mila all’Oasi di Lercara Friddi e seimila al ristorante Panoramica di Baida. Decisamente più economica la campagna elettorale di Domenico Nania, che ha speso solo mille euro per il carburante. Cifre basse anche per il sindaco di Catania Raffaele Stancanelli, che ha versato 9 mila euro di tasca propria e ha ricevuto 2.500 euro dalla Sti spa di Pinerolo. Tra le spese, quelle per la pubblicità su La Sicilia, un pernottamento all’hotel Excelsior per Maurizio Gasparri e l’uso per un giorno del Teatro Tenda di Virlinzi. Molto di meno è costata la campagna elettorale di Simona Vicari: per lei 2.400 euro per la realizzazione di un sito e 120 di sms. Si torna a cifre alte quando si parla invece di Tonino D’Alì. L’ex presidente della Provincia di Trapani si è autofinanziato per 34.500 euro. Tra le spese rendicontate 2.839 euro il 3 aprile e 1.040 nei giorni successivi, principalmente per aperitivi, pubblicità elettorali e versamenti a Forza Italia. Curioso però che un versamento di 20 mila euro faccia la sua comparsa sul conto corrente destinato alla campagna elettorale il 14 aprile 2008, ultimo giorno con le urne aperte. Fra i candidati autofinanziati c’è anche Bruno Alicata, che ha pagato di tasca propria i manifesti (820 euro), alcune riprese video (208), l’allestimento del comitato elettorale (1.300) e le affissioni (2.548). Come lui anche Antonino Battaglia, che si è autofinanziato per 5.000 euro. Spese di tasca propria anche per Roberto Centaro, che ha indicato costi per 30.200 euro per la stampa del materiale pubblicitario, per i banchetti e per la pubblicità sulle principali emittenti della provincia di Siracusa. Chiude l’elenco degli autofi- 54 s - il magazine che guarda dentro la cronaca Schifani ha donato in beneficenza i soldi non spesi. Vizzini finanziato da Carlo Sorci e dagli editori di Trm. Ma il re dei contributi nel Pdl è Pino Firrarello: ha ricevuto oltre 130 mila euro palermitana dei rifiuti all’epoca presieduta da Galioto. La carica dei centristi Totò Cuffaro ha nominato come mandatario un nome noto della finanza come Marcello Massinelli. Nell’elenco dei finanziatori i 50 mila euro della Immobiliare Monte Mare di Andrea Maurizio Zamparini, figlio del patron del Palermo, 25 mila della Sielt Immobiliare, 5.000 dalla Musumeci costruzioni generali e 2.500 dalla Rossini di Massinelli. Nell’elenco anche 15.000 euro da “persone fisiche” non identificate e 4.174 segnati come “servizi provenienti da persone fisiche”. Sul conto 1 2 5 nanziati Salvo Fleres, che ha messo a disposizione 22.962,79 euro dandone 1.300 alla tipografia Eurografica, 3 620 a Computer line, 5.616 a Grafica Tre, 6.844 alla Tipografia Trombetta per, 2.000 per volantinaggio, 1.300 per e 5.844 in due tranche alla Rapida- la stampa di volantini e manifesti alla Eurografica di Palermo, un forfait per graf. Grandi numeri e grandi nomi, invece, il carburante e alcune cene al ristorante per l’ex pidiellino Carlo Vizzini. A fi- Capricci Siciliani di Roma. nanziarlo ci sono la Finanziaria Immo- Molto più imponente la mole di docubiliare srl del potentissimo Carlo Sorci menti presentata da Pino Firrarello: fra (5.000 euro), la Pubblimed dei Rappa, i suoi finanziatori lo “Studio tecnico editori di Trm (10.000), la Almura spa associato Ingg. G. M. D. da St. Mineo e (5.000 euro) e la Games srl. Lungo Scaraviglieri” (10 mila euro), lo studio l’elenco dei collaboratori: Francesca Li Cassarino Castelli (5.000 euro in due Vigni (2.750), Antonio Sanvarlo (550), tranche), Maurizio Cassarino (2.500), Giancarlo Ruscello (3.000), Emilio la Medical Ti (5 mila euro), un colosso Ametrano (2.800), Antonino Santange- dei servizi di assistenza medica come lo (1.400), Achille Felli (1.491), Cateri- Medicair Italia (20 mila in due tranna Capraro (833,49) e Renato Campisi che), la RussottFinance della famiglia (3.000). Mario Francesco Ferrara, inve- Russotti di Messina (40 mila in due ce, ha dichiarato spese per 4.940 euro, tranche), lo “Studio tecnico associato dei quali 500 per il noleggio di un cam- Ingg. G. M.” (10 mila), la Mec spa (40 6 1) renato schifani 2) carlo vizzini 3) pino firrarello 4) fabio giambrone 5) totò cuffaro 6) giampiero d’alia mila), Daniele Scalisi (mille), la “Laboratori e ricerche srl” (mille) e una generica voce “altre banche fuori provincia” per 3 mila euro. I fondi sono stati spesi fino all’ultimo centesimo. Chiude l’elenco un ex pidiellino oggi all’Udc, Enzo Galioto: attraverso una sottoscrizione sono arrivati 500 euro a testa da Antonino Morvillo, Aldo Serraino, Nicola Gervasi, Fabrizio Leone, Maria Concetta Codiglione e Orazio Colimberti. Degno di una sottolineatura quest’ultimo nome: Colimberti era direttore generale dell’Amia, l’azienda numerosi passaggi con la Monte Mare, che il 18 e il 22 marzo 2008 riceve due tranche da 100 mila euro, il 22 marzo gira 100 mila euro a Cuffaro e il 3 aprile fa avere altri 50 mila euro al candidato. Maria Giuseppa Castiglione, subentrata a Cuffaro dopo la condanna, ha invece rendicontato solo spese: 1.064 euro alle Arti grafiche Corrao per volantini e 640 al Delfino Beach hotel per una manifestazione. Autofinanziamento anche per lo scomparso Totò Cintola, che ha versato 12.917 euro e ha speso i soldi per gli Cuffaro ha messo agli atti finanziamenti dalla Immobiliare Monte Mare, che risulta intestata al figlio di Zamparini. Gianpiero D’Alia ottiene fondi dalla Caronte e dall’imprenditore della sanità Giovanni Pizzo. Zero spese per Giambrone spot su Telejato (2.000 euro), la cancelleria e le spese forfettarie (5.193 euro). A Cintola è subentrato Sebastiano Burgaretta Aparo, che ha speso 8.783,93 euro per “propaganda”, 3.830 per “diffusione del materiale”, 8.980 per “presentazione candidatura” e 800 euro di “personale”, ma non ha allegato fatture. Nomi illustri anche per il leader regionale dell’Udc Gianpiero D’Alia, che ha dichiarato contributi per 52.000 euro e spese per 42.087,84. A finanziarlo l’emergente della sanità messinese Giovanni Pizzo (5.000 euro), la Cappellanni spa, guidata ai tempi da Pizzo e da Grazia Romano (10 mila euro), la Tecnogest srl (10 mila), la Caronte, che gestisce i traghetti sullo Stretto (10 mila euro) e Luigi Gullo (2.000). Tra le spese rendicontate ci sono la cena conviviale alla cooperativa Baglio (2.550 euro), un rinfresco a Santa Teresa di Riva e numerosi collaboratori: Viviana Capparelli (4.200), Giuseppe Manganaro (700), Basilio Lupica (700), Massimo Bennati (500), Fabrizia Nuccio (500) e Vittoria Capillo (750). Infine, in zona Mpa, c’è Giovanni Pistorio: la sua campagna elettorale è stata finanziata dall’Ance con 5 mila euro, 4.160 dei quali sono stati usati per stampare materiale e 720 euro sono andati al Tourist Hotel. Mancano all’appello gli ultimi quattro senatori: si tratta di Fabio Giambrone (Idv), Antonello Antinoro (Udc), Vincenzo Oliva (Mpa) e Nino Strano (Pdl), che non hanno documentato alcun movimento in entrata o in uscita. il magazine che guarda dentro la cronaca - s 55 58 s - il magazine che guarda dentro la cronaca il magazine che guarda dentro la cronaca - s 59 60 s - il magazine che guarda dentro la cronaca il magazine che guarda dentro la cronaca - s 61 62 s - il magazine che guarda dentro la cronaca il magazine che guarda dentro la cronaca - s 63 Attualità | L’intervista Simone Cimino I 110 giorni che mi hanno cambiato la vita Parla il finanziere finito in carcere e poi ai domiciliari per manipolazione del mercato: “Tutto è cominciato quando un articolo del ‘Corriere della Sera’ ha indicato me al centro di un risiko finanziario. Poi è arrivato il commissariamento, e in 4 mesi ho perso tutto” di Eliana Marino E se l’arbitro avesse sbagliato e il cartellino rosso fosse stato troppo severo? Se si fosse trattato di rilievi da “giallo”? Simone Cimino, il cinquantenne agrigentino, fondatore di Cape spa, che dallo scorso anno è nel mirino della magistratura, non si dà pace. Ripensa a quel giorno che non potrà più dimenticare. Erano le 6,20 del primo giugno di un anno fa. Quattro persone bussano alla sua porta: tre 64 s - il magazine che guarda dentro la cronaca uomini e una donna. Sono finanzieri. Gli dicono di vestirsi. Deve seguirli. “Non riuscivo a crederci – dice Cimino – mi stavano arrestando”. Un altro nome della finanza coinvolto in operazioni spericolate. Per lui l’accusa è di “ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza” e “manipolazione del mercato” in relazione alle operazioni di Cape Live. In particolare, gli inquirenti gli conte- “Il 29 luglio 2011 il mio gruppo è stato svuotato: in un colpo sono spariti 415 milioni di euro, 7 milioni di euro di commissioni annue, 30 dipendenti diretti, 40 partecipate, un miliardo di euro di fatturato, 7.100 dipendenti indiretti, 80% di investitori istituzionali esteri” stano un bond convertibile emesso nel 2009 per raccogliere 50 milioni: ne racimola all’inizio solo 14, per poi raddoppiare l’incasso grazie all’intervento della sconosciuta banca belga Degroof. I soldi raccolti in Borsa, però, invece di rianimare Cape Live, restano presso la banca belga, investiti in un fondo monetario dell’istituto che per tre quarti è sottoscritto dalla stessa Cape Live e che, per più della metà, investe proprio in obbligazioni di Cape Live. Insomma, di fatto, era la stessa società di Cimino ad aver rimpinguato (con 10 milioni) l’altrimenti deludente sottoscrizione delle proprie obbligazioni. Secondo l’accusa quindi il manager siciliano, che nel 2009 si era imposto come uno degli imprenditori pronti a scendere in pista nella riconversione dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, avrebbe “in concorso con altri membri del cda e con Jean Louis Jaumin (ex dirigente dell’istituto bancario Degroof, ndr), tenuto una condotta idonea a incidere sensibilmente sul prezzo delle azioni ordinarie di Cape Live e sul prezzo dell’obbligazione convertibile emessa dalla stessa Cape Live”. Accuse che Cimino rispedisce al mitil magazine che guarda dentro la cronaca - s 65 Attualità | L’intervista tente: “Abbiamo dimostrato, in sede di Riesame, che la banca Degroof è stata vittima essa stessa di Jaumin che ‘montò’ la raccolta, come ha confessato durante l’interrogatorio, per non far chiudere la filiale svizzera che gestiva. In particolare, creò un veicolo finanziario che investì nelle obbligazioni Cape Live e di altri dieci ignari clienti”. Quindi rilancia: “Mi chiedo, dunque, se l’arbitro avesse sbagliato? Se il market abuse fosse inesistente? Chi potrà farmi tornare indietro? Il mio patrimonio si è dissolto come neve al sole. Per non parlare della mia reputazione”. È molto provato il giovane che, con una laurea alla Bocconi in mano e una borsa di studio alla New York University, è riuscito in poco tempo a ritagliarsi un posto di primo piano nel gotha della finanza. E con queste credenziali è tornato in Sicilia costituendo, con la Regione, una sgr, la Cape Regione siciliana, con la quale è entrato nel capitale di imprese isolane e con la quale avrebbe dovuto rilevare il sito di Termini presentando il progetto “Sunny car in a Sunny Region”. Qualcosa, però, deve evidentemente essergli sfuggita di mano: “Il progetto per Termini mi ha dato una sovraesposizione mediatica che non avevo calcolato e che di certo non mi ha giovato. Ma se dovessi stabilire il punto d’inizio di questa storia non potrei che partire da un pezzo del Corriere della Sera, che associava il mio nome a quello di Boselli”, dice. Era l’aprile del 2010 e il quotidiano milanese pubblicò un articolo dal titolo “Gli intrecci di Centrobanca”, nel quale ricostruiva le strategie dell’istituto corporate di Ubi, sottolineando come Centrobanca fosse stata assai vicina alla famiglia Burani (la Burani Designer Holding è finita in amministrazione straordinaria e i vertici sono stati accusati di bancarotta fraudolenta continuata e aggravata, ndr) grazie all’amicizia con il presidente di Centrobanca, Mario Boselli. “Un intreccio finanziario che – scriveva il quotidiano – nasce attorno alla Marioboselli Holding, legata anche al finan- 66 s - il magazine che guarda dentro la cronaca In mezzo a tutto questo c’è stato anche il carcere. Due giorni a San Vittore e 28 ai domiciliari. I ricordi sono nitidi. “Quando i finanzieri vennero a prendermi, mi dissero che avrei potuto fare due telefonate e così chiamai subito un mio amico avvocato (non avevo neanche un penalista) e la mia compagna. Mi portarono in caserma, dove rimasi circa due ore. Lì mi presero per la prima volta le impronte digitali. Poi il trasferimento in carcere. Durante la strada da via Filzi (dove hanno sede le Fiamme Gialle, ndr) a San Vittore ho odiato Milano, la città che mi aveva dato tanto e che adesso mi toglieva tutto”. Quindi l’arrivo a San Vittore. “Mi chiedono: è la prima volta? Quindi mi prendono nuovamente le impronte digitali e mi fanno spogliare completamente per perquisirmi. Ecco, questa ziere Simone Cimino, gestore di fondi di private equity con il sogno di conquistare Termini Imerese”. E, sempre secondo la ricostruzione del Corriere, Centrobanca avrebbe finanziato sia i Burani sia Cimino in molte iniziative. “Tutto iniziò da lì – ribadisce Cimino –; dopo quell’articolo Bankitalia diede il via a un minuziosissimo lavoro di indagine sulle mie società. Lavoro che non ha fatto scoprire nulla su Boselli, ma che ha portato a una decisione totalmente inattesa: il commissariamento della Cape Natixis (società di gestione del risparmio creata nel 2003 grazie all’alleanza con la banca francese, ndr) per presunte violazioni amministrative e gravi irregolarità. Il 29 luglio (data di assegnazione dei fondi ex Cape Natixis Sgr, 415 milioni di euro, 7 milioni di euro di commissioni annue, 30 dipendenti diretti, 40 partecipate, un miliardo di euro di fatturato, 7.100 dipendenti indiretti, 80% di investitori istituzionali esteri, ndr) il gruppo da me fondato è stato ‘svuotato’”. Centodieci giorni in tutto. “Un lasso di tempo brevissimo – continua il manager – sufficiente ad annientare una carriera Uno dei suoi compagni di cella era accusato di 72 omicidi, l’altro di spaccio. “Comunque mi accolsero bene. A questo punto, però, non avevo più certezza di nulla, non sapevo quanto sarei rimasto dentro e il pensiero è devastante” imprenditoriale nella finanza d’impresa (la mia), il futuro di 30 dipendenti, a mettere a repentaglio le continuità aziendali di molte partecipate (il periodo non era dei migliori per l’economia e la finanza), a creare scompiglio nei manager soci delle partecipate stesse (in poco tempo sono stati sostituiti 120 posti di sindaci nei collegi, sono state Una seconda vita per Cape Regione siciliana cambiate oltre 50 cariche di consiglieri nelle società, sono state bloccate le strategie, è stato rallentato ogni processo decisionale), e a dar vita a veri e propri problemi giuridici non ancora risolti (il cambio di sgr ha creato pretese di terzi in merito al non rispetto delle prelazioni statutarie, configurandosi come un change of control, con cause pendenti nei tribunali civili e penali richieste alla mia ex sgr). Senza calcolare i danni sulla quotata Cape Live spa e alla seconda sgr, posta di fatto in liquidazione volontaria su pressante richiesta di Bankitalia”. Potrebbe esserci una seconda chance per il Fondo Cape Regione Siciliana, il primo Fondo chiuso di private equity costituito da Cape Regione Siciliana sgr (la società di gestione del risparmio costituita nel 2006 da Cape con una quota del 51 per cento e dalla Regione siciliana con il 49 per cento) travolto dall’ondata che ha sommerso l’intero pianeta Cimino. Il progetto al quale sta lavorando l’assessore regionale all’Economia, Gaetano Armao, è infatti quello di far acquisire all’ex Irfis, oggi trasformata in società finanziaria interamente pubblica con denominazione Irfis FinSicilia, la partecipazione del socio privato. L’Irfis, che in questo modo si doterebbe anche di una società di gestione del risparmio, ha già firmato un preliminare con il commissario liquidatore di Cape, Massimo Mustarelli. Ma la conditio sine qua non è che Bankitalia revochi il commissariamento. La palla quindi è ferma a Palazzo Koch. E sui tempi non è dato sapere. è una di quelle cose che non potrò mai dimenticare. Mi fanno prendere coperta e