A TUTTO CAMPO
Note diNote
assistenza
di assistenza
li agricoltori
tecnicatecnica
per gliper
agricoltori
g
A cura del Settore Provinciale Agricoltura
COLTIVAZIONE DEL GENEPI IN
PROVINCIA DI CUNEO
ASSESSORATO AGRICOLTURA
AREA AGRICOLTURA
SETTORE PROVINCIALE AGRICOLTURA
C.so Dante, 19 12100 Cuneo. Tel.:0171/445700 Fax:0171/697639.
E-mail:[email protected]
Realizzato da Barbero Luca, Fiorina Pierguido
Materiale fotografico: Barbero Luca
Si ringraziano Giordano Michelino, Brondino Livio, Pessione Osvaldo, Amedeo Andrea,
Giavelli Arnaldo, Ferrari Paolo, Rovera Paolo, Giovanni Bordiga.
IL PROGETTO
Settore agricoltura
I
l progetto genepì, nato da una proposta dell’Associazione
per la valorizzazione e la tutela del Genepì delle Valli
Occitane Piemontesi, è stato organizzato e condotto dal
Settore Agricoltura della Provincia di Cuneo in collaborazione
con la predetta associazione e in stretto accordo con la Provincia
di Torino, che contemporaneamente ha condotto un progetto
analogo sul proprio territorio.
Il progetto si poneva l’obiettivo di valutare le possibilità di
espansione della coltivazione, di definire le tecniche colturali
ottimali e di fornire assistenza tecnica alle aziende già
impegnate con la coltura. Infatti la coltivazione di questa specie,
già in passato intrapresa con alterne fortune nelle nostre vallate,
può diventare un’alternativa interessante per le nostre aziende
montane, viste le richieste dell’industria liquoristica che utilizza la pianta del genepì per la
produzione del liquore, dalle note proprietà curative e corroboranti e simbolo stesso della
montagna.
L'attività iniziata nel 2003 ha visto la realizzazione di cinque campi dimostrativi disseminati
nelle principali valli della nostra provincia, l'assistenza tecnica alle coltivazioni già in atto e
l'allestimento di una prova in collaborazione con il Di.Va.P.R.A (Dipartimento di
Valorizzazione e Protezione delle Risorse Agroforestali) dell'Università di Torino per la
risoluzione dei problemi fitopatologici della coltura.
Nel 2003 sono stati allestiti due campi: inVal Vermenagna a Vernante (Loc. Palanfrè 1400 m
slm) e in Val Varaita a Sampeyre (B.ta Serre di Raie 1500 m slm). Nel 2004 sono stati realizzati
altri tre campi: in Valle Grana a Castelmagno (1800 m slm), in Valle Stura a Argentera (Fraz.
Ferrere 1900 slm) e in Valle Po a Crissolo (Loc. Pian della Regina 1730 slm) (Fig.1). Questi
campi, dove sono stati messi a confronto diversi biotipi di genepì e diverse tecniche di
coltivazione, hanno consentito di indagare direttamente sul campo i principali problemi di
questa coltura e hanno rappresentato esempi concreti, diffusi sul territorio provinciale, messi a
disposizione di chi volesse dedicarsi alla coltivazione del genepì. A tal scopo nel 2005 è stata
realizzata una giornata di visita ai campi dimostrativi, all'interno della quale, i tecnici e gli
agricoltori interessati hanno potuto vedere dal vivo le coltivazioni e le tecniche colturali
proposte. Alla giornata ha anche partecipato, portando la sua notevole conoscenza e la sua
esperienza, il prof. Charles Rey della Station Fédérale de Recherches Agronomiques de
Changins (Svizzera).
Il seguente opuscolo raccoglie i dati e le esperienze maturate in questi quattro anni di attività,
con l’intento di fornire una serie di indicazioni utili a intraprendere la coltivazione del genepì.
Fig.1: localizzazione dei cinque campi dimostrativi
Pag.1
IL GENEPI
Settore agricoltura
I
l genepì è una pianta aromatica perenne che cresce spontaneamente sull'arco alpino tra i
2000 e 3200 m di altitudine, e, dal punto di vista botanico, appartiene alla famiglia delle
Compositae Genere Artemisia. In natura esistono diverse specie di genepì e tra di esse
ricordiamo:
· Artemisia genipi (=Artemisia spicata)
· Artemisia mutellina (= Artemisia umbelliformis, Artemisia laxa)
· Artemisia glacialis
La tradizione popolare e montanara per distinguere le “varie tipologie di genepì” utilizza
comunemente nomi volgari, variabili da nazione a nazione e talvolta anche da vallata a vallata.
La classificazione delle differenti specie di genepì si basa soprattutto sulle caratteristiche
dell'infiorescenza.
NOME SCIENTIFICO: Artemisia genipi
NOME VOLGARE: genepì nero, genepì maschio, genepì vero.
Si tratta della specie più apprezzata e più ricercata dai
raccoglitori. Il carattere principale per la sua distinzione è la
disposizione ravvicinata dei vari capolini sullo stelo fiorale
(scapo) che conferiscono all'infiorescenza un aspetto di spiga.
E’ diffuso sull'arco alpino sui versanti francesi, italiani,
svizzeri, normalmente a quote molto elevate (intorno ai 3000
m). Nelle nostre vallate viene indicato principalmente con il
nome di genepì maschio. Non adatto alla coltivazione (Fig.2).
