Psicologia della comunicazione 2009_2010
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 Lo
studio delle sovrapposizioni e delle
interruzioni dialogiche ha catturato
l’interesse di numerosi ricercatori sin dagli
anni settanta.
 Il dibattito sul tema può ad oggi dirsi
caratterizzato per:



la considerazione di tali eventi nei termini di
anomalie rispetto al regolare procedere delle
conversazioni;
la valutazione delle interruzioni come fenomeni
completamente ascrivibili all’interlocutore;
l’accettazione della dicotomia interventi
supportivi vs competitivi.
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Trascorriamo,
da parlanti nativi di una lingua, gran parte del
nostro tempo conversando con qualcuno, spesso infrangendo le
regole del turn-taking (Sacks et al., 1974) che, oltre a
descrivere il procedere ideale, ordinato e regolare delle conversazioni,
 fungono, altresì, da norme prescrittive per gli interlocutori, invitandoli
idealmente (nel rispetto della cortesia conversazionale) a parlare l’uno
di seguito all’altro.

I
parlanti reali di reali conversazioni, tuttavia, esitano, parlano
l’uno sulle parole altrui, si interrompono, si ripetono,
tentennano, ripartono, ecc.
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 Sebbene
molti ricercatori di CA abbiano in passato
sostenuto che, mediamente, solo il 5% del totale flusso
dialogico di ogni conversazione viene pronunciato in
modo non-lineare (ossia contravvenendo alla regola dell’
“uno alla volta” di cui ho appena detto), i risultati della
mia ricerca, come già precedentemente i risultati delle
ricerche condotte da Bazzanella (1995), mostrano, al
contrario, che tale percentuale è, non di rado,
notevolmente più elevata.
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
Nelle conversazioni ordinarie audioregistrate e trascritte
secondo il sistema convenzionale Jefferson, si alternano,
infatti, a periodi - più o meno estesi - di fluidità
conversazionale:
silenzi,
 ripetizioni,
confusione conversazionale
che seguono, o si danno congiuntamente al darsi di
inserimenti che ho denominato pre termine (o IPT).
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
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= una vasta ed eterogenea classe di azioni
linguistiche che hanno in comune le
seguenti due caratteristiche:


eseguite dal destinatario di turno o di
semplice uditore [ruolo definito]
compiute
precedentemente
alla
conclusione del turno del parante
corrente [questione di timing]
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



sovrapposizione degli interlocutori (il parlante
corrente, P1, e il sovrapponente, P2, finiscono per
parlare l’uno sulle parole dell’altro per un tempo
considerevole, o meglio sufficientemente esteso
da permettere a se stessi e a possibili altri uditori
ed analisti di operare un riconoscimento in tal
senso);
interruzione di P1;
interruzione di P2;
interruzione di entrambi i partecipanti.
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
- Per IPT con effetto interrompente = sottoclasse specifica di
IPT il cui esito, in termini conversazionali, è rappresentato da
una interruzione, ossia da una palese rottura rispetto al
precedente fluire dialogico
(1)
1F:
Mi stai mettendo in, ma manco in secondo, in quarto
piano.
2M:
Non è in secondo piano.
3F:
Eh, sì [ inv+
4M:
[ È il fatto che se io voglio fare carriera devo segui’,
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IPT con effetto sovrapponente = categoria descrittiva e,
certamente, meno interpretativa rispetto alla precedente. In
questo caso, P2 (ossia il soggetto che agisce l’IPT) e P1:

parlano per un tempo determinato – più o meno esteso- l’uno
sulle parole dell’altro;

mantengono distinti, almeno inizialmente, i rispettivi ruoli di
parlante legittimo, da un lato, e di intrusore, dall’altro;

