Appropriatezza e accettabilità della ristorazione ospedaliera presso l’AOU San Giovanni Battista “le Molinette” di Torino e impatto sulla nutrizione del paziente Minniti D*, Ceccarelli M**, Capizzi I***, Zozzoli S*, Barbaro S*, Papalia R**, Arione R*, & De Magistris A*** * Direzione Sanitaria – AOU San Giovanni Battista di Torino ** Dipartimento di Sanità Pubblica – Università degli studi di Torino *** SC Dietetica e Nutrizione Clinica - AOU San Giovanni Battista di Torino Parole chiave: ristorazione – qualità percepita - malnutrizione INTRODUZIONE Il 30% dei ricoverati sono a rischio di malnutrizione, causando un aumento delle giornate di degenza. La ristorazione ospedaliera è una parte della terapia dei pazienti e la sua efficacia va analizzata come altre forme di trattamento. Inoltre essa deve essere valutata sia in termini di costo, sia di efficacia clinica. CONTENUTI Obiettivo dello studio è valutare la qualità percepita, l’appropriatezza del sistema di ristorazione dell’Ospedale Molinette e il loro impatto sulla nutrizione del paziente. Per elaborare i dati si è creato un gruppo di lavoro multidisciplinare (dietisti, infermieri, medici) specificamente formato. Lo studio ha coinvolto utenti di 4 degenze (2 Chirurgie e 2 Medicine) scelte a campione. Si sono presi 66 pazienti di età media di 66 anni (DS=14,7), con degenza media di 17 giorni (DS=14,5) e, per il 42% di essi, con neoplasie; BMI all'ingresso: 26,8 (DS=5,3). Sono state effettuate rilevazioni cliniche per valutare tutti i momenti di introito alimentare, registrandoli per tipo e per quantità e per capire i motivi per cui il degente non ha consumato tutto o parte del pasto. Terminato il follow-up, è stato somministrato ai pazienti un questionario di qualità percepita per indagare l’appropriatezza, l’accessibilità e la soddisfazione della ristorazione. I valori medi delle variabili continue sono stati confrontati con il test T. Per le variabili categoriche è stato usato il test χ2. Sono state inoltre calcolate le relazioni tra variabili con modelli di regressione logistica. Sono stati valutati gli introiti e gli scarti di 226 pasti. Il 65% di essi erano costituiti dal vitto comune, il 35% da diete terapeutiche. Nel 46% dei pazienti è emerso un rischio nutrizionale; la frequenza aumenta al 64% per età >70 anni vs 36% per età <70 anni (p<0,02) e aumenta per le femmine: 56% vs 44% per i maschi. Gli over 70 sono più a rischio di malnutrizione rispetto ai più giovani (OR=3,59; 95% CI=1,16-11,08; p-value=0,0265). Tra gli over 70, l’istruzione più bassa sembra aumentare tale rischio (OR=9,64; 95% CI=1,24-74,73; p-value=0,0301). Lo scarto medio è stato del 36,3% del pasto fornito. I pazienti che hanno malgiudicato la qualità del servizio hanno più probabilità di scartare più del 50% del pasto (p<0,01). Se aumenta la qualità percepita diminuisce la probabilità di scarto (p<0,01). Non c’è correlazione tra lo scarto con età, sesso, reparto di ricovero. Altri fattori influenti: prescrizione di dieta terapeutica vs vitto comune (p<0.01), assenza di autonomia motoria e di aiuto al consumo del pasto (p<0,03), scelta di piatti limitata (p<0,01), motivi clinici (p<0,05). Non influiscono la patologia di base e l'organizzazione del reparto. La qualità percepita in una scala da 0 a 10 ha avuto un punteggio medio di 6. Le maggiori criticità sono: scarsa informazione sul servizio, sporadica fornitura degli spuntini previsti, scarsa qualità dei piatti, porzioni abbondanti, scarsa scelta del menù e della sua adeguatezza al proprio stato di salute, bisogno di farsi portare cibo da parenti/visitatori. I giudizi positivi riguardano: orari e tempi dedicati, temperatura dei piatti, personale di servizio, comfort del reparto. CONCLUSIONI Integrando le sfere igienistico-preventivo con quelle clinico-nutrizionale, si ottiene un’ampia visione dei problemi della ristorazione ospedaliera. Saranno necessari altri studi miranti gli aspetti organizzativi per migliorare la scelta dei pasti e l'assistenza alle persone non autosufficienti e sull'elaborazione di menù e porzioni adatti alle esigenze dei ricoverati. L’organizzazione di risposte a più livelli per l’influenza AH1N1 come “prova generale” di contenimento di un evento pandemico P. Monti* A. Muzzi, M. Fiorentini, T. Feletti, R.Lodi, C. Spairani, M. Bosio, P.Caltagirone, IRCCS Fondazione Policlinico San Matteo. Pavia * primo autore. Direttore Medico Presidio Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo . 27100 Pavia, Viale Golgi, 19 - Tel. 0382- 503415 Abstract: La tipologia diversa per condizioni cliniche ed età e il numero incerto dei pazienti attesi a seguito della dichiarata pandemia da influenza AH1N1 ha reso necessario sviluppare risposte diverse a potenziali scenari diversi. Ciò ha indotto a lavorare in maniera multidisciplinare, sensibilizzare numerosi operatori sanitari e sviluppare una sorta di prova generale di contenimento di maxi eventi infettivi. Parole chiave: Influenza AH1N1; risposta multipla e multidisciplinare; prove generali Introduzione: Il 3 giugno 2009 l’OMS ha dichiarato lo stato di pandemia per il virus AH1N1 ed ha indicato agli Stati membri l’immediata attuazione di quanto previsto dai rispettivi Piani Pandemici Nazionali. Le Autorità Sanitarie Nazionali e Regionali hanno pertanto chiesto alle Strutture Sanitarie di attivarsi per far fronte al possibile arrivo di un numero elevato di pazienti , in un sistema di sicurezza sia per gli operatori che per gli altri pazienti presenti nella struttura. Successivi provvedimenti sia regionali che ministeriali hanno indotto successivamente ad affrontare il problema da molteplici punti di vista. In data 28 settembre 2009 infine la Regione Lombardia ha approvato il documento “rete delle terapie intensive per la gestione della sindrome da insufficienza respiratoria acuta grave” col quale il Policlinico San Matteo veniva individuato come uno dei cinque centri Ospedalieri di terzo livello per il trattamento di pazienti affetti da ARDS il cui trattamento richiede potenzialmente l’ausilio dell’ECMO; è stato così sviluppato un modello organizzativo idoneo a garantire il recupero e l’accoglienza di questi pazienti, in numero e tempi non prevedibili. Nella sostanza l’allerta attivato ha fatto sì che si sviluppassero una serie di azioni, di prevenzione, emissione di linee guida e modelli comportamentali, organizzativi , riguardanti più strutture e più livelli di risposta, come una sorta di percorso dinamico “modulare” in base al momento , all’arrivo dei pazienti e al bisogno sanitario. Materiali e metodi Dal punto di vista metodologico sono stati valutati i diversi aspetti del problema, cioè quello della prevenzione ( dalla separazione dei flussi alle vaccinazioni alla tutela del personale ), della gestione del paziente (dove, come, con quale uniformità di approccio clinico) e del livello dell’accoglienza di pazienti da altri Ospedali, ipotizzando scenari diversi in relazione al fatto che non erano facilmente prevedibili i numeri di pazienti per le diverse tipologie della fase della malattia e/o delle sue complicanze. Risultati Le attività intraprese hanno riguardato: Attività di prevenzione: 1. Sono stati organizzati corsi di informazione (250 partecipanti) sulle caratteristiche dell’influenza, le misure preventive da utilizzare, la vaccinazione; 2. Sono state installate nei reparti stazioni di prevenzione nella trasmissione del virus, denominate “stop ai germi”, costituite da dispenser con soluzione idro-alcoolica in gel , mascherine chirurgiche, fazzolettini monouso e cestino per riporre l’usato, con le spiegazioni circa l’ utilizzo dei presidi 3. Sono stati attivati due ambulatori giornalieri (uno fisso e uno itinerante) di vaccinazione del personale, al fine di favorirne l’adesione; sono stati vaccinati circa 400 dipendenti 4. E’ stata offerta la vaccinazione ai pazienti ricoverati in alcuni reparti e ai pazienti ambulatoriali maggiormente a rischio di complicanze; sono stati vaccinati 180 pazienti 5. Sono state fornite ai reparti disposizioni sull’uso dei dispositivi di protezione ( tipo di maschera a utilizzare, come e quando indossarla e cambiarla); alle infermiere della neonatologia , madri di bambini con influenza sono state date indicazioni circa l’uso costante di mascherine, per lo stretto contatto con i piccoli pazienti non infetti, ricoverati per altre patologie 6. Nel caso di un paziente pediatrico affetto da influenza da AH1N1 con variante di ceppo, resistente all’uso degli antivirali, sono state fornite indicazioni specifiche al fine di contenere il nuovo ceppo (non vi è stato alcun caso di trasmissione ad altri pazienti) Messa a punto di percorsi dedicati 1. Sono stati attivati percorsi separati per l’acceso dei pazienti con sospetta influenza presso il pronto soccorso adulti , presso quello pediatrico e presso quello ostetrico 2. E’ stato predisposto un percorso distinto in caso di accesso e ricovero di neonati con sospetta influenza; è stato rivisto complessivamente l’assetto del reparto di Terapia intensiva neonatale, prevedendo una serie di spostamenti di attività al fine di consentire di separare i pazienti e i flussi , nel caso fossero arrivati neonati infetti, e di aumentare la recettività del reparto, senza porre a rischio la sicurezza degli altri pazienti. Approntamento di linee guida 1. Con gli infettivologi sono state predisposti protocolli di uso dei farmaci anti-virali 2. Sono stati predisposti protocolli circa l’indicazione alla vaccinazione per i pazienti immunodepressi 3. Sono state predisposte, con ginecologi, neonatologi e infettivologi, linee guida per la vaccinazione delle gravide, per la gestione dei neonati e i pazienti pediatrici 4. Sono state fornite indicazioni sull’effettuazione dell’esame virologico e sulle modalità del prelievo nasofaringeo Aspetti organizzativi 1. Sono stati pre-allertati i direttori delle aree mediche e dell’urgenza-emergenza e i rispettivi coordinatori circa la possibilità di richiamare il personale in servizio 2. Sono stati sensibilizzati i reparti chirurgici sul contenimento dell’uso di posti letto di rianimazione per pazienti complessi post intervento chirurgico 3. E’ stata attivata pronta disponibilità laboratorio di virologia 4. E’ stata predisposta equipe per trasferimento pazienti in ECMO provenienti da fuori 5. Sono state predisposte procedure di verifica utilizzo posti letto, isolamento pazienti, verifica procedure assistenziali Risultati: Complessivamente, nel periodo dal 6 maggio 2009 alla fine di febbraio 2010, al San Matteo sono stati testati 1800 tamponi naso-faringei (1200 del Policlinico San Matteo e 600 da altri Ospedali), corrispondenti a 1633 pazienti, 514 dei quali positivi, tra cui 14 donne gravide. Sono stati ricoverati: nelle Terapie Intensive 12 pazienti con ARDS, in Malattie infettive 15 pazienti (senza contare i trasferimenti dei pazienti ricoverati nelle rianimazioni) e in Pneumologia Conclusioni Le diverse attività sviluppate hanno coinvolto e sensibilizzato oltre la metà del personale sanitario. Questo grande coinvolgimento, unitamente al fatto che i numeri dei pazienti arrivati siano stati contenuti, hanno fatto sì che i diversi livelli di risposta all’arrivo dei pazienti nei diversi momenti dell’infezione siano stati estremamente efficaci. L’organizzazione di risposte multivariate in relazione al potenziale evento pandemico quale avrebbe potuto essere l’influenza AH1N1, ha consentito di sviluppare una sensibilità specifica nei confronti di eventi infettivi di importanti dimensioni, che, se ulteriormente metabolizzati e standardizzati, possono costituire una sorta di linea guida per predisporsi a sostenere situazioni pandemiche; una sorta di “prova generale”e di coinvolgimento di una importante quota parte della popolazione sanitaria, come sta diventando consuetudine fare nei confronti di eventi potenzialmente a rischio di gravi danni alla popolazione (incendi, prove protezione civile o prefettura). IL WEB 2.0 E LA COMUNICAZIONE FUTURA IN SANITA’ Maria Teresa Mucci Direzione Medica Ospedaliera, Azienda Ospedaliero - Universitaria di Bologna Bologna, CAP 40138 INTRODUZIONE Strumenti di comunicazione nel modello di rete Oggi il modello di rete è quello che meglio descrive sia la modalità di approccio alla cura del paziente sia la modalità di lavoro tra gli operatori sanitari. Il modello di rete dovrà garantire una adeguata adeguati circolazione delle informazioni tra tutti i nodi. Oggi gli strumenti di comunicazione a disposizione sono quelli classici: il passaggio di informazioni può essere telefonico, cartaceo o elettronico oppure interpersonale durante visite, colloqui, meeting, riunioni. Le sempre più veloci evoluzioni informatiche, soprattutto del web, offrono innumerevoli applicazioni e strumenti che, se utilizzati adeguatamente, potrebbero agevolare le modalità di comunicazione tra professionisti e pazienti, oltre che tra professionisti e professionisti e tra pazienti e pazienti. E’, pertanto, doveroso affrontare il tema della comunicazione anche dal punto di vista tecnologico. MATERIALI E METODI Definizione di Web 2.0 Il Web 2.0 è un termine utilizzato per indicare genericamente uno stato di evoluzione di Internet, rispetto alla condizione precedente (Web 1.0). E’ l'insieme di tutte quelle applicazioni on-line che permettono uno spiccato livello di interazione sito-utente Nel contesto precedente del Web 1.0, composto prevalentemente da siti web statici, non vi era alcuna possibilità di interazione con l'utente eccetto la normale navigazione tra le pagine, l'uso delle e-mail e l'uso dei motori di ricerca. Da un punto di vista strettamente tecnologico, il Web 2.0 è del tutto equivalente al Web 1.0. La differenza, più che altro, sta nell'approccio con il quale gli utenti si rivolgono al Web, che passa fondamentalmente dalla semplice consultazione alla possibilità di contribuire popolando e alimentando il Web con propri contenuti. Il Web 2.0 costituisce anzitutto un approccio filosofico alla rete che ne connota la dimensione sociale, la condivisione, l'autorialità rispetto alla precedente mera fruizione. Pertanto, con il Web 2.0 si aprono nuovi scenari e si determinano nuove possibilità di fruizione del sapere e delle informazioni offerte dalla Rete: vi è compresenza nell'utente di entrambe le possibilità sia quella di fruire sia quella di creare/modificare i contenuti multimediali. In tale contesto, il ruolo dell'utente diviene, a maggior ragione, centrale. Vengono posti al centro i contenuti, le informazioni ed il filo conduttore è una nuova filosofia all'insegna della collaborazione e dell’interazione sociale realizzata grazie alla tecnologia. I servizi e gli strumenti del Web 2.0 trasformano ogni utente da consumatore a partecipante, da utilizzatore passivo ad autore attivo di contenuti, messi a disposizione di chiunque si affacci su Internet. Applicazioni del Web 2.0 Le applicazioni più diffuse del Web 2.0 sono i blog, i wiki, i social network, i podcast, i vodcast. Il fiore all'occhiello del Web 2.0 è senza dubbio il blog, vero e proprio luogo di incontro, discussione e condivisione di argomenti e contenuti, disponibili come testo, immagini, audio e video. L’elemento più innovativo utilizzato dal blog è la tecnologia RSS (Really Simple Syndication), grazie alla quale i contenuti dei feed RSS sono fruibili tramite appositi software e rendono visibili le informazioni ivi contenute senza bisogno di navigare nel blog o nel sito che li ha prodotti. La diffusione dell’informazione avviene anche tramite i podcast (file audio) e i vodcast (file video), leggibili da programmi dedicati. Altro strumento è il wiki, che consente la partecipazione degli utenti a un obiettivo comune, come la realizzazione della più grande enciclopedia mondiale, la "Wikipedia". Il metodo di lavoro è in questo caso l’elemento innovatore: chiunque può aggiungere o modificare il contenuto (testo, immagini e video). Non possiamo non menzionare i social network, o reti sociali, che consistono in gruppi di persone, con passioni e interessi comuni, intenzionati a condividere pensieri e conoscenze. Questi gruppi si rivelano spesso una preziosa fonte di informazioni e al contempo divulgatori specializzati in argomenti di nicchia. RISULTATI Comunità di medici e pazienti come fonti di informazioni in sanità Anche l’informazione in sanità acquisisce nuovi connotati, strettamente legati alle recenti e veloci evoluzioni informatiche. Nascono sulla rete centinaia di blog medici, wiki e communities di professionisti che sfruttano i potenti mezzi del web 2.0 per far circolare le informazioni in ambito medico con più velocità, maggiore capillarità ed, in alcuni casi con maggiore efficacia. Nonostante ciò, l’utilizzo degli strumenti Web 2.0 non è ancora largamente diffuso, soprattutto in alcune fasce d’età. In ambito sanitario, ad esempio, i medici meno giovani, solitamente più tradizionalisti non usano e in alcuni casi ignorano del tutto quali siano le attuali potenzialità della rete. La maggioranza dei “navigatori”, invece, conosce le grandi possibilità dei siti Web 2.0. L’area medico-sanitaria non è rimasta esclusa dall’evoluzione dell’utilizzo del web. La rete è stata testimone della nascita di innumerevoli iniziative con lo scopo di aggiornare i professionisti in medicina, unire diverse persone interessate al medesimo problema di salute, condividere informazioni, conoscenze e, negli ultimi anni, quadri clinici, referti, screening e immagini. Sono stati realizzati social network grazie ai quali medici possono scambiarsi informazioni ed esperienze professionali, chiedere consigli per effettuare una diagnosi; sono nati social network di pazienti e cittadini pronti a condividere le proprie storie, a giudicare l’assistenza sanitaria e a condividere i propri dati sanitari; continuano a nascere blog di associazioni di malati o di professionisti sanitari che desiderano condividere le loro esperienze e, infine, strumenti come Youtube vengono sempre più spesso usati da parte di organi istituzionali e società scientifiche per informare i cittadini su piani sanitari o per lanciare campagne di sensibilizzazione su specifici argomenti sanitari. Ci troviamo davanti un vero e proprio cambiamento radicale dei paradigmi della scienza medica che non guarda più i pazienti dall’alto: l'essenza del Web 2.0 si mostra con connotati molto “popolari”, nasce dal basso, è completamente partecipativa e, soprattutto, creata da molti. CONCLUSIONI L’empawerment ed il self-management del cittadino stanno cambiano il modo tradizionale di “fare medicina”. Il management sanitario deve trovare la chiave giusta per dialogare con un utente sempre più informato e sempre più capace di essere responsabile delle scelte che impattano sulla propria salute. Gli organismi e le istituzioni in sanità non possono rimanere osservatori inermi di un fenomeno a crescita esponenziale che sta determinando e trasformando tutti gli ambiti della società, non da ultimo la sanità. Occorre una attenta osservazione di questi fenomeni ed una seria riflessione da parte del management sanitario per rileggere e ridefinire il proprio ruolo e diventare i promotore di un importante cambiamento culturale ed organizzativo che possa ridurre al minimo l’asimmetria informativa nei confronti dei pazienti, implementando e garantendo una loro diffusa e consapevole partecipazione alle decisioni riguardanti la propria salute. A tale scopo, il Web e tutte le sue applicazioni non possono non diventare lo strumento privilegiato. ORGANIZZAZIONE E GESTIONE PER UN CORRETTO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI SANITARI IN UNA LOGICA DI SICUREZZA E DI ECONOMICITÀ: esperienza di un Presidio Ospedaliero di Bari Mundo A °, Dario R, Casciaro T, Di Benedetto A, Fusano S, Lollino A, Leaci A* Direzione Medica *Direttore Medico P.O. San Paolo ASL BARI ABSTRACT Con il DPR n° 254 del 15 luglio 2003 è stato approvato il Regolamento recante la disciplina della Gestione dei Rifiuti Sanitari, che ha tra i suoi principi di base, oltre ad una maggiore sicurezza per gli operatori sanitari, una riduzione della produzione degli stessi, anche al fine di contenere la spesa sanitaria. La Direzione Medica del Presidio Ospedaliero San Paolo della ASL della provincia di Bari nel 2008 ha iniziato un capillare lavoro su tale problematica, costituendo un gruppo di lavoro che ha aggiornato le procedure ed elaborato un Protocollo per la Gestione dei Rifiuti Sanitari per uniformarne lo smaltimento alle disposizioni di Legge più recenti. Tra i risultati derivanti dal nuovo processo organizzativo si è stata osservata la riduzione dei costi di smaltimento, dati dalla minore quantità di rifiuti prodotti ed una più conforme differenziazione per tipologia. Con l’implementazione del protocollo si è perciò osservato che la quantità in peso (Kg) di rifiuti a potenziale rischio infettivo, prodotti in Ospedale, si è ridotta del 27% dal 2008 al 2009. PAROLE CHIAVE Rifiuti, Protocollo, Direzione Medica INTRODUZIONE La tematica della gestione dei Rifiuti Sanitari richiede particolare attenzione non solo per la complessità degli interventi normativi, ma anche per la rilevanza degli interessi e dei valori, anche costituzionali, che obbligatoriamente presenta. Il Regolamento sulla disciplina della Gestione dei Rifiuti Sanitari è stato aggiornato con il DPR n° 254 del 15 Luglio 2003, già in precedenza normato dal D.Lgs 22/1997 e dal successivo Regolamento attuativo del D.M. 219/2000. Il suddetto Regolamento disciplina la gestione dei Rifiuti “allo scopo di garantire elevati livelli di tutela dell’ambiente e della salute pubblica con adozione di tutte le iniziative tese a favorire in via prioritaria la riduzione della produzione dei rifiuti stessi “. Tale gestione, nella sua integrità, interessa diverse figure professionali con una gradualità delle responsabilità: il primo livello di responsabilità, è legato alla stesura, diffusione ed informazione sulle corrette procedure di gestione dei rifiuti, compito esclusivo della Direzione Medica di Presidio. Il successivo livello è delegato alle funzioni di informazione e di controllo da parte dei Dirigenti Sanitari Responsabili e dei Coordinatori Infermieristici delle rispettive UU.OO. verso il personale loro dipendente, al fine di rispettare le disposizioni impartite dalla Direzione. L’ultimo livello di responsabilità è quello di tutti gli operatori del Presidio in quanto deputati ad applicare il regolamento ed informare gli utenti dell’Ospedale (pazienti degenti ed ambulatoriali, visitatori, ecc), coinvolti anch’essi in una gestione sempre tesa a differenziare e ridurre la quantità dei rifiuti prodotti nella nostra struttura. Si è quindi elaborato un Protocollo che rappresenta un documento la cui applicazione ha lo scopo di adeguare le procedure di confezionamento e di corretto conferimento dei rifiuti ospedalieri alle disposizioni di Legge ed applicare la prevenzione primaria del rischio specifico per la tutela della salute degli operatori sanitari e la sicurezza degli utenti dell’Ospedale. MATERIALI E METODI Dal 2008 la Direzione Medica del Presidio Ospedaliero San Paolo ha implementato il Protocollo di corretta prassi per la Gestione dei Rifiuti Sanitari, attivando, nell’anno successivo, un programma di sorveglianza sulla gestione dei rifiuti sanitari. Si è costituito quindi un Gruppo di Lavoro coordinato dalla Direzione Medica, con lo scopo di elaborare, verificare e controllare il raggiungimento di obiettivi legati a norme di buona gestione dei rifiuti sanitari. E’ stato redatto un opuscolo divulgativo, costituito da una parte introduttiva e da una serie di Raccomandazioni (Tab.1), seguite da una corretta Procedura di confezionamento dei rifiuti (Tab.2). L’elemento principale di entrambi gli elaborati è stato quello di differenziare ciò che si intende per Rifiuti Sanitari assimilati ai Rifiuti Urbani e Rifiuti Sanitari pericolosi a rischio infettivo per un più adeguato smaltimento finale. Tali istruzioni operative sono state stampate e distribuite in tutti i reparti dell’Ospedale con indicazione di diffonderle al personale medico, infermieristico e socio-sanitario, rendendo così l’opuscolo disponile e consultabile da ciascun operatore sanitario. Per tutto l’anno 2009 il gruppo di lavoro ha effettuato sopralluoghi ispettivi settimanali in tutte le Unità Operative per verificare l’attuazione delle disposizioni impartite ed evidenziarne le problematiche, risultate essere prevalentemente legate alla difficoltà di applicazione dei criteri di differenziazione dei