Come finanziare la sanità in regime di federalismo fiscale: Costi Standard? Cesare Cislaghi Unimi ed Agenas L’idea, o l’intuizione, iniziale era questa: In regime di federalismo fiscale solidale, per definire quanto deve avere una Regione, non si dovrebbe far altro che moltiplicare il “bisogno standard” per il “costo standard” del servizio Esempio: Se per i licei la popolazione nazionale fosse il 30% dei 2.400.000 giovani tra i 14 ed i 19 anni 2.400.000 x .3 = 800.000 E se per erogare una istruzione liceale il costo standard per allievo fosse di 4.000 € Allora il fabbisogno nazionale sarebbe = = 2.400.000 x .3 x 4.000 = 3.200.000.000 € da cui si può stimare il fabbisogno locale = = totale giovani 14-19 anni x .3 x 4000 Ma è applicabile questo ragionamento alla Sanità? tre domande: 1) È misurabile il bisogno della popolazione o è estremamente variabile in tipo e quantità? 2) Sono definibili dei costi standard di produzione, data la variabilità della qualità e dell’utilizzo? 3) Si pensa che tutto ciò di cui si ha bisogno (anche se è definito come LEA) possa essere tutto finanziato completamente dal SSN? … ripercorriamo un po’ di storia del SSN … Logica dell’833: Logica dell’833: Innanzitutto misuriamo i bisogni Logica dell’833: Innanzitutto misuriamo i bisogni E poi troviamo le risorse per soddisfarli Logica dell’833: Innanzitutto misuriamo i bisogni E poi troviamo le risorse per soddisfarli Logica del 502 : Logica del 502 : Individuiamo le risorse disponibili Logica del 502 : Individuiamo E poi vediamo le risorse cos’è possibile disponibili erogare Logica del 502 : Individuiamo E poi vediamo le risorse cos’è possibile disponibili erogare quale? Quale logica oggi: questa? Quantificare i bisogni Quale logica oggi: questa? Quantificare i bisogni Definire i volumi di erogazione Quale logica oggi: questa? Quantificare i bisogni Definire i volumi di erogazione Stabilire i costi di produzione Quale logica oggi: questa? Quantificare i bisogni Definire i volumi di erogazione Stabilire i costi di produzione Calcolare i costi di erogazione Quale logica oggi: questa? Quantificare i bisogni Definire i volumi di erogazione Stabilire i costi di produzione Calcolare i costi di erogazione Stimare la spesa sanitaria pubblica procapite Quale logica oggi: questa? Quantificare i bisogni Definire i volumi di erogazione Quota della Spesa pubblica & Quota del PIL Stabilire i costi di produzione Calcolare i costi di erogazione TOTALE DEL FINANZIAMENTO DELLA SANITA’ Stimare la spesa sanitaria pubblica procapite Quale logica oggi: o questa? Quota della Spesa pubblica & Quota del PIL Quale logica oggi: o questa? Quota della Spesa pubblica & Quota del PIL TOTALE DEL FINANZIAMENTO DELLA SANITA’ Quale logica oggi: o questa? spesa sanitaria pubblica procapite compatibile Quota della Spesa pubblica & Quota del PIL TOTALE DEL FINANZIAMENTO DELLA SANITA’ Quale logica oggi: o questa? Stabilire i costi di produzione Quota della Spesa pubblica & Quota del PIL TOTALE DEL FINANZIAMENTO DELLA SANITA’ spesa sanitaria pubblica procapite compatibile Quale logica oggi: o questa? Definire i volumi di erogazione compatibili Quota della Spesa pubblica & Quota del PIL Stabilire i costi di produzione TOTALE DEL FINANZIAMENTO DELLA SANITA’ spesa sanitaria pubblica procapite compatibile Quale logica oggi: o questa? Quantificare i bisogni soddisfacibili Calcolare i costi di erogazione Quota della Spesa pubblica & Quota del PIL Definire i volumi di erogazione compatibili Stabilire i costi di produzione TOTALE DEL FINANZIAMENTO DELLA SANITA’ spesa sanitaria pubblica procapite compatibile fasi nodali fasi nodali fasi nodali fasi nodali fasi nodali fasi nodali fasi nodali fasi nodali fasi nodali fasi nodali DECISIONE DI POLITICA MACRO-ECONOMICA CHE TENDE A RENDERE OMOGENEE LE UTILITA’ MARGINALI TRA I SETTORI fasi nodali DECISIONE DI POLITICA MACRO-ECONOMICA CHE TENDE A RENDERE OMOGENEE LE UTILITA’ MARGINALI TRA I SETTORI DECISIONE “TECNICA” FONDATA SULLA STIMA DELLE PROBABILITA’ STANDARD DEI COSTI IN FUNZIONE DEI RISCHI fasi nodali STIMA ESEGUITA SUI COSTI MEDI NAZIONALI DI EROGAZIONE DELLE PRESTAZIONI SANITARIA ED ASSISTENZIALI DECISIONE “TECNICA” FONDATA SULLA STIMA DELLE PROBABILITA’ STANDARD DEI COSTI IN FUNZIONE DEI RISCHI OCCORRE LA STIMA DEI RISCHI OCCORRE LA STIMA MEDIA (O STANDARD) DEI COSTI PER CLASSE DI RISCHIO OCCORRE LA STIMA DEI RISCHI OCCORRE LA STIMA MEDIA (O STANDARD) DEI COSTI PER CLASSE DI RISCHIO ETA’ GENERE DEPRIVAZIONE … OCCORRE LA STIMA DEI RISCHI OCCORRE LA STIMA MEDIA (O STANDARD) DEI COSTI PER CLASSE DI RISCHIO ETA’ GENERE DEPRIVAZIONE Costi medi per età, genere, deprivazione, … … Calcolabili come costi medi nazionali, costi medi delle regioni virtuose, costi medi delle regioni amiche, costi medi internazionali … Calcolabili come costi medi nazionali, costi medi delle regioni virtuose, costi medi delle regioni amiche, costi medi internazionali … ma si possono calcolare in modi differenti, ma la proporzionalità non cambia che di poco! Calcolabili come costi medi nazionali, costi medi delle regioni virtuose, costi medi delle regioni amiche, costi medi internazionali … Ciò che è invece rilevante sono i rischi considerati e la loro stima nelle diverse aree! ma si possono calcolare come si vuole … intanto vi assicuro che la proporzionalità non cambia che di poco! In merito al finanziamento delle regioni in regime di federalismo fiscale si dice ogni giorno: No al criterio della spesa storica Sì al criterio dei costi standard In merito al finanziamento delle regioni in regime di federalismo fiscale si dice ogni giorno: No al criterio della spesa storica Sì al criterio dei costi standard Il criterio della spesa storica è quello che ubbidisce al teorema di Talete … Ma Talete non lo si usa più dalla metà degli anni ’90! almeno teoricamente Il criterio di riparto attuale è basato sul principio di ripartire le risorse in funzione del bisogno sanitario stimato tre concetti basilari da precisare Bisogno, Consumo, Produzione COSTO DEI BISOGNI (o costo assicurativo) Il “bisogno di star bene” se può essere soddisfatto da una prestazione sanitaria determina il BISOGNO SANITARIO Che se ritenuto essenziale e quindi degno di garanzia fa parte dei LEA e quindi costituisce il FABBISOGNO SANITARIO tre concetti basilari da precisare Bisogno, Consumo, Produzione COSTO DEI CONSUMI (o costo clinico) Il costo dei consumi sanitari è il costo di tutte le risorse sanitarie necessarie per soddisfare il fabbisogno sanitario Se sono capaci di soddisfarlo È un utilizzo efficace Se sono la soluzione migliore per soddisfarlo È un utilizzo clinicamente appropriato Se sono la soluzione più adatta per soddisfarlo È un utilizzo economicamente appropriato tre concetti basilari da precisare Bisogno, Consumo, Produzione COSTO DI PRODUZIONE (o costi tecnici) E’ il costo necessario per ottenere le risorse sanitarie necessarie per soddisfare il fabbisogno sanitario Se prodotte direttamente Se acquisite dall’esterno Se il costo è quello ottimale È un costo di produzione È il costo di acquisto Il processo è efficiente bisogni consumi produzione Costo dei bisogni Costo dei consumi Costo di produzione se conoscessimo e sapessimo misurare tutto ciò, magari in condizioni di appropriatezza e di efficienza, allora potremmo definire tutte le variabili del sistema e di conseguenza determinare il finanziamento sarebbe un giochetto; ma siamo capaci? grande variabilità! popolazione Costo dei bisogni Costo dei consumi Stima del fabbisogno economico Costo di produzione popolazione Costo dei bisogni Costo dei consumi Costo di produzione Stima del fabbisogno economico grande variabilità! Variabilità nei bisogni sano - malato da 1 a giovane - anziano da 1 a 10 ricco - povero da 1 a 3 colto - ignorante da 1 a 2 popolazione Costo dei bisogni Costo dei consumi Costo di produzione Stima del fabbisogno economico grande variabilità! Variabilità nei consumi Consumi essenziali da 1 a 2 Consumi minori da 1 a 50 Qualità dei consumi da 1 a Tipologia dei consumi da 1 a 20 5 Pi em Va ont l e Lo le D m 'A ba r Bo dia lz an Tr o en Ve to n Fr eto iu li V Li e Em gur i ilia a T o Ro sc a U na m b M ria ar ch e La Ab zio ru zz M o C olis am e pa n Pu ia Ba gl si ia lic C ata al ab ri Si a Sa cil rd ia eg na Ita lia 140 RR dei tassi di U.A.O. 130 RR dei tassi di Ospedalizzazione 120 110 100 90 80 70 60 scostamenti dal valore nazionale Molise Abruzzo Sicilia Lazio Puglia Valle D'A Calabria Liguria Campania Lombardi Emilia Ro Bolzano Trento Piemonte Basilicata Marche Veneto Toscana Sardegna Umbria Friuli Ve scostamenti dal valore nazionale -20 -15 -10 -5 0 5 10 15 popolazione Costo dei bisogni Costo dei consumi Costo di produzione Stima del fabbisogno economico grande variabilità! Differenze ambientali Variabilità nei costi di produzione Differenze strutturali Differenze di mercato Differenze di efficienza da 1 a ??? Se sapessimo riconoscere e sapessimo misurare per tutti i componenti