I DINTORNI DELL’ARTE 2012/2013
Fatta l’Italia, facciamo gli italiani!
Fra letteratura autoriale e popolare.
Percorsi di costruzione dell’identità
Claudia Chellini
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4. Uno sguardo sulla letteratura italiana
dall’Unità d’Italia
al Primo Novecento
PARTE 2
2
Il Novecento fino alla Prima Guerra Mondiale
Avanguardie storiche
Crepuscolarismo
Guido Gozzano (1883-1916)
Futurismo
Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944)
Aldo Palazzeschi (1885-1974)
La riviste
Leonardo (1903-1907)
Il Regno (1903-1906)
Hermes (1904)
La Voce (1908-1916)
Lacerba (1913-1915)
Il “malessere” di inizio Novecento
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Il “malessere” di inizio Novecento
Nei cervelli e nelle coscienze regna una straordinaria confusione …
Crollate le vecchie norme, non ancora sorte e ben stabilite le
nuove, è naturale che il concetto della relatività di ogni cosa si sia
talmente allargato in noi, da farci quasi del tutto perdere
l’estimativa. Il campo è libero da ogni supposizione. L’intelletto ha
acquistato una straordinaria mobilità. Nessuno più riesce a stabilirsi
un punto di vista fermo e incrollabile. I termini astratti han perduto
il loro valore, mancando la comune intesa che li rendeva
comprensibili,. Non mai, credo, la vita nostra, eticamente ed
esteticamente, fu più disgregata … Da ciò, a parere mio, deriva per
la massima parte il nostro malessere intellettuale.
Luigi Pirandello, Arte e coscienza d’oggi, 1893
Le posizioni degli intellettuali italiani
Futuristi: tendono a risolvere la crisi storica e intellettuale in un
frenetico attivismo, nell’esaltazione incondizionata della civiltà
industriale, nella celebrazione della macchina e della velocità.
Crepuscolari: cercano una soluzione alla crisi fuggendo dalla
città e tentando di tornare alla semplicità, all’innocenza, agli
affetti sani della vita di campagna.
Esponenti del “nuovo romanzo”: si impegnano in una inquieta
e tormentosa analisi della malattia dell’uomo moderno,
condannando la società contemporanea come corrosiva e
impietosa. I loro personaggi sono incapaci di agire, di darsi una
consistenza, tesi a smontare e riraccontare la loro storia
frantumata.
Le riviste
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Le riviste al centro del dibattito culturale
Le riviste diventano adesso lo strumento privilegiato per
far conoscere e circolare idee e proposte emergenti dalla
realtà nazionale e internazionale.
Leonardo (1903-1907)
Il Regno (1903-1906)
Hermes (1904)
La Voce (1908-1916)
Lacerba (1913-1915)
Leonardo (1903-1907)
È fondata da Giovanni Papini, vi collabora Giuseppe Prezzolini, si
pone contro
positivismo, erudizione, arte verista, metodo storico,
materialismo, varietà borghesi e collettivisti della
democrazia.
È influenzata dall’estetismo dannunziano e dalla filosofia
tedesca.
Con la sua volontà di rinnovamento, cerca di aprire le porte
della cultura italiana alle correnti più vive della filosofia
dell'epoca (ad es. l’intuizionismo francese, Friedrich
Nietzsche e le esigenze religiose appena nate).
Il Regno (1903-1906)
- È antisocialista, antigiolittiana, antidemocratica.
- Vuole al potere un élite borghese che si liberi del Parlamento.
- Esalta il culto della nazione, l’espansione coloniale, la guerra
come lezione di energia.
Fondando questa rivista abbiamo un solo scopo: di essere una
voce fra tutti coloro i quali si dolgono e si sdegnano per la viltà
della presente ora nazionale. […] Una voce dunque contro la viltà
del presente. E prima di tutto contro quella dell’ignobile
socialismo […] E una voce altrsì per vituperare quelli che
mostrano di far tutto per essere vinti. Per vituperare la borghesia
italiana che regge e governa […] che si ostina a intenerirsi ogni
giorno di più per le dottrine della libertà e dell’internazionalismo.
Hermes (1904)
"Qualcuno si maraviglierà leggendo che per noi è aristocratica
quell'ARTE, nella quale la forma sia espressiva ed intimamente
connaturata al contenuto.
