Approcci allo studio della
personalità
Un dilemma arduo con cui partire:
“Scienza o unicità: questo è il problema”
(G.W. Allport)
• C’è una difficoltà di parlare di “personalità”, perché
il concetto allude a qualcosa di soggettivo, che mal
si presta ad essere descritto dalla scienza
oggettivante…
→ Questa difficoltà è stata spesso espressa
parlando di approcci di tipo idiografico (in cui
l'oggetto di studio è unico [idios = particolare],
irripetibile, come nelle scienze umane) ed approcci
di tipo nomotetico (in cui è possibile formulare
leggi generalizzabili [nomos = legge], come nelle
scienze naturali).
– Gli approcci idiografici si oppongono alla metodologia
positiva tipica delle scienze naturali e puntano la loro
attenzione alla soggettività e agli argomenti del cuore che la
ragione non può comprendere; se si volesse criticare questo
approccio si potrebbe affermare che tali teorici sono, come
suggeriscono Cervone, Pervin (2008), dei “romantici”;
– Gli approcci nomotetici hanno sviluppato le loro teorie
soprattutto nell’ambito della “psicologia differenziale”, ovvero
quella psicologia della personalità che si è occupata
innanzitutto di classificare e spiegare scientificamente perché
fra le persone sussistano delle differenze (ad esempio nel
percepire, nel reagire a stimoli ecc.), poi confluita nella
psicologia dei tratti. I tratti rappresentano organizzazioni
relativamente stabili di conoscere, sentire, agire. Ma, se si
volesse anche qui elevare una critica, si potrebbero chiedere
loro: lo specifico individuale che fine fa?
• Per Eysenck: “per lo scienziato, l’individuo
singolo e unico è soltanto il punto di
intersezione di un certo numero di variabili
quantitative” (Eysenck 1953).
 per Allport tale approccio non considera la
“struttura” interna della personalità, la sua
organizzazione
 “L’individualità”, per Allport, è la caratteristica
principale dell’uomo”.
La difficoltà nel definire in “positivo”, e non “per differenza”
rispetto alle altre persone, cosa sia la personalità di un
individuo si evince ad esempio da tale definizione
…la personalità è l’organizzazione dinamica, interna alla persona,
di quei sistemi psicofisici o modi caratteristici di comportarsi,
pensare e sentire (Allport 1961)
Gordon W. Allport (1897-1967) è stato uno dei più celebri e
riveriti psicologi della personalità. Animato da una «profonda
tensione umanistico religiosa» (Caprara-Gennaro, 1999, p.
315) e dal desiderio di cogliere il «Proprio» specifico di ogni
persona, che a parere di Allport non è innato, ma è esito
dello sviluppo, distinguendo tratti cardinali, centrali e
secondari a seconda che caratterizzano più o meno
profondamente la persona, a pare di alcuni (cfr. CervonePervin, 2008, tr. it. 2009, p. 284) i suoi contributi sono stati
limitati. In particolare, per Cervin e Cervone, pur avendo
Allport sostenuto che le persone sono caratterizzate da
pattern unici e coerenti collegati a tratti di personalità,
non ha poi fornito nessun modello preciso per spiegare
come le singole azioni siano collegate a un certo tratto.
Per G.W. Allport comprendere il “giusto equilibrio” fra questi due
approcci è un “problema di base” nell’ambito della psicologia
della personalità (Allport, Psicologia della personalità, 1961).
Più noi ricerchiamo e scopriamo ciò che è uniforme nella natura umana,
più è urgente e necessario che ci rendiamo conto della unicità nella forma
e nella struttura del complesso della persona. […] Quello che voglio
sottolineare è l’organizzazione interna dei motivi, dei tratti e dello stile
personale, […] Tale convinzione mi induce ad oppormi alla riduzione della
personalità a fattori comuni rilevabili in tutti gli uomini e inoltre a una
questione di ruoli, a relazioni interpersonali, ad avvenimenti in seno al
sistema socio-culturale. […] Naturalmente la personalità si forma in un
determinato ambiente sociale e in esso si esprime, ma nello stesso tempo
è un sistema autonomo e indipendente, e come tale merita di essere
studiato per se stesso. […] Sono pienamente convinto che il settore più
debole della odierna ricerca empirica è proprio […] lo studio della struttura
concreta, dell’ordine interno di una singola personalità (Allport 1961).
Egli conclude affermando: “scienza e unicità: ecco il problema”.
• Si possono individuare tre approcci allo
studio della personalità (Cervone, Pervin,
2008, tr. it. 2009, pp. 52 ss)
1. Lo studio dei casi e la ricerca clinica:
• molti psicologi ritengono che solo lo studio dei “casi”
individuali possa assicurare una presa di contatto con la
complessità della personalità umana. Si tratta di metodi
implicitamente idiografici (si veda dopo), miranti a
ottenere un ritratto del singolo individuo → Quando si
deve indagare tutta la complessità della personalità, la
sua organizzazione interna, le relazioni fra individuo e
ambiente, l’approccio clinico può essere l’unica strada
percorribile.
• Gli svantaggi del metodo clinico sono:
• una difficile generalizzabilità di quanto osservato nel
singolo caso estendendola ad altri soggetti;
• la difficoltà a passare dalla descrizione dettagliata di una
persona a una chiara spiegazione causale;
• il basarsi su impressioni soggettive, così che uno stesso
caso potrebbe essere descritto in modo diverso da ricercatori
differenti.
2. Approccio basato sui questionari e la ricerca
correlazionale.
• Questo approccio si basa sull’uso di questionari, che
permettono di raccogliere una grande quantità di
informazioni.
• L’obiettivo degli psicologi che utilizzano questo
approccio è:
– di stabilire innanzitutto le “differenze” fra le personalità
degli individui (se uno è più o meno timido, socievole
ecc.);
– inoltre, tentano di capire quali variabili (socievolezza,
timidezza, ecc.) sono “correlate” fra di loro, ovvero “si
muovo assieme” (ad esempio se la somministrazione di
tanti questionari mostra che gli individui socievoli sono
anche poco timidi allora fra le due variabili c’è
correlazione). → Lo scopo è di arrivare a descrivere alcune
variabili fondamentali, non correlate reciprocamente,
capaci di descrivere la personalità.
Psicologia differenziale
La psicologia, tuttavia, non intende indagare
solamente le differenze fra le persone, ma anche
scoprire i tratti di personalità, ossia quei «modi
costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei
confronti dell'ambiente e di se stessi». (DSM-IV
[Diagnostic and Statistical Manual of Mental
Disorders], APA, 1994)
Nell’ambito della ricerca correlazionale, negli ultimi anni un
consenso crescente è stato accordato ai cosiddetti “Big
Five”, cinque grandi fattori
Energia [Estroversione]: è inerente ad un orientamento fiducioso ed
entusiasta nei confronti delle varie circostanze della vita, la maggior parte delle
quali sono interpersonali;
Amicalità [Gradevolezza] include, ad un polo, caratteristiche come
l'altruismo, il prendersi cura, il dare supporto emotivo, e, al polo opposto,
caratteristiche come l'ostilità, l'indifferenza verso gli altri, l'egoismo;
Coscienziosità: fa riferimento a caratteristiche come la precisione e
l'accuratezza, l'affidabilità, la responsabilità, la volontà di avere successo e la
perseveranza;
Stabilità emotiva [Nevroticismo]: è una dimensione molto ampia
comprendente una varietà di caratteristiche collegate all'ansietà e alla
presenza di problemi di tipo emotivo, quali la depressione, l'instabilità di
umore, l'irritabilità, ecc.;
Apertura mentale: fa riferimento all'apertura verso nuove idee, verso i valori
degli altri e verso i propri sentimenti. Per ognuno dei Big Five sono state
individuate due sottodimensioni, ciascuna delle quali fa riferimento ad aspetti
diversi della medesima dimensione.
(C. V. CAPRARA, C. BARBARANELLI, L. BORGOGNI, http://www.psibo.unibo.it/test/bfq.htm)
Per ogni sottodimensione la metà delle affermazioni sono formulate
in senso positivo rispetto al nome della scala, mentre l'altra metà è
formulata in senso negativo, al fine di controllare eventuali risposte
date a caso. In totale il BFQ consta di 132 item e le dieci
sottodimensioni sono: dinamismo, dominanza, cooperatività,
cordialità, scrupolosità, perseveranza, controllo dell'emozione,
controllo degli impulsi, apertura alla cultura e apertura
all'esperienza.
(C. V. CAPRARA, C. BARBARANELLI, L. BORGOGNI, http://www.psibo.unibo.it/test/bfq.htm)
Nella seguente lista trovi degli aggettivi che descrivono alcune caratteristiche delle
persone. Indica in che misura ritieni di possedere ciascuna caratteristica. Cerca di
rispondere onestamente, anche se ci sono alcune caratteristiche di te che non ti piacciono.
Esprimi i tuoi giudizi considerando la seguente scala:
Non mi
corrisponde
per niente
A volte
mi corrisponde
a volte no
Mi corrisponde
completamente