rifiuti prodotti nei singoli reparti. Di conseguenza si è reso necessario effettuare riunioni mensili con i Coordinatori Infermieristici per confrontare con loro le difficoltà operative emerse e adottare soluzioni condivise. A conclusione di questo percorso, si è formulata una “check list” per classificare ciascuna tipologia di rifiuto, che si è mostrata un utile strumento operativo e di facile approccio per la gestione del corretto smaltimento, che è stata quindi affissa nelle singole medicherie (Fig.1). RISULTATI Il risultato più evidente dell’attuale processo organizzativo è stata la riduzione dei costi di smaltimento, dati dalla minor quantità di prodotto da smaltire e dalla conforme differenziazione per tipo di rifiuto. Infatti il confronto della quantità di rifiuti prodotti nel 2009 è risultato ridotto del 27% rispetto l’anno precedente, relativamente al peso dei rifiuti a potenziale rischio infettivo prodotti dall’Ospedale. CONCLUSIONI Lo strumento del confronto e del dialogo ha integrato, anche se non del tutto sostituito, l’attività di ispezione e di controllo esercitata dalla Direzione Medica sul sistema di corretta gestione dei Rifiuti in Ospedale. Le riunioni mensili con i Coordinatori Infermieristici hanno permesso quindi di documentare in maniera sistematica l’attività di verifica e le modalità con cui vengono gestiti i rifiuti sanitari; attraverso la valutazione delle singole ‘osservazioni’ è stato realmente possibile verificare a distanza l’efficacia delle azioni migliorative messe in atto in tutte le UU.OO.. Un ulteriore upgrade ci aspetta con l’adeguamento anche nel nostro Presidio al sistema informativo SISTRI (D.M. 17 dicembre 2009), i cui dati serviranno alla tracciabilità del rifiuto a livello sia nazionale che regionale. °Autore che, se accettato, presenterà la comunicazione orale TAB.1 RACCOMANDAZIONI PROPRIE PER LA MANIPOLAZIONE DEI RIFIUTI DERIVANTI DA ATTIVITÀ SANITARIE: • immettere all’interno del contenitore esclusivamente i Rifiuti Sanitari a Rischio Infettivo; • durante le operazioni di confezionamento indossare sempre i DPI (guanti, ecc); • le sacche per la raccolta delle urine devono essere introdotte vuote; • il sangue e gli altri liquidi biologici possono essere immessi solo se opportunamente contenuti nei presidi monouso d’origine chiusi ( filtri emodialisi, drenaggi, circuiti C.E.C., ecc.) comprese le sacche di sangue ed emoderivati non utilizzabili; • il contenitore di cartone deve essere riempito al massimo della sua capienza al fine di ottimizzarne l’utilizzo, comunque non riempirne più di 2/3 del suo totale; • non vanno assolutamente introdotti presidi taglienti ed acuminati liberi all’interno dei suddetti contenitori, ma solo posti nei contenitori rigidi; • i contenitori debbono essere allontanati tutti i giorni dai locali di produzione verso quelli idoneamente adibiti a deposito temporaneo; la raccolta da parte della Ditta Autorizzata , nei tempi previsti, deve essere regolarmente verificata. TAB.2 PROCEDURA DI CORRETTO CONFEZIONAMENTO DEI RIFIUTI SPECIALI : 1. prima di utilizzare il contenitore in cartone inserire il sacco giallo in polietilene (assicurandosi che questo sia integro) e ripiegare il bordo; 2. chiudere la busta in polietilene con apposito laccio di sicurezza in plastica; 3. chiudere il contenitore di cartone ripiegando i lati del coperchio; 4. a confezionamento avvenuto trascrivere (in modo leggibile), sull’apposito spazio predisposto, la data di chiusura, il nome del Presidio Ospedaliero ( SAN PAOLO ) e l’U.O. produttrice del rifiuto; 5. posizionare il rifiuto così confezionato nelle aree deputate alla raccolta, al fine di permetterne l’allontanamento da parte degli operatori della ditta addetta al ritiro; 6. la preparazione ed il confezionamento dei contenitori compete a tutti gli operatori che sono informati sui rischi e le raccomandazioni relative alla manipolazione dei rifiuti speciali. TRASVERSALE CONDOTTA NEL SUD ITALIA Nasi G*, Gallì P*, De Feo E*, Gualano MR*, Basso D*, de Waure C*, Di Donato G**, Marino M*, Nardella P*, Nobile L*, Venditti A*, Merzagora F**, Ricciardi W*. * Istituto di Igiene, Università Cattolica Sacro Cuore, Roma, Italia **O.N.Da, Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna, Milano, Italia Introduzione La patologia oncologica femminile rappresenta un importante problema di sanità pubblica sia per la gestione economico-organizzativa sia per il carico sociale che inevitabilmente comporta. Nel nostro Paese nel 2006 si sono registrati circa 168.000 decessi per cancro, che hanno rappresentato il 30% di tutti i decessi e rappresentano la seconda causa di morte. Nell’ultimo decennio la mortalità per cancro è diminuita. Secondo le stime del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute dell’Istituto Superiore di Sanità si prevede che nel 2010 in Italia si verificheranno circa 122.000 decessi per tumore nella fascia di età 0-84 anni, il 41% dei quali colpirà la popolazione femminile. Nonostante l’incidenza dei tumori nella popolazione italiana sia in progressivo aumento, sia a causa del prolungamento della vita media, sia a causa delle importanti modifiche degli stili di vita ed abitudini voluttuarie cui abbiamo assistito nell’ultimo ventennio, la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi di cancro è aumentata dal 33% della fine degli anni ’70 al 47% dei primi anni ’90. Tutto questo sta determinando un sensibile aumento dei costi legati alla gestione di tale patologia, che andrebbero attentamente valutati ed ottimizzati. Materiali e Metodi Con il progetto di esaminare e valutare in tre anni le realtà clinico-assistenziali che si occupano di patologie oncologiche femminili nel Sud, Centro e Nord Italia, prestando particolare attenzione alla qualità delle Strutture, alla capacità delle stesse di mettere la paziente al centro della cura e di fornire servizi che consentano l’adesione in maniera agevole al percorso diagnostico-terapeutico-assistenziale loro dedicato, si è partiti dall’analisi delle Strutture del Sud. La realizzazione del progetto è stata resa possibile grazie al contributo di Fondazione Pfizer in collaborazione con O.N.Da, Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna. Tutte le Strutture Oncologiche femminili elencate nel libro bianco dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica sono state valutate utilizzando un questionario ad hoc inviato tramite posta, e-mail e fax alla Direzione Sanitaria di ciascuna Unità censita. Il questionario, costituito da novanta domande chiuse, di cui alcune a risposta multipla, indagava sei macro-aree: 1. 2. 3. 4. 5. 6. Analisi descrittiva delle Strutture Organizzazione del lavoro Servizi disponibili Attrezzature diagnostiche presenti in Struttura e relativi tempi di attesa Informazione e partecipazione della paziente La donna al centro della cura Risultati Di 114 Strutture contattate, 46 hanno ad oggi risposto (response rate: 40%). Il numero mediano dei posti letto di degenza ordinaria e Day Hospital è di 14 (Min:2-Max:76) e 8 (Min:3-Max:28) rispettivamente. La maggior parte delle Strutture si configura come Presidio Ospedaliero ASL e la maggioranza dei Direttori di Dipartimento sono medici oncologi. La quasi totalità dei Direttori di Dipartimento (84,09%) è di sesso maschile, mentre la maggior parte dei caposala (73,17%) è di sesso femminile. A fronte di una sostanziale normalità di distribuzione dei giorni di degenza media, emerge come outlier l’Abruzzo (figura 1), che però è rappresentativo nella nostra survey dell’unica struttura abruzzese dotata di posti letto che al momento ha risposto al questionario, mentre la Puglia risulta essere la regione più virtuosa come numero quotidiano di accessi in Day Hospital (figura 2). Solo 17 Strutture indagate (39,96%) sono provviste di Breast Unit, così come la maggior parte delle Regioni appare carente sul fronte delle Cure Palliative, della Riabilitazione Oncologica e della presenza di Hospice Oncologici (figura 3); degna di nota è la rete di assistenza domiciliare che appare ben radicata in tutto il territorio, ricoprendo circa il 90% delle realtà oncologiche esaminate (figura 4). Evidenti appaiono purtroppo le disomogeneità a livello regionale relative all’attesa delle pazienti per l’esecuzione di un’indagine diagnostica e/o di controllo (figura 5); tutto questo si traduce in un ritardo diagnostico e/o terapeutico per le pazienti residenti nelle Regioni con tempi di attesa più lunghi, nonché in una profonda disuguaglianza tra le varie Regioni e, conseguentemente, tra le pazienti stesse. Molto soddisfacente appare infine l’impegno delle Strutture per quanto concerne l’approccio Evidence Based Medicine (effettuato da quasi il 90% delle Strutture intervistate), così come l’impegno nella gestione del rischio clinico (71,43%). Nell’80% delle Strutture esaminate si rileva, inoltre, l’assenza di un case-manager responsabile della presa in carico della paziente. La quasi totalità delle Strutture non è dotata di servizi dedicati alle pazienti oncologiche (ludoteche o baby-sitting) mentre in circa il 45% si svolge l’attività di prestito libri. Conclusioni L’analisi, relativa al 40% delle Strutture presenti nel Sud Italia, evidenzia profonde disomogeneità tra le Regioni e difficoltà organizzative nella gestione di un percorso integrato che preveda la presa in carico delle pazienti oncologiche. È auspicabile una più chiara definizione organizzativa del percorso diagnostico-terapeutico-assistenziale delle pazienti oncologiche, con particolare attenzione alle fasi terminali della malattia (cure palliative, terapia del dolore, Hospice e riabilitazione oncologica). La nostra analisi mostra, inoltre, un’importante disomogeneità tra le Regioni anche in merito ai tempi di attesa per indagini diagnostico-strumentali per gli outpatients e al numero degli accessi giornalieri per chemioterapia, che andrà valutata alla luce delle strategie regionali di politica sanitaria. Figura 1 Degenza media stratificata per Regione 18 16 14 12 10 8 6 4 2 0 17,82 6,68 5,98 5,66 4 Abruzzo Campania Calabria 5,24 3,2 Basilicata Puglia Sicilia Sardegna Figura 2 Numero medio di pazienti trattate ogni giorno in DH 45 40 35 30 25 20 15 10 5 0 42,16 29 30 22,46 21,6 20 14,75 10 Abruzzo Molise Campania Calabria Basilicata Puglia Sicilia Sardegna Figura 3 Cure Palliative nel Sud Italia 120 100 80 si 60 no 40 20 0 Abruzzo Molise Campania Calabria Puglia Sicilia Sardegna Figura 4 Assistenza Domiciliare nel Sud Italia 120 100 80 si 60 no 40 20 0 Abruzzo Molise Campania Calabria Basilicata Puglia Sicilia Sardegna Figura 5 Mediana tempi di attesa per esecuzione indagine ambulatoriale Ecografia TAC RMN Sa rd eg na cil ia Si Pu gl ia at a Ba sil ic ab ria Ca l Ca m pa ni a ol ise Mammografia M Ab ru zz o 80 70 60 50 40 30 20 10 0 IL PERCORSO DI CERTIFICAZIONE ISO AL CENTRO DIURNO ALZHEIMER: UN SISTEMA INFORMATIVO PER L’ASSISTENZA ALL’ANZIANO DEMENTE. N. Nicoletti*, A. Abbaldo*, P. Petrecca*, A. Monzeglio°, M. Morandi°, P. Mussano°, S. Cabodi*. * Dipartimento Salute Anziani DSA - ASL TO 2 [email protected] ° Direzione Sanitaria Comprensorio Ospedaliero Amedeo di Savoia/Birago di Vische – ASL TO2 ASL TO2 Corso Svizzera 164 10149 TORINO PAROLE CHIAVE: Alzheimer, Qualità, Salute. INTRODUZIONE: Il Centro Diurno Alzheimer (CDA) dell’ASL TO2, ha conseguito la Certificazione di Qualità conforme alla norma UNI EN ISO 9002, con N.ro 524 nel 12/03/02. Nel corso degli anni successivi ha sempre mantenuto tale certificazione divenuta conforme alle norme Vision 2000. Il CDA è parte integrante del Dipartimento Salute Anziani, della medesima ASL, è dedicato ad anziani affetti da malattia di Alzheimer o da altre forme di demenza e propone di offrire ai malati e alle loro famiglie una modalità di cura che risponda alle esigenze di entrambi con notevole validità terapeutica. Il Centro ospita 16 Utenti in regime di semiresidenzialità ed è aperto dal lunedì al venerdì dalle ore 7.30 alle ore 17. L’obiettivo della qualità ha orientato il personale del Centro. Nonostante le difficoltà iniziali ci siamo accorti, valutando la nostra organizzazione, di quanto fosse adattabile e come fosse possibile l’applicazione di una normativa ben codificata ed accettata a livello internazionale. I vantaggi attesi da questa metodologia, che si sono poi concretizzati in corso d’opera,sono stati:aumento dell’importanza del lavoro d’équipe in relazione alle esigenze dell’Utente e dell’équipe stessa, la descrizione delle singole attività, la definizione degli strumenti e delle modalità di registrazione del lavoro svolto, ai fini di un’agile verifica, la “codificazione” delle attività svolte, il miglioramento dell’ efficacia e dell’ efficienza. Il conseguimento della Certificazione ha permesso di razionalizzare le Risorse aumentando il numero degli Utenti e l’utilizzo dei posti/Utente. OBIETTIVO: dimostrare la validità terapeutica del CDA con particolare riferimento allo stato di salute del paziente e le ricadute che questo genera anche sulla salute stessa del caregiver. METODOLOGIA: costruzione di apposito questionario sulla qualità percepita in cui, tra i vari items presenti, uno è mirato ad individuare le variazioni comportamentali del paziente al domicilio dopo l’inizio della frequenza al centro e l’altro fornisce indicazioni circa lo stato di salute del familiare. Parallelamente è stata elaborata una tabella nella quale sono riportati gli indicatori di risultato con i relativi standard di riferimento. Gli indicatori, che danno la misura di alcuni fattori dell’assistenza (mantenimento capacità funzionali residue, controllo dei disturbi comportamentali, riduzione dello stress dei caregiver) sono stati individuati tra quelli maggiormente validati in letteratura. RISULTATI: somministrazione, nel triennio 20072009, di 84 questionari di soddisfazione in cui risulta che il 44% degli Utenti ha migliorato il comportamento a casa, il 52% è invariato e il 4% è peggiorato. Per quanto riguarda la salute del familiare il 52% ritiene migliorato il suo stato di salute, il 44% lo ritiene invariato e il 4% è peggiorato. Tali risultati son confortati anche dalla positività degli indicatori di efficienza monitorati. CONCLUSIONI: La metodologia adottata ha portato importanti ricadute sullo stato di salute degli Utenti, in particolare rispetto alla complessiva qualità di vita del Paziente e del Caregiver. Si rileva inoltre un considerevole miglioramento da parte del Caregiver nella coscienza di malattia L’applicazione della norma ISO, ha guidato il Centro nel percorso della Certificazione, permettendogli così, non solo di raggiungere l’obiettivo, bensì di essere il primo Centro Diurno Alzheimer in Italia ad averla conseguita. PER RAGGIUNGERE LA VERA ACCOGLIENZA IN OSPEDALE *G. OCCHIPINTI, °E. AIELLO, ^G. ARCIDIACONO, ^ ◊M.DANZÌ, ^G.CONDORELLI * U.O. Servizio Sociale P.O. Ferrarotto,° Tirocinante volontaria, ◊ Direzione Medica P.O. V. Emanuele, ^ Servizio Civile Nazionale INTRODUZIONE Il progetto di Servizio Civile che si propone mira a rendere più incisiva l’attività e il percorso operativo dei volontari di servizio civile nell’Azienda Ospedaliera Universitaria “Policlinico – Vittorio Emanuele di Catania”. Considerati sia la complessità della realtà di cura effettuata nell’Azienda Ospedaliera, sia la differente preparazione e cultura di base dei volontari, si rende opportuno mettere in atto una programmazione e formazione specifica relativa all’attività dei volontari che tenga conto, appunto, di tale complessità , dei meccanismi idonei alla sua semplificazione e soprattutto di una qualificazione formativa “relazionale” dei ragazzi che prestano attività di Servizio Civile. La scelta di tale attività progettuale è stata determinata da una serie di considerazioni emerse durante la formazione di base che l’Ufficio di Servizio Civile aziendale ha predisposto ed attuato, come previsto istituzionalmente dal progetto nazionale e regionale per il Servizio Civile, nel periodo 1 aprile – 20 aprile 2010. Da tale formazione, che potremmo definire di base e/o istituzionale, preceduta da una attenta valutazione dei curricula personali dei volontari, è emerso che quest’ultimi, pur essendo quasi tutti laureati o laureandi e quindi con una più che solida cultura di base, presentano una scarsa “cultura relazionale” oltre che una pseudo conoscenza dei servizi e delle prestazioni sanitarie in genere. Il progetto che si propone e che sarà esteso a tutte le Unità Operative dell’Azienda, assume primariamente le caratteristiche di progetto pilota con l’Unità Operativa Complessa Clinicizzata di Ematologia del Presidio Ospedaliero “Ferrarotto”. MATERIALE E METODO Il progetto si articola secondo due obiettivi principali: Capacità di eliminare o ridurre alcune disfunzioni organizzative aziendali Acquisizione e/o miglioramento delle capacità relazionali personali La metodologia utilizzata sarà prevalentemente quella del Problem Solving. L’utilizzo di tale metodo fornirà ai volontari gli strumenti atti alla risoluzione delle problematiche poste loro nella relazione con l’utenza. Percorso Operativo: La vera accoglienza Verifica in itinere Verifica in itinere Formazione specifica Dare informazioni Verifica finale 1. Formazione Specifica: fornire ai volontari una formazione specifica relativa all’Unità Operativa e alla tipologia d’utenti, inoltre una relativa acquisizione della capacità relazionale. 2. Dare Informazioni: preparare i volontari ad essere in grado di fornire tutte le informazioni adeguate, precise e mirate alle richieste presentate. 3. La Vera Accoglienza: momento centrale del progetto sarà quello di fare acquisire ai volontari tutti gli strumenti relazionali necessari affinché possano “Accogliere” l’utente e i suoi familiari all’interno della struttura ospedaliera. Le varie fasi, esposte graficamente, prevedono necessariamente delle verifiche in itinere, a cadenza quadrimestrale ed una verifica finale alla conclusione del progetto. DISCUSSIONE: Nel progettare quest’attività per i volontari di Servizio Civile ci si è posti nell’ottica di individuare il significato di “Vera Accoglienza ”. Nell’esame di ciò si è ritenuto fare riferimento al significato etimologico di accogliere: ad – colere cioè raccogliere verso di sé - ricevere uno con dimostrazione d’affetto. La definizione etimologica ci sembra molto importante perché porta nell’attenzione all’altro (utente - paziente- familiare- ecc….) che riteniamo lo scopo principale per il volontario. Il progetto prevede degli indicatori di azione e di efficacia che sono in fase di elaborazione e che saranno sperimentati nel brevissimo periodo. A titolo esemplificativo ne vengono di seguito elencati alcuni e che sono legati alle fasi descritte. Indicatori: Utilizzo della segnaletica Dare Informazioni Prenotazione telefonica e/o diretta Dare Informazioni / Vera Accoglienza Stazionamento in sala d’ attesa Dare Informazioni / Vera Accoglienza CONCLUSIONI: Il progetto nella sua semplicità di obiettivi è oltre modo complesso nella realizzazione perché comporta un grande impegno di risorse umane caratterizzato da costante “accompagnamento” da parte degli OLP, da numerosi incontri di programmazione e verifica e dalla messa in gioco di abilità e sensibilità relazionali. GESTIONE DEI RIFIUTI IN CAMPANIA -QUALE RICADUTA SULLA SALUTE? AUTORI: F. ONOFARO*, G. BASSANO**, M. CAPUTO*, B. FESTA*, G. GRIMALDI**, M.R. MASSA*, G. MATARAZZO***, G .R. SALVO****, M. VACCARELLA*, G D’ONOFRIO* (*) AORN “A. Cardarelli”; (**) Servizio 118 Reg. Campania; (***) P.O. San Giovanni Bosco; (****) Giurista, Presidente E.M.T. LEX. ABSTRACT: La cattiva gestione dei rifiuti in Campania ha prodotto conseguenze, in alcuni casi , disastrose sull’ambiente, ma non si è fatta ancora chiarezza su quali siano stati e saranno i risultati sulla salute pubblica. Troppo pochi i monitoraggi e gli screening sui cittadini delle aree a rischio, individuate come tali già con con la legge N. 426 del 09 /12 /98, perché possano essere fugate le paure di un aumento di incidenza di patologie malformative e tumori. La poca attenzione alle politiche di salvaguardia dell’ambiente,la raccolta differenziata che ha avuto significativa diffusione solo dopo il commissariamento del sottosegretario G. Bertolaso, la mancanza di una rete integrata di trattamento dei rifiuti,le altre problematiche connesse hanno determinato anche il congelamento di finanziamenti all’ Italia da parte della CE per 500.000.000 di euro. E’ ormai indispensabile recuperare il terreno perduto con la messa in atto di tutti gli interventi necessari. PAROLE CHIAVE : tumori, inquinanti ambientali, rifiuti. INTRODUZIONE: Questa comunicazione ha lo scopo principale di porre in evidenza come il riscontro di dati incontrovertibili, quali l’ inquinamento ambientale,di tipo puntiforme, e non industriale, di alcune aree della regione Campania debba richiedere in primo luogo una attenta valutazione dello stato di salute della popolazione definita a rischio, e quindi l’attuazione di tutte le azioni preventive di salvaguardia della salute pubblica, doverose da parte delle istituzioni preposte, a tutti i livelli : dall’O. E. R.,ai servizi di prevenzione collettiva ,ai centri antiveleni, alle sezioni di tossicologia delle università ecc., nonchè dalle cariche politiche locali e regionali. Emblematico è il caso dell’inquinamento industriale di “Caffaro”, cittadina del bresciano in cui dagli anni 30 al 1994 a causa della produzione di P.C.B. da un impianto locale si determinò un inquinamento della catena alimentare con un relativo aumento di tumori nelle popolazioni limitrofe . La produzione di P.C. B. ,dopo l’accertamento epidemiologico che dimostrò il nesso di causalità con l’aumento dei tumori, fu sospeso. In Campania quali politiche di tutela della salute pubblica saranno adottate? MATERIALI E METODI: Si sa che nella nostra regione ed in particolare nei territori di Napoli e Caserta ,non vi è stata per circa un ventennio una corretta gestione dei rifiuti. .Parallelamente si è sviluppato un traffico illecito dei rifiuti speciali che ha determinato un danno, o, per meglio dire, in alcuni casi un disastro ambientale di grosse proporzioni su cui sono in corso numerose indagini della magistratura. (vedasi schema tratto da petizione al parlamento europeo di cui in bibliografia). A più riprese sono stati abbattuti capi di bestiame e sequestrate partite di latte contaminato. Ciò è avvenuto in un’area a prevalente sviluppo agricolo, dove non vi sono impianti industriali. Recentemente la corte europea ha emesso la sentenza C297/08, del 04/03/2010 ,in cui , per la violazione degli articoli 4 e 5 della direttiva 2006/12 , ha condannato la Repubblica Italiana alle spese per il danno ambientale dovuto alla errata gestione dei rifiuti in Campania. “Gestione errata dei rifiuti su una parte ridotta del territorio – Pericolo per la salute e pregiudizio all’ambiente - Configurabilità dell’art. 4, n. 1, dir. 2006/12 - Inadempimento di uno Stato (Italia - Reg. Campania). Per la prima volta è stata così sospesa l’erogazione di 500 milioni di euro da fondi europei all’Italia per la cattiva gestione dei rifiuti in Campania . Solo a distanza di oltre 10 anni dalla legge N. 426 /98 si è dato inizio all’opera di monitoraggio ambientale da Acerra e Castelvolturno, cui seguirà quello in tutte le altre zone interessate da problemi connessi all’inquinamento. La tabelle N. 1 e N. 2, a questo proposito, riportano un quadro sinottico di alcuni degli inquinanti ambientali riscontrati nel suolo e nella falde acquifere di Acerra e di Castelvolturno eseguiti tra il 2006 ed il 2007 e resi pubblici solo nel luglio 2009. Nella tabella 1 sono indicati i valori limite dei suddetti elementi sia nel suolo che nelle falde acquifere,così come stabilito dal D. lgs 152/06. Nell’ultima colonna a destra sono riportati i valori fuori tabella ritrovati , con l’indicazione particolare del valore massimo, di volta in volta riscontrato . Nei comuni di cui si fa menzione, sia nel suolo che nelle falde acquifere,sono state rinvenute inoltre sostanze quali: Arsenico, Berillio Benzo(a)pirene, Cadmio, Cromo VI, tutte appartenenti alla classe 1 IARC (sostanze sicuramente cancerogene). Gli esami degli inquinanti ambientali nell’uomo in Campania sono stati eseguiti per lo più su base volontaria e non perché facenti parte di uno studio mirato. TABELLA N 1 NOME/SIGLA CLASSE IARC VALORE LIMITE µ/l falda ex D.Lgs 152/06 0,1 VALORE LIMITE mg/kg suolo ex D.Lgs 152/06 0,01 DDD-DDE-DDT 2B PIOMBO/Pb 2A 10 100 IDRACARBURI PESANTI - - 50 CROMO/Cr 3 50 150 MANGANESE/Mn - 50 - SOLFATI - 250* - FLORURI - 1500 100 VALORI FUORI TABELLA RISCONTRATI 136 (val.max 0.79) suolo 68 (val max 9900) suolo; 1(val max 22,7) falda. 