della collettività (CC): Bisogni reali ed essenziali (BE) Consumi appropriati (CA) Costi efficienti (CE) Allora potremmo, con tutte le variabili del sistema, arrivare a determinare il totale del fabbisogno (FA) FA = CC x BE x CA x CE Se sapessimo riconoscere e sapessimo misurare per tutti i componenti della collettività (CC): Bisogni reali ed essenziali (BE) Consumi appropriati (CA) Costi efficienti (CE) Allora potremmo, con tutte le variabili del sistema, arrivare a determinare il totale del fabbisogno (FA) FA = CC x BE x CA x CE beati gli illusi o dannati gli illusionisti … Non ci sono gli strumenti metodologici e informativi per poterlo fare con un minimo necessario di credibilità! La definizione della misura complessiva del fabbisogno dipende innanzitutto da: Misura del PIL, cioè dalla disponibilità di risorse quota del prelievo fiscale, cioè della spesa pubblica Quota parte della spesa sanitaria rispetto agli altri settori che in teoria dovrebbe corrispondere ad una soluzione che garantisca la parità dell’utilità marginale tra settori beati gli illusi o dannati gli illusionisti … Non ci sono gli strumenti metodologici e informativi per poterlo fare con un minimo necessario di credibilità! La definizione della misura complessiva del fabbisogno dipende innanzitutto da: Misura del PIL, cioè dalla disponibilità di risorse quota del prelievo fiscale, cioè della spesa pubblica Quota parte della spesa sanitaria rispetto agli altri settori che in teoria dovrebbe corrispondere ad una soluzione che garantisca la parità dell’utilità marginale tra settori Il problema tecnicamente risolvibile non è definire quanto sia giusto il volume del fondo sanitario così o così Questo può deciderlo solo la politica … cioè il governo sotto la pressione delle richieste della società Ma come sia giusto ripartirlo tra le Regioni in modo da rispettare la proporzionalità dei bisogni Il problema è l’approfondimento scientifico dei fattori “corretti” determinanti della spesa sanitaria e del modo di misurarne l’intensità direttamente o attraverso delle proxy Il problema è l’approfondimento scientifico dei fattori “corretti” determinanti della spesa sanitaria e del modo di misurarne l’intensità direttamente o attraverso delle proxy Patologie Produzione Prevenzione ???? età genere anagrafi status sociale deprivazione tipologia territorio densità organizzazione, costi fissi servizi ampiezza demografica n° abitanti rischi ambientali indicatori ???? ??? ecc. ecc. Questo è il lavoro … Questo è il lavoro … … buon lavoro! Cesare Cislaghi Chiacchierando di costi standard... Nei documenti ufficiali ed ufficiosi del Governo si parla ultimamente spesso di costi standard e ci si riferisce ad essi come strumenti per risolvere diversi problemi economici che potranno insorgere con l’avvio di un sistema amministrativo federale. In diversi documenti però non emerge sempre una completa univocità concettuale e spesso non sono esplicitati i necessari riferimenti teorici; conseguentemente i «costi standard» appaiono talvolta più una intuizione che non una categoria ben definita e pronta per essere utilizzata dai processi decisionali. Al di là di questo si deve dare atto alle componenti politiche di aver posto al centro del dibattito un problema serio e prioritario, quello cioè dell’analisi e del confronto dei costi dell’attività amministrativa pubblica delle differenti realtà territoriali, problema di cui si era tutti a conoscenza ma lo si dava quasi come elemento ineluttabile o di quasi impossibile governabilità. Ora non si può più tralasciare di discutere, analizzare, determinare i costi delle varie attività prodotte ed erogate dalla amministrazione pubblica. 1 Il significato del termine «costo» e del termine «standard» Può essere opportuno, anche se può apparire eccessivamente scolastico, precisare il significato normalmente attribuito ai termini costo e standard. In ambito economico si definisce costo di un bene o di un servizio l’insieme delle risorse da consumare per acquisire, producendo o acquistando, il bene o il servizio stesso. Il concetto di costo non ha però in sé necessariaCesare Cislaghi, Università di Milano. Tendenze nuove - 4/2009 nuova serie Cesare Cislaghi mente la valutazione del valore monetario delle risorse consumate che invece può essere assegnato ricorrendo al mercato e quindi al loro prezzo. Il prezzo infatti è la ragione di scambio tra due beni o servizi, ed il prezzo monetario è la ragione di scambio tra il bene o il servizio e la moneta. Il valore monetario di un costo è allora la somma dei prezzi delle risorse utilizzate (lavoro, beni, strumenti, macchinari, ecc.) per produrre o acquistare il bene o il servizio e ciò comporta ovviamente una specifica variabilità dei valori dei costi dovuta alle fluttuazione del mercato. Il concetto invece di standard non trova possibili definizioni scolastiche univoche, e solitamente si riferisce ad una misura convenzionale di riferimento stabilita in modo normativo o rilevata in senso distributivo, e spesso al concetto di standard è implicitamente associato il concetto di giusto, opportuno, efficiente. Wikipedia lo definisce così: «Uno standard è una caratteristica, o un insieme di caratteristiche, predefinita, di una determinata categoria di oggetti o processi noti ed accettati o dati per scontati». In tal senso quando si sente usare l’espressione costo standard si coglie che il significato che gli si attribuisce è quello di costo giusto, costo corretto, costo accettabile, costo di riferimento. In realtà non vi è un significato univoco del termine standard che invece può essere colto solo analizzando l’uso che si intende farne o le modalità seguite per determinarne il valore. Etimologicamente «standard» deriva da un termine germanico del 1300 che significava «stendardo»: il significato oggi è ancora simile, cioè standard è l’insegna, la bandiera, il modello di riferimento da seguire. L’espressione invece «gold standard» che erroneamente viene usata nel senso di «riferimento migliore» indica invece tecnicamente un sistema monetario nel quale la base monetaria è data da una quantità fissata d’oro, e quindi sarebbe bene non utilizzarla per significare lo standard migliore disponibile. Di seguito vengono discussi i significati dei costi, le modalità di conoscenza e di governo. 2 I significati: le diverse categorie di costi 2.1 Produzione ed erogazione La figura 1 vuole illustrare sinteticamente i vari elementi che determinano l’ammontare finale della spesa sanitaria. La distinzione principale è quella tra produzione ed erogazione delle prestazioni e dei servizi; il Servizio sanitario italiano, infatti, svolge una duplice funzione, la prima è quella di produrre le prestazioni stesse e la seconda è quella di garantire la loro distribuzione alla popolazione che ne ha bisogno assumendosi gli oneri finanziari. Produzione 318 Chiacchierando di costi standard... Popolazione assistibile Finanziamento Spesa sanitaria ASL Altre entrate Governo aziendale Costi finanziari Spesa standard? Costi erogazione Costi gestione assistibili Costo erogazione standard? Bisogna e domanda Servizi prescritti Attività diagnostica e prescrittiva Costo acquisto servizi Prezzi o tariffe acquisto servizi Costo personale Costo beni Costo strutture Costo impianti Prezzi o tariffe acquisto fattori produttivi Costi produzione Costi amministrativi Costi magazzino Costo produzione standard? Figura 1: Dai prezzi di acquisto dei fattori produttivi ai costi di produzione, di erogazione sino alla spesa sanitaria. ed erogazione potrebbero sembrare due elementi simmetricamente coincidenti, ma così non è, sia per la presenza dei produttori privati, sia per la presenza di mobilità territoriale, ma soprattutto perché i costi di produzione e di erogazione hanno fattori determinanti tra di loro molto distinti. I costi di produzione sono legati agli elementi dell’efficienza tecnica mentre i costi di erogazione dipendono dai bisogni e dalla domanda della popolazione. Una situazione locale può evidenziare un costo di produzione efficiente ed un costo di erogazione non congruo, o viceversa; è quindi essenziale distinguere i due elementi, soprattutto se si ipotizza di individuare degli standard. Si osservi conseguentemente che non è assolutamente detto che individuando regioni efficienti sul piano della produzione, queste lo siano anche a livello di erogazione! 