1
2
3
4
5
6
7
Ti ritieni una persona….
Fantasioso/a
   
1
Irritabile
2 3 4 5 6
7
   
1
Riservato/a
7
   
1
Negligente
2 3 4 5 6
2 3 4 5 6
7
   
1
2 3 4 5 6
7
Silenzioso/a
   
1
Premuroso/a
7
2 3 4 5 6
7
2 3 4 5 6
7
2 3 4 5 6
7
   
1
Preciso/a
2 3 4 5 6
   
1
Preoccupato/a
7
   
1
Gentile
2 3 4 5 6
   
1
Versatile
7
   
1
Chiuso/a
2 3 4 5 6
   
1
Organizzato/a
7
   
1
Permaloso/a
2 3 4 5 6
2 3 4 5 6
7
   
1
2 3 4 5 6
7
Loquace
   
1
Innovativo/a
7
2 3 4 5 6
7
2 3 4 5 6
7
2 3 4 5 6
7
   
1
Introverso/a
2 3 4 5 6
   
1
Ordinato/a
7
   
1
Pauroso/a
2 3 4 5 6
   
1
Artistico/a
7
   
1
Simpatico/a
2 3 4 5 6
   
1
Timido/a
7
   
1
Disponibile
2 3 4 5 6
2 3 4 5 6
7
   
1
2 3 4 5 6
7
Sistematico/a
   
1
Comprensivo/a
2 3 4 5 6
7
2 3 4 5 6
7
2 3 4 5 6
7
   
1
Scrupoloso/a
7
   
1
Nervoso/a
2 3 4 5 6
   
1
Riflessivo/a
7
   
1
Piacevole
2 3 4 5 6
   
1
Creativo/a
7
   
1
Agitato/a
2 3 4 5 6
2 3 4 5 6
7
   
1
2 3 4 5 6
7
•
•
Neuroticism (instabilità emotiva). Detto anche emotività negativa (Negative emotionality)
o bisogno di stabilità (Need for stability), riguarda il livello di ansia e di volubilità che
caratterizza una persona. Può essere considerato come una misura del numero e della
forza degli stimoli necessari a suscitare emozioni negative nella persona (più è alto il valore
di questo fattore, minore è il numero degli stimoli necessari). Riguarda l’attitudine più o
meno spiccata a preoccuparsi, arrabbiarsi e scoraggiarsi, nonché l’impulsività e la
vulnerabilità. Valori bassi su questa scala indicano una persona elastica (resilient):
emotivamente stabile, ha la capacità di rimanere calma anche in situazioni difficili in quanto
le affronta in modo razionale e tende a presentarsi come una persona composta. Valori alti
indicano invece un carattere reattivo (reactive): la persona si altera, si imbarazza e si
innervosisce facilmente, sperimenta di frequente emozioni negative e di sfiducia che la
portano a essere tendenzialmente insoddisfatta. Tra i due estremi, vi è chi reagisce alle
situazioni (responsive), alternando atteggiamenti pacati e nervosi a seconda del contesto.
Extraversion (estroversione). Riguarda l’interesse verso gli altri, verso la vita sociale e la
facilità nelle relazioni interpersonali. Valori alti su questa scala indicano una persona
estroversa (extravert), che cerca la compagnia altrui, tende ad avere un atteggiamento
allegro e ottimista e si propone come leader del gruppo. Valori bassi indicano un carattere
introverso (introvert), più timido, riservato, per niente desideroso di mettersi in mostra. Valori
intermedi sono associati a chi si dimostra capace di partecipare attivamente alla vita sociale,
ma anche di sentirsi a proprio agio nella solitudine ed è definito come ambiverso (ambivert).
Dei 5 fattori, quello di estroversione è il maggiormente visibile nel corpo: una persona
estroversa tende a fare movimenti più ampi e vigorosi, a parlare con un tono di voce più alto
e a prendere l’iniziativa nei rapporti interpersonali (ad esempio, salutando per primo o
iniziando una conversazione).
•
•
•
Openness (apertura all'esperienza). Riguarda la varietà di temi che attraggono una persona
e la profondità con cui questi interessi sono coltivati. Questi due aspetti appaiono
inversamente proporzionali: più è alto il numero di interessi più è difficile esplorarli tutti in
profondità, mentre chi possiede pochi interessi può coltivarli con maggiore cura. Valori alti su
questa scala indicano una persona esploratrice (explorer) che si dimostra curiosa, fantasiosa,
originale, attratta da tutto ciò che è nuovo, mentre valori bassi indicano un conservatore
(preserver) che preferisce ciò che conosce già e non ama perdersi in fantasie. L’apertura
mentale si manifesta nella curiosità e quindi nella maggiore o minore attenzione rivolta sia
verso l’ambiente circostante sia verso le emozioni provate.
Agreebleness (gradevolezza o anche socievolezza). Riguarda il grado di adattamento che
una persona mostra nei confronti degli altri. Va a considerare da dove la persona attinge le
regole di corretto comportamento, dagli altri oppure da se stessa. Valori bassi su questa scala
indicano un carattere detto challenger, concentrato su se stesso, sulle proprie opinioni e
bisogni: la persona intraprende faticosi rapporti con gli altri, con i quali si dimostra cinica,
egocentrica, competitiva e testarda e manifesta atteggiamenti di superiorità. Valori alti
individuano invece una persona adattabile (adapter) che tende a uniformarsi alle idee e alle
norme del gruppo, da cui dipende e verso cui prova una certa fiducia e si dimostra altruista e
disponibile. Valori intermedi indicano un negoziatore (negotiator), capace di imporre la sua
opinione o di accettare quella degli altri a seconda della situazione.
Conscientiousness (coscienziosità). Riguarda il numero di scopi che una persona si
prefigge e la perseveranza con cui li persegue. Alcuni degli aspetti legati alla coscienziosità
sono, ad esempio, l’autodisciplina, la metodicità e la razionalità nelle decisioni. Valori alti su
questa scala indicano una persona mirata (focused), che si dedica ad un limitato numero di
obiettivi perseguendoli in modo organizzato ed efficiente. Valori bassi indicano una persona
flessibile (flexible), che si pone molti obiettivi ma non si dedica seriamente a nessuno, che si
distrae facilmente, è perennemente in ritardo sulla tabella di marcia (se ne ha una), risulta
spesso impreparata e preferisce dedicarsi al relax o agli svaghi.
[Luca CHITTARO, 2009]