È dunque aristocratica l'arte; e l'epiteto sembrerebbe ozioso, se
non fosse oggi proprio un'esigua minoranza, una vera aristocrazia
quella che riconosce il valore espressivo dell'arte e non ostenta un
ebete disprezzo per la FORMA […]
Siamo, diranno, PAGANI e DANNUNZIANI. E sì: noi amiamo ed
ammiriamo Gabriele D'Annunzio più di ogni altro nostro poeta
moderno, morto o vivo che sia, e da lui ci partiamo nella nostra
arte.
Siamo DISCEPOLI del D'Annunzio, come il D'Annunzio fu discepolo
del Carducci e il Carducci del Foscolo e del Monti. Ma se
dannunziano significa scimmia del D'Annunzio disprezziamo
l'ingiuria, e passiamo oltre.
Gabriele D'Annunzio è per noi un grande MAESTRO, non un
allevatore di fringuelli ammaestrati".
La Voce (1908-1916)
Quattro sono le fasi della sua vita
1908-1911
1912-1913
1914
1914-1916
La Voce (1908-1916)
1908-1911
Direttore è Giuseppe Prezzolini. Vi collaborano:
Gaetano Salvemini, socialista “dissidente”
Benedetto Croce e Giovanni Gentile,
Giovanni Amendola, liberale
Scipio Slataper, Clemente Rebora, Piero Jahier, Giovanni Boine, Camillo
Sbarbaro, giovani scrittori e poeti
Giovanni Papini e Ardengo Soffici
Luigi Einaudi, economista
L’impegno della rivista nasce è diretto ad un profondo rinnovamento
spirituale e istituzionale, per determinare una nuova cultura e una
nuova figura di intellettuale, che non deve vivere come se fosse
immerso solo nella sua arte, cioè separato dal mondo.
La Voce (1908-1916)
Denunciare e combattere i giudizi leggeri e avventati senza
possibilità di discussione, la ciarlataneria di artisti deficienti e di
pensatori senza reni, la mondanità chiacchierina e femminile che
trasporta le abitudini dei salotti e delle alcove nelle questioni
d’arte e di pensiero, il lucro e il mestiere dei fabbricanti di
letteratura, la vuota formulistica che risolve automaticamente
ogni problema, l’egoismo ben pasciuto che vuole la rendita annua
e l’anima immortale, la paura di ogni mutamento e di ogni scossa
sociale… Già ci proponiamo di tener dietro a certi movimenti
sociali ce si complicano di ideologie, come il modernismo e il
sindacalismo; di informare, senza troppa smania di novità, di quel
che di meglio si fa all’estero; di proporre riforme e miglioramenti
alle biblioteche pubbliche; di occuparci della crisi morale delle
università italiane; di segnare le opere di lettura e di commentare
la viltà della vita contemporanea.
La Voce (1908-1916)
1912-1913
È direttore Giovanni Papini e la rivista assume un deciso
orientamento letterario, abbandonando il rapporto tra letteratura
e vita nazionale che aveva improntato la prima fase della rivista.
Appaiono numerosi articoli su esperienze letterarie fondamentali
di altri paesi.
La Voce aprirà le sue colonne come finora non aveva mai
fatto, alla creazione artistica dei suoi collaboratori. Essa
pubblicherà non soltanto novelle, racconti, versi, non
soltanto disegni originali e riproduzioni di quadri e di
sculture, ma ogni forma di lirica, dal diario al frammento,
dallo schizzo all'impressione. Purché ci sia VITA.
La Voce (1908-1916)
1914
Torna direttore Prezzolini e i temi principali tornano ad essere la
cultura e la politica. Il clima è cambiato e «La Voce», pur
restando un giornale libero, prende posizione e sceglie
l'interventismo.
1914-1916
Diretta da Giuseppe De Robertis, la rivista diventa un periodico
esclusivamente letterario, lontano dalle inquadrature storiche
che cercano i rapporti esistenti tra l'artista e il momento storico.
Si punta esclusivamente sul fatto artistico utilizzando un metodo
critico che si concentra quasi esclusivamente sulla parola e sulla
concezione di una poesia pura.
Lacerba (1913-1915)
Chi non riconosce agli uomini di ingegno, agli inseguitori,
agli artisti il pieno diritto di contraddirsi da un giorno
all'altro non è degno di guardarti.
Tutto è nulla, nel mondo, tranne il genio.
Le nazioni vadano in sfacelo ma crepino di dolore i popoli se
ciò è necessario perché un uomo creatore viva e vinca.
