Voci dal Sud 15 w w w . s o s e d . eu Anno V° nr. 5 Maggio 2009 ... il ritorno del Corsaro nero? Pirati attaccano la nave da crociera Melody Msc A bordo 991 passeggeri e 536 membri dell’equipaggio - Si trovava davanti alle coste della Somalia - Il transatlantico italiano respinge l’assalto dei pirati per la pronta reazione del comandante Ciro Pinto e degli uomini dell’equipaggio e della sicurezza - Il comandante ordina di far rullare violentemente l’imbarcazione per rendere pericoloso l’abbordaggio e di procedere a luci spente fino al cessato pericolo Paolo Atrangelo Gazzetta del Sud AQABA - La nave da crociera italiana Melody Msc, con a bordo 991 passeggeri e 536 membri dell’equipaggio – 134 italiani, 39 dei quali turisti – è sfuggita sabato sera ad un attacco di pirati mentre si trovava ad un giorno di navigazione a nord delle Seychelles, davanti alle coste somale. L’assalto è fallito per la pronta reazione del comandante Ciro Pinto, dell’equipaggio e degli uomini della sicurezza a bordo: nonostante gli spari e il panico, non si segnalano feriti e i danni si limitano a fori di proiettili sulla fiancata. La Melody è poi stata raggiunta e scortata da una nave militare spagnola e sta navigando in convoglio e senza problemi verso la sua prossima destinazione, Aqaba, il porto giordano sul Mar Rosso, dove il suo arrivo è previsto per il 2 maggio. Il comando interforze che staziona nella acque del Corno d’Africa ha attivato ulteriori misure di sicurezza, con alcuni elicotteri militari che hanno pattugliato l’intera area. Secondo quanto ha raccontato il Comandante, alle 21.35 ora italiana di sabato la Melody è stata attaccata da un gommone con sei uomini armati a bordo: hanno aperto il fuoco con fucili kalashnikov colpendo la fiancata sinistra al di sopra della linea di galleggiamento. Pinto ha ordinato manovre diversive: la nave è stata oscurata, ha fatto diverse manovre e il personale di sicurezza di origine israeliana, «i migliori», come ha specificato ieri il direttore generale di Msc, Domenico Pellegrino, ha risposto alle raffiche degli assalitori con le pistole in dotazione e gli idranti anti-incendio, rendendo troppo pericoloso l’abbordaggio per i pirati. Questi infatti sono fuggiti poco dopo. La nave ha proseguito la navigazione a luci spente fino al momento in cui si è avuta la certezza di aver seminato gli aggressori. «Siamo molto orgogliosi. Il nostro equipaggio ha dimostrato di saper gestire prontamente l’emergenza», ha detto l’armatore sorrentino della Msc Gianluigi Aponte. «Non potrò mai dimenticare quello che è accaduto: sembrava di stare in guerra», ha detto Pinto, aggiungendo che i sei pirati a bordo del gommone avevano certamente l’appoggio di una nave che si trovava in zona, visto che l’attacco è avvenuto in pieno oceano. Ciro Pinto, 50 anni, ha una lunga esperienza al comando di navi mercantili e da crociera. Pinto si è diplomato all’Istituto tecnico nautico «Nino Bixio» di Piano di Sorrento e ha cominciato subito da giovanissimo a navigare. Da oltre un decennio ha conseguito la patente di comandate per navi di lungo corso. Residente a Sant’Agata sui due Golfi, in provincia di Napoli, Pinto è sposato, ha tre figli, ed è considerato uno dei più esperti uomini di mare della costiera sorrentina. È stato lo stesso comandante ieri a confermare il tentativo di assalto. Una volta ristabilita la situazione di sicurezza, Pinto ha anche comunicato alla sua famiglia che tutto era a posto: «Solo un grande spavento – ha detto ai suoi a Sant’Agata – ma per fortuna grazie anche all’efficienza della security di bordo e alla determinazione dell’equipaggio siamo riusciti a respingere l’assalto». Al momento dell’attacco, la Melody si trovava a 180 miglia a nord di Port Victoria, capitale dell’arcipelago delle Seychelles. Sta effettuando una crociera