• I limiti di questo approccio sono:
– che fornisce indicazioni molto limitate sui singoli individui,
limitandosi a fornire informazioni sui punteggi che il soggetto
ottiene nei diversi test;
– inoltre, al pari dell’approccio basato sui casi, è difficile
giungere a conclusioni definitive sulla causalità: il fatto che
due variabili siano correlate non significa necessariamente che
una variabile sia causa dell’altra;
– inoltre, il modo in cui le persone rispondono ai questionari
potrebbe dipendere da ragioni non relative al reale contenuto
delle domande (ad esempio le persone potrebbero avere
difficoltà a rispondere positivamente alla domanda: “hai mai
rubato in un supermercato?”);
– inoltre, tramite un questionario può essere difficile capire se le
persone rispondono utilizzando il loro autentico modo di essere
o delle concettualizzazioni difensive (la persona si defisce
“felice” perché lo è veramente o pensa solo di esserlo?)
(Cervone, Pervin, tr. it. 2009, 56-69)
3. Approccio sperimentale: utilizza l’esperimento di
laboratorio, controllato, che permette di isolare le variabili
che si vogliono esaminare. Questo è un grande vantaggio
dell’esperimento di laboratorio.
-
Ad esempio, è stato visto che se si chiedeva ad un gruppo di
studenti di razza bianca e nera di indicare la loro appartenenza
razziale prima di un test, gli studenti neri ottenevano performance
meno positive che se questa indicazione demografica veniva
omessa. Ciò indica che gli studenti neri sentivano “pesare” su di sé
la “minaccia dello stereotipo”.
• I limiti della ricerca di laboratorio sono:
– la sua “artificiosità”, il suo non considerare la reale
complessità del comportamento umano in situazione
reale;
– inoltre, possono innescarsi altri meccanismi che influenzano
il comportamento dei soggetti, come la tendenza del
soggetto a comportarsi in modo da confermare le ipotesi
dell’esperimento “nell’interesse della scienza” o la
tendenza a soddisfare le aspettative dello
sperimentatore;
– inoltre molti esperimenti di laboratorio non tengono
presente del dispiegarsi di alcuni comportamenti nel
tempo (Cervone, Pervin, tr. it. 2009, pp. 63-71)
Due esperimenti celebri:
- l’esperimento Milgram
- l’esperimento carcerario di Stanford
L’esperimento Milgram
• L'esperimento psicologico noto come «esperimento Milgram» fu
condotto nel 1961 dallo psicologo statunitense Stanley Milgram che
consistette nell’indurre soggetti ingenui a somministrare degli
elettrochoc a altri soggetti complici.
– L'esperimento cominciò tre mesi dopo l'inizio del processo a Gerusalemme contro il
criminale di guerra nazista Adolf Eichmann. Milgram concepiva l'esperimento come
un tentativo di risposta alla domanda: "È possibile che Eichmann e i suoi milioni di
complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?".
• I partecipanti alla ricerca furono reclutati tramite un annuncio su un
giornale locale o tramite inviti spediti per posta a indirizzi ricavati dalla
guida telefonica. Il campione risultò composto da 40 maschi fra i 20 e i
50 anni, maschi, di varia estrazione sociale. Fu loro comunicato che
avrebbero collaborato, dietro ricompensa, a un esperimento sulla
memoria e sugli effetti dell'apprendimento, con la precisazione che la
somma di denaro spettava loro per il semplice fatto di essersi prestati a
venire in laboratorio indipendentemente da quanto sarebbe successo
dopo.
• Bisognava trovare un pretesto per giustificare la somministrazione di
elettrochoc. Per cui si ricorreva a una spiegazione di copertura. Dopo
una introduzione generale sulla presunta relazione fra punizione e
apprendimento si diceva ai soggetti:
per la verità, sappiamo ben poco circa l’effetto che la punizione ha sull’apprendimento,
perché studi veramente scientifici di questo genere non sono stati quasi mai compiuti
sugli esseri umani […] Vogliamo scoprire proprio gli effetti reciproci che si verificano tra
persone diverse nel ruolo di insegnanti e allievi, e come influisce la punizione
sull’apprendimento in questa situazione. Perciò questa sera chiederò a uno di voi di fare
l’insegnante e all’altro di fare l’allievo. Avete delle preferenze?» (Milgram, 1963)
• Il sorteggio era truccato e al soggetto ignaro capitava sempre il ruolo di
insegnante. I due soggetti venivano poi condotti nelle stanze predisposte
per l'esperimento. L’allievo era legato a una specie di sedia elettrica.
• A esperimento iniziato, l’insegnante doveva somministrare un impulso
elettrico a ogni risposta sbagliata. Inoltre, il soggetto deve spostare la
leva del generatore di corrente ad una tensione superiore a ogni risposta
sbagliata, leggendo prima ad alta voce il voltaggio. Quando si ragiunge il
livello «choc 300» l’allievo batte i piedi sul muro. Oltre questo livello, non
si sentono più reazioni da parte dell’allievo
Se il soggetto si dimostra riluttante, lo
sperimentatore utilizza una sequenza
di «stimoli»:
1. “continui, per favore”
2. “l’esperimento richiede che lei
continui”
3. “è assolutamente essenziale che
lei continui”
4. “non ha altra scelta, deve andare
avanti”.
• Quali risultati? Contrariamente alle aspettative, nonostante i 40
soggetti dell'esperimento mostrassero sintomi di tensione e
protestassero verbalmente, una percentuale considerevole di questi
(circa i 2/3), obbedì allo sperimentatore. Questo «stupefacente grado di
obbedienza» (Wikipedia), che ha indotto i partecipanti a violare i propri
principi morali, è stato spiegato in rapporto ad alcuni elementi, quali
l'obbedienza indotta da una figura autoritaria considerata legittima, la