lenzuola e mi portano nel Raggio terzo”. Qui, la cella, una stanza due metri e mezzo per quattro e i compagni. Due: un medico accusato di 72 omicidi e un giovane in cella per detenzione e spaccio di hashish. “Comunque mi accolsero bene. A questo punto, però, non avevo più certezza di nulla, non sapevo quanto sarei rimasto dentro e il pensiero è devastante”. Lui non ne aveva idea, ma in realtà in cella sarebbe rimasto soltanto due giorni. Il 3 giugno, dopo un colloquio con il giu- Dopo due giorni di carcere, i domiciliari e dopo meno di un mese, la libertà. Cimino resta indagato, ma accusa: “Invece del cartellino rosso avrebbero dovuto darmi il giallo”. Ora lavora per la Hp group, una società che in passato aveva salvato dal fallimento dice per le udienze preliminari, Maria Vicidomini, arriva la sorpresa. “Quel giorno vennero a trovarmi per la prima volta i miei legali e subito dopo il gip a cui raccontai la mia storia. Ricordo che quando mi domandò che lavoro facessi risposi ‘il disoccupato’ perché ormai la mia reputazione è distrutta e nel mio lavoro questo è un lusso che non ci si può permettere. Mi consegnò i faldoni con le accuse e le 5 mila intercettazioni telefoniche in 5 mesi a mio carico. Erano le 10 del mattino. Alle 18 i secondini vennero in cella e dissero ‘Cimino liberante’. Non potevo crederci. Pensi che avevo già fatto la spesa con i miei compagni di cella per tutta la settimana. Tra l’altro, per fare passare il tempo mi ero portato una montagna di libri in inglese di finanza e avevo anche iniziato a scrivere un libro, Lo Scippo, che non ho ancora finito e che non so ancora come finirà”. Dal quel 3 giugno passano altri 28 giorni di domiciliari. “Il primo luglio – continua – finalmente, sono uscito di casa. Ma forse sarebbe stato meglio restare dentro. La delusione è stata forte. Dei 40 dipendenti diretti, settemila indiretti, 150 investitori, non c’era più nessuno. Nessuno che mi cercasse o mi parlasse. Ero diventato un intoccabile. E quelle 5 mila intercettazioni facevano paura a tutti”. Intanto il 29 luglio il fondo Cape Natixis venne ceduto a titolo gratuito a Opera Sgr “e io dovetti fare i conti con la decisione delle banche di revocarmi ogni forma di finanziamento, ragion per cui Cape spa, lo scorso settembre, è stata posta in liquidazione volontaria per evitare di fallire”. Dal 15 settembre Simone Cimino lavora per un’azienda di Agrigento che in passato aveva salvato dal fallimento, la Hp group. Frequenta giurisprudenza a Palermo (“Ho già sostenuto due esami, superati con un 25 e un 28”, dice con un sorriso) e attende di sapere come finirà la sua vicenda giudiziaria: continua infatti a essere un indagato perché il pm ha richiesto un’estensione dell’indagine di sei mesi. Ma soprattutto continua a farsi le stesse domande: “Se l’arbitro avesse sbagliato e il cartellino rosso (il commissariamento) fosse stato troppo severo, se si fosse trattato di rilievi da ‘giallo’? Se il market abuse presunto fosse inesistente? E se il provvedimento di sospensione conseguente per la Cape Regione Siciliana Sgr spa fosse stato eccessivo?”. Tanti “se” e una certezza: le ultime pagine del suo libro sono ancora tutte da scrivere. il magazine che guarda dentro la cronaca - s 67 Attualità | Catania “H o trascorso gran parte del mio percorso imprenditoriale all’interno delle associazioni degli industriali. La motivazione ufficiale della mia cacciata da Confindustria Catania, per ‘carenza di affectio societatis’, è una bufala. Sono stato fatto fuori perché ho detto troppi no e a un certo punto ero diventato scomodo per il sistema Confindustria”. Dopo tre anni di silenzio l’imprenditore catanese Fabio Scaccia decide di raccontare a “S” la sua versione sullo scontro nell’organizzazione degli industriali. Quando parla, Scaccia – manager della Finderm, un’azienda farmaceutica con 150 dipendenti e 20 milioni di euro di fatturato – guarda “La lettera a ivan lo bello? Era lunga ed è stata firmata da tutto il gruppo dirigente. Ma la stampa la stravolse, puntando sul termine provocatorio ‘monotematico’. Fui fatto fuori per lasciare il posto a Ennio Virlinzi” all’orizzonte lo splendido mare che si infrange sugli scogli di Ognina, l’unica cosa che ancora condivide con il suo vicino di casa ed ex amico Ivan Lo Bello. “È vero – dice -, abita vicino a me, ma abbiamo due idee diverse del ruolo degli imprenditori”. C’è stato, però, un momento in cui Lo Bello e Scaccia, che oggi ha 44 anni e due figli, andavano d’accordo. “Sì, c’è stato – ammette Scaccia -. Quando sono riuscito a essere determinante per la sua elezione. Finché lui si ricandida per il secondo mandato io dico che Catania a mag- gio sarà al suo fianco per l’elezione. Noi volevamo un’azione molto incentrata sulle istanze che tutelavano il territorio etneo. Di tutta risposta, quando Lo Bello andò a fare i giri per presentare il programma, non venne a Catania. A quel punto scrissi una lettera...”. Una lettera che riempì le pagine dei giornali. “Quella lettera era stata firmata da tutto il gruppo dirigente – dice Scaccia - ed è stata stravolta sulla stampa estraendo da un lungo contesto soltanto il termine provocatorio ‘monotematico’, che non si riferiva all’azione importante di Lo Bello nel contrasto alla mafia, ma Le aziende dell’imprenditore catanese Universo Scaccia La versione di Scaccia L’imprenditore “Io, fatto fuori da Confindustria perché ho detto troppi ‘no’” 68 s - il magazine che guarda dentro la cronaca allontanato dall’organizzazione degli industriali rompe il silenzio dopo tre anni: “Sono stato espulso perché ero diventato scomodo per il sistema” di Antonio Condorelli Finderm Farmaceutici è specializzata nel settore della ginecologia e cura il confezionamento terminale di integratori alimentari (Doppel, Temmler, Special Product Lines) ma anche la produzione e commercializzazione di medicinali e prodotti parafarmaceutici. LJPharma si occupa prevalentemente di prodotti parafarmaceutici e del confezionamento e commercializzazione dei prodotti della Farve. Banco Farmacia è la ditta individuale costituita da Fabio Scaccia nel 1988 che inizialmente si occupava di concessione e rivendita di prodotti farmaceutici. Adesso gestisce le parafarmacie dei principali centri commerciali catanesi. l’imprenditore catanese fabio scaccia il magazine che guarda dentro la cronaca - s 69 attualità | catanIa “all’InIzIo Io e lo bello andaVVamo andaV amo d’accordo, ma Per Il secondo mandato non È neanche Venuto a catanIa. non mI Interessa F PolemIca ma Penso Far che adesso stIaa aaVendo modo dI aPPrezzare le qualItà dI antonello montante...” alla complessiva gestione di quel biennio all’interno di Confindustria. Dieci delegati non votarono per lui. Poi arrivarono i probiviri di Confindustria e io fui fatto fuori per lasciare il posto a Ennio Virlinzi”. Il “modello Scaccia” A Catania molti chiamano ancora Fabio Scaccia “il Presidente”. Poco importa che la sua esperienza alla guida della sezione catanese di Confindustria si sia conclusa tre anni addietro dopo il braccio di ferro con Ivan Lo Bello e l’espulsione per carenza di “affectio societatis”. Ci tiene a precisarlo: “L’associazione degli industriali non doveva essere la solita associazione di pochi, dei soliti quattro. Confindustria non poteva essere un’associazione autoreferenziale. Io a 38 anni sono diventato presidente non dei giovani, ma degli industriali, e siamo riusciti a far crescere, oltre alle aziende, il territorio”. Il ricordo dell’ex presidente assume i toni dell’idillio. “Non posso mai dimenticare la mia elezione alla guida della Confindustria catanese - racconta a ‘S’ - e l’inizio del percorso che ha consentito agli imprenditori di fornire il proprio contributo alla città mettendo da parte la politica. Erano gli anni della Catania in stato di dissesto. Confindustria divenne la prima realtà per numero di iscritti. Palermo e Ragusa non totalizzavano i nostri tesserati”. Erano gli anni fra il 2005 e il 2007: “Eravamo autore- 70 s - il magazine che guarda dentro la cronaca il Presidente di confindustria sicilia ivan lo bello. voli perché affidabili in quello che dicevamo, senza interessi personali, non ricattabili – spiega Scaccia -. A un certo punto sono entrate in ballo nomine e politica: imprenditori importanti ricoprivano cariche importanti. Per esempio all’aeroporto mettemmo il presidente Alfio Torrisi, ma durò 3 mesi. Normalmente gli enti vengono amministrati dal primo dei non eletti: io ho tentato di scardinare questo sistema e per questo ho pagato un prezzo molto alto. Nel frattempo sono cambiati i vertici nazionali, con l’arrivo della Marcegaglia e di Garrone, e le scelte in Sicilia sono state influenzate e la mancanza di dialogo tra me e Lo Bello è aumentata sino alla rottura”. Rotture che, ovviamente, portano con sé veleni: “Non mi interessa far polemica - dice Scaccia - ma penso che adesso stia avendo modo di apprezzare le qualità di Antonello Montante...”. Attualità | Catania Cosa pensa di... Raffaele Lombardo “Un uomo che ha un compito molto difficile” Pino Firrarello “Su che cosa lo dovrei giudicare?” Giuseppe Castiglione “Un ragazzo che ha tanta buona volontà che non sempre si traduce in cose importanti e concrete” Ivan Lo Bello “No comment” Anna Finocchiaro “Eccellente a Roma, un po’ meno a Catania” Mario Ciancio “No comment” Domenico Bonaccorsi di Reburdone “No comment” Raffaele Stancanelli “Prova a mettercela tutta” Lino Leanza “Simpatico” Giuseppe Berretta “Simpatico” Giovanni Salvi “Ispira fiducia” Vincenzo D’Agata “Simpatico” Andrea Vecchio “No comment” Antonello Montante “Tanto furbo quanto capace” Antonello Cracolici “Non lo conosco” Rita Borsellino “Persona che stimo molto” Sonia Alfano “Persona che stimo moltissimo” Orazio Licandro “Persona per bene” Enzo Bianco “Un buon passato ma non lo vedo come prossimo sindaco di Catania” Nello Musumeci “Capace ma poco fortunato” Emma Marcegaglia “Non mi è simpatica” Squinzi o Bombassei? “Squinzi” 72 s - il magazine che guarda dentro la cronaca La svolta dopo la rottura “Quando è finita la mia presidenza di Confindustria, il bombardamento della stampa mi ha demonizzato, c’è stato un momento in cui tutta questa pubblicità negativa mi discreditava. Da quel momento ho serrato le fila, i ragazzi si sono messi a lavorare e in tre anni abbiamo raddoppiato il fatturato. Qualcuno sperava che mi sarei sciolto come neve al sole. Mi dispiace per lui”. Dopo la rottura Scaccia si rimbocca le maniche e insieme ai collaboratori di sempre rilancia l’azienda creata più di vent’anni addietro “per passione”. Parla da manager: “Poco più che diciottenne inizio a fare l’informatore medico-scientifico per una piccola azienda. Continuo a lavorare nei settori della dermatologia e dell’oncologia. Divento ‘Area manager’ e lancio i sistemi impiantabili per chemioterapia: siamo stati tra i primi in Italia. A 28 anni colgo al volo la rivoluzione del settore farmaceutico, puntando sulla ginecologia-ostetricia e sviluppando dispositivi medici interessanti”. Era il periodo in cui si iniziava a parlare dei “Medical devices europei”: molti prodotti escono dalla fascia “A”, i “topici” diventano a pagamento e Scaccia punta sulla qualità. Adesso l’imprenditore raccoglie i frutti. “A 17 anni di distanza stiamo iniziando a internazionalizzare. La Finderfarm è l’unica azienda a capitale totalmente italiano che riesce a competere con le multinazionali più agguerrite”. La domanda, però, è naturale. Si è fatta polemica sull’aggettivo “monotematico” dopo la svolta anti-racket: qualcuno si è mai presentato in azienda a chiedere il pizzo? Fabio Scaccia è netto: “No, a me no, mai, forse perché non sono molto invitante come persona. Non penso che la prenderei molto bene e io posso dirlo a testa alta e senza ombre. Girate la stessa domanda ad alcuni dirigenti ‘antimafia’ di Confindustria, vedete cosa rispondono... “Appena eletto ho espulso 151 imprese che avevano dati incompleti o irregolarità nella presentazione dei bilanci. L’azione forte di trasparenza e legalità la porto nel cuore” Appena eletto ho espulso 151 imprese che avevano dati incompleti o irregolarità nella presentazione dei bilanci. L’azione forte di trasparenza e legalità la porto nel cuore”. Il futuro secondo Scaccia Il futuro, per Fabio Scaccia, è fatto di buona politica. “La politica in Sicilia dovrebbe fare uno scatto in avanti – dice l’imprenditore catanese –. Ci vorrebbero dei politici in grado di favorire la meritocrazia ed essere determinanti per la crescita del territorio”. Il presente, invece, secondo Scaccia non è fatto di buone pratiche: “Ci sono troppe lotte – afferma – e questa regione adesso si trova in forte difficoltà anche e soprattutto a causa dell’enorme presenza di mafia e illegalità a tutti i livelli”. La politica, del resto, secondo Scaccia non dev’essere fatta di schieramenti. Se gli si chiede se il suo cuore batta a sinistra o a destra, lui glissa: “Il mio cuore batte dove ci sono le persone capaci. Ci sono persone buone a destra e a sinistra”. Poi, ovviamente, il futuro è la sua famiglia. Sua moglie Orsola, di Modica - “L’ho conosciuta a una festa ed è scoppiata subito la scintilla. Ci siamo rivisti dopo nove mesi e non ci siamo lasciati più”, racconta – e i due bambini, nati due anni dopo l’inizio della convivenza. “I miei figli stanno crescendo – afferma –. Il mio augurio è che possano affrontare sempre a testa alta le varie difficoltà della vita, senza scendere mai a compromessi”. 74 s - il magazine che guarda dentro la cronaca il magazine che guarda dentro la cronaca - s 75 76 s - il magazine che guarda dentro la cronaca il magazine che guarda dentro la cronaca - s 77 78 s - il magazine che guarda dentro la cronaca il magazine che guarda dentro la cronaca - s 79 80 s - il magazine che guarda dentro la cronaca il magazine che guarda dentro la cronaca - s 81 82 s - il magazine che guarda dentro la cronaca il magazine che guarda dentro la cronaca - s 83 84 s - il magazine che guarda dentro la cronaca il magazine che guarda dentro la cronaca - s 85 86 s - il magazine che guarda dentro la cronaca il magazine che guarda dentro la cronaca - s 87 88 s - il magazine che guarda dentro la cronaca il magazine che guarda dentro la cronaca - s 89 Attualità | Trapani Una chiesa svenduta come fosse un garage Una trentina di immobili DELLA CURIA al centro dell’inchiesta, coordinata dal procuratore Marcello Viola, che vede coinvolto l’ex direttore amministrativo Ninni Treppiedi, sospeso a divinis dall’incarico di Riccardo Lo Verso S i può vendere una chiesa spacciandola per un vecchio garage? Non è la trama di un film di Totò e Peppino, ma la storia di una vicenda giudiziaria i cui contorni, man mano che le indagini vanno avanti, si fanno sempre più nitidi. Protagonista di un vorticoso intreccio di affari è il sacerdote Ninni Treppiedi, 36 anni, sospeso a divinis dall'incarico di direttore amministrativo della Curia di Trapani. È indagato per ricettazione, furto, calunnia, frode informatica e falso ideologico. Secondo l'accusa, Trep- 90 s - il magazine che guarda dentro la cronaca piedi avrebbe trasferito a familiari e amici, anche loro sotto inchiesta, grosse somme di denaro dai conti correnti delle parrocchie che gestiva ad Alcamo e Calatafimi. Ma c'è di più. Molto di più. L'indagine, coordinata dal procuratore Marcello Viola e dal sostituto Paolo Di Sciuva, affidata al nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza, sta passando al setaccio una raffica di proprietà ecclesiastiche. Una trentina in tutto tra terreni, case, chiese e persino un monastero. C'è il sospetto che sia stata organizzata una cessione fraudolenta di beni della Per gli inquirenti sarebbe stata organizzata una cessione fraudolenta degli immobili della Chiesa, aggirando le regole del diritto canonico che prevedono una licenza del vescovo per i beni di valore inferiore al milione di euro chiesa trapanese, aggirando le regole del diritto canonico. In soldoni, la legge prevede che per vendere o cedere un bene della Chiesa, se il valore non supera il milione di euro, serve una licenza vescovile. Sforato questo tetto occorre il via libera dalla Santa Sede. La cessione di un bene, fatto raro negli ambienti ecclesiastici, all'inizio trovò