SALUS
COLLANA DI SCIENZE DELLA SALUTE

Direttore
Rossana A
Università Campus Bio–Medico di Roma
Comitato scientifico
Paola B
Università Campus Bio–Medico di Roma
Laura D G
Università Campus Bio–Medico di Roma
Caterina G
Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma
Simonetta F
Università degli Studi Verona
Alessandra L M
Università degli Studi di Palermo
Paolo P
Università Campus Bio–Medico di Roma
Daniela T
Università Campus Bio–Medico di Roma
SALUS
COLLANA DI SCIENZE DELLA SALUTE
Questa collana è dedicata a quanti coltivano le Scienze della salute, sia
come docenti e studenti dei diversi corsi di laurea sia come operatori
nell’ambito delle professioni mediche e sanitarie.
Caratteristiche comuni a tutti testi della collana sono la semplicità
e la concretezza dell’esposizione e l’aggiornamento dei contenuti
secondo le più recenti acquisizioni della ricerca scientifica, insieme
ad una particolare attenzione agli aspetti umanistici e sociali. Per la
natura stessa di questo ambito scientifico e professionale, coesistono
nella collana testi dedicati alla didattica e alle relazioni interpersonali,
al management e all’approfondimento di aspetti tecnici e tecnologici,
in una prospettiva che vuole sottolineare la centralità della persona
umana.
Aggiornamenti di chirurgia generale
e specialistica 
Evidence based nursing ed evidence based surgery
a cura di
Rossana Alloni, Daniela Tartaglini
Copyright © MMXIII
ARACNE editrice S.r.l.
www.aracneeditrice.it
[email protected]
via Raffaele Garofalo, /A–B
 Roma
() 
 ----
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,
di riproduzione e di adattamento anche parziale,
con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.
Non sono assolutamente consentite le fotocopie
senza il permesso scritto dell’Editore.
I edizione: ottobre 
Indice
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Presentazione
Rossana Alloni, Daniela Tartaglini

La patologia erniaria addominale
Valter Ripetti

I tumori del pancreas
Sergio Valeri, Alessia Papi, Elvira Santoro

La chirurgia tiroidea
Pierfilippo Crucitti

Chirurgia endoscopica dell’apparato digerente: recenti innovazioni
Elisa Fenizia

Assistenza infermieristica in Urologia
Gerardo Flammia, Fiorenza Spiga

Assistenza infermieristica al paziente con flebopatia
Leo Moro

Aggiornamenti di chirurgia generale e specialistica 2013
ISBN 978-88-548-6484-9
DOI 10.4399/97888548648491
pag. 9–10 (ottobre 2013)
Presentazione
R A, D T
Questo testo ha la finalità di completare ed aggiornare altri testi di
assistenza infermieristica in Chirurgia generale e specialistica che pur
di recente edizione risultano incompleti e non più aderenti alla pratica
clinica. Seppur in misura minore rispetto alle discipline internistiche, anche in Chirurgia cambiano i concetti che supportano l’attività
clinica e le nuove acquisizioni stanno facendo scomparire pratiche
assistenziali fino a poco tempo fa ritenute fondamentali. Si pensi ad
esempio all’utilizzo di sonde nasogastriche, drenaggi e alla pratica
di mantenere a digiuno i pazienti per lungo tempo: oggi riteniamo
di possedere evidenze scientifiche e dati clinici che ne scoraggiano
l’applicazione nella gran parte dei casi.
Il titolo stesso di questo volumetto indica che si tratta di un testo ad
uso degli studenti e con finalità di aggiornamento, quindi un testo che
supporta la nostra determinazione a fornire agli studenti conoscenze
ben fondate dal punto di vista scientifico e aggiornate, vagliate con
spirito critico e testate nella pratica clinica quotidiana.
Abbiamo scelto di chiedere un contributo a rappresentanti qualificati dei diversi ambiti clinici; il capitolo ha come autore un medico
quando tratta solo di argomenti chirurgici in senso stretto, che di per
sé non modificano l’assistenza infermieristica ma che l’infermiere
deve conoscere per completezza del proprio bagaglio culturale; infermiere e medico hanno scritto il capitolo insieme quando invece le
nuove acquisizioni hanno ricadute sull’assistenza.
In questo modo riteniamo di aver sottolineato un aspetto peculiare
dell’approccio clinico in uso presso il nostro Policlinico Universitario,
un approccio integrato che vede nel paziente il punto di convergenza
dell’attività medica e infermieristica e in questa convergenza la garanzia della qualità dell’assistenza prestata. Ringraziamo tutti i colleghi
che hanno contribuito alla stesura del testo e speriamo che questo