cui autorità induce uno stato eteronomico, caratterizzato dal fatto che il
soggetto non si considera più libero di intraprendere condotte
autonome, ma strumento per eseguire ordini. I soggetti dell'esperimento
non si sono perciò sentiti moralmente responsabili delle loro azioni, ma
esecutori dei voleri di un potere esterno. Alla creazione del suddetto
stato eteronomico concorrono tre fattori:
– percezione di legittimità dell'autorità (nel caso in questione lo
sperimentatore incarnava l'autorevolezza della scienza)
– adesione al sistema di autorità (l'educazione all'obbedienza fa parte dei
processi di socializzazione)
– le pressioni sociali (disobbedire allo sperimentatore avrebbe significato
metterne in discussione le sue qualità oppure rompere l'accordo fatto
con lui).
• Il grado di obbedienza all'autorità variava però sensibilmente in
relazione a due fattori: la distanza tra insegnante e allievo e la
distanza tra soggetto sperimentale e sperimentatore. Furono infatti
testati quattro livelli di distanza tra insegnante e allievo: nel primo
l'insegnante non poteva osservare né ascoltare i lamenti della vittima;
nel secondo poteva ascoltare ma non osservare la vittima; nel terzo
poteva ascoltare e osservare la vittima; nel quarto, per infliggere la
punizione, doveva afferrare il braccio della vittima e spingerlo su una
piastra. Nel primo livello di distanza, il 65% dei soggetti andò avanti
sino alla scossa più forte; nel secondo livello il 62,5%; nel terzo livello
il 40%; nel quarto livello il 30%.
• Grazie all'esperimento, Milgram arriva a dimostrare che l'obbedienza
dipende anche dalla ridefinizione del significato della situazione. Ogni
situazione è infatti caratterizzata da una sua ideologia che definisce e
spiega il significato degli eventi che vi accadono, e fornisce la
prospettiva grazie alla quale i singoli elementi acquistano coerenza. La
coesistenza di norme sociali contrastanti (da una parte quelle che
inducono a non utilizzare la forza e la violenza e dall'altra quelle
che prevedono una reazione aggressiva a certi stimoli) fa sì che la
probabilità di attuare comportamenti aggressivi venga di volta in
volta influenzata dalla percezione individuale della situazione (che
determina quali norme siano pertinenti al contesto e debbano
pertanto essere seguite). Dal momento che il soggetto accetta la
definizione della situazione proposta dall'autorità, finisce col ridefinire
un'azione distruttiva, non solo come ragionevole, ma anche come
oggettivamente necessaria (fonte: Wikipedia).
– Le numerose ricerche che hanno successivamente utilizzato il paradigma di
Milgram (come quelle di David Rosenhan), hanno tutte pienamente
confermato i risultati ottenuti dallo studioso, che sono stati ampiamente
discussi anche nell'ambito di quel cospicuo filone di studi interessati a
ricostruire i fattori che hanno reso possibile lo sterminio ad opera dei nazisti.
“La psicologia sociale di questo secolo ci ha dato una grande
lezione: a volte non è tanto il tipo di persona che siamo, ma la
situazione in cui ci troviamo a determinare le nostre azioni”
(Milgram, 1974).
“Persone normali, che fanno il loro lavoro e senza alcuna
particolare ostilità nei confronti delle vittime, possono diventare
terribili parti attive in un processo di distruzione: anche quando
gli effetti si rivelano in tutta la loro gravità, poche persone
hanno le risorse necessarie per resistere ad una autorità”
(Milgram, 1974).
Siamo tutti figli di Eichmann? di Umberto Galimberti (la Repubblica, 12.03.08)
Siamo soliti pensare che il bene e il male siano due entità contrapposte e tra loro ben
separate, così come i buoni e i cattivi che riteniamo tali per una loro interna
disposizione. Per effetto di questa comoda schematizzazione che ci rende innocenti a
buon prezzo, noi, che ci pensiamo «buoni», escludiamo di poterci trasformare nel giro
di poco tempo in carnefici crudeli, attori in prima persona di quelle atrocità che ci fanno
inorridire quando le leggiamo nei resoconti di cronaca o le vediamo in tv.
Per rendercene conto, e lo dobbiamo fare per conoscere davvero noi stessi, è
sufficiente che leggiamo il libro di Philip Zimbardo, L’effetto Lucifero (Raffaello Cortina,
pagg. 650, euro 35). Lucifero, prima di diventare Satana, il principe del male, era il
portatore di luce, l’angelo prediletto da Dio. Ciascuno di noi può trasformarsi da
Lucifero in Satana, non per predisposizione interna come crede la psicologia quando
distingue il normale dal patologico, al pari della religione quando distingue il buono dal
cattivo, ma per altri due fattori che sono il «sistema di appartenenza» e la «situazione»
in cui ci si viene a trovare.
Non erano dei criminali per natura Heinrich Himmler e Adolf Eichmann quando
portarono a compimento con abnegazione lo sterminio degli ebrei, ma dei «burocrati»
con uno spiccato senso del dovere al loro sistema di appartenenza che era l’ideologia
nazista. Lo stesso si può dire di Franz Stangl, direttore del campo di concentramento di
Treblinka che aveva il compito di eliminare tremila deportati al giorno perché l’indomani
ne giungevano altri tremila. «Il metodo l’aveva ideato Wirt. E siccome funzionava, mio
compito era di eseguirlo alla perfezione», rispose a Gitta Sereny che in una serie di
interviste (oggi pubblicate da Adelphi col titolo In quelle tenebre) gli chiedeva che cosa
provava.
La stessa risposta la diede il pilota americano che sganciò la bomba atomica su
Hiroshima a Günther Anders che gli poneva analoga domanda: «Che cosa provavo?