Fig. 2: rappresentazione schematica dell'infiorescenza (Pignatti S., 1982) e foto
di Artemisia genipi
NOME SCIENTIFICO: Artemisia mutellina o Artemisia umbelliformis
NOME VOLGARE: Genepì bianco, Genepì femmina
Si tratta della specie che meglio si adatta alla coltivazione. E'
caratterizzato dalla produzione di molti steli fiorali, quelli
centrali eretti, quelli periferici incurvati alla base. I capolini,
di piccole dimensioni, si inseriscono lungo lo scapo centrale
mediante peduncoli. Nelle nostre vallate viene indicato
principalmente con il nome di genepì femmina (Fig.3).
Fig. 3: rappresentazione schematica dell'infiorescenza (Pignatti S., 1982) e foto di
Artemisia mutellina
NOME SCIENTIFICO: Artemisia glacialis
NOME VOLGARE: : genepì dei ghiacciai
E’caratterizzato dal raggruppamento di tutti i capolini fiorali
a formare un glomerulo all'apice dello scapo. Non adatto alla
coltivazione (Fig.4).
Fig. 4: rappresentazione schematica (Pignatti S., 1982) dell'infiorescenza e foto di
Artemisia glacialis
Pag.2
TECNICA COLTURALE
Settore agricoltura
Scelta del sito di coltivazione
N
ell'individuazione del sito da destinare alla coltura del genepì
due sono i principali elementi da valutare:
!
esposizione e altitudine,
!
natura del terreno.
Il genepì necessita di clima montano per svilupparsi al meglio. Esperienze condotte in Valle
d'Aosta e Svizzera hanno dimostrato come la sua coltivazione al di sotto
dei 1400 m determini un netto calo produttivo dovuto all'aumento del
tasso di mortalità. Nell'esposizione sono da prediligere luoghi soleggiati
e quindi con esposizione a Sud, Sud-Ovest e Sud-Est.
Per quanto concerne la natura del terreno è necessario scegliere terreni
che favoriscano il drenaggio dell'acqua. Particolare attenzione va
prestata al contenuto in azoto: evitare suoli troppo ricchi che possono
rendere particolarmente sensibili le piante all'insorgere di marciumi
radicali. Nella scelta del sito vanno pertanto scartate zone umide, zone di
accumulo di deiezioni e zone adibite a frequente pascolamento o a sosta
degli animali. Dal momento che la coltivazione in zone non idonee può
Fig. 6: esempio di recinzione, campo dimostrativo
determinare l'aumento della mortalità all'interno dell'appezzamento
Pian della Regina.
tanto da rendere antieconomica la coltura, è consigliabile eseguire una comune analisi
chimico fisica del terreno prima di effettuare l'impianto.
La preparazione del terreno deve prevedere un'aratura in primavera, ma nel caso di rottura di
prati è bene anticipare la lavorazione all'autunno precedente il trapianto per facilitare la
decomposizione della cotica erbosa, cui far seguire una o più fresature.
Il trapianto può essere effettuato su terreno sistemato in modo pianeggiante o baulato per
facilitare lo sgrondo delle acque ed evitare quindi ristagni idrici. Le file possono essere
sistemate secondo le curve di livello o a rittochino; nel caso di forti pendenze la prima
sistemazione è di gran lunga la migliore perché limita i fenomeni di erosione (Fig. 5).
Gli appezzamenti vanno recintati con idonee recinzioni di altezza variabile a seconda della
fauna selvatica presente nell'area di coltivazione. Le recinzioni possono poi essere utili per
limitare i furti, soprattutto nel caso di appezzamenti isolati e quindi difficilmente controllabili
(Fig. 6).
Fig.5: rappresentazione schematica delle diverse sistemazioni del terreno possibili
Reperimento del seme e scelta varietale
Il seme è un achenio di piccolissime dimensioni e il suo reperimento può
costituire un ostacolo all’inizio di una coltivazione (Fig.7). Esso può essere
autoprodotto o acquistato.
Nel caso dell'autoproduzione il seme viene raccolto da piante spontanee o
coltivate, purché si tratti di genepì femmina, visto la scarsa adattabilità delle
altre specie alla coltivazione. Importante risulta raccogliere il seme quando
esso abbia raggiunto la maturità. A tale scopo occorre posticiparne la raccolta
oltre la fioritura (fase ottimale per la raccolta delle infiorescenze a fini
Fig. 7: particolare del seme
liquoristici) destinando delle piante appositamente alla produzione del seme.
Nel caso dell'autoproduzione subentra il problema della pulizia: infatti le piccole dimensioni
del seme fanno sì che con esso vengono raccolte anche parti fiorali (petali, sepali, semi non
Pag.3
TECNICA COLTURALE
Settore agricoltura
maturi). Una prima forma di pulizia grezza della semente può essere fatta con dei comuni
setacci, ma per arrivare alla completa separazione del seme è necessario ricorrere ad
attrezzature particolari in possesso di ditte sementiere e di alcuni vivaisti. La pulizia totale del
seme non è obbligatoria anche se vivamente consigliata: infatti la semente sporca determina
dei problemi di intasamento degli ugelli nel caso di semina con seminatrici di precisione e, a
parità di germinabilità, aumenta il numero delle fallanze.