Presentazione
possa essere di aiuto agli studenti, soprattutto nel difficile momento
della sintesi tra nozioni teoriche ed esperienza clinica.
Rossana Alloni, Daniela Tartaglini
Aggiornamenti di chirurgia generale e specialistica 2013
ISBN 978-88-548-6484-9
DOI 10.4399/97888548648492
pag. 11–20 (ottobre 2013)
La patologia erniaria addominale
V R
Presentazione
La patologia erniaria è considerata una patologia minore; è vero che
non ha di per se’una prognosi grave (se si eccettuano casi complicati)
e che non richiede interventi chirurgici di notevole entità, almeno
nella grande maggioranza dei casi.
Tuttavia questo è un gruppo di malattie molto frequenti nella popolazione generale e soprattutto più frequente nella popolazione
anziana, oggi in grande crescita nelle società occidentali. Nei Paesi
in via di sviluppo la patologia erniaria è discretamente frequente e
purtroppo non adeguatamente curata per mancanza di mezzi tecnici
e per l’interferenza di credenze e pregiudizi che portano i pazienti a
trascurare la malattia e a soffrirne molto spesso le complicanze, anche
con conseguenze gravi. Se oggi in Italia è raro trovarsi davanti ad un
paziente operato in urgenza per ernia strozzata o per un’occlusione
intestinale dovuta ad un’ernia non diagnosticata o sottovalutata, questa
è la regola in molti Paesi dell’Africa e del cosiddetto terzo mondo,
dove esiste ancora oggi, ad esempio, una quota di mortalità dovuta
all’ernia inguinale ed alle sue complicanze, sia negli adulti che nei
bambini.
In questo capitolo il dottor Ripetti, chirurgo generale che da molti
anni si occupa attivamente anche di Day Surgery, illustra i principali
aspetti della diagnosi e del trattamento delle ernie della parete addominale, fondamenti da cui si può dedurre il processo assistenziale
infermieristico. Che si tratti di pazienti curati prevalentemente in
regime ambulatoriale non sminuisce l’impatto dell’assistenza infermieristica, che invece può esprimere in questo setting tutte le proprie
risorse (dall’educazione sanitaria del paziente e dei familiari agli aspetti
gestionali e manageriali, passando per il nursing perioperatoria clinico).


Valter Ripetti
. Introduzione: dagli egizi ad oggi
La patologia erniaria è una affezione vecchia quanto l’uomo, probabilmente correlata al passaggio evolutivo alla posizione eretta (infatti nei
quadrupedi questa patologia è rara). Già nel XV secolo a.C. gli Egizi
erano soliti trattare l’ernia inguinale con appositi bendaggi contenitivi.
Da allora si sono succedute numerose ipotesi eziopatogenetiche e
tentativi terapeuticie con risultati spesso catastrofici.
Celso nel I sec. d.C. attribuiva la comparsa dell’ernia inguinale ad
“una lacerazione della membrana interna dell’addome” e proprio a
lui si deve l’intuizione che ha portato all’esecuzione dell’intervento di riduzione (cioè riposizionamento) dell’ernia in posizione di
Trendelemburg: è chiaro che questa posizione favorisce la riduzione
dell’ernia. Eliodoro (II–IV sec. d.C.) riteneva che l’ernia fosse dovuta
ad un “progressivo rilasciamento della membrana peritoneale”; anche
in questo caso non si era lontani dalla realtà ma non erano disponibili
mezzi terapeutici adeguati.
Infatti gli atti chirurgici praticati in quel periodo erano rappresentati
dalla cauterizzazione delle strutture muscolo–fasciali inguinali, nella
sede dove si rilevava la tumefazione erniaria, al fine di ottenerne una
cicatrice che “riparasse” quel tratto di parete addominale.
La brutalità di questi atti chirurgici non migliorò di molto nei
secoli successivi: infatti si passò dalla cauterizzazione alla legatura della
tumefazione erniaria: la risoluzione della tumefazione avveniva per
necrosi dei tessuti a valle ma purtroppo spesso restavano coinvolti
nella “legatura” anche tessuti nobili come il funicolo spermatico;
soltanto intorno al XVII sec. d.C. questa metodica venne bandita
con un editto che condannava alla galera od al rogo i “castratori
erniari” visti i risultati: quando si legavano non solo i tessuti di parete
ma anche parte o tutto il funicolo spermatico si provocava necrosi
del testicolo o progressiva sua atrofia per devascolarizzazione. Non
è difficile immaginare, inoltre, che questa metodica provocasse un
postoperatorio molto doloroso ed invalidante.
La proibizione di eseguire queste tecniche portò a rivalorizzare
molto, a scapito della chirurgia, la terapia “contenitiva” con la creazione dei primi cinti che vennero denominati “brachieri”. Questa filosofia
di trattamento delle ernie, che proponeva di “reprimerle”, contenerle,
piuttosto che di “asportarle”, ebbe grande fortuna fino alla prima
La patologia erniaria addominale