Nothing. That was my job (Niente, quello era il mio lavoro)». Quando la responsabilità
si restringe e, da responsabilità nei confronti degli effetti delle nostre azioni, si riduce a
responsabilità nei soli confronti degli ordini ricevuti, queste risposte sono corrette, così
come ci sentiamo tutti noi quando, negli apparati di appartenenza ci limitiamo a
eseguire perfettamente il nostro mansionario, i programmi ministeriali nelle scuole a
prescindere dalle condizioni culturali in cui si trovano i ragazzi che le frequentano, gli
interessi dell’azienda a prescindere dalle condizioni in cui si effettua il lavoro (compresi
i morti sul lavoro) e dai prodotti finali del lavoro (più o meno corrispondenti a quello che
la pubblicità vorrebbe farci credere).
Quando la responsabilità non si estende agli effetti delle nostre azioni, ma si restringe
alla semplice osservanza degli ordini che ci provengono dagli apparati di appartenenza,
allora, come recita il titolo di un libro di Günther Anders, siamo tutti «figli di Eichmann»
e come tali subiamo quello che Philip Zimbardo chiama: «L’effetto Lucifero», dove
persone perbene, per effetto del «sistema di appartenenza» o per le «situazioni» in cui
ci veniamo a trovare, diventiamo, indipendentemente dalla nostra indole, degli oggettivi
criminali, capaci di compiere quelle azioni che, fuori dal sistema di appartenenza o
dalla situazione concreta, ci farebbero inorridire.
Philip Zimbardo è uno psicologo sociale dell’Università di Stanford che nel 1971 tentò
un curioso esperimento di «prigionia simulata». Con un annuncio sul giornale scelse,
tra le centinaia che si erano presentate, ventiquattro persone che, per quindici dollari al
giorno, accettassero di fare le guardie e i detenuti in una prigione simulata nell’edificio
dell’Università.
I prescelti erano i più stabili psicologicamente, senza trascorsi di alcol e droga,
senza pendenze penali, senza problemi medici o mentali. Insomma ragazzi
normali, bravi ragazzi si direbbe se l’aggettivo non fosse denso di pregiudizi. A
quelli incaricati di fare la guardia furono assegnati i compiti in uso per gli arresti
veri, con la sola avvertenza che dovevano evitare abusi e violenze fisiche.
Dopo una settimana l’esperimento fu interrotto perché le guardie, che avevano
preso molto sul serio il loro ruolo, in un’istituzione altrettanto seria come poteva
essere l’università, per una prova seria quanto lo può essere un esperimento
scientifico, non per la loro «indole», ma per effetto del loro «ruolo» e della
«situazione» in cui si trovavano a operare, si abbandonarono alle più feroci
aggressioni fisiche e psichiche non dissimili, scrive Zimbardo, dai modelli nazisti.
La constatazione ha consentito allo sperimentatore di concludere che la pratica
del male o, come lui la chiama: «l’effetto Lucifero», non è una prerogativa di
un’indole piuttosto che di un’altra (come ritiene la psicologia, che a sua insaputa
ha ereditato lo schema religioso che distingue i buoni dai cattivi), ma è la
prerogativa di tutti che, a partire da una «struttura di appartenenza» (una fede,
un’ideologia, un apparato aziendale) e da una «situazione concreta» in cui ci si
trova a operare (in un gioco vero o simulato di tutori dell’ordine e criminali, o in
una guerra che vede contrapposti in nostri ai nemici) chiunque, anche il più buono
fra noi è portato a compiere i crimini più orrendi.
La conclusione è che il bene e il male non sono prerogative di alcuni e non di altri,
ma, compresenti in ciascuno di noi si scatenano indifferentemente in tutti a partire
dal «sistema di appartenenza» e dalla «situazione» in cui ci si viene a trovare.
Inorridito da quanto aveva constatato Philip Zimbardo non riuscì a scrivere il
resoconto di quanto aveva visto negli anni immediatamente successivi
all’esperimento, ma solo quando, nel 2004, fu chiamato in qualità di perito a dare
una spiegazione del perché bravi ragazzi, ritenuti tali dopo accurate verifiche,
inviati come militari in Iraq, avessero potuto compiere nel carcere di Abu Ghraib
abusi così orrendi quali risultarono dalle registrazioni che Zimbardo ebbe modo di
visionare dove si vedevano scene ben più aberranti di quelle che le televisioni di
tutto il mondo hanno poi diffuso.
In gioco, scrive Zimbardo, non è tanto l’«indole» di questi militari, quanto
l’appartenenza al «sistema esercito» inviato per una «giusta causa» (contro il
terrorismo), in una «situazione» che nella fattispecie è di guerra. Ma perché un
uomo possa uccidere un altro uomo è necessario che lo «de-umanizzi», che lo
riduca a «cosa», in modo che non appaia più come un suo simile, perché solo così
può trovare la forza di togliergli la vita.
A ciò concorre il patriottismo, che spesso è solo una forma appena velata di
autovenerazione collettiva, perché esalta la nostra bontà, i nostri ideali, la nostra
clemenza e la perfidia di chi ci odia. Creando un quadro in bianco e nero, la guerra
sospende il pensiero, soprattutto il pensiero autocritico, e, così mitizzata, diventa
una divinità che, come ci hanno insegnato gli antichi greci, per essere adorata
esige sacrifici umani. Ma oltre all’autovenerazione per noi stessi, la guerra ci
impone di svilire il nemico, per cui veneriamo e piangiamo i nostri morti e restiamo
stranamente indifferenti a quelli che ammazziamo noi. I nostri morti e i loro morti
non sono uguali. I nostri morti contano, i loro no.
Di fatto la guerra scatena la nostra latente necrofilia, non solo perché ammazza,
ma perché richiede a ciascun combattente una certa familiarità con la propria