Esistono in commercio delle selezioni di Artemisia mutellina denominate RAC, dal nome
dalla stazione di ricerca svizzera (Station Fédérale de Recherches Agronomiques de
Changins), dove sono state selezionate per il loro basso contenuto di tujone e per le buone
caratteristiche agronomiche. L'acquisto di queste selezioni garantisce la pulizia delle sementi
e una maggiore uniformità delle piante dal punto di vista dell'aspetto e del profilo aromatico.
Quando si fanno acquisti di semente di genepì è bene sempre informarsi sulla germinabilità
garantita e sulla natura della semente (specie di genepì, varietà, annata di produzione).
Dalle prove fatte il seme non presenta dormienza (fase in cui la germinazione è inibita da cause
interne) quindi risulta germinabile dopo un breve periodo dalla raccolta. Prima di seminare è
bene effettuare delle semplici prove di germinazione al fine di evitare cattive sorprese.
Fig. 8: capsula petri con un dischetto di carta da filtro
utilizzata per le prove di germinazione
Semina e trapianto
PROVA DI GERMINAZIONE
Occorre mettere 15- 20 semi scelti accuratamente con una lente di
ingrandimento (per evitare di inserire semi non maturi o parti
fiorali) all'interno di capsule di vetro o di plastica sul fondo delle
quali è stata sistemata della carta da filtro o assorbente. Sistemare il
tutto in una posizione soleggiata e ad una temperatura di circa 20°
C e mantenere costantemente umida la carta. Occorre poi contare,
per un periodo di 15 giorni, il numero di semi germinati. Può essere
utile allestire più di una capsula per avere un dato il più possibile
rappresentativo (4-5 capsule).
Da questa semplice esperienza si può avere un'idea della
germinabilità media della semente, del tempo di germinazione e
della contemporaneità di germinazione.
Fig. 9: alveolato con piantine pronte per il trapianto
La semina avviene normalmente nel periodo primaverile (marzo-aprile) in serra
fredda o in qualsiasi altro luogo dove si possono garantire temperature costanti. Per
la realizzazione dei campi dimostrativi, la semina è stata eseguita da un vivaista
locale con una seminatrice di precisione in alveolati di dimensione 52 X 32 cm con
60 alveoli cilindrici di 4,7 cm di diametro. Il substrato impiegato è stato un normale
terriccio usato per la semina di comuni ortaggi (Fig. 9).
Il numero di semi da collocare per ogni alveolo dipende dalla germinabilità e dalla
disponibilità di seme, allo scopo di arrivare ad avere 2-3 piantine per alveolo, densità
in grado di massimizzare la produzione e di consentire una sufficiente competizione
contro le infestanti. Dalla data di semina occorrono almeno due mesi prima che le
piantine possano essere trapiantate.
Il trapianto deve essere effettuato cercando di evitare i caldi estivi, quindi alle
normali quote di coltivazione (1500-1700 m) deve essere effettuato nel mese di
maggio. A quote più elevate esso può essere posticipato anche per la maggiore durata
della copertura nevosa che può ritardare il momento idoneo per la preparazione del terreno.
Dopo il trapianto è bene effettuare nelle ore meno calde un'irrigazione localizzata per facilitare
l'attecchimento delle piantine. Irrigazioni di questo tipo vanno ripetute nel caso di annate
particolarmente calde e asciutte.
Pag.4
TECNICA COLTURALE
Settore agricoltura
Accanto al normale ciclo, sopra descritto, esiste anche la possibilità di effettuare il trapianto in
autunno (seconda metà di settembre), tecnica che permette di evitare in campo i periodi più
caldi, ma impone di seminare in vivaio in estate, periodo in cui anche la crescita delle plantule
è molto lenta e problematica.
Gestione del suolo
La gestione del suolo può essere ricondotta a due tecniche principali:
! suolo nudo: questo tipo di tecnica prevede il trapianto delle piantine direttamente sul
suolo lavorato. Questo tipo di gestione determina un notevole dispendio di manodopera
per l'eliminazione delle erbe infestanti, visto che il genepì, data la sua ridotta attività
vegetativa, risulta poco competitivo;
! pacciamatura: esistono molte tipologie di film plastico diverse sia per materiale che per
colore.
Fig. 10: coltivazione con PE bianco e nero, con materiale in rafia intrecciato e su suolo nudo
I materiali più utilizzati e diffusi sono a base di PE (polietilene). In particolare è consigliabile
l'utilizzo di film bicolore (bianco-nero) in modo da sistemare la facciata nera verso il suolo e
quella bianca in superficie. Questo tipo di copertura garantisce da un lato un buon
contenimento delle infestanti e dall'altra consente un ridotto riscaldamento della superficie.
Questi film plastici presentano una durata che può al massimo eguagliare quella di un ciclo
colturale (3 anni). Esiste poi la possibilità di acquistare questi film già forati pronti pertanto
per il trapianto. Nel caso di alveolati con un diametro di 4,7 cm è sufficiente effettuare sul film
pacciamante fori da 5 cm di diametro che possono così ospitare perfettamente le piantine con il
loro pane di terra. Le larghezze ottimali per questo film bicolore sono 1,20 m o 1,40 m: nel
primo caso è consigliabile effettuare 4 file e nel secondo 5 secondo la distribuzione illustrata in
basso (Fig.11). Questa disposizione, considerando una distanza tra le prose di almeno 70 cm,
indispensabile per consentire un agevole passaggio,
determina una densità teorica di 15 piante m-2 nel primo caso
e di 17 piante m-2 nel secondo.