di trasferimento che la riporterà dal Sudafrica in Italia il 7 maggio prossimo, con tappa nel Voci dal Sud 16 AnnoV° nr. 5 Maggio 2009 w w w . s o s e d . eu porto di Napoli e sbarco a Genova il giorno seguente. Era partita il 17 aprile scorso da Durban. È’ altamente probabile che da oggi la Procura di Roma apra un’inchiesta sull’attacco. Giovanni Ferrara, Procuratore capo di Roma ha detto che «per aprire il fascicolo si attende dall’unità di crisi della Farnesina arrivi la notizia del reato». «È una emergenza che sta diventando quotidiana», ha detto il ministro della Difesa Ignazio La Russa, Stiamo approntando tutte le possibili contromisure; ma la cosa che ci interessa di più è l’incolumità delle persone». L’attacco è un segnale che i pirati somali non hanno timore di alzare il target delle loro azioni, puntando anche ad obiettivi contro cui finora non avevano mai osato: è quanto rilevano fonti di intelligence e militari. Intanto i sedici marittimi (10 italiani) del rimorchiatore italiano sequestrato nei giorni scorsi sono sempre nelle mani dei pirati. Ore di attesa e preoccupazione per i familiari di Bernardo Borrelli, il marinaio di 30 anni di Ercolano (Napoli) imbarcato sul Buccaneer. Nell’abitazione in via Mare, la sorella Antonella e il fratello Ciro di 18 anni attendono con ansia qualche telefonata di conforto. «L’ultima giovedì scorso alle ore 18 dalla nave – dice la sorella –, nella quale mio fratello chiedeva aiuto e ripeteva “Fate presto, interessatevi di noi”». E oggi i familiari, fanno sapere, sono stati convocati – come vuole la prassi in casi analoghi – alla Farnesina a Roma per un incontro. «Aspettiamo notizie, siamo preoccupati» aggiunge uno zio di Bernardo insieme alla madre Immacolata. E forse mercoledì prossimo si terrà una veglia di preghiera nella chiesa di Santa Caterina ad Ercolano. I cannoni che “sparano” impulsi sonori sono in grado di disorientare i predoni Fino a poco tempo fa la “security” controllava solo che non s’imbarcassero terroristi camuffati da turisti Donato Mancini Gazzetta del Sud GENOVA - Cannoni che “sparano” impulsi sonori in grado di disorientare gli attaccanti, agenti di sicurezza armati a bordo, provenienti anche da blasonati servizi segreti come il Mossad israeliano, ma soprattutto la scorta da parte di navi militari nei tratti di mare più infestati come il golfo di Aden. Sono le contromisure finora adottate dalle compagnie crocieristiche per difendere le loro navi dagli attacchi sempre più frequenti dei pirati al largo delle coste dell’Africa orientale. Le navi da crociera hanno cominciato ad imbarcare personale della “security” dopo l’episodio dell’Achille Lauro, sequestrata da terroristi palestinesi. Il compito degli agenti di sicurezza, cresciuto con il boom del traffico crocieristico negli ultimi cinque anni, si concentrava però sinora nel controllare che a bordo non salissero terroristi camuffati da turisti e non venissero introdotte armi. Così ora tutte le navi delle maggiori compagnie mondiali (il gruppo statunitense Carnival, di cui fa parte l’italiana Costa Crociere con le controllate Aida Cruises tedesca e Iberocruceiros spagnola, il gruppo Royal Caribbean, anch’esso americano, e la Msc dell’armatore sorrentino (ma con uffici a Ginevra, Gian Luigi Aponte) sono dotate di scanner come quelli degli aeroporti per rilevare la presenza di metalli. L’ingresso e l’uscita dei passeggeri sono rilevati elettronicamente con apposite carte magnetiche. Ma ora il pericolo giunge in alto mare e dall’esterno. La velocità e la stazza della nave sono elementi impor- tanti: la prima varia dai 16 -17 nodi delle navi più vecchie ai 22 nodi delle più moderne; e poi più grande è la nave, maggiore è l’altezza del bordo dal mare e quindi più difficoltoso è l’arrembaggio. Le navi varate negli ultimi dieci anni sono