129 (val max 2800) suolo 10 (val max 3400) suolo 67 (val max 20000) falda. 21 (val max 2700) falda. 13 (val max 3500) falda Nelle aree a rischio ambientale oggetto della presente comunicazione, come già accennato, i limitati screening per verificare lo stato di salute della popolazione, più volte pubblicizzati, non sono stati portati a temine o non sono noti i risultati finali ,mentre avrebbero potuto fornire un quadro epidemiologico interessante circa la ripercussione sulla salute umana della allarmante situazione registrata (Progetto Sebiorec -Regione Campania,studio di inquinanti ambientali nel latte materno) . E’ noto il caso dei pastori di Acerra. Il loro gregge di pecore si ammalò in pochi mesi e fu sottoposto a sequestro giudiziario.In seguito furono abbattuti i pochi capi di bestiame superstiti e i nuovi nati malformati .E’ quasi sicuro che le pecore si cibarono di erba contaminata. Anche il pastore fu colpito da una devastante forma di cancro che in breve lo portò alla morte .Nel suo siero furono ritrovati valori di diossina(TCDD) sup . a 200 ng/Kg, contro un valore di background di 9ng/Kg, secondo l’USEPA. tabella N. 2 Inquinante PCDD+PCDF (TEQ) Valore limite Uso residenziale ng/kg suolo DLgs 152 del 2006 Valore limite Uso Industriale ng/kg suolo DL gs 152 del 2006 10 (val. max. riscontrato 83,90 Acerra.località Calabricito) 100 (val. max riscontrato: 3299-Acerra.località Calabricito*) Lo Studio OMS - Protezione civile, pubblicato nell’aprile 2007, indica una significativa“pressione ambientale” sulle popolazioni residenti nelle Province di Napoli e Caserta in grado di determinare un aumento di incidenza di patologie tumorali e malformative . Ad. analoga conclusione perviene lo studio “Cluster analysis of mortality and malformations in the Provinces of Naples and Caserta” del 2008. Lo studio “Salute e rifiuti in Campania” preceduto dai risultati di un questionario sulle popolazioni a rischio pubblicato come “Studio PASSI” smentisce il contenuto degli studi precedenti imputando sostanzialmente le anomale incidenze di patologie malformative e mortalità per tumori a fattori di deprivazione socioeconomici. Non mancano altre pubblicazioni in materia ma i risultati sono ancora controversi. RISULTATI. Tra tesi ed antitesi, risulta comunque evidente che dal 1982 al 2002, con un incremento della popolazione campana pari al 5,1%., vi è stato un decremento proporzionale della mortalità generale pari al 2,4% ma un incremento percentuale della mortalità per tumori pari al 71,8%,con le particolarità visionabili nella tabella 3 . Si deve considerare infine,tra le argomentazioni a sostegno di questa evidenza statistica , che la spesa per i farmaci antineoplastici è salita vertiginosamente negli ultimi anni in Campania, non solo dal punto di vista qualitativo per i farmaci più costosi usati, ma anche sotto il profilo quantitativo. (*La corrispondente destinazione del suolo è oggi “naturale, archeologico”) CONCLUSIONI:Per avere dettagliate informazioni ed adottare, se necessario, le consequenziali azioni di prevenzione collettiva è oggi più che mai indispensabile approfondire gli esami di screening sulla popolazione residente nelle aree a rischio, monitorare lo stato di salute del cluster di popolazione in esame e verificare se vi sia corrispondenza tra la bioaccumlazione di determinati inquinanti ambientali e lo sviluppo di specifiche patologie quali malattie metaboliche, tumori, malattie neurologiche, malattie endocrine, disturbi comportamentali , nonché malformazioni neonatali. TABELLA 3(*) Regione Campania 1980 2002 Incremento % Popolazione Patologia 5437319 5713243 5,1 Tutte le cause di morte 45905 47014 2,4 Tutti i tumori 7271 12494 71,8 T. cavo orale 19 44 131,6 T. stomaco 578 738 27,7 T. colon retto 685 1356 98,0 T. fegato 257 506 96,9 T. pancreas 151 509 237,1 T. polmoni 1628 2822 73,3 T. melanoma 46 99 115,2 T. mammella 514 824 60,3 T. ovaio 79 185 134,2 T. prostata 248 521 110,1 T. vescica 380 506 33,1 Leucemie 296 469 58,4 BIBLIOGRAFIA • Indagini epidemiologiche nei siti inquinati: basi scientifiche, procedure metodologiche e gestionali, prospettive di equità ; Autori: Bianchi, Comba. • Progetto Sebiorec, progetto Campania • D.Lgs 152/06 • Studio Passi- Regione Campania 2005-Pizzuti ,D’Argenzio • Petizione al parlamento Europeo- Giampiero Angeli (contenente schema delle principali indagini in corso) • Studio OMS,ISS, CNR, ARPAC, OER/2007, commissionato dal Dipartimento dalla protezione civile. • Cluster analysis of mortality and malformations in the Provinces of Naples and Caserta (Regione Campania 2008), ISS, CNR, WHO, OER, etc. • Capitolo4 “diossina in Campania” ARPAC. • B. Iovene “Campania Infelix” Biblioteca Universale Rizzoli. (*) elaborata da G. Angeli su dati www.iss.it/site/mortalita/ Realizzazione di un protocollo operativo per gli interventi di trasporto neonatale avanzato in emergenza/urgenza per Torino e provincia (T.A.N.To.). Autori: Panarisi P., Rinaldi M., Morabito D., Sinatra M.L., Marra A., Di Legami V., Messori Ioli G., Borsotti M., Casassa F. Indirizzo:Direzione Sanitaria P.O. S.Croce di Moncalieri e S.Lorenzo di Carmagnola. ASLTO5. Abstract: L’attivazione del Servizio di Trasporto Neonatale in Emergenza (STEN), costituisce un obiettivo prioritario della programmazione sanitaria nazionale e regionale, per l’ottimale gestione delle criticità neonatali nell’emergenzaurgenza. Su 35.000 nuovi nati in Piemonte l’anno, oltre la metà di loro viene alla luce in punti nascita non attrezzati per la terapia intensiva ed è questa la ragione che obbliga i nati patologici (circa 200 l’anno) al trasferimento nei centri TIN (Terapia Intensiva Neonatale). Si delinea il percorso organizzativo nella costruzione della rete e del protocollo operativo. Parole chiave: trasporto neonatale, TIN. Introduzione: Per una efficace ed efficiente gestione dell’emergenza pediatrica nel nostro territorio, in accordo con le linee di indirizzo elaborate dalla Regione Piemonte, è stato elaborato un protocollo operativo sulla disciplina degli interventi di Trasporto Neonatale Avanzato (TAN) in emergenza/urgenza per la città di Torino e provincia. Materiali e metodi: Il Servizio TANTo è un servizio di trasporto di emergenza neonatale capace di attivare rapidamente già nel centro trasferente, le cure speciali di cui il neonato necessita e di mantenerle durante il trasferimento fino al centro ricovero. È organizzato secondo un modello operativo a”richiesta”e rappresenta la cerniera di collegamento tra i punti nascita territoriali e le strutture di riferimento di III livello, assicurando così percorsi di continuità assistenziale sul territorio regionale. In questa prospettiva le TIN identificate e attualmente operative di riferimento in Torino e provincia sono 4: 2 nel presidio S.Anna dell’A.O. OIRMS.Anna:SU Neonatologia (TINc) e SC Neonatologia Ospedale (TINo), 1 nell’ASL TO2 (TIN Maria Vittoria) ed 1 nell’ASL TO5 (TIN Moncalieri). L’afferenza dai Punti Nascita ai Centri di III livello (TIN) è organizzata all’interno di bacini di utenza predefiniti in 4 quadranti:- TIN Ospedale S.Anna:ASLTO1, A.O.OIRM/Sant’Anna, A.O.Ordine Mauriziano di Torino, Punti nascita privati; - TIN Ospedale Maria Vittoria: ASL TO2, ASL TO4; - TIN Ospedale Santa Croce Moncalieri: ASL TO3, ASL TO5; - i neonati con patologie chirurgiche accertate, cardiochirurgiche, neurochirurgiche afferiscono all’OIRM-S.Anna dove vengono presi in carico dal DEA. La Centrale operativa di Torino Grugliasco dell’emergenza –urgenza sanitaria territoriale (Servizio 118) assume un ruolo centrale e di collegamento funzionale tra punto nascita e TIN. Ad essa afferiscono le richieste di intervento e spetta la prima gestione relativa ad ogni intervento da adottare, in particolare: - verificare la disponibilità dei posti letto nelle TIN di riferimento (censimento effettuato 2 volte al giorno) e fornire informazioni ai centri invianti; - allertare gli operatori del TAN(medici ed infermieri professionali appartenenti alle 4TIN Torinesi);- inviare il mezzo di trasporto alla base operativa (OIRM-S.ANNA); fornire il supporto logistico nelle diverse fasi operative (viabilità, eventuali variazioni di programma, invio di altro mezzo in caso di avaria etc..); gestisce inoltre la manutenzione del mezzo di trasporto. Al fine di fornire ai piccoli pazienti un elevato livello di assistenza, si è ritenuto indispensabile valorizzare il ruolo dei professionisti delle 4TIN torinesi coinvolte provvedendo alla loro specifica formazione. Sono già state espletate, fra il 2008 ed il 2009, quattro edizioni dei corsi regionali sul trasporto neonatale con incontri a gruppi ristretti per argomenti teorici ed esercitazioni pratiche con le apparecchiature a disposizione. Gli operatori dell’equipe TANTo si attivano in orario di servizio e sono incentivati da un gettone per il singolo viaggio. Sono responsabili delle procedure operative e dell’assistenza al neonato in gestione dal momento in cui viene accettato sino all’avvenuta “consegna” al centro TIN competente. Sono stati attivati anche quattro corsi per i 480 operatori dei punti nascita coinvolti, al momento in fase di completamento. Fondamentali sono stati i processi di audit sul TAN per revisionare aspetti organizzativi, logistico e clinico con cadenza semestrale. Il trasporto neonatale è effettuato con un’ambulanza progettata e attrezzata per le cure intensive da prestare durante il trasferimento: - un sistema incubatrice sviluppato in “verticale” per ridurre l’ingombro in lunghezza e consentire il trasporto del neonato perpendicolarmente al senso di marcia; - borsa-zaino (emogasanalizzatore portatile, laringoscopi, materiali di uso, farmaci). Nei prossimi anni il modello di ambulanza sperimentale sviluppato potrà fare da prototipo per l’allestimento di ambulanze 118 “multipotenti”. Per ogni trasporto sono previsti i seguenti documenti: - Scheda di trasporto della S.I.N. adottata alle peculiarità del TANTo; - Consenso informato richiesto ai genitori - Modulo relativo alla chiamata; -Copia della cartella clinica della madre e del neonato. Risultati: Il TANTo frutto di una collaborazione tra tutte le ASL di Torino e Provincia è attivo solamente per trasporti aventi carattere di emergenza/urgenza relativo ai neonati critici ricoverati in centri periferici mentre - i trasporti interterziari rimangono a carico delle TIN.(Diagramma di flusso in allegato). Il Protocollo è diventato operativo con un primo trasporto il 12 aprile 2010 e in un mese sono stati attivati 10 trasporti (1 ogni 3 giorni) così come dalle previsioni attese: circa 150 trasporti/anno di cui il 10% per neonati di EG <32 settimane o di peso < 1.500 grammi. Conclusioni: Un’attività organizzata di trasporto avanzato neonatale ha un impatto fondamentale sulla salute dei neonati che, in condizioni critiche necessitano di un trasferimento. La TAN non deve comunque supplire al perseguimento dell’obiettivo primario del percorso Nascita che prevede l’individuazione precoce delle gravidanze a rischio e l’implementazione del trasporto in utero affinché il parto possa avvenire nelle strutture con centri TIN. Diagramma di flusso Chiamata al servizio emergenza territoriale n° 011/4018100 Censimento posti letto SI Neonato trasportabile? Allertamento èquipe NO Posto letto libero o prenotato in TIN della Provincia? NO Ricerca Posto Letto fuori Provincia Il posto letto fuori SI provincia è disponibile? Neonato alla TIN fuori provincia NO Neonato alla TIN di rfierimento SI Trasporto contemporaneo? SI Valutazione urgenza Urgenza elevata NO NO Secondo trasporto differito Attivazione ambulanza ed equipe presso BO 2° trasporta carico TIN fuori provincia SI Allertamento TIN altra provincia Viaggio Accettazione e stabilizzazione presso a Punto Nascita inviante Il neonato è trasportabile? NO Consenso informato Scheda per trasporto SI Il consenso è SI confermato o c’è stato di necessità? Trasporto NO Presa in carico da TIN ricevente Rientro e ripristino Il neonato resta al Punto nascita Appropriatezza ad un percorso di Riabilitazione Metabolico-Psico-Nutrizionale per i soggetti obesi Pandolfo MM, Tempera S, Savina C*, Donini LM, Cuzzolaro M, Spera G, del Balzo V, Petroni ML**, Brunani A** ed il gruppo di lavoro SIO-SISDCA 1 Dipartimento di Fisiopatologia Medica (sezione di Scienza dell’Alimentazione) – “Sapienza” Università di Roma; *Istituto Clinico Riabilitativo “Villa delle Querce” – Nemi (RM); **Istituto Auxologico Italiano IRCCS, Piancavallo (Verbania) L’obesità è una malattia cronica, con una patogenesi complessa, caratterizzata da elevati livelli di comorbilità e disabilità. Il contesto riabilitativo (per la sua organizzazione di tipo interdisciplinare, multidimensionale) sembra essere il più adatto al trattamento dell’obesità soprattutto quando questa presenta complicanze sul piano clinico e funzionale. La regolazione dell’accesso nel percorso riabilitativo deve rispondere a criteri di appropriatezza clinica o “specifica” (quando in un dato setting di cura i benefici attesi superano i potenziali rischi) e di appropriatezza organizzativa o “generica” (quando il livello organizzativo dello stesso setting sia adeguato in termini di sicurezza e di economia nell’impiego di risorse). Rispetto a quest’ultimo punto, non esistono strumenti validati in nessuno degli ambiti riabilitativi. Scopo dello studio è stato quello di validare uno strumento di misura dell’appropriatezza organizzativa per l’accesso alla riabilitazione intensiva (residenziale e semi-residenziale) metabolico-psico-nutrizionale: Scala SIO di Appropriatezza per la Riabilitazione Metabolico-Psico-Nutrizionale dei soggetti affetti da Obesità (SSA-RMNP-O) proposta dalla SIO nel 2009. Materiali e metodi: è stato realizzato uno studio multicentrico, coordinato dalla SIO, che ha visto coinvolti 16 Centri in Italia. La SSA-RMNP-O è costituita da 4 sezioni grado di obesità e livello di rischio per malattie cardiovascolari, diabete mellito di tipo 2, ipertensione arteriosa (indice di massa corporea, circonferenza vita) comorbilità (alterazioni del compenso glicemico, dislipidemia, malattie degli apparati cardiovascolare, respiratorio, gastroenterico, scheletrico e genito-urinario, status proinfiammatorio e procoagulativo, malnutrizione per difetto) fattori di rischio che concorrono ad aumentare la morbilità correlata all’obesità (anamnesi familiare, età, abitudini di vita come fumo e sedentarietà, disturbi maggiori del comportamento alimentare, altri disturbi psicopatologici clinicamente significativi, precedenti tentativi ambulatoriali, malnutrizione per difetto) precedenti ricoveri per riabilitazione metabolico nutrizionale (tale sezione assegna punteggi negativi se dopo uno o più ricoveri in riabilitazione metabolico-nutrizionale c’è stato un recupero del peso > 50% di quanto era stato perso) La procedura di validazione ha pertanto previsto il confronto dello score rilevato all’ingresso alla SSA-RMNP-O rispetto alla “verità” della corretta collocazione del paziente rappresentato dal carico di lavoro poi svolto durante il periodo di cura.. Sono stati considerati a tal fine il carico di lavoro è stato stimato contando: interventi dei medici di reparto e degli infermieri, farmaci iniziali e finali , procedure di laboratorio, diagnostica strumentale, consulenze l’incidenza di eventi clinici avversi di tipo 3-4 (C: evento con intervento terapeutico, con 8-21 giorni di monitoraggio medico-infermieristico senza impairment funzionale residuo; D: evento con impairment funzionale residuo - Bernardini B, et al: JAGS 1993) durante il periodo di cura. Risultati: sono stati reclutati 449 soggetti obesi con età media pari a 51.1±14 anni in tre diversi setting assistenziali: ambulatorio specialistico, DH riabilitativo, riabilitazione intensiva residenziale. Lo studio ha messo in evidenza una significativa correlazione tra lo score della SSA-RMNP-O e tutti i parametri, indici di impiego di risorse, verso i quali è stato validato (carico di lavoro, emergenze). Sono stati individuati valori soglia dello score per la corretta collocazione dei pazienti nei diversi setting assistenziali >25 per l’accesso in riabilitazione residenziale intensiva metabolico-psiconutrizionale 20-25 per il ricovero in Day-hospital/Day-service <20 per l’accesso in ambulatorio specialistico La scala ha anche dimostrato un’elevata affidabilità: ripetibilità del test (Kappa di Cohen) e concordanza interna (α Cronbach). Conclusione: la SSA-RMNP-O rappresenta un valido strumento di misura dell’appropriatezza dell’accesso di soggetti obesi ad un percorso di riabilitazione intensiva di tipo metabolico-psico-nutrizionale. 1 Gruppo di lavoro SIO-SISDCA Task Force Collaborators: MR Bollea, A. Brunani, L Busetto, P Capodaglio, MG Carbonelli, E Castellaneta, R Castra, M. Cuzzolaro, R. Dalle Grave, V del Balzo, P De Cristofaro, E. Di Flaviano, L. M. Donini, E Franzoni, M. G. Gentile, F Jacoangeli, C Lubrano, L Lucchin, F Manara, M. Marcelli, B Mezzani, F Muratori, R. Ostuzzi, F. Pasanisi, ML Petroni, G Rovera, F Santini, C Savina, G. Spera, F Strollo, P Todisco, C Tubili e M. Zamboni. SPERIMENTAZIONE DI UNA SCHEDA TERAPEUTICA UNICA: RISULTATI PRELIMINARI Parrocchia S* Di Nora M° Marrone R° Palombi S¥ Visani Nπ Melis M§ *Direttore Medico di Presidio, PO Centro, AUSL Latina °Dirigente Medico di Presidio, PO Centro, AUSL Latina ¥ Dirigente UOS Professioni Sanitarie non Mediche, PO Centro, AUSL Latina π Coordinatrice TP CL Infermieristica “R” Sapienza Univ.Roma § Allieva Infermiera CL Infermieristica “R” Sapienza Univ.Roma INTRODUZIONE: La Scheda Terapeutica Unica (STU) è un documento impiegato contemporaneamente sia dai medici per effettuare la prescrizione, sia dagli infermieri per effettuare la somministrazione, sia dai farmacisti per preparare il farmaco nei processi terapeutici che lo prevedono. Consente di risparmiare tempo ed evitare errori di terapia, cioè quell’ evento prevenibile che può causare o portare ad un uso inappropriato del farmaco o ad un pericolo per il paziente. Inoltre, permette di tener traccia su un unico documento di tutte le operazioni effettuate, evitando passaggi di trascrizione tra la cartella clinica e quella infermieristica, migliorando i rapporti tra il personale sanitario e instaurando una maggiore responsabilità e attenzione nelle procedure terapeutiche. Per questi motivi e per la consolidata esperienza positiva in numerose strutture in cui è già adottata da tempo, nel PO Centro dell’AUSL Latina abbiamo avviato un progetto che prevede la sperimentazione di questo strumento per il miglioramento della qualità e della sicurezza dell’assistenza. MATERIALI E METODI: Il gruppo di lavoro ha coinvolto sia il personale ospedaliero (Direzione Medica di Presidio, Coordinatori, Dirigenti ed Infermieri dell’UUOO coinvolte), sia il Corso di Laurea in Infermieristica “R” (Presidente, Coordinatrice Didattica, Allievi del 3° anno). Nella prima fase sono stati scelti alcuni modelli di scheda, attualmente utilizzati presso tre grandi ospedali del Lazio e della Toscana, poiché contenevano le informazioni necessarie per avere una visione globale del regime terapeutico. I requisiti fondamentali, in grado di garantire sicurezza per l’utente e per il personale sanitario e semplicità nella compilazione, devono essere: 1. Chiarezza e comprensibilità: specificando il nome chimico/commerciale del farmaco, forma farmaceutica prescritta, dosaggio per singola somministrazione, numero di somministrazioni, via di somministrazione; 2. Identificabilità del medico prescrittore; 3. Tracciabilità della somministrazione; 4. Motivazione della eventuale mancata somministrazione; 5. Identificabilità dell’esecutore della terapia; 6. Rilevabilità ed identificabilità della data di sospensione delle terapie ed il medico che le ha sospese; 7. Presenza di una legenda per simboli utilizzati. Dopo aver analizzato i modelli li abbiamo sottoposti all’esame del personale sanitario delle UUOO di Medicina e di Chirurgia dell’Ospedale “A. Fiorini” di Terracina e di Pediatria dell’Ospedale “San Giovanni di Dio” di Fondi. È stato deciso un referente per ogni UO il quale alla fine della valutazione ci ha esposto le criticità, i punti di forza per ciascuna scheda e se mancavano alcuni requisiti. La valutazione è durata un mese. Le informazioni ricevute riguardavano: 1. 2. 3. 4. La programmazione giornaliera e l’aumento degli orari di somministrazione; Il formato del foglio e quante facciate utilizzare; L’aggiunta di altri tipi di terapia (al bisogno, continue, domiciliari); L’aggiunta di due colonne, una per la sospensione in modo da rendere più visibili i farmaci da non somministrare e una per specificare l’orario in cui i farmaci devono essere somministrati. Nella seconda fase sono stati quindi predisposti due modelli di STU, uno per il reparto di Medicina, l’altro per quello di Chirurgia, basati su una programmazione della terapia a tre giornate con otto orari di somministrazione, realizzati in formato A3 con un’unica facciata per una maggiore comodità di utilizzo. Sono state aggiunte le terapie al bisogno, le terapie continue per l’infusione dei liquidi nelle ventiquattro ore e le terapie domiciliari in caso di particolari patologie per le quali non si possono aspettare i tempi necessari secondo la procedura di richiesta del farmaco. Successivamente si è deciso di sperimentare la STU, coinvolgendo formalmente i Dirigenti Responsabili ed i Coordinatori Infermieristici delle UUOO di Medicina e di Chirurgia. Quindi sono state organizzate tre riunioni per l’informazione e la formazione del personale, a cui hanno partecipato complessivamente il 100% dei Medici, degli Infermieri e degli Allievi Infermieri dei reparti interessati (Tabella 1): è stata presentata la scheda (finalità, utilità, modalità di utilizzo e compilazione) ed è stato consegnato a ciascuno il modello da utilizzare e il materiale informativo. E’ stato previsto un questionario di valutazione precedente e successivo la sperimentazione, per verificare il miglioramento percepito dal personale in seguito all’utilizzo STU. Dal 1 Aprile 2010 è iniziata la sperimentazione nelle UUOO di Chirurgia e di Medicina dell’Ospedale “A. Fiorini” con il coinvolgimento di tutto il personale sanitario stanziato nelle unità e con la formalizzazione della STU, lasciando discrezionalità ai reparti su aspetti pratici. Al termine del 1° mese di prova è prevista l’analisi comparativa dei questionari pre e post sperimentazione, delle criticità emerse, dei suggerimenti pratici, in seguito alla quale si valuterà se intraprendere una modifica delle schede ed una eventuale ulteriore fase sperimentale, oppure l’adozione definitiva della STU. RISULTATI: Essendo ancora in corso la sperimentazione, non è possibile fornire risultati definitivi. Tuttavia, nonostante le iniziali fisiologiche resistenze al cambiamento, tutti i professionisti hanno partecipato e collaborato attivamente alla sperimentazione, fornendo utili indicazioni per il successivo miglioramento dello strumento utilizzato : 1. 2. 3. 4. Migliorare la distinzione visiva delle diverse terapie; Modificare le giornate di programmazione della terapia; Migliorare gli spazi grafici a disposizione; Migliorare il supporto cartaceo (formato, qualità, grafica). CONCLUSIONI: L’adozione di uno strumento, per molti ancora innovativo, come la STU richiede un’attenta programmazione ed un paziente lavoro di coinvolgimento e responsabilizzazione di tutte le figure interessate. La possibilità di coinvolgere nel percorso di progettazione e sperimentazione l’Università, ed in particolare un Corso di Laurea in Infermieristica costituisce un’opportunità unica nel suo genere, sia dal punto di vista strategico, per l’integrazione tra istituzioni di differente natura, sia dal punto di vista didattico-formativo per gli allievi partecipanti, sia dal punto di vista organizzativo per la risorse a disposizione nelle varie fasi. Al momento, in assenza di risultati definitivi ed in previsione di ulteriori fasi di sperimentazione, si può affermare che i professionisti, nonostante le difficoltà iniziali del tutto prevedibili, hanno dimostrato ampio interesse e disponibilità all’adozione della STU quale strumento di miglioramento della qualità e della sicurezza dell’assistenza. Parole chiave: Scheda Terapeutica Unica Tabella 1: Personale coinvolto nella sperimentazione. Chirurgia Dirigenti Medici 10 Medici in Formazione Specialistica 5 Coordinatori Infermieristici 1 Infermieri 17 Allievi Infermieri 17 Totale 50 Medicina 7 0 1 14 10 32 Indagine sull’offerta di nuove tecnologie in un ospedale di piccole dimensioni. Pecci F°(Presentatore)., Punzo A°., Golia G°., Silvestre A°, Cerasuolo M.R°., Sarnataro C°., Galasso C.