Esistono altre tipologie di coperture come materiali in rafia
sintetica intrecciata, che presentano una durata maggiore,
rendendo possibile il loro impiego per più cicli colturali. Il
loro utilizzo è al momento sconsigliato perché, visto il colore
scuro, determinano un eccessivo riscaldamento del suolo e, il
loro reimpiego, può fungere da veicolo per le malattie fungine.
Fig. 11: disposizione delle file nel caso di nylon di due differenti
larghezze
Pag.5
TECNICA COLTURALE
Settore agricoltura
Ciclo colturale
Il ciclo colturale del genepì si protrae per tre anni e presenta il seguente andamento:
!
primo anno: in primavera semina in serra e trapianto in campo, in estate sviluppo
vegetativo della pianta;
!
secondo anno: in estate prima raccolta;
!
terzo anno: in estate seconda raccolta.
Nel caso di messa a dimora delle piante in autunno nella stagione successiva al trapianto la
pianta crescerà solo vegetativamente senza andare incontro a fioritura, che si avrà solo l'anno
successivo. Il prolungamento della coltura oltre i 3 anni si può rivelare non sostenibile dal
punto di vista economico a causa della alta percentuale di mortalità cui la coltivazione può
andare incontro.
Fig.12: rappresentazione schematica del ciclo di coltivazione del genepì
Cure colturali
La principale attività nella coltivazione del genepì consiste nell’eliminazione manuale delle
infestanti, pratica che da sola assorbe la maggior parte della manodopera necessaria. L'utilizzo
della pacciamatura è pertanto consigliato in quanto in grado di ridurre il numero di interventi
indispensabili per la mondatura della coltura, anche se essi continuano ad essere necessari per
l'eliminazione delle infestanti nella zona del foro del telo pacciamante (Fig. 13). A tale scopo
assumono particolare importanza gli interventi subito dopo il trapianto o alla ripresa
vegetativa che consentono al cespo di svilupparsi
velocemente in assenza di competizione: cespi ben
sviluppati riescono a contenere quasi totalmente la
crescita delle infestanti. Durante le operazione di
scerbatura è bene eliminare le malerbe nelle prime
fasi del loro sviluppo onde evitare che, una volta
cresciute, per la loro rimozione sia necessario
danneggiare il nylon o le stesse piante di genepì. Tra
le infestanti più dannose ci sono alcune specie
perenni in grado di sviluppare rizomi sotto la
Fig. 13: erbe infestanti che emergono dai fori del telo
pacciamante
Pag.6
Settore agricoltura
TECNICA COLTURALE
copertura ed emettere strutture vegetative nei fori (Rumex acetosa, Rumex acetosella,
Taraxacum officinale). Per aumentare l'efficacia nel contenimento delle infestanti e per
favorire la crescita del genepì è necessario che i nylon siano il più possibile aderenti al
terreno. Al fine di aumentare l'aderenza del telo si può distribuire sul telo stesso della
ghiaia o utilizzare dei chiodi con rondelle (fig.14).
Fig.14 : utilizzo della ghiaia per aumentare l'aderenza del film pacciamante al suolo
Raccolta ed essiccazione
La parte raccolta e commercializzata è rappresentata dalle infiorescenze che vengono
asportate alla base con delle comuni forbici da giardinaggio. Il periodo ottimale è la fase di
fioritura avanzata, ossia quando la colorazione delle infiorescenze vira da un giallo vivo a un
giallo più scuro, infatti in tale epoca la concentrazione in oli essenziali raggiunge nelle piante il
tenore massimo. E’ bene sottolineare che i vari biotipi possono avere una fioritura non
contemporanea e pertanto devono essere raccolti in epoche diverse. In
particolare nei campi dimostrativi i biotipi autoctoni si sono rivelati i più
precoci seguiti dal RAC 12 e poi dal RAC 16 che ha presentato
mediamente un ritardo nella fioritura di 7-10 giorni.
Le infiorescenze una volta raccolte devono essere soggette ad
essiccazione, pratica che consente la conservazione del prodotto.
L'essicazione può essere realizzata in condizioni naturali in locali ben
arieggiati e al riparo della luce solare come solai o fienili oppure con
Fig. 15: campo di genepì durante la raccolta
l'utilizzo di sistemi artificiali (essiccatoi). La resa in secco è del 30% circa
del materiale verde di partenza. La compravendita del genepì avviene esclusivamente sotto
forma di materiale secco il cui prezzo in questi anni di attività è stato compreso tra i 90 e i 100
euro al chilo.
Avversità e difesa
Dall'esperienza maturata è emerso come i marciumi radicali siano il principale e il più
ricorrente problema per la coltivazione del genepì.
La causa di queste malattie sono dei funghi terricoli come Rhizoctonia solani, Sclerotinia spp.,
che determinano dei marciumi nella zona del colletto delle piante. Se la concentrazione di
questi patogeni è elevata e le condizioni pedo-climatiche sono favorevoli essi possono
determinare la quasi totale distruzione della coltura. Dal punto di vista macroscopico le piante
colpite vanno incontro a degli appassimenti repentini che ne determinano la morte nel giro di
pochi giorni. Infatti l'attacco fungino impedisce alla pianta il rifornimento di acqua e di
sostanze dal suolo.
