Prof. F. Vespasiano
UniSannio - SEA
I semestre 2004-05
Programma per l’esame
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Accornero A., Era il secolo del lavoro, Bologna, Il
Mulino, 2003
Donati P., Il lavoro che emerge. Prospettive del lavoro
come relazione sociale in una economia dopo-moderna,
Torino, Bollati Boringhieri, 2001, capp. 4, 5, 6, 7.
Cosa intendere per dopo-moderno
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Una forte discontinuità con le idee illuministiche di un
progresso guidato dalla Ragione, con la centralità dello
Stato-nazione, con il primato dell’utilitarismo
economico;
Rispetto alla modernità, esso provoca un profondo
cambiamento delle distinzioni-direttrici che guidano i
processi di innovazione sociale;
Anche se ancora latente, il dopo-moderno è portatore di
una nuova formazione storico-sociale diversa e
alternativa alla modernità, anche se ne mantiene molte
acquisizioni. (Donati, p.11)
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Nell’ottica del passaggio da una formazione ad un’altra,
il problema del lavoro e delle sue connesse patologie
vengono ripensate in termini di trasformazione dei
paradigmi organizzativi della produzione, dell’uso della
forza lavoro e della divisione culturale tra tempo
produttivo e improduttivo.
Allora diventa indispensabile pensare a nuove
semantiche del lavoro e della produzione, visto che
quelle utilizzate oggi non aiutano a capire.
Ad oggi, le soluzioni operative alla cosiddetta crisi del
lavoro assumono tre connotazioni:
 Di ordine lib, con la de-regolazione (USA);
 Di ordine lab, con le nuove forme di regolazione dei
mercati (Europa);
 Di ordine fitness, con l’adattamento dei processi
formativi ai nuovi profili professionali richiesti
dall’innovazione tecnologica.
Comunque, cercano gli adattamenti più efficaci ed
efficienti alla soluzione del paradosso del lavoro
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Nella questione paradossale della cosiddetta fine del
lavoro esistono fattori economici, politici e culturali;
focalizzare l’attenzione soltanto sui primi due lascia in
ombra un ambito critico: quello della definizione di un
nuovo senso del lavoro adeguato alla realtà dopomoderna.
Eppure, il lavoro è in stretta connessione con il resto del
sistema socioeconomico nel quale si realizza; se cambia
l’organizzazione del sistema cambia necessariamente il
senso e le modalità organizzative di svolgimento del
lavoro.
1.
2.
Il crescente ricorso a forme di lavoro atipico – al di
là delle false e interessate semantiche descrittive –
nasconde due fenomeni di notevole importanza
sociale:
La precarizzazione del lavoro su scala universale;
Una radicale mutazione dei nessi fra lavoro e agire
sociale.
Così operando, mette in discussione ogni rapporto
tra prestazione lavorative ed equivalente salariale
(cash nexus).
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I processi appena accennati producono una rottura del
senso del lavoro, e della stessa civiltà del lavoro,
basata sul cash nexus, che è stato l’asse portante del
secolo del Lavoro e di tutte le economie capitalistiche
industriali e mercantili.
La grande trasformazione del lavoro dopo-moderno
sostituisce il cash nexus con il nesso relazionale del
lavoro, perché il lavoro da fatto economico (un fattore
della produzione) si trasforma in fatto sociale.
La tesi centrale di Donati-1
“… la in/dis-occupazione e in generale i fenomeni di
dis-adattamento al lavoro (disagio, rifiuto,
fluttuazioni, trasformazioni ‘caotiche’ delle attività
occupazionali) possono essere correttamente
compresi solo se si assume un approccio relazionale
al lavoro che lo osserva come fenomeno
morfogenetico e quindi come effetto emergente
largamente imprevisto e imprevedibile, generato da
agenti umani i quali cercano di realizzare progetti di
vita che implicano relazioni sociali significative…”
(Donati, p.16).