concludono, il più delle volte, l’enunciato o gli enunciati
intenzionati (cfr. toni conclusivi)
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
Dopo un periodo di lunghezza variabile entrambi gli
interlocutori arrestano il proprio dire:
 simultaneamente o
 in tempi diversi:
(3)
F: Sì ma un conto è tua madre che tanto è consapevole [che
prima o poi andrai fuori casa
M:
[E
apposta un conto mia madre che mi ha scelto
(4)
B: E::, ha detto Elisa, cioè, praticamente sempre con
quell’aria
sua del cazzo, (..) che praticamente
facea come se fosse
casa sua [quando casa sua non
è.
M:
[Ma che vole? Cioè +,
che c’entra il padre in casa::?
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 In
molte delle conversazioni di litigio esaminate,
conversazioni che, insieme a quelle conviviali e a
quelle di lamentela, sono risultate essere le più
segnate dagli IPT, gli interlocutori arrivano a
pronunciare percentuali di parlato non lineare
decisamente superiori al 5%, giungendo, in taluni
casi, a toccare, addirittura, punte prossime al 30%.
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
Le regole di turnificazione vengono, al contrario, più
spesso rispettate nei :
 contesti in cui le stesse sono rigidamente imposte per
convenzione sociale (es. funzioni religiose, tribunale ecc.)
 nelle situazioni in cui la competenza, il desiderio o l’interesse
nei confronti della conversazione in atto non sono elevati.
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 Dall’analisi
e dal confronto delle conversazioni del
nostro corpus è, tuttavia, emersa la difficoltà di
individuare con esattezza le variabili responsabili
del ricorso agli IPT da parte dei conversanti.
 Tuttavia
il loro utilizzo si lega a:
stile conversazionale (cfr. stile ad alta sollecitudine e
ad alto coinvolgimento)
familiarità tra interlocutori
argomento-coinvolgimento
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1) Stili conversazionali (che sfuggono, in gran parte, al
nostro controllo, poiché di uno stesso interlocutore solo
raramente disponiamo di più conversazioni);
2) Familiarità (es. l’uso del pronome di seconda persona
singolare “tu” nella lingua italiana viene impiegato per
riferirsi a persone con le quali si hanno stretti rapporti
affettivi o, comunque, un elevato livello di confidenza.
3) Argomento e grado di coinvolgimento ed interesse dei
partecipanti (variabile quest’ultima che, forse più delle
altre, subisce l’influenza della particolare situazione
emotiva e psicologica vissuta dai singoli interlocutori nel
momento dato).
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
Attendere, prima di cominciare a dire, che il parlante di
turno faccia silenzio, avendo concluso il proprio
intervento, non sembra essere la regola conversazionale
abitualmente seguita dal destinatario di turno (italiano).

L’analisi dei dati ha convalidato, piuttosto, l’ipotesi
inversa circa la frequente violazione delle norme di
cortesia
conversazionale,
specie
quando
gli
interlocutori si sentono direttamente coinvolti dagli
argomenti della discussione, quando, in altre parole,
entra in gioco, e si manifesta con modalità linguistiche
più o meno esplicite, la propria soggettività dialogica (io
credo, io penso, io ritengo, ma anche io provo, io sento, io
voglio, io desidero ecc.).
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 Il
principio di cooperazione dialogica (Grice,
1975) ha monopolizzato la scena contemporanea
degli studi multidisciplinari sul linguaggio
concretamente agito dai parlanti

A Grice e al suo fortunatissimo principio si sono
ispirati i lavori di molti filosofi del linguaggio,
come pure di psicologi, di linguisti, ma anche di
sociolinguisti, pragmalinguisti ecc.
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In seguito all’:
 introduzione delle massime conversazionali
 accento posto su quello che sembra essere il
naturale desiderio degli individui di cooperare alla
costruzione
di
ogni
singolo
scambio
conversazionale (scambio che, di norma, si apre,
procede e viene concluso secondo modi
cooperativamente stabiliti dai partecipanti)
si è, spesso, dimenticato di considerare quello che
potrebbe essere definito come un principio
complementare al principio cooperativo, ossia il
principio di auto-affermazione conversazionale.
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 Secondo
tale principio, non solo in antitesi rispetto
al desiderio cooperativo [che massimamente si
manifesta nelle conversazioni di natura conflittuale
(in cui uno dei principali obiettivi dei conversanti
pare essere quello di affermare le proprie opinioni
a discapito di quelle altrui e, non di rado, denigrare
persino le altrui identità al fine di aver salva la
propria faccia]
ma anche contemporaneamente al suo darsi,
gli interlocutori sarebbero costantemente mossi
dal desiderio di raggiungere anche scopi di
natura prettamente individuale
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
In altri termini, accanto al desiderio di cooperare con
l’altro, e non sempre in un rapporto di contrapposizione, è
opportuno, io credo, riconoscere, come bisogno
fondamentale di ogni individuo, il bisogno di imporsi
conversazionalmente, cioè il bisogno di perseguire
scopi, finalità, obiettivi prettamente individuali