Le condizioni che favoriscono l'insorgere di queste malattie sono :
!
condizioni di stress in generale. Questi funghi sono particolarmente predisposti
all'attacco di piante stressate per varia ragione quali condizioni climatiche avverse,
eccessive temperature, eccessi e carenze idriche;
!
eccessi azotati dovuti sia alla naturale disponibilità del terreno che a concimazioni
squilibrate;
!
coltivazione protratta per più anni sullo stesso appezzamento.
Pag.7
TECNICA COLTURALE
Settore agricoltura
E' bene sottolineare che il genepì, che naturalmente si sviluppa a quote comprese tra i 2000 e
3000 m, risulta essere particolarmente sensibile all'attacco di questi funghi proprio per le
condizioni di stress indotte dalla coltivazione a quote più basse e quindi ad esso poco
congeniali.
Rhizoctonia solani necessita per esplicare la sua azione di temperature piuttosto elevate,
pertanto i suoi attacchi compaiono nei mesi più caldi dell'anno (luglio, agosto) e di solito, data
la sua grande capacità di diffusione, interessa zone piuttosto ampie dell'appezzamento.
Sclerotinia spp. ha necessità termiche più modeste e colpisce soprattutto nel periodo
primaverile-autunnale, determinando morie di dimensioni più ridotte rispetto a Rhizoctonia
solani. Altro elemento distintivo consiste nella presenza nel caso di Sclerotinia di strutture
sferoidali di colore scuro dette sclerozi localizzate a livello del colletto delle piante colpite
(Fig. 16- 17 -18).
La lotta contro questi funghi del terreno risulta essere particolarmente difficile in quanto si
tratta di patogeni, naturalmente diffusi nei terreni di montagna, che le condizioni di stress
(basse quote, alte temperature) possono rendere particolarmente dannosi e a causa
dell'assenza di fungicidi registrati e quindi impiegabili sul genepì. Per il riconoscimento delle
malattie e per la messa a punto di tecniche di lotta è iniziata nel 2005 una collaborazione con il
Di.Va.P.R.A. della Facoltà di Agraria dell'Università di Torino. A tal fine è stato allestito un
campo sperimentale dove il terreno è stato artificialmente inoculato con Sclerotinia minor e
Rhizoctonia solani. I trattamenti posti a confronto sono stati fosfito di potassio (3 distribuzioni
fogliari a cadenza mensile), e il preparato commerciale Rootshield a base del fungo
antagonista Trichoderma harzianum (distribuzione e incorporazione nel terreno al momento
dell'inoculo e del trapianto). I due trattamenti sono stati confrontati in via del tutto
sperimentale, con un fungicida di riferimento a base di tolclofos metil per avere un confronto
in termini di efficacia (distribuzione localizzata di soluzione fungicida dopo il trapianto e
ripetizione del trattamento 20 giorni dopo). I risultati hanno evidenziato l'elevata patogenicità
di Sclerotinia che ha determinato una percentuale di mortalità compresa tra il 76 e l'88% senza
alcuna differenza significativa tra i trattamenti. Nel caso di Rhizoctonia solani si sono avute
mortalità inferiori comprese tra il 16 e il 30%, anche se a fine prova con il sopraggiungere del
caldo estivo si è verificata una recrudescenza della malattia. Anche in questo caso i trattamenti
saggiati non hanno determinato una protezione significativa della coltura.
Fig. 16: visione d'insieme di un appezzamento
colpito da Rhizoctonia solani
Fig. 17 : piantina colpita da Sclerotinia minor con in
evidenza il micelio biancastro del patogeno (campo
Fig. 18: sclerozi di Sclerotinia spp. nella zona del
sperimentale con inoculo artificiale)
colletto di una pianta morta.
Pag.8
Settore agricoltura
TECNICA COLTURALE
La prevenzione è al momento l'unica forma di lotta praticabile. Essa si basa sulla
scelta di un idoneo sito di coltivazione (per caratteristiche pedoclimatiche), sulla
rotazione e sulla limitazione dei vari stress cui le piantine possono andare incontro.
Dato che i funghi responsabili della malattia hanno la capacità di sopravvivere lungo
tempo nel terreno anche in assenza della coltura, le rotazioni e la messa a dimora in
terreni vergini sono i metodi principali per evitare l'insorgere di epidemie. Nel caso
delle rotazioni bisogna interrompere i cicli di coltivazione facendo in modo di non
tornare sullo stesso appezzamento non prima di 2 - 3 anni.
Queste pratiche non garantiscono, tuttavia, l'assenza della malattia, ma
semplicemente una riduzione della concentrazione di propaguli fungini nel suolo;
pertanto anche in terreni vergini, qualora le condizioni ambientali siano favorevoli, si
Fig. 19: pianta di Brassica juncea possono avere infezioni.
E' inoltre vero che la difficoltà di individuazione di siti idonei e l'investimento in tempo e
denaro che bisogna sostenere per la sistemazione e per la recinzione dell'appezzamento,
rendono spesso la rotazione una tecnica difficilmente praticabile. Per questa ragione si sta
verificando l'adozione di tecniche che consentano di ridurre la presenza di questi patogeni
mediante la coltivazione e il sovescio di certe specie come la Brassica juncea, utilizzate a tal
scopo già in altre colture (Fig. 19).