morte. La necrofilia è fondamentale per il mestiere delle armi, così come lo è per la
formazione dei kamikaze. Essa getta in quello stato di frenesia in cui tutte le vite
umane, compresa la nostra, sembrano secondarie e soprattutto insignificanti.
Oltre alla necrofilia, la guerra scatena la lussuria più sfrenata, carica di un’energia
sessuale cruda e intensa che ha il sapore della voluttà autodistruttiva della guerra
stessa. Perché in guerra gli esseri umani diventano cose, cose da distruggere o da
usare per gratificazioni carnali. Quando la vita non vale niente, quando non si è
sicuri di sopravvivere, quando a governare gli uomini è la paura, si ha la
sensazione che a disposizione rimane solo la morte o il fugace piacere carnale.
Dopo la guerra c’è l’immane fatica per guarire le ferite che non sono solo quelle
fisiche. E c’è chi non ce la fa, e sono i più, perché tutto ciò che era familiare
diventa assurdamente estraneo, e il mondo, a cui si sognava di tornare, appare
alieno, insignificante al di là di ogni possibile comprensione. L’accumulo di
distruttività, vista e seminata, diventa autodistruttività che non conosce limite.
A questo punto vale ancora la contrapposizione tra il bene e il male? E davvero
noi possiamo dividerci in buoni e cattivi? O, come sostiene Zimbardo, la nostra
ferocia non è tanto da attribuire alla nostra indole, quanto piuttosto al sistema di
appartenenza e alla situazione concreta in cui ci si trova a operare? Se così è,
vero eroe non è chi compie le azioni più rischiose o più feroci che i posteri
magnificheranno, ma chi sa resistere al sistema di appartenenza o alla
situazione concreta che gli chiedono quelle azioni. L’avvertimento di Zimbardo
è ovviamente rivolto a tutti noi che, in un modo o nell’altro, sempre ci troviamo
in un qualche sistema di appartenenza o in qualche situazione che ci chiede di
scegliere se stare o non stare al gioco.
Di fatto la guerra scatena la nostra latente necrofilia, non solo perché
ammazza, ma perché richiede a ciascun combattente una certa familiarità con
la propria morte. La necrofilia è fondamentale per il mestiere delle armi, così
come lo è per la formazione dei kamikaze. Essa getta in quello stato di frenesia
in cui tutte le vite umane, compresa la nostra, sembrano secondarie e
soprattutto insignificanti.
Oltre alla necrofilia, la guerra scatena la lussuria più sfrenata, carica di
un’energia sessuale cruda e intensa che ha il sapore della voluttà
autodistruttiva della guerra stessa. Perché in guerra gli esseri umani diventano
cose, cose da distruggere o da usare per gratificazioni carnali. Quando la vita
non vale niente, quando non si è sicuri di sopravvivere, quando a governare gli
uomini è la paura, si ha la sensazione che a disposizione rimane solo la morte
o il fugace piacere carnale.
Dopo la guerra c’è l’immane fatica per guarire le ferite che non sono solo quelle
fisiche. E c’è chi non ce la fa, e sono i più, perché tutto ciò che era familiare
diventa assurdamente estraneo, e il mondo, a cui si sognava di tornare, appare
alieno, insignificante al di là di ogni possibile comprensione. L’accumulo di
distruttività, vista e seminata, diventa autodistruttività che non conosce limite.
A questo punto vale ancora la contrapposizione tra il bene e il male? E davvero
noi possiamo dividerci in buoni e cattivi? O, come sostiene Zimbardo, la nostra
ferocia non è tanto da attribuire alla nostra indole, quanto piuttosto al sistema di
appartenenza e alla situazione concreta in cui ci si trova a operare? Se così è,
vero eroe non è chi compie le azioni più rischiose o più feroci che i posteri
magnificheranno, ma chi sa resistere al sistema di appartenenza o alla
situazione concreta che gli chiedono quelle azioni. L’avvertimento di Zimbardo
è ovviamente rivolto a tutti noi che, in un modo o nell’altro, sempre ci troviamo
in un qualche sistema di appartenenza o in qualche situazione che ci chiede di
scegliere se stare o non stare al gioco.
Zimbardo (2007), Lucifero, tr. it. 2008, Raffaello Cortina – Prefazione
Vorrei poter dire che scrivere questo libro è stato per me un piacere; ma non lo è
stato un solo istante dei due anni che mi ci sono voluti per portarlo a termine.
Anzitutto, è stato emotivamente doloroso rivedere tutte le videoregistrazioni
dell'Esperimento Carcerario di Stanford (ECS) e leggerne e rileggerne le
trascrizioni. Il tempo aveva affievolito in me il ricordo di quanta fantasiosa
cattiveria avessero dimostrato molte guardie, di quanto avessero sofferto molti
prigionieri, e di quanto io fossi stato passivo nel permettere che gli abusi si
protraessero così a lungo: un peccato di inerzia.
Avevo anche dimenticato di avere già incominciato a scrivere la prima parte di
questo libro trent'anni fa, per un altro editore. Ma poco dopo avevo smesso,
perché non ero pronto a rivivere quell'esperienza ancora così vicina. Sono felice
di non aver perseverato e di non essermi imposto, allora, di continuare, perché il
momento giusto è adesso. Ora sono più saggio e capace di affrontare questo
difficile compito in un'ottica più matura. Inoltre, le analogie tra gli abusi perpetrati
a Abu Ghraib e gli avvenimenti dell'Esperimento Carcerario di Stanford hanno
conferito più validità a quella nostra esperienza, la quale a sua volta illumina le
dinamiche psicologiche che hanno contribuito a produrre i raccapriccianti abusi di
quel vero carcere.
Un secondo fattore emotivamente pesante che mi ha impedito di scrivere è stato