2.2 I prezzi dei fattori produttivi All’origine della filiera produttiva ed erogativa dei servizi sanitari c’è necessariamente l’acquisto dei fattori produttivi sotto forma di beni, di lavoro, di servizi, ecc. Il costo di acquisizione di questi fattori è determinato dal prezzo che questi hanno sul mercato cui si ricorre. I prezzi di mercato possono 319 Cesare Cislaghi essere tra di loro molto differenti anche perché spesso nel settore sanitario hanno successo le politiche di segmentazione, solitamente oligopolistiche, che annullano la concorrenza ed impongono prezzi differenti a seconda delle situazioni specifiche. In ogni caso condizioni quali il volume degli acquisti, la lontananza del fornitore, la diversificazione delle qualità, ecc. producono prezzi, e quindi costi, differenti. Le strategie di acquisto tipiche delle realtà aziendali sono entrate da non molto nel settore della logistica sanitaria: la concentrazione delle funzioni di acquisto ha permesso in diverse realtà, organizzate in «aree vaste», di ottimizzare i costi di acquisto sia ottenendo prezzi favorevoli sia riducendo l’apparato burocratico addetto agli acquisti stessi. Ancora oggi però si osservano prezzi per lo stesso prodotto molto differenti, come risulta dall’analisi degli osservatori prezzi disponibili in alcune realtà regionali. Un altro problema è la diversità delle tipologie e delle qualità dei prodotti acquistati e destinati alle stesse identiche funzioni. Un esempio sono i prezzi delle differenti protesi ortopediche che non sembra siano funzione del grado di efficacia clinica che esse garantiscono. Alcuni fattori produttivi hanno una variabilità di costo inferiore ma pur sempre presente: è ad esempio il costo del lavoro che essendo regolato da un contratto nazionale tende ad uniformarsi un po’ ovunque, anche se sia le diverse anzianità di servizio, sia la presenza di contratti atipici, ecc. creano differenze nel costo pur nelle medesime figure professionali. Sui prezzi di acquisizione dei fattori produttivi molto si può fare ed è stato fatto, ma in una certa misura la dipendenza dalle condizioni differenti imposte dal mercato non può essere evitata. Ancora maggiore variabilità hanno i prezzi di acquisizione di servizi cosiddetti in outsourcing: anche se la regola ovviamente da rispettare è la convenienza rispetto ai costi interni di produzione dei servizi stessi, resta comunque la dipendenza dai fornitori che spesso offrono servizi in assenza di condizioni concorrenziali. 2.3 I costi di produzione I prezzi dei fattori produttivi e le modalità di esecuzione dei processi determinano i costi di produzione di beni e servizi; a parità di qualità e di condizioni produttive il livello dei costi di produzione è funzione dell’efficienza tecnica delle diverse unità produttive. Non tutte le differenze dei costi di produzione sono però determinate dall’efficienza tecnica, o per lo meno non sempre l’efficienza tecnica può essere migliorata; è il caso di condizioni ambientali particolari, come ad 320 Chiacchierando di costi standard... esempio situazioni montane o insulari, che non permettono di raggiungere la dimensione ottimale dell’unità produttiva, o che costringono ad avere particolari costi non presenti in altri ambiti produttivi, come ad esempio la bassa flessibilità nell’utilizzo del personale sanitario. Per confrontare i costi di produzione di unità differenti è allora indispensabile correggere l’analisi per i fattori esterni che creano costi differenti, quali la qualità «necessaria» del prodotto, l’ampiezza dell’unità produttiva, i fattori ambientali modificatori dei costi di produzione. Solo dopo aver portato questi aggiustamenti si può effettivamente analizzare la distribuzione dei costi corretti ed evidenziare quelli creati da unità efficienti e quelli da unità non efficienti. I costi di produzione sono per lo più calcolati come costi unitari per unità prodotta perché è in questo modo che possono essere confrontati e valutati; naturalmente è importante che tutte le unità abbiano la stessa qualità o altrimenti che si aggiustino i valori per le diversità qualitative delle unità prodotte. 2.4 I costi di erogazione Se in una azienda generica i costi di produzione assorbono la maggioranza dei costi aziendali, così non è nelle aziende sanitarie che oltre a produrre dei servizi sono tenute ad erogarli agli aventi diritto in un regime di tipo para-assicurativo come quello delle ASL del Servizio sanitario nazionale, e non a venderli sul mercato dei servizi. In tal senso in una azienda che produce qualsiasi bene o servizio i costi di produzione sono compensati dai ricavi delle vendite. Nelle ASL invece il costo di produzione è un elemento importante ma non quello più rilevante; il costo «vero» è il costo di erogazione, cioè la distribuzione dei servizi agli «assicurati», cioè agli assistibili dell’ASL stessa. In un modello teorico di reale separazione tra produttore ed assicuratore, come quello cui negli anni ’90 si richiamava il sistema lombardo, il produttore deve cercare di ottenere il massimo dell’efficienza tecnica in modo da «vendere» i servizi ricavando più del loro costo, mentre l’assicuratore deve «comperare» i servizi di cui i propri assicurati hanno bisogno per renderli a loro disponibili. Il problema dell’assicuratore, allora, è innanzitutto l’appropriatezza dei consumi, cioè che ciò che viene erogato sia effettivamente ciò che è più utile ai propri soggetti; ma poi è anche il «contenimento», se possibile, dei bisogni degli stessi ed il controllo della congruità dei prezzi dei servizi acquistati per essere erogati. Nel caso di un assicuratore privato il premio incassato dai propri assicurati è proporzionale al loro rischio di aver bisogno dell’erogazione 321 Cesare Cislaghi di prestazioni e servizi: un assicuratore sanitario privato fa pagare la polizza molto di più all’anziano ed al cronico che al giovane e al sano. L’assicuratore pubblico, come è il nostro Servizio sanitario, non può ovviamente modificare le polizze, ma cercherà di far valere l’entità dei rischi dei propri assistibili al momento della determinazione del finanziamento pubblico. Se la variabilità dei costi di produzione è elevata, quella dei costi di erogazione lo è ancora di più ed è molto più difficile da controllare e da contenere. Infatti modificare il bisogno è quasi impossibile nel breve periodo e qualcosa si può cercare di ottenerla con una politica di prevenzione e di cure anticipate. Come si è detto l’unico intervento possibile è sull’appropriatezza e su questa si può e si deve intervenire innanzitutto agendo sui soggetti prescrittori che devono valutare il bisogno ed orientare la domanda, ma poi anche sui cittadini stessi che devono responsabilizzarsi nei confronti della domanda di prestazioni e devono comprendere che una prestazione non appropriata è uno spreco che si ritorce su di loro, innanzitutto perché ogni prestazione ha anche il suo lato di dannosità e poi perché un consumo non appropriato riduce le risorse disponibili per soddisfare i bisogni appropriati. Ma come fare a valutare la quantità di costi di erogazione appropriati e non appropriati? Si dovrebbero confrontare popolazioni con gli stessi identici bisogni, ma questa è una operazione molto complessa e in pratica mai compiutamente realizzata! E poi i singoli bisogni si modificano se associati ad altri bisogni ed infatti un problema anche semplice per un soggetto sano può diventare un problema serio, e dispendioso, in un soggetto malato cronico. Un altro problema che rende ancora più complessa l’operazione è il fatto che i costi di erogazione di ciascuna tipologia di prestazione non sono indipendenti dai costi di erogazione di altre prestazioni. Non c’è infatti un modello unico e condiviso di «mix» di prestazioni per ogni tipologia di bisogno; è invece molto evidente come in certe aree si ricorra ad esempio più all’ospedale e meno ai servizi territoriali ed in altre viceversa. Per questo motivo non si può dire quanto sia giusto consumare in ogni settore, anche a parità di bisogni, altrimenti si rischia di definire adeguati i livelli inferiori dei consumi di ciascun settore, il che equivarrebbe a definire come dieta virtuosa quella che prevede il basso consumo di carne dei vegetariani e il basso consumo di verdura dei carnivori: ne uscirebbe solo una dieta per estremi asceti digiunatori! I costi di erogazione sono per lo più calcolati come costi unitari per soggetto con diritto all’erogazione, e come per i costi di produzione si deve considerare la qualità delle unità prodotte, per i costi di erogazione si devono considerare i bisogni dei soggetti beneficiari. Ovviamente non possono considerarsi paragonabili i costi di erogazione per soggetti di una comunità giovanile con quelli per soggetti di una comunità anziana; per questo è indispensabile applicare dei metodi opportuni di risk adjustement. 322 Chiacchierando di costi standard... 