metà del XIX secolo grazie anche agli studi di Antonio Scarpa (famoso
anatomico il cui nome ancora oggi viene usato per identificare una
specifica zona inguino–crurale) che limitava l’indicazione al trattamento chirurgico soltanto in caso di ernia strozzata ed irriducibile.
Tuttora esistono in commercio cinti erniari e vari tipi di biancheria
contenitiva che sono espressione del tentativo di fare un trattamento
“palliativo” delle ernie impedendo che in stazione eretta esse si portino
all’esterno dell’addome mediante cuscinetti che vanno ad incastrarsi
in corrispondenza della porta erniaria, occludendola. Questo tipo di
presidi in realtà ha una limitata utilità e produce un attrito notevole
sui tessuti, in corrispondenza della porta erniaria, il che può rendere
piuttosto indaginoso un successivo intervento chirurgico.
In tempi più recenti, l’ipotesi terapeutica di Celso venne modernizzata, sostituendo l’obliterazione cicatriziale da cauterizzazione con
l’iniezione di sostanze sclerosanti nella parete addominale, un trattamento che in casi isolati è stato eseguito fino agli inizi del XX secolo
con risultati ampiamente insoddisfacenti.
Indipendentemente dalle opzioni terapeutiche adottate in questo
lungo lasso di tempo, che potremmo definire pre–moderno, vennero
comunque compiuti numerosi studi anatomici, sempre più accurati,
che portarono alla individuazione di strutture nobili da preservare
categoricamente nel corso dell’intervento chirurgico (dotto deferente,
vasi spermatici ecc.). Questi studi anatomici determinarono l’inizio
di quella che possiamo definire era moderna sopratutto grazie ad un
chirurgo italiano, Edoardo Bassini, che nel  sistematizzò la terapia
dell’ernia inguinale con risultati sbalorditivi per i tempi, proponendo
una tecnica che non di rado viene ancora oggi adottata in alcuni casi.
La vera rivoluzione si ebbe con l’avvento del materiale protesico e
soprattutto nel  grazie alle innovative teorie di Lichtenstein che
utilizzando per la prima volta materiale protesico inerte (polypropylene) permise una ricostituzione dell’integrità della parete posteriore del
canale inguinale tension free (riparazione senza mettere sotto tensione
le strutture anatomiche). I risultati furono strabilianti sia in termini di
compliance da parte del paziente sia in termini di efficacia del trattamento stesso con un marcato abbattimento delle recidive (–%). Da
allora proprio per il rilevante impatto socio–economico determinato
dall’ernia inguinale e grazie alla brillante intuizione di Lichtenstein si
risvegliò l’interesse di tutto il mondo scientifico chirurgico. Furono