Le religioni, le morali, le leggi hanno la sola scusa nella
fiacchezza e canaglieria degli uomini e nel loro desidero di
star più tranquilli e di conservare alla meglio i loro
aggruppamenti. Ma c'è un piano superiore - dell'uomo solo,
intelligente e spregiudicato - in cui tutto è permesso e tutto
è legittimo. Che lo spirito almeno sia libero!
1
Lacerba (1913-1915)
2
Di serietà e di buon senso si fa oggi un tal spreco nel mondo,
che noi siamo costretti a farne una rigorosa economia. […]
Noi siamo inclini a stimare il bozzetto più della
composizione, il frammento più della statua, l'aforisma più
del trattato, il genio mancato e disgraziato ai grand'uomini
olimpici e perfetti venerati dai professori.
Queste pagine non hanno affatto lo scopo né di far piacere,
né d'istruire, né di risolvere con ponderanza le più gravi
questioni del mondo.
Sarà questo un foglio stonato, urtante, spiacevole e
personale.
Sarà uno sfogo per nostro beneficio e per quelli che non
sono del tutto rimbecilliti dagli odierni idealismi, riformismi,
umanitarismi, cristianismi e moralismi.
Le “Avanguardie storiche”
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Le “Avanguardie storiche”
Futurismo, Cubismo, Espressionismo,
Dadaismo, Surrealismo, Crepuscolarismo
Tentano di demolire il passato nelle sue forme e nelle sue
istituzioni e progettano un nuovo mondo, con un atteggiamento di
rivolta che spesso assume i toni dello scherno e del cinismo.
Dietro le bizzarrie, le stravaganze, le eccentricità c’è un
sentimento tragico dell’esistenza, un disagio e una profonda
inquietudine, il sentirsi rifiutato dalla società e di farsi per questo
“eccentrico” rispetto ad essa.
D’altra parte, con il loro ossessivo desiderio di cercare nuove
forme di espressione, le avanguardie storiche spazzarono via i
tradizionali modi del fare artistico in tutti i settori della cultura: arti
figurative, poesia, teatro, cinema, musica.
Avanguardie
del ’900
Avanguardia e società di massa
Cosa significa Avanguardia?
Quale rapporto esiste tra le avanguardie e l’industria culturale?
Il termine deriva dal lessico
militare, dal quale passò a metà
dell’800 in ambito letterario per
indicare quegli scrittori che si
proponevano come educatori del
“popolo”, democratici e progressisti.
Con l’affermazione dei partiti di
massa, fu usato per definire i gruppi
politici ai quali era demandata la
guida delle masse. All’iniziativa di
tali “avanguardie” politiche si deve
l’avvio dei processi rivoluzionari,
secondo l’ideologia marxistaleninista.
Nei primi decenni del ’900, si parla
di avanguardie artistiche e letterarie
per definire gruppi e movimenti che
si propongono di rompere con la
tradizione passata per sperimentare
nuovi percorsi estetici.
Con lo sviluppo dell’industria culturale, diviene possibile e facile la riproduzione
dell’opera d’arte. Anche i prodotti del lavoro intellettuale e artistico cominciano ad
avere un mercato ampio e di conseguenza si trasformano in merce. Di fronte a tale
situazione gli intellettuali da un lato cercano di esaltare l’aspetto esclusivo e
creativo delle loro opere; dall’altro, sono attratti dai processi che obbediscono ai
meccanismi della produzione capitalistica.
Come reagiscono i gruppi di avanguardia alla massificazione in atto nel ’900?
La reazione delle avanguardie contrasta con forza i gusti dominanti nella massa
anonima, proponendo – spesso in modo velleitario – nuovi valori che si distaccano dai
non-valori della vita e del lavoro delle masse alienate. La storia delle avanguardie è
una serie di provocazioni che minano la tradizione e il gusto prevalente, scardinando
le strutture della percezione artistica e la stessa ricezione del pubblico-massa.
Perché quella delle avanguardie può dirsi una “fuga in avanti”?
Per scongiurare la mercificazione della produzione culturale, le avanguardie arrivano
al punto di proclamare la rottura di ogni canale comunicativo. Dichiarare la “morte
dell’arte” non serve però a evitare che anche questa estrema forma di contestazione
sia neutralizzata dal mercato, che assorbe la provocazione delle avanguardie.
Tuttavia, ad esse va il merito di aver dato voce a nuovi soggetti artistici e
intellettuali che scoprono aree nuove dell’esperienza interiore (sogno, istinto,
inconscio) e di quella esteriore (leggi fisiche, materia, fenomeni naturali).