°°, Zamparelli B§. , Guida E^.,Lalla M.^, Torri A$., Rossi G.$ ° ASL NA2 Nord °° AORN Moscati - AV ^ ASL NA1 Centro $ Napoli §Assessorato Alla Sanità Regione campania Key word : nuove tecnologie – Ospedale Abstract Gli Autori, considerando la riduzione delle risorse e il coinvolgimento di tutti gli attori dello scenario sanitario nelle scelte attraverso la Health Technology Assessment e sulla Medicina Basata sulle Evidenze, hanno attivato uno studio per verificare l’impatto di offerte di nuove tecnologie e valutare tale metodologia in un ospedale di piccole dimensioni. Gli autori testimoniano l’interesse e l’apprezzamento degli operatori per una cultura del Management basata sulla condivisione delle scelte. Introduzione Da tempo gli operatori del servizio sanitario sono spinti ad un uso appropriato delle risorse e ad acquisire consapevolezza del costo delle prestazioni e prescrizioni, nella prospettiva di una valutazione economica della spesa sanitaria. Tuttavia si è ancora lontani dalla realizzazione di un processo di regolamentazione e gestione del sistema concordato e condiviso. La Clinical Governance(C.G.) può soccorre nel realizzare questa auspicata piattaforma di dialogo fra tutti gli attori del SSN. Essa, supportando le azioni innovatrici in sanità permette di coniugare qualità, verifica, ritorno informativo, efficacia clinica, riduzione degli errori e gestione dei rischi, pratica professionale basata su prove di efficacia, coinvolgimento del paziente e formazione permanente degli operatori. Nell’ambito della C.G. lo strumento gestionale più innovativo che definisce l’accountability delle scelte da operare è l’HTA LA connotazione rivoluzionaria della H T A è quella di porsi come obiettivo non già accertare la bontà di un progetto prima ella sua realizzazione concreta, bensì valutarne la preferibilità rispetto ad un altro già in uso. Si prevede un futuro di ristrettezze economiche che non consentiranno al sistema sanitario nazionale e regionale, per quanto ottimamente organizzato, di soddisfare i bisogni di salute che pervengono da parte della collettività; un futuro nel quale inevitabilmente si evidenzieranno aspri conflitti sociali per l’impossibilità di fornire risposte adeguate a tutte le richieste di salute pur avendo a disposizione strumenti potenti (nuovi farmaci, tecnologie, ecc.). Un futuro prossimo, in definitiva, che gli economisti sanitari di tutto il mondo definiscono come il ventennio delle scelte tragiche. E’ perciò necessario che la politica assuma degli impegni: tutti gli attori del sistema sanità devono partecipare in maniera concordata e condivisa alle scelte in sanità; tutti gli attori del sistema sanità ( politici, manager, clinici ecc.) devono basare le proprie scelte su prove evidenti di efficacia;improntandole all’uso di nuovi strumenti gestionali quali l’HTA la Medicina Basata sulle Evidenze. Scopo dello studio Gli Autori si pongono l’obiettivo di verificare quale sia l’impatto di offerte di nuove tecnologie in ambito ospedaliero. Sono state avviate indagini in tale senso presso vari ospedali della Regione Campania utilizzando campioni diversi (piccoli e medi ospedali, aziende di rilievo nazionale, ecc.). Lo studio che si presenta è relativo all’indagine effettuata su un piccolo ospedale. L’Ospedale “San Giuliano“ presidio dell’ASL Napoli2nord, dotato di 116 posti letto rappresenta il punto di riferimento di una zona densamente abitata : Il Comune di Giugliano con una superficie pari a 94,19 Km/q conta una popolazione di 112.338 abitanti (dati aggiornati al 31.12.2007) che gravano tutti, sull’ospedale. Esso è dotato di un Pronto soccorso, di un’unità operativa di Medicina con 22 p.l., di Ortopedia con 16 p.l., di Chirurgia con 24 p.l., di Cardiologia con UTIC con 10 p.l., di Rianimazione e Terapia Intensiva con 8 p.l., Ostetricia e Ginecologia con 20 posti letto, Pediatria con Nido con 10 p.l., Oncologia senza posti letto, Gastroenterologia senza posti letto. La Direzione sanitaria, con attivo un gruppo di lavoro di HTA,formalmente costituito, ha intrapreso, con la collaborazione della Società Italiana di Health Horizon Scanning e della Sezione Campania dell’Associazione dei Medici di Direzione Ospedaliera ANMDO, lo studio relativo alla valutazione di offerta di nuove tecnologie e tecnologie innovative in ospedale. Metodologia E’ stata elaborata una scheda denominata “Modulo per la segnalazione di una tecnologia sanitaria emergente”. La scheda, alla voce “tipologia della tecnologia” identifica le varie categorie: Prodotti biologici e biotecnologici, Apparecchiature elettromedicali, Procedure mediche e chirurgiche, Strumenti organizzativi e gestionali, Farmaci, Procedure e percorsi preventivi, Test diagnostici, Strumenti e percorsi riabilitativi. Segue poi una breve descrizione della tecnologia in 200 parole e uno spazio relativo ai destinatari della tecnologia, cioè ai possibili utilizzatori. La voce “ Possibile impatto sull’Unità operativa “ prevede le opzioni “Tecnologia al alto impatto”, “ Tecnologia a medio impatto “, “Tecnologia a impatto incerto” ; una legenda posta immediatamente sotto la voce consiglia al compilatore come valutare la tecnologia in base a considerazioni clinico-epidemiologiche, economico-organizzative, etico-sociali. C’è infine uno spazio dedicato alle “Note” che rappresenta un campo libero disponibile per il compilatore per fornire ulteriori informazioni utili. Durata dello studio Il periodo preso in esame riguarda il semestre ottobre 2009 – marzo 2010. E’ stato ritenuto valido un periodo di osservazione di sei mesi sufficiente per valutare complessivamente la portata del fenomeno in un ospedale. Conclusioni Nella tabella 1 viene riportato in sintesi l’impegno dell’ospedale come struttura di ricevimento di proposte di tecnologie nuove, innovative, emergenti. L’indagine evidenzia una scarsa affluenza di proposte, ma anche la proposizione d’interessanti tecnologie innovative. Lo scopo del lavoro era comunque quello di valutare una metodologia di approccio al problema dell’offerta di nuove tecnologie in un ospedale di piccole dimensioni e la capacità degli operatori di rispondere a queste richieste ponendo la massima attenzione ad esse ed affrontandole con spirito investigativo piuttosto che subendole passivamente. L’esperienza ha testimoniato l’interesse degli operatori che si sono resi parte attiva a rapportarsi con il management per una valutazione comune della proposta. Il personale ha molto apprezzato il cambio di atteggiamento del management: non più l’operatore che sollecita la direzione strartegica ad accogliere richieste di tecnologie, ma il management che stimola l’operatore ad allertarsi per scoprire tecnologie che potrebbero essere utili per il miglior funzionamento della struttura. Pat. Clinica Percorsi Riabilit. Screening Test diagnostici farmaci Strumenti Organizz. gestionali Software Procedure Medico Chir. Apparecch. Elettro medicali Prodotti Biologici Biotecnol. Dispos . Medico – chirurgico Unità operative X X* Chirugia X* X X Medicina Card.UTI C X Ginecolo gia X X Farmacia Pronto socc. radiologia Oncologi a X* X* X Pediatria Rianimaz . G.Enterol . X X X X X* Ortopedia Dir. San. X N.B. Nella tabella sono riportate contrassegnandole con la lettera X le proposte pervenute di nuove tecnologie. I campi non contrassegnati indicano che l’Unità Operativa corrispondente non ha ritenuto di segnalare tecnologie perché considerate non innovative. Le X in grassetto indicano tecnologie ad alto impatto. Le X* con asterisco indicano il medio impatto. Le restanti sono considerate ad impatto incerto. Il Nuovo Ospedale di Biella: un'esperienza di mediazione tra modelli organizzativi ed architettonici A. Penna, I. Grossi, B. Bragante, F. D’Aloia, A. Tedesco, P. Trevisan, C. Becchi, S. Miola, A. Petti, P. Brusori Azienda Sanitaria Locale Biella via Marconi 23 13900 Biella Parole chiave: ospedale, architettura, modello organizzativo Introduzione: Il progetto originario del nuovo ospedale di Biella risale alla fine degli anni 90 e dal punto di vista organizzativo si muoveva in una logica di riproposizione del vecchio ospedale degli Infermi di Biella. Negli anni successivi la stessa organizzazione dell’ospedale degli Infermi ha conosciuto un’evoluzione organizzativa importante e le varianti al progetto originario che si susseguirono tra il 2002-04 risolsero solo in parte le criticità del progetto senza tuttavia. Con l’approvazione dell’atto aziendale (delibera n° 565 del 25 settembre 2008) l’Azienda ha declinato gli indirizzi programmatori regionali e aziendali in un nuovo modello organizzativo, caratterizzato dalla riorganizzazione dei dipartimenti ospedalieri, attraverso: 1. l’istituzione di 5 dipartimenti strutturali ospedalieri: Medicina, Chirurgia, Servizi diagnostici, Emergenza, Materno-infantile; 2. l’istituzione di due dipartimenti strutturali transmurali: Integrazione Territorio Ospedale e Salute mentale; 3. l’istituzione di due dipartimenti funzionali: Oncologia e Rene e vie urinarie; 4. la distinzione tra la linea della responsabilità clinica e la linea delle responsabilità assistenziale; 5. l’istituzione di strutture semplici dipartimentali quali elementi organizzativi forti attraverso i quali dare piena attuazione al processo di dipartimentalizzazione e al governo clinico (per es. week hospital chirurgico, day hospital di area medica, area semiintensiva, neonatologia). Nel frattempo, nel biennio 2006-2008, il nuovo ospedale è stato oggetto di uno specifico processo di valutazione delle criticità progettuali e di cantiere e di un conseguente percorso di revisione progettuale, che ha portato nel marzo 2008 all’approvazione di una perizia di variante (V6) come applicazione operativa della nuova programmazione ed organizzazione aziendale. Metodi di lavoro: Relativamente ai principi generali di riferimento per la organizzazione delle attività e dei servizi sanitari (oltre a rimandare ai principi espressi nel rapporto del Ministero della Salute “Principi guida tecnici, organizzativi e gestionali per la gestione di ospedali ad alta tecnologia e assistenza” che sono: umanizzazione, urbanità e socialità, organizzazione dipartimentale, interattività verso il territorio, appropriatezza, affidabilità e sicurezza, innovazione, ricerca e formazione) sono stati individuati i seguenti: 1. la garanzia che l’ospedale si presenti garantendo standard omogenei di qualità (ambientale, alberghiera, prestazionale) in tutte le sue articolazioni, evitando che ogni funzione dell’ospedale si presenti in modo autonomo; 2. lo sviluppo dell’organizzazione dipartimentale, considerando che i nuovi spazi consentiranno di individuare ulteriori articolazioni comuni quali: l’ampliamento della degenza per intensità di cura (degenza ordinaria, intensiva semiintensiva, recovery room e postacuzie), l’individuazione di servizi di supporto comuni (segreteria, accettazione, ecc.), la centralizzazione degli ambulatori, day hospital e degli studi medici, la collocazione in specifiche aree tecnologiche di attrezzature sanitarie, dedicate prevalentemente ai pazienti esterni, che potranno essere utilizzate da più strutture anche di dipartimenti diversi (per es. ecografia); 3. la distinzione tra la linea clinica e la linea assistenziale: già dal 2009 l’Azienda intende sperimentare tale modello. Questa sperimentazione si svilupperà nel triennio. Peraltro quando l’ospedale verrà attivato potrà ospitare strutture di degenza (quale quella collocata a Bioglio) o altre che si renderanno necessarie, che potranno essere assegnate ad una conduzione infermieristica; 4. la distinzione degli spazi destinati alla funzione clinico assistenziale da quelli destinati a funzioni sanitarie accessorie (studi medici, spogliatoi, luoghi di riunione, ecc.); 5. la distinzione dei percorsi dedicati agli utenti interni (degenti) da quelli dedicati agli esterni (ambulatoriali) e ai visitatori; 6. la previsione di utilizzo di ciascun ambulatorio per un tempo giornaliero minimo di sei ore e la razionalizzazione del numero e delle tipologie di ambulatori al fine di ridurre al minimo le duplicazioni di apparecchiature complesse e costose e di porre a fattor comune di più funzioni la stessa capacità diagnostica, di evitare le dispersioni degli ambienti; 7. l’esigenza di tenere conto della contiguità fisica, della ubicazione al piano terra in grandi sale non ripartite di circa 450 m2 del Laboratorio Analisi e del Servizio Trasfusionale, nonché del grado di sovrapposizione/ripetitività di alcune applicazioni comuni ai due servizi con la possibile messa in comune delle funzioni/strumenti di supporto (frigoriferi, centrifughe, lavaggi, etc). 8. la centralità del paziente. Il nuovo ospedale presenta dimensioni notevoli e percorsi lunghi, l’organizzazione degli ambulatori e delle degenze rende necessaria la distinzione dei percorsi per i pazienti interni e quelli esterni. Si dovrà tendenzialmente passare da un’organizzazione in cui il paziente si muove per ricevere le prestazioni di cui ha bisogno, ad una logica prevalente in cui è l’operatore a muoversi, permettendo al paziente di completare l’iter diagnostico terapeutico nella struttura da cui è preso in carico 9. l’esigenza di tenere conto dei vincoli architettonici e progettuali della struttura. In particolare: 1) alcune aree sono state progettate e costruite per essere assegnate a funzioni specifiche (vedi tabella seguente); 2) le unità di degenza sono dimensionate in 3 diverse tipologie da 30-40 posti letto (p.l.) (unità A), 20-32 p.l. (unità B e C) e da 12-20 p.l. (unità D), che si ripetono su 3 livelli nella stecca ovest e su 2 livelli nella stecca est (il 4° livello è destinato alla Direzione ASL); 3) la collocazione dell’unico Blocco operatorio nel satellite ovest; 4) la collocazione della degenza ostetrica ginecologica e relativa attività chirurgica nel day hospital e nella stecca di degenza ovest; 5) la collocazione della degenza di libera professione, comprensiva dell’attività chirurgica al 4° livello della stecca ovest; 6) la collocazione dell’unità di degenza di isolamento nella stecca est; 10. la mancanza di una corrispondenza tra le unità di degenza previste nel nuovo ospedale e quelle attuali presenti nel degli infermi - che variano dagli 8 ai 45 posti letto - sarà necessario adottare modelli organizzativi di degenza innovativi e coerenti con quanto affermato al punto 2; 11. la collocazione di un’area di low care (Post-acuzie interdipartimentale ) al 4° livello di degenza ovest a servizio di tutti i dipartimenti. Conclusioni: La relazione presenta le scelte progettuali adottate per ricercare la massima integrazione tra vincoli architettonici, esigenze assistenziali e nuovi modelli organizzativi da adottare esemplificati in figura 1. Fig. 1: Lay out distributivo degenze chirurgiche del nuovo Ospedale di Biella L’ANALISI DEI DRG A RISCHIO DI INAPPRIOPRIATEZZA OSPEDALE PEDIATRICO “Giovanni XXIII” DI BARI : Comparazione triennio 2007/2008/2009 Petitti G, D’Amelio M G, Campagna G, Trisorio Liuzzi M.P.*, Dattoli V** Direzione Medica Osp. Pediatrico “G. XXIII”- A.O. Policlinico Consorziale- Giovanni XXIII di Bari *Direttore Sanitario A.O. Policlinico Consorziale- Giovanni XXIII di Bari **Direttore Generale A.O. Policlinico Consorziale- Giovanni XXIII di Bari Parole Chiave: DRG inappropriati, management, modello MAAP INTRODUZIONE L’analisi dei DRG come strumento efficace per la gestione organizzativa degli Ospedali in possesso delle Direzioni Sanitarie. Nel ns studio, iniziato nel 2007, si è cercato di capire il fenomeno dei Drg inappropriati in ambito pediatrico, con analisi particolareggiata delle tipologie più rappresentative, - - •al fine di : modificare i modelli organizzativi interni e codificati delle UUOO dell’Ospedale Pediatrico “Giovanni XXIII”, tramite gli obiettivi di budget annuali, al fine di renderli maggiormente “virtuosi” inoltrare motivata richiesta agli organi regionali competenti al fine di una revisione, o loro parziale modifica, dei criteri di inclusione nell’elenco dei drg definiti inappropriati. E’ stato condotto uno studio sui DRG definiti inappropriati, in questo Ospedale Pediatrico, iniziato nel 2007 e proseguito nel 2008 e 2009 . I dati sono stati tratti dal S.I.S.R. (sistema informativo sanitario regionale) ed elaborati con office 2000, ambiente Access. MODELLO “MAAP” La regione Puglia con DGR n. 834/08 ha approvato il “modello di analisi organizzativo dei ricoveri ospedalieri per elenchi normativi di procedure” (MAAP) e l’associato elenco dei DRGs a rischio di inappropriatezza che modificava quello della legge regionale n. 1 del 07/2004 emanato in applicazione del DPCM del 29/11/01. Tale nuovo elenco, derivante dalle indicazioni fornite dal modello MAAP, modifica sia il numero dei Drgs, aumentandoli a 96 invece di 43, che le percentuali di ammissibilità per ciascun di essi. In particolare è possibile verificare che le soglie dei DRG 184, 301, 467 sono state modificate, accogliendo quindi parte delle nostre richieste avanzate già a seguito di nostro precedente studio . Ovvero: SOGLIE DRG Drg 184 Soglia 2007- Soglia MAAP 2009 08 38% 60 % aumento Drg 301 5% 18% aumento Drg 467 13% 39% aumento Drg 163 34 % 30% diminuzion e IL MODELLO MAAP prevede, al fine della rivalutazione dei Drgs, l’applicazione di filtri di esclusione, opportunamente stabiliti, per singolo DRG, tra cui l’età 0-14 ed il ricovero urgente. Dall’applicazione di tali filtri otterremo, prevedibilmente dal 2010, una riduzione dei DRGs decurtati rispetto ai precedenti anni, con un notevole vantaggio economico. In questo studio si è voluto analizzare i DRGs: 163,184,301 rappresentanti più del 80 % del totale dei drg inappropriati in questo Ospedale. I DRG ANALIZZATI: COMPARAZIONE 2007-2008-2009 DRG 163 interventi per ernia < 18 aa L’abbassamento della percentuale di soglia comporta una elevazione del numero dei DRG contestati perché inappropriati nell’anno 2009. Tuttavia la spinta, prevista negli obiettivi di budget, verso la trasformazione di parte dei ricoveri da ordinari in Day Surgery dovrebbe comunque compensare la relativa perdita economica subita da tale abbassamento di soglia. DRG 163 Soglia in % n. DRG Numero DRG decurtati Anno 2007 34 511 338 Anno 2008 34 449 296 Anno 2009 30 501 350 (aumentati) Anno 2010 Con aumento dei DH si aspetta ritorno valori 2007-2008 DRG 184 “esofagite, gastroenterite e miscellanea di malattie app. digerente età < 18 aa ” Nell’anno 2009 vi è stata una notevole diminuzione dei drg oltre soglia di inappropriatezza dato che la stessa è stata innalzata dal 38 al 60 %. Ovvero, il numero di drg nel 2009 è di 1370, applicando la soglia del 60% , il numero dei decurtati è di 548, invece che di 849, (numerosità prevista dall’applicazione della “vecchia” soglia) , con una differenza di 300 drg rispetto l’anno precedente. Considerando il valore unitario del DRG 184, ovvero € 1262,00 e che sarebbero stati retribuiti al 40% applicando la soglia 2008,, avremo, di conseguenza, dal 2009 per questo solo drg 184 un aumento di remunerazione di € 226.000,00 circa DRG 184 Soglia in % n. DRG N DRG decurtati Anno 2007 38 1396 865 Anno 2008 38 1333 827 Anno 2009 60 (vs 38) 1370 548 (vs 849) Anno 2010 Aumento di circa € 226.000 DRG 301 “malattie endocrine senza complicanze ” Nell’anno 2007-2008 la percentuale di ammissibilità era del 5% Tale percentuale ha portato al “ taglio” di rispettivamente 184-126 drg perché oltre il valore soglia. Nell’anno 2009 abbiamo una notevole diminuzione dei drg oltre soglia dato che la stessa è stata portata al 18 % . DRG 301 Soglia in % N. DRG n. DRG decurtati Anno 2007 5 184 174 Anno 2008 Anno 2009 Anno 2010 5 18 vs 5 18 126 155 120 127 vs 147 CONCLUSIONI L’analisi dei DRG a rischio diventa un reale strumento di management, al fine sia di apportare sostanziali modifiche organizzative interne all’Ospedale, tramite obiettivi annuali di budget, finalizzate ad una più efficiente gestione del regime dei ricoveri, che, in ultima analisi, a inoltrare motivate richieste, agli organi regionali, di revisione della legislazione inerente. E’ interessante notare come la Regione Puglia, ha accordato l’interesse avanzato alla problematica dei DRG inappropriati di ambito pediatrico. Infatti nel D.G.R. n. 834/08, è stato approvato il “modello di analisi organizzativo dei ricoveri ospedalieri per elenchi normativi di procedure”, MAAP, ed l’allegato elenco dei DRG “canaglia”, con relativa modifica delle soglie ammissibili, dall’applicazione delle quali abbiamo potuto registrare una netta riduzione di numerosità, rispetto agli anni passati, di alcuni, ma rappresentativi, drg considerati innapropriati, con un vantaggio economico importante per questa Azienda. Nuove metodologie per la valutazione dei dispositivi medici. Ergonomia e usabilità per prevenire l’errore umano. F.Ranzani – Centro Gestione Rischio Clinico e Sicurezza del Paziente, Regione Toscana, Firenze E.Magnelli – AOU Careggi, Firenze Abstract L’ergonomia e in particolar modo lo studio dell’usabilità si avvalgono di tecniche e di metodologie di analisi che mettono in evidenza le problematiche legate al fattore umano, cioè alle criticità rilevate nell’utilizzo degli apparecchi da parte degli operatori sanitari. Il Centro Gestione Rischio clinico e sicurezza del paziente della Regione Toscana in collaborazione con l’AOU Careggi ha iniziato un percorso virtuoso che mira ad inserire nuovi requisiti di tipo ergonomico nelle gare per l’acquisizione di dispositivi e presidi. Parole chiave Ergonomia, usabilità, dispositivi medici. Introduzione Ogni anno negli USA circa 100000 morti o incidenti che provocano gravi danni ai pazienti coinvolgono dispositivi medici mentre l’NPSA inglese dichiara che le apparecchiature sono coinvolte nel 3% delle segnalazioni, questa sembra evidentemente una percentuale molto bassa rispetto ai valori americani ed è alla base di una scarsa consapevolezza dei professionisti rispetto ai temi dell’usabilità. Attualmente la cattiva progettazione dei dispositivi e delle interfacce può essere considerata una delle maggiori cause di errore umano in medicina. Materiali e metodi Gli strumenti presi in considerazione sono 5 misuratori di pressione non invasiva. La valutazione dei dispositivi è stata programmata secondo il seguente schema: 1. Prima sessione di test: pre formazione 2. Seconda sessione di test: post formazione 3. Sessione di test conclusiva a fine sperimentazione Non è stato possibile eseguire la seconda sessione di test in quanto la formazione è stata fatta in modo non sistematico solo dalla ditta produttrice dello strumento 5. Le sessioni di test hanno coinvolto n.7 infermieri (3 con un’esperienza maggiore di 5 anni e 4 inferiore). Durante l’esecuzione dei compiti gli utenti sono stati cronometrati e sono stati raccolti il numero di incertezze, di errori commessi e di aiuti dati al fine del completamento del compito. La valutazione di usabilità è stata suddivisa in 2 parti: • Valutazione esperta • Valutazione oggettiva tempistiche ed errori Risultati Valutazione esperta In questa valutazione un ergonomo europeo, due specialisti in ergonomia e fattore umano, un medico e un infermiere hanno analizzato i 5 strumenti mettendo in evidenza le criticità e i punti di forza alla luce del testo della gara. (nelle tabelle verranno evidenziati in colore verde i valori accettabili e in rosso quelli non accettabili) Misurazione tempistiche tecniche In questa fase è stato misurato il tempo di: accensione esecuzione test saturazione/FC esecuzione test pressione Il test è stato eseguito su un campione unico con valori medi di 99% saturazione, 80 FC, 100-60 di pressione. Strumento 1 Strumento 2 Strumento 3 Strumento 4 Strumento 5 Accensione Standby 16 10 15 3 Saturazione 10 7 6 8 9 Pressione 40 34 34 31 31 Tab. 1 Tempistiche Modifica tipologia paziente Vista la notevole differenze tra i diversi modelli si è deciso di confrontare questa funzione attraverso il numero di click (ogni scatto della rotazione della manopola dello strumento 1 è stato assimilato ad un click) Strumento 1: 13 click Strumento 2: 3 click Strumento 3: 1 click Strumento 4: 7 click Strumento 5: non viene differenziato l’adulto dal pediatrico Ricarica e durata batterie Dai manuali tecnici