La tesi centrale di Donati-2
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Attraverso le relazioni significative gli attori di un dato
sistema socioeconomico costruiscono scambi sociali ai
quali affidano la realizzazione del maggior benessere
possibile per il maggior numero possibile degli attori
coinvolti.
In tal senso, il lavoro assume un carattere
intersoggettivo, originario e originale – in altri termini:
relazionale – connesso a pratiche di mondo vitale da cui
si generano normatività, valori, mezzi e finalità,
interpersonali e collettive.
La tesi centrale di Donati-3
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“Solo se il lavoro è osservato dal punto di vista
dell’interazione mondo vitale-sistema sociale si
può vedere che le economie dominante dal
complesso stato-mercato ‘consumano società’,
mentre fanno capolino altre economie che
‘fanno società’ senza trovare un appropriato
riconoscimento nel complesso lib/lab”
(Donati, p.19).
La tesi centrale di Donati-4
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Nelle epoche pre-moderne il lavoro è un’attività spesso
servile di ricambio organico con la natura;
Nell’epoca moderna industriale esso è una prestazione
mercificata finalizzata alla produzione di beni e servizi
necessari al benessere e allo sviluppo-progresso;
Nell’epoca dopo-moderna il lavoro viene assunto come
relazione sociale, e valutato per le qualità relazionali di
mediazione e scambietà che esso offre e implica, nel
bene e nel male; questo è il lavoro che emerge e a cui
Donati dà il nome di lavoro societario.
La tesi centrale di Donati-5
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Il lavoro societario emerge come fenomeno ‘globale’:
perchè riguarda sia chi lavora, sia chi gode dei suoi
frutti, sia le forme di interazione e intreccio fra
produttore-distributore-consumatore: diventa una
relazione multistakeholder;
Perché, diventando un’attività meno manuale e meno
materiale e sempre più distinta dai fattori tecnologici
della produzione, chiama in gioco la persona che opera
nella relazione sociale complessa.
La tesi centrale di Donati-6
Il lavoro societario che emerge come fenomeno
‘globalizzato’ contiene in sé i fondamenti della
economia dopo-moderna, che non è più legata al
rapporto fra datore di lavoro e lavoratore (fondamento
dell’economia capitalistica), “ma insiste sulla relazione
intrecciata e simultanea di produzione-utilizzazione …
Il lavoro non finisce, ma emerge in quello spazio di
attività che si sviluppa attraverso il cosiddetto capitale
virtuale o capitale relazionale, ben più velocemente di
quanto non accada attraverso il capitale tradizionale …”
(Donati, pp.20-21)
Cosa intendere per disoccupazione
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Indica la situazione in cui si trovano le forze lavoro prive di impiego.
Può essere: volontaria (quando i soggetti rifiutano di lavorare ai livelli
di remunerazione correnti); involontaria (quando seppure disposti a
lavorare ai livelli di salario correnti, non riescono a farlo).
Si distingue anche in: ciclica (dipende dal ciclo economico; in
situazioni di declino il sistema economico genera disoccupazione, la
cui entità può essere ridotta con interventi di politica economica
finalizzati al contenimento delle fasi depressive); frizionale (dovuta a
una insufficiente mobilità o a una inadeguata qualificazione della
forza lavoro); generale (originata da una riduzione generale della
domanda di lavoro conseguente a riduzione di spesa nel sistema o da
aggiustamenti strutturali sbagliati o da scelte del governo in situazioni
di crisi dei mercati internazionali);
Cosa intendere per disoccupazione
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istituzionale (originata da una politica del governo che ostacola la
mobilità o la riqualificazione della forza lavoro); mascherata (indica
una situazione in cui il lavoro viene economicamente sotto-utilizzato
rispetto alla possibilità massima ottenibile); nascosta (è il caso delle
donne, che potrebbero lavorare ma non lo fanno perché impegnate in
famiglia, e contestualmente non si presentano affatto sul mercato del
lavoro come disoccupate); stagionale (che si presenta per alcuni lavori
legati alle fasi stagionali); strutturale (è di lungo periodo e dipende
dalle modifiche strutturali del sistema economico-produttivo);
tecnologica (introdotta dall’introduzione della tecnologia che
risparmia l’impiego di forza lavoro).