Accanto alla volontà di essere cooperativi si affianca,
dunque, una sorta di egocentrismo comunicativo, o
narcisismo dell’io che trapela dalle scelte :
 di contenuto (esplicitamente o implicitamente comunicate),
 intonazionali (che molto ci rivelano dell’atteggiamento
emotivo/psicologico del parlante), come pure
 dalla quantità di parole pronunciate, ma anche
 dalla quantità di IPT singolarmente agiti dagli interlocutori.
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 “Parlare
è autorappresentarsi, imporre la propria
immagine […]. Lo spazio di parola […] è conteso nel
tentativo di strapparsi l’un l’altro il tempo
dell’affermazione della propria identità” (Mizzau,
2002: 121)
 Parlare
o tentare di affermarsi conversazionalmente
ricorrendo agli IPT, non sono, dunque, che due facce di
un’unica medaglia, ossia due differenti modalità di
rivendicare uno spazio conversazionale funzionale
all’affermazione di sé.
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
Nelle numerose conversazioni analizzate il dato che è
emerso in modo chiaro e preponderante, come comune a
tutte, è il dato relativo all’imporsi di una relazione
inversamente proporzionale tra :
 quantità di parole pronunciate, da un lato, e
 numero di IPT agiti, dall’altro.
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 Il
conversante meno loquace, ossia il
conversante che parla quantitativamente di
meno, è generalmente anche quello che
esegue il maggior numero di IPT
 Il
conversante che parla di più ricorre,
tendenzialmente, in quantità inferiore agli
IPT. Il seguente grafico mostra la relazione
inversamente proporzionale tra parole
pronunciate e numero di IPT agiti dalle
interlocutrici
di
una
conversazione
appartenente al corpus:
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 La
regolarità nella comparsa di questa relazione mi ha
spinta ad ipotizzare che gli IPT funzionino, in
numerose
occorrenze,
come
meccanismi
compensativi
dello
scarto
dialogico
tra
interlocutori, vale a dire come meccanismi impiegati
nel tentativo di riequilibrare, in qualche modo, le
situazioni quantitativamente impari (cfr. le
conversazioni conflittuali)
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 In
alcune situazioni gli interlocutori più loquaci
che eseguono meno IPT
finiscono, tuttavia, in seguito alla elevata
differenza nella quantità di parole pronunciate
rispetto al proprio interlocutore
per intrudere nel discorso altrui con una
frequenza maggiore.
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 In
una conversazione di parlato spontaneo
avvenuta tra una figlia (F), studentessa
universitaria e una madre (M), ad esempio:
F parla più di M (270 parole contro 165) e
compie meno IPT (6 contro 7),
 si
inserisce nel discorso della seconda con una
frequenza maggiore (1 IPT ogni 28 parole circa
pronunciate da M, di contro a 1 IPT agito da M
ogni 39 parole circa pronunciate da F).
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 In
questi casi è possibile parlare dell’uso degli IPT,
da parte del soggetto in esame, non come manovre
compensative, quanto piuttosto come meccanismi
rafforzativi, dal valore fortemente egocentrico,
atti a sottolineare, rimarcare, la presenza e la
forza dialogica degli interlocutori.
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
Espressioni del tipo: “ha interrotto le sue parole”, “non mi
interrompere!”, “il suo discorso è stato interrotto”, “mi
impedisce di proseguire” ecc., sono espressioni comunemente
impiegate, e abitualmente interpretate dai parlanti nativi di
una lingua, nei termini di esatte descrizioni di stati di cose:
qualcuno è in grado di causare il silenzio di qualcun altro (ossia
la sua interruzione).