2.5 La spesa sanitaria L’insieme di tutti i costi sostenuti da una ASL può essere considerata la spesa sanitaria pubblica della popolazione assistita dall’ASL stessa e la ripartizione della spesa tra tutti i soggetti assistibili è il costo pro capite del sistema sanitario in quella specifica ASL, o in una regione o nella nazione. La spesa sanitaria può essere rapidamente stimata come pari alle entrate dell’ASL o della regione al netto dell’utile di esercizio solitamente di segno negativo. In realtà ciò che grava complessivamente sulle finanze pubbliche non sono i singoli costi, o i loro raggruppamenti in capitoli di costi, bensì l’insieme della spesa sanitaria ed infatti è su questa che solitamente viene posta l’attenzione da parte dei governi regionali e nazionale. La spesa sanitaria dipende innanzitutto dall’ampiezza della popolazione assistibile e poi dalla condizione di salute della stessa. Non potendo facilmente stimare quest’ultima si sono utilizzate sinora delle proxy del bisogno tra cui la principale è sicuramente l’età della popolazione. Ci sono delle altre proxy utilizzabili ma sino ad oggi sempre rifiutate all’atto di definire le quote di finanziamento delle diverse regioni; tra queste è rilevante la condizione socioeconomica che però non è di cosi facile determinazione. Tutte queste proxy non sono loro, direttamente, le componenti del bisogno; il bisogno dipende quasi esclusivamente dallo stato di salute, ma l’età e la condizione economica sono molto associate allo stato di salute e quindi attraverso esse può essere stimato il bisogno. È del tutto impreciso dire che sino ad oggi la sanità è stata finanziata sulla base della spesa storica; in realtà la formula che ha deciso la ripartizione tra le regioni delle risorse finanziarie destinate alla sanità si è negli ultimi dieci anni formalmente basata sulle proxy del bisogno. In queste formule i costi sono stati considerati «standard» nel senso di costi medi nazionali. Per soddisfare lo stesso bisogno si è infatti assegnato a tutte le regioni la stessa quota di risorse; in effetti, sinteticamente, si può considerare che il finanziamento abbia seguito la regola di ripartire proporzionalmente alla somma dei bisogni regionali ciascuno di questi pesato per il costo medio nazionale del loro soddisfacimento. Si potrebbe quindi affermare, con un pizzico di provocazione, che in questi ultimi dieci anni il finanziamento si è basato sulla spesa pro capite standard, valutata come spesa media pro capite nazionale. 323 Cesare Cislaghi 2.6 La banalizzazione ingannevole da evitare Se il problema dei costi standard viene banalizzato, tutto appare semplice e fattibile ma in realtà si rischierebbe l’inganno. Una delle possibili banalizzazioni è quella di trasferire al settore sanitario considerazioni forse valide in altri settori ma non di certo in sanità. Se ad esempio ragioniamo di finanziamento della scuola dell’obbligo, il concetto di costo standard può trovare senz’altro applicazione: innanzitutto il «bisogno» è di facile determinazione (il numero di bambini nella fascia specifica di età), il costo di produzione altrettanto (i costi organizzativi e didattici) con una variabilità giustificabile molto bassa, e con dei costi di erogazione proporzionali al bisogno. Si potrebbero fare anche degli esempi in campo sanitario non molto diversi, ma isolati: ad esempio l’assistenza durante le gravidanze non patologiche: bisogno ben identificabile, costi facilmente identificabili in relazione a linee guida consolidate, quota di accesso ai servizi erogati dal servizio pubblico conosciuta. Lo stesso può dirsi per interventi specifici difficilmente interagenti con altre situazioni patologiche come ad esempio la cataratta: bisogno relativamente facile da determinare, costi semplici da quantificare, quota di accesso facilmente determinabile; qualche problema per i casi con complicazioni, ma di rilevanza marginale. Ma la sanità non è tutta così, anzi la regola è esattamente l’opposto: bisogni difficilmente determinabili, soprattutto per le molteplici interazioni, costi di produzione complessi da individuare a causa dei diversi livelli di intensità e di qualità delle prestazioni necessarie, costi di erogazione praticamente impossibili da quantificare per la unicità di ciascun percorso assistenziale per quanto organizzativamente strutturati e definiti. Si pensi ad un ricovero per una grave patologia cronica non chirurgica, all’assistenza domiciliare di un paziente non autosufficiente, al trattamento di una patologica psichiatrica, ecc. Ci si trova davanti a variabilità enormi, inspiegabili, certamente anche frutto di fattori ingiustificabili, dovuti ad inefficienze, a forzature più o meno interessate, a vere e proprie disonestà... ma spesso causate da reali fattori legati alle diverse complessità dei singoli casi o dei singoli contesti. Chi è estraneo all’ambiente sanitario può essere indotto a ritenere che tutta questa variabilità sia frutto di una cattiva gestione e che se si razionalizzassero i processi assistenziali questa variabilità si ridurrebbe fortemente, quasi a livello degli altri settori di intervento pubblico. Ma così non è! Né in Italia né in altri paesi! L’unica possibilità è di accettare questa variabilità e di ragionare a livello di macro aggregati dove, per una legge probabilistica, la variabilità dei valori medi si riduce. 324 Chiacchierando di costi standard... 3 La conoscenza: la rilevazione dei prezzi e dei costi e i valori «standard» 3.1 La rilevazione dei prezzi di acquisto Nonostante la rilevazione dei prezzi sia una operazione molto più semplice della rilevazione dei costi, questa è stata sistematicamente impostata solo in poche regioni e i dati raccolti non hanno prodotto importanti indicazioni. A livello nazionale sono stati raccolti solo dati su prezzi di specifici settori, quali ad esempio alcuni dispositivi protesici. Si è per lo più preferito cercare di razionalizzare la funzione acquisti basandosi su principi aziendali conosciuti senza valutare sistematicamente i cambiamenti raggiunti ma solo considerando alcuni specifici prezzi o la totalità dei costi degli acquisti effettuati. Ancora oggi certamente è probabile vi siano differenze enormi tra i prezzi pagati per gli stessi beni o servizi e queste diversità possono essere dovute, come già detto, a condizioni non modificabili dei differenti mercati, ma anche a cattiva organizzazione della funzione acquisti e probabilmente, e malauguratamente, a situazioni di disonestà non intercettate dai sistemi di controllo peraltro in alcune situazioni molto pignoli ed in altre molto lassisti. I grafici in figura 2 mostrano l’ampiezza della variabilità dei prezzi in sanità; i dati sono ricavati dall’Osservatorio prezzi di una regione che qui non indichiamo data la relativa riservatezza dei dati stessi. I dati riguardano le diverse forniture avvenute in ASL della regione per varie voci merceologiche di acquisto e gli scarti sono calcolati ovviamente all’interno delle medesime voci. Si osserva come sia ampia la variabilità tanto dai prezzi minimi che dai prezzi mediani e come importanti siano anche i coefficienti di variazione dei prezzi delle diverse categorie merceologiche. Nel quarto grafico poi si osserva pure come la variabilità decresca con il crescere delle quantità acquistate. Si può valutare quali siano i prezzi giusti o per lo meno ottimali? E ciò lo si può fare con regole di tipo statistico o semplicemente con l’analisi del mercato? Probabilmente è il caso di effettuare una valutazione con più strumenti magari partendo proprio dalla distribuzione dei prezzi per singole voci merceologiche. Se la qualità e le quantità sono paragonabili, allora i prezzi che superano i valori mediani più di una certa misura possono essere considerati prezzi non corretti e su questi dovrebbe svilupparsi un approfondimento specifico per conoscere ed evidenziare le dinamiche instauratesi. 325 25 45 65 85 105 125 145 165 Scarti dei prezzi dei valori minimi prezzi 185 0,02 0,11 0,20 0,28 0,37 0,46 0,54 0,63 0,72 0,80 0,89 0,98 Coefficiente di variazione dei prezzi 5 0 200 400 600 800 1000 1200 1400 1600 1800 2000 Scarti delle quantità dai valori mediani –75 –65 –65 –45 –35 –25 –15 –5 5 15 25 35 45 55 65 75 Scarto % del prezzo dal prezzo mediano –100 –200 0 100 400 200 1200 1000 800 600 2.000 1800 1600 1400 Figura 2: Variabilità dei prezzi ricavati da un Osservatorio prezzi regionale. 0 200 400 600 800 1.000 0 1.000 2.000 Chiacchierando di costi standard... 