Cosa intendere per disoccupazione
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Per la teoria neoclassica, basata sull'ipotesi di un mercato dove la
concorrenza e l’equilibrio dei prezzi sono perfetti, anche il libero
mercato del lavoro troverà il suo equilibrio. Quando ci troviamo in
una situazione di equilibrio, le imprese occuperanno tutte le persone
che desiderano lavorare a quel dato salario. Ma la presenza di
eventuali lavoratori rimasti fuori dal mercato, quindi disposti a offrire
il loro lavoro ad un salario più basso rispetto a quello di equilibrio,
sposta verso il basso tutti i salari, situazione che incentiva le imprese
ad aumentare la loro domanda di lavoro e, di conseguenza, la
disoccupazione diminuisce, fino a raggiungere lo zero, in teoria. Se
non dovesse accadere, significherebbe che dei lavoratori non sono
disposti a lavorare perché ritengono che il salario sia troppo basso; in
questo caso si parla di disoccupazione volontaria.
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Per la teoria keynesiana i salari non sono perfettamente
flessibili, con la conseguenza che il meccanismo di
aggiustamento dei prezzi non raggiunge l’equilibrio; inoltre,
poiché i salari non possono scendere al di sotto di un
determinato livello, si creano squilibri sul mercato del lavoro,
perché anche se vi sono lavoratori disposti a lavorare, le
imprese non li occupano perché il livello della domanda
effettiva non lo consente. Quando le previsioni di vendita da
parte delle imprese sono ottimistiche, perché si ipotizza una
crescita della domanda effettiva, allora le imprese domandano
lavoro e la disoccupazione si riduce; e viceversa. Ecco perché
l'analisi keynesiana parla di disoccupazione involontaria.
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La nuova microeconomia introduce l’ipotesi della
disoccupazione di ricerca (Job search theory), che viene intesa
come conseguenza di un comportamento razionale dei
lavoratori e viene assimilata a un investimento in informazione:
coloro che non hanno lavoro, si impegnano a ricercarlo (una
sorte di auto-impiego) raccogliendo informazioni sulle
opportunità offerte dal mercato. Il tempo che trascorre affinché
domanda e offerta di lavoro si incontrino, determina una sorte
di disoccupazione parziale. Per queste ragioni, coloro che sono
impegnati nella ricerca di lavoro, vanno esclusi dal novero dei
disoccupati, e in ogni caso dovrebbero essere indicati come
disocccupati volontari.
Quale disoccupazione per quali lavori
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In un momento di trasformazione profonda dei lavori e
dei meccanismi di incontro tra le diverse domande e le
diverse offerte, nonché dei contesti produttivi e
socioeconomici, è fuori luogo continuare a studiare le
dinamiche come se si fosse ancora all’interno di un
mercato formalmente libero del lavoro.
Le preferenze e le concrete situazioni di vita degli attori
sociali rende inadeguate anche le categorie concettuali e
giuridiche di disoccupazione e inoccupazione.
Quale disoccupazione per quali lavori
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Le trasformazioni in atto avrebbe dovuto produrre
un’adeguata trasformazione della stessa epistemologia
razional-utilitaristica, adeguata ai modelli domandaofferta dell’epoca industriale e fordista.
Il vecchio linguaggio non riesce più a definire e
identificare la realtà e le differenziazioni che in essa si
stanno organizzando, ricorrendo ancora a concetti come
“patologia” e “crisi” dei meccanismi di allocazione e di
funzionamento della forza lavoro.