Tutte le pratiche dettate dal buonsenso sono poi valide al fine di contenere la malattia:
evitare di trapiantare o seminare di nuovo nelle zone dell'appezzamento colpite da
!
marciumi radicali;
evitare di introdurre nell'appezzamento piante che presentino già sintomi;
!
evitare il reimpiego dei nylon che possono fungere da veicolo per i funghi tra un ciclo
!
colturale e l'altro.
Sono state poi osservate in questi anni due avversità a carico dell'apparato fogliare: Puccinia
absinthii e Peronospora spp.
Puccinia absinthii è una ruggine che determina la comparsa di pustole sulle foglie. La malattia
non risulta essere particolarmente grave di per sé in quanto non conduce a morte le piante ma le
debilita, aumentando la mortalità durante il periodo invernale (Fig. 20).
Nel 2004 nella seconda metà del mese di agosto è stata osservata una nuova patologia a carico
dell'apparato fogliare che determinava ingiallimenti e repentine necrosi delle foglie. Questa
patologia a causa delle condizioni climatiche caldo-umide particolarmente predisponenti in
alcuni appezzamenti si è sviluppata molto velocemente determinando elevate morie
soprattutto a carico dei biotipi autoctoni. A seguito dell'esame dei campioni prelevati, l'agente
della patologia è risultato essere ascrivibile al genere Peronospora spp., patogeno mai finora
segnalato su genepì (Fig. 21). Al fine di classificare con più precisione il patogeno, di
indagarne la provenienza e le condizioni climatiche predisponenti sono in corso ulteriori
indagini.
Fig. 20: pustole di ruggine (Puccina absinthii) su foglia infetta
Fig. 21: sintomi di Peronospora spp
Pag.9
DATI OTTENUTI
Settore agricoltura
V
engono riportati qui di seguito i dati raccolti nei diversi campi dimostrativi, ad
eccezione del campo di Pian della Regina i cui dati sono stati considerati come non
attendibili a causa dell’elevata mortalità registrata nell’estate 2004 a causa di un
attacco di Peronospora spp.
I dati rilevati a partire del secondo anno di coltivazione hanno riguardato la mortalità e la
produzione in materia secca dei campi.
All'interno dei campi sono stati messi a confronto i seguenti biotipi di genepì femmina:
!
RAC12 e RAC16, biotipi di Artemisia mutellina selezionati presso laStation Fédérale
de RecherchesAgronomiques de Changins per il loro basso contenuto in tujone.
!
Valle Gesso , biotipo di Artemisia mutellina spontaneo in Valle Gesso.
!
Val Chisone , biotipo di Artemisia mutellina coltivato in Val Chisone.
!
Valle Maira, biotipo di Artemisia mutellina coltivato in Valle Maira.
Per realizzare un confronto dei diversi biotipi sono state
realizzate nei differenti campi dimostrativi delle prose composte
da cinque file con sesto 20X20 cm dove erano presenti tutte le
varietà testate nel campo (densità 17 piante m-2). Queste prose
test sono poi state in parte pacciamate con nylon PE (polietilene)
bianco-nero e in parte gestite senza pacciamatura (suolo nudo),
al fine di confrontare queste due metodologie di coltivazione.
Fig.22: campo dimostrativo di Castelmagno
Tab. 1: dati generali, varietà e tecniche di coltivazione testate nei cinque campi
Fig. 23: campo dimostrativo di Ferrere
Al fine di valutare le caratteristiche chimico fisiche dei
suoli dei campi dimostrativi sono stati prelevati dei
campioni. I referti analitici dimostrano come dal punto di
vista fisico i terreni sono tutti di medio impasto (franchi),
pertanto facilmente lavorabili e con una buona capacità di
drenaggio. Dal punto di vista chimico i terreni sono a pH
acido, ad eccezione di Ferrere con pH sub-alcalino. A
livello di dotazione in elementi nutritivi i terreni si sono
rivelati tutti ricchi, in virtù dell'alto tasso di sostanza
organica in essi contenuta (Tab. 2). Tale caratteristica è da
ricondurre al fatto che in tutti i casi si trattava di vecchi
prati stabili, non più coltivati da decenni.
Pag.10
DATI OTTENUTI
Settore agricoltura
Tab. 2: Caratteristiche chimico-fisiche dei suoli dei campi dimostrativi
Fig. 24: campo dimostrativo di Palanfrè
A partire dal secondo anno sono state
conteggiate il numero di piante
sopravvissute con particolare riferimento
alle due differenti modalità di gestione del
suolo: pacciamatura e suolo nudo. I dati
espressi in percentuale di mortalità
evidenziano al secondo anno una mortalità
media del 26% su nylon e del 11% su suolo
nudo, che si incrementa nel terzo anno
raggiungendo valori complessivi del 43%
su nylon e del 37% su suolo nudo. Come
dimostrano i grafici (Fig. 26 -27) i valori
medi prima esposti derivano da dati
estremamente variabili da campo a campo e
risentono in modo particolare dell'elevata mortalità riscontrata nel campo di Ferrere per
problemi gestionali nelle fasi post-trapianto. La mortalità risulta essere più
elevata nelle tesi pacciamate rispetto a quelle non pacciamate, per l'effetto riscaldante del
nylon in PE che aumenta la crisi post-trapianto.