Secondo tali rappresentazioni – condivise, almeno dal punto di
vista terminologico, anche da talune accademiche proposte
tassonomiche (tra le quali, Ferguson 1977, Roger et al. 1988) il P2, o il semplice uditore di una conversazione, che inizia a
parlare prima che il P1 abbia concluso il proprio intervento,
possiede la capacità, non solo di intrudere nelle parole del
secondo, ma anche di interrompere, bloccare, arrestare il loro
stesso fluire.
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 La
paradossalità di una tale spiegazione risiede
nell’assegnazione della responsabilità di un esito
conversazionale (il silenzio nelle interruzioni) ad
un individuo diverso/altro rispetto a colui che
pone se stesso in silenzio, e cioè rispetto al
soggetto che propriamente si interrompe
(interrompe il suo dire).
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Accettare una simile descrizione =
ignorare l’essere e la presenza conversazionale, il
ruolo e la forza dialogica del soggetto che
indossa le vesti del parlante corrente (che
sembra non potere nulla nei confronti delle azioni
eseguite nei propri confronti da altri soggetti
conversazionali) e, naturalmente, più in generale,
gli elementi contestuali che caratterizzano, di
volta in volta, la specifica situazione
conversazionale.
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 Gli
altri sarebbero, infatti, in grado di causare il
mio silenzio;
 Io
sarei, parimenti, in grado di determinare il
silenzio altrui, ma
 Nessuno
di noi sarebbe personalmente
responsabile della scelta di porre se stesso in
silenzio.
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 Nella sequenza (1)
1F:
2M:
3F:
4M:
Mi stai mettendo in, ma manco in secondo in
quarto
piano.
Non è in secondo piano.
Eh sì [inv+
[ È il fatto che se io voglio fa’
carriera devo segui’,
2
3
turni verbali (3F e 4M)
azioni linguistiche chiaramente identificabili,
poiché il silenzio di F, successivo al dire di M, è un
silenzio a lei completamente ascrivibile.
 In
altre parole, non è M ad interrompere F bensì F
che, successivamente all’azione (IPT) di M, si
interrompe.
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
Proprio come le interruzioni, anche le sovrapposizioni
possono essere descritte ed interpretate nei termini di esiti
conversazionali, vale a dire di effetti determinati dalla cooccorrenza di molteplici fattori (tra i quali, come nel caso
delle interruzioni: i ruoli e la forza dialogica degli
interlocutori, la modalità dei loro interventi, il livello di
coinvolgimento, interesse e competenza per i temi discussi
ecc.).

Nel caso delle sovrapposizioni, però, diversamente dalle
interruzioni, pur essendo 2 i turni propriamente legati al
fenomeno, e comunemente richiamati nella sua descrizione,
sono complessivamente 4 le azioni (IPT) coinvolte, poiché
ogni sovrapposizione termina sempre con il silenzio di uno
o di entrambi gli interlocutori e con la successiva riappropriazione del turno (solitamente per auto-selezione)
ad opera dell’uno o dell’altro conversante (o di entrambi nel
caso si verifichi una successiva partenza simultanea).
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1.
2.
3.
Dall’esame dei dialoghi del corpus sono emersi,
quindi, come precedentemente anticipato, specie
per i litigi e per le conversazioni conviviali:
un considerevole ricorso da parte degli
interlocutori agli IPT;
una conseguente elevata percentuale di parlato
non lineare;
un ulteriore singolare aspetto secondo il quale gli
IPT (e di conseguenza anche i loro principali esiti,
ossia le interruzioni e le sovrapposizioni) non
sembrano unicamente legarsi ad azioni e ad
intenzioni di natura supportiva o competitiva
ma, al contrario, a numerose altre azioni ed
intenzioni comunicative.
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
ambiguità semantica connaturata alla dicotomia
lessicale supportivo-competitivo. I verbi supportare e
competere possono, infatti essere utilizzati in
riferimento alle