giustificazione a Trapani nelle necessità di ripianare alcuni debiti. Solo che, secondo gli investigatori, di fatto avrebbe dato il là ad un giro di affari illeciti. L'iter per ottenere la licenza vescovile è piuttosto lungo. Al termine dei passaggi burocratici gli uffici amministrativi della Curia hanno inviato le pratiche al vescovo di Trapani, Francesco Miccichè, per la firma. Firma presente negli atti sequestrati dalla Finanza che ha fatto visita negli studi di diversi notai. Rogiti su cui si addensa più di un sospetto. Ci sono deleghe e licenze vescovili in fotocopia. La firma di Miccichè è uguale in più documenti, come se qualcuno l'avesse riprodotta al computer con uno scanner. Il vescovo si è sempre definito all'oscuro di tutto. Le trame illecite, ha detto il presule convocato in Procura in veste di perNinni treppiedi ex direttore amministrativo della curia di trapani. a sinistra, la chiesa di santa maria del rosario Confermata la sospensione di padre Treppiedi Confermata la sospensione a divinis di Ninni Treppiedi. La notizia è stata divulgata a metà mese da monsignor Liborio Palmieri, vicario generale della diocesi di Trapani: “Questa curia vescovile – scrive il vicario di monsignor Micciché – ha avuto comunicazione ufficiale da parte della Santa Sede che il ricorso presentato da don Antonino Treppiedi contro il decreto della sua sospensione a divinis, emesso dal vescovo di Trapani in data 16 aprile 2011, è stato rigettato. In conseguenza di ciò don Antonino Treppiedi rimane vincolato dalla censura e per tanto sospeso da tutti gli atti della potestà di ordine e dall’esercizio di qualsiasi incarico o ufficio ecclesiastico”. sona informata sui fatti, sono state ordite alle sue spalle. Sulla sua estraneità alla vicenda ci sarebbero pochi dubbi. Il capitolo delle vendite è il più sorprendente dell'intera inchiesta. Tra i beni di cui la Chiesa si è privata c'è anche la chiesa Maria Santissima di Custonaci nell'omonima strada di Trapani. Un piccolo edificio religioso nel cuore della vecchia città. Ci si arriva lasciandosi alle spalle la zona del Porto e percorrendo un dedalo di vie strette. La facciata è stata restaurata. Un intervento che dovrebbe risalire a poco tempo fa. Anche il portone di ingresso è in perfetto stato. È chiuso, però. Impossibile varcare la soglia di ingresso per verificare le condizioni della chiesa all'interno. Non sembra di avere di fronte un garage, per giunta dismesso, come risulterebbe dalle carte delil magazine che guarda dentro la cronaca - s 91 attualità | traPanI tra I benI VendutI c’È anche la chIesa marIa santIssIma dI custonacI nell’omonIma strada dI traPan P I. Pan un PIccolo edIFIcIo relIgIoso nel cuore della VecchIa cIttà la vendita sequestrate dai finanzieri. Il valore storico e religioso sembra fuori discussione come attesta il cartello giallo apposto dall'Azienda provinciale del Turismo. Da Trapani ad Alcamo, dove gli investigatori si sono concentrati sulle vicende del monastero dell'Angelo custode. Anche qui siamo in pieno centro storico, ma stavolta l'edificio è monumentale. Si estende per quasi un intero isolato a pochi passi dalla piazza del palazzo di città. Treppiedi avrebbe ricevuto in donazione il monastero nella veste di parroco. Contemporaneamente, però, sarebbe stato nominato erede unico dalle due anziane suore che vivono nell'edificio. Sulle vicende del Monastero, che ha un valore catastale superiore a due milioni di euro, è intervenuta la Santa Sede. Il Vaticano ha annullato la pratica che avrebbe consentito a Treppiedi di mettere le mani sulla proprietà del bene. Attorno a Calatafimi si estendono i terreni messi in vendita durante la gestione amministrativa di Treppiedi. Ettari ed ettari di proprietà nelle contrade Cappuccini, Sciortino e Vanella, e nella zona del Castello Eufemio ai cui piedi la tradizione vuole sia sorto il primo nucleo abitato di Calatafimi. La cessione di questi beni avrebbe fruttato più di un milione di euro. Almeno così risulterebbe dai rogiti. I contratti, però, non sono masi stati depositati in Curia. Parte dei soldi sarebbero serviti per restaurare la chiesa del la chIesa marIa santIssIma dI custonacI a traPan P I. a destra, Il VescoVo dI traPan Pan P I Pan Francesco mIccIchÈ e Il monastero delle monache benedettIne dI alcamo 92 s - il magazine che guarda dentro la cronaca Giubilo. E la restante somma? Una buona fetta, circa duecento mila euro, risulterebbe transitata sul conto corrente personale di Treppiedi. C'è pure una strana coincidenza al vaglio degli investigatori. L'impresa che ha eseguito il restauro è la stessa che ha lavorato nella villa della famiglia Treppiedi. Chi la conosce sostiene che si tratti di una mega struttura nella zona di Paceco dove dovrebbero essere stati rinvenuti oggetti di valore storico-artistico. Un edificio sfarzoso che cozzerebbe con gli introiti della famiglia Treppiedi. I movimenti di denaro sospetti hanno fatto scattare le contromisure della Finanza che ha sequestrato preventivamente la casa canonica della Chiesa Santa Maria del Rosario a pochi passi dal corso principale di Alcamo. In questo caso l'attività degli investigatori si palesa nel cartello del sequestro nella palazzina di due piani alle spalle della chiesa. C'è, però, la mole di lavoro che va avanti da mesi sottotraccia. Certamente è la più interessante. A cominciare dall'analisi dei documenti contenuti nella valigia sequestrata a un uomo considerato “molto vi- e a “s” treppiedi disse: “Fiducia nella magistratura” “naturalmente, per quanto di competenza in questa vicenda della Procura, sono fiducioso nei confronti della magistratura”. È stata quella la difesa di don ninni treppiedi, che si è sfogato con “s” in un’intervista pubblicata alla fine dell’estate: “non ho avuto alcuna competenza sulla vicenda legata alla fusione di auxilium e campanile – ha detto treppiedi -. come sacerdote devo obbedienza al vescovo ma in questa vicenda purtroppo chi ne sta soffrendo maggiormente è la chiesa di trapani che si ritrova smarrita. non ho intenzione di scagliarmi contro nessuno, meno che mai contro il vescovo” cino” a Treppiedi. In Procura le bocche sono cucite. Ce n'è abbastanza per alimentare la spy story con tanto di lettere minatorie nei confronti di monsignor Miccichè contro cui sarebbe stata organizzata una campagna mediatica per screditarne l'operato. Alcuni mesi fa spuntò pure una lettera che il prelato avrebbe indirizzato al faccendiere Luigi Bisignani protagonista dell'inchiesta sulla cosiddetta P4 che fa tremare i palazzi del potere romano. Fu solo l'ultima tappa di una girandola di voci e accuse, mai riscontrate, che hanno cucito addosso al vescovo gli scomodi panni di indagato per la sparizione di oltre un milione della Curia. Soldi che gli sarebbero serviti per comprare ville per sé e i familiari. Tutto falso. Falsa come la voce che circola da un po' e vuole Micciché vicino a subire un provvedimento disciplinare dall'alto per la gestione dei beni della Chiesa trapanese targata Treppiedi? il magazine che guarda dentro la cronaca - s 93 Attualità | Agrigento gang diretta da Angelo Consagra e dalla famiglia Amato (Ottavio, Angelo e Vincenzo). O quasi: solo di fronte ad Angelo Candiano (secondo le indagini considerato “uomo di rispetto”) e Bartolo Consagra hanno preferito scendere a patti, lasciando che si aggiudicassero un bene di loro interesse. E, quando doveva sconfinare o si trovava in situazioni critiche, Angelo Consagra andava a far visita a Nunzio Cavallo di Butera, per gli inquirenti “vicino alla stidda di Gela”, con cui si consultava e chiedeva l’autorizzazione a procedere. Ora, però, sono stati tutti arrestati e su di loro pesano ben 44 capi d’accusa. Far West Licata Armi, violenze, minacce e aste truccate: ecco la mega-inchiesta sulla banda che avrebbe seminato il terrore nel centro della provincia di Agrigento H di Andrea Cottone anno messo a ferro e fuoco Licata, imponendo il terrore come metodo. Erano spietati, determinati e in grado di controllare il territorio. Ecco la “gang” di Licata, finita in carcere alla fine di febbraio nell’operazione “Aut aut” del nucleo 94 s - il magazine che guarda dentro la cronaca Tribunale di Agrigento. nella pagina a fianco L’aggiunto Ignazio Fonzo, che ha coordinato l’indagine operativo dei carabinieri, coordinata dall’aggiunto della procura di Agrigento, Ignazio Fonzo, con i sostituti Lucia Brescia e Andrea Bianchi. L’attività principale del gruppo riguardava le aste giudiziarie, settore in cui avevano imposto una sorta di monopolio con la forza dell’intimidazione. E, per essere “efficace”, il gruppo si è dotato di un arsenale di tutto rispetto, anche se non tutte le armi sono state recuperate nella retata, visto che la banda sapeva come nasconderle, prediligendo i campi coltivati a fichi d’india, le cui foglie si prestano a occultarle. Inoltre, secondo le indagini, trafficavano in armi e in droga. Non aveva limiti la Armati fino ai denti Cartucce, filettature, percussori, polvere da sparo, pistole semiautomatiche e anche fucili a pompa. L’arsenale a disposizione della banda è sterminato. E del resto, è uno degli argomenti più ricorrenti dei discorsi fra i componenti, che si dimostrano specializzati nel settore, capaci anche di fare delle modifiche e distinguere fra pallottole buone e cattive. Così, nelle campagne di Licata, giocano ai gangster, sparando ai segnali stradali, a sagome improvvisate e anche a due poveri cani, per valutare l’impatto delle munizioni. “La ‘canuzza’... quella grossa... proprio non si vedeva – commenta Angelo Amato con Consagra – si vedeva solo che aveva un punto bianco, qua nella fronte, come l’ho vista arrivare, ‘bum’, ha preso e subito si è ribaltata”. Mentre per quanto riguarda il secondo, “ho sentito proprio che si è riversato a terra... sai ho sentito proprio che ha fatto ‘badabum’... e scalciava... quella minchia di cane non si poteva tenere... lui che era pure legato, non lo potevo sbagliare”. Erano pericolosi con quelle armi. “Non gli ho sparato in faccia in mezzo alla piazza perché lo sai cosa è stato? Per un soffio”, racconta Amato a proposito di una banale lite. Ma il giro d’armi serviva anche a far cassa: “La 22 la vuoi? Hai visto che bella? Da tiro... ah... sembra piccola... (…) ah prendi 1.000 euro e me li dai, te la provi... te la prendi”. Ma mille euro sembravano troppi a Gerlando Di Carlo, che chiedeva a Vincenzo Amato un fucile a pompa. “Noo che c’entra – risponde - ottocento euro me li... altrimenti te la prendi e quando c’è l’hai me li dai... per un giovane che lavora cosa sono... il fucile a pompa non te lo do”. C’era un far west a Licata. Gli investigatori se ne accorgono ascoltando le conversazioni degli indagati. Massimo Russello chiede in prestito una pistola a Vincenzo Amato: qualcuno l’aveva deriso pubblicamente e, quindi, meritava di morire. “Lì davanti, sai quante persone ha fatto ridere?”. L’altro, però, lo riporta alla ragione: “Ma vedi che trenta anni di galera sono... stai attento”. Russello si autocensura: meglio non prendere la pistola, altrimenti l’avrebbe usata. Si parla di 357 Magnum, 44 Colt, e tale era la confidenza in materia che arrivano a chiamare un’arma “bocconcino”. Gli investigatori seguono le evoluzioni, tengono d’occhio i bersagli dichiarati dal gruppo e quando uno di questi, un avvocato, rischia seriamente, decidono di intervenire. Gli arrestati avrebbero fatto largo uso di armi, esercitandosi sui cani: “Come l’ho vista arrivare, ‘bum’, ha preso e subito si è ribaltata”. Ma avrebbero ipotizzato anche omicidi: “Ma vedi che trenta anni di galera sono... stai attento” Gli indagati parlano di una “tenaglia” da consegnare ad Angelo Consagra. La mattina del 15 aprile 2010 Consagra e Angelo Amato, fratello di Vincenzo, si incontrano in corso Umberto, a Licata. Il secondo ha in mano la scatola di un cellulare. I due si salutano ed entrano in un bar. All’uscita la scatola del telefonino è il magazine che guarda dentro la cronaca - s 95 Attualità | Agrigento in mano a Consagra: lo scambio è avvenuto. I carabinieri bloccano Consagra e nella scatola trovano una pistola semiautomatica Walter P22 con dieci cartucce e cane armato. Angelo Amato, invece, alla vista della scena sale in macchina e sgomma, scappando ad alta velocità. Risulterà irraggiungibile, particolare di cui si vanterà in una successiva intercettazione: “Non appena ho visto che quelli si sono diretti verso di me a correre, gli sono scappato che mi hanno chiamato, mi sono messo sopra la macchina sono scappato e sono andato via... e sono andato a fare 5 giorni di latitanza... che scadendo le 48 ore scadeva la flagranza e non mi potevano arrestare questi disgraziati”. L’affare più importante, però, sarebbe stata la compravendita di immobili alle aste giudiziarie. Con tanto di minacce: “Tu ‘a casa non t’accatti, perché n’accattamo natri” Tutte le aste sotto controllo L’ultimo bersaglio preso di mira dalla banda, l’avvocato Giuseppe Peritore, apre un vasto capitolo che esplica la vera potenza della banda. Perché le armi erano anche uno strumento per il raggiungimento di un altro fine: il monopolio sulle aste giudiziarie, la cui persecuzione portava ad “effetti collaterali” chiamati estorsione, minaccia, intimidazione, violenza. Gli inquirenti hanno ricostruito almeno 6 episodi, tutti egualmente violenti e dimostrativi della potenza della gang, che appaiono come la classica punta dell’iceberg. Domenico e Nicolò Cuttitta se la sono vista brutta. Nonostante gli fosse stato “consigliato” di non partecipare ad alcune aste, per far calare il prezzo, si erano aggiudicati alcuni immo- 96 s - il magazine che guarda dentro la cronaca bili. Per sanare la posizione, allora, sarebbe stato chiesto loro di cedere un appartamento ad Angelo Amato. Consagra avrebbe caldeggiato la cessione: “Sunnu a gente tinta, bisogna accuntintarli”. Poi Ottavio Amato avrebbe minacciato Nicolò Cuttitta e la sera dell’asta, l’8 aprile 2009, il deposito della famiglia Cuttitta è andato in fiamme. Poca roba: l’incendio di alcune cassette di legno. Ma un segnale. Pochi giorni dopo arriva l’assunzione di una persona, che sarebbe stata “raccomandata” da Angelo Consagra. Peritore, invece, il 30 settembre 2009 trova sull’uscio di casa la testa mozzata di un coniglio con due proiettili calibro 22 e un messaggio, “per l’avvocato Peritore”. La sua colpa? Aver fatto ricorso contro un’asta vinta da Angelo Consagra, assecondando gli interessi del suo gli arrestati 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 1) Alessio gueli 2) angelo amato 3) angelo antona 4) angelo consagra 5) gaetano castagna 6) antonio oliveri 7) angelo massaro 8) antonio cannizzaro 9) gerlando di carlo 10) ignazio claudio catania 11) giuseppe lombardo 12) michele vedda 13) vincenzo amato 14) ottavio giuseppe amato 15) orazio candiano cliente, la Banca Popolare Sant’An- gra, a quel punto, avrebbe accettato la pistola a casa nostra a fare minacgelo. “Nun mettiri ‘ndo mezzu stig- di aggiudicarsi l’immobile per poi ce... adesso ve la esco io la pistola”. ghi e cavigghi”, l’aveva avvertito rivenderlo ai due coniugi. In ogni caso, tornato a casa del nonConsagra. Il 28 dicembre 2009 La situazione degenera. Un’ulteriore no, Bonfissuto avrebbe ricevuto la tocca all’avvocato Antonio Ragu- mediazione viene tentata da Clau- visita dei tre Amato. “Il più grande sa vedere la propria auto andare a dio Bellia, che però viene “punito” a dei due fratelli, Angelo, teneva una fuoco. Anche lui rappresentava uno colpi di bastone in testa. Terranova mano alla cintola, quasi a nascondedei ricorrenti. subisce la rappresaglia di Consagra: re una pistola con la quale cercava Le intimidazioni sarebbero state “È meglio che nun partecipa nuddu di intimorirmi”, racconta Bonfissuun metodo diffuso. Giuseppe Rizzo all’asta, scordati la casa e la cosa non to aggiungendo di essere stato pree Anna Gibaldi, ad esempio, han- finisce ca (…) mi mannasti i cristia- so a calci e pugni dai fratelli Amato no subìto l’incendio della porta di ni”, avrebbe detto. Alla fine, grazie che avrebbero anche minacciato di casa, in piena notte, il giorno prima all’intermediazione di Cannizzaro, dar fuoco alla casa. Il referto medidi un’asta alla quale, seconco parla di “lesione cranica, do le indagini, avrebbe parcon ferita a stella in regione Chi si opponeva alla legge della banda tecipato Angelo Consagra. occipitale e piccola ferita lasarebbe stato picchiato selvaggiamente. cero-contusa in regione occiI due coniugi, nonostante avessero manifestato intepitale e contusione escoriata “Se chiamate i carabinieri vedete resse, ma per altri motivi, sinistro”. Giuseppe che a tutti in faccia vi sparo... vi ammazzo zigomo non si sono presentati. E Fichera aggiunge che uno dei a tutti... muori l’hai capito?” quando l’asta non interessafratelli Amato “estraeva una va a Consagra? In quel caso pistola che portava alla cinta sarebbe stata chiesta una tangente si riesce a trovare un accordo. Con- e gliela puntava per farlo stare ferdi 50 mila euro per non far parte- sagra si aggiudica l’asta tramite il ni- mo”. cipare altri alla gara. Un “no” alla pote Gerlando Di Carlo - tra l’altro A quel punto la ricostruzione prosegue tangente sarebbe stato punito: in intimidendo anche un poliziotto - che con le intercettazioni, in cui si parla di un caso, il giorno dell’incanto, sono però fa slittare la conclusione dell’af- prendere “quella piccola”, intendenstati presentati rialzi impossibili da fare in favore dei coniugi. Poi lo arre- do, secondo le indagini, una calibro stano e la palla passa a Di Carlo che 7,65. La situazione precipita. Vincenzo battere. I signori delle aste non si facevano tiene sotto scacco i coniugi, cui prima Amato, intercettato, avrebbe tentato di scrupoli. Calogero Terranova e Car- chiede un affitto esoso con valore re- convincere Angelo ad andare in ospemela Licata, ad esempio, volevano troattivo e poi fa pervenire l’ordine dale per farsi refertare a sua volta. E si riacquistare la casa in cui vivevano, di sfratto. sente una minaccia rivolta da Vincenzo finita all’asta. Consapevoli della siAmato a qualcuno: “Se chiamate i catuazione, si sarebbero rivolti a Con- Le violenze e le visite a Gela rabinieri vedete che a tutti in faccia vi sagra, che avrebbe chiesto 10 mila Giuseppe Fichera aveva un box in affit- sparo... vi ammazzo a tutti (…) muori euro per non partecipare. Il giorno to da Giuseppe Bonvissuto, cognato di l’hai capito?”