Il Crepuscolarismo
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Crepuscolarismo
Il termine “Crepuscolarismo” fu coniato da Giuseppe Antonio
Borgese per identificare il tramonto della “gloriosa poesia” italiana:
Si direbbe che dopo le Laudi e i Poemetti la poesia
italiana si sia spenta. Si spegne, infatti, ma in un
mite e lunghissimo crepuscolo.
Il Crepuscolarismo è un clima culturale, un modo di atteggiarsi di
fronte alla realtà e alla letteratura che esprime una raffinata
nostalgia per un mondo perduto per sempre.
Accomuna un gruppo di poeti che hanno in comune il riferimento
alla lirica europea e il rifiuto della letteratura dannunziana.
Guido Gozzano (1883-1916)
Torinese, proveniente da una famiglia dell’alta
borghesia, studia legge .
Nel 1897 pubblica La via de rifugio.
Del 1911 sono I Colloqui.
Nel 1912 si aggrava la sua tisi e, nella speranza
della guarigione, intraprende un viaggio in Oriente,
dalla quale nascono le prose Verso la cuna del
mondo.
Montale lo definisce come il
primo poeta del Novecento che riuscisse […] ad attraversare
D’Annunzio per approdare ad un territorio suo.
La signorina Felicita ovvero la Felicità
[…]
III.
Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga...
E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l’iridi sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia...
[…]
VI
Oh! questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d’essere un poeta!
Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t’han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi... E non mediti Nietzsche...
Mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda...
Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piace. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.
Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista...
Ed io non voglio più essere io!
Guido Gozzano, I Colloqui
Totò Merùmeni
[…]
II
Totò ha venticinque anni, tempra sdegnosa,
molta cultura e gusto in opere d’inchiostro,
scarso cervello, scarsa morale, spaventosa
chiaroveggenza: è il vero figlio del tempo nostro.
V
Così Totò Merùmeni, dopo tristi vicende,
Quasi è felice. Alterna l’indagine e la rima.
Chiuso in se stesso, medita, s’accresce, esplora, intende
La vita dello Spirito che non intese prima.
Non ricco, giunta l’ora di «vender parolette»
(il suo Petrarca!…) e farsi baratto o gazzettiere,
Totò scelse l’esilio. E in libertà riflette
ai suoi trascorsi che sarà bello tacere.
Perché la voce è poca, e l’arte prediletta
Immensa, perché il Tempo – mentre ch’io parlo! – va,
Totò opra in disparte, sorride, e meglio aspetta.
E vive. Un giorno è nato. Un giorno morirà.
Non è cattivo. Manda soccorso di denaro
al povero, all’amico un cesto di primizie;
non è cattivo. A lui ricorre lo scolaro
pel tema, l’emigrante per le commendatizie.
Gelido, consapevole di sé e dei suoi torti,
non è cattivo. È il buono che derideva il Nietzsche
«… in verità derido l’inetto che si dice
buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti…».
Dopo lo studio grave, scende in giardino, gioca
coi suoi dolci compagni sul’erba che l’invita;
i suoi compagni sono: una ghiandaia rôca,
un micio, una bertuccia che ha nome Makakita…
[…]
Guido Gozzano, I Colloqui
I temi
Abbandono della tematica eroica a cui il Crepuscolarismo
contrappone un mondo di piccole cose, di dimessa quotidianità.
Alla mondanità delle città, delle ville, dei salotti alto-borghesi
luccicanti, i crepuscolari contrappongono gli orti, i giardini, i conventi,
le chiesette, i cimiteri di campagna, le stazioncine di provincia, il
salotto buono piccolo-borghese.
Di contro alle donne fatali e raffinate, propongono le signore che
scelgon le paste nelle confetterie, la cuoca diciottenne, le fantesche.
La volontà di potenza si rovescia in un diffuso senso di malinconia
e di nostalgia, di volontà di morte, di stanchezza di vivere, di
estraneità dimessa, di disadattamento esistenziale. Il poeta non
aspira più ad essere guida e interprete delle esigenze della nazione,
adesso chiede solo che lo si lasci sognare (Gozzano) o divertire
(Palazzeschi) o morire (Corazzini).
Lo stile
Alla poesia dal tono magniloquente, oratorio, alto, i crepuscolari
oppongono un tono dimesso, quotidiano, colloquiale, con
un periodare volutamente lineare, discorsivo, prosaicizzato e un
lessico comune, impoetico, preso dalla lingua d’uso, dai
tecnicismo vari, dal dialetto.