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La mancanza di lavoro non può più essere definita
disoccupazione, in senso classico, perché i fattori
soggettivi e quelli oggettivi si intrecciano in modo
alquanto difficile da districare.
Diventa alquanto complesso identificare un disoccupato
soltanto sulla base delle definizioni note di
disoccupazione, perché non si riesce più a prevedere il
comportamento della offerta di lavoro neppure in una
situazione di domanda sufficiente al pieno impiego
(vedi il ricorso alla manodopera straniera).
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“Si affaccia l’idea che, se il lavoro è il mezzo con cui si
producono beni utili per la società, forse è il concetto di
utilità sociale – e la sua necessità – che è in crisi, più
che essere in crisi il lavoro come tale. Hic Rhodus, hic
salta! Nel mondo del lavoro ci si chiede: il lavoro
umano è ancora utile e necessario? Se no, perché? Se sì,
di quali utilità e necessità si tratta?”
(Donati 2001, 10)
Il rifiuto del lavoro
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Appare strano parlare di rifiuto del lavoro, in un’epoca
di scarsità di occupazione garantita, eppure molti
indicatori danno validità a questa impostazione teorica.
Un numero crescente di persone preferiscono scegliere
quale lavoro svolgere, rifiutando anche quello regolare
e standardizzato (ma non etico, non gratificante).
Si verifica, in buona sostanza, una svalutazione
inaspettata del lavoro come luogo privilegiato della
realizzazione individuale.
Alcuni dati alquanto attendibili
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Nel 2003 si è registrato un livello record di disoccupazione nel
mondo, che ha raggiunto i 185,9 milioni, pari al 6,2% della
forza lavoro, nonostante che l’incremento rispetto al 2002 sia
stato di soli mezzo milione di disoccupati; i dati sono
dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro (OIL), nel Global
employment trends 2004 report.
In particolare, sono aumentati gli uomini senza lavoro (arrivati
a 108,1 milioni, con un incremento di 600 mila unità rispetto al
2002), mentre per le donne si registra un lieve calo (da 77,9 a
77,8 milioni). Non hanno un lavoro 88,2 milioni di giovani fra i
15 e i 24 anni.
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In aumento anche l’economia sommersa, mentre resta stabile il
numero di lavoratori poveri, stimati in 550 milioni, che vivono con
l’equivalente di un dollaro al giorno. Si spera che la ripresa
economica, iniziata nella seconda metà del 2003, faccia sentire i
suoi effetti sull’occupazione. I primi segnali non lasciano
tranquilli. La crescita del PIL negli Stati Uniti non si accompagna
alla creazione di nuovi posti di lavoro (il tasso di disoccupazione
resta intorno al 6%). Nell’Unione Europea, malgrado una debole
crescita del PIL l’evoluzione del mercato del lavoro è stata
positiva; anche in Giappone i dati sono positivi. I paesi più colpiti
sia in termini di produzione sia in termini di disoccupazione sono
stati quelli latinoamericani e caraibici.
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Per quanto riguarda l’Asia, nonostante l’aumento generale del
PIL (oltre il 7%), l’Asia dell’Est registra un incremento della
disoccupazione; nel Sud-Est, invece, è scesa la disoccupazione
e, contemporaneamente, è aumentato il tasso di partecipazione
alla forza lavoro; nel Sud, il livello di disoccupazione è rimasto
stabile nonostante una crescita del PIL (il 5,1%). È previsto un
aumento dei lavoratori poveri e del lavoro informale, con un
ingresso di nuovi lavoratori (oltre 6 milioni di persone ogni
anno fino al 2015).