Infatti, per motivi organizzativi, i trapianti sono
sempre stati realizzati nella seconda metà del mese di
giugno, periodo in cui le alte temperature aumentano i
problemi di attecchimento. L'esperienza condotta in
questi anni ci ha confermato che l'anticipo del
trapianto può ridurre di molto la percentuale di
mortalità. Nel caso di Palanfrè manca il dato della
mortalità al terzo anno delle tesi pacciamate perchè
per contenere un attacco di arvicole sono stati tolti i
nylon.
Al terzo anno le diversità di mortalità tra tesi
pacciamate e non tendono ad affievolirsi per effetto
della competizione delle malerbe nelle tesi non
pacciamate, rendendo simili le due modalità di
Fig. 25: campo dimostrativo di Sampeyre
gestione del suolo.
Pag.11
DATI OTTENUTI
Settore agricoltura
Fig. 26: mortalità al secondo anno di coltivazione
Fig. 27: mortalità al terzo anno di coltivazione
Pag.12
DATI OTTENUTI
Settore agricoltura
Al fine di valutare le produzioni sono stati prelevati dei campioni di infiorescenze in diverse
aree di saggio calcolando una produzione media per pianta. La raccolta è avvenuta nella fase di
fioritura avanzata ed è stata eseguita mediante il taglio delle infiorescenze a livello basale. Le
infiorescenze sono poi state fatte essiccare in condizione di ventilazione naturale per valutare
la resa in materiale secco (Tab. 3). La resa in erba secca a partire dalle infiorescenze raccolte è
stata variabile e comunque compresa tra percentuali del 29% e del 40% (Tab. 3)
Tab. 3: resa percentuale in erba secca con essiccazione naturale. Dati 2005
CAMPO
Val Chisone Val Maira RAC 12 RAC 16 Valle Gesso
Castelmagno
33%
33%
29%
31%
Ferrere
38%
33%
36%
32%
Palanfrè
40%
41%
34%
Sampeyre
32%
31%
35%
-2
Per stimare la produzione a metro quadro (m ), si è poi moltiplicata la produzione secca per
pianta per la densità teorica (17 piante m-2) ridotta della percentuale di mortalità rilevata.
I dati evidenziano come Ferrere, nonostante l'alta percentuale di mortalità, sia il campo che
abbia offerto la miglior performance produttiva con valori di 128 e 130 g m-2 per le tesi
pacciamate e non rispettivamente, questo dato deriva dall'elevata produzione per pianta
registrata (7 g di materiale secco per pianta). Seguono poi Sampeyre con 109 e 112 g m-2,
Castelmagno con 70 e 54 g m-2 e Palanfrè dove si sono ottenute produzioni medie di 62 g m-2
(Fig. 28). Importante è sottolineare come la più bassa mortalità riscontrata nelle tesi non
pacciamate non si traduce sempre in una maggior produzione, infatti la competizione delle
infestanti può determinare una riduzione della produzione ed aumentare notevolmente
l'impiego di manodopera indispensabile per le operazioni di scerbatura.
CAMPO
CH
castelmagno
33%
ferrere
38%
locale
R12
R16
VG
33%
29%
31%
33%
36%
32%
palanfrè
40%
41%
34%
sampeyre
32%
31%
35%
produzione di erba secca
nylon
128 130
140
120
100
2
g/m
80
suolo nudo
109 112
102
90
70
54
62
60
40
20
0
m
ia
ed
rè
nf
la
pa
re
re
no
ag
e
yr
pe
m
sa
r
fe
m
el
st
ca
Fig. 28: Produzione totale di infiorescenze secche riscontrate nei campi dimostrativi nell'intero ciclo di coltivazione
DATI OTTENUTI
Settore agricoltura
Per quanto riguarda le selezioni e gli ecotipi coltivati, non è possibile esprimere un giudizio
certo, visto la grande variabilità espressa nei diversi campi. In linea generale si può dire che le
selezioni svizzere sono risultate essere più omogenee nei caratteri vegetativi, più stabili nelle
produzioni e più tolleranti alle malattie (hanno percentuali di mortalità inferiori agli ecotipi
locali). Per contro gli ecotipi locali valutati dimostrano grande variabilità soprattutto
nell’adattamento ai singoli ambienti di prova. In particolare l’ecotipo Val Chisone si è rilevato
poco produttivo e inquinato da altre specie di genepì. Invece l’ecotipo Valle Gesso, dove ha
trovato condizioni ottimali come a Ferrere, ha fatto registrare grande sviluppo e ottime
produzioni, mentre in altri ambienti, anche a causa della sensibilità alle malattie, ha dato
risposte di altro segno.
IL TUJONE
Il tujone appartiene alla categoria degli oli
essenziali che insieme ai principi amari sono i
principali responsabili dell'aroma e delle
proprietà digestive e corroboranti delle bevande
ottenute con questa essenza. Con il termine oli
essenziali intendiamo una grandissima gamma
di composti di natura terpenica solubili in alcoli
e normalmente estratti secondo le normali
tecniche di infusione/sospensione. Il tujone ha
un'azione sul sistema nervoso centrale e può
indurre, ad alte concentrazioni come nel caso
dell'assenzio (Artemisia absynthium), effetti allucinogeni e tossici. La legislazione svizzera
vieta la presenza del tujone in qualsivoglia alimento, da qui è derivata la necessità di
selezionare ecotipi di genepì (quali le selezioni RAC già citate) privi di tale composto. Nei
paesi appartenenti all'Unione Europea il contenuto di tujone nelle bevande è fissato dalla
Direttiva CEE 88/388 che stabilisce un limite massimo di 10 ppm per i liquori contenenti più
del 25% in volume di alcool e di 35 ppm per gli amari.