ritrovarmi personalmente e intensamente coinvolto nello studio approfondito degli
abusi e delle torture di Abu Ghraib come consulente tecnico per la difesa di una
delle guardie carcerarie, appartenente alla polizia militare.
Da psicologo sociale mi sono trasformato in reporter incaricato di un'inchiesta. Mi
sono impegnato a scoprire tutto ciò che potevo su quel giovane, attraverso
colloqui intensivi con lui e conversazioni e scambi epistolari con membri della sua
famiglia per ricostruire il suo passato nelle carceri e nell'esercito, nonché con altri
membri del personale militare che avevano prestato servizio in quella prigione. Ho
finito per provare che cosa significasse essere nei suoi panni durante il turno di
notte della sezione Tier 1 A, dalle sedici alle quattro del mattino, ogni notte per
quaranta notti, ininterrottamente.
In quanto consulente tecnico chiamato a dimostrare, al processo, le forze
situazionali che avevano contribuito agli specifici abusi perpetrati dall'imputato, mi
era stato dato accesso alle varie centinaia di immagini di depravazione fissate su
supporto digitale. Sgradevole e sgradito compito.
Mi erano inoltre stati forniti tutti i rapporti allora
disponibili redatti da vari comitati d'inchiesta militari e
civili. Poiché mi avevano detto che non sarei stato
autorizzato a portare al processo appunti dettagliati,
avevo dovuto memorizzare quanto più possibile delle
loro osservazioni e conclusioni. A quella sfida cognitiva
si è aggiunto il terribile stress emotivo dopo che al
sergente Ivan "Chip" Frederick è stata comminata una
dura condanna e ho assunto l'incarico informale di
consulente psicologico suo e di sua moglie Martha. Nel
corso del tempo sono diventato per loro lo "zio Phil".
Le valutazioni di Fromm sugli esperimenti
Milgram e Stanford
(da Anatomia della distruttività umana, 1973, tr. it. 1985)
• Per Erich Fromm (1973,
tr. it. 1985, pp. 78 ss)
l’esperimento di Milgram
è assai interessante, pure
per le connessioni che ha
con i fatti della seconda
guerra o la storia del
tenente Calley e di alcuni
suoi subordinati in
Vietnam.
Egli tuttavia dubita che si possano trarre in maniera così
diretta delle conclusioni per quando attiene la vita reale.
Infatti lo psicologo è «un rappresentante della Scienza e di
una delle più prestigiose istituzioni dell’educazione superiore
negli Stati Uniti. Tenuto conto che, nella società industriale
contemporanea, la scienza è generalmente considerata il
valore supremo, la persona media ha molta difficoltà a credere
che essa possa impartire ordini sbagliati o immorali.
Erich Fromm (1900-1980), dopo un periodo «freudiano», iniziò a sviluppare una propria
visione dell’uomo e delle forze che ne determinano la vita psichica. A suo parere questi è
caratterizzato dal suo essere «emerso» dall’unione con la natura e dal dover vivere in quanto
individuo separato, cioè libero, col peso che questa libertà comporta. Vivendo, l’uomo dovrà
fornire una risposta al problema della libertà, cercando nuovamente l’unione (con la natura,
con gli altri, con la vita); potrà farlo o «regredendo» verso forme di appartenenza simbiotiche
o «progredendo» verso forme mature di unione, caratterizzate dallo sviluppo della propria
individualità e dalla produttività a tutti i livelli: interpersonale (amore, solidarietà), cognitivo
(creatività), personale (integrità), spirituale (biofilia). La distruttività, quando non abbia come
obiettivo la difesa e la sopravvivenza, ma sia un «tratto di personalità», viene vista da Fromm
come un fallimento dello sviluppo con il quale l’uomo, non riuscendo a ad amare, a creare e a
«essere», possiede («avere»), domina e distrugge.
• Un altro elemento ha destato l’attenzione degli
sperimentatori: la grande tensione che manifestavano i
soggetti. Per Fromm, lo sperimentatore si aspettava che
«ciascun soggetto semplicemente interrompesse, oppure
continuasse secondo il diktat della propria coscienza». Ma,
si chiede Fromm, è questo il modo in cui la gente risolve i
propri problemi o non costituisce piuttosto la «tragedia» del
comportamento umano il non affrontare i conflitti, non
scegliendo consapevolmente fra ciò che si desidera fare, per
paura o avidità, e quello che la coscienza proibisce di fare?
L’individuo spesso rimuove la consapevolezza del
conflitto con la razionalizzazione, sicché il conflitto si
manifesta solo inconsciamente, con un aumento di
stress, di sintomi nevrotici, di sensi di colpa
ingiustificati. Sotto questo aspetto i soggetti di Milgram si
comportano in modo del tutto normale.
• Inoltre, argomenta ancora Fromm, Milgram pensa che i
soggetti si trovino in una situazione conflittuale, perché
intrappolati fra l’ubbidienza all’autorità e gli schemi di
comportamento appresi dai tempi dell’infanzia, che
recitano: «non far del male al prossimo».
Ma è questa la verità? Abbiamo imparato a «non far del male al
prossimo» Forse questo lo si dice ai bambini durante il catechismo. Ma
nella vera scuola della vita i giovani imparano che devono perseguire il
proprio vantaggio anche a scopo degli altri. (p. 79)
• La scoperta più importante, continua Fromm, è l’intensità
del contrasto che le persone ebbero nei confronti del
comportamento violento. Certo, il 65% si comportò con
crudeltà, ma la maggior parte manifestò chiaramente una
reazione di indignazione o di orrore contro tale
comportamento sadico. Purtroppo Milgram non fornisce i
dati di coloro che rimasero completamente calmi durante
l’esperimento: erano sadici o talmente alienati e psicopatici
da non essere capaci di provare qualsiasi tipo di reazione