Valter Ripetti
così proposte negli anni successivi numerose varianti, che si differenziavano tra loro per le modalità del confezionamento della rete,
posizionamento, tipo di approccio (anteriore o posteriore), tipo di
anestesia. Le uniche vere innovazioni furono, però, quelle introdotte
da Trabucco nella seconda metà degli anni ottanta del secolo scorso.
Egli migliorò la teoria della tension free introducendo il concetto di
sutureless (senza apporre punti di sutura) attraverso l’utilizzo di reti
semirigide e di un plug ad integrazione dell’efficacia della rete stessa
nella ricostruzione della parete posteriore del canale inguinale riducendo il discomfort post–operatorio e le complicanze da intrapment (cioè
da intrappolamento dei nervi della regione inguinale, che avveniva
soprattutto a livello dei punti di sutura e provoca dolore cronico).
. Che cos’e’l’ernia
L’etimologia della parola ernia deriva dal greco Hernios (gemma) ed
infatti possiamo intendere questa patologia come una “gemmazione” e cioè la fuoriuscita di una viscere dalla naturale cavità che lo
contiene, ricoperto da tegumenti. Numerose sono le classificazioni
che negli anni si sono succedute di pari passo con i progressi relativi
alle conoscenze anatomiche, alle manifestazioni cliniche e trattamenti
terapeutici. In questo nostro breve compendio appare sufficiente conoscere la distinzione fra un’ernia congenita e quindi frequentemente
individuabile in età infantile, dovuta ad una mancata obliterazione
del peritoneo, e un’ernia acquisita determinata da un aumento della
pressione endo–addominale (comunemente attribuita ad uno sforzo quale il sollevamento di un peso, stipsi, tosse, gravidanza ecc.)
ma sempre associato ad una riduzione della resistenza parietale determinata da alterazioni dinamiche (modificazione anatomica delle
strutture muscolo–aponeurotiche della regione inguinale) e/o organiche (malnutrizione, obesità, fumo, alterazioni ormonali, senescenza:
tutte affezioni che determinano una modificazione del collageno e del
tessuto muscolare).
La conoscenza delle strutture muscolo aponeurotiche, vascolari
e nervose del canale inguinale è di fondamentale importanza per
il corretto trattamento della patologia erniaria; basti solo pensare
che il canale inguinale nell’uomo è attraversato da elementi vascolo
La patologia erniaria addominale

nervosi essenziali per la vitalità del testicolo oltre al dotto deferenziale
indispensabile per la riproduzione. Nella donna il contenuto del canale
inguinale è apparentemente meno nobile in quanto costituito soltanto
dal legamento rotondo, uno degli elementi di sostegno dell’utero, ma
certamente non trascurabile in quanto la compromissione di questo
legamento può favorire il prolasso uterino.
. Diagnosi
L’incidenza dell’ernia inguinale è intorno al % della popolazione
generale; interessa prevalentemente il sesso maschile con un rapporto
uomo/donna di :. La sintomatologia è estremamente variabile ed
è caratterizzata dalla semplice presenza di una tumefazione più o
meno voluminosa, ma asintomatica, fino a casi caratterizzati dalla
presenza di dolore più o meno importante generalmente di tipo
gravativo che compare in ortostatismo e si attenua o scompare in
clinostatismo. La complicanza più temibile è lo strozzamento che
consiste nella fuoriuscita di un viscere dalla cavità addominale con
successiva sofferenza vascolare che può portare addirittura alle necrosi
del viscere fuoriuscito con comparsa di peritonite.
Proprio al fine di prevenire la comparsa di questa temibile complicanza è di estrema importanza l’esecuzione di una accurata anamnesi
ed esame obiettivo al fine di valutare dimensioni e riducibilità dell’ernia, presenza di ernia contro–laterale o di altre ernie della parete
addominale, eventuali affezioni testicolari e la presenza di eventuali
comorbidità.
Un attento esame obiettivo è di estrema importanza soprattutto
oggigiorno quando vi è una certa propensione alle pratiche sportive,
soprattutto per una corretta diagnosi differenziale con affezioni osteo–
articolari e muscolari, troppo spesso attribuite alla presenza della
patologia erniaria. Questi errori diagnostici sono spesso supportati
da esami diagnostici strumentali che non trovano riscontro all’esame
obiettivo, e probabilmente dovuti alla sempre maggiore accuratezza
degli strumenti diagnostici. Il dato strumentale, ricavato dall’ecografia
o da altra metodica, deve sempre essere confrontato e integrato con il
dato clinico che si ricava dall’esame obiettivo del paziente.