3.2 La rilevazione dei costi di produzione Rilevare i costi di produzione è operazione ancora più complessa; essi trovano una loro rappresentazione, congruente con i bilanci, nei modelli CE (conti economici) inviati dalle aziende trimestralmente e poi consolidati a fine esercizio. Purtroppo questa contabilità permette di conoscere i costi dei vari fattori di produzione utilizzati complessivamente dalle aziende ma non ha il compito di assegnarli a specifiche linee produttive, tranne che in rari casi ma anche in questi senza specificare i servizi in cui sono stati impiegati e neppure quali prestazioni essi abbiano prodotto. Per avere queste indicazioni sarebbe necessario avere una contabilità micro-analitica ben sviluppata, cioè capace di quantificare i costi di una singola prestazione secondo procedure tipo quelle della Activity Based Costing, e non una contabilità macro-analitica magari realizzata solo con meccanismi di stima e di spalmatura dei costi. Di contabilità analitiche grossolane infatti ci sono diversi esempi ed in qualche misura può considerarsi uno strumento «macro-analitico» anche la rilevazione dei costi per livello di assistenza attraverso i modelli LA. Quest’ultima rilevazione non ci permetterà mai di analizzare l’efficienza tecnica di un micro processo produttivo, ma se i dati rilevati fossero affidabili potrebbe darci perlomeno l’efficienza a livello di macro processi quali sono i livelli essenziali di assistenza. Purtroppo su questa rilevazione si è sinora lavorato troppo poco e si è permesso che si innescasse un ciclo anti-virtuoso: la sfiducia nella qualità dei dati ha portato alla loro non diffusione, il che ha aumentato il disinteresse dei compilatori per svolgere più virtuosamente il loro compito. La sensazione di chi ha analizzato con attenzione questi dati è che essi siano frutto più di stime proporzionali di ripartizione dei costi che non di rilevazioni effettive di costi reali. D’altra parte la loro valutazione formale è stata quasi esclusivamente basata sul rispetto della quadratura dei dati LA con i dati CE; quadratura che formalmente ci deve essere, ma che paradossalmente può portare ad una forzatura di certe poste magari più corrette e realistiche se non modificate da una operazione di riproporzionamento finalizzata ad ottenere appunto la quadratura totale. Ciononostante i dati dei modelli LA sono l’unica fonte dei costi per settore produttivo dei sistemi sanitari regionali e quindi devono essere analizzati ed utilizzati in quanto tali rendendo responsabili i compilatori di eventuali distorsioni in essi contenuti. L’utilizzo più interessante di questi dati è quello di incrociarli con i dati di attività in modo da poter stimare i costi unitari medi delle prestazioni dei vari livelli assistenziali. Un’ulteriore difficoltà, però, è costituita dalla non omogeneità della complessità e della qualità delle prestazioni che costituiscono lo stesso 327 Cesare Cislaghi livello di assistenza: se si contano le prestazioni specialistiche non si può dare lo stesso peso ad un esame della glicemia, ad una tomografia assiale computerizzata, ad un intervento chirurgico ambulatoriale di cataratta, ad una visita psichiatrica, ecc. È allora necessario poter dare un peso alle differenti prestazioni in modo da ottenere una stima complessiva dell’attività del livello che si possa considerare omogenea nella misura delle diverse componenti. Questo è quanto si è fatto per il settore ospedaliero costituendo le Unità di Assistenza Ospedaliera (UAO) che possono essere definite anche come «ricoveri acuti equivalenti», e che pesano tutti i ricoveri ospedalieri sia ordinari che di day hospital, comprendendo anche i ricoveri di riabilitazione e lungodegenza. Incrociando i costi del livello ospedaliero con il numero di UAO si ottiene il costo unitario per UAO nelle diverse regioni come rappresentato in figura 3. Ma di questi costi di produzione, quali sono i costi «giusti», i costi che potremmo definire «standard»? Si consideri innanzitutto che la variabilità di questi costi, se non si considerano le regioni molto piccole, non è molto elevata e quindi il problema in questi termini non si presenta come drammatico. Comunque il problema è la definizione del valore di riferimento; qual è quello giusto? il valore mediano? il valore mediano delle unità che hanno un costo inferiore ad una determinata soglia? il valore delle regioni di una determinata area del paese? il valore mediano di un gruppo di regioni che sono ritenute a priori efficienti, e in questo caso come determinare quali sono efficienti? Nell’esercizio in figura 5 si evidenzia come i costi unitari delle UAO siano funzione sia dell’ampiezza demografica delle regioni sia del livello di UAO pro capite. L’ampiezza demografica probabilmente riduce proporzionalmente i costi generali ed organizzativi ed invece l’attività pro capite crescente probabilmente comporta un case mix con casi «meno densi di prestazioni» pur essendo omogenei per classificazione DRG. Eseguendo una regressione lineare multipla dei costi unitari con i logaritmi naturali di questi fattori si ottengono i residui riportati in figura 5 che possono considerarsi gli scostamenti dai valori attesi «corretti» per l’ampiezza della popolazione e del numero di UAO pro capite interpretabili come proxy dell’efficienza produttiva. Sono molti i fattori che determinano l’associazione, ma il fatto principale è che le due variabili non sono indipendenti perché vincolate sulle risorse disponibili. Le risorse per gli ospedali sono «fisse» e determinate dal riparto e dalla quota di destinazione all’ospedaliera (quota non rigida ma di fatto inevitabilmente quasi rispettata); l’altra condizione è che le risorse sono 328 F. V. Gulia Veneto Trento Costo per UAO 2003 Umbria Toscana Emilia Romagna Costo per UAO 2004 Molise Abruzzo Lazio Costo per UAO 2005 Calabria Basilicata Puglia Costo per UAO 2006 Sardegna Sicilia Campania Marche Liguria Bolzano Lombardia V. Aosta Piemonte Figura 3: I costi per regione di una singola Unità di Assistenza Ospedaliera: i dati mancanti sono dovuti a dati LA incompleti o a problemi di qualità degli stessi. 0 1.000 2.000 3.000 4.000 5.000 6.000 7.000 Italia Cesare Cislaghi Regioni d’Italia 5 3 Frequenza Frequenza 4 2 1 0 3.500 4.000 4.500 5.300 Costi unitari per UAO 4 1 3 Frequenza 2 1 Centro sud Sud 1 1 4.000 4.500 5.300 Costi unitari per UAO 5.500 4.000 4.500 5.300 Costi unitari per UAO 5.500 Lombardia Veneto Emilia Romagna Toscana Altre regioni 3 2 3.500 3.500 0 4 2 0 Non efficienti? 3 2 0 4 Efficienti? 4 Nord Centro nord 3 Frequenza 5.500 5 4 3 2 1 0 5 4 3 2 1 0 0 3.500 4.000 4.500 5.300 Costi unitari per UAO 5.500 Figura 4: Istogrammi dei costi per Unità di Assistenza Ospedaliera regionali. usate tutte e sole (anche qui non sempre vero dato la presenza di disavanzi); ne consegue che chi ha costi di produzione elevati non può inevitabilmente produrre ed erogare meno ricoveri rispetto a chi ha costi inferiori! Le regioni con residui negativi (costi inferiori all’attesa) possono considerarsi efficienti, e le regioni con residui positivi (costi superiori all’attesa) possono definirsi non efficienti. Applicando però questo criterio i valori mediani dei due gruppi coincidono esattamente e quindi lasciano intendere che la variabilità dei costi di produzione medi regionali non è dovuta se non in piccola parte alle differenze di efficienza produttiva. Questo esercizio vuole mettere solo in evidenza la difficoltà di separare le regioni efficienti da quelle non efficienti sulla base dei valori unitari della UAO ed anche mostrare come apportando correzioni «logiche e giustificate» si ottengono valori mediani, o «standard», non molto diversi dai valori mediani nazionali. 330 12 13 14 15 Popolazione regionale (logaritmo) 16 17 Trento Calabria Lombardia Abruzzo Umbria Emilia Romagna Basilicata 3.500 4.000 4.500 5.000 5.500 5 0 1 2 0 3 1 2 3 Regioni con residui positivi Regioni con residui negativi 5 Liguria 3.500 4.000 4.500 5.000 5.500 6.000 Costi unitari per UAO 5 Marche Piemonte Abruzzo Emilia Romagna Lombardia Puglia Lazio Molise Calabria Sicilia V. Aosta 5 5 UAO pro-capite (logaritmo) R2 Lineare = 0,252 Umbria Veneto Toscana Campania Sardegna F.V. Giulia Trento Bolzano Figura 5: Istogrammi dei costi unitari per UAO delle regioni con residui positivi e negativi della regressione «costi unitari per UAO vs UAO pro capite». –250 0 250 500 750 11 R2 Lineare = 0,402 Piemonte 3.500 Veneto Costo unitario UAO Residui della regressione su popolazione & procapite UAO Molise Sardegna 4.000 Molise Lazio Calabria Campania Umbria Puglia Sicilia Piemonte Veneto Marche Lombardia Toscana Abruzzo Liguria Emilia Romagna Liguria 4.500 Marche Sardegna Puglia 5.000 Toscana F.V. Giulia V.Aosta Trento Campania V. Aosta Sicilia 5.500 Costo unitario UAO F.V. Giulia 6.000 Lazio Bolzano Bolzano 6.000 Frequenza Consumi globali Farmaci Giorni di ricovero 52% 69% 86% 103% 121% 138% 155% Percentuale di consumi rispetto alla media Visite specialistiche 0 36% 71% 107% 143% 179% Percentuale di consumi rispetto alla media 5 10 15 20 0 5 10 15 20 Interventi chirurgici 0 29% 57% 86% 114% 143% 171% Percentuale di consumi rispetto alla media 5 10 15 0 58% 77% 86% 115% 135% 154% 173% Percentuale di consumi rispetto alla media 2,5 5,0 7,5 10,0 12,5 Accertamenti diagnostici Figura 6: Distribuzione delle percentuali di consumi medi per aree vaste rispetto alla media nazionale (Indagine Multiscopo ISTAT Salute 2005). 0 89% 94% 100% 106% 111% Percentuale di consumi rispetto alla media 2 4 6 8 10 12 0 40% 60% 80% 100% 120% 140% Percentuale di consumi rispetto alla media 5 10 15 Numeri di aree Numeri di aree Numeri di aree Numeri di aree Numeri di aree Numeri di aree Prevalenza consumatori cronici di farmaci Giornate di degenza Accertamenti diagnostici Chiacchierando di costi standard... Visite specialistiche Accertamenti diagnostici Giornate di degenza Figura 7: Distribuzione incrociata delle percentuali di consumi medi per aree vaste rispetto alla media nazionale (Indagine Multiscopo ISTAT Salute 2005). 