. Ottavio Amato, intanto, dell’asta Consagra avrebbe detto Ottavio Amato. Gli Amato, però, rivo- avrebbe invitato i propri familiari a chiaramente “tu ‘a casa non t’accat- levano quel locale. Ed è bastato un pre- non allontanarsi da Licata per testimoti, perché n’accattamo natri”. Nella testo per passare all’azione. Secondo niare a loro favore e avrebbe tentato di vicenda intervengono due personag- Alessandro Bonfissuto, nipote di Fiche- nascondere le armi. gi noti alle forze dell’ordine che si ra, Ottavio, Angelo e Vincenzo Amato A quel punto Giuseppe e Giulio Bonfanno garanti di una tangente da 5 si sarebbero presentati dal nonno mi- vissuto si presentano in caserma. Nel mila euro da pagare a Consagra per nacciandolo, facendo intuire di essere trambusto Ottavio e Angelo Amato evitare rialzi. I coniugi, tramite il fi- armati, per farsi dare le chiavi del lo- vengono fermati dalla polizia, ma glio, si aggiudicano l’asta ma non cale. Allora Bonfissuto sarebbe andato nell’auto non ci sono armi. Alla fine, riescono a pagare tutto in tempo. dagli Amato per chiedere spiegazioni però, vengono rilasciati. È a questo e sarebbe stato cacciato via. Secondo punto che Angelo Consagra va da Così la casa va di nuovo all’asta. A questo punto, però, i due han- una telefonata intercettata, però, Bon- Nunzio Cavallo, il presunto “stidno paura di partecipare. Viene così fissuto si sarebbe presentato armato di daro”. Un contatto, ma non l’unico. chiamato in ballo per una media- una pistola giocattolo e avrebbe detto: Nel far west di Licata i rapporti con zione Antonio Cannizzaro. Consa- “Vi pare di giusto che siete venuti con Gela sono preziosi. il magazine che guarda dentro la cronaca - s 97 maFIa i soliti noti valtUr castelVetrano: l’ImPero dI carmelo PattI nel mIrIno della dda rePortage I cImelI dI caccIa della catturandI dI Palermo traPanI aPPaltI e aFFarI ecco Il raPPorto che scuote una cIttà il magazine che guarda dentro la cronaca - s 99 Mafia | Dossier I soliti noti Non solo Giulio Caporrimo: nelle retate di mafia spuntano sempre personaggi che in galera ci erano già stati, con la stessa accusa o con imputazioni legate all’attività di Cosa nostra. Ecco chi sono Benedetto Capizzi, arrestato nell’operazione Perseo con l’accusa di aver tentato di rifondare la Cupola, doveva scontare un ergastolo. Giuseppe Scaduto, suo alleato, era stato invece in cella per droga 1 di Riccardo Lo Verso G iulio Caporrimo non ha perso tempo. Si è fatto la galera in silenzio e appena ha rimesso piede in libertà gli sono toccati i gradi di reggente del mandamento di San Lorenzo. Neppure i carabinieri, però, sono rimasti a guardare. Gli stavano alle calcagna, certi com’erano che sarebbe tornato subito in gioco. C’avevano azzeccato. Alla fine dell’anno scorso Caporrimo è tornato in carcere. La sua storia conferma che da Cosa nostra si esce solo da morti. Oppure pentendosi. Caporrimo è la conferma che esiste una mafia dei soliti noti. Basta scorrere l’elenco delle principali operazioni di polizia degli ultimi anni per scoprire che i mafiosi mantengono spesso la caratteristica dell’irredimibilità. Un’analisi a campione delle carte processuali ci consegna uno spaccato inquietante. Cominciamo dal dicembre del 2008. Operazione Perseo. Finiscono in carcere un centinaio di persone, fra boss, uomini d’onore e semplici picciotti. Cosa nostra vuole aprire una 100 s - il magazine che guarda dentro la cronaca nuova stagione. E chi c’è alla testa del progetto? Benedetto Capizzi, capomandamento di Villagrazia. Un ergastolano agli arresti domiciliari. Il carcere a vita gli era stato inflitto, assieme al boss di Altofonte Mimmo Raccuglia, per l’omicidio di un auto- trasportatore del paese in provincia di Palermo che a Raccuglia ha dato i natali. A febbraio, dieci mesi prima che lo riarrestassero, era riuscito a farsi scarcerare spacciandosi per malato. Nell’operazione di pacificazio- ne dei clan mafiosi, Capizzi strizzava l’occhio alle famiglie della provincia. A fargli da sponda c’era Giuseppe Scaduto, anziano capomafia di Bagheria. Mai chiamato a rispondere per reato di mafia, Scaduto è stato condannato per traffico di droga ed era tornato libero il 26 giugno 2007, dopo un lungo periodo di detenzione. Un altro che in carcere c’è rimasto parecchio è Giovanni Lipari, punto di riferimento a Porta Nuova. Troppo anziano per stare in una cella, ma non per comandare. Anche lui è tornato in carcere nel blitz Perseo. Così come Giuseppe Calvaruso (condannato per mafia nel 2000), Luigi Caravello (condannato nel 2007), Paolo Bellino (condannato nel 2009 per danneggiamento ai danni di un imprenditore), Franco Bonomo (condannato nel 2004), Gioacchino Mineo (scarcerato nel 2000 dopo avere trascorso sei anni e otto mesi in carcere), Pietro Calvo (oggi considerato reggente della famiglia di Belmonte Mezzagno, era stato arrestato ai tempi in cui faceva l’autista di Michele Greco, ma la 2 3 4 5 6 7 8 9 10 1) Benedetto Capizzi 2) giuseppe scaduto 3) gregorio agrigento 4) gerlando alberti 5) alberto raccuglia 6) rodolfo allicate 7) antonino sacco 8) antonino vitamia 9) francesco paolo barone 10) paolo bellino nella pagina precedente, giulio caporrimo in un fotogramma tratto dall'inchiesta "araba fenice" sua scalata è proseguita), Gregorio Agrigento (condannato per mafia nel ‘97). L’elenco prosegue con Gerlando Alberti, u paccarè, recentemente scomparso a 84 anni, Francesco Paolo Barone, Giuseppe Greco, Giuseppe Lo Verde, Salvatore Milano, Ludovico e Rosario Sansone. Tutta gente già condannata e arrestata di nuovo. Tra le operazioni più significative del 2008 va inserita anche quella denominata Michelangelo. I carabinieri azzerarono il mandamento della Noce impegnato nella tradizionale riscossione del pizzo e nel traffico di droga. Tra gli arrestati c’era anche Enrico Di Grusa, scarcerato poco prima del blitz dopo dieci anni trascorsi in cella. Per cosa? Mafia e droga: gli stessi reati per cui scattò il nuovo ordine di arresto. Volto noto era pure quello di Giovanni Giordano, già condannato alla fine degli anni Novanta. Due mesi dopo gli investigatori si spostano nel mandamento di Resuttana. Nell’operazione Eos spicca il nome di Stefano Fidanzati, fratello del capomafia Gaetano, uno che in galera c’è rimasto a lungo. Nel 1990 Stefano Fidanzati era stato condannato a sedici anni al maxiprocesso. E poi c’è Carmelo Militano. Un caso davvero particolare il suo. Militano stava per finire di scontare una condanna a otto anni e si era già portato avanti con il lavoro. Nei colloqui in carcere programmava cosa fare una volta libero. Si è beccato una nuova condanna. Altra operazione, stessa situazione. I soliti noti si ripresentano anche nel corso del blitz Paesan Blues. Nel marzo 2010 emerge, ancora forte, il il magazine che guarda dentro la cronaca - s 101 Mafia | Dossier 1 2 Diversi anche gli imputati del maxiprocesso riarrestati negli ultimi anni. Da Stefano Fidanzati a Giovanni Lo Verde e Vincenzo Savoca. Ma dopo avere scontato la condanna erano tornati in attività legame fra le famiglie mafiose americane e quelle siciliane. In particolare con i boss di Santa Maria del Gesù. In carcere tornano, tra gli altri, i fratelli Gianpaolo e Gioacchino Corso che avevano già scontato rispettivamente quattro anni e mezzo e sei anni di carcere. Più lunga la detenzione di Pietro Pilo (17 anni) mentre spetta a Giovanni Lo Verde la palma d’oro per la maggiore anzianità di servizio: già nel 1987 era stato condannato al maxiprocesso. In manette pure Giuseppe Lo Bocchiaro, libero dopo una 3 lunga condanna per l’omicidio di Pietro Marchese avvenuto nel carcere dell’Ucciardone nel 1982. A proposito di mafia siculo-americana. Due anni prima di Paesan Blues, nel febbraio 2008, l’operazione Old Bridge aveva minato il vecchio ponte lungo il quale viaggiavano fiumi di cocaina. Tra i volti siciliani dell’operazione c’era quello di Giuseppe Brunettini, condannato nel 2006 a tre anni e mezzo per avere fornito, dieci anni prima, un covo all’allora latitante Gaspare Spatuzza. Già nel 2002 gli erano stati inflitti tre anni e quattro mesi. Altri personaggi con precedenti penali erano Nicola Di Salvo (il giorno in cui è stato arrestato era sorvegliato speciale, prima – nel decennio 1982-1992 – era stato latitante per faccende di droga) e Vincenzo Savoca (condannato nel maxiprocesso, è rimasto in carcere dal 1990 al 1996). 4 Nel luglio scorso è finito in carcere un altro pezzo grosso: Michele Armanno, indicato come capomafia del mandamento di Pagliarelli. Arrestato nel 1998 era tornato in libertà il 7 ottobre 2009. Tutti aspettavano la sua scarcerazione, mafiosi e investigatori, certi com’erano che avrebbe ripreso in mano il potere. Anche il genero, Filippo Annatelli, reggente di corso Calatafimi, merita una citazione. Arrestato nel blitz Gotha, assolto in primo grado e condannato in appello, nel frattempo si era dato alla latitanza, interrotta nel febbraio del 2009. E siamo alle operazioni più recenti. Dicembre 2011. A Porta Nuova comanda Calogero Lo Presti, per tutti è lo zio Pietro, da qui il nome Pedro dato dai carabinieri al blitz. Anche lui è una vecchia conoscenza. Condannato nel 2005 per droga, cinque mesi prima del nuovo arresto era 1) stefano fidanzati 2) giovanni lo verde 3) vincenzo savoca 4) francesco bonomo 5) giuseppe brunettini 6) giuseppe calvaruso 7) pietro calvo 8) luigi caravello 5 102 6 s - il magazine che guarda dentro la cronaca 7 1 2 diventato un semplice sorvegliato speciale in grado di muoversi liberamente e di dettare gli ordini al clan. In carcere finisce pure Rodolfo Allicate, soggetto vicino all’entourage del capomafia Gianni Nicchi, nonché elemento di spicco della famiglia mafiosa di Ballarò, alle dipendenze di Massimo Mulè. Era stato arrestato nel maggio 2009 nell’ambito dell’operazione Cerbero e scarcerato il 5 giugno successivo. Nel febbraio 2010 subisce la misura di prevenzione del sequestro dei beni e viene condannato a otto anni e undici mesi per mafia. Nonostante il verdetto rientra a pieno titolo nel clan avvicinandosi ai due nuovi capi: Tommaso Di Giovanni e Nicola Milano. Entrambi hanno conosciuto il carcere. Per la verità, Milano, dopo avere scontato tre anni, era stato assolto nel processo Gotha e scarcerato. Anche il fratello di Tommaso, Gregorio Di 3 Giovanni, detto Reuccio, arrestato nel luglio 2010, era già stato condannato a sette anni. A proposito di Gotha. Nel blitz spiccava la figura di dominus incontrastato di Nino Rotolo, capomafia di Pagliarelli. Il padrino era stato arrestato nel 1989 a Roma insieme al boss di Porta Nuova Pippo Calò. Dal 1999 si trovava ai domiciliari, anche lui per motivi di salute grazie alla compiacenza di alcuni medici. Nel 2006 la polizia frenò con il suo arresto la guerra che stava per scatenarsi contro i Lo Piccolo. Anche i boss di San Lorenzo vantano un solito noto in famiglia: Calogero Lo Piccolo prima di rifinire in carcere nel 2008 era già stato condannato per mafia. Un passo indietro: insieme a Caporrimo era finito in carcere Antonino Vitamia che aveva già scontato una condanna per avere favorito la latitanza del boss di San Lorenzo. 4 Un caso particolare è quello di Carmelo Militano: avrebbe riorganizzato il “lavoro” negli ultimi giorni di carcere. “Attesa” anche la scarcerazione di Michele Armanno: “picciotti” e forze dell’ordine sapevano che sarebbe tornato all’opera Una delle ultime risposte dello Stato si è concentrata invece sul mandamento di Brancaccio. E qui la schiera dei volti noti è davvero nutrita. A cominciare da Nunzia Graviano, sorella di Filippo e Giuseppe, arrestata nel 1999, condannata con sentenza definitiva nel 2003 e tornata in carcere nel novembre scorso. Ci sono poi Cesare Lupo (condannato nel 2002 per mafia ed estorsione, scarcerato, riarrestato nel 2005 e ora di nuovo in cella); Antonino Sacco 1) michele armanno 2)carmelo militano 3) cesare lupo 4) gianpaolo corso 5) tommaso di giovanni 6) nicola di salvo 7) filippo annatelli 8) filippo marcello tutino 8 5 6 7 8 il magazine che guarda dentro la cronaca - s 103 Mafia | Dossier 1 2 3 4 1 2 3 4 5 6 7 8 5 6 7 8 1) nino rotolo 2) calogero lo piccolo 3)gioacchino mineo 4) nicola milano 5) ignazio melodia 6) salvatore milano 7) pietro pilo 8) rosario sansone 9 10 11 12 1) salvatore davì 2) giuseppe lo bocchiaro 3) giovanni giordano 4) nunzia graviano 5) giuseppe greco 6) ignazio mannino 7) gregorio di giovanni 8) gioacchino corso 9) giovanni lipari 10) calogero lo presti 11) giuseppe lo verde 12) diego melodia Ma in carcere non si resta neanche per omicidio: oltre al caso di Capizzi, anche Salvatore Davì e Giuseppe Lo Bocchiaro erano tornati in attività dopo avere scontato la pena per avere ucciso qualcuno 104 s - il magazine che guarda dentro la cronaca (condannato due volte con sentenza definitiva tra il 2001 e il 2007. Detenuto fino a maggio 2006. Di nuovo in carcere da maggio 2009 ad ottobre 2010); Filippo Marcello Tutino (condannato per mafia nel 1999 e nel 2002, da un paio d’anni era in libertà vigilata); Alberto Raccuglia (con una condanna definitiva alle spalle, è stato sorvegliato speciale). Sempre a novembre scorso è stato arrestato Ignazio Mannino, uomo d’onore della famiglia di Torretta. È stato coinvolto nell’indagine Iron Tower che gli è costata una condanna emessa dall’autorità giudiziaria americana a 17 anni e sei mesi di reclusione per traffico di sostanze stupefacenti tra la Sicilia e gli Stati Uniti. Le cose non cambiano se ci si sposta un po’ più lontano dal capoluogo regionale. Alcuni esempi: l’operazione che nel 2008 ha colpito il mandamento di Alcamo il cui capo è Diego Melodia, arrestato per la prima volta nel 2001, nel 2005 sottoposto a misura di prevenzione e infine riarrestato nel 2008. Era già stato condannato per mafia un altro Melodia, Nicolò. Così come Lorenzo Greco che nel 2004 aveva finito di scontare una condanna a cinque anni e otto mesi. La mafia che domina fra Carini e Torretta ci consegna gli esempi di Angelo Antonino Pipitone, arrestato nel luglio 