abbiamo estratto i seguenti dati relativi a tempistiche di ricarica e durata delle batterie (i dati sono espressi in ore) Strumento 1 Durata Ricarica ? Tab. 2 Tempistiche batterie Strumento 2 4 8 12 Strumento 3 Strumento 4 Strumento 5 17 10,5 4,5 8 11,5 5 Errori I dispositivi presentano due metodologie di segnalazione degli errori: - in chiaro (es. cuffia scollegata) - codificati (E123) Strumento 1: in chiaro Strumento 2: codificati Strumento 3: codificati Strumento 4: in chiaro Strumento 5: codificati Valutazione oggettiva tempistiche ed errori I tempi sono espressi in valori medi mentre errori (ERR), incertezze (INC) ed aiuti (HELP) in valori assoluti. (sono stati evidenziati in rosso i valori non accettabili) Task Connessione Accensione Riconosci tipologia pz Modifica tipologia pz Sat + FC Pressione Disattiva allarmi Spegnimento Cambio bracciale Task Connessione Accensione Riconosci tip pz Modifica tip pz Sat + FC Pressione Disattiva allarmi Spegnimento Strumento 1 Tempo INC ERR HELP 2 2 0 0 0 0 0 0 20 0 4 0 79 4 21 8 25 2 3 2 31 3 6 3 0 2 0 0 0 0 0 0 15 0 0 0 Strumento 2 Tempo INC ERR HELP 11 0 0 0 0 0 0 0 8 1 2 0 20 0 14 2 0 0 0 0 1 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 Cambio bracc Task Connessione Accensione Riconosci tip pz Modifica tip pz Sat + FC Pressione Disattiva allarmi Spegnimento Cambio bracc Task Connessione Accensione Riconosci tip pz Modifica tip pz Sat + FC Pressione Disattiva allarmi Spegnimento Cambio bracc 5 2 0 0 Strumento 3 Tempo INC ERR HELP 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 Strumento 4 Tempo INC ERR HELP 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 24 0 4 4 0 0 0 0 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 Strumento 5 Tempo INC ERR HELP 22 0 0 0 0 0 0 0 Task Connessione Accensione Riconosci tip pz Modifica tip pz Sat + FC 0 0 0 Pressione 2 0 2 Disattiva allarmi 0 0 0 Spegnimento 0 0 0 Cambio bracc 1 0 0 Tab. 3 Tempistiche, incertezze, errori ed aiuti 0 0 0 0 0 Spicca notevolmente lo strumento 3 che vede l’esecuzione immediata di praticamente tutti i compiti e la totale assenza di incertezze, errori ed aiuti. Visualizzazione stato batteria La modalità di visualizzazione dello stato/carica della batteria non è standardizzato. Ogni strumento propone una sua modalità che differisce notevolmente dalla modalità in uso oggi per la maggior parte dei dispositivi elettronici. DESCRIZIONE FINALE Strumento 1 Il dispositivo appare da subito più complesso delle esigenze della gara. Nonostante lo strumento venga apprezzato dal punto di vista estetico, le funzioni come la memorizzazione dei dati e la presenza di allarmi rendono di difficile fruizione anche le operazioni più semplici. Positiva la visualizzazione degli allarmi a schermo in modalità non codificata. Lo grafica dello schermo induce alcuni utenti a pensare che lo strumento sia dotato di touch screen. Risulta semplice la connessione alla rete elettrica ma il fatto che a partire dal 90% della carica il led verde inizia a lampeggiare fa pensare che lo strumento sia già scarico. Da non sottovalutare la durata molto scarsa della batteria (4 ore). Risulta inoltre il dispositivo in cui la funzione di modifica tipologia paziente è ottenibile con il più alto numero di click (13) e l’indicazione del “settaggio tipologia paziente”, seppure in chiaro, è circondato da un alto numero di informazioni sempre a scritta bianca su fondo nero e di conseguenza scarsamente riconoscibile. Infine è lo strumento che impiega più tempo nella misurazione di saturazione e pressione. Strumento 2 Il dispositivo in questione è quello che impiega più tempo in fase di accensione. Ha avuto notevoli problemi nella misurazione della saturazione: almeno il 50% delle misurazioni sono fallite. Lo strumento impiega più tempo a caricarsi di quanto duri la batteria. L’indicazione del “settaggio tipologia paziente” è rappresentato da un’icona scarsamente visibile e soprattutto scarsamente evocativa (l’utente una volta riconosciuta non avendo un paragone dimensionale non capisce se si sta riferendo ad un paziente pediatrico o adulto). Seppure se per ottenere la modifica bastino tre click, risulta comunque complesso identificare il tasto “menù” (mancata standardizzazione iconografica) e, una volta riconosciuto, la modalità di navigazione, conferma e ritorno allo stato iniziale non sono chiari. Il cambio bracciale risulta più lento rispetto agli altri essendo caratterizzato da una modalità di aggancio/sgancio difforme dalle modalità standard (luer-lock, baionetta, vite). Strumento 3 E’ lo strumento in assoluto più semplice e lineare, che si ricarica più velocemente e che ha una durata di funzionamento maggiore. Consta di soli 4 pulsanti. La riconoscibilità di qualsiasi stato/funzione è immediata. Il difetto riscontrato sta nella visualizzazione codificata degli errori. Strumento 4 E’ stata riscontrata dagli operatori una scarsa affidabilità dei valori rilevati e una scarsa visibilità dello schermo grafico. Criticità rilevante è rappresentata dalla modifica del “settaggio tipologia paziente”, 7 click e una modalità di visualizzazione della funzione che induce gli utenti a pensare che la funzione è disattivata quando attiva e viceversa. Anche questo dispositivo appare più complesso delle esigenze della gara. Strumento 5 Molto veloce nell’accensione e nella rilevazione della pressione è tra i dispositivi che si ricarica più velocemente, risulta inoltre molto chiaro lo stato della batteria. Lo strumento è caratterizzato da una alta visibilità dello schermo data dall’elevata dimensione dei valori numerici. Presenta una notevole difficoltà nella connessione del cavo di alimentazione al trasformatore posizionato sotto il cestello di raccolta cavi e di conseguenza non visibile e di non facile accessibilità. E’ l’unico strumento che non differenzia il paziente adulto dal pediatrico ma solo dal neonato. E’ molto chiaro lo stato della batteria. Conclusioni La valutazione dei misuratori di pressione è stata la prima esperienza a livello regionale di analisi di dispositivi fatta in sinergia tra esperti di ergonomia e fattore umano, medici e personale infermieristico. Questa metodologia è riuscita a razionalizzare ed oggettivare ciò che veniva già fatto dagli operatori nei periodi in cui i dispositivi venivano lasciati in prova prima di una selezione. La presenza di un ergonomo durante la fase di test come abbiamo visto permette di avere dati chiari ed oggettivi sulla efficacia, efficienza e in termini di soddisfazione all’uso degli strumenti. Norman, D. A., & Draper, S. W. (1986), User centered system design: New perspectives on human-computer interaction. Hillsdale, NJ: Lawrence Erlbaum Associates. Nielsen, J., & Mack, R. L. (1994), Usability Inspection Methods, John Wiley & Sons, New York. Zhang, J., et al (2003), Using usability heuristics to evaluate patient safety of medical devices Dalle sperimentazioni cliniche ai Comitati di Bioetica: una riflessione etica Autori: Rinaldi M., Panarisi P.,Tripodi E., Morabito D., Di Legami V., Messori Ioli G., Sinatra M.L., Borsotti M.,Casassa F. Indirizzo: Direzione Sanitaria P.O. S.Croce di Moncalieri e S.Lorenzo di Carmagnola. ASL TO5 Abstract: Il Metodo scientifico delle sperimentazioni cliniche ha reso e rende possibile la scienza e la tecnologia che hanno trasformato e trasformano il mondo. Tuttavia né validità scientifica, né valore sono sufficienti a garantire l’eticità di una sperimentazione. La legislazione in campo nazionale ed internazionale intende garantire la salvaguardia dei soggetti sottoposti alla sperimentazione tramite standard di requisiti che rassicurino correttezza ed eticità degli studi clinici. Si intende pertanto delineare i valori e principi fondamentali da cui derivano le indicazioni etiche. Parole chiave: Sperimentazioni cliniche, Etica. Introduzione: <<Considerate la vostra semenza: Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza.>> Dante. Alla base di ogni sperimentazione c’è il desiderio di Sapere. Il metodo scientifico ha reso e rende possibile la scienza e la tecnologia che hanno trasformato e trasformano il mondo, poggia su dati empirici ottenuti tramite osservazione e sperimentazione. Gli studi clinici o trial rappresentano le PROVE attraverso le quali comitati di esperti possono definire le “linee guida” per la cura di più patologie e più è chiara la prova, più è forte la raccomandazione di una scelta curativa. Il metodo sperimentale poggia su determinati principi, che devono sempre sussistere affinché la sperimentazione possa essere valida (Ipotesi da valutare; Unità sperimentali e numero delle stesse, Disegno sperimentale; Uniformità dei due gruppi). Tuttavia, né validità scientifica, né valore sono sufficienti a garantire l’eticità di una sperimentazione: “good science” non equivale sempre a “good ethics”. Testimonianza ne sono stati i gravi crimini denunciati con il processo di Norimberga. Il bisogno di arginare i pericoli di un indiscriminato progresso scientifico, portò Potter nel 1970 a coniare il termine di Bioetica “nuova disciplina che combinasse la conoscenza biologica con la conoscenza del sistema dei valori umani”. Si rese quindi necessaria la nascita di una legislazione in campo nazionale ed internazionale per garantire la salvaguardia dei soggetti sottopoti alle sperimentazioni tramite standard di requisiti che rassicurassero correttezza ed eticità agli studi clinici. Contenuti: Aristotele identificava la brama di Sapere come uno dei vettori più potenti dello spirito umano, eppure non ha mai inserito la conoscenza nel novero delle virtù, perché intendeva che non fosse la conoscenza in sé a rendere l’uomo virtuoso, bensì sono il modo attraverso il quale si raggiunge il Sapere e gli scopi per i quali si intende utilizzare la conoscenza che conferiscono alle azioni una valenza etica. Perché ci sia un’etica della sperimentazione è necessario che ci sia un’etica del metodo, in quanto l’eticità delle azioni umane è data dal fine prefissato, dai mezzi usati, dalla metodologia applicata, dalle circostanze e tutti questi elementi insieme devono essere eticamente ineccepibili. I principali documenti internazionali e nazionali a salvaguardia dei soggetti sottoposti a sperimentazione (il Codice di Norimberga, la Dichiarazione di Helsinki, le Linee-guida Etiche Internazionali per la ricerca biomedica che coinvolge soggetti umani: Good Clinical Practice) esprimono Valori e Principi Fondamentali:- la intangibilità e non disponibilità della persona. (Il primato della persona è il cardine primo dell’etica, di tutta l’etica);- la legittimità del principio terapeutico (principio del rischio proporzionato); - la correttezza strutturale, progettuale e procedurale della sperimentazione clinica. Dai valori e principi si delineano importanti Indicazioni Etiche: - la sperimentazione clinica dei farmaci, se condotta in modo corretto e nelle condizioni moralmente accettabili, non solo è lecita, ma costituisce un servizio all’uomo e contribuisce alla bontà e al valore stesso della scienza; - è preciso dovere dello Stato e delle comunità incoraggiare, finanziare e regolare la ricerca scientifica; - la fase preclinica della sperimentazione va condotta con ogni accuratezza, in modo da rendere minimo il rischio nella fase applicativa dell’uomo. - la sperimentazione dovrà essere condotta e controllata da clinici competenti e coscienziosi; - le fasi cliniche della sperimentazione dovranno presentare un quoziente di rischio proporzionato allo scopo e tale da garantire l’integrità del soggetto su cui si compie la sperimentazione.; il consenso informato, deve essere sempre ottenuto e deve essere valido, e quindi: veramente personale, specifico, libero, compreso e deve essere garantita la libertà di revoca;- tutela dei dati personali; - attenzione ai cosiddetti farmaci orfani;- farmacovigilanza e comunicazione degli eventi avversi all’autorità sanitaria, - corretto uso del placebo (è doveroso tener conto delle alternative terapeutiche quando ci sono). A salvaguardia dei principi e dei valori etici enunciati sono stati istituiti i Comitati di Bioetica che si devono considerare come “spazi in cui si possono incontrare, in un contesto pluralistico, e con una metodologia interdisciplinare, le diverse componenti dei vari settori di attività connessi con la vita e la salute dell’uomo”siano essi luoghi di degenza o istituti clinici di ricerca o laboratori di sperimentazione pura. Conclusioni: Se si cerca di cogliere le motivazioni di fondo che hanno fatto sorgere i Comitati di Bioetica, quattro sono i motivi sottostanti alla loro nascita e alla loro progressiva diffusione:1) ricercare un’unità antropologica nell’esercizio della medicina: carattere epistemologico. La medicina è una scienza complessa, appartiene alle scienze sperimentali e nello stesso tempo a quelle umane. Fino a poco più di cento anni fa il medico era prima di tutto un doctor philosophiae e successivamente un esperto di scienze cliniche. Il rapidissimo progresso delle scienze biologiche di questi ultimi decenni ha spostato il baricentro della formazione nella direzione delle scienze sperimentali, facendo delle scienze umanistiche un corollario. Recuperare il senso della tradizione, senza perdere il valore delle nuove conquiste scientifiche, richiede uno sforzo di sintesi non facile, ma assolutamente irrinunciabile. Il bisogno di ricomporre un’antropologia unitaria (rilettura dell’umano che contempla l’insieme delle sue energie fisiche, psichiche e spirituali) minacciata dal dualismo cartesiano, dal riduzionismo biologista e dalla complessità che è frutto della specializzazione è un’esigenza intrinseca al tema specifico dei Comitati di Bioetica; 2) la necessità di un confronto chiarificativo di fronte all’emergenza di diversi modelli etici di riferimento: carattere etico-filosofio. Di fatto oggi esiste un pluralismo di etiche e di criteri orientativi in Bioetica: l’impostazione liberal-radicale di tipo individualista, l’utilitarismo etico di tipo sociale e scientista, il sociobiologismo, la morale cosiddetta laica e la morale (o le morali) a orientamento religioso; 3) necessità di difendere un’autonomia dell’agire deontologico del medico di fronte al rischio della burocratizzazione o politicizzazione della medicina: carattere politico; 4) tutela arbitrale dei diritti dei malati: carattere civile e giuridico. Il per cor so diagnostico ter apeutico assistenziale “Tumor e del colon r etto” come modello per il gover no clinico nell’ASL Tor ino 4 Franco Ripa, Maria Cristina Bosco, Giuseppe De Filippis, Nadia Marello, Raffaele Rubino, Alessandro Girardi, Franca Ozzello, Massimo Uberti ASL Torino 4 - Regione Piemonte Intr oduzione Con la D.G.R. n. 60-2595 del 10 aprile 2006, l'Assessorato alla Tutela della Salute e Sanità della Regione Piemonte ha identificato l'obiettivo di ridefinire le procedure di accreditamento delle strutture sanitarie mediante la realizzazione di “percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali” (PDTA) per alcune patologie di riferimento. Il percorso “Tumore del colon retto” è stato individuato come oggetto di accreditamento regionale nel corso del 2010. Parole chiave: percorso, tumore con retto, accreditamento Materiali e metodi L’ASL TO 4 è azienda sanitaria territoriale con circa 515.000 abitanti. L’attività ospedaliera viene effettuata nei 6 Ospedali aggregati in 3 presidi riuniti per acuti: Chivasso, Ciriè-Lanzo, Ivrea-Cuorgnè-Castellamonte. La contestualizzazione nell’ASL TO 4 del percorso di riferimento regionale è avvenuta utilizzando come orientamento il “Manuale metodologico per lo sviluppo dei percorsi diagnostici terapeutici assistenziali”, formulato dalla S.C. Programmazione e Controllo di Gestione (ultima versione novembre 2009). Il PDTA locale percorso “Tumore del colon retto” nell’ASL TO 4 ha avuto lo scopo di: - illustrare le modalità con cui avviene la gestione del paziente affetto da tumore del colon retto - creare un modello uniforme per la diagnosi, la prognosi, il trattamento e l’assistenza - prevenire la variabilità nelle più comuni prassi operative. Per la formulazione del PDTA nell’ASL TO 4 si sono utilizzate le linee guida e gli altri riferimenti bibliografici di seguito illustrati: - Commissione Oncologica Regionale. Assessorato alla Sanità, Regione Piemonte. Tumori del colon-retto. Documento conclusivo del gruppo di lavoro della COR. 2001 - Agenzia per i Servizi Sanitari Regionali. Linee guida su Screening, diagnosi precoce e trattamento multidisciplinare del cancro del colon retto. 2002 - Linee Guida AIOM. Tumori del Colon-Retto. 2006 - NCCN Clinical Practice Guidelines in Oncology. Colon Cancer. 2009 - NCCN Clinical Practice Guidelines in Oncology. Rectal Cancer. 2009 - ESMO (European Society of Medical Oncology) Clinical Recommendations 2007 Ogni linea guida è stata sottoposta a valutazione di qualità, attraverso la check list interna che traduce in forma sintetica il metodo AGREE. Risultati Coerentemente il percorso è stato sviluppato in forma scritta da un gruppo multidisciplinare e multiprofessionale dell’ASL TO 4 e riporta i contenuti di riferimento dei PDTA (criteri di inclusione dei pazienti, traguardi assistenziali, check list, fasi e snodi decisionali, indicatori di valutazione…); quindi il PDTA è stato implementato e sottoposto alle specifiche attività di valutazione di performance ed audit. Il PDTA nell’ASL TO 4 si articola, in particolare, nelle seguenti fasi di riferimento: - prevenzione - diagnosi, stadi azione - prericovero - ricovero e trattamento chirurgico - trattamento chemioterapico e radioterapico - post ricovero e follow up - cure palliative. In ogni fase sono presenti specifiche attività e relativi snodi decisionali. In particolare le attività di audit sono avvenute alla presenza degli attori del progetto, che hanno definito le principali criticità, soprattutto inerenti: - il livello di avanzamento del PDTA - il valore degli indicatori realmente osservati e scostamento rispetto ai valori attesi per quanto riguarda struttura, processo, appropriatezza, prodotti erogati, esiti clinici sulla base della specifica reportistica - la matrice di rilevazione, riportante le informazioni realmente osservate su casi traccianti relativamente a prestazioni, accessi, criteri di gestione/traguardi ecc. rispetto alla presente best practice. Nell’ASL TO4 gli audit sul PDTA “Tumore del Colon Retto” sono programmati con cadenza di tre-sei mesi. Conclusioni La costruzione ed implementazione del PDTA ha evidenziato ancora una volta come in generale il percorso sia un potente strumento di integrazione a tutti i livelli della organizzazione. In tal senso una metodologia strutturata di valutazione e miglioramento e senz’altro utile per meglio cogliere le criticità di sistema e impostare le specifiche soluzioni di miglioramento a ponte tra la componente manageriale professionale, secondo i principi del governo clinico. Progetto di riorganizzazione delle cure internistiche in degenza breve nell’Azienda Ospedaliera di Pordenone Presupposti epidemiologici e studio di fattibilità tramite l’utilizzo dell’analisi dei dimessi Luigi Rollo* Paolo Saltari** Antonio Alfano*** Daniele Gennari* Giovanni Dal Pozzolo**** * Direzione Medica Ospedaliera Azienda Ospedaliera “S. Maria degli Angeli” Pordenone ** Direttore Generale Azienda Ospedaliera “S. Maria degli Angeli” Pordenone *** Direttore Area Staff Direzione Strategica Azienda Ospedaliera “S. Maria degli Angeli” Pordenone **** Direzione Medica Ospedaliera Azienda U.L.S.S. n 3 Bassano VI Abstract Il lavoro propone l’esperienza legata al percorso di riorganizzazione delle cure internistiche ospedaliere realizzato nell’ Azienda Ospedaliera S. Maria degli Angeli di Pordenone (AOPN), seguendo uno schema metodologico standard proprio dell’ attività della direzione sanitaria - direzione medica ospedaliera. La scelta organizzativa è stata dettata dalla necessità di rispondere, mediante l’adozione di modelli assistenziali diversificati di supporto al miglioramento dell’accesso in ospedale, a ripetute criticità come l’accoglienza dei pazienti in ospedale con ricorso al meccanismo dell’appoggio, divenuto elemento di scadimento delle cure; l’approfondimento della domanda di assistenza in ambiente protetto ed ai relativi profili di cure maggiormente esplicativi, in particolare riguardo al case-mix ed al consumo di giornate di degenza. L’ipotesi di moduli di cure ospedaliere a media complessità, secondo modelli innovativi e/o di più recente pratica assistenziale, ha rappresentato una possibile soluzione di miglioramento dell’offerta di cure ospedaliere anche alla luce di evidenze epidemiologiche ben esplicative di necessità di intervento. Parole chiave: degenza breve, percorsi assistenziali, qualità delle cure, Introduzione L’attività di ricovero in ambiente assistenziale internitsico, anche nell’Ospedale di Pordenone, presenta alcune criticità collegate soprattutto all’andamento ciclico-stagionale della domanda di ricovero, che sempre più spesso si riferisce ad un tipo di paziente con un’età media avanzata, con “fragilità” più o meno estesa e con caratteristiche cliniche di natura multispecialistica. Nei momenti di maggiore afflusso di malati in ospedale, l’attività del servizio di P.S. riesce a dare buona risposta in termini di stabilizzazione dei pazienti e di osservazione breve (astanteria); mentre il ricovero in medicina di urgenza dello stesso servizio viene più spesso riservato all’accoglimento dei pazienti delle unità di rianimazione che non a quelli esterni. La criticità dell’indisponibilità dei posti letto durante i periodi invernali, progressivamente accentuatasi nel corso degli anni, ha spesso richiesto l’intervento diretto della direzione medica ospedaliera al fine di facilitare l’ingresso dei nuovi malati e la dimissione di altri di difficile collocazione all’esterno a volte sacrificando anche cure d’elezione con conseguenti ulteriori disagi per quei pazienti che, ad esempio, erano in attesa di interventi chirurgici programmabili. Un eccessivo ricorso agli appoggi esterni rispetto al ricovero nel reparto di competenza può creare, oltre che disagio al paziente, un sovraccarico e difficoltà al personale di assistenza, fonte, spesso, di conflittualità interna. Ulteriori problemi risultano legati: all’adeguatezza generale della risposta fornita dalla struttura in termini di usufruibilità del servizio in caso di contingenza per necessità al ricovero; al confort generico del paziente anche in termini di qualità percepita (trasferimenti, appoggi, ecc.), ed all’eventuale appropriatezza clinica di livello specialistico o medico internistico. Il modello di cure internistiche per livelli di intensità mira a sviluppare, il sistema di cura tradizionale, incentrato sulle consuete discipline mediche o su singole patologie, verso un modello incentrato sul bisogno assistenziale del paziente favorendo l’integrazione della attività di tipo dipartimentale in ambiti specialistici affini. L’assegnazione del paziente a livelli sempre più fini di intensità di cure od a layout clinici particolari è una tendenza comunque che deve iniziare a contemperarsi anche per una ormai ineludibile esigenza di comfort del paziente che è quella di ridurre al minimo i trasferimenti interni visto anche la progressiva tendenza all’accorciamento della degenza.5,8 Materiali e Metodi Il primo parametro di riferimento che sembra utile tenere presente nell’analisi dei ricoveri dell’AOPN è il livello di ospedalizzazione del distretto geografico locale (corrispondente cioè al territorio di riferimento dell’ospedale), che è più basso della media regionale (157,4 ‰ Vs 161,6 ‰ – dato 2007).4 Tenendo presente che la regione Friuli mostra già uno dei più bassi Tassi di Ospedalizzazione (T.O.) del territorio nazionale8 la considerazione di merito dà già una prima buona indicazione generale del contesto in cui l’ospedale di Pordenone deve parametrare ed articolare l’offerta di servizi di ricovero. A tale proposito è utile anche richiamare, sinteticamente, l’attenzione su altri parametri epidemiologici come ad esempio quello di ospedalizzazione per cause che, nell’area geografica in considerazione, annovera al primo posto il T.O. per le malattie cardiovascolari con un valore percentuale del 16,2% (rispetto al complessivo delle cause di ospedalizzazione), dato, questo, lievemente inferiore al dato regionale che si attesta al 16,9%. Tale valore, però, parrebbe contrapporsi con quello di mortalità per la stessa causa che nello stesso territorio di riferimento è