3.3 La rilevazione dei costi di erogazione Le quantità pro capite dei servizi e delle prestazioni consumate dalla popolazione hanno anch’esse una variabilità molto elevata come evidenziato in figura 6 che illustra la distribuzione dei consumi nella «aree vaste» (cioè raggruppamenti di ASL, con circa un milione di abitanti) considerate nella Indagine ISTAT Multiscopo Salute 2005. La variabile «consumi globali» è una variabile che compone, ponderandoli per rilevanza economica, i consumi dichiarati delle varie prestazioni sanitarie; a parte le situazioni anomale estreme si osserva una variabilità che rispetto ai valori medi è di +/–25%. La variabilità dei consumi nei singoli settori non è molto differente; una relativa stabilità nelle medie dei consumi per aree vaste la si osserva solo nella prevalenza di consumatori cronici di farmaci. Oltre alla variabilità dei consumi in tutti i singoli livelli assistenziali, un elemento molto rilevante è anche la non dipendenza dei consumi tra di loro; si potrebbe pensare che dove si consuma più di certe prestazioni si consuma di più di tutte le prestazioni (dipendenza positiva) o invece viceversa che dove si consuma di più di una prestazione si consuma meno di un’altra (dipendenza negativa). 333 Cesare Cislaghi Riabilitazione Int. chirurgici Giorni ricovero osp. Consumo cronico farmaci 1 Consumo acuto farmaci Esami specialistici Esami sangue e urine Visite specialistiche Visite generiche e pediatriche –1,5 –1 –0,5 0 0,5 1 1,5 –1 –0,5 0 0,5 1 1,5 –1 –0,5 0 0,5 1 1,5 Riabilitazione Int. chirurgici Cluster regionali di utilizzazione dei servizi Giorni ricovero osp. Consumo cronico farmaci 2 Consumo acuto farmaci Esami specialistici Esami sangue e urine Visite specialistiche Visite generiche e pediatriche –1,5 Riabilitazione Int. chirurgici Giorni ricovero osp. Consumo cronico farmaci 3 Consumo acuto farmaci Esami specialistici Esami sangue e urine Visite specialistiche Visite generiche e pediatriche –1,5 Riabilitazione Int. chirurgici Giorni ricovero osp. Consumo cronico farmaci 4 Consumo acuto farmaci Esami specialistici Esami sangue e urine Visite specialistiche Visite generiche e pediatriche –1,5 –1 –0,5 0 0,5 1 1,5 Valori normalizzati delle variabili Figura 8: Diversa combinazione di intensità di consumi nei servizi sanitari regionali (Indagine Multiscopo ISTAT Salute 2005) citato da «Monitor», 3o supplemento al n. 22/2008. 334 Chiacchierando di costi standard... La realtà è invece del tutto differente e cioè dimostra l’indipendenza di un livello rispetto agli altri, e ciò comporta che è difficile poter individuare realtà che risultino efficienti in tutti i settori, e che si corre il rischio di definire giusti gli standard di due singoli settori quando invece l’esame congiunto dell’uso di entrambi risulterebbe scorretto; in figura 7 risulta evidente la mancanza di associazione tra consumi di diversi livelli assistenziali. D’altra parte si è più volte evidenziato come i sistemi sanitari regionali siano tra di loro differenti proprio in relazione al mix dei consumi e come si possano identificare dei cluster regionali di sistemi tra di loro più simili, come si vede in figura 8. È possibile in un quadro di sistemi regionali non omogenei definire degli standard per singoli consumi sanitari? Probabilmente no! Ciò che si può fare tutt’al più è quello di definire dei livelli di sotto consumo non compatibili con la garanzia dei cittadini e dei livelli di sovraconsumo incompatibili con considerazioni di appropriatezza degli stessi. I costi di erogazione dipendono quindi in larga misura dalla variabilità dei consumi che è funzione della variabilità dei bisogni ma anche in larga misura dalla variabilità delle modalità di formazione della domanda a partire dai bisogni stessi, modalità che dipendono ovviamente da come si pone l’offerta dei servizi diagnostici, prescrittivi, assistenziali. 3.4 La rilevazione della spesa pro capite La rilevazione della spesa è una operazione abbastanza semplice perché facilitata sia dalla presenza dei dati dei consuntivi economici sufficientemente affidabili, almeno per le voci riassuntive, sia dalla simmetricità con i dati di finanziamento. Le entrate aziendali e regionali sono prevalentemente quelle definite dalle regole di riparto delle risorse sanitarie, regole definite dal governo in accordo con le regioni. In questo riparto vengono anche considerate le risorse proprie delle regioni e i saldi economici derivanti dalla mobilità interregionale: viene così definito con chiarezza l’ammontare di risorse che ogni regione può spendere per la sanità e questo, corretto per il risultato di gestione (cioè per il disavanzo, dato che quasi mai si realizza un avanzo) è la spesa sanitaria delle aziende e, con sommatoria consolidata, della regione. Da metà degli anni ’90 i criteri di riparto si sono basati, almeno formalmente, sulla stima dei bisogni realizzata con differenti algoritmi ed indicatori tra i quali però il ruolo determinante lo ha sempre assunto la struttura per età della popolazione. 335 Cesare Cislaghi Il razionale di questa operazione è che per ripartire in modo equo le risorse tra le regioni si debbano considerare tre elementi: 1) l’ampiezza della popolazione, cioè il numero di abitanti, 2) il bisogno individuale degli abitanti, 3) i fattori di contesto che possono modificare i costi di produzione. Il primo elemento è relativamente il più semplice, anche se non sempre la popolazione legale ISTAT corrisponde alla popolazione reale e uno dei problemi è costituito ad esempio dalla presenza di cittadini non regolari che comunque hanno dei diritti, seppur limitati, all’assistenza sanitaria. Il secondo si dimostra invece essenzialmente legato alla prevalenza di patologie, soprattutto di natura cronica, mentre altri eventuali fattori incidono marginalmente. Il problema è che non si conoscono queste prevalenze ed allora si sono utilizzate della variabili proxy della morbosità, prima tra tutte l’età. Un’altra variabile proxy della morbosità, seconda per importanza, è la componente socioeconomica individuale che però non è stata sinora mai utilizzata nella formula del riparto, forse per una resistenza ideologica alla sua accettazione. Il terzo elemento infine pone diversi problemi sia teorici che politici; alcune componenti del contesto quali la densità abitativa, la montanità, ecc. sono sicuramente dei moltiplicatori di costi che possono essere considerati. Altre componenti come i prezzi medi locali dei fattori di produzione trovano delle difficoltà politiche ad essere accolte perché si incrementerebbe ancora maggiormente la differenza tra i sistemi economici locali. Infine il considerare come criterio di riparto anche la qualità dei servizi prestati può sembrare una soluzione corretta ma in realtà significherebbe finanziare di meno le regioni che già producono qualitativamente di meno e ciò porterebbe ad una sottrazione progressiva dei servizi nei confronti della popolazione. In ogni modo la spesa sanitaria, se corretta per i differenziali del bisogno come definiti dal sistema di riparto, risulta uguale, o quasi, in tutte le regioni, tranne ovviamente in quelle che hanno creato dei disavanzi. In figura 9, tralasciando le regioni a statuto speciale rappresentate in giallo e che hanno sistemi differenti di finanziamento, si vede che tranne il Lazio, la Campania e il Molise, regioni con i disavanzi peggiori, le altre hanno valori di spesa pro capite molto simili. Questa omogeneità deriva dal fatto che l’ammontare è stato determinato esternamente al sistema regionale ed il sistema regionale, se non ha «sforato», ha impostato la propria spesa sulle risorse disponibili. Se vi è parità di spesa contestualmente ad una variabilità dei costi di produzione e dei costi di erogazione significa che ogni regione ha dovuto adeguare alle risorse disponibili la somma dei prodotti tra costi di produzione e volumi di erogazione, cioè: 336 Chiacchierando di costi standard... P. A. Bolzano Valle D’Aosta Lazio P. A. Trento Campania Sicilia Molise Sardegna Puglia Calabria Veneto Liguria Abruzzo Piemonte Emilia R. Toscana Umbria Basilicata Lombardia Marche Fruli V. G. 0 500 1.000 1.500 2.000 2.500 Figura 9: Distribuzione dei valori regionali pro capite della spesa sanitaria 2006 corretti per età degli abitanti: in giallo le regioni a statuto speciale. Spesa sanitaria = Σservizio (costi di produzione)servizio × (volumi erogati)servizio. L’esperienza dimostra che le azioni sui costi di produzione hanno minor efficacia reale rispetto alle azioni sui volumi di erogazione, per cui, per il controllo della spesa, si è scelto per lo più di lavorare su queste ultime. Ciò non significa ovviamente che non si debba controllare i costi di produzione o non si debba cercare di migliorare l’efficienza tecnica delle unità produttive; significa solo che questi aspetti mostrano una maggiore inerzia al cambiamento rispetto al volume dei consumi. 