morale? Quelli che manifestarono reazioni forse non erano
né sadici né distruttivi.
→ Fromm conclude che…
il risultato principale emergente dallo studio di Milgram
sembra essere proprio quello che lui non enfatizza: la
presenza di una coscienza nella maggior parte dei soggetti
e la loro sofferenza quando erano costretti ad agire contro
questa coscienza. Così, mentre l’esperimento può
essere interpretato come un’ulteriore prova della facile
disumanizzazione dell’uomo, le reazioni dei soggetti
dimostrano invece il contrario: la presenza di forze
intense che rendono la crudeltà intollerabile. (p. 80)
• Relativamente all’esperimento Stanford, Fromm dice:
Lo scopo dell’esperimento era quello di studiare il comportamento di
gente normale trasportandola, in una situazione particolare, e cioè
dentro un «carcere per finta», a recitare rispettivamente il ruolo di
guardie e detenuti. Secondo gli autori, l’esperimento conferma la loro
tesi centrale per cui, inserendosi semplicemente in una certa situazione,
molti, forse la maggioranza, possono essere condizionati a fare
praticamente qualsiasi cosa, a dispetto della loro morale, delle loro
convinzioni e valori personali (Zimbardo, 1972); più specificamente,
durante questo esperimento, la situazione del carcere trasformò la
maggior parte di coloro che indossavano la divisa di detenuti in uomini
sottomessi, abietti, spaventati, al punto che alcuni dovettero essere
congedati dopo qualche giorno a causa di pesanti squilibri mentali. In
realtà le reazioni di entrambi i gruppi furono così intense da provocare
dopo sei giorni l’interruzione dell’esperimento, che doveva invece durare
due settimane (p. 81).
• Fromm ha dubbi che l’esperimento abbia confermato la tesi
comportamentistica per le seguenti ragioni:
Nonostante i soggetti fossero stati preavvertiti che aderendo
all’esperimento dietro compenso avrebbero trascorso un
periodo di 2 settimane in carcere, sottoposti a test psicologici,
informati della mancanza di intimità che avrebbero patito, della
possibilità di scegliere il ruolo di guardia o carcerato ecc. le
informazioni che venivano loro fornite erano più «edulcorate»
rispetto a ciò che avrebbero dovuto effettivamente affrontare.
– Ad esempio, cita Fromm da Zimbardo, è vero che ai detenuti era stato detto
di «tenersi pronti» ma, quando poi venne il momento di iniziare
l’esperimento, con la collaborazione della polizia di Palo Alto, furono
«arrestati» senza preavviso nelle loro residenze, furono accusati di essere
colpevoli di rapina a mano armata, ammanettati, perquisiti da capo a piedi,
spesso sotto lo sguardo incuriosito dei vicini, bendati e condotti nella prigione
(che era collocata nell’università di Stanford). Per tutta la durata della
procedura di arresto, gli ufficiali di polizia mantennero un atteggiamento
formale, serio, evitando di rispondere a qualsiasi richiesta di chiarificazione
sul rapporto esistente fra l’ «arresto» e l’esperienza nella prigione per finta.
Arrivato nel carcere, ciascun detenuto fu spogliato, irrorato con un preparato
contro i pidocchi e lasciato a nudo per un po’ nel cortile antistante le celle.
Rivestito con l’uniforme e messo in cella, con l’ordine di stare zitto.
– Come potevano sapere, osserva Fromm, i detenuti, che l’arresto era
finto? Inoltre, riprendendo a citare da Zimbardo, i detenuti avevano
delle strane divise, sorta di camicioni, senza biancheria intima, che
induceva ad assumere atteggiamenti strani, più femminili che maschili.
Attorno alla caviglia c’era una catena e un lucchetto. In testa portavano
una calza-copricapo. Tutte misure che inducevano sottomissione e
sgomento.
– Durante i sei giorni dell’esperimento, cinque detenuti furono rilasciati
per lo stato di estrema depressione emozionale, crisi di pianto, furia e
ansietà acuta. Lo schema dei sintomi fu lo stesso per i detenuti. Gli altri
dichiararono di non voler rinunciare al compenso. Tutti furono felici
quando l’esperimento si interruppe anticipatamente.
– Le guardie invece erano angosciate dall’interruzione dell’esperimento:
erano rimaste coinvolte dal senso di potenza che il ruolo conferiva loro.
– Si osservarono delle differenze individuali nelle reazioni: metà dei
detenuti sopportò l’atmosfera opprimente e non tutte le guardie
arrivarono all’ostilità. Certe furono dure ma leali («osservarono le
regole del gioco»), altre si spinsero ben al di là del loro ruolo,
diventando crudeli; altre rimasero passive e non esercitarono un
controllo coercitivo sui detenuti.
• Per Fromm non ci sono indicazioni chiare su quante guardie
ebbero un comportamento sadico, quante uno passivo o
«leale». La mancanza di dati precisi e circostanziati è
deprecabile anche perché in una comunicazione successiva
Zimbardo fece dichiarazioni diverse: calcolava in circa 1/3 le
guardie attivamente sadiche; i restanti 2/3 erano suddivisi fra
guardie «dure ma leali» e «buone dal punto di vista dei
detenuti, dato che facevano loro dei piccoli favori ed erano
amichevoli», descrizione ben diversa dall’essere «passive».
• Per Fromm è rimarchevole che nonostante l’atmosfera
opprimente i 2/3 delle guardie non commisero atti di
sadismo e quindi l’esperimento conferma il contrario di
ciò che propone dimostrare. Inoltre, per Fromm, un conto è
comportarsi secondo regole sadiche, altro è diventare sadico.
«L’assenza di questa distinzione priva l’esperimento di gran
parte del suo valore, così come ha stravolto l’esperienza di
Milgram» (p. 86)
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slide 2^ lezione