divenute sempre più grandi (oltre centomila tonnellate di stazza contro le 35 mila della Melody, una delle più vecchie della flotta Msc) e quindi considerate più sicure. Costa Crociere ha adottato i cannoni «sonori», montati anche su navi mercantili, ma la cui efficacia è ancora sperimentale. Agenti della sicurezza armati e pronti a rispondere al fuoco dei pirati, come accaduto sulla Melody, sono ritenuti l’ultima spiaggia. L’abilità del comandante nel compiere manovre diversive si è dimostrata decisiva anche nel caso dei mercantili. Ma la stessa compagnia genovese si affida soprattutto alla scorta di navi militari. Prima di affrontare tratti infidi, come l’ingresso nel mar Rosso, vengono informati i gruppi navali internazionali a tutela dei traffici marittimi e la nave viene sorvegliata discretamente. Così è accaduto il 4 dicembre scorso, quando l’avvistamento di tre imbarcazioni veloci nel golfo di Aden da parte della nave Costa Europa fece scattare l’allarme antipirateria: i passeggeri furono fatti rientrare tutti nelle zone interne ed una fregata turca si avvicinò, mentre le tre imbarcazioni sospette si allontanavano. L’attacco alla Melody pone un ulteriore allarme: da un Voci dal Sud 17 Anno V° nr. 5 Maggio 2009 w w w . s o s e d . eu Occorre aver compiuto un servizio militare completo di lato è stato compiuto in pieno Oceano Indiano, lontano dalle zone pattugliate dai convogli militari, dall’altro – rile- tre anni in una unità combattente di Tsahal (le forse armate vano fonti di intelligence e militari – implica capacità di Israele) per poter cercare impiego in una delle società israeliane che offrono protezione alle navi civili. organizzative diverse da parte dei pirati. Sul mercato c’è crescente richiesta di personale ma le Gestire infatti 1500 persone è ben diverso da gestire i condizioni di lavoro non sembrano facili. venti componenti l’equipaggio di una nave da carico. Per il momento il fattore estate dà una tregua di alcuni Occorre infatti essere molto resistenti sia fisicamente sia mesi alle compagnie: le navi stanno infatti rientrando nel psicologicamente: in particolare occorre essere disposti a Mediterraneo dopo le crociere nell’oceando Indiano e nel restare lontani da Israele anche per un anno intero. golfo Persico. Agli interessati viene richiesta una buona conoscenza Se ne riparlerà nell’autunno prossimo. dell’inglese; il possesso di un altro passaporto – oltre a In zona rimangono solo piccole navi di alcune compa- quello israeliano – è considerato un vantaggio. gnie locali. Dietro l’attività dei “bucanieri” c’è un business milionario I tour operator temono contraccolpi immediati per il turismo LONDRA - L’attacco respinto dal transatlantico Melody della Msc Crociere, a un giorno di navigazione a nord delle Seychelles, conferma ciò che era stato evidenziato dalle più recenti statistiche: i pirati somali hanno aumentato esponenzialmente il numero e il livello dei loro agguati, e contemporaneamente anche l’area d’azione, al largo delle coste orientali dell’Africa. Solo qualche giorno fa, il Bureau Maritime International (Bmi), che ha sede a Kuala Lumpur, ha reso noto che nel primo trimestre del 2009 gli attacchi totali dei corsari nel mondo sono raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2008. Nelle sole acque davanti alla Somalia – anche a centinaia di miglia dalle coste – gli attacchi sono decuplicati – passando dai sei del primo trimestre 2008 ai 61 del 2009. Praticamente i soli pirati somali hanno portato al raddoppio globale degli assalti. Nel solo mese di marzo gli attacchi in quest’area sono stati 18. E la rete di soldi ed interessi che si muove attorno a queste azioni sembra andare ben oltre gruppi di uomini armati su veloci gommoni. Un’inchiesta del quotidiano britannico The Independent ha rivelato come alle