337 Cesare Cislaghi 4 Il governo della spesa: come controllare prezzi, costi, volumi di attività 4.1 Controllo dei prezzi La conoscenza della variabilità dei prezzi pagati dalle aziende è un presupposto importante per avviare poi azioni di controllo e di contenimento. Molte regioni hanno istituito degli Osservatori prezzi che sembrano non aver prodotto grande utilità, ma come spesso accade quando il fenomeno da sconosciuto diventa percepito si tende a sottostimare la rilevanza del sistema informativo che ha permesso di portare a conoscenza il problema. Gli Osservatori prezzi dovrebbero eseguire analisi approfondite per individuare i fattori che determinano la variabilità e soprattutto quelli che producono i prezzi più elevati. Il sistema sanitario vive in un regime praticamente monopsonistico e quindi di fatto può, o potrebbe, imporre i prezzi che vuole con la sola soglia del prezzo minimo accettabile da parte dei produttori dei vari beni e servizi. Si osservi che talvolta nei mercati vengono praticati persino prezzi sottocosto per sviluppare politiche commerciali particolari quali ad esempio i tentativi di sconfiggere i concorrenti. Ciò significa che non sempre il prezzo minimo può considerarsi un prezzo reale di riferimento. L’aspetto non virtuoso del sistema monopsonico è la possibilità di sopravvivenza di prezzi elevati non ritenuti tali dal compratore, e questo può accadere, ad esempio, per un cartello tra i fornitori non individuato dal fornitore. Ancora peggio quando il fornitore è monopolistico, perché in questo caso è il compratore che deve analizzare i costi di produzione se vuole valutare la congruità dei prezzi, ma poi può esser comunque costretto ad accettare le condizioni imposte se non vi è alternativa all’acquisto. Un metodo usato dal compratore monopsonistico per controllare i prezzi è quello di stabilirne l’entità convenzionale, cioè di definire delle tariffe. Le tariffe «eque» dovrebbero corrispondere al valore dei prezzi che si avrebbe se il mercato fosse concorrenziale. Per rendere invece realmente concorrenziale il mercato, lo strumento tradizionale è la gara d’acquisto tra più fornitori, strumento obbligatorio nelle amministrazioni pubbliche ma talvolta vanificato con l’inserimento di altri fornitori compiacenti; in ogni caso la gara d’acquisto è sempre meglio della totale discrezionalità della scelta del fornitore. Ultimamente la razionalizzazione della funzione acquisti è passata attraverso la politica dell’accentramento degli stessi. È chiaramente più facile ottenere un prezzo favorevole quando si chiedono forniture di 338 Chiacchierando di costi standard... quantità elevate; si consideri però il rischio di accentrare esageratamente sino a far diventare il sistema rigidamente monopsonistico e quindi praticamente non più controllabile. Sino ad oggi diverse azioni sono state fatte all’interno delle regioni e delle aziende, ma raramente, tranne che per gli acquisti CONSIP, si sono fatti dei confronti tra le regioni mentre questi potrebbero risultare in taluni casi molto utili, soprattutto quando i prezzi teorici di listino sono omogenei ma sono i fornitori a differenziarli giocando su sconti tra di loro talvolta assolutamente sproporzionati. 4.2 Controllo dei costi di produzione Sebbene come si è detto i costi di produzione mostrino una forte resistenza ad essere modificati mediante azioni gestionali, ciò nonostante queste azioni devono essere assolutamente realizzate e l’efficienza tecnica deve essere valutata ed incrementata in tutti i servizi. Anche in questo settore il primo passo essenziale è la conoscenza della variabilità del fenomeno: gli Osservatori costi sono un’ottima base di analisi ma funzionano bene solo se possono basarsi su contabilità analitiche ben impostate e realizzate. Il controllo di gestione deve analizzare i processi produttivi e deve individuare le sacche di inefficienza spesso dovute solo a resistenze al cambiamento; la razionalizzazione dei processi, cui consegue una riduzione dei costi, spesso è anche conveniente per gli stessi operatori che però devono accettare lo stress iniziale dato dalla modificazione delle procedure obsolete. Troppe volte poi il controllo di gestione si ferma ad un controllo formale quasi solo di legittimità degli atti e di adeguamento delle operazioni alle regole prestabilite; il controllo di gestione deve invece innanzitutto verificare l’efficienza dei processi produttivi. Tra gli elementi da considerare certamente c’è la scelta di affidare i servizi all’esterno, cioè di produrre in outsourcing; queste operazioni devono essere comunque valutate con molta attenzione perché spesso, nei fatti, i costi dell’outsourcing sono inferiori a quelli di una produzione inefficiente ma superiori a quelli di una produzione efficiente. L’altro elemento rilevante è la salvaguardia della dimensione ottimale delle unità operative: talvolta per motivi di equità di accesso si è costretti a mantenere delle unità produttive dislocate nelle vicinanze dell’utenza ma di ampiezza sicuramente non adeguata in senso economico aziendale; queste situazioni spesso non garantiscono neppure i livelli accettabili di qualità, di efficacia 339 Cesare Cislaghi e di sicurezza delle prestazioni. In questi casi si deve approfondire l’analisi della situazione per verificare quale sia la soluzione che massimizza l’utilità globale, cioè l’utilità dell’utenza congiunta a quella del sistema sanitario. Infine una razionalizzazione dei costi di produzione può passare anche attraverso la realizzazione di reti di servizi che prevedono che solo alcuni di loro svolgano per tutti alcuni compiti specifici. L’obiettivo da raggiungere è che il costo di produzione della stessa prestazione sia omogeneo su tutto il territorio e la variabilità sia solo dovuta a condizioni reali ed imprescindibili del contesto locale. Tutte queste analisi e queste azioni si è soliti chiamarle «governo dell’offerta», per distinguerle da quelle del «governo della domanda» che invece riguarda i volumi delle prestazioni consumate. 4.3 Controllo dei volumi di prestazioni erogate Il monitoraggio dei volumi delle prestazioni erogate e la loro adeguatezza ai bisogni della popolazione è una delle funzioni indispensabili che deve essere garantita sia a livello aziendale che regionale, ma purtroppo sono ancora importanti le carenze al riguardo. L’appropriatezza delle prestazioni può essere eseguita sia sulle singole prestazioni con considerazioni di tipo clinico, sia su aggregati di prestazioni con criteri di tipo statistico-epidemiologico: questi aggregati possono essere sia relativi ad aree territoriali, sia agli operatori prescrittori (MMG o PLS), sia a sottogruppi particolari di assistiti quali ad esempio i malati cronici per certe patologie. Linee guida, percorsi assistenziali governati, note di utilizzo di prestazioni, ecc. tutto ciò fa parte del cosiddetto governo clinico e può essere molto utile per adeguare i volumi delle prestazioni ai bisogni reali. Una condizione essenziale, però, è il coinvolgimento degli operatori prescrittori e la responsabilizzazione degli utenti; in mancanza di questi due elementi il governo clinico sarebbe solo un «controllo» destinato a creare molti disagi e forse pochi effetti positivi. Il ruolo prescrittivo del medico deve essere valorizzato al massimo magari anche attraverso incentivi e disincentivi. Medici e malati, come già detto, devono rendersi conto che una prestazione inutile evitata è non solo un risparmio ma anche un guadagno in termini di salute. I controlli formali possono essere anche effettuati ma non ci si deve aspettare da essi grandi risultati se non nei casi più eclatanti di vere truffe; l’effetto principale è una maggior responsabilizzazione degli operatori che sentendosi appunto «controllati» modificano in senso virtuoso i loro comportamenti. 