Valter Ripetti
. Terapia
Come precedentemente esposto, l’ernia consiste nella fuoriuscita
di un viscere dalla sua cavità naturale che lo contiene ed il primo
momento terapeutico consiste nel riposizionamento del viscere nella
cavità addominale (“riduzione” dell’ernia) e la successiva creazione di
una barriera che ne impedisca una nuova fuoriuscita. Disponiamo a
questo scopo di tecniche chirurgiche e non chirurgiche.
La terapia sclerosante è stata da molti anni abbandonata per le numerose complicanze che determina: ascessi, funicoliti, atrofia testicolare,
orchiti e non raramente necrosi intestinale e peritonite. Peraltro oltre
all’elevato rischio di complicanze, anche il rischio di recidiva erniaria
è molto alto e pertanto questa metodica va assolutamente bandita
senza cedere all’illusione di risolvere il problema con delle semplici
iniezioni.
Il cinto come abbiamo visto è una evoluzione moderna dei cosiddetti “brachieri”; ancora oggi sono reperibili sul mercato in diverse
fogge; nonostante i notevoli progressi nel trattamento di questa patologia, la paura della chirurgia induce il paziente non raramente a
utilizzarli e procrastinare l’intervento che quando diventa indispensabile può essere veramente pericoloso per il paziente oltre che molto
più indaginoso per il chirurgo a causa delle aderenze viscero–parietali
che il cinto determina. Peraltro il cinto oltre ad essere un presidio
invalidante fisicamente e psicologicamente, espone il paziente al rischio di dermatiti infettive o micotiche che per la loro recrudescenza
diventano nel tempo farmaco–resistenti.
La terapia chirurgica è la terapia di scelta per la patologia erniaria;
l’avvento delle protesi ha completamente cambiato l’approccio al trattamento di questa patologia ma ancora oggi può capitare di dovere
eseguire un intervento di plastica senza l’ausilio della protesi: ad esempio in caso di campi infetti o per motivi economici (le protesi hanno
un discreto costo). In questi casi l’accesso è esclusivamente inguinotomico. Indipendentemente dalla tecnica utilizzata è bene rispettare del
strutture muscolo–aponeurotiche e nervose della regione inguinale
al fine di prevenire la comparsa di ipo/anestesie post–operatorie e
soprattutto delle recidive; la maggiore incidenza di pazienti affetti da
ernia inguinale destra che compare dopo appendicectomia avvalora
questa tesi; infatti l’incisione eseguita per l’appendicectomia provoca
La patologia erniaria addominale

un indebolimento delle strutture anatomiche della fossa iliaca destra.
Le tecniche di riparazione non protesica prevalentemente eseguite
sono quella di Bassini o Shouldice; queste sono delle plastiche che
determinano una certa trazione sui tessuti e pertanto un maggior
discomfort postoperatorio associato ad un aumentato rischio di recidiva. Per tale motivo soprattutto dopo plastica sec. Bassini è bene
che il paziente sia immobilizzato al letto per / giorni al fine di consentire quella iniziale cicatrizzazione che conferisce resistenza alla
plastica. A differenza della tecnica di Bassini, la Shouldice non richiede
una anestesia generale e pertanto il paziente può essere mobilizzato
rapidamente riducendo il rischio di tutte le complicanze correlate
all’anestesia generale ed all’immobilizzazione al letto.
Il progredire della ricerca scientifica negli ultimi decenni ha consentito la realizzazione di diversi tipi di protesi con diverse caratteristiche
morfologiche e chimico–fisiche in modo tale da renderle sempre più
bio–compatibili; ciò ha permesso la standardizzazione di numerose
tecniche di riparazione protesica. In questo breve compendio citeremo
soltanto le più comuni.
.. Interventi con accesso anteriore
È esclusivamente inguinotomico ed è quello più comunemente usato;
prevede il posizionamento della protesi anteriormente o comunque
adiacente al pavimento del canale inguinale. Fra queste le più usate
sono la tecnica di Lichtenstein e di Trabucco.
La Lichtenstein, messa a punto nel , è una tecnica tension
free in quanto l’ausilio della protesi elimina la tensione sui tessuti
esercitata dalla plastica, con un notevole beneficio per il paziente a
tal punto che attualmente questo tipo di intervento viene eseguito
ambulatorialmente in anestesia locale. La tecnica originale prevede
utilizzo di una rete di polipropilene delle dimensioni di  x  cm
sagomata manualmente e suturata alla fascia del muscolo obliquo
interno, medialmente, e lateralmente al legamento inguinale con
sovrapposizione della rete sul tubercolo pubico per oltre  cm ed al
disopra dell’anello inguinale interno per oltre  o  cm. Numerose
sono le varianti oggi adottate ma la più comune è quella caratterizzata
dall’uso di reti presagomate. Per questa tecnica peraltro come tutte
le tecniche in cui si utilizzano protesi il rischio di recidiva erniaria è