Alla ricerca degli effetti musicali, sofisticati, fonosimbolici,
contrappongono un casto uso della parola, della filastrocca,
della ripetizione. La parola tende a essere solo indicatore di
oggetti, senza creare attorno a sé echi musicali o simbolici.
Le rime vengono usate non in funzione di elevazione musicale,
ma in funzione ironica e dissacratoria, con l’accostamento
di parole di livello stilistico diverso: divino/intestino,
malinconia/radioscopia, fuggitivi/legumi improduttivi.
L’ironia
La sua polemica è rivolta non solo alla tradizione letteraria, ma
investe anche i temi della sua propria poesia e se stesso come
poeta.
Gli strumenti di questa polemica sono l’ironia,
l’atteggiamento critico. Gli oggetti tipici della tematica
crepuscolare (vasellame, ceste, mobili, materassi) sono
consapevolmente e lucidamente definiti ciarpame / reietto, così
caro alla mia Musa!
Il costante atteggiamento autoironico consente al poeta di
prendere le distanze e non identificarsi con l’oggetto della
sua rappresentazione, che a volte colloca lontano nel tempo e
nello spazio, a volte non prende sul serio.
Lo stile
Il contrasto creato dall’ironia, fra un mondo di cose evocate e
ripudiate, amate e derise, è reso nel linguaggio con l’uso
frequente dell’aggettivo antitetico: buone cose di pessimo
gusto, dolci bruttissimi versi.
Frequente il contrasto fra lessico banale, quotidiano, sciatto
tipico del crepuscolarismo (stoviglie, biciclette, rotaie del tram,
ecc.) e un lessico aulico (peplo, rabescare, cornucopia, ecc.).
La rima è spesso usata contrapponendo parole di diverso livello
linguistico e con funzione di dissacrante ironia: divino/intestino.
Il Futurismo
31
Il movimento futurista
Il Futurismo nasce ufficialmente il 20 febbraio 1909 a Parigi,
quando sulle colonne del Figaro appare il Manifesto del
Futurismo a firma di Filippo Tommaso Marinetti.
Seguono Manifesto tecnico della letteratura futurista (1912)
e Distruzione della sintassi – Immaginazione senza fili –
Parole in libertà (1913).
Al movimento, accompagnato da fenomeni del gusto e della
moda, aderiscono scrittori e artisti di varia natura:
poeti (Aldo Palazzeschi)
scrittori (Giuseppe Papini, Ardengo Soffici)
pittori (Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Giacomo Balla)
scrittori di teatro
musicisti
Il movimento futurista
Per mettere in pratica il loro programma, i futuristi cercarono
anche un canale di comunicazione più diretto e immediato con
il pubblico:
riviste («Poesia» e «Lacerba»)
conferenze,
opere musicali
serate futuriste
I futuristi si fanno sostenitori del nuovo, esaltandone alcuni
aspetti vistosi, come la velocità, la simultaneità, l’automobile e
aprono la via all’esaltazione, spesso indiscriminata, della civiltà
industriale e urbana.
Futurismo
È un movimento di avanguardia che ha risonanza europea.
Esprime il bisogno di vivere globalmente e totalmente la
contemporaneità, con una carica dirompente e iconoclasta
verso il passato, con un atteggiamento polemico e provocatorio:
Vuole programmaticamente dare una risposta al passatismo
della tradizione, coinvolgendo la totalità degli aspetti della
cultura e dell’arte.
Vuole porsi come modo di sentire e di vivere, sintonizzandosi
con le espressioni tipiche della vita moderna nelle sue
manifestazioni più vistose: tecnica, industria, macchina, velocità,
pubblicità, città.
Tommaso Filippo Marinetti,
Zang Tumb Tumb, 1914, poemetto
ispirato all’assedio di Adrianopoli
durante la guerra bulgaro-turca
La rivoluzione formale
Sul piano tecnico-formale il Futurismo incide profondamente
linguisticamente e letterariamente:
-
distruzione della sintassi, della punteggiatura,
dell’aggettivo (qualificativo), dell’avverbio, della letteratura
dell’io, del ‘come’, ‘quale’, ‘simile a’:
uomo-torpediniera
e non ‘uomo simile a una torpediniera’
-
recupero e uso dell’onomatopea, dell’analogia, del
verbo all’infinito, del verso libero, delle parole in
libertà, dello sperimentalismo grafico.