Pag.14
Settore agricoltura
CONCLUSIONI
D
all’esperienza maturata si ricava che la coltura del genepì può rappresentare una
valida alternativa per le aziende montane, anche se presenta numerosi problemi che ne
possono compromettere la riuscita e la redditività. Diventa pertanto indispensabile
scegliere con estrema attenzione il sito di coltivazione considerando in particolare i parametri
altitudine, esposizione e natura del terreno. Coltivazioni a quote elevate (non inferiori ai 1500
m, ma preferibilmente prossime ai 2000), un’esposizione ottimale che garantisca un’elevata
insolazione e un terreno sciolto e con
un buon drenaggio, sono i presupposti
per una coltivazione che abbia buone
possibilità di successo. Il mancato
rispetto di questi criteri espone al
contrario la coltura a problemi
fitopatologici che possono
compromettere i risultati produttivi ed
economici. Infatti il campo di Ferrere
che assommava condizioni ottimali
per tutti questi parametri ha realizzato
le produzioni più elevate, pur in
presenza di problemi gestionali che ne
hanno depresso le potenzialità.
L’esperienza maturata ha sottolineato
inoltre la necessità di cura e di
attenzione nei confronti della coltura, soprattutto nelle fasi di post-trapianto e nel controllo
delle infestanti anche in presenza di pacciamatura.
In condizioni ottimali e in annate favorevoli e in campi ben condotti si possono ottenere
produzioni molto più alte di quelle rilevate nei nostri campi dimostrativi, che da questo punto
di vista costituiscono una realistica rappresentazione della situazione produttiva media, anche
se migliorabile con l’esperienza.
Pag.15
ATTIVITA’ FUTURE
Settore agricoltura
Nell'estate del 2006 è partito una nuovo progetto a regia regionale dal titolo: “Genepì:
sviluppo di tecniche innovative a supporto della coltivazione e della trasformazione del
genepì in Piemonte”.
Il nuovo progetto vede tra i partecipanti oltre la
Provincia di Cuneo, la Provincia di Torino e
l'Associazione per la tutela e la valorizzazione del
Genepì delle Valli Occitane Piemontesi anche
l'Università di Torino (Facoltà di Agraria, Facoltà
di Farmacia) e la camera di commercio di Torino.
Gli aspetti che il gruppo si è impegnato ad
analizzare durante l'intera durata del progetto
risultano essere i seguenti:
!
caratterizzare i diversi tipi di genepi al fine
di avere una base conoscitiva
maggiormente ordinata e razionale; tale
caratterizzazione dovrebbe essere di tipo
genetico, agronomico e compositivo;
!
realizzare un campo catalogo e una banca
permanente del germoplasma delle diverse
accessioni;
!
mettere a punto un processo produttivo del seme di genepì; si tratta di sperimentare le
tecniche migliori per giungere ad una produzione di seme di qualità attraverso una
razionalizzazione delle fasi di raccolta e selezione del seme, di coltivazione finalizzata
al prodotto seme, di conservazione;
!
analizzare la composizione delle infiorescenze fresche ottenute da biotipi diversi,
coltivati in aree ed ad altitudini differenti;
!
analizzare l'influenza di alcune fasi lavorative (trasporto, essiccazione, stoccaggio)
nel mantenimento della carica aromatica delle infiorescenze;
!
avviare alcune prime esperienze sperimentali a supporto della trasformazione quali la
produzione di liquori sperimentali ottenuti dai diversi biotipi di genepì prodotti in
condizioni stazionali differenti e sottoposte a due tipologie di processi di
trasformazione;
!
analizzare i liquori sperimentali per la definizione di alcuni composti marker
(componenti amare ed aromatiche), e del “profilo sensoriale”, utili a costituire le basi
conoscitive per la realizzazione di blend ottimali e per il mantenimento della loro
shelf-life;
!
definire alcune possibili linee di difesa della coltura a partire da principi di elevata
sostenibilità ambientale, sulla base delle esigenze più impellenti dei coltivatori.
Pag.16
Settore agricoltura
BIBLIOGRAFIA
Rey C., Slacanin I. (1997) Domestication du genépi blanc. Revue suisse de Viticulture
Arboriculture Horticulture Vol. 29 (3).
Rey C., Mercanti B., Bondaz F., Bonfanti F., Lini U., Piotti S., Piantini U., Gaillard F.,
Theodoloz G., Grogg F.(2002). Projet interrgional sur la culture du genepì blanc. Revue suisse
de ViticultureArboriculture Horticulture Vol. 34 (5).
“A Tutto Campo” a cura dell'Assessorato Agricoltura, Montagna, Sviluppo Rurale e Tutela
Flora Fauna della Provincia di Torino. Inserto speciale al N° 1, gennaio-febbraio 2006
Tamietti G., Valentino D., Barbero L., Cardinale F. Presenza in Italia di una peronospora su
Artemisia umbelliformis Lam. (genepì bianco). Informatore fitopatologico, in attesa di
pubblicazione
Pignatti S., Flora d'Italia, Bologna, 1982
Scarica

Scarica in formato pdf