Valter Ripetti
molto basso con una incidenza secondo le diverse casistiche intorno
al %. La complicanza più temibile è la neuralgia determinata da
un entrapment delle terminazioni nervose durante il fissaggio della
protesi; si tratta di sindromi dolorose che spesso possono essere risolte
soltanto con la rimozione della protesi.
La plastica secondo Trabucco messa a punto nella seconda metà
degli anni ottanta, alla teoria tension free associò il concetto di sutureless e cioè l’utilizzo di reti presagomate semirigide adagiate e non
suturate, con un plug di rinforzo nell’anello inguinale interno ad integrazione dell’efficacia della rete stessa nella ricostruzione della parete
posteriore del canale inguinale; con questa tecnica si è ottenuta una
ulteriore riduzione del discomfort post–operatorio e delle complicanze
da intrapment.
.. Interventi con accesso posteriore
Questo tipo di accesso prevede il posizionamento della protesi nello
spazio preperitoneale, cioè tra il peritoneo e la faccia posteriore dei
muscoli della parete addominale; il posizionamento della protesi in
questa sede ha il vantaggio teorico (ma non dimostrato dalla letteratura scientifica) di avere una maggiore tenuta e quindi minor rischio
di recidiva in quanto la pressione addominale si esaurisce posteriormente al canale inguinale aumentando così l’efficacia della rete, a
differenza della protesi posizionate anteriormente. Come evidenziato
nella figura  questo tipo di accesso può essere eseguito a cielo aperto
o per via laparoscopica.
Fra gli accessi a cielo aperto uno dei più comuni è l’intervento di
Stoppa che prevede una incisione sec. Phannestiel (cioè sovrapubico
trasversale) ed il posizionamento di una grossa rete trapezoidale al di
sotto dello strato muscolare della parete, così da ottenere il rinforzo
del pavimento inguinale bilateralmente. Questo tipo di intervento non
può essere eseguito in anestesia locale e per la sua invasività necessita
di ricovero; in tempi di economia sanitaria va eseguito soltanto in casi
particolari come ad esempio ernie bilaterali plurirecidive. Peraltro il
rischio di infezione della protesi è relativamente maggiore rispetto
agli accessi inguinotomici.
La via posteriore trova una ragionevole applicazione nell’approccio
laparoscopico in quanto sebbene questo tipo di intervento richieda co-
La patologia erniaria addominale

munque una anestesia generale ed un ricovero e pertanto va a nostro
giudizio (come la Stoppa) eseguita soltanto in caso di plurirecidive. Il
rischio di infezioni della protesi è notevolmente ridotto ma esiste un rischio di complicanze legate a lesioni accidentali dei visceri addominali,
cosa che è del tutto assente nelle altre tecniche di riparazione.
La via laparoscopica prevede due modalità di accesso allo spazio
preperitoneale:
— TAPP (Trans Abdominal Pre Peritoneal) il cui accesso prevede,
come evidenziato dall’acronimo, il passaggio attraverso la cavità
addominale. Il posizionamento della protesi nello spazio preperitoneale necessita una perfetta conoscenza anatomica di questa
zona al fine di rispettare alcune strutture nervose e vascolari
localizzate in due sedi che comunemente vengono definite il
“triangolo del disastro” (rischio di emorragia grave per lesione
dei vasi iliaci) ed il “triangolo del dolore” (rischio di neuralgia
postoperatoria cronica).
— TEP (Totally Extra Peritoneal) il cui accesso allo spazio preperitoneale avviene per via extraperitoneale; questo accesso anche se non espone alle pericolose complicanze della TAPP è
estremamente indaginoso e viene eseguito pertanto raramente.
Recentemente, mutuata l’esperienza dalla plastica laparoscopica dei
laparoceli, si è iniziato ad eseguire delle plastiche per ernia inguinale con tecnica modificata rispetto alla TAPP posizionando le protesi
all’interno della cavità peritoneale. Questa tecnica non sembra avere
futuro anche per gli elevati costi delle protesi, in quanto sono dei
presidi particolari che possono stare a contatto con le anse intestinali
senza danneggiarle; inoltre prevede un accesso addominale e un’anestesia generale, il che la rende poco competitiva rispetto all’intervento
ambulatoriale in anestesia locale o locoregionale, oggi molto diffuso.

Valter Ripetti
Figura .
Valter Ripetti
Università Campus Bio–Medico di Roma
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