1. Bisogna distruggere la sintassi disponendo i
2.
3.
4.
5.
sostantivi a caso, come nascono.
Si deve usare il verbo all'infinito
Si deve abolire l'aggettivo, perché il
sostantivo nudo conservi il suo colore
essenziale.  evitare l’aspetto meditativo
Si deve abolire l'avverbio
Ogni sostantivo deve avere il suo doppio 
analogia
37
6. Abolire anche la punteggiatura… Per
accentuare certi movimenti e indicare le
loro direzioni, s'impiegheranno segni
della matematica: + - x : = > <, e i segni
musicali.  espressione della continuità
7. Superamento dell’ analogia
immediata
8. Non vi sono categorie d'immagini
(ovvero non c’è necessaria unità di
campo semantico)
38
9. … bisogna dare la catena delle analogie …
10. … bisogna orchestrare le immagini disponendole
secondo
un
maximum
di
disordine.
 dinamismo della realtà che irrompe con
violenza
11. Distruggere nella letteratura l'«io», cioè
tutta la psicologia.
 “abolizione” dell’uomo a favore della
materia
39
1. il rumore
(manifestazione del
dinamismo degli oggetti);
2. il peso (facoltà di
volo degli oggetti);
3. l'odore (facoltà
di sparpagliamento degli
oggetti)
SINESTESIA
portata
agli
estremi
40
Aldo Palazzeschi (1885-1974)
Pseudonimo di Aldo Giurlani.
La sua produzione abbraccia un arco vastissimo
toccando esperienze lontane fra loro.
Periodo crepuscolare: I cavalli bianchi (1905),
Lanterna (1907), Poemi (1909)
Periodo futurista: L’incendiario (1910), il romanzo Il codice di Perelà
(1911), il manifesto Il Controdolore (1914).
La prima guerra mondiale chiude tutto un periodo della produzione di
Palazzeschi.
Del 1934 è il romanzo Sorelle Materassi, del 1948 I fratelli Cuccoli.
La fontana malata
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchette,
chchch...
È giù,
nel cortile,
la povera
fontana
malata;
che spasimo!
Sentirla
tossire.
Tossisce,
tossisce,
un poco
si tace...
di nuovo.
Tossisce.
Mia povera
fontana,
il male
che hai
il cuore
mi preme.
Si tace,
non getta
più nulla.
Si tace,
non s'ode
rumore
di sorta
che forse...
che forse
sia morta?
Orrore
Ah! No.
Rieccola,
Ancora
tossisce,
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
chchch...
La tisi
l'uccide.
Dio santo,
quel suo
eterno
tossire
mi fa
morire,
un poco
va bene,
ma tanto...
Che lagno!
Ma Habel!
Vittoria!
Andate,
correte,
chiudete
la fonte,
mi uccide
quel suo
eterno tossire!
Andate,
mettete
qualcosa
per farla
finire,
magari...
magari
morire.
Madonna!
Gesù!
Non più!
Non più.
Mia povera
fontana,
col male
che hai,
finisci
vedrai,
che uccidi
me pure.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch...
Aldo Palazzeschi, Poemi
Aldo Palazzeschi (1885-1974)
Letterato dalla personalità originale, Palazzeschi sfugge a una
precisa identificazione con un movimento.
Nella prima produzione poetica ritorna il mondo caro ai
crepuscolari, ma il poeta toglie a quei temi la tenerezza e la
malinconia, per sostituirvi la vocazione al riso. La funzione del
poeta, ridotto a un saltimbanco dell’anima, viene ribaltata nel
grottesco e nel ridicolo e il poetare non è altro che un divertimento.
Del futurismo Palazzeschi rifiuta l’esaltazione della velocità e della
macchina, la celebrazione della guerra sola igiene del mondo.
Accoglie invece lo sperimentalismo delle onomatopee, delle
immagini e delle parole in libertà, l’avversione al romanticismo
sentimentale, all’estetismo. La sua produzione è tutta intrisa del
tono ironico e burlesco.
Aldo Palazzeschi (1885-1974)
Bisogna abituarsi a ridere di tutto quello di cui
abitualmente si piange… l’uomo non può essere
considerato seriamente che quando ride… Bisogna
educare al riso i nostri figli, al riso smodato, più insolente,
al coraggio di ridere rumorosamente… Sviluppare […]
quell’istinto utile e sano che ci fa ridere di un uomo che
cade per terra e lasciarlo rialzare da sé comunicandogli la
nostra allegria.
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Avanguardie