340 Chiacchierando di costi standard... Percentuale di parti cesarei 100% 80% 60% 40% 20% 0% 0 2000 4000 6000 Numero di parti per presidio 8000 10000 Percentuale di cesarei per presidio Media dei presidi lombardi Media nazionale Indicazione internazionale Numero mediano di parti annui per presidio Figura 10: Frequenza percentuale di parti cesarei nei presidi italiani nel 2006. Al di là di questi sistemi di intervento sull’appropriatezza, il governo della domanda può usare anche strumenti di razionamento, sia impliciti che espliciti. Le liste di attesa sicuramente sono il sistema implicito più diffuso, e tra quelli espliciti vi sono i tetti imposti sia sull’offerta che sulla domanda, cioè sulla complessità dei consumi. Non si pensi però di poter arrivare a degli standard giustificabili da evidenze cliniche ed epidemiologiche; l’unica disposizione che si può imporre sono dei livelli massimi non superabili perché sicuramente giudicabili come non corretti: questi livelli però non possono essere definiti analizzando la distribuzione dei tassi di utilizzo delle prestazioni, bensì con considerazioni appunto clinico-epidemiologiche. Se si esaminano ad esempio le percentuali di parti cesarei nei nosocomi italiani nel 2006 si ha un valore medio superiore al 42%, un valore medio dei presidi che superano la soglia mediana di 760 parti annui pari al 38%, o un valore medio dei presidi di una regione considerata «virtuosa» come la Lombardia, del 31%. Tutti valori molto più elevati delle indicazioni internazionali che si aggirano sul 20%! È chiara la difficoltà ad individuare lo «standard giusto» sia basandosi su dati statistici che su dati clinici; è però sicuramente possibile individuare un target programmatorio e definire ad esempio che nei prossimi cinque anni tutti i presidi devono rientrare nella media attuale del 42% e poi, tra cinque anni, si sposterà ulteriormente il target e così via. 341 Cesare Cislaghi 4.4 Il controllo della spesa pro capite La spesa sanitaria viene rilevata con buona precisione in tutte le regioni e viene poi certificata tra l’altro nei modelli CE (Conti economici) inviati dalle Aziende alle regioni e da queste al Ministero. I CE possono avere alcuni valori di talune poste contabili non del tutto aderenti alla realtà perché frutto di «finzioni» contabili; ma la cifra complessiva della spesa sicuramente non si allontana di molto dalla realtà. L’attuale vincolo sempre più stretto di rispettare la parità di bilancio, fa sì che la spesa oggi risulti essere la variabile più controllata e paradossalmente più rispettata dell’intero sistema sanitario. È vero che molte regioni presentano a fine esercizio dei disavanzi, ma è anche vero che la loro entità rappresenta una variabilità molto inferiore a quella degli altri elementi del sistema, ed i casi «gravi» di disavanzo sono veri e propri outliers. La decadenza automatica dei Direttori Generali in presenza di gravi disavanzi aziendali e tutte le azioni relative ai Piani di rientro delle regioni con disavanzo hanno prodotto una attenzione molto elevata al dato di spesa, attenzione che taluni giudicano persino eccessiva perché debordante su altre attenzioni di garanzia sanitaria altrettanto importanti, quale ad esempio la garanzia di erogazione dei LEA. 4.5 Federalismo fiscale e costi standard Di costi standard si è incominciato a parlare con crescente attenzione via via che il dibattito sul federalismo fiscale ha preso corpo sia a livello politico che a livello di opinione pubblica. Il fatto che le risorse dovranno avere in larga misura non più una titolarità nazionale, bensì locale, fa sì che i «debiti» non potranno più essere inopinatamente attribuiti al governo centrale. Sino ad oggi, magari con procedure contorte e dolorose, alla fine i disavanzi regionali, quando non riuscivano ad essere coperti dai tributi locali, venivano prevalentemente assorbiti nel bilancio dello stato: in futuro non potrà più essere così dato che lo stato centrale non sarà più titolare delle risorse che potrebbero servire a coprire i disavanzi regionali. È allora evidente che servono due condizioni: la prima che si eviti che si producano disavanzi e la seconda che siano le regioni stesse che debbano poi coprire gli eventuali disavanzi. Questa seconda condizione può essere risolta probabilmente solo con una sorta di «fallimento politico», cioè con l’imputazione ai governanti regionali dei disavanzi da loro prodotti e quindi ad un ritorno alle urne perché siano i cittadini a decidere come si debba procedere, 342 Chiacchierando di costi standard... se aumentando inevitabilmente il prelievo fiscale ma affidando l’operazione alla stessa giunta precedente o ad una giunta differente. Le forme di questo «fallimento politico» dovranno essere studiate, ma la componente principale di questa operazione è la possibilità di rendere trasparente l’attività politica in modo che la popolazione possa esprimere il proprio parere e le proprie scelte, e questo certamente non è molto semplice a farsi. Rispetto alla prima condizione, invece, per evitare che si producano disavanzi servirà una azione continua di coordinamento tra le regioni per monitorare gli andamenti della spesa e poter eventualmente intervenire nei casi in cui questa rischiasse di andare fuori controllo. Un altro problema invece è quello di come determinare l’ammontare «giusto» della spesa sanitaria, considerando che se questo fosse sotto dimensionato, e contestualmente fossero mantenuti tutti i servizi da garantire, sarebbe inevitabile il formarsi di numerosi disavanzi regionali. È su questo punto che alcuni hanno pensato che il dimensionamento del finanziamento complessivo possa essere stabilito sulla base dei costi standard ma come già detto questa è una ipotesi difficilmente praticabile; l’ammontare della spesa può essere determinato solo da una scelta politica macro-economica che considera la consistenza del PIL, la scelta della quota di prelievo fiscale, l’insieme del Livelli essenziali di assistenza da garantire a tutti i cittadini, l’equilibrio «politico» delle considerazioni di omogeneizzazione delle utilità marginali dei diversi settori di intervento pubblico. Dopo di che il riparto del finanziamento tra le regioni deve essere operato con metodi totalmente equi e proporzionando l’assegnazione di risorse al complesso dei bisogni sanitari della regione, cioè al numero di abitanti, ciascuno corretto per il suo bisogno sanitario stimato mediante delle proxy costruite sulle informazioni individuali disponibili. Per queste operazioni non servono né le stime dei prezzi di acquisto, né quelle dei costi di produzione, né quelle dei volumi erogati: sono sufficienti le informazioni sul totale disponibile di risorse, sul numero di abitanti delle regioni e sulla loro distribuzione per le variabili proxy del bisogno. Oltre a tutto ciò c’è però bisogno anche del giusto equilibrio tra tecnici e politici nel determinare le quote di riparto dei finanziamento: la funzione dei politici è quella di approvare i criteri da applicare, in termini di equità, di opportunità, di equilibrio del sistema sociale; la funzione dei tecnici è quella di coniugare i criteri ed applicarli ai dati oggettivi senza intervenire con scelte discrezionali. Purtroppo la tentazione dei politici è quella di lasciare ai tecnici la funzione di individuazione dei criteri intervenendo solo a posteriori per valutare se l’applicazione dei criteri soddisfi le loro considerazioni di opportunità politica. 343 Cesare Cislaghi 5 Conclusioni In conclusione è necessario affermare ed ottenere che i prezzi di acquisto, i costi di produzione ed i volumi di erogazione siano monitorati, controllati, valutati per renderli il più possibile omogenei tra le varie aree del paese. È intollerabile, e ancor più lo sarà in un assetto di federalismo compiuto, assistere ancora all’eccessiva variabilità delle componenti economiche del sistema. Le regioni dovranno abituarsi a confrontarsi tra di loro in merito alle performances delle loro organizzazioni intervenendo a razionalizzarle quando emergessero disparità non giustificate. Il ruolo del governo centrale è quello di favorire ed incentivare queste operazioni di confronto penalizzando le regioni che producessero dei disavanzi senza neppure aver cercato di valutare l’assetto dei propri sistemi di produzione e di erogazione. Ma non ci si illuda di risolvere il problema del dimensionamento e del riparto delle risorse ricorrendo all’immagine dei costi standard, immagine molto concreta per certe operazioni ma del tutto illusoria per quelle qui discusse. E se la determinazione di uno standard dei costi nell’ambito dei servizi è in genere un’operazione difficile e può comportare anche dei problemi sotto il profilo dell’equità, l’impraticabilità aumenta ancor di più nei settori dove i servizi presentano caratteristiche di complessità e di costo estremamente variabili, quali i servizi sociosanitari e particolarmente quelli riferiti agli anziani e alla disabilità, dove è ancor più difficile determinare i fattori produttivi in modo omogeneo, e dove gli erogatori sono molteplici e diversificati, e i modelli di assistenza non sono standardizzabili. Ma, ripetiamo, le difficoltà nell’individuare gli «standard» di tutti i costi non deve lasciar pensare che non si debbano invece monitorare e valutare i costi di produzione per ottenere sempre più maggior efficienza ed i costi di erogazione per ottenere sempre maggior appropriatezza, il tutto senza sacrificare peraltro le due componenti principali della valutazione, cioè l’efficacia e l’equità dell’accesso e del risultato dei processi assistenziali. Si ringraziano Anna Banchero, Francesco Cobello, Geppo Costa, Giovanna De Giacomi, Emidio Di Virgilio, Giovanni Fattore, Isabella Mastrobuono, Isabella Morandi, Alessandro Solipaca, Federico Spandonaro, Fabrizio Tediosi per i suggerimenti, le critiche e le obiezioni che mi hanno permesso di correggere e riscrivere molte parti dell’articolo. 344