2009, che era stato scarcerato nel 2001 dopo avere espiato una condanna a tredici anni e quattro mesi. Salvatore Davì, invece, prima di farsi riarrestare, in carcere c’era rimasto 25 anni per l’omicidio dell’agente Gaetano Cappiello, assassinato nel 1975. È tornato in libertà nel 2003. Ed infine, Vincenzo Curulli che è stato condannato nel 2004 a 6 anni, 3 mesi. Di certo quello che ha fatto più “carriera” è stato Nino Rotolo: quando fu riarrestato, nel 2006, stava per scatenare una guerra contro i Lo Piccolo. E il figlio di “Totuccio il Barone”, Calogero, aveva già una condanna all’attivo Si tratta di un lungo elenco di esempi. Un elenco stilato per difetto da cui vengono esclusi coloro che hanno precedenti penali non legati alla mafia. Rapine, truffe, danneggiamenti, violenze: se dovessimo considerare anche questi reati la stragrande maggioranza degli arrestati degli ultimi anni meriterebbe una citazione, in grassetto, nell’elenco dei “soliti noti”. Ma per la guerra alla mafia servono armi più efficaci L’argomento, nelle conversazioni con i commercianti alle prese con una richiesta di pizzo, è tutto sommato ricorrente: “Poi quelli tornano. Vanno in galera, va bene, ma prima o poi sono liberi”. È un argomento che chi assiste con entusiasmo alla rivolta al pizzo che sta animando la Sicilia deve rifiutare, ribattendo – fra l’altro, va precisato, senza mentire – che lo Stato è vigile, è presente. Che i benefici riconosciuti dalla legge a chi denuncia sono evidenti, che sono rarissimi e poco violenti i casi di ritorsioni nei confronti di chi si è ribellato. Eppure, l’inchiesta di Riccardo Lo Verso che pubblichiamo in queste pagine mostra che quell’argomento, il ritorno di “quelli”, non è un’eventualità rara. Segno che la legislazione antimafia non riesce a essere pienamente efficace, segno che non si riesce a garantire la certezza di una pena severissima nei confronti di chi sceglie l’anti-Stato. Da Cosa nostra, rilevava Tommaso Buscetta, si esce da morti o da pentiti: la rieducazione del detenuto, fine altissimo della giustizia, è dunque in questo caso difficile da applicare. È giunto il tempo di calcare di più la mano. C’è una guerra, lì fuori. C’è bisogno delle armi migliori. C. R. il magazine che guarda dentro la cronaca - s 105 maFia | la StorIa trofei di caccia I trofei riempiono la stanza al secondo piano della squadra mobile di Palermo. Trofei di guerra in un luogo simbolo della lotta alla mafia. È la stanza del capo della Catturandi. La sezione è quella dei poliziotti che danno la caccia ai latitanti. A indicare la strada ci pensa un vecchio fucile da caccia. Lo hanno trovato durante un blitz in 106 s - il magazine che guarda dentro la cronaca uno dei tanti casolari sperduti nelle campagna palermitane. Nuccio Incognito, capo della Catturandi fino al 2007, ha voluto che venisse chiuso in una teca di vetro. Quel fucile è diventato la bussola per tutti coloro che vengono chiamati a dirigere la Catturandi. Chi arriva in quella stanza sa bene, infatti, di essere innanzitutto un cacciatore. Lo sapeva Incognito che ha arre- Il maglIone DI mImmo raccUglIa nella stanza del caPo della catturandI I cImelI della rIcerca deI latItantI: Il maglIone dI raccuglIa, Il casco dI nIcchI e moltI altrI. “s” Ve lI mostra In esclusIVa IV IVa di riccardo lo verso v Il caSco DI gIannI nIcchI Il FUcIle che ha Dato Il vIa alla collezIone stato Salvatore e Sandro Lo PiccoPicco lo. E lo sapeva pure Mario Bignone. Ha fatto in tempo a godersi la soddisfazione, sua e dei suoi uomini, di arrestare Mimmo Raccuglia Il PrImo cImelIo Fu un VecchIo FucIle da caccIa. IncognIto lo Volle tenere Per rIcordare aI suoI uomInI la loro natura dI caccIatorI. PoI bIgnone ha esteso la collezIone. ora tocca a mInIssale aggIungere l’oggetto PIù atteso: un rIcordo della cattura dI messIna denaro e Gianni Nicchi. A pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. Poi, un male incurabile ha avuto la meglio sullo sbirro con il maglione. Così lo ha soprannominato un giornalista. Lui lo sapeva. E la definizione lo faceva sorridere. Il cronista ci aveva azzeccato. Bignone se n’è andato. Restano i suoi trofei. Resta il maglione rosso con due righe bianche. Lo indos- sava Raccuglia al momento dell’irruzione dei poliziotti nell’appartamento di via Cabasino a Calatafimi. Il capomafia di Altofonte mangiava noccioline davanti alla tv. Alla parete è appeso anche il casco grigio che Nicchi indossava la sera prima dell’arresto. Gli agenti lo avevano seguito negli spostamenti da un pub ad una pizzeria e infine nella casa al secondo piano di via Filippo Juvara dove lo avrebbero ammanettato all’indomani. Il trofeo più recente accanto a quello più antico: il bastone di Benedetto Spera. Su quel pezzo di legno il boss di Belmonte Mezzagno scaricava gli acciacchi della malattia anche il giorno del blitz. Il 30 gennaio 2001 i poliziotti della Mobile lo scovarono, dopo nove anni di latitanza, in un casolare nelle campagne di Mezzojuso. Il capo della Catturandi allora era Renato Cortese, l’uomo che cinque anni dopo avrebbe messo le manette ai polsi di Bernardo Provenzano. l’artIcolo DI Un’eDIzIone StraorDInarIa DI S IncornIcIato Per rIcorDare marIo BIgnone C’è ancora posto nelle pareti della stanza al secondo piano degli uffici di piazza della Vittoria. Tocca all’attuale capo della Catturandi, Gianfranco Minissale, riempirlo con il prossimo cimelio. Di chi se non di Matteo Messina Denaro? Il padrino di Castelvetrano è l’ultimo dei grandi latitanti di Cosa nostra. Gli danno la caccia i poliziotti della sezione Criminalità organizzata della Mobile, i colleghi di Trapani e quelli del Servizio centrale operativo della polizia. Gli stessi che hanno partecipato all’arresto di Raccuglia e Nicchi. Serve un nuovo cimelio da aggiungere alla collezione. E c’è una dedica pronta per Mario Bignone. Il suo sguardo, appeso alla parete tra i trofei, sembra non chiedere altro. il magazine che guarda dentro la cronaca - s 107 mafia | L’inchiesta Una fortuna da 5 miliardi di euro riconducibile al patron della Valtur sotto osservazione degli investigatori. Il 20 aprile al via il processo che dirà se dietro il patrimonio del settantottenne di Castelvetrano c’è il superlatitante Messina Denaro di Riccardo Lo Verso 108 s - il magazine che guarda dentro la cronaca L’impero di Carmelo Patti nel mirino della Dia C osa c’è dietro l’impero di Carmelo Patti, patron della Valtur? La sola capacità di un uomo che da manovale è diventato titolare di una delle più grosse imprese turistiche d’Italia? Oppure, come sostiene la Dia di Palermo, Matteo Messina Denaro? Le risposte arriveranno dal processo che inizierà il 20 aprile davanti alla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Trapani. La Dia aveva sollecitato il sequestro del patrimonio di Patti, stimato in 5 miliardi. Il Tribunale ha respinto la richiesta, ritenendo necessario iniziare il processo. Gli investigatori hanno ricostruito l’assetto di decine di società. Scandagliato conti correnti e libri contabili attraverso 40 anni. Alla fine sono giunti alla conclusione che gli originari redditi della famiglia Patti non potevano bastare, da soli, a dare il via alla costruzione dell’impero miliardario. Patti potrebbe essere il referente e il prestanome di Messina Denaro, che a Castelvetrano è nato come il settantottenne imprenditore. Accuse pesanti e ancora tutte da dimostrare. Le perquisizioni Proviamo a ricostruire il filo investigativo. Il 12 marzo 2010 la Dda di Palermo perquisisce le case di 28 persone. I magistrati danno la caccia a Messina Denaro. Cercano spunti investigativi utili a casa di Lorenza Santangelo, mamma del latitante; nell’abitazione di Francesca Anna Maria Alagna, la donna che ha dato un figlio al boss, e del fratello di quest’ultima, Michele; in casa delle sorelle di Diabolik: Rosalia, Giovanna, Bice Maria; nell’abitazione di Maria Mesi, un tempo compagna La Dia aveva sollecitato l’immediato sequestro dei beni di Patti. Ma il Tribunale ha respinto la richiesta ritenendo necessario il processo in cui accusa e difesa si daranno battaglia del padrino; di Filippo Guttadauro, cognato di Messina Denaro, residente a Bagheria; di Maria Fasulo, moglie di Giuseppe Grigoli, il re dei supermercati considerato il braccio economico del latitante. Tra le case perquisite ci sono le residenze di una sfilza di mafiosi, e c’è pure quella di Patti, indagato perché sospettato di avere favorito la latitanza del boss. Il manovale che divenne ricco Di strada Patti ne ha fatta parecchia dai giorni della partenza, assieme alla Il murales dedicato a Matteo Messina Denaro. in apertura Carmelo Patti moglie Elisabetta Pocorobba, per un paesino della provincia di Pavia. Una stagione di grandi difficoltà. Patti aveva provato a mettere su una fabbrica di bobine da vendere alla Fiat. Gli era andata male. Al suo arrivo a Robbio si lancia nel settore dell’abbigliamento col padre. Anche stavolta l’avventura finisce male. E così Patti si ritrova a fare il venditore ambulante di tessuti. Il 25 giugno 1962 il Tribunale di Trapani lo dichiara fallito. Sarà riabilitato dal Tribunale di Marsala nel 1993. Nel 1967 la prima svolta: a Robbio, Patti costituisce la Cablelettra per la lavorazione di cavi in rame. Gli anni successivi, fino al 1969, sono segnati dall’acquisto di una serie di beni, soprattutto terreni. Undici milioni di lire di sperequazione tra redditi e investimenti che fanno drizzare il magazine che guarda dentro la cronaca - s 109 maFia | l’InchIeSta partecipato al gioco, contribuendo a fare disperdere le tracce del denaro. Come? “Negoziando alcuni assegni ricevuti e rendendo impossibile risalire al loro effettivo impiego”. Tra i negoziatori degli assegni spicca il nome di Michele Alagna, uomo di fiducia di Patti e suo referente a Castelvetrano dopo esserne stato il commercialista. Sarà lui a seguire la procedura di acquisizione del complesso Punta Fanfalo a Favignana. Michele è fratello di Franca Anna Maria Alagna, la donna che ha reso padre Messina Denaro e che vive con la madre del latitante. Una vicenda che il collaboratore Vicenzo Sinacori dice di le antenne degli investigatori. Le cose non cambiano nel decennio successivo. I redditi dichiarati fra il 1970 e il 1979 non giustificherebbero la trasformazione della Cablelettra in una società per azioni con un conferimento di 31 milioni di capitale, diviso fra Patti e la moglie. Il capitale nel 1977 sale a 70 milioni e a 200 nel 1980. Tra il 1990 e il 1999 si registra la scalata di Patti nel settore alberghiero che si concretizza nell’acquisizione della Valtur e nella partecipazione alle società Mediterraneo Villages, Costa Verde, Sotim, Santo Stefano e Kamarina Beach. Una colossale frode fiscale L’impero è consolidato. Patti è uno degli imprenditori più potenti del settore turistico. Potente sì, ma sempre legato a Castelvetrano. Per chi indaga non siamo di fronte all’emigrante che, “consolidata una posizione economica in altra zona d’Italia, torna al paese d’origine per trascorrervi un periodo di ferie”. La conferma arriverebbe dalla vicenda che coinvolge Patti e una serie di soggetti collegati ad ambienti “conti- 110 s - il magazine che guarda dentro la cronaca l’lIndagIne È Part P Ita a marzo del 2010, quando la dda dI Palermo ha bussato alla Porta dI 28 Persone. tra le case PerquIsIte cI sono le resIdenze dI una sFIlza dI maFIosI e c’È Pure quella dI carmelo PattI, Indagato Perché sosPettato dI aV a er FaVorIto la latItanza dI dIabolIk gui od organici alla famiglia mafiosa capeggiata da Messina Denaro”. Si tratta di una “colossale frode fiscale” organizzata nel territorio belicino che inizia alla Cable Sud, azienda di Castelvetrano, amministrata da Patti, che risulterà decisiva nella sua scalata economica. L’inchiesta parte da una verifica fiscale dei finanzieri che nel 1998 fanno le pulci ai conti dell’impresa che, attraverso la consorella Cablelettra, fornisce i cavi allo stabilimento Fiat di Termini e ad altre fabbriche del Lingotto. La Cablelettra ha ottenuto dalla casa torinese l’appalto per la predisposizione dei componen- ti elettrici da installare sulle macchine e affida il cablaggio alla Cable Sud. Quest’ultima si appoggia ad una serie di ditte sub fornitrici. Tutte di Castelvetrano. Alcune chiudono dopo avere emesso una serie di fatture in favore dell’impresa madre. Fatture per miliardi di lire che le sub fornitrici non erano tenute a trascrivere nei libri contabili. Una volta cessata l’attività avrebbero omesso di versare l’Iva. La Cable Sud avrebbe avuto l’interesse a ricevere le fatture e a sua volta ne avrebbe emesse nei confronti della consorella Cablelettra. Più costi figurano in bilancio e meno tasse si pagano. I finanzieri scoprono, per un solo biennio, un’evasione fiscale per 35 miliardi di lire. Le imprese pagano e l’Erario chiude la vertenza. Il processo per truffa allo Stato, così, si chiude con un’assoluzione. I negoziatori in odore di mafia Ma chi sono i personaggi coinvolti nel meccanismo fiscale? La Dia li definisce “contigui o in qualche modo vicini alla famiglia mafiosa capeggiata da Messina Denaro”. Tutti avrebbero conoscere bene. Messina Denaro gli avrebbe confidato “che si sarebbe incontrato con la sua fidanzata a nome Franca per fare un figlio essendo sua precisa intenzione instaurare un rapporto di stabile convivenza, lontano da Castelvetrano”. Durate i controlli dell’ottobre del 1998 i finanzieri sequestrano in casa di Patti alcune agende con nomi e numeri telefonici. Tra questi c’è quello di “Forte Paolo Ip”. È la pompa di benzina allo svincolo autostradale di Castelvetrano della A29 di proprietà della moglie di Paolo Forte, un personaggio arrestato nel ‘96 con l’accusa di avere favorito la latitanza di Messina Denaro. Un altro numero di telefono risulta intestato alla Calcestruzzi Belice di Rosario Cascio, a cui hanno sequestrato i beni per mafia. Altro soggetto chiave del sistema della Cable Sud, secondo gli investigatori, è Filippo Sammartano, anche lui di Castelvetrano, arrestato nel 2010 nell’ambito dell’inchiesta Golem 2, una delle tante che hanno cercato di fare terra bruciata attorno al latitante. Tra i negoziatori degli assegni ci sono pure Giovanni Stallone, Giovanni Risalvato, Aldo Luppino e Lorenzo Cimarosa. Tutta gente coinvolta in inchieste antimafia. l’affare di Favignana Nel 1998, la famiglia Patti porta a ter termine l’affare Punta Fanfalo. Il 13 ottobre di quell’anno la Desi Immobiliare di Castelvetrano, costituita 2 anni prima, si aggiudica l’asta fallimentare del Tribunale e acquista il complesso turistico-alberghiero per 10 miliardi, battendo l’offerta della Marcegaglia Turismo. Il 6 aprile 1999 la Desi Immobiliare trasferisce la proprietà, per 9 miliardi e 220 milioni di lire più Iva, alla romana Mediterraneo Villages il cui presidente del cda è Patti. La Dia segnala, però, “alcune criticità nell’intero affare”. A cominciare dal fatto che la società Desi Immobiliare aveva “ridotte capacità economiche e anche tecniche” (l’amministratrice era Desi Ingrasciotta, allora appena ventunenne) ed era riconducibile a Lorenzo Ingrasciotta ritenuto contiguo alla famiglia di Castelvetrano. I soldi utilizzati dalla Mediterraneo Villages per portare a termine l’affare sarebbero saltati fuori da una serie di operazioni finanziarie che coinvolgerebbero alcune imprese già emerse nella frode contestata alla Cable Sud. I 9 miliardi e 220 milioni risulterebbero per altro già pagati prima ancora che venisse stilato l’atto di vendita, nonostante dall’esame dei conti non risultino tracce del pagamento. dIchIarato Fall F Ito nel 1962 dal trIbunale dI traPan P I, Pan PattI rIcomIncIa la sua VIta a robbIo doVe costItuIsce la cablelettra Per er la la laVorazIone dI caVI ca In rame. InIzIa da quI la sua scalata: In PochI annI Il caPItale della socIetà arrIVa IV IVa a 200 mIlIonI e nel 1990 acquIsIsce la Valtur Anche l’asta non convince gli investigatori. La Punta Fanfalo srl, poi dichiarata fallita, era partecipata, per il 50%, dalla Società Azionaria Costruzioni ed Appalti con sede legale a Palermo presso lo studio del ragioniere Pino Mandalari, commercialista di Totò Riina. C’è di più: l’asta era andata deserta 5 volte fra il 1989 e il 1998. Alla seconda