spalle degli uomini che materialmente portano a termine gli attacchi si muovano vaste organizzazioni criminali con basi in Kenya, Somalia ed Emirati Arabi Uniti. Il giro d’affari dei pirati, solo l’anno passato – ha scritto l’Independent citando fonti interne all’industria del commercio mercantile – è stato attorno agli 80 milioni di dollari in riscatti pagati per la liberazione di navi ed equipaggi. Parte del denaro è finito nelle basi dei pirati. Ma il grosso sarebbe stato ripulito attraverso conti bancari di Dubai e di altri paesi del Medio Oriente. Secondo le informazioni raccolte dal quotidiano britannico, persino alcuni gruppi di estremisti islamici avrebbero ricevuto parte del bottino, una circostanza che inquadrerebbe il problema della pirateria in una cornice ancora più ampia. L’unico freno a questa attività sempre più pericolosa e sfrontata sembra essere un massiccio pattugliamento da parte delle marine militari internazionali. In un rapporto stilato da Chatham House – tratto da un incontro tra Agustin BlancoBazan, dell’International Maritime Organisation (Imo), l’ammiraglio Neil Brown della Royal Navy e Douglas Guilfoyle, dello University College of London – si evince che «il tasso di successo degli attacchi dei pirati è sceso da 1 su 3 ad 1 su 4 da quando le marine militari di 17 paesi hanno iniziato a pattugliare le acque del golfo di Aden». Nonostante lo scampato pericolo, l’attacco dei pirati alla nave da crociera Melody della Msc ha destato sconcerto tra gli addetti ai lavori del turismo, in primis i tour operator. I quali hanno cominciato a prendere in esame l’ipotesi di rivedere le rotte più pericolose, suggerendo trasferimenti già testati e privi di rischi per le nostre compagnie marittime. Nel caso in cui il fenomeno della pirateria dovesse proseguire intorno al Corno d’Africa, come anche in altri luoghi del mondo, ha fatto sapere il presidente di Assotravel Andrea Giannetti, «trovo giusto e opportuno che le compagnie marittime possano ripensare certe rotte». Del resto, ha spiegato, anche nel recente passato le rotte delle navi da crociera hanno subito cambiamenti, «come è accaduto ad esempio nel Mar Rosso, quando di colpo furono rivisti tutti i passaggi a largo dello Yemen». D’accordo l’Astoi, l’Associazione dei tour operator: «un lato positivo di questo settore – ha ricordato il presidente Roberto Corbella – è proprio la sua versatilità, nel senso che si possono tranquillizzare gli amanti delle crociere optando su rotte più sicure». Tuttavia, ha precisato, «non credo che un singolo episodio possa destare un allarme diffuso tra i turisti, i quali in questi anni hanno scelto questa forma di vacanza in numero sempre maggiore». La Fiavet, la Federazione delle agenzie di viaggio della Confcommercio, punta il dito anche sul danno di immagine per un’area turistica di rilievo, come è quella che si estende dall’Egitto fino a tutto l’Oceano Indiano. «Questa parte di mondo – spiega il vicepresidente vicario Paolo Mazzola – verrà sicuramente penalizzata, anche se il numero delle crociere in quelle latitudini non è poi così alto». (d.d.) Voci dal Sud 18 AnnoV° nr. 5 Maggio 2009 w w w . s o s e d . eu Si chiamava Gian Luigi Galeni e nel 1536 fu fatto prigioniero a Le Castella (Kroton) dal temibile pirata Barbarossa Lo schiavo calabrese che governò Algeri Cambiò il nome in Uluch Alì, italianizzato in Occhialì, diventando capo della flotta turca Francesco Pitaro Gazzetta del Sud Negli anni sessanta del secolo scorso, Mario Monicelli scelse il fortilizio di Le Castella di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, per alcune riprese de “L’armata Brancaleone”. Furono gli aragonesi a costruirlo, nel XV secolo, dopo che furono subentrati agli angioni nel dominio della Calabria, che a loro volta avevano utilizzato le fondamenta di una