superiore di quasi tre punti rispetto alla media regionale attestandosi al 40,6% di tutte le cause di morte contro il 37,8% del dato regionale. La differenza rispetto agli ambiti territoriali contigui a quelli di riferimento dell’AOPN è ancora pi evidente attestandosi al 35.6% e al 36% rispettivamente per aziende del medio Friuli e bassa friulana.2 L’osservazione di dettaglio è giustificata dalla considerazione che ci si trova di fronte ad un importante ed esteso fenomeno sanitario locale, sia in termini di prevalenza che di incidenza, che finisce per impattare, in maniera preponderante sul consumo delle risorse e che quindi rappresenta un obiettivo di fondamentale importanza per la “mission” dell’Azienda ospedaliera. La strategia di intervento, oltre a quanto in precedenza indicato, deve tenere necessariamente in considerazione gli aspetti legati ad un eventuale improprio utilizzo dei posti letto e del tipo di risposta assistenziale attualmente fornita ai vari livelli di intensità di cure richiesti. Il dato di verifica e di più facile utilizzo, è riferito alla percentuale dei dimessi con DRG inclusi nell’elenco L.E.A. che può dare una prima misura di massima sull’esistenza del fenomeno di abuso. Il dato regionale riferito ai DRG di tipo medico, ove in genere si concentrano le maggiori istanze di domanda di ricovero di tipo urgente, ricavato dalla relazione statistica periodica, si attesta intorno al 2,8% nel periodo gennaio - luglio 2008, mentre il dato aziendale sempre nello stesso periodo è di poco superiore (3,9%). Tale ordine di valori appare oggettivamente piuttosto basso e può essere indicativo di una scarsa presenza di fenomeni degenerativi del sistema e quindi anche di un filtro ricoveri a livello del PS che, probabilmente, può essere considerato sufficientemente efficace. Anche gli indici di complessità come l’indice di case mix, notoriamente più elevato in alcune regioni italiane come il Friuli Venezia Giulia dovrebbero indirettamente fornire ulteriore garanzia circa la riserva delle cure ospedaliere verso profili di assistenza clinica più importanti e significativi.2 Il dato dei ricoveri medici brevi, invece, (dimessi con DRG medico entri i 2 giorni), (tab. 1) a volte utilizzato come indice indiretto di potenziale inappropriatezza, sempre nel periodo di riferimento dei primi 8 mesi del 2008, nella nostra azienda ospedaliera si attesta invece intorno al 23% dato, questo, che appare a sua volta oggettivamente, discreto. In alcuni reparti tale valore è assai più elevato tanto da consigliare un approfondimento della casistica dei dimessi per apprezzarne le costituenti principali. Al di la del semplice valore percentuale, infatti, vi sono reparti che mostrano un numero di casi molto elevato anche in termini assoluti con una distribuzione di frequenza delle giornate di degenza marcatamente spostata verso la degenza breve ovvero della dimissione dei malati entro pochi giorni dall’accettazione in ospedale. E’ il caso, ad esempio, della cardiologia che racchiude ben 518 casi dimessi (58%) entro la terza giornata dal ricovero analogamente all’ostetricia e la pediatria rispettivamente con 483 (57%), e 658 (65%), casi. In questi reparti è evidente la motivazioni dei protocolli clinici specifici (cardiologia e ostetricia) o di ambiti clinici peculiari (pediatria); mentre nel caso delle medicine, invece, pur con valori meno vistosi (Medicina 2^ 188 casi - 16%; Medicina 3^ 267 casi - 22%; Medicina 4^ 125 casi - 34%), sono opportune altre considerazioni per spiegare le corrispondenti necessità clinico-organizzative. Reparto di ricovero Numero casi 0 1 CARDIOLOGIA E U.C. 890 13 180 CENTRO RIANIMAZION 114 18 9 CHIRURGIA 1-A 248 13 25 CHIRURGIA 2-A 278 18 51 DERMATOLOGIA 2 MEDICINA 2-A 1157 18 27 MEDICINA 3-A 1230 18 33 MEDICINA 4-A 372 5 15 MEDICINA GENERALE 468 3 9 NEFROLOGIA 240 1 7 NEUROLOGIA 432 3 10 OCULISTICA 21 1 7 ODONTOSTOMAT. E C 31 5 8 ORTOPEDIA 1-A 81 9 19 ORTOPEDIA 2-A 67 24 15 OSTETRICIA-GINECOL 847 21 46 OTORINOLARINGOIATR 140 8 76 PEDIATRIA 1001 11 33 PNEUMOLOGIA 443 3 9 RIABILITAZIONE 44 UROLOGIA 177 8 27 Totale complessivo 8283 200 606 Valore % su totale di ricoveri 2% 7% 2 242 9 22 26 3 83 3 24 35 67 110 56 11 36 19 4 9 9 13 181 21 300 12 76 106 49 13 23 35 6 5 3 3 235 13 306 23 32 29 1179 1070 14% 13% Giornate di degenza 4 5 6 7 8 94 69 49 38 22 7 7 2 4 6 29 28 24 14 19 23 18 18 22 11 1 117 113 96 90 89 169 131 154 85 112 37 24 22 25 20 26 33 33 37 38 24 22 19 22 11 40 30 31 32 27 1 1 1 3 1 6 4 8 5 3 6 1 1 1 1 141 73 50 27 17 10 3 3 135 64 38 23 16 37 30 43 46 40 1 1 2 19 18 13 5 4 925 669 606 478 438 11% 8% 7% 6% 5% 9 > 12 gg > 9 gg 13 51 36 3 36 10 16 18 16 12 22 22 1 59 264 141 50 122 140 15 67 37 42 170 53 11 41 23 16 135 54 3 11 1 12 20 4 5 293 4% 6 1 25 3 41 121 28 12 1163 14% Tab. n. 1 Ricoveri ordinari, DRG medici Distribuzione dei casi dimessi per numero di giornate di degenza nei primi 8 mesi del 2008 nell’AOPN. 6 1 20 2 22 59 8 5 656 8% Il grafico seguente prende in considerazione i principali DRG in ordine di frequenza dell’ospedale di Pordenone (con l’esclusione del DRG per parto e di quello del neonato sano); sono state elaborate le curve di distribuzione delle singole giornate di degenza per DRG raggruppandole in 4 classi di dimensione: 0- 3 giorni, da 4 a 7, oltre i 9 giorni ed oltre i 12 giorni. Lo scopo di tale suddivisione è quello di identificare, nei percorsi di cura più frequenti, le modalità di impegno clinico misurato attraverso il consumo di giornate di degenza. Il primo DRG in ordine di frequenza, ad esempio, (in linea con le precedenti osservazioni sui tassi di ospedalizzazione), è quello per insufficienza cardiaca e shock (DRG 127), che, nel periodo di riferimento, è in termini assoluti secondo solo al DRG di parto, rilievo, questo, per altro infrequente nelle normali casistiche generali degli ospedali; altri DRG dell’ambito cardiovascolare sono ugualmente numericamente ben rappresentati; ma il dato complessivo di tale casistica, pur elevato, ci pone nella classifica regionale ancora al di sotto del valore medio. A tal proposito è opportuno rilevare che, a livello nazionale, il dato di ospedalizzazione per scompenso cardiaco è in continua crescita 8 ed anzi la misura è considerata genericamente proxy di inefficacia di assistenza primaria e specialistica territoriale. [127] INSUFFICIENZA CARDIACA E SHOCK [087] EDEMA POLMONARE E INSUFFICIENZA RESPIRATORIA [316] INSUFFICIENZA RENALE [125] MAL. CARDIOVASC. ECC. IMA CATET CARD.E DIAGNOSI SC [014] MAL. CEREBROVASC.SPEC. ECC. ATTACCO ISCHEMICO TRANSITORIO [089] POLMONITE SEMPLICE E PLEURITE, ETÀ > 17 ANNI CON CC 0-3 gg 4-7 gg > 9 gg > 12 gg [088] MALATTIA POLMONARE CRONICA OSTRUTTIVA [202] CIRROSI E EPATITE ALCOLICA [124] MAL. CARDIOVASC. ECC. IMA CON CATET. CARDIACO E CC 0 100 200 300 400 500 600 Tab. n. 1 Ricoveri ordinari, DRG medici - Distribuzione dei casi dimessi per numero di giornate di degenza nei primi 8 mesi del 2008 nell’AOPN. Risultati - discussione Alla luce dei dati epidemiologici, in considerazione, anche, dell’attuale organizzazione dei posti letto di area internistica dell’AOPN e della strutturazione attuale delle cure in regime di urgenza del PS, a fronte quindi di uno sforzo già ampio di impegno ospedaliero anche verso la casistica cardiovascolare, pur in assenza di altri approfondimenti statisticoepidemiologici è sembrato utile approfondire l’attuale articolazione dei servizi di ricovero ponendo l’accento su una possibile diversificazione dell’intensità di cure all’interno di alcune aree omogenee e sullo sviluppo di alcune linee di produzione, per set di patologie o necessità assistenziali, in ambito di day hospital o day service. Si è pensato in particolare al modello dell’offerta di cure per livelli di intensità modello richiamato ormai in diverse esperienze cliniche,5,7,9,11 e che parte dal presupposto dei tre livelli fondamentali di intensità delle cure ospedaliere. Al primo livello comprende quell’ambito centralizzato e polivalente destinato a curare la reale instabilità clinica; il 2° livello di intensità, quello di maggiore impegno interpretativo, racchiude esigenze assistenziali assai diverse tra loro; questo livello copre la maggior parte della casistica ospedaliera e continua a presentare al suo interno importanti elementi di differenza di complessità sia medica che infermieristica. Il 3° livello di intensità di cure comprende “settino” per pazienti in fase di post-acuzie (low-care), ed è uno spazio assistenziale che a seconda delle condizioni ambientali e logistiche può essere previsto all’interno o all’esterno dell’ospedale ed al momento sembra sfuggire ad una reale possibilità di gestione all’interno della nostra azienda. Nel caso dell’ospedale di Pordenone si è ritenuto di sperimentare un modulo di degenza con una struttura semplice dipartimentale (8 – 10 posti letto), nell’area omogenea di medicina specialistica che comprende 3 U.O. complesse (medicina 2 ^ e 3^ più oncologia), con definizione dei protocolli operativi a cura dei clinici e la supervisione della direzione sanitaria. Tali protocolli prevedono i criteri clinico-organizzativi di ammissione comprendenti: un quadro clinico stabile provenienti inizialmente soprattutto dalle due U.O.C. di medicina, con inquadramento diagnostico completato, un programma terapeutico definito, necessità di assistenza medica non continuativa nelle 24 ore e dei percorsi di dimissione gia definiti. I criteri di ammissione clinica prevedevano: scompenso cardiaco, BPCO, polmoniti, vasculopatie cerebrali, malattia cronica del fegato, emorragia digestiva, anemie, LLC ed altri quadri ematologici cronici con complicanze acute, IVU, cachessia neoplastica, altro da definire di volta in volta. Sono stati definiti i percorsi di alcune patologie traccianti quali lo scompenso cardiaco le patologie cerebro-vascolari e le neoplasie in fase avanzata. L’operatività del modulo a minore intensità assistenziale è iniziata in concomitanza dell’avvio della stagionalità autunnale (novembre); in attesa di ulteriori dati ed approfondimenti per un’analisi complessiva più precisa dei benefici del nuova organizzazione, ad una prima valutazione molto approssimata degli esiti del nuovo modello si fa testo di un miglioramento significativo dell’accesso in ospedale rispetto ai precedenti stagionalità invernali. Nell’ultimo periodo di riferimento (novembre – gennaio 2009-10), a fronte di un sicuro minor coinvolgimento quotidiano della direzione medica ospedaliera per la gestione di criticità di accoglimento dei pazienti si conta un incremento di ricoveri pari a 96 pazienti. Nello stesso periodo l’unità operativa semplice dipartimentale per le cure internistiche a minore intensità assistenziale ha dimesso 111 pazienti provenienti per la maggior parte dei casi (94%) dalle due medicine, anche se in prima battuta sembrerebbe dover fare conto su una degenza media abbastanza elevata. DRG N Deg Media INSUFFICIENZA CARDIACA E SHOCK 24 12 MALATTIA POLMONARE CRONICA OSTRUTTIVA 7 8 EDEMA POLMONARE E INSUFFICIENZA RESPIRATORIA 6 15 POLMONITE SEMPLICE E PLEURITE, ETÀ > 17 ANNI CON CC 5 11 BRONCHITE E ASMA, ETÀ > 17 ANNI CON CC 3 9 DISTURBI DELLA NUTRIZIONE E MISCELLANEA DI DISTURBI DEL ME 3 8 DISTURBI ORGANICI E RITARDO MENTALE 3 5 EMORRAGIA INTRACRANICA O INFARTO CEREBRALE 3 13 INFEZIONI E INFIAMMAZIONI RESPIRATORIE, ETÀ > 17 ANNI CON CC 3 18 NEOPLASIE MALIGNE DELL'APPARATO EPATOBILIARE O DEL PANCR 3 24 OCCLUSIONE GASTROINTESTINALE CON CC 3 12 ABUSO O DIPENDENZA DA ALCOOL/FARMACI CON CC 2 17 ANGINA PECTORIS 2 4 AVVELENAMENTI ED EFFETTI TOSSICI FARMACI, ETÀ > 17 ANNI CON 2 9 INFEZIONI DEL RENE E DELLE VIE URINARIE, ETÀ > 17 ANNI CON CC 2 22 INFEZIONI E INFIAMMAZIONI RESPIRATORIE, ETÀ > 17 ANNI SENZA 2 14 MALATTIE DEL FEGATO ECCETTO NEOPLASIE MALIGNE, CIRROSI, E 2 11 MALATTIE ENDOCRINE SENZA CC 2 11 POLMONITE SEMPLICE E PLEURITE, ETÀ > 17 ANNI SENZA CC 2 12 ALTRI 32 14 Totale complessivo 111 13 Tab. n. 2. Numero di dimessi e degenza media dei pazienti ricoverati nell.U.O. semplice dipartimentale a minor attività assistenziale dell’ospedale di Pordenone nel periodo di riferimento novembre 2009 – gennaio 2010. Tale degenza media elevata è dovuta verosimilmente a due principali ordini di fattori quali sembra ovvio segnalare una non perfetta messa a regime dei protocolli clinici e molto probabilmente (o soprattutto), anche la non completa definizione dei percorsi clincio-organizzativi extra-ospedalieri ambito, questo, assai articolato e da sempre molto complesso nel panorama sanitario italiano. In effetti uno dei principali elementi di dibattito sul modello di assistenza oggetto del presente lavoro è quello della continuità assistenziale ovvero dell’effettiva integrazione delle cure ospedaliere con quelle territoriali in grado di recepire i malati cronici e della responsabilità di gestione generale del malato sia in ambito ospedaliero che territoriale.1,12 Tale presupposto era ben evidente all’inizio del progetto, quando si è pensato di attivare, o riattivare in maniera più puntuale, altri strumenti di gestione clinica riferibili alle problematiche sia tipo organizzativo-sanitario che di tipo epidemiologico vero e proprio di cui si è detto in precedenza. Una diversa articolazione delle prestazioni programmabili riconducibili al regime di day hospital o a gruppi di prestazioni ambulatoriali predefinite (day service), sono un obiettivo di grande rilievo organizzativo che presuppongono obiettivi di programma a medio o lungo termine ed un impegno organizzativo costante di pari passo alla stessa programmazione regionale. L’organizzazione ospedaliera per intensità di cure dovrebbe in definitiva essere utile secondo l’esperienza svolta in altre realtà a qualificare ulteriormente il percorso clinico (adeguato ai bisogni, continuità), a ridurre i disagi del paziente, ed ad ottimizzare l’uso delle risorse (umane, maggiore flessibilità dell’utilizzo dei posti letto, tecnologia comune), presupponendo un integrazione interdisciplinare ed interprofessionale. Se tale nuova modalità di interpretare l’assistenza ospedaliera è ormai di riconosciuta utilità ed anzi vuole rappresentare una forte prospettiva di organizzazione sanitaria (PSSR Toscana), in termini generali rimangono diversi aspetti di dibattito e discussione riguardo soprattutto al contesto in cui è inserito il percorso “trasversale” del paziente secondo il livello delle esigenze clinico assistenziali.1,7 Nel nostro caso, anche alla luce dei principali DRG per distribuzione di frequenza svolti in regime ordinario che presentano una diversificata espressione del consumo di risorse (intese come giornate di degenza), (graf. 1) sembra utile rivedere il set di prestazioni per DRG erogate in DH per identificare tipologie di pazienti che avrebbero uguale o maggiore beneficio di cure tramite prestazioni di DH o ambulatoriali programmabili. Si tratterebbe di concentrare risorse ed un impegno organizzativo primario attraverso la rete di controlli previsti dai protocolli clinici o, intercettati dallo stesso PS, per identificare fasi cliniche di transizione (border-line), sul quale concentrare attività ospedaliera programmabile ovvero prima che tali pazienti sviluppino franca gravità clinica da confluire in ricovero per acuti vero e proprio. Al momento tali presupposti sembrano rappresentare gli elementi di base per un ulteriore percorso di lavoro verso un obiettivo di riorganizzazione delle cure di grande impegno e dispendio di energia. Conclusioni Nel presente lavoro si è cercato di descrivere un percorso di attività organizzativa tipica della direzione sanitaria e/o direzione medica ospedaliera che, attraverso l’utilizzo di alcuni strumenti riferibili a nuovi modelli di assistenza, cerca di rispondere a delle criticità di ospedalizzazione, come ad esempio quelle dovute alla maggiore domanda di ricovero durante la stagione invernale. Attraverso una sintetica descrizione del contesto geografico e sanitario in cui è insito l’Ospedale di Pordenone si è intravisto un approccio metodologico in grado di impattare comunque su due tipologie di problemi: da una parte la necessità di corrispondere a delle necessità di cure, pur con minor complessità clinica, di un numero sempre maggiore di pazienti anziani che durante la stagione invernale manifestano necessità di assistenza non erogabile a domicilio, dall’altra parte si è cercato di porre le basi organizzative per predisporre un’offerta ed una risposta più generale di assistenza ospedaliere ed extraospedaliere che fosse d’ausilio al miglioramento di alcuni indici epidemiologici di morbilità e mortalità. Il percorso di riorganizzazione descritto passa attraverso l’identificazione di un programma di lavoro da svolgere in più fasi cominciando con la sperimentazione di modelli assistenziali in regime di ricovero, per svilupparsi successivamente a medio lungo-termine con l’identificazione di ulteriori “layout” di patologia che garantiscono la continuità assistenziale anche in regime ambulatoriale. Nella prima fase di realizzazione del programma di riorganizzazione, con l’attivazione di un modulo di degenza di 10 posti letto a minore complessità assistenziale, tramite una struttura semplice dipartimentale in aerea funzionale omogenea, almeno per le osservazioni che finora è stato possibile effettuare, l’iniziativa è sembrata utile a migliorare l’”usufruibilità” delle prestazioni ospedaliere intese come ricovero, in un ambito epidemiologico molto importante come quello del paziente anziano con pluripatologia. Nell’ambito della discussione si è cercato di sottolineare la complessità del concetto di “usufruibilità” delle prestazioni ospedaliere nell’obiettivo più generale di gestione di set di patologie e quadri clinici sempre più frequenti legati alla cronicità ed alla fragilità sociale tipica dell’età adulta ove, inevitabilmente si appalesano i limiti di un’organizzazione sanitaria che massimalizza i risultati di efficacia (ma anche di efficienza), solo in condizione di forte integrazione dei vari livelli di cure. Ciò pone agli addetti ai lavori l’obbligo di riorganizzare sperimentando strumenti gestionali oggi considerati innovativi rispetto alle più classiche linee di produzione dei servizi ospedalieri e tenendo presente diverse prospettive e scenari di riferimento del contesto sanitario in cui si opera. Nella fattispecie si sono riprese alcune direttrici di programmazione sanitaria regionale ove i nuovi modelli gestionali proposti sembrano avere avuto od avere maggiore probabilità di estrinsecazione, sottolineando più genericamente, un grande impegno di studio e di sperimentazione ancora necessari per un’applicazione pratica di tali strumenti gestionali. Tale impegno sembra difficilmente delegabile da parte degli attori propri della direzione sanitaria e della direzione medica ospedaliera attualmente in essere e probabilmente ciò rappresenta una delle prove più gravose dello sviluppo professionale proprio. Riferimenti 1. ACOI, AIGO, AIPO, ANMCO, FADOI, SIAARTI, SIARED, SIED, SIGE, SIGG, SIGOS, SIMEU SIMIT, SIN, SINC, Società Tosco Umbra di Chirurgia, Società Italiana Universitaria di Colon Proctologia, SARNePI. Ospedalizzazione per Intensità di Cure. Toscana Medica, 2: 23-25; 2008. 2. Agenzia Regionale Sanità FVG. Report Controllo Direzionale – Udine 30 settembre 2008 3. Cassola A., Franzo A. fattori correlati all’uso improprio dell’ospedale in provincia di Pordenone. Dipartimento di Osservazione Epidemiologica e Pianificazione - ASS n. 6 “Friuli Occidentale” 4. Chiari A. Applicazione Internazionale del Case Mnagment www.evidencebasednursing.it/ICM/seminario_2007/Chiari 5. Friuli Venezia Gulia . Sistema Informativo Sanitario Regionale Archivio Regionale. www.sanita.fvg.it/ars/specializza/sistema/fr_dati.htm 6. Laureano Raffaele – Evoluzione della Medicina Interna e dell’Organizzazione ospedaliera per intensità di cure. XIII Congresso Nazionale FADOI – Firenze, maggio 2008. 7. Lavazza Luca Il Modello HUB SPOKE - L’ospedale organizzato per intensità delle cure. Arezzo; marzo 2008 8. MeS Scuola Sant’Anna - Pisa Team di Progetto Az. ULSS 3 Pistoia, Az. ULS 4 Prato, Az. ULSS 11 Empoli. 30 Tesi sull’Ospedale per Intensità di Cure- 2007 9. Ministero della Sanità. Rapporto Annuale sull’Attività di Ricovero Ospedaliero. Dati SDO 2005. 10. Nardi L., Di Stefano L. Five days ward: un nuovo modello organizzativo della gestione dei ricoveri ospedalieri. View e Review, 2: 16-19; 1999 11. Regione Toscana. Legge Regionale Toscana N. 40/2005; Art. 65 12. Regione Toscana. Piano Sanitario Regionale 2008 – 2010. 5.4.1 13. Simon Giorgio. Il Sistema Regionale Friuli Venezia Giulia. Gemona, ottobre 2007 La Radiologia Domiciliare: qualità percepita dai pazienti Autori: Roberto Sacco4, Davide Minniti2, Marco Grosso3, Mario Caserta3, Cinzia Di Novi4, Stefano Murotto5 Alessandro Beux6, Rosanna Cerri3. 1 Direzione Sanitaria – ASLTO3 – Regione Piemonte Direzione Sanitaria – AOU San Giovanni Battista di Torino 3 Ufficio Comunicazione e Relazioni con il pubblico –Settore Qualità Percepita e Partecipata – AOU San Giovanni Battista –Torino 4 Dipartimento di Politiche Sociali ed Economiche – Università del Piemonte Orientale 5 TSRM consulente – AOU San Giovanni Battista di Torino 6 Agenzia Regionale per i Servizi Sanitari della Regione Piemonte (A.Re.S.S.) 2 Parole chiave: qualità percepita, qualità assistenziale, radiologia domiciliare. Introduzione Da anni stiamo assistendo alla delocalizzazione dell’assistenza sanitaria dagli ospedali al territorio; a tal fine l’AOU San Giovanni Battista di Torino ha attivato da giugno 2008 il “Progetto Sperimentale di Radiologia Domiciliare” il cui scopo è quello di garantire assistenza radiologica pubblica a domicilio a persone anziane, disabili o comunque in condizioni tali per cui il trasporto in ospedale sarebbe difficoltoso sia per i pazienti sia per gli operatori. Al fine di testare la soddisfazione e l’impatto sociale che il servizio di radiologia domiciliare ha rispetto alla riduzione dello stress di pazienti e caregivers è stato creato un apposito questionario seguendo le linee di due famosi e consolidati sistemi di indagine sanitaria: il “Behavioral Risk Factor Surveillance System” (BRFSS) e il “Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe” (SHARE). Contenuti Sono state effettuate 25 interviste, con notevoli difficoltà a causa dell’avvenuto decesso di numerosi pazienti. Le interviste sono state condotte da operatori esperti e da un membro del tribunale per i diritti del malato. L’età media degli intervistati è di 82 anni (con un range che va da 43 a 101 anni). Circa il 75% dei pazienti sono donne. Circa il 50% degli intervistati riceve un supporto economico come un assegno mensile di assistenza, o la pensione d'inabilità, o un’indennità di accompagnamento. Il 9% del campione ha diritto ad assistenza e utilizza tale diritto sulla base della “legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone portatrici di handicap". Per quanto riguarda i comportamenti a rischio il 13% degli intervistati fuma, il 26% presenta un indice di massa corporea superiore a 25 quindi è a rischio di obesità. Il 70% degli intervistati è vedovo ma ha in media 2 figli tra i potenziali caregivers. La valutazione dello stress di queste figure (RSS scale) indica la presenza di una situazione grave nel 16,7% dei casi. Il servizio di radiologia domiciliare è stato apprezzato perché ritenuto più riservato, più comodo e perché evita spostamenti a volte dolorosi. Le risposte agli item del questionario specifico indicano come solo il 13% delle persone si siano spaventate nel vedere l’apparecchiatura e solo una persona ritiene che le radiazioni utilizzate a casa siano maggiormente pericolose rispetto a quelle usate in ospedale. Il giorno e l’orario dell’appuntamento sono stati rispettati nella maggior parte dei casi (70%) ed i giorni di attesa sono ritenuti accettabili (max 4gg). Solo il 4,3% delle persone non si è sentito in mani sicure e raramente sono subentrati problemi logistici per l’esecuzione dei radiogrammi. L’esecuzione della radiografia al domicilio non ha, nel 71% dei casi, aumentato il dolore fisico dei pazienti. Il linguaggio degli operatori è stato chiaro e non tecnico (82,6%) ed è emersa un’elevata capacità di ascolto. Conclusioni In base alle considerazioni precedenti è possibile affermare che il grado di soddisfazione generale dei pazienti sottoposti ad indagine radiologica domiciliare è risultato essere molto elevato. Questo studio corrobora i dati che dimostrano la sostenibilità economica, clinica e diagnostica