chiamata era per pervenuta un’offerta della San Francesco srl: 5 miliardi e 100 milioni. Il giudice delegato, però, la rigettò considerandola inferiore ad un quarto del valore complessivo del bene in vendita. La conclusione a cui sono giunti gli investigatori è che nell’asta del 13 ottobre 1998 i soldi per l’acquisto sarebbero stati messi a disposizione dalla Cablelettra che, attraverso la Cabla Sud, li avrebbe messi nelle mani di Michele Alagna. E da lui alla Desi Immobiliare che si aggiudica l’asta battendo l’agguerrita concorrenza della Marcegaglia Turismo. L’uomo della Marcegaglia presente all’asta, che si vide superare un’offerta di 8,6 miliardi, giura di aver visto qualcuno suggerire alla giovane Ingrasciotta cosa fare. Patti e i pentiti Ad ingrossare il fascicolo Patti hanno contribuito anche i pentiti. Davanti alla procura di Napoli, nel luglio del il magazine che guarda dentro la cronaca - s 111 mafia | L’inchiesta Nel 1998 la Cable Sud, consorella della Cablelettra, amministrata da Patti, è al centro di un’inchiesta per frode fiscale alla quale partecipano con il ruolo di negoziatori personaggi che secondo i pm sono “contigui o in qualche modo vicini alla famiglia capeggiata da Messina Denaro” ‘99, rende dichiarazioni Angelo Siino, il ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra. L’inchiesta è quella che coinvolge Nicola e Salvatore Spinello, accusati di fare parte di un’associazione segreta. Siino riferisce che Salvatore Spinello “mi parlava sempre di Carmelo Patti di Palermo, titolare di una ditta di cablaggi che, a dire di Spinello, forniva ricambi alla Fiat indicandomelo come un personaggio in ascesa economica. Mi fu riferito da Spinello che Patti era un massone. Più volte ho visto Spinello insieme a Carmelo Patti, che, peraltro, io già conoscevo come persona legata alla mafia di Castelvetrano. Questo Patti, in un breve arco di tempo, partendo praticamente dal nulla, ha acquisito una rilevante posizione economica diventando presidente della Valtur e della Gesap, società operante all’aeroporto di Palermo”. Tre anni e il nome di Patti fa capolino a Palermo nelle dichiarazioni di Nino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano. Il 12 novembre 2002 attribuisce il ruolo di collegamento fra le cosche trapanesi e quelle palermitane a Francesco Messina, soprannominato mastro Ciccio. Il 30 maggio 1997 Messina era stato trovato cadavere: suicidio in stato di latitanza, dicevano le informative di allora. Era legato al boss mazarese Mariano Agate ed era inserito nella loggia massonica Stella d’oriente. “È possibile che Provenzano abbia avuto qualche contatto sporadico imprenditoriale ad alto livello con personaggi di Trapani? Per esempio le faccio il nome, Carmelo Patti?”, gli chiede il pm e Giuffrè risponde: “Cioè è un nome, perché noi quando parliamo, cioè, se ricordo bene la Valtur… cioè è un nome che a livello nazionale ha la sua importanza. Non mi ricordo se si parlava di discorsi di villeggiatura... mastro Ciccio diceva ‘chistu l’avemu nte manu’. Mastro Ciccio aveva nelle mani a Patti. Io se ricordo bene, ci sono discorsi che ho fatto con mastro Ciccio, può anche darsi che c’era nell’occasione Provenzano presente, non lo abbia ad escludere signor procuratore”. “È possibile che sia stato Provenzano a parlarle della Valtur piuttosto che Mastro Ciccio?”. Giuffrè: “Sì, vede signor procuratore, non è che Provenzano come le ho detto in altre circostanze, era tanto felice di parlare dei discorsi di interesse economici suoi. Io su questo discorso ne ho sentito dire appositamente che l’avevano nelle mani loro, però… può anche darsi che diciamo che sia stato un discorso… che parlando di discorsi”. Pm: “Vediamo se riesco a sollecitare la sua memoria. Lei ha mai sentito parlare a Provenzano o a Riina o a qualcuno di loro, gli interessi che loro avevano per esempio per acquistare villaggi turistici o nella zona di Mazara o a San Vito Lo Capo?”. Giuffrè: “Aspetti, mi viene in mente un discorso, nella Società, barche e i villaggi Tutti i beni a rischio sequestro Beni immobili, società, conti correnti: i beni che potrebbero essere sequestrati appartengono a Carmelo Patti, alla moglie Elisabetta Pocorobba e ai figli Giovanni e Paola. Un elenco sterminato. Eccolo. Partecipazioni societarie Axel holding, Finanziaria Cable, Valtur, Cablelettra. La Cablelettra, a sua volta, detiene partecipazioni in Selca, Cable international del Lussemburgo, Cablelettra do Brasil, Cablelettra Tunisia, Cablelettra Iberia, Cablaterm di Patti Carmelo & c. E ancora: Cablacar, Elettro moduli di Buffolino Maria Lucia & C, ditta individuale Patti Carmelo. Il 50% del capitale della Co.Invest. Il 59% della Finanziaria Cable srl e della Finanziaria turistica srl a cui risultano intestati i seguenti beni: agenzie a Firenze, Milano, Marocco, Costa d’Avorio e Tunisia; albergo a Gressan (Aosta), albero a Ostuni (Brindisi), albergo a Simeri Crichi (Catanzaro), albergo a Vieste (Foggia), villaggio turistico a Isola Capo Rizzuto (Reggio Calabria), villaggio turistico a Pollina, agenzia a Roma, villaggio a 112 s - il magazine che guarda dentro la cronaca zona di Finale di Pollina c’è qualche villaggio della Valtur? Non è che sia facile diciamo… aspettate due minuti per riordinare le idee. C’è una persona molto vicina a Provenzano che a Finale di Pollina al Villaggio Valtur… ecco, ora ci arrivo… Pinella, Pinello, questo Pinello che noi abbiamo parlato ci ha diverse… in diverse circostanze se ne andava a passare l’estate con la propria famiglia… e appositamente parlando di questo discorso suo, Valtur, è venuto che avevano degli ascendenti diciamo su questa società, e trovandomi a sua volta assieme al Provenzano quando era… ‘ma tu ti diverti, te ne vai alla Valtur…’ e lui in quel discorso disse, ‘ma se tu hai interesse?’. ‘No, per carità, io non ho interesse di ste cose di gruppo, che stanno tutti assieme’. (Lui disse) ‘sti discorsi li abbiamo nelle mani e ci possiamo benissimo arrivare’”. Pm: “Quindi, questo è uno di Cosa Nostra questo Pino Pinello?”. Giuffrè: “E sì”. Pm: “Quindi in sostanza se ho capito bene, il Pino Pinello usufruiva della Valtur di Finale di Pollina?”. Giuffrè: “E non solo, veda, aggiungo un altro discorso. Stu discorso è uscito casualmente Il 13 ottobre 1998 la Desi Immobiliare di Castelvetrano si aggiudica all’asta per 10 miliardi Punta Fanfalo a Favignana. Nel 1999 vende il villaggio per 9,22 miliardi alla Mediterraneo Villages presieduta da Patti. Per gli investigatori la Desi era riconducibile a Lorenzo Ingrasciotta, ritenuto contiguo alla famiglia mafiosa fuori, perché in quella circostanza… siamo negli anni… è un’avventura… Nel ’98, ’99, c’è Totuccio Rinella che si trova pure in questo villaggio a passarsi da latitante l’estate... E si incontra con… cioè, sono vicini di casa... Totuccio lo sa che io con Pino Pinello sono molto intimo, nel momento in cui prima vede la bambina e poi vede la moglie giustamente ha paura, si para diciamo noi, poi vede a lui, mi riconosce entrano in contatto e tutti e due mi fanno sapere che sono in contatto e che sono in villeggiatura. Da questo discorso e dai discorsi successivi, viene fuori il discorso di Pino Pinello che ha la casa, cioè, un appartamento, non so di che cosa si tratta”. Pm: “E ne parlate con Provenzano all’epoca?”. Giuffrè: “Ne abbiamo successiva- La Maddalena (Sassari), villaggio in località Golfo Aranci (Sassari), albergo ad Alghero (Sassari), albergo a Mezzana (Trento), albergo al Sestriere (Torino), albergo Punta Fanfalo a Favignana, villaggio a Nicotera (Catanzaro). Le stesse società hanno partecipazioni nelle estere Kevinco (Uruguay), Valtur Hellas (Atene), Valtur Maldives (Isola Gasfinolhu); Valtur Tatil (Istanbul), Blue Horizon, (Belle Mare Flacq); Valtur Developpement (Agadir), Valtur Egypt (Sharm el Sheik), Valtur do Brazil (Rio de Janeiro), Valtur Mexico (Cancun). A rischio sequestro il 59% della Mediterraneo Villages spa, già Castelfranco uno srl. Il 50% della Costa Verde srl con sede a Vigevano. Ed ancora: Med Legno srl di Campobello di Mazara, Olio & Oliva srl di Castelvetrano. Il 50% del capitale sociale Holding Turistica Italiana srl di Vigevano. Il 60% del capitale della Immobiliare Milano 5 srl. Il 50% del capitale della Fin.pa. srl di Milano. Scv con sede a Menzel Jemil, (Tunisia). Il 50% della Ponti e strutture Sardegna srl. Il 50% della Consultur srl di Vigevano. Il 50% della Svilam srl, società per lo sviluppo turistico di Lampedusa con sede a Roma. Il 29% della Sicav srl, società internazionale costruzioni alberghi e villaggi con sede a Roma. Il 29% della So- mente parlato assieme, dice ‘se tu poi ci vuoi andare se è… stu discorso della Valtur l’abbiamo noi nelle mani’, (gli dissi) ‘Io vi ringrazio, stu discorso di affollamento, manco a parlarne, io voglio stare per i fatti miei’”. Pm: “Ma questo, scusi, glielo dice Provenzano allora, no?”. Giuffrè: “Sì”. La replica. Che non c’è Abbiamo ripetutamente tentato, senza successo, di avere una replica da Patti. Agli atti del Tribunale risulta la nomina di un difensore d’ufficio, l’avvocato Giuseppina Montericcio di Trapani alla quale abbiamo chiesto la versione dei fatti dal punto di vista del suo assistito. Il legale, però, si è limitata a dichiarare che non conosce gli atti del processo. cietà Immobiliare M.M. srl di Firenze. Il 50% della Villaggio degli atleti srl di Roma. Il 50% della Villaggio di Marilleva srl. Quote sociali della Fimec Srl di Vigevano. Ditta individuale Patti Paola di Castelvetrano. Quota del capitale L’albergo Punta Fanfalo di Favignana. della S.m.a. srl, sistemi modulari per a fianco la spiaggia del villaggio Valtur di Pollina autoveicoli di Castelvetrano. Il 35% del capitale detenuto nella Castelgandolfo spa. Il 50% della A.p. Consulting srl di Milano. Immobiliare 23 srl di Milano. Quote della Holding turistica italiana srl con sede a Vigevano. Il 29% della Società consortile edil Magliana 89 di Roma. Beni immobili Decine di terreni, magazzini, case e fabbricati a Robbio, Castelvetrano, Campobello di Mazara, Triscina e Tre Fontane. Macchine, fuoristrada e un’imbarcazione denominata Valtur Bahia, ormeggiata nella banchina del porto di Mazara del Vallo. il magazine che guarda dentro la cronaca - s 113 maFia | traPanI nomi, omi, appalti e affari Il rapporto che scuote una città ecco Il nuoVo Faldone conFluIto nell’IndagIne su tonIno d’alì: cosa nostra aVrebbe InFluenzato 16 oPere PubblIche Fra Il 1999 e Il 2003. e Il senatore, Per l’accusa, a rebbe FFatto da snodo aV di rino giacalone 114 s - il magazine che guarda dentro la cronaca B irrittella Antonino, imprenditore, mafioso, reo confesso. Cacciatori Paolo, imprenditore. Cascia Salvatore, ingegnere capo della Provincia, beccato ad un controllo di polizia con appresso le buste di una gara di appalto che dovevano trovarsi chiuse in cassaforte. Candela Salvatore, imprenditore. Castelli Francesco, imprenditore. Castelli Giovanni, imprenditore. Consigli Giovanni, imprenditore. E poi tanti altri nomi: Tommaso Coppola, condannato per mafia e appalti pilotati, Domenico Cutrale, Domenico e Pietro Funaro, Vito Giacalone, Giovanbattista Grillo, Francesco Grimaldi, Calogero e Raffaele Guercia, Michele Martines, Michele Mazzara, Graziano Menozzi, Francesco e Vincenzo Morici, Francesco Nicosia, Sebastiano Orlando, Francesco Pace, Francesco Paolo Palermo, Lamberto Perugini, Francesco Placenza, Ignazio Sanges, Antonino Scimemi, Vincenzo Scuderi, Antonino Spezia. Sono i nomi confluiti nella complessa inchiesta della squadra mobile di Trapani che riguarda quattro anni di appalti in provincia di Trapani: quelli per la provinciale Trapani Bonagia Valderice (2000), per la provinciale Vita Domingo Celso (2000), per la provinciale Passofondo (2000), per la provinciale Lentina San Vito (2000), per la provinciale Salinella La Pietra (2000), per i lavori presso l’istituto Geometri di Trapani (1999), per la provinciale Ballotta Fulgatore (2001), per la provinciale Ericina Difani (2001), per la costruzione della galleria Scindo Passo Favignana (2000), per la provinciale Collura Cuddia Zafferana Perino (2000), per la strada Torre di Mezzo Marausa Birgi Malopasso (2001), per la strada ex comunità montana Serrementa (2001), per la strada di accesso al Kartodromo Kinisia (2002), per l’elettrificazione di contrada Abita di Gibellina (2003), per la Funivia Trapani-Erice (2003) e per la ristrutturazione di piazza san Francesco di Paola a Salemi (2001). Sullo sfondo, secondo l’accusa, la regia mafiosa. Nomi e appalti provengono dal rapporto di indagine condotto dalla squadra mobile di Trapani che è andato sotto il nome di Mafia e Appal- fronti dell’ex sottosegretario all’Interno, oggi presidente della commissione Ambiente del Senato, senatore Tonino D’Alì. Lui, stando al rapporto, avrebbe in comune la “frequentazione” con alcuni degli imprenditori denunciati. Lui, il senatore, secondo l’accusa, avrebbe dato un preciso apporto politico alla rete di imprenditori, un sostegno, una coperta di insospettabilità. Dentro quel voluminoso faldone è raccontata la storia più recente delle relazioni criminali intercorse nel Trapanese tra mafia, imprese e politica. Storia di oggi perché i nomi che si scorrono tra i denunciati e quelli comunque coinvolti sono i nomi di trapanesi che col potere continuano ad andare a braccetto. È la storia di un potere che secondo l’accusa non ha mai cambiato regista, Matteo Messina Denaro. Il boss di Castelvetrano, 50 anni ad aprile, latitante da 19 anni, è il soggetto che ha fatto cambiare pelle a Cosa nostra, con le mani sporche del sangue di tanti morti ammazzati, e ha cominciato, con le stesse mani, a gestire appalti, imprese, società, holding commerciali, a contare denaro, tanto denaro. Oggi la sua mafia è quella che sa sparare quando c’è bisogno di sparare, e sa votare bene quando c’è bisogno di votare per il suo bene. È la storia della mafia trapanese sotto il regno degli ultimi due capi mandamento. Prima Vincenzo Virga, arrestato dopo sette anni di latitanza nel 2001, capo di Cosa nostra a Trapani dai primi anni ’80, oggi in carcere a scontare ergastoli per decine di delitti, sotto processo per l’omicidio di Mauro Rostagno, reso povero dallo Stato che gli ha confiscato ogni possedimento e che adesso gli deve anche pagare gli avvocati difensori. Poi Francesco Pace, arrestato praticamente in diretta dalla squadra mobile nell’esercizio secondo I magIstratI, al Posto del PIzzo, la maFIaa aaVrebbe chIesto aglI ImPrendItorI una sorta dI “quota dI IscrIzIone annuale” Per accedere aI “serVIzI” ti terza fase. Sono seicento pagine di rapporto giudiziario che la Procura distrettuale antimafia di Palermo ha presentato al gup Giovanni Francolini, il giudice che deve decidere se accogliere o meno la richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa che la Dda palermitana ha presentato nei conIl suPerboss dI castelV astel etrano astelV matteo messIna denaro. In aPertura Il PresIdente della commIssIone ambIente del senato, tonIno d’alì il magazine che guarda dentro la cronaca - s 115 mafia | Trapani delle funzioni di capo del “tavolino” che si occupava di grandi appalti e grandi eventi. È la storia che arriva a toccare le stanze della politica. Non per altro il voluminoso rapporto è finito nei documenti dell’inchiesta su D’Alì. A lui sono da ricondurre, secondo i magistrati, i collegamenti con alcuni degli imprenditori che avrebbero fatto affari grazie alla politica e alla mafia. A lui, ancora secondo i pm, sono da ricondurre alcuni degli imprenditori denuncia- L’impresa che si aggiudicava l’appalto doveva pagare tra il 2 e il 3 per cento del valore del lavoro, ma c’era uno sconto per chi accettava forniture “raccomandate”. E poi c’erano le tangenti per i funzionari ti. Da ricondurre già solo per il fatto che la frequentazione è nata nei salotti buoni della società trapanese, quella che una volta diceva che la mafia non esisteva. L’inventore del sistema di connessione tra mafia, politica e impresa sarebbe stato proprio Vincenzo Virga, che aveva a sua disposizione una corte nutrita di imprenditori. Sotto di lui nacque il comitato di affari. La mafia trapanese ha avuto sempre una peculiarità, quella di anticipare