torre di guardia eretta da Annibale nel II secolo a.C. A proposito lo storico Gabriele Barrio scrive che qui il cartaginese «aveva la flotta, con la quale, quando era necessario, trasportava l’esercito dove avesse voluto». A motivo di ciò, questo complesso fu definito per tanto tempo Castra Hannibalis, prima che diventasse Porto delle Castella e poi definitivamente Le Castella. Nei primi anni del cinquecento, Andrea Carafa, duca di Santa Severina e feudatario del luogo, ne dispose la ristrutturazione e l’ampliamento con l’aggiunta di altre opere di fortificazione. Pensava così di opporre un baluardo sicuro contro le incursioni dei bellicosi pirati barbareschi prevedendo che sarebbe diventato ben presto uno dei loro più ambiti obiettivi di conquista. Infatti i turchi, al comando rispettivamente di Barbarossa, di Dragut, di Mustafà Pascià, lo assalirono in più occasioni per tutto il XVI secolo. Fu in una delle sue periodiche incursioni che il Barbarossa, al secolo Kair ed-Din, si ripresentò sulle coste calabresi. Era al servizio del sultano ottomano, convinto che il dominio dell’Italia dovesse avere come prologo la conquista della Calabria. E fu il 26 aprile 1536 il corsaro comparve al largo di questo castello che fu conquistato dopo sei giorni di resistenza, il villaggio fu razziato di ogni cosa, furono saccheggiate le chiese dei dintorni e catturati donne e bambini. Tra questi c’era un adolescente di otto anni, sottratto di peso dalle braccia dei suoi genitori. Si chiamava Gian Luigi Galeni, ed era destinato a entrare nella leggenda. Portato a Costantinopoli, fu acquistato al mercato come schiavo dal rais Giafer e finì mozzo su una nave. Il ragazzo seppe ingraziarsi l’animo del suo padrone al punto che, giunto in età opportuna e convertitosi all’islamismo con il nuovo nome di Uluch Alì, italianizzato in Occhialì, ne sposò la figlia Bracaduna. Sicché, arruolato da Dragut come capitano di galee, prese parte alla conquista di Tripoli là dove si distinse per coraggio e abilità nell’impartire gli ordini. Ormai Galeni aveva appreso appieno i segreti della pirateria ch poteva agire in assoluta autonomia nelle imprese di abbordaggio delle navi nemiche e di saccheggio delle coste del Mediterraneo. Di vittoria in vittoria il suo prestigio andò ad aumentare fino a diventare governatore di Algeri, pascià di Tripoli e di Tunisi. Con la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, la sua parabola sembrò arrestarsi in seguito alla sconfitta a opera della Lega santa. La flotta turca, infatti, fu annientata, l’ammiraglio Capudanpascià Alì fu catturato e ucciso. Ma il «rinnegato di Le Castella» si batté con valore e riuscì, unico fra i comandanti, a salvarsi; in seguito diventò capo della flotta del gran sultano di Costantinopoli e compì altre mirabolanti imprese. È alquanto verosimile che i suoi tratti somatici non dovettero essere granché dissimili da come lo ha immaginato lo scultore calabrese Giuseppe Rito che lo scolpì ritraendolo da un’antica stampa. Il volto scavato e adusto dal sole d’oriente è quello di un uomo che ha conosciuto potere e gloria, ma più ancora fatiche e sofferenze. Lo sguardo accigliato, infatti, e fiero manifesta una personalità forte e volitiva, ancorché non aliena da sentimenti ed emozioni. Si vuole che Occhialì, ormai potente e famoso, sarebbe tornato a Le Castella, spinto dal desiderio di riabbracciare la madre. Il figlio la voleva colmare di ogni ricchezza, ma quella non l’avrebbe degnato nemmeno di uno sguardo giacché aveva rinnegato il suo Dio. Di lui si sa che morì il 4 luglio 1595 a Costantinopoli, l’odierna Istanbul, dove fino a non molti anni fa un quartiere era chiamato «Nuova Calabria». Un nome probabilmente imposto dal truce e impenetrabile guerriero a riprova che non si era mai dimenticato della sua patria lontana.