della sperimentazione. PROCEDURA AZIENDALE PER L'INTRODUZIONE DI NUOVI DISPOSITIVI MEDICI G. Sagliocco*, E. Bamonte*, G. Capone**, A. Cristinziano**, V. Crivaro*, F. Pecci***, A. Rispo****, D.M.T. Saracino*, M. Papa* *Direzione Sanitaria, **U.O.C. Farmacia e ****Direzione Infermieristica dell’Azienda Ospedaliera “V. Monaldi”, Napoli, ***Direzione Sanitaria del P.O. San Giuliano, ASL NA2 NORD ABSTRACT L’introduzione di nuovi Dispositivi Medici (DM) nel Repertorio Aziendale dell’A.O. “V. Monaldi” è disciplinata da un’apposita procedura, fortemente ispirata alla logica ed alla metodologia dell’Health Technology Assessment (HTA). La procedura prevede obbligatoriamente una prima fase di esperienza d’uso, propedeutica alla valutazione del DM da parte di un Tavolo Tecnico ed alla successiva verifica da parte della Commissione Aziendale DM. L’effettuazione dell’esperienza d’uso risponde alla necessità di valutare il DM nel contesto specifico; inoltre, il relativo modulo di richiesta, che prevede la presentazione dei dati relativi all'efficacia, alla sicurezza ed ai vantaggi offerti dal DM, mira a diffondere tra i clinici un approccio più razionale rispetto all’acquisizione di nuovi DM. La regolamentazione della fase di esperienza d’uso costituisce un efficace strumento di controllo dei nuovi DM utilizzati in prova in Azienda, a garanzia della sicurezza di pazienti ed operatori. L’implementazione della procedura evidenzia poca propensione dei clinici a produrre la necessaria documentazione per l’introduzione in uso dei DM, evidenziando il bisogno di incrementare la diffusione di una cultura orientata all’HTA tra i diretti utilizzatori delle tecnologie sanitarie. PAROLE CHIAVE: HTA, esperienza d'uso INTRODUZIONE Il crescente decentramento delle attività di HTA dal livello del decisore politico (macro) al livello delle aziende sanitarie (meso) e la conseguente affermazione di strumenti di valutazione delle tecnologie derivati dall'HTA (Hospitalbased HTA, mini-HTA) appaiono riconducibili a molteplici fattori, tra cui l'ingresso a pieno titolo della gestione del patrimonio tecnologico nell'ambito del management aziendale e la grande eterogeneità di risorse e di competenze delle singole Aziende. Quest'ultimo elemento, in particolare, sottolinea la necessità di valutare se l'efficacia, l'appropriatezza ed i vantaggi di una data tecnologia dimostrati al livello macro risultano trasferibili anche al livello meso. L'esigenza della contestualizzazione risulta centrale nella procedura per l'introduzione di nuovi DM in uso nell'Azienda Ospedaliera “V. Monaldi”, che prevede obbligatoriamente una prima fase di esperienza d’uso, propedeutica alla valutazione della richiesta di acquisizione del DM da parte di un Tavolo Tecnico ed alla successiva verifica da parte della Commissione Aziendale DM. MATERIALI E METODI La procedura è articolata nelle seguenti fasi: Richiesta di esperienza d'uso mediante specifica modulistica a cui allegare i risultati di studi clinici controllati riportati nella letteratura nazionale ed internazionale, i dati di efficacia e sicurezza per il paziente e l’operatore, le caratteristiche dei materiali che consentano una maggiore durata e sicurezza d’uso, i dati relativi ai vantaggi di metodiche d’uso/impianto rispetto a trattamenti alternativi esistenti e la motivazione per la quale si richiede l’esperienza d’uso del DM. La richiesta viene presentata dal Direttore dell'Unità Operativa previo parere favorevole del Direttore del Dipartimento di appartenenza. Autorizzazione dell'esperienza d'uso da parte del Direttore Sanitario Aziendale e del Direttore di Farmacia in base alla correttezza ed alla completezza della compilazione del modulo di richiesta, alla presenza di tutti gli allegati previsti, ed alla possibile utilità del nuovo DM in Azienda. Relazione al Tavolo Tecnico sull'esperienza d'uso condotta, i cui contenuti minimi sono rappresentati dai risultati dell’esperienza d’uso effettuata, dalla valutazione dei costi e dei benefici e dalla previsione del numero di pazienti potenzialmente trattabili con il nuovo DM. La relazione, elaborata dal richiedente e verificata dal Direttore del Dipartimento di appartenenza, deve essere trasmessa anche se l'esperienza d'uso ha avuto esito negativo e non si intende procedere con la richiesta di acquisto. Valutazione del Tavolo Tecnico in base alla relazione sull’esperienza d’uso, alle evidenze scientifiche disponibili, all’innovatività rispetto a DM equivalenti eventualmente già presenti nel Repertorio Aziendale e all’impatto economico. Il Tavolo Tecnico trasmette il proprio parere alla Commissione Aziendale DM mediante un’apposita scheda di sintesi. Verifica del parere espresso dal Tavolo Tecnico da parte della Commissione Aziendale DM ed autorizzazione all'acquisizione prevedendo, eventualmente, l’inserimento del DM con limitazioni d’uso e/o elaborando raccomandazioni d’impiego. Valutazione congiunta del Direttore Sanitario Aziendale e del Direttore Amministrativo sulla congruità dell'acquisizione del nuovo DM rispetto agli obiettivi aziendali. La suddetta procedura è prevista per le richieste di acquisizione di tutti i nuovi DM. RISULTATI L'implementazione della procedura ha fatto registrare, in generale, una riduzione delle richieste di acquisizione di nuovi DM. Nella seguente tabella sono riportati nel dettaglio i risultati ottenuti: Tabella n.1: Implementazione della procedura Esperienze d'uso autorizzate n. Esperienze d'uso non autorizzate n. Procedura di valutazione del Tavolo Tecnico completata, seguita da approvazione della 3 Documentazione insufficiente Commissione Aziendale DM 4 Procedura di valutazione del Tavolo Tecnico in corso 1 1 Problematiche relative alla fornitura del DM Procedura di valutazione del Tavolo Tecnico non avviata (esperienza d'uso non relazionata/relazionata 10 in maniera insufficiente) CONCLUSIONI La procedura per l'introduzione di nuovi dispositivi in uso presso l'A.O. “V. Monaldi” agevola le valutazioni del Tavolo Tecnico e della Commissione Aziendale DM in ordine all'impatto sull’organizzazione, all'effectiveness, alla sicurezza ed all'impatto economico. Nel contempo, l'esperienza d’uso preliminare all'acquisizione di nuovi DM realizza un efficace controllo dei nuovi DM utilizzati in prova in Azienda, a garanzia della sicurezza di pazienti ed operatori e rappresenta, attraverso la specifica modulistica di richiesta, un possibile strumento atto a diffondere tra i clinici un approccio più razionale e consapevole rispetto all’acquisizione di nuovi DM. L’implementazione della procedura dimostra alcune criticità legate al pieno rispetto del percorso previsto (esperienza d'uso non relazionata/relazionata in maniera insufficiente, mancata o parziale produzione delle necessaria documentazione per l’autorizzazione dell'esperienza d'uso). Tale dato evidenzia il bisogno di incrementare la diffusione di una cultura orientata all’HTA tra i diretti utilizzatori delle tecnologie sanitarie. COMPARAZIONE DELL’ATTIVITÀ BIOCIDA DI MOP IN MICROFIBRA CON IONI ARGENTO E MOP IN MICROFIBRA SPERIMENTALMENTE CONTAMINATI Salvatorelli Germano1, De Lorenzi Sonia1, Romanini Letizia1 1 Dipartimento di Biologia ed Evoluzione - Sezione Anatomia Comparata, Università di Ferrara Abstract The purpose of this research was to compare the residual microbial charge of microfiber mops with silver ions versus common microfiber mop without silver ions experimentally contaminated with 200 ml of a suspension of 105 Staphylococcus aureus ATCC 6538. The results showed that microfiber mops containing silver ions are more efficient to reduce on experimentally contamination compared to usual microfiber mops. Parole chiave Ioni argento, decontaminazione Introduzione Uno dei problemi nell’utilizzo dei mop per le pulizie delle superfici ed in particolar modo dei pavimenti, data l’alta carica microbica solitamente presente, è la possibilità di disperdere microrganismi da panni che risultino inquinati proprio durante le operazioni di pulizia. Questo può succedere ad esempio se il lavaggio di un panno sporco con una carica microbica elevata non è stato efficace e quando lo si riutilizzerà il panno spargerà la sua carica sulle superfici. Recentemente il gruppo Magris (Magris S.p.a., Seriate, Bergamo, Italy) ha messo in commercio un nuovo carrello per le pulizie (Solo System) composto da contenitori per la raccolta e il dosaggio del detergente/disinfettante da usare durante le operazioni di pulizia stampato in materiale plastico con filamenti d’argento e da mop in microfibra anch’essi contenenti argento. Nelle normali procedure di pulizia i mop, dopo il lavaggio, vengono impregnati del prodotto detergente/disinfettante in una vasca e trasportati così pronti all’uso, mentre con il Sistema Solo i mop vengono impregnati con una dose prestabilita solo al momento dell’utilizzo. I mop in microfibra con ioni argento dovrebbero evitare i problemi di mantenimento della contaminazione del panno garantendo la sua completa decontaminazione dopo un normale ciclo di lavaggio e i contenitori in materiale plastico e argento dovrebbero ovviare ai problemi del possibile inquinamento del prodotto detergente disinfettante durante le operazioni di pulizia, garantendo quindi nel complesso, un elevato grado di sanificazione delle superfici. Lo scopo della ricerca è stato quello di comparare la carica residua di mop in microfibra Solo System con ioni d’argento e quella di un normale mop in microfibra (senza ioni argento) al fine di dimostrare se i mop con ioni argento sono più efficaci nel prevenire la proliferazione batterica e la dispersione di microrganismi durante le normali operazioni di pulizia. É stata inoltre valutata la carica presente in aliquote del prodotto detergente/disinfettante all’interno dei contenitori con argento durante la durata della sperimentazione per verificare l’efficacia dell’intero sistema. Materiali e metodi Dopo impregnazione con 200 ml di una sospensione 105 di Staphylococcus aureus ATCC 6538 dei mop in microfibra e in microfibra con ioni argento, si è proceduto alla verifica della carica iniziale e della carica residua dopo lavaggio e dopo differenti tempi di impregnazione con un prodotto detergente/disinfettante secondo le norme UNI EN 1174-1-2-3. Sono stati inoltre prelevati 20 ml di residuo della soluzione detergente nella camera di impregnazione dei mop con ioni argento Solo System e dalla vasca di impregnazione in materiale plastico del mop in microfibra senza ioni argento ai differenti tempi di impregnazione per valutare l’eventuale inquinamento del detergente. Infine, sono stati testati , con analogo procedimento di filtrazione, 100 ml della soluzione acqua/detergente dalla vasca serbatoio Solo System per la valutazione dell’eventuale carica batterica sviluppata alla fine della sperimentazione. Risultati La carica iniziale dei mop inquinati con 200 ml della sospensione 105 di Staphylococcus aureus è risultata essere mediamente 1.47x106 ± 6.46x105 cfu/50cm2 per i mop Solo in microfibra e argento con un range da 5.00x105 a 3.37x106 cfu/50cm2 e 2.23x106 ± 8.62x105 cfu/50cm2 per i mop in microfibra tradizionali con un range da 7.90x105 a 4.24x106 cfu/50cm2. Come si evince dalla tab.1, già dopo un normale ciclo di lavaggio con detergente a 40°C la carica batteria nei mop Solo, sia nel mop bagnato che in quello essiccato, è sempre risultata essere completamente abbattuta. Nel caso del mop in microfibra tradizionale invece dopi il lavaggio la carica batterica è risultata essere mediamente di 781.00 ± 886.39 cfu/50cm2. Tra le due e le quattro ore di impregnazione col detergente/disinfettante la carica si riduce di circa un 50%, risultando 339.70 ± 286.74 cfu/50cm2 dopo quattro ore e lo stesso accade tra le sei e le otto ore dove si ha mediamente una carica di 168.63 ± 76.50 cfu/50cm2 al termine delle otto ore. Per quanto riguarda i campionamenti effettuati su 20 ml di detergente allo scadere di ogni step, nel caso del detergente prelevato dalla camera di impregnazione contenente argento del sistema Solo non si è mai riscontrata crescita batterica, mentre nei campioni prelevati dalla vasca di materiale plastico contenenti i mop tradizionali, in quttro casi si è avuto lo sviluppo di colonie batteriche (56, 182 e 5 cfu/20ml dopo 2 ore e 13 cfu/20 ml dopo 6 ore). Nei 100 ml prelevati alla fine degli esperimenti dalla vasca serbatoio con argento del Sistema Solo non si è mai avuto sviluppo di colonie. Conclusioni Dai risultati sovraesposti si evince come i mop Solo System in microfibra contenente argento, rispetto ai tradizionali mop in microfibra, sia che essi siano bagnati sia, che siano essiccati, siano di notevolmente più efficaci nell’abbattere la carica batterica, nonostante l’alto inquinamento (10 6 -107 UFC/50 cm2) da parte di S. aureus ottenuto sperimentalmente. Già dopo un lavaggio a bassa temperatura, tale carica viene infatti completamente azzerata, mentre usando mop senza argento la carica di questo microrganismoresta su valori relativamente elevati (all’incirca 102cfu/50 cm2) . Anche dopo impregnazione in detergente/disinfettante nei mop senza argento la carica resta generalmente su valori di 102 UFC/50 cm2 anche per tempi di impregnazione di otto ore. Inoltre il Sistema Solo costituito vasche con argento dove il serbatoio e la camera di impregnazione sono separate e dove il mop viene impregnato dal detergente solo al momento dell’utilizzo, sembra essere efficace anche contro l’inquinamento del prodotto detergente/disinfettante. Infine, poiché anche a basse temperature, utilizzando mop contenenti argento, si ottiene una completadecontaminazione degli stessi, si realizza un reale risparmio sia in termini di consumo energetico per il lavaggio, sia in termini di durata del mop stesso. Tab. 1: Medie e deviazioni standard del numero di cfu/50cm2 di Staphylococcus aureus sviluppate nei mpo dopo i cicli di lavaggio e dopo 2, 4, 6 e 8 ore dall’inizio delle prove. Mop tradizionale Mop Solo essiccato Mop Solo bagnato Dopo lavaggio 10prove Dopo 2 ore 6 prove Dopo 4 ore 5 prove Dopo 6 ore 5 prove Dopo 8 ore 4 prove 781.00 ± 886.39 365.33 ± 222.14 339.70 ± 286.74 141.30 ± 83.96 168.63 ± 76.50 0.0 ± 0.0 0.0 ± 0.0 0.0 ± 0.0 0.0 ± 0.0 0.0 ± 0.0 0.0 ± 0.0 0.0 ± 0.0 0.0 ± 0.0 0.0 ± 0.0 0.0 ± 0.0 L’HOSPICE TRA STRUTTURA ED ESITO ASSISTENZIALE. IPOTESI ORGANIZZATIVA DELLA FUNZIONE ASSISTENZIALE INTEGRATA CON LE REALTA’ ONCOLOGICHE OSPEDALIERE NELLA ASL NAPOLI 2 NORD. C. Sarnataro*, M.R. Cerasuolo*, F. Pecci**, P. Belfiore ×, A. Punzo°, V. Grossi°°, A. Iovino°°°, C. Fago^ *Direzione Sanitaria P.O. S.M. delle Grazie **Direzione Sanitaria P.O. San Giuliano °Direttore Sanitario P.O. San Giuliano °°Direttore Sanitario P.O. A. Rizzoli °°°Direttore Sanitario P.O. S. Giovanni di Dio ^ Coordinatore Direzioni Mediche Ospedaliere × Università Partenope di Napoli Parole chiave: Hospice, Rete oncologica Abstract Viene definito un modello organizzativo gestionale dell’assistenza residenziale al malato oncologico terminale nell’ambito della ASL Napoli 2 partendo dall’attuale organizzazione delle UU.OO. di Oncologia e delle modalità di ricovero in essa attuate per poi considerare, in un ottica di rete reale, le “opportunità operative fattibili” per integrare l’assistenza, sulla scorta della domanda specifica, con funzioni ed attività centrate al malato terminale che completino le funzioni territoriali di assistenza domiciliare integrata per pazienti oncologici attualmente strutturate nell’ambito aziendale. L’articolazione di tale modello organizzativo gestionale prevede l’attivazione dell’Hospice aziendale subordinato alla funzione ospedaliera e viene definita attraverso l’impiego di risorse preesistenti e l’impegno di risorse ulteriori che prevedono nuovi luoghi di lavoro, l’integrazione collaborativa di diverse figure professionali a provenienza mista ospedaliera e territoriale, la condivisione di protocolli operativi funzionali all’ottimale gestione delle risorse disponibili compresa una proposta per l’identificazione delle modalità di accesso all’Hospice. Introduzione In Italia sono 117 gli hospice attivi (85% al Nord e al Centro) e 71 quelli in fase di progettazione, nella ASL NA 2 è a termine dei lavori un Hospice con 8 posti letto. Da un punto di vista logistico, la maggior parte degli hospice è collocata all’interno di una struttura ospedaliera “per acuti”: ospedale, presidio, casa di cura (44,8%). In minor misura essi risultano situati in strutture autonome e dedicate (27,1%) inserite nella rete regionale sanitaria oppure in quella sociosanitaria. Nel 17,7% operano all’interno di una struttura socio-sanitaria e socio-assistenziale e nel 10% in un centro polifunzionale non ospedaliero, sanitario e socio-sanitario. Attualmente si va sempre più optando (oltre il 60% degli hospice) per la tipologia di gestione pubblica e diretta dall’ospedale, che difatti garantisce una sinergia assistenziale integrata ed efficace nell’ottica della rete clinica. Partendo dall’analisi dell’assistenza oncologica attualmente offerta nell’ambito del territorio dell’ASL NA 2, si sono rilevate fattibili le potenzialità ed i presupposti per definire diversi livelli di integrazione di un hospice socio-sanitario “in rete”, attraverso la qualificazione di una vera e propria “area vasta dell’assistenza oncologica”. Materiale e Metodi La ASL NA 2 Nord si estende su un territorio di 411,43 Kmq con una popolazione di 1.040.492 abitanti ed abbraccia comuni a nord di Napoli caratterizzati dalla presenza delle isole di Ischia e Procida. Dei 32 comuni compresi, 25 sono situati lungo la costa flegrea e nell’interno, altri 7 sono situati sulle isole. L’analisi parte dall’assetto organizzativo attuale che si contestualizza in attività di ricovero ed ambulatoriali oltre che di attività domiciliari garantite dal “Coordinamento Aziendale di Cure Domiciliari ed Ospedalizzazione a Domicilio” con funzioni di: Assistenza Domiciliare Integrata, Nutrizione Artificiale Domiciliare, Ospedalizzazione Domiciliare. Un punto cruciale per evitare che si crei una dis-sinergia operativa tra il sottosistema territoriale domiciliare e quello dell’hospice insiste sulla necessità di creare una Unità di Cure Palliative che sia organismo di “regia organizzativo-gestionale locale” della rete. Per completare la rete assistenziale, in funzione della raltà locale, dovrebbero essere integrate le funzioni ospedaliere e territoriali esistenti con ulteriori funzioni per quelle parti del territorio che, di fatto, sono attualmente da implementare: - Per l’isola di Ischia una funzione hospice di 2 posti nella RSA di Serrara Fontana - Per l’isola di Procida una funzione hospice di 1 posto letto nell’Ospedale Gaetanina Scotto di Perrotolo In tale prospettiva si verrebbero a creare i 7 “nuclei della rete” che garantirebbero l’integrazione dell’assistenza oncologica aziendale: 1. Hospice socio- sanitario S.M. delle Grazie, con 8 posti letto, cabina di regia della rete e sede della UOCP 2. Ospedale S.M. delle Grazie con 11 posti letto di Ricovero e DH ed attività ambulatoriale 3. Ospedale San Giuliano di Giugliano con 4 posti letto di DH ed attività ambulatoriale 4. RSA di Serrara Fontana di Ischia con funzione di Hospice sanitario con 2 posti letto 5. Distretto di Ischia con 2 posti letto di DH ed attività ambulatoriale 6. Ospedale Gaetanina Scotto di Perrotolo di Procida con funzione di Hospice sanitario di 1 posto letto ed attività ambulatoriale 7. Ospedale San Giovanni di Dio con 12 posti letto di Ricovero e DH ed attività ambulatoriale . I nuclei, a loro volta, si avvalgono trasversalmente del “Coordinamento Aziendale di Cure Domiciliari ed ospedalizzazione a domicilio” e del “Coordinamento dei servizi sociali”. Risultati L’Hospice, in questa impostazione organizzativa, si configura come una importante integrazione alla rete dell’assistenza oncologica, ossia il centro di riferimento e integrazione dell’attività svolta a livello ospedaliero e domiciliare. L’offerta di cura copre potenzialmente le diverse tipologie di intensità assistenziale oncologica, rispondendo con piani terapeutico-assistenziali individuali che prescindono anche dalle necessità del singolo malato e della sua famiglia. Il Medico di Medicina Generale costituisce, in questo contesto, la figura fondamentale per realizzare la continuità terapeutica, gestendo il suo paziente a supporto ed integrazione con gli specialisti che insistono nei “nuclei della rete”. Tra i risultati perseguiti vi è il conseguimento dell’accreditamento istituzionale dell’hospice, soprattutto in considerazione della valenza istitutiva della rete assistenziale nell’ottica di area vasta oncologica; esso deve essere un momento fondamentale che deve essere assunto già nelle fasi iniziali progettuali del sistema organizzativo, procedendo a regolamentare tutti gli adempimenti previsti per l’accreditamento della struttura, potenzialmente in grado di soddisfare i requisiti di un livello di qualità superiore (classe 3). Difatti, mettere a punto tali procedure significa garantire attività assistenziali efficaci e funzionalmente integrate ai bisogni sociali, promuovere la formazione attiva e la reale acquisizione di competenze specifiche. Conclusioni Rendere operativo questo progetto risponde alla razionalizzazione delle risorse umane e tecnologiche esistenti o già finanziate, dove il maggior impegno, se non addirittura la sfida più ardua, consiste nel riorganizzare i processi assistenziali “condividendo” risorse aziendali e integrando le trasversalità delle attività socio-assistenziali tra ospedale e territorio. Sostanzialmente è giustificabile immaginare una cabina di regia guidata dall’Hospice, quale funzione ospedaliera che coordina, con la funzione sociale, le attività di cura e presa in carico attraverso l’ottimizzazione dei piani terapeutici-assistenziali calati in un continuum di presa in carico. Tali attività, che in ogni caso hanno una efficacia tangibile in gran parte non economica, vanno a definire vere e proprie linee di produzione che, così come già accade in molte regioni, dovrebbero avere dei finanziamenti di funzione che vadano oltre quelli previsti per i meri “livelli di produttività” svolti con le attività di ricovero o ambulatoriali. Figura 1 – Enti che hanno la responsabilità legale degli hospice (Hospice in Italia. Prima rilevazione ufficiale. Furio Zucco. Ministero della Salute. Anno 2006) IRCCS pubblici (1) IPAB/ASP pubblici (11) IRCCS privati (2) Aziende Ospedaliere (18) Coop. sociali (4) Associazioni (4) Aziende Sanitarie Locali (28) Enti religiosi (10) RSA private (1) Fondazioni (11) Ospedali privati (6) Enti pubblici 58 (60,4%) Enti privati 7 (7,3%) Terzo Settore 31 (32,3%) Figura 2- Il modello UOCP Day Hospice Ambulatorio UOCP Assistenza domiciliare Degenza Ospedalizzazione domiciliare Figura 3. Il complesso dell’hospice Assistenti sociali Volontari Assistente spirituale Oncologi Palliati visti e Specialisti i Paz MMG Fisiatri /fisioterapisti Infermieri/ OTA/Ausilia Sviluppo di programmi socio assistenziali aziendali coinvolgenti figure professionali dipendenti a vario profilo (Dipendenti, Tabella 1 – Caratteristiche qualificanti il LEA hospice (DPCM 20/01/2000. Tabella tratta da documento programmatico del Ministero della Salute sulle prestazioni residenziali e semiresidenziali) Qualità Complessità Intensità Presenza di una equipe Presenza di: Sette giorni su sette: 1. Specifici Protocolli multidisciplinare e multi - Assistenza medica sulle 24 ore formalizzati per il controllo del professionale, composta - Presenza infermieristica sulle 24 dolore e dei sintomi, per la almeno da: ore sedazione, per l’alimentazione - Medico - Presenza OTA su 24 ore - Infermiere e l’idratazione, per il nursing. 