addirittura le novità della politica e delle pubbliche amministrazioni: e così la Cosa nostra delineata dall’inchiesta è una mafia che organizzava conferenze di servizio permanenti per rilasciare “nulla osta” dell’antiStato, seduta allo stesso tavolo con politici e imprenditori spregiudicati. A Trapani Cosa nostra avrebbe anche gestito una sorta di sportello unico delle imprese: un’entità cui 116 s - il magazine che guarda dentro la cronaca Il pm Andrea Tarondo pagare una tassa di iscrizione per poter usufruire di una serie di servizi. Un’evoluzione radicale rispetto al sistema del pizzo messa a fuoco dal pm Andrea Tarondo, uno dei magistrati più impegnati nella lotta al malaffare, alle cosche mafiose e alla corruzione, secondo il quale più che di pizzo, nel Trapanese, si tratterebbe di una vera quota associativa a Cosa nostra. Un sistema alla rovescia. Se oggi Confindustria scopre la necessità di espellere le imprese che fanno parte del sistema illegale, dall’inchiesta emerge una pratica opposta da parte della mafia: una sorta di “car- tellino rosso” a uso di Cosa nostra, che espelleva dal sistema illegale le imprese che volevano rispettare le regole. Tanto più che adesso, ancora stando alla ricostruzione dei pm, i boss trapanesi hanno studiato il metodo per truccare gli appalti senza dare nell’occhio. Il “regno” di Vincenzo Virga è stato infuocato nel vero senso della parola. Non si contano quanti sono stati gli attentati incendiari per costringere le imprese a sottostare alle regole, a rinnovare il pagamento della quota associativa, ad ubbidire al “re dei coccodrilli” (così veniva chiamato “u zu Vicenzo Virga”). Coccodrilli tutti, lui ed i figli, Pietro e Franco, non avrebbero lasciato nulla agli altri se non le briciole. Con l’arrivo di Francesco Pace le cose cambiano. È Matteo Messina Denaro che lo vuole quale successore di Virga, è Matteo Messina Denaro che gli trasmette l’ultimo insegnamento, la sommersione di Cosa nostra. Pace è tanto sicuro di sé che non ha remore un giorno a presentarsi ad un altro imprenditore dicendogli che lui è “il capo mandamento”. Poi, durante il processo che alla fine lo vedrà condannato, disperatamente tentò di trasformare quelle parole in “capo condominio”, ma i magistrati non gli diedero retta: un capo condominio non si occupa di appalti da aggiudicare, pizzo da estorcere, forniture da imporre. La magistratura ha ricostruito il circuito degli affari. E nella terza fase del rapporto mafia e appalti è finita una delle parti più consistenti di questi affari: appalti che sarebbero stati pilotati per decine di miliardi delle vecchie lire. Don Ciccio Pace manteneva il controllo della cupola di imprenditori della quale facevano parte Nino Spezia, oggi in carcere, Nino Birrittella, l’unico che ha deciso di sganciarsi dal malaffare mafioso, e Tommaso Coppola, un imprenditore di Valderice intercettato mentre chiedeva al nipote di mandare saluti a politici e impren- ditori (salvo poi dire ai giudici che si trattava di uno scherzo) e di ricordare ad alcuni di questi ultimi, come Francesco Morici, che era in galera anche per lui. Don Ciccio Pace in tasca teneva una sorta di tariffario, da buon imprenditore. Diceva quali erano le cifre da corrispondere all’organizzazione mafiosa: l’impresa che si aggiudicava l’appalto doveva pagare tra il 2 e il 3 per cento del valore del lavoro e don Ciccio applicava lo sconto solo se l’impresa che si aggiudicava i lavori per le forniture preferiva rivolgersi ad altre imprese “raccomandate”. Non era però l’unico costo: l’impresa, secondo l’accusa, poi doveva pagare le tangenti ai funzionari pubblici che assicuravano i loro servizi. Uno tra quelli più attivi a mettersi a disposizione secondo il rapporto investigativo fu Salvatore Cascia di Salemi. Di lui uno degli indagati, che ha deciso di collaborare, il funzionario Vito Giacalone, ha detto: “Cascia mi diceva che era nel cuore della presidente (Giulia Adamo era all’epoca presidente della Provincia, ndr) ed era ben voluto dal segretario generale Provenzano... mi fece capire che era in quel posto perché doveva garantire certi equilibri e mi riferì che era molto amico dell’onorevole Pino Giammarinaro (assolto da un’accusa di mafia, ma di recente oggetto di una nuova richiesta di sorveglianza speciale, ndr) dicendomi che lui non aveva rinnegato tale amicizia come invece tanti altri avevano fatto... a frequentare l’ufficio di Cascia alla Provincia erano in particolare gli imprenditori Nino Scimemi di Salemi, soggetto autorevole attorno al quale si muovevano altri imprenditori, ricevuti da Cascia erano in particolare anche gli imprenditori Castelli, Fileccia, e Saladino Melchiorre (quest’ultimo arrestato poi per le indagini su mafia ed eolico, ndr)”. Una rete fitta per evitare che le gare “andassero sole”: così l’imprenditore Nino Scimemi definiva quelle gare L’imprenditore-pentito Nino Birrittella che si aggiudicavano senza interventi illeciti. E chiamava “regali” le tangenti che sarebbero state pagate a Cascia. Scimemi non è personaggio di basso rango. Di lui, fra gli altri, ha parlato il pentito Salvatore Lanzalaco, che fu arrestato nel 1993 assieme al suocero di Scimemi, Ciro Caradonna. Lanzalaco ha messo in relazione Scimemi ai famigerati esattori salemitani, i cugini Nino e Ignazio Salvo, e ancora lo ha indicato in rapporti con Pino Giammarinaro: “Fu Scimemi che me lo presentò”, ha raccontato il pentito. La vicenda che fece venire a galla il ruolo di Cascia e ciò che si muoveva attorno a lui risale al 2 novembre del 2000 quando fu fermato mentre im- Uno degli indagati, il funzionario Vito Giacalone, ha deciso di collaborare. E ha accusato l’ingegnere capo della Provincia, Salvatore Cascia: “A frequentare il suo ufficio erano Nino Scimemi di Salemi e gli imprenditori Castelli, Fileccia, e Saladino Melchiorre” boccava l’autostrada per Palermo. La polizia nella sua borsa trovò cinque buste ancora sigillate della gara di appalto relativa alla provinciale per San Vito Lo Capo. L’attività di Cascia da tempo era intercettata, e quel posto di blocco non era casuale. Cascia non lo sapeva e così, quando tornò libero dopo il verbale, si premurò, ripreso dalle telecamere installate dalla polizia, di tornare in ufficio per fare sparire le prove della manipolazione degli appalti. Al presidente della Provincia Adamo e al segretario generale Provenzano relazionò dicendo che “a sua insaputa quelle buste sigillate si trovavano nella sua borsa”. A sua insaputa. In Italia le inchieste vanno così. Ma il senatore si difende: “I Messina Denaro? Ne ho subìto la presenza” La prossima udienza per la richiesta di rinvio a giudizio del senatore D’Alì è fissata per l’11 maggio. Il gip Francolini dovrà decidere sulla ammissione delle parti civili - Libera, associazioni antiracket di Marsala, Mazara e Alcamo, centro Pio La Torre di Alcamo - e poi sciogliere le riserve sugli atti profitti da accusa e difesa. La difesa del senatore D’Alì è orientata verso la richiesta del rito abbreviato. Rispetto alle accuse il parlamentare si è sempre difeso sostenendo la loro infondatezza in particolare a proposito di rapporti con imprenditori risultati vicini a Cosa nostra. A proposito dei rapporti con la famiglia Messina Denaro di Castelvetrano nel ricostruire la parte storica di questi contatti ha ricordato che si tratta di un legame ereditato e che la presenza come campieri è stata quasi subita. Impossibile quindi secondo il senatore D’Alì parlare di complicità o contiguità il magazine che guarda dentro la cronaca - s 117 maFia | l’IntervISta “l’ombra ll’ombra di messina Denaro dietro gli attentati nel trapanese rapanese” Parla Il neoProcuratore dI tra raPan P I marcello VIola: Pan “dIre che Il latItante stIaa dIetro d a tutto rIschIa dI aPP PP Ire qualunquIsta, PPar dI certo sta dIetro a tantIssIme cose. lee IndagInI Patr P ImonIalI lo hanno dIsorIentato d e Forse glI ultImI ePIsodI dI VIolenza olenza Potrebbero essere una conseguenza” di riccardo lo verso v h a fatto in tempo a spedire in galera i mafiosi, vecchi e nuovi, della cosca palermitana di San Lorenzo. C’era anche la firma di Marcello Viola nel provvedimento dello scorso dicembre. Poi, si è insediato a capo della procura di Trapani. Dal capocapo luogo siciliano Viola porta con sé anni di esperienza e lotta concreta a Cosa nostra. Ed anche una capacità di analisi degli intrecci criminali che sa molto di investigation americana. Non è un caso che nella sua carriera si contino decine di successi contro le organizzazioni che gestiscono i traffici internazionali di droga. 118 s - il magazine che guarda dentro la cronaca Cominciamo dal suo recente passato. Fino allo scorso dicembre lei è stato pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Che Procura ha lasciato? “Ho avuto il piacere di confrontarmi con tanti colleghi bravi. Ho conosciuto più procuratori. Quando ero giudice per le indagini preliminari c’era ancora Giancarlo Caselli. Poi, Piero Grasso. Infine, ho fatto il pubblico ministero con Francesco Messineo. Con un pizzico di orgoglio posso dire di avere partecipato a momenti particolarmente significativi dell’azione di contrasto alla mafia”. Voglio sottolineare la bellissima esperienza professionale e di vita che ho avuto il privilegio di vivere, in un ufficio che dà un grande senso di appartenenza e che alla fine ti porti dentro con orgoglio. A Palermo, negli ultimi anni, non sono mancate le tensioni in Procura. “C’è chi parla di veleni, io le definisco dinamiche forti e accese, mai sfociate in scontro velenoso, spiegabili con la grandissima complessità e delicatezza dei temi posti dalle indagini, in un ufficio da sempre tradizionalmente impegnato nelle più complesse e delicate indagini in materia di criminalità mafiosa, con le forti tensioni che inevitabilmente ne derivano. I risultati, d’altra parte, sono sempre stati eccellenti”. Cosa nostra non è più la stessa di quando ha iniziato a fare il magistrato. “L’ho vista cambiare e molto. Aveva una forte connotazione militare e da questo punto di vista possiamo dire che si è indebolita. Ma la mafia si evolve, è mutevole, molto più rapida ad adattarsi a ogni tipo di evenienza interna o esterna all’organizzazione, alle esigenze ed alle dinamiche economiche e sociali di quanto siano altri apparati”. Le connivenze con la politica sono, però, una costante. “I rapporti fra la mafia e politica ci sono sempre stati. D’altronde la mafia da sempre interloquisce con i poteri forti. Così come come quelli con la borghesia. Anche in questo c’è stata un’evoluzione. Lo dimostra la capacità di infiltrazione nelle regioni del Nord Italia e all’estero”. Possiamo azzardare l’ipotesi che l’organizzazione sia giunta al capolinea, indebolita dai continui arresti? “Di certo c’è un problema di leader leadership. Così come quello di reclutamento delle nuove leve che fa segnare un abbassamento del livello “qualitativo” dello spessore criminale, se così possiamo definirlo. L’arresto dei latitanti rappresenta una forte riposta dello Stato e rappresenta un indebolimento per ma l’allarme rIguarda anche le elezIonI dI maggIo: Per VIola “glI attentatI Potrebbero essere legatI all’aPProssImarsI della tornata ammInIstratIVa IV ”. IVa e sulle condIzIonI dI cosa nostra dIce: “dI certo c’È un Problema dI leadershIP e reclutamento delle nuoVe leVe” Il boss dI castelV astel etrano matteo messIna denaro. astelV In aPertura Il nuoVo Procuratore dI traPan P I Pan marcello VIola ? chI È marcello VIola marcello viola è stato nominato procuratore di t trapani dal plenum del csm con 16 voti contro i 7 dell’altro candidato, giuseppe fici. viola, 54 anni, era pubblico ministero della direzione distrettuale antimafia di Palermo. originario di cammarata, ammarata, nell’ nell’agrigentino, ha iniziato la sua carriera in magistratura negli anni ‘80 come uditore dell’ufficio istruzione di giovanni falcone. È stato giudice istruttore a lanusei (nella provincia dell’ogliastra) e pretore ad a avola. a Palermo ha ricoperto prima l’incarico di gip e poi di sostituto procuratore, firmando le più importanti indagini sulla cosa nostra palermitana. Cosa nostra. Potrei dire che l’organizzazione sta attraversando un momento di grave difficoltà, ma non è un buon motivo per abbassare la guardia”. È vero, i latitanti finiscono in cella, ma i vecchi capi tornano liberi, magari dopo avere scontato la pena, e riprendono in mano il potere. “Non posso che confermare le sue preoccupazioni. C’è un esempio che ho riscontrato col mio lavoro. Ho indagato su Giulio Caporrimo (arrestato di recente e indicato come reggente del mandamento di San Lorenzo, ndr), che ha riportato pesanti condanne per mafia ed estorsioni, e dopo la scarcerazione è tornato subito operativo, assumendo un ruolo di vertice nell’area mafiosa di appartenenza”. Non è disarmante per un magistrato? “Innanzitutto è la conferma della validità della vecchia regola di Cosa nostra che dall’organizzazione si esce in due soli modi: con la morte o diventando collaboratori di giustizia. È inutile negarlo: il problema c’è. Il rischio di trovarci di fronte i soliti noti è concreto. Fortunatamente è stato in parte limitato dall’inasprimento delle pene. In passato le condanne non sempre cor coril magazine che guarda dentro la cronaca - s 119 Mafia | L’intervista rispondevano alla gravità del fatto per cui i mafiosi venivano processati”. Da Palermo a Trapani, come cambia la mafia? “Cosa nostra trapanese ha una storia e una struttura diversa da quella palermitana. Quando ero gip ho potuto riscontrare che si tratta di una mafia tradizionale, radicata nel territorio, e per la quale vale il principio di appartenenza familiare. I legami di sangue contano parecchio. Si era data un’organizzazione legata ai Corleonesi. Eppure, nonostante i forti legami con la tradizione, è stata capace di modernizzarsi, di costruire rapporti con la politica e gli imprenditori”. Alla luce dei suo primi mesi da procuratore come descriverebbe la situazione trapanese? “Vi è un’apparente pace, quasi uno stato di sonnolenza, ma è certo che sotto ci sia un un groviglio di mille affari e intrecci che ribollono. Come dite a Palermo, c’è rivugghiu”. È Matteo Messina Denaro che ha imposto il torpore? “È difficile dirlo anche perché non si tratta di una mia competenza specifica. Le indagini sono coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo che sta ben operando. Regola vuole, però, che un capomafia stia nel territorio se vuole controllarlo. La forza di Messina Denaro sta nel consenso che ha costruito attorno a sé. È rappresentata dal carisma criminale che ha acquisito negli anni. In un vecchio provvedimento ricordo che c’era chi sosteneva che Messina Denaro dovesse essere adorato. E poi ci sono i benefici economici che ha garantito al territorio. In una visione distorta della realtà tutto questo fa acquisire consenso”. Insomma, Messina Denaro c’è sempre e comunque. “Dire che il latitante stia dietro a tutto rischia di apparire qualunquista, di certo sta dietro a tantissime cose. Le indagini patrimoniali ed alcuni sequestri hanno colpito pesantemente i suoi interessi e forse gli ultimi episodi di 120 s - il magazine che guarda dentro la cronaca Il responsabile nazionale legalità di Confindustria Antonello Montante violenza (alcuni attentati commessi in provincia, ndr) potrebbero essere una conseguenza dell’attacco ad alcune forme illecite di arricchimento da parte di soggetti vicini al latitante . È una lettura possibile, come quella che lega gli episodi all’approssimarsi della tornata elettorale amministrativa”. “È lodevole la proposta di Antonello Montante di creare un rating antimafia. Diciamocelo francamente, non tutti possono avere la capacità di essere eroi come lo è stato Libero Grassi. Non possiamo neppure pretenderlo, ma un po’ di coraggio quello sì” Per anni si è cercato di accerchiare il capomafia, arrestandone i fedelissimi e colpendone i patrimoni. Proprio come era avvenuto a Palermo per Bernardo Provenzano. Da un po’ di tempo sembra che si punti direttamente alla cattura del latitante. Un cambiamento di strategia? “Guardi, non so se ci sia stato un cambio di strategia. Anche perché la competenza è della Dda di Palermo. L’esperienza ci dice che