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Anche il Medio Oriente e l’Africa del Nord registrano una crescita
della disoccupazione, con un tasso pari al 12,2%, il valore più alto del
mondo. Restano cupe, per l’OIL, le prospettive per queste aree del
mondo. Dipendenza dal prezzo del petrolio, incrementi della forza
lavoro oltre le capacità d’assorbimento delle economie locali,
inefficienza delle istituzioni pubbliche e alto tasso di povertà, infatti,
compromettono un reale sviluppo dei mercati del lavoro. La lieve
crescita dell’occupazione nell’Africa subsahariana non appare
sufficiente a migliorare la situazione dei lavoratori poveri. La
diffusione dell’Aids e la continua fuga dei cervelli toglie alla regione
un capitale umano indispensabile, rendendo impossibile il
raggiungimento degli obiettivi di sviluppo per il millennio. Segnali
incoraggianti arrivano, per fortuna, dagli investimenti stranieri, dalla
forte domanda interna e dall’aumento del commercio internazionale.
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La sfida principale, per raggiungere gli obiettivi di sviluppo e
dimezzare la povertà entro il 2015, è quella di assorbire i 514
milioni di nuovi arrivi sul mercato del lavoro mondiale. Ma,
avverte l’OIL, l’aumento dell’occupazione dipende anche dagli
“sforzi dei responsabili della politica e dell’economia nel dare
priorità alle politiche del lavoro”.
“Una crescita economica - si legge nel rapporto - senza
creazione di posti di lavoro costituisce una minaccia per
l’avvenire dell’economia stessa”.
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Nell'Europa dei 15 il tasso di disoccupazione resta intorno
all’8,0%; i tassi di disoccupazione più bassi, sempre a novembre
del 2003, si sono registrati in Lussemburgo (3,9%), Austria (4,5%)
e Irlanda (4,6%), mentre in Spagna (11,3%) si registra il tasso di
disoccupazione più elevato.
In rapporto allo stesso mese di giugno del 2002, il tasso di
disoccupazione degli uomini in Eurolandia è passato dal 7,3% al
7,8% e quello delle donne dal 9,9% al 10,3%. Aumento ancora più
consistente nell'Ue15: il 7,4% della popolazione attiva maschile
(contro il 6,9% del 2002) e il 9,0% di quella femminile (contro
l'8,7% del 2002) è alla ricerca di un lavoro.
Preoccupante anche il tasso di disoccupazione dei giovani con
meno di 25 anni, che si attesta al 16,9% in Eurolandia e al 15,7%
nell'Ue15 (leggermente più alti del 2002). Questo tasso varia dal
7,4% in Austria al 23,0% in Spagna.
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Per quanto riguarda l’Italia, c’è da registrare che alla fine del 2001 gli
occupati hanno superato la soglia di 21,5 milioni di unità con una
crescita del 2,1 per cento rispetto al 2000 (+ 434 mila persone).
Questo risultato, molto positivo e storicamente assai elevato superiore a quelli registrati nel corso degli ultimi venti anni - è dovuto
soprattutto alla forte espansione della occupazione delle donne, che
spiega circa i due terzi dell’aumento totale dei posti di lavoro. In
questo modo, il tasso di occupazione complessivo ha raggiunto il 54,6
per cento, che resta il più basso d’Europa (10 punti al di sotto della
media europea); la componente femminile ha superato il 41% (6 punti
in più rispetto al 1995); il tasso d’occupazione dei lavoratori anziani
(55-64 anni) è salito dal 27,7 al 28%. Continua ad incidere
negativamente la situazione del Mezzogiorno.
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Il contributo del lavoro atipico all’aumento dell’occupazione,
particolarmente elevato nel corso del 2000, si è
progressivamente ridotto nel corso del 2001, mentre è
aumentata la quota di lavoro a tempo indeterminato (2,6%).
Questa inversione di tendenza può essere in parte attribuita agli
effetti della legge 388/00 relativa al credito di imposta, che
incentiva le assunzioni a tempo indeterminato, e in parte al
processo di naturale trasformazione dei contratti atipici.
Purtroppo, l’incidenza complessiva di queste ultime forme
contrattuali continua ad essere largamente inferiore alla media
europea.