2. Programmi formalizzati - OTA Minuti assistenza paziente/die: - Fisioterapista per: - Medico 30’ a. l’informazione, la - Psicologo - Infermiere 180’ comunicazione e il sostegno - Assistente sociale - OTA 180’ - Assistente spirituale alla famiglia - Fisioterapista 7’ b. l’accompagnamento alla - Psicologo 8’ morte e l’assistenza al lutto - Assistente sociale 8’ c. l’audit clinico e il sostegno - Assistente spirituale 5’ psico-emotivo all’equipe d. la formazione continua al personale 3. Specifici criteri per il reclutamento e la valutazione periodica del personale 4. Accordi formalizzati con i soggetti erogatori di cure palliative domiciliari accreditati nell’ASL di riferimento, all’interno della rete di cure palliative, a garanzia della continuità del percorso di cura. Figura 4. Accreditamento istituzionale – requisiti specifici Requisiti specifici tipo A formalizzazione scritta dei criteri e delle procedure di accesso e/o trasferimento dei pazienti formulazione scritta delle procedure di collegamento con i Servizi di Assistenza Domiciliare protocolli per la presa in carico del paziente protocolli diagnosticoterapeutici per il: trattamento del dolore, trattamento della nausea e del vomito, trattamento della dispnea, trattamento dell’occlusione intestinale, trattamento dell’edema polmonare acuto protocolli per la dimissione del paziente piani specifici di formazione ed aggiornamento continuo del personale, nei quali si ponga particolare attenzione agli aspetti relazionali riferiti al paziente e alla famiglia programma di supporto per la prevenzione della sindrome da burn-out negli operatori Requisiti specifici tipo B protocollo di accettazione diretta del paziente criteri per la formulazione del programma terapeutico-assistenziale individualizzato valutazione multidisciplinare del paziente effettuata con strumenti di misura e monitoraggio adeguati (schede, scale, test) protocolli assistenziali per: il trattamento della stipsi la gestione dell’incontinenza, la gestione del catetere vescicale, la gestione degli accessi intravascolari, la gestione del paziente privo di conoscenza, la prevenzione e il trattamento dei decubiti, la medicazione di lesioni cutanee e mucose ulcerate, l’igiene del cavo orale, l’idratazione per os, la comunicazione (ascolto, relazione d’aiuto etc.) Deve essere definito ed applicato un protocollo di comunicazione con il paziente e con i familiari o altre persone di riferimento Requisiti specifici tipo C Devono esistere ed essere seguiti protocolli scritti per le seguenti attività assistenziali: igiene del malato, mobilizzazione, alimentazione Deve essere definito e applicato un protocollo di preparazione e supporto del lutto Devono essere formalizzate le attività di accoglienza ed utilizzo nella struttura di volontari organizzati ed appositamente formati Deve essere attuato un programma di audit clinico strutturato con incontri mensili Deve essere garantita per l’utenza la possibilità di effettuare comunicazioni telefoniche, con telefonia fissa o mobile, dal letto di degenza. Bed manager: nuovo ruolo di Direzione sanitaria e modello organizzativo di miglioramento della qualità assistenziale E Scalise* A Cacciani** L De Vito** M Dal Maso*** *Dirigente medico Coordinatore Ufficio Facilitatore Ricoveri e Dimissioni (Bed Manager) ** Dirigente medico Ufficio Facilitatore Ricoveri e Dimissioni ***Direttore Sanitario Azienda Policlinico Umberto I di Roma Parole chiave: bed manager, facilitatore, ricoveri-dimissioni Introduzione L’assistenza ospedaliera in emergenza-urgenza, è collegata attualmente al problema della disponibilità giornaliera di posti letto per le urgenze con il turn-over di occupazione sufficiente. Oltre ad un problema strutturale (posti letto per acuti, post-acuti, riabilitazione ecc.) è ormai evidente la inadeguata programmazione nella Regione Lazio della distribuzione dei posti letto che vede una concentrazione di strutture ospedaliere , pubbliche e private, nella zona nord della città di Roma, ed una inevitabile grave carenza in altre aree della città e nelle province (risorse professionali, tecnologie e procedure di alta specialità). Si rileva altresì un’eccessiva eterogeneità delle diverse strutture di Pronto Soccorso/DEA, caratterizzate da percentuali molto diverse di ricovero non del tutto giustificate da differenze epidemiologiche negli accessi e dalla complessità delle strutture, dove risulta evidente non solo l’effetto negativo del blocco del turn-over del personale medico/infermieristico, ma e non sempre di conseguenza, una inadeguata organizzazione a tutti i livelli. Materiali e metodi Con queste premesse, il Gruppo di lavoro regionale di supporto all’Area Programmazione Rete Ospedaliera ha valutato le attività legate al sistema dell’emergenza sanitaria ravvisando la necessità dell’attivazione delle funzioni di “facilitatore dei processi di ricovero e dimissione” (bed manager) presso ogni struttura ospedaliera sede di Pronto Soccorso o DEA. Con Delibera Regionale è stata centralizzata tale funzione a livello di Direzione Sanitaria, ed in particolare nel Direttore Sanitario o suo delegato preferibilmente un Dirigente medico di DS con particolari competenze. Nella nostra azienda, l’ufficio del Bed manager in staff nel Dipartimento di Direzione Medica Ospedaliera è coordinato da un Dirigente medico con particolare esperienza maturata come referente per le problematiche in Pronto soccorso. L’organico deliberato (in recepimento della delibera regionale) è costituito da: due Dirigenti medici di PS con esonero sanitario dall’attività assistenziale in PS; un Caposervizio infermieristico di DS; un Coordinatore infermieristico ed un amministrativo di PS, già precedentemente dedicato agli adeguamenti del sistema del Cingolo dei ricoveri organizzato nel DEA. Risultati Dopo un periodo di sperimentazione dell’attività giornaliera h. 12 (da gennaio 2010) e valutazione delle priorità percepite a seguito di ripetuti incontri con i referenti del Pronto soccorso, di un Dipartimento medico ed uno chirurgico (dipartimenti identificati come “sperimentali” per testare la fattibilità di eventuali iniziative) l’obiettivo concordato è stato trovare soluzioni organizzative, implementando strategie di maggior efficacia ed efficienza, con un ritorno di miglioramento della qualità assistenziale e appropriatezza di ricovero. Particolare importanza è stata il favorire relazioni stabili ed orientate agli obiettivi di facilitazione al ricovero ed alla dimissione con le diverse figure che agiscono all’interno dell’Ospedale (Direttori di UOC, medici di guardia e capisala / coordinatori) finalizzate a garantire il decongestionamento dei reparti dell’area critica e dell’emergenza: • definizione procedure clinico-assistenziali da PS ai reparti di degenza: 1. 2. 3. 4. 5. 6. paziente “fragile” senza fissa dimora paziente Geriatrico (adozione al triage Codice d’Argento) paziente neurologico (compresa gestione Neurochirurgica) paziente cardiologico (compresa gestione pz. portatore di PM e gestione UTIC) paziente oncologico paziente SLA (affetto da Sclerosi Laterale Amiotrofica) • individuare e proporre alla Direzione strategica soluzioni percorribili per il conseguimento degli obiettivi di cui ai punti precedenti (es. per il pz. SLA è stata attivata una collaborazione con l’ASL RM A del territorio per facilitare l’inserimento domiciliare assistito). • individuazione e gestione fin dall’accesso delle situazioni a maggior rischio di difficoltà di dimissione (pazienti senza fissa dimora, etilisti, etc.) con il Servizio Sociale ospedaliero che è stato formalmente aggregato alla collaborazione per il raggiungimento delle finalità identificate. a soluzioni relative a: assistenza domiciliare integrata, dimissione protetta socio-sanitaria, lungodegenza etc. • Implementazione dei percorsi di dimissione protetta con presa in carico al CAD (Centro Assistenza Domiciliare). Conclusioni Elaborare Protocolli di cui sopra, condivisi con i professionisti interessati, tenendo conto delle caratteristiche della struttura, con l’impegno organizzativo e di verifica di salvaguardare i ricoveri d’urgenza senza ovviamente negare ai cittadini il diritto a trattamenti in elezione che, anche quando non urgenti, possono incidere profondamente sulla loro qualità di vita. Questo obiettivo diventa prioritario in relazione alle finalità scientifiche di ricerca e studio, di elevata assistenza, che solo un policlinico universitario può offrire. Migliorare la qualità nell’assistenza dei pazienti momentaneamente privi di libertà: applicazione di una procedura organizzativa. Sesti E*, Degrassi F**, D’Urso A°, Fierro A***, Nasi G°° *Direttore Sanitario ASL RMB **Direttore Generale ASL RMB °Direttore del Centro Regionale Sangue del Lazio ***Direttore UOC Medicina Protetta ASL RMB °°Dirigente Medico Direzione Sanitaria Ospedale “Cristo Re” Roma Parole chiave: detenuti, sicurezza delle cure, procedura operativa Introduzione Nonostante gran parte delle strutture sanitarie si siano attivate per organizzare un “sistema di gestione del rischio”, talvolta per situazioni specifiche, come l’assistenza ai pazienti privi di libertà, resta un’organizzazione imprecisa, piuttosto che un vero e proprio sistema di sicurezza delle cure con valutazione, trattamento, accettazione e comunicazione dei rischi ai fini della prevenzione e del contenimento degli eventi avversi. Inoltre, il cittadino oggi è più consapevole dei suoi diritti, del potere che ha acquisito, della sua maggiore tutela, ed anche il paziente detenuto è fornito di più informazioni, di più confronti, di più stimoli, di più alternative. In questo clima si prospetta ora una fase delicata, nella quale la qualità dell’assistenza sanitaria offerta ai detenuti dovrà essere attentamente monitorata per evitare qualsiasi vuoto organizzativo che possa comportare inadeguatezze nei livelli di assistenza tenendo conto, ovviamente, la finalità di assicurare ai detenuti, un’assistenza sanitaria migliore possibile. Tale situazione complessa si può gestire con l’attuazione del miglioramento continuo della qualità (CQI), attraverso l’applicazione di funzioni organizzative e di strutture di particolare rilevanza orientate al paziente momentaneamente privo di libertà, che l’ospedale pubblico deve realizzare per assicurare un adeguato diritto alla salute nei limiti delle esigenze di sicurezza dell’Amministrazione Penitenziaria. In ogni caso, mai le ragioni della sicurezza devono mettere a rischio la salute e la vita dei detenuti e, benché il trasferimento dell’assistenza sanitaria dagli Istituti Penitenziari al S.S.N. consente di soverchiare una separazione storica tra culture diverse che hanno una finalità comune, la salute delle persone, sempre ed in ogni caso, va considerata l’obiettivo da raggiungere tenendo conto della specificità delle condizioni ambientali. Materiali e Metodi In accordo con il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria del Lazio si è definita la procedura operativa relativa alle “modalità di accettazione/dimissione dei ricoveri in elezione/programmati” presso la struttura complessa “Medicina Protetta” dell’Ospedale della ASL RM B “S. Pertini”, elaborata dalla Direzione delle UU.OO.CC. Medicina Protetta, Qualità Aziendale e Risk Management, Direzione Sanitaria, Pronto Soccorso. Il presupposto per il miglioramento dei processi e del sistema di erogazione del servizio è costituito dal pieno, incondizionato, serio, corretto e trasparente coinvolgimento delle risorse umane, pertanto è stato fondamentale per la pratica realizzazione dei principi stabiliti, l’approvazione e condivisione da parte di tutti gli operatori interessati. Risultati Il documento offre una descrizione analitica del campo di applicazione, con indicazione dei destinatari e delle tipologie di ricovero; inoltre, illustra specificatamente le procedure per la gestione delle liste di attesa e della privacy, per l’accettazione dei pazienti, per le consulenze specialistiche, per le dimissioni, per il trasferimento, per la documentazione sanitaria. Il protocollo è completo di normativa di riferimento, di criteri per il coordinamento delle visite dei familiari o degli aventi diritto e infine prevede gli strumenti di verifica per il rispetto degli standard di qualità dell’attività svolta. Conclusioni Il documento che descrive il protocollo operativo per gli interventi a tutela della salute in ospedale, oltre a richiamare tra i suoi principi di riferimento “la piena parità di trattamento” degli individui detenuti in tema di assistenza sanitaria, rappresenta la completa e leale collaborazione inter-istituzionale per integrare la tutela della salute e la continuità terapeutica, che si pongono quale principio fondante per l’efficacia degli interventi di cura; salvaguardia che deve essere garantita dal momento dell’ingresso in carcere e dopo la scarcerazione ed immissione in libertà. Il documento individua aree cruciali di intervento, indicando per ciascuna obblighi e competenze della struttura del servizio sanitario nazionale. PROPOSTA DI UN MODELLO OPERATIVO PER LA PREVENZIONE E TRATTAMENTO DELLE ULCERE DA PRESSIONE NELL'AZIENDA USL 9 DI GROSSETO. P. SODANO*, F. MARTELLI*, M. BALDARI**, G. FRANCI**, C. PIERI*** *Direzione Sanitaria Presidio Ospedaliero, **Gestione Rischio Clinico, ***Direzione Infermieristica Introduzione A seguito dell'adozione del Piano Sanitario Regionale 2008/2010, sono state implementate nella Regione Toscana numerose attività di prevenzione e gestione del rischio clinico. Sono state dunque negli ultimi anni definite, mediante DD.GG.RR. , numerose “ buone pratiche per la sicurezza del paziente”, condivise o sperimentate nel servizio sanitario regionale, tra le ultime e tra le più complesse è da annoverarsi la buona pratica sulla prevenzione e trattamento delle ulcere da pressione. Le Aziende Sanitarie della Regione Toscana di recente sono state invitate ad attivarsi, affinché tale pratica sia realmente applicata all'interno delle strutture interessate e a deliberare un osservatorio per la rilevazione del fenomeno. Parole Chiave Buona pratica, wound care, ulcera da pressione (udp). Contenuti Nasce da tale contesto la seguente proposta condivisa da parte dell'ufficio Gestione del Rischio Clinico, della Direzione di Presidio del P.O. Misericordia e della Direzione Infermieristica aziendale al fine di supportare ed incoraggiare l'applicazione della buona pratica assistenziale. Gli step da percorrere previsti sono i seguenti: costituzione di un gruppo di lavoro – Osservatorio Permanente delle UDP- per la prevenzione delle udp composto da diverse figure: Infermieri specialisti in wound care, Operatori della Gestione del Rischio Clinico, Personale della Direzione Sanitaria medica ed infermieristica, Farmacista, Nutrizionista, preposto alla progettazione e determinazione operativa: - di una fase formativa rivolta al personale infermieristico - della definizione e adozione di un linguaggio comune da parte della rete di operatori coinvolti - dei criteri per definire le udp, meritevoli di essere trattate come ferite difficili e dunque da gestirsi con personale appositamente formato - dei criteri precisi che determinino la necessità di procedere ad una valutazione del livello di rischio secondo la scala di Braden - di un sistema di monitoraggio periodico per la valutazione di impatto di interventi di miglioramento, attraverso l’azione di Facilitatori della Gestione del Rischio Clinico opportunamente individuati nelle diverse Unità Operative ospedaliere e territoriali delle aree maggiormente critiche per la qualita' dell'assistenza e la complessita' dei pazienti ricoverati e/o assistiti - dei Referenti ospedalieri e territoriali (dell'Hospice, dell'U.O. Assistenza domiciliare, dell'Ospedale di Comunità ecc.) che contribuiranno, di volta in volta, a collaborare alla buona riuscita della promozione della buona pratica assistenziale. rilevazione, obbligatoria delle udp, all'atto della visita infermieristica d'ingresso del pz. in reparto e conseguente registrazione in cartella infermieristica o clinica delle eventuali udp gia' presenti al momento del ricovero segnalazione ai facilitatatori GRC di eventuali udp di nuova comparsa nel corso del ricovero, al fine di organizzare audit “ad hoc” segnalazione tempestiva dei casi di udp particolarmente gravi, da trattarsi mediante personale idoneamente formato per la cura di ferite difficili, attraverso la richiesta di consulenze “ad hoc” coordinamento, mediante l’ufficio infermieristico, delle richieste di consulenze per UDP e la fornitura a noleggio di materassi anti-decubito sorveglianza da parte della Direzione Medica ed Infermieristica di Presidio sulla correttezza del processo, mediante verifica in reparto della corretta rilevazione e segnalazione delle udp, nonché la rilevazione dell'organizzazione di audit a seguito di segnalazioni ed il controllo della corretta allocazione e gestione dei materassi antidecubito Conclusioni La costituzione di un Gruppo Multidisciplinare che lavori, in maniera coordinata, monitorando tutto il processo di prevenzione e gestione delle Ulcere da Pressione rappresenta, a nostro avviso, una tentativo da esperire per cercare di affrontare realmente la problematica in questione. L'entusiasmo e la convinzione degli operatori, che volontariamente stanno aderendo a questo nuovo progetto, ci fanno ben sperare sulla reale possibilità di ottenere importanti risultati. ATTIVAZIONE DEL “DAY SERVICE” NEI PRESIDI OSPEDALIERI DELL’ASL DI AVELLINO PRIMO MODELLO ASSISTENZIALE A VALENZA REGIONALE Emilia Anna Vozzella*, Albino D’Ascoli** *Responsabile U.O.D Igiene Ospedaliera ASL AV **Commissario Straordinario ASL AV ABSTRACT La specialistica ambulatoriale rappresenta la modalità assistenziale più appropriata per la gran parte delle prestazioni attualmente erogate in day hospital medico diagnostico. Nei Presidi Ospedalieri dell’ASL AV è stato attivato il primo modello assistenziale del day service ambulatoriale in Regione Campania con nove Percorsi Ambulatoriali Complessi e Coordinati (PACC). PAROLE CHIAVE Percorsi Ambulatoriali Complessi e Coordinati (PACC), day service, day hospital medico diagnostico. INTRODUZIONE La Regione Campania con il piano di rientro dal disavanzo è tenuta, tra l’altro, a perseguire anche la riduzione del tasso di ospedalizzazione per acuti che dovrà raggiungere il valore del 180/1000 ab senza che venga meno la capacità del SSR di soddisfare la domanda di prestazioni sanitarie. La DGRC 546/2007 ha individuato, quale azione essenziale per il raggiungimento di questo obiettivo, il trasferimento di quote significative di ricoveri inappropriati verso modelli assistenziali di minore intensività, a parità di efficacia, con un utilizzo più appropriato ed efficiente delle risorse. Ciò presuppone il trasferimento di tali ricoveri dal regime ordinario verso il DH e dal regime di ricovero ordinario e di DH verso l’assistenza ambulatoriale, e vale in particolare per i ricoveri di tipo medico diagnostico che attualmente fanno registrare un’elevata quota di inappropriatezza soprattutto in DH. La specialistica ambulatoriale rappresenta la modalità assistenziale più appropriata per la gran parte delle prestazioni attualmente erogate in day hospital medico diagnostico. Nell’ASL AV è stato attivato il primo modello assistenziale del day service ambulatoriale in Regione Campania. MATERIALI E METODI Nel Day Service vengono erogate prestazioni incluse in predefiniti Percorsi Ambulatoriali Complessi e Coordinati (PACC) che sono costituiti da liste ragionate di prestazioni ambulatoriali del nomenclatore regionale. Le prestazioni del Day Service rispettano le stesse indicazioni previste dal “Piano Attuativo Aziendale liste di attesa (PACTA)”. La richiesta del medico curante è obbligatoria per la prenotazione a cui fa seguito l’iscrizione nella “agenda di prenotazione” del CUP. Il medico specialista ospedaliero, in qualità di medico referente per il day service della U.O., al quale tramite CUP è stata attribuita la gestione del paziente, nel giorno della prenotazione, provvederà a sottoporre a visita l’assistito. La richiesta di attivazione del PACC da parte del MMG o PLS assume la duplice valenza di proposta e/o richiesta di consulenza sulla erogazione di prestazioni in regime di Day Service allo specialista ospedaliero e, nel contempo, di richiesta di visita specialistica in una delle discipline di riferimento del PACC. Lo specialista ospedaliero è quindi titolare del giudizio sull’appropriatezza del Day Service; qualora lo specialista che effettua la visita valuti necessaria l’attivazione del Day Service, essendo il medico referente del PACC, provvederà a registrare l’attivazione del Day Service nella stessa giornata, previo il pagamento del ticket di 50 euro o comunque previa conferma dell’avvenuta registrazione all’ufficio ticket, se esente dal pagamento, secondo le procedure aziendali. In caso di non concordanza con la richiesta di attivazione del PACC del MMG o PLS, lo specialista oltre ad indicare anche il livello di assistenza appropriato per il caso clinico in esame deve far seguire l’iter amministrativo previsto per la visita specialistica effettuata con la registrazione al ticket se esente o pagamento di 18.59 euro di ticket se non esente ( cod. 89.7). Per la misurazione della lista di attesa è misurato e valutato il tempo intercorrente tra la data dell’inserimento del paziente nell’ agenda di prenotazione presso il CUP e la data di attivazione del day service con la registrazione del primo accesso. Il case manager con il supporto dell’infermiere addetto provvede alla presa in carico del paziente e compila l’apposita scheda clinica di day service. L’Ufficio Accettazione del Presidio Ospedaliero attribuisce il numero nosografico univoco progressivo per ogni Day Service attivato. Il registro accettazione Day Service è equivalente, nelle informazioni, al registro di accettazione dei ricoveri ospedalieri. Il case manager esprime la valutazione clinica finale dandone comunicazione all’assistito nel corso dell’accesso conclusivo che deve concludersi entro 30 giorni dal primo accesso. I direttori sanitari effettuano il monitoraggio ed il controllo dell’ appropriatezza di dette prestazioni. La documentazione riferita ad ogni day service attivato è archiviata e custodita con modalità equivalente alle cartelle cliniche dei ricoveri. I dati rilevati relativi alle prestazioni di day service ambulatoriale seguono il flusso informativo previsto nel file C regionale. La remunerazione delle prestazioni erogate in day service riconosciuta all’ASL da parte della Regione Campania è regolata dalle tariffe del vigente nomenclatore della specialistica ambulatoriale come somma delle tariffe di ciascuna prestazione eseguita; a tale somma andrà aggiunta una remunerazione per le due funzioni caratterizzanti il day service che sono: la definizione del piano diagnostico ed il coordinamento clinico del percorso assistenziale ed il coordinamento organizzativo e la gestione della presa in carico. RISULTATI Sono stati attivati presso i Presidi Ospedalieri dell’Asl nove PACC : Diagnostico ipertensione - primo inquadramento o sospetta ipertensione secondaria, Diagnostico ipertensione - valutazione delle complicanze cardiovascolari, Diagnostico malattie della ghiandola tiroide, Diagnostico diabete complicato e/o screening delle complicanze d’organo, Diagnostico asma, Diagnostico broncopatia cronica ostruttiva, Diagnostico cirrosi ogni eziologia, Diagnostico epatite cronica ogni eziologia, Diagnostico menopausa. In funzione dell’esperienza maturata, sarà possibile proporre successivamente l’introduzione di ulteriori PACC meglio raccordati con i dati epidemiologici emergenti in ambito aziendale. CONCLUSIONI L’attivazione del Day service nei Presidi Ospedalieri dell’ASL AV, in attuazione del Decreto del Commissario ad acta n.5/09, risponde anche alla esigenza di porre in essere un modello organizzativo e gestionale capace di ottimizzare in termini di efficienza il rapporto costi/appropriatezza assistenziale. Nel contempo l’assistito riceve il vantaggio di accedere ad un percorso diagnostico-assistenziale coordinato e centrato sulla sua patologia, concettualmente assimilabile al DH per effetto della presa in carico del paziente che, invece, non è presente nelle prestazioni ambulatoriali tradizionali. Il Day Service attivato per le patologie che rientrano tra le prestazioni a più alto rischio di inappropriatezza consegue anche l’obiettivo di comprimere i casi di Day hospital inappropriati. Questa costituisce una ulteriore motivazione che ha indotto all’applicazione del modello organizzativo collaudato del Day Hospital al Day Service e all’allocazione funzionale del Day Service nell’ambito del DH di reparto. La riduzione di tutti i ricoveri di DH Medici Diagnostici ritenuti impropri comporterà anche il graduale decremento del tasso di ospedalizzazione della Regione Campania e l’allineamento all’obiettivo nazionale di 180/1000 ab. GRAFICO 1. Percorso del Paziente in Day- Service GRAFICO 2 - Costruzione del Flusso Informativo delle Prestazioni di Day Service CUP ESTRAZIONI AMBULATORIO NON PACC A G E N D A + ATTIVAZIONE PACC MODULO PACC elettronico FILE C NON PACC FILE C PACC Dati da integrare a conclusione PACC Modulo Cartaceo File C per Day Service contenuto nella Scheda Clinica