lavorare facendo terra bruciata attorno al latitante alla fine paga”. Lei prima ha fatto riferimento alle infiltrazioni della mafia nella politica citando l’approssimarsi delle elezioni amministrative. La cronaca ci conferma che non mancano gli esempi di politici indagati perché considerati contigui a Cosa nostra. Cosa si può fare per spezzare questo rapporto perverso? “Non personalizzerei il ragionamento. Certamente ci sono infiltrazioni nella politica, ma il problema non si risolve condannando il singolo esponente. Dovrebbe occuparsene la politica stessa attraverso un controllo serio delle candidature. Accade, però, che alcuni condannati tornino in lizza. Allora tocca alla gente scegliere bene al momento del voto. La verità è che in molti guardano solo all’utilità personale. Stessa cosa avviene per gli imprenditori. Ci sono quelli mafiosi e quelli che rifiutano la mafia. Su questo fronte le scelte e la politica adottate da Confindustria dovrebbero costituire un esempio”. Forse perché per alcuni imprenditori strizzare l’occhio alla mafia è più conveniente. “E infatti è lodevole la proposta di Antonello Montante (responsabile per la legalità di Confindustria, ndr) di creare un rating antimafia per premiare le aziende “virtuose”, che adottano cioè codici e progetti di legalità. Diciamocelo francamente, non tutti possono avere la capacità di essere eroi come lo è stato Libero Grassi. Non possiamo neppure pretenderlo, ma un po’ di coraggio quello sì, si può chiedere. Anche perché le associazioni di categoria offrono ormai tutto il sostegno necessario”. In conclusione e senza sfera di cristallo alla mano: la cattura di Messina Denaro è vicina? “Bisogna essere positivi. C’è uno sforzo investigativo enorme e i colleghi di Palermo stanno lavorando bene. Bisogna pensare positivo”. maFia | agrIgento un’InFormatIVa IVa delle sezIonI crImInalItà organIzzata IV dI Palermo e agrIgento rIcostruIsce glI ultImI gIornI da uccel dI bosco. Per collegare I nomI utente usatI su skyPe daI suoI InterlocutorI, Però, serVe una rogatorIa P A mare con Falsone esclusIVa. ecco le Foto InedIte della latItanza dI “lInghI lInghI”: In sPIaggIa o In camPer Poco PrIma dI essere arrestato. e daI Pen drIVe sequestratI nel suo aPPartamento sPuntano le tracce deI FIancheggIatorI di riccardo lo verso v 122 s - il magazine che guarda dentro la cronaca iena estate. Una bella spiaggia dorata. E un uomo che si fa fotografare in boxer. Scatti di vita quotidiana. La quotidianità di chi fa finta di essere una persona normale e invece scappa da una condanna all’ergastolo. L’uomo che si gode la vacanza è Giuseppe Falsone. Le foto sono del 2009, quando Falsone era ancora l’imprendibile capo della mafia agrigentina. La sua fuga, durata undici anni, si sarebbe conclusa un anno dopo in un appartamento a Marsiglia. Un’informativa delle sezioni Criminalità organizzata delle squadre mobili di Palermo e Agrigento ricostruisce le ultime fasi della latitanza. Nell’appartamento nel quale è stato catturato sono stati trovati appunti, telefonini, computer e pen drive pieni di nomi. Ne viene fuori un intreccio di interessi su cui sono ancora in corso le indagini. I rifugi a marsiglia Tra i documenti sequestrati a Falsone ci sono pure i contratti stipulati con l’agenzia immobiliare Remj Terrazzi per l’affitto di alcuni appartamenti. Sono i rifugi dove ha vissuto negli ultimi anni. Cambiava spesso casa per evitare di dare punti di riferimento a chi dava la caccia. Fino a luglio del 2009 aveva preso in affitto un immobile in rue Sainte 129. Poi, dall’ottobre dello stesso anno e fino al marzo 2013, ha traslocato tre volte: rue D’Endoume 75, rue Condolle 10, rue de Freidland 5. Infine l’ultimo covo, quello in cui è stato arrestato, in boulevard Notre Dame. Falsone ha sempre scelto il salotto buono della città francese. Tutte le case si trovano, infatti, nell’elegante quartiere La Canabiere. Luogo simbolo di Marsiglia e del suo porto. le utenze Skype Un vero e proprio intreccio di comunicazione quello che Falsone ha intrattenuto durante la sua permanenza in terra francese. Utilizzava schede telefoniche internazionali ma era soprattutto un grande appassionato di Skype. La rete telematica offre un una Foto dI Falsone In camPeggIo con una donna scattata neglI ultImI gIornI della latItanza. In aPertura la latItanza dorata dI Falsone. alcune delle Foto scattate al mare, In una localItà Francese non IndIVIduata, durante la latItanza dI gIusePPe Falsone vantaggio. Chi si iscrive sfugge alla verifica dei dati immessi per registrare gli account. Fatta eccezione per l’utente maluppila, identificato in Carmelo Marotta, uno dei primi presunti fiancheggiatori del latitante ad essere stato identificato sol perché si è registrato in Italia, ci sono una sfilza di nomi e password rimasti senza una vera identità. L’elenco è lungo: giogio20091, dino. zof maluppila, sabenedica (locazof, lizzato ad Amburgo), anmaron (sembrerebbe fare riferimento alla Radiografica Costarricenze Amnet Television con sede in Costa Rica), enmaron (localizzato in Francia nel distretto della Costa azzurra), il magazine che guarda dentro la cronaca - s 123 maFia | agrIgento vano4169, vivenzobaffo, tinojep, jungfred66, zenlin26, fabrisandre. andre. Alcuni di questi potrebbero essere stati usati anche direttamente dallo stesso Falsone. Yahoo Italia ha fatto sapere che si tratta di account gestiti dalla collegata francese della società e dunque per svelare l’identità di chi li ha registrati ci vuole una rogatoria internazionale. Per non dimenticare i nomi dei suoi contatti Falsone aveva l’abitudine di scriverli in un bloc notes. Nei fogli ci sono anche dei riferimenti a numeri e persone su cui si continua a indagare. Sin d’ora sappiamo, però, che dietro lo pseudonimo jungfred66 si celava sicuramente lo stesso Falsone. Aveva una fitta corrispondenza con l’utenza intestata a tinojep al quale chiede- l l’elenco deI contattI È lungo: gIogIo20091, dIno. zoF, maluPPIla, sabenedIca, anmaron, enmaron, Vano4169, V VIVenzobaFFo, tInojeP,P,P jungFred66, zenlIn26, F Isandre.andre. Fabr e su un bloc notes c’erano numerI e nomI su cuI sI Indaga ancora va notizie sull’invio di una cartolina. In altre conversazioni tinojep viene appellato come cugino. Secondo gli investigatori, sarebbe il terminale di una serie di soggetti, non ancora identificati, che avrebbero protetto e favorito la latitanza del capomafia agrigentino. Il 9 aprile 2010 Falsone scriveva a tinojep: “Ti ringrazio per la risposta, ti deve arrivare qualcosa di cui ho estremo bisogno, ti prego di farmi arrivare al più presto possibile questa cosa”. E il cugino rispondeva 124 s - il magazine che guarda dentro la cronaca In queste due Pag P Ine I FoglI dI bloc notes suI qualI Falsone PrendeVa VVa aPPuntI qualche giorno dopo: “Scusa per il ritardo, ti contatto tra due settimane, dovrei venire nella tua bella città. Non venire qua fa molto freddo”. Doveva trattarsi di qualcosa di davvero importante visto che Falsone era incalzante: “Ho avuto conferma che a tuo parente (come eravamo rimasti) hanno consegnato da 15 giorni quello di cui ho bisogno con urgenza, sono arrivato ad un estremo bisogno, interessati al più presto e fai arrivare il più presto possibile”. Il latitante era pressante: “Cugino, ti ripeto che sono in una situazione delicata e di estremo bisogno. Risolvi questa cosa e in questa settimana. Falsone, Inoltre, usaVVaa tre cellularI. usaV un VoIP, IP, un nokIa IP e un alcatel da cuI rIsultano decIne dI teleFonate In entrata e In uscIta. oltre a moltI sms. e a “salV sal bell” scrIVeVa: salV V Va: “chIamamI che cI VedIamo PrIma che tu Part P I... sono a lIone” Non sono in condizione di venire e ho bisogno subito della cartolina, sono arrivato che non respiro più se non puoi tu chi può portare qui la cartolina, ti invio un numero di telefono di una cabina telefonica, dimmi quando mi chiami e mi farò trovare lì”. Risposta: “Ti chiamo alle 17 e se non rispondi alle 17 e 15 e così ogni quarto dora fino a potere parlare con te”. I telefonini Falsone utilizzava tre cellulari. Un il magazine che guarda dentro la cronaca - s 125 maFia | agrIgento Voip, un Nokia e un Alcatel da cui risultano decine di telefonate in entrata e in uscita. Oltre a molti sms. Si tratta di conversazioni definite “commerciali”, probabilmente legate all’impresa edile che Falsone aveva attivato come copertura, ma anche di chiamate private. Tra le tante, nell’informativa stilata dai poliziotti diretti dal capo della sezione, Antonino De Santis, vengono segnalate quelle con salvbell, pseudonimo di Salvatore Bella. Tra i due c’è anche uno scambio di messaggi. Il latitante si firmava gian. “Chiamami che ci vediamo prima che tu parti... sono a Lion aspetto che mi chiami”, scriveva In un Pen drIVe I documentI dI alcune Persone a cuI a eVa aV V rubato l’IdentItà Va (Il Francese nIcolas Pete, marIo PIno schIttone dI caltabellotta, gIusePPe sanFIlIPPo FrIttola dI bIancaVI anca lla, e I romanI ancaVI marIo bernardonI, Francesco VIncI e darIo angeluccI) e la Foto del PregIudIcato gIusePPe Ferrera l’a ocato gIoVann l’aVV V I castronoVo, Vann che dIFende gIusePPe Falsone F Falsone. Da un appunto sequestrato dai poliziotti si scopre che salvbell era rintracciabile a Lione, in Place Fracisque Regaud. Gli investigatori hanno incrociato i contatti telefonici francesi con quelli italiani e hanno scoperto che lo stesso salvbell era in linea con alcune utenze intestate ai fratelli Bella, nove in tutto. La famiglia Bella è originaria di Campobello di Licata, dove alcuni continuano a vivere. Molti componenti del nucleo familiare sono emigrati in Francia. Come si legge nell’informativa tra- 126 s - il magazine che guarda dentro la cronaca smessa dalle squadre mobili di Palermo e Agrigento alla Procura del capoluogo siciliano “l’analisi dei tabulati e i relativi accertamenti sono ancora in corso”. I pen drive Giuseppe Falsone aveva una costante esigenza di cambiare identità. Nei supporti informatici che sono stati trovati a Marsiglia c’era una serie di file e documenti intestati alle persone a cui avrebbe rubato l’identità: il francese Nicolas Pete, Mario Pino Schittone di Caltabel- lotta, Giuseppe Sanfilippo Frittola di Biancavilla, e i romani Mario Bernardoni, Francesco Vinci e Dario Angelucci. Ad ogni persona corrispondevano una carta d’identità o una patente prive della foto di riconoscimento. A Sanfilippo Frittola era intestato il documento che il latitante ha mostrato agli investigatori al momento dell’arresto. Sempre nel pen drive Falsone conservava la foto di Giuseppe Ferrera. Si tratta di un per personaggio arrestato per furto, detenuto ad Agrigento e scarcerato nell’agosto del 2010. Un’informativa lo descrive come “favoreggiatore, mediante l’intestazione fittizia di schede telefoniche e auto, di una banda di slavi specializzati in reati contro il patrimonio”. Ed ancora c’erano due fotografie che offrono un’immagine di Falsone ben diversa da quella conosciuta attraverso le vecchie foto segnaletiche. l l’uomo dalle mIlle FFacce: la Foto scattata al momento dell’arresto e una dI quelle troVate V Vate nel coVo. neglI ultImI gIornI della latItanza l’asPetto dI Falsone, senza occhIalI né barba e con qualche chIlo In meno, era cambIato. nella Pag P Ina a FIanco la Patente P Intestata a jean-luc PIerre marIe ta t FForeau troVata V Vata nel coVo dI Falsone le vacanze Sapeva di essere braccato ma non rinunciava alle vacanze. Estive e invernali. Nel pen drive ci sono pure le immagini dei giorni trascorsi in una cittadina balneare e a Pra Loup, località sciistica sulle Alpi francesi. Si vede Falsone in spiaggia, sulle rive di un torrente, in piscina e in camper abbracciato ad una donna. Una presenza femminile nel Pen drIVe cI sono Pure le ImmagInI deI gIornI trascorsI In una cIttadIna balneare e a Pra louP,P,P localItà scIIstIca sulle alPI Frances rancesII. sI Vede Falsone In sPIaggIa, sulle rIVe dI un torrente, In PIscIna e In camPer abbraccIato a una donna costante. Si tratta della titolare di una parrucchieria per uomo di Marsiglia. Le foto della settimana bianca sono datate marzo 2009, mentre quelle al mare sono dell’agosto dello stesso anno. Un anno prima che finisse la latitanza dorata dell’ultimo capo della mafia agrigentina. il magazine che guarda dentro la cronaca - s 127 pizzini “Gli uomini nuovi di Resuttana” Quattro condanne in appello Erano gli “uomini nuovi” del clan di Resuttana, decimato dagli arresti dei carabinieri. Mario Napoli, Carlo Giannusa, Marcello Campagna e Gioacchino Morisca sono stati condannati in appello dopo avere scelto il rito abbreviato in primo grado. E sono state confermate le pene inflitte per oltre 35 anni complessivi. A otto anni e otto mesi sono stati condannati Mario Napoli e Carlo Giannusa, secondo le indagini dirigenti del clan. Le altre condanne sono a carico di Gioacchino Morisca (7 anni e sei mesi) e Marcello Campagna (sei anni). Il primo, detto anche “Totò India”, si occupava principalmente delle estorsioni con Mario Napoli, nella cosca guidata da Andrea Quatrosi. Anche Marcello Campagna è uno degli uomini del “pizzo” anche se ufficialmente lavorava per la società che si occupava della vigilanza e della portineria nell’ospedale ”Casa del Sole”. Le denunce dei commercianti sono state determinanti. All’inchiesta “S” ha dedicato un ampio servizio due anni fa. Estorsioni di Carini Chieste 3 condanne Il pm Gaetano Paci ha chiesto dodici anni di carcere ciascuno per Vito Failla e Giacomo Lo Duca e cinque anni per Calogero Giovan Battista Passalacqua, capo della cosca di Carini, in un processo per estorsioni. Passalacqua è accusato solo del tentativo di estorsione ai danni dell’imprenditore Andrea Impastato, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine per essere stato arrestato come favoreggiatore di Bernardo Provenzano. Il denaro, secondo l’accusa, documentata da un articolo pubblicato su “S” due anni fa, veniva richiesto da Failla e da Lo Duca. I boss non avrebbero imposto solo il pizzo ma anche l’utilizzo di mezzi pesanti riconducibili ad una ditta di Carini per realizzare le opere di scavo e di sbancamento. Prossima udienza il 12 aprile. Riina jr va a Padova Adesso è andato a Padova, come aveva annunciato tempo fa. Giuseppe Salvatore Riina, terzo figlio del superboss mafioso Totò, ha ottenuto il sì alla richiesta avanzata al tribunale Misure di prevenzione di Palermo per poter continuare il regime di sorveglianza speciale in Veneto. Riina Junior, scarcerato ad ottobre dopo quasi nove anni, aveva già manifestato l’intenzione di andare a Padova, a lavorare per una onlus. Ma il provvedimento aveva imposto il soggiorno a Corleone. Nel suo paese, però, come “S” aveva scritto in un servizio pubblicato subito dopo la scarcerazione, il sindaco Nino Iannazzo l’aveva dichiarato “persona non gradita”. Ma dalla Lega è arrivato subito uno stop: “Il Nord - ha detto Umberto Bossi - reagisca con la pena di morte”. 128 s - il magazine che guarda dentro la cronaca L’Architetto parla al processo: “Non ero nel libro paga di Lo Piccolo” “Ho avuto dei dispiaceri in famiglia per questa storia, ma non ero nel libro paga di Lo Piccolo”. Lo ha detto, nelle dichiarazioni spontanee rese al processo del quale è imputato con l’accusa di essere stato il reggente del mandamento mafioso di Tommaso Natale, Giuseppe Liga, “l’Architetto” cui “S” dedicò una copertina due anni fa. Liga spiega la sua versione dei fatti su un terreno destinato a una lottizzazione. Secondo l’accusa, lui avrebbe minacciato i proprietari di concederlo ad alcune cooperative con lo scopo di realizzare abitazioni di edilizia popolare agevolata. Lui sostiene invece che il padre dell’avvocato Marcello Trapani, il titolare del terreno, avrebbe chiesto la sua intermediazione con le stesse cooperative per far aumentare il prezzo di vendita. Liga dice di aver “tutelato gli interessi di un mio lontano parente” e spiega alla corte anche i dettagli tecnici: “Il prezzo era di sessantamila lire al metro quadro, la legge dice che si può raddoppiare solo se si dimostra che è l’unica fonte di reddito o di pertinenza di un coltivatore diretto”. il contromagazine | a cura di lavucciria.net 130 s - il magazine che guarda dentro la cronaca