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Continua ad essere sostenuta l’incidenza del lavoro autonomo,
nonché la crescita dell’occupazione nelle piccole e medie
imprese (circa il 30% dei lavoratori dipendenti è impiegato in
imprese con non più di 15 dipendenti). Lo sviluppo e il
rafforzamento di queste caratteristiche segnalano l’importanza
di un tessuto di micro imprenditorialità fortemente legata al
territorio e alle sue dinamiche. Nel contempo, però, sono il
segnale di una regolazione inefficiente che spesso ostacola la
crescita dimensionale delle imprese e ne indebolisce la capacità
competitiva.
Di conseguenza, il tasso di disoccupazione è sceso dal 10,6 nel
2000 al 9,5% nella media del 2001. Anche il tasso di
disoccupazione di lunga durata è diminuito (al 5,9%).
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Anche in Campania è cresciuto il numero di occupati (di
51mila unità, pari al 3,20%, ed è diminuito il numero delle
persone in cerca di occupazione (di 21mila unità, pari a 4,6%).
L’aumento del numero degli occupati è determinato
esclusivamente dall’aumento del numero dei lavoratori
dipendenti (59 mila unità, pari al 5,2%), mentre i lavoratori
indipendenti diminuiscono (di 8 mila unità, pari all’1,8%).
A crescere maggiormente sono il settore dei servizi (43 mila
unità, pari al 5,2%) e quello delle costruzioni (con 7mila unità,
pari al 4,8%); si verifica una leggera perdita nell’agricoltura e
una situazione stazionaria nel commercio.
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Circa il 70% dell’occupazione è concentrata nel settore terziario
(commercio e servizi); l’incidenza degli addetti al settore agricolo è
pari al 6,4% e quella nel settore delle costruzioni è pari al 9,4%; il
peso degli occupati nell’industria è pari al 15%.
La partecipazione della componente femminile al mercato del lavoro
risulta molto bassa (35,1%), sia in confronto con il tasso di attività
femminile delle donne italiane (nel 2002 era pari al 42,8%), sia in
confronto con il tasso di attività femminile delle donne del
Mezzogiorno (pari al 37%).
Il tasso di occupazione in Campania era nel 2002 pari al 40,9%
inferiore di 15 punti rispetto a quello nazionale (55,8%) e di 3,4 punti
rispetto a quello del Mezzogiorno (44,3%); anche il tasso di
occupazione femminile campano risulta essere minore di quello
italiano (42,3%) di 18 punti e minore di quello del Mezzogiorno
(27,2%) di quasi 3 punti percentuali.
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Il tasso di disoccupazione maschile è pari al 16,5%; quello
femminile del 30,6%; quello giovanile (15-24 anni) del 59,5%;
il valore medio generale è pari al 21,1%, più del doppio di
quello nazionale (9%) e leggermente superiore rispetto a quello
del Mezzogiorno (18,3%); il tasso di disoccupazione giovanile
è superiore di 10 punti rispetto a quello nel Mezzogiorno (pari
al 49,7%).
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La provincia di Benevento si colloca ad un livello di eccellenza,
rispetto al resto della regione. Il tasso di occupazione (43,3%) è il più
alto della regione, di poco inferiore rispetto al dato nazionale (44,4%).
Il tasso di disoccupazione (12,50%) è anch'esso il migliore della
regione (-8,6%); anche il tasso di disoccupazione giovanile (38,1%)
risulta molto più basso rispetto a quello regionale (oltre 20 punti in
meno). Il tasso di occupazione femminile (30,9%) è il più elevato
della regione (11 punti in più della media regionale); anche il tasso di
disoccupazione femminile (18,4%) è il migliore della regione (12
punti di differenza).
Positive sono anche le previsioni occupazionali, che prospettano una
crescita degli occupati del 6%, il più alto a livello regionale e
superiore alla media campana di circa il 2%.
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