AZIONI LINGUISTICHE DI SUPPORTO O COMPETIZIONE
RISPETTO AL CONTENUTO

INTENZIONI DI TENERE PER Sé LA SPEAKERSHIP
(COMPETERE) O CEDERLA ALL’INTERLOCUTORE
(SUPPORTARLO)
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1.
azioni di supporto o, viceversa, di competizione
contenutistica del tipo:
“Sono d’accordo con te”, “Bravo!”, “Mi piace quello
che stai dicendo” o “Non mi trovo d’accordo con
quanto tu dici”, “Ma che stai dicendo?”, “No, no, no!”
ecc.; un soggetto, in altri termini, può dirsi - tramite
modi più o meno espliciti - in accordo o in
disaccordo, totale o parziale, con quanto affermato
dal proprio partner conversazionale;
2.
intenzioni degli interlocutori di supportare,
sostenere la speakership altrui o, al contrario,
competere per eleggere la propria
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Gli individui delle conversazioni analizzate fanno,
tuttavia, uso di IPT:
 non esclusivamente nel tentativo di supportare quanto
il proprio partner conversazionale sta dicendo,
mostrandogli, per di più, non raramente, tramite specifici
marcatori discorsivi, quella che, secondo alcuni Autori
rappresenta la propria intenzione di mantenersi in una
posizione recettiva di ascolto (Jefferson, 1984) e, quindi,
conseguentemente, il proprio desiderio che sia l’altro a
conservare la speakership;
 non unicamente nel tentativo di competere con quanto
il parlante corrente sta dicendo e, spesso, anche cercando
di ottenere la speakership a proprio vantaggio,
servendosi, come sopra, di specifici segnali linguistici e
paralinguistici (interessante a riguardo risulta il
contributo sugli aspetti fonetici di French e Local, 1983);
 ma, anche, con ulteriori e molteplici altri fini. :
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Qualcuno può, infatti, servirsi di un IPT per chiedere o puntualizzare
(6)
1P:
2D:
Lei potrebbe abbonarsi a Money per ben due
anni. Ciò
vorrebbe [di[Money o Automoney?
(7)
1G: No, non c’era, non c’era niente [c’era solo,
2V:
[Cioè, avete
aspettato un
pochetto?
come pure, per rispondere anticipatamente
(8)
1P:
2M:
Buonasera [dottore.
[Buonasera.
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 ma,
anche per sollecitare, per invitare, e per compiere
altre innumerevoli azioni linguistiche, che nulla, o poco,
hanno a che vedere con il supporto e la competizione, su
altrettante numerose azioni linguistiche agite ad opera
del parlante di turno.
Gli interventi compiuti fuori dal proprio spazio
conversazionale sembrano, dunque, non poter essere
ridotti a un mero mostrare accordo o disaccordo con
quanto sostenuto dal parlante corrente o a semplici
indici delle proprie intenzioni di sottrarre il turno o di
farlo, invece, mantenere all’altro. Gli IPT sono, al
contrario, connotati da una intrinseca polifunzionalità,
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




una frequente violazione delle regole del turn-taking;
una percentuale di parlato emesso secondo modalità non
lineari spesso notevolmente superiore rispetto al 5% del totale
flusso conversazionale, ma anche
il riconoscimento agli IPT, tra le altre, di una funzione
compensativa del divario quantitativo che spesso si stabilisce
tra interlocutori (sia complessivamente, sia considerando
singole sequenze conversazionali);
il riconoscimento, altresì, di un ruolo attivo e decisionale ad
ognuno dei partecipanti coinvolti, non solo nelle fasi
linearmente produttive (ossia nei periodi di speakership
individuale), ma anche nelle scelte di porsi in silenzio o di
continuare a dire contemporaneamente al dire di altri e
per finire, il riconoscimento di finalità non unicamente
supportive e/o competitive in base alle quali gli stessi IPT
verrebbero compiuti.
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